DELLA
SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE
DI MILANO
Volume IX
CON 11 TAVOLE
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MILANO
1918-1927
P A V 1 A
PREMIATA TIPOGRAFIA SUCCESSORI FRATELLI FUSI
Largo di Via Roma
1927
INDICE DEL VOLUME IX
Fascicolo 1 (1918)
Bezzi M. — Studi sulla Ditterofauna nivale delle Alpi italiane (Tav. 1-2) Pag. 1
Fascicolo II (1920)
Sera G. L. — Sui rapporti della conformazione della base del cranio
colle forme craniensi e colle strutture della faccia nelle
razze umane (Tav. 3-4) . . . . . » 165
Fascicolo III (1927)
De Beaux 0. e Festa E. — La ricomparsa del cinghiale nell’Italia set¬
tentrionale-occidentale (Tav. 5-11) ......
263
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume IX - Fascicolo I.
Dott. MARIO BEZZI
DELLE ALPI ITALIANE
Largo 1° di Via Roma
Elenco delle Memorie della Società Italiana
di Scienze Maturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
Fase. I. Cornalia E. — Descrizione di una nuova specie del genere Felis :
Felis jaCObìta. 1865. Con 1 tavola .
» II. Magni-Griffi F. — Di una specie di Hippolais nuova per l’Italia.
1865. Con 1 tavola .........
» III. Gastaldi B. — Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli
antichi ghiacciai. 1865. Con 2 tavole .
» IV. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziarii del
distretto di Messina. 1865. Con 8 tavole .
» V. Gibelli G. — Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865.
Con 1 tavola . . . . . . . . ■ .
» VI. Beggiato F. S. — Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel
Vicentino. 1865. Con 1 tavola . . .
» VII. Cocchi I. — Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana indu¬
stria dei tempi preistorici raccolti in Toscana; 1865. Con 4 tavole
» Vili. Targioni Tozzetti A. — Come sia fatto l’organo che fa lume nella
lucciola volante ( Lucciola italica ) e come le fibre muscolari
di questo ed altri Insetti ed Artropodi. 1865. Con 2 tavole
» IX. Maggi L. — Intorno al genere Aeolosoma. 1865. Con 2 tavole .
» X. Cornalia E. — Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi
e da altri Coleotteri facili a confondersi con esse. 1865. Con
4 tavole , . , . . . ...
VOLUME II.
Fase. I. Issel A. — Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866 . L. 3. —
» II. Gentilli A. — Quelques considérations sur l’origine des bassins lacu-
stres, à propos des sondages du Lac de Come. 1866. Con 8 tavole » 5. —
» III. Molon F. — Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867. . . » 16.—
» IV. D’Achiardi A. — Corallari fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parte I. 1866. con 5 tavole . . . . . . » 12.—
» V. Cocchi I. — Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866. Con 1 tavola » 5.—
» VI. Seguenza G. — Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune
rocce cretacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e
dell’Africa settentrionale. 1866. Con l tavola . . . . » 5.—
L. 2.—
» 2.—
» 5.—
» 12.—
» 2.50
» 2.—
» 7. —
» 5,—
» 4. —
» 10.—
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MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume IX - Fascicolo I.
Dott. MARIO BEZZI
DELLE ALPI ITALIANE
Con 2 tavole
MILANO 1918
FAVI A
PREMIATA TIPOGRAFIA SUCCESSORI FRATELLI FUSI
LARGO DI VIA ROMA
1918
Dott. MARIO BEZZI
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE
DELLE ALPI ITALIANE
SOMMARIO
Introduzione.
I. — Generalità.
1. Cenni storici.
2. Preminenza dei ditteri nell’ entomofauna nivale.
3. Limiti della regione nivale.
4. Fattori influenzanti ed adattamenti relativi.
A. Fattori fìsici.
B. Fattori biologici.
C. Caratteri del dittero nivale tipico.
5. Biosinecie e biocenosi.
6. Censimento delle specie e limiti altimetrici.
7. Conclusioni generali.
II. — Quali sono i ditteri abitatori di un’isola glaciale: Rifugio Marinelli al Bernina.
1. Località e sue biosinecie.
2. Dati statistici e generali.
3. Catalogo delle specie e note descrittive.
III. — Com’è distribuita la popolazione dei ditteri in un distretto nivale: Peraciaval nelle Alpi Graje.
1. Considerazioni preliminari.
2. Località, escursioni e biosinecie.
3. Principi del Dahl e metodi di raccolta.
4. Uniformità di distribuzione e densità.
5. Larve saprofaghe e larve carnivore.
6. Epoche di comparsa.
7. Relazioni fra i ditteri e la fioritura.
8. Dati statistici e comparativi.
9. Catalogo delle specie con note descrittive, etologiche e biologiche.
Appendice.
IV. — In che modo si dispongono ditteri e piante nei pressi di un ghiacciaio: bacino dell’Agnello
nel gruppo d’Ambin (Alpi Cozie).
1. Località, sue caratteristiche e escursioni.
2. Vegetazione, sua natura e distribuzione.
3. Ditterofauna e suoi rapporti colla flora.
4. Piante a cuscinetto ed Antomiidi nivali.
5. Osservazioni particolari e confronti.
6. Catalogo delle specie, con note descrittive ed etologiche.
Appendice.
V — Bibliografia speciale.
Spiegazione delle tavole.
« Io non esito perciò a conchiudere
« che la fauna delle nostre alpi è oggi
« presso a che ignota. »
I,. Camerano : i)
La fauna delle nostre alvi, 1&08, p. 2-
II 1 agosto 1916 segnava il quarantottesimo compleanno di chi stende queste righe.
Tale fatto può interessare mediocremente il lettore, e certo per nulla la scienza.
Tuttavia quel giorno, verso le 11 del mattino, lo scrivente ristava soletto su di un
masso, presso la riva del lago di Peraciaval (2707 m.) nell’alta valle di Usseglio. Il pae¬
saggio circostante s’improntava ad un carattere polare: alle spalle le nude rupi della
Croce Rossa e dell’Altare; attorno un piano lievemente inclinato, tutto rosseggiante per
una magnifica fioritura di Saxifraga Murithiana ; di fronte la superficie del lago, ancor
coperta di nevosi blocchi di ghiaccio, con un lembo d’acqua limpida e tranquilla chiuso
fra la riva e la gelida banchina. La purezza radiosa del cielo si rifletteva su quel lucido
specchio, dove alcuni coleotteri andavano intrecciando dei fuggevoli cerchi, traverso ai
quali si distingueva nettamente il fondo, come sotto l’ ingrandimento di un nitido cristallo.
Se non fosse stata la Lera, che, ergendosi più in là colla sua imponente parete Nord,
mi ricordava la maestà delle Alpi, avrei avuto l’illusione di trovarmi su qualche lontana
spiaggia di una terra iperborea.
Nel silenzio di quell’ ora felice, piuttosto che meditare con malinconia sul crescente
peso dell’età, io andavo lietamente pensando al moltissimo tempo che m’era stato per
tanti anni concesso di trascorrere nelle alte regioni dei monti. Poiché fu propriamente
nell’Agosto del 1890 che, durante il mio soggiorno a Rabbi nel Trentino, ebbi occasione
di iniziare le escursioni oltre il limite delle nevi. Tale fortunato evento era ben stato pre¬
ceduto da un periodo di preparazione in cui avevo percorso i monti del lago di Como e
delle vallate trentine più basse; ma nulla può paragonarsi alle emozioni che solo ci rapi¬
scono là dove si stende il regno incontrastato delle rupi e dei ghiacci.
« Da allora sono decine e decine di vette e di colli elevati saliti quasi ogni anno; sono
settimane e settimane passate entro i confini della regione nivale. Nel 3893, reduce dal
primo anno di insegnamento in Calabria, soggiornavo per circa un mese alla Quarta Can¬
toniera dello Stelvio recandomi quotidianamente al disopra dei 3000 m. Dal 1894 al 1897,
durante la mia permanenza a Macerata, si apri una parentesi nella quale potei esplorare
i gruppi più elevati dell’Apennino salendo il M. Rotondo, la Regina (3 volte), la Sibilla,
la punta Pretara del Vettore (2 volte), il Pizzo di Sevo, il M. Coiaio al Gran Sasso con
fermata al rifugio di Campopericoli, la Maiella con soggiorno al ricovero in vetta di M.
Amaro. Ma fu sopratutto negli anni indimenticabili passati a Sondrio dal 1898 al 1904. che
mi si offerse la facilità di visitare ripetutamente le plaghe elevate dei gruppi del Bernina,
del Disgrazia, del Painale e delle Orobie ; e ne approfittai colla larghezza consentita dal-
l’ ardore e dalle forzo giovanili. Giunto a Torino, dopo un periodo di sosta, ripresi nel 1910
a percorrere le Alpi; e non è piccolo il numero di quelle che ho oramai imparato a cono-
') Durante il tempo trascorso prima della stampa
del presente lavoro, la cui idea aveva trovato in Lui
approvazione ed incoraggiamento, il Sen. prof. Lorenzo
Camerano é mancato. Alla memoria dell' insigne Zoo¬
logo, che fu per tanti anni Presidente del C. A. I.,
e che lasciò colle sue opere e nei suoi scritti si larga
prova d' amore per la Scienza e per la Montagna,
mando da queste pagine un riverente saluto.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
D
scere, nell’arco maestoso che s'incurva dalla Punta Gnifetti, al Gran Paradiso, al Monviso
(saliti tutti e tre nel 1913, cinquantesimo anniversario della fondazione del Club alpino
italiano).
Questa lunga enumerazione, che potrebbe sembrare fuori di luogo, venne qui fatta
coll’ unico scopo di spiegare e giustificare quanto segue.
Fu adunque in quel fortunato mattino che, quasi per fissare l’ attimo fuggente in un
godimento duraturo, prese forma nel mio animo il pensiero lungamente vagheggiato, di
pubblicare una serie di studi sulla ditterofauna delle nostre Alpi. Poiché pur dall’inizio
10 salivo alle elevate regioni anche al fine di osservare e raccogliere gii insetti, sopratutto
i ditterà allo studio esclusivo dei quali mi ero già dal 1888 rivolto. Migliaia di esemplari
si sono venuti accumulando nella mia collezione, ed osservazioni numerosissime si son
registrate fra le mie note; onde non crudo peccare di presunzione se penso che sarebbe
forse inopportuno lasciar più oltre trascurato un materiale, che é frutto di ricerche pro¬
lungate per più di un venticinquennio.
Mi riesce d’incoraggiamento anche la convinzione, che il più modesto contributo allo
studio della fauna alpina può tornare accetto già poi solo fatto, che mollo scarse sono
tuttora le nostre conoscenze sull’ argomento. Legga, chi ancor ne dubitasse, l’esauriente
trattazione svoliane dal Senatore prof. Lorenzo Camerano nel discorso tenuto a Bormio
11 1 Settembre 1908 su « La fauna delle nostre Alpi », in occasione del VII Congresso
nazionale dell’ Unione Zoologica italiana. Nè i pochi anni da allora trascorsi hanno ag¬
giunto gran che.
La deficienza di cognizioni è assai grande per certi gruppi, quando non è addirittura
assoluta. Lo studio dei vertebrati alpini è molto progredito, ed in alcune parti si può ora
dire completo, principalmente per opera del prof. Michele Uessona e sopratutto dello
stesso prof. Camerano. Anche nel campo del limnobio microscopico dei laghi alpini molto
fu fatto; poiché in seguito all’impulso dato dal prof. Pietro Pavesi colle sue immortali
ricerche, una eletta schiera di studiosi non ha cessato di aggiungere preziosi contributi
dal dott. Buffa al prof. Largaiolli, dal dott. Lorenzi al dott. Marco De Marchi e dal prof.
Pero fino ai notevoli lavori della prof. Rina Monti, per tacere degli stranieri.
Ma il mondo degli insetti, che non la cede in importanza ad alcun altro, e tutti supera
per numero di specie e di individui, fu, se non trascurato, certo inadeguatamente trattato.
Molto sintomatico riesce in proposito il volgere un rapido sguardo alle opere generali
sulle Alpi. In quella del Ball si trova un paragrafo sulla fauna alpina, che nelle poche
parole riguardanti gli invertebrati (p. 111112) non potrebbe essere più inconcludente nè
più antiquato. Nel superbo volume del Coolidge è almeno lodevole la franchezza con cui
le notizie sulla fauna alpina si riducono ad un capitoletto di H. V. Knox (p. 46-54 ed.
ingl., p. 56-66 ed. frane.) in cui è quisfione solo di mammiferi e di uccelli. Non lo stesso
si può dire della recentissima opera del Francò, nella quale lo speciale paragrafo sul mondo
degli insetti nelle Alpi (p. 334-344) è informato alla solita manchevolezza ed alle solite
ripetizioni, malgrado la buona volontà dell’autore '). Ancora nel 1908 il dott. Bretscher,
1) L'autore cita una enumerazione di artropodi
alpini del defunto prof. Marshall, apparsa nell'An¬
nuario pel 1901 della sezione di Lipsia del Club. Alp.
ted.-austr.. che non ho potuto consultare; credo però
con poco danno, perchè dal Francò si rileva che, se¬
condo essa, fra i 2750 ed i 2900. m. vivono 13 coleot¬
teri, 1 icneumonide, 1 psocide, 3 farfalle e 5 ragni:
siamo dunque ancora ai dati del 1845! A p. 489-505
vi é un interessante capitolo su « Das Leben auf dem
Firn », che poco serve in verità a compensare le ge¬
nerali deficienze dal punto di vista entomologico.
6
M. BEZZI
nell’ opera d'insieme « Die Schioeiz », dice a p. 248 che gli animali inferiori aventi stabile
dimora al disopra dei 2800 m. sulle Alpi svizzere sono circa 30, di cui 10 insetti, 13 ragni
ed 1 mollusco. Ora si rimane subito colpiti dal fatto che queste cifre sono pressoché le
medesime date da Heer nel 1845 e ripetute dallo Tschudi nel J85B: oltre mezzo secolo
sarebbe dunque trascorso, senza apportare alcun nuovo contributo? In verità dobbiamo
deplorare che gli autori di queste opere generali e quindi largamente diffuse, o gli spe¬
cialisti cui essi si sono rivolti, abbiano dato cosi scarsa importanza agli animali inferiori,
e abbiano sopratutto completamente ignorato la memoria del 1889 del dott. Calloni su
« La fauna nivale ». in cui sono elencate ben 1236 forme di esseri viventi nelle Alpi
sopra i 2500 m., di cui 917 artropodi, fra i quali 770 insetti. Ma pur constatando che per
loro colpa le nostre cognizioni sembrino ancor più manchevoli di quello che in realtà
siano, è tuttavia necessario riconoscere che molto scarse restano in ogni modo. E tale
scarsità appare ancor più evidente in quanto viene a trovarsi in contrasto colla ricchezza
dei dati riguardanti i vegetali, ricchezza che si rispecchia nella più larga parte che dai
trattatisti vicn sempre fatta all’ illustrazione della flora ‘).
Che se da! punto di vista puramente speciografico e faunistico cosi poco sappiamo del-
l’ entomologia alpina, molto più grande è rignoranza nei riguardi della sua etologia e della
biogeografia. Rimando ancora al sullodato discorso del prof. Camerano chi amasse vedere
quali sono le deficienze riconosciute ed i mezzi opportuni per ripararle.
Nel 1910 ò comparsa l’ importante tesi di laurea del dott. Bàbler, la quale costituisce
il primo lavoro, e runico finora, che tratti della fauna terrestre degli invertebrati nivali
secondo gli indirizzi dell’ indagine biocenotica. Gli zoologi non debbono però dimenticare
i classici libri di un geniale botanico, i quali da un certo punto di vista si possono con¬
siderare come contributi portati all’indagine biocenotica entomologica già fin dal 1873;
voglio dire i fondamentali lavori del dott. Eterni. Mùller di Lippstadt sulla fecondazione dei
fiori per opera degli insetti. Pel nostro attuale assunto importa particolarmente quello degli
« Alpenblumen », apparso nel 1881: una vera miniera inesauribile dei più importanti dati.
È curioso constatare come la scarsità degli studi entomologici alpini abbia spiacevoli
ripercussioni anche fuori del campo puramente zoologico.
Cosi P incomparabile agevolezza di ricerche che sarebbe offerta dai Laboratori scien¬
tifici u A. Mosso p al Colle d'Olen non venne ancor messa a profitto per fare un po’ di
luce sulla misteriosa vita degli insetti nivali. Onde non è senza amarezza che un natu¬
ralista percorre i 4 volumi finora apparsi degli Atti relativi 2): poiché mentre è preso di
ammirazione pel meraviglioso contributo da essi recato al progresso degli studi fisiologici,
non può trattenersi dal notare che il mondo alpino vi è quasi completamente dimenticato.
Si può dire che vi è un solo lavoro importante, quello del prof. Vaccari sulla flora nivale
\ .
£) In modo felice il Frange ( op . cit., p. 334) esprime
questo fatto dicendo : « Man mag sich in den grossen
alpinen Literatur umtun. wo man will, man wird
stets auf eine eigentumliche Vervorzugung der Pflan-
zen stossen, wie als ob die Berge ausschliesslich von
ihnen besiedelt wàren und nicht aucli hundertelei ab-
sonderliches und nicht weniger anziehendes Getier
hegten ».
2) Laboratoire scientifique international du Mont
Rosa. Voi. I, Turin 1904, Travaux de l' année 1903
publiés par A. Mosso. — \ ol. II. 1904-1907. — Atti
dei Laboratorii scientifici « A. Mosso » sul Monte
Rosa della R. Università di Torino, redatti dal dott.
A. Aggazzotti. Voi. III. Torino 1912, 218 pp. ; voi. IV,
Torino 1914, 338 pp.
A p. 217 del voi. Ili si trova ricordato che il
dott. Bàbler soggiornò al Laboratorio nell’estate del
1908. accumulandovi una ricca fauna fino a 4633 m.
sulla Dufour. Disgraziatamente tali raccolte sono a
tutt" oggi ancora inedite.
STUDI SULLA DITTEROFAUN A NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
del M. Rosa, mentre la fauna vi è del tutto negletta; ed io non posso che convenire col
detto professore, quando a p. 187 del voi. Ili esprime il desiderio che l’esplorazione venga
indirizzata per tale via a se vogliamo davvero che anche in questo campo il grande istituto
Angelo Mosso possa raggiungere lo scopo per cui fu edificato ».
E parimenti se i cultori dell’entomologia alpina fossero stati più numerosi, essi avreb¬
bero di certo potuto contare sull’aiuto del Club Alpino Italiano, sollecito come sempre
dell’illustrazione anche scientifica delle Alpi. Invece si deve rilevare che, mentre già fin
dal 1882 la sezione di Torino si proponeva come tema lo studio degli animali alpini e
della loro distribuzione a differenti altezze ■); nello splendido volume che riassume « L’ opera
del C. A. I. nel primo suo cinquantennio 1868-1913 » 2), accanto agli articoli che ri¬
cordano il contributo portato dal Club al progresso degli studi botanici e geologici, non
ha potuto trovar posto alcun analogo accenno per quelli zoologici. E certo più opportuno,
sopratutto in questi momenti, che l’opera del C. A. I. in quanto voglia riferirsi all’ in¬
cremento degli studi scientifici, si rivolga piuttosto a quelle parti che offrono un interesse
piatico e generale di maggior importanza, che non le indagini sulla fauna alpina. Ma sia
lecito sperare che il benemerito sodalizio, se non crederà di promuovere altre iniziative,
voglia continuare il proprio appoggio a quelle per cui già mostrò di interessarsi, come la
fondazione e T arricchimento di collezioni e di musei di fauna alpina 3), e la costituzione
*■) Il primo numero del primo anno (1882) delta
« Rivista alpina italiana » (red. prof. F. Virgilio) porta
a p. 4, nella Cronaca della Sezione di Torino, un «Pro¬
gramma generale di studii, esplorazioni, osservazioni
e lavori inerenti o sussidiari allo studio delle mon¬
tagne in rapporto allo scopo del C. A. 1. » Tale pro¬
gramma fu presentato dal presidente della Sezione
(Isaia; alla « Commissione pei Venerdi » che lo adottò
come repertorio per argomenti da trattarsi nelle con¬
ferenze e pubblicazioni sezionali, ecc. Il tema V. ri¬
guardante la zoologia, era del seguente tenore : 1 Fauna
alpina. 2 Distribuzione degli animali a differenti al¬
tezze. 3 Modo di raccogliere insetti, aracnidi, ecc. e
collezioni. Questo tema risulta trattato dal prof. Mi¬
chele Lessona, che tenne il 21 aprile dello stesso
anno una conferenza su « I rettili delle nostre mon¬
tagne »; altre conferenze sui vertebrati alpini fece
più tardi il prof. Camerano.
Sfogliando i numerosi volumi del Bollettino e della
Rivista si può constatare che, mentre la botanica ha
molte illustrazioni, la zoologia ne ha poche, gli insetti
pochissime, ed i ditteri nessuna.
- Credo utile ricordare qui le 3 contribuzioni ento¬
mologiche di qualche importanza contenute in tali
volumi, onde richiamare su di esse F attenzione degli
studiosi, cui potrebbero facilmente sfuggire. Esse
sono dovute al dott. Vittorio Ronchetti che in Riv.
XVI, 1897, p. 21 dà un elenco di coleotteri raccolti
in Valfurva, ed in Riv. XVII, 1898, p. 26 un altro
di quelli dei dintorni di Macugnaga, con specie rac¬
colte fino a 3000 m. d’altezza; ed al sig. L. Caironi,
che in Riv. XXXI, 1912, p. 109-112 dà una enumera¬
zione dei coleotteri della Grigna. In Riv. XXIV, 1915,
p. 47 il dott. C. Pedrazzini ricorda la Hydrometra
Costae H. S. del laghetto sup. del Fallére (m. 2600
circa) in Valle d‘ Aosta.
Alquanto più ricca di dati entomologici è la ri¬
vista « In Alto , cronaca della Società alpina friulana»,
ma anche in essa nulla si trova che riguardi i dit¬
teri .
2) Torino 1913. Voi. di 278 pp., con molte illu¬
strazioni, pubblicato per cura del Consiglio direttivo.
Nelle stesse condizioni si trova il Club apino svizzero,
come si rileva dal contemporaneo volume «Die ersten
funfzUj Jahre der Schweizer Alpen Club (1863-1913).
Denkschrift in Auftrag des Central Comitee verfasst
von Doct. Heinrich Diibi ». Bern 1913, 304 pp., 33 ili.
V. p. 272 e 280-281.
3) La sezione di Torino del C. A. I. possiede alla
stazione alpina del Monte dei Cappuccini una colle¬
zione di fauna alpina, accresciutasi sopratutto per le
cure che da molti anni le prodiga il dott. Flavio Santi
(Riv. XVII, 1898. p. 126 e XXI, 1902, p. 68). Vi si
trova anche una raccolta di insetti abbastanza ricca
(ora in parte in cattivo stato), riunita ed offerta dai
noti entomologi Baudi, Gianelli e Gribodo; questa rac¬
colta figurò all' esposizione alpina nell’ Esposizione ge¬
nerale Italiana di Torino del 1884. e vi fu premiata;
consta in massima parte di coleotteri, lepidotteri,
imenotteri e rincoti, ma niente ditteri. Nuli’ altro di
analogo esiste in Italia, tranne qualche collezione
di vertebrati alpini, come presso i musei delle sezioni
d’Aosta e di Biella. 11 Club Alpino svizzero ha presso
alcune sezioni dei Musei alpini, che si limitano per
lo più a collezioni botaniche; la sez. Oberland ha un
Museo zoologico - botanico ad Interlaken. A Berna
vi è lo « Schweizeriscke Alpine Museum », fondato
nel 1905, che a partire da quell’anno ha pubblicato
8
M. BEZZI
di riserve o di parchi nazionali per proteggere un mondo che è già in via di diminuzione
e di scomparsa 1 .
E fuor di dubbio tuttavia che la spinta maggiore a questi studi deve muovere dalle
società scientifiche in genere e da quelle zoologiche in particolare. E cosi avvenne. L’Unione
Zoologica Italiana nella sua Vili assemblea generale del 1908, su proposta dell’ instan¬
cabile prof. Camerano, nominava una Commissione 2) allo scopo di concretare il modo e
procurare i mezzi per effettuare lo studio razionale della fauna alpina. I chiari nomi dei
componenti detta Commissione danno sicuro affidamento del miglior risultato 3).
Lo scrivente, che si onora di appartenere alla U. Z. I. ed al C. A. L. mentre si com¬
piace di portare il proprio tenue contributo al comune lavoro, è lieto di presentarlo alla
Società italiana di scienze naturali, la quale già fin dai suoi primi inizi i mostrò di inte¬
ressarsi grandemente pei' tutto ciò che riguarda le Alpi, e stampando nel 1870-71 le
memorie di Luigi Ricca ebbe per la prima ad occuparsi di ditterofauna nivale. E augura
che torni presto il momento in cui giovani energie possano fra noi rivolgersi a queste
ricerche, spingendo con vigore alpinistico l’ indagine entomologica sulle più eccelse regioni
delle Alpi, onde in questo campo ancora abbia ad imporsi il prestigio del nome italiano.
alcuni piccoli contributi. Di insetti vi si trova solo !
una collezione di farfalle, cui si riferisce appunto la
pubblicazione n. 2: « Dos Schmetterlinpssammlung ini
Alpine Museinn Bern. Bearbeitet und dem S. A. C.
gewidmet von Eugen v. Biiren v. Salis. Bern 1908,
1 1 pp. ».
A Monaco di Baviera il C. A. tedesco ha un
« Alpine Museum zu Mùnchen » in cui se pure gli in¬
setti sono rappresentati, mancano certamente i dit-
teri.
9 II prof. Pampamm a p. 27-30 della Relazione
presentata alla Riunione gen. della Società botanica ita¬
liana in Roma «Perla protezione della Flora italiana-,
Firenze 1911, fa cenno delle pratiche esperite nel 1910-
11, dietro iniziativa del prof. R. Galli-Valerio di Lo¬
sanna, presso i Ministeri degli Interni e di Agricoltura,
riguardo all’istituzione di un c Parco nazionale alpino
italiano », sito fra 1600 e 3000 m. in Valle di Livigno
nell'alta Valtellina e contiguo all 'analogo Parco sviz¬
zero di Val Cluoza. Mercè la gentilezza del cav. A.
Piccioli, R. Ispettore forestale a Sondrio, sono in
grado di completare quelle informazioni, dicendo che
pur troppo dette pratiche non approdarono ad alcun
risultato, causa la difficoltà di trovare chi provvedesse
alle spese d'impianto (presentivate in L. 30.000), di
affitto (L. 4635 annue) e di custodia (L. 6000 annue).
Il sen. Camerano, nella Relazione presidenziale sul¬
l’andamento del C. A. I. per l’anno sociale 1911-12
(Riv. XXXI, 1912, p. 317-318) ha trattato delle parti¬
colari difficoltà inerenti a questi progetti. Vedasi in
Riv. XXXIII, 1914, p. 179-186 un interessante articolo
di Frjtz H. Mader « Per un parco nazionale alla Serra
dell' Argenterà nelle Alpi Marittime ».
2) V. Rendiconto, estr. dal Mon. zool. ital ., XX,
1909; p. 49-50 e XXI. 1910, p. 322. — Una simile
iniziativa venne assunta nel 1907 dalla Società zoolo¬
gica svizzera, per promuovere una più intensa e coor¬
dinata esplorazione faunistica dell'alta montagna, so¬
pratutto della regione nivale; 1’ apposita Commissione
ha resa pubblica una « Anleitung sur Beóbachtung
dee hochalpinen Land fauna ».
•b Infatti nel Bollettino dei Musei di Zoologia ed
Anatomia comparata della R. Università di Torino è
già apparsa una serie di lavori sotto il titolo com¬
plessivo « Materiali per la fauna alpina del Pie¬
monte ». si tratta in gran parte di raccolte fatte dal
dott. E. Festa, uno dei membri della Commissione.
Sono fin' ora comparsi i seguenti :
1 E. Zavattari, Imenotteri della valle della Roja,
1910, n. 632,
II. L. Chinagi.ia, Lombrichi della valle del Roja,
1911, n. 635.
III. E. Zavattari, Imenotteri della valle del Maina,
1911, n. 643.
IV. L. Chinagi.ia, Lombrichi della valle del Maira,
1912, n. 651.
V. L. Delta Beffa, Coleotteri della valle di Susa,
1912. n. 658.
VI. L. Della Beffa, Coleotteri della valle del
Maira, 1913, n. 663.
Sono però dati che rimangono in massima parte
al di fuori dei limiti nivali.
I.
Generalità.
« Le vette che s'elevano oltre i
« 2500 in. nell' arco delle Alpi, for-
« mano un’ isola glaciale faunistica,
« importante fra le poche sul globo
« intero ......
S. Callosi :
La fauna nivale , isso, p. iy.
1. Cenni storici.
Se poco si conosce rispetto alla fauna entomologica nivale in genere, quasi nulla di
-certo si sa intorno alla ditterofauna in particolare.
Eppure è risaputo che i ditteri, come molto si estendono verso N e verso S nelle
terre polari, così moltissimo si spingono in alto sulle montagne, forse più che ogni altro
insetto. Nelle Alpi il dott. Babler raccolse ditteri ad oltre 4600 m. poco sotto la punta
Gnifetti nel M. Rosa, e cosi pure sulla cinta del Finsterhaarhorn (4275 m.); il dott. A.
Lorria trovò sulla vetta del Balfrinhorn (3600 m.) la Acro'ptena Sìmonyi Pok.. che il prof.
O. Simony aveva scoperta sulla punta dell’ Antelao (8253 m.); questa specie di Antomiide
detiene per ora il record in altezza fra quelle classificate. Per l’Asia centrale il prof.
Stein ha descritto parecchie specie di Antomiidi raccolte nel Tibet fra i 4000 ed i 4500 m.
da Kozlov, da Kaznakov e da Roborowski. Alla medesima altezza furono raccolti ditteri
in Africa sul Kilimandiaro e sul Kenia dalle spedizioni Sjostedt e Alluaud-Jeannel, come
pure a limiti simili sul Ruvenzori ‘). Nell’America del Sud il dott. Stiibel raccolse ditteri
svariati a 4500 m. sulle Ande dell’ Ecuador; lo Schnuse trovò una ditterofauna ricchissima,
nel Perù e nella Bolivia, sulla Cordigliera fra 4000 e 5000 m. nei pressi del lago Titicaca ;
già il vecchio Al. v. Humboldt ci informa di aver osservato delle mosche volanti sopra
di lui perfino sui più alti picchi delle Ande, a circa 6000 m. di altezza.
Date queste spiccate tendenze alpinistiche dei ditteri, era naturale che essi venissero
presi in considerazione già fin nelle prime opere che si riferiscono alla fauna alpina.
Come si sa, il merito iniziale spetta agli autori svizzeri Heer e Tschudi.
Osvaldo Heer, celebre naturalista, che si addentrò in tutti i campi della Storia naturale,
illuminandoli della luce di una sua particolare genialità, si occupò in gioventù di racco¬
gliere i coleotteri sulle montagne della sua patria, pubblicando su di essi importanti opere
e memorie. Nei suoi primi lavori dal 1836 al 1845 stabilì le regioni altimetriche, studiò
gli effetti del clima alpino sugli insetti e trattò dei limiti superiori della vita animale e
vegetale sulle Alpi svizzere, argomento che poi riprese in esame negli ultimi tempi della
sua attivissima esistenza, scrivendo nel 1884 sulla flora nivale. Egli trovò 11 specie di
coleotteri viventi sopra i 2700 in., di cui ben 10 appartengono ai Carabidi; ed elencò in
seguito 32 specie di animali inferiori abitanti sopra quel limite, delle quali 24 carnivore.
Da ciò fu indotto a enunciare la legge, che ancora va sotto il suo nome, secondo la quale
salendo sui monti le specie carnivore vanno aumentando su quelle fitofaghe, fino a pren-
1) Nell'opera « Il Ruvenzori», Voi. I, Milano 1908,’ a p. 209 si legge: «sulle cime si trovarono vermi,
neurotteri e ditteri.
10
M. BEZZI
dere il sopravvento assoluto. Ma riguardo ai ditteri egli non ha che pochi accenni generali,
che, come tutti gli altri suoi dati, vennero accolti e divulgati dallo Tschudi.
Fr. v. Tschudi pubblicò nel 1853 la sua notissima opera sulla vita animale nel mondo
alpino, opera che ebbe molte edizioni tedesche (12, fino al 1893) e numerose traduzioni
in varie lingue, tanto da divenire e rimanere tuttora la fonte principale cui attinsero gli
scrittori di generalità alpine. Ma sui ditteri ha anch’egli pochissimo, dichiarando che mentre
sotto i 7-8000’ sono numerosissimi, sopra il limite della vegetazione arborea non sale che
7I0 delle specie del piano, e che non entrano quasi affatto nella regione delle nevi. A
proposito di quest’ ultima dice con Heer (p. 704, ed. fr.) che vi si trovano 32 invertebrati,
di cui 18 insetti, 13 ragni ed 1 mollusco; e che gli insetti sono costituiti da 13 coleotteri,
3 lepidotteri. 1 psocide ed 1 icneumonide. È notevole che anch’egli, come già l’Heer,
non include fra queste cifre la famosa pulce dei ghiacciai. È necessario constatare che
quest’opera fondamentale contiene dunque due capitali errori riguardo ai ditteri: 1) che
essi mancano nella regione nivale; 2) che la legge di Heer è assolutamente vera in tutti
i casi e che perciò gli insetti delle alte regioni «lungi dal nutrirsi di sostanze vegetali,
sembrano al contrario creati per proteggere la vegetazione n. Un altro errore che è da
attribuirsi all’influenza indiretta di questa diffusissima opera, è quello abbastanza invalso
di ritenere che la fauna delle Alpi sia tutt’uno con quella della Svizzera.
11 vanto di aver accresciuto quantitativamente le nostre conoscenze sui ditteri alpini
spetta al gruppo dei tirolesi, cioè di autori austriaci che scrissero sui ditteri del Tirolo,
comprendendovi incidentalmente anche quelli del Trentino. Dal 1861 al 1894 si ebbero 8
pubblicazioni, che portano ciascuna il titolo di a Beitrag zur Dipterenfauna Tirols-n. La
prima è quella del Gredler del 18(11; vengono poi le due del Palm del 1869 e del 1871;
indi quella del Koch del 1872; poi le tre del Pokorny del 1887, del 1889 e del 1893; ed
infine quella del prof. Dalla Torre del 1894. In questi lavori sono comprese moltissime
specie trovate fra i 2000 ed i 2500 m., ed un certo numero anche raccolte fra i 2500 ed
i 3200 m. Tali dati sono di tanto più preziosi, in quanto che quelli offerti contemporanea¬
mente per le Alpi svizzere, sopratutto per l’Engadina e per i Grigioni. da Am Stein, Heyden,
.Taennicke, Becker, Huguenin e Schoch, sono in massima parte di altezze inferiori ai
2000 m., e si riferiscono quindi a specie della regione delle conifere.
Ma la «ditterologia alpina era destinata a ricevere i suoi maggiori contributi per opera
dei botanici. Già nel 1870-71, in seguito al grande impulso dato in Italia dal prof. Dclpino
agli studi sulla dicogamia nel regno vegetale, L. Ricca aveva pubblicato negli Atti di
questa Società una serie di osservazioni sulla fecondazione incrociata delle piante, fatte
sulle più alte Alpi della Valcamonica, con accenni all’ importanza che i ditteri hanno nelle
elevate regioni. È solo però nel 1881 che, comparendo a Lipsia la classica opera del
Miiller sui fiori delle Alpi, la loro fecondazione per opera degli insetti ed i loro adattamenti
relativi, possiamo vedere i ditteri fatti oggetto di sistematiche ricerche riguardo alle loro
visite fiorali, anche comparativamente a quelle effettuate dagli altri ordini. In questo pre¬
zioso libro si trova elencato un gran numero di specie di ditteri della Svizzera orientale,
dell’alta Valtellina e del Tirolo occidentale, coi limiti altimetrici superiori ed inferiori, e
coi fiori frequentati nelle diverse località. Vi si vedono annoverate ben 251 specie raccolte
sopra i 2000 m., anzi la maggior parte fra i 2300 ed i 2600 m., alcune fino a 3000 m...
sull’Umbrail. Disgraziatamente il Miiller [che doveva non molto dopo (nel 1833) perdere
la vita durante un’escursione nella regione dell’Ortles] non ha potuto spingersi più in alto
di quest’ultimo limite; ed i ditteri che osservò alle maggiori altezze, in generale non riuscì
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
11.
a prenderli. I dati da esso forniti sono notevoli non solo per la meticolosa esattezza ed
abbondanza di indicazioni, ma anche perché meritano la massima fiducia come sicura
determinazione; le sue caccie vennero infatti classificate in piccola parte dal Winnertz ed
in massima parte dal Kowarz, due ditterologi rinomati per la loro scrupolosa esattezza c
per la profonda conoscenza della ditterofauna centro-europea. La maggioranza delle specie
abbastanza numerose determinate solo genericamente, sopratutto fra gli Antomiidi, erano
nuove a giudizio del Kowarz, e devono certo corrispondere alle forme descritte più tardi
dal Pokorny, dallo Stein e da altri.
Se l’opera del Miiller è già cosi importante nel campo faunistico, il suo valore cresce
immensamente quando si consideri che essa è il primo contributo portato alla etologia
comparata della ditterofauna alpina. Le numerose tabelle statistiche offerteci dall* autore
abbondano di dati preziosi rapporto alla distribuzione verticale dei ditteri, oltre che riguardo
alle loro relazioni colle piante, e quindi indirettamente colle rispettive biosinecie. A p. 552
egli mette in evidenza come il numero dei ditteri floricoli vada aumentando coll’altezza, al
pari di quello che accade pei lepidotteri, e contrariamente a quanto si osserva nei coleot¬
teri e negli imenotteri; ritiene però falsamente che l’aumento dei ditteri (305: 324: 334)
sia di minore entità che non la diminuzione dei coleotteri (89: 59: 48); ed infatti rispetto
a questi ultimi si potrebbe osservare che la proporzione sarebbe diversa tenendo conto
delle specie terrestri non floricole, come i Carabidi, che sono prevalenti nella regione
nivale. Veramente importante è la constatazione che mentre i Bombilidi, i Conopidi ed
anche i Sirfidi vanno diminuendo coll’altezza, i Muscidi sono invece in grande aumento
(73: 154: 182): vedremo più avanti il valore capitale che è da attribuirsi a questo fatto ’i.
Nel 1889 comparve la citata memoria del prof. Silvio Calloni sulla fauna nivale, pre¬
miata colla fondazione Cagnola del Reale Istituto lombardo di Scienze e Lettere. Essa costi¬
tuisce un diligentissimo repertorio statistico e bibliografico, ma porta ben pochi nuovi
contributi, come già osservò il prof. Camerario; è tuttavia l’unico lavoro d’insieme finora
esistente, e come tale sarà sempre consultato con profitto. Per quanto riguarda i ditteri,
non essendo frutto di ricerche speciali, non ha molta importanza e potrebbe anche dar
luogo ad idee errate. Basta guardare l'elenco dei ditteri eunivali endemici offerto a p. 438-39,
per vedere quali elementi eterogenei esso contenga, e per constatare che delle 20 specie,
una sola, V Alliopsis glacialis, sia veramente nivale ma non però aborigena. Fra le 30 specie
stampate in grassetto nella prima tabella, solo due o tre al massimo sono propriamente
nivali; si direbbe che l’autore si sia più che altro lasciato influenzare dai nomi specifici
di alpinus, nivalis, glacialis , brumali s. alpi cola, rupium, alpmm , elata , ecc.
Dal 1893 al 1910 il prof. Gabriele Strobl di Admont ha pubblicato i suoi interessanti
contributi alla ditterofauna della Sti ria- In essi si trova di molto accresciuto il numero
delle specie osservate sopra i 2000 m.: ed è assai importante il fatto che l’autore tien
conto anche dei limiti inferiori delle specie, oltre che dei superiori. Per disgrazia però le
1) Non posso trattenermi dal protestare contro la
•qualifica di stupidi che il Miiller spesso attribuisce
ai Muscidi (come p. e. a p. 515 e 552), seguendo le
orme dello Sprengel (1793); essa è ingiusta ed ingiu¬
stificata, tanto più che l’autore pare giudicare dell'in¬
telligenza degli insetti unicamente secondo la lun¬
ghezza della loro proboscide. La stessa tenacia, da
lui pel primo posta in evidenza, con cui i Muscidi
salgono a conquistare le eccelse regioni, è già una
smentita contro una taccia siffatta; ed è poi da lui
medesimo contraddetta pei ditteri in generale, quando
ammette che i Sirfidi si compiaciono di ammirare i
colori dei fiori, librandosi davanti alle variopinte
corolle. Vedansi in proposito le interessanti osserva¬
zioni del prof. F. Plateau, in Meni. Soc. Zool. de
France, XIII, 1900. p. 266-285.
12
M. BEZZI
massime elevazioni esplorate dall'autore nelle Alpi stiriane e nei Tauern non superano i
2500 m.; poco egli ha perciò potuto aggiungere alla conoscenza dei ditteri essenzialmente
nivali, ma i suoi lavori si possono pur sempre considerare come i più importanti finora
comparsi nel campo della faunistica alpina.
Nel 1905 è apparso un piccolo lavoretto del ben noto ditterologo francese dott. Vil-
leneuve, e benché esso si riferisca a località di modesta elevazione (2100 m.) è però da
tenere in gran conto perchè costituisce il primo e finora unico lavoro sulla ditterofauna
delle Alpi occidentali.
Ma è solo nel 1910 che. colla pubblicazione della già ricordata memoria del dott. Bàbler,
anche i ditteri sono fatti oggetto, benché incidentalmente, di un trattamento corrispondente
agli indirizzi moderni deirindagine biocenotica. Le specie osservate non sono moltissime
ma esse costituiscono un sicuro e tipico contributo alla ditterofauna nivale. Il merito
principale del lavoro è di indole generale, ed è quello di aver determinato e classificato
per la prima volta le biosinecie e le biocenosi nella fauna terrestre degli invertebrati nivali.
1 lavori ed i gruppi di lavori sopracitati rappresentano ì contributi di maggiore entità;
moltissimi altri dati si trovano sparsi nelle opere e negli opuscoli di Rondani, Schiner,
Mik, Brauer e Bergenstamm, Bergroth, Becker, Alfr. Corti, Thomas, Falcoz, Hendel, Houard,
Monti, Oldenberg, Jaennicke, Riedel. Pokorny. Steinmann. Villeneuve, Stein, Schnabl,
Zschokke, Thienemann, e dello scrivente.
E facile però constatare che si tratta quasi esclusivamente di lavori faunistici o specio-
grafici di vecchio stile; solo quelli del Miiller e del Bàbler e gli altri dei limnologi, sono
condotti con intenti etologici e biogeografici; rimane ancora da fare tutto lo studio delle
larve e delle metamorfosi, che non si conoscono per nessuna delle specie eunivali, e che
devono riserbare delle sorprese molto interessanti.
2. Preminenza dei ditteri nell’entomofauna nivale.
Dalle copiose osservazioni contenute nei lavori di cui sopra, risulta che un numero
abbastanza grande di ditteri abita le alte regioni delle Alpi; e fra di essi parecchi si
debbono considerare di certo come tipicamente nivali. Ci occuperemo più avanti del cen¬
simento delle specie; per ora ci interessa stabilire quale posto sia da attribuirsi ai ditteri
nell’entomofauna nivale.
Diremo subito che la gran maggioranza degli insetti rifugge dal salire molto in alto
sulle montagne; si può dire che gli ordini in cui si riscontra questa tendenza si riducono
a quelli dei coleotteri, dei lepidotteri, degli imenotteri e dei ditteri. per tacere dei collem-
boli che si sono specializzati alla vita sui campi di neve e sui ghiacciai.
Heer stabilì già fin dal 1839-45 che l’ordine dominante nella fauna nivale è quello dei
coleotteri; sulle 18 specie di insetti da lui osservate, ben 13 appartenevano ai coleotteri,
e 10 fra queste alla sola famiglia dei Carabidi. Per lunghi anni questo enunciato fu accolto
come un assioma, ed ancora in tempi recentissimi lo vediamo ripetuto. Anche il prof. Heller
nella sua memoria del 1881 sulla distribuzione degli animali nelle alte montagne tirolesi,
ammette la preponderanza dei coleotteri, dei quali ebbe ad elencarne di veri alpini ben
272 specie, contro 271 di lepidotteri.
Ma appunto nel 1881, colla comparsa del già citato libro del Miiller sui fiori alpini,
le idee dell’Heer vennero a compromettersi gravemente. Colle sue diligentissime statistiche
il Miiller dimostrò di avere in 6 successive estati (dal 1874 al 1879) raccolto sui fiori delle-
STUDI SULLA DITTEROF AUN A NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
13
Alpi, 88 specie di imenotteri, 210 di ditteri e 1-18 di lepidotteri, e di avere osservato pei
primi 519 visile florali, 930 pei secondi e 1190 per gli ultimi. 11 numero dei coleotteri c
delle loro visite è molto minore rispetto a quelle degli altri 3 ordini surriferiti; perciò egli
fu condotto ad ammettere che il gruppo preponderante è quello dei lepidotteri. Tale sua
affermazione fu accolta subito dai botanici, e venne mantenuta in vigore specialmente per
opera degli studiosi della biologia florale. E facile però vedere come essa si presta alla
critica; in primo luogo perchè è basata solo sul numero delle visite ai fiori alpini; ed in
secondo luogo perchè si fonda essenzialmente su osservazioni fatte nella regione alpina e
solo in minima parte in quella propriamente nivale. I lepidotteri salgono molto in alto e
certi loro generi, come quello delle Erebia, contano specie decisamente eunivali ; ma nella
regione eterea sono piuttosto rari e sporadici; i loro bruchi, vivendo per lo più sulle
parti esterne dei vegetali, mal si prestano a sopportare i rigori delle alte regioni. Perciò
anche le farfalle che volano nei circhi terminali delle valli e presso le vette eccelse, si
possono meglio vedere più in basso. Nelle Alpi marittime, Turati e Verity ’) hanno rac¬
colto comodamente in uno spazio non più lungo di 1 km., alle Terme di Valdieri (1375 m.),
tutte le specie racimolate con fatica nelle circostanti elevazioni, sopra i 2000 e sopra i
2500 m.
Dalle tabelle del prof. Galloni si rileva che sopra i 2500 m. vivono nelle Alpi 35 ime¬
notteri, 182 ditteri, 236 coleotteri e 246 lepidotteri, e che le forme eunivali endemiche sono
rispettivamente pei primi 11, pei secondi 20. pei terzi 54 e per gli ultimi 56. Si vede che
queste cifre confermano le idee unilaterali del Mùller, forse anche perchè le tabelle sono
largamente basate sui dati forniti da questo osservatore. E ad ogni modo anche questa
una prova che le specie elencate dal prof. Calloni come appartenenti alla fauna nivale, lo
sono solo in piccola minoranza.
Quale sia T órdine di insetti in realtà dominante nella fauna nivale risulta infatti dalle
osservazioni spregiudicate del dott. Bàbler, che non fu tratto in errore da metodi unila¬
terali di ricerca, come i coleottcrologi Heer ed Heller, cu come il botanico Mùller. Esso
applicò sistematicamente l’indagine biocenotica e gli risultarono pei distretti esplorati
(fra 2500 e 4275 m.) 22 specie di lepidotteri, 26 di coleotteri e 41 di ditteri; quasi niente
imenotteri e 5 specie di collemboli. Ossia il Bàbler trovò che i ditteri costituiscono da soli
quasi la metà (44°/0) in numero di specie dell’ entomofauna nivale; e che in numero di
individui sono di gran lunga più abbondanti di tutti gli altri ordini. Ciò collima perfetta¬
mente colle mie osservazioni, secondo le quali fra i 2700 ed i 3400 m. si ha sulle nostre
Alpi un buon numero di ditteri in un numero incredibile di individui.
I ditteri costituiscono dunque il gruppo di insetti dominante nelle alte regioni: dopo
di loro vengono i coleotteri, che sono in maggioranza terricoli, impossibilitati di volare,
e perciò non antofiii; il terzo posto è tenuto dai lepidotteri, che è più facile di vedere sui
fiori. Gli imenotteri sono scarsi e vengono in ultima linea 2); solo i Bombus e gli Psi-
thyrus salgono molto, senza però divenire nivali.
*) Turati E. e Verity R. Faunula Valderiensis nel-
l’ alta Valle del Gesso (Alpi Marittime). Bull. Soc.
ent. ital. , XL1I (1910; 1911, p. 170-281 e XLIII (1911)
19 1 2, p. 168-233, 1 tav.
2) M, Ernould et A Lesent. Botanistes au Mont
Rose. Atti dei Labor. scient. «A. Mosso» sul M. Rosa
III, 1912, p. 207-215. A p. 213 dicono che la fauna,
presso i 3000 m., é piuttosto povera; ed aggiungono
«Corame Insectes : des Diptères, dont les larves se
developpent rapidemet... ; pas d' Hymenoptères dont
les moeurs sont trop compliqués et dont le developpe-
ment est trop lent pour un été si court». A parte
l’inesattezza sullo sviluppo delle larve, la constatazione-
delia preminenza dei ditteri non potrebbe essere più
recisa.
14
M. BEZZI
È dunque interessante constatare che sulle Alpi si spingono in alto solo gli ordini di
insetti più specializzati e di origine geologica più recente, coll' accompagnamento di alcune
infime forme di apterigoti. E coH'aumentare dell'altezza 1" entomofauna si semplifica, ridu¬
cendosi ai coleotteri ed ai ditteri. con qualche collembolo. Tale fatto è parallelo a quello
che si verifica nei vegetali; anche la flora si va semplificando coll’altezza e si stabilisce
nelle eccelse regioni unicamente con dicotiledoni perenni entomofile, fra un corteo di
» muschi e di licheni.
3. Limiti della regione nivale.
Questa è evidentemente la prima questione che si impone; e benché a tutta prima
sembri facilmente definibile, riferendosi a confini di natura fisica, pure si presta a svariate
soluzioni e discussioni.
Già fin dal 1836 Hcer ha proposto di distinguere, dal punto di vista faunistico, quel
tratto delle Alpi che si eleva sopra il confine della vegetazione arborea in 3 regioni, che
chiama r. alpina, r. subnivale e r. nivale. Esse furono mantenute cogli stessi nomi dal
prof. Heller, che nel 1881 ne stabili i confini come segue:
regione alpina da 1700 a 2300 m.:
„ subnivale da 2300 a 2700 in.;
n nivale da 2700 a 390,0 m..
essendo l’ Ortles coi suoi 3905 m. il punto culminante del paese considerato. Anche lo
Tschudi pone il limite inferiore della regione nivale a 7000’. dividendo quest’ ultima in
regione inferiore delle nevi fino a 8500-9000’ ed in regione superiore. Il Galloni ha modi¬
ficato alquanto queste suddivisioni, schematizzandole come segue:
regione alpina o delle praterie da 2000 a 2500 m.:
n subnivale o dei ghiacci da 2500 a 2800 m-. ;
» nivale o dei nevati e delle nevi eccelse da 2800 a 4810 m..
Si vede dunque che tali delimitazioni proposte dagli zoologi differiscono poco dalle solite regioni
desunte dai vistosi mutamenti che la vegetazione subisce coll’altezza, e che furono quindi particolar¬
mente stabilite dai botanici. Fra questi lo Schimper nella sua Geografia botanica del 1898 semplificò
assai la divisione, istituendo in tutto 3 sole regioni che chiama: r. basale, con vegetazione igro¬
fita e termofila, simile a quella dei luoghi umidi delle circostanti pianure; r. montana, con vege¬
tazione igrofila ma meno termofila, paragonabile a quella delle pianure di zone più settentrio¬
nali; r. alpina con vegetazione adattata al particolare clima delle altitudini, e quindi senza
analoga nella pianura. Anche Fiori e Paoletti per la fiora italiana delle terre emerse mantengono
solo tre regioni: r. mediterranea, da 0 a 100-975 m.; r. montana, da iOO-975 a 1600-2100 m. ; r.
alpina o scoperta, da quest’ultimo limite in su.
Ma la maggior parte dei botanici amarono meglio moltiplicare le regioni, e distinguerne una
nivale. Così i fratelli Perini già fin dal .1845 *) ne stabilirono 6, coi seguenti nomi e limiti:
1) Perini Ag. e Carlo. Osservazioni sulle zone di il nome di «regioni»: tuttavia, alcuni moderni (sopra¬
vegetazione nel Trentino. Giorn. agrario, VII, 1846, tutto francesi, p. e. Flahault 1901, Alluaud 1908 e 1917,
p. 122-124. Essi usano il nome di «zone» che però Jeannel 1912, ecc.) consigliano e seguono T uso con-
da Humboldt in poi si adopera meglio per le divi- trario.
.sioni in latitudine, riserbando per quelle in altezza
STUDÌ SULLA DITTERO FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
15
r. collina, tino a 480 m. ; r. montana, fino a 1000 m.; r. subalpina, fino a 1500 m. ; r. alpina,
fino a 2000 m.; r. subnivosa, fino a 2300 m.; r. glaciale, da 2300 m. in su. Analogamente il Kernel'
per le Alpi austriache distinse 5 regioni, che chiamò dei boschi inferiore, media e superiore ed
alpina inferiore e superiore.
Ricorderemo per esteso la suddivisione che il prof. Schroeter ha adottato nella sua magni¬
fica opera del 1908 sulla «Vita delle piante alpine n, desumendola da quella proposta già fin nel
1879 dal Christ per la vegetazione della Svizzera.
1. Regione delle culture o collina, fino al limite superiore della vite.
2. R. dei boschi decidui o montana, dal limite s. della vite a quello s. del faggio.
3. R. delle conifere o subalpina, dal limite s. del faggio a quello s. della vegetazione
arborea.
4. R. senza alberi od alpina, dal limite s. della vegetazione arborea fin dove si trova uno
spazio libero di neve, ossia fino agli estremi limiti. Quest’ultima, che è quella che ci interessa,
viene poi suddivisa in
a. r. alpina propriamente detta od inferiore, dal limite s. degli alberi a quello s. delle
formazioni chiuse, ossia fino al limite orografico delle nevi ; ed in
b. r. nivale, dal limite climatico delle nevi in su. Fra l’una e l’altra distingue anche una
r. subnivale, che è quella delle macchie di neve perennanti e delle zolle isolate o pioniere, coin¬
cidente colla cintura posta fra il limite orografico ed il limite climatico delle nevi (Ratzel).
La r. alpina propriamente detta viene suddivisa ancora in due :
a. r. dei cespugli, che dal limite superiore degli alberi va fino al limite s. del mugo e
dell’ontano alpino ; e
/fi r. dei prati, dal limite predetto a quello s. delle formazioni prative chiuse.
Tutte queste regioni non vengono definite con delle cifre di altitudine, perchè i limiti siqie-
riori ed inferiori variano molto per la stessa specie vegetale da un luogo all’altro, e possono
superare perfino i 500 m. in differenza.
Si capisce dunque che anche pel nostro speciale assunto, è impossibile segnare con
precisione a quale altezza si passa dalla regione alpina a quella nivale; in pratica è tuttavia
indispensabile stabilire un limite inferiore della regione, determinato in metri di altitudine,
non foss’altro per raccogliere e coordinare i dati sinora pubblicati.
Tale limite non può essere che quello inferiore delle nevi perpetue, poiché esso solo
separa i distretti più o meno liberi dalle nevi da quelli che ne sono in preponderanza od
in permanenza coperti; distretti che offrono quindi condizioni di vita tanto diverse, da
determinare negli animali che li abitano quegli adattamenti ohe contraddistinguono la
fauna propriamente nivale. Basterebbe dunque prendere il limite delle nevi, come è segnato
nelle Alpi dai trattati di geografia fisica, per aver risolto la questione; ma all’esame dei
fatti si trova che questo semplicismo non regge. Si può invero constatare che tale limite
non solo è differente sui due versanti del sistema alpino, ma varia ancora notevolmente
per lo stesso gruppo, e perfino per la stessa montagna, secondo l’esposizione, la pendenza,
la natura del suolo, ecc. Inoltre esso varia nelle diverse porzioni del sistema, seguendo la
legge del Marinelli secondo la quale i limiti altimetrici fìsici e biologici nelle Alpi sono in
generale più elevati nelle regioni centrali, più alte, che in quelle periferiche, più basse.
Esso varia ancora da anno ad anno secondo le condizioni speciali di temperatura e di
precipitazione; e presenta pure altre più ampie oscillazioni, corrispondentemente ad altre
maggiori periodicità.
Ne consegue che è impossibile fissare il limite delle nevi in una determinata isoipsa;
e si vede che quelli proposti diversificano di quantità notevoli. Il così detto limite climatico,
16
M. BEZZI
pel quale si tiene conto solo della diminuzione di temperatura e della caduta delle nevi,
si sposta troppo in alto riguardo ai fenomeni biologici; esso si aggira intorno ai 3000 m.,
e nel gruppo del Monte Rosa si trova perfino, secondo Iegerlehner. a 3260 m. Il limite
orografico, che prende in considerazione anche la pendenza e l’esposizione, scende spesso
troppo in basso, fino a 2600 ed a 2500 m.
Dobbiamo ritenere perciò che il limite delle nevi è dato in realtà da una linea spezzata
che si sposta continuamente: ed il dott. Bdbler giunge alla conclusione che esso deve venir
determinato volta per volta in ogni gruppo esplorato, e può valere solo per la durata
dell’osservazione.
Ma trasportandoci dal campo fisico in quello biologico, è necessario riconoscere che
la questione può avere un’altra soluzione. Se la fauna nivale comprende gli animali che si
sono adattati alle peculiari condizioni di vita dell’ambiente nivale, tutti i suoi membri
dovranno evidentemente presentare quegli adattamenti tipici che ne sono la conseguenza
e che possono valere a farli riconoscere. Questi adattamenti esistono di fatto: e quindi per
stabilire i limiti della regione nivale noi ci possiamo riferire ai caratteri degli animali che
la abitano, più che non ai fenomeni fisici che la determinano. Infatti si è ripetutamente
osservato che adottando i termini fisici fissi, si ha l’inconveniente di imbattersi sotto- di essi in
animali che pei loro caratteri son da considerarsi nivali tipici, mentre sopra se ne trovano
altri che evidentemente non lo sono. Riconosciuti gli animali nivali gruppo per gruppo,
noi potremo in conseguenza dichiarare regione nivale quella in cui essi si trovano perma¬
nentemente in prevalenza. Cosi anche evitiamo di distribuire gli animali in rapporto ad
elementi a loro estranei, ed ottemperiamo nel tempo stesso allo scopo primo della storia
naturale, che è quello di classificare gli oggetti in esame secondo i loro propri caratteri.
Per quanto riguarda i ditteri dobbiamo pure tener conto del fatto che si tratta di
animali cui il volo consente facilità e rapidità di trasporto, più che non in altri insetti.
Quindi i limiti divengono ancor più incerti e diffìcili da stabilire: poiché molte specie delle
terre più basse giungono di regola e costantemente nelle plaghe elevate, senza che vi si
sviluppino come larve e quindi senza realmente appartenere alla regione nivale.
In seguito alle mie osservazioni, ho potuto pei ditteri stabilire un semplice principio
per riconoscere il dominio della fauna nivale. Già il Miiller. come abbiamo detto più
addietro, aveva ricavato dai suoi dati statistici il fatto che i Museali (in senso largo),
vanno aumentando in relativa frequenza coll’altez/a. Se fra i Museali stessi noi scegliamo
la famiglia degli Antomiidi (nel senso del Girscbner). possiamo constatare che essa costi¬
tuisce il gruppo dominante nelle eccelse regioni, sia per numero di specie che per numero
di individui: quanto più ci portiamo in alto, tanto più la sua predominanza va crescendo,
finché si arriva al momento che essa sola o quasi forma la ditterofauna.
Così ad esempio vediamo che nell’elenco dei ditteri raccolti al colle del Lautaret
(2075 m.) dal dott. Villeneuve, gli Antomiidi formano solo il 32 °/0 delle specie enumerate.
Nelle 251 specie di ditteri alpini raccolti dal Miiller fra i 2060 ed i 2600 m.. gli Antomiidi
contano solo il 25 °/0, e sono in totale solo 64 contro 78 Sirfidi. Nelle tabelle del Calloni
troviamo che gli Antomiidi sono solo il 18 °/0 . e stanno in numero di 34 contro 58 Sirfidi.
Queste basse percentuali dimostrano che tutte quelle raccolte furori fatte fuori della regione
nivale, e nei riguardi del libro del Calloni danno un’ altra prova che i ditteri elencativi
sono solo in minima parte nivali.
Delle 49 specie che il Bàbler enumera nella sua memoria, la maggior parte sono visita¬
tici o passive; ma fra le 18 che si possono considerare come nivali, ben 10. ossia il 55 ° 0,
STUDI SULLA DITTEROFAUNA Ni VALE DELLE ALPI ITALIANE
17
appartengono agli Antomiidi. Dagli elenchi che io dò più avanti per la regione del Bernina
si trova che gli Antomiidi sono circa il 5 6°/0, c per quella delle Alpi Graje sono il 55 °/0.
delle specie osservate. Questa alta percentuale indica che siamo già oltre i 2700 m. di
altezza, come è in realtà. Per le due regioni di cui sopra io ho tenuto conto anche del
numero degli individui, il quale é ancora più imponente, perchè nel primo caso è r81°/0
e nel secondo r84°/0 di tutta la raccolta.
A questo fatto capitale dò il nome di indice degli Antomiidi , e lo enuncio dicendo
che nella regione nivale delle Alpi il numero delle specie di Antomiidi deve essere immen¬
samente superiore a quello di ogni altra singola famiglia, e deve almeno superare d 50°/0
nel complesso di tutte le specie; il numero degli individui deve poi essere largamente
superiore al 75 °/0 sulla somma totale delle raccolte. In altre parole una data ditterofauna
potrà dirsi nivale, quando più della inetà delle sue specie e più dei tre quarti degli
individui appartengono agli Antomiidi.
Alcune forme di Antomiidi si possono poi considerare come specie indici, in quanto
che la loro regolare ed abbondante presenza attesta senz’altro che ci troviano nel dominio
della fauna nivale. Sono in questo caso VAlliopsis glacialis, parecchie ChortopJiila come
alpigena e piliventris, le 3 Acroptena, il Rhynchopsilops villosa , ecc.
Naturalmente non è possibile in base a questo indice stabilire un limite altimetrico
fìsso, e tanto meno attribuirgli un valore assoluto; tuttavia risulta dalle mie osservazioni,
che si estendono ai versanti italiani delle Alpi orientali, centrali ed occidentali, che il
limite medio inferiore della regione nivale è ovunque da collocarsi intorno ai 2700 m.
di altezza.
Si vede dunque che il limite determinato per mezzo dell'indice degli Antomiidi coin¬
cide aH'incirca con quello orografico delle nevi perpetue, che segna pure l’inizio delle flore
subnivali e nivali. Ivi infatti terminano le più magre formazioni prative, che si vanno
scindendo in zolle isolate, sparse fra le rupi i macereti ed i nevati. Ivi macchie di neve più
o meno estese si attardano a lungo, e rimangono anche qua e là a perennare. Ivi pure
nel tempo più buono quasi ogni notte gola, e cadono spesso brevi nevicate, che il sole
per poco discioglie. Ivi il tempo utilizzabile per la vita immaginale dei ditteri è già ridotto
a non più di 60-75 giorni all’anno, dalla metà di Luglio alla fine di Settembre, nei casi
più favorevoli, e si abbrevia sempre più quanto più si sale.
Nessuna meraviglia dunque se ivi la ditterofauna si riduce a quegli elementi che si
sono adattati a cosi particolari condizioni di esistenza, e che quindi ne portano impressi
sopra di se in modo patente gli indizii. Nè vi è da stupire che tali elementi siano dati
in preponderanza dagli Antomiidi, di cui si conosce già la resistenza ai rigori del clima
e la frequenza delle comparse invernali. Il Fritsch nelle sue importanti osservazioni feno¬
logiche ha appunto una tabella (p. 87) da cui risulta che gli Antomiidi prevalgono assolu¬
tamente fra le specie che in basso compaiono nei mesi di Novembre, Dicembre, Gennaio,
Febbraio.
4. Fattori influenzanti ed adattamenti relativi.
Si tratta ora di prendere in esame i fattori che dominano nell’ambiente nivale, per
vedere quali adattamenti essi determinano nel mondo dei ditteri che lo abitano. Lo studio
di simili influenze e dei loro effetti sulle piante fu molto approfondito dai botanici, che
insanirono al proposito anche delle ricerche sperimentali. Gli zoologi non fecero molto
3
18
M. BEZZI
nei riguardi della fauna terrestre, mentre numerose osservazioni furono condotte su quella
acquatica per opera dei limnologi. Il prof. Camerano nelle sue « Note di biologia alpina »
ed in altri lavori pose in evidenza l’azione modificante che diversi fattori alpini hanno
sugli anfibii.
Pel nostro assunto speciale possiamo dividere questi fattori in due categorie, che com¬
prendono la prima quelli fisici e la seconda quelli biologici; questa distinzione sembra
tanto più consigliabile, in quanto che l’ambiente nivale è distinto da una netta preponde¬
ranza dei primi sui secondi.
A. Fattori fisici.
a. Altezza sul livello del mare.
Questo è il fattore dominante, in quanto che colUaumentare di esso, non solo dimi¬
nuisce la temperatura, ma variano pure tutte le altre condizioni fisiche principali, come la
pressione atmosferica, lo stato igroscopico dell’aria, il suo stato elettrico, la sua trasparenza,,
la durata della neve, ecc.. condizioni che gravano con tutta la loro influenza sui viventi.
Quindi in esso sono compendiati i principali elementi del clima alpino, e perciò gli effetti
che da esso derivano si trovano ricordati nel trattamento particolare di ciascuno di questi.
Ad esso ci riferiamo colla determinazione delle regioni di cui si è parlato, e collo stabilire
i limiti altimetrici superiori ed inferiori delle specie.
Nella citata opera dello Schroeter si trova la seguente tabella (p. 59), da cui risulta
che per ogni 100 m. di elevazione
la media annua dell’aria diminuisce di 0,58° C.
» » estiva » » » 0,73° 0.
» » invernale » » » 0,45° C.
lo scioglimento delle nevi ritarda di 7, 6 giorni
la caduta delle nevi anticipa di 3, 8 »
la durata del tempo in cui il suolo è scoperto si accorcia di 11. 5 »
b. Temperatura.
Una delle più caratteristiche peculiarità del clima nivale è data dalle eccessive varia¬
zioni della temperatura entro brevi periodi di tempo, non meno che dalla grande irrego¬
larità della sua distribuzione entro limiti ristretti di spazio. Per organismi quali sono i
ditteri nivali, ì quali presentano una brevissima vita aerea allo stato adulto, in contrap¬
posizione alla relativamente lunga esistenza sotterranea allo stato larvale, le differenze di
temperatura in rapporto alle stagioni poco o nulla contano. Ne consegue che le variazioni
di temperatura hanno maggior influenza sugli adulti, che non sulle larve. Queste vivono
infatti fra le zolle, o nel terriccio delle fessure, o sotto alle pietre, più o meno bene ripa¬
rate dagli sbalzi di temperatura; e nel lunghissimo tempo in cui le loro dimore rimangono
coperte dalle nevi, si trovano difese dal freddo ed in condizioni di vita abbastanza buone
se non migliori di quelle estive. Tanto più che per il noto fenomeno dell’ inversione delle
medie invernali in montagna, le temperature del fondo valle sono più basse di quelle delle
regioni elevate.
Le cose vanno molto diversamente per gli adulti, che compaiono solo nella stagione
estiva, subito dopo che le nevi se ne sono andate. Allora, nelle lunghe e luminose giornate,
il sole riscalda fortemente il suolo alpino; si è anzi constatato che questo riscaldamento,
STUDÌ SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
19
a parità di superficie, è maggiore in montagna che non in pianura, e va crescendo coll’al¬
tezza. In conseguenza il suolo resta molto più caldo dell’aria nelle ore in cui il sole è
alto. Da ciò deriva il fatto, davvero inatteso per creature aeree quali sono i ditteri. che essi
stanno più volentieri posati per terra, anziché sollevati a volo per l’aria. Nelle ore notturne
la irradiazione è molto forte; onde anche il suolo rapidamente si raffredda e perfino si
congela. Contro queste eccessive variazioni di temperatura il dittero nivale è difeso dai
tegumenti levigati e lucenti, coperti di densa villosità e di morbida lanuggine; e dall’abi¬
tudine di raccogliersi in adatti nascondigli, sopratutto fra le pietre e le fessure delle rocce,
che più a lungo si mantengono calde dopo la scomparsa del sole.
Quanto alla irregolarità della distribuzione della temperatura in località contigue, essa
è in diretta dipendenza dei due fattori immediatamente seguenti.
c. Pendenza.
Rispetto alla temperatura, pei* effetto del presente fattore, le aree inclinate poste
accanto a quelle in piano, sono più riscaldate; e tanto più, quanto più si avvicinano alla
condizione di ricevere perpendicolarmente i raggi solari. Perciò nella distinzione delle
biosinecie bisogna tenerne conto.
Inoltre la pendenza si esplica anche come determinante di movimento. Le frane, gli
scoscendimenti, le valanghe, il moto dei ghiacciai e quello dipendente delle morene, possono
influenzare grandemente le condizioni locali di vita delle larve dei ditteri, come organismi
terricoli. Rispetto alle acque, essa ha importanza come determinante di rapido scorrimento,
condizione indispensabile per 1’ esistenza delle larve dei Melusinidi e di certi Tendipedidi,
che si trovano frequentemente nei ruscelli uscenti dai ghiacciai nelle parti più basse della
regione nivale. I Blefaroceridi si trovano nello stesso caso, ma finora non se ne conoscono
di nivali: cosi anche i Taumaleidi, come principali componenti di quella fauna, che il
Thienemann ha chiamato igropetrica. In rapporto colla pendenza sta anche la formazione
delle cascate grandi e piccole, presso le quali abbondano, anche nel dominio nivale, varie
specie di Atalanta s. I.
d. Esposizione.
Ma nella capricciosa distribuzione della temperatura in montagna ha speciale impor¬
tanza questo fattore. Per effetto di esso, due località di uguale altezza e di uguale pendenza,
poste vicinissime, possono trovarsi in condizioni di riscaldamento enormemente diverse.
Fra esposizioni soleggiate ed esposizioni all’ombra si sono constatate differenze di 30°, 40°
e più; tra i due versanti opposti dello stesso monte, o fra le due pendici fronteggianti
della medesima valle, vi può quindi essere una diversità di clima corrispondente a quella
che si riscontra per effetto di un divario di 30 o di 35 gradi di latitudine. Ne consegue
che il limite delle nevi varia molto secondo l’esposizione, e tutto il regime dei ditteri nivali
si sposta con esso. Nelle biosinecie bisogna dunque indicare sempre anche l’esposizione.
Nelle terrazze sospese a grande altezza, in condizioni favorevoli di esposizione rispetto
al sole ed anche al riparo del vento, si possono avere, durante le lunghe ore dei chiari
giorni estivi, temperature incredibilmente elevate; onde non è da meravigliarsi se a 3500,
a 4000, a 4500 m. vi si trovano ancora dei ditteri, le cui larve possono svilupparsi in quel
poco di terriccio che consente la presenza di qualche magra zolla.
20
M. BEZZI
e. Insolazione.
In rapporto colla pendenza e coll’ esposizione, colla prevalente serenità del cielo e
colla purezza dell’atmosfera, è questo importante fattore, di cui abbiamo già indicata l' in¬
fluenza sul riscaldamento del suolo. Già il Fritsch ha osservato (p. Ili) pei ditte ri di
montagna, che, nei più rigidi giorni invernali ad aria chiara e tranquilla, 1’ insolazione è
verso mezzogiorno cosi intensa, da far uscire molti insetti dai ripari dove giaciono nel
letargo invernale, allo stesso modo con cui nella pianura si determina più tardi il risveglio
primaverile; ed a questo proposito osserva che una cresta diretta da E ad W determina
in tal momento la divisione di due climi, che differiscono fra loro quanto l’inverno e la
primavera nella vicina pianura.
Ma nella regione nivale noi dobbiamo tener conto, nei riguardi dell’insolazione, anche
della maggior intensità della luce e della maggior quantità relativa di raggi ultravioletti ;
tale eccesso di illuminazione è accresciuto anche dal riverbero delle pareti rocciose e delle
nevi e dei ghiacci circostanti. È da attribuirsi a tale condizione speciale uno dei fenomeni
più caratteristici del mondo alpino, che si osserva egregiamente anche nei ditteri nivali.
Già f Heer nel suo lavoro del 183t> ha posto in evidenza l'azione del clima alpino
sulla colorazione degli insetti, stabilendo che col crescere dell’ altezza vanno aumentando
le tinte oscure, fino a giungere all’ assoluta preponderanza di quelle nere. Egli attribuiva
tal fatto alla vita sotterranea dei coleotteri presso cui l'aveva osservato: ma giustamente
il prof. Heller obbiettò nel 1881 che ciò non può essere, perchè appunto tal genere di
vita fuori dell’azione della luce, porta piuttosto ad una decolorazione- e ad una depigmen¬
tazione, come si osserva nei cavernicoli, ecc. Possiamo aggiungere che i ditteri, la cui
vita allo stato adulto è certo l’opposto di quella sotterranea, presentano in sommo grado
tale fenomeno, ohe è detto del melanismo. Molti ditteri nivali differiscono dalle corrispon¬
denti forme montane ed alpine pel loro melanocroismo; ciò si osserva sopratutto negli
Antomiidi, come Chortophila grisella alpina, Chort. aestiva alpina. Myiospila medita-
bunda alpina, ecc. Perfino i profani, vedendo raccolte di ditteri nivali, restano colpiti dal
color nero prevalente nella gran maggioranza delle specie.
Tale eccessiva pigmentazione è senza dubbio una conseguenza dell’ intensa illumina¬
zione e può trovar riscontro nella maggior ricchezza di cloroplastidi che per la medesima
causa si osserva nelle foglie delle piante nivali. Essa contrasta vivamente col color bianco
protettivo che è cosi diffuso fra i vertebrati autotermi alpini; ma si trova negli eterotermi,
ai quali, come agli artropodi, riesce di utilità attuale favorendo l’assorbimento delle radia¬
zioni calorifiche.
Non mancano però anche fra i ditteri nivali i colori protettivi; così le femmine di
moltissimi Antomiidi, i cui maschi sono più o meno melanocroitici, presentano colori
grigiastri od azzurrognoli, perfettamente armonizzanti colle tinte delle rocce o delle pietre
su cui amano posare.
f. Vento.
Si sa che la velocità media del vento va aumentando coll’altezza ; nelle elevate regioni
esso soffia con estrema violenza e spesso ininterrottamente per lungo tempo. Il suo effetto
si fa sentire solo sugli adulti, ed è tanto più notevole in quanto che si tratta di insetti
volatori. Nei luoghi battuti dal vento, anche durante le ore di maggior insolazione, i
ditteri rimangono nascosti nei loro rifugi; li vediamo uscire solo là dove, per qualche
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
21
riparo, l'aria è relativamente tranquilla. Così mentre su di un collo sferzato dalle raffiche
quasi non se ne possono vedere, subito sotto, sul versante opposto all’impeto delle correnti,
se ne trovano in quantità.
A difesa contro l’azione del vento il dittero nivale ha forti piedi e robuste unghiette-
terminali, con cui si aggrappa ai sostegni, o può fermarsi se asportato. Ha poi uno speciale-
anemotropismo, per effetto del quale si rivolge sempre col capo contro la direzione del
soffio, tenendo perciò le ali incrociate in senso opposto, ed impedendo così che vengano-
sollevate ed offrano maggior presa all’urto della corrente.
Una semplice esperienza può servir di riprova a tali fatti. Se si solleva con cautela
una pietra su cui posi un Antomiide nivale e poi si soffia sopra il dittero con violenza,,
lo si vedrà rimanere aggrappato con grande tenacia; e rinnovando il soffio da varie dire¬
zioni, lo si vedrà contro di queste rivolgersi col capo; e solo quando si soffia verso
l’addome, sollevando le ali, riescirà facile lo spazzarlo via. Se si ripete l’esperienza con
un Antomiide delle bassure, si potrà constatare che in esso tali proprietà sono presenti in
grado di molto minore.
Le specie abitanti sulle vette, sulle terrazze delle ripide pareti, nelle isole glaciali,
nei pressi dei vasti nevati o sulle rive dei laghetti alpini, possono trovare nel vento una
grande causa di distruzione; venendo proiettati nello spazio, o sui ghiacci, sulle nevi o
nelle gelide acque. Si potrebbe credere che tale fatto dovesse portare ad un diffuso atte-
rismo, come avviene in altri ambienti, p. e. nelle isole antartiche '). Ma finora si sono
trovati nelle Alpi pochissimi casi di ditteri atteri nivali o subnivali, che si possono ridurre
alla Chioma alpina (che è più propria però della regione subalpina), all’ Aptanogyna rin¬
venuta dal dott. Bàbler ed all’ Al f redia acrobata, recentemente scoperta dal prof. Al¬
fredo Corti. Se ne può dedurre che pei ditteri nivali il vantaggio che le ali danno-
deve esser maggiore del detrimento che possono arrecare. A spiegazione si può addurre-
l'indispensabilità del volo nella ricerca del nutrimento sui fiori e per la deposizione
delle uova, essendo le poche zolle molto sparse e distanti. Ed inoltre la necessità di sal¬
varsi dai numerosissimi ragni che tendono continue insidie ai ditteri nei luoghi dove si.
riparano.
L’importanza del vento è poi grande anche come fattore di trasporto e di dispersione,,
tanto più che le alte regioni sono percorse da periodici e forti venti di valle e di monte.
Le correnti aeree travolgono, salendo dal basso, torme di ditteri, che in maggioranza
vanno a trovare la morte sui campi di neve. Su questi si nota frequentemente una dittero-
fauna morta, che è diversa da quella viva circostante e sempre più ricca e più varia. Ma
talora alcune di queste vittime predestinate possono sfuggire alla loro sorte crudele, e
riuscire a stabilirsi in località isolate, generando delle colonie permanenti ed assumendo
particolari caratteri di adattamento al clima nivale. Analogamente specie nivali possono
venir trascinate in regioni più basse e stabilirvisi in colonie più o meno permanenti e
prosperanti.
U In seguito alle antiche osservazioni di Heer,
riguardanti i coleotteri, .si credette a lungo che questo
supposto atterismo fosse uno dei caratteri peculiari
deli’entomofauna alpina. Questa errata affermazione é
ancor oggi ripetuta dai trattatisti; cosi p. e. nell'o¬
pera del Francé p. 344, leggiamo : « Eine merkwiir-
dige Eigenheit der alpinen Insekten, wclche das Ho-
chgebirge mit gewissen, von vielen Stiirmen heimge
fuchten Inseln teilt, ist ihre Fliigellosigkeit ».
22
M. BEZZI
g. Umidità.
I monti agiscono come grandi condensatori dell’ umidità atmosferica ; ma mentre la
quantità delle precipitazioni va aumentando coll’altezza fino a circa 2000 m., oltre questo
limite si trova che essa va diminuendo; anche la caduta delle nevi raggiunge il suo
massimo intorno ai 2000 m. e poi diminuise. D' altra parte è noto che 1' umidità assoluta
va pure diminuendo rapidamente coll’elevazione. Questo fatto, unito a quello della forte
insolazione, fa sì che nella regione nivale, come le piante xerofile sono dominanti, cosi
prevalgono i ditteri meno dipendenti dall’acqua ed a larve non igrofite.
Ma più importante per l’influenza che ha sugli adulti é l’andamento dell’umidità rela¬
tiva, tanto più che il clima nivale è caratterizzato dalle eccessive variazioni che essa pre¬
senta entro brevi periodi di tempo. Nello spazio di poche ore le alte regioni passano più
volte dallo stato di saturazione, che si ha quando le nebbie avvolgono le cime, a quello
della più grande secchezza che il vento ed il sole determinano in brevi istanti.
Si rendono quindi necessarie delle difese, che troviamo essere in parte quelle che
servono a proteggere contro gli sbalzi della temperatura, in primo luogo la villosità lanosa
del corpo. La membrana alare è perfettamente glabra; così è tolto il grave inconveniente
che abbia a bagnarsi, impedendo o rendendo meno pronto il volo.
In causa poi della diminuita pressione, della maggior velocità del vento, ed anche
dell’azione condensante delle nevi e dei ghiacci, il potere evaporante dell’atmosfera va
aumentando coll’altezza. È quindi evidente anche pei ditteri il pericolo del disseccamento,
in misura forse minore per le larve sotteranee e più per gli adulti. Questi si difendono
contro l’evaporazione, con quei mezzi stessi che valgono contro l’umidità e contro il raf¬
freddamento; per di più si aiutano colla maggior chitinizzazione del dermatoscheletro. È
per questo che nella ditterofauna nivale mancano assolutamente le numerose forme di
Miodari dai tegumenti molli e dalle tinte pallide, che sono così frequenti nelle regioni
sottoposte. Ma di certo anche le larve, almeno quelle che vivono nell’humus, devono avere
come gli altri organismi dell’edafon dei mezzi di difesa contro d disseccamento: questi si
troveranno senza dubbio nei tegumenti più ispessiti e resistenti, se non addirittura in
gusci od astucci speciali quali si notano in altri geobionti inferiori.
h. Natura del suolo e suo stato.
Anche la natura del suolo, di cui si deve tener conto nelle biosinecie, ha influenza
diretta ed indiretta. Direttamente perchè sotto l’azione del sole le varie rocce si riscaldano
in modo diverso e si mantengono più o meno a lungo calde dopo la sua scomparsa.
Indirettamente perchè la vegetazione ne è informata.
Lo stato del suolo è poi importante, perchè dove la roccia è compatta, ivi mancano
le condizioni di vita che si hanno dove è screpolata e sparsa di anfrattuosità e di fessure.
Condizioni particolari, che interessano sopralutto le larve, si hanno quando il suolo è
terroso, sabbioso, ghiaioso o coperto di pietrame; e quando è in movimento, come nelle
frane e nelle morene.
i. Natura delle acque e loro stato.
Nei laghi della regione nivale si hanno specialissime condizioni di vita, anche pel
fatto che il periodo di sgelo può essere brevissimo, e talora perfino nullo per un seguito
d’anni. Si trovano quindi in uno stato poco adatto se non contrario alla vita delle larve
di ditteri, anche perchè mancano di vegetazione. Ciò vale soprattuto per quelli posti a
grande altezza, che può talora essere superiore ai 3000 m„ come nel lago Lamet (34 LO m.),
od in quello sotto la Roccia Viva (3650 m.) nel gruppo del gran Paradiso.
STUDÌ SULLA DITTKKOFA UNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
23
Interessano quindi di più le acque scorrenti o quelle stagnanti in piccole raccolte; in
tali casi si possono avere grandi variazioni di velocità e di temperatura. La prima è in
relazione colla pendenza, come si è già visto, ed offre particolari condizioni di esistenza
a molte larve di ditteri , od agli adulti di certe specie che non abbandonano la vicinanza
delle cascate, come si è già detto. La seconda è quasi costante e sempre assai bassa nelle
acque provenienti direttamente dai ghiacciai e dai nevati; può invece variare entro limiti
piuttosto estesi in quelle che si attardano fra le rocce o che ristagnano nei luoghi pianeg¬
gianti, dove per effetto deH’insolazione può toccare 15°, o 20°, e passare al congelamento
nella notte.
Può darsi che sulle larve acquatiche influisca anche la natura chimica delle materie
che possono trovarsi disciolte nelle acque alpine; variazioni abbastanza considerevoli in
questo senso risultano dalle « Indagini sulle acque e sulle nevi delle alte regioni» ')
del prof. Piero Giacosa, fatte durante la spedizione scientifica al M. Rosa (1894-1895).
Il permanere dell’acqua allo stato solido nei nevati e nei ghiacciai, apre agli abitanti
della regione nivale nuovi campi di esistenza, coi relativi adattamenti. Non si conoscono
ancora, ma è assai probabile che esistano, larve di ditteri. sopratutto di Tendipedidi,
viventi sulle nevi e sui ghiacci a spese della crioconite, che è ricca di elementi organici,
come risulta dalle succitate indagini del prof. Giacosa. Sono già noti organismi animali
inferiori del crioplancton, come Tardigradi ( Macrobiotus ) e Vermi {Anguillaia nivalis) che
si nutrono della Sphaerella della neve rossa; e notissima è poi la cosi detta Pulce dei
ghiacciai ( Isotoma saltans).
Io voglio qui accennare infine ad un altro possibile habitat, rispetto al quale mancano
le indagini ed i dati di fatto, ma che sembra tuttavia assai verosimile. La copertura di
neve è alta sulle Alpi e vi si mantiene assai a lungo; quando non è perpetua, può durare
nella regione nivale 11 mesi ed oltre. Lo strato nevoso però non aderisce ovunque al
suolo, specie dove questo è molto accidentato, ma lascia dei vani più o meno ampi ed
intercomunicanti, fra le pietre, le screpolature e le zolle. Ivi senza dubbio devono trovare
possibili condizioni di vita molti artropodi, che potrebbero chiamarsi sottonivali ; e fra
questi non mancheranno sicuramente i ditieri, poiché la enigmatica Chionea ne è certo
un esempio, come la vediamo da tali recessi uscire alla superficie durante i rigori inver¬
nali. L’arvicola delle nevi circola pure per tali occulti meati, che la difendono ad un
tempo dal freddo e dai nemici.
k. Variazioni e cause accidentali di turbamento.
Anche di questo elemento si deve tener conto, come di una delle peculiarità caratte¬
ristiche dell’ambiente nivale. Le nevicate precoci, i geli persistenti, le nebbie di lunga
durata valgono molte volte a portare dei mutamenti imprevisti ed a alterare profondamente
il corso dei fenomeni della vita. Si aggiungano le frane e le valanghe, che possono coprire
per lungo tempo dei tratti di suolo normalmente liberi ; ed i cambiamenti periodici e non
periodici delle condizioni meteorologiche e climatiche, cogli aumenti e le diminuzioni
relative dei ghiacciai e dei nevati. Ne deriva una grande irregolarità nei cicli vitali, per
cui in certi casi lo sviluppo può venire anticipato, ed in altri più frequentemente ritardato.
Il prof. Camerano, nelle «già citate note di biologia alpina, ricorda per gli anfibi dei casi
q Bollettino del C. A. 1., XXIX, 1895-96, p. 45-72.
24
M. BEZZI
•in cui lo sviluppo dei girini venne ritardato di 3 o di 4 anni, con fenomeni conseguenti
di neotenia.
Per quanto riguarda i di iteri nivali ne consegue che le pupe devono possedere un
alto grado di resistenza, per poter restare in vita uno o più anni, se per tal tempo non
si trova la possibilità per gli adulti di schiudere. Fu già constatato negli allevamenti di
ditteri parassiti o cecidogeni, che molti individui schiudono solo il secondo od il terzo
anno, od anche più tardi. Tale facoltà deve essere normale nei ditteri nivali, come vediamo
confermato ad esempio dal modo di comportarsi delle specie di Acroptena. Molte volte
alla fine di Agosto o di Settembre questi Antomiidi si possono osservare in copia nelle
vicinanze delle macchie di neve fondenti, mentre mancano tutto aH’intorno. Essi proven¬
gono da pupe che hanno tino allora ritardato lo schiudimento, perchè coperte dalla neve:
gli individui hanno infatti i tegumenti molli e decolorati dei primi istanti seguenti l’ecdisi.
Le femmine, appena fecondate, depongono subito le uova nelle immediate vicinanze, mentre
il suolo poco dopo vien di nuovo coperto dalla neve; le larve si sviluppano dunque e pas¬
sano tutta la loro esistenza sotto la neve, al cui scioglimento nella prossima estate usci¬
ranno dalle pupe gii adulti ; ma se l’anno seguente per una causa qualunque lo nevi non
si scioglieranno, le pupe dovranno aspettare un secondo anno, e magari un terzo, se pos¬
sono resistere.
B. Fattori biologici.
a. Nutrimento uniforme e scarso.
Abbiamo già osservato che, contrariamente a quanto aveva potuto stabilire i’Heer per
riguardo ai coleotteri, i ditteri nivali in prevalenza non sono carnivori. Le larve si nutrono
per lo più delle materie vegetali in decomposizione, o sono predatrici di altre larve sapro-
faghe e gli adulti di nettare e di polline, essendo molto più raramente predatori. Ne con¬
segue che la vita dei ditteri nivali è intimamente legata all’esistenza delle piante nivali.
Ora queste sono poco numerose e poco varie; perciò d mutrimento é scarso e molto
specializzato, e determina la produzione di particolari adattamenti. Si osserva frequente¬
mente negli Antomiidi nivali il prolungamento dell’epsitoma a formare una sorta di muso
•sporgente, frangiato di rigide setole (tav. 1. fig. 3, 7, 10) . 1' allungamento dei palpi, che
sono pure densamento villosi (tav. 1. fig. 0), e la proboscide spesso fornita di robusti
denti cintinosi fra i labelli terminali (tav. I, fig. 4). Si tratta con tutta probabilità di mo¬
dificazioni in relazione col nutrirsi di polline o col succhiare spoglie di insetti.
Anche il parassitismo esterno ed interno su piante e su animali, che é così frequente
nei ditteri, si è potuto poco sviluppare, in causa della relativa povertà della flora e della
fauna nivali.
Conseguenza diretta di tale uniformità di nutrimento è la poca varietà degli Antomiidi
nivali che, come vedremo, sono pressoché gli stessi per tutto il sistema alpino. A riprova
di ciò si può citare il fatto che i pochi ditteri nivali indipendenti dalla vegetazione sono
molto più varii; cosi il gen. Lasiopogon degli Asilidi, l'unico forte predatore che entri
nel dominio nivale, presenta diverse forme nelle varie regioni delle Alpi.
Sarebbero tuttavia necessarie ulteriori osservazioni, perchè io ritengo che parecchi
Antomiidi nivali siano predatori, come è dimostrato da un reperto per Alliopsis glacialis
che presenterò nella parte IV, e come credo essere pure il caso per la Acroptena frontata.
STUDÌ SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
25
b. Relativa scarsità di nemici .
Questa è una particolarità caratteristica della lotta per resistenza nelle eccelse regioni.
Già Carlo Darwin osservava che per le specie artiche e per quelle delle alte montagne, la
lotta si svolge quasi esclusivamente contro gli elementi più che non contro gli altri
animali. È certo che nell'ambiente nivale la prima sopravvanza di molto la seconda. Gli
uccelli insettivori, già pochi in origine, sono oggi divenuti scarsissimi; il Mailer attribuiva
il notevole aumentare dei lepidotteri coll’altezza (69: 371: 428) da lui constatato, al fatto
che i loro accaniti nemici, gli uccelli canori, vanno diminuendo quanto più si sale. Abba¬
stanza numerosi sono fra i coleotteri i Carabidi, che devono certo distruggere molte larve
terricole; mancano invece gli imenotteri predatori.
Ma per i ditteri adulti i peggiori nemici sono i ragni, che salgono numerosissimi con
loro sino agli estremi confini della vita. Di essi dice Michele Lessona nell’ escursione alla
Torre d’Ovarda (p. 67-68): «i ragni ho trovato sempre a grandissima altezza sui monti,
dove vivono dei ditteri che dalle regioni inferiori porta loro il vento : talora ho -veduto
sparsa la neve di punticini neri, che accostandomi trovai essere ditteri morti o semivivi ».
Ma più che di queste misere spoglie, che sono sfruttate sopratutto dagli Opilionidi, i ragni
genuini si nutrono di autentici ditteri nivali, cui muovono una caccia spietata, attenden¬
doli fra le pietre ove piparono o dove posano per riscaldarsi al sole. Il volo è, come
dicemmo, il principale se non l’unico mezzo di difesa contro queste insidie, come i colori
protettivi delle femmine possono valere per gli uccelli, E fuor di dubbio che i ditteri nivali
sono molto vigilanti e pronti alla fuga, come se ne accorge anche 1’ entomologo, esperi -
montando le difficoltà inerenti alfa loro cattura.
Scarsissimi sono i parassiti dei ditteri nivali ; è curioso che 1’ unico esempio finora
noto, VAdmontia amica vivente nelle larve di Ti-pula, sia dato dagli stessi ditteri.
Conseguenza diretta di tale scarsità di nemici, è il numero incredibile di individui in
cui spesso si presentano i ditteri nivali.
c. Intensità della lotta per resistenza tra affini.
Dai due fatti precedenti risulta che nelle alte regioni sono più che altro gli indivi¬
dui di specie uguali od affini che devono lottare fra di loro per procacciarsi i mezzi di
sussistenza. E tale lotta é rincrudita notevolmente per effetto della brevità della vita imma¬
ginale e del poco tempo che resta disponibile per la ricerca del cibo, anche e sopratutto
per la corta durata del periodo vegetativo delle piante, e principalmente della fioritura.
Inoltre, stante la. grande fecondità indispensabile per la conservazione della specie in diffi¬
cile ambiente, gli individui riescono talvolta troppo più numerosi di quanto comportereb¬
bero le condizioni locali in un determinato istante. Cioè accade spesso che le favorevoli
contingenze di un’annata portino come conseguenza l’aumento eccessivo della popolazione
in quella seguente, che può riuscir sfavorevole.
I ditteri invero non hanno mezzi per lottar direttamente fra loro, come i carnivori;
ma indirettamente si combattono senza tregua per escludersi dal nutrimento, col respin¬
gersi a vicenda dai pochi fiori disponibili. E in proposito interessante osservare come si
comportano le mosche attorno alle zolle fiorite delle sassifraghe sparse per le elevate coste
rocciose: le specie maggiori, come le Phaonia, le Allop)horocera, ecc. cacciano lontano
senza remissione le minori, che non più s’attentano di accedere alla mensa imbandita. In
rapporto a ciò, nella fauna nivale i ditteri floricoli sono robusti ed hanno in genere dimen¬
sioni medie o relativamente grandi; scarseggiano le specie piccole, e mancano del tutto
4
26
M. BEZZI
le piccolissime, come gli Acalitteri; non si hanno d’altra parte specie molto grandi, in
causa della scarsità generale di nutrimento.
Un’altra lotta è quella che viene ingaggiata per assicurarsi lo sviluppo della progenie;
sia, anche in questo caso, col precludersi l’ accesso ai luoghi adatti, sia col procurarsi la
precedenza nella deposizione delle uova, fra le poche zolle utilizzabili. Quivi pure deve
intervenire di certo una lotta fra le larve, potendo sfruttare meglio le limitate risorse
disponibili quelle che si sviluppano per prime e crescono più rapidamente. Nè è impro¬
babile che esistano anche fra gli Antomiidi nivali specie a larve carnivore, capaci di divo¬
rare le forme saprofaghe affini, come si è constatato ad esempio in pianura per Morellia ,
Hydrotaea, ecc. Certamente carnivore sono le larve di Rhamphomyia, di cui molte specie
sono alpine ed alcune nivali l).
d. Necessità di assicurare la riproduzione .
In conseguenza della brevità del tempo utilizzabile, è necessario che la riproduzióne
si compia in modo rapido e sicuro; il che determina in relazione colla scelta sessuale,
una serie di adattamenti, che portano talora ad un dimorfismo abbastanza spiccato, almeno
come dicroismo.
Nei maschi è grandissimo lo sviluppo degli organi genitali esterni, cui si aggiungono
spesso delle parti accessorie assai complicate e vistose come p. e. nell’ Ancistrophora,
nelle Acrotpena (tav. II, flg. 5. 6, 8), in molte Chortophila , nella Rhynchocoenops obscu-
ricula, ecc. Non di rado i maschi portano ai piedi delle notevoli appendici (tav. II. flg. 10. 11),
che costituiscono organi assai evoluti per trattenere le femmine, come nelle Rhynchotri-
chops, nella Rhynchopsilops villosa, ecc. Le forme oloptiche sono predominanti nei maschi,
benché in qualche Antoni iide gli occhi tendano ad allontanarsi, o siano largamente sepa¬
rati, come in Rhynchocoenops obscuricula, Enoplopteryx obtusipennis, Mydaea rufi-
nervis, Limnophora latifrons, Phaonia Marinellii, ecc. Solo nell’ Alliopsis glacialis la
femmina ha gli occhi accostati quasi quanto nel maschio.
Le femmine di quasi tutti gli Antomiidi, ed anche quelle di Ptiolina, Eucoryphus. ecc.
hanno colorazione molto diversa da quella dell’altro sesso, in quanto che in esse, invece
di melanismo, si notano colori protettivi per miglior difesa contro gli uccelli insettivori.
Molto spesso l’ovopositore è retrattile, ma assai allungato, e rinforzato con spine (tav. I,
flg. 11, tav. II, flg. 9) od altri apparecchi, per assicurare la deposizione delle uova.
e. Isolamento.
Questa condizione fu posta in valore dal prof. Camerano facendo constatare come
nelle Alpi spesso avvenga che le medesime specie si sviluppino, anche in luoghi vicini,
ad epoche così diverse da derivarne una impossibilità di incroci. Infatti, data l’ irregolarità
di distribuzione della temperatura, di cui abbiamo parlato, e date le cause accidentali di
turbamento nei cicli vitali, che abbiamo considerate, bene spesso gli individui che si svi¬
luppano in una località sono impossibilitati di trovare in quelle contigue altri individui
con cui unirsi, tanto più che i ditteri nivali difficilmente presentano più di una generazione
per anno. Ne può derivare una pammixia, capace di determinare anche una progressiva
degenerazione in certe colonie accantonate, come p. e. nelle isole glaciali, sulle vette soli¬
tarie, sulle terrazze elevate, ecc.
9 Vedasi a questo proposito più avanti il par. 5 del cap. 111.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
27
Fenomeni analoghi ed anche più importanti possono verificarsi durante lo sviluppo
delle larve, mettendo capo ad un isolamento di natura diversa l). Le larve saprofaghe
dispongono in genere di condizioni più regolari ed uniformi di nutrimento; onde se riso-
lamento di una specie non è primario, cioè non dipende dall’esser stato in origine deposte
le uova da una sola specie o da una sola femmina in un’unica zolla solitaria, esso non
può venir raggiunto in seguito o secondariamente. Però anche in questo caso le larve
possono trovare un nutrimento copioso o più adatto, od uno più scarso e disadatto, oppure
possono per effetto di umidità o di secchezza impuparsi più presto o più tardi, dando
origine ad adulti di dimensioni più grandi o più piccole. Possono aversi cosi delle razze
di dimensioni tanto diverse, da trovarsi nell’ impossibilità di accoppiarsi, raggiungendo
anche per questa via l’isolamento fisiologico di cui sopra.
Un isolamento secondario può essere ottenuto più facilmente dalle larve carnivore, che
in una zolla possono divorare tutte quelle saprofaghe colle quali convivono, ed anche
ridursi molto fra loro per cannibalismo, arrivando cosi allo stato di pupa solo pochi indi¬
vidui, che daranno più grandi e più robusti adulti. Vedansi più avanti al cap. IV. par. 4
alcuni dati di fatto relativi.
I ditteri tuttavia, data la facilità di volo e la conseguente eventualità di trasporto pas¬
sivo per opera del vento, devono soggiacere meno che altri gruppi di animali ai dannosi
effetti dell’isolamento.
/'. Vegetazione.
La conoscenza della natura, distribuzione e biologia delle flore alpine e nivali, è molto
più progredita che non quella delle entomofaune corrispondenti. Una prova convincente se
ne ha leggendo le belle pagine della «Vita delle piante » di Kerner di Marilaun, o meglio
ancora scorrendo l’interessante volume del prof. Schroeter sulla « Vita delle piante alpine ».
Per di pii! i botanici hanno applicato largamente il metodo sperimentale allo studio degli
effetti del clima alpino sulle piante, sopratutto colle numerose osservazioni dello stesso
Kerner e di G. Bonnier; e sempre a tale scopo hanno inoltre fondato un numero ragguar¬
devole di giardini in diversi punti del sistema alpino. Conviene dunque approfittare di tali
progressi per lo studio dei ditteri nivali; poiché dal punto di vista entomologico si può
asserire che ogni indagine sulla flora nivale rappresenta un contributo all’ etologia degli
insetti corrispondenti.
Rispetto alla grande maggioranza delle larve dei ditteri, possiamo subito osservare
che le piante sono loro utili più indirettamente che direttamente. Infatti la vita larvale dei
ditteri entro le parti verdi dei vegetali od anche in quelle sotterranee, è resa quasi impos¬
sibile da molti fattori climatici e biologici, quali il pericolo del congelamento o del dissec¬
camento, la brevità del periodo vegetativo, le difese contro i parassiti, ecc. Perciò le specie
a larve litofaghe, così abbondanti nella regione alpina, mancano quasi completamente in
quella nivale, come è dimostrato in modo meraviglioso dal comportarsi del gen. Chilosia.
In conseguenza le larve saprofaghe degli Antomiidi. vivono dell’ humus e dei resti
della vegetazione, dipendendo, come le piante fanerogame stesse, dal terriccio, che nella
regione nivale è assai scarso e sta raccolto nelle fessure o nelle anfrattuosità delle rocce
l) Rabaud Et. L'instinct de l'isolement chez des Insectes. L'Année Psycholog. XIX, 1913, p. 194-217.
28
M. BEZZI
o fra le pietre. Sarebbe perciò di somma importanza studiare la chimica, la fisica e la
biologia del suolo nivale, per conoscerne la composizione, il potere di assorbimento del
calore in relazione colla sua natura e colorazione, il potere igroscopico e conservativo del¬
l’acqua, la flora e la fauna intime, ecc. La ricchezza in materia organica del suolo alpino
è straordinaria, in dipendenza anche ilei fatto che le nevi sciogliendosi lentamente vi abban¬
donano tutte le loro impurità. Questo spiega l’abbondanza della fauna che può vivervi, per
quanto i lombrichi non entrino nel dominio nivale '). Il Diem. a 2700 m. nell’alta Engadina,
potè ancora constatare in un tratto di terreno erboso della superficie di 1/I6 di m. q. fino
alla profondità di 8 cm. (per restare nella regione delle radici) la presenza di 202 orga¬
nismi animali. Di questi, 2 erano Nematodi, 170 Enchitreidi, 2 Acari, 1 Collembolo ed 8
larve di insetti, che io credo probabilmente di ditteri. Lo stesso spazio, in un prato grasso
a 2000 m., era abitato da ben 1488 animali! Fra tutti questi organismi e fra di loro e le
piante, devono senza dubbio sussistere delle relazioni, che nell’ambiente nivale saranno
tanto più intime, in quanto che ivi il mondo vivente si va semplificando e vi si vanno
intensificando vieppiù tutti i fenomeni con cui la vita cerca trionfare delle difficoltà fisiche.
È stato proposto di chiamare col nome di edafon 2) il complesso di questi organismi
che vivono nel terreno, o geobionti. Fra di essi le larve dei ditteri Antomiidi tengono uno
dei primi posti, come certo ne rappresentano uno dei gruppi più elevati. Io penso che la
sterminata quantità di questi insetti, diffusi in immenso numero di specie per tutto il
mondo, sia appunto in relazione colla qualità delle loro larve di essere in gran parte
organismi edafici. Se ì geobionti inferiori risultano essere ovunque gli stessi (p. e. Geo-
coccus vulgaris), quelli superiori presentano una grande varietà di particolari pur man¬
tenendosi uguali nelle linee generali ; ciò può spiegare le gravi difficoltà di studio e di
classificazione di questi ditteri. Nella regione nivale delle Alpi gli Antomiidi hanno la
preponderanza assoluta fra gli artropodi deH’edafon e si mantengono ovunque gli stessi
per tutto il sistema alpino.
Molto più noti sono i rapporti che intercorrono fra le piante alpine e nivali ed i
ditteri adulti come visitatori di fiori. Si sa che coll'aumentare dell’altezza le piante a fiori
anemofili vanno rapidamente diminuendo sulle montagne, finché nella regione nivale
diventano scarsissime e cessano presto del tutto. Nelle alte regioni dominano quindi i
fiori entomofili, e questi sono anzi relativamente più grandi, ornati di colori più splendidi
e più ricchi di profumo di polline e di nettare, che non quelli della pianura. La mensa è
dunque largamente imbandita pei ditteri, che però, o non ne possono approfittare per gli
specialissimi adattamenti, o ne godono poco per le difficoltà dell’ambiente.
La specializzazione delle piante alpine nei rapporti della dicogamia è non di rado grandis¬
sima, e fu posta in evidenza in modo particolare dal Delpino, dal Bieca, dal Miiller, dal Kernel-,
dal Knuth, da E. Loew, dal Griinthart e da tutti gli altri studiosi della biologia fiorale. Basta
guardare le tabelle offerte dal Miiller a p. 20-34 della sua classica opera, per vedere come le
1) Dai lavori del prof. Rosa e dei dottori Cognetti
de Martiis e Chinaglia, che ho consultati, non risulta
che si trovino nelle Alpi sopra i 2500 m. di altezza.
2) Frange R. H. Das Edaphon. Eine neue Lebens-
gemeinschaft. Die Kleinwelt, 111, 1911, p. 147.
Id. Studien iiber edaphischcn Organismen. Cen-
tralbl. f. Bakteriolog., XXXII'. 1915.
Issel R. Proposta relativa all’ «Edafon». Monti.
ìooI. itati, XXII 1912, p. 219-221.
Cameron A. E. General survev of thè insect fauna
of thè soil within a limited area near Manchester; a
consideration of relationships between soil inseets and
thè physical conditions of their habitat. Journ. econ~
Biol. London, Vili, 1913, p. 159-204, 2 tav.
STUDI SULLA DITTE ROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
29
Leguminose, le Labiate, le Campanulacee escludono quasi completamente i ditte ri dai loro visi¬
tatori. Altre piante per contro risultano visitate in prevalenza da ditteri, come p. e. Saxifrciga
aizoides (85 su 126 visite osservate), Sax. aizoon (65 su 91), Sax. caesia (16 su 25), Meum
mutellina (32 su 51), Ranunculus alpestris (19 su 23), Draba aizoides (16 su 24), Viola hi flora
(14 su 17), Dryas octopetala (21 su 34; già nel 1870 il Ricca la dichiarava gremita di ditteri
sulle alte alpi delia Valcamonica), Geum montanum (19 su 27), Androsace chamaejasme (15 su 21),
Andr. obtusifolia (10 su 13), Leucanthemum coronopifoliun (35 su 56), Valeriana montava (35
su 41). Altre vengono addirittura visitate esclusivamente da ditteri, come Gaya simplex (8 su 8),
Arabis alpina (2 su 2), Hutchinsia alpina (6 su 6), Arenaria Infiora (15 su 15), Cerastium
alpinum (4 su 4), Achillea nana (IO su 10).
Ma presso parecchie fanerogame alpine, che salgono molto in alto nella regione nivale, la
specializzazione torna a tutto danno dei ditteri. Così ad esempio si vede che le Cariolillee sono
spesso nuotile, ed a quelle più addietro citate si può aggiungere anche la Cherleria sedoides che
è abbondantemente visitata da ditteri fino alle maggiori altezze. Ma la notissima Silene acaulis
sulle cui zolle posano volentieri le mosche nivali, tiene il suo nettare nascosto nel fondo delle
rosse corolle perfettamente inaccessibile ai poveri ditteri, che anche il Ricca diceva numerosis¬
simi presso questa pianta senza toccarne i fiori. Eppure questa graziosa figlia delle Alpi è così
sicura di ottenere l’incrocio che ha rinunciato ad ogni possibilità di autogamia, facendosi quasi
costantemente dioica: i lepidotteri, e più in basso i Bombus, sono i suoi pronubi.
Le Sassifraghe alpine sono anch’esse in maggioranza miofìle, e come tali hanno per lo più
fiori di color chiaro ; ma la Saxifraga '> oppositifolia !) distende sulle eccelse rupi i vaghi serti
delle sue rosse corolle, che si adornano dunque di un colore non accetto alle mosche. Essa fio¬
risce molto presto, appena scomparsa la neve ; poca probabilità ha di essere visitata, anche perchè
le farfalle non giungono sempre così in alto; ed essa quasi a scherno dei poveri Antomiidi, le
cui larve son cresciute fra i suoi cespi, si affida completamente all’ autogamia.
Da tali fatti risulta che nelle alte regioni esistono talvolta nelle piante adattamenti che
tendono ad escludere dai loro fiori gli insetti dominanti a tali altezze, che sono i ditteri; nel
che il Mùller credette col suo acuto occhio di ravvisare una sorta di disarmonia. Ma a diluci¬
dazione si può addurre che, per altre ragioni, l’autogamia va relativamente aumentando coll'al¬
tezza, mentre l’allogamia va sensibilmente decrescendo ; ed anche che, contrariamente a quanto
il Mùller credeva di avere stabilito, il numero relativo delle visite degli insetti ai fiori è minore
in motagna che non in pianura.
E. Loew nel 1889 ha distinto i fiori entomofili in 3 categorie: a) allotropi , privi di
adattamenti a speciali visitatori; b ) emitropi. forniti di deboli adattamenti in tal senso;
c ) eutropi, con profondi adattamenti verso determinati pronubi. Analogamente distinse gli
insetti visitatori in 3 categorie sotto i medesimi nomi, a seconda che non presentano speciali
adattamenti ai fiori visitati, o ne hanno in piccola misura, o ne sono altamente forniti.
Potè cosi stabilire la legge che sulle montagne ì fiori allotropi aumentano coll’ altezza,
mentre gli eutropi diminuiscono; e conseguentemente anche gli insetti eutropi vanno
sempre più cedendo il campo a quelli allotropi.
l) Questa specie, nella quale il prof. Vaccari (Rio.
mens. del C. A. 1. XXI, 1900, p. 491) salutava la
pianta nivale per eccellenza, è ora, secondo Hayek,
suddivisa nelle seguenti sottospecie: 1) euoppos iti folla,
colle razze Nathorsti della Groenlandia, Murithiana
delle Alpi occid. e meridionalis del Montenegro ; 2)
Rudolphiana delle Alpi orientali; 3) asiatica dell'Ima-
laia. Le grandi e luminose corolle che si possono
ammirare sulle rupi terminali del M. Corno al Gran
Sasso d’Italia, appartengono alla specie affine speciosa,
che é propria degli Abruzzi ; come in altri luoghi
elevati dell’Apennino e delle Apuane si trova la latina.
30
M. BUZZI
Ora è facile constatare che i (littori delle alte regioni sono quasi esclusivamente
allotropi, meno alcune poche specie a proboscide allungata che si possono considerare
emitrope, come le Rhamphomyia. V Ancistrophora Miki (tav. Il, fig. 3) e forse V Orthochile
Rogenhoferi (tav. Il fig. 4). Gli Antomiidi nivali sono poi tutti, senza eccezione alcuna,
allotropi, come pure quelli alpini, fra i quali si trova un accenno ad emitropia forse solo
nella Dry min hamata '). Essi preferiscono stare, come si è detto, più volentieri posati
sulle pietre e sulle zolle; nondimeno si trovano talvolta largamente cosparsi di polline, il
che dimostra che almeno nelle ore più calde e nei momenti più tranquilli si recano sui
fiori. Di qualche giovamento devono pure riuscire anche tali mediocri pronubi alle piante
alpine, se vediamo che queste hanno in gran maggioranza (62 °/0) fiori di colore chiaro,
mentre i fiori scuri (rossi, azzurri, violetti) non accetti alle mosche, sono poco più di un
terzo (38 °/0).
Ricapitolando quanto sopra fu esposto, si può vedere che i fatti da cui abbiamo rica¬
vato l’ indice degli Antomiidi, concordano mirabilmente con quelli su cui è basata la
legge di E. Loew. Troviamo cioè che quanto più si sale sulle montagne, tanto più aumen¬
tano le fanerogame entomofile su quelle che non lo sono, fino a prendere il sopravvento
assoluto. Siccome però contemporaneamente gli insetti vanno diminuendo di numero e di
varietà, cosi esse dapprima accrescono i mezzi adescativi, (colori, profumo, nettare) e sem¬
plificano gli apparati, poi lasciano sottentrare all’ allogamia una spiccata tendenza per
l’autogamia. E siccome ì possibili visitatori si riducono infine quasi ai soli Antomiidi
allotropi, così finiscono col predominare i fiori allotropi a tinte chiare.
E interessante da ultimo conoscere fino a quali limiti di altezza possono arrivare io
piante fanerogame sulle Alpi, poiché con esse salgono pure gli Antomiidi nivali. Per
qualche tempo si credette che tali limiti fossero di poco superiori ai 3000 m.. come fu
indicato nel 1850 dal prof. Parlatore nel suo celebre « Viaggio alla Catena del M. Bianco » ;
ora si sa che essi possono venir superati di molto in certe condizioni favorevoli di ubica¬
zione e di esposizione.
Per le Alpi centrali il prof. Schroeter. a p. 611 della sua opera, enumera le seguenti
fanerogame, che furono osservate al di sopra dei 4000 m.. per lo più sul Finsterhaarhorn,
dove il doti. Bàbler raccolse dei (littori sulla vetta a 4275 m.: esse sono: Ranunculus
glacialis, Achillea atrata, Androsace glacialis , Saxi fraga bryoides. S. moschata, S. mu-
scoides, S. bimra e Gentiana hrachyphglla. Si tratta esclusivamente di dicotiledoni
perenni, che sono tutte, meno due, endemiche delle Alpi; di esse 5 sono piante a cusci¬
netto, e hanno tutte, meno le 2 ultime, fiori allotropi di tinte chiare. Per le Alpi occidentali
il prof. Vaccari ha elencato le florale di una quarantina fra cime e passi elevati della Valle
d’Aosta, e nel suo lavoro si possono vedere quali specie salgono più in alto nelle mon¬
tagne piemontesi: nell’importante memoria del 1912 sulla flora nivale del M. Rosa, che è
costituita da 52 fanerogame con 9 varietà, egli indica ben 43 specie superanti il limite di
3500 m. Questo numero rappresenta poco meno della metà delle fanerogame viventi nel
dominio nivale di tutte le Alpi. Per le Alpi orientali il Klebelsberg ricorda un buon
numero di fanerogame crescenti nelle Venoste e nelle Aurine, fra i 3300 ed i 3800 m.;
esse sono pressoché le medesime, ed anche fra di esse il Ran. glacialis detiene il record.
0 Tuttavia, malgrado la sua lunga proboscide,
io ho osservato questa specie solo su fiori allotropi
di ranuncolacee ed ombrellifere; ed anche le nume¬
rose piante di cui la ricorda il Miiller sono tutte
allotrope a fiori chiari, benché molte siano asteracee.
STUDI SULLA D1TTER0FAUN 4 NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
31
Molto più in alto salgono le fanerogame nelle maggiori catene degli altri continenti ; cosi
sul Kilimandjaro arrivano fino ai 5000 rn., e nel Tibet occidentale la Saussurea triden¬
tata fu osservata fino a 5800 m. d’altezza; e parimenti sulle Ande dell’America meridionale
non si arrestano prima; il che concorda con quanto abbiamo detto più addietro riguardo
ai ditteri.
In complesso si osserva che la flora diventa sempre più uniforme quanto più si sale;
e si può constatare che sulle Alpi sono dappertutto quelle stesse poche specie che rag¬
giungono le massime altezze; ed esse sono quasi esclusivamente costituite da elementi
endemici xerofili.
Nel definire le biosinecie nivali sarà dunque necessario tener conto delle specie
vegetali che vi crescono, delle loro associazioni e della condizione della fioritura al mo
mento dell’esame.
g. Perturbazioni esercitate dall’uomo.
Ormai i rifugi alpini nella regione nivale sono così numerosi e sono così frequentati,
che nelle loro vicinanze si può osservare un vero perturbamento delle condizioni naturali
originarie. I rifiuti d’ ogni genere che vi si accumulano, possono offrire speciali e più
facili mezzi di esistenza alle larve ed agli adulti, e permettere lo stabilirsi di fórme estranee
alla ditterofauna locale primitiva. A questo proposito giova ricordare che la mosca dome¬
stica si può vedere oramai in qualche rifugio, posto molto sopra i limiti dove di solito si
arresta.
Su talune montagne assai frequentate, lungo le vie obbligate di salita, si raccolgono
nei luoghi dove i visitatori si fermano per i pasti, molti rifiuti che non possono a meno
di turbare le condizioni locali, così scarse di risorse, delle terrazze elevate. La presenza
di animali domestici, come p. e. delle pecore, che salgono facilmente fin sopra i 3000 m.,
può costituire un’altra causa di turbamento, permettendo l’arrivo e lo stabilirsi nella regione
nivale di ditteri coprofili, che in origine vi mancavano: la Pseudopyrellia cornicina e lo
Scopeuma stercnrarium sono evidentemente in tal caso.
Anche in questo campo vi è da raccogliere una serie di fatti, non privi d’importanza;
e dati i legami che corrono fra l’uomo ed i ditteri, si capisce che tali fatti dovranno rife¬
rirsi sopratutto a questi insetti.
C. Caratteri del dittero nivale tipico.
Tenendo conto dei fattori sopraindicati e degli adattamenti che in corrispondenza
presentano i ditteri, si può delincare il seguente tipo di eunivale ideale.
Corpo di medie dimensioni, piuttosto robusto ed atticciato. Tegumenti relativamente
solidi, di color nero uniforme, spesso lucenti, con villosità scura per lo più densa e talvolta
lanosa. Capo di solito coll’epistoma sporgente, cigliato sui lati; antenne coll’arista breve¬
mente pelosa o nuda; palpi lunghi e villosi; proboscide relativamente corta, solo per ecce¬
zione lunga quanto il torace. Piedi forti, aggrappanti, piuttosto corti. Ali glabre, non
variopinte, incrociate sul dorso nel riposo, con nervature elastiche.
Dimorfismo sessuale alquanto spiccato. Maschio per lo più melanocroitico, con occhi
solitamente ravvicinati, coi genitali esterni notevolmente sviluppati e spesso sproporzionati,
coi piedi talvolta provvisti di vistosi apparecchi di attacco. Femmina per lo più con colo¬
razione protettiva, cogli occhi disgiunti, coi piedi semplici, coll’ovopositore retrattile e
provvisto di particolari adattamenti. Produzione di ova copiosa.
32
M. BEZZI
Larve con tegumenti ispessiti, terricole, limicole o cespiticole, di rado igrofìle, in mas¬
sima saprofaghe ma non raramente carnivore, a sviluppo rapido, anche sottonivale. Pupe
con vitalità tenace, resistente per due o più anni. Adulti lapidicoli o floricoli, mellisugi. o
poli ini vori, o raramente predatori, con volo pronto ma di breve durata.
Possiamo subito riconoscere che gli Antomiidi rispondono in modo perfetto a questo
tipo ideale, modificato in molte direzioni nelle numerose loro specie, come p. e. in Alliopsis,
Acroptena, Rhynchotrichops, Rhynch opsilops, Phaonia, ecc. Ed è interessante constatare
come in altre famiglie le specie nivali hanno un facies di Antomiide, che è evidentissimo
p. e. nei Bibionidi e nei Tendipedidi, nei Ragionidi colla Ptiolina ( Ewytion ), negli Acro-
ceridi coll ' Acrocera stelviana , negli Asilidi con Lasiopogon, negli Empididi con Rham-
phomyia e Ricellaria. Perfino i Dolicopodidi velano i loro colori metallici nei generi
Hercostomus , Eucoryphus e Sympycnus ; ed anche gli agili e variopinti Sirfidi tentano di
camuffarsi da Antomiide nell’ Ischyroptera bipilosa.
5. Biosinecie e biocenosi.
Avendo potuto conoscere, nel capitolo precedente, quanto aspre siano le condizioni di
esistenza pei di Iteri abitatori dell' ambiente nivale, resta ora da indagare come essi si
riuniscano fra loro nelle diverse specie, e come si armonizzino cogli altri viventi animali
e vegetali, per meglio resistere alle avversità che loro si oppongono. Si entra cosi nello
studio delle associazioni dei viventi, che è tanto importante per l’etologia e la biogeografia.
In tale campo resta quasi tutto da fare; ed è da augurarsi che succeda per l’entomo¬
logia quello che è occorso alla botanica. In un passato non molto remoto abbondavano
gli studi floristici con enumerazioni pure e semplici; ma in seguito si venne all’esame
dei rapporti delle piante col suolo e coi fenomeni fìsici, alla differenziazione delle loro
associazioni, ecc. La ditterologia è sempre in quel primo periodo; e dato l'immenso numero
delle specie vi rimarrà probabilmente ancora a lungo. Tuttavia possiamo trovare accenni
abbastanza antichi nel senso dei nuovi indirizzi, sopratutto nelle opere che trattano delle
relazioni degli insetti colle piante, come in Macquart ed in Gfoureau su quelle degli arbusti
alberi e frutteti, in Gistel coi suoi Misteri, in Kaltenbach coi nemici delle piante; in Delpino,
Mailer, Knuth ecc., colla fecondazione dei fiori per opera degli insetti, ecc. Anche i nume¬
rosi lavori di Patologia vegetale, di Cecidologia e di Entomologia economica, contengono
un ricco materiale di osservazioni.
Per quanto riguarda i ditteri alpini possiamo ricordare il lavoro dello Steinmann sulla
vita animale del ruscello alpestre. Ma finora è solo il dott. Bàbler che abbia, come si è
detto, applicato i metodi dell'indàgine etologico-biocenotica al mondo nivale degli inverte¬
brati terrestri. Esso ha seguito i principii e le suddivisioni proposte da Dahl e da Ender-
lein, ed ha avanzato una classificazione originale e molto elaborata delle biosinecie e
delle biocenosi nivali.
Io mi limiterò qui ad esporre quanto ho potuto determinare riguardo ài ditteri, premet¬
tendo la considerazione che sarebbe necessaria la conoscenza delle metamorfosi di tutte le
specie per esaurire l’argomento. Inoltre, essendo i ditteri dotati di potenti mezzi di locomo¬
zione aerea, le biosinecie restano meno definite che presso altri insetti, potendo passare
facilmente da una all’altra; nondimeno è possibile riconoscere anche per loro parecchi
casi tipici.
Seguendo Mobius e Dahl, chiameremo col nome di biocenosi ogni associazione di orga-
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
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nismi in determinate condizioni di esistenza, p. e. nel terriccio, sotto le pietre, nelle fes¬
sure delle rocce, nelle materie vegetali in decomposizione, ecc. Osservando poi che in
natura parecchie biocenosi si trovano riunite in ambienti più o meno estesi ma facilmente
individualizzabili, chiameremo con Enderlein biosinecie le aggregazioni di varie biocenosi,
anche se fra loro non vi sono altri rapporti all’infuori di quello della contiguità.
Secondo la classificazione proposta dal dott. Enderlein (1908), alcuni pochi ditteri
nivali sono stenotopi eteroceni, cioè passano tutta la loro vita in un’unica biosinecia, ma
attraverso a due o più biocenosi, come p. e. gli Itonididi. Altri pochi sono euritopi omo-
ceni, cioè stanno sempre in una biocenosi passando per diverse biosinecie, come avviene
p. e. per i Melophagus del camoscio. Nella gran maggioranza sono necessariamente
euritopi eteroceni, cioè compiono i loro cicli vitali attraverso varie biocenosi in diverse
biosinecie.
Prima di passare alla enumerazione dei casi distinti, interessa esaminare brevemente le.
associazioni vegetali della flora nivale, stante le profonde relazioni che abbiamo visto inter¬
correre fra queste e gli Antomiidi nivali
Il prof. Schroeter a p. 67-70 della sua opera più volte citata, divide le stazioni vegetali alpine
in due gruppi fondamentali. Il primo comprende te formazioni chiuse, che coprono fittamente il
suolo ; queste mancano nella regione nivale, tuttavia nelle sue parti inferiori se ne possono
osservare tratti più o meno estesi. Sono divise in: 1) formazioni chiuse prevalentemente legnose,
che sono pure possibili nella regione nivale, al contrario di quanto potrebbe credersi, poiché
non vi mancano vegetali di tale natura: il prof. Vaccari riconosce infatti, nella fiora nivale del
M. Rosa, la presenza di 9 piante legnose e precisamente la Loiseleuria , un Vaccinimi i, un
Rhododen dron, 4 Salice, un luniperus e la Lryas. Perciò sono da tener presenti i due ultimi
casi: a) degli arbusti nani a spalliera, con rami distesi orizzontalmente sul suolo, come la Dryas,
la Loiseleuria ed i Salix reiusa e reticulata ; b) degli arbusti nani a zolla, i cui rami infossati
nel terreno ne lasciano sporgere solo le punte, formando per così dire un prato di arbusti, come
il Salix lierbacea. 2) Le formazioni chiuse prevalentemente erbacee comprendono il prato, che è
la formazione caratteristica della regione alpina. Nel dominio nivale inferiore si possono avere
solo magre rappresentanze dei tre tipi di prati: secchi, freschi ed umidi ; il tipo secco predomina,
ed è caratteristico il fatto che in esso le zolle erbose sono commiste con quelle legnose, onde
potrebbe parlarsi di una formazione mista.
Il secondo gruppo comprende le formazioni aperte, che sono costituite da individui isolati,
non coprenti il suolo ; esse sono quelle tipiche della regione nivale propria. Fra queste ci inte¬
ressano i 3 gruppi delle « Sandfluren >•, colle piante crescenti fra i minuti detriti o le sabbie,
delle « Schutt fluren » con quelle vegetanti fra le pietre ed il rottame più grosso e della « Fels-
flora » con quelle abbarbicate nelle fessure delle rupi e delle pareti rocciose.
I. Biosinecie.
Queste sono di più facile osservazione, perchè dipendenti in gran parte dagli adulti,
almeno quelle terrestri. Il dott. Bàbler ha classificato con acutezza queste ultime a seconda
che si trovano su substrato fermo o sopra substrato in movimento, essendo questo secondo
caso affatto particolare delle alte regioni, sopratutto in dipendenza del moto dei ghiacciai.
Per quanto riguarda i ditteri tale distinzione non è però necessaria: onde possiamo ridurre
le relative biosinecie alle seguenti.
A. All’asciutto.
a. Il piano erboso, con formazione chiusa prevalente del tipo misto di cui sopra,
.sparso di rado pietrame o di piccoli affioramenti di rocce. Vi si trovano specie di Tipula,
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M. BEZZI
di Bibio, di Lycoria, di Ernpis, ecc. e fra gli Antomiidi è più particolarmente frequentato-
da diverse Chortophila ( radicum , caerulescens, grisella, aestiva ecc.), da alcune Mydaea
(i duplicata , fratercula , lucorum ecc.) e dalle specie di Rhynchotrichops, Eriphia, Neopo-
gonomyia, Pogonomyia , Drymia , ecc.
b. Il piano roccioso, o coperto di grossi blocchi o di pietrame di grandi dimensioni,
con scarse isole di vegetazione e zolle disseminate del tipo delle “ Schuttflurcn ». Vi stanno
Tipula glacialis, Lasiopogon sp. variae, Chortophila alpigena e piliventris, Acroptena
sp. variae, Myiospila meditabunda, Mydaea rufnervis, ecc.
c. Il piano sabbioso , o coperto di ghiaia o di minuto pietrame, con scarsa vegeta¬
zione del tipo delle u Sandfluren ». Vi sono Acrocera stelviana, Alliopsis glacialis, Acrop¬
tena, ecc.
d. La costa erbosa, come il piano di cui in a , ma in diverse condizioni di esposi¬
zione e di pendenza. Vi si notano Tipula, Rhamphomyia, Bicellaria alpina , Hercostomus
fugax, Sympycnus cirrhypes. Rhynchocoenops obscuricUla, Enoplopteryx obtusipennis,
Trichopticus furcatus, Limnophora dispar e latifrons, Ischyroptern bipilosa , ecc.
e. La pietraia, come il piano in b, ma in diverse condizioni di esposizione e di
pendenza. Vi abbondano le Rhamphomyia, VEucoryphus coeruleus, le Acroptena e le
Phaonia, ecc.: e sulle piccole pietre è frequente V Ancistrophorci Mihi.
f. La morena, con scarsa vegetazione del tipo « Schuttfluren » fra il materiale mobile
o moventesi. Vi è la Tipula irregularis, V Admontia, le Acroptena, ecc.
g. La parete rocciosa, più o meno rotta, con terriccio e zolle sparse fra le anfrat¬
tuosita e fessure, del tipo della «Felsflora». Vi stanno qualche Chilosia, diversi Anto¬
miidi e vi giungono la Peletieria , V Allophorocera, la Sarromyià, ecc.
h. La terrazza sospesa fra le rocce, variante per inclinazione ed esposizione, con
scarsa vegetazione come in g. È tipica del Rhynchopsilops villosa.
i. La vetta isolata; se con vegetazione come sopra, vi si trovano Acroptena, Rhyn¬
chotrichops ed altri Antomiidi; se nuda, vi volano attorno i visitatori, come Musca vomi¬
toria, Cynomyia mortuorum, gii Estridi, Eristulis tenax, ecc.
k. L'isola nivale. Piccola plaga di suolo in pendenza ed esposizione varie, posta
sopra il limite orografico delle nevi e chiusa fra i nevati: in certe annate per lo sciogliersi
di questi si fonde colle terre libere circostanti; in certe altre non viene nemmeno a sco¬
prirsi. Può risultare di una o più delle biosinecie precedenti.
l. L’isola glaciale o Firninsel di Heer. Tratto più o meno esteso di suolo libero,
posto sopra il limite climatico delle nevi, od almeno cinto tutto aH’intorno da un ampio
manto di ghiacci. Quando è di piccole dimensioni può constare di una sola delle biosinecie
di cui sopra; quando è vasta può comprenderne parecchie, sia di quelle che delle seguenti.
B. Nei pressi dell’acqua o delle nevi fondenti.
a. Le rive del ruscello, con vegetazione chiusa. Vi stanno Tricyphona alticola,
Dicranoptycha, Ectinocera borealis, ecc.
b. Le vicinanze del ruscello con pietrame o ghiaia e scarsa vegetazione. Vi stanno
i Rhypholophus, la Limnophora brunneisquama, ecc.
c. Le rocce o le pietre spruzzate, presso le cascatene e gli stillicidio È il luogo
tipico delle Atalante, come Phaeobalia, Chamaedipsia, ecc.
d. Il piano acquitrinoso, o fangoso, o sabbioso, con formazioni vegetali in parte
chiuse. Vi si trovano Hydrophorus Rogenhoferi, Bergenstammia multisetosa, ecc.
STUDI SULLA. D1TTER0FAUNA NIVALE DBLLE ALPI ITALIANE
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e. Le rive del laghetto , o delle pozze d’acqua stagnante, rocciose o frantumate, con
scarsa vegetazione. Vi stanno gli Efidridi, "la Lispa tentaculata, ecc.
f. I margini delle macchie di neve fondente, fra le pietre o dove si accumula il
terriccio, ed allora colla particolare vegetazione delle « Schneetàlchen » di Heer. È tipico
delle Acroptena.
C. Sui ghiacciai o sui nevati.
Non ancora noto pei ditteri, ma è possibile che vivano larve di Tendipedidi nel cosi¬
detto crioplancton. Forse vi appartiene la Prodio/mesci nivicola.
D. Entro le acque (per le sole larve).
a. Nel ruscello freddo di provenienza glaciale, rapidamente scorrente per le rocce
o fra le pietre. Vi stanno le larve di Melusina e di alcuni Tendipedidi: più in basso
quelle dei Blefaroceridi con Lipuneura ed Hapalothrix.
b. Nelle acque lentamente scorrenti o nelle pozze, calde sotto l’insolazione, fredde
nella notte. Vi stanno altri Tendipedidi.
c. Nei laghetti alpini. Yi si rinvengono larve di Culex, di Chaoborus o di tendi¬
pedidi, ma non mai sopra dei 3000 m.
HI. Biocenosi.
Si sogliono dividere in Fitobiocenosi e Zoobiocenosi, se sono in rapporto con piante
o con animali viventi, ed in Allobiocenosi, se interessano sostanze organiche morte o
corpi inorganici; è più opportuno però riserbare tal nome solo a quest’ultimo caso ed
usare per l’altro quello di Saprobiocenosi. Il dott. Babler ha già fatto una classificazione
per la regione nivale, osservando che il carattere peculiare di tale ambiente è dato dall’e¬
norme preponderanza delle Allobiocenosi sulle altre. Per quanto riguarda i ditteri nivali,
si possono osservare i casi seguenti, che interessano sopratutto le larve.
A. Fitobiocenosi.
a. Nelle galle , come Rhopalomyia, Perrisia, e gli altri Itonididi.
b. Nei fori, come la Chiastochaeta trollii.
c. Nelle foglie, fusti ed altre parti aeree delle fanerogame, come Scaptomyza,
Ditaenia, Oscinosoma, ecc.
d. Nei rizomi, bulbi, radici ed altre parti sotterranee delle fanerogame, come
Chilosia.
e. Nei muschi, licheni ed altre crittogame delle rupi, come Ptiolina , Eucoryphus ;
o nei funghi, come Boletina.
B. Zoobiocenosi.
a. Come parassiti epizoi su mammiferi ed uccelli, p. e. il Melophagus.
b. Come parassiti interni di mammiferi, p. e. Oestrus , Gastrophilus.
c. Come endoparassiti di altri artropodi-, lepidotteri, es. Allophorocera ; ditteri.
es. Admontia; coleotteri, es. Sarromyia ed Ancistrophora; aracnidi, es. Acrocera stelviana.
d. Come foleofli, p. e. Lycoria Vaneyi nelle tane della marmotta.
C. Saprobiocenosi.
ci. Nelle materie vegetali in decomposizione e nel terriccio delle zolle e dei cusci¬
netti, come le larve degli Antomiidi. È la biocenosi dominante nelfambiente nivale.
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M. BEZZI
b. Negli escrementi dei mammiferi, come Pseudopy retila cornicina, caesarlon e
Scope a ma ster cor a r ium .
c. Nei cadaveri di vertebrati autotermi, come Cynomyia, Musca (Calliphora) e
Sarcophaga.
D. Allobiocenosi.
* Dei tratti liberi di neve.
a. Nel suolo terroso, sabbioso o fangoso, come Tipula, Rhamphomyia, Lasiopogon.
b. Sotto o tra le pietre, come Aptanogyna, Crunomyia, ecc.
c. Nelle fessure .delle rocce , come Chionea.
d. Sopra, le rocce ed i grossi blocchi, come Eucoryphus, Sympycnus cirrhipes,
Tachista, Bi celiarla , ecc.
** Dei nevati o dei ghiacciai.
Non se ne conoscono ancora pei ditterò
'*** Delle acque.
a. Liberamente nuotanti alla superficie, come le larve planctoniche di Chaoborus.
b. Sul fondo roccioso o pietroso , aderenti al substrato, come le larve dei Melusinidi
e dei Blefaroceridi .
c. Sul fondo ghiaioso o sabbioso, come alcuni Tendipcdidi.
d. Sul fondo melmoso, entro la melma, come altri Tendipedidi.
e. Sulle pietre o sulle rocce coperte da sottile velo corrente (fauna igropetrica
del prof. Thienemann), come i Taumaleidi.
f. Sulle pietre o sulle rocce spruzzate , come le Atala nte.
6. Censimento delle 'specie e loro limiti altimetricì.
Giunti a questo punto ci interessa di conoscere le specie di ditteri che furono sinora
accertate quali abitatrici della regione nivale delle Alpi.
La cosa non è facile, perchè, come abbiamo detto, i limiti in altezza non si possono
prendere in senso assoluto, come ha fatto il prof. Calloni nella compilazione delle sue
tabelle. Così p. e., stabilito come limite medio inferiore l’isoipsa di 2700 m., non possiamo
senz’altro dire che un dittero trovato a 2750 m. è nivale, mentre uno trovato a 2650 m.
non lo è. Si deve senza dubbio tener conto di ogni rinvenimento nei riguardi all’altezza
in cui avvenne, poiché esso costituisce un reperto concreto ed un dato di fatto sicuro;
ma si deve osservare se il dittero presenta o meno i caratteri nivali tipici.
In tal modo si ottiene già di distinguere due categorie, una pei ditteri trovati entro
1 limiti stabiliti e che si possono considerare nivali con sicurezza, e l’altra per quelli ivi pure
rinvenuti ma che evidentemente non lo possono essere. Inoltre dobbiamo tener conto dei
visitatori, cioè di quei potenti volatori che arrivano spesso a grandi altezze, ma che si
sviluppano solo in basso. Da questi dobbiamo tener distinti quelli che son portati in alto
passivamente dalle correnti aeree e che contribuiscono a formare la fauna morta dei nevati;
ciò anche quando siano stati trovati viventi.
Raccolti i dati, ho creduto bene di ordinarli col consueto sistema delle tabelle. Di
queste ne presento 6, di cui le prime 3 comprendono in maggioranza specie che si pos¬
sono considerare adattate alla regione nivale, seppure in parte non esclusive di essa. Le
2 seguenti comprendono le specie visitatrici attive o passive. L’ ultima infine, che è di
gran lunga la più numerosa di tutte, abbraccia le specie alpine, di cui parecchie sono
certo anche nivali o possono divenirlo; essa ci mostrala gran ricchezza della ditterofauna-
STUDÌ SULLA DITTEKOFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
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che popola la regione fra i 2000 ed i 2700 m., dove anche la flora alpina raggiunge il
suo massimo splendore, ammantandosi dei suoi più belli ornamenti.
Dalle tabelle medesime risultano pure le indicazioni che importa mettere in rilievo
pel nostro studio; come, la distribuzione nei 3 gruppi principali delle Alpi, colonna (2); la
eventuale presenza nelle terre artiche o circonvicine, colonna (5); qualche dato etologico,
colonna (6); il nome degli autori che hanno fatto le osservazioni, colonna (4); ed i limiti
altimetrici segnati colle due cifre estreme, colonna (3).
Questa dei limiti in altezza è una questione assai delicata, tanto più che la distribuzione
verticale deg-li insetti in genere sulle Alpi italiane è ancor poco nota. Solo i coleotteri del Friuli
furono dal dott. Gortani studiati di proposito nel loro complesso sotto tale punto di vista; ma
disgraziatamente le sue osservazioni non giungono tino alla regione nivale. Egli distingue pel
Friuli una zona litorale ed una padana, dalle lagune al piede dei colli ; poi ha le regioni submontana
e montana che tiene unite, considerandole come le più ricche, con numerosi Carabidi, Statili nidi^
Cerambicidi e parecchie famiglie proprie; poi le regioni subalpina ed alpina, che sono meno
ricche ed in cui la vivacità dei colori e la varietà delle forme vanno diminuendo.
Per riguardo ai ditteri io credo possibile distinguere sei divisioni altimetriche, come segue.
1. Zona padana o dei Bombilidi, da 100 a 300-500 m.
Essa comprende il fondo delle maggiori vallate, le quali movendo spesso dai nostri grandi-
laghi, sulle cui rive vegetano l’olivo e gli agrumi, si addentrano talvolta profondamente nella
parte italiana del sistema alpino. Essa è distinta per la presenza di forme tipicamente mediter¬
ranee, che possono anche mancare nella vicina pianura e che trovano invece in quei fondi di
valle condizioni favorevoli di temperatura. Il dott. Giraud, trattando nel 1863 degli imenotteri
della Valle di Susa, ha già posto in evidenza questo notevole fenomeno, che venne poi coll’usata
maestria illustrato dal prof. Michele Lessona a p. XIV-XV della prefazione alla Flora segusina
di F. Re, edita nel 1881 da B. Caso, e felicemente paragonato a quanto si osserva per le isole
Borromee del lago Maggiore.
Data la ripidità del versante meridionale delle Alpi, troviamo spesso il fatto straordinario
che nello spazio di pochi chilometri si passa dal fondo valle con elementi mediterranei alla cima
dei monti con elementi artici e nivali. Io ho potuto constatare questa singolarità nei tre luoghi
delle Alpi dove mi fu dato condurre più ampie ricerche. E precisamente nella Valle dell’ Adige
fra Mori e San Michele (190-230 m.) e nella conca a N del Garda fra Arco e Riva (70-90 m.)
non lungi da cui il gruppo di Brenta si erge a 3155 m. Poi nella bassa Valtellina fra Colico e
Sondrio (200-300 m.), subito a N della quale si elevano i gruppi del Disgrazia (3678 m.) e del
Bernina (4050 m.). Infine nel bacino Bussoleno-Susa 1440-500 m.) sopra il quale il Roccamelone
si solleva d’un balzo lino a 3537 m.
Non è senza meraviglia che a Trento come a Susa si raccoglie sulle mente profumate l’ele¬
gante Orchisia costata , sparsa per l’Africa e le Indie lino alle Filippine. A Bolzano (273 m.)
come a Sondrio la larva del Vermileo si scava fra le sabbie la sua trappola ad imbuto. Qua e
là si rinvengono Anoplieles maculipennis , Blepharocera fasciata, Pangonia maculata e margi¬
nata, i l'abanus anthracinus, Rhagio funebris , varie specie di Leptogaster, Saropogon luctuosus,
Selidopogon diadema , Ancylorrhynchus glaucius, Machimus cohibrinus, Haltericerus impar,
Spathiogasler ambulans, Milesia semiluctifera e crabroniformis, Callicera aenea, Psarus abdo-
minalis, Cerioides conopoides e subsessilis, molti conopidi e tutta una serie di Acalitteri come
Adapsilia, Hypochra, Cyrtonotum, ecc.
Ma la nota peculiare e più vistosa è offerta dai Bombilidi, con Exoprosopa jacchus, minos,
cleoniene, Thyridanthrax perspicillaris, afer, vagans, Villa, Aìithrax tripunctatus e etruscus,
Chalcochiton holosericeus *), Lomatia e diversi Bombylius, Systoechus e Dischistus.
l) Sulle montagne della Corsica questa specie fu osservata fino a 1200 m. dal Becker, 1910.
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M. BEZZI
2. Regione collina o dei Tipulidi-Limoniidi, da 300-500 a 800-1000 m.
Occupa le falde dei monti, che dalla pianura o dal fondo valle di cui sopra, si alzano sino
al limite della vite e del castagno. E dunque la prima regione in altezza che si incontra, poiché
la precedente è da considerarsi come la parte della zona padana che si addentra nel sistema
alpino.
Essa è la più ricca di tutte in fatto di ditteri. Il suo carattere peculiare è dato dai nume¬
rosissimi Tipulidi e Limoniidi, che nelle pendici boscose ricche di acque dominano per numero
di specie e di individui. Era i nemoceri vi abbondano ancora i Culicidi, i Tendipedidi e gli
Itonididi galligeni delle piante erbacee. Fra le caratteristiche più appariscenti si possono ricor¬
dare la Potamida ephippium, i Beridini ed i Geosargini, i Chrysops e le Chrysozona , i fiagio-
nidi. 1 ’Asihcs erabroniformis, le Dioctria e gli Holopogon , il Cyrtopogon platycerus, il Bombylius
aler, le Noeta, gli Sciapus, la Didea , i Chrysotoxum, le Vohccella' zonaria e inanis, numerosi
e tipici Dorilaidi: una infinita serie di Miodarii superiori, fra cui Gonia , Ocyptera, i Fasiini ed
i Faniini; parecchi Antomiidi come Polietes, Alloeostyìus. Fannia , Azelia , Lispa, ecc. ed una
quantità di Acalitteri, fra cui sopratutto Sapromizidi, Ortalidi e Tripaneidi.
3. Regione montana o dei Fungi voridi, da 800-1000 a 1200-1400 m.
In essa si estende il bosco deciduo, con faggi, aceri, sorbi, tigli, olmi, frassini, ecc., sotto
le cui fresche ombre vivono torme innumerevoli di Fungivoridi, in relazione col gran numero
di Imenomiceti che vi alligna.
Vi predominano i ditteri a larve legnicole non di resinose, come varie e belle specie di
Flabellifera e Xiphura, la Coenomyia ferruginea , la Erinn a atra e diverse specie di Zelima ,
Criorrhina e Blera. Sono pure speciali gli Itonididi galligeni degli alberi decidui ed i generi
Pedicia, Amalopis e Penthoptera fra i Limoniidi. Vi si trovano ancora il Dasypogon teutonus, il
Leptarthrus brevirostris, le Ernestia, le Echinomie e molti Muscidi, le Pegomyia, Volucella
bombylans e pellueens, la Neuroctena anilis , molti Scopeumidi, Eleomizidi e Psilidi.
4. Regione subalpina o degli Empididi e degli Asilidi di montagna, da 1200-1400 a 1800-2100 m.
E il regno delle conifere, distinto dal predominio dei ditteri predatori, fatto che può mettersi
in rapporto colla relativa scarsità dei fiori in confronto della regione seguente, nella quale
dominano appunto gli antofili.
Sono numerosissimi gli Empididi fra cui eccellono i generi Rhamphomyia , Empis, Ililara ,
Oreogeton , Oedalea, Euihyneura , Tachydromia, ecc. ; molto caratteristiche sono le Empis crassa
e serena e parecchie del giuppo Pachymeria, che si vedono affaccendarsi sugli scarsi fiori delle
carduacee ; nonché le Hilara' tessitrici del gruppo sartor , i cui sciami danzanti balenano di luci
argentine sotto i rami degli abeti. Non molte specie ma immenso numero di individui presentano
i grossi Asilidi truncicoli e lapidicoli dei generi Laphria e Nusa , tutta una serie di Cyrtopogon ,
il Cerdistus alpinus e lo Stilpnogaster aemula. Inoltre sono degni di menzione i Cilindrotomini,
i Taumaleidi, V Atherix Ibis, la Symphoromyia crassicornis, la Larvaevora Marklini , 1' Onycho-
gonia flaviceps, la Mesembrina mystacea, numerose Scopeuma, il genere Psilosontà , ecc.
5. Regione alpina o dei Sirfidi, da 1800-2100 a 2600-2800 m.
E la cintura dei prati alpini, dal limite superiore della vegetazione arborea a quello orogra¬
fico delle nevi.
Sui fiori ovunque profusi e per lo più raggruppati a chiazze di vario colore spiccanti da
lontano, si raccolgono a torme i Sirfidi antofili ; molti di questi buoni volatori, sopratutto quelli
a larve afidivore ed a larve xilofaghe, accorrono dalle due sottoposte regioni a sfruttare le inesau¬
ribili risorse di nettare. Assai tipici sono i generi Syrphus e Chilosia, con innumerevoli specie.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
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Nelle altre famiglie sono caratteristici la Melusina hirtipes, il Bihio pomonae , tutta una serie
di Tipula e di Limoniidi, e parecchi Itonididi del ginepro e delle erbe alpine. Vi si nota ancora
una svariata sequela di Tabanus, molti Tachidromini, parecchi Hercostomus, i Dolichopus a piedi
neri, ed un numero abbastanza grande di Acalitteri, Antomiidi, e Muscidi.
6. Regione nivale o degli Antomiidi. da 2600-2800 m. in su.
Questa è la regione di cui si tratta nella presente memoria; essa è distinta dal predominio
assoluto degli Antomiidi e dalla mancanza quasi completa dei Sirfìdi e degli Acalitteri, che sono
invece così frequenti nelle regioni sottoposte.
In base a quanto precede io ho segnato nelle tabelle, a sinistra della colonna (3), 100
per indicare una specie che si trova già a cominciare dal fondo valle ossia dalla zona
padana; 300 per una che fa la sua comparsa fin dalla regione collina; 800 per una che
principia da quella montana; 1200 per una della subalpina; 1800 per una dell’area di
transizione fra i boschi resinosi ed i prati; 2^00 per una della regione alpina; 2500 per
una che scenda appena e 2700 per una che non scenda sotto i limiti nivali. La cifra di
destra vale sempre per indicare il limite massimo di ritrovamento.
Dirò infine che in queste tabelle io ho cercato di tener conto esclusivamente dei dati
finora pubblicati, quali risultano dalla letteratura speciale elencata nella bibliografia. Ma
in parecchi casi non ho potuto fare a meno di completarli o di modificarli parzialmente
secondo le mie constatazioni personali ancora inedite, che saranno in seguito rese di
pubblica ragione in questa serie di studi od in altri lavori.
Ciò si riferisce in modo particolare ai numerosi reperti delle Alpi della Stiria effettuati
dal prof. Strobl, che pur non avendo raccolto sopra i 2500 m., ha però esplorato ripetuta-
mente le cime dei suoi monti; data la posizione periferica che questi occupano nel sistema
alpino, non è da meravigliarsi se già a tali limiti si incontra un gran numero di forme
prettamente nivali. Nel che si può trovare un’ altra conferma alla legge del Marinelli più
addietro ricordata, da aggiungersi a quella offerta pel limnobio dei laghi alpini dal pro¬
fessore Zschokke, che ha constatato come « il limite superiore della vita animale, coinci¬
dente col limite di condizioni biologiche favorevoli, è situato nelle diverse montagne ad
altitudini diverse: esso sembra innalzarsi nelle catene più grandi». Analogamente per la
flora il Reishemer ha trovato, confrontando il gruppo dello Stubai con quello dell’ Ada-
mello, che in ogni caso il limite superiore della vegetazione arborea si eleva colkelevarsi
della catena montana, ed é più basso alla periferia del gruppo montano che non nella
sua porzione centrale.
40
M. BEZZI
Tabella I.
Elementi accertati tipici, che presentano i caratteri di adattamento ed abitano in per¬
manenza la regione nivale, vi si sviluppano e vi si rinvengono regolarmente e di solito
abbondantemente. Sono i coloni, che hanno stabile dimora nelle eccelse regioni, vi domi¬
nano o vi resistono; essi si trovano talvolta anche sotto i limiti, in condizioni adatte, ma
allora non sono dominanti. Sono gli alpini di Heller, gli eunivali di Calloni.
STTJDÌ SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE 41
È interessante rilevare che sopra queste 47 specie, gli Automiidi sono 81, rappre¬
sentano cioè il 66°/0.
6
42
M. BEZZI
Tabella II.
Elementi accertati parassiti, che hanno seguito nella regione nivale le loro vittime od
i loro ospiti, i quali sono, o determinati animali nivali, o determinate piante nivali. Essi
presentano in genere i caratteri di adattamento. Sono gli sfruttatori, ma non sembrano
molto numerosi, il che è appunto un carattere notevole della ditterofauna nivale. Gli
Estridi non sono da porre qui, ma stanno fra i visitatori, in causa delle abitudini degli
adulti.
Tabella Ili-
Elementi accertati sparii, cioè non tipici, o perchè mancano dei caratteri di adatta¬
mento, o perchè sono rari e sporadici, o perchè son frequenti in regioni più basse. Essi
tuttavia abitano in permanenza nella regione nivale, e vi si sviluppano; alcuni ne sono
quindi, ed altri possono divenirne, membri genuini. Sono ) pionieri, che Heller chiama
alpi fili, e Galloni ticonivali.
%
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
43
V '
44 M. BEZZI
Tabella IV.
Elementi accertati di passaggio, costituiti da buoni volatori che giungono frequente¬
mente, od anche regolarmente, nelle alte regioni, ma non vi si sviluppano; o se avviene
che vi si sviluppino dalle uova deposte sulle carogne, se ne vanno subito appena distese le
ali. Sono in questo caso i grossi Muscidi sarcofagi, che arrivano fin sulle più eccelse rupi
attirati dall’odor dei cadaveri; il prof. Strobl racconta di essersi una volta imbattuto in
una carcassa di camoscio, coperta da nuvoli di Cynomyia. Sono da collocarsi qui anche
i cosidetti Estridi, che intessono i loro voli nuziali attorno alle cime; e parecchi Si r fidi ,
STUDI SULLA DITTJEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
45
come P Eristalis tenax , cbe non manca mai presso ai fiori anche delle maggiori altezze,
mentre si sviluppa solo nelle acque putride delle regioni più basse. Sono i visitatori od i
turisti, che Heller chiama alpivaghi , e che Galloni non differenzia dai suoi tico ni vai i.
(i)
TABELLA IV.
w
Alpi
(3)
Limiti
altimetrici
(4)
Autorità
Dati
reogratìci
(6)
Dati etologici
larva
adulto
Tabella V.
Elementi accertati passivi, che raggiungono la regione nivale trasportati dal vento,
ma che vi trovano di solito la morte. Vi appartengono le specie i cui cadaveri sono così
di spesso ricordati nella letteratura alpinistica come giacenti sulla neve a grande altezza:
esse partecipano alla formazione della fauna morta dei ghiacciai e dei nevati, cosi impor¬
tante perchè sfruttata da vari artropodi, sopratutto aracnidi. Sarebbe importante fare lo
40
M. BEZZI
studio aitcho di tale ditterofauna, per vedere se in essa si trovano elementi preponderanti
e quali sono, e ricavarne eventualmente dati per spiegare le origini delle fatinole delle
isole glaciali o delle vette, e la genesi del loro popolamento. Già il Palm nei “ Verhand-
lungen „ del 1869 citava con meraviglia a p. 39S le specie raccolte dal prof. Heller a
3274 m. sulle nevi dell’ Habicht; e con maggior stupore vediamo ricordati dal dottor
Bàbler (p. 859) alcuni minutissimi ditteri da lui trovati il 27 settembre 1907 sulla vetta
del Piz Bruin a 3316 m.. vetta che è perfettamente isolata e priva di vegetazione.
Sono le vittime, che Heller non distingueva dagli alpivaghi, nè Calloni dai ticonivali.
STUDÌ SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
47
L’eterogeneità di questi elementi passivi e quindi casuali, è dimostrata anche dal gran
numero delle famiglie in confronto di quello piccolo delle specie; fatto che contrasta assai
con quanto si osserva nelle, precedenti quattro tabelle, in cui è evidente la preponderanza
di determinati gruppi.
Tabella VI.
In questa tabella sono indicate le specie occorrenti nelle Alpi fra i 2000 ed i 2700 m.
di altezza; di esse però solo una piccola parte sono esclusive della regione alpina propria,
mentre moltissime vi salgono dalle sottoposte plaghe, a raggiungervi i limiti superiori
della loro distribuzione verticale. Da questo lungo elenco risultano le ricche riserve che
vivono ai confini della regione nivale, pronte in parte ad inoltrarvisi ove l’occasione le
faciliti o le forzi. Talune di queste specie presentano già caratteri nivali, ed altre sono
proprie di paesi nordici o persino delle terre artiche; quindi costituiscono elementi in
parte possibili, almeno come alpifili o come . ticonivali.
48
M. BEZZI
STUDÌ SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE 49
V
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M. BEZZI
STUDI SULLA DITTEJROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
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STUDI SULLA DITTE ROF AUN A NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
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M. BEZZI
(6
TABELLA VI.
Sapromyza rorida Fall.
Fani. Sciomyzidae.
Pliaeomyia fuscipennis Meig'.
Sciom vza dorsata Zett.
» ventralìs Fall.
, dubia Fall .
Colobaea bilasciella Fall.
Grapltomyzina 1 imbaia Meig.
Dttaenia brunnipes Meig. ( pusilla ) .
Renocera pallida Fall.
Tetanocera elata Fabr.
Lunigera ehaeropliylli Fabr. (covyleti)
Pherbina punetata Fabr. ( pllìictulata )
[.minia fumigata Scop. (VUjlfì'OilS)
Fani. Heleomyzidae.
Suillia nemorum Meig. (Helomyza)
■> flava Meig .
» similis Meig' .
» lurida Meig' .
» flavifrons Zett. [parva)
Fani. Dryomyzidae.
Dryoinyza flaveola Fabr.
Fani. Scopeumidae (Scatophayidae)
Cordylura cibata Meig.
Hexamitocera loxocerata Fall. .
•Scopeuuia anale Meig. ( Scatophaga )
» inquinatimi Meig.
» lutarium Fabr.
» suillum Fabr. ( spuvcum )
> taeniopus Rond.
» cinerarium Meig. .
> luridum Schin.
» merdarium Fabr. .
> squalidum Meig.
Norellia striolata Meig.
» alpestris Schin.
> liturata Meig'.
Acantholena spinipes Meig.
Clidogastra carbouaria Pok
> nigrita Fall. . ' . :
•Coehliarium eastanipes Beck.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
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M. BEZZI
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M. BEZZI
STUDÌ SULLA DITTERO FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
(-55
7. Conclusioni generali.
La ditterofauna dello Alpi è una dello più ricche fra quelle dell’ Europa intera. Non
abbiamo un catalogo relativo; ma basta ricordare che il prof. Strobl enumera per la
Stiria 3518 specie con 447 varietà. Aggiungendo a queste le molte specie note per la
Carinzia e la Carinola, e quelle della Selva viennese, del Salisburgo, del Tirolo-Trentino,
del Vorarlberg e della Svizzera, nonché le poche delle Alpi occidentali, si arriva facilmente
a superare la cifra di 5000. la quale è però di certo inferiore a quella reale.
Nella regione collina predominano gli elementi sud- e centro -europei, con parecchi
spiccatamente mediterranei; in quelle montana e subalpina sono in maggioranza gli ele¬
menti centro- e nord-europei; questi ultimi abbondano poi nell’ alpina, in compagnia di
qualcuno prettamente artico.
È nella regione montana che fanno la loro comparsa gli elementi endemici, i quali
diventano sempre più abbondanti in quelle subalpina ed alpina, costituendo il carattere
peculiare della fauna delle Alpi. Dalle precedenti tabelle risulta il fatto importante che
tali elementi endemici alpini vanno coll’altezza prendendo sempre più il sopravvento su
quelli nordici ed artici; onde la regione nivale resta in prevalenza abitata da essi.
Un comportamento analogo fu constatato per le piante della flora nivale del M. Rosa
dal prof. Vaccari; e questa circostanza è davvero notevole. Poiché essa ci dimostra che
se mai in origine i vegetali e gli insetti artici ed alpini hanno potuto esser gli stessi, gli
ulteriori adattamenti al peculiare ambiente dell’alta montagna hanno in seguito in gran
parte differenziato questi da quelli.
Dalla Tabella VI si vede bene come nella regione delle praterie alpine i Sirfidi hanno
il sopravvento sugli Automi idi, particolarmente per opera dei due generi Chilosia (a larve
litofaghe) e Syrphus (a larve afidi vore), che mancano quasi interamente sopra i 2700 m.
in conseguenza delle abitudini delle loro larve. Anche i Miodarì acalitteri sono abbastanza
numerosi, mentre quasi non superano il limite delle nevi. È interessante constatare come
le larve saprofaghe e fltofaghe predominano sulle carnivore; come quelle terrestri e xero-
file predominano su quelle acquatiche ed igrofite; come gii adulti antofili predominano
sui predatori.
Dalla tabella II in confronto colla VI risulta la gran diminuzione che i parassiti
subiscono coll’ altezza. Fra i Muscidi, quelli parassiti dei lepidotteri sono nella regione
nivale in minoranza, mentre nelle regioni inferiori sono in maggioranza.
66
M. BEZZI
Per stabilire qualche confronto fra i (littori della regione nivale ed alpina con quelli
delle zone nordiche ed artiche, può servire la seguente tabella VII. In essa ho notato famiglia
per famiglia il numero delle specie trovato nelle Alpi sopra i 2700 m., sia come abitatol i
tipici o frequenti [tab. I-III, col (2)], sia come visitatori o passivi [tab. IV-V, col. (3)]; e
poi quello delle specie trovate fra i 2000 ed i 2700 m. [tab. VI, col. (4)]. Indi ho messo
il numero per la Norvegia [col. (5)], quale risulta eia Siebke-Schoyen, e per la Lapponia
[ col. (6)] secondo Zetterstedt; inoltre quello della Russia artica [col. (7)] secondo le rac¬
colte fatte da Poppius nella penisola di Kanin e adiacenze. Per le terre artiche ho
messo i dati del prof. De Meijere [col. (8)] concernenti la Groenlandia, l’Islanda, lo Spitz-
berg, la Nuova Zembla, ecc. ; ed infine per l’ Alasca [col. (9)] quelli offerti dal Coquillett
nella spedizione Harriman. Alcune di tali collezioni sono senza dubbio troppo scarse,
còme quella del Poppius: ma per avere dei dati generali di confronto possono servire
benissimo, perchè le proporzioni potranno variare solo di poco anche per raccolte più
iucche.
' ; .
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
67
68
M. BEZZI
Da questa tabella è notevole rilevare come nelle zone settetrionali siano mollo abbon¬
danti gli ortorrafi nematoceri, che invece scarseggiano nelle due regioni superiori delle Alpi.
Il fatto è sopratutto evidente pei Tendipedidi, pei Fungivoridi e pei Licoriidi ; queste due
ultime famiglie sono invece abbondantissime nelle regioni montana e submontana delle
Alpi. Fra gli ortorrafi brachicela è assai caratteristica l’importanza degli Empididi, che sono
dominanti tanto nelle Alpi come nelle terre nordiche. Tra i ciclorrafi è da notarsi il domi¬
nare degli Scopeumidi e sopratutto degli Antomiidi; questi ultimi sono più numerosi dei
Sirfidi nei paesi nordici e nelle terre artiche, mentre nella regione alpina accade precisa-
mente l’inverso, per effetto della grande ricchezza del genere Chilosia. Degna di rilievo è
l'assenza nella regione alpina dei Cliziidi (a larve fungivore) e dei Dorilaidi (a larve endo-
faghe dei Oicadellidi) che sono ancora abbastanza diffusi in Norvegia ed in . Lapponia. E
pure notevole la scarsità relativa delle forme ematofaghe nelle regioni superiori delle
Alpi, mentre esse pullulano nelle terre boreali (').
Sarà opportuno finalmente conchiudere con due brevi parole circa Porigine e la natura
*
della ditterofauna nivale delle Alpi. Essa è geologicamente assai recente. L’identità delle
specie più caratteristiche che per tutto il sistema alpino popolano le alte cime, non può
spiegarsi in altro modo che ricorrendo alle particolari condizioni verificatesi colP epoca
glaciale.
Considerando infatti una carta geografica od un plastico delle Alpi, su cui siano segnate
in bianco, come si suole, le regioni poste sopra il limite delle nevi, si rimane colpiti dalle
grandi distanze che corrono fra i vari massicci, i quali si presentano appunto come le isole di
un vasto arcipelago. Cosi come stanno ora le cose è certo impossibile ammettere che i
delicati Antomiidi nivali abbiano potuto passare da un gruppo all’altro, sia per via d’aria
che per via di terra. Essi dunque non possono non derivare da quelli che abitavano per
tutto il sistema alpino presso i grandi ghiacciai, che si spingevano molto più in basso,
fino a raggiungere il livello dell’attuale pianura. Essi hanno poi seguito il ritiro progres¬
sivo dei ghiacci, finché son rimasti accantonati presso le alte cime, dove ora li troviamo.
Può darsi che in origine molte di tali specie fossero uguali a quelle che contempo¬
raneamente dovettero esulare verso le zone artiche; ma è certo che in seguito deve essere
intervenuta una ben profonda differenziazione. Pare anzi si possa ritenere che tale differen¬
ziazione sia avvenuta abbastanza presto, e si sia di buon’ora fissata nei ditteri nivali. Le
influenze del clima nivale non possono a meno di riuscire subito preponderanti, soprattutto
in quanto hanno di opposto a quelle del clima artico, come p. e. il forte riscaldamento
del suolo dovuto ad una grandissima intermittente insolazione piuttosto che ad una lunga
ma debole permanenza del sole sopra l’orizzonte, ecc. La potenza di siffatte influenze è
dimostrata dalla grande somiglianza che le ditterofaune nivali hanno fra loro anche in
regioni lontane; così p. e. gli Antomiidi delle grandi elevazioni del Tibet, del Kilimandjaro
o della Cordigliera delle Ande non sono diversi nell’aspetto da quelli delle Alpi. E poi
dalla notevole convergenza per cui ditteri di gruppi lontanissimi fra loro, come Tendipedidi,
Acroceridi, Ragionidi, Empididi e Muse-idi, vengono ad assumere tutti un facies molto
simile, che è poi quello tipico del gruppo predominante, cioè degli Antomiidi.
i) Lo Zetterstedt (p. 493-494) dice in proposito : myriades individuorum femineorum Simuliarum, Culi-
« certe non tanta copia Dipterorum pungentium exi- cura et Cerato pogonum implent aererò sono p'pienti
stit in olla alia terra, ac in nostra Lapponia. Ibi valde ingrato, solem obumbrant, viatorera persequun-
enim tota aestate, li. e. mensib. lui. et Aug.. praeser- tur eumque punctione aut morso doloroso et saepis-
tim in lucis, ventis non expositis, et circa vesperam, sime venenato laedunt».
STUDI SULLA DITTEROFAUF A NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
09
Formatasi così sulle Alpi una particolare ditterofauna nivale con adattamenti proprii,
le specie che la compongono sono poi rimaste quasi immutate, subendo un minimo di
variazioni, come è dimostrato dal loro piccolo numero e dalla prevalente loro identità per
tutto il sistema. Ciò è probabilmente da mettersi in relazione col contrasto esistente tra
la lunga vita larvale e il lungo stadio papale da una parte, e il brevissimo periodo imma¬
ginale dall'altra. Le larve e le pupe infatti, colla loro permanenza sotto la terra c sotto
la neve, vanno meno soggette alle influenze più caratteristiche del clima alpino; gli adulti,
che vi sono più esposti, hanno poco tempo per risentirne gli effetti: e siccome hanno
quasi sempre raggiunto la maturità sessuale subito dopo rechisi, le cellule germinali pos¬
sono venir poco influenzate nei rapporti ereditarli. A riprova del quale ultimo fatto si può
addurre che quando la vita immaginale è più lunga e la maturazione sessuale più tardiva,
come è il caso degli Asilidi predatori del gen. Lasiopogon, allora si riscontra una mag¬
giore variabilità, come risulta dall’ osservazione che in detto genero si hanno diverse
specie nei vari gruppi alpini.
Ci si presenta da ultimo il problema se la ditterofauna nivale delle Alpi si debba
considerare come il rimasuglio di quella più ricca e più varia di un tempo (quando gli
elementi artici erano ancora più numerosi), che si trovi ora in via di degradazione per
accantonamento in ambiente povero ed uniforme, con conseguente pammixia; oppure se
si debba ritenere una fauna ancor giovane in via di ascesa e di perfezionamento adattativo.
Pare probabile che essa sia più in via di regresso che di progresso, come è dimo¬
strato dall’abbondanza dei generi in confronto del piccolo numero delle specie, dalla netta
differenziazione di queste ultime per deficienza di forme intermedie di passaggio, dalle
loro dimensioni relativamente grandi, dalla scarsa variabilità dei numerosissimi individui
delle forme predominanti, dalla generale diffusione di queste ultime per tutto 1’ ambiente
disponibile, dalla saturazione dell’ ambiente stesso e dal raggiungimento dell’ equilibrio
biologico malgrado l’assoluta e sproporzionata predominanza di una famiglia su tutte le
altre. Altre prove indirette sono da desumersi dalla tendenza all’ autogamia delle piante
nivali, dal fatto che parecchie di queste escludono evidentemente 1 ditteri dai loro visitatori
e dalla preponderanza quasi assoluta delle forme allotrope fra i ditteri nivali.
L’immenso numero di individui con cui si presentano parecchi Antomiidi nivali potrebbe
prendersi come indizio di progrediente prosperità; ma esso è forse più che altro un fatto
anormale, in rapporto colla relativa abbondanza di una particolare vegetazione ed in dipen¬
denza della scarsità dei parassiti e dei predatori ‘), in primo luogo degli uccelli insettivori:
perturbazione, quest’ultima, di origine umana.
Il regresso della ditterofauna nivale è ad ogni modo corrispondente a quello che si
nota pei vertebrati ed è dovuto probabilmente a cause analoghe, da mettersi in parte in
relazione coi mutamenti sopravvenuti nel clima alpino per effetto del diboscamento.
x) L. Camerano. Dell'equilibrio dei viventi mercè
la reciproca distruzione. Atti d. R. Acc. di Scie, di
Torino, XV, 1879-80, p. 393-414, tav. IX-X1I.
II.
Quali sono i ditteri abitatori di un’isola glaciale: Rifugio Marinelli al Bernina.
« Malheuresement ils échappent en
« grand partie à nos observations par la
« brieveté de leni- periodo annuelle de
« vie, par leurs habitndes cachées, et
« souvent aussi par la difficulté d’atte-
« indre aux lieux qu’ils liabitent».
Fr. v. Tschcdi :
Le Monde des Alpes , issa (trad. lioin.'-
rit 1S70, p. 711).
1. Località e sue biosinecie.
In questo primo contributo presento un elenco dei ditteri che ho raccolto molti anni
or sono nelle immediate vicinanze del Rifugio Marinelli al Bernina. Io vi sono passato
diverse’ volte durante-i 7 anni della mia residenza a Sondrio, ma più che altro per ragioni
alpinistiche. Lo raccolte qui illustrate si riferiscono a più lunghe permanenze, effettuate
nel mese di Agosto degli anni 1903 e 1904. È col più vivo piacere che rievoco in questa
Fi <3. 1.
1. 'isola glaciale Marinelli al Bernina, veduta dall’alto ghiacciaio di Caspogg'io.
(Poi. prof. A. Corti Ayosto 1910)
occasione le indimenticabili ore trascorse in quel severo ambiente, in compagnia del
prof. Alfredo Corti, del prof. Bruno Galli-Valerio e del prof. Domenico Sangiorgi.
Ho scelto questa località sopratutto perchè si tratta di una vera oasi glaciale. Si
potrebbe forse obbiettare che essa è posta in gran parte sotto il limite climatico delle
nevi, che pel gruppo del Bernina si aggira attorno ai 3000 m. Ma basta uno sguardo
aH’unita veduta (fìg. 1) che debbo alla gentilezza dell’amico prof. A. Corti, il noto illustratore
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
71
di questo montagne, a persuaderei sulla vera natura dei luoghi. Assai istruttivo è poi
l’esame dello schizzo schematico a p. 130 della Guida delle Alpi Gotiche occidentali, voi. I,
Brescia 1911.
11 Rifugio Marinelli sorge a 2812 m. su di una balza rocciosa collocata fra le grandi
Vedrette di Scerscen inferiore e superiore e quella di Fellaria e la minore di Caspoggio.
Verso E il terreno scoperto si abbassa fino a circa 2750 m. in un lembo morenico che
si attacca alle roccie della Punta Marinelli (3186 m.)I a S ed a W precipita a picco sulla
Vedretta di Caspoggio e sulla morena di Scerscen inferiore; a N si solleva per una cresta
rocciosa che culmina a 3083 m., presso la Vedretta di Scerscen superiore.
La fauna di quest’isola glaciale mi parve sempre assai povera. Non ricordo di avervi
visto uccelli; di mammiferi vi è V Arpicala nivalis , di cui una volta il prof. Galli-Valerio
catturò una femmina gestante, che trovammo carica di parassiti esterni ed interni. Il
prof. Sangiorgi vi raccolse pochissimi coleotteri, nelle medesime ore di una mattinata
durante le quali io presi numerosi ditteri. Altri insetti non vidi, tranne qualche lepidottero ;
notai la presenza di parecchi aracnidi ed acari e di qualche miriopodo.
Importa mettere in rilievo il fatto che il materiale illustrato nella presente nota fu
raccolto 11-15 anni or sono, e che nel frattempo la località ha subito alcune notevoli
modificazioni. Infatti il Rifugio, che allora chiamavamo più modestamente capanna, venne
nel 1906 ampliato coll’ aggiunta di una nuova costruzione e vi si tiene nella stagione
opportuna servizio d’ albergo. Si potrebbe quindi istituire un confronto fra le condizioni
attuali e quelle di allora, nel senso di vedere se si sono avuti mutamenti nella ditterofauna
locale. Interesserebbe p. e. sapere se la Promusca domestica, clic a quei tempi mancava
assolutamente, non vi sia ora stata introdotta ed abbia potuto per avventura stabilirsi nei
pressi del fabbricato.
Per quanto riguarda le biosinecie di quest’oasi glaciale abbastanza ampia, mi pare
si possano ridurre alle quattro seguenti.
A. Il piccolo piano detritico a 2750 m., proveniente da Scerscen superiore e contiguo
alla morena laterale' della Vedretta di Caspoggio, pressoché privo di vegetazione per la
mobilità del materiale, e con pozze d’acqua derivanti dalla fusione delle nevi.
B. La costa erbosa (2750-2810 m.‘), che dal piano sopradetto sale a quello dove
sorge il Rifugio. Esposizione E; pendenza varia, ma non molto grande. E coperta di
piccoli tratti di formazioni prative miste e di zolle disseminate; disgraziatamente non ho
preso note sulle piante presenti e sulla fioritura, che però nella seconda metà d’ Agosto è
già passata.
C. 11 piano roccioso e con pietrame ili grandi o medie dimensioni, su cui sta il
Rifugio (2810 in.). Vegetazione scarsa e dispersa.
D. La costa rocciosa a NE del Rifugio (2810-3050 1115; esposizione 8, SAV e W ;
pendenza varia, ma sempre forte. E molto accidentata; vi si notano zolle sparse di diverse
specie di Saxi fraga e di Leucanihemum alpimirn , ancor fiorite alla fine di Agosto. Vi
si nota qualche cascatella d’acqua, con Atalante.
2. Dati statistici e generali.
Presento subito la seguente Tabella AGII, dalla quale si può rilevare una serie di
fatti che importa mettere in evidenza nei riguardi della ditterofauna studiata.
M. BEZZI
(I)
Natura
endemico
ubiquista
endemico
alp. -carpatico
endemico
»
nord -europeo
endemico
centro-europeo
nordeuropeo
endemico
centro-europe o
alp.-apenn.-pir.
earpatieo
artico
endemico
alp. -apen. -baie,
artico
endemico
i alp. -apen. -pire,
nordeuropeo
a
endemico
i ubiquista
:
endemico
nord-europeo
»
circumpolare
endemico
»
»
STUDI SULLA DITTERÒ FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
73
Le specie sono ripartite per famiglie nel modo seguente:
Si vede subito che, corrispondentemente a quanto fu stabilito riguardo all’indice degli
Antomiidi, i rappresentanti di questa famiglia sono in enorme i preponderanza, sia relativa
che assoluta; essi costituiscono infatti il 55, 5% in specie dell’intera faunula, e T81, G°/0
in individui dell’intera popolazione locale. Fra gli Antomiidi stessi colpisce la preminenza
dei generi Acroptena e Rhyncliotrichops, che da soli contano il 76, 4 °/0 in individui su
tutta la famiglia: essi sono caratteristici, e le loro specie, che sono V, del totale, hanno
valore di specie indici.
È notevole l’assoluta mancanza di elementi di passaggio o visitatori; fatto che se
venisse confermato, potrebbe ritenersi peculiare della ditterofauna delle isole glaciali.
Dalla colonna (3) si rileva che le specie presentano in gran maggioranza i caratteri
nivali tipici ben pronunciati, mono i Tipulidi, i Limoniidi ed i due Atalantini. Questi
ultimi appartengono ad un gruppo particolarissimo, che sale a grande altezza sulle Alpi,
conservando inalterati gli speciali caratteri di adattamento alla vita igrofila. Le due
Mydaea appartengono a specie comuni ovunque ed euriterme, non rifuggenti dalle alte
regioni dei monti, ma nell’ambiente in esame forse accidentali.
Dalla colonna (2) appare che il numero dei maschi supera quello delle femmine, rara¬
mente lo uguaglia, più di rado gli è inferiore. Siccome i maschi di solito compaiono per
primi, mentre le femmine sopravvivono ad essi più a lungo, si può dedurne che le specie
di cui si hanno solo femmine o femmine preponderanti, sono primaticcio rispetto a quelle
che si trovano nel caso inverso.
Dalle colonne (4) e (5) si vede che le larve limicole e saprofaghe. e sopratutto gli
adulti antofili, sono predominanti, in aperto contrasto colla legge di Heer. La colonna (6)
ci mostra invece l’assoluta preponderanza delle formo allotropo, conformemente alla legge
di E. Loew.
Dalla colonna (7) risulta che rispetto alla loro origine e natura gli elementi si ripar¬
tiscono come segue:
ubiquisti . 3
centro-europei . 2
nord-europei e circumpolari . . 9
artici ....... 3
alp.-apenn.-pir.-carp.-balc. . . 4
endemici . . 16
Totale 37
io
74
M. BEZZI
È dunque evidentissima la assoluta preponderanza degli elementi endemici alpini su
tutti gli altri, e particolarmente sugli artici. Se ne deve dedurre che l’idea avanzata dal
dott. Babler, di riconoscere se un insetto è realmente nivale o no. dalla sua eventuale
presenza nelle terre artiche, non è appoggiata dai fatti, almeno per quanto riguarda i
ditteri.
3. Catalogo delle specie e note descrittive.
Fam. Tipulidae.
1. Tipula irregularis. Pokorny 1887.
Ho osservato cortamente questa specie, di cui non ho più esemplari, nella bios. B; e
la sua presenza è confermata dall’esistenza del suo parassita, l’ Admontia amica !).
Dista, geogr. — È specie diffusa per le regioni nivale, subnivale ed alpina delle
Alpi centrali ed orientali.
E comunissima nelle elevazioni della Valtellina, dove io la raccolsi, in Luglio ed in
Agosto, al passo del Muretto (2560 m.), nella Valle della Ventina presso il ghiacciaio
(2000 m.), al lago della Pirola (2284 m.), e perfino a Chiareggio (1601 m.), che è la loca¬
lità più bassa, ai 25. Vili. 1901; nel Luglio del 1898 la trovai comune presso la cima del
M. Merigio (2347 m.) sopra Sondrio; la raccolsi anche al M. Vegaia (2891 m.) sopra
Cusiano in Val di Sole nel Trentino. Il Pokorny la trovò al giogo dello Stelvio (2800 m.)
osservandovela più' rara della glacialis, mentre nella Valtellina io ho sempre visto il
contrario; anche il Riedel la raccolse nella medesima località e nelle stesse condizioni.
Fam. Limoniidae.
2. Petaurista ( Trichocera ) mactilipennis Meigen 1818. — Un esemplare alla finestra
del Rifugio, bios. C.
È assai notevole che proprio questa specie si trovi alla Marinelli, e non una delle
altre 4 del genere che furon rinvenute nella regione alpina; ad una finestra del Rifugio
Schaubach (2876 m.) all’ Ortles fu trovata la specie che il Mik descrisse col nome di
Simonyi.
Dista, geoga. — È diffusa per tutta Europa, e si trova anche nell’Asia minore.
È pure specie circumpolare , trovata in Islanda e in Groelandia , che s’ estende
all’ America del Nord, dove vive al Canada e negli Stati occidentali dell’Unione. Come le
congeneri, è prevalentemente iemale. Si constatò molte volte la sua presenza nelle grotte
e nelle cavità sotterranee dell’Olanda, della Germania, della Stiria e dell’Italia settentrionale.
Io l’ho trovata nel Luglio 1896 al Rifugio di Oampopericoli (2200 m.) al Gran Sasso.
8. Tricyphona alticola Strobl 1910. — Un esemplare nella bios. B.
Nate desca. — In questa specie la nervatura alare è disposta come in contraria Bergr.,
mentre la colorazione del corpo è come in immaculata.
Dista, geoga. — Nota solo delle Alpi della Stiria; io la trovai frequente in Valtellina in
Luglio-Agosto, come a Scais (1400 m.), sul M. Merigio (2200 m.), in Val del Livrio (1800 m.),
in Val Vcnina (1700 m.), in Val Fontana (1900 in.) e nella Valle della Ventina (1900 m.).
9 Trovo ora nel mio materiale un esemplare di
Tipula circumclata Siebke raccolto alla Marinelli il
27 agosto 1905 e classificato dal Riedel. Questa rara
specie nord-europea fu trovata allo Stelvio dallo stesso
Riedel (Mon., 1915, p. 50, Traici), e venne da me
riscontrata non rara nelle regioni subalpina ed alpina
della Valtellina.
STUDI SULLA DITTERÒ FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
75
Fam. Rhagionidae.
4. Ptiolina (. Eurytion ) paradoxa Jaennicke 1866. — Alcuni esemplari sulle grosse pietre,
nella bios. .4. È specie tipicamente lapidicela; ed è probabile che le sue larve siano muscicole
o lichenicole. Ha aspetto tipico di Antomiide nivale nel maschio, mentre nella femmina
prevale la colorazione protettiva.
Lo stalo tassinomico della presente specie non è ben determinato, ed ha dato origine
a molte confusioni.
Distr. geogr. — Originariamente descritta dell’Engàdina come trovata a St. Moritz da
Heyden, fu poi rinvenuta nei l’atra e descritta col nome di Wodzizkii dal Frauenfeld e
di lapidaria dal Nowicki; il prof. Strobl la ricorda delle montagne della Stilla, dei
Tauern e delle Alpi della Transilvania, confondendola colla Spania grisea. La sua presenza
in Inghilterra, secondo il sinonimo del Curtis (unicolor) é da escludere assolutamente,
poiché si tratta di un tipico elemento alpino-carpatico; in seguito il Vernili ha stabilito
che la specie del Curtis è da riferire alla Syrnphoromyia immaculata Meig.
Fam. Empididae.
5. Bicellaria alpina n. sp. o. — Alcuni esemplari dei due sessi, sulle pietre nella
bios. B.
Da lungo tempo io avevo distinto nella mia collezione, ed anche distribuito a Musei
ed a privati, gli esemplari alpini di B. spuria come una nuova specie, col nome qui
adottato. Nel frattempo il Lundbeck.. nella sua diligente opera del 1900 sugli Empididi
della Danimarca, ha separato dalla spuria degli autori la sua specie pi Iosa , che pare stret¬
tamente affine a quella qui descritta.
Note descr. — Similiima pilosae, ab illa et ab omnibus tarnen distincta tliorace
minus gibboso et , a postico inspecto, atro atque determinate griseo-bilineato.
Le dimensioni sono come in pilosaì di cui presenta anche la robustezza, le lunghe
setole del torace dell’addome e dei piedi, i bilancieri neri nei due sessi, l’addome del
maschio grigio anziché nero vellutato, i piedi dell’ ultimo paio forti coll’articolo basale
dei tarsi leggermente ingrossato, le ali infoscate. Ma se ne distingue a colpo d’occhio pel
torace meno convesso sul dorso e differentemente colorato. Il Lundbeck infatti dice del
suo tipo: «with an indication of two stripes »; nel nostro invece, guardandolo dal di
dietro, si vede il dorso del torace intensamente nero, alcun poco lucente, con due spiccate
striscio longitudinali grigie, collocate in corrispondenza dello spazio nudo posto fra le
acrosticali e le dorsocentrali ; queste due striscio si fondono poi fra di loro nella depres¬
sione presoutellare. Sui lati, sopra la linea notopleurale, è ancora grigio; onde potrebbe
anche dirsi che nella nostra specie il torace é grigio, con 3 spiccate e larghe striscio
longitudinali nere, una acrosticale e due dorsocentrali maggiori.
Distr. geogr. — Questa specie è comune nella regione alpina delle Alpi cen¬
trali ed orientali, dalla quale si spinge nella nivale e scende anche nella subalpina.
In Valtellina é frequente in Luglio ed in Agosto sulle rocce e sulle pietre, come in Val
Venina poco sotto il lago (1700 ni.), sul M. Merigio presso la cima (2347 m.), in Val
Rogna sopra l'acquedotto (1700 m.). Il prof. A. Corti mi comunicò esemplari da lui raccolti
nel 1899 in Val del Ritto (2000 m.) e nel 1900 nel gruppo del Ramale (2200 m.). Io ho
anche 3 esemplari raccolti dal Pokorny al giogo dello Stelvio (2800 m.), di cui esso parla
riferendosi a spuria a p. 382 del suo primo contributo del 1887. Nel Trentino io l’ho
70
M. BEZZI
trovata nel 1891 sopra Rabbi al Lago Corvo (2451 rn.) e nel 1898 al Palò (2800 m.) nel
gruppo della Presanella.
6. Rhamphomyia nubigena Bezzi 1904. — Alcuni esemplari sulle pietre nella bios. D.
Distr. geogr. — Venne già da me indicata della Marinelli in occasione della descri¬
zione originale; il Pokorny la trovò allo Stelvio (2800 m.), ed io la rinvenni anche al
passo del Muretto (2560 m.) ed al Painale (2800 m.). sempre in Luglio.
7. Rhamphomyia anthracina Meigen 1822. — Un esemplare nella bios. D.
Distr. geogr. — È specie diffusa per le Alpi centrali ed orientali fino ai Tauern; si
trova nei Carpazii. fino alle Alpi transilvane (Strobl); vive nella penisola scandinava ed in
Lapponia. Nelle Alpi Valtellinesi è frequente ovunque.
Note etologiche. — Come le congeneri, può forse considerarsi emitropa nei riguardi
fiorali e si osserva infatti frequentemente sui fiori; il Miiller la ricorda di molte piante,
fra cui Ranunculus montanus , Hutchinsia alpina, Arenaria infiora, Achillea moschata,
Leucantliemum alpinum, Aronicum Clusii, Menni mut eliina : si vede quindi che, mal¬
grado la sua lunga proboscide, visita in prevalenza fiori allotropi.
8. Rhamphomyia villosa Zetterstedt 1888. — Alcuni esemplari dei due sessi sulle zolle
fiorite di Saxifraga nella bios. D.
Distr. geogr. — Trovata nelle Alpi centrali ed orientali e propria della penisola
scandinava e della Lapponia; sui monti valtellinesi è frequente ovunque, a partire dalla
regione subalpina.
9. Rhamphomyia discoidalis Becker 1889. — Alcuni esemplari colla precedente.
Distr. geogr. — È specie endemica, ricordata delle Alpi centrali ed orientali; in Valtel¬
lina è frequente, dalla regione subalpina all’ insù.
10. Phaeobalia varipennis Nowicki 1868. — Alcuni esemplari sulle pietre bagnate
nella bios. D, presso la cascatella cui si era soliti recarsi per attingervi acqua.
Distr. geogr. — È elemento tipico alpino-carpatico, indicato di vari punti delle Alpi
orientali per le regioni subalpina ed alpina.
11. Bergenstammia nudipes Loew 1858. — In compagnia della precedente.
Distr. geogr. — Specie dell’ Europa centrale diffusa per le Alpi e per gli Apennini;
in questi a cominciare dalla regione montana è comunissima.
Fam. Dolichopodidae
È assai notevole che le 4 specie della famiglia, viventi in quest’isola glaciale,
hanno tutte aspetto musciforme, con colori oscuri o grigiastri e manifesta tendenza a
perdere le tinte metalliche proprie di questi ditteri.
12. Hercostomus fugax Loew 1857. — Abbastanza numeroso sulle pietre e fra le erbe
nella bios. B.
Distr. geogr. — Frequente nelle Alpi centrali ed orientali, dove dalla regione
subalpina si spinge molto in alto. È ricordato anche della Russia artica; ma è probabile
che sia elemento endemico alpino.
Note etologiche — Per quanto appartenga ad un gruppo di ditteri più predatori che
antofili, il Miiller lo osservò su molti fiori, come AUium victoriale, Saxifraga aizoides,
S. aizoon, S. caesia, Meum mutellina , Laserpitium h ir sut uni, Geranium silvaticum,
Geurn montanum , Pinguicula alpina, Leucanthemurn alpinum, Solidago Virgaurea.
13. Orthochile Rogenhoferi Mik 1878. Tav. II, fig. 4. — Numerosa sulle pietre nella
bios. B.
STUDI SULLA D1TTER0FAIJNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
77
Distv. geogr. — Questa caratteristica specie é nota finora solo delle Alpi orientali-
seltentrionali, di dove fu descritta di Gastein. Essa non è rara nelle Alpi Valtellinesi a
grande altezza, come in Val Venina a 2000 m. in Luglio e sul M. Merigio a 2300 m.
pure in Luglio ; la trovai a 2700 m. sul Palò nel gruppo della Presanella.
Note etologiche. — Pei’ quanto la lunghezza della proboscide potrebbe indicare erni-
tropia in questo dittero, io non lo osservai altro che lapidicelo e credo che sia predatore.
14. Eucoryphus coeruleus Becker 1889. — Un esemplare sulle rocce nella bios. D.
Distv. geogr. — Trovato finora solo nella Svizzera, dove fu descritto di Andermatt,
e rinvenuto a grande altezza dal Bàbler sul Finsterhaarborn. Pan' diffuso nelle Alpi
Valtellinesi, ma raro ovunque; io lo trovai in Val Venina a 1800 m. nel Giugno 1903.
Sul Resegone vive una specie affine ancora indescritta; e paro che le nostre montagne
alberghino molti di questi ditteri lapidinoli e rupicoli assai difficili a rinvenirsi.
15. Sympycnus cirrhipes Walker 1851. - Alcuni esemplari sulle pietre nella bios. B.
Distv. geogv. — Questa piccola specie molto caratteristica è ricordata di parecchi
luoghi delle Alpi centrali ed orientali, e fu rinvenuta nei Carpazii ; si trova pure in
Germania ed in Inghilterra. L’affine >8. pullatus Kowarz 1889, distinto fra l’altro per
avere i bilancieri del maschio di color giallo, fu trovato frequente a Campiglio (1800 m.)
ed in Val di Genova (2300 m.) dalTOldenberg, che me ne comunicò esemplari.
Note etologiche — Io ho sempre osservato questa specie come lapidicela; tuttavia il
Miiller la ricorda di parecchi fiori, sempre in compagnia de\V Hercostomus fugax, come
Saxi fraga aizoides , S. aizoon , .8. caesia , Menni rnut eliina , Lasevpitinm hivsutum e
Geranium silvaticum.
Fani. Anthomyidae.
16. Rhynchocoenops obscuricula Rondani 1870. Tav. /, fig. Il ' ; Tav. II, fg. 1. —
Comune fra le erbe nella bios. B.
È specie frequente nei luoghi erbosi delle altitudini; nella regione alpina vive commisto
con qualche genuina Coenosia (means, ecc.) che gli assomiglia molto, ma che non va
così in alto.
Note descrittive. — 11 prof. Stein nella sua opera recente sugli Antomiidi europei
considera il gen. Hoplogaster del Rondani come un semplice sottogenere di Coenosia , e
dichiara (Ardi, far Naturgesch., 1915 (1916), p. 213) che ad ogni modo la specie obscu¬
ricula deve formare un nuovo sottogenere a se. Io non posso che associarmi a questo
modo di vedere; ed anzi, in riguardo al fatto che tale specie è Tunica dei Cenosiini che
entri nella regione nivale e ne presenti gli adattamenti, credo conveniente fondare per
essa un nuovo genere, che chiamo Rhynchocoenops nov. gen. (sp. typ. Hoplogaster obscuri¬
cula Rondani 1870). Esso si distingue da Coenosia e da Hoplogaster pei seguenti carat¬
teri. 1) Nei due sessi per Torlo boccale anteriore notevolmente sporgente (Tav. Il, fig. 1)
e frangiato sui lati di setole più lunghe e più dense (carattere nivale tipico!). 2) Nel
maschio pei genitali neri e lucenti, con lungo stilo mediano (v. Schnabl e Dziedzicki, 1911,
tav. Ili, fig. 7 e 8) e con larghissimi lobi ventrali. 3) Nella femmina per l'ultimo segmento
delTaddome fortemente compresso, colTapertura terminale in forma di fessura lineare ver¬
ticale, frangiata di rigide e dense setole, che formano una sorta di corona che in vita
può essere allargata e ristretta (tav. I. fig. 11). Questo importante carattere, che è certo
in relazione con qualche particolare ed ancora ignoto modo di oviposizione, fu utilizzato
dallo Stein in Avch. far Naturgesch., 1913 (1914), p. 43, ma era già stato multo tempo
prima indicato c ben descritto dal Pokorny in Vevh. zool. bot. Ges., Wien 1893, p. 529.
78
m. bezzi:
Disti", geogr. — Originariamente indicata dell' Apennino parmense , è nota di
molti luoghi delle Alpi centrali ed orientali, ed il Pandellè l’ha descritta dei Pirenei
come Coenosia reducta nel 1899; lo Strobl la ricorda anche delle Alpi transilvane. Sulle
montagne valtellinesi è ovunque comune, dai 1800 m. aU'insù ‘e più raramentente nella
regione subalpina, dalla fine di Giugno alla fine di Agosto; io l’ho del M. Merigio e del
Corno Stella (2620 ni.), di Scais, del Publino, delle Valli del Livrio e d’Arigna, del lago
Pirola, della Valle Ventina e di Togno, di Vaifontana, di Val rogna; il prof. A. Corti la
trovò nel gruppo del Painale; ed io la raccolsi anche allo Stelvio ed al M. Cenisio.
Note etologiche. — lo ritengo che questa specie sia predatrice, come le sue simili. Non
di meno il Mùller la osservò frequentemente sui fiori, e la cita fra gli altri dei seguenti:
Allium victoriale, Saxi fraga aizoides, S. aizoon , A. caesià, Parnassia palustris, Laser-
pitium hirsutum, Geranium stivai icurn, Arenaria bifora, Cerastium alpinum , Poten¬
tina salisburgensis , P. aurea. P. grandi flora. Gewn montanaro . Leucanthemum alpinum,
Leontopodium cUpi/num. Solidago Virgaurea.
17. Aliiopsis glacialis Zetterstedt 1845. Tav. 1. fig. a. — Alcuni esemplari dei due
sessi nella bios. C, sulle pietre.
• Questo caratteristico dittero artico-nivale, dal corpo di color nero intenso e rivestito
di morbida lanuggine, fu descritto sotto vari nomi in diversi generi, finché il dott. Schnabl
ne fondò per esso uno particolare, che fu accettato anche dallo Stein. È Punico Antomiide
nivale che presenti gli occhi della femmina quasi altrettanto avvicinati fra di loro che
quelli del maschio. Gli esemplari in collezione vanno soggetti ad una caratteristica dege¬
nerazione adiposa, che non vidi in alcun altro dittero nivale.
Piste, geogr. — E elemento circumpolare, noto della penisola Scandinava e
della Lapponia, della penisola di Kola e della Nuova Zembla: fu anzi uno dei primi
ditteri ricordati già fin dal 1881 di quest’ ultima terra. Per le Alpi è noto di quelle cen¬
trali ed orientali; in Valtellina io lo trovai abbastanza frequente al passo del Muretto, e
nel gruppo del Painale lo raccolse il prof. A. Corti nel 1909: lo trovai pure frequente presso
la cima della Vegaia nel Trentino nel 1898.
Note etologiche. — lo osservai sempre questa specie per terra, su piccole pietre,
sopratutto presso la neve fondente; il Mailer la ricorda delle seguenti piante: Parnassia
pala, stris a 2000 in.: Empetrum nigrurn (elemento artico, che fiorisce allo Spitzberg a
78° 80 di lat. b.) a 2400 in.: Achillea nana (elem. endemico) a 2400 m. ; Àronicum
Clusii (elem. alpino-carpatico) a 2400 in.: Valeriana montana a 2500 m.
18. Cliortophila piliventris Pokorny 1889. — Parecchi esemplari dei due sessi nella
bios B.
È specie frequente nei luoghi erbosi e fioriti delle maggiori altitudini, dove posa più
volentieri sulle pietre.
Note descrittive. — Fu descritto come appartenente al gen. Hylemyia ; ma lo lascio
in Chortophila per la brevità dei peli dell’arista e per la sua evidente affinità colla specie
seguente. Dò alcune notizie sulla ehetotassi. che mancano nella descrizione originale. De.
2 -f- 8; acr. piliformi ed indistinte, meno il primo paio presuturale che è abbastanza svi¬
luppato; sternopl. 1:2, l’inferiore posteriore un po’ più corta della superiore; pra. lunga
come la metà della prima de. lai femmina ha le setole incrociate della striscia frontale.
Disti-, geogr. — È specie endemica, finora nota solo dello Stelvio; si riferiscono
però ad essa gli esemplari indicati della Svizzera come Hylemyia sp. nella Memoria
del dott. Bàbler, p. 872. In Valtellina poi non è rara come al Muretto ed alla Ventina.
STUDI SULLA DITTERO FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
79
19. Chortophila alpigena Pokorny 1893. — Un esemplare in compagnia della precedente,
colla quale è sempre associata.
Note descrittive. — Dp. 2 -f- 3; acr. mancanti, nel maschio molti peli al loro posto,
nella femmina 1 o 2 anteriori più forti, ma irregolari; sternopl. 1:2, l' inferiore quasi
altrettanto lunga che l’altra; pra. lunga come la prima de. Fronte della femmina senza
setole incrociate.
Distr. geogr. — Endemica, finora nota solo dello Stelvio. Io la raccòlsi anche nel
Trentino in Val di Sole e in diverse località della Valtellina, come al Muretto, all’alpe
Musella; nel gruppo del Painale la trovò il prof. A. Corti.
Nota sinonimica. — Io sono convinto che la specie recentemente descritta dal prof. Stein
col nome di Ch. promine, m (Arch. f. Naturg, 1916, p. 174), su esemplari da me comu¬
nicatigli, è la medesima che la presente.
20. Chortophila coerulescens Strobl 1893. — Alcune femmine sulle pietre, nella bios. C.
Si trova frequente nelle alte regioni, in piccole società sopra le pietre e le roccie; è
facilissimo osservarla in numerose famiglie sui segnali trigonometrici e sugli ometti delle
cime, sopra i 2000 m., per lo più in compagnia della forma alpina della grisella, che
qui invece manca.
Distr. geogr. — È nota di tutti i gruppi delle Alpi; ed io la trovai comunissima
nelle maggiori elevazioni dell,’ Appennino centrale, come sul M. Rotondo (2000 m.), sulla
Regina (2333 m.}, ed in Campopericoli (2200 m.). Lo Stein la ricorda del Montenegro.
21 Chortophila radicum Linnè 1758. — Alcuni esemplari dei due sessi nella bios. B: essi
sono di grandi dimensioni ed irti di densissimi peli; hanno la faccia rossa per immaturità.
Distr geogr. — È specie ovunque comune in Europa, ed anche circumpolare, essendo
nota della Lapponia, della Russia artica, della Nuova Zeinbla, della Groenlandia e della
Alaska. Dat? i suoi caratteri di adattamento, si può considerare come elemento artico.
Note etologiche. — Il Miiller la osservò sui fiori di Scixifraga aizoides, S. aizoon,
Laserpitium hirsutum, Leucanthemum alpinum.
Gen. Acroptena Pokorny, 1893.
Quésto genere è uno dei più tipici della ditterofauna nivale.
Fondato in origine per la sola A. Simonyi ed insignito di un ben foggiato nome
alludente ai suoi elevati ritrovamenti; ritenuto solo per essa nel Kat. pai. Dipt. del 1907,
venne poi nel 1911 da Schnabl e Dziedzicki, modificandone i caratteri, esteso alle seguenti
specie, che prima venivano attribuite al gen. Hydrophoria : frontata Zett., divisa Meig.,
nuda Schn., ambigua Zett., similis Schn.. Wierzejskii Mik, caudata Zett. e tundrica
Schn. Lo Stein nella sua ultima opera del 1916 accetta le idee dello Schnabl, dichiarando
a p. 137-138 che il genere si può distinguere, oltre che per i caratteri genitali, per avere il
dorso del torace di color nero, con scarso tomento cenerino, cosicché le 3 striscio scure
longitudinali riescono più o meno indistinte, e vi ascrive le specie: ambigua Fall., barbi-
ventris Zett , caudata Zett., divisa Meig., frontata Zett., ignobilis Zett.,' nuda Schnabl,
septimalis Pand. e Wierzejskii Mik.
Si tratta principalmente di specie nordiche ed artiche, che nell’ Europa centrale e
meridionale sono limitate alle più alte montagne. Nelle Alpi sono straordinariamente
comuni nella regione nivale 3 specie, che dapprima lo Stein ebbe il torto di confondere
in parte fra di loro, mentre esse erano state già ben differenziate dal Pandellè e dallo
Strobl; la specie tipica del Pokorny è inoltre distinta dalla frontata, come sarà dimostrato
qui sotto.
80
M. BEZZI
Io non so se tutte le specie ascritte al gen. Acroptena da Schnabl e da Stein siano
in realtà congeneri con quelle alpine di cui qui solo si tratta: è certo però che le nostre
3 specie nivali formano un gruppo ben differenziato dai caratteri seguenti.
Occhi nudi, nel maschio assai avvicinati ma non in contatto fra loro, nella femmina
largamente separati. Fronte sporgente ( tav . I, fig. 4); margine inferiore del capo molto
lungo; orlo boccale rilevato; margini del peristoma forniti di setole ricurve in alto (simili
a quelle di Pogonomyia, ma non così numerose). Striscia frontale della femmina con un
paio di setole incrociate mediane; orbite della femmina più larghe della metà della striscia
mediana, con alcuni peli setoliformi fra le frontorbitali esterno, nella metà basale. Antenne
corte, più corte della faccia, coll’arista assai brevemente pelosa. Proboscide colla parte
rigida piuttosto allungata, lunga quanto il margine inferiore del capo, e coi labelli terminali
corti, arrotondati, muniti di robusti denti cintinosi. Torace col dorso nero, sprovvisto di
striscio scure longitudinali o con una lieve traccia di esse; acr. nulle, de. 2 + 3, pra.
breve, sternopl. 2:2. Squame ineguali, V inferiore bene sporgente. Addome con macrochete
solo marginali. Genitali del maschio molto sviluppati e prominenti {tciv. Il, fig. 5, 6, 8).
Piedi neri, forti, setolosi, semplici nei due sessi; tibie dell’ ultimo paio con lunga setola
posteriore. Ali colla costa non cigliata e colla spintila costale assai breve; terzo e quarto
nervo paralleli all’apice o lievemente convergenti all’ infuori; sesto nervo prolungato fino
al margine alare; nervo trasversale posteriore lungo, obliquo, fortemente sinuoso.
Delle altre specie attribuite al genere io ho potuto esaminare solo ambigua , divisa e
Wierzejskii, presso le quali la femmina ha le orbite molto più strette di metà della
striscia mediana, e completamente nude alla base, o solo con qualche scarso pelo in
dirisa ; mi pare che questo carattere, che era già stato posto in valore dallo Stein nel
suo lavoro del 1914 sulle femmine degli Antomiidi europei p. 32, abbia capitale impor¬
tanza per riconoscere le specie genuine di Acroptena.
Le tre specie nivali sono facili a distinguersi nel sesso maschile, come segue.
1 (2). Primo segmento genitale con tomento cenerino e con solco mediano assai piccolo e
tenue ; secondo segmento armato di numerosi e lunghi peli rigidi e spiniformi ; organo mediano
ventrale grosso, con lungo ciuffo apicale. {Tav. II, fig. 6). Ultimo segmento addominale col
margine posteriore intero e con ricco ciuffo apicale di setole nel mezzo. Corpo robusto, di mag¬
giori dimensioni; occhi assai avvicinati; addome con macrochete più robuste; femori posteriori
densamente setolosi al di sotto frontata Zett.
2 (1). Primo segmento genitale nero lucente, senza tomento, con solco mediano vistoso e
profondo; secondo segmento con brevissimi peli soffici. Corpo più gracile e più piccolo; addome
con macrochete più sottili, e coll’ultimo segmento distintamente emarginato, senza ciuffo mediano
o con uno assai povero; femori posteriori poco setolosi al di sotto.
3 (4). Secondo segmento genitale fittamente coperto di peli rigidi, che sono assai più brevi
che nella precedente ; primo segmento con solco largo ; organo impari ventrale come nella prece¬
dente, ma senza lungo ciuffo terminale. [Tav. II, fig. 5). Ultimo segmento addominale con
emarginazione più grande e con piccolo ma distinto ciuffetto terminale di peli. Occhi abbastanza
separati; bilancieri neri od assai infoscati. Dimensioni minori Simonyi Pok.
4 (3). Secondo segmento senza peli spiniformi, semplicemente villoso; primo segmento con
solco stretto; organo ventrale duplice, corto e villoso, non perpendicolare (Tav. II, fig. 8).
Ultimo segmento addominale meno emarginato ed affatto sprovvisto di ciuffo. Occhi assai avvi¬
cinati, la striscia intermedia essendo del doppio più stretta che nelle precedenti ; bilancieri gialli
od appena infoscati. Dimensioni medie o grandi septimalis Pand.
Le femmine sono molto più difficili da distinguere; il prof. Strobl nel 1910 ha cercato di
differenziare quella della sua scopri licauda (= fràntateli) da quella della sua frontata (= septi-
i
STUDI SULLA DITTE ROEAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
81
malis), basandosi sulla lunghezza dei peli dell'arista. Tale carattere è però ambiguo ; io credo
più pratici i seguenti, secondo i quali ho potuto dividere il mio numerosissimo materiale.
1 (2). Fronte assai larga, colla striscia mediana nel mezzo più larga dello spazio compreso
fra le 2 prime de. anteriori del torace; guance assai larghe, più della larghezza del terzo articolo
antennale; bilancieri gialli; addome grigio, con striscia longitudinale mediana poco determinata ;
ali non infoscate alla base, colla radice giallognola; dimensioni più grandi o massime
front ala Zett.
2 (1). Fronte più stretta, colla striscia mediana distintamente più angusta delle 2 de. ant. ;
guance più strette del terzo articolo delle antenne; dimensioni di regola minori o minime.
3 (4). Bilancieri neri o molto infoscati; squame bianche; addome grigio scuro, con riflessi
azzurrognoli e colla striscia scura longitudinale poco determinata; ali colla base infoscata, e colle
nervature di un nero intenso fino alla radice ; dimensioni minime Sìmonyi Pok.
4 (3). Bilancieri gialli; squame tendenti al giallo; addome grigio chiaro, senza riflessi, con
striscia nera longitudinale ben determinata: ali colla base non o meno infoscata e le nervature
colla radice giallognola; dimensioni medie septimalis Pand.
22. Acroptena frontata Zetterstedt 1838, Schnabl 1911, Stein 1914 e 1916 — spini-
clunis Panciolle 1899 = scopulicauda Strobl 1910. Tav. /, ftg. 4; Tav. IL fìg. 6' —
Numerosissimi esemplari dei due sessi nelle bios. A e B, sulle pietre; una femmina 1’ ho
potuta raccogliere in copula.
I miei esemplari furono dal dott. Villeneuvc confrontati coi tipi del Panciolle a Parigi,
raccolti nei Pirenei, e trovati identici; d'altra parte la descrizione dello Strobl é cosi carat¬
teristica, da togliere ogni dubbio anche riguardo alla sua specie.
Io accetto a malincuore l’interpretazione della presente specie, quale fu avanzata dallo
Stein, solo in omaggio alla sua autorità ed alla sua conoscenza dei tipi dello Zetterstedt,
per quanto non consti che egli abbia potuto esaminare il tipo della frontata. La descri¬
zione originale dice dei genitali: « Anus in majusculus, rotundatus, superne per
incisufam mediani quasi geminus, totus ater , nitidi ssimus, breviter atrovillosus ,
subtus sti'lis 2 brevibus curvatis obtusis pilosis appendiculatus „. E evidente che questa
nitida descrizione esclude di sicuro la spiniclunis = scopulicauda, mentre si attaglia
perfettamente alla septimalis , che lo Strobl appunto perciò interpretò come la vera frontata.
Tuttavia lo Stein ricorda per la sua frontata esemplari della Lapponia identici agli alpini,
mentre conosce la septimalis solo delle Alpi.
Distr. geogr. — È specie artica, nota della Lapponia, dello Spitzberg e della
Groenlandia, diffusa per la penisola scandinava. Fu trovata nelle Alpi orientali e centrali
e nei Pirenei, lo ne ho anche esemplari raccolti nel gruppo del Painale in Valtellina dal
prof. A. Corti ed altri di Grimsel nella Svizzera trovati dal dott. Escher-Kiindig.
23. Acroptena Simonyi Pokorny 1893 = frontata Stein p. p. 1916. Tav. II, fìg. 5
— Alcuni maschi nella bios. B. colla precedente.
Distr. geogr. — Pare elemento endemico, noto finora solo dell’ Antelao nelle Alpi
orientali, e del Balfrinhorn in quelle centrali. Io la raccolsi nel Trentino sulla Vegaia
(2891 m.) nell’Agosto del 1898, sul Ròthel Spitz (3030 m.) sopra il giogo dello Stelvio
nell’ Agosto 1893, ed al passo del Muretto (2560 m.) in Valtellina, verso la fine di Luglio
dei 1900.
24. Acroptena septimalis Pandellè 1899; Stein 1916 = frontata Strobl 1910. Tav. II,
ftg. 8. — Assai abbondante sulle pietre colle due precedenti nelle bios. A e B.
II dott. Villeneuvc ha potuto stabilire l’identità dei miei esemplari col tipo del Pandellè,
che è dei Pirenei; da quanto dice lo Strobl. risulta pure l’identità colla sua frontata della
Stiria. Anche la frontata del Rondani 1866 e 1877, proveniente dall’Apennino parmense,
è da mettersi qui con tutta probabilità, poiché è l’unica specie che io finora conosco del-
l’Apennino.
IL
82
M. BEZZI
Disir. geogr. — Si tratta di un elemento alpino-apennino-pireneo, noto delle
Alpi orientali e centrali. Io credo che 1 ' Hylemyia sp. ricordata in Mailer, p. 577,
appartenga alla presente specie, come di certo vi si riferisce la Hydrophoria sp. del
Babler, p. 811. 814 e 872. Io la raccolsi frequente allo Stelvio (2800 m.) nel 1898 e la
comunicai allo Stein; in Valtellina la trovai al passo del Muretto ed a quello del Forame
(2854 m.), come pure nel gruppo del Painalc la raccolse il prof. A. Corti. L’ho anche del
Lago scuro, l'accolta dal doti. Escher- Kiindig. L’ho poi trovata al Pizzo di Sevo neU'Apen-
nino centrale, a 2000 m. presso macchie di neve fondente addì 8 agosto 1897, 2 femmine.
25. Limnophora brunneisquama Zetterstedt 1845. — Alcuni esemplari nella bios. A,
sulle pietre presso le pozze d’acqua.
Interpreto questa specie secondo il prof. Strobl; lo Stein non la comprende nella sua
ultima opera, se pure non la tiene colla depressala Zett. p. 99, dalla quale pare differire
solo pel disegno deH’addome.
Disi)', geogr. — È nota della penisola scandinava e delle Alpi della Stiria.
26. Limnophora latifrons Stein 1916. — Parecchi esemplari dei due sessi nelle bios. B
e C; si trova sulle pietre, lontano dall’acqua.
Note descrittive. — Questa specie è strettamente affino alla caliginosa Stein (= opacula
Strobl nec Zett.), colla quale forma un piccolo gruppo a se. assai peculiare. Se ne distingue
pei seguenti caratteri: la fronte del maschio è del doppio più larga; le guance nel mede¬
simo sesso mancano del tomento bianco-argenteo splendente, ma sono solo grigie;
le macchie nere dell’ addome sono molto cancellate, quasi indistinte. Nelle femmine di
tutte e due le specie il disegno addominale è indistinto, ma quella di caliginosa ha le
guance bianche, mentre in latifrons sono grigio-giallognole ed opache. Il peristoma di
ambo ì sessi è in latifrons quasi del doppio più largo che in caliginosa ; leali di questa
ultima sono poi molto più infoscate, sopratutto nel maschio.
Distr. geogr. — È descritta dello Stelvio e della Gran Campana , e ricordata
anche della Svezia. La caliginosa pare invece endemica , essendo nota della Stiria ,
della Gran Campana, del M. Cenisio e del Lautaret; io l’ho di Grimsel, racc. Dott. Escher-
Ivùndig e di Sulden, racc. Oldenberg; per quanto se ne conosce non entra nella regione
nivale.
27. Enoplopteryx obtusipennis Fallén 1828. — Alcuni esemplari nella bios. B.
Specie estremamente caratteristica, che dalla regione alpina entra volentieri in quella
nivale.
Distr. geogr. — È diffusa per l’Europa settentrionale e si trova anche in Lapponia;
nell’Europa meridionale si trova solo sulle alte montagne.
Note etologiche. — Io non la osservai che sulle pietre o sulle zolle; il Mùller la vide
su alcuni fiori, come su quelli di Allium victoriale, di Saxifraga ai zoo a. di Laserpitium
hirsutum, di Ranunculus montana s e di Gentiana lutea.
28. Myiospila meditabunda alpina Rendei 1901. — Una femmina nella bios. B; proba¬
bilmente accidentale.
Distr. geogr. — È endemica e fu osservata nelle Alpi centrali ed orientali. Il
prof. Hendel la descrisse brevemente in Verli. zool. hot. Ges. , LI, p. 209, n. 8;
questa descrizione è sfuggita al prof. Stein, che non la riporta nel Kat. pai. Dipt. ; ma
probabilmente egli considera tali esemplari come una semplice forma melanocroitica della
comune meditabunda. Quest’ultima è largamente diffusa per l’Europa, l’Africa settentrio¬
nale, l’Asia minore e l’America del Nord e del Sud, dove lo Schnuse la trovò sulle Ande
in Bolivia.
Note etologiche. — Il Miiller ricorda la forma tipica dei fiori di Saxifraga aizoides
STUDI SULLA. DITTERO FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
83
a 2400 m. La larva fu osservata in letame vaccino ed in escrementi umani dove vive
però a spese di larve afflili coprofaghe.
29. Mydaea lucorum Fallèn 1823. — Una femmina nella bios. D: probabilmente acci¬
dentale. È della forma normale, a tomento uguale, non della var. bicolor Pokorny 1889.
Distr. geogr. — È specie diffusa per tutta l’Europa, l’Africa settentrionale e 1’ America
del Nord.
Note etologiche. — Il Miiller la osservò sopra i 2000 m. sui fiori di Veratrurn album ,
Ranunculus aconiti folius, ccc.
30. Mydaea duplicata Meigen 1820. — Alcuni pochi esemplari dei due sessi nella bios. B.
Distr. geogr. — Specie comunissima in tutta Europa, c diffusa per l’Africa settentrio¬
nale, l’Asia minore, il Caucaso, le isole Filippine e l’America settentrionale.
Note etologiche. — Il Miiller la osservò diverse volte nella regione alpina sui fiori di
Allium mct oriate. Geum montanum , Ping-uicula alpina, ecc.
31. Rhynchopsilops villosa Hendel 1903. Tav. I, fig. 7 ; Tcw. II, fìg. 11. — Alcune
femmine nella bios. D ; si può ritenere che il tempo di questa specie era già passato,
dovendosi a questa altezza trovare alla fine di Luglio ed ai primi di Agosto.
Distr. geogr. — Questo peculiare tipo endemico . che è l’ Antomiide nivale più
caratteristico di tutta la fauna, venne scoperto dal prof. Hendel nell’ Agosto del 1902
presso l’albergo della Fcrdinandshohe al giogo dello Stelvio (2760 m.). lo però l’avevo già
raccolto nella stessa località, quando ancora non vi era edificato l’albergo, al 20 Agosto del
1893; e più tardi, nell’Agosto del 1898 l’avevo trovato anche sulla cima della Vegaia
(2891 m.) nel Trentino; ma sempre solo femmine, per il che il prof. Stein, cui l’avevo
comunicato, non potè descriverlo. In seguito la trovai abbondantissima al passo del Muretto
(2560 m.) al 2 Agosto 1903, mentre al .18 dello stesso mese ne sopravvivevano solo pochi ;
questa è la località più bassa dove io l’abbia osservata, li prof. A. Corti la rinvenne nel
gruppo del Painale. Il prof. Stein dichiara nel 1916 di averla avuta da differenti località
della Svizzera (che però non nomina) ed io la vidi nulle raccolte del signor Ilandschin.
32. Rhynchotrichops rostrata Meade 1882. Tav. I. fìg. 3; Tav. Il, fìg. IO. — Nume¬
rosi esemplari dei due sessi nelle bios. B, C e I).
Note descrittive. — E specie estremamente caratteristica per la forma del capo e
per la completa assenza della setola prealare. L’ ovopositore della femmina è come in
subrostrata {Tav. II , fìg. 9) ma colla corona apicale di spine non distinta, od appena
accennata da qualche piccola spina irregolare. L’aculeo tibiale del màschio {Tav. II, fìg. IO)
è costituito da 3-4 setole appiattite, strette fra di loro; esse sono striate per il lungo,
come si osserva in quelle che il prof. Camerano nel 1880 descrive e figura per Rhynch.
aculeipes (= Trichopticus armipes), ma sono perfettamente diritte all’estremità ed anzi
ottuse, invece di essere uncinate come in quello, in cui poi sono in numero molto mag¬
giore, almeno 10-12. E notevole poi la tendenza che l'aculeo tibiale ha a portarsi sempre
più lontano dall’estremità della tibia; in rostrata è già più lontano che in villosa: ed in
aculeipes non solo è ancor più lontano, ma è collocato su*un prolungamento laterale della
tibia stessa.
Dist)\ geogr. — E nota delle Alpi orientali, dei Pirenei e dei Tatra nei Car-
pazii ; si trova poi nell’ Europa settentrionale ed è ricordata delle isole Fàròern. Io l'ho
trovata frequente in Valtellina in Luglio-Agosto, come in Val Venina. in Valfontana. in
Valrogna, al passo del Muretto. all’Alpe Musella, a Chiareggio e perfino a Chiesa in Val-
malenco a circa 1000 m.; il prof. A. Corti la trovò nel gruppo del Painale. Io l’ho trovata
anche sul Palù nel gruppo della Presanclla in Trentino: e ne raccolsi un esemplare al
24 Agosto 1902 presso la cima del Resegone.
84
M. BEZZI
33. Rhynchotrichops subrostrata Zetterstedt 1845. Tav. Il, fig. 9. — Straordinariamente
comune in tutte le biosinecie; in quella I) sui fiori della Saxifraga caesia.
Distr. geogr. — Diffusa per tutta l’Europa settentrionale, per le Alpi e pei
Oarpazii; in quelle della Valtellina è comune ovunque, ed il luogo più basso dove la
trovai è Chiareggio (1600 m.). Nell’Apennino è più rara, ed io la rinvenni una sol volta
al Vettore (2400 m.) al 25 Luglio del 1895.
Allo Stelvio la ritrovai comune fin sulla cima del Ròthel (3030 ni.), la località tipica
del culminimi del Pokornv.
Note etologiche. — 11 Mailer la riporta di molte piante, fra cui Allimn victoriale,
Saxifragci aizoides, S. aizoon, S. caesia. Ranunculus alpestris , Cerastium alpinum,
Potentina scilisburgensis , Dryas octopetala , Achillea atrata , Leucanthemum alpinum,
A coniami CI a sii. ecc.
Osservazione. — Frequentissima su tutte le nostre Alpi, ma non entrante nella regione
nivale, è la Rhyn. acide ipes Zett.; esemplari tipici del Moncenisio, della località dove il
Bollatali aveva raccolto quelli che il Mondani descrisse col nome di Trichopticus armìpes,
corrispondono perfettamente con esemplari della Norvegia che ebbi dal signor Becker.
34. Trichopticus furcatus Stein 1916. Tav. II. fig. 7. — Comune nella bios. B.
Note descrittive. — Questa specie è strettamente affine al Tr. lividiventris Zett., che
si trova nella regione alpina delle nostre montagne; nel sesso maschile se ne distingue
facilmente per gli occhi un po' più distaccati, pel torace ornato di distinto disegno nella
parte anteriore e sprovvisto di acrosticali, pel disegno dell’addome diverso, per le tibie
posteriori più setolose, e per le ali non infoscate. La femmina, che come osserva lo Stein
si deve fare attenzione a non confonderla con quella della Syllegopt ernia Beckeri, si
distingue sopratutto per la presenza della spinola costale.
Distr. geogr. — - Lo Stein riporta la specie di tutti i gruppi delle Alpi, e dice
che lo hà anche dell’ isola Unalasca nell’America settentrionale. Io 1' avevo già raccolto
fin dal 1898 nel Trentino sulla Vegaja e nel gruppo della Presanella, e comunicato
subito dopo allo Stein, che lo dichiarò nuovo, ma aspettò quasi 20 anni a pubblicarlo;
nelle montagne Valtellinesi lo trovai solo alla Marinelli.
35. Phaonia Marinellii noni. nov. = chalinata Stein (noe Pand.) 1907, 1914, 1916.
Tav. I, fig. IO. — Non rara nella bios. D sui fiori delle Sassifraghe.
Note descrittive e sinonimiche. — Il prof. Stein ha ripetutamente, nei suoi scritti ed
anche presso Strobl (1910 p. 154), riferito la presente specie alla Spilogaster chalinata
del Pandellè 1899. Io ne ho mandato esemplari determinati dallo stesso Stein al dottore
Villeneuve, perchè li confrontasse coi tipi: ed egli mi dichiarò che la specie non esiste
nella coll. Pandellè, e che la chalinata tipo non è altro che la femmina de\Y Arida alpi-
cola (Zett.) presso lo stesso autore.
Rendendosi quindi necessario un nuovo nome per questo dittero nivale, che è uno
dei più belli di tutta la fauna, credo bene dedicarlo alla memoria di Damiano Marinelli,
scomparso sul Monte Rosa l’8 di Agosto del 1881.
Ne dò qui una breve descrizione. Interamente nera, piuttosto lucente; torace senza distinta
strisciatimi, od appena con leggera traccia presso la femmina; addome con tesselli grigi can¬
gianti. Nel maschio gli occhi sono piuttosto lontani, benché un po’ variabili; la striscia che li
separa è larga come la base del triangolo ocellare od almeno così larga come la larghezza del
terzo articolo antennalc, ma di solito ancor più. La femmina non ha le setole incrociate e pre¬
senta 2 frontorbitali esterne per parte. Le antenne sono più corte della faccia; l’arista è assai
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
85
brevemente pelosa al di sopra, colla metà apicale e la parte inferiore pressoché nude.
L’epistoma è molto sporgente; il peristoma è assai largo, essendo uguale a circa metà
dell’altezza dell’occhio. Torace con de. 2 + 3; acrost. presuturali irregolari, nel maschio
di solito sottili e quasi indistinte, nella femmina più sviluppate e spesso regolarmente
appaiate, ma non sempre; acrost. postsuturali un unico paio avanti lo scudetto: pra. svilup¬
pata come la prima de.; la sternopl. posteriore inferiore è più corta della superiore.
Macrochete addominali assai sviluppate, di cui sul secondo segmento alcune, e sul terzo
e quarto molte sono discoidali; tutte però sono meno robuste cln1 in tenuiseta Pok.. Ali
ialine, colle nervature nere fino alla radice; spinala costale piuttosto lunga e forte; nervo
trasversale posteriore leggermente sinuoso. Squame bianche; bilanceri neri od assai info¬
scati in ambo i sessi. Setole delle tibie posteriori assai robuste e numerose, specialmente
nella femmina; tarsi anteriori della femmina dilatato-compressi, più brevi di quelli del
maschio, cortamente ma densamente pubescenti.
Distr. geogr. — E specie endemica, non rara nella regione nivale; lo Strobl e lo
Stein la danno delle Alpi orientali e centrali. Nel 1893 io I' ho trovata frequente
allo Stelvio fino ai 3000 m. sul Rothel (mentre il Pokorny nello stesso luogo trovò solo
la sua tenuiseta). e nel 1898 nel Trentino sulla Voga j a. Nella Valtellina in Luglio-Agosto
al Muretto, al lago della Pirola, in Vaifontana, al Corno Stella ed il prof. A. Corti nel
gruppo del Painale.
Fam. Muscidae.
36. Admontia amica Meigen 1838 = podomyia Brauer e Bergenstamm ISSO. Tav. I,
fig. 5. — Comune nelle bios. C e D.
Con ogni probabilità è parassita delle Tipula che abitano il distretto.
Distr. geogr. — È specie endemica, descritta originariamente delle Alpi bavaresi,
poi riportata della Sti ria e dello Stelvio; in quest’ ultima località l’ho trovata anch’io
comune fino ai 3000 m. sui fiori delle Sassifraghe, in compagnia dell’ Allophoro-
cera auripila , che qui invece manca. Nel 1898 l'ho trovata sulla Vegaja nel Trentino. In
Valtellina è comune in Luglio-Agosto, e perfino in Maggio-Giugno più in basso, come in
Val Malenco ed in Val del Livrio, intorno ai 1000 m.; io l’ho di Val di Togno, Val della
Ventina, Chiareggio, del Muretto, del lago della Pirola, di Val Venina, del M. Merigio,
del Corno Stella; il prof. A. Corti la raccolse nel gruppo del Painale.
37. Ancistrophora Mikii Schiner 1865. Tav. II. fig. H. — Non rara fra le pietre nella
bios. C.
Specie estremamente caratteristica, presumibile parassita di Coleotteri.
Distr. geogr. — Originariamente raccolta dal prof. Mik nei monti del Goriziano,
è data delle Alpi orientali, ed io T ho trovata anche a Campopericoli nel Gran Sasso
al 25 Agosto 1895. In Valtellina la raccolsi sul M. Merigio nel Luglio del 1899 ed
al Muretto nell’Agosto del 1903; il luogo più basso è alle cave d’ardesia (1200 m.) sopra
Chiesa in Valmalenco. Se la sinonimia coll’ Himantostoma hungaricum del Thalhammer
fosse esatta, la specie sarebbe anche carpatica; ma io ho potuto convincermi recente¬
mente che cosi non è ').
Note etologiche. — La lunga proboscide di questo dittero potrebbe farlo ritenere anto-
filo emitropo; ma io non l’ho mai osservato su fiori.
*) Una nuova specie etiopica del gen. Himantostoma Loew (Dipt.) Boll. Labor. Zool. Portici, XII, 1917, p. 86.
IH.
Com’è distribuita la popolazione dei ditteri in un distretto nivale: Peraciaval
nelle Alpi Graje.
« Eine intensive systeniatische
« Erfoi'schung «ter nivalen Regimi
« mus.-te also liberrasclieude Resttl-
« tate zìi Tage fnrdern ».
E. Babi.kk :
Die miriteli., terr. Fauna d. niv.
Renimi t'.'lO, p. 785.
1. Considerazioni preliminari.
Esaminando la col. (2) delle tabelle I- VI più addietro presentale nella parte generale,
si rimane colpiti dal fatto clic le specie elencate risultano in gran maggioranza note
solamente delle Alpi orientali e centrali, mentre per quelle occidentali i dati sono scarsis¬
simi. Ed invero, se si toglie il lavoro del doti. Villeneuve riguardante il Del fi nato, si
vede che per le Alpi piemontesi non c’è quasi nulla. Ciò è tanto più strano, in quanto
che nel Piemonte non solo si ebbe la culla dell’alpinismo coll’esplicazione dei suoi mag¬
giori contributi aU’illuslrazione delle Alpi, ma quivi gli studi entomologici fiorirono prima
e meglio che altrove.
Il prof. Luigi Bella rdi raccolse molli ditteri sulle montagne piemontesi, sopratutto al
Cenisio ed al M. Viso, e pare anche abbastanza in alto, almeno fino intorno ai 3000 m.;
ma per quanto egli abbia lascialo un catalogo delle località annesso alla sua collezione,
che ora si conserva nel Museo torinese, pure tutte le specie che furono da lui comunicate
al prof. Rondaci e che vennero da questi illustrati1, non portano altra indicazione se non
il generico « Alpi n. Né in modo più preciso figurano quelle che furono posteriormente
pubblicate, anche con cenni di località alpine, dal prof. Giglio Tos e dal prof. Griffi ni .
La fauna valdostana dèi prof. Pavesi non registra affatto ditteri; nè di quelli interes¬
santi al caso nostro ne contiene la piccola aggiunta del prof. Pandiani. Nei suoi importanti
contributi alla limnofauna del Ruitor, la prof. Rina Monti ricorda qualche larva di dittero
di grande altezza, fra cui Chaoborus al Lago Verde (2600 m.). I materiali cccidologici
pubblicati dalla prof. Giuditta Mariani sono abbastanza ricchi anche in riguardo ai dittero-
eecidii, ma non ne comprendono di regioni elevate.
11 manipolo di specie che viene illustrato in questa terza parte dei mici Studi, per
quanto esiguo, ha dunque il pregio di costituire anche il primo contributo alla conoscenza
della ditterofauna alpina piemontese. E come tale riveste maggior importanza, in quanto
riesce cosi per la prima volta di constatazione del fatto, congetturato ma non ancora provato,
dell’identità della ditterofauna nivale, nelle sue linee generali, per tutto il sistema alpino.
2. Località escursioni e biosinecie.
La località dove ho condotto le presenti ricerche è il Rifugio di Peraciaval, colle sue
adiacenze verso il Collo Altare ed il Collo della Vailetta, fino alle punte della Vailetta e
della Croce Rossa. Come scrive il dott. Ag. Ferrari *) detto Rifugio « è situato nel Vallone
di Arnas, ai piedi del ghiacciaio di Peraciaval, nel centro di una verde conca chiamata
6 V. Boll, del C. A. I., Voi. XXXVII, Num. 70, 1905. p. 43-44, dove si può osservare una veduta della
località.
STUDÌ SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE A LPIIT ALIANE
87
Piano dei Sabiunin (m. 2600), alla testata della Valle di Viù, in territorio del comune di
Usseglio ».
Tale località presenta diversi vantaggi utili al caso nostro. In primo luogo quello di
esser molto raccolta e relativamenie poco estesa, onde facilmente si possono individuarne
le biosinecie. Poi quello di risultare di una serie di piani, posti successivamente ad altezze
progressive e nettamente separati da balze rocciose.. Di tali piani io ho esplorato i cinque
seguenti.
Il primo, o più basso, è quello del Rifugio (2600-2680 m.), che è anche il più vasto
e il meglio delimitato. Esso ha principio ad E presso il così detto « Roc d’ la veja» e va
fino al limite W del piano dei Sabiunin; a N è limitato da pendìi erbosi e da balze
rocciose ed a S dai ripidi macereti e dalle rupi imponenti che salgono verso il ghiacciaio
di Berta e la parete N della Lera. Esso si trova subito sotto il limite orografico delle
Fio. 2.
Lago di Peraciiival e adiacenze.
Fot. avo. Guido Cibrario, Agosto ìtìOS.
nevi e pure sotto quello che abbiamo fissato come termine inferiore (2700 ni.), della
regione nivale. Un ripido salto di poco meno che 100 m. lo separa nettamente ad W dalla
sottoposta conca (2500 m.) terminante alla cascata di Peraciaval, pure essa perfettamente
delimitata, ma esclusa dalle presenti indagini. Questo primo piano è il più accidentato di
tutti, comprendendo luoghi aridi e luoghi umidi, torrenti e nevati, dossi e pendìi in tutte
le esposizioni. Nelle coste rivolte a mezzogiorno e nelle parti adiacenti del piano vi domina
la formazione prativa chiusa di tipo misto di cui al cap. I, pai'. 5, con graminacee, cipe-
racee e giuncacee prevalenti associate a Salix herbacea e Vaccinium idiginosum ; la
parte S del piano, che giace all’ombra della Lera ed è più fortemente battuta dal vento,
è coperta in prevalenza da Loiseleuria procumbens e Salix refusa , con numerosi cusci-
88
M. BUZZI
netti di Silene acaulis. È interessante il contrasto fra queste due parti del piano, la cui
linea divisoria corrisponde pressapoco al torrente che esce dai Sabiunin, e di cui una
riveste carattere tipicamente nivale, mentre l'altra conserva l’aspetto alpino.
Il secondo è il piano dei laghi, colle balze immediatamente sovrapposte (2700-2800 m.);
esso è pure molto vasto, ben differenziato e con svariate condizioni; la formazione prativa
vi è però già rotta in falde isolate più o meno estese e vi compaiono tratti di curvuleto.
Presso la riva NT del lago inferiore vi é una piccola plaga muscosa di natura quasi torbosa,
seguita da un vasto macereto; la parte mediana del bacino è in prevalenza formata da
rocce arrotondate per azione glaciale. Di questo piano posso presentare l’unita veduta (fig. 2).
per la quale ringrazio l' avv. Guido Cibrario, noto illustratore delle bellezze di queste
montagne.
11 terzo piano è costituito dal dosso del Collo Altare, colle ondulazioni rotondate
(2900-29(10 m.) che si estendono verso la Croce Rossa. Esso è più ristretto dei precedenti
pur essendo ancorà abbastanza ampio, ed è assai meno variato di quelli, rivestendo piut¬
tosto carattere di cresta o di cima che non di conca. La vegetazione vi è molto scarsa,
manca di formazione chiusa ed è fatta in prevalenza da piante a cuscinetto.
Il quarto piano comprende le terrazze (3050-3100 m.) subito sotto il nevato del Collo
della Valletta, e la stessa sella del Collo (3150 m.). Esso è di limitata estensione; verso S
si attacca al lembo sett. del ghiacciaio di Peraciaval, mentre a N è circoscritto dal cana¬
lone che precipita sul lago. È in parte roccioso ed in parte detritico, e la vegetazione vi
è ridotta a scarsi cuscinetti, cui si associano gli altri elementi. Questo piano è collocato
all' incirca in corrispondenza o poco sopra, il limite climatico delle nevi (3000 m).
Il quinto od ultimo piano è dato dalle vette della Vailetta (3378 m.) e della Croce
Rossa (3567 m.), coperto in gran parte di neve e di ghiaccio, ma con piccole terrazze
bene esposte ed alberganti ancora qualche magro cuscinetto di fanerogame.
L’interesse che deriva da questa ripartizione in piani è assai grande, perchè essi
trovandosi in parte o subito sotto o subito sopra i limiti altimetrici discussi nella parte
generale, possono servire di riprova riguardo alle delimitazioni stabilite e rispetto all’ at¬
tendibilità dell’ ìndice degli Antomiidi. E assai istruttivo in proposito offrire subito una
sommaria indicazione dei materiali raccolti al Rifugio (1° piano), ai Laghi (2° piano), ed
al Collo della Valletta (4° piano), cioè immediatamente sotto e sopra i limiti di 2700 e di
3000 m. Al Rifugio ho trovato 47 specie in 461 esemplari, di cui 26 in 373 sono Anto¬
miidi. i quali dunque costituiscono d 55.3 °/0 in specie e l’80.9°/o in individui del totale;
vi mancano Alliopsis e Rhynchopsilops. Ai Laghi ho 27 specie in 366 esemplari, di cui
18 in 317 sono Antomiidi, ossia 66,6 in specie e 86,6 in individui; sono presenti Alliopsis
e Rhynchopsilops. Al Collo ho 13 specie in 86 esemplari, di cui 9 in 78, ossia il 75,0 e
il 90,7 °/0, sono Antomiidi. Da queste cifre si rileva la rapida diminuzione coll'altezza del
numero delle specie di ditteri in generale (47 : 27 : 13), cui si contrappone il progredire
dell’aumento relativo degli Antomiidi in specie '55,3:66,6:75,0) e sopratutto in individui
(80,9:86,6:90,7). È curioso constatare che l'indice degli Antomiidi segna che il piano
del Rifugio ha già un carattere nivale, per quanto sia posto sotto i 2700 in.; questo fatto
notevole è senza dubbio da mettere in relazione coll'altro più addietro ricordato, del
carattere nivale della vegetazione nella parte S del piano suddetto.
Il materiale studiato fu raccolto in tre escursioni, intraprese a distanza di tempo
sufficiente per avere idea dell’epoca di comparsa delle specie, della loro distribuzione nei
vari periodi della stagione e delle loro relazioni colle successive fasi della fioritura. La
prima ebbe luogo dal 29 Luglio al 1 Agosto 1916 in occasione di una gita sociale alla
STUDI SULLA DITTE ROF A UNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
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Croce Rossa della sezione di Torino del C. A. I., diretta dal presidente conte Luigi Ci-
ig brario, che qui ringrazio delle molte cortesie usatemi in questa come in altre evenienze.
La. seconda fu compiuta tre settimane dopo, dal 19 al 22 Agosto del medesimo anno,
toccando la punta della Vailetta, in compagnia del doti. E. G. Togliatti e della sua gentile
sorella dott. Maria Cristina. La terza la effettuai da solo dal 21 al 25 Settembre 1917,
salendo due volte al Collo della Valletta. Quest’ ultima escursione, posteriore di oltre un
mese alla seconda, deiranno precedente, riuscì assai interessante perchè compiuta in epoca
molto avanzata della stagione, e fu proficua solo per le eccezionali condizioni dell’annata.
Nella vaile del Po l’ultima decade del mese di Settembre 1917 fu infatti la più Calda di
tutte, ed il fortunato periodo di bel tempo si prolungò anche per la prima' decade di
Ottobre; cosicché la prima neve stabile si ebbe nel distretto solo verso la metà di questo
mese. Durante la mia visita il Collo della Valletta era ancora perfettamente scoperto, e
la neye fresca non scendeva sotto i 3200 m. di altezza.
Presento ora l’elenco delle località, colle date, le ore di raccolta, le condizioni me¬
teorologiche e di fioritura, o le biosinecie; per indicare queste ultime mi valgo delle
lettere con cui esse vennero distinte nella parte generale (cap. I, par. 5, I).
Prima escursione (Luglio 1916).
V9 Luglio. Raccolto per 2 ore, dalle 16 alle 18, nel piano ad E del Rifugio, fin verso
il suo limite E; altezza media 2600 in.; bios. A, a, b; sole e nebbia alternati, dopo un
lungo periodo di pioggia durato per tutto il pomeriggio; calmo. Vi erano ancora qua e
là vaste macchie di neve. Fioritura sparsa di Cèrastium alpinum , Cherleria sedoides ,
Silene cicaulis, e diverse tre piccole cariofillee e cruci fere, Saxi fraga stellari s e an-
drosacea, Sieversia montana , Trifolium alpinum, Vaccinium uliginosum, Loiseleuria.
procurnbens, Androsace obtusi folta, diverse Gentiana , Euphrasia minima, Myosotis
àlpestris, Gnaphalium supinum . Leucanth&mum alpinum, Aster alpinus, ecc.
30 Luglio. Al mattino salito al collo della Vailetta (3150 m.) ed alla Croce Rossa
(3567 m.), ma in entrambe le località nessuna raccòlta, perchè la copertura di neve era
ancora alta e generale.
Nel pomeriggio, dalle 16 alle 19, raccolto sul pendio a N\V del Rifugio, sino alle
rupi che lo cingono a N; altezza 2600-2680 in.; bios. A, d, e; B, a\ esposizione S; pen¬
denza varia, ma sempre debole; cielo limpido, sole cocente, niente vento. Ricca fioritura:
Viola bifora. Arenaria Marschlinsii, Qardamine hirsuta, Arabis saxatilis. Draba
carinthiaca, Trifolium pratense , Lotus corniculatus, Oxytropis montana , Primula
latifolia, Thymus Serpyllum , Veronica fruticulosa, Campanula caespitosa. ecc.; sotto
la rupe, presso una piccola fonte, vegetazione lussureggiante, con alte graminacee e cipe-
racee. Cirsium spinosissimum, Ortiche e piena fioritura di Rhodiola rosea. Ranunculus
montanus e Armeria alpina.
31 Luglio. Al mattino, dalle 9 alle 11. raccolto al Collo Altare e sulle alture verso W
(2900-2960 m.); bios. A, b, e\ pendenza ed esposizione varie; nebbie dapprima, poi cielo
limpido e sole. Fioritura sparsa di Cherleria sedoides, Silene acaulis, Ranunculus
glacialis, Thlaspi rotundifolium , Hutchinsia brevicaulis , Saxi fraga Murithiana, An¬
drosace glac-ialis, Myosotis àlpestris, Pedicularis caespitosa, Binaria alpina, Leucan-
tl i e mum alpinum, ecc.
Nel pomeriggio, dalle 15 alle 16. ho esplorato il pendio erboso a NE del Rifugio;
bios. A. d, e: B , 5; altezza 2600-2630 m. ; esposizione prevalente SW ; pendenza debole;
fioritura solita abbondante, con enorme quantità di Ranunculus glacialis nel ghiaione
12
90
M. BEZZI
del ruscello. Nebbia, indi pioggia sottile; ma sulle pietre ancora calde si trattengono gli
Antomiidi pur sotto l’acqua cadente.
I Agosto. Raccolto dalle 9 alle 12 al Lago inferiore di Peraciaval (fig. 2) e sul ciglio
roccioso che lo domina a AV ; altezza 2700-2800 m.; bios. A, a, b, c, d, e; />, e ; esposi¬
zione prevalente E e S; pendenza varia; tempo nebbioso, con. alternative di sole e nubi;
vento debole. Ovunque numerose ed ampie macchie di neve: il lago è quasi completamente
gelato. Fioritura sparsa simile a quella del primo piano, ma molto meno abbondante;
lungo la spiaggia N del lago il tratto muscoso è tutto fiorito di Saxifraga androsacea,
mentre quello contiguo ghiaioso lo é di N. Murithiana.
Osservazione. — Totale ore di raccolta 11; esemplari raccoli 387; media oraria 35.
Seconda escursione (Agosto 191(1).
19 Agosto. Dalle 14.30 alle 17 raccolto sul costone a NAV del Rifugio; altezza 2600-
2650 ni.; bios A , e: esposizione SE: pendenza media. Nuvole e sole; vento freddo fortis¬
simo. in parte riparato dalle sovrastanti balze. Le macchie di neve sono scomparse, tranne
che sul piano dei Sabiunin. Ai fiori di prima si sono aggiunte molte Alchemilla, Bupleu-
rum ranunculoides, Sempervivum arachnoideum, Epilobi uva alpfnum {anagallidi-
foliurn), Pliyteuma hemìspliaericum, Campanula Scheuchzerii , G alluni silvestre, Sca-
biosa lucida , Cirsium heterophyllum e sp inosissim um, Achillea nana. ecc. ; la Eh odi ola
è ancor fiorita nei luoghi umidi; abbondano cariofillee. sassifraghe e Leucanthemum
alpinum.
AG Agosto. Dalle 9 alle 12,30 ho percorso tutto il secondo piano, dal Lago inferiore
a quello superiore, e per le rocce arrotondate sino alla vailetta scendente dal Collo Altare.
Il lago è sgelato: la neve è scomparsa in gran parte, tranne le’grandi macchie perennanti
sotto il canalone scendente dal Collo della Valletta. Sereno; vento forte e rigido. La prima
fioritura è declinante, ma si sono aggiunte Viola calcarata, Cerastium trigynum e uni-
forum, A r abis coerulea, Crepi s aurea, ecc.
Nel pomeriggio, dalle 15 alle 18, ho visitato tutto il piano ad E del Rifugio, anche
nella parte a S del torrente, dove solo rimane qualche macchia di neve. Altezza media
2600 m.; bios. A, a, b. d, e: B, f. Cielo sereno; vento freddo. Fioritura passata, tranne
che nella zona di carattere nivale, dove si notano Saxifraga stellaris e androsacea,
Androsace glacialis e le piccole cariofillee, crucifere, Veronica alpina, ecc.
Al Agosto. Al mattino, dalle 10 alle 11. raccolto su di un piccolo terrazzo subito sotto
la punta della Valletta (3378 m.): bios. A. li, i ; esposizione E; cielo sereno e sole cocente,
al riparo del vento. Alcuni cuscinetti sfioriti o declinanti di Cherleria, Silene acaulis e
Saxifraga bryoides , nonché zolle di *$. Murithiana. Malgrado assidue ricerche, ho visto
un solo Antomiide, che sfuggì alla cattura, ma che ritengo essere un maschio di Rhyncho -
psilops villosa: sentiti ronzare alcuni visitatori; osservati parecchi ragni ed acari.
Dalle 15 alle 17 ho raccolto al Collo della Vailetta (3150 m.) e sulle terrazze sottoposte,
di circa 100 m. più basse. Rios. A, h; esposizione E; ampie macchie di neve. Sereno e
sole caldo; vento forte sul collo, riparato più sotto. Fioritura piena di Cerastium alpinum ,
Alsine recurva, Cherleria, Silene acaulis ed exseapa, Ranunculus glacialis , Thlaspi
rotundifolmm , Petrocallis pyrenaica , Sedimi e Sempervivum , Saxifraga r elusa ,
bryoides e muscoides, Potentina frigida , Sieversia reptans , Androsace glacialis, Pri¬
mula lati folla, Armeria alpina, Myosotis alpestris, Eritrichium nanum. Geni lana
brachyphylla, Binaria alpina, Campanula cenisia e Scheuchzerii, Phytheuma pede-
montanum , A ster alpinus, Erigermi uniforus, Achillea nana , Artemisia spicata, Leu-
c anthem u m a Ip ini im .
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
91
22 Agosto. Raccolto dalle 9 alle 9,20 al Collo Altare (2910 tri.) lungo la valletta
superiore che mette capo al passo, dove nei pendìi esposti a S si notano ancora brevi
tratti di formazione chiusa di curvuleto. Tempo sereno e calmo. Fioritura ricca degli
elementi del Luglio, con in più Viola calcarata, Cerastium trigynum, Saxifraga exarata
e 'pedemontana. Oxytropis montana , Armeria alpina , Eritrichium nanum, Euphrasia
minima , ecc.
Osservazione. — Totale ore di raccolta 12,20; esemplari raccoli 430: media oraria 34.
Terza escursione (Settembre 1917).
21 Settembre. Arrivato al piano del Rifugio alle ore 17, con vento forte, sole coperto
e prossimo al tramonto, non essendo visibili ditteri, ho impiegato le 2 ore della prima
esplorazione a ricerche sulla flora. Non vi è neve nuova, e la vecchia è ridotta a poche
macchie sotto le rupi a N ed a S. Non vi è fioritura, tranne numerosi Cerastium alpinum,
Phy teuma pedemontanum, Leontodon pyrenaicus e Taraxacurn officinale ; ma per tutto
il piano dominano, con bellissimo effetto di contrasto, le foglie ingiallite di Salix herbacea
accanto a quelle arrossate di Vaccinium uliginosum ; mentre nelTazaleeto presso il tor¬
rente il verde scuro della Loiseleuria si alterna col bruno giallognolo del Salix refusa.
22 Settembre . Salito al Collo della Vailetta, vi ho passato l'intera giornata nelle loca¬
lità già esplorate al 21 Agosto 1916. Mi sono occupato specialmente di ricerche sulle piante
a cuscinetto e sulla presenza in esse di larve o di puparii di Antomiidi, di cui sarà reso
conio al par. 4 del cap. IV. Tempo calmo e sole caldo; non vi è neve nuova e la vecchia
è ridotta all’ ampio nevato sotto il collo ed al lembo N del ghiacciaio di Peraciaval. La
fioritura è finita o declinante; tuttavia qua e là sono ancora in fiore individui isolati, con
prevalenza di Cerastium alpinum, Alsine recurva, Sedimi c Sempervivum, Saxifraga
bryo’ides e muscoides, Androsace glacialis , Gentiana br achyphylla, Myosotis, Eritri¬
chium, binaria. Erigermi, Artemisia , Achillea e Leucantliemum. Ilo raccolto dalle 10,30
alle 12 c dalle 14 alle 15; ma malgrado la mia diligenza, il tempo propizio e la fioritura
relativamente ricca, di ditteri ho trovato quasi niente; essi sono pressoché completamente
assenti, sopratutto gli Antomiidi. e solo si notano Eristalis tenax e qualche altro visita¬
tore, con pochi lepidotteri.
23 Settembre. Dalle 10 alle 13 ho raccolto nelle vicinanze del Lago inferiore, nei
luoghi stessi delle escursioni del 1 e del 20 Agosto 1916. Tempo calmo e sole; verso
mezzogiorno, in una conca fra le rupi a N del lago, presso una piccola sorgente, il caldo
era straordinario ed i ditteri volavano in gran numero; eccezionalmente abbondante la
Ancistrophora Mvkii. La fioritura in gran parte passata; tuttavia nei pendìi esposti a S
ed a E era ancora molto ricca, particolarmente per Cerastium, Draba aizoides, Gaga
simplex , Potentina , Armeria, Gentiana, Phy teuma, Campanula, Senecio uniforus, ecc.
La riva N del lago non aveva fiori nel tratto muscoso, ed in quello ghiaioso si notavano
Galium helveticum, Leucauthemum alpinum e Taraxacurn officinale.
Dalle 14 alle 16 ho visitato al Collo Altare i luoghi delle esplorazioni del 31 Luglio e
del 22 Agosto 1916 e le rupi esposte a S dove fiorivano ancora Epilobium alpinum {(ma¬
gai lidi folium), Saxifraga aizoides, Rhodiola rosea, ecc.; nonché i dintorni del gran
nevato centrale, dove Ranunculus glacialis, Potentina. Androsace, Gentiana. Eritri¬
chium, ecc., erano sempre in fiore.
24 Settembre. Al mattino sono ancora salito al Collo della Valletta, per continuarvi
le ricerche del giorno 22, e vi ho raccolto, sempre senza successo, malgrado la fioritura
ed il tempo buono, dalle 10 alle 11,30.
92
M. BEZZI
Nel pomeriggio sono sceso a visitare . di nuovo al piano del Rifugio i luoghi delle
esplorazioni del 8,0 Luglio e del 19 Agosto 1917; vi ho raccolto dalle 13,30 alle 17. ma
con scarsi risultati malgrado il tempo favorevole. La fioritura, che al piano era finita, si
trovava invece ancora abbondante sotto le rupi per i pendìi esposti a S; fra i nuovi-
elementi, il più cospicuo era V Aronicum scorpioides che distendeva al sole fra i macereti
i suoi grandi capolini dorati, visitati da torme innumerevoli di Eristalis tenax. Pure
abbondante presso le sorgenti la Saxifraga aizoides, e fra le pietre e sulle rupi tutta
una serie di congeneri, come 8. aizoon , aspera, bryoides, exarata e pedemontana.
Numerosi ancora i fiori di Cerastium alpinum, Alsine recurva, Ranunculus montanus,
Alche milla, TrìfoHum Thalii, Armeria alpina , Tliymus Serpyllum, Myosotis alpestri*,
Veronica alpina , Vinaria alpina, Campanula Scheuchzerii, Phyteuma pedemontanum,
G'alium silvestre, Eriger on uniflorus, Senecio uni fior us, Cirsium, Leontodon pyrenaicus,
Hieracium alpinum. I grassi fusti della Rhodiola erano coricati a terra, e risaltavano da
lungi per la colorazione di un rosso vivo delle foglie.
25 Settembre. Dalle 8,30 alle 10 raccolto sulle ondulazioni a NE del Rifugio, dove
presso alle macchie di neve fondente e lungo le acque si notavano i ditteri abbastanza
numerosi; tempo calmo e sole. Sull’ Aronicum scorpioides volavano già le Eristalis, mal¬
grado l’ora mattutina.
Osservazione. — Totale ore di raccolta 14; esemplari raccolti 188: media oraria 13.
3. Principi del Dahl e metodi di raccolta.
Approfittando dell’ esplorazione di una località così opportuna, ho cercato in primo
luogo di indagare diversi fatti riguardanti la distribuzione dell’insieme dei ditteri ed il
susseguirsi della comparsa delle specie in rapporto alla stagione ed alla fioritura.
Per giungere alla conoscenza della ripartizione e della densità della ditterofauna nel
distretto in esame, ho seguito i principi ed applicato i metodi che il dott. Dahl ha esposto
nel suo libro sulla raccolta scientifica degli animali e nella sua memoria sull' indagine
biocenotica ; e che aveva già in parte abbozzati nel lavoro del 189fi sugli insetti mangiatori
di carogne. Egli parte dalla premessa che nel mondo organico deve esistere una regola¬
rità di distribuzione corrispondente a quella che si verifica nel mondo inorganico. Egli
stabilisce che negli animali la struttura e le abitudini stanno sempre in diretta relazione
tra di loro; che le specie sono regolarmente sparse in natura come lo è il loro nutrimento;
che l’apparire di ogni specie corrisponde ad una determinata modalità di ambiente.
Queste tre leggi si verificano anche pei ditteri nivali, per quanto a tutta prima ad
un’osservazione superficiale ciò non possa apparire. È noto infatti quanto sia difficile rintrac¬
ciare gli insetti nelle elevate regioni: i ditteri poi sembrano quanto mai scarsi nell’ambiente
nivale, sopratutto rispetto alla loro presenza sui fiori. Tutti gli osservatori sono concordi
su tale fatto. Già nel 1870 il Ricca diceva (p. 254): « Nelle altissime Alpi non riesce sempre
facile l’osservare insetti a visitare fiori. Per lo più non si ha tempo di sostare, qualche
volta la temperatura non è abbastanza calda, nè il sole ben splendido. Per essere poi i
fiori nelle* grandi elevazioni poco abbondanti, vi ha corrispondente scarsità di insetti, non
però mai mancanza».
Si è già detto più addietro che nella fauna nivale per vedere i ditteri non bisogna
guardare sui fiori, ma sul suolo, sulle zolle e sopratutto sulle pietre e sulle rocce. Allora
si rimane colpiti dal gran numero di individui che su queste posano per riscaldarsi, for-
i
STUDI SULLA DITTERO FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
93
mando quella fauna che ben potrebbe chiamarsi Utopia, per non confonderla con 1' altra
dei lapidiceli genuini, che vi si sviluppano e vi passano tutta la vita (p. e. Tachista ,
Pf ialina, Èucoryphus, ecc.).
Fatta tale constatazione conviene applicare il metodo dal Dahl suggerito di raccogliere
in tutti i piu diversi punti, anche in quelli che sembrerebbero i meno adatti, e di proce¬
dere ovunque nel medesimo modo: solo cosi si può sperare di giungere a trovare tutte
le specie presenti in quel dato momento ed a sapere anche in qual numero di individui
sono diffuse. È facile provare che raccogliendo in luoghi diversi si prendono molte specie
in pochi esemplari, mentre raccogliendo a lungo nello stesso luogo si prendono molti
esemplari in poche specie. Il che significa che ogni biocenosi ha sempre i suoi abitanti,
e che le specie variano da biocenosi a biocenosi: ed in conseguenza che in generale non
esistono le cosi dette specie rare, poiché esse pure nelle proprie biocenosi sono abbondanti.
Sarà necessario esporre brevemente quali sono i modi con cui si possono raccogliere
i ditteri nelle alte regioni. Si capisce che quivi è inutile impiegare i procedimenti che si
applicano in basso per prendere molto in poco tempo, come falciare col retino, ecc. Quivi
non si può far caccia se non in osservazione diretta, e precisamente colfuno o colf altro
dei seguenti tre metodi.
1. Soffermarsi vicino alle piante fiorite, aspettando che i ditteri vi si rechino a visi¬
tare i fiori. E questo il metodo seguito dagli studiosi della biologia fiorale;. esso ha
fineoveniente di riuscire troppo unilaterale, essendo limitato agli antofili. che per di più,
come abbiamo visto, si recano sui fiori solo col verificarsi di certe favorevoli condizioni
di temperatura, di insolazione e di vento. Il Mùller stesso riconosce [p. 547) che nelle
Alpi è facilissimo ingannarsi sulla relativa, frequenza dei fiori e degli insetti, se non si
dedica a lungo tutta la propria attenzione alle visite fiorali.
2. Percorrere lentamente tutta la regione in esame in ogni sua biosinecia, racco¬
gliendo tutto ciò che si può di quanto capita di vedere sui fiori, sulle zolle, per terra,
sulle pietre, sulle rocce, al volo, ecc. Questo metodo è certamente superiore al primo,
poiché permette di formarsi un’ idea del complesso dell’ intera popolazione, dèlia sua
densità relativa e della sua distribuzione.
3. Indagare minutamente e successivamente le singole biocenosi di una data biosi¬
necia, ricercando sotto e fra le pietre, nelle fessure delle rocce, nel terriccio, fra le radici
delle zolle, ecc., sopratutto allo scopo di rinvenire le larve, le pupe, le eventuali forme ad
ali ridotte o mancanti, ecc. È questo il metodo migliore di tutti, perchè permette di
conoscere la densità assoluta della popolazione e la sua vera natura. Esso fu applicato
dal dott. Bàbler nelle sue ricerche generali, e sarebbe quello da consigliarsi maggiormente
per l’avvenire riguardo ai ditteri nivali, pei quali lo studio delle larve rimane ancor tutto
da fare.
4. Uniformità di distribuzione e densità.
Al Peraciaval io ho adottato il secondo dei metodi surriferiti, che mi ha permesso di
constatare rapidamente come in questa località abbastanza ampia, i ditteri sono distribuiti
piuttosto uniformemente. Nelle due prime escursioni ho avuto infatti una media generale
di 35 e di 34 esemplari per ogni ora di raccolta. Il valore di tale media non varia di
molto nei diversi piani, tranne l’ultimo, come si può rilevare dalla seguente tabella IX.
94
M. BEZZI
Si vede che dopo i 3000 in. si ha un brusco salto, con grande diminuzione di numero
ed aumento di percentuali ; il che conferma che attorno a quell’altezza deve trovarsi il
limite climatico. Le basse cifre della terza escursione (nella quale la media oraria gene¬
rale fu solo di 18) ci avvertono che neH’ultima decade di Settembre cade la chiusura del
ciclo annuale; mentre le cifre relativamente alte del secondo piano ci attestano che intorno
al limite orografico i (littori persistono più a lungo che non subito sotto (perchè ivi lo
sviluppo si inizia prima), e che non subito sopra (perchè ivi ì rigori del clima deter¬
minano un precoce assopimento della vita).
La regolarità della media oraria, che dipende dairunìformità della distribuzione, è
cosi costante, da potersi a priori dichiarare che in qualunque altra località corrispondente,
raccogliendo in quel momento della stagione, se ne avrà una simile. Così al Lago della
Rossa (2698 m.) il 22 Agosto in 30 minuti ho raccolto 13 esemplari, il che dà una media
oraria di 26. la cui scarsità dipende dal provenire da biosinecia assai povera di vegeta¬
zione. Al Collarin d’Arnas (2851 m.) lo stesso giorno in 15 minuti ho catturato 9 esem¬
plari. ossia ho avuto una media di 36 all’ora, che è perfettamente normale.
È per conseguenza lecito ritenere che i ditten siano sparsi per tutto l’ambiente
esaminato in modo da ottenerne la saturazione, compatibilmente alle loro speciali esigenze,
a quelle degli altri viventi ed alle condizioni del clima e del suolo. Nè si può a meno di
notare che esiste una certa analogia fra questa uniformità di distribuzione degli organismi
terrestri dell’edafon e quella che si verifica pel plancton in seno alle acque, le quali però
ne consentono uno sviluppo immensamente più copioso, una regolarità molto più grande
ed una facilità di osservazione assai maggiore.
Tale tipico modo di comportarsi di questa ditterofauna nivale dipende senza dubbio
da quello corrispondente dei vegetali, che colle loro sparse zolle offrono ricetto e nutri¬
mento alle larve. Più si sale e più le piante vanno diminuendo; quindi anche la media
oraria delle catture diminuisce rapidamente dopo i 30)0 m. I ditteri arrivano però di certo,
in compagnia delle piante, fino alle massime elevazioni di queste valli, come è dimostrato
da altre osservazioni. Così per la vetta della Torre u’Ovarda (3075 m.) il prof. Augusto
Gras enumera ben 27 specie di fanerogame, ed il prof. Michele Lessona vi trovò 7 specie
di invertebrati, fra cui un coleottero. Sulla vetta della Bessanese (3632 m.) il prof. U. Vai¬
busa ') rinvenne le seguenti piante: Gema re'ptans , Sedura atratum, Saxi fraga refusa,
9 Rivista mens. del C. A. I., Voi. XX, 1901, p. 41.
STUDI SULLA E ITT E HO FA UN A NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
95
S. oppositifolia, S. androsacea, di cui l’ultima aveva i fiori appena sbocciati al 1 0 Set¬
tembre: ed a questo l’avv. E. Manfredi ') ha aggiunto in seguito VEritricliium nanum.
Il metodo di raccolta adottato permette pure di farsi un’idea approssimata della den¬
sità relativa della popolazione dei di ( tori. Mi risulta infatti che non si percorrono più di
150-200 ni. all’ora, dato il tempo indispensabile per osservare, avvicinare, catturare, metter
nella bottiglia di uccisione, ecc., e date le non sempre agevoli condizioni di movimento.
È poi necessario aggiungere che non si riesce di regola a prendere più di 1 su 4-5
esemplari veduti, onde si può ritenere che, data la media oraria di 35 catture, si incon¬
trano 140-175 esemplari ogni 150-200 m. di percorso. Il che, tenuto conto della zona
battuta e della possibilità di imbattersi di nuovo in qualche esemplare fuggito, corrispon¬
derebbe all’ incirca alla presenza di meno di 1 individuo (0,88-0,93) per m2, in tutto il
distretto esplorato e nel complesso di tutte le sue località, siano esse adatte o meno.
Si deve prestar attenzione al fatto che tale densità relativa, riferibile all’ intera area
in esame, è necessariamente molto diversa da quella assoluta, osservata nei singoli luoghi
abitabili. Per aver idea di quest’ultima bisognerebbe ricorrere al terzo metodo di raccolta,
cioè indagare gli organismi dell’edafon, ricercando principalmente le pupo e le larve.
Il numero di queste, per una determinata superficie utilizzabile, deve esser di certo molto
superiore a quello dato più sopra per gli adulti vaganti. Il Diem ad esempio nelle sue
ricerche sulla fauna del suolo alpino, di cui è fatto cenno nella parte generale, ha consta¬
tato a 2700 m. nell’Engadina pei- ogni m2 la presenza di 128 larve di insetti, che presu¬
mibilmente devono essere in gran parte, se non tutte, di ditterà
5. Larve saprofaghe e larve carnivore.
Per quanto io non abbia dati di fatto da riferire in questo campo tuttora completamente
ignoto, pure credo opportuno trattarne brevemente in un paragrafo a se, onde richiamare su tale
importante argomento l’attenzione degli studiosi.
Dalle precedenti osservazioni si può rilevare che la saturazione dell’ambiente, in quanto
riguarda i ditteri, è completa e che l’equilibrio biologico vi è stabilmente raggiunto. Prescindendo
dagli altri fattori animali che debbono prender parte al fenomeno, si potrebbe pensare che esso
sia in diretta dipendenza della vita saprofaga delle larve, le quali avendo a disposizione la sola
risorsa del terriccio delle zolle, ne hanno accaparrata in breve l'intera disponibilità. Ma una
concezione siffatta è errata; ed il fenomeno è molto più complesso, anche pei soli ditteri.
È fuor di dubbio che alcune larve sono carnivore, come quelle del Lasiopogon , degli Empi-
didi, ecc.; ma rimarrebbe sempre l’immensa maggioranza, costituita dagli Antomiidi, le cui larve
risulterebbero dipendere esclusivamente dalle materie vegetali in decomposizione.
Per lungo tempo fu ritenuto che le larve degli Antomiidi fossero tutte essenzialmente sapro¬
faghe o fìtofaghe. Ma in seguito agli studii del Portschinsky (1910-1913) ed a quelli più recenti
del dott. Keilin 2) si venne a conoscere che esse presentano una varietà imprevista di adat¬
tamenti.
Il dott. Keilin nel 1914 ripartisce le larve degli Antomiidi in 4 grandi gruppi etologici,
come segue.
1. Larve saprofaghe , ossia viventi a spese di materie vegetali od animali in decomposi¬
zione. Il loro nutrimento vien preparato in gran parte dell’azione dei microrganismi della putre-
J) 1. c., voi. XXXV, 1906, p. 13. ] Soc. ent. France, 1914, p. 496-501, 3 tìg. — Reckerches
2) Les formes adaptatives des larves des Antlio- j sur le's Anthomyides à larves carnivores. Parasitology ,
myides; les Anthomyides a larves carnivores. Bull. \ IX, 1917, p. 325-450, 46 fig., 11 tav.
M. BEZZI
<)6
fazione; nelle regioni più basse sono sopratutto vegetali ricchi di materie azotate (come i funghi),
od escrementi di animali erbivori, o cadaveri in decomposizione. Poiché nella regione nivale
queste risorse mancano del tutto, o sono scarse ed accidentali, non resta a disposizione per la
presente categoria che il terriccio raccolto fra le zolle delle piante nivali.
2. Larve fUofaghe , che attaccano differenti parti delle piante viventi, sia sopra che sotto
terra. Per le ragioni già dette queste non possono esistere, o sono molto ridotte, nella regione
nivale.
3. Larve parassite , viventi a spese di animali vivi, sopratutto superiori. Sono rarissime,
e mancano nella regione nivale.
4. JLarve carnivore, divoranti le larve saprofaghe, colle quali convivono. Nelle regioni più
basse si sono sviluppate sopratutto a danno di quelle coprofaghe: nella regione nivale devono
vivere a spese di quelle limicole.
Il dott. Keilin ha trovato dei caratteri di non difficile osservazione, sopratutto nelle forme
dell’armatura bucco-faringea, per mezzo dei quali si può distinguere subito una larva apparte¬
nente ad una od all’altra delle categorie di cui sopra e più particolarmente alla prima od
all’ultima.
E quindi verosimile, come abbiamo già detto nella parte generale, che anche gli Antomiidi
nivali si dividano in due schiere. Di queste l’una comprenderebbe le forme a larve saprofaghe,
che dovrebbero essere le primitive, cioè quelle già in origine adattatesi allo sfruttamento delle
risorse di' nutrimento offerte dalla flora nivale, in primo luogo dalle piante a cuscinetto, esimie
formatrici di humus ricco di materia organica. L’altra risulterebbe dalle forme a larve carnivore,
che dovrebbero essere posteriori, cioè comparse in seguito a sfruttare le risorse offerte dalle
numerose larve saprofaghe ed a ristabilire l’equilibrio biologico.
Mancando la conoscenza delle larve si può solo per analogia suppore che appartengano
almeno in parte al primo gruppo le specie, sistematicamente inferiori, dei generi Alliopsis , Chor-
lophiìa , Acropiena e probabilmente Limnophora ; ed al secondo, cioè a quello delle carnivore,
le specie superiori di Enoplopteryx , Mydaea, Myiospila, Rhynchopsilops, Rhynchotrichops ,
Trirhopticus , Phaonia e probabilmente Rliynehocoenops.
L’unico dato di fatto per ora disponibile è quello del numero relativo di specie e di indi¬
vidui con cui le due categorie si presentano nel distretto: dalle mie esplorazioni risultarono le
seguenti cifre :
Primo piano
Secondo piano
Terzo piano
Quarto piano
Quinto piano
Saprofaghe
16 specie in 244 ind. ;
Il » 220 ,1 :
7 n a 32 a ;
5 a a 74 a ;
— 11 11 - 11 l
Carnivore
9 specie in 129 ind,
4 a a 88 a
4 a a 49 »
2 a a 9 a
la a 1 a
Si può subito constatare la grande prevalenza, sia in numero di specie che in numero di
individui, delle presunte forme a larve saprofaghe; poi riesce evidente che queste ultime vanno
aumentando coll’altezza in relativa frequenza, il che è ancora in aperto contrasto colla legge di
Heer. E poi degno di nota osservare che le presunte forme carnivore comprendono le specie a
comparsa più precoce, sopratutto quelle di Rhynchopsilops, Rhynchotrichops e Trichopticus ;
mentre quelle saprofaghe sono più tardive, principalmente le Acropiena .
6. Epoche di comparsa.
L’avere effettuato le tre escursioni a distanza di circa un mese 1’ una dall’altra, e
precisamente a fine Luglio, fine Agosto e fine Settembre, rende possibile qualche osserva¬
zione sulla comparsa delle specie. A tale scopo vien presentata la seguente tabella X,
dalla quale si rileva il numero degli esemplari raccolti, in ciascuna escursione, per ognuno
dei cinque piani e per ogni singola specie.
STUDI SULLA DITTEROF AUN A NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
97
98
M. BEZZI
Riesce subito evidente la maggior ricchezza della ditterofauna alla fine di Luglio che
non alla fine di Agosto; nella prima escursione si trovarono infatti 4 famiglie e 16 specie
in più che nella seconda. Se la media oraria di raccolta è quasi uguale in numero di
individui (35 e 34) nelle due escursioni, riesce invece nella prima circa del doppio più
numerosa in specie (4,27 e 2,50). E dunque fuor di dubbio che vi sono delle famiglio
pili precoci, i cui rappresentanti scompaiono poco dopo lo scioglimento delle nevi; così i
Tipulidi. i Limoniidi, i Tendipedidi ed ì Sirfidi non erano più presenti nelle medesime
località, tre settimane più tardi, per quanto alcuni fra di essi presentino una ripresa
autunnale. Anche negli Antomiidi é caratteristico il comportarsi della R hynchotrichops
subrostrata che da estremamente abbondante si fa molto più scarsa, e delle Rhyncho-
coenops obscuricula , Enoplopteryx obtusipenMs e Rhynchopsilops villosa che vengono
addirittura a mancare. Le Acroptena sono al contrario decisamente tardive, sopratutto la
Simonyi. La terza escursione, mentre ha dimostrato il rapido declinare della ditterofauna
verso la fine del Settembre, ha però stabilito che vi sono specie propriamente autunnali,
come i Limoniidi ed i Tendipedidi volanti a sciami col sole basso.
Per rispetto ai sessi si vede che i maschi precedono in genere le femmine, e sono di
esse più numerosi.
L’unito diagramma (fig. 3), desunto dalla precedente tabella, esprime chiaramente il
modo di comportarsi delle specie più caratteristiche ')• I);i esso si ve^° come Rii. villosa.
i) La parte tratteggiata delle linee . corrisponde
al presunto andamento delle stesse nelle epoche per
le quali mi mancano i dati.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
99
Rii. subrostrata ed Acroptena vadano successivamente culminando verso la metà di Luglio,
la fine di Luglio e la fine di Agosto, con andamento regolare e «[nasi parallelo. Molto
diverso è il comportamento del parassita Ancìstrophora Mikii, e sopratutto del visitatore
Eristalis tenax, che vanno aumentando col declinare della stagione, e mostrano così di
dipendere da influenze diverse se non opposte a quelle degli Antomiidi.
Eiu. 3.
Diagramma indicante la durata e l'entità di comparsa per talune specie.
i. Rhynchopsilops villosa. - ■!. Rhyncholrichops subrostrata. — 3. Acroptena (3 sp). — 4. Chortophila
grisella. — 3. Ancistropliora Mikii. — 6. Eristalis tenax.
È chiaro che la comparsa delle varie specie sta in relazione collo sciogliersi delle
nevi ed il conseguente scoprirsi del suolo, che permettono lo schiudere degli adulti e lo
sbocciare dei fiori, sui quali molti di loro cercheranno il nutrimento. Tra il piano del
Rifugio, dove la neve se ne va dal 15 di Luglio al 15 di Ottobre, ed il collo della Valletta,
dove se ne va solo dal 15 di Agosto al 15 di Settembre, e più in alto ancora, dove il periodo
scoperto può ridursi ad una o due settimane, le medesime specie possono avere a dispo¬
sizione un lasso di tempo variante da tre mesi a pochi giorni. Ciò malgrado non ne
consegue che la durata della loro vita debba essere più breve a 3100 che non a 2600 m.,
perchè esse in ogni caso compaiono appena sciolte le nevi e chiudono per regola in brevi
istanti la loro effimera esistenza immaginale.
Nondimeno il predatore Lasiopogon , certi Empididi e Dolicopodidi, e non pochi
Miodarii, devono avere vita piuttosto lunga allo stato adulto; fra gli ultimi sopratutto gli
Antomiidi rapaci, come Alliopsis. ed i Museali come Ancìstrophora , Admontia e Sar-
100
M. BEZZI
romyia, che si trovano spesso colle ali sciupate e con altri indizi di longevità. Non deve
poi escludersi la possibilità di una seconda generazione annuale, almeno nella parte più bassa.
Cosi nella terza escursione ho trovato presso il Rifugio un esemplare di R/iamphomyia
anthracina appena schiuso; e nel primo e nel secondo piano non erano rari gli Antomiidi
coi tegumenti molli e collo ptilino ancora estroflesso. Le società di Chortophila grisella
erano cosi comuni sulle pietre soleggiate alla fine di Settembre, come in Luglio; onde
questa specie ha forse più di due generazioni annuali a 2600 m. (V. diagramma, fig. 3).
Si può dire che dei 3 mesi dell’anno nivale in cui ferve la vita libera dei di Iteri , il
Luglio rappresenta la primavera. l’Agosto l’estate ed il Settembre V autunno; tutto il resto
è inverno. E ciò nei casi migliori e nelle parti più basse; che sopra i 3000 in., l'ultima
decade di Luglio o le due prime di Agosto, costituiscono da sole le tre stagioni fuse in
un’unica fugace estate.
7. Relazioni fra i ditteri e la fioritura.
In questo paragrafo ci proponiamo di indagare le relazioni fra ditteri e piante, come abbiamo
potuto rilevarle nel distretto studiato: e ciò sopratutto nei riguardi degli Antomiidi nivali quali
visitatori dei fiori delle piante nivali.
I biologi fiorali si sono molto occupati dello studio delle visite fiorali per opera degli
Antomiidi; questi ditteri anzi dalle loro opere risultano assidui visitatori dei fiori alpini, per
quanto poco o punto progrediti negli adattamenti relativi. E necessario però rilevare che i loro
dati si riferiscono per lo più alla regione alpina, mentre sono scarsissimi per quella nivale,
della quale noi abbiamo posto in rilievo la poca frequenza di tali ditteri sui fiori. D’ altra parte
abbiamo già messo in evidenza alcune disannonie che in questo campo si notano nelle eccelse
regioni.
Io ho dunque cercato di approfittare delle mie varie esplorazioni per stabilire dei dati di fatto
che valessero a portar qualche luce sul controverso argomento. A tale scopo ho tenuto nota di
tutte le piante fiorite che ho potuto vedere ; e sopratutto durante la terza escursione la scarsità
della ditterofauna mi ha lasciato agio di portare la più viva attenzione sulla flora. Ho potuto
così riunire una fiorala tanerogamica ricca di ben 125 specie, delle quali interessano al nostro
scopo solo quelle a fiori entomofili ; ma per essere completo ho compreso nel seguente elenco
anche quelle a fiori anemofìli od indifferenti.
Questa fiorala è troppo ricca per un distretto ni vale genuino ; ma la maggior parte delle
specie son limitate al piano inferiore, che è, come abbiamo visto, fuori dei limiti nivali propri.
Della ricchezza di flora dell’ alta valle di Viù fanno fede del resto gli elenchi che ho potuto
consultare, come quello del 1873 del prof. A. Gras per la Torre d’Ovarda, e quelli più recenti
ed interessanti del doti. Flavio Santi ’).
Presento la seguente Tabella XI dalla quale si possono rilevare le piante fiorite in ogni
piano, per ciascuna delle escursioni. Ho segnato colla lettera n una pianta non fiorita, o perchè
non ho potuto osservarne la fioritura, o perchè questa non era ancor cominciata; con i la fioritura
incipiente; con p la fioritura piena, e con doppio pp quella molto abbondante o predominante;
con d la fioritura declinante; con /’ quella finita. Un asterisco preposto ad una di queste due
ultime lettere, significa che per quella pianta ho potuto constatare una fruttificazione abbondante.
Nella col. (7) è indicato il colore dei fiori, se chiaro con c, se scuro con .s ; e nella col. (8) i
rapporti entomofili, se allotropo con a, se emitropo od eutropo con e.
u
1 ) Appunti sulla Flora tirile Valli di Lanzo, nel edito dalla sez. di Torino del C. A. 1., p. 475-490.
superbo volume «Le Valli di Lanzo», Torino 1904,
studì sulla ditteroeauna nivale delle alpi ITALIANE lui
13
102
M. BEZZI
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
103
Si vede che il numero totale delle piante (125) è molto superiore a quello totale dei ditteri
(62), anche se si tien conto solo di quelle entomofile (102). È notevole constatare che in numero
di specie la diminuzione coll’ altezza è proporzionale sia per le piante, che pei ditteri, che per
gli Antomiidi in particolare. Ma se guardiamo il numero delle piante fiorite ed il numero di
104
M. BEZZI
individui degli Antomiidi presenti in quel determinato istante, come lo si può desumere dalla
media oraria, troviamo che questo nella buona stagione si mantiene quasi ovunque costante,
malgrado il variare di quello. Nella seguente tabella XII lo si rileva molto bene, confrontando
le col. (11) e (14) pel mese d’ Agosto, dove si vede che nonostante al primo piano il numero
delle piante borite sia circa il doppio di quello dei 3 piani successivi, la media oraria denota
che gli Antomiidi sono in numero pressoché uguale dappertutto. Dal che si può desumere che
anche al piano del Rifugio, popolato in gran parte da Antomiidi nivali, questi non aumentano
in densità per quanto il numero dei fiori a loro disposizione sia maggiore e più vario.
Le col. (6) e (7) ci mostrano che coll’altezza i fiori scuri vanno aumentando sui chiari: anzi
vediamo che il fenomeno si accentua fra il secondo ed il terzo piano, cioè fra i 2700 ed i 2900 m.
La col. (10) ci fa vedere che mentre nelle parti più basse (1° e 2° piano) la prima fioritura è pre¬
valentemente chiara, in quelle più alte (3° e 4° piano) essa è prevalentemente oscura ; il che forse
può mettersi in relazione colle visite dei lepidotteri più abbondanti in principio di stagione che
non i ditteri. In Agosto chiari e scuri si equivalgono nei piani più alti ; mentre in Settembre è ovun¬
que evidente il sopravvento dei chiari sopra gli scuri ; nei due piani più bassi questo aumento
corrisponde al triplo ed al quadruplo. Tale fatto può considerarsi disarmonico rispetto ai ditteri
che in Settembre declinano rapidamente.
Ma il fatto più significativo si rileva confrontando le col. (12) e (15). dalle quali consta che
mentre nel Settembre il numero delle specie di piante entomofile in fiore è ancora assai grande,
la densità degli Antomiidi è invece immensamente diminuita. Se ne può desumere che la fioritura
persiste anche quando non ci sono più gli Antomiidi; e che anzi essa, come vedemmo, assume
maggior carattere eliofilo quando quelli vengono a mancare. Una siffatta disannonia dimostra: 1) che
nei rapporti della biologia fiorale gli Antomiidi nivali sono piuttosto indipendenti dai fiori delle
piante nivali e queste da quelli ; 2) che il carattere prevalentemente miofilo della tarda fioritura
nivale, mentre è forse un indice atavico rispetto agli Antomiidi, può anche venir messo in re¬
lazione colla presenza di altri visitatori.
A maggior illustrazione di tale importante fatto può servire l’unito diagramma (fig. 4), dal
quale si rileva:
L) Al primo piano, che è posto sotto i limiti nivali propri, le due linee tendono al paral¬
lelismo ; ma quella della fioritura si mantiene molto più alta, denotando un numero di specie di
piante entomofile fiorite assai superiore alla densità media degli Antomiidi presenti.
2) Nei rimanenti piani, che sono propriamente nivali, le due linee sono meno lontane e
tendono ad intersecarsi, perdendo il parallelismo tanto più, quanto più aumenta l’altezza.
3) In Luglio, al secondo e al terzo piano, la densità degli Antomiidi è più grande, quando
il numero delle piante fiiorite è ancora relativamente piccolo; ossia lo sviluppo degli Antomiidi
tende a precedere l’aprirsi della fioritura.
105
STUDI SULLA DITTERO FAUSTA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
I
4) Il declinare degli Antomiidi in Settembre è molto più rapido e intenso che non quello
della fioritura ; e ciò tanto più, quanto maggiore è l’altezza. Nel quarto piano si vede infatti
che mentre le due linee salgono di conserva, dopo la fine d’Agosto quella degli Antomiidi preci¬
pita, mentre quella delle piante persiste elevata.
Si domanda adunque : chi aspettano questi fiori entomofili, quando gli Antomiidi sono già quasi
del tutto scomparsi? e sull'aiuto di chi contano quelle piante che, come V Aronicum scorpioides, solo
nel tardo Settembre si ammantano di vistosissimi fiori? Certo anche durante la mia visita autun¬
nale delle piccole farfalle intirizzite si vedevano volare a sbalzi nei luoghi meglio esposti, ed a
tratti giungeva all’orecchio il grave ronzio di qualche pesante Bomlnis : ma i fiori allotropi od
emitropi in gran maggioranza gialli [fDraba aizoides , Saxi fraga aizoides, Potentina, Leucan-
Di agrannna indicante, i rapporti fra il numero delle specie di piante entomofile fiorite (linea sfrangiata
superiore) e il numero degli individui di Antomiidi secondo la media oraria (linea piena) e di
Sirfìdi (linea tratteggiata) i).
thenium , Aromicum, Senecio , Leovtodon, eco.) non erano di quelli specialmente adattati alla visita
dei lepidotteri o degli imenotteri.
L’atteso ospite, pel quale tanti fiori si protendevano silenziosamente sotto l’ultimo sole, c’era
tuttavia al Peraciaval ed apparteneva ai ditteri, per quanto elemento estraneo al dominio nivale.
Esso è V Eristalis tenax , che col suo potente volo giunge da lontano a portare la propria turbo¬
lenta attività in un ambiente già in gran parte deserto. In Settembre, io l’ho osservato frequente
ovunque, dal piano del Rifugio al Collo Altare ed al Collo della Valletta, e l’ho visto visitare con insi¬
stenza i seguenti fiori: Aronicum scorpioides, Leucantliemum alpinum, Saxi fraga aizoides, Cera-
stium alpinun , Cirsium psinosissimum, Armeria alpina, Saxifraga Murithiana, Senecio uniflorus,
Potentina frigida, Leonlodon pyrenaicus. Le candide corolle del Cerasthtm non potevano reggerne
l) Potrebbe osservarsi che numero di specie di
piante entomofile fiorite e numero di individui di
ditteri, non sono quantità omogenee; bensi lo sareb¬
bero numero di ditteri e numero di fiori, presi entrambi
individualmente. Ma siccome trattasi in prevalenza di
Antomiidi allotropi e di fiori allotropi, senza legame
di visite obbligate; e siccome ad ogni modo, anche
noverando i presenti in uno spazio determinato, non
si arriverebbe mai ad avere un’ assoluta omogeneità,
perchè dei due elementi b uno (il fiore) è immobile,
mentre l’altro (l’insetto) è mobile; cosi parmi che il
metodo qui seguito sia il più rapido ed opportuno
per porre in evidenza i fatti, senza alterarne grave¬
mente i rapporti.
106
M. BEZZI
il peso sugli steli sottili, eppure anche su di esse si tratteneva piegandole al suolo; attorno al-
V Aronicum ed alla S. aizoides ronzava a torme, riluttanti alla fuga e minacciose nel loro com¬
portamento d'api. Esso si posa indifferentemente su fiori miofili e non miofili, come è dimostrato
dalla S. Murithiana , e persino dalla Silene acaulis, su cui lo osservò il Muller.
Come è noto, le larve di questo dittero si sviluppano nelle acque putride ed in montagna sono
frequenti nelle scolature delle stalle: i numerosi individui presenti al Peraciaval non potevano
dunque a quel tempo provenire che dal sottoposto vallone di Arnas o dal piano di Usseglio; in
pochi minuti essi superavano col loro rapido volo un dislivello di 1200-1300 m., poiché erano già
visibili ai primi raggi del sole, ed è difficile credere che avessero passata- la notte sul luogo. L ’ Er i-
slalis tenax fu sempre notato frequente in alta montagna da tutti gli osservatori; ed anche il sig.
Handschin (in Hit.) me ne conferma la presenza in massa nelle grandi elevazioni della Svizzera.
E dunque probabile che colla diffusione di questo forte visitatore nelle Alpi e colia sua regolare
comparsa in stagione avanzata nella regione nivale, possa conciliarsi il prolungamento della fio¬
ritura ed il suo prevalente carattere miofilo.
L ’JEristalis tenax appartiene alla famiglia dei Sirfidi ; ma ciò non infirma il fatto che questi
ditteri scarseggiano nella regione nivale mentre abbondano in quella alpina, di cui sono carat¬
teristici ; da buoni volatori quali sono, essi salgono dal basso a sfruttare le risorse di nettare
dei fiori nivali, i quali dunque sembrano adattarsi meglio a questi visitatori-, che non a quelli
locali. Confrontando nel diagramma la linea dei Sirfidi con quella degli Antomiidi, si vede come
la prima indichi una densità immensamente minore, tanto più che la salita autunnale è dovuta
esclusivamente all’ Eri s tali s.
8. Dati statistici e comparativi.
Complessivamente nelle 3 escursioni si raccolsero 62 specie in 1005 esemplari, di cui
34 in 849 sono Antomiidi; ossia i rappresentanti di questa sola famiglia costituiscono il
54,8u/o >'i specie e l’84,4°/0 in individui dell'intera raccolta. Paratamente nella prima escur¬
sione gii Antomiidi sono il 57,4 e r87.O0/o. nella seconda il 71.0 e 92,0 °/0, nella terza il
50,0 e 61,1 °/0.
Per famiglie, le catture si ripartiscono come segue:
Non occorre mettere in evidenza la preponderanza assoluta e relativa degli Antomiidi.
Fra di essi la prevalenza è di Chort. grisella (172 es.), di Chort. piliventris (81 es. .
delle 3 Acroptena (242 es.. di cui 18 nella prima escursione, 202 nella seconda e 22 nella
terza), di Rhynchotr. subrostrata (192 es., di cui 148 nella prima, 31 nella seconda e 13
nella terza) e di Rhynchops ■ villosa (30 es.. di cui 29 nella prima ed 1 nella seconda).
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
107
Per vedere i caratteri particolari della faunula del Peraciaval, ed istituire un confronto
con quella della Marinelli (Tab. Vili), presento la tabella XIII. nella quale sono segnate con
un * le specie visitatrici e con due ** quelle passive.
108
M. BEZZI
La col. (7) ci mostra che riguardo alla loro origine gli elementi si raggruppano come
segue:
ubiquisti 12
centro-europei 4
nord-europei e circumpolari 12
artici 3
alp.-ap. -pi r.-carp. -balcanici 5
endemici 20
Totale 02
Se anche qui gli elementi endemici hanno la prevalenza, si rimane colpiti dal notevole
numero di ubiquisti, che é dovuto alla presenza di hen 6 visitatori, e di parecchie specie
a larga distribuzione. Questo fatto ci spiega anche il numero ragguardevole di forme
mancanti dei caratteri tipici di adattamento, come si vede dalla colonna (3). Le colonne
(4) e (5) ci mostrano poi una gran varietà di abitudini e di nutrimento nelle larve e negli
adulti, dovute anch’esse al fatto surriferito, tanto più che alcune (p. e. afiditagia) sono
incompatibili colfambiente nivale.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
109
Confrontando lo raccolto fatte alla Marinelli (37 specie) con quello del Peraciaval
(62 specie), si trova che le specie si distribuiscono come segale:
Le specie comuni alle due località costituiscono il 41.4 % dell’intera raccolta; questa
risulta di 1728 individui, di cui 1434. cioè l’82,9 °/0. appartengono agli Antomiidi. Tale
famiglia conta 35 specie, ossia presenta il 50, 0 % di tutte le specie; di queste 35 specie,
ben 19, cioè il 54%, e precisamente quelle nivali più genuine, sono in comune alle due
località. Pure degna di nota è la quasi completa uguaglianza dei Dolicopodidi in ambo le
stazioni.
È importante la presenza di 1 passivo e di 6 visitatori al Peraciaval, nonché il gran
numero di ubiquisti e di forme a facies non nivale: questo è il principale elemento di
differenza nelle due faunule, e proviene in massima parte dal piano inferiore, che è sotto
il limite dei 2700 in.
In tutte e due le faunule sono dominanti le Acroptena e la Rhynchotrichops subro-
strata ; ma mentre alla Marinelli la Rhgnchocoenops obscuricula ed il Trichopticus
furcatus tengono un posto importante e la Rhynchotrichops rostrata vi è comune, al
Peraciaval i primi due sono scarsi e la terza manca del tutto; jUlFultima località abbon¬
dano invece la Chortopila grisella (che manca alla Marinelli) e le Chort. alpigena e
piliventris (che vi sono scarse), nonché la Rhynchopsilops villosa (che vi è pure rara, ma
probabilmente primaticcia). Assai singolare è poi l’assenza ùqW Admontia amica al Pera¬
ciaval, per quanto vi si trovino le Tipula alle cui spese essa vive.
In conclusione possiamo mettere in rilievo la maggior purezza di fauna nivale che si
riscontra nell’ isola glaciale al Bernina : ed il fatto che gli elementi artici, assai poveri,
sono gli stessi in tutte e due le faunule.
9. Catalogo delie specie con note descrittive, etologiche e biologiche.
Fam. Tipulidae.
1. Tipula irregularis Pokorny 1887. — Un maschio al Rifugio ed uno al Collo Altare
nella prima escursione, bios. A, a, b.
2. Tipula giacialis Pokorny 1887. — Un paio in copula al Rifugio nella prima escur¬
sione, bios. A. a.
11 ritrovamento di queste Tipule solo alla fine di Luglio denota che esse sono prima¬
ticcio, e che compaiono appena sciolte le nevi; col loro corpo gracile e le lunghe zampe
esse sono la negazione dell’aspetto nivale tipico: tuttavia sono assai frequenti e caratte¬
ristiche fino a circa 3000 m. di altezza.
Distr. geogr. — Trovata nelle Alpi orientali dallo Stelvio al Cristallo; in Valtellina
io l’ho trovata una sol volta in Val Ventina (,2000 in.) in Agosto. È dunque elemento
endemico, diffuso per tutto il sistema alpino.
Fani. Limoniidae,
3. Dicranoptycha cinerascens Meigen 1818. — Un maschio al Rifugio nella prima
escursione, bios. B. a. .
14
110
M. BEZZI
È specie montana e subalpina, che entra nella regione alpina ma si affaccia appena
a quella nivale.
Distr. geogr. — Diffusa per l’Europa centrale e per le Alpi orientali.
4. Rhypholophus tephronotus Loew 1873. — Alcuni esemplari dei due sessi nella prima
escursione, al Rifugio, bios. B, a ed al Lago, bios. B, b ; un maschio al Rifugio nella
terza escursione, bios. B, b.
Distr. geogr. — È noto dell’Europa centrale e delle Alpi orientali, ed è riportato
anche dall’Islanda; io credo però che sia elemento alpino. In Valtellina io l'ho visto fre¬
quente a 1800 m. in Val di Togno alla fine di Giugno; ma scende anche in basso, perchè
in Piemonte l’ho trovato a Susa (500 m.).
5. Petaurista ( Trichocera ) hiemalis De Geer 1776. — Parecchi esemplari dei due
sessi al Rifugio ed al Lago, dove nella terza escursione non era rara nelle bios. B. b,'
volando a sciami danzanti poco prima del calar del sole.
Distr. geogr. — È specie diffusa per tutta Europa, e frequente sopratutto nei mesi
invernali; fu trovata anche in Groenlandia e nelle parti settentrionali dell’ America del Nord.
Come le sue congeneri sale in alto sui monti, ma non era ancor stata trovata nella
regione nivale.
6. Tricyphona alticola Strobl 1910. — Alcuni esemplari al Rifugio, bios. B. a, nella
prima escursione, tra le foglie della Rhodiola.
Note descrittive. — Questi esemplari hanno una colorazione più oscura di quelli
tipici descritti dallo Strobl, e si accostano in ciò a quelli da me trovati in Valtellina.
Fani. Tendipedidae.
7. Camptocladius aterrimus Meigen 1818. — Diversi esemplari dei due sessi al Rifugio
nella terza escursione; era frequentissimo nelle bios. B. b. volando a sciami numerosi
nelle prime ore del mattino.
Distr. geogr. — È diffuso per tutta Europa e comune ovunque, ma non sale molto
in alto sui monti.
8. Prodiamesa nivicola n. sp. cf 9- — Parecchi esemplari dei due sessi al Lago nella
prima escursione, bios. C. Volavano a sciami sopra larghe macchie di neve, o giacevano
in copula sopra la neve stessa.
Note descrittive. — Tota aterrirna, opacula, nigro-pilosa, palpis halteribus pedi-
busque concoloribus, thoracis dorso non distincte griseo-vittato, alis corpore non
longioribus ex griseo tiyalinis , in mare distincte albicantibus, nervis ut in Pr. Branickii
directis. Long. corp. mrn. 5-6; long, alae mni. 5-6.
Questa specie è strettamente affine alla Pr. Branickii descritta dei Carpazi i dal
prof. Nowicki nel 1873, e riportata poi nel 1885 della Selva viennese dal prof. Mik; e
forse ne rappresenterebbe solo una forma melanocroitica alpina, se non fosse che ha le
ali più brevi che nel tipo.
E tutta interamente ed intensamente nera nel maschio, coi peli ed i bilanceri dello
stesso colore e col torace privo di disegno grigio; la femmina ha i bilanceri più chiari,
i lati del torace e gli interstizii un po’ cenerognoli come i fianchi, ed i peli dell’addome
pallidi sui lati alla base. Piumaccbio antennale del maschio nero; antenne della femmina
nere, con peli neri. Palpi neri ed irti di peli neri. Addome del maschio con lunghi e folti
peli interamente neri. Piedi anteriori del maschio coi tarsi cigliati, ma non densamente
barbati; pretarso un po’ più corto della tibia, ma non di molto, quarto articolo semplice e
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
111
lungo come il quinto; tutti i femori e le tibie dell’ultimo paio sono densamente cigliati di
lunghi peli foschi. Anche nella femmina i piedi sono piuttosto densamente e lungamente
ii'ti di peli foschi; i tarsi anteriori però non sono barbati, ed anche i femori e le tibie
posteriori sono meno densamente frangiate. Ali colle nervature disposte come nella figura
data dal Mik (1885, pag. 12, fig. 4). Nel maschio esse sono un po’ albescenti, ed hanno
il lobo anale arrotondato ed enormemente sporgente ; nella femmina sono più grigie ed
hanno il lobo anale molto sviluppato, ma meno sporgente che nel maschio. Il piccolo nervo
trasversale è collocato ancor più oltre la base della forca del quinto longitudinale, che non
in Branickii.
Note etologiche. — La presenza in copula sulla neve lascia adito a sospettare che la
larva della specie presente possa vivere col crioplancton alla superfìcie dei nevati.
Fani. Itonididae.
9. Perrisia alpina F. Loew 1885.
Alcuni cuscinetti di Silene acaulis, al piano del Rifugio, nella conca bene esposta, sotto
le roccie a N, bios. B , a, erano nella terza escursione carichi di grosse galle, entro cui
albergavano ancora le larve, per lo più in numero di una sola per ogni cecidio. In
nessun altro punto del distretto la osservai, per quanto i cuscinetti di quella pianta fossero
oggetto di mie speciali ricerche; onde si può ritenere che questo di 2650 m. sia uno dei
limiti massimi raggiunti dalla specie. E ciò tanto più, in quanto che al disotto la galla era
comune; p. e. al piano sopra la cascata di Peraciaval, proprio lungo il sentiero, notai un
cuscinetto di S. acaulis. di forma appiattita, irregolare, allungata, di cm. 40 X 20, portante
oltre 100 grosse galle!.
Distr. geogr. — Nota finora solo delle Alpi orientali e centrali, dove fu osservata fino
al principio della regione alpina. È assai notevole che, mentre la pianta ospite di questo
cecidomiide è senza dubbio il principale elemento della flora nivale delle Alpi, il parassita
non può seguirla sopra il limite di 2700 m.
Fam. Asilidae.
10. Lasiopogon grajus Bezzi 1917. Tav. I, fig. 9. — Parecchi esemplari dei due sessi
in ambo le escursioni al Rifugio, al Lago e perfino al Collo della Valletta; un maschio al
Lago nella terza escursione ; bios. A, a, b, d. e, h.
La descrizione è comparsa nel Boll, del Laboratorio di Zoologia generale ed agraria
di Portici, XI. p. 264.
Distr. geogr. — Pare specie propria delle Alpi occidentali ; il dott. Villeneuvè lo rinvenne
al Lautaret nel Delfi nato.
Note etologiche. — Benché si veda di frequente posato sulle pietre e sulle rocce,
non ho potuto mai scorgerlo con preda: è tuttavia probabile che questa consista, almeno in
principio di stagione, in Limoniidi od in Tipulidi, come fu osservato per la specie tipica
del genere.
Fam. Empididae.
11. Bicellaria alpina Bezzi 1918. — Un maschio al Rifugio sulle pietre nella prima
escursione, bios. A. a.
Distr. geogr. — È importante il ritrovamento di questa specie anche nelle Alpi oc¬
cidentali.
112
•i
M. BEZZI
12. Rhamphomyia msbigena Bezzi 1904. — TTn maschio all’Altare, bios. A, b. nella prima
escursione e 2 femmine al Rifugio, bios. A. e, nella seconda, sempre sulle pietre.
Distr. geogr. - Anche per questa specie è notevole il ritrovamento nelle Alpi occi¬
dentali.
13. Rhamphomyia anthracina Meigen 1822. — I na femmina al Collo della Valletta, bios.
A, li. seconda escursione, sui fiorì di Leucanthemum alpinuni, sui quali era già stata os¬
servata dal Miiller ; un maschio fresco di schiusa nella terza escursione, al Rifugio, bios. A. e.
14. Empis florisomna Loew 1856. — Alcuni esemplari dei due sessi al Rifugio nella
prima escursione, bios. B, a, sui fiori di Rhodiola rosea e di Armeria alpina.
Distr. geogr. — E specie dell’Europa centrale e delle Alpi orientali, propria della re¬
gione montana e subalpina ed entrante alquanto nell’alpina; questa è certo la massima al¬
tezza a cui venne finora osservata.
15. Tachista nigerrima n. sp. o. Tav. I, fig. 2 e 8. — Alcuni esemplari al Lago ed
al Collo Altare nella prima escursione, bios. A. a, b. e. Si trova solo sui grossi blocchi
e sulle rocce affioranti, dove corre assai agilmente, e per quanto non fàccia uso delle
ali riesce difficilissimo rimpadronirsene; nella seconda escursione sulle medesime pietre
non si vedeva più: pare quindi primaticcia.
Note descrittive. — Esistono nelle Alpi parecchie specie affini, tutte lapidicole. os¬
servate dal prof. Strobl e dall' Oldcnberg: esse sono inter rupia, obsoleta, styriaca, e se¬
mifasciata, in parte poco distinguibili fra di loro: quella qui descritta differisce da tutte
pei bilanceri internamente neri.
Omnino nigra. nitidissima , antennis halteribus pedibusque totis concoloribus,
palpis pi.lis albis sed non longis tectis. coxis anticis albo-tomentosis, macula propleurali
argentea distincta, alis dilate fusco-bifasciatis , fasciis per cellulam posteriorem primam
in medio alae connexis. Long. corp. mm. 2, 5 — 3; long, alae mm. 2, 5 — 3.
Capo nero. {Tav. 1. fg. 8) tomentoso di grigio sull’occipite e fornito di corti peli neri;
fronte lucentissima, con tomento bianco verso l’estremità anteriore; occhi congiunti sotto
le antenne; queste sono brevissime, interamente nere, coH’ultimo segmento di forma ovale,
munito di uno stilo lungo circa due volte l’antenna; proboscide di color nero lucente, un
po’ più corta del capo; palpi coperti di peli argentei, i quali però sono meno densi e meno
lunghi che in styriaca. Torace di color nero intenso, lucidissimo, privo di tomento anche
sui lati, dove la macchia argentea propleuralc è piuttosto piccola e poco evidente; esso è
nudo, portando solo 1 — 2 corte macrochete presuturali, nere. Scudetto con 2 brevi Setole
per parte al margine posteriore, le basali più brevi; ambedue sono pòste sui lati, essendo
l’apice nudo. Addome completamente nero lucido, anche sul ventre: esso pare del tutto
nudo. Piedi interamente neri, con brevissima e tenera peluria bianca, che è un po’ più lunga
sul lato inferiore dei femori; i femori del primo paio sono assai ingrossati. Ali {Tav. /,
fig. A) col disegno simile a quello della femmina di styriaca ; e come nella varietà semi-
fasciata di questa, la tinta della metà superiore del disegno è più scura di quella della
metà inferiore. Può darsi che nel maschio le due fascio siano pure fuse tra loro anche al
margine anteriore.
Fam. Dolichopodidae.
• 16. Hercostomus fugax Loew 1857. — Alcuni esemplari dei due sessi in tutte e tre
le escursioni al Rifugio, bios. A, e, sulle pietre.
17. Orthochile Ragenhoferi Mik J878. — Col precedente,, in tutte le escursioni e ancor
frequente nella terza.
STUDI SULLA DITTEROEA UNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
118
18. Eucoryphus coeruleus Becker 1880. — Un maschio al Lago, nella seconda escursione,
bios. A, b, sui blocchi col seguente.
19. Sympvcnus cirrhipes Walker 1851. — Alcuni esemplari nelle due escursioni al Rifugio
ed al Lago, bios. A, b, c
20. Campsicnemus mamillatus Mik 1809. Una femmina fra le erbe al Rifugio, bios. B,
a, nella terza escursione.
Distr. geocfr. — Originariamente descritto di Gastein, il prof. Strobl lo trovò frequente
sulle alte montagne della Stiria, dove lo vide spesso posare sulla neve; il signor Handsehin
lo raccolse nelle Alpi Svizzere all’ Oberaargletscher, entro i limiti nivali. In Valtellina io
non l’ho rinvenuto.
Note descrittive. — Il prof. Mik ebbe a descrivere un unico esemplare di sesso ma¬
schile, di cui diede la figura delle zampe straordinariamente conformate; il prof. Strobl
nel 1893 cita anche, senza descriverla, la femmina. Questa è in tutto simile al maschio ed
è come lui subito riconoscibile per piedi e bilancéri interamente ed intensamente neri ; ma
ha i piedi del tutto semplici, benché robusti e sctosi. Le ali sono piuttosto corte e larghe,
alquanto infoscate, specialmente lungo le grosse e nere nervature, dove un po’ prima del
mezzo dell’ultimo segmento della quarta si nota una macchiolina scura rotonda, poco ben
delimitata ma sempre discernibile.
Farà. Anthornyidae.
21. Rhynchocoenops obscuricula Rondani 1870. — Pochi esemplari dei due sessi al Ri¬
fugio, bios. B, a. solo nella prima escursione.
22. Alliopsis giaciaiis Zettersted. 1845. — Una, femmina al Lago nella seconda escursione
bios. A, c.
23. Chortophila piliventris Pokorny 1889. — Numerosi esemplari in tutte e due le prime
escursioni; nella prima era frequente al Rifugio ed al Lago, più rara al Collo Altare; nella
seconda era diventata rara nelle due prime località, mentre era ancor frequente al Collo
della Valletta e nella terza se ne trovava ancora qualcuna al Lago. Predilige le bios. A, a,
b, d , e, h, posando sulle pietre, sulle zolle, e volentieri sugli oggetti deposti al suolo, come
sul sacco, sul manico d-dla piccozza, sul retino, ecc.
Note descrittive. — Ilo trovato alcuni maschi melanocroitici, nei quali il corpo è com¬
pletamente nero, colla striscia longitudinale mediana del torace risaltante in un color bruno
opaco.
24. Chortophila alpigena Pokorny 1893. — Più frequente nella prima, più rara nella
seconda escursione, al Rifugio, al Lago, al Collo Altare ed a quello della Vailetta; abita
colla precedente. Nella terza escursione fu trovata un’unica femmina al Lago.
Note descrittive. — Il maschio è notevole pel grande sviluppo dei genitali, nei quali
silicea sopratutto il corpo impari mediano in forma di spina di color nero lucido, fiancheg¬
giato da due lunghi lobi clavati e setolosi, diretti all’indietro.
Si incontrano, più frequentemente che nella precedente, maschi melanocroitici.
25. Chortophila Bompadrei n. sp. $ 2 . — Trovata al Rifugio, bios. A, d, un esem¬
plare in ciascuna escursione.
Note descrittive. — Credetti dapprima che si trattasse della specie descritta dal prof.
Stein nella sua ultima opera a p. 174 col nome di prominens ; ma poi ho potuto convin¬
cermi che questa non è altro che la alpigena, onde devo descrivere come nuova la pre¬
sente. che mi compiacio di dedicare alla memoria del provetto alpinista milanese Guglielmo
Bompadre, perito il 15 Agosto 1909, con due giovani compagni, al Monte Rosa.
114
M. BEZZI
Lunghezza del corpo 5, 5 - 6 mm. È tutta di color grigio-cenere, colle antenne, i palpi
ed i piedi interamente neri; le guancie risplendono di riflessi argentini. Il torace presenta
3 distinte striscie scure longitudinali, di cui la mediana è più spiccata e più larga di quelle
laterali. I/addome ha la striscia longitudinale mediana non interrotta nel maschio, che ha
anche delle fascio trasversali alla base dei segmenti : queste ultime non sono distinte nella
femmina, che ha inoltre la striscia mediana più incerta ed in parte interrotta.
Capo colla fronte alla radice delle antenne piuttosto sporgente ; nel maschio la striscia
frontale, nel punto più stretto, ò appena un po’ più larga delfocello anteriore ed è di color
bruno-rossiccio sul davanti: nella femmina è distintamente più larga dell’occhio, è fornita
di setole mediane incrociate ed è rossa anteriormente: le guancie sono distintamente più
larghe della larghezza del terzo articolo dell’antenna, e più nella femmina che nel maschio;
l’orlo boccale è piuttosto prominente ed il peristoma è un po’ più largo delle guancie. An¬
tenne un po’ più corte della faccia, col terzo articolo lungo come il doppio del secondo;
arista ingrossata alla base, nuda, od appena microscopicamente pubescente. Torace senza
acr. distinte, solo con brevi peli disposti in 5-6 serie; de. 2 -j- 3 ; prealare lunga come la
prima de.; sternopl. 1:2, l’inferiore posteriore quasi uguale alla superiore. Macrochete api-
cali dello scudetto non decussate. Addome del maschio piuttosto piatto, coi lati paralleli ;
terzo e quarto segmento con macrochete solo marginali : genitali mediocri, chiusi, di color
grigio, colle lamelle ventrali brevi, distanti, arrotondate. Tibie anteriori nel mezzo con una
setola sul davanti ed una esterna; intermedie con 2 e 3: posteriori con parecchie; tarsi
anteriori della femmina piuttosto lunghi e compressi. Bilancieri gialli : squame bianco ialine
con orlo giallognolo e peli bianchi. Ali ialine, distintamente gialle alla base; spina costale
indistinta. Nervature nere, colla base gialla, più largamente nella femmina: terza e quarta
parallele fra di loro nell’ultimo tratto; nervo trasverso posteriore obliquo e leggermente
sinuoso; prima longitudinale non sorpassante il piccolo trasversale; ultimo segmento della
quarta distintamente più lungo del penultimo.
Questa specie differisce dal Yalpigena ( prominens ) pel colore generale diverso col di¬
segno del torace e dell’addome molto più spiccati, per la fronte e le guancie meno pro¬
minenti, per la spinala costale indistinta, per la diversa proporzione dei segmenti della
quarta nervatura longitudinale e pei genitali del maschio molto meno sviluppati.
Distr. geogr. — Io l’ho trovata anche allo Stelvio nel 1893 ed al passo del Muretto
in Valtellina nel 1903. sempre in Agosto. Il doti. Yilleneuve la raccolse al Lautaret.
26. Chortophila atronitens Strobl 1893. — Una sola femmina al Rifugio nella prima
escursione, bios. A , d.
Note descrittive. — E specie assai caratteristica, che presenta un’ estrema rassomi¬
glianza colla Rhynchopsilops villosa. Le setole incrociate della striscia frontale sono bene
sviluppate; vi è una serie di 4-5 frontorbitali esterne robuste ; de. 2 4- 3 ; acrosticali nulle;
prealare lunga come la prima de.; sternopl. inferiore posteriore più corta e più sottile della
superiore. Bilancieri giallo-pallidi. Ovopositore lungo, interamente nero, inerme.
Distr. geogr. — Lo Strobl la trovò sui monti della Sti ria, ma rarissima. In Valtellina
io ho rinvenuto una sol volta la femmina all’Alpe Musella (2006 m.) il 24 Luglio 1902.
Deve esser specie primaticcia.
27. Chortophila grisella Rondani 1870. — Numerosissimi esemplari in tutte e tre
le escursioni al Rifugio, al Lago e fino al Collo Altare una femmina; bios. .4, a, b. d. e;
siede in famiglie spesso assai numerose sulle pietre e sulle rocce; al Rifugio osservata
spesso vicino agli escrementi umani, dove all’occasione vivrà la forse larva.
STUDÌ SULLA DITTERÒ!' A UNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
.1 15
Distr. geogr. — Il Rondarli l’ha descritta delle montagne dell’ Aponnino parmense: io
ebbi così classificati dallo Stein i miei esemplari del Trentino e della Valtellina: Vegaia,
Corno Stella, Meriggio, Lago Pirola, Passo del Muretto, Alpe Musella: il prof. A. Corti la trovò
nel gruppo del Painale ; il dott. Escher- Kiindig a Piora. Posa spesso sui segnali trigono-
metrici delle cime, in compagnia della coerulescens.
Note etologiche. — Io credo sicuro che la Anthomyia 'pusilla del Mùller, invece che
all’affine cinerella spetti alla specie presente, che perciò risulterebbe osservata fino ai 2500 m.
sui fiori di Veratrum album, Ranunculus alpestris, Arenaria Infiora , Potentina gran¬
diflora. Geum rnontanurh, Leucanthemum alpinum , ec.c.
28. Chortophila grisella alpina nov. var. — Alcuni maschi colla precedente, anche al
Collo Altare nella prima escursione.
Note descrittive. — Non è che una forma melanoc-roitica del maschio, corrispondente
a quelle che si osservano anche in piliventris e in alpigena. Si distingue perchè l’addome
è completamente di color nero lucido, senza traccia di tomento grigio, e perciò privo di
disegno distinguibile.
Distr. geogr. — Io l’ho raccolta numerosa già fin dal 1893 allo Stelvio ed a Rabbi
nel 1890; in Valtellina la trovai al Corno Stella, al Muretto, alla Musella, sempre commista
colla precedente. Il dott. Bàbler, p. 872, la dà della Svizzera, riferendola erroneamente alla
coerulescens.
29. Chortophila coerulescens Strobl 1893. — Assieme alla grisella , ma molto più
rara.
30. Chortophila radicum Linnè 1758. — Alcuni esemplari al Rifugio in ambo le escur¬
sioni, bios. A , a, b, d.
31. Chortophila aestiva alpina Strobl 1893. Un solo maschio al Rifugio nella prima
escursione, bios. A, a.
Note descrittive. — Non è altro che una forma melanocroitica della comune aestiva
(sulciventris), propria delle regioni subalpina ed alpina delle Alpi.
Distr. geogr. — Il tipo è diffuso per tutta Europa; la presento varietà è citata delle
montagne della Stiria ; io la trovai frequente nel Trentino alla Presanella, alla Vegaia ed
a Rabbi; e frequentissima nella Valtellina, come a Chiareggio, alla Pirola, al Muretto, in
Vaifontana, in Val di Togno, in Val Rogna, al Meriggio, in Val Venina, in Val del Livrio,
in Luglio ed Agosto; il prof. A. Corti la raccolse al Painale.
Note etologiche. — Il Miiller col sinonimo di Anth. humerella Zett., Schin., la trovò
fino a 2500 m. sui fiori di Saxifraga aizoides, S. aizoon , S. exarata , Laserpitium hir-
sutum, Ranunculus alpestris, R. rnontanus , Arenaria bi/ilora, Cerastium alpinum, Po¬
tentina aurea, P. grandiflora, Alchemilla sp. var.. Leucanthemum alpinum , Aroni-
cum Clusii, Achillea atrata, ecc.
32. Acroptena frontata Zetterstcdt 1838. — Dal Rifugio al Collo della Vailetta, scarsa
nella prima escursione, più abbondante nella seconda, rarissima nella terza, bios. A, a, b,
c, d, e , f. h; B,f.
Note etologiche. — È la specie più forte e più robusta, ma anche la più rara di tutte;
si posa sulle grosse pietre, come le Plutonici, alle quali assomiglia molto; giunge improv¬
visa da lungi; levata a volo, fugge lontano e non ritorna; è molto difficile da catturare. Lo
Xetterstedt dice già che non è rara, in summa alpium cacumina adscendens, in ipsa
nive arnbulans saepe deprehensa : quest’ultimo fatto venne osservato anche da me fre¬
quentemente nelle Alpi. Dice ancora: fcieminae frequentiores, rnares parciores, il che è
116
M. BEZZI
precisamente il contrario di quanto si osserva fra di noi ; e poi hi in /loribus Salicis
gtaucae edam capti. Io non l’ho mai osservata sui fiori, c nemmeno la vidi imbrattata
di polline; il suo portamento ardito la farebbe credere predatrice.
33. Acroptena Simonyi Pokorny 1893. — Quasi del tutto mancante nella prima escur¬
sione. era abbondantissima nella seconda nelle medesime località della precedente, ed
ancora abbastanza numerosa nella terza: al Rifugio si trovava però solo presso le macchie
di neve fondenti, bios. B. f. tanto in Agosto quanto alla fine di Settembre. Al Collo Altare
in Settembre un maschio su fiore di Leucanthemum alpinum.
34. Acroptena septimalis Randellò 1899. — Assieme colle due precedenti e col mede¬
simo comportamento; però più spesso sui fiori di Leucanthemum alpinum.
35. Chiastochaeta Trollii Zetterstedt 1845. — Una femmina al Rifugio nella prima
escursione, bios. .4, a. Siccome il Troll’ms non alligna in tale località, nè sale tanto in
alto, credo si tratti di individuo trasportato dal vento.
Distr. geogr. — E specie comune nell’Europa settentrionale e centrale e sulle Alpi;
il luogo più alto dove sia stata osservata era finora il Collo del Lautaret (2100 m.).
Note etologiche. — Già il Ricca nel 1871, p. 248. dice di aver sorpreso piccole mosche
chiuse nei palloncini di Trollius europaeus, molto prima che il prof. Mik nel 1891 e nel
1895 descrivesse con esattezza le curiose abitudini di questo dittero: di esso ancora già
fin dal 1845 lo Zetterstedt diceva: habitat in /loribus Tr. eur., intra córollam occulta,
cerfis annis copiose , in copula saepe leda , nec alibi inveivi. In uno quoque flore saepe
5-15 individua in societate reperiurdur.
36. Limnophora brunneisquama Zetterstedt 1815. — Alcuni esemplari al Rifugio ed al
Lago nella seconda escursione, bios. B, Ir. non si trova lontano dalle acque.
37. Limnophora latifrons Stein UGO. — Alcuni esemplari nelle tre escursioni al Rifugio
ed al Lago. bios. A, a, d, sulle pietre, lungi dall'acqua.
38. Limnophora dispar Fallèn 1823. — Un solo maschio al Rifugio nella prima escur¬
sione, bios. A, d.
Distr. geogr. — Diffusa per tutta Europa : in Italia è frequente tanto sulle Alpi che
sugli Apermini.
Note etologiche. — Il Mailer (sotto il sinonimo di carbonella Sellili.) la osservò fino
ai 2400 m. sui fiori di Allium victoriale e di Saxi fraga aizoides.
39. Lispa tentaculata Degeer 1776. — Una femmina al Lago nella prima escursione,
bios. B, e.
Distr. geogr. — E specie comunissima ovunque, diffusa per tutta Europa, Asia minore
e centrale, Africa settentrionale ed America del Nord e del Sud. Sulle Alpi tuttavia, nè
essa nè le numerose congeneri, non salgono oltre la regione montana; è notevole dunque
questo ritrovamento a sì grande altezza; non credo debba ritenersi passiva, perchè raccolta
nelle biosinocia e biocenosi proprie.
40. Enoplopteryx obtusipemtis Fallén 1823. — Alcuni 'esemplari al Rifugio ed al Lago,
bios. A, a, d, sulle pietre; soltanto nella prima escursione.
Distr. geogr. — Da noi si trova solo sui monti; io l’ho raccolta nel Trentino sulla
Vegaia, ed in Valtellina al Corno Stella, in Vaifontana, Val Venina, Val Ventina; d pro¬
fessore A. Corti la trovò alla Rogneda ed al Painale. Negli Apennini la trovai sul M. Rotondo,
sulla Regina, al Gran Sasso in Campopericoli, e la ho perfino del Gargano. Nella pianura
del Po manca, ma vi è sostituita dalla setigera Polo, che io ho raccolto a Pavia in Aprile
già fin dal 1890, e che si addentra per le vallate fin nelle Alpi, senza però salire fuori
della zona padana.
STUDI SULLA DITTERÒ? AUN A NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
117
41. Myiospila meditabunda alpina Heiidol 1901. — Una sola femmina al Lago nella prima
escursione, bios. A, a.
42. Mydaea duplicata Meigen 1820. — Una femmina al Rifugio nella prima escursione,
bios, A, d.
43. Mydaea fratercula Zetterstedt 1845. — Una sola femmina al Lago nella seconda
escursione, bios. A, a.
Distr. geogr. — Europa seti, ed Alpi. Comune nelle montagne della Valtellina a Scais,
alla Ventina, sul Meriggio, in Val di Toglie, a Chiareggio, al Lago Palò, in Val del Livido,
sul M. Rolla, in Val Venina, al Muretto, ecc., in Luglio ed Agosto; il prof. A. Corti la
trovò al Painale; nel Trentino io la trovai alla Presanella, ed alla Vegaja, e la ricevetti
di Campiglio dall’Oldenberg. Non rara sulle maggiori elevazioni dell’ A penili no. come ai
Serroni di Bolognola, al M. Regnolo e sulla Maiella.
44. Mydaea lucorum Fallén 1823. — Una femmina al Rifugio nella seconda escursione,
bios. A, d.
45. Mydaea rufinervis Pokorny 1889. — Un maschio al Rifugio nella prima escursione,
bios. A, a, ed una femmina al Lago nella seconda, bios. A, d; ho visto parecchi altri esem¬
plari. ma non ho potuto catturarli, perchè si comportano come YAcr. frontata o le
Phaonia, posando per pochi istanti sulle pietre o sulle rocce, ed involandosi rapidamente.
Note descrittive. — Questa specie è notevolissima per la larga fronte del maschio,
essendo gli occhi quasi altrettanto separati fra loro quanto in Enoplopteryx cionondi¬
meno la fronte della femmina è sempre del doppio più larga di quella del maschio. Aerosi,
nulle; de. 2+4; preai. lunga circa la metà della sopraalare anteriore; sternopl. 1:2,
l’inferiore posteriore molto più corta della superiore. Striscia frontale della femmina senza
setole incrociate.
Distr. geogr. — Il Pokorny la descrive dello Stelvio, dove io pure la raccolsi nel 1893;
rarissima in Valtellina, ne trovai un solo maschio in Vaifontana. Esistono nelle Alpi parecchie
altre specie affini, come fulvisquama Zett. ( aegripes Pok.), flavisquama Zett. ecc.. che
hanno però tutti' gli occhi del maschio ravvicinati : esse sono ancor poco note, perchè assai
difficili da catturare.
46. Promusca domestica Linnè 1758. ’) — Alcuni esemplari al Rifugio, dove nella prima
escursione era abbastanza frequente, sia aU’interno del fabbricato, che fuori sulle pareti
e sulle pietre, sino a qualche distanza ; nella seconda escursione non vidi altro che qualche
esemplare intirizzito ed inattivo neirinterno ; nella terza non ve mera traccia alcuna.
Distr. geogr. — E ormai, si può dire, cosmopolita; fu trovata anche m Islanda. E la
prima volta che si ricorda a tanta altezza nelle Alpi, dove d reperto più elevato era quello
a 2300 m. dato dal prof. Dalla Torre. Si tratta di evidente importazione umana ed interes¬
serebbe vedere se si trovi anche in altri rifugi elevati : io la trovai a quello di Campo-
pericoli al Gran Sasso.
47. Rhynchopsilops villosa Hendel 1903. — Pochi esemplari al Lago nella prima escur¬
sione, mentre era frequente al Collo Altare, bios. A. a. b ; nella seconda escursione un
solo esmplare al Collo della Valletta, bios. A, h, ed uno sulla punta della Valletta.
Note descrittive. — L’aculeo tibiale del maschio è foggiato come quello della Rhyncho-
trichops rostrata, ma se ne distingue (Tav. II. fig. 11) perchè le setole che lo formano sono
(1) Vedi per questi cambiamenti di nome, resi ne- generic name Musca, in Journ. of thè Wqsh. Acad.
cessari dal fatto che il tipo del gen. Musca fu dal oj Sciences, V, 1915. p. 438-436. La questióne è tut-
Latreille nel 1810 fissato nella ili. vomitoria, Cli. H. tavia pendente davanti alla Commissione internazio-
Tyler - Townsend, Correction ol thè misuse of thè naie della Nomenclatura zoologica.
A
15
118
M. B 15ZZI
4 o 5, più strette e di color nero più intenso ; in esse non si distingue la striatimi longi¬
tudinale che si nota in quelle delle Rhy nchotri chops; pure all’estremità sono diritte e piuttosto
ottuse. L’aculeo è collocato proprio vicino all’apice della tibia mentre nelle Rhynchotri-
chops è posto più o meno prima dell’apice.
Nella femmina l'ovopositore è lungo, retrattile, colla corona apicale di spine non svilup¬
pata, ma fatto nell’assieme sul tipo di quello della Rhynchotrichops subrostrata.
Note etologiche. — Le catture fatte nelle due escursioni dimostrano che la specie è
primaticcia, e non scende sotto i 2700 m. Non l’ho mai osservata sui fiori, ma solo sulle
pietre, sulle rocce, o sul terreno sabbioso o ghiaioso, posata per terra.
48. Rynchotrichops subrostrata Zetterstedt 1815. — Estremamente numerosa, durante la
prima escursione, dal Rifugio all’Altare; meno abbondante nella seconda, dal Rifugio al
Collo della Vailetta; bios. A, a, b, c, d, e; scarsa, ma ancor diffusa fino al Lago,
nella terza.
Note descrittive. — L’ovopositore ( Tao. Il, fig. .9), è lungo ; quando è retratto, non
ne appare nulla all’esterno : ma quando è emesso, è lungo come l’ultimo segmento dell’ad¬
dome, il quale eguaglia in lunghezza ì due precedenti assieme. Esso é di color giallognolo
nella parte tabulare, nero in quella apicale, dove è anche peloso; la corona spinosa è po¬
sta prima dell’apice, ed è formata da una fila di aculei di color nero lucido, ricurvi al-
f indietro, e di cui quelli inferiori sono piuttosto diritti.
Note etologiche. — Di solito è posato sulle pietre o sulle zolle; non raramente si os¬
serva sui fiori del Leucantliemum alpinum o delle Sassifraghe. È specie piuttosto primaticcia,
e costituisce uno degli elementi più caratteristici, immancabili e salenti alle maggiori altezze.
49. Trichopticus lividiventris Zetterstedt 1845. — Una femmina al Rifugio nella seconda
escursione, ed una nella terza, bios, A, d.
Distr. geogr. — E specie nota dell’Europa settentrionale e della Lapponia ; lo Stein
lo cita anche come trovato nelle Alpi del Delfinato. In Valtellina io l’ho trovato piuttosto
raro nella regione subalpina, come in Valmalenco a Chiareggio ed alla Ventina.
50. Trichopticus furcatus Stein 1916. — Parecchi esemplari, ma solo femmine, nelle
tre escursioni, al Rifugio ed al Lago, bios. A, a, d.
51. Phaonia Marinellii n. nov. ( vide retro). — Un maschio all’Altare, nella prima escur¬
sione, bios. A, b, sulle rocce al primo sole ; ne ho visti altri, ma non ho potuto catturarli.
52. Phaonia tenuiseta Pokorny 1898. — Alcuni esemplari dei due sessi al Rifugio nella
prima escursione, bios. B, a. sui fiori ; ed un maschio al Collo Altare nella terza, bios. A, h.
Note descrittive. — Si distingue dalla precedente per l’assoluta mancanza delle acro-
sticali, per avere gli occhi nel maschio un po’ più distanti, per avere l’orlo boccale molto
meno sporgente, l’arista quasi nuda, le macrochete addominali più forti e tendenti a formare
sull’ultimo segmento una zona discoidale ben definita. Femmina senza setole incrociate sulla
striscia frontale; de. 2 + 3 o per eccezione 2-)- 4; preai. lunga e forte come la prima so¬
praalare; sternopl. 1:2, l’inferiore posteriore un po’ più corta della superiore; terzo seg¬
mento addominale con una completa serie dicoidale di forti macrochete.
Note sinonimiche. — Ritengo che la Rhaonia ( Euphemia ) glabriseta Schnabl e Dzied-
zicki, 1911, p. 318 (266j, del Lautaret, sia la femmina della presente specie, la quale ha
appunto solo 3 macrochete dorsocentrali postsuturali, per quanto il Pokorny nella descrizione
originale le indichi in numero di 4.
Distr. geogr. — 11 Pokorny la descrisse dello Stelvio, dove la trovai io pure nel 1893;
la raccolsi anche alla Presanelfà nel Trentino ed al Muretto in Valtellina, sempre in Agosto;
colle catture del Delfinato, risulta dunque estesa a tutte le Alpi.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
119
Note etologiche. — Gli esemplari del Rifugio erano sui fiori della Rhodiola rosea.
A tal proposito panni utile ricordare che il Ricca. 1871, p. 254, dicedi questa pianta sulle
Alpi della Valcamonica : u la trovai visitata da (littori neri e splendidi più grossi delle mosche
comuni ”, il che si applica assai bene alle due Phaonici di cui sopra.
53. Pseudopyrellia caesarion Meigen 1838; Stein 1916. — Un maschio al Collo della
Valletta, nella seconda escursione, bios. A, li, su un fiore di Leùcanthemum alpinum.
Distr. geogr. — Comune in tutta Europa, dalla Lapponia alla Sicilia, Africa settentrio¬
nale. Asia minoro e Caucaso. È confusa colla Ps. cornicina F., che è molto più rara, almeno
in Italia: anche nell’America del Nord è comunissima, poiché tutti gli esemplari che io ne
ho, dal Canada al Texas, appartengono alla presente specie, di cui ne possiedo anche del
Brasile (S. Paolo).
Note etologiche. — E elemento non tipico, ma facile a trovarsi, assieme alla cornicina
(che il Bàbler raccolse in Svizzera a 3000 metri) nelle grandi elevazioni, dove non giunge
come visitatore, ma dove accompagna le pecore od altri animali domestici, nei cui escre¬
menti si sviluppa ia larva. Nella località esplorata, lo pecore giungono appunto fino a 3100
m., sotto il Collo della Vailetta, dove fu trovato l’esemplare in discorso.
54. Dasyphora versicolor Meigen 1826. — Un maschio nella terza escursione al Colle
della Valletta, bios. A , b, posato su una pietra, ed altri volanti all'intorno: era certamente
visitatore, non passivo.
Distr. geogr. — E propria del sistema alpino e dell’Europa centrale e meridionale
fino al Montenegro; fu osservata anche a grandi altezze dal doti. Bàbler, ma come passivo;
il Mùller la osservò fino a 2300 in. su diversi fiori, come Saxi/'raga aizoon, aizoides, ecc.
Fam. Muscidae.
55. Cynomyia mortuorum Linnè 1758. — Un maschio al Rifugio, nella prima escursione,
bios. A, a.
Distr. geogr. — Europa ed America settentrionale ; assai diffusa nelle elevate latitudini
come in Islanda, Groenlandia, Lapponia, Nuova Zembla, ecc. Frequente in tutte le Alpi.
Note etologiche. — È visitatrice regolare delle alte regioni, dove è pronta ad accorrere
presso i cadaveri. Lo Strobl la osservò una volta in gran quantità, nelle Alpi della Stiria,
su un cadavere di camoscio. La guida Ferro-Famil Francesco (Vulpot) di Usseglio mi
assicurò che anche a grande altezza, attorno ai camosci uccisi, volano subito delle mosche,
attirate dall’odore del sangue.
Si trova anche sui fiori; il Mùller la osservò fino a 2400 m. su quelli di AUium vie-
toriate. in massa, e su quelli di Empetrurn nigrum.
56. Musca ( Calliphora ) vomitoria Linnè 1758. — Un esemplare al Collo della Valletta,
3150 in., nella seconda escursione, posata su di una pietra, bios. A, l>.
Distr. geogr. — Anche questa diffusissima specie è nel medesimo caso della precedente
e vale per essa tutto quanto è detto di quella.
57. Ancistrophora Mikii Schiner 1865. — Rara al Rifugio nella prima escursione, era nella
seconda più frequente e diffusa fino al Collo della Vailetta, e nella terza era frequentissima al
Lago; bios. A, «, b, d, e , li. Posa più volontieri sulle piccole pietre e sui mucchietti di ghiaia.
58. Sarromyia nubigena Pokorny 1893. Tav. II. fig. P. — Una femmina nella terza
escursione al Lago, bios. A, b, dove ne ho visto posare parecchie sulle pietre; si osservava
solo nelle vaste pietraie, non nei luoghi erbosi.
Distr. geogr. — Descritta originariamente dello Slelvio, dove il Pokorny ne trovò 4
esemplari, fu poi rinvenuta in un esemplare nelle Alpi svizzere dal dottor Bàbler. E dunque
diffusa per tutto il sistema alpino, ma pare rara ovunque
N
120
M. BEZZI
Note biologiche. — L’unica femmina raccolta, dopo morta ed infilata sullo spillo, lasciò
uscire numerosissime piccole larve vive ed agili, che si diffusero per tutto il suo corpo,
raccogliendosi fino sull'apice delle macrochete, dove rimasero morte. Queste larve (fig. 5, A)
hanno corpo allungato, misurante mm. 0,5 — 0,6 di lunghezza, di color bianco sudicio,
che lascia vedere per trasparenza l’apparato respiratorio,
e sopratutto 1’ armatura bucco-faringea (fig. 5, B) di un
color nero intenso. I tegumenti, sopratutto in corrispon¬
denza della parte ventrale dei segmenti, sono coperti da
una sottile ornamentazione, formata da tanti brevi trattini
più scuri, corrispondenti a linee di minute sporgenze,
« lisposte parallelamen te.
Fani. Syrphidae.
59. Chilosia crassiseta Loew 1859. — Un esemplare
al Rifugio nella prima escursione, bios. B. a , sui fiori di
Ranunculus montanus.
«
Distr. geógr. — È specie propria delle Alpi e circo¬
stanti località. In Valtellina la osservai non rara in Vai¬
fontana e sul Meriggio.
Note etologiche. — E prettamente antofila; il Muller
l’ha notata fino a 2500 m. sul predetto ranuncolo, che
ha fiori gialli, come sul Rem. alpestris , che li ha bianchi ;
inoltre su Cerastium alpinum, Potentina salisburgensis
ed aurea, Geum montanum, ecc.
60. Lasiophthicus seleniticus Meigon 1822. — Un esemplare al Rifugio nella prima escur¬
sione, bios. B, a , volante attorno ai fiori di Rhodiola e di Armeria, ed uno nella terza
attorno a quelli di Cirsium spinosissimum.
Distr. geogr. — Specie diffusissima per tutta Europa e per le regioni settentrionali;
nelle Alpi non era stata finora osservata ad altezza superiore ai 2200 m. E visitatore.
Nota. — Del piano di Usseglio il prof. Lessona cita l’affine L. py nastri L., che è l’unico
dittero riportato nella relazione zoologica sulla gita alla Torre d’Ovarda del 1872. Esso
sale più in alto, od il Muller lo trovò fino a 2600 m. su Saxi fraga aizoon, Menni mutel-
lina. Stellarla cerastioides, Dryas octopelala.
61. Syrphus vitripennis Meigen 1822. — Un maschio al Rifugio, volante col precedente.
Distr. geogr. — Diffuso per tutta Europa, e salente nelle Alpi fino a 2200 m. E vi¬
zi. Larva primaria «li Sarromyia nubi-
gena Cole., vista dal lato ventrale,
X 85. lì. Armatura bucco-faringea della
stessa. X 1123.
sitatore.
62. Eristalis tenax Linnè 1758. — Un maschio al Collo Altare, nella prima escursione,
su un fiore di Leucanthemum alpinum. Nella terza era poi frequentissimo, dal Rifugio al
Collo della Vailetta, ronzante attorno e posato su diversi fiori, come fu già ricordato al
par. 7. E un potente visitatore, osservato anche altrove.
Distr. geogr. — Specie divenuta in questi ultimi anni quasi cosmopolita, frequentissima
in tutta Europa, anche nelle parti più settentrionali.
Note etologiche. — 11 Muller lo osservò fino a 3000 m. sull’Umbrail, e lo vide visitare
i fiori di Alliurn vi doriate , Saxi fraga aizoides e aizoon, Meum mutellina, Chaero-
phyllum. Villarsii, Ranunculus alpestris, Silene acaulis, ecc.
STUDI SULLA DITTERO FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
121
Appendice
A completamento delle precedenti notizie può servire il seguente elenco dei ditteri rac¬
colti il 22 Agosto 1916. andando dal Peraciaval al Rifugio Gastaldi; essi furono catturati
nelle tre seguenti località.
1. Lago della Rossa (m. 2698), presso l’estremità N, bios. A, B\ b, e ; vegetazione
scarsa, fioritura passata ; un blocco di neve galleggiante, su cui talvolta posavano le Acro¬
ptena; una coppia di Anthus spipoletta , svolazzante presso al nido sulla rupe. Raccolto
dalle 11 alle 11.30; tempo sereno, con vento freddo intermittente.
Acroptena front ut a Zett. 1
n Sìmonvi Pok. 7 ^
» septimalw- Pand 1 d I 9
R hy n c h otr i c h ops subrostrata Zett., 1 J1 2 o
In tutto 13 esemplari.
2. Collarin d’Arnas (m. 2851). Rios. A. c, con qualche zolla fiorita di Leucanthemum
alpinum; sereno e nebbie alternati, con vento rigido violento: raccolto dalle 12,30 alle 12,45,
sul terreno
Alliopsis glacialis Zett. 1 o
Acroptena frantala Zett. 2 J1
n septirnalis Pand. 3 d f $
Rhynchotrichops subrostrata Zett. 2 9
In tutto 9 esemplari.
3. Rifugio Gastaldi (m. 2649). Sul costone a NW del Rifugio fra 2650 e 2750 m . , bios.
A, a, b, d, e; pendenze varie ma sempre deboli ; esposizione prevalente SE. Fioritura solita,
in completo sviluppo, con predominio di Leucanthemum alpinum. e Taraxacum officinale ;
elementi speciali Bartsìa alpina e Pedicularis caespitosa. Raccolto dalle 16 alle 18, con
sereno e nebbie, vento freddo intermittente.
morta
Totale specie 14, individui 48; la media oraria è di 24 esemplari, un po’ inferiore a
quella del Peraciaval, mentre la media oraria in ispecie (7) è molto elevata. Le specie sono
le medesime, tranne la Pt iolina, che c’era però al Bernina ; la preponderanza è tenuta
dagli Antomiidi, e fra questi in modo perfettamente corrispondente dalle Acroptena. Si
può stare sicuri che 3 settimane prima questa preponderanza sarebbe stata tenuta dalla
Rhynchotrichops subrostrata.
IV.
In che modo si dispongono ditteri e piante nei pressi di un ghiacciaio : bacino
dell’ Agnello nel gruppo d'Ambin (Alpi Cozie).
« Meist sclieint sicli zwisclien Insekten
« unii Pfianzeu ein Modus vivendi he-
« rausgebildet zu haben... » :
C. Schroeter :
Vas Pflanzenleben der Alpen, 1908,
p. 613.
1. Località, sue caratteristiche ed escursioni.
Allo scopo di studiare la distribuzione dei ditteri nivali in località soggetta all’ influenza
immediata di un ghiacciaio, lio scelto il bacino dell’Agnello nel gruppo d’Ambin.
Veramente questo minuscolo ghiacciaio potrebbe sembrare l’ultimo cui rivolgersi,
quando non manchi la possibilità di accedere ai poco lontani ed immensamente più gran¬
diosi distretti glaciali delle Alpi Graje, Perniine e Lepontine. Tuttavia io ho creduto bene
di portare su di esso la mia attenzione, appunto perchè le sue modeste proporzioni, la
Costa Ferrali! Iviblb Punta Agnello Gros Mouttet
Fig. 6.
Bacino dell'Agnello, veduto dai baraccamenti dell' Avanza sopra il Collo Clapier.
Va fotografia del Siy. Mario Borei l i , Settembre 1913.
sua natura benigna, la mancanza di una lingua di ghiaccio scendente molto in basso, i
netti confini che lo delimitano in tutte le direzioni, sono altrettanti fattori adatti a permet-
tene una più rapida, facile e completa esplorazione. Si aggiunga il vantaggio della perma¬
nenza al comodo rifugio Luigi Vaccarone della sezione di Torino del C. A. !.. offrente
nel suo severo isolamento quelle garanzie di solitudine e di raccoglimento che riescono
cosi accette agli amici della montagna e della natura, e che sono tanto più preziose in
quanto impossibili a trovarsi presso i luoghi meglio rinomati.
L’intero distretto giace sopra i ‘2700 m. di altezza, e risente in modo così profondo
l’influenza del suo ghiacciaio, che pur nelle immediate vicinanze del rifugio vediamo oc¬
chieggiare i fiori delle graziose pianticelle nivali, mentre l’indice degli Antomiidi a cifra
elevatissima ci dice che ci doviamo già in piena e tipica regione nivale.
STUDI SULLA DITTERÒ*' AUX A NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
123
Il bacino dell’Agnello nel gruppo d’Ambin (fìg. 0) è poco esteso e nettamente delimi¬
tato. come può vedersi dall’ unita fotografia che debbo alla gentilezza del signor Mario
Boccili, appassionato conoscitore di quelle vette. Esso può considerarsi come una penisola
glaciale che protendendosi dalla parte superiore del versante \V del vallone della Clarea,
si addentra fra le lingue di ghiaccio ed i nevati perenni che scendono dalla lunga cresta
Niblè-Ferrant da una parte, e dalla Rocca d’Ambin e Gros Mouttet dall’altra. 1 suoi confini
come debbono intendersi agli effetti ilei presente lavoro, sono a un dipresso i seguenti.
Ad E esso ha principio nelle immediate vicinanze del rifugio Vaccarone (2750 m.),
dal ciglio del pendìo per cui si giunge al pianoro su cui sorge il fabbricato, fino ai dossi
erbosi sopra il Becco dei Francesi 2710 in.), poco sotto il lago morenico frontale del
ghiacciaio.
A N è limitato dalle rocce che precipitano d’ un balzo sul piano dei laghi del Clapicr
(2501 in.); quanto più si procede verso AV, tanto più questo bastione si va abbassando
finché giunge ad annullarsi ; il confine allora è dato dal nevato che scendendo dal Gros
Mouttet (3200 m.), in contatto colla parte mediana del ghiacciaio dell’Agnello, si dirige
verso i laghi suddetti; ivi si trova il vertice della penisola.
Ad AV il confine è dato dalla cresta X del monte Niblè (3300 m.), dal collo superiore
dell’Agnello (3190 in.), dalla punta dell’Agnello (3194 m.) fino al collo dell’Agnello (3150 m.).
Da questo collo si diparte la cresta S della Rocca d’Ambin (3377 m.), che nella presente
escursione non ho esplorato. La punta dell’Agnello, col suo largo e poco inclinato pendio
esposto a S, sorge quale un’isola glaciale tra le nevi ed i ghiacci circostanti; e come
tale, malgrado la sua modesta elevazione, è della massima importanza nei riguardi della
sua fiora e della sua ditterofauna.
A S il contine è segnato dalla ripida cresta della Costa Ferrant, che si stacca ad E
del monte X’iblè e della punta Ferrant (3364 m.), alle cui rocce sta aggrappato sino a note¬
vole altezza il ghiacciaio, coronato tutto all’intorno da una bene spiccata crepaccia marginale.
X'e risulta così un bacino di forma rettangolare, disposto col suo asse maggiore da
E verso AV, misurante in lunghezza circa 2000 m. ed in larghezza 800-900 m. La sua
pendenza non è forte, poiché da 2750 m. sale a circa 3200 m. Il ghiacciaio é quindi poco
crepacciato; anzi in tempi normali non vi si scorgono altri crepacci oltre quello marginale
e qualcuno sotto di esso. La morena frontale è ragguardevole e racchiude un laghetto,
ancor quasi interamente gelato alla metà d’Agosto. La morena laterale sinistra (X1) è pure
molto sviluppata, e si snoda in una serie di monticelo elevati che mettono capo alla quota
2852 presso il vertice della penisola. Si può calcolare che la parte scoperta di questo ba¬
cino corrisponda a circa un terzo dell’intera superfìcie.
Ho potuto esplorare abbastanza minutamente tutto il distretto, nel quale si possono
distinguere i seguenti tratti o plaghe, che importa conoscere per formarsi un’idea della
distribuzione dei ditteri e delle piante.
a) La plaga pianeggiante a formazione prativa chiusa. Essa si estende attorno al
rifugio, presentando dei piccoli dossi a lieve pendìo, ed è rotta qua e là da tratti ghiaiosi,
o da pietrame, o da rocce affioranti : verso W passa gradatamente alla terza plaga, rima¬
nendo soffocata fra la morena e le rocce del salto sopra i laghi Clapier. Vi si incontrano
le biosinecic A a (prevalente), à, c, d; B f.
h) La plaga in pendìo fra le rocce, con esposizione S Si estende a N e XT W del rifugio
ed è formata da tratti più o meno ampi di formazione prativa di tipo misto, inframmezzati
124
il. BEZZI
da banchi rocciosi, con qualche macchia di neve che dà origine a « schneelàlchen » e
con anfrattuosita a stillicidio. Yi si notano le biosinecie Ad, e, g\ B c.
c) La plaga a zolle sparse. Salendo verso W la formazione prativa si rompe in gruppi
di zolle, in zolle isolate ed in singoli individui, che giungono fino al vertice della penisola;
vi stanno le biosinecie Ab, c, e: fìb, c, e , f.
d. ) La morena, formante la biosinecia Af, con tratti di A k, con macchie di neve,
pozze, ruscelli e laghetti e quindi colle biosinecie B b, c, e, f: D b, c.
e) Il ghiacciaio ed 1 nevati, biosinecia C, con laghetto gelato e scarsi detriti: in
nessun punto il ghiaccio era scoperto al tempo dell’ esplorazione.
f) La punta dell’ Agnello. iv. fig. 6, nel mezzo dello sfondo) formante isola glaciale
.4 /, colle biosinecie A e: li. i.
La mia escursione fu compiuta nei giorni 7-11 Agosto 1917, avendo a compagni i
dottori Bonferroni e Togliatti. Ho applicato il secondo, ed in parte anche il primo, dei
metodi di raccòlta di cui al cap. Ili, par. 3.
8 Agosto. Al mattino ho raccolto per ore 21/2, dalle 9,30 alle 11 e dalle 11,30 alle
12,30 sulla punta delTAgnello, m. 3150-3194, sopra tutto sul suo versante S, bios. A e,
pendenza lieve, esposizione S con pietrame, macchie di neve e zolle sparse; fioritura in
parte passata, tempo dapprima limpido, poi sole alternato con nebbie, calmo. Ho visto vo¬
lare qualche lepidottero, ed un grosso Bombus che visitava diligentemente i fiori delle
Silene : acari e ragni abbondanti; sotto le pietre si notavano non rare spoglie di bruchi e
crisalidi di lepidotteri.
Durante la discesa ho raccolto sulla parte inferiore del ghiacciaio delTAgnello, sia nel
mezzo che verso la morena di sinistra e verso il laghetto frontale. Sulla neve giacevano
molti insetti, sopratutto lepidotteri, afidi ed un imenottero icneumonide; vi erano pure
molti (littori, in parte tramortiti, in parte perfettamente attivi e volanti a lungo: fra questi
potei constatare alcuni fatti interessanti, di cui si dirà' più avanti.
Nel pomeriggio, dalle 15.30 alle 17 ho raccolto attorno al rifugio nei piani erbosi e
sulle balze rocciose della prima e della seconda plaga. Tempo vario, con sole e nubi, calmo;
altezza fra 2740 e 2800 m. circa; esposizione varia, prevalente S; pendenze varie, ma non
forti; fioritura avanzata.
9 Agosto. Tempo cattivo, nebbia e pioggia, con qualche breve intervallo verso mez¬
zogiorno. Ho potuto raccogliere solo dalle 13 alle 14 nelle immediate vicinanze del rifugio,
specialmente sui fiori di Lèucanthemurn alpinum e di Ilutchinsia alpina.
10 Agosto. Dopo una notte di tormenta, cielo limpido e sole, ma vento rigido e
violentissimo. Tutto attorno il suolo è coperto di nevischio ammucchiato dal vento, le erbe
ed i fiori sono avvolti in una gelida crosta, sulle pietre e sulle rocce brilla il vetrato e
sopra le acque si stende un alto strato di ghiaccio. Non si può ammeno di pensare ad
una completa distruzione di ogni vivente; tuttavia appena il sole si è alquanto alzato, le
pianticelle si sciolgono dal loro sudario di morte ed i ditteri compaiono a riscaldarsi sulle
pietre, mentre il ricordo della terribile notte vanisce colle ultime nebbie.
Ho raccolto dalle 10 alle 12 a N e a N W del rifugio, sui pendìi rocciosi della se¬
conda plaga, al riparo dal vento. Più tardi, continuando bellissimo il tempo, con sole co¬
cente e vento ad intervalli più calmo, fio raccolto dalle 14 allo 17 sui pendìi della seconda
plaga, poi lungamente attraverso alla terza e per la morena fino al vertice estremo, alla
(piota 2852 m.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
125
2. Vegetazione, sua natura e distribuzione.
Stante l’intimo nesso che nella parte generale abbiamo dimostrato esistere fra le piante ed i
ditteri nivali, sia rispetto alle larve quali organismi edafici, sia rispetto agli adulti in gran mag¬
gioranza antofili, ho stimato opportuno di avere, almeno sommariamente, conoscenza della flora
fanerogamica e della vegetazione del distretto in esame. A tale scopo ho raccolto tutte le piante
fiorite in cui mi sono imbattuto durante le ore di caccia ai ditteri; ed all’ infuori di queste,
quando il tempo non era adatto alle ricerche entomologiche, ho fatto delle indagini speciali nelle
diverse plaghe. Ho così potuto riunire un discreto numero di specie, che se è certo di parecchio
inferiore a quello realmente esistente (sopratutto per le plaghe a-b, in cui la fioritura era in
parte passata), serve tuttavia ad offrire un’ idea abbastanza esatta della flora locale, e si presta
ad alcune constatazioni che interessano il nostro studio.
Ho poi potuto verificare che tutte le piante da me trovate sono già comprese nella Flora
segusina del Re, edita dal Caso ’), in massima parte come raccolte dall’avv. P. Negri sul vi¬
cino Ceuisio.
Abbiamo già detto che nel bacino dell’Agnello, collocato tutto sopra il limite nivale com’è
dimostrato dall’indice degli Antomiidi, si rimane subito colpiti dal carattere corrispondente pre¬
sentato dalla flora. Nelle immediate vicinanze del rifugio, sul greto attorno allo stesso fabbricato,
si vedono delle zolle lussureggianti di Hulchinsia alpina, Leucanthemum alpinum , Linaria al¬
pina e Primula' lati f olia, mentre poco discosto si notano le chiazze porporine della Saxifraga
retusa, e sulle rocce affioranti e le grosse pietre fanno bella mostra di se i cuscinetti di Petro-
callis pirenaica e di Eritrichium nanum. Tale carattere colpisce immediatamente l’ osservatore
ed è ben diverso da quello che si nota nella maggior parte del primo e del secondo piano del di¬
stretto di Peraciaval. Esso si deve mettere senza dubbio in relazione coll’influenza del vicino
ghiacciaio.
Presento subito, nella seguente Tabella XIV, 1’ elenco delle piante raccolte ; in esso sono se¬
gnate con * le piante annue e con ** quelle perenni legnose, tutte le rimanenti essendo perenni
erbacee. Dalla tabella si rileva la distribuzione nel distretto (col. 2), secondo le fi plaghe in cui
l’abbiamo diviso, osservando che la doppia croce (-j — (-) vale ad indicare elemento predominante
per la località. E poi tenuto conto degli adattamenti fiorali, notandosi per le piante entomofile
le 3 categorie di E. Loew (col. 3) ed il colore dei fiori (col. 4), mentre nella col. 5 sono regi¬
strate quelle anemofile. Indi sono considerati alcuni adattamenti speciali, rispetto all’umidità
(col. fi, xerofite ed igrofite/, alla stazione (col. 7, praticole, petricole e rupicole) ed alla forma
dell’apparato vegetativo (col. 8). Infine nella col. 9 sono indicate alcune notizie riguardanti
l'origine e la distribuzione geografica. Ho desunto questi dati in primo luogo dall’opera dello
Schroeter più volte citata, e poi da diversi lavori del prof. Pampanini sulla geografia botanica
delle Alpi, e del prof. Vaccari sulle flore della Valle d’Aosta e del monte Rosa.
*) La flora segusina di G. Francesco Re riprodotta
nel metodo naturale di De Candolle e comentata da
Bentamino Caso. Torino, 1881, 406 pp. V. anche R.
Caso: Aggiunte e correzioni alla Flora Segusina di,
G. F. Re. Torino 1882, 15 pp.
0. Mattirolo. La Flora Segusina dopo gli studi
di G. F. Re. (Flora Segusiensis, 1805. Flora Segusina
Re-Caso, 1 88 1 -8*2 1 . Saggio storico-bibliografico-botanico.
Torino 1907. Mem. d. R. Acc. d. Se. di Torino, (2)
LV III, p. 217-300.
1. Chiapusso-Voli. La « Flora Segusiensis » 1805
e l’opera « excursoTia » del Botanico Giovanni Fran¬
cesco Re nelle Valli e Convalli di Susa. Roma 1910,
72 pp.
In nessuna di quest’ opere é ricordata qualche
specie del bacino dell'Agnello; come pure non se ne
trovano in L. Bouvier, Flore des Alpes de la Suisse
et de la Savoie, etc., Paris 1878, che tuttavia ne
enumera molte del Cenisiò. Anche nei fascicoli di
exsiccata della < Flora alpina >> del prof. P. Voglino
(Padova 1885-1889), dove si vedono esemplari del
Piccolo Moncenisio, del Collo Clapier, della cima del
Gran Vallone, dei Quattro Denti, ecc., il gruppo d’Am-
bin non è rappresentato. Nè il suo nome compare
nella recente e pregevole pubblicazione del dott. F.
Santi: «L’Erbario del dott. F. Vallino ed alcune
piante alpine rare del Piemonte» in Riv. C. A. I,
XXXVI, 1917, p. 246-253
16
1 26
M. BEZZI
(6) (7) (8)
Adattamenti speciali
umidità
stazione
forma
(9)
Natura
igr.
xer.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
127
128
M. BEZZI
Sono dunque ben 70 specie di fanerogame, che erano tutte, eccettuate Seneeio uniflorus e
Cirsium spinosissimum, in fiore all’ epoca dell’esplorazione. Interessa vedere come tali piante
sono distribuite nel distretto a formarne la vegetazione.
La plaga a, a partire dal suo limite E inferiore, subito sotto il rifugio, e lungo tutto il
dolce pendìo, qua e là interrotto, salente verso W, è coperta da tratti più o meno estesi di for¬
mazione prativa del tipo secco di cui abbiamo parlato al cap. I, par. 5; presso i rigagnoli o le
pozze stagnanti e sotto le macchie di neve fondente, si trovano porzioni in cui il magro prato
accenna al tipo fresco.
La formazione prevalente, nella parte più bassa, è quella dell’ agrostideto, costituita da varie
graminacee, quali Agrostis alpina, Festuca violacea , Poa alpina e vivipara , cui si associa qualche
cespo di Nardus strida , che dai sottoposti nardeti sale a toccare qui il suo limite superiore di
distribuzione verticale. Nei luoghi più freschi si trova V Alopecurus Gerardi ; e nei punt: in pendìo
bene esposti compaiono quelle ciperacee e giuncacee che sono caratteristiche del curvuleto della
plaga b.
Su questo tappeto più o meno verde, che in alcuni tratti è abbastanza alto e fitto, spiccano
le variopinte chiazze di alcune piante che non escono fuori da questa formazione, e non salgono
od appena nel curvuleto. Così le vaghe stelle a raggi violetti àcWAster alpinus competono con
quelle a raggi bianchi del Leucanthemum alpinum, che qui si adorna di numerosissimi capolini.
Le grandi corolle della Viola calcarata , gialle in prevalenza, spesseggiano a tratti, tutte rivolte
dal medesimo iato; mentre a livello del suolo 'brillano i. fiori della Sieversia montana ed a rare
colonie quelli del Trifolium alpinum. La gialla Oxytropis campestris si trova solo prima di ar¬
rivare al rifugio, mentre per tutto il resto si diffonde la 0. montana dai fiori roseo-violacei.
Qualche rara pianta di Cirsium spinosissimi cm, spintasi fin quassù, solleva le sue foglie spinose,
mentre fra le erbe si notano raggruppamenti numerosi di Polygonum viviparum e si scorgono
qua e là i bianchi fiorellini di Alsine recurva, Arenaria ciliata- ed Androsace obtusifolia , e
molto più scarsi quelli gialli di Gregaria Vitaliana. Sul greto del rifugio si trova il Taraxacnm
officinale var. ereclum ( T. alpinum ). Ma le piante più caratteristiche di questa plaga sono le
due Pedicularis a fiori rosei ed il grazioso Myosotis alpestris, che in alcune forme nane e pelose
ricorda vivamente 1’ eritrichio.
La plaga b è distinta dalla sua maggiore pendenza, dalla prevalente esposizione a S e dal-
l’ alternarvisi di rocce con brevi terrazze erbose. La formazione prativa secca è in essa del tipo
misto caratteristico della regione nivale, ed è appunto costituita dal curvuleto alternato coll’aza-
studì sulla ditteroeauna nivale delle alpi italiane
129
leeto e vaccinieto, ed in alcuni punti coll’ agrostideto. L’elemento principale è il Carex curvula,
le cui foglie ingiallite dalla siccità sono picchiettate dalle macchiette nere del fungillo Pleospora
elynae ; ad esso si associano altre ciperacee, fra' cui caratteristico il Carex rìigra e più raro il
C. rupestris in esemplari nani, non che alcune delle graminacee della precedente formazione.
Delle giuncacee è frequente il Juncics trifidus ; molto più raro e solo presso le vallette ne¬
vose il J. Jaminni, nonché le Lazula spadicea e lutea, quest’ ultima particolarmente dove il
terriccio è più abbondante. L’ azaleeto è formato dalla Loiseleuria procumbens, e contro le rocce
od i blocchi si stende il vaccinieto con corone di Vaccinium uliginosum. Il curvuleto è costellato
da alcuni fiori che abbiamo già visto nell’agrostideto sottoposto, come la Viola e la Sievèrsia , ma
presenta elementi caratteristici. Primo fra questi la Bartsia alpina', vera pianta a lutto, le cui
chiazze spiccano da lontano per lo strano contrasto di colori delle brattee nere violette e verdi.
L’ Alchemilla alpestris stende qui le sue foglie rotondeggianti di un verde tenero, che contrastano
con quelle coriacee e più scure dell’ Homogyne alpina , mentre le gialle stelle degli Hieracium
e dei Leontodon si alternano con quelle bianche del Leucanthemum alpinum, le cui zolle qui
portano di solito un unico magro capolino. Tipico è il Phyteuma pedemon lamnn, le cui minu¬
scole pianticelle, nei luoghi più aridi del curvuleto, sono poco più alte di 1 cm. La Gai/a simplex
distende le modeste ombrelle verdognole o nereggianti, colle quali si alternano le bianche foglie
del Senecio uniflorus e àe\V Antennaria carpathica. Qui, come anche nell’ agrostideto, brillano le
azzurre stellette delle due genziane, e la Primula latifolia ( viscosa All. nec Vili.) allunga fra
le larghe foglie le sue corolle violette. Nelle vallette nevose compare a piccole famiglie il Gna-
phalium supinum, mentre il Salix herbaoea sta infossato nel suolo. Nelle anfrattuosità delle rupi,
presso agli stillicidi, si osservano rosette di Saxi fraga androsacea e di Ara bis alpina , con lus¬
sureggianti individui di Oxgria digyna.
In quei luoghi delle plaghe a-b dove la formazione prativa è rotta da rupi o da grossi blocchi
sporgenti, o da greti ghiaiosi e sabbiosi presso i ruscelli, o sui pendìi frananti e denudati, ivi
compaiono quei vegetali di stazione petricola e rupicola, che sono poi esclusivi delle plaghe c-d,
arrivando fino agli estremi limiti. Cosi nei ghiaieti presso le acque lussureggia la molle vegeta¬
zione del Ran'unculus glacialis colle candide o rosee corolle fra il verde lucido delle foglie. A
S del rifugio compaiono già i cuscinetti di Pelrocallis pyrenaiea fra larghe zolle di Hutchinsia
alpina e di Thlaspi rotundifolium, mentre fra le erbe si notano le rosette di Draba aizoides.
La Silene acaulis e la Cherleria sekoides sono ovunque frequenti, come le varie sassifraghe, fra
le quali la reiusa si sperde talvolta nell’ agrostideto o nel curvuleto a formarvi macchiette por¬
porine, mentre la Murithiana contende spesso lo spazio al Ranuncolo glaciale, e la rnoschata
e la bryoides si abbarbicano in ogni fessura di pietra o di rupe. Solo a S del rifugio ho osser¬
vato Sedum atratum e Sempervivum arachnoideum. Nei ghiaieti delle frane si trova la Achillea
nana e sparsa ovunque fra il detrito più minuto la Binaria alpina, mentre sulle rupi e grosse
pietre è confinato scarsissimo V Eritricliium nanum.
Così a mano a mano che si sale verso W, per l’aumentata altezza e per l’accresciuta vici¬
nanza del ghiacciaio, i caratteri del clima alpino si vanno inasprendo e tutta la vegetazione ne
risente gli effetti. La formazione prativa non tarda ad arrestarsi, scindendosi, come abbiamo già
detto, in gruppi di zolle, in zolle isolate ed in singoli individui. E con un senso di tristezza che
si vede il verde andar morendo fra il grigiore desolato del pietrame e delle rupi, non senza at¬
tardarsi in qualche isoletta sperduta, dove una forma di vita ormai impossibile tenta un’ estrema
resistenza pi'ima di cedere il campo. Le piante praticole comofite cessano rapidamente e riman¬
gono solo le petricole exocomofite, che si accontentano di piccole raccolte superficiali di terriccio,
e le rupicole casmofite che insinuano le radici nelle spaccature e nelle fessure ; mentre sulle
stesse supei'fici rocciose vegetano le ancor meno esigenti litofite, muschi e licheni, che salgono
fino agli estremi limiti. Vengono anche a prevalere le forme di apparato vegetativo che sono più
atte a resistere ai rigori del clima, e come tali si fanno dominanti le piante a cuscinetto.
Per conseguenza la scarsa vegetazione della plaga c è costituita essenzialmente da quegli
130
M. BEZZI
elementi che nelle plaghe a-b erano accantonati nei tratti più aspri e selvaggi, lasciati scoperti
dalla formazione prativa; e fra essi predominano Silene acaulis, Cherle'ria sedoides, Ranunculus
glacialis, Thlaspi rotundifolium, Saxifragci Murithiana, S. moschetta, S. bryoides , Primula lati-
folia , Eritricliium nanum , Linaria alpina.
Passando sulla morena, nella plaga d , le difficoltà di esistenza si accrescono, perchè si viene
ad aggiungere l’ incoerenza e la mobilità del materiale, che rendono sempre più malagevole il for¬
marsi delle raccolte di humus, mentre per l’immediata prossimità il ghiacciaio fa sentire tutta la
potenza del suo gelido soffio. Si determina quindi una ulteriore scelta, per effetto della quale il
numero delle specie va ancora diminuito, mentre si accentua lo sviluppo delle qualità di adat¬
tamento. Sono sempre le piante della plaga c, cui si aggiungono V Artemisia spicata e V.Andro-
sace glacialis a parziale compenso delle numerose defezioni.
La plaga e, formata dal ghiacciaio, non porta vegetazione fanerogamica perchè manca asso¬
lutamente di detriti e di affioramenti rocciosi, su cui possano stabilirsi tali piante. Essa costi¬
tuisce quindi una barriera di arresto, oltre la quale possono spingersi solo alcuni elementi pecu¬
liari e più resistenti. Questi sono gli abitatori dell’ultima plaga f] ossia dell’isola glaciale formata
dalla punta dell’Agnello, dove io ho trovato le seguenti nove specie: Poa minor , Silene acaulis,
S. exseapa , Cherleria sedoides , Saxifragci Murithiana , S. bryoides, Primula la ti foli a, Androsace
glacialis ed Eritrichium nanum. Sono in gran maggioranza petricole casmofite a cuscinetto.
A guisa di conclusione metteremo in rilievo che dall' esame della Tabella XIV si possono
derivare i seguenti fatti :
1) Che le monocotiledoni sono poco numerose in specie, costituendo appena il 20. 0°/0 della
fiorala; e mentre esse si trovano abbondantissime in individui nelle plaghe a-b , dove rappresentano
gli elementi costitutivi della formazione chiusa, vanno rapidamente declinando o scomparendo
nelle altre plaghe, pur essendo ancora rappresentate da una specie nella più alta.
2) Che le piante perenni sono in assoluta maggioranza, non contandosene che una sola di
annue, il Sedani atratum , il quale per altro sale molto in alto, essendo stato rinvenuto dal prof.
Vaibusa persino sulla vetta della Bessanese (3632 m.).
3) Che si hanno ancora 3 legnose, appartenenti agli arbusti nani a spalliera ed a zolla,
propri della formazione mista delle plaghe a-b.
4) Chele piante xerofite predominano assolutamente sulle igrofite, costituendo i 5/0 dell’in¬
tera donila; e che inoltre vanno nettamente aumentando coll’altezza, essendo 1 ’ 81.0 °/0 nelle
plaghe a-b, il 90,9 nella c ed il 100,0 nella f. Nella plaga d danno solo T 85,7 °/0 per la presenza
di elementi igrodti lungo i ruscelli e le pozze stagnanti al piede della morena.
5) Che le piante praticole vanno rapidamente diminuendo coll’ altezza, mentre le petricole
e sopratutto le rupicole vanno aumentando ; queste ultime sono infatti in a-b il 12,5, in c il 40,9,
in d il 42,8, ed in f il 77,7 °/0.
6) Che le piante cespitose vanno diminuendo o scomparendo coll’altezza; fatto che si ve¬
rifica pure, benché in grado minore, per quelle a zolla ed a rosetta. Quelle a cuscinetto aumen¬
tano invece nettamente coll’altezza; mentre esse rappresentano appena 1’ 11, 4°/0 dell' intera donila
e danno solo il 7 8°/0 nelle plaghe a-b, sono già il 31,8 nella c, il 36,7 nella d ed il 66,6 nella f.
1) Che le piante parassite sono molto scarse, superando di poco il 4°/0 nella dorula, e si
riducono alle 3 scrofulariacee delle plaghe a-b, da ascriversi ai semiparassiti con clorofilla ; esse
mancano affatto nelle altre plaghe.
8) Che le piante anemofile sono poco numerose (22,5 °/0) ed appartengono quasi esclusiva-
mente alle monocotiledoni; esse tendono a scomparire coll’ aumentare dell’altezza
9) Che i fiori entomofili eutropi sono piuttosto scarsi (20,0 0/°) e scompaiono nelle plaghe
più elevate, dove gli emitropi e gli allotropi si bilanciano.
10) Che i fiori di colore chiaro sono il 51,4 °/0 dell’intera donila, ma vanno diminuendo
coll’altezza. Essi sono infatti prevalenti nelle plaghe a-b col 64,2 °/0 ; ma gli scuri prendono presto
il sopravvento, toccando il 54.5 °/0 nella plaga e, il 57 nella d ed il 62,5 nella f. Questo fatto di-
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
131
sarmonico corrisponde a quanto fu detto nel cap. I. par. 4 Bf ; ed è iri contraddizione con quanto
ivi stabilito ; ma può trovar spiegazione nei fatti esposti al cap. Ili, par. 7.
11) Che gli elementi alpini prevalgono sopra gli artici, costituendo il 65,7 °/0 dell’intera
fiorala, e vanno aumentando coll’altezza. Nella plaga c danno l’81,8°/0, ma scendono a 78,5 nella
d ed a 73,3 nella f. Quest’ultimo fatto contradditorio credo sia apparente, e solo dovuto alla
presenza del Ranunculus glacialis, Silene aeaulis e Eritrichium nanum , che sono elementi lar¬
gamente diffusi nel bacino: nelle plaghe più elevate esistono certo parecchie piante tipicamente
alpine, che io non ho potuto rintracciare e che dovrebbero ricondurre la percentuale a cifre
normali.
3. Ditterofauna e suoi rapporti colla flora.
Data la natura di penisola glaciale che riveste il bacino deH’Agnello, si potrebbe pen¬
sare che, entrando per la larga sua base posta in contatto colle ricche riserve della regione
alpina, innumerevoli forme di ditteri salgano a popolarla sino al suo vertice estremò,
collocato non più lontano di poche centinaia di metri. Invece, come la flora si riduce a non
molte forme scaglionate per le diverse plaghe, subendo l’influenza del clima nivale esa¬
cerbata da quella del vicino ghiacciaio, così anche la ditterofauna vi è ridotta e disposta
in modo corrispondente. Forzatamente o spontaneamente non poche specie di ditteri pene¬
trano nella penisola; ma siccome in questa troviamo stabiliti e preponderanti solo certi
elementi, che sono poi in massima quelli a noi già ben noli, dobbiamo inferirne che nel
bacino dell’ Agnello vive una tipica ditterofauna nivale accanto ad una flora nivale tipica.
Per cercare i rapporti che corrono fra queste due categorie di viventi, soggetti alle
medesime influenze in un ambiente cosi ristretto, e passati propabilmente attraverso alle
stesse vicende in un tempo non molto remoto, presento la seguente Tabella XV. In essa
è dato l’elenco dei ditteri rinvenuti, segnando con * i visitatori e con ** i passivi; nella
col. (2) è riportato il numero degli esemplari raccolti, secondo le 3 divisioni principali e
secondo il sesso; nella col. (3) è indicata la distribuzione nelle varie plaghe stabilite per
la vegetazione; nella col. (4) il carattere nivale o meno, nella col. (5) i rapporti fiorali, e
nella col. (6) l’origine o natura.
132 M. BEZZI
Confrontando la col. (2) della tab. XIV colla col. (3) della tal). XV si vede intanto
come il numero delle specie, sia nelle piante che nei ditterò vada regolarmente diminuendo
a mano a mano chi1 aumenta l’altezza e si fa più stretto il contatto col ghiacciaio. Risulta
infatti :
È però interessante constatare che la diminuzione è molto più grande per le piante,
nelle quali fra la prima e l’ultima plaga sta nel rapporto di 7,1:1. mentre pei ditteri è
solo di L,8 : 1. Tale fatto dipende dalla maggior ricchezza floristica della plaga a b che
contiene le praticole della formazione chiusa, mentre in seguito la flora si riduce quasi
allo sole petricole e rupicole; lo si potrebbe anche interpretare come tendente ad esclu¬
dere la formazione chiusa dal dominio nivale proprio, mentre i ditteri tendono invece a
dimostrarne il carattere nivale; ma di ciò parleremo in seguito.
Al nostro speciale studio questa constatazione interessa in modo particolare, perchè
ci permette di fare una prima scelta fra i ditteri dell’ Agnello, considerando come elementi
STUDI SULLA DITTERO FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
133
legati alla formazione prativa quelli che si rinvengono esclusivamente nella plaga a b. Ne
sono oltremodo caratteristici i seguenti : Rhynchocoenops obscuricula, Ch or tophila grisella
colla sua var. alpina, Enoplopteryx obtusipennis e Trichopticus furcatus, tutti Anto¬
ni iidi di tipo nivale debole o scadente, le cui larve terricole devono essere con ogni vero¬
simiglianza direttamente od indirettamente collegato colle piante monocotiledoni cespitose
comofite. Il Rhynch. obscuricula è l'unico dittero che si prendeva falciando col retino nei
punti più fìtti dell’ agrostideto o del curvuleto.
D’altra parte, osservando che le piante della plaga a b sono circa il triplo in numero
di specie di quelle della c d, mentre i ditteri di a b' sono solo 1.5 di quelli di c d. ci
possiamo persuadere che gli Antomiidi nivali più tipici non sono in relazione colle mono¬
cotiledoni cespitose nè colle all re piante della formazione prativa; se essi si trovano
abbondanti anche in a b, è perchè o vi giungono a volo da c d, o vi si sviluppano in
associazione colle piante petricole e rupicole che vi si trovano nei tratti pietrosi o rocciosi.
Da questi fatti resta dimostrata una volta di più la relativa indipendenza degli Anto¬
miidi adulti riguardo ai fiori: poiché la zona ab è la più ricca di fiori, e poiché è anche
quella in cui i fiori a tinte chiare sono predominanti, in essa dovrebbero gli Antomiidi,
se fossero essenzialmente antofili, trovarsi in proporzione molto più numerosi che non
nelle altre plaghe, analogamente a quanto si verifica per la sottoposta regione alpina.
Nella plaga c il numero delle piante è all’ incirca doppio di quello dei ditteri, mentre
nella d quasi lo uguaglia e nella f gli è inferiore il che riconferma la uniforme distribu¬
zione dei ditteri nel bacino in contrapposizione a quella delle piante.
Come nelle piante le dicotilèdoni hanno l’assoluta preponderanza, cosi nei ditteri i
ciclorrafi sono enormemente prevalenti : tuttavia, mentre nelle dicotiledoni nessuna famiglia
sopravvanza di gran lunga le altre, nei ciclorrafi quella degli Antomiidi è senza confronti
la più ricca di tutte. Contro 18 famiglie di piante dicotiledoni ne stanno quattro sole di
ditteri ciclorrafi; e fra queste, quella degli Antomiidi comprende il 78,5 °/0 delle specie.
Ne consegue che le relazioni si debbono cercare fra dicotiledoni ed Antomiidi.
Tanto nelle piante come nei ditteri è notevole il numero dei generi che contano una
sola specie; infatti più d’una ne hanno Po a. Carex , Juncus, Luzula, Silene, Saxifraga ,
Androsace, Geni lana e Pedicularis , tutti (ad eccezione del terzo e del quarto) apparte¬
nenti a famiglie diverse: e solo Saxifraga ne possiede più di 2. Fra i ditteri contano
più di una specie Chortophila, Acroptena. Limnophora e Trichopticus, tutti pertinenti
ad un’unica famiglia, quella degli Antomiidi. Per numero di specie, ricchezza di individui
e larghezza di distribuzione, si può dire che Saxifraga corrisponde ad Acroptena.
Le col. (7-8) della tab. XIV e quella (4) della XV ci mostrano che nelle plaghe c d f
si hanno, così nelle piante come nei ditteri, solo forme specializzate; infatti le piante sono
o petricole o rupicole, con apparato vegetativo prevalentemente a rosetta o a cuscinetto,
ed i ditteri hanno tutti caratteri nivali tipici.
Vi sono poi elementi prevalenti, perchè diffusi attraverso a più zone e molto frequenti
in alcune di queste: come esempi citeremo:
17
134
M. BEZZI
Essi sono in gran maggioranza endemici, comprendono le piante a cuscinetto (segnate
con *) e gli Antomiidi nivali tipici (segnati con *).
La col. (6) della tab. XIV ci mostra il prevalere delle piante xerofite sulle igrofite;
analogamente i d i t te ri sono in assoluta maggioranza organismi xerofili. sia allo stato
larvale che in quello adulto. Solo 1’ Orthocladius sordidellùs ha le larve viventi nelle
pozze d’acqua della morena, e la Mycomyia cinerascens le ha probabilmente sulle rupi a
stillicidio.
Ricorderemo infine la coincidenza che 3 specie di un’unica famiglia (Scrofulariacee)
sono le fanerogame parassite, come pure 3 di una sola famiglia (Muscidi o Tachinidi)
sono i ditteri parassiti. Le prime vivono a spese delle piante cespitose della formazione
chiusa; i secondi attaccano gli insetti di 3 differenti ordini, coleotteri . {Anètstrophora),
lepidotteri ( Sarromyia ) e ditteri ( Admontia ). Questo fatto è un’altra prova della relativa
rarità del fenomeno del parassitismo nelle alte regioni.
Quanto ai rapporti fra ditteri e piante dal punto di vista della biologia fiorale, ho
potuto fare poche osservazioni, e precisamente solo le seguenti, tutte nelle plaghe a b.
Fiori chiari.
Leucanthemum alpinum (emitr.)
Aphiochaeta nigripes 1 $
Acroptena septimalis diversi
Cliortophila grisella molte 9
Limnophora latifrons 1 $
Trichopticus furcatus molte 9
Rhynchotrichops subrostrata molti
Eristalis tenax 1 cf
Hutchinsia alpina (all.)
Rhynchopsilops villosa ?
Rhynchotrichops subrostrata molti
Cherleria sedoides (all.)
Cliortophila grisella molti
Rhynchotrichops subrostrata molti
Gaya simplex (all.)
Phaonia Marinellii 1 J1.
Fiori scuri.
Myosotis alpestris (emitr).
Rii ynchotrichops subrostrata.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
135
Ne risulta la predilezione dei ditteri pei fiori a tinte chiare ed il fatto che l'elemento
più abbondante, il Rhynchotrichops subrostrata, è quello che fu osservato anche sul
maggior numero di fiori. Dalla tab. XIV. col. (3) e dalla tab. XV, col. (5) risulta come
alla rarità dei fiori eutropi corrisponda la mancanza dei ditteri eutropi. Il predominio dei
fiori a tinte scure, non accetti alle mosche, appunto nelle plaghe più elevate dove i ditteri
sono più abbondanti di ogni altro insetto, dimostra una volta di più la scarsa antofilia
degli Antomiidi nivali, che poco curano le visite fiorali. Nella plaga f, sui cuscinetti delle
Silene exscapa ed acaulis, ho visto spesso le Acroptena , la Rhynchopsilops e la Rliyn-
chotrichops posare sulle foglio senza toccare i fiori, che erano invece attivamente visitati
da un grosso Bombus ; siccome i cuscinetti, quanto al riscaldamento, valgono meno delle
pietre soleggiate, così è lecito ritenere che i ditteri suddetti vi posavano a scopo di ovi-
posizione o ad altro fine di natura riproduttiva.
I dati delle tab. XIV e XV si prestano finalmente ad alcune considerazioni di indole
teorica, che interessano quanto fu detto nella parte generale par. 3, par. 4 B f e par. 7.
Nella questione del limite inferiore della regione nivale, troviamo un’apparente discre¬
panza fra ditteri e piante, che importa chiarire.
L'indice degli Antomiidi, come abbiamo già notato, attesta che tutto il distretto appar¬
tiene al dominio nivale p. d. Io ho raccolto complessivamente 31 specie di ditteri, di cui
ben 22 sono di Antomiidi. corrispondenti al 70,4 °/0 dell’intera collezione; escludendo le
catture della plaga e (elementi accidentali), si ha ancori) il 66,6 °/0, cifra già nivale. Le
percentuali dell'indico, plaga per plaga, sono eome segue:
plaga a b 72,2
» c 83,3
» cl 75.0
» f 80,0.
Esse sono tutte elevatissime, e fra la prima e l’ultima si nota l’aumento normale, cor-
risdondente alla differenza d’altezza; in c si ha però la massima percentuale, che poi si
abbassa sulla morena d. La percentuale delle plaghe a b, data la loro poco grande altitudine,
è eccezionalmente elevata, come risulta da un confronto colla tab. IX di Peraciaval; questo
fatto potrebbe dipendere dall’essere la stagione un po’ avanzata, ma io credo si debba
piuttosto ascrivere all’influenza del vicino ghiacciaio. In a & gli Antomiidi nivali tipici
sono il 92,3 °/0, mentre nelle altre plaghe costituiscono il 100,0 °/0. Ancora più affermativo
è l’indice rispetto al numero degli individui: io ho raccolto in tutto 548 esemplari di ditteri,
di cui 531, ossia il 93,2 °/0, sono Antomiidi. Nella plaga ab c d più bassa, la percentuale
è 96,9, corrispondente a quella del secondo piano di Peraciaval alla medesima epoca. E
notevole che tale percentuale non muta anche in f. che ha una densità ragguardevolissima
per la sua natura di isola glaciale.
Tali recise constatazioni di natura ditterologlca sono in contrasto con quelle desunte
dalla flora, secondo le idee dominanti attualmente. Infatti i botanici, che pongono il limite
inferiore della regione nivale molto più in alto, tengono in conto di piante nivali p. d.
solo quelle che sono state di fatto trovate sopra tal limite. Per conseguenza le plaghe
a b c d sarebbero fuori del dominio nivale, e tali da doversi ascrivere al più ad una
regione transitoria di carattere subnivale.
Queste opinioni derivano dalla teoria di Heer-Brockmann, cosi detta della sopravvi¬
venza della flora endemica alpina. Secondo tale teoria, le attuali piante nivali erano già
in gran parte esistenti sulle Alpi verso il finire dell’epoca terziaria; onde esse hanno
136
M. BEZZI
dovuto passare attraverso alla terribile prova del periodo glaciale. Per conseguenza la
flora nivale contemporanea è costituita da quegli elementi che hanno potuto sopravvivere,
rimanendo accantonati sul massiccio del M. Rosa od in altri punti restati parzialmente
scoperti, da dove poi nel quaternario si sono diffusi a rioccupare tutto il sistema alpino,
Ad essi si sono aggiunti alcuni elementi estranei, immigrati durante il glaciale da altre
regioni. Corrispondentemente i botanici ritengono per elementi nivali genuini solo quelli
che, trovandosi ancora oggi viventi sopra il limite climatico delle nevi, dimostrano per
ciò solo di aver appartenuto e di appartenere a quella tenace coorte che attraverso a
gravi difficoltà ha saputo mantenersi sul posto.
Trovandosi il limite climatico delle nevi nella catena del M. Rosa a 3200 m. di altezza,
ed aggirandosi in media nel resto del sistema alpino attorno ai 3000 m., tutte le piante
che non lo superano, vivendo fra esso ed i 2600 m. (limite nivale di Heer), sono consi¬
derate pseudonivali o subnivali. Esse sono piuttosto numerose, poiché il prof. Vaccari per
la valle d'Aosta ne enumera ben 218 fra 2600-2800 m., e 198 fra 2800-3000; mentre pel
M. Rosa ne dà 229 fra 2600-2700 m. e 97 fra 3000-3100 m., balzando a sole 49 subito
dopo ed a sempre minor numero in seguito. Le 64 specie da me trovate alTAgnello nella
plaga a b della formazione prativa chiusa sarebbero dunque in parte pseudonivali, e la
plaga stessa non dovrebbe considerarsi nivale, contrariamente a quanto dimostra l’ indice
degli Antomiidi.
Un più maturo esame della questione consiglia tuttavia di rifiutare tali conclusioni e
di considerare il responso degli Antomiidi più attendibile, ascrivendo T intero bacino del-
T Agnello alla regione nivale propria.
Già confrontando l’ elenco delle piante da me raccolte nella plaga ab con quello delle
110 specie nivali alpine p. d. che lo Schroeter riporta a p. 612-13 della sua opera, si
trova che ben 46 (pari a circa il 72°/0 del totale) vi sono comprese, mentre parecchie si
trovano ancora negli ulteriori cataloghi del prof. Vaccari e di altri. La loro capacità di
resistenza al clima nivale, e quindi di sopravvivenza, e perciò il loro diritto di cittadinanza
nivale, sembrano fuori di dubbio.
Il difetto principale delle vedute surriferite è quello di subordinare i fenomeni biologici
a dei limiti fìsici, sia pure coll’apparente conferma di ipotetiche vicende geologiche. Rasta
considerare come nel precitato elenco del prof. Schroeter si trova fra le piante nivali
genuine il Thymus serpyllum, per apprezzare al giusto valore T attendibilità di quel pro¬
cedimento. Siccome si osservano evidenti caratteri di adattamento nelle piante nivali, così
sembrerebbe più opportuno ascrivere ad esse quelle che presentano in grado più spiccato
tali caratteri, piuttosto che quelle che si siano vedute allignare sopra i 3000 m. E conse¬
guentemente si deve considerare come regione nivale, anche nei rapporti della fiora, quella
in cui dette piante si trovano prevalenti su tutte le altre, sia in numero di specie che di
individui.
Non dovrebbe esser difficile trovare qualche gruppo di piante, o qualche forma di
vegetazione, che possano servire da indice, analogamente a quanto nel presente lavoro si
è potuto stabilire per gli insetti. Non pare che fra le piante fanerogame vi sia qualche
famiglia che possa vantare una così assoluta preponderanza come è il caso di quella degli
Antomiidi fra i ditterò Ma la natura della stazione, o le forme dell’ apparato vegetativo,
potrebbero forse offrire dei dati utilizzabili per lo scopo predetto.
STUDÌ SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
137
Cosi p. e. dalla tab. XIV si rilevano le^segucnti
pali delle piante osservate
plaga a b plaga c
praticole 44 (68,7) 7 (31,8)
petricole 12 (18,7) 6 (27,3)
rupicole 8 (12,5) 9 (40,9)
cifre rispetto alle tre stazioni prin-
plaga d plaga f
2 (14,3) 0 (0,0)
6 (42.8) 2 (22.2)
6 (42,8) 7 (77.7).
Da esse risulta evidente l’ aumento 'coll’ altezza delle piante petricole e rupicole, e
ancora l’aumento di queste ultime sulle petricole alle più grandi altezze. Credo che ri¬
cerche sul numero degli individui o gruppi di ^individui, e sulla densità di distribuzione,
potrebbero dare buoni risultati.
Ma miglior partito parrai si potrebbe trarre dalle piante a cuscinetto, che si prestano
anche molto più facilmente alla numerazione degli individui (o cuscinetti), e quindi a
stabilire con delle cifre la loro superiorità numerica su ogni altra forma di vegetazione
in rapporto coll’ aumento dell’altezza. La seguente tabella XVI ci mostra l’analogia di
comportamento fra le piante a cuscinetto e gli Antomiidi nivali.
La col. (6) dimostra il regolare aumento della percentuale delle piante a cuscinetto
corrispondentemente all’altezza: la col. (7) ci fa vedere che queste piante. tendono a fug¬
gire la morena, forse in causa della mobilità dei suoi elementi. Notevole è poi la poca
differenza nel numero dello specie a cuscinetto che si nota tra le varie plaghe; questo
comportamento è identico a quello degli Antomiidi e serve di dimostrazione che tutto il
bacino riveste carattere nivale.
Le col. (9) e (6) delle tabelle XIV e XV ci mostrano infine come si ripartiscano piante
e ditteri rispetto alla loro origine, avendosi precisamente secondo le 3 categorie fonda-
mentali :
elementi artici : 24 piante, 4 ditteri ;
» alpini : 44 », 23 » ;
» ubiquisti : 2 », 4 ».
È evidente l’assoluta preponderanza degli elementi alpini endemici sugli artici, tanto
nelle piante come nei ditteri, anzi più in questi che non in quelle.
Allo stato attuale delle conoscenze ditterologiche, che sono in questo campo immen¬
samente inferiori a quelle botaniche, è impossibile stabilire dei paralleli fra ditteri e piante
nivali rispetto alla loro origine, vicende geologiche e distribuzione geografica attuale. È
M. BEZZI
1 38
tuttavia verosimile che la storia di molti ditterà coincida con quella di talune piante, cui
essi sono ancor oggi associati; e probabilmente la sopravvivènza di parecchi tipi singolari
ed isolati fra questi insetti è da mettersi in relazione con quella di piante, la cui sin¬
golarità ed isolamento non sono meno notevoli. Quando vediamo cosi diffuse per le Alpi
forme tanto caratteristiche come Alliopsis glacialis e Acroptena frontata, di cui cono¬
sciamo la presenza attuale nelle terre artiche, non possiamo amtneno di immaginarne
legata la sorte a quella delle piante che si presentano in analoghe condizioni, come Silene
acaulis. Ranunculus glacialis. Loiseleuria , Eritrichium, ecc. E d'altra parte P abbon¬
danza di tipi endemici così strani e specializzati, come Acroptena Simonyi, Acr. septi-
malis, R/ignchopsilops villosa. Rhynch bcoeriops obscuricula, ecc., ci richiama alla mente
lo stato peculiare di piante non meno interessanti, quali Petrocallis pyrenaicci , Tri foli'um.
alpinum, Bartsia alpina. Gregoria Vitaliana. ecc.
Data l'indifferenza o la repulsióne che molte piante nivali hanno attualmente, nei
riguardi della biologia florale, verso i ditteri che con loro dividono le pene di un’aspra
esistenza, è verosimile che i legami fra di loro si debbano rintracciare solo nel modo di
vivere delle larve come organismi edafici, in dipendenza dalle piante nivali come elabora-
trici e conservatrici di terriccio. Questo sarebbe, come abbiamo detto più volte, un campo
di studio nuovo e fecondo.
4. Piante a cuscinetto e Antomiidi nivali.
Abbiamo posto in valore, nel precedente paragrafo, l’applicazione che delle piante a cusci¬
netto si può fare per stabilire i limiti del dominio nivale proprio. Vogliamo ora mettere in rilievo
l’immensa importanza che esse hanno per la vita degli Antomiidi nivali, esponendo alcune osser¬
vazioni fatte sopratutto al Collo della Valletta 3150 m.), durante la terza escursione al Peraciaval.
Le piante a cuscinetto rappresentano per certo uno dei più mirabili adattamenti al clima
alpino; come anche la loro regolare presenza in altre località, soggette ad influenze climati¬
che eccessive, quali le terre artiche, le isole antartiche ed i deserti, dimostra il loro trionfale
successo nell’aspra lotta contro i rigori e le violenze di un inospite cielo. La così detta forma
a cuscinetto di molte piante della flora alpina nivale tipica costituisce infatti il miglior mezzo
per resistere all’impeto del vento (minimo di superficie esposta, minimo di elevazione sul suolo,
massimo di curve sfuggenti, massimo d’aggrappamento per radici profondamente infisse nelle spa-
cature, ecc.); all’azione erosiva del materiale proiettato dal vento, come particelle lapidee, ghiac¬
cinoli, nevischio (superficie compatta, foglie piccole e serrate, coriacee e pelose, ecc.) ; agli effetti
del freddo e del congelamento come a quelli del calore e del disseccamento (ammasso spugnoso,
rivestimento di peli, conservazione delle spoglie, camere d’aria fra il groviglio di rami, ecc.) ; al
pericolo di schiacciamento e di soffocazione per opera della neve e del ghiaccio (forma sferoidale
elastica, spugnosità, giacitura a raso del suolo, incastramento fra le sporgenze, ecc.) ; alle eventua¬
lità di- strappamento per opera delle valanghe e delle frane, o del mutilamento per colpi di pietre
cadenti o calpestamento di animali (piccola superficie, minima sporgenza, tenace abbarbicamento,
ecc.) ; agli assalti di vertebrati tìtofaghi, come camoscio, stambecco, marmotra, ecc. (minimo svi¬
luppo di parti verdi sporgenti, compattezza di superficie, adesione al suolo dei lembi periferici, ecc.).
Nell’interno del cuscinetto si vien formando un terriccio ricchissimo di materia organica e
ben difeso contro i pericoli del disseccamento e della congelazione; si origina così una peculiare
saprobiocenosi che offre un ricovero ideale per molti piccoli animali. Vi si deve trovare una fauna
speciale, costituente un caso particolare e tipico fra quelle edafiche, nella quale le larve degli
Antomiidi, siano esse saprofaghe o carnivore, debbono tenere un posto preminente. Nè sembra
poi improbabile che nell’intrico dei cuscinetti possano vivere anche dei ditteri adulti con le ali
ridotte o mancanti, analogamente a quanto si osservò in altre località, p. e.- alle isole Kerguelen.
STUDI SULLA DITTERÒ AUKA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
139
Una simile forma di adattamento dell’apparato vegetativo non può ammeno di essere antichis¬
sima e primitiva nel mondo delle piante nivali delle Alpi. Essa è quella infatti tipicamente pre¬
sentata anche da molte crittogame litofite, in primo luogo dai muschi, e deve esser stata presto
raggiunta per fenomeno di convergenza dalle fanerogame casmofite, che l’hanno sviluppata indi¬
pendentemente in parecchie famiglie di dicotiledoni. Fra queste principale quelia delle Cariofillee
o Diantacee, che già in molte specie di Alsiiie e di Arenaria forma delle zolle più o meno pulvi¬
nari, ma che raggiunge il massimo in Al sin e ociandra Sieb. ( arelioides M. et K.), in Cherleria ■
sedoides L. (A. Cherleri Fenzl.), e sopratutto in Silette ex scapa All. ed in <S. acauli. s L. Indi quella
delle Sassifragaeee che coll’unico ma ricchissimo genere Saxi fraga-, moltiplica le specie a croste
più o meno compatte e pulvinari, come bifora All., opponili folio- L. e reiusa- Gouan ( purpurea
All.), accanto a quelle dai tondeggianti cespi fogliosi come exarata Vili., pedemon Urna- All., e
aphylia tìternb. ( stenopetala Gaudi), ed a quelle in cui le rosette si stringono in ammassi più o
meno serrati, come caesia L. e diapensioides Bell., fino a quelle che fanno dei regolari cuscinetti
come moschala Wulf. ( muscoid.es Auct., varians Sieb.), rnuscoides All. ( plani f olia Lap.) e bryoides
L. Di poi le Primulacee, che già nella Gregor'ia l'italiana L. ci offrono qualcosa di simile, ma
che nelle Androsace della sezione Aretia ci presentano i soffici cuscinetti della glacialis Hoppe
e pubescens D L e quelli sferoidali compatti de le helvetica L. ed imbricata Lam. In seguito le
Crucifere o Brassicacee, che col Thlaspi rolundifolium L. e con diverse specie di Ara-bis,
Hutchin sia e Lra-ba già formano dei densi cespi o dei raggruppamenti di rosette, mentre coila
rara Petrocallis pyrenaica L. adornano le rupi del più vago e soffice cuscinetto di tutta la flora
alpina. Infine le Borraginacee che nel V Eritrichium nanarn contano un genuino rappresentante
del gruppo. Anche in altre famiglie si trovano accenni, benché non molto progrediti nè molto fis¬
sati, ad assumere la forma pulvinare nelle grandi elevazioni ; così nelle Rubiacee il Galium hel-
veticum Weigg., nelle Plumbaginacee l’Armeria alpina Wild., ecc.
Le suddette piante sono in gran maggioranza elementi endemici e sono diffuse ovunque pel¬
le Alpi, dove rappresentano i trionfatori nella lotta contro le avverse influenze del clima nivale.
Come si può vedere dai miei elenchi (Tab. XI e Tab. XIV), esse si trovano quasi tutte nei distretti
allo studio. Nelle alte regioni la flora tende a ridursi esclusivamente a questa forma di vegetazione,
che utilizza tutto il suolo disponibile, procedendo alla saturazione dell’ambiente.
Tra esse la Silene acaulis tiene il primo posto. I suoi cuscinetti misurano non raramente 40-50
cm. di diametro e sono alti perfino 15-20 cm. ; cionondimeno sono per lo più costituiti da un solo
individuo, proveniente da un seme e provvisto di un unico fittone. Si può ritenere che abbiano
una durata di vita di decenni, che può avvicinare od anche superare il secolo. Attorno ad essi si
raggruppano i cuscinetti minori della Cherleria e quelli delle Sassifraghe. Ne risultano talora
degli aggruppamenti che tendono a coprire tratti abbastanza ampi di suolo adatto, costituendo una
sorta di formazione chiusa, tipica del dominio nivale. Così al Collo della Vailetta io ho potuto
osservare una placca omogenea, formata da 9 cuscinetti di S. acaulis, alternati con 6 piccoli di
Cherleria, con 2 marginali di Sax. bryoides e rnuscoides, e contornata da parecchie croste di
Sax. reiusa e Murithiana. Essa occupava poco meno di 1 in2 di superficie, ed entro essa cresce¬
vano come inquilini Poa alpina, Carex curvala, Gentiana brachyphylla e Leucanlhemum alpinum.
Al Collo della Valletta ho cercato anche di indagare la densità dei cuscinetti per un deter¬
minato spazio, istituendo al proposito le 3 seguenti misurazioni. 1) In tratto pianeggiante e terroso
verso il lembo N del ghiacciaio di Peraciaval, su un percorso di 50 m. e per una larghezza di
di circa 1 m. ho contato 200 cuscinetti di Silene, Cherleria e Saxi fraga ; il che corrisponde a 4
cuscinetti per m2. 2) In tratto a pietrame grosso e minuto, mobile e asciutto, ho contato pel me¬
desimo percorso solo 15 cuscinetti, corrispondenti a 0,3 per m2. 3; In tratto in parte roccioso, in
parte terroso, ho contato sullo stesso percorso 110 cuscinetti che farebbero 2,2 per m*. Si vede
che la densità di distribuzione è molto variabile, ed è in stretta dipendenza dalla natura del
suolo.
Le piante a cuscinetto costituiscono il centro attorno a cui gravita la massima parte della
vita dei vegetali e degli invertebrati nella regione nivale delle Alpi.
140
M. BEZZI
Molte sono le fanerogame che si associano ai cuscinetti, crescendo fra e sopra di essi, e for¬
mando un gruppo ecologico particolare del dominio nivale, che potrebbe chiamarsi della fora
'pulvinare. Al Collo della Vailetta io ho osservato le seguenti: Festuca Halleri, Poa alpina e
vivipara , Trisetum subspicStum , Carene curvala e nigra, Luzula spiccila, Polygonum viri paruri,
Thlaspi rota ndifoliurn, Polentina frigida , Veronica alpina, Gentiana brdehyphylla , Phyteuma
pedono ntanuni, Erigeron uniflorus, Leucanthemum alpinum , Achillea nana. Queste 16 specie,
unite alle 6 altre che già abbiamo più sopra ricordate come associate alla Silene acaulis, costi¬
tuiscono il 48,8 °/0 dell’intera bornia osservata in quella località.
Se la rimanente flora nivale cerca dunque protezione presso le piante a cuscinetto, è da aspet¬
tarsi che anche la vita animale inferiore ricorra al medesimo rifugio, sopratutto gli Antomiidi,
che rappresentano pure un gruppo dominante.
Al Collo della Vailetta, verso la fine di Settembre, io ho esaminato con diligenza l’interno di
molti grandi e piccoli cuscinetti di Silene acaulis, allo scopo di trovare le larve o le pupe degli
Antomiidi. Larve non ho trovato, e nemmeno altri animali viventi ; ciò forse in causa della sta¬
gione troppo avanzata. Aprendo i cuscinetti, si
notava che il terriccio contenutovi era sempre
molto umido ; mentre dopo pochi minuti di espo¬
sizione all’aria si prosciugava rapidamente.
In taluni cuscinetti ho trovato i puparii di
Antomiide che più avanti descrivo e qui figuro. Essi
erano tutti ugualmente orientati, e collocati tutti
verso 1’ estremità superiore verde degli ultimi
rametti irradianti , coll’ asse maggiore parallelo
alla direzione dei rami, e coll’ estremità cefalica
rivolta in fuori. Si trovavano cioè nella miglior
posizione per essere pronti a schiudere al primo
sole, subito dopo lo sciogliersi della neve. In
suolo di piccolo pietrame mobile, affatto spoglio
di vegetazione, ho trovato un grande cuscinetto
di Sii. acaulis, misurante cm. 45 X 35, di forma
circolare regolare, alto nel mezzo 10 — 12 cm.,
attaccato per un unico fittone; non aveva inquilini
e solo nella parte più bassa era contornato da
due cuscinetti di Sax. bryoides , ed al disotto verso
la periferia copriva completamente un piccolo esemplare di Thlaspi rotundifolium, che aveva
tuttavia fruttificato. A distanza di circa 1 m. si notava un altro cuscinetto di cm. 30X25, com¬
pletamente morto e disseccato. L’esame del primo cuscinetto, che contava migliaia di ramuscoli
irradianti, mi portò alla scoperta di 9 puparii e di 3 spoglie, più una crisalide di lepidottero.
Un altro cuscinetto, di più di 50 cm. di diametro, albergava 4 soli puparii ; un terzo di 20 cm.
ne conteneva invece 11. Si vede che non vi è proporzione fra la grandezza del cuscinetto, ed
il numero di puparii che vi si può trovare; ma il fatto più notevole, e davvero singolare, è che
tutti i puparii rinvenuti appartenevano senza eccezione ad un’unica specie.
Il pupario (fig. 7, A) è cilindroide, di color paglierino-testaceo, alquanto lucente, e misura
min. 4-5-5 di lunghezza. All’estremità anteriore ed alla posteriore è più scuro, passando al bruno
rossiccio, e presenta le ornamentazioni rappresentate nella figura. Non si vedono corna protora¬
ciche sporgenti. L’armatura bucco-faringea (fig. 7, B) appare essere di tipo carnivoro.
Sulla specie non posso fare per ora che delle induzioni. Gli Antomiidi più comuni al Collo della
Valletta erano in Agosto dell'anno precedente la Chorlophila [Hylemyia) piliventris e le Acro-
piena ; date le dimensioni, e la forma che è molto simile a quella del pupario di Hyl. strigosa ,
propendo a credere che si tratti della piliventris suddetta. Ma a ciò si oppone la considerazione
Fig. 7.
Pupario di Antomiide trovato nei cuscinetti di Sì¬
lene acaulis al Collo della Valletta. A. Visto
dal dorso X *0- B. Metà sinistra dell'estre¬
mità anteriore, vista dal lato ventrale, colla
armatura bucco-faringea X 30-
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
141
che Chor topini a e forme affini sono ritenute avere larve saprofaghe, mentre questa pare carni¬
vora. Anche l’isolamento, evidentemente secondario, che la specie ha raggiunto in tutti i cusci¬
netti esaminati, tende a dimostrare che si tratti di un carnivoro l).
5. Osservazioni particolari e confronti.
Rispetto allo famiglie i (littori raccolti si ripartiscono come seguo :
Questa enorme maggioranza, come anche l'assenza di intere famiglie, che pure erano rap¬
presentate all'isola glaciale Marinelli, sono la prova di condizioni locali molto diffìcili per
l’influenza preponderante del ghiacciaio ; il che è confermato eziandio dal minor numero
di specie. La faunula dell’Agnello può considerarsi altrettanto pura, quanto quella della Ma¬
rinelli. sopratutto se si escludono gli elementi passivi raccolti sul ghiacciaio; quella del
Peraciaval è la meno pura di tutte, com'era da aspettarsi per la presenza del piano inferiore
posto sotto i limiti, e per la mancante preponderanza di un ghiacciaio. Se ne può dedurre
che la vicinanza del ghiacciaio è uno dei primi elementi, più che non l’altezza, per la de¬
terminazione della fauna nivale tipica : il che può essere importante teoricamente per la
dimostrazione dell’origine glaciale della ditterofauna nivale alpina.
Molto densa è la popolazione dei di Iteri in tutto il distretto. Alla punta dell’Agnello
ho raccolto infatti 10 specie in 13:2 esemplari, di cui solo 4 non sono Antomiidi ; ne risulta
dunque che questi rappresentano quasi d 97 % della raccolta locale : indice elevatissimo
ma corrispondente a quell’altezza. La media oraria risulta essere di 4 in specie e di 52,8
in individui: quest’ultima è notevolmente elevata, ma la trovai confermata anche da un
esperimento sopra luogo, nel quale in mezz’ora potei prendere 28 esemplari, vedendone
circa il quadruplo. Nelle varie plaghe del Rifugio compresa la morena, ho raccolto 388 esem¬
plari. di cui solo 12 non sono di Antomiidi, onde questi ultimi risultano essere il 93,9 °/0
indice anche troppo elevato per quell’ altezza. La media oraria é di 3 in ispecic e di 48,5
in individui.
Ambedue queste medie orarie di 52,8 e di 48,5 sono assai-superiori a quella generale
di Peraciaval, che è di 35: e ciò malgrado il numero delle specie osservate all’Agnello sia
molto minore. Credo poterne inferire il fatto che Cambiente nivale proprio, rincrudito dal¬
l’influenza di un ghiacciaio vicinissimo, come esclude gli elementi spuri (dimostrato dallo
scarso numero delle specie), favorisce invece lo sviluppo degli elementi puri ed adattati
9 A tutt’oggi (12 Agosto 1918, gli adulti non I tenuti per tutto l’inverno in camera non riscaldata,
sono ancora schiusi da questi puparii, che furono
ìs
142
M. BEZZI
(dimostrato dall'alta media oraria generale e dall’alto indice degli Antomiidi). Infatti per
tutto il bacino dell’agnello si rimane colpiti dalla straordinaria abbondanza di Antomiidi
che si nota ovunque, e che per contrasto par crescere col diminuire della vegetazione,
presentandosi più ricca nel tratto a zolle e perfino sulla morena o nell’isola glaciale, che
non nella parte a formazione chiusa, dove è però più varia.
Per riconoscere in luogo la densità della popolazione, secondo quanto fu stabilito al
Cap. ITI, par. 1, ho condotto i due esperimenti seguenti. 1) Alla Punta dell’Agnello, in
luogo comodo e quasi pianeggiante, con pietrame grosso e mediano, cuscinetti e zolle e
macchie di neve sparse, ho potuto percorrere 60 m. in 20 minuti, catturando 13 esemplari;
il che corrisponde ad un percorso di m. J80 all’ora, colla cattura di 89 esemplari, su 159-
195 veduti. 2) Nella plaga c, presso la quota 2852 m., in un tratto prima in pendio con
rocce affioranti e grosse pietre, poi pianeggiante e passante gradatamente alla morena, ho
percorso in mezz’ora 110 m. raccogliendo 25 esemplari : il che corrisponde a 220 m. all’ora
con 50 catture su 200-250 esemplari veduti. La media di queste 2 osservazioni darebbe 200
m. di percorso all’ora con 44,5 catture su 178-222 esemplari veduti, e ne deriverebbe una
densità di 0,89-1,11 per m.2, che è un po’ superiore a quella del Peraciaval (0,88-0,98 per m2.
Molto interessanti sono lo osservazioni fatte nel pomeriggio dell’8 Agosto sulla parte
inferiore del ghiacciaio dell’Agnello, poiché da esse si può vedere quali sono gli elementi
trasportati in alto passivamente per opera del vento. Su 14 specie ivi raccolte, la metà non
si trova sulla morena o nelle plaghe limitrofe; di queste 7, ben 5 sono di carattere nivale nega¬
tivo e quindi provenienti dal basso. Se alcune possono esser state rapite dal vento alla vicina
morena dove si trovano numerose, altre giungono evidentemente dai sottoposti prati del
Becco dei Francesi, dove ancora pascolano le vacche, come Hydrotaea dentipes, Dasyphora
pratorum e Morellia podagrica. È notevole che delle 3 Acroptena, che tutte si trovano
proiettate sul ghiacciaio, solo la più debole, la septirnalis, vi si trova in quantità molto
superiore alle altre due. Notevolissima è poi la mancanza della Rhynchotrichops subrostrata ,
la specie più comune in tutte le plaghe, e che dimostra quindi di esser cosi bene adattata
all’ambiente, da potei' meglio resistere all'impeto del vento ; il che é poi uno degli indici
della sua straordinaria frequenza. La Euribia ruralis , la Mydaea Incorimi (che però può
trovarsi anche nel distretto), il Trichopticus lividiventris e VAlloeostylus sudeticus, sono
elementi antofili alpini, rapiti dal vento alla sottoposta regione.
Confrontando finalmente la faunula dell’Agnello colle altre due, si rileva quanto segue:
specie comuni colla Marinelli . 16
» » col Peraciaval . 21
.> » con ambo le stazioni . . 15
» particolari dell’Agnello . 10
È assai notevole che le 15 specie comuni a tutte e 3 le località sono date solo da
Antomiidi. più V Ancistropliora Mikii. Pure notevole la mancanza al V ac caro ne dei Tipulidi,
Limoniidi. Empididi e Dolicopodidi, e la mancanza, in ambo i distretti delle Alpi occi¬
dentali, della Rhynchotrichops rostrata , che pur vive nei Pirenei. Le specie dominanti
per numero di individui sono in tutti e tre i distretti pressoché le medesime, e sono
Antomiidi. Mentre al Peraciaval la Rhynch. subrostrata è precoce e le Acroptena sono
tardive, al Vaccarone sembrano essere contemporanee; ma la Rhynchopsilops risulta pre¬
coce in tutti e due i distretti.
STUDI SULLA DITTERO FAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
143
6. Catalogo delle specie, con note descrittive ed etologiche.
Fnm. Tendipedidae.
1. Orthocladius sordidellus Zetterstedt 1838. — Ho visto un solo esemplare femmina,
predato da una femmina di Alliopsis glacialis. che lo teneva colla sua proboscide; plaga
c, bios. A, e.
Distr. geogr. — È specie originariamente descritta della Lapponia ed a distribuzione
circumpolare, essendo stata trovata anche alla Nuova Zembla ed in Groenlandia. È ricordata
di tutta Europa, dove però nella centrale e meridionale pare tenersi solo sulle' montagne,
e lo Schiner la dichiara appunto comune in alta montagna; così pure in America agli
Stati Uniti fu trovata sulle Montagne Bianche (N. H.) da Slosson ( variabilis Staeg.).
Fani. Fungivoridae.
2. Mycomyia cnerasciens Macquart 1826. — Una femmina al volo presso rocce a stil¬
licidio, plaga b, bios. B, c.
Distr. geogr. — Nota solo dell’ Europa centrale, e dal prof. Strobl trovata frequente
sulle montagne della Stiria. non però in alto; in Valtellina io l’ho raccolta nella regione
subalpina, in Val del Livrio in Giugno, ed a Chiareggio in Agosto.
Fani. Asilidae. <
3. Lasiopogon grajus Bezzi 1917. — Un maschio posato su di una pietra, plaga a,
bios. A, d ; unico esemplare veduto.
Distr. geogr. — Noto finora solo delle Alpi Graje e del Delfinato; la sua presenza
nelle Cozie è quindi del tutto regolare.
Fam. Phoridae-
4. Aphiochaeta pulicaria nigripes Strobl 1892. — Un maschio alla Punta dell' Agnello
sulle pietre, bios. A, l ed una femmina presso al Rifugio su un fiore di Chrysanthemum
alpinurn, bios. A, a.
Distr. geogr. — Riportata solo delle alte montagne della Stiria; la specie è nota di
tutta Europa e dell’Africa del Nord.
Note descrittive. — Questa tipica forma melanocroitica fu descritta nel 1892 dal prof.
Strobl [Wien. ent. Zeit., XI, p. 202 e Dipi. v. Steierm.. 1910, p. 122), ma non è accolta nella
Monografia del Becker e perciò lasciata fra i sinonimi di pulicaria nei cataloghi miei e
del dott. Kertész. Tuttavia è così ben differenziata, da doversi tenere in conto almeno di
una sottospecie. Tutto l'insetto è interamente ed intensamente nero, compresi i bilan¬
cieri; solo i ginocchi si presentano un po’ rossicci in corrispondenza delle giunture, e
qualche po’ volgenti al testaceo sono le 4 tibie anteriori. Nel maschio T ipopigio è nero
lucente, rotondo, fornito di un’appendice ricurva abbastanza lunga al margine' inferiore.
Fam. Trypaneidae.
5. Euribia ruralis H. Loew 1844. — Una femmina sul ghiacciaio, come elemento
accidentale passivo trasportato dal vento.
144
M. BEZZI
Distr. geogr. — Propria dell’ Europa centrale e settentrionale. 11 Frauenfeld la allevò
da capolini deformati di Kieracium Pi /osella L.. pianta che non giunge fino alla regione
nivale.
Fani. Anthomyidae.
6. Rhynchocoenops obscuricula Rondani 1870. — Trovata non rara, falciando fra gli
steli dell’ agrostideto nella plaga a e solo in essa, bios. A, a, d.
7. Chirosia Facettii n. sp. $ $. Tav. I. fig. 1. — Un maschio ed una femmina nella
plaga c, bios. A. b, e, sulle pietre.
Note descrittive. — Si tratta di una interessantissima specie, cattura davvero ina¬
spettata per la località e per l’ambiente nivale.
Fra le non molte specie del genere è affine alla fractiseta Stein, Wien. entom. Zeit .,
1908, XXVII, p. 8, della Svezia, presentando com’essa nel maschio una larghissima fronte
ed un ipopigio assai sviluppato ed accompagnato da lamelle ventrali di color nero lucido;
ha inoltre la costa alare parimenti spinulosa verso la base ed il nervo trasversale poste¬
riore perfèttamente diritto e perpendicolare. Ne differisce però per essere distintamente
più grande e più robusta; per avere le guancie larghe almeno quanto è largo il terzo
««articolo dell'antenna; per avere Torlo boccale anteriore piuttosto prominente; per avere
l’arista non piegata alla base (carattere dubbio), la macrocheta prealare molto più lunga,
le macrochete addominali più sviluppate, le tibie fornite di setole più numerose, ecc. Dalla
Chir. montana del Pokorny, per la quale il Kowarz fondò nel 1893 il genere ì RI ladina,
la nostra specie differisce per essere molto più grande e di colore grigio opaco anziché
nero lucido, per avere T ipopigio più grande, la spinola costale distinta, ecc.
Questo curioso Antomiide assomiglia ad un piccolo esemplare di Enoplopteryx obtu-
sipennis, ma se ne distingue di colpo per l’arista nuda, per le ali non dilatate e col
sesto nervo longitudinale completo, per la presenza delle setole incrociate frontali, per le
squamale eguali, per la disposizione 1 : 2 delle macrochete sternopleurali, ecc.
Voglio dedicata questa notevole specie nivale alla memoria del forte alpinista valtel-
linese rag. Antonio Facetti, perito sul M. Rosa nella notte dal 24 al 25 Agosto 1903,
assieme al doti. Giacomo Casati.
Nigra, tomento obscure cinereo ubique induta, palpis antennis pedibusqae omnino
nigris , fronte et margine orali antico distraete prominentibus, genis latis, macrochaeta
praealari long a, alis angustis hyalinis, basi et secus marginerà anticum distincte Iute-
scentibus, costa spinulosa et spinala validiuscula armata.
cT fronte latissima el setis decussatis validis in medio vittae pr aedita , hypopygio
magno, l>asi lato , ni grò nitido, lobis concoloribus ventralibus concomitato.
Long. corp. et alae mm, 5.
Maschio. Il colore generale del tomento di tutto il corpo è molto più oscuro che nella
femmina; la stricia mediana longitudinale del dorso sul torace è appena accennata; quella
dell' addome invece, guardando da un lato, é ben marcata ma è però interrotta dalla
stretta orlatura grigia di ciascun segmento.
Capo grande {tav. I. fig. 1), colla fronte verso la radice delle antenne molto promi¬
nente; guancie larghe all’ incirca quanto è largo il terzo articolo dell’antenna; peristoma
ancor più largo delle guancie; orlo boccale sporgente in maggior misura di quanto lo sia
la fronte. Fronte larghissima, più larga dell’occhio, a lati quasi paralleli essendo solo
leggermente ristretta verso il mezzo; la striscia longitudinale mediana è nera e ben diffe-
STUDI SULLA DITTERO FAUNA. NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
145
Deliziata dalle orbite; nella parte anteriore è però largamente testacea subito sopra la
radice delle antenne, e la macchia ocellare è grigia. Orbite, guancie e peristoma grigi;
però le guancie superiormente ed il peristoma anteriormente presentano una macchia scura
cangiante. Antenne inserite a livello della metà dell’ occhio, un po’ più corte della faccia,
col terzo articolo più lungo del secondo, largo, dilatato ed arrotondato all’apice; arista
nuda, ingrossata nella metà basale, coll’articolo radicale distinto, ma non piegato ad
angolo. Palpi neri, piuttosto lunghi e sottili, debolmente clavati all' estremità e scarsamente
setolosi. Proboscide colla parte apicale rigida, lunga quanto il margine inferiore del capo,
senza denti distinti fra i labelli terminali. Setole ocellari lunghe e forti, e setole incrociate
della striscia frontale sviluppate quanto esse; frontorbitali 5-6 paia, le due prime o basali
più lunghe e rivolte all’ infuori, il terzo più piccolo e rivolto in avanti, le rimanenti (an¬
teriori) ancor più piccole e rivolte all’ indietro.
Torace con tutte le macrochete nere come le altre ed inserite su piccoli punti neri;
de. 2 + 3; pra. più lunga della prima de. posteriore: a. piliformi, poco distinte, irregolar¬
mente biseriate; stern. 1:2, lunghe, rivolte all’ insù, però sotto quella anteriore se ne
trova un’altra assai più sottile e circa della metà più corta. Scudetto e mesoframma grigi
come il torace. Squame uguali, giallo-ialine, con corta frangia dorata. Bilancieri gialli.
Addome alquanto depresso e troncato all’apice; i segmenti 2-5 presentano all’orlo
posteriore una Ala completa di setole, il quinto inoltre ne ha anche una fila discoidale
irregolare. Ipopigio grosso, largo alla base, nero lucente, con un po’ di leggero tomento
cenerino verso il mezzo della base; lamelle ventrali grandi, arrotondate, di color nero
lucido. Ventre grigio.
Piedi lunghi e robusti, interamente neri; tibie del primo paio con una lunga setola
anteriore e 2 esterne; tibie del secondo paio con 1, 3 e 3; tibie del terzo paio con 3, 4
e 4 lunghe e forti; tarsi cosi lunghi quanto le tibie; unghie e pulvilli allungati.
Ali colle nervature nude, giallognole, infoscate solo verso l’estremità; costa spinulosa
e fornita di spinola valida; terza e quarta nervature longitudinali parallele o lievemente
convergenti; nervo trasversale posteriore perfettamente diritto e perpendicolare.
Femmina. L’esemplare femminino che riferisco al maschio sopradescritto e che fu
preso nella stessa località, ha 11 capo conformato come nel maschio, colla fronte quasi
più stretta e colla striscia mediana tutta di color nero intenso e fornita di setole incrociate;
le frontorbi tali sono come nel maschio, poiché mancano le esterne; le antenne hanno il
terzo articolo appena un po’ più lungo del secondo e l’arista è distintamente pubescente.
I palpi sono più brevi. Tutto il tomento grigio del corpo è di tinta più chiara, e tanto il
torace quanto l’addome non presentano disegno distinto. Le acrosticali sono del tutto
indistinte, essendovi al loro posto solo dei piccoli peli non differenziati; sotto la sterno-
pleurale anteriore si nota solo un piccolo pelo. L’addome è allungato, con nessuna parti¬
colarità all’apice. Le ali sono come nel maschio.
Nota. La Chortophila Bompadrei 2 non è da confondere colla presente specie (che
potrebbe anche considerarsi come una Chortophila ad occhi largamente disgiunti nel
maschio, quale la fallax H. Loew) perchè ha il nervo trasverso posteriore delle ali posto
obliquamente e flessuoso, perchè ha la costa non spinulosa e perchè ha il disegno del
torace molto spiccato.
La Chortophila alpigena $ manca di setole incrociate sulla striscia frontale ed ha
la fronte più prominente.
8. Alliopsis glacialis Zetterstedt 1845. — Alcuni esemplari dei due sessi nelle plaghe
c e ci, bios. A, b, e, f; un maschio proiettato dal vento sul ghiacciaio.
146
M. BEZZI
Note etologiche. — Una femmina, catturata vicino alla morena, teneva la proboscide
immersa nel corpo di un Orthocladius sordidellus, che stava evidentemente succhiando: nep¬
pure la morte ha potuto costringerla ad abbandonarlo, e così è conservata nella mia colle¬
zione. È importante assai tale constatazione della presunta rapacità di questo Antomiide,
almeno nella femmina; il Miìller lo ricorda di diversi fiori, come abbiamo già riportato.
Poiché questo strano dittero si trova dappertutto nella regione nivale delle Alpi e nell’Ar-
tide, ma è ovunque raro, potrebbe considerarsi come un relitto di grande antichità in via
di estinzione, la cui sopravvivenza é forse legata colle sue abitudini predatrici, che sarebbe
intesessante verificare se sono generali e costanti. 11 fatto assume interesse ancora mag¬
giore perchè si presume che le larve dell1 Alliopsis siano saprofaghe: onde' risulterebbe
che gli Antomiidi inferiori a larve saprofaghe possono avere adulti carnivori, mentre quelli
superiori a larve carnivore hanno adulti me.llifagi.
9. Chortophila piliventris Pokorny 1889. — Molto frequente alla punta dell’Agnello,
bios. A,-l, dove era dominante, ma in maggioranza femmine; non rara nelle plaghe b c d.
bios. A. b, d, e, f: ed anche proiettata sul ghiacciaio.
10. Chortophila grisella Rondani 1870. — Frequentissima nella plaga a , bios. A, a, b,
come al solito in famigliole sulle pietre e sulle rocce, nonché sui fiori di Cherleria
sedoides e di Leucanthem um alpinum : mancante in tutto il resto.
11. Chortophila grisella alpina Bezzi antea. — Alcuni maschi colla precedente.
12. Acroptena frontata Zetterstedt 1888. — Più o meno frequente in tutto il distretto
e in tutte le biosinecie, e dominante nelle plaghe c d. dove sulla morena si vedeva talvolta
riunita in gruppi numerosi sulle pietre presso le pozze d’acqua e le macchie di neve.
Non mai vista su fiori, e nemmeno imbrattata di polline. Trovata anche proiettata dal
vento sul ghiacciaio.
13. Acroptena Simonyi Pokorny 1893. — Colla precedente, dappertutto e più abbondante
di tutte le altre come numero di individui; dominante in bc ed in /'; anche giacente sul
ghiacciaio.
14. Acroptena septimalis Pandellè 1899. — Ovunque colle due precedenti, ed occu¬
pante il secondo posto come frequenza; alla Punta dell’ Agnello si trovava in ugual numero
colla precedente, mentre sul ghiacciaio aveva la preponderanza. Credo che questa specie
sia più antofila delle altre, avendola osservata su fiori di Leucanthemum alpinum.
15. Limnophora brunneisquama Zetterstedt 1845. — Un maschio nel Rifugio, trovato morto
presso la finestra e unico dittero rinvenuto nel fabbricato; due esemplari sul ghiacciaio.
16. Limnophora latifrons Stein 1916. — Rara nelle plaghe aedo relativamente nu¬
merosa alla punta dell'Agnello; in a vista sui fiori di Leucanthemum alpinum.
17. Enoplopteryx obtusipennis Fallèn 1823. — Un solo esemplare maschio nella plaga
a della cui formazione chiusa pare esclusiva la specie.
18. Mydaea lucorum Fallèn 1823. — Tre femmine proiettate sul ghiacciaio, e credo
provenienti dal basso per effetto del vento; la specie tuttavia fu trovata molte volte entro
i limiti nivali.
19. Morellia podagrica H. Loew 1852. — Una femmina sul ghiacciaio, evidentemente
portatavi dal vento, perchè specie frequente nelle regioni montana ed alpina, dove le fem¬
mine si posano a torme sul bestiame ed anche sulle persone.
Distr. geogr. — Propria delle Alpi e delle montagne delU Europa centrale, con qualche
propaggine nel N d’Europa.
Note etologiche. — Il Miìller la osservò fino a 2400 m. su fiori di Parnassia palustris,
Saxifraga aizoides, Laserpitium hirsutum, Potentina aurea , tì entiana lutea, eco.
STUDI SULLA DITTE ROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
147
24. Rhynshopsilops villosa Hendel 1903. — Alcuni esemplari nello plaghe cd. bios.
A, b, e f, e dominante in f, bios. A, l ; anche proiettato sul ghiacciaio. Alla punta
dell’Agnello i maschi eran più numerosi delle femmine, mentre sulla morena accadeva il
contrario, il che concorda coll’essere questa specie precoce, come più volte affermato. Sulla
morena la vidi su fiori di Hutchinsia alpina, dove parecchi esemplari femmine presenta¬
vano le tibie largamente imbrattate di polline giallo.
21. Rhynchotrichops subrostrata Zetterstedt 1845. — La specie più comune e diffusa
per tutte le plaghe e tutte le biosinecie; non rinvenuta ciò malgrado sul ghiacciaio. Do¬
minante ovunque, meno che sulla morena. Osservata spesso su fiori di Leucanthemum
alpina m, Hutchinsia alpina, Cherleria . sedoides e Myosotis alpestris.
22. Trichopticus furcatus Stein 1916. — Frequente nelle plaghe ab, bios. A, a, d, e
visto anche su fiori di Leucanthemum alpinurn. Pare specie legata alla formazione chiusa;
ed è curioso che di essa nelle Alpi occidentali non ho finora potuto raccogliere il maschio,
che invece al Bernina e nel Trentino era frequentissimo.
23. Trichopticus lividiventris Zetterstedt 1845. — Una sola femmina sul ghiacciaio, por¬
tata per opera del vento dalla sottoposta regione.
24. Alloeostylus sudeticus Schnabl 1883. — Tre esemplari sul ghiacciaio, provenienti
passivamente dalla regione sottoposta.
Dista, geogr. — Proprio delle montagne dell’Europa centrale fino al Montenegro ed
esteso anche all’ Europa settentrionale. Raro ovunque, lo l’ho trovato a Rabbi ed a Cusiano
nel Trentino ed a Scais in Valtellina, nelle regioni montana ed alpina. È notevole che il
presente reperto (IO°/0 fra quelli proiettati sul ghiacciaio) lo dimostri non raro nelle Alpi
occidentali.
25. Hydrotaea dentipes Fabricius 1805. — Una femmina come elemento passivo sul
ghiacciaio.
Dista, geogr. — Comune ovunque in tutta Europa fino alla Lapponia e salente nelle
Alpi fino alla regione alpina; diffusa per l’America settentrionale dall’Alaska al Messico, e
nota di Costa Rica. Nell’America del sud lo Schnuse la trovò fino a 4500 m. presso il lago
Titicaca.
26. Phaonia IVSarinellii Bezzi antea. — Nelle plaghe bcd, particolarmente abbondante
sulla morena e presente alla Punta dell’Agnello; frequenta gli stessi luoghi e biosinecie di
Acroptena frontata, colla quale gareggia in attività nelle ore calde. Vista su un’om¬
brella di Gaya simplex.
27. Dasyphora pratorum Meigen 1826. — Una femmina sul ghiacciaio, proiettata dal
vento.
Dista, geogr. — Comune ovunque in tutta Europa, ma più rara al N; nei monti giunge
fino alla regione alpina.
Note etologiche. — Il Mùller la osservò fino a 2200 m. sui fiori di Saxifraga ai-
zoon, ecc.
Fani. Muscidae.
28. Ancistrophora Mikii Schiner 1865. — Non rara nelle plaghe bccl. bios. A, b. e
ed alla Punta dell’Agnello. Di coleotteri, nelle biosinecie suddette, ho visto solo una specie
di Amara , ma non ho fatto particolari ricerche.
29. Admontia amica Meigen 1838. — Una sola femmina nella plaga d, bios. A,
dove le tipule non si vedevano più, ma vi dovevano essere a stagione meno inoltrata. No-
148
M. BEZZI
tevole come questa specie, comune al Bernina, ricompaia qui nelle Cozie. mentre nelle
Graje non ho ancora potuto trovarla.
40. Sarromyia nubigena Pokorny 1893. — Una sol femmina posata su di una pietra
nella plaga d, bios. A, f. Importante ritrovamento, per dimostrare la diffusione di questa
rara specie. Nella suddetta biosinecia non ho potuto osservare lepidotteri, ma non ne ho
fatto ricerca speciale; nell’escursione del Luglio 1918 ne ho rinvenuto numerose crisalidi,
spoglie e bruchi sotto le pietre.
Fam. Syrphidae.
31. Eristalis tenax Linnè 1758. — Ho visto un maschio nella plaga a presso il rifugio,
volante attorno ai fiori di Chry scintile nwn alpinurn.
Aggiunta.
Dal 15 al 19 Luglio 1918 ho fatto un’escursione al bacino deirAgnello nel gruppo
d’Ambin, i cui risultati principali vengono qui sommariamente esposti.
Ho potuto constatare che tutto il bacino si trova ancora in piena condizione invernale.
Le plaghe a, b, c. d, sono interamente coperte di neve; questa nelle immediate vicinanze
del Rifugio Vaccarelle raggiunge un’altezza variante da m. 0.50 a m. 1.50; mentre sotto
ai limiti del bacino arriva quasi senza interruzione fino alla isoipsa di 2500 m. Solo qua
e là si notano piccoli tratti scoperti, di cui quelli posti entro i limiti sono in genere senza
fioritura e senza ditterà
Tuttavia presso i margini inferiori delle plaghe a-b . nei luoghi in pendenza esposti a
,S ed a E. si hanno spazii scoperti dove notai fiorite le seguenti piante entomofile : Ranun-
culus glacialis. Petrocallis pyrenaica pp, Draba aizoides pp, *Drciba carini Iliaca. , Hut-
chinsia alpina, Viola calcarata, Silene acaulis , Sieversia montana, Saxifraga Muri-
tliiana pp. Saxifraga retusa pp. Loiseleuria procumbens, Gentiana brachyphylla pp,
Eritrichium nanum, Pedicularis rosea. Primula lati f olia pp, 1 Soldanella alpina. Gre¬
garia Vitaliana. Quelle segnate con pp erano abbondanti ed in piena fioritura : quelle se¬
gnate con * sono nuove por la fiorala locale, ed a esse bisogna aggiungere anche il
*Rhododendron ferrugineum, di cui vidi un magro esemplare non fiorito, sotto un masso
esposto a SE. nella plaga b.
In tali località i ditteri non sono rari, e di Antomiidi nivali vi si notano Rhynchócoenops
olisca, ricala, Chortophila grisella (già abbondante nelle solite piccole famigliole sulle pietre
soleggiate). Gli. piliventris, Ch. alpigena. Acroptena front atei. Rhynchotrichops subrostrata,
Trichopticus furcatus, Mi y ospita meditabunda alpina, Enoplopteryx obtusipennis. Attorno
al viandante vola 1 ' ffydrotaea irritans Fallèn. specie comune nei pascoli alpini, ed entro
il locale del Rifugio si insedia con disinvoltura qualche esemplare di Promusca domestica.
Ronzano attorno i visitatori Eristalis tenax e Musca vomitoria frequentissimi, più rari
Lasiophthicus seleniticus , e Chilosia coerulescens Meigen, specie quest’ultima comune nelle
regioni alpina e subalpina delle Alpi. Notevole la cattura di un esemplare di Norellia li-
tnrata Meigen. presso uno stillicidio nel vaccinieto della plaga b; è specie frequente nelle
reg. alpina e subalpina delle Alpi, da me trovata anche in Valtellina. Presso il ruscello fra
la neve in a trovo una 2 di Phaeobalia inermis Loew, a disegno alare molto ridotto; é
specie alpino-apennina, non rara nella reg. subalpina delle Alpi. Di Nematoceri ho trovato
sulla neve una 2 della comune Diamesa cinerella Meigen. specie europeo-americana di
STUDI SULLA DITTE ItOFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
14R
larga distribuzione e di comparsa invernale. Oltre la Mycomyia cinerascens, volante al
mattino presso al Rifugio, ho trovato anche un esemplare di Boletina borealis Zetterstedt,
nel vaccinieto in b. Quest’ultima è specie boreale, estesa dalla penisola Scandinava alla
Nuova Zembla, ma trovata dal prof. Strobl nella reg. subalpina della Stiria e da me rinve¬
nuta frequente in Luglio- Agosto in Valtellina.
Nella plaga c un esteso tratto esposto a S sotto la cresta é scoperto, ma è senza fiori
e senza ditteri, mentre in Agosto vi pullulano le Acroptene. Nella plaga d mi imbatto in
un lungo tratto di morena esposto a SE, sotto la quota 2852 m., interamente scoperto; vi
si trova, unica pianta, la Saxi fraga Murithiana in piena fioritura, e ne conto 113 zolle
su 45 metri di percorso ; ma non vi è nessun Antomiide, e lo splendide corolle sono vi¬
sitate solo da Eristcìlis tenax. Nel pomeriggio del giorno 17 ho visitato la Punta dell'A-
gnello, plaga f, e vi ho trovato i luoghi della precedente esplorazione tutti scoperti di neve
ma senza fiori, eccetto qualche rara zolla di Silene acauli s e di * Saxi fraga rei usa Sono
frequenti i consueti visitatori, ma mancano gli Antomiidi nivali, malgrado il tempo bello ;
ho potuto prendere solo 3 di Chortophila piliventris.
' Al mattino del medesimo giorno, in un piccolo terrazzo esposto a SE, fra le rocce
sporgenti verso la base della cresta N del M. Niblè, poco sopra il collo sup. dell' Agnello
a circa 3200 m. di altezza, ho trovato piena fioritura di Silene acauli s, *Draba carinthiaca,
Saxi frac) a Murithiana e muscoides {plani folla), Androsace glacialis, Eritrichium nanum.
Vi abbondano i ditteri nivali, di cui posso catturare Chortophila grisella e piliventris,
Acroptena frontata e septimalis, Alliopsis glacialis. Rhynchopsi lops villosa e Arici stro¬
ppine a, Mikii. Vi sono i soliti visitatori, e per di più Phaonia alpicola Zetterstedt, specie
nord-europea trovata al Lautaret dal dott. Villeneuve e da me nella Valtellina; Phaonia
morto Zetterstedt, specie settentrionale frequente nelle Alpi: e Mgdaea Wanderwulpii
Schnabl, specie centro-europea, da me rinvenuta non raramente sui monti del Trentino e
della Valtellina.
Ma la sorpresa maggiore mi era riservata toccando la punta del M. Niblè (3300 m.),
dove giunsi verso mezzogiorno con sole caldissimo e tempo calmo. In un terrazzo esposto
a SE, subito sotto la vetta, erano in piena fioritura la Saxi fraga Murithiana e presso
alla neve fondente il Ranunculus glacialis. Sulle rocce sovrariscaldate abbondavano, con
sulle pareti di una stalla di pianura, individui di ambo i sessi di Stomoxys calcitrans e
di Promusca domestica. L’aria vibrava del rapido ronzio di Musca vomitoria ed erythro-
cephala, di Sarcophaga hae morrhoidalis e di Eristalis tenax ; quest’ultimo visitava assi¬
duamente i fiori della Sassifraga, sui quali si affaccendava la stessa Stomoxys, e su cui
potei notare un Eumerus del gruppo annulatus, sfuggito alla cattura, con qualche lepi¬
dottero ( Vanessa sp.) e imenottero ( Crabro sp.). Di elementi eunivali potei prendere Chor¬
tophila grisella, Acroptena septimalis e Simonyi, Rhynchopsilops villosa e Phaonia Ma¬
rmetta ; inoltre Myiospila meditabunda alpina e Phaonia lugubris Meigen , specie
quest’ultima frequente sulle Alpi; non che Chilosia venosa Loew, specie endemica delle
Alpi già osservata entro i limiti nivali propri. Anche questi genuini abitatori della regione
eterea visitavano i fiori disponibili. Proiettati sulle nevi del ghiacciaio, poco sotto la vetta,
potei raccogliere Sarcophaga haemorrhoidalis Stomoxys calcitrans e perfino una fem¬
mina della comune Meigenia bisignata Meigen, che sale di frequente fin nella regione
alpina.
Da queste osservazioni risultano tre fatti nuovi.. degni di maggior rilievo.
1. Mentre tutto il bacino centrale intorno al ghiacciaio si trovava, alla metà di Luglio,
in piena fase invernale, senza fioritura e senza Antomiidi . verso i suoi limiti inferiori (il
19
150
M. BEZZI
che era prevedibile) e verso quelli superiori (il che era inopinato) ferveva invece la vita
degli insetti e dei fiori. — Degno di rilievo il fatto che in questa prima fioritura, i fiori
scuri hanno il sopravvento anche nella plaga a b.
2. Certe piante a fioritura precoce (come già quelle a fioritura tardiva) si avvantag¬
giano dei pronubi visitatori, anziché di quelli locali, che non sono ancora comparsi (o che
sono scomparsi). Questo è principalmente il caso della Saxi fraga Muriihiana, fiorente
mentre ancor dura l’inverno nivale e visitata assiduamente, anche alle maggiori altezze,
(k\W Eristal is tenax. Tale Sirfide riveste la massima importanza per le visite fiorali nella
regione nivale : ne vedemmo al Peracial la grande influenza al principio dell’inverno nivale,
od ora qui ne possiamo constatare una analoga azione al finire dell’ inverno nivale Egli
vola indifferentemente su fiori allotropi di tutti i colori: e si trova ovunque presente
in tutti i tempi dell’anno nivale, in modo da assicurare l’impollinazione anche in mancanza
dei pronubi locali, non ancora comparsi o già spariti. Dobbiamo dunque riconoscere che
questo dittero invadente, di cui potemmo misurare con meraviglia la rapida espansione
attraverso tutto il mondo abitato '), é diventato un grande elemento perturbatore anche nel
dominio nivale. Per convincersene basta confrontare quello che è qui stabilito alla luce dei
fatti, con quanto nella parte generale (Cap. I, par. 4, B. f) abbiamo sciatto, a proposito
della Saxi fraga Murithiana.
3. Notevolissimo è il reperto di Stomoxys calcitrane e di Promusca domestica trovate
in copia a cosi grande altezza. Un tal fatto é nuovo, ed anche a me non era mai occorso
di osservarlo; forse esso si verifica solo in principio di stagione. La massima altezza nota
nelle Alpi per la Stomoxys era di 2200 in., e per la Mosca domestica di 2300 m. (o di
2600 m. secondo quanto osservato da me al Peraciaval).
Non dobbiamo dimenticare che la punta del Niblè era, coi suoi 3300 m., di circa 1000 m.
più alta dei punti più prossimi da cui potevano provenire quei ditteri, e che le nevi copri¬
vano i fianchi del monte fino a 2500 m. di altezza. Resta così provato che questi due
ditteri sono capaci di superare un dislivello di 1000 m. e più, anche con mezzi propri, cioè
non portati dal vento (che da qualche giorno era calmo), e sorvolando sopra nevati, ghiac¬
ciai e rupi spoglie di vegetazione.
In questi ultimi tempi si sono fatti molti esperimenti per conoscere la facoltà di dif¬
fondersi di cui dispone la Mosca domestica, sopratutto nei luoghi abitati ed in rapporto alla
sua famigerata qualità di disseminatrice di germi patogeni. Il dott. Parker 2) ha riassunto
le osservazioni fatte, ed ha per proprio conto largamente esperimentato, giungendo alla
conclusione che la Mosca può nelle città spostarsi a distanza di circa 3 chilometri, e nei
luoghi liberi ancor più. Egli riconosce che questi movimenti sono in relazione con tropismi
determinati da stimoli eccitatori (come odore dei luoghi di riproduzione, di allevamento,
di nutrizione, ccc.), o da stimoli inibitori (come bassa temperatura, pioggia, ccc.). Nel caso
presento il fatto si è verificato in mancanza degli uni ed in opposizione agli altri : poiché
nulla esisteva capace di attirare le mosche in cima al Niblè, mentre tutto all’intorno ghiacci
e nevi agivano da inibitori.
A spiegazione del fatto non vale che pensare, come anche in Promusca domestica ed
in Stomoxys calcitrans esista la possibilità che, in determinate circostanze, si epslichi l’a-
D C. R. Osten Sacken. On thè so-called Bugonia
of tlie ancient, etc. Bull. Soc. Ent. Ital. XXV, 1893,
p. 186-217. V. p. 211-216.
2) R. R. Parker. Dispersiou of Musca domestica
Linnaeus under city conditions in Montana. Journ. of
econ. Entom., IX, 1916, p. 325-354, 3 tav.
STUDI SULLA DITTEROFAUNA NIVALE DELLE ALPI ITALIANE
151
bito di volare attorno ai luoghi culminanti, per intesservi le danze aeree che precedono
gli accoppiamenti ; abitudine questa molto diffusa fra i Miodarii superiori, ma meno nota
per gli Antomiidi. Alcunché di misterioso permane tuttavia nel fenomeno, poiché sembra
che il recarsi attorno ad una punta di 3300 in. per l’accoppiamento, sia invero poco adatto
per ditteri non tanto eccellenti, sebbene buoni volatori quali essi sono: essendo per le
femmine fecondate troppo lunga la via per portarsi a deporre le uova nei luoghi acconci,
posti di 1000 m. più in basso. Una 2 di Stomoxys calcitrans infatti, raccolta sulle nevi
del ghiacciaio, presso la vetta e chiusa in un tubetto, depose subito parecchie decine di
uova, da alcune delle quali ebbero in breve a schiudere le larvette.
Appendice.
A completamento delle precedenti notizie ed a ulteriore dimostrazione dell’identità
della ditterofauna nivale alpina su tutte le vette, possono servire le seguenti osservazioni
fatte su due alte cime delle Cozie.
1. Vetta del Monte Tabor (3177 m.). — Il 20 Luglio 1917, in compagnia del Dott. E. G.
Togliatti, visitai questa interessante montagna. Sulla cima verso le 10,30, con nebbie e vento,
e sole ad intervalli: alla Cappella, tutto sfasciume senza flora, mancano completamente
i ditteri ; attorno al segnale della vetta con rocce, pietrame, detriti e macchie di neve,
compaiono le piante e con esse i ditteri. Erano in fioritura Arqbis alpina L.. Hutcliinsia
alpina L., Maxifraga Murithiana Tiss. (passata), S. rnoschata Wulf., Androsace glacialis
Hoppe, Linaria alpina Mi 11., e Leucanthemum alpinum L. *)• l ditteri erano comuni sulle
grosse pietre, meno sul detrito minuto, e non ne vidi posare sui fiori. Ho raccolto in circa
un’ora, dalle 11,30 alle 12,30, 12 esemplari, come segue:
Alliopsis glacialis Zett. 1^
Acroptena Simonyi Pok. 3cf 1$
» septirnalis Pand. le?
Limnophora brunneisquama Zett. 1 2
Rhynchopsilops villosa Hend. 2 A" 12
Phaonia Marinellii Bezzi lcf 12
Sono tutti Antomiidi nivali fra i più tipici.
Tornato al 21 Ottobre successivo, in occasione di una gita sociale della sezione di To¬
rino del C. A. I., la neve già alta mi impedì di fare ricerche entro i cuscinetti e le zolle,
come avevo in animo.
2. Punta Sommeiller (3330 m.). — L’11 Agosto 1917, in compagnia del dott. Bonfer-
roni e del dott. Togliatti, raggiunsi verso le ore 16 questa punta, dopo lungo percorso su
neve. Suolo poco pendente, esposto ad E, di sfasciume e detrito minuto; di piante vidi solo
pochissimi e magri esemplari sfioriti di Saxifraga Murithiana ed Androsace glacialis.
Raccolsi per 10 m. nelle immediate vicinanze della vetta, con tempo mezzo coperto e vento
freddo intermittente. Vidi 2 esemplari, di cui potei catturarne uno solo, precisamente
Acroptena Simonyi Pok 12,
molto melanocroitica.
L) Il dott. F. Vallino in « Una passeggiata al
Monte Tabor», Boll. C. A. I., XII. 1878, p. 365-380,
tratta della flora di questo monte, senza tuttavia ri¬
cordare alcuna pianta della vetta, data la stagione
precoce (fine Giugno) della sua visita.
Indice dei generi e delle specie nuove,
sente memoria.
Bicellaria alpina n. sp .
Rhynchocoenops n. gen .
Phaonia Marinellii n. noni.
Prodiamesa nivicola n. sp.
Tachista nigerrima n. sp .
Chortophila Bompadrei n. sp.
Chortophila grisella alpina n. var.
Chirosia Facettii n. sp .
e dei nomi nuovi, proposti nella pre-
. Pag. 75
. » 77
. » 84
. » 110
. » 112
. ;> 113
. » 115
» 144
V.
ZEBiblìo grafia
t. Generalità.
1. Alluaud Ch. — Les Carabiques de la faune alpine des hautes montagnes de V Afrique orientale.
Ann. Soc. ent. de France, Paris 1917, LXXXVI, p. 73-116, 9 fig.
2. Babler E. — Die wirbellose , terrestrische Fauna der nivalen Region. fEin Beitrag sur Zoo-
geog rapine der Wirbellosen). Revue suisse de Zool., 1910, XVIII, p. 761-916, tav. 6.
3. Ball J. — Le Alpi. Trad. di F. Cremona, Manuali Hoepli, Milano 1888, 120 pp.
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1909, XCI, p. 295-406, 1 tav.
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164
M. BEZZI
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p. 239-240; 1798-, IX, p. 252; 1900, XI, p. 320-321; 1902, XIII, p. 7-8 e 319-320.
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29. — — New and Littie-known Diptera from thè Organ Mountains and Vicinity in New Mexico.
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hington 1893, p. 253-259.
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TAVOLA I.
Fig. 1. — Chirosia Facettii n. sp.
Capo del maschio, visto di fiancò. Ingrand. 22.
Fig. 2. — Tachista nigerrima n. sp.
Ala della femmina. Ingrand. 22.
Fig. 3. — Rhynchotrichops rostrata Meade
Capo del maschio, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 4. — Acroptena frantala Zett.
Capo della femmina, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 5. — Admonlia amica . Meig.
Capo della femmina, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 6. — Alliopsis glasiaìis Zett.
Capo della femmina, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 7. — Rhynchopsilops villosa Hend.
Capo del maschio, visto dal disopra e di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 8. — Tachista nigerrima n. sp.
Capo della femmina, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 9. — Lasiopogon grajus Bezzi
Capo del maschio, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 10. — Phaonia Marinellii nom. nov.
Capo del maschio, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 11. — Rhynchocoenops ohscuricula Rond.
Estremità dell7 addome della femmina, vista di fianco. Ingrand. 22.
M. BEZZI - Diiierofauna nivale ecc. Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. IX, Tav. 1
M. Bezzi die.
ELIOT. CALZOLARI & Ff. RR AR 1 0 - M I L ANC
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TAVOLA II.
Fig. 1. — Rliyncliocoenops obscuricula Rond.
Capo del maschio, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 2. — Sarromyia nubigena Pok.
Capo della femmina, visto dal disopra e di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 3. — Ancistrophora Mikii Sckin.
Capo della femmina, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 4. — Orthochile Rogenhoferi Mik
Capo del maschio, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 5. — Acropiena Simon gì Pok.
Estremità dell’addome del maschio, vista di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 6. — Acropiena frontala Zett.
Estremità dell’addome del maschio, vista di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 7. — Trichopticus furcalus Stein
Capo del maschio, visto di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 8. — Acropiena septimalis Pand.
Estremità dell’addome del maschio, vista di fianco. Ingrand. 22.
Fig. 9. — Rhy nello trichops subrostrata Zett.
Estremità dell’addome della femmina, vista di fianco, coll’ovopo¬
sitore estroflesso. Ingrand. 29.
Fig. 10. — Rhynchotrichops rostrata '■ Meade
A) Tibia dell’ultimo paio del maschio, vista di fianco. Ingrand. 22.
B) Estremità della stessa, coll’aculeo preapicale. Ingrand. 93.
Fig. 11. — - Rhy nchopsilops villosa Hend.
A) Tibia dell’ultimo paio del maschio, vista di fianco. Ingrand. 22.
B) Estremità della stessa, coll’aculeo terminale. Ingrand. 93.
M. BEZZI - Diiterofauna nivale ecc.
Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. IX, Tav. 2
M. Bezzi die.
ELIOT. CALZOLARI 8. F E RR AR 1 0- MI L ANO
L. 12.—
Fase. VII. Cocchi I. — L’uomo fossile nell’Italia centrale 1867. Con 4 tavole .
» Vili. Garovaglio S. — Manzonia cantiana, novum Lichenum Angiocar-
porum genus. 1866. Con 1 tavola .
» IX. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziari! del
distretto di. Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867. Con 1 tavola
» X. Diirer B. — Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta
Sili Lago di Como, OCC. 1867. Con 4 tavole .
VOLUME III.
Fase. I. Emery E. — Studi anatomici sulla Vipera Redii. 1873. Con 1 tavola
» II. Garovaglio S. — Thelopsis, Belonia, Wettemvcbera et Limboria,
quatuor Lichenum angiocarpeorum genera recognita ico-
nibusque illustrata. 1867 Con 2 tavole .
» III. Targioni Tozzetti A. — Studi sulle Cocciniglie. 1867. Con 7 tavole
» IV. Claparède E. R. e Pancieri P. — Nota sopra un Àlciopide parassito
della Cydippe densa Forsk. 1867. Con l tavola
» V. Garovaglio S. — De Pertusariis Europae btedìae commentano.
187 1 . Con 4 tavole .........
VOLUME IV.
Fase. I. D’Achiardi A. — Corallai! fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. . Parte seconda. 1868. Con 8 tavole .....
« II. Garovaglio S. — Octona Lichenum genere vel adirne controversa
vel sedis prorsus incertae in systemate, novis descriptio-
nibus iconibusque accuratissimis illustrata. 1868. Con 2 tavole
» III. Marinoni C. — Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana indu¬
stria in Lombardia. 1868. con 7 tavole .
» IV. (Non pubblicato).
» V. Marinoni C. — Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871. Con 2
tavolo . . • . .
VOLUME V.
Martorelli G. — Monografìa illustrata degli uccelli di rapina in Italia.
1895. Con 4 tavole . . . ...
VOLUME VI.
Fase. I. De Alessandri G. — La pietra dei cantoni di Rossignano e di Vi¬
gnale. Studi stratigrafici e paleontologici. 1897. Con 2 tavole e
1 carta geologica ..........
» II. Martorelli G. — Lo forme e le simmetrie delle macchie nel piu¬
maggio. Memoria ornitologica. 1898. Con l tavola
» III. Pavesi P. — L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901
VOLUME VII.
Fase. I. De Alessandri G. — Studi sui pesci triasici della Lombardia. 1910.
Con 9 tavole ...........
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
» 2.—
» 5. —
» 12.—
L. 3.—
» 5.—
» 16.—
» 5.—
» 8.—
L. 12.—
» 5. —
» 12.—
» 5. —
L. 30.—
L. 16.—
» 14.—
» 6.—
L. 35.—
VOLUME Vili.
Fase.
»
'
I. Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi petrografie! e geo¬
logici. Parte I. 1915. Con 3 tavole . . • .
II. Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi pctrografici e geo¬
logici. Parte II. 1916. Con 9 tavole . . " .
III. Airaghi C. — Sui molari dell’elefante delle alluvioni lombarde. 1917.
Con 3 tavole . . . . . . . . .
VOLUME IX,
L. 10.—
». 25.-
» 10.—
Fase. I. Bezzi M. — Studi sulla ditterofauna nivale dello Alpi italiane. 1918.
Con 2 tavole . . . . . . . • •
L. 25.-
N
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana
di Scienze Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico.
I Soci hanno diritto allo sconto del 25 % sui prezzi sopra indicati.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume IX - Fase
Prof. G. L. SERA
COLLE FORME CRANIENSI
SÀGGIO DI UNA NUOVA DOTTRINA CRANIOLOGICA
CON PARTICOLARE RIGUARDO DEI PRINCIPALI CRANII FOSSILI
PAVIA
PREMIATA TIPOGRAFIA SUCCESSORI FRATELLI FUSI
Largo di Via Roma N. 7
Elenco delle Memorie della Società Italiana
di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
Fase.
5.-
Fasc.
»-
1. Cornalia È. — Descrizione (Ti una nuova .specie del genere Pelisi
Felis jacobita. 1865. Con 1 tavola . . . .v . . L.
II. Magni-Griffi F. — Di una specie di Hippolais nuova per l’Italia.
1865. Con 1 tavola • • • • . . . . »
III. Gastaldi B. — Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli
antichi ghiacciai. 1865. Con 2 tavole . . . . . »
IV. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziari i del
distretto di Messina. 1865. Con 8 tavole . . . AA . » 12. —
V. Gibelii G. — Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865.
Con 1 tavola . . . . . . . . . . » > 2.50
VI. Beggiato F. S. — Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel
Vicentino. 1865. Con ('tavola . . . .... » 2.—
VII. Cocchi I. — •' Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana indu¬
stria dei tempi preistorici raccolti in Toscana. 1865. Con 4 tavole » 7.—
Vili. Targioni Tozzetti A. — Come sia fatto l’organo che fa lume nella
lucciola volante ( Lucciola italica) a come le fibre, muscolari
di questo ed altri Insetti ed Artropodi. 1865. Con 2 tavole . » 5. —
IX. Maggi L. — Intorno al genere- Aeolosoma. 1865. Con 2 tavole . . » 4. —
X. Cornalia E. — Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi
e da altri Coleotteri facili a confondersi con esse. 1865. Con
4 tavole . .... Ì0. —
-
VOLUME II.
I. Issel A. — Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866 . L. 8. —
II. Gentili! A. — Quelquòs.considérations sur Torigine des bassins lacu-
stres. à propos dòs sondages du Lac de Come. 1866. Con 8 tavole » 5.—
III. Molon F. — Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867. . . • » 16.—
IV. D’Achiardi A. — Corallari fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parte I.v1866. Con 5 tavole . » 12.—.
V. Cocchi I. — Sulla geologia dell’alta Votile di Magra. 1866. Con l tàvola » 5.-4
VI. Seguenza G. — Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune
rocce cretacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e
dell’ Africa settentrionale. 1866. Con 1 tavola .... » 5.—
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume IX - Fase. I
Prof. G. L. SERA
COLLE FORME CRANIENSI
SAGGIO DI UNA NUOVA DOTTRINA CRANIOLOGICA
CON PARTICOLARE RIGUARDO DEI PRINCIPALI CRANII FOSSILI
Ooaa. 2 tavole e © tabelle numeiich.e
MILANO 1920
PAVIA
V:
PRKM. TIPOGR. SUCC. FUSI • LARGO DI VJA ROMA
INTRODUZIONE
Dopo molti decenni di craniologia ancora non siamo in possesso di una dottrina sul
significato anatomo-comparativo delle diverse forme del cranio cerebrale. Anzi, da pochi
si è persino visto un tal problema.
Ciò non sorprende pensando che appena ora si é cominciato ad avere un’idea più
precisa ed una rappresentazione più soddisfacente delle differenze fra cranii alti e bassi,
stretti e larghi, lunghi e corti.
I problemi che riguardano la parte facciale erano fino a poco tempo fa ancora più
trascurati; solo recentissimamente un nostro lavoro, ha portato un contributo, speriamo
non insignificante a tale studio.
La ragione del ritardo dello sviluppo di una salda teoria craniologica è nel fatto di
non aver preso in considerazione la base più che la volta e la faccia. Se questo fosse stato
si sarebbe veduto come la base si offre più facile ad una interpretazione non solo, ma
anche ad un accertamento dei fatti.
Non si deve intendere ciò nel senso che la base abbia un’influenza determinante sulla
volta o sulla faccia, ma nel senso che i cambiamenti della base sono più indicativi dei
processi generali di trasformazione del cranio, ci parlano cioè un linguaggio più semplice.
L’importanza della base per la craniologia fu riconosciuta pienamente da Virchow
nel suo classico lavoro del 1857, u sullo sviluppo della base del cranio nello stato di salute
« e di malattia e sulla influenza della stessa sulla forma del cranio, la formazione della
u faccia e la struttura del cervello ». Ma dopo di lui, oltre pochi lavori limitati nel loro
scopo del v. Lucae, Welcker, Landzert, Ranke, Papillault, che non troviamo più alcuno
che si sia occupato profondamente di essa, onde il v. Torok nel 1890 a ragione poteva
dire :
« Die u Untersuchungen ùber die Entwickelung des Schàdelgrundes » des Meisters
stehen seit 82 Jahren uncrreicht da und es wird noeti lange dauern, bis diesem Werke
ein ebenburtiges zur Seite gestellt werden kann ».
Sebbene pensiamo sia doveroso riconoscere un’eccezione a tale opinione del v. Torok,
per ciò che riguarda i diversi contributi craniologici del Welcker (verso il quale il v.
Torok si dimostrò del resto poco equanime con una critica eccessiva) crediamo che essa
possa ritenersi approssimativamente giusta ancora oggi.
La causa di tale stato è ora evidente. Il più elementare studio dei varii pezzi della
base deve partire da una determinazione della loro posizione, deH’uno rispetto all’altro, e
di ciascuno rispetto ad un piano di applicabilità generale a tutte le forme di primati o di
altri animali o delle diverse razze umane: in poche parole lo studio della base, meno an-
*
168
INTRODUZIONE
cora di quello della volta e della faccia, poteva esimersi da una preliminare determina¬
zione di un piano orizzontale veramente valido.
Con ciò viene ancora una volta ad affermarsi il carattere essenziale, centrale, per così
dire per la craniologia del problema del piano orizzontale, problema che non avrebbe mai
dovuto esser risolto approssimativamente, come spesso e da molti fu fatto.
Per tali motivi noi siamo ritornati nell’attuale studio al piano di visione come l’unico
che realizzi le condizioni necessarie per una ricerca che possa veramente dirsi anatomo-
comparativa, apportando alla tecnica di questo piano delle correzioni necessarie.
Esiste però un’altra ragione non meno efficace, della mancata conoscenza antropolo¬
gica della base del cranio.
Cercando relazioni fra punti e segmenti del cranio, la craniologia si è sforzata di in¬
dividuare tipi distinti per mezzo di elementi assunti a valor diagnostico, che esprimono
relazioni concepite come statiche e separate le une dalle altre.
Una certa forma del cranio cerebrale fu considerata come una solidarietà statica non
dinamica di punti.
La craniologia ha quasi dimenticato per il particolare individualizzante la grande legge
della evoluzione. Non solo, ma essa ha effettivamente dimenticato di dare la necessaria
attenzione persino ai cambiamenti ontogenetici che avrebbero potuto illuminarci su molti
punti.
E così che le sono sfuggite le variazioni architetturali dei caratteri del cranio che
dipendono appunto dalla trasformazione di esso.
Espressione massima della tendenza a questa concezione statica è il sistema dello
Schwalbe.
Nell’opera dello S. noi vediamo un potente lavoro analitico sui fatti statici, ma i fatti
architetturali vi sono completamente misconosciuti con le conseguenze che vedremo a suo
luogo.
Conformemente a quanto abbiamo solo accennato, la nostra ricerca al contrario si è
appoggiata a due fondamenti. Da una parte l’uso di un piano orizzontale sicuro e univer¬
sale, dall’altra una concezione dinamica e trasformistica del cranio, secondo la quale le
varie forme individualizzate adulte del cranio sono concepite come legate le une colle
altre da condizioni di meccanica dello sviluppo.
Dobbiamo i risultati a cui noi siamo arrivati allo esserci tenuti fermi a questi due
concetti, mediante i quali crediamo di esser arrivati a formular una dottrina anatomo-
comparata c genetica del cranio umano.
Questa dottrina nelle linee sommarie noi avevamo già avanzato in precedenti lavori,
appoggiandoci più che altro al metodo della osservazione immediata ed alla ispezione.
La ripresentiamo ora in questo lavoro, corretta, precisata, e integrata sopratutto per
ciò che riguarda il problema delle correlazioni fra la faccia e la base, e suffragata da una
dimostrazione analitica, che noi abbiamo voluta parca, elementare ed essenziale, come
crediamo debba esser l’ausilio che alle scienze biologiche possono portar le scienze del
numero.
CAPITOLO I.
La tecnica seguita nel presente lavoro. - Gli elementi morfologici considerati.
Per la natura particolare di alcuni elementi che dovevamo prendere in considerazione,
non potevamo raccogliere i nostri dati da misurazioni dirette, il che, alleggerendo assai
il nostro compito, ci avrebbe permesso anche di estendere le nostre misurazioni, ma dove¬
vamo valerci di diagrammi della norma laterale, in cui fossero rilevate, per mezzo di spe¬
ciali accorgimenti, anche le disposizioni anatomiche della base.
Ci siamo valsi a questo scopo del comune stereografo del Broca. Questo apparecchio
se in buono stato o se maneggiato da persona esperta, può dare degli ottimi tracciati.
Del resto non potevamo valerci di apparecchi basati su sistemi ottici, come quello del
Martin, ad es. : perché avremmo dovuto avere a nostra disposizione dei crani sezionati in
senso sagittale, che sono nei Musei assai rari, nè avremmo potuto ottenere dai Direttori
di quelli l’autorizzazione a segarne in tal maniera in numero sufficiente. Un procedimento
tecnico che, a mia esperienza, rende ancora più sicuro T apparecchio del Broca, sebbene
ne renda più faticoso l’uso, è quello di sostenere colla mano sinistra la sbarra inferiore
del trapezio che regge il quadrilatero aperto, mentre la mano destra afferra la maniglia
del quadrilatero.
In questa maniera sono evitabili gli spostamenti laterali del quadrilatero aperto, nel
seguire il contorno, spostamenti che rendono meno esatto il diagramma. Questo proce¬
dere è da seguire sopratutto quando non si dispone di un apparecchio nuovo. Le comuni
punte unite all’apparecchio del Broca, non sono però sufficienti a riprodurre le disposi¬
zioni della base, anche quando la sezione orizzontale del cranio sia stata eseguita assai
in basso.
Feci per ciò costruire delle speciali punte, incurvate in grado sufficiente da poter su¬
perare l’ostacolo dato dalla parete laterale del cranio, al disotto della sezione orizzontale,
e per poter arrivare fino al basion. Curai naturalmente che questa incurvatura non ag¬
gravasse eccessivamente il peso della punta.
Prima di accettare dal costruttore una di queste punte è bene accertarsi scrupolosa¬
mente che essa sia bene centrata.
A sostegno del cranio è necessario valersi di un cranioforo che permetta comoda¬
mente di muovere il pezzo in tre piani fra loro perpendicolari, allo scopo di porlo nella
posizione orizzontale.
170
G. L. SERA
Come metodologicamente la ricerca del miglior piano orizzontale è irta di difficoltà,
così tecnicamente il porre il cranio in quella posizione costituì il punto più delicato del
nostro procedimento.
Ricordiamo ora, soltanto per accenno, alcuni punti essenziali metodologici che saranno
sviluppati nel III capitolo, perchè la descrizione del nostro procedimento tecnico ne ri¬
sulti più facile.
Fino dalle prime ricerche del Broca si conosce che il piano degli assi ottici, quale è
realizzato dall’incontro dei due assi dei coni orbitarii, è il piano che dà una posizione na¬
turale ai cranii di animali, compresi i Primati, e delle diverse razze umane.
I diversi piani proposti poi dagli antropologi, se servono piu o meno bene per i
cranii delle diverse razze umane, danno ai cranii degli animali, Primati compresi, delle
posizioni innaturali, inaccettabili spesso a prima vista.
Nel nostro lavoro, che ha intento rigorosamente comparativo, anche a scapito della
comodità, nella esecuzione dei diagrammi non potevamo far uso di uno dei piani usati
abitualmente, ed abbiamo adottato il piano degli assi ottici.
Ma se il principio sopra enunciato è vero in generale, l’applicazione di esso risulta
complicata dal fatto che l’orbita ha spesso morfologie particolari nelle differenti razze
umane, per ragioni molteplici meccaniche e tipologiche di alcune delle quali si farà poi
cenno. Di alcune di queste conformazioni speciali fu da me parlato in un precedente la¬
voro ').
Sopratutto, la determinazione dell’asse ottico, col metodo di Broca, cioè unendo il
forame ottico col centro dell’apertura orbitaria, spesso non è esatta, in quanto l’apertura
orbitale non rappresenta in questi casi la base del cono orbitale.
Su questo punto la mia esperienza precedente è stata confermata ampiamente da
quanto ho potuto osservare in questa occasione.
La direzione vera dell’asse orbitario è meglio rappresentata dalle parti posteriori del
cono orbitario.
Per poter determinare praticamente l’asse delle parti posteriori dell’orbita, evitando
la sezione anteriore di essa, immaginai uno strumentino che ho descritto altrove 2).
Un difetto però di esso è che mantiene la sua posizione, una volta introdotto nell’or¬
bita, mediante una piccola vite. Ciò rende necessario esercitare in primo tempo una no¬
tevole pressione allo scopo di avvicinare il più possibile i punti di sostegno alle pareti
dell’orbita e quindi inoltrare nel suo foro la vite.
Questo procedimento, che può anche essere piuttosto lungo, non garantisce neppure
che lo strumento resti in posto, quando si imprime al cranio qualche movimento, il che
è inevitabile per orientarlo convenientemente. Per ovviare a questo inconveniente costruii
un altro strumento che quà descrivo, dandone anche la illustrazione, non avendolo finora
reso noto. (Vedi fig. 1).
Esso consta di un asse di acciaio A spesso circa 2 mm. il quale porta presso a poco
nel passaggio fra il terzo superiore e quello medio, una crociera C a braccia doppie, sal¬
data ad esso secondo un piano perpendicolare e all’estremo di fondo un bottone B, an-
ch’esso fisso.
Sull’asse sono mobili tre pezzi che diremo tamburi. Il superiore, t1, anch’esso presso
a poco a sezione di croce, porta quattro incisure in cui sono articolabili, mediante minu-
4) G. L. Sera — Sul piano orizzontale del 2) G. L. Sera — Un nuovo orbitostato. Atti Soc.
cranio Arch. per V Antrop. Voi. XL. 1910. rom. Antropologia. Voi. XV. 1909.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
171
scolo viti, altrettante braccia, b1, che diremo superiori e che possono muoversi sul pezzo
t1 e quindi rispetto all’asse dello strumento, come tante stecche di un ombrello.
Queste braccia sono piatte, larghe circa 4, spesse un po’ più di 1 mm., lunghe 8 o
10 cm. Esse passano, ciascuna neirinterno di un braccio doppio della crociera, la quale
serve così a fissarne i movimenti in un solo piano, senza sbandamenti.
Le braccia b1 si articolano con dei pezzi simili che diremo braccia inferiori, b2. Queste
non sono uguali fra loro, ma due più lunge e due più corte, e poste ogni coppia in un
piano. Le due più corte pongono capo per articolazione ad un secondo tamburo, t2, mentre
le due più lunghe si articolano con il terzo tamburo, t3.
A questo tamburo è unita una traversina, T, sufficiente-
mente larga per permettere la presa all’ indice e al medio, al¬
lorquando il pollice è appoggiato contro il bottone di fondo.
Fra C e t2, fra t2 e t3, fra t3 e B sono interposte tre molle a
spirale, m1, m2, m3. Di esse la più forte è m3, ed essa determina
perciò che nella posizione di riposo, le braccia b1 arrivino agli
estremi di ogni raggio della crociera, e colà trovino la loro po¬
sizione di arresto
Se una trazione esercitata sulla traversina, nella direzione
del bottone B, determina lo scorrimento del pezzo t3 verso il
bottone (sopprimendo così 1’ azione della molla m3) il ravvicina¬
mento all’asse dello strumento per tutta la loro lunghezza delle
braccia b2 più lunghe e quindi del paio delle b1 a queste arti¬
colate (avvicinando all’asse stesso l’articolazione fra b1 e b2), alla
sua volta la molla m1 (facendo punto di appoggio contro l’ in¬
nesto della crociera C sull’asse A) sospingerà verso il bottone B
11 tamburo t2 ed il sistema delle quattro braccia (due superiori
e due inferiori) con quello solidale.
Sulle braccia b1 sono mobili dei cursori (c) che portano
innestati a vite, e quindi sostituibili facilmente, dei piccoli dadi
con punte aguzze di altezza diversa (n.* 1, 2, 3) o con un piccolo
tamponcino di gomma o legno.
Mediante queste disposizioni, la fissazione dello strumentino
nell’interno della cavità è molto più sicura, e sopratutto più ra¬
pida che coll’altro.
Si tiene il pollice contro il bottone di fondo e si pone l’in¬
dice e il medio sulla traversina. Esercitando una certa trazione
su di questa le braccia dello strumento si estendono ed il loro
gomito si avvicina all’asse. In tal guisa la sua introduzione nell’orbita è assai facile.
Una volta introdotto si rilascia a poco a poco la trazione dell’indice e del medio, e
le punte collocate sui cursori, andando in contatto con la parete, fissano automaticamente
l’apparecchio, senza alcuna ricerca apposita.
Mediante un po’ di pratica si arriva facilmente colla semplice preventiva ispezione
dell’orbita a determinare quali punte devono essere innestate nei corsoi. In generale nelle
razze umane, salvo rarissime eccezioni, è il tetto dell’orbita che colle sue diverse disposi¬
zioni rende necessario l’adattamento previo di un numero o dell’ altro delle punte. Nei
Primati è spesso però anche il pavimento.
Teoricamente le punt Q più lunghe potrebbero essere adatte per tutte le conformazioni
Fig. 1
Orbitostato nuovo modello
172
G. L. SERA
dell’orbita, sia quella in cui il tetto è assai incurvato, sia quella in cui è piano; ma la
pratica insegna che lo strumentino dà risultati più esatti, quando le sue braccia sono se¬
miflesse c i gomiti di esso piuttosto distanti dall’asse dello strumento.
Ciò si comprende facilmente, pensando che le braccia estese corrispondono ad una posi¬
zione estrema o forzata, posizione in cui la solidarietà dei singoli pezzi viene ad essere minore.
Nella disposizione colle punte n.° 3, poi, è anche massimo il pericolo che si sfondi
la parete ossea dell’orbita, e questo inconveniente, oltre che danneggiare il pezzo anato¬
mico, fa si che, nel caso in cui non sia avvertito, si venga ad una scorretta determina¬
zione dell’asse orbitario.
Per evitare questo difetto ho fatto costruire innesti provvisti di un tamponcino di
gomma o di legno, ma i risultati, rispetto alla stabilità dello strumento uria volta in situ,
sono stati cattivi ed ho abbandonato affatto questo dispositivo. D’ altra parte la tensione
delle molle è regolata in guisa, che la pressione della punta sulla parete non é molto su¬
periore alla loro resistenza: agendo perciò colla dovuta cautela, il pericolo di sfondare la
parete ossea è piccolo.
Avendo eseguito l’applicazione del mio nuovo orbitostato, in parecchie centinaia di
orbite, solo due o tre volte ho avuto a lamentare il suddetto inconveniente.
Ma la semplice introduzione e fissazione dello strumento nell’orbita non ci da il risul¬
tato cercato di determinare l’asse orbitario.
Per chiare ragioni geometriche è evidente che l’asse orbitario sarà determinato quando,
avendo orientato il cranio secondo la indicazione dell’asse dello strumentino, l’asse verti¬
cale della crociera risulti veramente verticale; questo infatti ci garantisce che la punta
superiore è in contatto colla parte più elevata del tetto dell’orbita. Ciò é possibile fare con
successive approssimazioni, e colla esperienza il numero delle operazioni necessarie si
può ridurre di assai, talché, dopo un certo numero di applicazioni, si può spesso appli¬
care nella dovuta posizione lo strumento di primo colpo.
Esposto ciò, crediamo più opportuno ed utile dichiarare il procedimento integrale a
cui siamo arrivati dopo una lunga pratica.
Si comincia col fissare solidamente il pezzo inferiore del cranio segato orizzontalmente
sul cranioforo, in guisa che rimanga scoperta la superficie del Clivus.
Si procede quindi ad escludere due dei movimenti possibili al cranio, quello sul piano
orizzontale e quello sul piano trasverso.
Per far questo è necessario che il cranio sia posto sul suo piano di simmetria bila¬
terale. La ricerca di questo piano è ostacolata sopra tutto dai fatti di plagiocefalia. La mia
esperienza mi induce a ritenere che per orientare convenientemente un cranio non biso¬
gna fidarsi molto sulla parte cerebrale, e sopratutto non bisogna appoggiarsi alla sutura
sagittale; questa indica abbastanza bene la direzione antero-posteriore del cranio nella gene¬
ralità dei casi, ma assai spesso è spostata in totalità verso destra o sinistra, por modo che
si errerebbe, ponendo il cranio in posizione tale che essa risulti sul piano mediano.
Per una indicazione sommaria dei fatti di plagiocefalia che può essergli di ausilio
rimando il lettore al breve sunto di una comunicazione da me fatta anni sono l).
In sostanza il più esatto orientamento del cranio è determinato da tre punti della
base che sono :
Il nasion o meglio, se esistono, le traccio della sutura metopica, la spina faringea, e
il punto più basso e all’ indietro della crista galli.
q G. L. Sbra — Sulla plagiocefalia, Rendiconti
della Soc. ital. di antrop. ecc. in Arch. per l'antrop.
ecc. Voi. XXXIX p. 305.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE. ECO.
173
Posto il cranio in modo che questi tre punti siano in un piano verticale, lo si fissa
in questa posizione rimanendo esso spostabile solo nel piano verticale. Dato che il cranio
è posto sul suo piano verticale, è sufficiente determinare la orizzontale per una sola orbita.
Si pone perciò il cranio nella posizione che intuitivamente appaia quella naturale e
si applica l’orbitostato.
Dopo qualche tentativo si raggiunge presto la posizione in cui il braccio della crociera
verticale sia nella dovuta posizione.
Raggiunta la posizione orizzontale si abolisce anche l’ultimo movimento che rimaneva
eseguibile nel cranioforo e fissata il meglio possibile la calotta sul pezzo inferiore, il
cranio é pronto por essere ritratto nel diagramma.
Nei diagrammi abbiamo presi i seguenti punti e linee della norma laterale sinistra:
Il profilo della teca cerebrale, dal nasion all’ opistion, segnando i punti: bregma,
lambda, inion; il profilo del nasale ed il profilo dell’apertura dell’orbita, il dacryon, i
due zygomaxillaria, il prosthion, ed il punto che è rincontro del dorso della spina nasale
anteriore col margine dell’apertura nasale.
Questo punto abbiamo chiamato supraspinale laterale, e lo abbiamo cosi scelto per
evitare la influenza del variabile sviluppo della spina, onde rappresentarci realmente, la
posizione della faccia, volendo far astrazione dall’aggetto del margine alveolare.
Infine abbiamo tracciato il porion.
Dell’ endocranio abbiamo ritratto: lateralmente, la cresta superiore della rocca ed il
punto più anteriore della concavità della apofisi di Ingrassias, punto che vogliamo chia¬
mare micropterion : sulla linea mediana il fondo della fossa olfattoria, specialmente nella
sua porzione posteriore, dietro al prosphenion, (o punto situato più all’ innanzi, del planimi
sphenoidale) perchè la sua porzione anteriore è in realtà la maggior parte delle volte
inaccessibile, il contorno della sella turcica, il Clivus, estendendoci anche sulla linea me¬
diana del basiloccipitale sulla parte esterna del cranio, linea che non é visibile sempre
nella norma laterale, nè accessibile colle punte ordinarie.
In base poi al piano orizzontale abbiamo segnato sul Clivus un punto a livello del
fondo della sella turcica, che abbiamo detto Clivion.
Pur avendo ritratto un numero di punti e di linee abbastanza limitato, gli elementi
metrici che su diagrammi simili possono esser presi in considerazione è assai forte e,
sebbene crediamo di aver utilizzato nel testo i più importanti di essi, non ci rifiutiamo di
ammettere la possibilità che persino qualcuno di questi ci sia sfuggito.
Naturalmente molti ne abbiamo trascurati che giudicammo, dopo prove, irrelevanti.
Ma degli stessi elementi da noi presi in considerazione nel corso della ricerca, alcuni
si dimostrarono meno buoni di quello che ci erano sembrati prima, mentre altri ne an¬
dammo immaginando che si dimostrarono nel fatto buoni.
Questo ci obbligò a tener in maggior considerazione alcuni elementi che persino
abbiamo stabilito assai tardi, come al contrario a lasciarne cadere altri, che a lungo ci
erano sembrati abbastanza buoni ').
J) Questa è la ragione per cui nelle nostre Ta¬
belle il lettore troverà un Indice XVIII e non gli
Indici V, VII, IX e così via; troverà un angolo co e
non gli angoli y, ó, t], ecc.
I dati relativi noi avremmo in verità voluto dare
nelle Tabelle, ma ragioni economiche, negli attuali
tempi imprescindibili, ci hanno all’ ultimo sconsi¬
gliato dal farlo.
Anche questo motivo ha contribuito a far si che
noi abbiamo lasciato le vecchie denominazioni, come
sono sorte nel vivo processo della ricerca, con mo¬
tivazione, per ciò che riguarda la loro successione
ordinale, per lo più casuale ed estrinseca di comodità,
agli elementi conservati.
Ciò del resto, data la convenzionalità di ogni
possibile denominazione, non ha nessun significato.
22
174
G. L. SERA
Ciò fa sì che alla presente esposizione è base un lavoro di rilievo, di calcolo e di
comparazione molto più esteso che non appaia. Ma oltracciò è opportuno rilevare che
errerebbe assai chi credesse che i resultati conseguiti in questo lavoro, siano desunti dai
100 cranii che ci hanno servito per i diagrammi. In realtà, i resultati suddetti sono desunti
da un’esperienza craniologica assai più estesa, lunga ormai parecchi anni e acquistata
nella pratica di molti fra i migliori Musei d’Europa: i resultati presenti costituendo solo il
controllo numerico, e per ciò stesso più limitato in estensione, di dette osservazioni.
•«
* *
Per render l’uso delle Tabelle più facile abbiamo distinto in categorie e abbiamo
indicato con segni diversi, a seconda della loro natura, le diverse entità morfometriche da
noi applicate o proposte.
Schema generale dei diagrammi presi e delle linee tirate in essi, per la misura delle distanze e degli
angoli: or or = orizzontale binorbitaìe.
Così, avendo fatto tre categorie 1° per le distanze lineari 2° per i rapporti che se ne
calcolano 3° per gli angoli, abbiamo diviso ciascuna di esse in gruppi regionali 1° per
la base 2° per la volta 3° per la faccia 4° Miste.
Le distanze abbiamo indicato colle lettere maiuscole del nostro alfabeto e di quello
greco; i rapporti coi segni numerali dell’alfabeto latino; i valori angolari colle minuscole
dell’alfabeto greco, e successivamente coi numerali arabi.
Nel testo faremo spesso uso di questi simboli.
La orizzontale da noi usata è stata considerata come una grandezza mista, allorquando
essa determina il lato di un angolo qualsiasi, dato che l’orbita appartiene in ugual grado
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
175
alla faccia c alla base. Non abbiamo considerato come distanze miste le distanze proiettive
rispetto alla orizzontale, sopratutto per non allontanare i dati relativi da quelli della di¬
stanza diretta, nella esposizione delle Tabelle. Infine ricordiamo che nelle Tabelle le gran¬
dezze sono esposte nell’ ordine in cui vengono discusse nel testo, ciascuna beninteso nella
categoria cui appartiene.
Segue ora la serie delle grandezze usate nel testo con cenni esplicativi : Il lettore si
varrà utilmente della fig. 2.
I. — Distanze.
1. ° Base.
Q = D. diretta nasion-clivion.
V = D. proiettiva, rispetto all’orizzon., nason-clivion.
R = I). proiettiva, rispetto al piano mediano, dacryon-clivion.
2. ° Teca.
Lu = Lunghezza del cranio cerebrale.
La = Larghezza n » n
A — Altezza basilo-bregmatica del cranio cerebrale.
Aa = Altezza auricolare (distanza dal bregma all’asse che passa per i due poria).
S = modulo di Schmidt, diviso per due.
(P = D. perpendicolare del Clivion dalla Bregma-basion.
8.° Faccia.
N. — D. del nasion dal punto d’incontro della Basion-opistion colla Nasion-prosthion.
0 == D. proiettiva, rispetto al piano mediano e all’orizz., fra dacryon e metecto-
conchion.
q = D. proiettiva, come la precedente, fra nasion e metectoconchion.
4.° Miste
B = D. sulla bisettrice del basilocc., compresa fra la curva sagittale ed il piede della
perpendicolare per la glabella.
D = D. completa sulla bisettrice stessa fra la curva sagittale ed il basion.
P = D. proiettiva, rispetto all’orizz. e al piano mediano, fra micropterion e clivion.
T == D. proiettiva, rispetto all’orizz. e al piano mediano, fra micropterion e mete¬
ctoconchion.
IL
Rapporti.
l.° Base.
XII = R X 100 . jn(jjce basiiare del mongolismo.
2.° Teca.
I =
II =
III =
Q
La X 100
Lu
A X 100
Lu
A X 100
; Indice cefalico orizzontale.
La
; Indice cefalico vertico-longitudinale.
- ; Indice cefalico vertico-trasverso.
VI Aa X 100 T .. . . .
XI = | - — - ; Indice soprauncolare ver. long.
Lu
176
G. L. SERA
Per ragioni di economia questi quattro indici non sono dati nelle Tabelle. Il lettore
potrà calcolarli, nel caso, dai dati relativi; quando del resto non gli basti il grafico ge¬
nerale a Tav. I, dove i cranii sono proiettati, per i due indici.
3.° Misti.
VI = X ; indice della rotazione del basiloccipitale.
P X 100
XIII = - — — Indice della posizione dello sfenoide.
T X 100
XIV - - r - ; Indice della dialisi del cranio.
XVIII
S
N X 100
; Indice della posizione del foro occipitale.
III. — Angoli.
1. ° Base.
6 = An. fra la bisettrice del basilocc. e la Nasion-Basion.
a = A. di Landzert.
2. ° Teca.
o1 = A. dell’ opistion o angolo fra la Glabella-inion e la Opistion-inion.
t = A. alTinion o angolo fra la Opistion-inion e la Lambda-inion.
3. ° Faccia.
3 = Angolo supraspinale laterale-dacryon-zygomaxillare superius.
4 = Angolo Supraspinale laterale-dacryon-zygomaxillare inferius.
5 = Angolo fra la Supraspinale laterale-dacryon e la Zygomaxillare superius-zygo-
maxillare inferius.
4. ° Misti.
(p = A. del piano francese colla orizz. binorbitale.
t = A. » n tedesco » » »
o = A. della linea di Schwalbe colla orizz. binorbitale.
v = A. « ■’ n Klaatsch >? n n
/« = A. ^ 77 meccanica n » »
« = A. della bisettrice del basilocc. col piano binorbitale.
x — A. del planum sphenoidale col piano binorbitale.
9 = A. fra l’elemento verticale della Crociera basilare e la Clivion-bregma.
10 — A. fra l’ elemento orizzontale della Crociera e la Clivion-lambda.
11 == A. fra l’elemento verticale della Crociera e la Clivion-basion.
12 = A. fra l’ elemento verticale della Crociera e la Clivion-opistion.
8 = A. fra la orizzontale tedesca e la Bregma-basion.
1 = Angolo Clivion-nasion-zygomaxillare inferius.
2 = Angolo Clivion-nasion-zygomaxillare superius.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
177
CAPÌTOLO il
La serie studiata. — Classificazione dei cranii di essa secondo la forma della
parte cerebrale. — Descrizione individuale.
Allo scopo principale di questo lavoro, la ricerca delle correlazioni architetturali che
passano fra base, teca e cranio facciale, era secondario tenere in considerazione i fattori
raziali, ove ben inteso i resultati avessero dimostrato giustificato tenere tale posizione. Si
doveva cioè fare speciale punto di partenza dalla forma generale della parte cerebrale,
quella forma generale su cui tanto e vanamente ha insistito la ricerca antropologica da
decenni, mentre al contrario ben più larga luce danno i caratteri della faccia, come noi
abbiamo dimostrato in altro lavoro l).
Ciò era necessario fare onde poter vedere se per caso cranii di diversissima prove¬
nienza geografica e raziale, ma coincidenti per la forma della parte cerebrale, non sotto¬
stassero alle stesse leggi, se cioè per essi non vigessero le stesse correlazioni fra le tre
parti del cranio sopramenzionate.
Per questo motivo fondamentale, la raccolta dei nostri casi più che alla scelta in
base al criterio di razza, potè senza pregiudizio sottostare alla necessità, fatte poche ecce¬
zioni, di utilizzare soltanto quel materiale che nei Musei si trova segato, sia secondo un
piano più o meno orizzontale, sia secondo il piano mediano 2)
Questa necessità in più di un caso ha esercitato una vera difficoltà nella raccolta
del materiale.
Spesso in presenza di qualche esemplare tipico ho dovuto deplorare che criteri fal¬
samente conservativi facessero di un cranio non più un oggetto da studiare, ma quasi
un oggetto estetico.
Malgrado la suddetta necessità, il numero dei casi che rappresentano le diverse forme
della teca è presso a poco lo stesso, ma in particolar modo debbo deplorare che siano
assai scarsi i casi tipici della forma dolico-platicefalica.
Ciò però non deve aver portato dannose conseguenze. 28 di questi cranii appartengono
al Muséum di Parigi, 36 al Laboratorio della Scuola di Antropologia, 13 al Museo dei Chi¬
rurghi di Londra, i rimanenti 23 al Museo di Antropologia di Firenze.
Soltanto nella descrizione che segue viene fatta menzione della raccolta da cui ogni
cranio proviene, giacché nel testo i singoli cranii saranno per brevità indicati col loro
numero progressivo per la centuria.
d) G. L. Sera, I caratteri della faccia e il po-
lifiletismo dei Primati. Giornale per la Morfologia
dell’Uomo e dei Primati. Anno II, 1918.
Detto lavoro, sorto in occasione delle presenti
ricerche, ben presto attrasse la nostra attenzione
a tal punto, da esser da noi condotto a termine
prima del presente.
2) Devo fare particolare ed onorevole menzione
a proposito dei 4 cranii di Boschimani di Londra,
che furono fatti per mia comodità segare, secondo
un piano orizzontale dal Keith che qui ringrazio,
per le cortesie usatemi in questa come in altre
occasoni.
Cosi alcuni altri cranii del Museo di Firenze
furono segati per autorizzazione del compianto Paolo
Mantegazza.
I diagrammi di diciasette cranii segati secondo
il piano mediano, e appartenenti a Neo Caledoni,
Figiani e Negri, mi furono prestati gentilmente dal
Papii.lault che ringrazio vivamente.
Sono pure assai grato ai prof. Verneau, Rivet,
Manouvrier, che facilitarono del loro meglio la rac¬
colta del maturale di questo lavoro.
178
G. L. SERA
Non avendo motivi per tenere una ordinazione numerica speciale fu conservata la
numerazione, in parte casuale, in parte determinata da motivi estrinseci, che servì durante
la elaborazione del materiale.
Sino a poco tempo fa non era possibile fare una classificazione razionale, cioè mate¬
matica della forma della parte cerebrale, di un cranio qualunque, dati i suoi indici oriz¬
zontale e verticale (vertico-longitudinale o vertico-trasverso che fosse).
In due lavori successivi ') studiai il problema della rappresentazione della altezza del
cranio ed arrivai al risultato che si poteva sul piano delle coordinate (nel quale si fossero
portate sulle ascisse gli indici di larghezza-lunghezza e sulle ordinate gli indici di altezza-
lunghezza) rappresentare l’altezza media di una serie, bassa, intermedia o elevata che sia,
con tre linee che hanno una particolare inclinazione sugli assi delle ascisse e delle ordinate.
In realtà con un tal sistema non si veniva a considerare solamente la altezza del
cranio, bensì tutte e tre le sue dimensioni, e quel che più importa, nella correlazione
delle loro variazioni. Per maggiori particolari, utili anche ad una piena comprensione della
posizione dei problemi di cui si occupa il presente, rimando il lettore ai suddetti miei
lavori.
Arrivai a quella proposta con metodo puramente naturalistico ed empirico, ma recen¬
temente il Giardina, in un pregevolissimo lavoro, stabiliva la teoria matematica del mio
procedimento discriminativo 2), portandolo a maggior correttezza, ma non modificando i
miei risultati in guisa apprezzabile praticamente.
Il procedimento da me immaginato è perciò ora, oltre che un resultato di fatto, un
resultato che trova il suo posto e la sua giustificazione nella teoria ; e la altezza del cranio
perciò è divenuta attualmente un carattere per lo meno della stessa importanza dell’indice
cefalico.
Ma nello studio della questione della altezza, a cui abbiamo dato tanto tempo ed atten¬
zione, noi ci accorgemmo ben presto che il cattivo sviluppo osseo, la esistenza di prece¬
denti malattie infantili (e fra tutte la rachitide) o viceversa le condizioni di favorevole
sviluppo dell’osso hanno una forte influenza sulla altezza del cranio.
Il cranio cioè nelle condizioni di alterato sviluppo diminuendo la sua resistenza, viene
a sentir in maggior misura fazione del peso di sè stesso e dell’encefalo che esso contiene,
onde esso assume localmente, ovvero in generale, una forma che si può dire di gravità
(in quanto rivela l’azione della gravità), in contrasto con una forma normale che si può
dire biologica.
È evidente che in tali condizioni, essendo il cranio poggiato per i condili sulla colonna
vertebrale, la altezza basilo-bregmatica, un estremo della quale è il basion, venga ad esser
diminuita.
Del detto alterato sviluppo, esistono molti segni, fra i quali ricordiamo : l’appiattimento
sopralamboideo, la norma superiore pentagonoide, il lato inferiore della norma posteriore
stretto e concavo verso il basso, i condili non rilevati, ma depressi, la platibasia ecc.
rinviando il lettore' per maggiori dettagli ai nostri lavori ricordati 3).
q G. L. Sera, Sul significato della platicefalia
con speciale considerazione della razza di Neander-
thal. Arch. p. V antrop. e l’etnol., Voli. XL e XL1.
G. L. Sera. L’altezza del cranio in America.
Arch. p. V antrop. e Vetnol. Voli. XLII e XLIII.
2) A. Giardina — Gli indici di altezza, di lar¬
ghezza e di lunghezza in corpi aventi diametri fra
loro correlativi. Ardi. p. V antrop. e V e tuoi. Voi.
XLIV, 1914.
3) Avremmo voluto risparmiar al lettore il di¬
sturbo di dover compulsare i nostri lavori precedenti,
ma la mole già notevole del presente, ci ha costretti
a rinunciare a tutto quello cui a rigore si poteva
rinunciare.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
179
I fatti opposti, naturalmente, si manifestano quando le condizioni di sviluppo sono
state ottime, al disopra delle abituali, onde noi abbiamo distinto fatti ipofìsiologici ed iper-
fisiologici, per indicare i casi al di sotto e al di sopra della norma.
Allo scopo appunto di eliminare gli inconvenienti che risultano da che la basilo-breg-
matica per la sua posizione assiale risente fortemente delle differenze di nutrizione del¬
l’osso, delle differenze cioè fisiologiche precesse, cercai se qualche altra distanza potesse
più fedelmente e più direttamente rappresentare le variazioni di valore tipico di essa,
mentre fosse meno sensibile alle variazioni fisiologiche individuali.
Ho trovato abbastanza soddisfacente la altezza sopraauricolare ') già preconizzata del
resto da altri come tecnicamente migliore, ma sulla cui base sino ad ora non si sono
raccolti molti dati.
Cogli indici calcolati sopra questa nuova altezza ho stabilito tre nuove linee, per le
tre diverse serie di altezza, utilizzando serie etniche corrispondenti alle diverse altezze.
Per distinguere Timo dall’altro sistema di linee, chiameremo d’ora innanzi breve¬
mente primo sistema ([nello basato sulla altezza basilo-bregmatica, secondo sistema quello
basato sulla altezza sopraauricolare.
Dovendo stabilire 1’ appartenenza di ognuno dei 100 cranii studiati per il suo tipo ad
una determinata serie, è stata mia cura rappresentare la posizione di ognuno di essi va¬
lendomi oltre che dell’ indice di altezza basilo-bregmatica, dell’ altro sopra-auricolare
(vedi Tav. I).
Come è detto nell’ultimo lavoro citato, il loro confronto riesce assai istruttivo, e ciò
si vedrà praticamente spesso nel corso di questo lavoro.
Non bisogna dimenticare però che la posizione dei singoli cranii, desunta dall’ indice
di altezza sopraauricolare, essendo questa presa sui diagrammi è tratta da una misura
unilaterale, mentre è necessario, per evitare influenze disturbatriei di fatti di plagiocefalia
o simili, prendere l’altezza da entrambi i fori acustici.
La posizione perciò irregolare che alcuni cranii assumono, come si vedrà nella de¬
scrizione individuale, può essere determinata da tale unilateralità della misura e la pos¬
sibilità di tale fatto ci potrà lasciare indecisi nel giudicare dell’ appartenenza di un caso
ad un tipo qualunque.
Ma, presentandosene l’occasione, è bene insistere sopra questa osservazione : potrebbe
darsi anche che in qualche caso la posizione aberrante (e che tale appaia al giudizio
anche di antropologo che abbiano una sufficiente conoscenza delle variazioni etniche di
questo carattere), corrisponda proprio a verità.
Giacche, noi grazie soprattutto al lavoro del Biasutti 1 2) conosciamo abbastanza bene
nelle linee generali e all’ ingrosso la distribuzione sulla superficie terrestre del carattere
altezza del cranio ; per alcune parti del mondo anzi, come per l’America 3) e per l’Europa 4)
la conoscenza se ne è ancora più approfondita, ma certo sono possibili ancora sorprese,
dovute sopratutto al fatto, penso, che al materiale già raccolto e disponibile non è stato
applicato il procedimento più rigoroso (sia per la distinzione del tipo di altezza, sia per
la localizzazione geografica al massimo minuta) che è stato da me applicato per l’America.
E della giustezza di tale supposizione darò qualche esempio ben presto.
1) G. L. Sera — L’ altezza sopraauricolare, la
sua tecnica e la valutazione dei due indici ad essa
relativi. Arch. p. Vanirop. e Vetnol. Voi. XLV, 1915.
2) R. Biasutti — Studii sulla distribuzione dei
caratteri e dei tipi antropologici — « Memorie geo¬
grafiche » 1911.
3) Vedi mio lavoro già citato.
4) I. Fioratti — Linee fondamentali della distri¬
buzione della altezza del cranio in Europa — Moni¬
tore zoologico Voi. XXX, 1919.
180
G. L. SERA
Ad ogni modo poro la attribuzione di ogni singolo caso ad una forma piuttosto che
ad un’altra è determinata anche dall’esperienza antropologica fondata sulla comune ispe¬
zione della norma posteriore.
Abbiamo perciò ragione di credere che affidata a questi tre criterii, che reciprocamente
si completano, la nostra distribuzione dei casi nei diversi tipi morfometrici sia soddisfa¬
cente.
Come si vede dal grafico, abbiamo eseguita una divisione dei cranii dolicoidi e bra-
chioidi diversa da quella da noi adottata per l’ innanzi.
La divisione dei cranii è da noi fatta ora mediante la iperbole che taglia la linea che
rappresenta la serie intermediaria di altezza nel suo punto d’incontro coll’indice cefalico
orizzontale di 78. In altre parole abbiamo respinto di due gradi verso gli indici bassi il
limite che prima era ad 80.
Ciò abbiamo fatto in ossequio alla esperienza antropologica attuale, che ci indica che
le medie etniche dell'indice orizzontale sono assai più spostate nel senso dei valori bassi
che in quello dei valori alti.
I dati riferiti dal Martin *) sono assai istruttivi. Mentre al disotto di 70 abbiamo
ancora parecchie serie etniche, al disopra di 85 si fanno assai rare.
Data la esistenza di tre serie di altezza distinte, avremmo dovuto stabilire sei distinte
combinazioni di dimensioni, sei diverse forme del cranio cerebrale, tre per i dolicoidi e
tre per i brachioidi, ma in verità si può constatare che antropogeograficamcnte mentre i
platicefali fanno parte a sè, gli orto ed ipsicefali presentano rapporti spaziali simili sulla
superfìcie terrestre.
Per questi motivi e per non frazionare eccessivamente la serie non grande, gli orto
e ipsicefali sono stati da noi riuniti insieme.
Risultano perciò quattro forme fondamentali del cranio cerebrale. 1° Dolicoplaticefalia.
2° Brachiplaticefalia. 3° Dolicoortoipsicefalia. 4° Brachiortoipsicefalia 2). Secondo questa di¬
stinzione la serie studiata si divide in quattro gruppi.
Al primo gruppo appartengono i cranii n.! 25, 27, 29, 42, 55, 56, 60, 61, 62, 63, 64,
78, 82, 89.
Al secondo i n.‘ 35, 43, 44, 45, 59, 79, 80, 85, 86, 87, 91, 94, 98, 99.
Al terzo i nd 1, 2, 4, 7, 8, 10, 13, 14, 20, 24, 28, 30, 31, 32, 36, 37, 38, 39, 41, 48,
49, 50, 51, 52, 53, 57, 58, 65, 66, 67, 69, 71, 72, 73, 74, 75, 76, 81, 83, 81, 90, 92, 93.
Al quarto i n.1 3, 5, 6, 9, 11, 12, 15, 16, 17, 18, 19, 21, 22, 23, 26, 33, 34, 40, 46,
47, 54, 68, 70, 77, 88, 95, 96, 97.
Prima di passare alla descrizione particolare dei nostri casi ed in connessione con
quanto abbiamo detto sulla distinzione dei quattro tipi principali di forma del cranio ce¬
rebrale, dobbiamo fare alcune osservazioni generali, che, riferendosi al nostro procedi¬
mento generale di dimostrazione, trovano in questo posto il loro luogo migliore, per evitare
ripetizioni noiose per tutto il corso di questo lavoro.
Noi ci siamo valsi, a dimostrare le diverse caratteristiche dei quattro tipi fondamentali,
delle medie, per ognuno dei tipi, dei valori dei singoli caratteri passati in rassegna.
Se tali valori medii non sono molto distanti, bisogna pensare che i gruppi sono
molto comprensivi, dolicoidi e brachioidi, platicefali e ortoipsicefali, cioè a coppie di due;
D II. Martin — Lehrbuch der Antliropologie —
Jena 1915.
2) Conforme a quanto abbiamo fatto in lavori
precedenti, per economia di spazio, faremo uso delle
seguenti abbreviazioni :
do : p : ; do : o : ; dori:;
brìi:; br : o : i : , il cui
do : o : i : ; br : p : ; br : o : ;
significato è chiaro.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
181
che perciò vanno a costituire gruppi opposti cranii che possono essere in realtà assai
prossimi fra loro, come situati in vicinanza delle rispettive linee di confine. Si sarebbero
trovate certo differenze maggiori, fra gli estremi almeno, facendo un maggior numero di
divisioni, ma questo, aumentando notevolmente il già grosso lavoro di calcolo, avrebbe
anche avuto lo svantaggio di diminuire la sicurezza dei risultati, a meno di non moltipli¬
care il numero dei casi, ciò a cui si opponevano molte ragioni.
Si dovrà perciò tener sempre presente che piccole differenze nei singoli valori medii
hanno notevole portata.
Vogliamo poi ricordare che le medie desunte dai due gruppi di platicefali hanno non
minore probatività delle altre, perchè i 100 nostri casi cadono su tutto il piano delie
coordinate, con frequenza simile, e gli ortoipsicefali devono il loro numero maggiore so¬
prattutto all’essere in realtà la fusione di due categorie diverse.
•ir
•V. A~
Passiamo ora ad una breve caratteristica individuale dei pezzi della nostra centuria.
Non avendo potuto, per stringenti ragioni di spazio, dare una breve descrizione dei
fatti fisiol. presentati, noi abbiamo dato una succosa diagnosi complessiva di essi per ogni
pezzo. Del resto non potendo pensare a dare, a questo scopo, numerose illustrazioni, il
valore di detta descrizione era anche relativo e tanto più facilmente vi abbiamo potuto
rinunciare.
Oltre a ciò, furono aggiunte (in parentesi curve) brevi not,e su eventuali particolarità
tecniche, relative al pezzo, ed (in parentesi quadre) qualche parola su particolarità tipiche,
raziali o architetturali, constatabili già alla ispezione, che hanno riferimento speciale, esem-
plicativo soprattutto, alle questioni trattate nel lavoro.
1. Giapponese [19 nf. 27 S. A. P. *)].
Fenomeni fisiopatologiei scarsi.
[Il cranio cade nella zona doro: i., nel 1° sistema. Dati i fatti fisiologici che esso
presenta, sebbene la sua posizione nel secondo sistema sia nella zona ortoc., crediamo che
esso appartenga ad una serie elevata, e ciò per la ragione generale della minore fiducia
che possiamo concedere alla altezza auricolare presa da una parte sola].
2. Eschimese di Hébron nel Labrador [10241 M. P. 2)].
Si può considerare in complesso normale.
[Cade nella zona do : o : i : , come il precedente, vicino ad esso e valgono le stesse
osservazioni].
3. Mongolo dei dintorni di Kobdo (17786 M. P.).
I fatti fisiopatologiei sono di valore forte.
(Nel diagramma si trascurò di tracciare il porion, di modo che molte importanti misure
non furono potute prendere).
[Data la mancanza del porion e la sua provenienza, non è possibile un riferimento
rigoroso di questo pezzo ad una qualunque serie. Nel primo sistema esso avrebbe posto
nella serie platic., ma la presenza di fatti patologici numerosi ci fa pensare che tale po¬
sizione corrisponda ad una oscillazione negativa, certo grande in valore assoluto, se non
massima, di una serie più elevata. Gli scarsi dati craniologici sicuri che possediamo di
detta provenienza non ci sono di nessun aiuto].
l) Le sigle S. A. P. significano collezione della 2) Le sigle M. P. indicano le collezioni del Mu-
Società di Antropologia di Parigi. séum d'Hist. Natur. di Parigi.
23
182
G. L. SERA
4. Cinese [1869 S. A. P.].
Normale. (Cade nella fascia ortoc., secondo entrambi i sistemi. La sua posizione è
perciò sicura. Sebbene nel primo sistema cada fra i bracbioidi, crediamo doversi attri¬
buire ai dolicoidi perchè evidentemente, dati i fatti fisiologici, appartiene alla oscillazione
positiva di una serie ortoc. La posizione nel secondo sistema è perciò accettabile come
posizione reale).
5. Giapponese [469 L M. P.].
Bel cranio assai regolare.
[Il margine dell’ apertura dell’orbita è, nella parte esterna inferiore, così aggettato
all’ innanzi, che, nel passare alle parti interne, esso ritorna all’ indietro, tracciando un cer¬
chietto. Caratteristica mongolica. È un br : i, in entrambi i sistemi. La sua posizione è
perciò sicura, dato il valore normale dei suoi fatti fisiologici].
6. Tchoudi (da un tumulo dei monti Tourquia, presso Barnaoul) [6011 M. P.].
Cr. ipofisiologico.
(Ha richiesto la applicazione delle punte n. 3. tanto era forte l’ incurvamento della
volta dell’ orbita).
[Cade nella zona br : o : , secondo entrambi i sistemi; ma, data la intensità dei fatti
fisiopatologia', questi debbono aver avuto influenza anche sulla altezza sopraauricolare.
Ci sembra probabile perciò che il pezzo appartenga ad una serie più elevata, della fascia
ipsicefalica].
7. Cinese (della prigione di Saigon) [5 nf. 26 S. A. P.].
Metopico, del resto normale. [Cade fra i dolic., sul confine colla fascia plat., ma è
assai probabile che debba questa posizione al metopismo, che, come è noto, abbassa la
altezza del cranio. Lo poniamo perciò fra gli ortoc.].
8. Eschimese di Hébron nel Labrador (10242 M. P.).
Normale per i fenomeni di nutrizione ossea.
[Il zygomaxillare superius è spostato assai all’ interno. Nel primo sistema sarebbe un
do : i : , nel secondo un doto:, prossimo alla fascia ipsic. Non è da escludere che la se¬
conda posizione sia la più attendibile, per questo come per il n. 2, della stessa provenienza,
essendo noto che gli Eschimesi del Labrador sono misti a popolazioni a cranio più basso.
Non possiamo però decidere, per la ragione anzidetta della minore attendibilità della altezza
sopraur., presa da un lato solo].
9. Cinese di Canton [n. 1 Cras S. A. P.].
[Cade nella zona br : i : , in entrambi i sistemi, malgrado la presenza di fatti ipofisiol.
Ciò significa che esso appartiene forse ad una serie tipicamente piuttosto alta].
10. Eschimese di Hébron nel Labrador [10243 M. P.].
Fatti fisiopatologici di valore locale.
[È un doto:, la sua posizione legittima le stesse osservazioni che i n. 2 e 8].
11. Makassar [4813 M. P.].
Apparentemente normale.
[La squama occipitale è assai alta. Il pezzo cade per il secondo sistema nella zona
br : p : , invece, secondo il primo, nella br tot. Abbiamo in questo caso un primo esempio
del come si può rimanere in dubbio sulla appartenenza di un cranio ad una serie piut¬
tosto che ad un’altra. Riteniamo probabile che l’essere l’ indice d’altezza sopraur. calcolato
per un solo lato possa aver Influito a determinare la discordanza del risultato, ma non è
da escludere l’altra alternativa, che esso rappresenti un elemento platic., che finora però
non si conosce esistere nella regione. In complesso riteniamo la posizione nel primo si¬
stema per la più probabile].
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
183
12. Giavanese di Tjunjor [4816 M. P.].
Forti fatti fisiopatologici.
[Forse un leggero grado di deformazione ; cade nella zona br : i ; tanto più che è
presumibile che i forti fatti fisiopatologici abbiano avuto anche influenza sulla sopra¬
auricolare].
13. Ternate [4818 M. P.].
Fatti fisiologici discreti.
[La squama occip. è separata e assai alta. È un do : o : in entrambi i sistemi e dati
i fatti fisiologici, non è presumibile appartenga in realtà a forme alte].
14. Ouadjou di Celebes [4811 M. P.].
[È presente un residuo di sutura metopica lungo un cm. e mezzo. La larghezza fron¬
tale è forte. Tali fatti possono aver avuto influenza sulla altezza. Il cranio cade nella zona
do : p : , ma in prossimità della fascia ortocefalica. Dato che nel secondo sistema cade nella
fascia orto e che sono presenti fatti fisiopatologici moderati, è probabile che esso appar¬
tenga alla fascia orto, ciò che la sua provenienza appoggia almeno per ciò che è finora
noto].
15. Andamanese [1211 C. of S. ')].
Non del tutto normale.
[Cade nella zona br : o : nel primo sistema, in una zona più alta nel secondo. È perciò
probabile appartenga ad una serie piuttosto elevata, pur rimanendo nella regione della
ortocefalià].
16. Andamanese [1477 C. of S.]. Normale.
17. Giavanese [1980 M. P.].
Normale. [Cade fra i br : i : in entrambi i sistemi. Data la sua forma normale la sua
posizione è attendibile].
18. Malese di Giava [4810 M. P.].
Cranio molto bollo e regolare. [Cade fra i br : o : nel secondo sistema, fra i br : i : nel
primo ; dati i fatti iperfis., la sua posizione giusta è forse la prima, ad ogni modo è un
cranio piuttosto elevato].
19. Cinese [Coll. Neis 2952 S. A. P.].
Normale. [Cade fra i br : o : nel secondo sistema, ma assai prossimo agli ipsic.. Ciò
conferma la posizione più elevata che si desume dalla sua posizione nel primo].
20. Cinese [4 nf. 26 S. A. P.].
[Metopico. A ciò è da presumersi sia dovuta la posizione fra i do : p., nel secondo
sistema. Invero i Cinesi sono ortoipsi. Nel primo sistema è un ortoc.].
21. Annamita [Coll. Neis I n. 3057 S. A. P.].
Il basilo-occipitale è assolutamente rientrante nella base, in maniera tale quale rara¬
mente si incontra. La posizione però così anormale del basiloccipitale sembra sia un fe¬
nomeno ristrettissimo e localizzato. Il cader infatti il cranio in una zona di spiccata ipsi-
cefalia per la sopraauricolare ci dimostra che questa non è diminuita affatto, come dovrebbe
essere, se i fatti fisiopatologici fossero generali.
Tubercoli innominati assai evidenti.
[Cade in una zona di brachic. assai elevata, secondo il secondo sistema, mentre cade
in quella della ortoc., secondo il primo sistema. E un caso questo che prova assai effica¬
cemente la influenza dei fatti fisiol. nella rappresentazione dell’altezza col primo sistema].
D Le sigle C. of S. significano : Collezione del College of Surgeons di Londra.
184
G. L. SERA
22. Annamita [Coll. Neis lln. 1647 S. A. P.J.
[La squama occipitale è alta, ma pare che sia tale per uno sviluppo in alto più che
in basso. Ciò è reso probabile dal valore elevato dell’ angolo del Klaatsch prodotto
da uno spostamento verso l’alto del lambda. Il pezzo cade fra i br : i : , nel primo sistema
e nel secondo, il che rende la sua posizione indubbia data la sua fisiologia].
28. Annamita [2988. 10 S. A. P.].
Normale. [Cade nella zona br : i : nel primo sistema, al limite fra ortoc. ed ipsic. nel
secondo. É da attribuirsi forse ad una serie ortoc. nella semifascia più alta].
24. Australiano di Port Essington [4764 M. P. ; figurato nei Cranici Ethnica, pi. 35
fig. 1 e 2].
Fatti ipofisiologici discreti. [Cade nei due sistemi presso a poco al confine fra orto c
ipsic. Dati i fatti ipofis. discreti, deve appartenere a serie elevata].
25. Tasmaniano [4767 M. P.].
Fatti ipofisiologici forti. [Cade nella zona do:p:, ma in vicinanza della fascia ortoc.
nel secondo sistema. I fatti ipofisiol. farebbero invero ritenere che appartenga ad una serie
ortoc. e anche la posizione nel primo sistema, dati i fatti stessi, confermerebbe tale veduta.
Lo tratteniamo tuttavia nel primo gruppo, dato che i Tasmaniani avevano cranio no¬
toriamente basso e per la solita ragione riguardo F altezza soprauric.].
26. Tasmaniano di Hobart Town [3637 M. P.j.
Fatti ipofisiologici in complesso di valore forte. [Cade nella zona do : p : nel primo si¬
stema, in quella br : o : , nel secondo. Dati i fatti fisiopat. crediamo più verosimile la seconda
posizione. Ciò farebbe accettar la presenza di elementi altetti fra i Tasmaniani].
27. Tasmaniano [1418 C. o. S.].
Presso a poco normale. (Il prosthion non è presente).
[E un do : p., in entrambi i sistemi. La sua attribuzione è sicura].
28. Australiano [1029 C. o. S.].
[Cade fra i do : i ., nel secondo sistema, ma in prossimità della fascia orto. Malgrado
sia iperfisiol., nel primo sistema la sua proiezione cade solo sulla linea della ipsicefalia.
Dobbiamo perciò ritenere che esso appartenga in realtà ad una serie ortocef., al più orien¬
tata verso le forme alte].
29. Tasmaniano [1421 C. o. S.].
In complesso normale. [Cade nella zona do : p., in entrambi i sistemi].
30. Australiano [1081 C. o. S.].
Iperfisiologico. [Cade fra i do : o., nel primo sistema, fra i do : p. nel secondo, ma la
solita difficoltà rende più probabile la prima posizione, dato che, pur tenendo conto della
sua condizione iperfisiol., non potrebbe rientrar in una zona di platic.].
31. Australiano [1056 C. o. S.].
Cranio presso a poco normale. [Cade fra i do : o ., in entrambi i sistemi. La sua po¬
sizione perciò pare indubbia].
32. Australiano [1053 C. o. S.].
Normale. [È un do : o . in entrambi i sistemi. La sua posizione, dati i fatti fisiologici,
è attendibile].
33. Valacco [v. Tòrok n. 18 S. A. P.].
Leggermente ipofisiol. in complesso. [E un br : i . , in entrambi i sistemi. Posizione
attendibile].
34. Rumena [17508 M. P.].
[Questo caso presenta una posizione particolare ; mentre per il primo sistema cade
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
185
fra i br : i per il secondo cade fra i do : o . , in grande vicinanza con la fascia platic.
Per la solita obbiezione contro l’altezza auric. dei nostri dati, dovremmo prestar maggior
fede alla posizione nel primo sistema, senonchè considerando i fatti fisiologici, relativa¬
mente buoni, crediamo dover in conclusione attribuir questo caso ad una serie br : o .].
35. Magiaro [v. Toròk 8 S. A. P.].
Alquanto ipofisiologico. [È un br : o : in entrambi i sistemi, praticamente. Posizione
attendibile].
36. Magiaro [v. Toròk 5 S. A. P.].
Normale. [È un do : o . in entrambi i sistemi. Posizione indubbia].
37. Indù [1 S. A. P.j.
Può dirsi normale. [Il lambda va spostato in basso a ragione di due vormiani. Il
cranio cade nella zona do : i . pei entrambi i sistemi].
38. Neo Caledone dell’Isola dei Pini [2722 M. P.].
Fatti fisiol. in complesso normali. [È un dori, per entrambi i sistemi. Posizione at¬
tendibile].
39. Maori della Baia delle Isole [1148 M. P.].
Un bel cranio senza alcuna traccia di fenomeni fisiopatologici. [Cade nella zona doro,
in entrambi i sistemi. Dati i fatti iporfisiol., potrebbe appartener probabilmente ad una
serie bassa, ma preferiamo tenerci alla indicazione delle due proiezioni].
40. S. Cristina delle Isole Marchesi [560 M. P].
Ipofisiologico. [E un br ri:, in entrambi i sistemi; dati i fatti ipofisiologici, forse
appartiene ad una serie assai elevata, come del resto conferma la sua provenienza].
41. Obalau nell’arcipelago di Viti.
In complesso fatti fisiologici normali. [È un do : i . . in entrambi i sistemi].
42. Guanche [n.° 2. S. A. P.].
Presso a poco normale [È un do : p : in entrambi i sistemi].
43. Alvergnate di S. Nectaire [n°. 43 Coll. Pommerol S. A. P.].
Fenomeni ipofisiologici moderati. [E un br : p.. in entrambi i sistemi].
44. Alvergnate di S. Nectaire [n°. 71 Coll. Pommerol S. A. P.].
Uno dei casi piuttosto rari nei br r p :, in cui la norma posteriore sia buona. Malgrado
ciò, non è assente qualche piccolo segno di appiattimento. Presso a poco normale. [Cade
nella zona br : p . . in entrambi i sistemi].
45. Alvergnate di S. Nectaire [n.° 15 Coll. Pommerol S. A. P.].
Metopico. [È un br : p, in entrambi i sistemi. Posizione attendibile].
46. Isolano di Varao nell’arcipelago di Ponga [4856 M. P.].
Normale. [E un br : i : nel primo sistema, br : o : nel secondo. Appare più verosimile,
data la sua provenienza o la assenza di fatti patologici, la prima posizione].
47. Maori dell’Isola Tokai Pounamou. [4859 M. P.J.
[Giace sulla linea di divisione degli ortoc. e ipsic. per il primo sistema, fra gli ipsic.
pel secondo. Per la sua fisiologia discreta sembra più attendibile la seconda posizione].
48. Tahiti [2728 M. P.].
[È un do : i . nei due sistemi, malgrado i forti fatti fisiopatol.. Non è da escludere che
qualche anomalia possa aver determinato la grande altezza di questo pezzo].
49. Neo-Caledone [3 Coll. Boyer S. A. P.].
-Un po’ al disotto del normale. [Si può ritener un do : o : nel primo sistema, un do : i :
nel secondo. Data la provenienza e la sua fisiologia, è più probabile la prima posizione].
50. Neo-Caledone dell’Isola dei Pini [2 S. A. P.].
186
CU L. SERA
Pressappoco normale. [Cade sulla linea limite fra orto, e ipsic. nel primo sistema,
sulla linea ortoc. nel secondo. Data la sua provenienza e la sua fisiologia, riteniamo pro¬
babile la sua appartenenza ad una serie elevata.
51. Neo-Caledone dell’Isola dei Pini [1 S. A. P.].
Iperfisiologico. [È un do : i : in entrambi i sistemi].
52. Neo Caledone [Coll. Réal. S. A. P.].
Quasi normale. [È un do : i., nei due sistemi. Posizione attendibile].
53. Figiano [Coll. Daily S. A. P.].
Alquanto al disotto della media. [E un do : i., in entrambi i sistemi. Dati i fatti fisio¬
logici, forse apparterrebbe ad una serie assai elevata, ciò che la sua provenienza conferma].
54. Fuegino lahgan [n.° 10286 M. P.].
Buono. [Appartiene, secondo entrambi i sistemi, ad una serie br: o:, forse prossima
alla zona platic.].
55. Guancio [6228 M. P.].
Condizioni fisiologiche ottime. [Cade nell’uno c nell’ altro sistema in una zona di
platic., che sarebbe assai marcata, per il secondo sistema. Ciò parrebbe confermato anche
dal fatto che, malgrado le condizioni fisiologiche ottime, il cranio cade quasi sulla linea
della platic.].
56. Guancio [2° Lot, n.° 14 S. A. P.].
Fatti ipofisiologici in complesso forti. [Le sue posizioni indicherebbero concordemente
appartenenza ad una serie bassa, ma dati i fatti fisiopatologici, dovremmo pensare che ti¬
picamente appartenesse ad una serie almeno orientata verso forme ortoc.. Preferiamo però
tenerci, come di regola, alla indicazione fornita dalle due proiezioni].
57. Choctaw [1233 M. P.].
Cranio un po’ anormale, probabilmente un po’ deformato. Fatti ipofisiologici presenti.
(Manca il prosthion, essendo rotto il margine alveolare). [E un do : i : in entrambi i sistemi].
58. Indù [Coll. Pornain (Tòte de pendu) S. A. P.].
Cranio dì aspetto affatto anormale. Sinostosi della parte inferiore della coronaria, anor¬
male data la età, di circa 30 anni. Ha fronte prominente e assai incurvata, mentre le
parti posteriori del cranio spiovono in basso, in misura assai notevole. Volendo dare al
cranio una orientazione naturale, rispetto alle parti posteriori, la faccia viene a guardar
in guisa non naturale verso il basso e la fronte diviene ancor più prominente. [Cade in
entrambi i sistemi in una zona do : i.].
59. Tartaro di Aderbegian [M. P.j.
Fatti fisiopatologici in complesso discreti. [Pezzo assai rimarchevole per la enorme bas¬
sezza della fronte, accoppiata ad un forte sviluppo dei seni frontali. E un br : p., per
entrambi i sistemi].
60. Boschimano [1603 M. P. « Venere ottentotta n].
E diffìcile farsi un giudizio adeguato della portata dei fatti fisiologici. [E un do : p., in
entrambi i sistemi].
61. Boschimano [1302 C. o. S.J.
Presso a poco normale. [Il planum sphenoidale è molto elevato dal livello del fondo
della fossa pituitaria e non soltanto nelle sue porzioni posteriori, fatto, come vedremo,
detto cifosi basilare, abbastanza frequente, ma in tutta la estensione della sua superficie.
Questo sviluppo anormale verso l’alto dello sfenoide deve avere influito sulla altezza.
E forse a ciò è dovuta la posizione del pezzo fra gli ortoc. per il primo sistema e fra
i platic., ma al confine con gli ortoc. per il secondo. Abbiamo perciò dato al pezzo la po¬
sizione che è più conforme ai fatti noti per i Boschimani, cioè quella della platicef.].
BUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
187
62. Boschimano [13032 C. o. S.J.
I fatti fisiopatologici non sono molto marcati sulla, base. [Do : p : in entrambi i sistemi,
ma prossimo a serie ortoc.J.
63. Boschimano [1625 C. o. S. (= Thesaurus craniorum n. 389)].
In complesso normale [Do : p. in entrambi i sistemi].
64. Boschimano [1628 C. o. S. (— 539 Th. C.)].
Normale per i caratteri fisiologici.
[Questo pezzo, che si può considerare Lazialmente tipico, cade per il primo sistema
fra gli ortoc., per il secondo fra i platic. E verosimile, presentando esso buone condizioni
fisiol., la sua posizione giusta sia la seconda].
65. Negro Mahi (Guinea Superiore) [Coll. Gannal S. A. P.].
Fatti ipofisiologici. [Nel primo sistema è un do : o., nel secondo do : i. Malgrado la
solita obbiezione contro l’altezza auric. dei nostri dati, per i fatti fisiol., non è improbabile
che il pezzo appartenga ad una serie più elevata di quello che indichi la prima posizione].
66. Negro Lucumi [n.° 5 Coll. Gannal, S. A. P.].
In complesso ipofisiologico.
[Cade pel primo sistema nella zona ortoc., ma in immediato contatto con i platic.,
nel secondo fra i platic. Questa seconda posizione è poco attendibile, per la unilateralità
della misura relativa e per la provenienza, mentre la prima è spostata verso la platic.,
a ragione forse dei fatti fisiologici. Poniamo perciò questo pezzo fra gli ortoc.].
67. Negro Carabali [Coll. Gannal n.° 10 S. A. P.].
Ipofisiologico. [In entrambi i sistemi do : o., ma nel primo cade assai prossimo ai platic..
Ciò è d’accordo con i fatti fisiologici],
68. Negro Carabali [Coll. Gannal n.° 11 S. A. P.].
Fatti ipofisiologici discreti. [Cade fra i br : o., nel primo sistema, fra i br. : i. , nel
secondo. Dati i fatti ipofisiol., crediamo accettabile l’indicazione fornita dalla seconda po¬
sizione].
69. Negro [Coll. Gannal, n.° 18 S. A. P.].
Idrocefalo, ma di bella forma. Metopico. [Secondo il primo sistema è un do : o., nel
secondo è un do : i. Riteniamo probabile la seconda posizione, dati i fatti ipofisiol.].
70. Negro Lucumi [Coll. Gannal. 7 S. A. P.].
Struttura gracile.
[Cade per entrambi i sistemi fra i platic. e sul confine fra dolic. e brach. Lo poniamo
senz’altro fra questi ultimi; riguardo la sua posizione fra i platic., riteniamo esser dovuta
al probabile sesso femminile e alla struttura delicata ed infantile. Del resto, per ciò che si
conosce finora, tra i Negri ad alta statura non esiste platicefalia].
71. Negro [n.° 15 Coll. Gannal, S. A. P.].
Lievemente ipofisiologico. [Cade per entrambi i sistemi fra i do : i.].
72. Negro Lucumi [n.° 4 Coll. Gannal, S. A. P.].
Sembra che solo il basii, sia interessato dai fatti ipofisiologici, ma ciò ha certo influito
sulla altezza basilobregmatica. [Do : o. in entrambi i sistemi, più prossimo però alla platic.
nel primo, ciò che deve dipendere dai fatti fisiol.].
73. Negro Lucumi. Costa d’oro [n.° 6 Coll. Gannal, S. A. P.].
[Cade per entrambi i sistemi fra i do : p., ma entrambe le posizioni sono poco atten¬
dibili. La prima a ragione dei fatti fisiopatol., la seconda per la solita obbiezione. Inoltre,
non si conoscono ancora Negri ad alta statura, platiccfali. Poniamo perciò questo caso fra
i do : o :].
188
G. L. SERA
74. Negro Carabali (Niger?) [n.° 8 Coll. G-annal, S. A. P.].
Condizioni fisiologiche ottime. [Do : i. per il primo sistema, do : o. per il secondo; è
attendibile la seconda posizione, dati i fatti fisiologici buoni].
75. Negro Carabali [n°. 9 Coll. Gannal, S. A. P.].
Alquanto ipofìsiologico. [Cade fra ì do : o. nel primo sistema, ma al limite con i platic.;
fra i platic. nel secondo, ma vicino agli ortoc.. Data la presenza dei fatti ipofìsiol. e le sue
posizioni, si riconduce facilmente ad una serie ortoc.].
76. Negro [n.° 17 Coll. Gannal S. A. P.].
Fatti ipofìsiologici discreti. [In entrambi i sistemi cade fra i do : o., ma nel primo in
maggior vicinanza con i platic. Ciò trova spiegazione nei fatti fisiologici].
77. Croato [316 M. F. ')].
In complesso quasi normale. [Br : i. secondo entrambi i sistemi. Posizione attendibile].
78. Ostiacco [2737 M. F.].
Questo pezzo presenta molti fatti fìsiopatologici ; fu da me descritto e figurato quale
esempio dimostrativo dei fatti fìsiopatologici, nel lavoro citato sulla platicefalia. [Cade nel
primo sistema in una zona di ultra-platicefalia, mentre nel secondo coincide colla linea
della platicefalia. Ciò è conforme all’ esistenza dei fatti ipofìsiologici].
78. Lappone [2600 M. F.].
Fatti fìsiopatologici discreti. [Cade nel primo sistema fra i do : p., nel secondo fra i
br : p.. ma quasi sulla linea divisoria fra brach. o dolic. Tenendo in considerazione la pre¬
senza di fatti ipofisiologici, e pensando al carattere brachic. del cranio lappone, riteniamo
più opportuno porlo fra i brach.].
80. Samoiedo [2760 i\I. F.].
Fatti ipofisiologici discreti. [Cade secondo entrambi i sistemi fra i br : p.. Dati i fatti
fisiopatol., è lecito pensare che tipicamente appartenga ad una serie non molto bassa].
81. Australiano del New South Wales [2703 M. F.].
Fatti fisiologici buoni. [Cade nel primo sistema fra i do : i : , nel secondo fra i do : o.
Ciò è dovuto certo ai fatti iperfisiol. È più attendibile la seconda posizione].
82. Australiano del New South Wales [2704 M. F.].
Fatti fisiologici buoni. [Do : p : in entrambi i sistemi. Attendibile].
83. Giavanese [4370 M. F.].
Buono. [Do : i. in entrambi i sistemi].
84. Sardo [267 M. F.].
Condizioni fisiologiche buone. [Do : i. in entrambi i sistemi].
85. Modenese [760 M. F.].
Fatti ipofisiologici forti. [In entrambi i sistemi giace fra i br : p., ma nel primo in una
zona assai bassa, nel secondo prossima al confine cogli ortoc. Dati i fatti ipofisiologici, è
più attendibile la seconda posizione].
86. Individuo di Parabiago (Lombardia) [1711 M. F.].
Presso a poco normale. [Nel primo sistema cade fra i br : o., ma in grande prossi¬
mità dei platic., nel secondo fra i br : p.. Riteniamo probabile la seconda indicazione].
87. Milanese [1742 M. F.].
Traccia di sutura metopica (per due o tre cm.) nelle sue parti posteriori. Dal resto il
cranio appare normale. [Cade fra i br : p. in entrambi i sistemi].
1 ) La sigla M. F. significa Museo antropologico di Firenze.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
189
88. Individuo di Luvino (Lago Maggiore' [186 M. F.].
Tracce di sutura metopica. Presso a poco normale. [Br : o : secondo entrambi i sistemi].
89. Individuo di Udine [1175 M. F.].
Normale. [Do : o. nel primo sistema; sulla linea di confine fra or toc. e platic. nel se¬
condo. Anche questo è un caso in cui la decisione della appartenenza ai platic: o agli
ortoc. è assai dubbia. Per 1’ esame della n : o. lo aggreghiamo ai platic.].
90. Indiano di Bombay [4371 M. F.].
Grande sviluppo del corpo dello sfenoide. Il profilo sagittale è infantile. [Cade fra i
do : i. nel primo sisiema, ma in prossimità degli ortoc.; fra i do : o : nel secondo. È at¬
tendibile la seconda posizionel-
91. Svizzero di Uri [327 M. F.].
Fenomeni fisiologici ottimi. [Br : o : nel primo sistema, ma in prossimità dei platic.,
br : p : nel secondo. È attendibile la seconda posizione dati i fatti fisiologici].
92. Sardo [2426 M. F.].
Fatti ipofisiologici forti. [Cade in una zona fortemente do : p : per il primo sistema, di
ortoc. per il secondo. Dati i fatti fisiologici, è presumibile il pezzo appartenga almeno ad
una serie ortoc. orientata verso le forme alte].
93. Italiano di Roccasecca (Caserta) [1065 M. F.].
Alquanto al disotto del normale. [Giace nell’uno e nell’ altro sistema fra i do : o : , e
più chiaramente per il secondo, ciò che è attendibile].
94. Italiano di Valtellina [3602 M. F.].
In complesso fenomeni fisiopatologici discreti. [Br : p : nel primo sistema, sul confine
dell’ ortocefalia nel secondo. Data la provenienza possiamo bene praticamente considerarlo
come br : p :].
95. Italiano di Monza [1726 M. F.j.
Normale. [Br : i : in entrambi i sistemi].
96. Siamese [3940 M. F.].
Presso a poco normale. [Cade in entrambi i sistemi nella zona br : o : , nel secondo
però in grande prossimità dei platic. ; il che è verosimile, all’ esame della norma posteriore.
Ciò fa supporre la presenza di un elemento basso e largo nei Siamesi, che all’esame delle
serie di Firenze mi pare molto verosimile ammettere].
97. Cinese [3114 M. F.].
Un pò al disotto della norma. Metopico. [Br : o : in entrambi i sistemi. Posizione at¬
tendibile. Pare che il metopismo non abbia avuto grande influenza nel determinare la po¬
sizione].
98. Italiano di Varese [299 M. F.].
Presso a poco normale. [Br : p : in entrambi i sistemi].
99. Tirolese [3654 M. F.].
Buone condizioni fisiologiche. [Br : p : in entrambi i sistemi. Tipico come esempio di
br : p : ].
100. Cranio di Gibraltar.
24
190
G. L. SERA
CAPITOLO III.
I rapporti dei piani orizzontali più usati al piano di visione. — I diversi piani
orizzontali nelle diverse forme del cranio.
La natura delle questioni trattate in questo lavoro indica il soggetto del piano orizzon¬
tale come il primo degli argomenti da discutere.
La dimostrazione dei nostri assunti è fondata in parte per l’appunto sopra un apprez¬
zamento più esatto ed una più adeguata risoluzione della questione del piano orizzontale.
Vero è che noi abbiamo cercato, ed in ciò consiste il lato più nuovo della nostra ri¬
cerca, di arrivare ad una dimostrazione dello nostre proposizioni in guisa affatto indipen¬
dente da qualsiasi piano orizzontale; e che per ciò tale parte della nostra dimostrazione,
potrebbe trovare posto anche nel capitolo iniziale, ma non abbiamo creduto per aver rag¬
giunto la prova dei nostri asserti in siffatta guisa indipendente, di dover meno cominciare
il nostro lavoro, colla trattazione del problema del piano orizzontale, in primo perché il
piano da noi scelto ci ha fornito una base provvisoria di dimostrazione, ed in secondo
perchè molti dei concetti, delle questioni della craniologia sono in verità piene di un con¬
tenuto, solo perchè in funzione del concetto di piano orizzontale del cranio.
Questo è quanto non si è inteso per troppo tempo onde molte importanti questioni
non hanno fatto alcun passo verso la loro risoluzione, perchè non si era convinti della
necessità di una scelta opportuna del piano orizzontale.
Ma per la discussione generale di questi argomenti e per le opportune esemplificazioni
rimandiamo al nostro lavoro particolare sul soggetto *), in cui si troverà una critica degli
indirizzi generali dominanti in tale argomento.
In quel lavoro però sono soltanto discussi criticamente i punti di vista principali dei
diversi indirizzi. Chi volesse avere una esposizione storica più particolare dello svolgimento
della questione dovrebbe consultare i lavori dello Schmidt 1 2) e sopratutto del v. Tòrok 3).
Prima di addentrarci nel nostro studio, dobbiamo fare una importante distinzione pre¬
liminare. Nella parola u orizzontale n sono stati spesso confusi due concetti diversi, che
è bene tenere separati.
Il primo é quello del piano corrispondente alla posizione naturale della testa, posi¬
zione a giudicare della quale implicitamente si fa ricorso alla funzione della visione ordi¬
naria all’ infinito (== all’orizzonte); il secondo è quello di un qualunque piano determinato
da punti anatomici a cui convenga riferire altri punti allo scopo di stabilire le loro va¬
riazioni.
I piani corrispondenti al secondo concetto più giustamente dovrebbero chiamarsi piani
di riferimento.
La denominazione proposta dal Lìithy di piani di orientamento e di comparazione non
ci pare adatta.
Ma meno ancora giusta è la distinzione sostanziale dei due concetti fatta dallo stesso
autore.
1) G. L. Sera — Sul piano orizzontale del cranio. 3) A. v. Toròk — Grundzuge einer systema-
Archivio per l'Antrop. e V et noi. Voi. XL, 1910. tischer Craniometrie u. s. w. Stuttgart, 1890.
2) E. Schmidt — Die Horizontalebene d. mensch.
Schàdels A. f. A. B. IX 1876, S. S., 25-60.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
191
Ne parliamo solo in quanto il Lùthy si è occupato del soggetto del piano orizzontale
posteriormente al nostro lavoro (da lui non citato).
Egli pensa che il piano orizzontale è un piano individuale, fisiologico, che non è sta¬
bilito da punti anatomici fìssi e che perciò non si presta à ricerche morfologiche compa¬
rative.
È questa, su per giù, la riproduzione della opinione di cui i diversi elementi si trovano
in antropologi tedeschi diversi, e che crediamo di aver dimostrato falsi, nel luogo sopra
citato.
Tutto il presente lavoro può sotto un certo rispetto considerarsi una confutazione di
tale opinione: il piano orizzontale di visione dimostrandosi per esso il solo piano che
permetta una rigorosa comparazione fra le forme diverse del cranio nella Umanità
e del cranio dell' Uomo con quello dei Primati, cioè l’unico piano di riferimento esatto,
comune a tutti i Primati almeno, oltre che piano di orientamento.
Non è nel nostro oggetto fare una rassegna dei diversi piani orizzontali proposti finora
a scopo pratico.
Essi sono esposti nella loro successione cronologica nel libro del Martin *) e con
maggiori dettagli nel trattato del Topinard a) e tanto meno vogliamo fare una discussione
di ognuno di essi.
In questo capitolo saranno soltanto trattate di nuovo alcune questioni generali, essen¬
ziali, secondo noi, per l’intiera ricerca craniologica.
Giacché però l’esperienza ha fatto cadere molte delle proposte di piani o linee oriz¬
zontali, cosi la nostra discussione si porterà sopra alcuni fra i piani orizzontali che sono
fra i più usati e cioè il piano francese, quello tedesco, la linea glabella-inion, altrimenti
detta linea di Schwalbe, la linea glabella-lambda o linea di Klaatsch.
Queste quattro linee sono da noi studiate nelle loro variazioni in rapporto al piano
orizzontale di visione, determinato dagli assi ottici, come sono stabiliti per mezzo dell’ orbi¬
tostato da noi immaginato e descritto nel primo capitolo.
Successivamente abbiamo voluto studiare il comportamento di queste diverse linee nelle
forme diverse del cranio cerebrale, essendocisi assai presto presentato il dubbio che i rap¬
porti di queste linee al piano di visione siano differenti nei diversi tipi di architettura
craniense.
Nel determinare il grado di attendibilità di ogni piano in funzione della sua divergenza
media dal piano campione, non abbiamo creduto opportuno di fare uso di metodi mate¬
matici molto fini.
Gli errori possibili, cosi col metodo di riproduzione grafica, allo scopo di ottenere dei
tracciati, come nella determinazione del piano orizzontale di visione, sono certo troppo più
grandi degli errori che si possono commettere coll’uso della media aritmetica e dei limiti
massimo e minimo dei valori.
Se ciò è ben sicuro per la nostra ricerca, ove i dati non risultano da misurazioni
dirette, è forse ancora più probabile per molte altre ricerche, basate su misure dirette, ma
di ciò non vogliamo in questa occasione occuparci.
Come abbiamo detto, la dimostrazione delle nostre conclusioni è solo per una parte,
cioè in un primo tempo e in via provvisoria, fondata sulla scelta del piano orizzontale
fornito dagli assi ottici. Le considerazioni già antiche del Broca e i fatti noti, riguardo
J) R. Martin — Lehrbuch der Antkropologie.
Jena, 1914.
~) P. Topinard — Éléments d'Anthropologie gè-
nérale. Paris, 1885.
192
G. L. SERA
alla posizione che vengono ad assumere i cranii dei Primati, orientati con quel piano, ci
facevano credere che esso fosse in verità il più conveniente. Perciò noi prendemmo dap¬
prima questo piano come termine di paragone per giudicare del grado della attendibilità
degli altri piani, e come punto di partenza.
Ma lo svolgimento della nostra trattazione, come si vedrà, fornisce delle prove ancora
migliori della bontà del piano di visione. I resultati che con esso noi abbiamo raggiunto,
dimostrandosi in accordo con i resultati di tutt’altro ordine di considerazioni, manifestano
quella intima coesione e congruenza che sono garanzia della giustezza delle premesse da
cui si parte.
Tale garanzia viene ad essere fondata in verità sopra un processo induttivo, più che
sopra una dimostrazione diretta, ma dobbiamo osservare che assai spesso — nella nostra
scienza come in altre — interviene un processo di dimostrazione di questo genere.
Ed entriamo senz’altro nella esposizione dei nostri risultati.
Nelle tabelle finali dedicate ai valori angolari rilevati fra i diversi elementi lineari dei
grafici, ognuno potrà trovare i valori individuali di ogni cranio. Ma più che altro, per il
momento almeno, interessano a noi i valori medii.
La media della inclinazione del piano francese sul piano di visione è di -|- 8° 70 ').
La oscillazione totale è da — 9°, 50 a -f- 14°. Il primo però è un valore estremo assai
staccato.
Considerando come estremo negativo il caso più prossimo, del valore — 5°, si ha una
oscillazione totale di 19°. La media dei casi pos. è 5°, 40, quella dei casi neg. 2°, 50. Ciò fa
che la zona di massima frequenza, calcolata per l’ intervallo di questi valori, ha una esten¬
sione di 8°.
I valori dell’angolo sono in 17 casi soltanto negativi, in 72 positivi. Tre casi sono
uguali a 0° e per 7 casi manca il dato.
Questi dati significano, per la nostra convenzione, che il 'piano orizzontale francese
in genere alza la faccia verso l’alto , ma di una quantità angolare non grande.
La media della inclinazione del piano tedesco è di — 2°, 60. L’oscillazione totale è fra
gli estremi di 4- 6° e di — 12°, il che fa una escursione totale di 18°, senza casi estremi
aberranti. La media dei casi negativi — 4°, 07 ; quella dei positivi -f- 2°, 80. Ciò fa che la
zona di massima frequenza ha una estenzione di circa 7°.
I valori dell’ angolo sono in 75 casi negativi, in 18 positivi ; 5 casi sono uguali a 0°
e per un caso solo manca il dato.
Da ciò si deduce che il piano tedesco , al contrario del piano francese , tende adì
abbassare la faccia in genere , ma la abbassa di una quantità minore di quella che la
innalzi il piano francese. Inoltre, la differenza fra i valori estremi di oscillazione,
e la zona di massima frequenza essendo minori per il piano tedesco, fanno questo
in realtà più stabile cioè costante del francese.
La inclinazione media della linea di Schwalbe col piano di visione è di — 16°, 40.
La oscillazione totale è da — 5° 50' a — 32° 50, una oscillazione perciò di 27°. Facendo
astrazione dai due casi estremi, la oscillazione si riduce da — 7° a — 30°, cioè è di 23° ; non
solo, ma 17 casi soltanto sopra 98 giacciono al di fuori dei limiti 12° e 22°; cioè non sono
compresi in una zona di frequenza della escursione di 10°. In questa zona sono dunque
compresi ben 81 casi.
*) Diamo in frazioni centesimali e non sessagesi¬
mali i valori frazionarii dei gradi, seguendo l’esempio
di molti autori, per comodità di calcolo.
Una volta per tutte diciamo che assumiamo a
valori positivi tutti quei casi in cui l’angolo è aperto
in basso e in avanti, negativi quelli in cui è aperto
in alto e in avanti, rispetto alla orizzontale di vi¬
sione.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
193
Questa linea perciò offre una variabilità relativamente piuttosto scarsa, e che anche
forse è in parte dovuta alla difficoltà della determinazione univoca del punto.
La inclinazione media della linea del Klaatsch è di — (- 4°, 5.
La oscillazione totale è da -f- 15° a — 9° cioè di 24 unità: 15 casi sono negativi, 4
uguali a 0°, 77 positivi. Per 3 manca il dato.
La zona di massima frequenza pare essere fra — 1° e -f- 10° con almeno due luoghi
più frequentati, l’uno in corrispondenza di -f- 4°, l’altro di +9°.
Ben più importante però è il comportamento di queste varie linee nei varii tipi del
cranio cerebrale.
Ricordiamo che abbiamo riunito le due fascio, orto ed ipsicefalica in una sola.
In riguardo perciò dell’altezza dividiamo i cranii in piati ed ortoipsicefali, in riguardo
della lunghezza in dolicoidi e brachioidi. Ciò fa si che noi abbiamo quattro gruppi secon¬
darli in cui tutti i casi sono distinti.
I Brachi, in cui è possibile misurare l’ inclinazione del piano francese sono 40. Il va¬
lore medio di questa inclinazione è + 2°, 98.
I dolic. da cui è detratta la media sono 52 ed essa è di 4- 4°, 36.
I brach. in cui si può misurare la inclinazione del piano tedesco sono 41. Il valore
medio relativo è di — 4°, 05.
I dolic., nelle stesse condizioni, danno il valore di — 1°, 54 per 57 casi.
Si desume da questi dati un fatto assai interessante, di cui vedremo in seguito il
pieno valore.
Confrontando cioè i dati ora esposti con quelli analoghi per la totalità dei casi, pos¬
siamo dire che per i cranii brach. il piano francese è più approssimativo al vero di quello
che non sia in generale, ma di una quantità piuttosto piccola, inferiore ad 1°, il piano
tedesco è più distante invece dal vero che non sia in generale e di una quantità sensibile
circa 1°, 5.
Per i dolic., al contrario, il piano francese è più lontano per una quantità inferiore ad
1°, mentre il piano tedesco è più prossimo al vero per il valore di 1° all’ incirca.
Deriva da ciò la conseguenza pratica che mentre 'per i cranii brach. è preferibile
fare uso del piano francese, giacché, astrazione fatta dal segno del valore medio del-
V inclinazione sul piano binorbitale, questo è in valore assoluto più piccolo, per i
cranii dolic., it piano francese da valori troppo distanti dal vero, mentre il tedesco
ci offre le condizioni più favorevoli per la sua applicazione, corrispondendo in guisa
maggiore al vero, non solo in confronto del piano francese, ma anche del suo valore
generale.
1 platic. in cui è possibile misurare l’inclinazione del piano francese sono 27. Essi
forniscono una media di -f 3°, 88.
Gli ortoips. nelle stesse condizioni sono 65 e la loro media è 4- 3°, 61.
1 platic. in cui è possibile misurare l’inclinazione del piano tedesco sono tutti i 28
casi. La loro media è — 2°, 76.
Gli ortoipsic. nelle stesse condizioni sono 70 e la loro media è — 2°, 32.
Confrontando questi dati per i due gruppi di altezza coi dati generali per i piani fran¬
cese e tedesco, si può constatare come, rispetto al piano francese, non esista una differenza
assai sensibile fra platic. e ortoipsic..
Lievemente più sensibile è la differenza fra i due gruppi in rapporto al piano tedesco.
Essa però è solo di 0°, 44.
Adunque le differenze per l’altezza non sembrano a tutta prima avere rispetto alla
194
G. L. SERA
questione pratica del piano di orientamento, una importanza eguale a quella delle differenze
per la lunghezza e la larghezza.
Ma occorre precisare di più le condizioni determinanti, onde vedere se ciò sia vera¬
mente accettabile. Vediamo perciò come si comportino i quattro gruppi morfometrici
secondari da noi distinti.
Per i do: p: abbiamo Ideasi, sia per il piano francese, sia per il tedesco. Le medie
relative sono rispettivamente 4- 5°, 4 e — 0°,14.
Per i br : p : abbiamo 13 casi por il piano francese e 14 per il tedesco.
Le medie rispettive sono: -j- 2°, 27 e — 5°, 4.
I do : o : i : in cui è possibile determinare la inclinazione del piano francese sono 38.
La loro media è + 3°, 98. I do : o : i : nelle stesse condizioni per il piano tedesco sono 43.
La loro media è — 2°, 00.
I br : o : i : sono 27 per entrambi i piani.
Le medie importano rispettivamente: + 3°, 33 e — 3°, 35. I do : p : hanno perciò <p
maggiore del normale per 1°, 7, mentre r è praticamente uguale a 0°, per 2°, 5 cioè
superiore al normale.
I br : p : hanno r più piccolo del normale di circa 1°, 4; r invece assai inferiore, cioè
per 2°, 8.
1 do : o : i : hanno <p di poco superiore al normale cioè di 0°, 30 e r superiore di 0°,60.
I br : o : i : hanno <p minore del normale di 0°, 4 circa e r minore di 0°.75.>
In questi risultati è possibile che sia potuta intervenire la influenza del piccolo numero
di casi in qualche gruppo? E affatto possibile e ciò in particolare per i do : p :, i cui dati
dobbiamo riprendere in esame subito per dare una spiegazione della cosa.
Confrontando intanto i diversi gruppi fra loro, si può constatare come il piano francese
raggiunga il suo valore minimo nei br : p :, il suo valore massimo nei do : p : , mentre il
valore immediatamente inferiore è quello dei do : o : i : ; il piano tedesco al contrario ha
il suo valore minimo fra i do : p : , mentre quello immediatamente superiore è nei
do : o : i : e ha il suo valore massimo fra i br : p : .
Osserviamo intanto che la divergenza dalla media generale per i do : p : è maggiore
rispetto al piano tedesco che rispetto al francese e nello stesso senso.
I casi dei do : p : i quali maggiormente si allontanano dal normale e che più alterano
la media sono i n. 29, _ 55 e 78. In misura minore 56 e 82.
Orbene il n. 29, un Tasmaniano, ha l’altezza facciale assai notevole di 73, e l’orbitale
di 37. È un caso di caratteri facciali assai diversi dal normale per il tipo etnico. Ciò deve
naturalmente contribuire ad abbassare il punto anteriore dei due che determinano i due piani.
II 55 è un cranio guancio che ha un’altezza facciale di 72, ma invece un’altezza orbitale
di 30, piccola; A ciò è conforme che «p = + 11 e r = — 4° cioè la divergenza si verifica
per il piano francese, ma non per il tedesco.
Il n. 78 è il cranio di Ostiacco, da me già illustrato per la intensità dei suoi fatti fìsio-
patologici, fra cui più notevole la platibasia.
Esso costituisce l’esempio più notevole della influenza che tali fatti hanno sulla forma
tipica. Ed infatti si comprende come nella platibasia il punto posteriore del piano francese
venga a portarsi più in alto, rispetto all’ anteriore.
Il valore di <p in questo caso è prossimo al massimo riscontrato, (-f- 13°, 5).
Sebbene in misura minore la stessa osservazione vale per il n. 56.
Ma, almeno in misura eguale, che per l’ intervento dei fatti indicati, i do : p : devono
la loro posizione anormale all’intervento di un fatto su cui avremo occasione di ritornare
in luogo più opportuno.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
195
E ciò sopratutto dobbiamo ammettere per il gruppetto di 5 Boschimani che fanno
parte appunto dei do : p
La media di <p per questo gruppetto è di -f 2°, 4 cioè per 1°,3 inferiore alla media
generale, la media di x è di — 1°, 3 cioè di 1°,3 superiore alla media generale.
La media di <p per gli altri 9 do : p : è di -f- 7° e quella di % è di -f- 0°, 3. Ciò vuol
dire che la divergenza dal valore medio generale è quà solo di una quantità trascurabile
maggiore per il piano francese che il tedesco, importando 1’ una -f- 3°, 30 l’altra + 2°, 90,
e nello stesso senso.
Ora per quanto riesca sorprendente che la media di <p per i 5 Boschimani sia di solo
1°, 3 inferiore alla media generale e soltanto di 1°, 6 a quella dei do: o : i :, malgrado le
faccie straordinariamente basso di essi, (la media dei 5 nostri casi importa 60 mm.), giacché
essa media si mantiene inferiore alla generale, più sorprendente riesce che la media di
r è di 1°, 3 superiore alla generale ed è superiore ancora di quasi un grado a quella dei
do : o : i ; malgrado le orbite bassissime. Ciò ci fa ritenere doversi ammettere a spiegare
tale comportamento un abbassamento della faccia rispetto al piano orizzontale, di natura e
significato diverso da quello fisiopatologico, cui già abbiamo accennato, giacché nessuno
dei cranii di Boschimani presenta tali fenomeni; e di ciò vedremo le prove oltre.
Siffatto abbassamento, che vogliamo dire architetturale, trova il suo massimo nei Bo¬
schimani ed in qualche altro gruppo etnico (Tasmaniani ecc. vedi oltre).
La presenza dei 5 Boschimani nel gruppo assai limitato, per numero di casi, dei do: p.,
se produce che la forte media di y dei rimanenti 9 do : p. sia abbassata, cioè sia diminuita
la divergenza, determina invece il mantenersi alta della divergenza per il piano tedesco.
La conclusione di questo esame è che, per quanto riguarda la questione qua studiata,
(come dei resto altre), il gruppo dei do : p., per la presenza di fattori casuali, non indica
correttamente la vera posizione tipica del gruppo architetturale.
Noi crediamo che tale vera posizione si potrebbe meglio desumere dallo studio di una
serie di do: p. europei o anche mongolici, ma di tipo fine e non rozzo. Disgraziatamente
non abbiamo avuto a nostra disposizione una tal serie. L’ unico cranio europeo do : p :
della nostra centuria presenta alterazioni fisiopatologiche.
Il piano francese ed il tedesco, presentano fotti peculiari per ciò che riguarda i br : p:.
Mentre il primo raggiunge in quelle forme il suo valore medio minimo, il secondo rag¬
giunge il suo valore medio massimo in valore assoluto.
Ciò non può essere determinato che da un fatto, dall' abbassamento assoluto delle
parti posteriori del cranio , al livello, nella direzione antero-posteriore, dei condili
(basion, condili stessi, forame acustico) nelle forme suddette.
Un innalzarsi dei punti anteriori di determinazione dei due piani è escluso assoluta-
mente, giacché nei casi di br : p . da noi presi in considerazione, come è in genere in
queste forme, la faccia è medio-alta (quando si consideri in. sè, beninteso, e non in rela¬
zione alla larghezza bizigomatica, forte in correlazione alla forte larghezza del cranio
cerebrale) e l’orbita è anche medio alta, onde eventualmente tendono ad abbassarsi tanto il
prosthion quanto l’orbitale inferiore.
Considerazioni analoghe possono farsi per i do : o : i :. Se si fa astrazione dei do : p :,
per le ragioni che abbiamo detto, si può dire che nei do : o : i : il piano francese raggiunge
il suo valore medio massimo e il tedesco il suo valore minimo in valore assoluto.
Dato che i valori assoluti più piccoli dell’altezza facciale e dell’altezza orbitale si
riscontrano appunto nei do : o : i :, non può il fatto anzidetto essere attribuito ad una posi¬
zione più bassa del punto anteriore di ciascuno dei detti piani, bensì ad una posizione
relativamente più elevata del punto posteriore.
196
Gr. L. SERA
Vero è che il fatto che noi abbiamo indicato aver luogo nei do : p : e sopratutto nei
Boschimani, quello cioè dell’ abbassamento di tutta la faccia, di valore architetturale (vedi
oltre) si verifica anche in molti gruppi do:o:i:, ma abbiamo delle prove per credere che
la misura in cui esso si verifica sia sensibilmente minore e spesso trascurabile.
Adunque la mancanza di differenziazione sia rispetto al piano francese, sia rispetto al
tedesco fra i due gruppi primarii dei platicefali e degli ortoipsicefali, è un risultato arti¬
ficiale, prodotto da che la forte divergenza di valore tipico dei br : p : è coperta da quella
opposta, di valore in gran parte casuale, dei do : p : .
La stessa buona differenziazione per i due piani fra dolio, e brach. appare re¬
sultare piu che altro dalla influenza della netta differenziazione dei br : p giacché
la vediamo diminuire fra le due categorie speciali dei do : o : i : e dei br : o : i :
in confronto di quella che era fra le due più generali dei dolic. e brach. Tuttavia
rimane una \certa quantità di differenziazione, apparentemente dipendente dal pas¬
saggio di una forma lunga ad una corta.
Ad ogni modo le più forti differenze sono fra do : o : i : e br : p .-, che rappre¬
sentano veramente le due condizioni opposte.
Si ricava da ciò la conseguenza pratica che la migliore opportunità del piano francese
per le forme brach. si deve intendere sopprattutto per i br : p e per i do : o : i : quella
del piano tedesco in favore dei dolic.
Vogliamo aggiungere ancora alcune osservazioni per l’importanza che esse hanno nella
pratica antropologica, e che si comprenderanno meglio al capitolo X°.
Quando il basiloccipitale assume per alterato sviluppo osseo, una posizione orizzontale
(platibasia), tutti i punti della faccia vengono necessariamente ad assumere una posizione
più bassa ed i punti anteriori determinanti il piano francese ed il tedesco, vengono ad
abbassarsi. Ma mentre nel tedesco si abbassa anche contemporaneamente il porion, ridu¬
cendosi la distanza verticale fra esso ed il basion, (vedi oltre) se pure non nella stessa
misura, pel piano francese il punto più basso del condilo naturalmente non si sposta.
Così nel cranio 78, che ha un’altezza facciale mediocre (= 68), <p ha il valore di + 13°, 5
e r quello di + 0°, 5. L’influenza dei fortissimi fatti ipofisiologici di questo cranio, è perciò
assai disugualmente sentita dal piano francese e dal tedesco, in quanto che <p è di quasi
10° superiore alla media generale, z di circa 3° soltanto.
Lo stesso si dica per i fatti iperfisiologici cui è naturalmente assai più sensibile il
basion e i condili del porion.
Anche le variazioni dell’altezza della faccia sono, per ragioni numeriche elementari,
assai più sensibili per il piano francese che per il tedesco.
Queste sono, secondo noi, le ragioni più frequenti della maggiore costanza del piano
tedesco, da noi ancora una volta constatata, ma già stabilita da diversi autori.
Passiamo ora alle altre linee.
I brach. misurabili (42) hanno un’ inclinazione della linea di Schwalbe sul piano di
visione di — 18° 4.
I dolic. (56) hanno un’inclinazione media di — 15°, 4.
I platic. (28) ne hanno una di — 17°, 7.
Gli ortoips. (70) una di — 16°, 3.
Per questi dati è verosimile supporre una distribuzione dei valori per i quattro gruppi
morfometrici analoga a quella constatata in precedenza per i piani francese e tedesco. Non
entriamo perciò in questa trattazione.
Rispetto alla linea di Klaatsch, 43 do : o : i : danno una media di -f 5°, 5 ; 27 br : o : i :
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
197
ne danno una di -f 4°, 4 ; 12 do : p : ne danno una di + 6°,1, e 14 br : p : ne danno una
di + 0°, 6.
Da queste cifre si ricava che 55 dolic. hanno una inedia di -f 5°, 6, contro una media
di + 3°, 1 per 41 brach. ; 70 ortoips. porgono una media di + 5°1, contro una media di
+ 3°, 1 per 26 platic.
Dall’ andamento generale di questi valori si desume che la inedia dei do : p : deve
essere anormalmente elevata, ciò essendo dovuto alla forte influenza dei fattori poco fa
esposti sul troppo piccolo numero 'dei casi ; le maggiori differenze architetturali sono fra
ortoips. e platic., la differenza di 2°, 5 fra dolic. e brach. essendo evidentemente dovuta
alla media assai bassa dei br : p : e a quella artificialmente elevata dei do : p :.
Come si può facilmente constatare ad un confronto, le variazioni dei dati raccolti
relativamente ai varii piani per le diverse categorie di indici e combinazioni dei due in¬
dici avvengono tutte parallelamente le une alle altre. Ciò fa pensare che esse siano cor¬
relative a variazioni architetturali di più larga portata perchè indicano spostamenti
dei punti che individuano i singoli piani, spostamenti che vanno nello stesso verso.
Ciò è provato fino da ora da quanto abbiamo detto della oscillazione che subisce il
porion nelle due forme opposte do : o : i : e br : p essendo esso nella prima collocato
nella posizione più elevata, nella seconda nella posizione più bassa.
Fin d'ora possiamo aggiungere che uno spostamento nello stesso senso del porion
si ha nel passaggio dai dolicoidi ai brachioidi, ma la sua intensità è molto minore di
quello anzidetto fra ortocefali e platicefali.
Tali risultati sono già conseguenze assolute, non cioè relative al piano di orientamento
scelto da noi, il piano di visione: ma più in là saranno portati altri argomenti in favore
di essi, anche più chiaramente indipendenti del piano di orientazione.
*
* *
In questo luogo dobbiamo dire qualche cosa di un piano, che noi proponiamo, in base
a fatti che verremo oltre esponendo, limitandoci a riferire qua solo i risultati della appli¬
cazione del nostro solito procedimento. Si tratta di un piano individuato sul piano sagittale
dal prosphenion e dal clivion. La linea da essi individuata è da noi chiamata « linea mec¬
canica », per ragioni che si vedranno oltre.
Per 43 do : o : i : il valore dell’angolo della linea meccanica (g) sul piano di visione
è di — 13°. Per 28 br : o : i : g è — — 15°. Diviene circa — 12° per 14 do : p : e di
nuovo — 15° per 14 br : p : . I dolicoidi perciò hanno un valore medio di — 12°, 7, i
brachioidi di — 15°, 1, gli ortoipsi quello di — 13,8° e i plat. di — 13°, 5.
La media generale è di — 13°, 7.
Al contrario di quanto abbiamo spesso osservato perciò non esistono differenze fra
platic. e ortoc. ed invece esistono fra brach. e dolic. senza essere però notevoli.
La variabilità di g è scarsissima. Sopra 99 casi, ben 89 cadono nei limiti — 7°, — 20®
vale a dire nella oscillazione di 13°.
Gli estremi stessi sono — 4° e — 28°, ma quest’ ultimo è affatto isolato. Altri due
casi si hanno col valore — 22°.
È fuori di dubbio perciò che tale linea ha una forte costanza, e manifesta anche scarsa
variazione nel passaggio da dolic. e brach..
Tuttavia dobbiamo darci una spiegazione di tale variazione, e questa vedremo oltre c
vedremo insieme il significato teorico e pratico di detta linea.
25
198
Gr. L. SERA
CAP. IV.
La inclinazione del basiloccipitale e le forme del cranio.
La ricerca della inclinazione del basiloccip. nei diversi tipi morfometrici del cranio
cerebrale è uno degli argomenti principali di questa ricerca e ci sarà permesso perciò di
soffermarci alquanto sopra di esso. ' *
La diversità nel grado della inclinazione nelle diverse forme craniensi costituisce uri
dato di grandissimo valore esplicativo per una teoria del cranio umano. Abbiamo perciò
creduto utile dare una dimostrazione il più possibile esauriente di essa, non accontentan¬
doci di stabilirla in funzione della inclinazione sulla orizzontale vera, bensì sopratutto collo
studio delle variazioni di elementi craniologici da noi per la prima volta stabiliti o non
ancora utilizzati a questo scopo, i quali sono affatto indipendenti da qualsiasi orizzontale.
Ci occuperemo successivamente dei due mezzi di dimostrazione.
I). A rappresentare la posizione nello spazio del basilocc. è stata finora dagli autori
scelta la linea che il Clivus fornisce nella sezione mediana sagittale del cranio; noi stessi
abbiamo seguito tale procedimento in precedenti lavori. Ma il Clivus è lungi dal fornire
una rappresentazione precisa. Costituendo il basilocc. un osso a sezione mediana triangolare
con vertice al basion, il Clivus ci da un lato di questo triangolo, che ci indica con tanto
maggiore approssimazione la direzione del basilocc., quanto più esso è stretto, cioè piccolo
il lato del triangolo opposto al vertice basion.
Per questo motivo abbiamo preferito valerci della bisettrice (che potevamo costruire
facilmente nei nostri grafici) tutte le volte che dovevamo indicare la direzione del basilocc.
lasciando le misure prese in base al Clivus come surrogato, laddove non avevamo a dispo¬
sizione la bisettrice. Il valore dell’angolo fra bisettrice e Clivus poi dà una misura dell’er¬
rore che si commette usando del secondo invece del primo, errore che talvolta è assai
notevole, ed è notevole laddove proprio più importa di avere una misura esatta, cioè nei dolic.,
in cui il Clivus, a ragione di un forte spessore del basiloccipitale, simula inclinazioni più
forti di quelle che siano in realtà. Vi sono però dei casi in cui detta direzione è diffìcile
stabilire con un sistema o con l’altro, e sono quelli in cui il Clivus si presenta concavo
per fatti fisiopatologici. Tali difficoltà però non sono insuperabili 1).
La inclinazione del basilocc (co) adunque è più esattamente misurata dalla inclinazione
della bisettrice. La inclinazione media di essa sulla verticale alla orizz. vera è di 37°, 6 in^79
casi. Nei 2(3 platic., in cui è misurabile, diviene 36°, 5 e 38° nei 71 ortoipsi ; diviene 35°1,
nei 40 brach. e 39°, 3 nei 57 dolic. L’angolo co è più piccolo nei brach. e nei platic. in con¬
fronto rispettivamente dei dolic. e degli ortoips.. In altri termini l’allargarsi del diametro
trasverso e rabbassarsi dell’altezza del cranio agirebbero nle senso dì aumentare la dispo¬
sizione verticale del basilocc. ed agirebbe in misura maggiore il primo fattore.
Tuttavia è bene far presente subito che la variazione fisiologica dell’angolo co è rile¬
vante e tanto più si deve esser guardinghi nel trarre conclusioni, quanto più piccolo è il
numero dei casi, di cui si disponga.
9 Crediamo utile osservare che quanto più il
pezzo basilare è corto tanto più tende a incorporarsi
nello sfenoide ed è difficile tracciare la bisettrice.
In tali casi è più prudente tenersi al Clivus. Un
esempio di questa eventualità ci ha fornito il N. 80.
Un esempio assai dimostrativo delle differenze che
importa prendere il Clivus, invece della bisettrice,
si ha nel n. 72, un negro in cui l'angolo fra l’uno
e l'altro importa 23°. '
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
199
La variazione totale è da 7° a 61°, cioè di 54°, ima oscillazione assai notevole e tanto
più in quanto se l’estremo più basso è isolato, tanto che può dirsi che la serie si inizii
praticamente con il valore 21°, all’estremo opposto, verso i valori alti, vi è buon numero
di casi. Volendo trascurare il valore di 7°, come un caso isolato e quello di 13° successivo
perchè di un caso anormale, la oscillazione resta sempre compresa fra 21° e 61°, in 40®.
Nè la oscillazione dei singoli gruppi morfometrici è molto più bassa. Nei 14 do : p :
essa è compresa fra 30°, 5 e 61°, cioè di circa 30°. Nei 12 Br : p : è compresa fra 7° e 58°
o al più fra 21° e 58n è cioè di 37°. Nei 28 br : o : i : è compresa fra 27° e 59°, abbraccia
cioè 32°, ed è compresa fra 22° e 58°, con 33°, nei 43 do : o : i : . Vi è quindi una larga
interferenza dei valori di ogni gruppo secondario in conseguenza di una forte variazione
individuale. Possiamo subito dire che ciò non dove far meraviglia, quando si pensi che, di
tutte le parti del cranio, il basilocc. è quella che deve esser la più sensibile alle diverse
azioni che alterano, in un senso o nell’altro, il normale andamento della ossificazione,
cioè alle cause fisiopatologiche. Giacché, come è noto, tutto il peso del cranio gravita sui
condili e le parti ad essi prossime, essendo il cranio sorretto sulla colonna vertebrale.
I valori medi dell’angolo io nei 4 tipi principali sono 41°, 3 nei do: p:, 30°, 9 nei br: p:,
38°, 7 nei do : o : i :, 37° nei br : o : i :. Se nei br : p : si scartano i due casi n. 80 e 85,
che hanno valori eccezionalmente alti per il gruppo, e che sono fisiopat., si arriva persino
ad avere il valore medio di 26°, per il gruppo, che indica nei br : p : la posizione più
prossima alla verticale, in confronto di tutti i gruppi.
Esaminando la posizione dei do: p: nei casi individuali, si constata che i più forti valori
dell’angolo co sono presentati dai casi fisiopat., fra cui il n. 78 presenta appunto il massimo
(= 61°) di tutta la serie. Dobbiamo perciò concludere che in realtà il valore medio così
elevato del gruppo è poco attendibile, come valore tipico: anche perciò per questo carattere
come per gli altri, di valore analogo, che vedremo subito, la posizione del gruppo do: p:
non ha valore tipico e questo sebbene la serie di caratteri che esaminiamo in questo ca¬
pitolo non possa essere influenzata da quell’ abbassamento architetturale della faccia cui
abbiamo accennato nel capitolo sui piani orizzontali.
Anche il valore di 37° nei br : o : i : è forse troppo elevato e dovuto alla grande fre¬
quenza di casi di fatti fisiopat. discreti che si riscontra in questo gruppo e che arriva al
47°/0, contro le percentuali di 36, 36, 37 che vigono per i do : p :, br : p : , e do : o : i :,
rispettivamente. Dobbiamo però dire che un esatto apprezzamento numerico di tali fatti
non è possibile, dato che i casi di fatti fisiopat., localizzati a singole regioni del cranio,
non sono stati da noi presi in considerazione nei nostri apprezzamenti.
II. — Assai più importanti però sono le variazioni di alcuni elementi da noi stabiliti
e che ci esprimono i cambiamenti della base nelle forme diverse, in una maniera indipen¬
dente da qualsiasi piano orizzontale. Questi elementi sono parecchi :
1°). Un primo elemento è l’ angolo (da noi indicato col numero arabico 6) che la retta
nasion-basion fa colla bisettrice dell’ angolo del basilocc.
Le oscillazioni nella posizione della retta nasion-basion dipendono, come è naturale,
dalle variazioni di posizione dei due estremi. Il nasion scorre dall’alto in basso per ragioni
più che altro raziali. Nei Mongoloidi le ossa nasali assai spesso sconfinano sul frontale, ma
è evidente che praticamente si dovrà trascurare questi fatti speciali. Più importanti sono
i movimenti del Basion, ma appunto questi 1* angolo da noi proposto vuol mettere in
evidenza.
II valore medio dell’angolo 6) nei do : p : è di 20°, 9. I casi sono 14. Nei br : p : è di
25°, 9 ; nei 12 casi in cui esso è determinabile ; in due di essi infatti, i n. 35 e 87, non
200
G. L. SERA
si è potuto stabilire la posiziono della bisettrice. Nei *28 br : o : i : il valore stesso è di 21°
e di 21°, 1 è nei 43 do : i : .
Non vi sarebbero perciò da questi valori medii differenze fra do : p do : o : i : e
br : o : i : . Il solo gruppo divergente sarebbe quello dei br : p:. Bisogna però osservare
un po’ più da vicino questi risultati, perchè una più attenta considerazione ci fa arrivare
a conclusioni un po’ diverse.
I 14 do : p : dimostrano una grande dispersione nella loro localizzazione. Mentre i 28
br : o : i : si distribuiscono fra i valori 9° e 27°, 5, con una zona di maggior frequenza
compresa fra 19° e 25°. i 14 do: p: si distribuiscono fra 6°, 5 e 33°, senza concentrarsi in
alcuna regione, e tre di essi si pongono verso i valori estremi più forti. Dei 7 casi il cui
angolo 6) è al di sotto di 19°, 4 o 5 appartengono a forme fisiopatologiche. Ciò fa si che
verosimilmente la media dell’ angolo 6) per il gruppo dei do : p : sia più bassa di quello
che dovrebbe essere in realtà, giacché 4 o 5 casi sopra 14 rappresentano una proporzione
certo sensibile e che deve alterare i rapporti normali.
Analoghe considerazioni dobbiamo tenere per i br : p : ; due casi fra essi sono per i
loro valori all’estremo più basso della oscillazione. Tutti gli altri sono compresi fra 23° e
44°. Per i due casi poi in cui l’angolo 9) non si potè stabilire l’angolo della nasion-basion
col Clivus (che non abbiamo dato nelle tabelle) dà i valori di 48° e 38°, 5 ; il primo dei
quali è appunto il valore massimo dell’ angolo stesso, il secondo è un valore forte. Anche
questi due casi perciò confermano il valore piuttosto forte della inclinazione del basilocc.
Considerando che i due casi di valori bassi estremi appartengono ai crani n. 80 e 85. for¬
temente ipofisiologici, siamo autorizzati a scartarli dalla media. In tal guisa si ottiene per
i 10 br : p : restanti il valore 29°, l, il quale è sensibilmente diverso da quello di 21° degli
altri gruppi. Anche il valore basso dei br : o : i : potrebbe esser determinato dalla forte
frequenza di crani fisiopatologici nella serie. Ma ciò si vedrà meglio in seguito.
Quello che intanto risulta sicuro è il fatto che i br : p : presentano il valore dell’ an¬
golo 6) più forte degli ortoipsi.
2°). In secondo luogo, dovremo prendere in considerazione una serie di rapporti che
danno la misura della posizione del basilocc. rispetto a un punto relativamente fisso, la
glabella ; si intende che tale fissità è rispetto all’ asse verticale.
Per rappresentare in un sistema indipendente daH’orientamento del cranio la posizione
del basilocc., procediamo così : si tira una perpendicolare dalla glabella sulla bisettrice del
basilocc. o sulla direzione del Clivus o sulla bregma-basion. Ciascuna di queste rette ha i
suoi vantaggi e svantaggi. Ogni perpendicolare divide la retta corrispondente in due seg¬
menti, uno superiore compreso fra la volta e il piede della perpendicolare e uno inferiore
compreso fra questo ultimo punto e il basion. La grandezza relativa di questi segmenti
sarà diversa a seconda appunto della inclinazione di ogni retta; nel senso che, quando
queste l’ette assumono una direzione prossima alla verticale, il segmento superiore
tende a divenire più grande. Per dare una espressione numerica di questo fatto si
possono fare tre rapporti : quello del segmento superiore alla retta in toto, quello del
segmento inferiore alla stessa lunghezza, quello dei due segmenti fra loro. Il terzo rapporto è,
matematicamente parlando, il meno attendibile, gli altri due sotto quel rispetto si equival¬
gono e noi abbiamo scelto il primo. Delle tre linee di proiezione da noi nominate, crediamo
sia preferibile scegliere la bisettrice.
Abbiamo già parlato dei difetti del Clivus, ma quelli della bregma-basion non sono
minori. Data la obliquità, in media assai maggiore, della bregma-basion rispetto alla gla¬
bella, quella viene a sentire la influenza della differenza di livello (nel senso dell’ altezza)
del basion in guisa assai più forte che la bisettrice e la linea stessa del Clivus, in guisa tale che,
‘201
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE. ECO.
a basion posto più in basso, il segmento superiore della bregma-basion ne viene ad essere
diminuito e viceversa. Per tali motivi abbiamo limitato la nostra discussione alla bisettrice.
Nei 14 do: p: il valore medio del rapporto VI è di 17,1, nei 12 br : p:, in cui è
stato possibile misurarlo è di 22,3, diviene nuovamente 18,3 nei 43 do : o:i: e 18, 8 nei
28 br : o : i Come per i precedenti elementi, questi risultati vanno esaminati più davvicino.
I 14 do : p : sono molto dispersi, si distribuiscono fra i valori 2 e 30, 5, senza una
zona di più forte concentrazione. I casi fisiopat. si pongono tutti fra i valori bassi. Si può
osservare perciò che, data la frequenza dei casi fìsiopatologici, la media dei do : p : deve
risultare più bassa di quello che sarebbe in realtà. I duo valori più bassi per i br : p :
appartengono al solito ai due casi n. 80 e 85 ; se si scartano i quali si ha una media per
i br : p: ancora più elevata in confronto degli altri gruppi e cioè di 25,7. Anche il valore
medio dei br: o: i : va corretto forse per la frequenza in questo gruppo di forme fisiopat.,
non sapremmo però in qual misura.
Si deve osservare che il valore indicativo di questi resultati per l’indice VI, e il significato
delle differenze architetturali con esso stabilite sono tanto più forti, in quanto esso per sè fa¬
vorirebbe le forme ortoipsi; in sostanza infatti la distanza dal basion alla volta sulla bisettrice
è una altezza, e vedremo che nelle forme ortoipsi l’altezza ha un maggior sviluppo verso le
parti superiori del cranio. Se, ciò malgrado, i br: p: dimostrano valori più elevati dell’indice,
si deve dedurre che in realtà la rotazione della bisettrice deve essere assai intensa.
Ma, passando alle conclusioni più generali, possiamo dire che la posizione del basilocc.,
quale risulta dal riferimento della bisettrice di esso al piano orizzontale, porge risultati
perfettamente paralleli a quelli che si hanno con sistemi di riferimento affatto indipendenti
da qualsiasi piano orizzontale. La portata di questa conseguenza, non solo a indicarci le
differenze di posizione del basilocc. nelle diverse forme architetturali, ma anche a fornirci
la giustificazione assoluta del piano orizzontale da noi scelto, non è chi non veda.
In complesso può dirsi che la massima divergenza si verifichi fra do: o: i: e br : p.\
Purtroppo non possiamo precisare la posizione esatta dei br : o : i : ; ma, data la massima
frequenza in questo gruppo di fatti fisiopat. e dato che questi si fanno sentire a preferenza
sul basilocc., dato che, ciò malgrado, la media del valore di alcuni dei caratteri da noi
studiati ha tendenza ad avvicinarsi (in confronlo delle medie dei rimanenti gruppi) a quella
dei br : p : , noi riteniamo che la inclinazione del basilocc. nei br : o : i : sia la più prossima
a quella dei br : p : in confronto dei rimanenti gruppi architetturali.
Per la posizione del basilocc. dobbiamo osservare che le differenze tipiche sono larga¬
mente coperte da differenze fisiologiche (vedi oltre cap. X°) onde per avere un’ idea esatta
delle cose alla ispezione, bisogna riferirsi a casi normali fisiologicamente. Qua, come per
caratteri simili, in cui la influenza dei fatti fisiopat. è forte, osserviamo che ha molto maggior
valore indicativo, di ciò che è tipico, la esistenza di una conformazione estrema (cioè del
valore estremo di un determinato carattere) in una speciale forma architetturale, esistenza
ben constatata in un solo caso normale fisiologicamente di detta forma, e constatata na¬
turalmente ad esclusione delle altre forme architetturali , di quello che il valore medio
di un numero anche rilevante di casi, ma che non siano fisiologicamente normali. Il pieno
valore di questa osservazione si comprenderà al Cap. X° ').
l) Dobbiamo fare un’altra osservazione di valore
però specialmente tecnico, in riguardo alla forma
br : p : . È abbastanza raro trovare nei br : p : il lato
inferiore della norma occipitale e la stessa norma
inferiore normale, cioè col regolare aspetto convesso
che nelle altre forme si trova non infrequente. Ciò
deve derivare da che la disposizione quasi verticale
del basilocc., per fattori tipici, agevola al massimo
un’azione meccanica deformatrice, con rientramento
della base, anche nei casi di disturbo piuttosto lieve
nella ossificazione.
'202
G. L. SERA
CAPITOLO V.
Fatti di tensione e di movimento nella base.
So è difficile la dimostrazione numerica dei movimenti che intervengono nei punti
diversi della volta e della faccia, è difficilissima quella dei movimenti dei punti della base.
E ciò per due ragioni: prima, la scarsa accessibilità di essa; secónda, la mancanza
di punti di repere relativamente fissi.
Il trovare tali punti è stato sempre un grandissimo scoglio per l’antropologia; come
si è visto per la questione del piano orizzontale : ma, se si è potuto arrivare a soluzioni
abbastanza soddisfacenti per questa questione, fino ad oggi lo stesso non poteva dirsi per
10 scopo di stabilire punti fissi di confronto per gli spostamenti che intervengono nella
direzione perpendicolare a quella per cui sono utilizzabili 1 piani orizzontali; vale a dire
per la direzione antero-posteriore.
Persone infatti di scarsa esperienza possono illudersi di poter legittimamente consi¬
derare come repcre questo o quel punto anatomico, ma un esame largamente comparativo,
fa ben presto vedere quanto siano illusorie queste opinioni. D’altra parte un confronto
veramente scientifico del cranio umano in generale con quello dei Primati e soprattutto
11 confronto delle diverse formo di esso non è possibile che avendo fatto coincidere punti
e linee veramente omologhe. Per quanto per ciò si possa esser convinti della variabilità
di ogni punto scelto, o che sia possibile scegliere, non è meno inevitabile la scelta.
A questo scopo, dopo lunghi confronti, arrivai alla conclusione che bisognava abban¬
donare il pensiero di trovare un punto anatomico, che corrispondesse allo scopo. In questo
soggetto, come per altri, mi convinsi che, se il prendere un punto anatomico ha grande
comodità, il risultato positivo che per tal mezzo si raggiunge è assai scarso. Come il
Tedeschi ') ha per primo fortemente insistito, segnando con ciò un vero grande progresso
nella tecnica craniologica, il cranio si comporta dinamicamente come un tutto, in cui i
limiti stabiliti dalle suture, sincondrosi e punti anatomici possono oscillare di quantità
notevoli, per fattori locali e di scarsa importanza. Ben più importanti invece possono es¬
sere altri punti, non determinati da suture e sincondrosi, ma da fatti architetturali generali.
Da molto tempo avevo fatto l’osservazione che nei crani corti, e sopratutto di altezza
piccola, il corpo dello sfenoide appare spostato verso dietro, mentre nei crani lunghi, di
altezza grande sopratutto, appare come collocato all’ innanzi. Per essere più esatti, le due
conformazioni opposte si trovano nei loro gradi più marcati, rispettivamente nell’ una o
nell’altra forma del cranio cerebrale, ad esclusione dell’altra.
Per indicare la posizione del corpo dello sfenoide mi servii dapprima del punto sfe-
noidale, ma lo abbandonai ben presto essendomi persuaso che la sua posizione può va¬
riare fino quasi ad 1 cm., a seconda dello sviluppo della sella turcica, della glandola
pituitaria o del chiasma. Mi parve miglior punto quello mediano sul clivus, corrispondente
alla linea di saldamento della sincondrosi basilocc.. Ma in realtà tale linea è nell’ adulto
difficilmente apprezzabile. Ho scelto perciò nei diagrammi quel punto del Clivus che è a
livello, una volta orientatili, del fondo della sella turcica. Le variazioni infatti della gran¬
dezza della sella turcica dipendono più dalla dimensione della lunghezza che dalla profon¬
dità, fatta eccezione naturalmente dei casi patologici di anormale sviluppo della pituitaria.
*) E. E. Tedeschi. Sistema di craniologia. Padova 1906.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
203
Tale punto è situato in verità quasi sempre al di sopra della commessura sfeno-basilare,
ma ciò non reca svantaggio al nostro scopo.
La determinazione intuitiva della posizione più all’ indietro o all’ innanzi del corpo
dello sfenoide ha luogo soprattutto rispetto all’arco delle piccole ali dello sfenoide. Nel
caso in cui il corpo dello sfenoide appare sviluppato all’ indietro, la estremità interna dellè
ali di Ingrassias segue la sorte del corpo dello sfenoide e viceversa. La porzione perciò
più esterna delle ali di Ingrassias, è relativamente fissa. Siccome, anche nel caso in cui
10 sfenoide appare spostato all’ innanzi, la porzione interna delle ali di Ingrassias è sempre
rivolta all’ indietro, il punto della concavità dell’arco, determinato dalle ali stesse, che sia
sito più all’ innanzi, mentre è relativamente sito nella porzione situata all’esterno dell’arco
stesso, ci rappresenta un punto relativamente fisso. Questo punto ho scelto a repere fon¬
damentale per gli spostamenti antero-posteriori.
Ho scelto il punto sito più all’ innanzi dell’arco suddetto, giacché, essendo esclusa la
scelta di un punto all’ interno, non si poteva neppure pensare ad un punto troppo all’e¬
sterno. Lo sviluppo, maggiore o minore in lunghezza, della cresta ossea che continua le
piccole ali è certo soggetto a variazióne individuale, spesso grande. E naturale che, se il
punto da noi scelto e chiamato micropterion, ò veramente fisso nella direzione antcro-
posteriore, riferendo ad esso la posizione del clivion si devono trovare fra crani corti e
lunghi differenze numeriche corrispondenti a quelle da noi constatate alla ispezione.
1 diversi punti in questione però essendo a livelli diversi rispetto alla verticale, li
abbiamo innanzi tutto proiettati sulla orizz. ; quindi la distanza proiettiva micropterion-clivion
abbiamo riferito alla distanza proiettiva nasion-clivion, onde eliminare l’influenza della
grandezza assoluta, e basandoci sulla costanza relativa della base nelle forme diverse
[Flower]. Ne abbia avuto il nostro rapporto XIII.
La media generale del rapporto XIII, per i 98 casi, in cui è possibile stabilirla è di
34,4. La zona di massima frequenza è da 31 a 4*2 con estremi da 23 a 47 e quindi con
un’oscillazione di 24 unità. La media dei 56 dolic. è di 32,3 quella dei 42 brach. è di
37,1. La distanza è cosi di 5 unità; abbastanza sensibile. I 28 platic. hanno una media
di 33,8 e i 70 ortoipsi una di 34,6; entrambe poco dissimili dalla media generale.
I gruppi secondari hanno i valori medi seguenti :
42 do : o : i : 32,8 - 28 br : o : i : 37,3 - 14 do : p : 31 - 14 br : p : 36,6.
Esiste adunque una forte differenza fra brac. e dolic., il che significa che nei brach.
11 clivion è in realtà spostato all’indietro, in confronto dei dolic..
Ma alcuni fatti speciali ci fanno subito pensare che oltre alla forma del cranio vi
debbano essere altri fattori in azione; infatti la media dei 5 Boschimani, che, come è noto,
non presentano dolicocefalia pronunciata é di 27,3 cioè molto bassa.
Si potrebbe credere a tutta prima che essendo il clivion spostato all’ innanzi, rispetto
al micropterion, nei dolic., tale spostamento verso l’ innanzi si riflettesse anche sui segmenti
anteriori della base, col resultato che il nasion assumesse in quelli, rispetto alle parti
laterali della faccia, ad es. il margine esterno dell’orbita, una posizione più avanzata, di
quello chs faccia nei brach..
E tale opinione io ho infatti sostenuto nei precedenti miei lavori. Conseguenza di ciò
e anche di una vecchia mia idea su quello che doveva essere il fenomeno essenziale del mon¬
golismo (che allora io ritenevo esser la piccolezza della distanza antero-posteriore fra dacryon
e metectoconchion, mentre ora ritengo tale fatto essenziale esser nella posizione della cresta
lacrimale anteriore '), come si vedrà più in là) eriche nei dolic., sopratutto alti, il mon-
*) G. L. Sera — I caratteri della faccia ecc., già citato.
204
G. L. SERA
golismo doveva essere scarso in genere. Tale conseguenza io credevo di veder confermala
in ciò che si conosce intorno al cranio dei gruppi etnici a più spiccato mongolismo (Cal¬
mucchi e simili, a cranio br : p :). Colla concezione, che mi sono ora fatta del fenomeno
essenziale del mongolismo, se mai questo avrebbe dovuto esser aumentato, qualora il fatto
da me allora supposto nei dolic.., lo spostamento all’ innanzi delle parti anteriori e mediane
della base, si verificasse.
Ma esso non si verifica, come dimostrano le cifre esatte che esporremo. La distanza
proiettiva fra nasion e metectoconchion non varia apprezzabilmente fra dolic. e brac. dello
stesso tipo raziale.
Assai istruttivo si dimostra Tesarne del rapporto XIV, o rapporto della distanza T
alla S. Il rapporto XIV si potrebbe credere che desse una misura dell’ aggetto del margine
esterno dell’orbita, dato che la distanza T è calcolata a partire dal micropterion. A noi
stessi la interpretazione dei fatti resultanti dalla applicazione dei soliti principi di divisione
dei casi, per gruppi architetturali e per gruppi raziali, ha dato parecchio da fare, prima
di arrivare a spiegarci la bizzaria apparente del comportamento.
Eppure il forte rapporto XIV nei nostri 5 Boschimani, che hanno il margine esterno
dell’orbita piuttosto retratto all’ indietro (rappresentando casi piuttosto estremi in un senso,
giacché esistono nei cranii boschimani casi numerosi di forte aggetto all’ innanzi) ci avrebbe
dovuto porre in guardia fin dal principio. Infatti i detti 5 Boschimani hanno, malgrado ciò,
il rapporto medio di 45 cioè un rapporto forte.
Ma esponiamo i fatti: 42 do : o : i : hanno un indice medio di 41 — 27 br : o : i : ne
hanno uno di 36,1 — 14 do : p : ne hanno uno di 41 — 14 br : p : ne hanno uno di 37.
I gruppi raziali porgono : 14 Mongoloidi hanno un rapporto medio di 40,6. 20 Europei
ne hanno uno di 36. Viceversa 7 Australiani hanno 43 ; 10 Negri hanno 42,3.
Dividendo poi i gruppi raziali in dolic. e brac., abbiamo che: 7 Mongoloidi do: hanno
una media di 43 e 8 br : ne hanno una di 38. 4 Europei do : hanno una media di 37 e
16 br : ne hanno una di 35,7.
È evidente che la influenza del fattore raziale è assai scarsa, mentre è massima quella
dell’ architetturale, colla differenza fra brac. e dolic..
Ciò non può significare altro che questo : che il tratto micropterion-metectoconchion
subisce nei dolic. un allungamento, che cioè l'eccesso di lunghezza anteriore della base
(anteriore al micropterion) che questo forme presentano rispetto ai brac., non si riversa
sulla intiera distanza orizzontale micropterion-nasion, ma precisamente sul tratto microp¬
terion-metectoconchion.
Ma a questo tratto corrisponde appunto sulla superficie esterna del cranio la grande
ala dello sfenoide, nella dimensione di larghezza.
Allora mi apparve nel suo significato pieno il notevole sviluppo della larghezza della
grande ala in alcuni cranii di razza, fatto che mi aveva colpito, come ha colpito altri
osservatori, ma di cui non avevo per T innanzi saputo trovare le ragioni, per alcuni casi
sopratutto. Tali sono ad es. i crani Boschimani, in cui ho osservato fortissima larghezza
della grande ala, nei numeri seguenti del Museo di Londra : 1300 : 12 ; (da me figurato ')) I
1300 : 13 ; 1303 ; 1303 : 1 ; 1303 : 5.
Ma ci possiamo domandare perchè appunto nei dolic. si verifichi tale incremento nella
larghezza delle grandi ali non proporzionale alla lunghezza del cranio cerebrale.
*) G. L. Sera — I caratteri della faccia ecc., già citato — Vedi Tav. II fig. 2.
205
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
Por quanto vi abbiamo pensato non ci sembra plausibile che la spiegazione seguente:
10 sviluppo del corpo dello sfenoide non avendo luogo verso l’ indietro nei dolic., per le
ragioni che vedremo, tende a farsi verso l’ innanzi, ma esso incontra in ciò la resistenza
delle parti anteriori del cranio, ragione per cui non può acquistare la lunghezza che ha
nei brac., ed appunto per questa resistenza tende a produrre una sorta di dialisi fra il
cranio anteriore (cioè tutta la parte del cranio che si trova fino al margine posteriore
delle grandi ali dello sfenoide) ed il cranio posteriore : una minore coalescenza in altre
parole sulla linea di sutura fra le grandi ali ed il temporale.
Lo sfenoide così, nelle grandi ali, avrà modo di accrescersi assai più che d’ ordinario
in corrispondenza del suo margine posteriore, mentre le parti anteriori e la superfìcie
cerebrale di quelle, che accoglie il polo temporale del cervello, saranno spinte più all’innanzi
di ciò che sia nei brac..
La cresta cui si attacca la piccola ala, partendosi da punti dell’ endocranio collocati
all’ indietro del piano di separazione che divide il cranio anteriore dal posteriore, (come
sono stati in precedenza definiti) rimane fissa, malgrado lo spostamento verso l’ innanzi
della parte anteriore delle grandi ali, da cui del resto è separata per lo spessore della
fessura sfeno-sfenoidale.
Con ciò si spiega un fatto già da me osservato, ma che mi era fino a poco fa ine¬
splicabile : che appunto nei dolic. le apofisi di Ingrassias dimostrano una larghezza sen¬
sibile, essendo quasi delle lamine trasversali, mentre le fosse cerebrali medie sono molto
ampie. Evidentemente ciò è dovuto più allo spingersi verso l’ innanzi della superficie en¬
docranica delle grandi ali, che ad un accrescimento sul margine concavo delle apofisi
di Ingrassias, il che anche concede che il micropterion resti relativamente fisso.
Ma, quale è la ragione per cui il Clivion è spostato più all’ indietro nei brac. ?
Per rispondere a tale quesito dobbiamo prima esaminare le variazioni dell’angolo x,
cioè le variazioni che fa il planum sphenoidale colla orizzontale.
L’oscillazione di z è assai estesa nei 97 casi in cui la si può constatare. Va da -f- 1 8°,5
a — 15°, 5: occupa cioè 34°, con apparentemente due zone di frequenza, l’una che avrebbe
11 suo culmine intorno a + 6°, + 7°, l’altra che si estende da 0° a — 6°. 57 casi sono
positivi; 7 = 0°; 33 negativi. Il valore medio di ^ è di + 1°,8. Il che vuol dire che il
planum ha in media una leggerissima inclinazione all’innanzi.
I due gruppi dei dolic. e dei brac. manifestano differenze ben accentuate. 42 brac.
hanno una media di — 1°. 55 dolic. una di -|- 4°. La differenza è di 5°. (39 ortoipsi hanno
un valore medio di -f 1 °,9 e perfettamente lo stesso valore dimostrano 28 piati.
I gruppi secondari danno: 41 do : o : i : un valore medio di + 3°, 5 ; 28 br : o : i :
uno di — 0°,3 ; 14 do : p : uno di + 5°, 6 ; 14 br : p : uno di — 2°, 4.
Non esistono adunque veramente differenze torti fra ortoipsi c piati, ma evidentemente
il valore medio dei do : p : ha una divergenza dal valore medio generale maggiore di
quella dei do: o:, e lo stesso si dica dei br : p : Essendo le due divergenze di segno op¬
posto si comprende come la media dei due gruppi dia un valore generale coincidente
con quello degli ortoc.
Ricordando quanto si è detto al capitolo III a proposito del gruppo do : p :, non vi è
nessun dubbio che la media così elevata di questo gruppo si debba alla casuale prevalenza
di elementi a planum assai inclinato all’ innanzi e, considerando che la differenza fra
do : o : i : e br : o : i : è sempre di 4°, se ne deduco che in realtà la differenza in funzione
dell’ indice orizzontale deve esser la predominante e tanto più ciò in quanto la frequenza
dei fatti ipofisiol. nei br : o : deve aver fatto salire nel senso dei valori positivi la media
di questo gruppo.
26
206
G. L. SERA
Ma il fattore ricordato non deve essere il solo che influisce sul valore di Abbiamo
perciò verificato in quali casi i valori di / sono maggiori o uguali a 7°, cioè i massimi.
Il numero dei casi in questione è 24. Sono compresi in questo numero : 3 Tasmaniani
sopra 4: 4 Australiani sopra 7; 6 Negri sopra 12; 1 Boschimano sopra 5; i 2 Eschimesi;
1 Maori sopra 2; 1 Guancio sopra 3; l’ unico Samoiedo; un Giapponese sopra 2; 1 Cinese
sopra 5; 1 Indù sopra 2; 1 Tohoudi ; e 1 Pigiano.
Adunque- si hanno i maggiori valori sopratutto in gruppi etnici che sono piuttosto in
basso nella scala gerarchica. Di gruppi relativamente elevati non si hanno che i casi del
Giapponese, Cinese, Indù, nei quali T angolo però ha valori non tanto elevati e cioè 7°-80-80
rispettivamente. Esaminando i valori alti dell’angolo z si vede che nei Tasmaniani, negli
Australiani, nei Boschimani, il planimi presenterebbe i casi di maggiore inclinazione al-
T innanzi. Ciò avevo potuto stabilire con la ispezione da molto tempo ') per gli Australiani.
Il fatto essenziale per arrivare ad una spiegazione delle variazioni presentate dal pianura
Schema della struttura e posizioni rispettive dello sfenoide e del basiloc.
nei dolicoidi (I) e nei brachioidi (II); or — or = orizzontale ; pi. sph.
= piano sfenoidale; Prs. = presfenoide; Co : i = commissura inter-
sfenoidale ; Pos. = postsfenoide ; Co : b = Commissura basiloc-
cipitale; Bo. = basiloccipitate.
è quello della inclinazione anteriore di esso nei dolic. e posteriore nei brac.. La inclina¬
zione anteriore del planimi deve essere strettamente connessa colla posizione anteriore,
del Clivion, verificandosi entrambe nei dolicoidi.
La supposizione che più spontaneamente si presenta è che la posizione speciale del
basilocc. rispetto alla orizzontale nei dolic. entri per qualche cosa nella causazione
di entrambi i fatti.
Presentiamo perciò la seguente ipotesi che meglio si comprenderà esaminando la fìg. 3.
Come è noto, lo sfenoide é composto di due pezzi, il presfenoide c il postsfenoide, la
cui sinostosi per lo più è già compiuta alla nascita in corrispondenza delle parti superiori
e laterali, rimanendo però piuttosto a lungo incompleta la ossificazione in basso ed in un
nucleo cartilagineo centrale. Poco però si conosce della ossificazione della commessura
intersfenoidale nelle diverse razze.
Allorquando lo sfenoide complessivo può liberamente svilupparsi all’ indietro (brach.)
assumendo, come era già stato osservato da Virchow in certi casi, che vedremo oltre,
lunghezze maggiori, è probabile che i due sfenoidi si dispongano prevalentemente l’uno
l) G. L. Sera — Nuove osservazioni e induzioni sul cranio di Gibraltar. Arch.p. l’antrdp. e Vetn., p. 33 estratto.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
207
dietro all’altro e la commessura intersfenoidalc assume una posizione più prossima alla
verticale. Ciò è possibile perché la posizione inizialmente già più prossima alla verticale
del basilocc., e la sua rotazione successiva concedono che le parti posteriori del post-
sfenoidc si portino all’ indietro.
Ma tutto ciò non può verificarsi nel caso dei dolic. Il basilocc., per la sua posizione
iniziale più prossima alla orizzontale e per la sua successiva minore rotazione non può
concedere spazio sufficiente all’accrescimento dello sfenoide, il quale trova nella commes¬
sura sfenobasilare un punto di arresto.
Lo sfenoide posteriore perciò si deve, in certa guisa, disporre in parte sotto allo
sfenoide anteriore, la commessura intersfenoidalc divenendo cosi più prossima alla oriz¬
zontale.
Ma non può esser questa la ragione dello accrescimento dello sfenoide in altezza, so¬
prattutto in corrispondenza del punto sfenoidale. Infatti nel bambino la base presenta in
tutte le razze, per ciò che ho potuto constatare, una forte inclinazione all' indietro, a partire
dal forame cieco, fino al Clivion; inoltre, come abbiamo veduto, la sinostosi dei due sfo-
noidi avviene, come regola o, almeno negli Europei, alla nascita. Infine, il Keith, in co¬
municazione orale, mi riferì aver osservato una precoce sinostosi dello sfenoide, appunto
nei Boschimani. È molto probabile che tale precoce sinostosi si abbia nei dolic. ed è
logico aspettarsela in quanto la contrazione , che in queste forme subisce lo sfenoide deve
appunto estrinsecarsi in una maggiore disposizione alla sinostosi della commessura inter-
sfonoidale; se poi è vera la disposizione più orizz. della commessura intersfenoidale in essi
sarebbe senza scopo una più lunga permanenza della commessura, che otterrebbe il solo
resultato di diminuire lo spazio della cavità cerebrale, coll’ accrescimento di osso in quella
direzione.
Tutto invece tende a farci ritenere che sia la ossificazione nella commessura sfeno¬
basilare la causa dell’accrescimento speciale in altezza. Tale commessura deve avere nei
dolic. una disposizione più prossima alla verticale che nei brac. ; da ciò si spiega come lo
sfenoide subisca una spinta verso l’alto e oltre che verso l’innanzi, la quale deve far sì che
lo sfenoide entri per così dire in maggior misura nella cavità cerebrale nei dolic.. L’au¬
mento in altezza sarebbe massimo in corrispondenza del chiasma, onde la disposizione del
planum inclinato all’ innanzi. Tutto rende verosimile che tale accrescimento in altezza
si esaurisca già in corrispondenza del prosphenion.
Questo spiega ancora l’innalzarsi del punto sfenoidale in confronto del micropterion
nei dolic.. A proposito di questi fenomeni vale la pena di ricordare che essi coincidono
con ciò che Virchow chiamò cifosi sfenoidale c constatò essere accompagnato da cortezza
dello sfenoide. Egli riteneva tale fatto esser dovuto a precoce saldatura della commessura
intersfenoidale ‘). A parte che egli probabilmente scambiò l’effetto per la causa e a parte
che egli non pose in relazione tali strutture con una forma . craniense, non posso far a
meno di rilevare la esattezza delle osservazioni del grande antropologo.
I fatti e deduzioni da noi esposti permettono ancora di spiegarci alcuni punti che ri¬
marrebbero altrimenti oscuri.
La forma speciale dello sfenoide nei casi di forte inclinazione del planum all’ innanzi
testimonia che T accrescimento di esso non ha avuto luogo facilmente e spostando le ossa
vicine che offrivano scarsa resistenza, ma bensì trovando una forte resistenza, sia all’ in¬
dietro, sia all’innanzi, o generando delle tensioni di sviluppo. Un fatto caratteristico di
*) R. Virchow — Untersucliungen ueber die Entwickelung des Schàdelgrundes, u. s. \v.
Berlin 1857.
208
G. L. SERA
tale tensione si può constatare in base all’ esatto orientamento dei crani da noi dato, ed
è quello dell’ abbassamento di tutto le parti anteriori e laterali alla parte anteriore della
base (distanza nasion-clivion) nei dolio..
Si potrebbe credere che il detto innalzamento dello sfenoide spieghi a sufficienza la
cosa e che 1’ abbassamento delle parti anteriore del cranio sia apparente, cioè relativo al
detto innalzamento, ma così non è, giacché è constatabile che la distanza verticale proiet¬
tiva fra nasion e clivion è più piccola nei dolio.
Del resto tale abbassamento attivo e reale si spiega molto bene meccanicamente, per
lo sdoppiarsi di una forza unica, e agente nella direzione dal dietro all’ innanzi, in due
resultanti, 1’ una dello quali porta in alto e all’ innanzi lo sfenoide anteriore, 1’ altra porta
o tende a portare in basso e all’ indietro le parli anteriori del cranio.
Ne risulta come la faccia in dette forme ne venga ad essere non soltanto abbassata,
ma anche ruotata all’ indietro, il movimento avendo luogo come intorno ad un’ asse tra-
FlG. 4.
Schema per rappresentare gli spostamenti delia faccia in basso e al ! 'in¬
dietro nei dolicoidi : — La base e la sezione mediana dell’orbita nei
dolicoidi sono rappresentate in tratteggiato, in punteggiato nei brachi,
or — or = orizzontale.
sversale, che passi presso a poco al livello del prosphenion. (Vedi fig. 4). Tale fatto è vi¬
sibile persino senza misure speciali, risolvendosi in un’ apparenza di ortognatismo, che
hanno taluni crani. Molto caratteristici sono, sotto questo rispetto, i Boschimani, in cui da
molti è stato notato lo scarsissimo prognatismo, così poco d’ accordo coll’ idea che ci si
fa correntemente di essi.
Ma qualora ci si riferisca al margine posteriore del mascellare superiore, esso riesce
evidente anche negli Australiani.
Tale fatto accade perchè lo sfenoide, in complesso situato più in alto, concede che si
sposti in alto T appoggio che il mascellare trova sulla base del cranio.
Altra conseguenza spesso visibile, senza misure, di tale abbassamento e rotazione della
faccia è il piegarsi brusco dell’arco zigomatico, con convessità superiore e in vicinanza
del m alare.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
209
Ma, so tutto ciò è vero, conviene anche dedurne che lo sfenoide, in alcuni tipi etnici,
sia maggiormente sviluppato e, per così dire, più capace che in altri di generare le dette
forze di tensione ; a questi tipi apparterrebbero Tasmaniani, Australiani, Boschimani. Ciò
del resto non ci sorprende, dati i frequenti caratteri somatici di rozzezza e di bassezza
che essi dimostrano.
Ma conseguenze ancora più importanti teoricamente si ricavano da quanto abbiamo
esposto in questo capitolo.
I fenomeni di tensione che si generano per 1’ accrescimento dello sfenoide nel cranio
dei dolic. hanno degli effetti meccanici sull’ orbita. È evidente infatti che essa viene ad
esser compressa nelle sue parti posteriori, (che strettamente sono connesse collo sfenoide
anteriore), dall’ indietro e il basso verso l’alto e l’ innanzi. Ne risulta un forte arenamento
del tetto dell’orbita.
Che questo fenomeno sia reale e non cioè determinato dallo sviluppo delle arcate
sopraorbitali, le quali abbiano abbassato il margine superiore dell’apertura orbitale, è di¬
mostrato fuori di ogni dubbio dal cranio boschimano. Questo, in cui sono assenti quelle
formazioni, ha il tetto delle orbite più fortemente arcuato ancora che nel cranio australiano.
Ma 1’ esame di uno schema grafico, ove siano riprodotti sfenoide ed orbita, dimostra
come gli spostamenti dello sfenoide non possano modificare la direzione della parte poste¬
riore dell’orbita (fig. 4), cui si applica il nostro orbitostato, vale a dire che la parte po¬
steriore dell’orbita si sposta parallelamente a sè stessa venendosi ad alterare, (anche per
il movimento di abbassamento e rotazione della faccia poco fa menzionato) soltanto il rap¬
porto di corrispondenza dell’apertura orbitale colla formazione steretica «orbita».
Questo se mai può soltanto costituire una ragione di più per 1’ adozione del mio or¬
bitostato a preferenza di ogni altro.
Resta ancora a dire qualche cosa di un ultimo argomento. Abbiamo visto esser pro¬
babile che l’ accrescimento in altezza dello sfenoide nei dolic. si esaurisca a livello del
prosphenion. Una linea perciò che passi per questo punto e per il clivion passa per due
punti poco sensibili a spostamenti verticali. Ma questa linea è quella che noi abbiamo
detta : meccanica. Si comprendono ora le ragioni di una simile denominazione. E si com¬
prende anche il perchè questa linea indichi un’ asse del cranio che non solo è importante
per la sua relativa fissità, ma che si presta alle comparazioni.
Essa tuttavia non è assolutamente fìssa o meglio appare non perfetta a motivo della
imperfetta determinazione di un suo punto. Abbiamo visto poi come l’angolo che essa fa
colla orizzontale di visione è in media di -f- 2° più piccolo nei dolic. Ora siamo in grado
di spiegarci il perchè di questa differenza. Dato T accrescimento in altezza dello sfenoide
nei dolic. c dato il nostro modo di determinazione del punto, questo resta ad un livello
leggermente più elevato in questi.
Una linea perciò che unisse il prosphenion colla commessura sfenobasilare sul Clivus
corrisponderebbe meglio allo scopo. Ad ogni modo la nostra linea meccanica è sempre
una costante craniologica di forte valore comparativo.
210
G. L. SERA
CAPITOLO VI.
Altri fatti di posizione architetturale di elementi craniensi diversi.
Oltre la disposizione del basilocc., assai importante è la posizione della teca rispetto
alla base, giacché non é detto che essa segua le stesse sorti del basilocc., come si po¬
trebbe credere a tutta prima. Naturalmente il solo sistema per poter constatare la posi¬
zione della teca è quello di analizzare la posizione di punti determinati del piano mediano
bregma, lamba, opistion. ecc.
Già l’esame di alcuni grafici tipici per la forma che rappresentano, come ad esempio
il N. 99 (vedi Tav. II) per la forma br:p:, rivela che la posizione della teca deve essere
assai diversa. Come si può vedere dalla figura la rotazione della teca intorno alla base
e verso dietro e il basso è andata tanto oltre, che il lambda è sceso al di sotto del livello
del planimi, sebbene il planimi sia parallelo alla orizzontale.
Quanto abbiamo esposto poi a proposito dei piani orizzontali è la dimostrazione del
movimento di rotazione suddetto della teca nei platic : , giacche gli spostamenti del porion
sono solidali con quelli della teca.
Ma tale dimostrazione è parzialmente basata sul piano orizz. da noi scelto, c perciò,
fedeli al principio di trovare dimostrazioni basate possibilmente sopra relazioni intrinseche
al cranio stesso, abbiamo cercato di dare altre prove di' tale asserzione.
In baso a quanto abbiamo detto ai capitoli precedenti, molto opportuna per tali dimo¬
strazioni si presentava la scelta del clivion, quale punto principale di riferimento, rappre¬
sentando esso con grande approssimazione T intersezione col piano mediano dell’asse in¬
torno al quale si svolgono i principali movimenti di sviluppo del cranio. (A dir vero più
esatto sarebbe prender la intersezione della bisettrice del basilocc. colla commessura sfe-
nobasilare, ma ciò era impossibile).
Dopo alcune prove abbiamo creduto che la miglior maniera di dimostrare gli sposta¬
menti della teca fosse quella di farlo in base agli spostamenti angolari dei singoli punti
anatomici rispetto a un sistema di coordinate con centro al clivion.
Abbiamo cosi tirato un perpendicolare per il clivion alla linea meccanica, quindi ab¬
biamo determinato sui grafici la posizione angolare del bregma, rispetto all’elemento ver¬
ticale della crociera, così da noi stabilita, del lambda rispetto alla orizzontale (cioè alla
linea meccanica) e infine del basion e dell’opistion., di nuovo rispetto all’elemento verticale.
Col solito procedimento, abbiamo cercato i valori medii di detti elementi nei diversi
gruppi architetturali. Nella interpretazione dei risultati però è da tener conto, almeno per
alcuni punti, del fatto fondamentale, che il clivion è più spostato all’indietro nei brac..
Da ciò la necessità di procedere cauti.
I.° - L’angolo 9 presenta i seguenti valori medii : 89 do : o : i : = 12°, 8; 23 br : o : i :
= 13°, 7; 11 do : p = 10°, 1 ; 18 br : p : = 8°, 7.
I dolic. hanno una media di 12°, 2; i brac. una di 11°, 8; Gli ortoipsi : una di 13°, 1; i
piati : una di 9°, 4. Il valore medio generale è di 12°.
La differenza fra do : o : i : e br : o : i : è piccola, ad ogni modo indizia una posizione
più anteriore del bregma nei br : o : i : .
II valore medio dei do : p : è basso. Non è il caso di invocare lo scorrimento ante-
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
211
rioro del clivion nei dolio., giacché abbiamo visto che per il cranio anteriore esso è com¬
pensato da accrescimento in lunghezza delle ali dello sfenoide, e quindi il profilo laterale
della volta viene ad essere di altrettanto spostato all’ innanzi nei dolio, rispetto ai brac.
(vedi Tav. II).
Non solo, ma occorre ricordare che nei nostri casi di do : p : abbiamo dovuto ammet¬
tere un abbassamento di tutte le parti anteriori del cranio e della faccia con rotazione
della faccia stessa. Questo, se mai, non potrebbe che aumentare il valore dell’angolo 9 nei
do : p :. Malgrado ciò il valore medio è basso.
Ancora più significativo è il valore bassissimo della media dei br : p Ciò non può
significar altro che il bregma ha una posizione assai arretrata. È chiaro dunque che nei
platic. si ha scorrimento posteriore del bregma. Se poi vogliamo lasciar da parte i br : o : i
e per la ricordata frequenza di forme fisiopatologiche e per la scarsa differenziazione, e
vogliamo anche lasciar da parte i do : p :, per i caratteri speciali e aberranti della nostra
serie, rimane ad ogni modo sicura la forte differenziazione fra do : o : i : e br : p :.
Considerazioni analoghe valgono per l’angolo 10. Eccone i dati medii relativi:
38 do : o : i : = 37°, 4 ; 23 br : o : i : = 40°, 5 ; 10 do : p : = 34°, 8 ; 13 br : p : = 32n.
48 dolio, hanno una media di 36°, 8; 36 brac. una di 37°, 4; 61 ortoipsi : una di 38°, 5;
23 platic: una di 33°, 2. Media generale 37°, 1.
Vi è una differenza di 3° fra do : o : i : e br : o : i :, ma è assai dubbio che ciò provi
una posizione più in basso del lambda nei primi. Abbiamo qua due fattori che ampiamente
giustificano la differenza: 1° la posiziono più arretrata del clivion e 2° la posizione più
avanzata verso l’ innanzi della parete posteriore del cranio, nei brac. (Vedi Tav. II).
1 due fattori sono in verità dinamicamente connessi, come si vedrà, facendo parte
entrambi di un movimento unico del cranio posteriore, nel passaggio da una forma lunga
ad una corta, ma è comodo, parlando analiticamente, tenerli disgiunti.
Questi due fattori sono sufficienti a spiegar l’angolo 10 maggiore nei br : o : i :, in
confronto dei do : o : i :, senza dover invocare una posizione più elevata e più all’ innanzi
del lambda nei do:o:i:. Ma appunto per gli stessi motivi la media bassa dei do : p :,
anche per il movimento di abbassamento della faccia, non può. trovar spiegazione che in
un vero abbassamento del lambda, e meglio ancora, trova in questo la sua sola spiega¬
zione il valore bassissimo dei br : p :.
I dati medii relativi all’angolo 11 sono:
39 do : o : i .• = 39°, 6; 23 br : o : i : = 40°, 2 ; 11 do : p : == 4Ò°,8 ; 13 br : p : =31", 2; 50
dolic. =40°; 36 brac. = 36°, 9; 62 ortoipsi = 39°, 9; 24 platic. = 36°. Media generale
= 38°, 6.
È evidente il parallelismo di questi valori con quelli riscontrati per l’angolo co, cioè
per l’angolo della bisettrice del basiloce. Anche qua come là i do : p : hanno il valore
massimo, poco distanziato però da quelli dei do:o:i: e dei br : o : i :. 11 valore minimo,
e fortemente distanziato dagli altri, hanno i br : p :.
Un tale parallelismo non può non costituire un serio argomento in favore della vali¬
dità delle direttive di questo lavoro.
I dati medii relativi all’angolo 12 sono:
39 do : o : i : = 68°, 3; 23 br : o : i : == 68°, 1; 11 do : p : = 65°6; 13 br : p : = 60°; 50
dolic. = 67°, 1 ; 36 brac. = 65°, 1; 62 ortoipsi = 68°, 3; 24 platic. — 62", 4. Media generale
= 66°.6.
La coincidenza dei valori medii dei primi due gruppi secondari, tenuto conto dello
scorrimento all’ indietro del clivion e dell’avanzamento all’ innanzi della parete posteriore
212
G. L. SERA
del cranio nei brac., (sebbene quest’ultimo poco sensibile al livello dell' opistion) fatti
che ci farebbero aspettare un angolo minore nei br : o : i :, è assai diffìcile a spiegare con
sicurezza. Si può dedurne con probabilità che non esiste nei br : o : i : un abbassamento e
uno spostamento sensibile all' innanzi dell’ opistion, quantunque a produrre tale risultato
possano aver concorso fatti fisiopatologici.
Ma abbiamo ragione di poter escludere un sensibile intervento di questi, giacché
esplicandosi essi soprattutto sul basilocc. avrebbe dovuto risultarne una speciale posizione
dei br : o : i rispetto agli altri gruppi, per un altro carattere che esamineremo subito.
Invece ciò non è e la interpretazione presentata ne risulta la più probabile.
Per ragioni simili a quelle svolte per la posizione del lambda, è molto significativo il
basso valore medio dell’angolo 12 per i do : p : e i br : p : sopratutto. Anche questo angolo
perciò indica che nei platic. l’ opistion subisce un abbassamento in confronto degli ortoc.
II. ° - La stessa interpretazione che agli angoli precedenti si deve dare al rapporto
XVIII, in quanto la posizione dell’ opistion è Posponente della situazione più o meno bassa
che ha tutto il cranio posteriore. Si comprende infatti come la retta basion-opistion, pro¬
lungata all’ innanzi, debba tagliare parti della faccia situate più in alto, quando l’ opistion
è collocato in basso. È tuttavia da far presente che la platibasia influenza notevolmente
tale fatto, e perciò esso è spesso reso meno significativo. E infatti naturale che le varia¬
zioni fisiopat. di posizione del basilocc. debbano al massimo farsi sentire sul basion. Per
ciò abbiamo dovuto scartare dalle nostre medie di gruppo i casi che presentavano di¬
sposizioni estreme in tal senso; ma in realtà essi non sono molti.
Abbiamo messo da parte i numeri 92, 58. 24 per i do : o : i :, coi valori rispettivi di
6,8 ; 20,3; 20.5 del rapporto XVIII; i numeri 21 e 20 per i br : o :, con i valori rispettivi
di 1,4 e 22,4; il numero 78 per i do: i :, con il valore di 20; e il numero 85 per il br :p:
con il valore di — 15,6, un valore addirittura negativo, il che vuol dire che la basion-
opistion passa sopra il nasion.
La media di 39 do : o : i : è di 51,4; quella di 26 br : o : é di 54,2; quella di 13
do : p : è di 42 e quella di 13 br : p : è di 33,7.
I 65 ortoipsi: hanno una media di 52,5; i 26 platic. una di 38. Vi è dunque una
differenza di ben 14,5 unità, assai forte e che ci dà un’ idea della intensità del fatto da
noi indicato, nello stesso tempo che costituisce una conferma del metodo precedente,
anche per le distanze relative che i diversi gruppi presentano fra loro.
Vogliamo poi rilevare come il rapporto XVIII costituisca un metodo intrinseco, cioè
senza far ricorso alla orizzontale, per stabilire la posizione del foro occipitale. Secondo
questo metodo, la posizione più prossima alla animale è quella dei br : o : i, che tuttavia
non è molto diversa da quella dei do : o : i :. Il foro occipitale più volto all’ innanzi è nei
br : p :.
III. 0 - Un altro elemento è dato dall’angolo della bregma-basion colla orizzontale
tedesca. Quest’angolo è stato preso raramente in considerazione.
II Frizzi è il solo, a nostra conoscenza, che ne abbia veduto l’importanza ').
Nella nostra serie l’angolo 8 è misurabile in 98 casi e dà una media generale di
82°, 4; ma, ciò che è notevole, è il concentrarsi dei casi in una zona di frequenza assai
ristretta. Da 78°, 5 a 86°, 5, vale a dire per la estensione di 8°, sono compresi ben 83 casi,
gli estremi essendo 71° e 93°, distanti di soli 22°.
4) E. Frizzi, Ardi. f. Anthrop. N. F. — B 11.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
213
Noi brac. 1’ angolo 8), misurabile in 41 casi, ha il valore medio di 82°, 5. Nei dolio.,
57 casi, la sua media è 82°, 4.
Questi valori, come si vede, equivalgono al valore generale. 1 28 platic. invece danno
la media di 84°, 5 e i 70 orloipsi. quella di 81°, 6. Rispetto alla media generale, cioè, i
platic. hanno un valore più alto di inclinazione, gli ortoipsi. uno più basso. 1 gruppi
minori si comportano conformemente : 14 do : p : = 83°, 9 - 14 br : p : == 84°, 9 - 43 do : o : i
= 81°, 9 - 27 br:o:i: = 81°, 2.
I do : p : hanno adunque una inclinazione maggiore di 1°,5 sulla media generale; i
br : p : di 2°, 5 - i do : o : i : un valore minore per 0°,5 ed i br : o : i : per oltre 1°.
La differenza fra i dolori e i br : p : importa 3°. Come si vede subito, le differenze
fra dolic. e brac. nei due gruppi più comprensivi dei platic. e degli ortoipsi., non hanno
lo stesso segno.
Ciò fa pensare che nel determinare il valore medio del gruppo br : o : i : siano inter¬
venuti in maggior misura fatti fisiopat... Se si fa astrazione perciò da questo valore, si
trova che le differenze fra i gruppi non sono molto grandi. Pur tuttavia bisogna notare
che questo carattere ha una grande fissità. Inoltre bisogna aggiungere che, data la note¬
vole lunghezza della bregma-basion, una differenza angolare di 3° significa uno scorrimento
del bregma non insensibile, in quanto importa più o meno 1 cm. È possibile che anche
movimenti del basion siano in questione, ma, data la assai più piccola distanza del basion
dalla orizzontale tedesca, è molto più verosimile che si tratti di uno spostamento del
bregma verso dietro nei platic..
Ma significherebbero allora tali risultati che la linea orbitale inferius-porion sia una
linea fìssa? Niente affatto. Basta per spiegarceli l’ ammettere che il senso degli spostamenti
del porion nel passaggio da una forma estrema all’altra, cioè dalla forma do : o : i : alla
br:p:, sia lo stesso di quelli dei punti della volta da noi indagati; ma che la loro in¬
tensità sia minore: onde i valori medii da noi trovati ci diano il sovrappiù di tali spo¬
stamenti dei punti mediani della volta, e cioè del bregma, rispetto agli spostamenti del
porion.
Tale supposizione appare anzi molto logica, perchè la solidarietà dei punti della teca
deve esser completa sul piano mediano, ma via via meno completa passando alle parti
laterali di essa. Che tale solidarietà dinamica esista, è prova anche la variabilità del ca¬
rattere, sorprendentemente piccola, e quale solo un sistema dinamico in buona misura
solidale può dare.
IV.0 - L’angolo dell’ opistion (o1) è uno degli elementi più caratteristici dell’architet¬
tura craniense.
La variazione di questo carattere va da 25° a 56°, ma praticamente si può dire vada
da 30° a 48°. In “questa escursione parrebbe vi fossero dei massimi di frequenza che in¬
terferiscono fra loro.
Certamente il distacco reciproco dei valori medi di questo angolo nei diversi gruppi
secondari è buono, onde si può ritenere che abbia un forte significato tipico. Anche la
influenza dei fattori fìsiol. non è eccessiva, come si potrebbe credere a tutta prima :
42 do : o : i : hanno un valore medio di 37°, 1 ; 28 br : o : i : ne hanno uno di 42°; 14
do : p : danno la media di 35° e 14 br : p : una di 40°.
I valori estremi 35° e 42° sono, come si vede, abbastanza lontani, di ben sette unità,
per essere medie di gruppo.
Per questo carattere abbiamo il singolare comportamento che i valori dei gruppi se¬
condari sono intercalati fra loro, essendo agli estremi opposti i do : p : e i br : o : i : .
27
214
G. L. SERA
Tale comportamento è peraltro assai naturale ed è necessaria conseguenza di quanto
abbiamo esposto nei riguardi della indipendenza degli spostamenti del basilocc. da quelli
dei punti della volta in questo capitolo, e di quanto vedremo meglio alla conclusione
di questo.
Abbiamo poi una media di 39° per 70 ortoipsi. e una di 37°, 3 per 28 platic. La dif¬
ferenza non è certo notevole, ma è il senso di questa differenza che è significativo. L’an¬
golo è più piccolo nei platic. Tale fatto è un ulteriore conferma di quanto abbiamo detto
riguardo agli spostamenti delle parti posteriori del cranio nei platic., rispetto alla cerniera,
rappresentata dalla base. È naturale che quando l’ inion sia relativamente più basso, ri¬
spetto alla cerniera craniense, il lato opistion-inion verrà ad essere, ceteris paribus, più
prossimo all’orizzontale, onde l’angolo ne diminuirà.
Ma più sensibile è la differenza fra dolic. e brac. per l’angolo 0-56 dolio, danno una
media di 36°, 5 e 42 brac. ne danno una di 41°, 2 : una differenza di quasi 5 unità. La
maggiore apertura nei brac. dell’angolo si spiega bene in ragione della minore loro
lunghezza.
Infine la media generale è di 38°, 5, sopra 98 casi.
I 39 ipofisiol. forniscono una media di 36°, 4, di 2° cioè inferiore alla media generale.
I 15 iperfisiol. una di 40°, superiore di 1°,5. La influenza del fattore fisiologico non pare
perciò assai sensibile.
V.° - Consideriamo ora le variazioni dell’ angolo all’ inion :
40 do : o : i : banno una media di 1 19°, 7 ; 24 br : o : i : una di 122°, 2 ; 12 do : p : una
di 117° e 14 br: p: una di 121°, 7.
Ecco le medie dei gruppi superiori :
52 dolic. = 119°, 1 ; 42 brac. = 122°; 68 ortoipsi = 120°, 7 ; 26 platic. = 119°, 5.
II valore medio generale è di 120°, 4. 38 ipofisiol. hanno la media di 119°, 2 e 14
iperfisiol. 122°, 8. Gli estremi di oscillazione sono 92°. (che è presentato dal noto cranio
N. 78 di Ostiacco), e 138°.
L’estremo più basso però si può dire praticamente isolato e la serie iniziarsi col va¬
lore 111°, fra esso e l’estremo basso sono soli altri tre casi con 103°, 106° e 107°. Tutti
questi casi presentano forti fenomeni fisiopatol.. L’estremo superiore è invece continuo
col grosso della serie.
L’aspetto più importante della variazione di questo carattere è il suo perfetto paral¬
lelismo con la variazione dell’angolo precedentemente trattato. Essa già risulta dalla com¬
parazione dei valori omonimi ; ma abbiamo pensato di farla risultare meglio ancora, ag¬
giungendo ai valori dell’angolo dell’ opistion il valore 82°, 2 che è il valore medio dell’angolo
del lambda, come vedremo.
L’angolo all’ inion, essendo uguale alla somma dell’angolo del lambda e di quello
dcll’opistion, ove esista il detto parallelismo, esso deve risultare in una coincidenza dei
valori medii degli angoli misurati direttamente con quelli calcolati, aggiungendo il valore
costante 82°, 2.
Ecco lo specchietto dei dati relativi in cui sono esposti in primo luogo i valori diretti,
in secondo i calcolati.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO. 215
Le differenze fra gli uni e gli altri sono evidentemente assai piccole : non sono ap¬
prezzabili che nel gruppo dei br : o : i : . Spesso vi è coincidenza dei valori. La differenza
nei brac. è dovuta alla influenza di quella anzi menzionata.
La differenza di 2° per i br : o : i : è dovuta a che 1’ angolo del lambda appunto in
questo gruppo dimostra la massima divergenza dal valore medio anzidetto, essendo di
80°, 6, mentre negli altri gruppi è meno distante da quel valore.
Ciò dimostra che le variazioni dell’ angolo all’ inion sono essenzialmente dipendenti
da quelle dell’ angolo dell’ opistion.
Dato che questo ha una importanza architetturale assai grande, ed è uno degli ele¬
menti craniensi che da solo ci può dare, secondo noi, indizi validissimi, il parallelismo
dell’angolo all’ inion con esso è un fatto che diviene prezioso nello studio dei fossili, lad¬
dove non si dispone di crani i intieri che permettano di stabilire la posizione spaziale della
glabella-inion.
Come abbiamo detto per l’angolo dell’ opistion, la influenza dei fatti fìsiol. sull’angolo
all’inion non è ordinariamente forte: tuttavia essa può casualmente divenirlo.
Quale conclusione dei risultati di questo capitolo, confrontati con quelli del quarto,
dobbiamo fare alcune osservazioni. Gli spostamenti del basilocc. non sono paralleli a quelli
dei punti mediani della teca. Mentre le oscillazioni del basilocc. sono in funzione so¬
pratutto dell’indice orizz., cioè della forma nel piano orizz ., gli spostamenti della
teca sono in funzione sopratutto dell’ altezza. Da ciò risulta che noi avremo una posi¬
zione estrema nello stesso senso, così per il basilocc. come per i punti mediani della teca
nei do : o : i : e nei br : p : ; cioè nei primi nel senso di una base poco flessa e dei punti
della volta siti in alto, nei secondi nel senso opposto di una base flessa all’estremo e dei
punti della volta siti in basso.
Nei do:p: le due posizioni sono convergenti, nel senso che ad un basilocc. esteso si
accompagna abbassamento dei punti della volta, nei br : o : i : le due posizioni sono diver¬
genti, nel senso che ad un basilocc. flesso si accompagna innalzamento dei punti della volta.
Ma un’altra conseguenza assai importante vogliamo dichiarare.
Ed è che, costituendo i fatti esposti delle prove indipendenti da qualunque piano orizz.
delle posizioni diverse dei punti della volta nelle forme diverse, ed essendo congruenti
perfettamente con quelli del Gap. Ili, ne viene ad esser dimostrata indirettamente la
bontà del piano binorbitale, a fornire un piano di confronto assoluto per la prova
delle trasformazioni che intervengono nel cranio.
216
G. L. SERA
CAPITOLO VII.
1 caratteri fisiologici del cranio cerebrale.
Le oscillazioni in senso positivo o negativo della nutrizione del tessuto osseo del cranio,
durante T accrescimento, si estrinsecano con alterazioni della forma del cranio cerebrale,
quali esse si dimostrano sopratutto nella norma laterale e posteriore *) con alterazioni,
cioè, il cui apprezzamento integrale è solo possibile all’ occhio.
Era però interessante cercare delle espressioni numeriche di tali oscillazioni, e ciò non
solo per la teoria, quanto per la importanza pratica che ha il possedere dei mezzi a por¬
tata di ognuno, che non abbia grande esperienza craniologica, i quali permettano di giu¬
dicare dell’ affidamento che si può fare sopra un cranio, come rappresentante di un .tipo
qualsiasi.
Di tali mezzi la nostra ricerca ha potuto mettere in luce parecchi, ma ne esponiamo
i principali :
1° Parliamo dapprima dell’ angolo del Landzert (Ang. «). Ad esso noi abbiamo dato da
gran tempo un significato fisiologico e scarsamente tipico nell’ interno della Umanità.
Ciò che segue specifica il nostro pensiero al riguardo.
L’ angolo « è misurabile in tutti i 99 casi da noi considerati.
La sua variazione però è assai irregolare. Non esiste una vera e propria zona di fre¬
quenza, giacche i valori con numero di casi sensibile si estendono da 100° a 126°. Gli
estremi, che non possono dirsi, specie l’inferiore, staccati dal grosso dei casi, sono 93° e
134°, poco diversi da quelli che diedi in un precedente lavoro2) i quali, erano 94° e 132°:
La variazione perciò rosta nei limiti assegnatile dal Topinard 3).
30 sopra 99 casi cadono sul valore di 120° e oltre. 69 sotto di quel valore.
Ora è interessante notare che ben 18 sopra i 30 sunnominati appartengono a cranii
ipofisioh. Gli altri 21 ipofisiol. sono compresi nei restanti 69.
Ma le proporzioni relative si dimostrano con ciò ben differenti, importando cioè il
60°/0 di cranii ipofisiol. in quei cranii il cui angolo a è superiore a 120°, e il 3O°/0 cioè
la metà negli altri 69.
Inversamente si comportano gli iperfìsiol. ; 12 dei quali hanno un angolo « inferiore
a 120° o 3 soli superiore e di piccole quantità.
Il valore medio dei residui 45, presso a poco normali, è di 112°, 6. Esso è praticamente
uguale alla media generale che è di 113°,1.
Abbiamo veduto come la variazione di questo carattere sia assai irregolare, non es¬
sendo evidente una zona di frequenza : malgrado ciò, esaminammo quale fosse il suo
comportamento nei diversi gruppi architetturali.
La media di 14 do : p : ha un valore di 113°; 14 br : p. hanno una media di 110°;
43 do : o : i : una di 112° e 28 br : o : i : una di 115°, 6.
9 Vedi il lavoro : Sul significato della Platice-
falia ecc. già citato.
2) G. L. Sera — Di alcuni caratteri sinora non
rilevati nel cranio di Gibraltar — Atti Soc. rom.
d'Antrop. Voi. XV, 1909.
3) R. Topinard — Eléments d’ antliropologie ge¬
nerale — Paris 1885.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
217
Esistono perciò sensibili differenze fra i gruppi, le quali però già si obliterano in gran
parte quando si riuniscono i quattro gruppi socondarii nei due gruppi primarii.
I 57 dolio, infatti hanno una media di 112°. 42 bradi, ne hanno una di 113°, 8.
28 platic. una di 1110, 6 e i 71 ortoipsi. una di 113°.
Le ultime quattro oscillano, perciò, intorno alla media generale, con scarsa variazione
da essa, per cui non possiamo ammettere che l’ang. « riveli differenze tipiche nei gruppi
architetturali principali.
Ma anche nei gruppi secondarii le differenze non si possono interpretare come tipiche.
Noi osserviamo infatti che la differenza fra do : o : i : e br : o : i :, che ammonta circa a 4°, è
in senso contrario a quella che si dovrebbe ammettere per ciò che abbiamo visto al ca¬
pitolo IV, vale a dire che bang. « è maggiore nei br : o : i :, il che è contrario a quanto
è ormai acquisito.
È perciò probabile che tale valore maggiore nei br : o : i : è da attribuirsi solo alla
maggior frequenza cui abbiamo tante volte accennato di forme ipofìsiol. in confronto del
gruppo do : o : i :.
Dobbiamo perciò concludere che il valore tipico da attribuirsi all’angolo a è presso a
poco nullo. Un certo valore ad indicare le differenze fisiol. potrebbe, dietro quello che si
è visto, essergli ancora attribuito, ma, come abbiamo osservato, un numero notevole di
cranii ipofìsiol. possiede valori dell’angolo a piuttosto bassi. Bene 20 sopra 39 hanno un
angolo inferiore a 120°.
Da che cosa è determinato tale fatto?
Si potrebbe credere che nei do : o : i : fìsiopat. cioè in quelle forme, ove la posizione
del basilocc. è più prossima alla orizzontale, per il coincidere di ragioni tipiche e fisiolo¬
giche si abbia b angolo « il più grande, ma ciò non è.
La media dei 16 cranii che si trovano in quelle condizioni è 114°, vale a dire di solo
1°,7 superiore alla media generale.
Eppure b inclinazione della bisettrice del basilocc. sulla verticale all’ orizzontale per
gli stessi 16 è di 42°, 6, essendo 37°, 6 quella media generale e 38°, 7 quella dei do : o : i :.
Tali numeri significano che nelle forme suddette esiste una costanza relativa dell' an¬
golo a, malgrado che il basilocc. abbia una disposizione più obbliqua di 5°. Questo non
può invero aver luogo che ammettendo che in tali casi l’altro lato che determina l’angolo
a si sposti nello stesso senso del Clivus, cioè che il pianura abbia in tali forme una in¬
clinazione maggiore all’ innanzi.
Come si vede al capitolo Y° la inclinazione media del pianura nei dolicoidi è di +4°;
questo valore è perfettamente conservato nella media dei 16 do : o : i : ipofìsiol..
È dimostrato così che movimenti del Clivus sono compensati, anche negli ipofìsiol.,
da movimenti del pianura, talché ne risultano identici valori dell’angolo a.
Ho poi cercato quale sia il valore medio dell’angolo x ne* 20 fìsiopat., il cui angolo
a è inferiore a 120°, e ne è resultato il valore medio +5°.
Sapendo che il valore medio generale di x non arriva a + 2°, si vede come eviden¬
temente la inclinazione all’ innanzi del planum debba aver influenza a determinare i va¬
lori dell’angolo «.
Adunque a determinare i valori dell’angolo a entra in maniera sensibile un lato,
quello del planum, la cui posizione per una parte è dipendente da fattori architetturali,
come abbiamo visto, per un’altra parte da Littori raziali e infine, coll’ intervenire di Littori
fisiol., si cambia nel senso stesso di quella del basilocc: oscurando, cosile indicazioni re¬
sultanti dalla posizione del basilocc..
218
G. L. SERA
Questa condizione di cose diminuisce il significato dell’angolo a anche sotto il rispetto
dei fatti fisiol., onde noi possiamo conchiudere, alla fine di questa analisi che il significato
dell’angolo di Landzert, nullo sotto il rispetto razialc, e quasi nullo sotto quello dei feno¬
meni architetturali, è anche ristretto sotto il rispetto dei caratteri fisiologici, sia perchè
un lato di esso è dato dal Clivus, sia, e in maggior misura, perchè l’altro lato, il planimi
sphenoidale, ha un valore morfologico assai limitato.
Bisogna perciò rivolgerci ad altri elementi allo scopo di aver una migliore misura
dei fatti fisiologici.
Dato che l’ agente che pone in evidenza i disturbi del processo di ossificazione è il
peso del cranio stesso e dell’encefalo, dato che questa azione si esercita sui condili, su
cui il cranio è appoggiato, è evidente che i detti disturbi saranno al massimo evidenti
sulla verticale, che dal vertice del cranio va alla regione sita fra i condili, nel senso che
questa altezza tenderà a diminuire, per il portarsi del basilocc: in una posizione più oriz¬
zontale, mentre la parete esterna del cranio conserverà, in modo migliore almeno, le sue
curve e disposizioni naturali.
È perciò da attendersi che un mezzo che ponga in evidenza il diverso comportamento
della altezza assiale del cranio da quella delle pareti, sia il migliore per rendersi conto
preciso dei fatti fisiol..
È quanto ci permette di fare il confronto fra la altezza basilo-bregmatica e la sopra-
auricolare ‘). Ma nella differenza fra le due distanze è un elemento perturbatore, la
grandezza assoluta del cranio, che è bene eliminare: abbiamo perciò immaginato di prender
il rapporto della altezza basilo-bregmatica alla sopra-auricolare.
Tale rapporto noi chiamiamo Indice fisiologico.
Avremmo voluto calcolarlo per la nostra centuria, ma la maniera più corretta di pren¬
dere la sopra-auricolare è di prenderla da entrambi i lati e farne la media o, meglio an¬
cora, prenderla collo strumento apposito da noi costruito, e non corrispondendo perciò i
cranii della nostra centuria a questa esigenza, riferiamo i resultati del calcolo di questo
indice negli stessi 91 cranii Melanesiani di Firenze, che hanno servito a molte nostre
indagini sulla altezza. Essi sono molto soddisfacenti per il nostro scopo.
La variazione dell' indice è scarsa. Essa va da 109 a 122 e la media generale è
di circa 116.
Facendo la media dei valori dell’indice di tutti quei cranii che nella serie stessa
presentano gradi diversi di appiattimento parieto-occipitale (che è il segno più appari¬
scente, sebbene non sicuro, del disturbo di ossificazione) gradi i quali noi distinguemmo già2)
in quattro, si trova il valore di circa 115, prossimo perciò alla media generale; ma, ciò
che più interessa, è che ben 82 sopra 47 di questi casi hanno un valore inferiore alla
media generale, 10 soli ne hanno uno superiore, 5 sono eguali alla media stessa. 1 cranii
restanti, cioè senza appiattimento, hanno una media di 117, vicina perciò anch’essa alla
media generale, ma, ciò che più conta, 25 di essi sopra 44 hanno un indice superiore
alla media generale, 6 lo hanno uguale a questa, 13 inferiore.
Ma esaminiamo ancora meglio i fatti. Fra i cranii cosiddetti normali vi è un certo
numero di cranii (13), i quali hanno valori bassi dell'indice. Ora questo ci dimostra asso-
l) tì. L. Sera — L'altezza soprauricolare, la
sua tecnica e la valutazione dei due indici ad essa
relativi — Are//, p. l'Antrop. e V Etnol. Voi. XLV,
1915.
2 ) Lavoro citato p. 16 dell' estratto.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
219
latamente che almeno in parte alcuni di questi cranii debbono avere un basilocc. in una
posizione più prossima alla orizzontale, senza che ciò sia palesato da appiattimenti, così
perchè la lesione del basilocc. sia isolata, come perchè siano intervenuti processi com¬
pensativi, che abbiano impedito l’ appiattimento stesso.
L’indice perciò anche in tali casi ci dimostra qualche cosa che la ispezione per gli ap¬
piattimenti non ci darebbe, e che è interessante sapere.
Abbiamo al contrario dei casi, (10 su 47), in cui ad un appiattimento parietooccipitale
si accompagna un forte valore dell’indice.
Orbene in tali casi non ci si può spiegare la cosa, che in una maniera: Clic cioè
l’appiattimento è un fatto locale, il quale non ha avuto ripercussioni sulla base. Abbiamo
perciò che in verità l’indice è un miglior mezzo diagnostico dell’appiattimento stesso.
Osserviamo però che l’indice deve, secondo noi, variare entro limiti un po’ diversi e
più ristretti per i cranii brachi, ma non siamo stati in grado di controllare tale nostra
opinione.
CAPITOLO Vili.
Alcuni caratteri metrici della faccia di valore raziale.
Grazie alla introduzione nei nostri diagrammi di alcuni punti della faccia di impor¬
tanza morfologica siamo stati in grado di scegliere alcuni valori metrici, angoli e rapporti
di distanza lineari, che si sono dimostrati ottimi elementi discriminativi tipici, quali carat¬
teri di razza.
Sotto questo rispetto, il presente capitolo è un contributo allo studio dei caratteri della
faccia ed è un complemento numerico del mio lavoro altrove citato ').
Gli elementi scelti ci hanno dato risultati numerici che differenziano abbastanza bene
i diversi gruppi umani, ma crediamo che a risultati ancora più cospicui si giungerebbe,
disponendo di serie numerose e sopratutto di serie pure, che presentino i corrispondenti
caratteri raziali in grado più spiccato.
Questa ultima osservazione vale soprattutto per i pezzi appartenenti a gruppi etnici
mongoloidi. Disgraziatamente in genere nei Musei da me visitati, allo scopo del presente
lavoro, difettavano cranii di gruppi etnici spiccatamente mongolici, e anche più rari erano
poi fra questi i sezionati. Particolarmente a deplorare è la assenza di qualche caso di
Mongolico puro br : p :, come ad es. di Calmucco, ma purtroppo non potevasi fare diver¬
samente. I cranii mongoloidi da noi considerati, perciò spesso presentano caratteri misti,
ma appunto per questo è tanto più significativo che, malgrado questo difetto di origine, i
resultati numerici avuti dimostrino notevoli differenze da quelli ottenuti da altri gruppi
umani.
Dato T oggetto precipuo del nostro studio, non tutti i gruppi umani sono rappresen¬
tati nella nostra serie e, quelli che vi sono rappresentati, lo sono con numero assai di¬
verso di casi.
Abbiamo perciò trascurato quei gruppi che possedevano un numero di casi troppo
limitato.
Le nostre serie perciò si riducono a :
l.° Gruppo dei Mongoloidi, con 16 casi che possono considerarsi abbastanza soddi¬
sfacenti. In verità esistono molti altri casi, ma il mongolismo di essi è scarso 2).
x) Vedi pag. 177 [13] di questo lavoro. 9, 10, 14, 17, 18, 20, 96 (?), 97.
2) Essi sono i numeri : 1, 2, 3, 4, 5, 6(?), 7, 8
220
G. L. SERA
2. ° Gruppo degli Australiani, con 7 casi *). Non vi abbiamo voluto aggiungere i 4
Tasmaniani, perchè a noi sembra che, malgrado alcuni caratteri comuni, le due forme
siano ben separate.
3. ° Gruppo degli Europei con 21 casi 1 2). In verità questo gruppo è assai eterogeneo.
Abbiamo voluto non staccarci dalla comune opinione, ma in verità crediamo che esistano
fra gli Europei delle grandi differenze, di cui non si può non tener conto.
Per il gruppo dei Negri, disgraziatamente, data la origine dei relativi diagrammi, non
si poterono determinare gli elementi da noi stabiliti.
4. ° Gruppo dei Polinesiani con 5 casi 3).
5. ° Gruppo dei Boschimani con 5 casi 4).
Il numero dei casi, nei due ultimi gruppi, è piuttosto esiguo : ma, data la grande
importanza antropologica di essi, che noi apprezziamo anche al disopra della comune opi¬
nione scientifica, abbiamo ritenuto necessario non trascurare le indicazioni, di altissimo
valore morfologico, che i dati raccolti ci porgono.
I. - Cominciamo col considerare 1’ angolo che la retta Nasion-zygomaxillare inferius,
fa con la Nasion-clivion, le variazioni cioè dell’ angolo 1).
11 nostro scopo nello stabilire questo angolo, è stato quello di tradurre numericamente
la posizione più all’ innanzi o all’ indietro delle parti inferiori del inalare.
La retta Nasion-clivion è stata assunta quale linea relativamente fissa, visti i resultati
già esposti riguardanti la linea meccanica. La prima infatti, nella maggior parte dei casi,
fa un angolo assai piccolo, aperto per lo più in basso e all’ innanzi, colla linea meccanica.
L’angolo 1) ha una zona di frequenza fra 51° e 62°; 18 casi cadono al di fuori di
questa zona : altri 58 dentro. In altri 23 1’ angolo non è determinabile.
I valori estremi sono 44° e 70°. Essi però sono distanziati sensibilmente dal restante
dei casi. Trascurandoli, gli estremi divengono 48° e 65°, il che riduce la escursione totale
da 26° a 17°.
La media dei 76 casi è di 56°, 4.
Le diverse medie etniche si distribuiscono cosi: La media di 15 Mongoloidi è di 61°, 2:
quella di 7 Australiani 53°, 3 : quella di 21 Europei 55°: quella di 5 Polinesiani 51°, 6. Per
i Boschimani questo angolo si può calcolare solo in due casi, con una media di 54°, 5.
La media più bassa sarebbe perciò quella dei Polinesiani: la più alta quella dei Mon¬
goloidi. In altri termini, il inalare ha per le sue parti inferiori una disposizione più fron¬
tale nei Mongolici, ha la disposizione più opposta nei Polinesiani.
Una disposizione press’a poco uguale nei due gruppi e più prossima a quella dei Po¬
linesiani che a quella dei Mongolici ha negli Europei e negli Australiani.
II. - Esaminiamo ora le variazioni dell' angolo che la retta Nasion-zygomaxillare
superius fa colla Nasion-clivion, le variazioni cioè dell’angolo 2).
Con questo elemento abbiamo voluto soprattutto dimostrare le variazioni nella posi¬
zione del margine inferiore dell’ orbita.
È evidente che differenze nei risultati numerici devono anche risultare dalle differenze
della estensione del inalare verso l’interno : in quanto che il zygomaxillare superius si ri¬
scontra a distanze assai diverse dal piano sagittale mediano.
1) Sono i n. 24, 28, 30, 31, 32, 81, 82.
2) Sono i n. 33, 34, 85, 36, 43, 44, 45, 77, 84,
85, 86, 87, 88, 89, 91, 92, 93, 94, 95, 98, 99.
3) Sono i n. 39, 40, 46, 47, 48.
4) Sono i n. 60, 61, 62, 63, 64.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIOXE, ECC.
221
Dato però che il margine inferiore dell' orbita ha una disposizione quasi perpendico¬
lare al piano mediano, le variazioni nella posizione, rispetto al piano mediano, del zygo-
maxillare superius non dovrebbero avere una grande influenza.
Questo è del resto confermato dai risultati numerici.
La seriazione dei valori dell’ angolo 2) dà : la zona di maggior frequenza è fra 57° c
67° con 58 casi. Altri 24 casi giacciono al di fuori di questa zona. Per 17 casi non esi¬
stono dati. Gli estremi sono i valori M° e 76° con 25° di escursione.
La media degli 82 casi importa 68°, 6.
Le diverse medie etniche sono come segue : 14 Mongoloidi con 67°, 9 ; 7 Australiani
con 57°, 6 ; 21 Europei con 61°, 1 ; 5 Polinesiani con 59°, 6 ; 5 Boschimani con 60°, 5.
La media più alta è dei Mongoloidi : la più bassa degli Australiani. Fra Luna e l’altra
è una forte differenza, di 10°.
In linguaggio morfologico ciò significa che il margine inferiore dell’ orbita fa un forte
aggetto nei Mongoloidi, in confronto soprattutto degli Australiani.
Vedremo però nel capitolo successivo con quali limitazioni ciò si deve intendere.
III. - Un terzo elemento, di importanza ancora più grande, è dato dall’ angolo for¬
mato dalle due rette che,' partendo dal dacryon, passano l’una per il supraspinale laterale,
e T altra per il zygomaxillare superius.
Quest’ angolo vuol essere una rappresentazione dell’ aggetto del margine inferiore del-
1’ orbita rispetto al margine anteriore del mascellare superiore.
Esso perciò oltre che dipendere dall’ aggetto assoluto del margine suddetto, è in di¬
pendenza anche dell’ aggetto del mascellare superiore. La seriazione dei valori porge questi
risultati: gli estremi cadono sui valori — 8° e +23°: la escursione totale abbraccia perciò
31° : la zona di massima frequenza cade fra 0° e + 15°.
66 casi cadono in questa zona, 16 al di fuori. Per altri 17 non esiste il dato.
La media dei 66 casi è di + 7°, 07.
Le medie etniche hanno i seguenti valori : 15 Mongoloidi — 1°,3; 7 Australiani +10°, 4;
21 Europei +8°, 9; 5 Polinesiani + 11°, 4 ; 5 Boschimani +7°, 6.
Riteniamo opportuno dare anche gli estremi della escursione in ogni serie etnica, dato
che la differenziazione tipica è così notevole. Per i Mongoloidi abbiamo gli estremi — 8°
e +6°, una escursione cioè di 14°. Per gli Australiani, +2° e +19°, con un’escursione
di 17°: _|_ 2° e +21° sono gli estremi degli Europei, con un’escursione di 19°.
Nei Polinesiani gli stessi valori sono rispettivamente +5° e +17°, e 12°. Ed infine nei
Boschimani — 1°, +13°, e 14°. Da questi dati, ancora, risulta una differenziazione tipica
notevole : ma il fatto più importante sarebbe quello della vicinanza relativa dei Mongoloidi
con i Boschimani.
Vedremo più tardi quale più esatta interpretazione sia da darsi a questo resultato.
Intanto risulta ancora un dato di grande interesse: l’angolo in questione ha un valore
medio negativo nei Mongoloidi, ed anche individualmente esso è spesso negativo. Ciò vuol
dire che il margine inferiore dell’orbita nei Mongoloidi è spesso situato anteriormente al
profilo del mascellare superiore.
IV. - L’ angolo formato da due rette che partono dal dacryon e che passano rispet¬
tivamente per il supraspinale laterale e per il zygomaxillare inferius tende a rappresen¬
tare la posizione delle parti inferiori del malare, rispetto al profilo del mascellare superiore.
La seriazione dei valori dà questi risultati : la zona di massima frequenza è fra 22° e
32°, con 10° di escursione : in essa sono compresi 54 casi, 22 sono al di fuori ; per 24
manca il dato. La media dei 76 casi è di 25°, 5.
28
22*2
G. L. SERA
Lo medie etniche sono: 14 Mongoloidi 17°, 6 ; 7 Australiani 28°, l ; 21 Europei 28°; 5
Polinesiani 29°, 8.
Per i Boschi mani il dato esiste per due casi con la media di 25°, 5. Le differenze et¬
niche sono dunque assai sensibili.
V. - L’ultimo angolo da noi stabilito è quello formato dalla retta Dacryon-supraspinale
laterale e da un’altra che passa per i due zygomaxillaria : superius e inferius.
Questo angolo esprime la inclinazione della faccia anteriore del nudare rispetto al
profilo del mascellare.
La seriazione dei valori dà questi risultati : i valori estremi corrispondono a 15° e 60°:
essi però sono isolati : valori più attendibili sono quelli di 26° e 54° con una escursione
di 28°, piuttosto sensibile.
Non esiste una zona di massima frequenza ben marcata.
La media dei 76 casi in cui è possibile prendere quest’angolo importa 40°. Le medie
etniche sono: 14 Mongoloidi con 32°, 7 ; 7 Australiani con 39°; 21 Europei con 42°, 6 ; 5 Po¬
linesiani con 45°, 4.
Per i Boschi mani abbiamo due soli casi con 42°, 5.
I Polinesiani adunque per questo carattere sarebbero fortemente divergenti dai Mon¬
goloidi, ì quali si differenzierebbero da tutti gli altri per la scarsa inclinazione della faccia
anteriore del inalare, rispetto al profilo del mascellare superiore.
È curioso come gli Australiani sarebbero il gruppo più prossimo relativamente ai
Mongolici, ma tuttavia sempre distanziato.
YI. - In un nostro vecchio lavoro, diretto a dare una interpretazione della conforma¬
zione detta - occhio mongolico -, affermammo che il fatto osteologico che è alla base di
detta conformazione, sia la piccola distanza che passa fra il margine interno e resterno del¬
l’orbita nella direzione antero-posteriore.
Abbiamo voluto controllare detta affermazione sui nostri diagrammi, scegliendo come
punti di repere il dacryon e il punto più all’ indietro del margine esterno, il metectoconchion.
A rappresentare la posizione relativa dei due punti noi abbiamo preso la distanza
proiettiva di essi rispetto al piano binorbitale e al mediano.
A rigore si sarebbe dovuto ridurre questa distanza a percentuale di una distanza
scelta come base, ma, dato che il valore medio di essa è piccolo in valore assoluto, mentre
assai grande é la sua variazione tipica, questa riduzione percentuale sarebbe stata irri¬
levante.
Ecco i valori medii delle serie etniche: 14 Mongoloidi hanno una media di 5,9; 7 Au¬
straliani ne hanno una di 9,4; 21 Europei una di 8,8; 6 Polinesiani una di 10,4; 5 Bo-
schimani una di 10,8.
Resta dunque dimostrato che i Mongoloidi hanno una distanza Dacryon-metectoconchion
assai più piccola degli altri gruppi etnici.
È da rilevare come i Polinesiani, che pure hanno molti sintomi di mongolismo, pre¬
sentano tale distanza forte. Ma bisogna dire che sono spesso cranii grandi ed inoltre che
i nostri 5 cranii non presentano caratteri molto spiccati di quello che io ho altrove detto
tipo primo o polinesico, ma piuttosto del melanesico.
Ed è notevole ancora come i Boschi mani hanno questa distanza anche maggiore. Ma
è certo da tenere in considerazione il numero scarso dei casi, mentre d’altra parte è
sicuro che i nostri casi non rappresentano che un estremo della oscillazione dei caratteri
in detto gruppo.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
223
VII. - La posizione del dacryon è assai variabile nelle diverse razze, nel senso che
esso è più o meno approfondito nell’orbita.
Avevo osservato che esso é più superficiale nei Mongoloidi c più approfondito negli
Australiani, ma tutti i tentativi di rappresentare numericamente queste differenze non mi
erano riusciti.
La principale difficoltà consiste nel fatto che il dacryon ha una posizione assai va¬
riabile anche per la altezza.
Crediamo di essere riusciti allo scopo col seguente sistema : abbiamo considerato la
distanza diretta che passa fra il nasion c il clivion, e l’altra, proiettiva sul piano mediano,
fra il dacryon e il clivion stesso. Allorquando il dacryon é più superficiale, la seconda
distanza tenderà a farsi uguale alla prima, onde il rapporto fra la seconda e la prima
tenderà, a mano a mano, a divenire più prossimo a 100. Questo rapporto noi indichiamo
col nome di Indice basilare del Mongolismo.
I resultati delle medie per i diversi gruppi li differenziano abbastanza bene : 16 Mon¬
goloidi danno una media di 88 ; 7 Australiani una di 82,3; 21 Europei una di 84.5 ; 5 Po¬
linesiani una di 86,8 ; 5 Boschimani una di 87.
La massima differenza sarebbe così fra Mongoloidi e Australiani. Ma il fatto più inte¬
ressante sarebbe quello della affinità fra Mongoloidi, Polinesiani e Boschimani.
Senonchè, data la natura delle due lunghezze del rapporto, si potrebbe obbiettare che,
non che trattarsi di una distanza Dacryon-clivion maggioro nei Mongoloidi, cioè di una
posizione più anteriore del dacryon, si abbia che fare con una distanza Nasion-clivion
minore, cioè di una posizione più all’ indietro del nasion.
E ciò potrebbe anche connettersi con quanto abbiamo altrove detto dello scarso svi¬
luppo del rostro frontale in essi. l)
Ad eliminare questa possibilità, abbiamo fatto le medie delle due distanze, per tutti i
gruppi, coi seguenti risultati : per la distanza Dacryon-clivion abbiamo i valori di 65,5
per 14 Mongolici; 63,2 per 7 Australiani; di 61,9 per 21 Europei; 64,6 per 5 Polinesiani ;
62,2 per 5 Boschimani.
Per la distanza Nasion-clivion abbiamo i valori di 78,5 per 14 Mongoloidi : 76,7 per 7
Australiani; 73 per 21 Europei; 75 per 5 Polinesiani; 71,8 per 5 Boschimani.
Esaminando la prima serie di valori, si vede che i Mongoloidi hanno in verità la più
grande distanza Dacryon-clivion : ad essi seguono i Polinesiani. I Boschimani parrebbero
avere una piccola distanza, ma bisogna notare che i cranii boschimani sono fra i più
piccoli.
La considerazione della seconda serie di valori ci fa constatare come gli Australiani
abbiano in verità la distanza Nasion-clivion più grande di due mm. circa di quella
dei Mongolici; press’ a poco uguale a questi l’hanno gli Europei: mentre i Polinesiani
1’ hanno di nuovo maggiore.
II valore dei Boschimani, ci fa pensare che non può davvero parlarsi in essi di ridu¬
zione della distanza Nasion-Clivion.
Nel capitolo seguente si vedrà il perchè del valore più grande della seconda distanza
negli Australiani, ma anche ove volessimo prendere il fatto tal quale, senza le limitazioni
che si vedranno necessarie, si vede già come i Mongoloidi hanno una distanza Nasion-clivion
uguale agli Europei, mentre per la distanza Dacryon-clivion raggiungono il valore massimo.
D G. L. Sera
I caratteri della faccia ecc. Già citato. Vedi p. 71-76.
224
G. b. SERA
É evidente perciò che il valore alto del rapporto nei Mongoloidi è veramente dovuto
ad una maggior lunghezza della distanza Dacryon-clivion in essi, cioè ad una superficialità
maggiore del dacryon.
A maggior ragione poi ciò é vero per i Polinesiani e per i Boschimani.
I sette caratteri indagati riguardano, come si è visto, punti diversi della faccia, che i
resultati esposti ci indicano avere posizioni abbastanza differenti nei diversi gruppi. L’as¬
sociarsi diverso di essi caratteri nei differenti gruppi li differenzia runo dall’altro a suf¬
ficienza.
Lungi dal pretendere di fermare le caratteristiche dei gruppi da noi esaminati, crediamo
tuttavia che il rigore del nostro procedimento sia un elemento che compensi la esiguità
di alcune serie etniche.
II gruppo mongoloide adunque sarebbe caratterizzato dalla posizione anteriore dei due
zygomaxillaria, dal piccolo angolo 3, spessissimo negativo, dagli angoli 4 e 5, di valore
piccolo, dalla piccola distanza Dacryon-metectoconcbion, dal rapporto XII forte.
Gli Australiani e gli Europei presenterebbero condizioni affatto opposte a quelle dei
Mongoloidi, e assai prossime fra di loro.
I Polinesiani e i Boschimani avrebbero posizioni assai particolari. I Polinesiani avreb¬
bero il zygomaxillare inferius nella posizione più all’ indietro che in tutte le razze umane;
il superius invece presso a poco come negli Europei, il valore positivo più alto dell’angolo 3),
più forte ancora di quello degli Europei, i valori massimi degli angoli 4) e 5), uno dei
valori più forti della distanza Dacryon-metectoconchion, e infine, in completa contraddizione
coi precedenti elementi, un forte rapporto del Mongolismo. Abbiamo detto però di non
ritenere tipici i nostri casi.
I Boschimani non permettono per molti di questi elementi una completa caratterizza¬
zione. Possiamo ritenere probabile un valore basso dell’angolo del zygomaxillare inferius,
mentre è relativamente sicuro un valore uguale a quello degli Europei per l’angolo del
zygomaxillare superius. Fra tutti gli altri gruppi umani, quello dei Boschimani ha poi
l’angolo 3) più prossimo a quello dei Mongoli, ma ciò pare dovuto in buona parte allo
scarso prognatismo. Non è sicuro il valore degli angoli 4) e 5).
Abbiamo invece il valore massimo fra tutti per la distanza Dacryon-metectoconchion,
ma abbiamo detto quale sìa in proposito il nostro pensiero.
È probabile che a produrlo del resto influisca lo spostamento all’ innanzi del dacryon,
il quale fa si che il rapporto XII sia forte in essi. Tutto sommato, dobbiamo dire che i
Boschimani presentano certe affinità coi Polinesiani, le quali però consistono, in sostanza,
in somiglianze per certi caratteri con i Mongoloidi.
Non possiamo quà fermarci a parlarne, e rimandiamo al nostro lavoro sui caratteri
della faccia.
In questo abbiamo solo voluto far vedere come con le nostre nuove misure siano
raggiungibili con espressione numerica caratteri che quasi si potevano pensare inaccessibili
ad essa; esemplificando, con ciò, la nostra opinione in precedenza esposta '), che i carat¬
teri descrittivi sono caratteri che attendono la loro trasposizione numerica (con il che non
si dice, ben inteso, che essa sia necessaria, pei’ poterli utilizzare).
l) G. L. Sera — Indirizzo morfologico e indirizzo morfometrico. Ardi. p. V anlrop. e V et noi.
XLIV.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
225
Prima di finire dobbiamo, però, fare una osservazione. Si potrebbe credere; che quanto
abbiamo esposto riguardo alla distanza Dacryon-metectoconchion sia in contraddizione con
ciò che è stato detto a proposito del rapporto XII, o del mongolismo, in quanto, dimo¬
strando questo uno spostamento alPinnanzi nei Mongolici del dacryon, la detta distanza
dovrebbe risultarne ingrandita in questi. La apparente contraddizione è spiegata da che il
metectoconchion subisce nei Mongoloidi uno spostamento all’ innanzi, in confronto degli
Europei e simili, molto più forte di quello clie subisca il dacryon ; si comprende perciò
come la suddetta distanza si mantenga piccola.
Una prova, sebbene non assoluta, di tale meccanismo si ha nella distanza proiettiva
fra nasion e metectoconchion nei Mongoloidi e negli Europei.
In 17 Mongoloidi tale distanza importa min. 18,1 ; in 21 Europei 17,4; v’è una diffe¬
renza perciò fra gli uni e gli altri di 4 mm. Considerando che i nostri Mongoloidi non
sono molto tipici, è legittimo supporre che tale differenza sia in realtà ancora più grande.
Essa così darebbe la prova, non solo dell’allegato spostamento anteriore del metecto¬
conchion, ma potrebbe anche in parte essere attribuita all’arretramento del nasion, che
noi ammettiamo nei Mongoloidi ‘), arretramento appunto per cui abbiamo detto che la
prova della differenza delle medie della distanza suddetta nei Mongoloidi e negli Europei
non è assoluta.
Ma non possiamo trattenerci più ancora su questo soggetto, per cui rimandiamo al
nostro lavoro, in cui esso è trattato dal punto di vista descrittivo.
CAPITOLO IX.
Le interferenze dei fatti architetturali, fisiologici e raziali.
L’apprezzamento di un qualsivoglia carattere craniologico può essere abbastanza sem¬
plice compito, quando alla sua interpretazione basta invocar P intervento di un fattore deter¬
minato ed unico: ma talvolta l’antropologo rimane assai indeciso ed è quando alla produ¬
zione di quel carattere possono intervenire fattori diversi.
In qual grado infatti ciascuno di essi interviene in realtà? È questo il quesito che ci si
presenta in fondo di tutti i problemi più discussi della craniologia e in generale della antro¬
pologia. Il portar qualche luce su questo argomento è perciò non trascurabile.
Saremo assai agevolati nella nostra esposizione dai resultati dell’analisi che abbiamo
condotta fin qui, onde la nostra sarà più che altro un’esemplificazione.
Abbiamo avuto occasione frequente di vedere che esistono, a determinare la struttura
di un cranio , sia nella parte cerebrale , sia nella parte facciale, tre fattori principali:
la sua architettura , il suo valore fisiologico , la sua razza.
Praticamente può considerarsi che essi si presentino spesso isolati, a determinare una
certa struttura; ma in realtà, per lo più, debbono associarsi ed in guisa tale, che a volte
agiscono nello stesso senso e a volte invece in senso opposto.
Essendo i fattori indicati tre, si possono fare tre categorie, corrispondenti alle tre com¬
binazioni di essi, due a due, ed una corrispondente alla combinazione di tutti e tre.
p G. L. Sera, I caratteri della faccia ecc. Vedi p. 76.
226
<3. L. SERA
Abbiamo però trascurata una combinazione, quella del fattore raziale e del fattore
fisiologico.
Esaminiamo con esempi le rimanenti categorie:
I. — Interferenza di fattori architetturali e raziali. — Fattori raziali e architetturali nel
mongolismo.
Avendo provato la esistenza di così sensibili differenze di valore raziale per gli ele¬
menti da noi stabiliti per la faccia, vediamo quale sia la influenza delle diversità architettu¬
rali di struttura craniense sopra i diversi elementi.
A stabilire questa influenza e a determinarne il grado abbiamo diviso le diverse serie
etniche che fornivano un numero non troppo piccolo di casi in due gruppi c cioè nei dolic.
e nei brac. o per lo meno, in cranii più lunghi e più corti. Avremmo voluto fare un’analoga
divisione in corrispondenza dell’altezza e cioè nei due grandi gruppi di piati: e di ortoipsi :,
ma nelle nostre serie etniche non esistono cranii piati: in quantità sufficiente, tranne che
per gli Europei.
Quindi, abbiamo calcolato la media per ogni gruppo secondario degli angoli 1, 2, 3 e
di qualche altro elemento.
Ecco i risultati dei nostri calcoli :
Riguardo l'angolo 1, si sono avuti i valori medii:
Mongoloidi: 9 dolio. — 62°, 2 ; 8 brac. = 60°, 1
Europei: 4 dolic. = 53°, 5 ; 16 brac. = 55°
Polinesiani: 2 dolic. = 47°,5: 3 brac. = 54°3
Australiani: 3 dolic. = 51°, 7 ; 4 brac. = 54°5
Per l'angolo 2 abbiamo:
Mongoloidi: 9 dolic. = 67°, 5; 8 brac. = 68°, 5
Europei: 4 dolic. = 61°, 7; 16 brac. = 60°, 4
Polinesiani: 2 dolic. = 56°, 5; 3 brac. = 61°, 6
Australiani: 3 dolic. = 56", 3; 4 brac. = 58°, 5
E infine per l’angolo 3:
Mongoloidi: 9 dolic. == — 3°; 8 brac. -f 1°9
Europei : 4 dolic. = 4- 6°, 5; 16 brac. = + 10°
Polinesiani: 2 dolic. = + 12° ; 3 brac. = + 11°
Australiani: 3 dolic. = + 9°, 7 ; 4 brac. = + 11°
11 numero dei dati per ogni gruppo secondario nei Polinesiani ed Australiani è assai
piccolo, ma la concordanza generale dei risultati loro con quelli dei gruppi secondari per i
Mongoli e gli Europei è notevole.
Il fatto generico che risulta dall’ esame di questi dati è questo: le differenze nei quattro
gruppi etnici fra dolic. e brac. sono nello stesso senso. E cioè i dolic. presentano un valore
minore dei brac.. Fanno eccezione a questa disposizione generale: per l’ angolo 1) i Mongo¬
loidi, in cui esiste una differenza inversa di 2°; per l’angolo 2) gli Europei in cui esiste
una differenza inversa di 1°,3; per l’angolo 3) i Polinesiani con una differenza inversa di 1°.
Riguardo alla prima eccezione dobbiamo ricordare quanto abbiamo detto a proposito del
mongolismo della nostra serie: cioè che purtroppo ben raramente si sono potuti avere dei
casi tipici razialmente. Orbene appunto fra i brac. mongolici è maggiore frequenza di questi
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
227
casi, in cui i caratteri tipici non sono gran che pronunciati. Ciò non può essere stato senza
influenza sui risultati per l’angolo.
Riguardo alla seconda eccezione, occorre menzionare la presenza di un caso eccezionale
(n.° 84; Sardo) che, dato il ristretto numero dei casi, innalza col suo forte valore di 67° la
media.
A proposito della terza, è fuori dubbio che il numero ristretto dei casi ne è responsabile.
Le suddette eccezioni non alterano perciò la validità della legge pocanzi enunciata.
Quali conseguenze si ricavano dai dati suddetti e dalla generalizzazione da essi tratta?
Avendosi nelle forme dolic. valori minori dei due angoli 1 e 2, dobbiamo indurne che
il zygomaxillare inferius ed il superius sono situati in esse all’ indietro del nasion, in maggior
misura che nelle forme brac. e tale spostamento all’ indietro sembra più forte per il zygom.
infer. che per il super..
Le differenze fra dolic. e brac. sembrano più intense per l’angolo 3. Questo tenderebbe
a far credere che lo spostamento del supranasale laterale fosse ancora più forte che quello
del zygom. infer..
Tutto ciò si concilia bene con quanto abbiamo detto, al cap. V°, dello spostamento e
rotazione della faccia nei dolic.. È naturale che tale rotazione sia piccola al livello del mar¬
gine inferiore dell’orbita, più forte al livello del zygom. inf., più forte ancora al livello
del supranasale. Con ciò non si significa che, essendo il raggio di rotazione diverso, di¬
verso sia lo spostamento lineare dei diversi punti, lo stesso rimanendo lo spostamento ango¬
lare, bensì che, a ragione delle connessioni colle parti retrostanti, lo spostamento stesso
sarà minimo in alto, massimo in basso, ove le parti ossee non sono in contatto più
colla base. È naturale perciò che, arretrandosi il margine inferiore dell’orbita in misura
inferiore delle parti sottostanti, esso risulti più sporgente nei dolic.
Ma un fatto, come vedremo al cap. XII0, assai più importante per le sue conseguenze,
occorre rilevare: la variazione architetturale 'per questi caratteri , e persino per V an¬
golo 3, è assai più piccola di quella raziale ed appare in confronto di questa prati¬
camente trascurabile.
Più importanza aveva per noi lo stabilire se esistessero correlazioni architetturali per
l’ indice del mongolismo e per la distanza o in quanto questi valori sono fra i più
squisiti indizi del mongolismo.
Abbiamo diviso in dolic. e brac. i gruppi che presentavano un numero sufficiente di
casi e cioè i Mongoloidi, gli Europei, gli Australiani: gli altri abbiamo trascurati.
Ecco i nostri risultati per il rapporto XII :
Mongoloidi: 9 dolic. = 87.2 ; 7 brac. = 88,4
Europei: 4 dolic. = 85,2; 16 brac. = 84,1
Australiani: 3 più lunghi = 82,6; 4 meno lunghi == 82
Per la distanza Q abbiamo :
Mongoloidi: 9 dolic. = 13,2, 8 brac. = 13
Europei: 5 dolic. = 18; 16 brac. = 17,2
Australiani: 3 più lunghi = 21,3; 4 meno lunghi = 20,5
Abbiamo dunque che per un importante carattere raziale, quello del mongolismo fac¬
ciale, la influenza delle variazioni architetturali è nulla praticamente: ciò che del resto è
la conferma numerica di una convinzione che gli antropologo con esperienza larga di
razze possono farsi facilmente, senza bisogno di ricerche esatte.
228
G. L. SERA
Ma ponendo insieme questo risultato ai precedenti possiamo dire, generalizzando, che
la influenza dei fattori architetturali sui veri caratteri raziali, [fatta eccezione per il pro¬
gnatismo. però, che non abbiamo potuto qui esaminare per ragioni di spazio, e che del
resto, secondo noi, non è affatto un buon carattere raziale] è trascurabile.
II. — Interferenza di fattori architetturali e fisiologici.
Questa categoria è la più larga. Ai diversi capitoli precedenti abbiamo dovuto spesso
parlare della influenza perturbatrice dei fatti fisiologici, influenza che in qualche caso
oscura in maniera assai forte il fattore architetturale. Ciò si verifica soprattutto per la
posizione del basiloc. e a questo proposito dobbiamo ripetere che per talemotivo l’osser¬
vatore si deve valere di casi in cui il fattore fisiologico sia eliminato. Appunto la posizione
del basiloc., per il giuoco delle forze di resistenza e di gravità che agiscono sul cranio,
sopratutto nella regione dei condili, manifesta al massimo l' intervento dei fattori fisiologici,
onde ce ne siamo valsi per stabilire il nostro indice fisiologico.
Anche questo in sostanza è espressione della interferenza di più fattori, ma il fattore
architetturale vi ha poca influenza. Dopo quanto abbiamo detto, sarà ora più chiaro il
perchè l'altezza bregmatica è meno buona della auricolare; giacché nella prima il fattore
fisiologico ha un’intervento più forte che nella seconda.
Assai importante è osservare come la azione del fattore fisiologico si faccia sentire
anche largamente sopra gli elementi analitici dello Schwalbe (vedi oltre) e vedremo perciò
come spesso i valori estremi che si verificano nell'umanità e nella stessa razza di Nean-
derthal si debbano appunto a detto fattore.
III. — Interferenza di fattori architetturali, fisiologici e raziali.
Un bell’esempio di tale triplice intervento è nel carattere della fronte più o meno
prominente. Essa è più o meno prominente razialmente, come dimostra la minima promi¬
nenza nei Mongolici, la massima dei Negri; più prominente negli ipsi : , in cui ha ten¬
denza alla verticalità, che nei piati; più o meno prominente del normale a seconda della
intensità del disturbo di accrescimento del capo, in certi stati patologici.
CAPITOLO X.
Il sistema di analisi craniense dello Schwalbe ed i suoi limiti.
Col procedente capitolo sarebbe esaurita la trattazione analitica dell’argomento del
presente lavoro quale è espresso nel titolo principale.
Ma siccome molti dei fatti acquisiti nella nostra ricerca sono di una applicabilità assai
feconda per un esame dei fossili finora conosciuti, dedichiamo qualche tempo ed attenzione
a questo oggetto, che, in linea generale subordinato, acquista una grande importanza per
il grande sviluppo che ha preso la paleoantropologia negli ultimi tempi.
Noi crediamo che tale sviluppo in verità non sia stato desiderabile del tutto.
L’interesse immenso che la nostra scienza pone giustamente nella questione dell’ori¬
gine degli Uomini ha fatto considerare con troppo attaccamento gli scarsi resti fossili
venuti alla luce.
Da pochi e spesso mal ridotti framménti si è cercato di dedurre oltre il necessario.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
229
Si sono inventati metodi speciali che, in fondo, traevano la loro maggior giustificazione
dallo stato imperfetto dei fossili studiati e dalla passione con cui ci si attendeva di poterne
trarre illazioni interessanti. Esponente massimo di questo stato di cose, da una parte ma¬
teriale (penuria dei resti fossili) e dall’altra morale (stato psicologico di attesa delle prove
della teoria evolutiva per l’uomo) è il sistema morfometrico dello Schwalbe.
Lo Schwalbe, con non piccolo ingegno e con maggiore diligenza, ha costruito un si¬
stema di analisi morfometrica, di applicazione soprattutto alle calotte, che rimane modello
di indagine paziente e metodica, ma contro il quale, a mano a mano, la critica ha elevato
dubbi, che sono venuti sempre crescendo.
In base al suo sistema, egli ha creduto di poter affermare la natura primitiva delle
calotte e dei cranii appartenenti alla razza di Neanderthal ').
Le conclusioni desunte dallo studio delle calotte, come è facile immaginare, hanno
avuto un’importanza preponderante sullo studio dei restanti segmenti scheletrici. Non solo,
ma la influenza delle idee dello S., è stata forte anche sopra studiosi indipendenti.
Non è esagerato l’ affermare che il bello studio dello scheletro fossile di La Chapelle
aux Saints. che dobbiamo al Boule, abbia subito in guisa notevole l’ influenza dei metodi
analitici dello S. e delle sue conclusioni concrete.
Non possiamo fare obbiezioni contro la scelta fatta dallo S. della linea glabella-inion
(linea del Rieger) quale linea di riferimento. Nel concetto dello S., sebbene ciò non sia
esplicito nei suoi scritti, la linea in parola è una linea di riferimento, che non ha che
fare con un piano orizzontale.
Con questa scelta, però, si viene a priori ad escludere che i resultati di un confronto
su tale base abbiano una portata veramente comparativa. Chi ha seguito lo svolgimento
delle nostre ricerche, nei capitoli precedenti e si è reso conto adeguato della nostra teoria
craniologica, comprenderà questa affermazione.
In poche parole la glabella-inion non ha una posizione costante nello spazio, (vedi
capitolo III), e perciò un confronto sulla sua base è infirmato.
A dir meglio, il confronto su questa base non può darci che un ordine di fatti, che
è interessante conoscere, ma che non sono i più interessanti a conoscere.
In sostanza, il nucleo del sistema dello Schwalbe è la conoscenza di fatti di posi¬
zione dei singoli punti in relazione alla glabella-inion.
Ma poiché, in verità, lo S. non ci dice che cosa rappresenti la glabella-inion morfo¬
logicamente, vale a dire, siccome le variazioni di posizione di questa linea non sono state
studiate dallo S., così in verità la nostra conoscenza non ha fatto grandi progressi.
E beninteso che qualunque altra linea, come ad es. la glabella-lambda, poteva essere
scelta, ma bisognava che fosse conosciuta veramente nelle sue variazioni di posizione.
Orbene cominciamo ad esaminare il lato che riguarda la posizione nello spazio di
quella linea:
Abbiamo potuto provare, e in base alla orizzontale vera e indipendentemente da essa,
che tale linea ha una posizione variabile nei diversi tipi di architettura.
Anche lo S. ha posto in luce differenze nella posizione spaziale della glabella-inion,
rispetto alla orizz. tedesca.
È interessante osservare che S. aveva osservato, nel 1899, che l’angolo che la gla¬
bella-inion fa colla orizz. tedesca è positivo in molte Scimmie, ma più piccolo di quello
che fa nella Umanità, il quale è circa di 16°; che in altre poi, compresevi gli Antropo-
b La bibliografia completa dei lavori dello
Schwalbe è in: F. Keibel — Gustav Albert Schwalbe
— Anat. Anzeiger — B. 49 — S. S. 210-221.
230
G. L. SERA
morfi, è negativo; che le razze umané basse hanno valori di tale angolo più piccoli che
le alte, e che nelle giovani Scimmie l’angolo positivo è più piccolo o più grande il ne¬
gativo.
Egli dà di questi fritti la spiegazione che segue, che però dice provvisoria:
L’ inion scorrerebbe in alto nelle Scimmie col crescer dell’età; da ciò le trasforma¬
zioni dell’ angolo. Nell’Uomo esse sarebbero determinate al contrario dall’ innalzarsi del
porion: siccome però anche nell’ Uomo l’ inion si innalza, tale spostamento sarebbe com¬
pensato da un abbassamento dell’orbitale inferius che lo compenserebbe.
Osserviamo parecchie cose: Che lo scorrimento dell’ inion sull’occipite non è davvero
sufficiente a dare spiegazione dei fatti nelle Scimmie: che nell’Uomo le razze così dette
basse sono, almeno in 3 casi sopra a 4, dei do : o : i :, che nell’Uomo, nonché di innalza¬
mento del porion, si tratta di abbassarsi del basion per l’aumento della flessione della
base, dalla nascita in poi, che anche nelle Scimmie l’orbitale inferius si abbassa.
Ai fatti assai bene osservati lo S. non potè trovare la vera spiegazione per la trascu-
ranza dei fatti della base, che noi abbiamo visto sono essenziali.
Nè si dica che, avendo determinata la posizione dei punti della calotta, in funzione
della glabella-inion, sia irrilevante la posizione che assume la glabella-inion, e perciò che
sia inutile preoccuparsene.
Egli è che a diverse posizioni della glabella-inion, e cioè a diverse forme craniome¬
triche, corrispondono elementi analitici dello S. diversi, (beninteso per i valori medii di
un numero sufficiente di casi) per ragioni di struttura craniense, cioè per ragioni tipiche.
Al più l’analisi dello S. potrebbe avere un valore per indicarci in funzione dei suoi ele¬
menti (cioè indirettamente) con quale forma architetturale noi abbiamo a che fare, rima¬
nendo lo stabilire detta forma la cosa più interessante.
Ma anche questa funzione subordinata nello stato attuale delle cose non è molto
agevole.
Ciò è possibile dimostrare continuandoci ad occupare della glabella-inion.
La lunghezza di essa è un elemento sul quale lo S. è passato sopra con grande fa¬
cilità.
Non parliamo delle variazioni architetturali, cioè del fatto noto che nelle forme brach.
questa distanza, come il diametro antero-posteriore, è più breve. Lo S. ha avuto presente
ciò, quando egli ha dato un indice della calotta in funzione dei due diametri orizzontali. Ma
parliamo delle variazioni speciali che si riscontrano nei neanderthal.
E evidente che per il grande sviluppo della massa glabellare e per il forte sviluppo
dell’ inion, nei neanderthal, la glabella-inion ha dei valori più grandi che nel restante
dell’ umanità.
Ora è ingiustificato prendere tal quale questa lunghezza per dedurne dei rap¬
porti fra dimensioni del cranio cerebrale, cioè, di un corpo pluridimensionale, come
si fa quando si calcola l’indice della calotta.
Evidentemente la glabella-inion nei neanderthal non esprime più una dimensione della
totalità del cavo del cranio, in quanto che in essa entrano come parti costituenti degli
sviluppi di pure valore locale, ed esterni al cranio, per così dire, come è la massa glabel¬
lare e il toro occipitale.
L’indice della calotta, così calcolato, ci potrà rappresentar l’andamento della forma
esterna, ma non più la forma del solido craniense nella sua significazione generale, indi-
pendente da fatti locali.
Dall’esistenza in alcune forme craniensi di valori di lunghezza glabella-inion vicini a
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
231
quelli dei neanderthal, ad es., nei doìic., non si può argomentare per assumere come
perfettamente omologa detta lunghezza nei neanderthal.
Certo non troverà oppositori la considerazione che la prominenza del toro occipitale
è un fatto di puro c semplice sviluppo locale, per cui non è corretto prendere una misura
che cada in tale regione, a rappresentare fatti generali del cranio.
Ma penso che la cosa non mi si vorrà concedere così facilmente per ciò che riguarda
l’estremo opposto del diametro glabella-inion, cioè la massa glabeilare.
Lo S. pensa che la massa dei tori sopraorbitali e la fossa sopratorale siano in una
posizione che nell' uomo recente è occupata dal cranio cerebrale, rappresentino uno spazio
che è stato recentemente acquisito al cervello. In altre parole la porzione cerebrale del
frontale non avrebbe nell' uomo di Neanderthal, ancora fatto la sua migrazione verso l’in-
nanzi.
Ciò sarebbe evidente, secondo lo S., tracciando col diagrafo dei piani paralleli al sagit¬
tale e passanti per la metà della larghezza del tetto dell’orbita. « La curva del Neanderthal »
per dirla collo Schwalbe « si mostrerebbe prolungata all’ innanzi, a forma di becco, es¬
sendo la parte cerebrale del frontale posta all’ indietro di questo becco orbitale, mentre
nell’uomo recente si trova sopra il tratto orbitale ».
Un’attenta osservazione, più volte ripetutaci modelli di neanderthal, di cranii di antro¬
pomorfi (gorilla e scimpanzè) e di cranii recenti ci ha persuasi che è nella concezione dello
S. un ravvicinamento solo illusorio.
Ci può aiutare a persuaderci di ciò la scelta, quale punto di repere nel senso antero-
posteriore, del nasion. Implicitamente il confronto dello S. fa punto di riferimento alla
glabella, ma ciò è erroneo, per ciò che sappiamo già avvenire nell’ Umanità recente.
Il nasion rappresenta un punto più fìsso, nel senso antero-posteriore, che altri punti,
posti sopra o sotto, sebbene sia tutt’ altro che assolutamente fìsso anche nella suddetta di¬
rezione.
Orbene, se ci riferiamo al nasion, è evidente, anche valendoci delle stesse figure di
S., che nei neanderthal non è tanto il frontale cerebrale posto all’ indietro, che produce
l’effetto del becco orbitale, quanto soprattutto lo sviluppo all’ innanzi del toro sopra-
orbitale.
Nei cranii di antropomorfi il toro sopraorbitale, o meglio quella formazione che possiamo
per il momento chiamar con questo nome, non che esser rivolta all’ innanzi, lo è sopra¬
tutto verso l’alto, onde essi non presentano una forte prominenza della glabella, come
dovrebbe essere, se le formazioni corrispondenti fossero veramente omologhe.
Continuando, nella norma laterale, idealmente la direzione della parte inferiore del
frontale cerebrale con una linea retta verso il basso, invece di seguirne il contorno sulla
massa dei tori sopraorbitali, si vede che nei neanderthal tale retta cade innanzi al nasion.
Ma anche in altra maniera possiamo assicurarci che le cose non stanno come crede
lo S.. Esaminando nella norma laterale un cranio di gorilla o scimpanzè, vediamo che il
frontale cerebrale è posto indietro all’orbita. Le cose sono assai diverse nei neanderthal,
in cui il frontale cerebrale arriva all’ innanzi del margine esterno dell’apertura dell’or¬
bita, presso a poco come nell’ uomo recente.
Non vogliamo dire che assolutamente nell’ uomo di Neanderthal il limite anteriore
del frontale cerebrale sia così all’ innanzi come nel recente, ma che la somiglianza veduta
dallo S. cogli antropomorfi è in gran parte illusoria.
È perciò certo che la glabella-inion nei neanderthal. anche per il suo estremo ante¬
riore, non rappresenta una dimensione cerebrale, ma uno sviluppo locale, di significato
232
G. L. SERA
affatto diverso, sul quale per ora non entriamo, onde è assolutamente ingiustificato il
considerar la glabella-inion alla stessa stregua che nei crani recenti.
Osservazioni simili alle nostre, nel loro spirito, riguardo alla necessità di trasferire
le misurazioni del cranio dalla superficie esterna all’ interna ha emesse il Symington ;
disgraziatamente non ci è stato possibile avere i lavori di questo autore.
Abbiamo voluto esaminare il valore numerico della glabella-inion in alcune piccole
serie del Museo di Firenze (i cui diagrammi furono presi diligentemente dal Dr. Grill per
altri scopi) le quali potevano presentar un’approssimazione ai caratteri dei neanderthal, o
per la forte bassezza (Ostiacchi sopratutto) o per lo sviluppo di forti arcate sopraorbitarie
e di un toro occipitale (Fuegini).
Queste serie sono: 13 Fuegini; 15 Ostiacchi; 15 Australiani; 12 Lapponi; 12 Samoiedi.
I Fuegini hanno un’oscillazione da lèi a 187 con una media di 177; gli Ostiacchi
presentano gli estremi 161 e 188 e la media di 177; gli Australiani gli estremi 151 e 187,
la media 169; i Lapponi hanno per valori corrispondenti 154, 179, 163; i Samoiedi infine
156, 186, 168.
Dalle cifre medie si può constatare una forte influenza del fattore architetturale.
Ma quello che è notevole è come, anche laddove si ha un forte sviluppo della massa
glabellare e iniena, come nei Fuegini, non si raggiungono nè forti valori individuali, nè
tanto meno medii.
II valore massimo è presentato da un Ostiacco con 188.
Siamo dunque ben lontani dai valori della stessa distanza per il Neanderthal p. d.
e per i due Spy, che hanno rispettivamente, secondo le misure più attendibili: 202,
200, 198.
Un valore superiore troviamo in un cranio della N. Brettagna del Museo di Firenze
n. 4281. La distanza suddetta ivi misura 192 min. Avendo questo cranio un indice orizz.
di 70,20, esso conferma la regola della correlazione architetturale di questo carattere.
Crediamo che sarebbe relativamente facile, con un esame diretto di serie numerose,
trovare distanze glabella-inion intorno a 200 mm., ma siamo convinti, che si tratterebbe
sempre di casi a indice orizz. basso. Invece nei neanderthal i detti forti valori sono asso¬
ciati a indice orizz. non certo basso. Ciò significa che la larghezza vi è anche sensibile.
E così è in realtà.
Per la larghezza del cranio abbiamo numerosi dati di comparazione raccolti nel ma¬
nuale del Martin.
Orbene, la larghezza nelle medie seriali del cranio maschile varierebbe, secondo i dati
raccolti nei lavori di varii autori, da 128, dei Yedda del Sarasin, a 153 dei Buriati del
Reicher. 11 che farebbe la media della umanità a 140.
Orbene i valori che abbiamo per i neanderthal sono superiori a questa media, talvolta
in misura assai sensibile.
Essi sono 150, 140, 150 per il Neanderthal p. d. e per ì due Spy.
Sono questi dei valori che nell’umanità attuale non si verificano mai con indici orizz.
quali vediamo nei neanderthal, anche rispetto a serie tipicamente basse, in cui natural¬
mente la larghezza media è più sensibile che nelle serie di uguale indice orizz. medio,
ma di altezza più forte, cioè orto o ipsi.
La serie dei Tasmaniani maschi del Basedow, ha un indice orizz. medio di 74,8,
poco diverso da quello del N. p. d. che è 74,2, secondo Virchow, di cui abbiamo prese
le misure; ma la larghezza del cranio cerebrale è in quelli solo 137, distante da quella
del Neanderthal. E si noti ancora che pur tuttavia i Tasmaniani, presentano un forte svi¬
luppo della massa glabellare.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
233
Ora questa discordanza, ove la differenziazione del toro sopraorbitale fosse dovuta a
che il frontale cerebrale è in essi ancora situato all’ indietro, non si dovrebbe verificare
e, verificandosi, ne abbiamo un indizio che in verità la glabclla-inion nei neanderthal
non è perfettamente paragonabile (cioè dello stesso significato) alla linea simile dei cranii
recenti.
Per ciò che abbiamo visto in proposito della lunghezza della glabella-inion, risulta
che non possiamo dare un valore grande all’ indice della calotta dei neanderthal, calcolato
su quella distanza, dato che al valore che spetta a quella distanza, per i veri fatti archi¬
tetturali, sono aggiunte due parti, l’una per lo sviluppo della massa glabeilare, l’altra per
la massa della protuberanza occipitale, che fanno quella distanza non omogenea colle di¬
stanze analoghe dei cranii recenti.
Ma un’altra obbiezione ci fa criticare la scelta fatta dallo S., ed è che, essendo in
sostanza l’ indice della calotta un indice di altezza, (tale del resto, è apparso allo stesso
S. il quale nel suo lavoro sul Pithecanthropus ritiene che sulla base di esso si po¬
trebbe fare una distinzione delle forme craniensi) per ragioni che noi abbiamo svolto
lungamente in lavori precedenti, si sarebbe dovuto dar la preferenza all’ indice della
calotta calcolato sul diametro trasverso , non volendo usare quello calcolato sulla somma
dei due diametri orizzontali, giacche vi entrava sempre, come elemento perturbatore, la
glabella-inion.
Orbene, era già molto significativo che dai dati dello S. risultava come il Nean¬
derthal, per questo indice, era solo di (piatirò unità inferiore ad un Calmucco, cioè
un platicefalo.
0 ci inganniamo fortemente, o questo fatto avrebbe dovuto porre in forte allarme lo
S., se egli, nella ricerca di elementi che permettessero di distaccare il Neanderthal dal¬
l’uomo recente, non fosse già stato in condizioni psicologiche di non poter rinunciare a
quello che si presentava troppo suggestivo.
Abbiamo esaminato la variazione nell’ umanità attuale dei due indici longit. e trasver.
verso l’estremo inferiore della loro oscillazione, non soltanto nei due gruppi bassi dei
nostri casi, ma anche in serie etniche che potessero presentare, per qualche motivo,
valori bassi della altezza della calotta. Ci siamo valsi perciò dei diagrammi, già menzionati,
eseguiti dal Dr. Grill. Esaminiamo da prima i fatti offerti dall’indice trasv. :
Nei Lapponi la oscillazione va da 64,7 a 75,3; nei Fuegini da 64,5 a 74; negli Ostiacchi
da 64,9 a 77,8; nei Samoiedi da 64,4 a 70,3: negli Australiani da 71,2 a 85,5; Le medie
relative sono: 69; 69,6; 71,2; 66; 77,6.
Dove si vede che nessun valore raggiunge il minimo presentato dal Calmucco dello
Schwàlbe (v. p. 47) con 62,1. E si vede ancora che tale indice è sensibile alle differenze
architetturali.
11 valore di 62 è invece raggiunto dal caso n. 98 della nostra centuria, un italiano
di Varese, mentre anche il n. 44, un Alverniate, ha il valore di 63,2: entrambi, br : p :.
Un valore basso, e cioè 64,8 è raggiunto anche da un do:p: e cioè il n. 78, che é
l’Ostiacco di Firenze n. 2737 (che abbiamo naturalmente trascurato nei casi del Grill).
Ma in questo sono certamente intervenuti fattori fisiopat. a determinare il basso indice.
Si tratta del cranio già da me illustrato e di cui diedi anche le diverse norme.
Il limite inferiore, perciò, già assegnato dallo S. a questo indice non è stato raggiunto
e presumibilmente è in realtà un minimo, determinato dal convergere del fattore archi¬
tetturale col fisiol..
234
G. L. SERA
Resterebbe così documentato un certo intervallo, sebbene non grande, fra il gruppo
dei neanderthal e 1’ Umanità attuale.
Ma vedremo ben presto quale spiegazione comporti questo fatto.
Passiamo ad esaminare i dati relativi all’indice longit..
Nei 13 Fuegini abbiamo gli estremi 49,2 e 60,3 colla media di 56; nei 14 Ostiacchi
le cifre corrispondenti sono 48,3, 61,5, 55; negli 11 Lapponi 57,5: 68,1:62; negli 11 Sa-
moiedi 50:65,4:57; nei 15 Australiani 54,7:68,1:59,8.
E degno di rilievo il valore così basso assolutamente degli Ostiacchi, e quello in senso
relativo dei Samoiedi, basso se si pensa alla brachicefalia di questo gruppo.
A produrre tali resultati deve intervenire in buona misura il fattore fisiol..
I nostri casi perciò sorpassano il minimo stabilito dallo S. ') per 1’ uomo recente in 50,
e lo sorpassano due volte, raggiungendolo poi appena (col valore stesso di 50) in un
Ostiacco (n.° 2729) ed in un Samoiedo (2764).
Se consideriamo poi i piati della nostra centuria, lo stesso cranio n.° 78, già men¬
zionato. raggiunge il valore bassissimo di 47 (fu da me dato in un precedente lavoro
inesattamente in 49,4).
È da osservare che i n.' 44 e 98, che col precedente indice avevano i valori più bassi,
conservano la stessa posizione per questo indice, coi valori di 55 e 55,7. È da osservare
che non presentano fatti fìsiopat. ma sono entrambi femminili. Forse essi dimostrano anche
la esistenza di serie ultraplaticefale tipicamente.
II limite inferiore perciò già assegnato dallo S. è superato dai nostri casi, con mag¬
gior approssimazione ai valori dei neanderthal. Il nostro Ostiacco n.° 2737 sorpassa anche
i due casi del Kuaatsch di Australiani con indici rispettivamente di 49,94 e 49,18.
Resta pur tuttavia un certo hiatus anche fra i valori constatati da noi e quelli della
variazione dei neanderthal, quale è stata raccolta dal Kohlbrugge ').
Inoltre bisogna pensare che spesso i valori estremi che sono stati constatati nella
umanità attuale dai diversi autori sono dei casi fìsiopat., con il che del resto, non restando*
escluso che i diversi neanderthal presentino fatti di tal natura, questo argomento viene ad
esser indebolito.
Si potrebbe credere però che meglio che dagli indici della calotta, in cui entra la
glabella-inion, di cui abbiamo visti i difetti, il basso valore della curvatura della volta nel
tipo di Neanderthal risulti dimostrato dal valore assoluto basso della altezza assoluta della
calotta.
I valori assoluti di tale distanza nei neanderthal, secondo lo S., sarebbero rispettiva¬
mente per il Neanderthal p. d. e per i due Spj* 80,5; 81; 87, valori certo assai bassi.
Ma anche quà vediamo che non possiamo fare un grande assegnamento neppure su
questo carattere, che pur sembrerebbe più solido.
In primo luogo dobbiamo osservare che la glabella-inion nel tipo di Neanderthal non
taglia la norma laterale in due porzioni, superiore e inferiore, in guisa perfettamente ana¬
loga a quanto fa nei crani recenti.
Ciò per un doppio motivo. Nel tipo di Neanderthal, come in minor misura, nei cranii
recenti di tipo rozzo, l’inion ha una posizione assai più alta che nei crani recenti di tipo medio
o fine. Ciò è stato osservato da molti.
9 G. Schwai.be — Zur Frage der Abstaramung 4) J. H. F. Kohlbrugge — Die morphologiscke
des Menschen. Zeits. f. Morphologie u. Anthrop. Abstaramung des Menschen — Stuttgart 1908.
1906 — Sonderheft.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
*235
Ma anche la glabella, non corrisponde affatto, rispetto alla verticale, alla posizione
che ha nei cranii recenti.
Dato infatti che il nasion ha una posizione relativamente fìssa rispetto alla verticale
nei cranii di stirpe australo-caucasica, la posizione della glabella è tanto più alta, in con¬
fronto del nasion, quanto più è forte la massa del toro sopraorbitale.
È evidente perciò che nei neanderthal, dato che la linea glabella-inion è per i due
suoi estremi in posizione più elevata, rispetto ai recenti, la altezza della calotta sarà più
corta, e crediamo di non andar lungi dal vero, ritenendo che tal differenza può arrivare
ad oltre 1 cm.
Vediamo infine come si comporti l’altezza della calotta nella umanità attuale per i
suoi valori assoluti.
Oltre che dei diagrammi delle serie già nominate, ci siamo valsi di quelli di altre
piccole serie etniche, ugualmente eseguiti dal d.1' Grill e cioè di 5 Negri, 3 Cinesi, 4 Pa¬
puani della N. Guinea, 4 della N. Bretagna, 7 Siamesi e 4 Peruviani ; abbiamo voluto così
introdurre in considerazione serie appartenenti alle due forme do : e br: ip:; altri 27 pezzi,
onde avere un’idea della variazione anche per l’altro estremo.
La variazione totale è da 85 a 113, quasi negli stessi limiti dello Schwalbe, specie
per l’estremo inferiore, che più ci interessa.
La variazione constatata dallo S. sopra 107 cranii attuali è da 84 a 117: ma sotto 90
ve ne sono in realtà soltanto 9.
Anche qua perciò la differenziazione affermata dallo S. resiste pienamente ad esami di
nuovo materiale ; ma, per quello che abbiamo detto, ciò non deve sorprender più.
Ad eludere possibili obbiezioni, lo S. indicò che, se invece di prendere gli indici della
calotta in funzione della glabella-inion, si prendono in funzione della nasion-inion, la dif¬
ferenziazione fra i neanderthal e l’umanità attuale sussiste ancora.
Ma noi crediamo che le influenze che nei neanderthal si portano ad aumentare la
parte anteriore della glabella-inion sono sempre sensibili all’altezza del nasion.
Per circoscrivere la variazione della nasion-inion nella umanità attuale abbiamo for¬
tunatamente i dati raccolti dal Martin.
Essa va da 146 a 187, mentre i valori del Neanderthal p. d. e dei due Spy sono
199, 198 e 192 rispettivamente.
Passiamo all’esame dei principali elementi angolari del sistema dello S.
Primo è l’angolo del bregma.
Dato che la glabella nei neanderthal è un punto posto più all’innanzi per ragioni lo¬
cali e non di struttura architetturale, ci possiamo spiegare i bassi valori dell’ angolo del
bregma, senza che per questo si debba dare loro un significato architetturale filogenetico.
Sapendo come i Fuegini presentino uno sviluppo abbastanza sensibile degli archi so-
praccigliarit tanto che il Martin giustamente *) li chiamò neandertaloidi, cercai la media
dei valori dell’angolo per i 13 Fuegini del d.r Grill.
Essi mi hanno fornito la media di 56°, 7, eguale a quella dei quattro Calmucchi dello
S., che rappresentano la più bassa di questo autore.
I miei 13 casi hanno un significato maggiore di quello dei quattro Calmucchi, per i
quali presumibilmente deve avere influenza il fattore fisiopat. a diminuir l’altezza della
calotta. Il minimo dei miei Fuegini, in 52°, è inferiore al minimo dello S. per la umanità
attuale in 53°. Un altro caso della mia serie presenta il valore 53°.
D R. Martin — Zur physisclien Anthropologie der Feuerlànder. Arch. Anthrop. B. 22.
236
G. L. SERA
Ma sopra l’angolo del bregma devono avere anche influenza fatti ipofisiol., che dimi¬
nuiscono l’ altezza del cranio, per dir così lo schiacciano, abbassando il bregma.
La serie degli Ostiacchi dì Firenze, in cui indicai già la forte frequenza di casi ipofì-
siol., mi ha fornito la miglior prova di ciò.
14 Ostiacchi ritratti dal Grill mi hanno dato una media di 55°,9 con un minimo di 50°.
altri tre casi poi hanno i valori rispettivi : 51°, 52°, 53°.
I minimi da me riscontrati e quelli di Klaatsch su due Australiani riattaccano com¬
pletamente la variazione della umanità attuale con quella dei neanderthal, che arrivano
a 50°-53° con Ivrapina, in quanto i valori dello due interferiscono in una zona comune.
Non potrei però per la mia esperienza credere che la media così bassa data dal
Mac Namara per 8 Lapponi in 46° sia attendibile.
II Lapponi ritratti dal Grill mi hanno dato il valore di 60°, 8. Per quanto si possa
pensare alla presenza di fatti ipofisiol. in quelli di Mac Namara e a mescolanza nei miei
casi, non credo che la unione di entrambi le ipotesi possa esser sufficiente a giustificar
un valore così basso.
Passiamo ora all’angolo del lambda. Lo Schwalbe diede per limite inferiore di questo
angolo nella umanità attuale il valore di 78° e la media generale di 82°, 2.
Il nostro minimo è di 67° e si riscontra nel cranio n.° 78, già più volte menzionato.
A ragione di tale divergenza abbiamo calcolato il detto angolo nelle cinque serie
speciali del Grill.
Ben 18 casi sopra 64 presentano un angolo inferiore a 78° cioè in una percentuale
assai superiore alla nostra. Non crediamo però che ciò sia dovuto a differenze nella tecnica
da quella da noi seguita, ma alle serie speciali.
Ecco infatti come si differenziano le serie in questione:
Gli Australiani presentano i valori estremi: 77°, 90 e la media di 84°; i Lapponi di¬
mostrano i valori corrispondenti: 75°, 89°, 82°; i Fuegini 70°, 83°, 78°; gli Ostiacchi 75°,
83°, 78°, 6 ed infine i Samoiedi 74°, 84°, 79°.
Dato che il minimo degli Australiani in 75° è distanziato dagli altri casi ed il valore
medio è piuttosto alto, i valori bassi delle altre serie, e sopratutto dei Fuegini, non pro¬
vengono dalla particolare tecnica, ma sono reali.
È in particolar interessante per il nostro oggetto il valore di 78° dei Fuegini, il quale
in buona parte deve esser dovuto al forte sviluppo del toro occipitale.
Ma è evidente che la tecnica dello S. deve esser stata alquanto diversa dalla abituale,
seguita da me e dal Grill e deve avere differito dalla nostra per il fatto che l’inion viene
in quella ad esser collocato in genere alquanto più in basso almeno nelle forme recenti.
Soltanto in tal maniera si può spiegare che lo S. trovi come valore minimo nella uma¬
nità recente 78°.
Ed infatti con uno scorrimento verso l’alto dell’inion la glabella-inion viene ad esser
più prossima all’orizzontale, mentre il lato inion-lambda si fa più verticale, ma la misura
in cui avviene questo secondo movimento è assai più ampia, data la conformazione del¬
l’occipitale sulla linea mediana, che è quella di un arco di cui una metà, la inferiore, è
prossima alla orizzontale, l’altra presso a poco verticale.
Lo scorrimento dell’inion, avendo luogo nella regione della più forte incurvatura, si
esprime con una quantità angolare sensibile rispetto al lambda; mentre esso, data anche la
più forte distanza dalla glabella all’inion, si esprime con una quantità angolare assai mi¬
nore rispetto alla glabella.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
237
È da osservare subito che, data la differenza nella determinazione dell’ inion nella
tecnica di Schwalbe da quella comune nella umanità recente, e dato che è da supporsi
determinata più concordemente la posizione delibinoli nei neanderthal, la differenziazione
degli stessi dalle forme recenti ne viene ad esser artificialmente alquanto aumentata.
Senonchè la dimostrazione dello S., basandosi sopratutto non sopra medie, ma su casi
che rappresentano gli estremi della variazione umana, la portata della critica suddetta
viene ad esser assai diminuita. D’altra parte abbiamo visto come anche in base ai nostri
nuovi casi la differenziazione dei neanderthal rimanga valida.
L’esame dei dati sull’angolo dell’opistion conduce a considerazioni simili a quelle fatte
or ora, nei riguardi di differenze fra la tecnica dello S. e l’abituale : ciò non sorprende,
perchè l’angolo, dell'opistion è l’angolo inferiore dei due che la retta glabclla-inion fa
colla curva dell’occipitale.
Lo S. diede come massimo di questo angolo nella umanità recente il valore di 40°.
La media invece riscontrata da noi nella nostra centuria è di 38°, 5, assai prossima a
detto limite.
In ben 34 casi sopra 98 il valore dell’angolo dell’opistion è superiore a 40°. Il minimo
di 25° è ancora presentato dal nostro n.° 78, più volte ricordato.
A ragione di tale divergenza abbiamo voluto considerare i valori di questo angolo
nelle solite 3 serie del Grill, ed inoltre, allo scopo di avere forme decisamente brachi, in
una piccola serie ulteriore di 7 Siamesi.
Nella totalità dei 64 casi delle 5 serie ben 27 sono al disopra di 40°.
Ciò è senza dubbio dovuto alla particolarità delle serie e non a che la tecnica usata
dal d.r Grill sia ancora più diversa della nostra da quella dello S.. Ecco ad ogni modo
i dati relativi:
Gli Australiani presentano gli estremi 33°, 48, e il valore medio dì 39°; i Lapponi i
valori corrispondenti 31°, 47°, 38°, 4; i Fuegini 33°; 49°; 40°, 3; gli Ostiacchi 28°; 4L0; 34°;
i Samoiedi 39°; 48°: 44° ed infine i sette Siamesi 39°; 53°; 44°, 4.
Tali valori non soltanto sono ammissibili, ma si conciliano assai bene con quanto ab¬
biamo detto nel Cap. VI, sulle differenze architetturali di esso angolo. È da notare il basso
valore degli Ostiacchi, dovuto alla solita causa.
La posizione particolare dei Fuegini, che hanno un valore relativamente forte, deve
resultare da due fatti: il primo é che l’inion, a ragione del forte sviluppo del toro occi¬
pitale, è piuttosto alto: il secondo, che il diametro antero-posteriore, per il forte sviluppo
della massa glabellare, simula un maggior allungamento del cranio che non sia in realtà.
In altri termini, i Fuegini presentano in misura minore gli stessi fatti che i neander¬
thal, riguardo agli effetti del forte sviluppo della glabella-inion sui diversi elementi anali¬
tici dello S..
Anche per questo caso la divergenza fra i dati dello S. e quelli miei, della centuria
e dei diagrammi del d.r Grill, si spiega ammettendo che nella tecnica dello S. 1’ inion
abbia una posizione più bassa di quella che sia nella tecnica abituale.
Vero è che con uno scorrimento dell’ inion verso l’alto la glabella-inion si fa più
orizzontale, ma la linea inion-opistion si fa più verticale in misura maggiore, onde in de¬
finitiva l’angolo dell’opistion cresce collo scorrere dell’ inion verso l’alto.
Tale fatto ci spiega, almeno in parte, i forti valori dell’angolo dell’opistion nei varii
neanderthal, giacche in essi occorre ammettere uno scorrimento dell’ inion verso l’alto,
come abbiamo detto di già ; ma non è suflficente, pensiamo, a spiegarci la differenza di
10° ed oltre, secondo la tecnica dello S., differenza ad ogni modo che anche nella tecnica
30
23 S
Cr. L. SERA
abitualo [dato che i valori determinati da S. e Klaatsch por i neanderthal sono esatti,
corrispondendo ai casi in cui Tinion è di determinazione la più semplice,] rimane sensibile.
Nella nostra centuria infatti i casi di valori superiori a 48° sono 3 su 9S (o cioè uno
a 50°, uno a 53°, uno a 56°) quindi come si vede, piuttosto rari. Ma, tutti e tre questi
casi, notiamolo subito, appartengono a brachi (e particolarmente br : o : i :).
Inoltre mentre fra i do : o : i : in cui abbondano i casi a forte sviluppo della protube¬
ranza occipitale, abbiamo solo 10 casi, sopra 42, con un valore di o1 superiore a 40°, nel
gruppo del br : o : i :, m cui si hanno i minori sviluppi della protuberanza occipitale esterna,
anche in confronto dei br : p :, abbiamo 17 casi sopra 28 in cui o1 è superiore a 40°.
Anche nei br : p : abbiamo 6 su 14 casi in cui o1 è superiore a 40°.
Il fattore architetturale perciò dev'essere assolutamente predominante sul fattore
locale dello sviluppo e del concomitante scorrimento in alto dell ’ inion a determinare
un forte valore di o1.
Se ne deduce la conseguenza che i neanderthal hanno una parete posteriore che
conviene con forme piuttosto brachioidi della parte cerebrale : malgrado che alcuni
di essi presentino un indice orizzontale piuttosto basso.
Tale conclusione collima con quanto si è detto per la larghezza del cranio. Vedremo
oltre quale valore abbia tale resultato per una interpretazione dei caratteri dei neanderthal.
Riassumendo le nostre conclusioni sulla portata degli elementi analitici dello S., di¬
ciamo di non credere, come molti autori, che sia possibile con estese ricerche trovare
casi numerosi per i quali si arrivi a dimostrare la interferenza dei valori presentati dal¬
l’umanità recente con quelli della razza di Neanderthal.
Noi pensiamo che in realtà le due variazioni rimangono sufficientemente distinte, ma
non per questo la differenziazione dei neanderthal è meno artificiosa, essendo il sistema
integrale schwalbiano inadeguato, a conseguir lo scopo per cui fu immaginato: vale a
dire a rappresentarci i fatti di architettura, che segnano il passaggio dal cranio animale
all’ umano.
Riassumiamo in ciò che segue, brevemente, le nostre critiche:
1° La glabella-inion non è adatta a fornir la indicazione di una dimensione delle ca¬
lotte, perchè essa dà anche lo sviluppo di parti che non sono in istretta connessione colla
cavità cerebrale.
Ciò per quanto riguarda il paragone delle calotte neanderthaliane con i crani recenti.
Per ciò che riguarda il confronto con i cranii di antropomorfi i tori sopraorbitali delle
calotte neanderthaliane non sono omologabili con i cercini sopraorbitali degli antropomorfi.
2° Lo S. ha visto, sebbene non chiaramente, che variazioni dei suoi elementi analitici
sono parallele a variazioni della forma del cranio cerebrale, ma non è andato innanzi
nella ricerca di tali corrispondenze
Ciò è forse accaduto, perchè l’introduzione dell’errore, di cui al n. 1, ha fatto sì che
le sensibili differenze che si riscontrano fra i neanderthal e gli uomini recenti oscurassero
e togliessero importanza alle variazioni architetturali dei suoi elementi. Egli ha potuto cosi,
senza apparente incongruenza, considerare la variazione complessiva, nell’umanità attuale,
dei suoi elementi analitici, senza soffermarsi a distinguerla in tipi.
So egli avesse fatto la distinzione di tipi mediante i suoi elementi ne avrebbe potuto
avere un duplice vantaggio. Avrebbe constatato, cioè, in primo luogo che certi determinati
tipi di architettura presentano almeno (anche so si volesse lasciar correre per buona la
scelta della glabella-inion) una approssimazione maggiore di altri tipi ai neanderthal. E,
secondo e più importante, avrebbe potuto forse porsi il problema: che cosa questi tipi
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
239
rappresentino; il che significa porsi il problema del cranio umano, come deve essere con¬
siderato, cioè nel passaggio di una forma nell’altra, caratterizzato soprattutto dai cambia¬
menti nella base.
Il difetto infatti più grosso del sistema schwalbiano è quello di considerar il cranio
come un sistema statico, non come un sistema dinamico, il cui dinamismo si esplica tanto
nel senso della filogenesi, cioè nella parentela fra lo diverse forme architetturali, quanto
nel senso ontogenetico, nelle variazioni dei valori degli elementi metrici, che si verificano
nello sviluppo.
E una vera dottrina craniologica non può assolutamente fare a meno di ciò.
Vogliamo però dichiarare che i difetti del sistema schwalbiano sono in parte dovuti
a che egli ha fatto oggetto delle sue ricerche la calotta, ma non possiamo non osservare
che una più profonda analisi di questi stessi elementi lo avrebbe preservato, da quegli
errori che lo hanno portato alle conclusioni concrete sulla razza di Neanderthal, che esa¬
mineremo nel seguente capitolo.
3° Allo Schwalbe è sfuggita intieramente, come del resto è sfuggita alla gran parte
degli osservatori finora, la influenza che i fatti fisiologici del cranio hanno sulla sua forma
e sul valore degli elementi analitici del sistema schwalbiano.
Tale fatto è tanto più grave di conseguenze in quanto i cranii della razza di Nean¬
derthal trovati finora presentano, quasi tutti, abbondanti caratteri fisiopat. di cui bisogna
tener conto, e per apprezzare il valore tipico della loro forma e per un apprezzamento
del significato biologico dello caratteristiche della razza di Neanderthal.
CAPITOLO XI.
I
La interpretazione dei caratteri dei crani attribuiti alla cosiddetta razza di
Neanderthal.
L’esame dei diversi crani attribuiti alla razza di Neanderthal è ormai reso facile, dietro
quanto abbiamo esposto al capitolo X°, e i resultati cui siamo giunti nei capitoli pre¬
cedenti.
Senonchè, siccome nel Cap. X° abbiamo preso in considerazione la variazione pre¬
sentata dai neanderthal più classici, cioè dai reperti più antichi, ci si potrebbe presentare
la obbiezione che i reperti più recenti, che comprendono anche le parti facciali e soprat¬
tutto la base, forniscano un miglior fondamento alla indagine.
Ciò sopratutto va inteso per il reperto di La Chapellc aux Saints, ricostruito e stu¬
diato dal Boule ').
Abbiamo perciò il dovere di occuparci innanzi tutto di questa questione. Se cioè la co¬
noscenza che abbiamo ora della struttura del cranio dei neanderthal, grazie al reperto di
La Chapelle, abbia essenzialmente modificato le nostre conoscenze in proposito.
Inoltre, avendo il Boule fatto larga parte ai dati da me raccolti sul Gibraltar, non ac¬
cettando però le mie conclusioni, riguardo alla posizione da dargli, a me incombeva da
molto tempo il rispondere alle sue osservazioni. Ho voluto farlo a preferenza in questa sede,
*) M. Boule — L’ liomme fossile de La Chapelle aux Saints. Ann. paleont. T. 6, 7, 8. Paris 1911-13.
240
G. L. SERA
perchè la mia dimostrazione riuscisse più confortata dall’ insieme di queste ricerche, e
si troverà certo che il ritardo non può che aver giovato alla causa da me sostenuta.
Le numerose ottime fotografie e i disegni che del La Chap. da il B. mi permettono
di enunciare un dubbio che io ritengo assai fondato.
Penso cioè che esistano numerosi indizii per ritenere che il cranio abbia subito post
mortemi una deformazione, che ha alterato sensibilmente la forma e i rapporti delle varie
parti di esso compresa la base ’)•
') Ecco iu breve gli argomenti principali che,
parlano in tal senso:
1. ° La straordinaria lunghezza del diametro
antero-posteriore e la forma particolare del foro oc¬
cipitale, che non corrisponde ad alcuna nelle attuali
razze umane, né negli antropomorfi.
La forma cosi allungata del forame occipitale è
soprattutto a carico del semicerchio anteriore di
esso, il quale è come stirato all’ innanzi. Il diametro
antero-posteriore del foro è di 46 mm. quello tra¬
sversale di 30. Il Martin dà per la umanità attuale
quali massimi i valori di 43 e 38. 11 primo valore
è al di sopra del massimo.
Ma peggio ancora é per l’indice; il Martin da
una oscillazione dei valori medii per le serie etniche
fra 80 e 90 e per i valori individuali 71 e 111. Il
valore di 65 presentato dal La Chap. è perciò al di
fuori di qualunque possibilità reale.
2. ° 11 B. dice a pag. 61 : « La profondità del
palato ha dovuto esser considerevole, giudicando
dallo sviluppo dello spazio sottonasale della faccia
ma è impossibile di apprezzarlo esattamente, a causa
del riassorbimento dei margini alveolari. 11 raccordo
di questi ultimi col fondo della volta si fa dolce¬
mente, per mezzo di un talus poco inclinato, sopra¬
tutto nella regione anteriore ; questa disposizione
che si osserva negli uomini attuali di razze inferiori
ricorda quella che si vede nelle Scimmie ».
Per ciò che si può giudicare dalle illustrazioni
a noi pare che il riassorbimento sia assai dubbio.
Meglio che nella norma inferiore data nella IV
tavola, dove sulla regione degli alveoli sembra sia
stata applicata una sostanza estranea (forse allo scopo
della ricostruzione dell'aspetto che doveva avere il
cranio coi denti iu posto, aspetto di cui a pag. 30.
del lavoro) sulla stessa norma della tav. II, e, meglio
ancora, sul disegno del Rivet a pag. 50, sono visi¬
bili quelle proiezioni di sostanza ossea che il ma¬
scellare invia fra i denti, e che scompaiono affatto,
col riassorbimento del margine.
Sulla norma anteriore sono visibili per una metà
dell'altezza sottonasale le pareti posteriori degli al¬
veoli incisivi. Infine sulla faccia buccale del palato,
la fossa incisiva è sita ad una notevole distanza dal
margine alveolare.
Tutti questi dati fanno pensare che non esiste
il detto riassorbimento, almeno in grado degno di
nota.
I bordi alveolari, è vero, sono incompleti a destra,
ma ciò è dovuto ad altre ragioni, di cui a ben presto.
Ma vi è di più. Quelle prominenze di sostanza
ossea fra i denti, che abbiamo nominato, hanno di¬
rezione antero-posteriore, essendo ben constatabili
nella norma inferiore e assai meno nella anteriore
come se corrispondessero ad un prognatismo alveo¬
lare assai forte, che in verità la norma laterale non
fa constatare.
Come spiegare allora la direzione quasi rettilinea
dall’ innanzi all' indietro del palato senza quella cur¬
vatura che di solito è distribuita sopratutto nel se¬
gmento anteriore ma che talvolta si può riscontrare
nell’uomo recente, distribuita su tutta la linea?
II B. ha cercato di ravvicinare tale fatto a
quanto si riscontra nelle scimmie: ma in verità, il ri¬
scontro degli antropomorfi fa constatare, che, se in
questi la gran parte della linea sagittale palatina è
retta, la parte anteriore breve e all’ innanzi del fo¬
rame incisivo è assai inclinata rispetto alla poste¬
riore. Non rimane perciò altra spiegazione di quella
che si tratti di una deformazione postuma.
3. ° Tutta la metà destra del palato è spostata
lateralmente e distorta, mentre, al contrario, paiono
discostarsi dalla linea mediana le parti laterali dello
squama occip., poste a sinistra.
4. ° Nella norma laterale destra, è visibile che
la arcata sopra-orbitale non si continua nella dire¬
zione della apofisi frontale del malare, ma si ha una
soluzione di continuo, dovuta a che tutto il malare
col mascellare è venuto a spostarsi all' innanzi e
soprattutto in alto, come girando intorno all' apofisi
ascendente del mascellare.
5. ° A sinistra osserviamo un altro fatto che
ammette la stessa spiegazione. L’ arco zigomatico è
spezzato nella sua continuità e il frammento inferiore
fa pensare che abbia avuto luogo lo stesso sposta¬
mento del malare e del mascellare, che abbiamo ve¬
duto sopra; da questa parte però più leggero.
6.° La prominenza all' innanzi e in alto dell" a-
pofisi frontale del mascellare superiore fa l’ impres¬
sione di essere eccessiva.
Il B. la chiama ultra-umana, ma a noi fa im¬
pressione diversa.
I fatti esposti si prestano a supporre che il
cranio sia stato soggetto ad una pressione dall’alto
e da sinistra (forse se ne ha un effetto immediato
SUr RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
241
Fino a qual grado questa deformazione abbia influito nel determinare gli attuali ca¬
ratteri del La Chap. è quanto non sapremmo in verità decidere, senza un esame diretto e
dubitiamo anche che questo lo possa permettere. Ci vogliamo soffermare solo su alcuni
caratteri che senza dubbio ne sono stati influenzati :
1. ° - La posizione del basilocc. ne deve essere stata affatto cambiata. Le parti an¬
teriori del basilocc. oltre e più che all’ innanzi sono spostate in basso. La inclinazione
perciò riscontrata dal B. è naturalmente più prossima all’orizzontale, ma il valore di questo
fritto è assai infirmato.
2. ° - Il prognatismo ne fu certamente aumentato. Ciò del resto è constatabile, anche
alla visione della norma laterale colla mandibola in posto. Il margine alveolare superiore,
oltre che essere più rivolto all’ innanzi di quello che sia l’ inferiore, il quale è assai più
prossimo alla verticale, sporge di una quantità abbastanza sensibile sull’ inferiore.
Ma abbiamo altre prove più dirette che il prognatismo del La Chap. è esagerato. Il
cranio di La Quina ci permette di constatare con tutta sicurezza un prognatismo notevol¬
mente inferiore a quello del La Chap. ').
3) - Lo spostamento di tutte le parti mediane della faccia all’ innanzi è la ragione
di quella inclinazione laterale della faccia anteriore dell’ apofisi malare nel mascellare e
delle faccie anteriori dei malari, su cui il B. insiste, reputandole dei fatti di valore tipo¬
logico. Quà devo ricordare che il Gibraltar non presenta questo carattere nel grado in
cui è nel La Chap.
Esposto il nostro fondato dubbio sulla attendibilità delle forme presentate dal La Chap.,
diciamo di altre obbiezioni che si presentano e che, per essere subordinate alla pregiudi¬
ziale della deformazione, non sono per questo meno importanti.
A dimostrare la primitività dell’ architettura del La Chap. il B. ha cercato i rapporti
del piano binorbitale con altri elementi. Ma, a parte quanto si è detto sulla supposta de¬
formazione del cranio e sulla sua conscguente frattura (che deve aver agito in senso di-
nella lacuna della volta a sinistra) e che si trasmet¬
teva per mezzo della volta sulla base.
Ih cranio, essendo appoggiato per la sua norma
inferiore, lo fa per mezzo delle parti retrostanti al
foro occipitale e del palato. Ma i fatti esposti indi¬
cano che il La Chap., allorquando subi la pressione
esterna sulla sua volta, era inclinato alquanto verso
destra. Orbene, mentre la volta resistette abbastanza
alla pressione senza alterarsi sensibilmente, non do¬
vette esser cosi della base.
Ciò produsse da un lato che la faccia, specie
nelle sue parti più prossime al piano mediano, si
portasse alquanto all' innanzi e un pò in alto, mentre
il bordo alveolare si raddrizzava, dall’ altra che il
basilocc., trattenuto, almeno in un primo tempo,
dalla resistenza fatta dal corpo dello sfenoide ad
abbassarsi, nella misura voluta dalla pressione, eser¬
citò una trazione sul foro occipitale che indusse il
suo allungamento.
Tutto ciò dev’ essere accaduto, senza che avve¬
nissero fratture, forse nei primi tempi dopo la morte.
11 B. stesso, del resto come tutti i paleontologi, am¬
mette la possibilità di una simile deformazione (vedi
pag. 221).
(Egli l'ammette a torto per spiegarsi il debole
prognatismo del Gibraltar, e ciò sebbene non abbia
potuto riscontrarvi la minima frattura, col più pic¬
colo allontanamente di frammenti).
Le parti laterali della faccia nel La Chap. (ma-
lari, apofisi malari del mascellare) devono aver ri¬
sentito in misura minore la influenza di questa de¬
formazione.
Anche dalla parte opposta del cranio, la poste¬
riore, gli effetti della pressione si sono fatti sentire
meno sulle parti laterali, che conservano meglio le
loro relazioni primitive.
Prova di questo è che, quando il cranio alla
fine ha ceduto, la fessura più importante sull'occip.
ha diviso il ci'anio posteriore in due parti. Questa
grande fessura è così verticale e si estende dal mar¬
gine' posteriore del forame occipitale al tratto po¬
steriore isolato della sagittale, che a differenza del
tratto anteriore venne disarticolato.
Ma prima che il cranio cedesse, seguendo una
legge meccanica che mi pare abbastanza evidente,
esso dovette deformarsi abbastanza regolarmente,
in guisa che molti fatti vengono ad essere simulati
1 ed altri dissimulati.
i) H. Martin — L’homme fossile moustérien de
La Quina Bull. Soc. préhist. France 19)2.
242
Ct. L. SEKA
struttivo sovratutto sullo sfenoide, in quanto appunto su di esso veniva ad esercitarsi mag¬
giormente il risultato finale della pressione) a me pare che la determinazione del piano
binorbitale sia tuttaltro che sicura, dato quanto dice il B. sullo stato di conservazione del
fondo delle orbite.
Egli infatti afferma che dell’orbita sinistra sussiste solo la fessura sfenomascellare e
una parte della sfenoidale. La nota a pag. 27 fa legittimamente desumere che il punto
posteriore dell’ orizzontale di visione non fu potuto bene stabilire. Ora, considerato che la
vicinanza dei due punti che individuano la retta orizzontale fa sì che una piccola oscil¬
lazione di uno di essi produca sensibili spostamenti della stessa, dobbiamo pensare che la
linea individuata in tali condizioni di incertezza del punto posteriore non sia molto atten¬
dibile.
In conseguenza sono poco attendibili anche le misure angolari determinate in base
ad essa e le deduzioni che ne fa il Boule (pag. 25-29). Occorre anche rilevare che la oriz¬
zontale determinata dal B., fa scomparire gran parte del prognatismo e ciò non è accet¬
tabile nello stesso interesse della tesi del B..
Anche il piano alveolo-condilieno non è applicabile rigorosamente al La Chap., data
la grande altezza facciale del cranio, che abbassa il punto anteriore della retta francese.
Probabilmente il punto posteriore di questa retta doveva essere al contrario più alto prima
dei fatti di deformazione, vale a dire che la base doveva essere rientrante per fatti fisio¬
logici. Abbiamo un indizio di ciò nell' appiattimento dei condili che le fotografie del B.
manifestano. Ma. probabilmente la deformazione postuma ha portato in basso nuovamente
il basilocc., in guisa che il punto posteriore della retta francese allo stato attuale del cranio
non è forse così lontano da quello che avrebbe dovuto essere, se il cranio non avesse pre¬
sentato affatto fenomeni fisiopat..
Parlando delle diverse norme ed in occasione della laterale, il B. si occupa dell’ap¬
piattimento del La Chap. che egli meglio che dall’altezza della calotta ritiene rappresen¬
tato dai comuni indici di altezza.
Il B. trova una serie abbastanza sensibile di crani umani recenti, che possono esser
messi d’ accanto al La Chap., ma ciò non pertanto egli conclude non potersi basare sulla
esistenza di tali forme estreme per ammettere un’uguaglianza colla platicefalia del La Chap.
« Non si potrebbe obbiettare » dice il B. « che questo fossile rappresenti egli stesso
un caso eccezionale, perchè il gruppo Neanderthal-Spy-La Cbapelle, è rimarchevole per
la sua unità morfologica ». Ma il B. non s’ è fatto presente che, oltre alla, apparente pla¬
ticefalia che risulta dalla introduzione, nel calcolo degl’indici, della lunghezza giabella-inion,
platicefalia che potremmo chiamare matematica; vi è la possibilità logica di ammettere
che tutti i neanderthal, più o meno presentino fatti fisio-patologici.
Sulla possibilità di un simile fatto esteso ad un gruppo di popolazione, io ho insistito
portando 1’ esempio degli Ostiacchi. Questo può valere anche per i neanderthal, sebbene i
vari esemplari di questo tipo provengano da località diverse.
Lo sviluppo del toro sopraorbitale nel La Chap. è in istrano contrasto colla irrilevanza
e gracilità delle superfici di attacco muscolare, anzi coll’ aspetto generale del cranio, sul
quale ci intratterremo. Sul La Chap. e ancora meglio sul La Quina è molto più evidente
il carattere, direi quasi, di parte aggiunta del toro sopraorbitale. Da un disegno assai ca¬
ratteristico del Martin ciò risulta assai bene (fig. 1). Il Martin poi ha dimostrato lo stretto
legame che congiunge i seni frontali con il toro sopraorbitale. Ormai occorre perciò ab¬
bandonare definitivamente 1’ opinione dello Schwalbe.
Questa è un’ altra prova perentoria della non comparabilità della formazione sopraor¬
bitale dei neanderthal con la formazione analoga nel Gorilla e nello Scimpanzè.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
243
Passando ai caratteri della regione occip. nella norma laterale, il B. dice' che il La
Chap. è il cranio ove le misure angolari possono esser prese con maggiore sicurezza, per
la presenza dell’ opistion. In nota poi aggiunge che questa considerazione deve applicarsi
sopratutto alle misure da me prese nel Gibraltar, che danno cifre assai più basse.
Ora, anche non volendo ammettere l’opinione del Iveith e mia che esista 1’ opistion,
al massimo si può giudicare che il punto da noi dato per tale, non potesse assolutamente
distare più di 1 cm. Orbene il contorno dell’occipitale al di sotto dell’ inion è quasi ret¬
tilineo e non è alla detta piccola distanza dall’ opistion che esso cambia, e cambiando,
la differenza sarebbe assai piccola. Ma, e questo è 1’ argomento perentorio, cambiando la
direzione del contorno, non 'potrebbe farsi che più interno , vale a dire che l’ angolo
dell’ opistion diminuirebbe ancora oltre il valore di 31°, del che certo non si avvan¬
taggia la tesi del B.
Il valore così basso dell’ angolo dell’ opistion nel Gibraltar conserva così tutta la sua
portata, malgrado le obbiezioni del B. Esso è di ben 13°, 5, almeno, più piccolo di quello
del La Chap., non solo, ma essendo esso tale non per fatti fìsiopat. ma tipici, resta a mio
credere un unico , che da solo potrebbe dare al Gibraltar una posizione finora singolaris¬
sima, fatto col quale bisogna pure accomodarsi.
Anche importante è l’angolo all’inion, ma la sua importanza e in gran parte funzione
dell’ angolo dell’ opistion.
In tutta la sua trattazione il B. non ha dato ai fatti fìsiopat. che il La Chap. pre¬
senta l’ importanza che meritano, a spiegarci alcuni caratteri che appaiono peculiari.
Orbene la osservazione del La Chap., fatta con occhio medico , (ed è necessario guardare
anche con tale occhio) fa constatare che esso può dichiararsi tutt’ altro che un cranio
normale di una razza naturale.
I crani di popoli naturali e in buone condizioni di esistenza, si fanno notare per una
prevalenza di tutta la base sulla volta. Ciò si rileva soprattutto alla ispezione della norma
occipitale. Specie nei crani lunghetti, la base si presenta assai larga, robusta, con forti
prominenze ossee e di gran lunga predominante sulla volta.
Nulla di tutto questo nel La Chap. La base, all’ ispezione della norma posteriore, ap¬
pare direi quasi evanescente. Più stretta notevolmente della volta, le apofisi mastoidee
assai rivolte in dentro, senza forti rilievi ossei, alquanto concava sulla linea mediana, le
parti laterali spioventi, mostra tutti i segni indubbi di uno sviluppo osseo deficiente.
Quando si pensa che 1’ uomo di La Chap. doveva essere un selvaggio, assai più in
basso per la sua ergologia dei più bassi popoli attuali, la presenza di tali fenomeni di
debolezza ossea riesce tanto più interessante e significativa.
Ad ogni modo è impossibile negare che tali fatti debbano avere una ripercussione
morfometrica e se possiamo giustificare il B. di aver trascurato ciò, nella sua veste di pa¬
leontologo, non crediamo che ciò abbia valso ad un più giusto apprezzamento del La Chap.,
senza contare che si è così trascurato un dato assai interessante della biologia dei nean-
derthal.
Vediamo ora in quale maniera il B. abbia cercato di superare la forte obbiezione che
alla dottrina della primitività dei caratteri della razza di Neanderthal, è il fatto della grande
capacità del La Chap.
Egli cerca di eludere la difficoltà con una argomentazione semplice :
II La Chap. rappresenterebbe un caso individuale sito prossimamente all’ estremo su¬
periore della capacità dei neanderthal, che egli determina in rapporto a circa 1400 cmc.
basandosi sul cranio di Neanderthal, la Quina e Gibraltar.
244
G. L. SERA
In questa prima parte della sua argomentazione è una duplice causa di errore. A
calcolare la media infatti egli trascura i due Spy, che hanno assai probabilmente una ca¬
pacità molto elevata, specie il secondo, Krapina la cui capacità presunta è assai forte. Vi
pone poi insieme Gibraltar, che abbassa certo la media colla sua piccola capacità, e la cui
appartenenza ai neanderthal è esclusa per tanti caratteri.
L' altra parte della sua argomentazione è non meno fallace. Egli, in base a formule
di capacità, si noti questo, calcola la capacità di un cranio che abbia gli stessi diametri
del La Chap. (11 diametro antero-posteriore è presumibilmente preso a partire dalla gla¬
bella, e ciò rende inapplicabili le formule di capacità) e un’ altezza di 145 cm., che è una
altezza assai forte (il massimo dell’altezza media dato dal Martin per i Boemi del secolo
XVI è di 143).
Ma una tale altezza secondo i principii dell’ associazione di determinati valori medi
delle dimensioni nelle diverse forme craniensi, principi già intuiti dal Welcker e da noi
svolti, non può assolutamente essere associata normalmente con una larghezza di 156,
giacché tale altezza per sè sola è caratteristica di una forma alta, mentre la larghezza di
156 per sè sola è caratteristica di una forma bassa. Tale associazione perciò è craniolo¬
gicamente parlando una mostruosità, perchè riunisce due valori medii di forme opposte.
Non è da meravigliarci perciò, (anche volendo trascurare l’ eventuale errore prove¬
niente dalla introduzione nella formula della lunghezza antero-posteriore in base alla gla¬
bella), che si ottenga una capacità superiore a 2000, giacché i dati di un tale calcolo sono
intieramente arbitrario
Se perciò un cranio attuale che avesse i diametri orizzontali uguali a quelli del La
Chap. e un’altezza di 145 avrebbe una capacità superiore a 20C0, ciò non vuol dir nulla,
perchè un tale cranio non può esistere che come una mostruosità, che non ha valore tipico,
e sopratutto perchè, non per questo la capacità del La Chap. sarebbe meno forte per
un uomo primitivo.
'Giacché è inutile considerare se un cranio attuale con i diametri orizzont. stessi del
La Chap. ed un’altezza maggiore avrebbe una grande capacità. Occorre solo notare che
il La Chap., ha una capacità assai grande, e che è inaspettata quale carattere di
razza.
Ora tenuto anche conto del carattere massiccio del corpo dei neanderthal (che le loro
ossa lunghe e specie il femore indicano) la capacità di 1600 resta sempre una capacità
forte e che non si può metter d’ accordo, qualunque cosa si faccia, con il concetto del'a
primitività dei neanderthal.
Riguardo i caratteri facciali rimandiamo al nostro lavoro sul Gibraltar e a quello più
recente sui caratteri della faccia. Vogliamo solo notare qua come la direzione spiccata-
mente sagittale dell’ apofisi ascendente del mascellare, più che un carattere ultra umano,
come lo chiamò il Boule, ci sembra un carattere ultra-europeo : e ad ogni modo testi¬
monia di una specificazione inoltratissima sopra una direzione, specificazione che ben poco
si accorda colla funziono filogenetica generale per la umanità, che i partigiani della pri¬
mitività dei caratteri dei neanderthal loro attribuiscono.
Noi sosteniamo decisamente che ad un occhio esercitato alla variazione morfo¬
logica umana di questa parte, questo carattere del La Chap. per sè solo persuade¬
rebbe dell ’ assurdo di tale attribuzione.
Vogliamo ora procedere al confronto di alcuni caratteri metrici di un cranio che la
maggior parte degli antropologi pone senza riserve fra i neanderthal, il Gibraltar, con i
caratteri dei br : p : attuali, a rappresentare i quali scegliamo il nostro n. 99, assai carat-
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
245
teristico del suo tipo : procederemo poi allo stesso confronto, per ciò che è possibile, per
i crani unanimemente attribuiti alla razza di Neanderthal.
Allo scopo di far meglio risaltare le differenze che passano fra le due forme abbiamo
dato le fig. 5 e 6.
In due nostri lavori, noi credemmo necessario porre da parte il Gibraltar, in una po¬
sizione particolarissima, per i suoi caratteri architetturali, staccandolo dai neanderthal.
Tale punto di vista non è stato accettato dal B., bensì dal Bììchner '), in base a me¬
todi assai diversi dai nostri, il che deve esser garanzia della giustezza della nostra opi¬
nione 1 2).
Non intendiamo qua ripetere tutti ì fatti positivi da noi addotti, bensì portare altri
fatti che costituiscono prove ancora migliori o perfezionamenti di argomenti già portati.
Una idea chiara delle caratteristiche del Gibraltar si può avere confrontando nelle
nostre Tabelle i valori dei diversi elementi di esso, con quelli del Tirolese n. 99. Essi sono
stati ravvicinati colà a bella posta. Esaminiamo i più importanti di detti elementi.
Il rapporto VI ha il valore — 2 in Gibraltar, 44 nel Tirolese. Essi rappresentano mi¬
nimo e massimo, della nostra centuria, il che è notevolissimo, dato che il Gibraltar non
presenta fatti ipofìsiol. e T altro pur essendo un buon esemplare, non si può considerare
come un’ iperfìsiol. Evidentemente qua ci troviamo innanzi a posizioni estreme tipiche del
basiloccip.
I valori corrispondenti di co hanno lo stesso significato, ed è inutile che vi insistiamo.
L’ angolo 6) ha un valore di 10° nel Gibraltar, di 44° nel Tirolese.
Considerando che l’estremo inferiore nella nostra centuria è dato dal valore 6, e che
il massimo è rappresentato appunto dal Tirolese vediamo che anche questo angolo porta
alle stesse conclusioni.
II rapporto XVIII ha il valore 62 nel Gibraltar, 18 nel Tirolese. Se questi valori non
rappresentano gli estremi, sono assai prossimi ad essi. E noi crediamo che una più esatta
ricostruzione del Gibraltar ruotando ancora più verso l’alto le parti posteriori superstiti
del cranio, porrebbe in evidenza, un foro occipitale abbastanza rivolto all’indietro, e quindi
un rapporto XVIII ancora più alto.
Già dicemmo come la cavità cerebrale sia nel Gibraltar tangenziale alla base, che è
in esso poco piegata : una migliore espressione del fatto si ha confrontando T area del
settore corrispondente nel diagramma del Gibraltar e nel diagramma del Tirolese.
Le due linee glabella-lambda e bregma-basion infatti dividono il diagramma della
norma laterale in quattro settori che noi possiamo chiamare: frontale, parietale, occipitale,
e basilare.
Ora si può constatare come, mentre ognuno dei due lati dell’angolo che forma la base
è nel tirolese assai ravvicinato ad una delle due linee, cioè il lato che contiene il planum
alla glabella-lambda, il lato del clivus alla bregma basion, nel Gibraltar essi sono ad una
distanza assai forte, in guisa che lo spazio contenuto fra il profilo della base e le dette
due linee è assai sviluppato nel Gibraltar, piccolo nel tirolese. Orbene 1’ esame dei dia-
o
1) L. W. G. Buchner — A study of thè cur-
vatures of thè Tasmanian aboriginal Cranium. Pro¬
emi. Roij. Soc. Edinb. Voi. XXIV, 1914.
2) L' Osborn nella sua bella compilazione : « Men
of thè old stone age », London 1916 - dà a pag. 233
uno schema di derivazione umana, traendolo dal
Bììchner, dal quale lettori non molto addentro nella
letteratura del soggetto, potrebbero trarre la dedu¬
zione che la posizione ivi data al Gibraltar, sia stata
per la prima volta enunciata dal Bììchner, tanto più
che il mio lavoro sul Gibraltar vi è ricordato solo
parecchie pagine prima ('p. 216) di sfuggita e senza
indicazioni bibliografiche dirette.
Crediamo necessario ricordare la nostra priorità.
31
246
G. L. SERA
grammi della nostra centuria ci ha fatto constatare che i due casi seno agli estremi op¬
posti della variazione: in altri termini la base entra nella cavità cerebrale al massimo nei
br : p : e al minimo nel Gibraltar. A quest’ultimo seguono per tale carattere immediata¬
mente j do : o : i mentre i do : p : e i br : o : i : sono presso a poco nelle stesse condizioni.
Non potendo riprodurre tutti i nostri diagrammi abbiamo pensato di dare un’ espres¬
sione numerica di detto fatto e 1’ abbiamo trovata nella distanza del clivion dalla bregma-
»
SUI RAPPORTI DELLA CONPORM AZIONE, ECO.
247
basion. La distanza del clivion dalla glabèlla -lambda non è ugualmente buona, in essa ri¬
flettendosi le variazioni dell’ altezza.
Anche nella distanza prima nominata si riflettono naturalmente le differenze di lun¬
ghezza, ma tanto più importante è perciò la caratteristica del Gibraltar il quale non è re¬
lativamente tanto lungo.
(P è uguale a 20 mm. in Gibraltar, a 6 nel Tirolese n. 99. Quest’ ultimo valore cade
al di qua dell’ estremo più basso, che è di 3 mentre altri 4 casi sono uguali od inferiori
a 6.
Invece il valore del Gibraltar resta completamente isolato ; il valore più alto della
nostra centuria essendo 17, ma soli altri 6 casi dimostrano un valore uguale o superiore
a 15. Infine parecchi di questi casi sono ipofisiol. e appartengono a crani i lunghi.
Tanto maggior significato ha l’alto valore assoluto di questa distanza nel Gibraltar,
quando si consideri la perfetta normalità dello sviluppo osseo di detto pezzo. Tali fatti del
resto hanno numerose altre espressioni. Fra questo ricordiamo ad es. quella che risulta
dalla maggiore o minore porzione di superficie del diagramma situata al di sotto della
linea meccanica. Tale porzione è molto maggiore nei br : p : che in ogni altra forma, è
assai piccola invece nel Gibraltar. Ricordiamo la posizione del lambda rispetto alla linea
che rappresenta la direzione del planimi. Questa direzione è, come abbiamo visto, variabile,
ma la sua variazione anzi aumenta ancora la portata del fatto che nei do : o : i : il lambda
cade assai al di sopra di detta linea, contro ciò che succede nei br : p :, come si può ve¬
dere nel nostro N. 99.
Tutti questi fatti significano concordemente che nella umanità la cavità cerebrale
prende uno sviluppo sempre più forte verso il basso e il dietro (rispetto alla parte ante¬
riore della base, cioè alla nasion-clivion, relativamente fissa) passando dai do : o : i : ai
br : p e che a tale sviluppo è parallelo il movimento a cerniera sulla commessura sfe-
noccipitale del basilocc..
Noi abbiamo rappresentato i rapporti di posizione del basiloccip., nelle diverse forme
craniensi, collo sviluppo dello spazio per il cranio cerebrale nella nostra Tav. II.
Se poi il Gibraltar e i platicefali dell’ umanità attuale cadono tutti nella categoria nu¬
merica della platicefalia ciò significa necessariamente che vi sono due specie di plati¬
cefalia, una teromorfìca ed una antropinica che sono separate toto coelo , malgrado
la coincidenza dei valori numerici.
E allora possiamo spiegarci ancora come il profilo della norma laterale del Gibraltar
sia così diverso dal profilo dei br : p : ; mentre il primo è infatti schiacciato in tutta la sua
estensione, e rappresenta una sezione lenticolare, il secondo è quadratico e come pieno
nei due settori relativi, in corrispondenza della metà all’ incirca dell’ arco parietale e del-
l’ inion (vedi fig. 6). È naturale perciò che essendo 1’ altezza presa in corrispondenza della
metà anteriore della figura, le misure confondano 1’ una e 1’ altra specie di platicefalia, il
che non farebbero certo, almeno nella stessa portata, se fossero prese sulla metà poste¬
riore, ad esempio dall’ opistion.
Si confronti ancora la grande differenza che passa nello sviluppo dei due settori su¬
periori, rispetto agli inferiori, fra il Gibraltar e il tirolese. Il primo è prossimo assai alla
disposizione che è propria degli antropomorfi (vedi fig. 7), accompagnata con un piccolo
sviluppo dell’ arco frontale e parietale, mentre il secondo presenta un massimo sviluppo di
questi due settori.
Orbene per tutti i caratteri visti sinora i diversi neanderthal sono più prossimi alla
platicefalia attuale che alla platicefalia teromorfìca (abbiamo già fatto vedere come la opi-
248
G. L. SERA
nione opposta sia fondata sul sistema dello Schwalbe, la cui inadeguatezza noi crediamo
di aver dimostrata).
Vero è che purtroppo non abbiamo ancora un caso di cranio di tipo neanderthal, il
quale ci conservi in buone condizioni la base ; ma le correlazioni da noi stabilite, fra i ca¬
ratteri della volta e quelli della base nelle diverse forme, ci permettono di trarre dello
induzioni di sicurezza quasi altrettanto grande, come se avessimo a nostra disposizione
dei crani in ottime condizioni di conservazione.
Per ciò che riguarda la glabella-inion, abbiamo già ricordato i resultati che porge
Tesarne spassionato dei fatti presentati dal La Quina. La glabella-inion è forte nei nean¬
derthal per fatti di sviluppo locale del frontale (probabilmente associati a secrezioni interne)
che non hanno niente a che fare colle arcate antropoidiche.
Dovendo rinunciare al significato architetturale di detta distanza, tanto maggior valore
assume il fatto della forte larghezza media dei neanderthal. Questa è una caratteristica dei
platicefali attuali e sopratutto dei br : p che raggiungono i più forti valori medii di tale
distanza.
Fig. 7.
Norma laterale di Scimpanzè.
Ma la massima importanza viene ad assumere il forte valore dell’ angolo delTopistion.
È evidente che nella platicefalia teromorfica data la estensione della base, cioè la oriz¬
zontalità o quasi della parete inferiore del cranio e data la piccola altezza della teca, l’an¬
golo all’ inion e T angolo dclT opistion siano bassi, almeno per quelle forme che sono
prossime alla zona di passaggio fra estensione e flessione della base, fra fatti di crescenza
della base, cioè, nel senso degli animali e quelli nel senso dell’uomo (legge di v. Lucae).
Vero è che negli antropomorfi, estendendosi la base in grado molto più forte, Tinion
si solleverà tanto da occupare lo stesso livello verticale della glabella o addirittura uno
superiore (vedi fig. 7) in guisa che T angolo dell’ opistion verrà di nuovo ad avere valori
forti, ma da una parte nel Gibraltar siamo assai lontani da valori di estensione della base,
come si verificano negli antropomorfi, e dall’altra la posizione architetturale dell’inion nei
neanderthal è presso a poco quella media dell’ umanità attuale. La forte differenza che
passa fra il Gibraltar e i neanderthal per questo carattere conserva perciò tutto il suo va-
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
249
lore, vale a dire mentre il Gibraltar per esso si pone oltre i do : o : i che hanno il minor
valore medio nella umanità attuale, (compagno alla minor flessione della base), i nean-
derthal si pongono vicino alle forme brachi attuali.
Per apprezzar completamente tali fatti richiamo ciò che in un lavoro precedente avevo
osservato : che cioè le norme posteriori dei due Spy, che sono sempre i neanderthal che
ci presentano uno stato di conservazione delle calotte buono e di cui il secondo, inoltre,
non presenta fatti ipofìsiol. forti sono assai meno basse della norma posteriore ricostruita
da me del Gibraltar.
Ricordiamo infine ^ome la forte capacità dei diversi neanderthal, ormai fuori di dubbio
perchè osservata sopra quasi tutti i reperti, non si accorda affatto coll’ idea comune e an¬
cora dominante* mentre è perfettamente d’accordo con il fatto, già osservato dal Tappeiner
e dal Bolk, che di tutte le forme del cranio umano la br : p : sembra esser quella che ha
più forti capacità.
Concludendo, noi arriviamo alla conseguenza finale, che il cranio del tipo dei nean¬
derthal, solo nelle apparenze è teromorfico ; esso per la sua architettura è in realtà un
platicefalo attuale orientato verso valori piuttosto alti dell’ indice orizzontale.
Non possiamo entrare in questo luogo a parlare di altri fatti convergenti alla stessa
conclusione, perchè a dir vero ci porterebbero a parlare della biologia dell’uomo di Nean¬
derthal, mentre questo lavoro è d’ indole puramente morfometrica. Ci basti dire che noi
10 concepiamo come 1’ uomo del glaciale, cioè un puro resultato di adattamento climatico,
alla stessa stregua di Eleplias primigenius, Ursus spelaeus e simili e nella stessa ma¬
niera che queste forme non hanno nulla di primitivo, malgrado certi caratteri di rozzezza
e di robustezza speciale, lo stesso noi pensiamo in complesso dell’ uomo. Ma in questi
ultimi tempi ci pare esser venuta una singolare conferma alle nostre vedute colla scoperta
di Piltdown.
Non vogliamo parlare della mandibola che ha dato luogo alla nota controversia, ma del
solo cranio. Questo, di cui restano frammenti abbastanza estesi, è stato ricostruito in più
modi. Ed è noto che esiste contrasto fra lo Smith-Woodward e 1’ Elliot Smith da una
parte e il Keith dall’ altra.
Avendo a nostra disposizione i modelli dei frammenti, abbiamo potuto seguire i punti
principali della divergenza. Orbene a noi sembra che in realtà la ricostruzione del Keith
sia la più attendibile : la ricostruzione dello Smith-Woodward da rigettare. Non è neces¬
sario avere molta esperienza craniologica per convincersi, coi modelli dei pezzi, che la ri-
costruzione dello S. W. è artificiosa e che la stessa ricostruzione dello Elliot Smith è in
realtà più prossima a quella del K. che a quella dello S. W. ’).
La ricostruzione del K. dà al cranio una lunghezza di 194, una larghezza di 150 ed
un’ altezza auricolare di 117, donde i valori 78 e 60 rispettivamente per l’ indice orizz. e
11 verticale-longit. In altre parole il cranio è decisamente platicefalo ed insieme orientato
verso forme piuttosto corte, sopratutto se la lunghezza calcolata dal K. è in realtà, come
a noi sembra, un po’ eccessiva. Desumiamo ciò dai caratteri dell’ occipitale, di cui esiste
gran parte, tanto nel senso longitudinale, dietro 1’ opistion, quanto nel senso trasversale.
Noi abbiamo infatti calcolato per approssimazione l’angolo all’ inion di questo occipitale:
orbene esso, tenendo anche il più largo conto del pezzo superiore di squama mancante,
doveva avere almeno un* valore di 125°. Un valore così alto, abbiamo già visto al cap. VI,
non poteva essere posseduto che da crani brachioidi.
l) A. Keith — The antiquity of man — London 1915.
250
G. L. SERA
Più importante ancora è la scarsezza di curvatura trasversale di questo occipitale. Al
livello della linea nuchae superior, si può dire che, a ben tre cm. dalla linea mediana, il
cambiamento di direzione della superficie verso l’ innanzi si è appena iniziato. In altre pa¬
role, la curvatura di questo occipitale, sia nel senso verticale, sia nel trasversale, è scarsa,
come si riscontra al massimo nei br : p : . Insieme con ciò il cranio dimostra assenza di
sviluppo glabeilare pronunciato. Dunque questo cranio ci presenta un br : p :, di tipo mo¬
derno adatto, agli inizi del quaternario, cioè prima dell’ uomo musteriano.
Che cosa significa ciò ? A noi sembra che questo pezzo dia, insieme, una conferma
della nostra ipotesi, del legame genetico fra la platicefalia e il glaciale, e dimostri che i
caratteri dei crani di neanderthal non sono affatto primitivi.
Ammettendo che lo sviluppo dei seni frontali corrisponda ad una funzione interna
prodottasi in corrispondenza dell’ ambiente glaciale, e regredita quando il clima migliorò,
acquista pieno significato il fatto che 1’ uomo di Piltdown visse, secondo il Reid, uno dei
migliori conoscitori dei terreni terziari e quaternari dellTnghilterra, dopo la prima grande
epoca glaciale. E legittimo pensare perciò che 1’ uomo di Piltdown deve la sua platicefalia
all’ avere i suoi antenati subito 1’ azione del clima glaciale, ma che vivendo egli in un pe¬
riodo relativamente caldo e favorevole, andassero poi scomparsi i seni frontali e qualche
altro carattere. Ciò è anche confermato dall’ assenza di quei caratteri ipofisiologici, che
troviamo quasi costantemente nei crani del musteriano, e che provano la durezza della
esistenza dell1 uomo in quel periodo.
Può darsi anche che mentre i suddetti caratteri scomparivano, altri come lo sviluppo
dell’ apparato masticatorio, si conservassero, dato che essi rappresentavano per i tempi un
carattere utile nella lotta per l1 esistenza.
È naturale il pensare che col sopravvenire di altre acmi glaciali i caratteri di adat¬
tamento si intensificassero di nuovo. Con ciò si verrebbe ad ammettere che l1 uomo di
Piltdown in sostanza appartiene al tipo di Neanderthal, iniziale o raddolcito. Ma non pos¬
siamo in questo luogo intrattenerci su questi rapporti.
A noi basta 1’ aver detto quanto abbiamo detto allo scopo di dimostrare la asserzione
seguente che è la conclusione di questi due ultimi capitoli : I crani del tipo di Neanderthal
hanno un’ importanza solo subordinata e parziale al fine di stabilire una dottrina gene¬
tica del cranio umano, riguardo al suo significato gerarchico. A questo fine l1 unico pezzo
fossile, sinora scoperto, che abbia vera importanza è il pezzo di Gibraltar.
CAPITOLO XII.
Linee fondamentali di una dottrina generale del cranio umano.
In questo capitolo esporremo soltanto le conseguenze più importanti dei resultati da
noi raggiunti e già esposti allo scopo di formulare una teoria generale del cranio umano,
scopo che crediamo uno dei primari della Morfologia umana, cioè della cosiddetta Antro¬
pologia fisica.
La costanza relativa della grandezza della base, rappresentata dalla distanza nasion-
clivion nei crani lunghi o corti, indica che nella base è veramente la parte più importante
e significativa del cranio. Abbiamo visto che le più forti variazioni di posizione spaziale
non riguardano la parte anteriore, la quale nel tratto nasion-clivion, (o meglio foramen
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
251
coecum-clivion) è presso a poco orientata ugualmente in tutte le forme più diverse, ma
riguardano il basilooccipitale.
La posiziono del basiloccipitale è in più stretta correlazione coll’ indice orizzontale, e
in minor grado coll’ indice di altezza; cioè in maggior misura a cranio corto, in minore a
cranio basso, corrisponde una posizione più prossima alla verticale del basiloccipitale.
Esiste cioè una correlazione fra la base e la teca craniense.
Non esiste invece praticamente correlazione dei caratteri della faccia con quelli
della base e quindi con quelli della teca : vale a dire la stessa forma del cranio cere¬
brale può indifferentemente associarsi a qualsiasi tipo facciale, o per dir meglio raziale,
vale a dire ancora la forma del cranio cerebrale non è in guisa generale e necessaria
indicativa di differenze raziali.
L’ unico carattere facciale per cui tale legge non si verifica in modo assoluto è il pro¬
gnatismo, ma questo è un carattere facciale sui generis non comparabile coi caratteri fac¬
ciali che danno luogo alla distinzione dei tipi raziali, in quanto dipende e da una varia¬
zione di impianto della faccia in tota sul cranio e dallo sviluppo della faccia, mentre i
veri caratteri raziali hanno un significato più locale.
Da ciò si ricava la conseguenza che le variazioni architetturali hanno tutt’altro signi¬
ficato delle variazioni della faccia. Ad esse tuttalpiù si può dare un significato gerarchico,
ma non filetico, una di esse, la platicefalia, ha persino valore ambientale.
Verificandosi per tutti i tipi raziali la mancanza di correlazione fra la faccia e la teca
e la base, ed essendo i caratteri raziali praticamente tutti contenuti nella faccia, per ciò
che riguarda il cranio, beninteso, ne viene giustificato a posteriori il punto di partenza di
queste ricerche (vedi prima pagina del 2° Capitolo) in quanto abbiamo fatto astrazione per
lo studio delle correlazioni della base e della teca dai caratteri raziali dei nostri casi.
A base adunque meno fiessa corrisponde dolicocefalia, a base più flessa brachicefalia.
Per comprendere appieno il significato anatomo comparativo di tali fatti occorre tener
presente che negli antropomorfi e nelle scimmie, come negli altri mammiferi, la base si
presenta estesa e si estende sempre più dalla nascita in poi, nell’ uomo invece la flessione
cresce sempre più allontanandosi dalla nascita.
Da ciò consegue che la dolicocefalia si comporta come un carattere piu primitivo
rispetto alla brachicefalia.
Argomentando però con rigore logico assoluto noi possiamo solo dire che la dolico¬
cefalia corrisponde ad una determinata condizione di posizione del basiloccipitale; Potrebbe
darsi che tale posizione corrispondesse a sua volta a condizioni di maggiore prestazione
fisica dell’ organismo, ciò almeno tenderebbe ad indicare la associazione fra dolicocefalia
e stature massime da parecchi dimostrata in molti gruppi umani.
Se così fosse, forme relativamente più corte potrebbero dar luogo a forme più lunghe
del cranio ; ma, mentre non escludiamo tale evenienza, non crediamo che essa possa di¬
minuire la portata delle asserzioni innanzi fatte.
Esse sono sopratutto confermate dai fatti noti sulla cronologia e sulla distribuzione
geografica delle forme dolico-ipsicofaliche, fatti che parlano chiaramente per la grande
antichità di dette forme.
La regione perciò più importante comparativamente per comprendere i legami fra le
varie forme del cranio è la connessura sfeno-basilare. Essa è la vera e propria cerniera
del cranio nel senso cioè che i movimenti architetturali si compiono intorno ad essa, la
parte del cranio posta innanzi ad essa restando fissa: ciò è in realtà perchè questa parte
è strettamente connessa coll’ organo della visione che costituisce una delle parti più per-
252
(Ì. L. SERA
manenti della testa, mentre la seconda, posteriore, si muoverebbc verso 1’ alto o verso il
basso, i primi movimenti essendo proprii degli animali, i secondi dell’ uomo 1).
Questo concetto è opposto a quello di Virchow, il quale asseriva che la sincondrosi
condiloidea, fra basioccipitale ed esoccipitali fosse il punto mediano dei movimenti cranici
e perciò il più importante.
Noi crediamo che la concezione di Y. sia in tanto erronea in quanto essa ammette
che il cranio si adatti in certa guisa alle diversità di posizione della articolazione colla co¬
lonna vertebrale (p. 67). Resultato invece dei nostri studii è che le trasformazioni del cranio
sono endogene, cioè che il cranio fa da sè, come un complesso strutturale autonomo, e
T articolazione colla colonna è conseguibile facilmente mediante una larga possibilità di
adattamenti.
Ciò ci sembra anche dimostrato dal fatto che la identica posizione del cranio sulla
colonna che si verifica nell’ uomo è possibile colle più diverse forme del cranio che por¬
tano con sè diversissime posizioni del basiloccipitale e della squama occipitale.
Abbiamo visto che la posizione dei punti della volta (bregma, lambda, inion, opistion)
nei platicefali è più bassa rispetto a quella che è nelle forme della serie ortoipsi-.ad in¬
dice orizzontale corrispondente.
Ciò significa che vi è un hiatus fra la architettura della serie ortoipsi. e quella della
plat., che rende necessario ammettere un’ origine speciale ed indipendente per la seconda,
giacché se possiamo ammettere un’ evoluzione delle forme dalla dolicocefalia alla brachi-
cefalia nella serie ortoipsi ed altrettanto nella serie platic., non vediamo come spiegarci in
linea di evoluzione puramente meccanica il passaggio dall’ una serie alla altra.
Questa difficoltà appunto risolve bene la nostra teoria che fa sorgere la platicefalia in
funzione dell’ ambiente glaciale e per intervento di variazione patologica.
Ma di ciò ad oltre.
Nel capitolo precedente abbiamo visto come occorra distinguere fra una platicefalia
teromorfica ed una umana e come 1’ unico pezzo fossile il quale dimostri la prima sia il
Gibraltar.
La posizione del basiloccipitale nel Gibraltar non è gran cosa distinta da quella che
è nei do : o : i, ed è insieme più prossima a quella degli antropoidi. Ma, insieme, il Gi¬
braltar presenta un’ indice orizzontale di 80, relativamente elevato, il che pare in contrad¬
dizione colla legge pocanzi enunciata.
Come spiegarci ciò ?
Si è detto che la posizione del basiloccipitale nel Gibraltar è più prossima all’ orizz.
di quello ehe sia nei do : o : i, ed insieme più vicina a quella degli antropoidi. Ma questi
presentano estensione della base ed io ho altrove indicato che il Gibraltar dovette pre¬
sentare estensione, sia pure in grado assai limitato.
E perciò logico dedurre che la forma allungata del cranio, cioè il restringersi del
1) Da questi resultati si ricavano indicazioni
tecniche degne di esser menzionate :
In primo luogo risulta confermata la bontà del
piano di visione a scopo largamente comparativo.
1 resultati infatti da noi raggiunti partendo dalla
determinazione del piano di visione, collimano per¬
fettamente con quelli raggiunti per via indipendente
(vedi specialmente Cap. IV e V).
La comparazione esatta e rigorosa di due cranii
si dovrà fare da ora innanzi tenendo presente che
il punto fisso rispetto alla direzione antero-posteriore
è il micropterion, rispetto alla direzione verticale è
il Clivus. La sovrapposizione perciò giusta di due
tracciati si avrà quando i due micropteria siano
sulla stessa verticale e i due clivia sulla stessa
orizzontale, ben inteso essendo stata determinata
V orizzontale col piano di visione , secondo la nostra
tecnica.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORTI! AZIONE, ECC.
253
diametro trasverso, ed in minor grado, il crescere del longitudinale dovette prodursi nel
passaggio dalla estensione alla flessione della base.
E ciò dovunque tale passaggio ebbe luogo, cioè in ognuno dei diversi phyla, in cui
la ominazione si verificò.
Non vogliamo con ciò dire che il fatto caratteristico (per il cranio) della ominazione
consista nel cambiamento della estensione nella flessione della base. Il Gibraltar stesso, se
da tutti si conviene nell’ attribuirlo all’ uomo, dimostra secondo noi che non la flessione
caratterizza il cranio umano, ma una certa capacità raggiunta. Ma è noto che la forma del
cranio cerebrale è in tutte le Scimmie bassa, compressa, ed il basiloccipitale più o meno
esteso, anche nelle forme meno differenziate nella direzione toroide. Il fenomeno perciò
della inversione dei movimenti di crescenza del basiloccipitale si dovette necessariamente
verificare in ogni phylum.
Per intender bene la necessità meccanica universale del prodursi di forme allungate
ed alte, nel passaggio dalle forme ancestrali simili a quelle delle Platinane meno diffe¬
renziate ( Chrysotlirix , Cebus ) alle forme brachioidi ed alte, proprie dell’ Uomo, vogliamo
fare un paragone grossolano ma significativo.
Come è noto nel cranio scimmiesco la cavità cerebrale è come adagiata tangenzial¬
mente all’asse basi-craniale di Huxley o addirittura contenuta nell’angolo concavo in alto
formato dall’asse stesso. Nell’ uomo invece la base entra, nel solido che forma, (comple¬
tandolo coll’immaginazione) il cranio cerebrale, mentre l’angolo che formano i varii pezzi
della base si allarga sempre più fino ad approssimarsi ai tre retti.
Nell’uomo però questo processo, non è uguale per tutte le forme craniensi; bensì
nei do: o: i: il fenomeno è molto meno avanzato che non lo sia al contrario nei br : pi.,
in cui è al massimo.
Immaginiamo di avere ora una forma simile a quella del Gibraltar. in cui le pareti
craniensi siano flessibili ed elastiche e si voglia portare questa forma ad una brachioide
umana, cioè a flessione della base, supponendo un aumento graduale anche della capacità,
chè altrimenti non sarebbe possibile alcun movimento nella cerniera del cranio.
Nel Gibraltar, le due rocche petrose, corrispondentemente al notevole diametro tra¬
sverso, oltre che esser dirette più o meno dal basso in alto e dall’innanzi all’indietro, cioè
all’opposto di ciò che accade nell’uomo attuale, hanno un notevole grado di divergenza
fra di loro, quella stessa divergenza che hanno anche nelle forme brachioidi del cranio
umano attuale.
Ma, data già la bassezza iniziale della forma non sarebbe possibile alcun movimento
in basso del cranio posteriore intorno alla cerniera del cranio, rimanendo costante la
divergenza delle rocche petrose fra loro, [ovverosia, ciò che equivale, rimanendo il
cranio piuttosto largo come nel Gibraltar (d. t. = 148 mm.)] : giacché ciò porterebbe ad
un vero schiacciamento, ove non intervenisse un rapido incremento nella capacità, ciò
che d’altra parte non si può ammettere. Già staticamente , perciò, noi vediamo la necessità
che le due rocche petrose per concedere il movimento in basso intorno alla cerniera cra-
niense, devono avvicinarsi Fumi all’altra, o, altrimenti detto, il cranio allungarsi e dimi¬
nuire il suo diametro trasverso.
Ciò per le condizioni statiche del cranio, vale a dire per la pura e semplice presenza
di parti ossee in tale combinaziene fra di loro da concedere o impedire determinati mo¬
vimenti.
Come però può raggiungersi dinamicamente e in realtà siffatta forma alta e lunga
del cranio cerebrale che permette il movimento ricordato? Procureremo di render evidente
il processo per cui ciò è reso possibile il più brevemente che potremo.
32
254
G. L. SERA
Ad una certa fase deirincremento fllctico del cervello, si dovette raggiungere un punto
in cui il peso di esso essendo divenuto relativamente più forte rispetto alla resistenza ossea,
non si poterono più compire quei fenomeni di evoluzione verso l’alto del cranio posteriore,
intorno alla cerniera craniense, che sono proprii in generale dell’animale, senza che an¬
cora però si potesse produrre il fenomeno inverso, nei suoi gradi forti (cioè Clivus verti¬
cale).
A questo punto della evoluzione fìletica della posizione dei pezzi della base, correlativa
all’evoluzione fìletica deirincremento cerebrale, quali effetti produrranno i fenomeni di
crescenza dei vari pezzi ossei della base e sopratutto quelli che riguardano la commes¬
sura sfeno-basilare? Il nodo della questione della produzione delle forme lunghe e alte
è qua.
La pressione esercitata dalla produzione di sempre nuovo osso, in corrispondenza
della suddetta sincondrosi, contro il basioccipitale fa si che ora questo ruoti in basso, ma
per la approssimativa coincidenza della direzione delle due forze (di resistenza e di
azione) sulla stessa orizzontale [giacché siamo vicini sempre al punto morto delle forze
opposte] il punto di applicazione di queste forze, cioè la commessura stessa, non viene
ad essere spostato granché verso l’indietro, rispetto alle parti circostanti ') e la rotazione
in basso, (flessione) si verifica in misura scarsa.
Il basioccipitale però, sia pure di piccola quantità, ruota in basso compiendo nel piano
sagittale un movimento angolare intorno alla cerniera craniense, e non solo esso ruota
in basso, ma le parti ad esso connesse dell’occipitale, sopratutto sulla linea mediana.
I primi effetti perciò delle cambiate condizioni statiche del cranio si manifestano
dinamicamente ( quando cominciano i fenomeni di crescenza ) sopratutto sulla linea
sagittale del cranio, col realizzarsi di due tensioni opposte le quali tenderanno ad
innalzare ed istrettire il cranio.
Non si possono cioè verificare all’iniziarsi della flessione fenomeni di tensione in altra
direzione e sopratutto trasversale e orizzontale nella parte posteriore della scatola cranica
che si verificheranno nelle forme brachioidi e ciò perchè, per dirla in breve, la base non
è entrata sufficientemente nel solido craniense.
Da queste due tensioni sulla linea mediana, principale delle quali è quella inferiore,
le rocche petrose vengono sollecitate verso il basso e all’ indentro, i parietali vengono ad
esercitare una pressione reciproca sulla linea mediana, onde una più facile concrescenza
*) Giacché il passo che uoi abbiamo riportato
dal nostro precedente lavoro è stato insufficiente¬
mente interpretato da qualcuno, aggiungiamo qual¬
cosa a migliore esplicazione.
La resistenza che si presenta allo sviluppo dello
sfenoide è data immediatamente dal basiloccipitale,
il quale però in certa guisa rappresenta meccanica-
mente tutta la resistenza risultante dalla connessione
ossea dell’occipitale coi parietali e temporali e dal
peso cerebrale, da tutto il cranio posteriore e suo
contenuto in poche parole.
Se questa resistenza supera un certo valore in
dipendenza, diretta e indiretta, del maggior sviluppo
del cranio cerebrale, come è nell’ uomo, il basiloc¬
cipitale, e con esso il Clivus, sotto la pressione dello
accrescimento osseo nella sincondrosi piega in basso,
nel caso contrario in alto.
Ma come in fisica L insieme di più forze agenti
su un determinato sistema meccanico agisce secondo
una resultante, che può anche non esser rappresen¬
tata materialmente da nessun elemento reale, come
cioè in fisica la resultante è in realtà assai spesso
virtuale , cosi nel caso nostro la direzione della re¬
sistenza del cranio posteriore non è affatto rappre¬
sentata dalla direzione del Clivus o di qualunque
altra linea che si volesse prendere nel basilocci¬
pitale.
Perciò, quando il Clivus sia prossimo alla oriz¬
zontale, come succede negli antropoidi giovani, senza
raggiungerla, quando anche cioè il Clivus faccia un
angolo sia pur piccolo, ma aperto in basso e in dietro
con essa, già la retta virtuale che rappresenta la
resistenza del cranio posteriore forma un angolo
colla orizzontale aperto in alto e in dietro. Se del
resto fosse altrimenti non si potrebbe aver movi¬
mento di estensione e questa ragione è perentoria
e cruciale.
SUI RAPPORTI DELLA CON FO RM AZ LON E, ECC.
255
di entrambi; e infine viene a prodursi la forma dolicoipsi nei gradi almeno più moderati.
È verosimile infatti che questo tipo possa raggiungere i suoi estremi per intervento
di altri fattori, e non é qui il luogo di svolgere più ampiamente tal soggetto.
I nostri resultati parziali e le conseguenze finali che abbiamo esposto finora fanno
giustizia della asserzione di qualche autore che il cranio umano primitivo fosse non alto
nè basso, non largo nè lungo, ma qualcosa di intermediario e di indifferente, da cui le
specializzazioni estreme si sarebbero dipartite.
Questo è un concetto astratto non naturalistico. Ogni organo ha le sue specifiche con¬
dizioni di esistenza (interne ed esterne) che ne determinano una forma ben definita e
; particolare .
Per il cranio le condizioni interne (fra le quali massime le condizioni meccaniche
della base) rendono necessaria , la forma assai appiattita e larghetta, (come è nel Gi brattar)
della parte cerebrale.
Ma se questa è la più remota forma, una antichità pur sempre grande spetta alla
do:i,a malgrado della grande differenza apparente delle due forme.
Tutto ciò che abbiamo detto ha voluto essere una spiegazione della stretta parentela
fra la platicefalia teromorfica e la forma do : i... ’).
A questo punto appare facile risolvere la contraddizione riguardante il Gibraltar.
La correlazione esposta vale per le forme in cui ha luogo, sia pure solo in grado
iniziale, la flessione, non per quelle che la precedettero, anche se per lo sviluppo sensibile
della cavità cerebrale, come nel Gibraltar, esse debbono ascriversi alLUomo e non ad
antropoidi.
Ma una conseguenza assai importante per la antropologia scaturisce dal sin qui
detto.
Se il Gibraltar appartiene veramente all’Umanità, del che ci pare non poter
finora dubitare seriamente, è logico affermare che anche negli altri stupiti da noi
distinti nella Umanità siano esistite forme architetturalmente equivalenti a quella
del Gibraltar.
Ciò del resto si deve ammettere anche dai sostenitori dell’ unicità del phylum, in
quanto che non è da una forma così differenziata per i caratteri facciali raziali, come il
Gibraltar, che si potrebbe far derivare tutta la restante Umanità.
*) I dati della capacità che noi abbiamo armo¬
nizzano, nelle linee generali con i fatti della base,
nel senso che i fenomeni di cambiamento di posi¬
zione dei vari pezzi di essa sono correlativi agli in¬
crementi della capacità, ma questa relazione fra le
due serie si deve intendere in guisa generale.
Siffatta relazione di parallelismo può esser di¬
sturbata in due maniere, e cioè nel senso che per
un minore sviluppo osseo, che siasi potuto per una
qualsiasi ragione verificare, possa aversi l'accoppia¬
mento di una minore capacità craniense con una
evoluzione della base più avanzata, e col raggiungi¬
mento di forme che sono in tesi generale di signi¬
ficato più elevato (brachicefalia dei pigmei ?) ovvero
nel senso che per un maggiore sviluppo osseo possa
aversi la persistenza di forme morfologicamente più
antiche con alte capacità. È ciò che probabilmente
si verifica per il cranio esquimese, la cui alta capa¬
cità è conosciuta.
Beninteso poi che la suddetta relazione generale
fra capacità e posizione della base deve intendersi
in via biologica, filetica, e non puramente materiale
e individuale, giacché noi abbiamo veduto che in
cranii in cui l’azione del peso cerebrale si sente
di più, sia per aumentato peso cerebrale, sia per
diminuita resistenza ossea (per cause individuali) la
disposizione del Clivus è anzi più prossima alla oriz¬
zontale. Per ciò che si è detto poi potrebbe darsi
che il modo del rapporto fra capacità craniense e
posizione dei pezzi della base fosse sugli inizii della
umanità diverso da quello attuale. Bisogna infatti
.tener conto, ad es. : per ciò che riguarda alcuni
cranii primitivi, del più grande spessore osseo che
in essi si nota, onde era forse necessaria una più
grande capacità (e quindi un più forte peso del cer¬
vello) per poter determinare, per variazione da in¬
tervento di cause fisiologiche, i successivi fenomeni
di evoluzione della base.
256
G. L. SEKA
Ma sinora la paleontologia non ci ha dato neppure una di queste altre forme ,
mentre, come abbiamo visto , Piltdown a platicefalia di valore umano, si presenta già
all’ inizio del quaternario.
L’assenza di forme suddette mentre da una parte conferma quanto le nostre cono¬
scenze paleontologiche siano ancora frammentarie, indica insieme che le forme più im¬
portanti per la antropogenesi devono necessariamente trovarsi non nel pleistocene, ma
almeno nel pliocene.
Noi prevediamo che forme architetturalmente simili al Gibrciltar per i fatti della
teca e della base, ma appartenenti a tipi raziali diversi, per i loro caratteri fac¬
ciali, verranno fuori da terreni del terziario e probabilmente del primo pliocene
nelle diverse regioni della terra , giusta i principali lineamenti di distribuzione
geografica dei 6 tipi facciali, da noi altrove distinti.
*
■* *
La brachicefalia, per ciò che riguarda la base, è in tutte le sue forme (tipicamente
alte cioè e basse) caratterizzata dal fatto che lo sfenoide può svilupparsi liberamente al-
l’indietro, dato che il basiloccipitale per la sua posizione di forte inclinazione non presenta
all’accrescimento osseo verso l’indietro, nella zona della suddetta sincondrosi, la resi¬
stenza che presenta nelle forme lunghe.
A mano a mano che si procede verso la brachicefalia, che cioè la base entra nel
solido ideale craniense, i fenomeni di tensione nel piano mediale sagittale non sono più i
soli, bensì, come conseguenza del libero sviluppo alfindietro dello sfenoide, si verificano
fenomeni di tensione trasversalmente e in un piano orizzontale i quali agiscono soprattutto
sulle parti posteriori del cranio. Nei gradi forti di tale tensione [bilaterale ed opposta]
si produce quell’appiamento generalizzato della regione occipitale caratteristico e ben visi¬
bile sopratutto nei crani brachi-ipsi.
Ma se lo svolgimento della serie orto-ipsi dalla dolicocefalia alla brachicefalia si può
e si deve concepire come l’evoluzione diretta di una forma architetturalmente simile a
quella portaci dal Gibraltar, la stessa cosa non si può dire per la serie piati, sebbene
anche per essa 1 fatti parlino per una evoluzione dalla dolico alla brachicefalia. La posi¬
zione diversa dei punti della volta rispetto alla orizzontale, in confronto di quella che si
realizza nelle serie orto-ipsi ci obbliga a tale affermazione. La nostra teoria della genesi
della platicefalia dà ragione appunto della diversa posizione suddetta, più bassa, della teca
rispetto alla base.
Per la serie piati inoltre è ammissibile una evoluzione più rapida dalla dolicocefalia
alla brachicefalia: le stesse cause esterne infatti che hanno dato luogo allo abbassamento
della altezza possono aver determinato contemporaneamente un forte e rapido accresci¬
mento del diametro trasverso.
Non abbiamo nessuna ragione per rifiutarci a credere che, come l’evento del glaciale,
altri eventi esteriori abbiano determinato modificazioni nella serie di svolgimento ipsice-
falica che noi vogliamo chiamare naturale, perchè corrisponde ad uno svolgimento in
condizioni favorevoli.
Ragioni di distribuzione geografica, che qua non possiamo svolgere, ci obbligano ad
ammettere che esiste almeno un’ altra serie, compresa fra la ipsicefalia e la platicefalia e
che abbiamo già chiamata ortocefalica.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
257
*
* *
Si potrebbe credere che la nostra teoria craniologica, esposta in ciò che precede,
dissentendo da quella dello Schwalbe, consenta almeno in parte con quella del Ranke:
ma così non è in realtà.
Alla teoria del Ranke si associa quella del Kollmann strettamente, ma essendo le
idee del R. molto più diffuse e organiche circa le questioni che qua ci interessano ci li¬
mitiamo a criticare quella, seguendone la esposizione che fece fautore nel suo lavoro
de! 1897.
Il R. si richiama innanzitutto ad una idea del Blumenbach, per il quale la serie inte¬
grale delle forme del cranio nella Umanità non costituisce una linea retta che parte da
una forma fondamentale, per arrivare ad altre derivate, ma costituisce un anello (sarebbe
meglio dire un ciclo) che partendo da una forma media si chiude di nuovo con questa.
Il R. crede di poter stabilire la stessa conclusione in base ai fatti di sviluppo.
Citiamo perciò questo passo significativo:
« Das Verhàltniss beider Schàdelabschnitte (della parte neurale e della vegetativa)
entspricht in der Mitte des menschlichen Fruchtlebens vor der Geburt in hohem Masse
dem bei erwachsenen jugendlichen Europàern. Diese Form des Schàdels ist es von wel-
cher die weitere Ausbildung ausgeht; sie mùssen wir daher nach den Gesetzen der mo-
dernen Entwickelungslehre als die Ur- und Stammform des Menschengeschlechtes bezei-
chnen von welcher jene Typen mit stàrker ausgebildeten vegetativen Organen am Schàdel,
sich als abgeleitete fortentwickelte Formen unterscheiden n.
E trovando presso a poco gli stessi fatti per tutti i Mammiferi, egli conclude:
u Die hochste Form der Schàdelbildung, die menschliche, ist der gemeinschaftliche
Ausgangspunkt fùr die Schàdelentwickelung der gesammten Sàugetierreihe «.
Il R. riferisce poi sommariamente i resultati di alcuni suoi studi i, (che a quanto ci
risulta non sono stati poi pubblicati) che, partendo dall’esame della serie di Oranghi di
tutte le età della Collezione Selenita, gli offrirono modo di indagare la influenza (opposta
a quella innanzi detta) della faccia sul cranio cerebrale.
Egli dice testualmente :
« Wàhrend das Fruchtsleben ist die Hirnschàdelform bei unserem Volke (Altbayern)
entschieden mehr gerundet und hòher als bei den Neugeborenen und den Erwachsenen.
Aber auch bei d. Neugeborenen ist die Kurzkòpfigkeit und Hochltopfigkeit immer noch
gr òsser als bei der Erwachsenen beiderlei Geschlechts. Nach der Geburt erfolgt zunàchst
ein sehr gesteigertes Gehirnwachstum, wàhrend der Gesichtsschàdel anfànglich relativ zu-
ruckbleibt. Dabei gewinnt der Hirnschàdel zunàchst wieder an relativer Breite und Hòhe
und geht in diesem Sinne wieder auf frùhere Entwickelungsstufen vor der Geburt zuriick.
Erst nach diesem Riickschritt nimmt dami der Hirnschàdel den regelmàssigen Gang
wieder auf, welcher bei unserem Volke zu einer relativen Verminderung der Schàdelbreite
und Schàdelhòhe fùhrt ».
In sostanza adunque il cranio, complessivamente, durante lo sviluppo ontogenetico
andrebbe sempre più allungandosi e in grado maggiore o minore a seconda delle razze.
Ma, si può parlare, diciamo noi, di un ciclo chiuso, quando si tratta di passaggio da
una forma fetale assai larga a formo allungate in grado più o meno spiccato ?
Ciò, noi osserviamo, può suffragare la tesi di una serie divergente, non di una serie
ciclica. Tuttavia il R. trova argomenti per la sua tesi anche negli sviluppi diversi connessi
coll’apparato di masticazione. E a questo proposito osserva:
258
G. L. SERA
« Damit erseheinen hervorragend wichtige rassenhafte und indi vidaelle Yariationen
des Hirnschàdels aber auch des Gesichtschàdelbaues in die Reihe des normalen Entwicke-
lungsganges jedes einzelnen Menschenschàdels eingeruckt. Prognathie und Ortognathie,
Lànge und Kreite des Hirnschàdels, Lange und bìrci te des Gesichtschàdels, die versc-hiedene
Formen der Contour der Norma occipitalis, die Stirnformen, die Formen dor Nasenòffnung,
der Augenhohlen, die Stellung des Iochbeines und damit die Frage der profilirten Ge-
sichtsform u. a. ».
Ma chi abbia sufficiente esperienza della antropologia etnica, non può assolutamente
sottoscrivere a tali idee. Si possono trovare ad es. in una collezione di cranii europei,
cranii arieggiane, per alcuni dei loro caratteri facciali, cranii di Mongoli, di Negri, di Bo-
schimani, ma ci vuol ben altro per arrivare alle conclusioni di Ranke.
E tanto meno si può aderire alla sua generalizzazione:
« Der Gang welcher von den Schàdeln unserer Idasse von der frùhesten Kindheit bis
zum erwachsenen Alter eingehalten wird, reprasentirt nicht nur alle individueìle Yaria¬
tionen innerhalb unserer Rasse, sonderà auch alle als wichtigste Rassenmerkmale ange-
gebenen Schadelmoditìkationen der gesammten Menschheit ».
La conseguenza più importante delle idee esposte sarebbe che la serie dei precursori
umani avrebbe posseduto cranii rotondeggianti ed alti come noi riscontriamo nei primi
mesi dell’ embrione. Ma non fa bisogno che ripetiamo qua le obbiezioni che sono state
fatte alla applicazione stretta, dal Ranke eseguita, della legge biogenetica fondamentale.
Evidentemente la importanza del cervello richiede uno sviluppo precocissimo di esso,
che non significa affatto che l’antenato avesse un cranio rotondeggiante ed alto.
Anche quelle Platinane ( Chrysothrix , Cebus, Ateles) che presentano uno sviluppo del
cervello presso a poco uguale in volume a quello dell’ uomo, hanno un cranio basso e
lungo non rotondo nè alto, ed una base non flessa ma estesa.
Riguardo al fatto rilevato dallo Schwalbe che l’uomo conserva dalla nascita in poi
una altezza del cranio uguale, mentre negli antropoidi, come nei mammiferi, essa dimi¬
nuisce, ciò si spiega assai semplicemente con che nell’ uomo, si ha flessione, negli altri
animali estensione.
E perciò assai poco verosimile lo sperare di trovare forme, come fa il Ivoiilbrugge,
in cui la altezza rimanga immutata per poterne trarre 1 capostipiti della derivazione umana,
non essendo state finora poste in luce forme animali in cui si verifichi flessione.
Ma a proposito della base occorre fare una osservazione importante :
Se l’inclinazione del Clivus che ha luogo dopo la nascita, cioè il grado di flessione,
fosse veramente dello stesso valore di quella fetale, perchè la si troverebbe minore nel
sesso femminile, insieme ad una maggior ortognatia, quando si sa che la donna ha in
genere un cranio più prossimo a quello infantile?
È chiaro secondo me che la seconda flessione (dopo la nascita) non ha affatto lo stesso
valore della flessione fetale ; mentre questa significa il predominio della parte neurale, la
seconda flessione ha lo stesso valore fisiologico della estensione, che ha luogo negli ani¬
mali. La stessa ragione che produce la estensione negli animali, la maturità del cranio,
produce nell' uomo la flessione, perchè nel cranio umano la forza di resistenza presentata
dal cranio posteriore ha oltrepassato il punto morto delle forze in giuoco.
Ma questo non è affatto un ritorno alle condizioni fetali ; quasi con più ragione si po¬
trebbe dire il contrario.
Concludendo, noi possiamo dire che se il più forte errore dello Schwalbe è stato un
errore per dir cosi localizzato, episodico, sebbene di gravi conseguenze, quello di prender
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECC.
259
la razza di Neandcrthal corno prova dei suoi concetti, l’errore della teoria del Ranke è
molto più radicale e sostanziale. In realtà tale errore investo tutto il campo della cra¬
niologia.
Dopo quello che si è detto dello Schwalbe e del Ranke è tanto più notevole dover
ricordare che il AVelcker, già molti anni or sono, nella serie dei suoi lavori craniologici
che si inizia col ’62 ') aveva anticipato parecchi dei resultati raggiunti da questo lavoro :
onde fra i vecchi ricercatori è certo quello che, secondo noi, aveva visto più giusto nella
complessa questione del cranio umano.
Nel fondamentale suo lavoro del '62, il Welgker così si esprime :
Kurze u. st artiere Einknickung der Schcidelbasis, Vorherrschen des Gehirnschàdels
uber den Gesichtschddel, Brachi/ cephalie u. Opisthognathie erscheinen nach diesen
Ermittelungen als mehr oder weniger zusammengehorige Zustdndc, die theils einander
bedingen theils aus gleichen Bedingungen erfolgen. In entsprechender AVeise vcrrathen
die entgegengesetzten Zustànde — Lànge u. Geradlinigkeit der Schàdelbasis, Vorherrschen
des Gesichtsschàdels, Dolicocephalie und Prognathie — eine mehr oder weniger strenge
Zusammengehòrigkeit (p. 51).
Tali proposizioni egli deduceva dall’esame di una serie di cranii tedeschi: e le trovava
ancora confermate nell’interno di ogni singola razza a qualsiasi tipo raziale appartenesse.
Nella serie totale però delle razze, egli non vedeva più così rigorosamente confermato
il detto tipo di associazione.
« Eine Hinneigung zu dem oben nachgewiesenem Typus glaube ich allerdings auch hier
nachweisen zu Kònnen, keineswegs aber strenge Abhàngigkeit » (p. 54).
Ed infatti egli era costretto a riconoscere che esistono dolicocefali ortognati e opisto-
griati nella serie delle diverse razze, come brachicefali prognati (p. 56-57).
Ciò tuttavia non toglie che egli avesse visto giustamente nello asserire la detta asso¬
ciazione errando solo per il fatto che egli la concepiva come una necessità meccanica,
architetturale del cranio, mentre essa è una associazione di valore biologico generale, in
quanto cioè brachicefalia ed opistognatia sono conseguenze, in gran parte indipendenti
Tuna dall’altra, dello stesso processo evolutivo generale.
Egli giustamente osservava che i gradi più forti di prognatismo si incontrano in serie
dolic. mentre le serie brach. lo presentano di rado, ma non rilevava però a sufficienza
il significato del fatto che i brach. della sua serie mancavano quasi di forme opistognate.
Se avesse ciò rilevato sarebbe stato indotto ad approfondire le ragioni di questo con¬
trasto e molto probabilmente le avrebbe trovate nella sua tecnica speciale, nella rappre¬
sentazione cioè del grado di prognatismo coll’angolo acanthion-nasion-basion.
È stato infatti giustamente osservato dal Lùthy come questo angolo cambia anche
colla posizione del basiloccipitale, oltre che per le variazioni dell’innesto della faccia.
Non fa perciò meraviglia riscontrare i più forti angoli nei dolic., che hanno appunto
un basiloccipitale più prossimo all’orizzontale, mentre al contrario la riduzione del pro¬
gnatismo vero nei brach. non può andar oltre un certo limite, appunto per essere il basi¬
loccipitale in una posizione più prossima alla verticale.
Ma se l’angolo proposto dal AVelcker non può accettarsi come netta espressione del
prognatismo, e perciò ne viene anche menomato il grado di attendibilità delle sue propo-
1) H. Welcker — Wachstum und Bau des mensohlichen Schàdels — 1862.
260
G. L. SERA
sizioni per ciò che riguarda il prognatismo '), ne risulta invece rafforzato tanto più il pa¬
rallelismo affermato dal Welcker fra la posizione del basiloccipitale c la forma del cranio;
in quanto che tale parallelismo è non solo suffragato dai dati raccolti per l’angolo della
base di Welcker (nasion-ephippium-basion), ma anche da quelli dell' angolo del pro¬
gnatismo.
Tale correlazione architetturale perciò fu legittimamente affermata dal Welcker, seb¬
bene i trattatisti non ne facciano alcuna menzione.
Nel lavoro del '66 2), il W. poi fece 5 divisioni nella oscillazione totale degli indici di
altezza e di larghezza dei cranii, e cioè due per la ipsicefalia, 1 per la ortocefalia (mit-
telhoch und mittelbreit) e due per la platicefalia.
Per certi comportamenti caratteristici egli aveva già a quel tempo distinti i tre gruppi:
ipsidolico (allora da lui chiamato ipsistenocefalo) ortocefalo e platibrachi come i gruppi
tipici, gli altri due come atipici.
Tale distinzione era già la intuizione delle differenze estreme che passano fra gli ipsi¬
dolico e i platibrachi, differenze di cui noi abbiamo data la spiegazione, oltre che stabilito
il valore per diversi elementi analitici.
Nel lavoro dell’ 85 2) poi portò a 9 i gruppi architetturali, tre per ogni serie di altezza.
È innegabile perciò la grande somiglianza col nostro sistema, cui noi giungemmo per via
affatto indipendente.
È curioso perciò l'osservare come il Martin riportando il quadro stesso del W. (mo¬
dificandolo alquanto [p. 701] dica che la divisione del W. « auch heute eine gewisse
Gultigkeit beanspruchen darf ».
In realtà il Welcker già nel ’66 indicava la vera via che doveva esser battuta.
Se la caratteristica che egli dà per la distinzione dei gruppi (il valore diverso positivo
o negativo della differenza fra indice orizzontale e vertico-longitudinale) non ha una grande
portata, ciò non diminuisce il merito della distinzione dei gruppi stessi.
Ma vi ha di più. Polemizzando col Kollmann, il W. negava i cinque gruppi da quello
stabiliti di combinazione di caratteri architetturali del cranio e della faccia e diceva te¬
stualmente (p. 142 nota, lavoro 1885) :
« .... das Vorkommen einzclner in der von Kollmann gewàhlten Indexcombination
ùbereinstimmenden Exemplare in sehr verschiedenen Rassen beweist nicht entfernt, dass
iene Formen, die fur mieti einen lediglich morphologischen Werth besitzen, genetisch
zusammengchòren, geschweige « don volimi Werth von Rassen besitzen > ....
Vereinigt man die Schàdel, aus welchen Kollmann seinc fùnf Tj^pen zusammensctzt,
nach dessen Vorschrift zu fùnf getrennten Haufen, so wird ein leidlich Geùbter ein gutes
Teil der verzettelten Exemplare auf ihre Nationalitàt erkennen und an die rechte Stelle
zurùckbringen. Ich besitze mehrere Neger-, Polynesier- und Eskimoschàdel, die sàmmtlich
typische « leptoprosope Dolicocephalen » sind, deren Neger-, Polynesier-, und Eskimo-
natur durch Hundert der Messung sich entziehende Charaktere, die aber bei « chamàpro-
sopen » sowie bei meso- und (nach Kollmann Indexordnung) brachycephalen Negern,
Polynesiern und Eskimos (die ich gleichfalls vorzeigen kann) sich in gleicher Weise ve¬
reinigt fmden, sofort sich aufdràngt. Dieso Charaktere, nicht jcne fùnf Durchmessercom-
binationen, bestimmen die Rasse.... ».
b E, sia detto di sfuggita, non essendoci oc- 2) Vedi per le indicazioni bibliografiche il Ma-
cupati noi di tale questione, anche per ciò che ri- nuale del Martin.
guarda il parallelismo fra prognatismo e piegamento
della base.
SUI RAPPORTI DELLA CONFORMAZIONE, ECO.
261
E più oltre :
« Icb habe oben (nel luogo ora citato) zu erkennen gegeben, das ich dea Werth
« ethnologischer » Einteilungen, die auf die Combination einiger Kopfmàsse gegrundet
sind, niclit iiberschatze. Sie werden, in erster Linie, nur einen crcmiologischen, schadel-
architectonischen Werth, einen ethnologischen aber besten Falles nur in zweiter Linie
besitzen ».
Da queste citazioni il lettore può giudicare della acutezza di visione del Welcker,
considerando quanti antropologi ancora attualmente siano sostenitori della importanza
raziale dei caratteri del cranio cerebrale, (per non dire del volgo dotto e indotto che
ancora crede che l’antropologia abbia detto la sua ultima parola allorquando ha stabilito
le percentuali di dolico e brachi in un gruppo etnico qualsiasi). Ma le geniali anticipazioni
del Welcker, bisogna riconoscerlo, non ebbero alcun seguito, neppure nella sua patria.
Il v. Tòròk ne criticò alcuni resultati e il metodo con acredine, che a noi pare ingiu¬
stificata.
Ma se in ciò non vi è nulla di eccessivamente sorprendente, trattandosi di evenienza
che molte volte la storia delle scienze ha visto realizzarsi, dobbiamo osservare che
questo in parte fu dovuto a che le vigorose intuizioni del Welcker rimasero in gran
parte frammentarie ed isolate, non si integrarono in un sistema organico su! cranio delle
diverse razze umane, in cui ogni particolare trovasse il suo posto ed ogni osservazione la
sua spiegazione.
È quanto noi speriamo di aver compiuto col presente lavoro, che ci auguriamo avere,
insieme coll'altro sui caratteri facciali, portato una soluzione più stabile all’annoso problema
del cranio umano, intorno al quale si sono affaticati tanti studiosi.
Era però per noi un dovere di giustizia (tanto più necessario nel campo della attività
scientifica, ove il riconoscimento del merito di una ricerca è spesso il principale compenso
ad anni di fatiche) riconoscere quanta parte hanno avuto alla conquista di questo vero
coloro che ci hanno preceduti.
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G, L. SERA, Sui rapporti della conformazione della base del cranio ecc. (Tav. II).
Meni. Soc. Itili. Se. Nat. — Voi. IX, Tav. I
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PAVIA - PREM TIR F HAT. FJSI
TABELLE NUMERICHE
AVVERTENZA
Nelle Tabelle VII e Vili ■ sono stati aggiunti i valori dei principali elementi analitici
dello Schwalbe desunti dai diagrammi eseguiti dal Doti. Grill su alcune serie etniche del
Museo di Firenze (vedi testo p. 212-237).
Nelle tabelle VII e Vili non sono riferiti i dati di 3 cranii (Ostiacco n. 2737 ; Lap¬
pone n. 2600 ; Samoiedo n. 2760) perchè già studiati nella nostra, centuria. Ciò spiega la-
divergenza fra il testo e le tabelle per il numero dei casi delle serie relative. I /oscillazione
della variazione , quale è esposta, ne! testo , si riferisce però alle serie cosi ridotte.
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Fhsc. VII.. Cocchi I, — L’uomo fossile nell’ Italia centrale 1867. cpn 4 tavole . L. 12.
» Vili.’ Garovaglio S. — Manzonia cantiana, novum bichenum Angiocar-
porum genus, 1866. con 1 tavola . . » 2.
» IX. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni , .terzi airi i del
distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867. Con ì tavola » 5.
» X. Diirer B. — Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta
sul Lago di Gonio, ,ecc. 1867. Con 4 tavole • . . . » .12.
VOLUME’ ili.
Fase. I. Emery E. — Studi anatomici sulla Vipera Redii. 1873. Con 1 tavola L. 3,
» II. Garovaglio S. — Thelopsis, Belonia, Wettenwebera et Limboria,
quatuor Lichenimi angiocarpeorum genera recognita ico-
nibusque illustrata. 1867 Con 2 tavole . » 5.
» III. Targioni Tozzetti A. — Studi sulle Cocciniglie. 1867. Con 7 tavole . >> 16.
» IV. Claparède E. R. e Pancieri P. — Nota sopra un Alciopide parassito —
della Cydippe densa Fofsk. 1867. Con 1 tavola . . . » 5.
» V. Garovaglio S. — De Pertusariis Europae medine cominentatio.
187L Con 4 tavole ■ • • . . ... . . » 8.
VOLUME IV.
Fase. F. D’Achiardi A. — Corallari fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parto- seconda. 1868. Con1 8 tavole . . . . . L. 12.
« II. Garovaglio S. — Octona Liehenum genere vel adhuc controversa
vel sedis prorsus incertae in systernate, novis descriptio-
nibus iconibusque accuratissimis illustrata. 1868. Con 2 tavole » 5,
» III. Marinoni C. — Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana indu-
- stria in Lombardia. 1868. Con 7 tavole . . . . » 12,
»■ IV. (Non pubblicato).
» V. Marinoni C. — Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871. Con 2 /
tavole . . . . . . . ... . >> 5.
VOLUME V.
Martorelli G. — Monografìa illustrata degli uccelli dì rapina in Italia.
1895. Con 4 tavole . . .... . L. 30.
r | VOLUME VI.
Fase. I. De Alessandri G. — La pietra dei cantoni di Rossignano e di Vi¬
gnate. Studi strati grafici e paleontologici. 1897: Con 2 tavole e
1 carta geologica . . ■ . . . . . . L. 16.
» IL Martorelli G. -e- Le forme e -le simmetrie delle macchie nel piu— \
maggio. Memoria ornitologica. 1898. Con l tavola . .. .\ >> 14.
» III. Pavesi P. — L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901 . . . » 6.
VOLUME VII.
Fase. I. De Alessandri G. — Studi sui pesci triasici della Lombardia. 1910.
Con 9 tavole . . . ., • . . ^ • • • L. 35.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
Fase.
»
VOVUME Vili.
I. Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi petrografie! e geo¬
logici. Parte I. 1915. Con 3 tavole .
II. Repossi E. — La bassa Valle della Mera, Studi petrografìci e geo-
. ' logici. Parte IL 1916. Con 9 tavole • .... . .
III. Airaghi C. — Sui molari dell’elefante delle alluvioni lombarde. 1917.
Con 3 tavole *. ; - - , . : . . . . -
L. 10.—
» 25.-
» Co¬
volume ix.
Fase. L Bez2i M. — Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi italiane. -1918.
Con 2 tavole . . . . . . . . •
» IL G. L. Sera. — Sui rapporti della conformazione della base del cranio
.. scoile Jorme cranienéi e colle strutture della faccia nelle razze
' ' umane. - (Saggio di una nuova dottrina craniologica con parti-
JV colare riguardo dei principali orimi i fossili); 1920. con 2 tavole .
(
L. 25.-
» 30.-
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana
aV di Scienze Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico.
I Soci hanno diritto allo sconto del 25 % sui prezzi sopra indicati.
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MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume IX - Fase. 1 1 1
Dott. O. de BEAUX e Dott. E. FESTA
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL' ITALIA
SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
Con "7 ta/vole e 13 fig-iaxe xiel testo
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MILANO
1927
Elenco delle Memorie della Società Italiana
di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
Fase. I. Cornalia E. — Descrizione di una nuova specie del genere Felis :
Felis jacobita (Coni.). 186B. Con 1 tavola.
» II.* Magni-Griffi F. — Di una specie di Hippolais nuova per l’ Italia.
1865. Con 1 tavola.
» III. Gastaldi B. — Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli
antichi ghiacciai. 1865. Con 2 tavole.
» IV. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziarii del
distretto di Messina. 1865. Con 8 tavole.
» V. Gibelli G. — Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865.
Con 1 tavola.
» VI. Beggiato F. S. — Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel
Vicentino. 1865. Con 1 tavola.
» VII. Cocchi I. — Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana indu¬
stria dei tempi preistorici raccolti in Toscana. 1865. Con 4 tavole.
» Vili. Targioni Tozzetti A. — Come sia fatto l’organo che fa lume nella
lucciola volante ( Lucciola italica ) e come le fibre muscolari
di questo ed altri Insetti ed Artropodi. 1866. Con 2 tavole.
» IX. Maggi L. — Intorno al genere Aelosoma. 1865. con 2 tavole.
» X. Cornalia E. — Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi
e da altri Coleotteri facili a confondersi con esse. 1865. Con
4 tavole-
VOLUME II.
Fase. I. Issel A. — Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866.
» li. Gentilli A. — Quelques considération sur V origine des bassins lacu-
stres, à propos des sondages du Lac de Come. 1866. Con 8 tavole.
» III. Molon F. — Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867.
» IV. D’Achiardi A. — Corallari fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parte I. 1866. Con 5 tavole.
» V. Cocchi I. — Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866. Con l tavola.
» VI. Seguenza G. — Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune
rocce cretacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e
dell’Africa settentrionale. 1866. Con 1 tavola.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume IX - Fase. Ili
Dott. O. de BEAUX e Dott. E. FESTA
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL' ITALIA
SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
Con V tavole e 13 £Lg"u.re nel testo
MILANO
19 2 7
PAVIA - PKEM. TIPOGR. SUCC. FUSI - UAltGO DI VIA ROMA
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL’ITALIA
SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
Studi morfologici e sistematici sul Cinghiale maremmano e sul Cinghiale
sardo. Studi craniologici sui Suini. Nuove considerazioni e vedute sull'an¬
cata zigomatica ed il lacrimale.
(Tav. I-VII; 13 Figure nel testo).
Il presente lavoro, che avevamo dapprima limitato alla ricomparsa del Cinghiale in
Piemonte ed in Liguria, prese nei suoi ulteriori sviluppi necessariamente dimensioni
piuttosto ampie.
Ci suddividemmo il compito così:
de Beaux: Raccolta di notizie sul cinghiale ligure e francese. Ricerche bibliografiche.
Compilazione completa del testo. Disegni schematici. Prima revisione delle bozze.
Festa: Raccolta di notizie sul cinghiale piemontese. Ricerche bibliografiche. Revi¬
sione completa del testo. Numerose fotografìe. Cura della pubblicazione delle tavole e
figure. 2a revisione delle bozze.
Fummo validamente aiutati dalle egregie persone seguenti, alle quali tutte porgiamo
i nostri ringraziamenti sentiti.
Italici, sigr. P. Biancardi, Genova; Dr. Felice Capra, Genova; Prof. Dott. L. Cognetti
de Martiis, Genova; sigr. G. B. Dal Piaz, Padova; Prof. Dr. N. Mezzana, Savona; sigr.
G. Murialdo, Altare; sigr. Cesare Musso, Vado Ligure: Avv. A. Olivieri, Genova; Prof.
Dr. Br. Parisi, Milano; Prof. Dr. Stefanini, Modena; sig.a Dr. Santucci-Fois, Genova-
Bolotana, Sardegna ; Dr. R. Santucci, Genova.
Particolarmente obbligati siamo al Consiglio Direttivo della Società Italiana di Scienze
Naturali ed al suo illustre Presidente Comm. Dott. De Marchi.
Germania. Dr. H. Baumler, Dr. H. Schròter, Berlino.
Francia. Comand. Caziot, Nizza; Dr. Cl. Gaillard, Lione; Dr. A. Mouquet, Parigi;
Prof. A. Vayssière, Marsiglia; i sigr i “ Conservatori delle Acque e Foreste „ dei diparti¬
menti di Doubs ; Basso Reno, Alto Reno e Mosella ; Alta Marna; Ardenne e Marna.
Svizzera. Dr. J. Roux, Basilea.
O. DE BEAUX E E. FESTA
‘2 66
ORDINAMENTO DELLA MATERIA
I Cinghiale ligure-piemontese .......
Sua provenienza ........
Penetrazione del Cinghiale francese in Italia .
Posizione sistematica del Cinghiale francese in Italia
Materiale di S. scrofa, L. italiani ....
II Cinghiale maremmano ........
Il Cinghiale sardo .........
Scrofa? vittatus ? scrofa X vittatus ? ....
L’arcata zigomatica ed il lacrimale dei Snidi
La radice anteriore dell’arcata zigomatica
Cause di lunghezza del margine superiore del lacrimale
Domesticus ? .........
Effetti della domesticazione sul cranio in genere
Effetti della domesticazione sul cranio suino .
Il cranio del Maiale sardo .....
La forma esterna del Maiale sardo
L’abito pollare striato o non striato dei Suini
Conclusioni ..........
paq. 266
« 267
» 269
» 270
» 273
270
a 276
a 278
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» 292
a 306
» 307
a 307
a 308
a 312
a 314
a 318
a 319
Il Cinghiale ligure-piemontese.
Il Gingillale, scomparso come animale completamente selvat’co da oltre un secolo
dall’Italia settentrionale-occidentale, ha cominciato nel 1919 a diffondersi di nuovo in
Piemonte ed in Liguria.
Cominciamo coll’ esporre i fatti quali vennero via via a nostra conoscenza.
In Piemonte il cinghiale fece la sua ricomparsa nell’inverno del 1919, ove fu dapprima
segnalato sui monti di Guaglione in Val di Susa. La pelle montata di 1 ad. quivi ucciso
il 14 Febbraio, è conservata nel Museo Civico di Susa. Il cranio si trova dentro la pelle.
In seguito una dozzina di esemplari furono uccisi nella valle suddetta, ove il cinghiale
si trova ora in discreto numero (inverno 1925-26) nei territori di Salbertrand, Exilles,
Chiomonte, Gravere, Meana, Mattie, Bussoleno, Avigliana- La pelle incompleta di 1 $ juv.
ad., uccisa a Bussoleno nell’Ottobre 1923, è conservata nella* collezione Festa a Moncalieri.
In Piemonte furono complessivamente uccisi oltre 20 cinghiali. Le località nelle quali
questi furono segnalati, oltre Val di Susa, sono: le Prealpi a N. E. di Torino; la tenuta
della Mandria a N. Ov. di Torino, ove il cinghiale fece la sua apparizione nel 1922: un
vecchio c? annegò ad epoca indeterminata nel fosso di cinta, e malgrado l’attivissima
persecuzione ancora nel 1924-25 vi furono veduti 3 individui assieme, ed un’altra volta
1 scrofa con piccoli; pare che attualmente (primavera 1926) vi sopravvivano ancora la
detta scrofa con due o tre giovani.
Il cinghiale è inoltre registrato nel Pinerolese nel comune di Porte ad ovest di Pine-
rolo, ove ne fu ucciso uno di 87 Ivg. l’il XII 1923. Un juv. ad. di circa 18 mesi fu
abbattuto il 16 XII 1925 alle Tavernette a N. E. di Pinerolo da Beltramino Francesco e
Ruffino Michele; la pelle montata è in possesso del sig. Beltramino di Piscina e il cranio
incompleto è conservato nella collezione Festa (Tav. 10, fìg. 13).
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRIONALE- OCCIDENTALE
267
la provincia di Cuneo ne furono catturati alcuni esemplari: il primo (Tav. 11, fig. 1)
1’ 8 I 1920 a Venasca nei pressi del Monte Bernardo Vecchio a N. 0. di Cuneo (Valle
della Varaita). Il cranio di questo ad. juv. del misero peso di Kg. 55 misurava, secondo
le attendibili informazioni avute min. 370 di lunghezza superiore !
Un altro esemplare fu ucciso il 22 XII 1923 a S. Damiano Maira; il suo peso oltre¬
passava il quintale. Il 17 XII 1925 ne fu ucciso uno a Boves a S. di Cuneo, ed il 23 XII
dello stesso anno un individuo fu abbattuto nelle immediate vicinanze della città di Cuneo
dal rag. Vittorino Negro.
In Liguria l’ultimo cinghiale fu ucciso nel 1814 sul Piano dell’Abate (fide avv. Ber¬
nardo Mattiauda da Bardineto).
Le recenti catture a nostra cognizione sono:
I Vili 1919: 1 di circa Kg. 100, Pineta di Gènesi (Albenga), Luigi Revetria.
26 XII 1922: 1 9 juv. ad. pregna di 6 feti, Kg. 65, Vetria (Calizzano). Il cranio è
conservato nel Museo Civico di Savona col N. 1462.
12 XII 1924: 1 U di Kg. 104, Tagliate (m. 557, Altare, Savona), Gerolamo Murialdo.
II I 1925: 3 9 9 giovanissime di pochi giorni, di Kg. 1, Ai Gatti (Casa del Gatto
della carta di St. M., m. 621, Altare, Savona). Montati con cranio dentro nella collezione
Cesare Musso, Vado Ligure.
11 I 1925: 1 giovanissimo, “ Al Baraccone „, fu catturato vivo ed è presentemente
tenuto in cattività nella Cascina Noxetta sopra Roviasca (Savona).
19 XII 1925: 2 99 di 80 e 70 Kg., Tagliate, G. Murialdo. Il cranio di una delle
due è conservata nel Museo Civ. di Genova, donatogli dal sig. C. Musso (Tav. 10, fig. 14).
Nello stesso Dicembre furono inoltre ripetutamente veduti da persone sicure branchi
di cinghiali di fino a 12 e talvolta più individui, o singoli esemplari, o scrofe con piccoli
nei fìtti cespuglieti di nocciuoli selvatici ad ovest di Vado Ligure. Il numero complessivo
dei cinghiali spars' su questi monti era in quel mese valutato ad almeno 80 esemplari.
Il 26 V 1926: 3 giovanissimi Ucf furono uccisi da cani alle Tagliate. Uno dei tre
potè essere conservato dal sig. C. Musso.
Nel Giugno 1926 furono trovati morti alcuni piccoli nella stessa località, indubbiamente
in seguito al deplorevolissimo uso di stricnina fatto contro le volpi in località circonvicine.
Nello stesso Giugno 1926 1 branco di 6 adulti venne osservato alle Tagliate.
Nel Dicembre 1926 furono abbattuti 12 cinghiali in territori limitrofi di Calizzano e
Bagnasco. La pelle incompleta e la mandibola incompleta di 1 U juv. ad. sono conservati
nelle collez. Pesta, Moncalieri.
Provenienza del Cinghiale Ligure-Piemontese, 1919 — . I fatti testé esposti indicano
con sufficiente evidenza la Francia meridionale-orientale quale punto di partenza del cin¬
ghiale nella sua recente penetrazione in Italia.
Allo scopo di procurarci sicuri dati in proposito, eseguimmo nella primavera 1926 una
larga inchiesta nella Francia occidentale sia meridionale che settentrionale. La questione
era da noi posta nei termini seguenti: “ Durante la guerra vi è stata diminuzione del
cinghiale nelle zone d’operazione? All’incremento numerico del cinghiale nella Francia
meridionale-orientale corrisponde una diminuzione del medesimo nel'a Francia settentrio¬
nale-orientale ? „.
Riassumiamo dapprima le dettagliate ed esaurienti risposte ottenute.
“ Nelle Ardenne settentrionali il cinghiale è attualmente raro, ma lo era già avanti la
guerra. Durante la medesima invece vi fu abbondantissimo, tanto che in un sol anno se ne
268
O. DE BEAUX K E. FESTA
uccisero 500 ! A guerra finita vi era ancora sovrabbondanza. La sua attuale scarsità locale
non è quindi certamente conseguenza della guerra e nemmeno principalmente delle attivis¬
sime persecuzioni subite nel dopo guerra. Sembra invece che l’abbandono di coltivazioni
che attiravano fortemente i cinghiali, abbia indotto questi animali a cercare altrove cibi
particolarmente graditi. In tutto il resto del dipartimento delle Ardenne, e particolarmente
nelle Argonne e nel dipartimento della Marna, non si ebbe alcuna diminuzione in seguito
alla guerra, e gli eventuali spostamenti sono fenomeni locali abituali, dovuti alla irrequie¬
tezza di questo animale, al freddo eccessivo, alla scarsità o sovrabbondanza di cibo.
Nel dipartimento dell’Alta Marna vi fu pure forte aumento durante la guerra; nel
1919-20 il numero dei cinghiali diminuì alquanto grazie alla caccia attivissima che se ne
fece, ma nel 23 e 24 vi fu nuovo aumento, dovuto alla grande abbondanza di ghiande.
Attualmente i cinghiali vi sono tuttora molto numerosi.
Nell’ Alsazia e Lorena, comprendenti i dipartimenti del Basso Beno, della Mosella e
dell’Alto Beno il cinghiale è in sensibile aumento dopo la guerra; secondo le statistiche
ufficiali ve ne furono uccisi complessivamente 1446 nel 1913; 1201 nel 1920; 1358 nel
1921; 1896 nel 1922; 1729 nel 1923; 2129 nel 1924 „.
Passiamo ora dalla Francia settentrionale alla meridionale.
“ Nella Franca Contea (dipartimento Donbs) il cinghiale era raro avanti la guerra,
mentre ora vi è assai abbondante. Parimente lo si trova ovunque nelle regioni boscose
della Savoia, dell’Alta Savoia e del Delfìnato. Particolarmente nella Vallata del Sodano
esso è divenuto di più in più frequente negli ultimi anni, tanto che nel Dicembre 1925
se ne fecero delle forti battute nelle immediate vicinanze di Lione.
Nel dipart. delle Alpi Marittime ossia nell’antica Contea di Nizza, il cinghiale sarebbe
scomparso, secondo Verany (Zoologie des Alpes Maritimes, fide Caziot, Bibl. 5) nel 182(5.
Ma ecco che nel 1914 è constatata la sua prima ricomparsa a Marjoulins nel Vallone
di Chialandre, che si apre nella valle del Cians, affluente di sinistra del medio Var.
Nello stesso anno numerosi cinghiali sono veduti, ed in parte uccisi, nella vallata del
Cairo a N. del Monte Authion, ed è con tutta sicurezza constatata la presenza di 3 giovani
sul versante S. O. del Monte Mulacier a N. di Montone. In seguito se ne vedono ed ucci¬
dono un poco ovunque e particolarmente sul monte Cheiron e nei dintorni di Coursegoule
sulla destra del basso Var „.
Ora, essendosi verificata la ricomparsa del cinghiale prima che altrove nella parte
settentrionale e nella occidentale del Nizzardo, è logico pensare che vi sia penetrato dap¬
prima dalla Provenza settentrionale (Dipartimento delle Basse Alpi), contigua col Dellìnato
(Dipart. delle Alte Alpi) e vicina alla Savoia.
Ma dal 1918 in poi penetrarono nel Nizzardo anche numerosi cinghiali provenienti
secondo Caziot (Bibl. 5) dall’Esterel e dai monti Maures nella Provenza centrale e meri¬
dionale (Dipart. del Vai’). Questi risalendo in parte la valle del Var si resero indubbia¬
mente promiscui con quelli provenienti dalla Provenza settentrionale ed oltre.
Bicapitolando la storia del cinghiale della Francia orientale durante e dopo la guerra
possiamo quindi stabilire che:
1) Durante la guerra vi fu ovunque, anche nella zona d’operazione, un sensibile
aumento numerico.
2) Nella Francia meridionale il cinghiale invase durante la guerra regioni nelle quali
da lungo tempo mancava (Dipart. delle Alpi Marittime).
3) Nel dopoguerra (1919 in poi) l’intensa ripresa della caccia ridusse un po’ ovunque
il numero dei cinghiali e ne favorì indubbiamente lo sbandamento.
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL7 ITALIA SETTENTRIONALE- OCCIDENTA LE
269
4) Sotto la pressione delle persecuzioni subite nel dopoguerra, il cinghiale francese
forzò il confine italiano (1919).
A complemento di questo quadro aggiungiamo che di recente si leggono annualmente
notizie di cinghiali comparsi in varie parti del Giura svizzero, fino nel Cantone di Aargau
e perfino di Zurigo. Nel Giura Bernese e nel Giura Yodese si verifica la stessa cosa.
Questi cinghiali immigrano nella Svizzera dai Yosgi e dal Giura francese (J. Roux, in
litteris 1926).
Penetrazione del Cinghiale francese in Italia. — Possiamo ora considerare nel suo aspetto
d’ insieme la ricomparsa del cinghiale in Italia.
Esso comparve dapprima in Val di Susa (II 1919); nell’agosto dello stesso anno ne fu
avvertita la presenza nel retroterra Ligure e nel gennaio dell’anno successivo in provincia
di Cuneo. Le prime constatazioni positive in territori liguri rivieraschi datano dal 1924.
Questi fatti ci fanno credere che il cinghiale della prov. di Torino sia essenzialmente
d’origine Savoiarda, e che quello della Liguria e della provincia di Cuneo sia essenzial¬
mente di origine Provenzale mista, cioè tanto settentrionale quanto meridionale.
Il cinghiale adunque, che nell’ anteguerra viveva nei territori francesi tra l’alta catena
Alpina occidentale ed il Rodano, passò nel dopoguerra il confine Italiano, probabilmente
al Frejus (Alpi Cozie) ed in Valle Roja (Alpi Marittime).
Da Val di Susa il cinghiale prese senza dubbio ad avanzare verso sud, pure spanden¬
dosi anche alquanto verso nord. Dalla regione del Tenda avanzò presumibilmente dapprima
verso il retroterra Ligure e si diffuse poi verso nord in provincia di Cuneo, giungendo
forse a congiungersi nel Pinerolese col suo confratello scendente da Val di Susa; solo
più tardi prese ad avanzare anche verso occidente ed il mare.
Basandoci in sostanza sulle date delle prime catture nelle varie provincie tentiamo
ora la seguente rappresentazione grafica della penetrazione del cinghiale francese in Italia
(Fig. I).
Fig. I-
270
O. DE BI4AUX E E. FESTA
Posizione sistematica del Cinghiale francese in Italia. — È certo un avvenimento raro e
notevole l’ incremento spontaneo della mammalofauna del nostro paese in seguito ad im¬
migrazione d’ una grossa specie qual’ è il cinghiale.
Per lo zoologo sorge quindi l’importante questione: Il cinghiale francese , divenuto spon¬
taneamente italiano, è differente o identico ad altre forme italiane ?
Allo stato attuale della Scienza il cinghiale francese è considerato sostanzialmente
identico al germanico tipico {Sus scrofa, L.). L’asserzione dello Strobee (Bibl. 42, p. 192),
che “ in quanto al lacrimale il cinghiale di Francia formi il ponte tra la forma di Ger¬
mania e quella di Sardegna „, asserzione basata sull’esame di un sol cranio della foresta
di Chantilly, fu ripetuta dal Trouessart (Bibl. 45, p. 226), ma recata poi in dubbio dal
Dehaut (Bibl. 11, p. 64 e ss.). Essa è indubbiamente destituita d’ ogni serio fondamento.
Cinghiali continentali italiani si trovavano fino a pochi anni fa, soltanto sul versante
mediterraneo dalla foce dell’Arno in giù, eccetto l’estremità della Calabria, e su una parte
del Gargano (Bibl. 15, p. 125).
Zoologicamente studiato è però finora il solo cinghiale maremmano (Bibl. 25), onde
alla denominazione di cinghiale continentale italiano, ossia dell’Italia centrale e meridionale,
noi dobbiamo nel presente lavoro sostituire una volta per sempre quelle di “ cinghiale ma¬
remmano „.
Il cinghiale insulare italiano è limitato alla Sardegna e notoriamente differente dal
cinghiale europeo tipico e dal cinghiale maremmano (Bibl. 23, 24, 25, 42).
Resta adunque pel momento a vedere, se il cinghiale maremmano è identico cd cinghiale
francese nord-italiano, ossia al tipico “ Sus scrofa „.
Il Cinghiale maremmano.
Virtualmente la questione è già stata risolta dal Major stesso (Bibl. 25, p. 347), fin dal
1885. L’acutissimo e coscenzioso osservatore scrive infatti:
“ Da molto tempo m’aveva colpito il fatto che i crani di cinghiali italiani non corri¬
spondono perfettamente alla forma., che il testo e le figure dell’opera di Nathusius (Bibl. 29)
danno come tipica del Sus scrofa. In seguito, quando cominciai ad occuparmi più seria¬
mente dell’argomento giunsi alla conclusione che difatti esistono alcune differenze fra il
cranio del cinghiale della penisola italiana e quello germanico
Rendiamo un doveroso omaggio alla memoria dell’eccellente conoscitore della nostra
fauna vivente ed estinta, ponendo al cinghiale maremmano il nome di Sus scrofa majori,
subsp. nova, e ne facciamo seguire la diagnosi colle stesse parole del Major.
“ Il cinghiale maremmano non raggiunge le dimensioni di quello germanico. Nel primo
l’ asse dalla punta degli intermascellari al margine inferiore del Foramen magnimi varia
da mm. 295,5 (9) a 339 (cT, Maremma Romana); nell’ultimo da mm. 322 (9) a ^66. Quindi le
massime del cinghiale maremmano oltrepassano di poco le minime del cinghiale germanico „.
“ Se dividiamo la fronte ( Ossa frontalia et parietalia) in una parte anteriore e poste¬
riore per mezzo d’ una linea la quale unisce la punta delle apofisi sopraorbitali, ci accor¬
giamo che la media dell’asse longitudinale dal punto mediano di questa linea al margine
della cresta occipitale è nel cinghiale maremmano molto più lunga che nel germanico
(nei cfcT ad. media relativa alla lunghezza basale = 100 : 25,4 nel maremmano: 25,2 nel
germanico) „.
LA RICOMPARSA DLL CINGHIALA NELL ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
271
“ La sinfisi del mento è molto più breve nel maremmano (medie relative come sopra :
28,0 : 29,4)
“La massima larghezza della fronte, misurata sull’asse trasverso tra i processi so¬
praorbitali del frontale, è nel maremmano relativamente superiore che nel germanico (nei
Ucf ad. media come sopra : 83,15 : 31,8)
“ Lo stesso dicasi della massima larghezza del teschio, misurata sull’asse trasverso tra
gli archi zigomatici (nei $ ad. media come sopra : 45 : 43,6) „.
“ L’altezza della cassa cranica misurata sull’asse verticale dal margine inferiore del
Forameli magnum alla metà della cresta occipitale, e l’altezza del cranio intero, misurata
dal piano basale alla metà della cresta occipitale sono relativamente maggiori nel cinghiale
maremmano (nei cfcf ad. si hanno per la prima misura le medie relative : 38,7 : 36; per
la seconda : 63,1 : 60,6 „.
“ 11 lacrimale del cinghiale maremmano è un poco meno allungato; però vi è poca
differenza „ .
Completamento delle diagnosi del Major. — Onde dare alla precedente diagnosi una veste
corrispondente alle nostre attuali vedute possiamo compendiarla così: I massimi di statura
raggiunti da vecchi cfcf del cinghiale maremmano (min. 353-397,5 di lunghezza superiore
mediana del cranio), instano al disotto dei massimi di statura raggiunti da vecchi Ucf
del tipico Sus scrofa (mm. 380-410).
Il cranio è relativamente un poco più alto e più largo.
Il rivestimento peloso, non esageratamente lungo (peli della cresta dorsale mm. 115-
130; lungo il contorno posteriore della spalla mm. 65-90) è piuttosto denso, pesante, ru¬
vido, leggermente ondulato e munito di lanuggine assai folta (Gennaio). Nella colorazione
vi è brizzolatura molto evidente, specie sul vertice, nuca, groppa, braccio, coscia, gola e
parti inferiori.
Poniamo a Lecto-Typus della nuova sottospecie il cranio di cf ad. di Monte Pescali
in Maremma Toscana, conservata nel Museo di Geologia e Paleontologia della B. Università
di Firenze (Bibl. 25) ed a Para-Typus la pelle montata ed il cranio di cf ad. juv. di
Grosseto, N. 3 e 4 del Civ. Mus. di Genova '). Le misure del cranio paratipico sono date
per esteso nella Tabella T. G. Qui appresso diamo, a conferma della precedente diagnosi
uno specchio (A) nel quale confrontiamo alcune delle principali misure date dal Major
(Bibl. 25) e da noi prese sul U Para-tipo Grossetano Nr. 4 dell’età di circa 24 mesi, con
11 cinghiali Ucf germanici misurati dallo Schkòter (Bibl. 39: Nr. 18, 20, 23, 24, 25, 27,
30), Miller (Bibl. 27: Nr. 59. 9. 6. 100, 62. 3. 20. 6, 1961), Thomas (Bibl. 44 p. 390: Nr.
92. 8. 3. 1). In grassetto mettiamo a speciale confronto 1 q' non completamente ad. misurato
dal Major ed il Paratipo Nr. 4, coi cfc? non completamente adulti misurati dal Miller
e con 3 cT cT di 18, 19 e 24 mesi, misurati dallo Schròter.
L’altezza craniale relativa alla lunghezza basale = 100 è per le misure massime otte¬
nute 38,4 nel S. scr. majori : 35,1 nel scrofa tipico. La larghezza zigomatica è 43,3 nel
primo : 41,1 nel secondo.
9 Per errore non chiarito pelle e cranio entra¬
rono in collezione colla qualifica di 9- Nel cranio
dimensioni, forma e zanne affermano chiaramente il
sesso. Nella pelle questo è altrettanto chiaramente
determinato dall’assenza di capezzoli, povertà di peli
nella regione intercrurale, direzione dei peli nella
regione prepuziale. I genitali esterni femminili ap¬
plicati alla preparazione sono quindi artefatti.
Specchio
272
0. DE BEAUX E E. FESTA
LA RICOMPARSA DLL CINGHIAI, E NELL ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
‘273
Oltre al Sus scrofa tipico ed al 8. scrofa meridional is. Major, furono finora descritti
per l’Europa: S. scr. castilianus, Thos; 8. scr. affila, Thos ; S. scr. baeticus, Tfios (Biffi. 44).
Il castilianus di Burgos raggiunge probabilmente dimensioni massime inferiori al ma¬
remmano (cT ad. Tipo mm. 353 di lunghezza superiore del cranio; una 9 adultissima Nr.
10S95 del Museo Genovese conferma esattamente la diagnosi del Thomas); inoltre il suo
rivestimento peloso è meno lungo (cresta dorsale mm. 90-120; lungo il contorno posteriore
della spalla mm. 50-70) e più leggero, morbido ed elastico che nel majori (pelle Nr. 10898
Genova, di Burgos).
11 8. scr. affila della Transilvania è una sottospecie molto più grossa del 8. scrofa
tipico.
Il 8. scr. baeticus della Spagna meridionale è un cinghiale poco più grande del sardo,
ma sprovvisto di lanuggine nel rivestimento peloso.
Materiale di Sus scrofa, L. italiani.
Il materiale finora a nostra disposizione è il seguente: 1 pelle incompleta di 9 juv.
ad. Bussoleno, Ott. 1923, Collez. Festa; 1 cranio incompleto di juv. ad., Tavernette
16 XII 1926, Collez. Festa; la fotografia di I rf ad. juv., Venasca 8 1 1920, Collez. Festa;
il cranio di 9 juv. ad., Yetria 26 XII 1922, Museo Civ. Savona Nr. 1462; 1 cranio di 9
juv. ad., Tagliate 19 XII 1925, Museo Civ. Genova, Nr. 22359; 1 pelle quasi completa e
metà destra della mandibola senza ramo ascendente di di ca. 16 mesi di Calizzano-
Bagnasco Dicembre 1926, Collez. Festa. 1 9 di pochi giorni d’età, Ai Gatti 11 I 1925,
Collez. C. Musso, Vado Ligure. Furono infine prese alcune misure del cranio ach, Gia-
glione 14 II 1919, come pure della mandibola di Calizzano-Bagnasco Dicembre 1926.
Il nostro materiale è quindi scarso e di basso valore diagnostico, tanto più che il
ad. di Giaglione è 1 esemplare di mediocre statura, come se ne riscontrano ovunque (lun¬
ghezza craniale massima mm. 372; confr. Schròter, Bibl. 39, ff di 6 anni Nr. 25, mm. 375.
Ma la lunghezza craniale superiore del ad. juv. di Venasca (mm. 370) e le dimen¬
sioni della mandibola .di Calizzano indicano già una razza di forte statura.
Più persuasivo ancora riesce il confronto offerto dal seguente specchio (B) di 2 9 9
liguri di circa 18 mesi con 7 9 9 germaniche da 15 mesi a 6 anni, con particolare ri¬
guardo (in grassetto) a 2 9 9 germaniche di 17 e 19 mesi (Schròter, Bibl. 39).
Speccl5.i©
274
O. DE BEAUX E E. FESTA
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL’ ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
275
Notiamo inoltre la perfetta dirittura di profilo superiore nel cranio di cf juv. ad. di
Tavernette (Tav. 10, fig. 13) e nella 2 juv. ad. di Tagliate (Tav. 10, fìg. 14).
Quest’ultimo cranio è pesante; ha l’occipite strapiombante, ma non stiracchiato all’ in¬
dietro sui suoi angoli laterali; la radice anteriore dell’arcata zigomatica robusta; la canna
nasale stretta, il muso energicamente appuntito, i processi giugulari robusti, lunghi, dritti
e decisamente orientati in avanti; la dentatura robusta ed i singoli denti con dettaglio
complicato, cosicché corrisponde perfettamente ai caratteri del tipico ed autentico cinghiale
selvatico dell’ Europa centrale.
Nella $ juv. ad. di Savona Nr. 1462 invece, il cranio è piuttosto leggero, il profilo
superiore non è perfettamente dritto; l’occipitale laterale è alquanto stiracchiato all’ in¬
dietro ; le apofisi giugulari sono lievemente incurvate all’ indietro ; la canna nasale è lie¬
vemente rigonfia, segni questi d’ un certo qual deperimento subito durante la crescenza, o
forse anche di lievi reminiscenze d’incrocio con porco domestico.
Alla considerazione dei crani aggiungiamo che la lunghezza dei peli della cresta dor¬
sale è nella 2 di Bussoleno di mm. 98, e che i peli lungo il contorno posteriore della
scapola misurano da mm. 42 a 54. Ed è a questo proposito istruttivo confrontare la
fotografìa del cf ad. S. scrofa tipico di Venasca (Tav. VII, fìg. 1) col cf ad. tipo di S.
scrofa majori (Tav. 11, fìg. 2). Il cf juv. ad. di Calizzano-Bagnasco, Die. 1926, mostra la
colorazione generale rossastra (tra “ snuff brown „ e “ tauy olive „, Ridgw. Bibl. 37,
Tav. XIX) non infrequente nel cinghiale francese in gioventù (Bibl. 34, p. 294), con la-
nuggine densissima di colore grigio (tra “ smoke gray „ e “ drab „, Bibl. 37, Tav. XLVI);
l’alta criniera della metà anteriore del tronco è nera; il muso è fortemente brizzolato di
bianco.
Facciamo infine seguire una breve descrizione del neonato di “ Ai Gratti „, informata
al criterio da noi altrove esposto, che il colore fondamentale sia dato dall’insieme di peli
rossastri e neri, mentre le strisele gialle chiare rappresentano la più particolare caratte¬
ristica dell’abito pullare (Bibl. 10, p. 213-215).
Colore di 1 2 di pochi giorni d’età , Ai Gatti, 11 I 1925: Colore fondamentale: strio-
lato di giallo-argilla (elay-color, Ridgw. Bibl. 37, tav. XXIX) e nero, essendo i singoli
peli gialli nella metà basale e neri nell’ apicale. Nelle zone del V interorbitale e zigomatica
prevale il giallo. Sull’avambraccio, gamba, tarso, metà distale della coda, margine laterale
dell’ addome il nero manca del tutto.
La zona ramale, interramale, golare, pettorale, addominale, la regione rotulea, la su¬
perficie mediale dell’ avambraccio e della gamba sono bianche argentee; la mano ed il
piede sono bianchi argentei slavati di giallo anteriormente.
Il muso ed il mento sono grigi sporchi slavati di giallo d’ un colore complessivo di
tela grezza (drab, XLYI).
L’orecchio è giallo (clay color) sulla superficie esterna, bianco argenteo slavato mar¬
ginalmente di giallo sulla interna.
Striatura longitudinale. — Striscia vertebrale mediana nera intensa dalla nuca a metà
del dorso, formata da peli gialli nel solo estremo basale. Lateralmente e contigua alla
striscia suddetta ed al resto della zona vertebrale, che è del colore fondamentale striolato:
la striscia pari gialla chiarissima (pale orange yellow, III), admediana dalla nuca alla radice
della coda. Questa striscia è slavata di giallo (clay color) lungo il margine della striscia
nera mediana.
Dall’attacco laterale dell’orecchio alla radice della coda: 2a striscia pari gialla chia¬
rissima, laterale, leggermente discontinua sulla spalla, all’inizio della regione lombare, e
vicino alla radice della coda.
276
O. DE BEAUX E E. FESTA
Tra braccio e coscia: 3a striscia pari gialla chiarissima laterale.
Nel campo di colore fondamentale stimolato tra le strisce gialle chiarissime La e 2a :
Prima striscia longitudinale gialla (clay color) appena distinguibile nella metà ante¬
riore del dorso, ben distinta ma non del tutto continua nella regione dorsale posteriore,
lombare e sacrale.
Nel campo di colore fondamentale stradato tra le strisce gialle chiarissime 2a e 3a:
Seconda striscia longitudinale gialla (clay color) simile alla prima, ma ancora più
discontinua.
Sai lati del collo: 2 o 3 marche indistinte gialle piuttosto chiare.
Sulla coscia una o due macchie consimili.
Ciuffetto terminale della coda nero, specialmente dorsalmente.
Glrugno nero. Zoccoli bruni (ca. snuff brown, XNIX).
Il Cinghiale sardo.
Prescindendo adunque dai cinghiali del mezzogiorno della penisola, sappiamo ora che
esistono in Italia tre differenti forme: il vero Sus scrofa , L. in Piemonte e nella Liguria
occidentale; il Sus scrofa majori, De B. -Pesta, in Maremma; il Sus scrofa meridionalis ,
Major, in Sardegna.
Abbiamo definito i rapporti di stretta affinità tra 8. scrofa e S. scr. majori. Ci resta
ora da indagare la posizione sistematica del S. scr. meridionalis.
Il Major (Bibl. 23, p. 119) chiamò 8. scrofa meridionalis il cinghiale di Sardegna, ma
avvertì subito che questo mostra dei caratteri, i quali lo avvicinano alquanto ai cinghiali
delle Indie ( S . vittatus). Nel 1883 (Bibl. 24) lo stesso autore mise il 8. scr. sardous, Strobel
(= 8. scr. meridionalis, Major) in sinonimia di 8. vittatus spiegando che (p. 297) i caratteri,
i quali separano il cinghiale di Sardegna dal 8. scrofa , lo avvicinano al vittatus , pur mo¬
strando il sardous anche caratteri propri.
Ma nel 1885 (Bibl. 25, p. 361) il Ma.tor, pur ribadendo che il cinghiale sardo “ s’ac¬
costa sotto molti rapporti più al vittatus che allo scrofa ,,, terminò scrivendo (p. 362) che
“ vi sono individui del cinghiale sardo, e sono in maggioranza, i quali altrettanto, ed alcuni
con più diritto, si possono chiamare Sus vittatus.
Dal che emerge con tutta chiarezza il solo fatto positivo che il cinghiale sardo costituisce
un tipo suino tutt’ altro che omogeneo.
Lo Strobel (Bibl. 42, p. 221) considera il cinghiale di Sardegna come varietà del
«8. scrofa chiamandolo S. scr. sardous.
Il Nehrino (Bibl. 31) “ non può riconoscere la stretta relazione tra 8. scr. meridionalis
e 8. vittatus. Egli considera provvisoriamente il Cinghiale sardo come razza insulare ridotta
di 8. scrofa ferus. In alcuni esemplari possono forse occasionalmente riscontrarsi le con¬
seguenze di incroci involontari con maiali di razza romanica , e destare così l’impressione
d’una parentela con 8. vittatus. Ma nei tre crani esaminati dall’autore questi non può
rilevare un’ influenza siffatta; gli sembrano anzi crani di cinghiali germanici ridotti di
statura, denutriti, ma cresciuti in piena libertà „.
Lo Stkhlin (Bibl. 41, I, p. 68) esaminando i crani di cinghiale di Sardegna nel R. Museo
zoologico di Firenze, “ non potè allontanare l’impressione d’avere da fare con degli incroci
col porco domestico, o almeno cogli effetti della restrizione del habitat, sui quali Nehring
(Bibl. 30) aveva già richiamato l’attenzione degli studiosi „.
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL* ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
277
Il Keller (Bibl. 19, 20, 21) ritiene che vi siano in Sardegna 2 differenti cinghiali.
Uno sarebbe il Sus scrofa, l’altro il prodotto di rinselvatichimento del Maiale sardo, molto
vicino al Maiale delle Baleari, tipo antico del Maiale romanico, rispettivamente del gruppo
Sus indicus, forma domestica del Sus vittatus.
Ma un cranio di cinghiale appartenente al Sus scrofa, come lo cita il Keller a p. 127,
con una lunghezza superiore di mm. 370, deve, più che destare sospetto in quanto all’au¬
tenticità della sua provenienza, non essere preso affatto in considerazione come sardo, fino
ad irrefutabile prova contraria.
Il Trouessart (Bibl. 45) considera, seguendo lo Strobel, il cinghiale sardo come sot¬
tospecie di S. scrofa.
Trouessart e Dehaut (Bibl. 46) trovano difficile avvalorare l’opinione del Keller che
“ il Cinghiale di Sardegna,, discenda dal Porco domestico di quest’isola, ma constatano
peraltro che nessun residuo fossile di cinghiale è noto per la Sardegna, e rilevano la pre¬
senza di una striscia biancastra su ciascun lato del rivestimento peloso della testa del
cinghiale sardo, che rammenta quella nota per il Sus vittatus.
Il Dehaut (Bibl. 11) conferma l’impressione d’una certa affinità della sola 9 dei 2
cinghiali sardi del Museo di Parigi col Sus vittatus, per la presenza della striscia bian¬
castra sui lati della testa, peraltro molto meno sviluppato che in quello. Tuttavia l’autore
giunge, prevalentemente attraverso considerazioni zoogeografiche riguardanti svariate classi
zoologiche, all’opinione che si possa bene accettare l’origine asiatica del Sus scrofa d’Eu¬
ropa, o meglio il fatto che “ Regioni mediterranee e Continente asiatico abbiano un tempo
formato uno stesso centro zoogeografico „. Egli propende in conclusione a credere che
“ il cinghiale sardo sia indigeno e rappresenti una colonia di cinghiali di tipo vittatus nel
bacino mediterraneo occidentale. Rileva però, come nel precedente lavoro che il solo pezzo
fossile “ attribuibile „ ad un Sus, è un frammento di costa, descritto da M. Studiati
(Bibl. 43) ').
Il Miller (Bibl. 27, p. 956 e 960-962) considera il cinghiale sardo come specie sepa¬
rata sotto il nome di Sus meridionalis, Major.
Ma per l’innalzamento a specie distinta il Miller non ebbe indubbiamente altro criterio
che quello della statura molto minore (p. 962).
Il Lydekker (Bibl. 22) torna ad elencare il cinghiale sardo come sottospecie di S. scrofa,
col nome di meridionalis Major.
Ma ecco che I’Hilzheimer (Bibl. 4, p. 8 e 13-14) afferma, riprendendo la tesi del
Keller, per modo di dire riveduta e corretta, esistere realmente in Sardegna un piccolo cin¬
ghiale, sotto parecchi rapporti aberrante dal cinghiale europeo, probabilmente una forma in¬
sulare da esso derivata, al quale spetta il nome di S. scr. meridionalis, Major. Accanto a
questo vive però, secondo lo stesso autore un altro cinghiale , presumibilmente africano di
origine, appartenente senza alcun dubbio al sottogenere Striatosus , che ha per capogruppo
il Str. vittatus.
L’ Hilzheimer si oppone però all’ idea che questo “ secondo cinghiale sardo possa essere
un maiale rinselvatichito „ e gli applica il nome di Sus sardous, Strobel.
Dal punto di vista della nomenclatura l’ Hilzheimer sbaglia completamente !
4) Il Prof. Stefanini mi comunica in data 16
Giugno 1926 da Firenze che nell’Elenco bibliografico
relativo a tutti i lavori apparsi sulla Geologia e Pa¬
leontologia della Sardegna (Boll. Soc. Geol. It. XLI,
1922, fase. 4) non risulta alcun lavoro che abbia
attinenza sicura o probabile col reperto di resti di
Sus in questa isola.
278
O. DE BEAUX E E. FESTA
Sta di fatto che il cranio descritto e figurato dallo Strobel (Bibl. 42) apparteneva ad
un cinghiale catturato da giovane nei boschi della prov. (sic!) di Sardegna e custodito in
cattività a Parma (Bibl. 25, p. 350) e che il Major studiò e confrontò, cogli altri suoi
crani di cinghiali sardi selvatici, quelli della 9 ad. (Nr. 10) e del figlio quasi adulto
(Nr. 11) del cinghiale studiato dallo Strobel, cresciuta, rispettivamente nato ^cresciuto
in cattività !
Sus scrofa sardous , Strobel è quindi semplicemente sinonimo di S. scr. meridionali ,
Major.
Tolto adunque di mezzo il cranio di nini. 370 di lunghezza superiore mentovato dal
Keller (Bibl. 21), non resta per la Sardegna che un unico cinghiale , al quale è applicabile
la qualifica che oserei chiamare negativa del Major, che non lo riconobbe in definitiva nè
per una specie a se, nè per un vero vittatus, nè per un vero scrofa.
Le questioni da risolvere, quali si presentano nell’attuale stato della bibliografìa, sono
quindi due :
1) E il cinghiale sardo un Sus scrofa , o un S. vittatus , o è esso realmente inter¬
medio fra questi due ?
2) Nel cinghiale sardo scorre sangue di Porco domestico ?
Scrofa ? vittatus ? scrofa X vittatus ?
Dei rapporti tra cinghiali europei ed asiatici si è occupato in un recente lavoro lo
Sohròl’er (Bibl. 39), confermando con numerose misurazioni quanto alcuni dei precedenti
autori (Major, Bibl. 25; Stehlin, Bibl. 41; Hòsch, Bibl. 18) avevano già argomentato,
essere cioè il tipo vittatus filogeneticamente più antico del tipo scrofa.
Lo Schròter stabilisce che “ Sus vittatus somiglia allo stadio giovanile di Sus scrofa
ferus che va fino a ca. 6 mesi di età, per un certo numero (eine ganze Reihe) di punti
sostanziali, tra i quali si trova anzitutto il lacrimale, importante per la diagnosi delle
singole specie del genere Sus „. In altre parole nel vittatus adulto si verificherebbe la
rotenzione d’un certo numero di caratteri giovanili per il Sus scrofa.
L’ autore rende perfettamente conto dei profondi mutamenti di forma che si compiono
nel cranio di S. scrofa ferus dall’età di 4 settimane a 12 anni, ma non dispone di giova¬
nissimi e giovani Sus di tipo vittatus. Grli sfugge perciò che, se la fase terminale alla
quale arriva il cranio di scrofa è differente da quella di vittatus, anche le forme iniziali ,
dalle quali i due tipi si partono, sono differenti tra di loro.
Noi disponiamo di 4 giovanissimi Sus del gruppo vitlalus : Nr. 3730, Genova di Sumatra o
Nias, vittatus o v. miadicus , Miller, di pochi giorni d’età, con P2 e P3 ancora nell’alveolo;
Nr. 10852 e 10853, Genova, S. vittatus papuensis, Less. e Gar. della Nuova Guinea, pure di pochi
giorni d’età con P, e P4 pronti a perforare la gengiva; Nr. 10488. Genova, S. v. papuensis della
Nuova Guinea, d’un par di settimane d’età con P3 pronto a perforare la gengiva (v. Tabella
generale T. G., Nr. 2 e 3).
I tre papuensis concordano tra di loro perfettamente in ogni singolo carattere. Il vittatus
3730 corrisponde ai precedenti nei dettagli, ma ne differisce per le dimensioni minori, la cassa
craniale assai più stretta e più bassa, le arcate zigomatiche più deboli, l'altezza distale com¬
plessiva del cranio assai maggiore. Nr. 3730 mostra peraltro la fontanella fronto-parietale tuttora
beante; una distinta sutura di fessura ovale che interessa tutto all’intorno i frontali e parietali,
delimitando una sorta di papalina che giunge quasi all’orlo orbitale; tutta la squama occipitale
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
279
fortemente protrusa infuori dal contorno generale della testa: Trattasi cioè di un cranio anor¬
male ed inadoperabile pei- quel che riguarda le sue proporzioni d’insieme.
Abbiamo poi un v. papuensis $ juv. Nr. 10854, Genova con M, di recente entrato in uso,
ed una seconda 9 juv. Nr. 828, Genova, con M2 di recente entrato in uso (v. Tabella generale
T. G. Nr. 5 e 6).
Constatiamo infine la corrispondenza quasi perfetta di forma generale e di dettagli tra la
9 ad. Nr. 325, Genova, di v. papuensis (Tabella generale T. G. Nr. 24) da noi prescelta tra 5
esemplari con essa concordanti, e la 9 di viltatus Nr. 4481 fotografata dallo Schroter (Bibl. 39).
La 9 325 è solo un poco più piccola in toto, ha la fronte relativamente un poco più larga ed
il margine superiore del lacrimale lievemente più breve per l’assenza della sottile punta ante¬
riore evidente nella 9 4481.
Alla 9 325 corrisponde molto bene il v. pap&iensis ad. Nr. 323, Genova, da noi prescelto
tra 3 esemplari, il quale differisce dai veri vittatus studiati dallo Schroter, per la statura minore,
per la fronte e l’arcata zigomatica relativamente un poco più larghe, l’altezza prossimale com¬
plessiva della testa e del cranio un poco maggiore (Tabella generale T. G. Nr. 23); in compenso
esso ha però l’arcata zigomatica un poco meno larga, ed è un poco più basso' prossimalmente
della Figura-tipo di viltatus ad. di Mùller e Schlegel, (Bibl. 28) pur avendo il profilo parietale
meno decurvato.
Il secondo senile, Nr. 324, Genova, corrisponde per la forma e proporzioni ancora più
da vicino alla Figura-tipo di viltatus.
Il terzo ff , senile, Nr. 334, Genova corrisponde assai da vicino alla forma e proporzioni della
Figura-tipo di vittatus , ma ha le arcate zigomatiche più sviluppate in altezza verticale e sorpassa
per dimensioni tutti i viltatus studiati dallo Schroter, meno il Nr. 4608 a.
Dall’altro canto disponiamo d’un giovanissimo Cinghiale di Sardegna, Nr. 668, Genova,
che confrontato (Tabella generale T. G. Nr. 1) colle misure date dallo Schroter (Bibl. 39) per
un S. scrofa ferus, 9> Nr. 4403, di 4 settimane, risulta corrispondergli bene, pur essendo di
statura alquanto inferiore; esso è soltanto d’altezza prossimale complessiva della testa relativa¬
mente minore, in dipendenza della minore età. La differenza nell’altezza orbitale del lacrimale
dipende da differente modo di misurazione. Confrontato col cranio di S. scr. ferus dello Stehlin
(Bibl. 41, Tav. IX, fig. 13) il cranio 668 risulta lievemente più grande in toto, con muso un poco
più lungo, conformemente all’6tà un poco più avanzata. Mostra però avere i nasali sensibilmente
più corti, non essendo forse completa la loro punta. Ma siccome questo fatto costituisce in tesi
generale un elemento decisamente sfavorevole alla nostra asserzione, che le forme iniziali di
scrofa e vittatus siano differenti tra di loro, crediamo poterci valere a ragione maggiore del
presente cranietto.
Disponiamo poi di un giovane Sus scrofa...., senza indicazione di località, Nr. 10897, Genova,
con P4 entrato da poco in uso. Esso corrisponde per forma e proporzioni alla Fig. 1 dello
Schroter Nr. 4450, 9 di ca. 4 mesi, e per dimensioni e proporzioni al giovane Nr. 4466 di ca.
5 mesi dello Schroter stesso.
Vagliato così il nostro materiale possiamo indubbiamente stabilire un proficuo con¬
fronto fra i giovanissimi di tipo vittatus No 10488 ed il giovanissimo di tipo scrofa No
668, poco più che neonati, e tra il ff ad. di tipo vittatus No 328 ed il $ ad. di tipo
scrofa No 4.
Dall’ispezione diretta dei soggetti risulta:
1) Il cranio di scrofa rappresenta fin dalla nascita un cono assolutamente più lungo
e relativamente meno alto e meno appuntito che il cranio di vittatus.
2) La maggiore lunghezza relativa dei nasali e dello scheletro facciale di fronte
alle misure di lunghezza fronto-occipitale superiore, che si riscontra nello scrofa adulto, è
già fissata nel cranio dello scrofa neonato.
36
280
O. DE BEAUX E E. FESTA
8) La minore altezza occipitale relativa è pure già fissata nel cranio dello scrofa
neonato, nel quale la branca ascendente della mandibola è pure relativamente un poco
più bassa.
4) L’ orbita è già nel neonato di scrofa meno distanziata dal profilo frontale che
nel vittatus , ossia la convessità trasversale della regione frontale relativamente minore
nello scrofa adulto, lo è già nel neonato.
5) La distanza tra i fori sopraorbitali, molto minore nello scrofa adulto, è anche
molto minore nello scrofa neonato.
6) La distanza tra Bulla e Fossa pterygoidea , relativamente maggiore nello scrofa
adulto, lo è già nel neonato.
7) La larghezza relativa distale d’ insieme dei nasali e la prossimale sono pressoché
ugnali negli adulti. Nel neonato di scrofa la distale è maggiore e la prossimale minore.
8) Alle sostanziali differenze che intercorrono ira il lacrimale di scrofa e di vittatus
adulti, corrispondono altrettali differenze tra il lacrimale di scrofa e di vittatus neonati.
Passiamo a dare la dimostrazione dei fatti precedenti.
Le lettere premesse ad alcune delle seguenti misure si riferiscono alle figure schematiche
No II-IX, a p. 285-288.
Riguardo ad 1) Altezza e larghezza relative del cranio :
Lunghezza basale (Mis. 1 della Tabella generale T. G.) di vittatus juv. juv. mm. 7G
ir
ii
ii
ii scrofa ii
„ vittatus ad.
„ scrofa „
Lunghezza mediana massima assoluta (Mis. 4 Tab. T. G.) di vittatus juv. juv. mm.
ii ii ii n ii ii ii ii SCÌ'°fa ii n ii
ii ii ii n ii » il ii ...vi. n
ii ii ii n ii ii ii il SC)’°fa n ii
87,5
275
315
91,5
104,5
320
363
vittatus ad.
scrofa „
Altezza mediana del cranio in toto dal piano base alla cresta occipitale colla mandi¬
bola in sito (Mis. 37, Tab. T. G.), riportata alla lunghezza basale fatta uguale a 100 :
vittatus juv. juv. 65,7
scrofa „ „ 63,3
vittatus ad. 71,2 (Schròter 70,4-64,3)
scrofa „ 62,8 ( „ 63,3-56,8)
Altezza mediana massima dal piano-base alla punta distale dei nasali colla mandibola
in sito (Mis. 38, Tab. T. G.), riportata alla lunghezza basale fatta tignale a 100.
vittatus juv. juv. 30,2
scrofa „ „ 34,2
vittatus ad. 22,9
scrofa „ 23,0
Altezza verticale dalla punta dei premascellari alla punta dei nasali (Mis. 41, Tab. T. G.),
riportata alla lunghezza basale fatta = 100.
c) vittatus juv. juv. 10,5
scrofa „ „ 13,1
vittatus ad. 8,0
scrofa „ 9,5
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
281
Per dimostrare il minore appunti mento distale del cranio in scrofa contrapponiamo
le tre seguenti larghezze nel giovanissimo e nell’adulto delle due specie: larghezza inter-
orbitale minima misurata sul frontale (Mis. 24, Tab. T. GJ: larghezza massima sui processi
postorbitali del frontale (Mis. 23, Tab. T. G.): larghezza massima della cassa cerebrale
(Mis. 20, Tab. T. G.), la quale è negli adulti sostituita dalla larghezza massima sulle arcate
zigomatiche (Mis. 26, Tab. T. G.); il tutto in misure relative alla lunghezza basale = 100.
o, o't o") vittatus juv. juv. 37,6 : 53 : 60,5
scrofa „ „ 41,1 : 52 : 56,0
vittatus ad. 25,2 : 33,8 : 47,6
scrofa „ 21,9:30,7:40,4
La larghezza massima della cassa cerebrale nell’ adulto (Mis. 20, Tab. T. G.) può essere
abbastanza sicuramente misurata sul limite tra parietale e temporale su di una orizzontale
che passa un poco al disotto dei processi postorbitali del frontale. Riportata alla lunghezza
basale = 100 questa larghezza dà:
p) vittatus ad. 25,6
scrofa „ 22,5
Riguardo a 2) : Lunghezza relativa dei nasali e del muso :
Confrontando la lunghezza massima dei nasali (Mis. 9, Tab. T. G.) fatta uguale ad 1
(Schroter) colla lunghezza mediana dei frontali -f- parietali (Mis. 12, Tab. T. G.) otteniamo :
vittatus juv. juv. 2,10
scrofa „ „ 1,85
vittatus ad. 1,0 (Schroter; de B.)
scrofa „ 0,8-0, 7 ( „ ; „ )
Confrontando la distanza ira la punta dei premascellari ed il punto più alto e poste¬
riore del lacrimale sull’ orlo orbitale, che chiamiamo una volta per sempre “ punto lacrimale
superiore „, fatta uguale ad 1 (Mis. 10, Tab. T. G.) colla lunghezza mediana dei frontali -f-
parietali (Mis. 12) abbiamo :
vittatus juv. juv. ........ 1,29
scrofa ii ii ........ 1,16
vittatus ad. (frontale + parietale -j- squama occipitale) 0,81
scrofa ,j ( il n n » ) 0,6^
Confrontando la stessa lunghezza premascello-lacrimale (Mis. 10) fatta == 1, colla lun¬
ghezza laterale massima del frontale -f- parietale squama occipitale, misurata dalla
punta laterale anteriore del frontale all’angolo laterale delle cresta occipitale (Mis. 15,
Tab. T. G.), registriamo :
282
O. DE BEAUX E E. FESTA
Confrontando ancora la stessa lunghezza premascello-lacrimale (Mis. 10) = 1, colla
lunghezza massima assoluta fronto- occipitale (Mis. 16, Tab. T. G.) segniamo:
Riferiamo ora alcune misure di lunghezza alla lunghezza basale (Mis. 1, Tab. T. G.)
fatta — 100.
Lunghezza massima dei nasali (Mis. 9, Tab. T. G.)
Distanza tra la punta dei premascellari ed il punto più prossimale dei nasali (Mis. 8,
Tab. T. G.).
Lunghezza fronto-parietale mediana (Mis. 12, Tab. T. G.)
f) vittatus juv. juv. 80,2
scrofa „ „ 70,8
vittatus ad. 58,8
scrofa „ 51,4
Distanza tra la punta dei premascellari ed il punto lacrimale superiore (Mis. 10, Tab. T. G.)
h) vittatus juv. juv. 61,8
scrofa „ „ 60,4
vittatus ad. 78,5
scrofa „ 77,7
Riguardo a 3): Altezza occipitale relativa :
Altezza mediana obliqua. dal margine anteriore del Forameli magnum alla cresta occi¬
pitale (Mis. 39, Tab. T. G.)
a) vittatus juv. juv.
scrofa „ „
vittatus ad.
scrofa „
46,7
44.5
39.5 (37,8-34,2, altezza retta, Schròter)
36,0 (37,2-31,4, „ „ , „ )
La differenza fra l’altezza precedente e l’altezza occipitale del cranio dal piano-base
(Mis. 37), ossia la distanza dal margine anteriore del forameli magnimi dal piano-base, è
vittatus juv. juv. 19
scrofa „ „ 18,8
vittatus ad. 31,7 (32,2 in media, Schròter)
scrofa „ 26,8 (27,5 „ „ , „ )
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL’ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
283
Riguardo a 4) occorre misurare la convessità trasversale della regione frontale tra i
punti lacrimali superiori destro e sinistro (Mis. 25, Tab. T. G.). Tale misura non è facile a
prendersi, ma operando con sottilissime striscioline di carta pergamenata gommosa, si ot¬
tengono risultati assai sicuri, i quali riportati alla lunghezza basale == 100, danno:
Riguardo a 5): La minore distanza tra i fori sopraorbitali di scrofa (Mis. 28, Tab. T. G.)
è cosa talmente evidente che bastano a dimostrarla le misure assolute:
vittatus juv. juv. 22,7
scrofa „ „ 19,2
vittatus ad. 39,5
scrofa „ 35,0
I valoid relativi riferiti alla lunghezza basale = 100 sono:
vittatus juv. juv. 29,8
scrofa „ „ 21,9
vittatus ad. 14,2
scrofa „ 11,1
Riguardo a 6): misuriamo la distanza minima tra il punto marginale più ventrale delle
fossa pterigoidea e la Bulla (Mis. 19, Tab. T' G.), riportando tale distanza alla lunghezza
basale — 100 :
Riguardo a 7) : Larghezze relative distale e prossimale dei nasali, notiamo che lo Schròter
(p. 347) ha confrontato la lunghezza dei nasali colla loro larghezza massima, solo per
comprovare vie meglio la loro lunghezza relativamente maggiore in scrofa. Noi vogliamo
invece rilevare la differenza nella forma d’ insieme dei nasali nelle due specie, ben mar¬
cata nel neonato e scassata nell’ adulto.
Contrapponendo infatti la larghezza binasale al punto di contatto dei nasali col fron¬
tale e mascellare (Mis. 29, Tab. T. G.) alla larghezza binasale al punto di contatto più
anteriore col premascellare (Mis. 31), riportata alla lunghezza basale = 100, abbiamo
Prima di rivolgerci alla trattazione del punto 8), ossia della forma del lacrimale, che
dovrà occuparci assai intensamente, vogliamo dare la rappresentazione grafica dei fatti
fino qui dimostrati.
A tale scopo segniamo, in aggiunta alle precedenti, le proporzioni seguenti, tutte re¬
lative alla lunghezza basale = 100.
284
O. DE J5EAUX E E. FESTA
Lunghezza massima del cranio senza mandibola proiettala sul piano-base (Mis. 5,
Tab. T. G.):
m) vittatus juv. juv.
scrofa „ „
vittatus ad.
scrofa „
118,2
114,2
105,4
105,7
Distanza mediana dalla punta dei premascellari al punto più prossimale della sutura
interparietale (Mis. 7, Tab. T. G.), sostituita negli adulti dalla distanza mediana dalla punta
dei premascellari alla cresta occipitale (Mis. 4) :
Distanza mediana dalla punta dei nasali al punto più prossimale della sutura inter¬
parietale (Mis. 6, Tab. T. G.) , sostituita negli adulti dalla distanza mediana dalla punta
dei nasali alla cresta occipitale (Mis. 3)
Lunghezza mediana del palato (Mis. 17, Tab. T. 6.)
Distanza tra il punto lacrimale superiore e la punta del processo postorbitale del
frontale (Mis. 13, Tab. T. G.) :
Questa distanza, più o meno perfettamente parallela alla linea basale del cranio, è
sufficiente a caratterizzare estensione ed ubicazione dell’orbita.
Distanza verticale tra il punto lacrimale superiore ed il margine alveolare della ma¬
scella (Mis. 40, Tab. T. G.) :
Il punto alveolare di questa verticale è da noi trasferito con errore lieve e propor¬
zionale, ossia innocuo sul livello orizzontale per la linea basale del cranio.
Coll’aiuto delle distanze a (p. 282), b (284), c (280), d (284), e (282), f (282), g (284),
i (284), h (282), 1 (284), m (284), espresse in mm. noi possiamo ora ricostruire sche-
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL’ ITALIA SETTENTRIONALE -OCCIDENTALE 285
maticamente, sovrapponendoli l'uno all’altro, i profili del giovanissimo vittatus (Fig. IT,
linee intere) e scrofa (linee punteggiate).
Fig-. IL — Profilo schematico lii giovanissimo Vittatus in linee intere.
Prolilo schematico di giovanissimo scrofa in linee punteggiate.
Utilizzando poi lo schema precedente coll’ aggiunta delle distanze n, n' (p. 283), o, o', o"
(p. 281) otteniamo le sagome sovrapposte dei giovanissimi vittatus e scrofa (Fig. III).
Fig. IH. — Sagome schematiche di giovanissimo vittatus in linee intere; di giovanissimo scrofa in linee punteggiate.
286
0. DE BEAUX E E. FESTA
Culle distanze corrispettive, più p (p. 281) ricostruiamo quindi profilo e sagoma di
vittatus e scrofa adulti, sovrapposti l’uno all’altro (Fig. IV, rispettiv. V).
Fig. IV — Profili schematici di vittatus ad. in linee intere; di scrofa ad. in linee punteggiate.
LA RICOMPARSA DHL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
287
Onde facilitare vie meglio le nostre deduzioni sovrapponiamo infine il profilo di vit¬
tatus giovanissimo al profilo di vittatus ad. (Fig. YI); il profilo di scrofa giovanissimo al
Fig. VI. — Profili schematici di vittatus giovanissimo in linee intere, di vittatus ad. in linee a tratti lunghi.
profilo di scrofa ad. (Fig. VII); la sagoma di vittatus giovanissimo alla sagoma di vittatus
ad. (Fig. Vili); la sagoma di scrofa giovanissimo alla sagoma di scrofa ad. (Fig. IX).
Le Fig. Il, III, IV, VI, VII, Vili, IX, convalidano il nostro asserto 1), die il cranio
di scrofa rappresenta fin dalla nascita un cono meno appuntito di vittatus.
Fig. VII. — Profili schematici di scrofa giovanissimo in linee punteggiate, di scrofa ad' in linee punteggiate e tratteggiate.
Le Fig. II, ILI, VI, VIT, Vili, IX, dimostrano, conformemente al nostro asserto 2),
la maggiore lunghezza relativa dei nasali e dello scheletro facciale di fronte alle lunghezze
fronto-occipitali superiori tanto nei giovanissimi, quanto negli adulti di scrofa.
288
O. DE BEAUX E E. FESTA
Le Fig. II, VI, VII mostrano, d’accordo col nostro asserto 3), la minore altezza oc¬
cipitale relativa nel giovanissimo e nell’adulto di scrofa.
Le Fig. II, I\ , VI, VII comprovano il nostro asserto 4), secondo il quale la distanza
dell’orbita dal profilo superiore è relativamente minore nello scrofa , sia giovanissimo che
adulto.
Fig. Vili. — Sagome schematiche di vittatus giovanissimo
in linee intere, di viltatus ad. in linee intere.
Fig. IX. — Sagome schematiche di scrofa giovanissimo in
linee punteggiate ; di scrofa ad in linee punteggiate e
tratteggiate.
Le Fig. Ili, V, VIIT, IX segnalano la maggiore larghezza distale relativa dei nasali
nello scrofa giovanissimo.
Le dimostrazioni aritmetica e grafica ci rivelano adunque che la forma terminale dello
scrofa adulto è già chiaramente prefissata nello scrofa giovanissimo, come quello di vittatus
adulto è prefissata nel vittatus giovanissimo.
Vi sono anzi parecchie misure nelle quali le differenze tra i giovanissimi delle due
specie è, almeno nei casi da noi esaminati , decisamente maggiore che nei rispettivi adulti:
la maggiore altezza distale di scrofa (Fig. II, IV), la minore convessità trasversale nella
regione frontale (Fig. II, IV), la minore distanza tra i due fori sopraorbitali (p. 283), la
distanza tra Bulla e Fossa pterygoidea (p. 283), la maggiore larghezza binasale distale
(Fig. II I, V).
LA RICOMPARSA DHL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRIONA LE- OCCIDENTA LE
289
Comunque non si può certamente parlare di retenzione di caratteri giovanili nel S. vit-
tatus adulto in confronto del S. scrofa.
Rileviamo anzi che la maggiore convessità longitudinale del profilo della cassa craniale
nel vittatus adulto è dovuta all’abbassamento prossimale particolarmente energico esercitato
dalla trazione dei muscoli nucali sulla sola lamina esterna della volta craniale, perchè
proprio in questa specie è particolarmente esagerata la pneumatizzazione. Ma se riflettiamo
che la convessità longitudinale giovanile è dovuta esclusivamente all’ azione plasmante
“ ab interno „ del cerebro, comprendiamo subito che vittatus , anziché “ ritenere „ qualche
cosa di questo carattere giovanile “ oltrepassa „ di regola lo stadio di metamorfosi post¬
embrionale, cui giunge scrofa , subisce cioè coll’ abbassamento prossimale del profilo craniale
superiore “ una fase di metamorfosi aggiuntiva „.
Nel loro sviluppo postembrionale vittatus e scrofa non procedono quindi, 11 cimi grano
salis „, da un comuue punto di partenza per una via comune sulla quale vittatus si ferma
prima di scrofa , ma partono da due punti differenti e percorrono distinte vie, solo scarsa¬
mente parallele tra di loro.
Ciascuna delle due forme ha infatti il suo proprio “ Modus crescendi „, il quale con¬
siste per scrofa difronte a vittatus in un allungamento maggiore dell’ intero profilo supe¬
riore relativamente alla lunghezza basale.
Questo fatto si rende già evidente osservando le fìg. II e IV, ed è dimostrato dal
differente comportamento delle misure e (lunghezza nasale, p. 282, relativa alla lunghezza
basale); f (lunghezza relativa frontoparietale mediana, p. 282) ed e -j- f lunghezza relativa
del profilo superiore.
La differenza tra neonati e adulti è
per e di -fi 18,8 nel vittatus
„ -f- 20,1 nello scrofa
La stessa differenza è
per f di — 21,4 nel vittatus
„ — 19,4 nello scrofa
La stessa differenza è
per e -f- f (lunghezza del profilo superiore in foto)
di — 4,6 nel vittatus
di — 1,6 nello scrofa
e per e — f— f (somma delle singole lunghezze)
di — 2,6 nel vittatus
di -f- 0,7 nello scrofa
Questi rapporti sono facilmente riconoscibili nelle fig. VI e VII. Quanto essi ci dicono
collima colle asserzioni dello Schròter tutto al più per quel che riguarda l’allungamento
dei nasali.
L’eccezionale brevità dei nasali nel giovanissimo scrofa No 667 falsa nel caso pre¬
sente lo stato di fatto a vantaggio della nostra tesi, ma non può che alterare lievemente
il comportamento di e -f- f, e non tange menomamente quello di f.
Nuove considerazioni e vedute sull’arcata zigomatica ed il lacrimale. — Riflet¬
tendo alle conseguenze che il differente Modus crescendi di crani già inizialmente distinti,
290
O. DE BEAUX E E. DESTA
deve avere per la morfologia delle loro singole parti, cerchiamo ora una regione craniale,
che meglio e più sicuramente d’ ogni altra possa registrare “ punto di partenza, via per¬
corsa e punto terminale „ nello sviluppo dei singoli crani.
Ravvisiamo una regione siffatta nella radice anteriore dell’arcata zigomatica, della
quale il lacrimale fa parte integrante, perchè detta radice è un importante pezzo di con¬
giunzione tra cranio cerebrale e scheletro facciale ed un pezzo essenziale di compensazione
tra allungamento dorsale e ventrale della testa ossea.
Incominciamo con qualche breve considerazione sull’intera arcata zigomatica.
Yi distinguiamo due differenti zone d’ influenza muscolare: la temporale e la masseterina.
La zona temporale corrisponde in sostanza alla radice posteriore dell’arcata, ed ha il
suo limite anteriore segnato dalla verticale (rispetto alla linea alveolare molare) per il
processo coronoideo della mandibola — inserzione inferiore mobile del muscolo temporale
— proiettata sulla superficie esterna dell’arcata zigomatica stessa (Linea punteggiata 4,
Tav. 9, fìg. 2).
È senz’altro evidente che la zona temporale dell’arcata èi \\ correlazione, ossia registra
l’allungamento, l’innalzamento e l’allargamento prossimali del cranio (cfr. Tav. 9 e 10).
La zona masseterina comprende ciò che noi chiamiamo il Corpo dell' arcata, formato in
massima parte dalla porzione sottorbitale (tra le verticali 4 e 3, Tav. 9, fìg. 2) e la Radice
anteriore (tra le verticali Bel Tav. 9, fìg. 2 e Tav. 5-8, fìg. 1-41).
La Radice anteriore col lacrimale si estende in avanti fino al punto più anteriore della
Cristo facialis (Crocetta della Tav. 9, fìg. 2, e delle Tavole 5-8, fìg. 1-41, sulla quale è
innalzata la verticale 1), ed ha il suo limite posteriore sulla superfìcie esterna dell’ arcata
segnato con sicurezza ed anche con sufficiente approssimazione, dalla verticale perii punto
lacrimale superiore (p. 281 ; linea 3, Tav. 9 fìg. 2, tav. 5-8 fìg. 1-41).
11 punto in cui la verticale 3 interseca la sutura lacrimo-malare lo chiamiamo Punto
lacrimale inferiore.
Nella radice anteriore ha particolare importanza l’area nell’ambito della quale il mas¬
setere compie indubbiamente il suo sforzo massimo, ossia il Tubercolo della guancia ( Tubar
malore , Bibl. 12) il punto più anteriore del quale è segnato dalla verticale 2, Tav. 5-8
fìg. 1-41; Tav. 9 fìg. 2.
Onde dare alle seguenti esposizioni una base più ampia e solida, estendiamo il nostro
studio a tutti i generi di Suini , dei quali possiamo disporre.
Oltre ai crani di scrofa e vittatus neonati e giovanissimi già elencati a p. 278, disponiamo
di 1 neonato di Choiropotamus larvatus hassama, Heugl. No 19600, Genova;- 1 giovanissimo
Dicotyles angulalus, Miller, No 10856 Genova, con dentizione di latte completa; 1 giovanissimo
Phacochoerus aethiopicus aeliani Crtzsch., No 313 Genova, con dentizione di latte completa.
Possiamo inoltre consultare con profitto le ottime figure di neonati date dallo Stehlin (Bibl. 41,
II, Tav. IX), No 13 Sus scrofa ferus , No 6 Phacochoerus aethiopicus aeliani, No 12 Babirussa
babirussa celebensis, Ben., No 7 Dicotyles torquat'us pecari , Fischer.
Tra numerosi adulti e giovani appartenenti ai generi testé mentovati abbiamo prescelto gli
esemplari seguenti del Museo Genovese ; Choiropotamus larvatus choiropotamus, Desm. $ ad.
No 10901, $ juv. No 10910 con M2 in funzione; Phacochoerus aethiopicus delamerei, Lonnb.
rf ad. No 2445, juv. 10894 con M2 in funzione; Babirussa babirussa celebensis, Den. ad.
No 340, 2 a(b N° 336; Dicotyles pecari, Fisch. ff1 ad. No 22358.
In base a questo materiale vogliamo anzitutto farci un’ idea molto sommaria , ma altret¬
tanto chiara e concludente delle trasformazioni del cranio suino registrate dalle tre porzioni
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
291
dell’arcata zigomatica : corpo, radice posteriore, radice anteriore, nei generi a nostra dispo¬
sizione dalla nascita, o poco dopo, all’età adulta.
La direzione del corpo non subisce alterazioni sostanziali in alcun genere.
La lunghezza assoluta del corpo nell’adulto sta alla lunghezza nel neonato fatta eguale
ad 1 come :
2 nel Sus scrofa
L’ allungamento assoluto è quindi massimo nel Babirussa, minimo nel Phacochoerus , nei
quali il corpo dell’ arcata rappresenta un tratto di lunghezza rispettivamente assai maggiore
ed assai minore del massimo diametro orizzontale dell’ orbita (Tav. 9, fìg. 8, 10).
L’ altezza assoluta del corpo nell’ adulto, misurata sul processo postorbitale del inalare,
sta alla lunghezza nel neonato fatto uguale ad 1, come
5 nel Sus scrofa
4 3/4 „ „ vittatus
5 V4 „ Choiropotamus
11 „ Phacochoerus
4 „ Babirussa
3 3/,, „ Dicotyles.
11 fatto di particolare interesse morfologico ci è qui offerto dal Phacochoerus, perchè
in questo genere l’arretramento ed innalzamento estremi dell’occhio obbligano proprio il
corpo dell’ arcata zigomatica a registrare il fortissimo innalzamento prossimale del cranio.
La direzione della radice posteriore , misurata dall’angolo, che la diagonale massima della
radice stessa forma coll’ orizzontale parallela alla fila alveolare molare per il punto più
basso della linea 4 (Tav. 9 fìg. 2), è di gradi
La lunghezza assoluta della radice posteriore, misurata sulla diagonale di cui sopra,
nell’ adulto sta alla lunghezza nel neonato fatto uguale ad 1, come
Gli specchietti precedenti ci indicano che le spiccate particolarità nel modo d’accre¬
scimento del Facocliero hanno già trovato la loro essenziale registrazione nell’ accrescimento
d’ altezza del corpo dell’ arcata ; che Babirussa e Dicotyles hanno ciascuno un proprio Modus
292
O. DE BEAUX E E. PESTA
crescendi, ben differente da tatti gii altri. In Babirussa il forte mutamento di direzione della
radice posteriore durante 1’ accrescimento è dovuto essenzialmente all’ aumento d’ altezza
mandibolare ; in Dicotyles la persistenza della direzione del neonato è dovuta al peculiare
carattere della radice dell’ arcata già perfettamente fissata alla nascita, la quale radice forma
nell ’ ulteriore accrescimento un alto piedistallo alla cassa cranica ed “ affonda „ posteriormente
l’intera mandibola rispetto alla orizzontale alveolare molare (Tav. 9, fìg. 12).
Nella Radice anteriore dell' arcata consideriamo per ora la diagonale massima dal punto
lacrimale superiore al punto anteriore della cresta facciale, risultante evidente d’ allunga¬
mento ed innalzamento prossimale (Linea 3 c., Tav. 5-8, fig. 1-41).
La direzione di questa diagonale massima, misurata dall’ angolo eh’ essa forma colla
linea alveolare molare è di gradi
50 nel Sus scrofa neon. ; 38 nell’ ad.
65 „ „ vittatus „ ; 44 „
55 „ Choiropotamus „ ; 38 „
53 „ Phacochoerus „ ; 35 „
ca. 64 „ Babirussa „ ; 45 „
12 „ Dicotyles „ ; 13 „
La lunghezza della diagonale massima della radice anteriore nell’ adulto sta alla lunghezza
nel neonato fatta uguale al 1, come
I due ultimi specchietti ci mostrano un certo qual parallelismo nello sviluppo dei dif¬
ferenti generi e delle due specie d’ uno stesso genere.
Questo parallelismo è disturbato non gravemente in quanto alla lunghezza da Phaco¬
choerus che la esagera, e Babirussa che la diminuisce ; gravemente da Dicotyles in quanto
alla direzione, che persiste immutata durante l’accrescimento per fatti perfettamente analoghi
a quelli constatati riguardo alla radice posteriore.
I due ultimi specchietti ci confermano poi “ per la radice anteriore dell’ arcata zigo¬
matica „ il concetto già assodato per il cranio intero, d’ un differente punto di partenza e
d’ una via di sviluppo scarsamente parallela tra Sus vittatus e S. scrofa. Confermano inoltre
il fatto a priori più evidente del primo, d’ un differente punto di partenza e d’ una diffe¬
rente via di sviluppo nei vari generi suini.
Ma con tutto ciò un certo qual parellelismo sussiste e ci conferma nel concetto che
“ la radice anteriore dell’ arcata zigomatica registri assai bene il complesso morfologico
del cranio suino „ e che “ ogni carattere differenziale riscontrato nell’ ambito della radice
anteriore dell’arcata zigomatica debba in qualche modo compendiare e rispecchiare caratteri
differenziali del cranio suino intero „.
Prima però di concentrare la nostra attenzione sulla radice anteriore dell’ arcata zigo¬
matica, ci necessita considerare la direzione delle suture e creste dell ’ intera arcata zigomatica
nei generi a nostra disposizione, allo scopo di intendere il vero valore del lacrimale, parte
integrante della radice medesima.
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
293
L’ orientazione complessiva della zona temporale dell’ arcata zigomatica, registrabile
dalla diagonale massima della sua superfìcie laterale (Tav. 9, fig. 2) è più o meno parallela
al decorso del muscolo temporale stesso.
Il muscolo massetere ha direzione normale rispetto alla linea di trazione del temporale,
ma la zona mcìsseierina dell’ arcata ha complessivamente direzione più o meno parallela alla
linea alveolare dentaria, ossia nè parallela, nè normale alle linee di trazione del muscolo
stesso.
Le suture ossia le linee d’ accrescimento particolarmente intense, e le creste ossia le
linee di particolare resistenza dell’ osso, che si trovano nell’ ambito della zona masseterina
assumono direzione più o meno parallela o normale alla linea alveolare molare, o più o
meno parallela o normale alla direzione di trazione del massetere.
Infatti: ha sutura tra il processo zigomatico del temporale ed il inalare ha nei generi
Sus e Babirussa (Tav. 9, 10) una porzione orizzontale parallela alla linea dentale molare,
ed una porzione ascendente, ad essa normale.
Nel genere Choiropotamus (Tav. IO, fìg. 23) si ha lo stesso comportamento, ma la sutura
orizzontale, anziché essere più o meno rettilinea è decisamente curva con convessità in basso.
Nel genere Phacochoerus (Tav. 10, fìg. 24), nel quale la sutura in parola ricade nella
zona d’influenza del temporale, sussiste la porzione orizzontale, parallela alla linea dentaria,
ma la porzione ascendente è parallela alla direzione di trazione del temporale stesso.
Nel genere Dicotyles (Tav. 9, fìg. 11-12), nel quale la sutura in questione ricade preva¬
lentemente nella zona d’influenza del temporale, essa ha direzione normale al temporale e
parallela al massetere.
La cresta facciale ha in sostanza direzione parallela alla linea dentaria molare ed è
legata da speciali rapporti di compensazione colla sutura orizzontale tra il processo zigo¬
matico del temporale ed il inalare. Ove questa è sub -rettilinea, come generalmente nei
Sus, Phacochoerus , Babirussa (Tav. 9 e 10) anche la cresta è subrettilinea ; ove la sutura
orizzontale temporo -inalare è curva con convessità in basso, come nel Choiropotamus , la
cresta è incurvata con convessità in alto (Tav. 9, fìg. 6) ; nel genere Dicotyles sutura e
cresta hanno decorso parallelo inter se ed al massetere (Tav. 9, fig. 11, 12).
La sutura tra inalare -f- lacrimale da un lato e mascellare dall’ altro è complessivamente
condirezionale colla trazione del massetere in tutti i generi da noi studiati (Tav. 9 e 10).
Le deviazioni dalla retta sono generalmente brevi tratti normali o paralleli alla linea alveo¬
lare molare, o normali alla direzione di trazione del massetere.
Nel genere Phacochoerus (Tav. 10, fìg. 21) si verifica la deviazione costante di tutta la
porzione intermedia della sutura in parola in senso normale alla trazione del massetere ;
il margine anteriore del lacrimale è cioè condirezionale col massetere ; i 3/4 superiori della
sutura mascello-malare gli sono normali ; il 1/4 inferiore gli è di nuovo condirezionale.
I margini superiore ed inferiore del lacrimale sarebbero indubbiamente, se sottoposti
alla sola influenza del massetere, paralleli tra di loro e normali alla direzione di trazione
del muscolo. L’ evidenza dei fatti dimostra invece che essi sono nei vari generi e specie
ed attraverso le varie età differentemente ed energicamente sottoposti ad influenze che
sfuggono per il momento alla nostra valutazione.
Ricorre per altro con relativa frequenza il fatto che il margine inferiore si trova più
o meno sulla linea di congiunzione del punto lacrimale inferiore col punto anteriore della
cresta facciale (linea Le delle Tav. 5-8 fìg. 1, 2, 3, 4, 9, 11, 12, 13, 15, 19, 22, 23, 24,
25, 26, 28, 31, 32, 35, 37). E del margine superiore può dirsi con approssimazione assai
grande, che si trova sulla linea di congiunzione del punto lacrimale superiore col punto
di contatto tra frontale, nasale e mascellare.
294
O. DE BEAUX E E. PESTA
Il punto anteriore di questo margine è naturalmente segnato dal suo punto d’interse¬
zione col margine anteriore del lacrimale stesso.
Se noi conosciamo il punto lacrimale superiore e quello inferiore, il punto fronto-naso-
mascellare, il punto anteriore della cresta facciale e la direzione di contrazione del mas¬
setere, possiamo adunque costruire con una certa approssimazione il lacrimale di un cranio
suino qualsiasi, nel quale debbono però restare indeterminate le lunghezze del margine su¬
periore ed inferiore (Fig. X).
Ma possiamo fin d’ ora stabilire che nel genere Dicotyles la porzione facciale del lacri¬
male deve essere praticamente nulla , perchè la linea tra punto lacrimale superiore e punto
fronto-naso-mascellare è parallela alla sutura mascello-malare (Fig. XI) e non esiste quindi
lo spazio angolare tra margine preorbitale del frontale e margine preorbitale del mascellare,
colmato negli altri generi dalla porzione facciale del lacrimale (confi-. Fig. X e XI).
Fig. XI. — Schema per dimostrare la ragione di riduzione delia porzione facciale del lacrimale.
Il lacrimale ripete adunque tutto il suo valore diagnostico dal solo fatto di’ esso è parte
integrante della radice anteriore dell ’ arcata zigomatica .
Il lacrimale è indubbiamente modificabile per influenze esterne come tutte le altre
parti del cranio suino (Bibl. 2, p. 154), ma esso riassume insieme al resto della radice an¬
teriore dell ’ arcata zigomatica caratteri essenziali del cranio intero.
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRIONALE -OCCIDENT A LE
295
II lacrimale non è in se e per sè un elemento conservatore, o tanto meno plasmante gli
elementi ossei ad esso vicini (Bibl. 29, 35, 2), ma è parte apprezzabile d' un insieme registratore
sufficientemente sensibile.
Rivolgiamo ora la nostra attenzione alla Radice anteriore dell' arcata zigomatica dei
generi e delle specie a nostra disposizione.
Oltre al materiale già elencato noi disponiamo del seguente appartenente al Museo di Genova.
Sus scrofa castilianus, Thos, 2 ad. ad. No 10895; Sus barbatus barbalus, Muli, ad. No 312;
Sus verrucosità, Muli. 2 ach juv. N. 322; Sus cristatus, Wagner ad. N. 319; 2 juv- con M2
in uso No 1665; Sus leucomy stane taivanus, Swinh. <$ a(h No 10896; Sus vitlatus goramensis,
de B. ad. No 331, <$ juv. con M2 in uso N. 332.
Di ciascuno esemplare fin qui specificato nel presente lavoro diamo una figura sche¬
matica della Radice anteriore dell’arcata zigomatica (Tav. 5-8, fig. 1-41), nella quale l’al¬
tezza dal punto lacrimale superiore al margine inferiore dell’ arcata (3 a) è fatta uguale a
mm. 100/2, cosicché tutte le altre misure relative possono essere lette direttamente in co¬
modi centesimali dell’ altezza stessa, moltiplicando per 2 il numero di mm. che segnano.
Gli errori di riporto su di un solo piano di ciò che realmente si trova in vari piani
sagittali, non sono grandi e comunque assai uniformemente distribuiti e quindi scevri di
conseguenze apprezzabili. 11 contorno del lacrimale (in linee intere robuste, 3 N M L) è
fatto rettilineo, ossia sono rispettate la dimensione e la direzione, ma non il decorso dei
singoli lati. Lievissime alterazioni dovette talvolta subire 1’ orientazione del margine supe¬
riore del lacrimale (5 N) per incertezze incontrate nelle determinazioni del punto 1.
1, 2, 3 sono le verticali rispetto alla linea alveolare molare a noi già note (p. 290).
3 N cb a è il “ Poligono radicale „ (. Polygonum radicis ) caratteristico per i singoli generi e
per le singole sp>ecie attraverso le varie età ; 3 L M N è il lacrimale ; 3 c la diagonale
massima della radice ; c d la cresta facciale ; $ c la lunghezza complessiva del Polygonum
radicis ; 8 R la lunghezza del poligono parziale 3 2 b a, che possiamo definire come porzione
peduncolare della radice ( Pars peduncolaris radicis ) ; R c è la lunghezza della porzione basale
della radice ( Pars basalis radicis) ; N 1 e L c sono linee ausiliario.
È evidente che a 3, b 2, c 1 sono componenti ossia registranti d’ innalzamento ; a S,
8 3, L3 sono componenti parziali d’innalzamento; 8 c è una componente d’allungamento;
8 R, R c sono componenti parziali d’ allungamento; 3 c è una risultante d’ allungamento ed
innalzamento di cui ci siamo già occupati (p. 292).
Di 3 L, L M. M N, ossia di tre lati del lacrimale ci siamo pure già parzialmente occu¬
pati (p. 293). Neh una risultante d’allungamento ed innalzamento, parzialmente dipendente
da un’ altra risultante d’ allungamento ed innalzamento N 1.
Accrescimento. Consideriamo dapprima il Polygonum radicis nel suo Modus crescendi
dalla nascita, o prima gioventù, attraverso i vari generi e specie a nostra disposizione.
Rammentiamo che 1’ altezza a 3 è fatta uguale a 100/2. Per ogni misura indichiamo con cr
(cresce) l’ aumento relativo a a 3, con de (decresce) la diminuzione relativa e tra parentesi
la lunghezza relativa in centesimali di a 3.
37
Specoli.!© O.
Sviluppo del Polygonum radicis nei differenti generi.
296
O. DE BEAUX E E. PESTA
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL’ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE 297
Uno sguardo alle figure 1-18 delle tavole 5-6 ed allo specchio C ci confermano vie
meglio, quanto differenti siano il “ punto di partenza „ ed il Modus crescendi nei generi e
nelle due specie esaminati. Il solo fatto comune nel neonato di Sus, Choiropotamus , Pha-
cochoerus, Babirussa sembra essere lo strapiombamento di N in avanti di c, cui corrisponde
nel neonato di Dicotyles il collimamento del punto corrispondente ad N con c ; fatti i quali
in sostanza nuli’ altro ci dicono, che l’ accrescimento postembrionale si parte da forme con
cassa cerebrale voluminosa e muso breve.
Ponendo a base del nostro confronto il genere Sus vediamo che Choiropotamus (fig. 8,
9, 10) è caratterizzato dal forte sviluppo in altezza e più ancora dal decurvamento in basso
dell’arcata zigomatica, come pure da un minore allungamento complessivo del poligono ra¬
dicale, espressi dal comportamento delle altezze parziali S 3, S a, della diagonale massima
della radice 3 c, della lunghezza S c dei lati ab e b c.
Phacochoerus (fig. Stehlin 6; fig. 11, 12, 13) è caratterizzato dalla forte lunghezza ini¬
ziale e dell’ energico stiramento distale in basso dell’ intero poligono radicale, espressi dal
comportamento delle lunghezze parziali SE ed Re, dei lati inferiori a b e b c, del lato
superiore 3 N, del lato anteriore N c e della diagonale massima 3 c.
Babirussa (Fig. Stehlin 12 ; fig. 14, 15, 16) assume una posizione sua propria per la
altezza della porzione peduncolare, che ha alla nascita il suo massimo relativo ; la scarsa
lunghezza iniziale e finale complessiva ; il forte allungamento della porzione basale del po¬
ligono, lo scarso allungamento della porzione peduncolare, 1’ assenza di stiracchiamento in
avanti ed in basso, espresse rispettivamente dal comportamento dell’ altezza parziale S a,
della lunghezza orizzontale Se e della diagonale 3 c, delle lunghezze orizzontali parziali
E c ed S E, del margine anteriore N c.
Dicotyles (Fig. Stehlin 9; fig. 17, 18) batte vie del tutto proprie per l’assenza del lato
superiore 3 N e del lato anteriore N c ; per la scarsità dell’altezza parziale 3 S e la robu¬
stezza dell’ arcata zigomatica relativamente fortissima “ ab initio „ , espressa dall’ altezza
S a ; per il comportamento della lunghezza orizzontale completa c sempre fortissima, ma
relativamente minore nell’ adulto che nel giovane ; per la fortissima lunghezza della por¬
zione basale Re, che si comporta come la precedente; per la scarsa lunghezza della por¬
zione peduncolare ed il conseguente comportamento dei lati b c e ab. È quindi in sostanza
piccolo 1’ innalzamento, quasi nullo lo stiramento distale in basso, grande la lunghezza ini¬
ziale e piccolo 1’ allungamento.
Le figure 1, 2, 3 da un lato e 4, 5, 6, 7 e 34 dall altro, come pure le due prime
colonne dello specchio C, ci confermano, quanto differenti tra di loro siano le due specie
scrofa e vittatus , tanto alla nascita quanto all’ età adulta, specialmente per quello che ri¬
guarda i rapporti d’ altezza e lunghezza complessiva della radice dell’ arcata, i rapporti di
lunghezza tra base e peduncolo, e la lunghezza del margine superiore del lacrimale.
La considerazione del lacrimale (v. Specchio D) nulla aggiunge alle conclusioni prece¬
denti, giacche il suo lato superiore forma il lato superiore del poligono, ed il particolare
comportamento del lato verticale posteriore 3 L e del lato anteriore N M in Babirussa
(fig. 14-16) si riconnettono col comportamento già notato delle altezze parziali a S, S 3 ;
mentre la notevole lunghezza del lato inferiore L M e del lato anteriore N M in Phaco¬
choerus (Fig. 11-13) sono motivati nell’ allungamento generale già rilevato.
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LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL* ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
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Esaminiamo ora le figure 1-7 e 19-41, tutte appartenenti al genere Sus e lo specchio E
del Polygonum radicis -)- Lacrymale, nel quale abbiamo misurati tutti i crani del genere
Sus in senso lato a nostra disposizione.
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LA KICOMPALISA DEL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTItlONA LE -OCCIDENTALE
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LA 1UCOMPAUSA DEL CINGHIALE NELL* ITALIA SETTENTUION A LE-OCC1DENT A LE 301
Lacrimale nel genere Sus.
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302
O. DE BEAUX E E. FESTA
Emerge chiaramente dall’ esame suddetto che, per stabilire delle distinzioni specifiche
e sottospecifìche dobbiamo prendere in particolare considerazione “ la lunghezza orizzontale
complessiva /Se,,, i rapporti reciproci delle “ lunghezze parziali basale ( R c ) e peduncolare
(S R) „ , “ 1’ altezza parziale S 3 „ , “la diagonale massima 3 c „ , i lati del lacrimale e più
particolarmente il suo “ lato superiore 3 N „ ed “il verticale 3 I
Negli specchi seguenti F e G, derivati dal precedente E, ma che considerano soltanto
gli esemplari adulti, le forme, per le quali 1’ attinenza esclusiva alla specie scrofa è fuori
di ogni dubbio, sono considerate in blocco colla forma tipica. Non è fatta distinzione tra
cinghiale sardo e corso. Anche tutte le forme indubbiamente pertinenti al tipo vittatus sono
considerate in blocco, compresi il vittatus goramensis , de B., con lacrimale molto lungo ed
il babi enganus, Lyon, pure con lacrimale assai lungo.
Nello specchio F sono messi a confronto gli estremi della diagonale massima 3 c, della
lunghezza complessiva S c, dell’ altezza parziale S 3 ; della lunghezza complessiva S c ; della
lunghezza basale R c, della lunghezza peduncolare S R ; del lato superiore del lacrimale 3 N,
e del suo lato verticale 3 L.
Lo specchio^ G --confronta le medie aritmetiche delle stesse misure relative.
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL ITALIA SETTENTRION A LE- OCCIDENTA LE
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LA RICOMPARSA Dii L CINGHIALE NELL ITALIA SET l'ENTRION A LE -OCCIDENTALE
305
L’ esame dei due specchi F e G, e più particolarmente della lunghezza complessiva S c
e del rapporto fra lunghezza della base Ree del peduncolo S R, ci dice chiaramente che
S... meridionalis è molto vicino a scrofa ; che vittatus ne è sostanzialmente differente ; che
cristatus si avvicina un poco a scrofa, mentre leucomystax resta più decisamente vicino a
vittatus , che verrucosus si discosta alquanto dagli altri per scarsa lunghezza complessiva Se,
unita ad una lunghezza peduncolare assai ampia S R, che barbatus si discosta nitidamente
da tutti gli altri per l’inversione di rapporti tra lunghezza peduncolare e basale.
S.... meridionalis, per quanto in sè assai polimorfo, va quindi considerato come sotto¬
specie di scrofa , ma nulla ha che vedere con vittatus, e non rappresenta nemmeno una
forma intermedia fra le due specie.
Aggiungiamo anzi che non soltanto il Modus crescendi, espresso dalla lunghezza del
pedunculus radicis è ben differente tra scrofa e vittatus, ma anche il Modus decrescendi.
Nei vittatus da noi esaminati la lunghezza peduncolare s’ inizia con valori negativi e
ritorna ad essere quasi nulla negli esemplari senili : enganus G. 2444 ; papuensis
G. 324, 9 9 papuensis G. 321, 333 (Specchio E).
Negli scrofa da noi esaminati detta lunghezza resta invece considerevole anche in tutti
gli elemplari senili ; $ scr. majori X domesticus M. 2613 (P. 23) ; 9 castilianus G. 10895
(P. 21) ; cf meridionalis A. C. 493 (F. 28) ; 9 meridionalis P. 151 (P. 31) ; 9 meridionalis
G. 664 (P. 29).
Vogliamo ancora fare, in base agli schemi 19-23, 24-32, 33-35, 39 della Tav. 5-8
alcune brevi considerazioni sulle figure geometriche più caratteristiche che possiamo co¬
struire entro il Polygonum radicis.
Il suo triangolo (. Triangulus radicis) 3 c S è più basso (3 8) in S. scrofa, colla sola ecce¬
zione di S. scr. 'meridional is J‘, fig. 26.
Il Trapezio peduncolare (Trapetium pedunculi) è sempre assai pini lungo (8 R) in S. scrofa.
Il lacrimale poi, è sempre in complesso (margine superiore ed inferiore ; margine supe¬
riore o inferiore) più lungo in Sus scrofa.
Gli 8 crani di meridionalis da noi studiati corrispondono sostanzialmente ai 9 studiati
dal Majoii (Bibl. 25) ed indubbiamente ai 17 crani (10 cT cT e 7 9 9) della regione del
Gennargentu conservati nel Museo Civico di Milano, i quali hanno tutti il lacrimale decisa¬
mente rettangolare e non di forma presso a poco quadrata (Parisi, 11 V 1926, in litteris).
Rammentiamo infine che la quasi identità del cranio di giovanissimo cinghiale sardo
G. 668 con crani di S. scrofa tipici studiati dallo Schròter (Bibl. 39) e dallo Stehlin (Bibl. 41)
costituiva già di per se una prova parziale dell’attinenza di meridionalis a scrofa.
Per le vie nuove teste percorse crediamo avere sufficientemente dimostrato le sostan¬
ziali differenze tra S. scrofa meridionalis e S. vittatus.
Una considerazione ovvia e semplice , basata su concetti a chiunque famigli ari, ribadisce
daltronde nel modo più esplicito e concludente il nostro giudizio negativo sul meridionalis
rispetto al vittatus.
E generalmente ammesso che la 9 conservi i caratteri d’ origine meglio del U- se
noi confrontiamo i crani 9 9 di meridionalis coi crani 9 9 di vittatus , vediamo subito che
essi differiscono tra di loro assai più che i rispettivi cT cT> o almeno alcuni dei rispettivi Ucf •
Le fotografìe delle 9 9 di meridionalis G. 664 ed P. 151 e della 9 di vittatus G. 325 ;
dei efef di meridionalis G. 315 e vittatus G. 323 (Tav. 10 e 9, fig. 17, 18, 21, 16, 4); le
rispettive fig. 29, 30, 31 contro 34, e 25, 26, 27, 28 contro 33, 35, 39 delle Tavole I-IV
ci persuadono facilmente del nostro asserto.
306
O. Dii BEAUX E E. FESTA
Ma in questi confronti restiamo anche colpiti dal fatto che le differenze minori tra
meridionalis e vittatus sembrano verificarsi tra meridionalis cf e vittatus 9 9- Ossia “ il
meridionalis è un Sics con cranio primitivamente lungo e basso, uno scrofa cioè come dimo¬
strano le 9 9, nelle quali la convessità della cassa cranica è dovuta a vera retenzione di
caratteri giovanili, per scarsa pneumatizzazione, resasi superflua per la piccolezza di statura.
Il vittatus è invece un Sus a cranio primitivamente breve ed alto, come dimostrano
le 9 9, nelle quali la convessità della cassa cranica è accompagnata da pneumatizzazione
fortissima.
Nei cfcf di meridional is si verificano come caratteri secondari accorciamento ed innal¬
zamento, dovuti a cause che cercheremo investigare nelle pagine seguenti.
Ci resta però prima da indagare perchè il lato superiore del Polygonum radicis e lacri¬
male (3 N fig. 1-41, Tav. 5-8), non sia sempre una registrante genuina di allungamento
dorsale ed innalzamento prossimale del cranio.
Lo vediamo infatti rispetto alla lunghezza complessiva del poligono S c (v. Specchio F)
sproporzionatamente breve in 8. vittatus , leucomystax , barbatus e Choiropotamus ; spropor¬
zionatamente lungo in Babirussa.
È ovvio pensare che la lunghezza di N 3 dipenda non soltanto dalla direzione dell’ ar¬
cata zigomatica in senso distale e ventrale, ma anche in senso distale e mediale.
Appare quindi opportuno esaminare, il rapporto tra larghezza massima dell’ arcata zigo¬
matica e larghezza anteriore della medesima, misurata sul tubercolo inalare, in corrispon¬
denza della sutura tra inalare e mascellare, riportando le due larghezze all’ altezza com-
Valendoci di S. scrofa quale termine di confronto, rileviamo dal precedente specchietto
come la direzione energicamente distale-mediale dell’ arcata zigomatica, registrata dalla forte
differenza fra le due larghezze prenotate, renda più corto il lacrimale, incassandolo forte¬
mente nella parete laterale del cranio e sottraendolo all’influenza allungante dello spigolo
laterale superiore del cranio stesso. La bassezza prossimale del cranio, relativa alla sua
massima larghezza aiuta a conservare, per modo di dire, una certa lunghezza a N 3, come
ci dimostrano Choiropotamus e Babirussa. Particolarmente riguardo a quest’ ultimo occorre
tenere presente che il lacrimale è in realtà breve, come deve essere per quanto abbiamo
testé detto, ma è lungo rispetto ad S c, giacché questa misura è singolarmente corta
(fig. 14-16, Tav. 6).
Rammentando ora quanto dicemmo a pag. 294 riguardo alla ricostruzione teoretica del
lacrimale , possiamo ora aumentarne l’approssimazione, stabilendo che dalla direzione com¬
plessa dell’ arcata zigomatica possiamo almeno argomentare quali dovranno essere le lun¬
ghezze del margine superiore ed inferiore del lacrimale stesso.
LA RICOMPARSA DEI CINGHIALE NELL* ITALIA SETTENTRIONALE - OCCIDENTALE
307
Domesticus ?
Per rispondere alla seconda domanda, se cioè nel cinghiale sardo scorra sangue di
porco domestico, tentiamo la via più facile percorrendola a ritroso : studiamo cioè dapprima
gli effetti della domesticazione sui Suini selvatici, e più esattamente i rapporti tra Maiale
e S. scrofa ferus.
Di questo argomento si è occupato il Baeumler (Bibl. 2) in un lavoro assai ricco di
osservazioni dirette. In quanto all’ interpretazione e spiegazione dei fatti, concordiamo col
Baumler soltanto in misura assai scarsa. Ond’ è che, ponendo a punto di partenza il lavoro
predetto, cerchiamo di esporre in forma succinta e per proprio conto fatti ed interpretazioni.
Premettiamo alcune considerazioni d’ indole generale.
In base alla nostra concezione meccanica della forma animale, riconosciamo una stretta
Correlazione tra forma e funzione, e questa correlazione noi consideriamo nel caso presente
come uno stato di equilibrio variabile entro limiti assai ampi.
La forma del cranio è in istretta correlazione : 1) cogli stimoli d’ accrescimento che
esso riceve dall’ ambiente esterno per contatto ; 2) coll’ influenza che su di esso esercita la
muscolatura ; 3) colla quantità e qualità del materiale costruttivo che gli è fornito dalla
alimentazione.
Riguardo ad 1): Gli stimoli esterni o d'ambiente , ossia le pressioni danno origine a
reazioni di direzione contraria, se sono intermittenti. Gli stimoli intermittenti favoriscono
cioè 1’ accrescimento del cranio nella direzione dalla quale essi provengono: reazione contraria.
Stimoli esterni costanti , ossia pressioni costanti diminuirebbero la statura del cranio nella
direzione dalla quale provenissero : reazione concorde.
Tanto nel caso degli stimoli esterni intermittenti quanto nel caso degli stimoli esterni
costanti (confr. Bibl. 3) deve verificarsi una compensazione dimensionale nelle misure del
cranio stesso : un cranio cioè, che per reazione a stimoli esterni intermittenti diventa più
lungo, diventerà per compensazione anche più basso e più stretto di un altro cranio primi¬
tivamente a lui identico e non modificato: interdipendenza dimensionale.
Riguardo a 2) : La correlazione tra attività muscolare e forma craniale è, come logi¬
camente doveva aspettarsi, contemporaneamente analoga alla correlazione tra forma craniale
e stimoli esterni intermittenti, come pure costanti. L’attività muscolare stimola cioè l’osso
alla resistenza, ossia favorisce lo sviluppo della sua qualità (Bibl. 17;, ma tende anche,
per pressione e trazione, a contenerne le dimensioni entro giusti limiti, ed a scorcire la
distanza fra i due estremi d’ inserzione dei singoli muscoli o gruppi di essi (Bibl. 17) :
Tonificazione muscolare.
Riguardo a 3) : La correlazione tra nutrizione e forma craniale è di costante equilibrio,
quando il nutrimento è sufficientemente abbondante e sufficientemente ricco di elementi costi¬
tutivi dello scheletro. Il grado di sufficienza determinerà, entro limiti più o meno ampi, la
statura craniale. Comunque il cranio è posto in condizione di reagire normalmente agli
stimoli di cui ad 1) e 2) e conservare così, attraverso le varie età la forma caratteristica
di ciascuna di esse. Queste condizioni si verificano generalmente in animali viventi in
piena libertà ed in condizioni di ambiente non alterate : Nutrizione d’equilibrio.
In condizioni d’ ambiente alterate il nutrimento troppo scarso in generale, ma ricco
di elementi costitutivi dello scheletro diminuisce la statura ma non la resistenza morfolo¬
gica del cranio : Nutrizione di squilibrio non deformante.
11 nutrimento troppo scarso e povero diminuisce la statura e la resistenza morfologica.
308
O. DE BEAUX E E. FESTA
Il nutrimento troppo abbondante ma povero, tendendo ad aumentare la statura generale
obbliga il cranio ad aumentare di dimensioni a spese della sua costituzione sostanziale e
resistenza morfologica.
Il nutrimento troppo abbondante e ricco aumenta la statura ed appesantisce il cranio
esponendolo ad alterazioni morfologiche (Bibl. 9).
Nei tre ultimi casi si ha: Nutrizione di squilibrio deformante.
La plasmabilità della forma craniale dura dal primo abbozzo del cranio stesso fino alla
morte del soggetto, pur essendo massima durante il periodo di rapida crescenza intra e
extra-uterina.
La forma craniale è attraverso tutte le età un compromesso tra la forza plasmante
nota sotto il nome di Eredità e le forze plasmanti dell’ ambiente sia esterno che interno
fconfr. Bibl. 29, 9, 30, 35).
Passiamo ora alla considerazione del caso speciale: Modificazione del cranio di S. scrofa
in seguito a domesticazione.
Il cranio suino con mandibola ha una forma riducibile ad un cono tronco, munito di
vari spigoli di resistenza. E il sostegno dell’ organo scavatore rappresentato dall’ intera
testa suina (conf. Bibl. 8).
Nello sviluppo normale in piena libertà il cranio suino tende ad allungarsi e ad acqui¬
stare profili rettilinei per reazione contraria alla resistenza opposta dal suolo alla penetrazione
assiale del cranio stesso. Ciò concorda perfettamente colla legge fisica che i coni lunghi
e bassi sono ì più atti a vincere la resistenza dell’ ambiente.
Ma il cranio suino tende anche a compiere in toto un innalzamento distale per reazione
contraria alla resistenza opposta dal suolo alla propria remozione per sollevamento.
Questa seconda reazione ha per conseguenza di favorire 1’ allungamento del profilo
superiore del cranio, in confronto a quello inferiore, e di orientare in basso 1’ intera testa
del cinghiale (Fig. XII).
Fig. XII. — Schema per dimostrare l’allungamento dorsale e 1’ orientamento totale in basso del cranio suino in
seguito all’attività scavatrice.
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL’ITALIA SETTENTRIONALE - OCCIDENTALE
309
Partiamoci infatti da uno stadio qualsiasi di sviluppo del cranio a b c cl in via d’ al¬
lungamento in correlazione coll’ attività scavatrice dell’ animale, ed innalziamo tanto il profilo
superiore a b quanto 1’ inferiore c d dello schematico cono tronco, per il valore d’ uno
stesso angolo a b a' rispettivamente c d c', immaginandoli sollecitati da una uguale forza,
rappresentabile con verticali di lunghezza proporzionale inter se.
Ammettiamo che il cranio si allunghi durante il suo innalzamento distale di tanto da
raggiungere la misura rappresentata nello schema dal profilo mandibolare innalzato d c' > d c,
ed ammettiamo pure che il rapporto angolare tra profili superiore rispettivamente inferiore
e base del cono (squama occipitale -j- margine posteriore del ramo ascendente della man¬
dibola) resti invariato; sia cioè a1 b' d — a b d e c' d b' = c d b.
F'ig. XIII. — Schema per dimostrare 1’ allungamento ed il sollevamento distale durante 1’ accrescimento di ,S US
scrofa (costruito su fotografie dello Sehroter, Bibl. 39).
Vediamo allora che il profilo superiore a' b' risulta un poco più allungato dell'infe¬
riore c' d. E riconducendo il profilo occipito-ramale b' d sulla verticale, ne risulta che tutto
il cranio allungato a" b c" d è rivolto più verso il basso che prima del proprio solleva¬
mento distale.
Notiamo che la condizione ammessa, che il profilo superiore ed inferiore siano solle¬
citati da forze d’ innalzamento indentiche, è sfavorevole alla nostra dimostrazione, perchè
se il profilo superiore fosse sollecitato, come indubbiamente è, da forze maggiori, l’ obli-
quazione del profilo posteriore sarebbe intermedia tra quella impostagli dal profilo superiore
ed inferiore, e quindi maggiore a quella da noi ammessa.
La condizione della conservazione del rapporto angolare tra profilo posteriore e gli
altri due profili non può sollevare obiezioni, essendo la superficie occipito-ramale del cranio
connessa mobilissimamente col resto del corpo nell’ articolazione atlanto-condiloidea.
310
O. DE BEAUX E E. FESTA
La dimostrazione immediata sui soggetti della reazione contraria d’allungamento non è
possibile, perchè grazie al profondo mutamento di forma nel suo sviluppo postembrionale
il cranio suino non cambia radicalmente il rapporto tra lunghezza ed altezza durante il suo
accrescimento (Bibl. 39 e 2).
Si ha invece una dimostrazione evidente (Fig. XIII) se nel cranio di giovane scrofa s ed
in quello di scrofa adulto i si costruisce sui punti tangenziali la retta profilare superiore
a b, si segna la verticale b c attraverso il punto occipitale superiore-posteriore mediano, si
segna la verticale a d attraverso il punto più anteriore del cranio, si misura il profilo della
superficie fodiente a e sulla verticale ad. I due coni tronchi s ed i, ridotti alla medesima
altezza b c sono costruiti sulle figure 1 e 2 dello Schòter (Tav. 10, Bibl. 39) rappresentanti
uno scrofa di 4 mesi ed uno scrofa di 4 anni, e dimostrano chiaramente la trasformazione
di un cono breve ed ottuso s in un cono lungo ed acuto, e più innalzato distalmente i.
La dimostrazione diretta della reazione contraria d'innalzamento distale sui soggetti è
pure difficile, perchè nei crani giovani la mandibola è in realtà relativamente molto più
breve che negli adulti, e deve quindi subire un allungamento relativo assai maggiore del
resto, alterando di continuo il profilo occipito-ramale. Ma se noi togliamo la mandibola e
orientiamo il cranio sulla verticale mediana tra cresta occipitale e Forameli magnum avver¬
tiamo anche nella visione diretta dei soggetti il deciso orientamento il alto dei crani adulti
in confronto coi giovani (Tav. 10, fig. 19 e 20), malgrado il forte stiramento all’ indietro
della regione occipitale superiore.
Daltronde è certo che il negare una correlazione tra attività scavatrice dell’ animale e
forma terminale del cranio suino equivarrebbe a negare p. e. le correlazioni a tutti farni-
gliari tra lunghezza dei due segmenti terminali degli arti ed esercizio della corsa (Equus) ;
lunghezza del piede ed esercizio del salto ( Tarsius , Galago) ; lunghezza dell’arto anteriore
ed esercizio dello slancio [Simia, Ilylobates) ; pneumatizzazione del vertice craniale ed eser¬
cizio del cozzo [Capra,, Bibl. 40).
(Resta quindi acquisito che tra la caratteristica forma terminale del cranio di cinghiale
e V atticità scavatrice di detto animale sussiste una correlazione di natura autogena ossia insita
nel cranio stesso.
Ora, se 1’ attività scavatrice è per domesticazione attenuata o soppressa, vige pur sempre
la correlazione mancata, che deve autogeneticaniente alterare la forma craniale, fino ad un limite
segnato da cause indubbiamente complesse, che esorbitano dal nostro attuale campo di
indagini. .*
Le mancate reazioni contrarie del cranio a stimoli provenienti dall’ambiente portano
adunque a mancato allungamento e mancato sollevamento distale in foto.
Il mancato allungamento ci spiega per interdipendenza dimensionale una maggiore altezza
complessiva relativa ed anche assoluta, ed una maggiore larghezza relativa ed anche assoluta.
La maggiore altezza dell’occipite, del ramo ascendente della mandibola, e la maggiore lar¬
ghezza della cassa cranica, dell’ arcata zigomatica, del palato sono aspetti parziali del feno¬
meno generale. Ci spiega inoltre l’irregolare decorso delle file PP MM e la posizione obliqua
dei singoli premolari e molari.
Il mancato innalzamento terminale ci spiega : l’ accorciamento del profilo superiore ;
l’allungamento del profilo inferiore, la verticalizzazione dell’occipite, dei processi giugulari,
del contorno posteriore della mandibola ; la sporgenza all’ indietro dei condili mandibolari,
l’ alterata posizione degli incisivi inferiori per il forte e brusco innalzamento distale del
mento, e, come risultato complessivo, il portamento abituale della testa, orientata nel maiale
più verso 1’ alto che nel cinghiale.
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL* ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE 311
Passiamo ora a trattare le Correlazioni allogene per mancata tonificazione muscolare ,
tenendo presente che ci troveremo quasi sempre di fronte agli effetti d’ una nutrizione dì
squilibrio deformante , più o meno accentuata, perchè 1’ allevatore tende ad ottenere dal
maiale il massimo di grasso e carne grassa.
L’ attività ridotta dei muscoli della nuca : Trapetius cervicalis, brachìocephalicus , cleido-
occipitalis, rhomboideus capitis, longissimus capitis, semispinalis capitis e rectus capitis dorsalis ,
splenius capitis e obliquus capitis cranialis, rectus capitis lateralis, favorisce la verticalizza¬
zione e l’aumento d’altezza dell’occipite, inquantochè non lo stira all’ indietro e non lo
costringe verso il basso; ne favorisce poi l’allargamento, inquantochè alcuni dei muscoli
precitati non tendono più ad accorcire la distanza tra la loro inserzione anteriore-laterale
all’ occipitale ed alla regione mastoidea e la loro inserzione posteriore admediana sulle
vertebre.
Aumento d’ altezza e di larghezza prossimali del cranio sono poi comunque favoriti
dall’aumento dimensionale complessivo del collo per ingrassamento.
L’attività ridotta o soppressa dei muscoli del grugno , e particolarmente del “ levator labii
proprius „ e del “ depresso)' rostri nulla ha che fare coll’accorciamento del muso, del quale
anzi non potrebbe che favorire l’allungamento!
Ben differentemente stanno invece le cose rispetto ai muscoli della masticazione e se¬
gnatamente al masseter , temporalis e pterygoideus.
Questi muscoli lavorano nel maiale quantitativamente forse più che nel cinghiale , ma
non trovando sufficiente resistenza nella qualità delle ossa del cranio, hanno decisa azione
deformante su questo.
Le deformazioni dovute ai muscoli della masticazione sono peraltro probabilmente
attenuate dal fatto che, se questi muscoli devono nel maiale muoversi molto, non hanno
però da compiere particolari sforzi, per la qualità del cibo pravalentemente morbido.
L’azione deformante del temporale tende ad accorciare la distanza fra cresta occipitale
ed apofisi coronoide. L’inserzione mobile, inferiore del muscolo si fa sagittalmente su una
sottile lamina avvolta solidamente da tessuto tendinoso e quindi resistentissima alla tra¬
zione; il temporale stesso tiene inoltre colla sua attività a debita distanza il processo co-
ronoideo e l’incisura sigmoidea dallo spigolo anteriore della radice posteriore dell’ arcata
zigomatica; è quindi l’inserzione fissa superiore che deve maggiormente cedere all’azione
deformante del muscolo. Da ciò; ultraverficalizzazione della squama occipitale ed arrove-
sciamento in avanti della cresta occipitale porzione laterale e della cresta temporale por¬
zione superiore; tendenza alla verticalizzazione in senso sagittale della radice posteriore
dell’arcata zigomatica.
L’azione deformante del massetere si fa anch’ essa sentire in prevalenza sull’inserzione
superiore fissa, essendo l’inferiore mobile data dalla porzione angolare della mandibola,
ossia da una lastra verticale, subparallela alla direzione di trazione del muscolo, ben più
alta dell’arcata zigomatica e per di più, proprio nel maiale maggiormente sporgente all’ in¬
dietro e quindi accresciuta di dimensioni se non di resistenza qualitativa.
Il massetere tira adunque all’ indietro l’arcata zigomatica in toto, la accorcia renden¬
dola più sporgente lateralmente (aiutando così l’azione endogena suesposta), la storce in
basso, rendendone ils decorso più concavo verso l’alto; ne verticalizza (aiutato dal temporale)
la radice posteriore in senso sagittale, ne tira all’ indietro ed in basso la radice anteriore
colla Crista facialis e l’osso lacrimale , tendendo a renderla anche più corta; abbassa il
profilo superiore del cranio, rendendolo concavo proprio in corrispondenza del lacrimale;
verticalizza il contorno anteriore dell’orbita, ne aumenta il diametro verticale e ne dimi-
38
312
O. DE BEAUX E K. FESTA
unisce l’orizzontale. Considerato infine che l’influenza del massetere si fa sentire preva¬
lentemente sulle regioni laterali del cranio, esso contribuisce a rendere trasversalmente
convessa la volta cranica e ad abbassare le file dentali rendendo più alta la volta palatina
sia longitudinalmente che trasversalmente.
L’azione deformante del massetere sulla sua inserzione inferiore mobile si fa notare con
uno slargamento della porzione angolare della mandibola stessa correlativo allo slargamento
dell’ arcata zigomatica (Bibl. 39) e colla tendenza all’ arrovesciamento all’ infuori del mar¬
gine angolare stesso.
Il muscolo pterigoide non è che in misura assai debole capace di contrabbilanciare lo
slargamento e l’ arrovesciamento all’ infuori del margine angolare della mandibola, testé
mentovati, e si limita quindi a stirare alquanto in basso le apofìsi pterigoidi.
Dobbiamo ancora trattare l’azione deformante muscolare sulle apofìsi giugulari. Qui
l’influenza del digastricus è più o meno contrabbilanciata dal rectus capitis lateralis. Ond’ è
che la deviazione in toto delle apofìsi giugulari dal piano occipitale posteriore dipenderà
sostanzialmente da cause autogene, restando imputabile a cause allogene soltanto la loro
deviazione dal decorso rettilineo.
Ricapitolando : Per noi gli effetti della domesticazione non si esplicano, come crede il
Bàumler, colla retenzione di caratteri giovanili. All’ impedimento di sviluppo per la soppressione
di stimoli , cui il cranio era predestinato a reagire (lunghezza ed orientazione complessiva),
fenomeno che almeno negli effetti apparenti, somiglia alla retenzione di caratteri giovanili,
si sommano V esagerato sviluppo per interdipendenza dimensionale (larghezze, altezze) e le de¬
formazioni di caratteri ereditari propri dell’età adulta (trazioni e pressioni muscolari).
Ora noi possediamo sufficienti elementi di giudizio per rivolgerci all’esame del cranio
del Cinghiale Sardo, quale eventuale portatore di caratteri di Porco domesticus.
I caratteri craniologici del Maiale sardo ci sono noti per il lavoro illustrato del Dehaut
(Bibl. 11). Confrontiamo il maiale sardo da un lato col Sus scrofa ferus e dell’alti'o coi
maiali domestici che ci sono noti per il lavoro dello Strobel (Bibl. 42) e precisamente
col maiale modenese (iberico o portoghese, sottogruppo del romanico), l’inglese Jorkshire,
il casentinese (iberico X inglese Berkshire) e col maiale di razza sostanzialmente inglese,
che di recente si importa in Sardegna (cranio di Cagliari del Dehaut).
II cranio del Maiale sardo è un poco più alto ed assai più largo del Sus scrofa ferus ;
ha l’occipite lievemente ultra verticalizzato ; il profilo superiore lievemente concavo; la
faccia assai meno lunga ; il contorno anteriore dell’ orbita più o meno verticale ; le apofìsi
giugulari più o meno verticalizzate; la fila PP MM più o meno slargata distalmente; l’ar¬
cata zigomatica, confrontata coll’altezza craniale, più corta complessivamente e particolar¬
mente nella sua radice anteriore, con decorso sagittale più decurvato verso il basso ; il
lacrimale assai più corto, ma pure “ abbastanza allungato „.
Confrontato coi crani dei 'maiali summentovati, il Maiale sardo è generalmente un poco
meno alto ed assai meno largo; ha l’occipite meno ultraverticalizzato; il profilo superiore
meno concavo ; la faccia meno lunga, le apofìsi giugulari meno verticalizzate, essendo
queste ultraverticalizzate in quasi tutti i crani di confronto ; l’arcata zigomatica confrontata
all’altezza generalmente più lunga complessivamente, con decorso sagittale assai meno
decurvato verso il basso ; il lacrimale di lunghezza più o meno uguale a quello dei maiali
prevalentemente iberici, e più lungo di quello dei maiali prevalentemente inglesi.
Possiamo dunque anzitutto rilevare che il Maiale sardo è eminentemente cinghialo i de.
Dobbiamo poi tenere presente che i caratteri prodotti dalla domesticazione saranno in
animali tornati a vita libera energicamente alterati, e ben presto scassata ne sarà bevi-
LA RICOMPARSA D li L CINGHIALE NELL* ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
313
denza. Questo perchè, mentre V animale selvatico ridotto in prigionia ha, se nutrito e tenuto
razionalmente, tutto il tempo di perdere gradualmente V esuberanza delle sue qualità di fronte
al nuovo tenore di vita , l’animale domestico rinselvatichito è inesorabilmente soppresso, se non
supplisce prontamente alle deficienze del suo organismo di fronte alle aumentate necessità del-
V ambiente.
Confrontiamo ora il Cinghiale sardo col Sus scrofa ferus.
Sus scrofa meridionali può avere l’occipite molto verticalizzato; l’ innalzamento distale
del suo cranio può essere sensibilmente minore, dimodoché la sua testa può essere portata
più alta; il profilo superiore del cranio può apparire assai accorcialo e decisamente concavo;
il margine anteriore dell’orbita è assai verticalizzato e l’orbita stessa piuttosto alta; le
apofìsi giugulari possono avere orientazione verticale o ultraverticale; la radice posteriore
dell’arcata zigomatica può avere decorso molto ripido; l’arcata zigomatica può essere assai
accorciata, la deflessione ventrale del suo margine inferiore assai forte (v. le dimensioni
del tratto Sa nel Polygonum radicis delle fig. 24-31, Tav. 7); il peduncolo della sua
radice può essere assai bolso; la radice anteriore dell’arcata può apparire alquanto accor¬
ciata, quasi lievemente stirata all’ indietro, e tanto la cresta facciale quanto il lacrimale
possono essere quindi piuttosto brevi. La regione angolare della mandibola è spesso storta
all’ infuori, epperciò la mandibola in foto slargata all’ indietro. Le misure di larghezza sono
in generale relativamente maggiori (Major); la canna del naso appare spesso lievemente
rigonfia nella sua metà distale; il decorso delle file dentali PPMM è talvolta sigmoideo
per slargamento prevalentemente distale del palato; l’orientazione degli II è spesso assai
verticalizzata.
Ora, mettendo da parte i caratteri dovuti al fatto che Sus scrofa ha il cranio più
lungo e stretto di Sus vittatus ed al Modus crescendi differente nelle due specie e partico¬
larmente rilevate a p. 289, noi vediamo chiaramente che i caratteri del S. s. meridionali
sono reminescenze di domesticazione.
In nessuno dei S. vittatus e sottospecie a nostra disposizione infatti l’arcata zigomatica
è in qualche modo deflessa in basso o bolsa nel Pedunculus radici, in nessuno la regione
angolare della mandibola è storta all’ infuori; in nessuno la canna del naso è rigonfia; in
nessuno l’orientazione degli li è comunque alterata; in tutti la larghezza dei MM uguaglia
quellla di Sus scrofa o è intermedia fra scrofa e meridionali, ossia più vicina a scrofa
che a meridionali !
Nel confronto del Cinghiale sardo collo scrofa ferus non abbiamo detto che il meridio¬
nali mostra le differenze suelencate, ma che può mostrarle, e ciò a buona ragione, perchè,
come già rilevammo a p. 276 il Cinghiale sardo non rappresenta affatto un tipo omogeneo.
Basta confrontare tra di loro le fig. 24-31 della tav. 7 per convincersi che i crani
di meridionali anche di sesso ed età uguali, differiscono tra di lotro più che i crani di
scrofa di differenti sottospecie non insulari e di sesso ed età svariata (tav. 6-7, fig. 19-23).
Particolarmente utile è poi un confronto fra i crani di cf ad. G-. 666 di Siliqua (Ca¬
gliari, Sardegna meridionale-occidentale) e ad. Gl. 315 di Sarrabus (Cagliari, Sardegna
meridionale-orientale) (v. Tav. 10, fig. 15 e 16, e tav. 7, fig. 24 e 27).
Il primo molto lungo, basso, a profilo dritto, con arcata zigomatica e radice anteriore
della medesima lunghissime, colla radice posteriore della stessa quasi orizzontale, con la¬
crimale lungo, orbita stirata in avanti ed in basso, canna nasale stretta, Talonid lungo e
complicato, potrebbe considerarsi come un vero ed autentico Sus scrofa di dimensioni ri¬
dotte, se il mento e gli II orientati energicamente in alto, non costituissero evidenti tracce
d’influenza di domesticazione.
314
0. DE BEAUX E E. FESTA
Gr. 315 è invece corto ed alto, a profilo concavo, con arcata zigomatica breve, Pedun-
culus radicis assai breve e bolso, radice posteriore dell’arcata energicamente verticalizzata,
canna nasale slargata distalmente.
In conclusione noi crediamo avere dimostrato die V impressione dello Stehlin (Bibl. 41,
I, p. 68) fosse giustissima e che nel S. scr. meridionalis scorre sangue di Porco domestico.
Di quale e quanto? A quel che dicemmo a p. 312 sul cranio del Maiale sardo dobbiamo
ora aggiungere che il Keller gli trova il profilo concavo, l’occipite raddrizzato, il lacri¬
male perfettamente quadrato , “ il che indica sangue di Sus vitto, tus puro „ (Bibl. 21).
Ma noi crediamo dover tenere in proposito presente quanto il Dkhaut (Bibl. 11) ag¬
giunge riguardo al cranio del Maiale di Cagliari, da noi già mentovato a p. 312, esistere
cioè in Sardegna altre razze di maiali che vi si importano di recente principalmente nelle
vicinanze delle città. In questi il cranio è più alto e più largo, l’occipite diretto dall’alto
in basso e dall’ avanti all’ indietro ; il lacrimale quasi quadrato, “ rammenta quello del
Maiale siamese „. Invece lo stesso Dehaux non avvicina affatto il cranio del Maiale sardo
eli’ egli ritiene per autentico e tipico al Sus domesticus indicus !
Crediamo quindi di non andare lontani dal vero, pensando che l’autentico e tipico
Maiale sardo sia il discendente d’un derivato domestico del Sus scrofa ferus.
Una immissione qualsiasi di sangue vittatus “ ab antiquo „ appare per esso molto pro¬
blematica ! Tale immissione si è invece iniziata alcuni anni or sono coll’ introduzione di Maiali
inglesi e loro incroci , e si afferma vie più rapidamente e largamente in tempi recentissimi.
Consideriamo la forma esterna del Maiale sardo.
A quanto ne scrisse il Cetti (Bibl. 6) e confermarono il Fjtzinger (Bibl. 14), Keller
(Bibl. 21) ed il Dehaux (Bibl. II), il quale accompagna la descrizione con una bella tavola,
noi possiamo aggiungere le notizie seguenti (Santucci-Fois in litteris) e la fotografia (Tav.
II, fig. 4 Santucci-Fois) di un esemplare di Orline (Sassari, Sardegna centrale- orientale)
di colore bianco. La fotografìa avuta in duplice copia, fu da noi (de Beaux) ritoccata perchè
debolmente illuminata; assumiamo pertanto completa responsabilità per la sua assoluta
fedeltà.
“ Il Maiale sardo, confrontato con maiali incrociati di recente introduzione in Sardegna,
è piccolo, con testa lunga, linea dorsale lievemente convessa, groppa lievemente obliquata
in basso. Ha rivestimento peloso abbondantissimo; le setole sono piuttosto erette in tutto
il corpo. La cresta dorsale alta e fìtta s’inizia, per modo di dire, già sulla fronte, e forma
nella regione lombare il noto vortice, che particolarmente colpì il Cetti ed il Dehaux. La
coda, piuttosto lunga e robusta, può essere tanto dritta quanto arricciata; è ricoperta tutta
fittamente di setole e munita di abbondante ciuffo a.picale. Le orecchie sono dritte e pic¬
cole. Il manto è bianco, o nero, o rosso brunastro, o bianco macchiato di nero o di rosso
br un astro „.
A commento del precedente cenno descrittivo diremo che la sovrabbondanza di rive¬
stimento peloso del Maiale sardo, può bene avere le sue ragioni in condizioni climatiche
e di trattamento, ma non indica certo una maggiore affinità col rivestimento scarso di peli
duri senza sfìlaccicatura apicale, quale lo mostrano il S. vittatus (Bibl. 4, Tav. 1, p. 12),
sottospecie (5 pelli di papuensis, Genova) ed il Sus indicus domesticus (Tav. Il, fig. 5), che
non col rivestimento lungo, abbondante, lievemente ondulato ed apicalmente sfilaccicato
di S. scrofa.
Il vortice di peli della regione lombare, proprio del Maiale sardo, segna nella cresta
dorsale il punto in cui le setole di questa, lunghe nella regione dorsale anteriore, brevi
LA RICOMPARSA DLL CINGHIALE NKLL’ ITALIA SETTENTRIONALE— OCCIDENTALE B15
nella posteriore, divengono nuovamente lunghe, o lunghissime sulla groppa. Questi rapporti
di lunghezza sono comuni al S. scrofa, al S. vittatus (Bibl. 4, Tav. I, p. 12), al S. hìdicus
domesticus (Tav. 11, fig. 5) al Choiropotamus (Bibl. 8). Ma proprio nella figura tipica di
vittatus, Muller (Bibl. 28) e nel S. v. papuensis (5 pelli, Genova) la cresta della groppa è
breve, quasi assente.
La coda di vittatus (Bibl. 4, Tav. I, p. 12) è breve e sottile, per quanto dritta, ed ha
soltanto alla punta brevi setole in ordinamento strettamente pennato in senso assiale. Nel
Sus indicus domesticus può evidentemente aversi un’abbondante e lungo fiocco apicale di
crini (Tav. 11, fig. 5), come effetto di domesticazione, ma nel Sus scrofa l’abbondanza e
relativa lunghezza di crini, che ripetono la loro origine fino verso la radice della coda , si ha
anche allo stato libero, e tanto più la si avrà di conseguenza in quei suoi derivati, che
abbiano conservata per clima e rusticità di trattamento l’abbondanza generale del rive¬
stimento peloso.
Le orecchie del Maiale sardo sono piccole in confronto a quelle di altri maiali dome¬
stici, ma sono invece piuttosto grandi e comunque più larghe, più erette e quindi meno
adpresse alla nuca, nonché molto più riccamente rivestite di lunghe setole che non quelle
piuttosto anguste, lievemente arcuate in basso, strettamente adpresse alla nuca e pratica-
mente nude del vittatus, v. papuensis, S. indicus domesticus (Figura tipica Bibl. 28; Bibl. 4,
Tav. I, p. 12; Tav. 11, fig. 5). In altre parole le orecchie del maiale sardo sono vere
orecchie di scrofa e non di vittatus.
Il colore del Maiale sardo ha fatto ritorno, per modo di dire, ai singoli componenti
del complesso colore più o meno brizzolato di molti Sus selvatici, cioè al bianco, nero,
rosso bruno, con apparenza di un solo colore, di due colori, e per giustapposizione e par¬
ziale combinazione forse anche di tutti e tre. I tre colori, che sono forse i componenti
del manto di tutti i Suini, si sono conservati pressoché distinti nel genere Choiropotamus
(Bibl. 8).
Talvolta si hanno anche nel Sus scrofa ferus : apparenza di un sol colore; giustappo¬
sizione e parziali combinazioni di due colori (forse anche di tre), con forte preponderanza
di uno (o due) di essi (Bibl. 33, 34). A noi è noto un Cinghiale quasi completamente
rosso di Maremma, Collez. del Marchese Albizi, Firenze, ed un cinghiale della Reale Te¬
nuta di Licola, conducente probabilmente sangue di domestico, appezzato di nero e di
bianco (Bibl. 7).
Contrariamente a quanto scrive 1’ Olivier (Bibl. 33), pensiamo che nelle colorazioni
eccezionali più rare, quali la predominanza di bianco e di rosso e l’ appezzamento, debba
pensarsi alla conseguenza d’ un accoppiamento di scrofa selvatica con verro domestico. Il
fatto che i giovani eccezionalmente colorati fanno generalmente parte d’ una famiglia nor¬
malmente colorata non ia che confortare la nostra opinione.
Anche nel gruppo vittatus si verificano evidentemente casi analoghi. Così il v. papuensis
juv. 10480, Genova è prevalentemente rosso-bruno.
Il bianco, il nero, il rosso, il dimezzamento bianco e nero, gli appezzamenti più o meno
costanti nelle più svariate razze di maiali di qualsiasi provenienza, altro non sono che
resultati di stabilizzazione nell’apparenza di uno o due o magari tre colori fondamentali.
Il colore svariato e variamente chiazzato del Maiale sardo non documenta quindi in so¬
stanza che V influenza della domesticazione non accompagnata da severa selezione.
Lo studio della forma esterna del Maiale sardo ci conduce adunque alla stessa conclu¬
sione che lo studio del cranio, essere esso un Maiale eminentemente cinghialoide.
316
0. DE BEAUX E E. FESTA
Del trattamento del Maiale sardo parlarono assai diffusamente il Cetti (Bibl. 6) e
brevissimamente il Keller e il Dehaut (Bibl. 21 e 11). Accanto al trattamento prettamente
stallicolo si pratica un trattamento parzialmente nemorivago.
Aggiungiamo gli appunti seguenti (Santucci-Fois in litteris). “ I maiali sardi vivono
in greggi abbastanza numerosi, anche di centinaia. Nella stagione calda conducono vita
completamente libera, all’aperto anche di notte; nelle ore più calde del giorno si uniscono
spontaneamente in luoghi fresch', preferibilmente acquitrinosi. Nella stagione invernale
sono invece necessari dei ricoveri per la notte, sotto forma di grandi baracche, che i pa¬
stori costruiscono con legno e frasche; di frasche sono pure le lettiere che si rinnovano
di frequente.
Per la scrofa nel periodo del parto si tengono pronti tanti piccoli ricoveri individuali
( arulas \ in cui la gestante passa i primi quindici giorni dopo il parto, terminati i quali
madre e piccoli, che raggiungono al massimo il numero di 6 o 7, passano nel ricovero
comune, per il periodo dell’allattamento. Ad Orgosolo (Sassari, Sardegna centrale-orientale
a Sud di Nuoro) la tipica razza sarda si conserva attualmente pura e numerosa
La scrofa, domestica può andare in caldo tutto l'anno, ma le stagioni di massima fre¬
quenza, particolarmente per le razze rustiche, sono l’autunno e la primavera (Bibl. 36).
La scrofa selvatica va in caldo in Ottobre-Novembre, ma la fregola può protrai si fino
al Febbraio.
L’ epoca degli amori collima quindi pressoché tra domestici e selvatici, e data la
mobilità e lo spirito d’intradipendenza del verro sardo, è altrettanto facile che cinghiali
cuoprano scrofe domestiche, quanto verri scrofe selvatiche.
Molto probabilmente si verifica quindi da tempi molto antichi, e si verificherà in avvenire ,
un certo quale scambio reciproco tra cinghiali e maiali, sardi.
Dato quanto noi sappiamo sull’introduzione di maiali con autentico sangue di vittatus
in Sardegna, il reciproco scambio di cui sopra basta indubbiamente per spiegare l'eventuale e
sporadica comparsa di autentici caratteri di vittatus (Bibl. 21, p. 177), sui quali non possiamo
peraltro pronunciarci per mancanza di materiale.
Ad ogni modo il pensare alla coesistenza di due cinghiali specificamente differenti in
Sardegna è assurdo, per chiunque conosca lo spirito d’intraprendenza, promiscuità e gran¬
dissima mobilità di questo animale assai generalmente diffuso nell’isola ed ovunque per¬
segui latissimo ed angustiati ss imo.
Ammessa adunque la parentela tra cinghiali e maiali sardi, considerato che a nostra
conoscenza nessuno mai parlò d’un centro di domesticazione autonomo sardo, visto che
non si conoscono finora avanzi fossili di cinghiali in Sardegna, sorge la questione, se per
questa isola sia più antico il cinghiale o il maiale, in altre parole, se il Cinghiale sardo
possa essere meramente un maiale rinselvatichito, tenutosi inoltre dal più al meno sempre in
occasionale contatto coi discendenti domestici dei propri progenitori ?
Da un punto di vista prettamente morfologico il fatto in se non ha forse importanza
eccessiva.
Il ritorno di maiali allo stato selvatico non è un caso raro ed è pure noto che alcuni
di essi ricuperarono più o meno i caratteri del selvatico, mentre altri hanno conservato,
indubbiamente per cause di stabilizzazioni ereditarie nei loro progenitori domestici e per
clemenza d’ ambiente, evidenti caratteri del domestico (Bibl. 4, p. 14).
La ricerca morfologica non polrà forse quindi decidere mai la questione in modo
assolutamente sicuro, ed i presenti studi sul cranio ci sembrano confermare questo dubbio.
LA RICOMPARSA DLL CINGHI ALL NELL* ITALIA SETTENTRIONALE -OCCIDENTALE 3 1 <
Nè certo potrà dirci alcunché di positivo lo studio del riveslimento peloso. Comunque,
dopo esserci occupati di quello del Maiale sardo, gettiamo ora uno sguardo su quello del
Cinghiale sardo.
L’abito pullare non differisce da quello di <5. scrofa ferus (Bibl. 11). Ciò ci è docu¬
mentato dal confronto diretto del giovanissimo di Vado Ligure (p. 275) col giovanissimo
GL 6(57 di Siliqua.
Nell’adulto la lunghezza del pelo è assai variabile, da 60-80 mm. dietro la spalla nel
C' ad. No 23410 Genova, a 60-120 mm. nel $ ad. di Siliqua No 665. Anche l’intensità di
colorazione generale e la brizzolatura dei singoli peli sono assai variabili (confr. Bibl. 11).
Cosi il colore è scuro e più uniforme nella 9 No 663 di Siliqua; più chiaro e brizzolato
nel C1 No 23410.
La striscia chiara sui lati della testa, di cui parlano Dehaut (1. c. : deux longues bandes
claires symétriques, reunies par un sort de pont blanchàtre et brunàtre sur le dessus de
la region nasale) e Lydekker (a liglit band on eacli side of thè face, wliicli unites its
fellow in under surface of thè muzzle to form a chevron, Bibl. 22), e che dal primo autore
è messa in relazione colla striscia bianca della zona ramale o della barba (Bibl. 8), è com¬
pletamente motivata nella livrea giovanile delle due specie scrofa e vittatus (3 giovanissimi
scrofa, 3 giovanissimi v. papuensis, 1 giovanissimo v. enganus, Genova).
Nei giovanissimi scrofa il V interorbitale chiaro (Bibl. 8) scende più distalmente che in
vittatus e facilita quindi in scrofa più che in vittatus una riunione dorsale delle zone ramali
chiare. L’unione ventrale è data in ambedue le specie dalla bianchezza della zona golare,
dietro alla zona del mento nera in ambedue. Ove la zona ramale si distingue per chiarezza
essa si riunisce quindi più o meno distintamente con quella dell’altro lato sulla superficie
inferiore. Superiormente le due zone ramali possono restare separate e 9 di Siliqua,
cf No 543 di Torino, Tav. 11, fìg. 3) Sono quasi perfettamente unite nel cf ad. No 23410
di Genova. Nel cinghiale di Corsica ad. No 670 di Genova è evidente l’unione dorsale,
che manca nella 9 No 672. Ma striscio chiare, unione ventrale e dorsale sono perfetta¬
mente distinte nel 5. scrofa majori ad. No 3 di Genova, (Tav. Il, fig. 2) e nel cf ad. di
Sus scrofa , L. di Yenasca (Tav. 11, fìg. 1).
Ma se, mantenendosi negativi i reperti paleontologici , o malsicure le ricerche storiche
(Bibl. 21), la morfologia non può sentenziare con sicurezza sulle origini del Cinghiale sardo,
crediamo però poter dire che vi sono degli indizi di valore a conforto della tesi della sua
origine domestica.
11 Maiale corso, generalmente melanico è differente esternamente e craniologicamente
dal Maiale sardo (Bibl. 11), con testa ossea più cingliialoide di quest’ultimo e lacrimale
più allungato.
Ebbene anche il Cinghiale corso è differente dal Cinghiale sardo. Al carattere del lacri¬
male più lungo già rilevato dal Dehaut, possiamo aggiungere in base al nostro materiale
(Tabella generale T. G.), in quanto al cranio, che le dimensioni sono un poco maggiori; la
pesantezza assai maggiore, il muso più lungo, 1’ arcata zigomatica più robusta, ossia più
alta e meglio sviluppata in lunghezza che nella maggioranza dei cinghiali sardi, con radice
anteriore lunga (Tav. 8, fìg. 32).
Ma anche nel Cinghiale corso i caratteri di domesticazione sono evidenti: soverchio
slargamento della mandibola in corrispondenza dei MM, arrovesci amento all’ infuori della
sua regione angolare, gonfiezza della canna nasale, bolsezza della porzione peduncolare
della radice anteriore dell’arcata zigomatica.
Ed infatti il Caziot (Bibl. 5) narra, almeno della Corsica, che, i meticci tra cinghiali
e scrofe appartenenti alle mandre vaganti per i boschi di querce, sono molto apprezzati dai
318
O. DE BGAUX E E. FESTA
Bonifazini. E se il cinghiale si accoppia colla scrofa domestica , il Verro rustico riesce certo
ad accoppiarsi occasionalmente colla scrofa selvatica.
Nel Cinghiale di S. Rossore, selvatico, nel quale scorre abbondante sangue di maiale
(Bibl. 25; Festa in litteris), l’eredità di caratteri di domesticazione favorita da un tenore
di vita relativamente poco rustico deforma potentemente il cranio, die può mostrare tra
altro (cf ad. 2613, Milano): insufficiente allungamento, slargamento generale marcato, inde¬
bolimento e deviazione dell’arcata zigomatica, verticalizzazione del margine anteriore del¬
l’orbita, gonfiezza della canna nasale, angolosità esagerata del mento.
Ma nel Cinghiale sardo, che mena vita rusticissima ed incessantemente angustiata, i
caratteri di domesticazione dovrebbero essere nel maggior numero dei casi rapidamente e
completamente scassati, se non vi fosse, per modo di dire, il difetto d’origine domestica.
Sono invece in realtà pochissimi i cinghiali sardi, che riescono, per esprimerci cosi, a
riacquistare in misura ampia se non completa i caratteri di scrofa ferus (Siliqua 666,
9 664).
Ed è precisamente l’affermazione di caratteri di domesticazione compatibili colla vita
libera e rustica, che generarono le gravi incertezze di indagatori acutissimi ed oggettivi
come il Major e condussero a convinzioni errate altri insigni pensatori.
Esorbita dal compito prepostoci l’indagare se in Siria, Palestina, Arabia e nell’ Africa
settentrionale esistano realmente cinghiali del gruppo vittatus. Riguardo al Sus sennariensis ,
Fitz. la cosa ci sembra estremamente dubbia, se la bellissima tavola orali ’ Anderson e
AVÒnton (Bibl. 1) è in qualche modo fedele. Ancor meno possono interessarci speculazioni
deduttive sul cervo, muflone, gatto selvatico sardi, stambecco abissino, o tampoco su uccelli,
rettili ed anfibi.
Rammentiamo solo che la derivazione del Sus palustris, Rutim. da A. vittatus , alla
quale si credette un tempo assai solidamente è ormai abbandonata, tanto per il palustris
stesso a Sud delle Alpi, quanto per il Sus scrofa nanus, Nehring, a nord delle Alpi (Bibl. 32).
Mettiamo infine in luce che V abito pullare striato nel Cinghiale sardo, simile all’ abito
dell’adulto nel Maiale sardo (Santucci-Fois in litteris), è argomento indifferente alla tesi di
rinselvatichimento.
Se nella domesticazione i Sus perdono l’uso della livrea giovanile, nel rinselvatichi¬
mento devono riacquistarlo, ammenoché non vi siano particolari cause di probabili fissazioni
ereditarie o ragioni ambientali.
Ma il fatto che in Sardegna (Corsica ed altrove) le scrofe domestiche talvolta fecondate da
cinghiali partoriscono di regola piccoli senza livrea striata , ci fa per contrapposizione pen¬
sare che la scrofa selvatica fecondata dal maiale produca senz’altro di regola piccoli striati.
Ed allora in via puramente teoretica , ed ammettendo il metroclinismo dominante di
regola sull’abito pullare, possiamo pensare ad un punto critico nella somma dei caratteri
od in qualche determinato carattere di selvatichezza o domesticità, al di là del quale i
piccoli devono essere striati, ed al di qua del quale l’ ordinamento dei tre colori fonda-
mentali in livrea striata è soppresso ab initio nello sviluppo intrauterino.
Comunque il caso della livrea striata nei giovani del maiale sardo si verifica, forse
più frequentemente di quanto si crede. Il Dottor Santucci ci ha recentemente favorito una
fotografìa di due porcelli sardi di 1 mese e mezzo di età, e di due differenti madri di
Bolotana, i quali mostrano distintissimo l’abito pullare del selvatico ').
£) Rileviamo che 1’ abito pullare striato si veri¬
fica talvolta anche nel Sus indìcus domesticus , come
dimostra la Fig. 5 a Tav. 10.
LA RICOMPARSA DLL CINGHIALE NELL’ ITALIA SETTENTRIONALE - OCCIDENTALE
319
Conclusioni.
Dal 1919 esiste di nuovo in Piemonte e Liguria il Sus scrofa L., spontaneamente im¬
migratovi dalla Francia.
Il Cinghiale maremmano differisce per alcuni lievi caratteri craniologici ed esterni dal
precedente Sus scrofa tipico, e prende il nome di S. scrofa majori, de Beaux-Festa, subsp.
nova.
Il cinghiale sardo L„, dimensionalmente e craniologicamente ben distinto dai due pre¬
cedenti, ma molto variabile in sè, conserva il nome di 5. scrofa meridionali, Major, di cui
5. scr. sardous, Strobel è mero sinonimo. Esso è probabilmente di origine domestica. Le
sue occasionali affinità craniologiche col Sus vittatus hanno origine domestica.
Il cinghiale corso differisce lievemente dal cinghiale sardo, ma ha presumibilmente
origini e storia affini, e può conservare almeno provvisoriamente il nome di 5. scrofa meri¬
dionali , Major.
Molto resta indubbiamente da fare per completare le nostre cognizioni il più possibile
esatte sui cinghiali italiani.
A tutti coloro che possono : Autorità, possidenti, cacciatori, zoologi, zoo f li raccomandiamo
con calore ed insistenza la conservazione del Cinghiale ligure-piemontese, ultimo venuto ad
accrescere il patrimonio cinegetico nazionale , e per di più acquisto nuovo dal punto di vista
zoologico scientifico.
Non meno caldamente raccomandiamo la conservazione del Cinghiale maremmano, forma
propria ed esclusiva dell'Italia, e del Cinghiale Sardo, singolare e polimorfo tipo insulare,
piccolo ma cinegeticamente ottimo sotto ogni rapporto, ed. inoltre soggetto prezioso per gli im¬
portanti problemi morfologici e biologici che ad esso si riconnettono, e mònito vivente di (pianto
l’uomo possa fare in casi eccezionalissimi per la costituzione di forme animali selvatiche, e
debba fare di regola per la conservazione delle forme selvatiche esistenti.
TaTbella, generale delle misurazioni t. G.
Continuazione Ta-Toella, generale delle misurazioni T. G.
S. vitt.
goramensis
25
cf ad.
Goram
G. 331
45,6
40.5
44,8
20.5
24
40
77
60
61.5
41
116,1
39.5
19.2
110
18.5
46.6
127,5
11
12,5
11.2
14,1
Continuatone Ta/bella, generale d.elle misurazioni t. Gt.
.lunghezza coronale di M2
» » a M
'lunghezza d’insieme di Ps P4 M
jarghezza massima di M2
jarghezza massima di P3
lunghezza della fila dentale 0 ÌVJ
junghezza coronale di Pf
» a a P,, 1 ^
a a a P3 i 12,5
a a a R 13
4
a a a M, 13,5
a a a lM2 18
a a a M$ 31
lunghezza d’ insieme di P3 P4 Ri 55
.larghezza massima di M2 '2,5
-larghezza massima di P4
19
29.5
54.5
15
136,5
19
25
52.5
14
116
7
9
11,1
13
13.5
19
27.5
55
11.6
16.5
27
48.5
14
111
7
9
10.5
11.5
12.5
15
27.5
48.5
11.6
S. scr.
merid.
21
cf ad.
Co rsica
G. 671
17
27
48
13
111
5,5
9,2
11
12
14
16.5
28.5
50
11
20.5
30
58
16.5
145,5
6,2
11
11,2
12.5
16
19.5
31
58,2
13
S. Vitt.
goramensis
25
C f ad.
Gonna
G. 331
18,2
32.5
54.5
20.5
141
5,5
10
12.5
13
14.5
18
34
56
17.5
Con liti nazione Ta/bella, generale delle misurazioni T. O.
321
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NELL’ITALIA SETTENTRIONALE-OCCIDENTALE
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LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE NEL!/ ITALIA SETTENTRION A LE-OCCIDENT ALE
323
SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE
Tav. 5-8
Figure schematiche del Polyg
S. scrofa .
11 vittatus .
Choiropotamus ....
Phacochoerus ....
Babirussa .
Dicotyles .
S. scrofa meridionalis .
S. cristatus .
» leucomystax ....
» verrucosus ....
n barbatus .
mum radicis et Lacrymale di
(fig. 1-3, 19-32)
( » 4-7, 33-36)
( ii 8-10)
( » 11-13)
( ii 14-16)
( » 17-18)
( ii 24-32)
( ii 37-38)
( »i 39)
( ii 40)
(„ 41)
Tav. 9-10
Fotografie *) di crani in profilo, a riduzione varia, con lacrimale ripassato, di :
Fig. !. S. scrofe i merid. juv. juv. G. 668
ii 2. ii ii majori ad. G. 4
ii 3. n vittatus papuensis juv. juv. G. 10488
» 4. » ii » fff ad. G. 323
ii 5. Choiropotamus.... juv. juv.... G. 19600
i- 6. » .... (j71 ad. G. 10901
ii 7. Phacochoerus . juv. juv. G. 313
ii 8. » . ad. G. 2445
» 9. Babirussa . juv. juv. (da Stehlin)
» 10. » . cf ad. G. 340
ii 11. Dicotyles . juv. juv. G. 10856
» 12. .1 . cf ad. G. 22358.
ii 13. S. scrofa juv. ad. di Tavernette, Piemonte .
» 14. ii ii $ juv. ad. Tagliate, Liguria, G. 22359.
ii 15. n ii meridionalis. Siliqua, Sardegna ad. G. 666.
ii 16. ii » ii Sarrabus » « » 315
ii 17. » » » Siliqua n » 2 a<L 664
ii 18. ii » a S. Pantaleo » n n F. 151
n 19. S. scrofa . jnv. juv. G. 668 senza mandibola orientato sulla verticale mediana
cresta occipitale — margine anteriore del Foramen magnum.
ii 20. S. scrofa ad. G. 4 etc. etc. come sopra.
» 21. S. vittatus papuensis 2 a(L Gr. 325
ii 22. Babirussa . 2 a(L Gl. 336
ii 23. Choiropotamus . 2 juv. G. 10910
» 24. Phacochoerus . juv. G. 10894
4) dovute all'abilità e cortesia del sig.r Biancardi Piero, Genova, colla sola eccezione dei Ni. 9, 13, 18.
6J0 &-!
324
O. DE BEAUX E E. FESTA
LA RICOMPARSA DEL CINGHIALE ECO.
Tav. 11
rafie, a riduzione varia, di
ig. 1. S. scrofa ff ad. di Venasca (in carne)
)' 2. a >i majori. Paratypus ad. Grosseto. Pelle montata G. 3 1)
» 3. n » meridionali s ad. Pelle montata. Torino No 543
)i 4. Maiale sardo. Orane, Sardegna centrale orientale (dal vivo)
» 5. Sus indicus domesticus $ ad. Pelle montata. T. No 544 con giovanissimo con
abito prillare striato. T. No 546
4) F'otogr. P. Biancardi, Genova.
Meni. Soc. Ital. Se. Nat. — Voi. IX, Tav. 5.
0. DE BEAUX e E. FESTA, La ricomparsa del Cinghiale ecc. (Tav. I)
3. DE BEAUX e E TESTA, La ricomparsa del Cinghiale ecc. (Tav. Il)
Meni, Soe. Ital. Se. Nat. — Voi. IX, Tav. 6
0. DE BEAUX e E. FESTA, La ricomparsa del Cinghiale ecc. (Tav. III)
Mem. Soc. Ital. Se. Nat. — Voi. IX, Tav. 7.
0. DE BEAUX e E. FESTA, La ricomparsa del Cinghiale ecc- (TaV. IV)
Mera. Soc. Itili. Se. Nat. — Voi. IX, Tav. 8.
v<- . n c*c/.
Gl - è? S
35. £ V'qora rrj<? TistS
s «c/. q. 33i.
36. S, v. aoramemi i S"
332
aVtv-
37, X c i-t \iàcc àu. s' . <f a c/ .
6. are
<*. 3 12
O. DE BEAUX e E. TESTA, La ricomparsa del Cinghiale ecc. (Tav. V)
Meni. Soc. Ital. Se Nat. — Voi. IX, Tav. 9.
O. DE BEAUX e E. TESTA, La ricomparsa del Cinghiale ecc. (Tav. VI)
Meni. Soc. Itili. Se Xat. — Voi. IX, Tav. 10.
0. DE BE'UX e E. FESTA, La ricomparsa del Cinghiale ecc. Tav. VII)
Mem Soc. Itili Se. ìsat
Voi IX, Tav. 11
'
" '
—X
vt • ‘V-
?
Fase. VII. Cocchi I. — L’uomo fossile nell’Italia centrale 1867. Con 4 tavole.
» Vili. Garovaglio S. — Manz onici cantiana, novum Lichenum Angiocar-
porum genits. 1866. Con 1 tavola.
» IX. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziari del
distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867. Con 1. tavola.
» X. Diirer B. — Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta
SUI lago di Como, OCC. 1867. Con 4 tavole.
VOLUME III.
Fase. I. Emery E. — Studi anatomici sulla Vipera Redii. 1873. Con 1 tavola.
» IL Garovaglio S. — Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et Limboria ,
quatuor Lichenum angiocarpeorum genera recognita ico-
nibusque illustrata. 1867. Con 2 tavole.
» III. Targioni Tozzetti A. — Studi sulle Cocciniglie. 1867. Con 7 tavole.
» IV. Claparède E. R. e Pancieri P. — Nota sopra un Alciopide parassito
della Cydippe densa Forsk. 1867. Con l tavola.
» V. Garovaglio S. — De Pertusarii Europae medicie commentano.
1871. Con 4 tavole.
VOLUME IV.
Fase. I. D’Achiardi A. — Corallari fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parte seconda. 1868. Con 8 tavole
» IL Garovaglio S. — Octona Lichenum genere vel adirne controversa ,
vel sedis prorsus incertae in systemate, novis descriptio-
nibus iconibusque accuratissimis illustrata. 1868. Con 2 tavole.
» III. Marinoni C. — Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana indu¬
stria in Lombardia. 1868. Con 7 tavole.
» IV. (Non pubblicato).
» V. Marinoni C. — Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871. Con 2
tavole.
VOLUME V.
Martorelli G. — Monografìa illustrata degli uccelli di rapina in Italia.
1895. Con 4 tavole.
VOLUME VI.
■ ’ 1 '
Fase. I. De Alessandri G. — La pietra da cantoni di Rossignano e di Vi¬
gnale. Studi stratigrafìci e paleontologici. 1897. Con 2 tavole e
1 carta geologica.
» II. Martorelli G. — Le forme e le simmetrie delle macchie nel piu¬
maggio. Memoria ornitologica. 1898. con 1 tavola.
» IH. Pavesi P. — L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901.
VOLUME VII.
Fase. I. De Alessandri G. — Studi sui pesci triasici della Lombardia. 1910.
Con 9 tavole.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
Fase, I. Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi petrografie! e geo¬
logici. Parte I. 1916. Con 3 tavole-
» IL Repossi E. — La bassa Vaile della Mera. Studi petrograftei e geo¬
logici. Parte IL 1916. Con 9 tavole.
» III. Airaghi C. — Sui molari dell’elefante delle alluvioni lombarde. 1917.
Con 3 tavole.
VOLUME IX.
Fase. I. Bezzi M. — Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi italiane. 1918.
Con 2 tavole.
» IL Sera G. L. — Sui rapporti della conformazione della base del cranio
colle forme eraniensi e colle strutture della faccia nelle razze
umane. - ^(Saggio di una nuova dottrina craniologica con parti-
' colare riguardo dei principali cranii fossili). 1920. Con 2 tavole.
» III. De Beaux 0. e Festa E. — La ricomparsa del Cinghiale nell’Italia
settentrionale-occidentale. 1927. con 7 tavole.
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana
di Scienze Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico.
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