HARVARD UNIVERSITY
LIBRARY
OF THE
Museum of Comparative Zoólogy
E-ES-M
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DELLA
SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE
DI MILANO
Volume XII
CON 16 TAVOLE
MILANO
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MÉTcOMP. Z0IU
LIBRARY
SEP - 91959
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UNIVERSITY
Pavia - Premiata Tipografia Successori F.™ Fusi - Via Spallanzani, 27
INDICE DEL VOLUME XII
Fascicolo I (1956)
Vialli V. — Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori della serie
lacustre di Leffe (Bergamo). Con 6 tavole e 4 figure
noi testo .......... •gag. 1
Fascicolo II (1957)
Venzo S. — Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico del Garda.
Parte I : Tratto occidéntale Gardone-Desenzano. Con Carta
al 25.000, 6 tavole, 14 figure ed un « Quadro stratigrafico »
nel testo ?. .
Fascicolo III (1959)
Vialli V. — Ammoniti sinemuriane del Monte Albenza (Bergamo). Con
2 figure e 1 tavola nel testo e 4 tavole fuori testo .
71
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1US. compTSòl
LIBRARY
SEP - 91959
HARVARD
UNIVERSITY
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MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
IBS. C m. 20
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NOV 6 $£
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Volume Xli - Fase. I
VITTORIO VIALLI
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE
DEI LIVELLI SUPERIORI DELLA SERIE
LACUSTRE DI LEFFE (Bergamo)
Con 6 tavole e 4 figure nel testo
MILANO
Elenco delle Memorie della Società Italiana
di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME i.
Fase. I. Cornalia E. — Descrizione di una nuova specie del genere Feìis :
Felis jacobita (Corn.) 1865. Con 1 tavola.
» IL Magni-Griffi F. — Di una specie di Iiippolais nuova per l’Italia.
1865. Con 1 tavola.
» III. Gastaldi B. — Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli
antichi ghiacciai. 1865. Con 2 tavole.
» IV. Seguenza G. — Paleontologia malacologiea dei terreni terziari del
distretto di Messina. 1865. Con 8 tavole.
» V. Gibelli G. — Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865.
Con 1 tavola.
» VI. Beggiato F. S. — Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel
Vicentino. 1865. Con 1 tavola.
» VII. Cocchi I. — Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana Industria
dei tempi preistorici raccolti in Toscana. 1865. Con 4 tavole.
» Vili. Targioni-Tozzetti A. — Come sia fatto l’organo che fa lume nella
lucciola volante ( Luciola italica) e come le fibre muscolari di
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 1865. Con 2 tavole.
» IX. Maggi L. — Intorno al genere Aelosoma. 1865. Con 2 tavole.
*> X. Cornalia E. — Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi
e da altri Coleotteri facili a confondersi con esse. 1865. Con
4 tavole.
VOLUME II.
Fase. I. Issel A. — Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866.
» II. Gentilli A. — Quelques considérations sur l’origine des bassins lacu-
stres, à propos des sondages du Lac de Come. 1866. Con 8 tavole..
» III. Molon F. — Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867.
» IV. D’Achiardi A. — Corallari fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parte I. 1866. Con 5 tavole.
» V. Cocchi I. — Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866. Con 1 tavola.
» VI. Seguenza G. — Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune-
rocce cretacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e del-
l’Africa settentrionale. 1866. Con 1 tavola.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XII - Fase. I
VITTORIO VI ALLI
SUL RINOCERONTE E L'ELEFANTE
DEI LIVELLI SUPERIORI DELLA SERIE
LACUSTRE DI LEFFE (Bergamo)
Con 6 tavole e 4 figure nel testo
MILANO
1956
PREFAZIONE
In questi ultimi anni, cessato completamente lo sfruttamento in galleria delle ligniti di Leffe
(Val Gandino-Bergamo), si è intensificato, da parte della DoMaDe (Società Dolomite, Magnesio e
Derivati) di Vertova, lo sbancamento dei livelli argillosi e calcarei dell’antico bacino lacustre, per
ricavarne materiali da cemento. Questi sbancamenti, eseguiti a giorno a mezzo di spianatrici ed
escavatrici meccaniche, e procedente con grande rapidità, hanno notevolmente cambiato la fisio¬
nomia della zona in particolare modo del versante sinistro della valletta del torrente Re. Con le mac¬
chine si mettono allo scoperto le gyttja calcaree dei livelli 6 e 10 (vedi fig. 1), liberandole dal cap¬
pello argilloso e ciottoloso ; il materiale così ricavato viene poi caricato su autocarri e trasportato allo
stabilimento di Vertova, in Val Seriana, per l’utilizzazione. Sinora, da quanto mi è stato concorde¬
mente riferito dagli addetti ai lavori e da quello che ho potuto personalmente constatare, rarissimi
sono i resti di vertebrati comparsi negli orizzonti calcarei a gyttja ( 1 ). Rinvenimenti vari e interessanti
di mammiferi fossili sono invece occorsi alla base delle argille scure del livello 11, nel livello torboso
n. 9 e nella parte superiore del II banco (liv. 5). Nella figura 1, ricavata dai lavori di S. Venzo e
F. Dona (75-78, 40), è illustrata la stratigrafia della parte basale della serie di Leffe, per una potenza
di circa 40 metri, in buona parte affiorante a giorno nelle vallette scavate dai torrenti, soprattutto
dal Re. Attualmente il fondovalle del torrente Re, nel tratto che precede di circa 200 m il suo sbocco
nel Romna, si trova ad appena un metro e mezzo o due al di sopra del II banco. Scavi di sistema¬
zione di questo fondovalle, eseguiti pochi anni fa, hanno messo in luce il banco stesso in vari punti,
dietro villa Giuseppina ed hanno permesso il ricupero di alcuni resti di vertebrati ( 2 ).
# # *
A tutt’oggi, dal 1951, sono stati trovati a Leffe le seguenti parti scheletriche di mammiferi
fossili :
A - 1951: 4 denti dell’arcata superiore sinistra (Pm2, Pm4, M2, M3) di Dicerorhinus cfr.
etruscus adulto, donati al Museo dal Sig. L. Sartori il quale li ebbe a sua volta da un operaio addetto
alla miniera di lignite. Luogo di provenienza dei denti, il II banco di lignite ( liv. 5), nei pressi di
Villa Giuseppina.
( x ) Durante la correzione delle bozze mi è stato recapitato dall’Ing. L. Malanchini un frammento di mandibola
di un giovanissimo V. etruscus, conservante alcuni molari di latte, rinvenuto in data 23.VI.1956 dal geom. A. Rota
nelle gyttja, 2 m sotto il I banco di lignite, in località S. Eita, parte alta.
( 2 ) Sono lieto di esprimere ai dirigenti ed ai dipendenti della Società DoMaDe il più vivo elogio per la pre¬
murosa, cordiale, fattiva collaborazione che essi mi hanno spontaneamente offerto nell’opera di segnalazione, salva-
guardia e ricupero dei fossili comparsi durante gli sbancamenti. Ad essi, e soprattutto all’Ing. P. Perani che mi fu
largo di aiuti d’ogni sorta, vada il mio ringraziamento e quello della Direzione del Museo. E’ indubbio infatti che
senza il loro appoggio questi preziosi resti sarebbero andati completamente dispersi.
Ringrazio inoltre vivamente il dott. Ed. Moltoni Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano per
avere favorito ed agevolato in tutti i modi la pubblicazione del presente lavoro.
4
V. YIALLI
B - 1952 : Scheletro originariamente completo di Dicerorhinus etruscus giacente nella lignite
del II banco (liv. 5), messo a giorno in località molto prossima a Villa Giuseppina, sul fondo della
valletta del torrente Re. Il suo ricupero fu ostacolato da abbondante acqua che riempiva lo scavo.
L’ing. L. Malanchini che lo eseguì personalmente, dovette lavorare alla cieca e non potè purtroppo
evitare di lasciare in posto varie parti, peraltro non essenziali, dell’individuo. A causa della loro
fragilità, non poche ossa si ruppero in frammenti diversi, i quali, poi ricomposti, dettero i seguenti
pezzi: cranio incompleto, notevolmente deformato per compressione in situ, recante tuttavia intatti,
o quasi, i nasalia, il setto ossificato, il palato, l’arcata dentaria sinistra e M 3 destro; corpo mandibo¬
lare destro, con tutti i denti e completo di sinfisi e di Pm 2 sinistro; frammenti non identificabili di
denti inferiori; 14 vertebre, nessuna delle quali completa, ma in massima parte costituite solo dai
corpi vertebrali; un frammento di scapola, una testa di femore, omero destro completo, omero sinistro
incompleto ; radio sinistro privo di epifisi distale e molti frammenti di ossa lunghe non identifica¬
bili; elementi vari delle mani, alcuni dei quali perfettamente conservati.
Tutti questi resti mi furono gentilmente concessi in studio dall’amico Malanchini che qui rin¬
grazio con viva cordialità. Nel corso del presente lavoro, l’esemplare viene indicato come «esemplare
Malanchini », o esemplare B.
C - 1952: Un ramo mandibolare destro frammentario, privo di denti e di ramo, classificabile
dubitativamente come Dicerorhinus cfr. etruscus, palesemente adulto; insieme ad esso furono rinve¬
nuti un frammento non classificabile del bacino, uno di omero (porzione distale) e una troclea destra.
Luogo di rinvenimento lo stesso del precedente, cioè nel II banco di lignite (liv. 5), dietro Villa Giu¬
seppina. I pezzi vennero donati al Museo dall’Ing. P. Perani.
D - marzo 1954 : femore sinistro, tibia destra, parte del piede destro, mano destra (piasi
completa, epifisi distali del radio ed ulna destri, atlante completo, zanna sinistra incompleta, epifisi
distale del perone sinistro; frammenti indecifrabili di altre ossa lunghe e brevi. Il tutto appartenente
a Archidiskodon meridionalts forma evoluta ( 1 ). Zona di provenienza : esattamente subito sopra le
gyttja calcaree del livello 10, nelle argille scure del livello 11.
E - settembre 1954 : ampia porzione di zanna sinistra di Archidiskodon meridionalis, parte
prossimale, affiorata a circa un metro sopra le gyttja calcaree del livello 10, entro una lente ghiaiosa
intercalata nelle argille scure del livello 11. Il resto è stato evidentemente fluitato nell’antico lago,
però da zona non molto distante dal luogo di rinvenimento, che trovasi sempre sul versante sinistro
della vailetta del torrente Re, a circa 80 metri dalla provinciale. Nello stesso livello sono comparsi
anche frammenti non identificabili di grossi cervidi (frammenti di denti, corna e di parti epifisarie
varie di ossa lunghe).
P - gennaio 1955 : radio e ulna destri incompleti di elefante adulto probabilmente meridio¬
nalis, di taglia ridotta provenienti da zona e livello uguali al precedente ritrovamento ed anch’essi
certamente fluitati, o comunque rimaneggiati.
G - febbraio 1955 : Pm 1 superiore destro, di latte, e mano destra incompleta di giovane Di¬
cerorhinus etruscus , estratto dal livello torboso, nel punto ove esso affiora a ridosso dell’edificio in
muratura della pesa, situato sulla provinciale di Leffe, a poche diecine di metri a monte dello sbocco
del torrente Re nel torrente Ronna. Accompagnavano questi resti, un’epifisi prossimale di radio de¬
stro,. incompleta, e vari frammenti indecifrabili di ossa lunghe.
0) Segnalatami la presenza di uno scheletro di elefante, affiorato durante i lavori di sbancamento sulla si¬
nistra del torrente Re, a circa 200 m dalla provinciale di Leffe, mi recai immediatamente sul posto per provvedere al
suo ricupero. Purtroppo i resti erano già stati estratti dagli operai senza le debite precauzioni, cosicché per la maggior
parte si erano rotti. Probabilmente completo in origine, lo scheletro fu smembrato e per la massima parte distrutto
dalla spianatrice prima che se ne potesse avvertire la presenza. I molteplici frammenti vennero poi da me personal¬
mente ricomposti in Museo, con i risultati sopraelencati.
Fig. 1. — Parte basale della successione lacustre di Leffe, corrispondente diagramma delle fluttuazioni
climatiche, ricavato in base ai pollini, e distribuzione del Dicerorhinus etruscus e ArcMdìskodon meri-
dionalis nella serie stessa. I simboli situati a destra della colonna stratigrafica, sono disegnati in gran¬
dezze proporzionali alla frequenza dei rinvenimenti di resti dei vertebrati che essi rappresentano. (Da F.
Lona, 1950 e S. Venzo 1952, modificato).
I livelli sono (dal basso): 2) argille lacustri scure con alternanze varie di marne, marne torbose e pic¬
cole lenti lignitifere (m. ?); 3) III banco di lignite torbosa (m 4.80); 4) marna eonchigliacca giallognola
(m. 1.50-4); 5) II banco di lignite (banco principale) (in 7.50); 6) marne calcaree bianco-gialline, a
sedimentazione ritmica ( gyttja ) (m 16.80); I banco di lignite torbosa, con lenti di argille nere, orga¬
nogene (m 1.10); 8) argilla nera torbosa (m 1.30); 9) livello torboso, talora a lignite fogliettato. e con
lenticelle argillose nere (m 0.60); 10) gyttja calcaree bianco-gialline, con frequenti molluschi, special
mente gasteropodi (ni 4-5); 11) argille scure, compatte, con qualche lente ghiaiosa (m 2.50); 12) sabbie
e ghiaie (m 3.10).
NB. - Il frammento di mandibola di D. etruscus, menzionato nella nota 1 in fondo alla pag. 3, fu rinvenuto nella parte
alta del livello n“ 6, in corrispondenza del cataglaeiale 6 I.
6
V. VlALLl
Considerazioni climatiche
I reperti faunistici di Leffe, vecchi e nuovi, sono sinora comparsi, come si vede, negli oriz¬
zonti a lignite e torba 5,9 e nelle argille del livello 11. E’ possibile che vi siano resti di vertebrati
anche nel III banco di lignite, il più profondo, poco sfruttato industrialmente, e nel I banco, per
quanto finora non se ne siano avute notizie. Il Dicerorhinus etruscus, presente in tutto il II banco,
si rivela più frequente però nella sua parte superiore. Nel livello torboso (n. 9 della sezione), è invece
raro, essendosene segnalato fino ad oggi un unico rinvenimento, e precisamente l’esemplare ricupe¬
rato dallo scrivente nel febbraio 1955. L ’Archidiskodon meridionalis, di tipo arcaico, abbonda nella
parte inferiore del li banco di lignite (liv. 5) e nella parte alta di questa serie (liv. 11), dove però com¬
pare con una forma ormai nettamente evoluta, come lo dimostrano le scoperte di questi ultimi anni.
L’evoluzione climatica del bacino di Leffe è stata ampiamente illustrata nei noti lavori di F.
Lona (40) e S. Venzo (75-78), Ulteriori investigazioni sui pollini della parte alta della serie, dal li¬
vello 9 in su, sono in corso da qualche tempo, per chiarire la parte della curva ancora par¬
zialmente non sicura. Alcuni campioni di materiali che inglobavano i resti di elefante e di rinoce¬
ronte recentemente trovati, sono stati mandati in esame al prof. Lona ed hanno permesso di ricavare
alcuni dati che in parte confermano le vecchie deduzioni ed in parte suggeriscono — sebbene non an¬
cora m maniera definitiva — alcune oscillazioni del clima nei livelli 9-12. E’ confermato ad e-
sempio un clima molto più freddo dell’attuale del livello torboso n. 9, contenente un’altissima per¬
centuale di conifere (. Pinus, Picea, Abies ) che costituiscono circa il 70% dei pollini presenti in quel-
1 orizzonte, nel quale le termofile Corylus, Carpinus e Querc-us formano la minoranza. Non va dimen¬
ticato che in quel livello, corrispondente a un clima subalpino sui 1800 m di altezza, alla latitudine
di Leffe, e stato rinvenuto il Dicerorhinus etruscus ; ciò significa che quel rinoceronte poteva vivere
anche in ambiente forestale di tipo freddo ( 1 ).
E invece una novità,comunicatami tramite l'amico S. Venzo, il relativo rinfrescamento clima¬
tico della prima parte dell’interglaciale Giinz-Mindel, corrispondente alla, base del liv. 11. Infatti, nel
campione di argilla in cui fu trovato immerso l’elefante nel marzo 1954 (esempi. D), esattamente alla
base di quel livello, F. Lona accertò la presenza delle seguenti forme forestali :
Pinus tipo silvestris 15%, Pinus tipo haploxylon 1%, Picea grande 11%, Picea piccola 1%,
Betula, 3%, Salix 4%, Tsuga 14%, Cedrus 6%, Carya 3%, Pterocarya 4%, Juglans 1%, Quer-
cus 6%, Corylus 1%, Alnus 2%, Castanea 8%
e inoltre un certo numero di altre assenze non forestali, o di piante dubbie o rare, come Taxodiacee 3%,
Graminacee 4%, Composite 1%, Osmundax.ee 1%, ecc.
La presenza di numerosi Pinus, Salix, Betula parrebbe testimoniare un clima più freddo dell’at¬
tuale ; i Picea stessi non discorderebbero da questa interpretazione, ma anzi la convaliderebbero, fa¬
cendo nel contempo supporre la presenza nell’atmosfera di un certo grado di umidità. Questa umi¬
dità è cl altro canto confermata, più che da ogni altra pianta, dai molti Cedrus dei quali è noto il pre¬
ferito insediamento in climi molto piovosi. Non sembra azzardato pensare che il livello 11, più che cor¬
rispondere a un deciso deterioramento climatico, rappresenti una fase soltanto pochissimo più fredda
di oggi, però con forte umidità e piovosità e quindi clima temperato a tipo oceanico, con inverni pro-
blimente moderati [Pterocarya e Quercus ).
(') Anche il frammento di mandibola di D.etruscus trovato al tetto del liv. 6, in corrispondenza dell’inizio del ca-
taglaciale G- I (v. nota 1, pg. 3), depone nello stesso senso.
SUL rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori ecc.
7
Distribuzione st r ati graf i ca
del 3)icerorhinus etruscus in Italia centrale e settentrionale
In Alta Italia, i rinvenimenti di Dicerorhinus etruscus sono stati abbastanza numerosi in Pie¬
monte, soprattutto nell’Astigiana; scoperte interessanti sono avvenute anche in Lombardia (Navezze
di Gussago, S. Colombano al Lambro), in Emilia (M. Pulgnasco), in Liguria (Legino). La Toscana è
troppo nota per la frequenza dei rinvenimenti particolarmente nel Valdarno superiore ed inferiore,
nel Mugello, in Val di Magra, nella valle del Serchio ecc., perchè occorra soffermarsi a lungo sull’ar¬
gomento. In questo capitolo riassumo solo le giaciture meglio note, per limitare geograficamente l’ar¬
gomento e, di conseguenza, poter contare su più sicure deduzioni cronologiche. La relativa vicinanza
tra loro delle varie località toscane, lombarde, piemontesi, emiliane e liguri e le strette rassomiglianze
dei vari reperti fossili, lasciano supporre che gli etruscus italiani, particolarmente del centro e nord
Italia, abbiano costituito un gruppo omogeneo, vissuto entro limiti di tempo abbastanza ben defini¬
bili; sicché essi, anche da soli, possono effettivamente rivestire il ruolo di fossili guida per la parte
superiore dell'Astiano e per la parte basale del Pleistocene, sino al Gùnz compreso, vale a dire per
tutto il Villafranchiano (Q.
Collerosa (Poggio Mirteto - Rieti). - Buoni resti di D. etruscus, trovati in sedimenti la¬
custri sono stati descritti dal Tuccimei (71), nel 1891. La fauna a molluschi continentali accompa¬
gnante quei resti, testimonia un’età pliocenica; l’antichità del deposito è confermata anche dall in¬
clinazione dei sedimenti lacustri stessi, a somiglianza di quanto si osserva nel Valdarno superiore.
Età probabile, secondo Tuccimei, livelli superiori dell'Astiano.
Valdarno superiore. - Secondo gli studi più recenti (Merla 45, 1949), gli etruscus proven¬
gono dall’orizzonte a A. meridionalis, Mastodon arvernensis, Equus stenonis e Leptobos etruscus del
Villafranchiano. La maggior parte degli esemplari della nota fauna proviene dalla parte media (san¬
sino) della formazione superiore, corrispondente alla 2 a fase lacustre, a interrimenti subaerei termi¬
nali. Non è ancora del tutto chiarito se trattasi di una fauna mista oppure di due faune successive,
una a M. arvernensis, più antica, e l’altra a A. meridionalis, sovrapposta alla prima, quantunque
certi indizi facciano ritenere probabile la seconda ipotesi, in accordo con quanto s'osserva in molte
località italiane ed estere. Questi indizi, tutt'altro che trascurabili, inducono all’idea che il Valdarno
superiore, verosimilmente coevo di Senèze, sia da ascrivere al Villafranchiano superiore.
L’età delle sabbie grossolane contenenti la piccola fauna a mammiferi, con D.etruscus, di Mon- (*)
(*) Ho seguito l’interpretazione del termine Villafranchiano adottata da Venzo e Lona nei loro lavori su
Leffe e, in genere, nei vari studi pubblicati dal primo autore sul Quaternario di località diverse della Lombardia:
distinguendo cioè un Villanfrancliiano inferiore, caldo, corrispondente al Pliocene superiore (Astiano), con masto¬
donti (soprattutto Varvernensis) ed un Villafranchiano superiore, fresco o freddo, comprensivo della glaciazione del
Donau, dell’interglaciale Donau-Giinz e del Giinz, tripartito, molto freddo, paleontologicamente caratterizzato dalla
scomparsa dei mastodonti e dalla presenza invece di El. me ridionalis e E. etruscus. Uno schema che, almeno dal lato
paleontologico, è anche accettabile, è quello riportato dal Viret (80, pag. 183) in cui si distingue un Villafranchiano
antico, caratterizzato dal tapiro e dal M.borsoni, nonché, in senso negativo, dalla mancanza di elefanti; un Villa¬
franchiano normale, suddiviso in due parti: l’inferiore che comporta la coesistenza possibile e frequente di M. arver¬
nensis ed El. meridionalis e la superiore con la sola presenza dell’-Ei. meridionalis (e probabile estinzione del ma¬
stodonte in Europa); un Villafranchiano superiore in cui si ammette la prima comparsa del Eh. merchi. Nell’attesa
che il problema del Villafranchiano sia chiarito dalla Commissione internazionale (INQUA 1953), ho proferito seguire
lo schema adottato da Venzo, anche per non creare complicazioni riguardanti direttamente Leffe.
NB, — I numeri di riferimento bibliografico relativi al rinoceronte riguardano l’elenco di pag. 65.
V. VlALLI
8
tevecchio presso Montopoli (Valdarno inferiore), (fauna scoperta dal Fobsyth Major nel 1880), è
invece dell’Astiano, come testimoniano i fossili marini che quel terreno contiene ( fide G. Buggieri).
OUvola (Val di Magra). - Secondo Azzaroli (2, 1950), il famoso ossario toscano non cor¬
risponderebbe stratigraficamente alle sabbie ferruginose ( sansino ) a meridionalis del Valdarno supe¬
riore, ma sarebbe di età più antica, cioè del Villafranchiamo inferiore. Viret (80, pg. 179-180) non
accetta questo invecchiamento, ma, basandosi sulle forti analogie con la fauna di St.-Vallier, pro¬
pende a giudicare Olivola contemporanea al Valdarno superiore, quindi di età villafranchiana
superiore.
Barcja (dar fagli aria). - Un’altra località nota per la presenza di D. etruscus è Barga, nella
valle del Serchio, in prov. di Lucca. Già dal secolo scorso, quel bacino lacustre era stato giudicato
pliocenico (Db Stefani, 1887), in base a considerazioni geologiche e paleontologiche (presenza, oltre
del rinoceronte, di Equus stenonis e Mastodon arvernensis) ; Ugolini (74, 1918) si associava a quest’in¬
terpretazione e, nel 1953, in occasione del IV Congresso Internazionale INQUA, Tongiorgi e Trevi-
san (70) la confermavano ulteriormente, completandola di dati geomorfologici molto convincenti; le
argille lacustri azzurre contenenti i vertebrati sottostanno a un terrazzo misto di costruzione degli
anaglaeiali Giinz e Mindel e quindi sono giinziane nella loro parte superiore e certamente pre-gun-
ziane per il resto. L 'etruscus scoperto nel secolo scorso alla foce della Loppora, in località Fornaci,
giaceva a un livello medio-superiore dell'intero complesso lacustre. Non è quindi improbabile che
tale livello equivalga al Villafranchiauo superiore.
Braia (Legino-Savona). - Nel 1910, Issel (37) descrisse un ramo mandibolare sinistro,
completo dell’intera regione sinfisaria, che, per quanto logorato, è agevolmente attribuibile all’e-
truscus. E’ questo l’unico resto sinora noto in Liguria di quella specie di rinoceronte; il caso ha vo¬
luto che, nella stessa zona di Legino, sia stato rinvenuto anche un frammento di molare appartenente
con tutta probabilità all’ El, meridionali (v. Issel, 37), evidentemente caduto nell’alveo del tor¬
rente dalle sovrastanti formazioni plioceniche. La mandibola di etruscus fu invece scoperta in posto,
a circa un metro sopra la base di una formazione di sabbie argillose giallastre, prive di fossili, che
verso l’alto diventano gradatamente sempre più ciottolose; questa formazione ricopre un livello di
argille ceneri piacenziaue, con numerosi fossili marini. Per quanto I’Issel li ritenga ancora piacen-
ziani, le sabbie e i ciottoli vanno ascritti, quanto meno, al Pliocene superiore, anche perchè, come più
avanti afferma il medesimo autore, «l’altitudine loro (dei ciottoli) coincide con quella della assise
astiane (da lui) osservate nella stessa città di Genova e presso Sestri Ponente ».
Piemonte. - Il noto scheletro di D. etruscus trovato nei pressi di Dusino (Villafranca
d’Asti), alla confluenza della valle di Stanavasso con la valle di Traversolo, proviene dalle sabbie
grigio-chiare, con frustoli vegetali e molluschi terrestri che il Sacco (53) giudicò di età villafran¬
chiana inferiore ( = Astiano superiore), h’etruscus trovato a Becchi di Castelnuovo San Bosco (To¬
rino) e descritto dal Loss (42) nel 1945, fu trovato nel medesimo orizzonte sabbioso dal quale anni
pinna erano stati estratti resti di il/. avvemens'is (vedi li. Loss, 41). L’età del giacimento è perciò
manifestamente dell Astiano più alto, in accordo con quanto si osserva a Dusino. Lo stesso dicasi per
gli etruscus trovati in Val di Berti di Cortiglione, a San Paolo, a Castello d’Annone, Incisa Bembo,
Ferrere d’Asti, Villafranca d’Asti provenienti tutti da livelli in cui furono scoperti anche numerosi
resti di M. arvernensis (Loss op. cit., Sacco, 54).
M. Pul g nasco (Piacenza). - Simonelli (59) classifica come Rhinoceros {Coelodonta) mer¬
chi J. e K. una mandibola completa trovata da Cortesi « entro gli strati superiori di sabbia rossiccia
sparsi di alcune conchiglie marine ...» di età « pliocenica », in località M. Pulgnasco, a breve di-
Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori fece.
9
stanza dal punto in cui lo stesso Cortesi rinvenne i resti di El. meridionalis, ed a oltre 500 piedi
sopra il fondo valle del torrente Chiavenna. Un esame diretto della mandibola, conservata presso l’I¬
stituto di Geologia dell’Università di Parma, mi ha rivelato forti analogie tra essa e la mandibola
del rinoceronte di Leffe : aspetto e dimensione dei denti, spessore, andamento e direzione della branca
orizzontale, aspetto e proporzioni della sinfisi, grado di apertura dei due rami mandibolari sono molto
simili nei due esemplari. Perciò non esito ad affermare che la mandibola di M. Pulgnasco appartiene
a D. etruscus, Pale. Questa mia convinzione è suffragata in modo decisivo dall’età stessa delle sabbie
in cui il resto fossile fu rinvenuto, età che è anteriore alla data di comparsa del merchi in Europa ( 1 ).
Il Simonelli parla di « sabbie plioceniche » senza ulteriori specificazioni. In effetti (vedi Gignoux,
Di Napoli Alliata, e Foglio Fiorenzuola d’Arda della Carta Geologica d’Italia) quelle sabbie ap¬
partengono con tutta probabilità al Calabriano. Q uesta deduzione è suffragata anche dal rinveni¬
mento già citato di El. meridionalis e mi è inoltre verbalmente stata confermata dal prof. S. Yenzo.
Navezze di Gussago (Brescia). - Devo alla cortesia dell’amico Yenzo la informazione
che le argille di quell’antico lago intravallivo dalle quali provengono i denti e le varie ossa classifi¬
cate da P. Leonardi (38) come Rhinoceros cfr. etruscus sono verosimilmente del Villafranchiano
superiore fresco.
S. Colombano al Lambro (Milano). - In un lavoro del 1929, V. Caccia (10) descrive e
figura un cranio di rinoceronte da lui classificato come Rhinoceros merckianus etruriae Fale. Il
cranio, di color grigio-ferro, completo e ottimamente conservato, fu rinvenuto in una cava di sabbia
dell’alveo del Lambro, subito a monte del ponte di Mariotto, sulla provinciale Pavia-Cremona, vale a
dire molto vicino al colle di S. Colombano. E’ noto che alla base di quel colle (Farioli A., 26, 1954)
affiora una formazione calabriana di spessore che, per analogia con la serie sepolta, recentemente ri¬
levata per mezzo di un sondaggio nella vicinissima località di Miradolo, dovrebbe aggirarsi sui 30 m.
circa. Il tetto della serie calabriana di Miradolo si trova appena 4 m sotto le argille e sabbie dilu¬
viali della campagna. Sul colle di S. Colombano, il Calabriano marino è ricoperto da sabbie ed argille
ferrettizzate mindeliane (v. A. Desio, 18, 1938).
Il cranio di S. Colombano è di tipico Dicerorhinus etruscus. Un semplice sguardo alle figure
riportate dal Caccia basta a convincere. La sua perfetta conservazione, che non ammette fluitazioni
di lungo percorso, e la vicinanza dei terreni calabriani, sia quelli affioranti sul colle che quelli sotto¬
stanti al piano di campagna, escludono ogni dubbio che esso non provenga da questi ultimi. Non bi¬
sogna inoltre dimenticare che i dintorni di S. Colombano al Lambro hanno dato numerosi resti di El.
meridionalis, anch’essi certamente fluitati dagli stessi terreni calabriani (De Angelis d’Ossat, Ai-
raghi, Caccia op. cit.).
C) Il D.merchi è segnalato dubbiosamente nel pre-Riss, mentre invece è molto comune nel Riss-Wiirm, epoca in
cui esso appare diffuso anche in tutta l’Europa meridionale, Italia compresa (Stehlin 62, pg. 165).
2
io
V. VIALLI
Quadro riassuntivo della distribuzione stratigrafica del Dicerorhinus et r u s cu s (Falc.)
in Italia centro - settentrionale
Da questo quadro appare che, nell’Italia centro-settentrionale, il D.etruscus è vissuto tra l'Astiano superiore
ed il Calabriano. Si confermano così per Leffe le attribuzioni cronologiche precedentemente dedotte per altra via da Venzo
e Lona. Appare inoltre che questo animale ha potuto vivere sia in ambiente caldo che freddo e che pertanto non può
essere preso a testimonianza di un qualsivoglia tipo di clima. Dal computo delle gyttja del livello 6 (v. fig. 1), (3500-4000
per metro circa) è possibile calcolare con buona approssimazione che, tra il Donau III ed il Giinz II, corre un intervallo
di tempo di almeno 60-70.000 anni.
NB. — La validità del V. etruscus, come fossile guida del Villafranchiamo, se appare provata per l’ambito del¬
l’Italia centrale e settentrionale, è invece indebolita all’estero da contrastanti opinioni, e situazioni, riguardo alla
età dei giacimenti in cui esso compare. Talune località (Forest-bed, Solhilac, Burbach, Sussenborn, Mosbach ecc.) che
ne contengono resti risalgono certamente a epoca anteriore al Riss. Stehlin (62, pg. 165), cita giacimenti come Brassò
(Kronstadt), Sulzerrain ed Hundsheim come databili riss- wiirmiani. Le prove tuttavia che egli ricorda, riguardo a
questi ultimi tre esempi, non sono del tutto convincenti. Infatti la presenza di etruscus a Sulzerrein è opinata sol¬
tanto in base a un terzo metatarso, del quale però non è noto il livello preciso di provenienza; dal canto suo, il rino¬
ceronte di Hundsheim è di una razza nettamente distinta — D. etruscus, razza hundsheimensis — a suo tempo giudicato
anzi come specie completamente diversa dall ’etruscus tipico e molto vicina al merchi, per morfologia e soprattutto
per dimensioni. Le comparazioni inserite nel testo del presente lavoro lo dimostrano in modo inequivocabile. Lo stesso
dicasi del rinoceronte di Brassò, giudicato dal Toula (69, 1909) come forma nuova ( Eh.Tcronstadtensis ), mentre in
realtà è identico alla testé ricordata razza hundsheimensis (vedi Freudenberg, 30, pg. 460), cioè anch’esso intermedio
morfologicamente tra il tipico etruscus ed il merchi. Entrambi non meravigliano, quindi, se compaiono nel Diluvium
medio, vale a dire probabilmente nell’interglaciale Mindel-Riss.
Posizione stratigrafica dell’_7?. m eri dio ria lis tipo arcaico
e delle sue forme moderne
Dall’esame della nutrita bibliografia ( # ) sull’argomento, le notizie concernenti la posizione sta¬
tigrafica ed il valore cronologico dell’A. meridionalis e delle sue forme evolute si possono così breve¬
mente riassumere ( x ): la sua presenza è stata segnalata nei terreni astiani d’Abruzzo (Chieti, Fran- (*)
(*) I riferimenti bibliografici del presente paragrafo appartengono all’elenco II di pagina 67.
(’) Ometto di citare i reperti classificati incertamente, o palesemente errati, oppure di dubbia collocazione
perchè rimaneggiati o perchè s’ignora di essi l’esatta località di provenienza, come sono ad esempio i casi contem¬
plati nei lavori di Ponzi (44), Meli (38) per i dintorni di Roma, di Cacciamali (8) per la provincia di Frosinone, di
Issel (35) per il Savonese, Sequenza (56) per la prov. di Messina, ecc.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
11
cavilla al Mare, Ortona, Serramonacesca, S. Demetrio nei Yestini), della Lucania (dintorni di Po¬
tenza e di Chiaramente, Pisticci) ( x ), di Montoro, in Val della Nera ( 2 ); in numerosissime località
del Villafranchiano tardo del Valdarno superiore (Figline, S. Giovanni, Le Fratte, Castello dell’In¬
cisa, Yaccareccia, Terranuova ecc. ( 3 ), dove compare con la classica fauna a Leptolos, E. stenonis,
Uh. etruscus, del Valdarno inferiore (Montopoli, Peccioli di Pontedera, Terricciola) ( 4 ), della Val di
Chiana (Chiusi), di Pietrafitta (Città della Pieve) ( 5 ); nel Calabriano inferiore di Fauglia in Val-
lebjaia ( 6 ). Nell’Italia settentrionale, questo proboscidato, oltrecchè a Leffe, è stato segnalato nei
terreni probabilmente calabriani di M. Pulgnasco (Piacenza), di Bargone (Parma) e di S. Colom¬
bano al Lambro (Milano) ( 7 ); nel Villafranchiano di Presceglie (Brescia) ( 8 ) ed in altre località pa¬
dane, dove però i suoi resti sono manifestamente rimaneggiati. In Piemonte, i frequenti resti di me¬
ridionali dei quali si è potuto accertare la provenienza sicura, derivano da terreni tipicamente villa-
franchiani (Nizza Monferrato, Incisa Bembo, Mombercelli, Felizzano ecc.) ( 9 ).
All’estero, la posizione stratigrafica di questo elefante concorda con i dati di fatto italiani.
Infatti Schlesinger (52) lo ricorda nel Pliocene superiore d’Austria e Ungheria, Schwegler (55))
ritiene che si estingua nel Giinz ,mentre Heller (31) lo fa sopravvivere sino all’interglaciale G-M
basale. Per Soergel (58) esso è forma del Pliocene superiore e del Pleistocene inferiore, mentre Psa-
rianos e Thenius (46) affermano che il meridionali è un buon fossile guida del Villafranchiano
( = Calabriano) e del Pleistocene inferiore europei. In Francia, Viret (71) scrive che il meridionali
caratterizzerebbe il suo Villanfranchiano normale (= Villafranchiano medio) d'Europa e parallelizza
Beffe al Valdarno sup. ed a Senèze, dove esso non si presenta associato ai mastodonti.
In Francia, Lortet e Chantre lo descrivono nel Pliocene del bacino marsigliese. Ricordo i-
noltre che la forma normale del meridionali fu rinvenuta in Francia a Puymoisson, Cheilly, Gen-
tilly, sempre in terreni del Pliocene sup. (Deperet e Mayet, 16). Wust (1901) cita la forma ar¬
caica nel Pliocene della Turingia. In Olanda, Schreuder (54) ritiene che la zona intermedia di Te-
gelen, dove compare il meridionali tipo arcaico, sia da assegnare all’interstadio G I/II, equivalente
al Norwich Crag, dove pure esiste il meridionali arcaico, associato con Mimomys pliocenica e new-
toni , e più antica del Cromer Forest Bed, dove il meridionali è di tipo moderno ed associato con
Mimomys intermedius. I meridionali di tipo moderno (evoluto di Saint-I rest e mutazione cìomc-
rensis), comparsi nel tardo Gùnz, si estinguono nel corso dell’interglaciale G-M che essi caratteriz¬
zano con la loro presenza (v. Schreuder op. cit., Deperet e Mayet, 16, pp. 150 e segg.) in molte lo¬
calità della Francia e dell’Inghilterra.
Non è possibile precisare se il meridionali evoluto di Leffe appartenga al tipo di Saint-Prest
oppure alla mutazione cromerensis del Forest Cromer Bed, perchè come è noto queste distinzioni
sono state fatte in base a diversi caratteri dei molari. Come ho già detto, purtroppo, dell esemplare
rinvenuto nel marzo 1954 alla base delle argille del livello 11 (v. fig. 1), non venne ricuperato alcun
dente, ad eccezione dell’estremità distale della difesa sinistra che ovviamente non si presta allo scopo. (*)
(*) D’Erasmo (17).
( 2 ) Tuccimei (65).
( 3 ) Merla (39).
( 4 ) Weithofer (72).
( E ) Moretti (40).
(») Gtgnotjx (28).
( 7 ) Airaghi (5).
( 8 ) Curioni in Venzo (67).
(») Zuffasdi (74) e G-. B, Dal Piaz (13).
12
V. VIALLI
Che si tratti però di meridionalis evoluto è fuori dubbio, come è altrettanto sicuro che nessun resto
di elefante di specie più recente è mai stato trovato a Leffe.
E’ mio parere pertanto che la presenza del D.etruscus e delibi, meridionalis di tipo arcaico
nei livelli bassi, 3-5, della serie, nonché il rinvenimento del medesimo rinoceronte e della forma evo¬
luta dell’elefante meridionale (quest’ultimo giacente nel liv. 11, cinque metri sopra la marcatis¬
sima punta di freddo, giudicata G III, e da essa separato da un complesso di gyttjas e di ligniti che,
in cronologia assoluta significano un intervallo di tempo di almeno 18.000 anni), in armonia con i dati
climatici desunti attraverso gli studi paleobotanici di Lona (*), rechino prove di rilevante valore pa¬
leontologico in favore alla nota interpretazione cronologica di Venzo. Queste prove fanno cioè pen¬
sare che i livelli 3-9 possano benissimo rappresentare la parte basale del Pleistocene (glaciali Donau
e Gùnz) ed i livelli 10-12, nei quali studi pollinologici ancora inediti hanno messo in luce resistenza
di un clima spiccatamente temperato-caldo, possano ragionevolmente essere assegnati alla parte ini¬
ziale dell interglaciale Gùnz-Mindel. In pari tempo, questi dati paleontologici inducono a escludere
con altrettanta sicurezza ogni altra interpretazione tendente a ringiovanire notevolmente la serie
stessa.
( ) Lona X 1 ., Contributi alla storia détta vegetazione e del clima nella Val Padana. Analisi pollinica del giaci¬
mento villafranchiano di Leffe {Bergamo). Atti Soc. Ital. Se. Nat., voi. 89, 1950.
SUL RINOCERONTE E L'ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
13
DESCRIZIONE DELLE FORME
I
Dicerorhinus etruscus (Falconar)
Tutti g-li autori che si sono occupati dell’argomento, concordano nel ritenere che a Leffe sia
rappresentata un unica specie di rinoceronte. Molto contrastanti invece sono le opinioni di quale
specie si tratti, e il fatto si spiega con la insufficienza dei documenti prima d’ora comparsi, consi¬
stenti in massima parte di denti.
Balsamo Crivelli ritenne trattarsi di una forma nuova che egli chiamò Rhinoceros de Filippi
(1842). Il- Falconer giudicò dapprima che fosse un etruscus (1859), e poi un leptorhinus (1861); dal
canto suo il Forsytii Major lasciò scritto in un primo tempo (1871) che il rinoceronte di Leffe non si
poteva accomunare all 'etruscus, all’hemitoechus ed al merchi, forme secondo lui eguali tra loro,
mentre poi (1874) ritenne che lo si potesse classificare come etruscus-, Rutimeyer non volle azzardare
una determinazione specifica, al contrario di Portis (1878) che optò invece per il merchi, inteso però
in senso lato, cioè come membro di un gruppo comprendente, oltre la forma di Kaup, anche Vetru¬
scus, il leptorhinus e 1 hemitoechus. Infine Stehlin nel 1930, pur riconoscendo che i suoi caratteri
dentari rientravano nei limiti di variabilità dell ’e truscus, preferì assegnare, per quanto dubitativa¬
mente, il nostro animale alla specie leptorhinus. Più avanti, avrò modo di soffermarmi sulle ragioni
in base alle quali ritengo non corrispondente al vero la diagnosi dell'eminente paleontologo di Basilea.
La identificazione del rinoceronte di Leffe è stata facilitata dalla buona conservazione del
setto nasale ossificato, dalla mezza mandibola e da un certo numero di ossa della mano, conservatisi
in buono stato. L importanza del setto nasale per la classificazione del Dicerorhinus etruscus era nota
già ai tempi del Falconer (1868); quella delle ossa della mano (e del piede) rivelatasi veramente
notevole per distinguere le varie forme di rinoceronti plio-pleistocenici, è stata messa in luce soprat¬
tutto dallo Schroeder (1930), dal Bernsen (1927), dallo Stehlin (1933) ed, in data recente, autore¬
volmente ribadita da J. Viret (Ì954) nel suo magnifico lavoro sui mammiferi villafranchiani di
Saint-Vallier.
In confronto all’evidenza ed all’obiettività dei caratteri che si osservano nelle sopracitate parti
scheletriche, il metodo odontologico appare assai meno sicuro, inceppato com’è dalla soverchia sogget¬
tività di giudizio e dalla insufficienza delle nostre cognizioni nel campo della variabilità indivi¬
duale, sia essa connessa con 1 età, col sesso o col tipo di alimentazione dei denti dei rinoceronti fossili e
viventi.
Cranio (esemplare B) - Tav. I, figg. 1-3
In origine probabilmente completo, il cranio fu potuto ricuperare soltanto parzialmente. E’
relativamente bene conservata la sua parte anteriore, soprattutto i nasalia, il setto nasale ossificato,
il premascellare destro, il frontale e alcuni frammenti dei parietali. E’ pure conservata la volta pa¬
latina e quasi tutta l’arcata dentaria sinistra, salvo il M 3. Ricuperato anche il M 3 destro, in ottimo
stato. Le ossa parietali, incomplete, e il frontale appaiono variamente rotti, per effetto di una pres¬
sione dall’alto che ne ha alquanto modificato il profilo. Accompagna il cranio un notevole residuo del
MB. : tutti i resti di rinoceronte di Leffe conservati presso
furono completamente distrutti per eventi bellici.
I riferimenti bibliografici riguardanti il rinoceronte
il Museo Civico di Storia Naturale di Milano fino al 1943
sono dell’elenco I di pg. 65.
14
V. VIALLI
ramo mandibolare destro, completo di dentatura e di sinfisi, ma privo del ramo montante e del mar¬
gine inferiore sino all’altezza del Pm 4. Sono conservati anche il Pm 2 e frammenti vari di altri
denti sinistri della mandibola.
Le misure rilevabili sono :
lunghezza massima dell’intero resto cranico
larghezza massima all’altezza dei parietali
lunghezza dalla spina nasale posteriore all’estremità anteriore
mm 495
» 240 ca
del setto nasale
» 290
11 profilo del cranio, per quanto deformato dalla compressione, è nettamente di tipo etruscus,
presentando la caratteristica debole insellatura fronto-nasale che lo differenzia chiaramente dal
merchi; il profilo poco rilevato dell’occipitale ricorda bene gli esemplari di Mosbaeh e del Valdarno.
11 forame infraorbitale non si vede bene, per quanto sembri cadere all’altezza del bordo anteriore del
Pm 4, analogamente a quanto si osserva nell ’etruscus figurato dal Falconer a tav. 28, fig. 1 (25).
Quest’ultimo carattere tuttavia non ha grande importanza, essendo notevolmente variabile, come è
anche variabile la posizione dell’orlo anteriore dell’orbita rispetto ai denti dell’arcata superiore ( 1 ).
L orlo posteriore dell apertura nasale è situato esattamente all’altezza del margine posteriore del
Pm 3, analogamente a quanto si osserva nell’esemplare di etruscus del Valdarno, figurato dal Fal¬
coner a tav. 26, fig. 2 (op. cit.) e nell ’etruscus di Darmstadt. Anche questo carattere rivela una certa
variabilità, poiché ad esempio, in altri esemplari, lo stesso limite può coincidere col bordo anteriore
del Pm 4, oppure cadere tra Pm 4 e M 1, o addirittura al centro del Pm 3.
Abbastanza bene conservata è la regione nasale, la cui confermazione si può dire identica a
quella dell’individuo del Valdarno, conservato a Pisa e figurato a tavola 28, fig. 1 dell’opera del Fal¬
coner (25). Osservati di profilo, i nasalia concordano bene anche con l’esemplare di Dosino. Visti
dall’alto, presentano con quest’ultimo una notevole differenza, dovuta tuttavia esclusivamente al
sesso: infatti P etruscus di Dusino è una femmina ( nasalia stretti e poco rugosi), mentre l’individuo
di Leffe è indubbiamente di sesso maschile ( nasalia larghi, molto rugosi). E’ noto che la rugosità dei
nasalia varia nei rinoceronti a seconda, oltrecchè del sesso, anche dell ’età, mentre un tempo essa era
considerata un buon carattere specifico. Nell’insieme, la regione nasale appare solo di poco defor¬
mata in seguito alla compressione; essa mostra l’inequivocabile sagoma dell ’etruscus, pianeggiante
nella sua parte posteriore e declive verso Lavanti. Chiarissima la tipica doccia piatta dell’estremità
anteriore, e che termina nel punto più alto del setto ossificato.
11 setto ossificato è conservato quasi per intero e permette certe misure che, di solito, sono ra¬
ramente rilevabili. In genere la sua lunghezza varia entro limiti abbastanza ampli, con differenze
anche di 7-8 centimetri. Ciò che importa invece sono la sua conformazione, osservata di lato, e la sua
consistenza; entrambe, prese nell’insieme, costituiscono un importante carattere differenziale tra le
forme quaternarie di rinoceronti a setto nasale ossificato. Infatti, mentre ìmW etruscus il setto è alto,
discretamente lungo e piuttosto gracile, nel Tichorhinus antiquitatis è invece relativamente più basso,
molto allungato all indietro e robusto; sul davanti, nell 'etruscus, esso termina con un lato netto, ver¬
ticale, alto, mentre, nell ’antiquitatis, dato che il margine anteriore dei nasalia si abbassa bruscamente
sin quasi a congiungersi con i premascellari, lo stesso margine è bassissimo, quasi inesistente. Il
merchi presenta una situazione intermedia, in verità non ancora bene definita : pare certo però che
il setto nasale sia in esso molto corto, irregolare, robusto e col contorno anteriore depresso come nel-
1 antiquitatis. Anche nel merchi, a giudicare dalle figure riportate dallo Schroeder (56, tav. 2), na¬
salia anteriori e premascellari formano un angolo acuto tra loro e tendono ad incontrarsi, in netta
O Quest’orlo può infatti coincidere col centro del M 2, col suo margine anteriore, come può anche cadere tra
M 2 e M 3.
SUIi RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECO.
l&
contrapposizione rispetto all ’etruscus, in cui le stesse ossa hanno andamento subparallelo se non ad¬
dirittura divergente.
Dimensioni dei nasalia e del setto nasale
lunghezza massima min 22 u
larghezza massima posteriore » 120
larghezza a metà dei nasalia » 119
lunghezza antero-posteriore del setto, all’attacco coi nasalia » 115
altezza minima dello stesso » 62
spessore sul davanti dello stesso » n
spessore sul retro dello stesso » 18
E’ stato osservato che la robustezza del setto ossificato nei rinoceronti quaternari era in diretto
dipendenza con la robustezza del corno e che quindi essa può rappresentare un buon indizio per giu¬
dicare il sesso deiranimale (nel maschio, evidentemente, il corno è più forte che nella femmina). E’
stato anche accertato che l’ossificazione del setto era legata all’età dell’individuo : nei giovanissimi
esso era cartilagineo e l’ossificazione aveva inizio da uno o pini centri mediani per poi estendersi
progressivamente verso la periferia, fino a produrre la saldatura coi nasalia e rispettivamente con le
ossa palatine. Ne consegue che, fino a una certa età, il setto nasale rimaneva cartilagineo 0 pochissi¬
mo ossificato, e, salvo circostanze del tutto eccezionali, non suscettibile di conservarsi allo stato fos¬
sile. Così può succedere di rinvenire crani di giovani rinoceronti privi di setto ossificato, pur ap¬
partenendo a specie che ne erano in possesso. Questo fatto ha ingenerato qualche equivoco, come ad
esempio sembra essere il caso dei due leptorhinus descritti dalla Pavlow (49) nel 1892 : i due crani,
appartenenti a giovanissimi individui (suture non saldate, rugosità appena accennate dei nasalia
hanno aspetto, dimensioni e proporzioni di etruscus, nei quali appunto il setto non ha potuto con¬
servarsi perchè evidentemente non ancora ossificato del tutto.
Generalità sulla dentatura
Lo studio comparativo della dentatura dei rinoceronti fossili ai fini della loro classificazione,
è uno dei grossi problemi della paleontologia. Si è tentato per molte vie di trovare un filo conduttore
che servisse di guida per risalire, mediante il semplice esame odontologico, alla specie alla quale
essi appartengono. Non si può affermare obiettivamente che questo filo sia stato trovato. Le molte vie
tentate presentano invariabilmente non pochi lati criticabili: basta leggere la bibliografia dell’argo¬
mento, molto nutrita da cent’anni a questa parte, per rendersi conto che i pareri degli autori sono
tra loro assai discordanti.
Le diagnosi differenziali basate soltanto su denti isolati non danno generalmente risultati pro¬
bativi, salvo casi particolarissimi come quando si ha a che fare, per esempio, con molari di Ticho-
rhinus antiquitatis. Il giudizio espresso in proposito dal Gaudry, Roman, Airagiii ed altri è del tutto
negativo. Per quanto sia logico ritenere che lo sviluppo dei premolari e dei molari dei rinoceronti
segua un piano fondamentale già pronto nella vita intrauterina e appaia sottratto a qualsiasi influsso
esterno (W. 0. Dietrich, 20), noi sappiamo ancora troppo poco per poter distinguere con sicurezza
una forma dall’altra, almeno per la maggior parte dei rinoceronti viventi e fossili. Ciò è dovuto so¬
prattutto al fatto che taluni importanti caratteri, come ad esempio 1 ’ipso e la brachiodontia, la pen¬
denza delle pareti dei denti, la disposizione del cemento, la presenza e l’andamento del cingulum,
non si possono definire quantitativamente con esattezza, ma servono solo a fornire cognizioni di carat¬
tere qualitativo. Secondo I’Osborn (46), si noterebbe nei molari dei rinoceronti una tendenza evo¬
lutiva che, a partire dalle forme più antiche, eoceniche, porterebbe, nel Pleistocene, alle seguenti
principali modificazioni strutturali :
V. VIALLÌ
16
— maggior altezza della corona, accompagnata da parziale scomparsa del cingulumj appiatti¬
mento dello smalto della parete esterna dell’ectolofo e metalofo, con insorgenza, rispettivamente, del-
l’ antecrochet, del crochet e della cristo,; innalzamento del cingulum posteriore, estrema semplifica¬
zione del protolofo e graduale complicazione della parte posteriore della corona, che si allunga a
formare una superficie addizionale ripiegata intorno alla post-fossetta; sostituzione del tipo di usura
orizzontale del dente ipsodonte, al tipo obliquo d’usura del dente brachiodonte.
Nel Pleistocene si raggiunge effettivamente lo stadio finale del Tich. antiquitatis, in cui si
osservano con bastante chiarezza i caratteri estremi di questa evoluzione; ma è anche vero che, nello
stesso periodo, rimangono superstiti nelle altre forme di rinoceronti non pochi caratteri ancestrali che
interferiscono notevolmente nell’uso pratico che si potrebbe fare di questa sintesi dell’evoluzione
dentaria di questi animali.
1 risultati migliori delle indagini odontologiche si ottengono con denti di giovani individui, a
moderato grado di usura. Questa è una condizione che si presenta piuttosto di rado; purtroppo non
infrequente è il caso in cui l’usura molto avanzata ha fatto scomparire taluni elementi relativa¬
mente preziosi per l’identificazione delle forme. Come è noto, il D.etruscus presenta analogie forti,
sia nel cranio che nella dentatura, col D. merchi, tanto che non pochi autori non hanno esitato
nel passato a considerarli come un’unica specie (Tuccimei, Portis, Simonelli, Airaghi, Brandt,
Rutimeyer, ecc.); altri invece giudicano che si tratti di due razze strettamente parenti (Schroeder,
Wust, Wùrm, Stromer v. R.). Stromer von Reichenbach (63, 1898), raccoglie i vari tipi in un unico
gruppo merchi-etruscus, proponendo rispettivamente di chiamare mercki-etruscus le forme di Leida,
Pisa e Lodesana, merchi s.s. quelle di Daxland e di Taubach, mercki-hemitoechus quelle di Ilford e
Gibilterra, ed infine semplicemente merchi l’esemplare di Irkutzk. Nel 1927, J. J. A. Bernsen (4),
riprendendo le idee di Boyd Dawkins, Lydekker, Falconer, Buse, Woodward ed altri, esprime il
parere, tratto dall’esame diretto di un grande numero di esemplari di ogni provenienza, che si abbia
a che fare con due specie distinte, delle quali l’una ( etruscus ) presenta costantemente forme brachio-
donti di dentatura e l'altra ( merchi ) forme in assoluta prevalenza ipsodonti. « Sino a che —• af¬
ferma l’A. olandese — non ci si mette d’accordo nel riunire le forme attuali brachi e ipsodonti in
un’unica specie, non c’è motivo che vieti di considerare l’etruscus e ed il merchi due specie separate ».
Vedremo più avanti come, in date recenti, siano stati fatti discreti progressi in tale direzione, sulla
base di dati osteologici delle estremità, che hanno messo in luce sostanziali differenze di alto inte¬
resse tassonomico.
Secondo il Dawkins, le forme tardo-terziarie e quaternarie di rinoceronti potrebbero essere di¬
stinte sulla base della corona dentaria in: forme mioceniche (e con esse, eccezionalmente, anche Vetru¬
scus) a corona bassa e forme plio-pleistoceniehe a corona alta. Limitandoci a considerare Vetruscus
e il merchi, è innegabile che, mentre l’aspetto complessivo dei denti del primo appare tozzo, quello
dell’altro dà l’impressione di qualcosa di slanciato, pressoché subpiramidale.
Altro carattere distintivo ormai comunemente accettato consiste nelle dimensioni generali e
particolari delle due dentature : è forse questo il meno insicuro elemento di giudizio che possa soc¬
correre nei casi dubbi, ove si tenga naturalmente in debito conto l’età ed il sesso, quand’è possibile,
dell’esemplare in esame. Le tabelle che seguono, desunte per la maggior parte degli Autori sopraci¬
tati, parlano abbastanza chiaramente in tale senso. Si vede infatti che il merchi presenta costante-
mente dimensioni maggiori rispetto all 'etruscus. Questo criterio semplicistico non manca natural¬
mente di incertezze : si hanno casi, come bene illustra la tabella di pagina 68 del lavoro dello Schroe¬
der (56, 1903) che riporta le dimensioni di Pm 4, M 1 e M 2 di un etruscus e di un merchi di Mos-
bach, in cui le dimensioni rispettive sono molte vicine. Trattasi evidentemente di casi limite, o forse,
come lo stesso Autore ritiene, di resti d’un grosso maschio di etruscus e di quelli una piccola fem¬
mina di merchi.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
\7
Alcuni valori dentari dei denti superiori, desunti da Schroeder (1930) e Bernsen (1927) relativi a
esemplari di rinoceronti tossili di Germania e Olanda, comparati con I ' etruscus di Lette e di Barga.
Pm 2
Pm 3
Pm 4
M 1
M2
M 3
lunghezza esterna
mm.
32-36
39-46
39-50
43-60
52-63
61-71
I
misurata alla base
»
28-35 33-36
36-41
42-49
45-51
50-61
II
della corona
»
31
36
40
47
?
42
III
»
32
37.5
42
?
f
?
iy
larghezza anteriore
mm.
34-43
55-70
55-74
63-72
63-73
58-70
i
misurata alla base
»
31-42
45-53
50-64
50-63
55-62
50-58
ii
della corona
»
35
47
52
55
? .
46
in
»
36
41
54.5
51
?
51
IV
NB. : le cifre delle
prime righe
(I) si riferiscono al
merchi in generale:
; quelle delle
seconde righe
(II) a
etruscus di
provenienze varie;
tano i dati relativi
quelle delle
all ’ etruscus
terze righe (HI) all
di Barga.
’etruscus di Leffe,
mentre le cifre delle quarte
righe
(IV) ripor-
Dimensioni della mandibola e delle serie dentarie mandibolari in vari esemplari
di 2>icerorhinus etruscus
e 'Jticerorhinus mercki
italiani
e esteri.
etruscus
Mosbacli
etruscus
| Mauer
etruscus
Tegelen
etruscus
Valdarno
etruscus
Leffe
merchi j
Mosbach 1
1
merchi
Wiesbaden
Lunghezza del ramo mandi¬
bolare dalla estr. della sin-
i
O
i
2
1 2
i
O
1 2
1
1
ì
2
fisi al margine post, della
branca montante mm.
515
545
._
_ _
lungh. della sinfisi »
95
116
- -
93 —
_
_
__
distanza del M 3 dal mar¬
gine poster, mandibolare »
183
190
_
lungh. della serie completa »
242
245
221
227
229c 225c
220
225
226 —
282
275
282
lunghezza dei Pm »
104
99
96
96
lOlc —
96
98 —
123
_
lunghezza dei M »
138
140
128
129
129c —
128
128 120
157
_ _
_
Altezza del ramo mandibo¬
lare dietro il M 3 »
80
102
85
_
93 84
90
— 97
121
127
108
Dimensioni dei denti mandibolari di 2>fcerorhmus etruscus e 2)ìcerorhinus merki, desunti specialmente da
Schroeder (1930), Bernsen (1927), Freudenberg, Simonelli ecc., comparati con quelle dell’ eirusc US di Lette.
Pm 2
Pm 3
Pm 4
M 1
M2
M 3
lunghezze interne
mm. 26-39
27-44
39-49
46-53
48-63
51-64
i
misurate alla base
» 26-33
29-37
31-44
36-48
41-46
43-46.5
ii
della corona
» 28
33
37
40
44
44
in
lunghezze delle falci
» 19-29
25-32
30-36
30-37
35-41
31-37
i
posteriori misurate alla
» 18-29
24-29
27-31
30-34
26-31
26-33
ir
base della corona
» 18.5
25
28
30
29
26.5
in
NB. : le cifre delle prime
righe (I) si
riferiscono al merchi
; quelle delle
seconde righe (II) a
etruscus di provenienze
varie italiane e estere; quelle delle terze righe (III)
all 'etruscus di Leffe
(esemplare Malanchini).
3
18
V. VlALLÌ
Dall’esame della bibliografia riguardante i denti dei rinoceronti fossili, è facile constatare
come la maggioranza degli autori tenga in gran conto, per le diagnosi specifiche, la topografia delle
superfici masticatorie dei vari denti (andamento delle valli, delle colline, disposizione del crochet,
dell ’ante-crochet e della cristo), mentre soltanto una minor parte ritiene più validi altri caratteri
(andamento del cingulum, forma dell’entrata alla valle principale, altezza della parete esterna, quan¬
tità del cemento, lunghezza e larghezza dei denti, dimensioni relative delle serie dentarie) (Q. Ciò
che ho potuto personalmente vedere in proposito, mi ha convinto che soltanto questi ultimi caratteri
possono dare una certa garanzia di indipendenza dalle deformazioni che nascono sulle superfici ma¬
sticatorie in seguito all’usura dei denti. A differenza dei primi, essi risentono in molto minore parte
le variazioni di forma che si producono in una serie dentaria, relativamente plastica, in crescita, in
cui le vicendevoli compressioni possono ingenerare deviazioni pressoché infinite dei vari elementi
strutturali. Ricordo a questo proposito di avere osservato, in un molare superiore destro di Bh. simus
cottoni, un considerevole spostamento in avanti del protolofo, causato dall’anomalo inalveolamento
del dente che lo precede ( 2 ), con conseguente notevole deformazione dell’intero elemento rispetto al¬
l’omologo dente sinistro. Rimando soprattutto il lettore all’esame delle figg. 12-22 (pp. 20-23) del do¬
cumentato lavoro di F. Tottla (66), in cui sono rappresentate le variazioni che si osservano in serie
dentarie rispettivamente di Rh. sonclaicus e Bh. sumatrensis in dipendenza del sesso e soprattutto del¬
l’età. Nel secondo caso, molto interessante perchè si riferisce all’analisi di ben 9 individui della me¬
desima specie vivente, il Toxjla mette in evidenza « una non piccola variabilità dei rapporti in rela¬
zione all’età ed al grado di usura », tanto da concludere che « le differenze tra le serie dentarie destra
e sinistra d’uno stesso cranio, in alcuni casi, sono veramente considerevoli ».
1 menzionati rapporti possono essere indifferentemente riferiti sia alle lunghezze complessive
delle serie dentarie, messe a confronto con lunghezze parziali delle stesse (ad esempio tutti i premolari
o i molari rispetto alla lunghezza complessiva della serie; premolari rispetto ai molari), oppure a rap¬
porti di lunghezza e larghezza d’ogni singolo dente. Osservando le sopracitate figure, colpiscono so¬
prattutto le modificazioni morfologiche delle linee d’erosione della superficie masticatoria dei denti:
ectolofo, metalofo, protolofo, valle mediana, valle posteriore, proporzioni ed orientamento del crochet,
antecrochet, cristo ecc. appaiono variabilissimi e non sembrano evidentemente perpetuare uno schema
fisso che molti autori hanno voluto vedere in essi. Queste figure, che riassumono in sintesi un rile¬
vante lavoro di ricerca nei musei di Leida, Amburgo, Berlino, Lindau e Vienna, non abbisognano di
altri commenti, bastando da sole a dimostrare quanto sia illusoria l’idea che gli elementi della super¬
ficie masticatoria possano fornire una chiara chiave tassonomica.
Descrizione dei denti superiori
A giudicare dal grado di usura dei denti, l’individuo B (Malanchini) è un adulto, piuttosto
d’età avanzata. Infatti tutte le valli dei Pm 3 Pm 4 sono completamente chiuse. La serie dentaria
mandibolare destra è completa ed ottimamente conservata. La serie mascellare destra è completa nel
tratto Pm 2-M 1; del M 2 si conserva soltanto la metà interna; manca del tutto il M 3. Dei denti su¬
periori sinistri si è salvato soltanto il M 3 e frammenti indecifrabili degli altri molari. Tutti i denti
presentano usura di tipo obliquo, caratteristica delle forme brachiodonte, con approfondimento mar¬
cato ed uniforme del lato linguale.
( 1 ) A questo proposito, il Bernsen (4) afferma testualmente « The development of stelidion, antistelidion and
parastelidion varies so greatly that a comparison witli regard to this cliaracter seems superfluous to me».
( 2 ) Y. Y talli, Su una anomalia nella dentatura di un rinoceronte africano - Natura, voi. 46, 1955.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
19
Dentizione decidua (esempi. CI)
Pm 1 (superiore sinistro) - Tav. I, fig. 7
Dimensioni :
lunghezza esterna mm 22 ( 1 )
larghezza » 22 ( 2 )
Dente a contorno triangolare, con spigoli anteriore ed esterno-posteriore pronunciati; l'angolo
postero-interno è arrotondato. La parete esterna è leggermente convessa al centro. Il cingulum in¬
terno è netto e presenta, all’entrata della valle mediana, un risalto appuntito. Lo stesso cingulum
ha andamento molto ripido sia sul protolofo che sul metalofo.
Dentizione permanente (esempi. B)
Mascella
Pm 2 (destro) - Tav. I, figg. 4-6
Dimensioni :
lunghezza esterna
min
31
lunghezza interna
»
25
larghezza anteriore
»
31
larghezza posteriore
»
34
Dente discretamente consunto, con le valli completamente chiuse. Parete esterna liscia, convessa
priva di cingulum. Accenno a una seconda costa. Cingulum anteriore e posteriore non osservabili
probabilmente perchè cancellati dall’usura. Cingulum interno netto, forte, debolmente concavo verso
l’alto, suborizzontale. Altezza del passo ( 8 ) sul cingulum interno mm 2,5.
Non è appurabile la presenza o meno della parete verticale di smalto che, sul lato interno del
dente, unirebbe tra loro le basi del proto e metalofo e che, secondo Sciiroder sarebbe una caratteri¬
stica propria d di'etruscus.
Osservazioni: nessuno dei caratteri sopraricordati è assolutamente peculiare deU’etruscus,
salvo forse le dimensioni e la spiccata brachiodontia del dente. Infatti, la posizione, l’andamento e
la forza del cingulum interno suggeriscono soltanto un orientamento verso questa specie; poiché, se
è vero che il cingulum si presenta in tal modo in un maggior numero di esemplari di etruscus, è al¬
trettanto vero che lo si può osservare anche in vari individui di merchi, sia pure in forma un po’ at¬
tenuata. Secondo diversi autori tedeschi, una caratteristica dell'etruscus consisterebbe nel fatto che
il cingulum interno contornerebbe alla base il protolofo: ma anche (pii vi sono eccezioni, come os¬
serva il Bernsen, che interessano nella stessa misura il merchi.
Pm 3 (destro) - Tav. I, figg. 4-6
Dimensioni :
lunghezza esterna
mm
37
lunghezza interna
»
31
larghezza anteriore
»
43
larghezza posteriore
»
44
( 1 ) etruscus di Mosbacli mm 31.5, etruscus del Yaldarno sup. mm 27.
( 2 ) etruscus di Mosbach mm 26; etruscus del Yaldarno sup. mm 33.
( s ) il passo è il punto di confluenza dei versanti posteriore del protolofo ed anteriore del metalofo; esso coincide
con l’imbocco della valle mediana,
20
V. VIALLI
Dente consunto, con valli completamente chiuse. Parete esterna liscia, appiattita. E’ presente
una pronunciata seconda costa che, verso la base del dente, si attenua gradatamente sino a scompa¬
rire del tutto. Cingulum posteriore non osservabile, quello anteriore nettissimo, paragonabile a un
gradino di andamento solo molto leggermente inclinato verso l’interno; cingulum interno molto pro¬
nunciato in tutta la sua lunghezza, netto, suborizzontale sul protolofo, un po’ depresso all’entrata
della valle mediana, e decisamente, per quanto debolmente, in salita verso l’indietro, sul metalofo.
Passo molto usurato, ma che lascia intravedere l’antica sezione a V. Altezza del passo sul cingulum,,
mm 4.
Osservazioni: l’andamento e l’aspetto del cingulum del Pm 3 sembrano costituire un carat¬
tere molto importante per la distinzione dell ’etruscus dal merchi. Nel primo, il cingulum anteriore è
generalmente poco inclinato, sebbene esistano eccezioni alla regola ; nel merchi, esso — e non solo nel
Pm 3 ma in tutti i Pm e M superiori ed inferiori — è sempre molto ripido, quantunque meno mar¬
cato, oppure, come succede tutt'altro che raramente, non esiste. Inoltre, in etruscus il cingulum an¬
teriore si continua col cingulum interno, girando sempre con la stessa forza intorno alla base del pro¬
tolofo, punto dove, invece, nel merchi manca quasi sempre del tutto. Bernsen ha tuttavia osservato
eccezioni anche riguardo a quest’ultimo carattere, essendovi dei merchi inglesi di Gray-Essex che ne
sono provveduti, e per contro, alcuni etruscus italiani, inglesi ed olandesi che ne sono privi.
Circa il valore da assegnare alla forma del passo come carattere distintivo delle due specie, è
bene ricordare che, generalmente, nei tre premolari di etruscus (Pm 2, Pm 3, Pm 4) esso ha una se¬
zione arrotondata, concava, mentre negli omologhi denti del merchi la sezione è per la massima parte
a V- Anche qui però vi sono eccezioni, ed a questo proposito l’esemplare di Leffe si sottrae compieta-
mente alla regola.
Pm 4 (destro) - Tav. I, figg. 4-6
Dimensioni :
lunghezza esterna
mm.
41
lunghezza interna
»
36
larghezza anteriore
»
52
larghezza posteriore
»
49
L’usura di questo dente, per quanto avanzata, non è arrivata ad isolare completamente la valle
mediana come nei precedenti premolari, sicché è perfettamente osservabile la forma del passo tra
protolofo e metalofo che ripete quella nettamente a V del Pm 3. Il cingulum anteriore è forte e piut¬
tosto inclinato : girando intorno alla base del protolofo, esso va attenuandosi notevolmente e scen¬
dendo con lieve declivio sino al punto corrispondente all’imbocco della valle mediana; subito dopo,
rinforzato, prende a salire abbastanza ripidamente sul fianco interno del metalofo, all’angolo po¬
stero-interno del quale si confonde con la piega dello smalto che ostruisce l’entrata della valle poste¬
riore.
Altezza del passo, misurata perpendicolarmente sul cingulum interno, mm 6. Parete esterna
dell’ectolofo piatta, con la seconda costa alquanto più attenuata che nel Pm 3.
Osservazioni : il cingulum di questo dente si allontana non poco dallo schema che lo Schroede»
ritiene più comune nell ’etruscus, per avvicinarsi invece a quello che l’A. tedesco considera tipico del
m,orchi. Il tipico etruscus possiede generalmente un cingulum, anteriore debolmente inclinato, e quello
interno di andamento quasi orizzontale nel primo tratto anteriore del dente e poco ripido sul metalofo.
Il merchi presenta invece nella maggioranza dei casi il cingulum anteriore molto ripido e il cingulum
interno, debole o addirittura inesistente, anch’esso in ascesa molto ripida sin dai pressi del passo.
Eccezioni a questi schemi sono state messe in luce dallo Schroeder stesso e, in maggior numero,dal
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
21
Bernsen. Per i caratteri sopradescritti, l’esemplare di Beffe, ad eccezione del forte risalto del cin-
gulurn per tutta la sua lunghezza, si avvicina più allo schema del merchi che non a quello dell’etrw-
scus.
M 1 (destro) - Tav. I, figg. 4-6
Dimensioni :
lunghezza esterna mm 46
lunghezza interna » 38
larghezza anteriore » 52
larghezza posteriore » 50
La parete esterna dell’ectolofo, nel complesso piatta, mostra al centro ed in alto un leggero ri-
gonfiamento che sembrerebbe accennare a un rudimento della terza costa. La seconda costa e più in
risalto che nei premolari: anch’essa però si attenua e scompare alla base del dente. Il cingulum ante¬
riore è molto forte, assai ripido, ma di decorso limitato al terzo interno del dente. Il cingulum interno
non esiste ma è rappresentato da piccolissime rugosità sul protolofo e sul metalofo, di andamento o-
rizzontale, e da un forte tubercolo isolato messo all’entrata della valle mediana. Questa ha una se¬
zione a V molto stretta, a livello del predetto tubercolo. Il passo è situato circa 2 mm sopra il tuber¬
colo stesso. Il cingulum, posteriore è rappresentato da alcune increspature disposte in debole salita.
Appena accennata la presenza di un solco verticale sulla parete anteriore del dente, in prossimità
del suo angolo antero-esterno.
Osservazioni: anche nel caso del M 1, i caratteri soprariferiti non si possono considerare e-
sclusivi del Vetruscus. La forte ripidità del cingulum anteriore è anzi, come al solito, una caratteri¬
stica del merchi; l’assenza del cingulum interno è comune nelle due specie, mentre invece il suo re¬
siduo, rappresentato dal tubercolo, o più comunemente da due tubercoli, e posto all’entrata dalla valle
mediana, sembra essere esclusivo delVetruscus. Secondo Schroeder e Bernsen, la forma a U, arro¬
tondata — e talvolta anche addirittura piatta •— del passo è tipica delVetruscus e non è stata mai
osservata dai due autori nel merchi, dove essa avrebbe costantemente sezione a V.
M 2 (destro) - Tav. I, fig. 5, 6
Dato lo stato frammentario del dente, mi è possibile rilevare soltanto la sua lunghezza in¬
terna che è di 45 millimetri. Il cingulum anteriore, netto e non molto inclinato, decorre lungo circa
la metà della parete anteriore del dente. Il cingulum interno, rappresentato soltanto da leggere in¬
crespature dello smalto, è di andamento perfettamente orizzontale. Quello posteriore non è rilevabile.
L’entrata della valle mediana è a U (caratteristica delVetruscus), però poco svasata. Il cemento è
inesistente.
Osservazioni: come per Lavanti, ricordo che nel merchi il cingulum anteriore è fortemente
inclinato, quello interno è sempre molto debole; inoltre, l’entrata della valle mediana, salvo rare ec¬
cezioni, è costantemente a V. Infine sembra che, in tutti tre i molari di merchi, il cemento abbia
senza eccezioni un rilevante spessore.
M 3 (sinistro) - Tav. I, fig. 8
Dimensioni :
lunghezza interna
larghezza anteriore
Superficie posteriore solo leggerissimamente convessa. Cingulum anteriore saliente, esteso su
oltre tre quarti della parete stessa del dente, suborizzontale nella prima metà del percorso, ripido in¬
vece sulla seconda metà. Accenno ad esistenza di cingulum posteriore, rivelata da un’increspatura ab-
mm 41,5
» 46,5
22
V. VIALLI
bastanza pronunciata situata alla base del metalofo. Accenno di cingulum interno, consistente in un
leggero risalto dello smalto che si rinforza un po’ all’entrata della valle mediana. Sezione del passo
nettamente a V. Nessun rudimento della valle posteriore.
Osservazioni: generalmente il M 3 non offre mai chiari caratteri differenziali tra le due specie
etruscus e merchi. Nel caso dell’esemplare di Leffe, mi sembra di poter affermare che, salvo la bra-
chiodontia e le dimensioni piuttosto piccole in confronto ai denti omologhi di merchi, non vi siano
eccezioni alla regola.
Denti dell’esemplare A (dono S. Sartori - 1951)
Dicerorhinus cfr. etruscus
Individuo di età molto avanzata, con usura profonda, a corona bassa, con topografia della su¬
perficie masticatoria indistinta, deficiente e in Pm 2 e Pm 4, addirittura cancellata. Si tratta di 4
denti superiori sinistri (Pm 2, Pm 4, M 2 e M3), uno dei quali frammentario (M 2). Tipo di usura
contraddittorio e cioè obliquo e con maggior logoramento del lato linguale, nel Pm 2; suborizzontale
invece nel Pm 4, M 2 e M3.
Dimensioni :
Pm 2
Pm 4
M 2
M 3
lungh. esterna
mm 32
41
lungh. interna
» 26
35
42
47
largh. anteriore
» 39
60
53
largii, posteriore
» 43
51
56
Queste dimensioni rientrano tutte nei limiti dell’etruscus, riportati alla tabella di pg. 17. La
mancanza di cemento, il tipo nettamente brachiodonte, l’andamento del cingulum che non contrasta
con l’andamento generalmente ammesso per Vetruscus, nonché la forma ad U del passo in Pm 4 ed
M 3, fanno pensare che questi denti appartengano veramente alla specie del Falconer. Dato tuttavia
che, col solo ausilio di essi non è possibile trarre sicure deduzioni tassonomiche, ritengo opportuno as¬
segnarcela dubitativamente.
Mandibola - Tav. II, figg. 9, 10
La mandibola è fortemente frammentaria pur conservando intatta l’intera serie dentaria destra
ed il Pm 2 sinistro. Manca completamente il ramo mandibolare sinistro; il destro è integro soltanto
nella sua porzione alveolare. La sinfisi è invece completa e reca evidenti le tracce di 4 alveoli dei
denti incisivi (2 per parte).
Nella vasta bibliografia consultata, rilevo che i tentativi di classificare i rinoceronti in base
alle caratteristiche della mandibola sono pochi. Non bisogna dimenticare che essa presenta una sua
variabilità individuale (sessuale e d’età) che maschera le variazioni di gruppo e impedisce di fis¬
sare chiare basi di partenza per un tentativo del genere. E’ però vero anche che la mandibola è un
organo cui compete una funzione importante, e nello stesso tempo semplice, paragonabile a una leva
di terzo genere nel complesso facilmente rappresentabile. La progressiva riduzione e scomparsa degli
incisivi e dei canini, osservabile nei rinoceronti, dalle forme più antiche a quelle più recenti, ha in¬
fluito sulla trasformazione della mandibola e delle altre ossa craniche. Considerando ciò come un ca¬
rattere organico comune a tutti i casi fossili ed attuali, I’Airaghi ( j ) ha potuto compiere una inte¬
ressante indagine nel campo della sistematica naturale dei rinoceronti e rilevare alcuni rapporti di
affinità tra le diverse forme terziarie e quaternarie. Come basi di riferimento, l’autore usò il con-
( 1 ) Airaghi C., Considerazioni filogenetiche sui rinoceronti d’Europa. Eiy. Ital. di Paleontologia, 32, 1926,
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECÒ.
23
fronto tra la distanza misurabile dalla retta abbassata normalmente dalla parte anteriore del condilo,
all’estremità dei denti anteriori e la distanza che unisce la stessa retta al margine posteriore del¬
l’ultimo molare. Ne ricavò così un indice la cui trascrizione grafica misurata nelle varie forme di ri¬
noceronti, cronologicamente ordinati, è facilmente riassumibile in un quadro d’insieme, nel quale
appaiono con grande evidenza i diversi rapporti filogenetici.
Il tentativo dell ’Airaghi meriterebbe di essere continuato per cercare di individuare i va¬
lori di questi indici mandibolari (ed eventualmente dei corrispondenti indici mascellari) nel pro¬
blema delle diagnosi specifiche. Ma a questo proposito è di enorme ostacolo la scarsa disponibilità di
materiali confacenti allo scopo. Dalle indagini dell’autore, risulta soltanto che gli indici mandibolari
dell’ etruscus e del merchi, insieme a quelli del pachygnatus e bicornis oscillano tra 3 e 3,5.
Un altro carattere che ha attirato l’attenzione dei paleontologi è la sinfisi. Il Freudenberg (30)
è del parere che essa abbia subito — nel tempo — un graduale raccorciamento, a mano a mano che
si verificava la scomparsa dei denti anteriori. Egli perciò la considera della massima importanza per
la sistematica delle forme di rinoceronti terziari e quaternari. L'indagine condotta dal Freudenberg
si basa su due caratteri che dovrebbero essere in diretto rapporto con questo progressivo raccorcia¬
mento : 1) posizione del margine posteriore della sinfisi rispetto al premolari; 2) indice sinfisario,
espresso dal rapporto tra la lunghezza massima e la larghezza minima — misurata sul diastema —
della sinfisi stessa. Teoricamente l’idea è accettabile; tuttavia, al lato pratico, non sembra che la cosa
sìa chiarita nè dal Freudenberg stesso, nè da altri autori che se ne occuparono (tra i quali Simo-
nelli). Anche qui ciò che ha rallentato le ricerche è la scarsezza dei materiali disponibili, per cui non
è possibile distinguere tra limiti di variabilità della specie e quelli individuali.
Nel complesso che riguarda gli etruscus italiani, si può dire che il margine posteriore della
sinfisi coincide prevalentemente con il punto di contatto tra Pm 2 e Pm 3. Questo lo si nota ad
esempio nell’esemplare stesso di Leffe, in quello del Valdarno figurato dal Falconer alla ta¬
vola 27 (25), nell’individuo di Dusino e nell’etruscus di Parma. Gli esemplari di Mosbach invece
mostrano il punto di coincidenza spostato verso l'avanti: sul terzo posteriore del Pm 2, in uno, a
metà del Pm 2 in altri due individui. Per quanto riguarda il merchi, si rileva una variabilità ben
maggiore : la coincidenza avviene a metà del Pm 2 (Mosbach), al terzo posteriore del Pm 2 (Mauer)
al margine posteriore del Pm 2 (Taubach), al tèrzo anteriore del Pm 3 (Niederlehme 1°) ed al terzo
posteriore del Pm 3 (Niederlehme II 0 ). Per completare queste notizie, aggiungo che il megarhiniis
descritto dal Simonelli, reca la coincidenza in un punto situato a 2 centimetri dal margine anteriore
del Pm 2, mentre il leptorhinus, figurato dal Falconer a tav. 30 (25), lo porta al margine anteriore
del Pm 2.
A commento di questo tentativo, si potrebbe dire che negli etruscus il margine posteriore della
sinfisi non dovrebbe mai — salvo casi
eccezionali —
allinearsi
oltre la parete
posteriore del Pm 2;
che anzi, in prevalenza, esso dovrebbe
mantenersi a
livello di
questa parete.
Nel merchi, invece,
quello stesso margine vi rimane a cavallo, oltrepassandolo non di rado sino a
riore del Pm 3.
Ed ecco la tabella relativa alle dimensioni e all’indice della sinfisi:
lunghezza largii, min.
toccare il terzo poste-
indice
Bh.megarìvinus di Montpellier
mm 13,2
7,2
0,54
Bh.leptorhinus Cuv. (Valdarno)
»
8,25
8,86
0,85
Bh. etruscus (Valdarno)
»
11,6
5,2
0,45
Bh. etruscus (Valdarno)
»
11
4,7
0,42
Bh.etruscus (Mosbach)
»
11,2
6,2
0,55
Bh. etruscus (Leffe)
»
9,1
4,3
0,47
Bh.merchi (Taubach)
»
11,4
6,7
0,59
Bh.merchi (Mauer)
»
9,4
5,9
0,62
24
V. VIALLI
Questi rapporti sembrano indicare che, nell ’etruscus, la differenza tra la lunghezza massima
della sinfisi e la sua larghezza minima è più elevata in genere che nel merchi; e che questa differenza
si accentua maggiormente negli esemplari italiani. Tuttavia, voler trarre da essi dei dati diagnostici
mi sembra ancora arrischiato. Nell’esempio qui riferito, l’individuo di Leffe mostra un indice sinfi-
sario che concorda con quelli della Toscana e s’allontana alquanto dall’indice dell’esemplare di Mos¬
bach; il quale, a sua volta, s’avvicina in maniera evidentissima al rapporto offerto dal merchi di
Taubach.
Le dimensioni rilevabili sulla mandibola sono :
lunghezza dell’intera serie dentaria (Pm2-M 3) mm
lunghezza dei premolari »
lunghezza dei molari »
Queste dimensioni rientrano nei limiti riportati a pag. 17 e relativi all’etruscus, rispettiva¬
mente espressi dalle cifre 220-262, 96-104, 128-140. Gli esemplari di merchi presentano limiti netta¬
mente maggiorati e cioè rispettivamente 275-282, 123 e 157.
Nei suo lavoro sui mammiferi di Leffe, LI. G. Stehlin (61) rende noti i risultati di un ac¬
curato studio sui denti superiori ed inferiori di rinoceronte provenienti da questa località e conservati
nei musei di Milano e Bergamo. Egli ritiene che tutto il materiale dentario ivi comparso appartenga
a un’unica specie che identifica, sia pure dubitativamente, col Bh.leptorhinus. Stehlin giunge a
questa conclusione in base a dati ricavati in massima parte dalla struttura ed aspetto dei denti man¬
dibolari. E’ convinzione dell’esimio paleontologo di Basilea che il rapporto M1 + M2 + M3:
Pm 3 -f- Pm 4 abbia un diverso valore nelle due forme etruscus e merchi e rivesta, di conseguenza,
carattere diagnostico utile. In linea di massima il fatto è accettabile, anche se questi rapporti variano
entro limiti che, in taluni casi estremi (i maggiori dell’uno ed i minori dell’altro) finiscono col fon¬
dersi. In due esemplari di merchi della Val di Chiana, Stehlin ha trovato che detto rapporto è ri¬
spettivamente espresso da 2,27 e 2,39, mentre per Vetruscus cita rispettivamente 1,97 (esemplare n.
1255 di Leffe della collezione milanese), 1,96 circa (mandibola di Senéze) e 1,90, 1,89 per due indi¬
vidui del Valdarno. Tuttavia le misure da,me rilevate su due mandibole di merchi di Mosbach e di
Tegelen, figurate da Schroeder e Bernsen, mi hanno dato cifre inferiori e cioè 2,00 e 1,84; altre
misure prese su un individuo di etruscus di Mosbach e riportate dallo stesso Schroeder hanno for¬
nito un quoziente eguale a 2,10. Il che significa che esistono merchi con quel rapporto dentario con¬
tenuto entro i limiti dell ’etruscus e viceversa degli etruscus che toccano e sorpassano il quoziente mi¬
nimo dei merchi. Forse si tratta di eccezioni, mentre in generale può essere che, mentre nel merchi
la lunghezza dei tre molari è più che doppia della lunghezza dei due ultimi premolari, nell ’etruscus
invece questo, di regola non dovrebbe verificarsi.
Lo Stehlin afferma poi che i molari inferiori del merchi sarebbero facilmente distinguibili
da quelli dell’etruscus, purché beninteso essi non si trovino a uno stadio troppo avanzato di usura;
e per dimostrarlo, si sofferma a mettere in evidenza le diversità osservate in tre M 2 sinistri, rispet¬
tivamente di merchi della Val di Chiana, di etruscus di Senèze e del rinoceronte di Leffe. Questi ca¬
ratteri sarebbero: nel merchi, discreta ipsodontia, base relativamente stretta, parete esterna più
prossima alla verticale, fianchi interni delle colline sporgenti a strapiombo sulla base della corona,
profilo della valle posteriore pressoché a V, cingulum posteriore in ascesa ripida in direzione lin¬
guale; nell ’etruscus, brachiodontia, base larga, parete esterna inclinata, fianchi interni delle colline
non a strapiombo sulla base della corona, profilo della valle posteriore arrotondato a U, cingulum po¬
steriore debolmente ascendente in direzione linguale. I molari di Leffe presentano aspetti che, se¬
condo lo Stehlin, fanno scartare completamente l’ipotesi che possano appartenere alla specie merchi
e pensare invece che si tratti di etruscus ; senonchè, notandosi in essi, e specialmente nel M 2, una
spiccata accentuazione di talune caratteristiche (maggiore brachiodontia, arrotondamento più spinto
della valle posteriore), egli esprime il parere che possono avere appartenuto alla forma leptorhinus
226
98
128
Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori Ecc.
25
Cuv. Con questa diagnosi, lo Stehlin è arrivato molto vicino al vero, e, se la conclusione finale è
inesatta, lo si deve al troppo peso che egli ha dato alla brachiodontia del M 2 ed alla forma della sua
valle posteriore. La quale forma, come si è visto anche dalla descrizione dei molari superiori, è un
carattere tutt altro che costante nell ’etruscus. 11 M 2 della mandibola che sto descrivendo è perfet¬
tamente eguale a quello descritto e figurato dallo Stehlin (- 1 ), per ciò che riguarda aspetto, dimen¬
sioni, indice lunghezza/larghezza, topografia della superficie masticatoria, inclinazione delle pareti,
mentre differisce per la forza del cingulum interno e per la forza e l’andamento del cingulum po¬
steriore, nonché anche per la forma della valle posteriore che, contrariamente agli esemplari studiati
dallo Stehlin, è nettamente a V.
Tutti denti della serie dal Pm 2 al M 3 mostrano un cingulum esterno molto bene sviluppato,
ad eccezione che nel M 1, dove esso è molto attenuato. Il cingulum anteriore e posteriore, sui denti
dove è possibile scorgerlo, è fortemente inclinato, senz’altro del tipo che si usa attribuire al merchi.
D’altronde, leggendo le descrizioni del cingulum nei vari denti mandibolari di Tegelen (Bernsen, 4),
sia che appartengano ad etruscus o a merchi, è facile rendersi conto che questo carattere presenta
una forte variabilità, ragione per cui non è prudente basarsi sul suo aspetto per fare diagnosi speci¬
fiche. Schroeder stesso, dopo avere esaminato a fondo il problema nei suoi vari aspetti, conclude
affermando l’estrema difficoltà, o addirittura l’impossibilità, di distinguere i denti inferiori delle
due forme.
Colonna vertebrale
Dell esemplare Malandrini sono disponibili le seguenti 14 vertebre, nessuna delle quali com¬
pleta: cervicali 3 a , 4 a , 5 a , 6 a , 7 a ; toraciche 2 a , 4 a , 5 a , 10 a e ll a (sicure); altri 4 corpi vertebrali sem¬
brano assegnabili rispettivamente alla 12 a , 13 a , 15 a e 19“ della regione toracica. Relativamente bene
conservate sono soltanto la 4 a cervicale e la 2“ e 5 a toraciche, per quanto siano entrambe prive delle
apofisi spinose e trasverse.
I confronti che interessano sono, al solito quelli con le vertebre del merchi, le sole che si pos¬
sono del resto trovare nella bibliografia discretamente figurate e descritte.
Dimensioni e rapporti
Lunghezze dei corpi vertebrali, misurate superiormente, nelle cervicali 3, 4, 5, 6, 7, nelle tora¬
ciche 2, 4, 10, 11; 12, 13, 15 e 19. Per quest’ultimo gruppo di quattro vertebre, riporto una cifra
media unica.
etruscus di Leffe : mm 57, 60, 57, 56, ( ?), 58 — ?, 56, 56, ? — 54
etruscus di Hundsheim : mm 55, 55, 56, 56, 55 — 54, 57, 58, 58 — 51
merchi di Tegelen ( 2 ) : mm 73, 70, 70, 70, 66 — ?, 72, 73, 70 — 70
Queste cifre sono molto significative, nel senso, che facendone le medie, danno come risultato,
rispettivamente :
etruscus di Leffe
mm 56,7
etruscus di Hundsheim
» 55,1
merchi di Tegelen
» 70,5
Il che significa, come al solito, dimensioni decisamente maggiori del merchi rispetto all’ etruscus.
Facendo analoghe medie dimensionali di altri caratteri delle sopracitate vertebre e confrontandole
O Mi è grato ringraziare l’amieo Dr. J. Hurzeler del Naturhistorisches Museum di Basilea, per avermi gen¬
tilmente mandato nna perfetta copia in gesso del molare in menzione.
( 2 ) Esemplare del Museo Steyl.
-4
‘26
V. VIALLl
con il merchi di Tegelen (non è possibile fare altri confronti con l’esemplare di Hundsheim per di¬
fetto di misure riportate dal Toula) si hanno sempre risultati che concordano. Ad esempio le cifre
riguardanti l’altezza della testa del corpo sono per 1 ’ etruscus di Leffe min 46, per il merchi 59; quelle
relative alla larghezza della fossa vertebrale sono rispettivamente 47 e 62 ; e così via.
Una differenza nell’aspetto d’insieme delle vertebre consiste nell’impressione di maggior ro¬
bustezza che danno quelle del merchi, rispetto alle vertebre deìl’etruscus : le vertebre cervicali di que¬
st’ultimo appaiono più slanciate, più leggere. Un carattere veramente notevole risiede poi nel con¬
torno della testa e della fossa dei corpi vertebrali della 2, 4, 5, 10 12 toraciche che appare evidente¬
mente pentagonale o subpentagonale, in netto contrasto con il contorno delle omologhe vertebre del
merchi figurate dal Bernsen, dal Portis, Schroeder ed altri. La sagoma pentagonale è soprattutto
netta nella 2 toracica, nella quale tutti i lati del pentagono sono rettilinei; nelle altre vertebre men¬
zionate, i due lati verticali, da paralleli che sono nella 2 a , tendono ad allargarsi mentre i due infe¬
riori s’incurvano uniformemente. Il passaggio dall’una all’altra forma è graduale. Caudalmente, il
contorno della testa vertebrale è del tutto diverso : da molto largo, diventa progressivamente più
stretto e da subpentagonale si tramuta in ogivale.
La modificazione del contorno si attua a mano a mano che le faccette articolari anteriori per le
teste delle coste si spostano dal basso (l a vertebra toracica) all’alto (19 a vertebra toracica), nel modo
caratteristico dei rinoceronti.
Dall’esame delle inclinazioni delle pareti della testa e della fossa delle vertebre cervicali, si può
indovinare una leggera curva della colonna vertebrale, a concavità verso l’alto, nel tratto tra la 6 e
la 7 ; fatto che non mi sembra osservabile nelle vertebre del merchi.
Le faccette articolari anteriore e posteriore per le coste sono profonde ed ampie nelle prime
vertebre toraciche (la massima ampiezza è raggiunta verso la 4 toracica); poi, procedendo caudal¬
mente, esse diventano meno ampie e nel contempo si appiattiscono.
Dimensioni delle vertebre cervicali :
etruscus
merchi
Leffe
Tegelen
Hundsheim
lungh. del corpo vertebrale
mm 68
70
55
lungh. dell’arco sotto il proc. spinoso
»
44
41,5
altezza del foro vertebrale
»
33
31
larghezza del foro vertebrale
»
30
28
dist. mass, tra le 2 postzigapofisi
»
82
92,5
dist. mass, tra le 2 zigapofisi ant.
»
90
largh. della fossa vertebrale
»
52
62,5
altezza della fossa vertebrale
»
53
70
altezza del caput vertebrae
»
48
65,5
62
largh. massima del caput vertebrae
»
40
47
dist. tra i fori vertebr. (misur. post.)
»
42
51,5
61,5
Coste
Sono conservate 7 estremità prossimali, 4 delle quali indeterminabili ; le altre 3 appartengono
rispettivamente alla 2 destra, 4 sinistra e 5 destra. L’aspetto e le dimensioni di quest'ultima sono
molto simili all’omologa costa figurata dal Sacco (53) e un po’ diverse da quella del Toula (66),
che ha però l’aria di essere ricostruita. Questa 5 estremità costale è molto piatta in senso dorso-ven¬
trale, con una testa accentuatamente globosa, grossa ed a sezione subellittica; la faccetta articolare
del tubercolo è molto meno ampia di quella della 2 costa, non ricurva come questa, bensì quasi piatta.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
27
Scapola
Si tratta di un piccolo frammento di scapola sinistra, porzione prossimale, conservante un li¬
mitato tratto della cavità glenoidea. Nessun carattere è rilevabile, salvo quello delle dimensioni che
concordano con il D. etruscus di Dosino.
Omero - Tav. II, fig. 1-3
Dell’esemplare Malandrini si conserva quasi intero l’omero destro con leggere deformazioni per
pressione nella sua parte prossimale; il sinistro e completo nella sua parte distale e frammentario
per il resto. Come dimensioni generali, concorda con l’esemplare di Dusino (lunghezza massima
mm 380) e si discosta poco da quello di Leida, descritto e figurato da Stromer v. R. (63).
Se l’omero presenti caratteri differenziali tra le varie forme di rinoceronti pleistocenici è an¬
cora una questione aperta. A me sembra, a giudicare dalle figure a mia disposizione, che sia possi¬
bile rilevare, prescindendo dalle maggiori dimensioni, almeno una maggiore robustezza complessiva
e una maggiore torsione dell’epifisi distale in etruscus che non in merchi. Per osservare il grado di
torsione, bisogna orientare l’osso come si presenta nella fig. 12 (tav. 19) del lavoro di Portis (50)
relativo al merchi di Taubach. In quella figura, l’omero mostra la fossa olecranica di faccia, in tutta
la ampiezza. Negli etruscus, invece, (Dusino, Leffe e un po’ meno Leida e Hundsheim), con lo stesso
orientamento, l’omero mostra la fossa olecranica solo di scorcio: l’asse della troclea forma con l’asse
dell’articolazione superiore un angolo prossimo ai 45", cioè nettamente maggiore del corrispondente
angolo nel merchi.
Dimensioni dell’omero nel Dicevorhinus etruscus e Dicevorhinus mevhi
D. etruscus
D. merchi
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00
d
O
in
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U1
GQ
Eh
a
lungh. massima tubereulum majus -troclea
mm
386
350
_
399
405
445
__
largii, mass, epifisi prossimale
»
168c.
145
--
--
195
_
largii, mass, epifisi distale
>
108
115
121
127
131
131
155
161
largii, mass, della troclea
»
84
78
86
83
95
86
110
105
spessore del condilo est. della troclea
»
52
75
55
•-
75
spess. del cond. int. della troclea
»
76
81
80
_
105
spess. mediano della troclea
»
45
40
42
_
57
spess. lato est. della epifisi distale
»
83
90
83
120
spess. lato int. della epifisi distale
»
100
102
98
132
largh. della fossa olecranica
»
47
44
49
•-
74
spess. minimo della diafisi
»
50
53
53
60
73
La troclea è un elemento differenziale d’una certa importanza nelle due forme etruscus e mer¬
chi. Osservandola dal davanti si stabilisca una linea che decorra sulla sua parte più depressa, e da
questa linea si misurino le distanze che intercorrono sino allo spigolo estremo di ciascun condilo
esterno ed interno. Dai rapporti delle due cifre così ottenute, si hanno dei risultati nettamente di¬
versi tra Vetruscus ed il merchi, come si vede nella seguente tabella.
28
V. VIALLI
Rapporto condilo esterno / condilo interno in :
Rh.pachygnatus (da Gaudry)
D.etruscus del livello torboso di Leffe
D.etruscus del II" banco di lignite di Leffe
D.etruscus di Leida (Stromer v. R.)
D.etruscus di Dusino
D.etruscus di Tegelen (Bernsen)
D.etruscus razza hundsheimensis
D.merchi di Daxland
D.merchi di Taubach
Rh.bicornis (da De Blainville)
Rh.unicornis (da De Blainville)
Rh.sumatrensis (da De Blainville)
Rh.javanicus (da De Blainville)
min 0,66
» 0,65
» 0,64
» 0,60
» 0,60 c,
» 0,65
» 0,85
» 0,98
» 0,93
» 0,85
» 0,92
» 0,91
» 0,90
Si osserverà che nell 'hundsheimensis l’indice (0,85) è intermedio tra quello dell ’etruscus
(0,60-0,65) e quello del merchi (0,93). I rinoceronti viventi hanno un indice basso (0,85-0,92), mentre
il pacliygnatus del Pontico di Pikermi detiene un indice alto (0,66). Questa costituzione si riflette
anche naturalmente sulla fossa glenoidea del radio e sui rapporti reciproci tra radio ed ulna, special-
mente per quanto concerne la posizione della faccetta posteriore d’articolazione dell’epifisi radiale.
Se questo carattere abbia o meno un reale valore tassonomico lo si potrà stabilire con ulteriori studi
su più abbondante materiale. Per ora ci basta richiamare l’attenzione sulla sua netta diversificazione
nelle sopracitate forme.
Oltre questi pochi caratteri che ho potuto rilevare nell’omero, ricordo che, come al solito, la
sua lunghezza complessiva è nettamente diversa tra etruscus e merchi (rispettivamente mm. 350-405
nel primo e 420-445 nel secondo). Il megarhinus di Simonelli possiede un omero lungo mm 457,
1 ’hundsheimensis mm 445, l’antiquitatis di Kraiberg 450.
Radio - Tav. II, figg. 4-6
Posseggo un radio sinistro mancante della parte distale (esempi. Malanchini), oltre a un’epi-
fisi prossimale incompleta di radio destro
rinvenuto nel
livello torboso
(n. 9
della serie).
dimensioni :
co
00
co
P
« |
1 1
rd
oo
| s
Co A3
£ co
■<>> 2
rSé g
e H
£
tns <X>
k3
P S
Qj
h I
r-~-
K 3
g EH
S bo
largh. massima della epifisi prossimale
mm
81
81
103
125
103
spessore massimo della epifisi prossimale
mm
58
57
67
80
spessore minimo della diafisi
mm
30
33
40
50
36
larghezza minima della diafisi
mm
45
46
51
66
56
L'aspetto generale e le dimensioni concordano perfettamente con quelli dell ’etruscus di Leida,
descritto da Stromer v. R. e con quelle dell ’etruscus di Dusino descritto dal Sacco. L’esemplare 219
di St.-Vallier presenta una larghezza massima dell’epifisi prossimale maggiore dell’esemplare di
Leffe (mm 88); 1 ’etruscus di Senèze 1703 (Basilea) ancora maggiore e cioè mm 91. Anche così però,
SUL RINOCERONTE B L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
29
siamo ben distanti dalle dimensioni proprie del merchi. Dall’esame della tabella si può notare che il
radio del megarhinus di M. Giogo (Simonelli) è molto vicino all 'etruscus razza hundsheimensis; en¬
trambi presentano caratteri, non solo per quanto riguarda il radio ma in genere per tutte le ossa
lunghe, che non si scostano molto dai caratteri del merchi, soprattutto nelle dimensioni e nella robu¬
stezza complessiva. Con l’omologo osso del merchi di Taubach, descritto dal Portis (50), si possono
rilevare alcune differenze di forma nella parte prossimale: la tuberosità del bicipite, in quell’esem¬
plare, è situata quasi al centro dell’epifisi, mentre nell’etruscus appare spostata nettamente verso
l’interno; la stessa cosa si può affermare circa la posizione della superficie articolare dell’ulna, la
quale, mentre nel merchi è quasi centrale, nell’ etruscus invece è spostata nettamente verso l’interno.
Inoltre, la cavità glenoidea, nel merchi di Taubach, è suddivisa in due fosse che accolgono rispetti¬
vamente il condilo esterno e quello interno della troclea omerale, con diametri diversi soltanto di
poco (rispettivamente mm 60 l’esterna e 56 l’interna); nell’etruscus di Leffe quei diametri sono de¬
cisamente distinti e cioè circa 49 e 32 mm. Tradotte in indici, queste cifre danno : 0,93 per il merchi
e 0,65 per l’ etruscus di Leffe. Come è logico, questi indici sono in stretta relazione con i sopracitati
indici della troclea dell’omero.
Le altre diversità che si possono osservare tra le due forme di rinoceronti appaiono con evi¬
denza dalle figure qui riportate che dispensano da una più dettagliata e forse non molto utile de¬
scrizione particolareggiata.
Piede anteriore - Tav. II, fig. 7
Con l’esemplare Malanchini sono venute in luce le seguenti ossa del piede anteriore destro:
pyramidale, lunatum, naviculare, magnum; metacarpalia II, III, IV e V; I falange e falange un¬
gueale del IV dito, I e II falange del III dito, II falange e falange ungueale del II dito. Del piede
anteriore sinistro sono state ricuperate le seguenti parti: lunatum, naviculare, trapezoides; metacar¬
palia II, III e IV (questi ultimi due fortemente frammentari); T e II falange del TU dito, falange
ungueale del II dito.
Dell’esemplare da me raccolto nel livello torboso (esempi. G), si conservano i seguenti ele¬
menti del piede anteriore destro: naviculare, uncinatimi; metacarpalia II, frammenti del ITT-e tutto
il IV; I falange e metà falange ungueale del II dito, I, Il e falange ungueale del ITI dito, I falange
e falange ungueale frammentaria del IV dito.
In sintesi, tenendo conto di tutti i pezzi disponibili, sono presenti tutte le ossa del piede ante¬
riore, ad eccezione del pisiforme e della II falange del IV dito. Lo stato di conservazione è soddisfa¬
cente, in taluni casi perfetto, in modo da consentire agevoli confronti con le omologhe ossa del
merchi e, come si vedrà più avanti, con qualche altra specie di rinoceronti pleistocenici.
Grazie alle ricerche di vari autori, tra i quali principalmente lo Schroeder (58), il Bern-
sen (4), Stehlin (62) e Viret (80), gli studi comparativi delle ossa della mano e del piede dei rino¬
ceronti hanno condotto a notevoli successi per quanto si riferisce al problema delle distinzioni tasso¬
nomiche delle varie forme di rinoceronti quaternari, permettendo in particolar modo di fissare non
pochi caratteri distintivi tra Vetruscus, il merchi e 1 ’antiquitatis. Questi precedenti e la fortunata
possibilità di disporre di altri elementi del piede anteriore, prima d’ora non trattati da questo punto
di vista, permettono di allargare un po’ queste conoscenze e di portare un piccolo contributo alla mi¬
gliore diagnosi osteologica del Rh.etruscus.
Data la complessità di forma delle ossa della mano, ritengo utile soprattutto darne delle raf¬
figurazioni piuttosto che dilungarmi in lunghe descrizioni particolareggiate; sarà sufficiente, caso
per caso, mettere in evidenza i più notevoli tratti distintivi. Così pure ritengo utile premettere che in
ogni caso si rilevano chiare diversità dimensionali tra l 'etruscus ed il merchi; fatto questo che, come
ho avuto modo di mettere in evidenza per Lavanti, riveste già di per sé importanza tassonomica.
30
V. VlALLI
Figura 2.
Fig. 1, la - Dicerorhinus etruscus (Falò.) - Pyramidale destro, lati esterno e posteriore. Es. B di Beffe.
» 2, 2a - Dicerorhinus etruscus (Fale.) - Lìinatum destro, lati superiore e esterno. Es. B di Beffe.
» 3, 3a - Dicerorhinus merchi (Jaeg. e K.) - Pyramidale destro, lati esterno e posteriore. Es. di Taubach.
» 4, 4a - Dicerorhinus merchi (Jaeg. e K.) - Lunatum destro, lati superiore e esterno. Es. di Neuendorf.
» 5, 5a - Mhinoceros antiquitatis Blumb. (= tichorhinus Fisciù) - Pyramidale destro, lati esterno e posteriore.
Esempi, di Wenken.
» 6, 6a - Dicerorhinus etruscus (Pale.) - Vncinatum destro, lati esterno e mediale (d’articolazione col Me IV).
Esempi. G di Beffe.
» 7, 7a - Dicerorhinus etruscus (Falc.) - Magnum destro, lati esterno (d’articolazione con l’uncinatum) e inferiore
(d’articolazione con il Me III). Esempi. B di Beffe.
Le figg. 3, 3a, 5, 5a sono state riprese da H. Stehlin (62); le fig. 4, 4a da H. Schroeder (58).
(Tutte le figure sono ridotte a circa 1/2 gr. nat.)
Carpo
Pyramidale - Fig. 2 nel testo e Tav. Ili, figg. 6, 7
L’osso è completo in ogni sua parte e conservato perfettamente. Le sue dimensioni sono:
diametro massimo antero-posteriore
m
51
altezza
»
44
spessore massimo
»
35
2SM
! IRKMI :.. HHI
Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori ecc. 3 ]
Confrontato col pyramidale di D.merchi di Taubach, conservato al Museo di Storia Naturale
di Basilea e figurato dal Stehlin (63) e riprodotto nel presente lavoro alla fig. 2 nel testo, figg.
3, 3a, si notano diversità d’insieme e dei particolari nettissime. Quello del merchi, oltre ad essere di
maggiori dimensioni, è anche più massiccio; lo svasamento postero-esterno della faccetta d’articola¬
zione con l’ulna scende in questa specie sin oltre la metà della sua altezza, mentre nell ’etruscus esso
si mantiene alto. Visto di fianco, l’osso dell’ etruscus ha un profilo autenticamente piramidale,
mentre è quasi subquadrato nel merchi. Visto dal lato postero-interno, la differenza più notevole con¬
siste nella faccetta d’articolazione con la corrispondente faccetta situata sull’apofisi postero-infe¬
riore del lunatura : ampia e bene delimitata nel merchi, stretta e (piasi trascurabile ne\V etruscus.
Lunatura - Fig. 2 nel testo e Tav. Ili, figg. 6, 7
dimensioni :
en
fH
£ °
«H
o
ni
latis
1. vari(
etruscu.
Leffe
5 ^
«o (d
? OD
g
t S a>
merchi
Ehrings
antiquii
di locai
lungh. antero-posteriore
mm
62
60
81
84
74-85
largh. anteriore
»
47
43
58
60
56-67
largh. minima misurabile sul davanti
»
27
—•
37
33
38-43
largh. della faccetta d’articolaz. con
1 9 uncinatimi
»
37
37
■—
largh. della faccetta d’articolaz. con il
magnum
»
45
44
■—
>Sono conservati entrambi i lunatura destro e sinistro. Al solito, le omologhe ossa, nel merchi,
sono più grandi e più massiccie. Visto dal lato anteriore e confrontato col lunatura di Taubach (Por-
tis, 50), quello dell ’etruscus presenta un contorno grossolanamente triangolare, invece che subret¬
tangolare. Visto dall’alto, il lunatura di etruscus appare slanciato, con una netta strozzatura al cen¬
tro: i rapporti di larghezza anteriore/lunghezza antero-posteriore sono nell’etruscus 0,75 e nel
merchi (Schroeder, 58 tav. 10, figg. 49,50) 0,65. Visto dal fianco esterno, spiccano nettamente la
diversa inclinazione e la differente superficie, molto maggiore nel merchi, della faccetta d’artico¬
lazione con la corrispondente faccetta postero-inferiore del pyramidale, già ricordata nella descri¬
zione di quest’ultimo elemento. Sono scarse invece le diversità di forma osservabili tra l’ etruscus di
Beffe e l’esemplare di Hundsheim; sono per contro ottime le analogie con il lunatura di etruscus di
Tegelen (Bernsen, 4, tav. XI, figg. 7a-b).
Naviculare - Tav. Ili, figg. 1, 1 a-b , 6, 7
dimensioni :
1 - lunghezza massima
2 - altezza massima
3 - lungh. delle 3 superfici articolari inferiori
4 - largh. delle superfici articolari col radio
5 - lungh. delle stesse
6 - lungh. delle faccette articolari col magnum
7 - altezza delle stesse
etruscus
Leffe
merchi
Neuendorf
2V
2 m
-rH
^ rQ
|:S
1 M
mm
75
97
85
»
60
70
66
»
60
71
70
»
43
62
59
»
44
53
61
»
30
35
33
»
19
24
15
-
32
V. VIALLÌ
Se si fanno i rapporti tra le misure 2 ed 1 delle varie forme, risulta per 1 ’etruscus il valore
0,80, per il merchi 0,62. B questo corrisponde anche all’impressione che fanno a prima vista i navi-
culari nelle due specie: relativamente alto nella prima, piuttosto basso e depresso nella seconda. Con¬
frontando le figure date dallo Schroeder (1930, 58, tav. 9, 10) relative al naviculare di Neuedorf
b. Klòtze e riprodotte alla Tav. Ili, figg. 2, 2a-b, non si notano molte diversità di forma che non
possano rientrare nei limiti di variabilità^individuale o sessuale, salvo la notevole maggiore esten¬
sione dello spigolo postero-esterno del marchi stesso che dimostra, rispetto all ’etruscus, un allunga¬
mento dell’osso nel senso antero-posteriore; questo aspetto è bene visibile specialmente se si osserva
l’osso dalla sua faccia articolare con il lunatum. Alzando la verticale dal limite posteriore della fac¬
cetta d’articolazione con il trapezoides, si vede che la linea, nel merchi, cade al centro della faccetta
d’articolazione col radio; nell ’etruscus, invece, la stessa linea risulta molto più arretrata. In altre
parole, le due faccette, nell ’etruscus, sono situate quasi una sull’altra, mentre nel merchi appaiono
notevolmente spostate una rispetto all’altra. Sotto questo riguardo, 1 ’antiquitatis presenta una situa¬
zione più vicina all ’etruscus che non al merchi (cfr. Schroeder, 58, tav. 10, fig. 46) e tav. Ili fig. 3a
del presente lavoro.
Con l’esemplare di Hundsheim, le analogie sono molto evidenti.
Uncinatimi - Fig. 2 nel testo
Quest’osso è già stato esaurientemente trattato da J. Viret (80), che ha messo in evidenza le
caratteristiche che.esso presenta nelle specie etruscus e merchi. C’è quindi poco da aggiungere alla
convincente trattazione dell’esimio specialista di Lione. I dati che ho potuto rilevare nel mio caso con¬
cordano in pieno con quanto egli ha esposto. Anche Vuncinaium, come il naviculare, è relativamente
più lungo — nel senso antero-posteriore — nel l’etruscus che nel merchi. Visti dalla faccia anteriore,
le diversità di contorno sono facili da rilevare: Yuncinatum del merchi appare relativamente basso e
largo, con il rapporto diametro verticale/diametro trasverso equivalente a 0,91 (esemplare di Tau-
bach) e 0,86 (esemplare di Portis) ; quello dell ’etruscus, invece, è relativamente alto e slanciato, con
lo stesso rapporto eguale a 1,1 (esemplare di St.-Vallier 1268), 1,04 (esemplare di Leffe) (*). Il valore
1,1 del rinoceronte di Hundsheim indica che trattasi veramente di un etruscus.
dimensioni :
etruscus
Leffe
etruscus
St.-Valliei
1268
merchi
Taubach
altezza della faccia anteriore
mm
57
65
72
diametro trasverso della stessa
»
55
57
76
rapporto delle misure precedenti
»
0,04
1,14
o,i
larghezza della faccetta per il pyramidale, presa
trasversalmente
»
38
36
44
larghezza della faccetta per il lunatum
»
24
29
32
largh. della faccetta articolare col IV meta¬
carpo (presa nel senso antero-posteriore)
»
38
38,5
50
Magnum - Fig. 2 nel testo
Il pezzo è molto bene conservato, salvo una sbrecciatura nella sua parte anteriore sinistra. Non
ho trovato purtroppo nessuna figura che illustri il magnum del merchi, ma solo descrizioni e misure
(Stromer v. R., 63, pp. 81-82), qui sotto riportate insieme a quelle di altri rinoceronti.
( 1 ) Nell’esemplare di Dechenhole, figurato dallo Schroeder (58, tav. I, figg. 1-3) e classificato come merchi?,
questo indice ha un valore di 0,83, il che confermerebbe la determinazione dell’autore tedesco.
SUL RINOCERONTE E L ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECO.
33
etruscus
Leffe
etruscus
Tegelen
etruscus
St.-Vallier
193
etruscus
St.-Vallier
196
etruscus
Senéze
merchi
Taubaeh
merchi
Tegelen
antiquitat,
Kraiburg
45
39
47
41
44 51
52
52
28
29
29
31
31,5 37
38
38
53
52
61
59
71
69
71
62,5
62 82c.
82
82
1,37
1,34
1,38
1,37
1,34
1,33
1,34
1,38
cono
poco 0
nulla.
Ciò che
contano sono invece le
1 - massima larghezza della faccia anteriore mm
2 - massima altezza della faccia anteriore »
3 - massima altezza misurata all’interno »
4 - lunghezza massima misura sul lato infe¬
riore (antero-posteriore) »
indice 1:2
indice 4 :3
dimensioni che, come si vede, concordano molto bene con quelle dell’etruscus di Tegelen, mentre dif¬
feriscono nettamente da quelle del merchi ed antiquitatis. Noto che 1 ’etruscus di Hundsheim (66) pre¬
senta la faccetta articolare inferiore (col metacarpo III) notevolmente più larga di quella omologa
dell’esemplare di Leffe: infatti il rapporto larghezza/lunghezza nel primo è 0,88, nel secondo 0,78.
E’ una situazione di mezzo con quanto s’osserva nel merchi che, a giudicare dalla faccia articolare
del III metacarpo ( 1 ), sembra essere sensibilmente più larga che tielV etruscus. Infatti i rapporti dì
larghezza/lunghezza antero-posteriore di questa faccetta, negli etruscus di Leffe, di St.-Vallier 1265
e di merchi di Taubaeh sono rispettivamente 0,79, 0,75 e 0.96. Come si vede, tra l’indice dedotto di¬
rettamente dalla superficie articolare del magnum di Leffe per il III Me e l’indice ricavato dalla su¬
perficie articolare dello stesso 111 Me, c’è pochissima differenza (0,78 e 0,79); il che ci induce a pen¬
sare che il 0,96 dedotto per il merchi sia assai prossimo alla realtà.
Nel complesso, oltre che per le dimensioni, il magnum di Leffe concorda in pieno con l’omo-
logo osso di Tegelen, conservato a Leida e
di insieme.
figurato da Stromer v.
li. (63, tav. I,
fig. 6), per
Trapezoides - Tav. III, fig. 14
§ £
dimensioni :
o o3
CO ►>
diametro antero-posteriore
mm
38
39
diametro trasverso
»
25,5
25
altezza anteriore
»
34
32
Come si vede, le misure concordano bene con quelle dell’esemplare di St.-Vallier. Non mi è pos¬
sibile estendere i confronti con il trapezoides del merchi perchè l’unica figura di cui dispongo (Por-
tis, 50, tav. XX/15c) si presta poco allo scopo; rilevo tuttavia che, almeno apparentemente, le diver¬
sità morfologiche non sembrano grandi tra le due specie. L’unica misura che posso ricavare dalla sud¬
detta figura del Portis è l’altezza, equivalente a mm 34 circa, inaspettatamente concordante con
quella del mio esemplare.
Metacarpali
Intorno alle ossa metacarpali (e metatarsali) del Rh. etruscus esiste ormai una abbastanza nu¬
trita trattazione, corredata spesso da ottime figure ( 2 ) e non sarebbe forse necessario soffermarci
(’) Non dispongo purtroppo di figure della faccetta articolare inferiore del magnum di merchi.
( ! ) L. M. Rutten, Stromer y. R., J. J. A. Bernsen, Stehlin, J. Yiret ed altri.
5
34
V. VlALLl
troppo sui pezzi venuti in luce a Leffe; tuttavia ho voluto descriverli ugualmente perchè ritengo
che sia bene che i resti di importanti esemplari come sono questi di Leffe siano conosciuti nel mi¬
glior modo possibile, allo scopo di fornire materiale per ulteriori studi di carattere eventualmente
monografico.
Metacarpale II - Tav. Ili, figg. 8, 12, 12 a-b
La lunghezza di quest’osso non costituisce un elemento di valore differenziale tra le varie forme
di rinoceronti pleistocenici. Nel mio esemplare è di mm 168, nell ’etruscus di St.-Vallier (QSV 212)
mm 186, in quello di Tegelen, conservato al Museo di Leida, mm 158; il Me li di Hundsheim è lungo
mm 182 ; per contro quello del merchi di Niederlehme b. Kònigswiisterhausen misura mm 183 ; un
merchi di Taubach mm 180 e un altro della stessa specie e della medesima località mm 196; nell’em-
tiquitatis vi sono Me II di mm 151,5 161, 166 (Korbisdorf), 155 (Kraiburg) e 159 (Pohlitz)).
Nemmeno le misure relative ai diametri e spessori delle epifisi, diafisi ed estremità articolari,
rapportate alla lunghezza assoluta deH’osso, hanno dimostrato sinora di essere utilizzabili a questo
scopo : certamente le differenze esistono, ma a mio parere i vari autori non hanno usato punti di ri¬
ferimento uniformi, per cui non è prudente basarsi sui dati reperibili in bibliografia per uso diagno¬
stico.
Nella grande maggioranza dei casi — e questo vale anche per gli altri metacarpali •— il Me II
di etruscus appare slanciato, leggero e con epifisi non eccessivamente ingrossate; al contrario del Me
II del merchi che è tozzo, robusto e con estremità molto forti. Questo carattere sembra accentuarsi
nell ’antiquitatis.
Un elemento messo in luce da J. Viret e che sembra proprio dell ’etruscus è la sensibile tor¬
sione verso l’esterno della superficie articolare distale che si osserva perfettamente anche nell’esem¬
plare di Leffe. J. Viret ha scelto, per il confronto con il suo di St.-Vallier, un Me II di merchi di
Taubach che mi sembra tipico di quest'ultima forma. Nella tabella sono riportate le misure relative
all’esemplare di Leffe, insieme a quelle del l’etruscus di St.-Vallier e merchi di Taubach.
Da esse si rileva, tra l’altro, che la troclea distale nell 'etruscus è relativamente meno espansa
nel senso antero-posteriore di quanto non appaia nel merchi.
lunghezza totale del Me II mm
diametro dell’epifisi prossimale »
diametro della troclea distale »
spessore della stessa, misurato nel mezzo »
Metacarpale III - Tav. III, figg. 8, 10, 10«-ò, li
Secondo J. Viret, il metacarpale III dell ’etruscus si distingue perchè è lungo e stretto, appiat¬
tito nel senso antero-posteriore, con epifisi prossimale poco pronunciata, faccetta articolare per il ma-
gnum di modeste proporzioni, tanto da lasciare spazio a quella per Vuncinatum senza la necessità di
un’eccessiva proiezione di quest'ultima verso l’esterno. Il contorno e l’estensione delle faccette arti¬
colari per il Me II e Me IV, nonché di quella per Vuncinatum, sono un poco variabili, almeno a giu¬
dicare dal materiale di cui dispongo e dalle figure reperibili in bibliografia. La seguente tabella ri¬
porta le misure della faccetta di articolazione con Vuncinatum (U), quelle della faccetta d’artico¬
lazione per il magnum (M), rilevati semplicemente sullo spigolo anteriore dell’epifisi prossimale, ed
il loro rapporto (U/M).
etruscus
Leffe'
etruscus
St.-Vallier
QSV 212
merchi
Taubach
168
184
196
42
43
54
47,5
48
51
37
39
49
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC. 35
TJ
M
U/M
etruscus di Leffe
mm
20
33
0,60
» di St. Vallier 186
»
24
36
0,66
» di St. Vallier 1265
»
20
32
0,60
merchi di Taubach
»
23
45
0,50
» di Phoben
»
25
49
0,50
» Monaco (Grotta)
»
18
42
0,40
antiquitatis di Korbisdorf
»
30
43
0,69
Apparentemente (di più non
si può dire perchè gli
esempi
sono troppo scarsi),
sembri
che 1 ’etruscus presenti per quest’indice un valore pari o superiore a 0,60, il merchi un valore pari o
inferiore a 0,50; mentre V antiquitatis pare che abbia un indice più spinto AzlY etruscus stesso. Tutto
ciò secondo me concorda con quanto si è riferito a proposito del rapporto tra il diametro antero-po-
steriore/diametro trasverso della faccetta d’articolazione col magnimi. Misurato su 4 esemplari di
etruscus (Leffe, St.-Vallier 186 e 1265, Tegelen), tale rapporto oscilla tra 1,2 e 1,4; nel merchi esso è
invece 0,90 circa. NeU’etfnwctts di Hundsheim, che come finora s’è constatato si direbbe intermedio
tra i tipici etruscus e merchi, il rapporto è anche 0,90.
Nell’esemplare Malanchini, che è completo e molto bene conservato, la faccetta posteriore d’ar¬
ticolazione col Me IV è quasi triangolare e manca poco che non si congiunga, tramite il suo lembo
superiore, alla faccetta anteriore d’articolazione con lo stesso Me IV (v. Tav. Ili, fig. 10"). Invece,
nel frammento di Me III raccolto nel livello torboso, a una quota circa 18 metri più alta ( J ),
del giacimento posto dietro Villa Giuseppina, dal quale proviene l’esemplare Malanchini, la stessa fac¬
cetta posteriore d’articolazione col Me IV è subrettangolare, isolata e perfettamente separata dalla
faccetta anteriore (v. Tav. VII, fig. 11). Il suo aspetto ricorda da vicino la situazione che si presenta
nel merchi. Questo potrebbe costituire un dato evolutivo nell’ambito della forma etruscus, sembran¬
domi poco probabile che possa rientrare nel puro e semplice campo della variabilità individuale o
sessuale. Negli esemplari di St.-Vallier figurati da Viret, la situazione si presenta eguale al secondo
caso, cioè con faccette perfettamente isolate.
Presento nella seguente tabella alcune misure relative ai metacarpi 111 di talune forme di ri¬
noceronti pleistocenici.
etruscus
k" co
© d
n o
313
w'-'
merchi
antiquitatis
P,
lunghezza totale
mm
189
220
208
188,5
206
219
177
186
223
diametro antero-posteriore della estremità
prossimale
»
42
46
49
49
54,5
60
49
46
57
diametro trasverso a metà della diafisi
»
45,5
52
48,5
48,5
57
64
53
65,2
spessore trasverso a metà della diafisi
»
18
18,3
21,3
19
23,5
23
26
24
diametro trasverso della estremità distale
»
46
47
48
44
57
62
50
57
spessore trasverso della estremità distale
»
40
41,7
40
55
53
44
51
( 1 ) Un intervallo di 18 metri di gyttja, corrisponde a circa 60-70.000 anni.
36
V. VIALLI
Metacarpale IV - Tav. Ili, figg. 8, 9, 9 a-b
Nell’esemplare di Tegelen, conservato a Leida e descritto da Stromer v. R., manca la faccetta
d’articolazione per il rudimento del Me V, mentre essa è bene visibile, sul lato esterno superiore del¬
l’epifisi prossimale, nel merchi di Taubach e nell '<mtiqy,itatis di Ivraiburg. Il Me IV da me raccolto
nel livello torboso di Leffe mostra chiara questa faccetta che appare di contorno sub-circo¬
lare, con un diametro di appena 5 min. Questo Me IV è sensibilmente arcuato al terzo superiore e la
troclea distale notevolmente girata verso l’esterno rispetto al piano antero-posteriore della diafisi.
L’estremità prossimale non è ingrossata, mentre quella distale lo è in misura molto forte. La diafisi
ha per quasi tutto il suo decorso una sezione subtriangolare : in basso, presenta rilevate impressioni
muscolari, probabilmente degenerate da un processo patologico.
dimensioni del Me IV
co
cd
2 Jì
•^5* ^
OS
§ $
"S 0
g<:2
2 e H
p <m
cp
p so
0
c3
*4S g
-K> H
W
ìs Eh
§ EH
1M
lunghezza massima
min
159
146
172
135?
diametro massimo della epifisi prossimale
»
34
29
38
40
spessore mass, idem
»
40
38
49
diametro a metà della diafisi
»
33
30
40
45
spessore della stessa misurato internamente
»
24
16
20
19
diametro massimo della epifisi distale
»
40
29
37
35?
spessore della stessa misurato internamente
»
35?
31
39
Metacarpale V - Tav. Ili, fig. 13
TI rudimento del Me V è perfettamente conservato nell’esemplare Malanchini. Esso ha un a-
spetto subpiramidale, a base triangolare (la base è costituita dalla faccetta d’articolazione con l 'un¬
cinatimi), con un fianco smussato dalla piccola faccetta d’articolazione con il Me IV. Le dimensioni
sono : lunghezza nini 23 c., diametro trasverso mm 23, spessore antero-posteriore, misurato sullo spi¬
golo superiore ed interno, mm 20. Il metacarpo V di Dusino è lungo 40mm.
Falangi
Contrariamente a quanto potrebbe apparire a prima vista, le falangi posseggono caratteri che
consentono distinzioni specifiche : lo ha dimostrato Stehlin nella trattazione paleontologica del la¬
voro su Cotencher (61). Purtroppo il materiale di riferimento è pressoché inesistente nella biblio¬
grafia e quindi i confronti realizzabili si limitano a pochi esempi. Data la buona conservazione dei
pezzi a mia disposizione, quasi tutti appartenenti al piede anteriore destro, ritengo utile descriverli
e figurarli. Delle 9 falangi che entrano a far parte della marno, integrando l’esemplare Malanchini
con quello del 1° banco di lignite, ne manca una sola e precisamente la seconda del IV dito.
Il dito : l a f alang e ( destra )
IV dito-. l a falange (de s t ra) (fig. 3 n. t.).
Queste due falangi sono specularmente identiche, salvo leggere variazioni di nessun conto, come
la maggiore o minore forza delle inserzioni muscolari e la piccola diversità nel risalto delle varie tu¬
berosità. La 1° falange del II dito presenta la faccetta articolare prossimale leggermente inclinata,
da sinistra a destra; la 1" falange del IV dito mostra invece la stessa faccetta inclinata da destra
verso sinistra. Ambedue le faccette sono leggermente ed uniformemente incavate e di contorno sub-
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
37
circolare. Le faccette d’articolazione distali presentano, nelle due falangi, un prolungamento esterno
posteriore, inclinato di circa 50° rispetto al piano verticale dell ’osso : anche questo piano serve a di¬
stinguere a quale dito appartiene la falange stessa.
Figura 3
Fig. 1, la - Dicerorhinus etruscus (Fate.) - Prima falange del IV dito anteriore destro, lati anteriore e prossimale,
Esempi. B di Beffe
» 2, 2a - Dicerorhinus etruscus (Falc.) - Seconda falange del II dito anteriore destro, lati anteriore e prossimale.
Esempi. B di Leffe
» 3, 3a - Dicerorhinus etruscus (Falc.) - Prima falange del III dito anteriore destro, lati anteriore e prossimale.
' Esemplare G di Leffe.
» 4 - Dicerorhinus merchi (Jaeg. e IC.) - Seconda falange del III dito anteriore destro, lato anteriore. Esem¬
plare di Taubach.
» 5, 5a - Dicerorhinus etruscus (Falc.) - Seconda falange del III dito anteriore destro, lati anteriore e prossimale.
Esemplare G di Leffe.
» 6, 6a - Dicerorhinus etruscus (Falc.) - Terza falange (ungueale) del IV dito anteriore destro, lati anteriore e
prossimale. Esemplare B di Leffe.
» 7, 7a - Dicerorhinus etruscus (Falc.) - Terza falange (ungueale) del III dito anteriore destro, lati anteriore e
prossimale. Esemplare G di Leffe.
» 8, 8a - Dicerorhinus merchi (Jaeg. e K.) - Terza falange (ungueale) del IV dito anteriore destro, lati anteriore
e prossimale. Esemplare di Taubach.
>> 9 - Dicerorhinus merchi (Jaeg. e K.) - Terza falange (ungueale) del III dito anteriore destro, lato piossi-
male. Esemplare di Taubach.
Le figg. 4, 8, 8a e 9 sono state riprese per confronto da G. Stehlin (62).
(Tutte le figure sono ridotte a circa 1/2 gr. nat.).
38
V. VIALLI
dimensioni :
1* falange
1" falange
II dito
IV dito
altezza massima anter. esterna
mm 36
37
diametro trasverso della faccetta articolare prossimale
» 34
36
diametro antero-posteriore della stessa
» 29
30,5
II dito-, 2 a falange ( destra ) (fig. 3 n.t.)
Nel suo lavoro su Cotencher (62), Stehlin raffigura a pagina 156 tre seconde falangi appar¬
tenenti rispettivamente a D. merchi di Taubach, Tichorh. antiquitatis di Cotencher e Tichorh. anti-
quitatis di Tarté (Alta Carolina) che mi sembrano differire sensibilmente dall’omologo osso di Leffe.
Rispetto alla falange del merchi, quella di Leffe si distingue anzitutto per le minori dimensioni,
quindi per il diverso rapporto tra il diametro trasverso e l’altezza, nonché per la maggiore estensione
del prolungamento postero-esterno della faccetta articolare prossimale. In confronto alle falangi del-
Vantiquitatis, le differenze sono minori, consistendo soprattutto nel diverso contorno della faccetta
articolare prossimale.
dimensioni ;
etruscus
Leffe
merchi
Taubach
antiquitaì
Tarté
1 -
diametro massimo trasverso
mm 35
45
36
2 -
altezza massima (posteriore)
» 30
33
31
3 -
spessore massimo antero-posteriore della faccetta arti¬
colare prossimale
» 27
28
24
indici 1:3
1,29
1,60
1,50
1:2
1,16
1,36
1,16
Il dito : 3 a falange ( ungueale ) ( destra )
IV dito: 3 a falange ( ungueale ) ( destra ) (fig. 3 n.t.)
Dato che le sopraddette falangi sono specularmente eguali, è possibile accomunarle nella de¬
scrizione. Ho potuto fare dei confronti con un’omologa falange di merchi, grazie alla figura e de¬
scrizione che ne dà lo Stehlin nel già ricordato lavoro su Cotencher.
Osservata dall’alto, la falange di etruscus di Leffe appare leggermente meno arcuata. Vista di
fronte, la differenza è rilevante, soprattutto a causa del rapido assottigliarsi di quest'ultima verso
l’indietro; fatto questo che determina in quell’elemento un profilo nettamente sfuggente. La cresta
che divide in senso antero-posteriore la faccetta articolare con la 2 a falange è pronunciata nel mio
esemplare; detta superficie articolare appare anche sensibilmente più breve nell ’etruscus che nel
merchi.
dimensioni :
etruscus
Leffe
merchi
Taubach
lunghezza massima
mm
63
76,5
altezza massima anteriore
»
34
35
altezza posteriore (misurata al termine della faccetta articolare)
»
21
25
lunghezza della faccetta articolare
»
38
49
larghezza massima idem
»
22
23,5
SUL RINOCERONTE E L^ELEFANTE DEI LIVÈLLI SUPERIORI ECC.
39
III dito : l a falange (fig. 3 n. t.)
Trattasi di una forte falange, più larga che alta, di forma, vista dal davanti, subrettangolare,
liscia anteriormente, fortemente scolpita dalle inserzioni muscolari sulla faccia posteriore. La super-
ficie articolare prossimale è pochissimo incavata;
veniente arrotondata nel senso antero-posteriore.
quella distale
è piatta nel
senso trasversale
dimensioni :
etruscus
Leffe B
etruscus
Leffe G
altezza anteriore
mm
31
32,5
diametro trasverso superiore
»
49
53
diam. antero-poster. superiore
»
34
34
lunghezza della faccia articolare prossim.
»
45
45
larghezza idem.
»
26,5
27
lunghezza della faccia articolare distale
»
42
44
larghezza idem.
»
23
23
III dito : 2 a falange (fig. 3 n. t.)
Forma subrettangolare, di moderato spessore antero-posteriore, con superficie articolare pros¬
simale quasi perfettamente piana, quella distale leggermente incavata al centro. Si distingue dall’o¬
mologa falange del merchi per le minori dimensioni e per essere relativamente più alta ; da quella del-
1 ’antiquitatis per il diverso contorno e perchè quest'ultima presenta la faccetta distale
più lunga di
quella prossimale.
dimensioni :
etruscus
Leffe
merchi
Taubach
antiquitatù
W enken
altezza massima (misura al centro)
mm
30
32,5
22
diametro massimo trasverso
»
51
69
lunghezza della faccetta articolare superiore
»
47
57
45
larghezza idem.
»
24,5
--
lunghezza della faccetta articolare inferiore
»
42
55 c
48 c
larghezza idem.
»
20,5
III dito : 3 a falange (fig. 3 n. t.)
Quest’osso, completo e bene conservato, presenta sostanziali differenze con gli omologhi ele¬
menti del merchi e dell ’antiquitatis, sia per le dimensioni che per la forma. Le figure qui riportate
ne fanno fede meglio di qualsiasi descrizione. Si notino, nell’etruscus, il maggiore spessore della fac¬
cetta articolare, la maggiore altezza al centro e la particolare curva arrotondata del margine distale
di questa falange.
dimensioni :
altezza massima anteriore misurata al centro
diametro massimo trasverso
lunghezza della faccia articolare
larghezza della stessa, misurata al centro
etruscus
Leffe
merchi
Taubach
antiquitat
Cotencher
36
35
29
68
100
99 e.
40
66
66 c.
23
22
17 c.
min
40
V. VIALLI
Patella (destra) - Tav. II, fig. 8
Quasi in perfette condizioni di conservazione, quest’osso è pressoché identico a quello figurato
dal Bernsen (-4) relativo all ’etruscus di Tegelen, e nettamente diverso dalla patella del merchi illu¬
strata dal Portis (50). La forma della patella del mio esemplare è subromboidale; la faccia artico¬
lare è attraversata diagonalmente da una cresta smussata che la divide in due parti; queste, per ri¬
guardo alla superficie, si presentano poco diverse nell ’etruscus (indice delle due larghezze 0,90),
mentre nel merchi, almeno a giudicare dalla citata figura del Portis, nonché da quella del Simonelli
(59, tav. 16, fig. 6), le differenze sono rilevanti, corrispondendo rispettivamente a un’indice di 0,56
e 0,70. La tabella che segue indica chiaramente le caratteristiche dimensionali nelle due forme di ri-
etruscus
etruscus
merchi
merchi
Leffe
Tegelen
Portis
Simonelli
lunghezza massima
min
95 c.
95
70
88,5
larghezza massima
»
79
84
99
70,5
spessore massimo
»
41
48,5
fi i assunto delle diversità morfologiche
tra il 2) i c e ro rhi rtu s etruscus e il 2) ic ero rh inus mercki {')
Le differenze statisticamente rilevabili sono soprattutto dimensionali : in ogni parte dello sche¬
letro, si osserva, nell ’etruscus, una spiccata maggiore leggerezza, gracilità e eleganza di forme, in
contrasto evidente con la pesantezza e robustezza del merchi. L etruscus in genere, e quello di Lette
in particolare, era un animale di statura relativamente piccola (non nana), agile, dotato di arti slan¬
ciati adatti alla corsa su terreni duri, di steppa. Nel complesso, gli individui di Leffe concordano bene
con quelli del Yaldarno e, all’estero, con gli esemplari di Tegelen, di Siissenborn e Mosbaeh. Il pre¬
sente studio conferma che il rinoceronte di llundsheim ( I) . etruscus razza hundsheimensis Toula) ha
caratteri morfologicamente intermedi tra il tipico etruscus ed il mercki, senza che per questo si
voglia implicare una relazione di discendenza tra 1 ’una forma e 1 altra, come vari autori, tra i quali
anche il Sacco, ritengono probabile.
cranio
2). etruscus mercki
Debole insellatura fronto-nasale ; profilo scar¬
samente rilevato dello occipite.
Nasalia pianeggianti nella parte posteriore e
declivi verso Lavanti; presenza di una doccia
piatta all’estremità anteriore, terminante nel
punto più alto del setto ossificato; setto na¬
sale ossificato, lungo, sottile, liscio, termi¬
nante anteriormente con un lato netto, verti¬
cale, alto; nasalia anteriori e pre-mascellari
ad andamento tra loro subparallelo o addi¬
rittura divergente.
Setto nasale corto, irregolare, tubercoluto, ro¬
busto, depresso anteriormente ; nasalia ante¬
riori e pre-mascellari formanti un angolo tra
loro acuto, con tendenza ad incontrarsi tra
loro.
(*) Dati desunti in base al presente lavoro.
Sull RINOCERONTE E L^ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ÈCO.
4i
dentizione
Scarso valore differenziale tra gli elementi della superficie masticatoria ( crochet, ante-cro¬
chet, crista, valli, ecc.) e prevalente importanza delle dimensioni assolute e relative delle serie den¬
tarie intere o di frazioni di esse, oppure dei singoli denti. Elementi di valore più o meno accertato
sono invece: l’altezza dei denti (brachi o ipsodontia), la presenza e l’andamento del cingulum basale,
la forma del passo, il rapporto lunghezza/larghezza.
2). etruscus
Denti sicuramente di tipo basso ( bracino-
dontia).
Lunghezze medie dei denti superiori in milli¬
metri : Pm2 31,5, Pm3 34,5, Pm4 38,5, MI
45,5, M2 48, M3 55,5.
Lunghezze medie dei denti inferiori in milli¬
metri: Pm2 29,5, Pm3 33, Pm4 37,5, MI 42,
M2 43,5, M3 44,7.
Lunghezza media complessiva della serie den¬
taria inferiore min 232,2.
Pm2 superiore : nessun carattere morfologico
esclusivo.
Pm3 superiore : cingulum anteriore general¬
mente poco inclinato, che si continua col cin¬
gulum interno sempre con la stessa forza.
Pm4 sup : cingulum anteriore generalmente
(non nell’esemplare di Leffe) poco inclinato;
cingulum interno quasi orizzontale.
Mi sup-. nessun carattere esclusivo, salvo
forse la presenza di uno o due tubercoli ai-
entrata della valle principale.
M2 sup : il cingulum anteriore sembra essere
nella maggior parte dei casi netto e non
molto inclinato; entrata della valle princi¬
pale a V ; cemento, senza 'eccezioni, inesi¬
stente.
M3 sup : nessun carattere esclusivo.
Indice lunghezza/larghezza minima della sin¬
fisi mandibolare eguale in media a 0,47.
Indice MI -j- M2 -f M3 : Pm3 -)- Pm4 =
= 1,95 in media.
2). mercki
Denti sicuramente di tipo alto ( ipsodontia ).
Lunghezze medie dei denti superiori in milli¬
metri : Pm2 34, Pm3 42,5, Pm4 44,5 MI 51,5,
M2 57,5, M3 66.
Lunghezze inedie dei denti inferiori in milli¬
metri : Pm2 32,5, Pm3 35,5, Pm4 44, MI 51,5,
M2 57,5, M3 66.
Lunghezza media complessiva della serie
dentaria inferiore mm 279,7.
Pm2 superiore : nessun carattere morfologico
esclusivo.
Pm3 superiore : cingulum anteriore general¬
mente molto inclinato ed interrotto sulla base
del protolofo.
Pm4 slip. : cingulum anteriore generalmente
molto ripido e cingulum interno debole o ine¬
sistente.
Mi sup. : nessun carattere esclusivo, salvo
forse l’assenza di qualsiasi tubercolo all’en¬
trata della valle principale.
M2 sup. : cingulum anteriore fortemente in¬
clinato ; entrata della valle principale gene¬
ralmente a U ; cemento, quasi senza eccezioni,
di rilevante spessore.
M3 sup. : nessun carattere esclusivo.
Indice lunghezza/larghezza minima della sin¬
fisi mandibolare eguale in media a 0,60.
Indice MI + M2 -f- M3 : Pm3 -f- Pm4 =
= 2,33 in media.
vertebre
Lunghezze medie dei corpi vertebrali, rilevate
su 12 elementi cervicali e dorsali mm 55,9.
Contorno delle teste e delle fosse dei corpi
vertebrali, rilevato su 10 elementi dorsali,
nettamente pentagonale o subpentagonale.
Lunghezze medie dei corpi vertebrali, rilevate
su 12 elementi cervicali e dorsali mm 70,5.
Contorno delle teste e delle fosse dei corpi
vertebrali, rilevato su 10 elementi dorsali, non
pentagonale, ma subellittico.
G
42
V. VIALLI
omero
3). etruscus
Accentuata torsione dell’epifisi distale: l’asse
della troclea forma con l’asse dell’articola¬
zione prossimale un angolo di circa 45°.
Rapporto condilo esterno/condilo interno del¬
la troclea equivalente in media a 0,628.
3>■ mercki
Moderata torsione dell’epifisi distale: l’asse
della troclea forma con l’asse dell’articola¬
zione prossimale un angolo molto minore di
45° (non misurato esattamente per mancanza
di materiale di confronto).
Rapporto condilo esterno/condilo interno del¬
la troclea equivalente in media a 0,952.
radio
Tuberosità del bicipite spostata nettamente
verso l'interno ; superficie articolare per
l’ulna spostata anch’essa verso l’interno; in¬
dice fossa esterna/fossa interna della cavità
glenoidea equivalente in media a 0,65.
Le ossa del piede anteriore
si possono riassumere in breve. Si
Tuberosità del bicipite situata quasi al centro
della epifisi prossimale; superficie articolare
per l'ulna in posizione quasi mediana ; in¬
dice fossa esterna/fossa interna della cavità
glenoidea equivalente a 0,93.
presentano numerosi ed importanti caratteri differenziali che non
vedano a tale proposito le descrizioni nel testo e le relative figure.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
43
II
Archidiskodon meridionalis (Nesti) forma evoluta
CONOSCENZE PRECEDENTI SUGLI ELEFANTI DI LEFFE
L’elefante di Leffe, Archidiskodon meridionalis (Nesti), è noto quasi esclusivamente per le
descrizioni di parti craniche, zanne e denti che sono stati rinvenuti in discreto numero nel corso di
oltre un secolo e mezzo di sfruttamento delle ligniti dell’antico bacino lacustre. Le notizie intorno ad
altre parti dello scheletro sono sporadiche, nonostante che talvolta i materiali venuti in luce si pre¬
stassero a una diffusa trattazione.
Nel 1865 E. Cornalia (10) annunciò che durante lavori condotti « a giorno » vennero recupe¬
rati a poca profondità nel banco maestro due zanne, una mandibola intera, due molari superiori, un
piede anteriore destro quasi completo, un radio, un’ulna ed altre parti di minore importanza. Egli
stesso, nel 1857 ebbe a trovare due denti, uno dei quali « nello strato alluvionale superiore » (non
meglio definito). Nel 1868, Falconer (22) parla a pg. 391 di due frammenti di molari scoperti « so¬
pra la lignite » di cui ebbe notizie dal Cornalia stesso: l’uno sicuramente di El.meridionalis e l’altro
forse di El.antiquus. Altri resti di denti molari, trovati entro la lignite, lo lasciarono incerto se trat-
tavasi di antiquus o di armeniacus. Nel 1896, in Flora, fossilis insubrica, Sordelli ricorda gli impor¬
tanti resti elefantini (El.meridionalis), oggi conservati presso il Museo di Bergamo, venuti in luce nel
1867 e nel 1877 ( * 1 ) dalla lignite del banco maestro che, a quell’epoca, veniva ancora lavorato a
giorno.
Nel suo lavoro sull’elefante del bacino di Leffe C. Airaghi (4, 1914), descrive zanne, denti,
mascelle dei ritrovamenti del 1865, 1867 e 1877, ed altri minori, mentre accenna appena di sfuggita
all’atlante e alle altre ossa, nonché ai due piedi anteriori destri, per fare soltanto notare che l’uno
di questi (1877) è di dimensioni maggiori di quello scoperto nel 1865. Di quest’ultimo, oggi distrutto,
vennero fatti a suo tempo numerosi calchi in gesso che furono poi distribuiti a vari musei italiani
ed esteri. Concludendo il suo lavoro I’Airaghi conferma definitivamente quanto avevano stabilito
gli Aa. precedenti e cioè che l’elefante di Leffe appartiene alla specie meridionalis di Nesti; ag¬
giunge anche però che esso presenta certe affinità con l’El. antiquus Falò. var. trogontheroides Zuff.
e che i resti di elefanti di quella località sarebbero da ascrivere a individui di taglia più piccola dei
meridionalis del Parmense, Piacentino e del Yaldarno. Nel 1923, C. Deperet e L. Mayet (16) si limi¬
tano a prendere in considerazione alcuni dati sull’elefante di Leffe desunti dal lavoro"dell ’Airaghi
ed esprimono il parere che nel noto bacino siano presenti tanto la forma tipica che una mutazione
recente di meridionalis : quest ’ultima sarebbe data da un piccolo ramo laterale nano, o semplicemente
da una razza locale. Nelle loro considerazioni generali, non accettano la teoria della derivazione del-
l 'antiquus dal meridionalis formulata dall’AiRAGHi come molto probabile, ma ne fanno due rami se¬
parati nettamente tra loro. Nel ramo del meridionalis, che i due Aa. francesi vorrebbero derivato
dall ’El.planifrons, si osserverebbero quattro distinte fasi evolutive e cioè, dalla più antica alla più
recente, rispettivamente : meridionalis arcaico e meridionalis tipico, entrambi villafranchiani ; meri¬
dionalis evoluto del St.-Prestimi e meridionalis mutazione cromerensis del G-M (Siciliano).
0) L’elenco completo dei pezzi ricuperati in quegli anni è riportato in Airaghi, 1914.
NB. : tutti i resti di elefanti di Leffe conservati presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano fino al 1943
sono andati distrutti completamente per cause belliche.
I riferimenti bibliografici riguardanti l’elefante sono dell’elenco II di pg. 67.
44
V. VIALLI
Nel 1930, Stehlin (61) ammette la sola presenza del meridionalis s.l. e chiarisce definitiva¬
mente l’errore di classificazione in cui era incorso il Falconer, nel 1868, che aveva giudicato dubi¬
tativamente antiquus un frammento di molare mostratogli dal Cornalia. Come è risaputo, quest’er¬
rore non era stato a suo tempo corretto dal Portis ( x ), sicché la presenza a Leffe dell’antiquus venne
ritenuta provata dal Penck il quale ne trasse le note ed inesatte deduzioni circa l’età da assegnare al
bacino di Leffe (vedi Venzo, 67). Stehlin cita alcune variazioni individuali del meridionalis di Leffe,
da altri interpretate come caratteri « evoluti » del tipo ; osserva che la curvatura d'una zanna si dif¬
ferenzia dalla forma tipica valdarnense per la sua maggiore accentuazione che richiama per un verso
il tipo primigenius ; fa alcune considerazioni sullo stato di conservazione delle ossa della mano destra
e sulla loro imperfetta restaurazione ( 2 ) e rende noto che il calco in gesso della stessa mano è poco fe¬
dele all’originale. Conclude infine, negando che i meridionalis di Leffe fossero una razza locale o un
ramo laterale nano del gruppo.
Nel 1950, S. Venzo (67) nel dare notizia del rinvenimento di nuovi resti di Archidiskodon me¬
ridionalis (Nesti) a Leffe, provenienti dal II banco di lignite, ricorda che nel decennio 1938-48
gli scavi in galleria misero in luce ben otto esemplari di elefanti. Il numero degli scheletri
così ritrovati nel bacino salirebbe a circa una ventina in tutto. Venzo dedica alcune pagine del suo
lavoro alla disamina della distribuzione geografica del meridionalis in Italia e nelle principali loca¬
lità estere ed al suo valore cronologico. Dalla somma delle citazioni, si può concludere che il meri¬
dionalis, per quanto sue forme evolute siano segnalate anche in terreni post-gùnziani, è specie essen¬
zialmente caratteristica del Pliocene superiore e del Giinz-Calabriano.
Dalla bibliografia su Leffe, appare con evidenza che : 1) la quasi totalità dei resti elefantini
fu rinvenuta prima d’ora entro il II banco di lignite (banco principale o b.maestro); 2) la grande
maggioranza di tali resti giaceva alla base del banco stesso e vennero in luce sia scavando in galleria
che a cielo aperto ; 3) le sole segnalazioni di resti d'elefante proveniente da sopra la lignite risalgono
al 1857 e 1868 e sono fondamentalmente dovute al Cornalia, il quale però non ebbe a precisare il li¬
vello esatto del rinvenimento. Le segnalazioni hanno quindi valore relativo ; 4) i resti elefantini de¬
scritti nel presente lavoro sono i primi che compaiono con certezza nei livelli alti della serie di Leffe;
5) l’elefante di Leffe appartiene indubbiamente al gruppo dell’Archidiskodon meridionalis (Nesti);
6) è stata avanzata l’ipotesi che qualche individuo possa avere appartenuto a forma evoluta di me¬
ridionalis; 8) a Leffe, oltre a individui di statura normale, compresa entro i limiti di variazione del
medidionaUs del Valdarno, sarebbero vissuti anche soggetti di taglia ridotta.
Esemplare D (rinvenimento marzo 1964)
Difesa sinistra
Sono Stati ricuperati sette grossi frammenti di una difesa che, dall’andamento destrorso della
striatura longitudinale si capisce essere la destra. Quattro di essi hanno potuto essere perfettamente
ricongiunti, senza soluzioni di continuità, ed hanno dato la parte distale della difesa per un tratto
della lunghezza complessiva di cm 135. Il pezzo mostra chiaramente la caratteristica curvatura eli¬
coidale, però, come ho potuto constatare visitando le raccolte dell’Istituto di Geologia dell’Università
di Firenze ed il Museo di Montevarchi, tale curvatura è notevolmente più accentuata dei meridionalis
del Valdarno superiore. Un’osservazione analoga fu fatta da Stehlin (61), il quale credette anzi di
scorgere in essa un accenno morfologico sviluppato in direzione dell’Ul. primigenius.
Purtroppo, tanto su questa difesa quanto su quella rinvenuta a Leffe nel settembre 1954 (esem¬
plare E) non ho potuto applicare il metodo di Trevisan (63) per i confronti tra le difese elefantine
( 1 ) Portis A., Di alcune specie di mammiferi del Pliocene superiore e dell’età del deposito di Leffe - Boll. Soc.
Geol. Ital., voi. 17, 1898.
( 2 ) Effettivamente il completamento in gesso delle parti mancanti dei vari elementi della mano conservata al
Museo di Bergamo lascia molto a desiderare. Non è perciò possibile usare quell’importante pezzo per confronto,
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
45
perchè, come è noto, per valersene, occorre che esse siano intere, dal margine alveolare all’apice.
Considerando questo frammento insieme al grosso pezzo trovato nel settembre 1954, appartenente a
meridionalis anch’esso probabilmente evoluto ( x ), e che consta della parte prossimale per una lunghezza
di cm 160, si può avere un’idea complessiva abbastanza buona dell’intera zanna. I due elefanti dove¬
vano essere su per giù della stessa taglia. Così idealmente ricostituita, è facile rilevare che il tratto
più ricurvo è quello distale, come succede normalmente nei meridionalis, mentre prossimalmente essa
appare poco ritorta. La zanna inizia con una sezione fortemente ellittica e termina che è pressoché cir¬
colare. Dato che nessuno dei due pezzi ha subito deformazioni per compressione, tale struttura dev’es¬
sere ritenuta originaria. La sezione ellittica ruota, dalla base all’apice, progressivamente e in confor¬
mità al graduale incurvamento elicoidale della difesa, il cui apice appare smussato per logoramento.
I due tronconi, idealmente attaccati nel punto in cui presentano eguale diametro, darebbero una
zanna lunga cm 278. Calcolando che all’insieme manchino almeno 20 centimetri di base, fuori dell’al¬
veolo, si può avere una idea soddisfacentemente approssimata della lunghezza totale della difesa nel
nostro elefante, lunghezza che doveva aggirarsi intorno ai 300 centimetri almeno. Ad essi dobbiamo
aggiungere poi un minimo di 50 centimetri di parte alveolare.
Si trattava quindi di un individuo gigantesco e in questa valutazione concordano anche i dati
desumibili dalle dimensioni delle varie ossa ricuperate. L’individuo tuttavia, per quanto enorme, non
doveva ancora avere raggiunto la piena maturità e questo è testimoniato dal fatto che le epifisi del
radio, dell’ulna, del femore, della tibia e della fibula sono state trovate staccate dalle diafisi, non per
ragioni meccaniche, ma perchè semplicemente l'ossificazione dello scheletro non era ancora completa.
L’imponenza della difesa è resa maggiore dalla sua rilevante grossezza, in confronto ad esempio con
le difese dell ’antiquus italicus di Viterbo, la cui lunghezza, come è noto, è di cm 220 fuori dell’al¬
veolo (a cui sono da giungere almeno 50 cm per la parte alveolare).
La difesa sinistra dell’elefante di Viterbo ha le seguenti circonferenze, misurate dal margine
alveolare in avanti, a intervalli di cinquanta centimetri : al margine alveolare cm 57, poi, cm 51, 42,
33 e 19. L’ultima circonferenza risulta misurata alla distanza di venti centimetri dall’apice.
La difesa ricostituita del meridionalis evoluto di Leffe dà invece questi valori : al margine al¬
veolare cm 71 circa ( 2 ), a mezzo metro, cm 68, a un metro cm 62, a un metro e mezzo cm 56, a due
metri cm 53, a due metri e mezzo e cm 50, a venti centimetri dall’apice cm 29.
Come si vede, l’assottigliamento della difesa è graduale e non rapido come nell’elefante di Vi¬
terbo.
Atlante (Fig. 4 n. t. e tav. VT, figg. 1-3)
L’atlante, perfettamente conservato, salvo danni di poco conto, è di notevoli dimensioni,
eguali a quelle degli esemplari di meridionalis dell’Incisa (Valdarno superiore), figurato dal
Cuvier (11) a tav. 17 e di Leffe, illustrato da Airaghi (4). Questa vertebra sembra presentare carat¬
teri specifici e vari autori se ne sono occupati in proposito, senza tuttavia giungere a risultati con¬
vincenti ( 3 ). L’impressione che si ricava da un attento esame della bibliografia è che nessun carat¬
tere o indice finora citati abbiano una provata importanza diagnostica: non la forma e grandezza,
assoluta e relativa, del foro vertebrale e dell’alloggiamento per il processo odontoide dell’epistrofeo,
non i rapporti tra il diametro trasverso e l’altezza della vertebra, non la maggiore o minore robu¬
stezza dell’arco superiore e delle sue forti creste d’inserzione muscolare e nemmeno la direzione e
l’aspetto dei fori intertrasversari. (*)
(*) Vedi pag. 63.
( 2 ) Cifra dedotta in base al fatto che, a circa 20
di cm 70.
( 3 ) Leith Adams (35), Pavlow (42), Simonelli
Vatjfrey (56) ed altri,
cm dal margine, la
(57), De Lorenzo
zanna intatta presenta una circonferenza
e D’Erasmo (15), Saskrewskaja (50),
46
V. VIALLI
Leith Adams (35) aveva attirato l’attenzione degli studiosi sulle possibilità offerte in materia
dai fori per il primo paio di nervi cervicali. Pur con riserva, determinata dal fatto dell’avere egli
stesso riscontrato alcune eccezioni al suo metodo, l’Autore inglese esprime il parere che la direzione
di quei fori si presenti nel mammut e nell’elefante indiano diversamente orientata in confronto a El.
meridionalis, El. antiquus ed El. africanus. Come si sa, i fori sono situati alla base dell’arco supe¬
riore ed i loro orifizi interni si aprono proprio in coincidenza con gli angoli supero-interni delle cavità
glenoidee. Ebbene, secondo Leith Adams, osservando l’atlante dalla sua faccia anteriore, detti ori¬
fizi dovrebbero potersi vedere in El. primigenius ed El. indicus, mentre ciò non avverrebbe in El.
meridionalis, antiquus ed africanus. Il fatto della visibilità o meno di quelle aperture dipenderebbe,
secondo l’Autore inglese, dall’inclinazione diversa delle parti interne delle lamine vertebrali: dove
quelle pareti, che delimitano lateralmente il foro vertebrale, sono a perpendicolo, cioè parallelle al
piano di simmetria della vertebra, le aperture non sarebbero visibili, dove invece esse sono inclinate,
le aperture sarebbere percettibili alla vista.
A mio parere questa interpretazione non corrisponde al vero e le osservazioni che si possono
fare su due atlanti di El, indicus esistenti nel nostro Museo mi permettono di correggerla. I due a-
tlanti appartengono a due esemplari molto giovani (2 e 8' anni) morti in cattività nello Zoo di Mi¬
lano. Il più anziano dei due è quasi del tutto ossificato, mentre nel minore l’ossificazione si presenta
ancora a uno stadio iniziale, tanto è vero che, tolte di mezzo le cartilagini, il piccolo atlante appare
disarticolato in tre parti (arco anteriore e due masse laterali) incomplete (- 1 ). Incomplete sono soprat¬
tutto le apofisi trasverse, col foro intertrasversario ancora aperto, le faccette articolari anteriori e
posteriori, nonché le lamine che uniscono l’arco inferiore alle masse laterali. L’ossificazione delle fac¬
cette anteriori d’articolazione per i condili occipitali procede evidentemente da un punto (uno per
faccetta) subcentrale e si estende verso la periferia. In questo suo espandersi, il processo ossificatorio
costruisce progressivamente la parete anteriore dei due fori per il primo paio di nervi cervicali. Nel¬
l’atlante piccolo di indicus, il foro di destra è quasi del tutto conformato, nel senso che il lembo supe¬
riore della corrispondente faccetta articolare glenoidea è giunto quasi a saldarsi con l’arco superiore
della vertebra; il foro di sinistra invece è ancora largamente beante, perchè qui l’ossificazione è stata
più lenta. Confrontando i due atlanti di indicus, appare chiaro che, operata la congiunzione tra la fac¬
cetta articolare e 1 ’arco vertebrale, il lembo della faccetta stessa continua ad estendersi verso il lume
del foro vertebrale, mano a mano che l'individuo invecchia, ottenendo come risultato finale — ed è
questo che ci interessa a proposito del metodo di Leith Adams — di nascondere completamente l’a¬
pertura del foro in oggetto. E’ del tutto sicuro che, negli individui giovanissimi e giovani di E. in¬
dicus, le aperture dei fori per i nervi cervicali sono visibilissime a chi osserva la vertebra dalla
faccia anteriore e che, per contro, negli individui adulti e vecchi le stesse aperture non sono più vi¬
sibili.
Accertato questo dato di fatto, è chiaro che il metodo di Leith Adams non offre più alcuna
possibilità diagnostica, anche volendo ammettere, in via del tutto teorica, che, nel corso dei tempi,
siano realmente intervenute modificazioni nell’andamento dei sopraddetti fori. La possibilità o meno
di vederne le aperture può invece darci un’idea circa l’età del soggetto. L’elefante di Leffe, a tale
proposito, con i suoi orifizi pienamente in vista, non era sicuramente ancora giunto allo stadio pie¬
namente adulto e questo è comprovato anche dal fatto che tutte le epifisi delle ossa lunghe (radio,
ulna, femore, tibia, fibula) sono state trovate staccate, per via della incompleta ossificazione.
Per concludere l’argomento sulla prima vertebra cervicale, mi preme richiamare l’attenzione
su un aspetto che forse distingue realmente 1 ’El. meridionalis à&WEl. antiquus. Nella fig. 4, sono
(') Le tre parti omologhe, derivate dai tre punti primitivi di ossificazione, nell’atlante umano, si saldano in ge¬
nerale verso il 5° o 6° anno di vita. Oltre ai tre punti primitivi, che cominciano ad ossificare ancora durante la vita
intrauterina, compaiono nella vertebra umana cinque punti complementari di ossificazione, all’ineirca verso il 14°-16°
anno di età. Essi sono i germi delle 2 apofisi trasverse e spiuosa ed i due germi dei dischi epifisari. La fusione e salda¬
tura completa delle cinque parti complementari al corpo vertebrale avviene, nell’ordine tra il 18° ed il 25° anno di età.
SUL RINOCERONTE E L^ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
4?
schematicamente illustrati tre atlanti eli mericHonaUs e sei del gruppo dell’antiquus, visti dalle faccie
posteriori. A meno che non si tratti di una strana coincidenza, è innegabile che le faccette articolari
1) Elephas meridionalis evolutus di Lette, 1954.
2) Elephas meridionalis normale di Lette, ritrovamento 1877 (Airaghi 1914).
3) Elephas meridionalis di Incisa (Valdarno snp.) (Cuvier 1836).
4) Elephas antiquus italicus di Fonte Campanile (Viterbo) (Trbvisan 1948).
5) Elephas antiquus di Ilford, Essex. (Leith Ada ms 1881).
6) Elephas antiquus mnaidriensis della Grotta dei Puntali (Palermo).
7) Elephas antiquus di Grida Avlaci (Creta) (Simonelli 1907-08).
8) Elephas antiquus di Pontecorvo (Valle del Liri) (De Lorenzo e D’Erasmo 1927).
9) Elephas antiquus di Venosa (Puglie) (De Lorenzo e D’Erasmo 1927).
Tutte le figure sono alla stessa scala. I numeri 1, 6 sono originali, (vedere spiegazione nel testo).
NB.: secondo lo scrivente, l’atlante n° 5 non sarebbe di tipico antiquus, ma potrebbe rappresentare una forma gio¬
vanile di meridionalis di transizione a quella specie.
48
V. VlALLl
posteriori hanno contorno decisamente diverso nelle due specie : in meridionalis, il loro insieme ram¬
menta un cuore schematizzato, piuttosto largo (con la larghezza massima situata pressapoco a metà
altezza della vertebra) e con contorni uniformemente curvi; in antiquus, invece, la forma dell’insieme
appare più slargata, col diametro trasverso massimo situato vicino al margine vertebrale inferiore
e con contorni sui quali si avvertano svolte angolose, soprattutto in basso. Se questo carattere abbia
reale valore diagnostico decideranno i futuri riscontri ( x ). In caso positivo, dovranno essere rive¬
dute alcune determinazioni, come ad esempio quella relativa all’atlante dragato al largo della costa
dell’Essex, di fronte a Clacton, riportato a tav. 17, fig. 3 del citato lavoro dei Leith Adams, il
quale lo ritenne di meridionalis, mentre invece, in base alle suesposte considerazioni, esso sarebbe un
tipico antiquus.
Sempre se questo carattere fosse valido, sarebbe interessante studiare quali possono essere state
le conseguenze sulla mobilità in senso rotatorio del cranio nelle due specie, in rapporto anche con la
diversa forma e peso delle difese nei due elefanti.
dimensioni dell’atlante di Leffe
diametro trasverso massimo mm 481
altezza massima » 256
diametro antero-posteriore massimo » 146
larghezza del canale neurale » 87
altezza dello stesso » 61
larghezza del canale odontoide » 78
altezza dello stesso » 66
altezza massima delle fosse articolari anteriori » 123
' larghezza massima delle stesse » 81
altezza delle fosse articolari posteriori » 101
larghezza delle stesse * 102
Radio e ulna (Tav. 4 e 5, fig. 11)
Di queste due ossa sono conservate le epifisi distali destre che presentano qualche diversità con
['antiquus italicus di Viterbo. Si confronti a tale proposito la fig. 9 della tav. V del lavoro di Tke-
visan (64), con le illustrazioni riportate qui, entrambe riproducenti le due epifisi dal lato articolare
e si vedrà come esse si differenziano per quanto riguarda i rispettivi rapporti di spessore X larghezza
delle due ossa prese nell’insieme. Nel meridionalis di Leffe, questo rapporto equivale a 0.60, mentre
nell’elefante di Viterbo esso è 0.82 circa (rilevato sulla figura). In sostanza, ciò significa che, nel
meridionalis di Leffe le due epifisi sono proporzionalmente più dilatate in senso trasverso di quanto
non appaia in antiquus italicus. Ciò considerato, viene fatto di pensare che il meridionalis di Leffe
fosse dotato di un piede relativamente più largo dell’esemplare di Viterbo; dato tuttavia che que¬
sto potrebbe' anche essere semplicemente un carattere individuale, non mi sembra il caso di soffer¬
marsi ulteriormente sull’argomento ( 2 ).
( 1 ) Durante la correzione delle bozze, mi è giunto il lavoro di 6 . Db AngeLis D’Ossat « Geologia del Colle Pa¬
latino in Poma» (Mem. Deseritt. Carta Geol. d’Italia, voi. 32, 1956) nel quale è ricordato un atlante di E. antiquus,
trovato a Roma sulle pendici orientali del Palatino, nel corso dei lavori per la costruzione della Via dell’Impero. L’A.
ne dà una precisa descrizione, accompagnata da due nitide figure riproducenti la vertebra nelle due faccie, anteriore
e posteriore. E ’ facile vedere che, anche in questo caso, le facette articolari posteriori presentano il contorno corrispon¬
dente agli atlanti di antiquus da me schematizzati nella fig. 4 del testo.
( 2 ) Vero è però che anche l’epifisi distale del radio sinistro, trovata nel gennaio 1955 (esemplare P), appare di
forma e contorno analoghi all’epifisi ora descritta (v. pg. 65).
STtL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECO.
dimensioni dell’epifisi distale del radio
lunghezza massima della faccetta articolare per il lunatum
larghezza della stessa (in senso trasverso)
lunghezza della faccetta articolare per il naviculare
larghezza della stessa
larghezza massima trasversa dell’epifisi
spessore massimo autero-postèriore della stessa
dimensioni dell’epifisi distale dell’ulna
lunghezza massima della faccetta articolare per il piramidale
larghezza massima della stessa
lunghezza massima della faccetta articolare per il lunatum
larghezza massima della stessa
larghezza massima trasversa dell’epifisi
spessore antero-posteriore della stessa
49
min 153
» 77
» 99e
» 53
» 137
» 210
min, 132
» 94
» 83e.
» 55c.
» 210
» 190
Generalità sulla mano e sul piede
Premessa — L’importanza delle ossa del capo e del tarso per la classificazione dei probosci-
dati è stata diffusamente trattata nel lavoro di L. Trevisan sullo scheletro di Elephas antiquus ita-
licus di Fonte Campanile (Viterbo), dove è chiaramente riassunto, con corredo di buone figure,
quanto fino al 1948 era possibile trovare in precedenza sull’argomento. Rimandando a quello studio
che si interessa di tali precedenti, mi limito in questa sede a ricordare che gli autori che si sono oc¬
cupati di proboscidati non hanno nella grande maggioranza dedicato molta attenzione al presente
tema. Data la limitata disponibilità di figure e descrizioni esaurienti, sulle quali basarsi per i con¬
fronti, è prudente allo stato attuale delle cose mantenere alcune riserve sull’effettivo valore tassono¬
mico di questa o di quella struttura, mancando quasi del tutto la possibilità di una valutazione sta¬
tistica delle variazioni sessuali, individuali, geografiche ed ecologiche dei singoli gruppi di probosei-
dati. B ’ tuttavia vero che si possono osservare delle tendenze morfologiche in alcuni elementi della
mano e del piede che i paleontologi accettano come indizi di probabili, o quasi sicure differenziazioni
evolutive. Riassumo queste tendenze, allo scopo di rendere più comprensibile l'analisi degli elementi
a mia disposizione :
1) è possibile che nei vari proboscidati fossili ed attuali si sia attuato un diverso grado di digi-
tigradia. Sembra a questo proposito che la mano del meridionalis presenti questa caratteristica in
forma più spinta che l’ antiquus, mentre nel piede non sarebbero osservabili, tra le due specie, diver¬
sità di conto;
2) tendenza nelle ossa del rango prossimale del carpo a uno scorrimento del naviculare
verso l’esterno, cioè verso l’ulna, per accostarsi al magnum ed eventualmente sovrapporvisi a detri¬
mento dello spazio occupato dal lunatum. Questo sarebbe fisiologicamente spiegabile, secondo Tre-
visan, con la tendenza evolutiva dei proboscidati a far convergere, attraverso il magnum, sul terzo
dito il peso dell’arto. Poiché si osserverebbe la stessa tendenza anche nel pyramidale che, a sua volta
scorrerebbe verso il magnum, si dovrebbe arrivare, attraverso la progressiva eliminazione della fun¬
zione portante dei diti I e V, a una struttura di sostegno tridattila dell’arto, nella quale il terzo
dito avrebbe il carico maggiore. Questa originale interpretazione del Trevisan, senz’altro più accet¬
tabile delle interpretazioni espresse in proposito da precedenti autori (Weithofer, Baur, Schle-
singer), è ricca di significato. Essa promette, come ognuno comprende, di recare un concreto aiuto al
tema evolutivo dei proboscidati, in parallelo coi dati ottenuti attraverso lo studio della dentatura.
7
V. VIALLt
60
3) Nella dibattuta questione se, dal meridionalis, abbia potuto discendere l’antiquus, oppure
no, lo studio del carpo e del tarso reca argomenti in favore dell’ipotesi stessa. Il carpo dell ’antiquus
italicus di Viterbo rappresenta, secondo Trevisan « l’ulteriore evoluzione, in grado lievemente supe¬
riore, di una tendenza■ già esistente in meridionali is ». Si dovrebbero quindi riconoscere nelle ossa me-
tapodiali aspetti e particolarità caratteristici di entrambe le forme dei precitati elefanti.
Riassumiamo in breve dagli autori precedenti i caratteri delle ossa della mano e del piede che
si prestano in misura varia ad essere utilizzate per intenti tassonomici. I vari indici rilevabili su ogni
singolo elemento del carpo e del tarso non hanno prima cl 'ora rivelato un chiaro valore diagnostico :
nel corso del presente lavoro, ho avuto occasione di metterne in evidenza alcuni (ad esempio nel na-
vicularc, nel magnum, nel Me V) che sembrano a prima vista importanti. Evidentemente però la
conferma della loro validità dovrà venire da futuri riscontri. Importanza riconosciuta rivestono
invece i rapporti vicendevoli tra i vari elementi costituenti la mano ed il piede.
Naviculare: ha forse qualche significa to l'ampiezza dell 'angolo che formano tra loro la
faccetta per il radio e quella per il trapezoides; questo perchè il naviculare, nella sopraricordata
migrazione verso l’esterno, potrebbe trasmettere in modo diverso, nelle varie forme di proboscidati, la
pressione del radio sui carpali del rango distale. Tale carattere non è stato tuttavia ancora bene
chiarito.
Lunatu m : ha valore diagnostico buono se si considera la sua larghezza anteriore in rapporto
alle ossa del rango distale che esso ricopre ( magnum e trapezoides). Sotto questo riguardo, il lunatum
può presentarsi più o meno depresso; ha valore riconosciuto, in relazione alla statica metapodiale, la
faccetta articolare per l’ulna.
Pyramidale, pisi forme, trapezoides e trapezi um : non hanno ancora
rivelato aspetti caratteristici per ciascuna forma di proboscidato, quantunque essi, e specialmente il
trapezium, presentino certamente forme diverse da specie a specie.
M a g n u m : è l’elemento più importante ai fini diagnostici, sia che lo si consideri in rapporto
al lunatum, sia nei suoi rapporti con i Me III e II. Presenta inoltre indici quasi certamente utiliz¬
zabili in tassinomia, (contorno della faccetta d’articolazione per il lunatum., altezza X larghezza della
faccia anteriore, rapporto tra la faccetta per il Me II e la faccetta per il Me III).
Uncinatum : nessun valore diagnostico finora accertato.
Metacarpali : molto studiato e di buon valore diagnostico è il Me 111, i cui caratteri mi¬
nori sono: l’inclinazione della faccetta superiore d’articolazione per il Me IV rispetto all’asse longi¬
tudinale dell’osso, l’angolo che formano tra loro le faccette d’articolazione per il magnum e l’unci¬
natum. Carattere di rilievo è invece l’andamento, osservabile dall’alto, dello spigolo formato dalle
due anzi dette faccette, che è molto sinuoso in antiquus e prevalentemente diritto in altre specie, me¬
ridionalis compreso. Secondo Trevisan « il carattere differenziale più appariscente e costante nel Me
III è la maggiore larghezza dell’osso nella parte anteriore, rispetto alle altre specie, e ciò in relazione
col corrispondente allargamento frontale del magnum ».
Falangi : nessun valore diagnostico accertato.
Astragalo : tra tutte le ossa del tarso è l’elemento più indicato dal lato diagnostico. Ca¬
ratteri da tenere in conto sono il contorno, curvatura ed orientamento della faccetta per la tibia, e
l’inclinazione della faccetta per il naviculare rispetto all’asse dell’arto. Quest’ultimo carattere è in
relazione con la maggiore o minore digitigradia del piede dell’animale.
Calcagno : nessun elemento diagnostico sicuro.
Naviculare : presenza di una o due faccette calcaneali.
Cuneiformi e cuboidc-, nessun carattere diagnostico importante.
Metatarsali a: Il carattere diagnostico più importante compare sulle faccette d’artico¬
lazione prossimali del secondo, terzo e quarto elemento con 1 ’ectocuneiforme ed il cuboide. Si possono
distinguere tre diversi modi di appoggio sui quali avrà modo di ritornare trattando dei metatarsali.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
51
I tre tipi di struttura esprimerebbero una progressiva migrazione verso l’esterno dell’ectocuneiforme
e del mesocuneiforme.
Mano destra (fcav. IV-V)
Purtroppo, il recupero della mano (e del piede) dell’esemplare 1954, eseguito dagli addetti alla
cava senza le necessarie precauzioni, provocò nei vari elementi molti danni, in parte irreparabili. In
genere, si può dire che irrimediabilmente compromesse furono le parti posteriori di molte ossa, spe¬
cialmente di quelle carpali, che si sbriciolarono all’atto del'estrazione. Reintegrati quasi per intero, in
modo molto soddisfacente sono il naviculare, il pyramidale e l’uncinatum; meno bene, quantunque
ancora utilizzabili, il lunatum, il magnum ed il trapezoides. Fortemente danneggiato il trapezium,
buoni tutti i metacarpali e le falangi.
Carpo
Naviculare — Quest’osso ha forma e proporzioni molto diverse dall’omologo di anti-
quus italicus di Viterbo. Il suo contorno, rassomigliante a quello dell ’indicus, è di un triangolo ret¬
tangolo troncato in alto dalla faccetta per il radio ;1 'esemplare di Viterbo si può dire che abbia un
contorno subrettangolare. La faccetta radiale di quest’ultimo è di almeno 7" più inclinata che nel me¬
ridionali di Leffe e lo dimostra l'angolo di 59° che essa forma con la faccetta per il trapezoide-s,
contro i 52° del mio esemplare. Un naviculare di indicus del nostro Museo possiede la faccetta per
il radio quasi verticale (incl. 74°).
Dimensioni
meridionalis
antiquus
indicus
Leffe
Upnor
Viterbo
Museo
Milano
1 - lunghezza massima
mm
154
169
187
92
2 - larghezza massima
della
estremità distale »
121
138
90
76
3 - lunghezza dell’asse
maggiore della face
. radiale »
78
78.
90
78
4 - lunghezza dell’asse
minore della face.
radiale »
50
53
56
36
indici
meridionalis
Leffe
antiquus
Upnor
antiquus
italicus
Viterbo
indicus
Museo
Milano
2 : 1
0,79
0.81
0.48
0.80
3 : 2
0.64
0.56
1
0.56
Per quanto sia stato osservato che gli indici dei vari elementi del carpo offrono scarso signi¬
ficato diagnostico, non si può non rimarcare le grandi differenze che, in questo caso, essi presentano
in alcuni degli esemplari sopra indicati. Essi sembrano suggerire che Va-ntiquus di Upnor non abbia
nulla a che fare con 1 ’antiquus italicus di Viterbo, mentre invece sembrerebbe assai vicino al meri-
diona-lis di Leffe, al quale, oltre che da analogie di forma, parrebbero legarlo anche le dimensioni
assolute.
Lunatum (tav. V fig. 5, 9). — Come è noto, il lunatum presenta carattere diagnostico se
lo si considera in rapporto col sottostante magnum in quanto è ormai assodato che le due ossa sono
generalmente seriate negli antiquus ed aseriate nei meridionalis. L’esemplare di Leffe, ottimamente
conservato salvo che nella sua parte posteriore, appartiene chiaramente al secondo tipo, poiché sporge
sopra l’elemento centrale del secondo rango dei carpali per almeno un ottavo della sua lunghezza fron¬
tale. Il valore massimo di sporgenza, non contando gli esemplari di M.arvernensis del Valdarno, nei
quali è di poco superiore a un quarto, lo si osserva in un meridionalis del Valdarno superiore, con
circa un sesto. Naturalmente, data la veste transizionale di questo carattere, c’è da aspettarsi che
questo indice varii tra due estremi: così si spiega la debole struttura aseriata dell ’antiquus di Upnor.
52
V. VIALLI
Dimensioni
meridionali
beffe
s
antiquus
TTpnor
antiquus
italicus
Viterbo
1 — diametro antero-posteriore
mm
175
190
2 — lunghezza della faccia anteriore
»
150
158
190
3 — altezza della stessa
»
95
94
95
%'Yhd'bC'l/ meridionalis
Leffe
antiquus
Upnor
antiquus
italicus
Viterbo
3 : 2 0.63
0.59
0.50
Questo indice, non essendovi possibilità di esaurienti indagini riguardo alla sua variabilità, non
offre materia di osservazioni interessanti.
Pyramidale (tav. \ fig. 5, 9). — Di quest’osso poco si può dire, non essendo possibile con¬
frontarlo con altri esemplari. Osservato dall’alto, e rispetto all ’ antiquus italicus di Viterbo, mi sem¬
bra di poter rilevare una accentuata differenza di contorni, subtrapezoidale in quello e subtrian-
golare nel mio individuo.
Dimensioni
meridionalis
antiquus
italicus
beffe
Viterbo
lunghezza massima della faccetta per l’ulna
mm 155
170
larghezza massima della stessa (verso il lunatum)
» 114
152
altezza massima della faccia anteriore (misurata al terzo
mediale)
» 78
Pisi forme. — Di quest’osso purtroppo non è conservata che la tuberosità distale, la
quale non si presta ad alcuna considerazione.
Trapezium (Tav. V fig. 7). — Di quest’osso è rimasta intatta la maggior parte del
fianco mediale. Calcolando i suoi rapporti con il Me I, col trapezoides e col naviculare, mi è stato
possibile ricostruire i punti mancanti delle rispettive faccette articolari, con approssimazione che ri¬
tengo buona. Ne è risultata una figura che si avvicina molto al trapezium di meridionalis (?) ripro¬
dotto dal Leith Adams a tav. 19, fig. 10 del suo noto lavoro sugli elefanti inglesi. E’ probabile che
quest osso sia utilizzabile ai fini diagnostici, perchè esso si presenta, in antiquus di Gray, Essex, an-
fiquus italicus di Viterbo e in primigenius di Maidstone, Kent, diverso in misura rilevante ed appa¬
rentemente costante. 11 trapezium di Leffe è subquadrato come l’omologo di Gray. La faccetta per
il naviculare e moderatamente inclinata al confronto dell ’antiquus e, rispetto a questo, è situata in
posizione meno sporgente sul limite mediale della faccetta per il Me I che costituisce la base del-
1'osso.
Dimensioni : altezza massima mm 82, larghezza massima approssimativa nini 91.
Trapezoides (tav. V, fig. 8). — Lo stato di conservazione di questo elemento è troppo
frammentario per permettere indagini di qualche interesse. Di esso infatti è rimasta soltanto parte
della porzione mediale antero-superiore : si può perciò misurare la lunghezza (mm 82) e l’altezza
minima (mm 41) della faccia anteriore.
Magnum (tav. V fig. 6, 9). — Nell’esemplare di Leffe, a differenza dell ’antiquus italicus
di Viterbo e degli antiquus del Valdarno (vedi schemi della fig. 22 di Trevisan op. cit.), il contorno
della faccia esterna ricorda meglio un quadrato che un rettangolo. Visto dall’alto (faccetta per il
lunatum) esso mostra, anche se parzialmente ricostruito nel settore mediano, un aspetto molto simile
al terzo schema della citata figura, riproducente il magnum di un meridionalis del Valdarno, con
spigoli tendenzialmente divergenti verso Lavanti, tipo antiquus dell’Italia centrale, e non conver-
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
B3
genti come si nota nella maggior parte dei meridi onalis. Sulla parte distale, questo carattere si
scorge con maggiore evidenza, essendo perfettamente conservate le porzioni anteriore e posteriore del¬
l’osso ed altrettanto bene delimitati i contorni delle due faccette d’articolazione coi Me III e II. Pur
allargandosi l’osso dall'indietro allevanti, la sua divergenza è tuttavia assai meno rilevante che nel-
1 ’antiquns italicus di Viterbo, nel quale per la verità essa è assai accentuata. Un carattere che col¬
pisce, ma del quale non saprei dire il valore diagnostico, è il diverso rapporto di altezza delle facce
anteriori del magnum e del lunatum nelle due specie antiquus e meridionalis. Questi rapporti sono
espressi per il primo dagli indici 0.78-0.81, e per il meridionalis da 0.55-0.65. L’esemplare di Leffe
sta nel mezzo, con un indice equivalente a 0.72.
Circa gli altri caratteri importanti del magnum, si veda quanto è detto nel paragrafo riguar¬
dante il lunatum.
Dimensioni
meridionalis
Leffe
antiquus
Upnor
antiquus
italicus
Viterbo
indicus
Museo
Milano
1
— Lunghezza massima antero-posteriore
mm 164
174
188
88
2
— larghezza della superficie artic. per il lunatum
(presa anteriormente)
» 118
117
161
62
3
— larghezza della superficie artic. per il Me III
(presa anteriormente)
» 69
94
104
42
4
— altezza massima della faccia anteriore
» 92
94
58
indici
meridionalis
Leffe
antiquus
italicus
Viterbo
indicus
Museo
Milano
4
1
0.62
0.50
0.65
4
2
0.78
0.58
0,93
3
2
0.58
0.64
0.67
Questi indici sono evidentemente diversi nelle due specie fossili. Quello che interessa maggior¬
mente, perchè potrebbe esprimere un’evoluzione della funzione di sostegno del metapodio in connes¬
sione con la tendenza alla seriazione degli elementi del carpo, è il rapporto tra la larghezza anteriore
della superficie articolare per il Me III e la larghezza anteriore della faccetta per il lunatum. Nel-
1 antiquus italicus di Viterbo, questo indice ha valore maggiore (- 1 ) che nel meridionalis di Leffe :
può esso significare un aumento di carico sul terzo metacarpale. Ovviamente, per rispondere alla do¬
manda e necessario attendere altri dati. E’ interessante ricordare che lo stesso indice, in un magnum
di indicus, ha valore 0,67, vale a dire è ancora più elevato che nell’elefante di Viterbo.
Uncinatum (tav. V fig. 6, 9). - Quest’osso è completo e bene conservato. Purtrojipo però
non c’è la possibilità di confrontarlo con altre specie, per le scarse ed insufficienti figure disponibili
in bibliografia. Nella figura 2 della tav. 15 di Weithofer (72), l 'uncinatum di meridionalis del Val-
darno, preso di scorcio e perciò prospetticamente alquanto deformato, rassomiglia molto a quello di
Leffe. Rispetto alle figure della faccetta d’articolazione per il pyramidale presentate da Trevisan,
per Vantiquus italicus di Viterbo, non si scorgono differenze, salvo una leggera maggiore espan¬
sione del lato superiore esterno.
0) Così pure nell’esemplare di Elephas cfr. antiquus descritto dalla Pavlow (42), tav. Ili, fig. 16, dove si vede
chiaramente il tipo aseriato del carpo.
54
V. VIALLI
Dimensioni :
larghezza massima frontale, presa superiormente
mm
139
larghezza massima frontale, presa inferiormente
»
128
larghezza massima misurata alla base dell’articolazione per il magnimi
»
154
lunghezza della faccetta articolare per il pyramidale
»
123
larghezza della stessa, misurata posteriormente
»
113
altezza frontale (mediale)
»
103
altezza massima frontale (esterna)
»
67
larghezza della superficie articolare per il Me IV, misurata sulla fronte
»
94
Metacarpali (tav. IV e tav. V, figg. 1-3).
I metacarpali nell’insieme sono soddisfacentemente conservati. Il I e V sono completi, il III
e IV mancano soltanto di un tratto della parte posteriore dell’estremità prossimale; il II invece
manca di un pezzo dell’epifisi prossimale che non è possibile riparare perfettamente. Facilmente ri¬
costruibili sono invece le parti mancanti dei Me III e IV, grazie alla buona conservazione delle su-
perfici articolari del magnimi e dell’uncinatimi che, ovviamente, ne costituiscono la controimpronta
naturale. Anche per i metacarpali vale quanto s’e detto riguardo alle altre ossa e cioè che la scar¬
sezza della documentazione non permette di procedere a minuziosi confronti con altre specie, salvo
che con l’antiquus italicus di Viterbo.
I metacarpale (tav. IV, V). - Presenta alcune differenze rispetto al Me I di antiquus
italicus, soprattutto nella parte distale d’articolazione con la prima falange: vista di profilo, questa
parte, nell esemplare di Viterbo, ha contorno a V, aperta di circa 90°, mentre nell’individuo di Leffe
l’apertura è di ben 127° circa. Come si vede nella figura, in questo esemplare, le faccette articolari
superiore ed inferiore sono pressoché parallele; nell’antiquus italicus, invece, i loro prolungamenti si
incontrano con un angolo di circa 45°. Una situazione analoga all ’antiquus italicus si rivela in un
esemplare di indicus di proprietà del nostro Museo. Ciò significa probabilmente una diversa funzio¬
nalità della parte che, a mio parere, si potrebbe collegare con la tendenza al progressivo alleggeri¬
mento del carico sul primo dito. Altra differenza con 1 esemplare di Viterbo è osservabile nel con¬
torno della faccetta per il trapezium che, nel mio esemplare, si presenta notevolmente più larga che
nell ’ antiquus italicus.
Dimensioni :
lunghezza massima mm 422
spessore antero-posteriore (misurato al centro dell’osso) » 41
lunghezza della faccetta per il trapezium » 73
larghezza della stessa » 58
II metacarpale (tav. IV, V). - E’ un osso che si allarga considerevolmente nella sua
parte distale e questo si verifica tanto nel mio esemplare che in quello di Viterbo. Per quanto la sua
parte prossimale manchi di tutto il suo tratto posteriore, mi sembra che l’osso di Leffe, visto di pro¬
filo, sia meno massiccio del Me II di antiquus italicus. Anche in esso si nota una diversa inclinazione
della faccetta d’articolazione per la prima falange rispetto all’asse longitudinale dell’elemento: 41°
nel meridionalis di Leffe, contro 61° nell’individuo di Viterbo (55° nel Me II di indicus del nostro
Museo).
Dimensioni :
lunghezza massima
mm
204
larghezza massima della faccetta distale
»
91
larghezza minima al centro diafisario
»
75
spessore minimo al centro
»
64
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECO.
65
III metacarpale (tav. IV, V). - L’osso, pressoché completo, permette buoni confronti
con quello delle altre forme. Come è noto, esso si presta a diagnosi specifiche, grazie alle diversità
osservabili nella sua parte prossimale che si è sensibilmente modificata nel corso dei tempi. L’argo¬
mento è già stato trattato da diversi autori, più estesamente da Schlesinger (53), Soergel (59) e
Trevisan (64) e da essi riassumo i principali caratteri diagnostici:
1) orientamento della faccetta d’articolazione per il Me IV, calcolato rispetto all’asse dell’osso ;
2 ) angolo formato dalle due faccette d articolazione per il magnum e per Vuncinatimi, mi¬
surato sullo spigolo anteriore;
3) andamento dello spigolo delimitato dalie due predette faccette;
4) larghezza frontale dell 'osso, misurata prossimalmente.
Riguardo al primo carattere, che si rileva con facilità prolungando idealmente in basso la fac¬
cetta per il Me IV fino a tagliare la faccetta articolare per la prima falange, si hanno dati forzata-
mente scarsi, ma tuttavia significativi: in antiquus italicus di Viterbo, il prolungamento cade sul
terzo esterno della faccetta, cioè nettamente verso il Me IV ; in un esemplare di antiquus di Firenze,
la coincidenza è ancora più spostata verso l’esterno; in due meridionalis del Valdarno, invece, l’in¬
contro avviene nel tratto mediale della faccetta, cioè verso il Me II, per quanto in prossimità del
centro della stessa. Nel meridionalis di Leffe, la situazione si presenta molto simile all’antiquus ita-
heus, poiché l’intersezione si verifica quasi esattamente nel terzo esterno della faccetta per la prima
falange. Nell ’indicus del nostro Museo, invece il punto è situato al terzo mediale circa (verso il Me II).
L angolo formato dalle faccette d’articolazione per i sopranominati elementi del carpo e mi¬
surabile frontalmente, è di 119° nel mio esemplare, cioè vicinissimo ai 126° dell ’antiquus di Firenze,
e alquanto distante dall esemplare di Viterbo (92°) e dai valori di tre meridionalis citati da Trevisan
(94°, 98° e 108°).
Per quanto si riferisce al terzo carattere diagnostico, cioè l’andamento dello spigolo tra le fac¬
cette d’articolazione per il magnum e per l’uncinatum, si osserva, nel Me III di Leffe, una situa¬
zione intermedia tra la forma sinuosa dell ’antiquus italicus e quella più o meno chiaramente retti¬
linea della altre specie di elefanti. La fig. l/III della tav. V basta da sola a dimostrarlo. Per quanto
appena abbozzata, la sinuosità del mio esemplare è tuttavia molto più distinta che nell’esemplare
di meridionalis schematizzato nella fig. 27 del lavoro di Trevisan, in cui lo spigolo, più che ripro¬
durre una S stirata, segue semplicemente una curva a largo raggio. Vista dall’alto, l’articolazione
prossimale del Me III rassomiglia nell’insieme a quella del meridionalis di Ilappisborough, Norfolk
Coast, riprodotta nel lavoro di Leith Adams (35) a tav. 18, fig. 5: si notano la stessa forma slan¬
ciata, il medesimo andamento del bordo anteriore e pressapoco un eguale rapporto tra le due super¬
imi d’articolazione per le ossa del secondo rango del carpo. Nettamente diverso invece è l’antiquus
italicus, nel quale il Me III si palesa tozzo, col bordo anteriore proporzionalmente più ampio e con
differenti rapporti tra le due precitate superfici d’articolazione.
Un altra differenza, che tuttavia potrebbe essere semplicemente individuale, tra 1 ’antiquus ita¬
licus di Viterbo ed il meridionalis di Leffe, è rilevabile osservando il Me III di profilo: lo spigolo for¬
mato dalle due faccette e considerevolmente più elevato, al centro, nel mio esemplare ed il suo punto
più alto spostato indietro che nell’elefante di Viterbo. Diversamente conformate sono anche le fac¬
cette d’articolazione per il Me IV (cfr. le figure 26 di Trevisan con la fig. 3 della tav. V del pre¬
sente lavoro).
Dimensioni :
lunghezza massima
larghezza minima della diafisi
spessore minimo al centro della diafisi
larghezza massima della faccetta distale
lunghezza massima della articolazione prossimale
mm 215
» 79
» 60
» 98
126 c.
»
56 v. viaijLi
larghezza massima della stessa » 97
larghezza della faccetta per il magnum (misurata anteriormente) » 71
larghezza della faccetta per l’ uncinatimi (misurata anteriormente) » 33
Ricavando l’indice tra le due ultime grandezze, si ha 0.42. Nel meridionalis di Happisborough
prima ricordato, l’indice è 0.50; nell’antiquus italicus di Viterbo è circa 0.17 (ricavato dalla fig. 24
di Trevisan), mentre è circa 0.28 nell’antiquus di Gray, Essex, figurato da Leith Adams. Sotto
questo aspetto, l’esemplare di Leffe è senz’altro diverso dall ’antiquus.
IV metacarpale (tav. IV, V). - Su questo osso c’è poco da dire, salvo che appare più
slanciato di quello di Viterbo. Forse, rispetto a quest’ultimo, esiste nel meridionalis di Leffe qualche
differenza, non si sa bene di che valore, nell’andamento della faccetta articolare per il Me V, che
però non è possibile definire perchè il Me IV di Viterbo non è completo. Inoltre, se si ammette che,
nel Me III, l’inclinazione della faccetta per il Me IV ha un significato, altrettanto è logico attendersi
dall’entità dell’inclinazione della faccetta del Me IV per il Me III. Nel caso del terzo metacarpale
si è visto che questo carattere si valuta prolungando idealmente il piano della faccetta in menzione
sino all’incontro con la superficie articolare distale. Nel Me IV ciò non è evidentemente possibile,
poiché quel piano non taglierebbe l’osso in alcun punto. E’ quindi necessario basarsi semplicemente
sul valore dell’angolo che il prolungamento verso l’alto della superficie articolare forma con l’asse
metacarpale maggiore. Tale angolo, nel meridionalis di Leffe, è di 25° circa e pressapoco, almeno a
giudicare dalla figura 25 di Trevisan, un consimile valore presenta anche l’antiquus italicus di Vi¬
terbo.
Dimensioni :
larghezza massima inni 194
larghezza minima della diafisi » 84
spessore minimo della diafisi » 62
larghezza massima della faccetta distale » 96 c.
lunghezza massima dell’articolazione prossimale » 119 c.
larghezza massima della stessa (misurata frontalmente) » 101
V metacarpale (tav. IV, V). - Nel complesso quest’osso è diverso da quello dell ’antiquus
italicus di Viterbo e tale diversità è connessa soprattutto con un forte irrobustimento del suo lato
esterno che gli conferisce un aspetto tozzo che va accentuandosi distalmente. A prima vista, si po¬
trebbe pensare a una variazione individuale, ma il fatto che questo s’osserva anche nel Me V di me¬
ridionalis di Happisborough, figurato da Leith Adams, induce a ritenere che si possa trattare di
un carattere specifico che tuttavia richiede, per essere definitivamente confermato, ulteriori indagini
su altro materiale. Altre analogie collegano il mio esemplare a quello inglese: ad esempio l’andamento
della faccetta per la protuberanza del pyramidale e soprattutto l’aspetto ed il contorno della faccetta
prossimale d’articolazione per 1 ’uncinatum. Questa faccetta appare invece decisamente diversa nel¬
l’elefante di Viterbo, dove è subquadrangolare invece che subtriangolare come nei meridionalis di
Leffe e di Happisborough : basta osservare la fig. 24 di Trevisan e le figure dei due meridionalis,
per rendersi conto della cosa. Nell ’antiquus italicus il margine articolare posteriore dell’osso forma
con il margine articolare mediale (per il Me IV) un angolo di circa 95°; nei due meridionalis, invece,
l’angolo è appena di 55° (Leffe) ed all’incirca altrettanto nell’esemplare del Norfolk (non bene misu¬
rabile perchè il margine posteriore di quell’esemplare è danneggiato).
Un altro carattere forse di valore diagnostico consiste nella misura dell’angolo formato dai pro¬
lungamenti della faccetta d'articolazione per il Me IV e dalla faccetta per il pyramidale : queste fac¬
cette nell’antiquus italicus appaiono quasi parallele tra loro, per cui l’angolo è di soli 14°; nel meri-
SUL RINOCERONTE E L'ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
&7
dionalis di Leffe, il suo valore raggiunge i 26°, mentre sull’esemplare inglese è di poco inferiore
ai 30° Quale sia il significato funzionale di questi due caratteri non si può ancora dire. E’ invece, a
parere mio, da ascrivere a una più attiva partecipazione alla funzione portante del Me V l’irrobu-
stimento prima accennato del suo lato esterno. E’ evidente che in quel settore dovevano attaccarsi
masse muscolari di notevole potenza e questo è dimostrato dalla fortissima rugosità inserzionale della
parte stessa; rugosità che trova la sua continuazione di pari risalto sul lato esterno della prima fa¬
lange del V dito. Nel Me V di indicus del nostro Museo, l’insieme dei sopraddetti caratteri è di tipo
più vicino all ’antiquus italicus che al meridionalis.
Dimensioni
lunghezza massima mm 175
larghezza massima della diafisi, misurata al centro, in senso antero-posteriore » 113
spessore minimo della stessa » 74
larghezza massima della faccetta distale » 74
lunghezza massima della faccetta per l’uncinatum » 95
larghezza massima della stessa » 60
Il rapporto tra le due ultime grandezze dà per il meridionalis di Leffe 0.63, per il meridio¬
nalis di Happisborough 0.57 c., per l’antiquus italicus di Viterbo 0.75 circa.
Falangi (tav. IV, V)
Le falangi dei diti II, III, IV e V, bene conservate salvo poche deficienze nelle parti poste¬
riori delle loro faccette prossimali, appaiono nell’insieme decisamente più massiccie che nel Vantiquus
italicus di Viterbo. Questo si vede bene sia osservando le ossa frontalmente che si lato. Non esistono
motivi per affermare 0 negare che questo carattere sia importante dal lato diagnostico; del pari po¬
trebbero essere ascrivibili a variazioni individuali le altre piccole differenze che si notano tra i due
esemplari di elefante. Non mi pare il caso di soffermarmi a lungo intorno a queste ultime, bastando
le illustrazioni a metterle in vista.
Per la seconda e terza falange del terzo dito e per la seconda falange del quarto dito, anch’esse
bene conservate, valgono le medesime considerazioni.
Dimensioni delle prime falangi della mano
destra
1 11
diti
III
IV
V
lunghezza massima
mm
— 97
102
98
96
lunghezza massima della faccetta prossimale
»
78
80
80
71
larghezza massima della stessa
»
56
62
64
63
larghezza massima della faccetta distale
»
66
75
75
89
Dimensioni delle seconde falangi della mano
destra
III
diti
IV
lunghezza massima
mm 51
48
lunghezza massima della faccetta prossimale
» 57
55
larghezza massima della stessa
» 38
37
larghezza della faccetta distale
» 51
43
La terza falange del terzo dito misura una lunghezza di mm 37, una lunghezza della faccetta
prossimale di mm 43 ed una larghezza della stessa di mm 38.
8
58
V. VIALLI
Sesamoidi
Sono stati ricuperati 8 di tali ossicini connessi con l’articolazione tra metacarpali e prime fa¬
langi. Sono di aspetto reniforme, tutti completi e con ogni probabilità inservibili ai fini diagnostici.
Anche nei loro riguardi, mi limito a darne una figura (tav. V fig. 3, 4). Le loro dimensioni sono
comprese tra un minimo di mm 62x31 ed un massimo di mm 78x38.
Femore sinistro (tav. VI, figg. 5, 6)
Sebbene, per l’imperizia di chi lo ricuperò, il femore sinistro fosse stato ridotto in molti fram¬
menti, mi fu possibile ricomporlo quasi per intero. Esso appare lievemente deformato nella sua estre¬
ma parte prossimale (regione del grande trocantere) e questa deformazione lo fa forse apparire un
po più espanso in senso trasverso di quanto non fosse in origine. Il femore del meridionalis di Leffe,
come la tibia, appare notevolmente più slanciato dell’omologo osso dell’elefante di Viterbo. Ciò può
tuttavia essere connesso con semplici variazioni individuali (o sessuali), come parrebbero dimostrare
le figure di femori di antiquus reperibili in bibliografia (Pavlow (42), Andrews e Cooper (7)
Vaxjfbey (66), Osborn (41).
Da quanto si sa finora, il femore non sembra offrire elementi adatti a diagnosi specifiche, salvo
forse che per quello che riguarda la conformazione della sua estremità distale. Mi limito pertanto a
darne le misure principali :
lunghezza massima mm 1267
larghezza minima della diafisi » 167
spessore antero-posteriore minimo della diafisi » 104
larghezza massima della epifisi prossimale » 520c.
diametro della testa articolare » 188
larghezza massima dell’epifisi distale » 266
spessore massimo della stessa » 232
Tibia destra (tav. VI, figg. 12, 13)
Completa per tre quarti, e per il quarto superiore parzialmente restaurata, la tibia destra non
presenta particolarità degne di nota. Rispetto all ’antiquus italicus di Viterbo, essa appare notevol¬
mente più slanciata; ma anche qui può evidentemente trattarsi di variazioni individuali, come nel
caso del femore, perchè esistono tibie di El.antiquus meno tozze (Pavlow (42), Leith Adams (35)). E’
probabile che abbiano qualche valore diagnostico le superfici articolari prossimale e distale, ma nulla
è possibile precisare in proposito, per mancanza di materiale di confronto.
Dimensioni
lunghezza massima mm 840
larghezza minima della diafisi » 128
spessore minimo della stessa » 105
larghezza massima dell’epifisi distale » 225
spessore massimo della stessa » 183
Fibula destra (tav. VI, fig. 11)
Si conserva perfettamente soltanto l’epifisi distale che non presenta differenze apprezzabili ri¬
spetto alla fibula di meridionalis del Forest bed, Cromer, raffigurata da Leith Adams (35) a tav.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
59
XIX 3), nel particolare della faccetta malleolare. La fibula è un osso notevolmente variabile, spe¬
cialmente nella morfologia della sua diafisi. Come nel citato esemplare inglese, il diametro trasverso
e rattezza della faccetta malleolare si equivalgono. Nel caso di Leffe, essi misurano mm 101 ciascuno.
Piede destro (tav. YI)
Sono conservati, in modo però frammentario, l’astragalo ed il calcagno, oltre a poche parti
indecifrabili di altri tarsali. I metatarsali invece sono stati ricuperati quasi al completo, ad eccezione
cioè della parte prossimale del Mt Y. Presenti anche le prime falangi dei diti secondo, terzo, quarto e
quinto.
T arso
Astragalo (tav. VI, fig. 4).—Di quest’osso si conserva soltanto il terzo esterno, con
tutta la superficie articolare per la fibula. Su questo frammento è possibile rilevare che: 1) l’incur¬
vatura della puleggia per la tibia è meno accentuata che nell’esemplare di antiquus italicus di Vi¬
terbo; 2) l’asse della stessa puleggia non è obliquo come nell’esemplare di Viterbo, bensì orientato in
direzione della visuale. Riguardo al cosiddetto « angolo di Dietrich » (formato dalla perpendicolare
alla corda della faccetta per la tibia e dalla perpendicolare alla faccetta per naviculare), quel poco
che rimane della faccetta di articolazione per il naviculare permette appena una misurazione appros¬
simativa e solo sul suo bordo esterno : tale angolo è compreso tra i 130° ed. i 140° circa. Non è misu¬
rabile l’angolo formato tra la corda della faccetta tibiale e la faccetta esterna per il calcagno, come
non è possibile dire se la forma della faccetta tibiale sia subquadrata o subtrapezoidale, come è il caso
dell’elefante di Viterbo.
Dimensioni: Le sole misure rilevabili sono: altezza massima del lato esterno (faccetta per la
fibula) mm 73; lunghezza dello stesso lato, superiormente, mm 123 c., inferiormente mm 104.
Calcagno (tav. VI, fig. 10). — E ’ un osso che non sembra presentare differenze speci¬
fiche, quantunque, a giudicare dalle figure della bibliografia, non manchino talvolta diversità note¬
voli di struttura nelle varie forme di elefanti quaternari. Il calcagno di Leffe conserva intatta la fac¬
cetta mediale per l’astragalo; di quella esterna è rimasta soltanto la parte superiore. Entrambe
hanno forma e dimensioni diverse da quelle dell’esemplare di Viterbo (vedi figure). Soprattutto di¬
verso è il contorno dei loro spigoli interni, prospicienti la scanalatura rugosa (o caleaneale) che, nel-
Vantiquus italicus hanno decorso tra loro quasi parallelo, mentre nel meridionalis di Leffe, proce¬
dendo dall’atto al basso, disegnano un angolo aperto di circa 40°. Quale possa essere il significato
di questa differenza non è possibile dire, potendo anche trattarsi di variazione individuale, come fa¬
rebbe sospettare il calcagno dell 'antiquus di Gray, Essex (Leitii Adams (35), tav. 19, fig. 2), in cui
si ha una situazione motto simile al meridionalis di Leffe. Ma, a questo proposito, non è escluso nem¬
meno che quest’ultimo calcagno sia stato erroneamente attribuito ad antiquus. Un punto di contatto,
forse significativo, è costituito dalla tuberosità del calcagno che, tanto nel meridionalis di Leffe
quanto nell ’antiquus italicus di Viterbo si presenta massiccia, corta, e di notevole larghezza, di tipo
simile cioè ad indicus. In primigenius invece essa è slanciata, poco espansa lateralmente e forse anche
diversamente orientata.
Dimensioni
altezza massima, misurata posteriormente mm 240
larghezza massima della tuberosità » 175
altezza massima della tuberosità, misurata al bordo superiore della faccetta esterna d’ar¬
ticolazione per l’astragalo » 132
spessore della stessa » 99
lunghezza massima della faccetta interna d’articolazione con l’astragalo » 109c.
larghezza massima della stessa » 63c.
60
V. VIALLI
Metatarsali (tav. YI, figg. 8, 9)
I metatarsale (tav. VI). — Quest’osso è completo ed integro in ogni sua parte. La sua fac¬
cetta per 1 ’entocuneiforme, è quasi ellittica, la superficie articolare distale ha forma subtriangolare,
Presenta una fortissima cresta da inserzione muscolare che si vede bene nella figura 9/1 della tavola
VI. Non si osservano altri caratteri particolari.
Dimensioni
lunghezza massima
spessore antero-posteriore
spessore minimo trasverso
lunghezza massima della superficie articolare prossimale
larghezza massima della stessa
lunghezza massima della superficie articolare distale
larghezza massima della stessa
mm 75
» 60
» 32
» 48
» 40
» 48
» 34
II metatarsale (tav. VI). — Rispetto al Mt II dell ’antiquus italicus di Viterbo, non
sono rilevabili differenze sostanziali, ad eccezione della presenza, nell’esemplare di Leffe, di una sa¬
liente tuberosità situata in alto e medialmente, recante la faccetta d’articolazione per 1’entocuneiforme
(vedere fig. 8/II della tav. VI) che non trova riscontro nell’elefante di Viterbo, nel quale quella fac¬
cetta sembra invece posta a livello del lato mediale dell’osso, cioè come pressapoco si osserva in in-
dicus. Vista di profilo, la parte prossimale del meridionalis differisce anche nella curvatura delle
faccette per i tarsali del secondo rango e per l’inclinazione delle stesse, rispetto alla superficie fron¬
tale dell’osso.
Dimensioni
lunghezza massima mm 130.5
larghezza minima della diafisi » 62
spessore minimo della stessa » 47.5
larghezza massima della faccetta distale » 70
lunghezza massima dell’articolazione prossimale » 75
larghezza massima dell’articolazione prossimale, presa al centro della faccetta » 63
III metatarsale (tav. VI). — Non mi sembra che tra il meridionalis di Leffe e
Vantiquus italicus di Viterbo esistano diversità di conto per quanto riguarda la forma di quest’osso.
A giudicare dalla figura che ne dà Trevisan, il secondo appare soltanto un po’ più massiccio, spe¬
cialmente al centro della diafisi, e con la superficie articolare prossimale più inclinata che nel mio
individuo.
LTna singolarità che forse ha un certo valore è la seguente : nell’antiquus italicus il Mt III è
nettamente il più forte di tutti i metarsali; al contrario, nell’individuo di Leffe, l’elemento più ro¬
busto e più lungo è precisamente il Mt IV.
Dimensioni
lunghezza massima mm 146
larghezza minima della diafisi » 61
spessore minimo della stessa » 53.5
larghezza massima della faccetta distale » 74
lunghezza massima della faccetta prossimale » 87c.
larghezza massima della stessa » 73.5
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
61
IV metatarsale (tav. VI). — Anche quest’osso non presenta differenze morfologiche
sensibili nei due elefanti di Leffe e di Viterbo, salvo quanto s'è detto trattando del Mt III, e tolto
il fatto che, nel mio esemplare, la faccetta articolare per il Mt V appare sensibilmente più lunga che
in quello di Viterbo, dove, invece di estendersi lungo quasi tutto il margine esterno prossimale,
sembra occuparne invece soltanto la metà posteriore (v. fig. 36 di Trevisan).
Dimensioni
lunghezza massima
larghezza minima della diafisi
spessore minimo della stessa
larghezza massima della faccetta distale
lunghezza massima della faccetta prossimale
larghezza massima della stessa
mm 153.5
» 68
» 61
» 78
» 89e.
» 88
V metatarsale (tav. VI). — Di quest’osso è rimasta soltanto la metà distale, insieme a
tutta la faccetta d’articolazione con la prima falange. Visto di fianco, si nota la diversità nel profilo
della puleggia articolare, uniformente ricurva nel mio esemplare, a V aperta invece nell’antiquus ita-
licus di Viterbo. La stessa differenza è stata citata a proposito del primo metacarpale. La sola misura
rilevabile in questo metatarsale è la larghezza massima della faccetta articolare distale, equivalente a
mm 68.
Caratteri diagnostici dei metatarsali (tav. VI, fig. 7)
Come è noto, i caratteri diagnostici più promettenti dei metatarsali si riscontrano sulle loro su-
perfici prossimali che, nelle varie specie di elefanti, presentano sensibili diversità di rapporti con
i tarsali del secondo rango con cui esse si articolano (Q. Queste diversità sono connesse con gli
scorrimenti degli elementi distali del tarso che, rispetto ai metatarsali, si sarebbero verificati nel
corso dell’evoluzione delle estremità dei proboscidati. Ma, a differenza di quanto concerne l’arto
anteriore, il materiale d’osservazione riguardante gli scorrimenti tarsali è ancora troppo scarso per¬
chè si possa arrivare a qualche conclusione obiettiva che valga a chiarire un po’ il meccanismo di
tali trasformazioni.
Da quanto sappiamo finora, esisterebbero tre tipi diversi di struttura del piede, posseduti ri¬
spettivamente dall ’El.meridionalis ed El.indìcus (I), dall’El.antiquus italicus di Viterbo (II), e dal-
1 ’El.africanus, El.antiquus andrewsi e El.antiquus rechi (III) che sembrano denunciare uno scorri¬
mento verso l’esterno dell’ectocuneiforme e del mesocuneiforme, a spese del cuboide.
Infatti, nel meridionalis di tipo arcaico, il cuboide si articola con le intere superfici prossimali
dei Mt V e IV ; rectocuneiforme con tutta la superficie prossimale del Mt III e con piccola parte
di quella del Mt II; il mesocuneiforme occupa il resto della faccetta articolare del Mt IL E’ questo
l’esempio tipico di struttura seriata. Nell ’antiquus italicus si ha la novità che il cuboide non si ap¬
poggia, come dianzi, sull’intera superficie articolare del Mt IV, ma lascia libero un piccolo spazio
che viene occupato dall’ectocuneiforme. Il resto è come in meridionalis. E’ questo un primo esempio
di struttura aseriata.
Nell ’El.africanus, il cuboide presenta i rapporti coi Mt V e IV identici a antiquus italicus;
la novità consiste invece nel fatto che, a sua volta, rectocuneiforme, in luogo di occupare per intero
la testa del Mt III, come nei precedenti casi, ne lascia libera una piccola parte sulla quale estende il
proprio appoggio anche il mesocuneiforme. E’ questo un secondo esempio di struttura aseriata. (*)
(*) Trevisan ha trattato questo argomento diffusamente a pp. 47-49 e 69-70 del suo studio sull’®, antiquus ita¬
licus di Viterbo
62
V. VIALLI
Nell’esemplare di meridionalis di Leffe, la struttura è identica al tipo aseriato dell ’antiquus
ìtalicus di Viterbo. Basta infatti confrontare le illustrazioni della tavola VI, fig. 7, con la fig. 37 del
lavoro di Trevisan per rendersene conto immediatamente. L’eetocuneif orme si articola con una parte
del Mt II, con tutta la superficie del Mt III e con un tratto del Mt IV; la superficie articolare del
Mt IV per rectocuneiforme non è morfologicamente distinta, se si toglie la presenza di un esiguo
spigolo che si percepisce solo osservando frontalmente l’osso (fig. 8/IV) e che per il resto si rivela
semplicemente come una leggerissima depressione subrettangolare, visibile unicamente a luce radente.
Questa situazione presenta grande interesse per due motivi: primo perchè rende accettabile
l’idea che l’evoluzione del meridionalis di Leffe abbia avuto luogo in direzione dell ’antiquus itali-
cus; secondariamente perchè dimostra che la struttura tipo antiquus italicus non è di acquisizione re¬
cente come si poteva ritenere prima, ma è già in atto nel ramo evoluto del meridionalis.
Sarebbe estremamente interessante, a questo proposito, poter trovare a Leffe un piede di meri¬
dionalis arcaico dei livelli bassi della serie, per vedere se questo tipo di struttura esisteva già in
esso. Non va dimenticato infatti che l'elefante che si descrive in questo lavoro, è stato rinve¬
nuto nella parte alta della serie, a circa 30 metri sopra il livello in cui, in passato, è stata scoperta
la maggior parte dei resti elefantini (vedi fig. 1). I 22 metri di gyttjas intercalati tra i due orizzonti
testimoniano che essi sono separati da una frazione di tempo aggirantesi intorno agli 80.000 anni
circa, un intervallo sufficiente cioè perchè potessero instaurarsi modificazioni morfologiche di una
certa entità.
Un carattere differenziale già menzionato in precedenza e del quale s’ignora il valore, ma
che tuttavia risalta nettamente, consiste nel fatto che nel meridionalis di Leffe il metatarsale più
grande è il quarto, anziché il terzo come nell ’antiqaus italicus di Viterbo. Le figge 7 e 8 della ta¬
vola VI mostrano chiaramente che l’arto poggiava sopratutto sul Mt IV e con minor forza sul terzo.
La brevità e la gracilità del Mt T dimostrano, insieme alla spiccata riduzione della faccetta per la pri¬
ma falange, che il regresso funzionale del primo dito è già molto inoltrato nell’elefante di Leffe,
mentre altrettanto non si può dire nei riguardi del Mt V che, pur essendo relativamente corto, ma
forse non tanto quanto appare disegnato nella figura della tavola VI, è però robustissimo e dotato di
superficie articolare distale ben conformata e di certo ampiamente funzionale.
Falangi (tav. VI, fìgg. 8, 9)
Sulle falangi non c’è molto da dire perchè non sembra che posseggano particolarità degne di
nota. Rispetto a quelle dell’antiquus italicus di Viterbo, esse appaiono leggermente più tozze, soprat¬
tutto distalmente. Sono state ricuperate soltanto le prime falangi del II, III, IV e V dito del piede
destro, in buone condizioni di conservazione. In conformità alla maggiore robustezza del Mt IV, la
falange che vi si articola appare anch’essa più robusta, però sensibilmente più breve della I falange
del III dito. Le faccette prossimali sono poco incavate, la quarta è quasi piana.
Dimensioni delle prime falangi del piede destro
I
ii
diti
III
IV
V
lunghezza massima
mm —
77
78
69
68.5
lunghezza massima della faccetta prossimale
» —
49
52
50
44
larghezza massima della stessa
» —
56
65
64
56
larghezza massima della faccetta distale
» —
43
53
58
39
Sesamoidi
Sono stati ricuperati 8 sesamoidi in perfetto stato di conservazione, di forma ed aspetto simili
a quelli del metacarpo prima menzionati. Le loro dimensioni sono comprese tra un minimo di inm 43x30
ed un massimo di mm 61 x 30, quindi sensibilmente minori, rispetto ai sesamoidi del piede anteriore.
siili RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC. 63
Considerazioni conclusive sulle ossa della mano e del piede
Da quanto sopra esposto, si può affermare che la massima parte dei caratteri della mano e del
piede dell elefante di Leffe depone per l’appartenenza dell’esemplare alla specie meridionalis. Un
altio gruppo di caratteri rivela, al contrario, nette affinità di forma e di struttura con i metapodi
dell ’antiquus italicus di Ponte Campanile. Questi caratteri, in sintesi, sono: nel magnum, la fac¬
cetta per il lunatum si presenta a spigoli moderatamente divergenti verso Davanti; il rapporto delle
altezze del magnum e del lunatum è eguale a 0.72; nel metacarpale IH, il prolungamento della fac¬
cetta per il metacarpale IV taglia al terzo esterno la faccetta d articolazione distale del Me III stesso ;
lo spigolo tia le due faccette articolari prossimali del metacarpale III è debolmente ma decisamente si¬
nuoso; misurato frontalmente, l’angolo formato dalle due medesime faccette è di 129°; nel metacar¬
pale IV, la faccetta per il metacarpale III è orientata come nell ’antiquus italicus; nel piede, è chia¬
ramente di tipo antiquus italicus la struttura delle faccette articolari prossimali dei metatarsali, nei
loro rapporti con i tarsali del rango distale.
L’insieme di questi caratteri, alcuni dei quali hanno rilevante valore diagnostico, conduce, a
mio parere, a una sola conclusione : che cioè, nel quadro evolutivo dei proboscidati quaternari ita¬
liani, l’esemplare di Archidiskodon meridionalis di Leffe (individuo D, rinvenuto alla base del li¬
vello 11 della serie) rajipresenti una forma sicuramente orientata in direzione dell’Elephas antiquus
italicus di Fonte Campanile.
Esemplare E (rinvenimento settembre 1954)
JJrchidiskodon meridionalis (Nesti) forma probabilmente evoluta
Difesa sinistra
b/el settembre 1954, venni avvertito che nel corso dei lavori di sbancamento eseguiti dalla Do.
Ma. De. era affiorata una grossa difesa di elefante. Recatomi sul posto ( 1 ), mi resi conto che si trat¬
tava solamente di un grossissimo scheggione della parte prossimale, lungo cm 160 conservante anche
un tratto di 40 cm di cavità pulparia. Il pezzo, che giaceva a circa un metro sopra il contatto tra i
livelli 10 e 11 della serie (vedi fig. 1), entro una lente ghiaiosa, a ciottoli grossi anche come un pu¬
gno, appariva evidentemente fluitalo. La fluitazione del frammento dev’essere avvenuta ancora in
tempi giinziani e si collega evidentemente a un episodio torrentizio avvenuto durante la deposizione
delle argille del livello 11. Lo dimostra il fatto che la lente ghiaiosa, di una diecina di metri di lar¬
ghezza e di circa due metri di spessore, è ricoperta per tutta la sua estensione dalle argille medesime.
Quindi 1 elefante doveva essere contemporaneo all’individuo II precedentemente descritto e rinvenuto
a un centinaio di metri più a oriente del punto qui citato.
Non mi sofferma oltre su questo frammento, che potei ricostituire soddisfacentemente in Museo,
avendone già trattato a pag. 44 nel corso della descrizione della difesa dell’esemplare D stesso.
C) Sono lieto di porgere i miei ringraziamenti all'amico avv. Nando Toffoletto di Milano, appassionato di¬
lettante paleontologo, per l’aiuto prestatomi nel ricuperare e preparare per il trasporto il prezioso reperto, nonché per
avermi agevolato nei vari sopraluoghi a Leffe mettendo gentilmente a mia disposizione il suo automezzo.
V. VIallì
64
Esemplare F (rinvenimento gennaio 1955)
Slephas sp. ind.
Radio e ulna destri
Queste ossa furono scoperte nel gennaio 1955, a pochi metri di distanza dal luogo del prece¬
dente rinvenimento e sempre nella lente ghiaiosa situata alla base delle argille nere del livello 11
(vedi fig. 1). Entrambe le ossa hanno subito evidente fluitazione, allo stesso modo come il frammento
di difesa dell’esemplare E. Esse appartengono a un individuo già adulto e lo dimostra la saldatura
completa, nel radio, dell’epifisi distale alla diafisi. Nel caso dell’esemplare D, si ricorderà che l’epi¬
fisi distale del radio fu rinvenuta staccata dalla diafisi, perchè, quantunque l’individuo fosse gigan¬
tesco, l’ossificazione non era ancora completata.
Ora, nel caso attuale, ci troviamo di fronte a un esemplare che, sebbene completamente adulto
raggiunge appena i sette decimi della grandezza dell’esemplare D. Abbiamo perciò a che fare con un
nuovo indizio che testimonia in favore dell’idea, già espressa da precedenti Autori, circa la presenza
a Leffe di un elefante di taglia ridotta, vissuto accanto a quelli di statura normale. Potrebbe trat¬
tarsi di una serie di casi individuali, ma potrebbe anche darsi che frequentasse la zona di Leffe una
autentica razza diversa che stava al meridionalis, come, ad esempio, il mnaidriesis sta all antiquus.
In complesso il radio è bene conservato mancando soltanto della parte più alta della diafisi e di tutta
la epifisi prossimale. L’epifisi distale è completa in ogni punto. Le sue dimensioni sono:
lunghezza massima della faccetta articolare per il lunatura uim
larghezza della stessa, in senso trasverso »
lunghezza della faccetta articolare per il naviculare »
larghezza della stessa »
larghezza massima trasversa dell’epifisi >>
spessore massimo antero-posteriore della stessa »
(Si confrontino queste misure con quelle riguardanti il radio dell’esemplare D, riportate a pag. 49):
Dell’ulna, che è molto male conservata, poco si può dire, all'infuori che la diafisi ha sezione
triangolare per tutta la parte conservata (lunga mm 500): i lati del triangolo, nel punto di minore
spessore della diafisi, misurano mm 100, l'anteriore, e mm 120 entrambi i laterali.
Milano, Museo Civico di Storia Naturale, 14 giugno 1956.
123
66c.
74
35c.
126
166c.
RIASSUNTO — Sono descritti e figurati vari resti scheletrici di rinoceronte e di elefante, rinvenni'! dopo il
1951 nei livelli superiori del Pleistocene lacustre di Leffe (Bergamo). Si stabilisce che il rinoceronte, al con¬
trario di quanto finora ritenuto, appartiene alla specie Vicerorhinus etruscus (Falc.) e si conferma che l’elefante
è del gruppo dell ’Archidishodon meridionalis (Nesti), come i proboscidati che compaiono nei livelli bassi dello stesso
bacino, però diverso da questi perchè in possesso di caratteri evoluti in direzione dell’#, antiquus italieus di Viterbo.
Non è possibile precisare se questo meridionalis evolutus di Leffe si identifichi col tipo di Saint-Prest o con la nota
mutazione cromerensis, perchè non si dispone dei molari, sulla base dei quali sono state istituite tali forme evolute.
Oltre al meridionalis di tipo arcaico dei livelli bassi ed oltre a quello di tipo moderno dei livelli alti della sene,
si hanno buoni motivi per ritenere che esistesse a Leffe una terza forma di elefante di statura ridotta. E questo in ac¬
cordo con quanto supposto da autori precedenti, sulla base di dati ottenuti attraverso lo studio di alcuni molari.
Nel presente lavoro, l’autore si è particolarmente soffermato sui caratteri morfologici dei metapodi del rinoce¬
ronte e dell’elefante, passando dettagliatamente in rassegna le rassomiglianze e le differenze tra D. etruscus e D.
merchi, e tra A. meridionalis evolutus ed A. antiquus italieus di Viterbo.
La presenza di D, etruscus e di A. meridionalis nei livelli bassi, e di D. etruscus e A. meridionalis evolutus in
quelli alti della serie di Leffe, conferma l’antichità del deposito stesso e, in accordo con l’interpretazione data da S.
Venzo negli ultimi anni, fa pensare che la sua età sia compresa tra il Pleistocene basale e l’interglaciale G-.-M.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
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STJMMARY — The author describes several skeletal remains of rhinoceros and elephant found after thè year
1951 in thè upper levels of thè lacustrine Pleistocene deposit of Leffe (Bergamo). In opposition to what till now be-
lieved, thè A. classifyes thè rhinoceros as Dicerorhinus etruscus (Palconer) and confirms that thè elephant belongs to
thè Archidiskodon meridionalis (Nesti) group, in thè same way as thè proboscideans to be found inside thè lower le¬
vels of thè same basin, but different from those because it has some characters developed on thè line of Eleplias an-
tiquus italious of Viterbo. It is not possible to determine whether this meridionalis evolutus of Leffe is thè same
forni as that of Saint-Prest or that of thè Cromer Forest Bed because no molar has been found upon wliieh we may
base this distinetion.
According with other previous paleontologists, besides thè meridionalis of archaic type of thè lower levels and
besides thè modern type of thè upper levels of thè basin, thè author bave sufficient ground for tliinking that a third
shorted-stature forni of elephant shoud exist at Leffe.
In this work thè author has particularly studied thè morphological characters of thè rhinoceros and elephant
■metapodia and examined thè resemblances and differences between Dicerorhinus etruscus an Dicerorhinus merchi and
those between Archidiskodon meridionalis evolutus and Elephas antiquus italicus of Viterbo.
The presence of D. etruscus and of A. meridionalis inside thè lower part and that of D. etruscus and A. meri¬
dionalis evolutus in thè upper part of thè Leffe series confirms thè antiquity of thè deposit itself; according with
Venzo’s interpretation of thè last years, thè author thinks that it probably belongs to an age from lower Pleisto¬
cene till G-M interglacial.
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(40) Moretti A. - Resti di « Elephas meridionalis » Nesti nelle Ugniti di Pietrafitta (Bacino Tiberino ) - Boll. Serv.
Geol. d’Italia, voi. 71, Roma 1947-49.
(41) Osborn H. F. - Prohoscidea. A monograph on thè discoverry, evolution, migration and extinction of thè masto¬
donte and éléphants of thè World - voi. II, New York 1942.
(42) Pavlow M. - Les éléphants fossiles de la Russie - Nouv. Mém. Soc. Imp. Nat., voi. 17, Mosca 1910.
(43) Pohlig H. - Dentition und Kraniologie des Elephas antiquus Falc. mit Beitrdgen iiber E. primigenius und E.me¬
ridionalis Nesti - Nova Acta Leop.-Carol. deutsch. Akad. d. Naturf., voi. 53, 1 (188), 57, 5 (1891), Halle.
(44) Ponzi G. - Le ossa fossili subap. dei dintorni di Roma - Mem. R. Accad. Lincei, 1878.
(45) Portis A. - Anomalie riscontrate sull’atlante di un elefante fossile dei dintorni di Roma - Riv. Ital. Paleont.,
anno 2°, Bologna 1896.
(46) Psarianos P. e Thenius E. - Ueher Elephas ( Archidislcodon ) meridionalis ( Elephant., Mamma 1) von Euboea
( Griechenland ) - Praktika Akadim. Athinon, voi. 28°, Atene, 1953.
(47) Puccioni N. - Nell’Elephas lyrodon Weit. del Valdarno - Riv. Ital. di Paleont., anno 11, Perugia 1925.
SUL RINOCERONTE E L’ELEFANTE DEI LIVELLI SUPERIORI ECC.
69
(48) Binnert P. - Dìe Suftìere aus dem BraunTcohlenmiozan der Oberpfalz - Palaeontographica, 107, Stuttgart 1956.
(49) BÌìhl W. - Die Raubtiere urici Elephanten des sachsischen Diluviums - Palaeontographica, 91, Stuttgart 1939.
(50) Sakrewskaja G-. - Elephas trogontherii Pohl. - Ukrainian Acad. of Sciences, voi. 5, Kiev 1935.
(51) Sandford K. S. - The fossil elepliants of thè Upper Thames Basin - Quart. Journ. Geol. Soc., voi. 81, 1,
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(52) Schlesinger G. - Studìen u.d. Stammesgeschichte der Probosciclier - Jahrb. k. k. Geol. Beichsanst. Wien 1912.
(53) —- Meine Antwort in der Planifronsfrage - Jahrb. d. k. k. Beichsanst., voi. 66, Wien 1916.
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(55) Sohwegler E. - Das Diluvium von Jochgrim in der Rheinpfalz u. seine Stellung innerhalb des oberrheinischen
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(59) — — -Elephas trogontherii Pohl. und Elephas antiquus Pale. - Ihre Stammesgeschichte ecc. - Palaentographica,
voi. 60, Stuttgart 1913.
(60) Sordelli F. - Flora fossìlis insubrica - Studi sulla vegetazione di Lombardia durante i tempi geologici - Milano
1896.
(61) Stehlin H. G. - Die Sàugetierfauna vón Leffe ( Prov. Bergamo) - Ecl. Geol. Ilelv., voi. 23, Basilea 1930.
(62) Trevisan L. - Ritrovamento e giacitura di uno scheletro di Elephas antiquus italicus in provincia di Viterbo -
Ann. Mus.. Civ. Storia Nat. Genova - voi. 62, Genova 1943.
(63) — — - Metodo di comparazione tra le difese di varie specie di elefanti fossili e viventi - Biv. Ital. Paleontol.,
voi. 46, Pavia 1942.
(64) —- Lo scheletro di Elephas antiquus italicus di Fonte Campanile ( Viterbo ) - Palaeontogr. Italica, voi. 44,
Pisa 1948.
(65) Tuccimei G. - Alcuni mammiferi fossili delle provincie umbra e romana - Mem. Pontif. Acad. N. Lincei, voi. 7,
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(66) Vauerey B. - Les éléphants nains des iles méditerranéennes - Arch. de l’Inst. de Paléont. Humaine - Mém. 6,
Parigi 1929.
(67) Venzo S. - Rinvenimento di Anancus arvernensis nel Villafranchiano dell’Adda di Paderno, di Archidiskodon
meridionaUs e Cervus a Leffe. Stratigr. ecc. - Atti Soc. Ital. Se. Nat., voi. 89, Milano 1950.
(68) — — - Geomorphologische Aufnahme des Pleistozdns (Villafranchian-Wiirm) im Bergamascker Gebiet und in
der Oestlichen Brianza: Stratigr., Paldont. und Klima - Geol. Bundschau, voi. 40, 1952.
(69) - Stadi della glaciazione del Donau sotto al Giinz ed al Mindel nella serie lacustre di Leffe (Bergamo) -
Limite tra Pliocene e Pleistocene - Aetes di IV Congr. «Inqua», 1953.
1^0) — - Le attuali conoscenze sul Pleistocene lombardo con particolare riguardo al Bergamasco - Atti Soc. Ital.
Se. Nat., voi. 94, Milano 1955.
(71) Viret J. - Le Loess a bancs durcis de Saint-Vallier ( Drome ) et sa faune de mammifères villafranchiens
Nouv. Arch. Mus. Hist. Nat. de Lyon, f. IV, Lyon 1954.
(72) Weithofer A. - Proboscidìani fossili di Valdarno in Toscana - Mem. per servire alla descr. d. Carta geol. d’I¬
talia, B. Comitato Geol., voi. IV, p. II, Firenze 1893.
(73) Zeuner F. E. - Dating thè past - An introduction to Geochronology - 3” ediz., Londra 1952.
(74) Z uff ardi P. - Elefanti fossili del Piemontese - Palaeontogr. Italica, voi. 19, Pisa 1913.
I N D
C E
Prefazione.. pag. 3
Considerazioni climatiche ................ » 6
Distribuzione stratigrafica del D. etruscus in Italia centrale e settentrionale. » 7
Posizione stratigrafica dellM. meridionali tipo arcaico e delle sue forme moderne .... » 10
Descrizione delle forme.
1° - Dicerorhinus etruscus (Palconer) ..........
Cranio ..................
Generalità sulla dentatura ..............
Descrizione dei denti superiori.
Mandibola .................
Colonna vertebrale - Costole .............
Scapola - Omero.
Radio.
Piede anteriore.
Riassunto delle diversità morfologiche tra il D. etruscus ed il D. merclci ....
2” - Archidislcodon meri, dionalis (Nesti) forma evoluta
Conoscenze precedenti sugli elefanti di Leffe . ..
Esempl. D - Difesa sinistra ..............
Atlante ...............
Radio e ulna ...... ........
Generalità sulla mano e sul piede. . .
Mano ...............
Sesamoidi - Femore - Tibia - Fibula ..
Piede ..
Caratteri diagnostici dei metatarsali .........
Considerazioni conclusive sulle ossa della mano e del piede ....
Esempl. E - Archidislcodon meri dionalis (Nesti) forma probabilmente evoluta - Di
fesa sinistra ..............
Esempl. F-Elephas sp. ind. - Radio e ulna ..
1° Elenco bibliografico (rinoceronte) .............
2° Elenco bibliografico (elefante) .............
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67
TAVOLA I
VICEEOBHINUS ETBUSCUS (Falcioni®)
Fig. 1 - Cranio, visto di lato. Es. B. 1/2,8 gr. nat.
» 2 - Nasalia, lato superiore. Es. B. 1/2,8 gr. nat.
» 3 - id. lato frontale.
» 4 - Serie dentaria permanente superiore destra: Pm 2 -M 2 , lato esterno. Es. B. 1/1,8 gr. nat.
» 5 - Serie dentaria, superficie masticatoria.
» 6 - Serie dentaria, lato interno.
» 7 - Primo premolare di latte superiore destro. Es. G. 1/1,8 gr. nat.
» 8 - Terzo molare premanente superiore sinistro. Es. B. 1/1,8 gr. nat.
Tutti i resti dell'esempi. B sono temporaneamente depositati presso l’ing. dr. L. Malandrini di Bergamo - Via
Scotti, 2.
TAVOLA II
DICERORHINUS ETBUSCUS (Falconerà
Eig. 1 - Omero destro, lato anteriore. Es. B. 1/3,4 gr. nat.
» 2 - Omero destro, estremità distale.
» 3 - Omero destro lato posteriore.
» 4 - Radio sinistro, lato posteriore. Es. B. 1/3,4 gr. nat.
» 5 - Radio sinistro, estremità prossimale.
» 6 - Radio sinistro lato anteriore.
■>> 7 - Piede anteriore destro (misto esempi. B e G). 1/3,4 gr. nat.
» 8 - Patella destra, faccia posteriore. Es. B. 1/2,5 gr. nat.
» 9-10 - Ramo mandibolare destro. Es. B. 1/1,8 gr. nat.
Il piede della fig. 7 è composto da: piramidale, lunatum, magnum, Me III, Me IV, falangi del secondo e del
quarto dito provenienti dall’esemplare B; le rimanenti ossa sono dell’esemplare G.
V. VIALL1
Rinoceronte e elefante
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TAVOLA III
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TAVOLA III
1 - Dieerorhiwus etruscus (Falc.) - Naviculave destro, superficie articolare prossimale. Es. G. c. 1/2 gr. nat.
la, lb - id. lati mediale ed esterno.
2 - Dicerorhinus merchi (Jag. e K.) - Naciculare destro, superficie articolare prossimale. Es. di Neuendorf.
c. 1/2 gr. nat.
2a, 2b - id. lati mediale ed esterno.
3 - Shinoceros antiquitatis Blumb. (= tichorhinus Eiscli.) - Naviculare destro, superficie articolare prossimale.
Es. di Kòrbisdorf. c. 1/2 gr. nat.
3a, 3b - id.
lati mediale ed esterno.
4 - Dicerorhinus etruscus
(Falc.) - Seconda vertebra toracica, lati anter. e poster. Es. B. 1/3,4 gr. nat.
5 - id.
Quarta vertebra toracica, lati anter. e posteriore. Es. B. 1/3,4 gr. nat.
6 - Dicerorhinus etruscus
(Falc.) - Carpali del I rango destro, superfici artic. prossimali (pyramiciale e lunature,
dell'esempi. B, naviculare dell'esempi. G). c. 1/2 gr. nat.
7 - id.
Superfici articolari distali.
8 - Dicerorhinus etruscus
(Falc.) - Metacarpali destri, superfici artic. prossimali (Me III es. B, gli altri del-
l'esempi. G.). c. 1/2,3 gr. nat.
!> - Dicerorhinus etruscus (Pale.) - Metacarpale IV destro, lato anteriore, Es. G. c. 1/2,3 gr. nat.
ila, 9b - id.
Lato esterno ed estremità distale.
10 - Dicerorhinus etruscus
(Falc.) - Metacarpale III destro, lato anteriore. Es. B. c. 1/2,3 gr. nat.
IOa, lOb - id.
Lato esterno ed estremità distale.
Il - Dicerorhinus etruscus (Falc.) - Particolare di un altro metacarpale III destro. Faccetta d’articolazione col
Me IV. Es. G. 1/2,3 gr. nat.
12 - Dicerorhinus etruscus
(Falc.) - Metacarpale II destro, lato anteriore, e estr. dist. Es. G. 1/2,3 gr. nat.
12a, - id.
Lato esterno, verso il Me III.
13 - Dicerorhinus etruscus
(Falc.) - Metacarpale V destro, faccetta d’articolazione con Vuncmatum. Es. B. 1/2,3
gr. nat.
14 - Dicerorhinus etruscus (Falc.) - Trapezoides sinistro, lato mediale. Es. B. 1/2,3 gr. nat.
Le figg. 2, 2ab, 3, 3ab sono state riprese per contronto da H. Sciiroedeu (58).
V. VIALLI - Rinoceronte e elefante di Leffe
TAVOLA IV
ARCHI DI SKODON MERIDION ALIS (Nesti) FORMA EVOLUTA
PIEDE ANTERIORE DESTRO
Visto di lato e di fronte (1/4 della grandezza naturale)
Il pezzo è conservato presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
V. VlALLl - Rinoceronte e elefante di Leffe Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XII, Tav. IV.
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TAVOLA V
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TAVOLA V
ABCHIDISKODON MEBIDIONALIS (Nesti), FORMA EVOLUTA
PIEDE ANTERIORE DESTRO
Fig. 1 - Metacarpali I-V e loro superfiei articolari prossimali.
» 2 - Metacarpali I-V e falangi, visti di fronte.
» 3 - Metacarpali I-V e falangi, visti dal lato esterno.
» 4 - Sesamoide, probabilmente del V metacarpale, visto dal lato articolare. Nella fig. 3, lo stesso, visto di lato.
» 5 - Carpali del rango prossimale: loro superfiei d'articolazione con l’ulna e col radio (ps = piriforme, pi = py-
ramidale, 1 = lunatum, n = naviculare).
» 6-1 due carpali magnum (m) ed uncinatum (u), visti dal lato distale, d’articolazione con i metacarpali.
» 7 - Trapezium, visto dal lato antero-mediale.
» 8 - Carpali del rango distale: loro superfiei d’articolazione con i carpali del rango prossimale (u = uncinatum r
m = magnum, tz = trapezoides, tp = trapezium).
» 9 - Pyramidale (pi), lunatum (1), uncinatum (u) e magnum (m), visti di fronte.
» 10 - Naviculare, suo lato articolare con il radio e con le altre ossa del carpo.
» 11 - Ulna e radio, visti dal lato distale d’articolazione coi carpali del primo rango.
Tutte le figure sono in scala 1:5 circa, ad eccezione della 11 che è rimpiccolita circa 6 volte.
Tutti gli elementi scheletrici qui rappresentati appartengono all’esemplare D, rinvenuto uel marzo 1954. Essi
sono conservati presso il Museo Civico di Storia Naturale (li Milano.
TAVOLA VI
AliCEIDISKODON MERIDIONALIS (Nesti) FORMA EVOLUTA
Fig. 1 • Atlante, faccia anteriore. Circa 1/6 gr. nat.
» 2 - Atlante faccia posteriore
» 3 - Atlante lato superiore
» 4 - Astragalo destro, visto di lato. Circa 1/5 gr. nat.
» 5 - Femore destro, visto dalla faccia posteriore. Circa 1/13 gr. nat.
» 6 - Femore destro, faccia articolare distale. Circa L/7 gr. nat.
» 7 - Metatarsali I-V, superfici articolari prossimali. 1/4,3 gr. nat.
» 8 - Metatarsali I-V destri e prime falangi, di fronte.
» 9 - Metatarsali I-V destri e prime falangi, dal lato esterno.
» 10 - -Calcagno destro, lato anteriore. 1/4,3 gr. nat.
» 11 - Fibula destra, articolazione distale. 1/3,5 gr. nat.
» 12 - Tibia destra, di fronte e di lato. 1/12 c. gr. nat.
» 13 - Tibia destra, articolazione distale. Circa 1/7 gr. nat.
Tutti gli elementi scheletrici qui rappresentati appartengono all’esemplare D, rinvenuto nel marzo 1954. Essi
sono conservati presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
ì V. VIALLI - Rinoceronte e elefante di LefFe
Fase. VII. Cocchi I. — L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867. Con 4 tavole.
» Vili. Garovagiio S. — Manzonia cantiana, novum Lichenum An giocar por uni
genus. 1886. Con 1 tavola.
» IX. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziari del
distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867. Con 1 tavola.
» X. Diirer B. — Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul
lago di Como, ecc. 1867. Con 4 tavole.
VOLUME III.
Fase. I. Emery F. — Studi anatomici sulla Vipera Redii. 1873. Con 1 tavola.
» II. Garovagiio S. — Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et Limboria, qua-
tuor Lichenum angiocarpeorum genera recognita iconibusque illu¬
strata. 1867. Con 2 tavole.
» III. Targioni-Tozzetti A. — Studi sulle Cocciniglie. 1867. Con 7 tavole.
* IV, Claparéde E. R. e Panceri P. — Nota sopra un Alciopide parassito
della Cydippe densa Forsk. 1867. Con 1 tavola.
» V. Garovagiio S. — De Pertusarii Europae medine commentatio. 1871.
Con 4 tavole.
VOLUME IV.
Fase. I. D’Achiardi A. — Corallai! fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parte seconda. 1868. Con 8 tavole.
» II. Garovagiio S. — Octona Lichenum genera vel adirne controversa, vel
sedis prorsus incertae in systemate, novis descriptionibus iconibusque
' accuratissimis illustrata. 1868. Con 2 tavole.
» III. Marinoni C. — Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana industria
in Lombardia. 1868. Con 7 tavole.
» IV. (Non pubblicato).
» V. Marinoni C. — Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871. Con
2 tavole.
VOLUME V.
Fase. I. Martorelli G. — Monografia illustrata degli uccelli di rapina in Italia.
1895. Con 4 tavole.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
Fase. I. De Alessandri G. — La pietra da cantoni di Rossignano e di Vi¬
gnale. Studi stratigrafici e paleontologici. 1897. Con 2 tavole e 1
carta geologica.
1 II. Martorelli G. — Le forme e le simmetrie delle macchie nel piu¬
maggio. Memoria ornitologica. 1898. Con 1 tavola.
» III. Pavesi P. — L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901.
VOLUME VII.
Fase.
I. De Alessandri G. — Studi sui pesci triasici della Lombardia. 1910.
Con 9 tavole.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
Fase. I. Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geo¬
logici. Parte I. 1915. Con 3 tavole.
» II. Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geo¬
logici. Parte II. 19 L6. Con 9 tavole.
» III. Airaghi C. — Sui molari dell’ elefante delle alluvioni lombarde. 1917.
Con 3 tavole.
VOLUME IX.
Fase. I. Bezzi M. — Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi italiane. 1918.
Con 2 tavole.
» II. Sera G. L. — Sui rapporti della conformazione della base del cranio
colle forme craniensi e colle strutture della faccia nelle razze
umane. - (Saggio di una nuova dottrina craniologica con parti¬
colare riguardo dei principali crani. fossili). 1920. Con 2 tavole.
» III. De Beaux 0. e Festa E. — La ricomparsa del Cinghiale nell’Italia
settentrionale-occidentale. 1927. Con 7 tavole.
VOLUME X.
Fase. I. Desio A. — Studi geologici sulla regione dell’Albenza. (Prealpi Ber¬
gamasche). 1929. Con 1 carta geologica e 1 tavola.
> IL Scortecci G. — Gli organi di senso della pelle degli Agamidi. 1937.
Con 2 tavole e 39 figure nel testo.
» III. Scortecci G. — I ricettori degli Agamidi. 1941. Con 80 figure nel testo.
VOLUME XI.
Fase. I. Guigtia D. — Gli Sfecidi italiani del Museo di Milano ( Hymen .). 1944.
Con 5 tavole, e 4 figure nel testo.
» II-IIL Giacomini V. e Pignatti S. — Flora e Vegetazione dell’Alta Valle del
Braulio. Con speciale riferimento ai pascoli di altitudine. 1955.
Con 5 tavole, 31 figure nel testo e una cartina.
VOLUME XII.
Fase. I. Vialli V. — Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori della serie
lacustre di Leffe (Bergamo). 1956. Con 6 tavole e 4 figure nel testo.
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana
di Scienze Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico
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MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
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Volume XII - Fase. Il
SERGIO VENZO
RILEVAMENTO GEOLOGICO
DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
Parte I": TRATTO OCCIDENTALE GARDONE - DESENZANO
Con Carta al 25.000, 6 tavole, 14 figure ed un «Quadro stratigrafico» nel testo
Istituto di Geologia e Geografia dell’ Università di Parma
col contributo del “Consiglio Nazionale delle Ricerche,,;
Comitato per la Geologia, Geografia e Talassografia
MILANO
Elenco delle Memorie della Società Italiana
di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME i.
Fase. I. Cornalia E. — Descrizione di una nuova specie del genere Felis :
Felis jacobita (Corn.) 1865. Con 1 tavola.
» IL Magni-Griffi F. — Di una specie di Hippolais nuova per l’Italia.
1865. Con 1 tavola.
» III. Gastaldi B. — Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli
antichi ghiacciai. 1865. Con 2 tavole.
» IV. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziarii del
distretto di Messina. 1865. Con 8 tavole.
» V. Gibelli G. — Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865.
Con 1 tavola.
» VI. Beggiato F. S. — Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel
Vicentino. 1865. Con 1 tavola.
» VII. Cocchi I. — Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana industria
dei tempi preistorici raccolti in Toscana. 1865. Con 4 tavole.
* Vili. Targioni-Tozzetti A. — Come sia fatto l’organo che fa lume nella luc¬
ciola volante dell’Italia centrale ( Luciola italica ) e come le fibre mu¬
scolari in questo ed altri Insetti ed Artropodi. 1865. Con 2 tavole.
IX. Maggi L. — Intorno al genere Aelosoma. 1865. Con 2 tavole.
X. Cornalia E. — Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi
e da altri Coleotteri facili a confondersi con esse. 1865. Con
4 tavole.
VOLUME II.
I. Issel A. — Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866.
II. Gentilli A. — Quelques considérations sur l’origine des bassins lacu-
stres, à propos des sondages du Lac de Come. 1866. Con 8 tavole.
III. Molon F. — Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867.
IV. D’Achsardi A. — Corallarj fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parte I. 1866. Con 5 tavole.
V. Cocchi I. — Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866. Con 1 tavola.
VI. Seguenza G. — Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune
rocce cretacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e del-
l’Africa settentrionale. 1866. Con 1 tavola.
VII. Cocchi I. — L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867. Con 4 tavole.
Vili. Garovaglio S. — Manzonia cantiana, novurn Lichenum Angiocarporum
genus. 1886. Con 1 tavola.
IX. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziari del
distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867. Con 1 tavola.
X. Diirer B. — Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul
lago di Como, ecc. 1867. Con 4 tavole.
Fase.
»
»
»
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MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XII - Fase. Il
SERGIO VENZO
RILEVAMENTO GEOLOGICO
DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
Parte I": TRATTO OCCIDENTALE GARDONE - DESENZANO
Con Carta al 25.000, 6 tavole, 14 figure ed un «Quadro stratigrafico» nel testo
Istituto di Geologia e Geografia dell' Università di Parma
col contributo del “Consiglio Nazionale delle Ricerche,,;
Comitato per la Geologia, Geografia e Talassografia
MILANO
J 957
Premessa
Nel marzo 1954, il collega Giuseppe Nangeroni dell’Università Cattolica di Milano, mi pro¬
pose il rilevamento di dettaglio dell 'anfiteatro morenico del Garda, col contributo del «Consiglio
Nazionale delle Ricerche ». Lieto di poter proseguire i rilievi geologici sul Pleistocene anche ad
oriente del Bergamasco, ben volentieri accettai l’incarico, che ha portato numerosi dati nuovi e par¬
ticolarmente all 'identificazione del Giinz e del Donau, con due Stadi : oltreché al rilevamento di
grande Carta al 25000. Pertanto ringrazio pubblicamente l’amico Nangeboni, sin da queste prime
righe. Egli volle anche venire con me sul terreno a vedere il Giinz del Garda, da me rilevato; per
gli opportuni confronti coi lembi giinziani del Varesotto, da lui scoperti sin dal 1929.
Il rilevamento venne iniziato durante la primavera 1954, nella zona di Salò; e poi proseguito
sino a tutta la primavera 1957, con campagne primaverili, estive, e specialmente autunnali. Risultano
infatti particolarmente fruttuosi i rilievi all’inizio della primavera e nel tardo autunno, durante
l’aratura dei campi che mette in evidenza i caratteri litologici ed il colore dei terreni.
La presente memoria illustra la prima parte del rilevamento dell’anfiteatro gardense: quella
inerente il tratto occidentale Gardone-Desenzano, cioè la riviera lombarda. Questa interessa le tavo¬
lette dell’I.G.M. : Salò (metà meridionale), Gavardo (angolino SE), Bedizzole (metà orientale), Ma-
nerba (completa), Calcinato (terzo NE) e Desenzano (3/5 settentrionali).
Le incertezze nella distinzione tra Mindel, Riss e Wilrm sul Garda, stavano pure a provare la
necessità di nuovo aggiornato rilevamento sul terreno : rilievo da pubblicare al 25.000, in modo che
i dettagli appaiano, per quanto possibile, sulla Carta e permettano a chiunque di riscontrare e veri¬
ficare in sito. Il rilievo geologico, cogli stessi criteri, sarà esteso anche al tratto orientale del grande
anfiteatro, se il « Consiglio Nazionale delle Ricerche » potrà mettere a disposizione nuovi contributi.
Lo studio dei pollini, benché scarsi, e delle Diatomee delle argille glaciolacustri del Catagla-
ciale Giinz II ( J ) del Golfo di Salò e del Chiese di Calvagese, nonché delle argille del Cataglacidle
Mindel I di S. Rocco (Salò), venne compiuto dal collega Fausto Lona, dell’Istituto Botanico della
Università di Parma. Gli esprimo pertanto la più viva riconoscenza. Devo inoltre rivolgere la mia
gratitudine alla Presidenza della Società Italiana di Scienze Naturali ed al Direttore del Museo
Civico di Storia Naturale di Milano, Edgardo Moltoni, per aver accolto il grosso lavoro in apposito
volume delle Memorie. Infine voglio ricordare l’amico Vittorio Vialli, Conservatore geologo, per
l’ospitalità concessami in Museo e per aver collabo rato agli ingrandimenti delle mie foto di campagna.
Parma, Istituto di Geologia e Geografia dell’Università (Via Massimo d’Azeglio 85), maggio 1957.
0 Già nei miei precedenti lavori sul Pleistocene dell’Adda e di Leffe, ebbi ad usare i termini di Anciglaciale e
Cataglacidle. Il primo di essi indica la fase di espansione sino al maximum di ogni avanzata glaciale; fluvioglaciale è
il dilavamento dovuto agli scaricatori di cerchia frontale specialmente di maximum, con formazione di piane o ter¬
razzi diluviali. Cataglacidle è la fase di distruzione e di ritiro di grande lingua glaciale, caratterizzata dalla for¬
mazione di anfiteatri morenici con cerchiette stadiarie di arresto, e depositi piuttosto minuti, prevalentemente argillosi
e di fondo (Venzo, Acida 1948, pp. 80-81). Tipico esempio di successione anaglaciale ( M. I ) è quello ora illustrato a Tav.
IX, fig. 2; e nelle fig. 3 e 11 nel testo: altro esempio è quello illustrato da Nangeroni e da me per il W.1II del
Varesotto (Venzo, Attuali conoscenze 1955, tav. XII). Risulta pertanto che i sedimenti di fase anaglaciale, inferior¬
mente a ghiaie minute spesso cementate, diventano man mano più grossolani; sinché in alto passano gradualmente a
morenico grossolano (fase dì maximum).
Esempio di sedimenti eataglaciali, come argille glaciolacustri a diatomee e pollini, connessi col ritiro della
fronte glaciale di sbarramento, è portato a Tav. Vili, figg. 1 e 2; a Tav. IX, figg. 1 e 2 ( Cataglacidle G. II); nonché
a fig. 4 a pag. 88 ( Cataglacidle M. I).
74
S. VENZ0
LE PRECEDENTI CONOSCENZE CON OSSERVAZIONI CRITICHE IN BASE Al NUOVI DATI
I primi studi sul morenico del Garda, sono quelli di Omboni, Mobtillet, Gastaldi, Mangia-
rotti, Stoppami, Paglia, Standigl, Sacco e Corti. Solo il lavoro di quest’ultimo «Di alcuni depositi
quaternari di Lombardia » (1895), è tuttora di notevole importanza e sarà più volte qui ricordato.
Infatti nel capitolo sul Ghiacciaio del Lago di Garda (pp. 107-126), Corti classificò alcune flore
lacustri a Diatomee, tra le quali alcune nivali, nelle formazioni argillose del Quaternario antico o Di¬
luviale di Portese e lungo il Chiese di Calvagese - Bedizzole. Ricordo sin d’ora, che alla luce dell’at¬
tuale rilievo ed in rapporto alle condizioni stratigrafiche, tali giacimenti sono attribuibili al Gùnz:
trovandosi 30 metri e più sotto al ferretto del Mindel I.
II primo rilievo fondamentale sul morenico del Garda è quello classico di Penck (!) (pp.
867-873), schematizzato nella sua Cartina al 500.000 (poi ripresa da Hattg; p. 1852), ed illustrato
anche dagli spaccati delle fig. 114 e 115. Tuttavia, da essi appare evidente che la massima e più
esterna cerchia a ferretto Calvagese-Bedizzole-Calcinato-Montichiari (mio Mindel I), distinta a cro¬
cette, ( Altmordnen mit Socket von Hochterrassenschottern), viene attribuita al Riss; mentre le grandi
cerehie ghiaiose più fresche ed interne (a cerchietti), vengono genericamente attribuite al Wiirm. Le
Più esterne collinette testimoni di Castenedolo e Ciliverghe ( Aelterer und jiingerer Deckenschotter ),
situate ben più ad ovest dell’anfiteatro, nella pianura bresciana, vennero da Penck ascritte al Giinz-
Mindel. Pertanto egli credette aver riconosciuto, come a nord delle Alpi, tutte e quattro le glacia¬
zioni : Giinz, Mindel, Riss, e Wiirm.
Come osservò anche Cozzaglio (1933, p. 58), da noi, c’era una certa diffidenza ed un pruden¬
ziale riserbo nell'accogliere i quattro periodi glaciali; specie nel Veneto, dove allora si distinguevano
solo due tipi di morene, testimoni di una glaciazione antica (Mindel) e di una recente (Wiirm). Invece
il Riss, intermedio, era considerato dubbio. Per cui Feruglio, rilevatore del Quaternario udinese,
volle visitare le morene antiche del Garda; dandone notizia in nota pubblicata nel 1929 (Una visita
alle morene.. ., p. 14). Egli allora giunse alla conclusione che nella regione del Garda esistono i resti
di tre distinte glaciazioni: «è opera dell’espansione glaciale più recente ( Vurmiano ) il vasto anfi¬
teatro che s ina,rea con più cerehie intorno all’estremità meridionale della conca benacense. La gla¬
ciazione intermedia (Rissiano), più estesa, è rappresentata dall’arco morenico, fortemente eroso e a
superficie degradata e profondamente alterata che decorre lungo il Chiese, sulla destra e all’esterno
dell anfiteatro vurmiano, passando per Calvagese, Montichiari e Carpenedolo. La prima e più antica
invasione glaciale (Mindelia,no) è invece rappresentata dai depositi morenici e fluviomorenici che
affiorano sulla, sinistra del Chiese, a monte ed a valle di Mocasina, direttamente sottoposti alle mo¬
rene rissiane. Mancano invece sicure prove di una quarta e più antica fase glaciale (Gunziano),
supposta dal Penck ». Anche consultando la mia Carta,, appare invece che il Riss a ferretto di Fe-
ruglio, sulla sinistra del Chiese, è tutto Mindel e che la serie sottostante da Lui ritenuta mindeliana
deve attribuirsi al Giinz : presente inoltre lungo la costa meridionale del Golfo di Salò, tra il Cimi¬
tero di S. Rocco ed il Porto di Portese. Anche questo affioramento, sia morenico che glaciolacustre,
sottostante dai 30 ai 60 metri al ferretto mindeliano, non era sinora stato individuato.
Grande progresso si riscontra nei successivi rilievi di Cozzaglio, illustrati nei bei Fogli al
100.000 Peschiera (1934) e Brescia (1939). Essi danno una visione d’assieme dell’anfiteatro gardense:
tuttavia 1 attacco tra i due Fogli geologici taglia, con colori diversi, proprio le morene ferrettizzate
mindeliane dell’anfiteatro occidentale, presso il Chiese. Esse appaiono contrassegnate in rosso solo sul
Foglio Peschiera, nella zona di Moscoline; mentre sul contiguo Foglio Brescia le stesse morene, svi¬
luppate a SO nella zona Mocasina-Bedizzole, sono indicate col beige q 1 = Deiezioni fluvioglaciali
( 1 ) Consulta \ f Elenco dei lavori citati, a fine lavoro.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
75
ferrettizzate (Glaciale antico). Soltanto più a sud, a Monteroseo - Calcinato - Montichiari - Carpe¬
ndolo, è contraddistinta la cerchia a morene profondamente decomposte, ferrettizzate (a punti ver¬
dicci del mo 1 ). Tra esse, la collina mindeliana di Monteroseo, presenta sulla cima copertura di morenico
fresco (Wiirm); mentre quella consimile di Monte di sopra (presso S. Anna di Gazzo) appare colla
cima a ghiaie della Pianura del q 2 , similmente a quella più meridionale di Calcinato. Anche dalla
mia Carta, risulta invece che sulla cima di tali collinette della Cerchia Mindel I (come pure sulla
cresta dei cordoni principali del Mindel, più a nord), sono presenti ghiaie alpine di aspetto fresco per
dilavamento del soprastante ferretto. Questo risulta infatti accumulato anche sino a 4-5 metri di po¬
tenza alle pendici dei piccoli rilievi.
Numerosissime sono le differenze riscontrate rispetto al rilievo Cozzaglio, anche per la scala
troppo ridotta: ma nelle sue Carte riscontriamo per la prima volta l’esatta attribuzione delle morene
a ferretto al Mindel; mentre le cerehie interne vengono attribuite al Riss ed al Wiirm. Tuttavia la
loro distinzione, basata anche sul presupposto che gli scaricatori glaciali esterni fossero wùrmiani piut¬
tosto che rissiani, portò a datazione diversa per il medesimo cordone morenico ; ed a sovrapposizioni
inesistenti di Wiirm sul Riss.
Cozzaglio attribuì i conglomerati di Gardone e del Corno di Portese ad Interglaciale antico.
Come indico nella Carta, i primi possono attribuirsi al G-M, essendo talora coperti da lembi di fer¬
retto mindeliano; mentre i secondi vengono da me ascritti alla fase anaglaciale e rispettivamente mo¬
renica del Giinz (pallini verdi). Cozzaglio non era riuscito ad identificare il Giinz, similmente a
Feruglio. Però esso affiora nella zona costiera S. Rocco-Porto di Portese (Golfo di Salò), per una
lunghezza di oltre 4 chilometri : presentando in alto facies argillosa glacio-lacustre, a diatomee nivali,
scarsi pollini di Pinus, Abies, Conifera arcaica, Graminacee, e con imponenti crioturbazioni (Tav. Vili,
fig. 1 ; Tav. TX, fig. 1). Queste argille lacustri, cataglaciali, potenti 25 metri, risultano sottostare di 30-
35 metri al ferretto del Mindel in serie (cava a Tav. TX, fig. 2). Al di sotto, affiora una morena ricca
di ciottoloni alpini, potente 8-10 metri, testimoniante la fase glaciale del tardo Giinz (G. II). I conglo¬
merati substratificati inferiori, pure con ciottoli alpini, che s’immergono nel Lago nella zona di Punta
del Corno ad est del Porto di Portese, possono testimoniare la corrispondente fase anaglaciale (Tav.
X, fig- 2). Data la potenza di almeno 15 metri, essi vengono a trovarsi circa 80 metri sotto il ferretto
mindeliano, di tetto alla serie. Il Giinz risulta inoltre presente sotto il « ceppo » del G-M, nell’alveo del
Chiese di Calvagese-Bedizzole ; dove Penck e Feruglio lo avevano interpretato come Mindel, nono¬
stante il ferretto di tetto si trovasse 30 metri di sopra.
I congloftierati del Monte S. Bartolomeo di Salò, oggetto nel contempo di mio lavoro (1934,
Neogene pp. 71-76), vennero giustamente ascritti da Cozzaglio al Pontico, assieme a quelli di Mosco¬
line. Sulla Collina di Castenedolo, ormai esterna all’apparato morenico gardense (Foglio Brescia), egli
distinse il Pliocene marino ed un soprastante altipiano ferrettizzato : non indicando invece i conglo¬
merati già osservati da Penck e nel contempo da me attribuiti (1934, pp. 76-80) al Villafranchiano
ed al FI. Giinz o G-M. Il Villafranchiano copre livello argilloso marino a Cladocora coespitosa, Chla-
mys glabra , Chlamys varia, Arca syracusensis e banco ad Ostree (Venzo, 1933, I fossili del Neogene,
Tavv. ni e IV), che già nel 34 credetti attribuire al Calabriano piuttosto che al Pliocene. Era
questa la prima identificazione del Calabriano a nord della Pianura; ora convalidata dal sondaggio
AGIP 1953, del quale dà notizia Perconig. Lo studio dei Foraminiferi gli permise di stabilire che
spettano al Calabriano tutti i terreni trivellati sino alla profondità di 535 metri ; e che pertanto il
Pliocene non affiora in superficie.
Del tutto recentemente la cronologia della serie di Castenedolo è ripresa da Cita (1955), in
base ai dati della trivellazione AGIP, già illustrata da Perconig. Lei mette in evidenza che 1 ’Ano-
malina balthica compare nella trivellazione alla profondità di almeno 150 metri : ed aggiunge che se
il Calabriano e le morene giinziane sono correlabili, l’attribuzione dei soprastanti conglomerati al Giinz
(Venzo, 1934) verrebbe a cadere (sua p. 141). Cita sembra non essere a conoscenza che sopra al mio Ca¬
labriano con macrofossili, affiora alternanza di marne lacustri a Diatomee, anche nivali, passanti a
76
S. VENZO
sabbie e conglomerati calcarei prealpini (sui 3 metri); formazione che già allora attribuii al Villafran-
chiano fresco, e che non può essere più recente per la presenza delle Diatomee nivali, provanti clima
sempre glaciale (Gùnz sup.). I soprastanti 5-6 metri di conglomerati con elementi dell’alta valle del
Chiese,sono coperti da tipico ferretto ■ argille rosse con scarsi ciottoli silicei, del Fluvioglaciale Mindel
(segnato anche da Cozzaglio). Pertanto, i sottostanti conglomerati o sono sempre gùnziani (fase fluvio-
glaciale del G. II) o sono dovuti ad alluvioni fluviali dell’Interglaciale G-M («ceppo» lombardo). La
presenza del ferretto mindeliano di tetto, non osservato da Cita, impedisce comunque ogni ringiova¬
nimento della serie. Ricordo del resto che recenti trivellazioni in Romagna attraversarono ben 700
metri di Calabriano, dei quali i 300 superiori con Anomalina balthica (Selli e Ruggieri, 1948).
Nel 1933, Cozzaglio pubblicò le Note illustrative dei Fogli Peschiera e Mantova, con nume¬
rose osservazioni originali, nonché vari schizzi : esse mi servirono pure di base per il nuovo rilievo.
Di particolare interesse la Parte I - Geologìa, nella quale egli chiarisce e discute la sua interpreta¬
zione del morenico, distinto nelle formazioni X, Y, Z e W. Delle 4 tavole, apparve di particolare inte¬
resse la sezione del Neozoico antico del Chiese, Talloni del Torre e di Mocasina (sua Tav. II), che mi
indusse ad osservazioni di dettaglio sul terreno. Queste permisero di stabilire la presenza del Gùnz,
sottostante al Mindel I ed ai conglomerati fluviali del G-M.
Nella Parte II, Cozzaglio tratta con grande competenza dell’Idrografia, che illustra con ta¬
vole e schizzi. I Fogli Cozzaglio costituiscono la prima Carta geologica d’assieme del grande Anfi¬
teatro gardense : naturalmente la scala ridotta al 100.000 non permise una rappresentazione di det¬
taglio, essenziale invece per dirimere le numerose questioni dubbie. Il rilievo del Quaternario, infine,
non era particolarmente curato rispetto a quello dei più antichi terreni, sviluppati sino al Trias. Inol¬
tre nell ultimo ventennio, 1 interpretazione ed il rilievo del Pleistocene fecero enormi progressi; e par¬
ticolari in Lombardia. Pertanto i rilievi del 1925-1930, seppur compiuti da profondo conoscitore della
regione, risultavano superati. I confronti di dettaglio colla mia Carta ; richiederebbero troppo spazio:
ma essi potranno venir fatti direttamente dal lettore. Nel testo saranno trattate e discusse soltanto
le questioni fondamentali e più importanti per l’interpretazione della mia Carta.
Nel 1936, Klebelsberg, nella nota Die Eiszeitgletscher im Gardasee-Tale, espresse l’opinione
che la massima cerchia rissiana di Cozzaglio fosse invece wùrmiana, come già ritenuto da Penck.
Ciò per la troppo scarsa alterazione e la costituzione ghiaiosa; come pure per i cordoni ben conser¬
vati, a versanti ripidi, e generalmente a forme fresche. In proposito Klebelsberg concluse : « Nach
den Vergleich.cn mit den Verhàltnissen im nordlichen Alpenvorlande wiirde man jedenfalls nicht
daran denken, so formenfrische, hohe Endmorànen wie jene des M. Forca ( 367m) und des M. Cassaga
(366m) oder jene des M. Boschetti NN1V Rivoli Veronese der Rissvergletscherung zuzuschreiben ».
Ricordo qui, che la cerchia in questione, sensibilmente alterata se non dilavata, venne da me attri¬
buita al Riss II, piuttosto che al maximum wùrmiano (Wiirm 7); in analogia con quanto recente¬
mente riscontrato nella Lombardia centro-occidentale.
Anche a nord delle Alpi, la classica interpretazione di Penck è ora superata. Sul versante ba¬
varese, la cerchia del maximum wùrmiano di Penck è generalmente attribuita al Jungriss o R. Il
(Eberl 1930, Rathjens 1951, Knauer 1953, Graul 1953, Schaefer 1953, Grattl 1954 ecc. (Q : mentre
il più interno Wiirm è suddiviso in due e talora in tre grandi Stadi (W. I, II e più raramente III),
contrariamente all’opinione di Penck.
Nel 1941, Vitéz von Szalay pubblicò breve nota sul Ghiacciaio dell’Adige sino presso Verona:
osservando la presenza di traccie del Mindel, nonché erratici alpini dello stesso, sino nella zona di Pa-
rona, 6 km a nord di Verona. Le breccie di Boschetti e la tasca morenica a ferretto di Montego, testi¬
monierebbero per Vitéz il Mindel: per quanto le prime possano forse attribuirsi Al’Interglaciale
G-M. 11 conglomerato di S. Ambrogio Valpolicella, con ciottoli cristallini, potrebbe secondo lui testi¬
moniare glaciazione più antica (Gùnz?).
P) Citazioni in Venzo S. - Le attuali conoscenze sul Pleistocene Lombardo ... Cenno Ubi. «Lavori d’Oltralpe»
p. 197-200. ’
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GaRDA
77
Io stesso, nel 1950, eseguendo ricerche di argille da laterizi a nord di Verona, nella zona Quin-
zano-S. Maria di Negrar, osservai esteso terrazzo a ferretto, sospeso di 20-25 m sull’Adige, nonché
lembi di morena intensamente ferrettizzata (mio M. I). Tutti questi lembi mindeliani, che evidente¬
mente fanno parte del tratto estremo-orientale del grande anfiteatro gardense, non vennero indicati
dal Cozzaglio sul Foglio Peschiera (al limite col Foglio Verona). Però contrariamente all’opinione di
Vitéz, essi non possono far parte dell’anfiteatro atesino, che è ridotto in angusto spazio nella zona
di Rivoli Veronese. Sia dal Foglio Peschiera, sia da miei rilievi al 25.000 del 1947-48 (non ancor pub¬
blicati), risulta che il ghiacciaio dell’Adige, nel Mindel, giungeva poco all’esterno delle grandi cerehie
rissiane di Rivoli, congiungendosi con quello ben maggiore del Garda. Ciò è provato dai lembi di fer¬
retto testimoni e dalle potenti morene intensamente ferrettizzate che si trovano insinuate ad est di
Caprino.
Tali osservazioni sono d’interesse anche per l’interpretazione del tratto occidentale dell’anfi¬
teatro gardense. Cozzaglio, non avendo individuato i lembi mindeliani estremo-orientali a nord di
Verona, ritenne che la fronte del Mindel (suo Y) fosse spostata e presente solo ad ovest del grande
anfiteatro; perchè ivi testimoniata dalla cerchia morenica di Montichiari-Carpenedolo (mio M. I). In¬
vece, collinette moreniche testimoni del Mindel mancano più ad est, soltanto perchè asportate dai più
decenti corsi glaciali, di scarico della zona centrale dell’anfiteatro. Tale erronea interpretazione venne
esemplificata da Cozzaglio nella Idrologia, Tav. III.
La questione della distinzione tra Riss e Wiirm venne recentemente ripresa da Todtmann, nella
nota «Veber das Mordnen-Amphitheater des Gardasees in Oheritalien » (1950). Essa prende accura¬
tamente in esame la bibliografia, specialmente tedesca; e poi passa alle varie osservazioni rilevate
anche sul terreno. L’Autrice di Amburgo fu indotta a criticare Cozzaglio, ritenendo wùrmiana la
cerchia morenica principale di M. Cassaga-M. Forca-M. Falò-Lonato, di aspetto secondo lei troppo fresco
per essere attribuita al Riss. Ciò in accordo con Penck e Ivlebelsberg. A tale conclusione Todtmann
giunse anche perche non riscontrò alcuna sovrapposizione di morene fresche wùrmiane su quelle ris¬
siane. Effettivamente questa sovrapposizione non esiste, in quanto la cerchia wùrmiana, assai arre¬
trata, è morfologicamente distinta; e separata dall’anfiteatro tardo-rissiano da piana di ghiaie fluvio-
glaciali (in azzurro sulla mia Carta).
Portando l’Autrice solo breve nota, senza carta geologica o spaccati dimostrativi, e non mo¬
strando dettagliata conoscenza della regione, la questione rimaneva del tutto aperta.
CENNO AL PROGRESSO DELLE CONOSCENZE
SUL PLEISTOCENE DELLA LOMBARDIA CENTRO-OCCIDENTALE NELL’ULTIMO VENTENNIO
Varesotto. — Per la Lombardia occidentale devono essere ricordate le numerose pubblicazioni
di Nangeroni sul Varesotto (1929-54), che portarono un grande progresso alle precedenti conoscenze;
e particolarmente alla scoperta del Giinz, rappresentato da morene fangose a ciottoli anche alpini,
sottostanti a 40-50 metri di « ceppo poligenico » del G-M, col ferretto mindeliano al tetto.
Nel 1954, Nangeroni, nella nota « Probabili traccie di morene wiirmiane stadiarie negli anfi¬
teatri del Verbano e del Ceresio » porta dati geologici probativi sulla pluripartizione del Wiirm (da
me riscontrata per l’Adda di Paderno-Brivio, sin dal 1948): distinguendo anche in spaccati e foto il
IP. I, II e III. Ricordo qui, che solo le cerehie del maximum wurmiano (TP. I) sono presenti nell’An¬
fiteatro gardense ; poiché i successivi e più interni cordoni morenici del TP. II e III, devono presumi¬
bilmente trovarsi molto arretrati entro il Lago.
Comasco e Brianza centro-occidentale. — Il rilevamento di quest'ampia zona è dovuto a Riva
(1941-54), che ora sta pubblicando grande e conclusiva Carta a colori delle formazioni quaternarie
1 : 50.000; con completa revisione del Foglio geologico Conio 1937, ormai superato. In Brianza come
nel Varesotto, nelle maggiori incisioni, sono presenti morene fangose del Giinz, che sottostanno al
78
s. venzò
ceppo dell’Interglaciale G-M ■. condizioni di giacitura consimili a quelle ora da me riscontrate per il
Giinz del Garda (zona di Porto-S. Rocco nel golfo di Salò; Chiese di Mocasina-Calvagese; Vallone
di Barbarano).
Brianza orientale e Bergamasco. — Nel 1948 uscì la mia Carta geomorfologica dell’apparato
morenico dell’Adda di Lecco 1 : 30.000, che comprende la Brianza orientale ed il Bergamasco sud-oc¬
cidentale. In essa distinsi due ampie e distanziate cerehie a ferretto, molto degradate, del Min del ;
che risultano interrotte ed incise dagli scaricatori glaciali del Riss. La più esterna, maggiormente
estesa ed alterata, talora quasi spianata, può testimoniare il Mindel I ; la seconda, più interna ed un
po’ meno alterata e degradata, venne da me attribuita al Mindel li. Colle due cerehie risultano rac¬
cordati i terrazzi fluvioglaciali a ferretto, molto sviluppati a sud (FI. M. I e FI. M. II). Questi sono
evidenti anche in Val Seriana, con differenza di quota sui 40 metri, all’altezza di Vertova-Leffe.
All’interno del ferretto si trovano due principali e distanziate cerehie moreniche, a grossi erra¬
tici, del Riss: la più esterna, minore e con secondarie, appare alterata in argille giallo-ocra in tutta
la massa affiorante (Riss I); la più interna, potente quasi un centinaio di metri, appare alterata sol¬
tanto per i 4-5 metri superficiali (Riss II). Infatti al di sotto, se lo strato di alterazione è asportato,
essa appare di materiale fresco, non distinguibile dal Wiirm: similmente a quanto avviene per l’ap¬
parato morenico del Garda. Le cerehie sono raccordate con due terrazzi : il Fluvioglaciale Riss I, ad
argille gialle con pochi ciottoli ; il FI. Riss II, ghiaioso e scarsamente alterato in superficie, che costi¬
tuisce il «livello fondamentale della pianura bergamasca», sospeso all’Adda di 80-70 metri. In pas¬
sato, esso veniva invece attribuito all ’Alluvium antico! (Sacco, Fogli Como e Treviglio). Le più in¬
terne cerehie di morenico fresco possono testimoniare il W. I ed 17. Il ; mentre il 17. Ili appare arre¬
trato di ben 15 km (Venzo, Attuali conoscenze ... 1955).
Il rilevamento dell’apparato morenico dell’Adda, fu seguito da miei altri sulla bassa Val Brem-
brana, Val Seriana e Val Cavallina (1948-55); che fanno parte del Foglio geologico Bergamo (Desio-
Venzo, 1954).
Nel 1945 e nel 1948, ebbi a dar notizia del rilevamento geologico e morfologico della Val Caval¬
lina, la più orientale delle tre grandi vallate bergamasche : illustrandolo con cartine e spaccati.
Nei miei primi lavori sul Bergamasco (1945-48), fui indotto a distinguere, in basi a dati litolo¬
gici e geomorfologici, gli Stadi di ogni glaciazione : M. I, II ; R. I, II -, W. I, II e III. Distinzioni
nuove a sud delle Alpi, che dapprima vennero accolte con prudenziale scetticismo ; data anche la man¬
canza, per allora, di reperti paleontologici probativi. Ma nel 1950, potei dare notizia di rinvenimenti
paleontologici decisivi per l’interpretazione della serie, col « Rinvenimento di Anancus arvernensis
nel Villafranchiano dell’Adda di Paderno, di Archidiskodon meridionalis e Cervus a Leffe. Stati-
grafia e clima del Villafranchiano bergamasco ». In questa memoria illustrai la serie del canon del¬
l’Adda (p. 61, fig. 3). Sotto 40 metri di ceppo poligenico del G-M, si trovano: 12 metri di ghiaie del
Fluvioglaciale Giinz con ciottoli valtellinesi ; 20 metri di conglomerato calcareo, con livello basale ar¬
gilloso e lacustre a Diatomee nivali, attribuito al Donau (in accordo colla serie a pollini di Leffe); e
nel letto dell’Adda, le argille lacustri ad arvernensis. Questa serie presenta la massima analogia con
quella ora riscontrata al Garda, nell’incisione del Chiese di Torre-Mocasina (Fig. 6 nel testo, p. 95).
Nella seconda parte della stessa memoria, illustrai la successione di dettaglio dei sedimenti la¬
custri di Leffe (Valgandino), ricca di pollini: la serie, potente quasi 150 metri, risulta sottostare a
terrazzo a ferretto del FI. Mindel II, sospeso di oltre 100 metri sulla Val Seriana. I pollini vennero stu¬
diati ed illustrati dal collega F. Lona, nella « Revisione della flora fossile insubrica attraverso i resti
microscopici » (1950). Tali studi su Leffe permisero di stabilire la pluripartizione del Mindel, la pre¬
senza dell’ Interglaciale G-M e del Gùnz tripartito. Al di sotto, fu provata la presenza di precedente
interglaciale, il Donau-Giinz. Mentre in basso alla serie lacustre, con livelli lignitici ad Elephas meri¬
dionalis arcaico e Rhinoceros etruscus, si trovano ancora due livelli a pollini di associazioni forestali
di clima freddo; sin d'allora attribuiti alla glaciazione del Donau, con almeno due Stadi ed un In-
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
79
terstadio (Venzo, 1950, Successione stratigrafica, tavola a p. 85). Questa serie, sempre ricca di pol¬
lini, venne considerata, anche dai tedeschi, fondamentale per l’interpretazione del Pleistocene antico.
Pertanto fui invitato al Congresso geologico sul clima di Colonia (1951), a comunicare le mie « Geo-
morphologische Aufnahme des Pleistozàns ( Villafranchian-Wurm ) im bergamasker Gebiet und in der
òstlichen Brianza : Stratigraphie, Paleontologie und Klima », illustrate da 10 spaccati e profili.
Nel 1953, pubblicai su Geologica Bavarica altra nota, coi nuovi dati sulla successione delle
Diatomee, classificate nel frattempo da Lona: «Stadi della glaciazione del «Donati» sotto al Giinz
nella serie lacustre di Leffe». L’argomento venne ulteriormente chiarito, illustrato e discusso al Con¬
gresso INQUA Roma-Pisa 1953, in mia comunicazione, poi pubblicata nel 1955-56. In essa ebbi anche
a discutere il limite tra Pliocene e Pleistocene continentali, più precisamente tra Pliocene e Donau,
basato — per la prima volta — su dettagliata serie a pollini.
« Le attuali conoscenze sul Pleistocene lombardo con particolare riguardo al Bergamasco », fu¬
rono oggetto nel 1955 di mia prolusione all’Università di Parma: pubblicata nel medesimo anno. In
essa portai nuovi profili geologici e tavole, illustranti l’origine dei terrazzi diluviali dell’Adda dalle
rispettive cerehie moreniche. Nella nuova cava di Villa di Basso, riscontrai successione geologica pro¬
bante la fase anaglaciale del W. II ; conseguenza di notevole ritiro glaciale nel precedente Interstadio
(IV. I/II). Breve capitolo riguarda la fauna del Musteriano alpino delle grotticelle di Sambughetto
Valstrona (Novara); già oggetto di mio lavoro (1954), con prove anche paleontologiche di marcato
ritiro glaciale nel primo Interstadio del Wùrm. Infatti, le grotticelle se fossero rimaste coperte dai
ghiacciai — come nel maximum wurmiano e nel W. II — non avrebbero potuto essere abitate dalla
fauna fredda ad Ursus spelaeus, Gulo borealis, Stambecco, Camoscio ecc., con loess. In tale memoria
esaminai inoltre i numerosi giacimenti argillosi lacustri rilevati nella Brianza orientale e nella zona
prealpina bergamasca. Apposito capitolo riguarda infine i nuovi rilievi sui sedimenti lacustri del-
1 ’Interglaciale B-W, a foglie e pollini di Pianico - Sedere (Val Borlezza, nel Bergamasco orientale).
Ulteriori studi dì dettaglio ho in corso ■— con contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche ■ —,
sia sul bacino di Pianico che su quello di Leffe; sempre colla preziosa collaborazione del collega
F. Lona per lo studio dei pollini. A Leffe, nelle nuove cave, è interessata la serie superiore : Giinz, G-M
e Mindel. L’esame dei pollini nei numerosissimi campioni da me raccolti, in oltre 40 metri di serie af¬
fiorante e continua è in corso presso l’Istituto Botanico di Parma. Queste ricerche stanno portando
nuovi dati climatici decisivi sull 'Interglaciale G-M e sulla pluripartizione del Mindel (col ferretto al
tetto). Pertanto, come già all’Adda ed in Val Seriana, anche al Garda sono indotto ad attribuire
l’ampia cerchia esterna, a ferretto, al Mindel I ; mentre le più interne ed un po’ meno alterate cer¬
ehie a ferretto, in genere coperte dalle morene del R. 1, vengono da me ascritte al M. II (Carta
Garda). Comprovano tale suddivisione varie successioni stratigrafiehe, a conglomerati anaglaciali
passanti in alto a morenico con ferretto, del M. I, e rispettivamente del più interno M. II (Tav. IX,
fig. 2; figg. 3, 4, 10 e 11 nel testo). Al Chiese, il M. I risulta direttamente basato sui conglomerati
fluviali del G-M (fig. 6), con morenico Giinz sotto.
Sedimenti lacustri cronologicamente corrispondenti a quelli àeWInterglaciale R-W di Pianico,
ebbi a riscontrare nella bassa Val Stura di Demonte (Cuneo in Piemonte); dandone notizia in nota
del 1951. Sondaggi geotecnici eseguiti in collaborazione coll’ing. Tito Ognibeni per la sasii (1948-50),
permisero stabilire che le argille lacustri, sbarrate da cerchia del Riss II e coperte da livello a ghiaie
cementate del Fluvioglaciale wurmiano, superano i 136 metri di potenza : provando la notevole
durata dell’ultimo Interglaciale (sui 60.000 anni secondo le curve astronomiche). Consimili depositi
potei identificare sin dal 1949 per la Val Cavallina, dove potenti argille lacustri colmano il cucchiaio
di sovraeseavazione di Grone, sbarrato da potente cerchia del Riss II (Venzo, Revisione tav. p. 103).
Colla cerchia di Grone è raccordato il livello fondamentale dell’alta pianura bergamasca (fig. 13
del presente lavoro, p. 115).
2
80
S. VENZO
Nel 1956, Vialli pubblicò magnifica memoria «Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori
della serie lacustre di Leffe», con 6 grandi tavole e 4 figure; su materiale raccolto dal 1951 in poi.
I livelli di provenienza, dalla mia serie, sono : Vlnter stadio Donau II/III, il G.1II e l’Interglaciale
G-M inferiore (Vialli, fig. 1 a p. 5).
A conclusione dei rilevamenti e ricerche eseguiti dal 1945 in poi, nella memoria « Attuali cono¬
scenze. . . 1955 », portai un Quadro stratigrafico comprensivo del Pleistocene con speciale riguardo al
Bergamasco. Esso è basato particolarmente sui ritrovati pollinologici, sui livelli a fiditi, sulle serie a
Diatomee, e sulla presenza di Unio, Planorbis , Bythinia ecc. : nonché sui nuovi rinvenimenti in serie
di : Anancus arvernensis, Elephas meridionalis arcaico, E l.meridionali evoluto, El.primigenius, Bhi-
noceros etruscus e Rli.merckii, Bison priscus, Cervus elaphus, Bos primigenius, Megaceros ecc..
Tengo pure conto della fauna del Musteriano alpino di Sambughetto Valstrona (Piemonte), raccolta
con Carlo Maviglia, che ne aveva in corso rillustrazione paleontologica ( Ursus spelaeus, Felis leo
spelaea, F.pardus, Culo, Stambecco, Camoscio, Marmota, Fibulae manufatte). Mi fu così possibile rico¬
struire una successione completa del Pleistocene sudalpino, dal Donau al Wiirm, colle tre facies: more-
nico-glaciale, diluviale-fluvioglaciale e lacustre (singlaciale o interglaciale). Tale Quadro, fondamen¬
tale anche per 1 interpretazione dell’apparato morenico gardense, è completato in quarta colonna coi
dati di altre località fossilifere, lombarde o piemontesi.
Nel 1957, Vialli porta interessante nota su «I vertebrati della, breccia ossifera dell’Intergla¬
ciale Riss-Wùrm di Zandobbio » ; allo sbocco della Val Cavallina, una decina di chilometri al¬
l’esterno delle morene .frontali del Wiirm. I numerosi resti scheletrici vennero da lui raccolti nella
breccia cementata di riempimento di grotta, situata 80 metri sopra l’abitato. La fauna consta di una
quindicina di specie, tra le quali Bhin.mercki, El.antiquus, Emys orbicularis, Capreolus pygargus,
Felis pardus, Hyaena crocida spelaea ecc,, testimonianti clima più mite dell’attuale. Indicativi risul¬
tano, oltre da tartaruga, il Bhin.mercki (presente anche alla testata della Val Cavallina nei sincroni
sedimenti lacustri di Cianico), e l’elefante, che si estinsero, come noto, colla fine dell Interglaciale
Riss-lViirm. La breccia ad ossami è coperta da 40 cui di crostone stalagmitico con Ursus spelaeus, at¬
tribuibile al Pluviale wiirmiano. Sopra ad esso si trova la fauna banale olocenica, già descritta da
Maviglia, nel 1955.
Bresciano occidentale. — L’apparato morenico del Sebino, ad oriente del Foglio geologico
Bergamo, è oggetto di recente rilevamento di 0. Vecchia (1954), che lo illustra in Cartina al 100.000;
apportando notevoli modifiche rispetto al Foglio geologico Brescia (1932-39), rilevato da Cozzaglio.
In accordo con quest’autore, egli attribuisce la cerchia principale, spartiacque, al Riss; mentre le
cerehie interne, assai ridotte, sono considerate wurmiane. Ciò in accordo con quanto da me osservato
in Val Cavallina, all'Adda, in Brianza, al Lago d’Orta, ed ora al Garda. Nella stratigrafia dei
pozzi, sotto i depositi fluvioglaciali mindeliani, Vecchia (p. 317) riscontrò la presenza di due pro¬
fondi orizzonti a ferretto, ognuno dei quali ricopre un ceppo. Egli li attribuì al Gùnz e forse anche
al Donau, poiché sotto si trova il Pliocene marino. Nei riguardi delle cerehie a ferretto, distinse un
Mindel I ed un Mindel II (p. 318); come già da me fatto per il Bergamasco.
Nel ’54 uscì un grosso volume degli Atti Soc. It. Scienze Naturali, con altre belle memorie sul
Glaciale lombardo: Nangeroni illustra i terreni pleistocenici dell’Anfiteatro morenico del Verbano
e del territorio varesino; Nangeroni e Fracchi, il morenico del Lario; Riva, il Glaciale della Valle
di Rovagnate (Brianza orientale). Risulta pertanto che la Lombardia centro-occidentale è la regione
prealpina sinora meglio illustrata per il Pleistocene e la più ricca di reperti paleontologici: tra
questi sopratutto decisive le serie a pollini. Invece le conoscenze sulla Lombardia orientale, coll’an¬
fiteatro gardense, non avevano fatto nel contempo alcun progresso; nonostante si trattasse-di impor¬
tante zona turistica, frequentata anche da numerosissimi stranieri.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
81
CENNO ALLA SERIE PRE - QUATERNARIA
Pra-Pontico. — Sulla Carta indico in verde le formazioni marine precedenti il Pontico. La
serie mezozoica, distinta da Cozzaglio sui Fogli Brescia e Peschiera, comprende dal basso : i calcari
bianchi tipo « Botticino » (Sinemuriano) che formano i monti carsici di Paitone-Gavardo ; la serie
Dogger-Malm di Monte Covolo, presso Villanuova sul Chiese ; il Biancone e la Scaglia marnosa rossa
del Cretacico, affioranti ad est ed a sud del M. Covolo, dove si appoggiano le più esterne morene del
Mindel ( M.I). La serie Biancone-Scaglia è inoltre sviluppata sulla destra del Chiese, tra Roè ed i
Tornimi; il Biancone nella zona Gazzane-Rucco-Renzano, dove si appoggiano i cordoni morenici del
Riss. La Scaglia rossa sopracretacica costituisce inoltre la base del Monte S. Bartolomeo di Salò
(fig. 1).
L’Eocene è minimamente rappresentato dalla Scaglia cinerea ad Hantkenine, Globorotalie e
Globi gerirne del Luteziano, che è ridotta a lente di soli 5 metri, nel tratto SO del M. S. Bartolomeo.
Questa esigua lente, trasgressiva sulla Scaglia, rinvenuta da Villa sopra Renzano (1954), risulta co¬
perta dai conglomerati politici (Cita, 1955, p. 144). Inoltre è presente lente di marne rosate a Globo-
rotalia aragonensis e Globigerìna del Paleogene.
L’Oligocene, rappresentato eia calcari glauconiosi, talora arenacei, con Nummuliti, è svilup¬
pato lungo la sponda del Lago, dove dà luogo a coste rocciose e dossi arrotondati dall’esarazione gla¬
ciale: come la costa Dusano - M. del Sasso - Rocca di Manerba, la Punta Belvedere coll’Isola S.
Biagio, e più a nord la Punta di S. Fermo ed i Montiroli (Tènesi). La serie oligocenica di dettaglio è
oggetto di recenti studi di Zinoni (1951) e di Cita (1955, pp. 141-144).
Il Miocene inferiore o Aquitaniano è costituito dai calcari arenacei e glauconiosi a Scu-
telle, Echinolampas, Pettinicli, Litotamni e Foraminiferi, che formano la costa di Moniga-S. Sivino
(Venzo, Il Neogene 1933, p. 69). Essi affiorano inoltre nel Canale lionata, sotto Cantrina (Venzo,
ibid. pji. 70-71), dove sono coperti dal morenico Giinz e dal conglomerato del G-M ( Carta; fig. 14, II).
Pontico. — Sulla Carta distinguo i conglomerati calcarei prealpini, con ciottoli calcarei im¬
prontati e cpialche elemento di selce e porfirite, che affiorano a Muscoline (Castello - Monti della
Singia) e sul Monte S. Bartolomeo di Salò. Qui, i conglomerati, che verso sud raggiungono i 180
metri di spessore, sono discordanti sulla Scaglia, rossa sopracretacica : solo a sud-ovest del Monte,
sopra Renzano, è intercalata esigua lente di Scaglia eocenica. A NE invece, verso Passo La Stacca-
-Gardesina, i conglomerati mancano; cosicché le soprastanti argille del Pliocene inferiore risultano
trasgressive sulla Scaglia. Esemplifico nella fig. 1 le condizioni generali di giacitura, ora riscontrate
nel' rilevamento della Carta , e più dettagliate rispetto a quelle da me osservate nel 1933.
La serie del M. S. Bartolomeo è recentemente dettagliata da Cita (1955, p. 144), in base a ri¬
lievi e studi inediti di Gaffurini e Villa. I conglomerati, cementatissimi, sottostanno alle argille
del Pliocene inferiore marino, seguentemente descritto. Pertanto Stefanini, Cozzaglio e Venzo (1933)
ritennero che tali conglomerati, basati sulla Scaglia, fossero attribuibili al Pontico, in analogia con
quanto si verifica nel Veneto e nel Trentino. Cita, nel 1955, penserebbe piuttosto ad una attribuzione
al Pliocene inferiore, in base a confronti colle serie trivellate di Castenedolo, del Cremonese e della
Piana bresciana. Essa credeva mancante nella regione la facies conglomeratica ; ma questa, del tutto
consimile, è presente a Muscoline. Cozzaglio stesso la indicò sul Foglio geologico Peschiera. Tuttavia,
ivi, i conglomerati, sempre senza fossili, affiorano dal ferretto del Mindel (mia Carta)-, cosicché non
si conoscono le condizioni di giacitura. Data la vicinanza colla zona di Cantrina, i conglomerati potreb¬
bero essere basati sull’Aquitaniano oppure sull’Oligocene (fig. 14, a p. 119; profili IV e II).
A me sembrano incerti i parallelismi dei conglomerati di S. Bartolomeo con quelli della de¬
pressione padana, poiché i sollevamenti tardo-insubrici precedono notoriamente nella zona prealpina.
Le argille marine a Nassa semistriata, ora sollevate ad oltre 500 metri, testimoniano la trasgressione
82
S. VENZO
piacenziana. Essa è fenomeno generale ai margini del bacino padano, che interessò anche l’entrata
ad estuario delle grandi valli bergamasche (Val Brembana, Val Soriana, zona di Gorlago a sud della
^ Cavallina). Anche a Cornuda nella bassa Valle del Piave, il Piacenziano inferiore è trasgressivo
sui conglomerati pontici (Dal Piaz G., 1912). Di conseguenza è molto più probabile che i sottostanti
conglomerati del Monte S. Bartolomeo di Salò siano del Pontico.
Inoltre, nella fascia prealpina lombarda i massimi movimenti di sollevamento risultano anche
più antichi del Pontico, mano mano che ci spostiamo ad ovest del Garda. I conglomerati della Badia
di Brescia e di Monte Orfano (tra Brescia e l’Oglio), in base agli studi di Vecchia (1954, p. 212) e
di Gita (19o4, p. 21o-16), risultano del Miocene medio-basso. La gonfolite con alternanze superiori
marine della Brianza, tra Romano e Naresso, è attribuita da Consonni (1953, p. 189-90) ed ora anche
da Cita (1957) all’Oligocene superiore-Aquitaniano : quella del Comasco, all’Oligocene medio-supe¬
riore (Venzo, Flysch del Bergamasco 1954, p. 84), e quella del Varesotto all'Oligocene medio.
Pliocene marino. — Affiora sul Monte S. Bartolomeo di Salò, dove è sollevato a 515 e più
metri di quota, in serie sub-orizzontale e continua sui conglomerati del Pontico (Fig. 1). Le argille
plioceniche, a NE del monte, nella zona Gardesina-Passo la Stacca, sono invece direttamente trasgres-
Mg. 1. — Spaccato longitudinale del Monte S. Bartolomeo di Salò. Sulla base di Scaglia rossa sopracretacica, si tro¬
vano: I, lente ridotta di Scaglia cinerea o rosata ad Hantkenina del Luteziano; 2, conglomerati prealpini, discor¬
danti, del Pontico; 3, argille cenerine suborizzontali a Nassa semistriata e Foraminiferi del Pliocene inferiore, nella
zona Gardesina trasgressive sulla Scaglia e smottate a NE; 4, sabbie gialle a Ostrea lamellosa-, 5, arenarie a lati¬
foglie, sabbie, conglomerati prealpini del Villafranchiano inf. caldo (pliocenico); 6, morenico rissiano ; 7, alluvioni
fondovalle.
La serie pliocenica interessata dalle tre faglie, rimase conservata nelle due zolle meno sollevate, più protette dall Ero¬
sione.
sive sulla Scaglia rossa. Come appare anche dalla Carta e dalla fig. 1, il Pliocene risulta dislocato e
fagliato contro i conglomerati ; le tre faglie, subparallele e ad andamento NNO-SSE, mostrano rigetto
di alcune decine di metri. La serie affiora anche presso l’abitato di S. Bartolomeo, che si trova, coi
campi, su terrazzo argilloso. Le argille cenerine, sui 12 metri di potenza, contengono la farinetta a
molluschi tra i quali Nassa semistriata, da me raccolta assieme a galbulo di Cupressacea nel 1933
{Neogene, p. 75); nonché la ricca fauna a Foraminiferi (96 specie), studiata da Egger-Gumbel sin
dal 1895, e recentemente riesaminata da Cita ( Paleogeogr. 1955, p. 144). Quest’autrice conferma, in
base ai Foraminiferi, 1 attribuzione al Pliocene inferiore. I suoi dati non sembrano tuttavia tali da
permettere un attribuzione al Piacenziano inferiore ; attribuzione che sarebbe stata decisiva per ascri¬
vere al Pontico tutti i sottostanti conglomerati. Ricordo però che Nassa semistriata è considerata ca¬
ratteristica del 1 iacenziano inferiore; e che a tale livello si trova anche nel Preappennino reggiano¬
parmense e piacentino. Essa risulta inoltre comune nel tipico « Tabiano » (Piacenziano inf.), presso
Salsomaggiore (Parma).
Lungo la mulattiera che dall’abitato di S. Bartolomeo sale alla piccola insellatura, le argille
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
83
passano a sabbie con alternanze argillose fossilifere, interessate nel 1956 da scavo per pozzo, dove
raccolsi : Ostrea lamellosa, Arca cfr. diluvii, Pettinidi, Veneridi, Nucula, Turritella ecc.. Sopra si
trovano ancora alcuni di metri di sabbie gialle ad Ostrea, con livelli a ciottolini; poi livelli arenacei
con fiditi, passanti in alto a parecchi metri di depositi ghiaioso-conglomeratici. Le sabbie argillose ad
Ostrea mostrano facies astiana, mentre la ridotta serie soprastante con latifoglie è caratteristica della
facies continentale villafranchiana. Pertanto questa serie pliocenica risulta consimile a quella del tor¬
rente Tornago, presso Almenno, allo sbocco della Val Brembana nella pianura bergamasca (Desio
1929 ; Venzo, Rinvenimento di Anancus 1950, p. 68 e fig. 4).
La ridotta potenza delle argille e delle sabbie gialle, marine, (complessivamente da 20 a 40
metri), induce a ritenere che il « sollevamento insubrico tardivo del Villafranchiano » potesse iniziare
già nel Pliocene inferiore (Piacenziano superiore). Difatti seguono sedimenti deltizi subaerei del Villa¬
franchiano inferiore ancor caldo e sempre pliocenico (latifoglie nelle sabbie superiori). Pertanto, il
movimento che sollevò e dislocò il Pliocene inferiore marino ad oltre 500 metri, dovè iniziare ben
prima del Pleistocene, già in pieno Pliocene : potendo tuttavia perdurare sino all 'Interglaciale G-M.
Vedremo infatti che i conglomerati e le morene del Giinz di S. Rocco-Punta del Corno (Golfo di Salò)
sono sollevati e perfino debolmente piegati, prima dell ’Anaglaciale MI, che è discordante e sub-oriz¬
zontale (Tav. IX, fig. 2); e che i conglomerati G-M del Vallone di Barbarano sono interessati da fa-
glietta sui 20 metri (fig. 9 a pag. 104) ( 1 ).
A Castenedolo, nella Pianura bresciana, il Pliocene marino si trova sotto serie argillosa del
Calabriano, trivellata per 535 metri, come già si vide (Perconig, 1953) : pertanto quasi 1000 metri più
in basso che a S. Bartolomeo !
Il Pliocene marino è delimitato in giallo sulla mia Carta-, mentre i conglomerati del Villanfran-
ehiano, pure su fondo giallo, sono contraddistinti con pallini neri. Il Pliocene, per la facies prevalen¬
temente argillosa, è coltivato a campi sul terrazzo selettivo di S. Bartolomeo, ed a prati talora palustri,
sull’opposto versante di NO. Qui, le argille sono sempre basate sui conglomerati stratificati, ma ri¬
dotti a 20-30 metri. A NE del monte, presso il Passo La Stacca, mancando i conglomerati, le argille
risultano trasgressive sulla Scaglia rossa. Esse costituiscono inoltre il Dosso Gardesina (m 530), con
potenza sui 40 metri, sviluppandosi anche sul versante NE in ampio declivio a campi e prati, infe¬
riormente con ceduo. Anche qui le argille cenere risultano basate sulla Scaglia rossa; ed ulterior¬
mente smottate in basso, sino a quota 410, presso le sorgenti site nel vallone sopra la strada comunale
per Sernica (fig. 1 a pag. 82).
Cozzaglto indicò il Pliocene marino anche in basso al Monte, sul basso versante sopra Salò.
Ma, lungo la nuova strada privata che dalla Statale gardesana sale a S. Bartolomeo, le argille ceneri
o giallognole risultano impastate caoticamente con lenti di elementi spigolosi di Scaglia rossa e ciottoli
dei soprastanti conglomerati pontici. Si tratta evidentemente di materiale fluitato, ed un po’ smot¬
tato, che forma antico conoide del torrente Massina : questo, ora assai inciso, scende da S. Bortolomeo
per il sovrastante vallone a Scaglia - conglomerati. Poco sopra, nei prati delle Misse, le argille rima¬
neggiate con lenti ghiaiose, risultano smottate e tuttora in smottamento, con gobbe. Anche più ad
ovest, il versante ad olivi del Monte, è interessato da ripidi conoidi di antichi torrentelli, che scende¬
vano dai soprastanti valloni a Scaglia rossa. In nessun punto ebbi a riscontrare la presenza di argille
marine in posto. I conoidi, sotto alla strada gardesana superiore, passano al morenico wùrmiano, che
degrada sino al Lago e sembra appoggiato. Su questo anfiteatro morenico è fondato l’abitato di Salò.
Q) Ricordo che la zona di Salò-Gardone non è completamente assestata; terremoti tettonici vi si verificano tut¬
tora. Anche Cacciamali (Boll. Soc. Geol. 1902, p. 194) osservò che i terremoti benacensi sono frequenti e sensibili
nella sponda bresciana, con epicentri Salò-Gardone-Gargnano.
84
S. VENZO
PLEISTOCENE ANTICO
LA SERIE GUNZ - MINDEL LUNGO LA SPONDA MERIDIONALE DEL GOLFO DI SALÒ
— CIMITERO DI S. ROCCO - PORTO DI PORTESE - PUNTA DEL CORNO —
Serie delle grandi cave di ghiaia e sabbia ad est del Cimitero. — Le più antiche
formazioni pleistoceniche dell’Oglio (Vecchia), del Serio-Brembo-Adda (Venzo), della Brianza-Can-
turino (Riva) e del Varesotto (Nangeroni), si trovano sepolte 40-50 metri sotto il ferretto del Min del
Al Garda, le ricercai anzitutto nel Golfo di Salò, fortemente sovraescavato dal ghiacciaio del ma¬
ximum wiirmiano (W.I.); e particolarmente nel lungo Lago meridionale, dove la serie eonglomeratica
sottostante a lembi di ferretto mindeliano, forma scarpate ceppose anche di 50 metri, sezionate da
enormi cave (Tav. VII, fig. 1).
Il cimitero di Salò, a S. Rocco, interessa sabbie gialle un po’ argillose, che risultano sotto¬
stare a scarpata eonglomeratica sulla cinquantina di metri e superiormente morenica. Ma qui, la serie
non è ben evidente, poiché coperta dalle costruzioni del grande cimitero monumentale con cipressi.
La stessa serie è maggiormente esposta 80-100 metri più ad est, lungo lo stradone asfaltato per Porto
di 1 ortese, nella Cava di sabbia dei Fratelli Tosi, con fronte lunga una cinquantina di metri ed
alta 10 (Cava I a ), Dietro la casa si trova il tratto rientrante illustrato a Tav. VITI, fig 1. Si tratta di
sedimenti lacustri, ad alternanze suborizzontali di argille azzurre e livelli argilloso-sabbiosi giallastri,
con ciottolmi levigati. Sulla sinistra, gli strati sono orizzontali od appena inclinati a monte, e sensi¬
bilmente crioturbati (Tav. Vili, fig. 1, a sinistra): sulla destra, dove nella foto c’è il piccone, i sedi¬
menti argilloso-sabbiosi con ciottolini calcarei levigati e striati, risultano fortemente arricciati sino
quasi a raddrizzarsi, per forte crioturbazione. Dettaglio di quest'ultima è illustrato a Tav. IX, fig. 1.
Il li ve! letto contorto principale, a sinistra del piccone, contiene ciottoli di dolomie, calcari oolit.ici,
e particolarmente di calcari grigi e selci nerastre, levigati, lucidati e spesso evidentemente striati. In
alto, a sinistra della stessa foto, il livello più grossolano contiene anche qualche ciottolo di porfido
violaceo atesino. Sulla destra delle due foto esaminate, la cava si estende verso il Cimitero per una
trentina di metri: al medesimo livello, interessato da scavo in corso, si osservano argille sabbiose
azzurre o gialle, pure con cenno a crioturbazioni, contenenti numerosi ciottoletti evidentemente levi¬
gati ed anche striati di: silice nera, calcari grigi, dolomie, calcari oolitici, porfido viola, atesino, ana-
geniU porfiriche, gneiss minuti ecc.. Gli elementi alpini intensamente rotolati e levigati, di evidente
ti asporto glaciale, con fango sabbioso-argilloso di morena di fondo, sedimentati in lago, testimoniano
d< posito glaciolacustre. La vicinanza di potente fronte glaciale di sbarramento è inoltre testimoniata
della imponenti crioturbazioni.
Nel livello cilestrino più argilloso, raccolsi alcuni campioni, che vennero esaminati da Lona. Essi
contengono scarsi pollini di Pinus, Abies, Conifera arcaica, Graminacee e Diatomee. Tra queste ul¬
time, la terna d acqua fredda nivale del Giinz di Leffe : Melosira hiemalis, Ilimantidium biceps, Odpn-
ticlium hiemale, assieme ad altre forme alpine. Anche i dati paleontologici provano che la formazione
lacustre, a soli 100 metri di quota, è di clima molto freddo, glaciale. Come vedremo, nelle cave ad est
di Porto ( Portese), le stesse argille glaciolacustri — soprastanti a potente morena ghiaiosa con ciotto-
loni alpini ( Tav. VIII, fig. 2, Tav. X, fig. 2; fig. 5 nel testo, complesso b ) — contengono la ricca flora
a Diatomee, studiata da Corti: su 15 specie, 5 sono nivali e le rimanenti alpine.
Nella f ava Fratelli Posi, sotto al livello esaminato, sulla destra, affiora forte lente di sabbie
gialline, tuttora in estrazione : è la stessa formazione del Cimitero, che dista una trentina di metri.
La serie glaciolacustre esaminata, presenta una potenza sui 12 metri : seguono in alto pochi
meli i di sabbie grossolane, ghiaie debolmente cementate, e poi conglomerati poligenici compatti che
formano ripida scarpata di una trentina di metri. Sul soprastante terrazzo si trovano placche di
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL ’ ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
85
morenico Riss, arrossate per rimaneggiamento del ferretto mindeliano ; questo si trova invece in
posto, più ad est (Carta).
La successione in esame affiora con grande evidenza 100 metri più ad est, nella grande Cava
abbandonata sita lungo lo stradone, davanti alla piccola trattoria-bar « Alla Spiaggia » ( Cava IT 1 ).
Questa fronte di cava, che raggiunge complessivamnete la lunghezza di 100 metri per un’altezza di
circa 40, è illustrata a Tav. IX, fig. 2 e nella Fig. 5 a p. 91, serie d). In essa risulta evidente la sotto¬
posizione (invece della giustapposizione) dei sedimenti glaciolacustri stratificati alla serie cepposa,
con morenico e ferretto al tetto (in alto a sinistra della Cava; liv. 7 della foto Tav. IX, fig. 2).
I sedimenti lacustri, al prolungamento orientale di quelli sopra esaminati, affiorano in basso
alla parete, e vengono a trovarsi 25 metri sul livello del Lago. Quivi rilevai dal piano di cava (Tav.
IX, fig. 2):
1) 4 metri di argille sabbiose azzurrognole, a strati inclinati di una dozzina di gradi a sud,
contromonte, d’origine lacustre o glaeiolacustre; a soli 100 metri da quelli della Cava 1“. Essi con¬
tengono i soliti ciottolila levigati, lucidati e striati, anche atesini.
2) m 1.50 di sabbie gialline con alternanze più argillose cenere.
3) circa 3 metri di sabbie gialle grossolane, senza ciottolila, inclinate di 12°S.
4) seguono, in sensibile discordanza, 10-12 metri di ghiaie debolmente cementate, ricche di
ciottoli anche atesini, a stratificazione sub-orizzontale e di sedimento fluvioglaciale; dato che verso
l’alto i ciottoli tendono a diventare più grossi, e particolarmente per il loro evidente e graduale pas¬
saggio alla soprastante morena, essi possono testimoniare il corrispondente anaglaciale (An. M. I).
5) 10 e più metri di morena ghiaiosa molto grossolana, cementata, con enormi erratici di
tonalite (sino a 2 m), gneiss (sino a m 1.50), porfido viola atesino (sino a 2 in), anageniti por finche,
porfiriti verdi, 'dolomie, calcari Manchi, calcari grigi, calcari oolitici, Titonico rosso, Scaglia rossa ecc..
Il grosso erratico spaccato a metà, verso il centro della foto, è di tonalite; l’altra metà è franata al
piede della parete ( Morenico Minclel I).
6) In alto e specialmente a destra, in corrispondenza della vallecola sospesa, il morenico di¬
venta fortemente cementato, costituendo conglomerato compatto. Sul terrazzo soprastante, i campi
sono debolmente arrossati e su morenico : ma il tipico ferretto mindeliano (ad argille rosso-mattone
con ciottoli esclusivamente silicei ed alpini), affiora al tetto, sull’orlo sinistro della Cava (n 7 della
foto), tra il bosco ceduo ( Ferretto Mindel I).
Risalendo la malagevole valletta sospesa, sopra il morenico si attraversano altri 15-20 metri di
conglomerati poligenici; in basso essenzialmente fluvioglaciali, ed in alto di nuovo morenici, con grossi
ciottoloni alpini (Mindel lì ?).
Uscendo dalla vallecola sul terrazzo orientale sopra alla Cava, comodo sentierino gira sopra la
stessa, interessando una cinquantina di metri ad est, il ferretto mindeliano di tetto, ridotto a m 1.50
di potenza. Esso è particolarmente sezionato sull’orlo a strapiombo della Cava. Il sentierino discende
comodamente ad est, sempre su tipico ferretto, sino a raggiungere lo stradone al trasformatore della
corrente elettrica: qui, lo stradone incide invece le argille sabbiose inferiori (G.II).
II ferretto al tetto della serie della Cava, si sviluppa ulteriormente ad est, lungo lo stradone
per Portese e quello più basso per Porto, sviluppandosi per oltre un chilometro (Carta). Circa 700
metri ad est della Cava II, sopra lo stradone tra il ceduo, all’altezza del cancello della Villa Portesina
con parco a Camping (50 m prima del bivio per Porto), il ferretto col sottostante morenico a ciot¬
toloni alpini è interessato dalla vecchia cava, che illustro a fig. 2, p. 86.
La piccola, ma caratteristica fronte di cava (m 15 di lunghezza e 6-7 di altezza), interessa lo
stesso morenico di tetto della grande Cava II. La morena ghiaiosa, è costituita da ciottoloni, preva¬
lentemente alpini, di porfido violaceo atesino, gneiss, tonalite, porfiriti, clausenite, anagenite por-
firica, calcari, dolomie, Scaglia rossa, Titonico rosso, selci rosse, selci nerastre. Essa risulta debolmente
cementata con materiale calcareo-sabbioso e di aspetto fresco: soltanto per metri 1.50 verso la super¬
ficie, appare intensamente alterata in ferretto argilloso, rosso vivo, con ciottoli più minuti ed esclusi-
86
S. VÉNZÓ
vamente silicei. Infatti i ciottoli calcarei, alterati e dissolti, formarono l’argilla rossa ricca di idrossidi
di ferro ; anche i ciottoli filladici presentano talora alone di alterazione limonitica. Non vi può essere
dubbio pertanto che la morena sia mindeliana. Per la sua posizione stratigrafica, corrispondente ai
livelli 6 e 7 della grande Cava II a (Tav. IX, fig. 2), essa può attribuirsi al Mindel più antico, cioè al
Mindel I. Infatti, poche decine di metri più in basso, sotto lo stradone per Porto, affiorano le argille
glaciolacustri del Giinz, sviluppate sino al Lago (Portissoi).
Fig. 2. — Morena Mindel I della piccola cava abbandonata sopra lo stradone per Porto-Portese, 50
metri prima del bivio, sopra il cancello della Villa Portesina (Camping) : alta sei metri e ricca di
ciottoloni alpini, essa è superiormente alterata in tipico ferretto, potente m. 1.50 (f).
Discussione stratigrafica. — La successione esaminata col tipico ferretto di tetto, analogo a
quello delle cerehie mindeliane più esterne, è compresa nel complesso d ) della « Serie comprensiva
del Pleistocene antico di 8. Bocco-Portese » (fig. 5). Essa risulta sottostante e più antica del Mindel I.
Come appare anche dalla foto a Tav. IX, fig. 2, sotto il ferretto si trova la potente morena cemen¬
tata del Mindel I ; sottostanti e continui, i conglomerati alpini della corrispondente fase anaglaciale
( Anaglaciale Mindel /). La continuità ed il graduale passaggio tra ghiaie cementate e morena, tolgono
il dubbio che le prime potessero invece attribuirsi a XV Interglaciale Giinz-Mindel ; come il « ceppo »
del Chiese di Mocasina (fig. 6 del testo) e delle maggiori incisioni fluviali della Lombardia centro-occi¬
dentale. Quivi, il « ceppo » è coperto dal ferretto del Mindel e sta sopra al morenico Giinz.
Le ghiaie cementate sub-orizzontali del n° 4 (Tav. IX, fig. 2) sono notevolmente discordanti
sulle sottostanti sabbie ed argille glaciolacustri, come indico a p. 91, nella fig. 5; e), d): provando
marcata fase erosiva invece che di deposito, nell’ Interglaciale Giinz-Mindel. La sottostante formazio¬
ne lacustre, con crioturbazioni, ciottolini levigati e striati, pollini, e Diatomee nivali, che vengono a
trovarsi venti e più metri sotto il ferretto e si sviluppano in basso per altri 25, testimoniano glacia¬
zione precedente e più antica del Mindel I; cioè il Giinz, e più probabilmente la fase finale di esso
(Cataglaciale Giinz II). L’inclinazione della serie lacustre di una dozzina di gradi a sud, sta a pro¬
vare che durante il G-M si dovette verificare un notevole sollevamento ; seguito poi da erosione.
Lo posizione stratigrafica del Cataglaciale Giinz II, che sta sopra a potente morena del Giinz II,
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
87
nelle Cave di ghiaia ad est di Portese, è chiarita nella Fig. 5 (pag. 91), a Tav. Vili, fig. 2 ed a Tav.
X, fig. 2; essa viene successivamente illustrata.
La formazione glaciolacustre del Giinz superiore, ora esaminata, che il collega G. Nangeroni
volle visitare in mia compagnia, presenta la massima analogia col morenico fangoso di fondo o gla¬
ciolacustre della Brianza e del Varesotto. Anche qui esso sottosta al « cep-po », determinando il noto
orizzonte ricco di sorgenti.
Serie Giinz - Mindel I della valletta ad ovest dei Tormini ; circa 700 metri ad ovest del Ci¬
mitero di S. Rocco, sopra la casa "Vecchia lavorazione olio d'oliva Florioli — Le argille gla-
ciolacustri del Cataglaciale Giinz, si sviluppano con dolce morfologia a prati, per oltre un chi¬
lometro ad ovest del Cimitero di S. Rocco, sopra lo stradone in lungo Lago e sotto la scarpata
Fig. 3. — Le tre facies
del Mindel I, alla testata
della vallecola sopra Casa
Florioli. Nella metà infe¬
riore, le ghiaie alpine mi¬
nute, cementate e stratifi¬
cate deWAna glaciale-, pas¬
santi in alto al Morenico,
con grossi ciottoli alpini e
debolmente cementato. So¬
pra, sulla destra, in chiaro,
le argille sabbiose lacustri
del Cataglaciale, più evi¬
denti 1 alcuni metri più a
destra (fig. 4). Al tetto,
l'alterazione in ferretto
( Fe ). La serie raggiunge
qui la potenza di 15 metri.
conglomeratica (Caria). Anche il primo tornante dei Tormini (stradone per il Cunettone) interessa
terreno argilloso, come provato dall’affioramento sulla soprastante carrareccia tra i prati che sale a
Versine. Salendo per 100 metri dalla prima curva dello stradone, sulla destra, si trova la vallecola
di Casa ex Florioli. In serie normale sopra alle argille, si attraversano circa 15 metri di ghiaie più o
meno cementate, essenzialmente calcaree, ma con ciottoli anche alpini. Questa formazione risulta del
tutto corrispondente, come posizione stratigrafica e quota, a quella dell ’Anaglacia-le Mindel I della
Cava II ad est del Cimitero. Alla testata della valletta, i conglomerati passano in alto a morena con
grossi ciottoli anche atesini, debolmente cementata (fig. 3).
3
88
S. VENZtì
La morena, potente circa 6 metri, in alto sulla destra, risulta coperta da livello di argille sab¬
biose glaciolacustri, a varve orizzontali con Diatomee. Potente 5 metri, esso affiora più evidente¬
mente poco a destra; alla testata della frana tra il bosco (fig. 4). Verso la superficie, le argille pas¬
sano di nuovo a lente di ghiaie, con ciottoli di porfido : esse risultano alterate in ferretto per oltre
un metro, provando trattarsi sempre di Mindel. Data la successione e la continuità stratigrafica, il
morenico, testimone del più antico Stadio del Mindel, può attribuirsi al Mindel I ; la soprastante fase
glaciolacustre, al C ad aglaciale Mindel I ; e le ghiaie con ciottoli alpini, alterate in ferretto, aWA.nagla-
ciale Mindel II. Questa successione, illustrata dalla fig. 4, è inclusa nella serie comprensiva a fig. 5.
Fig. 4. — Testata della valletta sopra
Casa Floridi, a destra della foto 3: 1)
conglomerati dell ’Anaglaciale Mindel I
sviluppati in basso per 15 m; 2) more¬
nico Mindel 1, poco cementato ed a ciot¬
toli alpini (m6); 3) argille sabbiose la¬
custri del Cataglaciale M. I (m5), te-
stimonianti notevole ritiro della fronte
glaciale, con cerchia frontale di due chi¬
lometri più esterna. Le argille nel trat¬
to inferiore contengono Diatomee, tra
le quali la terna d’acqua glaciale: Gom-
phonema glaciale, Melosira distans var.
nivalis e Odontidium lijemale. Altre
ghiaie e morenico Mindel (II) si tro¬
vano sopra (vedi fig. 10); 4) ferretto.
Per la posizione stratigrafica generale
confronta la fig. 5, a pag. 91; tratto
e, f.
Il morenico Mindel I delle figg. 3 e 4 appare poco cementato, ma più ad ovest esso passa a con¬
glomerato, che corona la scarpata cepposa sino a Versine. In alto, a sinistra della fig. 3, lungo la
scorciatoia dei Tormini, affiorano in superficie — tra esigui lembi di ferretto -— grossi blocchi di
porfiriti verdi, porfido atesino, anageniti, gneiss, nonché un erratico di Scaglia rossa senoniana, lungo
4 metri e piantato entro il morenico Mindel. Sopra, il ferretto è in gran parte dilavato, e si vede il
colore rossiccio solo nell 'aratura dei campi : sopra ad esso sono appoggiate placche di morenico ris-
siano ( Carta, : zona Palazzina-Cascina Scala, a sud di S. Rocco).
Serie giinziana Porto di Portese - Cave di Punta del Corno. — Scendendo dal bivio
sopra Cà Fornaci, lungo lo stradone asfaltato per Porto, si osserva che la strada segue conglomerati
mindeliani alterati in ferretto (Carta). I prati sottostanti e le scarpate sul Lago, sono costituite dalle
argille sabbiose del tardo Giinz, che smottano formando acquitrini. La formazione si sviluppa sino
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
89
a Porto, dove affiora 50 metri dietro l’Albergo Bellavista, nello scavo per la costruzione dell’Opificio
scatole di cartone. Qui erano visibili due metri di argille sabbiose, coperte da metri 1,70 di ghiaie
minute: queste fanno parte del piccolo conoide-delta dell ’Alluvium antico di Porto (Carta). Nella
primavera 1957, le argille risultavano in gran parte coperte da muri.
Circa 300 metri ad est dell’Albergo Bellavista, verso Punta del Corno, sentierino in lungo
Lago porta a due grandi cave di ghiaia abbandonate, che sezionano la serie genziana per una ventina
di metri. Nella prima Cava (Tav. Vili, fig. 2), appaiono in alto le argille del Caiaglaciale GII (n. 3),
inclinate sui 10° NO verso il Lago; e, sotto, il morenico a ciottoloni alpini. I prati soprastanti inte¬
ressano la serie argillosa lacustre, alterata superficialmente in ferretto (n. 4). Qui, ci troviamo alla
base della serie argillosa, potente almeno 25 metri. In livello argilloso-sabbioso, in basso alle argille
(appena a sinistra della figura), osservai numerosi ciottoli levigati e striati di calcari grigi e selci
nere, assieme a ciottoli di porfido atesino e gneiss. Risulta evidente trattarsi di morena fangosa di
fondo.
Nella serie argillosa lacustre al tetto della Cava, raccolsi alcuni campioni, esaminati da Lona
che vi classificò pollini di Pinus, Abies, Conifera arcaica, Artemisia (o Salix). Questa associazione
forestale è consimile a quella del Giinz lacustre di Leffe, dove pure mancano le termofile (Venzo ( 1 ),
Lona ( 2 )). Lona riscontrò inoltre la presenza di Diutomee; già oggetto di studi del Corti (vedi in se¬
guito).
Sotto alle argille, affiorano 8 metri di morenico grossolano e cementato (liv. 2 della Tav. Vili,
fig. 2), con ciottoli di porfido atesino, gneiss, anageniti porfiriche, tonalite, calcari, dolomie : qualcuno
di porfido e gneiss, franato in fondo alla cava, raggiunge il metro e mezzo. La morena passa in basso
a ghiaie alpine, poco cementate, affioranti dal Lago per una dozzina di metri. A parte la debole fer-
rettizzazione superficiale, tutta la serie sottostante alle argille è di aspetto fresco ; tanto che la ghiaia
ed i ciottoli sembrano recenti.
Un centinaio di metri più ad est, lungo il Lago, la seconda Cava, del tutto consimile, è illustrata
dalla foto della Tav. X, fig. 2: in alto, al n. 3, le solite argille lacustri; sotto (e non appoggiata), la
morena a ciottoli alpini, poco cementati, della potenza di metri 8 (n. 2). Sotto alla morena, le ghiaie
alpine scarsamente cementate, che sulla sinistra, verso il Lago, diventano conglomeratiche ; formando
la ripida scarpata di Punta del Corno. 11 conglomerato, qui, s’immerge nel Lago, raggiungendo uno
spessore sui 15 metri.
L'anticlinale a conglomerati e morenico giinziani di Punta del Corno. — Girando in
barca sotto Punta del Corno, ad est della grande Cava esaminata (Tav. X, fig. 2), si osserva che i
conglomerati sono piegati ad ampia ed attenuata anticlinale (Carta colle freecie). La gamba occi¬
dentale, verso la Cava, presenta il morenico grossolano cementato ed i sottostanti conglomerati ana-
glaciali (G.II), inclinati di 10-12° a NO. Ne consegue che spostandosi mezzo chilometro a SE, poco
oltre la Punta, viene ad affiorare il nucleo più antico della scarpata conglomeratica. Questa supera
i 50 metri di altezza e risulta coronata da una decina di metri di morenico Riss, debolmente cementato.
In basso, dal Lago, si osservano : 10 metri di conglomerati grossolani con ciottoli porfirici, in gran
parte mascherati da blocchi franati; una decina di metri di morenico grossolano, con ciottoloni di
porfido atesino, tonalite e gneiss (di mezzo metro e più). Sopra, si trova la serie completa dei conglo¬
merati dell ’Anaglaciale G.II della Cava di cui sopra. Essi risultano qui sospesi dai 20 ai 35 metri
sopra il Lago, mentre il soprastante livello morenico G.II, esaratò, si trova in aria; ed il tutto è
coperto dal Riss. Pertanto il livello a morenico grossolano, sottostante all Ana,glaciale G.II , può testi¬
moniare il primo Stadio del Giinz ( G.I ); ed i sottostanti conglomerati alpini, VAnaglaciale Gl. Ciò
in analogia colla serie di Leffe e con quella di Ponte Clisi (fig. 6, p. 95).
Q) Venzo S. - Stadi della glaciazione del Donau sotto al Giinz... INQTJA, Roma Pisa, 1953. Roma, 1956; p.
70 e p. 66, fig. 1.
( 2 ) Lona F. - Contributi alla storia della veget ..Analisi pollinica di Leffe. Milano, 1950; Quadro p. 160, liv.
6, m 13.50-15.50.
90
S. VENZO
La serie comprensiva da me ricostruita e schematizzata nella Fig. 5, chiarisce tutta la succes¬
sione, permettendo una datazione sicura. Essa è comprovata dai reperti paleontologici delle argille
iacustri, al tetto delle due cave esaminate. Da queste argille proviene anche la ricca flora a Diatomee
di Portese, studiata dal Corti sin dal 1895 (pp. 115, 129-135) :
Epithemia argus Ehr.
Epithemia zebra Ehr.
Fragilaria mutabilis Grììn.
*Gomphonema glaciale Ivtz.
*Melosira distans Ehr. var. nivalìs W. Sm.
Odontidium anceps Ehr.
*OdonUdium hjemale Lyngb.
* Odontidium hjemale var. turgidum Ktz.
* Odontidium anceps var. mesodon Ktz.
*Pinnularia mesoplecta var. nivalis Ehr.
Pinnularia nobilis Ei-ir.
Pinnularia viridis Rab.
Synedra ulna Ehr.
Surinella helvetica Br.
Su 14 specie, ben 6 (segnate con *) sono di acque nivali e le altre alpine: mentre le argille
lacustri si trovano a meno di 100 metri di quota ! Ciò conferma appieno i dati pollinologici. Corti
stesso ebbe ad osservare che otto forme di Diatomee sono comuni colle argille di Beffe, che Bonardi e
Parona allora ritenevano appartenere ad una delle prime fasi glaciali del Quaternario : e che ora sap¬
piamo spettare al Donai! e rispettivamente al Giinz (Venzo ( 1 )). Corti concluse allora, ritenendo le
argille di Portese alquanto più recenti di quelle di Beffe : infatti tale flora a Diatomee di acque gla¬
ciali, può trovarsi anche nelle glaciazioni successive.
Ricordo che la terna d’acqua glaciale Melo sira hjemalis, Himantidium biceps e Odontidium
hjemale si trova nelle argille lacustri del Giinz (Villafranchiano fresco) dell’Adda di Paderno, circa
80 metri sotto il ferretto del Mindel (Venzo ( 2 )).
Flora a Diatomee del tutto consimile a quella di Portese, proviene da livelli argillosi, alternanti
a morenico alpino, del Chiese di Mocasina (fig. 6 a p. 95): essendo essi sottostanti 30 e più metri
al ferretto del Mindel I, io li riterrei pure attribuibili al Giinz. Questa datazione è discussa in seguito.
Discussione cronologica della serie comprensiva Gùnz-Mindel di S. Rocco - Punta del Corno.—
La serie comprensiva è illustrata dalla fig. 5. Come vedemmo, a S. Rocco, le argille e sabbie
glaciolacustri a ciottolini anche alpini, levigati e striati, con imponenti crioturbazioni, pollini e Dia¬
tomee testimonianti clima glaciale, si trovano 20 metri sotto morena grossolana. Questa è alterata verso
la superficie in tipico ferretto, provando trattarsi di Mindel ; con ogni probabilità antico ( Mindel I),
data la successione. I sedimenti glaciolacustri si sviluppano in basso per 25 metri: alle Cave di
Punta del Corno, al di sotto, si trova potente morena alpina, ormai 50 e più metri sottostante al Min-
dei I. Essa può testimoniare il G. II ; e di conseguenza i depositi glaciolacustri vengono a cadere nel
corrispondente cataglaciale ( Catagl. G. II). Tale facies è connessa col ritiro finale della fronte gla¬
ciale. Anche nel Cataglaciale G. II del Chiese di Torre, si trova, come vedremo, livello lacustre a
Diatomee nivali (fig. 6, liv. 4). Sedimenti argillosi consimili si formarono anche nel tardo Giinz del
Varesotto (Nangeroni). Nella Brianza, invece, il Cataglaciale Giinz sembra testimoniato soltanto da
morene fangose di fondo. Livello argilloso a Diatomee nivali, venne da me identificato sotto il ceppo
calcareo e prealpino dell’Adda di Paderno; ma esso sottosta al Fluvioglaciale valtellinese del Giinz
(Venzo, Rinvenimento di Anancus, fig. 3), cosicché può spettare a Stadio del Donau (Venzo, Geo-
morph. Aufnahme, Abb. 1).
Nelle Cave di Porto, alla base della serie argillosa glaciolacustre, troviamo morena fangosa di
fondo (complesso b, della fig. 5), con ciottoli levigati e striati. Essa comprova l’inizio della fase di
ritiro finale del Giinz ( Cataglaciale G. II). Il morenico fangoso determinò l’impermeabilizzazione dei
sedimenti ghiaiosi sottostanti ; nonché, presumibilmente, delle cerehie moreniche più esterne, che pote-
0) Venzo S. - Stadi della glaciazione del Donau sotto il Giinz. INQTJA 1953, p. 66, fig. 1.
( 2 ) Venzo S. - Rinvenimento di Anancus arvernensis ecc. 1950, p. 61, fig. 3.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
91
Ferretto a 500m sopra Villa Sesia
t ~~—-—. biseca di morenico* R~iss~ ~cori~Fer rètto PtTnsineqqZà to'
■ E ITnTPlTni^L^ ’ -- | OS
Conglo m e rati con ciottoioni alpini
Morenico MINDEL E
Conglomerati con ciottoli, .alpini
Anaptaciate PliNDEL E
Argille sabbiose lsLcustri~Ca.taglacia.le H.I
"Ferrétto ~téI n'del'T~I n 'pósto
Morenico a grosse, erratici
alpini Al/tvDEL I
_ >
I
I
I
Argille lacustri a diatomee J
ncvali e poliorni Cipri. G.7L |
Alternanza a morena oh fondo ■
•° o° «°«o° “ 0 °a °ili ° o °"A Morenico pAcaoos o
c.*j ? f °o°°o'" ? ° 0 a ° jC f/E o\ cementato con erratico ,
“vo/o“?‘f :< b° 'p/f\ ripone - Gonze >b)
« » T . „ . = « « o « » . Conplomerate alpi_\
ni-Anapl. Gu/vz E !
Fig. 5. - Serie comprensiva del Pleistocene antico (Giinz e Mindel), lungo la sponda meridionale del Golfo di Salò, dal
Cimitero di S. Rocco - Porto di Portese - Punta del Corno :
a) serie dell ’anticlinale di Punta del Corno, da confrontare con quella del pozzo trivellato di Ponte Olisi (Pig. 6).
b) serie Cava 300m est dell’Albergo Bellavista di Porto (foto Tav. Vili, fig. 2; Tav. X, fig. 2).
c) dettaglio Cava Fratelli Tosi (foto Tav. Vili, fig. 1 ; Tav. IX, fig. 1).
d ) serie della Cava II“, 200m est del Cimitero di S. Rocco ITav. IX, fig. 2).
e) serie della vailetta sopra Casa Floridi, 700m ovest di S. Rocco (foto figg. 3 e 4 nel testo).
f) serie vailetta sopra la Cava II a - vallone sotto Cisano (ferretto al tetto).
92
S. VENZO
rollo sbarrare il più antico Lago di Garda, quello tardo-gùnziano. Questa fase lacustre potè forse per¬
durare nell’Interglaciale G-M -. ma i sedimenti superiori di clima temperato, vennero sollevati e suc¬
cessivamente erosi. Lo provano i conglomerati discordanti e suborizzontali dell ’Anaglaciale M.I
(fig. 5).
Sotto la morena Giinz II, affiorano 15 metri di ghiaie cementate o conglomerati, a ciottoli anche
alpini, evidentemente anaglaciali (An. Gunz II). Essi sono illustrati a Tav. Vili, fig. 1 ed a Tav. X,
fig. 2. Tali conglomerati s’immergono nel Lago: ma sotto, al nucleo dell’ampia anticipale di Punta
del Conio, affiora un altro morenico con ciottoloni alpini, che può testimoniare il Gunz I. Questo viene
a trovarsi 15-25 metri sotto il morenico G. II. Ciò costituisce nuova importante prova della biparti¬
zione del Giinz; in accordo coi dati stratigrafici della trivellazione di Ponte Clisi (Fig. 6), nonché
coi dati pollinici e climatici della successione lacustre di Leffe (Venzo ( 1 )).
>Sopra alle Cave di Porto, le argille lacustri del Catagaciale G. II risultano pure coperte dal
conglomerato dell ’Anaglaciale M. I e dalla corrispondente morena cementata con al tetto il ferretto
di alterazione (Carta). Questa serie, corrispondente a quella di S. Rocco, affiora nella vallecola sopra
Porto, circa 500 metri ad ENE di Portese; lungo la carrareccia che si diparte dallo stradone e si
dirige a Punta del Corno. Su di essa affiora anche il ferretto.
All’orlo superiore della scarpata conglomeratica di Punta del Corno, affiora lente di ferretto
del Mindel : tutto appare coperto da placca di morenico giallo-arancio del Riss, come indico sulla
Caa ta. Per la copertura rissiana, Cozzaglio, in accordo con Penck, aveva invece attribuito i conglo¬
merati di Portese all’Interglaciale Mindel-Riss (Cozzaglio, Foglio Peschiera).
A sud della Punta del Corno, i banconi conglomeratici del Giinz inclinano sui 10° a SE, co¬
sicché, sotto la Cascina Bovino, sono ancora conservate le soprastanti argille lacustri cataglaciali. Su di
esse è costruita la nuova Villa dei Milanesi, col giardino a terrazzo 10 metri sopra il Lago. In alto, la
scarpata è costituita dai conglomerati dell ’Anaglaciale Mindel I (pallini rossi della Carta). Anche qui,
1 esarazione rissiana dovè asportare il ferretto; cosicché i conglomerati risultano direttamente coperti
dal Riss. Quest’ultimo è a sua volta coperto più ad ovest dal morenico fresco, in debole cordone, del
Wiirm (M. Corno - Montiroli di Tènesi).
I conglomerati del Mindel affiorano, lungo la costa rocciosa del Lago, anche molto a sud : sotto
la Rocca di Manerba, dove sono coperti da lembo di tipico ferretto (Carta)-, sopra la scarpata a calcari
nummulitici di Dusano; nell’ampia insenatura a nord di S. Sivino; come pure alla scarpata ad est di
Padenghe, sotto lo stradone asfaltato Cunettone-Desenzano. Come indico sulla Carta, anche qui, i con¬
glomerati sono coperti da lente di ferretto, e poi dal Riss e dal Wiirm (cordoncino di Colombèra,
lungo lo stradone).
Sollevamento e piegamento del Gunz di S. Rocco - Punta del Corno. — Le formazioni giin-
ziane risultano inclinate ed anche debolmente piegate. Le argille lacustri cataglaciali delle cave ad
est di S. Rocco sono inclinate di una dozzina di gradi a sud (Tav. IX, foto 2), mentre alle Cave di
Punta del Corno, esse mostrano inclinazione di 10° NO. Alla Punta del Corno, la sottostante serie
conglomeratica, col morenico cementato alternante (G. I e II), è piegata ad ampia ed attenuata anti¬
clinale; e le argille lacustri superiori risultano esarate. Dato che i conglomerati dell ’Anaglaciale Min-
dei I della Cava II a di S. Rocco (Tav. IX, fig. 2) sono discordanti e sub-orizzontali, ne consegue che
tali sollevamenti doverono verificarsi durante 1 ’Interglaciale Gunz-Mindel. Ciò è schematizzato anche
nella fig. 5. La faglietta, con rigetto sui 20 metri, del Vallone di Barbarano (Gardone), che interessa
il morenico Gunz II ed i soprastanti conglomerati del G-M (fig. 9, a pag. 104), testimonia che gli as¬
sestamenti tettonici nella regione occidentale del Garda continuarono sino alla fine dell'Interglaciale
Giinz-Mindgl e forse perdurarono nel Mindel stesso. Infatti, ai lati del vallone di Barbarano non si
vede se gli esigui lembi di morenico non cementato, alterato in ferretto, sono dislocati.
C) Venzo S. - Stadi della glaciazione del Donau sotto al Giinz, 1956; p. 66, fig. 1, e p. 72, fig. 3.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
98
LA SERIE DONAU - GÙNZ - MINDEL I DEL CHIESE DI CALVAGESE
Questa serie del Pleistocene più antico affiora per il tratto superiore Gùnz e Mindel, nell’inci¬
sione del Chiese, all’esterno dell’anfiteatro morenico a ferretto del Mindel; nel punto dove il fiume
scorre alla base della sottostante scarpata coiiglomeratica, che è incisa per 35 metri. Nell’alveo affiora
il morenico Gùnz II, come chiarito sulla Carta e, più particolarmente, a fig. 6 nel testo. Pozzo tri¬
vellato in tale morenico, in riva al Chiese, scende nella sottostante serie continentale per 121 metri,
sino al interessare il Calabriano inferiore.
In questa zona ebbero a compiere osservazioni Penck, Fertjglio e Cozzaglio, che portarono
ciascuno un piccolo spaccato ; come già ricordai nel capitolo « Le -precedenti conoscenze con osserva¬
zioni critiche in base ai nuovi dati ».
La serie viene qui descritta dall’alto in basso, contrariamente all’uso, poiché la datazione del
morenico a ferretto di tetto è fondamentale per l’interpretazione cronologica della serie sottostante;
similmente a Leffe. Il ferretto della zona di Cavalgese-Torre-Mocasina, fà parte della più esterna cer¬
chia morenica a ferretto, assai degradata, e sospesa di 30-35 metri sul Chiese : pertanto esso deve at¬
tribuirsi al Mindel I, in accordo con quanto già riscontrato nella Lombardia centro-occidentale (Adda,
Brianza, Comasco, Varesotto). Più all’esterno, ad occidente del Chiese, troviamo soltanto il corrispon¬
dente terrazzo fluvioglaciale a ferretto, senza traccia di morene (Carta) ; il che conferma trattarsi pro¬
prio della più esterna cerchia del Mindel. Questa cerchia a ferretto, molto degradata, si trova km
1.5-2.5 all’esterno della cerchia del Mindel II (Carta).
11 Mendel I si sviluppa a sud in potente ed estesa cerchia, per ben 25 chilometri sino a Car-
penedolo ; a SE, manca soltanto perchè interrotta ed asportata dai più recenti scaricatori del Riss e
del W tirai. Essa si mantiene sempre 4-5 chilometri all’esterno del Riss I , mai alterato in tipico fer¬
retto e di facile distinzione.
Discussione sull’attribuzione del ferretto al Mindel (in accordo con tutti gli specialisti e rileva¬
tori della Lombardia e Piemonte) portai in apposito capitolo della mia nota « Stadi della Glaciazione
del Donati sotto al Gùnz ed al Mindel a Leffe» (INQUA, Roma, 1953, p. 83). Qui, l’attribuzione del
ferretto di tetto al tardo Mindel (III?) è ulteriormente comprovata dai nuovi dati pollinici della serie
superiore G-M (Venzo-Lona, in corso); nonché dal rinvenimento nel mio Interglaciale G-M inferiore
del VElephas meridionali evol., studiato da Vialli (1956). Se a Leffe il ferretto di tetto fosse stato
Riss invece di Mindel (come ritenuto da Penck e recentemente opinato da Gams), ed il sottostante
interglaciale di conseguenza il Mindel-Riss, non poteva certo trovarsi il meridionali, ma forma più re¬
cente come ad esempio 1 ’amtiquus! Sulla questione mi dilungherò maggiormente nel capitolo sul Min-
dei. Per ora mi basta poter concludere che il morenico a ferretto di Calvagese - Torre - Mocasina è
Mindel e non Riss (come già ritenuto da Penck p. 872, e Feruglio). Ricordo che Cozzaglio nei Fogli
Peschiera-Brescia lo attribuì giustamente al Mindel; mentre il sottostante Gùnz non era sinora stato
individuato.
Ecco la serie delle vailette di Torre e Mocasina — col ferretto del Mindel I al tetto —, svilup¬
pata sino nell’alveo del Chiese: la esemplifico nella figura 6 a pag. 95. Inizio colla successione dall’alto
in basso, nella più settentrionale vailetta di Torre:
1) terrazzo ondulato ad ampi dossi, di argille rosso vivo, debolmente sabbiose, con ciottoli esclusivamente silicei,
di porfido atesino, gneiss, tonalite, ecc. (ferretto del Mindel I). La potenza dell’alterazione in ferretto è variabile sino
ad un massimo di 5 metri, come appare in scassi presso Cascina La Torre. Sull’orlo del terrazzo, il ferretto, per
l'erosione superficiale, si assottiglia sino ad essere talora completamente asportato ; cosicché affiora la sottostante
morena (orlo del terrazzo a ferretto di Mocasina, sulla strada che sale da Ponte Olisi).
2) metri 8 di morena sabbioso-argillosa giallina, con ciottoli di calcari grigi levigati e striati, e numerosi ciot¬
toli — anche molto grossi — di porfido atesino, gneiss, tonalite che si sfarina (morena di fondo del Mindel 1).
Trattandosi evidentemente di morena di fondo, è presumibile che la corrispondente cerehia morenica frontale
fosse un po’ più esterna; ma asportata dal Chiese.
94
S. VENZO
3) metri 15 di conglomerato calcareo compatto, con ciottoli anehe alpini, stratificato ed in grossi banchi, di
aspetto fluviale (Interglaciale G-M).
4) sottosta un metro e trenta di argille gialle lacustri: analizzate da Lona, risultarono sterili di pollini e con
Dìatomee (terna d’acque nivali Melosira hjemalis, Himantìdium biceps, Odontidium Mentale), testimonianti clima gla¬
ciale (Cataglaciale Gùnz II).
Questo livello non sembra corrispondere alle argille giallo-zonate ricche di Dìatomee nivali, raccolte da Caccia-
mali lungo il corso del Chiese presso Bedizzole e nel Vallone tra Masciaga e Cantrina (2500 metri a SO di Mocasina),
studiate da Corti (p. 111). Infatti esse sembrano più recenti, dato che Corti le indica «nettamente distinte dal Fer¬
retto sottostante più antico ». Nel nostro caso ci troviamo invece 23 metri sotto il ferretto.
o) circa 10 metri a grossi blocchi spigolosi di calcari bianchi oolitici, cementati a costituire gigantesca breccia
calcarea; qualche blocco, sopra la strada di base alla scarpata, raggiunge il diametro di 4-5 metri!
L’aspetto è di materiale di gigantesca frana, minimamente fluitato. Probabilmente la frana, nei calcari ooli¬
tici del Dogger lungo la ripida sponda occidentale del Garda, cadde sul ghiacciaio e finì col depositarsi qui, lontano
da ogni rilievo , formando la cerchia della fronte occidentale dell’Anfiteatro (Carta). Infatti, 500 metri a sud, allo
sbocco meridionale della valletta di Mocasina, lo stesso livello (5'; fig. 6), è costituito da 10 metri di tipica morena
ciottolosa e cementata quasi a conglomerato; con ciottoli calcarei talora levigati e striati e qualcuno di porfido vio¬
laceo atesino (diam. 10-20 cm). Il livello morenico in questione è attribuibile, per la sua posizione stratigrafica, al Giinz II.
6) alternanza di argille gialle, sul mezzo metro di potenza, attribuibile, per la sua posizione stratigrafica, al
Giinz II. Da esso, talora giallo-arancio, sembra provenire la ricca flora a Dìatomee, classificata da Corti (1895,
p. 112-13). Il suo campione 2, raccolto da Cacciamali lungo il corso del Chiese nel Vallone di Calvagese (cioè circa 700
metri a nord, dove la formazione lacustre continua), e detto, nel Quadro di p. 128-29, «inferiore alla morena lungo il
CMese » ; cioè nella medesima posizione stratigrafica, oltreché morfologica. Lo argille lacustri contengono :
* Achnanthes flexella var. alpestris Brun.
* Asterionella formosa Hass.
* Cymbella alpina Grun.
Cymbella caespitosum Ktz.
Cymbella gracilis var. laevìs Naeg.
* THatomella balfouriana Grev
Epithemia argus Eiir.
Epithemia ocellata Ehr.
* Fragilaria virescens Ralfs.
* Gomphoncma gcminatum Ag.
** Gomphonema glaciale Ktz.
Eimantidium argus var. majus W. Sm.
Melosira varians Ag.
Odontidium lijemale Lyngb.
Odontidium hjemale var. turgidum Ktz.
Pinnularia divergens Sm.
Pinnularia mesoplecta var. nivalis Eiir.
Synedra lunarie Eiir.
Stauroneis platystoma Eiir.
Surinella helvetica Br.
Surinella spiralis Ktz.
Grunovia sinuata Rab.
Sono indicate con * le specie alpine, con ** le specie nivali. Mancano nel Quadro di Corti le specie lacustri, ma
a pag. 113 egli specifica: l’abbondanza del genere Cy dote Ila la dimostra formazione lacustre. Le 4 specie nivali te¬
stimoniano trattarsi di acque glaciali. Ricordo che tra le 22 forme, Odontidium hjemale e var. turgidum, Gompho¬
nema glaciale, nonché Pinnularia mesoplecta var. nivalis, si trovano nelle argille glaeio-lacustri del Cataglaciale Gùnz II
di Portese.
7) alternanza di un paio di metri a conglomerati calcarei fluvioglaciali con rari ciottoli alpini. Questo livello
affiora particolarmente in corrispondenza della piccola incisione del torrentello, che scende dal Vallone di Mocasina, ed
incide la base della ripida scarpata cepposa, poco prima di confluire nel Chiese.
La sottostante serie affiora nell’alveo del Chiese di Mocasina: il prato si trova su basso ter¬
razzo del VAlluvium antico, inciso nel morenico argilloso del liv. 8. L’alveo del fiume, inciso per 35
metri sotto l’alto terrazzo a ferretto, interessa morena ad argille gialle, talora con enormi massi (6 m)
di calcari bianchi oolitici ; qualcuno di questi massi è conservato in posto, sulla sponda destra. Nella
morena sono comuni i ciottoli di porfido atesino ; piu rari invece quelli di gneiss.Sono inoltre presenti
ciottoli di calcari, tra i quali quelli grigi evidentemente levigati e striati. Pertanto questa morena
{Giinz II) risulta prevalentemente di fondo. Essa costituisce la scarpata occidentale del Chiese: sui 7
metri di scarpata, i 4 inferiori risultano di morene gialle, mentre i 3 superiori sono costituiti da ghiaie
grossolane e con ciottoli alpini del terrazzo Anaglaciale W. I (fig. 6).
Circa km 1.5 più a nord, allo stesso livello nel Chiese, consimile morena affiora alla testata
orientale del Ponte Clisi (Carta): qui, il ponte in muratura è basato su conglomerato compatto, es¬
senzialmente calcareo, ma ricco di grossi ciottoli di porfido atesino e di gneiss.
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Ghiaia mista e Crovanti tip-
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Gh ia. la con ciottolò alpen t !?* 0 i
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Conpiomerato ! • *
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Gheaoa con ceotioloni alpini 'op°
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Ciottoli alpini con sa lòia
GA la ia con pross e « tro vanti» |£?Cg
Conplo/nerato compatto \«
\rpella cenere
la c us tre
Ciottoli alpcne e p/icaoa
Ghiaia con arpllla compatta
Appella cenere compatta
Gklaletta con. sabbia e ciottoli
Arpllla compa tta con
ciottoli alpini
i— -
o/ tfjlnDiofe
5 febbraio 5}
Om
Sabbia con ghiaietto
Argilla sabbiosa e ghiaie
_/\rqtl_lrì_ rossiccta_ _ccv? _cipt.
Argilla compatta azzurra
03 “°
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■777.3gA.rn.
CALABR/ANO irij?
Pig.O. — Serie Mindel I-Gunz II delle vallette della Torre e di Mocasina, viste da nord: sotto, serie Gunz II-Donait
del pozzo trivellato 500 metri a nord, per l’acquedotto di Calvagese, presso Cascina Ponte Olisi, lungo il fiume
Chiese. Risulta ben evidente la bipartizione del Donau e quella del Giinz, in accordo colla mia serie a pollini di Leffe.
4
96
S. VENZÒ
A sud del Chiese di Mocasina, il morenico Giinz II costituisce la scarpata occidentale per oltre
un chilometro; con lembi anche sulla sponda orientale, sotto la serie conglomeratica della grande
scarpata premindeliana {Carta). Morenico ghiaioso cementato, coi soliti ciottoloni di porfido atesino e
di gneiss (sempre del G. II), affiora nell’alveo del Chiese anche al Ponte di Bedizzole, due chilo¬
metri più a sud. 1 ciottoloni alpini (talora sino a 2 metri) che si trovano nel letto pianeggiante del
Chiese, da Ponte Clisi sino oltre il Ponte di Bedizzole, per lo meno in parte, sono dovuti allo smantel¬
lamento del morenico Giinz in sito : lo stesso dicasi per gli enormi erratici spigolosi di calcari bianchi
oolitici, del diametro anche di 6 metri.
Come appare dalla fig. 6, il morenico Giinz II, in corrispondenza della Cascina presso Ponte
Clisi, circa 500 metri a nord della vailetta La Torre, venne interessato da trivellazione di 121 metri
per (acquedotto comunale di Calvagese ( 1 ). La successione stratigrafica, colle facies attraversate, è in¬
dicata nella figura coll’interpretazione cronologica.
Discussione stratigrafica della serie Mindel I - Donau del Chiese di Calvagese - Mocasina. —
Essa sottosta al Morenico Mindel I di tetto, alterato in tipico ferretto, risultando più antica. Già ve¬
demmo le ragioni che permettono di attribuire i livelli 1-2 al Mindel I. 1 sottostanti 15 metri di con¬
glomerati poligenici stratificati e con ciottoli anche alpini, sono evidentemente fluviali. Essi risultano
corrispondenti, anche per posizione stratigrafica, al «ceppo» dell’Oglio, Brembo, Adda, Lambro e
Olona, che è sempre coperto da ferretto. Devono pertanto attribuirsi all ’Interglaciale Gunz-Mindel,
come provato anche dalla serie sottostante. Il livello argilloso lacustre a Diatomee nivali del n. 4, può
testimoniare il Cataglaciale G. II ; risultando sincrono alle argille lacustri con crioturbazioni, pollini
e Diatomee nivali, di S. Rocco-Porto (fig. 5, serie b-c).
Mancano nella serie del Chiese, le ghiaie più o meno cementate dell ’Anaglaciale M. I ; potenti
12-15 metri nella scarpata di S. Rocco-Porto. Evidentemente, nella zona del Chiese le condizioni mor¬
fologiche non permettevano il deposito di alluvioni fluvioglaciali, che si potevano accumulare solo
nelle depressioni. Viceversa, lungo il Chiese, sono sempre sviluppati i conglomerati fluviali intergla¬
ciali (Carta), che mancano a S. Rocco-Porto. Essi provano che nel G-M, il fiume doveva scorrere
nella zona attuale, pur 20-30 metri più in alto; rimaneggiando i ciottoli di porfido atesino dalle mo¬
rene giinziane.
Il sottostante liv. 5-5', alla base della scarpata conglomeratica, è morenico; cade pertanto nel
Giinz II. Ci troviamo difatti una ventina di metri sotto il Mindel 1, qui inoltre mancante della serie
ghiaiosa anaglaciale.
L’alternanza ad argille lacustri con Diatomee nivali del liv. 6, sta a confermare il clima
freddo, glaciale. Probabilmente, la fronte del Giinz II, per oscillazione negativa, determinò all’esterno
transitoria fase lacustre. Sotto, il livello conglomeratico 7, di soli due metri, sembra piuttosto fluviale.
Anch’esso testimonia debole ritiro della fronte G. II.
Sottostanno le morene del liv. 8, sempre del G. II. Potenti complessivamente 13 metri, esse ri¬
sultano argillose, ricche di ciottoloni alpini specialmente di porfido atesino, e con ciottoli levigati e
striati di calcari. Ciò prova trattarsi essenzialmente di morena di fondo. Ne consegue che la cerchia
frontale del G. II, doveva trovarsi un po’ più all’esterno, ad ovest dell’attuale Chiese. Si ritrovano
in questa morena gli enormi erratici di calcari bianchi oolitici, presenti ed ammassati per frana, nella
superiore morena del liv. 5, sopra la strada.
Da m 11.30 a 34.85, la trivellazione incontrò alternanze conglomeratiche e ghiaioso-sabbiose, che
possono testimoniare 1 Anaglaciale Giinz II ; cioè la fase fluvioglaciale del periodo di espansione del
( ) L Ill.mo Signor Sindaco di Calvagese mi cedette gentilmente in istudio la sezione del pozzo trivellato per
l’acquedotto comunale nella località Campagnolo o Cascina di Calvagese; eseguito dal dott. ing. Camillo Traversa di
Brescia, dal giugno al novembre 1953. Lo ringrazio pertanto pubblicamente.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
97
secondo Stadio giinziano. Sopra, infatti, troviamo il morenico del maximum G. II. Consimile serie
affiora, come vedemmo, nelle cave di Punta del Corno (Fig. 5, serie b).
Da m 35 a 48.50 è attraversato nuovo morenico, con ciottoli alpini e « grossi trovanti » di por¬
fido atesino specialmente nel livello inferiore. Questo morenico grossolano, potente m 13.50, essenzial¬
mente ghiaioso, e con piccole alternanze conglomeratiche, può testimoniare il più antico Stadio del
Gùnz, cioè il Gunz I. I sottostanti 3-4 metri di conglomerato minuto, possono di conseguenza testimo¬
niare la corrispondente fase anaglaciale ( Anaglaciale Gunz I). Ci troviamo infatti già 80 metri sotto
il ferretto del Mindel I.
Da m 51.90 a 82.50, troviamo 30 metri di argille ceneri, testimonianti lunga fase lacustre:
stando sotto all ’Anaglaciale G. I, ed in analogia colla mia serie a pollini di Leffe, sono indotto ad at¬
tribuirle all’ Interglaciale Donau-Gùnz. Infatti, la potenza e continuità del sedimento lacustre sembra
provare trattarsi di Interglaciale piuttosto che di Interstadiale. A Leffe, le corrispondenti microvarve
lacustri, sottostanti 52-62 metri al ferretto del Mindel (Venzo, Stadi glac. Donati INQUA 1953, fig. 1).
contengono pollini di Carya + Ptcrocarya 40%, Cedrus 20%, Pinus 12 - 20%, Quercus, Ulmus,
Abies, Tsuga, Gastanea ecc. : cioè associazione forestale di clima temperato-caldo, interglaciale per
zona di quota sui 400 metri ed internata 20 km nella Val Seriana. La mancanza di dati paleontologici
nelle argille lacustri inferiori del Chiese, attorno ai 70 metri di profondità, non permette stabilire il
limite tra sedimento interglaciale e quello ancor freddo del precedente Cataglaciale Donali III : per¬
tanto esso, presunto nella fig. 6 è indicato con ?. La maggior potenza dell r Inter glaciale I)-G del
Chiese, rispetto a Leffe (soli 10.50 m), è dovuta alla natura diversa dei sedimenti lacustri. A Leffe si
tratta di marne calcaree finissime di floculazione : lo dimostrano le microvarve, che raggiungono
anche il numero di 4000 per metro. Invece al Chiese si tratta verosimilmente di fanghi argillosi con¬
nessi con torbide di piena.
Sotto i metri 82.50, troviamo alternanza di ghiaia grossolana con ciottoli (non grossi) di por¬
fido atesino; essa potrebbe pertanto attribuirsi a fluvioglaciale del tardo Donali ( Donau III?). Que¬
sta attribuzione, oltreché per la facies e la successione stratigrafica, sembra plausibile per la profon¬
dità di ben 110 metri sotto il Mindel 11
Da m 86-93.50 vennero trivellate ghiaie con argilla compatta; presumibilmente facies lacustre
o glaciolacustre dello stesso Stadio superiore del Donau ( lacustre Donau 77/?). L’argilla cenere com¬
patta da metri 93.50 a 98.77, farebbe pensare a breve fase lacustre interstadiale (. Interstadio Donau
1I-III ), come a Leffe. L’argilla compatta con ciottoli anche di porfido atesino (scheggie ben cono¬
sciute dai trivellatori) da m 99.65 a 108, potrebbe testimoniare fase glaciolacustre del Donaii II : la
sottostante sabbia con ghiaietto, dai 108 ai 117 metri, potrebbe far pensare alla corrispondente fase
anaglaciale ( Anaglaciale Donau II). Ormai ci troviamo oltre 150 metri sotto il ferretto di tetto, del
Mindel I!
Il livellette sotto i 117 metri, ad argilla rossiccia con ciottoli, indurrebbe a pensare ad inizio di
serie continentale, con rimaneggiamento di terra rossa carsica. Infatti, le sottostanti argille compatte
azzurre (pur mancando i dati paleontologici), potrebbero ormai essere marine; trovandosi a soli 39-
36 metri sul livello del mare.
A Castenedolo, appena 12 km in linea d’aria, il Calabriano venne recentemente attraversato
nella trivellazione AGIP 1953, dalla superficie (quota 110) sino alla profondità di m. 535 (Perconig,
1956) ; come già si vide nel capitolo su « Le precedenti conoscenze ... ». Non mi sembra improbabile
pertanto l’ipotesi che a Ponte Olisi, ormai 160 metri sotto il M. I, possa trattarsi di Calabriano infe¬
riore. Ciò concorderebbe colla soprastante successione sino al morenico G. Il (Villafranchiano fresco).
Infatti il Giinz è, in genere, ritenuto sincrono al Calabriano superiore marino, ricco di ospiti nordici.
I livelli acquiferi. — Come risulta dalla figura 6 vennero incontrate 5 falde: la prima sotto i
m 26.65, la seconda sotto i m 34.85, la terza sotto i m 82.50 nelle ghiaie alpine del Donau III ; la
quarta, ridotta, sotto i m 98.17; e la quinta sotto i metri 108, assai potente, e risaliente per 70-80 metri.
98
S. VENZO
Essa si trova nelle sabbie con ghiaietto dell ’Anaglaciale Donati II-, e sotto a 118 metri, si trovano le
argille azzurre, nelle quali il trivellatore giustamente si fermò. Non trovo indicati i dati sulle rispet¬
tive portate. La prima falda, come d’uso, non venne captata; mentre le successive, in pressione, mi
si disse superano i 50 litri al minuto secondo.
Confronti collo spaccato Cozzaglio "Sul Neozoico antico del Chiese - Valloni della Torre e di Mo-
casina „. - Esso differisce dal tratto superiore della serie illustrata dalla mia figura 6. Come appare
confrontando la Tav. II delle sue Note illustrative, è portata un’attribuzione stratigrafica soltanto
per la morena ferrettizzata y di tetto ; essa risulta equivalente del Mindel {Foglio Peschiera). Cozza¬
gli, sotto il suo Diluviale cementato (mio Interglaciale G-M), seguendo Penck (p. 872 e foto p. 873)
e Per colio, segna potente livello a ferretto : questo sarebbe di alterazione della sottostante morena ce¬
mentata x. Io, che rilevai ripetutamente la zona, a tale livello riscontrai la presenza di argille lacu¬
stri giallo-arancio, con Diatomee nivali e potenza di soli m 1.50. Nessuna traccia, entro la serie, di vero
ferretto; che d’altronde non avrebbe potuto formarsi per la copertura protettiva dei soprastanti con¬
glomerati interglaciali {G-M). Ciò, del resto, in analogia con quanto ora ben noto nel Bergamasco,
Briànza e Varesotto. Allo sbocco della vailetta La Torre, si osserva in alto a nord, livello a ferretto :
ma questo è superficiale e leggermente smottato, al limite di alto e piccolo terrazzo tardo-mindeliano
del Chiese. Il ferretto nulla ha a che vedere colla serie, che si segue agevolmente nella valletta!
Le argille giallastre sottostanti alla morena x (mio liv. 5), risultano esagerate, essendo in ef¬
fetti ridotte a mezzo metro. Esse contengono la ricca flora a Diatomee nivali, già studiata da Corti,
ma della quale sinora non si tenne conto. La sottostante breccia calcarea a grossi blocchi, interessata
dall’alveo del Chiese, che lasciò perplesso Cozzaglio, passa, 500 metri più a sud, a tipici morena ar¬
gillosa con ciottoli anche alpini (mio liv. 8 : morena di fondo del G. II).
Penck (1909) e Feruglio (1929), nel loro spaccato, attribuirono la morena a ferretto di tetto,
al Riss invece che al Mindel; forse perchè all’orlo del terrazzo, il ferretto è in gran parte dilavato’
ed il sottostante morenico risulta poco alterato. Fatto questo, da me riscontrato anche salendo per la
strada di Mocasina, in alto alla scarpata conglomeratica : ma tutt 'attorno, il grande piaualto ondulato
o debolmente collinoso, è costituito da tipico ferretto {Carta e fig. 14, II e ITI). In conseguenza di
tale erronea interpretazione, Penck e Feruglio attribuirono il morenico sottostante al « ceppo » al
Mindel invece che al Giinz; considerando il livello lacustre a Diatomee (mio n. 4), come ferretto di
alterazione del morenico sottostante !
Osservazioni sulla pluripartizione del Donau e del Giinz e confronti colla serie lacustre a pollini
di beffe. — Il Donau trivellato a Ponte disi, dai 75 ai 117 metri di profondità presenta due distinti
livelli: il superiore fluvioglaciale {Donau III) e l’inferiore glaciolacustre {Donau II). Un eventuale
Donati I (vedi Leffe) sembra qui sostituito dalla corrispondente facies marina: il più basso Cala-
briano {Quadro stratigrafico). Mancano nel Donau, a ghiaie con ciottoli di porfido, i grossi ciottoloni
di porfido violaceo atesino indicati dai trivellatori come « grossi trovanti » nel morenico G. I e nel G II.
Pertanto è più probabile trattarsi di fluvioglaciale, esterno alla fronte. Questa doveva trovarsi
più arretrata: portando nuovo dato sull’estensione della glaciazione del Donau, più ridotta del suc¬
cessivo Giinz. Ciò in accordo coi dati pollinologici di Leffe, da me discussi al Congresso INQUA di
Roma (1953, p. 66, fig. 1 e p. 75-76). Il deterioramento climatico nel Donau era attenuato e gli inverni
non molto freddi; a differenza invece del Giinz rigidissimo, con almeno due distinti livelli di clima
assai freddo.
Il livello freddo inferiore di Leffe {Donau II), a quota di soli 400 metri, contiene pollini di
I inus 5o%, Picea 35%, Betula, Tsuga, Abtes-, bosco confrontabile approssimativamente con quello
attuale attorno ai 1200-1500 metri. L ’Interstadio D. II/III, con Elephas meridionalis arcaico, risulta
di clima temperato-fresco; con flora mediocratica confrontabile coll’attuale sui 400-600 metri. Il li¬
vello più freddo' del Donau III contiene la terna di Diatomee nivali, e pollini di Pinus 50%, Picea
20%, Ccdrus 10%, Tsuga, 2%, Abies, Carya, Carpinus; cioè bosco confrontabile con quello attuale
attorno a 800-1300 metri.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
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Il G. I risulta molto freddo e caratterizzato da livello con pollini di Pinus 40%, Picea 20%,
Salix (o Artemisia) 25%, Betula 8%, Abies 4% ; che testimoniano un abbassamento del limite delle
nevi di oltre 1000 metri rispetto all’attuale.
Il G. II di Leffe è costituito da banco di lignite con pollini testimonianti raffreddamento cli¬
matico non molto forte ( Picea 30%, Pinus 25%, Abies 9%, Castanea 8%, Quercus. . .). Questo livello
intermedio tra quelli di clima ben più freddo del Giinz inferiore e superiore, nella serie di Ponte
Olisi può forse esser testimoniato dalle ghiaie con ciottoli alpini incluse nell ’An. G. II. Esse, tra i
metri 16.40-26.65, potrebbero anche esser dovute a ridotta fase fluvioglaciale. Pertanto il G. Ili di
Leffe, contenente Pinus 65%, Picea 27%, Abies 3%, Tsuga 3%, Salix, Vlmus, Betula, Cwrpinus,
verrebbe a corrispondere al morenico G. II di Ponte Olisi e di Porto. Il bosco della conca di Leffe, co¬
stituito da conifere montane con rarissime termofile, corrisponde all’odierno sui 1500-1800 metri. Tali
condizioni climatiche possono ben giustificare l’avanzata glaciale G. II del Garda sino oltre il Ponte
di Bedizzole, perfino all’esterno del M. I! Il Cataglaciale del Giinz superiore di Leffe (G. II) è ca¬
ratterizzato da bosco di clima mitigato: Pinus .29%, Abies 6%, Cedrus 3%, Vlmus 9%, Zelkova 3%,
Quercus 19%, Betula 16%, Alnus 3%, Salix 9% (equilibrio tra termofile e conifere fredde). Ma le
condizioni durante il deposito delle argille lacustri del Catgl. G. II di S. Rocco-Porto erano evidente¬
mente di clima più rigido : la fronte glaciale doveva essere ancor vicina, come provato dalle imponenti
crioturbazioni, nonché dalle Biatomee nivali e dai pollini di Pinus, Abies. Pur risultando iniziato il
ritiro del G. II, il clima era ancor freddo. Pertanto, se si vuol sottilizzare, i 25 metri di argille lacustri
si doverono sedimentare all’inizio del Cataglaciale G. II: argille superiori vennero probabilmente
asportate dall’erosione del successivo Interglaciale G-M. Difatti le ghiaie dell’Anaglaciale Mindel I,
a S. Rocco, sono discordanti (Tav. IX, fig. 2). I dati climatici di Leffe sembrano concordare colla po¬
sizione ed il grande sviluppo in potenza del morenico Giinz, che al Chiese si estende anche all’esterno
del Mindel I (posizione reciproca nella fig. 6).
Nella serie dal Donau al Mindel, nel Golfo di Salò - Chiese e Bedizzole, si riscontrano per la
prima volta a sud delle Alpi due distinti livelli morenici del Giinz, con interposta serie a ghiaie ana-
glaciali di oltre una ventina di metri. Sopra il Giinz, la serie del Chiese risulta continua per altri
25 metri, sviluppandosi sino al morenico Mindel I, a ferretto. Della presenza di due Stadi di more¬
nico Mindel, verrà trattato in seguito ; per ora rimando alla fig. 4. Questa pluripartizione, seppur
ancora avversata da qualche geologo, risulta in pieno accordo colla serie lacustre a pollini di Leffe,
nel Bergamasco, che si trova a 60 km di distanza in linea d’aria. Altri dati concordanti sono portati
dalla trivellazione del Bettoletto (Bedizzole) ; che scende sotto il morenico G. II sino alla profondità
di m 86.50, interessando anche il Donau superiore.
SERIE GUNZ - DONAU DELLA TRIVELLAZIONE DEL BETTOLETTO
SUL CHIESE PRESSO IL PONTE DI BEDIZZOLE
La trivellazione, circa km 4.5 a valle della precedente, venne eseguita nel 1950, per l’acque¬
dotto del Comune di Bedizzole (Q; questo, trovandosi sul pianalto a ferretto era povero d’acqua. Il
pozzo è situato su un terrazzo sospeso di 7 metri, in sponda sinistra subito a nord dello stradone, ed
a lato della «Seriola»; dove ora c’è piccola costruzione in muratura (stella rossa sulla Carta). Sotto
m 1.50 di ghiaie del Fluvioglaciale W. I, si trova il morenico ghiaioso del Giinz II, inferiore : corri¬
spondente a quello del mio liv. 8 della Fig. 6, che affiora alla medesima quota. La morena cementata
a conglomerato, con grossi ciot.toloni di porfido e gneiss, affiora anche qui nel letto del Chiese, spe¬
cialmente alla base della scarpata occidentale, alta ben 15 metri. Su tale conglomerato è basato il
ponte in muratura. La serie stratigrafica incontrata nella trivellazione, sino a 86 metri di profondità,
è illustrata nella Fig. 7 :
( l ) Ringrazio qui sentitamente il Signor Sindaco del Comune di Bedizzole, Avv. Chiodi, come pure il Segretario
comunale, per avermi gentilmente ceduto in istudio la sezione stratigrafica del Pozzo tubolare in Località Bettoletto.
Pozzo tubolare ^
Acquedotto di £eotizzote
L ocalota JBettoletto a fil del Ponte
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f55 777. S. 771 .
Pozzo Fa t torta Para di so sotto
all'interno Ceretta R /ss tt (tonato)
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Argilla grigia
sa licosa
Argilla grigia
col 40% de ghiaia
Ghiaia
Argilla grigia
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Argilla grigia
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Fig. 8
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sg- l- La trivellazione G. IL I). Ili al Bettoletto (Chiese) per l’Acquedotto del Comune di Bedizzole: evidente la
sovrapposizione dei due livelli a morenico grossolano G. II e I. Fig. 8. — La trivellazione Paradiso (Lonato), ap¬
pena all interno della cerehia H. II, coi due livelli di morenico grossolano ( II. II e I), sovrapposti ; nonché con un
terzo livello {M. II), sottostante ad argille interglaciali (M-JR), ed affiorante con ferretto nella zona ( Carta *).
rilevamento geologico dell’anfiteatro MORENICO DEL GARDA 10 i
Interpretazione della serie stratigrafica del Bettoletto. — Il morenico Giinz II, interessato dal¬
l’alveo del Chiese, si trova in posizione stratigrafica normale sotto il «ceppo» dell’Interglaciale
Gùnz-Mindel, e ben 30 metri sotto il ferretto di Masciaga, sopra la scarpata orientale {Carta). Tale
morenico venne attraversato per 6 metri. Sotto, nella trivellazione, si incontrarono per 19 metri con¬
glomerati con alternanze ghiaiose, della corrispondente fase anaglaciale. La potenza risulta un po’ in¬
feriore a quella dei consimili depositi del pozzo di Cavalgese (m 23.50); ma ci troviamo km 4.5 più a
valle, in zona pianeggiante, e pertanto si spiega perchè il deposito fosse meno grossolano.
Le ridotte alternanze argillose da m 26.50 a 28.50, potrebbero forse connettersi col Cataglaciale
G. I. Infatti, sotto, troviamo m 16.50 di morenico ghiaioso cementato con « trovanti alpini ». Questa
morena, sottosta 21 metri al Giinz II, e pertanto deve attribuirsi a Stadio precedente e più antico: il
Giinz I, come già vedemmo per la trivellazione di Calvagese. I sottostanti 4 metri di ghiaie sabbiose,
possono pertanto testimoniare la corrispondente fase anaglaciale.
Da 49 a 79 metri, troviamo alternanze argillose e ghiaiose, talora cementate, che possono corri¬
spondere alla fase lacustre del l’Interglaciale Donau-Giinz riscontrata nel pozzo di Cavalgese, Le ghiaie
trivellate da metri 79 a 86.50, verrebbero di conseguenza a cadere nel Fluvioglaciale Donau III. Que¬
sta successione risulta concordare appieno con quella del Chiese di Cavalgese : portando ulteriore con¬
ferma della bipartizione del Gùnz e della presenza, 30 metri al di sotto, del Donau ; sempre fluviogla¬
ciale, perchè esterno alla fronte. La presenza di ciottoli atesini nel Donau di Ponte Clisi (pozzo di
Cavalgese), sta a comprovare trattarsi di vera glaciazione; contrariamente all’ipotesi che il Pleisto¬
cene inferiore contenesse soltanto ciottoli prealpini e pertanto fosse dovuto esclusivamente a ringiova¬
nimento dell’idrografia per il sollevamento tardo-iusubrico, marginale, del Villafranchiano. I due fe¬
nomeni probabilmente furono concomitanti, poiché le argille del Cataglaciale G. Il di S. Rocco-Porto,
sono sensibilmente inclinate; mentre i soprastanti conglomerati dell ’Anaglaciale Mindel I risultano
suborizzontali e discordanti (Tav. IX, fig. 2 ; fig. 5, p. 91).
I livelli acquiferi del pozzo di Bedizzole, al Bettoletto. —• La prima falda venne incontrata
sui 12 metri, con una portata di circa 15 litri secondo; ma non venne captata, perchè troppo superfi¬
ciale. A 39 metri, si trovò nelle ghiaie filtrazione di acqua, risaliente a metri 20.50 dal piano di cam¬
pagna: la portata non è indicata. Sotto i 45 metri, nelle ghiaie sabbiose dell’ Anaglaciale G. I, si trovò
falda risaliente per 27 metri, sino a m 18 dal piano di campagna. Piccola infiltrazione si riscontrò tra
i 69 ed i 71 metri. La grande falda s’incontrò sotto gli 81 metri nelle ghiaie sabbiose del Fluviogla¬
ciale Donau III : essa è in forte pressione, poiché risale sino a metri 16.50 dal piano di campagna. La
portata non è indicata ; ma, a quanto mi si disse, supera i 50 litri secondo. Bastando per il bisogno del
Comune di Bedizzole, la trivellazione venne sospesa a m 86.50. Scendendo un’altra ventina di metri, è
presumibile potesse venir incontrata la grande falda delle ghiaie sabbiose dell ’Anaglaciale Donau II
del pozzo di Calvagese; colle argille marine del Calabriano inferiore, di base.
Confronti con altre trivellazioni lombarde. — Nangeroni, quando mi accompagnò al Chiese per
vedere il mio Gùnz, mi disse che in Val Bevera (Varesotto), venne compiuta di recente una trivellazio¬
ne profonda 150 metri per ricerca d’acqua. Essa venne iniziata in fondovalle sul Gùnz fangoso (G. II),
sottostante al « ceppo». Il morenico di fondo venne attraversato per parecchi metri: dopodiché s’in¬
contrò potente serie ad alternanze conglomeratiche, ghiaioso-sabbiose, ed argillose; la formazione più
grossolana e più ricca di ciottoli alpini, io penso potrebbe testimoniare anche qui il Giinz I.
Attorno al centinaio di metri venne trivellato nuovo potente morenico, con ciottoli alpini, che
anche Nangeroni penserebbe attribuire al Donau. La serie continentale venne attraversata sino a
quasi 150 metri, quando si trovarono sedimenti argillosi. Non contenendo Foraminiferi, Nangeroni
penserebbe essi siano ancora continentali. In rapporto alla grande profondità, io penso possano in tal
caso testimoniare fase lacustre antica del Donau; forse lTnterstadio D. I/II. Comunque, Nangeroni
si ripromette darne notizia in apposita nota, che sarà indubbiamente di grande interesse.
102
S. Venzò
Vecchia, nella sua fondamentale memoria su « I terreni glaciali del Lago d’Iseo » (1954, p.
317), porta la stratigrafia di cinque pozzi trivellati nell’alta pianura. Di particolare interesse quello
di S. Pancrazio, presso il fiume Oglio, circa km 2.5 a NO del Montorfano. Esso, profondo 194 metri,
interessò per quasi 50 metri il Mindel (fluvioglaciale e morenico), con sottostante livello ad argille
ferrettizzate eluviali : poi, circa 50 metri di conglomerati fluvioglaciali del Giinz, in due distinti livelli
(mio Giinz II e 1), tra i quali l’inferiore più potente.
Sotto i 100 metri si trovarono argille, potenti 20 metri. Risultando inferiori al G. I, potrebbero
verosimilmente corrispondere all’Interglaciale Donau - Giinz del Chiese e di Leffe. Pertanto i sotto¬
stanti 20 metri di ghiaie e sabbie fluvioglaciali potrebbero — io penso — testimoniare il Donau III.
A 130 metri di profondità, cioè a circa 50 sul livello del mare, vennero incontrate le argille marine,
superiormente del Calabriano (verosimilmente inferiore); e sotto, dalla quota 40 sino a circa 18, del
Pliocene marino, con conchiglie e resti vegetali.
Ricordo infine, che Eberl ( x ), sin dal 1930, aveva scoperto nelle Prealpi bavaresi traccie di gla¬
ciazione ben sottostante al Giinz, già bipartito. Come da me ricordato su Geologica Bavarica 1953, p.
74, presso Obergiinzburg, egli osservò morene sottostanti ai conglomerati fluvioglaciali del Gùnz I; che
ascrisse a distinta e più antica glaciazione, il « Donau ». Tali morene risultavano raccordate coi con¬
glomerati fluvioglaciali del fiume Lech, incassati a tre diversi livelli; il che permise ad Eberl di at¬
tribuirli ad altrettanti stadi glaciali, i « 3 Donaustadien ». Questo rinvenimento, di fondamentale im¬
portanza, venne confermato da Schaefer (1953 ( 2 )). A conclusione della sua magnifica memoria « Die
donaueiszeitlicìien Ablagerungen am Lech und Wertach », egli scrive nel Riassunto italiano (p. 62; da
me stesso tradotto): «L’età pregunziana della glaciazione del Donau, è sicura...-, le osservazioni sul
Fluvioglaciale Donau ci permettono giungere alle seguenti conclusioni: le fasi di espansione («Fasi
anaglaciali ») devono essere state molto forti ed assai estese nella zona prealpina bavarese, poiché le
rispettive morene terminali si trovano non lungi dalla scarpata conglomeratica »...
Concludendo, la presenza di morenico o fluvioglaciale Donau, in più Stadi, risulta comune
tanto a sud quanto a nord delle Alpi ; provando che il fenomeno era generale.
I CONGLOMERATI DELL’INTERGLACIALE GÙNZ - MINDEL DEL CHIESE E DI GARDONE
Essi sono contraddistinti con cerchietti rossi sulla Carta. Già prendemmo in esame i conglome¬
rati poligenici e fluviali del Chiese, intercalati tra il morenico a ferretto del Mindel ed il sottostante
morenico giinziano : essi sono indicati col n. 3 nella mia fig. 6. Tale formazione fluviale, àe\VIntergla¬
ciale Giinz-Mindel, manca invece nella serie di S. Rocco-Porto. Come esemplificato dalla fig. 5, qui,
non si verificò deposito, ma fase erosiva.
I conglomerati della Punta del Corno, vennero indicati da Cozzaglio come interglaciali ( Foglio
Peschiera): e per la loro sottoposizione al morenico Riss, cosiderati dell 'Interglaciale Mindel-Biss (in
accordo con Penck). Ma vedemmo che la scarpata conglomeratica di Punta del Corno (fig. 5, com¬
plesso b), è costituita da due livelli di morenico a ciottoloni alpini : il G.I ed il G.H, coi sottostanti
conglomerati anaglaciali (An. G.I, rispettivamente An. G.II). Questa serie, come già misi in evidenza,
sottosta ben 50 metri al ferretto del Mindel I.
(’) Eberl B. - Vie Eiszeitenfolge ivi nordlichen Alpenvorlande - Ihr Ablauf, ihre Chronologie auf Grund der
Aufnahmen im bereich des Lech - und Illergletschers. 427 S., 19 Abb., 2 Taf., eine TJebersicktkarte 1 : 250.000. Augs-
burg (Dr. Benno Filser Verlag) 1930.
( 2 ) Schaefer J. - Die donaueiszetlichen Ablag.. Geologica Bavarica 1953, Zum Quartàr der Alpen u. des Alpen-
oorlandes (dedicato a B. Eberl), pp. 13-64.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
Ì0B
I conglomerati dell’Interglaciale Giinz-Mindel di Barbarono - Gardone ed il sottostante mo¬
renico fangoso del Giinz. — Cozzaglio ritenne interglaciali e sincroni a quelli di Punta del
Corno, anche i conglomerati fluviali di Gardone. Sul Foglio Peschiera, risulta che essi affiorano sotto
il morenico Riss: e pertanto, in accordo con Penck, il Cozzaglio li attribuì all ’ Interglaciale Mindel-
-Biss. Egli osservò inoltre, che nel vallone di Barbarano, al di sotto, sembra affiorare del morenico
(Note ili. p. 75).
Al tetto dei conglomerati, e sotto il Riss, affiorano vari lembi di tipico ferretto, che indico
sulla Carta. Pertanto, i conglomerati in questione, risultando pre-mindeliani, devono attribuirsi piut¬
tosto all’Interglaciale Giinz-Mindel; corrispondendo al « ceppo fluviale G-M » del Chiese. Di conse¬
guenza, il sottostante morenico, può testimoniare il Giinz II, come nel Chiese, in Brianza e nel
Varesotto.
La serie del Vallone di Barbarano (Gardone). — Come appare dalla foto a Tav. XI, fig. 1,
il Vallone, inciso nei conglomerati calcarei dal torrente omonimo, è largo sino nella zona dei Mulini
sopra ; mentre più a monte si restringe in profonda forra. Le condizioni generali di giacitura sono
chiarite dalla figura 9, a p. 104).
Dietro alla Segheria (in basso ai Mulini sopra), alla base dei conglomerati cementatissimi, af¬
fiora morenico argilloso-sabbioso, grigiastro, a ciottoloni levigati e striati; esso è debolmente cemen¬
tato ed inciso a strapiombo dal torrente Barbarano. Circa 300 metri a monte, dietro Mulini di sopra,
la stessa morena continua ad affiorare in riva sinistra sotto la scarpata conglomeratica a strapiombo,
che è potente 40 metri (Tav. XI, fig. 2). Salendo comodamente sul sentierino dietro le case, si osserva
il morenico argilloso-sabbioso, azzurrognolo o giallastro, a grossi ciottoli calcarei e dolomitici, eviden¬
temente levigati e striati. I ciottoli raggiungono anche i 30 cm di diametro e risultano debolmente
cementati. Questa morena di fondo, essendo impermeabile, determina al contatto coi conglomerati,
varie sorgentine e gocciolio d’acqua che causano smottamenti: come avvenne nell’inverno 1957, di
fronte alla Fucina (frana all’estrema sinistra della Tav. XI, fig. 2).
La morena argillosa continua ad affiorare anche a monte, sulla mulattiera dietro l’ultima casa
del Vallone; sinché nel torrente affiora la Scaglia rossa senoniana con strati a coltello, sulla quale il
Giinz si appoggia. Esso si può ulteriormente seguire a monte, nella forra, salendo per la comoda mu¬
lattiera sino sopra il ponte, dove si trova la presa d’acqua del canale della Fucina-Mulini. Nella
zona del ponte, sotto a 60-70 metri di ripide pareti di conglomerato coronato dal morenico Riss, un
po’ cementato, il morenico Gùnz presenta inoltre lenti sabbiose cementate, e raggiunge i 15 metri di
potenza. La potente serie conglomeratica, presenta cenno a stratificazione inclinata sui 15° verso il
Lago, comprovando trattarsi di conoide. Verso il basso, l’inclinazione diminuisce, e non è escluso che
nell’ Interglaciale G-M i conglomerati più bassi potessero formare un delta nel lago di allora.
Nella forra, prima del ponte superiore colle prese d’acqua, una faglia con rigetto di una ven¬
tina di metri e subparallela al Lago, interessa la Scaglia rossa ed i soprastanti conglomerati : come
già ebbe ad osservare il Cozzaglio (Note ili. p. 75). Essa sembra pertanto contemporanea al solleva¬
mento delle argille lacustri del Cataglaciale GII di S. Rocco-Porto, sull’opposta sponda del Golfo di
Salò. Il sollevamento dev’essere precedente al VAnaglaciale Mindel I ; poiché esso nella grande Cava
ad est di S. Rocco (Tav. IX, fig. 2) è discordante e sub-orizzontale.
Lateralmente alla forra di Barbarano, sopra ai conglomerati, si appoggiano i cordoni morenici
del Riss, che degradano ad anfiteatro, molto eroso, verso il Lago ( Carta e fig. 9).
Salendo sopra Morgnaga per 300 metri, lungo la vecchia carrareccia per S. Michele, nello scavo
dietro la villetta bianca « Ciòs », affiora sopra ai conglomerati grossa lente di tipico ferretto ; essa si
trova alla base ed all’interno del cordone morenico di quota 260, del Cataglaciale Biss II (fig. 9).
Tuttavia, ora tale Mindel, indicato sulla Carta, è quasi tutto ricoperto da muri. Due analoghi, ma
molto più estesi lembi di ferretto, affiorano nella medesima posizione sull’antistante terrazzo ad ovest
della forra di Barbarano: su di essi è appoggiato il potente cordone morenico del Biss II (Carta).
5
104
s. Venzo
I conglomerati del G-M, ad est del Vallone di Barbavano, formano scarpata selettiva, svilup¬
pata sopra a Morgnaga e Gardone di sopra, sino a Montecucco ; mentre i soprastanti costoni sono di
morenico Riss. Ricordo che la chiesa parrocchiale di Gardone sopra, è basata sul conglomerato sem¬
pre cementatissimo, con balza verso il Lago. I conglomerati si sviluppano inoltre nelle vailecole del
Vittoriale (Cargnaco), scendendo più ad est sino alla Gardesana dell’Albergo Fasano.
Cordone dò
Big. 9. — Spaccato lungo la sponda orientale del Vallone di Barbarano (Gardone): sulla Scaglia rossa, il morenico
di fondo del Giinz II che affiora per una quindicina di metri; a pallini, il conglomerato calcareo del conoide dell’Z»-
terglaciale G-M (sui 40 m); in nero, il morenico a ciottoli alpini e ferretto del Mindel. La serie Scaglia-conglomerati
è dislocata da faglietta. Tutto è coperto dall’anfiteatro rissiano di S. Mieliele-Gardone. All’esterno del cordone di S.
Michele, il terrazzo ghiaioso raccordato del Fluvioglaciale Siss I; in arancio sulla Carta.
Conglomerati fluviali compatti, analoghi a quelli del Chiese e di Gardone, affiorano a sud del
Monte Covolo, nella valletta del Fai e nella più meridionale vailetta che scende da S. Biagio. Sopra
ad essi, come di consueto, si trova il morenico mindeliano, alterato in ferretto {Carta).
L’APPARATO MORENICO MINDELIANO
Caratteri generali del morenico Mindel nell’ Anfiteatro gardense. — Esso risulta facil¬
mente distinguibile per la caratteristica alterazione superficiale in ferretto; argille rosso-mattone
assai vivo, con ciottoli esclusivamente silicei, in genere alpini. I ciottoli calcarei andarono dissolti, con
arricchimento in idrossidi di ferro, e formazione delle argille rosse, mai presenti nel morenico Riss.
Qui al Garda, generalmente, gli elementi porfirici e gneissici, sono poco alterati, con deboli aloni, e
quasi mai argillifieati come invece avviene più ad occidente in Lombardia e nel Piemonte.
L’attribuzione del ferretto al Mindel, è confermata per la serie superiore di Leffe, da sicuri
dati paleontologici (Venzo, 1956 ( a )). In basso al mio Interglaciale G-M, si trova livello a pollini — ol¬
treché di Quercus — di Carya, Pterocarya, Zelkova, Cedrus eec., assieme all ’Elephas meridionalis evol.
(studiato da Valli, 1956) ( 2 ), che non salgono mai nell’ Interglaciale Mindel-Riss (attribuzione di
Penck 1909 e di Gams 1952). Pertanto, il terrazzo a ferretto, di tetto alla serie lacustre di Leffe,
sospeso 100 metri sulla Val Seriana e già da me attribuito al Fluvioglaciale Mindel II, non può af¬
fatto ringiovanirsi al Riss.
Tale questione, da me prospettata e discussa nel lavoro sul Donau di Leffe (INQUA, 1956,
pp. 83-84), è fondamentale anche per il Garda. Qui, Penck e Fertjglio avevano attribuito il mio
Mindel II, a ferretto, al Riss (vedi ante «Le -precedenti conoscenze »); mentre Cozzaglio ritenne in¬
vece trattarsi dì Mindel, che indicò in rosso sul Foglio Peschiera.
(’) Venzo S., Stadi della glaciazione del Donau. INQUA, 1956, pp. 65-85, figg. 1 e 4.
( 2 ) Vialli V., Sul Rinoceronte e l’Elefante dei livelli superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo) ; pp. 6-12;
p. 43 eec..
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
105
La decalcificazione dei ciottoli calcarei del Mindel, causò la cementazione del sottostante mo¬
renico o delle ghiaie fluvioglaciali : difatti, queste sono in genere conglomeratiche. La potenza del
ferretto è variabile : nella cerchia più esterna del Mindel (. M.I ), esso può raggiungere i 5 metri di
potenza, pur essendo in genere più ridotto per l’erosione ed il dilavamento. Nelle cerehie più interne
( M.II ) l’alterazione è meno potente, ed il ferretto si aggira sullo spessore di m 1.50, raramente rag¬
giungendo i due metri.
Sotto la zona superficiale a ferretto, il morenico mindeliano risulta fresco e debolmente cemen¬
tato; colle due facies, a ghiaie con ciottoloni alpini, oppure fangosa se di fondo. Sono sempre pre¬
senti ciottoli alpini di porfido violaceo atesino, di gneiss, tonaliti ecc., talora anche di due metri di
diametro.
La scarsa potenza del ferretto di alterazione del morenico mindeliano, fà si che basta una ri¬
dotta erosione o dilavamento per asportarlo : cosicché sotto viene ad affiorare il morenico ghiaioso, o
argilloso, di aspetto fresco, confondibile col Riss. Questo fenomeno si riscontra talora in corrispon¬
denza della cresta delle cerehie mindeliane, anche nella più esterna. Pertanto, nella Carta, dovetti
adottare apposito colore per distinguerle (tratteggio rosso orizzontale). Per il dilavamento, il ferretto si
accumulò in basso ai versanti delle cerehie, raggiungendo anche gli 8 metri di potenza. Presentano
tale caratteristica : la cerchia Mindel II di Benecco, a SE del Monte Covolo ; la collina testimone del
Mindel I del Cimitero di S. Rocco (Bedizzole) ; e in allineamento, più a sud, le colline di Calcinato.
La serie del Mindel nel Golfo di Salò. — Essa è già illustrata e descritta alla Tav. IX,
fig. 2. Il morenico Mindel I (n. 5-6) con ciottoloni alpini, risulta cementato e superiormente alterato
in ferretto (7). Sotto affiorano 10-12 metri di ghiaie alpine, piuttosto minute e scarsamente cemen¬
tate, dell ’Anaglaciale Mindel I. Queste risultano discordanti sulle sottostanti argille glaciolacustri
del Cataglaciale G.1I. Ciò è chiarito inoltre dalla Serie comprensiva della Fig. 5, già esaminata.
Sul soprastante terrazzo, coltivato a vigneti, il ferretto è per la maggior parte eroso e dilavato :
il terreno risulta ghiaioso, debolmente argilloso, ed appena arancio-rossiccio. Pertanto vi indicai una
placca di Riss. Ma, appena 400 metri a monte, sopra la strada di Cascina Scala (q. 152), all’interno
della cerchia del Monte S. Caterina ( W.I ), affiora placca alteratissima di ferretto: i ciottoli di por¬
fido atesino e di tonalite se asciutti si sfarinano in mano, se bagnati si spappolano ; e quelli gneissici
si sfaldano con caratteristico alone rossastro. Consimile lembo di ferretto mindeliano, è conservato un
chilometro a SE, a monte di S. Felice, sempre all’interno ed in basso della cerchia wiirmiana di
M. Croce ; cioè nella zona di maggiore sovraescavazione della lingua glaciale del maximum wurmiano
(W.I). Lo stesso fatto si verifica anche più ad ovest, sul versante interno della stessa cerchia wùr-
miana di Villa (Carta e fig. 14, V): ed è inoltre comune all’interno delle cerehie rissiane (fig. 14).
Zona di ferretto è conservata anche all’esterno del W. 1, che vi si appoggia.
La serie Anaglaciale e Morenico Mindel 7, sempre alterati in ferretto, risulta particolar¬
mente evidente 700 metri ad ovest del Cimitero di S. Rocco, alla testata della vailetta sopra Casa Flo-
rioli (fig. 3 e 4 nel testo, già descritte). Anche la foto della fig. 2 nel testo, sopra lo stradone per
Porto-Portese, illustra morena grossolana e ricca di ciottoloni alpini, tipicamente alterata in ferretto.
Essa fà parte del medesimo affioramento, in alto alla scarpata conglomeratica sviluppata dai Tor-
mini di S. Rocco sin verso Portese.
Il ferretto è meno potente nelle cerehie interne del Mindel (M.II), o all’interno ed in basso
delle cerehie rissiane e wùrmiane (Carta): dove infatti, esso risulta più o meno esarato e rimaneg¬
giato. Un esempio dell’aspetto generale del Mindel II, porto a Tav. X, fig. 1, che illustra la prima
grande cava di ghiaia, abbandonata di Bissinica, lungo lo stradone Tormini di Salò-Benecco. Il mo¬
renico ghiaioso più grossolano, con numerosi ciottoli alpini ma prevalentemente calcareo, si trova in
alto; esso è bianco, di aspetto fresco, e solo verso la superficie è alterato in ferretto. Questo ricopre
tutto il versante occidentale della cerchia tardo-mincleliana del Dosso Rossini : mentre sul versante
orientale, interno e verso il Lago, sono appoggiate le cerehie rissiane (Carta). Nella Cava, i due terzi
inferiori risultano a ghiaie bianche e di aspetto fresco; tuttavia debolmente cementate. Esse sem-
106
S. VENZO
brano prevalentemente anaglaciali; cioè connesse colla fase fluvioglaciale della fronte del Mìndel II
in avanzata, dopo il ritiro interstadiale (Figg. 10 e 4 nel testo). Poco sotto al piano di cava, un
centinaio di metri a nord, le ghiaie anaglaciali passano a conglomerati, sempre cogli stessi ciottoli
alpini (Carta). Questi, talora con alterazione in ferretto, si seguono in debole discesa, lungo la mulat¬
tiera che dipartendosi dalla curva dello stradone, costeggia a NO il Dosso di Casa Parti. Dopo circa
un chilometro, la mulattiera scende sullo stradone Tormini-Cunettone. Qui, allo sbocco della valletta
di Casa Parti ( versante interno della cerchia), il bancone conglomeratico, sub-orizzontale e potente
7-8 metri, affiora su ambedue i versanti (Fig. 10).
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carrareccia che sale
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Fig. 10. — Serie comprensiva dei due Stadi morenici del Mindel, al Dosso di Casa Parti - Dosso Rossini
(Cave di Bissinica): 1) morenico cementato a grossi ciottoli alpini del Mindel I ; 2) esigua lente arenacea;
3) conglomerati alpini dell ’Anaglaciale M.II ; 4) ghiaie bianche, poco cementate e con ciottoli alpini delle Cavo
di Bissinica ( Anaglaciale M. II); 5) Morenico Mindel II grossolano dello Cave di Bissinica (Tav. X, fig. 1
e fig. Il); 6) ferretto con ciottoloni silicei alpini; 7) Morenico Miss di Casa Parti, appoggiato all’interno
della cerchia a ferretto.
Nei due metri inferiori, il conglomerato diventa molto grossolano, caotico, e contiene ciottoli
anche del diametro di 40 cm : porfido violaceo atesino, clausenite verde, tonalite, servino, dolomie,
calcari ecc.. Trattasi evidentemente di morenico cementato : per la sua posizione sotto ai conglomerati
dell Anaglaciale Mindel II, a piu di 20 metri sotto il morenico Mindel II delle Cave di Bissinica, esso
può testimoniare il Mindel 1. L’ipotesi che potesse invece trattarsi di Giinz non ha fondamento. Que¬
sto morenico, si trova molto più in basso nelle serie ; lo vedemmo esaminando la serie giinziana di S.
Rocco-Punta del Corno, di Mocasina sul Chiese, e del Vallone di Barbarano (Gardone).
Al tetto del morenico grossolano cementato (fig. 10, n. 1), in rientranza sotto il conglomerato
più minuto, appare debole lente arenacea con ciottolini alpini. I conglomerati si sviluppano in alto
per altri 5-6 metri e risultano coperti da ridotta lente di ferretto, e poi dal potente morenico Riss.
L affioramento di morenico Mindel I esaminato, dista un paio di chilometri e si trova a (piota
poco superiore a quello del Mindel I alla testata della vailetta sopra Casa Florioli (figg. 3-4 nel
testo) ; e qui, al di sotto, affiorano ancora i 15 metri di ghiaie cementate del corrispondente anaglaciale.
Sopra alla descritta Cava di Bissinica (Tav. X, fig. 1), il versante a ferretto, con bosco ceduo,
è ricco di grossi erratici di porfido e di gneiss; testimonianti erosione e dilavamento del morenico
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
107
Mindel II ( 1 ). Questo risulta più grossolano e caratteristico nella Cava situata 50 metri più a sud, che
è più comodamente accessibile (fig. 11).
Fig. 11. — La più meridionale cava di Bissinica, (ovest del Dosso Rossini), con fronte sui 12 metri di altezza: dal basso,
7 metri di ghiaie fresche grossolane, appena cementate, di morenico minuto o fluvioglaciali; sopra, 3 metri di morenico
relativamente fresco, con ciottoloni di gneiss, tonalite, porfido e calcari. Ciottoli anche di m. 1,50 di diametro sono
franati sul piano di cava. Al tetto, m. 1.20 di ferretto, sviluppato tutt'attorno.
Circa 200 metri ad OSO delle cave descritte, nella valletta colla polveriera saltata in aria per
bombardamento aereo, l’esplosione mise a nudo la stessa serie: circa 12 metri di ghiaie cementate, co¬
perte da alcuni metri di morenico grossolano, alterato in ferretto per metri 1,50. I dossi tutt'attorno,
in superficie, risultano di argille rosse con erratici alpini. Pertanto è indubbia l’attribuzione al Min-
dei, in accordo con Cozzaglio (Carta).
O La grande cerchia a ferretto interessata dalle cave di Bissinica (Carta, quota 257), risulta la terza c la più
interna del Mindel. Dato che anche in essa, sotto il morenico si osservano ghiaie anaglaciali, si potrebbe anche pensa¬
re ad un terzo Stadio mindeliano ( M. III). Ora esso risulterebbe presente nella nuova serio di Leffe (Venzo-Lona,
luglio 1957); in accordo con la curva climatica Soergel 1936 per la Germania, nonché colle curve astronomiche di
Woerkom 1954 e di Bacsak 1955. Nel caso di un Mindel III, in gran parte coperto dal R. I, l’interno anfiteatro a
ferretto dovrebbe attribuirsi al Catagl. M. III. Di conseguenza il mio Mindel II sarebbe comprensivo del secondo e
terzo Stadio mindeliano,
108
S. VENZO
Caratteri del morenico Mindel I del Chiese. — Il morenico più esterno ( Mindel I), af¬
fiora lungo il Chiese, a nord del Monte S. Martino ( Scaglia rossa), un paio di chilometri a sud di
Gavardo. Seguendo la bassa « carrareccia del mezzogiorno », che si diparte a sud della strada comu¬
nale per Rampeniga, sull’orlo del terrazzo mindeliano {Carta), si segue per 500 metri il ferretto. In
corrispondenza della curva in salita, sotto ad esso, affiora morenico cementato con grossi ciottoli (an¬
che di un metro) di porfido atesino, selci rosse, Titonico rosso, tonalite, calcari, dolomie, rari gneiss
minuti. Più sotto, il morenico è basato sul conglomerato fluviale, compattissimo, del G-M, che affiora
nella vailetta; questa incide la scarpata del terrazzo mindeliano, sospeso di 15-20 metri sul Chiese.
La presenza di tale morenico al limite esterno dell’apparato mindeliano, epperciò del Mindel 1 (come
convalidato dal conglomerato interglaciale di base), mi permise indicare la cerchia esterna a ferretto
sino a S. I ietro di Gavardo (Carta). Essa è molto degradata ed erosa, cosicché si può spiegare come
il Cozzaglio avesse qui indicato nel Foglio Brescia, le « Deiezioni fluvioglaciali ferrettizzate » q 1 ».
Circa 4 km più a sud, lungo il Chiese di Torre-Mocasina, sull’orlo dell’alto terrazzo ondulato a
ferretto, il morenico Mindel I, sempre basato sul conglomerato G-M (senza ghiaie anaglaciali), risulta
argilloso e con ciottoli levigati e striati (fig. 6 nel testo). Trattandosi di morena di fondo, la fronte
morenica grossolana doveva trovarsi un po’ all’esterno: ma venne asportata dal Chiese. Le condi¬
zioni generali di giacitura sono illustrate nella fig. 14.
Prove della pluripartizione del Mindel nell’anfiteatro gardense : confronti col Mindel a pollini di
Leffe e con quello dell'Adda. — T due livelli sovrapposti di morenico grossolano e cementato
della fig. 10 nel testo, alterati verso la superficie in ferretto ; nonché le due sottostanti formazioni
conglomeratiche anaglaciali (Tav. X, fig. 1; Tav. IX, fig. 2; figg. 3 e 11 nel testo), sembrano testimo¬
niare due distinti e successivi Stadi di espansione del Mindel. La serie comprensiva è esemplificata
nello spaccato della fig. 5.
Ciò permette attribuire la grande cerchia esterna, più dilatata verso la pianura e più alterata
e degradata, al più antico Stadio mindeliano, il Mindel I : mentre le più interne, un po’ meno ferret¬
tizzate, possono attribuirsi al tardo Mindel: M. Il come indico sulla Carta, o M. Il e III? Solo su que¬
ste ultime si appoggia il Riss I.
Lungo il Chiese, la cerchia a ferretto più esterna è direttamente basata sui conglomerati del-
l ’Interglaciale G-M, in serie continua sul Gùnz e sul Donau, ambedue bipartiti (trivellazione fig. 6) ;
testimoniando pure trattarsi del più antico Mindel (M.I).
Nella valletta sopra Casa Florioli (fig. 4 nel testo), al tetto del morenico grossolano Mindel I
(in serie continua su tutto il Giinz), si trovano argille lacustri a Diatomee d’acqua glaciale. Esse te¬
stimoniano marcato ritiro della fronte nell’Interstadio ; ben superiore ai due chilometri di arretra¬
mento dalla cerchia Mindel II La fronte glaciale, ritirandosi a nord, potè sbarrare, prima diretta¬
mente é poi con cordoncino morenico, in corrispondenza di ripiano dell’anfiteatro, un bacino lacustre.
Ciò in analogia con quanto riscontrato per il Caia glaciale GII, ad argille glaciolacustri, con Diato¬
mee e pollini. Quando le condizioni morfologiche non erano favorevoli per la formazione, piuttosto
eccezionale, di bacini lacustri, nell’Interstadio doveva verificarsi erosione.
La pluripartizione del Mindel trova rispondenza in quella del sottostante Gùnz di Salò e di Ponte
Clisi (figg. 5 e 6 nel testo). Essa risulta analoga a quella della serie lacustre superiore, a pollini, di
Leffe. Questa successione, tuttora allo studio con apposito contributo del « Consiglio Nazionale delle
Ricerche », porta nuovi fondamentali dati climatici sulla pluripartizione del Mindel : in analogia coi
sottostanti Stadi del Gùnz e del Donau (Lona, 1950; Venzo, 1950 e 1956, fig. 1).
In Val Seriana, la valle di confluenza della conca di Leffe, sono presenti due distinti terrazzi a
ferretto, con dislivello dai 40 ai 15 metri (verso la Pianura) : il superiore venne da me attribuito al
Fluvioglaciale M.I, e l’inferiore al FI. M.II. Ricordo infine, che anche all’Adda di Paderno, ebbi ad
attribuire la più esterna cerchia a ferretto al M.I, e la cerchia interna, meno alterata, al M.II (Venzo,
Adda 1948; Carta 30.000).
Probabili cause della minore ferrettizzazione del Mindel gardense rispetto a quello della
Lombardia centro-occidentale. — Sul Garda, il morenico Mindel anche più esterno (M. I.) è
alterato in ferretto solo per pochissimi metri; mentre sotto troviamo ghiaie essenzialmente calcaree,
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
109
fresche. L’alterazione è invece molto più potente nella Lombardia centro-occidentale, dove il Mindel I
risulta alterato in ferretto quasi in tutta la massa, con scarpate rosse anche di 30 metri: i numerosi
ciottoli silicei, di granito, dioriti, porfiriti, anageniti ecc. si sgranano nelle mani, se asciutti, mentre si
spappolano se le argille rosse sono bagnate o umide. I ciottoli micascistosi, ricchi di ferro ed in genere
numerosi, si sfaldano a mano, presentando tipici aloni rugginosi o rossastri. Ricordo, che la serie e
la giacitura son sempre le stesse, poiché il ferretto copre il « ceppo poligenico fluviale del G-M » : e
che il ferretto è ora considerato sinonimo di Mindel. Questo risulta coperto dalle morene ghiaiose del
Riss (fig. 14 e Carta).
La maggiore alterazione del Mindel nella Lombardia centro-occidentale, come nel Piemonte, sem¬
bra connessa colla maggior ricchezza di ciottoli alpini ricchi di ferro, rispetto a quelli calcarei preal¬
pini sempre in minoranza e comunque dissolti. L’argillificazione dei feldspati, con arricchimento
in idrossidi di ferro avvenne facilmente in tutta la massa, e naturalmente anche i ciottoli cal¬
carei rimasero distrutti. Al Garda, per la larga fascia prealpina calcarea attraversata dal ghiac¬
ciaio, prevalgono di gran lunga i ciottoli calcarei: in genere bianchi, essi sono poverissimi di ferro.
Inoltre mancano o sono rari i micascisti. Il processo di alterazione si ridusse a fenomeno di soluzione
carsica superficiale, con formazione di qualche metro di ferretto: le sottostanti ghiaie rimasero debol¬
mente cementate, ma di aspetto fresco, perchè protette. L’alterazione in tipico ferretto, anche sul
Garda, è caratteristica del Mindel; mentre nelle più interne cerehie rissiane, l’alterazione è ridotta a
debole ferrettizzazione incipiente, con terreni giallo-arancio od appena rossicci, poco argillosi e ricchi
anche di ciottoli calcarei. I contadini fanno netta distinzione tra i campi rossi argillosi, a ferretto,
caratteristici quando vengono arati; e quelli giallo-arancio più ghiaiosi del Riss.
Descrizione dell'apparato mindeliano
La cerchia esterna del Mindel (M. I). — Contrassegnato in rosso sulla Caria, il Mindel
mostra dolce morfologia collinosa, anche per il dilavamento e la lunga degradazione. All’esterno del¬
l’apparato a ferretto, è riconoscibile la cerchia più degradata ed intensamente ferrettizzata del Min-
dei I ; benché talora interrotta dagli scaricatori glaciali del Mindel o del Riss, Essa si appoggia a
nord-est del Monte Covolo, sulla Scaglia rossa (fig. 14, V), giungendo a quota 325, più in alto e di
oltre mezzo chilometro all ’estèrno della cerchia Mindel II. Queste due cerehie principali sono con¬
trassegnate a pallini rossi sulla Carta. A sud del M. Covolo, in Val del Fai, il ferretto eroso e dila¬
vato, è ridotto a placche testimoni sul Biancone, cosicché la cerchia M.I risulta interrotta. Più a
sud-ovest, essa continua coi dossi argillosi e rossi di S. Pietro, 286 ; e poi prosegue colle deboli colline
a ferretto site sull’orlo del terrazzo a nord del Monte S. Martino ed incise da scaricatore glaciale del
M.II (freccia sulla Carta). Placca di morenico a ferretto copre la Scaglia rossa, alle pendici orientali
del monte (fig. 14, IV) che doveva venire aggirato. La cerchia MI è ancora interrotta a sud del
M. S. Martino, dallo scaricatore M.II del terrazzo a ferretto di Museoline (FI. M.II), contraddistinto
con freccia rossa sulla Carta.
La cerehia, sempre basata sul conglomerato fluviale dell 'Interglaciale G-M, si segue a sud
lungo l’alta scarpata del Chiese (fig. 14, I-III) : a Burago, 242 - Calvagese, 227 - Mocasina, 221 - Can-
trina, 202 - Roccolo-Masciaga, 186 - Colle di S. Rocco, 195 (Bedizzole). In questo tratto, la cerchia, so¬
spesa di 60-70 metri sul Chiese, risulta incisa ed erosa in basso dal medesimo; specialmente tra Cal¬
vagese e Cantrina, dove può pertanto affiorare alla base della scarpata conglomeratica, il morenico
Giinz (Carta, pallini verdi; figg. 6, 7 e 14 nel testo).
La cerchia in esame, interrotta a sud di Bedizzole da vari scaricatori del più interno Mindel II,
appare ridotta a colli testimoni : S. Tomaso, 172 - S. Vito, 162 - Montefontana, 154 - Case Cominelli di
Ponte S. Marco, 151. Qui, cominciano le grandi interruzioni dovute agli scaricatori del Riss; ma
continua l’allineamento coi rilievi testimoni del Dosso di Càrotte-Monte di Sopra, 181 - Monte di Sotto,
176 - collina di Calcinato, 164. Con quest'ultima finisce la mia Carta: ma la cerchia sempre più estesa¬
mente sviluppata a sud, nella Pianura, continua coi dossi testimoni di Montichiari-S. Giorgio-Carpe-
nedolo. Essi presentano talora cresta a ghiaie biancastre o rosate per dilavamento del ferretto (Fo¬
glio Brescia, SE).
S. VENZO
La seconda grande cerchia del Mindel (M. II). — Essa appare sempre arretrata rispetto a
quella del Mindel I, un po’ meno alterata in ferretto e più conservata (pallini rossi sulla Carta). Ad
est del Monte Covolo, è incisa dalla valle Rucche, che ne mette in evidenza i conglomerati basali (fig.
14, V). La cerchia decorre parallelamente al versante orientale, cretacico, del M. Covolo, con cresta
sui 385 metri; e prosegue verso sud, sopra Benecco, a M. Fai 356, sino a M. Zocco 326, sopra Corti.
Come indicato sulla Carta, essa è alterata in ferretto, tuttavia dilavato ed asportato in corrispondenza
della cresta, dove affiorano ghiaie bianche. Non vi è alcuna sovrapposizione di morenico più recente
e la cerchia risulta unica: ben evidente l'accumulo di ferretto sui versanti, specialmente Finterno.
Questo non sarebbe nel caso che cerchia più recente, per esempio di Riss, si appoggiasse su più antica
cerchia mindeiiana. L'attribuzione al Mindel, qui è in accordo con Cozzaglio.
Sotto alla cerchia ferrettizzata M.U, nella valle del Fai ed in quella di S. Biagio, lungo la strada
comunale, affiorano conglomerati. Per la quota dai 30 ai 40 metri sopra l’attuale Chiese, e la preva¬
lenza di ciottoli delia Vai Sabbia, oltreché per analogia colia «.serie del Cinese» (Fig. 6), sviluppata
a sud, ritengo che tali conglomerati possano 'testimoniare 1 Interglaciale G-M. Nella zona dei uazzo,
il M.U risulta dilavato ed inciso a nord dalla valletta di S. Biagio, ed a sud dalla vaile di Banaga.
Questa, come testimoniato dai due terrazzi con terreni giallo-arancio, doveva essere il grande scarica¬
tore del Riss (/ e 11).
A sud, la cerchia a ferretto del M.U diventa enorme e decorre da Roda 301-Roccolo Bruni-Ma¬
donna dei Caravaggio 315-M. Faita 357-Palazzina 354-Cna Colombera 319. Qui, il ferretto, colle ghiaie
sottostanti, si appoggia ai conglomerati pontici del Castello di Moscoline (fig. 14, IV). La cerchia si
segue sul Bosso della Siugia ed a monte di Morsone : qui, in corrispondenza della strada comunale in
trincea Morsone-Casa deli Ava, affiora sotto il ferretto ed il sottostante morenico, il conglomerato
dell ’Anagl. M.L {Carta).
La grande cerchia del M.U, sviluppata a Casa Piazzole 285-Roccolo Giardino 281, è interrotta
nella zona di Piazza dall’ampia valle cogli scaricatori rissiani; ma si segue verso sud a Casino 258-
-Casa Fornace 237-il Palazzo 221. Dilavata ed interrotta dal grande scaricatore rissiano di M. Morsa-
nico-M Capo {Carta), essa prosegue a SO di Bottenago, coi dossi di ferretto ad ovest di M. Coloni-
bone (R.Z)-Roceolo di S. Antonio 227. Nuovamente interrotta, tra S. Antonio e Carzago dallo stesso sca¬
ricatore rissiano, prosegue ulteriormente a SSO col Dosso di Carzago 282-colline a ferretto di Maeesiua
200, sino a Cogozzo 188. Interrotta da scaricatore tardo-mindeliano (piana a ferretto), essa si sviluppa
a sud sino al lungo Dosso di Monteroseo, 168-179. Qui, la cresta è parzialmente dilavata dal ferretto
ed appaiono le ghiaie; ma esso è ancora conservato nei lembi più depressi dei vigneti, sulla cima. La
strada campestre delle Bagatte che incide con trincea la cresta, è tutta nel ferretto con ciottoloni
alpini; e così pure sono di argille rosse ambedue i versanti. Anche qui pertanto, nessuna sovrappo¬
sizione di morenico più recente sul Mindel, come indicato dal Cozzaglio sul Foglio Brescia. All’in¬
terno, anche 1 abitato di Monteroseo si trova su debole collina allungata a ferretto, evidentemente del
Cataglaciale M.U.
Più a sud, la cerchia è completamente asportata dai grandi scaricatori del Fluvioglaciale Riss :
questi confluivano ad ovest nel Chiese, per le depressioni di Ponte S. Marco e di Calcinato ( Carta
con treccie), superando la cerchia del Mindel 1 in corrispondenza delle interruzioni originarie dei
suoi stessi scaricatori.
La marcata cerchia del M.U, che decorre dal Monte Faita — a nord di Moscoline — sino a
Monteroseo, risulta arretrata di un paio di chilometri rispetto al Mindel I (fig. 14, II-IV). Fram¬
mezzo risultano intercalate colline rosse, fortemente ferrettizzate e degradate, a dolce morfologia, che
io penso attribuibili all’anfiteatro di ritiro del Mindel 1 (inizio Cataglaciale M.I). Soltanto la piana
a ferretto depressa ed appena ondulata di Moscoline, delimitata ad est dalla cerchia M.II, sembra
connessa con scaricatori glaciali (freccie rosse della Carta).
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
ili
I terrazzi a ferretto del Fluvioglaciale Mindel
Caratteri generali. — Li contraddistinguo in rosa sulla Carta: in superficie si osservano 1-2
metri di ferretto con ciottoli alpini, di ridotte dimensioni ; e sotto ghiaie, debolmente cementate, con
ciottoli di porfido, gneiss, tonalite ecc., anche di 30-40 cm di diametro. Ciò si può riscontrare ovunque
ci siano scavi : nelle cave di ghiaia abbandonate a nord di Borgolongo, lungo la strada comunale per
Gavardo, sull’alto terrazzo rosso ad ovest del Chiese; nel materiale di scavo del pozzo (autunno 1956)
di nuova casa lungo la statale 1,5 km a sud di Gavardo, nella zona di Acquanello. Nelle cave di ghiaia
di Sedesina (Bedizzole), sotto al piano con m 1.50 di ferretto, si osservano ghiaie bianche minute, de¬
bolmente cementate, essenzialmente calcaree e con qualche ciottolo alpino. Analoga osservazione feci
nella cava di ghiaia di Casa dell’Ava (S. Quirico di Moscoline), che si trova in fondovalle tra i cor¬
doni rissiani di M. Serina (R.I) e di M. Cassaga (R.II; Carta). In questa cava, interna al Biss I, ed
in attività,, osservai dalla superficie : m 1.30 di ferretto, m 4 di ghiaino minuto bianco appena cemen¬
tato, ed in basso, almeno 2 metri di ghiaia a grossi ciottoli alpini (M. II).
L’alto terrazzo a ferretto di Moscoline-Rampeniga, per la sua posizione, risulta del Fluviogla¬
ciale Mindel II ; si origina infatti dagli scaricatori della seconda cerchia mindeliana ( Carta ; fig. 14,
IV). Presso la Chiesa parrocchiale di Moscoline, gli scavi per il nuovo campo sportivo misero in evi¬
denza, sotto il ferretto, ghiaie gialline e bianche con ciottoli anche alpini. Il terrazzo rosso, debol¬
mente ondulato, inclina verso Longavina, rimanendo sospeso di circa 20 metri sul Chiese: qui, sotto
ad esso, affiora, in corrispondenza della ripida scarpata, il conglomerato dell’Interglaciale G-M. La
quota minima dell’antico scaricatore che interrompeva la cerchia MI, all’orlo del terrazzo è sui 195
metri: corrispondendo all’antistante terrazzo a ferretto di Borgolongo 194, ad ovest del Chiese. Altro
scaricatore del terrazzo di Rampeniga, poteva trovarsi a nord del Monte S. Martino; come testimo¬
niato dalla depressione della strada comunale, che incide la cerchia molto degradata e dilavata del
Mindel I (freccie rosse sulla Carta).
Ad ovest del Chiese, il grande terrazzo a ferretto, sospeso di circa 20 metri, si sviluppa a sud a
costituire la grande piana di Prevalle-Paitone-Nuvolento, in parte fuori della Carta. Un lembo di
piana del Fluvioglaciale Mindel (II), risulta conservata più a sud, entro la Carta: è la zona Dosso-
Barconi, ad ovest del Chiese di Calcinato, in corrispondenza di antico meandro. Sulla sponda orien¬
tale, fanno riscontro i lembi del terrazzo a ferretto di Ponte S. Marco-Calcinato : tuttavia di alcuni
metri più alti, perchè connessi col dilavamento fluvioglaciale del M.I invece che del II.
L’estesa piana rossa, sviluppata ad est di Sedesina (Bedizzole), ed all’interno del M. Il di
Monteroseo-Cogozzo-S. Antonio di Carzago, incisa dagli scaricatori rissiani indicati sulla Carta, può
attribuirsi al dilavamento fluvioglaciale delle fronti più interne del Mindel, cioè del Cataglaciale
Mindel II. Il dilavamento potè perdurare anche nell’interglaciale M-R, quando avvenne il fenomeno
della ferrettizzazione. Infatti i lembi testimoni di questa piana a ferretto, sfumano nella piana più
ghiaiosa del Fluvioglaciale R.II (limite a tratteggio sulla Carta); e sono a loro volta coperti dalle
più interne morene del B.I.
Il Cataglaciale mindeliano. — Risulta testimoniato da numerosi lembi di ferretto, interni
alla cerchia del Mindel II. I testimoni dell’esteso anfiteatro di ritiro mindeliano, affiorano all’in¬
terno ed in basso alle cerehie del Riss e del Wurm, nelle zone di massima esarazione glaciale (spaccati
a fig. 14). Tutti i lembi sono delimitati sulla Carta. Gli affioramenti di ferretto, contraddistinti in
rosso, sono di morenico, con ciottoloni di porfido e gneiss; generalmente si trovano in pendenza. Gli
affioramenti indicati in rosa sono quelli di materiali fluvioglaciali, pianeggianti, alterati in ferretto
per circa un metro, e sotto ghiaiosi. Spesso si trovano nelle depressioni tra i cordoni rissiani, cosicché
sono notevolmente esarati e rimaneggiati ; ma non dilavati dal Riss che non è mai alterato in ferretto.
6
112
è. VtìN2Ó
Testimoni di esteso terrazzo a ferretto del Cataglaciale M. Il sono conservati nella piana di
Raffa-Lalbiana-Moniga ; all interno del Riss ed all esterno del cordone I, clie vi si appoggia
{Carta). Nella piana di Campagnola (Balbiana), 700 metri a nord del Crociale, il Cataglaciale M. 11
è interessato per 6-7 metri da numerose ed estese cave di ghiaia. Questa, debolmente cementata, è
minuta e bianca, essenzialmente calcarea e con scarsi ciottoli alpini : in superficie, per meno di un
metro, risulta alterata in tipico ferretto, sviluppato a nord per 4-5 chilometri. Nelle cave, circa 3
metri sotto il livello a ferretto di tetto, si osserva talora altro livello ghiaioso con incipiente ferrettiz-
zazione in giallo-ruggine. Forse esso potrebbe testimoniare la superficie del Cataglaciale M. I. Ciò è
d’interesse, poiché starebbe a provare un ritiro notevole nell ’Interstadio M.I/II ed una ragguarde¬
vole durata dello stesso. Un paio di chilometri a sud del Crociale, lembo di terrazzo a ferretto è con¬
servato alla base occidentale del cordone tardo-rissiano Monte delle Monache (Moniga), che vi si ap¬
poggia. Due altri ridotti lembi testimoni, quello ad ovest del Crociale e quello di Casa Trevisan, sono
indicati sulla Carta. Essi emergono appena, con campi argillosi rossi, dalla piana ad argille gialle del
Cataglaciale Biss II. La piana a ferretto, sviluppata a nord del Crociale ed attraversata dallo stra¬
done asfaltato per il Cunettone-Salò, risulta dilavata ed incisa dai vari scaricatori glaciali wurmiani
(in azzurro sulla Carta). Ricordo che il sistema a ferretto ora esaminato non è indicato sulle Carte
Cozzaglio.
Lembi interni di Mindel si trovano anche in corrispondenza della scarpata del .Lago; lo ve¬
demmo nella descrizione della « Serie G-M del Golfo di Salò » ed in quella della Rocca di Manerba.
Infatti, ivi, per la maggiore esarazione glaciale del Wùrm, affiorano i terreni più antichi sino al Giinz
(G. I e II dì Punta del Corno). Cenno ad altri lembi di Mindel vien fatto nella descrizione delle so¬
vrapposte cerehie moreniche, sia del Riss che del Wùrm. Qui mi limito a descrivere la grande Cava di
ghiaia di Menasasso di sotto, presso la statale Desenzano-Lonato, poco a sud del bivio per Castiglione
dello Stiviere (foto a fig. 12, p. 113).
Essa è lunga 150 metri ed alta circa 35. In basso alla cava, in scavo di saggio, si trovarono
argille gialle con ciottolini levigati e striati, evidentemente glaciolacustri : seguono circa 25 metri di
ghiaie bianche (n. 1) debolmente cementate, calcaree e con scarsi ciottolini alpini ; minute e di aspetto
fresco, mostrano cenno a stratificazione sub-orizzontale, talora incrociata e con lenti più sabbiose.
In essa, i cavatori rinvennero nell’autunno 1956 ossami di Bos, che potei avere in esame per l’ama¬
bilità del signor Arturo Jeker di Milano, proprietario della cava e della villa soprastante.
Le ghiaie sono coperte da 8 metri di argille sabbiose gialle, con ciottoli essenzialmente calcarei
(diametro massimo sui 20 cm) tutti levigati e striati (liv. 2): scarsi i ciottoli di porfido atesino e di
gneiss, pure levigati. Questa morena, evidentemente di fondo, risulta appoggiata e non in serie con¬
tinua; anche nella foto appare trattarsi di limite netto e non di un passaggio graduale. Essa, sulla
destra ed al tetto, risulta alterata per m 1.50 in ferretto (liv. 3). Il ferretto, tipico del Mindel, affiora
inoltre sulla sinistra della cava, lungo i tornanti della strada che sale a Villa Jeker (Carta); que¬
st'ultima si trova su cordoncino tardo-rissiano.
Sopra il livello a ferretto della foto, dietro agli alberi ed in alto, si trova cordoncino a mo¬
rena ghiaiosa, scarsamente alterata verso la superficie in argille giallo-ocra. Esso fà parte dell’anfi¬
teatro di ritiro del Biss II, e risulta essere il terzo all’interno della grande cerchia di Lonato : quello
di Monte Bello 156 - M. Mario-Menasasso di Sopra 155 - M. Alto 168. La Villa Jeker si trova su cor¬
doncino un po’ più arretrato, proprio dove il morenico Riss copre il ferretto, che è sviluppato, come
di consueto, all’interno ed in basso al cordone morenico. La grande cerchia, a morena argillosa fresca
del maximum wilrmiano (W. 1), si trova invece più all’interno.
Discussione cronologica. — Data la successione della cava e la posizione all’interno dell’an¬
fiteatro rissiano, l’interpretazione della serie può essere la seguente; anche per l’analogia colle serie
di S. Rocco (Salò) e colle cave mindeliane più esterne.
Le argille glaciolacustri di base alla cava, sulla quota 96 (30 m sul Lago), sono attribuibili al
Cataglaciale G. II. Esse, che nel Golfo di Salò (S. Rocco-Punta del Corno) sono crioturbate e conten¬
gono Diatomee glaciali e pollini, testimonierebbero il più antico Garda (Tav. Vili, fig. 1 ; Tav. IX,
figg. 1, 2).
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
113
Le ghiaie n. 1 della cava possono attribuirsi a \V Anaglaciale M. 7, discordante come a S. Rocco.
Esse sono fresche, perchè protette dai soprastanti depositi, e possono corrispondere alle ghiaie, debol¬
mente cementate e coperte da ferretto, delle cave esterne di Sedesina (Bedizzole), di Borgolungo (Ga-
vardo), Cava dell’Ava (Moscoline) ecc.; già attribuite all ’Anaglaciale M. I, con fluvioglaciale a fer¬
retto di tetto. Tuttavia non si può escludere, che il tratto inferiore della potente serie ghiaiosa testi¬
moni anche l’Interglaciale G-M, qui non cementato: ciò anche per la posizione in depressione.
Fig. 12. — La grande cava di ghiaia di Menasasso di sotto (Desenzano ): 1) 25 m di ghiaie del G-M e dell ’Anagla¬
ciale MI a Bos, che coprono argille glaciolaeustri del Cataglaoiale GII; 2) con limite netto è appoggiata morena
di fondo del Cataglaciale M.II (8 m), alterata in ferretto (3). Sopra, è appoggiato cordoncino morenico tardoris-
siano ( Cataglaciale M.II). La freschezza delle ghiaie calcaree, con scarsi ciottoli alpini, è dovuta alla protezione
della morena soprastante. In basso, a destra, escavatrice della ghiaia.
La morena di fondo del n. 2, per l’alterazione in ferretto (liv. 3) e per la sua posizione all’in¬
terno dell’anfiteatro rissiano, può testimoniare il Cataglaciale M. II; cioè la fase di ritiro finale del
Mindel. Risulta infatti appoggiata e non in serie continua sull’Anaglaciale M. I, come per esempio
a S. Rocco (Tav. IX, fig. 2). Sul ferretto è appoggiato il cordoncino morenico del Cataglaciale B. II.
Testimoni del Mindel negli anfiteatri insinuati di Salò e Gardone : Anfiteatro di Salò. —
Già illustrai il Mindel in serie sul Giinz, in corrispondenza della scarpata conglomeratica sopra
il Cimitero di S. Rocco, sino a Porto di Portese. Altri lembi di ferretto, indico all’esterno della
cerchia Biss I : le descritte cerehie del Mindel I e 77, all ’esterno di Bissinica, appoggiate al M. Co-
114
S. VENZO
volo, e la grande morena mediana del Dosso Rossini-Dosso di Casa Parti; su di essa si appoggia il
cordone del Riss 1. All’interno ed alla base del R. II, affiorano i vari lembi di ferretto esarato e dila¬
vato, della zona di Villa, con case allineate sulla cerchia TV. I. Lente di tipico ferretto, si trova anche
all 'interno di essa. Altro lembo affiora in alto alla scarpata ghiaiosa cementata lungo la provinciale
Tormini-Roè; in frana verificatasi nell’inverno 1956, che mise in evidenza il grosso livello ad argille
rosse, sopra alle ghiaie giallastre. Su questo morenico Mindel, per la maggior parte eroso ed asportato
dal Chiese, si appoggia all’interno la cerchia ghiaiosa, mai a ferretto, del Riss I.
Altra lente a ferretto affiora per poco alla base esterna del R. I, lungo la ferrovia di Roè e poco
ad est, tra i campi (km 28 della Carta). Minuscolo lembo testimone è inoltre conservato sopra la
strada comunale Roè-Pompignino, presso il ponte sul Chiese, in sponda destra : basato sul Cretacico,
appare il conglomerato dell ’Anaglaciale Mindel, a ciottoli alpini e col ferretto in superficie.
L’esteso terrazzo a ferretto di Pompignino, sospeso di una ventina di metri sul Chiese, è inte¬
ressato da 4 grandi cave di ghiaia. Quivi, affiorano sotto un metro di argille rosse, ghiaie bianche,
calcaree, con ciottoloni di porfido atesino (anche di m 0.50), gneiss, tonalite, anagenite ecc.. Anche
qui, le ghiaie risultano appena cementate. I grossi ciottoli alto-atesini, testimoniano dilavamento flu¬
vioglaciale di fronte mindeliana del Garda, che si doveva trovare nella zona Roè - Madonna del
Brizzo. Qui, sulla quota 240, è conservata esigua lente di ferretto sviluppato per poco in corri¬
spondenza dei campi e degli orti, sotto la strada, e lungo la scarpata ad argille rosse con ciot¬
toli di porfido e gneiss, sopra la stessa. Evidentemente, la cerchia del M. I a Madonna del Brizzo si
appoggiava al Biancone. Le cerchia, completamente dilavata ed erosa dal Chiese nella stretta Roè-
Tormini, è probabilmente testimoniata dagli enormi erratici, spigolosi o piatti, di porfido atesino e
gneiss, anche di 5-6 metri di diametro. Questi sono comuni nel letto del Chiese, all’esterno del R. 7:
fortemente piantati nel letto ghiaioso, ben difficilmente poterono venir mossi, e tantomeno rotolati,
dal fiume pianeggiante. Fenomeno consimile a quello riscontrato per gli enormi erratici di calcare
bianco oolitico del morenico Giinz, nel Chiese di Mocasina (fig. 6).
I lembi di Mindel conservati nell'anfiteatro rissiano di Gardone. — Delimitati sulla Carta,
essi appaiono molto ridotti, perchè esarati e coperti dal potente anfiteatro morenico rissiano,
insinuato colla cerchia più esterna (R. 7), sino a S. Michele (m 404). Piccola lente di ferretto si trova
alla base del cordone morenico interno al R. II, 300 m sopra Morgnaga; lungo la vecchia carrareccia
per S. Michele, dietro alla Villa bianca Ciòs. Le condizioni di giacitura vennero descritte, trattando
del Vallone di Bar barano, ed illustrate nello spaccato della fig. 9, a pag. 104.
Due più estese placche di ferretto, sono conservate ad ovest del Vallone di Barbarano; si possono
osservare salendo per la nuova strada in costruzione, che dalle Cure sale a Pignino, congiungendosi
poi con quella del M. S. Martolomeo. Si tratta di morenico con ciottoli alpini, alterato in superficie
per metri 1-1.50 nelle solite argille rosse. Questi lembi sono coperti dalla grande cerchia R.II (Carta).
Altro esiguo lembo di ferretto, è conservato molto più in alto, sul versante orientale di M. S. Barto¬
lomeo, nel bosco a castagni di Ressiniga, attorno alla (piota 420. Questo ferretto, testimone della cerchia
più alta ed alterata, il Mindel 1, risulta appoggiato al conglomerato politico ; su di esso si appoggia il
cordone Riss I.
L’abitato basso di Sernica si trova pure su morenico con ciottoloni alpini, ma senza ferretto.
Data la quota di 415 metri e la posizione all’esterno ed in alto al R. I, esso non può essere che Mindel.
Poiché il ferretto superficiale è dilavato, sulla Carta contraddistinguo il lembo a tratteggio rosso oriz¬
zontale.
Esteso terrazzo a morenico, con ferretto quasi del tutto asportato, riscontrai, proseguendo per
la strada di Sernica, nella zona di Monticelli : grossi ciottoli di porfido atesino, di gneiss e filladi, sono
presenti sino sulla quota 400, dove si appoggiano al Biancone. Questo morenico viene a trovarsi a
quota superiore ed all’esterno dell’esteso terrazzo del Fluvioglaciale Riss I di S. Michele. Circa alla
medesima quota, è conservato il lembo a ferretto, che delimito sulla Carta a monte di S. Michele;
lungo la scarpatina della carrareccia che costeggia il monte a Biancone. Su di esso si appoggia il ben
conservato cordone del R. I, col nuovo grande albergo, tuttora chiuso. Evidentemente, anche qui, il
Mindel colle sue cerehie laterali s’insinuava più in alto e più all’esterno del Riss I, come di regola.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
115
L’ANFITEATRO MORENICO RISSIANO
Nel capitolo «Le precedenti conoscenze », ricordai che la grande cerchia spartiacque dell 'anfi¬
teatro morenico del Garda, era ancora oggetto di controversia tra gli autori. Penck e Feruglio l’ave¬
vano considerata wiirmiana; Cozzaglio (1933) l’attribuì in genere al Riss, e come tale la indicò sui
Fogli geologici Peschiera e Brescia. Però Klebelsberg (1936) e Todtmann (1950), criticarono questa
datazione per l’aspetto fresco della grande cerchia, che tornarono ad attribuire al Wiirm.
L’incertezza nella distinzione tra Riss e Wiirm, che è delicata e fondamentale per l’interpreta¬
zione dell’Anfiteatro gardense, mi era ben nota sin dall’inizio del presente rilievo. Si trattava del
massimo wurmiano (TP. I), in accordo cogli Autori tedeschi; oppure del secondo, grande, stadio ris-
siano (A. II), che allora non era conosciuto? Quest.'ultima interpretazione corrisponderebbe a quella
dell’Anfiteatro morenico dell'Adda di Paderno (Lecco) e del Bergamasco; e sarebbe in accordo col¬
l’interpretazione di Vecchia per il Lago d’Iseo, e con quella di Nangeroni per il Varesotto ed il
Ticino.
All'Adda di Paderno, sin dal 1948, a conclusione di ciclo di rilievi, dovetti attribuire la seconda
grande cerchia di morenico, alterata in argille giallo ocra, al Riss II ; ed è questa la massima cerchia,
quella spartiacque di tutto l’anfiteatro (Venzo, Adda , tav. I, fig. 1, 2; Carta e fig. 2 nel testo). Questa
attribuzione venne discussa anche in altra mia nota ( Risposta commento Riva, 1949), ed ulterior¬
mente illustrata al Congresso geologico di Colonia 1951 ( Geomorph. Aufnahme 1952, p. 121). Nuovi
chiarimenti portai nelle «Attuali conoscenze...» (1955, tav. IX, X; p. 159-161 e fig. 1 nel testo).
Chiesa di Grone M. Fossana S. Stefano Cantone
587 589 350 341 S. Fermo
Fig. 13. — La Val Cavallina tra Grone e Borgounito (Bergamasco orientale). Sulla sinistra, la seconda cerchia morenica
del Riss, quella di Grone colla Chiesa (Siss II). Risulta evidente l’origine del terrazzo di S. Stefano-Cantone-S. Fermo,
che continua a sud col livello fondamentale della Pianura. Il grande terrazzo, con scarpata conglomeratica, è sospeso di
40 metri sul fondovalle. La cerchia RI, è indicata a Cantone-S. Fermo, oltre 1 km a, sud del S.II. In primo piano a
sinistra, già nel cucchiaio di sovraescavazione tardo-rissiano, affiorano argille lacustri dell’Interglaciale S-W (Venzo,
V. Cavallina 1949, fig. 3). Il fondovalle ghiaioso, che incide e copre le argille, è raccordato 5 km a nord colla cerchietta
wiirmiana del Castello di Endine (W. II), cosicché il fondovalle risulta del FI. W.II.
Anche al Garda, il livello fondamentale dell’alta pianura si raccorda colla grande cerchia spartiacque del B.II.
UG
S. VENZO
Nella «Revisione del Glaciale della lassa Val Cavallina, » (1949), la più orientale delle grandi
valli bergamasche, conclusi con analoga datazione per la grande cerchia di Girone, la seconda del Riss
(p. 86-89; Cartina fig. 1; spaccato fig. 2). Nella nuova foto della fig. 13, illustro ulteriormente la
questione.
Condizioni del tutto analoghe riscontrai in Val Stura di Demonte (1951), dove la cerchia del
Riss II di Moiola, che sbarra potentissimo bacino lacustre ad argille del R-W, trivellate per 136 me¬
tri, dà origine al livello dell’alta pianura piemontese (fig. 4, 5 e Cartina 30.000).
Caratteri generali del Riss. — Il morenico risulta prevalentemente ghiaioso, appena cemen¬
tato, e con sensibile alterazione verso la superficie in argille giallo-ocra, giallo-arancio, e perfino ros¬
siccio per incipiente ferrettizzazione. Mai si osserva alterazione in tipico ferretto, come avviene invece
per il Mindel.
Le cerehie principali sono due, in genere distanziate di oltre un chilometro ; ma talora quasi
riunite, come nella zona dei Tormini di Salò. Fatto questo connesso collo spazio angusto, per la pre¬
senza del fiume Chiese, che fu sempre extra-morenico ; oltreché per la vicinanza del monte roccioso,
il cui potere riflettente doveva tener distanziata la lingua glaciale del Riss I, più esterno (Carta).
Dalle due cerehie rissiane, la seconda, già interpretata come Wiirm, risulta la maggiore (R. II) ; costi¬
tuendo lo spartiacque di tutto l’anfiteatro. Spesso la cresta di quest'ultima cerchia, effettivamente
ben conservata e di aspetto morfologico fresco, risulta ghiaiosa e non alterata. Ma questa condizione
è conseguenza del dilavamento superficiale, che asportò il terreno d’alterazione; similmente a quanto
osservato per le cerehie mindeliane, dilavate in superficie dal ferretto (tratteggio rosso orizzontale sulla
Carta). Al di sotto dello strato superficiale debolmente alterato, il morenico rissiano risulta in ge¬
nere fresco, e non distinguibile litologicamente dal Wiirm. In basso ai versanti del R. II, sui ripiani,
nelle depressioni o nei campi, il terreno risulta prevalentemente argilloso e di color giallo-arancio ;
il che non succede invece per il Wiirm, del tutto fresco e situato all’interno. Tanto il Riss I quanto
il Riss II, sono spesso direttamente appoggiati o basati sul ferretto del Mindel (Carta). All’interno ed
in basso delle cerehie rissiane, dove maggiore era l’esarazione della lingua glaciale, il ferretto riaf¬
fiora qua e là (fig. 14).
Ai Tormini di Salò, la massima cerchia rissiana (R. II), risulta argilloso-sabbiosa e di color
giallo-ocra molto vivo, in tutta la massa ; e coi soliti ciottoli, talora molto grossi, di materiali anche
alpini. Nonostante questa sensibile e caratteristica alterazione, che si osserva in varie sezioni e negli
scavi per fondamenta di case e ville, anche Cozz aglio attribuì la cerchia spartiacque dei Tormini,
al Wiirm. Trattasi tuttavia della medesima cerchia, che più a sud venne da lui stesso attribuita al
Riss (Foglio Peschiera).
I caratteri litologici della prima cerchietta interna al Riss II di Donato (Carta), ora sezionata
dal trincerone per il nuovo tracciato della statale che passerà a sud, evitando le salite e l’abitato,
sono pure decisivi per l’attribuzione al Riss invece che al Wiirm (Tav. XII, fig. 2). L'alterazione su¬
perficiale in argilla arancio-rossiccia, potente oltre un metro, indicata con / nel taglio fresco, non può
testimoniare che il Riss. Riscontro però che, sulla cresta del cordone, i campi sono nel morenico
fresco, per dilavamento del terreno di alterazione. Questo può spiegare, perchè i precedenti autori,
compreso Cozzaglto, vi indicarono invece il Wiirm: colla conseguenza che il corrispondente scari¬
catore, il cui dilavamento fluvioglaciale determinò la formazione dell’alta Pianura, veniva ad essere
attribuito al Fluvioglaciale wiirmiano invece che al Fluvioglaciale tardorissiano (Carta; Tav. XII,
figura 1).
Particolare cura dedicai al rilevamento delle più interne cerehie del Cataglaciale rissiamo, nella
possibilità che potesse anche trattarsi di Wiirm appoggiato. Questo era il caso, per esempio, della mar¬
cata cerchia situata all’esterno e ad ovest di quella della Stazione di Desenzano (W. I): Villa Pusu-
naro, 143 - Montecroce. 146 - Fontana, 139 - Cascina Brene, 126, cioè la quarta all’interno della grande
cerchia Riss II (Carta). Salendo da Desenzano per Donato, sulla vecchia strada che attraversa il cor¬
done di Montecroce, il morenico è sezionato da trincea. Qui, appaiono morene alterate per oltre un
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
1J 7
metro in argille giallo-arancio assai vivo, testimonianti in modo indubbio il Riss. All’interno della
medesima cerchietta tardo-rissiana, nella zona di C. Bagatta-Pescala, nel trincerone della vecchia fer¬
rovia di guerra, affiora sotto il Riss, il ferretto del Mindel; come di regola.
La grande cerchia spartiacque del Riss II mostra gli scaricatori centrifughi. Essi costitui¬
rono il livello fondamentale dell’alta Pianura, sensibilmente alterato ed arrossato, anche per dilava¬
mento del Mindel a ferretto. All’interno del Riss II, le cerchiette eataglaciali, in numero di 5-6, sono
sempre sensibilmente alterate, e costituiscono un unico anfiteatro, che degrada da quota 188 a
quota 100 (zona di Lonato-Desenzano). Questo anfiteatro, sempre esterno alla cerehia IP. 1, corri¬
sponde appieno a quello di Villa d’Adda (Venzo, 1948, Tav. I, fig. 2, p. 103, fig. 2; 1955, Tav. IX,
p. 160, fig. 1).
La durata dell’Interglaciale R-W, secondo le curve astronomiche (Milankovitcii, Woerkom,
Krivan-Bacsàk), si aggirerebbe sui 60.000 anni; pertanto l’alterazione delle morene rissiane rispetto a
quelle del maximum wiirmiano (TP. /), seppur sensibile, non può essere così forte come pensarono gli
Autori tedeschi. Invece, l’intensa alterazione in ferretto del morenico Mindel, appare giustificata, se si
pensa alla lunga durata del grande Interglaciale, il Mindel-Riss. Questo, in base alle curve astrono¬
miche, sembrerebbe durare 200.000 anni; e sempre il Riss ghiaioso copre il ferretto.
Per la distinzione tra Riss e Wiirm risultano inoltre essenziali i caratteri morfologici, preceden¬
temente trascurati. Se in un tratto la cerchia risulta sensibilmente alterata e pertanto rissiana, la sua
continuazione, anche se di aspetto fresco per dilavamento superficiale, non può attribuirsi al Wiirm!
Cozzaglio stesso incorse più volte in quest’errore, come appare anche dalla sua Carta. Nella descri¬
zione dell’apparato morenico, accennerò via via alle datazioni in discordanza.
Discussione sulla bipartizione del Riss e sulla probabile presenza di Interstadio. — La co¬
stante presenza, anche al Garda, di due distanziate cerehie moreniche principali del Riss, delle
quali l’esterna un po’ più alterata e degradata, a forme meno fresche, stà a testimoniare il maximum
di due distinti Stadi glaciali, il R. I ed il R. II : in analogia colla mia interpretazione del Riss del-
l’Adda di Paderno, del Bergamasco, della Brianza orientale e della Valle Stura di Demonte (1951,
Cartina geol. 30.000). La sovrapposizione stratigrafica di due livelli morenici del Riss, è ora provata dal
Rozzo della Fattoria Paradiso sotto della fig. 8 (p. 100): l’inferiore, tra i 60 ed i 50 m di profondità
testimonia il Riss< I ; ed il superiore, tra i 42 ed i 20 m testimonia il Riss li, trovandosi appena all 'in¬
terno della grande cerchia. Questa serie, ulteriormente sviluppata in basso sino a 106 m, viene destritta
trattando del Riss II.
La mia interpretazione è inoltre basata sulla presenza, all’esterno delle due cerehie rissiane, di
distinti terrazzi fluvioglaciali raccordati : il FI. Riss I, alterato in argille arancio-rossastre e ridotto
a terrazzi testimoni, risulta sospeso di parecchi metri (5-10) sul sottostante « livello fondamentale
dell’alta Pianura ». Questo raccordato colla seconda cerchia e pure sensibilmente alterato, deve attri¬
buirsi al FI. Riss II. Come appare dalla mia Carta, gli scaricatori tardo-rissiani ( Cataglaciale Riss li),
appaiono debolmente incassati, tanto che Cozzaglio li ritenne wurmiani (in azzurro sulla sua Carta).
Ma per le depressioni appena accennate, che sfumano nel Piano, come pure per i consimili caratteri
litologici (alterazione in argille arancio), mi sembra evidente trattarsi sempre del Sistema rissiano
(Carta). Vedemmo inoltre che tali scaricatori hanno origine da cerehie interne al Riss II, sempre
sensibilmente alterate (Tav. XII, fig. 1, 2).
Tra il deposito delle due cerehie rissiane, diversamente alterate e degradate, e con due distinti
livelli fluvioglaciali, deve essere trascorso un periodo di tempo notevole, con fase erosiva che abbassò
il livello della Pianura di parecchi metri. Ciò può spiegarsi soltanto ammettendo forte ritiro intersta-
diale tra il R.I. ed il II, mentre l’anfiteatro interno a quest’ultimo si sedimentò all’inizio del ritiro
tardorissiano.
La bipartizione del Riss trova rispondenza nella pluripartizione delle precedenti glaciazioni del
Donau, del Giinz e del Mindel ; provate sia dai dati pollinici della serie lacustre di Leffe, sia dai dati
118 S. VENZO
stratigrafici, litologici ed anche paleontologici ( Diatomee e pollini), ora riscontrati al Garda. L ’ipotesi
semplicista di un massimo glaciale per ciascuna glaciazione con successivo unico, lento e graduale ritiro
glaciale con stadi di arresto, risulta in contrasto coi fatti e non regge più; anche se essa è ancora se¬
guita. Il Wiirm sudalpino, in base alla successione di 2-3 cerehie moreniche con caratteristiche serie
stratigrafiche anaglaciali 0, 2 ); nonché con altrettanti terrazzi raccordati, diversamente sospesi
ed incassati nei fiumi, risulta pure pluripartito. Fatto ora provato, sia in Italia (Nangeroni
1954; Venzo, Sambughetto 1954 e bibl.) che all’estero, da dati paleontologici e paletnologici, oltreché
dalle successioni di serie leossiche (Dozek, Prosek, Lais, Brandtner, Fink, Maidan, Schonhals ed
altri : bibl. in Venzo, Attuali conoscenze, 1955) ( 3 ).
Devo ricordare infine, che la bipartizione del Riss risulterebbe in accordo colle curve astronomi¬
che, secondo le quali l’Interstadio B. 1/11 si aggirerebbe sui 40.000 anni ( 4 ). Come vedemmo, la mag¬
gior parte dei precedenti autori, seguendo Pbnck, attribuì la mia Cerchia B. II al Wiirm; ammetten¬
do di conseguenza un lungo periodo interglaciale frammezzo, il R-W. Nemmeno a loro pertanto era
sfuggito, oltreché la diversa alterazione delle cerehie, un corrispondente forte ritiro glaciale con fase
erosiva tra i due terrazzi fluvioglaciali. Soltanto che la fase d’erosione, risultando ridotta, può rite¬
nersi interstadiale invece che interglaciale. Nel Quadro stratigrafico del Pleistocene bergamasco
(Attuali conoscenze 1955), nonché in quello conclusivo sul Garda, sono schematizzate le suddivisioni
stratigrafiche da me indicate anche sulla Carta.
Descrizione dell'Anfiteatro morenico del Riss
La cerchia esterna del Riss (R. I), con secondarie. — Ad est del M. Covolo, s’inizia a Casa
Parti, dove si appoggia al grande cordone mediano del Mindel II (Caria). Più a sud, si appoggia al
mindeliano Dosso Rossini e prosegue a Cascina Pellegrina 350 - Roccolo Meroni 328 - M. Coste 334, sino
all’abitato di Bariaga, dove è interrotta dal grande scaricatore del Biss li. A sud, sempre appoggiata
al Mindel II, la cerchia prosegue a C. Fenile 295 - Porcili 326 - M. Cervo 361, sino al M. Serina 357.
Tra quest’ultimo ed il M. Cassaga basso (B. II), è interrotta da altro scaricatore del più interno B. II
(fig. 14, IV). 11 cordone B. I, in corrispondenza del Cassaga basso, risulta coperto dall’imponente Biss
II ; ma più a sud continua all’esterno di esso, sino al M. Guarda, m 307. Qui, sulla strada sopra Piazza,
in corrispondenza del nuovo Tabernacolo, sotto il morenico ghiaioso B. I, affiora il ferretto (Carta).
A sud, il cordone continua al Cimitero di Castrezzone 257-Casa Vignaghe; interrotto da altro
grande scaricatore del B. II, prosegue a M. Corno 262 (fig. 14, III), M. Colombone 261 - Cà l’Ago.
Qui, si osserva vallata di quasi un chilometro, in corrispondenza dei grandi scaricatori riuniti del Biss
II, sino al M. della Valle 256 - cerchia principale allineata ad ovest della Cna Arzaga - ovest di
Drugolo 225 - Cuccagna 235 - Sedéna. Essa risulta qui interrotta dagli scaricatori glaciali del più
interno B. II: Madonna della Selva, Drugolo e Sedéna. A sud di quest’abitato, il cordone B. I si svi¬
luppa con piccole interruzioni sino allo scaricatore di Borgo Corlo-Molini di Donato; per interessare
poi il tratto occidentale delle colline moreniche di Lonato (Carta, Tav. XII, fig. 1 e fig. 14, I). A Do¬
nato, la cerchia sui 180 metri di altezza, è interrotta dal grande scaricatore tardo-rissiano che la in¬
cide sino a quota 158 (Tav. XII, fig. 1). A sud, il B. I, si sviluppa sino al limite della Carta, prose¬
guendo ulteriormente sempre colle medesime caratteristiche.
Tra la regolare cerchia descritta, testimoniante il maximum del più antico Stadio rissiano ed il
più interno B. 11, decorrono cerchiette o dossi morenici secondari indicati sulla Carta: essi sono con¬
nessi colle oscillazioni di ritiro della fronte B. I.
( 1 ) Nangeroni G. - Probabile traccie ... 1954.
( 2 ) Venzo S. - Le attuali conoscenze ... tav. X, fig. 2, tav. XII; Quadro, p. 160-169. 1955.
( s ) Consulta inoltre nell’Elenco bibliografico le recentissime comunicazioni INQUA V, Madrid-Bareellona 1957;
nelle quali la pluripartizione delle grandi glaciazioni è ulteriormente provata e generalmente ammessa.
( 4 ) In base alle mie osservazioni geomorfologiclie in Lombardia e Piemonte, tale Interstadio del Kiss sembre¬
rebbe più breve.
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S. VENZO
La seconda grande cerchia morenica del Riss (R. II). — Ghiaiosa, a forme fresche, ma sensi¬
bilmente alterata in argille giallo ocra (se non dilavata in superficie), risulta la più potente di tutto
l’anfiteatro del Garda; cosicché ne costituisce lo spartiacque. Essa si può facilmente seguire anche
sulla Carta, dove la indico a grossi pallini arancio. S’inizia a nord, all’interno di Casa Parti-Dosso
Rossini, dove quasi si unisce al B. I ■ e prosegue a sud, a Roccoli Capra 356 (fig. 14, V) - Belvedere
sopra 365 - Roccolo Novelli 365 - M. Luzzago - M. Porca 367 - M. Soffaino 363 - M. Cassaga 366 (fig.
14, IV). Qui, la scarpata esterna del grande cordone ghiaioso del B. II si appoggia direttamente al
ferretto in forte pendio, e pertanto in posto (Carta). Anche il fondovalle tra il B. I ed il II, è costi¬
tuito da un metro di ferretto, che copre ghiaie bianche (Cava dell’Ava già descritta nel Mindel; fig.
14, IV) : ma naturalmente esso può essere parzialmente rimaneggiato, ed anche accumulato in fon¬
dovalle. Tale sovrapposizione del grande cordone sul ferretto mmdeliano, sta pure a testimoniare trat¬
tarsi di Riss: se questo si voleva attribuire al Wùrm come i vecchi autori, dove sarebbe il Riss? Com¬
pletamente eroso?
L'imponente cordone li. II prosegue a sud, al M. Cassaga basso 339 : interrotto da scaricatore
tardorissiano, si sviluppa a SE a M. Morsanico - M. Brassina 333, ambedue basati sul ferretto. Era l’ul¬
timo di essi ed il più meridionale M. delle Fontane 326, passa altro scaricatore tardo-rissiano ; con
origine dal cordoncino interno, a morenico sensibilmente alterato, di M. Capo 307. Allineato a sud,
troviamo il grande cordone di M. Canale 337 - M. Caprile 342 (fig. 14, ili) - M. Montròpero. All’in¬
terno ed in basso, è conservato esteso lembo di ferretto, che affiora attorno a Cascina Montròpero e
nella vailetta a nord (Carta). Proseguendo verso sud, il B. li è testimoniato dal M. Lungure 323 -
M. Pietra del Signore 325 ( con enorme erratico di gneiss) e dal M. Bagnolo (fig. 14, II), che all’in¬
terno mostra altro lembo di ferretto. A sud, il cordone è interrotto dal grande scaricatore tardo-ris-
ssiano di Madonna della Selva; donde prosegue a M. dell’Asino - M. della Rovere 381 - Dosso dei Ca-
puccini (Drugolo) - M. Falò 275 - M. Paradiso di Sopra-Cascina Spia 245.
La questione della Cerchia Paradiso a nord di Lonato (Carta). — A nord di quest'ultima, si
trova insellatura, dove s'origina lo scaricatore B. Il di Sedérla. Qui appare evidente la sovrapposizione
della grande cerchia ghiaiosa sul ferretto del Cataglaciale Mindel ; mentre la cerchia M. II, di 4 km più
esterna, costituisce il Monteroseo (Carta). Col ferretto mindeliano in forte pendio, di morenico in posto,
si raccorda l’esteso terrazzo ad argille rosse della Val Sorda-Reparé-Sedéna. Esso, sospeso di alcuni metri
ed inciso dallo scaricatore B. II (con fondo ad argille giallo-ocra o rossiccia), testimonia l'antico scari¬
catore tardo-mindeliano ; lo indico con freccia rossa sulla Carta. Tutta la zona era invece indicata
come Riss da Cozzaglio. Egli si era accorto della sovrapposizione di morenico recente sul più antico;
ma lo interpretò Wùrm sul Riss. Ciò, benché la cerchia Paradiso non fosse che la continuazione di
quella grande di Lonato, da lui già indicata Riss. Io che ebbi a rilevare la zona a monte di Sedéna
a fine ottobre, osservai i campi, appena lavorati od in aratura, di argille color rosso vivo; e così pu¬
re i pendìi attorno. Pertanto indubbiamente Mindel e non Riss. La cerchia appoggiata,, seppur ghia¬
iosa e poco alterata in giallo, fa parte dell’allineamento Riss II.
Tale interpretazione è inoltre convalidata dal «Pozzo della Fattoria Paradiso sotto (Lonato)» ( 1 ),
che si trova subito all’interno del B. II (contrassegnato con * sulla Carta). Esso, profondo 106 metri,
è illustrato nella fig. 8 (p. 100). In superficie troviamo m 1.80 di argille gialle; altra prova trattarsi di
Riss piuttosto che di Wùrm. Da m 1.80 a m 10, vennero interessate argille grigie sabbiose; poi sino a
m 20, argille ghiaiose e ghiaie : da m 20 a 42, argille grigie sabbiose col 30% di « trovanti » alpini (an¬
che di 30 cm di diametro). Evidentemente trattasi di morenico di fondo. Risultando sottostante a ter-
(’) I dati del sondaggio di Paradiso sotto, mi vennero gentilmente ceduti dal sig. Eugenio Soldo di Predeschera
(Lonato), che qui pubblicamente ringrazio.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
121
reno alterato in argille gialle, e trovandosi appena all’interno del grande cordone, questo morenico non
può testimoniare che il B. II. Esso è coperto da depositi lacustri cataglaciali. Si vede che il cordon¬
cino rissiano interno, che limita la conca del Paradiso, all’inizio del ritiro tardo-rissiano, era intero
e poteva sbarrare un bacinetto lacustre. Tra i 50 ed i 60 m si trova altra morena analoga alla prece¬
dente, che può testimoniare il Biss I. Sotto ad essa sino a m 88, troviamo argille grigie lacustri, so¬
prastanti ad altri 13 m di morena. Questa, profonda da m 91 a 104, viene a corrispondere come quota
al Mindel di base, che affiora all’interno ed a ridosso del Biss II, poco a nord, nella zona sopra i
Barcuzzi (m. 170-200; Carta). Pertanto ritengo molto probabile che questo morenico profondo possa
testimoniare il Mindel finale (Cataglaciale M. II). L’obiezione che manca livello a ferretto in alto ad
esso (profondità sui 91 metri), non ha valore; in quanto le soprastanti argille lacustri cataglaciali lo
protessero dalla ferrettizzazione. Le condizioni geomorfologiche potevano essere analoghe a quelle che
determinarono più tardi lo sbarramento dei due depositi lacustri cataglaciali del Riss : cioè un cordon¬
cino morenico tardo-mindeliano, che nell’anfiteatro di ritiro sbarrò un bacinetto lacustre. Questo potè
forse perdurare anche all’inizio dell’Interglaciale Mindel-Riss, come nel caso delle argille lacustri
sbarrate dal M. II di Bagaggera, in Brianza (Renzo, Att. con. 1955, p. 173, fig. 4). Ma solo l’analisi
pollinica delle argille superiori, che io non ebbi in esame, potrebbe provarlo.
Tra la morena B. I e B. II, troviamo appena 8 metri di argille ghiaiose cataglaciali, in serie
continua e graduale: pertanto altra prova trattarsi sempre della medesima glaciazione, il Riss; piut¬
tosto che di Riss sotto e Wùrm sopra.
Dal Paradiso sopra, la grande cerchia B. II continua sino al Castello di Donato 188 (fig. 14,1) :
qui, è ampiamente interrotta dagli scaricatori che confluiscono sotto Donato, come illustro sulla Carta
ed a Tav. XII, fig. 1. Il B. II prosegue ulteriormente a sud, colla grande cerchia di M. Corno, 220 e di
S. Cipriano, m 215.
I terrazzi fluvioglaciali del Sistema rissiano
Sulla Carta distinguo i due terrazzi : quello superiore del Fluvioglaciale Biss I, alterato in
arancio o rossiccio ; e quello inferiore del Fluvioglaciale B. II, in giallo-ocra, rossiccio solo se a monte
venne dilavato anche il ferretto. Quest’ultimo sistema, dovuto anche agli scaricatori tardorissiani (in¬
dicati con treccie arancio), costituisce il «livello fondamentale dell’alta Pianura».
Fluvioglaciale Riss I. — Essendo conseguenza del dilavamento degli scaricatori fluvioglaciali
del Biss I, si trova specialmente all’esterno, e raccordato colla cerchia corrispondente. Qualche lembo,
collegato coll’inizio della fase cataglaciale, si trova anche all’interno del cordone B. I (Carta). Questi
terrazzi, ridotti a lembi testimoni, sono ghiaiosi, ma alterati verso la superficie in terreno arancio¬
rossiccio: essi risultano sospesi di 5-10 metri sul piano sottostante del FI. B. 11, ma talora finiscono
collo sfumare in esso; costituendo altra prova trattarsi sempre del medesimo Sistema rissiano, e non
di PI. R e rispettivamente W., come pensarono i precedenti autori (ad eccezione di Cozzaglio).
Fluvioglaciale Riss II o "livello fondamentale dell'alta Pianura,,. — Si raccorda colla grande
cerehia del Biss II, ed è dovuto a costruzione degli scaricatori che interessano la depressione tra le
due grandi cerehie rissiane. Tuttavia, spesso, è connesso con scaricatori tardorissiani, raccordati con
cerchiette interne al Biss II che risulta inciso. Questo è il caso di quegli scaricatori che Cozzaglio in¬
dicò in azzurro (FI. IR.) sulla sua Carta. Già vedemmo che anche le cerchiette interne, sensibilmente
alterate, fanno invece parte dell’anfiteatro rissiano di ritiro (Cataglaciale Biss II).
Da nord, troviamo il grande scaricatore B. II di Bariaga, dovuto alla confluenza di quello di
Bocca di Croce a nord, e di quello di S. Quirico a sud. Nel tratto esterno al B. I, da Bariaga a valle,
122
S. VENZO
è ben riconoscibile il sistema sospeso del FI. R. I. Tre chilometri più a sud, troviamo lo scaricatore
di Piazza di Castrezzone, che incide il Mindel ed i sottostanti conglomerati del G-M di Longavina,
prima di confluire nel Chiese sulla quota 185. Esso si origina alla grande cerchia dei Monti di Cas-
saga : come appare dalla Carta, anche questo scaricatore presenta tutti e due i terrazzi del Riss.
A sud, si trova l’enorme scaricatore di Riale-Campagna di Carzago, che è dovuto alla con¬
fluenza di tre scaricatori principali, ben delimitati sulla Carta, che incidono il sistema a ferretto tar-
domindeliano. Il più settentrionale, che proviene dal M. Morsanico (Castrezzone), appare dovuto alla
confluenza di due vallette : quella a nord, che si attesta a cerchietta tardorissiana, interna al M.
Cassaga basso, 339 ( R. II) ; quella ad est, che tagliando pure il R. II, si origina al più interno cordon¬
cino tardorissiano di M. Capo, 307. Invece, gli altri scaricatori più meridionali, si originano dal R. II
di M. Canale - M. Caprile - M. della Valle. L’enorme scaricatore di Riale-Campagna, a ghiaie alterate
per quasi un metro in terreno arancio-rossastro, verso sud dilavava ed incideva debolmente, con li¬
miti indistinti, la piana a ferretto del tardo Mindel.
Lo scaricatore di Madonna della Selva - Croce dei Vignali incide pure il terrazzo a ferretto
tardomindeliano, e si origina nella zona del M. Spigone da cerchiette tardorissiane, interne alla gran¬
de cerchia R. II. Seppur ghiaiose, esse risultano sensibilmente alterate e talora basate su lembi di
ferretto (Carta).
I quattro scaricatori più meridionali di Drugolo, Sedéna, di S. Zeno con conoide e di Borgo
Corlo-Molini di Lonato, pure con esteso conoide, si originano sempre dal R. II. I campi in corrispon¬
denza dei conoidi risultano di terreni ghiaiosi con argille arancio.
A sud di Lonato, confluisce nella Piana il grande scaricatore già descritto e figurato a Tav.
XII, che è tardorissiano ; si origina difatti da cordoni alterati, interni al grande R. II. Gli scaricatori
esaminati determinarono la formazione della piana Bettola-Molini di Lonato-CMcinato, che pertanto
deve attribuirsi al Fluvioglaciale Riss II (fig. 14, I), ed in parte anche a dilavamento fluvioglaciale
tardorissiano (inizio Cataglaciale R. II). Essa, nella zona dei Molini, è interessata da grandi cave di
ghiaia : il livello superficiale risulta alterato in argille giallo-arancio, talora rossiccie per dilavamento
del Mindel ; sotto appaiono ghiaie bianche, fresche, con prevalenza di ciottoli calcarei, assieme a ciot¬
toli alpini.
Tale estesa piana venne già da Cozzaglio attribuita al Fluvioglaciale Riss (dz); mentre gli
scaricatori tardorissiani, debolmente incisi, vennero da lui considerati wùrmiani ( dw ).
Gli scaricatori fluvioglaciali del Riss II e tardorissiani, confluivano a SO nel Chiese, come in¬
dico sulla Carta. Potevano così attraversare la cerchia M. I di Ponte S. Marco, di Fornaci e di Calci¬
nato, in corrispondenza delle già esistenti incisioni degli scaricatori mindeliani. Sul Chiese, il terrazzo
FI. R. II risulta sospeso di una dozzina di metri: invece, più a monte, nella zona di Ponte Clisi, il
medesimo terrazzo risulta sospeso di 15-20 metri.
Confronti col Bergamasco. — La presenza di due sistemi fluvioglaciali del Riss, raccordati
colle due cerehie principali, venne da me riscontrata all’Adda di Paderno ed allo sbocco delle vallate
bergamasche. Nel Foglio geologico Bergamo, distinsi nel Riss: con ar' un Sistema fluvioglaciale
ghiaioso ad argille arancio in tutta la massa («Diluvium medio » Auct.), che è il FI. R. I ; ed un Flu¬
vioglaciale ar", più recente, ghiaioso ed alterato per circa un metro, che costituisce il « livello fonda¬
mentale della Pianura bergamasca » (FI, R, II). I medesimi due sistemi del Riss, dei quali il su¬
periore finisce per sfumare nella Pianura, sono presenti nella Brianza, Varesotto, Ticino, in Val
Stura di Demonte (Venzo, Moiola 1951, Cartina), ecc.
Tale distinzione venne da me più volte discussa, ed illustrata anche nelle « Attuali conoscenze
1955 » (p. 161, fig. 1 e Tav. X, fig. 1). Nel corrispondente Quadro straliejrafico comprensivo, sono di¬
stinti il R. I ed il R. Il, colle fasi moreniche e fluvioglaciali, separate da ridotta erosione interstadiale.
Risultando del tutto corrispondenti i nuovi dati sul Garda, si giunge alla conclusione che il fenomeno
è generale, per lo meno in Lombardia e Piemonte. Invece, nel Veneto ad est dell’Adige, il livello fon¬
damentale della pianura più vicino al mare, è raccordato colle cerehie del maximum wùrmiano ; risul¬
tando pertanto del Fluvioglaciale Wùrm I (Piave di Quero - Vittorio Veneto ecc.).
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
123
L'Anfiteatro tardo-rissiano (Cataglaciale R. II). —All'interno della grande cerchia spartiacque
del Riss II, si trova l’anfiteatro di ritiro, costituito da 5-6 cordoncini morenici: ghiaiosi, ma sensibil¬
mente alterati in argille giallo-ocra, essi degradano sino alla piana del Fluvioglaciale W. I (in azzurro
sulla Carta). Anche il più interno dei cordoni risulta tipicamente alterato in argille arancio. All’in-
terno dei rispettivi cordoni, affiora spesso il tipico ferretto (Cataglaciale M. II), come indico sulla
Carta e nei profili della fig. 14. In moltissimi punti è evidente la sovrapposizione del Riss sul fer¬
retto, che in genere affiora all’interno ed in basso ai cordoni, per l’azione di esarazione della lingua
glaciale. Due chilometri a NE di Donato lungo la strada bassa per Salò, le Case Soiolo (m 145), sono
basate su cordoncino tardo-rissiano : questo è come il solito ghiaioso, ma alterato in giallo-arancio. La
cantina della fattoria ad ovest della strada, nell’autunno 1956, veniva scavata per 2-3 metri: sotto alle
ghiaie del Riss lo scavo interessò il ferretto, rosso vivissimo, del Mindel, che indico sulla Carta.
Contrassegno in giallo, i terrazzi a ghiaie minute e sabbie, talora argillosi; sia per morene di
fondo, sia per transitorie fasi lacustri, consimili a quella del Paradiso (fig. 8). Tali formazioni, in
superficie risultano generalmente alterate in giallo-arancio, od anche in argille rossiccie, se si è verifi¬
cata esarazione o dilavamento del ferretto. T terrazzi si formarono durante le fasi stadiarie del Cala-
glaciale R. II. Le treccie arancio sul giallo indicano gli scaricatori : sempre extramorenici, essi pre¬
sentano decorso spesso complicato, testimoniando che a stento potevano defluire verso SE, tra le cer-
chiette interne dell’anfiteatro (zona di Donato).
Più a nord, nella zona di Polpenazze, le cerchiette di ritiro, inferiormente a morene argillose,
sbarrarono diversi bacini lacustro-palustri ; tuttora a torbiere, con terreno surtumoso nero. Le torbiere,
indicate con tratteggio verde orizzontale, sono talvolta palustri, e ricche in superficie di resti neolitici e
palafitte (Stegagno, Cornaggia). Le argille lacustri inferiori, con alternanze torbose, trivellate per oltre
20 metri e drenate con condotti sotterranei (conca del Lago Lucone, presso Vedrine), devono essere
antiche. Dato lo sbarramento tardo-rissiano, la sedimentazione potè avvenire dall’Interglaciale R-W
in poi. Lo studio della successione pollinica potrebbe testimoniare le variazioni della flora : presumi¬
bilmente, dall’inferiore fase temperata ad inverni miti dell’Interglaciale (come a Pianico), alle fasi
fredde del Wtirai, sino alle oscillazioni post-wùrmiane.
Le principali torbiere, incluse nell’anfiteatro di ritiro rissiano, sempre sensibilmente alterato,
sono: quelle di Chizzoline (Cornaggia, 1956), Soiano del Lago e Castelletto; la grande conca ad ovest
di Vedrine, ora prosciugata, ma con terre nere di torbiera nella conca del laghetto Lucone. A nord,
le conche chiuse di Fontanelle e Mura sono di terreni argillosi gialli, ma sotto, negli scavi tra i campi,
si raggiungono terreni surtumosi; e sotto a questi, anche argille azzurre di vecchia fase lacustre. Tali
terreni, in superficie, appaiono di sedimento eluviale; pertanto li includo nel verde pallido dell ’Allu-
vium antico.
Ad ovest della frazione di Palude, è torbosa e con terreni surtumosi la grande conca pianeg¬
giante col laghetto di Sovenigo. Durante l’ultima guerra la torba veniva estratta, come pure nelle
torbiere più meridionali. Nella zona di Lonato, ricordo la torbiera, inferioi’mente ad argille azzurre,
di Polada; ben nota per i rinvenimenti paletnologici con palafitte, terrecotte e resti dell’età del
bronzo, che caratterizzano la «Civiltà di Polada» (Cornaggia, Rittatore, con bibl.).
L’Anfiteatro rissiano insinuato dei Tormini di Salò. — Esso viene illustrato, oltreché dalla
Carta, dalle foto panoramiche della Tavola VII. Trattando dei caratteri generali del morenico Riss, di¬
scussi l’attribuzione al R. II della grande cerchia dei Tormini, che è sempre alterata in argille sab¬
biose gialle. Invece Cozzaglio, sul Foglio Peschiera, come pure la Todtmann la ritennero wiirmiana.
Però il Wurm, come in seguito chiarito, risulta fresco, più arretrato e ridotto (Carta).
La cerchia R. Il dei Tormini risulta a quota inferiore e di minor imponenza rispetto a quella
Cassaga-Lonato, del grande ghiacciaio gardense : ma essa è dovuta alla ridotta lingua glaciale estremo-
occidentale, che s’insinuava a mo’ di lobo tra il M. Covolo ed il M. S. Bartolomeo, sino al Chiese.
Anche qui troviamo due distinte cerehie moreniche del Riss, che possono venir attribuite al R.I e
al R. II.
124
S. VENZO
La cerchia R. I, più esterna e più sensibilmente alterata, a NE del M. Covolo, si appoggia sul
Mindel e costituisce il cordoncino morenico con grossi ciottoloni alpini (stadio di maximum) di Casa
Missane. Esso è inciso dal torrentello di Valle Rucche. Spettano pure al li. I, le collinette della valle
Missana, che indico con pallini piccoli sulla Carta : esse sono erose e dilavate dagli scaricatori del più
interno R. II. Nella zona dei Tormini, per la vicinanza della montagna a Biancone — riflettente •—
d'oltre Chiese, la cerchia R. I risulta unita al R. II, appoggiato. Però, più a nord appare di nuovo di¬
stinta, lungo il Chiese e sopra Roè : interrotta, sotto Cazzane, dallo scaricatore R. Il, essa continua
ad est per altri 500 metri.
La cerchia R. Il risulta, anche ai Tormini, la maggiore e quella spartiacque. Essa decorre da
Bissinica 266-Stazione dei Tormini 250-Chiesa di S. Pietro 250, Passo di Roè 240. Qui, in varie se¬
zioni è evidente lo stato di alterazione in giallo-arancio del morenico, già da Cozzaglio attribuito al
Riss; pur essendo questa la stessa cerchia dei Tormini (Tav. VII, fig. 2; Carta). Più ad est della sella
di Roè, la grande cerchia si sviluppa a Gazzane 250, con abitato allineato in cresta. Essa prosegue an¬
cora per 800 metri, sino ad appoggiarsi quasi al Cretacico in posto, sopra Madonna del Rio.
All’interno del R. II, come appare dalla Carta, troviamo qualche cerchietta testimone del ritiro
tardo-rissiano, sensibilmente alterata in giallo; ma sulle più basse è già appoggiato il Wiirm. Le mo¬
rene di fondo tardorissiane, sempre di color giallo, affiorano sotto il morenico wurmiano, nei vallon-
celli che scendono a Campoverde.
Fluvioglaciale Riss II (Salò). — Anche dalla Carta risultano evidenti gli scaricatori della seconda
cerchia, ai due estremi dell’anfiteatro insinuato. Verso sud, lo scaricatore è testimoniato dalla Valle
Missana, che tagliando in due punti la cerchia del R. I, si origina in corrispondenza del R. II di Bis¬
sinica; qui si osserva ancora l’originaria insellatura, superata dalla strada per Benecco e con idro¬
grafia invertita verso il Lago.
Il fondovalle dello scaricatore (freccie sulla Carta) è alterato in argille giallo-arancio, e so¬
speso di alcuni metri sul terrazzo del Fluvioglaciale wurmiano — a terreni bruni — del Chiese.
Lo scaricatore di Gazzane, colla stessa alterazione, si originava ad ovest dell’abitato, dalla cerchia
R. II : incideva e dilavava il Riss I. lasciando minuscolo dosso testimonio allineato, ad est della strada.
In esso confluiva lo scaricatore estremo-orientale del Riss II, che aggirava all’esterno la cerchietta
R. I (freccia). Questo Sistema risulta pure sospeso di qualche metro su quello wurmiano del Chiese
di Roè.
L’eseguità degli scaricatori, può testimoniare che il lobo glaciale rissiano doveva essere ridotto
e sottile ; in connessione anche colla bassa quota delle cerehie.
L'Anfiteatro rissiano insinuato di Gardone. — Oltreché dalla Carta, è illustrato dallo spac¬
cato della figura 9 a pag. 104, che lo seziona trasversalmente.
Il Riss I è testimoniato dalla cerchia più esterna e più alta, perchè appoggiata al monte. Essa
sul versante est del Dosso di Ressiniga (M. S. Bartolomeo), si appoggia ai conglomerati del Politico
e su lembo di ferretto: incisa dal vallone colle prese d’acqua, continua a nord, dove sostiene il terrazzo
di Casa Sale. Il R.I, con enormi erratici alpini, nuovamente interrotto dal vallone di Sernica, so¬
stiene il terrazzo fluvioglaciale di Sernica. Oltre il Vallone di Barbarano, esso prosegue sino a S. Mi¬
chele 407, col nuovo grande albergo in cresta. Appena ad est si appoggia al ferretto del Mindel {Carta).
All’esterno della cerchia descritta, risulta notevolmente sviluppato il raccordato terrazzo del
Fluvioglaciale R. I, sulla quota 365, che indico sulla Carta. Esso è costituito da ghiaie, jorevalente-
mente calcaree ma con ciottoli anche alpini, che nella zona di S. Michele risultano cementate. In
superficie, il terrazzo risulta alterato in terreno argilloso giallo-arancio; sospeso di 300 metri sul
Garda, appare inciso per 25-30 metri dall’alto torrente Barbarano.
Il cordone morenico del Riss II, con enormi erratici, si trova più all’interno e circa 90 metri
più in basso : è sempre di color giallastro e spesso cementato. Esso risulta interrotto ed inciso dalle
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
Ì25
numerose vallecole che scendono al Lago; ma appare caratteristico l’allineamento dei dossi testimoni,
che rimasero conservati sulle creste tra un valletta e l’altra.
Il cordone, sui 300 metri di quota, è conservato ad ovest del Vallone di Barbavano (Tav. XI,
fig. 1), dove si appoggia sul ferretto {Carta). Ai lati del Vallone, il Riss corona i conglomerati del
Giinz-Mindel (Tav. XI, fig. 2), e forma cocuzzoli a morenico cementato anche in vetta. Il R. II si
segue ad ENE sino presso Tresnico, con cresta sui 320 metri; e di qui, sino ad ovest del vallone di
Supiane (pallini grossi sulla Carta). Nella zona, Cozzaglio indicò invece il Cretacico in posto {Bea-
glia rossa e Biancone), che affiora soltanto nei valloni ed a monte.
All’interno del R.II, si trova l’anfiteatro tardo-rissiano (in accordo con Cozzaglio): molto
inciso, è costituito da morene sempre alterate e basate sui conglomerati G-M, e testimoniato da dossi
allineati sulle creste tra le valli. L’anfiteatro degrada a terrazzi sino al Lago. Sul penultimo terrazzo,
sospeso sui 60 metri, si trovano le frazioni di Gardone sopra e di Cargnaco col Vittoriale. La chiesa
di Gardone sopra, è su balza di conglomerato, mentre il Vittoriale è prevalentemente sul morenico;
ma le vallette («Acqua Pazza» eco.) incidono anche i conglomerati di base. L’abitato di Gardone,
lungo il Lago e poco sopra, si trova pure su morenico Riss. Non si trova appoggiato il Wiirm, poiché
qui, sul fianco destro del ghiacciaio, doveva prevalere l’esarazione. Infatti questa mise a nudo anche
i conglomerati compatti dell’Interglaciale Giinz-Mindel {Carta).
L’INTERGLACIALE RISS - WÙRM
Cozzaglio nelle Note illustrative (p. 90-92), ebbe a prospettare « l’esistenza eli un Banano
interglaciale entro il cui bachio si sarebbe costituito il Lago attuale, col sistema delle fanghiglie gial¬
lastre che lo circondano ». Ciò, in base al riconoscimento di cospicui tratti di sponda pensili a circa
30 in sopra l’attuale Lago, nonché di scanni abbandonati e da formazioni di carattere deltoide. In uno
scavo eseguito a Desenzano, Cozzaglio potè riscontrare « che le ghiaie nette di tali sponde abbando¬
nate erano coperte dalle fanghiglie giallastre dell’ultimo periodo ».
Nella primavera 1957, ebbi ad osservare circa 300 metri all’interno della cerchia della Stazione
di Desenzano (TP. /), nella zona Irta dove stanno costruendo ville, due pozzi trivellati sui 30 metri.
Dopo 3-5 metri di argille giallognole a ciottolini levigati e striati {Caiaglaciale TP. I), vennero incon¬
trate argille sabbiose azzurre con ciottolini levigati sino attorno ai 12-15 metri; poi sino a 25-28 argille
debolmente sabbiose ceneri {Interglaciale R-W lacustre?). Sotto venne incontrato livello a ghiaino
minuto e sabbia, ricco di acqua in debole pressione. Questa lente permeabile sembra basata su argille
gialle, con ogni probabilità del Garda interglaciale {R-W). Ci troviamo difatti a meno di 10 metri sul
Lago. Indico tali argille lacustri nello spaccato I della fig. 14, a p. 119.
Invece, le argille sabbiose lacustri del Golfo di Salò, che giungono a S. Rocco sino a 30 metri
sopra il Lago e che Cozzaglio propendeva a ritenere interglaciali (/CIP), vanno attribuite al Cata-
glaciale Gunz II. II Cozzaglio si basava sulla copertura di morenico Wiirm di Cisano, che viene a tro¬
varsi al tetto della serie (sua p. 77) : ma si tratta soltanto di cordoncino appoggiato (mia Carta). Già
vedemmo che tali sedimenti lacustri sono crioturbati, con ciottolini levigati e striati, e contengono
Diatomee di acque glaciali e pollini (tra i quali Conifera arcaica), testimonianti clima freddo (Tav.
VIII, fig. 1). Pertanto fase cataglaciale e non interglaciale, ed inoltre molto più antica. Essi sono i
testimoni del più antico Lago di Garda, il cui livello doveva essere di diversi metri superiore ai 30
metri sopra l’attuale. Infatti la serie lacustre superiore, a sabbie argillose, risulta erosa prima del-
1 ’Anaglaciale M. I, che è discordante (Tav. IX, fig. 2; fig. 5, a p. 91).
Riscontro inoltre che nella figura a p. 77 di Cozzaglio, la serie ghaiosa di S. Rocco, tra le ar¬
gille lacustri ed il morenico Z, è considerata « Alluvioni di Valsabbia ». Vedemmo invece che il conglo¬
merato superiore contiene grossi erratici di porfido atesino, gneiss, tonalite ecc., e testimonia morena
del Mindel I, alterata verso la superficie in ferretto : mentre le sottostanti ghiaie atesine cementate
testimoniano la corrispondente fase anaglaciale (Tav. IX, fig. 2).
126
s. Venzo
Le fanghiglie gialle o ceneri, con lenti a ghiaino minuto e sabbia, che si trovano sotto alle mo¬
rene fangose di Desenzano, sulla Carta sono comprese nell’azzurro chiaro del Cataglaciale W.I. Con¬
simile deposito ad argille gialle, ma con ciottoli levigati di morenico di fondo alla base, riscontro
lungo la sponda del Lago un paio di chilometri a NNO di Desenzano, sotto il nuovo stradone asfal¬
tato. Nella zona Casa Corno di sopra, lungo la spiaggia, la formazione ad argille giallo vivo con ciottoli
alpini anche levigati e striati, mi sembrò piuttosto morena di fondo tardo-rissiana ; collegata coi so¬
prastanti cordoni tardorissiani di M. Corno (Carta). Tuttavia le argille superiori della scarpata, potente
una decina di metri, accennano a fase lacustre : questa cadrebbe nel Cataglaciale rissiano, già tardo,
e pertanto all’inizio dell 'Interglaciale R-W.
Anche se, nel tratto Gardone-Desenzano, gli affioramenti di argille lacustri del Riss-Wiirm sono
oltremodo ridotti, perchè coperti, un Garda più esteso dell 'attuale e di quota superiore doveva certa¬
mente esistere. Il Mincio, anche allora emissario, presenta anse sospese di una dozzina di metri, che
secondo Cozzaglio testimonierebbero il livello del Sistema interglaciale R-W. Egli le indicò col giallo
sm sul Foglio Peschiera. Io penso trattarsi semmai di sistema finale del R-W, poco prima del Wiirm.
Tali terrazzi risultano infatti sospesi sull’alveo del Fluvioglaciale W.I, connesso col massimo wiir-
miano. Questa zona, non compresa nel presente rilievo, potrà essere oggetto di ulteriori ricerche, se
incoraggiate dal C.N.R..
Confronti coi bacini lacustri dell'Interglaciale R-W della Lombardia e Piemonte. — Ricordo
che potenti depositi argillosi, sbarrati da morene di fondo del tardo R. Il, vennero da me individuati :
1) in Val Cavallina (Bergamo), dove potei anche ricostruire il Lago interglaciale di Endine-
Grone (1949, p. 94, fig. 2; pp. 95-97; p. 103, Cartina 20.000).
2) in valle Stura di Demonte (Cuneo), dove argille sabbiose trivellate per 136 metri senza toc¬
care il fondo roccioso, testimoniano lunga fase lacustre sbarrata dalla morena R. II di Gaiola. A
monte di quest’abitato, le argille col corrispondente delta ghiaioso, occupano il fondovalle pianeg¬
giante della Stura per 7 chilometri, sino quasi al Podio di Demonte (testimonio del W. I). Tali ar¬
gille, dell ’Interglaciale R-W, sono coperte dalle ghiaie dell ’Anaglaciale W. I (Venzo 1951, figg. 4-7 ;
Cartina 30.000).
Studi sono tuttora in corso, col contributo del « Consiglio Nazionale delle Ricerche 1956-57 »,
sui sedimenti lacustri a filliti di Pianico, alla testata della Val Cavallina. Essi risultano sbarrati da
conoide dell ’Interglaciale R-W, cementato a conglomerato, della Val Camonica di Lovere-Castro
(Venzo, Att. conoscenze, spaccato p. 183, f. 7). 1 depositi lacustri, potenti quasi 100 metri e coperti
da Wiirm, vennero ora da me campionati ogni 20 cm per lo studio dei pollini. Questo viene compiuto
da Lona, all’Università di Parma. Per la ricchezza di pollini, specialmente nelle gyttias inferiori, sarà
possibile ricostruire l’evoluzione forestale e le condizioni climatiche durante gran parte dell'Inter¬
glaciale.
Di consimile età risulta il bacino di Re in Val Vigezzo (Piemonte), studiato da Gianotti, che
illustrò la macroflora delle filliti (Riv. It. Pai. 1950). Ora, i depositi lacustri sono oggetto di studio
pollinologico della prof. Daria Bertolani dell’Università di Parma.
Altro piccolo bacino lacustre, già osservato da Desio, è quello di S. Antonio d’Adda, sbarrato
dal cordone morenico del R. II (Venzo, Carta Adda 1948 ; Att. conoscenze p. 148, fig. 8).
Ricordo infine che Vialli ha testé illustrato la breccia ossifera ad El.antiquus, Rhin. merchi,
Emys orbicularis, della grotta di Zandobbio, allo sbocco della Val Cavallina nella Pianura (Atti Soc.
Se. Nat. 1957). Tale breccia, a fauna temperato-calda, e coperta da crostone stalagmitico del Pluviale
wiirmiano (siamo 8 km all’esterno del TU. J), può testimoniare l ’Interglaciale R-W superiore.
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
127
L'ANFITEATRO MORENICO WÙRMIANO
Il Wùrm risulta notevolmente ridotto ed arretrato rispetto a quanto ritenuto in precedenza:
similmente a quanto dimostrato dai recenti rilievi ali'Adda di Paderno, in Val Cavallina, al Lago
d’Iseo (Vecchia), nei Varesotto-Tieino (Nangeroni), in Val Stura di Demonte. (Venzo) ed al Lago
d Orta (Venzo, Sambughetto 1954). La cerchia morenica dei maximum wurmiano, il W. 1, è caratte¬
ristica, morfologicamente ben conservata e di morenico ghiaioso fresco, di color bianco, con grossi
erratici alpini. Molto potente risulta il corrispondente dilavamento fluvioglaciale, che determinò la
formazione della piana esterna, distinta in azzurro sulla Carta.
La cerchia W. I, che indico a palimi blù, risulta più piccola e più bassa del grande lì. Il : ma
ciò è in parte conseguenza del fatto che essa è basata molto in basso, all’interno dell’anfiteatro
rissiano. Ea cerchia wùrmiana si può seguire agevolmente sul terreno, e date le differenze litologiche
col Riss, in genere alterato in argille gialle, mi sembra difficile confonderla. La distinzione appare
facilitata dalla presenza all’esterno della piana fluvioglaciale, dovuta ad alluvionamento degli scari¬
catori. Anche gli erratici alpini, talora molto grossi, stanno a testimoniare che la cerchia è di un
maximum glaciale ; e che non può esser dovuta a fase stadiaria di ritiro. Essa è basata, e spesso anche
appoggiata, sulle morene gialle del Calaglaciale lì. IIj talora risulta appoggiata anche sul ferretto dei
Mindel, e più raramente sulle argille gialle lacustri dell ’Interglaciale R-W (zona di Desenzano). Le
morene fangose gialle tardo-rissiane, affiorano spesso all’interno della cerchia, come indico sulla
Carta. Dove l’esarazione della lingua glaciale fu maggiore, viene ad affiorare perfino il ferretto. Si
capisce pertanto come il cordone morenico W. I, verso la base sia talora colorato in giallo ocra, oppure
in rossiccio se è rimaneggiato il Mindel. Però il soprastante morenico del cordone è sempre fresco e
senza alcuna alterazione superficiale. Mai i campi che interessano il Wùrm hanno il terreno giallo-
arancio, che si riscontra invece nel Riss. 1 campi della piana fluvioglaciale ghiaiosa presentano ter¬
reni bruni: se torbosi, assumono colore nerastro e facies argillosa.
La cerchia principale è generalmente a ghiaie calcaree, con ciottoloni alpini; ma all’interno
prevalgono le morene argillose di fondo. Queste, nella zona di Desenzano, determinarono lo sbarra¬
mento impermeabile del Lago di Garda, post-wurmiano ed attuale. Le fasi di arresto del Calaglaciale
W. 1, all interno della cerchia, permisero la formazione dei cordoncini morenici arretrati, che degra¬
dano ad anfiteatro verso il Lago. I più caratteristici sono quelli della zona Cisano - S. Felice - Portese,
che coprono il Riss; e quelli dell’anfiteatro di Salò (Carta), che risultano basati sul Cataglaciale lì. II.
Come si osserva nel Foglio Peschiera, Cozzaglio considerò wùrmiane alcune cerehie interne
dell'anfiteatro tardorissiano, a quote assai superiori a quelle della cerchia W.l (zona di Puegnago ecc.) ;
similmente attribuì al Wùrm la cerchia R. Il, sensibilmente alterata, dei Torniini di Salò. Viceversa,
indicò come rissiana la maggior parte della cerchia morenica wùrmiana della ferrovia di Desenzano,
che non è alterata e che si trova in allineamento ed in quota col W. I. Ciò forse perchè era data la
prevalenza ai caratteri litologici, trascurando invece quelli morfologici. Questo può spiegare perchè
sono attribuiti al Wùrm quei tratti delle cerehie rissiane, dilavati in superficie del terreno alterato
in giallo-ocra. Nel Foglio Brescia, che include il tratto più occidentale dell’Anfiteatro gardense, Coz-
zaglio indicò Wùrm anche le creste ghiaiose dilavate del ferretto superficiale, delle cerehie minde-
liane esterne. Già discussi la questione per le cime di Monteroseo (ili. II), S. Rocco di Bedizzole (M.I)
ecc., che si trovano 5-6 km all’esterno dell’ambito wùrmiano ed a quota molto superiore.
La cerchia del Wiirm I. — A monte di Muro, frazione di Salò, comincia ad essere ben mar¬
cata a Villa, il cui abitato è allineato quasi in cresta (m 185). All’interno, si trova lembo di tipico fer¬
retto ( Carta e fig. 14, V). Da Villa, la cerchia decorre ad est, appoggiandosi a terrazzo giallo del
Riss, sino alle Zette; qui, è interrotta da scaricatore (freccia blù). In corrispondenza di questa insel¬
latura, la cerchia è superata dallo stradone delle Zette-Cunettone, che, all’esterno, attraversa il Riss
s
m
è., VfiNzò
in corrispondenza dell’antico scaricatore. A sud, essa costituisce il M. S. Caterina 202-Roccolo 199,
appoggiati al Mindel, e con lingua di ferretto anche all’interno. Tale cerchia W.I è illustrata nel
tratto centrale della foto panoramica a Tav. VII, fig. 1.
Più a sud, il 17. I, sempre appoggiato all 'altopiano a ferretto, prosegue a Roccolo Carrera-M.
Croce 186-S. Procolo 162, con lungo affioramento di Mindel e Riss anche all’interno {Carta). Verso
sud, l’allineamento, con Mindel all’esterno e Riss all’interno, interessa M. Serraglie 136 - M. Campa¬
gnola 142-Poggio Gelmini 132. Qui, la cerchia appare incisa dal centripeto Rio d’Avigo. Appena ad
est, la cerchia, piuttosto attenuata ed appoggiata sulle morene fangose gialle tardo-rissiane, prosegue a
Palbiana 126-Solarolo 132-M. Porca 141-Montinelle 132, frazioni del Comune di Manerba. Ad est di
Montiuelle, la cerchia si appoggia ai calcari mummulitici dell’Oligocene di M. Re e della Rocca di
Manerba (218). 1 calcari, poco a sud, costituiscono anche la cresta del M. Sasso 156, di quota supe¬
riore alla cerchia morenica. Questa si appoggia a sud, dove forma il M. S. Giorgio 127-Gardoncino
125-M. Lungo 128. Come appare dalla Carta, la fronte del massimo wurmiano appoggiandosi e gi¬
rando attorno allo spuntone di ostacolo della Rocca, si scaricava all’interno delle due cerehie, for¬
mando la piana fluvioglaciale di Montinelle 114-sud di Solarolo 118 (freccie).
A SO, il cordone prosegue a Moniga col Castello 152 (fig. 14, profilo III) - M. Tapino 151. Un
chilometro più a sud, esso è intérrotto da scaricatore. Ad est di Padenghe, il cordone 17 .1 continua
regolarmente, con caratteristici cipressi in cresta, a Villa Ines 135 (fig. 14, II). Si sviluppa poi a sud,
a costituire il piccolo lobo, con Riss all’interno, di Maguzzano 114, che è appoggiato sul ferretto; il
cordone continua al Cimitero-M. Carel 126. Qui, all’estremità del lobo, valletta di scaricatore
wurmiano taglia la cerchia, che appare appoggiata al Riss giallo. La cerchia 17 .1 è poi testimoniata
dal M. Recciago 121, con ripiano di ferretto all’interno. In corrispondenza dell’insellatura superata
dalla statale alta per Desenzano, la cerchia risulta incisa da angusto scaricatore (freccia). Ad est,
essa si appoggia, formando gradino,e gira attorno al M. Corno, che è costituito da bastione morenico
mediano del tardo Cataglaciale lì. Il {Carta).
L’Anfiteatro wurmiano di Desenzano (fig. 14, profilo 1). — Nel tratto tra il M. Corno ed
il grande cordone morenico della Stazione ferroviaria, la cerchia è molto dilavata e quasi mancante.
Soltanto l’abitato superiore di Desenzano, col Castello, si trova su deboli dossi morenici testimoni,
arretrati rispetto alla grande cerchia della ferrovia.
L’interruzione della cerchia 17. I è dovuta ai potenti scaricatori (freccie), che dilavavano le
ghiaie verso sud, formando l’estesa piana fluvioglaciale. La cerchia della ferrovia mostra due allinea¬
menti, quasi alla medesima quota e di morenico fresco, prevalentemente argilloso; ma contenente an¬
che ciottoli alpini. Il cordoncino esterno, che si appoggia al Riss giallo di Montebù (= Montebruno),
decorre a sud della ferrovia: da Cà Bianca 120-Cascina Mirabello 115-M. Scorticato - S. Zeno col Ci¬
mitero 110. Il secondo, attenuato ma ampio cordone, decorre appena a nord della ferrovia: sul cul¬
mine si trova la Stazione 122, il nuovo albergo, Cà Morte, ed i padiglioni della Clinica elioterapica.
All’interno, l’anfiteatro diventa più argilloso e di color giallino; probabilmente per rimaneggiamen¬
to delle sottostanti argille gialle, ma anche ceneri, dell'Interglaciale R-W lacustre (fig. 14, I).
L’anfiteatro argilloso del Cataglaciale W.I, con scarsi ciottoli, degrada per 60 metri verso il
Lago, col Porto di Desenzano. Il dosso morenico col Castello ed il cordoncino a morena grossolana di
Rivoltella, testimoniano cerchiette stadiarie di ritiro. A Rivoltella, essa culmina nella zona di Villa
Briniate, presso la Chiesetta; col punto trigonometrico 87, sospeso di una dozzina di metri sul Lago.
In corrispondenza dell’abitato di Rivoltella, si osserva inoltre attenuato cordone mediano, che viene
superato con dislivello di una dozzina di metri dalla strada statale {Carta). Ad est di S. Zeno, la
grande cerchia W.I risulta interrotta dagli scaricatori glaciali indicati con freccie sulla Carta-, la
depressione è ora superata dalla ferrovia con terrapieno e ponti.
Il Gran Viadotto di Desenzano congiunge, coi grandi terrapieni laterali sulla quota 120, la
cerchia del 17. 7 col più esterno e j)iù alto cordoncino tardorissiano di M. Croce (m 133). Questo ri-
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
129
sulta alterato in giallo-arancio, come vedemmo. 11 Viadotto, sui 20 metri di altezza, supera la valle del
massimo scaricatore wiirmiano, sempre extramorenico (in azzurro sulla Carta, con freccie). In corri¬
spondenza della piana fluvioglaciale il terreno dei campi, all’aratura, risulta bruno; se torboso in¬
vece nero.
I grandi cordoni morenici, con ghiaie anaglaciali su sabbie interstadiali, che testimoniano al¬
trove il 17. II ed il 17. Ili, non sono presenti. Evidentemente perchè molto arretrati entro il Lago.
Ciò in analogia col cordone tardowtirmiano di Bissone-Melide (17. Ili), che attraversa circa a metà il
Lago di Lugano. Su di esso passa la ferrovia Chiasso-Lugano e la strada cantonale. Per la sovraesca-
vazione della lingua glaciale interna alla cerchia, che risulta arretrata di una dozzina di chilometri
rispetto al maximum wiirmiano, il Lago di Lugano e molto piu profondo a nord del cordone morenico
di Melide. Similmente, nel Lago d’Orta (Venzo, Sambughetto 1954), la cerchia morenica del 17. II
è arretrata di 4 km ; ed il morenico 17. Ili, arretrato di 15 km, ricopre il delta interstadiale di
Omegna (Venzo, ibid. p. 414, fig. 1).
All’Adda di Paderno-Brivio, il 17. II, con marcata fase anaglaciale, che copre sabbie catagla-
ciali ed interstadiali, è arretrato di un paio di chilometri rispetto al W. I (Venzo, Att. conoscenze, p.
160, fig. 1); mentre il 17. Ili, testimoniato dai potenti cordoni morenici che sbarrano il Lago a Mal-
grate-Ponte di Lecco, risulta arretrato di ben 13 km. Consimile osservazione fece nel 1954 Nangeroni
per il ghiacciaio del Ticino. Nella Cava di Mercurago (sponda occidentale del Ticino), cerchia assai
arretrata del 17. Ili, copre fase ghiaiosa anaglaciale; nonché le sabbie del Cataglaciale 17. II
(Venzo, Att. conoscenze, Tav. XII). Nel caso del Garda, con enorme lingua glaciale wùrmiana, che
determino all interno sovraescavazione sino a 300 metri sotto il livello del mare, le cerehie tardowùr-
miane devono presumibilmente essere arretrate di qualche decina di chilometri, venendo a trovarsi in
fondo al Lago.
La piana ghiaiosa del Fluviogiaciale Wiirm I. — All’esterno della cerchia 17. I, si trova il
corrispondente fluvioglaciale, pianeggiante e ghiaioso. Per qualche metro verso la superficie, le ghiaie
risultano più grossolane e ricche anche di ciottoli alpini (fase fluvioglaciale) ; mentre sotto diven¬
tano più minute (fase anaglaciale). Il terreno dei campi, all’aratura appare bruno scuro o grigio; sol¬
tanto quando è dilavato il ferretto, il terreno è rossiccio, ma sempre ghiaioso.
Nelle zone più depresse, la piana fluvioglaciale risulta di terreni neri, surtumosi o torbosi, con
argille nerastre o azzurrognole sotto, che testimoniano fasi palustri recenti (tratteggio verde orizzontale
sulla Carta). La piana ghiaiosa, potente un dozzina di metri ed appoggiata sulle morene di fondo tar-
dorissiane e talora sul Mindel, a 4-5 metri di profondità presenta falda freatica. Questa è scarsamente
sfruttata da pochi pozzi, nonché per irrigazione a pioggia. Io stesso ebbi ad assistere a scavo di pozzo
per irrigazione, del diametro di metri 1.50 e della profondità di 5, nella piana ad ovest del Cimitero
di Maguzzano, lungo lo stradone. Si estrassero ghiaie calcaree fresche; il diametro medio dei ciottoli
era di 6-8 cm, solo qualcuno raggiungeva i 20 cm. Diversi ciottoli erano di porfido atesino e di gneiss.
Esaminando la Carta, risultano evidenti sia la piana fluvioglaciale (in azzurro) sia gli scarica¬
tori che la costruirono (frecce blù). Lo scaricatore di Villa e quello delle Zette formarono la piana
ghiaiosa del Cunettone. A nord di Raffa, vi confluisce lo scaricatore di Videlle sotto, che incide il ter¬
razzo argilloso giallo del Cataglaciale Biss e la cerchietta tardo-rissiana del Cimitero; all’esterno, di¬
lavando anche il ferretto. Più importante risulta lo scaricatore di Raffa, che era obbligato a scorrere
all’interno del cordoncino rissiano, coll’abitato in cresta. Poco a sud confluiva il ridotto scaricatore
S. Procolo-Serraglie, ora interessato dallo stradone per S. Felice. Esso dilavava il pianalto a ferretto
e defluiva ad ovest, nella zona più depressa e sovraescavata, all’interno del cordoncino tardo-rissiano
La Pertica 137 - M. Arzàn 133 - M. Zaldo 145. Lo provano i campi ghiaiosi grigi o biancastri della
piana ad ovest di Cascina Màcina; mentre il terrazzo orientale percorso dalla statale del Crociale, è
130
S. VENZO
tutto a ferretto (Carta). La piana ghiaiosa depressa, a terreni brunastri, del Rio Bergognini-Colom-
bère 123, risulta pure del Wiirm. Essa si sviluppa a sud, lambendo il rissiano M. Rovarotto 141, tra
la zona ondulata ad argille gialle (Cataglaciale B.) e con due attenuati dossi a ferretto, sino alla Ca¬
seina Trevisago di sotto. Qui, lo scaricatore era obbligato ad incidere il morenico Riss, tra il debole
cordone di Cascina'Levada (136) ed il M. delle Monache (143). Subito a sud, come appare anche dalla
Carta , confluiva lo scaricatore di Montinelle-Solarolo-Moniga, che scorreva all’interno, tra il cordone
tardorissiano del M. delle Monache ed il cordone IL. I di Moniga. La valletta sospesa ed in genere
asciutta dell’antico scaricatore IL. I, è superata dalla statale col ponte antistante Moniga, al km 11.
A sud di Moniga, la piana fluvioglaciale è angusta, poiché lo scaricatore era costretto tra il
più interno cordoncino rissiano e la cerchia IL. I di Tapino-Padenghe. Appena un chilometro a NE
di quest’ultimo abitato, l’interruzione della cerchia testimonia la confluenza di ridotto scaricatore.
Nella zona di Maguzzano, la valle dello scaricatore IL. I appare ridotta a meno di 300 metri.
Più a sud, esso riusciva con difficoltà a superare la stretta tra il IL. I del M. Recciago, con Riss alla
base, ed il cordone mediano del Riss di Villa Pusunaro. Tra questo ed il rissiano M. Corno, lo scari¬
catore, per defluire verso sud, dovè incidere la vailetta tortuosa percorsa dallo stradone alto di Desen-
zano ( Carta con treccie). Alimentato dalle confluenze di Desenzano, il grande scaricatore è testimo¬
niato dalla valle pianeggiante e ghiaiosa, superata dal Gran Viadotto. A sud di esso, la valle testi¬
mone, ora sospesa, incide le colline tardorissiane di Pescala - Montebruno ; mentre più a sud risulta
ancora evidente il raccordo colla cerchia IL. I di S. Zeno e cogli scaricatori di essa (angolo SE della
Carta).
La piana del Fluvioglaciale IL. I, dovuta agli scaricatori centrifughi esterni alla cerchia, nel
tratto Balbiana-Desenzano, venne catturata dai torrentelli centripeti postwurmiani che scendono al
Lago. Questo è il caso del Rio d ’Avigo, che catturò la rete idrografica della piana di Balbiana ; del Rio
Morele, che catturò la piana a sud di Solarolo, tagliando la cerchia IL. I sopra Porto Dusano; del Rio
tra il M. Oarel ed il Monte Recciago, che invertì il corso dell’antico scaricatore IL. I, catturando la
piana fluvioglaciale di Vallio di sotto, 100. 11 Rio di Desenzano, con vailetta a sud del Castello, invertì
il corso dell’antico scaricatore, catturando la piana del Gran Viadotto e risalendola col Riofreddo
sino alla Spècola (Carta).
L’Anfiteatro wiirmiano insinuato di Salò. — A NO di Villa (sud di Salò), il cordone IL. I, sui
185 metri, è testimoniato dalle collinette di morenico grossolano e fresco, allineate lungo lo stradone
asfaltato Cunettone — Tormini, ed indicate a pallini blù sulla Carta: Moriondo di sopra - Masti-
gnaga - due piccoli dossi di Case Carestie. Di qui, la cerchia si attenua ancor più, coi deboli dossi e
terrazzi a gradino di Casa Casseniga grande, 187 - 50 m sopra Casseniga piccola (Tav. VII, fig. 2) -
Case rosa di Pargone, sotto i Tormini - zona presso il nuovo Albergo Gardesana; qui la stalale della
Gardesana, si trova ancora sul Riss giallo. Il lobo wiirmiano, assai sottile, quivi si bilobava e si insi¬
nuava ulteriormente ad ovest, nella conca di Volciano (comune di Roè), dove il IL. I è testimoniato
dai deboli dossi allineati od arresti di pendio di: sopra Volciano, sui 190 in - gradino di Diano -
Trebiolo, 190 - Agneto 183 - propaggini SO del M. S. Bartolomeo, sopra Mandello, sui 185 m. Più ad
est, a monte di Salò, le morene wtìrmiane sono coperte dai numerosi e ripidi conoidi, sviluppati sopra la
Gardesana, da Villa Nigriano - Case Valsiniga - Villa Roma; e costituiti dai detriti dei soprastanti
valloni incisi nella Scaglia rossa senoniana ed in alto, nei conglomerati politici. Nel tratto est, tali co¬
noidi sono argillosi, per il dilavamento delle argille azzurre del Pliocene inferiore di S. Bartolomeo,
trasgressive sui conglomerati (Carta).
La debole cerchia del IL. I, profondamente insinuata sopra Salò, risulta appoggiata 60-70 metri
più in basso ed all’interno della grande cerchia B. Il dei Tormini; perciò non poteva avere scarica¬
tore glaciale. Soltanto nella vailetta paludosa a SO di Liano, le argille esterne alla cerchietta IL. I
e sbarrate dalla stessa, testimoniano fase glaciolacustre (tratteggio azzurro sulla Carte). All'interno del
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
131
W. I, troviamo l’esteso terrazzo sabbioso-argilloso, sui 176 metri, sviluppato da Case Casseniga-Vol-
ciano-Rueco, contraddistinto in azzurro pallido. Esso è connesso con fase glaciolacustre del Catagla-
ciale W. I. All 'interno tra Agneto e Campoverde, sono conservati i testimoni di cerchietta di ritiro sui
150 metri : essa disposta ad anfiteatro si segue verso SE, a Ronchetti 132 - sopra Muro 127, sino a
Versine 130; qui, si appoggia a placca di Riss. Un chilometro e mezzo più ad oriente, risulta allineata
la debole cerchia a morenico fresco di Cisano 156 - sopra Valle 150 - M. Fregondino-Tenesi, sui 135
metri. Essa si trova a quota un po’ superiore a quella del sottile lobo di Salò, perchè dovuta ad ar¬
resto del grande ghiacciaio del centro-lago. Ancora più interne sono le cerchiette del tardo W. I, di
Portese - Trevigiane 121, e di M. Corno 126 ; quest 'ultima basata sul Riss, coi conglomerati giinziani
di Punta del Corno alla base ( Carta e Tav. X, fig. 2).
L’abitato di Salò è disposto ad anfiteatro sul morenico tardo-wurmiano e sui due conoidi-delta
dell ’Alluvium antico. Più a NE, troviamo il piccolo conoide delle Cure ed il Delta di Barbarano, in
corrispondenza del torrente e vallone omonino (Tav. XI, fig. 1). Il profondo Golfo di Salò, illustrato
dalla tavola VII, fig. 1, è dovuto a sovraescavazione della lingua glaciale del W. I, che s’insinuava come
sottile lobo bipartito sin sotto ai Tormini e sotto S. Pietro (Tav. VII, fig. 2). Gli Stadi tardo-wùrmiani
del IV. II e del IV. Ili', come vedemmo, devono essere arretrati entro il Lago di Garda per molti chi¬
lometri.
Sulla Carta, indico in azzurro pallido tutti i depositi terrazzati, sabbioso-argillosi e con lenti di
ghiaie, connessi colla fase di ritiro del IV. 7 : in verde pallido le basse piane, debolmente declivi sul
Lago, che sono dovute a depositi ghiaioso-sabbiosi alluvionali od eluviali dell ’Alluvium antico. Collo
stesso colore indico le sabbie argillose eluviali di colmamente delle conche chiuse, interne all’Anfi¬
teatro tardorissiano ; che in genere coprono sedimenti torbosi ed argillosi, lacustro-palustri e più an¬
tichi (conche di Puegnago, a nord di Vedrine; conche inframoreniche di Castelletto e Monte di Pa-
denghe).
I TERRAZZI DEL FIUME CHIESE
Sulla Carta distinguo 5 ordini di terrazzi, che descrivo dai più alti ed antichi ai più recenti.
L’alto terrazzo a ferretto del Mindel- — All’estremo nord della Carta, troviamo il terrazzo a
ferretto di Pompignino, già descritto : insinuato per un paio di chilometri nella Val Sabbia, esso ri¬
sulta sospeso di una ventina di metri, e costruito con fluvioglaciale gardense. Lo dimostrano i ciotto-
loni di porfido atesino e di gneiss delle grandi cave di ghiaia. Nella zona di Gavardo ed a sud, dove
la valle del Chiese si allarga, il terrazzo del Fluvioglaciale Mindel, sempre argilloso e di color rosso
vivo, costituisce la piana a ferretto da Paitone a Prevalle ; questa si sviluppa a sud per una dozzina di
chilometri, sino oltre la grande statale Rezzato-Ponte S. Marco (zona di Treponti). La grande piana a
ferretto, sospesa sul Chiese di 20-25 metri, è limitata dalla scarpatina di Bolina 196 - Borgo Longo
194 - Bassina 192 - Notica 188 - Celle 183. Infatti tali abitati sono allineati, in posizione un po’ ele¬
vata, al margine orientale del terrazzo (Carta).
Le cave di Borgo Longo, a ghiaie con grossi ciottoli alpini e con alterazione in ferretto, testi¬
moniano alluvionamento degli scaricatori provenienti dalle fronti del Mindel, ad est del Chiese. Gli
scaricatori più conservati ed importanti sono indicati con freccio rosse sulla Carta (Zona di Longa-
vina).
Cozzaglio, sul Foglio Brescia, tra la statale Gavardo-Paitone e Prevalle, indicò fascia di q 2
tra le «Deiezioni fluvioglaciali ferrettizza.te». Ma la piana a ferretto è unica; semmai, nella zona, è
probabile avesse a passare, durante 1 ’Interglaciale Mindel-Biss antico, un meandro del Chiese. Siamo
però sempre nel Sistema mindeliano. A sud della Carta, l’alto terrazzo a ferretto è ancora conservato
su ambedue le sponde del Chiese: nella zona di Dosso ad ovest (FI. M. II); e nella zona Ponte S.
Marco-Calcinato ad est, con livello di alcuni metri superiore (FI. M. I.).
132
S. VENZO
I terrazzi del Sistema rissiano. — Il più alto, connesso cogli scaricatori del R. I, è contraddi¬
stinto in arancio vivo. Lo limita debole scarpata, che talora finisce per sfumare quasi insensibilmente
nel sottostante, più ampio, terrazzo del Fluvioglaciale B. II. Ciò prova che i due terrazzi spettano al
medesimo sistema; e che pertanto il più basso, raccordato col mio R. II, non può attribuirsi al Wùrm,
come pensarono i precedenti Autori.
II terrazzo superiore è costituito in superficie da terreno argilloso-ghiaioso, giallo-arancio; il
colore, talora rossiccio, è in parte dovuto a dilamento del ferretto.
11 terrazzo inferiore, del Fluvioglaciale R. II, distinto in arancio pallido e sospeso nella zona di
Ponte Olisi sui 15 metri, risulta costituito da ghiaie con ciottoli alpini ; a terreno alterato in giallo-
ocra o giallo arancio per meno di un metro. Esso è dovuto agli scaricatori del R. II, indicati con
freccie arancio, e verso sud costituisce il livello fondamentale della Pianura. I campi appaiono gene¬
ralmente argillosi e rossastri, per dilavamento del Mindel, che si trova a monte, mentre sotto appaiono
ghiaie bianche con ciottoli alpini. Ciò è evidente nella piana da Ponte S. Marco a Lonato : ma analoga
osservazione feci nella pianura a sud di Valeggio, che risulta pure raccordata colla grande cerchia
R. II dell’estremo sud del grande anfiteatro gardense (in accordo col Foglio Peschiera di Cozzaglio).
A nord della Carta, ancora in Val Sabbia, troviamo il grande scaricatore FI. R. II di Gazzane-
Roè; a sud dei Tormini, quello di Valle Missatta; tra Villanuova e Gavardo, l’antico conoide di Valle
del Fai e la raccordata piana a debole conoide della vailetta di S. Biagio. Il colore rossiccio dei campi
potrebbe far pensare anche al Mindel, ma la quota è troppo bassa. Appare inoltre evidente che il fer¬
retto, con ghiaie calcaree, è dilavato ed eroso dal Mindel soprastante. Ad est di Gavardo troviamo il co¬
noide ed il raccordato terrazzo, dovuti al grande scaricatore R. II di Bariaga (Carta). Più a sud, il me¬
desimo terrazzo risulta più conservato ed esteso ad ovest del Chiese ; poiché questo, dopo il Riss, dovè
incidere il suo letto più ad est, contro la scarpata mindeliana. A sud di Longavina, confluiva nella
piana lo scaricatore, ora sospeso, di Piazza-M. Cassaga, incassato nel pianalto a ferretto e contras-
segnato con freccie sulla Carta.
In sponda destra, nella zona Ponte Olisi -— Ponte di Bedizzole - Pontenove - Ponte S. Marco,
il terrazzo FI. R. II è delimitato da scarpata sui 15-12 metri : essa si attenua verso sud, come sempre
succede. Sulla sponda orientale del Chiese, il terrazzo corrispondente è sviluppato da Bolognina a
Campagnola, sino sotto Ponte S. Marco. Questa era la zona più depressa del Sistema. Vi confluivano
i grandi scaricatori fluvioglaciali, provenienti dalla fronte R. II di Castrezzone-Sedéna, che taglia¬
vano le più esterne'cerehie mindeliane in corrispondenza delle vallette di Ponte S. Marco e di Calci¬
niate (freccie arancio della Carta). Queste, probabilmente, s’impostarono in corrispondenza degli an¬
tichi scaricatori del Mindel.
Il terrazzo del Fluvioglaciale wurmiano. — In azzurro sulla Carta, risulta incassato nella
zona del Chiese di una decina di metri rispetto a quello del FI. R. II. Ciò testimonia la forte erosione
dell 'Interglaciale R-W, ben nota all’Adda di Paderno e nella Lombardia occidentale. Essa fu supe¬
riore alla differenza di quota tra i due terrazzi, come provato dalla fig. 6 a pag. 95. Infatti, nella zona
del Chiese di Torre, si vede che il terrazzo a ghiaie fresche del Fluvioglaciale IV. I è inciso per circa 4
metri, non solo nelle ghiaie sensibilmente alterate del FI. R. II, ma anche nel sottostante morenico
fangoso giallo a grossi erratici del Giinz II. Tale differenza di quota e le ripide scarpate soprastanti,
stanno a comprovare che soltanto il terrazzo in azzurro può attribuirsi al Wùrm; mentre il sopra¬
stante deve spettare a sistema più antico, cioè il R. II (W. degli Autori tedeschi).
Il terrazzo FI. IV. I, sospeso di 8-6 metri sul Chiese e di ghiaie fresche, è dovuto ad alluviona-
mento del medesimo. Infatti gli scaricatori fluvioglaciali IV. I del Garda, potevano scorrere solo al¬
l’interno ed in basso al grande anfiteatro morenico del Riss (Carta).
Il terrazzo ghiaioso dell’Alluvium antico. — Contraddistinto in verde pallido, esso risulta so¬
speso di pochi metri, e conservato in corrispondenza dei maggiori meandri. Anche attualmente il
Chiese risulta in fase di sensibile erosione. Nella zona di Mocasina-Cantrina, ora tende ad incidere
ulteriormente le morene fangose gialle, con enormi erratici, del G. II (fig. 6 a pag. 95).
RILEVAMENTO GEOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA
138
Il Chiese, in tutto il Quaternario fu sempre extramorenico : questo è ben evidente per il Min-
dei, con enormi cordoni morenici affioranti, che obbligano tuttora il fiume all’esterno. Ma dovè ve¬
rificarsi anche nel Giinz, con morene di poco più esterne, sviluppate in basso alle scarpate, nel tratto
Calvagese-Bedizzole (pallini verdi sulla Carta-, fig. 6 in testo). Vedemmo inoltre che, circa 80 metri
sotto, è presente il Fluvioglaciale Donau, a ciottoli alpini. Pertanto si può dedurre che anche agli al¬
bori del Quaternario, il Chiese doveva scorrere nella zona ed essere pertanto extramorenico.
Le ghiaie del Fluvioglaciale Donau II, a 117 metri di profondità sotto il morenico G. Il di
Ponte Clisi, poggiano su argille marine del Calabriano più antico. Esse vennero trivellate soltanto per
3-4 metri; non sappiamo pertanto se le argille marine continuano in profondità nel Pliocene supe¬
riore. In questo caso, noi avremmo una prova dell’ipotesi Cozzaglio ( Note III. Tav. X), che il
Chiese pliocenico dalla bassa Val Sabbia di Roè potesse defluire nella sinclinale gardense. Questa non
era ancora sovraescavata ed il Lago di Garda non esisteva. Nel Pontico, non è improbabile fosse il
Chiese a depositare le ghiaie dei conglomerati calcarei e prealpini, con porfiriti della Val Sabbia,
del Castello di Moscoline (Carta).
Conclusioni
La serie della Carla geologica e quelle profonde del Giinz inferiore - Donau riscontrate nelle
trivellazioni del Chiese di Calvagese - Beclizzole, sono riassunte nel « Quadro stratigrafico compren¬
sivo del Pleistocene del Garda ». In esso illustro anche i parallelismi colle varie zone del Berga¬
masco: Adda di Paderno-Brivio, Val Cavallina, nuove breecie ossifere del R-W di Zandobbio, Pia-
nico, e particolarmente la potente serie a gyttjas con elefanti e pollini di Leffe ( D. 1-31. II a Hit).
Il presente rilievo permise di identificare il Giinz, sinora sconosciuto, con due livelli sovrap¬
posti di morenico alpino grossolano (G. I e II), e le corrispondenti formazioni conglomeratiche aua-
glaciali. Essi affiorano a Punta del Corno (Tav. Vili, fig. 2; Tav. X, fig. 2; fig. 5 a p. 91). Il Cata-
glaciale G. II è testimoniato da circa 25 m di sabbie argillose glaciolacustri, crioturbate (Tav. Vili,
fig. 1 ; Tav. IX, fig. 1), con ciottolini levigati e striati, Diatomee d’acque glaciali e scarsi pollini di
Pinus, Abies, Conifera arcaica. Questa formazione, testimoniante il più antico Garda, venne sollevata,
inclinata e perfino debolmente piegata (Punta del Corno), durante 1 ’Interglaciale G-M; e fortemente
erosa prima del deposito delle ghiaie dell ’Anaglacmle M. I, che risultano discordanti (Tav. IX, fig. 2).
Nella serie trivellata del Chiese di Calvagese (fig. 6), si riscontrano pure due distinti livelli
morenici sovrapposti, dei quali il superiore (G. II) affiora per lungo tratto alla base della scarpata
conglomeratica (Carta). Esso presenta due deboli alternanze argillose lacustri, con Diatomee nivali
(fig. 6, liv. 4 e 6). L’inferiore morenico grossolano del G. I si incontrò, nella trivellazione, 25 metri
sotto il G. II e ben 70 sotto il M. I. Il Donau, a sedimenti fluvioglaciali o lacustri, appare suddiviso in
due Stadi, come a Leffe; con alternanza ad argille lacustri probabilmente interstadiali (D. Il/111).
La cerchia frontale del Donau, doveva evidentemente essere più interna; eppertanto più ridotta ed
arretrata del Giinz, come pure del Mindel I (fig. 6 e Carta). Il Donau, molto profondo ed alla base
della serie pleistocenica, venne incontrato tra gli 82 ed i 118 metri sotto il G. II affiorante; ed a
120-160 metri sotto il M. I! Sotto ad esso si trovano argille probabilmente marine e del Calabriano
più basso (= Donau I di Leffe). La diretta sovrapposizione del morenico G. 11 sul G. I, coi rispettivi
conglomerati anaglaciali, è evidente anche nella trivellazione del Chiese di Bedizzole (fig. 7, a p. 100).
Morene fangose del G. II affiorano inoltre nel Vallone di Barbarano, sotto 40 metri di conglomerato
interglaciale G-M, con ferretto del Mindel al tetto (Carta; Tav. XI, fig. 2; fig. 9, a pag. 104).
La serie del Garda costituisce pertanto una brillante conferma della bipartizione del Giinz e
del Donau, già nota in base ai pollini nelle gyttjas di Leffe (Lona e Venzo).
Al Chiese, l’Interglaciale D-G sembra testimoniato da 25 metri di argille lacustri : esse possono
equivalere ai 10.50 metri di gyttjas con Garya-Pterocarya 40%, Cedrus 20%, Pinus 12-20%, Quercus
184
S. VENZO
eee. di Leffe. Al morenico G. 1 del Garda, potrebbero più o meno corrispondere le gyttjas a Pinus
40%, Artemisia 20%, Picea 20%, Abies, e la terna di Diatomee glaciali. ÀI morenico G. II del Garda
il G. Ili di Leffe: livello a torba e lignite con Rhin. etruscus, Cervus, Pinus 69%, Picea 27%, Ar¬
temisia. Il ridotto livello di clima freddo intermedio di Leffe (G. II), a Picea 30, Pinus 25, Abies 9,
Castanea 8, Quercus, non è facilmente identificabile al Chiese: tuttavia potrebbe essere incluso nella
potente serie ghiaiosa, con livello mediano a ciottoli alpini, dell ’Anag lacinie G. II (fig. 6).
Il Mindel a ferretto risulta pure caratterizzato da almeno due distinti livelli di morenico grosso¬
lano, coi rispettivi conglomerati anaglaciali al di sotto. Nella scarpata di S. Rocco (Tav. IX, fig. 2), ap¬
paiono evidenti: il livello a ghiaie cementate delLA-a. M. I, discordante sul Cataglaciale G. Il lacu¬
stre; il morenico grossolano Al. I col ferretto al tetto (fig. 5). La stessa serie del Mindel inferiore, af¬
fiora poco ad ovest (figg. 3-4 nel testo) : sopra al morenico grossolano M. I, si trova livello argilloso
lacustre a Diatomee glaciali, testimoniante sensibile ritiro della fronte (fig. 5 nel testo, e-/). Sopra,
nella serie, si trova altro morenico con ferretto (AI. Il) ; benché in parte esarato durante il Riss e il
Wiirm.
La bipartizione del Mindel sembra evidente anche al Dosso di Casa Parti-Cave di Bissinica
(fig. 10) : in questa serie, troviamo il morenico grossolano M. I cementato a conglomerato, e sottostante
ai conglomerati minuti dell’ Anagl. Al. II. I conglomerati, nelle cave di Bissinica, passano in alto al
morenico grossolano ed alterato in ferretto del M. II (Tav. X, fig. 1 e fig. 12 nel testo).
La cerchia più esterna e più alterata del Mindel, lungo la scarpata del Chiese, è basata sui con¬
glomerati fluviali del G-Al. Pertanto la sua attribuzione al AI. I non mi sembra discutibile. Ciò con¬
ferma l’età tardomindeliana della cerchia a ferretto più interna (Al. II), che risulta appoggiata. Cer¬
chia tardomindeliana (forse Alili), è interessata dalle grandi cave di Bissinica, dove sotto il morenico
affiorano ghiaie anaglaciali cementate (Tav. X, fig. 1 e fig. 11, a p. 107).
Testimoni dell’anfiteatro di ritiro tardomindeliauo (Cataglaciale AI. Il), sono talora conservati
all’interno ed in basso alle cerehie moreniche del Riss e del Wiirm; in corrispondenza della maggiore
esarazione della lingua glaciale. Spesso si osserva anzi che il Riss o il Wiirm si appoggiano diretta-
mente sul ferretto; come appare anche dalla Carta e dagli spaccati.
Anche nell’anfiteatro rissiano, ghiaioso ma alterato verso la superficie in argille giallo-ocra o
arancio, troviamo: una cerchia più esterna, attribuita al più antico Stadio, il R. I-, una grande cer¬
ehia interna, pure sensibilmente alterata, il B. 11, che costituisce lo spartiacque di tutto l’anfiteatro.
Questa enorme cerchia è la stessa che i geomorfologi tedeschi attribuirono al Wùrm, per le sue forme
relativamente fresche. Tuttavia già Cozzaglio la ritenne per la massima parte rissiana, e come tale la
indicò sui Fogli Brescia e Peschiera. La diretta sovrapposizione del morenico R. II sul R. I, oltreché
sul Mindel, è provata dal pozzo della Fattoria Paradiso (Lonato), illustrato a fig. 8 (pag. 100).
L’anfiteatro interno alla massima cerchia, sempre a morene ghiaiose sensibilmente alterate
(Tav. XIT, fig. 2), è dovuto alla fase di ritiro con stadi di arresto del Cataglaciale R. II.
Il Wiirm risulta ridotto, più interno e più basso, come riscontrato recentemente per la Lom¬
bardia centro-occidentale. La fase di maximum è testimoniata dalla fresca e ben conservata cerchia
del W. I, che decorre lungo il Lago e presenta pianura ghiaiosa fluvioglaciale all’esterno. Le morene
fangose del piccolo anfiteatro di ritiro, sono attribuite al Cataglaciale W. I : sono esse che sbarrano
verso sud il Lago di Garda. Nella zona di Desenzano, sotto alle morene di fondo tardowiirmiane, si
trovano le argille del Garda interglaciale (R-W).
Le interne cerehie del W. II e III, per analogia con quanto riscontrato in Yal Cavallina, al-
l’Adda, nel Ticino-Varesotto ed a Melide nel Lago di Lugano, devono essere molto arretrate entro il
Lago. Anche nell’anfiteatro del Garda, risulta evidente che i terrazzi diluviali sono dovuti alla fase
anaglaciale e fluvioglaciale dei grandi Stadi di ciascuna glaciazione ; come già dimostrato per la Val
Cavallina e l’Adda di Brivio-Paderno.
La posizione reciproca delle cerehie e dei terrazzi raccordati è illustrata, oltreché dalla Carta,
dai 5 profili geologici della fig. 14; mentre l’anfiteatro insinuato di Gardone, è sezionato dalla fig. 9.
Parma, Istituto eli Geologia e Geografia delVUwiversità, maggio 1957.
S. VENZO
- QUADRÒ STR ATIGRAFICO COMPRENSIVO DEL PLEISTOCENE DEL GARDA
— Parallelismi col Bergamasco e Leffe —-
SUDDIVISIONI
CRONOLOGICHE
PLEISTOCENE DEL GARDA
BERGAMASCO
Glaciale
Fluvioglaciale
WÙRM ll-ll!
Cerehie molto arretrate in fondo al
Lago di Garda.
Cerehie arretrate, con fase anaglaciale,
dell'Adda di Lecco.
WÙRM 1
Depositi fangosi cataglaciali.
Cerchia di morenico fresco del maxi¬
mum W : Villa-Moniga-Desenzano.
Terrazzo argilloso-sabbioso, catagla-
eiale, di Volciano (Salò).
Piana ghiaiosa Cunettone-ovest di Bal-
biana-Padenghe-Viadotto di Desenzano.
Cerchia Pilata-Mombello-Cisano, del-
l’Adda di Brivio.
RISS
— WÌÌRM
Argille gialle lacustri del Garda interglaciale, con livello sino a 30 metri sopra
l'attuale, presenti a Desenzano sotto al Cataglaciale W. I.
Argille lacustri con Uh. merchi, Bho-
dodendron ponticum, Buxus e pollini di
Pianico ; breccia ossifera a D. antiquus,
Bh.mercki, Emys di Zandobbio.
RISS II
Anfiteatro di morenico alterato in
giallo, con 5-6 cordoni stadiari del Ca¬
taglaciale B.II.
Grande cerchia ghiaiosa spartiacque
alterata in giallo : Gazzane-Tormini-M.
Cassaga, M. Bagnolo- M. Baio-Castello
di Lonato.
Ripiani ghiaiosi, con terreno argilloso
arancio, connessi col Catgl. B. II (in
giallo sulla Carta).
Scaricatori fluvioglaciali e piana ghia¬
iosa con terreno argilloso arancio, che
costituiscono il livello dell’alta Pianura.
Anfiteatro morenico di Villa d’Adda,
con 5 cordoni stadiari di ritiro ( Cata¬
glaciale Biss II).
Cerchia spartiacque Osservatorio di
Merate-Villa d ’ Adda-Pontìda ; cerchia
di Grone in Val Cavallina.
RISS 1
Cerchia ghiaiosa più esterna del Riss,
alterata in giallo-arancio: S. Michele di
Gardone-Roè-Tormini-Bariaga-M. Serina
-M. Colombone-Drugolo-Sedéna-Lonato.
Terrazzo ghiaioso con terreno giallo-
-arancio, raccordato col B. I (in arancio
sulla Carta).
Cerchia morenica più esterna di Me-
rate-Vanzone-Carvìco (Adda di Pader-
no); cerchietta di S. Remo in Val Ca¬
vallina.
MINDEL
— RISS
Lungo periodo di intensa ferrettizzazione e di degradazione del morenico Mindel:
dilavamento e prevalente erosione.
« Serie di Leffe »
MINDEL II
Berretto dell’anfiteatro di ritiro, af¬
fiorante sotto il Biss ed il Wurm
(Carta).
Seconda grande cerchia a ferretto :
M. Bai-M. Zoceo-M. Baita-E di Morso-
ne-Carzago-Monteroseo.
Ghiaie cementate anaglaciali.
Terrazzo a ferretto raccordato col
M. II e coi rispettivi scaricatori.
Ghiaie anaglaciali con scarsi ciottoli
alpini e più o meno cementate.
Terrazzo a ferretto di Casnigo, so¬
speso 100 m (FI. M. II).
Sabbie ed argille lacustri; marne a
Pinus, Pìcea, Quercus, Betula dell’Zn-
terstadio M. I/II...
MINDEL 1
Cataglaciale: colline a ferretto tra la
cerehia M.I e II.
Cerchia a ferretto più esterna: NE
del M. Covolo-S. Pietro-Burago-Calvage-
se-Mocasina-Cantrina-S. Hocco di Bediz-
zole-S.Tomaso-Ponte S. Marco-Calcinato.
Argille lacustri a Diatomee d’acque
glaciali.
Alto terrazzo a ferretto, raccordato
colla cerchia M. I.
Anaglaciale: ghiaie cementate e con¬
glomerati, sotto il morenico (S. Rocco di
Salò eco.).
Gyttjas a pollini di Pinus Picea, A-
hies, Tsuga; conglomerati locali.
Argille a Pinus, Abies, Picea, ecc. del
Mindel I : mancanti di termofile.
GÌÌNZ
— MINDEL
Conglomerati interglaciali, con M.I al tetto e morenico fangoso G. Il alla base,
di Burago-Calvagese Cantrina (m 15), e del Vallone di Barbarano-Gardone (m 10).
Essi corrispondono al « ceppo » del Bergamasco-Varesotto. Sollevamento ed ero-
sione delle sottostanti formazioni lacustri.
Marne a « meridionalis ev. », Quercus,
Pterocarya, Carpa, Zelkova, Cedrus; in
basso, gyttjas a Querceto.
GÌÌNZ II
:-
VILLAFRANCHIANO fresco
Cataglaciale: sabbie argillose lacustri con crioturbazioni, ciottolini striati, Dia-
tomee glaciali, pollini di Pinus, Abies, Conifera arcaica, (S. Rocco-Porto di Portese).
Torba e lignite a Bhin. etruscus, Pi¬
nus 69%, Picea 27%, Artemisia.
Gyttjas interstadiali a Pinus, Quer¬
cus, Pìcea, Carpa.
Gyttjas a Pinus, Picea, Abies, Arte¬
misia, Diatomee glaciali del G. I.
Morena ghiaiosa grossolana delle Ca¬
ve di Punta del Corno; morene fangose
del Chiese e del Vallone di Barbarano.
Conglomerati anaglaciali delle Cave di
Punta del Corno; ghiaie Anagl. G. II
trivellato del Chiese.
GÌÌNZ 1
Morenico ghiaioso grossolano cemen¬
tato di Punta del Corno.
Conglomerati anaglaciali sottostanti
al morenico (Punta del Corno).
« Serie trivellata di Ponte Olisi »
Morenico ghiaioso alpino grossolano e conglomerato anaglaciale.
OONAU
— GÌÌNZ
25 m di argille lacustri del Chiese di Ponte disi.
Gyttjas a Carpa, Pterocarya, Cedrus
Pinus, Quercus, Ulmus, Abies, Tsuga,
Castanea. ..
DONAU III
Argille del Cataglaciale Donau III.
Ghiaie alpine fluvioglaciali, esterne alla fronte del Donau.
Ghiaie argillose glaciolacustri.
Gyttjas a Pinus, Picea, Cedrus; Dia¬
tomee di acque glaciali.
DONAU ll/lll
Argilla cenere compatta (5 m).
Lignite a «meridionalis are.», pollini.
DONAU II
Argille con ciottoli alpini, glaciolacustri e potenti 9 m; sabbie con ghiaietto,
anaglaciali (10 m).
Lignite a Pinus, Picea, Betula, Tsuga
di Leffe.
CALABRIANO
inf ?
Argilla compatta azzurra, marina, trivellata per 3-4 m presso il Ponte Olisi, alla
profondità di 120 metri.
Argille torbose con lenti di lignite del
D. I di Leffe.
136
S. VENZO
ZUSAMMENFASSUNG (*). — Diese Aufnakme wurde in den letzten vier Jahren mit Unterstiitzung des « Con¬
siglio Nazionale delle Ricerche » durchgefiikrt und gestattete auf der geologischen farbigen Karte 1:25.000 die fol-
genden Bildungen abzugrenzen: die tiefen Giinzmoranen; die grossen ferretisierten Mindel-Endmorànenbogen; die
ìimeren, relativ frischen, in gelb-ockrigen oder orangefarbigen Lekm verwitterten Morànen von Miss 1 u. II ; ausserdem
den innersten, sehr gut erkaltenen Bogen aus frisclier Morane des Wùrm-Haximums ( W.I ). Die stratigraphisclie
Schiclitenfolge ist durcli 14 Abbildungen im Text und in den 6 Tafeln klargelegt.
Das unterhalb des ferretisierten Mindel I (Salò-Buckt) in einer Màchtigkeit von 20 bis 65m herauskommende
Giinz ist dureh zwei sich iiberlagernde alpine grobkornige Morànenbanke mit den dazugeliorigen anaglazialen Konglo-
meraten vertreten. Oberlialb der Giinzmoràne II finden sicli 25m sandige Gletselierseetone, mit kryoturbaten Bildungen,
gestatteneii und deutlich gekritzten Geschieben, Pollen und Glazial - Diatomeen der Ruckzugspliase Giinz II. Diese
Bildungen sind geneigt oder schwach verbogen, wàlirend das iiberlagernde Konglomerat des Vorstoss-Mindel I fast hori-
zontal liegt. Dieselbe Sehiektenfolge erseheint unter den Konglomeraten des Gùnz-Mindel Interglazials (mit der fer¬
retisierten Morane im Ilangenden) laugs des Cliiese-Elusses ; unterhalb ist die Sehiektenfolge dureh Brunnenbohrungen
fiir Wasserfassungen naehgewiesen. Im Liegenden der Morane des unteren Giinz (G.I) mit dem zugehòrigon Anagla-
zial-Konglomerat finden wir weitere 70m Koiitinentalablagerungen des altesten Pleistozàns: 25m Seetone des Inter-
glazials Donau-Gùnz) unten weitere 40m mit zwei Donau-Phasen mit Pluvioglazial und Gletsclierseefazies. Das steht in
Uebereinstimmung mit der pollenfiihrenden Seeschichtenfolge von Leffe. Die tiefste Bohrung unterhalb des Doiiau
durchteufte aucli Meerestone, wahrsclieinlich des untersten Kalahrien.
Das bisher unbekannte Giinz ist ausserdem dureh die Grundmoranen bestàtigt, welclie im Liegenden der Gardone-
Konglomerate (G-M Interglazial) vorstossen: diese letzter Konglomerate sind ea. 40m machtig und von ferretisierten
Mindel-Besten iibedeckt; auf denselben ist das machtige Biss-Amphitheater gelagert.
Das gegen die Oberflàclie immer zu Berretto verwitterte Mindel zeigt zwei sieh iiberlagernde mit den zugeho¬
rigen Anaglazial-Konglomeraten wechsellagernde Moranehschiehten (M.I u. II). Oberlialb der grobkornigen Mindel l
- Morane befinden sich aucli Seetone der Biickzugsphase am Anfang des M.I/II-Interstadials. Der ausserste, nielli- ver¬
witterte und in der Ebene stark entwickelte Mindelbogen wird dem Mindel I zugewiesen: die innersten ferretisierten
Bogen, auf denen das Riss lagert, konnen dem Mindel II zugeliòren, und zwar Stadien, die aucli in der neuen Schich-
tenfolge mi Pollen voli Leffe (1957) vorhanden sind.
Im Biss-Amphitlieater konnen zwei schwach verwitterte Haupfonoranenbogen ( R.I, II) und ini Inneren des Miss lì
das Biickzugs-Amphitlieater (Anfang der Scliichtenfolge voli Seotonen mit Pollen von Pianico-Bergamo) unterscliieden
werden. Der W.I - Moranenbogen, welcher aussen von einer anaglazialen Ebene begrenzt ist, bildet im Inneren eia
beselieidenes, zum Gardasee (W.I-Kataglazial) abfallendes Amphitheater. Die nachfolgenden Stadien (W.II u. Ili) sind
nodi weiter im Inneren und im Seebecken gelagert. Auf der Karte sind die verscliiedenen fluvioglazialen Terrassen
(PI. M, R u. W) abgegrenzt. Die Sclilussfolgerungen sind dureh ein « Slratigraphisches Schema des Garda - Rleisto-
zdns » erleutert.
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i 1 ) La traduzione del riassunto è dovuta al collega ed amico prof. Martin Soiiwarzbaoh, Direttore dell’Istituto
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Venzo S., Le attuali conoscenze sul Pleistocene lombardo con particolare riguardo al Bergamasco (Nuovi rilevamenti
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Venzo 8., Osservazioni preliminari sul rilevamento geologico delle tavolette Verceia e Villa di Chiavenna (Foglio
Sondrio). Nota comunicata all’Assemblea generale di Ferrara del Congresso geol. Dolomiti, settembre 1955. Boll.
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Venzo 8., Neuc Betrachtungen «ber die obere Seeschichtenfolge von Leffe (Bergamo; Nord-Italien): Gunz-Mìndcl-
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Viallx V., Le varve e la geocronologia assoluta degli ultimi 15 millenni. Con una tavola. Atti Soc. It. Scienze Nat. Voi.
XCII (1953). Milano, 1953.
Vialli V., Sul Rinoceronte e l’Elefante dei livelli superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo). Con 6 tavole e 4
figuro nel testo. Mem. Soc. It. Scienze Nat., Voi. XII - Fase. I. Milano, 1956.
Vialli V., I vertebrati della breccia ossifera dell’Interglaciale Riss-Wiirm di Zandobbìo (Bergamo). Atti Soc. It. Se.
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Vitéz v. Szalay A., Die Eiszeitgletsclier im Etschtal bei Verona. Zeitsclir. fur Gletsclierkunde Bd. XXVII Heft
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Woldstedt P., Die Grundgliederung des Pleistozàns in Europa. INQUA V - Bésumés des Communications, p. 199,
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Zagwijn W. H., Vegetation, dimette and time-correlations in thè early Pleistocene of Europe. Geologie en Mijnbouw,
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Zinoni A., L’Oligocene ed il Miocene dei dintorni di Manerba (Lago di Garda). Biv. Ital. Pai. Strat., Voi. LVII, n. 1-
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Zonneveld J. I. S., River terraces and Quaternary chronology in thè Netherlands. Geologie en Mijnbouw (Nw. Sei-.),
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Zorzi F., La palafitta di Barche di Solferino (Garda). Bull. It. Paletnolologia, 1940.
lwìc,ui. ouc, itili. uu, mai.
TAVOLA Vili
Meni. hoc. itai. òc. Nat. - Voi. Xll, Tav. Vili
TAVOLA
IX
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA IX
Fig. 1 — Dettaglio del tratto crioturbato, nello scavo più orientale della Cava di sabbia Fratelli Tosi, 100 metri ad est
del Cimitero di S. Bocco, dietro alla casa (Foto Tav. Vili, Fig. 1). La serie argilloso-sabbiosa glaciolacustre, viene a
trovarsi in alto al Cataglaciale Giinz II, potente 25 metri (per la posizione stratigrafica vedi foto sotto).
In corrispondenza del piccone, le sabbie argillose contengono ciottolila lucidati. Il livello arricciato, in centro, con¬
tiene numerosi ciottoli ; quelli di calcari grigi e selci nerastre sono evidentemente levigati e striati. In alto, a sinistra, il
livello più grossolano sabbioso-ciottoloso, contiene anche elementi di porfido atesino violaceo. Una dozzina di metri a
destra dalla, foto, le stesse argille, sempre con ciottolini anche alpini levigati e striati, contengono pollini di Pinus,
Abies, Conifera arcaica, Graminacee e Diatomee: tra queste, la terna d’acqua glaciale Melosira hjemalis, Bimantidium
biceps e Odantidium hjemale; presente nel Giinz lacustre di Leffe ed in quello del canon dell'Adda di Paderno.
(Foto Venzo, giugno 1956).
Fig. 2 — La Cava II a , circa 100 metri ad est della Fig. 1, sullo stradone, davanti al bar «Alla Spiaggia ». La serie è
potente una trentina di metri. In basso, le stesse argille sabbiose di cui alla foto sopra, affioranti per 8 metri e con
strati inclinati sui 12° sud, contromonte. Esse vengono a trovarsi in alto alla serie glaciolacustre del Cataglaciale Giinz II
e risultano sottostare di oltre 20 metri al ferretto del Mindel I, di tetto alla Cava (n. 7).
1) argille sabbiose azzurrognole con ciottolini levigati e striati, anche alpini; 2) sabbie gialline; 3) sabbie gialle gros¬
solane ( Cataglaciale Giinz II superiore). La serie conglomeratica soprastante è discordante e sub-orizzontale: eviden¬
temente, nell’Interglaciale Giinz-Mindel si verificò sollevamento con emersione dal Lago ed erosione.
4) ghiaie debolmente cementate, potenti 10-12 metri, suborizzontali e discordanti (tratteggio), e ricche di ciottoli atesini
(Anaglaciale Mindel I), con passaggio graduale in alto al n. 5.
5) morena ghiaiosa cementata del Mindel I, con grossi ciottoloni di porfido atesino, gneiss, tonalite, anagenite porfi-
rica, calcari, dolomie ecc. Il ciottolone spaccato a metà, del diametro sui 2 metri, è di tonalite; l’altra metà è franata
in basso. Sulla destra, verso la valletta sospesa, la morena risulta cementata a costituire conglomerato (n. 6). Verso
la superficie, la morena, potente una decina di metri, risulta alterata in tipico ferretto rosso vivo ( Mindel I), che si
vede sull’orlo al n. 7. Per la posizione stratigrafica generale, vedi la fig. 5 a pag. 91. (Foto Venzo, giugno 1956).
VENZO S. - Rilevamento geologico dell’Anfiteatro morenico del Garda Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XII, Tav. IX
Fig. l
Fig. 2
SPIEGAZIONE DELLA
TAVOLA X
Eig. 1 — Prima grande cava abbandonata di Bissinica, ad ovest del Dosso Rossini, lungo la strada per Benecco. La
serie è alta una quindicina di metri. In basso, ghiaie alpine debolmente cementate, bianche e di aspetto fresco (Ana-
glaciale M. II): in alto, il Morenico Mindel II (forse M. Ili), con grossi ciottoli anche alpini, superiormente alterato
in ferretto (f). Questo morenico grossolano, più evidente nella cava vicina (fig. 11 a pag. 107), copre il versante oc¬
cidentale e la cresta del Dosso (Carta). Sul versante orientale, più interno, si appoggia il Riss.
La cerchia alterata in ferretto del Dosso Rossini, è la terza e la più interna dell’anfiteatro mindcliano; pertanto può
attribuirsi al Mindel II (forse anche al M. III). Essa viene a trovarsi un chilometro e mezzo all’interno del Mindel I,
assai degradato.
Sulla sinistra della Cava, poco sotto, le ghiaie dell ’Anaglaciale M. II (forse M. Ili) passano a conglomerato, affio¬
rante lungo la mulattiera, che dipartendosi dallo stradone gira attorno al Dosso, verso nord. Qui, in basso alla vai¬
letta di Casa Parti, alla base del medesimo conglomerato, affiora il morenico grossolano cementato del Mindel I
(Carta e fig. 10 a pag. 106). (Poto Venzo, giugno 1956).
Pig. 2 — Seconda Cava di Punta del Corno, circa 400 metri ad est dell’Albergo Belvedere, in riva al Lago. Essa si
trova 100 metri ad est della prima Cava, fotografata a Tav. Vili, fig. 2.
1) metri 12 di ghiaie poligeniche dell ’Anaglaciale Giinz II inclinate di 10-12° verso l’osservatore, in corrispondenza
della gamba nord-occidentale dell’anticlinale conglomeratica di Punta del Corno (treccie sulla Carta). Esse risultano
minute, con ciottoli anche alpini, poco cementate e stratificate, e verso il Lago passano a conglomerato compatto. Questo
si immerge per altri 3-4 metri, e sotto — più ad est — in corrispondenza del nucleo della debole ed ampia anticlinale appare
altra morena grossolana con ciottoloni di porfido violaceo atesino (Morenico Giinz I). 2) morena grossolana del
Giinz II, a ciottoloni anche alpini, potente circa 8 metri: essa viene a trovarsi 50 metri sotto al Morenico Mindel I,
alterato in ferretto. 3) argille sabbiose glaciolacustri del Cataglaciale Giinz II, con ciottolini levigati e striati, pollini
di Pinus, Picea, Conifera arcaica, Artemisia (mancano termofile), e Diatomee di acque glaciali; la scarpatina argillosa
ò sui 5 metri, ma la serie si sviluppa in alto per altri 20 metri. Per la posizione stratigrafica generale vedi la fig. 5
a pag. 91. (Poto Venzo, giugno 1956).
VELMZO S. - Rilevamento geologico dell’Anfiteatro morenico del Garda
Mem. Soc. Ita 1. Se. Nat. - Voi. XII, Tav. X
Fig. 1
SPIEGAZIONE DELLA
TAVOLA XI
Big. 1 — Il Vallone di Barbarano (Gardone) coi Mulini sopra, inciso nei conglomerati dc\V Interglaciale Gùnz-Mindel.
Dietro alle case, sulla destra, sotto ad essi, affiora il morenico di fondo del Giine II (foto sotto). A monte, il Vallone
si restringe in profonda forra, incisa inferiormente nel Giinz, appoggiato sulla Scaglia rossa senoniana (fig. 9 a
pag. 104).
Lateralmente al Vallone, al tetto dei conglomerati, affiorano lenti di ferretto ( Mindel ), coperto dall’anfiteatro ris-
siano. Il grande cordone morenico del Riss II basato su placche di ferretto e visibile in alto a destra, col più esterno
Riss I, sono appoggiati alle pendici orientali del Monte di S. Bartolomeo {Carta). I cipressi in alto, si trovano sul
Biss, con due cordoncini morenici connessi col ritiro finale del Biss {Cataglaciale lì. II). (Poto Vf.nzo, ottobre 1956).
Pig. 2 — Parete orientale del Vallone, appena a monte dei Mulini sopra, dietro alle case. Sotto ai conglomerati cal¬
carei dell 'Interglaciale Gunz-Mindel, potenti circa 40 metri e coronati dal Riss (fig. 9 a pag. 104), affiora morena argil-
loso-sabbiosa con ciottoli evidentemente levigati e striati del Gùnz finale ( G. II). Essa risulta debolmente cementata,
ma per nulla alterata, essendo protetta dai soprastanti conglomerati.
Al contatto selettivo tra conglomerati e morena di fondo impermeabile (G), sorgentine e gocciolio d'acqua : sulla sinistra
piccolo smottamento (fr), e subito dopo enormi blocchi franati di conglomerato. Questa serie conglomeratica, con
lembi testimoni di Mindel al tetto, risulta del tutto analoga a quella del Chiese di Calvagese-Mocasina (Pig. 6 a pag. 95 ;
n. 5'-8); come pure a quelle delle maggiori incisioni fluviali della Brianza e del Varesotto, che interessano il «ceppo».
(Poto Venzo, ottobre 1956).
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SERGIO VENZO
CARTA GEOLOGICA
DELL'ANFITEATRO MORENICO DEL GARDA 1:25.000(1954-57)
-TRATTO OCCIDENTALE (GARDONE-DESENZANO) -
COI CONTRIBUTO DEL «CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE»
- COMITATO DELLA GEOLOGIA, GEOGRAFIA E TALASSOGRAFIA -
j4aestunenJlxy e Sta/n/m Jìtoq lofio, yPUistiiu CaMog^ofica-Via deUfipmxkr 11n Jlkenke
' 1 J v sVuosto 1957
VOLUME III.
Fase. I. Emery F. — Studi anatomici sulla Vipera Redii. 1873. Con 1 tavola.
» II. Garovaglio S. — Thelopsis, Belonia, Weitemcebera et Limboria, qua-
tuor Lichenum angiocarpeorum genera recognita iconibusque illu¬
strata. 1867. Con 2 tavole.
• » III. Targioni-Tozzetti A. — Studii sulle Cocciniglie. 1867. Con 7 tavole.
» IV. Claparéde E. R. e Panceri P. — Nota sopra un Alciopide parassito
della Cydippe densa Forsk. 1867. Con 1 tavola.
» V. Garovaglio S. — De Pertusariis Europae medine commentatio. 1871.
Con 4 tavole,
VOLUME IV.
Fase. I. D’Achiardi A. — Corallarj fossili del terreno nummulitico delle Alpi
venete. Parte seconda. 1868. Con 8 tavole.
» II. Garovagiio S, — Octona Lichenum genera vel adirne controversa, vel
sedìs prorsus incertae in systemate, novis descriptionibus iconibusque
accuratissimis illustrata. 1868. Con 2 tavole.
» III. Marinoni C. — Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana industria
in Lombardia. 1868. Con 7 tavole. .
» IV. (Non pubblicato).
» V. Marinoni C. — Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871. Con
2 tavole.
VOLUME V.
Fase. I. Martorelli G. — Monografia illustrata degli uccelli di rapina in Italia.
1895. Con 4 tavole.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
Fase. I. De Alessandri G. — La pietra da cantoni di Eosignano e di Vi¬
gnale. Studi stratigrafici e paleontologici. 1897. Con 2 tavole e 1
carta geologica.
» II. Martorelli G. — Le forme e le simmetrie delle macchie nel piu¬
maggio. Memoria ornitologica. 1898. Con 1 tavola.
» III. Pavesi P. — L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901. Con 31 documenti,
1 tavola e 14 fotoincisioni.
VOLUME VII.
Fase. I. De Alessandri G. — Stùdi sui pesci trìasici della Lombardia, 1910.
Con 9 tavole.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
Fase. I, Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geo¬
logici. Parte I. 1915. Con 3 tavole.
» II. Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geo¬
logici. Parte II. 19 L7. Con 9 tavole.
» III. Airaghi C. — Sui molari dell’elefante delle alluvioni lombarde, con
osservazioni sulla filogenia e scomparsa di alcuni Proboscidati.
1917. Con 3 tavole.
VOLUME IX.
Fase. I. Bezzi M. — Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi italiane. 1918.
Con 2 tavole.
» II. Sera G. L. — Sui rapporti della conformazione della base del cranio
colle forme craniensi e colle strutture della faccia nelle razze
umane. - (Saggio di una nuova dottrina craniologica con parti¬
colare riguardo dei principali cranii fossili). 1920. Con 2 tavole.
» III. De Beaux 0. e Festa E. — La ricomparsa del Cinghiale nell’Italia
settentrionale-occidentale. 1927. Con 7 tavole.
VOLUME X.
Fase. I. Desio A. — Studi geologici sulla regione dell’Albenza. (Prealpi Ber¬
gamasche). 1929. Con 1 carta geologica e 1 tavola.
» II. Scortecci G. — Gli organi di senso della pelle degli Agamidi. 1937.
Con 2 tavole e 39 figure nel testo.
» III. Scortecci G. — I recettori degli Agamidi. 1941. Con 80 figure nel testo,
VOLUME XI.
Fase. I. Guiglia D. — Gli Sfecidi italiani del Museo di Milano ( Hymen .). 1944.
Con 5 tavole e 4 figure nel testo.
* II-III. Giacomini V. e Pignatti S. — Flora e Vegetazione dell’Alta Valle del
Braulio. Con speciale riferimento ai pascoli di altitudine. 1955.
Con 5 tavole, 31 figure nel testo e una cartina.
VOLUME XII.
Fase. I. Vialii V. — Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori della serie
lacustre di Beffe (Bergamo). 1956. Con 6 tavole e 4 figure nel testo.
» II. Venzo S. — Rilevamento geologico dell’ anfiteatro morenico del
Garda. Parte I: Tratto occidentale Gardone - Desenzano. 1957.
Con Carta al 25.000, 6 tavole, 14 figure ed un « Quadro stratigrafico » nel testo.
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana
di Scienze Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico
£S - M ; r ' ; , Ioti zm,m.
mm
SEP-91959
mm
UKIVtRSìTY
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XII - Fase. Ili
VITTORIO VI ALLI
AMMONITI SINEMURIANE
DEL MONTE ALBENZA (Bergamo)
Con 2 figure e 1 tavola nel testo e 4 tavole fuori testo
MILANO
~ 19 5 9
Elenco delle Memorie della Società Italiana
di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
Fase. I. Cornalia E. — Descrizione di una nuova specie del genere Feìis :
Fetis jctcobita (Coro.) 1865. Con 1 tavola.
» II. Magni-Griffi F. — Di una specie di Ilippolais nuova per l’Italia.
1865. Con 1 tavola.
» IH. Gastaldi B. — Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli
antichi ghiacciai. 1865. Con 2 tavole.
» IV. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziarii del
distretto di Messina. 1865. Con 8 tavole.
» V. Gl beili Gì — Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865.
Con 1 tavola.
» VI. Saggiato F. S. — Antraeoterio di Zovencedo e di Monteviale nel
Vicentino. 1865. Con 1 tavola.
» VII. Cocchi I. — Di alcuni resli umani e degli oggetti di umana industria
dei tempi preistorici raccolti in Toscana. 1865. Con 4 tavole.
» Vili. Targioni Tozzetti A. — Come sia fatto 1’ organo che fa lume nella luc¬
ciola volante dell’Italia centrai e (Luci ola italica) e come le fibre mu¬
scolari iti: questo ed altri Insetti ed Artropodi. 1865; Con 2 tavole.
» IX. Maggi L. — Intorno al genere Aelosoma. 1865. Con 2 tavole.
» X. Cornalia E. — Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi
e da altri Coleotteri facili a confondersi con esse. 1865. Con
4 tavole.
VOLUME IL
Fase. I. Issel A. — Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866.
» II. Gentilii A. — Quelques considérations sur l’origine des bassins lacu-
stres, à propos des sondages du Lac de Come. 1866.. Con 8 tavole.
» III. IVIolon F. — Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867.
» IV. D’Achiardi A. —• Corallarj fossili del terreno nuinmulitico delle Alpi
venete. Parte I. 1866. Con 5 tavole.
» V. Cocchi !. — Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1 866. Con 1 tavola.
» VI. Seguenza G. — Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune
rocce cretacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e del¬
l’Africa settentrionale. 1866. Con 1 tavola.
» VII. Cocchi I. — L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867. Con 4 tavole.
» Vili. Garovaglio S. — Manzonia canti ava, novum Lichenum Augi oca rpor um
genus. 1866. Con 1 tavola.
» IX. Seguenza G. — Paleontologia malacologica dei terreni terziari del
distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867. Con 1 tavola.
» X. Diirer B. — Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul
lago di Como, eco. 1867. Con 4 tavole.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XII - Fase. Ili
VITTORIO VI ALLI
AMMONITI SINEMURIANE
DEL MONTE ALBENZA (Bergamo)
Con 2 figure e 1 tavola nel testo e 4 tavole fuori testo
MILANO
f 9 59
INTRODUZIONE
La fauna studiata nella presente memoria è stata raccolta nel corso di lunghe e pa¬
zienti ricerche di questi ultimi anni, dal Sig. Luigi Torri di Caprino Bergamasco. Una parte
della collezione, che oltre i Cefalopodi , comprende anche un certo numero di Brachiopodi,
Lamellibr anelli, Gasteropodi e Crinoidi (’), fu acquistata dal Museo Civico di Storia Naturale
di Milano ( 2 ). Il resto trovasi attualmente conservato nella raccolta del Sig. Torri stesso, a
Caprino. E mio gradito dovere di ricordare da queste righe l’opera preziosa che va svolgendo
da molti anni il Sig. Luigi Torri nella Bergamasca ed in particolar modo nel territorio del-
l’Albenza; opera tanto più apprezzabile quando si pensi che tutto il materiale daini scoperto
e raccolto con fatica e grande dispendio di tempo, aiutato da un autentico senso di ricer¬
catore, è corredato dei dati indispensabili a chi vuole studiare le faune fossili con intendimenti
che non si esauriscano in un’ arida descrizione di esemplari, ma che da esse voglia trarre
notizie precise intorno all’età dei livelli di provenienza ed alla loro successione stratigrafica.
Dati gli intendimenti anche stratigrafici del presente lavoro, mi recai più volte sul
terreno per rendermi conto dell’andamento della serie e controllare quanto era necessario
per condurre a termine con scrupolosità il lavoro medesimo. In queste occasioni raccolsi
nuovo materiale, soprattutto nella zona di S. Bernardo. Durante il primo sopraluogo, mi fu
compagno il Sig. Torri stesso, al quale porgo i miei più vivi ringraziamenti per tutte le
informazioni che egli ebbe a fornirmi e per avere gentilmente permesso eh® completassi
l’insieme della fauna a Ammoniti, attingendo anche alla sua raccolta personale.
Di tutto il materiale fossile dell’Albenza, scoperto negli ultimi anni, le Ammoniti del
Lias inferiore costituiscono senza dubbio la parte più importante e più riccamente rappre¬
sentata. Tuttavia, salvo alcune eccezioni, esse si presentano per lo più in cattivo stato di
conservazione, trattandosi quasi sempre di modelli interni, sovente schiacciati e spesso de¬
formati e frammentari. La loro preparazione ha richiesto un lungo lavoro di ripulitura, ese¬
guito con puntine da grammofono montate su apposito supporto ed usate a percussione. Le
linee lobali sono state disegnate tutte al binoculare.
Nella classificazione ho cercato di tenere presente il concetto di variabilità infraspe-
cifica, evitando di dare, soprattutto separatamente, un peso determinante ad elementi che la
applicazione in paleontologia dei moderni criteri di zoologia sistematica hanno rivelato essere
parecchio variabili, in seno a una popolazione fossile, da individuo a individuo e spesso a
seconda dell’età (v. Burgl H. ( 7 ) 1956 e Howarth ( 31 ) 1958). Howarth, in particolare, for-
( 1 ) I Brachiopodi sono stati studiati da C. Rossi Ronchetti e C. Brena ( 58 , 1953) ed i Lamellibranchi
e Gasteropodi da L. Berini (3, 1957).
( 2 ) Mi è gradito esprimere al dott. Ed. Moltoni, Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano,
la mia riconoscenza per avere agevolato in tutti i modi la stampa del presente lavoro. Ringrazio, del pari, la
Presidenza della Società Italiana di Scienze Naturali, per avere accettato di pubblicare il lavoro stesso nelle
sue MEMORIE.
144
V. VIALLl
nisce precisi ragguagli sulle variazioni infraspecificlie, messe in luce statisticamente (e quindi in
modo del tutto obbiettivo), nella famiglia degli Amaltheidae, relative ai seguenti elementi:
a) dimensione degli individui di una medesima popolazione fossile, raccolta entro un
livello di spessore non superiore ai 30 cm : il diametro massimo degli adulti può variare
perfino nel rapporto 1 a 3 (cioè da un minimo di mm 10,7 a un massimo di mm 31,7);
b) numero delle coste per giro rilevato su individui di eguale diametro ; variabile da
un minimo di 20 a un massimo di 33, ad esempio in Pleuroceras solare ;
c) linea lobate ; variano, a volte vistosamente, la lunghezza e larghezza dei lobi, la
profondità ed ampiezza delle selle, i rapporti di grandezza tra lobi e selle, l’andamento com¬
plessivo della sutura, a volte anche da un fianco all’altro di un medesimo individuo; varia
soprattutto il disegno della linea lobale, con l’età dell’esemplare ed in riferimento ai parti¬
colari dell’ ornamentazione (nodi e coste).
Non è necessario ricordare che tutti questi elementi, insieme ad altri come l’ampiezza
dell’ombelico, l’altezza del giro in rapporto al diametro, lo spessore della spira rispetto al
diametro (variabilità accertata tra 0,28 e 0,49), erano considerati in passato, anche se presi
isolatamente , di primaria importanza nello stabilire le diagnosi differenziali delle specie e so¬
prattutto delle «varietà*. Di qui, data la forte incidenza del criterio soggettivo di valuta¬
zione, il ben noto dilagare delle specie e soprattutto delle « varietà » nuove, queste ultime
con un volto tassonomicamente, di regola, non bene definito (ed oggi, per la maggior parte
dei casi, indefinibile, perchè non si sa bene se trattasi di semplici variazioni individuali,
spaziali o cronologiche, di variazioni ambientali, di sottospecie o di razze geografiche). Specie
e varietà che un sistematico, desideroso di seguire una classificazione naturale, non può fare
a meno di considerare, direi quasi a priori, con legittima diffidenza.
Le difficoltà di decidere circa il valore effettivo di numerose «varietà», introdotte in
passato tra le Ammoniti del Lias inferiore, costituiscono un problema che potrà probabil¬
mente essere risolto mediante una serie di revisioni dei materiali originali, a patto però che
dei materiali stessi si conoscano, oltre l’esatto luogo di provenienza, anche e soprattutto il
preciso livello di ritrovamento nelle rispettive serie statigrafiche.
Per tutti questi motivi, ed altri ancora, sui quali reputo inutile dilungarmi, non ho
ritenuto necessario fare uso ufficiale di talune « varietà », create soprattutto sul materiale del
Monte di Cetona con una prodigalità non comune. In questi casi (vedi Rhacophyllites quadrii,
Juraphyllites transylvanicus , Paradasyceras stella , Geyeroceras cylindricum , Boucaulticeras bou-
caultianum, Arnioceras mendax, Arnioceras semicostatum eco.) mi è sembrata la migliore solu¬
zione quella di citare, nel testo, l’esistenza scritta delle varietà stesse, facendo nel contempo
presente che esse vi sono considerate come semplici indicazioni di più o meno estese varia¬
zioni infraspecifiche. Concetto questo, che penso rispecchi, almeno in molte occasioni, l’opi¬
nione dello stesso Fucini.
Conseguenza logica di tale mio atteggiamento prudenziale è anche quella di essermi
limitato alla creazione di una sola specie : Pararnioceras truemani, sulla base di sei buoni
esemplari, tra i migliori di tutta la fauna, e su due individui coevi descritti e figurati da
Tutcher e Tkueman (71) come Pararnioceras sp. del Lias inferiore di Radstock (Inghilterra).
Ho evitato quanto ho potuto anche le compilazioni di lunghe sinonimie, ossia di de¬
cidere sempre, e per principio, a tavolino, circa l’identità di esemplari i quali sovente sem¬
brano eguali tra loro solo perchè un’inclinazione soggettiva lo consiglia, magari disponendo
di riproduzioni insufficienti o di disegni sbagliati o arbitrariamente completati e corretti
(come capita tutt’ altro che raramente di vedere in vecchi lavori che vanno per la maggiore),
e ciò perchè, anche in questo caso, penso che solamente una seria revisione fatta sui mate¬
riali originali possa consentire un buon successo a imprese del genere : così come è stato
AMMONITI SINEMURIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
145
fatto egregiamente da Donovan ( 14 , 15 ) per le specie illustrate nel secolo scorso nelle note
monografie di Wright ( 76 ) e Reynès ( 55 )-
Aggiungo, infine, per terminare questa parte introduttiva, die ho posto una cura par¬
ticolare nel fotografare gli esemplari e stampare personalmente i positivi, poiché, quantunque
sembri banale il dirlo, sono convinto che, in Paleontologia contino più le buone figure che
le lunghe e prolisse descrizioni.
STUDI PRECEDENTI
La rassegna degli Autori che si sono occupati del Gruppo dell’Albenza e i risultati
delle loro indagini sono già stati esposti a varie riprese da altri, ed in modo particolarmente
esauriente da Kronecker ( 34 ), Desio ( 11 ), Vecchia ( 73 ), Rossi Ronchetti e Brena ( 58 ), Be-
rini (3), ai quali rimando il lettore desideroso di avere informazioni di più ampio respiro.
Ritenendo superfluo riscrivere 1’ intera cronistoria delle scoperte fatte dal secolo scorso ad
oggi, mi limiterò soltanto a ricordare brevemente le notizie che hanno un nesso diretto con
1’ argomento trattato nella presente memoria e cioè le Ammoniti del Sinemuriano s. str. e,
in subordine, quando gli elenchi dei vari AA. contemplano faune miste, del Sinemuriano s. I..
Possiamo dire a priori che i ritrovamenti di Ammoniti appartenenti alle zone a buck-
landi e seniicostatum nel gruppo dell’ Albenza non sono stati molto frequenti in passato,
sia come numero di individui che di specie. Ciò nonostante, mercè il loro aiuto, e di quello
offerto da altri invertebrati fossili, fu possibile arrivare a delle deduzioni stratigrafiche vera¬
mente soddisfacenti ed in qualche caso direi anche definitive.
1884 - C. F. Parona ( 46 ) pubblica un elenco ragionato di 11 specie di Cefalopodi
rinvenuti dal dr. Rota nei dintorni di Oarenno in Val d’ Erve, entro il calcare nero sine¬
muriano che affiora con grande spessore nella zona. Esse sono : Atractìtes guidonii Mgh. (?),
Phylloceras stella Sow., Phylloceras cylindricum Sow., Lytoceras articulatum Sow., Aegoceras
comptum Sow., Aegoceras ventricosum Sow., Aegoceras listeri Sow., Arietites bisulcatus Brug.,
Arietites conybeari Sow., Arietites rotiformis Sow., Tropites ultratriasicus Canav.
La fauna, conservata presso il Museo Civico di Storia Naturale di Bergamo, venne
ripresa in esame da A. Desio ( 11 ) nel 1929, ed il risultato della nuova classificazione, che
riguardò anche altro materiale raccolto dopo il 1884 nella zona, fu il seguente: Atractìtes sp.
ind. (cf. A. guidonii Mgh.), Phylloceras cf. bernardii Canav., Philloceras ( Geyeroceras ) cilin-
dricum Sow., Rhacophyllites cf. stella , Arietites ( Arnioceras) mendax , var. rariplicatum Euc.,
Arietites (Arnioceras ) semilaevis Hauer, Arietites {Arnioceras) anomaliferum Fue., Arietites
(Vermiceras ) cf. hierlatzicum Hauer, Aegoceras sp. ind. (cf. Aeg. listeri Sow.), Aegoceras (. Ani -
blycoceras) cf. planicostatum Sow., Schlotheimia ventricosa (Sow.) Canav., Asteroceras volubile
Fuc., Cymbites laevigatus Sow., Oxynoticeras sp. (cf. 0. guibaldianum Wright non d’ Orb.).
1889 - C. F. Parona ( 47 ) classificò delle impronte di Ammoniti rinvenute nelle are¬
narie del Lias inferiore di Colle Pedrino, a Nord di Opreno e Palazzago e trovò le seguenti
forme: (?) Arietites bisulcatus (Brug.), Arietites conybeari (Sow.), Arietites semicostatus Y. e B. ;
nella medesima località, ma entro un calcare bianco-giallastro, rinvenne Rhacophyllites libertum
Gemm. Sempre del Lias inferiore, lo stesso Autore classificò Arietites conybeari (Sow.), Arie¬
tites ceratitoides Quenst. var. densicosta Q. e Arietites stellaris provenienti tutti dal Monte
Albenza.
1897 - E. Mariani ( 40 ) riferisce di avere rinvenuto, a N E di Carenilo, un esemplare
di Arietites cf. rotiformis (Sow.) e un Arietites sp.
146
V. VIALLI
1898 - C. F. Parona ( 49 , p. Ili) aggiunge alla citata fauna di Carenno da lui studiata,
V Atractites orthoceratopsis Mgh. prima non contemplata.
1910 - W. Kroneokbr ( 34 ), nel noto lavoro sul limite tra Trias e Lias nelle Prealpi
di Lombardia, elenca le seguenti Ammoniti da lui trovate nei calcari sinemuriani della vetta
di Monte Linzone : Arietites ( Coroniceras ) nodosaries Qu., Arietites (Arnioceras ) geometricus
Opp., Arietites ( Arnioceras) ceratitoides Qu., Phylloceras cylindrìcum Sow. che, giustamente,
ascrive alla zona a bucklandi. Lo stesso Autore trovò in Val Malanotte, tra Gol Pedrino e
C.na Massaia, a c. 1000 m di altezza, Arietites (Arnioceras ) geometricus Opp. e Phylloceras
stella Sow.
1929 - A. Desio (11), oltre alla già citata riclassificazione della fauna di Carenno in
Val d’Erve, ricorda di avere rinvenuto: in Val Malanotte, Asteroceras saltriense Par. e Phyl¬
loceras partschi var. savii De Stef. ; in località Gol Pedrino, Arietites arnouldi Dura.; infine,
presso Case. Cat, non lontano dalla vetta di M. Linzone, dove Kronecker raccolse le sopra¬
ricordate 4 specie di Ammoniti sinemuriane, Arietites ( Vermiceras ) raricostatus Ziet. del Lo-
taringiano.
LA SERIE DEL SINEMURIANO INFERIORE DI S. BERNARDO
Tenuto conto che oltre il 92% delle specie e la gran maggioranza degli esemplari
provengono dalle vicinanze di S. Bernardo, è indispensabile esporre in breve la situazione
stratigrafica della serie sinemuriana locale, comprendente gli orizzonti più bassi del piano ed
il confine con 1’ Hettangiano.
La località fossilifera è situata esattamente in coincidenza con 1’ ultimo grande tor¬
nante della nuova strada provinciale che, da Almenno, porta in rapida salita a S. Bernardo,
il villaggio posto sul crinale tra Monte Linzone e il Botto. Circa 500 metri separano l’abi-
taro di S. Bernardo dal tornante stesso, donde si dirama una carrareccia che conduce ad
una cava della Italcementi. Il punto si trova a circa 850 metri s. m. La serie vi è messa in
buona luce perchè 1’ asse della strada taglia obliquamente gli strati liassici, i quali sono ro¬
vesciati, con 1’ Hettangiano che sovrasta il Sinemuriano, nella tipica disposizione a reggi -
poggio che si osserva su tutto il versante dell’Albenza affacciato alla pianura. Insieme a
tutti gli altri membri della serie mesozoica, le assise sinemuriane formano la gamba meri¬
dionale della piega a ginocchio dell’Albenza. L’immersione degli strati è verso N-NE e la
inclinazione media si aggira intorno ai 70-75 gradi circa.
Il tratto preso in considerazione nello schizzo misura una potenza complessiva di poco
inferiore ai 30 metri. Yi si nota, dall’alto in basso (cioè dall’antico al recente):
Hettangiano - Calcari color nocciola (o grigio cafifelatte), cinerei esternamente, compatti,
in grossi banchi a stratificazione indistinta. Hanno uno spessore complessivo di circa
9 metri e continuano verso occidente con potenza uniforme : in Val Malanotte, distante
in linea d’ aria circa 3000 metri, mantengono la stessa potenza e la medesima facies ,
salvo qualche arricchimento arenaceo verso la parte più recente. Contengono numerosi
Brachiopodi e soprattutto Ammoniti di piccole dimensioni che compaiono spesso in
sezione sulle superfici di strato e che purtroppo, essendo in brutte condizioni di con¬
servazione, non è possibile classificare con sicurezza. (Ritengo che questi calcari noc¬
ciola rappresentino il tetto dei piano Hettangiano.
AMMONITI SINEMURIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
147
Sinemuriano s. str. inferiore
membro n. 1 - potenza metri 6 - Calcari grigio-giallastri, con frequentissimi inclusi di ciot¬
toli arrotondati, di diametro vario, anche rilevante (40-50 cm.), che spiccano nettamente
sul fondo della roccia, sia in sezione, per il diverso colore, che sulle superfici di strato,
dove sovente la degradazione meteorica li isola selettivamente. Questi calcari, che
affiorano particolarmente evidenti nei pressi di Cà Madonnina, proseguono verso oc¬
cidente con facies analoga, seppure con spessori variabili (Val Calcarola, Val Mala-
Fig. 1 — La serie rovesciata del Sinemuriano s. str. inferiore, rilevata 500 metri prima del
paese di S. Bernardo, a quota 850, in coincidenza con l'ultimo grande tornante della nuova
strada da Almenno. Oltre il 92 per cento delle specie e la maggior parte degli esemplari studiati
nella presente memoria provengono dal membro n. 3 di questa serie. (F. Vialli del.)
Spiegazione nel testo)
notte, Sogno - distante in linea d’ aria oltre 8 km.). In questi calcari, oltre numerosi
Brachiopodi, tra i quali è frequente la Terebratula aspasia, Gasteropodi, radioli di
Echinidi, resti non determinabili di Atractites, furono rinvenuti buoni esemplari di
Ammoniti di 7 specie diverse e cioè :
Juraphyllites transilvanicus (Hauer)
Charmasseiceras ventricosum (Sow.)
Arnioceras mendax Fuc.
Pararnioceras guadryi (Reynès)
Pararnioceras meridionale (Reynès)
Arietites cf. bucklandi (Sow.)
Eoderoceras sp.
che indicano, con soddisfacente evidenza, un Sinemuriano s. str. basale.
148
V. VIALLI
membro n. 2 - potenza m. 4,20 - Calcari compatti, giallastri, con frequentissimi articoli di
Crinoidi (straordinariamente frequente il Pentacrinus angulatus), sovente tanto abbon¬
danti da formare un vero e proprio impasto organogeno, rari Brachiopodi e resti in¬
classificabili di Ammoniti piritizzate. 11 tetto di questo banco, che a ragione può essere
chiamato « « crinoidi », segna selettivamente il passaggio netto al successivo membro.
membro n. 3 - potenza m. 10 - costituito da calcari marnosi, giallastri o grigio-chiari, più
o meno compatti a seconda delle varie ed indefinibili accentuazioni del contenuto
marnoso della roccia stessa. Buona parte di questo settore è nascosto, localmente, dalla
sede stradale. Esso ha fornito, oltre a vari resti di Bivalvi, rostri di Belemniti ed
avanzi vegetali, 47 specie di Ammoniti, alcune delle quali si rinvengono anche in li¬
velli più antichi o più recenti. Esse sono :
Juraphyllites quadrii (Mgh.)
Juraphyllites lunensis (De Stef.)
Juraphyllites transylvanicus (Hauer)
Juraphyllites separabili (Euc.)
Juraphyllites sp.
Geyeroceras cylindricum (Sovv.)
Ectocentrites altiformis Bon.
Ectocentrites alf. altiformis Bon.
Schlotheimia geyeri Hyatt.
Boucaulticeras boucaultianum (d’ Orb.)
Arnioceras miserabile (Quenst.)
Arnioceras hartmanni (Opp )
Arnioceras arnouldi (Dum.)
Arnioceras geometricum (Opp.)
Arnioceras mendax Euc.
Arnioceras rejectum Fuc.
Arnioceras insolitum Fuc.
Arnioceras notatum T. e T.
Arnioceras bodleyi (Buckm.)
Arnioceras aff. falcaries (Quenst.)
Arnioceras cf. elegans Fuc.
Arnioceras cf. anomaliferum Fuc.
Arnioceras cf. ceratitoides (Quenst.)
Arnioceras cf. hodderi T. e T.
Arnioceras sp.
Arnioceras (Eparnioceras) semicoslatum Y. e B.
Pararnioceras truemani n. sp.
Arietites (Asteroceras) cf. schafferi Gugenb.
Arietites (s. 1.) variabili (Gugenb.)
Coroniceras bisulcatum (Brug.)
Coroniceras (?) hungaricum (Hauer)
Coroniceras cf. coronaries (Quenst.)
Coroniceras sp.
Coroniceras ( Metophioceras ) conybeari (Sow.)
Coroniceras (Primarietites) reynesi (Spath)
Coroniceras (Primar ietites) cf. primitivas (Buckm.)
AMMONITI SINÉMUBIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
149
Coroniceras mandubius (Reyn.)
Eucoroniceras cf. aussoniense (Reyn.)
Vermiceras wdhneri Uhlig
Euagassiceras terquemi (Reyn.)
Euagassiceras subtaurus (Reyn.)
Euagassiceras of. resupinatum (Simps.)
Agassiceras (Primarietites ?) sp. juv.
Agassiceras transformatum (Simps.)
Agassiceras nodulatum (Buckm.)
Agassiceras scipionianum (d’ Orb.)
Trattandosi probabilmente di facies strettamente localizzate, i membri n. 2 e 3 sem¬
brano non comparire altrove nel territorio dell’ Albenza.
membro n. 4 - di rilevante potenza sul versante meridionale dell’Albenza. Il contatto si
trova immediatamente accanto al ciglio stradale, dove affiorano dei calcari marnosi,
esternamente grigio-ciliari o grigio-azzurrastri che, alla frattura fresca, appaiono grigio
scuri o addirittura neri. La stratificazione è indistinta e la grana piuttosto compatta.
Il passaggio dal precedente livello è brusco, e messo in evidenza da uno straterello
di selce, dello spessore medio, locale, di circa 20 cm. Nel territorio dell’Albenza, il
n. 4, a quel che risulta parzialmente anche da questo studio, rientra per la massima
parte (o forse del tutto) nel Sinemuriano s. str.
fi. 4 A - In Val delle Corna Strette, situato a circa 50 metri dal tetto del membro n. 3,
si nota un orizzonte di calcare selcioso, scuro (che indico con 4 A), dello spessore di
appena 30-40 cm., da cui sono stati tratti resti di Nautili, Bivalvi, Brachiopodi e le
seguenti Ammoniti :
Ectocentrites altiformis Bonar.
(?) Pseudotropites cf. ultratriasicus (Canav.)
Geyeroceras cylindricum (Sow.)
n. 48 - Sempre in pieno membro n. 4, non molto sopra il testé citato orizzonte 4 A, si
incontra un complesso di calcari molto caratteristici (che indico con 4 B), di colore
più scuro che spesso s’intensifica fino a diventare nero. Lo spessore è di alcuni metri.
Esso affiora da Clanezzo a Sogno (ed oltre, fuori dell’Albenza, fino in Val Madrera)
assumendo la veste di buon indicatore stratigrafico. In genere, i calcari neri conten¬
gono un po’ dovunque Ammoniti abbastanza bene conservate, sebbene la maggior parte
siano schiacciate. Esse sono particolarmente abbondanti a Clanezzo, nell’alveo del tor¬
rente Imagna. Vi ho riconosciuto le seguenti specie :
Arnioceras hartmanni (Opp.)
Arnioceras arnouldi (Dum.)
Arnioceras bodleyi (Buckm.)
Arnioceras cf. ceratitoides (Quenst.)
Coroniceras (?) hungaricum (Hauer)
le quali, rinvenute anche, come s’ è visto, nel livello n. 3 di S. Bernardo, indicano
ancora e senza dubbio un’ età corrispondente al Sinemuriano s. str.
2
160
V. VIALL1
Non avendo studiato i fossili che compaiono in livelli più recenti, il mio compito de¬
scrittivo termina a questo punto. Mi limito soltanto a ricordare che il membro n. 4
prosegue ancora con facies monotona, formata da calcari grigiastri, esternamente pa¬
tinati in giallo e, alla frattura fresca, molto scuri, per molte decine di metri: in Val
Malanotte, ad esempio, il suo spessore complessivo si aggira intorno ai 300 metri circa.
Ivi, esso si chiude, al tetto, con un caratteristico livello arenaceo (localmente sfruttato
come pietra coti) di circa un metro di spessore, il quale, per i non pochi Asteroceras
contenutivi, appartiene con tutta sicurezza al Lotaringiano (v. Fantini e Paganoni 17).
Per concludere il presente capitolo, ricorderò che le principali località fossilifere dalle
quali il Sig. L. Tonni ha tratto le Ammoniti studiate in questa memoria, sono : S. Ber¬
nardo (liv. n. 1, 3), Val delle Corna Strette (liv. 4 A), Sogno, Val Sambuco , Val Malanotte ,
Clanezzo e il Canalone di Monte Tesoro (liv. 4 B).
Tabella della distribuzione stratigrafica delle specie.
Nella tabella che segue, oltre la distribuzione stratigrafica delle specie nel tratto che
più interessa il presente studio, compreso tra la zona a Psiloceras planorbis dell’ Hettangiano
e la zona a Asteroceras obtusum del Lotaringiano medio, sono segnati i membri e livelli di
provenienza delle forme stesse dalle varie località dell’ Albenza, il numero degli esemplari
per ciascuna specie e, per i confronti faunistici, le principali località italiane ed estere di
età liassica inferiore.
Queste ultime sono :
A = Alsòràkos (Carpazi), di età corrispondente alla zona a backlandi ;
B = Belgio, serie del Lias inferiore, in genere, secondo i dati di Joly (35) ;
C = Còte-d’ Or (Francia), zone a bucklandi e a semicostatum ;
F = Francia, serie del Lias inferiore in genere, secondo i dati di Reynès, d’ Orbigny,
Donovan ecc. ;
Gl = Germania meridionale, Lias alfa e beta , secondo Oppel, Qdenstedt, Pompecki ecc.
I = Inghilterra orientale, zone a bucklandi e a semicostatum, ;
Ls = La Spezia, zone ad angulata-buchlandi (miste) ;
M = Montagna del Casale (Sicilia), zona a bucklandi ;
R = Bacino del Rodano, Lias inferiore in genere ;
= Alta valle della Stura di Cuneo ; zone a ungulata-oxynoium ;
U = Ungheria, Lias inferiore in genere.
Non ho creduto particolarmente conveniente riportare nel quadro anche il confronto con
la nota lamia del Lias inferiore del Monte di Cotona, illustrata da Fucini, perchè, come
chiarirò meglio più avanti, essa è scarsamente utilizzabile ai fini di stabilire delle equiva¬
lenze cronologiche, spinte fino al dettaglio zonale, confi è negli intenti di questo lavoro. Sot¬
tolineo invece il fatto che tutte le sopra indicate località sono datate con buona, e talvolta
scrupolosa esattezza, e che quindi i dati da esse ricavati sono da ritenere molto vicini al vero.
A parte la fauna del Monte Cotona, con la quale la presente fauna ha in comune
23 specie, è facile rendersi conto che, per questo riguardo, seguono le seguenti faune :
Cóte-d’Or, con 16 specie in comune;
Montagna del Casale, con 12 specie in comune ;
Inghilterra (località varie), con 12 specie in comune ;
La Spezia, con 6 specie in comune ;
Alsòràkos, con 6 specie in comune.
AMMONITI SINEMURIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
151
Non del tutto soddisfacente, come invece era da attendersi, ove si tenga conto della
vicinanza topografica, è il confronto con la fauna di Carenno in Val d’Erve, descritta come
vedemmo da Parona ( 46 ) e riveduta da Desio ( 11 ). Stando alla classificazione di Parona,
le specie in comune sarebbero 6 su 10 ; il che conferiva al « calcare selcioso e di colore scuro
o affatto nero » dal quale provenivano, un’età equivalente a un Sinemuriano s. str., piuttosto
basso. Stando invece alla nuova classificazione del 1929, le analogie diminuiscono decisamente
(forme in comune 5 su 14), senza contare poi che, mentre il complesso di Parona si presen¬
tava alquanto omogeneo, altrettanto non si può dire di quello riveduto, entro cui si notano
anche specie delle zone ad obtusum ed oxynotum. Pur tenendo conto delle possibili ed ine¬
vitabili differenze d’ interpretazione (comprensibili se si tiene presente il cattivo stato di
conservazione dei fossili), questa diversità di risultanze cronologiche fa pensare che la fan-
netta di Carenilo, della quale non era nota la esatta posizione di provenienza, sia stata rac¬
colta, come giustamente suppone Desio, a livelli diversi della serie locale sinemuriana (entro
il potente membro n. 4, a facies litologica monotona) e non unitariamente. E questo perchè,
nella parte superiore del membro stesso, è probabile che sia presentato il Lotaringiano.
Lo schema cronologico qui adottato è quello ormai classico degli AA. (Oppel, Neu-
mayr, Buckman, Haug eco.), completato nel 1942 da Spath nella parte delle sottozone ad
Ammoniti. Sebbene, nel nostro caso, sia impossibile stabilire dei sincronismi di sottozona
(come si vedrà in seguito sono già difficili i parallelismi zonali), ritengo utile riportare il
quadro delle stesse sottozone per il tratto che interessa il presente lavoro ; questo perchè,
nel citare la distribuzione verticale di ciascuna specie, mi è capitato più volte di ricorrere
a dei precisi, riferimenti sottozonali.
zone
sottozone
O
<
s
p
a
H
<5
53
I LOTARINGIANO
SINEMURIANO
s. str.
HETTANGIANO
Echioceras raricostatum
Oxynoticeras oxynotum
Asteroceras obtusum
Euasteroceras turneri
Arnioceras seniicostatum
Arietites bucklandi
Schlotheimia ungulata
Psiloceras planorbis
Microderoceras birchi
Euasteroceras brooki
Pararnioceras alcinoe
Euagassiceras sauzeanum
A gassiceras scipion ian u m
Coroniceras gmuendense
Arietites bucklandi
Coroniceras rotiforme
Coroniceras conybeari
152
V. VIALLI
TABELLA DELLA DISTRIBUZIONE STRATIGRAFICA DELLE SPECIE
e3
Ph
<D
ELENCO DELLE SPECIE a
o
N
o
S
3
w
CÌ5
H
B
w
SINEMUPvIANO
inf. sup.
Zone e località europee
di confronto cronologico
Numero degli esemplari
per specie
Livello di provenienza
ìy
.
*
Lotaringiano
Psiloceras
planorbis
Schlotheimia
angulata
Arietites
bucklandi
Arnioceras
semicostatum
Euasteroceras
turneri
Asteroceras
obtusum
AMMONOIDEA
fam. Juraphyllitidae Spath
Juraphyllites quadrii (Menegh.) . .
®
o
o
o
M
2
3
Juraphyllites lunensis (De Stef.) .
o
o
o
M, A, Ls
1
3
Juraphyllites transylvanicus (Hauer)
®
o
o
o
A
4
1,3
Juraphyllites separabilis (Fucini) . . .
o
o
o
o
3
3
Juraphyllites sp. ind.
3
3
fam. Phylloceratidae Zittel
Paradasyceras cf. stella (Sow.) ....
o
o
o
o
o
o
M, Ls, C
2
4
Geyeroceras cylindricum (Sow.) . . .
o
o
®
o
o
o
M, A, Ls
2
3,4 A
fam. Ectocentritidae Spath
Ectocentrites altiformis Bonarelli . . .
_
o
o
o
o
6
3,4 A
Eclocentrites aff. altiformis Bon. .
1
3
fam. Schlotheimidae Spath
Schlotheimia geyeri Hyatt.
_
®
o
o
o
M
1
3
Channasseiceras charmassei (d’ Orb.) .
o
®
A, C, G, B
1
4
Charmasseiceras venlricosum (Sow.) . .
o
®
_
_
_
C, M, Ls
2
1
Boucaulticeras boucaultianum (d’Orb) .
®
®
o
o
R, C,M, I, B
4
3
fam. Arietitidae Hyatt
Arnioceras miserabile (Quenstedt)
o
o
o
o
5
3
Arnioceras hartmanni (Oppel) ....
®
®
o
o
0, M, I, B
4
3,4 B
Arnioceras arnouldi (Dum.) ....
®
o
o
o
R
38
3,4 B
Arnioceras geometricum (Oppei.) . . .
®
o
o
o
R, B, G
9
3
Arnioceras mendax Fucini.
®
o
o
o
M, B
27
1,3
Arnioceras rejectum Fucini . .
o
o
o
o
2
3
Arnioceras insolilum Fucini.
o
o
o
o
B
11
3
Arnioceras notatum Tucht. e Truem. .
®
_
_
I
9
3
Arnioceras bodleyi (Buckman) ....
®
®
o
?
G, I
29
3,4 B
Arnioceras aff. falcaries (Quenst.) . . .
o
®
®
o
G, C, I, B
17
3
Arnioceras cf. elegans Fucini ....
o
o
o
o
2
3
Arnioceras cf. anomaliferum Fucini . .
o
o
o
o
1
3
Arnioceras cf. ceratiloides (Quenst.) . .
®
o
o
o
G, S
11
3,4 B
Arnioceras cf. hodderi Tutch. e Truem.
®
I
4
3
Arnioceras sp .
10
3
AMMONITI SINEMUKIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
153
p
SINEMTJRIANO
inf. snp.
Piani
H
H
o
§~
Zj f-I
I “
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Lotanngiano
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ELENCO DELLE SPECIE a
o
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Psiloceras
planorbis
Schlotheimia
angulata
Arietites
bucklandi
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«
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O £*
g s
il
h 5
§ So
£3
<» rC5
« °
Arnioceras ( Eparnioceras) semicostatum
(Young e Bird).
®
Pararnioceras gaudryi (Reynès) . . .
®
o
Par arnioceras truemani n. sp.
Pararnioceras meridionale (Reynès) . .
®
Arietites cf. buchlandi (Sow.) ....
®
Arietites ( Asleroceras ) cf. scha fieri Gu-
GENBERGER .
®
Arietites (s. 1.) variabilis (Gugenb.) . .
o
o
®
o
o
o
Coroniceras bisulcatum (Brug.) ....
®
®
Coroniceras (?) hungaricum (Hauer) .
®
o
o
o
Coroniceras cf. coronaries (Quenst.) . .
®
Coroniceras sp .
Coroniceras (Metophioceras) conybeari
(Sow.) .
_
o
®
_
_
Coroniceras ( Metophioceras ) aff. cony¬
beari (Sow.) .
_
_
_
_
Coroniceras ( Primarietites ) reynesi
Spath .
®
_
Coroniceras ( Primarietites ) isis (Reyn.)
®
Coroniceras ( Primarietites ) cf. primitivus
Buckm .
_
®
_
Coroniceras (? subgen. nov.) mandubius
(Reynès) .
_
®
®
_
Eucoroniceras cf. aussoniense (Reyn.) .
®
Vermiceras wàhneri Uhlig .
o
o
o
o
Euagassiceras terquemi (Reynès) . . .
®
Euagassiceras sublaurus (Reynès) . .
®
Euagassiceras cf. resupinatum (Simpson)
®
Agassiceras (Primarietites ?) sp. juv. .
?
Agassiceras trans formatimi (Simpson) .
®
Agassiceras nodulatum (Buckman) . .
®
Agassiceras scipionianum (d’Orb.) . .
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fain. Alsatitidae Spath
(?) Pseudotropites cf. ultratriasicus (Ca-
navari).
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Eoderoceras sp.
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4 A
Livello di provenienza
154
V. VIALLI
Nella tabella, il segno più marcato ((§)) significa il livello di maggior sviluppo biologico
della specie, desunto dalla frequenza con la quale la specie stessa vi è citata nei vari giaci¬
menti, e tenuto conto anche del numero degli esemplari trovatici. Con lo stesso segno, pre¬
scindendo dal concetto di massima diffusione biologica, ho indicato anche quei livelli che
presentano il vantaggio di essere datati con precisione ; sicché la specie segnalatavi, anche
se trattasi di segnalazione isolata, offre dal lato cronologico un punto di riferimento sicuro.
E logico, naturalmente, sospettare che la mancata segnalazione delle specie stesse in altri
livelli (ed in altre località), più che da effettiva loro breve vita, possa dipendere da difetto
di documentazione. Ma è anche plausibile pensare che, quando le medesime segnalazioni
isolate riguardano numerose specie (nel presente caso esse riguardano quasi un terzo della
intera fauna), esse, statisticamente parlando, abbiano un notevole valore cronologico.
Nella tabella, ho ritenuto utile indicare anche l’età delle forme non identificate con
sicurezza, e vi sono stato indotto dall’idea che esse non manchino di significato. Perchè, se
SI N EMURI ANO s .i.
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Fig. 2 — Riassunto schematico della distribuzione stratigrafica della specie. Ogni linea corri¬
sponde a una specie. Le specie sono nell'ordine seguito nella tabella di pagina 152. Le linee
continue indicano le specie individuate con sicurezza, le tratteggiate quelle classificate con riserva.
I tratti più forti (continui o meno) significano i livelli di maggior sviluppo biologico delle
fo rme, oppure gli orizzonti in cui esse sono state segnalate con tutta sicurezza.
N. B. — Nello schema, non sono registrate le forme classificate come sp. o aff., ad eccezione di
Agassiceras (Frimarietties ?) sp. juv. e di Arnioceras aff . falcaries ( l ). ( V. Vietili del.)
è vero che non sono del tutto sicure, è del pari vero che, sempre statisticamente parlando,
esse non possono non testimoniare qualcosa di simile a ciò che indicano le specie alle quali
sono riferite per confronto : nella peggiore delle ipotesi si potrebbe avere a che fare con
forme strettamente parenti e quindi non molto distanziate nel tempo ; considerando invece
ottimisticamente le cose, si potrebbero invece giudicare come espressione di una più o meno
accentuata variabilità infraspecifica, ed in tal caso il cf. lascierebbe intatto il loro valore
(’) La tratteggiata corrispondente a Arnioceras cf. ceratitoides va prolungata anche nelle zone a
turneri ed obtusum.
AMMONITI SINEMUMANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
155
testimoniale. Del resto, anche se non si volesse tenerne conto, la cosa indebolirebbe soltanto
di poco i risultati che scaturiscono dalle indicazioni delle rimanenti forme identificate con
sicurezza.
Numerose forme, e particolarmente tutti gli Jurapliyllitidae ed i primi 10 Arietitidae
(in tutto circa il 25 % della fauna) presentano una distribuzione cronologica a prima vista
banale, perchè non sembrano caratterizzare alcun orizzonte preciso del Sinemuriano, apparendo
indifferentemente distribuite dalla zona a bucklandi a quella a turneri. Si tratta delle specie
segnalate al Monte di Cetona, nei lavori che il Fucini pubblicò al principio del secolo (23),
molto noti a quanti si sono occupati di Ammoniti liassiche. E una fauna imponente, ottima¬
mente descritta e figurata, con molte specie già note nella provincia mediterranea e molte
altre nuove per la scienza, la quale però, disgraziatamente, non offre molte possibilità di
stabilire dei parallelismi di precisione, dato che l’enorme maggioranza degli esemplari che
la compongono deriva da raccolte fatte da amatori durante molti anni e senza tenere conto
delle zone e dei livelli di provenienza ; il peggio è, poi, che i fossili furono trovati da
Fucini, nelle collezioni dei musei toscani, “ tutti mescolati sia che appartenessero alla Lias
inferiore, al Lias medio ed anche superiore „. In tali condizioni, essendo i calcari grigi e rossi
inferiori del Monte di Oetona di una facies uniforme per tutto lo spessore interessante il
Lias inferiore e medio (c. 170 m.), fu impossibile al Fucini stesso di distinguere, sia pure
deduttivamente, la dislocazione verticale dei fossili. Ecco perchè l’A. dovette limitarsi ad
indicare, per quella formazione, un'età equivalente al Lias inferiore e medio (Sinemuriano -
Pliensbachiano inferiore).
Fortunatamente, a lato della maggior parte delle forme in comune con la fauna del
Monte di Oetona, ho potuto collocare il seguo più marcato ((§)), perchè esse risultano segnalate
in altri depositi meglio datati del Lias inferiore italiano (Montagna del Casale, La Spezia,
Carenno) ed estero (Alsòràkos, Cóte-d’Or, Inghilterra eco.). Da queste stesse segnalazioni, esce
rafforzata l’idea che il Fucini stesso prospettò soltanto nel 1936 (v. Gugenberger (27) Pre¬
fazione, pg. 137), che, al Monte di Cetona, sia, ad esempio, ottimamente rappresentata la
zona a bucklandi.
Uno sguardo alla ripartizione in famiglie e generi delle specie studiate, fornisce utili
indizi, sufficienti per se stessi ad orientare la datazione del terreno di provenienza verso
un’inequivocabile soluzione sinemuriana. Come si vede, vi sono rappresentati 7 famiglie, 17
generi e 56 specie diversi. Per quanto riguarda la frequenza, si può notare che, da sole, le
Arietitidae comprendono 41 specie (73% del totale) e 250 individui (87% del totale), seguite
dalle Juraphyllitidae con 5 specie (8,9%) e 13 individui (4,5%), dalle Schlotheimidae con 4
specie (7%) ed 8 individui (3,7%). Vengono, poi, piccole rappresentanze delle famiglie Lhyl-
loceratidae, Ectocentritidae, Alsatitidae ed Eoderoceratidae che, prese insieme, costituiscono un
corpo di 5 specie (8,9%) e 15 individui (5%). È singolare l’assenza completa di Lytocera-
tidae, come si osserva a Alsòràkos, dove su 73 specie di Ammonoidea ne fu segnalata soltanto
una di questa famiglia.
Le Arietitidae caratterizzano nella provincia mediterranea i livelli situati immediata¬
mente sopra la zona ad ungulata dell’Hettangiano. Nate probabilmente da un ceppo autoctono,
situato nelle Alpi nord orientali, esse si diffusero, ancora durante l’Hettangiano, su tutta
l’area europea, seguendo le direttrici principali della Germania meridionale e della Cóte-d’Or,
dove, secondo Hyatt, costituirono, dopo la deposizione della zona a bucklandi , dei centri
autonomi di irradiamento faunistico. Nella stessa zona a bucklandi , nel distretto della Cote-
156
V. VIALLI
d’Or e nel Bacino del Rodano, si nota una frequenza del tutto particolare dei rappresentante
del genere Arnioceras che, viceversa, mancano completamente, secondo le ricerche di Mojsi-
sovics e Suess ad esempio aH’Osterhornes (Alpi orientali). Lo stesso genere è anche bene
rappresentato in Inghilterra e Italia (Cetona, Appennino centrale) però in epoca posteriore
sebbene di poco. Da noi, all’Albenza, il genere Arnioceras comprende numerose specie (16,
corrispondenti al 28% di tutto il complesso) e il 59% degli individui: una frequenza ed
abbondanza senz’altro rilevanti, che si manifestano d’improvviso, soprattutto nel membro
n. 3 della serie di S. Bernardo; tuttavia il suo significato (testimonianza di un Sinemuriano
basale) viene reso alquanto meno categorico dalla contemporanea esistenza di altri generi, come
Coroniceras , Par arnioceras, Eucoroniceras, Euagassiceras ed Agassìceras, notoriamente meno
antichi. A questo proposito è da ricordare che almeno due specie sicure ( Euagass. terquemi
e Euagass resupinatum) appartengono alla sottozona più alta della zona a semicostatum.
Ove si aggiunga, a rinforzo dell’idea che si abbia a che fare con la seconda zona del
Sinemuriano s. str., la sicura presenza dello stesso Arn. semicostatum , rappresentato da 3
buoni esemplari, vien fatto di pensare che, anche nel settore dell’Albenza, l’immigrazione
più massiccia degli Arnioceras abbia avuto luogo probabilmente da occidente, in epoca poste¬
riore alla deposizione della zona a bucklandi.
In base a quauto esposto, sembrerebbe logico dire che la fauna descritta nella presente
memoria appartiene in blocco alla zona a semicostatum. Sebbene i motivi per accettare questo
orientamento appaiano abbastanza buoni, non è possibile concludere in questo senso, e questo
perchè altri argomenti, di non minor peso, depongono per un’ età più antica, sia pure di
poco. Infatti, tra le 56 specie studiate, 6 (10%) sembrano esclusive della zona a bucklandi.
Esse sono :
Arnioceras notatum T. e T.
Arnioceras cf. hodderi T. e T.
Pararnioceras truemani n. sp.
Arietites cf. schafferi Gugenb.
Arietite-s cf. bucldandi (Sow.)
Coroniceras cf. coronaries (Quenst.)
Tra queste, il bucklandi ha particolare valore stratigrafico, perchè, in Inghilterra,
Francia e Germania, riveste il ruolo di fossile guida di zona e sottozona. È da sottolineare
poi che 5 specie e cioè
Charmasseiceras charmassei (d’Orb.)
Charmasseiceras ventricosuni (Sow.)
Coroniceras bisulcatum (Brug.)
Coroniceras (Metophiocerasj conybeari (Sow.)
(?) Pseudotropites cf. ultratriasicus (Canav.)
già comparse nell’Hettangiano, terminano il loro ciclo vitale nella zona a bucklandi.
Altre 12 forme, per un complessivo 23 % della fauna, sembrano poi aver avuto il
loro massimo sviluppo biologico nella medesima zona a bucklandi , pur essendo state trovate
anche in altri orizzonti più antichi o più recenti. Esse sono:
AMMONITI SINEMtfRIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
157
Juraphyllites quadrii (Mgh.)
Juraphyllites lunensis (De Stef.)
Juraphyllites transylvanicus (Hauer)
Geyeroceras cylindricum (Sow.)
Schlotheimia geyeri Hyatt
Arnioceras arnouldi (Dum.)
Arnioceras geometricum (Opp.)
Arnioceras mendax Fuc.
Arnioceras rejectum Fuc.
Arnioceras cf. ceratitoides (Quenst.)
Arietites '(s. 1.) variabilis (Gugenb.)
Goroniceras (?) hungaricum (Hauer)
Per concludere, aggiungerò che una specie è esclusiva di entrambe le zone del Sine-
muriano s. str., e cioè Goroniceras mandubius , mentre altre cinque, pur comparendo anche
in altri livelli, hanno avuto la loro massima diffusione in ambedue le zone accennate. Esse sono:
Agassiceras scipionianmn (d’ Orb.)
Arnioceras aff. falcaries (Quenst.)
Arnioceras bodleyi (Buokm.)
Arnioceras hartmanni (Opp.)
Boucaulticeras boucaultianum (d’Orb.)
In sintesi, come si vede, mentre alcuni argomenti inducono a pensare ad una attribu¬
zione al Sinemuriano s. str. superiore (zona a semicostatum ), altri suggeriscono invece, con-
. temporaneamente, un Sinemuriano s. str. inferiore (zona a bucklandi).
A questo punto, viene spontaneo fare l’ipotesi che siano rappresentate ambedue le
zone nella loro classica successione stratigrafica. Ma anche questo non corrisponde al vero,
perché, come si può appurare facilmente controllando il livello di provenienza delle specie,
le sopracitate forme guida appaiono indifferentemente scaglionate nei vari membri della serie
albenzense e non mostrano addensamenti rivelatori di una successione ordinata in alcuna parte
della serie stessa.
La sola conclusione alla quale si deve giungere è questa:
i membri 1, 2, 3, 4, (compresi i livelli 4 A e 4 B) del Lias di S. Bernardo, Val Malanotte,
Val delle Corna btrette, Sogno, Val Sambuco, Val Calcarola, Clanezzo ecc. appartengono
tutti ad una medesima unità paleontologicamente comprensiva, che corrisponde ad entrambe le
zone classiche del Sinemuriano è', str. L’ esame d’ insieme della distribuzione faunistica, con¬
sente di rendersi conto che il limite inferiore del piano coincide con la base del membro
n. 1. Ber quanto si riferisce al suo confine superiore, e evidente che il presente studio non
porta alcun nuovo dato di giudizio, non essendo stati presi in considerazione fossili ed oriz¬
zonti che ad esso si collegano.
Che nel territorio dell’Albenza non sia possibile separare le due zone del piano Sine-
muriauo, secondo lo schema ormai ampiamente collaudato nell’Europa occidentale, non deve
meravigliare, qualora si pensi che situazioni analoghe si osservano spesso nella provincia
mediterranea. Ad esempio a Adneth ed Hierlatz, nonché in altre località delle Alpi orientali,
3
158
V. VlALLI
le accurate ricerche di Giìmbel, Oppel, Stur, Geyer, Waehner, Herbich ed altri, hanno
messo in luce il carattere misto delle faune ad Ammoniti del Lias inferiore. A Hierlat.z, la
maggioranza degli AA. ammette 1’ impossibilità di scindere le zone ad óbtusum e oxynotum ,
specie entrambe presenti in quei calcari. Altri A A. aggiungono che, da quella stessa forma¬
zione, non è possibile nemmeno distaccare la zona a raricostatum.
A Alsòràkos, nei Carpazi, Herbich, prima, e Vadàsz (72), poi, rivelarono che la ricca
fauna da essi studiata (87 specie delle quali ben 73 di Ammonoidi), pur contenendo il 67 %
di forme nella zona a bucklandi, fornì contemporaneamente anche molti e ben conservati
esemplari di Arnioceras semicostatum , nonché di Euasteroceras turneri , non separabili strati-
graficamente ; per cui entrambi convennero nel giudicare la fauna stessa di un tipo “decisa¬
mente misto ,, come quella di Hierlatz.
Consimili mescolanze faunistiche furono scoperte, sempre nella provincia mediterranea,
da Favre e da Geyer, in terreni del Trias superiore e del Lias inferiore di varie località
della Savoia.
Ma, per rimanere nell’ ambito italiano, è sufficiente scorrere i lavori molto noti di
Fucini, Canavari, De Stefani, Bonarelli, Parona ed altri per rendersi conto come, al di
sopra dell’Hettangiano (') (e talvolta a cominciare da questo stesso piano) sia difficile rin¬
tracciare le zone del Lias inferiore nel classico ordine di successione dei bacini centro europei
ed inglesi. Lo si può appurare a La Spezia (Canavari, 8 ), dove sono certamente indivisibili
le zone ad ungulata ed a bucklandi, rispettivamente dell’Hettangiano superiore e del Sine-
muriano inferiore ; lo si vede al Baraccone di Pouriac, nell’ alta Valle della Stura di Cuneo
(Sacco, 59), dove la fauna mista comprende forme proprie della zona a angulata fino a quella
ad oxynotum del Lotaringiano superiore; al Monte Pisano, Canapiglia Marittima, Massiciano,
.Resti, Sassorosso eco., in Toscana, dove, talvolta in piccolo spessore, si trovano Cefalopodi
di età, altrove, caratterizzanti il Sinemuriano s. str. inferiore ( conybeari , bisulcatum ), insieme
ad altri tipici del Lotaringiano ( obtusum , oxynotum). Lo stesso fatto è slato messo in luce
da De Stefani ( 12 ) nel suo studio sul Lias inferiore ad Arieti dell’Appennino settentrionale,
in numerose località della Garfagnana e Lunigiana, per cui l’A. non esita a concludere che
“ nel nostro Lias non si possono distìnguere sottozone (= zone) equivalenti a quelle di altre parti
d’Europa,, e 11 nel nostro Lias inferiore troviamo specie superstiti altrove note solo in piani
precedenti e specie che altrove appariranno solo più tardi,,.
Circa la natura dei fenomeni a cui collegare questo non conformismo delle faune
miste del Lias inferiore mediterraneo, poco si sa di preciso, non ostante non manchino le
ipotesi in merito. Si è pensato a fattori climatici, a variazioni verticali di facies, a sbarra¬
menti di accesso alla provincia mediterranea (soglie sottomarine, grandi eteropie orizzontali),
a differenziazioni tra forme planctoniche e nectoniche, a forme relitte, a differenti velocità
evolutive, a fatti di convergenza, trasporti passivi, ecc., ma nessuna ipotesi ha soddisfatto
in pieno.
0) La possibilità di distinguere le zone a plcinorbis ed angulata dell’Hettangiano, già prospettata da
Bistram (5) agli inizi del nostro secolo per la serie del Lias basale della Val Solda, è stata confermata recen¬
temente da S. Conti nel suo lavoro “ Stratigrafia e Paleontologia della Val Solda (L. di Lugano)”, Mem. Descr.
C. Geol. d’Italia, 30, 1954, in base a dati forniti da una ricchissima fauna di Gastropodi, Lamellibranchi,
Bracliiopodi, Ostracodi e poche Ammoniti. La fauna offre grandi affinità con quelle della Cóte-d'Or, Lussem¬
burgo, Bacino del Rodano, Hettange, Vandea, Germania, dimostrando un'antica uniformità ambientale per
uu’atnpia regione dell’Europa centro-occidentale; uniformità che, in tempi successivi, era destinata a modificarsi
profondamente, come dimostrano le faune siuemuriane.
AMMONITI SINEMTJRIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
159
DESCRIZIONE DELLE SPECIE
Classe CEPHALOPODA
Sottoclasse AMM0N01DEA
Ordine AMMONITIDA s. 1.
Sottordine PHYLLOCERATINA
Superfamiglia Phyllocerataceae Hyatt 1900
Famiglia Juraphyllitidae Spath 1927 (= Rhacophyllìtìdae Spath 1927)
Genere Juraphyllites Mùller 1939 (= Rhacophyllites Zittel 1884)
Juraphyllites quadrii (Meneghini)
(Tav. XIII, fig. 1 e tav. n. t., fig. 1, 2)
1901 - Rhacophyllites quadrii - Fucini (23), pg. 66, tav. XI, figg. 7-10.
Nella presente forma, il Fucini distingue, oltre il tipo, tre varietà, la dolosa, la j dami-
lata e la solidula, a seconda del grado di appiattimento maggiore o minore della spira. Effet¬
tivamente, da questo lato, esiste la possibilità di fare delle distinzioni. Rimane tuttavia il
dubbio che non si tratti di differenze legate all’età degli individui, potendo quelli giovani
essere più rigonfi di quelli adulti. Caso questo che capita frequentemente nelle Ammoniti.
A parte questa considerazione, uno dei miei esemplari si avvicina più di tutto alla var.
planulata, avendo una spira piuttosto stretta e relativamente alta. Presenta 5 e forse 6 solchi
netti, arcuati, ed una serie di costicine di forza non uniforme che continuano sul dorso
unendosi alle costicine dell’ altro fianco.
La linea lobale è semplice, con un lobo sifonale bene sviluppato, ma di lunghezza
minore dei due primi lobi laterali.
Il secondo esemplare, mentre rassomiglia perfettamente, per ornamentazione, al prece¬
dente, salvo 1’ assenza dei solchi peristomali, (v. fig. 7 del Fucini), presenta invece una regione
esterna più robusta ed analoga alla varietà solidula (figg. 9, IO op. cit.).
Orizzonte - Segnalata nei calcari grigi e rossi inferiori del Monte di detona (Sinemu-
riano s. Z.) e alla Montagna del Casale, in Sicilia (zona a bucklandi ).
Esemplari studiati 2.
Provenienza : S. Bernardo, membro 3 della serie.
Collezione: Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Juraphyllites lunensis (De Stefani)
(Tav. XIII, fig. 2 e tav. n.t., fig. 6)
1901 - Rhacophyllites lunensis - Fucini (23), pg. 61, tav. XI, figg. 1-4.
É una forma quasi liscia quando è giovane ; poi, con 1’ età, cominciano ad apparire
delle costicine e dei solchi peristomatici attenuatissimi, di andamento dapprima radiale e
quindi quasi impercettibilmente falciformi. Gli esemplari pienamente sviluppati possono rag¬
giungere anche i 90 mm di diametro.
160
V. V TATJ i T
Trattandosi di individui giovani, i miei esemplari, del diametro di mm 23, non pre¬
sentano alcuna traccia di ornamentazione, salvo mostrare, a luce radente, qualche solco appena
avvertibile.
La linea lobale corrisponde a quella riprodotta da De Stefani alla tavola III, fig. 2
del suo lavoro sul Lias inferiore ad Arieti dell’Appennino settentrionale (12).
Orizzonte - La specie è frequente nel Lias inferiore dell’Appennino settentrionale (Eestì,
Massiciano); compare al Monte di Cotona nel calcare grigio e rosso inferiore (Sinemuriano s. I.)]
e nella zona a bucklandi della Montagna del Casale (Sicilia). E segnalata nella zona a
biicklancli di Alsòràkos (Carpazi).
Esemplari studiati 1
Provenienza: S. Bernardo, livello 3 della serie.
Collezione : Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Juraphyllites transylvanicus (Hauer)
(Tav. XIII, figg. 3 a, b e tav. n. t., fig. 3)
1901 - Rhacophyllites transylvanicus - Fucini (23), pg. 52, tav. 8, figg. 1-7.
Di questa specie, il Fucini creò due varietà, la dorsocurvata e la dorsoplanata , che si
distinguerebbero per la diversa curvatura della regione esterna: più ampia e subquadran¬
golare nella seconda, in contrapposizione alla sezione ovale della prima.
Un mio esemplare, consistente in un frammento di spira di dimensioni un poco supe¬
riori a quelle dell’individuo più grande del Fucini (altezza dell’ultima spira, nel mio esem¬
plare mm 47, in luogo di 43 min di quello fucinia.no), concorda bene in massima parte con
la dorsoplanata ; mentre, in un certo settore, più vicino all’apertura, ba sezione di tipo dorso-
curvata. La singolarità è evidentemente dovuta a un lieve schiacciamento subito dal guscio
durante la fossilizzazione.
La caratteristica ornamentale consiste di coste semplici, debolmente falciformi, atte-
nuatissime verso 1’ ombelico, tanto da sfumare del tutto, e che continuano sulla regione esterna
con una tipica curvatura leggermente convessa verso 1’ avanti.
Orizzonte - E stata rinvenuta nei calcari grigi inferiori del Monte di Cetona fSinemu-
riano s. I .) ed è stata segnalata nella zona a bucklandi di Alsòràkos (Carpazi).
Esemplari studiati 4.
Provenienza : livelli 1 e 3 di 8. Bernardo.
Collezione : Museo Civico di Storia Naturale di Milano e collez. Torri.
Juraphyllites separabilis (Fucini)
(Tav. XIII, fig. 4)
1901 - Rhacophyllites separabilis - Fucini (23), pg. 60, tav. 10, figg. 3-4.
Due soli esemplari, schiacciati, ma che conservano il tipo di ornamentazione caratte¬
ristico che concorda perfettamente con le descrizioni del Fucini : le coste sono molto deboli,
sottili, ravvicinate, molto arcuate ed oblique. Esse si congiungono alle coste dell’altro fianco
con curva stretta, mentre, in direzione dell’ombelico, svaniscono a circa metà altezza della spira.
L’ orlo ombelicale è netto, sebbene arrotondato. L’ ombelico é poco profondo.
Orizzonte - La specie è stata rinvenuta nel calcare grigio inferiore del Monte di
Cetona (Sinemuriano s. I.).
Esemplari studiati 3.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione : Museo Civico di Storia Naturale di Milano e collezione Torri.
AMMONITI SINEMURIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
161
Juraphyllites sp. ind.
Due esemplari troppo male conservati per poter essere identificati specificamente.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione : Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Famiglia Phylloceratidae Zittel 1884
Genere Pa radasyceras Spatli 1924
Paradasyceras cf. stella (Sowerby)
1879 - Ammonites stella - Reynès (55), tav. 31, figg. 10-12.
1886 - Rhacophyllites stella - Geyer (26), pg. 224, tav. I, figg. 17-19.
1955 - Paradasyceras stella - Donovan (15), pg. 31.
Un solo esemplare morfologicamente identico alle figure del Geyer, Reynès, Ca-
navari ( 8 ). Caratterizzano questa specie: un ombelico ampio delimitato in molti individui adulti
da un margine netto e rilevato (carattere variabile che, ad esempio, non si osserva nella maggior
parte degli esemplari di Hierlatz); un ricoprimento compreso tra i due terzi e la metà della
altezza della spira precedente ; presenza di 4 o 5 lievi strozzature falciformi per giro, nel 5
o 6 % degli individui ; regione esterna uniformemente arrotondata e liscia ; guscio- appiattito,
completamente liscio, con spire aventi il massimo spessore verso il terzo inferiore. In com¬
plesso, a parte 1’ assenza delle strozzature peristomali, il mio esemplare possiede i sopracitati
caratteri, compreso il valore di due terzi del ricoprimento.
Orizzonte - La presente specie è frequente nel Lias interiore di La Spezia (zona
angulata-bucklandi), e nella zona a bucklandi della Montagna del Casale (Sicilia). Segnalata
nel Sinemuriano di Carenilo, essa compare anche nel Lotaringiano di Hierlatz (z. a oxynotum )
e forse anche nelle zone più profonde del Lias di Pfonsjoch (Neumayr). Secondo Donovan,
gli esemplari illustrati da Reynès potrebbero provenire dalla z. a bucklandi di Semur
(Còte-d’ Or).
Esemplari studiati 1.
Provenienza : Yal delle Corna Strette, livello 4 A.
Collezione Torri.
Genere Geyeroceras
Geyroceras cylindricum (Sowerby)
1879 Ammonites cylindricum - Reynès (55), tav. 31, figg. 4-6.
J 901 - Phylloceras cylindricum - Fucini (23), pg. 17, tav. 2, figg. 6-8.
1955 - Geyeroceras cylindricum - Donovan (15), pg. 31.
Un piccolo esemplare del diametro di mm. 31, bene conservato, che presenta il carat¬
teristico profilo quadrangolare della spira, con la regione esterna ampia ed a larga curvatura.
L’ombelico è molto stretto. Un altro individuo, più grande (diametro mm 36) è incompleto
ma tuttavia agevolmente riconoscibile come appartenenente a questa forma.
162
V. VIALLI
Orizzonti-: - Sinemuriano s. I. dall’Ungheria alla Francia. Al Monte di Cotona, esso
tu trovato nel calcare grigio e rosso inferiore (Sinemuriano s. I.). Lias inferiore di La Spezia
(zone miste a angulata-bucklandi). Zona a bucklandi di Alsòràkos (Carpazi) e della Montagna
del Casale. In Lombardia è segnalato in varie località : Sinemuriano di Lonno, Carenno, Yal
Trompia.
Esemplari studiati 2.
Provenienza: un esemplare, il minore, dal livello 4 A della Valle delle Come Strette ;
l’altro da S. Bernardo, liv. 3.
Collezione : Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Coll. Torri.
Sottordine LYTOCERATINA
Super-famiglia Lytocerataceae Buckman 1894
Famiglia Ectocentridae Spath 1926
Genere Ectocentrites (Wahner) Canavari 1888
Ectocentrites altiformis Bonarelli
(Tav. XIII, fig. 5 e tav. n. t., figg. 4, 5)
1899 - Ectocentrites (?) altiformis - Bonarelli (5), pg. 73, tav. 9, figg. 4-6.
1901 - Ectocentrites altiformis - Fucini (23), pg. 86, tav. 14, figg. 1-9.
Appartengono a questa torma 6 esemplari frammentari dotati di guscio ad abbastanza
rapida evoluzione e di sensibile grado di ricoprimento (negli esemplari giovani, circa un terzo
della spira interna), ad ombelico piuttosto profondo nella parte giovane. Le spire esterne
tendono a raddolcire l’orlo ombelicale, lungo il quale le coste attenuano nel tempo stesso la
loro forza. La sezione delle spire è piatta, slanciata ; il ventre è uniformemente arrotondato
negli individui giovani, alquanto meno uniformemente in quelli pienamente sviluppati. Su
questi ultimi è visibile anche un motivo ornamentale che origina a mo’ di ruga., dagli accen¬
tuati tubercoli con i quali terminano le coste. Tra ruga e ruga sono evidenti numerose strie
di accrescimento. Le coste hanno andamento sub falciforme; sono rade nell’adulto e fitte,
sebbene piu attenuate, negli esemplari giovani.
La linea lobale è di tipo litooeratide, col caratteristico primo lobo laterale lungo, forte
e ramificato, cui seguono il secondo lobo laterale consimile, ma di minore lunghezza, e i due
lobi ausiliari disposti con le basi ad angolo ottuso rispetto all’allineamento con i primi due.
Il lobo sifonale è breve.
Bonarelli (op. cit.) mette in sinonimia alla sua forma anche VAmm. altus Hauer, figu¬
rato nella tavola 30/6-8 della monografia del Reynès, che mi sembra alquanto diverso, non
fosse altro che perchè quest’ultimo ha il guscio completamente liscio. Giustamente Donovan( 15 )
lo classifica come Ectoc. altus (Hauer).
Orizzonte - E’ specie del Sinemuriano s. str .., essendo stato trovato insieme al
semicostatum ed a Houcault. boucaultianum. Compare nei calcari grigi inferiori del Monte
di Cotona (Sinemuriano s. Z.).
Esemplari studiati 6.
Provenienza: liv. 3 di S. Bernardo e liv. 4 A della Valle delle Corna Strette.
Collezione : Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Coll. Torri.
Ammoniti sinémuriane del monte albenza (bergamo)
163
Ectocentrites aff. altiformis Bonarelli
(Tav. XIII, fig. 6)
1901 - Ectocentrites altiformis - Fucini (23), tav. 14, figg. 7 ab (pars).
E’ un esemplare frammentario che conserva abbastanza bene un tratto di spira del-
1’ altezza di mm. 30 e che rassomiglia soddisfacentemente al sopracitato esemplare di Fucini.
Pur trattandosi di un individuo schiacciato ed infisso in roccia, il fianco libero conserva
perfettamente una finissima striatura di accrescimento debolmente falciforme, con le strie
addensatissime lungo l’orlo ombelicale, dove si distinguono, a malapena con luce radente,
sorta di ingrossamenti che potrebbero essere interpretati come indizi di costicine, ma che in
realtà sembrano derivare soltanto dal costipamento delle strie stesse. Non essendovi coste
sia pure appena abbozzate nella regione periombelicale (caratteristida dell ’altiformis giovane),
non si può parlare di identità, ma solo di affinità. Potrebbe trattarsi di una specie nuova,
ma, per appurarlo, è necessario trovare altro materiale più completo che conservi anche la
linea lobale.
Aggiungo che il mio esemplare mostra una certa rassomiglianza con Schlotheimia
coqaandi De Stefani, nei particolari dell’ornamentazione (Fucini, 23, voi. IX, tav. 24, fig. 11),
sebbene l’ornamentazione di quest’ultima specie sia fatta di autentiche costicine e non di
semplici strie di accrescimento.
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri.
Sottordine AMMON ITI N A
Superfamiglia Arietitaceae Buckman 1905
Famiglia Schlotheimidae Spath 1923 (= Angulatidae Hyatt 1874)
Genere Schlotheimia Bayle 1878
Schlotheimia geyeri Hyatt
(Tav. XIII, fig. 7 e tav. n. t., fig. 7)
1886 - Schlotheimia laciniata - Gbyer (26), pg- 259, tav. 3, figg. 22-23.
1889 - Schlotheimia geyeri - Hyatt (33), pg. 135.
1903 - Schlotheimia geyeri - Fucini (23), IX, pg. 160, tav. 24, fig. 10.
Un solo esemplare giovanile, analogo ai sopracitati esemplari e discretamente conser¬
vato. Guscio moderatamente compresso, a sezione di giri ovaloide, caratteristicamente più
larga nel terzo inferiore della spira, ombelico piuttosto stretto (circa 0,22 del diametro di
mm 22).
Le coste, leggermente flessuose, sono rilevate notevolmente, con qualche biforcazione
nel terzo interno del fianco. Esse sono interrotte nella regione esterna da un netto solco
carenale. La linea lobale è semplicissima, con un notevole primo lobo laterale, lungo, stretto
e poco frastagliato. Il lobo sifonale è molto più breve ed ancora più breve è il secondo
lobo laterale.
Orizzonte - Calcari rossi inferiori (Sinemuriano s. I.) del Monte di Cetona ; secondo
Hyatt, la presente specie arriva, dalla zona superiore a buchlandi, fino all’orizzonte di Hierlatz
164
V. VlALLI
e di Adneth (Austria) cioè fino alla zona ad oxynotum del Lotaringiano. E’ anche presente
alla Montagna del Casale (Sicilia) (zona a bucklandi).
Esemplari studiati 1.
Provenienza : liv. 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri.
Genere Charmasseiceras Spath 1924
Charmasseiceras charmassei (d’Orbigny)
1879 - Ammonites charmassei - Reynès ( 55 ), tav. 5, figg. 9-14.
1951 - Schlotheimia ( Charmasseiceras ) charmassei - Lange (38), pg 104 tav 19 fine- 1 2
e figg. 100-102. ’ ’
1955 - Charmasseiceras charmassei - Donovan (15), pg. 25.
E’ forma a notevole involuzione, spira rapidamente crescente, fortemente appiattita,
ornata su tutto il fianco e sulla regione esterna da coste debolmente curve, molto spesso
biforcate, particolarmente risaltanti verso il margine mentre, nei pressi dell’ombelico, s’assot¬
tigliano sfumando. Non è visibile la linea lobale.
Orizzonte - Zona a ungulata della CÓte-d’Or e nel Bacino del Rodano; zona a
bucklandi, orizzonte inferiore, in Germania e Inghilterra; zona a bucklandi ad Alsòràkos
(Carpazi).
Esemplari studiati 1.
Provenienza: livello 4 di Monte Tesoro.
Collezione Torri.
Charmasseiceras ventricosum (Sowerby)
(Tav. XIII, fig. 8)
1879 - Ammonites charmassei - Reynès (55), tav. 2, figg. 11-12.
1886 - Aegoceras ventricosum - Waehner (75), voi. IV, pg. 186, tav. 23, figg. 5-11.
1888 - Schlotheimia ventricosa - Canavaiu ( 8 ), pg. 136, tav. 4, figg. 10-11.
1955 - Charmasseiceras ventricosum - Donovan (15), pg. 24.
Questa forma è facilmente riconoscibile perchè, pur non essendo ad involuzione molto
spinta, ha un’altezza spirale che aumenta rapidamente di valore. La sezione dei giri è uni¬
formemente convessa, subcircolare negli individui giovani ; in quelli di diametro maggiore,
essa diventa più slanciata e la massima convessità si sposta, dalla metà, alla parte interna
del fianco. Il ventre, anch’esso fortemente convesso, è percorso da un solco che interrompe
la continuità delle coste tra i due fianchi. Nell’unico esemplare a mia disposizione, l’ombelico
occupa circa il 0,26 del diametro di mm 20, esattamente come nell’esemplare di La Spezia.
Ciò dimostra che non trattasi della specie pseudo-ventricosa, di Gugenberger (27, pg. 182,
tav. 15, fig. 3) come può sembrare a prima vista, la quale si distingue essenzialmente per un
valore sempre inferiore a 0,13 di detto rapporto.
Il numeio delle coste nel mio individuo è 34 o 35. Le biforcazioni sono nette e
compaiono piuttosto frequentemente a breve distanza dall’orlo ombelicale.
Orizzonte - E’ specie frequente in Europa (Alpi nord-orientali, Italia, Francia), nelle
zone ad ungulata (Carermo) ed a bucklandi (Montagna del Casale, Sicilia e Semur, Cóte-d’Or).
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 1 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano,
AMMONITI SINEMURIANÉ DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
166
Genere Boucaulticeras Spath 1924
Boucaulticeras boucaultianum (d’Orbigny)
(Tav. XIII, figg. 9, 10)
1903 - Schlotheimia boucaultiana - Fucini (23), voi. IX, pg. 160, tav. 24, figg. 1-7.
1956 - Boucaulticeras boucaultianum - Donovan (15), pg. 34.
Questa specie, comune in tutta la provincia mediterranea, è stata fatta oggetto da
parte di Fucini di un’ampia ed esauriente trattazione che mi dispensa dal descriverla in
dettaglio. Il Fucini riconobbe l’esistenza di 3 varietà ( ausonia , etrusca e semilaevis), basate
sul vario grado di avvolgimento, sulla forma della sezione spirale e sulla ornamentazione
diversa. I miei tre esemplari, ed in particolare quello figurato a tav. I, fig. 9, trovano
buona corrispondenza con la Schlotheimia cf. speziano descritta da Canavari (8, tav. 8, fig. 6)
che, a mio parere, potrebbe rientrare nella var. ausonia, altrettanto come i miei individui.
Caratteristica di questa varietà è il raggruppamento delle coste presso l’orlo ombelicale, dove
esse appaiono appaiate (a volte anche riunite a tre). Di tanto in tanto, s’osserva una bi-tri—
forcazione a una certa distanza dall’ombelico, però mai oltre la metà del fianco.
Orizzonte - Zona a bucklandi alla Montagna del Casale ; z. a bucklandi, parte supe¬
riore, in Inghilterra ed Europa centrale ; z. a semicostatum nella regione della Cóte-d’Or e
probabilmente anche a Frodingham (Lines.) ; z. a semicostatum, molto alto, fino alla zona
a oxynotum, nel Bacino del Rodano ; Sinemuriano s. L, al Monte di Cetona (calcare grigio
inferiore).
Esemplari studiati 4.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Famiglia Arietitidae Hyatt 1874 (= Dìscoceratìdae Hyatt 1867)
Genere Arnioceras (Agassiz ms.) Hyatt 1867
Arnioceras miserabile (Quenstedt)
(Tav. XIII, figg. 11, 12)
1868 - Ammonites miserabile - Quenstedt (53), tav. 13, figg. 27-30.
1879 - Ammonites geometricus - Reynès (55), tav. 16; figg. 3-4 (pars).
1889 - Arnioceras miserabile - Hyatt (33), pg. 162, tav. 2, figg. 4-6 ( pars ).
1956 - Arnioceras miserabile - Donovan (15), pg. 28.
Numerosi esemplari bene conservati, tutti lisci, salvo i giri piu esterni che presentano
delle lievi rugosità irregolari, osservabili solamente a luce radente. Dette rugosità, in qualche
esemplare, sono avvertibili anche sulle spire più interne, oppure possono mancare del tutto su
quelle esterne. Pertanto, sono indotto a credere che esse possano dipendere dallo stato di
conservazione più o meno buono degli individui.
In un esemplare di mm 27 di diametro, si scorgono, sempre a luce radente, delle
sottilissime strie di accrescimento, anch’esse irregolari, soprattutto sulla camera d’abitazione.
Il ricoprimento, pur trattandosi di forma notevolmente evoluta, è abbastanza sensibile, rag-
166
V. VlALLi
giungendo circa i! 30% dell’altezza della spira precedente; questo va posto in relazione con
la torma acuta e slanciata della regione esterna.
La linea lobale, bene visibile su tre individui, è identica a quella riprodotta da Hyatt
(loc. cit.), con un’ampia sella laterale ed un primo lobo laterale di pari lunghezza del lobo
esterno.
Orizzonte - La derivazione di questa specie da Psiloceras pianorie var. leve dell’Het-
tangiano inferiore, è ammessa da vari autori. La sua prima apparizione come specie autonoma
sembra risalire al Sinemuriano basale. E’ infatti presente a Semur (OÓte-d’Or), dalla zona a
iucklandi sino almeno a quella a turneri. Nella Germania meridionale è nota dalla stessa
zona a iucklandi tino a quella ad oxynotum (sec. Hyatt).
Esemplari studiati 5.
Provenienza ; livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Coll. Torri.
Arnioceras hartmanni (Oppel)
(Tav. XIII, fig. 13 e tav. n. t., figg. 12, 13)
1842 - Ammonites hriodon (non Hehl) - d’ Orbigny (44), pg. 205. tav. 51, figg. 1-6.
1889 - Arnioceras hartmanni - Hyatt (33), pg. 167, tav. 2, figg, 17 {pars).
Gli esemplari sono caratterizzati da lenta evoluzione, coste rade (26 su un diametro
di min 64), forti, diritte e soltanto di poco proverse sul lato ventrale, dove sfumano rapida¬
mente. Sezione appiattita, sub-rettangolare, carena non saliente e priva di solchi laterali, giri
interni lisci fino a un diametro di mm 13 (esemplare di Hyatt), linea lobale con un primo
lobo laterale grande e lungo quanto il lobo sifonale.
E’ vicino al geometricum Oppel, tanto che vari autori (Fucini, Schmidt) lo includono
nella sua sinonimia. A mio parere il geometricum si differenzia invece soprattutto perchè ha
coste perfettamente diritte (interpretazione di Schloenbach (60)), senza accenno alcuno di
prò versi one ventrale.
Orizzonte - Zona a iucklandi nella Germania meridionale ; stessa zona, parte superiore
(sottozona a gmuendense) nel distretto della Cóte-d’Or, nel bacino del Rodano ed in Inghil¬
terra. Tutcher e Trueman segnalano questa specie al passaggio tra le zone a iucklandi e
semicostatum (Lymian). Sempre zona a iucklandi alla Montagna del Casale (Sicilia).
Esemplari studiati 4.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo e 4B di Clanezzo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Coll. Torri.
Arnioceras arnouldi (Dumortier)
(Tav. XIV, figg. 13, 14)
1902 - Arnioceras arnouldi - Fucini (23), pg-193, tav. 25, figg. 1-3.
La caratteristica fondamentale di questa forma consiste nelle coste che piegano in
avanti ad entrambe le estremità, con maggior forza però verso la regione esterna, dove ogni
costa giunge a toccare, con la sua terminazione, l’angolo della costa che segue. Differisce
dall’M. iodleyi al quale, per altri versi rassomiglia notevolmente, perchè questo presenta le
coste diritte al margine ombelicale. L’A. arnouldi possiede inoltre una carena sottile e molto
alta (in un esemplare adulto di Val Malanotte, la carena è di 7 mm su una spira alta 26 mm).
AMMONITI SINEMURIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
167
Orizzonte - Nel Bacino del Rodano, Varnouldi è stato rinvenuto a un livello superiore
(o forse anche nel medesimo livello) dell’A geometricum ; calcari grigi inferiori del Monte di
Cotona (Sinemuriano s. Z.).
Esemplari studiati 38.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo e 4B di Olanezzo e Val Malanotte.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Arnioceras geometricum (Oppel)
(Tav. XIV, figg. 11, 12)
1867 - Ammonites geometricum - Dumortier ( 16 ), pg. 31, tav. 7, figg. 3-5 (pars).
1902 - Arnioceras geometricum - Fucini (23), pg. 208, tav. 23, figg. 1-4.
1915 - Arnioceras geometricum - Schmidt (61), pp. 31, tav. 6, figg. 12-14.
Forma caratterizzata da coste diritte, regolarissime, ingrossate all’estremità ventrale,
ampiamente intervallate (15 coste su mezzo giro del diametro di c. 70 mm) ; caratteristica,
questa, che permette il riconoscimento della specie anche da frammenti di spira. Carena
diritta, acuta, non accompagnata da solchi laterali. Sezione della spira molto piatta. Presenta
grandi affinità ornamentali con Arn. semicostatum il quale però è a evoluzione più rapida, ha
spira di maggior spessore e possiede due leggerissimi solchi carenali. Sui miei esemplari non
è visibile la linea lobale. Differisce dal Coron. (Primarietites) primitivus per la diversa forma
della sezione spirale, per l’assenza dei solchi carenali e soprattutto per l’andamento delle
coste che, in quest’ultimo, è tutt’altro che perfettamente rettilineo. Secondo Schloenbach (60),
nel geometricum non si rileva alcun segno di proversione delle coste. Tale carattere è con¬
fermato da Schmidt (op. cit.). La caratteristica principale che distingue il geometricum dal
ceraiìtoides e dalì’hartmanni, ai quali esso è legato da notevoli rassomiglianze, è l’angolo retto
che le sue coste formano con la linea del contorno esterno.
Orizzonte - E’ stato rinvenuto nei calcari grigi inferiori del Monte di Cotona (Sine¬
muriano s. Z.); zona a bucklandi di Harzburg ; zona a buchlandi , parte inferiore, nel Bacino
del Rodano (sec. Dumortier e Hyatt).
Esemplari studiati 9.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Arnioceras mendax Fucini
(Tav. XIII, figg. 14, 15 e tav. XVI, fig. 11 a)
1902 - Arnioceras mendax - Fucini (23), pg. 172-178, tav. 17 e 19 (typus e varietà).
L’ approfondita ed esauriente diagnosi di questa forma, fatta da Fucini, ha messo in
evidenza una sensibile variabilità nell’ambito della specie, soprattutto per quanto riguarda
il numero delle coste e la forma dei solchi che fiancheggiano la carena. Il Fucini vi ha
distinto quattro gruppi (= 4 varietà) e cioè mendax typus, var. plicatella, var. rariplicata e
var. incerta, a loro volta legati da forme di passaggio. Nel mendax typus, si avrebbe un leg¬
gerissimo aumento nel numero delle coste, da una spira alla seguente (fino a mm 40 di
diametro, 36 coste; fino a mm 50 di diametro, 37-40 coste; fino a mm 80 di diametro,
44 coste). Nella plicatella , al contrario, le coste diminuirebbero con l’età e sarebbero straor¬
dinariamente fitte nei giri giovani. Nella rariplicata, le coste sarebbero relativamente rade,
168
V. VlALLI
sia nei giovani che negli adulti e sempre inferiori a 36 per giro. Infine nell 'incerta, il numero
delle coste sarebbe costante o in leggerissimo aumento (37 nell’ultimo giro, 36 nel penul¬
timo, eco.).
Altri caratteri variabili sono la forza e l’evidenza dei solchi carenali, l’altezza dei giri
che, ad esempio nella v(triplicata, sembra diminuire con l’età, l’ampiezza dell’ombelico, e
l’andamento leggermente diverso dalla linea lobale.
Evidentemente, anche a giudicare dalle figure di Fucini, si tratta di una variabilità
infiaspecifica. Recenti studi di M. K. Howshth (31) hanno dimostrato che la frequenza, nonché
la forza, delle coste possono variare in una stessa specie molto ampiamente, perfino del 60%.
Una variabilità del 20 e del 26 per cento è normalissima. Quindi le quattro » varietà » fu-
ciniane del mendax non sono da considerare (come del resto probabilmente non le considerò
1 autore stesso) come gruppi dotati di un volto tassonomicamente ben distinto, ma come un
tentativo di esprimere con un nome la frequenza media delle variazioni di certi caratteri
che, evidentemente, fluttuavano in maniera continua in seno alla popolazione dei mendax.
E questo appare tanto più vero qualora si ricordi che le sopraddette quattro «varietà» fuci-
niane sono a loro volta legate tra loro da termini a caratteri intermedi.
Considerando gli estremi di frequenza delle coste, si vede come essi oscillino da un
minimo di 36-38 a un massimo di 44 per giro del diametro di 50 mm.. Questa differenza
non sorpassa il 25% che è giudicato normale da Howarth.
Volendo usare la terminologia di Fucini, a S. Bernardo sono presenti il typus, la plicatella
e la rariplicata. Per la maggior parte si tratta di individui in non buone condizioni di con¬
servazione ohe si presentano schiacciati.
Orizzonte - Tutti i mendax del Monte di Cotona provengono dai calcari grigi inferiori
(Sinernuriano s. Z.). La specie e segnalata anche nel livello a bncklandi della Montagna del
Casale (Sicilia), a Saltrio (Lotaringiano), Carenno, nonché nel Lias inferiore sulle Alpi Bavaresi.
Esemplari studiati 27.
Provenienza: livello 1 e 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Arnioceras rejectum Fucini
(Tav. XIV, fig. 1 e tav. n. t., figg. 8, 9)
1902 - Arnioceras rejectum - Fucini (23), pg. 170, tav. 14, figg. 12-14 e tav. 16, figg. 1-6.
Guscio a scarsissima involuzione, accrescimento lento (5 spire su un diametro di
mm 56), fianchi moderatamente convessi. Sezione della spira tipicamente subovale, con carena
che ne continua il contorno senza l’interruzione dei solchi. I giri interni sono lisci fino a
un diametro di mm 12-13 circa. Le coste sono proverse in modo appena percettibile al
margine ventrale, dove la loro forza si attenua rapidamente, e leggermente arcuate sul mar¬
gine ombelicale.
Numero delle coste 32 su un diametro di mm 52.
La linea lobale è molto semplice, con il primo lobo laterale stretto e lungo quanto
quello sifonale. Il secondo lobo laterale ha lunghezza circa la metà dei primo.
Orizzonte - Calcari grigi inferiori del Monte di Cetona (Sinemuriano s. I.).
Esemplari studiati 2.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri,
AMMONITI SINEMTIRIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
169
Arnioceras insolitum Fucini
(Tav. XIV, figg. 2, 3 e tav. n. t., fig. 10)
1902 - Arnioceras insolitum - Fucini (23), pg. 178, tav. 19, figg. 1-5.
Questa forma è frequente nel livello 3 di S. Bernardo, però con esemplari per la
maggior parte schiacciati. Soltanto alcuni sono sufficientemente bene conservati da permettere
una sicura identificazione. Il Fucini distingue, oltre la specie tipo, anche una varietà longi-
spirata che si differenzierebbe per un accrescimento più lento e quindi una minore altezza
dei giri, e per maggior ampiezza dell’ombelico, oltrecchè per possedere coste più numerose
sui giri interni.
La sezione della spira, sia nel tipo che nella varietà, è appiattita, con fianchi pochis¬
simo curvi, ventre angusto, recante una piccola carena fiancheggiata da due solchi poco
profondi e piuttosto stretti.
Come molti altri Arnioceras , anche l’ insolitum presenta i primi giri completamente
lisci. La linea lobale è semplicissima e del tutto eguale a quella figurata da Fucini per i
suoi esemplari.
Orizzonte - Calcari grigi inferiori del Monte di Cetona (Sinemuriano s. I.).
Esemplari studiati 11.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Arnioceras notatum Tutcher e Trueman
(Tav. XIV, figg. 4, 5)
1925 - Arnioceras notatum - Tutcher e Trueman (71), pg. 638, tav. 39, figg. 2 a e 2b.
Diversi individui frammentari che concordano soddisfacentemente con la specie inglese,
caratterizzata principalmente da un lentissimo grado di evoluzione e da un’ornamentazione
consistente in coste diritte (nella maggior parte dei miei esemplari le coste sembrano avere un
andamento leggermente curvo a causa dello schiacciamento), rade, regolarmente spaziate, e
recanti un piccolo nodo all’estremità ventrale, dopo di che deviano in leggera curva proversa.
Le coste sono sottili e di forte ed uniforme risalto su tutta la spira. Esse mancano sui giri
interni fino a un diametro massimo di circa 20 mm. Su una spira di 28 mm di diametro,
se ne contano 18 ; su 45 mm di diametro, esse sono 25.
La regione esterna è dotata di carena e di due leggeri solchi. Non è visibile la linea lobale.
Orizzonte - Zona a bucklandi di Rockhill (Radstock District, Inghilterra).
Esemplari studiati 11.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri.
Arnioceras bodleyi (Buckman)
(Tav. XIV, fig. 6)
1878 - Arietites semicostatus Young e Bird-Wright (76), pg. 284, tav. I, figg. 4, 5, 8 (non fig. 7).
1889 - Arnioceras Bodleyi (non Buckman) - Hyatt (33), pg. 169, tav. 2, figg. 23-24 a e Sum-
mary T., XII, fig. 7.
1953 - Arnioceras bodleyi (Buckman) - Donovan (14), pg. 25.
E’ mio parere che numerosi esemplari del livello 3 di S. Bernardo e del livello 4 B
di Clanezzo, Val Malanotte, Val Sambuco, Sogno eco. appartengano a questa specie, secondo
l’interpretazione recentemente espressa da Donovan nella sua revisione dell’opera di Wright.
170
V. VIALLI
Non ritengo possibile e nemmeno utile riassumere in elenco sinonimico, che si pro¬
spetterebbe lungo, complesso e forzatamente incompleto (e per di più soggettivo), come i
vari AA. hanno interpretato questi ammoniti che presentano grandi rassomiglianze coi rap¬
presentanti di altre specie ( ceratitoides, geometì'icus, falcaries , semicostatum, difformis eoe.),
Piescindendo dall accettare integralmente le loro sinonimie, a me sembra che i miei esemplari
siano vicinissimi a quelli figurati e descritti da Wiught e Hyatt nelle loro note monografie.
I miei esemplari si presentano molto evoluti, con spire lateralmente depresse, carena
saliente e liscia, solchi carenali lievissimamente accennati soltanto negli esemplari bene con¬
servati. Le coste sono nette, uniformi, arrotondate, ingrossantisi verso l’esterno, in forte
risalto, diritte, su tutta la spira, lievemente ricurve all’estremo ombelicale ed accentuatamente
proverse sull’orlo ventrale. I primi 3-4 giri, fino a un diametro di 11-12 mm, sono lisci o,
al massimo, impercettibilmente striati. La linea lobale è semplicissima.
Anche il numero delle coste e caratteristico : su esempla,ri di mm 33, se ne contano,
ogni giro esterno, rispettivamente 26, 27, 28, 28 ; su esemplari di mm 58, se ne contano su
ogni giro esterno 27, 31, 32, 34.
Orizzonte - Parte superiore della zona a bucklandi , in Germania (sec. Hyatt) ; zona a
semicostatum , secondo Donovan. In Inghilterra, si spinge certamente fino alla zona a turneri ;
è dubbio se, in Europa centrale, si spinga fino alla zona a oxynotum.
Esemplari studiati almeno 30.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo e livello 4B di Val Malanotte, Val Sambuco,
Sogno e particolarmente di Clanezzo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
I
Arnioceras affi, falcaries (Quenstedt)
(Tav. XIV, fig. 8)
1879 - Ammonites geometricus - Reynès (55), tav. 15, figg. 5-18.
1955 - Arnioceras affi, falcaries - Donovan (15), pg. 28.
Gli esemplari appartenenti a questa forma sono molto numerosi, ma purtroppo tutti
schiacciati e male conservati. Conseguentemente, mancandomi la possibilità di rilevare con
esattezza la sezione delle spire e la linea lobale, debbo attenermi alla classificazione del
Donovan senza apportarvi nulla di nuovo. L’ aspetto laterale degli individui è identico alle
figure del Reynès, sia per la rapida evoluzione, per la ampiezza dell’ ombelico, sia anche
per il numero e l’andamento delle coste (comprese tra le 21 - 26 per giro di 39 mm di
diametro). I giri interni sono in prevalenza lisci, fino ad un diametro massimo di 16 mm
La carena é saliente, netta e priva di solchi laterali.
Orizzonte - Zona a bucklandi di Harzburg ; zona a semicostatum di Semur (Cóte-d’Or)
e Whitby (Gloucester), secondo Donovan (op. cit.). Secondo Hyatt, il falcaries sarebbe forma
poco indicativa, essendo stata segnalata in Europa centrale e nella Costa d’ Oro, dalla zona
a ungulata a quella ad obtusum.
Esemplari studiati 1 7.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Arnioceras cf. elegans Fucini
(Tav. XIV, fìg. 7)
1902 - Arnioceras elegans - Fucini (23) ; pg. 214, tav. 26, figg. 4-8.
Riferisco con dubbio a questa forma due esemplari caratterizzati da un’ evoluzione
molto lenta, coste rade, (26 su un giro di 38 mm di diametro), diritte , assenti sui giri
AMMONITI SÌNEMUMANE del MONTE ALBENZA (BERGAMO) 171
interni. La specie di Fucini è molto depressa, con carena acuta, fiancheggiata da solchi stretti
e distinti
Orizzonte - Calcari grigi inferiori del Monte di Cetona (Sinemuriano s. I.)
Esemplari studiati 2
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Arnioceras cf. anomaliferum Fucini
1902 - Arnioceras anomaliferum - Fucini (23), pg. 182, tav. 16, fig. 9, tav. 19, fig. 1B, tav. 21,
figg. 6-15.
Un frammento di spira che corrisponde abbastanza bene alle caratteristiche degli esem¬
plari descritti e figurati da Fucini.
Orizzonte - Calcari grigi inferiori del Monte di Cetona (Sinemuriano s. I.) e nel
Sinemuriano s. I. di Carenno in Val d’Erve.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri.
Arnioceras cf. ceratitoides (Quenstedt)
(Tav. XIV, figg. 9, 10)
1902 - Arnioceras ceratitoides - Fucini (23), pg- 165, tav. 14, fig. 13, tav. 15, figg. 1-8, 11-13.
Interpretando questa forma secondo la diagnosi di Fucini, che si occupò diffusamente
delle sue vicissitudini sinonimiche, a cominciare da quando il Quenstedt la istituì nel 1849,
credo di potervi assegnare 5 esemplari frammentari, a coste fitte, proverse sul lato esterno
della spira, con carena quasi priva di solchi che la fiancheggiano, spira appiattita, giri interni
lisci fino a un diametro di circa 10 mm. Assegno a questa forma anche un esemplare fram¬
mentario che concorda perfettamente con quello figurato da Fucini alla tav. 15, fig. 12 (23),
e descritto come var. paucicostata.
Orizzonte - E’ specie abbastanza frequente nel Sinemuriano italiano (Monte Palan-
zone, Valle della Stura, Appennino Centrale, Ponte Alto, Gerfalco, Monte di Cetona ecc.).
E’ segnalato nella zona a bucklandi di Harzburg (Schmjdt, 61) e nel Lias medio di Ballino
e di Opreno (Albenza).
Esemplari studiati 11.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo e livello 4 B di Clanezzo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Arnioceras cf. hodderi Tutcher e Trueman
(Tav. XIII, fig. 16)
1925 - Arnioceras hodderi - Tutcher e Trueman (71), pg. 639, tav. 38, fig. 1 a-c.
Riferisco con dubbio alcuni esemplari alla specie inglese per la concordanza che essi
presentano in tutti i caratteri visibili sui fianchi delle spire. Trattandosi di individui non
isolabili dalla roccia e per giunta sensibilmente schiacciati, non è possibile vederne la tipica
sezione dei giri che distingue questa specie da altre (ad esempio da Arnioc. insolitum var.
longispirata Fucini (23), tav. 19, fig. 5).
172
V. Gialli
Orizzonte - La presente
Quarry, Tinsbury (Inghilterra).
Esemplari studiati 4.
Provenienza : livello 3 di
Collezione Museo Civico
specie è stata rinvenuta nella zona a bucklandi della Hodder’s
S. Bernardo; livello 4 B di Clanezzo
di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Arnioceras sp. (juv.)
Trattasi di numerosi esemplari giovani, taluni anche molto bene conservati, ma che
non ritengo possibile determinare specificamente date le grandi rassomiglianze ed analogie
che legano spesso tra loro gli Arnioceras non ancora del tutto sviluppati. Gli esemplari
provengono quasi tutti dal livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Arnioceras (Eparnioceras) semicostatum (Young e Bird)
(Tav. XV, figg. 1, 2 e tav. n. t., fig. Il)
1902 - Arnioceras semicostatum - Fucini (23), pg. 202, tav. 22, figg. 1-3, 11, 13, 16.
Questa specie, notoriamente molto variabile (Fucini la suddivise in 3 gruppi, Hyatt
in 4), soprattutto per il numero delle coste, è di difficile definizione : di conseguenza, gli AA.
1’ hanno interpretata in vari modi tutt’altro che concordanti tra loro. Il carattere che mi
sembra accettato più comunemente è quello di presentare i primi tre-qnattro giri interni
lisci al punto da ricordare molto da vicino V Arn. miserabile-, a questo proposito, mi sembra
tipico della specie 1’ esemplare figurato da Bcckman (2) alla tav. 112.
Orizzonte - La presente specie distingue in Inghilterra la zona a semicostatum de
Sinemuriano s. str.; Donovan (16, pag. 27) ne segnala una affine a Semur (Còte-d’Or) ; ricor-1
data da Fucini nei calcari grigi inferiori (Sinemuriano s. I.) del Monte di Cotona, e da
Parona a Saltrio (Sinemuriano superiore).
Esemplari studiati 3.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Genere Pararnioceras Spath 1922
Pararnioceras gaudryi (Reynès)
(Tav. XV, fig. 3 e tav. n. t., fig. 14)
1879 - Ammonites gaudryi - Reynès (55), tav. 22, figg. 4-6.
1966 - Pararnioceras gaudryi - Donovan (15), pg. 29.
Un solo frammento di spira di grandi dimensioni (altezza circa 46 mm, spessore circa
27 mm), ornato di robuste coste, molto rade, dotate di un evidente tubercolo all’ estremità,
con ventre ampio percorso da una carena fiancheggiata da due solchi distinti. E’ caratteristica
la sezione, a spira subquadrata, alla quale i tubercoli costali conferiscono un contorno spio¬
vente e dilatato nel settore ventrale.
ammoniti sinemuriane del monte albenza (Bergamo)
178
Orizzonte - Secondo Reynès (op. cit.) è della zona a bucklandi, secondo Donovan, di
quella a semicostatum del NE della Francia.
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 1 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Pararnioceras truemani n. sp.
(Tav. XV, figg. 9-12 e tav. n. t., figg. 15, 16)
1925 - Pararnioceras sp. - Tutcher e Trueman (71), pg. 640, tav. 38, figg. 2 a-c.
Tra gli esemplari del livello 3 di S. Bernardo, ve ne sono alcuni che presentano una
ì assomigliati za perfetta con i due individui di Pararnioceras sopra ricordati dell’ orizzonte a
bucklandi di Radstock. Essi sono tra i meglio conservati dell’intera fauna. Hanno guscio a
rapida evoluzione, a moderato accrescimento (che può giungere però fino a ricoprimento di
un quai to della spira precedente), sezione spirale subrettangolare, ornamentazione forte, un
pò iuegolaie, formato da coste nettamente in rilievo anche sui giri interni e che terminano
esternamente con nodi distinti, ombelico profondo. Le coste, sui miei esemplari sono 16 su
una spira del diametro di 10 min, 26 su una spira del diametro di 22 mm e 32 su una
spira di 44 mm. La carena è poco rilevata, smussata e fiancheggiata da due solchi più o meno
distinti. La sezione delle spire è rapidamente decrescente di spessore dall’esterno all’interno.
La linea, lobale è in accordo, per la parte che si riesce a vedere, con quella riprodotta
da Tutcher e Trueman a pag. 637 del sopra citato lavoro, la quale presenta un secondo lobo
laterale stretto e discretamente lungo. E questo, a differenza degli Arnioceras , nei quali il
secondo lobo laterale è invece molto piccolo o addirittura insignificante.
Orizzonte - Il Pararnioceras sp. citato nella sinonimia è della zona a bucklandi di
Radstock (Inghilterra).
Esemplari studiati 6.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Pararnioceras meridionale (Reynès)
(Tav. XV, fig. 5 e tav. n. t., fig. 21)
1879 - Ammonites meridionalis - Reynès (55) tav. 22, figg. 1-2.
1955 - Pararnioceras meridionale - Donovan (15), pg. 29.
Un unico esemplare, discretamente conservato, del diametro di mm 151, ombelico
mm 67, altezza dell’ultima spira mm 44, il quale presenta, rispetto al sopracitato individuo
di Reynès, soltanto una piccolissima differenza nel numero delle coste : ne possiede cioè solo
17 sul mezzo giro esterno, in luogo di 16 dell’ammonite francese.
E’ forma a moderata evoluzione, con un ricoprimento di poco superiore al 10% della
altezza della spira precedente, con una sezione spirale quasi quadrata (lo spessore è maggiore
dell’altezza), e con una caratteristica ornamentazione costituita di coste rade, forti, diritte,
attenuate nei pressi del margine ombelicale, ed ingrossate verso la periferia, dove formano
dei nodi piuttosto accentuati, oltre i quali la costa stessa prosegue, sul ventre, con direzione
proversa. La regione esterna è snbpiana, con due solchi distinti che fiancheggiano una forte
carena. Non è visibile la linea lobale.
5
174
V. VlALLI
Orizzonte - Zona a semicostatum , secondo Donovan ; zona a bucklandi, secondo Reynès,
di Yitteaux (Cóte-d’Or).
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 1 di 8. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Genere Arietites Waagen 1869
Arietites cf. bucklandi (Sowerby)
(Tav. XV, fig. 4)
1898 - Arietites bucklandi - Parona (49), p. Ili, pg- 13, tav. 13, fig. 4.
Un grosso frammento di spira che presenta un’ ornamentazione identica al sopracitato
esemplare di Moltrasio, fatta di rade coste sfumate ad entrambe le estremità ed intervallate
da ampi spazi uniformemente curvi, sia nel senso dell’altezza della spira che in quello della
sua lunghezza.
Orizzonte - Zona a bucklandi , in Inghilterra, Cóte-d’Or, Germania eco. Segnalato
nell’alta valle della Stura di Cuneo ed a Moltrasio (Lombardia).
Provenienza : livello 1 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Arietites (Asteroceras) cf. schafferi Gugenberger
1936 - Arietites (Asteroceras) scliafferi - Gugenberger (27), pg. 193, tav. 15, figg. 7a, b, c.
L’identificazione sicura dell’ unico esemplare non è possibile perchè trattasi di una
impronta sulla quale non è conservata traccia alcuna della linea lobale. E’ possibile invece
constatare la concordanza dei caratteri morfologici: è un’ammonite molto appiattita, con
regione esterna assottigliata, incorniciata da una carena esile, ma distinta, dotata di giri rapi¬
damente crescenti in altezza. Il ricoprimento spiiale è circa il 40% dell’altezza del giro
precedente. Le coste non sono molto numerose (8 su un quarto del giro esterno dell’esem¬
plare, che ha un diametro di circa 36 min), ed appaiono leggermente ingrossate verso l’esterno,
dove piegano lievemente in avanti.
Orizzonte - Zona a bucklandi della Montagna del Casale (Sicilia).
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri.
Arietites (s. I.) variabilis (Gugenberger)
(Tav. XVI, fig. He e tav. n. t., figg. 17, 18)
1936 - Psiloceras variabile - Gugenberger (27), pg. 178, tav. 13, fig. 41 e tav. 14, figg. 26 a-d.
Guscio ad evoluzione rapida, a minimo ricoprimento, sezione spirale ellittica, orna¬
mentazione continua, dai fianchi alla regione esterna. L’ornamentazione consiste di strie
indistinte sui giri interni, e di rughe smorzate, visibili soltanto a luce radente, su quelli
esterni. Ogni tanto, sulla spira esterna, si nota una lieve strozzatura. Il diametro è di
mm 23 (l’esemplare della Montagna del Casale ha un diametro di min 15) ; l’altezza dello
ultimo giro misura mm 9 (cioè 0, 39 in rapporto al diametro), e l’ombelico mm 10.
AMMONITI SINEMUMANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
175
W. Lange (37) afferma, a pag. 39 del suo lavoro, che l’esemplare descritto e figurato
da Gugenberger non appartiene certamente al genere Psìloceras , a motivo della linea lobale
che presenta un lobo laterale troppo accentuato, e per l’assenza dei lobi ombelicali che ca¬
ratterizzano detto genere. Secondo lo specialista tedesco, potrebbe invece trattarsi di un
Arietites s. I. (forse degenerato ?)
Anche sul mio esemplare la linea lobale è di tipo arietitico, molto semplice e con un
primo lobo laterale bene individuato.
Orizzonte - Secondo Gugenberger, per le affinità che offre con le altre specie da lui
poste in sinonimia, il variabilis dovrebbe estendersi dalla zona a planorbis (Germania) ed a
ungulata (Francia), sino a quella ad oxynotum (Selva di Bakony). L’ unica segnalazione in
Italia è quella della zona a bucklandi della Montagna del Casale (Sicilia).
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Genere Coroniceras Hyatt 1867
Coroniceras bisulcatum (Bruguière)
(Tav. XV, figg. 7, 7 a e tav. n. t., figg. 22, 23)
1824 - Ammonites multicostata - Sowerby (63), voi. Y, tav. 454.
1842-49 - Ammonites bisulcatus - d’ Orbigny (44), pg. 187, tav. 43.
1879 - Ammonites multicostatus - Reynès (55), tav. 25, figg. 1-2.
1890 - Coroniceras bisulcatum - Hyatt (33), pg. 186, tav. 7, figg. 2-10.
1898 - Arietites ( Coroniceras ) bisulcatus - Parona (49), voi. 25, pg. 15, tav. 12, fig. 1.
1951 - Coroniceras bisulcatum - Frebold (19), pg. 9, tav. 6, fig. 3, tav. 9, fig. 1, tav. 10,
fig. I, tav. il, fig. 1, tav. 12, fig. 1, e tav. 13, fig. 1.
Questa nota specie è caratterizzata dalla sezione subrettangolare, quasi subquadrata,
della spira sulla quale sporgono notevolmente i grossi nodi terminali delle robuste coste.
L’evoluzione è rapida ed il ricoprimento accentuato (circa 5/17 della spira precedente). La
linea lobale presenta il primo e secondo lobo laterale di eguale lunghezza, mentre la seconda
sella laterale è molto più profonda della prima.
Orizzonte - Zona a bucklandi , sottozona a bucklandi, nel distretto anglo parigino ;
zona a bucklandi del Bacino del Rodano. Segnalata nel Sinemuriano s. I. di Carenilo (Parona),
forse nell’alta Valle della Stura di Cuneo. Zona ad angulata-bucklandi di La Spezia ed in
quella ad Arieti di Campiglia, Sasso Rosso ecc.
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Coroniceras (?) hungaricum (v. Hauer)
(Tav. XV, fig. 8)
1879 - Ammonites hungaricum - Reynès (55), tav. 31, figg. 1-3.
1955 - Coroniceras (?) hungaricum - Donovan (15), pg. 31.
Numerosi esemplari presentano buona concordanza con la specie ungherese dell’HAUER,
rifigurata dal Reynès. Si tratta di individui ad ornamentazione vigorosa, costituita da coste
diritte, rilevate, uniformi, leggermente proverse su entrambe le estremità.
176
V. VIALLI
Il numero delle coste per spira è :
22 su un diametro di rum 22
26 » » » » * 38
30 » » » » » 68
Le spire sono 6 su un diametro di mm 68. Quelle interne sono lisce fino a un dia¬
metro di mm 9. La sezione spirale Ira aspetto rettangolare, appiattito, la carena è sporgente
e fiancheggiata da due leggeri solchi.
Orizzonte - L’esemplare di Dotis (Ungheria) figurato dal Reynès è, secondo il Reynès
stesso, della zona a bucklandi , mentre Donovan lo colloca genericamente nel Sinemuriano.
Esemplari studiati 10.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo e livello 4 B di Olanezzo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Coroniceras cf. coronaries (Quensted)
(Tav. XVI, fig. 10)
1879 - Ammonites coronaries - Reynès (55), tav. 10, figg. 1, 2, 4-12
Per gli esemplari figurati nella tav. 10 del Reynès, ritengo opportuno mantenere il
nome specifico dato loro dall’autore francese. Mi sembra infatti che la nuova attribuzione di
Donovan (15), il quale li considera appartenenti alla forma d’orbignyana caprotinum (v. d’Orbtgny,
44, tav. 64, figg. 1, 2), non sia accettabile, essendo troppo numerose le differenze. Tutto questo
a meno che la figura francese non sia sbagliata.
Il coronaries è caratterizzato da coste molto più rade e da evoluzione più rapida. Il
mio esemplare è giovanile (diametro mm 25). Essendo schiacciato, non è possibile controllare
la sezione delle spire.
Orizzonte - Zona a bucklandi in Germania (Vaihingen, Wùrttemberg).
Esemplari studiati 1.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Coroniceras sp. ind.
Un esemplare solo, appiattito per schiacciamento, con ornamentazione molto vigorosa
consistente in coste rade, diritte che terminano all’esterno con un nodo particolarmente evi¬
dente sui giri interni. Le coste sono 32 su un diametro di mm 43. E’ visibile una carena
apparentemente sottile e alta. Dato l’estremo appiattimento, non si può appurare la presenza
dei solchi ventrali.
L’ aspetto complessivo è assai prossimo a Coron. lyra (Hyatt) riprodotto da Hyatt (33),
tav. 4, fig. 4, ma, non potendo giudicare la sezione e la linea lobale, non se ne può ottenere
la conferma.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
Coroniceras (Metophioceras) conybeari (Sowerby)
(Tav. XVI, figg. 2, 11 b e tav. n. t., fig. 20)
1879 - Ammonites conybearoides - Reynès (55), tav. 13, figg. 1, 2, tav. 15, figg. 27, 28.
1955 - Coroniceras (Metophioceras) conybeari - Donovan (15), pg- 22, 27 e 28, tav. 1, figg. 3, 3a-
Caratteri di questa specie sono : dimensioni piccole, svolgimento rapido, con ricopri¬
mento leggero della spira precedente, altezza della spira due terzi maggiore dell’ altezza di
AMMONITI SINEMURIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
177
quella che la precede ; costolatura presente anche sui giri interni, carena ottusa, bassa, non
affiancata da solchi, sezione dei giri sensibilmente rigonfia (con massimo rigonfiamento a
metà altezza), coste diritte e forti. La linea lobale dei miei esemplari non è visibile.
Orizzonte - Zona a bucklandi, sottozona a conybeari nella Còte-d’Or (Saint-Euphróne)
e nel Wurttemberg (Yaihingen).
Esemplari studiati 9.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Coroniceras (Metophioceras) affi, conybeari (Sowerby)
1879 - Ammonites conybeare - Reynès ( 55 ), tav. 13, figg. 3, 4.
1955 - Coroniceras (Metophioceras) affi, conybeari - Donovan ( 15 ), pg. 27.
L’ esemplare del Reynès rappresenta, secondo Donovan, una forma affine al vero
conybeari, ed infatti la diversità tra i due è notevole tanto da giustificare, a mio parere, la
creazione di una nuova specie. A tanto però non mi sento di arrivare personalmente, dato
che dispongo di alcuni individui frammentari, dei quali, per giunta, non è rilevabile la
linea lobale.
Osservo tuttavia che essi sono identici alle sopracitate figure, sia per moderato grado
di evoluzione, sia per l’andamento leggermente‘curvo delle non numerose coste (20 su mezzo
giro di mm 113) e per la loro robustezza, sia per la presenza di nodi alla loro terminazione
esterna, sia infine per le sezioni delle spire che hanno contorno di regolari ellissi rigonfie.
Il ventre è segnato da una tozza carena, fiancheggiata da due solchi svasati che delimitano
nette carene laterali.
Orizzonte - Zona a bucklandi , sottozona a conybeari di località non precisata.
Esemplari studiati 4.
Provenienza : livello 4 B della Valle delle Corna Strette.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Coroniceras (Primarietites) reynesi (Spath)
(Tav. XVI, fìg. 3 e tav. n. t., figg. 25, 26)
1879 - Ammonites multicostatus - Reynès (55), tav. 24, figg. 18, 19, 25-28.
1955 - Coroniceras (Primarietites) reynesi - Donovan ( 15 ), pg. 29.
Un solo esemplare che conserva ancora per un tratto della spira la caratteristica se¬
zione subellittica che distingue questa forma dai Coroniceras di specie diversa. Le coste sono
rade, di andamento un po’ irregolare ed ingrossate perifericamente in nodi, i quali, sebbene
accentuati, sono visibili nettamente soltanto con illuminazione radente, e questo a causa dello
stato di conservazione non buono. La linea lobale è semplice e caratterizzata da una piima
sella laterale molto profonda.
Orizzonte - Zona a semicostatum, sottozona a gmuendense di Hesslingen (Wurttemberg).
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 3 di 8. Bernardo.
Collezione Torri.
178
V. VlALiLI
Coroniceras (Primarietites) isis (Reynès)
(Tav. XV, fig. 6 e tav. n. t., fig. 19)
1879 - Ammonites isis - Reynès (55), tav. 17, figg. 6-9.
1955 - Coroniceras ( Primarietites) isis - Dono va n ( 15 ), pagg. 12, 28.
Un frammento di spira che mostra la caratteristica sezione depressa, subellittica, ed
il ventre percorso da una netta e sottile carena, fiancheggiata da due solchi profondi e larghi
quanto la carena stessa.
Iti fot ma di rapido svolgimento, con spire ornate da coste forti, leggermente curve e
terminanti in nodi che conferiscono alla regione ventrale un tipico contorno spiovente.
Orizzonte - Zona a setnicostatum ì probabilmente sottozona inferiore di località dubbia
(forse d’ Arques, Doubs).
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Coroniceras (Primarietites) cf. primitivus Buckman
(Tav. XVI, fig. 4 e tav. n. t., figg. 28, 29)
1925 - Primarietites primitivus - Buckman (6), VI, tav. 678.
Alcuni esemplari caratterizzati da lenta evoluzione e da una sezione delle spire notevol¬
mente depressa. Coste poco numerose, uniformi, leggermente piegate ad entrambi gli estremi.
Due leggenssimi solchi fiancheggiano la sottile carena. Dinea lobale semplice, con il primo
lobo lateiale accentuato. Si rilevano 15 coste, su mezzo giro di esemplari di 67 min di dia¬
metro.
Orizzonte - Il tipo figurato da Buckman è della zona a gmuendense del Lias inferiore
di Radstock, Somerset.
Esemplari studiati 4.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Coll. Torri.
Coroniceras (? subgen. nov.) mandubius (Reynès)
(Tav. XVI, fig. 12)
1879 - Ammonites mandubius - Reynès (55), tav. 11, figg. 2-8.
1955 - Coroniceras (? subgen. nov.) mandubius - Donovan ( 15 ), pagg. 13, 27.
Si tratta di vari esemplari di piccole dimensioni, costulati fin dai primi giri, a evo¬
luzione abbastanza, rapida e con sezione spirale subellittica. Il ventre è liscio, arrotondato,
con appena, un accenno di carena. Le coste, nette rilevate, sottili alle estremità, molto leg¬
germente arcuate, sono poco numerose (22 su un diametro di 27 mm).
Orizzonte - Zona a bucklandi oppure zona a semicostatum di Semur (Còte d’ Or).
Esemplari studiati 6.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
AMMONITI SINEMUMANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
179
Genere Eucoroniceras Spaili 1922
Eucoroniceras cf. aussoniense (Reynès)
(Tav. XVI, fig. 1 e tav. n. t., fig. 24)
1879 - Ammonites hebe - Reynès (55), tav. 25, figg. 3, 4.
1955 - Eucoroniceras cf. aussoniense - Donovan (15), pg. 30.
Un unico esemplare, discretamente conservato, che concorda bene con le sopracitate
figure del Reynès, salvo in alcuni dettagli. È forma a rapida evoluzione (ricoprimento spi¬
rale circa il 17% dell altezza del giro), con ombelico largo il 56% del diametro. La sezione
del giro e subcircolare. L’ ornamentazione consiste di coste robuste, uniformemente arcuate
sul fianco e di forza all’incirca uniforme su tutto il percorso ; esse appaiono decisamente pro¬
verse a entrambe le estremità. Il loro numero aumenta di giro in giro con regolarità, dato
che l’intervallo tra costa e costa si mantiene sempre quasi costante.
L’ esemplare del Reynès presenta sui giri interni numerose coste congiunte verso il
lato ventrale (anomalia?).
Orizzonte - Zona a semicostatum di Semur (Cóte-d’ Or).
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri.
Genere Vermiceras Hyatt 1889
Vermiceras wàhneri Uhlig
1902 - Vermiceras wàhneri - Fucini (23), voi. 8, pg. 135, tav. 12, figg. 8, 8a, 8b.
Un solo esemplare in sta.to frammentano che concorda soddisfacentemente con le li¬
gule di Fucini. Essendo pero incompleto e alquanto deformato, non mi è possibile rilevare
i caratteristici rapporti tra l’altezza e la larghezza della spira che cambiano con l’età
Orizzonte - Calcari grigi inferiori del Monte di Cotona (Sinemuriano s. I.). Rinvenuto
anche in Bukovina, non. si sa bene in quale orizzonte.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri.
Genere Euagassiceras Spath 1924
Euagassiceras terquemi (Reynès)
(Tav. n. t., fig. 30)
1879 - Ammonites terquemi - Reynès (55), tav. 19, figg. 9-12.
1955 - Euagassiceras terquemi - Donovan (15), pagg. 16, 29, tav. I, figg. 6 a, 6b.
Un unico esemplare, il quale, pur essendo frammentario, rivela chiaramente i caratteri
della specie: evoluzione rapida, nessun ricoprimento spirale, sezione subellittica della spira
che è depressa, costulazione anche sui giri interni. L’altezza della spira cresce con rapidità
180
V. VlALLI
tanto che, nel mio individuo, essa appare, sull’ultimo giro, circa tripla di quella del penul¬
timo. Le coste sono rade, diritte, salienti. La carena è smussata, appena accennata e priva
di solchi laterali.
Orizzonte - Zona a semicostatum, sottozona a Euagass. sauzeanum di Semur (Oòte-d’Or).
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Euagassiceras subtaurus (Reynès)
(Tav. XVI, fig. 8)
1879 - Ammonites subtaurus - Revnès (55), tav. 19, figg. 13-15.
1955 - Euagassiceras subtaurtts - Donovan ( 15 ), pagg. 15 e 29.
La specie, di piccole dimensioni, è caratterizzata da una sezione quasi circolare delle
spire e da coste rade (14 su un giro di mm 23), ed in risalto solamente sul fianco della
spira stessa.
Orizzonte - Zona a semicostatum di località ignota della Francia.
Esemplari studiati 6.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Euagassiceras cf. resupinatum (Simpson)
(Tav. XVI, fig. 9)
1879 - Ammonites sauzeanum - Reynès (55), tav. 27, figg. 1, 2, 3-7.
1955 - Euagassiceras resupinatum - Donovan ( 15 ), pg. 30.
Riferisco con dubbio un paio di esemplari schiacciati e non bene conservati, i quali
presentano caratteri molto simili di ornamentazione alle sopracitate figure del Reynès: coste
rade, diritte, continue su tutta la spira, evoluzione rapida, giri interni apparentemente lisci.
Orizzonte - Zona a semicostatum , sottozona a sauzeanum di Stuttgart e Champlong
presso Semur (Cote-d’ Or).
Esemplari studiati 2.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Genere Agassiceras Hyatt 1875
Agassiceras (? Primarietites) sp. juv.
Vari piccoli individui, molto simili a quelli che il Reynès (55) chiama Ammonites
Dall’ Erae (tav. 26, figg. 5-9), ma che il Donovan (15) registra tra le specie non ammissibili.
Trueman (68) figura un esemplare analogo che proviene dalla zona a semicostatum.
Esemplari studiati 5.
Provenienza: livello 3 di S. Bernardo.
AMMONITI SINÈMTJRÌANE DEL MONTE ALBÉNZA (BERGAMO)
181
Agassiceras transformatum (Simpson)
(Tav. XVI, fig. 6 e tav. n. t„ fig. 27)
1919 - Agassiceras transformatum - Buckman (6), pg. 75 b, tav. 75.
La specie è agevolmente riconoscibile per i seguenti caratteri : evoluzione rapida delle
cinque spire, accenno di carena soltanto sull’ultimo giro, ventre arrotondato, coste nette,
ingrossate distalmente, salienti e che si rarefanno dall’ interno all’ esterno. La linea lobale è
semplice, presentando il primo lobo laterale ben pronunciato e compreso tra due selle sem¬
plici e profonde.
Orizzonte - Zona a semicostatum, sottozona a gmuendense dell’Holderness Ooast, In¬
ghilterra.
Esemplari studiati 1.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Torri.
Agassiceras nodulatum (Buckman)
(Tav. XVI, fig. 5 e tav. n. t., figg. 31, 32)
1879 - Amrnonites scipionis - Reynès (55), tav. 28, figg. 3, 4 (pars).
1921 - Aetomoceras nodulatum - Buckman (6), voi. 3, tav. 222.
1955 - Agassiceras nodulatum - Donovan (15), pg. 30.
Gli esemplari di questa specie del Buckman furono erroneamente attribuiti in passato
all’ Agassiceras scipionianum d’ Orb., al quale li legano solamente rassomiglianze superficiali.
Infatti lo scipionianum presenta una costolatura molto meno forte ed irregolare, che si ac¬
centua, al margine ventrale, in nodi indistinti e piatti. Invece, il nodulatum possiede coste
robustissime, sottili verso 1’ ombelico e provviste esternamente di un forte rilievo subnodoso
decisamente proverso. La sezione della spira è subogivale, con carena affilata e sottile. Le
coste in un esemplare di 64 mm, sono li per mezza spira. La linea lobale è dotata di un
lungo lobo sifonale, di un piccolo primo lobo laterale, separato dai rimanenti da un’ ampia
e profonda sella.
In nessun esemplare figurato dai vari autori, si scorgono i giri interni che si presume
siano ornati da coste rade e forti. Ascrivo pertanto a questa specie alcuni piccoli individui
che, oltre concordare per tutto il resto (grado di evoluzione, ricoprimento, spessore e sezione
dei giri), conservano anche i giri interni dotati appunto da coste del genere. Non è visibile
la linea lobale di questi ultimi.
Orizzonte - Zona a semicostatum, sottozona a scipionianum di Newton, Paulton, Somerset.
Esemplari studiati 4.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo 1
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Agassiceras scipionianum (d’Orbigny)
(Tav. XVI, fig. 7)
1879 - Amrnonites scipionis - Reynès (55), tav. 28, figg. 1, 2 (pars).
1955 - Agassiceras scipionianum - Donovan (15), pg. 30.
Alcuni esemplari caratterizzati da evoluzione molto rapida, da scarsissimo ricoprimento,
carena sottile, e soprattutto da regolari coste ingrossate verso il margine ventrale e decisa¬
mente proverse.
182
V. VlALLt
Orizzonte - Secondo Hyatt (33), la presente specie si estende nel bacino della Cóte-
d Or, dalla parte inferiore della zona a buchlandi fino alla zona a turneri. In Inghilterra,
caratterizza la seconda sottozona a semicostatum ; nel Bacino del Rodano, si trova al di sopra
dell Ani. geometricum epperciò la parte della zona a semicostatum. È stato trovato nella zona
a buchlandi della Montagna del Casale (Sicilia) e segnalato nella fauna di Saltrio in Lom¬
bardia, da Parona (zona a obtusum ed oxynotum).
Esemplari studiati 6.
Provenienza : livello 3 di S. Bernardo.
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA NEL TESTO
Sezioni e linee lobali.
Pig. 1, 2 — Juraphyllites quadriì (Meneghini).
Pig- 3 — Juraphyllites transylvanicus (Hauer).
Eig. 4, 5 — Ectocentrites altiformis Bonarelli.
Eig. 6 — Juraphyllites lunensis (De Stefani).
Eig. 7 — SchlotJieimia geyeri Hyatt.
Pig. 8, 9 — Arnioceras rejectum FUCINI.
Pig. 10 ■— Arnioceras insolitum Fucini.
Fig. 11 — Arnioceras ( Eparnioceras ) semicostatum (Young e Bird).
Pig. 12,13 — Arnioceras hartmannì (Oppel).
Pig- 14 — Pararnioceras gaudryì (Reynès).
Pig. 15, 16 — Pararnioceras truemani n. sp.
Fig. 17, 18 — Arietites (s. 1.) variabilis (Gugenberger).
Fig. 19 — Coroniceras ( Primarictites ) isis (Reynès).
Fig. 20 — Coroniceras ( Metophioceras) conyheari (Sowerby).
Fig. 21 — Pararnioceras meridionale (Reynès).
Pig. 22, 23 — Coroniceras bisulcatum (Bruguière).
Pig. 24 — Eucoroniceras of. aussoniense (Reynès).
Fig. 25, 26 — Coroniceras ( Primarietites) reynesi (Spath).
Pig. 27 — Agassiceras transformatum (Simpson).
Pig. 28, 29 — Coroniceras ( Primarietites) cf. primitivus Buckman.
Pig. 30 — Euagassieeras terquemì (Reynès).
Pig. 31, 32 — Agassiceras nodulatum (Buckman).
Pig. 33, 34 — (?) Pseudotropites ultratriasious (Canavari).
Fig. 35 — Eoderoceras sp.
N B : tutte le figure sono in grandezza naturale.
AMMONITI SINEMURIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
183
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TAVOLA NEL
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TESTO
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(V. Yialli del.)
184
V. VlALLI
Superfamiglia Arietitaceae
Famiglia Alsatidae Spath 1924
Genere Pseudotropites Wàhner 1895
(?) Pseudotropites cf. ultratriasicus (Canavari)
(Tav. XVI, figg. 13 a, b e tav. n. t., figg. 33, 34)
1888 - Tropites ultratriasicus - Canavari ( 8 ), pg. 194, tav. 7, figg. 1-5.
1895 - Pseudotropites ultratriasicus - Waehner (75), p. VII, pg. 26, tav. 3, figg. la-h.
Trattandosi di esemplare unico, per giunta non completo, sebbene non deformato, la
classificazione è per forza maggiore incerta; sia per il genere sia per la specie a cui va as¬
segnato. È un individuo di aspetto globoso, con le spire molto depresse in altezza e di spes¬
sore assai rilevante (al diametro di mm 17, la spira è alta min 5 e larga min 11); il rico¬
primento è di circa il 50% dell’altezza della spira precedente; l’ombelico, molto profondo,
occupa il 28% del diametro. In sezione, la spira presenta il massimo spessore al terzo infe-
ìiore e, in quel settore, il fianco ha sezione fortemente curva, in modo da formare una sorta
di margine acuto periombelicale, dal quale scende il declivio del fianco, con inclinazione
molto piu accentuata nei giri interni che su quello esterno. La regione ventrale è percorsa
da una carena debole, smussata ma distinta, affiancata da due solchi che interrompono le
coste. Queste sono visibili abbastanza distintamente con illuminazione adatta, come delle
iughe attenuate, depresse, poco numerose (9-10 per mezza spira) ad andamento debolmente
ricurvo e proverso sul tratto esterno del fianco e di percorso indistinto su quello interno.
Osseivando con una lente e con luce radente i giri interni, pare che le coste si riuniscano
a due a due sul settore piu rigonfio della spira. Purtroppo questo carattere importante non
è perfettamente controllabile, dato che compare soltanto in un breve tratto della penul¬
tima spila , potrebbe anche trattarsi di un gioco di ombre e luci, semplicemente connesso
con scabrosità accidentali del modello. Se, invece, corrispondesse alla realtà, sarebbe sicura
1’ appartenenza dell’ esemplare al genere Pseudotropites. Vi è inoltre il dubbio che la mancata
accentuazione della costolatura dipenda semplicemente dal fatto che il mio fossile è solamente
un modello, del tutto privo di guscio, mentre i Pseudotropites di La Spezia e di Gainfarn nelle
Alpi nord-orientali, lo conservano pressoché intatto. La rassomiglianza con l’unica specie
finoia nota (Ps. ultratriasicus) appare tuttavia tanto più fondata in quanto vi è perfetta ana¬
logia per quanto riguarda la linea lobale, che è ottimamente conservata sul mio esemplare.
Essa presenta il lobo sifonale lungo più di quello laterale immediatamente vicino; il primo
lobo laterale è stretto e semplice ; il secondo, più corto del precedente, cade esattamente sul
margine acuto del fianco ; il lobo ausiliario appare tagliato parzialmente dalla sutura spirale
che ne lascia scoperta la maggior parte. La sella esterna e la sella laterale sono situate al di
qua del margine acuto del fianco, cioè si trovano verso l’esterno della spira ; la seconda sella
è invece sul versante ombelicale. Da notare, infine, che la sella esterna mostra, sull’ultimo
giro, un accenno di bipartizione.
Orizzonte - Malgrado la incompleta classificazione, la presente forma si presta a delle
considerazioni di carattere cronologico di un certo interesse e valore. Nel caso che si trat¬
tasse di un autentico Pseudotropites ultratriasicus, 1’ esemplare indicherebbe un livello molto
basso, essendo stato rinvenuto nel Sinemuriano inferiore, zona a rotiformis (secondo Canavari),
AMMONITI SINEMURIANE DEL MONTE ALBENZA (BERGAMO)
185
zona a bucklandi (secondo Wakhner) delle Alpi nord-orientali, nell’ Hettangiano di La Spezia
e nel Sinemuriano di Carenno in Val d’Erve. Se non si trattasse della specie anzidetta, ri¬
marrebbe tuttavia sicuro il dato di fatto di avere a che fare con una forma ad essa molto
vicina, cioè con un Arietitide di tipo globoso come lo sono il centauroides, il campiliensis ,
ligusticus o il discretus della nota fauna di La Spezia che, come è risaputo, è comprensiva
delle zone a angulata-bucklandi. Riassumendo, credo di non sbagliare ritenendo che la pre¬
sente forma indichi un orizzonte compreso tra l’Hettangiano superiore ed il Sinemuriano
s. str. inferiore.
Esemplari studiati 1.
Provenienza: livello 4A di Valle delle Corna Strette.
Collezione Torri.
Superfamiglia E o d e r O c e r a ta c e a e (Spath 1926) Arkell 1950 (= Deroceratida Spath 1926)
• Famiglia Eoderoceratidae Spath 1926 (Syn. Deroceratidae Hyatt 1867)
Genere Eoderoceras Spath 1925 (= Deroceras Hyatt 1867)
Eoderoceras sp.
(Tav. XVI, fig. 14 e tav. n. t., fig. 35)
Un giovane esemplare del diametro di mm 32, che conserva la linea lobale caratte¬
ristica del genere, e due individui adulti in stato frammentario. Tra tutti i Deroceras italiani
che ho potuto controllare, quello che più vi si avvicina è senza dubbio il permotum Fucini,
dei calcari grigi inferiori del Monte Cotona (Sinemuriano s. I.) (23, voi. 9), il quale presenta
una sezione spirale analoga, però tutt’altro che identica, e una frequenza di coste su per
giù eguale. Ne differisce tuttavia per un differente grado di evoluzione e, conseguentemente,
per una diversa altezza della spira.
Un’ altra ammonite che rassomiglia ai miei esemplari forse più della precedente, è
quella che Fucini riporta alla tavola 11 fig. 14 (23, voi. XI), come « esemplare teratologico »
di Arnioceras spirale , basandosi sulla linea lobale che l’A. toscano afferma essere di tipo
indubbiamente arnioceratico.
I miei esemplari posseggono forti coste, che, verso l’estremità ventrale, assumono quasi
aspetto di tubercoli sporgenti oltre il margine esterno, in modo da sovrastare la regione
ventrale stessa. Questa, a sua volta, è ornata dalle giunzioni moderatamente rilevate delle
coste dei due fianchi.
Orizzonte - Tutti i Deroceras del Monte di Cotona sono dei calcari grigi inferiori
(Sinemuriano s. I.). Altrove, nell’ Appennino centrale, essi compaiono più in alto.
Esemplari studiati 3.
Provenienza : livello 1 di S. Bernardo,
Collezione Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Collez. Torri.
Museo Civico di Storia Naturale di Milano. Luglio 1959.
186
V. VIALLI
RIASSUNTO
La fauna, studiata nel presente lavoro consiste di 56 specie di Ammoniti provenienti dal Gruppo del Monte
Albenza (Bergamo). Vi sono rappresentate le seguenti sette famiglie: Jurapliyllitidae, Phylloceratidae, Ectocentri-
tidae, Schlotheimidae, Arietitidae, Alsatitidae, Eoderoceraiidae. Gli esemplari sono stati raccolti a cinque livelli di¬
versi della serie liassica inferiore e la massima parte in località S. Bernardo. L’esame della distribuzione stratigra-
nca delle specie, oltre a consentire di stabilire con esattezza il confine con l’Hettangiano, rivela trattarsi sempre di
livelli appartenenti al Sinemuriano s. str., senza possibilità però di separare lo due zone in cui il piano stesso è
suddiviso nei bacini esteri. Appare chiaro quindi che la fauna è di tipo misto, come si osserva frequentemente in
numerose località della provincia mediterranea.
Sono stati attribuiti a una specie nuova ( Pararnioceras truemani) sei esemplari rinvenuti alla base del Si-
nemuriano.
SUMMARY
The fauna here studied consists of 56 Ammonites species which have been collected on M. Albenza (Bergamo).
The following seven families are represented: Juraphyllitidae, Phylloceratidae, Ectocentritidae, Schlotheimidae,
Arietitidae, Alsatitidae, Eoderoceratidae. All sperimene have been found at five levels of thè locai inferior liassic
formation and mostly near thè S. Bernardo village. The time-space distribution of thè species indicates thè exact
hettangian-sinemurian limit and reveals that all thè above mentioned levels belong to thè Sinemurian s. str. stage.
There ìs no possibilty of dividmg thè stage into zones. Six specimens are ascribed to a new species ( Pararnioceras
truemani).
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188
V. VlALLl
(57) Rosenberg P. - Die liasischen Cephalopodenfauna der Kratzalpe vm Eagengebirge - Beitr. Geol. Pai. Oest. -
Ung. Orients, voi. 22, 1909.
(58) Rossi Ronchetti C., Bruna C. - Studi paleontologici sul Lias del Monte Albenza {Bergamo). Brachiopodi del-
l’Eettangìano - Riv. Ital. Paleout. Strat., voi. 59, 2 tavv., 1953.
(59) Sacco P. - Studio geo-paleontologico sul Lias dell’alta valle della Stura di Cuneo - Boll. R. Coni. Geol. It., voi.
17, 1886.
(60) SchloeNBACh U. - Beitràge zur Palaeontologie der Jura-und Kreide-Formation im nordwestlichen Deutschlands
- Palaeontogr., voi. 13, 1864-66.
(61) Schmidt E. W. - Die Arieten des unteren Lias von Earzburg - Palaeontogr., voi. 61, 1914-15.
(62) Schroeder J. - Die Ammoniteti der Jurassischen Fleck.enmergel in den Bayrischen Alpen - Palaeontogr., voi.
68, 7 tavv, 1926-27.
(63) Sowerby J. - The mimerai Conchology - 1823.
(64) Spath L. P. - The ammonite s of thè Shales-with-Beef - Quart. Journ. Geol. Soc., voi. 79, 1923.
(65) id. - On thè contemporaneity of certain ammonite beds in Fngland and Franee - Geol. Mag., voi. 68, 1931.
(66) id. - The vicissitudes of thè genus Rliacopiiyllites, Zittel - Geol. Mag., voi. 76, 1939.
(67) id. - The ammonites zones of thè Lias - Geol. Mag., voi. 79, 1942.
(68) Trueman A. E. - The lower Lias (bucklandi zone) of Nash Foint, Glamorgan - Proc. Cott. Nat. P. C., voi. 41,
1930.
(69) Trumpy R. - Le Lias de la nappe de Bex (Préalpes internes) dans la Basse Gryonne - Bull. Soe. Vaud. Se. Nat.,
voi. 65, 1951.
(70) id. - Notizen zur mesoischen Fauna der innerscliweizerischen Klippen - Ecl. Geol. Helv., voi. 49, 2 tavv.,
1956.
(71) Tutcher J. W., Trueman A. E. - The liassie roclcs of thè Fadstock District {Som.) - Quart. Journ. Geol. Soc.,
voi. 81, 4 tavv., 1925.
(72) Vadasz M. E. - Die unterliasische Fauna von Alsòrdkos im Komitat NagyTculcullo - Mitt. Jahrb. Ung. Geol.
Reicksanst., voi. 16, 1908.
(73) Vecchia O. - Il Liassico subalpino lombardo - Studi stratigrafici, I: Introduzione - Riv. It. Paleont. Strat.,
voi. 54, 1948.
(74) id. - Il Liassico subalpino lombardo. Studi Stratigrafici, II: Regione Ira il Sebino e la vai Cavallina -
Riv. Ital. Paleont. e Strat., voi. 55, 1949.
(75) Waiinee P. - Beitràge zur Kenntnis der tìeferen Zonen des unteren Lias der nordostlichen Alpen - 8 parti,
Beitr. Palaeont. Geol. Oesterr. - Ung. u. d. Orients, voli. 2-9, 11, 1882, 1898.
(76) Wright T. - Monograpli on thè Lias ammonites of thè british islands - Palaeont. Soc., p. I-IFf, voli. 32-34,
1878-80.
(77) Zuffardi P. - Ammoniti liassiche dell’Aquiliano - Boll. Soc. Geol. Ital. voi. 33, 2 tavv., 1914.
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XIII
Eig. 1. — Juraphyllites quadrii (Meneghini) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Fig. 2 — Juraphyllites lunensis (De Stefani) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Fig. 3 a, b — Juraphyllites transylvanims (Hauer) - Liv. 1, S. Bernardo. Collez. Torri.
Pig. 4. — Juraphyllites separabili (Fucini) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Pig. 5. — Ectocentrites altiformis Bonarelli - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Pig. 6. — Ectocentrites aff. altiformis Bonarelli - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Pig. 7 — Schlotheimia geyeri Hyatt - Liv. 3, S. Bernardo 1 . Collez. Torri.
Pig. 8. — Charmasseiceras ventricosum (Sow.) - Liv. 1, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Pig. 9. — Boucaulticeras boucaultMnum (D’Orbigny) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Pig. 10. — id. id. - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civico
St. Nat. Milano.
Pig. 11, 12 — Arnioceras miserabile (Quenstedt) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Pig. 13. — Arnioceras hartmanni (Oppel) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St. Nat.
Milano.
Pig. 14. — Arnioceras mendax Fucini - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St. Nat.
Milano.
Pig. 15. — Arnioceras mendax Fucini - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St. Nat.
Milano. Questo esemplare è eguale alla var.
rariplicata Fuc.
Pig. 16. — Arnioceras cf. hodderi Tutcher e Trueman - Liv. 4 B, Clanezzo. Collez. Torri.
N. B : Tutte le figure riproducono gli esemplari in grandezza naturale, salvo i n. 7 e 8 che
sono leggermente ingranditi.
La collezione Torri L. si trova a Caprino Bergamasco, nell’abitazione del proprietario.
(V. Vi aulì fot.)
V. UlALLI • Ammoniti sinemuriane ecc
Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XII, Tav. Xllt
'
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\
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s
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XIV
Fig. 1. — Arnioceras rejectum Fucini • Liv. 3, S. Bernardo. Oollez. Torri.
Fig. 2. — Arnioceras insolitum Fucini - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Fig. 3. — Arnioceras insolitum Fucini - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri. L’esemplare
è eguale alla var. longispirata Fuc.
Fig. 4, 5 — Arnioceras notatum Tutcher e Truehan - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Fig. 6. — Arnioceras bodleyi (Buckman) - Liv. 4 B, Clanezzo. Collez. Torri.
Fig. 7. — Arnioceras cf. elegans Fucini - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St. Nat.
Milano.
Fig. 8. — Arnioceras aff. falcaries (Quenstedt) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Fig. 9. — Arnioceras cf. ceratitoides (Quenstedt) - Liv. 4 B, Clanezzo. Collez. Torri.
Fig. 10. — Arnioceras cf. ceratitoides (Quenstedt) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ.
St. Nat. Milano. L’esemplare è molto simile alla var. paucicostata Fuc.
Fig. 11. — Arnioceras geometricum (Oppel) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Ndt. Milano.
Fig. 12. — id. id. - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Fig. 13. — Arnioceras arnouldi (Dumortier) - Liv. 4 B, Clanezzo. Collez. Torri.
Fig. 14. — id, id, - Liv. 4 B, Val Malanotte. Collez. Torri,
N B : Tutte le figure riproducono gli esemplari in grandezza naturale.
(V. Vi AI.1,1 fot.)
V. VIALLI - Ammoniti sinemurìane ecc.
1 ^ I
... | fl
TAVOLA XV
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XV
Arnioceras (Pparnioceras) semicostatum (Yotjng e Bird) - Liv. 3, S. Bernardo.
Collez. Torri.
id. id.
id.
- Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Big- 1. —
Fig. 2. —
Big. 3. —
Fig. 4. —
Fig. 5. —
Fig. 6. —
Fig. 7, 7 a -
Fig. 8. — Coroniceras ( ?) hungaricum (v. Hauer) - Liv. 4 B, Clanezzo. Collez. Torri,
Pararnioceras gaudryi (Reynès) - Liv. 1, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Arietites et. buclclandi (Sowerby) - Liv. 1, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Pararnioceras meridionale (Reynès) - Liv. 1, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Coroniceras ( Primarietites ) isis (Reynès) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo
Civ. St. Nat. Milano.
Coroniceras bisulcatum (Bruguière) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ.
St. Nat. Milano.
Fig.
9. —
Pararnioceras
truemani n. sp
. - Liv. 3,
, S.
Bernardo.
Milano.
Collez.
Museo
Civ. St.
Nat.
Fig.
10 . —
id.
id.
- Liv. 3,
S.
Bernardo.
vanile.
Collez.
Torri.
Esempi.
gio-
Fig.
11 . —
id.
id.
- Liv. 3,
s.
Bernardo.
Collez.
Torri.
Fig.
12. —
id.
id.
- Liv. 3,
s.
Bernardo.
Collez.
Museo
Civ. S.
Nat.
Milano.
K B : Tutte ie figure riproducono gli esemplari in grandezza naturale, salvo i n. 3, 4, 5 clie
sono un poco ridotti.
(V. VlAl.Ll fot.)
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XVI
Fig. 1. — Eucoroniceras cf. aussoniense (Reynès) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Fig. 2. — Coroniceras ( Metophioceras) conybeari (Sowerby) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez.
Torri.
Fig. 3. — Coroniceras ( Primarietites ) reynesi (Spath) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Fig. 4. — Coroniceras (Primarietites ) cf. primitivus Buctcman • Liv. 3, S. Bernardo.
Collez. Torri.
Fig. 5. — Agassiceras nodulatum (Buckman) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Fig. 6. — Agassiceras trans formature, (Simpson) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Torri.
Fig. 7. — Agassiceras scipionianum (D’Orbigny) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ.
St. Nat. Milano.
Fig. 8. — Euagassiceras subtaurus (Reynès) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St.
Nat. Milano.
Fig. 9. — Euagassiceras cf. resupinatum (Simpson) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo
Civ. St. Nat. Milano.
Fig. 10. — Coroniceras cf. coronaries (Quenstedt) - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ.
Nat. Milano.
Fig. 11 a — Arnioceras mendax Fucini - Liv. 3, S. Bernardo. Collez. Museo Civ. St. Nat.
Milano.
Fig. 11 6 — Coroniceras ( Metophioceras) conybeari (Sow.) - id. id.
Fig. 11 c — Arietites (s. 1.) variabilis (Gugenberger) id. id.
Fig. 12. — Coroniceras (? subgen. nov.) mandubims (Reynès) - Liv. 3, S. Bernardo. Col¬
lez. Torri.
Fig. 13,o,6 — (?) Pseudotropites cf. ultratriasicus (Canavari).
Fig. 14. — Eoderoceras sp. - Liv. 1, S. Bernardo. Collez. Torri.
V B : Tutte le figure riproducono gli esemplari in grandezza naturale, salvo i n. 6-10, 13 o, 6
che sono leggermente ingranditi.
(V. Vi alli fot.)
V. VIALL! ■ Ammoniti sinemuriane ecc.
Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XII, Tav. XVI
VOLUME HI
Fase. I. Emery F. — Studi anatomici sulla Vipera Redii. 1873. Con 1 tavola.
» II. Garovaglio S. — Thelopsis, Reionia, Weitenwebera et Limboria, qua-
tuor Lichenum angiocarpeorum genera recognita iconibusque illu¬
strata. 1867. Con 2 tavole.
» III. Targioni-Tozzetti A. — Studii sulle Cocciniglie. 1867. Con 7 tavole.
» IV. Claparéde E. R. e Panceri P. — Nota sopra un Alciopide parassito
della Cydippe densa Forsk. 1867. Con i tavola.
» V. Garovaglio S. — De Periusariis Europae medine commentatio. 1871.
Con 4 tavole.
VOLUME IV.
Fase. I. D’Achiardi A. — (Dorali arj fossili del terreno nummulhico delle Alpi
venete. Parte seconda. 1868. Con 8 tavole.
» II. Garòvaglio S. — detona Lichenum genera nel adirne controversa, tei
sedis prorsus incerta» in sistemate, novi» descripiionibus iconibusque
accuratissimis illustrata. 1868. Con 2 tavole.
» HI. Marinoni C. — Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana industria
in Lombardia. 1868. Con 7 tavole.
» IV. (Non pubblicato).
» V. Marinoni C. - — Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871. Con
2 tavole.
VOLUME V.
Fase. I. Martorelii G. — Monografia illustrata degli uccelli di rapina in Italia.
1895. Con 4 tavole.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
Fase. I. De Alessandri G. — La pietra da cantoni di Kosignano e di Vi¬
gnale. Studi stratigrafici e paleontologici. 1897. Con 2 tavole e 1
carta geologica.
» IL Martorelii G. — Le forme e le simmetrie delle macchie nel piu¬
maggio. Memoria ornitologica. 1898. Con 1 tavola.
» III. Pavesi P. — L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901. Con 31 documenti,
1 tavola e 14 fotoincisioni.
VOLUME VII.
Fase. I. De Alessandri G. — Studi sui pesci triasici della Lombardia. 1910.
Con 9 tavole.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
Fase. I. Repossi E. — La bassa Valle della Mera, Studi petrografìa e geo¬
logici. Parte I. 1915. Con 3 tavole.
» IL Repossi E. — La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geo¬
logici. Parte II. 1917. Con 9 tavole.
O
* III. Airaghi C. — Sui molari dell’elefante delle alluvioni lombarde, con
osservazioni sulla filogenia e scomparsa di alcuni Proboscidati.
1917. Con 3 tavole.
Fase.
Fase.
Fase.
Fase.
VOLUME IX.
I. Bezzi M. — Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi italiane. 1918.
Con 2 tavole.
II. Sera G. L. — Sui rapporti della conformazione della base del cranio
colle forme craniensi e colle strutture della faccia nelle razze
umane. - (Saggio di una nuova dottrina craniologica con parti¬
colare riguardo dei principali cranii fossili). 1920. Con 2 tavole.
III. De Beaux 0. e Festa E. — La ricomparsa del Cinghiale nell’Italia
settentrionale-occidentale. 1927. Con 7 tavole.
VOLUME X.
I. Desio A. — Studi geologici sulla regione dell’Albenza. (Prealpi Ber¬
gamasche). 1929. Con 1 carta geologica e 1 tavola.
II. Scortecci G. — Oli organi di senso della pelle degli Agamidi. 1937.
Con 2 tavole e 39 figure nel testo.
III. Scortecci G. — I recettori degli Agamidi. 1941. Con 80 figure nel testo.
VOLUME XI.
I. Guiglia D. — Crii Sfecidi italiani del Museo di Milano ( Hymen .). 1944.
Con 5 tavole e 4 figure nel testo.
II-III. Giacomini V. e Pignafti S. — Flora e Vegetazione dell’Alta Valle del
Braulio. Con speciale riferimento ai pascoli di altitudine. 1955.
Con 5 tavole, 31 figure nel testo e una cartina.
VOLUME XÌI.
I. Viali! V. — Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori della serie
lacustre di Leffe (Bergamo). 1956. Con 6 tavole e 4 figure nel testo.
II. Venzo S. — Rilevamento geologico dell’ anfiteatro morenico del
Garda. Parte I: Tratto occidentale G-ardone - Desenzano. 1957.
Con Carta al 25.000, 6 tavole, 14 figure ed un « Quadro stratigrafico » nel testo.
III. Vialli V. — Ammoniti sinemuriane del Monte Albenza (Bergamo).
1959. Con 2 figure e 1 tavola nel testo e 4 tavole fuori testo.
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana
di Scienze Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico
MCZ ERNST MAYR LIBRARY
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48 058 944