CRYPTOGAMIE
er
TOME 12 Fasc
SOMMAIRE
CONTU. - Studi sulle Lepiotaceae - | Alcune note sul genere
А Heinem. in Sardegna ... т А
T.T.T. PHAM, A.-M. SLEZEC and E. ODIER -
Dichomitus squalens (Karst) Reid . 13
A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY - Etude ultrastructurale de
Tuber melanosporum Vitt. en culture isolée et en association avec
des vitroplants de Quercus (Q. robur et Q. pubescens). . 25
J.C. PARGNEY - Cytochimie ultrastructurale des interfaces présentes
dans lassociation ectomycorhizienne Tuber PRONTI Vitt./
Corylus avellana L. 47
M.M.K. BAGY and A.Y. ABDEL-MALLEK - гав on the hair of
small mammals in Egypt .. 63
BS. SHARMA, V.N. PATHAK and K. BHATNAGAR -
Morphological, cultural and pathogenic variations in Sclerotium
rolfsii Sacc. causing root rot of sugarbeet ... E È 71
Analyses bibliographiques ............- 81
Instructions aux auteurs .... 85
CONTENTS
M. CONTU - Study of Lepiotaceae - 1 Some note about genus
Sericeomyces Heinem. in Sardinia (in Italian) 1
T.T.T. PHAM, A-M. SLEZEC and E. ODIER - Fruiting in
Dichomitus squalens (Karst) Reid . 13
A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY - Ultrastructural study of
Tuber melanosporum Vitt. in pure culture associated with Quercus
(0. robur and Q. pubescens) vitroplants (In French) ..... 5225
J.C. PARGNEY - Ultrastructural cytochemistry of different interfaces
in the ectomycorrhizian association Tuber melanosporum bus
Corylus avellana L. (In French) . T 47
M.M.K. BAGY and A.Y. ABDEL-MALLEK - Fungi on the hair of
small mammals in Egypt i 63
B.S. SHARMA, V.N. PATHAK and K. BHATNAGAR -
Morphological, cultural and pathogenic variations in Sclerotium
rolfsii Sacc. causing root rot of sugarbeet Ез 71
Bibliography 81
Instructions to the authors .... 85
Source : MNHN. Paris
CRYPTOGAMIIE
MYCOLOGIE
TOME 12 Fascicule 1 1991
Ancienne Revue de Mycologie. Dirigée par Roger HEIM
В DIRECTEUR SCIENTIFIQUE : Madame J. NICOT
SECRÉTAIRE DE RÉDACTION : Mme M.-C. BOISSELIER. ÉDITEUR : A.D.A.C.
Publié avec le concours du Muséum National d'Histoire Naturelle
CRYPTOGAMIE, MYCOLOGIE est indexé par : Biological Abstracts, Current Contents,
Publications bibliographiques du CDST (Pascal).
Copyright © 1991. CRYPTOGAMIE, Mycologie
SIBL DU} Bibliothèque Centrale Muséum
\ US /
\ PARIS
3 3001 00226868 7
Source : MNHN, Paris
Source : MNHN. Paris
Cryptogamie, Mycol. 1991, 12 (1): 1-12 1
STUDI SULLE LEPIOTACEAE - 1 ALCUNE NOTE SUL
GENERE SERICEOMYCES HEINEM. IN SARDEGNA
Marco CONTU
via A. Manzoni, 33. 09128, Cagliari. Italia
ABSTRACT - Nine species of Sericeomyces are reported from Sardinia: S. cylindros-
porus Contu spec. nov. ad int., S. erioderma (Mal.) Contu comb. nov., S. mediofla-
voides (Bon) Contu comb. nov., S. menieri (Sacc.) Contu comb. nov. serenus (Fr.)
Heinem., S. sericatellus (Mal.) Bon, S. sericeus (Cool) Contu comb. nov., S. subglo-
bisporus Contu spec. nov. and S. subvolvatus (Mal. & Bert.) Contu comb. nov. An
emendation of the genus is proposed and a key to the species occurring in Sardinia is
given.
RÉSUMÉ - Neuf espéces de Sericeomyces sont signalées de Sardaigne: S.
cylindrosporus Contu spec. nov. ad int., S. erioderma (Mal. Contu comb. nov., S.
medioflavoides (Bon) Contu comb. nov., S. menieri (Sacc.) Contu comb. nov., S.
serenus (Fr.) Heinem., S. sericatellus (Mal) Bon, S. sericeus (Cool) Contu comb.
nov., S. subglobisporus Contu spec. nov. et S. subvolvatus (Mal. & Bert.) Contu
comb. nov. Ün amendement du genre est proposé et une clé pour les espèces crois-
sant en Sardaigne est fournie.
MOTS CLÉS : Basidiomycetidae, Agaricales, Lepiotaceae, Sericeomyces, taxonomie,
Sardaigne.
INTRODUZIONE
Prima di essere riunite nel nuovo genere Sericeomyces Heinem. (1978:
401) le piccole lepiote gravitanti attorno a ‘Lepiota serena (Fr) Sacc.”
avevano vissuto un intenso travaglio tassonomico. Infatti Fries (1821) le
pose in una sezione Annulosae Fr. della suddivisione infragenerica Lepiota
Pers. mentre Kithner (1936) propose per esse la nuova sezione Sericellae, poi
abbandonata a profitto della sezione Annulosae (Kühner & Romagnesi,
1953). Il collocamento nel genere Lepiota sensu largo delle Sericellae non fu
avvallato da Locquin (1952) il quale, anche sulla scorta di alcune
considerazioni di Singer (1951), preferì assegnare queste specie all’emendato
genere Pseudobaeospora Sing., soluzione subito accolta, fra gli altri, da
Singer (1975) e Moser (1978) ma respinta da Horak (1964) e Bon & Boiffard
(1974). Ad avviso di questi due ultimi Autori L. serena e specie vicine
sarebbero meglio collocate nel genere Leucoagaricus Locq. ex Sing. Рег
risolvere questo intricato problema sistematico, i cui termini sono stati
Source . MNHN, Paris
2 М. CONTU
diffusamente esposti, fra gli altri, da Kühner (1980), Heinemann (1978, cit.)
ha proposto l'istituzione del nuovo genere Sericeomyces, il quale ha
incontrato il favore di Singer (1986) e Moser (1983), oltre che di diversi altri
Autori, mentre Bon (1981) ha preferito riconoscergli il rango di mero sotto-
genere di Leucoagaricus. A me pare, tenuto conto anche di quanto
sostenuto da Kühner (1980) a proposito dell'inserimento di Lepiota serena in
Pseudobaeospora Sing., che la scelta sistematica di quegli Autori che
vogliono le Sericellae separate in un apposito raggruppamento sia, allo stato
attuale delle conoscenze sulla sistematica degli imenomiceti lepiotoidi,
accettabile senza troppe difficoltà. E' chiaro che, a questo punto, il
problema consiste soprattutto nella scelta del rango tassonomico piü
naturale (sezione, sotto-genere o genere). A giudicare dai caratteri macro e
micromorfologici sembra indubbio che il complesso in esame sia piü vicino
a Leucoagaricus piuttosto che a Lepiota stricto sensu, se la sistematica di AA
come Singer (1975) e Bon (1981) è accettata. Tuttavia il genere Leucoagaricus
comprende, almeno per la maggior parte, specie dotate di un rivestimento
pileico a struttura manifestamente tricodermica fino a subpalissadica mentre
è noto che la cuticola di Lepiota serena e specie vicine è una cutis di ife
subparallele o intrecciate (solo in alcune entità essa può essere d'aspetto
subtricodermico, vedi, in proposito, infra), non di rado sormontata da una
ixocutis di ife molto gracili. Questo carattere è molto atipico per i
Leucoagaricus e sembra raro anche fra le rimanenti entità appartenenti al
vasto complesso degli imenomiceti lepiotoidi. Esso sembra ben giustificare
una separazione al rango generico, specie se unito ad altri caratteri peculiari
come habitus dei carpofori, metacromasia dell'endosporio sporale, etc. Va
peró sottolineato che quest'ultimo particolare non va sopravvalutato, in
quanto presente anche in diversi altri generi come Lepiota sez. Lepiota (=
Macrolepiota), Leucoagaricus е ^ Leucocoprinus, principalmente. La
combinazione dei caratteri indicata da Heinemann (1978) mi pare quindi
giustifichi il riconoscimento del complesso Sericellae nel nuovo genere
Sericeomyces, il quale ha come specie-typus la Lepiota serena sensu Kühner
(1936: 213) ed ha il pregio di dare uniformità al genere Leucoagaricus il
quale deve essere ristretto a specie dotate, dal punto di vista strutturale, di
una cuticola realmente tricodermica o subpalissadica.
La presente nota costituisce una studio preliminare sull'ecologia e la
tassonomia delle specie del genere Sericeomyces Heinem. in Sardegna. Le
notizie sulla diffusione nell'Isola degli imenomiceti lepiotoidi in genere sono,
allo stato attuale, ancora troppo scarne e, nel caso del genere in oggetto,
quasi del tutto assenti. E” di tutta evidenza, pertanto, la necessità di studi
floristici specifici, da condurre sulla base delle risultanze della moderna
letteratura. La chiave per la determinazione delle specie studiate, che di
seguito viene proposta, va considerata come ancora provvisoria poiché la
possibilità di reperimento di ulteriori membri del genere non puó essere del
tutto esclusa.
Il materiale studiato, per la quasi totalità raccolto dall'autore della
presente nota, si trova conservato nell’Herbarium Mycologicum
Caralitanum, Istituto ed Orto Botanico dell'Università di Cagliari (CAG).
La nomenclatura utilizzata segue Heinemann (1978) e Bon (1981).
Source : MNHN. Paris
STUDI SULLE LEPIOTACEAE 3
PARTE TASSONOMICA
SERICEOMYCES Heinemann, Bull. Jard. Bot. Natl. Belgique 48: 401, 1978.
Lepiota sez. Sericellae Kithner ex Wasser, Ukraijn. Bot. Zurn. 35: 517, 1978
- Leucoagaricus sez. Sericelli (Kühner) Bon & Boiffard, Doc. Mycol. (Lille)
24: 44, 1976 (nom. inv.) - Pseudobaeospora Singer emend. Locquin, Bull. Soc.
Mycol. France 68: 169, 1952 - Leucoagaricus subgen. Sericeomyces (Heinem.)
Bon, Doc. Mycol. (Lille) 43: 51, 1981.
Imenomiceti lepiotoidi a portamento gracile o medio, colorazioni
biancastre, con anello, senza volva, spore bianche, destrinoidi o amiloidi,
metacromatiche in Bleu di Cresile, lisce, rivestimento pileico composto da
ife parallele, subintrecciate o leggermente rialzate, senza sferociti, sovente
con ixocutis; giunti a fibbia assenti.
Species-typus: Lepiota serena (Fr.) Sacc. sensu Kühner non J. Lange.
Chiave delle specie osservate in Sardegna:
la basidi 2 sporici, spore subfusiformi lunghe oltre 10ym....... S. sericatellus
lb basidi 4 sporici, spore raramente lunghe oltre 104m.. 2
2a rivestimento pileico ad ife confuse e parzialmente erette. 3
2b rivestimento pileico ad ife coricate, parallele o intrecciate ...... 4
3a nelle dune sabbiose, spore 7-9 x 4.5-Sum, cheilocistidi fusiformi
.S. menieri
3b in località erbose, spore 6.5-8 x 4.5-Sum, cheilocistidi clavati m
S. erioderma
4a spore da ета a subconiche
4b spore da ellipsoidi a ellisso-ovoidi......
Sa cheilocistidi fusiformi o lageniformi, spore 7-9 x 3.5-4.5um .... S. sericeus
5b cheilocistidi clavati a sommità sovente incrostata di cristalli.. ро
6a cappello bianco con centro giallo, spore 6-7.5 x 4-4.5um, ا‎ a
sommita non incrostata ... 75 peta
66 cappello bianco puro o con centro un poco ocraceo, spore 6-8.5
3.5-4.5um, cheilocistidi incrostati alla sommità. S. serenus
Ta spore subglobose 6.7-9 x 6-6.7um, cheilocistidi lageniformi
E
7b spore allungate, da ellissoidi a ellisso-ovoid
Sa spore 7-9 x 4.5-6.5um, ellisso-ovoidi, Be: robusta e P con
gambo a base bulbosa marginata ... È S. subvolvatus
8b spore 8-12 x 4-7um, ellisso-subcilindriche, specie SE a gambo corto
à base ingrossata.. ........ S. cylindrosporus
1. Sericeomyces sericatellus (Malengon apud Malengon & Bertault) Bon, Doc.
Mycol. (Lille) 75: 58, 1989.
= Lepiota sericatella Mal. apud Mal. & Bert., Fl. Champ. Sup. Maroc
1: 150, 1970 - Sericeomyces sericatus var. sericatellus (Mal.) Heinem., Bull.
Source : MNHN. Paris
4 М. CONTU
Jard. Bot. Natl. Belgique 48: 404, 1978 - Leucoagaricus sericatellus (Mal.) Bon,
Doc. Mycol. (Lille) 35: 40, 1979 - Pseudobaeospora sericatella (Mal.) Moser
apud Gams.
Materiale studiato: Sardegna meridionale, prov. Cagliari, Mostra
micologica della Società Micologica Sarda, 3.xii.1989, S.M.S.
Questa entità si riconosce agevolmente, dal punto di vista
micromorfologico in quanto sembra l’unica del genere, in Sardegna, a
possedere basidi bisporici. Malengon (1970, cit.) e Bon (1981: 51-52) пе
fanno un'entità autonoma (e con loro, fra gli altri, Moser, 1986) mentre
Heinemann (1978: 404) sostiene che si tratta di una forma bisporica del suo
^S. sericatus" ( — S. sericeus nella presente trattazione). Sembra che, ad avviso
di Bon (1981: 52), l'elemento discriminante fra le due specie sia dato dalla
morfologia delle ife della trama lamellare, apprezzabilmente più larghe in S.
sericatellus. Si tratta di una specie rara in Sardegna, tipica di località erbose
al di fuori dai boschi.
2. Sericeomyces menieri (Sacc.) Contu, comb. nov.
Basionimo: Lepiota menieri Saccardo, Syll. Fung. 9: 4, 1891.
= Lepiota arenicola Menier, Bull. Soc. Mycol. France 5: 174, 1889 non
L. arenicola Peck 1888 - Leucoagaricus arenicola (Menier) Bon & Boiffard,
Bull. Soc. Mycol. France 88: 21, 1972 (nom. inv.) - Leucoagaricus menieri
(Sace.) Sing., Mycopathol. Mycol. Appl. 34: 431, 1968 sensu Auct. pl. non
Singer.
Specie classica, riconoscibile facilmente, oltre che per l'habitat, anche
per i cheilocistidi fusiformi. Bon & Boiffard (1972) e Bon (1981) utilizzano
per essa il binomio “Leucoagaricus arenicola” ma, purtroppo, lo stesso è
invalido poiché basato sull'illegittimo “Lepiota arenicola” Menier 1889 non
Peck 1888. Dovrebbe dunque essere adottato il nuovo nome proposto a suo
tempo da Saccardo (1891: 4), che Singer ha trasferito a Leucoagaricus (cfr.
sopra) ma, secondo i dati in mio possesso, basandosi su una specie che pare
differente da quella originariamente intesa da Menier. Nella mia raccolta le
spore avevano un profilo meno ovoidale di quello evidenziato da Bon &
Boiffard (1972, fig. 2, in basso).
3. Sericeomyces erioderma (Malençon apud Malençon & Bertault) Contu, comb.
nov.
Basionimo: Lepiota serena var. erioderma Mal. apud Mal. & Bert., Fl.
Champ. Sup. Maroc 1: 147, 1970.
= Sericeomyces serenus var. "eriodermus” (Mal.) Heinem., Bull. Jard.
Bot. Natl. Belgique 48: 403, 1978 - Leucoagaricus erioderma (Mal.) Bon, Doc.
Mycol. (Lille) 43: 53, 1981.
Materiale studiato: Sardegna meridionale, prov. Cagliari, Cagliari-città,
Orto Botanico dell'Università, in un'aiuola, su terreno erboso, 5.xii.1989, M.
Contu.
Source : MNHN. Paris
STUDI SULLE LEPIOTACEAE Di
1-3: 5. erioderma, 1: carpoforo, 2: spore, 3: cheilocistidi. Fig
indrosporus, 4: carpofori, 5: spore. Fig. 6-8 ubglobisporus sp. nov., 6:
carpoforo, 7: cheilocistidi, 8: spore. Fig. 9-11: S. medioflavoides, 9: carpofori,
10: cheilocistidi, 11: spore. Disegni di M. Contu.
Dopo aver studiato attentamente alcuni esemplari di questa entità,
originariamente descritta da Malenson come varietà di “Lepiota serena”
(Malençon apud Malengon & Bertault, 1970, cit.), convengo con Bon (1981,
cit.) sull'opportunità di elevarla al rango specifico. In effetti S. erioderma si
caratterizza per la taglia gracile, il cappello bianco con centro tipicamente
grigio-cenere e per l'anello ampio e persistente. Microscopicamente ho
potuto osservare delle spore ellissoidi a membrana molto rigonfiabile in
NH; ed a parete congofila in modo accentuato, caratteri che coincidono
perfettamente con quelli indicati da Bon (1981: 53). L'unica differenza di
rilievo era data dalla presenza di incrostazioni alla sommità di diversi
cheilocistidi ma questo carattere, secondo la mia opinione, non può essere
giudicato eccessivamente importante dato che non risulta costante neppure
Source : MNHN. Paris
6 M. CONTU
nelle specie per le quali viene indicato come tale. La presenza di un
rivestimento pileico a struttura subtricodermica sembrerebbe un’ostacolo ad
una completa assimilazione di S. erioderma al genere Sericeomyces ma
drovrebbe essere osservato che la disposizione delle ife della cuticola di 5.
erioderma non sembra assimilabile al vero e proprio tricoderma che
caratterizza i tipici Leucoagaricus (ad es.: L. carneifolius, pilatinus, etc.). Lo
stesso Heinemann del resto (Heinemann, 1978: 403) considera questa specie
come un vero Sericeomyces, considerandola, tuttavia, come Malengon, una
varietà di S. serenus.
4. Sericeomyces sericeus (Cool) Contu, comb. nov.
Basionimo: Lepiota cristata var. sericea Cool, Meded. Ned. Mycol.
Vereines 12: 24, 1923.
= Lepiota sericea (Cool) Huijsman, Meded. Ned. Mycol. Vereines 28:
46, 1943 non L. sericea Massée 1912 - Pseudobaeospora sericifera Locquin,
Mycol. France 68: 169, 1952 - Lepiota sericifera (Locq.) Locquin,
Friesia 5: 294, 1956 - Lepiota sericata Kühner & Romagnesi, Fl. Anal.
Champ. Sup.: 405 (nom. inv.) - Sericeomyces sericatus (Kühn. & Romagn.)
Heinem., Bull. Jard. Bot. Natl. Belgique 48: 404, 1978 (nom. inv.) -
Leucoagaricus sericeus (Cool) Bon & Boiffard, Doc. Mycol. (Lille) 35: 40,
1979.
Materiale studiato: Sardegna meridionale, prov. Cagliari, dintorni di
Capoterra, 3.xii.1989, M. Contu 89/446.
La situazione nomenclaturale di questo taxon è, come potrà notarsi
dalla congerie di nomi riportata in sinonimia, piuttosto complessa. Il
binomio scelto è, comunque, quello adottato da Bon & Boiffard (1979, cit.)
i quali hanno studiato materiale olandese. S. sericeus è il capostipite di un
gruppo di piccole specie bianche caratterizzate dai cheilocistidi a profilo
lageniforme. All'interno di questo gruppo esso risulta abbastanza
comodamente determinabile a causa delle spore subfusiformi. In Sardegna si
raccoglie, ma raramente, in località erbose aperte, a volte anche nella radure
erbose delle pinete litorali.
5. Sericeomyces medioflavoides (Bon) Contu, comb. nov.
Basionimo: Leucoagaricus medioflavoides Bon, Doc. Mycol. (Lille) 24:
44, 1976.
Materiale studiato: Sardegna centro-meridionale, prov. Cagliari,
dintorni di S. Sperate, in un prato, M. Contu, 4.xii.1988.
Bon ha descritto questa specie sulla base di raccolte fatte in Germania.
S. medioflavoides si riconosce per la taglia gracile, il cappello e la base del
gambo con toni giallastri, le piccole spore amigdaliformi ed i cheilocistidi
clavati. Recentemente Grilli (1990: 3-10) ha descritto un "Leucoagaricus
medioflavoides var. deceptivus Grilli” differente dal tipo per la taglia più
slanciata, il rivestimento pileico viscido, le lamelle subcollariate e le spore
maggiori (fino a 8.8 x 4.2um). A mio avviso questa potrebbe essere
addirittura una buona specie ma, fino ad ora, nessuna raccolta dalla
Source - MNHN. Paris
STUDI SULLE LEPIOTACEAE 7
Sardegna mi è nota. Gli esemplari da me studiati differivano dal tipo solo
рег le spore di taglia maggiore ma nel resto erano macro e
micromorfologicamente identici. Come buona parte delle entità congeneri S.
medioflavoides vegeta, in Sardegna, in località erbose e fuori dai boschi, ha-
bitat differente da quello indicato nella descrizione originale, ma non
inusuale per una specie del genere.
6. Sericeomyces serenus (Fr.) Heinem., Bull. Jard. Bot. Natl. Belgique 48: 403,
1978.
= Agaricus serenus Fries, Hymenomyc. Eur: 38, 1874 - Lepiota serena
(Fr) Sacc., Syll. Fung. 5: 52, 1887 - Pseudobaeospora serena (Fr.) Locquin,
Bull. Soc. Mycol. France 68: 169, 1952 - Leucoagaricus serenus (Fr.) Bon &
Boiffard, Bull. Soc. Mycol. France 90: 301, 1974.
Materiale studiato: Sardegna centrale, prov. Oristano, Monte Arci,
loc."Acquafredda”, in un prato, 1.x.1989, M. Contu 89/157.
L'elemento caratterizzante questa specie è dato dalla forma clavata dei
cheilocistidi i quali, nelle mie raccolte, presentavano la sommità incrostata
di cristalli amorfi. Le forme a centro del cappello giallastro possono
facilmente essere confuse con S. medioflavoides il quale, tuttavia, ha spore
usualmente minori e cheilocistidi a sommità priva di incrostazioni. S.
serenus sembra essere solo il capostipite di un complesso di specie che sono
state studiate, nelle regioni mediterranee, principalmente da Malengon &
Bertault (1970).
7. Sericeomyces subglobisporus Contu, spec. nov.
Pileus 1.3-2.5cm latus, haud carnosus, explanatus, in medio depressus,
haud umbonatus, sericeus, albus, ad medium leviter flavus, striis destitutus.
Lamellae confertae, tenues, libero-collariatae, haud ventricosae, albae et
immutabiles, acies concolor. Stipes 3-4.5 x 0.3-0.5ст, cylindraceus vel
subclavatus, glaber, pileo concolor, sericeus. Annulus persistens, superus, albus,
exstriatus. Caro fragilis, incospicua, alba; inodora et insapora. Sporarum pulvis
alba. Sporae 6.7-9 x 6-6.7um, hyalinae, dextrinoideae, endosporium in azureo
cresylico metachromaticum, globosae vel subglobosae vel late ovoideae,
apiculatae, leves, mono-guttatae, poro destitutis. Basidia 22.5-33 x 9.7-11.2ит,
tetraspora, clavata, sine fibula basalis. Subhymenium cellularis. Pleurocystidia
nulla. Cheilocystidia 20.2-46.5 x 9-12.7um, lageniformia vel subfusiformia,
pedunculata, ad apicem saepe levissime incrustatae. Pilei cutis ex hyphis
cylindraceis intertextis constituta, suprapellis in ixocute efformata. Fibulae
nullae. Habitatio in herbidis locis pinetorum littoraneis, sat rara. Autumno.
Typus: Sardinia meridionalis, prov. Caralis, ad locum vulgo dictum
“Villasimius”, 27.xi.1989,M. Contu 89/362 (CAG).
Cappello 1.3-2.5cm, poco carnoso, spianato, depresso al centro, non
umbonato, margine non striato, non cannellato e privo di resti di velo;
Cuticola secca, glabra, nuda, sericea, bianca, verso il centro con lievi
sfumature giallastre. Lamelle sottili, strette, piuttosto fitte, libere, con
evidente collarium, bianche, immutabili. Gambo 3-4.5 x 0.3-0.Scm, cilindrico
o subclavato, talora sfinato verso la base, glabro, liscio, sericeo, concolore al
Source . MNHN. Paris
8 M. CONTU
cappello; farcito. Carne esigua, fragile, bianca, immutabile; odore e sapore
nulli.
Sporata bianca.
Spore 6.7-9 x 6-6.7um, ialine, destrinoidi, metacromatiche, globose о
subglobose, alcune largamente ovoidali, con una grande goccia oleosa cen-
trale, apicolo evidente, lisce. Basidi 22.5-33 x 9.7-11.2um, tetrasporici,
clavati, senza fibbia basale. Subimenio cellulare. Pleurocistidi assenti.
Cheilocistidi 20.2-46.5 x 9-12.7um, lageniformi o subfusiformi, peduncolati,
a parete sottile, sommità leggermente incrostata di cristalli (forse sabbia?).
Rivestimento pileico composto da ife intrecciate, cilindriche o clavate,
suprapellis una ixocutis di ife molto gracili. Giunti a fibbia assenti.
Habitat: in località erbose nelle pinete litorali, piuttosto rara.
Autunno. Finno ad ora conosciuta solamente dalla Sardegna.
Materiale studiato: Sardegna meridionale, prov. Cagliari, loc.
*Villasimius”, in una radura erbosa di una pineta del litorale, in terreno
calcareo e sabbioso, 27.xi.1989, M. Contu 89/362 (typus, CAG).
La presenza di cheilocistidi lageniformi fino a subfusiformi indica
l'appartenenza di questo nuovo taxon alla stirpe di S. sericeus ma nessuna
specie citata da Bon (1981), Heinemann (1978), Moser (1986), etc. le
corrisponde. S. subglobisporus é ben caratterizzato dalla forma globosa o
subglobosa delle sue spore ma anche dalla taglia gracile, l'anello persistente
ed infine dal cappello dotato di sfumature giallastre al centro. Quest'ultimo
carattere potrebbe favorire confusioni con S. medioflavoides (e taxa vicini)
ma questo, tuttavia, ha spore amigdaliformi e cheilocistidi clavati. Fra le
specie a cheilocistidi lageniformi S. sericatellus possiede basidi bisporici e
spore lungamente amigdaliformi mentre S. sericeus ha spore subfusiformi, di
maggiori dimensioni, ben diverse.
8. Sericeomyces cylindrosporus Contu, spec. nov. ad int.
= Leucoagaricus menieri sensu Singer, Mycopathol. Mycol. Appl. 34:
431, 1968, non Auct. pl. (Menier, Bon & Boiffard, etc.).
Materiale studiato: Sardegna meridionale, prov. Cagliari, loc. "Poggio
dei Pini”, 4.xii.1989, leg. V. Mendolia (erb. Mendolia).
Alcuni esemplari di questa entità, corrispondenti al Leucoagaricus
menieri sensu Singer non Auct. pl. (basato su raccolte sudamericane), sono
stati da me studiati grazie alla cortesia di V. Mendolia il quale è solito
raccogliere questa specie da diversi anni. L'esame microscopico ha posto in
luce delle grandi spore subcilindriche paragonabili a quelle di Amanita
curtipes Gilbert, completamente diverse da quelle del taxon di Menier.
Sembra, quindi, che il fungo descritto dall'Uruguay da Singer sia una specie
diversa ma ben distinta meritevole di un nuovo nome; questo è qui proposto
solo provvisoriamente, in attesa di raccolte personali. Nessuna specie del
genere Sericeomyces possiede simili spore e, pertanto, l'identificazione di S.
cylindrosporus non dovrebbe essere troppo difficile, tenuto anche conto
dell'aspetto degli esemplari sardi, abbastanza facilmente scambiabili, sul
Source : MNHN. Paris
STUDI SULLE LEPIOTACEAE 9
terreno, per una piccola amanita del complesso curtipes (della quale,
evidentemente, non hanno le spore amiloidi e la trama lamellare bilaterale
ne' la volva, etc.).
9. Sericeomyces subvolvatus (Malengon & Bertault) Contu, comb. nov.
Basionimo: Lepiota
Bare. 8: 37, 1971
= Leucoagaricus subvolvatus (Mal. & Bert.) Bon, Doc. Mycol. (Lille)
27/28: 22, 1977.
subvolvata Malengon & Bertault, Acta Phytotax.
Questa rimarchevole entità, da me non ancora vista con certezza
nell'Isola, è stata segnalata per la stessa dal dr. Alessio sulla base di raccolte
fatte nell'Oristanese, nella Sardegna centrale (dune di “Is Arenas”, cfr.
Alessio, 1981: 16-19). Essa è caratterizzata soprattutto dalla presenza di una
pseudovolva alla base del gambo, che si presenta marcamente bulboso, come
posto in risalto dalle fotografie pubblicate dallo stesso Alessio. Bon (1981:
53) colloca S. subvolvatus nel suo sottogenere Sericeomyces di Leucoagaricus
affermando, nel contempo, che esso presenta notevoli affinatà con L.
medullatus (Fr.) Bon sensu Boudier, che egli ha studiato dall'erbario Boudier
(Bon, 1977) Recentemente, sulla terra nuda costituita da calcare del
triassico é stata raccolta un'entità (M. Contu 89/461, 22.xii.1989, Orto
Botanico di Cagliari) paragonabile al taxon di Malengon & Bertault ma
differente per l'anello molto più spesso e persistente, i cheilocistidi
largamente clavati e la carne un poco arrossante.
CONCLUSIONE
Come potrà notarsi dall'esposizione precedente in questa trattazione,
da considerarsi, come già detto, ancora provvisoria, è stato adottato un
concetto generico di Sericeomyces leggermente più ampio di quello
originariamente proposto da Heinemannn (1978, cit.) Infatti vengono
considerate come appartenenti a Sericeomyces anche alcune specie provviste
di un rivestimento pileico ad ife un poco rialzate, non esattamente
arrangiate in cutis. Questo emendamento non sembra, tuttavia, in contrasto
con l'originaria concezione di Heinemann poiché lo studioso belga, già nella
trattazione originale, ammetteva nel genere, oltre a specie dotate di
rivestimento pileico ad ife parallele o intrecciate, anche alcune altre entità
aventi lo stesso subtricodermico (cfr. S. serenus var. erioderma e S. gauguei,
fra le altre) ma molto prossime, per molti caratteri, a S. serenus. Sembra,
dunque, che sia necessario un'emendamento dei limiti generici di
Sericeomyces, nel senso che a tale genere vadano ascritte anche alcune specie
presentanti un'epicute subtricodermica, sia pure a struttura differente dal
vero e proprio tricoderma che caratterizza i Leucoagaricus e molte Lepiota.
Una tale concezione, lo sì ripete, non può considerarsi del tutto nuova
perchè essa si deduce agevolmente dal contesto dell’originaria
comunicazione del prof. Heinemann (1978, più volte cit.) ad avviso del
quale potrebbe essere inclusa nel suo genere addirittura la Lepiota cygnea
sensu Huijsman (1943) la quale sarebbe caratterizzata da un rivestimento
Source . MNHN. Paris
10 M. CONTU
pileico con diversi sferociti e dalle ife provviste di giunti a fibbia, due
caratteri che contrastano con i limiti del suo genere specificati nella diagnosi
originale. In attesa di un amenda mento ufficiale di Sericeomyces ad opera
del prof. Heinemann e di una sistemazione in sezioni delle varie entità
riterrei opportuno proporne uno provvisorio che è così concepito:
Sericeomyces Heinem. emend. Contu
Rivestimento pileico ad ife parallele, intrecciate o leggermente rialzate.
Typus emendationis: Sericeomyces erioderma (Mal.) Contu
Sezione 1- 5егісеотусез
= Lepiota sectio Sericellae Kühner ex Wasser - Leucoagaricus sectio
Sericelli (Kühner) Bon & Boiffard (nom. inv., basionimo invalido).
Rivestimento pileico una cutis di ife subparallele o intrecciate, distese.
Typus: S. serenus (Fr.) Heinem.
Species incluse: S. sericeus (Cool) Contu, S. sericatellus (Mal.) Bon, S.
medioflavoides (Bon) Contu, S. subglobisporus Contu, S. subvolvatus (Mal. €
Bert.) Contu nonchè diverse specie extraeuropee como S. viscidulus Heinem.,
ed altre.
Sezione 2- Eriocutis Contu, sect. nov. ad int
Rivestimento pileico ad ife parzialmente erette al disco. Typus: S.
erioderma (Mal.) Contu.
Specie incluse: S. menieri (Sace.) Contu, forse anche A. amylosporus
(Mal.) Heinem., S. gauguei (Bon & Boiff.) Heinem.
Il sezionamento proposto dovrebbe essere strutturato meglio tenendo
conto di alcuni altri caratteri micromorfologici (struttura dell'ipoderma e
della trama lamellare). Come potrà notarsi di, alcune specie menzionate da
Heinemann nella trattazione originaria di Sericeomyces non si è dato qui
alcun conto. La loro posizione tassonomica sembra complessa е
l'assimilazione al genere in oggetto ancora dubbia. Fra queste sembrano non
entrare nei limiti generici di Sericeomyces soprattuto “S. violaceus” Heinem.
(1978: 406) а causa delle spore colorate (‘brunneo-purpureae”), Lepiota
parvannulata (Lasch) C. Gill., per le spore non metacromatiche in Bleu di
Cresile e Lepiota cygnea sensu Huijsman (1943) la quale possiede giunti a
fibbia e sferociti nel rivestimento pileico (caratteri tipici del genere
Cystolepiota Sing., nel quale la colloca, ad es. Moser (1986: 252). D'altra
parte la specie descritta da Huijsman sembra differente da quella
correntemente intesa dagli AA (cfr. per tutti Bon, 1981: 66) i quali ne fanno
un Leucocoprinus della sezione Leucocoprinus (spore dotate di poro
germinativo). Invece sembrano entrare nel genere alcune entità a me non
ancora ben note come 5. cygneoaffinis (Pilat) Heinem. e S. amylosporus
(Mal.) Heinem. In ogni caso, comunque, sarebbe a mio avviso poco
opportuno considerare come appartenenti al genere di Heinemann anche
specie con spore non metacromatiche o con ife fibbiate poichè in tal modo
si finirebbe per trasformare Sericeomyces in un genere dai limiti confusi ed
Source : MNHN, Paris
STUDI SULLE LEPIOTACEAE 11
incerti, come a suo tempo si fece per Pseudobaeospora Sing. (emend.
Locquin), vanificandone cosi l'istituzione.
RINGRAZIAMENTI
Per i preziosi suggerimenti e per la revisione del manoscritto ringrazio
vivamente i sig. profs M. Bon e P. Heinemann.
LETTERATURA
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FRUITING IN DICHOMITUS SQUALENS (KARST) REID
T.T.T. PHAM*, A.-M. SLEZEC** and E. ODIER*0®
* Laboratoire de Microbiologie, Centre de
Biotechnologies Agro-Industrielles, INRA, 78850
Thiverval-Grignon, France
** Laboratoire de Cryptogamie, C.N.R.S., Muséum
d'Histoire Naturelle, 12 rue Buffon, 75005 Paris,
France
chemin Scribe, 92190 Meudon,
France
ABSTRACT - Dichomitus squalens (Karst) Reid (Syn.: Polyporus anceps Peck) prod-
uces fruiting bodies on malt extract agar or on wood blocks at 28°C in controlled
conditions of humidity and light. The life cycle of this fungus is of the
haploid/dicaryotic type with a bifactorial (tetrapolar) interfertility system. Meiosis
takes place according to the classical schemes in homobasidiomycetes resulting in the
formation of four basidiospores per basidia. Basidiospores are predominantly uninu-
cleate and germinate to produce uninucleate mycelium which is unable to fruit.
Compatible pairings result in dicaryons with clamp-connections at every septum.
RESUME - Dichomtitus squalens (Karst) Reid (Syn.: Polyporus anceps Peck) fructifie
en milieu gélosé à l'extrait de malt en boite de Pétri ou sur éprouvettes de bois en
conditions stériles à 28°C dans des conditions contrôlées d'humidité et de lumière.
Le cycle de ce champignon est du type haploïde/dicaryotique avec un système
d'interfertilité bifactoricl (tétrapolaire). La méiose a lieu conformément aux schémas
classiquement observés chez les homobasidiom es avec formation de quatre
basidiospores par baside. Les basidiospores sont majoritairement uninucléées et ger-
ment pour former un mycélium uninucléé incapable de fructifier. Les confrontations
compatibles produisent des dicaryons comportant des anses d'anastomose á chaque
article.
KEY WORDS : Dichomitus squalens - interfertility system - fruiting.
INTRODUCTION
Dichomitus squalens (Karst) Reid (Syn = Polyporus anceps Peck) be-
longs to Homobasidiomycetes, Polyporaceae. This fungus has been studied
for its ability to degrade lignin in wood (Chang et al., 1980; Blanchette et
al., 1988) and in straws (Zadrazil & Brunnert, 1982). Among the white rot
fungi, this species degrades lignin relatively fast with somehow limited de-
gradation of cellulose and hemicellulose when grown in suitable conditions
(Agosin & Odier, 1985). D. squalens produces a laccase presumably involved
Source : MNHN, Paris
14 T.T.T. PHAM, A.M. SLEZEC and E. ODIER
in lignin degradation (Petrovski et al., 1980). No lignin peroxidase has been.
detected in this species (Agosin, unpublished). Several extracellular enzymes
involved in the degradation of cellulose and xylans by this fungus have been
purified and characterised; they include endoglucanases (Rouau & Foglietti,
1985), cellobiohydrolases (Rouau & Odier, 1986), xylanases, a-L-arabino-
furanosidase (Brillouet & Moulin, 1985) and the pattern of xylan degrada-
tion has been characterised (Agosin et al., 1988).
The first description of this species was by Peck in 1895 who observed
fruiting bodies growing on stump of Tsuga canadensis Carr. In 1929, Mounce
reported the mating system of D. squalens to be unifactorial. In 1939, Baxter
& Manis defined more precisely the taxonomic position of Polyporus anceps
compared to Polyporus ellisianus (Murr.) Sace. and Trott. Fruiting was de-
scribed by Long & Harsch (1918), Baxter & Manis (1939), Badcock (1944)
and Nobles (1948). Nobles et al. (1957) reported that the mating system in
P. anceps is bifactorial This species was renamed Trametes squalens then D.
squalens in relation with the high degree of branching of the hyphae.
Basic research concerning D. squalens requires better information con-
cerning its life cycle and its interfertility system. Accurate determination of
fruiting conditions is necessary for the development of a laboratory method
for fruiting in sterile conditions. In this study the life cycle of D. squalens is
characterised and different conditions allowing fruiting are evaluated for
their possible use in classical genetics in this species.
MATERIALS AND METHODS
1. Microbial strain
D. squalens (Karst) Reid (Syn.: Polyporus anceps Peck) was obtained
from the Centraalbureau Voor Schimmelcultures (Baarn, Netherlands) (CBS
432-34).
2. Cultivation methods
Culture media include: 1/ Liquid medium with malt extract 2 % (w/v)
(unless stated otherwise) with 0.2% (w/v) yeast extract, pH 5 (designated liq-
uid malt extract); 2/ Malt extract agar 1.5% containing 3% malt extract.
Media for fruiting include in addition to malt extract agar: 1. malt extract
(5%) agar (1.5%) on the surface of which is deposited a wood block (Pinus
sp.) (Lucas & Fougerousse, 1982); 2. A wood meal supplemented medium
(Picea sitchensis (Bong) Carr.) as described by Holt et al. (1983).
All media containing malt extract were sterilised by autoclaving for 20
min at 120°C. The wood meal medium was autoclaved 25 min at 120°C.
Wood blocks (10 x 2.5 x 2.5 cm) were streaked then autoclaved for 40 min
at 120°C.
Media for fruiting experiments were inoculated with a mycelium freshly
grown in liquid malt extract (not longer than 1 week at 34°C). Cultures were
incubated at 34°C in the dark until colonisation was complete.
Source : MNHN, Paris
DICHOMITUS SQUALENS 1
Cultures on microscope slides were run as follows: a drop of liquid
malt extract was deposited aseptically on a sterile slide, then inoculated with
a small amount of mycelium. Incubation took place in a humid sterile
chamber at 28°C for 65-68 h. Mycelium was stained by Giemsa (see below).
The three basic procedures for fruiting using malt extract agar, wood
blocks and the wood meal media were as follows: malt extract agar: the
malt extract agar medium was poured (30 ml) in Petri dishes (9 cm diam-
eter) and inoculated with a mycelium fragment in the centre. Light when
used was obtained with Sylvania Grolux lamps (210-270 lux at the level of
cultures). Incubation was at 18-24°C (laboratory temperature). Humidity was
maintained by addition of liquid malt extract at regular intervals. Wood
blocks: the method used was according to Lucas & Fougerousse (1982),
ml of 5 % malt extract 1.5 % agar media was poored in | litre flasks. After
inoculation and colonisation of the whole surface of the agar (1 week), a
wood block was deposited onto the agar and incubation proceeded for an-
other 15 days after which mycelium had colonised the wood block. Woods
blocks were removed and mycelium on the surface was scrapped off. Wood
blocks were introduced into a wood box (90 em x 50 cm x 40 cm, 40 blocks
per box) containing vermiculite. The wood box was covered by a transparent
plastic film. Incubation was at ambient temperature with light (9 h light and
15 h darkness) or darkness as specified. Moisture was maintained by addi-
tion of water to the vermiculite. Boxes were opened 30 min for aeration ev-
ery day. Wood meal (Picea sitchenis): the wood meal medium (medium 1
according to Holt et al, 1983) was distributed in 250 ml conical flasks (50
ml per flask). After inoculation and colonisation of the culture (around 15
days) water was added to compensate for evaporation. Incubation pro-
ceeded at ambient temperature as specified: either with light (9h / 15 h) or
with light (12 h / 12 h) or in darkness. Cultures were aerated every week
with a stream of water-saturated sterile air and 2 ml water was added in or-
der to compensate for evaporation.
Lyophilisation of basidiospores was done in milk with 10 % inositol
(w/v) as a protective agent.
3. Interfertility experiments
Mono-basidiospore isolates were obtained by allowing basidiospores to
germinate on malt extract agar at 16°C for 24h. Germlings were picked with
a steel nib and transferred on malt extract agar. After 2-3 weeks incubation,
the absence of clamp-connections in hyphae was verified by microscopic ob-
servation. Pairings were subcultured on malt extract agar and incubation
proceeded at 34°C during 2-4 weeks. Any formation of dicaryons with
clamp-connections was observed under the microscope.
4. Cytological observations
Routine microscopic observations were in Congo red (1 g Congo red;
100 ml concentrated ammonia, Kiihner, 1938). Nuclei were stained accord-
ing to Giemsa using the following procedure adapted from Kühner (1949).
Mycelium was grown on a microscope slide as described above. It was fixed
Source : MNHN, Paris
16 T.T.T. PHAM, A.M. SLEZEC and E. ODIER
in absolute ethanol (20 min), rinsed with water (20 min), hydrolysed with
HCI I N for 10 min and rinsed in running water (10 min) followed by suc-
cessive immersion in absolute ethanol (60 min), ethyl ether (5 min), absolute
ethanol (5 min) then rinsed in water (5 min), Giemsa R solution (35 drops
Giemsa R, 30 ml distilled water). For staining of basidiospores, basidios-
pores suspensions were spread on a microscope slide, then dried. The Giem-
sa stain procedure was applied starting with hydrolysis with HCI.
Hymenium was stained according to Lu (1962) as modified by Zickler
(1973).
Table 1: Main characteristics of Fruiting in Dichomitus squalens!.
Tableau 1: Principales caractéristiques des fructifications de Dichomitus squalens.
Fruiting Fruiting method?
characteristics malt extract agar | Wood block Wood meal
delay (weeks) 3.5 + 0.5 11.5 +2.5 1144
before fruiting?
nb fruiting cult./ 30/45 6/40 49/50
total nb of cult.
fruiting bodies
per cult 4.5 + 0.5 1.5 + 0.5 1.5 + 0.5
fruiting
body diam. 1.5 + 0.5 340.5 1.5 + 0.5
nb basidiospores к
per cult. and 1:5 107+ 0.5 1.6 106 + 1.4 7.5 105 + 0.25
per 24 h
1: data are mean and standard deviation
2: culture conditions are as described in Materials and methods; photoperiod is 9h
light and 15h darkness.
3: delay for fruiting is defined as the time between inoculation and formation of
fruiting bodies with visible pores.
RESULTS
1. Fruiting conditions experiments
Fruiting was examined in mycelia grown on malt extract agar, wood
blocks and wood meal. All three conditions allowed fruiting in suitable con-
ditions of humidity and light (see below).
The primordium appears as white thick callus. Adult fruiting bodies
show pores visible to the naked eye more or less regularly on the surface.
Characteristics of the fruiting bodies are shown in table 1. The frequency of
cultures giving rise to fruiting bodies was variable according to the methods,
the wood block method being less efficient than malt extract agar and the
wood meal method. The malt extract agar method was the fastest (3.5
weeks) and resulted in the formation of significantly more basidiospores
than the two other methods.
Source : MNHN, Paris.
DICHOMITUS SQUALENS 17
The effects of culture medium composition and light on fruiting were
investigated in experiments using the three basic fruiting procedures
No fruiting bodies developed in absence of light in any fruiting method
(Tab. 2). The characteristics of fruiting bodies (as described in tab. 1) were
the same whether the photoperiod was 9 h or 12 h light.
Table 2: Effect of light on fruiting in Dichotomus squalens.
Tableau 2: Effet de la lumière sur la fructification chez Dichomitus squalens.
Fruiting bodies formation
Fruiting method darkness 9h light 12h light
malt extract agar 0 + ND
Wood blocks 0 + ND
Wood meal 0 + +
0- vegetative mycelium, + = formation of fruiting body with visible pores, ND =
not determined.
2. Life cycle, cytological observations, interfertility system
The dicaryotic strain CBS 432-34 showed cells of 15 um and 35 um in
length and 0.9 jim and 1.3 um in diameter. The two nuclei were at an equal
distance from the septa and close to each other (Fig. 2) with the exception
of apex cells in which nuclei were near the apex. Binucleate chlamydospores
were also observed (Fig. 11). Branching of mycelium was observed with
anastomosis (Fig. 3). In the hymenium, apical cells differentiated into binu-
cleated basidia. Caryogamy was immediately followed by meiosis (Fig.
4,5,6). At the end of the second meiotic division, the number of nuclei was
four and the extremity of basidia developed sterigmata (Fig. 7). Haploid
nuclei migrated toward the four basidiospores formed at the extremity of
sterigmata (Fig. 8,9). The size of basidia was 6-8 um while basidiospores
were 2-3 um x 7-10 xm. Giemsa staining established that 90% of basidios-
pores were mononucleate, the rest being binucleate or empty (Fig. 10).
Twenty monobasidiospore isolates were examined by Giemsa staining
(Fig. 1): all isolates were uninucleate and showed septa with a septal pore
(dolipore). No clamps were observed in monobasidiospore isolates (homo-
caryons). Certain hyphal cells swelled considerably in comparison with adja-
cent cells, the protoplast contracted and a thick cell wall developed resulting
in the formation of an asexual spore (chlamydospore).
Monobasidiospore isolates were combined with one another in all pos-
sible combinations. The formation of dicaryons showing clamp connections
was examined in crossings. Results (Tab. 3) establish the existence of four
classes of homocaryons in the progeny of the original dicaryon. Formation
of dicaryons showing clamp connections showed no deviation from a tetra-
polar mating system: a given homocaryon was able to form a dicaryon with
clamp connections with all homocaryons of the compatible class and with
no homocaryon of non compatible classes. However not all dicaryons were
able to form fruiting bodies able to generate viable basidiospores (data not
shown).
Source : MNHN, Paris
18 T.T.T. PHAM, A.M. SLEZEC and E. ODIER
Source : MNHN. Paris
DICHOMITUS SQUALENS 19
119 3 4 6 7101516 2 8 91114171820 51213
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Table 3: Results of crossing experiments with homocaryons of Dichomitus squalens,
+: presence of clamp connections, - : absence of clamp connections.
Tableau 3: Résultat des croisements entre homocaryons de Dichomitus squalens,
présence d'anses d'anastomose, - : absence d'anses d'anastomose.
Dichotomus squalens at different states of its cycle: 1. Uninucleate homocaryotic cell
with unclamped septa (Giemsa); 2: Binucleate di ryotic cell with clamp con-
nections (Giemsa); 3: Acute-angled branching of dicaryotic hyphae (Giemsa);
4: Basidium in prophase I (Lu stain). 5: Hymenium (Lu stain); 6: Basidium in
metaphase II (Lu stain); 7: Last stage of the second division of meiosis, the ba-
sidium contains four nuclei, sterigmata are apparent (Lu stain); 8: Basidiospore
initiation at the apex of sterigmata (Lu stain); 9: Basidium showing four basid-
iospores (Congo red stain); 10: Uninucleate basidiospores with one binucleate
basidospore (Giemsa); 11: Binucleate chlamydospore in formation (Giemsa).
Cycle de reproduction de Dichomitus squalens. 1: Cellule uninucléée, sans anse
d'anastomose aux cloisons (coloration au Giemsa); 2: Cellule binucléée avec
anses d’anastomoses (coloration au Giemsa); 3: Ramification à angle aigu
d'une hyphe dicaryotique; 4: Baside en Prophase | de méiose (coloration de
Lu); 5: Hyménium (coloration de Lu); 6: Baside en Métaphase Il de méiose; 7:
Fin de méiose II, la baside contient quatre noyaux, les stérigmates sont en ASA
place (coloration de Lu); 8: Différenciation de la basidiospore à l'apex du BIRL.DU
Stérigmate (coloration de Lu); 9: La baside porte les quatre basidiospores (colo- MUSEUM
ration au rouge Congo). 10: Basidiospores uninucléées (coloration au Giemsa); (PARIS
11: Formation de chlamydospore binucléée (coloration au Giemsa). “
Source : ММНМ. Рап$
20 T.T.T. PHAM, A.M. SLEZEC and E. ODIER
Microscopic observation failed to reveal heterocaryons in incompatible
pairings in which the clamps could not fuse with the subterminal cell of the
hypha.
Microscopic examination verified the presence of two nuclei in all
mycelia in pairings forming connection clamps (Fig. 2,3).
Up to 88 % of fresh basidiospores could germinate in liquid malt ex-
tract as shown by microscope examination (Tab. 4). The germination rate
was only around 5% in the same medium with agar. Because of asynchro-
nous germination and clumping of mycelia, initiation of germination in liq-
uid medium followed by inclusion in a solid medium was not reliable for
the generation of mono-basidiospore isolates.
Basidiospores could be stored in a dry state at 4°C or lyophilised with
constant germination rate while storing in a liquid medium at low temper-
ature resulted in a decrease of germination rate.
Table 4: Germination of basidiospores of D. squalens in different cultivation condi-
tions.
Tableau 4: Germination de basidiospores de D. squalens suivant différentes
méthodes.
A Germination Incubation
Cultivation condition rate (24°C) AE
3% malt extract
(liquid medium)
fresh basidiospores 88.3 + 1.8 3 days
lyophilized basidiospores" 72.6 + 1.2 4 days
3% malt extract agar 2.9 + 0.4 6 days
1. lyophilization as described in Materials and Methods; lyophilization in sucrose in-
stead of inositol yielded only 8.2 germination rate.
DISCUSSION
The life cycle of D. squalens is of the haplodicaryophasic type with a
tetrapolar interfertility system (Burnett, 1975; Fincham et al., 1979). Our re-
sults are in accord with previous report by Nobles et al. (1957) and in con-
tradiction with Mounce (1929). In this system two loci designated A and В
need to be present as different alleles for the morphogenetic sequence char-
acterising a dicaryon to take place. In our study no hemicompatible pairings
(B=, A# or B4, A=) could be recognised. In several species including
Schizophyllum commune, common B heterocaryons can be observed in which
apical cells contain paired nuclei and at cell division a clamp cell is formed
and the two nuclei undergo conjugate division. However because septum
dissolution cannot take place, the clamp cell fails to fuse with the subapical
cell and the daughter cell. Such hemicompatible pairings were not observed
in our study and common B crossings were not identified.
The presence of a single nucleus in the vast majority of basidiospores
and in all mono-basidiospore isolates establish that mono-basidiospore iso-
Source : MNHN. Paris
DICHOMITUS SQUALENS 21
lates are homocaryons. Meiosis takes place according to the classical scheme
described in other basidiomycetes with the formation of 4 mononucleate ba-
sidiospores per basidium (Kühner, 1977). No post-meiotic division was ob-
served in this study, but the existence of a few dinucleate basidiospores
could be explained either by a post-meiotic division or by mitosis of a nu-
cleus after migration into the basidiospore (Slezec, 1980). Empty basidios-
pores could be explained by failure of a nucleus to migrate into the basid-
іовроге ог Бу an loss of the nucleus during staining.
Fruiting within an hymenium is not synchronous as in several Pleurotus
species from Unbellifers (Slezec, 1986). This is in contrast to Coprinus spe-
cies (Lu, 1967; Manachére & Bastouill-Descollonges, 1982).
Fruiting is best obtained in the malt extract agar method. Baxter &
Manis (1939) and Nobles (1948) previously reported fruiting in malt extract
agar cultures in D. squalens. The cultivation conditions were however not
entirely defined. The requirement for light is established in this study in ac-
cordance with Baxter & Manis (1939). Fruiting of D. squalens on wood meal
medium was reported by Badcock (1944) with no quantification of the re-
sult. No fruiting on wood blocks was reported according to Baxter & Manis
(1939) and Badcock (1944). The results in this study establish that D. squal-
ens is able to fruit on wood in controlled conditions with light. The malt
agar method is however far more rapid and results in much more basidios-
pores than conventional fruiting methods using wood blocks or wood meal
as a substrate. The malt agar method is simple and asepsis is better ensured
than in cultures with wood. This method can be used without problems in
genetic studies,
The present study establishes D. squalens as a white-rot fungus with a
simple life cycle in which all events take place according to classical
schemes. In D. squalens basidiospores are homocaryons and, in dicaryons,
the cells contain constantly two nuclei. This allows genetic studies to be car-
ried out and interpreted simply. This is in contrast with the well studied
Phanerochaete chrysosporium in which the life cycle is not entirely under-
stood and agreed on.
ACKNOWLEDGEMENTS.
The Spruce wood meal was provided by С. Janin, C.N.R.F., Nancy. The
technical assistance of H. Drouet is gratefully acknowledged.
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ETUDE ULTRASTRUCTURALE DE TUBER
MELANOSPORUM VITT. EN CULTURE ISOLEE ET EN
ASSOCIATION AVEC DES VITROPLANTS DE QUERCUS
(О. ROBUR ET Q. PUBESCENS).
Ammar BOUTEKRABT et Jean Claude PARGNEY
Laboratoire de Biologie des Ligneux
Université des Sciences de Nancy I. B.P. 239
54506 Vandoeuvre les Nancy Cedex.
RESUME - Le mycélium de Tuber melanosporum et les mycorhizes qu'il forme avec
Quercus robur et O. pubescens ont fait l'objet d'une étude cytologique en microscopie
électronique à balayage et à transmission. L'étude ultrastructurale des parois du
champignon isolé et associé montre l'implication de la couche externe dans la consti-
tution du ciment interhyphal. Des composés pariétaux issus des cellules corticales
peuvent également s'incorporer au ciment qui sépare les deux symbiotes au niveau
du réseau de Hartig. Les premiers stades de la mycorhization sont décrits, Des sub-
stances tanifères sont alors abondamment produites et les cellules corticales semblent
réagir comme dans le cas d'attaque parasitaire. Les bactéries associées au mycélium
auraient un róle favorable dans la mycorhization. mbiose entre les deux parte-
naires est limitée dans le temps car les cellules dégénérent rapidement; la mort de:
cellules corticales précéde celle des hyphes. La mycorhization est assurée par la pro-
duction d'hyphes libres à la surface des racines et par l'extension du système
racinaire.
ABSTRACT - T. melanosporum mycelia and their mycorhizae formed with Quercus
robur and Q. pubescens were cytologically studied by both transmission and scanning
electron microscopy. The ultrastructural study of the fungus walls when isolated or
associated in mycorhizae demonstrated that the outer layer was implicated in inte-
rhyphal matrix building. Wall components from cortical cells might also be incorpo-
rated in the matrix which separates the two symbionts in the Hartig net. The first
stages of mycorhization are described. Tannic substances were found to be produced
in abundance and cortical cells seemed to react as in the case of a parasitic attack.
The fact that bacteria are associated with the mycelium could suggest that they are
beneficial for mycorhization. Symbiosis between the two symbionts is time limited
since cells rapidiy degenerate; cortical cells die before the hyphae. Mycorhization is
ensured by free hyphae production on root surface and by root system extension.
MOTS CLES : Tuber melanosporum, vitroplants, Quercus robur, Quercus pubescens,
tanins, bactéries, mycorhizes.
Source : MNHN, Paris
26 A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY
INTRODUCTION
Les travaux sur les associations ectomycorhiziennes, chez les
Angiospermes, ont fait l'objet d'études cytologiques approfondies, réalisées
en microscopie électronique à transmission (Chilvers, 1968; Strullu, 1974;
Strullu & Gerault, 1977; Debaud et al., 1981; Dexheimer et al., 1985;
Edwards & Gessner, 1984; Malajezuk et al., 1984; Leduc et al., 1986; Lei,
1988; Pargney & Leduc, 1990) et en microscopie électronique a balayage
(Seviour et al., 1978; Malajczuk et al. , 1984; Massicotte et al., 1986). Les
premiers résultats publiés sur l'ultrastructure des mycorhizes ont été obtenus
sur du matériel récolté dans la nature ou en p£piniere. Une meilleure
connaissance des techniques a permis de réaliser des synthéses
mycorhiziennes en conditions contrólées et de travailler sur des couples
symbiotiques bien déterminés (Debaud et al, 1981; Fusconi, 1982;
Duddridge & Read, 1984 a,b,c; Dexheimer et al., 1985; Duddridge, 1986 a,
b; Kottke & Oberwinkler, 1986; Leduc et al., 1986; Massicotte et al., 1986;
Lei, 1988; Boutekrabt et al., 1990).
Diverses espèces du genre Tuber sont utilisées expérimentalement pour
la formation d'associations ectomycorhiziennes: T. aestivus, T. albidum. T.
brumale, T. melanosporum, T. mesentericum, T. rufum, T. uncinatum
(Scannerini, 1968b; Fontana & Palenzona, 1969; Fontana & Fasolo-
Bonfante, 1971; Palenzona et al., 1972; Chevalier, 1973; Chevalier & Desmas,
1977; Delmas & Poitou, 1978; бирге ег а!., 1982; Fusconi, 1982; Giovanetti
& Fontana, 1982, Boutekrabt et al., 1990). Les partenaires végétaux, qui
s'associent avec le genre Tuber, appartiennent à des genres très différents:
Fagus, Corylus, Carpinus, Populus, Betula, Quercus, Tilia, Picea, Cistus etc...
Plusieurs auteurs ont montré que le genre Quercus, en particulier Quercus
pubescens et Q. robur ainsi que Corylus avellana présentent de bonnes aptitu-
des á former des mycorhizes avec les espéces du genre Tuber (Malengon,
1938; Fontana & Centrella, 1967; Palenzona, 1969; Chevalier, 1972; Cheva-
lier et al., 1973; Delmas & Poitou, 1978; Dupré et al., 1982; Olivier &
Mamoun, 1988). Pour son intérét économique, la symbiose avec Tuber
melanosporum a fait l'objet de recherches plus approfondies et les techniques
de mycorhization sont actuellement parfaitement maitrisees (Chevalier &
Grente, 1978; Dupré et al., 1982; Olivier & Mamoun, 1988; Boutekrabt et
al., 1990).
Cependant, les renseignements sur la cytologie et l'ultrastructure du
mycélium manquent. Seuls les aspects physiologiques (Matruchot, 1903 a,b;
Malencon, 1938; Ceruti, 1968; Fontana, 1968; Fontana & Fasolo-Bonfante,
1971; Grente et aL, 1972; Vrot, 1977; Kulifaj, 1984) et la structure fine des
carpophores et les ascospores matures (Parguey-Leduc et al., 1985 et 1987)
sont bien connus. Il nous est paru intéressant d'entreprendre l'étude en
microscopie électronique à balayage et à transmission du mycélium isolé et
en association avec des vitroplants de chênes obtenue en conditions
contrôlées.
Source - MNHN. Paris
TUBER MELANOSPORUM 27
MATERIEL ET METHODES
TECHNIQUES D'OBTE?
TION DES MYCORHIZES
Le mycélium de la souche Mel 24, de Tuber melanosporum Vitt., isolé à
partir de gléba, est cultivé en milieu liquide, sur milieu de référence utilisé à
VINRA de Clermont-Ferrand.
Deux espéces de chénes: Quercus robur et Q. pubescens, sont cultivés in
vitro, par micropropagation de boutures issues de semis de glands sur milieu
de culture de Favre & Juncker (1986) dérivant du milieu de Murashige &
Skoog (1962). Les vitroplants sont cultivés sur milieu de multiplication pen-
dant 6 semaines puis, aprés induction de la rhizogenése, sont transférés sur
milieu solide (tourbe et vermiculite: 1/3 T, 2/3 V), imbibe de solution de
synthèse, où ils subissent une phase d'acclimatation en mini-serre avant
d'étre inoculés selon la technique de Chevalier & Grente (1978) et de
Boutekrabt et al. (1990). En fonction de la technique adoptée, plusieurs
inoculums sont utilisés (spores provenant de broyat de carpophores, racines
excisées inséminatrices ou mycélium cultivé sur milieu gélosé et plaqué
contre les racines). L'apparition de la mycorhization différe, suivant le
systéme et l'inoculum utilisé, de à 60 jours. Les mycorhizes obtenues sont
de couleur claire, en forme de petites massues et correspondent à celles obte-
nues dans la nature ou en conditions contrólées. Les mycorhizes sont
prélevées en fonction de leur morphologie: les jeunes mycorhizes sont de
couleur claire et en forme de petites boules ou légerement allongées, matures
elles sont brun-clair et de forme plus allongée.
TECHNIQUES CYTOLOGIQUES
= Microscopie électronique à balayage:
Les objets sont fixés par le glutaraldéhyde à 2,5 % dans du tampon
cacodylate 0,1 M à pH 7,2 pendant 1 h. Ils sont ensuite rincés par le tam-
pon cacodylate 0,2 M a pH 7,2 puis déshydratés dans des bains d'acétone de
concentrations croissantes et immergés dans l'hexaméthyldizilazan (réf:
804324 Merck) pendant 10 mn.
Pour l'étude du mycélium, l'utilisation de la technique du point criti-
que est indispensable, compte tenu de sa fragilité. Dans un premier temps,
l'acétone est substitué par du CO2 liquide puis est éliminé par la chaleur
pour ne conserver que l'échantillon sec. Enfin les objets sont métallisés à
l'or et observés à l'Autoscan réglé à 20 Kv.
= Microscopie électronique à transmission:
Le mycélium et les sections de mycorhizes de 0,5 mm proches de l'apex
sont fixés par le glutaraldéhyde à 2,5 % dans le tampon cacodylate à pH 7,2
pendant 5 à 7 h. Après lavage par le tampon, les objets sont postfixés 1 h
par le tétroxyde d'osmium á 2 % dans le tampon cacodylate à température
de la glace fondante. Ils sont ensuite lavés, déshydratés par l'acétone et in-
clus dans la résine.
Source - MNHN. Paris
28 A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY
Pour un contròle de la mycorhization, des coupes semi-fines (20 a
30um) sont effectuées. Elles sont recueillies sur lame de verre, colorées à
chaud par le bleu de toluidine à pH alcalin puis observées au microscope
photonique.
Les coupes ultra-minces (6 à IOum), sont contrastées par Vacétate
d'uranyle et le citrate de plomb (Reynolds, 1963) ou par le test PATAg de
mise en évidence des polysaccharides (Thiery, 1967)
RESULTATS
LE MYCELIUM
Les hyphes issues de la germination des spores sont sinueuses et de
couleur jaune clair. Leur diamétre varie de 2 à 3um. Les ramifications sont
simples, peu fréquentes et naissent 4 angle droit. L/utilisation de la
microscopie électronique á balayage permet d'observer une septation assez
réguliére et la présence de renflements de 4 a 6um de diamétre alors que le
point d'étranglement est d'environ l,3um (Fig.l) L'extrémité de l'hyphe se
termine parfois par un renflement (Fig. 2). La paroi, de 0,5um d'épaisseur,
montre une surface rugueuse sur laquelle se trouvent des bactéries en forme
de batonnets (Fig. 2). La détermination des souches de bactéries a montré
qu'elles appartiennent à l'espèce Bacillus polymixa. ll convient de signaler
que le mycélium de Tuber melanosporum est toujours associé à des bactéries.
La présence de bactéries semble favorable à la croissance du mycélium,
comme le montre le développement limité en culture pure. En effet, en
présence de chloramphénicol (19), dont l'action est anti-bactérienne, le
développement du mycélium est trés réduit: le diamétre représentant la
croissance du mycélium en culture mixte pendant 30 jours est le double de
celui de la culture pure.
La paroi apparait, en microscopie électronique à transmission,
pluristratifiée, quel que soit le contrastant utilisé: acétate d'uranyle - citrate
de plomb (Fig. 3) et test PATAg (Fig. 4 et 5). Entre les articles, les cloisons
perforées sont bordées de part et d'autre de corps de Woronin (Fig. 4). La
surface est irréguliere et la couche externe, d'aspect mucilagineux, est
impliquée dans les liaisons interhyphales (Fig. 5). Entre les articles, les cloi-
sons sont perforées (Fig. 4). Les bactéries sont présentes aux abords
immédiats du mycélium (Fig. 6). Dans les hyphes, les septa sont réguliers et
les perforations sont bordées de grains de Woronin en nombre régulier (Fig.
4). Le cytoplasme vacuolisé renferme de nombreux organites (mitochondries,
réticulum endoplasmique) et des grains de glycogène (Fig. 3, 4, 5) et des
noyaux (Fig. 3).
LES MYCORHIZES
L'observation á la loupe binoculaire montre que les mycorhizes sont de
petites massues plus ou moins trapues. Jeunes, elles sont de couleur claire
mais en vieillissant, elles virent au brun clair puis au brun foncé. Elles sont
ornementées de spinules perpendiculaires à la surface (Fig. 7), bien visibles
Source - MNHN. Paris
TUBER MELANOSPORUM 29
lorsqu'elles sont observées immergées dans l'eau. De méme couleur que celle
des hyphes, elles ont l'aspect de poils rigides avec une partie basale élargie
qui s'insére à la surface de la mycorhize. La mycorhize est d'abord trapue
puis elle s'allonge; de nouvelles mycorhizes apparaissent alors au niveau de
la partie basale puis médiane. L'allongement dure plus longtemps que l'ap-
parition de nouvelles mycorhizes (4 à 6 semaines pour l'allongement et 2 se-
maines seulement pour les autres). La mycorhize principale atteint 3 à 4 mm
de longueur et les ramifications dépassent rarement 2mm.
En microscopie électronique à balayage, les jeunes mycorhizes sont re-
couvertes d'un manteau constitué d'hyphes agglomérées en plaques (Fig. 8)
entre lesquelles proliférent des bactéries. Elles présentent également des
hyphes libres (Fig. 8), parfois regroupées en amas (Fig. 9) qui longent la sur-
face de la mycorhize et celle de la racine longue sous jacente (Fig. 8). En
coupe, le manteau montre plusieurs couches d'hyphes (3 à 5) mais le réseau
de Hartig n'est pas formé (Fig.10). Dans les mycorhizes plus ágées, la surfa-
ce externe présente le méme aspect mais les hyphes libres sont moins nom-
breuses (Fig. 11). En coupe, les hyphes du manteau sont de sections variées.
Cette structure apparait constante tout le long de la mycorhize. Le réseau de
Hartig est present (Fig. 12). Parfois, à l'apex des mycorhizes ágées, on ob-
serve un redémarrage de la croissance par écartement du manteau et allon-
gement de la racine. Celle-ci est aussitôt recouverte d'hyphes (Fig. 11).
L'utilisation du microscope électronique à transmission permet de dis-
tinguer les phases successives de la formation de la mycorhize. Celle-ci
débute par l'installation progressive des hyphes autour des racines courtes et
aboutissent à l'établissement de la mycorhize mature.
1 - Installation des hyphes
Les trés jeunes racines courtes sont recouvertes progressivement
d'hyphes qui se regroupent et s'accolent entre elles et à la surface racinaire
par des fibrilles réactives au test PATAg (Fig. 13). Le mycélium ne forme
pas encore un véritable manteau. Des bactéries et des dépóts denses aux
électrons sont présents dans les espaces interhyphaux (Fig. 14). Le
cytoplasme fongique est vacuolisé et il renferme un ou parfois plusieurs
noyaux et quelques organites (mitochondries, réticulum endoplasmique) et
surtout des ribosomes. Les cellules racinaires périphériques montrent une
vacuole trés développée dans laquelle s'accumulent, le long du tonoplaste,
des dépóts denses correspondant à des tanins (Fig. 15); leur cytoplasme oc-
cupe une position pariétale et il présente de nombreux organites: les travées
de réticulum endoplasmique et les ribosomes sont particuliérement abon-
dants.
Dans les jeunes mycorhizes, seul le manteau est présent. Il est constitué
de trois ou quatre couches d'hyphes (Fig. 16). Elles sont reliées entre elles
Par un ciment interhyphal dense aux électrons et qui, lorsque les hyphes
sont légèrement séparées, apparaît plus lâche et d'aspect fibrillaire. Le man-
teau est limité intérieurement par des dépôts tanifères allongés qui bordent
les cellules racinaires (Fig. 16). Cependant, des hyphes peuvent être parfois
directement en relation avec la surface de la racine (Fig. 15).
Source : MNHN. Paris
30 A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY
Au stade suivant, les hyphes internes du manteau s'insinuent entre les
dépôts tanifères (Fig. 17), pour former sous les tanins des files de cellules
fongiques qui longent les cellules corticales (Fig. 18). Elles différent des
hyphes externes par leur section moins allongée et par un cytoplasme plus
dense et riche en organites: elles sont peu vacuolisées et renferment notam-
ment beaucoup de ribosomes (Fig. 18). Les cellules corticales sont par
contre très vacuolisées et leur cytoplasme est plus contrasté que
précédemment (Fig. 17).
Les mycorhizes montrent ensuite un début de formation du réseau de
Hartig (Fig. 19). Les parois des cellules corticales voisines sont écartées par
la pénétration des hyphes. La lamelle moyenne est alors altérée et ne subsis-
te plus que sous forme de fibrilles laches reliant les deux parois séparées
(Fig. 20). La paroi fongique émet dans l'espace ainsi créé des excroissances
contrastées par le test TAg (Fig. 19 et 20). La juxtaposition des deux par-
tenaires conduit à la formation d'une interface au niveau de laquelle les pa-
rois fongique et racinaire sont parfaitement distinctes l'une de l'autre; la pa-
roi des hyphes, notamment la zone externe, est plus marquée par le test
PATAg que celle de la cellule corticale
2- Ultrastructure de la mycorhize mature
Dans la mycorhize mature, le réseau de Hartig s'étend plus
profondément sans atteindre le cylindre central. Il n'est toutefois pas présent
dans la zone apicale oü seul le manteau existe (Fig. 21). Les cellules
racinaires adjacentes au manteau sont mortes et allongées par déformation;
elles ne renferment que des tanins. Les cellules sous jacentes montrent par
contre un cytoplasme pariétal trés contrasté et une grande vacuole dans la-
quelle de nombreuses granulations denses sont présentes (Fig. 21).
Au niveau de la zone sous apicale, le réseau de Hartig est bien
développé (Fig. 22). Il est formé d'hyphes vivantes intimement accolées aux
cellules corticales. Entre les deux symbiotes, il existe une fine couche dense
aux électrons et qui devient plus importante aux angles des cellules
fongiques; elle constitue un ciment liant les deux partenaires. Le cytoplasme
des hyphes est peu vacuolisé; les cellules corticales adjacentes sont
dégénérescentes (Fig. 22, 23). Dans la région basale, les cellules corticales et
fongiques sont totalement dégénérées (Fig. 24).
DISCUSSION - CONCLUSION
Tuber melanosporum Vitt. montre les caractéristiques ultrastructurales
des Ascomycètes: parois perforées, corps de Woronin, cloisons incomplètes
(Scannerini,1968 a; Debaud et al., 1981; Dexheimer et al., 1985; Kottke &
Oberwinkler, 1986); toutefois, la formation de vésicules et de dilatations ne
constitue pas un critère spécifique (Chevalier, 1973). Les caractères morpho-
logiques du champignon isolé (structure, ornementation, couleur) sont
déterminants pour la jeune mycorhize (Foster & Marks, 1966; Garbaye,
1990). La paroi des hyphes, de nature polysaccharidique est limitée
extérieurement par une zone mucilagineuse qui assure, lors de la
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TUBER MELANOSPORUM 31
mycorhization, la cohésion des différents articles qui constituent le manteau.
Le rapprochement des hyphes autour de la racine et leur accolement à la
surface racinaire sont liés á la production de fibrilles polysaccharidiques
(Lei, 1988; Thomson et al., 1989; Ba, 1990). La couche externe de la paroi
fongique contribue donc à la formation d'un ciment interhyphal qui permet
l'édification du manteau; lors de la mise en place du réseau de Hartig dans
la jeune mycorhize, elle se trouve directement en contact avec la paroi des
cellules. corticales. Cette interface évolue puisque dans les mycorhizes
matures, il apparait, au niveau de la zone de contact entre les deux partenai-
res, un ciment. Celui-ci est marqué quel que soit le contrastant utilisé com-
me chez les mycorhizes à Ascomycétes (Scannerini, 1968b; Strullu &
Gourret, 1980; Dexheimer et al., 1985; Pargney & Leduc, 1990). L'emploi du
test PATAg permet la mise en évidence de sa nature polysaccharidique. La
couche externe de la paroi fongique semble contribuer à sa formation; toute-
fois, les résidus de la lamelle moyenne visibles lors de l'installation du
réseau de Hartig sous forme de fibrilles sont également impliqués. Ces diver-
ses origines ont été mises en évidence par des techniques de cytochimie
ultrastructurale (Pargney, 1990).
De par leur organisation générale, les mycorhizes obtenues en condi-
tions contrólées avec les vitroplants sont comparables à celles de la nature.
Toutefois, des différences peuvent exister. L'une concerne l'évolution de
l'interface au niveau du réseau de Hartig: si dans nos conditions de synthèse,
le ciment qui sépare les deux partenaires s'installe rapidement, il est moins
épais que dans les mycorhizes matures de Tuber melanosporum | Corylus
avellana (Pargney & Leduc, 1990). La composition du milieu, la nature et
l'âge des symbiotes seraient à l'origine de ces différences. La transformation
de la morphologie des mycorhizes, (virement rapide de la couleur du clair
au brun), est le reflet d'une évolution rapide de la mycorhize qui se traduit
au niveau du réseau de Hartig par une dégénérescence précoce de cellules
corticales puis des hyphes. De ce fait, l'évolution des interfaces et le
développement du ciment sont en relation avec l'état physiologique des cel-
lules adjacentes. Lorsque celles-ci dégénérent rapidement, le ciment est peu
développé. Une autre différence par rapport aux mycorhizes de la nature
concerne l'évolution du manteau: contrairement à ce qui est décrit dans cer-
taines mycorhizes (Strullu & Gourret, 1973; Strullu & Gerault, 1977;
Debaud et al, 1981) et notamment dans les mycorhizes formées avec les
espèces du genre Tuber (Scannerini, 1968 b; Pargney & Leduc, 1990), nous
n'observons pas la formation, dans le manteau des mycorhizes matures, de
deux zones, l'une externe et morte, l'autre interne et vivante. Dans notre
matériel, la mort des hyphes est simultanée dans toutes les cellules du man-
teau et elle correspond à la dégénérescence de la mycorhize.
Au cours de l'établissement de la mycorhize, les hyphes ne présentent
pas toutes la méme ultrastructure: celles directement en contact avec les cel-
lules corticales montrent un cytoplasme plus dense, moins vacuolisé et plus
riche en ribosomes que les hyphes de la zone externe du manteau. L'ac-
Croissement du nombre de ribosomes laisse supposer une augmentation de
l'activité physiologique. On sait que les polysomes sont impliqués dans la
Synthèse des polypeptides et que certains sont spécifiques de la
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32 A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY
mycorhization (Hilbert & Martin, 1988). La morphologie du cytoplasme et
notamment des ribosomes, traduisent une activité fongique intense qui se
poursuit jusqu'à la mort des cellules corticales; celle-ci précede toujours celle
des hyphes. Elle est l'aboutissement d’une dégénérescence qui se manifeste
par une accentuation progressive du contraste cytoplasmique. Si la
mycorhize ne dégénère pas à la suite d'asphyxie ou de déséquilibre
nutritionnel, elle peut avoir deux évolutions possibles: soit elle reprend sa
croissance par l'apparition de nouvelles mycorhizes sur la partie basale et
médiane de la mycorhize, soit l'apex perce le manteau et continue son
évolution. Dans le cas oü les conditions de milieu sont favorables à la crois-
sance du champignon, la mycorhize se développe et continue d'accomplir la
fonction définie dans le cadre de l'association ectomycorhizienne à savoir les
échanges mutualistes. La propagation de la mycorhization parait assurée par
la présence des hyphes libres liées au manteau. Dans nos conditions de
synthése, elle s'effectue par l'installation du manteau puis par la formation
du réseau, comme dans d'autres mycorhizes (Harley, 1969; Strullu &
Gourret, 1980). Toutefois, dans certains cas, les hyphes du réseau peuvent
assurer la formation du manteau et participer à l'extension de la
mycorhization (Nylund, 1981; Fusconi, 1982); tout dépend de l'abondance
du mycélium et de sa virulence.
Au cours de la formation de la mycorhize, nous avons noté l'importan-
ce des composés taniféres qui se développent dans les vacuoles des cellules
de la plante-hóte et s'accumulent en de larges bandes autour de la racine; la
progression des hyphes paraît ainsi freinée. La formation de tanins dans les
cellules des jeunes mycorhizes traduit une réaction de la plante comparable
aux réactions de défense décrites lors des attaques parasitaires (Biehn et al,
1968; Heath & Heath, 1971; Ravisé & Tanguey, 1973; Littlefield & Bracker,
1972; EI Khatib et al., 1974; Coffey, 1975 ; Steinkamp et al., 1979; Beakes et
al., 1982). Divers auteurs ont remarqué la production de composés
phénoliques dans les ectomycorhizes (Foster & Marks, 1966; Chilvers, 1968;
Scannerini, 1968 b; Marks & Foster, 1973; Carrasco et al., 1977, 1978; Piche
et al., 1983; Malajezuck et al., 1984; Duddridge & Read, 1984; Kottke &
Oberwinkler, 1986); leur présence a été signalée soit dans les vacuoles des
cellules corticales (Bonfante-Fasolo & Scannerini, 1977; Ling-Lee et al.,
1977; Debaud et al., 1981; Nylund & Unestam, 1982; Duddridge & Read,
1984 c; Malajezuk et al., 1984), soit entre le manteau et la surface racinaire
(Scannerini & Bonfante-Fasolo, 1982). Ils peuvent constituer, dans les
mycorhizes matures, une véritable couche à tanins (Foster & Marks, 1966;
Hofsten, 1969; Warmbrodt & Eschrich, 1985). Le genre Quercus est très riche
en substances phénoliques. En culture in vitro, les substances phénoliques
sont rapidement libérées dans le milieu de culture lors du rafraichissement
de la base de la bouture. Ces substances sont toxiques car les boutures non
transférées après la sécrétion des phénols ont un développement réduit voire
nul si l'envahissement du milieu est total.
L'association des bactéries avec le genre Tuber a déjà été signalée par
plusieurs auteurs (Vrot, 1977; Kulifaj, 1984; Mamoun et al, 1986). Elles
peuvent stimuler l'établissement de la mycorhization (Bowen & Theodorou,
1979; Garbaye & Bowen, 1989; Meyer & Linderman, 1986). Chez les
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TUBER MELANOSPORUM 33
endomycorhizes, elles induiraient des modifications au niveau des structures
pariétales de la racine qui faciliteraient la pénétration du champignon
(Mosse, 1962). Mamoun et al. (1986) constatent un antagonisme entre
Pseudomonas et mycélium de Tuber cultivé in vitro. Olivier & Mamoun
(1988) et Mamoun & Olivier (1989) dans une étude sur la dynamique des
populations fongiques de la rhizosphère des noisetiers truffiers (relation avec
le statut hydrique du sol puis chélation du fer et répartition taxonomique
chez les Pseudomonas fluorescents), décrivent un antagonisme direct et une
compétition en relation avec le potentiel hydrique. Ils observent en outre
une corrélation étroite entre les effectifs de Pseudomonas fluorescents et la
teneur en eau au niveau du rhizoplan de noisetiers truffiers alors qu'elle
n'existe pas dans le sol nu.
Ainsi, Tuber melanosporum forme avec des vitroplants de Quercus robur
et O. pubescens des ectomycorhizes typiques qui dans nos conditions de
synthèse évoluent rapidement. La cohésion des hyphes constituant le man-
teau est assurée par la zone externe de la paroi fongique. Celle-ci participe
aussi à la formation du ciment qui sépare les deux partenaires dans le réseau
de Hartig; d'autres constituants, tels des résidus de la lamelle moyenne
séparant les cellules corticales, sont également impliqués. Au début de la
mycorhization, les tanins produits par la racine servent probablement de
réaction de défense des racines courtes avant la symbiose et correspondent à
une couche d'isolement comme étant l'expression de la cellule-hôte à la
pénétration du champignon. Les bactéries interviendraient dans la
mycorhization par la stimulation du mycélium. La symbiose qui s'établit en-
tre les deux partenaires est momentanée et se fait tant que les cellules sont
vivantes. De par son cytoplasme dense et riche en ribosomes, le champignon
semble particuliérement actif. La dégénérescence de celles-ci est rapide et en-
traîne la mort des éléments fongiques adjacents. Les échanges entre les deux
symbiontes sont donc limités dans le temps et dans l'espace. Cependant, la
propagation de la mycorhization semble assurée par des hyphes externes li-
bres et la production de nouvelles racines courtes.
REMERCIEMENTS
Les auteurs remercient Monsieur Gerard Chevalier de l'INRA de Clermont-
Ferrand, de leur avoir donné l'inoculum pour la mycorhization de vitroplants de ché-
nes.
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LÉGENDE DES PLANCHES
Fig. 1: Vue d'ensemble d'hyphes en microscopie électronique à balayage. Noter
la présence de renflements (*). Echelle: lum. Fig. 1: Hyphal over view in scaning
electron microscopy. Notice the presence of swellings (*). Scale: lum.
Fig. 2: Détail d'une hyphe présentant un apex renflé. Echelle: lum. Fig. 2:
Detail of an hypha showing a swollen apex . Scale: lum.
Fig. 3: Coupe transversale d'une hyphe en microscopie électronique à transmis-
sion: la paroi est formée de plusieurs sirates. Acétate d'uranyle - citrate de plomb.
Echelle: lum. Fig. 3: Cross sectional area of an hypha in transmission electron mi-
croscope: the wall is composed of several layers. Uranyl acetate-lead citrate staining.
Scale: lum.
Source : MNHN. Paris
TUBER MELANOSPORUM 39
Fig. 4: Coupe d'hyphe montrant une cloison perforée entourée de part et d'au-
tre de corps de Woronin (W). Test PATAg. Echelle: lum. Fig. 4: Cross section area
showing a perforated wall surrounded with a Woronin body (W). PATAg test.
Scale: lum.
Fig. 5: L'association entre deux hyphes se fait par accolement des parois exter-
nes sous forme de mucilage. Test PATAg. Echelle: 0,7um. Fig. 5: Two hyphae are
combined by mucusing of the external walls. PATAg test. Scale: 0.7um.
6: Des bactéries en forme de batonnets sont trés abondantes aux abords
immediats des hyphes. Acétate d'uranyle-citrate de plomb. Echelle: lum. Fig. 6:
Bacillus bacteria are very abondant in the immediate surroundings of the hyphae.
Uranyl acetate-lead citrate staining. Scale: lum.
Fig. 7: Vue macroscopique de mycorhizes obtenues en conditions contrólées. La
présence de spinules (Flèche) perpendiculaires à la surface de la racine constitue le
caractère spécifique des mycorhizes de Tuber melanosporum. Fig. 7: Macroscopic
view of mycorrhizae produced in controlled environnement. The presence of spinulae
(arrow) normal to the root surface is specific to the Tuber melanosporum.
Fig. 8: Vue d'ensemble d'une jeune mycorhize en microscopie électronique à
balayage. Les hyphes du manteau sont agglomérées entre elles en plaques. Des
hyphes libres sont présentes sur la surface du manteau et longent la racine longue
adjacente. Echelle: lum. Fig. 8: Overview of a young mycorrhiza through a
scanning electron microscope. The hyphae of the mantle are gathered in the form of
tablets. The free hyphae are present on the surface of the mantle and along the adja-
cent long root. Scale: lum.
Fig. 9: Les hyphes libres se présentent parfois en amas sur la surface du man-
teau, Echelle: 0,5um. Fig. 9: The free hyphae are sometimes clustered on the mantle
surface. Scale: 0.Sum,
Fig. 10: Coupe transversale d’une jeune mycorhize en microscopie électronique
à balayage. Le manteau (M) est peu épais et le réseau de Hartig n'est pas présent.
Echelle: 0,5um. Fig. 10: Cross sectional area of a young mycorrhiza through
scanning electron microscope. The mantle (M) is thin; the Hartig net is not present.
Scale: 0.5um.
Fig. 11: Détail d'une mycorhize ágée présentant un redémarrage de l'apex (*)
par écartement du manteau. Des hyphes libres (fléche) sont peu abondantes sur la
surface du manteau. Echelle: 0,25um. Fig. 11: Detail of an aged mycorrhiza
showing a resumption of the apex (*) through the mantle. The free hyphae are not
Very abondant оп the surface of the mantle (arrow). Scale: 0.25um.
Fig. 12: Coupe transversale d’une mycorhize mature. Les hyphes du manteau
(M) sont de sections variées Le réseau de Hartig (RH) est présent. Echelle: lum.
d Cross section of an adult mycorrhiza. The mantle hyphae have various sec-
tions (M). The Hartig net is found (HR). Scale: lum.
Fig. 1 Lors du début de la synthése, les hyphes s'accolent entre elles et 4 la
surface de la racine par l'émission de fibrilles. Les bactéries (b) sont déjà présentes.
Acétate d'uranyle-citrate de plomb. Echelle: lum. Fig. 13: At the beginning of a
synthesis, the hyphae stick together and on the surface of the root by emission of.
fibrils . A bacteria (b) are already present. Uranyl acetate-lead citrate staining.
Fig. 14: Vue d'ensemble d'un jeune manteau oi les hyphes sont de différentes
sections et renferment de nombreux organites. Les bactéries (b) sont présentes dés le
début d'infection. Acétate d’uranyle-citrate de plomb. Echelle: lum. Fig. 14:
Overview of a young mantle where the hyphae have various cross sections and
contain numerous organels. Uranyl acetate-lead citrate staining. Scale: lum.
Source MNHN. Paris
40 A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY
Fig. 15: Lors du début de la mycorhization, le contact entre les hyphes et les
cellules corticales (Cc) est intime. Les hyphes émettent des fibrilles à l'approche des
cellules corticales (Ce) qui présentent de nombreuses travées de réticulum
endoplasmique et des tanins dans les vacuoles. Acétate d'uranyle-citrate de plomb.
Echelle: lum. Fig. 15: At the beginning of a mycorrhization, the contact between the
hyphae and the cortical cells (Ce) is close. The hyphae emit fibrils when approaching
the cortical cells (Cc) which present a large number of endoplasmic reticulum and
tannins in the vacuoles. Uranyl acetate-lead citrate staining. Scale: lum.
Fig. 16: L'évolution de la mycorhization est souvent freinée par des bandes à
tanins (T). Le contact entre les hyphes du manteau et les cellules corticales (Cc) est
alors indirect. Les hyphes présentent un cytoplasme vacuolisé avec de nombreux
organites. Acétate d’uranyle-citrate de plomb. Echelle: lum. Fig. 16:
Mycorrhization is often slowed down by tannic bands (T). The contact between the
mantle hyphae and the cortical cells is then indirect, The hyphae are composed of a
yacuolized cytoplasm and a large number of organels. Uranyl acetate-lead citrate
staining. Scale: lum.
Fig. 17: Lors du développement de la mycorhization, l'hyphe s'insinue entre les
bandes à tanins (T) et progresse vers les cellules corticales (Cc) pour la formation du
réseau de Hartig. Acétate d'uranyle-citrate de plomb. Echelle: lum. Fig. 17: During
a mycorrhization, a hypha worn its aways between the tannic bands (T) and move to
words the cortical cells (Cc) to constitute the Hartig net. Uranyl acetate-lead citrate
staining. Scale: lum.
Fig. 18: L'insinuation de l'hyphe sous les bandes à tanins (T) entraine la for-
mation d'un manteau interne (Mi) dont les hyphes sont en file et de section peu
allongée. Elles sont moins vacuolisées et ont un cytoplasme plus dense que celles du
manteau externe (Me). Acétate d'uranyle-citrate de plomb. Echelle: lum. Fig. 18:
The introduction of the hypha through the tannic bands (T) leads to the building of
an inner mantle (Mi) whose hyphae are aligned and have short cross sections. They
are less vacuolated and their cytoplasm is denser than that of outer mantle. Uranyl
acetate-lead citrate staining. Scale: lum.
Fig. 19: Durant la formation du réseau de Hartig, la lamelle moyenne est
écartée. L'interface se caractérise par l'absence de ciment. La couche externe de la
paroi fongique est réactive au test PATAg et émet des excroissances dans les espaces
interhyphaux. Echelle: lum. Fig. 19: During the formation of the Hartig net, the
middle lamella is moved away, the interface is characterized by the absence of
matrix, The external layer of the fungal wall is reactive to the PATAg test and
produces out growths in the interhyphal spaces. Uranyl acetate-lead citrate staining.
Scale: lum.
Fig. 20: L'installation du réseau de Hartig provoque la séparation des cellules
corticales; dans l'espace ainsi créé, des résidus de la lamelle moyenne sont présents
sous forme de fibrilles (flèche). Test PATAg. Echelle: lum. Fig. 20: The instal-
lation of Hartig net produces the separation of the cortical cells; fibrils that are
found in these intercellules spaces are the remnants of middle lamella (arrow).
PATAg test. Scale: 14m.
Fig. 21: Chez les mycorhizes matures, l'apex est recouvert d'un manteau formé
de plusieurs couches mais le réseau n'est pas toujours installé. Les cellules corticales
ne renferment que des tanins. Acétate d’uranyle-citrate de plomb. Echelle: 0,5um.
Fig. 21: In the mature mycorrhizae, the apex is covered with a multi-layered mantle
but the Hartig net is not always developed and the cortical cells contain only
tannins. Uranyi acetate-lcad citrate staining. Scale: 0.Sum.
. Fig. 22: Au niveau de la zone sous apicale, le réseau de Hartig est bien
développé. L'interface se caractérise par un ciment de plus en plus abondant.
Acétate d'uranyle-citrate de plomb. Echelle: Ium. Fig. 22: In the subapical zone,
Source - MNHN. Paris
TUBER MELANOSPORUM 41
the Hartig net is well developed. Matrix is more and more abondant in the interface.
Uranyl acetate-lead citrate staining. Scale: lum.
Fig. 23: Au stade plus avancé de la mycorhization, les hyphes du réseau de
Hartig sont peu vacuolisées alors que les cellules corticales (Cc) présentent un cyto-
plasme dégénérescent. Test PATAg. Echelle: lum. Fig. 23: In a more advanced sta-
ge of mycorrhization, the hyphae of Hartig net are not very vacuolized while the
corticals cells (Cc) show a degenerated cytoplasm. PATAg test. Scale: Ium.
Fig. 24: Les cellules corticales et fongiques présentent un cytoplasme
dégénérescent dans la zone basale de la mycorhize mature. Test PATAg. Echelle:
lum. Fig. 24: The cortical cells as well as the fungal cells present a degenerated
cytoplasm in the basal zone of the mature mycorrhiza. PATAg test. Scale: Гит.
Source - MNHN. Paris
42 A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY
Source : MNHN, Paris
TUBER MELANOSPORUM 43
Source : MNHN, Paris
44 A. BOUTEKRABT et J.C. PARGNEY
Source : MNHN, Paris
TUBER MELANOSPORUM 45
Source : MNHN, Paris
Source : MNHN. Paris
Cryptogamie, Mycol. 1991, 12 (1): 47-61 47
CYTOCHIMIE ULTRASTRUCTURALE DES INTERFACES
PRESENTES DANS L'ASSOCIATION
ECTOMYCORHIZIENNE TUBER MELANOSPORUM VITT./
CORYLUS AVELLANA L.
Jean-Claude PARGNEY
Laboratoire de Biologie des Ligneux, B.P. n° 239,
Université de Nancy 1, 54506 Vandoeuvre-les-Nancy
Cedex, France.
RÉSUMÉ - L'association ectomycorhizienne Tuber melanosporum/Corylus avellana
est utilisée pour caractériser cytochimiquement les structures des différentes interfa-
ces qui S'établissent à la suite de la symbiose. Les techniques employées sont, d'une
part des tests d'identification (test PATAg, complexe WGA-or colloidal) et d'autre
part, des digestions enzymatiques (pectinase, cytoh
l'EDTA, le DMSO et la MeNH2. Entre les hyphes, 1’ е раг 1“
lement des parois fongiques et la formation d'un ciment interhyphal; elle est modi
lors de la mort des cellules (manteau externe). Au niveau des zones de contact entre
les deux partenaires, d’autres éléments interviennent dans la constitution du ciment
comme les composés pectiques issus de la lamelle moyenne des cellules racinaire:
Entre les hyphes et les composés tanifères présents dans le manteau interne, des
résidus pariétaux, provenant de cellules dans lesquelles se sont formés les tanins, sont
incorporés au ciment.
ABSTRACT - The ectomycorrhizian association Tuber melanosporum/Corylus avella-
na was used in order to determine the cytochemical characters of the different inter-
faces created by such symbiosis. This investigation was made by identification tests
(test of PATAg, WGA-gold colloidal complex), enzymatic digestions (pectinase, cy-
tohelicase) as well as chemical extractions (EDTA, DMSO and MeNH2). The ob-
Served interface between hypha is built by an adherance of the fungal walls followed
by the formation of an interhyphal matrix and is modified by cell death (external
coat). At the arcas of contact between the two partners, matrix composition includes
several other elements such as pectic components originating from the medial layer
of root cells. Wall elements of tannic cells are incorporated into the matrix seen be-
tween the hypha and tannins present in the internal coat.
MOTS CLÉS : ectomycorhize, Tuber melanosporum, cytochimie.
INTRODUCTION
Tuber melanosporum établit avec Corylus avellana des ectomycorhizes
constituées d'un manteau bien développé et d'un réseau de Hartig (Pargney
& Leduc, 1987, 1990). Les hyphes externes du manteau forment un tissu
Source : MNHN, Paris
48 J.C. PARGNEY
mort périphérique. Les élements fongiques vivants (manteau interne et
réseau de Hartig) s‘organisent autour des cellules corticales, en un ensemble
fonctionnel remarquable, impliqué dans les échanges entre la plante et le
champignon.
Dans les différentes zones de la mycorhize, il s'établit entre les cellules,
des interfaces diverses. Dans le manteau, l'interface est constituée des
plasmalemmes et des parois fongiques séparées par un ciment; lorsque les
hyphes sont mortes comme dans le manteau externe, les plasmalemmes
n'existent plus (Pargney & Leduc, 1990). Au niveau des jonctions entre les
deux partenaires, tous deux participent a la constitution de l'interface; les
contacts s'effectuent parfois directement par juxtaposition des parois (Foster
& Marks, 1966; Duddridge & Read, 1984; Kottke & Oberwinkler, 1986),
mais, le plus souvent, il s'établit entre les parois un ciment, appelé selon les
auteurs, couche d'enrobage (Scannerini, 1968), matrice (Scannerini &
Bonfante-Fasolo, 1983) ou zone d’apposition (Strullu, 1974; Strullu &
Gerault, 1977; Nylund, 1981; Duddridge, 1986a,b).
Le ciment se distingue des parois par son contraste: dans les
mycorhizes à Ascomycétes, il est dense aux électrons (Scannerint, 1968;
Strullu & Gerault, 1977; Strullu & Gourret, 1980; Dexheimer et al., 1985),
alors qu'il apparaît clair dans les mycorhizes à Basidiomycètes (Strullu,
1976a.b: Strullu & Gerauld, 1977; Scannerini & Bonfante-Fasolo, 1983)
Toutefois cette propriété pourrait dépendre du stade de développement de la
mycorhize et de la souche fongique concernée (Kottke & Oberwinkler, 1986).
Des études cytochimiques ont permis de confirmer la nature glycoprotéique
du ciment (Pargney & Leduc, 1990) et de préciser l'origine de certains
constituants (Pargney, 1990); au niveau du réseau de Hartig, il ne presente
pas les mémes caractéristiques cytochimiques que l'une ou l'autre des parois
adjacentes (Pargney, 1990). Les essais de caractérisation cytochimique
effectués sur les structures de l'interface au niveau du réseau de Hartig dans
l'association Truffe/Noisetier (Pargney, 1990) peuvent étre généralisés aux
autres interfaces afin de comparer et d'analyser les structures impliquées
dans leur formation.
MATÉRIEL ET MÉTHODES
MATERIEL
Des plants de Corylus avellana sont mycorhizés selon la technique de
Chevalier & Grente (1978) par Tuber melanosporum. Après trois mois de
culture en motte Melfert, les mycorhizes matures (de couleur brun clair)
sont prélevées et débitées en courts fragments (0,5 à Imm de longueur); seu-
les les zones apicales et subapicales sont fixées pour la microscopie
électronique.
TECHNIQUES DE CYTOCHIMIE ULTRASTRUCTURALE
Les échantillons sont fixés par le glutaraldéhyde à 2,5%, tamponné à
pH 7,2 par le tampon cacodylate de sodium (à 4°C et pendant 6h). Après la-
Source - MNHN. Paris
INTERFACES DE L'ASSOCIATION TUBER/CORYLUS 49
vage, ils sont post-fixes au tétroxyde d'osmium á 1% dans le même tampon
(à la température de la glace fondante et pendant lh). Ils sont ensuite
déshydratés, inclus dans de l'épon 812, puis coupés.
- Techniques de localisations
Les polysaccharides sont mis en évidence par le test PATAg (Thiery,
1967). Les coupes ainsi traitées servent également de référence pour
apprécier les résultats obtenus après les digestions enzymatiques et les ex-
tractions chimiques subies par d'autres échantillons. La chitine est localisée
sur coupe par utilisation du complexe WGA-or colloïdal permettant de
détecter les résidus de N-acétylglucosamine qu'elle renferme (Roberts et al.,
1983)
- Techniques de digestions enzymatiques
Aprés fixation par le glutaraldéhyde et ringage dans le tampon
cacodylate, les fragments de mycorhizes sont lavés dans une solution de
sorbitol & 2%, puis incubés dans de la pectinase (Sigma), en solution a 5
Jans du sorbitol 4 2% et ä pH 3,5, ou dans de la cytohélicase (IBF) en solu-
tion a 5% dans du sorbitol 4 2% et à pH 5,8. Les digestions enzymatiques
s'effectuent à 37°C pendant 48 et 72h. Les échantillons sont ensuite soi-
sneusement — lavés, —post-osmiés, déshydratés et enrobes comme
précédemment. Les coupes sont contrastées par le test PATAg.
Va
Traitements chimiques
Les fragments de mycorhizes sont fixés au glutaraldéhyde, puis lavés
lans le tampon cacodylate. Ils sont ensuite incubés dans un solvant chimi-
jue: acide éthylénediamine tétracétique (EDTA) en solution aqueuse à 1%,
liméthylsulfoxyde pur (DMSO) ou méthylamine (MeNH2) en solution
iqueuse à 40% (Reis & Roland, 1974; Reis, 1981). Les traitements s’effec-
uent a 25°C pendant 48 et 72h. Aprés lavage et post-fixation, les
*chantillons sont déshydratés et inclus dans l'Epon. Les coupes sont soumi-
ses au test PATAg.
RESULTATS
L'étude ultratsructurale de la mycorhize, présentée dans d'autres publi-
cations (Pargney & Leduc, 1987, 1990; Pargney, 1990), a permis de définir
rois zones: le manteau externe, le manteau interne et le réseau de Hartig
Fig. 1). Elles sont utilisées comme référence pour la présente étude.
LOCALISATIONS ULTRASTRUCTURALES
Après application du test PATAg de localisation des polysaccharides,
loutes les interfaces montrent un marquage important. Dans le manteau ex-
lerne (Fig. 2), la paroi fongique et le ciment interhyphal sont très contrastés
et la limite entre les différentes structures est souvent difficile à définir.
Dans le manteau interne (Fig. 3), la paroi fongique apparaît pluristratifiée et
la couche périphérique fortement marquée permet de mieux localiser le ci-
Source - MNHN. Paris
50 J.C. PARGNEY
ment; les composés tanifères sont parfaitement distincts des structures
pariétales. Au niveau du réseau de Hartig (Fig. 4), le ciment, la paroi des
cellules racinaires et la couche externe de la paroi fongique présentent des
densités électroniques voisines et leurs limites sont difficiles à discerner; la
couche interne de la paroi fongique, moins dense, est par contre de
délimitation plus aisée.
L'utilisation de la WGA associée à l'or colloidal permet le marquage
de la paroi fongique quelque soit la zone considérée (Fig. 5, 6, 7). Les grains
d'or, isolés ou groupés, ne présentent pas de répartition préférentielle. 115
sont plus rares dans le ciment du manteau externe (Fig. 5) et quasiment ab-
sents de celui du manteau interne (Fig. 6) et du réseau (Fig. 7). Les
composés tanifères (Fig. 6) et la paroi des cellules racinaires (Fig. 7) en sont
dépourvus.
DIGESTIONS ENZYMATIQUES
Après utilisation de la pectinase, les interfaces ont subi quelques mo-
difications. On note un affaiblissement de l'intensité du test PATAg au ni-
veau du ciment et ceci quelque soit la zone considérée (Fig. 8, 9, 10). Dans
le manteau externe (Fig. 8), le ciment, moins dense, permet une meilleure
appréciation des limites de la paroi fongique. Des zones d'altération sont
particuliérement visibles au niveau des composés taniféres (Fig. 9) et dans le
ciment du réseau de Hartig (Fig. 10). Les parois des hyphes et des cellules
racinaires ne sont que faiblement modifiées méme aprés des incubations
prolongées (72h).
La cytohélicase a une action plus efficace. Dans le manteau externe
(Fig. 11), le ciment et les parois fongiques sont partiellement attaqués. Au
niveau du manteau interne (Fig. 12), le ciment est fortement altéré; les pa-
rois fongiques présentent une dégradation différentielle de leurs strates: la
couche interne est fortement lysée alors que la couche périphérique reste
bien marquée par le test PATAg. Dans le réseau (Fig. 13), les dégradations
sont tout aussi remarquables: la couche interne de la paroi fongique et les
parois des cellules racinaires sont trés sensibles au traitement, le ciment est
partiellement lysé et la couche externe de la paroi fongique demeure for-
tement réactive au test PATAg.
TRAITEMENTS CHIMIQUES
Le traitement par l'EDTA entraîne un éclaircissement du ciment et des
parois fongiques du manteau externe (Fig. 14). Dans le manteau interne
(Fig. 15), le ciment montre une plus grande sensibilité au solvant; l'attaque
est particulièrement importante au voisinage des composés tanifères. Dans le
réseau de Hartig (Fig. 16), on observe également un éclaircissement du ci-
ment et des structures pariétales des deux partenaires. Dans certains cas, on
assiste, aprés utilisation de l'EDTA, à un gonflement des interfaces (Fig. 16).
Le traitement par la MeNH2 provoque une altération partielle du ci-
ment du manteau externe (Fig. 17); par contre, les parois fongiques semblent
peu dégradées. Au niveau du manteau interne (Fig. 18), l'attaque est plus
importante: le ciment et les composés taniféres sont fortement altérés ce qui
Source - MNHN. Paris
INTERFACES DE L'ASSOCIATION TUBER/CORYLUS SI
entraîne la séparation des hyphes les unes des autres. Dans le réseau de
Hartig (Fig. 19), le ciment est également dissout. Les parois fongiques sont
partiellement dégradées aussi bien dans le manteau interne (Fig. 18) que
dans le réseau (Fig. 19).
Le traitement par le DMSO entraine un éclaircissement des interfaces
du manteau externe (Fig. 20) et du manteau interne (Fig. 21). Les composés
taniferes sont particulierement sensibles à ce traitement: les dégradations
peuvent étre peripheriques (Fig. 22) ou plus profondes (Fig. . Dans le
réseau (Fig. 24), le ciment est également altéré et les parois fongiques parais-
sent plus attaquées que dans le manteau. Sur des coupes favorables (Fig.
23), on peut observer la présence de restes de parois entre deux masses
tanifères,
DISCUSSION ET CONCLUSIONS
Dans l'association ectomycorhizienne Tuber melanosporum! Corylus
wellana, les interfaces qui s'établissent sont donc variées et dépendent, d'une
part, des cellules mises en jeu et, d'autre part, de leur état physiologique. El-
es sont construites sur le méme modéle et sont constituées du plasmalemme
*t de la paroi d'une cellule, d'un ciment, de la paroi et du plasmalemme de
la cellule adjacente; cependant, lorsque les cellules sont mortes, les
»lasmalemmes n'interviennent plus.
La couche pariétale périphérique des hyphes est largement impliquée
lans la formation des interfaces; elle crée entre les cellules fongiques, une
one d'accollement et de contact, le ciment, qui permet leur aggrégation et
‘édification du manteau (Boutekrabt & Pargney, 1990). Bien que d'origine
ongique, le ciment ne renferme toutefois pas de chitine. Les rares grains
l'or observés dans les parois des cellules corticales et dans le ciment ne per-
nettent pas de conclure a la présence de chitine dans ces structures.
Massicotte et al. (1987) ont également noté, lors d'une étude immuno-
ytochimique de l'association ectomycorhizienne Alnus crispus/Alpova
liplophloeus, la présence d'un marquage dans les parois des cellules
acinaires; celui-ci ne serait pas dü à la chitine, mais à la fraction
lycoprotéique pariétale qui renferme de la N-acétylglucosamine (Harder et
iL, 1986).
Le ciment du manteau interne et celui du manteau externe ne
présentent pas la méme sensibilité aux différents traitements. A la suite de
la dégénérescence des hyphes et de leur mort, le ciment est difficilement
Altérable. Les résultats obtenus avec la MeNH2 sont particulièrement specta-
culaires puisqu'ils montrent la dislocation des hyphes du manteau interne
‘lors que l’altération est peu importante dans le manteau externe. Les causes
de cette diversité de réponses pourraient provenir d’une variation dans la
Composition du ciment, mais aussi d'une différence de polymérisation. Dans
le manteau interne, le ciment interhyphal présenterait une structure beau-
coup moins stable que dans le manteau externe, vraisemblablement due à
une différence de liaisons entre les polyméres; ceux-ci sont difficilement
deplagables dans le manteau externe du fait d'une bonne cohésion, alors
Source - MNHN. Paris
J.C. PARGNEY
u
JS
qu'ils sont aisément extraits dans le manteau interne où les liaisons seraient
moins nombreuses ou plus labiles. La dégénérescence puis la mort des
hyphes entraînent donc une transformation profonde de l'interface aboutis-
sant à la formation d'une structure stable et plus résistante aux solvants et
aux enzymes. Diverses modifications y contribuent: modification de la
structure de la paroi fongique dans laquelle les strates ne sont plus visibles,
modification de celle du ciment qui devient peu sensible aux extractions et
aux digestions enzymatiques, enfin, acquisition d'une plus grande
homogenéité de l'interface qui se traduit par une uniformité de contraste des
parois fongiques et du ciment.
Les composés tanifères sont sensibles à certaines extractions (pectinase,
EDTA, DMSO et surtout MeNH2); les dégradations peuvent être
périphériques ou plus profondes. Dans certains cas (après traitement par
VEDTA notamment), le ciment qui borde ces composés tanifères montre des
altérations locales, plus prononcées que celles observées entre les hyphes, et
qui traduisent une hétérogénéité de composition. À ce niveau, les polymères
impliqués dans la constitution du ciment apparaissent donc de nature
différente de ceux situés entre les hyphes. Le traitement par l'EDTA, classi-
quement utilisé pour caractériser certaines zones préférentielles, comme la
lamelle moyenne des cellules (Reis, 1981), agit sur les structures riches en
composés pectiques (Thibault, 1980); sa spécificité, testée au niveau de la
lamelle moyenne des cellules corticales de ces mycorhizes (Pargney, 1990),
permet de conclure à la présence le long des composés taniféres de consti-
tuants pectiques dont l'origine est à chercher dans les structures parietales
préexistantes qui les entouraient. Les composés tanifères sont issus de cellu-
les racinaires devenues tanifères et dont les parois sont lysées lors de la mise
en place du champignon (Boutekrabt & Pargney, 1990); des éléments
pariétaux peuvent ainsi s'incorporer au ciment avoisinant. La figure 24 mon-
tre notamment des restes de structures pariétales entre des composés
taniféres. Le ciment qui borde ces composés présente donc deux fractions
d'origine différente: l'une est fongique comme dans les autres parties du
manteau; l'autre est constituée de polymères issus de la lyse pariétale des
cellules tanifères et qui n'ont pu être mobilisés par le champignon.
L'édification de ce type d'interface nécessite une réorganisation entre les
polymères fongiques et ceux issus des cellules tanifères, qui aboutit à la for-
mation d'une nouvelle structure.
Dans le réseau de Hartig, le ciment qui s'établit entre les deux parte-
naires peut avoir plusieurs origines. La fraction. glycoprotéique, détectée
d'une part par le test PATAg, et d'autre part, par la réaction de Gomori
(Pargney, 1990), proviendrait des parois des deux organismes (Debaud et al.,
1981). L'utilisation des techniques de cytochimie ultrastructurale montre que
des parentés existent entre les composés pariétaux des deux partenaires et les
constituants du ciment qui les unit (Pargney, 1990). Certains constituants du
ciment pourraient avoir une origine fongique, comme, par exemple, les
polysaccharides non extraits par la cytohélicase abondants dans la couche
externe de la paroi du champignon et qui sont également présents, en
quantité plus réduite, dans le ciment. Enfin, d'autres constituants ont une
origine racinaire: les extractions par la pectinase et l'EDTA révèlent une fai-
Source - MNHN. Paris
INTERFACES DE L'ASSOCIATION TUBER/CORYLUS
u
ble quantité de composés pectiques qui pourraient correspondre à des
résidus de la lamelle moyenne des cellules corticales, libérés lors de la mise
en place du réseau de Hartig (Debaud et al., 1981; Massicotte et al., 1986;
Pargney, 1990; Boutekrabt & Pargney, 1990). Ces résidus détectés пе
représentent que la partie des constituants de la lamelle moyenne non
mobilisés par le champignon. L'édification du ciment au niveau du réseau
de Hartig est donc le résultat de la transformation locale des structures
pariétales et d’une réorganisation de polymères issus des deux partenaires
conduisant à la mise en place d'une nouvelle structure.
Ainsi le ciment, qu'il soit interhyphal ou situé entre les deux partenai-
res, apparait comme une structure d'accrochage, moins stable que les parois
adjacentes et dont l'évolution semble cependant liée à celle des cellules qu'il
unit: dans le manteau, lorsque les hyphes meurent, le ciment et les parois se
transforment en une structure stable, cytologiquement homogéne et diffici-
lement altérable. Dans le réseau, d'autres composés peuvent étre incorporés
à ce ciment lors de la mise en contact du champignon entre les cellules de la
plante-hóte; ils sont issus de la lyse partielle et de la transformation de cer-
taines assises pariétales (lamelle moyenne et, peut-être, zone externe de la
paroi). Lorsque les conditions de culture provoquent une dégénérescence ra-
pide des cellules racinaires et des hyphes, le ciment se développe peu
(Boutekrabt & Pargney, 1990). Par contre, lorsque les cellules restent fonc-
tionnelles, il devient important. Il pourrait constituer une zone de l'interface
dans laquelle les métabolites, qui migrent entre les deux partenaires, pour-
raient momentanément s’accumuler en fonction des besoins des symbiotes.
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LEGENDES DES PLANCHES
Fig. | - Détail d'une coupe transversale de la mycorhize montrant le manteau
externe (ME), le manteau interne (MI) avec les composés taniféres (1) et le réseau de
Hartig (RH) entre les cellules racinaires (C). Acétate d'uranyle-citrate de plomb.
Echelle: Sum.
Fig. 1 - Portion of a cross section of the mycorrhizae showing the outer sheath
(ME), the inner sheath (MI) with the tannic substances (t) and the Hartig net (RH)
between the root cells (C). Uranyl acetate-lead citrate staining. Scale: Sum.
Fig. 2 à 4 - Test PATAg (échelle: Ium). Fig. 2 - Manteau externe. Fig. 3 -
Manteau interne. Fig. 4 - Réseau de Hartig. Les parois fongiques (h), celles des cel-
lules racinaires (p) et le ciment (c) sont fortement marqués. La paroi des hyphes (h)
montre une zone externe plus dense que la strate interne.
Fig. 2 to 4 - PATAg test (scale: Im). Fig. 2 - Outer sheath. Fig. 3 - Inner
sheath. Fig. 4 - Hartig net. The fungal walls (h), the walls of the root cells (p) and
the matrix (c) are electron dense. The fungal wall (h) shows an outer layer more
electron dense than the inner layer.
Fig. 5 û 7 - Marquage par le complexe WGA-or colloidal. Fig. 5- Manteau
externe. Echelle: Ium. Fig. 6 - Manteau interne. Echelle: ит. Fig. 7- Réseau de
Hartig. Echelle: 0,5jm. Les résidus de N-acétylglucosamine sont localisés essen-
tellement dans les parois fongiques (h), mais rarement dans le ciment (c), les
composés taniféres (t) et la paroi des cellules racinaires (p).
Fig. 5 to 7 - WGA-gold labelling. Fig. 5- Outer sheath. Scale: lum. Fig. 6 -
Inner sheath. Scale: lum. Fig. 7 - Hartig net. Scale: 0,5um. Residues of N-
acetylglucosamine are principally detected on the fungal walls (h), but rarely on the
matrix (c), the tannic substances (t) or the wall of the root cells (p).
Source : MNHN. Paris
Y
a
J.C. PARGNEY
Fig. 8 à 10 - Digestion par la pectinase. Test PATAg (échelle Im). Fig. 8 -
Manteau externe. Fig. 9 - Manteau interne. Fig. 10 - Réseau de Hartig. Le ciment
(© et la zone périphérique (flèches) des composés tanifères (t) sont partiellement
altérés, Les parois des hyphes (h) et des cellules racinaires (p) ne sont que faiblement
modifiees.
Fig. 8 to 10 - Action of pectinase. PATAg test (scale: 14m). Fig. 8 - Outer
sheath. Fig. 9 - Inner sheath. Fig. 10 - Hartig net. The matrix (c) and the periphery
(arrows) of tannic substances (t) are partially damaged. The fungal walls (h) and the
walls of the root cells (p) are slightly modified.
Fig. 11 4 13 - Digestion par Іа eytohélicase. Test PATAS. Fig. 11 - Manteau
externe. Echelle: Ium. Fig. 12 - Manteau interne. Echelle: 1m. Fig. 13 ~ Réseau de
Hartig. Echelle: 2um. Les parois des hyphes (h), celles des cellules racinaires (p) et
le ciment (c) sont plus ou moins attaqués.
Fig. 11 to 13 - Action of cytohelicase. PATAg test. Fig. 11 - Outer sheath.
Scale? tum. Fig. 12 - Inner sheath, Scale: 1pm. Fig. 13 - Hartig net. Scale: 24m.
The fungal walls (h), the walls of the root cells (p) and the matrix (c) are more or
less degraded.
Fig. 14 à 16 - Extraction par ГЕРТА. Test PATAg (échelle: Тит). Б
Manteau externe. Fig. 15 - Manteau interne. Fig. 16 - Réseau de Hartig. Le
des hyphes (h) et des cellules racinaires (p) sont peu alterées. Le ciment (c) est par-
tiellement degrade surtout le long des composés taniféres (t) du manteau interne
(flèches) et au niveau du réseau de Hartig.
Fig, 14 to 16 - EDTA extraction. PATAg test (Scale: 14m). Fig. 14 - Outer
sheath. Fig. 15 - Inner sheath. Fig. 16 - Hartig net. The fungal wal (h) and the
ls of the root cells (p) are slightly modified. The matrix (c) is partially damaged
essentially along tannic substances (t) inside the inner sheath (arrows) and in the
Hartig net.
Fig. 17 à 19 - Extraction par la MeNH2. Test PATAg (échelle: Lum). Fig. 17
- Manteau externe, Fig. 18 - Manteau interne. Fig. 19 - Réseau de Hartig. Le ci-
ment (c) et les composés taniféres (t) sont trés dégradés. Les parois (h et p) sont
également attaquécs.
Fig. 17 to 19 - MeNH2 extraction. PATAg test (scale: lum). Fig. 17 - Outer
sheath. Fig. 18 - Inner sheath. Fig. 19 - Hartig net. The matrix (c) and the tannic
Substances are highly degraded. The walls (h and p) are also modified.
Fig. 20 à 24 - Extraction par le DMSO. Test PATAg (échelle: 1um). Fig. 20-
Manteau externe. Fig. 21 à 23 - Manteau interne. Fig. 24 - Réseau de tig. Les
parois (h et p) et le ciment (c) sont plus ou moins alt Noter la dégradation par-
tielle des composés taniféres (t) et la présence de structures pariétales entre deux
masses tanifères (Fig. 23, fléches).
Fig. 20 to 24 - DMSO extraction. PATAg test (scale: 1pm). Fig. 20 - Outer
sheath. Fig, 21 to 23 - Inner sheath. Fig. 24 - Hartig net. The walls (h and p) and
the matrix are more or less degraded. Note a modification of tanic substances (t)
and the presence of walls between two tannic areas (Fig. 23, arrows).
Source : MNHN. Paris
INTERFACES DE L’ASSOCIATION TUBER/CORYLUS 57
Source : MNHN. Paris
J.C. PARGNEY
ur
Source - MNHN. Paris
INTERFACES DE L'ASSOCIATION TUBER/CORYLUS 59
Source : MNHN. Paris
60 J.C. PARGNEY
Source : MNHN. Paris
INTERFACES DE L’ASSOCIATION TUBER/CORYLUS 61
Source : MNHN, Paris
Cryptogamie, Mycol. 1991, 12 (1): 63-69 63
FUNGI ON THE HAIR OF SMALL MAMMALS IN EGYPT
M.M.K. BAGY and A.Y. ABDEL-MALLEK
Botany Department, Faculty of Science, Assiut
University, Assiut, Egypt.
ABSTRACT - Hair samples from small mammals were examined for the presence of
keratinophilic and saprophytic fungi. 119 specimens were examined of which 58 were
from rabbits, 25 from guinea pigs, 20 from mice, 14 from cats and 2 from rats. 23
genera and 53 species were isolated. The commonest in order of frequency were
members of the genera Aspergillus and Penicillium. In low frequency, several derma-
tophytes (Trichophyton, Microsporum and Arthroderma) were recovered as well as
some other fungal species pathogenic to man and animals (Myceliophthora, Chaeto-
mium, Mucor, Fusarium, Rhizopus, Syneephalastrum, Botryotrichum, Cladosporium,
Alternaria, Scopulariopsis, Circinella, Cylindrocarpon, Arthrobotrys, Drechslera, Tri-
choderma, Humicola and Acremonium).
RÉSUMÉ - 23 genres et 53 espèces de champignons kératinophiles et saprophytes
ont été isolés à partir de 119 échantillons de poils de petits mammifères (lapins, co-
bayes, souris, chats, rats). Les champignons les plus communs appartiennent aux
genres Aspergillus et Penicillium. En faible fréquence, plusieurs dermatophytes
furent isolés (Trichophyton, Microsporum et Arthroderma), ainsi que quelques autres
espèces pathogènes de l'homme et d'animaux (Myceliophthora, Chaetomium, Mucor,
Fusarium, Rhizopus, Syncephalastrum, Botryotrichum, Cladosporium, Alternaria,
Scopulariopsis, Circinella, Cylindrocarpon, Arthrobotrys, Drechslera, Trichoderma,
Humicola and Acremonium).
KEY WORDS : Keratinophilic fungi, dermatophytes, Egypt.
INTRODUCTION
Small free living mammals have been recognized as a source of both
human and animal dermatophytes caused by the fungi (Ajello, 1959; Otcena-
sek & Dvorak 1962; Rees, 1967; Gugnani et al., 1975; Hubalek et al., 1979;
Otcenasek et al., 1980; Aho 1983), and the isolations of dermatophytes and
other keratinolytic fungi from the hair of mammals has been reviewed by se-
veral authors (Ajello, 1959; Marples, 1961, 1967; Otcenasek & Dvorak, 1962;
Varsavsky & Ajello, 1964; Alteras et al., 1966; Smith et al., 1969; Hoffmann
et al., 1970; Knudston & Roberstad, 1970; Mantovani & Morganti, 1971;
Houin et al., 1972; Gugnani et al., 1975).
In Egypt, Bagy (1986) studied the frequency of fungi on the hair sam-
ples from dog, donkey and cow. Also, Bagy & Abdel-Hafez (1985) studied
Source - MNHN. Paris
M.M.K. BAGY and A.Y. ABDEL-MALLEK
64
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Source : MNHN. Paris
65
FUNGI ON MAMMALS HAIR IN EGYPT
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(GEL) TEL (г) зен (pL) 380 (02) әоти (sz) Brd voumo (gc) aTaqer setoeds рив елэиээ
Source - MNHN. Paris
66 M.M.K. BAGY and A.Y. ABDEL-MALLEK
the mycoflora of camel and goat hairs. The present investigation was under-
taken to examine the occurrence of fungi on hair samples taken from rabbit,
guinea pig, mice, cat and rat.
MATERIAL AND METHODS
119 hair samples from rabbit, guinea pig, mice, cat and rat were col-
lected from faculty of Agriculture and animal house of Faculty of Science,
Assiut University. These samples were placed in a clean plastic bag and
transferred immediately to the laboratory. The hair samples were placed on
sterile soil moistened with sterile distilled water, remoistened whenever nec-
essary, and incubated at room temperature for up to 10 weeks. The moulds
which appeared on the baits were transferred to the surface of Sabouraud’s
dextrose agar medium (Moss & McQuown, 1969) which was supplemented
with 20 units/ml of sodium penicillin and 40 g/ml of dihydrostreptomyein.
The plates were incubated at 28°C for 3-4 weeks and the developing colonies
were examined and identified
RESULTS AND DISCUSSION
53 species which belong to 23 genera were recovered from rabbit, gui-
nea pig, mice, cat and rat hairs (Table 1). Aspergillus was the most common
genus on the hair of rabbit, guinea pig. mice, cat and rat and was encount-
cred in 100, 80, 70, 78 and 100% of the samples respectively. Six species of
Aspergillus were isolated from the five types of hair and these were 4. fumi
gatus (40%), A. flavus (22%), A. niger (21%), À. terreus (1%), A. sydowii
(1%) and A. nidulans (0.8%). Bagy (1986) isolated A. flavus, A. sydowii, A.
nidulans and A. fumigatus from the hair of dog, donkey and cow and they
were occurred in 4.6, 2.7, 2.3 and 0.8% of the samples respectively. Bagy &
Abdel-Hafez (1985) also isolated 4. niger (19.2%), A. flavus (13.3%), A. sy-
dowii (10%), А. nidulans (9.2%), A. fumigatus (2.5%), A. tamarii (2.5%), A.
ustus (2.5%) and A.ochraceus (1.7%) from the hair of camel and goat.
Penicillium was the second most frequent genus on the hair of rabbit,
guinea pig, mice, cat and rat and emerged in 100, 28, 75, 57 and 100% of
the samples respectively. It was represented by seven species of which P.
chrysogenum was the most common species on the hair of the five animals.
Bagy & Abdel-Hafez (1985) isolated P. chrysogenum (5%), P. verruculosum
(3.3%), P. funiculosum (1.7%) and P. islandicum (0.8%) from the hair of ca-
mel and goat.
Chrysosporium came in third position. It was recorded in 100, 36, 10, 57
and 100% of rabbit, guinea pig, mice, cat and rat hair, respectively. Eight
species of С) sporium were isolated from the five types of hair. C. indi-
cum and C. tropicum occurred in 41, 12 and 21%, and 27, 12 and 14% of
rabbit, guinea pig and cat hair respectively. Bagy & Abdel-Hafez (1985) iso-
lated C. indicum from the hair of camel and goat which emerged in 8.3 and
20% of the samples respectively. C. tropicum was isolated from mammals in
Source - MNHN. Paris
FUNGI ON MAMMALS HAIR IN EGYPT 67
Australia by Rees (1967), in Venezuela by Moraes et al. (1967), in India by
Gugnani et al. (1975) and in Egypt by Bagy (1986).
C. keratinophilum was encountered in 20, 10, 14 and 100% of rabbit,
mice, cat and rat hair respectively. It was isolated from mammals in Cze-
choslovakia (Otcenasek & Dvorak, 1962), Germany (Hoffmann et al., 1970),
India (Gugnani et al., 1975) and Egypt (Bagy, 1986; Bagy & Abdel-Hafez,
1985). Bagy (1986) reported that C. keratinophilum was the most common
species on the hair of dog, donkey and cow and was represented in 15.3,
32.9 and 22.1% of the samples respectively.
Five species of Chrysosporium were of less frequencies and these were
C. parvum (rabbit, guinea pig), C. pannorum (rabbit), C. xerophilum (rabbit),
C. dermatitidis (guinea pig) and C. queenslandicum (cat). Bagy & Abdel-Ha-
Гег (1985) isolated C. pannorum, C. parvum and C. dermatitidis less frequently
from camel and goat hair (4.2, 1.7 and 0.8% of mammals examined respec-
tively).
Myceliophthora occupied the fourth place and was represented by two
species namely, M. anamorph of Corynascus sepedonium and M. anamorph
of Corynascus novoguineensis. M. anamorph of C. sepedonium was isolated
from the five types of hair comprising 26% of mammals examined. M. ana-
morph of C. novoguineensis was recorded only in cat hair constituting 0.8%
of mammals examined. Bagy & Abdel-Hafez (1985) isolated Myceliophthora
vellerea in low frequency from camel and goat hair (0.8% of mammals ex-
amined).
Trychophyton occupied the fifth place and was encountered in 36, 40,
10 and 42% of rabbit, guinea pig, mice and cat hair respectively. It was re-
presented by two species namely, 7. equinum and T. mentagrophytes.
Microsporum occupied the sixth place and was represented by two spe-
cies namely, M. boullardii and M. racemosum. They were isolated only from
rabbit and guinea pig hair. The isolation of dermatophytes and other kerati-
nophilic fungi (Trichophyton mentagrophytes, T. phaseoliforme, T. ajelloi, T.
біті, Т. terrestre, Microsporum racemosum, M. gypseum, M. persicolor, Ar-
throderma ciferri and A. insigulare) from the hair of small free living mam-
mals have been recorded by many workers (Ajello, 1959; Otcenasek & Dvo-
так, 1962; Varsavsky & Ajello, 1964; Borelli, 1965; Borelli & Feo, 1966;
Houin et al., 1972 and Hubalek et al., 1979).
Chaetomium globosum, Mucor hiemalis, Fusarium spp., Rhizopus oryzae,
Syncephalastrum racemosum, Arthroderma sp., Botryotrichum piluliferum, Cla-
dosporium cladosporioides, Alternaria alternata and Scopulariopsis brevicaulis
were isolated in low frequency from the five types of hair tested and were
represented in 6-21% of the samples.
Circinella muscae, Cylindrocarpon cylindroides, Arthrobotrys oligospora,
Drechslera spicifera, Trichoderma viride, Humicola fuscoatra and Acremonium
strictum were less common and emerged in 0.8-5% of the samples of mam-
mals tested (Table 1).
Source : MNHN. Paris
68 M.M.K. BAGY and A.Y. ABDEL-MALLEK
Most of the preceeding genera and species were isolated previously
from the hairs of dog, donkey, cow, camel and goat as recommended by
Bagy (1986) and Bagy & Abdel-Hafez (1985).
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MORPHOLOGICAL, CULTURAL AND PATHOGENIC
VARIATIONS IN SCLEROTIUM ROLFSII SACC. CAUSING
ROOT ROT OF SUGARBEET
Bhim Sen SHARMA, V.N. PATHAK and Kalpna BHATNAGAR
Plant Pathology Section, Agricultural Res
Station, Rajasthan Agricultural University
Durgapura, Jaipur - 302001, India.
ABSTRACT - Variability in the Scleroriwm root rot of sugarbeet (Beta vulgaris L.)
pathogen (Selerotium rolfsii Sacc.) was studied in 5 isolates collected from different
sugarbeet-growing areas in Srigan, Rajasthan State. Isolate Sr. 1 displayed
significantly higher growth tog h maximum number, size and weight of scle-
rotia than rest of the isolates. Oat meal agar and potato dextrose agar proved to be
the best media for growth and formation of sclerotia, respectively. Isolate Sr. 1
proved most aggressive and caused higher incidence of seedling blight and root rot.
RÉSUMÉ - La variabilité de Sclerotium rolfsi, agent de la pourriture de racine de
la betterave à sucre (Beta vulgaris L.), est étudiée pour 5 isolements provenant de
différents champs de betterave à Sriganganagan, Etat du Rajasthan. L'isolat Sr. I
montre une croissance significativement plus importante, ainsi qu'un nombre, une
taille et un poids de sclérotes maximaux. Il est également le plus agressif. Le milicu
PDA est le meilleur pour la formation des sclérotes tandis que le milieu gélosé à la.
farine d'avoine donne une meilleure croissance.
KEY WORDS : Sugarbeet, Beta vulgaris, root rot, Sclerotium rolfsii, variability.
Root rot of sugarbeet incited by Sclerotium rolfsii Sacc. is a very de-
structive disease in various countries including India. Since no disease man-
agement strategy can be perfect without understanding variability in patho-
gen, the present investigation was aimed to find out morphological, cultural,
pathogenic and physiological variations in S. ro/fsii causing root rot of su-
garbeet in Rajasthan.
MATERIALS AND METHODS
Preparation of isolates: The fungus was isolated, purified and single-hy-
phal-tip cultures of 5 isolates collected from 5 distant areas of Sriganganagar
designated as Sr. 1, Sr. 2, Sr. 3, Sr. 4, Sr. 5 were maintained on potato dext-
rose agar at 30 + I°C.
Source : MNHN. Paris
72 B.S. SHARMA, V.N. PATHAK and K. BHATNAGAR
Cultural and morphological variations: Variation in growth and pro-
duction of sclerotia (shape, size, colour and weight of sclerotia) were re-
corded by growing the isolates on 7 agar media viz., Asthana & Hawker's,
Brown's, Czapek's, Oat Meal, Potato dextrose, Richards’ and Sabouraud’s
medium. The amount of growth was recorded 4 days after inoculation by
measuring radial growth along 2 diameters at right angle to each other from
each of the 5 replicates. Number of sclerotia formed were counted 15 days
after inoculation.
Morphology of sclerotia produced in culture: For each 15-day-old culture
medium, 25 sclerotia were randomly picked up and observed visually for
shape and colour. To record the size, each sclerotium was measured with the
help of a calibrated microscope. To record weight, sclerotia of all the 4 rep-
lications were mixed (with a total of 100 sclerotia) and weighed on an ana-
lytical balance.
Morphology of sclerotia produced on host: Sugarbeet plants of cv. Ra-
monskaya raised under aseptic conditions in 30cm earthen pots were inocu-
lated 4 months after sowing by placing 5 sclerotia (1.0-1.1mm dia) of each
isolate in the root zone of each plant. Sclerotia were collected from 20-day-
old culture grown in sterilized soil (100g) amended with 8% wheat bran.
Eight plants were inoculated with each of the 5 isolates. At the time of har-
vesting (175-day-old crop), 4 roots infected with each isolate were selected.
From each root, 25 sclerotia were randomly collected and their morphologi-
cal observations were recorded.
Pathogenic variations: 2 types of symptom incited by 5. rolfsii are see-
dling blight and root rot. Attempts were made to detect pathogenic variabil-
ity amongst the isolates in both phases of the disease.
Seedling blight: Plants of sugarbeet cv. Ramonskaya were raised in
30cm earthern pots and inoculated in the manner as described above. Unin-
oculated plants served as check. The seedlings were accommodated in a
green house where maximum and minimum temperatures fluctuated from 24
to 38°C and 10 to 26°C, respectively and relative humidity ranged from 21
to 94%. There were 5 replications with 3 pots (15 seedling in each pot) un-
der each replication. The disease incidence was recorded 20 days after inocu-
lation using the formula,
з Е Number of infected plants
Disease incidence — S; r- af olante inoculated © 100
Number of plants inoculated
Root rot: The plants of cv. Ramonskaya raised as described above were
inoculated in the second week of February, 1982 when they were
4-month-old. The plants were accommodated in a green house were maxi-
mum and minimum temperatures fluctuated from 18 to 39°C and 6 to 26°C,
respectively and relative humidity ranged from 21 to 97%. There were 6 rep-
lications with 10 pots in each replication. Observations of disease incidence
were recorded at the time of harvest.
Source : MNHN. Paris
SCLEROTIUM ROLFSII 73
OBSERVATIONS
Cultural variation: Isolate Sr. 1 displayed significantly (p=0.05) higher
growth (Tab. 1) than rest of the isolates. The other 4 isolates did not differ
significantly amongst themselves. All the media differed significantly
(p=0.05) from each other in favouring growth of the fungus except that the
growth supported by Brown’s agar, Sabouraud’s agar and Czapek’s agar was
statistically at par (p=0.01). Oat meal agar proved to be the best medium
and Asthana & Hawker's agar the poorest. The isolates x media interactions
were not significant.
solates of S. rolfsii
replications.
Table I: Radial growth (recorded 4 days after inoculation) of
on different culture media at 30 + 1°C. Data are mean of
Tableau 1: Croissance (4 jours aprés l'inoculation) des 5 isolats de S. rolfsii sur
différents milieux à 30 + 1°C (moyenne de 5 expériences)
Radial growth (mm)
Isolates | Sr. 1 | Sr. 2 | Sr. 3 | Sr.4 | Sr. 5 | Mean of
Medium media
P.D.A. 78.8 | 752 | 750 | 752 | 748 | 76.00
Oat Meal Agar 88.8 | 860 | 87.6 | 87.8 | 848 | 87.00
Brown's Agar 53.4 | 51.2 | 50.2 | 49.2 | 49.8 | 50.76
Richards’ Agar 64.0 | 60.8 | 624 | 60.8 | 62.2 | 62.04
Sabouraud’s Agar 50.0 | 514 51.6 | 50.2 | 50.96
a & Hawker's Agar 458 | 434 47.8 | 41.2 | 4528
^s Agar 56.0 | 53.6 | 48.6 | 47.2 | 52.6 | 51.60
Mean of Isolate 62.4 | 60.23 | 60.51 | 60.08 | 59.37
C.D. at 5% C.D. at 1%
Isolate (1) 1.77 N.S.
Media (M) 2.09 2.75
Interaction (I x M) NS №5.
Maximum number of sclerotia were formed by isolates Sr. l. This
number was significantly (p— 0.05) more than that formed by any other iso-
late. There was no significant difference (p=0.05) in number of sclerotia
formed by Sr. 2, Sr. 3 and Sr. 4 (Tab. 2). Potato Dextrose Agar was most
favourable medium for formation of sclerotia. The number of sclerotia
formed on this medium was significantly (p=0.01) more than that on any
other medium. Richards’ agar medium supported minimum number of scle-
rotia. Media x isolates interactions were not significant for number of scle-
rotia.
Source - MNHN. Paris
74 B.S. SHARMA, V.N. PATHAK and K. BHATNAGAR
Table 2: Number of sclerotia (recorded 4 days after inoculation) formed by the 5 iso-
lates of S. rolfsii on different culture media at 30 + 1°C. Data are mean of 5
replications.
Nombre de sclérotes formés (4 jours aprés l'inoculation) pour les 5 isolats
rolfsii sur différents milieux à 30 + 1°C (moyenne de 5 expériences).
Number of sclerotia
Isolates | Sr. 1 | Sr.2 | Sr. 3 | Sr. 4 | Sr. 5 | Mean of
Medium media.
P.D.A. 167.4 | 156.2 4
Oat Meal Agar 145.6 | 142.8 2
Brown's Agar 50.0 | 49.8 2
Richards’ Agar 38.0 | 35.2 .6
Sabouraud’s Agar 106.6 | 98.6 0
Asthana & Hawker's Agar 70.2 72.8 8
Czapek’s Agar 54.0 | 52.8 8
| Mean of Isolate 90.26 | 86.88 | 89.43
C.D. at 5%
Isolate (1) 4.49
Media (M) 5.31
Interaction (I x M) N.S.
Morphological and physiological variations:
- On culture media: the size of sclerotia varied significantly (p= 9.01)
with the isolate as well as with the type of media used. Isolate Sr. 1 prod-
uced largest sized sclerotia (mean dia: 1.375mm), Sr. 3, Sr. 4 and Sr. 5 did
not differ significantly (p=0.01) in respect of sclerotial size. Sclerotia prod-
uced on Sabouraud’s agar were the largest (mean dia: 1.423mm) (Tab. 3),
however, in size they were statistically at par (p=0.01) with those produced
оп Asthana € Hawker's medium. Size of sclerotia was significantly (p=0.01)
smaller on Brown's agar (mean dia: 1.11lmm) than on rest of the media.
Isolates x media interactions were significant (p — 0.01) for the size of sclero-
tia. Shape of sclerotia was spherical to sub-spherical and it was similar in
all the isolates on different media. The colour of sclerotia of all the isolates
was white at first later turning to reddish-brown and finally to dark-brown.
The type of medium neither influenced the colour nor the shape of sclerotia
formed. On different culture media, maximum weight of 100 sclerotia was
recorded in Sr. | (86.86 mg, Tab. 4) followed by Sr. 4, Sr. 2 and Sr. 3. Out
of 7 media, Sabouraud’s medium supported highest sclerotial weight
(93.80mg) while the lowest sclerotial weight (77.6mg) was recorded on Pota-
to Dextrose Agar.
Source : MNHN, Paris
SCLEROTIUM ROLFSII
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(6071-95) (990-66)
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(6161-21) (6461-17)
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(17-16) (6261-48? (12-56) (122-548)
Lee есі РЕТ 0961 SET шеу [BON 1O
-SL8) (Gr (6421-5148) (8971-27)
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Jo ues 5918105]
(шш) гір - 925
Source - MNHN. Paris
76 B.S. SHARMA, V.N. PATHAK and K. BHATNAGAR
Table 4: 100-sclerotia-weight of 5 isolates of S. rolfsii on different media.
Tableau 4: Poids de 100 sclérotes pour les 5 isolats de S. rolfsii sur différents milieux.
Weight (mg)
Isolates | Sr. 1 | Sr.2 | Sr.3 | Sr.4 | Sr.5 | Mean of
Medium media
P.D.A. 55 о а І rd 77.6
Oat Meal Agar ЕСІЛ |, ER 80.6
Brown's Agar СОЕ E 812
Richards’ Agar 90 | SI 78 | 80 | 79 81.6
Sabouraud’s Agar 100 | 94 | 94 | 91 | 90 93.8
Asthana & Hawker's Agar 80 | 79 | 79 | 88 | si 814
Czapek's Agar so | 79 | 88 | 79 | 78 82.6
Mean of isolate 86.86 | 82.14 | 81.57 | 83.85 | 78.57
- On sugarbeet plant: significantly (p=0.01) larger sclerotia were ob-
served in Sr. | (mean dia: 1.595mm). Isolate Sr. 2 produced smallest (mean
dia: 1.305mm) sclerotia (Tab. 5).
The weight of sclerotia also varied with the isolate. The sclerotia of
isolate Sr. 1 had maximum weight (121mg/100 sclerotia) whereas sclerotia of
Sr. 5 had minimum weight (74mg/100 sclerotia) (Tab. 5). No differences in
shape and colour of sclerotia were observed amongst different isolates.
Table 5; Variation in diameter and weight of sclerotia of the 5 isolates of S. rolfsit
formed on sugar beet cv. Ramonskaya. Data on size are mean of 4 replications
(25 sclerotia per replication).
Tableau 5 - Variation du diamètre et du poids des sclérotes des 5 isolats de S. rolfsii,
sur betterave à sucre cv. Ramonskaya (4 exp., 25 sclérotes par exp.).
Size of sclerotia (dia in mm) Weight of 100
Isolates Mean Range sclerotia (mg)
Stal 1.595 121
Sn 1.305 113
Sr.3 1.558 84
Sr. 4 1,445 117
Sr. 5 1.425 74
C.D. at 5%
C.D. at 1%
Pathological variability (pathogenic variations): Isolate Sr. 1 caused sig-
nificantly (p=0.01) higher incidences of seedling blight (97.33%) as well as
root rot (91.66%) than rest of the isolates (Tab. 6). Isolates SE ОЭ
4 and Sr. 5 did not exhibit significant (p=0.01) difference among themselves
in causing incidences of seedling blight as well as root rot.
Source : MNHN. Paris
SCLEROTIUM ROLFSII 77
Table 6: Pathogenic variability amongst the 5 isolates of S. rolfsii in causing seedling
blight (mean of 5 replications) and root rot (mean of 6 replications) phases of
Slcerotium root rot of sugar beet (in parentheses are angular values)
Tableau 6: Pathogénicité des 5 isolats de S. ro/fsii vis-à-vis de la betterave à sucre.
Isolates Disease incidence (%)
Seedling blight phase — Root rot phase
Sr. 1 91.66 (76.36)
Sr. 2 68.33 (5
Sr. 3 70.00 (56.89)
Sr. 4 67.09 (5 68.33
Sr. 5 67.99 (55.55) 70.00 (5
C.D. at 4.18 7.49
C:D. at 1% 5.70 10,13
DISCUSSION
Allison (1952), Higgins (1927) and Weber (1931) compared the mor-
phology of isolates of S. rolfsii and concluded that the difference in the cul-
tures studied were relatively small. In the present investigations, the 5 iso-
lates were found indistinguishable in respect of colour and topography of
mycelial growth. Isolate Sr. 1 displayed significantly higher radial growth
and formed significantly more number of sclerotia as compared to other iso-
lates. This indicates that isolates of the pathogen can vary in cultural char-
acters.
In the present studies, maximum growth of all the isolates was re-
corded on Oat Meal Agar followed by PDA. Growth on rest of the media
such as Brown’s agar, Richards’ agar, Sabouraud’s agar, Asthana &
Hawker’s agar and Czapek's agar was comparatively poorer. These findings
are in agreement with the results obtained by Takahashi (1927), Higgins
(1927), Endo (1940) and Grover & Chona (1960). Sharma & Kaushal (1979)
reported that S. rolfsii produced highest number of sclerotia on PDA. Simi-
lar observations were recorded in the present investigations. As observed by
Indulkar (1962), Mathur $: Sarbhoy (1976) and Sharma £ Kaushal (1979),
Richards’ medium was found to be less suitable for sclerotial production.
Davey & Leach (1941) observed that sclerotia produced on sugarbeet
were larger than those produced in pure culture. Similar observations were
recorded in the present investigations. The size of sclerotia varied sign
icantly with the isolates of pathogen as well as with the type of artificial me-
dium used. The isolates x media interactions were significant for the size of
sclerotia but not for number of sclerotia and radial growth. It is likely that
the formation of sclerotia is more profoundly influenced by the nature and
synthesis of the morphogenic factor of the fungus as reported in case of
Corticium rolfsii by Goujon (1969, 1970) while the size of sclerotia may not
be so rigidly controlled by the fungal genetic make-up. This possibility re-
mains to be critically examined through systematically planned experiments.
Source - MNHN. Paris
78 B.S. SHARMA, V.N. PATHAK and K. BHATNAGAR
Of the 5 isolates studied, one isolate (Sr. 1) differed contrastingly from
the rest in radial growth and sclerotial characters. This indicates that the pa-
thogen is highly variable physiologically.
Some investigators could not detect pathogenic variability in isolates
from various sources (Taubenhaus, 1919; Weber, 1931; Allison, 1952). Epps
et al. (1951) comparing pathogenicity of 4 isolates on several hosts demon-
strated differences in rate of pathogenesis but no difference in total number
of plants killed. Matheswaran (1979) recorded a range of variation in see-
dling mortality of sugarbeet cv. Ramonskaya inoculated with 9 isolates of S.
rolfsii. In the present investigations, isolate Sr. 1 caused significantly higher
incidence of seedling blight as well as root rot than rest of the isolates. This
indicates that the pathogen can be variable pathogenically. The fact that the
pathogen can be variable pathogenically should get due importance in pro-
grammes for resistance breeding.
Of all the isolates tested, Sr. | proving most aggressive displayed maxi-
mum growth on culture media. If highly aggressive isolates are always found
displaying more growth on a culture medium and vice-versa then the aggres-
sive races could be identified easily on culture medium obviating the necessi-
ty of inoculation of host plants for the purpose.
ACKNOWLEDGEMENT. - We are thankful to the Director of Research for
providing facilities.
REFERENCES
ALLISON J.L., 1932 - Sclerotium rolfsii, a destructive pathogen of alfalfa and ladi-
no clover. Phytopathology 42: 1.
DAVEY A.E. and LEACH L.D., 1941 - Experiments with fungicides for use against
Scleratium rolfsii on soils. Hilgardia 13: 523-547.
ENDO S., 1940 - Physiological studies on the causal fungi of Selerotium diseases of
the rice plants, with special reference to some factors controlling the occurrence
of the disease. Bull. Miyazaki Coll. Agric. 11: 55-218.
EPPS W.M., PATTERSON J.C. and FREEMAN LE., 1951 - Physiology and para-
sitism of Sclerotium rolfsii. Phytopathology 41; 245-256
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l'apparition des sclérotes chez le Corticium rolfsii (Sacc.) Curzi. Compt. Rend.
Hebd. Séances Acad. Sci., Ser. D, 269: 2195-2198.
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ticium rolfsii (Sacc.) Curzi. Physiol. Vég. 8: 349-360.
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rolfsii causing root rot of sugarbeet. Indian Phytopathol. 29: 454-455.
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WEBER G.F., 1931 - Blight of carrots caused by Sclerotium rolfsii with geographic
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Source : MNHN. Paris
Source : MNHN. Paris
Cryptogamie, Mycol. 1991, 12 (1):81-84 8I
NALYSES BIBLIOGRAPHIQUES
HESS W.M., SING R.S., SING U.S. and D.J. WEBER, 1988 - Experimental and
conceptual plant pathology. 1: 1-136 and I-V p. S 50. ISBN 2-88124-198-0. 2:
139-456 and 1-У р. $ 80. ISBN 2-88124-199-9. 3: 460-599 and I-Vp. S 50.
ISBN 2-88124-202-2. New York, Gordon and Breach.
П пе s'agit pas d'un "traité" de phytopathologic, mais d'une séric d'une trentai-
ne de monographies originales, traitant chacune d'un point précis. Elles se partagent.
entre trois grandes rubriques: techniques, pathogenése et spécificité parasitaire,
résistance.
Ainsi tous les domaines de la phytopathologie ne sont-ils pas couverts, il n'est
pas question par exemple d'épidémiologie. En revanche les interactions cellulaires et
moléculaires sont traitées sous de multiples aspects, comme l’utilisation des
anticorps-monoclonaux, les problèmes de reconnaissance höte-parasite,
l'ültrastructure des phénomènes de réaction, la spécificité parasitaire chez divers
groupes, la résistance induite... L'étude des phénomènes d'interaction concerne aussi
bien les principaux types de pathogènes fongiques, que les bactéries. les viroides, les
nématodes et de plus déborde du strict domaine de la phytopathologie puisque des
chapitres sont consacrés aux lichens, aux Rhizobium et à l'incompatibilité pollinique
des Angiospermes.
Dans l'ensemble il s'agit de toute une série de mise au point de grand intérêt
méme, et peut être surtout pour le non spécialiste.
G. Durrieu
WASSER S.P., 1989 - Tribe Agariceae Pat. of the Soviet Union. Koenigstein,
Koeltz Scientific Books. DM 180. ISBN 3-87429-292-4.
S.P. WASSER, professeur à l'Institut de Botanique de l'Université de Kiev,
membre de l'Académie des Sciences d'Ukraine, est un mycologue bien connu par de
nombreuses publications et ouvrages divers, la plupart en langue russe. Avec ce livre
en langue anglaise, il signe l'une des rares monographies qui soit le fruit d'investi-
gations conduites en faisant appel aux méthodes et techniques modernes.
Les réflexions de l'auteur sur cette tribu, = partie de la grande famille des
Agaricaceae, sont exprimées ici dans 118 pages de texte (dont 6 de références
bibliographiques: 150 titres environ), 22 planches en couleurs reproduisant des pein-
tures de l’auteur pour 40 espèces dont les carpophores sont vus entiers à différents
stades de leur développement (c'est si important pour expliciter l'aspect des voiles,
écailles ct anneau), ainsi qu'en coupe longitudinale, 6 planches (un peu chargées!...)
en noir et blanc, regroupant des dessins au trait de carpophores et des spores,
basides, cellules remarquables, etc..., et pour 36 des 55 espéces étudiées, 6 planches
de spores vues au microscope à balayage. Les pages de texte sont consacrées à la des-
cription classique des espéces, et pour chacune d'elles, des données fort appréciables
sur leur répartition en URSS et dans le monde.
La présentation de l'ouvrage est claire, l'impression de qualité. On regrettera le
manque d'index récapitulatif pour les espèces, au moins celles décrites, ainsi que le
manque d'échelle dans les illustrations de spores: il faut se reporter au texte pour les
dimensions des spores et aux légendes pour les grandissements au microscope
électronique.
Les systématiciens intéressés par la fam. des Agaricaceae trouveront une
présentation succincte du système adopté par WASSER, pour la tribu Agariceae,
Source - MNHN. Paris
82 ANALYSES BIBLIOGRAPHIQUES
une description-définition des genres retenus, et pour chaque espèce, des données sur
Mes tribulations d'un genre à l'autre au gré des conceptions de tel ou tel auteur... ou
des régles de nomenclature, Ils seront sùrement “accrochés” par la position adoptée
par WASSER qui place le genre Melanophyllum à voile universel de structure
Pal ulcuse dans cette tribu, done loin des Lépiotes. Le bien-fondé de l'existence de ce
sente ne fait pas de doute, mais qu'il soit considéré comme plus proche des
Poalliotes” que des Lépiotes donnera sûrement sujet à discussion entre spécialistes.
D. Lamoure
HANLIN R.T., 1990 - Illustrated genera of Ascomycetes. St. Paul, Minnesota,
A.P.S. Press. 263p. dont 103 pl., $ 40. ISBN 0-89054-099-3.
Cet ouvrage, qui regroupe cent genres d'Ascomycétes parmi les plus fréquents
en phytopathologie, s'adresse à un public de non spécialistes cherchant à identifier
ces champignons par référence à des schémas et à des descriptions.
La description de chaque taxon comprend: le nom, suivi de celui de l'auteur,
une description morphologique de l'anamorphe, de l'habitat, d'une espèce
représentative, et quelques commentaires brefs sur les genres voisins.
Chaque genre est associé à une planche au trait illustrant une espèce
représentative et comprenant un dessin du champignon sur son hôte, dos 25615, des
Aceospores et d'une coupe dans l'ascome. Bien qu'assez schématiques, les dessins sont
clairs et précis.
Le système de détermination repose sur une clef dichotomique et, dans le corps
du livre, les genres sont citès selon l'appartenance des ascospores aux types de
Saccardo: hyalosporées, allantosporées, hyalodidymiées, etc.
Dans l'introduction, l'auteur effectue une mise en garde sur l'exploitation des
clefs dichotomiques n'impliquant aucune relation phylogénétique entre genres voisins.
sur le papier’, sur le recours obligatoire à la description du genre pour confirmation
du résultat obtenu par la clef, sur la nécessité d'observer plusieurs spores pour avoir
une idée de la morphologie dominante, etc. Autant de conseils pratiques qui
précisent les limites d utilisation du livre. Celui-ci n'étant pas destiné aux spécialistes
des Ascomycétes, il manque à notre avis quelques schémas ou un glossaire précisant
le sens des termes utilisés concernant surtout la morphologie des spores ou des
ascomes. Un index alphabétique où sont regroupés les noms de genres ct d'espèces
illustrés ainsi que des plantes hôtes spécifiques succède à une bibliographie (environ
é surtout centrée sur les articles contenant des clefs ou des descriptions
Expérience faite, ce livre qui se veut être un outil d'identification des
Ascomycètes les plus communs remplit bien sa fonction.
M.F. Roquebert
HENNEBERT, BOULENGER & BALON, 1990 - La Mérule. Science, Technique
et Droit. Bruxelles, Editions Ciaco, 196 p.
Ce livre, consacré aux champignons lignivores et, en particulier à la Mérule,
agent de pourriture cubique sévissant dans les habitations parait bien à propos, alors
qu'un regain de développement de ce champignon est constaté en Europe et
particulièrement dans certaines capitales comme Bruxelles et Paris.
Méconnu du grand public, ce champignon, qui peut s'étendre de manière spec-
taculaire en détruisant tous les éléments en bois au fur et à mesure de sa progression,
laisse celui qui le découvre à la fois effrayé et décontenancé, Ce manuel apporte tout
ce qu'il faut connaître sur ce champignon dont l'action destructrice est déjà relatée
dans la bible: il donne tous les éléments qu'il faut savoir pour l'éviter et le combattre.
Sa lecture très agréable, car les chapitre sont bien structurés et comportent cha-
cun un court résumé, donne tous les renseignements sur les conditions de
développement de la Mérule, sa biologie particulière, son adaptation à l'environ-
Source - MNHN, Paris
ANALYSES BIBLIOGRAPHIQUES 83
nement par ses possibilités de transporter l'eau et aussi, d'étendre son champ d'ac-
tion en passant même à travers les murs et les maçonneries.
Un diagnostic devient à la portée des non mycologues grâce à la description de
la forme typique d'altération du bois (pourriture cubique) ainsi que celle des organes
variés du champignon: diverses manifestations végétatives, fructifications chargées de
milliards de spores brun rouille assurant la pérennité de l'espèce, cordonnets qui sont
de véritables ‘tuyaux transportant l'eau”. Ces descriptions sont abondamment
illustrées de prises de vues magnifiques de développements abondants et spectaculai-
res du champignon.
Le chapitre des solutions à apporter est d'un grand intérêt, celles-ci sont
décrites avec précision et tout particulièrement le traitement curatif. Celui-ci doit
commencer par l'élimination des sources d'humidité et la suppression du bois
dégradé ainsi que de tout élément fongique sur le bois et les murs; le traitement chi-
mique par un produit fongicide pourra être appliqué. Les différents procédés visant à
faire pénétrer le produit pour atteindre tout élément fongique en profondeur sont
décrits. Une liste des matiéres actives actuellement sur le marché de la Préservation
est donnée. Ces produits ont fait preuve de leur efficacité par des tests en laboratoi-
re et ont reçu l'homologation de l'Association belge pour la Protection du Bois.
Enfin, le dernier chapitre consacré au "DROIT" est fort intéressant car cet as-
pect des conséquences de la dégradation du bois en oeuvre par la Mérule n'est pas
souvent abordé dans les ouvrages scientifiques. Des experts parfois pris au
dépourvus, apportent peu de solutions. Ce chapitre valable sur le plan de la
législation belge fait toutefois réfléchir tous ceux qui, en tant qu'experts, maîtres
d'oeuvres, architectes, assureurs sont confrontés au probléme.
Sans aucun doute, l'ensemble de cet ouvrage intéresse non seulement les
mycologues curieux du caractére originel du champignon mais également tout expert
et technicien du bátiment ayant à régler des problèmes de non respect des "REGLES
DE L'ART” entraînant l'apparition du “champignon des maisons”.
D. Dirol
MOENNE-LOCCOZ P. et REUMAUX P., 1989 - Cortinaires récents, nouveaux ou
fantômes. Fungorum Rariorum Icones Coloratae. Pars XVIII. Berlin, J.
Cramer, 59p. DM 48. ISBN 3-443-69004-1
Une vingtaine de cortinaires, très rares, réhabilitės ou nouveaux, sont étudiés
la plupart représentés pour la première fois en couleurs; les planches sont dues au ta-
lent de P. Moénne-Loccoz, dans un style pour le moins rare en mycologie puisqu'il
s'agit d'icones effectuées au crayon de couleur et, de plus, absolument
"époustouflantes de vérité... avec un relief qui donne envie de cueillir les exemplai-
res". Le texte est (en grande partie) issu d'un autre talent, celui de Patrick
Reumaux, aussi littéraire que scientifique et qui, de ce fait, peut rendre relativement
agréable la lecture de ces lignes normalement ingrates (parfois avec quelques
tonalités humoristiques... ou plus ou moins moqueuses, mais le titre lui-même ne
l'est-il pas un tantinet?). Seuls quelques discussions et découpages s; tématiques sem-
bleraient devoir étre cri par certains cortinariologues... mais ce serait une
révolution dans le genre s'il en était autrement!
M. Bon
MOÉNNE-LOCCOZ P., POIRIER J. et REUMAUX P., 1990 - Inocybes criti-
quables et critiqués. Fungorum Rariorum Icones coloratae. Pars XIX. Berlin, J.
Cramer, 55p. DM 58. ISBN 3-443-69005-Х.
18 espèces sont représentées de la même manière que dans l'ouvrage précédent,
avec un troisième auteur à qui on doit la plupart des études microscopiques, dessins
au trait et nombreuses observations, les commentaires étant, dans la plupart des cas,
réservés à P. Reumaux, dans le style particulier évoqué ci-dessus. Les planches sont
tout aussi séduisantes, même dans un genre que l'on qualifie souvent d'ingrat. Du
Source : MNHN. Paris
84 ANALYSES BIBLIOGRAPHIQUES
point de vue taxonomie signalons que la plupart des synonymies "oedémateuses^ de
quelques auteurs modernes n'ont pas été suivies et que de nombreux taxons connus
des anciens ont été conservés: /. gausapata Kühn., /. subtigrina Kühn., 1. sororia
Kauffm., /. perlata (Cke.) Sacc., I. subnudipes Kühn. etc. avec deux nouvelles
espèces: /. sulcata et I. suboreina ainsi qu'une interprétation moderne de 177. asinina
de Kalchbrenner, le tout émaillé de démonstrations relativement convaincantes; mais,
comme il a été dit á propos des cortinaires du numéro précédent, le genre Inocybe
n'est pas non plus réputé pour sa simplicité et les avis sont et resteront encore long-
temps partagés.
M. Bon
LARPENT J.P. et SANGLIER J.J., 1989 - Biotechnologie des antibiotiques. Coll.
Biotechnologies. Paris, Masson, 496p.
S'il est-un domaine où l'apport de biotechnologies nouvelles laisse entrevoir des
progrès considérables, c'est bien celui des antibiotiques. Cet ouvrage de référence est
une synthèse des connaissances actuelles, réalisé par une vingtaine de spécialistes de
nationalités diverses. Il comporte dix chapitres.
Il nous est rappelé que, sur 10.000 antibiotiques naturels, 1.200 sont d'origine
fongique, les principaux étant les Ф lactamines (pénicillines et céphalosporines). Neuf
especes de champignons seulement sont actuellement exploitées industriellement pour
la production d'antibiotiques: Aspergillus flavus, A. fumigatus, Cephalosporium
acremonium ( Acremonium strictum W. Gams ou A. chrysogenum (Thirum. et
Sukap.) W. Gams), C. caerulens (Fusarium?), Fusidium coccineum ( — Acremonium
fusidioides (Nicot) W. Gams), Helminthosporium siccans Drechslera siccans
(Drechs) Shoemaker), Paecilomyces variotii, Penicillium chrysogenum et P. griseo-
fulvum.
Les problémes posés par la sélection des souches, la caractérisation physico-
chimique ct le dosage des molécules actives sont abordés; la biosynthése et la physio-
logie de la production des antibiotiques constituent des chapitres importants. Ils in-
troduisent le sujet d'actualité qui, á notre avis, constitue la clef de voüte de cet
ouvrage: l'amélioration génétique des souches. Déjà, les techniques classiques de
traitement mutagénique suivi d'un criblage des organismes survivants ont permis
d'augmenter considérablement le rendement des productions. L'amélioration des sou-
ches et l'optimisation de la production peuvent passer par les recombinaisons
génétiques intervenant au cours du cycle parasexuel. Mais si le développement de
nouvelles méthodes relevant de la génétique moléculaire ont déjà permis d'importants
progrès, ce sont des Voies de recherches dont l'exploration est loin d'être terminée.
La dimension industrielle n’est pas négligée: elle est développée dans deux chapitres
traitant de la production, de l'extraction et de la purification des molécules actives.
En conclusion, une réflexion est proposée sur l'utilisation des antibiotiques en
thérapeutique humaine et en zootechnie (13% du marché pharmaceutique mondial).
Bien des progrès sont encore attendus et espérés dans ce domaine: ‘élimination des
effets secondaires indésirables, l'augmentation de l'efficacité du traitement (la
thérapeutique antifongique par exemple, reste souvent décevante). Il serait souhai-
table que de tels traitements n'amoindrissent pas les défenses naturelles immunitaires
de l'organisme qu'on soigne. C'est là un sage conseil qui se dégage de ce livre et qui
nous invite à poursuivre inlassablement l'exploration du monde microbien.
C. Moreau
Source : MNHN. Paris
85
INSTRUCTIONS AU
AUTEURS
D'une fagon generale, la revue peut publier tous les travaux apportant une in-
formation fondamentale nouvelle, au plan de la systématique ou de la Biologie des
Champignons. Le Comité de Lecture pourra susciter la rédaction d'articles de
synthèse sur un sujet donné, ainsi que des mises au point bibliographiques
périodiques.
Les manuscrits proposés à CRYPTOGAMIE, Mycologie, doivent être fournis
en double exemplaire, dactylographiés à double interligne, sans rature ni surcharge.
Outre la langue française, la revue accepte les articles rédigés en langue anglaise, al-
lemande, espagnole. Chaque manuscrit devra comporter:
- le titre de l'article, dans la langue du manuscrit, et sa traduction en anglais;
- le titre courant (haut-de-page) de 50 signes au maximum;
- le nom et les prénoms des auteurs et leurs adresses;
- deux résumés, l'un dans la langue du manuscrit, l'autre en français ou en anglais,
d'environ 180 mots ou 15 lignes, faisant ressortir les résultats essentiels exposés dans
l'article;
- des mots-clés qui seront sélectionnés par le Comité de Lecture;
- des légendes explicites des figures, planches et tableaux dans la langue du manus-
crit et en anglais (ou français);
- une liste bibliographique par ordre alphabétique des auteurs et chronologique par
auteurs sans tenir compte des auteurs secondaires. Les titres des périodiques devront
etre abrégés suivant le B-P-H (Botanico-Periodicum-Huntianum, Pittsburg: Hunt
Botanical Library, 1968), les ouvrages cités selon F.A. Stafleu & R.S. Cowan, 1976-
.. Taxonomic literature. Ed, 2 Utrecht/Antwerpen: Bohn, Scheltema & Holkema
(Regnum vegetabile 94, 98, 105, 110...). Les références suivront les modèles suivants:
PATOUILLARD N., 1881 - Sur l'appareil conidial de Pleurotus ostreatus.
Bull. Soc. Bot. France 27: 125.
HEIM R., 1937 - Les champignons d'Europe. Paris, Boubée et Cie,
MANDELS G.P., 1965 - Kinetics of fungal growth. /n : G.C. AINSWORTH
& A.S. SUSSMAN, The fungi. N.Y. & London, Academic Press, 1: 599-612.
TEXTE. - La présentation du texte devra faire apparaitre clairement ses subdi-
visions et leur hiérarchie, ainsi que le début des paragraphes (- insérer une ligne
blanche avant les titres et sous-titres; - faire un alinéa de plus de 3 caractéres au
début de chaque paragraphe; - supprimer toute ligne blanche entre deux paragraphes
et aprés les titres ct sous-titres). Les renvois à la liste bibliographique se feront par le
nom de l'auteur et l'année de publication (utiliser "et al." lorsque l'article est signé
par plus de deux auteurs) et non par les renvois numériques. Les notes
infrapaginales sont à éviter. La place des illustrations devra être indiquée dans la
marge.
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devront comporter les échelles (les grandissements x ... sont prohibés), les symboles
nécessaires à leur compréhension, et être numérotées dans l'ordre d'appel dans le tex-
te. Les tableaux devront être dactylographiés clairement, sans rature ni surcharge,
en s’assurant de la qualité de la frappe. Les documents photographiques doivent être
montés par planches. Les dimensions des originaux ne devront pas excéder le triple
de celle de leur reproduction définitive (justification de la revue: 11,5 x 17,5cm) et les
auteurs choisiront l'épaisseur des traits et la taille des caractères en fonction de la
réduction éventuelle.
571 p.
Source - MNHN. Paris
86 INSTRUCTIONS AUX AUTEURS
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textes en mode ASCII sur disquettes 31/2 ou 5” 1/4 de micro-ordinateur (IBM,
IBM compatible et MacIntosh). Ils doivent ètre impérativement conformes aux ins-
tructions suivantes:
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trage, etc.);
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pression devront étre encadrés par un des caractéres suivants: #, £, S.
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Les disquettes, accompagnées d'une copie sur papier comportant le texte final
corrigé selon les avis du Comité de Lecture, seront adressées à la Rédaction.
Tirages à part: limités à 150, dont 25 gratuits.
Conformément à la règle, les auteurs décrivant une espèce nouvelle doivent
déposer le matériel type (échantillon sec ou culture) dans un herbier officiel: P.C.
(Paris, Cryptogamie), CAB-IMI (Kew, Surrey) ou une collection de souches: L.C.P.
(Lab. Cryptogamie, Paris), CAB-IMI, C.B.S. (Baarn, Hollande), etc.
NS
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3 27
PARIS Dépôt légal n° 15500 - Imprimerie de Montligeon
ж Sortie des presses le 30 mars 1991
Imprimé en France
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Bien qu'étant avant tout une revue de langue frangaise, les articles
rédigés en Anglais, Allemand et Espagnol sont acceptés. \ kt,
Les recommandations aux auteurs sont publiées dans le ler fascicule de
chaque tome.
Source : MNHN. Paris
ABONNEMENTS A CRYPTOGAMIE
‘Tome 12, 1991
CRYPTOGAMIE comprend trois Sections:
Algologie, - Bryologie-Lichénologie, Mycologie
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Les anciens tomes et fascicules séparés de là REVUE DE MYCOLOGIE er de
CRYPTOGAMIE-MYCOLOGIE sont toujours disponibles.
MEMOIRES HORS SERIF
NO 2 (1942). Les matiéres colorantes des champignons, par 1
Pastac. 88 pages: 15 Р.
NO 3 (1943). Les constituants membrane chez les champi-
gnons, par R. Ulrich. 44 pages : 15 F;
N° 6 (1958). Essai biotaxonomique sur les Hydnés résupinés et les
Corticiés, par J. Boidin. 390 pages, pl. et fig. « 120 F.
NO 7 (1959). Les champignons et nons (Chroniques) (15. par б.
Becker. 94 pages : 25 F.
NO 8 (1966). Catalogue de la Mycothéque de la Chaire de Cr a-
mie du Muséum National d'Histoire Naturelle. (1) Micromy-
cetes. Macromycètes (première partie), 68 pages : 25 F.
NO 9 (1967), Table des Matières (1936-1965). 85 pages : 20 Р.
(1966-1975), 30 pages : 10 F.
FLORE MYCOLOGIQUE DE MADAGASCAR ET DÉPENDANCES
publiée sous la direction de M. Roger HEIM
Tome . 1, Les Lactario-Russulés, par Roger Heim (1938) (épuisé)
Tome I. Les Rhodophylles, par Henri Romagnesi (1941), 164 pages,
46 fig. : 90 F.
Tome IIL Les Mycénes, par Georges Métrod (1949), 144 pages,
88 fig. : 90 F.
Tome IV. Les Discomycétes de Madagascar , par Marcelle Le Gal
(1953). 465 pages, 172 fig. (150 F
Tome V. Les Urédinées, par Gilbert Bouriquet et J.P. Bassino
(1965). 180 pages, 97 fig., 4 pl. horstexte : 90 F.
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