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ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO
DELLA
R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
(NUOVA SERIE)
Volume III.
NUMERI 1 — 27
(con 5 tavole, e 41 incisioni nel testo)
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NAPOLI
R. STABILIMENTO TIPOGRAFICO FRANCESCO GIANNINI & FIGLI
Strada Cisterna dell’Olio
1909-1912
NOTICE
\FTER CAREFUL EXAMINATION OF THE
NNER MARGIN AND TYPE OF MATERIAL
VE HAVE SEWN THIS VOLUME BY HAND
>0 IT CAN BE MORE EASILY OPENED
\ND READ.
. .
INDICE
1. Solari A.-F . — Sugli Otiorrhynchus anthracinus Scop. rugulipennis Costa e coenobita
Marseul. [4. IL 1909 — 24. 111. 1909 (*)]
2. Porta A . — Sul Brachynus bisignifer Costa. [19. 11. 1909 — 24. III. 1909]
3. Miller Gerrit S. . — Note ou thè Vespertilio oxygnatlius of Monticelli.
[20. Ili 1909 - 26. IV. 1909]
4. Trani E . — Di un nuovo proctotrupide parassita delle larve degli Anthrenus mu-
saeonnn (con la tavola 1). [30. 1 V. 1909. — 19. Vili. 1909]
5. Cerruti A . — Oligognathus parasiticus n. sp. endoparassita dello Spio mecznìkowianus
Clprd. Nota preliminare (con due incisioni).
[7. IV. 1909. - 19. Vili. 1909]
6. Police G . — Caso di melanismo in una vipera nel mezzogiorno d’Italia.
[20. VI. 1909. — 7. Vili. 1909]
7. Bezzi M . — Gli scritti cecidologici del Prof. A. Costa.
[19. VII. 1909. - 7. Vili. 1909 ]
8. Police. G . — Il Globiceplmlus melas Traill. del Museo Zoologico della R. Università
di Napoli (con tre incisioni). [23. VII. 1909. — 21. X. 1909]
9. Zavattari E .... — Catalogo delle Mutille del Museo Zoologico di Napoli. Con osserva¬
zioni critiche e sinonimiche e descrizione di nuove specie (con due
incisioni). [22. XI. 1909. — 12. VI 1910]
10. Montandon A. L. . — Quelques types d’Hemiptères de Guerin Meneville des Collections du
Musée Zoologique de 1’ Université de Naples. (Notes synonymiques,
observations diverses). [17. XII. 1909. — 21. II. 1910]
11. Navas L . — Nota sobre el Dilar partenopacus Costa.
[27. XII. 1909. - 21. II. 1910]
12. Peracca M. G. . . . — Descrizione di alcune nuove specie di Ofidii del Museo Zoologico della
R. Università di Napoli (con una incisione).
[23. II. 1910. — 20. IV. 1910]
13. Monticelli Fr. Sv. — Sul Gordio piccino di Delle Chiaie. Nota critica.
[1. V. 1910. - 9. VII. 1910]
14. Nicoll W . — On Gasterostomwn tergestinum Stossich. (con una incisione).
[19. IX. 1910. — 23. XI. 1910]
15. Iroso I . — Primo manipolo di Rotiferi viventi in alcune acque dolci di Napoli.
[14. IX. 1910. — 10. XII. 1910]
16. Issel R . — Molluschi Eteropodi raccolti dal Capitano G. Chierchia durante il
viaggio di circumnavigazione della R. Nave « Vettor Pisani »
negli anni 18S2-S3-84-85 (con la tavola 2 e 2 incisioni).
[5. XI. 1910. — 9. 11. 1911]
17. Ghigi A . — Studio sistematico degli Icneumonidi affricani appartenenti al genere
Osprynchotus Spinola, (con quattro incisioni).
[Id. I. 1911. — 17. V. 1911]
(*) La prima data è quella di ricezione del manoscritto: la seconda quella della pubblicazione del numero dell’Annuario.
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18. Turati E . — Lepidotteri del Museo Zoologico della R. Università di Napoli. De¬
scrizione di forme nuove e note critiche (con una figura).
[9. IL 1911. - 4 IX. 1911 ]
19. Zavattari E . — Catalogo degli Eumenidi del Museo Zoologico di Napoli.
[1. IV. 1911. - 1. VII. 1911]
20. Horvath G . — Nota sul Leptopus assouanensis Costa. [8. V. 1911. — 1. VII. 1911 ]
21. Cavazza F . — Del Mus meridionalis 0. G. Costa e del suo valore sistematico.
[18. Vili. 1911. — 28. XII. 1911]
22. Silvestri F . — Termiti raccolte da S. A. R. la Duchessa d’Aosta nella regione dei
grandi laghi dell’Africa equatoriale, (con quattro incisioni)
[18. IX. 1911. — 23. I. 1912]
23. Monticelli Fr. Sav. — Nuove osservazioni sulla Vallisia striata, (con le tavole 3 e 4, ed una
incisione) [20. VI. 1911. — 20. IV. 1912 ]
24. Pierantoni U. ... — Monografìa dei Discodrilidae (con la tavola 5 e 20 incisioni).
[1 VII. 1911. — 29. II. 1912]
25. Peracca M . — Anfìbi e Rettili raccolti da S. A. R. la Duchessa d’Aosta nella re¬
gione dei grandi laghi dell’ Africa equatoriale.
[22. XII. 1911. — 11. IV. 1912]
26. Emery C . — Formiche raccolte da S. A. R. la Duchessa d’Aosta nella regione dei
grandi laghi dell’Africa equatoriale.
[23. III. 1912. — 22. V. 1912]
27. Pellegrin J . — Poissons du Musée de Naples provenant des expéditions du « Yettor
Pisani » et du « Dogali », et de la mer Rouge.
[2. XII. 1911. — 11. VII. 1912]
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ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( IST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 1. 24 Marzo 1909.
A, e F. SOLARI
( Genova )
Sugli Otiorrhynchus anthracinus Scop. rugulipennis Costa
e coenobita Marseul.
[ Ricevuta il £ Febbraio 1909].
Nel catalogo « Heyden, Reitter, "Weise, 1906 », sono inserite, nel 26.° grupppo,
tre specie di Otiorrhynchus coi nomi di anthracinus , rugulipennis e coenobita ; per
quest’ultimo si dà l’indicazione « Costa, Ricerche 26, Ab. 13. pag. 186 ».
Orbene nelle « Ricerche entomologiche sopra i monti Partenii, Costa, 1858
pag. 16 e 26 » non è descritto alcun Otiorrhynchus coenobita non solo, ma, stando
anche a quanto ci comunicò gentilmente il Sig. Professore Fr. Sav. Monticelli
direttore del Museo Zoologico di Napoli, non risulta che Costa abbia descritto
altrove un Otiorrhynchus con tale nome e nella collezione di lui non v’è alcuna
specie così denominata.
Marseul (Ab. 13, pag. 186) dà la descrizione di un 0. coenobita Costa ; non v’ ha
dubbio che coenobita (Costa in litt.) Mars. è uguale a rugulipennis Costa, sia
perchè Marseul ebbe il coenobita dal Costa sia perchè questi dice (pag. 16) d’aver
raccolto il rugulipennis presso il cenobio, donde il nome di collezione « coenobita ».
Visti i tipi della collezione Costa, appartenenti al Museo Zoologico di Napoli,
abbiamo poi potuto constatare che V 0. rugulipennis è identico all’ anthracinus,
onde viene ad essere stabilita la seguente sinonimia:
Otiorrhynchus anthracinus Scop. Ent. Carn. 30.
kelveticus Boh. S. 7. 370.
loricatus Stierl. B. 1858. 303.
rugulipennis Costa Ricerche 1858, pag. 16 e 26.
coenobita Marseul Ab. 13, pag. 186.
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Genova, 20 Dicembre 1908.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
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ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( TT uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 2. ' 24 Marzo 1909.
Prof. ANTONIO PORTA
Università eli Camerino)
Sul Brachynus bisignifer Costa
[ Ricevuto il 19 Febbraio 1909]
Non esistendo alcun lavoro d’insieme sui Brachynus europei, poiché anche la
monografìa dei Brachynini del Chanduir non comprende le specie paleartiche,
mi proposi di colmare questa lacuna. I risultati di questo mio studio li pubbli¬
cherò prossimamente: ora in questa nota esporrò solo alcune osservazioni critiche
sul Brachynus bisignifer, specie ritenuta fino ad ora, anche nel recente catalogo
dei Coleotteri d’Europa (1906) del Reitter, come distinta.
Per la squisita cortesia del Prof. Monticelli ho avuto l’esemplare tipico del
bisignifer Costa ; in collezione però è indicato col nome di Bayardi, ma non vi
è dubbio che si tratti dell’unico esemplare su cui il Costa descrisse il bisignifer ,
sia perchè coincide perfettamente colla descrizione ch’egli ne dà, sia perchè porta
la designazione della località (Cirò-Calabria) assegnata al bisignifer.
Il Costa nella descrizione (Atti Acad. Nap. Voi. 9 (6) pag. 33) dice che egli lo
ritenne dapprima per il Bayardi , ma che poi avendo osservato il tipo di questa
specie si ricredette essendo questa molto più grande, con le elitre proporziona¬
tamente più ampie e più spianate, condizioni che gli danno un aspetto generale
molto diverso.
Dal confronto che ho potuto fare fra l’esemplai'e del Costa ed un tipico Ba¬
yardi, ho rilevato che l’unica differenza consiste nelle minori dimensioni, rag¬
giungendo esso appena mm. 7,5 di lunghezza e mm. 3,5 di larghezza, mentre il
Bayardi tipico varia tra 10-12 mm. di lunghezza e 4,5-5 mm. di larghezza.
Il carattere delle sole dimensioni non credo sia sufficiente a creare una specie
tanto più poi su di un unico esemplare.
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( J.U N 1 1910
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2
Ritengo quindi che il bisignifer Costa, debba essere posto in sino¬
nimia del Bay ardi.
Qualora però altre ricerche dimostrassero che non si tratta già di ^ una ano¬
malia di sviluppo, come io suppongo, ma di una forma costante in Calabria,
allora io credo che questa piccola forma del Bayardi potrebbe essere elevata a
varietà ; nessun dato però corrobora questa supposizione perchè, a quanto mi consta,
in Calabria, fino ad ora, è stato raccolto solo il tipico Bayardi.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
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ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( IST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 3. 26 Aprile 1909.
GERRIT S. MILLER
(TX. S- KTation.al Museum, XV ashington XD. C.)
Note on thè Vespertilio oxygnathus of Monticelli.
[Ricevuto il 20 Marzo 1909]
Two members of thè Myotis myosotis r) group occur in Europe, a larger animai
ranging from Germany southward to Spain and Sicily and a smaller form which
so far as know is confined to thè Mediterranean region. The former is thè true
Myotis myosotis , thè latter thè animai to which Professor Monticelli has applied
thè name oxygnathus * 2). The essential characters of thè two species are as follows;
Myotis myosotis (Bechstein)
Forearm, 57-64; third finger, 100-109; ear from meatus, 27-28; width of earT
17.6-19; condylobasal length of skull, 22-23.6; mandible, 17.8-19; maxillary
toothrow (exclusive of incisors), 9.8-10.6.
Myotis oxygnathus (Monticelli)
Forearm, 54-60; third finger, 86-98; ear from meatus, 23-26; width of ear
14-17; condylobasal length of skull, 18.6-21.4; mandible, 15.2-17.2; maxillary
toothrow, 8. 2-9.4.
I have examined about 75 specimens of Myotis oxygnathus in thè British Museum
and United States National Museum, also thè type, kindly lent by Prof. Mon-
p 1797. Vespertilio myosotis Bechstein, Der Zoologe, Heft 5-8, pag. 46, [Thiiringen, Germany],.
1802. Vespertilio myotis Bechstein, Gemeinn. Naturgesch. Deutschlands, 1, 2d ed., pag. 154 .
2) 1885. Vespertilio oxygnathus Monticelli, Ann. Accad. 0. Costa Aspir. Nat., 1, pag. 82 [Ma-
tera, Basilicata, Italy],
'yysonian
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; .. . i . io )
^'Oiidì i.'iose^V
2
ticelli. Aside from its smaller size and shorter, narrower ears this species does
not differ appreciably from il/. myosotis , though thè generai color is often darker
than usuai in thè larger animai. Its range is now known to extend from Spain
to Greece, and from Italian Switzerland to' Sardinia, Malta and Tunis. In Italy
it occurs together with M. myosotis , and appears to be everywhere thè more
common of thè t-wo.
4
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( IST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 4.
19 Agosto 1909.
E. TRAN I
(Istituto Zoologico della R. Università)
(ISTapoli)
Di un nuovo proctotrupide parassita delle larve
degli Anthrenus niusse orimi
(Tav. 1)
f Ricevuto il 30 Aprile 1000]
Nel settembre dell’anno 190fi, rivedendo la mia piccola collezione entomologica,
rinvenni in nna scatola contenente aracnidi preparati a secco, molte larve di
Anthrenus. Nel rimuovere con una pinzetta questi importuni ospiti mi avvidi clie,
sul fondo bianco della scatola, gironzavano alcuni piccolissimi insetti simili a mo-
scherini, che per nulla indisturbati dall’apertura della scatola, non facevano verun
tentativo per allontanarsi, mostrando di trovarsi nel loro ambiente, frammisti
come erano agli aracnidi secchi ed alle larve di Anthrenus ; cosicché neanche
molestandoli era possibile farli volare. Ciò mi fece nascere il sospetto che la loro
presenza non fosse accidentale, ma in relazione con quella dei consueti abitatori
delle scatole da collezione {Anthrenus). Servendomi di una lente potei, difatti,
riconoscere nel presunto moscherino un piccolissimo imenottero aculeato della
tribù dei predatori: il che mi confermò nel sospetto di uno stretto rapporto di
connessione biologica fra quest’ imenottero e le larve di Anthrenus : ciò che l’espe¬
rienza mi ha poi dimostrato. Difatti presa con la pinzetta una larva di Anthrenus
la deposi con cautela a breve distanza dal punto della scatola dove trovavasi
uno dei suddetti minuscoli imenotteri : non appena l’ imenottero ebbe riconosciuta
la. larva subito l’accostò ed afferratala con le mandibole per il collo, impegnò
lotta con essa. La larva à’ Anthrenus , ridotta a mal partito, cercava di sfuggire
jUN 1 1910
b Memoria presentata al K. Ist. d’ Incoraggiamento di Napoli nella tornata del 28 Gennaio'\L9Q&t .
1 tuonai MusevV
uro l
2
alla stretta micidiale; ma visto che l’ assalitore non lasciava presa, dopo breve
resistenza, si ridusse ad una immobilità completa: V imenottero ne profittò subito
per praticare col suo aculeo una puntura sotto il ventre, in seguito alla quale,
trascorsi alcuni minuti, la grossa larva di Anthrenus era completamente paraliz¬
zata. In tali condizioni questa venne tirata dall’ imenottero per una delle brevi
antenne e trasportata senza difficoltà in un angolo della scatola ove si trovavano
alcuni residui di ragni insieme a delle spoglie di muda di Anthrenus.
La difficoltà di osservare ad occhio nudo esseri così piccoli in’ impedì in quella
occasione di assodare molti punti di questa parte della interessante scena che si
era svolta sotto i miei occhi. Rinchiusi perciò in un tubetto di vetro alcune larve
di Anthrenus ed un paio dei detti imenotteri per poter seguire meglio i fatti. Il
giorno dopo, ispezionando con la lente i prigionieri, mi avvidi che tutte le larve
di Antliremis erano paralizzate (meno una tra queste assai più giovane delle altre),
e che due di esse portavano nel mezzo dell’addome, dalla parte ventrale, un pic¬
colissimo uovo depostovi, evidentemente, dall’ imenottero (Fig. 2). Rimisi il tutto
nel tubo in attesa della schiusa della larva; ma quando volli nuovamente osser¬
vare gli animali trovai che un solo Anthrenus conservava il parassita; 1’ uovo
attaccato all’altro si era distaccato, con ogni probabilità in conseguenza di qualche
brusco movimento fatto subire involontariamente al tubo. Dall’ uovo rimasto at¬
taccato era già schiusa la piccola larva che appariva aderente allo stesso punto
prima occupato dall’uovo. Questa larva, che ingrandì rapidamente di giorno in
giorno, aveva l’apparenza di un piccolo cono infìsso per la base nel ventre della
larva A Anthrenus: il suo colorito era giallognolo (Fig. 3). Dopo qualche setti¬
mana la larva, che aveva divorato completamente gli organi interni del suo ospite,
filò un bozzoletto, in cui si rinchiuse, che rimase attaccato alla vuota spoglia
della larva di Anthrenus (Fig. 5).
I fatti da me osservati mi rivelarono un nuovo caso di parassitismo di Ime¬
nottero che colpendo le larve di un coleottero così dannoso alle collezioni ento¬
mologiche, presentava un certo interesse. Mi proposi perciò di raccogliere a tempo
debito altro materiale per studiare più completamente in tutti i particolari il
modo come F imenottero determina la paralisi nella vittima, nonché la maniera
con la quale la larva parassita si nutre degli organi interni dell ospite aderendo
sempre allo stesso punto del corpo di questo.
Nel settembre dello scorso anno (1907) ho rivisto allo scopo le scatole della
mia collezione, ma inutilmente. Continuai pertanto le ricerche sempre infruttuose,
finché nel susseguente novembre, in una scatola quasi dimenticata,- ho trovato
alcune larve di Anthrenus e qualche imenottero di quelli rinvenuti l’anno pre¬
cedente.
II momento di completare le mie ricerche con ulteriori osservazioni di fatto
mi si presentava favorevole ed ho trasportato il nuovo materiale all’Istituto Zoo¬
logico a fine di valermi del microscopio binoculare dello Zeiss per meglio stu¬
diare i fatti.
Rinchiuse alcune larve di Anthrenus con uno dei suoi nemici tra due vetri da
orologio, ho potuto osservai^ quanto segue:
3
Le larve cercano dapprima di sfuggire all’assalto dell’ imenottero con l’affret¬
tare la consueta loro andatura, girando nel ristretto cerchio di vetro. La loro
presenza richiama, invece, subito l’attenzione dell’ imenottero che tosto si accmge
ad assalirle: esso dapprima muove rapidamente le antenne che fremono battendo
con l’estremo il fondo del vetro , poi si avvicina con risolutezza ad una delle
larve d’ Anthrenus più prossime e l’afferra con le mandibole; la larva spaventata
accelera la corsa per liberarsi, mentre l’imenottero sale sul dorso di essa afferran¬
dosi con le mandibole ai ciuffi di setole per non lasciarsi sfuggire la preda. L’ag¬
gredito, sentendosi in pericolo, ricorre all’ espediente di fermarsi rimanendo nel
posto immobile per simulare la morte Ma di questa simulazione profitta l’ ime¬
nottero che, dopo aver tastata la larva predata con l’apice delle antenne su tutta
la superficie del dorso, afferrandosi con le mandibole ad un punto del torace, si
colloca di traverso al corpo della larva e curvandosi in sotto ad arco si sforza
di raggiungere con l’estremità dell’addome il punto del ventre àoXY Anthrenus
dove infiggere il pungiglione. L’operazione però appare assai diffìcile, infatti per
un certo tempo l’estremità dell’addome con movimenti rapidi, tastando ora in un
punto, ora in un altro, si sforza in vani tentativi; finalmente il punto conve¬
niente è trovato ed il pungiglione penetra a più riprese, precisamente nel mezzo
del terzo segmento toracico. La disgraziata larva si dimena per qualche istante,
le sue zampe tremolano alcuni minuti, mentre l’ imenottero staccata la bocca dal
corpo della vittima, sulla quale si tiene ritto sulle zampe ed immobile ne osserva
i deboli movimenti. In breve la paralisi è completa, la vittima giace immobile
pur muovendo ancora lentamente le sue piccole e forti mandibole e le brevi antenne.
L’ imenottero allora con le antenne tasta a più riprese il corpo dell’ Anthrenus
per accertarsi della sua immobilità: procede poi ad una nuova operazione che
consiste nel morsicchiare la parte superiore del collo della vittima tra la base
del cranio ed il primo anello toracico. Ciascun morso è seguito da una breve
attesa per valutarne il risultato. Dopo varie strette cessa il movimento delle man¬
dibole e delle antenne della larva che rimane così completamente immobilizzata.
L’operazione delicatameute eseguita dall’ imenottero evidentemente ha lo scopo
di ledere il ganglio cervicale, per completare la paralisi della vittima.
L 'Anthrenus così ridotto all’ impotenza, ed inoffensivo è alla mercè del suo as¬
salitore. Questo abbandona il corpo della vittima e gli gira d’ intorno e lo esplora
minuziosamente tastandolo con le antenne; soddisfatto del risultato ottenuto, si
arresta e con i tarsi si ripulisce il corpo e le ali che hanno dei fremiti singolari;
poi ritorna al lavoro e capovolgendo la larva d’Autreno ne ispeziona la parte
ventrale con delle leggiere strette delle mandibole su ciascun segmento dell’ad¬
dome; alla fine, rassicurato completamente sullo stato generale d’ immobilità della
vittima, inizia il trasporto di questa, afferrandola per una delle antenne; ma dopo
qualche giro sul vetrino, forse non trovando un posto adatto per allogare con¬
venientemente V Anthrenus, lo abbandona. Avrei desiderato assistere ancora alla
deposizione dell’uovo, ma dopo aver atteso lungamente invano, visto che l’ ime¬
nottero aveva abbandonato V Anthrenus, e gironzava preoccupato solamente di
cercare una via per evadere dalla prigione di vetro, ho dovuto persuadermi che
per allora non ne avrei saputo di più.
4
Nelle ore pomeridiane di quel giorno ho riesaminato i miei reclusi; un’ altra
larva di Antreno era immobilizzata. Esaminandole entrambe con l’ aiuto della
lente mi sembrò di scorgere un puntino bianco sul ventre di ciascuna di esse;
osservati al microscopio, ho visto che i punti bianchi in questione erano le uova
deposte dall’ imenottero. L’uovo fissato nel mezzo del secondo segmento addo¬
minale era bislungo e traslucido all’aspetto, non più lungo di Qs di millimetro;
quanto alla forma non presentava nulla di notevole.
Ho osservato ancora che oltre alle descritte larve paralizzate anche un paio
di spoglie vuote di larve che si trovavano imprigionate con queste portavano un
uovo dell’ imenottero. Tale fatto potrebbe riguardarsi come un’ aberrazione del-
l’ istinto, stando a quanto di analogo riferisce il Marchal a proposito di un pic¬
colo imenottero della famiglia dei Calàdi la di cui larva è parassita delle ninfe
di varie coccinelle e specialmente della Epilachne argus.
Il posto dove 1’ uovo viene deposto sul corpo delle larve dell’ Antreno è scelto
dall’ imenottero lungo la linea mediana del ventre, perchè il più adatto per essere
al sicuro dai movimenti delle zampe e dell’azione delle mandibole, nel caso di
un accidentale risveglio vitale di queste larve. Dall’ uovo schiude in brevissimo
tempo la larva dell’ imenottero che si attacca con l’ estremità cefalica al punto
della larva di Antreno dove l’ uovo stesso aderiva e porta aderente posterior¬
mente la sottile pellicola dell’uovo. Essa presenta nel suo insieme tutte le ca¬
ratteristiche delle larve d’ imenotteri predatori : il corpo di colorito bianchiccio
translucido è sacciforme: una leggiera strozzatura distingue il capo: nel corpo
non si riconoscono segmenti (Fig. 3). Questa larva apoda si dà tosto a lavorare
di mandibole per aprirsi una via nella pelle della larva di Anthrenus e penetrare
col capo nell’ interno del corpo di questa per usufruire dell’abbondante elemento
nutritizio che vi rinviene. La larva infatti in breve tempo introduce la testa in
un’apertura rotonda praticata nella pelle dell’Antreno, dalla quale non la ritira
se non quando avrà svuotato completamente l’ospite dei suoi organi interni, ri¬
ducendolo ad una spoglia. Per compiere questa operazione senza cambiar mai di
posto, la parte anteriore del corpo della larva dell imenottero si restringe per
insinuarsi attraverso il piccolo foro; ed a misui'a che progredisce nella distruzione
degli organi la parte anteriore si va sempre più allungando, mentre la parte
posteriore conserva la forma ordinaria caratteristica delle larve d’ imenotteri pre¬
datori. Se si stacca una di queste larve dal punto ove si trova infissa si nota
che la sua forma in questo stadio somiglia nell’ insieme a quella di un minuscolo
fìaschetto dal collo lungo.
Il periodo larvale dell’ imenottero dura poco più di una settimana; durante
questo tempo il suo corpo cresce di volume rapidamente assumendo colorito più
vivo, una certa lucentezza e turgidità. Per contro la larva di Anthrenus si va af¬
flosciando di giorno in giorno senza pertanto perdere 11 suo colorito che fino al-
l’ ultimo si conserva inalterato. Questo fatto che ho osservato così nelle larve e
negli insetti perfetti, come nei ragni attaccati da larve di imenotteri parassiti,
dimostra che la vitalità dell’ospite dura fino alla completa distruzione dei suoi
organi interni.
5
Per spiegare tale fatto è lecito supporre che la larva del parassita da prin¬
cipio consumi le sostanze grasse, e l’adipe che copiosamente involge gli organi
interni, poi i muscoli, ed in ultimo gli apparati nervosi e respiratorii che man¬
tengono ancora la vitalità della larva. L’alterazione della larva è eliminata così
per la metodica progressiva consumazione da parte del parassita degli organi, che
dai meno essenziali alla conservazione della vita risale gradatamente ai più essen¬
ziali. Questa logica spiegazione trova sostegno in quanto ha osservato Pierantoni
nel caso dell ’Aphidius parassita di Toxoptera aurantii , sul modo come quest’ ime-
nottero divora gli organi interni dell’afide parassita; quantunque in questo caso
i rapporti fra ospite e parassita siano alquanto diversi, perchè questo si sviluppa
nell’ interno del corpo dell’ospitatore dall’ uovo depostovi dal parassita x).
Se per avventura la larva dell’ imenottero abbandona il punto dell 'Anthrenus
assegnatole dalla madre e si attacca su di altra parte del corpo della vittima
per continuare la sua nutrizione, la larva di Antreno in poco tempo si annerisce
e si manifestano segni di putrefazione, con grave danno delio stesso parassita
che ne muore.
Quando la larva d’ imenottero ha compiuta la sua nutrizione il corpo dell’Mw-
threnus è ridotto un sacco vuoto, ma ancora intero: il parassita non ha più nulla
da divorare e grasso e rilucente ritira il suo lungo collo dal foro, pel quale era
infìsso e si prepara a filare il bozzolo. Questo non differisce da quello degli altri
imenotteri parassiti esterni. È lungo più che largo, cilindrico, quasi trasparente,
poco consistente e bianchiccio ; ordinariamente si rinviene attaccato alla stessa
spoglia vuota delle larve d ’ Anthrenus.
I caratteri generali del piccolo imenottero che vien fuori dal bozzolo concor¬
dano con quelli dei Prodotrypidae\ e per le caratteristiche proprie fanno in esso
riconoscere una forma del genere Laelius Ashmead. Ma non potendo riferirsi ad
alcuna delle specie già note del genere * 2), si è autorizzati a considerare l’ ime¬
nottero parassita delle larve di Anthrenus quale una nuova specie, che propongo
distinguere col nome di Laelius anlhrenivorus ; le caratteristiche del quale pos¬
sono riassumersi nella seguente diagnosi :
Laelius anthrenivorus u. sp.
Lungo da 3 a 4 mm. Di colorito nero, matto sul torace, lucente sull’addome;
zampe interamente giallo-rossastro ; antenne brune, più scure verso 1’ apice, con
i due primi articoli giallo-rossastro. Antenne lunghe due volte la testa, di 13
articoli; il pedicello è claviforme, un poco ricurvo, lungo più di due volte il
primo articolo, quest’ultimo un poco più lungo e più grande degli altri che sono
cilindrici. Testa quasi rotonda, con pochi peli sparsi anteriormente ; mandibole
giallognole, tronche, dentate; palpi pallidi. Torace allungato: mesonoto brevis-
1) Pierantoni, U.— Osservazioni sul parassitismo esercitato da un imenottero su di un afide degli
agrumi : Atti R. Istituto (V Incoraggiamento Napoli , Ser. VI, Volume 4, pag. 1-7 , Tav. 1.
2) Asiimead, W. H. — Monograph of thè North American Proctotrypidae : Bull. U. S. Nat. Mu-
seum. N. 45, 1893 , pag. 50.
6
simo, privo di solchi. Scutello grande con solco trasversale nel mezzo: metato-
race più lungo che largo, rugoso, con cinque carene longitudinali nel mezzo e
margini carenati. Ali trasparenti, leggermente affumicate agli estremi con nerva¬
ture giallicce : nervatura stigmale e marginale poco sviluppate con lunghi peli
neri. Addome, più lungo del torace, ovato, terminato posteriormente in punta
con radi e lunghi peli più numerosi all’apice.
Il maschio è simile del tutto alla femmina: ne differisce solamente per le mi¬
nori dimensioni. L’accoppiamento avviene in Agosto.
Di questa n. sp. è depositato il tipo nella collezione del Museo Zoologico della
R. Università di Napoli.
Istituto Zoologico della R. Università di Napoli, Decembre 1908.
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA 1.
Fig. 1 — Larva di Anthrenus musaeorum. X 12.
» 2 — La stessa, vista dalla parte ventrale, portante attaccato l’ uovo dell’ imenottero. X 12.
» 3 — Larva dell’ imenottero attaccata al ventre della larva di Anthrenus. X 12.
» 4 — Laelius antlircnivorus. X 10.
» 5 — Bozzolo dello stesso. X 10.
» 6 — Un’antenna dello stesso. X 50.
» 7 — Parte anteriore del corpo di Laelius. X 60.
pt, protorace; mst, mosotorace; mt. metatorace con le cinque carene caratteilstiche. X 25
» 8 — Porzione basale delle ali di sinistra oer mostrare le nervature. X 120.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
Annuario del Musco Zooloc/ico ( RZniversito) Affigli (N.SJ Zof 3 JVM
me /
Fig.8.
l'ìg. 6.
1 11 'j/U -dlF.
LitTacdii/iardi e Ferrari*- Faida*
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( TXT uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 5. 19 Agosto 1909.
Dr. ATTILIO CERRUTI
(Libero docente, Coadiutore nell’Istituto d’ Anatomia Comparata della R. Università)
(dSTapoli)
Oligognathus parasiticus n. sp.
endoparassita dello Spio mecznikowianus Clprd.
(Nota preliminare)
(2 incisioni)
[Ricevuto il 7 Giugno 1909]
Nel 1907 nell’interno del celoma di un maschio di Spio mecznikoivianus Clprd.,
anellide molto comune nel golfo di Napoli, osservai un piccolo policheto, jalino,
che, malgrado tutte le cure, non riuscii ad isolare intatto. Nel Giugno del 1908
in un altro esemplare di S. meczìnkowianus , lungo circa 8 min. , pure maschio,
che esaminavo tenendolo compresso, scorsi altri due parassiti, perfettamente si¬
mili a quello che avevo notato nel caso precedente. Essi giacevano pure nella
cavità del corpo, uno per lato. Dopo un po’ di tempo, forse per la posizione in¬
comoda nella quale erano tenuti, i due parassiti incominciarono a dimenarsi ener¬
gicamente, anzi l’esemplare più grosso, dopo varii tentativi, riuscì a perforare le
pareti del corpo dello Spio ed a fuoriuscirne. Prese alcune note, fissai con sublimato,
e colorai con paracarminio, ospite e parassiti. Di questi, malgrado accuratissime
ricerche, non ho più potuto averne altri ; tuttavia però lo stato di conservazione,
specie di uno degli esemplari, mi permette di darne una descrizione sufficiente.
L’esemplare maggiore, fissato senza anestesia ma non molto contratto, è lungo
circa 4 mm. misura 450 jr di larghezza fra le estremità dei podii, e consta di 51
anelli. Il capo, ovoidale, più stretto nella parte anteriore, ricorda perfettamenté i ìnr:t /O'-
# 9 e ..... . ‘ ' * G ////
quello di molti Lumbriconereidi, ed è privo di occhi. I primi due anelli non hanno» . •
podii e sono acheti; il terzo anello (primo setigero) al pari di tutti gli altri che
lo seguono, è fornito da ogni lato di un parapodio, largo e rotondeggiante alla
base e che si prolunga, dorsalmente, in una parte un po’ appiattita. i’/i
2
In ognuno dei podii si può osservare un’ acicula conica, molto allungata. Le
setole die sporgono dai podii sono di due forme: alcune molto lunghe, sottili e
lievemente ricurve, altre invece più spesse ed allargate in vicinanza dell’apice.
Le setole delle due forme sporgono poco dal corpo, ed il loro numero, per che-
topodio, è di 2-3. La parte posteriore del parassita termina piuttosto bruscamente
con alcune papille di forma irregolare.
La bocca si apre ventralmente, immediatamente innanzi al primo anello. L’in¬
testino, tranne che nella parte anteriore ove è dilatato e fornito
di pliche , appare molto semplice , e solo lievemente dilatato in
corrispondenza dei singoli segmenti. L’ano è perfettamente termi¬
nale. In corrispondenza del secondo anello si vede partire dal-
l’ intestino, ventralmente, un grosso diverticolo che, per un breve
tratto, fino circa all’ottavo setigero, si può seguire con facilità,
ma che da tal punto in poi è così aderente all’intestino che non
è possibile assicurarsi se termina a fondo cieco, o se sbocca nel-
l’ intestino stesso. Tale diverticolo è omologo al « Nebendarm »
che è stato descritto in molti policheti,
tinoso faringeo ven- Nella faringe si scorgono dei piccoli pezzi cintinosi rappresen-
pai]isiticus.nx. tanti, molto ridotti, dell’armatura faringea così potentemente svi¬
luppata negli Eunicidi, famiglia alla quale appartiene il policheto
del quale ci occupiamo. Dei due pezzi uno è ventrale, l’altro dorsale. Il primo, che
si vede rappresentato dalla Fìg. 1 è costituito da due parti laterali, >
aventi all’ incirca la forma di due cucchiai, riuniti nella parte anteriore 1
da una sottilissima lamina di chitina. I due prolungamenti poste¬
riori sono molto sottili, e con l’aiuto di un buon obbiettivo si può
scorgere nella parte dorsale d’ognuno d’essi un solco profondo. Il
pezzo dorsale (Fig. 2), invece, è composto da una lunga striscia di
chitina, ispessita un po’ ai due lati e fornita nella parte anteriore
di varii dentini cintinosi. Questi sono trasparenti, e in alcune parti
molto sottili e poco visibili. La Fìg. 2 dispensa da un’ulteriore de¬
scrizione.
L’esemplare studiato non si trovava in periodo di attività ses¬
suale, poiché le gonadi appaiono molto ridotte. Nella cavità del
corpo si notano scarsi elementi cellulari che rappresentano proba¬
bilmente degli spermatogonii.
Il secondo esemplare del parassita è più piccolo del precedente,
ma presenta gli stessi caratteri.
Il policheto parassita da me su descritto appartiene alla famiglia
degli Eunicidi e al genere Oìigognathus , stabilito nel 1882 dallo
Spengkel L per una specie endoparassitaria delle Bonellie. Questo
genere è caratterizzato sopratutto dalla notevole riduzione dell’ar-
f iq. <■ — f arce «xn -
matura faringea, riduzione che in nessun altro Eunicide ha rag;- tenore del pezzo chi-
° & tinoso faringeo dor-
giunto un così alto grado. sale- x 150°-
J) Spengel, W. J. — Oìigognathus honelliae, eiue schmarotzende Eunicee. Mìtili. Z. Stai. Neapel
3. Bd. pag. 15, Taf. 2-4.
L’ Oligognathus bonelliae, scoperto dallo Spengel è però ben differente da quello
che ho rinvenuto nello Spio mecznikowianus , e che propongo di chiamare Oligo¬
gnathus parasiticus 1). Il primo di questi due Oligognati è un vero gigante rispetto
al secondo, poiché lo Spengel scrive di averne osservato degli esemplari lunghi
10 centimetri; il secondo, da me trovato, e del quale ho potuto esaminarne tre
esemplari, non raggiunge nemmeno la decima parte , di tale misura 2). Inoltre
mentre l’O. bonelliae è munito di 4 occhi, VO. parasiticus ne è piavo.
Un’altra importante differenza ci è fornita dalle setole che sporgono dai podii,
le quali, mentre nel parassita della Bonellia sono uguali fra loro, nel parassita
dello Spio sono di due forme, notevolmente differenti fra loro. Anche i pezzi cin¬
tinosi faringei presentano delle differenze, poiché quello ventrale è più massiccio
nell’O. bonelliae , ed ha i margini anteriori muniti d’incisure. Queste mancano
nel pezzo corrispondente della specie da me studiata. Mentre in quest’ultima i
prolungamenti posteriori del pezzo faringeo ventrale appaiono molto sottili e mu¬
niti di un solco longitudinale, di questo non si trova traccia nei prolungamenti
corrispondenti, molto spessi dell’O. bonelliae 3). Quest’ultimo infine si presenta vi¬
vamente colorato in arancio, mentre VO. parasiticus è jalino.
Ch'ca l’azione esercitata dai parassiti sugli Spio vi è da notare quanto segue.
Come ho dimostrato altrove 4), nell’estate, nei maschi degli Spio mecznikowianus ,
i nefridii si sviluppano enormemente, ed in essi si formano dei complicati sper-
matofori. Nell’epoca alla quale ho ora accennato le cavità celomatiche degli S.
mecznikowianus sono quasi interamente riempite dai nefridii e da numerosissimi
spermii. Or bene nel maschio catturato in estate, in cui si trovavano i due Oli¬
gognathus, i quali, è bene notarlo, erano posti lungo il tratto del corpo in cui
si sviluppano le gonadi, i nefridii non si sono evoluti normalmente, sono rimasti
piccoli, ed inoltre gli spermii sono scarsissimi: la formazione degli spermatofori
è divenuta con ciò impossibile. Non siamo noi forse qui, è il caso di domandarsi,
innanzi ad un parassita capace di produrre la castrazione parassitarla, fenomeno
del quale si conoscono ormai numerosi esempi ? Secondo me la risposta non può
essere che affermativa: 1’ 0. parasiticus , il quale probabilmente finisce col produrre
la morte dell’ospite, durante il periodo nel quale vive nello Spio , sia riempiendo
lo spazio che nel caso normale sarebbe invece occupato dai nefridii e dalle go¬
nadi, che irritando con le setole i tessuti circostanti, non permette all’ ospite di
sviluppare i suoi prodotti sessuali. Naturalmente il numero dei parassiti può in¬
fluire molto sulla gravità del male, ed è probabile che talora l’arresto di sviluppo
dei prodotti sessuali, in casi simili a quello da me descritto, ma nei quali vi sia
un sol parassita, si limiti al solo lato infetto.
!) Il tipo della nuova specie si trova nella collezione napoletana del Museo Zoologico della R.
Università di Napoli.
2) Bisogna tener presente che l’esemplare da me descritto, vivente, e non contratto, doveva
esser più lungo dei 4 mm. a cui ho su accennato.
3) Nel preparato da me esaminato non ho potuto assicurarmi se nel pezzo chitinoso ventrale
vi fosse o no un prolungamento linguiforme, simile a quello descritto dallo Spengel nell’O. bo¬
nelliae.
4) Cerruti, A.— Ricerche sull’anatomia e sulla biologia del Microspio mecznikowianus Clprd.: Atti
Accad. Se. Napoli (2) Voi. 13 , N. 12, pag. 5, Tav. 1-3.
4
Voglio far notare espressamente che le piccole dimensioni dello S. meczniko-
wianus , nel quale si trovavano i due Oligognathus , non deve far supporre che io
abbia avuto sottocchio uno Spio immaturo. In quello di cui ho tenuto parola, il
corpo aveva già un numero di anelli normale per la specie, e tutti i caratteri
di un adulto. Conservo fra i miei preparati degli S. mecznikowianus maschi, più
piccoli di quello infetto, lunghi cioè appena 4 o 5 mm. e tuttavia già pieni zeppi
di spennatofori.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( TSTuova Serie )
VOLUME 3.
Num. 6. 7 Agosto 1909.
Doti. GESUALDO POL1CE
(Libero docente, Assistente nell’Istituto zoologico della R. Università)
< INTapoli)
Caso di mela mimo in una Vipera nel mezzogiorno d’ Italia
[Ricevuto il Z0 Giugno W09]
In un lavoro *) presentato alla Società di Naturalisti di Napoli nei decembre
dello scorso anno, illustrai un caso di morte prodotto dalla morsicatura di una
Vipera melanica. Visto che poco si conosce sulle Vipere in Italia e sulla loro
distribuzione geografica, credo utile di dare nella presente nota le caratteristiche
zoologiche di questa forma melanica.
La Vipera in parola comparve nel maggio scorso nel comune di Serino (pro¬
vincia di Avellino). Una guardia forestale, non avendo mai visto, nè avuto co¬
gnizione di Vipere nere in quelle contrade, confondendo l’ofìdio velenoso con
un piccolo dei comuni serpenti innocui (probabilmente con la varietà cartonarla
dello Zamenis viridiflavus. che è piuttosto comune) l’aveva facilmente presa in
mano. Morsicato all’estremo di un dito della destra, dopo venti ore dalla morsi¬
catura era morto.
L’animale, che si conserva nel Museo Zoologico della R. Università di Napoli,
presenta tutti i caratteri della Vipera berus sub. sp. aspis. Cam., ed ha le dimen¬
sioni medie della specie : è lungo 60 cm. La testa ha contorno piriforme, con la
faccia superiore depressa e coperta di scaglie di forma irregolare ed embricate.
Muso tronco anteriormente in quadrato e nettamente rivolto in alto a formare
un breve cornetto nasale triangolare, con il vertice molto acuminato ed alto poco
più di un millimetro. Le squame del capo sono tutte sub-eguali, senza scudetti,
fi Police, G. — Di un caso di morte per il morso di una Vipera melanica nelle provincie na¬
poletane: Boll. Soc. Naturai. Napoli. Voi. 22 , pag. 110, 1908.
2
nè particolari squame di maggiori dimensioni. Tre serie di squame fra l’occhio e
le sopralabiali. Scaglie della gola lisce. Collo ben distinto. Scudetti sottocaudali
divisi e disposti in due serie.
Il melanismo di questa Vipera era spiccato: tutta quanta la superficie dorsale e
laterale del corpo si presentava di un bel nero uniforme con leggieri riflessi ros¬
sastri. La superfìcie ventrale era di color grigio ferro scuro. I lati del capo e la
gola erano anche neri, ma qua e là macchiettati di chiaro, specialmente nella gola.
L’animale, immerso in alcool, nei primi tempi conservò inalterato questo spic¬
cato melanismo, ma dopo due o tre mesi cominciò a mostrare leggermente colo¬
rato in chiaro l’ estremo di alcune scaglie delle pareti laterali del corpo. Presentava
così dei punti chiari, più o meno distinguibili dietro attenta osservazione, i quali
nell’insieme contribuivano a formare l’accenno di linee longitudinali spezzate e
discontinue, che dopo sei o sette mesi lasciarono intravedere una lieve traccia
delle macchiettature laterali della specie. Ciò conferma quanto ha osservato il
Camekano 1) (pag. 45) a proposito delle Vipere melaniche.
Non si conosce molto intorno al colorito delle Vipere nelle provinole meridionali
d’Italia.
Poche notizie ne dà il Costa 2) nel suo manuale di Zoologia; ma non ricorda
affatto casi di melanismo. Egli dopo di aver parlato delle grandi variazioni che
in generale la Vipera presenta nel colorito, soggiunge (pag. 316) : « Ordinaria¬
mente tra noi si presenta di color grigio con una larga striscia ondulata sul dorso,
fiancheggiata da due serie di macchie rotonde ed ovali, e due piccole strisce
divergenti in forma di V sul capo, nerastra. » E bisogna notare che il Costa oc¬
cupandosi di entomologia, assai spesso si recava in campagna a raccogliere In¬
setti. E certamente se mai avesse visto o inteso pai’lare di Vipere melaniche, ne
avrebbe fatto cenno.
Il Camerano, che ha fatto uno studio sulle Vipere d’ Italia, fra le numerose
Vipere d’ogni parte d’ Italia da lui studiate, non ricorda casi di melanismo nelle
Vipere delie province meridionali. Egli ne ha notati, invece, nelle regioni nor¬
diche. E pare che non infrequentemente se ne trovino nelle Valli di Lanzo, ed
in modo speciale nella Valle di Viù. Nell’elenco delle Vipere da lui conosciute in
Italia il Camerano ne cita tre melaniche raccolte nella detta località (pag. 10-11,
12-13, 14-15).
Nessun altro autore, che io sappia, ha accennato a casi di melanismo nelle Vi¬
pere in Italia.
Grazie alla cortesia del prof. Giglioli dell’Istituto Superiore di studii di Fi¬
renze, ho potuto sapere che nella ricca collezione di Vertebrati italiani che si con¬
serva nel Museo affidato alla sua direzione, si trovano due esemplari di Vipera aspis
melaniche, tutte e due del nord d’Italia: una del monte Civrario (Lanzo) ed una
di Saorgio (Nizza).
1) Camerano, L.- — Monografia degli Ofidi italiani. Parte prima: Viperidi: Meni. Acc. Se. To¬
rino ( 2 ) Tomo 39 , pag. 195 , 2 Tav. 1889.
2) Costa, A. — Lezioni di Zoologia accomodate principalmente ad uso dei medici. 7a edizione:
Napoli, 1892.
3
Per quante inchieste io abbia fatte, non mi è riuscito di avere notizia della
presenza di vipere metaniche nelle province del mezzogiorno d’Italia.
Da ciò mi pare possa dedursi (salvo l’ esistenza di casi da me ignorati) che
l’animale del quale tratto in questa nota rappresenta il primo caso
di Vipera metanica nell’Italia meridionale e mi dà ragione di af¬
fermare che le Vipere melaniche non sono esclusive delle regioni
Alpine, ma si possono riscontrare anche nell’ Appennino (meri¬
dionale).
Con questo esemplare da me studiato il numero dei casi di vipere melaniche
finora raccolte in Italia sale a sei.
Intorno all’altezza delle regioni abitate dalla Vipera òerus Lin. melanica in Un
gheria, fu agitata una quistione dal Méhely 1) e dal Kimakowicz 2). Il Méhely
afferma che queste Vipere in Ungheria, pur essendo delle forme montagnose non
oltrepassano un’altezza media di 1400 m.; pel Kimakowicz invece possono raggiun¬
gere anche altezze maggiori, poiché egli sostiene di averne raccolte a 2000 m.
sul livello del mare.
Per i casi di vipere melaniche in Italia va osservato che:
Gli esemplari elencati dal Camerano furono raccolti a Viù, che si trova nelle
Valli di Lanzo, a 785 m. d’altezza.
Di quelli del Museo di Firenze, l’uno fu trovato a Saorgio, e l’altro sul Monte
Civrario. Saorgio si trova a 558 m. sul livello del mare, su di una rupe a 33
chilometri di distanza da Ventimiglia. Il Monte Civrario si estende con una lunga
cresta nella catena che separa la Valle di Lanzo da quella di Susa, ed ha la
sua base ad un’altezza di circa 500 m. e la punta più alta a 2302 metri sul li¬
vello del mare; ma le indicazioni intorno alla Vipera su di esso raccolta non
dicono se fu trovata alla vetta o alla base.
La Vipera da me studiata, (come gentilmente mi riferisce il dott. Molinari,
sindaco di Serino) comparve in una località posta a 750 m. sul livello del mare.
Per le cinque Vipere melaniche, di cui è accertata l’altezza della località abi¬
tata (quelle di Viù, Saorgio e Serino), si può conchiudere che esse sono forme
che non oltrepassano l’altezza di 1000 m. ; ciò che sarebbe d’accordo con quanto
sostiene il Méhely per la Vipera òerus Lin. melanica dell’Ungheria.
Napoli. Istituto zoologico della B. Università. Gennaio 1909.
0 Méhely, L. — Die Kreuzotter ( Vipera berus L.) in Ungarn: Z. Am. 16. Jalirg. pag. 186 , 1893.
— — Magyarorszày kurta klgyói : Mathern. és Természettud. Kbzl. 26, Budapest , 1895.
— — Einiges Iiber die Kreuzotter: Z. Am. 20. Jahrg. pag. 434, 1897.
2) Kimakowicz, M. — Pelias berus Lin. und var. prester Lin. ferii, u. Mitili. Siebenbiirgischen Ver.
Naturw. Hermannstad , 46. Bd. pag. 102 , 1897.
— — Vipera berus, L ., und ihre var. prester, L. Erwiederung auf v. Méhely’s: Einiges iiber
die Kreuzotter. ibid. 47. Bd. pag. 79, 1898.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( Muova Serie )
VOLUME 3.
Nani. 7. 7 Agosto 1909.
Prof. M. BEZZI
(Torino)
Gli scritti cecidologici del Prof. A. Costa *).
[ Ricevuto il 19 Luglio 1909]
Nello scorrere la ricca e diligente Bibliografia cecidologica testé pubblicata dal
Dr. C. Houard, a pag. 1068-1190 del secondo volume della sua opera monumen¬
tale sui Zoocecidii europei, sono rimasto dolorosamente sorpreso nel constatarvi
l’assoluta mancanza del nome di Achille Costa. Dovrebbe tuttavia sembrare ine¬
splicabile che il grande naturalista e zoologo napoletano, la cui attività nel campo
dell’entomologia fu così varia e così estesa, avesse trascurato completamente lo
studio dei cecidii, tanto più che gli ordini di insetti da lui prediletti furon quelli
che appunto contengono i maggiori artefici di galle.
Credo perciò doveroso richiamare l’attenzione degli studiosi anche su questa
parte dell’opera scientifica del nostro grande compatriota; nè intendo con questo
muover critica all’opera del signor Houard, di cui riconosco l’immensa cura ed
il grande valore. Ma in lavori di tal vastità riesce impossibile di non cadere in
qualche dimenticanza ; e questa nel caso presente è tanto più scusabile, in quanto
che alcune delle pubblicazioni qui ricordate sono sfuggite perfino all’attenzione
degli entomologi, e furono completamente dimenticate.
Già in parecchi lavori entomologici, nell’occasione di parlare di specie di in¬
setti cecidogeni, il prof. Costa tratta incidentalmente di galle; così anche nel
lavoro del 1877 sugli insetti nocivi (che è la seconda edizione di quello pubbli¬
cato nel 1857) descrive e figura nella tavola 10 le galle della Filossera. In questi
casi non si tratta però che di cenni fugaci, che possono anche venir tralasciali
nelle bibliografìe cecidologiche, sopratutto se stese con indirizzo botanico ; lavori
invece che devono essere assolutamente citati sono i tre seguenti :
i) Riprodotto, per cortesia del Prof. Trotter, dalla Marcellia, R.iv. Int. Cecidologici. Voi. 8, 1909.
2
1. Monografia degl’ Insetti che ospitano su talune specie di querce ( Quercus pu-
bescens e pedunculata ) ‘nel regno di Napoli. Atti della Sesta Riunione degli
scienziati italiani riuniti in Milano , pag. 441. Milano 18S4 1).
In questa memoria sono brevemente descritte od accennate molte galle di
cinipidi.
2. Storia della Tentredine produttrice delle galle del salice. Atti dell’ Accademia
Pontaniana di Napoli , 6', pag. 281-296 , con 1 tavola, Napoli 1854.
Questa memoria venne presentata dall’Autore aU’Accademia Pontaniana già
nel 1849; e gli estratti di 17 pagine con una tavola uscirono nel 1852, cioè due
anni prima del volume ufficiale.
In questa memoria sono descritte e figurate le galle vescicolari che sono
prodotte sulle foglie del Salix Russelliana dall’ imenottero Pontania gallicola.
Questa galla non è ricordata da Houard, pag. 152.
3. Contribuzione alla storia generale e particolare delle galle. Annali scientifici /,
pag. 222-236 , Napoli 1854.
Anche questa memoria , malgrado la sua importanza, non si trova ricordata
nella Bibliotheca dell’ Hagen. In essa l’ Autore ricorda di aver approntato un
grande lavoro sulle galle, che era però ancora nel 1854, e rimase sempre, ine¬
dito ; a pag. 228 dichiara che descriverà molte galle parlando degli insetti gal-
licoli nella Fauna del regno di Napoli, ma anche questo non potè avverarsi.
L’autore prende occasione dal lavoro del Lacaze-Duthiers (Recherches pour
servir à 1’ histoire des galles), comparso nel precedente anno 1858, per esporre
preventivamente il risultato dei suoi studi sulle galle. Divide la sua memoria in
due parti. Nella prima si occupa delle « Generalità », pag. 223-228, e precisa-
mente della « Definizione delle' galle », della « Genesi delle galle » e della « Clas¬
sificazione delle galle ». Quest’ultima è quella proposta dal Lacaze-Duthiers, e
ne viene presentato uno schema sinottico.
La seconda parte (pag. 228-236) tratta delle « Specialità ». In essa, seguendo
la classificazione suddetta, ricorda e descrive anche molte galle osservate nel
Napoletano. A pag. 233 ricorda le galle del Vitex Agnus-castus , che furono poi
descritte da F. Lòw solo nel 1885. A pag. 234 descrive due ditterocecidi del Salix
Russelliana e del S. Caprea , che sono dovuti con tutta probabilità a due specie
di Rhabdophaga\ di essi il primo manca in Houard -<•
*) Manca nella Bibliotheca entomologica dell’ Hagen.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( ISTuova Serie )
VOLUME 3-
Num. 8. 21 Ottobre 1909.
Dott. GESUALDO POLiCE
Libero docente, Assistente nell’ Istituto zoologico della R. Università)
(IsTapoli)
Il Globicephalus melas Traile
del Museo Zoologico della R. Università di Napoli
(3 incisioni)
[Ricevuto il 23 Luglio 1909]
Il Globicephalus melas Traile 1) non è un delfìnide comune nel Mediterraneo
e tanto meno lo è nei nostri mari : nell’Adriatico non si ha notizia della sua
comparsa, e sulle coste bagnate dal Tirreno sono finora capitati pochissimi indi¬
vidui. Fra questi uno solo nel napoletano, nel Golfo di Salerno, ed è quello ap¬
partenente al Museo Zoologico della R. Università di Napoli.
L’esistenza di questo esemplare, che è stato il primo che abbia arricchito le
collezioni di un Museo zoologico in Italia, è così poco conosciuta che il Carus
nel suo Proclomus faunae mediterraneae non lo cita affatto.
Il Costa nella prefazione al Voi. 3° (1863) della prima serie dell’Annuario del
« Museo Zoologico della R. Università di Napoli dice (pag. 7): « il nostro Museo si
è recentemente arricchito di un cetaceo che manca in tutti gli altri Musei zoo¬
logici d’ Italia, il Globicephalus melas , rarissimo ad apparire nel Mediterraneo, e
che nel decorso inverno veniva lanciato nelle acque del Golfo di Salerno ».
Il Cornalia nella descrizione dei Mammiferi della Fauna italica parlando del
Globicephalus ricorda che (pag. 66): « nel Museo zoologico di Napoli se ne conserva
b Adotto il nome specifico di G. melas , del Traill che pel primo descrisse questa speciém^f
1809. Rimando per la sinonimia al lavoro di Van Beneden et Gervais (pag. 555-558) ed al cata¬
logo dei Mammiferi di Trouessart (pag. 1045-1046). 1
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1 1910
$%ial fvluseb^
uno preso in quelle vicine rive ». Probabilmente la notizia è attinta al cenno fat¬
tone dal Costa. ...
Vogt e Specht nella descrizione dei Mammiferi, in una nota a pag. 257 del¬
l’edizione italiana, dicono che « Nel Museo zoologico di Napoli havvi un bello
esemplare (di G. melas ) preso in quelle acque ». Non so se la nota sia dovuta agli
autori o al traduttore: in tutti e due casi, però, essa pare rappresenti il ricordo
di una visita fatta da uno di loro al Museo zoologico di Napoli, come si desu¬
merebbe dall’apprezzamento che ne è fatto di essere un « bell’esemplare ».
Il Carduccio in un lavoro su di un Globicefalo arenatosi a Porto d’ Anzio ri¬
porta (pag. 114) letteralmente la notizia del Corna lia.
A quanto mi si riferisce realmente l’esemplare del Museo di Napoli era molto
ben conservato e faceva bella mostra di sè in una riuscita preparazione che oc¬
cupava il centro della porzione anteriore del gran salone. Ho detto era, in quanto
l’esemplare oggi non esiste più. Nel luglio 1889 rovinava la volta della sala del
Museo (vedi Monticelli pag. 5. 6) seppellendo l’esemplare di Globicephalus melas
(vedi Monticelli nota 40, pag. 37), che cosi andò completamente perduto. (L'esem¬
plare portava il N. d’ Inv. 379).
Fortunatamente se ne salvò il cranio che si conserva, il quale è degno di es¬
sere menzionato per le ottime condizioni in cui si trova; non mancando alcuna
delle ossa, ed essendo tutte perfettamente intatte.
A an Beneden e Gervais (pag. 559-560) ed il Flower (pag. 195-202) danno la
descrizione dettagliata del cranio di Globicephalus veduto esternamente, che io non
ripeterò. Avrei voluto piuttosto dare una descrizione completa di tutte le ossa.
A tal uopo, col consenso del Prof. Monticelli, tentai di disarticolare il cranio.
Sventuratamente, però, nonostante parecchi tentativi fatti, la disarticolazione non
riuscì, essendo 1 individuo adulto, con le ossa bene sviluppate e le suture in gran
parte fuse. Onde, per non sciupare il preparato, dovetti rinunziarvi.
[Fotografia del Prof. Pierantoni],
Fig. t. Cranio di Globicephalus melas con le mandibole, visto lateralmente.
Come nei cranii di tutti i Globicefali la regione cerebrale è molto slargata,
mentre la sua parte rostrale è ristretta (Fig. 1, 2 , 5); la regione fronto-nasale è ap¬
piattita e gran parte della faccia superiore di essa è occupata dalle ossa inter-
mascellari (Fig. 2). Questi intermascellari, pur essendo molto sviluppati (ciò che è
in relazione con l’età avanzata dell’individuo, visto che nei giovani e nel feto lo svi¬
luppo dei mascellari predomina su quello degl’ intermascellari), lasciano anterior-
[Fotogralie del Prof. Pieranto.niJ.
Fig. 2. Cranio di G-lóbicephalus melas Fig. 3. Cranio di Globicephalus nielas
visto dalla superficie dorsale. visto dalla superficie ventrale.
mente scoverto i mascellari per uno stretto margine al di sopra della linea den¬
taria. La parte facciale anteriore degl' intermascellari è rugosa.
Il cranio in parola misura 58 cm. di lunghezza dal centro della cresta occi¬
pitale all’estremo degl’ intermascellari lungo la faccia superiore, e 74 cm. lungo
la faccia inferiore. Il diametro trasverso (da un’apofisi zigomatica all’altra) è di
42 cm.
Sia nel mascellare superiore che nell’ inferiore sono infissi 20 denti, IO per lato
(Fig. 1, 3); in modo che la formula dentaria è I due ultimi denti del ma¬
scellare superiore (i più interni) sono più piccoli degli altri. Nel mascellare in¬
feriore invece i due più piccoli sono i denti centrali.
Dai caratteri accennati si rileva che il cranio da me osservato presenta perfet¬
tamente le caratteristiche notate da Van Beneden e Gervais (pag. 560) per i cranii
dei Glohicefali del Mediterraneo. Cioè a dire , che la linea di divisione dell’ in-
termascellare e del mascellare nella superficie facciale è meno arcuata al disopra
della regione dentaria che non lo sia negli altri Globicefali degli altri mari di Eu¬
ropa, oltre a ciò lo sviluppo degl’ intermascellari è minore che negli altri Globice¬
fali, poiché lasciano scoverto un margine del mascellare al disopra della linea den¬
taria. Ho potuto riscontrare i caratteri dei cranii degli altri Globicefali europei
dalle figure delle tavole del lavoro di Van Beneden e Gervais. E dirò ancora
che, a giudicare dai disegni che i detti autori danno del cranio di un Globice-
4
falò del Mediterraneo, anche per gli altri caratteri, il cranio che qui ho descritto,
corrisponde alla figura e descrizione di Van Beneden e Gervais.
I Globicefali raccolti sulle coste d’ Italia non sono numerosi.
II Risso fu il primo che ne abbia dato notizia per iscritto. Egli dice (pag. 23)
che il Globicefalo ( Delphinus glohiceps ) visita annualmente le coste di Nizza senza
troppo avvicinarsi ed accenna a qualche carattere di un esemplare preso colà in
epoca vicina a quella in cui fu scritto il libro, che porta la data del 1826.
Dopo del Risso il primo a ricordare Grlobicefali comparsi da noi fu il Costa,
che nell’ accenno riportato più innanzi fa nota una seconda cattura della specie
avvenuta a Salerno nel 1863.
Il Damiani (pag. 13) ne cita uno preso a S. Rossore il 10 ottobre 1876 (Savi):
probabilmente data l’indicazione dell’Autore che l’avrebbe illustrato (ubi?), è
quello di cui parla il Cornalia (pag. 66) « dato in secco sulle spiagge non lon¬
tane di S. Rossore e donato dal Re d’ Italia al Museo di Pisa ».
Ad un individuo preso nel 1869 accenna il Giglioni nel catalogo dei Mammi¬
feri ittiofagi della Fauna italiana. Questo (pag. 8) arenò presso la foce dell’Arno
e si conserva anche nel Museo di Pisa. Dalla differenza nella data del ritrova¬
mento parrebbe si trattasse di un individuo differente da quello a cui accennano
il Damiani ed il Cornalia. Però il Carruccio (nota a pag. 115) parla, per notizia
avutane direttamente, di un solo esemplare di Globicefalo del Museo di Pisa, non
di due, ciò che mi fa credere che l’animale citato dal Damiani e Cornalia e quello
citato dal Giglioli siano la stessa cosa.
Doderlein (pag. 35) nota la presenza della varietà Rissoana della Phocaena
glohiceps Cuv. nel mare di Sicilia nel 1871.
Giglioli nel 1880 parla di un altro Glohicephalus melas raccolto ad Orbetello.
Il Riggio dice di tre Globicefali presi a Palermo nell’aprile 1882 e di cui due
(uno preparato in pelle, l’altro a scheletro) si conservano nel Museo Zoologico
della R. Università di Palermo.
Il Mantovani (vedi Damiani, pag. 13) accenna ad un altro esemplare raccolto a
Livorno nel Dicembre 1887 e di cui lo scheletro si conserva nel Museo dell’Isti¬
tuto tecnico di Livorno.
Parona e Cattaneo danno notizia di un altro Glohicephalus melas catturato a
Genova nelle acque di Camogli il 7 Febbraio 1893 e che si conserva nel Museo
Civico di Genova.
L’ ultimo Globicefalo della cui cattura si sia scritto in Italia è quello preso a
Porto d’Anzio (Roma), nel 1904, del quale il Carruccio ha descritto il cranio.
Sarebbe stato interessante di vedere se tutti quanti i Globicefali comparsi nei
mari italiani presentino gli stessi caratteri che si riscontrano nel tipo ammesso
da Van Beneden e Gervais pel Mediterraneo: sventuratamente, però, non tutte
le notizie date dai vari autori sono sufficienti per permettere delle conclusioni
sull’argomento. Soltanto il Carruccio ed il Riggio danno la descrizione e le mi¬
sure delle ossa del cranio, e soltanto quella del Carruccio è accompagnata da
due disegni. Gli altri autori si limitano a fare accenno di caratteri molto gene-
l'ali che non valgono a dare un concetto esatto della disposizione e dimensioni
delle varie ossa. Epperò sarebbe stato desiderabile che anche gli altri autori a-
vessero dato almeno dei disegni dei cranii degli animali da loro studiati.
Il numero dei denti, che è V unico dato con maggior frequenza riportato, non
è indizio utile nel raggruppamento dei caratteri dei Globicefali d’ Italia, poiché
i denti in questo animale sono caduchi ed il loro numero è instabile e non in
rapporto con la specie o la varietà. Infatti il Risso (pag. 23) in un individuo
preso a Nizza notò che « ses maclioires étaient égales, 1’ inferieure armée de vingt
deux dents, la supérieure de vingt de chaque coté ». Il Rig-gio nei tre individui
da lui studiati trovò (pag. 4) le seguenti formule dentarie: ind. magg.^ — , ind.
mezz. pyjQ, ind. min. Il Carruccio (pag. 121) riscontrò 14 denti nel mascel¬
lare superiore e 20 nell’ inferiore ; in quest’ultimo 10 per ciascun lato, mentre in
quello inferiore 8 a destra e 6 a sinistra. Nel cranio da me studiato, come ho
detto, ho riscontrato 20 denti nel mascellare superiore e 20 nell’ inferiore.
Dai dati del Carruccio, però, e dai suoi disegni ho potuto rilevare che il Glo-
bicefalo di Porto d’ Anzio risponde perfettamente, come quello del Museo di Na¬
poli, al tipo di Van Beneden pel Mediterraneo per la poca curvatura della linea
di divisione fra il mascellare e l’ intermascellare nella superficie facciale e per il
margine del mascellare lasciato scoverto al disopra della linea dentaria. Non posso
affermare altrettanto per i cranii descritti dal Rigg-io, in quanto quest’autore
(pag. 5) dice che gl’ intermascellari sono larghi e ricoprono i mascellari che por¬
tano i denti senza notare se lasciano o pur no scoverto un piccolo margine al
disopra della linea dentaria.
Ho creduto di pubblicare la presente nota per ricordare la comparsa di que¬
st’animale nel napoletano, la cui esistenza era quasi sconosciuta e principalmente
per dare notizia dei caratteri presentati dal cranio , che sono importanti nella
determinazione della specie e delle varietà. Questo studio mi dà agio di pre¬
sentare un prospetto delle catture di Globicephalus melas Traill nei mari italiani:
Prospetto delle catture di Globìceplialit.s mela*- Traill nei man italiani
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Benché non ricchissimo di dati, il suesposto prospetto permette di rilevare alcuni
fatti intorno alla presenza del Globicefalo nei mari italiani. Anzitutto afferma
che quest’animale non è mai apparso nell’ Adriatico, ciò che del resto già disse
il Giglioli (pag. 8), e fu poi ripetuto dal Damiani (pag. 13) e riportato dal Car-
ruccio (pag. 117). Nel Tirreno preferisce i mari aperti, così nel settentrione i
mari di Nizza, di Genova e le coste Toscane : una sola volta si è internato nel
mare dell’Arcipelago toscano, come prova l’esemplare catturato ad Orbetello. Si¬
milmente nell’Italia media è stato catturato sulle coste aperte di Porto d’ An¬
zio , mentre nel mezzogiorno non si è mai avventurato fra le isole Flegree nè
nel Golfo di Napoli, ma soltanto nell’ampio Golfo di Salerno e sulla costa aperta
di Sicilia dove è il Golfo di Palermo.
Più frequentemente, però sono apparsi Globicefali nel tratto che comprende il
Golfo Ligure (Nizza, Genova) e la porzione nordica della costa Toscana (S. Ros¬
sore, Livorno) benché più numerosi siano stati catturati a Palermo (3 individui
contemporaneamente).
Un altro risultato fornito dai dati del prospetto in parola è che questi animali
non compariscono sulle coste italiane sempre in determinata stagione, ma indif¬
ferentemente in tutti i periodi dell’anno. Infatti mentre i tre individui catturati
in Sicilia comparvero nel mese di Aprile, quello di Genova comparve in Febbraio,
quello di Porto d’ Anzio in Novembre e quello di Livorno in Dicembre.
Nulla si può dire in rapporto al sesso, in quanto i soli individui di cui si co¬
nosca il sesso, sono quelli descritti dal Riggio, e sono tutti e tre di sesso fem¬
minile.
Riguardo alla lùnghezza, le dimensioni date dal Riggio e dal Carruccio pro¬
vano che gl’ individui raccolti in Italia variano per lo meno dalla lunghezza di
m. 2.27 a quella di m. 8.00 circa, ciò che fa supporre che si tratti di individui
di differente età.
Fatti degni d’essere presi in considerazione sono ancora quelli risultanti dai
rapporti esistenti fra la lunghezza dell’intero animale e la lunghezza del cranio.
Questi rapporti non sono costanti e proporzionali in tutti gli animali di cui ho
potuto rilevare le dimensioni. Così mentre il Reggio riscontra la lunghezza di
quattro metri in un animale (6) il cui cranio è lungo 58 centimetri, il Carrugcmo
trova un cranio di soli 59 centimetri per un animale (11) lungo 8 metri : così
per la differenza in lunghezza di 4 metri per l’intero animale vi sarebbe solo
la differenza di 1 centimetro per la lunghezza del cranio. Bisogna tener conto,
però, del fatto che la misura della lunghezza dell’ intero animale data dal Car-
ruccio è molto approssimata, in quanto, come egli riporta (pag. 118) 1’ animale
non fu da lui misurato, ma gli fu riferito che era lungo approssimativamente
8 .metri.
Ma anche a volersi semplicemente attenere ai dati forniti dal Riggio sui tre
animali da lui studiati, si nota sempre la medesima incostanza di rapporto fra la
lunghezza del cranio e quella dell’ intero animale. Così il primo animale da lui
citato ha lunghezza totale 4 metri e lunghezza del cranio 58 centimetri ; il secondo
invece misura come lunghezza totale 3 metri e lunghezza del cranio 54 centimetri;
il terzo invece lungo m. 2.27 ha un cranio lungo 46 centimetri. Si desume da ciò
8
die fra il primo e il secondo per una differenza di un metro nella lunghezza
totale, si ha la differenza di 4 centimetri per la lunghezza del cranio; fra il
secondo ed il terzo invece per una differenza di meno di un metro nella lun¬
ghezza totale, si ha una differenza di 8 centimetri nella lunghezza del cranio.
Se avessi potuto raccogliere un maggior numero di dati dagli scritti sui Grlo-
bicefali in Italia sarei stato forse in grado di dedurre in che modo col variare
dell’età dell’ individuo variano le dimensioni, e, conseguentemente, lo sviluppo
del cranio rispetto all’ intero animale.
Napoli, Istituto Zoologico della R. Università, Luglio 1909.
Lavori citati
1868-1879. Van Beneden, P. J.-Gervais, P. — Ostéograpkie des Cétacés vivants et fossiles:
Paris. Alias. 64 Pie.
1880. - — — Ostéographie des Cétacés vivants et fossiles : Paris.
1904. Carruccio, A. — II primo Globiceplialus melos preso a Porto d’ Anzio (Roma): Boll.
Soc. Z. Italiana (3) Voi. 1. pag. 113. 1 Tav.
1888-1893. Carus, V. J. — Prodomus faunae mediterraneae : Stuttgart. Voi. 2.
1894. Cattaneo, G. — Sullo stomaco del Globiceplialus Swinewal. Flow. e sulla digestione
gastrica nei delfinidi : Boll. Mus. Z. Anat. Comp. R. Università Genova Voi. 1. N.
24, 16 pag. 1 Tav.
1870?. Cornalia, E. — Catalogo descrittivo dei Mammiferi osservati tino ad ora in Italia in:
Fauna d’ Italia, Parte la. Milano.
1866. Costa, A. — -Prefazione: Ann. Mus. Z. R. Università Napoli ( 1 ) Voi. 3, pag. 1.
1903. Damiani, G — Di un Prodelphinus euplirosyne True all’ isola d’ Elba e della distri¬
buzione dei Denticeti minori nei mari d’ Italia : Atti Soc. Ligustica Se. Nat. e
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1872. Doderlein, P. — Alcune generalità intorno la fauna sicula dei Vertebrati: Ann. Soc.
Nat. Modena , Anno 4, pag. 26.
1888. Flower, W. H. — Einleitung in die Osteologie der Saiigethiere, trad. H. Gadow : Lei¬
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1880. Giglioli, E. H. — Elenco dei Mammiferi, degli Uccelli e dei Rettili ittiofagi appar¬
tenenti alla fauna italiana e Catalogo degli Anfibii e dei Pesci italiani . Firenze ,
55 pag.
1901. Monticelli, Fr. Sav: — Notizie sulla origine e le vicende del Museo zoologico della
R. Università di Napoli: Ann. Mus. Z. R. Università Napoli (2) Voi. 1 , N. 2 ,
1893. Parona, C. — Sopra una straordinaria polielmintiasi da Echinorinco nel Globiceplialus
Swinewal Flow. pescato nel mare di Genova: Ann. Mus. Z. Anat. Comp. Uni¬
versità Genova. Voi. 1, N. 15, 1 Tav.
1882. Riggio. G. — Sul Globiceplialus melos Traill: Naturalista Siciliano, Anno 2, 11 pag.
1826. Risso, A. — Histoire naturelle des principales productions de l’ Europe meridionale et
particulièrement de celles des environs de Nice et des Alpes maritimes: Tome 3,
Paris.
1898. Trotissart, E. L. — Catalogus Mammalium tam viveotium quam fossilium. Nova editio,
Fase. 5, Berolini.
1884. Vogt, C. — Specht, F. — I mammiferi, traduzione italiana di M. Lessona : Milano.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
r f f c
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( 3ST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 9. 12 Aprile 1910.
Dott. EDOARDO ZAVATTARI
Assistente ai R. Museo Zoologico
(Torino)
Catalogo delle Mutille del Museo Zoologico di Napoli
Con osservazioni critiche e sinonimiche e descrizione di nuove specie
(2 incisioni,
/ Ricevuto il '£'£ Novembre 1909]
Nelle pagine, che seguono, sono riuniti i risultati dello studio da me compiuto
sulle Mutille dei R. Museo Zoologico di Napoli affidatomi con grande cortesia
dal direttore prof. Fr. Sav. Monticelli, al quale mi è grato porgere i più vivi
ringraziamenti. Devo parimenti ringraziare il prof. U. Pierantoni conservatore
dello stesso Museo, il quale curò l’ invio del ricco materiale e mi fornì alcune
indicazioni importanti.
Questa raccolta composta di oltre 350 esemplari, fa parte della grande colle¬
zione di Imenotteri, formata dal prof. Achille Costa, è quindi importante per
i tipi in essa contenuti dello stesso Costa, ed è suddivisa in quattro raccolte
speciali 1).
La prima (C. E.) assai numerosa è la, collezione europea e comprende forme
provenienti da tutta la regione mediterranea, con qualche specie pure delle pro-
vincie transcaspiche.
La raccolta delle provincie meridionali (^C. M.) è una collezione in gran parte
priva di valore faunistico, perchè come raccolta regionale abbraccia una plaga
b Per Indicazioni più particolareggiate vedasi questo Annuario : Voi. I., N. 2, pag. 7.
troppo vasta, mentre il materiale è relativamente scarso per una così grande
estensione, quale era quella dell’antico Regno di Napoli.
Analogamente si deve dire della collezione della Sardegna (C. S.), poiché questa
grande isola alberga senza dubbio, un numero di specie ben maggiore di quelle
rappresentate nella raccolta stessa.
Da ultimo avvi la raccolta extra europea (C. Ex.), la quale, benché molto po¬
vera in ispecie, contiene tuttavia parecchie forme interessanti ed alcune nuove.
Disgraziatamente però molti degli esemplari sono totalmente privi di patria, o
con indicazioni così vaghe e generiche, da renderne spesse volte l’esatta deter¬
minazione dubbiosa od anche impossibile.
Nella redazione di questo catalogo ho seguito lo stesso ordinamento adottato
dall’ André nelle sue Mutillidae (Wytsman’s Genera Insectorum 1903) ponendo le
specie per ordine alfabetico, ed ho introdotto solo per le poche specie americane
quelle modificazioni apportate dallo stesso André (Revue d’ Entomologie , Jan-
vier 1904 — Anales del Museo Nacional de Buenos Aires, Ser. 3., Tome 10, 1909
ecc.) per quanto concerne lo smembramento del vasto ed eterogeneo genere
Ephuta Say.
Il lavoro di determinazione è stato assai lungo e faticoso, giacché se per le
specie paleartiche la determinazione è abbastanza facile usando l’ opera magi¬
strale dell’ André (Species des Hyménoptères d’ Europe et d’ Algerie. Tome 8,
Mutillidae, 1899), altrettanto difficile invece esso è per le forme esotiche, data la
mancanza di un qualsiasi lavoro d’ insieme, che permetta di orientarsi con sicu¬
rezza fra il numero estremamente grande di specie descritte.
Voglio sperare che questo piccolo contributo non sarà inutile per la conoscenza
dell’interessante famiglia delle Mutille.
Torino, B. Museo Zoologico, Novembre 190!*.
Fam. JMutilliclae
Subfam. Apterogyninae
Gen. Apterogyna Latr,
A. mlokoseicitzi Radskw. — (C. E.) $: Armenia.
A. mocsaryi André. — (C. E- j : Egitto
(Questo esemplare porta la determinazione A. deserticola Smiedk. Ora io non ò trovata
questa denominazione in nessun catalogo ; però certamente è il nome in schedis della specie
egiziana datole da Smiedecknecht, giacché l’esemplare del museo di Budapest, che servi di
tipo all’ André (Zeitsch. Hymenopt. Dipi. 5. Jahrg. 1905, p. 202), proveniva appunto dalle
cacce imenotterologiche fatte dallo stesso Smiedecknecht in Egitto.
A. olivieri Latr. — (C. E.) 9: Loc?
Subfam. Myrmosinae
Gen. Myrmosa Latr.
M. brunnipes Lep. — (C. S.) : Alghero, Sorso, — (C. M-) cf9: Sila, Altamura. 1 J'
sono i tipi della Myrmosa cognata A. Costa. — (C- E. ) $ : Brà, Madonie. Lentini.
André (Sp. Hym. Europ. Alg. T 8. p. 442) pone dubitativamente la Myrmosa brunnipes
Lep. in sinonimia con la Myrmosa cognata. A. Costa. L’esame dei tipi del Costa e degli
esemplari esistenti nella collezione Spinola portanti f indicazione : Myrmosa brunnipes Lep.
in coll. Serville depone chiaramente in favore della riunione di queste due specie in una
sola. Ora siccome la Myrmosa brunnipes fu descritta da Lepeletier nel 1845 mentre la
Myr. cognata venne resa nota da Costa nel 1858, ne consegue che la specie deve por¬
tare il nome datole dal suo primo descrittore e la denominazione cognata va posta in si¬
nonimia.
M. Ephippium Fab. — (C. S.) cf: Oristano — (C. M.) cf9: Gargano. La 9, senzapatria,
è il tipo della Myrmosa dubia A. Costa. — (C. E.) cf9-' Sicilia, Toscana, Liguria,
Emilia.
M. melanocephala Fab. — (C. S.) $: Oristano — (C. M.) cT9: Napoli, Camakloli, Per-
sano — (C. E.) cf: V aliombrosa.
Subfam. Mutillinae
Gen. Eputhomma Ashmead
E. contìnua Fab. — (C. E.) 9 : Caucaso.
E. elongata Radsk. — (C. E.) cf1 : Loc? — (C. Ex.) cf : Armenia.
E. incerta Radsk. — (C. E.) cf : Transcaspia.
E. siriaca André. — (C. E.) 9‘- Loc?
Gen. Tricholabioides Radsk.
T. aegyptiaca Radsk. — (C. E.) cf : Askabad.
4
Cren. Pseudophotopsis axdré
P. k&Jepetica Radsk. — (C. E. Askahad.
P. homarovi Radsk. — (C. E.i Turchestau, Caucaso, Transcaspia.
Gen. Platymyrmilla André.
P. quinquef asciata Oliy. — (C. E-i $: Loc.?
Gen. Myrmilla YVesm.
Al. bipuncmta Late. — (C- E. I $: Corsica, Algeri, Tunisi.
Al. calva Vill. — (C. M-) ^,9: Cerignola. Lecce, Ciro, Sila, Napoli, Portici. Il è il
tipo della Radia bastata A. Costa. — (C. E.) 9 : Francia, Ginevra, Piemonte.
Al. calva Vill. var. distincta Lep. — ( C. E. ) 9 : Francia.
Al. capitata Lucas. — (C- S.) cT> 9: Oristano, Sassari, Siniscola, Isola dell'Asinara. Il
cf è il tipo della Pseudomutilla sardiniensis A. Costa. — (C. M.) 9: Calabria ulte¬
riore. E il tipo della Multila parvicollis A. Costa. — (C. E. cf,9: Sicilia. Tangeri,
Portogallo, Algeri, Girgenti. Licata.
Al. cephaìica Sich. Radosk. — (C. E.) 9: Loc.?
Al. chiesi i Spin. — (C. S.l 9: Siniscola, Gennargento. Uno degli esemplari si riferisce
alla varietà descritta da Costa (Notizie e Memorie sulla Geofauna Sarda. Meni. VI.
1886 p. 36) presentante le macchie nude del secondo tergite di una. forma legger¬
mente diversa dalla consueta, variazione che non ha però la benché minima impor¬
tanza. — (C. E.) 9: Portogallo, Sardegna.
Al. chìesii Spin. var. halénsis Auct. — (C. E.) 9: Portogallo Sicilia.
M. dorsata Fah. var. excoriata Lep. — (C. S). 9: Macomer, Siniscola, Cabras, Caglia¬
ri — (C- E.) 9: Portogallo, Monpellieri.
AL dorsata Fab. var. calcar iv entris . Sich. Radosk. — (C. S.l Meana — (C- E.)
Tunisia.
Al. erythrocephala Latr. — (C. S.i $: Tissi — (C. M.) cT:$- Capua, Lecce, Avezzano.
Il di Lecce è il tipo della Radia megalocepliala A. Costa. — -(C. E-) 9 : Liguria,
Parma, Sicilia, Caucaso.
AL erythrocephala Latr. var. hison Costa. — (C. E. ) 9 : Girgenti. L’esemplare che porta
l’indicazione: Mutilici hison è però mutilato del capo.
Al. lezginica Radosk. — (C- E.) 9: Caucaso. Loc.?
Gen. Odontomutilla Ashmead.
0. simplicif asciata Sich. Radosk. — (C. Ex.) <ff". Loc?
L’esemplare porta l’indicazione « Port Natal », patria certamente errata, giacché la 0. sim-
plicif asciata è propria della regione indomalese, mentre il confronto da me fatto di questo
individuo con parecchi altri malesi del Museo Civico di Genova conferma l’esattezza della
determinazione.
0. simplicif asciata Sich. Radosk. var. subinterrupta n. var. — (C. Ex.) 1 Giava.
cf: Odontomutillae simplicif asciatale Sich. Radsk. var. semi fasci atae André valde pei" simili s ,
differì atlamen segmenti tertii abdominis fascia alboserìcea integra, solimi in medio anterius
laevissime incisa.
Questa nuova varietà è grandemente affine alla Odontomutilla simplicif asciata Sich. Eadsk
var. semifasciata André (Termesz. Fuzetk. Voi. 19, P. I. 1896, p. 15, n. 9), dalla quale
differisce solamente per avere la fascia di pubescenza biancosericea ricoprente il terzo seg¬
mento addominale non in medio late internista , ma integra e solo leggermente ristretta sulla
linea mediana, quasi incisa in avanti. Questa nuova varietà è pur simile alla var. haema-
tocephala André (loc. cit. p. 16) da cui differisce per avere il capo nero e non rosso. In
quanto ai caratteri plastici la var. subinterrupta corrisponde perfettamente alla descrizione
della var. semifasciata data dall’ André. Questa nuova forma viene meglio a dimostrare la
grande variabilità della Odontomutilla simplicif asciata Sich. Radsk. ed è interessante che cia¬
scuna forma ha un’area di distribuzione propria benché contigua a quella delle altre ; infatti
la loro distribuzione è la seguente:
Odontomutilla simplicif asciata Sich. Eadosk. Ippica. (Idolo. Nuova Guinea.
» » » » var. semifasciata André. Celebes.
» » var. subinterrupta Zavattari. Giava.
* » var. haematocephala André. Malacca
Gen. Dolichomutilla Ashmead.
D. Andrei n. sp. — (C. Ex). 1 sola b: Africa.
9: Dolichomutillae scutelliferae André persimilis. Nigra , abdominis segmento secando ma¬
culi# dudbus ovalibus in disco transverse posiiis , segmento tertio fascia lata medio et solum
posterius interrupta pubescentiae favo-sericeae ornatis. Corpus totum crasse p > m c tato-strigato,
carina ventrali segmenti primi ampia , margine solum laevissime arcuato et non emarginato
ut in Dolichomutilla scutellifera André. Long. 16 mm.
9: Corpo interamente nero, con due macchie orizzontali in ovale trasverso sul secondo
segmento dell’addome, più vicine alla sua base che alla sua estremità, e molto avvicinate
fra di loro sulla linea mediana quasi a toccarsi, ed una larga fascia interrotta nel mezzo
e solo posteriormente sul terzo segmento, di pubescenza di un giallo grigiastro. Tutto il corpo
sparsamente guernito di una simile pubescenza grigio-giallastra, la quale forma in corrispon¬
denza delle mesopleure ima macchia ben distinta.
Testa più lunga che larga, quasi della stessa larghezza del torace, notevolmente allungata
e ristretta dietro gli occhi, fortemente rigato-reticolata con dei punti nell'interno delle maglie;
secondo articolo del funicolo antennale lungo due volte il terzo ; occhi di grandezza media,
globosi, distanti dal vertice di uno spazio superiore al loro massimo diametro. Torace in ovale
molto allungato, ristretto in addietro, cogli angoli anteriori arrotondati, e con i margini
laterali muniti in ciascun lato di tre dilatazioni tuberculiformi in corrispondenza degli an¬
goli posteriori del pronoto, dello scudetto e del postscudetto. Il torace è molto grossolana¬
mente e marcatamente rigato-reticolato sul dorso e sui fianchi, gli intervalli fra le carene
toraciche sono formati da numerosi punti profondi ; propleure reticolate; mesopleure lucenti
e lisce nella metà superiore. Il dorso del torace è fortemente incurvato e quasi sfuggente
in addietro senza alcuna linea di demarcazione fra la faccia dorsale e quella posteriore, ed
è di un nero molto lucente e brillante. Addome in ovoide allungato col primo segmento
cupuliforme, breve, applicato contro il secondo senza alcuna linea di demarcazione, ricoperto
sul dorso di punti foveoliformi numerosi e fornito ventralmente di una carena assai robusta
e rilevata a margine quasi rettilineo ; secondo segmento assai allungato e non globoso, striato
reticolato sulla base e nei fianchi, meno profondamente verso il margine e fornito di nu¬
merosi punti foveoliformi, ventralmente esso è lucente, reticolato rugoso e munito di un ca¬
rena longitudinale mediana terminante in addietro con un dente ben manifesto; ultimo seg¬
mento lucente, senz’area pigidiale. Zampe robuste con gli speroni bianchicci.
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Questa nuova specie è grandemente vicina alla Dolichomutilla scutellifera André (Ann. Soc.
Ent. France Voi. 63, 1894, p. 672 n. 3), dalla quale differisce oltreché per la mancanza
della macchia di pubescenza argenteo-dorata sulla regione scutellare, per la forma un po’
diversa delle macchie del secondo segmento e per La fascia del terzo segmento incisa nel
mezzo solo posteriormente, sopratutto per i caratteri morfologici. Infatti nella Dolichomu¬
tilla andrei il capo è proporzionalmente più allungato dietro gli occhi, il torace è più allun¬
gato e più arcuato, l’addome e sopratutto il secondo segmento, è meno globoso, mentre il
primo segmento è più breve rispettiva¬
mente di quello della Dolichomutilla
scutellifera. Inoltre la scultura della Dol.
andrei è di molto più marcata, le strie
del dorso sono molto rilevate, quasi ca-
reniformi, è formano come dei cordoni
rilevati ; i punti foveoliformi del se¬
condo segmento addominale sono più
ampi, ed infine la forma della carena ventrale del primo segmento distingue perfetta¬
mente le due specie, giacché nella Dol. scutellifera la carena è poco rilevata e emarginata
(faible et crénélee. Andre op. cit. ), mentre nella Dol. andrei essa è molto rilevata, ben indi¬
vidualizzata e col margine quasi rettilineo, come si può anche rilevare dai due disegni
che accompagnano questa descrizione nei quali sono figurati rispettivamente in A e B i
primi due segmenti addominali della Dolichomutilla andrei e della Dol. scutellifera.
D. (juineensis Fab. — (C. Ex.) 9; Africa occidentale, Sudan.
D. scutellifera André.- — (C. Ex.) $: Africa.
D. sycorax Sm. — (C. Ex.) 9: Zanzibar, Port Natal.
Gen. Barymutilla André
B. cepheus Sm. — (C. Ex.) 9: Africa orientale.
B. diselena Sich. Radosk. — (C. Ex.) 9: Africa.
B. pytliia Sm. — (C. Ex.) 9: Loc. ?
B. stupida Gerst. — (C- Ex.) 9: Zanzibar, Mozambico
Gen. M u t i 1 1 a Linn.
1. Specie della regione paleartica.
M. barbara Lin. — (C. E.) 9: Gran.
M. barbara Lin. var. decoratifrons A. Costa — (C. S.) 9* Aleana, Cagliari — (C. M.) 9:
Calabria ulteriore. E il tipo della Mutilla decoratifrons A. Costa — - (C. E.) : 9; Por¬
togallo.
Gli esemplari della Sardegna portano la determinazione M. bruti a var. calva Panz.
però essi non presentano il capo rosso, ma nero con una macchia di pubescenza se¬
ricea sulla fronte, e viceversa le zampe sono totalmente rosse, essi costituiscono quindi
una forma di passaggio fra la vera calva Panz. e la decoratifrons A. Costa.
M. barbara Lin. var. brutta Petgn. — (C. S.) San Lussurgio, Fornii, Tissi, Sìni-
scola, Montenlargius, Berchida. — (C. M.) 9: Basilicata, Scandale, Ciro, Altamura —
(C. E.) 9; Corsica, Madoniè, Sicilia.
M. barbara Lin. var. sericeiventris A. Costa. — (C. E.) 9: Sicilia.
M. barbara Lin. var. pervittata André. — (C. E.) : Sebdon (Algeria).
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M. barbara Lin. var. ghilianii Spin. — (C. E-J cf: Portogallo, Caucaso.
M. barbara Lin. var. trisinuosa A. Costa. — (C. M.) cf: Loc ?. E il tipo della Mutili a
frisinuosa A. Costa.
M. barbara Lin. var. torosa A. Costa. — (C. M.) cT .' Lecce, Loc?. Tra questi esemplari
è il tipo della Ronisia torosa A. Costa. — (C. E.) cf: Palermo, Lecce, Dalmazia, De-
liblat.
M. bareyi Radoskw. — (C. E.) ; Caucaso, Loc?.
M. biguttata A. Costa (Mutili a dalmatica André) — (C- M.) $: Lecce. E il tipo della
Mutilla biguttata A. Costa.
André (Spec. Hym. Europ. Alg. T. 8, p. 448) pone la Mutilla biguttata Costa in si¬
nonimia con la Myrrnilla chiesti Spin. var. halensis Auct. L’esame del tipo dimostra invece
essere completamente errata questa sinonimia ed appalesa al contrario che la M. dalmatica
André non è altro che la biguttata A. Costa. Come osserva lo stesso André (op. cit. p. 292)
queste specie rassomiglia assai alla Myrmilla chiesti Sp. var. halensis Auct. per il facies
generale , (tantoché la hg. 8 della tav. 23 della Fauna del Regno di Napoli, non molto
esatta nei dettagli parla in questo senso); ma la forma del capo la fa ascrivere al gen. Mu¬
tilla ; inoltre la scultura caratteristica del secondo segmento la separa nettamente da tutte
le altre specie. Fra l’esemplare di Costa e la descrizione di André vi è qualche differenza
di colore, mentre la scultura è perfettamente identica. Così il capo si presenta non nero, ma
rosso bruno assai oscuro, ed il secondo segmento ventrale dell’addome è assai vivamente
colorato di rossastro.
M. catanensis Rossi. — ■ (C. M.) $: Ruvo di Puglia — ( C . E) $: Toscana, Loc?.
M. erronea André. — (C. E.) c? : Sicilia. Differisce dalla descrizione dell’ André per avere
la seconda nervatura ricorrente interstiziale con la terza transverso cubitale. — (C- M.)
cf : Loc. ?.
Fra questi esemplari avviene uno determinato come M. littoralis che si riferisce
alla M. littoralis del Prospetto e che André à posto dubitativamente in sinonimia
con la M. erronea. (Spec. Hym. Europ. Alg. T. 8 p. 447).
M. eéropaea Lin. — (C. S.) d\ $ Loc:? — (C. E.) cf, $: Piemonte, Algeria, Caucaso.
M. leucopyga Klug. — (C. E.) cf: Italia meridionale.
M. littoralis Petgn. — (C. M.) cT, 9 : Capua, Lecce, Persano, Calabria, Chieti, Solfatara.
Il (f di Lecce è il tipo della Mutilla salentina A. Costa. — (C. E.) cf 9: Lecce,
Sicilia, Salerno, Lentini, Portogallo, Grecia.
M. littoralis Petgn. var. stribligata Sich. Radsk. — i C. E.) 9 : Madonie.
M. littoralis Petgn. var. fimbriata Klug. — (C. E.) 9 : Loc ?
M. littoralis Petgn. var. grisescens Lep. — (C. E.) cf: Sicilia, Piemonte.
M. littoralis Petgn. var. tunensis Fab. — ( C. E-) 9 : Loc. ?.
M. littoralis Petgn. var. vulnericeps. A. Costa. — (C. M.) 9: Calabria. E il tipo
della M. vulnericeps A. Costa. — (C. E.) 9 : Loc. ?
André (Spec. Hym. Europ. Algr. T. 8, p. 249) pone la M. vulnericeps Costa come va¬
rietà della M. littoralis Petgn. dalla quale differirebbe semplicemente per la presenza di
una macchia rossa sul capo. Benché innanzi all’autorità di tale autore, il quale è venuto ad
una simile conclusione dopo 1’ esame di un esemplare tipico (come dice in: Mèmoir. Soc.
Zoolg. France. Voi. 9, 1896, p. 270) io non osi levare obbiezione, faccio però osservare
che i caratteri plastici del.e due forme sono assai differenti, e quantunque sia assai difficile
farli rilevare in una descrizione , tuttavia essi sono molteplici. Infatti la il/, vulnericeps
Costa si presenta proporzionalmente piu lunga, più appiattita, più snella della littoralis,
inoltre nella specie di Costa il torace è più allungato , gli angoli del protorace più arro¬
tondati, il mesotorace più arcuato, ed il metanoto non è troncato verticalmente in addietro,
ma il passaggio fra la sua parte orizzontale e quella verticale avviene più dolcemente e lo
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spigolo formato dalle due facce non è acuto ma bensì arrotondato. Per di più (come si vede -
dalle fig. 3. tav. 4 dei Nuovi Studi sull’Entomologia della Calabria Ulteriore, e della fig. 4
tav. 15 della Fauna del Regno di Napoli nonché dalla descrizione e 'dalle osservazioni
del Costa) il primo segmento dell’addome non è ornato della striscia di pubescenza sericea
interrotta nel mezzo, ma è appena leggermente marginato di brevissima e poco appariscente
pubescenza sericea visibile soltanto sotto alcune incidenze di luce,
il/, maroccana Ouv. — (C. M.) $ : Loc. ?. — (C. E.) 9: Tunisi,
il/, maroccana Orar. var. novenguttata Klug. — (C. E.) : Portogallo,
il/, melanolepis A. Costa — (C. S. ) (f‘: Meana. Iglesias. Cagliari.
M. montana Panz. — (C. M.) cf; Lecce. Camaldoli — (C. E.) rf O: Malta. Madonie,
Ginevra, Caucaso.
il/. montana Panz var. vnicincta Lue. — (C. E.) 9: Tunisi,
il/, montana Panz. var. marita Giraud. — (C. E.) cf : Loc. ?.
il/, partita Ivlug. — (C- M.) $ : Scandale — ( C. E- 1 9= Algeria, Sicilia. L'esemplare di
Sicilia è il tipo della Mutilla cinereifrons A. Costa.
’ il/, partita Klug. var. unimaculata Lue. — (C. E.) 9 : Algeria.
il/, partita Klug. var. deste fanti D. T. * — (C. E.) cf Loc ?. Quest’esemplare porta la de¬
terminazione Mutilla melanota nob., tuttavia non risulta che Costa abbia mai pbu-
blicata alcuna specie con questo nome,
il/, perrisi Sich. Radsk. — (C. S.) 9: Terranova.
il/, punctata Latr. — (C. M. l rf 9: Cerchio, Sicilia — (C. E-) 9: Algeria. Escoriai,
il/, pusilla Klug. — (C. S.) 9: Porto Corallo, Fordongianus.— (C. M.) 9: Lecce. Scan¬
dale. Ciro. Fra questi esemplari vi è il tipo della Mutilla trinotata A. Costa.
il/, qui n gitevi acitlata Cyrilt,. — -(C- S.) 9: Cagliari (C. M.) 9> cf Lecce. Calabria— (C- E.)
9 : Sicilia.
il/, rufipes Far. — (C. S.) 9: Cagliari. Oristano, Limbara. Siniscola. Fordongianus —
(C. M.) rf. 9 : Lecce. Cerignola, Napoli — -(C. E.) rf 9 : Napoletano. Svìzzera, Le'cce,
Sicilia. Puglie. Porto Empedocle. Piemonte. Lione.
M. rufipes Far. var. agusii A. Costa. — (C. S-) cf: Meana Siniscola. Fra questi esem¬
plari vi è il tipo della Mutilla agusii A. Costa.
il/, rufipes Far. var. c iugulata A. Costa — (C. M-) cf : Lecce. E il tipo della Mutilla
cingulata A. Costa., in cattivissime condizioni di conservazione,
il/, rufipes Far. var. aliata Panz. — (C. M-l cf: Camaldoli, Lecce, Reggio — (C- E.) cf:
Palermo. Caltagirone. Sicilia, Parma,
il/, rufipes Far. var. fasci aticollis Spin. — (C. E.) Sicilia,
il/, sinuata Oliv. — (C. Ex. ì 9: Siria.
il/, vicinata Pall. — (C. S.) cf 9 : Berchida, Irgoli, Cagliari. Alghero. Terranova —
(C- M.) cf 9 : Capua. Lecce. Ciro. Calabria — (C. E.) cf 9 : Lentini. Toscana, Veneto,
Palermo. Dalmazia, Malta, Lecce. Calabria. Piemonte. Corsica.
2. — Specie delle regioni etiopica ed indomalese.
il/, aestuans Gerst. — (C. Ex.) 9: Zanzibar. L’unico esemplare è riferibile alla varietà
P minor di Sichel e Radoskoyvski.
il/, cdecto Smith. — (C- Ex.) cf : Congo.
M. analis Lep. — (C. Ex.) rf : Chiava.
il/, atropos Smith. — (C. Ex.) cf: Africa occidentale.
il/, boopic Kohl. — fC. Ex.) 9 : Loc'f.
M. catanensis Rossi. — (C. Ex. ) 9: Zanzibar.
il/, cloantha Péringuey a» il/, tyro Pèringuey ? — (C. Ex.) cf: Loc?.
Secondo Péringney (Ann. South. Afr. Mus. Voi. 1, p. 88-89) ed anche meglio secondo
André (Zeitschr. Hymenpt. Dipt. 1. Jahrg. 1900: p. 348) queste due specie si differenziereb¬
bero come segue:
— Protorace densamente rivestito di pubescenza chiara, metatorace sprovvisto di una tale
pubescenza. Militila cloantha Péring.
— Protorace senza pubescenza chiara, faccia superiore del metatorace densamente pube¬
scente. Mutilici tyro Péring.
Ora il mio esemplare presenta contemporaneamente ed il protorace e la faccia dorsale del
metanoto rivestiti di pubescenza argentea; per il resto della colorazione e vestitura come
per i caratteri morfologici esso corrisponde perfettamente alla descrizione della M. cloantha
data da Péringuey.
Data la variabilità assai grande che presentano le Mutiile nello sviluppo della pubescenza
che riveste il loro corpo, io non credo che quest’unico carattere della contemporanea presenza
di una fascia sul protorace e sul metanoto sia sufficiente per istituire una nuova specie, ma
propendo piuttosto a ritenere che le due specie descritte da Péringuey non ne formino che
una; e che l’esemplare in questione non costituisca che una forma di passaggio riunente in¬
sieme le due specie. La mancanza però della patria rende sempre piti difficile 1’ esatta at¬
tribuzione dell’esemplare del Museo di Napoli.
M. decora Sm. — (C. Ex.) $ : Cfiava.
M. delagoensis André. — (C- Ex.) cf : Africa.
M. dirnidiata Lep. — (C. Ex.), : Pondichery.
Intorno a questa specie panni esista una grande confusione, giacché nessuna delle descri¬
zioni fatte successivamente a Lepeletier, corrisponde al tipo, che io ho potuto esaminare tro¬
vandosi conservato nella collezione Spinola. Va innanzi tutto notato che la sinonimia data
da Sichel e Radoskowski (Horae Soc. Ent. Ross. 1869, p. 285. n. 126) è errata per quanto
riguarda la Mutilici rufogastra Lf.p. inquantocliè questuiti ma specie, come risulta dall’ìndi-
cazione del tipo pure conservato nella collezione Spinola, proviene dall’America Meridionale
e presenta caratteri differenti i)
La descrizione poi degli stessi Sichel e Radoskowski. coni’ anche quella di Bingham (Hy-
menopt. British India. Voi. 1. p. 13. n. 12) non conviene affatto alla sjiecie di Lepeeter,
ma piuttosto come dirò in seguito al della Mutilici sexmacitlata Sweo. descritto assai re¬
centemente da Cameron (Ann. Mag. Nat. Hist. Sev. Ser. Voi. 4, 1899, p. 62).
Nei due esemplari tipi 1’ addome è. come descrivè Lepeletier (Hymenopt., T. 3, p. 628,
n. 60) « luteo-snb ferrugineum; segmentimi primitm basi nigrum » e non « segmento primo
anoqae nigro » come vogliono Sichel e Radoshwoski e Bingham. In quanto poi ai caratteri
morfologici essi sono così differenti ed importanti che credo conveniente dare una descri¬
zione completa dei due esemplari tipo.
Il capo è fittamente ed assai superficialmente punteggiato, rivestito sulla faccia di fine
pubescenza argentea; le mandibole sono poco arcuate e rossastre nella porzione mediana;
gli occhi di grandezza media, le antenne offrono uno scapo arcuato, con il secondo articolo
del flagello di metà più breve del terzo, ed oltre due volte più lungo del primo. Il proto¬
race à il margine anteriore quasi rettilineo, con gli angoli arrotondati; il margine posteriore
è uniformemente ed ampiamente semicircolare; tutto il torace, comprese le pleure, punteg¬
giato reticolato. Lo scudetto non è affatto rilevato e conico, ma si presenta invece poco
l) Da quanto si può giudicare dalla descrizione e dalla figura di Klug (Nov. Act. Acad. Nat.
Cur. 10. Bd. p. 2.a 1821, p. 306. n. 3 e taf. 21 fig. 12) la Mutilla rnfigastra Lep. non è altro che
la M. rufiventris Klug pure dell’America Meridionale. Resta cosi chiarita una specie che per es¬
sere stata descritta senza patria era rimasta molto incerta ed era stata attribuita a specie colle
quali non ha nulla di comune.
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prominente e mammellonato, leggermente impresso nel mezzo, e completamente ed uniforme-
mente punteggiato reticolato come il metanoto, il quale à nella sua metà anteriore e sulla
lìnea mediana un’ areola longitudinale, piana, ribordata , più larga alla base che all’apice.
Scaglie alari punteggiate nella metà interna, lucenti e lisce esternamente. Ali uniformemente
violacee a riflessi metallici. Zampe nere, rivestite di pubescenza bianchiccia, speroni bianchi,
tibie posteriori inermi sul loro margine esterno. Primo segmento addominale cupuliforme,
armato ventralmente di una carena assai bassa col margine uniformente arcuato e gli angoli
acuti, ma appena sensibili. Tutti i segmenti punteggiati finamente, ultimo segmento punteg¬
giato più fittamente e profondamente, quasi rugoso. Lungh. 12 mm.
Risulta quindi da questa descrizione che le citazioni di questa specie ulteriori a Sichel e
Radoskowski sono errate e che la Mutilici dimidiata Lep. è una specie ben differente e ca¬
ratteristica.
M. discreta Cameron — (C. Ex.) cf: Loc: ?.
Ascrivo con molto dubbio a questa specie due esemplari senza patria.
M. fossulata Smith — (C. Ex.) 9: Loc.?.
Credo che alla surriferita specie si debba attribuire un solo esemplare, benché da una
parte la descrizione dello Smith (Descript, new Hym. Coll. Brit. Mus. 1879 p. 196. n. 22.)
alquanto insufficiente per quanto riguarda la scultura, e dall’altra la mancanza della patria
rendano sempre molto difficile una sicura identificazione.
Non risultandomi tuttavia che alcun autore dopo lo Smith abbia data una buona descri¬
zione di questa specie, reputo conveniente riportare le caratteristiche riscontrate nel mio
esemplare.
Corpo totalmente nero, ornato di due larghe fasce di pubescenza bianco-dorata ; la prima
situata sul secondo segmento dell’ addome in vicinanza del suo margine anteriore, da cui
dista di uno spazio uguale alla larghezza della stessa fascia, la quale è leggerissimamente
interrotta nel mezzo; la seconda occupante totalmente il terzo segmento. Tutto il corpo sparso
di peli cinereo dorati, più fitti sulla faccia ventrale e specialmente lungo i margini poste¬
riori dei segmenti addominali a formare una stretta frangia dorata.
Testa quadrangolare, tanto larga quant’ è lunga, larga quanto il torace, assai prolungata
dietro gli occhi, cogli angoli posteriori arrotondati, fortemente rigato-reticolata; secondo ar¬
ticolo del funicolo antennale di molto più lungo del primo e di poco più breve del terzo;
carene frontali a forma di gq non raggiungenti il margine interno degli occhi, i quali sono
ovali di grandezza media e situati ad egual distanza dalle mandibole e dagli angoli posteriori
del capo. Torace rettangolare, appena un po’ più largo in addietro che in avanti e debolis¬
simamente ristretto nel mezzo, cosicché gli angoli posteriori del protorace risultano sensibili,
margine anteriore del torace rettilineo con gli angoli acuti ma non spiniformi. Dorso del
torace fortemente rigato costato, gli spazi situati fra le coste occupati da altre creste più
basse limitanti fossette sparse di qualche punto ; tutte queste creste terminano ili addietro,
in corrispondenza della troncatura metatoracica che avviene a spigolo vivo, in numerosi tu¬
bercoli spiniformi disposti in due ordini paralleli, dei quali l’ordine esterno posto nella tron¬
catura del torace è formato da vere spine brevi decrescenti in altezza dal centro ai margini
e circondanti a guisa di corona tutta la faccia declive del metatorace, non solo dorsalmente
ma anche sui lati. Mesopleure lisce e lucenti, rivestite di pubescenza giallastra ; faccia de¬
clive del metatorace finamente striata con le strie convergenti verso l’articolazione con l’ad¬
dome. Addome ovale, assai globoso nella sua porzione anteriore : primo segmento unentesi
regolarmente al secondo, finamente striato nella sua faccia dorsale e solo nella metà poste¬
riore, munito ventralmente di una carena assai sporgente ed arrotondata; secondo segmento
longitudinalmente rigato nel dorso con i solchi profondi e le righe ben rilevate, e munito
ventralmente di una bassa carena nella sua metà anteriore e che si oblitera nella metà po¬
steriore, la quale è irregolarmente e grossolanamente punteggiata; gli altri segmenti granulosi
11
rivestiti di breve e fitta pubescenza nera, area pigidiale poco distinta e leggermente striata.
Tibie annate di robuste spine disposte in due serie lungo il margine esterno; speroni lunghi
e neri. Lungh. 14 mm.
Nel suo insieme questa specie è molto tozza, globosa e ricorda alquanto il gen. Barymutillai
dal quale differisce sopratutto per il capo largo quanto il torace, per la forma del primo
segmento dell’addome, per la presenza dell’area pigidiale. Per la sua scultura è per la sua
vestitura inoltre questa ‘specie è oltremodo distinta e caratteristica.
M. leucopyga Klug — (C. Ex.) 9 : Africa.
M. Monticelli n. sp. — (C. Ex.) 1 sola 9 : Zanzibar.
9 : Tota migra] abdominis segmentis: 'primo macula media parva in margine postico , se¬
cando macula media in disco, terbio, quarto quintoque fascia lata solum laevissime in medio
interrupta pilis argenteds praeditis; corpore foto pubescentiae argenteae vestito. Caput qua¬
dratura, thorace latius, thorax rectangularis lateribus parallelis, abdomen sessile area pygi-
diali longitudinaliter striata. Long. 11 mm.
Totalmente nera con le zampe, le antenne e di tubercoli antennali alquanto brunescenti.
Testa e torace rivestiti di pubescenza breve, argentea che in alcuni punti nasconde la scultura
sottostante e che forma sulla metà inferiore delle mesopleure due macchie leggermente dorate.
Primo segmento dell’addome ornato nel mezzo del suo margine posteriore di una piccola
macchia di pubescenza argentea, alquanto piriforme; secondo segmento pure ornato di una
macchia rotonda di pubescenza argentea nel mezzo del suo disco ; terzo , quarto e quinto
segmento ornato ciascuno di una fascia di simile pubescenza argentea, leggermente inter¬
rotta nel mezzo. Segmenti ventrali marginati di pubescenza argentea; zampe pure rivestite
di analoga pubescenza con gli speroni bianchi.
Testa quadrangolare, più larga che lunga e più larga del torace, quasi rettilinea in addietro
con gli angoli posteriori arrotondati, fortemente punteggiata. Occhi grandi situati più presso
gli angoli posteriori che presso l’articolazione delle mandibole; tubercoli antennali arrotondati
e salienti, carene frontali poco rilevate non raggiungenti gli occhi ; mandibole acuminate
munite di un dente lungo il loro margine interno; secondo articolo del funicolo antennale
lungo due volte il terzo. Torace rettangolare a margini laterali paralleli e solo leggermente
ristretti dopo gli angoli posteriori del protorace, cosicché quest’ultimi sono leggermente
prominenti. Margine anteriore del protorace rettilineo con gli angoli laterali sensibili ma
non dentiformi; metatorace bruscamente e verticalmente troncato in addietro, la troncatura
pero non a spigolo acuto. Tutto il torace è fortemente' punteggiato-reticolato con i punti
abbastanza profondi e le maglie dirette lungo il suo maggior asse; mesopleure nella metà
superiore lisce e lucenti. Addome ovale, sessile, primo segmento più ristretto del seguente,
ma non contratto in addietro, punteggiato dorsalmente e fornito ventralmente di una carena
assai rilevata incisa ad arco con gli angoli alquanto dentiformi; secondo segmento superfi¬
cialmente rigato — solcato alla base, fittamente rigato — punteggiato ai lati ed all’estremità;
ultimo segmento fornito di un’area pigidiale ben circonscritta linamente e longitudinalmente
striata. Tibie armate di un doppio ordine di spine.
Questa nuova specie à grande somiglianza con la Mutilla praedatrix Smith (Descript.
New Spec. Hymept. Brit. Mus. p. 191 n. 6,1879) del Natal, dalla quale differisce per avere
il torace nero, per la presenza delle fasce argentee sul quarto e quinto segmento addominale
e per la fascia del terzo segmento interrotta nel mezzo.
Potrebbe darsi che la nuova specie non fosse che una varietà a torace nero ed ad addomo
più riccamente vestito, ma stante che la descrizione dello Smith è molto sommaria ò credute
più conveniente descriverla come nuova, dato che le differenze sono assai numerose.
M. nigripennis Oli v. — (C. Ex.) : Baiala (Kamerum).
12
M, pulchrinellu Magretti — (C. Ex.) 9 : Eoe. ’
M. septemmaculata André — (C. Ex.) O: Zanzibar.
Quest’ unico esemplare, che porta la determinazione Mutilici làser iatoguttata , nome che
non venne mai pubblicato, differisce dalla descrizione dell’ André (Zeitsch. Hymenpt. Dipt.
Voi. 2, 1902. p. 37 n. 61) per avere la carena venti-ale del primo segmento dell’ addome
non « un peu dentiforme en arcière » ma smarginata, e per raggiungere appena 11 mm. di
lunghezza. Non panni tuttavia che quest’ unica differenza sia sufficiente per tenere distinto
l’ esemplare di Zanzibar dalla specie dell’ANDRÉ descritta del Congo.
M. sexniaculata Swed. — ( C. Ex.) c? : Amboina, Ceylon.
Il maschio di questa specie è rimasto lungamente sconosciuto e solo assai recentemente
venne descritto da Cameron (Ann. Mag, Nat. Hist Sev. Ser. Voi. 4, 1899 p. 62) tuttavia
se questo sesso era sconosciuto in quanto era riferibile alla M. sexmaculata Swed, era noto
al contrario sotto altro nome. Come infatti osserva Cameron il della .1/. sexmaculata Swed.
« comes nearest to thè description of dìmidiata Lep. sec. Bingham. », ora coni’ io ho mostrato
nelle pagine precedenti la vera M. dìmidiata Lép. non è affatto la M. dìmidiata di
Sichel-Radoskowshi e Bingham: conseguentemente ne viene che il vero della M. scxma-
culata Swed. è la M. dìmidiata Sic. Radsk. e Bingham. La sinonimia della specie con grande
probabilità verrebbe quindi per quanto riguarda il stabilita come segue:
Mutilla sexmaculata Swederup. Vet. Akad. Hand. 8, 1787. p. 286, n. 44 O.
Mutilla sexmaculata Smith. Sec. Yarkand Miss. Hymenp. 1878, p. 13, n. 36
Mutilla dìmidiata Sich. Radsk. Hor. Soc. Ent. Ross. 6, 1869, p. 285, n. 126
? Mutilla dìmidiata Magretti. Ann. Mus. Civ. Genova 32, 1892, p. 206. n. 4
Mutilla dìmidiata Bingham Hympt. British India Voi. 1, 1897, p. 13, n. 12. $
Mutilla sexmaculata Cameron Ann. Mag. Nat. Hist. Sev. Ser. Voi. 4, 1899. p. 62 <$ .
Va tuttavia notato chela citazione riguardante Smith (Scient. Results of Second Yarkand
Mission. -Hymenoptera. Calcutta 1878, p. 13 n. 36) è un po’ dubbiosa in quanto che la de¬
scrizione di questo autore è molto sommaria, e per di più non corrisponde totalmente a quella
data da Cameron essendo l’esemplare di Smith con « alis fuseis basi hyalinis » e non con
« wings deeply violaceus » come descrive Cameron.
Molto probabilmente credo che, come osservano Sichel e Radoskowski (Hor. Soc. Ent. Ross.
6, 1869, p. 286) la Mutilla indostana Smith (Cat. Hym Brit. Mus. Voi. 3, p. 33, n. 175,
1855) debba pure essere riunita a questa specie non differendone per alcun carattere im¬
portante.
Stabilita una tale sinonimia rispetto ai maschi sorge però una grande difficoltà ri¬
guardo alle femmine. Infatti Magretti ha descritta (Ann. Mus. Civ. Genova 32, 1892, p.
207) la femmina catturata dal Fea in copula con il maschio M. dìmidiata Sich. Radosk.,
e d’altra parte Cameron il maschio M. dìmidiata Sich. Radsk., Bingham, in copula con una
femmina riferibile alla M. sexmaculata Swed. Ora le due surriferite 9 non equivalgono
giacché la descrizione della M. sexmaculata Swed. data da Sichel e Radoskowski (Hor. Soc.
Eut. Ross. 6, 1869. p. 246. n. 79) non corrisponde a quella data da Magretti, per cui può
sorgere' il dubbio che i due maschi, quello descritto da Cameron e quello descritto da Sichel
e Radoskowski siano differenti, e che si tratti in questo caso di due specie distinte con
maschi aventi una grandissima somiglianza. E tuttavia certo, come è detto precedentemente,
che la M. dìmidiata Lep. non ha nulla di comune con la M. dìmidiata Sich. Radosk, Bin-
gham e che quindi le femmine ad essa attribuite vanno riferite ad altre specie.
M. sexnotata André var. mgridosis n. var. — iC. Ex.) 1 sola 9 : Zanzibar.
9 Mutillae sexnotatae André persimilis, thorace attamen tato migro.
Panni che si debba riferire senza alcun dubbio alla M. sexnotata André (Ann. Soc. Ent.
France. Voi. 4, XXII, 1903. p. 424 n. 8) quest’unico esemplare di Zanzibar che presenta
il torace totalmente nero anziché ferrugineo come nel tipo. Ma la disposizione delle macchie
13
argentee e la scultura del torace depongouo per la il/. sexnotata benché l’area pigidiale
più che irregolarmente rugosa sia longitudinalmente e linamente striata. Data però la grande
variabilità che presentano le Mutille nella colorazione e nella scultura credo che i caratteri
surriferiti non siano sufficienti per autorizzarmi ad istituire per quest’esemplare di Zanzibar
una specie nuova.
il/. soror Sauss. — (C. Ex.) $: Ceylon.
il/, spinulosa André — (C Ex.) 9 : India,
il/, subintrans Sich. Radosk. — (C. Ex.) 9 : Giava.
il/, suspiciosa Sm. — (C. Ex.) 9 : Giava.
il/, tecmessa Péringuey var. cyaneidorsis André (C- Ex.) d : Eoe. ?
M. tettensis Gerst. — (C. Ex.) 9 : Africa orientale.
M. truncativèntris André — - (C. Ex.) d: Africa.
il/, zanzibarensis Garcia Mercet. — - (C. Ex.) 9: Zanzibar, (coll. Raffray. Dal Museo di
Madrid).
Gen. Hoplomutilla Ashmead
H. ceplialotes Swed. — (C. Ex.) 9: Brasile
Gen. Cystomutilla André
C. ruficeps Sm. — (C. S.) 9: Orri — (C. M.) 9: Girò — (C. E.) d 9: Ginevra, Toscana,
Piemonte.
Gen. Ephutomorpha André
E. australasiae Far. — ( C. Ex.) 9 : Tasmania.
E. cordata Sm. (C. Ex.i 9: Swan River.
Questo esemplare è riferibile alla varietà con torace nero anziché ferrugineo citata dallo
Smith (Cat. Hym. Brit. Mus. P. Ili, 1855, p. 28, n. 154) e non ricordata dall’ André (Mèm.
Soc. Zoolg. France T. 15, 1901, p. 493, n. 25).
E. rugicollis. Westw. — (C. Ex. i 9: Nuova Olanda.
Gen. Tilluma André
T. larvata Klug — (C. Ex.) 9 : Noe. ?.
T. ornata Lep. (C. Ex.j 9 : Brasile.
T. spinosa Swed. — (C. Ex. ) 9 : Eoe ?.
Gen. Cephalomutilla André
Gì prionophora Burm. — (C. Ex.) 9 : Nuova Friburgo.
Gen. Traumatomutilla André
/'. duplicata Gerst. — (C. Ex.) 9 : Brasile.
T. indica. Lin. — (C. Ex.) 9 : Caienna, Brasile.
T. quadrinotata Klug — (C. Ex.) 9 : Brasile.
T. vidua Klitg — (C. Ex.) d' ■ Para.
14
Gen. Ephuta Say.
E. antiquensis Fab. — (C. Ex.) $ : Texas.
E. cerbero, Klug *) — - (C. Ex.) $ : Brasile
E. macropis Gerst — (C. Ex.) $ : Brasile.
E. occidentali s Lin. — (C. Ex.) fi. $; Messico. Carolina. Stati Uniti.
E. vestita Lep. (C. Ex.) 9: Messico.
Gen. Dasylabris Eadosk.
D. andrei. Garcia Mercet. — (C. Ex.) 9: Qniroda. Mio del Oro, Africa occidentale (dal
Museo di Madrid).
Questo esemplare può considerarsi quale cotipo della specie di Ricardo Garcia Mercet
(Boletin Soc. Esp. Hist. Nat. 1903, p. 10*2) giacché proviene dalla stessa località e dalla
stessa raccolta da cui proviene il tipo
D. arabica Oliv. var. se, frana Andre — (C. E.) fi: Algeria.
D. carinulata D. T. — (C. S.) fi: Capo Figari.
D. infiala André — (C. Ex.) 9: Somali.
L’ unico esemplare presenta anche la faccia ventrale dei primi segmenti addominali ros¬
so-bruna come il torace.
D. italica Far. — (C. E.) fi 9 : Caucaso, Algeri, Escoriai.
D. italica Fab. var. lugubri# Fab. — (C. E.) fi: Armenia, Ungheria, Crimea.
D. lobifera André — ( C . Ex.) fi: Loc. ?
I) . mauro Lin. — (C. S.) 9: Terranova, Isola piana — (C. M.) 9: Portici. Calabria,
Lecce — (C. E.) 9 Sicilia, Portogallo, Tunisia, Algeria.
D. mauro Lin. var. arenaria Far. — (C. E- ) Q- Algeria, Portogallo, Andalusia. Caucaso.
D. mauro Lin. var. manderstiernii Radsk. — (C. E.) (fi : Caucaso.
D. mauro Lin. var. rubricati s Lep. — (C. S.) fi- Loc. ? — (C. M.) fi: Lecce.— Sono i fi
tipi della Mutilla argenteo- fasciata A. Costa fi, benché portino l'indicazione argento-
zonata A. Costa. — (C. E.) fi: Lentini, Sicilia. Lecce.
D. mephitis Smith — (C. Ex.) 9 : Somali. Africa.
J) . mixta André — (C. E.) 9 : Caucaso.
Tutti gli esemplari (sette) sono assai robusti e raggiungono i 15 min, di lunghezza.
D. suspecta André— (C. Ex.) fi: Loc.?
Gen. Steno mutilla André
S. argentata Vili,, var. bif asciata Klug — <C. S.) 9: Sassari— (C. MA 9: Reggio. È il
tipo della Mutilla parens A. Costa — (C. E-) fi 9 : Portogallo, Lombardia, Genova.
S. calais Péringuey — lC. Ex.) fi: Loc.?.
Corrisponde perfettamente alla descrizione di Péringuey (Ann. Sondi. Afric. Mus. Voi. 1,
1899, p. 449.) solamente la pubescenza, che forma le tre fasce addominali è dorata anziché
argentea, come descrive Péringuey.
1) A proposito di questa specie credo interessante far rilevare che nella collezione Spinola, da
me esaminata, esistono due esemplari 9 di Caienna portanti l'indicazione Mutilla peleterii Spin.
e riferentisi quindi alla specie descritta da Lepeletier (Hist. Nat. Ins. Hympt. Voi. 3, p. 635,
n. 60) i quali non differiscono in nulla dalla descrizione e dalla figura date da Klug della sua
Mutilla cerbero, (Nov. Act. Acad. Nat. Cnr. T. 10, 1829, p. 312, n. 12 e taf. 22, fig. 9). Ne
consegue che la Mutilla peleterii (Spin.) Lep. rimasta fino ad ora dubbiosa, va senz’altro posta
in sinonimìa coll 'Ephuta cerbero, Klug, e radiata dai cataloghi quale specie distinta.
15
S. delia Peringuey (C. Ex.) rj' : Loc.?.
Un esemplare senza indicazione di patria panni debba riferirsi a questa specie de¬
scritta da Pérjnguey dello Zambesi (Ann. South. Afric. Museum. Voi. 1. 1899, p. 866) dalla
quale differisce per avere le ali uniformemente oscuro-violacee e non « hyaline at base for
about one-third of thè lenght » André nel suo studio sulle Mutille d’ Africa (Zeitsch. Hympt.
Dipt. Jahrg. 1901, p. 322, n. 28) riferisce che dall esame di esemplari pure provenie™
dallo Zambesi sarebbe venuto nell’opinione che la specie di Péringuey non fosse altro che
la Stenomutilla colligera André (Bull. Soc. Vandoise Se. Nat. T. 35, 1899, p. 264,
n. 19) di Delagoa Bay. L' esemplare del Museo di Napoli corrisponde anche in gran parte
alla descrizione di quest’ ultima specie, specialmente per molti caratteri morfologici, mentre
per alcuni altri se ne stacca alquanto. Così il capo non presenta quasi prolungamento colli-
forme, il secondo articolo del iuniculo antennale è notevolmente più lungo, quasi del doppio,
del primo: ed è metà del terzo, le scaglie alari non sono molto grandi e sono lucenti: al
contrario il primo segmento addominale presenta una carena ventrale molto bassa ed ap¬
pena visibile e non « sharply aculeate at thè basis » come risulta dalla descrizione di Pé-
ringuey ; infine il torace è uniformemente rosso ad eccezione della porzione sternale, mentre
nella Stemutilla colligera André postscudetto ed il metatorace sono neri.
Probabilmente questo esemplare costituisce una forma intermedia avvalorante l’ ipotesi che
la Slenomulilla colligera André e la Mudila delia Péringuey non siano che una specie.
S. magretti n. sp. — (C- Ex.) 1 sola $: Africa.
$ ; Ni gru , thorace ferrugineo , abdominis segmentisi primo fascia lata api cali , secando in
-margine apicali fascia in medio ad angulum superne produda, quarto macula media, quinto
fascia completa solimi lateribus abbreviata ■ faro-serìcea ornatis. Caput band transvers/nn.
prothorace vix latius ; thorax longior guani latius , subpirifórmis , angulis anlicis rotundatis ;
abdomen long e petiolatum striato-pnuctatum: tibiae mediar et postiate in medio spintila unica
instructae; calcaria brunnea.. Long. 14 mm.
' Nera, con la parte media delle mandibole ed il torace di un rosso oscuro; i due primi se¬
gmenti dell’ addome ornati alla loro estremieà di una fascia di pubescenti sericea, la fascia
del secondo tergite triangolarmente allargata nel mezzo; quarto segmento fornito di una mac¬
chia mediana, ed il quinto di una fascia completa solamente un po’ attenuata ai lati di uguale
pubescenza sericea. Tutti i segmenti ventrali frangiati di lunghi peli sericei , mentre una
breve pubescenza sericea mescolata con qualche pelo nero riveste tutto il corpo comprese le
zampe ed il segmento anale. Speroni bruni.
Capo leggermente più lungo che largo, sensibilmente prolungato dietro gli occhi con gli
angoli molto arrotondati, fortemente punteggiato reticolato. Occhi grandi, più avvicinati all’ar¬
ticolazione delle mandibole che all’occipite; mandibole . robuste, Indentate; antenne con il
secondo articolo del- funicolo molto più lungo del primo e doppio in lunghezza del terzo.
Torace assai più lungo che largo, subpiriforme, raggiungente la sua massima larghezza ne
mezzo, ristretto in avanti e sopratutto in addietro, con il margine anteriore rettilineo e gli
angoli anteriori arrotondati non sensibili; margini laterali leggermente tubercolati in corri¬
spondenza della massima larghezza del torace; metanoto passante senza alcuna linea di de¬
marcazione dalla sua faccia dorsale in quella verticale; tutto il torace tanto sul dorso che
sui fianchi fortemente e densamente punteggiato reticolato. Addome in ovale allungato,
primo segmento formante un peziolo di poco più lungo sulla linea mediana di quanto è
largo al suo bordo posteriore, punteggiato reticolato, con qualche accenno a striati! re nella
sua faccia dorsale e munito ventralmente di una carena bassa leggermente dentata nel
mezzo e terminata pure in avanti con un piccolo dente; secondo segmento fortemente ri¬
gato punteggiato, con le strie non molto alte e parallele, ultimo segmento converso sparsa¬
mente punteggiato e lucente, secondo segmento ventrale lucente fornito di grossi punti non
molto fitti. Tibie intermedie e posteriori armate di una sola spina situata dopo la loro metà.
16
Questa nuova specie è molto affine alla Stenomutilla capicola Péringuey e St. beroe Ferino.
(Ann. South. Afre. Museum Voi. I. 1898 p. 47-48) alla Stenomutilla àcuticollis André (Zeitsch.
Hym. Dipt. 1, Jahrg. 1901. p. 821, n. 22) ed alla Stenomutilla pseudoberoe Magretti (Bull.
Soc. Entg. Ital. Ann. 37, 1905 , p. 82, n. 43) dalle quali differisce per parecchi ca¬
ratteri; innanzi tutto per avere il quarto ed il quinto segmento dell’ addome ornati dorsal¬
mente di pubescenza sericea, fatto questo che non si incontra in nessun’altra specie di Ste¬
nomutilla, inoltre differisce fra l’altro dalla St. beroe Pèring, per avere una sola spina alle
tibie anziché due; dalla capicola Péring. per la fascia del secondo segmento prolungata trian¬
golarmente nel mezzo e per la scultura meno profonda; dalla àcuticollis André per avere
gli angoli anteriori del torace arrotondati e non spiniformi per la mancanza delle due carene
ventrali del secondo segmento e per la fascia del terzo segmento, ed infine dalla p.sedoberoe
Magr. per la forma differente del torace che in quest’ultima é meno ristretto in addietro
che nella magrettii , per la mancanza di macchie sericee laterali sul terzo segmento dell’ad¬
dome, per la forma alquanto diversa della carena ventrale del primo segmento.
i
\
Napoli R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( USTxiova Serie )
VOLUME 3.
Num. 10. 21 febbraio 1910.
A. L. MONTANDON *)
(Bucarest)
Quelques types cT Hemiptères de Guerin Meneville
des Collections du Musée Zoologique de 1’ Université de Naples
(Notes synonymiques et observations diverses)
[Ricevuto il 17 Dicembre 1909]
Les quelques notes qui font l’objet de ce travail sont dues à la bienveillante
courtoisie de M. le Prof. Fr. Sav. Monticelli qui a daìgné me confìer, pour les
étudier, quelques uns des types de G-uerin-Mene ville; aussi, je ne saurais trop le
remercier pour la sympathique marque de confiance qu’ il a bien voulu me té-
moigner en m’ accordant cette faveur toute spècìale, gràce à laquelle il m'est
permis aujourd’ hui de préciser quelques points restés douteux dans l’èt-ude des
insectes qui nous occupent.
<■
Fam. IPeloffonidae
Pelogonus Perbosci Guer. le. Reg. A. 184S — Campéche, (Mexique). — Cette espèce est très
voìsine , sinon identique à P. americams Uhler 1875. Ces Pelogonus amèricains que j’ ai
déja mentionnés (Bull, du Muserni de Paris , 1898, N. 3, p. 75) sont encore trop peu ré-
pandus dans les collections, et, pour se prononcer avec certitnde il faudrait pouvoir exa-
miner et comparer de plus grandes séries d’ exemplaires de l’Amérique du Nord. Il est
mème fort possible que ces espèces dovront ètre réunies un jour au P. marginatus Latr,
qui est répandu en Europe, Asie, Afrique et Ocèanie.
Peiogonus marginatus Latr. 1807 . = Pelog. indicus Guer. Ic. R. A. 1843. — Espéce cosmo¬
polite et très variable.
0 Dans une précédente note pubbliée par l'Annuario del Museo Zoologico della R. Università di
Napoli ( Nuova Serie) Voi. 2 , N. 26, 5 Maggio 1908, au sujet de Stenophthalmicus Fajoumensis
A. Costa, il s’est glissé une erreur dans la synonymie établie ; au lieu de St. pictus Montano, il
faut lire: St. mixtus Montano.
2
Farà. Gelastocoridae
Ge/astocoris variegatus Guer. (Galgulus.) lc.R.A. 1843. — Campécke (Mexique)— Espéce
bien reconnaissable par les dilatations latérales du pronotum et la marge de l’emboliuni
crénelés; ce dernier, coupé en angle droit à l’extrémité, bien conforme aux exemplaires déja
étudiés et nommés de la collection Signoret (Mus. Vienne) et du Museum de Paris.
Ge/astocoris nebu/osus Guer. loc • cit. = G. flavus Guer. loc. cit. — Le premier est un exem-
plaire , le second une $ de la mème espéce. C’est donc par erreur que j’avais attribuè
jusqu’à présent le nom de G. flavus à des exemplaires du Brésil, coll. Signoret (Mus. Vienne),
d’Ocana, Bolivie, Colombie etc. (Mus. Paris.), de Colon (coll. Ktrkaldt), de Callanga, Pèrou
(Mus. Nat. Hung. Budapest), de Costa Rica et de Chandra Maja, Fèrou (ma coll.); j’ai
mème distribué sous ce nom plusieurs de ces derniers (au Musèe de Naples et à plusieurs
correspondants) ; l’ètiquette que portent ces insectes est done erronée et doit ètre remplacée
par le nouveau nom que je leur donne aujourd’ bui.
G. major Montand. nov. sp. = G. flavus Montand olivi, ( nec Guerin) et Champion Biol. Cent.
Am. 2 , p. 349 , qui avait acceptè eette dènomination sur les indications que je lui avais don-
nèes. — Les représentants de cette nouvelle espéce sont généralement de taille un peu plus forte
que les autres formes connues et de couleur grisàtre plus uniforme. Ils diffèrent de G. ne-
bulosus Guer, par les cotés lateraux du pronotum plus largement dilatés postérieurement,
très faiblement bisinués sur leur partie antérieure, avec l’ angle latèral de la dilatation
droit, à peìne obtus, et non crénelé comme cliez G. variegatus Guer., non arrondi, le còtè
anterieur de l’angle, très oblique, non transversai comme chez G. nebulosus Guer. le coté
postérieur de l’ angle, tronqué, non arrondi. Le pronotum est aussi plus ótroit que les èly-
tres. L’embolium en angle très obtus, presque arrondi à l’extrèmitè.
Ge/astocoris quadrimacu/atus Guer., loc. cit. = G. vicinus Champ. Biol. Cent. Amer. 2,p. 349
(Montandon inédit). — Le type de Guerin est ètiquetè « Bolivie » (? loc. douteuse) mais il est
bien semblable comme forme aux divers specimens de Costa-Rica, Mexique, Pérou (Mus. Nat.
Hung. Budapest), Venezuela, Brésil (Mus. Senckenberg Frankfurt), Ckulumani Bolivie (coll.
Schouteden) que j’avais ètiquetès G. vicinus et qui sont assez variables comme coloration,
généralement foncée, noiràtre; marqués souvent de taches pàles sur les cotés et le bord
postérieur du pronotum. Le type de Guérin a les cotés latéraux du pronotum entièrement
et assez largement jaunàtres pàles, et diffère cependant de tous les autres exemplaires cités
ci-dessus par une assez large tache jaunàtre pale de chaque còté sur le bord externe des
cories, près de leur sommet.
Fam. Mononychidae
Mononyx fuscipes Guer. Rev. Zool. 1843. — Colombie. — L’unique exemplaire est un cf, bien
conforme à la description que j’ai donnée de cette espéce et de ses diffèrences sexuelles
( Voy . Montandon , Bull. Soc. Se. Bucarest , Hemiptera Orijptocerata. S. F. Mononychinae p.
400 (11 du tirage à part.).
Mononyx latico/lis Guer. loc. cit. — N. Guinée. — Grand exemplaire cf, 10,5 mill. conforme
à la description donnée par moi, loc. cit. p. 407 (18 du tirage à part.).
3
Pe/topterus Guer. Bev. Zool. 1843, p. 113. — Genre base sur le type de Naucoris rugosa
Desjard. (Ann. Soc. Ent. de F. 1837, p. 239 ) auquel j'ai identifié le genre Scylaecus Stal.
1861 ( Voy . loc. cit. 1900. S. F. Mononychinae II, p. 779 et 780 — 8 et 9 du tirage à part.).
Fam. Nepidae
Laccotrephes griseus Guer. ( Nepa ). — Bengale. — J’ai déja mentionné cette espèce (Ann.
Mus. Giv. Stor. Nat. Genova, 1897, p. 377) qui se trouve également en Birmanie, dans la pres-
qu’ìle de Malacca, à Ceylan, j’en ai' vu aussi des exemplaires de Mahé, Madras, Pondi-
chery, etc. Elle a bien à peu près la mème forme et les proportions de L maculatus Far.,
mais elle ne saurait lui ètre assimilée cornine a cru pouvoir le faire M. le Prof. Distant
dans Fauna of British India, includ. Ceylon and Burina , car elle en diffère par le fort tu-
bercule aigu qui se dresse sur la partie antérieurc de son prosternimi, tandis que cette
pièce est entièrement droite, non turberculée chez L. maculatus Fab. Ferr.; par ses appen-
dices proportioimellement plus allongés et par la dent de la base du fémur antérieur plus
obtusèment arrondie.
Ranatra Fabrici! Guer. in Sagra, Hist. Nat. de Cuba 1856, p. 176 Cuba. = li. annulipes
Stal, Kirkaldy, Montandon (olivi). — Le musèe de Naples possedè deux exemplaires (cf et 9)
de cette espéce bien reconnaissable par la forme de son metasternum très élevé, longuement
prolongé en pointe fortement cintrée entres hanches postérieures, comme je l’ai déja fait re-
marquer (Bull. Soc. Bucarest 1905 p. 393 et Ann. Soc. Ent. de France, 1907, p. 58).
Fam. Belostomidae
Benacus griseus Say 1831 .=Betostomo angustata Guer. in Sagra 1856.
Lethocerus annulipes H. S.=Belostoma curturn Guer., Belostoma medium Guer. in Sagra
1856 , et Belostoma caudata Percheron inedit, cité par Guerin in Sagra 1856. — L’un des
types de Guerin du Musèe de Naples porte sur son étiquette Belostoma latum Guer. type.
Ce nom est inédit, mais il est à peu près certain que c’est là un simple « lapsus calami »
de l’auteur qui a écrìt d’une part latum sur l’ étiquette de son insecte et curturn dans sa
description.
Quant à la citation de Guerin concernant Bel. caudata Percheron (Genera des Insectes), elle était
sans doute anticipée et basée sur un projet qui n’a pas eu de suites, car l’ouvrage en question
s’est trouvé interrompu ou inachevé; et d’apres l’avis requ de M. P. Lesne du Museum de
Paris, consulte à cet eff'et, il paraìt qu'un très petit nombre de livraisons du Genera des
Insectes a vu le jour; tous les spècialistes des divers grands rnusées européens consultés sul¬
le mème objet sont d’accord à cet ègard. Gustav Mayr avait du reste, déja fait une con-
statation à peu près analogue: Verh. der K. K. Zool. Boi. ges. Wien, 1871 p. 422 ; et, c’est
aujourd’hui un fait parfaitement établi que Guerin d’une part et Dufour de l’autre, malgré
leur érudition, n’ étaient que très insuffisamment au courant de la littérature qui avait èté
publiée avant eux sur ces insectes et qu’ ils se sont basés sur de simples ressemblances fic-
tives de coloration; qui ne joue cependant qu’un ròle très secondarne, surtout pour les insectes
de ces familles d’Hemiptères aquatiques; pour ètablir plusieurs de leurs espèces au contraire
assez mal étudiées au poìnt de vue anatomique.
En effet, chez les Belostomidae , les appendices qui dépassent plus ou moins l’extrémité de
l’abdomen chez des exemplaires de la mème espèce, ne sauraient ètre pris en consideratimi
4
pour la fixation d' im caractère, car ces pièces ne paraissent pas fìxées d'ime fa9on stable
à l’extrémité de Fabdomen comme elles le sont cliez les Nepidae , mais paraissent au con¬
traire montées sur un nerf plus ou moius rétractile qui leur permet un certain déplacement
comme on peut l’observer frèquemment sur les exemplaires dessèchés des collections di-
verses, où on les voit souvent dèpasser très sensiblement l'extrèmité de Fabdomen, ce qui
leur donne un faux air de Nepidae dont ils n’ont que Fapparence; et Belostoma caudatum
Perch. Guer. était justement dans ce cas.
Amorgius co/ossicus Stal. — - Belostoma grande Guer. in Sagra, nec Linne.
Hydrocyrius colombine Spin. 1852 = Belostoma capitata Guerin in Sagra 1856.
Fam. Naucoridae
Pe/ocoris femoratus Pal. de B. 1805 = Naucoris Poeyi Guer. in Sagra, 1856.
Bucarest, Décembre 1909.
Napoli . R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( TST" uova Serie )
VOLUME 3.
Nuiii. 11. 21 febbraio 1910.
LONGINOS NAVAS S. I.
(Zaragoza)
Nota sobre el Dilar parthenopaeus Costa
[ Ricevuto il 27 Decembre 190!)]
Al intentar hacer la monografia de la familia de los Dilàridos (Insectos Neu-
rópteros) tuve ocasión de estudiar los ejemplares tipicos del Dilar parthenopaeus
Costa, que me comunico generosamente el Profesor Monticelli, Director del Museo
de Zoologia de Nàpoles.
Es està especie de grandisimo interés y la de historia mas controvertida entre
los Dilàridos.
Apenas lo describió el Profesor Achille Costa (Fauna del regno di Napoli. Neu-
rotteri. Emerobiidei, 1855, p. 19. tav. 11, fìg. 5) cuando el insigne neuropteró-
logo Dr. Hagen le puso pleito.
En 1858 en su « Russlands Neuropteren » (Stett. Entorn. Zeit.) describe breve¬
mente una nueva especie el Dilar turcicus , cuya diferencia principal del D. ne-
vadensis Ramb. consistiria en la carencia de la pupila ó punto pardo en medio
del ala, corno lo tiene el nevadensis. Pero es de advertir que dicha pupila existe
ciertamente en todos los ejemplares del Dilar turcicus que he visto, y por cierto
doble, la discal ó media y la basilar, ni mas ni menos que en otros Dilar.
Poco después en 1860 (Hagen - Neuroptera Neapolitana von A. Costa mit Sy-
nopsis der Ascalaphen Europas, Stett. Entom. Zeit.. p. 56) identifica ambas espe-
cies. Comienza afirmando que el dibujo de Costa es seguramente defectuoso y
que està especie es la que él antes habia denominado Dilar turcicus , de que
habia visto ejemplares de Turquia, Siria y Armenia. Mas comparando uno de -ellos
con el Dilar nevadensis tipo de Rambur, no balla diferencias esenciales entre
ambos. De donde el Dilar parthenopaeus sera también identico con el Dilar ne¬
vadensis Ramb. Y, si bien concede Hagen que con razón Costa se guió por la di¬
ferencia de las antenas de su parthenopaeus para distingualo especificamente del
2
nevadensis de Rambur; mas corno la figura que trae Rambur de las antenas de su
especie es viciosa, concluye que es menester nueva investigación para definir si
las tres especies nombradas pertenecen ó no à la misma.
Mas tarde (Hagen - Die Neuropteren Spaniens nach Ed. Pictet’s Synopsis,
Stettin, 1866, p. 296) da por cierta la distinction de ambas especies nevadensis y
turcicus , anadiendo la sospecha de que a està ultima especie pertenece el Dilar
parthenopaeus Costa.
Sin embargo son especies evidemente distintas, y aun pertenecientes a diversos
generos, segun puede verse en mi monografia (Navas - Monografia de la familia
de los Dilàridos (Ins. Neur.): Memorias de la Reai Academia de Ciencias de Bar¬
celona, Voi. 7, Num. 17. Barcelona, Junio, 1909). Alli establezco las diferencias
entre el genero Dilar , cuyo tipo es el nevadensis Rb. y el Lidar , que tiene por
tipo el meridionalis Hag.
Los caracteres de uno y otro en cuanto se diferencian entre si, pueden redu-
cirse a los siguientes :
Dilar Ramb.
Tamano mayor (enverg. unos 3 centm.); campo radiai del ala anterior, ó sea entre el
radio y su sector con nmnerosas venillas, 10 ó mas; antenas del con numerosas ramas
laterales, unas 20 ó mas, largas 3 y mas veces que sus artejos; extremo del abbomen del
mismo truncado, sin prolongación ó proceso en su parte superior.
Lidar Nav.
Tamano menor (enverg. unos 2 ctrns. ó menos), campo radiai del ala anterior con pocas
venillas, unas 8 ó menos; antenas del $ con menos ramos laterales, unos 15 ó menos;
abdomen del mismo prolongado superiormente en un doble proceso digitiforme unido por
una membrana.
Todos los caracteres enunciados del Dilar corresponden exactamente al tur¬
cicus Hag. y los del Lidar al parthenopaeus Costa. No cabe, pues, duda de su
diferencia especifica y de que deban colocarse en dos secciones ó géneros dis-
tintos de la familia.
Esto asentado y dado que la figura de Costa es defectuosa y que aun en la
descripción se deslizaron algunos errores, bueno sera rehacer y completar la des-
cripción y presentar mas exactas fìguras.
Dice Costa que las ramas laterales de las antenas no son mas largas que los
artejos que los sustentan; lo Guai, si bien es verdad en los primeros y filtimos,
no asi en los intermedios. De los que llama ocelli (estemas) ya observó Hagen
que no eran verdaderos estemas ir ojos, sino verrugas ó turbérculos.
En cambio à Costa se debe el haber descubierto el primero la existencia de
dos pupilas ó mancliitas oceliformes en el ala anterior, al paso que Hagen no
distinguici la interna ó ninguna. Las palabras de Costa son claras y terminan-
tes : « due piccoli punti neri, 1’ uno innanzi la metà dell’ala, l’altro fra quella e
la base ».
Este caràcter de las pupilas lo he visto en todas las especies de Dilàridos y
Osmilidos y lo creo propio de ambas familias. Ni se reduce à una mera mancha,
3
sino que constituye un organo especial, cuyo estudio microscopico y biològico seria
de grandisimo interés y que dejo à quien tenga riempo y ocasión de hacerlo.
He aqui la descripcion mas completa del:
Lidar parthenopaeus Costa.
cf Pequeno, leonado, pelos del mismo color.
Cabeza leonada, pardusca, brillante, con vértex hinchado, las tres verrugas oceliformes
grandes , de un leonado, mas pàlido, con pocos pelos , las dos posteriores ovales algo reni-
formes, con motitas parduscas, colocadas oblicuainente, la anterior triangular algo cònica.
Surco longitudinal del vértex desde junto al tubérculo anterior hasta el occipucio, el cual
està hinchado también. Ojos grandes, negros. Antenas (Fig. 1, a ) largas, doble que el cuerpo,
leonadas, muy punteadas de pardo, vellosas, de unos 24 artejos, el l.° hinchado, el 2.° muy
corto, los 3-14 alargados, mas gruesos en el àpice, en el cual llevan exteriormente una rama
alargada, poco màs que el artejo mismo las del centro, las primeras y ùltimas menos, flexible,
cilindrica, apenas engrosada en el extremo ; los ùltimos artejos no llevan apéndice v son
màs cortos, cilindricos, ovai el ùltimo.
Protórax (Fig. 1. b) transverso, de fondo màs obscuro, con los tubérculos màs pàlidos,
grandes, los medianos muy juntos, separados tan sólo por un surco; los laterales muy apar-
tados, con pelos muy largos. Meso- y metatórax brillantes, con los lóbulos escapulares algo
parduscos.
Abdomen cilindrico, algo pardusco, con largos pelos leonados,
màs densos en el extremo. Ultimo segmento amarillento; proceso
superior truncado posteriormente, engrosado en los lados en un
relieve digitif'orme enroscado ; valvas engrosadas, sencillas, ovales,
de un leonado pàlido, enlazadas superiormente con el proceso su¬
perior. muy convexas, dejando entre si un espacio triangular, màs
ancho por encima, en el cual aparecen los apéndices interiores,
erizadas de largos pelos (Fig. 1 , c).
Patas delgadas, de color uniforme, salpicadas de motitas mi-
croscópicas pardas, cilindricas, los fémures algo ensanchados bacia
el extremo, vellosas, con pelos largos y abundantes; tarsos largos,
primer artejo casi tan largo corno los tres siguientes juntos, los
cuales van disminuyendo de longitud ; el 5.° largo corno el 3.°;
unas perquenas, algo encorvadas, con enorme arolio en la base.
Alas oblongas, ensanchadas màs afuera de la mitad, con àpice
redondeado, salpicadas de manchitas pardas que tienden à formar
series trans versales. Membrana hialina. Venación leonada con pun-
titos microscópicos pardos en la base de los pelos. Pelos y fitn-
brias muy largos, aunque tenues y poco visibles.
Ala anterior (Fig. 1 , d) con el campo costai de màrgenes casi pa-
ralelos, poco dilatado después de la base; casi todas sus venillas sencillas. Campo subcostai
bastante ancho con 5, ó 6 venillas que enlazan la subcostai al radio, y en el àpice unas (y
ramas marginales entre el extremo de la subcostai y el ramo posterior del radio. Bste con
2 sectores, el 2.° ó principal cinco veces ahorquillado, la horquilla marginai muy corta, unido
al radio por unas 8 venillas : primer sector indiviso hasta la mitad del ala y cada rama del
mismo ahorquillada. Procùbito ahorquillado en el tercio interior del ala, y cada rama bifur-
cada. Cùbito enlazado con el procùbito por 5 venillas, dos veces bifurcado hacia el extremo.
Las venillas intercalares comienzan antes de la región estigmàtica y dando la vuelta al
àpice del ala desaparecen hacia la mitad del margen posterior, màs adentro de la termina-
4
ción del procùbito. Entre el radio y el procùbito, en el disco del ala, liay dos series de ve¬
nillas gradiformes casi paralelas entre si, compuestas cada una de unas 4. Las dos pupilas
se hallan, la externa entre el l.° y el 2.° sector, debajo de la primera rama de este, y la
interna entre el primer sector y el procùbito, debajo de la raiz del sector segundo.
Ala posterior (Fig. 1 , e) parecida. Campo costai con todas las venillas sancillas. De 4 à 8
venillas entre la subcostai y el radio y entre éste y su sector: òste con ciuco liorquillas.
Pupila muy manifiesta. grande, ùnica, situada entre ainbos sectores que confluyen en la
base. Dos series regulares de venillas gradiformes, de 3 ó 4 cada una. Manchas de la
membrana menos niunerosas, apenas alineadas en series, mas ó méùos desvanecidas en la
mitad basilar ó interior del ala. '
Longitud del cuerpo 3 mm.
— del ala anterior 6,5
— — — posterior 6 »
Patria — Costa lo hallo en los alrededores de Nàpoles y en el monte de Cava (Salerno).
En el museo do Nàpoles existe ademàs de Aritzo (Cerdena) y Lagopesole (Basilicata).
La $ no la conozco todavia.
Finalmente no dejaré de aprovechar està ocasión para estiinular el celo de los
entomólogos italianos à que liagan nuevas investigaciones sobre el interesante
orden de los Neurópteros y en especial sobre la familia de los Dilàridos. Es làs-
tima qne se pierda la tradición que dejó el ilustre Costa. Es sensible que no se
liaya encontrado todavia la 2 del Lidar parthenopaeus que no debe de ser escaso
en los alrededores de Nàpoles y otros puntos de Italia.
Es ademàs para mi inverosimil que en toda la peninsula italiana no se halle
otro Dilàrido que el L. parthenopaeus , y tengo por muy probable que se ha de
eneontrar el Dilar turcicus Hag. ó el D. corsicus Nav. ó el D. corcyraeus Nav. y
alguna otra especie de Dilar ó de Lidar y acaso algun otro genero.
Esperemos del celo de los entomólogos italianos y especialmente de Nàpoles
nuevas y agradables sorpresas en este punto.
Zaragoza, Colegio del Salvador, 21 de Diciembre de 1909.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( ISTiao-va Serie )
VOLUME 3.
Num. 12. 20 Aprile 1910.
Dott. M. G. PERAGCA
(Toririo)
Descrizione di alcune nuove specie di Ofidii del Museo Zoologico
della R.a Università di Napoli
(1 incisione)
[ Ricevuto il 23 Febbraio 1310]
Trachyboa Boulengeri n. sp.
Muso scarsamente prominente ; canthus rostralis arrotondato. Rostrale quasi li¬
neare, assottigliato sui lati, leggermente più alto nel mezzo; squame della faccia
superiore del capo piccole, irregolari, salvo tra gli occhi dove si notano alcune
squame più grandi, quasi lisce nella parte anteriore, con piccole carene tuber¬
colari sull’occipite ; squame delle regioni temporali notevolmente più grandi, con
carene tubercolari sporgenti, arrotondate all’apice. Tra gli occhi vi sono sei
serie di squame. Narice piccola aprentesi in un largo scudetto nasale. 1 due scudi
nasali sono separati dal rostrale da una serie di grosse squame poligonali, di cui
la mediana più alta eptagonale si incunea tra i due nasali; essi sono separati
da due internasali tubercolari, molto sporgenti in avanti e sormontati da una serie
di piccole squame su cui si erge la prima squama del canthus rostralis , triango¬
lare, molto sporgente ed appiattita dall’ interno all’esterno, seguita dalla seconda
squama del canthus molto gi’ande, che presenta posteriormente un piccolo tuber¬
colo sporgente; le rimanenti squame del canthus sono piccole e lisce. Occhio me¬
diocre circondato da tredici squame, che lo separano dai labiali, di cui le due
superiori costituite ciascuna da un elevato tubercolo arrotondato in alto ed ap¬
piattito dall’interno all’esterno. Dieci labiali superiori di cui la penultima e so¬
pratutto V ultima con una carena tubercolare sporgente. Scudetto mentale quasi
2
lineare come il rostrale; solco golar.e limitato eia quattro paia di grossi scudi con
una grossa carena tubercolare, arrotondata, sporgente. Squame golari con ca¬
rene tubercolari. Le squame nella parte più grossa del corpo sono in 23 serie
longitudinali senza fossette apicali, di cui le
prime nove serie laterali sono fortemente care¬
nate e nettamente mucronate, cui fanno seguito
quattro serie di squame laterali quasi lisce; le
\ squame dorsali, in sette serie, presentano delle
carene ottuse molto spiccate che non raggiun¬
gono l’apice della squama. Nella parte anteriore
del corpo anche le quattro serie di squame lisce
sono ottusamente ma spiccatamente carenate come le squame dorsali. Squame della
coda- ottusamente ma nettamente carenate come le squame dorsali. Grastrostegi
139; tinaie indivisa; urostegi 22 indivisi ad eccezione di quello che orla l’apertura
anale che è doppio. L’ unico esemplare è indiscutibilmente un maschio e non
presenta traccia di rudimenti esterni di estremità posteriori, presenti invece nel-
l’ unica specie nota del genere, nel Tr. gularis Ptlìs.
Colorazione: l’animale è all’inizio della muta ed i colori non sono esattamente
appi’ezzabili ; le parti superiori e la gola sono di un color uniforme di bruno bi¬
stro e sui fianchi si rintracciano delle piccole macchie irregolari giallastre; sulle
labbra si notano delle macchie nero-grigiastre alternate con macchiette di un
bianco brunastro. I gastrostegi sono alcuni di un nero grigiastro ed altri di un
bianco brunastro punteggiato di nero ; cosicché il ventre appare come tessellato
di nero e di biancastro; il disotto della coda è di un bianco brunastro senza
macchie. Lunghezza: capo e corpo mm. 340; coda min. 31.
L’ esemplare è di località ignota, ma senza alcun dubbio proviene dalle regioni
tropicalidei Sud America: il Tr. cfiilàris Vtrs., molto affine alla nuova specie, è
originario dell’Ecuador e del Brasile.
11 disegno del capo è più grande di circa tre volte il naturale.
Lachesis Monticellii n. sp.
Capo stretto ed allungato, muso arrotondato, a cantlius rostralis ben marcato.
Rostrale notevolmente più alto che largo, di cui il minimo diametro trasversale
si nota all’unione dei due terzi inferiori col terzo superiore dello scudetto stesso.
Nasale diviso; un paio di grandi internasti li appena in contatto dietro il rostrale
che si incunea tra di loro colla sua punta risvoltata ad angolo retto sulla faccia
superiore del capo; squame della faccia superiore del capo notevolmente grandi
sul muso, ricoprentesi appena, con carene molto prominenti, molto più piccole
invece tra gli occhi e sull’ occipite, carenate; sopraoculari grandi e molto allun¬
gati separati da sette scaglie; occhio mediocre, separato dalle labiali da un lungo
suboculare e da una serie di piccole squame; il diametro dell’occhio supera di circa
un terzo la distanza che intercede tra il suo margine inferiore ed il margine
libero del labbro ; scaglie temporali allungate e fortemente carenate. Sette labiali
superiori, di cui la seconda, semidivisa, forma il margine inferiore dell’ infossa-
3
tura loreale. Squame golari lisce. Squame in 27 serie longitudinali, senza fossette
apicali, quasi rotondate alla estremità, con carene discretamente sviluppate, spe¬
cialmente nella regione mediana del dorso, che terminano quasi all’estremità della
squama; gastrostegi 203; anale indivisa; urostegi Un solo esemplare femmina.
Colorazione : Parti superiori del corpo di un color grigio tortora, con macchie
bruno chiare tondeggianti, orlate di nero, disposte in fascie trasversali assai re¬
golari, costituita ciascuna in media da quattro macchie. Queste fascie sono visi¬
bilmente disposte a paia, in numero di circa 21 sul corpo, e ciascun paio è se¬
parato dal seguente da un intervallo (più grande di quello che separa le fascie
costituenti il paio) del color grigio-tortora sopradetto, orlato da strette fascie
bianco-giallognole in avanti ed all’ indietro, che separano l’intervallo grigio dalle
macchie brune delle fascie. Sulla coda le macchie brune sono disposte in due
serie longitudinali alternate. Sul limite tra i gastrostegi e le squame laterali corre
una serie irregolare di macchie brune orlate di nero. Sul capo notasi una mac¬
chia irregolare bruno-chiara orlata di nero che ricorda la figura di un ipsilon ,
colla gamba rivolta in avanti, ed una striscia bruno-chiara orlata di nero va dal-
1’ angolo posteriore dell’occhio all’angolo della bocca. I labiali superiori ed infe¬
riori sono più o meno regolarmente marginati di nero. Gioia biancastra senza
macchie; regione inferiore del ventre e della coda di un color bruno -grigiastro
chiaro più o meno distintamente e finamente punteggiata di biancastro.
Lunghezza: corpo mm. 750; coda mm. 82.
Questa specie ricorda assai per l’aspetto generale e pel sistema di colorazione
il L. Castelnaudi D. & B. dal quale però subito si distingue per un numero molto
minore di gastrostegi e per gli urostegi tutti divisi.
Ricorda pure il L. lanceolatus Lacép. dal quale si distingue per il rostrale molto
più stretto, per il numero più grande degli urostegi e per la colorazione total¬
mente differente.
Anche questa specie è di località ignota. Essa proviene però con ogni proba¬
bilità dall’ America tropicale.
Napoli R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DEI, LA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( IST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 13. , 9 Luglio 1910.
FR. SAV. MONTICELLI
(KT apoli)
Sul Gorello piccino di Delle Ghiaie
Nota Critica
[Ricevuto il 1 Maggio IMO]
Nel 1829 Delle Chiaie x) col nome di G-ordio piccino descriveva un « ver-
micciuolo » trovato a Napoli « nel fango del Sebeto poco lungi dalla sua im¬
boccatura nel mare », che distingueva con i seguenti caratteri « Corpo articolator
rosso un po’ più crasso anteriormente, dove offre l’orifìzio della bocca che è in
continuazione col canale enterico prolungato fino alla estremità alquanto assot¬
tigliata di detto vermicciuolo. Colla lente il suo corpo apparisce coperto d’ infinite
ramificazioni vascolose ». Di questo vermicciuolo DELLe Chiaie dà una figura d’in¬
sieme ed una, più ingrandita, della testa. Nella spiegazione della tavola lo designa
col nome di Gordius pusillus col quale è rimasto nella letteratura fino al 1850.
Il Diesing 2) credette di riconoscere nel Gordius pusillus di Delle Cihaie un
Nemertino che riferì, sebbene con dubbio, al genere Tubulanus Renier, ascri¬
vendolo pertanto alle specie inquirende del gruppo sotto il nome di Tubulanus
pusillus Diesing, e confezionando, dalla descrizione e figure di Delle Chiaie, la
frase diagnostica « Corpus teretiusculum , gracile articulatum , segmentisi subqua-
dratis , rubrum. Caput conicum fissura.... ». Veramente non mi riesce di intendere
come il Diesing, dalla descrizione e dalle figure di Delle Chiaie, abbia potuto
dedurre la conclusione che il Gordio piccino fosse da riferirsi ai Nemertini. Sta
il fatto che questo vermicciuolo figura dal 1850 nella letteratura dei Nemertini, e
!) Delle Chiaie, S. — Memoria sulla storia e notomia degli animali senza vertebre: Voi. 4, pag*
177, Art. pag. 196, Tav. 44, / ig . 8,9.
2) Diesing, C. M. — Systema Helminthum: Vindobonae , 1Q50, Voi. 1, pag. 263.
2
per quanto ascritto alle forme dubbie, è riportato anche nelle più recenti sinossi
dei Nemertini [p. e nel « Tierreich » dal Burger, (1904) xj], senza che alcuno
mai abbia pensato di rendersi conto esatto di questa forma, che, del resto, non
è stata più nè ricercata, nè ritrovata.
Panceri (1875) enumera, difatti, il Tubulanus pusillus Diesino (in sinonimia
Gordius pusillus Delle Chiaie) nel suo Catalogo dei Vermi italiani 2) come specie
di Nemertini, rinvenuta nel Sebeto; ed il Burger3) autore della monografia dei
Nemertini del Golfo di Napoli, non sembra siasi curato di ricercare la specie di
Delle Ghiaie nel habitat da questo indicato; che anzi erroneamente assegna, nel
Tierreich, al Gordius {Tubulanus) pusillus, che sarebbe forma d’acqua dolce, un
habitat marino e come patria la Sicilia (loc. cit.: Mittelmer (Sizilien) Strand). Con¬
seguentemente fra i Nemertini d’acqua dolce di cui fa parola a pag. 591 della citata
Monografìa non fa cenno della specie di Delle Chiaie. Da ciò si desume che
Burger, pur citando nella bibliografia della sua Monografia, il Diesing — che
come si è visto assegna ai Nemertini il Gordius pusillus trovato a Napoli da
Delle Ghiaie nel fango del Sebeto — non si è curato di risalire alla fonte dalla
quale Diesing aveva tratta la sua conclusione sistematica per cercare, in base ad
un esame critico, di rendersi conto di questa forma da lui stesso ritenuta dubbia.
Nè il Burger ha creduto di far ciò, neppure nella redazione del Tierreich come
prova l’erronea indicazione di patria e di habitat assegnata alla forma di Delle
Chiaie.
Che se per poco il Burger avesse fatto un tale esame, non poteva a lui, com¬
petente in materia, sfuggire l’errore nel quale è incorso il Diesing nell’ inter¬
pretare la descrizione di Delle Ghiaie, ed avrebbe fin, dal 1895, epurata la lette¬
ratura dei Nemertini di questa forma inquirenda.
A proposito di un Nemertino da me rinvenuto nelle acque provenienti dal
Sebeto, e che ho di recente descritto come nuova specie ( Prostoma sebethis) 4), con¬
dotto dall’esame della letteratura dei Nemertini d’acqua dolce a vagliare anche
il Tubulanus pusillus Delle Chiaie, trovato proprio nel Sebeto, ho voluto, come
era naturale, esaminare la prima descrizione originale della specie data da Delle
Chiaie tenendo presenti le figure che l’accompagnano: ed ho potuto senza grande
sforzo, facilmente concludere dal confronto fatto che, evidentemente, nella specie
di Delle Chiaie non si tratta di un Nemertino, nè tampoco di un Gordio, come
lo aveva ritenuto quest’ Autore. Basta, di fatti, non foss’altro, dare uno sguardo
alle sole figure per convincersi che se il Delle Chiaie è stato forse troppo super¬
ficiale nell’esame e corrivo nel concludere che il « vermicciuolo » da lui trovato
fosse un Gordio, la interpretazione data dal Diesing della specie di Delle Chiaie
!) Burger, 0 — Nemertina: Thierreieh, 20. Lìef. 1904, pag. 131.
2) Panceri, P. — Catalogo degli Anellidi , Gefirei e Turbellarie d’Italia : Atti Soc. Ital. Se Nat.
Milano, Voi. 18, pag. 52.
3) Burger, 0— Die Nemertinen del Golfes von In capei : Fauna und Flora des G-olfes von Neapel,
22. Monographie, 1895.
4) Monticelli, Fr. Sav. — Notizia preliminare del rinvenimento di un Nemertino ( Prostoma sebethis
n. sp.) nelle acque del Sebeto: Rend. Ac. Se. Napoli (3) Voi. 16, 1910, pag. 33.
3
identificandola con un Nemertino è del tutto inesplicabile. Come ho accennato nella
mia ricordata nota sul Prostoma sebetJiis il Gordius pusillus Delle Chiaie ( Tubulanus
pusillus Diesino) non è altro che un Oligochete come si rivela subito all’esame della
figura che ne dà l’A. E con ogni probabilità di certezza, derivante dalla interpreta¬
zione della figura stessa confortata dal fatto che questo oligochete è comunissimo
dapertutto nel fango del Sebeto (dove il Delle Chiaie ha trovato il Gordio
piccino), si può concludere che il vermicciuolo di Delle Chiaie non dovrebbe essere
altrimenti interpretrato che come un Tubifex tubifex Mììller molto sommariamente
descritto e non riconosciuto da Delle Chiaie.
Così scompare dalla letteratura il Gordio piccino e dalle specie inquirende dei
Nemertini va finalmente radiato il Tubulanus pusillus.
Napoli, 30 Aprile 1910.
\
Napoli R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( ISTiiova Serie )
VOLUME 3.
Num. 14. 25 Novembre 191U.
WILLIAM NICOLL M. A., D. Se., M. B., Ch. B.
Lister Institute ol Preventive Medicine
(London)
Oli Gasterostomum terge stinum Stossich.
(1 incisione)
[Ricevuto il li) Settembre 1U10]
Amongst some specimens of Helicometra pulchella (Rud) ( = H. gobii Stoss.
which were kindly sent to me by Professor Monticelli from Stossich’s collection,
there was a single specimen of Gasterostomum tergestinum Stossich. On this fact
being communicated to Professor Monticelli he very courteously placed a further
collection of thè same species at my disposai. The form was first described by
Stossich in 1883 x) and apparently it has not been met with since. The speci¬
mens which 1 have examined do not entirely agree with Stossich’s originai de-
scription and on that account a redescription has seemed desirable.
The species is of small size, measuring *8 • — • l'3mm in length. and having a
maximum breadth of • 5 — • 6 mm. The usuai dimensions are 1 x ’ 55 mm. The
outline is most commonly ovai but occasionally it assumes thè form represented
in Stossich’s figure and also in that which I have drawn here. Both figures how-
ever represent thè animai more flattened than it actually is. The entire body is
covered with regular scale-like spines, which are not absent even at thè posterior
end, although they become sparse and somewhat irregular there.
The anterior sucker is large and globular and is almost terminal. Its diameter
is •20mm. It is very muscular and thè aperture is usually contracted. The sucker
has no appendages. The mouth is situated a little in front of thè middle of thè
') Stossich, M. — Brani di Elmintologia tergestina I.: Boll. Soc. Adriat. Voi. 8, 1883. Trieste ,
pag. 119, Tav. 2 , fig. o.
body ('45 mm. from thè anterior end). It has usually thè torni of a transverse
slit, rendered rather prominent by a muscular rim. The pharynx is compara-
tively large, having a diameter of • 13 mm. The thin-walled intestine is usually
situated in front of thè pharynx but may lie entirely dorsal to it. It is of no
great size. The simple éxcretory vesicle reaehes forward to within a short di-
stance of thè pharynx.
The genital glands lie along thè right side of thè body, thè ovarj7 being in
front. The testes are almost invariably tandem and contiguous or overlapping.
The anterior testis is a little external and ventral to thè other. They are of
ovoid shape, thè long axis
being oblique, and they are
situated just behind thè le-
vel of thè pharynx. In size
they do not exceed • 11 mm
The ovary is somewhat lar-
ger and its axis, although
slightly oblique, is more in
thè long axis of thè body.
It is situated on thè level
of thè anterior border of
thè pharynx. The positions
of thè ovary and testes re¬
lative to thè pharynx are not
invariable for thè lattei' it-
self is not Constant in posi-
tion; it varies to a conside-
rable extent with thè state
of contrae tion of thè ani¬
mai. The yolk-glands con-
sist of two symmetrically
situated masses, eacli com-
prising about ten or a dozen
fairly large follicles. They
are placed on thè leve! of
Gasterostomum tergestinum Stossicb. — Ventral view ; somewhat flattened. 'il r ,i
x 100. — D. St. Yolk-glands ; Ex. Éxcretory vesicle ; ./. Intestine; K. St. ovary; tlie anterior DOlder OI tne
P.G. Genital aperture; P. Pr. Pars prostatica; 7\ , T2. Testes.; V. S. Vesi- pharynx and dose to it, SO
cala seminalis. , ,
that they are removed some
distance from tlie margin of thè body. The follicles in each group are arran-
ged in thè form of a fiat rosette and they lie immediately under thè dorsal surface
of thè body. The right gland is therefore dorsal to thè ovary and intestine. From
thè middle of thè left gland a yolk duct runs backwards for a short distance
then, bending inwards, crosses thè pharynx to meet thè corresponding duct on
tlie other side. No distinct yolk reservoir is formed at tlie junction. The common
duct runs outwards and forward s towards thè ovaiy.
The uterus is very voluminoas ancl fills more than half thè body. It lies ventral
to all thè other organs except thè intestine. It is especially well developed an-
teriorly where it forms a mass of convolutions spreading towards thè left side
of thè body and even overlapping thè anterior sucker. Behind thè pharynx it is
not so densely packed. Its generai tendency is towards thè left side and as a
rule it does not encroach on tlie space occupi ed by thè ovary and testes. The
ova are very numerous, light to dark brown in colour and regularly ovai in
shape. They are rather small , measuring only • 018 - • 024 mm. in length and
•012 - ‘015 mm. in breadth. The most frequent size is -021 ><*018 mm.
The cirrus-pouch is comparatively large and lies towards thè left side. It
extends forwards nearly to thè middle of thè body. It contains a well marked
pars prostatica. The vesicula seminalis is rather small. The genital aperture is
median and situated • 15 mm. from thè posterior and of thè body. The only host
of this species is Gobius jozo and its habitat is thè terminal part of thè intestine
(Stossich; Trieste).
The chief distinctive feature of thè species is thè position and arrangement of
tlie yolk glands, wliicli in most Gasterostomata are disposed along thè margins
of thè body. Otherwise its structure is very typical.
Napoli R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( 3NT liceva Serie )
VOLUME 3.
Num. 15. 10 Dicembre 1910.
Dotta ISABELLA IROSO
(T<T apoli)
Primo manipolo di Roti feri
viventi in alcune acque dolci di Napoli
[Ricevuto il li Settembre 1910]
Durante le mie ricerche sui Rotiteli di Astroni, 1) quando non riusciva pos¬
sibile ricevere saggi del laghetto, io mi sono occupata talvolta a determinare i
Rotiferi di alcune acque dolci di Napoli, e propriamente delle vasche dell’Isti¬
tuto Zoologico e dell’Orto Botanico e della fontana di Piazza Cavour. Credo
utile, data la scarsa conoscenza che si ha dei Rotiferi in Italia, di pubblicare
l’elenco delle specie da me fìn’ora identificate.
Subcl. Digononta L. Plate 1886
Ord. Bclelloida C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Pam. Philodinadae C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Gen. Rhilodina C. G. Ehbenberg 1831
1. Ph il od ina citrina C. G. Ehrenberg 1831
2. Philodina roseola C. G. Ehrenberg 1831
b Iroso, I. — Primo contributo alla conoscenza dei Rotiferi del lago stagno craterico degli Astroni.
Comunicazione letta nella seduta del 16 settembre 1910 dell’VIII Convegno dell’Unione Zoologica
Italiana tenutosi a Napoli. In corso di stampa nel Monit. Zool. Ital.
2
Gen. JFiotifer Frz. Schrank 1782
3. Rotifer vu/garis Frz. Schrank 1782
4. Rotifer tardus C. G. Ehrenberg 1830
5. Rotifer citrinus C. G. Ehrenberg 1838
Gen. Callidina C. G. Ehrenberg 1838
6. Cal/idina socia/is D. S. Kellicott 1888
Snbcl. Monogononta L. Plate 1886
Ord. F*loY:mat C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Subord. llloricata C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Fani. Notommatadae C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Gen. Pleurotrocha C. G. Ehrenberg 1839
7. Pleurotrocha (— Proales ) decipiens C. G. Ehrenberg 1830
8. Pleurotrocha (=Proales) petromyzon C. G. Ehrenberg 1830
Gen. Furcularia I. B. P. de Lamarck 1816
9. Furcularia forficula C. G. Ehrenberg 1838
Subord. Loricata C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Fam. Rattulidae H. S. Jennings 1903
Gen. Diurella I. B. Bory de St. Vincent 1823
10. Diurella sejunctipes C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Gen. JRattulus I. B. P. de Lamarck 1816
11. Rattu/us elongatus P. H. Gosse 1856
Fam. Dinocharidae C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Gen. Dinocharis C. G. Ehrenberg 1838
12. Dinocharis pocillum O. Fr. Mueller 1776
Fani. Mytilinadae (= Salpinaclae ) C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Gen. Diaschiza C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
13. Diaschiza gibba C. G. Ehrenberg 1838
14. Diaschiza lacinulata 0. Fr. Mueller 1786
Fam. Euchlanidae 0. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Gen. Cathypna 0. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
15. Cathypna luna 0. Fr. Mueller 1776
16. Cathypna rustico/a 0. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
B
Cren. Distyla C. Eckstein 1883
17. Distyla g/ssens/s C. Eckstein 1883
Cren. Monostyla C. G. Ehrenberg 1880
18. Monostyla lunaris C. G. Ehrenberg 1830
19. Monostyla cornuta 0. Fr. Mueller 1786
20. Monostyla bulla P. H. Gosse 1851
21. Monostyla ovata S. A. Forbes 1893
Farti. Culurelladae ( = Coluridae ) C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Gerì. Co Iure Ila I. B. Bory de St. Vincent 1824
22. Co/urel/a (= Colunts ) bicuspidata C. G. Ehrenberg 1830
23. Colurella ( =Colurus ) obtusa P. H. Gosse 1886
Gen. Metopidia C. G. Ehrenberg 1831
24. Metopidia so/idus P. H. Gosse 1851
25. Metopidia collaris C. Stores 1896
Gen. Oxysterna I. Iroso 1910
26. Oxysterna oxysternum P. H. Gosse 1851
Fam. Pterodinadàe C. T. Hudson and P. H. Gosse 1886
Gen. JPterodina C. G. Ehrenberg 1830
27. Pterodina patina 0. Fr. Mueller 1783
A complemento delle forme da me identificate, voglio notificare la presenza
di due specie della famiglia delle Brachionidae:
Brachionus urceo/aris 0. Fr. Mueller 1786
Anurea aculeata 0. Fr. Mueller 1786
frequentissime e abbondanti nelle cisterne di acqua pluviale di Pianura (Campi
Flegrei) in associazione a numerosi crostacei Entomostraci.
Napoli, Istituto Zoologico della R. Università, 81 agosto 1910.
Napoli R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARI O
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( IST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 16. 9 Febbraio 1911.
RAFFAELE ISSEL
(Genova)
Molluschi Eteropodi raccolti dal Capitano G. Chierchìa
durante il viaggio di circumnavigazione
della R. Nave « Vettor Pisani » negli anni 1882-88-84-85
(Tavola 2)
(2 incisioni)
[Ricevuto il 5 Novembre !'J10 /
Una collezione di Eteropodi, quando sia composta di esemplari abbastanza nu¬
merosi e ben conservati, offre sempre argomento • interessante di studio allo spe¬
cialista, perchè nella sistematica e nella morfologia di questi abitatori del plancton
rimangono ancor molte lacune da colmare, e soltanto da pochissimi anni si va
facendo un lavoro di revisione secondo criterii esatti e moderni, specialmente pel-
merito del Tesch (1906, 1909). Esprimo quindi la mia gratitudine al Prof. Fr. Sav.
Monticelli che mi ha cortesemente mandati in esame gli Eteropodi appartenenti
all’ Istituto Zoologico della R. Università di Napoli, da lui diretto. Questi mol¬
luschi fanno parte delle raccolte eseguite dal sig. G. Chierchìa, allora tenente
di vascello, a bordo della R. corvetta » Vettor Pisani », comandante Palumbo,
nel viaggio intorno al mondo che durò dal 1882 al 18851). Malgrado il soggiorno
in alcool per oltre un quarto di secolo il materiale è ancora in condizioni discre-
b II residuo materiale di queste Collezioni raccolte del Cap. G. Chierchìa, depositato nella
Stazione Zoologica di Napoli, fu, per cortesia del compianto Prof. A. Dohrn, donato al Museo
Zoologico dell’Università di Napoli e fa ora parte delle collezioni di questo (Prof. Fr. Sav. Mon¬
ticelli).
tamente buone, cosicché tutti gli esemplari si prestano, pochi eccettuati, alla de¬
terminazione specifica.
Per dare subito un piccolo bilancio dei risultati dirò che la famiglia Atlantidae
(generi : Oxygyrus , Protatlanta , Atlantayè riccamente rappresentata; vi figurano in¬
fatti i tre generi conosciuti e 10 delle 14-15 specie ammesse nell’ultima revisione
(Tesoh 1909), oltre ad un’altra che mi risulta nuova. Invece la famiglia Carina-
riclae (generi : Carinarìa, Pterosoma , Cardiapoda) comparisce con un solo esemplare
indeterminabile di Cardiapoda e della famiglia Pterotracheidae (generi: Pterotracìiea
e Firoloida ) non venne raccolta che una sola specie per ciascun genere.
Ho completato le indicazioni relative alla pesca mediante l’esteso e diligente re¬
soconto che il Chierchia (1885) pubblicò del lavoro zoologico compiuto a bordo.
Una parola di ringraziamento al Dr. J. J. Tesch di Helder (Olanda) che mi ha
prestato gentile aiuto in alcuni punti dubbii.
Fam. Atlantidae x)
Gren. Oxygyrus Benson, 1835
1. Oxygyrus Keraudreni Lesueur
9 giugno 1882. Atlantico tropicale, poco a N delle isole del Capo Verde. Pesca not¬
turna 2), 22°. 1 es.
30 » » Atlantico tropicale, pesca di superficie 26.° 1 »
La conchiglia misura 10 mm. di lunghezza 3) nella l.a stazione e 11 mm.
nella 2.a.
2. Oxygyrus Rangi (Souleyetj
(Fig. Il)
9 giugno 1884. Pacifico tropicale, pesca a 100 m. 4) 1 es.
Nella Fig. 11 ho disegnato la conchiglia vista dalla parte dell’apertura per met¬
tere in rilievo un particolare che gli autori non hanno ancora segnalato. Tanto
nella superfìcie apicale, quanto nella umbilicale, la porzione completamente cal¬
cificata occupa poco più di un terzo delfultimo giro e termina con un contorno
fortemente arcuato, a convessità rivolta in alto. Per contro, lungo la linea me-
9 La sinonimia completa si trova nei lavori di Smith (1888) e di Tesch (1906, 1909).
2) La pesca notturna s’intende sempre superficiale. Alla indicazione concernente la natura della
pesca segue sempre quella relativa alla temperatura, espressa in centigradi.
3) Intendo parlare di lunghezza massima, compresa la carena.
4) Nella relazione del viaggio le pesche a 100 m. non portano note di temperatura e per quelle
a 1800 in. è data soltanto la temperatura della massima immersione.
diana che fa seguito alla carena, il tratto semicalcificato x) si protende molto più
in basso, insinuandosi a guisa di cuneo fra le due espansioni calcificate; in con¬
tinuazione ai lati di questo cuneo scendono, sino all’ incontro col peristoma, due
linee che si distinguono dalle altre per il loro decorso rettilineo; iu mezzo alle
due corre una coppia delle solite linee ondulate caratteristiche le quali adornano
tutta la porzione calcificata.
gen. Protatlanta Tesch, 1909
Il genere Protatlanta venne istituito dal Tesch nella sua recentissima monografìa
della fam. Atlanti dae per la specie descritta nel 1852 da Souùeyet sotto il nome
di Atlanta Lamanoni. Ma poiché tal nome era già stato attribuito dal Costa ad
una specie fossile, lo Smith lo aveva sostituito nel 1888 con quello di A. Souleyeti.
Secondo le osservazioni del Tesch il gen. Protatlanta ha caratteri intermedii fra
Atlanta ed Oxygyrus, caratteri di cui posso pienamente confermare la validità.
Osserverò tuttavia che, per quanto concerne la carena, la differenza fra Protat¬
lanta non è di grande momento, avendo io ritrovato esemplari di Atlanta Lesa-
euri , simili a quelli già descritti dal Sotileyet, in cui la forma della carena è in¬
termedia fra quella di Protatlanta e quella delle rimanenti Atlanta. D’altra parte
l’esame della specie che sto per descrivere rende la distinzione più netta per quanto
ha riguardo alla forma della radula.
3. Protatlanta scu/pta n. sp.
(Fig. 1-5)
9 giugno 1882. Atlantico tropicale, poco a N delle isole del Capo Verde, pesca notturna 22.° 4 es.
La conchiglia ha una lunghezza che va da mm. 1,8 a 2,8; è vitrea, ma meno
fragile di quella di un’ Atlanta di uguali dimensioni. La spira non occupa più di
1/3 dell’altezza totale della conchiglia ed apparisce assai piccola di fronte allo svi¬
luppo dell’ultimo giro; si avvolge per quattro giri e mezzo presentando, in tutti
gli esemplari il color bruno intenso indicato nella denominazione specifica; è
sempre prominente; talvolta si innalza diritta; tal’altra con direzione leggermente
obliqua ed è ornata da una scultura caratteristica. Tale scultura si origina presso
all’apice della conchiglia con linee spirali, irregolarmente ondulate, di frequente
interrotte, in numero di 3 a 6, munite, in qualche caso, di brevi diramazioni di¬
rette verso l’apice. Nel penultimo giro rimangono due linee soltanto, ma più
spiccate, rettilinee, e con doppio contorno evidente, le quali presto scompaiono
entro la sutura.
9 Nell’esemplare d'ella « V etto r Pisani » conservato da lungo tempo in alcool questo tratto
è decalcifìcato ed ha assunto un aspetto quasi totalmente corneo; negli esemplari della « Liguria »,
molto più recenti, esso è semicalcificato e si scorge nettamente il suo limite posteriore colla por¬
zione cornea.
4
L’ultimo giro non presenta alcuna scultura; vi si scorgono soltanto delle strie
di accrescimento numerose ed abbastanza spiccate. Alla superficie umbilicale della
conchiglia sono visibili due giri di spira e mancano affatto le linee spirali de¬
scritte dal Tesch nella P. Souleyeti (Smith, 1852).
L’apertura è molto larga ed ha forma ovale-subtriangolare; il margine esterno
è sprovvisto di fessura.
Nell’ opercolo, completamente corneo, il nucleo spirale occupa circa 1/a della
lunghezza totale e si distinguono poche strie di accrescimento molto spiccate
e ricurve, ciascuna delle quali alterna con una serie di strie assai più deboli.
La carena non comincia al peristoma, ma alquanto più alto, elevandosi quasi
ad angolo retto con un margine laterale lievemente convesso ; mantiene presso
a poco la stessa altezza per tutto il suo decorso e termina, degradando brusca¬
mente, all’altezza dell’umbilico. La sua struttura è perfettamente omogenea, senza
traccia di strie.
L’esame dell’animale non fa che confermare quanto è detto dal Tksch nella
sua diagnosi del genere; la proboscide voluminosa ed i brevi tentacoli lo fanno
distinguere a prima vista dall’animale di u n.' Atlanta.
La radula è composta, nell’individuo esaminato, di ben 94 serie, ed offre nei
denti mediani una conformazione caratteristica, la quale, a giudicarne dal disegno
di Tesoh (1909, plt. 2, fìg. 6) sembrerebbe soltanto accennata nella P. Souleyeti.
Il dente mediano ha una cuspide centrale acuminata e due cuspidi laterali di¬
vergenti; oltre a ciò il contorno delle cuspidi laterali si continua alla superfìcie
libera del dente in una piccola cresta ricurva ad arco molto stretto, per effetto
della quale si accenna al margine laterale e superiore del dente un secondo paio'
di cuspidi esterne alle prime e di queste più divergenti. A forte ingrandimento
ed a fuoco alto sembra di avere a che fare con vere cuspidi sporgenti dal mar¬
gine, ma esaminando i varii piani del preparato, è facile verificare ch’esse sono
semplicemente disegnate in rilievo sulla superficie raschiatoria del dente.
Il dente intermedio ha la cuspide sormontata da una cresta a tre prominenze:
le due superiori assai più accentuate della inferiore. I denti laterali sono poco
più brevi dell’intermedio, a differenza di quanto si verifica in parecchie Atlanta ;
la forma loro non offre nulla di particolare.
Da quanto precede la P. sculpta apparisce nettamente distinta dalla P. Sou¬
leyeti ; e poiché le dimensioni delle due specie sono presso a poco le stesse non
può sorgere il dubbio che si tratti di stadi successivi di una medesima specie.
Riassumo, per concludere, le differenze più importanti;
Spira bruna e relativamente piccola nella P. sculpta-, incolore e relativamente
grande nella P. Souleyeti.
Sculture spirali limitate alla superficie apicale nella P. sculpta ; sculture radiali
limitate alla superficie umbilicale nella P. Souleyeti.
Carena inserita più in alto del peristoma nella P. sculpta ; inserita al peristoma
nella P. Souleyeti 1).
!) Tali differenze non appariscono meno importanti quando si scelga come termine di paragone
l’individuo più piccolo di Protatlanta sculpta.
5
gen. Atlanta Lesueur, 1817
4. Atlanta Peroni Lesueur
(Fig. 6-10)
Mediterraneo, pesca notturna, 16.°
Atlantico tropicale, poco a N delle isole del Capo Verde, pesca not¬
turna, 22.°
!). Pacifico meridionale, pesca di superficie 20.°
Pacifico tropicale, pesca a 100 m. 2)
» » » »
» . » » »
» » pesca notturna, 29.°
» » » » 29.°
2
5
1
2
2
1
1
2
es.
»
»
»
»
»
Alcuni esemplari corrispondono al tipo A. rosea , descritto fino a poco tempo fa
come specie indipendente e riconosciuto poi dal Tesch come forma giovanile
dell’A. Peroni.
Studiando gli esemplari provenienti dal Pacifico Ito verificato che i caratteri
di rosea sono già scomparsi nelle conchiglie di mm. 2 x/2 — 3 di lunghezza. Per
contro negli esemplari del Mediterraneo e più spiccatamente in quelli dell’Atlan¬
tico tropicale si mantengono anche nelle conchiglie che hanno raggiunto 4 e
persino 5 mm. di lunghezza. Se ciò dipenda dalla statura massima raggiunta
dalla specie nei diversi mari non potrei dire con certezza. È stato bensì notato
più di una volta che le A. Peroni atlantiche diventano più grandi delle pacifiche;
tuttavia fra gli esemplari raccolti dalla « Vettor Pisani » nel Pacifico tropicale (9
giugno 1884) ve n’ ha uno che misura 8 mm. ; poco meno quindi dei maggiori
atlantici (10 mm. secondo Tesch, 1906). Non escludo a priori che possa trattarsi
di un andamento diverso dello sviluppo, indipendente dalla statura definitiva.
I grandi esemplari di A. Peroni , stadio rosea , dell’Atlantico meritano una de¬
scrizione, sia per facilitare il loro riconoscimento, sia per mettere in luce alcune
particolarità di struttura (Fig. 6-11).
La conchiglia misura da 3 x/2 a 5 mm. di lunghezza , si avvolge per 5 1/a o
per 6 giri ed è poco meno appiattita di quella di una A. Peroni adulta.
La spira non si avvolge in un piano, come in quest’ultimo stadio, ma forma
un cono sporgente, obliquo all’ indietro ; tale obliquità va soggetta a variazioni
individuali; occorre poi notare che il cono si presenta irregolare pel fatto che il
4.° giro è assai più largo dei primi tre. Non si osserva ancora alcun distacco
fra l’ultimo ed il penultimo giro; tre giri di spira sono visibili dalla parte um-
bilicale.
!) Le pescate che portano la data di febbraio e marzo 1883 vennero eseguite a pochi diecine
di miglia dalla costa Sud-Americana.
2) Queste cifre indicano la profondità massima raggiunta dall’attrezzo di pesca.
6
La spira, osservata a forte ingrandimento, apparisce finamente scolpita da una
serie di strie radiali, visibili nel 2.° e nel 3.° giro, diritte oppure lievemente si¬
nuose. Il Tesch (1909) ha recentemente figurato e descritto una scultura dello
stesso tipo nell’ A. inclinata Souleyet. Il terzultimo giro si presenta leggermente
carenato.
La carena comincia a circa metà altezza della conchiglia e si eleva rapida¬
mente per degradare quindi poco a poco e cessare al punto d’incontro col peri-
stoma. L’ apei’tura è ovale e la fessura marginale piuttosto profonda come nel-
VA. Peroni adulta.
Nessuno degli esemplari esaminati ha traccia di colorazione gialla alla base
della carena, mentre la presentano ben manifesta quelli di A. Peroni a caratteri
definitivi.
La radula offre tutte le principali caratteristiche di quella della A. Peroni
adulta e non lascia alcun dubbio circa la pertinenza degli esemplari descritti alla
sudetta specie.
5. Atlanta Gaudichaudi Souleyet
22 giugno 1882. Atlantico tropicale, pesca notturna, 26.° 2 es.
28 agosto 1884. Pacifico tropicale, » » 29.° 2 »
Lunghezza della conchiglia da 2 a 4 xl% mm.
B
6. Atlanta Lesueuri Souleyet
21 aprile 1882. Mediterraneo, pesca notturna, 16.° 1 es.
9 giugno » Atlantico tropicale, poco a N delle isole del Capo Verde, pesca not-
tnrna, 22.° 8 »
14 febbraio 1888. Pacifico meridionale, pesca di superficie 16.° 1 »
17 febbraio 1883. » » » » » 14.° 1 »
2 aprile 1884. Pacifico tropicale, » » » 27.° 2 »
8 » » » » » » » 2 »
Lunghezza della conchiglia da 1^3 mm.
Il Souleyet (1852) figura come A. Lesueuri tipica (pie. 20, fìg. 1-8) una Atlanta
in cui la fessura marginale è rudimentale e la carena si eleva bruscamente dal
margine dell’ apertura come quella di un Oxygyrus, mentre considera come va¬
rietà della stessa, le A. Lesueuri a fessura normale ed a carena che si origina al¬
quanto più in alto del margine.
Il Tesch (1909) non ritrovò la forma tipica fra gli esemplari del Souleyet co¬
sicché le sue figure ed i suoi cenni descrittivi si riferiscono alla varietà. Ora
l’esemplare proveniente dal Mediterraneo corrisponde esattamente per i suoi ca¬
ratteri, ed in particolare per la carena oxygyroide , al tipo di Souleyet.
Prima d’ora la specie venne citata una sola volta per il Mediterraneo (Vays-
sière, 1904).
8. Atlanta inclinata Souleyet
22 giugno 1882. Atlantico tropicale, pesca notturna, 26.° 4 es.
24 » » » » » di superficie, 27.° 2 »
8 agosto 1884. Pacifico tropicale » notturna, 29.° 1 »
Lunghezza della conchiglia da min. 1 3/4 sino a min. 4 1/2- La finissima scul¬
tura trasversale della spira, segnalata dal Tesch (1909) è ben visibile in tutti gli
esemplari.
9. Atlanta inflata Souleyet
21 aprile 1882. Mediterraneo, pesca notturna, 16.°
22 giugno » Atlantico tropicale, pesca notturna, 26.°
7 agosto » » » pesca di superficie, 22.°
17 febbraio 1883. Pacifico meridionale, pesca di superficie, 14.°
7 marzo » » » » » 14.°
31 maggio 1884. Pacifico tropicale, pesca a 1800 m.
» » » » » pesca di supei-ficie, 25.°
9 giugno » » » pesca a 100 m.
15 » » » » » »
8 agosto » » » pesca notturna, 29.°
5 es.
3 »
5 »
2 »
2 »
3 »
1 »
2 »
1 »
1 »
La lunghezza della conchiglia varia da 1 a 2 mm; le linee spirali alla super¬
ficie apicale sono sempre più o meno chiaramente visibili.
10. Atlanta helicinoides Souleyet
10 marzo 1885. Oceano Indiano, pesca notturna, 26.°
Centinaia di es.
Lunghezza della conchiglia da mm. 1 a mm. 1 1/2.
La forma degli esemplari raccolti corrisponde esattamente alla diagnosi ed alle
figure del Tesch (1909), colla differenza che la scultura, mentre è molto accen¬
tuata alla superficie apicale, è debolissima alla superfìcie umbilicale. Un parti¬
colare degno di nota si riferisce alla colorazione della conchiglia; oltre alla stri¬
sciolina bruna alla base della carena si osserva una
delicata tinta porporina al margine interno dell’ultimo
gh’O, in corrispondenza della sutura.
La radula è composta di una sessantina di serie, le
ultime minutissime in confronto delle prime; i denti me¬
diani ( Fig . 1 , nel testo) hanno cuspidi laterali alquanto
divergenti e lunghe presso a poco quanto la centrale;
i denti intermedi si distinguono per una cresta quadrangolare assai alta, diretta
quasi orizzontalmente verso l’interno e per una cuspide accessoria ben sviluppata,
posta immediatamente dietro la principale (Fig. 2 , nel testo). In base ai caratteri
della conchiglia il Tesch (1906) crede che la specie descritta dal Vayssière (1904)
8
come A. quoyana Souleyet debba riferirsi alla A. helicinoides: l’esame da me fatto
della radula sembra confermare tale opinione poiché fra il mio disegno e quello
del Vayssière (pie. 5. fig. 81) non vi sono differenze importanti, tuttavia non po¬
trei dare in proposito un giudizio definitivo.
11. Atlanta fusca Souleyet
21 aprile 1882. Mediterraneo, pesca notturna, 16.° 1 es.
Lunghezza della conchiglia min. 1 s/i. Strie irradianti dalfumbilico ben visibili. La
specie venne sin qui osservata una sola volta nel Mediterraneo (Oberwimmer, 1898).
12. Atlanta turricolata D’Orbigny
15 giugno 1884. Pacifico tropicale, pesca a 100 m. 1 es.
8 agosto » » » pesca notturna, 29.° 1 es.
Conchiglia lunga da 1 a 2 mm. Nell’esemplare raccolto il 15 giugno l’ultimo giro
è alquanto staccato dal penultimo e la carena penetra abbastanza profondamente
nell’ intervallo.
Pam. Carinaridae
gen. Cardiapoda D’Orbigny, 1836
13. Cardi apoda sp.
31 maggio 1884. Pacifico tropicale, pesca a 1800 m. 1 es.
L’esemplare è molto guasto ed incompleto; la forma della radula indica trat¬
tarsi di una Carinaria o di una Cardiapoda; a quest’ultimo genere lo fanno ascri¬
vere senz’altro la forma e la posizione della natatoia e della coda, una ulteriore
determinazione non è possibile. L’individuo è lungo 7 mm. e l’età giovanile si
manifesta nel grande sviluppo del bulbo faringeo in confronto al resto del corpo.
Pam. Pterotracheidae
gen. JPterotrachea Porskal, 1775
14. Pterotrachea sp.
14 agosto 1884. Pacifico tropicale, pesca notturna, 29.° 1 es.
Trattandosi di un solo individuo molto alterato, non è possibile determinarlo
con sicurezza, quantunque si avvicini alla P. mutica Lesueur.
gen. Firoloida Lesueur, 1817
15. Firoloida Desmaresti Lesueur
9
1-2 maggio 1882. Mediterraneo, pesca di superficie, 17-18.°
26 » » Atlantico settentrionale, pesca di superficie, 18.°
7 agosto » Atlantico tropicale, pesca di superficie, 22.°
? febbraio 1883. l) Pacifico meridionale, pesca di superficie
16 » » » » » » 14.°
18 » » » » » » 20.°
» » » » » pesca notturna
9 marzo » Pacifico tropicale, pesca di superficie, 20.°
19 » » »
23 aprile » »
13 dicembre »
» gennaio 1884. »
13-14 marzo » »
6 aprile » »
31 maggio »
22 giugno » »
30 luglio » »
1 agosto »
5
» » • »
» 22.°
» » » 26°
» » »
» » » 24.°
» » » 26.°
pesca a 1800 m.
pesca a 100 m.
pesca di superficie, 28.°
>» » 27.»
> » » 28.°
2 es.
17 »
2 »
1 »
2 »
28 »
32 »
2 »
2 »
2 »
1 >»
1 »
2 »
2 »
1 »
9 »
2 »
1 »
2 »
Lunghezza degli esemplari da 4 a 40 mm. Fra gli esemplari raccolti il 26
maggio nell’Atlantico settentrionale, in febbraio nel Pacifico meridionale, in giugno
nel Pacifico tropicale si osservano le femmine con lunghi cordoni di uova già
segnalate dal Chierchia (1885). Senza esprimere in proposito un giudizio asso¬
luto, io riterrei confermata la supposizione da me espressa in altro lavoro; che le
Firoloida sin qui descritte con una certa .
precisione aeDDano ruenrsi aci un unica
specie. Le Firoloida della « Vettor
Pisani » quelle del Golfo di Napoli
che ho raccolte alla Stazione Zoologica
(indicate dagli autori come F. Desma¬
resti) e quelle descritte dal Vayssière e
dal Tesch come F. Kowalewskyi non pre¬
sentano differenze degne di nota, qua¬
lora si prescinda da qualche variazione
individuale, talvolta abbastanza sensibile
anche fra individui del medesimo sciame.
La forma dell’ appendice caudale nella
femmina concorda in tutti gli esemplari
dal Vayssière e dal Tesch. Ho trovato
mine di Napoli ( Fig . 5, nel testo) meli
Fig. 3.
Una parte dei visceri di Firoloida Desmaresti 5, dise¬
gnati sul vivo a Napoli.
che ho veduti e che sono stati figurati
branchie ben sviluppate in alcune fem-
;re non son riuscito a scorgerle in un
l) Data poco leggibile sul cartellino.
10
maschio, esaminato vivente , della stessa località ; ciò tuttavia non può valere
come carattere differenziale poiché anche nelle Firoloida dell’ Oceano Indiano
siffatte appendici si mostrano assai variabili nella femmina e rudimentali nel
maschio (vedi le figure del Tesch, 1906). In parecchi esemplari della « Vettor
Pisani » appartenenti ai due sessi ho potuto facilmente accertarne la presenza.
La radula, studiata in individui di mari diversi, non presenta differenze sensibili.
Osservazioni generali.
Sapendo quanto siano infide le conclusioni d’ indole biogeografica ove queste
non vengano fondate sopra documenti abbastanza numerosi, mi limiterò a segna¬
lare una relazione che mi pare degna di nota, senza voler attribuire alla stessa
una importanza generale,
Già le spedizioni della « Bonite » (Souleyet 1852) e della « Si boga » (Tesch
1906) avevano dimostrato come nei mari caldi le Atlanta e le Firoloida compa¬
riscano talvolta gregarie, in sciami più o meno grandi; il fatto riceve conferma
dalle raccolte della « Vettor Pisani » per quanto concerne la Firoloida Desma-
resti e Y Atlanta helicinoides. Ora è d’uopo notare che i punti ove la « Vettor
Pisani » ottenne con un colpo di rete molto esemplari della stessa Firoloida
od Atlanta si trovano a poche diecine di miglia dalla costa, mentre la pesca in
pieno Oceano non diede che esemplari isolati o in numero assai limitato. Anche
le regioni dell’Arcipelago Malese, dove la « Siboga » incontrò siffatti sciami
non si trovano mai a distanza considerevole dalla terra emersa.
Per quanto concerne la distribuzione geografica degli Eteropodi riferibili alla
famiglia Atlantidae , osserverò che le due specie di Protatlanta conosciute cioè P.
sculpta n. sp. e P. Souleyeti siano finora le sole che risultino abitatrici esclusive
dell’Oceano Atlantico.
Addenda — Mi giunge, durante la correzione delle bozze, la memoria del
Tesch sui Pteropodi e gli Eteropodi raccolti dalla Percy Sladen Trust Expedi-
tion nell’ Oceano Indiano {Trans. Finn. Soc. Voi. 14, p. 165, Plt. 12-14, 1910). L’au¬
tore ritrova la Proatlanta Souleyeti anche nell’ Oceano Indiano ed esprime gli
stessi dubbi da me accennati circa la differenza specifica fra Firoloida Kowa-
lewskyi e F. Desmaresti.
Laboratorio di Anatomia Comparata della L. Università di Genova, il 2 novembre 1910.
11
Bibliografìa
1852. Souleyet, M. — Hétéropodes : Voyage de la « Bonìte ». Zoologie, Tome 2, pag. 289 ,
Pie. 16-23.
1885. Chierchia, G. — Collezioni per studi di Scienze Naturali fatte nel viaggio intorno al
mondo della R. corvetta « Vettor Pisani » (comandante G. Palumbo) negli anni
1882-88-84-85: Rio. Marittima , Roma , Voi. 18 , 3. trimestre pag. 239 , Tav. 1-5; 4.
trimestre , pag. 1 e 195, Tav. 11, A, B.
1888. Smith. E. — Report on thè Heteropoda: Voyage of H. M. S. « Challenger » Zoology,
Voi. 23, Part 72.
1898. Oberwimmer. A. — Mollusken II (Heteropoden und Pteropoden, Sinusigera ) gesammelt
auf S. M. Schifi’ « Pola » im ostlichen Mittelmeere: Ber. Comm. Oceanogr. Forsch.,
6 Reìlie, Zool. Erg. 10, pag. 573, 1 Taf. ( Denk . Akad. Wien, 65. Bd.).
1904. Vayssière, A. — Mollusques Hétéropodes provenant des campagnes des yachts « Hi-
rondelle » et « Princesse Alice » (1885-1908) : Rés. Camp. Se. Monaco, Fase. 26,
65 pag. 6 Pie.
1906. Tesch, J. J. — 1. Die Heteropoden der « Siboga » Expedition : Sihoga Exped. Mo-
nogr. 51.
1909. — — 2- Systematic monograph of thè Atlantidae ( Heteropoda ) with enumeratimi
of te species in thè Leyden Museum: Notes Leyden Mas. Voi. 30, pag. 1.
Spiegazione della Tavola 2
Tutte le figure, tranne la fig. n. 7, sono ottenute coll’aiuto della camera lucida. Gli ingrandi¬
menti indicati sono approssimativi.
Fig. 1. — Protatlanta sculpta n. sp. Conchiglia veduta dalla parte apicale. X 40.
La stessa. Conchiglia veduta dalla parte dell’apertura, coll’opercolo in situ. X 40.
La stessa. I primi tre giri della spira, x 120.
La stessa. Dente intermedio della radula. X 930.
La stessa. Dente mediano della radula. X 930.
Atlanta Peroni, stadio rosea, dell’Atlantico tropicale. Conchiglia veduta dalla parte api-
cale. X 19.— NB. La striatura propria dei primi giri non continua nell’ultimo, mentre
in questo non esistono, in realtà, che deboli strie di accrescimento.
La stessa. Conchiglia veduta dalla parte dell’apertura, x 15.
8. — La stessa. Dente mediano della radula. X 930.
9. — La stessa. Dente intermedio della radula. X 930.
10. — La stessa. Sommità della spira. X 65.
11. — Oxygyrus Rangi Conchiglia veduta dalla parte dell’apertura. X 40.
7. a
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
*
Annuario del l/meo Zoologico ( li. l'/uversifià) Napoli lA'Sl Vol.J.
fi- fisse/ olio.
Ld.Tactiìmrdi e Ferrosi -Foj/ia.
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( TST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 17. 17 Maggio 1911.
Prof. ALESSANDRO GHIGI
(Bologna)
Studio sistematico degli Icneumonidi aftricani appartenenti
al genere Osprynchotus Spinola.
(4 incisioni)
[Ricevuto il 16 Gennaio 1911]
In mezzo ad alcuni imenotteri raccolti nell’ Eritrea dal Dott. Vittorio Belli,
rinvenni due Osprynchotus , cogli ultimi segmenti addominali gialli , partico¬
larità esclusiva dell’ 0. capensis. Senonchè non coincidendo gli altri caratteri , e
sembrandomi abbastanza strano altresì che nell’ Eritrea avesse ad incontrarsi una
forma, che gli autori sono concordi nel limitare al Capo di Buona Speranza,
volli, prima di decidermi alla istituzione di una specie nuova, fare qualche con¬
fronto cogli esemplari dello stesso genere posseduti dal Museo Zoologico della
R. Università di Napoli, dal R. Museo zoologico di Torino e dal Museo Civico
di Storia Naturale di Genova, molto più che il Dott. Zavattari nelle sue Note
sugli Imenotteri del Ruwenzori, raccolti durante la spedizione di S. A. R. il Duca
degli Abbruzzi, accenna, avvalorandosi anche dell’opinione del Gribodo, ad una
possibile variabilità dell’O. flavipes , il quale presenterebbe qualche volta gli ultimi
segmenti addominali gialli.
Il Museo di Napoli possiede una femmina tipica di 0. capensis Spinola ed una
femmina tipica di 0. gigas Kriechbaumer; quest’ ultima precedentemente deter¬
minata per 0. flavipes Brulle.
Gli esemplari del Ruwenzori gentilmente comunicatimi dal Dott. Zavattari, mi
mostrarono subito un equivoco nella determinazione. Non si tratta infatti di 0.
2
fiavipes Brulle, sibbene di 0. gigas Kriechbaumer. E su questo punto non v'ha
dubbio alcuno, giacché questo Museo zoologico dell’ Università di Bologna, pos¬
siede per l’appunto i tipi di 0. gigas , istituito dal Kriechbaumer , tipi che ap¬
partengono alla ben nota collezione del Mozambico, formata nella prima metà
del secolo scorso dal Cav. Fornasini.
Viceversa l’esemplare del Lago Moero, attribuito dallo Zavattari ad 0. gigas ,
non appartiene a questa specie, ma più si avvicina al fiavipes Brulle.
Gli esemplari di Genova accrebbero il mio imbarazzo. V’ha infatti una fem¬
mina dello Scioa con estremità deH’addome gialla, determinata dal Tosquinet
per 0. capensis Spinola ; v’ ha un esemplare con addome interamente nero de -
terminato dallo stesso Tosquinet per 0. fiavipes Brulle, i quali , nè l’ uno nè
l’altro, corrispondono per gli altri caratteri alle descrizioni che di queste due
specie vengono date dall’autore francese nei suoi « Ich neumo nides d' A-
frique ».
E finalmente tra gli esemplari del Museo di Genova havvene un terzo deter¬
minato dal Gribodo per 0. fiavipes varietà — determinazione confermata dal To-
squinet — che offre 1’ ultimo segmento addominale colorato in giallo.
Questo esemplare peraltro ravvicina in modo tale i due precedenti determi¬
nati dal Tosquinet, che si sarebbe dovuto concludere che non esiste differenza
specifica nè subspecifica, tra 0. capensis Spin. ed 0. fiavipes Brulle.
Un’altra osservazione. La descrizione data dal Cameron nel 1906 del suo 0.
rufìceps non consente di distinguere questa forma dai tipi di 0. gigas Kricehb.
D’altra parte la descrizione che di questa specie dà l’entomologo tedesco è man¬
chevole, poiché non v’è alcun accenno al colorito del protorace che è rosso.
Da questa omissione, è forse derivato l’errore degli altri autori, i quali non
hanno potuto distinguere la specie istituita dal Kriechbaumer.
Per tutte queste considerazioni, occorrendo un materiale numeroso, mi rivolsi
al Museo Zoologico di Berlino, dal quale ottenni in istudio 165 esemplari di 0-
sprynchotus , oltre ad una piccola raccolta di proprietà del Prof. Krieger, mate¬
riale che mi ha consentito di risolvere le questioni accennate, e che mi ha per¬
messo di compiere il presente lavoro.
\
Descrizione del genere
Osprynchotus Spinola
Spinola, Mag. Zool. Voi. 2, p. 45 , 1841.
Schmiedecknecht, Genera Insectorum. Fase. 75 , p. 14, 1908.
Caratteri generali. — Questo genere si distingue dai suoi affini specialmente per
la presenza di una sola cresta trasversale sul metanoto, per l’areola relativamente piccola,
con nervi laterali chiaramente convergenti in alto, pel capo allungato inferiormente, e per
la notevole distanza fra la base degli occhi e quella delle mandibole. Sono i più grossi fra
tutti i criptini ed hanno le ali nere o violacee.
Capo fortemente ristretto dietro agli occhi, di aspetto marcatamente trapezoidale, assai
più lungo che largo e gradualmente assottigliato verso la bocca. Fronte concava, con una
piccola cresta che scende al di sotto dell’ocello anteriore nel mezzo di una fossetta! Faccia
quadra, convessa nel mezzo, e portante in alto un’eminenza tondeggiante posta sulla normale
che passa fra le antenne. Clipeo molto grande e convesso, non separato dalla faccia ', ma
distinto da questa mediante una depressione, che sui lati si trasforma in due solchi laterali
che lo separano dalle guance. Nel v’ha una leggera depressione verticale mediana in
vicinanza del labbro. Bordo inferiore del clipeo largamente, ma non profondamente smar¬
ginato. Guance molto allungate.
Labbro grande, prominente, trapezoidale, con bordo anteriore più stretto del posteriore,
troncato od appena leggermente smarginato nel mezzo.
Occhi lunghi, prominenti superiormente, molto distanti dalla base delie mandibole, smar¬
ginati posteriormente alla inserzione delle antenne.
Mandibole robuste con un brevissimo e tozzo dente subapicale al lato ventrale.
Palpi mascellari col secondo articolo, che è il più lungo, eguale al terzo ed al
quarto presi insieme: quest’ultimo è il più breve.
Antenne filiformi di 23 articoli, eccezionalmente 24, nella $ ; di 25 a 28 articoli, ma
più comunemente, anzi normalmente 27, nel Scapo breve, tagliato obliquamente dalla
parte esterna della base fino all’apice interno. Il primo articolo del flagello è più lungo di .
un quarto del secondo: l’ultimo è conico, leggermente più lungo dei precedenti ed è troncato
all’apice. Nel gli articoli 11-17 inclusi, sono ornati ciascuno da una cresta rilevata, lon¬
gitudinale ed obliqua sul lato esterno, più breve nell’undicesimo e nel diciassettesimo articolo.
Abbiamo dunque nelle antenne due caratteri sessuali secondari , consistenti 1’ uno nella
cresta suddetta e l’altro nel maggior numero di articoli del tf. A questi se ne potrebbe
aggiungere un terzo consistente nella maggiore variabilità che si riscontra nel numero degli
articoli maschili. Possiamo ritenere infatti il numero 23 tipico e normale per le 9 $ , men_
trechè nei cf cf, ove si eccettui 0. macrorhynehus con 25 articoli, gli altri tutti oscillano tra
26 e 28 con prevalenza del numero 27.
Non è pertanto corretta la dicitura del Tosquinet che attribuisce ad 0. capensis circa 28
articoli, ad 0. flavij)es 23 e ad 0. heros 29, senza fare alcuna distinzione sessuale.
Superficie generale del capo, in parte nitida e splendente, in parte grinzosa
ed opaca, specialmente sulle guance. Occipite, vertice e fronte sparsamente impressi di punti
non molto grossi, più radi dietro agli occhi. Punteggiatura più fitta, ma piuttosto rozza sul
labbro , sul clipeo e specialmente sulla faccia. Nella parte anteriore del clipeo si notano
rozze strie più o meno concentriche ai lati della linea mediana. Occipite pubescente.
T o r a c e lungo e voluminoso. Lobo mediano del pronoto stretto, e nascosto dal mesonoto
gibboso, prominente, trilobo in avanti, più o meno punteggiato.
4
I solchi che separano il lobo mediano da quelli laterali del mesonoto, si ricongiungono po¬
steriormente dando al lobo mediano aspetto deltoide con vertice situato all’indietro. Scutello
rilevato, fortemente convesso, nitido e poco punteggiato. Metanoto troncato, fortemente striato
o rugoso, diviso da un’unica cresta rilevata, curva e prossima allo scutello nella sua por¬
zione mediana. Lobi laterali del pronoto nitidi e lisci con qualche grinza nella porzione più
elevata. Mesopleure rugose, punteggiate e striate. Fianchi del metanoto rugosi ovvero striati .
Tutto il torace è vestito di peli piuttosto radi e lunghi.
Addome fortemente curvato, lateralmente compresso nella porzione terminale, special-
mente della 9 > glabro, fuorché nel ventre, ove trovatisi brevissimi peli. Peziolo liscio, ar¬
cuato, sottile, cilindrico, leggermente dilatato alla base, più ampio nella porzione apicale,
cogli spiracoli proeminenti e situati un poco oltre la metà del segmento stesso. Il secondo
segmento è molto più lungo che largo, strettissimo alla base, con apice largo più del doppio
di questa, di forma chiaramente conica; il terzo segmento è press’ a poco largo alla base
quanto all’apice, di aspetto cilindrico e, visto superiormente, un poco più lungo che largo.
I segmenti successivi, fortemente compressi sui lati, sono assai più alti che lunghi. L’ultimo
segmento è alto quanto son lunghi gli ultimi cinque presi insieme.
Terebra piuttosto lunga, discretamente curvata in alto: essa è naturalmente propor¬
zionata alla grandezza dell’individuo, ma la sua lunghezza in proporzione alla lunghezza del
corpo varia altresì col variare delle specie, ma non in maniera tale da non poter stabilire
che essa è press’a poco lunga quanto la metà del corpo, poco meno o poco più.
A 1 i grandi , bruno-nere con riflessi violacei o di azzurro acciaio molto accentuati. Un
sistema di fenestrelle jaline che gli autori non hanno ben descritto o hanno indicato come
carattere spècifìco per alcune specie, omettendolo per altre, è invece costantemente presente
in tutte le forme conosciute del genere. Tre di queste fenestrelle sono situate intorno all’a-
reola e precisamente una sul nervo laterale anteriore, la seconda sul nervo radiale e la terza,
che è la più grande, sul nervo ricorrente. Altri due piccoli punti j al ini, che interessano sol¬
tanto la nervatura, sono situati ai lati della cella cubitale interna. Nell’ala posteriore una
piccola fenestrella è sul nervo trasverso anteriore ed un punto su quello posteriore.
Areola di media grandezza, pentagonale , coi nervi laterali più o meno manifestamente
convergenti verso la cella radiale.
Zampe anteriori ed intermedie gracili; posteriori fortissime e molto lunghe, con anche
voluminose, tibie forti ed armate all’apice di due spine diseguali; tarsi slanciati, col primo
articolo lungo presso a poco quanto tutti gli altri presi insieme; unghie con un piccolissimo
dente al lato superiore ; ultimo articolo armato di quattro spine. Anche le tibie intermedie
portano un paio di spine diseguali.
I colori dominanti in questi insetti sono il nero ed il rosso, più o meno abbondante¬
mente variegati di giallo o di bianco.
Crii Osprynchotus sono i più grossi fra tutti i Cryptini , ma variano straordi¬
nariamente nelle dimensioni individuali. La massima differenza ho trovato in 0.
gigas Kkiechb. con 3” <3” lunghi da 15-28 mm. e con 9$ variabili da 18-32
mm. Le differenze specifiche di grandezza sono senza alcun confronto molto
meno accentuate di quelle individuali, e complessivamente quasi insignificanti.
Gli Osprynchotus abitano tutta l’Affrica tropicale, e sono parassiti di grosse
Vespe solitarie, ed in particolare di varie specie del genere Synagris.
f>
Chiave delle specie
1
2
Distanza che separa gli occhi dalla base delle mandibole, maggiore della larghezza della
taccia. Metanoto percorso da strie ondulate e parallele.
)
(
t
macrorhynchus n. sp.
Distanza' che separa gli occhi dalla base delle mandibole minore della larghezza della
faccia. Metanoto rugoso. 2
Tibie posteriori lunghe quanto i primi quattro articoli dei tarsi, interamente neri. Te-
rebra minore della metà della lunghezza del corpo.
heros Schletterer
Tibie posteriori più lunghe dei primi quattro articoli dei tarsi, variegati di giallo. Te-
rebra eguale o maggiore della metà della lunghezza del corpo. 8
3
4
5
Torace almeno in parte rosso. Addome nella $$ raramente giallo all’estremità; terebra
eguale o maggiore della metà della lunghezza del corpo. 4
\ Torace interamente nero. Addome nelle 99 giallo all’estremità ; terebra maggiore della
/ metà della lunghezza del corpo.
capensis Spinola
Mesotorace, metatorace e addome interamente neri. Lobo mediano del mesonoto chiara-
i mente depresso e rugoso. Terebra lunga quanto la metà del corpo.
* gigas Kriechbaumer
Mesotorace, metatorace e addome in parte rossi: qualche volta l’estremità dell’addome
è gialla. Lobo mediano del mesonoto leggermente convesso o piatto, punteggiato ,e non
rugoso. Terebra eguale o maggiore della metà della lunghezza del corpo. 5
Tibie e primo articolo dei tarsi posteriori in gran parte e spesso in massima parte
gialli. Addome variamente colorato. Terebra eguale o maggiore della metà della lun¬
ghezza del corpo. 6
Tibie posteriori gialle soltanto nella metà basale. Primo articolo dei tarsi posteriori
interamente nero od appena macchiato di giallo all’apice. Addome nero col peziolo rosso.
Terebra maggiore della metà della lunghezza del corpo.
flavipes Brulle
6
Estremità dell’addome gialla nelle 99- Terebra eguale alla metà della lunghezza del
corpo.
ethiopicus , n. sp.
Addome interamente nero. Terebra maggiore della metà della lunghezza del corpo.
moeroi, n. sp.
ir
1. Osprynchotus macrorhynchus n. sp.
C?. Capo smisuratamente lungo, in modo che la distanza che separa gli occhi dalla base
delle mandibole, è maggiore del diametro trasversale della faccia. Labbro lungo e troncato
all’apice. Faccia e clipeo discretamente impressi da punteggiatura finissima , e fortemente
convessi. Fronte concava e nitidissima. Vertice ed occipite scarsamente punteggiati, e ricoperti
da non molti peli, brevi e robusti, sparsi altresì sui lato anteriore del capo.
Antenne di 25 articoli. Protorace e mesotorace nitidi, con punti radi, un poco più fre¬
quenti sul mesonoto, che è gibboso in avanti, piatto e quasi concavo nella parte posteriore.
Scutello rilevato e scarsamente punteggiato. Metatorace marcatamente trapezoidale, più largo
all’apice che alla base, percorso da sottili strie rilevate trasversali e parallele, le quali oc¬
cupano non solo il metanoto, ma si stendono anche sui lati. Anche sulle mesopleure domi¬
nano le strie sulle rugosità e punteggiature.
Tarsi posteriori più lunghi delle relative tibie.
Nero, col protorace, mesotorace, femori e tibie anteriori rosse. Il capo è pure rosso po¬
steriormente: la fronte è bruno-rossastra e passa gradatamente al nero sul clipeo. Antenne
interamente nere senza anello bianco o chiaro. Lo scutello è posteriormente macchiato di
nero. Tarsi anteriori pallidi, coll’ultimo articolo bruno: tibie posteriori con un anello bianco,
occupante presso a poco il terzo centrale.
Ali marcatamente violacee alla base, nerastre all’apice, leggermente rischiarate nel mezzo,
cosicché le fenestrelle ialine appaiono meno spiccate.
Lungh. 16 mm.
Habitat. — Makomo, nell’ interno della Guinea spagnuola; un unico esemplare di sesso
maschile ex colteci. Tossman , appartenente al E. Museo di Berlino.
Questa specie per due caratteri di struttura, è nettamente distinta da tutte quante le altre
fino ad ora conosciute. In primo luogo l’estrema lunghezza della faccia. Negli altri Ospryn-
cìiotus, il capo è sempre complessivamente più lungo che largo, ma il diametro trasverso
della faccia supera notevolmente la distanza che separa gli occhi dalla inserzione delle man¬
dibole. In 0. macrorhynchus al contrario, tale distanza supera la larghezza della faccia.
L’altro carattere si riferisce alla scultura del metatorace, che non è fortemente e grosso¬
lanamente punteggiato e rugoso, ina percorso come già ho descritto, da sottilissime creste
rilevate e parallele, che si prolungano poi nei fianchi.
7
Nel resto, e particolarmente pel colorito, rassomiglia ad 0. heros , col quale lia in comune
la maggiore lunghezza dei tarsi posteriori in confronto alle tibie. Il torace , l’ addome e le
zampe sono come in H. heros ; diversa è invece la colorazione del capo , in massima parte
nero, e della faccia , in parte nera ed in parte bruno-rossa , invece che gialla come è in
tutte le altre specie. La mancanza di anello chiaro alle antenne, potrebbe non essere ca¬
rattere distintivo, avendo trovato un maschio di 0. gigas con antenne interamente nere.
Rileverò piuttosto la sfumatura chiara delle ali intorno all’areola, che rende meno spiccate
le tre fenestrelle sulle nervature.
2. Osprynchotus heros Schletterer.
Schletterer, Ann. Soc. Ent. Belg. Voi. 35, p. 33, $ , 1891.
Tosquinet, Mém. Soc. Ent. Belg. Tome 5, p. 248 , 9 cf\ 1886.
9 cf. Capo più lungo che largo, ma non come nella specie precedente ; la distanza che se¬
para gli occhi dalla base delle mandibole è assai minore del diametro trasversale della faccia.
Torace più o meno variamente punteggiato, col mesonoto convesso, trilobo in avanti con
forti punti e piccole rughe sulla parte posteriore del lobo mediano; i lobi laterali hanno
punteggiature poco numerose e sparse. I banchi sono in parte punteggiati ed in parte obli¬
quamente striati.
Addome appena compresso all’estremità, anzi abbastanza globoso. Terebra più breve della
metà della lunghezza del corpo.
Ali grandi e larghe : il diametro dell’ ala anteriore e posteriore prese insieme nel punto
della massima larghezza, supera la metà della lunghezza dell’ala antei’iore. Areola chiara¬
mente storta in senso antero- interno : nervi laterali quasi paralleli alla base; il nervo ricor¬
rente sbocca manifestamente in posizione più prossima al laterale esterno, cosicché i due
lati inferiori del pentagono son molto diseguali. La grande fenestrella jalina sul nervo ri¬
corrente è di forma esagonale e piuttosto larga.
Tibie posteriori piuttosto gracili e più brevi dei relativi tarsi, eguagliando in lunghezza
soltanto i primi quattro articoli degli stessi.
9 • Capo interamente rosso vivace, più o meno leggermente annerito nella zona ocellare
e sulle guance. I palpi sono bruno¬
nerastri. Antenne nere con scapo
in parte rosso alla base, e con a-
nello biancastro su cinque o sei
articoli del flagello a cominciare
dall’ ottavo e dal nono (del fla¬
gello) Protorace e mesotorace in¬
teramente rossi ; metatorace e ad¬
dome interamente neri. Zampe an- „ . .
r Fig. 3. — Areola e fenestrelle jaltne: a, di O. heros Schlett. ; b, di
teriori bruno-rossastre colle anche o. ethiopicus n. sp.
rosse: qualche volta anche i fe¬
mori passano addirittura al rosso; zampe intermedie nere, colla base delle anche spesso
rossastre; zampe posteriori nere con un anello bianco nella metà basale delle tibie.
Lungh. 22-28 mm., terebra 10-13 mm.
cf. Capo rosso posteriormente: fronte e guance nere; faccia, clipeo e labbro giallo chiaro
biancastro. Tarsi anteriori biancastri. Antenne di 27 articoli, con anello bianco dal 9-15 del
flagello. Un anello biancastro occupa quasi tutta la tibia intermedia. In tutto il resto è si¬
mile alla 9 •
Lungh. 18 mm.
Habitat. — Abita il Togo, il Kamerun , l’ Hinterland della Tripolitania. Secondo Tosquinet
si rinviene altresì nel Congo equatoriale, nel Senegai, nella Sierra Leone.
Fra gli Osprynchotus da tempo conosciuti, questa è la specie che si differenzia sensibil¬
mente da tutte le altre per caratteri di struttura. Già lo Schletterer ed il Tosquinet hanno
rilevato che la lunghezza della tenebra è minore che nelle altre specie. In primo luogo essa
è spiccatamente minore, di 2 inm. circa, dalla metà della lunghezza totale del corpo, e nel¬
l’animale disteso non raggiunge l’estremità dei tarsi posteriori , i quali sono alla lor volta
sensibilmente più lunghi delle relative tibie, più gracili che non nelle altre specie. L’addome
è piuttosto globoso all’estremità, e meno convesso. Le ali sono più larghe: in 0. heros , come
ho già rilevato, la larghezza dell’ala anteriore e della posteriore prese insieme, supera la
metà della lunghezza dell’ala anteriore, mentre in tutte le altre specie seguenti le ali sono
più strette e la loro larghezza complessiva è minore della metà della lunghezza dell’ala an¬
teriore. Altra differenza sensibile la troviamo nella forma dell’areola. In 0. heros il nervo
laterale esterno è alla base quasi parallelo al laterale interno e si curva fortemente indentro,
oltrepassata la finestrella jalina. L’ areola appare pertanto posta in sghembo, ed a ciò con¬
tribuisce l'altro fatto che il nervo ricorrente sorge al di là del punto mediano del bordo
posteriore di essa Negli altri Osprynchotus , come vedremo , i due nervi laterali sono più
chiaramente convergenti in alto, ed il ricorrente sorge dal mezzo o al di qua del mezzo del
bordo posteriore. Cosicché l’areola appare più diritta e meno irregolare.
Noterò inoltre la maggiore ampiezza della fenestrella jalina sul nervo ricorrente. Anche
pei tarsi interamente neri, 0. heros può facilmente distinguersi da tutte le altre forme Nelle
dimensioni è di gran lunga più frequente la misura grande di 26 a 28 min.
3. Osprynchotus capensis Spinola.
Spinola. May. Zool. Voi. 2, p. 75 , 9 c?5 1041
Tosquinet, Meni . Soc. Ent. Belg. Tome 5, p. 244 , 9 d\ 1096.
Fronte leggermente rugosa intorno all’ocello anteriore. Solchi limitanti il lobo mediano
del mesonoto lineari e molto evidenti. Mesonoto leggermente convesso, punteggiato e poste¬
riormente alquanto rugoso. In questa e nelle specie seguenti, il diametro dell’ ala anteriore
e posteriore prese insieme nel punto della massima larghezza, è inferiore alla metà della
lunghezza dell’ala anteriore.
9 • Nera, col capo, l’estremità dell’addome e le zampe variopinte. Faccia, clipeo e labbro
rossi. Antenne nere con anello giallo fulvo che occupa da 5 a 7 articoli, a cominciare dal
settimo del flagello. Scapo rosso anteriormente. Palpi bruni. Mandibole rosse con punta nera¬
stra. Torace interamente nero. Addome nero cogli ultimi segmenti gialli. Zampe anteriori
nere, eccetto le tibie rossastre specialmente nel lato interno. Zampe intermedie nere. Zampe
posteriori variegate di giallo carico: sono gialle le tibie posteriori, meno il tratto apicale
corrispondente a poco più del quarto, ed i tarsi ad eccezione dei due terzi basali del primo
articolo, che sono neri, e l’ultimo articolo coll’unghia che è bruno.
Lungh. 18-30 mm., terebra 11-18 nnn.
cf. Corpo interamente nero. Faccia, clipeo e labbro giallo-paglierino. Dello stesso colore
l’anello sulle antenne, che dipinge 6 o 7 articoli a cominciare dal nono incluso. I due ar¬
ticoli estremi dell’anello sono soltanto in parte colorati. Zampe anteriori nere, coi ginocchi,
le tibie ed i tarsi, meno l’ultimo articolo, giallo chiari. Zampe intermedie pure nere colle
tibie giallo chiare. Zampe posteriori colorate come nella 9 •
Lungh. 19-27 mm.
9
Habitat. — Sud Affrica dal Capo di Buona Speranza al Transvaal meridionale.
Con questa specie si inizia la serie degli Osprynchotus , i quali hanno terebra eguale o
maggiore della metà della lunghezza del corpo, mai più breve come in 0. hpros, e che hanno
le tibie lunghe e robuste, presso a poco quanto i tarsi.
Il Tosquinet assegna alla terebra una lunghezza di 13 mm„ io ho trovato che essa varia
a seconda degli individui, da un minimo di 11 ad un massimo di 18 mm, e | poiché le di¬
mensioni del corpo variano da 18 a 30 mm., si può concludere che la terebra supera ma¬
nifestamente la metà della lunghezza del corpo.
Il Tosquinet assegna alla 9 25 mm. di lunghezza; nei 18 esemplari da me studiati ve
ne sono 10, i quali superano questa misura. Quanto al Tosquinet gli assegna 20 mm;
probabilmente questa è la misura media. Di quattro esemplari appartenenti al Museo di
Berlino, uno misura 19 mm., due ne misurano 21, ed uno raggiunge i 27 mm.
Questa specie si avvicina per la scultura ad 0. gigas : ma è differente da tutte le altre
pel colorito interamente nero del torace e dell’occipite: quest’ultimo però è qualche volta
sfumato di rossastro. Ha comune con 0. ethiopicus , l’estremità dell’addome gialla. Sono ge¬
neralmente di questo colore gli ultimi quattro segmenti dorsali e l’ultimo ventrale: il quarto
dorsale è per solito orlato di giallo. Qualche volta sono gialli soltanto gli ultimi tre seg¬
menti, e tal altra il giallo invade completamente anche il quarto segmento, cosicché si può
dire che il numero dei segmenti gialli è normalmente di 4, variabile peraltro da 3 a 5.
E anche assai caratteristica nelle 9 $ la colorazione in massima parte nera delle zampe
anteriori, e nei rfgff il colorito in massima parte giallo di tutte quante le tibie.
4. Osprynchotus gigas Ivriechbaumer
0. gigas Kriechbaumer, Meni. Accad. Se. Bologna, Serie 4, Voi. 5, p. 152 , 9> 1894.
0. ruflceps Cameron Ann. S. Air. Mus. Voi. 4, p. 142, 9 1891.
0. flavipes Stadelmann, Hymenopteren Ost Afrikas , p. 52 1898.
0. flavipes Zavattari, Il Ruwenzori Voi. 1 , p. 12, Hoepli , Milano , 1909.
9 • Lobo mediano del mesonoto posteriormente depresso, quasi concavo in confronto ai
due laterali, grossolanamente punteggiato e rugoso. Capo rosso colle orbite facciali fulve-
scenti. Antenne nere, collo scapo rosso inferiormente, e con anello fulvo che occupa tre o
quattro segmenti a partire dal decimo. Il protorace è rosso; il mesotorace e metatorace in¬
teramente neri. Zampe anteriori rosse coi tarsi bruni. Zampe intermedie nere. Tibie poste¬
riori con anello giallo che occupa i due terzi basali della lunghezza della tibia. I tarsi po¬
steriori sono gialli colla metà basale del primo articolo
nera, e coll’ ultimo articolo bruno.
Fenestrella jalina sul nervo ricorrente delle ali an¬
teriori lunga e stretta con margini quasi parralleli al
nervo. Questo sbocca per solito al di qua del punto me¬
diano del bordo posteriore dell’areola.
Lungh. 18-32 mm., terebra 9-16 mm., pari alla metà
circa dell’intera lunghezza del corpo.
(f. Nero, eccettuate le seguenti parti. Capo, proto¬
race e zampe anteriori rosse, come pure il lato inferiore
dello scapo delle antenne. Faccia, clipeo e labbro giallo chiari. L’anello fulvo delle antenne
occupa due o tre articoli compresi fra l’undecimo ed il quindicesimo. I palpi sono pallidi,
col primo e l’ultimo articolo bruno-scuri. Tarsi anteriori pallidi. Zampe intermedie nere, eon
una stria biancastra più o meno estesa sul lato interno delle tibie. Questa stria può essere
Fig. i. — Zampe posteriori : a , di O. gigas\
b, di O. flavipes ; e, di O. heros.
10
ridotta ad una piccola macchia e qualche volta può mancare affatto. Zampe posteriori come
nella 9 •
Qualche volta il capo è macchiato di nero attorno agli ocelli, dietro l’inserzione delle
antenne o sulla fronte. Il primo articolo dei tarsi posteriori è, non di rado, in massima
parte giallo.
Gli articoli delle antenne variano da 26 a 28, ma sono generalmente 27.
Lungh. 15-28 inm.
Habitat. — Africa orientale tedesca, Ruwenzori, laghi Nyanza e Niassa, Sansibar , Mo¬
zambico, Bagamoyo, Usaramo, Baia di Delagoa, Nord Transvaal, (?) Angola.
Questa specie è stata istituita nel 1894 dal Kriechbaumer sopra due femmine possedute
dal Museo Zoologico della Università di Bologna, e contenute nella raccolta fatta al Mo¬
zambico dal Cav. Fornasini verso la metà del secolo scorso. La diagnosi del Kriechbaumer
è la seguente.
« $ Niger, capite , antennarum scapo, femoribus tibiisque anticis rufis, illarum annulo et
orbitis facialibus fulyescentibus , tibiis tarsisque posticis maxima parte flavis , alis violaceis,
apice late nigris ». Più innanzi parla di « mesonotum rugoso punctatum » carattere ben di¬
stinto, e poi « caput rufum » e di « pedes untici rufl », ma non si ha veruno accenno al
protorace rosso.
Vanno attribuiti a questa specie gli esemplari del Ruwenzori raccolti dalla spedizione di
S. A. R. il Duca degli Abruzzi, e determinati dallo Zavattari per 0. flavipes Brullé, nonché
86 esemplari dell’Affrica centrale ed orientale posseduti dal Museo Zoologico di Berlino e
determinati in gran parte anch’essi per 0. flavipes dal Tosquinet.
E giusto ammettere subito che i citati autori non potevano riconoscere negli esemplari
che avevano sott’occhio, l’O. gigas Kriechbaumer, avendo questi, come ho già ripetuto, omesso
di rilevare la differente colorazione del protorace. Non è altrettanto facile capire perchè
essi, e specialmente il Tosquinet, l’abbiano confuso col flavipes. In questo adunque i tre seg¬
menti del torace sono rossi, almeno di tìanco e di sotto, mentre nel gigas soltanto il primo
segmento è rosso, e gli altri due sono sempre ed interamente neri. Inoltre la colorazione
delle zampe posteriori è nel gigas simile a quella del capensis , già da tempo conosciuto,
mentre nel flavipes il giallo è costantemente più limitato in ispecie sul primo articolo dei
tarsi, che può dirsi nero addirittura.
Prescindendo poi da questi caratteri di colorito, i quali sono sufficienti da soli per seperare
le due forme, 0. gigas ha il lobo mediano del mesonoto piuttosto depresso e rugoso, mentre
il flavipes lo ha piatto e solamente punteggiato. Inoltre la terebra del gigas è più breve
di quella del flavipes , non superando la metà della lunghezza del corpo. La fenestrella ja-
lina sul nervo ricorrente dell’ala anteriore è, da ultimo, più larga nel flnvipes che non nel
gigas.
Mi sembra poi riferibile a questa specie 0. ruflceps Cameron, la diagnosi del quale cor¬
risponde a quella che si può fare del gigas , tenendo presente il colorito rosso del protorace.
Nella nota esplicativa alla diagnosi, il Cameron parla di regione ocellare e frontale nera:
10 non ho trovato alcuna femmina che non avesse il capo interamente rosso, ma poiché il
cf gigas offre tale carattere e costantemente, panni eccessivo istituire una specie sopra una
differenza di questo genere. L’entomologo inglese rileva più innanzi rhe 0. ruflceps rasso¬
miglia molto ad 0. flavipes , ma che se ne può distinguere fra le altre cose per la maggior
lunghezza della terebra. Questa differenza perde ogni valore di fronte alle dimensioni che
11 Cameron riferisce in questo modo: «Lungh. 21 mm.; terebra 10 mm. ». L’esemplare pro¬
viene da Port St. Johns, che si trova sul limite estremo dell’area di diffusione di 0. gigas.
11
Il Kriechbaomer non aveva dato la descrizione del il quale è perciò nuovo per la
scienza. Esso è facilmente riconoscibile dai delle specie lino ad oggi conosciute, per
quegli stessi caratteri che sono stati rilevati anche per le 9 $ • Più difficile invero è di¬
stinguerlo dal (j71 di 0. ethiopicus n. sp . Ma a prescindere dal fatto che questo, come ve¬
dremo, ha spesso il torace rossastro, v’ha una differenza nel colore delle tibie e dei tarsi
intermedi, che nel di 0. ethiopicus sono di color rossiccio pallido, mentre nel di 0.
gigas sono neri con una macchia o stria biancastra sul lato interno della tibia.
5. Osprynchotus ethiopicus n. sp.
0. fiavipes Gribodo Ann. Mas. Giv. Genova Voi. 16, p. 255 , 1881.
9- Mesonoto leggermente convesso, piatto ma non concavo nella porzione posteriore del
lobo mediano, sparso di punti piuttosto grossolani, ma non tanto forti e fitti da costituire
vere rugosità.
Tarsi posteriori leggermente più brevi delle relative tibie.
Capo rosso , tutt’al più con una macchietta nera fra gli ocelli. Antenne rosse o bruno¬
rossastre, con anello chiaro qualche volta indistinto. Protorace rosso; mesotorace bruno-ros¬
sastro, in taluni esemplari nereggiante, in altri addirittura rosso; metatorace nero, qualche
volta rossiccio sui fianchi. Zampe anteriori interamente rosse; intermedie bruno-rossastre
colle tibie ed i tarsi più chiari ; posteriori nere con anello giallo sui due terzi basali delle
tibie, e coi tarsi gialli ad eccezione delia metà o del terzo basale del l.° articolo, che è nero.
Addome nero cogli ultimi segmenti (2 a 4) gialli, e coi primi tre spesso macchiati di bruno¬
gialliccio sulla parte mediana del bordo. Il peziolo è bruno-nero 0 rossastro.
Lungh. 23-28 mm., terebra 12-14 min.
cf . Capo rosso con fronte nera ; faccia , clipeo e labbro giallo chiari. Antenne nere 0
rossastre con anello chiaro più 0 meno esteso, e qualche volta mancante. Protorace rosso ;
mesotorace variabile dal rosso al nero ; metatorace generalmente nero, qualche volta rossa¬
stro sui fianchi. Addome nero. Zampe anteriori rosse : intermedie brune 0 rossastre colle
tibie ed i tarsi decisamente rossastri 0 rosso-giallìcci. Zampe posteriori come nella 9 > però
il primo articolo dei tarsi è in generale per la massima parte giallo.
Lungh. 18-22 mm.
Habitat. — Altipiano etiopico. 2 Q 9 ) 1 cf ùa Ghinda (Eritrea, raccolta Belli); 2 da
Gheleb ed uno da Cheren (Eritrea, collezione del Prof. Ivrieger) ; 2 9 9 e ^ cf cf dallo Scioa
(Museo civico di Genova); 9 dall’Alto Egitto (Museo di Berlino).
Questa specie è certamenle Ja più variabile, sia nella maggiore o minore estensione del
colorito rossastro sul torace e sulle antenne, sia nel maggiore 0 minor numero di segmenti
addominali gialli. Ne è prova il fatto di avere attribuito ad 0. ethiopicus la 9 dello Scioa
appartenente al Museo Civico di Genova, determinata dal Tosquinet per 0. capensis e l’al¬
tra femmina pure dello Scioa, che il Tosquinet ha determinato per 0. fiavipes ed il Gribodo
per 0. fiavipes varietà.
Il carattere che ha indotto il Tosquinet ad attribuire l’esemplare scioano ad 0 capensis ,
è unicamente l’estremità dell’addome gialla, carattere presente soltanto nelle serie del Capo
di Buona Speranza e nelle quattro femmine dello Scioa ed Eritrea che ho avuto in istudio.
Ma la 9 dell’O. capensis ha il torace interamente nero, e soltanto la parte anteriore del
capo e le tibie anteriori sono rosse 0 rossastre. jSTell’esemplare in discorso il torace è quasi
tutto rosso, come le zampe anteriori e gran parte delle intermedie, nonché il capo colle an¬
tenne. Inoltre parafi che V habitat dell’ima specie, che si trova nell’estremo sud dell’Africa.
12
escluda ogni identità colFaltra che occupa le località più nordiche, nelle quali il genere è
stato fino ad ora rinvenuto. E perchè mai il Tosquinet, dopo aver determinato per capensis
un esemplare cogli ultiTni 3 segmenti addominali gialli, ha determinato per flavipes un esem¬
plare che ha di tal colore 2 soli segmenti, coincidendo in tutto il resto col primo ?
In confronto con 0. flavipes, 0. ethiopicus differisce non solo per la diversa colorazione
dell’addome, ma anche per quella delle tibie e dei tarsi posteriori, i quali corrispondono
bene a quelli di 0. gigas. Rimando il lettore alle note su questa specie circa le differenze
concernenti le zampe posteriori. Il flagello delle antenne in 0. flavipes è sempre nero; in
0. ethiopicus è bruno o rossastro, ed i primi articoli almeno ne sono rossi come lo scapo.
Aggiungasi che le zampe posteriori sono più brevi e meno robuste che in 0. flavipes, e
la terebra non cosi lunga.
In confronto ad 0. gigas , basterà accennare alla diversa scultura del mesonoto, che in que¬
sta specie è parzialmente ma chiaramente rugoso, ed al fatto che in essa il color rosso è
limitato al capo, protorace e zampe anteriori.
E più difficile differenziare i maschi. Rilevo peraltro che in 0. flavipes il capo è inte¬
ramente rosso ed il torace colle anche pure rosso, eccettuate sfumature nere sul metanoto.
In 0. ethiopicus è nera la fronte, ed il torace in massima parte nero; inoltre mentre in
quello troviamo tibie e tarsi intermedi neri o bruni, in questo li troviamo rossi od ancor
più pallidi. In confronto ad 0. gigas sta la scultura del mesonoto, ed il fatto che in quello
tibie e tarsi intermedi sono neri con una macchia o stria biancastra al lato interno delle tibie.
La variabilità di 0. ethiopicus alla quale ho accennato in principio, consiste particolar¬
mente nella maggiore o minore estensione del rosso sul torace e sulle antenne e sul mag¬
giore o minoi- numero di segmenti addominali gialli. Le due femmine eritree e quella egi¬
ziana sono più nere e più gialle; le due femmine scioane sono più rosse e meno gialle. Peraltro
dei due esemplari $ di Gheleb appartenenti al Prof. Krieger e comunicatimi dal Museo
Zoologico di Berlino, uno ha il mesotorace nero e l’altro lo ha quasi interamente rosso. Era
gli esemplari del Museo di Genova una $ dello Scioa mi ha lasciato perplesso: non può es¬
sere attribuita a flavipes nè a gigas pei caratteri già troppe volte citati, mentre è somiglian¬
tissima ad ethiopicus , ma ha l’addome interamente nero. Bisognerebbe ammettere che questa
specie vari anche nella colorazione dell’addome, oppure che nello Scioa esista una varietà
nella quale alla intensificazione del rosso sul torace, corrisponda la diminuzione e la scom¬
parsa del giallo sull’addome. Comunque questo dubbio non potrà essere risolto, se non col¬
l’esame di numeroso materiale di quelle regioni.
6. Osprynchotus moeroi n. sp.
9 • Scultura del capo e del torace come in 0. flavipes. Capo rosso colla massima parte
della faccia ed una macchia sul clipeo gialla. Protorace e mesotorace rossi con macchie
nere sui lobi laterali del mesonoto e sulle mesopleure. Metatorace e addome neri. Zampe
anteriori rosse, intermedie nere e posteriori variegate di giallo. Sono gialli poco meno dei
due terzi basali della tibia ed i tarsi, meno i due terzi basali del primo articolo.
Lungh. 27 min.; terebra 16 mm.
Habitat. — Un esemplare del lago Moero, appartenente al R. Museo Zoologico di Torino.
Come ho accennato nella prefazione, non è possibile attribuire questo esemplare ad 0. gigas
Kriechb, e ciò per la maggiore lunghezza della terebra, per la diversa scultura del mesonoto
che nell’O. moeroi è punteggiato ma non rugoso, e finalmente per la colorazione rossa del
mesotorace, che è sempre nero opaco in 0. gigas. D’altra parte l’esemplare del lago Moero
offre talune differenze apprezzabili in confronto di 0. flavipes. In quest’ultimo tutte le parti
18
inferiori, le anche ed il peziolo sono sempre rosse, nè mi è accaduto di trovare alcun esem¬
plare che mi consenta di ritenere variabile il colorito di queste parti, come accade pel me-
sonoto ed il metanoto. Il giallo dei tarsi e delle tibie posteriori è inoltre più carico e più
esteso di quel che non sia in 0. flavipes. Ed anche questo è un carattere che ho potuto
rilevare costante.
In 0. moeroi la faccia è in massima parte gialla, mentre nelle $ $ di tutte le altre
specie essa è uniformemente rossa, come il clipeo.
Da ultimo è da tenersi in massima considerazione Y habitat , prossimo a quello di 0. gigus,
ma assai lontano da quello di 0. flavipes.
L’esemplare è imperfetto perchè privo di antenne, ma, come è dato rilevare dalle altre
descrizioni, queste appendici del capo non possono presentare alcun carattere tale da in¬
firmare di per sè la bontà della specie.
7. Osprynchotus flavipes Brulle.
Brulle Hist. Nat. Ins. Hymén. Voi. 4, p. 135 , $ , 1846.
Kriechbaumer, Berlin. Ent. Zeits. 39 Bd., p. 302 , , 1894.
Tosquinet, Meni. Soc. Ent. Belg. Tom. 5 , p. 246 , 9 d\ 1896.
Q. Mesonoto convesso innanzi, leggermente piatto indietro, punteggiato ma non rugoso.
Tibie posteriori robuste, lunghe quanto i tarsi. Addome slanciato e fortemente compresso
all’estremità. Terebra più lunga della metà della lunghezza del corpo. Capo, torace, peziolo
ed anche rossi. Mesonoto e metanoto più o meno abbondantamente ed intensamente sfumati
di nero. Addome nero. Antenne nere, collo scapo rosso ed un anello giallo chiaro generalmente
limitato al nono e decimo articolo del flagello: l’ ultimo è bruno-rossiccio. Zampe anteriori
rosse coi tarsi bruni; delle intermedie oltre alle anche sono rossi i trocanteri ed i femori,
mentre le tibie ed i tarsi sono bruno nerastri o neri. Nelle zampe posteriori F anca ed il
trocantere sono rossi, il femore bruno o nero, la tibia giallo-chiara nella metà basale e nera
in quella apicale: il tarso ha il primo articolo interamente nero o tutt’al più macchiato ap¬
pena di giallo all’apice; il 2°, il 3°, il 4° giallo chiari, il 5° bruno.
Ali lunghe e strette: il diametro dell’ala anteriore e posteriore prese insieme nel punto
della massima larghezza, è minore della metà della lunghezza dell’ala anteriore. Areola ab¬
bastanza regolare: nervi laterali manifestamente convergenti in alto: quello esterno non molto
curvato : il nervo ricorrente sbocca nel mezzo del bordo posteriere. La grande fenestrella
jalina sul nervo ricorrente è piuttosto larga, ed i suoi margini sono spezzati e non paralleli
al nervo.
Lungh. mm. 22-31; terebra 12-17.
. Differisce dalla 9 ue' seguenti caratteri. Faccia, clipeo e labbro giallo chiari. Anello
giallo chiaro delie antenne per solito sugli articoli 9-12 e sulla base del 13° del flagello.
Zampe anteriori interamente rosse. L’anello giallo-chiaro sulle tibie posteriori occupa i due
terzi basali.
Lungh. 18-28 mm.
Habitat. — - Togo, Dahomé, Kamerun.
Questa specie è nettamente distinta da tutte le altre , più che per differenze di forma,
per differenze di colore in massima parte costanti. In primo luogo tutto il torace è rosso,
e sebbene il mezzo del mesonoto e del metanoto siano generalmente nerastri, si tratta di
sfumature più o meno cariche, le quali non si estendono mai ai fianchi, al petto, alle anche
ed al peziolo. Inoltre il giallo delle zampe posteriori è un giallo zolfo chiaro, e non arancio
14
carico quale si osserva in tutte le altre specie, ed è costante la minore estensione di esso
sulla tibia , in confronto ad 0. capensis , gigas , ethiopicus e moeroi. Il primo articolo dei
tarsi posteriori è interamente nero o macchiato di giallo sulla faccia articolare, mentre in
tutte le altre specie or ora citate, il giallo occupa buona parte e qualche volta la massima
parte dell’articolo.
Va notata inoltre la lunghezza della terebra, la quale negli esemplari ben distesi sorpassa
1 ’ estremità dei tarsi posteriori.
Tra le femmine predominano gli esemplari grandi, che superano i 27 min. di lunghezza.
Tabella delle specie
Come conclusione di questo lavoro, darò qui 1’ elenco delle specie fino ad ora
note di
Osprynchotus
1. macrorhynchus n. sp., rf — Guinea spagnuola.
2. lieros Schletterer, Q cT — Affrica nord-occidentale,
s. capensis Spinola, 9 cT — Capo e Transvaal.
4. gigas Kriechbaumer, 9 cf — Affrica orientale tropicale.
5. ethiopicus n. sp. 9 cT — Altipiano etiopico ed Alto Egitto,
e. moeroi n. sp. 9 — Affrica centrale.
Jì.avipes Brullé, 9 cf — Territori fra Togo e Kamerun.
' •
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( TST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 18. 4 Settembre 1911.
Conte EMILIO TURATI
(IVCilano)
Lepidotteri del Museo Zoologico della R. Università di Napoli
Descrizione di forme nuove e note critiche
(1 figura)
[ Ricevuto il 9 Febbraio 1911]
Nel marzo dello scorso anno, trovandomi di passaggio a Napoli, ebbi la
ventura di poter visitare la collezione di lepidotteri dell’ Istituto Zoologico della
R. Università. Per la squisita cortesia del Direttore Prof. Fr. Sav. Monticelli,
e dell’Assistente Dott. E. Caroli mi venne concesso di poter aprire armadi ed
esaminare in lungo ed in largo tutto quanto era ancora rimasto delle collezioni
fatte, studiate ed illustrate da Oronzio Gabriele Costa e da suo figlio Achille.
Purtroppo dopo la morte di Achille Costa la sezione lepidotterologica non
trovò alcuno, che specialmente vi si potesse dedicare, cosicché essa è ridotta a.d
un puro valore storico, se anche con esemplari rappresentati da un’ala sola mi¬
seramente penzolante da uno spillo.
Éd è un vero peccato, che sì importanti documenti siano andati in rovina,
perchè dall’analisi, che io mi propongo, ora, di fare dei più salienti soggetti ivi
raccolti, si vedrà l’ importanza scientifica che poteva avere quel complesso di le¬
pidotteri riuniti quasi esclusivamente dai due Costa.
Sopra tutto dal lato faunistico quel gruppo è importante per la migliore co¬
noscenza della lepidotterologia del nostro paese, già con amore studiata nella
prima metà del secolo scorso da alcuni dei nostri più eminenti scienziati, quali
erano il Rossi, il De Pruner, lo Scopoli, il Cirillo, il Petagna, il Giorna, e poi
1
2
Gène, Oronzio Gabriele Costa, Bertolini, Bonelli, Ghiliani ecc. Essa ebbe du¬
rante il periodo eroico del risorgimento nazionale un inevitabile momento di sosta,
ma trovò poi nei Villa, nello Stefanelli, e nel Curò una nuova spinta a ripren¬
dere il suo moto ascendente.
Jnteressavami di vedere i tipi di alcune specie, affatto peculiari dell’ Italia me¬
ridionale, descritte dai due Costa.
Il direttore del Museo mi concesse in esame pel confronto colla mia collezione
e per lo studio colla mia biblioteca una serie di farfalle più particolarmente
difficili da decifrare sul posto a memoria senza quegli indispensabili aiuti. Ed è
il risultato di questi studi, che vengo ora ad esporre, nella speranza di contri¬
buire così a richiamare 1’ attenzione dei nostri scienziati su questo ramo della
Storia Naturale, oggi rivolto ad alti destini anche nel campo della biologia, onde
non accada più che il nostro, « giardino italiano, frugato ogni giorno da stra¬
nieri » come scriveva Oronzio Gabriele Costa nel 1886, « non sia ancora studiato
da noi stessi italiani ».
Note critiche e descrizioni nuove
Parnassius apollo Ita/icus Oberth.
Un esemplare col cartellino: « Majella ».
L’individuo appartiene senza alcun dubbio ad una razza particolare che Carlo Oberthur
nel suo terzo Fascicolo delle « Etudes de Lépidoptérologie comparèe » su esemplari porta¬
tigli dal signor Fabresse dalla Majella nell’agosto 1908 propone di chiamare Ualicus Oberth.
Egli ritiene questa sottospecie « conforme a quella delle Basse Alpi e delle Alpi Marittime
ma in generale più piccola ». Non ha alcuna analogia con la razza sicilice Oberth.; è alla razza
delle Alpi Francesi » scrive più oltre « che conviene riportarlo con la designazione pura¬
mente geografica: italicus ». Esaminando bene questo esemplare dotato di un magnifico svi¬
luppo di nero nel margine distale si trova, che se effettivamente esso si accosta pel suo
colorito cremoso, denso, alle razze francesi citate dall’ Oberthur, per la larga e completa
marginatura nera, e pel taglio arrotondato delle ali esso si accosta assai alla forma bar-
molomceus Stich.
0. G. Costa, che accenna all’Apollo del Regno di Napoli preso sulla Majella e sul Gran
Sasso fa notare che « il nostro Apollo non conviene con alcuna delle varietà rappresentate
da Ernst (Pap. d’ Europe) per rapporto alle macchie nere delle ali superiori, per le quali
si osservano moltissime varietà (variazioni) in questa specie ».
Tuttavia questo Apollo della Majella è ancora diverso da quello che si prende sul Gran
Sasso d’Italia, sparso in tutto l’ Appennino centrale, e che appartiene alla forma appenninus
Stich. (Wytsman Genera Insector. fase. 58, pag. 26).
Dell’ apollo apenninus Stich, il Rothschild nelle Novitates Zoologica Voi. 16 N. 1 , dice
citando 2 $ cT ex Italia della sua collezione : « Questi due cf cf sono dissimili da ogni
altra forma che io conosco, perchè le ali posteriori sono allungate in un punto che è in
linea coll’ocello più basso, e perciò la loro linea esterna è distintamente angulata e non ro¬
tonda come in tutte le altre forme di apollo. Il Sig. Oberthur figura due esemplari dei Pi¬
renei che mostrano un tratto simile, ma queste sono mostruosità, perchè hanno ciò da una
parte sola. Alcune $ $ della razza seguente ( sicilice Oberth) ne mostrano leggere tracce.
Questa forma di apollo è indicata da Stichel come piccola, ma io non credo, da quello che
ho visto, che essa sia costantemente molto più piccola della maggioranza delle razze set¬
tentrionali ».
3
Ad ogni modo Stichel definisce il suo appenninas : « a lis cretacei s, minime nigro sparsis ».
Il che non quadra affatto coll’esemplare che ho sotto gli occhi, e pel quale va dunque be¬
nissimo l’appellativo di « italicas » proposto da Oberthììr. Confidai a Ruggero Verità questo
esemplare del Museo Zoologico di Napoli per renderlo classico col figurarlo appunto come
tipo della razza italicus Oberth. della Majella, e noi dobbiamo essergliene grati.
L’ Italia conta una bella serie di razze particolari localizzate parte nelle vallate alpine
e prealpine, parte sugli Appennini fino all’estremo lembo della Calabria, nonché una razza
assai distinta in Sicilia. Della Sardegna sinora non abbiamo notizia che vi sia stato rinve¬
nuta alcuna forma di apollo L.
In questi ultimi tempi, in cui si è voluto sminuzzare le specie in tutte le loro forme an¬
che le più accidentali, V apollo L., così appariscente e così ricercato in genere dai collezio¬
nisti, ha fornito una fioritura di razze locali e di aberrazioni o mutazioni debitamente registrate
con nomi, che è ben lungi dall’essere terminata.
Al giorno d’oggi lo stato di fatto della specie, tenendo conto delle ultimissime pubblica¬
zioni è il seguente :
Razze locali o sottospecie
P.
apollo apollo L.
— finmarchicus Roths.
— uralensis Oberth.
(i limicola Stich.)
— democratus Krolik.
— sibiricus Nordm. —
(■ merzbacheri Fruhst).
— — minerva Bg.-Haas. —
— — graslini Oberth. —
— — alpherakyi Krulik. —
— — mongolicus Stgr. —
— — hesebolus Nordm. —
— kastenkoi Schelaujko. —
— levantinus Roths.
— suaneticus Arnold. —
— carpathicus Husz. —
— bosniensis Stich.
— liburnicus Rebel & Rogen. —
— grajus Stich.
— hispanicus Oberth. —
— ? asturiensis Pagenst. —
— escalerae Roths. —
(, guadarramensis Fruhst). —
— albus Rbl & Rogen.
(Scandinavia) Waermland : distretto di Upsala,
Hall Saro; Nord Fj alar; Kristineborg ; Skane — Nor¬
vegia centrale e meridionale.
(Fennia) — Helsingfors — Aland; Nyland ; Karelia
Tavastia, Lago Ladoga ecc.
(Rossi a or.) Monti Urali; Somowsky.
(Rossia centr. e mer.) Penza; Mosca; Kasan; Sa-
ratow; Klasua ; Viatka ; St. Wladimir — Caucaso
occ. sept. ecc.
(Siberia) Aitai; Ustkamenogorsk; Issik-Kul; Naryn;
Monti Alessandro; Distretto di Ili; Turgan-Aksu.
Juldus.
(Turkest) Kashgar.
(Asia centr.) Aitai.
(Mongolia) Saisan; Thian-Shan.
(Transbaicalia) Kiachta; Monti Kentei; Monti de’
Pomi; Irkutsk etc.
(Armenia) Mte Ararat.
(Asia min.) Aintab.
(Caucas) Passo di Leila.
(Transylv.) Mte Carpazi; Tatra; Wagtal., Eperies;
Chemnitz; Bavlangligel; Monte Branyicskaui; Rodna;
Galizia; Porte di ferro ecc.
Bosnia-Erzegovina ; Montenegro ; Serbia ; Rume-
lia or.
(Croatia) Velebit.
(Balkan) Albania; confini Militari; Rumania; Grecia;
Mte Veluchi.
(Iberia) Sierra Alta.
(Iberia) Asturia).
(Iber.) St. Ildefonso ; Segovia Monti ; Sierra de
Guadarama; Mte Pennalara.
(Germ. or.) Slesia; Rebau; Boemia.
silesianus Marschn.
melliculus Stich.
luitpoldus Fruhst.
( maximilianus Fruhst).
cetius Fruhst.
lozerae Oberth.
rubidus Fruhst.
suevicus Pagenstech.
forma nova ?
nivatus Fruhst. —
marcianus Pagenst. —
ancile Fruhst. —
provincialis Kheil. —
leovigildus Fruhst. —
siciliae Oberth. —
pumilus Stich. —
winnigensis Stich. —
meridionali Pagenst. —
bartolomaeus Stich. —
italicus Oberth. —
( pseudophoebus Oberth i. 1.).
appenninus Stich.
nevadensis Oberth. —
geminus Stich. —
0 montana ) Stich. —
valesiacus Fruhst. —
rhaeticus Fruhst. —
substitutus Rothsc.
carinthicus Stich. —
(minor Rebel & Rogen).
valderiensis Trti & Vrty. —
pedemontanus Fruhst. —
pyrenaicus Harcourt.
ottonius Fruhst. —
brittingeri Rebel & Rogen. —
(Austria) Durnstein presso Krems; Alpi Austria¬
che; Hohenstein; Schneeberg; Wachau, Valle di Thya-
la; Kirchberg; Stromberg etc.
(Bavaria) Bassa Baviera ; Palatinato ; Eichstatt;
Regensburg; Foresta Nera di Baden, Bleistadt; (Boe¬
mia) etc.
(Bavaria) Alta Baviera; Oberammergau.
(Austria) Monte Cezio (Wienerwald).
(Gali, cent.) Dipartimento della Lozère (Florac).
(Teriol.) Eisack.
(Germ. cent.) Alb; (Wurttemberg).
(Italia) senza località un esemplare indicato da
Rothschild nelle Novitates (id. ibid.) senza fidarsi a
descriverlo.
(Sav.-Pedem.) Giura: Savoja; Alpi Cozie; Hautes
Alpes; Lautaret; La Grave; Bourg (Delfinato).
(Germ. mer.) Foresta Nera merid. (Silva mar-
ciana).
(Germ. c.) Berneck (Fichtelgebirge).
(Alpi marittime) Varo; Provenza; Colle di Tenda.
(Gali. mer. or.) Basses Alpes: Digne.
(Sicilia) Madonie.
(Calabria) Aspromonte; Sila.
(Germ. occ.)- Valle dell’Eiffele, Mosella.
(Germ. occ.) Alsazia superiore (Pagus meridionalis)
Valle di Massereaux.
(Bavaria) Baviera Subalpina; Berchtesgaden, Kò-
nigssee.
(Ital. cent.) Majella.
(Ital. centr ) Appennino toscano; Boscolungo; Gran
Sasso d’Italia; Monte Autore.
(Iber. merid.) Sierra Nevada.
(Helvetia, Italia sep.) Alpi Centrali e Prealpi.
Stelvio, Valtellina.
(Italia sept.) Macugnaga, Iselle; Airolo.
(Helv) Cton Grigioni-Engadina.
(Gali, or.) Alpi del Delfinato.
(Carintia) Friesak.
(Italia occ.) Alpi Maritt. Val Gesso (Valderia).
(Italia sept.) Valle d’Aosta, Courmayeur.
(Pyren.) Alti Pirenei, Gèdre.
(Illyria) Fusine; Costa Adriatica.
(Aust. occ.) Stiria; Schoberstein; Bassa Austria.
Forme aberranti
nigrirans Caradja.
(suffnsa Verity).
fumosa Rougem.
inversa Aust.
99 particolarmente oscure.
99 con forte spolveratura di nero-fumo.
99 particolarmente chiare nel tipo dei cfrf.
5
chryseis Verity.
pseudonomion Chr.
(■ bipupillata Verity).
monopupillata Verity.
albosignata Scholtz.
cohaerens Schultz.
fasciata Stich.
confluens Verity.
emarginata Verity.
diaphana Verity.
lanigera Fruhst.
nexilis Schultz.
novarae Oberth.
pura Verity.
caeca Verity.
semicaeca Verity.
semioculata Verity.
exoculata Verity.
flavomaculata Deck.
flavopupillata Verity.
albomaculata Stich.
brunneomaculata Stich.
pliilippsi Schultz.
intertexta Stich.
graphica Stich.
wiskotti Oberth.
(niagnopupillata Vrty).
excelsior Stich.
decora Schultz.
pseudodelius Trti & Vrty.
— O col fondo delle ali giallo luteo e non bianco.
Nome dato da Verity ad una 9 aberr. del sibiricus
Nordm, ma che deve secondo 1’ autore applicarsi a
tutte le femmine di ogni razza che presentino quella
mutazione.
— La seconda macchia costale, e la macchia del mar¬
gine interno nella pagina superiore delle ali ante¬
riori rosse.
— La macchia interna delle ali anteriori pupillata
di rosso.
— Le macchie costali pupillate di bianco.
— Le macchie cellulari unite da una spolveratura
nera.
— La seconda macchia costale, e la marginale unite
da una fascia nereggiante.
— Le macchie costali confluenti in una sola macchia .
— Manca la fascia marginale diafana.
— Forma melanitica e semidiafana nelle 9-
— Fascia submarginale nelle ali posteriori e larghe
lunule aperte distalmente.
— Scaglioni neri fra gli ocelli.
— Ocelli completamente neri, assenza di punti anali
nelle ali posteriori e di macchie costali e marginali
nelle superiori.
— Manca la serie di macchie antemarginali.
— Ocelli completamente neri.
— Un solo ocello interamente nero.
— Un solo ocello nelle ali posteriori.
— Mancano gli ocelli nelle ali posteriori.
— Esemplari freschi con ocelli gialli invece che rossi.
— Ocelli centrati di giallo.
— Ocelli bianchi cerchiati di nero senza rosso.
— Ocelli bruni invece che rossi.
— Ocelli rossi senza cerchiatura nera-
— Ocelli pupillati di bianco , cerchiati di rosso , di
giallo e di nero.
— Pupilla doppia bianca nell’ ocello posteriore delle
ali posteriori.
— Macchie rosse nelle ali anteriori ed ocelli larghis¬
simi rossi e quasi in catena.
— La macchia basale delle ali posteriori è rossa an¬
che nella pagina superiore.
— Posso nelle macchiette anali.
— Piccolissimo, senza fascia antemarginale nelle po¬
steriori, invece con fascia diafana larga in tutte
e quattro le ali. Ocelli rossi piccolissimi. Disotto
non lustro e con la seconda macchia precostale pu¬
pillata di rosso. (Bollett. Soc. entom. italiana 1911,
1° trimestre).
2
6
Ho segnato in carattere grassetto le forme che si incontrano in Italia; certamente altre se
ne scopriranno da noi qualora sieno meglio esplorate anche le nostre Alpi orientali, il Monte
Baldo, le Prealpi e le alte vallate del Bresciano e del Bergamasco i).
Pannassius pumi/us Stich.
Quale fu la mia sorpresa, è facile imaginare, quando aprendo il bel primo cassetto della
collezione del Museo partenopeo, trovai accanto all 'apollo italicus due piccoli Parnassius , due
esemplari in parte ingialliti dalla polvere e dal tempo, l’uno con l’ala anteriore sinistra rap¬
pezzata, l’altro guasto nei margini di destra e mancante della sinistra posteriore, che subito
riconobbi come due <$ dell 'apollo pumilus Stich.
Uno di essi porta il cartellino scritto di pugno di Achille Costa. Esso reca 1’ indicazione:
Parnassius delius Esp. Aspromonte.
L’altro, quello mancante dell’ala posteriore sinistra, ha una etichetta più piccola con M.°
Zool. N.° (stampato) ed a mano : 10476
Esaminato il registro di collezione, a quel numero corrisponde pure il nome di delius Esp.
e la provenienza Aspromonte.
I cartellini e l’ordinamento in collezione erano stati evidentemente rifatti dal figlio Costa
seguendo senz’altro la determinazione del padre.
Infatti Oronzio Gabriele Costa aveva pubblicato nella sua Fauna del Regno di Napoli nel
1836, e figurato a tav. 2, un Parnassius di Aspromonte, ch’egli ascrisse al delius Esp., tanto
gli sembrava diverso dall’apodo da lui registrato nella pagina precedente della sua opera,
raccolto alla Majella od al Gran Sasso.
Questo delius 0. G. Costa di Aspromonte era da parecchi anni il mio « caucbemar ».
Non potevo a priori escludere che sulle più alte rocce dominanti 1’ Jonio, nell’ estrema
punta dello Stivale d’Italia potessero aversi condizioni altitudinarie o climatiche tali da per¬
mettere la presenza di un delius Esp. ( phoebus F.), ma non potevo d’altra parte riconoscere
giusta la classificazione del Costa, se la tavola era fedelmente eseguita.
Infatti l’assenza delle macchie rosse al margine costale, la presenza della macchia nera
rotonda nello spazio del disco accanto al margine interno dell’ala anteriore, e sopratutto la
non bene distinta cerchiatura di bianco e nero delle antenne, gli davano un’aria di apollo L. ab¬
bastanza vicino al siciliae Oberth, da non permettere alcun dubbio.
Lo Stichel aveva pescato fuori nel Museo di Storia Naturale di Berlino due piccolissimi
esemplari di apollo che si affrettò a descrivere nella « Berliner Entomologische Zeitschrift
b Intanto che si stampavano queste note è uscito il supplemento di Verity ai suoi Rhopalocera
Palaearctica che reca le seguenti nuove sottospecie:
apollo tarbagataica Verity (Tarbagatai or.).
— candidus Verity (Carpazi-Bavlangligell.
— rothshcildi Verity (Italia) probabilmente la forma nuova da me indicata con ? (su di
un esemplare della collez. Rothschild).
— glocnerica Verity (Alpi or. — Gr. Glockner).
nonché le seguenti forme aberrative :
amplius maculata Verity.
luctifera Verity.
tenuicincta Verity.
minuscula Verity.
perfusa Verity.
albina Verity.
apollodelius Verity.
7
Voi. 51 (1906) pag. 88, tav. 2, fìg. 14, sotto il nome di pumilus Stich, e che indicò come
forma secondaria del siciliae Oberth, nel fase. 58 del Wytsman « Genera Insectorum », e
di poi ne figurò il secondo esemplare nel Seitz (Grosschmetterlinge der Erde — Palaearct.
Tagfalter pag. 24, tav. 13 c.) ma come sottospecie distinta.
Dai cartellini originari che recavano, quei due esemplari dovevano provenire della Sicilia,
cosicché Stichel nel Seitz li giudicava una seconda razza — oltre il siciliae Oberth delle Ma-
donie — esistente nell’Isola.
Ma dove ? Non era indicato.
Nei monti della Sicilia, dove dei Parnassius potrebbero vivere, cioè le Madonie e le Ca¬
nonie, lo si sarebbe già da tempo dovuto trovare. Dal momento che vi si rinvennero le razze
siciliae Oberth. dell’ apollo L., e la razza nebrodensis Trti del mnemosyne L., non sembra¬
vano possibile esistesse inosservato anche il pumilus Stich.
All’Etna ? Malgrado 1’ affermazione di qualche entomologo non direttamente controllate,
che l 'apollo L., vi si incontri nella forma siciliae Oberth, io vorrei ritenere che le condizioni
geologiche e botaniche di quel vulcano escludano la possibilità dell’esistenza lassù di qual¬
siasi Parnassius. Ma poiché qualche volta si è visto, che quanto pareva impossibile per ar¬
gomentazione, si è invece trovato possibile in natura, così ho voluto appoggiare la mia opi¬
nione coll’andare a fondo nella quistione.
Oltre ad uno studio particolare della letteratura in proposito, pregai il diligente e coscienzioso
raccoglitore signor Geo. C. Krììger di farne ricerca a tempo opportuno all’Etna. Egli vi fu
due anni di seguito nella stagione dell’apodo; ma niente di Parnassius neppur vide volare.
Anche altri entomologi che cacciarono all’ Etna non vi trovarono alcun Parnassius.
I primi a trarci in errore indicando come anche dell’ Etna l’ apollo siciliae Oberth sono
stati i signori Failla Tebaldi e Mina Palumbo nei loro « Materiali per la fauna Lepidotte-
rologica della Sicilia ». La loro buona fede è stata evidentemente sorpresa da qualche indi¬
cazione superficiale o frettolosa.
Ed è da essi che l’errore si è infiltrato nel E-hopalocera Palaearctica del Verity, e che
lo Stichel lo riprodusse tanto nel Wytsman, quanto nel Seitz.
Non persuaso di quella indicazione che non potevo ritenere nè certa, nè sicura, interrogai
direttamente l’egregio amico signor Luigi Failla Tedaldi, pregandolo di volermi dire con
esattezza se il Parnassius apollo ( siciliae Oberth), citato da lui con Mina Palombo come del¬
l’Etna, fosse stato effettivamente colà raccolto da uno di loro, o se la notizia l’avessero ri¬
cevuta da fonte sicura, controllata da loro stessi col documento della farfalla davanti agli
occhi.
Ed ecco quanto colla sua solita cortesia e colla lealtà che lo distingue mi risponde il so¬
lerte entomologo di Castelbuono (7-12-910). « In ordine alla località dell’apodo, non avendo
più il copioso materiale che servi alla compilazione del mio lavoro, non ricordo se trovai
indicato l’Etna come stazione di questa specie nei lavori di Mann e di Zeller, che raccol¬
sero nelle provinole di Catania e di Messina. Occorrerebbe riscontrare detti lavori. Come
pure non ricordo se me lo abbia assicurato il Mina Palumbo verbalmente; però posso
assicurarla che nè io, nè il detto Palumbo raccolsimo personalmente
all’Etna. Io fui più volte su questo monte, ma in tempo quando non vola questo insetto.
Così che il dubbio elevato da lei intorno al rinvenimento della specie all’Etna, è
legittimo, tranne il caso che non sia stato citato dai bravi entomologi Mann e Zeller so¬
pra citati. »
Ora io ho consultato le pubblicazioni rispettive dei suddetti autori, che si riferiscono alle
loro raccolte in Sicilia, e dirò bravo a colui che vi troverà dentro il minimo accenno ad un
Parnassius qualsiasi non pure all’Etna ma anche sul resto della Sicilia.
8
P . C. Zeller ha pubblicato nell’Isis 1847 delle Bemerkungen (osservazioni) sulle « specie
di farfalle osservate in un viaggio in Italia ed in Sicilia ». Nel fase. 3. a pag. 213 dove
parla dei Papilionidi, citando le specie raccolte ed enumerate da 0. G. Costa nella sua
« Fauna » e fra esse i Pam. apollo , deliiis e mnemosyne , aggiunge : « Io stesso non ho osser¬
vato che le 2 specie seguenti: 1. Pap. podalirius (var. zanclcetis) 2. Pap. machaon (var.
vernus-sphyrus , e var. aestivus ). Niente dunque egli ha veduto di Parnassius.
Zeller nelle sue « Lokalitaten an der Ostkiiste Siciliens in Lepidopterologischer Hinsicht
dargestellt », pubblicate nel Bulletin de la Societé des Naturalistes de Moscou, annata 1854,
N. 3, racconta di essere stato una volta all’Etna il 29 e 30 giugno, in un’epoca quindi in
cui si avrebbero potuto già incontrare gli apollo , che già in quei giorni volano anche alle
Madonie.
Egli salì per Nicolosi e la Casa degli Inglesi fino a guardar dentro nel cratere. Di là
scese dopo aver visto il levar del sole dietro alla catena dell’ Aspromonte al di là dello
stretto; ed ancora per la Casa degli Inglesi, poi per la Torre del Filosofo, e la Valle del
Bue, attraversando la sezione del Bosco, per la Grotta delle Capre e le vecchie ceneri e
lave raggiunse di nuovo Nicolosi, rientrando la sera a Catania.
Egli percorse quindi diverse località del monte con tempo favorevole, ma non osservò o
raccolse che poche specie in questa gita.
Tra queste non accennò di aver nemmeno veduto volare V apollo. Uno scienziato così
coscienzioso e particolareggiato nei suoi dettagli non avrebbe certo mancato di annotare
una specie così appariscente e così passionante per un lepidotterista.
Joseph Mann nel suo « Verzeichniss der im Jahre 1858 in Sicilien gesammelte Schmet-
terlinge » pubblicato nella Wiener Entomologische Monatschrift del 1859 Voi. 3, N. 3. 4,
5 e 6, dà una lista dei lepidotteri da lui raccolti in Sicilia, con l’aggiunta anche di quelli
presi prima dallo Zeller. In questa lista non c’è affatto alcun Parnassius. Del resto egli
raccolse solo nei dintorni di Palermo, nè poteva averli incontrati ad ogni modo nemmeno in
Provincia, alle Madonie, perchè ai primi di luglio egli era già in città obbligato di far fa¬
gotto per ritornare a Vienna.
Queste due pubblicazioni mancanti alla mia Bilioteca le ebbi in comunicazione della Bi¬
blioteca del compianto Antonio Curò, grazie alla cortesia di sua figlia la contessa Elena
Benaglio, a mezzo dell’amico Dr. Renato Perlini, che della Biblioteca e della Collezione
Lepidotterologica Curò, curò finora e cura con cura e coscienza la conservazione.
La conclusione è che si deve escludere la presenza dell’apodo di qualsiasi forma all’Etna.
Nel 1906 e nel 19<>7 mandai a fine giugno il signor Geo. C. Krùger, in provincia di
Cosenza, nella Sila ed all’ Aspromonte per cercare il Parnassius indicato dal Costa come
proveniente da quelle due località, e che — pensavo — avrebbe potuto essere il pumilus di
Stichel.
Fosse per la stagione piovosa, fosse per i luoghi non potuti raggiungere, i viaggi che si
estesero anche al luglio rimasero tutte e due le volte infruttuosi per quanto riguarda i Par¬
nassius.
Quanto gradita fu dunque la mia sorpresa nel trovarmi dinanzi, quasi inopinatamente, al
Museo di Napoli due individui della tanto cercata forma, che mi davano la soluzione del
problema.
L’ indicazione d’ « Aspromonte » non mi faceva dubitare sulla loro identicità con quelli
descritti da 0. G. Costa. Raffrontati colle figure di quest’ultimo per quanto non eguali in
tutti i loro più piccoli segni, tanto da escludere assolutamente che essi sieno stati i tipi
impiegati nell’opera del vecchio Costa, essi vi corrispondono tuttavia assai bene.
E corrispondono anche molto bene colle figure dello Stichel, per quanto leggermente più
piccoli, o meno bene conservati di quelli che dovettero servire da modello alle illustrazioni
dell’autore tedesco.
9
Ma come mai quelli dei Museo di Berlino potevano ritenersi come siciliani?
Lo Stichel (Beri. Ent. Zeitsch.) dice che essi sono etichettati semplicemente cosi : « Sicilia
Parreyss ». Parreyss? Ma io l’ho sentito parecchie volte nominare questo Parreyss, quando
io era ancora un ragazzo, da mio padre, che pel suo Museo ornitologico era in corrispon¬
denza con lui.
Era un rivenditore di oggetti di Storia Naturale, credo, sulla cui attendibilità, come del
resto sulla precisione delle indicazioni fornite dalla maggior parte dei negozianti anche del
giorno d’oggi, c’è poco da fidarsi.
Ora, dato questo, chi mi garantisce che l’indicazione « Sicilia » di Parreyss sia giusta?
Non eh’ io emetta il benché più lontano dubbio che al Museo di Berlino si possa dare
una falsa indicazione. Il fatto stesso di aver mantenuta la designazione Parreyss, vuol dire
che a questo signor P arre ys venne lasciata la responsabilità della parola Sicilia , che pre¬
cede, e che soltanto per la scrupolosità di conservare dei cartellini originari se ne sono sem¬
plicemente conservati di quelli che erano meno precisi.
Chi mi dice che il Parreyss non abbia acquistato quei due Parnassius in qualche lotto
di roba portatagli alla rinfusa da qualcuno che raccolse tanto in Sicilia quanto in Cala¬
bria, e che il Parreyss nell’ apporvi i suoi cartellini col solito poco scrupolo dei negozianti,
abbia etichettato tutta la roba ad un modo come di Sicilia, donde la maggior quantità di
esemplari probabilmente sarà provenuta ?
0 forse erano esemplari di qualche vecchia collezione, magari coetanei di quelli di 0.
G. Costa?
Ferma restando la apposizione indiscutibilmente fatta dal Parreyss di quei cartellini, in
questo caso potevano essere stati forse ritenuti come provenienti dal « Regno delle due
Sicilie» — Zwei Sizilien — come più anticamente si chiamavano Napoli. Puglia, Calabria
e Sicilia insieme: l’omissione del Zwei, forse considerata di minore importanza, forse fatta
per brevità di etichetta, se non è scusabile è però spiegabile.
Abbiamo già visto, del resto, che non è possibile ammettere in Sicilia un’altra razza di
apollo all’ infuori di quella delle Madonie, che è il siciliae Oberth.
All’Etna, no: sul gruppo della Busambra, dove non è mai finora stato visto, malgrado le
ripetute cacce per 8 anni di seguito da parte del diligentissimo signor Kruger, nemmeno.
Tutti gli altri monti della Sicilia non hanno sufficiente altezza per lasciar supporre razio¬
nalmente che in quella latitudine un apollo si possa incontrare così basso; e molto meno
una forma di apollo come questa, che lo Stichel stesso suppone essere « probabilmente una
forma altitudinaria » (1. c.).
Il pumilus Stich è invece la razza continentale della Calabria, trovata dirimpetto alla Sicilia
nella più estrema e più alta punta dell’ Aspromonte, di una formazione geologica diversa
tanto dalle Madonie, quanto dall’Etna. Esso vi presenta dei caratteri ben differenti da quelli
della razza, che sola nell’isola si rinviene.
La variazione è probabilmente dovuta alla segregazione, che l’ ha confinata a quelle nude
creste, che formano lo spartiacque fra l’Ionio ed il Tirreno: rimpicciolita per necessità di
adattamento alle misere e magre condizioni del suolo, della flora e del clima locale così
esposto ai freddi venti di levante.
Indisturbato ed inaccessibile lassù ai progressi della civiltà umana, è sperabile che la
barbarie degli entomologi, con la loro mania di distruzione raccogliona (come diceva lo Stop-
pani) non salga ad annientarle anche lassù !
Io mi trovavo a Napoli proprio cogli esemplari del Museo fra le mani, quando, di ritorno
da un viaggio in Oriente, ebbi il piacere di incontrare il Signor Otto Stertz di Breslau.
Egli si era fermato qualche giorno all’ isola di Capri per far visita al Signor Sohn-Rethel,
appassionato cultore della lepidotterologia, che ha ormai una cittadinanza italiana d’adozione
3
10
a cagione della sua lunga residenza nel nostro paese, prima a Roma ed ora ad Anacapri
in una deliziosa villa da lui recentemente acquistata.
Il Signor Sohn-Rethel che molto aveva esplorato entomologicamente l’Abruzzo e la Ca¬
labria, aggiungendo tesori di novità alla fauna italiana aveva avuto la ventura di prendere
poco più di una ventina di esemplari del Pam. pumilus Stich, l’anno prima all’ Aspromonte!
Stertz ne aveva visto una bella serie ancora, essendone già stati tuttavia mandati alcuni
esemplari in Germania al Sig. Rodolfo Pungeler e ad altri.
Egli stesso ne ebbe graziosamente una coppia. Ma l’aveva in fondo al baule. Me l’avrebbe
mostrata a Milano, dove ci saremmo trovati alcuni giorni dopo per vedere la mia collezione.
Mi pungeva sopratutto di vedere la 9 ) che non sapevo prima d’ora conosciuta, nè era
ad ogni modo mai stata figurata, poiché nè il Costa nè lo Stichel avevano pubblicato altro
che sul (J1, il solo che io credevo raccolto fin allora.
E davvero la mia aspettazione fu completamente soddisfatta. La pariglia portata dal
signor Stertz era in condizioni perfette, e rendeva i caratteri di una razza distintissima
da tutte le altre in modo affatto evidente.
La 9 sopratutto si stacca completamente da quella del siciliae Oberth, per la magnifica
intensità della spolveratura nera nel disco delle anteriori, e per la bella e larga fascia an¬
temarginale nelle posteriori, la sua squamatura più densa, i suoi ocelli rossi allungati.
Subito scrissi al signor Sohn-Rethel congratulandomi della sua bella scoperta e ringra¬
ziandolo della generosa offerta da lui fattami a mezzo del signor Stertz di metterne una
coppia anche a mia disposizione. Gli chiesi anche dettagli ed informazioni sui luoghi di
presa delle farfalle, perchè desideravo mandare di nuovo sul posto il signor Iyrìiger alla ri¬
cerca di quella rarità.
Desideravo ad ogni modo dei dettagli per meglio dilucidare questo studio illustrativo che
avevo promesso al Prof. Monticelli di fare per l’Annuario del Museo Zoologico dell’Uni¬
versità di Napoli.
Il signor Sohn-Rethel colla gentilezza, che lo distingue, mi diede le seguenti notizie. Il
pumilus fu preso il 3 di luglio all’Aspromonte. Il posto dove lo trovò è abbastanza ristretto,
però non irreperibile. E sulla strada verso il Mont’Alto salendo da Reggio, circa a 1600
metri di altezza, dopo passato il grande altipiano del bosco, nei punti rocciosi aperti. Per
lo più esso volava proprio al disopra del luogo dove si conserva la neve per l’estate (ri¬
tenuto che ciò avvenga tutti gli anni nel medesimo sito).
Aggiunse: « Porse è ancora più pratico di raccogliere colà in giugno i bruchi ».
Intanto venni a sapere che qualche pumilus Stich, era stato raccolto nel 1907 da un col¬
lettore del Museo di Tring.
Infatti in uno degli ultimi fascicoli delle Novitates Zoologie® » di Rothschild, Hartert e
Jordan, e precisamente nel N. 1 del Voi. 16. uscito il 81 maggio 1909 , che era sfuggito
alla mia attenzione, in una importante revisione del genere Parnassius , è indicato il pumilus
Stich, colle seguenti osservazioni:
* 9 cT cT 1 9 Aspromonte presso Reggio: 1600-1800 metri. Luglio 1-3 1907 (0. Nehmann).
Questa forma ( omissis ) è pertanto una distinta sottospecie, molto più rasscmigliante a P.
phcebus phcebus F. che a qualsiasi forma di P. apollo L. ».
« Se i due esemplari di Berlino realmente provengono dalla Sicilia, il che io dubito,
essi probabilmente vennero dal Monte Etna, in faccia a Reggio, nel qual caso apollo sicilice
Oberth, dovrebbe essere confinato ai Monti Madonie ». (Questa supposizione è stata da me
dimostrata inaccettabile). « La ragione per cui metto in dubbio la allegata località dei tipi,
continua il Rothschild, è, che questi esemplari di Aspromonte concordano così minutamente
con entrambe le figure del signor Stichel (nel Seitz e nella Beri. Entom. Zeitschr) ».
11
Ai primi di luglio dello scorso anno partì dunque il sig. Geo. C. Krììger armato di tutto
punto alla conquista dell’entomologico Vello d’Oro.
Salì da Reggio per undici ore di seguito fino all’Acqua del Monaco, e di là, cercando
nei posti indicati dal signor Sohn-Rethel, ai serbatoi della neve.
Dopo due giorni di infruttuose ricerche per le tre neviere dei comuni di Bagnara, Reggio
e St. Eufemia, dovette pel tempo cattivo abbandonare la montagna.
Risalì pertanto da Bagnara e da Sinopoli due giorni dopo, e girando la cresta brulla del
Monte Alto da 1600 a 1800 metri sul versante dell’Jonio incontrò finalmente l’Araba Fenice.
Erano le 10 del mattino allorché il primo esemplare di apollo gli capitò a portata della
rete. Alle 13, in tre ore di tempo, malgrado il pericolo e la fatica di raccogliere fra quei
scoscesi dirupi, donde i pumilus scendevano lentamente nella valle sottostante, spinti a volte
fuori di portata dal vento, che soffiava sempre più forte, l’abile entomologo era riuscito a
catturarne 22 cf e 9 $ 9 • Una burrasca di neve e di grandine lo costrinse allora a
battere in ritirata. Non era prudente lasciarsi cogliere lassù dalla notte con quella bufera,
e ci volevano ben sette ore di discesa per raggiungere di nuovo l’abitato a Sinopoli! Ma
il record di questa caccia era battuto !
Ora si possono contare i pumilus esistenti nelle collezioni. Senza prendere in considera¬
zioni i due vecchi del Museo Zoologico della Università di Napoli, si può calcolare che ci
saranno al massimo una settantina di esemplari entrati nelle raccolte. Di questi
sono al Museo di Storia Naturale di Berlino
» nella collezione Rothschild di Tring
» nella collezione Sohn-Rethel ad Anacapri
» nella collezione Pììngeler ad Aquisgrana
» nella collezione Stertz a Breslavia
» nella collezione mia a Milano
27 rf' e 13 9 ! in tutto 40 esemplari già collocati definitivamente. Non rimangono
dunque a disposizione del pubblico che una trentina di individui, fra i quali non più di tre
o quattro 9 $) che in questi ultimi tempi hanno dovuto prender posto definitivo essi pure.
Si comprende da quanto ho detto la estrema rarità di questo cosi interessante lepidottero,
e quanto esso deva essere quotato a carissimo prezzo stante l’estrema difficoltà di poterlo
raccogliere
Si può quasi dire che la 9 del pumilus Stich, è ancora inedita. Infatti il Barone di
Rothschild, benché ne avesse avuta una dal suo collettore Neumann, non l’ha affatto descritta.
Il signor Sohn-Rethel che ne catturò parecchie prima del signor Kruger mi scrisse che
si sarebbe incaricato di figurarla egli stesso.
Ruggero Verity che sta ora rimaneggiando i suoi Parnassius in una appendice alla prima
parte dei suoi Rhopalocera Paleartica, raffigurerà probabilmente egli pure i coniugi pu¬
milus Stich.
Mi limiterò dunque a dire che dei 9 esemplari portatimi da Kruger, che variano da un
massimo di 67 mm. ad un minimo di 62 mm. d’ espansione uno solo ha gli ocelli rossi
alquanto arrotondati, tutti gli altri li hanno stretti, lunghi, e poco più grandi di quelli dei
cTcf. Tutte le 9 $ hanno una appariscentissima spolveratura nera nel disco dell’ala ante¬
riore nei due spazi al disotto della cellula tra la costa mediana e la macchia nera rotonda
che precede il margine interno.
Tutto l’aspetto della 9 del pumilus Stich in confronto dell’aspetto delle 9 del siciliae
Oberth è meno cartilaginoso, più denso di squame. Nerissimi sono il margine distale e la
riga antemarginale, che scende nell’ala anteriore fino quasi a toccare l’angolo interno. Le
due macchie cellulari sono di un nero intenso, più strette ed allungate che non nel siciliae
12
Oberth. Di queste due macchie, quelle in chiusura di cellula è accompagnata nello spazio
intercostale da un punto ad essa aderente, ma molto più attenuato che non nel siciliae
Oberth. I due punti neri subapicali sono spesso congiunti da una spolveratura nera, quasi
continuazione di quella distale. La base delle ali è intensamente spolverata di nero ed i peli
che vi si notano sono grigi e non giallo-rossicci, come nel siciliae Oberth.
Nelle ali posteriori la spolveratura nera lungo il margine interno occupa nella cellula solo
la sua metà basale, e pel resto gira al disotto della cellula stessa molto attenuata fino al
punto di chiusura della cellula. I due ocelli neri all’ angolo anale sono convertiti in due
piccoli punti fra cui traspare appena in quello prossimale la cerchiatura del disotto, senza
quasi lasciare cosi una possibilità al verificarsi di una forma decora , che si trova invece nel
siciliae Oberth. La linea ondulata antemarginale varia di intensità da individuo ad individuo
ma gli archi, che essa segna fra una costa e l’altra sono piccoli e sfumati. Il margine distale
è meno jalino che nel siciliae Oberth, e lascia campo ad una frastagliatura leggermente on¬
dulata e bianca prima delia frangia.
Caratteristiche, come ho detto, sono le macchie delle ali posteriori di un bellissimo color
carminio, e circondate da una profilatura nerissima, che fa contrasto col bianco che le pupilla.
Queste macchie, ad eccezione d’un solo esemplare, sono strette ed allungate come nell’apodo
valderiensis Trti & Vrty.
La loro grandezza è press’a poco la metà di quelle delle $ 9 del siciliae Orerth: e si può
dire che non sieno qui più grandi nella 9 di quelle del della forma vicina suddetta.
Inoltre il bianco vivo che le pupilla prende minor campo al rosso che non nella 9 del si¬
ciliae Oberth.
Il disotto è cartilagineo, nudo come nel siciliae Oberth. Le macchie rosse alla base delle
ali posteriori ed all’angolo anale sono ridotte ed allungate. In alcuni casi nell’ala anteriore,
in corrispondenza della macchia nera discale del margine interno, la macchia è centrata
di rosso.
Sul cf del pumilus Stich. è già stato esaurientemente scritto dal suo stesso autore, e non
vale la fatica di ritornarci, se non per notare 1’ impressione che fa l’estensione del bianco
nelle ali posteriori in cui solo traspare dal disotto, come una ombreggiatura lievissima, la
fascia semijalina antemarginale. I punti anali sono talmente ridotti, che talvolta non ne
esiste più che un’ombreggiatura distale al posto di quello esteriore, e per l’altro, completa¬
mente scomparso, s’intravede trasparire dal disotto un puntino, che sostituisce al rovescio il
punto rosso anale sparito.
Tal’altra le macchiette anali de) disopra sono riunite, come nella figura del delius di Costa,
a formare un lieve sfrego sfumato. Nei casi più accentuati esse si confondono come un pro¬
lungamento della spolveratura nera che ricopre il margine abdominale.
Riassumendo anche il pel colorito bianco, meno cremoso e più freddo, per gli ocelli
rossi allungati e grandi quanto e meno di quelli del delius Esp., per la macchiatura delle
ali anteriori più piccole e di un nero più intenso; infine per la lanugine della base delle ali
e del torace meno rossiccia, esso si distingue completamente del siciliae Oberth.
Parnassius mnemosyne fruhstorferi Trti e calabrica Trti. subspecies nova.
Un esemplare rf della Majella appartiene alla razza fruhstorferi Trti.
Se Y apollo della Maiella differisce da quello del Gran Sasso, non è così pel mnemosyne
della Majella, che è invece identico — sull'esemplare che mi sta dinanzi — a quello del Gran
Sasso, dell’Abruzzo ed in generale del nostro Appennino centrale, compresi i monti Aurunci
dove il signor Barrow di Bushey Heath (Inghilterra) lo raccolse insieme al signor Orazio
Querci di Formia nel giugno dell’anno scorso.
18
I tipi di questa razza che io descrissi su esemplari raccolti al Monte Autore dal Comin.
Fortunato Rostagno e dal signor Giorgio Krììger, variano leggermente fra di loro, in par¬
ticolare per la maggiore o minore intensità della macchia cellulare nell’ala posteriore.
Ma nella lunga serie della mia collezione parecchi esemplari concordano perfettamente con
questo del Museo, già vecchio ed ingiallito dalla polvere.
La particolarità di questa razza risiede nell’avere moltissime bianco e scarsissimo nero.
A proposito del mnemosyne L. il Costa lo cita anche dell’Aspro monte e delle Sile, oltre¬
ché del Vulture, del Gargano, della Majella e del Gran Sasso d’Italia, e dice che esso ha
due generazioni, una in aprile e maggio, l’altra in luglio ed agosto (!?).
Ho ragione di ritenere, da due esemplari recatimi quest’anno dal signor Krììger dal
Monte Alto (Aspromonte), dove li prese nella regione del faggio a 1700 metri circa, quando
sali alla ricerca dell’apodo pumilus Stich, che la razza dell’Aspromonte e della Sila sia un’altra
forma nuova e distinta, tanto dal fruhstorferi Trti dell’Abruzzo, quanto dal nebrodensis Trti
delle Madonie.
Esso infatti ha una maggiore intensità e grandezza nelle macchie nere delle ali anteriori
insieme ad una variegatura dei margini j alini delle ali anteriori che lo assomigliano alle
razze attinenti al nubilosus Chr., mentre le coste delle ali posteriori suffuse di nero alle loro
estremità verso il margine distale, sono un po’ come nel pyrcenaicus Trti (turati, i Fruhst).
Chiamerò questa forma, giacché ho avuto l’occasione di descriverla qui: calabrica Trti,
per darle ugualmente, come dice Oberthur., una designazione geografica.
Pieris ergane H. G.
Di questa Pieride interessante per la variabilità delle sue tre generazioni, trovai tre esem¬
plari nella collezione del Museo.
L’ uno $ , senza indicazione di provenienza appartiene alla prima generazione d’ Italia
cioè :
P. s te fanelli/' italica Trti.
L’altro :
P. ergane H. G. della II generazione, è pure una $ , e proviene da Cerchio (Abruzzi).
II terzo esemplare, anch’esso una reca l’indicazione « Monte di Bagno » ed è della
III generazione :
P. r os t agni Trti.
Ho messo in luce questa specie in una monografia pubblicata lo scorso aprile negli Atti
della Società Italiana di Scienze Naturali, Voi. 49: ma è interessante il vedere come Oronzio
Gabriele Costa, che la registra col nome di narccea datogli dal Freyer, non si acconci volentieri
a ritenerlo una specie propria. Non si capisce come certi spiriti anche fra i più eletti abbiano
riluttanze a tutto quanto è nuovo, o meglio studiato. 11 loro misoneismo, il loro conserva¬
torismo salta fuori in date circostanze, mentre d’altra parte si lasciano andare a descrivere
novità, che non lo sono. Così è il caso di questa specie per sé stessa così distinta, come
lo fu per la sua congenere manni Mayer, che durai fatica a dimostrare non essere affatto
una varietà di rapoe L.
Sono forse i Pieris più ostici da distinguere? Forse perchè lo stesso Costa fa ancora
un’altra confusione col suo P. rapoe minor Costa.
Vediamo. Egli dice sull’ ergane H. G. ( narccea Frr): « Certamente questo parpaglione non
è che una derivazione del P. rapoe , chè chè ne pensi il precitato autore (Freyer). Esso in
sostanza non differisce che nella grandezza, e perchè le pagine inferiori delle ali anteriori
e posteriori sono senza macchie. In quanto alla grandezza essa è variabile in tutte le specie,
ma precisamente nelle due tanto comuni del Cavolo e delle Rape ».
4
14
« In quanto alle macchie conviene avvertire ch’esse svaniscono sovente nelle suddette
specie, tanto quelle delle pagine inferiori, quanto le altre delle pagine superiori. Intanto nel
P. narccea esiste la macchia dell’apice, e quella piccola, che dietro e nello interno succede,
nell’ala anteriore; e sul margine anteriore dell’ala posteriore si trova la traccia di quella, che
più cospicua si osserva nel P. brassicae , scancellata però in ragione della minorata gran¬
dezza dell’individuo ».
« La pagina inferiore delle ali posteriori è tinta di verde , non altrimenti che quella
delle due specie precedenti; e quando anche questo colore fosse un poco più intenso o più
uniforme di quello che l’offrono i papilioni del cavolo e delle rape, siffatta intensità di tinte
nulla proverebbe a prò’ dell’esistenza specifica. Nella mia collezione si trovano tutti i pas-
saggi graduati di tale specie ».
Dopo tali conclusioni si capisce come egli abbia potuto descrivere una ergane rostagni
Trti come var. minor Costa del rapce.
Ma è strano che egli riconosca così facilmente in questa una forma diversa del rapce, e
così a malincuore ammetta come ergane H. G. gli individui delle altre generazioni.
Della minor Costa egli scrive : « Io non posso riguardare questo picciolo parpaglione come
specie distinta, perchè non disconviene dal suo tipo nè per disegno, nè per le macchie ed
i colori; ma solamente è di quello la metà in grandezza. La qual cosa può derivare dalla
scarsezza di convenevole alimento per l’aridità della stazione, o per la natura del suolo in
cui vive la larva, onde non acquista incremento quanto conviene. Esso trovasi infatti nelle
alte regioni dei nostri Appennini, sull’ Aspromonte, il Matese, il Gran Sasso; schiude nei
mesi di luglio ed agosto ».
Ho dovuto far giustizia di questa minor Costa nelle mie nuove forme di Lepidotteri II.
1907 a pag. 20. A proposito di alcuni esemplari di Oricola dicevo infatti, che « mi ricordano
molto le figure assai imperfette 3 e 4 della tavola 3 del Costa Fauna del Regno di Napoli
che egli chiama rapce L. var. minor Costa ». Non è solo il colore giallognolo ed il taglio
arrotondato delle ali che me lo fanno credere, ma sopratutto l’assenza dei punti nella pa¬
gina inferiore (fig. 4 del Costa). La località stessa di sua provenienza, cioè « le alte ragioni
del nostro Appennino ecc., e l’epoca in cui schiude a luglio ed agosto », confermano che
questa minor di Costa va messa nel novero dei sinonimi, ed ascritta senz’altro alla gene¬
razione rostagni Trti dalla ergane H. G. *).
Non contesto che si trovino individui piccolissimi della rapce L. durante i mesi d’estate
nella Sicilia, nei Monti del Mezzodì d’ Italia od alle Isole dell’Adriatico della Costa dalmata,
come li ha notati il Dr. Egon Galvagni, ma non possono servirsi del nome minor Costa,
che — per l’assenza dei punti nel rovescio delle anteriori deve riferirsi ad una forma di
ergane H. G.: saranno altri minor, se ci terranno a quel nome, di quell’autore che le saprà
di nuovo far valere.
I nostri vecchi in generale, anche i più insigni e diligenti osservatori non riuscivano a
penetrare tutti i caratteri delle specie, come ora, nelle diverse forme.
Molto si è dovuto perciò dipanare della matassa aggrovigliata, che gli autori, per man¬
canza di precisione nelle loro diagnosi, per scarsità di ricerche biologiche ed ecologiche delle
specie, per la poca conoscenza delle larve, per la meno approfondita analisi del dettaglio,
per la scarsità e la difficultà delle comunicazioni fra di loro, andavano arruffando. Ora la
x) Nelle nuove forme di Lepidotteri III la ergane rostagni Trti è definitivamente provata come
III generazione, e non come II, che è invece la forma tipica di Geyer, mentre la I generazione,
chiamata stefanellii da Verity sulla forma di Grecia, è rappresentata nel nostro paese dalla razza
italica Trti. (Vedi le mie « Note critiche sulla Pieris ergane H. G. », Atti Soc. ltal. Se. Nat. Mi¬
lano, Voi. 49. 1910).
15
scienza col progresso enorme degli studi entomologici in questi ultimi tempi, coll’ajuto di
un occhio più affinato nell’ estendersi delle collezioni e nella perfezionata esecuzione delle pub¬
blicazioni, ha dinanzi un campo vastissimo di azione.
Euchloè belemia glauce Hb.
In un armadio speciale della collezione entomologica è racchiusa una piccola collezione di
Lepidotteri fatta da Achille Costa in Sardegna, e tenuta a parte dal resto delle raccolte.
Nulla di interessante vi ho potuto notare all’ infuori di 2 9 $ di Epinephele nurag Ghil. e
di due Euchloè belemia Esp. nella forma glauce Hb. della seconda generazione e 9 • H
manca delle antenne e dell’ala destra anteriore, la 9 dell’ala destra posteriore.
E molto importante di ritrovarla qui fra i Lepidotteri raccolti in Sardegna da Achille
Costa stesso, e quindi colla sicurezza della località, benché i due esemplari non portino eti¬
chetta alcuna, perchè finora la specie non era mal stata indicata come appartenente alla
nostra fauna. Nè lo Staudinger, nè il Curò, nè il Verity accennano che essa sia mai stata
trovata nè sul continente italiano, nè nelle isole. Cosicché ora dovrà essere registrata anche
come di Sardegna.
Ad ogni modo sarà interessante cercarla di nuovo nell’Isola.
I due esemplari del Museo non differiscono affatto da quelli di Spagna.
Erebia maestra Hb.
Un esemplare coll’etichetta : « P. mnestra var. P, t. 19 f. 3. »
E un individuo tipico — senza indicazione di provenienza.
Èrebi a stygne pyraenaica Huhl.
Un esemplare $ coll’etichetta: « affi(ne) al P. pyrene Pr. t. 48 f. 2 » (sinonimo di stygne 0.)
E della forma che s’ incontra nei Pirenei, ed anche — come indica lo Staudinger nel suo
Catalogo 1901 — - nell’Appennino.
Confrontato cogli esemplari della mia collezione concorda perfettamente con quelli della
razza dei Pirenei.
Èrebi a aerine Prr.
I esemplare mancante d’addome, voltato al rovescio. Porta un cartellino con la scritta
a penna sul verso: « Erebia goante. Majella, e sul recto a matita della medesima mano
« aerine? Majella ».
L’ individuo è un po’ sbiadito dal tempo ma rappresenta una nerine Prr. tipica.
Erebia gorge erynis Esp.
3 esemplari 2cfcfel 9 - I d^cT abbastanza piccoli, quasi unicolori, tanto il fulvo stacca
poco dal fondo bruno Uno di essi è completamente senza ocelli apicali, l’altro ne ha due
appena percettibilmente segnati. Nel disotto sono affatto normali.
Cosi pure è della 9> che porta una etichetta colla scritta a penna: « mnestra var. »
Dal cartellino di uno dei $ risulta che essi provengono dal Gran Sasso d’Italia, dove
infatti questa forma di gorge Esp. si trova comunemente.
Erebia neoridas etrusco Verity.
4 esemplari, 2 e 2 9 $
Uno dei cT cf ® senza etichetta e manca dell’ala sinistra anteriore: l’altro, in buone con¬
dizioni, reca un cartellino colla scritta: « Erebia medea S. V. Pr. 55 f. 2, Abruzzo ». Così
pure una delle 9 9 porta la dicitura « Erebia medea S. V. var ., Pr. 55 f. 2, Majella ».
16
mentre l’altra $ ha l’etichetta colla indicazione sul recto « Erebia neoridas, Gran Sasso »
correzione di quanto è scritto sul verso, cioè: « Eusebia (!) aff. alla ligea ».
Questi esemplari della neoridas B, appartenenti alla razza centrale italiana descritta da
Verity col nome di etnisca Vrty, hanno il disotto delle 9 9 assai dilavato , colla fascia
giallognola, biancastra, senza contorni decisi. L’esemplare del Gran Sasso è un po’ più
grande di quello della Majella e porta due piccoli ocelli di più nelle fasce fulve delle ali
anteriori che non il secondo.
Erebia euryale brutiorum Trti. subspecies nova.
Tre esemplari 2 ^ ed 1 9 — così spiccatamente marcati, che si staccano completamente
da tutte le altre molteplici razze finora descritte. Essi provengono dal Gran Sasso d’Italia,
come ne fa fede la loro etichetta.
Tutti e tre sono di piccola statura in confronto a quella delle altre sottospecie.
Infatti i cf cT misurano rispettivamente 34 e 36 mm. di espansione; la 9 36! mm. an-
ch’essa. Un’altra 9 di colorito più fresco è in mia collezione e proviene dal Gr. Sasso in
data 27 luglio 1907. Tutti sono caratterizzati dalla strettezza della macchia allungata fulva
nelle ali anteriori, che è poco più larga della metà delle altre forme conosciute, e continua,
non interrotta — come nella euryaloides Tsstr. e nella ocellaris Star. — dalle venature oscure.
Gli ocelli neri apicali entro questa macchia o fascia, sono due o tre; piccolissimi nel ,
un po’ più grandi e pupillati nella 9 •
Nelle ali posteriori la fascia fulva è appena accennata da qualche macchiatura nebulosa
di quel colore negli spazi intercostali antemarginali. La 9 ha le frange, più che il cT, a
scaglioni bianchi e bruni.
Il rovescio del è nelle ali posteriori unito e fulvescente, non bruno oscuro, un po’ più
chiaro in corrispondenza della fascia antemarginale della pagina superiore.
Nelle anteriori il disco è pure fulvescente un po’ più vivo in riscontro della fascia fulva
del disopra: gli ocelli apicali appena centrati di bianco.
Nella 9 d rovescio è più uniforme, che non nelle altre sottospecie, ed è consimile a
quello del nelle ali anteriori con gli ocelli tuttavia più grandi, mentre nelle ali posteriori
reca una fascia antemarginale larga, più regolare, quasi uniforme, di colore bianco giallognolo.
La classificazione di questi esemplari fatta da A. Costa era portata da un solo individuo,
al quale dapprima era stata apposta una etichetta con « P. mnestra », etichetta, che, di poi
capovolta, presentava sul recto a matita « euryale ».
Oggigiorno della euryale Esp. si conoscono le seguenti sottospecie:
■euryale euryale Esp.
— euryaloides Tgst.
— sottospecie x (secondo Fruhstorfer)
— adyte Hb.
— piatomela Esp.
— clanis Fruhst.
— — isarica Rììhl.
— ocellaris Stgr.
— — extrema Schaw.
— etobyma Fruhst.
— syrmia Fruhst.
— sottospecie y (sec. Fruhstorfer).
— jeniseijensis Tryb.
— sottospecie z (sec. Fruhstorfer).
— brutiorum Trti.
— Germania centr. (JEtiesengebirge).
— Finlandia — Alpi.
— Lapponia. (Esemplari piccolissimi).
— Alpi — Giura.
— Alpi Svizzere. (Canton Berna).
— Stiria — Baviera.
— Monte Isar.
— Tirolo.
— Austria.
— Alpi Marittime italiane.
— Bosnia.
— Pirenei.
— Siberia.
— Aitai.
— Appennino centr., Abruzzo.
17
Satyrus briseis emilianus Fruhst.
2 esemplari e $ provenienti dal Monte di Bagno. Appartengono alla razza emilianus
Fruhst, descritta dall’entomologo ginevrino su esemplari dell’Abruzzo.
Ne posseggo in collezione di simili del Monte Majella e del Monte Autore. La 9 del
Museo è di dimensioni più piccole dell’ordinario, ed ha il disotto molto biancastro:
Calberla nella sua Macrolepidopteren Fauna der romischen Campagna ecc. (1887) ha notato
pure questa forma abruzzese colia fascia della pagina superiore nelle ali posteriori del
dilavata ed il rovescio in ambo i sessi molto chiaro. Egli dice che è molto staccata dal
tipo tedesco.
Sebbene allora non fosse di moda il creare varietà, sottospecie e razze nuove, come si
pratica ora, Calberla fu uno dei primi tuttavia a metter fuori in quello stesso suo lavoro
parecchie varietà locali italiane, naturalmente. Ma si domanda perchè 1’ ha fatto in alcune
specie, mentre in altre — come qui — 1’ ha omesso? Il Calberla poi corregge in quella sua
pubblicazione alcune inesattezze sfuggite al defunto mio cugino Gianfranco Turati, affibian-
dole al « Conte Turati », che sono io; del che mi lagno, ed il che tengo a rettificare per
mettere una volta per sempre le cose a posto.
Satyrus cor dui a calabra Costa ( actceina Oberth).
Un piccolo cf abbastanza ben conservato riproduce il tipo di quelli portatimi dal Monte
Autore (prov. di Roma) dal sig. Krììger, e che ho avuto anche dalla Majella.
Questa razza si incontra anche nel resto dell’Abruzzo, secondo Calberla, che la dice
« probabilmente la fidia var. calabra di Costa ». E una forma, che tiene alquanto dell’ actcea.
Esp. per la statura piccola, e per la fascia bianca nel rovescio delle ali posteriori abba¬
stanza bene accennata, non molto dentellata, anzi distesa a semicerchio quasi regolare;
mentre ha del cordala. F. gli ocelli in numero di due nel disopra delle ali anteriori.
Questi ocelli sono tuttavia rimarchevolmente più piccoli tanto nel disopra quanto nel
disotto delle ali anteriori, carattere già fatto rimarcare da 0. G. Costa e da Calberla.
Negli individui esaminati da Calberla, questi non notò l’ocello anale delle ali posteriori,
che non c’è nell’esemplare del Museo, e che Costa stesso afferma mancante, ma che è portato
pertanto, sebbene piccolissimo da un della mia raccolta proveniente dal Monte Autore.
Nella mia collezione c’è anche una 9 che ha due ocelli anali nella pagina superiore delle
posteriori, pupillati di bianco glaucescente.
Altro carattere di questa razza indicato da Costa e confermato da Calberla è la mancanza
dei puntini bianchi fra gli ocelli delle ali anteriori nel Essi sussistono solo nelle 9 $ >
osservo io, le quali hanno il rovescio delle posteriori a fasce molto dilavate e biancastre,
non giallognole.
Le figure del Costa (Fauna del Regno di Napoli tav. 3 fig. 1. 2) sono abbastanza ben
fatte, con tutti questi dettagli,, ma il rovescio (fig. 2) delle ali posteriori è inverosimilmente
caricato di bianco; nel testo, infatti, Costa dice che il colore è « inferiormente più oscuro ».
Dopo quanto si è detto, colla concordanza delle osservazioni di Calberla (1. c.) credo che a
questa razza, denominata recentemente actceina da Carlo Oberthùr, si debba restituire il nome
di calabra 0. G. Costa. Se Costa l’aveva erroneamente ascritta al fidia L., le figure da lui
fornite correggono la sua svista.
Un dettaglio interessante nell’ individuo del Museo è un terzo ocello un po’ più piccolo
pupillato di bianco, che si nota da ambo le pagine dell’ala anteriore al disotto dei due nor¬
mali verso l’angolo interno.
Un analogo ocello lo possiede anche una 9 della mia collezione proveniente dal Monte
Autore.
Non c’ è ragione di farne una fauna triocellata.
18
Epinephele rhamnusia lupinus 0. G. Costa.
1 cf assolutamente tipico, senza indicazione della località, ma colla sola etichetta a pugno
di Achille Costa « $ var. lupinus Costa ».
E questo uno degli individui per me più interessanti della raccolta, poiché non lascia al
vederlo alcun dubbio sulla sua diversità in confronto al rhamnusia Per. di Sicilia.
Ho studiato e trattato esaurientemente la quistione rhamnusia-lycaon, nelle mie « Nuove
Forme III (Naturalista Siciliano 1909), e ad esse rimando il lettore.
Epinephele nurag Ghil.
2 $ 9 della Raccolta di Sardegna fatta da Achille Costa, una col cartellino Mt Desulo
7; l’altra coll’indicazione Orani 8, porta una seconda etichetta che la considera come « Ida
9 var. »
Nel disopra le 9 9 del nurag Ghil. ricordano assai le 9 $ dell’ ida Esp., ma nel disotto
per la loro fascia giallastra delle posteriori esse si avvicinano molto alla jurtina L.
Melitaea didyma patycosana Trti. subspecies nova.
Una 9 > senza etichetta d’origine. La riconobbi subito come di Calabria dal suo aspetto
allatto peculiare , identico a quello di due altre 9 9 raccolte in due riprese nel giugno
1907 a Paola ( Patycos ) del signor Giorgio Krììger insieme a numerosi cf, tutti più grandi
delle maggiori forme che io possegga di questa specie nella mia collezione.
E così la terza volta che mi capita sotto mano questa facies, così diversa da tutte le altre
conosciute, che mi decido a pubblicarla come nuova. Me ne autorizza certamente il risorgere
ora di un esemplare così vecchio, e pure così consono ai tipi dell’oggi, a prova della costanza
e stabilità di una razza, che si va perpetuando con caratteri particolari in Calabria,
cf Espansione rum. 41-42
9 » » 46-47
Il 3* è di un colore fulvo vivace, con macchie e punti sia antemarginali, sia formanti
la riga mediana, neri, grossissimi, staccati fra di loro. Il margine distale è fatto di lunule
nere continue, ad archetti tondi salienti negli spazi intercostali. La linea antemarginale di
lunule nere e grosse: il disco delle ali posteriori scarsamente provvisto di punti, come nella
forma meridionalis Stgr di Sicilia.
Di sotto i punti neri nelle anteriori sono bene segnati e dilatati. Il giallo solfureo carico
dell’apice e delle posteriori è cosparso di numerosi punti neri ben marcati: le lunule della
fascia fulva diffuse, ed in certi esemplari staccate fra di loro.
La 9 ha le ali larghe, massicce, arrotondate, come nessun’ultra razza di didyma. Il fondo
delle 4 ali è giallo di zolfo più 0 meno fulvescente al margine anteriore delle ali posteriori,
velato di squamule verdi meno fitte che nelle femmine della meridionalis Stgr e della alpina
Stgr. Macchie e punti grossi, diffusi e staccati gli uni dagli altri, con una disposizione che
ricorda quella della didyma caucasico Stgr. Margine invece a lunule larghe ma continue.
Di sotto ricorda la figura didyma turanica pubblicata dal Seitz, ma ivi il colore del fondo
delle posteriori ed il chiaro degli apici è giallo luteo, non sulfureo.
I punti delle anteriori traspajono grossi e dilavati: nelle posteriori sono allungati e sparsi.
Le lunulette, che d’ambo i lati contornano la fascia fulva, un po’ più pallida che nel gf ,
sono staccate fra di loro e dalla fascia stessa, lasciandovi cosi intercedere ancora lo spazio
giallognolo del fondo.
I punti negli spazi antemarginali sono grossi ed arrotondati: nei sei spazi basali sono
ben distinti e neri.
19
Venendo ora ad un confronto complessivo di questa patycosana Trti colle due forme
affini meridionalis Stgr. ed alpina Stgr, troviamo che la patycosana Trti differisce dalla
meridionalis Stgr di Sicilia pel taglio delle ali molto più ampio ed arrotondato, pel colorito
fulvo terra-cotta molto più intenso nel meno verde e meno compatto nella 9- I ponti
e le macchie sono il doppio più grossi ; il margine distale è formato da lunule continue a
dorso tondo, e non da una linea sagittata, od a punti staccati, come è nella meridionalis Styr.
Di sotto la patycosana Trti è più piena di punti e di lineette; il giallo delle posteriori
è più opaco.
Differisce dalla alpina Stgr anche qui per la statura, ancora alquanto più grande ; pel
colorito, fulvo un po’ più rossiccio nel cT, più giallognolo, cioè meno fulvo, nelle anteriori
delle 9 9 i Per molto minor estensione di nero nel margine anale delle posteriori; per la
discontinuità dei punti grossi e neri; e pel minor numero di questi nel disco delle ali po¬
steriori.
Il rovescio del è di un fulvo un po’ più chiaro con punti grossi formanti la riga me¬
diana, che traspare.
Le fasce fulve delle posteriori sono più larghe nel (f della patycosana Trti, più pallide,
quasi appena accennate in confronto all 'alpina Stgr. nelle 9 $ ■> 9 di cui fondo dell’ala è
pure più lutescente.
I segni neri delle posteriori in ambo i sessi sono meglio marcati, e cioè a punti più grossi
nei cf, a tratti, o lineette, più lunghe nelle 9 9 •
Melitaea athalia maxima Trti. subspecies nova.
Mentre la statura media della athalia Rott è di 37 mm. circa, abbiamo qui un esemplare
cf di 45 mm. Nella mia collezione proveniente da Paola (Calabria) preso nel giugno 1907
del signor Geo. C. Krùger c’ è una 9 corrispondente a questo 3”, altrettanto grande, che
io non avevo finora mai potuto identificare, tanto mi pareva diversa da tutte le altre forme
di athalia Rott. che io conoscevo.
L’esemplare del Museo porta la pura e semplice indicazione di pugno di Achille Costa
« Melitcea athalia » senza nè data nè località.
Coll’appoggio della 9 della mia collezione, e basandomi sul fatto che nella raccolta del
Museo di Napoli sono esemplari precipuamente presi nell’ex Regno di Napoli, e sulla cir¬
costanza che accanto a questo esemplare trovai due altri individui, di athalia Rott con eti¬
chetta del Gran Sasso, quali ordinariamente si prendono negli Abruzzi, non è diffìcile il
poter dire, che questo esemplare proviene d’altra parte del Reame, e probabilmente dalla
Calabria dove si estesero le cacce dei Costa.
Ma non è solo per la grande statura, che questa forma ora conosciuta in ambo i sessi,
si distingue. Essa colpisce a primo acchito per la intensità del colore, fulvo nel 3", forte¬
mente spolverato di scuro nella 9 > e pel margine distale, che nell’aCaCia Rott, normale si
limita ad una larghezza di poco più che x/2 mm., mentre qui raggiunge quasi i 2 mm. in
tutte e quattro le ali uniformemente.
II disotto ha le ali posteriori colle fasce fulve ad insenature poco profonde e non così
intensamente marginate di nero; e gli spazi chiari di un giallo d’uovo nel un po’ più
chiari nella 9 •
Per la statura i due esemplari qui descritti potrebbero avvicinarsi alla mehadiensis Gerh.
d’Ungheria, ed alla magna Stgr di Spagna: nel colorito e nei disegni della pagina superiore
stanno frammezzo alle due colle rigature antemarginali più sottili e più ondulate che non
nella mehadiensis Gerh., ma meno discontinue che non nella magna Stgr.
Ed è tanto grande per una athalia Rott questa forma, che Oronzio Gabriele Costa come
vedremo dopo, l’ha figurata ritenendola varietà della phcebe.
20
A questo proposito mi piace notare che Oronzio Gabriele Costa annovera quattro sole
specie di Melitcea nel Regno di Napoli ma aggiunge: « non sarà difficile che altre ancora se
ne vadano discoprendo: di esse non mancheranno le pianure delle Daunia, e delle rimanenti
provincie pugliesi, e forse in maggior copia ne stanziano in queste, che nelle montagne,
contro quello che opina il signor Bonaparte; ed il mezzogiorno ugualmente che il setten¬
trione ne abbonda ».
Il quale Carlo Luciano Bonaparte, Principe di Musignano, oltre che entomologo fu uno
dei più distinti ornitologi del suo tempo, tanto che il suo Catalogo « Nomenclator Avium »
è durato in uso fino a quello di Sharpe per quasi mezzo secolo. Egli scrisse fra l’altro dei
« cenni sopra le variazioni a cui vanno soggette le farfalle del gruppo Melitcea » nell’An¬
tologia del Maggio 1831, N. 125, citata da 0. G. Costa e da lui così commentata : « Ben
si ravvisa il sig. Bonaparte essere le farfalle di questo sottogenere o gruppo, che dir si
voglia, cotanto simili fra loro e soggette a strane variazioni accidentali da riuscire oltre¬
modo difficile lo stabilire quali sieno i tipi specifici a cui appartiene ciascuna. Convinto
aneli’ io di tale verità l’accennai più volte nelle mie memorie lette alla R. Accademia di
Scienze ». Davanti alla confusione che non riesce a districare, egli ricorre alla ipotesi di
una ibridazione. È interessante il vedere come frammezzo a qualche affermazione smentita
ora del progresso degli studi biologici, egli si esprima con parole piene di buon senso. Egli
infatti vorrebbe far notare che « la mescolanza delle specie affini dà sovente degli ibridi,
i quali si perennano o si alterano secondo le influenze dei climi, e da questa doppia cagione
derivar possono quelle variazioni poco ben pronunziate, che han preso luogo di specie di¬
stinte, come credo che il trivia sia una derivazione di didyma. Comunque però vadano
questi cambiamenti, certa cosa è che moltissime variazioni succedono, e tutte degne d’essere
attentamente studiate onde tórre di mezzo le ambiguità e purgare la scienza delle false
specie e della confusione che nella sinonimia si incontra ».
Se fosse vissuto adesso che cosa penserebbe il Costa di tutte le nuove sottospecie, varietà,
mutazioni, aberrazioni, sottovarietà ? Malgrado i suoi buoni propositi, egli stesso ha fatto
una confusione maledetta quando, avendo « creduto opportuno di illustrarle » quelle specie,
« esibendo la figura delle più importanti loro varietà », ha dato alle sue iconi qualifiche
errate. Il Zeller fin dal 1847 nell’ Isis fase. II a pag. 124 facendo risultare questi sbagli
grossolani dice: « siccome poi le figure sono oltre a ciò molto cattive, cosi con questa con¬
fusione si può pensare quale utile possono ritrarre gli Italiani da quell’ opera ! ». Ratta la
debita tara alla minor perfezione delle figure ed alla loro coloritura poco precisa, un at¬
tento esame delle sue tavole 6 e 7 delle Rauna darebbe la seguente classificazione alle tre
« varietà » di athalia da lui rappresentate:
Var. a (tav. 6, fig. 1,2) è una Melitcea phcebe simile a quelle degli Abruzzi e del Monte
Autore.
Var. b (tav. 6 , fig. 3-4) è una athalia come quello del Gran Sasso, ma troppo carica
di giallo nel disotto.
Var. c (tav. 7, fig. 3-4) sembra una Melitcea dejone.
Ed è nella stessa tavola 7 che ci appare figurato il disopra ed il disotto di una vera e
propria forma di athalia Rott sotto il nome di Melitcea phcebe (fig. 1, 2).
Questa ultima forma di athalia Rott. è precisamente quella che io ho descritto or ora
col nome di maxima Trti., e la si riconosce molto bene tanto nella figura che ne rappre¬
senta la pagina superiore, quanto in quella che ne rappresenta il rovescio.
Il Costa dice che « la figura che si è data di questa specie » ( phcebe secondo lui) « rap¬
presenta una varietà non frequente da noi e vive nelle regioni meridionali del Regno ».
Egli la raccolse in terra d’ Otranto.
Sembrerebbe dunque una forma estesa a tutta la zona più meridionale della nostra penisola.
21
Argynnis pa/es medioitalica. Trti. subspecies nova.
Il non più grande della forma palustris Frhst dell’alta Engadina e del Sempione, ne
ha medesima disposizione e grandezza di punteggiatura, ma un colore più dilavato, giallo¬
gnolo anche.
La Q appena leggermente velata di atomi oscuri molto meno della isis Hb. e della pa¬
lustris Frhst. reca i margini distali formati da una linea di punti, come nel 3”, al termine
di ogni costa, e fra essi un interstizio giallognolo chiarissimo.
Disotto traspajono leggermente tre punti della linea antemarginale : gli apici sono di un
giallo di zolfo chiaro pochissimo frammisto di rosso, così pure i disegni delle ali posteriori,
con tuttavia i contorni più segnati che nella isis Hb., e le macchie perlacee meno brillanti,
quasi opache, più piccole.
Due esemplari del Gran Sasso d’ Italia : il reca il cartellino : « Arginis pales », la 9
invece è classificata come « selene S. V. » dallo stesso pugno di Achille Costa, il quale
evidentemente pei caratteri particolari che ho fatto ora risaltare non credeva di poterla
ascrivere a pales Schiff.
Nella mia collezione ho una 9 identica a quella del Museo di Napoli raccolta alla Ma-
jelia il 6 agosto 1907: a cagione della sua più recente data ha il fulvo delle ali un po’ più
rossiccio.
Calberla nelle sue Macrolepidopteren Fauna della Campagna Romana (Iris 15 giugno 1887
pag. 133) ha riconosciuto che il pales Schiff. dell’Abruzzo è una forma diversa del pales
tipico e dal pales alpino. Egli tuttavia non ha dato alcun nome a questa vera e propria
razza locale pur facendone una buona diagnosi, quasi completa, che si adatta ai due esemplari
qui descritti. Eppure avea fatto una var. romana della Euchloe belia Cr , una var. romana
della Meliteoea didyma 0, una var. italica del Chr-ysophanus hippothoé L. ecc., mentre non
aveva dato , pur descrivendola , alcun nome alla razza di Chrysophanus alciphron Rott da
me recontemente chiamato rubli Trti.
Notevole nella descrizione di Calberla è 1’ accenno alle macchie marginali delle ali po¬
steriori della 9 (nei nostri esemplari anche nelle ali anteriori sebbene un po’ meno mar¬
cate) segnate di giallo chiaro, carattere specialissimo di questa razza.
Ecco pertanto, tradotto, quanto ne scrive il Calberla in tedesco: « Abruzzo in luglio non
comune. Volava su una prateria alpestre a circa 1500 metri, ed è di piccolissima statura:
30 a 35 mm. Il sulla pagina inferiore delle ali posteriori fortemente macchiato di ruggine
e di giallo, poco spolverato di verdognolo alla base. La 9 con pagina superiore non oscurata,
le macchie marginali delle ali posteriori al di sopra marcate di giallo chiaro, nel disotto
l’apice delle ali anteriori e tutte le ali posteriori giallo verdognolo meno mischiate di rug¬
gine che non i »
Calberla accenna poi alla var. isis Hb. accettandola nella sua « Fauna » solo dubitativa
degli Abruzzi, dove Standfuss l’avrebbe invece riscontrata.
Io opino che questa pretesa isis Hb. potrebbe essere realmente la forma più oscura della
nuova razza locale all’estremo della scala del colorito, che può assumere la 9 : quella descritta
da Calberla sarebbe la più chiara, quella del Museo che mi serve ora da tipo e l’esemplare
della mia collezione sarebbero la forma media, mentre quella citata e ritenuta isis da Stand¬
fuss, e non accettata completamente da Calberla, è la più carica di bruno.
Theda i/icis Esp.
3 esemplari, due dei quali 1 ^ e 1 $ rimarchevoli per la loro statura. Nella 9 1 che
del resto è assai vecchia e scolorita, la fascia e le macchie marginali del rovescio delle ali
22
posteriori non sono di rosso mattone ma di un giallo ocraceo. Un è indicato come « spini
var. » proveniente da Fondi. L’altro non ha indicazione di provenienza ma è classificato
« Thecla Spini S. V. lyncoeus Esp. ». La $ porta puramente e semplicemente « Thecla
Spini $ ».
Non si capisce come mai con tanta diversità, che hanno nel disotto spini ed ilici s, la
prima caratterizzata specialmente dalle lunulette azzurre dell’angolo anale sul rovescio, che
mancano alla ilicis, e da una riga trasversa di lineette bianche diversamente costituita da
quella della ilicis , Achille Costa, la di cui scrittura è quella dei cartellini, abbia così erro¬
neamente giudicato quegli esemplari. A menochè non sia stato tratto in inganno dalla
menzionata fascia ocracea della $ , ed allora si potrebbe ritenere che non è dovuta a de¬
perimento di colore per effetto del tempo, e sarebbe interessante di riprendere esemplari
freschi di questa forma.
Ma ad ogni modo gli altri caratteri la fanno senza dubbio ascrivere ad ilicis e non a
spini.
Ed ecco come tante volte succede ai compilatori di cataloghi , ed agli scrittori , che
fanno citazioni senza controllo, di cadere in gravi errori per non aver potuto verificare per¬
sonalmente i documenti, ed essersi fidati di indicazioni di autori autorevoli !
Chrysophanus hippothoè italica Calb.
2 Esemplari $ e $ di questa bella forma centrale-italiana, che Calberla raccolse dap¬
prima al Gran Sasso su praterie umide a 1500 metri di altezza, dove è abbastanza comune.
Collimano cogli esemplari della mia collezione presi al Monte Autore.
Il (f, come osserva Calberla, forma un passaggio al $ dell 'eunjbia 0,, mentre la 9
tende verso la stiéberi Gerh.
Negli esemplari del Museo il rf ha una etichetta in questi termini: « Polyommatus eu-
rydice Rot. v. eurybia 0. <$ Majella ». La 9 è considerata come « Polyommatus chryseis
L. Gran Sasso ».
Eurydice Rott. e chryseis Beh., sono sinonimi di hippothoè L.; senonchè Linneo non ha isti¬
tuito il nome di chryseis , che fu dato invece da Borkhausen e ripetuto di poi da Hììbner,
OcHSENHEIMER, GoDART, FrEYER ecC.
Lycaena coridon appennina syngrapha Kef.
Una bellissima 9 •
Col nome di syngrapha Kef. si designa la 9 della coridon Poda, che ha la pagina su¬
periore delle ali rivestita, più specialmente nelle posteriori, dei colori del
Questa mutazione l’ho verificata in varie sottospecie. Nella mia collezione ho delle syn¬
grapha Kef. che appartengono alla forma tipica col fondo del rovescio delle ali bruno, altre
alla reznicecki Bartel facilmente distinguibile nel disotto pel fondo biancastro delle ali,
specialmente le anteriori, e per i punti neri più grandi; altre ancora che appartengono alla
appennina 7i. pella punteggiatura piccola, il fondo del rovescio delle quattro ali chiaro, cre¬
moso, e la fascia dei punti antemarginali aranciata.
L’esemplare del Museo sotto il N. 28972 , proveniente da Vitulano , appartiene appunto
alla razza appennina Z. Se anche non raggiunge nello sviluppo dell’azzurro sulle ali anteriori
tutta l’estensione che si nota nelle syngrapha meglio caratterizzate, esso vi è già talmente
vicino, che si deve considerarlo come tale.
23
Thynis fenestre/ia Se.
3 esemplari 1 cf e 2 Q9 dei quali uno della Majella ed uno di Reggio (Calabria) tutti e
tre concordanti fra di loro. Per quanto abbiano le macchie vitrine un po’ più piccole che
gli esemplari del Nord, non possono essere ascritti alla forma migra B. Haas, che pure è
stata raccolta nell’ Italia Centrale, e che manca della picchiettatura gialla, che negli esem¬
plari in esame è invece abbastanza ben marcata.
Sesia.
Di questo genere ho notato nella collezione del Museo Partenopeo alcune poche specie
colla indicazione delle località di cattura, che riproduco qui appresso.
Vi sono dei frammenti di una Sesia colla determinazione di « antlir aciformis Rbr. Ceri-
gnola ».
Non posso garentirne l’identità; noto però che la specie è propria della Corsica, ma non
mi parrebbe difficile possa esser stata presa nella pianura foggese.
Un altro frammento di Sesia è chiamato alysoniformis H. S. colla provenienza, Persano.
La specie si trova anche in Dalmazia e potrebbe probabilmente incontrarsi pure nella
Campania.
Un esemplare senza testa classificato nomadceformis, sinonimo probabilmente della cono-
pi formis Esp. ha l’ indicazione : Matese.
Una chrysidiformis Esp. è stata presa a Persano.
Ci sono poi due ali di un Trochilium apifovmis Cl. preso a Caserta, ed un mutilato nel¬
l’addome sotto il nome di crabroniformis, proveniente da Sansevero, che io ritengo un api-
formis Cl. anch’esso. Crabroniformis Schiff. è infatti considerato come sinonimo di apiformis
Cl., mentre tiene il nome della specie il crabroniformis Lewin ( bembeciformis Hb.).
Zygaena transalpina altitud/naria Trti.
Sotto il nome di « Zygcena rhadamanthus var. Abruzzi ci sono due ali anteriori, il cor¬
saletto con testa ed antenne di una Zygcena che non si dura fatica a riconoscere come la
razza altitudinaria dell' Appennino centrale della Zygcena transalpina Esp., da me recentemente
descritta sotto il nome appunto di altitudinaria Trti nel « Bollettino del Laboratorio di Zoo¬
logia generale ed agraria della R. Scuola Superiore d’Agricoltura di Portici (Voi. 4, 26
febbr. 1910) ».
E una forma assai caratteristica, che potrebbe essere anche una specie a sè affatto di¬
versa dalla alpina B. (subvarietà della astragali Bkh), distinta per la ristrettezza delle ali an¬
teriori, pel colorito verdognolo poco brillante, con macchie rosse più piccole, per la squa¬
matura più tenue, per la statura in generale molto ridotta.
Che questa razza meritasse un nome speciale lo prova in certo qual modo il fatto che
Achille Costa non la seppe riconoscere come una transalpina Esp.: piuttosto preferì giudicarla
una rhadamanthus, colla quale ha almeno comune la statura,
Zygaena sorrentina sexmacula xanthographa Germ.
Una sola ala, la sinistra anteriore e la sua antenna figura qui sotto il nome di « Zygcena
hippocrepidis ». Se l’ala posteriore, che manca, fosse stata nera, si sarebbe dovuto ascrivere
l’ individuo più precisamente alla Zygcena transalpina sorrentina calabrica hexamacula sexma-
culata Trti.
Fra le cose che desideravo di vedere nel Museo di Napoli era appunto il tipo della Zy¬
gcena boisduvalii Costa , che 0. G. Costa aveva dato come varietà della stcechadis Bkh e
come tale la considerava Oberthììr nel fascicolo 20 delle sue Etudes d’ Entomologie (1896).
24
Gennai’ nel 46° fascicolo della sua Fauna insectorum Europse (1812-44) cioè verso il
1840, probabilmente senza conoscere la forma poco prima di lui descritta dal Costa (1832-
36) aveva pubblicato come xanthographa questa Zygoena gialla , ma a 6 macchie.
Herrich Schaeffer figurò invece più tardi meravigliosamente bene una boisduvalii Costa
(a 5 macchie) sotto il nome di xanthographa. Oberthùr nell’opera citata dà la figura di un
individuo scolorito a 6 macchie, dicendo che proveniva dalla vecchia collezione di Boisduval
probabilmente preso a Napoli, forse uno di quelli forniti al Boisduval dal Costa stesso col
quale era in scientifica corrispondenza, e quindi cotipo di quello a cinque macchie del Costa
(a pag. 14 dei Crepuscolari dove dice anche: « il numero delle macchie delle ali superiori
svaria, trovandosene cinque o sei » mentre nella descrizione latina parla solo di « maculis
quinque aurantiacis »).
Come si vede nessuna importanza si era data fino a questi ultimi tempi al numero delle
macchie per farne delle distinzioni di forme: cominciarono a farle gli specialisti raccoglitori
di quel genere, a partire dal Dziurzynsei, che richiamò in onore il nome di xanthographa
Germ. che aveva titolo di priorità per la forma a 6 macchie, e creò poi l’altro di sexmaculata
Dz per la forma gialla ad ali posteriori completamente nere (mutazione della calabrica
analoga alla zickerti Hoffm. — a 5 macchie).
Ma fino al 1901 le varietà gialle di cui è ora parola erano considerate sotto un solo
aspetto, cioè come boisduvalii Costa, e come forma albinistica (Oberthùr id. ibid. a pag.
44), della stoechadìs Beh. : Boisduval l’ascriveva però alla lavandulce Esp.
Fu Staudinger che nel Catalogo 1901, mentre nell’edizione precedente del 1871 l'aveva
egli stesso registrata sotto alla stcechadis Beh., la portò invece nel suo vero posto, come una
transalpina Esp., tutte abbracciando le forme gialle allora conosciute sotto il nome di bois¬
duvalii Costa x). Quando Ziceert nei dintorni di Napoli trovò delle forme gialle ad ali po¬
steriori completamente nere, che per rispetto alla boisduvalii Costa erano come le calabrica
Calb. per rispetto alle sorrentina Stgr., Hoffman credette il caso di descriverle sotto il nome
di zickerti Hoff. Ne segui di conseguenza la citata sexmaculata di Dziurzynsej, dal mo¬
mento cha il tipo di Hoffmann non aveva che 5 macchie.
Io stesso, tratto in inganno dalla classificazione dello Staudinger e dalla frequenza delle
forme gialle in date località dell’Italia centrale e meridionale, le ritenni dapprima come una
vera e propria subspecie (Nuove Forme III, pag. 9) colle sue mutazioni a 5 o 6 macchie,
ad ali posteriori nere o meno.
Ma riprendendo con coraggio lo studio delle Forme italiane della Zygoena transalpina
Esp. dovetti convincermi, che il giallo nella transalpina Esp. anche senza ritenerlo albinismo ,
come fece Oberthùr, non è che una mutazione trofica, che si riscontra in varie razze locali
della tralsalpina molto più facilmente che non in altre specie di Zygoena.
Rimando il lettore alla succitata mia monografia dal febbrajo 1910, nella quale, checché
ne dicano coloro che vogliono impancarsi a foggiare le leggi della classificazione, mi son
trovato nella necessità di adottare purtroppo una classificazione plurinominale , scendendo
non solo al trinomio, ma fino al quinomio.
Del resto una volta prevalso il concetto della suddivisione della specie in tutte le sue
diverse manifestazioni, bisogna pur registrare queste, come lo si fa già correntemente nella
botanica, particolarmente nella floricoltura; ne ho trovato esempi anche nell'ittiologia. Il do¬
mestico pesce rosso, del quale una razza giapponese si distingue per gli occhi esorbitanti
x) Oberthùr nel suo recentissimo 5. Voi. (I Parte) di Etudes de Lepidopterologie comparee, pub¬
blicato durante la stampa di questa Memoria, mantiene il nome di boisduvalii Costa, come qua¬
lificativo della manifestazione gialla in ogni sottospecie ed in ogni forma rossa della transalpina
transalpina Esp.
25
ed anche per una duplice coda, il modesto carassius vulgaris è divenuto anche auratus
japonicus macrophthalmus bicaudatus. Nella Zygoena transalpina mi sono trovato in un caso
analogo quando ho incontrato per esempio una forma a cinque soli punti nel rovescio delle
ali anteriori della mutazione gialla a cinque macchie ( zickerti Hoff) delle calabrica Calb.,
a sua volta forma secondaria della sorrentina Stsr, che è una razza particolare della tran¬
salpina, e mi è così risultato il quinomio di transalpina sorrentina calabrica zickerti
depuncta Trti. Come ho dovuto registrare una Z. transalpina maritima trimaculata pseu¬
dosorrentina flavescens, Trti, ed una Z. transalpina sorrentina calabrica hexamacula rliodo-
melas Trti. ecc.
Nei fiori noto a caso per esempio una Rosa indica semperflorens sarmentosa « Le Vesuve »;
una Watsonia meriana iridifolia ardernei alba ecc.
Orgya siculo Stgr.
3 cf c? indicati come antiqua. Provenienza Calabria.
Nella mia collezione alcuni esemplari di Calabria eguali a questi, li ho ascritti alla sicula
Stgr, che Staudinger ritiene una varietà di trigotephras B. Per pronunciare un giudizio con
sicurezza sarebbe necessario conoscerne i bruchi.
Per mio conto inclino a credere che questa sicula Stgr deva piuttosto appartenere alla ericae
Germ.
La quistione è ancora sub judice, essendosi il Prof. Seitz proposto di studiare le diverse
forme italiane, che io gli ho sottoposto per l’esame. Aspettiamo il suo responso.
Parasemia p/antaginis L.
1 9 proveniente dalla « Vetta Morione ».
Callimorpha dominula L.
Ci sono qui alcuni esemplari vecchi e guasti che rappresentano le forme gialle persona,
rossica e italica provenienti dalla Majella.
Riprodotte artificialmente queste forme anche se non incrociate fra di loro, ma per effetto
omozigotico di incroci anteriori passano dall’una nell’altra per una serie di gradazioni quasi
insensibili.
Nudaria mundana L.
Comunissima nelle Alpi Marittime del Piemonte è qui rappresentata da un esemplare di
Caramanico, al Gran Sasso d’Italia, donde recentemente me l’aveva portata un entomologo
tedesco.
Diphtera alpium glauca Trti. forma nova<
Sotto il nome di « D. orlon var. glauca Costa » provenienza « Camaldoli » trovo una in¬
teressante forma aberrativa della alpium Osbeck, nella quale le linee nere trausversali sono quasi
totalmente scomparse; mancano i segni neri antemarginali, quelli nelle frangie e quelli ba¬
sali; il verde, un po’ smunto dall’età dell’individuo, è disteso a raggi sulle diverse coste,
formando tuttavia una stretta fascia antimarginale ed una mediana.
Le areole intercostali restano bianche, come completamente bianche sono le frangie di
tutte e quattro le ali. Le ali posteriori sono di un grigio chiaro quasi uniforme con una
sola riga nera nel campo anale.
Non trovo menzione di questa forma cosi marcata nelle pubblicazioni dei Costa: nel Ca¬
talogo di Staudinger e nel Seitz non se ne parla.
2fi
StUbia fail/ae Pung.
1 esemplare di « Camaldoli » s’ intende il Camaldoli meraviglioso al disopra di Napoli,
non il Camaldoli indicato dal Calberla come Appennino Toscano.
Questa specie è stata scoperta originariamente dal signor Luigi Failla Tedaldi alle Ma-
donie in Sicilia, e solo dal 1907 io l’ho potuta constatare anche sul continente. Infatti i
miei collettori me ne portarono rari e sparsi esemplari dai Colli Albani (settembre 1907)
dal Colle di Tenda (settembre 1907) e dal Monte Autore (settembre 1909). Quasi contem¬
poraneamente il zelantissimo signor Alessandro Costantini la raccolse nel Modenese. I suoi
esemplari, che gentilmente mi mandò per l’esame, non differivano affatto dai miei conti¬
nentali ed insulari.
Si vede dunque che questa specie si trova in tutta l’Italia media e littorale fino al confine
di Francia, ma sempre rara.
Calberla sulla fede dello Stefanelli cita nella sua Macrolepidopterenfauna la Stilbia ano¬
mala Hw.. del « Monte Senario in Toscana — settembre — molto rara ». Ritengo che è stata
fatta confusione in questo caso tra le due specie così affini, che Pùngeler col suo acume affatto
particolare seppe ben distinguere nel descrivere la sua failla Pung. L’ anomala raccolta al
Monte Senario dovrebbe dunque essere stata piuttosto una failla Pung., specie allora ignota.
Vedere per credere ! Per mio conto non posso credere se non vedo l’esemplare in qui-
stione, perchè con tutto il materiale italiano, che mi è passato fra le mani in questi ultimi
anni, non ho finora avuto occasione di vedere, che Stilbia failloe Pung. del continente, ano¬
mala Hw. mai. Questa è del resto originaria dell’Inghilterra, e del Nord della Francia spe¬
cialmente. In Sicilia insieme alla failloe Pung si trova anche la calberla Failla *), d’un taglio
di ali affatto diverso, e di un colorito quasi senza segni uniformemente bruno nelle ali an¬
teriori e quasi sericeo nelle posteriori. D’Algeria viene ora ad innestarsi fra calberla Failla
e failla Pung, la stilbia turatii Lucas che il sig. Daniel Lucas di Auzaj volle gentilmente
dedicarmi in seguito al mio parere, che la giudicava affatto nuova.
Infatti essa tiene pel colorito della calberla Failla, e pel taglio d’ali della failla Pung.
Metopoceras ornar Oberth.
Un esemplare indicato come « Hadena Strigilis varietas ». Esso è stato preso a Lecce.
Per quanto vecchio, è abbastanza bene conservato per poter constatare, che il suo colorito
è più bruno di quello sorcino che hanno gli esemplari di Tunisia e d’Algeria figurati dal
Seitz, e quelli della mia collezione; è più oscuro della figura un po’ troppo dilavata datane
da Oberthur nelle Etudes d’Entomologie 12, Tav. V, N. 15 su di un individuo da lui de¬
scritto negli Annales de la Societé Entomologique de France 1886, pag. 57, preso all’Oued
Leben in Tunisia.
Esso ha le righe trasversali più tenui, che non gli specimina dell’ Africa settentrionale,
ricordando in ciò alquanto la forma felix Stdss che non conosco dal vero, ma che, stando
alla figura del Seitz, dovrebbe avere una tinta oscura grigio piombo, mentre l’esemplare
del Museo l’ha più bruna.
Recentemente il signor Alberto Faller dicesi abbia raccolti alcuni esemplari nella Sicilia
orientale, a Taormina, che sono entrati nella collezione Ragusa di Palermo, a raggiungere
il tipo descritto da Failla-Tedaldi col nome di maritima Failla, nome che lo Staudinger,
*) Non so capacitarmi per quali ragioni Hampson possa riunire la calberla Failla colla anomala
Hw. tanto diversa, come egli credette recentemente di fare. Non credo assolutamente il caso di
seguirlo.
e sulle sue orme poi gli altri, ridusse a sinonimo dell’omar Oberth. forse perchè non ebbe
campo di vederne i tipi in natura.
Nemmeno io ho potuto avere ora sotto gli occhi gli esemplari siciliani , ma potrebbe es¬
sere il caso di mantenere per la forma della fauna italiana la denominazione di Failla che
lo distingue da quelli d’Algeria.
Ad ogni modo l’esemplare del Museo è interessante perchè prova che la specie appartiene
a tutto il grande bacino meridionale del Mediterraneo, dal momento che dopo d’essere stata
trovata in Siria e Palestina (forma felix Stdfss.) si può ora registrare anche della nostra
Puglia, come la si era registrata di Sicilia (forma maritima Failla). Essa compare anche
nella Turcomania, nel Turchestan occidentale, sotto la forma caspica Alph.
Orni a cymbalariae Hb.
Un esemplare di Teramo ed uno di Caserta. Finora non era stata notificata dell’Italia
meridionale. Calberla la cita di Monterotondo (Roma), Curò della Valle d’Ossola, Valtel¬
lina, Bolognese e Monti Liguri.
Xanthodes malvae Ep.
Un esemplare colla indicazione « Napoli ».
Acontio/a moldavicola euboica Mill.
Segnalata già sul catalogo di Staudinger Rebel come abitante in Calabria, è qui rappre¬
sentata da un bell’esemplare proveniente da Lecce (Puglie).
Curò aveva inscritto questa specie, come aggiunta a penna, per una nuova eventuale edi¬
zione del suo « Catalogo » ma nel fascicolo che mi sta davanti la sua annotazione è nuda
-e cruda senza indicazione di località od altro.
Tha/pochares communimacu/a cinnamomea Trti. subspecies nova.
1 esemplare d’Abruzzo, che presenta la medesima varietà di colorito della bella serie di
individui raccolti al Monte Autore del signor Geo. C. Krììoer dal 5 al 15 agosto 1909. Essi
hanno una delicatissima, tinta carnea molto più pallida di quelli d’Ungheria. L’ombreggia¬
tura distale bistra nelle ali anteriori è molto più stretta e va a finire quasi morendo nel¬
l’angolo interno.
La macchia bruniccia circondata di bianco presso il margine interno è qui di un color
cannella chiaro.
Data la coincidenza dell’esemplare del Museo di Napoli con quelli della mia raccolta ritengo
questa forma una razza locale abbastanza ben caratterizzata per esser tenuta distinta.
Curò cita la communimacula Hb. come raccolta dal prof. Bertoloni nell’Orto botanico di
Bologna. Se anche questo esemplare fosse stato eguale a quello or ora descritto, si sarebbe
potuto ritenere la cinnamomea Trti, come razza rappresentante la specie nel nostro paese.
Fino a maggiore prova la cinnamomea Trti è razza dell’Abruzzo.
Zeihes insu/aris Hb.
Nella fauna italiana figura nei cataloghi solo come proveniente dalla Sicilia: Curò lo in¬
dica dubitativamente anche di Sardegna.
L’esemplare del Museo di Napoli pertanto è segnato come preso a « San Bruzzano ».
28
Apopestes cataphanes Hb.
Citato nel catalogo Staudinger-Rebel 1901 come delT« Europa meridionale, eccetto Italia
e Russia » sebbene Calberla lo abbia segnalato, fidandosi di Mann, di Antignano (Livorno)
in Toscana, è qui come preso a « Lecce », giustamente etichettato da Achille Costa col nome
di cataphanes Hb.
Un esemplare di questa rara ed interessantissima specie è stato raccolto dal signor Geo
C. Krììger a Nicolosi, ai piedi dell’Etna, il 10 aprile 1907, ed è prezioso documento nella
mia collezione.
Apopestes dilucida Hb.
Un esemplare senza località nè data. Nella mia raccolta ne ho di Sicilia (Ficuzza-prov.
di Palermo) dell’Italia centrale (Fraine, prov. di Caserta) e della Liguria Occidentale (Ven-
timiglia, Mortola). Calberla lo cita del Gran Sasso (Appennino centrale) e dell’Abetone (Ap¬
pennino Toscano).
Geometra papilionaria L.
I esemplare di Avellino (Campania). Curò l’aveva già citata dei dintorni di Napoli. Cal¬
berla non la notò nel Museo di Napoli; la indicò solo di Toscana dubitativamente.
II signor Enrico Calberla tra la pubblicazione della seconda parte (Noctuae) della citata
Macrolepidopteren Fauna uscita il 1° luglio 1888. e quella della terza parte (Geometreae)
uscita nell’agosto del 1890 si recò anch’egli al Museo dell’Università di Napoli, dove Achille
Costa era allora direttore. Là per parecchie settimane gli fu concesso di poter esaminare
la collezione lepidotterologica del Museo, e prender note sulle farfalle provenienti dal ter¬
ritorio da lui studiato. Anche dandosi a Costa egli non abbandona la particolare animosità
nel ricercare errori nell’ottima pubblicazione — in aggiunta al catalogo Curò — fatta nel 1884
da mio cugino Gian Franco Turati; pubblicazione basata su copiose note cedutegli da
Standfuss.
E bene che in questa occasione io difenda il mio defunto parente da quegli attacchi non
sempre giusti, nè giustificati. Calberla non è stato nè preciso, nè sereno nella sua critica,
non ammettendo una specie forse solo perchè non l’aveva trovata lui, ma viceversa poi
ammettendo per buone, senza il menomo controllo, notizie di Stefanelli, di Mann ecc. che
lasciano grandi dubbi, come abbiamo visto.
Nel caso della Cleopliana anatolica Ld. per es., Calberla si arroga il diritto di dire pu¬
ramente e semplicemente : « negli Abruzzi non è stata presa, come il Conte Turati indica
erroneamente ». Il Conte Turati, per fortuna sua non ancora defunto, lo smentisce ora, di¬
cendo che ne possiede in collezione a Milano, accanto ad un esemplare raccolto dal signor
Geo. C. Krììger a Nicolosi (Etna) il 15 giugno 1908, uno raccolto dal sig. Dannehl alla
Majella il 1° agosto 1907, ed un altro preso il 10 giugno 1909, pure dal signor Krììger, a
800 metri di altezza sul Monte Autore, in quel lembo d’Abruzzo, che fa parte amministra¬
tivamente della provincia di Roma.
Ad ogni modo G. F. Turati aveva allora scritto (pag. 78, Bollettino della Società Ento¬
mologica Italiana Voi. 16, 1884,). « Dal Dr. Standfuss negli Abruzzi 12 e 13 maggio (2 esem¬
plari) ». Indicazione che lo Standfuss non ha mai smentito.
Basta questo esempio per tutti.
Euchloris smaragdaria F.
1 esemplare di « Napoli ». 0. G. Costa lo nota di Reggio Calabria; e Zeller l’aveva
già preso nei dintorni di Napoli all’eremo di Camaldoli nel 1846.
29
Acidalia circuitaria Hb.
1 esemplare di Lecce.
Larentia cyanata Hb.
1 esemplare di Cerchio (Abruzzo). ^
Larentia scripturata Hb.
1 esemplare della Majella , che è certo sfuggito alle annotazioni di Carberla, a meno
che non sia entrato in collezione dopo la sua visita, il che non sembrerebbe, data la con¬
dizione di vetustà dell’individuo, ed il numero 21316 di registro, che esso porta, anteriore
all’anno 1876.
Hemerophila serraria A. Costa.
Le 2 ali sinistre, non preparate, ad un’antenna col capo ed il torace, ecco quanto rimane
di un importantissimo soggetto che io tenevo moltissimo di vedere dopo quanto ne avevo
scritto l’anno scorso nelle mie « Nuove Forme III ». Esso deve esser stato il tipo, che servì
ad Achille Costa per descrivere la sua serrarla A. Costa. Infatto esso porta il numero
22682 che corrisponde nel Registro del Museo 1876 ai dati seguenti : « Hemerophila » senza
nome di specie: nella colonna « patria » è scritto « Sila » ; nella colonna « provenienza »:
« procurato dal Direttore ». Ora il Prof. Achille Costa fece appunto nel 1876 una spedi¬
zione per ricerche Zoologiche nelle Calabrie, e principalmente nelle Sile, delle quali pubblicò
una lunga dettagliata relazione negli Atti dell’Accademia Napoletana di Scienze Fisiche e
Matematiche del 1882, Voi. 9. E in questa relazione che egli descrisse sommariamente e
figurò troppo primitivamente la Hemerophila serraria Costa della quale prese un solo esem¬
plare, che passò al Museo di Napoli.
Sopra esemplari raccolti nel 1907 nei pressi di Genzano, sui colli Albani, io rifeci, com¬
pletandola, la descrizione di Costa nelle mie « Nuove Forme di Lepidotteri III » a pag. 112
e seg. cromofotografandone cf, $ e bruchi.
Le due ali e l’antenna, avanzi del Museo di Napoli sono perfettamente identici ai $
guasti raccolti nei dintorni di Roma, e confermano per filo e per segno tutto quanto io ho
scritto in proposito. Nulla avrei da aggiungere, nulla da levare. Ma un fatto che potrebbe
parere strano debbo notare. Oltre al cartellino col numero succitato lo spillo di quelle in¬
felici spoglie costiane portava una etichetta con su « Sila p. » ed un’altra a mano tremo¬
lante di Achille Costa con su scritto ad inchiostro: « Hemerophila silanaria ». La prima
di queste due parole sulla linea superiore, come pure 1’ l di silanaria sono scritte con in¬
chiostro ingiallito, mentre il si sembra affisso dopo, ed anaria è in copertura di altre lettere,
che non è possibile più di decifrare. Sempre nella medesima calligrafia, queste modificazioni
sembrano aggiunte dopo, perchè sono in inchiostro nerissimo.
Perchè il Costa abbia qui scritto silanaria e poi pubblicato serraria riesce difficile di
spiegare, a meno che ciò non rappresenti un pentimento al momento della pubblicazione,
corretto solo sotto alla farfalla; la quale, avendo fatto varie peregrinazioni per essere classi¬
ficata (tra l’altro dal Bkrce) era certo già passata attraverso a più di un nome prima di
ricevere quello definitivo, che è derivato dalla località Serra nella Sila dove fu presa la
prima volta.
Crambus monotaenie/lus H. S.
3 esemplari molti malconci di questo raro Crambus.
30
Uno solo di questi miseri avanzi di una stirpe infelice è etichettato. Proviene da Atina
(Cassino) ed è stato ritenuto da A. Costa come pyramidellus Tr. Il che assolutamente
escludo.
I tre individidui sono identici a quelli della mia collezione raccolti in Sicilia, a Castel-
buono (Madonie) ed alla Ficuzza (Busambra) dal signor Geo C. Iyruger nel mese di settembre
in varie annate consecutive, ed in Calabria a Cosenza il 20 ottobre 1906.
Interessa tenerne nota per la località di cattura: e non va confuso col vectifer Z che pure
si trova in Sicilia sulle Madonie in settembre.
Crambus italellus A. Costa.
Questo è certo una delle perle della collezione del Museo di Napoli, non solo pel suo
colore perlaceo — bianco latteo pellucido del fondo delle ali — ma
anche, e più, nel senso figurato della parola.
Infatti esso merita una considerazione affatto speciale. Porta un
cartellino di formato un po’ più grande degli altri del Museo,
scritto a caratteri grossi, ma colla medesima scrittura degli altri, la
mano stessa di Achille Costa: « Crambus italellus Costa. Abruzzi».
La sua facies è completamente diversa da tutti i Crambus no¬
strali, e davvero non si sa comprendere come Staudinger - Rebel
lo abbiano giudicato sinonimo di cassentinellus Z, la forma secondaria del Casentino del
Cr. craterellus Se. ( rovella L.), col quale non ha la benché minima somiglianza nè di disegni
nè di colore.
Bisognerebbe credere che gli autori del Catalogo 1901 non l’abbiano veduto in natura,
e si sieno basati sulla descrizione e sulla infelice figura datane da Achille Costa negli Atti
della Accademia Napoletana Voi. pag. 9, tav. 1 fig. 9 — anno 1888.
Ho luogo a ritenere che l’esemplare che mi sta sotto gli occhi sia anche il tipo, perchè
non ce n’ è altri nella collezione.
Esso è in istato di abbastanza buona conservazione : le sue ali sono perfette, c’ è un’au-
tenna : mancano tuttavia i palpi.
Dal disegno delle sue ali, senza affatto la radiatura nervaturale, che hanno craterellus Se.
e cassentinellus Z , e dalla forma e direzione delle due righe trasverse, la mediana e l’an-
temarginale, esso si trova le mille miglia lontano dal craterellus Se. Invece esso potrebbe
essere collocato fra il gruppo del luctiferellus Hb. e quello del falsellus Schikf., molto più
vicino al primo che al secondo.
Esaminando la serie dei luctiferellus Hb. della mia collezione, che va da esemplari quasi
unicolori neri presi alle Terme di Valdieri (Alpi Marittime piemontesi) ad esemplari grandi
e carichi di bianco presi a Davos (Canton Grigioni), si trova, che l 'italellus A. Costa ha una
grandissima affinità con questi ultimi. Imaginandone esagerata l’estensione del bianco, to¬
gliendo un po’ di nero dalla costa e la riga oscura che precede il margine interno nel lucti¬
ferellus, rimangono le due righe trasverse e lo spazio distale dell’ italellus tutti di un color
bruno un po’ più chiaro che nel luctiferellus Hb., ma di identico movimento, di identica di¬
rezione.
Le ali inferiori però qui non sono brune uniformemente fumose, ma di un grigio pallido
brillante, leggermente biancheggianti dal centro verso la base. Addome bianco sericeo, come
pure la testa ed il torace; le antenne sono brune.
E giusto che sia tolta questa bellissima e caratteristica forma dal dimenticatojo e collocata
al suo vero posto in seguito al luctiferellus Hb.
Sia esso una specie propria, o sia una forma secondaria del luctiferellus Hb., specie molto
variabile da località a località, ed a seconda delle altitudini, sarà bene prima di pronunciarsi
definitivamente, che si vada a cercarlo di nuovo questo b elYitalellus A. Costa, e se ne possa
vedere una buona serie, e se ne possano conoscere anche gli altri stadi.
Questo però è. positivo: che non è assolutamente una forma del craterellus Se.
C ramò us mytilellus Hb.
5 esemplari di diverse provenienze: sono rispettivamente segnati: Vitulano, Gran Sasso,
Abruzzi, Calabria. L’ individuo di quest’ ultima provenienza è il più grande di statura, ed
ha gli specchi larghi e distesi.
Io posseggo il mytilellus Hb. preso a Valdieri Terme (Alpi marittime) a Candalino (Pre¬
alpi della Brianza, prov. di Como) ad Oricola (Provincia di Roma) ed al Monte Autore (id.
d.). Esso estende dunque molto in Italia il suo abitato, ma è dappertutto piuttosto raro.
Milano, gennaio 1911.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( ISriao-va Serie )
VOLUME 3.
Num. 19. 1 Luglio 1911.
Dott. EDOARDO ZAVATTARI
Assistente al R. Museo Zoologico
(Torino)
Catalogo degli Eumenidi del Museo Zoologico di Napoli
[ Ricevuto il 1 Aprile 1911]
In questa breve nota presento il catalogo degli Eumenidi del R. Museo Zoo¬
logico di Napoli , che il direttore Prof. Fr. Sav. Monticelli ebbe la grande cortesia
di inviarmi in esame. A lui, com’anche al Prof. U. Pierantoni, conservatore dello
stesso Museo, che 'curò l’invio del materiale, mi è gradito dovere porgere i miei
più sentiti ringraziamenti.
Questa raccolta fa parte della grande collezione di Imenotteri formata del
defunto Prof. A. Costa ed è suddivisa in quattro raccolte speciali e cioè: la
collezione sarda (C. S.), la collezione delle provincie meridionali (C. M.), la col¬
lezione europea (C. E.) ed infine la collezione extraeuropea (C. Ex).
Le osservazioni generali, che io posi al principio del mio catalogo delle Mu¬
dile dello stesso Museo di Napoli, pubblicato lo scorso anno Q valgono anche
per il presente; devo però osservare che la raccolta degli Eumenidi è assai meno
importante di quella delle Mudile, imperocché il Prof. A. Costa non si occupò
in modo speciale di Eumenidi (non descrisse infatti che l’ Odynerus laborcms della
Sardegna, l’ Odynerus sinuato -fasciatus pure della Sardegna e dell’Italia meridio¬
nale ed infine il Pterocheilus meridionalis dell’ Italia meridionale) e quindi man-
!) Zavattari E. — Catalogo delle Mutille del Museo Zoologico di Napoli con osservazioni critiche
e sinonimiche e descrizione di nuove specie: Ann. Museo Zool. B. Università Napoli. ( N . S .) Voi. 3.
N. 9. 1910.
2
cava il maggiore interesse, che viene appunto offerto dall’esame dei tipi di specie
dubbie o controverse. Inoltre la collezione extraeuropea, che nelle Mutille conte¬
neva parecchie specie nuove o rare, è invece per quanto riguarda gli Eumenidi
costituita nella massima parte da specie assai comuni e ben note.
Nel redigere questo catalogo ho seguito in gran parte l’ordinamento adottato
dal Dalla Torre nelle sue Vespidae (Wytsman, Genera Insectorum Fase. 19.
1904), benché non nasconda che questo lavoro sia passibile di numerose critiche:
ma d’altra parte trattandosi di un gruppo molto difficile e che richiede lunghi
ed ulteriori studi, ho creduto conveniente seguire l’opera attualmente più com¬
pleta riguardo a questi imenotteri, riservandomi in lavori successivi, eseguiti su
molto materiale, di apportare quelle modificazioni, che reputerò convenienti.
Torino, E. Museo Zoologico, Marzo 1911.
Fam. Eunieneidae x)
Gen. Discoelius Latr.
D. zonalis Panz. — (C. E ) $: Piemonte, Genova
Gen. L a b u s Saoss.
L. spiniger Sauss. — (C. Ex.) cf: Giava
Gen. Z e t h u s Fabr.
Z. missìonns Bbrthes. — (C. Ex.) cf : Brasile.
Gen. E U m e n e s Latr.
E. arbustorum H. Sgh. — (C. S.) $ : M. Chiesa d’Aritso — (G- M.) cf 9 : Cava, Bene-
vento — (C. E.) cf9: Toscana, Palermo, Madonie.
E. arcuatus Fabr. — (C Ex.) 9: Nuova Olanda.
E. arcuatus Fabr. var. blanchardi Sauss. — (C- Ex.) 9: Giava.
E. arcuatus Fabr. var. flavopictus Blanch. — (C. Ex.) 9: Nord Ceylon.
E. arcuatus Fabr. var. fulvìpennis Smith — (C. Ex.) $: Menalo.
E. arcua tus Fabr. var. praslinius Guér. — (C. Ex. i Q: Molucche.
Dalla Torre (Catalg. Hymp. 9, 1894, p. 18 — Vespidae in Wvtsman, Genera Insect., Fase.
19, 1904, p. 21, n. 11) riferendosi probabilmente a Saussure (Stett. Ent. Zeitg. 23 1862,
p. 179, n. 16) pone senz’altro VEumenes fulvìpennis Smith in sinonimia con E. arcuatus
Fabr. mentre considera E. blanchardi, Sauss. E. flavopictus Blanch , E. praslinius Guér, quali
varietà distinte. Ora dato che si debbano, come io pure penso, considerare queste ultime
tre specie come buone varietà, non vedo la ragione per la quale E. fulvìpennis Smith debba
i) Nel mio ultimo lavoro : Beitràge zur Kenntnis der Hymenopterenfauna von Paraguay Vili
Eumeneidae (Zool. Johrbiich. Abt. Syst., Geogr. Biolg. 1911) ho esposte le ragioni della correzione
Eunieneidae apportata alle antiche diciture Eùmenidae od Eumenididae.
B
porsi come sinonimo di E. arcuatus Fabr. mentre è chiaro il passaggio dall’ una all’ altra
forma; così dalla var. flavopictus Blanch, la più ricca in disegni gialli, si passa attraverso
la forma tipica arcuatus Fabr. alquanto meno colorata ed alla var. blanchardi Sauss. a testa
e torace neri ed addome colorato, alla var. fulvipennis Smith totalmente nera con due sole
macchie gialle sul pedicello dell’addome, mentre con una variazione di tinta si ottiene la
var. praslinius Guér. Perciò io sono dell’opinione che VE. fulvipennis debba ritenersi come
una buona varietà di E. arcuatus. rappresentandone l’estrema variazione oscura, e che non
debba considerarsi nè come sinonimo della specie fabriciana nè come una specie distinta
come hanno invece fatto Ashmead (Proceed. Un. Stat. Nat. Mus. 28, 1905, p. 152) e Browm
(The Philippine Journal of Science I, n. 6, 1905, p. 688) nei loro cataloghi degli imenot¬
teri delle Isole Filippine.
E. bkinctus Sauss. — (C. Ex.) cf 9 : Adelaide.
E. caffer Lin. — (C. Ex.) 9: Capo di Buona Speranza.
E. canaliculatus Oliv. — (C. Ex.) cf : Brasile.
E. circinalis Fabr. — (C. Ex.) 9 : Batak.
E. coarctatus Lin. — (C. E.) cf9: Piemonte, Francia. Ginevra.
E. coarctatus Lin. var. bimaculatus André. — (C. M.) 9: Napoli — (C. E.) 9: Piemonte.
E. coarctatus Lin. var. pomiformis Rossi. — (C. S.) cf9: Iglesias, Oschiri, Porto Torres,
Portoscuro, S. Elia, Tempio, Isola Asinara — (C. M.) cf?: Loc.? — (C- E.) cf?: Napoli,
Toscana. Rive del Lago di Garda, Portogallo, Tunisi, Crimea.
E. conicus Fabr — (C. Ex.) 9: India.
E. cubensis Cresson. — (C- Ex.) ?: Cuba.
E. dimidiatipennis Sauss. — (C- E-) cf 9 : Egitto — (C. Ex.) 9 : Cairo, Assab, Abissinia.
E. esuriens Fabr. var. campauiformis Fabr. (C. Ex.) cf?: Giava.
E. esuriens Fabr. var. gracilis Sauss. — (E. Ex.) 9 : Egitto.
E. fraiernus Say. — (C- Ex.) 9 : Stati Uniti.
E. maxillosus D. G. — (C. E.) cf?: Egitto, Tripoli — (C. Ex.) 9: Alto Egitto, Gabon,
Port Natal.
E. niger Brulle. — (C- E.) 9: Egitto.
E. petiolatus Fabr. — (C. Ex) ?: India, Giava.
E. unguiculatus Vill. — (C. M.) cf?: Averno, Monte Cassino — (C. E.) 3*9: Toscana,
Modenese, Piemonte, Veneto, Portogallo.
Gen. Montezumia Sauss.
AI. cortesi ana Sauss. — (C. Ex.) 9: Loc.?
Gen. Nortonia Sauss.
N. intermedia Sauss. — (C. M.) cf?: Lecce.
Gen. Synagris Latr.
S. aethiopica Sauss. — (C. Ex.) 9: Fort Natal.
S. combusta Sauss. — (C. Ex.) 9: Guinea.
S. cornuta Lin. — (C. Ex.) cf : Capo di Buona Speranza.
S. hey deni ana Sauss.' — (C. Ex.) 9: Abissinia.
4
Gen. Rhy nchium Spin.
R. argentatimi Fabr. — (C. Ex.) cT$: Sud Ceylon, Giava, Batak. Timor.
R. atrum Sauss. — (C. Ex.) Q: Manilla, Isole Aru.
R. brunneum Fabr. — (C. Ex.) Q: India.
R. brunneum Fabr. var. carnaticum Fabr. — (C. Ex.) $: India.
R. cyanopteru'm Saos. — (C. Ex.) 9 : Aden.
R. haemorroidale Fabr. — (C. Ex.) 9 : Giava, Banka.
R. laterale Fabr. — (C. Ex.) 9 : Sierra Leone.
R. mellyi Sauss. — (C. Ex.) 9 : China.
R. nitidulum Fabr. (C. Ex ) 9 : India.
R. niloticum Sauss. — (C. Ex.) 9: Assab.
R. oculatum Fabr. — (C- M.j cf 9 : Napoli — (C. E.) cf 9 : Sicilia, Portogallo.
Gen. Odynerus Latr.
0. abd-el-Kader Sauss. — (C. S.) cT 9 : Scala di Giocca — (C. M.) cf 9 ! Loc.?
0. alpestris Sauss. — (C. E.) cf'9: Loc.?
0. angulatus Sauss. — (C. Ex.) 9 : Adelaide.
0. bifasciatus Lin. — (C. M.) cf : Sila.
0. blanchardianus Sauss. — (C. S.) cf 9 : Alghero, Oschiri, Meana — (C- M.) cf: Porto
Empedocle.
0. callosus Thomp. — (C. E-J cf: Loc.?
0. clievrìeranus Sauss. — - (C. M.) 9 : Loc. ? — (C. E.) 9 : Crimea.
0. congener Mor. — (C E.) 9: Corfù.
0. consobrinus Duf. — (C. M.) 9: Loc.? — (C. E.) 9 cf : Tunisi.
0. crassicornis Panz. — (C. M.) cf 9 : Napoli, Sila — (C. E.) 9 : Piemonte.
0. crenatus Lep. — (C. S.) cf 9 : Milla, Alghero, Meana, Laconi — ( C. M. ) cf 9= Ciro,
Benevento — (C. E.) cf 9 : Sardegna, Castelvetrano, Toscana.
0. cruentus Sauss. — (C. Ex.) 9 : Loc. ?
Il mio esemplare, pur troppo senza patria, corrisponde completamente alla descrizione
di Saussure e quindi non dubito della sua esatta determinazione. Riguardo a questa specie
è però utile fare alcune osservazioni. Saussurr (Etud. fam. Vesp. Ili, 1856, p 221, n. 115)
pose l'O. cruentus nella divisione Ancistroceroides tuttavia in nota aggiunse : « Je ne me
souviens si ces deux espèces (0. cruentus ed 0. sanguinolentus ) ont ou non une suture sul¬
le premier segment de l’abdomen. C’est donc avec doute que je les range dans le sous-genre
Ancistrocerus » . Dalla Vorre nel voi. IX del suo Catalog. Hympt. 1894, p. 63, dà la se¬
guente sinonimia :
Odynerus (Ancistroceroides) cruentus Saussure, Ètucl. fam. Vesp. III. Mas. 1856, p. 221,
n. 115 9-
Odynerus ( Parodynerus ) cruentus Saussure , Etud. fam. Vesp. III. Mas. 1856, p. 321.
Si deve tuttavia osservare che la seconda citazione non è del tutto esatta , perchè
invero Saussure (op. cit. p. 321) cita fra le specie da doversi portare nella divisione Pa¬
rodynerus un 0. cruentatus e non cruentus; ora io non saprei precisamente se la scritta
cruentatus sia un errore per cruentus , cosa possibile, giacché Saussure non descrisse alcun
Odynerus col nome cruentatus , ma tuttavia non ben certa; ammesso però che questa inter¬
pretazione sia esatta, come io pure credo, perchè Dalla Torre nelle sue Vespidae (pag. 43,
n. 184) pone nuovamente l’O. cruentus fra gli Ancistrocerus? 0 la sinonimia da lui ripor¬
tata nel catalogo era sicura, cosa che si sarebbe potuta vedere controllando o facendo con-
5
trollare il tipo che trovasi al Museo Britannico, ed in tal caso la scritta cruentatila di Saussure
era un semplice lapsus calami prò cruentus o altrimenti perchè porre senza nemmeno un
punto interrogativo una sinonimia non sicura ?
Prescindendo ora da ciò, sta di fatto che VOdynerus cruentus non presenta traccia di ca- ’
rena trasversale sul primo segmento dell’addome e rientra quindi nella divisione: Parodynerus.
0. dantici Rossi — (C. S.) c?9: Sassari, Oliena, Isola Asinara, Orani, Monte Chiesa di
Aritso — (C. M.) cT 9 : Noto, San Giovanni in Fiore — (C. E.) cf $ : Sicilia, Portogallo.
0. deste fami André — (C. S.) Q: Porto Torres, Tissi — (C. M.) cT Q : Noto, Girgenti,
Porto Empedocle.
0. disconotatus (Lich.) André — (C. M.) 9: Calabria.
0. dubius Sauss. — fC. M.) 9: Reggio, Cerignola.
0. ebusianus Lichst. — (C. E ) cf15: Baleari.
Da quanto risulta dal lavoro abbastanza recente sugli eumenidi della Spagna del Dott.
J. M. Dusmet Y Alonso (Mem. Soc. Esp. Hist. Nat. Tomo II, 1903, p. 172) il maschio di
questa molto bella specie è ancora sconosciuto, perciò ne descrivo i caratteri differenziali:
<-f: Alquanto più piccolo della O: ed egualmente colorato ad eccezione del capo in cui le
mandibole, meno il margine esterno, il clipeo, la macchia interantennale, la faccia anteriore
dello scapo sono colorati di un bel giallo-ranciato; alquanto ranciati sono inoltre inferior¬
mente gli ultimi articoli delle antenne e le estremità dei femori anteriori e di piccola parte
dei medi. Il clipeo è lucente , sparsamente , molto superficialmente punteggiato , e legger¬
mente striato, inciso poco profondamente al margine, con i’incisura delimitata lateralmente
da due piccoli denti ottusi; le antenne terminano con un robusto uncino.
Un secondo cT proveniente da Iviza, della Collezione Gribodo, presenta invece i femori
anteriori e specialmente quelli medi ornati di una striscia giallo-ranciato lungo la loro faccia
antero-inferiore , inoltre le tibie ed in gran parte anche i tarsi , ad eccezione degli ultimi
articoli brunicci, di tutte tre le paria di zampe sono ugualmente colorati in giallo-ranciato.
0. egregius H. Sch. — C. S-) cf '■ Meana — (C. E.) cT : Piazza Armerina.
0. enyo Lep. — (C Ex.) $: Cuba.
0. escilis H. Sch. — (C. E .) cT 9 : Russia Meridionale, Loc. ?
0. floricola Sauss. — (C. S.) 9: Siliqua — - (C. M.) Cava — (C E.) c?9: Toscana,
Veneto.
0. gracilis Brulle. — ■ (C. M.) cf: Altamura — (C- E) cf: Toscana.
0. graphicus Sauss. — (C. E.) 9: Toscana.
0. herrichii Sauss. ■ — ^C. M.) 9 : Basilicata.
0. imbecillus Sauss. — (C. Ex.) cf: Luzon.
Questa specie già indicata di Giava (Saussure, Etud. Fam. Vesp. I, p. 126, n. 5, giacché
è certamente errata la successiva correzione dello stesso autore [Etud. Fam. Vesp. Ili
p. 197] in Sierra Leone) e dei monti Karoon nella Nuova Guinea (Maindron, Ann. Soc.
Ent. France 6a Ser. T. II, 1882, p. 284, m 26) è nuova invece per le Filippine a quanto
si può rilevare dai due assai recenti cataloghi degli Imenotteri di quelle isole pubblicati da
Ashmead (Proced. Unit. Stat. Nat. Mus. 28, 1905, p. 152) e da Brown (The Philippine
Journal of Science Voi. I. n. 6, 1906 p. 688).
0. insularis Sauss. — (C. E-) rf- Castelvetrano.
0. ionius Sauss. — (C. S) Q: Oschiri, Ozieri.
0. laborans A. Costa. — - (C. S.) ^9: Sant’Elia, Palmas, Cagliari, Monte Gennargento.
Sono i tipi della specie.
0 lobatus André. — -(C. E.) 9: Porto Empedocle.
0. loevipes Schuck. — (C. E.) Q71: Germania.
0. melano cephalus Gmel. — (C S.) Q: Aggius — (C. MA cT9: Cerignola, Lecce, Sila,
Cava, Girgenti — (C. E.) Torino.
6
0. minutus Tabe. — (C. E.) cT 9 : Genova, Alburno, Ginevra, Turingia.
0. nasidens Latr. — (C. Ex.) $ : Brasile.
0. nugdmensis Sauss. — ( C. M.) O : Loc.? — (C. E-j cf $ : Toscana, Ginevra.
0. parietum Lin. — (C. S.) : Isola Piana, S. Elia. — (C. M.j cf9: Basilicata, Calabria,
Cerignola, A verno, Lecce — (C. E.) cf 9 : Toscana, VMomb rosa, Sicilia, Porto Empedocle,
Ginevra, Francia, Portogallo.
0. parietum Lin. var. renimacula Lep. — jC. M.) cf9: Napoli — (C. E.) ^9: Ginevra, Noto.
0. parietum Lin. var. tri fasci atus Fabr. — (C. S-) cf 9 : Isola piana, Mouti di Desulo,
Cagliari, Correboi — (C. E.) cT 9 : Tunisi.
0. parvulus Lep. — (C. S-) cT 9 : Cagliari, Alghero — (C. M.j c? $ : Caccuri, Scandale,
Lecce, Girgenti.
0. poecilus Sauss. — (C. E.) 9-' Loc.?
0. punctifrons Thoms. — (C. E.) 9: Insbruck.
0. quadrimaculatus André — (C. E.j 9^ Ginevra.
Questa specie descritta della Russia Meridionale non risulta sia nota di altre regioni, nè
è elencata tra lo specie della Svizzera da A. Schulthéss Rechberu nei suoi vespidi della
Fauna Insectorum Helvetiae, tuttavia non panni vi sia dubbio sulla determinazione , dato
che la colorazione è assai caratteristica, benché manchi nella descrizione dell’ André qual¬
siasi accenno ai caratteri sculturali che sono abbastanza notevoli nell’esemplare in questione.
0. reniformis Lin. — (C. S-) cT 9 : Domusnovas, Pula, Tissi — (C. M.) 3”: Cava — (E. C.j
9 : Ginevra.
0. simplex Fabr. — (C. M.) cT $ : Napoli — (C E.) cf: Gorfù, Toscana.
0. sinuatofasciatus A. Costa. — (C. S.j cf $ : AggiusJ Oschiri, Monti di Desulo — (C. M.j
cf 9 : Lecce, Sicilia. Sono i tipi della specie.
0. sinuatus Sauss.— (C. E.) 9: Piemonte.
0. § pinipes Lui. — (C. M.) c? 9 : Bari, Lecce — (C. E.) 9: Weissufis.
0. synagroìdes Sauss. — - (C. Ex.) cf: Alto Egitto.
0. tasmaniensis Sauss. — (C. Ex.) 9: Adelaide.
Questa specie, per quanto mi consta, è solo citata della Tasmania, e non mai del con¬
tinente Australiano.
0. terricola Mocs. — (C. E.j c? 9 : Buda-Pest.
0. timidus Sauss. — (C. E.j 9 ; Ginevra.
O. trilobus Fabr. — (C. Ex.) 9 : Isola Mauritius.
0. tripunctatus Fabr. — (C. E.j cT 9 : Malta.
0. viduus Herr. Sch. — (C. M.) 9: Valle di Orf'enda.
O. xanthomelas Herr. Sch. — (C. E.) cT 9': Boc. ?
Gen. Pterocheilus Klug.
F. chevrieranus Sauss. — (C. M.j Sila — (C. M.j c/1: Ginevra.
P. meridionalis A. Costa. — (C. M.j 9: Lecce , Montagne di Cava de’ Tirreni. Sono
senza dubbio i tipi della specie di A. Costa benché portino la determinazione Pterocheilus
italicus anziché Pt. meridionalis.
P. phaleratus Panzer. — (C. E.j cT 9 : Germania.
Gen. A 1 a s t 0 r Lep.
A. atropos Lep. — (C. S.) 9: Alghero — (C. E.) cf $ : Torino, Lombardia, Ginevra.
Napoli, R. StabiJiniento tipografico Francesco Giannini & Figi
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( Nuova Serie )
Num. 20.
VOLUME 3.
1 Luglio 1911.
Dott. G. HORVATH
(Budapest)
Direttore della Sezione zoologica del Museo Nazionale Ungherese
Nota sul Leptopus assouanensis Costa
[ Ricevuto 8 Maggio 1911 ]
Nel suo viaggio in Egitto il prof. Achille Costa ha scoperto nell’isola Elefan¬
tina presso Assuan, ricercando tra i macigni di granito, una interessante specie
di Emittero, che egli poi ha pubblicata negli Atti della R. Acccademia delle
Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli, Voi. 7, p. 9. (1875) col nome di Lep-
topus assouanensis.
Il Dott. E. Bergroth in seguito ha creduto (Wien. Ent. Zeit. 25 Jahrg. 1906,
p. 8) che la Valleriola Oreeni , descritta di Ceylon da W. L. Distant nel 1904,
fosse identica a questa specie egiziana. Egli ha nel medesimo tempo dimostrato
che Distant ha collocato a torto il suo nuovo genere Valleriola nella sottofa¬
miglia degli Acanthiini (Saldini), perchè esso appartiene invece senza dubbio ai
Leptopodini. Da questo è derivata tutta una piccola polemica fra i due autori.
Tale polemica, nella quale in seguito entrò anche il prof. 0. M. Reuter per so¬
stenere le vedute del Dott. Bergroth, si chiuse col risultato che anche Distant
ammise finalmente la posizione sistematica del genere Valleriola e la sua iden¬
tità con Leptopus.
Poiché la sezione zoologica del Museo Nazionale Ungherese di Budapest, che
io dirigo, possiede parimenti la Valleriola Greeni Dist. dell’India orientale, rac¬
colta il 18 marzo 1902 da L. Biro presso Lonaulì, mi parve non inutile studiare
questo insetto un po’ più da vicino, ed anche confrontare esattamente gli esem¬
plare indiani con quelli egiziani. Il prof. Pr. Sav. Monticelli, Direttore del
2
Museo zoologico della R. Università di Napoli, fu dietro mia preghiera così gen¬
tile da comunicarmi in esame a questo scopo i tipi del Leptopus assouanensis
Costa.
L’esame di questi tipi, per rinvio dei quali io ringrazio vivamente il prof.
Monticelli, ed il loro accurato confronto coi nostri esemplari indiani, hanno dato
il seguente risultato :
1. ° — La Valleriola Greeni , non coincide col Leptopus assouanensis, ma rappre¬
senta una specie distinta.
2. °— Ambedue le specie appartengono con ogni certezza alla famiglia dei Lepto-
podini ed al genere Valleriola.
3. ° — Il genere Valleriola Dist. non coincide col genere Leptopus Late,., ma
forma un genere distinto che differisce da Leptopus per la forma del corpo che
è meno ddatato nel mezzo, per il secondo articolo del rostro che è inerme e non
dilatato ma semplice e cilindrico, per la differente nervatura della membrana
delle elitre, per le zampe pelose e finalmente per la mancanza di lunghe spine
alle tibie anteriori.
4. ° — La specie descritta dal Costa deve portare il nome di Valleriola assua-
nensis.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( UNT uova Serie )
VOLUME 3.
, Num. 21. 28 Dicembre 1911.
Conte F. CAVAZZA
(Bologna)
Del Mus meridionali s 0. Gf. Costa e del suo valore sistematico
/ Ricevuto il 18 Agosto 1911]
Nel 1844 il Prof. 0. G. Costa descriveva come — Novella specie del ge¬
nere Mus propria del Regno di Napoli — 1) il Mus meridionalis , e la sua
descrizione è minuziosa e lunga, sicché difficilmente doveva dar luogo ad errori
od a confusioni. Nondimeno le misure di tale topo, e il non confrontarlo il Costa
nel suo lavoro col Mus minutus di Pallas, fecero sì che lo si credesse senz’altra
prova da molti sinonimo di questo.
Il prof. E. H. Gig-lioli, meravigliato di non ritrovare fra i topi del Napoli¬
tano e della Calabria nessun esemplare che corrispondesse alla descrizione del
Costa, andò al Museo di Napoli, dove ebbe l’agio di studiare i due esemplari
tipi del Costa e confrontarli con individui di Mus minutus colti nell’Italia set¬
tentrionale.
Nel 1903 il Prof. Giolioli pubblicò 2) i risultati di tali sue osservazioni e ve¬
niva a concludere che non essendovi altra differenza fra il Mus minutus ed il
Mus meridionalis se non la forma nodosa e verticillata della coda ed essendo
9 Costa, 0. Ct. — Fauna del Regno di Napoli — Mammiferi (Roditori) : Napoli 1839 (data del
principio dell’opera), pag. 13.
— — Descrizione di una novella specie del genere Mus propria del Regno di Napoli: Ann.
Accarl. Aspir. Natur. Napoli , 1844, Voi. 2, pag. 3.
2) Giglioli, E. H. — Il caso curioso della Mus meridionalis O. G. Costa e la scomparsa di quella
specie : Ann. Museo Z. Napoli ( NS ) Voi. 1 , N. 9, 11 Luglio 1903.
dimostrato che tale carattere deriva dall’essiccamento di esemplari precedente¬
mente tenuti in alcool , cosi non aveva ragione d’esistere il Mus meridionalis del
Costa.
Ciò non ostante nel recente catalogo dei Mammiferi Europei, il Trouessart :)
cita ancora tale specie come distinta, ma ciò solo in base alle descrizioni del
colorito date dal Costa e dal Cornalia * 2) referentisi quelle del primo alla forma
meridionalis , ma quelle del secondo ai minutus dell’ Italia Settentrionale. Il Troues¬
sart cioè riunisce sotto il nome di meridionalis tutti i Mus minutus d’ Italia senza
accorgersi che ciò non è possibile, non corrispondendo affatto questi ultimi alla
descrizione primitiva del Costa.
Nel catalogo vengono inoltre nominate come razze geografiche o sottospecie
proprie all’ Europa, ben cinque forme del Mus minutus e per ciascuna di queste
il Trouessart riporta descrizione e alcune misure. *■
Avendo io esaminato un materiale abbastanza grande di Mus minutus dell’Italia
settentrionale e centrale, dalle Alpi fino al Lazio, pensai di confrontare questi
esemplari italiani colle diverse descrizioni date dagli Autori per le forme di mi¬
nutus e con quella del Mus meridionalis. Mi accadde così di osservare che negli
esemplari dell’ Italia Settentrionale e Centrale vi è una variabilità individuale
assai evidente nella dimensione totale, nelle proporzioni di certe parti del corpo
e specialmente nella colorazione dell’abito. E, cosa che più m’ importava, dovetti
venire alla conseguenza che la più piccola specie di Mus dei paesi dell’ Italia Cen¬
trale e Settentrionale, non è altro che il Mus minutus e che per di più in una
stessa provincia questo topo presenta variazioni tali da doversi dire che si tro¬
vano frammiste parecchie delle forme che furono descritte una volta come al¬
trettante specie, ed ora (dopo un periodo di dimenticanza) vogliono riammettersi
come sottospecie.
Avevo già osservato che le misure riportate per alcune delle forme, non di¬
versificavano molto fra loro, e che la proporzione delle diverse parti del corpo
variava solo, da sottospecie a sottospecie, quanto può variare negli individui d’una
medesima specie colti nella stessa località, cioè per semplice differenza indivi¬
duale, ma non potevo giudicare del valore di tali forme, che mi venivano de¬
scritte ciascuna come esclusiva di un dato paese, prima di averle trovate irre¬
golarmente frammiste in una stessa regione.
Non intendo certo in questo articolo esaminare le diverse ragioni ed esporre
i dati che mi condussero alla conclusione che la maggior parte delle sottospecie
di Mus minutus ora ammesse, null’altro sono che variazioni individuali, mentre
alcune altre sono modificazioni dovute a secondarie e temporanee azioni dell’am¬
biente, questo potrò sicuramente affermare solo quando avrò potuto raccogliere
materiale ancor più numeroso e da tutte le parti d’Italia.
Nondimeno ho creduto dovermi trattenere a parlare un po’ del Mus minutus
e dell’ importanza delle sue forme, perchè si deve appunto chiarire se il M. me¬
ridionalis sia una forma locale di quella specie, se sia uguale agli altri minutus
1) Trouèssart, T. H. — Conspectus Mammalium Europae : Friedlànder & Solm, Berlin, 1910.
2) Cornalia, E. — Fauna d’Italia. Parte prima — Mammiferi: Torino , 1870.
3
d’Italia o se, come dice il Giglio li, la sua creazione sia dovuta ad un semplice
equivoco !
Nei dicembre scorso fui al Museo della R. Università di Napoli ed ebbi agio
di osservare e studiare, con gentile permesso del Chiar.mo Prof. Monticelli, i
due esemplari sui quali il Costa descrisse e fondò la nuova specie.
Sono tali due esemplari un ed una 9 entrambi adulti e conservati, il
primo, con una preparazione, che sebbene non felice, non altera molto le pro¬
porzioni deU’animale di cui si possono prendere alcune misure, e il secondo in
alcool. Il sesso dell’esemplare imbalsamato è evidente per le sue dimensioni e pro¬
porzionalità. La femmina poi conservata in alcool è certo adulta, contrariamente
a quanto si asserì da alcuni, e ciò è chiaro per le proporzioni della testa e dei
piedi col corpo.
Fui subito colpito (tralasciando per ora l’evidentissimo carattere della coda
messo in dubbio dal Giglioli) da alcune proporzioni della testa e del corpo che
apparvero chiaramente diverse da quelle osservate nei M. minutus ; poi dopo
aver preso sui due esemplari in discorso, tutte le misure che mi era possibile,
averle rese proporzionali ed averle confrontate con quelle ottenute sui minutus
dell’ Italia Centrale e Settentrionale, dovetti riconoscere che il Giglioli aveva
fondate le sue deduzioni sopra un esame non eccessivamente accurato e che i
due esemplari corrispondevano precisamente (tolta qualche inesattezza di dimen¬
sione) alla descrizione del Costa, di cui credo opportuno richiamare i tratti più
salienti.
« Il capo, in rapporto al corpo, è grossetto, il muso è ottuso, la fronte inar-
« cata . I piedi posteriori sono il doppio più lunghi degli anteriori. La coda
« si compone di 22 vertebre lunghe più che grosse, ristrette nel corpo e più
« grosse agli estremi, così che sembra nodosa; è rivestita da cute inanellata di
« scaglie..., dal contorno (degli anelli) sorgono i peli che (per ogni vertebra), co-
« stituiscono un verticillo. Per tal modo la coda sembra verticillata e nodosa. Il
« colorito (superiore) fulvo un po’ fosco per un misto di peli bruni, neri e fulvi...,
« diviene più chiaro e rossiccio nei fianchi... e passa al fulvo sbiadito nel ventre
« dove son" peli nerognoli con altri rari bianchi. Il passaggio fra i colori (supe-
« riore ed inferiore) si fa gradatamente..., la gola ed il petto sono bianchissimi
« ed innanzi all’omero evvi una macchia bruna angolosa ».
Certo si è che il carattere differenziale più appariscente di questa chiarissima
descrizione, come degli esemplari stessi, è quello della coda nodosa e verticillata,
ma esso carattere è ben lungi dall’essere il solo ! Infatti lasciando addietro per
ora questo carattere, di cui dopo solamente discuteremo il valore, e quelli del
colorito, farò il confronto delle dimensioni e proporzioni riscontrate in questi due
esemplari , con quelle che ho potuto stabilire nel ricco materiale di Mas minutus
italiani e vedere riportate per le diverse forme europee di quest’ ultima specie.
Scrivo nello specchietto seguente in millimetri la sola lunghezza totale, met¬
tendo le altre misure in 3600mi della lunghezza totale o in 360rai della lunghezza
della testa, e ciò faccio per rendere evidente la diversa proporzionalità delle misure
che altrimenti diffìcilmente apparirebbe.
4
Misure date dagli autori come proprie delle diverse sottospecie di M. minutus
Misure di M. meridionalis confrontate con quelle medie dei M. minutus italiani
Le misure seguenti sono proporzionali alla lunghezza della testa
Dalle misure su riportate appare evidente che i due esemplari di M. meridio-
nalis diversificano dai M. minutus’, l.° per la statura, che è inferiore a quella
di tutte le forme di minutus ; 2.° per tutte le misure e proporzioni della
testa, la quale proporzionalmente alla lunghezza dell’animale, è molto più
breve, molto più larga sulle arcate zigomatiche e con muso pure molto
più largo, ed ottuso; 3.° per la diversa proporzione che corre fra la distanza
dell’occhio dall’apice del muso e la distanza dell’orecchio dallo stesso apice del
muso (queste due misure che nei minutus stanno l’una all’altra come 10:20, nei
meridionalis stanno come 10 : 27); 4.° per la proporzione del piede posteriore coll’ an¬
teriore, chè come dice il Costa, il piede posteriore è circa il doppio dell’anteriore,
mentre nei minutus è molto di più.
La lunghezza della coda e quella del piede posteriore non diversificano da
quelle riscontrate nelle forme di il/, minidus.
E dunque inesatto che, come dice il Prof. Giglioli, i minutus del Nord Italia
e gli esemplari del Museo di Napoli « coincidano in modo assoluto nelle propor¬
zioni . nelle dimensioni e nei caratteri esterni » . Ben lungi da ciò i due topi de¬
scritti dal Costa presentano delle proporzionalità e delle dimensioni importantis¬
sime che li differenziano da tutte le diverse forme del Mus minutus.
Quindi anche se il carattere della coda nodosa ed equisetiforme fosse dovuto
a causa accidentale, come quella esposta dal Giglioli, nondimeno questi due
esemplari di sesso diverso, che presentano le stesse proporzioni e che si differen¬
ziano dagli altri topi per le medesime caratteristiche, dovrebbero esser ritenuti
rappresentanti di una vera specie evidentemente distinta.
Ma il carattere della coda nodosa e verticillata, che tanto sarebbe appariscente,
è esso proprio dovuto al fenomeno d’essiccamento che riporta il Prof. Giglioli?
E ciò che ho scrupolosamente ricercato !
Il sullodato chiar.mo Professore, dice che il carattere della coda descritta dal
Costa deriva esclusivamente dall’essiccamento dei dischi intervertebrali della coda,
il quale le dà un aspetto nodoso e fa sollevare i peli a verticilli fra una ver¬
tebra e l’altra; quindi il modo per avere un topo a coda verticillata (M. meri¬
dionalis) « consisterebbe nel prendere un Mus minutus conservato in alcool e
farlo seccare ».
Se questo fosse giusto, allora gli esemplari che presentano tale carattere do¬
vrebbero tutti esser stati in alcool ed essere secchi al momento che si os¬
servano.
Ora l’esemplare femminile del Museo dell’ Università di Napoli è in alcool dal
1844, anno in cui esso fu descritto dal Costa come provvisto di coda nodosa, e
da allora, se si toglie qualche rara volta che sarà stato levato dal vaso e stu¬
diato, sta immerso in un liquido, è quindi evidente che tale esemplare, fin che
esso è nel liquido, non dovrà presentare il carattere della coda nodosa. Ebbene,
dentro nel suo vaso a tappo smerigliato, e completamente ricoperto dall’alcool, il
M. meridionalis presenta evidentemente e nettamente questo carattere che il Prof.
Giglioli voleva attribuire ad essiccamento.
Potranno dire alcuni che questa apparenza della coda è forse dovuta all’azione
disidratante dell’alcool, che ha prodotto un fenomeno simile all’essiccamento. Ma
6
anche in questo caso potrò rispondere che allora il fenomeno dovrebbe riscon¬
trarsi spesso in M. minutus sottomessi allo stesso trattamento, mentre nè io nè
altri lo abbiamo mai osservato in numerosi esemplari tenuti in alcool,
e anche da lunghi anni.
L’altro individuo di M. meridionalis presenta la stessa identica struttura della
coda ed esso è, come già dissi, preparato e montato. Sarebbe assurdo l’ammet¬
tere che lo stesso fenomeno si fosse ripetuto in due esemplari diversamente
conservati, colti nello stesso periodo e nella stessa regione, mentre esso
non si riscontra m a i in esemplari di altri paesi , ugualmente conservati o pre¬
parati.
E vero che togliendo dall’alcool un esemplare di Mus minutus , o di qualunque
altra specie dei sottogeneri Mus e Apodemus , e facendolo seccare rapidamente,
si ha la contrazione dei dischi intervertebrali della coda così che questa appare
nodosa e leggermente verticillata, ma tale apparenza è assai diversa da quella
caratteristica della coda del M. meridionalis , e scompare subito appena la cute
venga di nuovo inumidita.
Da quanto ho ora esposto appare chiaramente che anche il carattere della
coda nodosa ed equisetiforme, non essendo derivato da imperfetta preparazione
e cattiva conservazione, è un vero carattere specifico che distingue a prima
vista questo topo da ogni altra specie o forma vicina.
Descritti e discussi i caratteri su riferiti che caratterizzano nettamente la specie
istituita dal Costa, ne descriverò anche l’abito che pure presenta alcune parti¬
colarità distintive.
Colorito superiore grigio rossastro; il colore rossastro rugginoso è specialmente
evidente sulla parte posteriore del groppone, sulle cosce , alla base della coda,
sulla testa e davanti agli occhi. Sui fianchi il colore è piu grigio. Sull’omero
(non sulla regione scapolare) vi è una macchia giallo-lionata ben evidente. Le
parti inferiori sono biancastro-sudicie e non sono divise per mezzo di alcuna
netta linea di limitazione dal colorito superiore. Le labbra e parte della coda
sono quasi nettamente bianche.
Confrontando tale descrizione con quella delle diverse forme di minutus , si
vedrà facilmente che anche i caratteri dell’abito (che io reputo secondari d’im¬
portanza) non fanno che rafforzare la differenza specifica di questo topo.
Non mi fu dato studiare la dentatura, nè i caratteri osteologici del cranio dei
‘due M. meridionalis , perchè avrei dovuto guastare gli esemplari che debbono in¬
vece essere gelosamente conservati, e dalla descrizione che il Costa dà della
dentatura non si può chiaramente capire se essa presenti caratteri evidenti che
la distinguano da quella dei M. minutus ; pel cranio sono chiare molte differenze
con quello dei minutus, come ci viene luminosamente dimostrato dalle diverse pro¬
porzioni della testa.
Stabilito così, e mi pare senza possibilità di dubbi, il valore specifico del Mus
meridionalis , ecco che si riaffacciano di nuovo quelle domande e quei problemi
che preoccupavano il Prof. Giglioli e che lo avevano spinto (forse più d’ogni
altra osservazione) a nègare l’esistenza di tale specie.
Infatti, come può essere che questo topo di cui nel 1844 furon raccolti due
esemplari nei dintorni di Napoli, non sia mai più stato catturato ?
Può esser possibile che una specie sfugga per così lungo tempo alle ricerche,
o che scompaia così ad un tratto dall’ unico paese dove era stata osservata?
A tutto ciò non si può rispondere, fin ora, che con delle supposizioni o delle
ipotesi.
10 stimo anzitutto che per quanto lunghe e pazienti siano statele ricerche
fatte dagli zoologi nelle provinole del Napolitano e della Calabria, pure vi sia ancor
molto da ricercare prima di poter affermare che certamente in esse non si trova
ora la piccola specie di topo che ci interessa. Le scoperte di forme non ancor
descritte o di specie credute estranee al paese, che si vanno ogni giorno facendo
nelle nostre terre le più abitate e più conosciute, ci dimostrano come sia facile
ad una specie povera d’individui, specialmente se localizzata, lo sfuggire alle
ricerche dei raccoglitori... che sono tutt’ altro che numerosi.
11 Marchese A. Lucifero x) cita fra i mammiferi di Calabria il M. meridionalis
di Costa, ma dalle poche parole che esso ne dice non si può capire se i topi
da lui osservati appartengano veramente a tale specie, o se egli faccia lo stesso
errore del Trouessart riunendo sotto il nome meridionalis i Mus minutus italiani.
Ammettiamo ora (per pura supposizione) che possa venir dimostrato che il M.
meridionalis non si trova ora più vivente in alcun paese; si dovrà per ciò, e
perchè se ne conoscono solo due esemplari, dire che esso non è mai esistito
come specie e che tutt’ al più sarà stata una forma aberrante d’altra specie? Io
credo che i caratteri distintivi dei due M. meridionalis siano così ben stabiliti e
netti che in nessun modo si potrà metterne in dubbio il valore specifico. L’ap¬
parizione repentina ed unica della specie dovrà in tal caso esser spiegata come
un vero caso di mutazione i cui effetti sono stati annullati per la soppressione
degli individui mutati.
Ma prima di ricorrere a tale spiegazione, del resto non improbabile, è bene
che gii studiosi si assicurino che in nessun luogo della parte meridionale della
nostra penisola esiste più il Mus meridionalis di Costa.
Dal Laboratorio Zoologico delia R. Università di Bologna, Luglio 1911.
1) Lucifero, A. — Mammalia Calabra : Rivista ltal. Se. Natur. Siena, 1909.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( IST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 22. 23 Gennaio 1912.
Prof. FILIPPO SILVESTRI
(Portici)
T ermiti
raccolte da S. A. R. la Duchessa d’Aosta nella regione
dei grandi laghi dell’ Africa equatoriale *)
(con 4 incisioni)
[Ricevuto il 18 Settembre 1911]
Acanthotermes mi/itaris (Hag.)
Di questa specie, già nota per Togo, Congo., Angola, ho trovato nella col¬
lezione un soldato grande preso a Luapula (Africa centrale, conf. Congo-Rho-
desia).
VTermes bel/icosus (Smeathm.)
Questo termite, diffuso in tutta l’Africa tropicale, fu raccolto a Roamda e
a Luapula.
x) Le termiti che sono oggetto della presente nota fanno parte di raccolte zoologiche fatte da
S. A. R. la Duchessa d’Aosta durante i suoi viaggi nella regione dei grandi laghi dell’Africa
equatoriale cortesemente donate al R. Museo zoologico di Napoli. Prof. Fr. Sav. Monticelli.
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Termes ( Odontotermes ) laiericius (Hav.)
Alcuni esemplari (operai e 1 soldato) di Luapula. Era conosciuta questa specie
della Rhodesia, Natal, Mozambico.
ìi
Gen. Termes L.
Subgen. Allodontermes nov.
9 alata. Caput {Fig. 1, ì-s) magnum subrotundatum. oculis magni, sat prominentibus,
ocellis ab oculis parum distantibus, fenestra mi¬
nima circularis, area parva subrotunda pallida cir-
cumdata, clypeo parum inflato, antenuis 19-arti-
culatis. Mandibulae cfr. Fig. 1, a.
Pronotum planum forma generi Termes con¬
sueta; meso-et meta-notum postice parum angu-
stata, margine postico sinuato.
Pedes tibiae spinis duabus apicalibus sat ro-
bustis, praetarsi unguibus sat attenuatis.
Alae superfìcie {Fig. 1 , 4) papillis linearibus bre¬
vissimi , inter sese parum remotis, et setis non-
nullis marginalibus et apud margines instructa,
radio et media a squama distinct.is orientibus, me¬
dia et cubito basi brevissima comuni.
Mi le s. Caput (Fig. 1,5) longius quam latius, la-
teribus plus minusve paralleli, labro sat longo,
antice subtriangulari, an tennis 17-articulatis; man¬
dibulae robustae, antice attenuatae, introrsum ar-
cuatae, sinistra dente sat magno ante dimidiam pan¬
tera et dente vel dentibus nonnullis minimis prae-
Fig. i.— Termes Schuitzei : i. 9 caput pronum — dentali bus et postdentalibus, dextera dente magno
ì. idem lateraliter inspectum— 3. mandibula— 4. mem-
branae alaris particula— 5. militis caput pronum.
submediano armata.
Pronotum antice lobatum et medium incisum.
Species typica: Termes Schuitzei Silv. *)•
i) Schultze, L. — Forschungsreise im westlichen und zentralen Sndafrika : Denksch. Med. Na¬
turi v. Ges. Jena, 13. Bd. 1908, Termitidae, pag. 75.
3
Termes ( Allodontermes ) tenax sp. n.
Mìles. Ochroleucus capite ferrugineo vel rufo-ferrugineo mandibulis parte distali nigre-
scente.
Caput (Fig. 2, 1) subrectangulare,
fere i/n longius quam latius, angulis
posticis late rotundatis, labro denteai
mandibulae dexterae vix superante an-
tice subtriangulari , apice albicante.
Antennae 17-articulatae, articulis 1-7
cfr. Fu/. 2, a. Mandibulae (Fig. 2, 1 et
s ) robustae, quam caput paruni magis
quam dimidium breviores apice acuto
arcuato , mandibula dextera parum
ante dimidiam partem dente magno
armata, mandibola sinistra dente sat
magno quam idem dexterae ad apicem
magis approximato et inter apicem et
iucisuram praedentalem dentibus per-
parvis tuberculiformibus aucta.
Pronotum (Fig. 2, 4) margine an¬
tico medio aliquantum inciso, lobis sat
evolutis, margine postico parum prò -
funde sinuato.
Pedes sat setosi, tibiae spinis api-
calibus (Fig. 2 , 5) sat longis et ro-
bustis, praetarsi unguibus sat robu-
stis.
Abdomen tergitis setis brevibus 2-3
seriatis et setis nonnullis brevioribus,
sternitis setis brevibus 3-4 seriatis et
Fig. 2. 6.
Long. corp. mm. 4,6, long, capitis cum mandibulis 2,86, lat. capitis 1,32, long, mandi-
bularum 1,04, antennarum 1,60, tibiae III 1,17.
Fig. 2. — Termes tenax: 1. militis caput pronum— 3. antennae articuli
1-7—3. mandibulae— 4. pronotum et mesonotum prona— 5. pedis pai'is
tertii tibiae apex, tarsus et praetarsus— 6. cercus.
setis brevioribus sat numerosis instructis. Cerci cfr.
Hab itat.
collecta.
Exempla nonnulla inter exempla Odontodermes latericius vidi ad Luapula
Observatio. — Species haec Termes ( Allodontermes ) Scìiultzei Silv. perproxima est’
sed magnitudine, capite angulis posticis latiore rotundatis et antice vix angustato distin-
guenda est.
4
J.
Cren. Termes L.
Subgen. Ancistrotermes nov.
$ alata. Caput (Fig. 8,1-2) magnum, subrotundatum, oculis sat magnis et sat promi-
nentibus, ocellis parvis ab oculis diametro transversali ocelli distantibus, fenestra indistincta,
clypeo valde inflato, antennis 17-articulatis, mandibulis cfr. Fig. 2 , 3.
Pronotum pianura, forma generis Termes consueta; meso-et meta-notum partem posticam
versus aliquantum angustata, margine postico sat profunde inciso.
Alae superficie papillis linearibus brevissimis, crebris et setis marginalibus instructa, radio,
media et cubito inter sese distinctis a squama orientibus.
Pedes tibiae spinis apicalibus duabus (Fig. 3, 4) sat robustis, praetarsi unguibus sat at-
tenuatis.
Fig. 3. — Termes crucifer Q : 1. caput pronum— 2. idem lateraliter inspectum— 3. mandibula—
4. pedis paris tertii tibiae apex, tarsus et praetarsus — 5. militis caput et thorax prona.
Miles major. Caput (Fig. 3, si) breve, parum longius quam latius, convexum, lateribus
subparallelis, media fronte fenestra parva punctiformi instructa, labro ad basim latiore quam
longiore, antennis 15-16 articulatis, mandibulis attenuatis subrectis, apice attenuato, intror-
sum valde arcuato margine interno inermi vel dente perminimo instructo.
5
Pronotum lobis anticis bene evolutis, incisione profunda separatis.
Miles minor. Differt a milite majore statura, mandibulis magis attenuatis in apice
minus arcuatis, antennis 15-articulatis.
Species typica : Termes crucifer Sjòstedt.
v Termes ( Ancistrotermes ) crucifer Sjost.
Ho trovato di questa specie un soldato grande tipico in un pezzo di nido di
Termes ( Odontotermes ) latericius , raccolto a Luapula.
Cubitermes bilobatus (Hav.)
subsp. inclitus nov.
Gli esemplari raccolti a Banguelo da S. A. la Duchessa di Aosta sono distinti
da quelli tipici del Natale e anche da quelli raccolti a Butiti dal Duca degli
Abruzzi per le dimensioni notevolmente maggiori che sono le seguenti :
Soldato. Corpo colle mandibole lungo mm. 8; capo colle mandibole (Fig. 4, i-s) lungo
4,5, senza le mandibole 2,3, largo 1,90, alto 1,60; mandibole lunghe 2,60, antenne 2,86
zampa del 3.° paio 3,38.
Fig. 4 — Cubitermes inclitus: I. inilitis caput pronum — 3. idem lateraliter inspectum— 3. cf
antennae articuli 1-7—4. militis antennae articuli 1-6—5. operarii antennae articoli 1-7.
Operaio. Corpo lungo mm. 6; capo lungo 1,36, largo 1,25; antenne lunghe 1,95.
Regina lunga mm . 20 ; re, mm. 8.
Le antenne del r e non sono intere, perciò non posso indicare il numero degli articoli,
che le compongono; il 3.° e il 4.° articolo (Fig. 4, s) sono i più corti e quasi eguali fra
di loro in lunghezza.
Le antenne dei soldati sono di 15 articoli come nella forma tipica, ma col terzo articolo
(Fig. 4, 4) un po’ più lungo e più distinto dal quarto. Anche le antenne degli operai sono
di 15 articoli, dei quali il terzo (Fig. 4. 5) è molto corto, più corto del quarto.
,
-
I
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( TT uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 23. 50 Aprile 1912.
Prof. FR. SAV. MONTICELLI
(IsTapoli)
Nuove osservazioni sulla Vallisia striata Perugia-Parona x)
(Nota)
(Tav. 3-4)
(1 incisione)
] Ricevuto il 20 Giugno 1911]
Nel 1890 Perugia e Paroxa in una memoria pubblicata il 13 Gennaio 1890
(1) descrissero e figurarono un nuovo Octocotilide, rinvenuto a Trieste dal Sig.
Antonio Valle, nell’Agosto del 1887 e 1888, sulle branchie della Licliia amia ,
per il quale crearono il n. g. Vallisia (dedicato appunto al Sig. Valle), impo¬
nendo alla specie il nome di V. striata. Caratteristica principale del genere essi
riconobbero quella del corpo diviso in due porzioni distinte e disposte in piani
differenti, la mancanza di ventose boccali e la presenza di otto ventose poste¬
riori sul disco adesivo (pexoforo). Distinsero la specie per il carattere della stria-
tura trasversale del corpo, della forma del pexoforo fornito di uncini sul mar¬
gine posteriore libero, e per la piccolezza delle ventose. Le fìg. 8, 9, 10, 11
che accompagnano la descrizione integrano, nella forma generale e nei partico¬
lari, la diagnosi della nuova specie.
In un lavoro posteriore, pubblicato nello stesso anno, Parona e Perugia nella
nota 1 a pag. 18, scrivono che, avendo potuto avere da Trieste nuovo mate¬
riale di Vallisia meglio conservato, sono in grado, dall’esame di preparati in
toto e di. sezioni microscopiche, di confermare le precedenti osservazioni sulla
9 Memoria presentata al R. Istituto d’incoraggiamento nella tornata del 16 Marzo 1911.
forma del corpo e sulla topografia degli organi, ed aggiungere nuovi partico¬
lari sulla esistenza delle ventose anteriori (che non mancano, come avevano
prima creduto) in numero di due, piccole, ovali, situate lateralmente all’aper¬
tura boccale. Parona e Perugia, in questa nota, riferiscono di avere anche essi
raccolta la Vallisia striata a Genova sulle branchie della Lichia amia. Nel frat¬
tempo, essendo comparsa una memoria del Sonsino, nella quale è descritta una
Octocotyle arcuata , Parona e Perugia colgono l’occasione per affermare che que¬
sta forma del Sonsino non è altro che Vallisia striata da essi prima descritta.
Difatti, nello stesso anno 1890, nella seduta del 4 Maggio della Società To¬
scana di Scienze Naturali, il Sonsino (1), sotto il nome di Octocotyle arcuata , de¬
scrisse sommariamente una Octocotyle , che ritenne per una nuova specie, raccolta
nel 1881 dal Prof. Richiardi (allora Professore di Zoologia in Pisa) anch’ essa
sulle branchie di Lichia amia. In questa forma del Sonsino si riconosce d’ un
tratto la specie di Perugia e Parona: e, del resto, lo stesso Sonsino (2) pochi
mesi dopo (fi luglio 1890), in altra sua memoria, si accorse della identicità della
sua Octocotyle arcuata con la specie di Perugia e Parona; alla quale riconosce
la priorità, senza accettare il nuovo genere che reputava non sufficientemente giu¬
stificato dal solo carattere della forma esteriore del corpo: forma, che, del resto,
secondo le sue constatazioni , non sarebbe normale , ma assunta dall’ animale
quando esso si contrae; anche perchè egli non si dimostrava convinto della op¬
portunità dello smembramento del genere Octocotyle ritenendolo prematuro. Egli
osservava, difatti, che, se ad uno smembramento del genere si dovesse addive¬
nire, ciò che gli studii posteriori avrebbero dimostrato, a questo avrebbero do¬
vuto fornire argomento criterii desunti da altre caratteristiche che non la sola
forma del corpo. In questa sua nota il Sonsino, avendo avuta opportunità di
procurarsi materiale fresco di Octocotyle ( Vallisia ) striata , per il rinvenimento
fatto dal prof. Pichiardi di altri esemplari della specie sulle branchie di Seriola
Dumerilii , riferisce alcune interessanti particolarità constatate sull’ Octocotyle
( Vallisia ) striata ; quali la incostanza della forma del corpo descritta da Perugia
e Parona (che i suoi esemplari « allo stato di rilasciamento » non offrono più
e che egli perciò ritiene dovuta a contrazione del corpo), il colorito del corpo
e quello dei vitellogeni, nonché il comportarsi dei cotili (ventose) sul pexoforo
per disposizione ed inserzione non del tutto conformi alla descrizione originaria
della specie data da Perugia e Parona. Va osservato intanto che, fin dalla
prima descrizione data dal Sonsino dell’ Octocotyle arcuata (1), egli notò la pre¬
senza delle due ventose anteriori adorali « ben distinte, oblique dall’alto in basso
e dall’interno all’ esterno», che erano sfuggite al Perugia e Parona; i quali
attribuirono appunto, come ho ricordato, grande importanza a tale mancanza
nella identificazione della nuova forma (genere e specie). Ma mentre il Sonsino (2)
rilevava questa erronea osservazione degli autori di Vallisia striata , come si è
visto innanzi, Parona e Perugia riconoscevano anch’essi la presenza delle ven¬
tose anteriori che precedentemente non avevano constatata per le condizioni del
materiale esaminato.
Contro la critica del nuovo genere (Vallisia) fatta dal Sonsino (2), insorsero
Perugia e Parona (2) con una nota, pubblicata nel 1891, per affermare che la
3
forma del corpo da essi descritta (1) e riconosciuta dallo stesso Sonsino (1) nella
sua prima illustrazione della specie, è condizione costante ed organica di Vallisia
striata , come dimostrano le osservazioni così sul vivo, come quelle su gli esem¬
plari conservati in alcool e lo confermano le sezioni seriali. Ad avvalorare le loro
conclusioni riportano un brano di lettera del Braun da loro chiamato arbitro per
dirimere la controversia di osservazione col Sonsino. Il Braun, infatti, dallo stu¬
dio degli esemplari inviatigli da Parona e Perugia, confermando il fatto della co¬
stante caratteristica forma del corpo, ritiene essere giustificata la istituzione del
nuovo genere. Perugia e Parona in questo scritto colgono occasione per infir¬
mare la particolarità, descritta dal Sonsino (2), della suscettibilità delle ventose
posteriori di Vallisia striata di ritrarsi nello spessore del pexoforo in modo da
nascondersi del tutto.
Alla nota di Perugia e Parona replicò il Sonsino (3) nello stesso periodico,
confermando le proprie osservazioni specialmente sul retrarsi delle ventose ed
insistendo nel non volere accettare il nuovo genere Vallisia ; perchè, pur ammessa
col Braun l’asimmetria del corpo, il nuovo genere non potrebbe certo fondarsi su
questo solo carattere, ma su altri di maggior valore, quale ad esempio quello
della posizione dell’ovario dietro i testicoli, alla quale, secondo lui, il Braun
(nella lettera a Parona e Perugia) avrebbe dato la maggiore importanza.
Con questa replica del Sonsino si chiude la polemica, sul genere Vallisia e
sulla validità di esso. Questo, rimasto definitivamente acquisito alla scienza, è
stato accettato e riportato da tutti gli autori successivi che si sono occupati
della sistematica generale degli Heterocotylea e di quella particolare degli Octo-
cotilidi, figurando come un distinto genere di questo gruppo di Trematodi anche
nei trattati generali e monografici di zoologia (G-amble, Benham eco.)-
Ma se riportata da tutti gli autori nei loro scritti (elenchi e revisioni, trattati
eco.) la Vallisia striata Perugia e Parona, che io mi sappia, non è stata da altri
ulteriormente studiata per completarne la illustrazione e meglio identificarne le
caratteristiche specifiche e generiche, onde derimere la discordia di osservazioni
tuttora perdurante fra Perugia e Parona ed il Sonsino.
Trovandomi, or è qualche anno, in Pisa, ebbi occasione di notare, nella colle¬
zione elmintologica di quel Museo, dei preparati in toto di Vallisia striata , credo
confezionati dallo stesso Sonsino, che, all’esame fattone, mi si rivelarono molto
dimostrativi per un più particolareggiato studio della specie. Questo ho potuto
seguire grazie alla cortesia dell’amico Prof. Ficalbi, direttore del Museo pisano,
che volle concedermi alcuni dei detti preparati, ed anche un esemplare in alcool
(tipo dell’ Octocotyle [Vallisia) arcuata [striata) del Sonsino), nonché a quella dell’a¬
mico Prof. Parona di Genova che mi ha liberalmente ceduti in esame diversi
esemplari tipici di Vallisia striata provenienti da Trieste (di quelli raccolti dal
Valle, su i quali col Perugia ha descritta per la prima volta la specie nel 1890),
ed altri ancora raccolti da lui stesso e dal Perugia a Genova.
Da questo studio , condotto su esemplari tipici, molti fatti ho potuto consta¬
tare a completamento ed anche a rettifica di quanto finora si conosceva sulla
organizzazione della Vallisia striata ■ (non ancora completamente nota), così dall’e-
4
same degl’ individui in alcool e dai preparati in toto per trasparenza, come da
sufficienti sezioni in serie che ho potuto ottenere. I risultamenti delle mie inda¬
gini mi hanno confortato a pubblicare queste nuove osservazioni sulla Vallisia
striata , che varranno a rendere meglio note le caratteristiche di cosi particolare
ed interessante forma di trematode.
Aspetto esterno
L’aspetto generale di questo Octocotilide è assai caratteristico e peculiare.
Esso misura in lunghezza da 10-12 mill. secondo Sonsino (1) e 10 1/2 mill. secondo
Perugia e Parona (1) sulla larghezza massima di mill. 2 secondo Sonsino, che
è, invece, di 1 mill. secondo gli altri due citati autori. Gli esemplari da me esa¬
minati misuravano da 8 ad 11 mill.
Il colorito del corpo è bianco sporco che lascia trasparire, secondo Sonsino
(2), una macchiettatura rossa dovuta al contenuto intestinale: spiccano in bruno
nerastro, attraverso la pelle, i vitellogeni. Gli esemplari conservati in alcool assu¬
mono colorito bianco grigio (Sonsino 1, 2) leggermente brunastro.
Anteriormente ristretto a margine tondeggiante e terminato a punta subacuta,
il corpo va gradatamente slargandosi di poco per tutta, airincìrca, la sua prima
metà; continua poi ancora alquanto a slargarsi per la restante sua lunghezza
fino all’inizio di quella parte posteriore terminale del corpo che costituisce il
pexoforo x), dove raggiunge il massimo di larghezza: quivi si restringe quasi
bruscamente e, con un salto, comincia subito a digradare in larghezza verso
l’estremo per terminarsi a punta subtroncata.
La metà anteriore del corpo trovasi in un piano diverso di quello della metà
posteriore; cosicché come descrivono Perugia e Parona, « collocando la prima
porzione orizzontalmente, la seconda viene ad essere quasi perpendicolare a
quella » (1, p. 21); là dove la parte posteriore si spicca dall’anteriore si rico¬
nosce come un grosso lobo in corrispondenza della piegatura del corpo. La metà
anteriore è ricurva alquanto in senso opposto alla curva assai maggiore e sen¬
sibile della metà posteriore: questa assume, secondo Parona e Perugia, ripiegan¬
dosi nei margini, l’aspetto di semicanale. Il Sonsino paragona « l’animale, come
lo trova conservato in alcool ad un punto interrogativo rovesciato » (1, p. 15);
parafi che, volendo stabilire un paragone, tornerebbe forse più conforme quello
d’una falce della quale il manico sarebbe rappresentato dalla parte anteriore,
raffigurando la posteriore la lama della falce.
Non è agevole con una descrizione rendere esattamente le fattezze del corpo
di questo octocotilide che non si riesce bene ad intendere se non con esatte imma¬
gini che diano conto della strana torsione su sé stesso, o piegatura, subita dal
corpo verso la sua metà. Ma di figure che rappresentino la Vallisia non ve ne
ha che una sola finora : quella pur molto dimostrativa del Perugia e Parona
') Ho chiamato pexoforo in altro mio lavoro (3. p. 77, nota 1) quella parte posteriore
del corpo che negli Octocotili e congeneri è destinata a portare gli organi di adesione (ventose,
uncini) per permettere all’animale di attaccarsi all’ospite (plateaux fixatour, disco, ecc. degli A.).
5
(1, tav, 1, fìg. 8), ma che, per essere ritratta da un preparato in toto, non può
lasciar bene intendere i rapporti reciproci di posizione fra la parte anteriore e
posteriore del corpo nel punto in cui queste si connettono fra loro. Difatti , i
preparati in toto , massime se compressi per lo studio della interna struttura,
deformano di molto l’originario aspetto del corpo, come si può rilevare anche dalla
figura d’insieme da me data della preparazione originale del Sonsino avuta dal
Museo di Pisa (Fig. 10) comparandola con la Fig. 1, che rappresenta un esemplare
tipico del Sonsino (collezione di Pisa) disegnato dall’alcool (col binoculare).
Ond’ è che, per avere del caratteristico e peculiare aspetto generale di Vallisia
chiara idea, desumendola da figure plastiche che meglio di qualsivoglia descri¬
zione ne rendano chiara la forma particolare del corpo, ho ritratti col binocu¬
lare , nella prima tavola che accompagna questo scritto, diversi esemplari di
località diverse, esaminati in alcool, così dal dorso, come dal ventre: e ciò allo
scopo di mostrare anche le variazioni che si riscontrano, dirò così, nella direzione
reciproca delle due parti del corpo. Perchè mentre la figura di Perugia e Pa-
rona, innanzi ricordata, rappresenta la Vallisia , vista dal ventre, con la curva
della parte posteriore del corpo rivolta verso destra, e, viceversa , rivolta a si¬
nistra quella della parte anteriore, questo rapporto non è costante : esso può,
in effetti, trovarsi invertito come si rileva esaminando le figure ritratte dagli
esemplari di Sonsino (Fig. 1 e Fig. 10) e di Trieste (Fig. 8, 5) visti egualmente
dal ventre. Ciò dimostra che la torsione o ripiegatura della metà posteriore del
corpo rispetto a quella anteriore può constatarsi indifferentemente sia , in un
verso, che nell’altro: e, considerando l’animale nella sua posizione normale, cioè
col ventre in sotto, tanto a destra che a sinistra, come chiaro si rileva dall’esame
comparativo delle figure da me date (Fig. 1-6).
Ho detto torsione o ripiegatura di una metà del corpo sull’altra, perchè l’una
non escludendo l’altra, questa dizione permette di esprimere il peculiare com¬
portamento del corpo di Vallisia nel punto dove la metà anteriore passa nella
posteriore e forma quel lobo più o meno sporgente ben riconosciuto da Pe¬
rugia e Parona (1), che ora più, ora meno evidente, sembra talvolta abbrac¬
ciare e nascondere, in sè retratta, la parte, diremo, basale della metà anteriore
del corpo (Fig. 1. 2, 4, 6). In questo punto del corpo di Vallisia assai svilup¬
pata si palesa la muscolatura somatica come già il Braun aveva notato. La
Fig. 18 mostra il particolare comportarsi dei sistemi di fibre del sacco musco¬
lare cutaneo non facile a distrigarsi, ma che ho fedelmente riprodotto come si
presenta nelle preparazioni in toto per compressione.
Nell’estremità anteriore del corpo, ventralmente, non molto lontano dal margine,
si osserva una rima oblunga, beante, di forma ovale triangolare che mette in una
infossatura cutanea relativamente ampia, in fondo alla quale si apre la bocca
(Fìg. 7, 10, 11, 22 a). Lungo le pareti latero-ventrali di questa insaccatura, che
si può distinguere come vestibolo boccale per analogia con quanto ho descritto
in Catinella craneola (4), verso il fondo di essa si riconoscono due piccole
ventose anteriori ben distinte, che si trovano allogate obliquamente ai due lati
rispetto alla linea mediana del corpo, cosicché ricordano, nel loro insieme, viste
6
di fronte, per la disposizione che hanno, una V molto svasata e posteriormente
aperta (Fig. 1, 2, 22 a, 6vb.).
Nella superficie ventrale della parte anteriore del corpo, alquanto dietro il
livello dell’ arco dell’ intestino , scorgesi per trasparenza un cercine sporgente
contro la pelle, in mezzo al quale si apre, all’ esterno, un piccolo orifizio della
cute, che è lo sbocco unico , comune dei genitali (Fig. 10, 16). Alquanto dietro
il livello dell’apertura genitale, ai due lati del corpo, parallelamente disposti, si
osservano due piccoli orifìzii cutanei, in connessione con due organi allungati a
fiaschette appariscenti per trasparenza, che sono da interpetrarsi per gli orifìzii
escretori esterni (Fig. 10).
Il pexoforo ha forma trapezoidale a base rivolta verso il corpo dal quale
è ben distinto per una forte insenatura da uno dei lati, che determina un lobo
nel margine posteriore del corpo, ed un’ altra minore dal lato opposto che se¬
gnano insieme una strozzatura che separa ed individualizza il pexoforo: i margini
laterali si restringono gradatamente per convergere ad angolo verso quello po¬
steriore che è assai breve e stretto; cosicché il pexoforo si termina arrotondato
e subtroncato (Fig. 1, 3, 8, 9, 10, 12). Nell’estremo lembo terminale del pexoforo
verso il margine di esso, si trovano l’uno accanto l’altro, a breve distanza, pa¬
rallelamente inseriti ai lati della linea mediana, due piccoli uncini (Fig. 10, 12)
della forma 'di quello rappresentato nella Fig. 14 molto ingrandito. Secondo
Perugia e Parona (1, p. 9. tav. 2, fig. 9 u) questi due « piccoli aculei » si
troverebbero su di « un pezzo quadrangolare » ed alla loro base vi sarebbe
« un piccolo ciuffo di minutissimi stiletti cintinosi ». Ma tutto ciò, per quel
che ho innanzi descritto, non risulta dalle mie osservazioni che, i disegni da me
dati, rispecchiano. Lungo i due lati del pexoforo si trovano , da ciascun lato ,
quattro ventose : in corrispondenza dell’ interspazio fra di esse i margini del
pexoforo s’insenano leggermente determinando dei piccoli lobi, che, distinti negli
esemplari in alcool e nelle preparazioni in toto poco compresse, in quelle più
schiacciate divengono del tutto evanescenti.
Le lobature, come dimostrano le Fig. 3, 5, 6, 8, 9 e 10, sono rese anche più
evidenti da una sorta di ispessimento a cuscinetto sotto ciascuna ventosa, più
o meno accentuato secondo il grado di contrazione dell’ animale che concorre
a determinarle. Le ventose sono brevemente peduncolate come le descrivono
Perugia e Parona (1, 2) : quelle del lato del pexoforo corrispondente alla mag¬
giore strozzatura del corpo sono più vicine fra loro che le altre quattro del
lato opposto, come ripetutamente afferma il Sonsino (1, 2) che descrive « i co-
tili di un lato sorgere a maggior distanza gli uni dagli altri di quei dell’altro ».
Le Fig. 8, 9, ed in parte anche la Fig. 10, fanno fede di tale disposizione delle
ventose: queste sono relativamente piccole, ma robuste, a labbra spesse, cercini-
formi: dal fondo di ciascuna si spicca un fascetto di fibre muscolari che, attra¬
versando il pedicello per lo spessore dei cuscinetto, si dirige obliquamente da
dietro in avanti verso la linea mediana del corpo risalendo innanzi per sper¬
dersi gradatamente nella muscolatura del corpo. Nella Fig. 10 è rappresentato
quanto ho descritto. Il Sonsino sostiene che il peduncolo dei cetili si ritira con
questi nella sostanza del disco (pexoforo) (1, 2, 3) per nascondersi del tutto.
7
Non posso confermare questa osservazione del Sonsino che non mi riesce di con¬
trollare; ma non credo sia da escludersi del tutto che il fatto possa talvolta de¬
terminarsi per una forte contrazione dei fascetti muscolari peduncolari delle
ventose, che determini l’ affondarsi di queste nella massa del pexoforo, così da
nascondersi in essa, coadiuvata da quella concomitante della muscolatura soma¬
tica di tutto il pexoforo.
Le otto ventose sono fornite di complessa armatura (Fig. 15): questa è fatta
di quattro pezzi pari principali, o maggiori, forti e robusti, riuniti alla base e
disposti lateralmente ed internamente alla ventosa (a, b) e di altri quattro pezzi
anch’ essi pari, minori o secondarii, lungo la parte esterna superiore della ven¬
tosa l’uno all’altro ravvicinati ed addossati, gracili e sottili (c, c’): inoltre vi è
un pezzo impari mediano (d) formato da una parte maggiore, basale, ripiegata
a gancio da sotto in sopra che abbraccia lo spessore della ventosa, e di un
tratto intermedio, adagiato sul fondo della ventosa all’estremo del quale si arti¬
colano lateralmente due cornetti divergenti. Dei pezzi delle due paia maggiori,
quelli del paio più interno sono grossi e più brevi a punta ricurva in dentro
ed adagiati verso il fondo della ventosa (&) : quelli del paio esterno sono su¬
perficiali , più lunghi, poco meno robusti ed a punta ricurva a cartoccio, essi
s’ incontrano posteriormente per le loro estremità. Di questa armatura delle ven¬
tose assai meglio della descrizione che ho cercato di dare, varrà a fornirne im¬
magine completa la figura che la riproduce fedelmente ritratta come essa ri¬
sulta alle mie osservazioni (Fig. 15).
Organizzazione anatomica
Apparato digerente. — Nel fondo del vestibolo boccale posteriormente
ristretto ad imbuto, fra le due ventose anteriori, che, come si è detto, ne tap¬
pezzano le pareti laterali verso il suo cui di sacco, sporge una piccola protuberanza
a cocuzzolo, all’apice della quale si scorge l’apertura boccale- Questa elevazione
del fondo del vestibolo boccale è prodotta dalla calotta anteriore del bulbo fa¬
ringeo che, facendo ernia contro la parete, determina tutt’ intorno al cocuzzolo
suddetto una ripiegatura a sacco del fondo della parete vestibolare che costitui¬
sce così una sorta di tasca prefaringea, o prefaringe che dir si voglia (Fig. 10, 11,
22b, b). 11 bulbo del faringe è relativamente piccolo, ma robusto per sviluppo
della sua muscolatura intrinseca (Fig. 10, 11, 22b, f): esso si continua in un
esofago abbastanza lungo e di medio calibro che si biforca dopo un certo tratto
a ferro di cavallo, ad arco ristretto, nelle due braccia intestinali (Fig. 10, 11,
22d -g). Queste percorrono parallelamente tutta la lunghezza del corpo fino
quasi all’ altezza dell’ inizio del pexoforo dalla restante parte del corpo (Fig. 10),
dove i ciechi intestinali tendono ad incontrarsi, curvandosi in dentro , verso la
linea mediana quasi a convergere a Y: ma, avvicinatesi 1’ una all’ altra, le due
braccia decorrono per un certo tratto di conserva fra loro parallele e si termi¬
nano col loro fondo cieco oltre la metà del pexoforo, quasi a livello dell’ ultimo
paio posteriore di ventose di questo. Lungo l’esofago, dai due lati (Fig. 10), come
pure dal lato esterno dell’ arco e delle braccia intestinali si dipartono numerosi
8
e lunghi cicchi ramificati, dendritiformi che si arrestano dove le due braccia
intestinali tendono a convergere fra loro: cosicché queste nel tratto che per¬
corrono nel pexoforo non presentano più ramificazioni (Fig. 10, 11).
Perugia e Parona (1, p. 22) descrivono e figurano che le braccia intestinali
posteriormente « si uniscono a costituire un solo canale cieco (fig. 8 i) che ter¬
mina ecc. ecc.. ». Questa osservazione, come si vede, non concorda con quanto
fio innanzi descritto: ma trova spiegazione nel fatto che i ciechi intestinali,
nel tratto ultimo, quando decorrono fra loro paralleli, sono talvolta molto rav¬
vicinati così da sembrare sovrapposti l’ uno all’ altro : ciò che facilmente può
dar ragione alla interpretazione data da Perugia e Parona che le braccia inte¬
stinali si fondano in un tratto unico terminale.
Tanto questi due autori quanto Sonsino (1) riconoscono in Vallisia una bocca
terminale, od « apicale circolare » il cui margine rilevato è munito di piccoli
bastoncini cintinosi arcuati, fra loro equidistanti, disposti a raggi intorno alla
fessura boccale e lunghi 0mm 005 (Perugia e Parona 1, p. 22, tav. 2, fig. 10).
Evidentemente tanto questi A. come il Sonsino hanno ritenuto per apertura
boccale, l’orifizio (anteriore subterminale) della tasca boccale; ina non riesco a
rendermi conto di ciò che Perugia e Parona hanno descritto circa i baston¬
cini periboccali, che per vero non mi è possibile neppure di bene identificare
nella figura che essi danno di tale struttura: può, forse, questa ritenersi una
fallace immagine derivante dallo stato di conservazione dell’ individuo disegnato,
che essi appunto dicono non molto soddisfacente.
Sistema escretore. — Non avendo avuto a mia disposizione materiale
fresco, per osservazioni dal vivo, non posso che riferire quei pochi tratti che
su questo sistema le preparazioni in toto e le sezioni mi hanno rivelato. Le
ampolle escretorie appaiono per trasparenza come due piccoli sacchetti allungati
ai due lati della parte anteriore del corpo all’altezza del tratto terminale dei
condotti genitali : hanno forma di fiasco affusolato, a collo molto lungo e ripie¬
gato a cornamusa; esse sboccano per l’ultima loro parte ristretta, ventralmente,
nelle aperture esterne, i forami escretori già descritti innanzi (pag. 330): il fondo
-cieco posteriore delle ampolle si continua in un condotto, all’origine di calibro
discreto, che si ripiega ad ansa nel nascere dall’ampolla e poi presto si restringe
e non si può oltre identificare e seguire; ma v’ è ragione da ritenere rappre¬
senti l’inizio del corrispondente tronco escretore longitudinale.
Sistema nervoso. — Quanto ho potuto osservare di questo sistema è
rappresentato nelle Fig. 10, 11, e più particolarmente nella seconda ricavata da
ciò che poteva scorgersi per trasparenza dai preparati in toto , completato (alquanto
schematizzando) da quello che si ricava dallo esame delle sezioni in serie; alcune
delle quali sono rappresentate nella Fig. 23. I due gangli nervosi cerebrali
abbastanza rilevanti in grandezza sono riuniti dorsalmente da una larga com¬
messura (Fig. 23a-b, glc. cmc) ; mentre un’altra commessura più stretta li con¬
giunge ventralmente fra loro (Fig. 23c-d , cme). I due gangli suddetti si con¬
tinuano ciascun posteriormente, oltre la commessura ventrale, in due cordoni
9
molto robusti alla loro origine (Fig. 23d, onl ) che si estendono lungo il corpo
decorrendo ventralmente dai due lati, per costituire i cordoni nervosi ventrali
interni; mentre i due esterni sono rappresentati da due filetti nervosi che si
spiccano alla base dei cordoni interni alla loro origine dal ganglio cerebrale cor¬
rispondente (Fig. 10, 11). TI sistema nervoso centrale forma, così in Vallisia, nel
suo insieme, un anello completo intorno al tratto impari esofageo dell'apparato
digerente, disposto alquanto obliquamente dal dorso al ventre : perchè 1’ ordi¬
nario arco a ferro di cavallo della comune dei trematodi — costituito dalla
larga commessura dorsale e dai due gangli cerebrali — è completato, in Vallisia , ven¬
tralmente, dalla descritta commessura minore che chiude fanello. Questa com¬
messura nervosa ventrale sottoesofagea della Vallisia , trova riscontro in quella
da me descritta Acanthocopgle ( 3, p. 95, tav. 1, fig. 6, tav. 2, fig. 42 ) ed in
Calinella (6, p. 4, tav. 1, fig. 10 - 20) dove si realizza la caratteristica del si¬
stema nervoso costituente un anello completo intorno all’ esofago. Condizione
di fatto, pertanto, non esclusiva ad alcuni Heterecotylea , ma constatata anche nei
Malacocotylea. Chè già il Walter, nel 1858, accennava ad un vero anello ner¬
voso periesofageo nei Distomi, ed il Moniez, nel descrivere il sistema nervoso
del D. ingens , parla dell’esistenza di un collier nerveux in questa specie
come ho già fatto altrove notare (2, p. 65). Non essendomi riuscito di consta¬
tare allora nulla di consimile a conferma nei distomidi da me studiati, mi li¬
mitai a ricordare le osservazioni di Walter e Moniez, facendo nondimeno ri¬
levare come alcunché di simile poteva interpretarsi nelle descrizioni del sistema
nervoso di altri distomidi date da alcuni autori. Più tardi il Looss, ha ricono¬
sciuto nel D. tereticolle una sottile, ma distinta commessura sottoesofagea , che
messa in dubbio del Bettendorf, è stata confermata dal Miestingér (p. 374,
tav. 2, fig. 9) in altro distomide, lo Sterrururus fusiformis.
Organi genitali. — Della disposizione generale dei genitali rende im¬
magine completa la Fig. 10. Di essi hanno dato in gran parte notizia così il
Sonsino (1), che Perugia e Parona (2 , p. 23, fig. 8) : questi ne hanno indi¬
cati i tratti principali da loro riconosciuti nella figura d’ insieme che danno
di Vallisia. Le mie osservazioni mi permettono, completando, ampliando e mo¬
dificando le descrizioni già date, di ricostruire, in maniera più conforme, la di¬
sposizione ed i rapporti dei genitali di Vallisia.
Testicoli ed ovario si trovano nella metà posteriore del corpo: l’ovario è col¬
locato dietro i testicoli: nella metà anteriore del corpo decorrono lungo la linea
mediana i condotti escretori dei genitali: questi sboccano ravvicinati uno ac¬
canto e dietro all’altro in una piccola cavità comune a coppa schiacciata, che funge
da cloaca od antro genitale, a pareti fortemente muscolari e dall’aspetto di un
bulbo schiacciato addossato contro la superficie ventrale: esso, per trasparenza, as¬
sume 1’ aspetto cerciniforme depresso innanzi descritto (Fig. 10, 16, 22d-f). L’ori¬
fìzio esterno della cloaca genitale situato nel punto, già indicato precedente-
mente, della parte anteriore del corpo, è piccolo ed ordinariamente poco si di¬
stingue se non è beante pel rilassamento delle pareti della cloaca (Fig. 10, 16,
22d, ofgc). Sonsino parla nella sua descrizione di « Orifizii genitali a poca di-
10
stanza dalla bocca sulla linea mediana con non distinto apparecchio di uncini
agli orifìzii genitali ». Perugia e Perona descrivono solo un’ apertura genitale
femminile collocata sulla linea mediana del corpo, molto all’innanzi, sotto l’arco
della biforcazione dell’ intestino , di forma rotonda circondata da una zona
muscolare con spicule aciculari minutissime difficilmente distinguibili (1, p. 24,
fìg. 8 e 10 a-f). A parte l’assenza degli uncini che, come si rileva dalla descri¬
zione da me data, mancano affatto, tanto Sonsino che Perugia e Parona si sono
resi esatto conto della posizione di sbocco dei genitali; ed anzi i due ultimi autori
hanno bene riconosciuta, senza identificarla, la cloaca genitale; ma è loro sfug¬
gito il rapporto reciproco delle aperture sessuali (Sonsino), che non sboccano di¬
rettamente all’ esterno, sibbene per mezzo di un antro muscolare, con piccolo
orifizio cutaneo: antro, o cloaca, che Perugia e Paroma hanno ritenuto costituisse
la zona muscolare intorno alla sola apertura genitale femminile da essi indicata.
I vitellogeni bruno-scuri, o nerastri sono abbondantemente distribuiti dendriti¬
camente lungo i due lati del corpo: più fitti ventralmente ed intorno alle braccia
intestinali , essi si arrestano anteriormente quasi a livello dell’orifìzio genitale e
posteriormente terminano dove il pexoforo si individualizza dal resto del corpo
(Fig. 10).
Maschili. — I testicoli piccoli , numerosi si estendono nella zona compresa
nella metà posteriore arcuata del corpo limitata lateralmente dalle braccia inte¬
stinali e dall’ovario posteriormente (Fig. 10): gli esili efferenti dei singoli acini
testicolari si riuniscono, convergendo fra loro, per costituire il deferente: questo
si integra in modo ostensibile nel mezzo dell’ area testicolare e risale, descri¬
vendo largha anse, di conserva col condotto uterino, in prossimità e dorsalmente
a questo , fino a raggiungere la cloaca. Il deferente non varia di calibro nel
suo decorso, solo nella porzione terminale sembra restringersi, prima di termi¬
narsi, in quel tratto nel quale si ripiega ad arco dal dorso al ventre, da sopra
in sotto per metter capo dorso-superiormente (Fig. 16, 22d-f, df) nella cloaca
genitale. Lungo 1’ ultimo suo tratto, che precede quello terminale ristretto, si
nota un denso manicotto , che involge il deferente, costituito da numerose e
fitte piccole cellule glandolai! prostatiche: esso si estende per una certa lun¬
ghezza intorno al deferente, che, in questo tratto, per la disposizione delle gelan¬
dole suddette, assume un aspetto fusiforme (Fig. 10, 17, 18). Le pareti interne
del deferente sono rivestite da epitelio cuticuloide a superficie irregolare ed
all’aspetto sfrangiato, circondato esternamente da uno spesso rivestimento musco¬
lare (Fig. 18 , 22) con predominanza di fibre circolari che sembrano, nelle se¬
zioni, costituire un robusto cercine intorno al deferente (Fig. 18, 22 d-f). Griunto
alla cloaca genitale il deferente non sbocca direttamente all’esterno in questa,
ma si prolunga, facendosi sottilissimo canale ejaculatore, attraverso un breve
ed esile pene digitifornie per aprirsi, all’apice di questo, con un piccolo orifìzio
(Fig. 22f. e Fig. 1 ). Qnesto pene è costituito da una estroflessione a dito di guanto
della parete dorsale superiore della cloaca, che resta incuneata alla sua base in
una insenatura della medesima determinata dal retrarsi del pene: insenatura che
si accentua sempre maggiormente, se questo si accorcia e ritira , così da imper-
11
sonare una rudimentale e transitoria tasca del pene. La figura schematica qui
allegata — ricavata dalla ricostruzione plastica della forma generale della cloaca
od antro genitale per sovrapposizione di più se¬
zioni in serie — rappresenta appunto la cloaca, ta¬
gliata trasversalmente per metà , all’ altezza del
pene che si trova perciò sezionato orizzontalmente
per tutta la sua lunghezza. Essa serve appunto a
dare una immagine così del pene, e dei suoi rap¬
porti con la cloaca [a complemento di ciò che già
si scorge chiaro nella Fig. 22 (e-f) ], come, dei rap¬
porti reciproci dello sbocco dei genitali maschili
e dell’orifizio dell’utero che si riconosce (nella detta
Fig. 1) beante al disotto e di lato al pene.
cer
Fi<j. 1. - Ricostruzione plastica semi-
schematica della metà (circa) inferiore
della cloaca, od antro genitale, ricavata
dalla sovrapposizione di sezioni trasver¬
sali in serie.
ape/— apertura genitale femminile.—
apgm — apertura genitale maschile. — cej —
condotto ejacolatore. — df— deferente.—
cin — capsula muscolare della cloaca geni¬
tale. — ofyc — orifizio genitale comune.—
p — pene.
Femminili. — L’ovario si trova propriamente nella
parte postica della metà arcuata posteriore del cor¬
po, a poca distanza dall’origine del pexoforo, rac¬
chiuso fra le braccia intestinali, poco innanzi il punto
dove queste tendono a convergere lungo la linea me¬
diana per riavvicinarsi l’una l’altra. Esso occupa in
larghezza quasi tutta l’ area intercedente fra le
braccia dell’intestino (Fig. 10, ov). L’ovario è tubolare, ravvolto serpentinamente
più volte su se stesso: il tubo ovarico dapprima sottile alla sua origine, cresce
gradatamente di calibro che mantiene quasi costante in tutte la sue ambagi: si
rigonfia maggiormente solo nell’ ultimo suo tratto, dove si contengono le uova
pronte a venir deposte (ed a cadere perciò nell’ ovidutto) e si restringe poi di
nuovo e, come pare, alquanto bruscamente, per formare l’ovidotto (Fig. 10, 20).
Questo riceve presto lo sbocco del vitellodutto impari nato dalla fusione dei due
vitellodutti trasversali, e viene poi investito dalle glandole del guscio per un
tratto che corrisponde alll’ootipo (Fig. 20, 21, oot ). Fattosi poi indipendente, l’ovi¬
dotto si slarga ed acquista calibro maggiore e, descrivendo alquante anse, risale,
trasformato in un relativamente largo tubo uterino , con lievi ondeggiamenti
per tutta la lunghezza del corpo fino a raggiungere dorso-inferiormente la cloaca
(Fig. 16). L’ultimo tratto terminale dell'utero si restringe alquanto così da ricor¬
dare un breve metraterm rudimentale e sbocca nel fondo di una insenatura
ad imbuto della cloaca genitale che si trova di sotto il pene, come si rileva
dalla Fig. 1. Le pareti dell’ utero sono fatte da sottile epitelio cuticoloide rive¬
stito di una tunica muscolare evidente, ma assai meno sviluppata e robusta di
quella del deferente con predominio di fibre muscolari longitudinali (Fig. 18).
Fin dal primo iniziarsi del tubo uterino dall’ovidotto si scorgono, nel suo in¬
tero, delle uova a termine. Queste, non numerose, sono disposte in fila l’ una
accanto e dietro 1’ altra lungo tutto il decorso dell’utero. Le uova, di mediocre
grandezza, hanno guscio fusiforme di color giallo-paglierino con prolungamenti
pressoché uguali dai due poli e discretamente lunghi : d’ordinario uno dei pro¬
lungamenti termina a punta ottusa e l’altro a punta ricurva e rigonfiata : pre-
12
sentano dall’un dei poli un solco opereolare (Fig. 24). Secondo Sonsino (1, p. 16}'
il filamento anteriore più corto ed uncinato corrisponderebbe al polo dell’oper¬
colo : in questa osservazione della minor lunghezza del filamento anteriore con¬
vengono col Sonsino, Perugia e Perona (1, pag. 28). Secondo questi A. le uova
misurano in lunghezza 0mm.238, su 0mm.70 di diametro massimo.
La parte terminale del condotto genitale femminile (utero), prima del m e-
traterm, per un certo tratto èripiena di masse di spermatozoi frammisti alle
uova (Fig. 18.)
I vitellogeni minuti, aciniformi per piccoli vitellodutti confluiscono nei due
maggiori longitudinali, che decorrono ventralmente dai due lati del corpo per
tutta la zona di estensione dei vitellogeni. All’ altezza della parte posteriore del¬
l’ovario essi mandano due vitellodutti transversali che confluiscono nella linea me¬
diana formando il vitellodutto impari innanzi ricordato.
Per quante indagini avessi fatte non mi è riuscito di riconoscere una vagina,
sia pure rudimentale: son condotto perciò a concludere sulla assenza di questa ;
il che può essere bene in relazione col peculiare modo di sbocco dei due con¬
dotti genitali innanzi descritto. Questa condizione anatomica, data l’assenza della
vagina, lascia evidentemente pensare, in vista della presenza di spermatozoi lungo
il condotto genitale femminile, che in Vallisia avvenga autofecondazione. E come
questa possa compiersi, il rapporto prossimale di sbocco dei due condotti geni¬
tali nella cloaca e l’esiguo orifìzio esterno di questa, che può chiudersi del tutto
per le contrazioni della forte muscolatura della cloaca, lasciano facilmente inten¬
dere, siavi o no una vera immissio penis nel metraterm.
Sistematica
Le caratteristiche del genere e della specie possono riassumersi nelle seguenti-
diagnosi sistematiche accompagnate dalla relativa sinonimia.
Genere Vallisia Perugia-Parona 1890
Sinonimia:
1890. Vallisia Perugia -Parona, 1 p. 21.
1890. Octocotyle Sonsino, 1, p. 112, 2, p- 137.
1890. Vallisia Perugia-Parona, p, 18. — 1890, Braun, p. 536. — 1891. Perugia-Parona,
2, p. 17. — 1891. Saint Rejiy, p. 41, N. 18. — 1891. Sonsino, 3, p. 87. —
1892. Monticelli, 1, p. 213. — 1895-96. Cerfoxtaine, 1, p. 920, 2, p.
511. — 1896. Gamble, p. 73 (scritto Vallisnia). — 1898. Stossich, p. 13 —
1900. Pratt, p. 656. — 1901. Benham, p. 51. — 1903. Monticelli, 4, p. 335.
13
Diagnosi :
Corpo di forma peculiare, caratteristica di cui la porzione anteriore è ripiegata in senso
opposto della posteriore, cosicché le due parti si trovano rispettivamente e reciprocamente
in due piani differenti e formanti angolo fra loro.
Ventose anteriori due piccole, robuste nel fondo del vestibolo boccale.
Pexoforo distinto dal corpo con quattro paia di piccole ventose, brevemente pedi-
celiate disposte lateralmente, e con un paio di uncini sul margine posteriore.
Bocca nel fondo del vestibolo boccale, piccola.
Prefaringe (tasca faringea) distinta.
Faringe bulbiforme, piccolo.
Esofago lungo con rami laterali.
Intestino bifido esternamente dendriticamente ramoso: le due braccia intestinali ten¬
dono a ravvicinarsi posteriormente per decorrere di conserva l’ una accanto all’ altra.
Apertura genitale unica, comune, nella linea mediana del corpo, poco dietro il
livello dell’ arco intestinale : mette capo in un antro genitale (cloaca) muscolare dove
sboccano ravvicinati i condotti escretori dei genitali maschili e femminili.
Testicoli numerosi, innanzi all’ovario, nella metà posteriore del corpo: deferente for¬
nito di glandole prostatiche nell’ ultimo suo tratto che si termina in un organo copulatone
(p e n e).
Ovario tubolare, dietro i testicoli: Utero allungato ristretto, prima di aprirsi nella
cloaca, a costituire un metraterm rudimentale : Vagina assente.
Vitellogeni numerosi, piccoli, sparsi lungo i lati del corpo e ventralmente.
Uova allungate, fusiformi, ellissoidali con prolungamenti dai due poli.
Habitat :
Sulle branchie dei Teleostei (marini) Scomberiformi (Carangi dae)
Questo genere comprende una sola specie.
Vallisia striata Perugia e Parona, 1890.
Sinonimia :
1890. Vallisia striata Perugia-Parona, 1, p. 21, tav, 1, fig. 8, 9.
1890. Octocotyle arcuata Sonsino, 1, p. 112.
1890. » striata Sonsino, 2, p- 137.
Corpo allungato, finamente striato trasversalmente.
Colorito bianco-sporco.
14
Ventose anteriori piccole, ma robuste.
Ventose delpexoforo piccole, uguali fra loro con complessa armatura. Uncini
posteriori in unico paio molto piccoli, bastonciniformi ed a punta ricurva.
Apertura genitale con piccolo orifizio esterno.
Testicoli numerosi, piccoli.
Ovario di mediocre grandezza.
Lunghezza 10-12 mill.
Habitat :
Lichia amia , sulle branchie: Trieste (Valle [Peruqia-Parona], Braun, Stossics); Pisa (Son-
sino); Genova (Parona-Perugia).
Seriola Damerini , sulle branchie: Pisa (Sonsino).
15
BIBLIOGRAFIA
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1910. — — 6. Catinella craneola n. sp. di Udoneliidae: Ann. Inst. Ocean. Tome. 1. Fas. 4,
12 pag. 1 Pie.
1890. Parona, C.— Perugia, A. — Intorno ad alcune Polystomeae e considerazioni sulla siste¬
matica di questa famiglia: Atti Soc. Ligustica Se. Nat. Genova, Voi. 1, pag. 1, Tav. 16.
1890. Perucia, A.— Parona, C. — 1. Di alcuni Trematodi parassiti di pesci adriatici: Ann.
Mus. Civ. St. Nat. Genova (2) Voi, 9, pag. 16, Tav. 1-2 {13 Gennaio 1890).
1891. Perugia, A.— Parona, 0- — 2- Sulla Vallisia striata Per. Par. Risposta al D.r Sonsino:
Z. Anz. 14. Jalir. pag. 17.
1900. Pratt, H. S. — Synopsis of North- American Invertebrates — XII. The Trematodes
Part. I. The Heterocotylea or menogenetic forms: Amer. Naturai. Voi. 34, pag. 645.
1891. Saint Remy, G. — Synopsis des Trematodes monogèneses : Bevue Biol. Nord Franco,
3. Annèe, N. 71.
1890. Sonsino, P. — 1, Studii e notizie elmintologiche : Atti Soc. Toscana, Se. Nat. Proc.
Verb. Voi. 7, pag. 99 {4 Maggio 1890).
1890. — — 2- Notizie di Trematodi della collezione del Museo di Pisa: Proc. Verb. Soc
Toscana Se. Nat. Proc. Verb. Voi. 7, pag. 137.
1891. — — 3- Sull ’Octocotyle {Vallisia) striata Per. Par. Replica a> Prof. Parona e Perugia:
Z. Anz. 14. Jalir. pag. 87.
1898. Stossich, M. — - Saggio di una fauna elmintologica di Trieste e provincie contermini :
Programma della Civica Scuola Beale Superiore, Trieste.
16
SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE 3-4.
Lettere comuni a tutte le figure.
Tav. 1.
Fig. 1. — Aspetto esterno di Vallisia striata. Da un esemplare tipico di Sonsino delle branchie
di Lichia amia : a - dal dorso ; b - dal ventre x 12.
» 2. — Da un esemplare tipico della collezione Parona raccolto a Genova su Lichia amia: di
profilo (in terza), x 12.
» 3. — Da altro esemplare tipico della collezione Parona raccolto a Genova su Lichia amia :
dal dorso, x 12.
» 4. — Da altro esemplare tipico della collezione Parona raccolto a Trieste dal Valle sulle
branchie di Lichia amia : dal ventre, x 12.
» 5. — Da altro esemplare tipico c. s. raccolto a Trieste dal Valle : dal ventro. x 12.
» 6. — Da altro esemplare c. s. : dal ventre, x 12.
» 7. — Estremità anteriore dell’ esemplare tipico di Sonsino (Fig. 1) maggiormente ingran¬
dito : dal ventre, x 36.
» 8. — Pexoforo dell’esemplare tipico di Sonsino (Fig. 1) maggiormente ingrandito: dal
ventre, x 36.
» 9. — Pexoforo dell’ esemplare tipico di Trieste (Fig. 5) maggiormente ingrandito : dal
ventre, x 36.
Tav. 2.
Fig. 10. — Figura d’ insieme della Vallisia striata Per. Par. da un preparato in foto originale di
Sonsino del Museo di Pisa, completato nei suoi particolari dall’esame di altri esem-
lari x 15.
» 11. — Estremità anteriore del corpo molto più ingrandita : ricostruzione del sistema nervoso
ricavata dalle sezioni trasversali della serie rappresentata nella Fig. 23. x 50.
» 12. — Estremità posteriore del pexoforo per mostrare la disposizione degli uncini, x 90.
» 13. — Particolari della muscolatura somatica al disotto della torsione del corpo, x 75.
» 14. — Uncino del pexoforo molto ingrandito ; visto di fronte, x 630.
15. — Una ventosa del pexoforo con la sua armatura molto ingrandita, x 150.
16. — Sbocco esterno dei genitali maschili e femminili che si aprono ravvicinati l’ uno in¬
nanzi ed accanto all’altro in una piccola fovea muscolosa con orifizio esterno, x 120.
17. — Tratto terminale del condotto maschile circondato dalle glandole prostatiche che lo
rivestono, x 75.
18. — Sezione tangenziale obliqua che taglia il condotto maschile in più punti (nel tratto
circondato dalle glandole prostatiche) nonché una parte d’ utero contenente un uovo
(nella cavità del tubo uterino si scorgono delle masse di spermatozoi). x 150.
19. — Un’ ampolla escretoria molto ingrandita, x 80.
20. — Figura d’insieme dei rapporti e forma dell’ovario, ovidutto, vitellodutti, glandole del
guscio ed utero : da un preparato in toto. x 50.
21. — Sezione obliqua, tangenziale che interessa i genitali femminili, x 150.
22. — Sette sezioni trasversali a varia altezza e distanti l’una dall’ altra disegnate da una
serie della parte anteriore del corpo:
a-c. — a conforto e complemento delle Fig. 7, 10, 11 ; per mostrare il vestibolo boccale
e come in questo sono allogate le ventose, nonché l’originarsi nel fondo di esso della
bocca, x 90.
d-f. — a complemento e dichiarazione delle Fig. 10 e 16 per il modo e rapporto di sbocco
dei genitali (si tenga enche presente la figura nel testo), x 90.
g. — per mostrare lo sbocco all’esterno delle ampolle escretorie (v, Fig. 10 e 19). x 90.
23 — Sezioni trasversali di una serie della parte anteriore del corpo che interessano il sistema
nervoso centrale per mostrare il modo di comportarsi di questo, come è rappresen¬
tato semischematicamente nella Fig. 11. x 90.
24. — Un uovo uterino molto ingrandito, x 90.
Tav. 3
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Rimario del Museo Zoologico (li. Università) Napoli ( N.S .) Voi. 3.
Annuario
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[miliario del Museo Zoologico < R.CniversitdJ Napoli (MS.) Vol.3.
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Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MU8E0 ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( TNT uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 24. 29 Febbraio 1912.
* Prof. UMBERTO PIERANTONI
Incaricato di Parassitologia nella R. Università
(Napoli)
Monografia dei Discodrilidae *)
Tavola 5.
(20 incisioni)
[Ricevuto il 1 Luglio 1911 /
Gli anellidi bdelliformi parassiti dei gamberi d’acqua dolce sono noti da oltre
un secolo, ma per lungo tempo, a causa delle loro esterne fattezze, furono rite¬
nuti come affini alle sanguisughe, e perciò annoverati nel gruppo degli Irudinei
e come tali descritti dai più antichi autori (Ròsel, Braun, 0. F. Mùleer, Odier,
Henle, Vallot, Moquiist-Tandon, Diesing, Blainville ed altri); ma in tempo re¬
lativamente recente, riconosciutasene la vera essenza per gli studi compiuti sulla
loro organizzazione, sono stati opportunamente riuniti con gli Oligocheti.
Lo studio alquanto progredito di questi parassiti permette oggi, sui dati ana¬
tomici e di morfologia esterna, di effettuarne una completa ripartizione in generi
e specie costituenti una famiglia molto naturale. Tale ordinamento io mi propon¬
go di compiere nel presente lavoro, avvalendomi oltre che dei miei studi personali,
delle notizie sparse qua e là specialmente rimontanti all’ultimo novantennio: le
sole che possano essere utilizzate, essendo le più antiche assai vaghe ed impre¬
cise. I eritemi di classificazione a cui mi atterrò sono quelli stessi che ebbi già
!) Memoria presentata al R. Istituto d’incoraggiamento di Napoli nella tornata del 22 Giu¬
gno 1911.
2
ad esporre in precedenti lavori, nei quali descrissi due dei cinque generi esistenti.
Alle specie da altri e da me già descritte sono oggi in grado di aggiungerne varie
nuove, per la cortesia del Dr. "W. Michaelsen, che volle inviarmi in istudio un
ricco materiale del Museo di Storia Naturale di Amburgo, del che ho ragione di
essergli sommamente grato. Ringrazio ancora il prof. Monticelli, direttore del-
1’ istituto in cui compii il presente lavoro, per i mezzi ed i consigli di cui mi
fu in ogni tempo larghissimo.
Caratteri generali esterni ed interni della famiglia
Questa famiglia comprende anellidi le cui dimensioni variano da un mi¬
nimo di 1 mm. od 1 mm. x/2 di lunghezza a un massimo di 12 min. per una
massima larghezza misurata nella regione genitale corrispondente ad x/io circa della
lunghezza del corpo in media distensione. La lunghezza però, come la grossezza,
sono assai variabili perchè l’animale è capace di distendersi e di contrarsi come
gli altri oligocheti e come gli irudinei.
Il corpo nel suo complesso ha aspetto fusiforme, assottigliato cioè ai due
estremi ed ingrossato verso il terzo posteriore , raramente ha forma dilindrica
e di solito si presenta incurvato, con concavità verso il lato ventrale. L’estremo
anteriore è costantemente contrassegnato dalla presenza di una regione ce¬
falica ben distinta , formata da alcuni segmenti riuniti insieme , che nel suo
aspetto complessivo è talora rigonfia nel mezzo (ovulare), talora cilindrica, qual¬
che volta restringentesi sul davanti., ma costantemente ben distinta nella sua
parte posteriore, mediante un solco più o meno profondo, dai segmenti succes¬
sivi, mentre nella parte anteriore, in cui apresi la bocca, si mostra di solito, in¬
torno a questa, provvista di un anello carnoso intero a mo’ di ventosa, o diviso
mediante incisioni, variamente disposte, in due o più lobi uguali o diseguali, che
a loro volta possono prolungarsi in appendici digitiformi o tentacoli formi più o
meno sporgenti. Intorno alla bocca , alla base interna di questo anello carnoso
o ventosa, può trovarsi una coroncina di minuscole e numerose papille.
La segmentazione della regione cefalica presenta a prima vista qualche
difficoltà di interpretazione. In realtà non vi si nota con chiarezza che un solco
mediano ed uno alla base dell’anello o ventosa circumboccale; lo studio di alcune
forme, e il modo costante di presentarsi del sistema nervoso in questa regione
(cfr. pag. 5) mette a mio avviso fuori dubbio che la regione cefalica dei Disco-
drilidi consta di 3 segmenti, di cui il prostomio è rappresentato dalla regione
periboccale e il seg. propriamente detto (cefalico) dalla porzione che va fino al
solco mediano ; un 2° segmento trovasi dietro questo solco ei un terzo assai
poco evidente è posto verso l’estremo posteriore di detta regione óve essa con¬
fina con la regione del tronco 1). Questo segmento è assai bene visibile in alcune
specie ( Branchiobdella anatis , Br. dulia y Stephanodrilus koreanus). ,
i) Questa veduta è solo in parte conforme a quella di Schmidt (1903), il quale assegna anche
tre segmenti alla regione cefalica, ma calcola come segmento quello che io considero come pro¬
stomio, e non riconosce il piccolo ultimo segmento cefalico. Le vedute di Schmidt sono fondate
La corrispondenza fra i primi segmenti di un oligocheto qualsiasi e quelli dei
generi Branchiobdella e Bdelìodrilus sono dimostrate nelle figure A, B, C della
Fig. 14 della tavola.
La regione del tronco consta di un numero costante di 11 segmenti ,
di cui otto assai ben distinti, e gli ultimi tre assai piccoli, fusi insieme e spesso
attraversati da numerosi solchi che ne rendono difficile la identificazione. Questi
segmenti sono fusi con la ventosa terminale in cui si protrae l’ultimo. Li quale
ventosa può sporgere col suo orlo oltre il diametro del segmento terminale in
forma di coppa o piatto, ovvero apparire come una semplice infossatura del seg¬
mento terminale. Gli ultimi segmenti si detenninano più che altro per la mor¬
fologia del sistema nervoso che in essi si contiene (v. pag. 5). Gli 8 segmenti ben
visibili del tronco sono quasi costantemente divisi esternamente , mediante un
solco che si approfonda verso il quarto posteriore, in due anelli di grandezza
disuguale. La regione che segue immediatamente al capo è spesso assai più sot¬
tile di questo, costituendo una sorta di collo, che nondimeno può essere, in al¬
cune specie, di diametro uguale a quello massimo della regione cefalica. La re¬
gione del tronco formata dal 5.°, 6.° e 7.° segmento è di frequente più rigonfia.
Il 6.° ed il 7.° segmento negli esemplari maturi superano spesso in grossezza
tutti gli altri, perchè la loro parete è molto ispessita per formare un ditello.
Alla superficie del corpo dei Discodrillidi notansi delle aperture o pori che
sono quelli nefridiali , pari od impari , posti nei segmenti 3.° e 9.° del tronco
quello della spermateca, posto nella linea medio-ventrale , nel 5.° segmento del
tronco, con o senza prominenza peniforme sporgente all’ esterno; l’apertura ses¬
suale maschile, anch’essa impari, posta nella linea mediana del 6.° segmento, prov¬
vista di solito di un pene estroflettibile; le aperture sessuali femminili, pari, poste ai
lati della parte posteriore del 7.° segmento ed, in fine, l’ano posto nel 10.° seg¬
mento lungo la linea mediana dorsale.
In complesso l’aspetto esterno di questi animali è il solo carattere che potesse
autorizzare gli antichi classatori ad annoverarli fra gli Irudinei; un esame accu¬
rato però della architettura esterna del corpo insieme con l’ esame dei caratteri
anatomici dimostra che tale somiglianza esteriore è un fenomeno di pura con¬
vergenza morfologica.
La struttura interna dei Discodrilidi infatti corrisponde nelle sue linee ge¬
nerali a quella degli altri oligocheti.
La parete del corpo è formata dal consueto strato epidermico con cuti¬
cola, avente al disotto successivamente uno strato di libre muscolari circolari ed
uno di fibre longitudinali le quali stanno in connessione con lo strato perito¬
neale che tappezza la cavità del corpo col suo foglietto parietale. Un aspetto
sull’architettura del sistema muscolare, le mie su quella dei sistemi nervoso e circolatorio, es¬
sendo contenute nella regione cefalica tre coppie di gangli della catena ventrale e tre tronchi
trasversi del sistema circolatorio. Secondo Vejdovsky il capo sarebbe composto addirittura di 6
o 7 segmenti, per il fatto che ciascun ganglio della regione cefalica è bilobo, e quindi conside¬
rabile come doppio. Moore (1895) considera in Bdelìodrilus come primo segmento cefalico la parte
periboccale, che io ritengo come rappresentante il prostomio : per la restante parte del capo le
sue vedute corrispondono esattamente alle mie; egli considera perciò la regione cefalica come
costituita da quattro segmenti.
4
estremamente complesso assume il sistema muscolare nella regione cefalica ed
in quella codale, in rapporto con la presenza delle poderose mascelle e dei mo¬
vimenti degli organi a ventosa ; ivi si riscontrano muscoli longitudinali , circo¬
lari e radiali, come muscoli radiali si rinvengono anche nella regione del tronco,
nello spessore dei sepimenti che dividono e concamerano la cavità del corpo.
La muscolatura della regione cefalica corrisponde a quella della regione faringea
sita nei primi 4 segmenti degli altri oligocheti limicoli, e la muscolatura è così
complessa perchè comprende oltre alla cutanea, la tunica faringea, mentre i mu¬
scoli radiali non sono se non una derivazione dei retrattori del bulbo farino-eo
O
degli altri limicoli. Un complesso sistema muscolare trovasi anche in rapporto
con la ventosa posteriore.
La cavità del corpo, rivestita dal peritoneo somatico e splancnico, è divisa
nella regione del tronco in concamerazioni mediante sette sepimenti che, a par¬
tire dall’ intersegmento 1/' 2 si succedono in serie continua fino al 7/s, mentre i
successivi segmenti ne sono sprovvisti 0 ne hanno qualche accenno. Mancano
tali sepimenti anche nella regione cefalica. Ove essi si trovano sono costituiti
come nei limicoli da doppio strato di peritoneo e da fibre muscolari radiali e cir¬
colari intorno alle strozzature corrispondenti dell’ intestino.
Nella cavità del celoma si notano corpuscoli liberi di forma varia.
Il sistema digerente è nel suo complesso rappresentato da un tubo che
corre in linea retta dalla bocca, posta nel mezzo dell’organo ventosiforme o lo¬
bato anteriore, all’ano che sbocca, come è detto sopra, dorsalmente , innanzi la
ventosa posteriore. La porzione del sistema contenuta nella regione cefalica è
provvista come si è visto innanzi , di poderosa muscolatura in relazione con la
muscolatura cutanea, ed è inoltre armata internamente di un paio di solide ma¬
scelle Glutinose, che sono estroflettibili dalla bocca e rappresentano dei poderosi
organi di fissazione per l’animale. Le due mascelle sono l’ una dorsale e 1’ altra
ventrale, la prima di solito un poco più grande della seconda.
Le mascelle, di forma varia nelle specie, constano di una parte slargata ba¬
sale, aderente solidamente ad appositi muscoli, e di un’altra parte libera nel lume
faringeo provvista di dentelli in numero vario e variamente disposti e di solito
di grandezza varia. Le due mascelle possono essere di forma uguale, o differente;
in quest’ultimo caso di solito la differenza consiste nel fatto che a ciascun dentello
dell’una corrisponde uno spazio fra due dentelli nell’ altra , in modo da potersi
avere una esatta giustaposizione dei margini 0 delle superfìcie dentate.
Lo strato peritoneale che involge l’intestino si ispessisce fra il terzo ed il 7.°
metamero del tronco e verso l’estremo del corpo per formare un vero cloragogo.
All’intestino boccale non sono annesse glandole. Si scorgono invece numerose
glandole cutanee site nella ventosa o nei lobi circumboccali.
Il tubo digerente , a norma dell’ ordinamento dei segmenti nelle regioni del
corpo e della diversa struttura delle sue parti , lascia distinguere un tratto fa¬
ringeo muscoloso contenuto nel capo , che presenta la sua parte più ampia in
coi’rispendenza del solco intersegmentale fra il 2.° e 3.° anello cefalico, ed è ri¬
vestito di sottile cuticola. Segue un esofago breve che nei primi segmenti del
tronco senza limiti ben definiti passa in un intestino più ampio , fatto da un
5
solo strato di cellule, il quale si continua con qualche strozzatura in corrispon¬
denza degli intersegmenti, fino all’ano ove è provvisto di sfintere muscolare. Mi¬
nuscole ciliature si notano di solito solo nel tratto posteriore delhintestino.
Il sistema nervoso presenta una notevole uniformità di struttura in tutto
il gruppo. Un paio di gangli sopraesofagei si trovano nel capo dieti’O la mascella
dorsale (Fig. 14 B e C, ce) dai quali partono due connettivi che girando intorno
al faringe si riuniscono ventralmente in corrispondenza del l.° anello cefalico,
protraendosi nel capo e foi'mando tre paia di gangli ( bilobi o semplici ) e tre
grosse paia di tronchi nervosi laterali, che rendono evidente la divisione del capo
in tre segmenti (v. nota a pag. 2 e Fig. 14 B e C, sn) 1).
Segue a questa parte , nei metameri del tronco , una catena ventrale di otto
paia di gangli di solito doppi o bilobi, a cui segue, negli ultimi tre segmenti
addominali, una massa gangliare fatta di più lobi, corrispondente , come dimo¬
strano i nervi che ne partono, a tre paia di gangli bilobi simili agli anteriori.
Anche il sistema circolatorio (Fig. 14 B e C, se) possiede una note¬
vole uniformità di struttura nei generi della famiglia dei Discodrilidae. In esso è
da distinguere una parte costituita da grossi vasi e l’altra da un seno perien¬
terico. I vasi sono: un vaso dorsale, uno ventrale e dei tronchi trasversali doppii
posti nei segmenti anteriori e nei posteriori. Il vaso dorsale conserva la sua in¬
dividualità solo fino al 8.° segmento del tronco , ove si confonde col seno pe¬
rienterico, il quale riveste l’intestino dal 8.° all’8.° segmento del corpo. Esso vaso
innanzi al seno è grosso e pulsatile. Il vaso ventrale invece si conserva semplice
ed unico per tutta la estensione del corpo, tranne nella parte posteriore ove si
divide in due rami, che risalendo ai lati dell’ intestino vanno a congiungersi ed
a sboccale dorsalmente nel seno perienterico , al limite posteriore di questo. Il
vaso dorsale è in avanti sottile e si divide in due rami che circondano il faringe
alla base dei lobi o ventosa boccale, mentre dietro questa biforcazione e dietro
anche ai ganglii cerebroidi si notano tre paia di rami trasversali di riunione tra il
vaso dorsale ed il ventrale, ed uno nel primo segmento del tronco. Un paio di
vasi trasversi si nota anche nel settimo segmento del tronco, fra vaso ventrale
e seno dorsale perienterico.
Il sistema escretore è rappresentato nei discodrilidi da due paia di
nefridii. Di questi un paio è anteriore ed ha il suo sbocco interno con imbuti
cibati aprentisi nella cavità del 2.° segmento del tronco, e con sbocco all’esterno
mediante pori laterali o con un sol poro, ma sempre nel 3.° seg. del tronco, im¬
mediatamente dietro 1’ intersegmento 2/3. Questi due nefridii del paio anteriore
sono forniti di lungo tubo nefridiale più volte circonvotuto e contenuto in una
massa cellulare, e sono notevoli pel patto che tali masse non sono bilateralmente
simmetriche, ma si trovano quella di sinistra nel secondo segmento , e cioè in¬
nanzi agli sbocchi, e quella di destra nel terzo, e cioè dietro agli sbocchi stessi.
Ù Negli embrioni secondo Salensky (1886) vi sono 5 paia di gangli nella regione della catena
ventrale corrispondente al capo: queste 5 paia corrispondono esattamente a nn paio di gangli
semplici e due paia bilobi (e quindi doppii) ed individualizzano, giusta le mie vedute, i tre seg¬
menti cefalici. Anche nei segmenti terminali nell’ embrione si rinvengono sei paia di gangli
che divengono nell’ adulto tre paia bilobe e determinano tre segmenti.
6
Il secondo paio di nefridii è simmetrico , sta nell’ 8.° segmento del tronco ed
ha nefrostomi e sbocchi esterni in corrispondenza dell’intersegmento 8/9.
I Discodrilidi sono provvisti di organi sessuali ermafroditici del tipo
generale degli Oligochetti, ma con gonadi pari ed organi di emissione dei pro¬
dotti sessuali pari solo per la porzione femminile (ovidutti).
La regione genitale è limitata ai segmenti 5.°, 6.° e 7.° del tronco e si mostra
alquanto rigonfia negli individui maturi per la presenza di un ditello che si
estende specialmente sul 6.° e 7.° seg.
La porzione maschile dell’ apparecchio sessuale consiste in uno o due paia di
testicoli posti nel 5.° segmento, in relazione col rivestimento peritoneale del setto
anteriore di questo segmento nel primo caso; quando ve ne è un secondo paio
esso si trova in egual posizione, nel seg. successivo. I prodotti sessuali maschili
compiono la loro maturazione nella cavità del corpo nel 5.° e 6.° seg. In rap¬
porto col numero variabile di testicoli , anche gli spermadutti possono essere 2
o 4, ed essere sostenuti ciascun paio dal setto 4/s ovvero ad un tempo dai setti
4/s e 5/e. Crii spermadutti corrispondono pel numero ai testicoli, ma, due o quattro
che siano, vanno a sboccare in un unico atrio dopo essersi riuniti ciascun paio
in unico deferente. L’atrio, in cui sbocca il deferente semplice o doppio ha forma
varia nelle specie, ma consta sempre di una porzione distale più slargata, in cui
avviene detto sbocco, e di una più assottigliata che forma una corta tasca che
raccoglie 1’ estremità dell’ atrio conformata in una sorta di pene estroflettibile.
L’ atrio è sovente provvisto di glandole che sono poste solidamente presso lo
sbocco degli spermadutti ma non riunite in un corpo prostatico unico sibbene
sparse su di una zona più o meno estesa della parete dell’atrio.
Gli ovarii sono masse cellurari pari aderenti al setto interse gmentale 6/? e
sporgenti nel 7.° segmento del tronco, nel qual segmento si trovano spesso due
o tre grosse uova libere dall’ovario, in istato di avanzata maturazione. Gli or¬
gani per la emissione delle uova si riducono a due pori talora di aspetto imbu¬
tiforme e con ciliature, posti nelle pareti latero-ventrali al limite posteriore del
7.° segmento del tronco.
A complemento del sistema genitale trovasi costantemente nel 5.° segmento
del tronco una spermateca impari a fondo cieco , sboccante verso la metà del
segmento lungo la linea medio-ventrale. La spermateca ha forma molto varia
nelle specie, globulare, a fiasco, cilindrica, bifida più o meno allungata, protraen-
tesi talora anche nel segmento successivo. L’estremo cieco di solito libero , può
altre volte contrarre rapporti di concrescenza , mediante il rivestimento perito¬
neale , con la parete dorsale del corpo , nel segmento stesso in cui è lo sbocco.
Spesso si notano glandole presso lo sbocco; più di rado lo sbocco stesso è prov¬
visto di una prominenza che ricorda la formazione peniale dei pori maschili.
I Discodrilidi sono pui’amente di acqua dolce, e vivono sul corpo dei gamberi,
talora sulla pelle , in varii punti del corpo ove attaccano le uova , talora sulle
branchie d’onde suggono il sangue.
Dallo studio del contenuto del tubo digerente risulta che essi non sono pa¬
rassiti durante tutta la loro vita, ma che nella prima età si nutrono a spese dei
detriti vegetali e di piccoli animali che trovansi sulla pelle dei gamberi. Solo
7
quando sono adulti, e le mascelle da prima tenui si sono ben indurite, essi pas¬
sano a scalfire la pelle per suggere il sangue dei loro ospitatori.
Per quanto è stato finora osservato , i Discodrilidi si rinvengono tanto nel
nuovo che nel vecchio continente : in quasi tutta 1’ Europa , nell’ America del
Nord, nell’Asia orientale e nel Giappone. Non è difficile che nuove ricerche po¬
tranno estenderne ancora di più la distribuzione geografica. Per quanto ho fi¬
nora potuto osservare, i gamberi dell’Italia del Sud pare ne siano completamente
immuni.
Dalla esposizione generale dei caratteri esterni ed interni dei Discodrilidi ri¬
sulta evidente che essi costituiscono un gruppo assai ben delimitato e naturale
e che la notevole uniformità di aspetto e di struttura degli organi trova delle
eccezioni solo in quel che riguarda la forma esterna, specialmente del lobo preo¬
rale , la forma delle mascelle , e la forma e costituzione delle diverse parti del
sistema genitale, di cui solo la posizione nei segmenti è costante. È quindi na¬
turale che un ordinamento sistematico debba essere fondato principalmente su
queste caratteristiche, a meno che ulteriori studii non vengano a scovrire altre
specie che variino in altro senso, cosa che a me non pare probabile.
I più importanti caratteri della famiglia possono così riassumersi :
8
Fam. Discodrilidae
: ... Ij^
Corpo diviso in due regioni , una cefalica di tre segmenti con lobo preorale ventosi-
forme, bilobo o plurilobato, con o senza appendici digitiformi ed un’altra regione, del tronco,
di 11 segmenti, terminata da ventosa e priva di setole.
Bocca provvista di due forti mascelle più o meno dentate.
Sistema circolatorio fatto da un vaso dorsale con seno perienterico e da un
vaso ventrale riunito a quello da quattro paia di tronchi trasversali anteriori e da uno po¬
steriore.
Sistema escretore fatto da due paia di nefridii posti nei segmenti del tronco,
aprentisi per pori dorsali posti nel 4° e nel 9° segmento del tronco.
Testicoli 1 o 2 paia, nel 5° o nel 5° e nel 6° segmento del tronco.
Spermateca nel 5° segmento , impari ; atrio ugualmente impari provvisto di pene e
di condotti seminali pari in numero di due o di quattro, con corrispondenti paia di imbuti
cibati nel seg. 5° e nel 6°, trattenuti dai sepimenti posteriori corrispondenti: ovarii e pori
femminili nel 7° segmento.
Habitat : Di acqua dolce; vivono sui gamberi, attaccati alle branchie ed alla pelle.
Europa, Asia orientale, Giappone, Nord America.
Prospetto dicotomico dei generi
\ Con cirri ventrali nel tronco . 1. Cirrodrilus PlERANT.
( Senza cirri ventrali nel tronco - 3
Con un sol paio di testicoli ed un sol paio d’ im¬
buti cibati .
Con due paia di testicoli e due paia d’ imbuti ci¬
bati - *
Prostendo plurilobate con o senza appendici digi¬
tiformi .
Prostomio intero o diviso in un lobo dorsale e uno
ventrale - 4
4
I
I
Senza appendici dorsali nel tronco
Con appendici dorsali nel tronco .
2. Branchiob della Odier.
3. Stephanodrilus Pierant.
4. Bdellodrilus Moore.
5. Pterodrilus Moore.
1. Gen. Cirrodrilus Pierant. 1905.
Questo genere, rappresentato da una sola specie, è caratterizzato dalla presenza di cirri
ventrali nei segmenti del tronco, disposti a serie orizzontali; venne da me descritto su ma¬
teriale tratto dai gamberi del Museo di Parigi, e fu da me ritrovato anche su astacidi del
Museo di Amburgo, ma disgraziatamente non era nè nell’uno nè nell’altro materiale in con¬
dizioni da poter essere studiato nella sua interna struttura, nè mi fu possibile di avere ma¬
teriale fresco dal paese d’origine; resta perciò determinato dai soli caratteri esteriori che,
d’altra parte, sono molto ben definiti per essere sufficienti allo scopo.
'V
11
1. Branchiobdella parasita Henle
Sinonimia :
1835. Br. parasita Henle, pag. 576.
1863. Br. parasita Kekerstein, pag. 512.
1865. Br. parasita Dorner, pag; 467-492.
1882. Br. parasita Whitman, pag. 637.
1883. Br. parasita Gruber, pag. 245.
1885. Br. variane, var. parasita Voigt. pag. 79.
1894. Astacobdella branchiali Bolsius, 1 pag. 27.
1894. Branchiobdella parasita Bolsitjs, 2 pag. 57.
Corpo fusiforme alquanto ingrossato nei segmenti genitali; capo alquanto spor¬
gente oltre il diametro dei segmenti anteriori del tronco, i quali,
sono notevolmente assottigliati.
Protomio intero ma non slargato a ventosa.
Ventosa posteriore piccola ma sporgente oltre il dia¬
metro del segmento anale.
Lunghezza 10 mm. circa.
Mascelle uguali, triangolari con base quasi doppia dell’al¬
tezza, con un grosso dente mediano e tre dentelli per ciascun lato.
Spermateca piriforme ovale o sferica, con brevissimo
condotto d’uscita.
Atrio cilindrico lungo e ripiegato su sè stesso.
Pene con uncinetti.
Habitat : Su varie specie di Astacus , in Germania ed in
Francia.
Fig. 2. — Branchiobdella para¬
sita Henle (originale).
A— vista di profilo; B —ma¬
scella.
12
2. Br. pentodonta Whitman
Sinonimia :
1882. Br pentodonta Whitman, pag. 637.
1883. Br. pentodonta Gruber, pag. 245.
1885. Br. varians var. pentodonta Voigt, pag. 79.
1906. Br. pentodonta Pierantoni, 1 pag. 2.
Prostomio intero in modo da formare una sorta di ventosa circolare intorno alla boc¬
ca, la quale è circondata da una coroncina di papille.
Superficie ventrale del corpo appiattita, ventosa
terminale ben distinta, glandole laterali nell’ 8° e 9° seg. del
tronco sboccanti in due paia di prominenze latero-ventrali.
Lunghezza 3 mm. circa.
Mascelle uguali, fornite di 5 denti, uno centrale più
grande e due paia laterali più piccoli.
Clitello nei segmenti 5a e 6° del tronco.
Spe rmateca a fiasco con breve collo, molto rigonfia.
Voluminoso sacco spermatico nel 4° seg.
Padiglioni spermatici grossi.
Atrio voluminoso, cilindrico e circonvoluto.
<£>
Fig. 3. Br. pentodonta Whit. (da
Pierantoni).
A — vista dal ventre; B— mascella.
Habitat: Sull’Mstacws pallipes (tegumento del dorso e delle
zampe e branchie). Germania, Italia del Nord.
3. Br. anatis n. sp.
Prostomio intero a ventosa, a contorno circolare nel margine dorsale, mentre col ven¬
trale forma una sorta di angolo o punta ; la coroncina di papille
circumboccale è presente.
Superficie ventrale del corpo non appiattita.
Ventosa terminale distinta.
Lunghezza 5 mm. circa.
Mascelle triangolari con un grosso dente mediano e due
coppie di dentelli laterali. Alla base del grosso dente sono spesso
visibili tre piccole prominenze rassomiglianti ad accenni di altri
tre dentelli: questi accenni sporgono verso l’interno e cioè verso
il dorso nella mascella ventrale o verso il ventre nella dorsale
(v. fig. 6 della tavola).
La spe rmateca (fig. 5 spt) ha forma speciale perchè si
presenta rigonfia a fiasco, ed è provvista di un processo termi¬
nale sporgente all’estremo ed a fondo cieco.
Una importante particolarità della spermateca consiste nel fatto
che essa non è libera nella cavità del corpo, ma il suo estremo cieco si trova fortemente
Fig. 4 — Br. anatis n. sp. (ori¬
ginale).
A — vista dal ventre ; B — ma¬
scella.
9
Cirrodrilus cirratus Pierant.
Sinonimia :
1905. Cirrodrilus cirratus Pierantoni, pag. 1.
Corpo cilindrico, un poco appiattito ventralmente,
capo piriforme provvisto nel prostomio di una corona
di 12 tentacoli digitiformi.
Bocca 'circondata da una coroncina di papille.
Mascelle con un grosso dente mediano ed una
serie di otto dentelli alla base di esso. Segmenti 2° a
7° del tronco provvisti ventralmente ciascuno di una
serie trasversale di 7 minuscoli tentacoli digitiformi
assai più brevi di quelli cefalici e decrescenti in lun¬
ghezza verso i lati.
Ventosa codale non sporgente oltre il dia¬
metro della sezione del tronco.
Lunghezza mm. 3 1/2 circa , grossezza1^
Fig. 1. — Cirrodrilus cirratus Pierant. (da
mm. Pierantoni).
A— animale intero visto di profilo; B— capo
Habitat'. Su Astacus japonicus , Giappone. visto dal ventre; C — mascella.
2. G-en. Branchiobdella Odier 1823.
E il genere più numeroso di specie; comprende tutti i discodrilidi che rispondono al tipo
più semplice di organizzazione, specialmente per quel che riguarda la costituzione degli or¬
gani sessuali, fatti da due testicoli due imbuti spermatici nel 5° seg. oltre alla spermateca
posta nello stesso seg. e all’atrio provvisto di pene anche nel 6°, e ai due ovarii posti nel
7° con rispettiva coppia di pori femminili. Naturalmente si rinviene in questo genere per
rapporto alle forme esterne, alla forma delle mascelle ed a quella del lobo preorale una no¬
tevole varietà di forme, che permettono di stabilire in questo modo il
10
Quadro delle specie del genere Branchiobdella
( Capo con prostomio (organo periboccale) intero - 2
1
( Capo con prostomio diviso in lobi - 7
I Mascelle uguali - 3
Mascelle disuguali - 6
Spermateca a fiasco (piriforme od ovoidale) - *
Spermateca terminante con processo tubulare cieco-5
Mascelle con 7 denti (1 dente impari mediano e
3 dentelli pari laterali) . 1. B. 'parasita Henle
Mascelle con 5 denti (1 dente impari e due den¬
telli pari laterali . 2. B. pentodonta Whitman
I Mascelle con 5 denti (1 dente mediano e due den-
5 ) felli pari laterali) . 3. B. anatis n. sp.
ì Mascelle con 3 dentelli . 4. B. dulìa n. sp.
{Mascella dorsale con 5 denti e ventrale con 4 . . 5. B. americana n. sp.
Mascella dorsale con 6 denti e ventrale con 5 . . 6. B. liexodonta Dorner.
Ì Prostomio diviso in 2 lobi - s
Prostomio diviso in più lobi - 9
, Mascella con un sol dente (e talora 1 dentello nel
piano sagittale) . 7. B. astaci Odier.
| Mascelle con 2 denti laterali e 2 dentelli mediani 8. B. tetrodonta Pierant.
9/ Prostomio con 4 lobi dorsali e 3 ventrali. ... 9. B. minuta, n. sp.
) Prostomio con 6 lobi dorsali e 3 ventrali ... 10. B. digitata Pierant.
13
aderente alla parete dorsale di questa mediante legamenti di natura muscolare e cellule
peritoneali.
L’atrio, rigonfio nella parte più prossima al poro maschile e breve e dalla parte op¬
posta si restringe in uno spermadutto lungo e circonvoluto (fig. 5 at).
Habitat: ignoto.
Nota. Questa specie fu da me rinvenuta nel materiale del Museo di Amburgo, corte-
semente comunicatomi per studio dal Dr. Michaelsen. Gli esemplari portavano questa sola
indicazione : in Anas smaragdinus. Poiché un tale ospitatore non è stato mai segnalato per
questa sorta di parassiti , debbo ritenere che questa Branchiobdella sia stata trovata per
puro caso nell’esofago (forse nel gozzo) del detto palmipede per aver questo ingerito dei
gamberi, o forse sui piedi, ove avrebbe potuto attaccarsi facilmente. Credo perciò che 1’ ha¬
bitat di questa specie debba per ora ritenersi come ignoto.
4. Br. dubia n. sp.
Prostomio intero, poco slargato ; capo poco distinto, coroncina di papille circum-
boccali presente.
Superficie ventrale del corpo non appiattita.
Corpo alquanto rigonfio nella regione mediana e posteriore.
Ventosa terminale ben distinta ma piuttosto piccola.
Clitello ben visibile nel 7° ed 8° segmento.
Lunghezza S mm. circa.
Mascelle di forma caratteristica, sporgenti nel lume della cavità boccale con punta
terminata da tre minuscoli dentelli (Fig. 4 della tavola e 5
B nel testo).
La spermateca si presenta in questa specie enorme¬
mente sviluppata ed è fatta di tre parti: un condotto di uscita,
un’ampolla rigonfia ed un processo terminale aderente alla
parete dorsale come nella specie precedente. La grande lun¬
ghezza di quest’organo rende necessario il ripiegarsi di esso più
volte su sé stesso per poter essere compreso nell’angusto spa¬
zio del segmento in cui è contenuto (Fig. 3 della tavola, spt).
L’atrio tubulare è allungassimo e si confonde con lo
spermadutto bifido, terminante in piccoli imbuti cibati (Fig.
3 at, spd, isp ).
Habitat : ignoto.
Nota. — Anche l’ habitat di questa specie, che ho rinvenuto
nel materiale del Museo di Amburgo, deve ritenersi come
ignoto non essendovi alcuna indicazione di rinvenimento sugli
esemplari contenuti nella collezione.
Fig. 5 — Br, dubia n. sp. (originale).
vi— vista di profilo; il— mascella)
vista di fronte.
14
5. Br. americana n. sp.
Prostomio intero , poco slargato a ventosa , capo ben distinto dal corpo ; coroncina
di papille circumboccali presente ; superficie ventrale del corpo non appiattita, corpo non
rigonfio nella regione mediana, quasi cilindrico.
Ventosa terminale poco prominente.
ditello poco visibile.
Lunghezza mm. 5 circa.
Mascelle disuguali ; la dorsale (Fig. 6 B nel testo e Fig. 7 A
della tavola) provveduta di un grosso dente mediano e di due
paia di dentelli laterali rivolti in basso ; la ventrale di due grossi
denti (Fig. 6 C nel testo e 7 B della tavola) con mediani alquanto
divaricati e un sdraio di dentelli laterali. Queste due mascelle nella
disposizione dei denti si corrispondono in modo che i denti della
mascella ventrale ingranano negli spazii che intercedono fra i
denti e dentelli consecutivi nella mascella dorsale, il che av¬
viene di frequente nelle specie a mascelle disuguali.
La s p e r m a t e c a in questa specie non è molto sviluppata
e si presenta in forma di ampolla o fiasco con collo corto, senza
processo terminale.
L’atrio è poco rigonfio.
Nel complesso dei caratteri questa specie si avvicina alla Br.
Fig. 6. — Br. americana n. sp.
(originale). pentodonta , dalla quale peraltro differisce per la forma della
A— vista di profilo; B- mascella mascella ventrale, e per la forma complessiva del corpo, per la
superiore, C— mascella inferiore .
(viste di fronte). ’ spermateca a collo piu accorciato e per 1 atrio piu rigonfio.
Habitat: Su varie specie di Cambarus.
Nota. — Esemplari riferibili a questa specie ho riconosciuto sovente nel materiale del
Museo di Amburgo, e tutti provenienti daH’America del Nord; di questi esemplari alcuni
erano registrati come viventi su Cambarus viridìs Hay., altri su Cambarus latimanus Fabr.,
altri su Cambarus Hayi Fosc. (Texas), altri su Cambarus rusticus Gir., altri su Cambarus
immunis Hay., e su Cambarus sp. (Raleigh. N. par.). E quindi da ritenere che sia una specie
frequente nel Nord America.
15
6. Br. hexodonta Gruber
Sinonimia :
1865. Br. astaci Dorner, pag. 492.
1882. Br. astaci Whitman, pag. 636.
1883. Br. hexodonta Gruber, pag. 245.
1885. Br. varians var. hexodonta Voigt, pag. 79.
Corpo quasi cilindrico, poco rigonfio nei segmenti genitali.
Capo poco sporgente, quasi dello stesso diametro dei se¬
gmenti anteriori del tronco.
Prostomio intero, non slargato a ventosa.
Ventosa terminale ampia ma non molto sporgente.
Lunghezza 6 mm. circa.
Mascelle eguali in grandezza, piccole, quadrangolari la
dorsale con sei dentelli in fila, di cui i due estremi più lunghi
dei quattro medii; la ventrale con cinque dentelli, di cui i due
estremi egualmente più lunghi.
Spermateca cilindrica, alquanto allungata, con lievissimo
rigonfiamento mediano.
Atrio cilindrico, sottile ed allungatissimo ; imbuti sperma¬
tici piccoli.
Habitat : Su Astacus fluviatilis, Germania.
Fig. 7. - Br. hexodonta Gru¬
ber (da Dorner).
A — vista dal veutre; B - ma¬
scella superiore ; C — mascella in¬
feriore.
16
7. Br. astaci Odier
Sinonimia:
1823. Br. astaci Odier, pag. 69.
1883. Br. astaci Ostroumoff, pag. 76.
1885. Br. varians var. astaci Voigt, pag. 79.
1906. Br. astaci Pierantoni, 1 pag. 3.
Prostomio nettamente diviso in due labbra, uno dorsale e l’altro ventrale, capo poco
distinto dal corpo.
Bocca senza papille circumboccali.
Superficie ventrale del corpo non appiattita.
Corpo rigonfio nella regione mediana ed alquanto tozzo.
Ventosa terminale per nulla prominente, formante
una semplice infossatura dell’estremo codale tronco.
Lunghezza mm. 6 circa.
Mascelle disuguali specialmente per la grandezza,
essendo la dorsale almeno tre volte 1’ altra. Entrambe hanno
forma triangolare, con un grosso dente centrale a cui
sovrasta un dentello.
Spermateca ad ampolla o fiasco con lungo collo.
Atrio tubulare, sottile e notevolmente lungo.
Padiglioni spermatici piccoli.
Habitat : Su Astacus fluviatilis e A. pallipes, Germania, Italia del Nord.
8. Br. tetrodonta Pierant.
Sinonimia :
1906. Br. tetrodonta Pierantoni, 2 pag. 3.
Prostomio diviso in due labbra, uno dorsale e l’altro ventrale.
Capo ovoide ben distinto dal corpo non rigonfio nella parte
mediana, ma di forma piuttosto snella.
Ventosa posteriore slargata a coppa, non molto prominente,
ditello al 7° segmento.
Lunghezza 2 mm. circa.
Mascelle uguali fornite di quattro dentelli uguali messi
in una fila, i due mediani talora un poco più piccoli.
Spermateca a forma di ampolla, con breve condotto di
uscita.
Atrio slargato, sacciforme.
Habitat : Astacus klamathensis, fiume Klamath (California).
1
Fig. 9. - Br. tetrodonta Pierant.
(da Pierantoni)
A— di profilo; B— mascella.
Fig. 8. - Br. astaci Odier (da Pie-
rantoni)
A — vista di profilo; fi- mascella supe¬
riore; C— mascella inferiore.
19
Quadro delle specie del genere Stephanodrilus
! Spermateca con slargamento ad ampolla - ~
Spermateca tubolare, senza ampolla . . ... . . 1. St. sapporensis Pierant.
! Prostendo lobato con 4 digitazioni . 2. SI. koreanus n. sp.
Prostomio lobato, senza digitazioni . 3 . St. japonicus. n. sp.
1. Stephanodrilus sapporensis Pierant.
Sinonimia :
1906. Stephanodrilus sapporensis Pierantoni, 2 pag. 3.
Corpo quasi cilindrico, poco ingrossato nella regione genitale.
Capo poco distinto.
Prostomio circondato da una serie di appendici a co¬
rona , alternativamente una più lunga ed una più corta ; bocca
circondata da una corona di papille a forma di tubercoli con
estremo assottigliato e parte basale ingrossata.
Ventosa terminale poco prominente.
Lunghezza 11-12 mm. grossezza 2 mm. circa.
Mascelle con un grosso dente centrale fiancheggiato
da due serie laterali fatte da minutissimi dentelli disposti a
ventaglio.
Spermateca piccola a forma di breve tubolino cieco.
Atrio ampio, sacciforme ; spermadutti brevi, partenti verso
la metà della lunghezza dell’atrio, biforcantisi poco dopo il
loro inizio e terminati in quattro imbuti ciliati alquanto ampii.
S a c c h i spermatici nei segmenti 5° e 6° del tronco.
Clitello in corrispondenza del 7° seg. del tronco.
Fig. 12.— Stephanodrilus sapporen¬
sis Pierant. (da Pierantoni)
Habitat : Rinvenuto su esemplari di Astacus , forse Astacus
japonicus , di Sapporo, nell’ isola di Jesso, la più settentrio-
. . -4—' visto di profilo ; B— organo peri
naie dell arcipelago giapponese. boccale; C-mascella.
20
2. St. koreanus n. sp.
Corpo lievemente ingrossato nella regione posteriore.
Capo abbastanza distinto.
Prostomio fornito di sei lobi, due dorsali, due laterali
e due ventrali; i laterali ed i dorsali sormontati ciascuno da
un’appendice digitiforme ( Fig . 13 A,B nel testo e Fig. 8 della
tavola).
Bocca fornita di coroncine di papille come nelle Bran-
cMobdelle.
Ventosa terminale abbastanza prominente.
Lunghezza 3-4 mm. circa.
Mascelle uguali provviste di un grosso dente centrale
con alla base una serie di sei dentelli disposti tutti allo stesso
livello (Fig. 10 della tavola).
Spermateca (Fig. 9 della tavola, spt) a forma di am¬
polla, con condotto di uscita abbastanza lungo, e con pro¬
cesso cieco sii! fondo, aderente alla parete dorsale della ca¬
vità del corpo: molto simile, quindi, in complesso, alla sper¬
mateca della Branchiobdella anatis.
Atrio allungato tubulare (Fig. 9 della tavola, at ). I quattro
imbuti spermatici (isp) sono piccoli.
Fig. 13.
- Steph. horeanus n.
(originale)
sp.
A— visto di profilo; B— capo ingran¬
dito visto di profilo ; C— mascella.
Gli altri caratteri come nella specie precedente.
Habitat : Su Cambaroides similis Koch.. Korea.
Nota. — Questa specie fu da me rinvenuta fra i Discodrilidi del Museo di Amburgo.
3. St. japonicus n. sp.
Corpo cilindrico poco rigonfio nella regione media.
Capo ben distinto.
Prostomio lobato, con quattro lobi dorsali, due piccoli la¬
terali, e due ventrali come i dorsali, senza appendici digitiformi
(Fig. 11 della tavola): bocca circondata da serie di papille semplici
come in branchiobdella.
Ventosa terminale piccola e poco sporgente.
Lunghezza 2 mm. circa.
Mascelle di forma caratteristica (Fig. M B nel testo e Fig.
18 della tavola) uguali e con un grosso dente mediano sporgente
dal margine anteriore mentre alla base ed ai lati del dente il mar¬
gine della lamina mascellare si mostra come pieghettato e prov¬
visto di minuscoli dentelli. Sulla faccia interna delle mascelle si
notano ancora dieci tubercoli, di cui due centrali posti alla base
del dente e due serie laterali di quattro oiascuna un poco più in
dietro dei primi due e poste su una medesima linea.
La spermateca (Fig. 12 della tavola, spt) ha la forma com¬
plessiva analoga a quella della specie precedente, ma il condotto
di uscita ed il processo cieco terminale sono assai più lunghi e
snelli e rampolla assai più ampia in rapporto del calibro di quelli.
Fig. 11. — Steph. japonicus n.
sp. (originale)
A— visto di profilo; B— mascella.
17
9. Br. minuta n. sp.
Pr osto mio (Fig. 1 della tavola) diviso in sette lobi mediante sette solchi. Di questi
solchi tre sono dorsali, due ventrali e due laterali ; questi ultimi essendo un poco più
profondi degli altri fanno apparire i sette lobi divisi in due gruppi, uno dorsale di quattro
ed uno ventrale di tre. La corona di papille circumboccali è molto evidente.
Capo poco distinto dal corpo, di forma ovoide.
Corpo tozzo, poco rigonfio nella parte mediana.
Ventosa posteriore poco prominente.
Lunghezza 2 min. circa.
Mascelle uguali di forma , ma la dorsale alquanto più grande.
Esse hanno un grosso dente mediano e due paia di dentelli laterali
(Fig. 2 della tavola); somigliano perciò a quelle della Br. pentodonta.
I caratteri del sistema genitale non mi fu possibile di rilevarli , a
causa della cattiva conservazione dell’ unico esemplare che ebbi a mia
disposizione, ma la esistenza di un sol paio di imbuti spermatici po¬
tetti ricavarla con certezza dall’esame dei tagli, assodando che questa
forma è da includere nel genere Branchiobdella.
Habitat : Cambaroides Schrentkii Kessl.
Nota. — Questa specie fu da me studiata su esemplare del Museo di
Amburgo che portava la seguente indicazione: « an Cambaroides
Schrentkii Kessl. Amur-Riff ».
Fig. 10. — Tir. minuta
n. sp. (originale).
A — di profilo ; B —
mascella.
18
10. Br. digitata Pierant.
Sinonimia
1906. Branchiobdella digitata Pierantoni, 2 pag. 1.
Prostomio diviso in nove lobi, di cui sei dorsali, molto prominenti, digitiformi, e tre
ventrali simili a quelli della specie precedente.
Capo ovoido allungato poco distinto dal corpo.
Corpo snello ma alquanto rigonfio nella parte mediana.
Ventosa posteriore ben distinta e prominente, notevol¬
mente spostata verso il ventre.
Lunghezza 2 min. circa.
M a s o e 1 1 e esattamente uguali fornite di dodici dentelli
a corona e di un grosso dente adunco mediano.
Spermateca con sporgenza peniforme al poro d’uscita
ed a forma di fiasco con doppia ampolla , una più piccola
lungo il collo ed una assai grande terminale.
Atrio rigonfio ad ampolla, spermadutti brevi e sottili.
Fig. 11. — Br. digitata Pier ant. (da
Pierantoni)
A— di profilo ; B— testa vista dal
ventre ; C— mascella.
Habitat : Su Astacus japonicas pescati a Jesso nel Giappone.
Nota. — Furono da me rinvenuti su esemplari di Astacus del
Museo di Storia Naturale di Parigi.
8. Gfen. Stephanodrilus Pierant. 1906.
Questo interessante genere di Discodrilide , rappresentato fin’ ora da una sola specie, da
me descritta nel 1906, viene oggi ad accrescersi di due specie, tutte, come la prima, pro¬
venienti dall’Asia orientale.
Esso è caratterizzato dal fatto che il lobo preorale si presenta sempre diviso variamente
in più lobi, che talora si prolungano in appendici digitiformi.
Il resto del corpo esternamente non differisce da quello delle Branchiobdelle.
Importanti caratteristiche anatomiche però distinguono questo genere dai precedenti.
Tali sono le mascelle uguali fra loro e di forma di solito complessa, il sistema circola¬
torio, provvisto di vaso dorsale con slargamento in corrispondenza dei segmenti anteriori,
ed il sistema riproduttore fornito di due paia di testicoli aderenti ai sepimenti 4/5 e 5/6 del
tronco , due paia di padiglioni spermatici aprentisi nel 5° e nel 6° segmento , un paio di
ovarii al sepimento 6/7.
I pori della spermateca ed il poro maschile sono impari e posti nel 5° e nel 6° segmento,
come negli altri generi; i pori degli ovidutti, pari, si aprono nel 7° segmento.
II pene è provvisto di guaina chitinosa. Esistono sacchi spermatici ed ovarici nei seg¬
menti genitali.
Corpo quasi cilindrico, poco ingrossato nella regione genitale.
21
L’ a t r i o è ampio, allungato e ripiegato su sé stesso (Fig. 12 at) , gli spermadutti (s'pd)
e gli imbuti spermatici (isp) sono piccoli. Gli altri caratteri come nelle altre specie.
Habitat : ignoto, Giappone.
Nota — Anche questa specie fu da me rinvènuta nel materiale del Museo di Amburgo
e portava l’indicazione: su gamberi d’acqua dolce.
4: G-en. Bdellodrilus Moore 1898.
Questo genere differisce dal genere Branchiobdella specialmente per avere gli organi ge¬
nitali maschili in numero doppio : infatti vi si trovano due paia di testicoli e due paia di
vasi deferenti nel 5° e nel 6° segmento postcefalico.
Le caratteristiche esterne corrispondono a quelle delle Branchiobdelle ; il prostomio si pre¬
senta di fattura assai semplice essendo intero, o al massimo diviso in due labbra, mediante
un doppio solco laterale; ciò che distingue questo genere nettamente anche dal genere Ste-
phànodrilus in cui, come s’è visto, la forma del prostomio è sempre molto complessa.
Anche i caratteri interni, specialmente riguardo alla costituzione delle rimanenti parti del
sistema genitale, sono simili a quelle delle Branchiobdelle.
I nefridii spesso hanno uno sbocco comune impari lungo la linea mediana ventrale. E
presente un sacco peniale, senza guaine chitinose del pene.
Le altre caratteristiche dei diversi animali raggruppabili in questo genere permettono la
seguente distinzione in ispecie.
Quadro delle specie del genere Bdellodrilus
1. Bd. pulcherrimus Moore
2. Bd. instabilis Moore
3. Bd. illuminatus Moore
4. Bd. philadelphicus Leidy
Mascelle uguali - 3
Mascelle diseguali - 3
1 Prostomio diviso in due labbra
Prostomio intero .
^ Prostomio diviso in due labbra
( Prostomio intero .
1. Bdellodrilus pulcherrimus Moore
Sinonimia :
1893. Branchiobdella pulcherrima Moore, pag. 423.
1906. Branchiobdella pulcherrima Smallwood, pag. 100.
Corpo depresso , specialmente nella regione posteriore, accrescentesi in diametro da a-
vanti in dietro.
22
Testa più lunga che larga, non sporgente oltre il diametro del 1° segmento del tronco.
Prostomio molto distinto dal capo e diviso in due grosse labbra, di cui la dorsale
è più grande e si riversa parzialmente sull’ inferiore.
Ventosa posteriore poco prominente. 8° e 9° segmento del
tronco con rilievi adesivi ventrali.
Lunghezza 6 mm. circa.
Mascelle piccole con tre denti, due più grandi laterali ed
uno più piccolo mediano.
Atrio quasi sferico.
Spermateca piriforme, pori nefridiali doppii.
Habitat : Su Cambarus bartonii.
Nota. = Fu rinvenuto dal Moore a Philadelphia e Watauga e
da Smallwood ad Harrietstown, Franklin County N. Y. nel lago
Fig. 15. — Bdellotlrìlus pul- (jlear
cherrimus Moore (da Moore).
A— di profilo; mascella.
2. Bd. instabi/is Moore
Sinonimia:
1893. Branchiobdella instabilia Moore, pag. 425.
1906. Branchiobdella instabilia Smallwood, pag. 101.
Corpo di forma caratteristica, pel fatto che mentre gli anelli anteriori del capo e del
tronco sono stretti, i quattro posteriori sono slargati e formano
una espansione a forma di disco.
Testa più larga del primo segmento.
Il prostomio è intero.
Ventosa terminale poco prominente.
Lunghezza 5,5 mm. circa.
Mascelle fornite di quattro denti conic non del tutto
uguali, essendo uno del paio medio più piccolo degli altri.
Spermateca piccola, tubulare (?).
Atrio tubulare ripiegato intorno all’ intestino.
Sacco peniale bene sviluppato.
Habitat: Su Cambarus bartonii Watauga e Delaware (Moore)
e su gamberi del Lago Clear, Harrietstown, Franklin County
N. Y. (Smallwood).
Fig. 16. - Bdellodrilus insta-
bilis Moore (da Moore).
A— visto dal ventre ; B— ma¬
scelle.
23
3. Bd. illuminaius Moore
Sinonimia :
1893. Branchiobdella illuminata Moore, pag. 421.
1895. Bdellodrilus illuminaius Moore, pag. 497.
1906. Bdellodrilus illuminatus Smallwood, pag. 100.
Corpo sottile in avanti e gradualmente ingrossato verso gli ultimi segmenti.
Capo piccolo, allungato con parte postorale distintamente
bianulata.
Prostomio diviso in due labbra ben distinte, quasi
uguali.
Ventosa posteriore piccola.
Lunghezza 4 mm. circa.
Mascelle disuguali. La dorsale più grande ha un rilievo
formante un solco in cui si adatta il rilievo dentigero della
superiore.
Spermateca breve, cilindrica e bifida all’estremo li¬
bero.
Atrio clavato e ricurvo.
Sacco peniale sferico e brevemente peduncolato. Fig. 17. — Bdellodrilus illumina¬
tus Moore (da Moore).
Habitat : Su Cambarus bartonii-
*4— visto di profilo; B— mascelle.
24
4. Bd. philadelphicus Leidy
Sinonimia :
1851. Astacobdella philadelphica Leidy, pag. 205.
1873. Astacobdella philadelphica Verril, pag. 688.
1893. Branchiobdella philadelphica Moore, pag. 427.
Corpo quasi cilindrico, pòco assottigliato posteriormente.
Testa campanulata, prostomio intero circolare od ellittico
a margine crenato.
V e n t o s a terminale circolare non sporgente oltre il dia¬
metro dell’estremo del corpo.
Lunghezza massima mm. 4,5.
Mascelle diseguali in forma, ma di grandezza quasi e-
guale. Entrambe a forma di triangolo isoscole, ma la dorsale
terminante all’apice in una sola punta, con varii dentini la¬
terali, la ventrale terminante all’apice in due punte e con due
paia di dentini per lato.
Spermateca grande ma breve, cilindrica e curva.
Atrio cilindrico.
Sacco peniale ampio.
Habitat : Su Cambarus bartonii Fab., Philadelphia (Leidy)
e Watauga Co., Nord Carolina (Moore).
5. Gren. Pterodrilus Moore 1894.
Questo genere differisce dal genere Bdellodrilus specialmente per caratteristiche esterne,
essendo le specie in esso contenute provviste di appendici dorsali appajate in alcuni seg¬
menti del tronco. Queste appendici possono essere di forma varia e non si trovano mai nei
segmenti del capo.
I caratteri interni nel loro complesso corrispondono a quelli del genere Bdellodrilus.
Sulla base di questi caratteri esterni è possibile distinguere anche le specie.
Quadro delle specie del Genere Pterodrilus.
( Appendici dorsali aliformi presenti . 1. Pt. alcicornus Moore.
( Appendici aliformi assenti . 2. Pt. distlCUS Moore.
Fig. 18. — Bdellodrilus philadel¬
phicus Leidy (da Moore).
A — visto di profilo; B— mascella
superiore ; C— mascella inferiore.
25
1. Pterodrilus a/cicornus Moore.
Sinonimia :
1894. Pterodrilus alcicornus Moore, pag. 450.
Corpo quasi cilindrico, un poco assottigliato ai due estremi. Appendici dorsali nei
segmenti 3a, 4°, 5° ed 8° del tronco : quelle del 3° e del-
l’8° compresse, aliformi, trilobe; quelle del 4° e del 5° ci¬
lindriche, semplici.
Testa piccola, prostomio diviso in due labbra.
Ventosa terminale circolare non sporgente oltre il dia¬
metro dell’estremo del corpo.
Lunghezza massima mm. 1.
Mascelle uguali con quattro denti: due mediani più
lunghi e due laterali più corti.
Spermateca a fiasco.
Àtrio di forma quasi sferica.
Sacco peniate piccolo.
Tr ... , c, Fig. 19.— Pterodrilus alcicornus Moore
Habitat: Su Cambarus acummatus nel fiume Johns, Wa- (<ja moore).
tauga Co., N. C. j_ — visto di profilo; B — mascella.
2. Pt. distichus Moore.
Sinonimia:
1894. Pterodrilus distichus Moore, pag. 453.
Corpo di forma simile a quello della specie precedente, ma con estremo anteriore meno
assottigliato. Appendici dorsali tutte uguali, cilindriche, sem¬
plici nei segmenti 2°-8° del tronco, in serie continua.
Testa mediocre, labbra divise.
Ventosa posteriore circolare, non sporgente oltre il dia¬
metro dell’estremo posteriore del corpo.
Lunghezza massima mm. 1, 5.
Mascelle uguali con quattro denti: due laterali e due me¬
diani un poco più lunghi.
Spermateca clavata.
Atrio cuoriforme per un solco o strozzatura che lo rende
bilobo.
Sacco peniale sferico.
Moore'0 Pt distlchus MooRL (da Habitat : Su Cambarus bartonii dello stato di New York
A — visto di profilo; B —mascella, (parte occidentale).
Istituto zoologico della E,. Università di Napoli, Giugno 1911.
26
BIBLIOGRAFIA
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27
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? Droscher, W. — Der Ivrebs und seine Zucht : Berlin (senza data).
28
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA 5
Lettere comuni alle figure:
at, atrio
b, bocca
ce, cervello
int, intestino
isp, imbuto spermatico
ov, ovario
ovd, ovidutto
pm, poro maschile
pr, prostomio
psp, poro spermateca
re, regione cefalica
se, sistema circolatorio
sn, sistema nervoso
spd, spermadutto
sps, spermasacco
spt, spermateca
te, testicolo
tp , tasca peniale
Fio.
»
»
»
»
»
»
»
»
1. — Regione cefalica di Branchiobdella minuta n. sp. x 100.
2. — Mascella della stessa specie, x 1200.
3. — Sezione plastica della regione genitale di Br. dubia n. sp. x 60.
4. — Mascelle della stessa specie di profilo, x 450.
5. — Regione genitale di Br. anatis n. sp. x 50.
6. — Mascella della stessa specie, x 300.
7. — Mascelle di Br. americana n. sp. x 500.
8. — Regione cefalica di Stephanodrilns horeanus n. sp. x 60.
9. — Regione genitale della stessa specie, x 80.
10. — Mascella della stessa specie, x 60.
11. — Regione cefalica di Stephanodrilus japonicus n. sp. x 120.
12. — Regione genitale della stessa specie, x 500.
13. — Mascella della stessa specie, x 1200.
14. — Regione cefalica: A. di un oligochete limicolo, B. di una Branchiobdella, C. in Bdello-
drilus illuminatus Moore; figure schematiche per mostrare le corrispondenze nella
cefalizzazione fra i Discodrilidi (B e C) gli altri oligocheti (A).
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ibuniario del Museo Zoologico ( ' RMiiversifà ) Napoli (N.S.) Voi. 3. N.24- Tclv.5
C. Antonucci ed U.Piercmfoni. dis.
fireiìic./HA fy[[m',foui S.Cnce HO
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( Nuova Serie )
Num. 25.
VOLUME 3.
11 Aprile 1912.
Dott. M. G. PERACCA
Assistente al R. Museo Zoologico di Torino
Sbottili edL Anififoii
raccolti durante i viaggi di S. A. R. la Duchessa Elena d'Aosta
nella regione dei grandi laghi dèli’ Africa equatoriale x)
[Ricevuto il 22 Dicembre 1911/
I Rettili e gli Anfibii elencati nella presente nota furono raccolti durante il
viaggio in Africa di S. A. R. la Duchessa Elena di Aosta, in Rhodesia, nel Mo¬
zambico e nell’ Uganda. Uno di essi, il Typhlops virìdiflavus è nuovo per la scienza.
La raccolta fa ora parte delle collezioni del R. Museo Zoologico dell’Università
di Napoli per dono cortese di S. A. R.
Uacertilia
Geconidae
1. Hemidactylus mabouia Mor.
Boulenger. Cat. Liz. I. pag. 122.
Un solo esemplare di Cicuta, Rhodesia Settentrionale.
') I rettili ecl amfibii che sono oggetto della presente nota fanno parte di raccolte zoologiche
fatte da S. A. B,. la Duchessa d’Aosta durante i suoi viaggi nella ragione dei grandi laghi del¬
l’Africa equatoriale cortesemente donate al II. Museo Zoologico di Napoli.
Prof. Fu. Sav. Monticelli
2
2. Pachydactylus formosus Smith.
Boulenger. Cat. Liz. I. pag. 203.
Un solo esemplare di Luapula.
A.gamidae
3. Agama aculeata Merr.
Boulenger. Cat. Liz. I pag. 351.
Un esemplare di Buana Macuba ed altri due senza speciale designazione di
località della Rhodesia meridionale.
4. Agama atricol/is Smith.
Boulenger. Cat. Liz. I. pag. 358.
Parecchi esemplari di Luvingu.
Amphishaenidae
5. Amphisbaena quadrifrons Ptrs.
Boulenger. Cat. Liz. II. pag. 447.
Quattro esemplari raccolti a Luapula presso Sekantui e sulla strada da Ciusa
a Ivasoma. La colorazione dal vivo di questa specie non era nota. Il raccoglitore
informa che gli esemplari presentavano vivi degli anelli rossi e grigi alternati.
ILacertidae
6. Ichnotropis squamu/osa Ptrs.
Boulenger. Cat. Liz. III. pag. 79.
Un solo esemplare di Buana Macuba, Rhodesia Meridionale.
7. Ichnotropis longipes Blgr.
Boulenger. P. Z. S. 1902 Voi. II pag. 17, pi. III. fig. 2.
Un solo esemplare giovane colla sola indicazione di Rhodesia meridionale.
3
Scincidae
8. lì/labuia varia Ptrs.
Boulenger. Cat Liz. III. pag. 202.
Due esemplai'i di Buana Macuba. Rhodesia meridionale.
9. Mabuia striata Ptrs.
Boulenger. Cat. Liz. Ili pag. 204; Boulenger. Ann. South Afric. Mus. voi. 5. Part. IX,
pag. 485.
Parecchi esemplari di Buana Macuba, Khodesia meridionale, corrispondenti per
la colorazione alla M. wahlbergii.
10. Lygosoma sundevallii Smith.
V
Boulenger. Cat. Liz. Ili, pag. 307.
Parecchi esemplari presi nelle vicinanze del lago Bangueolo.
jRhiptoglossa
11. Chamaeleon di/epis Leach.
Boulenger. Cat. Liz. Ili, pag. 450.
Parecchi esemplari raccolti nel tragitto da Broken Hill a Muliangasco.
12. Chamaeleon Jonhstoni Blgr.
Boulenger. P. Z. S. 1901. Voi. II. pi. XIII.
Parecchi esemplari raccolti alle Missioni Kisengi.
O piai eli a
Typlilopidae
13. Typhlops viridiflavus n. sp.
Muso molto sporgente, a margine angolare non tagliente; narici inferiori; guar¬
dando il muso tanto dal di sopra quanto dal di sotto il profilo appai’e quasi
4
trilobo, le suture fra il rostrale ed i nasali essendo molto infossate. Rostrale lar¬
ghissimo che non si estende posteriormente al livello degli occhi, non raggiun¬
gente nemmeno il margine posteriore-superiore dei nasali; la porzione visibile
inferiormente campaniforme, più larga che alta. Nasale semidiviso, di cui la su¬
tura termina sul secondo labiale. Preoculare più stretto del nasale e dell’oculare,
in contatto col secondo e terzo labiale; occhio distinto attraverso l’oculare in
contatto in avanti colla sutura che separa il preoculare dall’oculare.
Prefrontale appena più grande del frontale, dei sopraoculari e dei parietali,
tutti più grandi delle scaglie del corpo.
Quattro labiali superiori, di cui il quarto lunghissimo ed i primi tre subegnali.
Diametro del corpo contenuto circa 31 volta nella lunghezza totale; coda quasi
più corta che larga, terminante in una spina; 34 serie longitudinali di scaglie
verso la metà del corpo.
Capo e parti inferiori del corpo giallastre; parti superiori verdastre, percorse
da numerose righe parallele verdi scure, meno visibili sui fianchi, costituite dai
margini scuri delle scaglie.
Lunghezza totale mm. 144.
Un solo esemplare di Bangueolo.
Questa specie appare assai vicina al T. Bibronii D & B.
14. Typhlops punctatus Leach.
Boulenger. Cat. Snak. I. pag. 42.
Un esemplare di Cicuta, uno catturato lungo la strada dal lago Bangueolo a
Ivasoma, ed uno di Zom Store, Rliodesia meridionale.
15. Typhlops mucruso Ptrs.
Boulenger. Cat. Snak. I. pag. 46.
Un solo esemplare di Ivasoma.
JBoidae
1(1. Python sebae Gmel.
Boulenger. Cat. Snak. I. pag. 86.
Un solo esemplare di media statura in pelle, senza località.
Colubridae
A. — Agliphae
17. Boodon lineaius D. & B.
Boulenger. Cat. Snak. I, pag. 332.
Un solo esemplare raccolto lungo la strada dal lago Bangueolo a Kasoma.
18. Chlorophis negìecius Ptrs.
Bodlenger. Cat. Snak. II. pag. 94.
Parecchi esemplari di Luapula, Luangasa, Macnba e Broken Hill.
19. DasypeHis scabra L.
Boulenger. Cat. Snak. II. pag. 354.
Un solo esemplare raccolto presso le paludi Musiambesa, vicino al lago Tan-
ganica.
B. — Opisthoglyphae
20. Tarbophis semiannu/atus Smith
Boulenger. Cat. Snak. III. pag. 51.
Alcuni esemplari di Luapula e delle rive del lago Bangueolo.
21. Lepiodira hotambaeia Laur.
Boulenger. Cat. Snak. III. pag. 89.
Parecchi esemplari di Cicuta, Luapula, paludi Musiambesa, Kasoma, Broken
Hill, e Buana Macuba (Rhodesia).
22. Trimerorhinus iritaeniatus Gthr.
Boulenger. Cat. Snak. III. pag. 139.
Un esemplare di Cicuta (Rhodesia Settentrionale) ed un altro di Ratuia presso
Caseitù (Rhodesia meridionale).
S. 17. V. 152-132. A — . SC. 8 Q 9
1 57-58 ¥ ¥
G
23. Psammophis sibiians L.
Boulenger. Cat. Snak. III. pag. 161.
Parecchi esemplari di Zom Store (Rhodesia meridionale) e del fiume Mbusi,
Mozambico.
S. 17. V. 161-178 A ì. SC. — O O
1 85-74 + n ¥ *
24. Thelotornis Kirtlandii Hallow.
Boulenger. Cat. Snak. III. pag. 185.
Un solo esemplare raccolto lungo la strada da Broken Hill a Buana Macuba.
C. Proterogliphae
25. E/apechis niger Gthr.
Boulenger. Cat. Snak. III. -pag. 359.
Un solo esemplare raccolto tra Broken Hill e Buana Mucuba.
S. 13. V. 145. A. 1. SC — o
21 *
26. Naia nigricollis Reinh.
Boulenger. Cat. Snak. III. pag. 378.
Due esemplari, uno di Luangasa e V altro catturato tra Broken Hill e Buana
Macuba.
Vip e rida e
27. Causus rhombeatus Licht.
Boulenger. Cat. Snak. III. pag. 467.
Parecchi esemplari di Zom store, di Luapula presso Sekantui, di Broken Hill
(Buana Macuba) e dei dintorni di Ciusa e Kalama (Rhodesia).
‘28. Bit/s arietans Merr.
Boulenger. Cat. Snak. III. pag. 493.
Due esemplari, di cui 'uno raccolto presso il lago Bangueolo.
29. Atractaspis Bibronn Smith.
Boulenger. Cat. Snak. pag. 515.
Un solo esemplare di Luvingu (bacino del lago di Bangueolo).
Batracpiia
Ranidae
30. Rana mascareniensis D. & B.
Boulenger. Cat. Batr Sai. pag. 52
Due soli esemplari giovani, della JR-hodesia meridionale.
31. Phrynobatrachus p/icatus Gthr.
Boulenger. Cat. Batr. Sai. pag. 113
Un solo esemplare. Rliodesia meridionale.
32. Rappia horsiockii Sohleg.
Boulenger. Cat. Batr. Sai. pag. 120.
Un solo esemplare del lago Bangueolo presso Kasoma.
33. Rappia marmorata Bapp.
Boulenger. Cat. Batr. Sai. pag 121
Parecchi esemplari raccolti nei pantani presso Luangasci, Lago Bangueolo, Rho-
desia settentrionale.
8
34. Rappia conco/or Hallow.
Boulenger. Cat; Batr. Sai. pag. 121.
Un solo esemplare elei Lago Banguèolo.
35. Bufo regu/aris Heuss.
Boueenger. Cat. Batr. Sai. pag. 298.
Parecchi esemplari .provenienti dal lago Banguèolo, dai pantani di Luangasci
da Luapula presso Sekantui.
36. Bufo carens Smith.
Boulenger. Cat. Batr. Sai. pag. 301.
Un solo esemplare. Rbodesia meridionale.
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( IST uova Serie )
VOLUME 3.
Num. 26. 22 Maggio 1912.
Prof. CARLO EMERY
(Bologna)
Po rm iol i e
raccolte durante i viaggi di S. A. R. la Duchessa Elena d’Aosta
nella regione dei grandi laghi dell’ Africa equatoriale x)
[Ricevuto il 23 Marzo 1912]
1. Dorylus (Anonima) nigricans III., subsp. molesta Gerst. Fiume Luapula, Roanda.
Nell’Africa orientale, a mia conoscenza, non si trova altra Anomma all’ infuori
della molesta ; parecchie operaie e soldati.
2. P/atytbyrea cribrinodis Gerst. Lago Bangueolo (Rhodesia superiore).
Una operaia.
3. Paltothyreus tarsatus F.. Luapula.
Alcune operaie.
4. Megaponera foetens F.. Luapula.
Alcune operaie.
x) Le Formiche che sono oggetto della presente nota fanno parte di raccolte zoologiche fatte
da S. A. R. la Duchessa d’Aosta durante i suoi viaggi nella regione dei grandi laghi dell’Africa
equatoriale cortesemente donate al R. Museo Zoologico di Napoli.
Prof. Fr. Sav. Monticelli
2
5. Plectroctena mandibularis F. Sm.. Luapula.
Un’ operaia.
6. Carebara vidua F. Sm.-. Fiume Giuba.
Due femmine.
7. Crematogaster trico/or Gerst., var. inversa For. (Voeltzkow, Reise Ost-
Afrika, Voi. 2, p. 81, 1907).
Questa varietà è stata descritta recentemente deH’Africa orientale (città di
Patta e isola di Manda). — Fu raccolta in tutte le sue forme il 14-8-910 in una
località dell’ Africa orientale tedesca situata tra il lago Kivu e il Victoria Nyanza
(alt. 1440). Inoltre, la stessa formica venne raccolta sopra un albero presso Ciuma,
nella Rkodesia meridionale, in un grosso nidamento di Mantide.
Il Prof. Forel, cui h'o mandato una operaia di questa forma, ne ha confer¬
mato l’identità col tipo della sua collezione.
La femmina ha il capo, il torace e i due segmenti del peziolo bruno scuro,
molto più scuri che nell’operaia, quasi neri; le zampe un poco più chiare; il
gastro giallo carico, con l’estremità bruna. Il confronto con un esemplare fem¬
mina (di Madagascar) della varietà tipica lascia riconoscere le differenze seguenti:
capo un poco più corto e particolarmente più rettangolare, cioè con i lati più
rettilinei; la stilatura longitudinale più sottile (ma molto meno sottile che nella <.
operaia); il tegumento molto meno lucido. — Lung. 7 mm. ; senza il gastro 4,2-
4,4; capo senza le mandibole 1,3 x 1,4 mm.
Il maschio è piccolo, nero, opaco, con le zampe bruno scuro. — Lung. 3-3,3 mm.
8. Camponotus fulvopilosus De Geer., var. flnvopilosus Emery (1895). Luapula.
Un’operaia.
9. Camponofus caesar For.. Luapula.
Un’operaia, che si distingue dal tipo della specie per la colorazione un poco
più scura; del resto è identico al cotipo della mia collezione. Sinora questa co¬
lossale specie era stata rinvenuta soltanto nell Africa occidentale (Angola, Ben-
guela).
10. Polyrhachis rugulosa Mayr, Luapula.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
ANNUARIO
DEL
MUSEO ZOOLOGICO DELLA R. UNIVERSITÀ DI NAPOLI
( Muova Serie )
VOLUME 3.
N’unì. 27. 11 Luglio 1912.
Dott JACQUES PELLEGRIN
Assistant au Museum national d’histoire naturelle de Paris
Poissons clu Musée de Naples provenant des expéditions
du «Vettor Pisani » et du « Dogali » et de la mer Rouge
[Ricevuto 2 Dicembre 1911]
Monsieur le professeur Monticelli, directeur du Musée de Naples, a bien voulu
me confier l’étude d’uue collection de Poissons recueillie lors de diverses expédi-
tions des navires de la flotte royale italienne « V ettor Pisani » et « Dogali »
sous les ordres des Capitaines Chiercha et Ronca.
On trouvera ci dessous la liste de ces Poissons se rapportant à 29 espèces, ré-
parties en 15 familles et classées dans Y ordre zoologique , avec les indications
sur le nombre, les dimensions, la provenance des exemplaires et les principales
observations qu’ ils suggèrent.
Cornine on peut s’ en rendre compte les localités de capture sont excessive-
ment variées et comprennent les points les plus éloignés du globe. Sauf deux
exceptions.tous ces Poissons sont marius. Des fonnes nouvelles pour la science
n’ont pas été rencontrées, mais plusieurs espèces méritent d’ètre signalées cornine
rares et interessantes. Il y a lieu tout particulièrement de mentionner, dans le
groupe des Elasmobranclies, une belle serie de foetus et de jeunes, toujours assez
difficiles à se procurer.
En outre, à la liste précé lente doit ètre ajoutée une collection de Poissons
téleostéens de la mer Rouge [collect. Capit. Orsini] qui m’a été adressée posté-
rieurement. Celle-ci ne renferme pas moins de 53 spécimens, appartenant à 28
espèces, réparties en 17 familles; ces Poissons seront mentionnés dans la liste gé-
nérale à leur place zoologique.
2
Blasmobranchii
Carchariida e
1. Carcharias IVI ac loti Mììller et Henle.
1 Jeune specimen femelle. Longueur 440 millimètres. (Chiercha).
2. Carcharias sorrah Mììller et Henle.
1 foetus femelle. Longueur 290 millimètres. (Chiercha).
1 foetus femelle. Longueur 250 millimètres. Singapore (Chiercha).
On sait que les Carchariidés son ovovivipares. Par fensemble de leurs caractéres ces deux
foetus se rapportent bien à l’espèce indiquée, mais cliez des individus aussi peu àgés la dé-
termination est naturellement un peu sujette à caution.
3. Carcharias melanopterus Quoy et Gaimard.
2 Jeunes màles. Longueur 420 et 420 millimètres.
2 Jeunes femelles. Longueur 430 et 420 millimètres. Assab (Orsini).
4. /Uustelus vulgaris Mììller et Henle.
2 Jeunes màles. Longueur 295 et 290 millimètres.
1 Jeune femelle. Longueur 295 millimètres. (Chiercha)
Sphyrnidae.
5. Sphyrna Biochi Cuvier.
2 foetus màles. Longueur 400 et 325 millimètres. Singapore (Chiercha).
Les Marteaux offrent beaucoup de rapports avec les Requins proprement dits et sont
encore sonvent classés dans la méme famille. Cornine eux ils sont ovovivipares et d’ une
grande voracité.
Trois des cinq espèces connues de ce petit groupe fìgurent dans les collections du Musée
de Naples.
6. Sphyrna tudes Cuvier.
1 Jeune femelle. Longueur 520 millimètres.
Port de Honolulu (Chiercha).
3
7. Sphyrna tiburo Linné.
I très jeune male. Longueur 370 millimètres. (Chiercha).
Scylliidae
8. Scyllium bivium Smith.
1 male. Longueur 395 millimètres. (Chiercha).
La coloration de cet individu s’écarte un peu de celle indiquée par Tate Regan i) ; il y
a bien 7 ou 8 barres bruii foncé sur le dos, mais on n’apercoit pas de points foncés, et les
points pàles sont excessivement rares.
9. Ginglymostoma cirratum Gmelin Linné.
1 femelle. Longueur 310 millimètres. (Chiercha).
Certains auteurs cornine Tate Regan * 2) piacent ce genre, aiusi que le genre suivant
dans une famille distincte de celle des Scylliidae, les Orectolobidae.
10. Chiloscyllium indicum Gmelin Linné.
1 male. Longueur 350 millimètres. (Chiercha).
Ce specimen qui possedè trois carènes dorsales proéminentes est trés conforme à la de-
scription et à la figure recemment données par Tate Regan 3).
11. Chiloscyllium griseum Mìiller et Henle.
1 femelle. Longueur 320 millimètres. (Chiercha).
Cfiez cet individu existent sur la tète et le corps une dizaine de barres transversales de
couleur marron, celles-ci généralement bordées d’ une sèrie de points plus foncés. D’après
Regan 4) il s’ agirait d’ un individu semi-adulte , les fasciatures disparaissant chez les
sujfets àgés.
0 Tate Regan, A. — Synopsis of thè Sharks of thè Family Scyliorhinìdae : Ann. Mag. Nat.
Hist. 8 ( 1 ) 1908, pag. 462.
2) Tate Regan, A. — Revision of thè Sharks of thè Family Orectolobidae : Pr. Z. Soc. London ,
1908, pag. 347.
3) Loc. cit. pag. 362, Plt. 13, fig. 2, 2
4) Loc. cit pag. 361.
a.
4
Spinacidae.
12. Acanthias vulgaris Risso.
1 foetus male. Loagueur 171 millimètres avec une vésicule ombilicale volumineuse (Chiercha).
I foetus femelle. Longueur 147 millimètres (Chiercha).
On sait que dans ce genre l’ovoviviparitó est la règie de mème que chez les Carcharias
et les Sphyrna.
JRliinobatidae.
13. Rhinobatus Thouini Lacépède.
1 male. Longueur 435 millimètres. Singapore (Chiercha).
1 Jeune male. Longueur 285 millimètres. Assab (Orsini).
D’après Bleeker cette espéce atteint 6 pieds 1/2 de longueur.
Trygonidae
14. Trygon uarnak Forskàl.
I Jeune femelle. Longueur 200 -j- 600 = 800 millimètres *)• Singapore (Chiercha).
Cet individu est conforme à la description du Tnjgon Gerrardi Cray ( Trygon macru-
rus Bleeker).
II n’existe qu’ un seul gros tubercule au centre du disque, la queue presente l’aspect d’une
sèrie d’anneaux alternativement bruns et clairs, ces derniers plus étroits.
Day 2) considère non sans raison, semble-t’ il, ces espèces comme les jeunes du Trygon
uarnak Forskàl.
15. Trygon walga Mììller et Henle.
1 Jeune femelle. Longueur 2 10 -j- 180= 390 millimètres.
16. Trygon zugei Mììller et Henle.
2 très Jeunes males. Longueur 150 -\- 1 10 = 260 et 110 -j- 160 = 270 millimètres. Hong-
Koug. (Hong-Ivong, Mercato, 9 Dee. 84) (Chiercha).
1) Le premier clnffre indique la longueur du disque ou du corps, le second celle de la queue
on de la nageoire caudale.
2) Day, F. — The Fishes of India: London, 1878-1888 , pag. 737
6
17. Trygon pastinaca Linné.
2 très Jeunes femelles. Longueur 100-)- 120 = 220 et 65 -)- 95 = 160 millimètres (Chiercha).
Je crois pouvoir rapporter ces échantillons à la Pastenague mais avec quelque hésitation
étant donnée leur extrème jeunesse.
18. Pteroplatea micrura Muller et Henle.
1 Jeune femelle. Longueur 190 -j- 125 = 315 millimètres. Singapore (Chiercha).
Le disque est relativement large chez cet individu; la queue notablement plus courte,
alternativement bianche et brune.
C hixnseridae
19. Callorhynchus antarcticus Lacépède.
4 Jeunes. Longueur 340, 282, 280, 280 millimètres. Chonos (Chili) (Chiercha).
Teleostei
Serranidae.
20. Lutjanus gibbus Forskàl. »
1 exemplaire. Massaoua (Mer Rouge).
21. Lutjanus argentimacu/atus Forskàl.
1 exemplaire. Massaoua.
22. Lutjanus ma/abaricus Bloch-Schneider.
1 exemplaire. Massaoua.
Cette espèce habite les mers de l’ Inde et de la Malaisie. Sa présence est interessante à
signaler dans la mer Rouge.
23. Lutjanus lineo/atus Rììppell.
1 exemplaire. Mer Rouge.
6
JPristipomatidae.
24. Pristipoma stridens Forskàl.
2 exemplaires. Massaoua.
25. Sco/opsis ghanam Forskàl.
\
1 exemplaire. Mer Rouge.
Chaetodontidae.
26. Chaetodon hneo/atus Cuvier et Valenciennes.
I exemplaire semi-adulte. Longueur 110-)-20=130 inilLimètres. Simons bay (Gap de Bonne-
Espérance).
II est interessant de rencontrer dans une localité aussi australe cette espéce de la mer
Rouge et de l'Océan Iudien.
Sparidae.
27. Chrysophuys datnia Hamilton Buchanan 9-
1 exemplaire. Massaoua.
Teuthididae.
t
28. Teuthis stellata Forskàl.
2 exemplaires. Mer Rouge.
Berycidae.
29. Holocentrum rubrum Forskàl.
1 exemplaire. Mer Rouge.
Acanthuridae.
30. Acanthurus matoides Cuvier et Valenciennes.
1 exemplaires. Massaoua.
9 Le synonymie de cette espéce est assez embrouillée. On a suivi ici: Day, F. — The Fishes of
India: London 1878-88 , pag. 140, Plt. 34, fig. 1.
7
Scombridae.
31. Echeneis naucrates Linné.
1 jeune exemplaire à 23 paires de lamelle» cépbaliques. Longueur 265-)-45 = 310 milli-
métres.
Trinité (Antilles) (Coll. Dogali, nov. 19U4).
1 exemplaire à 20 paires de lamelles cépbaliques. Mer Rouge.
Le chiffre des paires de lamelles cépbaliques de ce derider spécimen est relativement peu
élevé, le nombre de celles-ci pouvant s’élever à 25, parfois mème 26.
Les Echeneis sout souvent rangés dans une famille speciale celle des Ecbeneididés, à cause
de la modificatimi de la nageoire dorsale épineuse en un disque adbésif.
Tra c hinida e .
32. Percis hexophthalma Cuvier et Valenciennes.
1 exemplaire. Massaoua (Mer Rouge).
JPlatycephalidae.
33. Platycephalus insidi ator Linné.
1 exemplaire. Mer Rouge.
Blenniidae.
34. Sa/arias fasciatus Bloch.
3 exemplaires. Massaoua (Mer Rouge).
2 exemplaires. Ile Daret (Erythrée).
35. Sa/arias quadricornis Rìippell.
4 exemplaires. Massaoua.
36. Sa/arias unico/or Ruppell.
9 exemplaires. Massaoua.
A.therinidae.
37. Atherina Forska/i Ruppell.
3 exemplaires. Erytbrée.
8
Fistularidae.
38. Fistularia serrata Cuvier.
1 jeune exemplaire. Longueur 190-|-75 *) = 265 millimètres S. Iacinto (Philippines) (Chiercha .
A mp hisilidae.
39. Amphisile strigata Bleeker.
3 exemplaires. Longueur 135, 132 et 132 millimètres. S. Iacinto (Philippines) (Chiercha).
Ces curieux Poissons sont maintenant rangés dans une famille distincte des Centriscidés.
Fomacentridae.
40. Amphiprion bicinctus Rììppell.
1 exemplaire. Mer Rouge.
41. Tetradrachmum marginatum Rììppell.
1 exemplaire. Mer Rouge.
Lia bridae.
42. Chelh'nus mossambicus Gunther * 2)
1 exemplaire. Mer Rouge.
43. Ju/is purpureus Forskàl.
1 exemplaire. Mer Rouge.
44. Ju/is lunaris Linné.
1 exemplaire. Mer Rouge.
0 Y compris le filament caudal.
2) Ce Poisson est semblable à celui décrit par Cuvier et Valenciennes (Histoire naturelle des
Poissons, Tome 14, 1839, pag. 91) comme Cheilinus radiatus Ehrenberg, et qui d’aprés A. Gunther
(Cat. Fish. Brit. Museum, Voi. IV, 1862 , pag. 127) et Bleeker (Atlas Ichthyologique, Tome 1, 1862 ,
pag. 69) est différent de Cheilinus radiatus (Bloch).
9
Pleuronectidae.
45. Rhomboidichthys pantherinus Ruppell.
2 Jeunes. Longueur 110 -{— 22 = 132 et 100 -f* 22 = 122 millimètres.
Assab (Mer Rouge) (Chiercha).
46. Achirus scutum Gììnther.
1 exemplaire. Longueur 110 -[-33 = 143 millimètres. Panama (Chiercha).
Cette espéce est assez rare.
47. Cynog/ossus brachyrhynchus Bleeker i).
6 exemplaires jeunes. Erythrée.
Silurida e
48. Callichthys /ittoralis Hancock.
1 exemplaire adulte. Longueur 125 -\- 35 = 160 millimètres. Georgetown (Guyane anglaise)
(Coll. Dogali).
Ce Silure cuirassé est indiqué, cornine portant le nom creole d’Hassar, et comme vivant
dans les canaux d'irrigations des plantations. (Pontecorvo).
C’est en effet une espèce d’eaux douces ou saumàtres.
49. Vandellia Plazai Castelnau.
1 exemplaire adulte. Longueur 125 -f- 10 = 135 millimètres. Iquitos (Perou). Fleuve Ama-
zone. (Coll. Dogali).
Porte la mention suivante. « Canero, Poisson qui a la propriété de s’ introduire dans l’u-
rètre de 1’ Homme ».
Les Vandellies sont de potits Silurides de l’Amerique du Sud , extrèmement rares dans
les collections et fort mal connus. Dans une étude recente, j’ai fait la révision des espèces
du genre et de ce que fon savait sur leurs moeurs qui sont tout à fait singulières 1 2).
1) Cette détermination est un peu sujette à caution les individus étant de trés petite taille et
en mauvais état.
2) Pellegrin, J. — Les Poissons du genre Vanrlcllia C. V. : Bull. Soc. Philomathique, Paris (10)
Tome 1, 1900. pag. 276.
10
Les Vandellies paraissent vivre habitué! lement, suivant les uns en commensaux, suivant
les autres en parasites, sur les branchies d’autres grands Poissons également de la mème
famille et appartenaut au genre Ptatystoma , c’est, d’ailleurs, ce qui les a fait piacer par
A. Gunther *) dans une division speciale, celle des Siluridae branchicolae.
C’est une croyance répandue depuis longtemps panni les Indiens du Brésil que les bai-
gneurs peuvent ètre attaqués par un petit Poisson la Vandellie. qu’ ils désignent générale-
ment sous le noni de Candiru; celui-ci attiré par l’odeur de Turine pénetre dans T ùrètre
et y détermine naturellement les désordres les plus graves. Divers voyàgeurs ont souvent
relaté ees faits sans que des témoignages absolument probants aient pu ètre rapportés.
Ce qui parait certain d’après les observations faites au Brésil, sur lui-méme, par le Dr
Jobert * 2), c’est que les Vandellies peuvent s’attaquer à l’ Homrae.
Veritables Poissons-sangsues, leurs dents et leurs épines operculaires et iuteroperculai-
res leur permettent non seulement de se fixer sur les branchies des grands Siluridés sur
lesquels ils vivent habitueliement, mais aussi de faire des blessures amenant un écoulement
de sang abondant qu’ une disposition speciale que j’ai mise en relief chez une espèce nou-
velle, le Vandellia Wieneri Pellegrin, leur permei d’ ingurgiter. A l’état libre, les Vandel¬
lies peuvent aussi percer les téguments de T Eomme ou des animaux domestiques.
Le genre Vmidellia ne comprend juqu’ ici que trois espèces, le Vandellia cirrhosa Cuvier
et Valenciennes, le Vandellia Plazai Castelnau, le V. Wieneri Pellegrin.
Le type de Vandellia Plazai Castelnau a été recolté par ce voyageur dans le rio Uca-
yale, au Perou, en 1846 et décrit par lui en 1855 3).
Il ligure au Museum de Paris, ainsi qu’un autre echanfcillon pèché par le Dr Jobert au
Calderào, dans le rio Solimoens (Ht Amazone).
L’exemplaire du Musée de Naples qui provient des mèmes regions que le type de l’espèce,
est remarquable par ses dimensions, rarement atteintes dans ce genre.
Scopelidae.
50. Saurida iumbi! Bloch.
1 exemplaire. Massaoua.
Muraenidae.
51. Muraena afra Bloch.
%
1 exemplaire. Massaoua.
Cette espèce a été rencontrée déjà à Djibouti par M. Gravier4).
x) Gunther, A. — Cat. Fish. Brit. Mus. : 1864, Voi. 5, pag. 276.
2) Jobert, D. C. — Sur la prétendue pénétration de Poissons dans l’uréthre. Arch. Parasitologie ,
1898 ( 1 ), pag. 494.
3) De Castelnau, F. — Animaux nouveaux on rares de TAmérique du Sud. Poissons : 1855,
pag. 51, Pie. 28, fig. 1.
4) Pellegrin, J. — Poissons recueillis par M. Oh. Gravier à Djibouti et à Obock: Bull. Mus.
Hist. Nat. Paris , 1904, pag. 543.
11
Synffna, thida e .
52. Gastrotokeus biacu/eatus Bloch.
1 exemplaire. Longueur 174 millimètres.
S. Iacinto (Pkilippines) (Chiercha).
JBalistidae.
53. Ba/istes stel/atus Lacépède.
1 exemplaire. Mer Rouge.
54. Ba/istes niger Mungo Park.
2 exemplaires. Mer Rouge.
55. Ba/istes undu/atus Mungo Park.
1 exemplaire. Mer Rouge.
Te tro dontidae.
56. Tetrodon Honckenyi Bloch.
6 exemplaires. Longueur 130— )— 30 = 160, 125-j-30= 155, 1 25 -)— 30 = 155, 123 -[-30 = 153
120_[-30=150,. 110+30=140 millimètres.
Simons Bay (Cap de Bonne-Espérance) (Chiercha).
Ces spécimens portent la mention: « Pesce rospo (Tokad fisk) Poisson très vénénèux spé-
cialement dans cette baie ».
Les Tétrodons, en effet , surtout à 1’ époque du frai, sont souvent fort dangereux à in-
gèrer, et le Tetrodon Honckenyi Bloch, auquel se ramène le Geneion maculatimi Bibron
compte parmi les espèces les plus toxiques.
L’espèce est répandue dans tout l’Océan Indien et une grande partie du Pacilìque.
Les cas d’einpoisonnements mortels déterminés par elle, au Cap, sont relativement nom-
breux et j’ en ai rapportò plusieurs dans le travail que j’ai consacrò aux Poissons véné-
neux 1).
Pellegrln, J. — Les Poissons vénénèux: Paris , 1899 , pag. 42.
Napoli, R. Stabilimento tipografico Francesco Giannini & Figli
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