jMUS. COMP. ZOOu,
memorie
Harvard
University; DELLA
SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE
DI MILANO
Volume XX
CON 23 TAVOLE
Con il contributo finanziario del C.N.R.
MILANO
L971 - 1973
SOCIETÀ’ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
CONSIGLIO DIRETTIVO PER IL 1973
Presidente :
Vice-Presidenti :
Segretario :
Vice-Segretario :
Cassiere :
Consiglieri :
(1972-73)
Nangeroni Prof. Giuseppe (1972-73)
Viola Dr. Severino (1972-73)
Conci Prof. Cesare (1973-1974)
Cagnolaro Dr. Luigi (1972-73)
Dematteis Dr.ssa Elisabetta (1973-1974)
Turchi Rag. Giuseppe (1972-73)
Magistretti Dr. Mario
Moltoni Dr. Edgardo
Ramazzotti Ing. Prof. Giuseppe
Scpiiavinato Prof. Giuseppe
Taccani Avv. Carlo
Torchio Prof. Menico
Bibliotecario :
Schiavone Sig. Mario
COMITATO DI REDAZIONE DELLE «MEMORIE»
coincide con il Consiglio Direttivo
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
PERSONALE SCIENTIFICO
Conci Prof. Cesare
Pinna Prof. Giovanni
Cagnolaro Dr. Luigi
De Michele Dr. Vincenzo
Leonardi Dr. Carlo
Michelangeli Dr. Marcello
- Direttore (Entomologia)
- Vice-Direttore (Paleontologia e Geologia)
- Vice Direttore (Teriologia ed Ornitologia)
- Conservatore (Mineralogia e Petrografia)
- Conservatore (Entomologia)
- Conservatore
INDICE DEL VOLUME XX
Fascicolo
Fascicolo
Fascicolo
Number
Number 2
Number 3
I (1971)
Cornaggia Castiglioni 0. - La cultura di Remedello. Problematica ed
ergologia di una facies dell’Eneolitico Padano. ( Con 2 figg. e 20 tavv.)
II (1972)
Petrucci F. - Il Bacino del Torrente Cinghio (Prov. Parma). Studio
sulla stabilità dei versanti e conservazione del suolo. (Con 37 figure
e 1 tao.) .
IÌI (1973)
Ceretti E. & Poluzzi A. - Briozoi della bioealcarenite del Fosso di
S. Spirito (Chieti, Abruzzi). ( Con 18 figg. e 2 tavv.) .
CONTENTS
(1971)
Cornaggia Castiglioni 0. - The Remedello Culture. Problematics and
ergology of a facies of thè Po Valley eneolitic. (With 2 fig. and 20 pi.)
(1972)
Petrucci F. - The Cinghio torrent basin (Parma). Study on thè
stability of versants and soil preservation. ( With 37 fig. amd 1 pi.)
(1973)
Ceretti E. & Poluzzi A. - Bryozoa from thè bioealcarenite at thè
Fosso di S. Spirito (Chieti, Abruzzi, Italy). ( With 18 fig. and 2 tav.)
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MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XX - Fase. I
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OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
LA CULTURA DI REMEDELLO
PROBLEMATICA ED ERGOLOGIA DI UNA FACIES DELL’ ENEOLITICO PADANO
Con 2 figure nel testo e 20 tavole fuori testo
Sezione di Paletnologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
MILANO
15 settembre 1971
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis: Felis jacohita (Corn.). 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Griffi F., 1865 - Di una specie d ’Hippolais
nuova per l’Italia. 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini la¬
custri per opera degli antichi ghiacciai. SO pp.,
2 figg-, 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziarii del distretto di Messina. 88 pp.,
8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria. 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og¬
getti di umana industria dei tempi preistorici raccolti
in Toscana. 32 pp., 4 tavv.
Vili - Targioni-Tozzetti A., 1866 - Come sia fatto l’organo
che fa lume nella lucciola volante dell’ Italia cen¬
trale (Luciola italica) e come le fibre muscolari in
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp.,
2 tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici of¬
ferti dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’ori¬
gine des bassins lacustres, à propos des sondages du
Lac de Come. 12 pp., 8 tavv.
III - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
venete. HO pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
nummulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleon¬
tologiche di talune rocce cretacee della Calabria con
alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1867 - L’uomo fossile nell’ Italia centrale.
82 pp., 21 figg., 4 tavv.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
descriptum. 8 pp., 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropodi
ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - Durer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc . 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii.
16 pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera
et Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum ge¬
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
Ili - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie.
88 pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un
Alciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp.,
1 tav.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentatio. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME IV.
I - D’Achiardi A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num¬
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera vel
adhuc controversa, vel sedis prorsus incertae in sy-
stemate, novis descriptionibus iconibusque accuratis-
simis illustrata. 18 pp., 2 tavv.
III - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi
di umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lom¬
bardia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
VOLUME V.
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 48 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi-
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo¬
gici. 104 VP-, 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
63 figg., 1 tav.
Ili - Pavesi P„ 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp.,
14 figg-, 1 tav.
VOLUME VII.
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 PP-, 9 tavv.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.,
3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e geologici. Parte II. pp. 47-186,
5 figg-, 9 tavv.
Ili - Àiraghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle allu¬
vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg-,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle
Alpi italiane, pp. 1-164, 7 figg., 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione
della base del cranio colle forme craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili), pp. 165-262,
7 fi99-, 2 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XX - Fase. I
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
LA CULTURA DI REMEDELLO
PROBLEMATICA ED ERGOLOGIA DI UNA FACIES DELL' ENEOLITICO PADANO
Con 2 figure nel testo e 20 tavole fuori testo
Sezione di Paletnologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
MILANO
15 settembre 1971
EDITRICE SUCC. FUSI - PAYIA
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
La Cultura di Remedello
Problematica ed ergologia di una facies dell’ Eneolitico Padano
Riassunto. — Il qualificativo di « Civiltà di Remedello,
introdotto nel 1939 dalla Laviosa Zambotti, venne da lei
coniato onde designarne un « complesso culturale » speci¬
fico del suo «Eneolitico» della Valle del Po. L’insuffi¬
ciente caratterizzazione ecologica fornita a suo tempo per
tale « facies », tuttavia, fece sì che gli Autori fossero
condotti ad attribuirle indiscriminatamente ogni manife¬
stazione « eneolitica » locale. Un assunto tassonomico, que¬
sto, che si venne successivamente rivelando come insoste¬
nibile, ma che nessuno provvide mai a convenientemente
rettificare.
Questa Nota, tramite un opprofondito riesame della
problematica generale della « Cultura di Remedello » (così
riqualificata sulla scorta di una più retta concezione della
tassonomia dei fenomeni culturali) è, pertanto, intesa al
ridimensionamento culturale e distributivo della « cultura »
in oggetto; per la quale — fra l’altro — fornisce una
prima interpretazione dell’enigmatica distribuzione terri¬
toriale. La nuova caratterizzazione della « Cultura di Re¬
medello», costituisce, così, anche un primo e sostanziale
apporto al problema della tassonomia generale delle mani¬
festazioni culturali « eneolitiche » della Padania.
L’indagine è corredata da un congruo apparato bi¬
bliografico — comprendente fonti edite ed inedite — e
da una completa illustrazione iconografica dei materiali
« remedelliani » ; documentazione, quest’ultima, espressa-
mente curata dail’A.
Summary. — The Remedelio Culture. Problematics and
ergoiogy of a facies of ihe Po Valley eneolitic.
The qualificative «Remedello Culture», introduced in
1939 by Laviosa Zambotti, was conceived by this Author
in order to designate a specific « naturai complex » of
her « Eneolitic » of thè Po Valley.
This insufficient ergological characterization supplied
at that time, however, induced Authors to attribute indi-
scriminately to it all locai « eneolitic » manifestations.
Such taxonomic assumption proved later insustainable,
but nobody ©ver modified it conveniently.
This paper, through a dose re-examination of thè « Re¬
medello Culture » (thus renamed under a more correct
conception of thè taxonomy of cultural phenomena), is thus
intended to thè cultural and distributive reappraisal of
thè « culture » in question, of which it also gives thè first
interpretatimi of thè territorial distribution. The new cha¬
racterization of thè « Remedello Culture » is therefore also
thè first substancial contribution to thè problem of gene¬
rai taxonomy of cultural « Eneolitic » manifestations in
Padania. This study is accompanied by an adeguate bi-
bliography — comprising published and unpublished sour-
ces — and by a complete iconographic documentation of
thè « Remedellian » material, made by thè Author.
8
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Parte Prima
INTRODUZIONE
Premessa generale.
Sullo scorcio degli anni trenta la Laviosa —
intendendo riferirsi ad un assieme di manifesta¬
zioni « neo-eneolitiche » che riteneva esemplifi¬
cate dalla grande necropoli ad inumazione di
Remedello di Sotto nel Bresciano — le qualificava
sotto la doppia designazione di « Civiltà di Reme¬
dello o Civiltà dei sepolcri a cadaveri rannicchiati
della Padana » (Laviosa Zambotti, 1939: 54, 59).
Per tale sua « facies » culturale la Nostra,
tuttavia, forniva una caratterizzazione ergologica
del tutto aspecifica, sicché gli Autori presero indi¬
scriminatamente ad ascriverle l’intero complesso
delle manifestazioni « eneolitiche » della valle
del Po.
Intendendo accertare la persistente validità di
un tale assunto tassonomico — il quale per molti
aspetti appariva inconsistente — abbiamo sotto¬
posto ad approfondita esegesi il complesso delle
testimonianze attribuite dagli specialisti alla
« facies » in oggetto, col preciso intento di trarne
una caratterizzazione ergologica che ne risultasse
strettamente specifica.
Ne derivava così quel ridimensionamento cul¬
turale e distributivo della « Civiltà di Remedello »
degli Autori che si giustifica attraverso quanto
precisato in questo scritto.
La conseguente possibilità di giungere ad enu¬
cleare le manifestazioni specificamente « remedel-
liane » dalle residue « eneolitiche » padane sin qui
attribuitele in blocco, è venuta così ponendo il
problema della tassonomia generale della atte¬
stazioni della « Civiltà eneolitica » nella Padania ;
problema, questo, sin qui totalmente ignorato da¬
gli specialisti nostrani.
Le risultanze della nostra indagine su quella
che d’ora innanzi qualificheremo fondatamente
come la « Cultura di Remedello », costituiscono
così un primo e sostanziale apporto alla soluzione
di tale problema, dal quale dipende anche la pos¬
sibilità di stabilire finalmente la effettiva posi¬
zione spettante alle manifestazioni « eneolitiche »
padane nei confronti di quelle delle regioni cen¬
tro-meridionali della Penisola.
Per dare un’adeguata risposta a quest’ultimo
pressante interrogativo, occorrerà, tuttavia, pro¬
seguire l’opera intrappresa e giungere a definire
con altrettanta precisione la specifica ergologia
delle residue « facies » « eneolitiche » locali.
Il che è quanto ci ripromettiamo di conseguire
attraverso un organico piano d’indagini di lunga
lena, di cui questa Nota esemplifica appunto un
primo risultato.
Ordinamento della monografia.
Prima di accingerci ad illustrare i risultati da
noi conseguiti attraverso lo studio della problema¬
tica della « Cultura di Remedello », è qui opportu¬
no indicare come gli stessi siano esposti in que¬
sta Monografia. Stante la complessità e l’interdi¬
pendenza dei problemi trattati, la nostra scelta è
caduta su uno schema ordinativo il più possibile
lineare, onde si è prescelta una suddivisione del
testo in più Parti successive — autonome ed al
contempo complementari fra loro — a loro volta
ripartite in Paragrafi a seconda degli argomenti
specificamente esaminati.
L’architettura generale dello scritto risulta
dallo schema qui di seguito riportato e dall’ in¬
dice della pagina 78.
Parte Prima : INTRODUZIONE.
a) Premessa generale.
b) Ordinamento della monografia.
c) Terminologia tassonomico-culturale.
d ) Metodologia d’indagine.
e) Caratteri generali della « Civiltà eneolitica » italiana.
/) Posizione sistematica del « Remedelliano ».
g) Gli attori delle scoperte.
h) Vicende delle indagini nel « giacimento eponimo ».
i) Fonti bibliografiche e museografiche.
Parte Seconda: Documentazione paletnologica.
a) Premessa.
b) Tipologia degli insediamenti.
c) Morfologia e disposizione delle sepolture.
d) La lavorazione della pietra.
e) La metallurgia.
/) La produzione ceramica.
g ) Le attività artigianali minori.
Parte Terza: La «Cultura di Remedello».
a) Premessa.
b) Classificazione dei componenti culturali.
c) I giacimenti «remedelliani».
LA CULTURA DI REMEDELLO
Parte Quarta : Il luogo, il tempo ed i colonizzatori.
a) Premessa.
b) Distribuzione territoriale.
c) L’ecologia locale.
d ) L’etologia.
e) Il tempo.
/) I colonizzatori.
g) Conclusioni.
Parte Quinta : Bibliografia generale.
а) Premessa.
б) Fonti edite,
c) Fonti inedite.
Parte Sesta: Documentazione iconografica.
a) Avvertenza.
Terminologia tassonomico-culturale.
Indicando gli obbiettivi preposti a questa no¬
stra ricerca, abbiamo ricordato come la Laviosa
qualificasse di « Civiltà di Remedello » una sua
« facies » « neo-eneolitica » padana, che è quella
di cui ci accingiamo ad esaminare la problema¬
tica ed a ricercare una nuova e più specifica defi¬
nizione sul piano ergologico.
Nei confronti di tale ridefinizione, tuttavia,
noi adotteremo il tassonomico di « Cultura di
Remedello », stante che questo è quello che spetta
effettivamente alla «facies» in oggetto data la sua
posizione gerarchica nei confronti della «civiltà»
di appartenenza.
Tale discrepanza terminologica, tuttavia, non
è affatto gratuita, ma derivante da una nostra
particolare concezione della tassonomia generale
dei fenomeni culturali ; sicché è necessario qui il
precisare preliminarmente il nostro punto di vista
al riguardo.
La generalità degli specialisti utilizza, infatti,
i tassonomici di « civiltà » e di « cultura » in modo
indiscriminato, attribuendo loro sia significati
discordanti che utilizzandoli in guisa di sinonimi ;
dal che deriva un marasma terminologico intol¬
lerabile.
L’impiego di una qualsiasi terminologia, in¬
fatti, presuppone la scelta di corrispondenti signi¬
ficati specifici, sicché l’inconveniente in discorso
denuncia la diffusa insensibilità degli specialisti
europei nei confronti dei problemi terminologici,
che dovrebbero invece ritenersi capitali a tutti
gli effetti.
Mancando, comunque, una comune base d’in¬
tesa — sia a livello nazionale che internazio¬
nale — circa l’uso dei tassonomici culturali, nasce
così l’imprescindibile necessità che i ricercatori,
di volta in volta, precisino nei loro scritti quale
9
accezione intendano dare ai termini in discorso,
onde ovviare al perpetuarsi dell’attuale confusione.
Per quel che ci concerne, ci affrettiamo così a
precisare come il tassonomico di « civiltà » venga
da noi esclusivamente utilizzato con riferimento
a fenomeni culturali della massima rilevanza ;
cioè a dire per designare dei complessi omogenei
di manifestazioni culturali presentanti estese di¬
stribuzioni spazio-temporali.
Tali fenomeni, nati dal confluire in aree di
« colonizzazione culturale » di fasci di « tradi¬
zioni » di diversa origine e provenienza, rappre¬
sentano le superstiti vestigia di quelle grandi
« ways of life » preistoriche il cui susseguirsi nel
tempo contrassegnò la realizzazione del grande
processo sociologico-culturale tramite il quale
l’umanità attinse il suo sviluppo attuale. Stanti
tali modalità genetiche, quelle che indicheremo
convenzionalmente col tassonomico di « civiltà »
costituirono effettivamente degli « ecosistemi cul¬
turali » altamente integrati ; una caratteristica,
questa, che non deve mai essere obliata allorché
se ne intrapprenda lo studio.
Il processo culturale dovuto alla successione
delle « civilità » preistoriche, ci si rivela oggi par¬
ticolarmente sotto l’angolo del progresso tecno¬
logico; e ciò ci consente di riconoscere in seno
alle « civiltà » stesse una successione di fasi evo¬
lutive, ciascuna delle quali risulta contrassegnata
da specifici progressi nel campo tecnologico stesso.
Per qualificare tali « stadii evolutivi » minori,
si usano locuzioni quali quelle di « Eneolitico an¬
tico», «Eneolitico medio», «Eneolitico supe¬
riore», che sono intese a designare la prima
comparsa di mezzi tecnologici specifici negli
« stadii » stessi.
In seno alle loro aree di « colonizzazione cul¬
turale», le «civiltà» preistoriche si vennero pra¬
ticamente estrinsecando pel tramite di serie più
o meno numerose di elaborazioni locali ; le quali
ultime mostrano costantemente distribuzioni ter¬
ritoriali ristrette e ben delimitate; il che è ine¬
quivocabilmente attestato attraverso la geonemia
delle relative testimonianze.
Per riferirci a tali elaborazioni culturali locali
— le quali costituiscono così altrettante «facies»
di una « civiltà » — noi sogliamo utilizzare co¬
stantemente il tassonomico di «culture», od il
suo sinonimo di « facies » culturali. Per questo,
nel riferirci alla « facies » di « Remedello » og¬
getto di questa Nota (la quale costituisce effetti¬
vamente una particolare elaborazione lombarda
della « Civiltà eneolitica » italiana) respingiamo
il qualificativo primitivo di « Civiltà di Reme¬
dello » usato dalla Laviosa a favore di quello di
10
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
« Cultura di Remedello » usato in questa Nota,
per le ragioni già addotte.
La gerarchizzazione dei fenomeni culturali che
deriva dal nostro impiego dei tassonomici di
«civiltà» e di «cultura», assume la sua mas¬
sima rilevanza nei confronti dell’interpretazione
del meccanismo genetico dei fenomeni culturali
e, conseguentemente, della scelta di una prassi
adeguata alla loro analisi.
Prima di dire di quest’ultima, tuttavia (del
che ci occuperemo nel Paragrafo che segue) è
necessario il soffermarci ancora un momento in
campo terminologico e chiarire il preciso signi¬
ficato da noi attribuito in questa Nota al termine
di « giacimento eponimo », in quanto che si tratta
di un significato fondamentale ai fini della cor¬
retta definizione ergologica di una «facies».
Secondo la migliore tradizione paletnologica
europea, le denominazioni specifiche utilizzare per
designare le singole « culture » vengono tratte dei
toponimi delle località ove le stesse vennero ini¬
zialmente individuate ; in base a tali toponimi,
infatti, ne vengono denominati i relativi « gia¬
cimenti eponimi ».
Non pochi specialisti, tuttavia, persistono nel-
l’annettere al termine in questione un significato
puramente nomenclativo, disconoscendone così
quello essenziale che sta a significare il « giaci¬
mento-tipo » di una « facies » nei confronti della
sua costituzione ergologica.
Quest’ultimo significato, tuttavia, è invece
quello da considerarsi capitale dall’aspetto meto¬
dologico, poiché è unicamente in base a tale con¬
cezione che il « giacimento-tipo » assurge a para¬
metro per un’obiettiva caratterizzazione di una
« cultura » sulla scorta del complesso degli ele¬
menti presenti nel « giacimento » stesso.
Ne consegue che risulta del tutto arbitrario
ed infondato il diagnosticare la presenza di una
data « cultura » in un dato giacimento allorché in
quest’ultimo (od in seno ad una data serie strati¬
grafica) non siano presenti tutti quegli elementi
che rappresentano specificamente la « facies »
stessa nel suo «giacimento eponimo».
Pochi di questi — o peggio uno solo — non
consentono infatti di affermare la presenza di
una data « cultura » in un dato deposito, poiché
— come si è già sottolineato — i patrimonii cul¬
turali delle varie « civiltà » e « culture » rappre¬
sentano effettivamente degli « ecosistemi » alta¬
mente integrati e non dei casuali assiemi di ele¬
menti.
Questo fondamentale assunto, tuttavia, viene
continuamente disconosciuto da gran parte degli
specialisti, col risultato di fornire diagnosi cul¬
turali del tutto infondate e fonte, il più spesso,
di gravissimi equivoci.
Il fatto di assumere tutti gli elementi cultu¬
rali rappresentati in un « giacimento eponimo »
alla stregua di soli e legittimi costituenti della
« facies » che ne trae nome, potrebbe apparire
a prima vista arbitrario, stante che ogni « cul¬
tura » costituisce in effetti il prodotto di un con¬
tinuo divenire culturale.
Quanto è presente in un giacimento preisto¬
rico ove sia attestata una data « facies », tutta¬
via, non vi si è indubbiamente depositato in un
breve istante ma bensì in un lasso di tempo di
qualche entità; il materiale paletnologico così rac¬
colto rispecchia in sintesi il divenire della « cul¬
tura » stessa nel corso di un periodo che pos¬
siamo considerare sufficientemente rappresenta¬
tivo nei confronti di tale divenire. Prescindendo
così da ogni necessità di ordine strettamente tas¬
sonomico, la concezione di « giacimento eponimo »
da noi caldeggiata appare pertanto ampiamente
giustificata.
Metodologia d’indagine.
Poiché le entità culturali che abbiamo quali¬
ficate rispettivamente di «civiltà» e di «cultura»
costituiscono in effetti — date le loro modalità
genetiche — dei veri e proprii « ecosistemi » cul¬
turali altamente integrati, è chiaro come per in¬
dagarne le manifestazioni sia indispensabile il
far ricorso a prassi d’indagine che tengano conto
anche di tali origini. In proposito, tuttavia, gli
specialisti perseguono indirizzi assai varii, tal¬
ché, il più spesso, le risultanze delle loro ricerche
riescono mal confrontabili fra loro.
Il settore nel quale si incontrano le maggiori
difficoltà quanto alle scelte metodologiche, è cer¬
tamente quello concernente le prassi intese a defi¬
nire le « facies » culturali, problema che sta alla
base di ogni tentativo tassonomico.
Delle difficoltà e degli inevitabili compromessi
cui vanno incontro scelte del genere, troviamo
eco nel seguente passo del Leroi-Gourhan (1965:
89-90) che ci piace riportare trattandosi di uno
studioso particolarmente sensibile a problemi del
genere :
On peut mettre en évidence un type d’object,
une habitude agricole, une croyance qui n’appar-
tient en propre qu’à un groupe déterminé et obte-
nire, en les additionant, une formule qui carac-
térise sans confusion ce groupe; mais la majeure
partie de la culture est faite de traits qui appar-
tiennent en commun à l’humanité ou à un conti-
nent ou au minimum à tonte une région et à de
LA CULTURA DI REMEDELLO
11
nombreux groupes qui se sentent pourtant chacun
particulier. Cette particularité ethnique qui trans¬
forme la batiale énumération des haches, de sif-
flets et des formules matrimoniales en expression
de l’« esprit » d’un peuple, est inacessible à la
classification verbale, c’est un style qui a sa valeur
propre et qui baigne la totalité culturelle du
groupe. Exactement comme un espert en vins sent
un cru, l’ethonologue entramé distingue à des har-
monies de formes ou de rythmes les produits
d’une culture de ceux d’une autre. C’est là un
procède empirique et l’on peni imaginer qu’un
jour l’analyse électronique résoudra en quelques
equations l’indefinissable saveur personnelle des
ouvres de chaque ethnie; mais cela n’óte rien au
fait que le style soit inacessible dans le manie-
ment du language courant, alors que le caractères
techniques ou linguistiques sont définissables.
In vista di quanto sopra — e prima di pas¬
sare ad illustrare in dettaglio la prassi identifi-
cativa da noi prescelta per la definizione ergolo¬
gia della « Cultura di Remedello » — nasce così
l’opportunità di soffermarci brevemente ad ana¬
lizzare quale risulti all’atto pratico la costituzione
patrimoniale delle entità culturali che abbiamo
già definite quali «civiltà» e «culture».
La rassegna del complesso degli elementi ergo-
logici che costituiscono il patrimonio culturale di
una « civiltà » (quale risulta dal panorama com¬
plessivo delle sue varie « facies » locali o « cul¬
ture») ci permette di individuarvi tutto un com¬
plesso di elementi che ne risultano strettamente
specifici e quindi altamente diagnostici dal punto
di vista tassonomico.
Ripetendo tale esame nei confronti delle sin¬
gole «facies» di una data «civiltà», è inoltre
possibile rilevare come i loro costituenti culturali
si possano agevolmente suddividere in almeno due
serie principali, i cui componenti definiremo ri¬
spettivamente di « aspecifici » e « specifici ».
L’opportunità di quest’ultima distinzione nasce
dal fatto che mentre i primi sono costantemente
presenti — sia pure in varia misura — in tutti
i patrimonii delle varie « facies » di una data
« civiltà », le associazioni dei secondi, per contro,
risultano strettamente specifiche di ciascuna di
queste ultime, talché esse non si ripetono mai
neppure nel caso di « facies » geneticamente
omologhe.
Quest’ultima specializzazione a livello di
« facies » è infatti il portato di un complesso di
interazioni locali di varia natura (reazioni di so¬
strato, fattori ecologici, modalità diffusive ecc.)
la cui incidenza non risulta mai generalizzabile.
Per dar conto di tale complesso meccanismo
speciativo il già ricordato Leroi-Gourhan (1965:
91) ne ha di recente proposta la seguente inter¬
pretazione :
« En zoologie, pour les espèces sédentaires,
on constate que le temps détermine una orienta-
tion génétique plus ou moins importante, qui se
traduit par l’apparition de variations locales sou-
vent subtiles, flottantes et soumises à une dilui-
tion rapide au contact d’autres populations de la
rnéme espèce. Il en est de méme des caractères
culturels; ils naissent à partir de fonds communs
souvent très larges, se particularisent dans chaque
groupe suffisamment cohérent, font nattre des
variantes locales, souvent très menues, qui se font
et se defont au hasard de l’Histoire.
Ce jeu porte à la fois sur des innovations
techniques ou sociales de détail et sur les formes,
à quelque domaine qu’elles appartiennent, de la
courbu.re d’un manche de houe à l’ordonnance
d’un rituel.
La constitution de ce courant, qui fait qu’aucun
groupe humain ne se répète deux fois, que chaque
ethnie est différente d’elle-mème à deux moments
de son existence, est très complèxe, car si l’inno-
vation individuelle joue un róle primordial, elle
ne joue que dans l’influence divede des généra-
tions précédentes et des contemporaines.
Par surcroit, le degré de conscience varie avec
le niveau des innovations, dans les mémes con-
ditions que pour les chaines opératoires techniques.
Les formes quotidiennes sont soumises à un
lent modelage incoscient, comme si les objets et
les gestes courants se moulaient progressivement,
au cours de leur usage, au gré de la disposition
d’une collectivité dont les membres se conforment
les uns aux autres. Les formes exceptionelles, au
contraire, affichent, dans le sens particulier du
groupe, de véritables mutations lorsque l’inven-
tion individuelle n’est pas endiguée par une tra-
dition rigide ».
Ritornando ora al problema che qui più diret¬
tamente ci interessa, cioè a quello concernente la
definizione ergologica della « Cultura di Reme¬
dello», la prassi operativa da noi utilizzata può
essere schematizzata come segue :
a) redazione preventiva di un elenco integrale
degli elementi ergologici presenti nel « gia¬
cimento eponimo » della « facies » in esame ;
b) suddivisione degli elementi stessi in serie di
« aspecifici » e « specifici » ;
c) controlli statistici, in caso di necessità, onde
dirimere eventuali casi di incerta « specifi¬
cità » di taluni componenti culturali ;
12
OTTAVIO CORNAGGIA CAST1GLI0NI
d) definitiva caratterizzazione ergologica della
« facies » in esame stilla scorta dei proce¬
dimenti b) e c).
Sull’utilizzazione pratica della prassi di cui
sopra, è opportuno far seguire qualche chiari¬
mento. Mirando questa, sostanzialmente, a deter¬
minare la maggiore « specificità » di talune serie
di elementi rispetto ad altre, il parametro da uti¬
lizzarsi per tale giudizio è quello rappresentato
dalla specificità delle loro associazioni, piuttosto
che dalla « specificità » dei singoli componenti le
stesse.
Per ritenersi, comunque, veramente rappre¬
sentativa, tale specificità associativa dovrà risul¬
tare effettivamente tale; cioè — come già accen¬
nato — non riscontrarsi mai neppure nel caso
di « facies » geneticamente omologhe.
Individuata così la serie degli « elementi spe¬
cifici » di una data « cultura », tutti i residui
componenti dovranno necessariamente assumersi
per « aspecifici », onde risulteranno rappresen¬
tati, in maggiore o minore misura, in tutte le
« facies » sorelle.
Quanto ai casi di incerta « specificità » di sin¬
goli elementi, la questione verrà risolta con la
massima obiettività ricorrendo al dato statistico.
Onde esemplificare un caso del genere, va ricor¬
dato come nelle industrie litiche di talune
« facies » eneolitiche delle regioni centro-meridio¬
nali della Penisola siano presenti lame di pu¬
gnale in selce e cuspidi di freccia peduncolate
con alette; elementi, questi, che nelle «facies»
stesse sono rappresentati statisticamente in va¬
ria misura.
Tali elementi sono presenti anche nel patri¬
monio culturale della «facies» di «Remedello»,
ma qui in assai più larga misura che altrove,
onde, su basi statistiche, si dovranno leggittima-
mente assumere fra quelli « specifici » di tale
« cultura ».
Utilizzando il trattamento analitico di cui so¬
pra, tuttavia, non si dovrà mai scordare come
tanto gli elementi considerati alla stregua di
«specifici», che quelli ritenuti «aspecifici», co¬
stituiscano in effetti un tutto culturale altamente
integrato, sicché solamente attraverso il loro com¬
plesso potremo desumere la fisionomia generale
specifica di quelle entità culturali che abbiamo
qualificate di « civiltà » e per converso ascrivere
alle stesse le varie « facies » di appartenenza.
Se, infatti, la serie degli elementi « specifici »
sopra definiti costituisce un vero e proprio « ende¬
mismo culturale » di rilevante importanza dia¬
gnostica, quella degli elementi « aspecifici », per
contro, rappresenta quel « canovaccio » culturale
generale che accomuna fra loro le « facies » di
una data « civiltà ».
Alle due serie in discorso, tuttavia, in taluni
casi potranno associarsi altri gruppi di elementi
culturali che, stante la loro già ben definita posi¬
zione culturale specifica, non potranno farsi rien¬
trare nelle stesse e conseguentemente saranno da
assumersi alla stregua di elementi di « deriva¬
zione ».
Un fenomeno, questo, dovuto tanto a casi di
acculturazione con «facies» di altre «civiltà»
che a puri e semplici scambi commerciali con
queste ultime. Nel caso specifico della « Cultura
di Remedello », gli elementi « derivazione » (do¬
vuti questa volta a contatti diretti) sono rappre¬
sentati da forme vascolari specifiche della « Cul¬
tura della Polada » (che rappresenta localmente
una « facies » della « Civiltà del Bronzo » della
Padania centrale) oltre che da elementi della sua
industria litica (cuspidi di freccia a base inca¬
vata) e da qualche altro elemento minore (con¬
tromanici in corno per accetta litica ecc.).
Chiudendo l’illustrazione della nostra metodo¬
logia, conviene ancora accennare al campo della
sua applicabilità pratica.
Nell’utilizzarla, infatti, potremo trovarci ad
operare in due distinte situazioni ; cioè a dire
nei confronti di reperti provenienti da livelli di
occupazione umana, oppure esclusivamente da se¬
polture.
Nel primo e più comune di tali casi, non do¬
vrebbero sorgere difficoltà operative di sorta, sem¬
pre che nello scavo dei relativi giacimenti sia
stato possibile porre in atto tutte le precauzioni
necessarie, ed in particolare quelle attinenti alla
provenienza stratigrafica dei materiali da esa¬
minarsi.
Nel caso di sepolture, per contro (in cui rien¬
tra anche il caso della «Cultura di Remedello»)
occorrerà, per contro, procedere con la massima
circospezione nell’assumere le testimonianze cul¬
turali come effettivamente rappresentative di una
unica « facies » ; e ciò, sopratutto, allorché si
tratti di corredi funerarii provenienti da isolate
sepolture anziché da vere e proprie « necropoli ».
Infatti, dato che ai fini della definizione ergo¬
logica di una data « facies » tali materiali saranno
da assumersi nel loro complesso come costituenti
un effettivo tutto culturale, occorrerà accertarsi
con ogni cautela della loro effettiva omogeneità,
confortando tale dato anche con quello della distri¬
buzione geografica.
Le « facies » culturali, infatti, presentano di
regola distribuzioni geografiche ristrette e terri-
LA CULTURA DI REMEDELLO
13
tomamente sempre ben delineate, come risulta
chiaramente — ad esempio — nel caso della
« Cultura di Remedello ». Ad onta di ciò, tuttavia,
non mancano esempi — dovuti ad infiltrazioni
culturali successive — che possono trarre in
inganno, come nel caso, sempre riferendosi al
« Remedelliano », della presenza nell’area relativa
di sepolture contenenti « vasi campaniformi ».
Quest’ultimo dato di fatto ci spiega perchè,
da parte della generalità dei ricercatori italiani,
i « vasi campaniformi » vengano indebitamente
ascritti al patrimonio culturale della « Cultura
di Remedello » stessa.
Caratteri generali della « Civiltà eneolitica » ita¬
liana.
Avendo già precisato il significato tassono¬
mico da noi attribuito al termine di « civiltà »,
è ora opportuno delineare sinteticamente i carat¬
teri generali che contraddistinguono la « Civiltà
eneolitica » del nostro Paese ; e questo perchè di
tale « civiltà » la « Cultura di Remedello » costi¬
tuisce una estrinsecazione locale, con distribuzione
strettamente lombarda sud-orientale.
In tale senso occorre anzitutto il sottolineare
come gli specialisti europei riconoscano la pre¬
senza in Eurasia di particolari manifestazioni
culturali che qualificano vuoi di «calcolitiche»,
vuoi di «eneolitiche». I qualificativi tassonomici
in questione, tuttavia, vengono generalmente rite¬
nuti per sinonimici mentre, in effetti, le manife¬
stazioni del « Calcolitico » orientale (ed in par¬
ticolare quelle dell’Asia Minore) palesano solo
rapporti generici con quelle dell’« Eneolitico »
europeo, talché la sinonimia di cui sopra appare
decisamente da proscriversi.
La « Civiltà eneolitica » dell’Occidente euro¬
peo, infatti — pur apparendo quale il frutto di
una rielaborazione locale di fermenti « calcoli¬
tici » orientali, presenta in effetti una sua indivi¬
dualità culturale specifica, che la distingue netta¬
mente da quella « calcolitica » orientale.
Il Brown (1956: 330) che è lo studioso che
più di recente si è occupato della fisionomia spe¬
cifica dell’« Eneolitico » occidentale, ne ha deli¬
neati i tratti salienti nel brano che segue :
The beginning of Eneolithic is marked by a
greater change in culture than in any of preced-
ings periods after thè introduction of agriculture.
Italy, thè Islands of western Mediterranean,
France, and Iberian Peninsula, all shoiv thè
influence of new ideas, expressed in megalithic
architecture, collective burials, idols, weapons of
copper and their imitations in flint, new forms
of pottery, as well as thè beginning of toivns.
The cause of sudi upheaval, can be traced to
eastern Mediterranean, ivhere thè Aegean and
Anatolia cultures had developed to such a point
that they sought trade raw Materials, and possibly
colonization in thè West. The result, was thè
development of new cultures in all area of our
survey.
Questo sommario panorama culturale del-
l’« Eneolitico » ben si attaglia anche alla « Civiltà
eneolitica » italiana, salvo per quanto ne concerne
l’« architettura megalitica », la quale in questo
momento si afferma unicamente in seno all’area
sarda.
Di conseguenza anche l’« Eneolitico » del no¬
stro Paese ci si appalesa come uno dei varii
aspetti regionali di quella grande « way of life »
preistorica che, a partire dallo scorcio del III mil¬
lennio avanti l’Era volgare, si venne sviluppando
lungo le aree costiere del bacino mediterraneo
occidentale e nei loro hinterlands.
Dovuta a fermenti culturali transmarini —
particolarmente egei ed anatolici — giunti via
mare in luoghi ed in tempi successivi, anche la
«Civiltà eneolitica» italiana appare caratterizzata
da spiccatissimi « particolarismi culturali » (av¬
vertibili sopratutto in campo ceramico e metal¬
lurgico) derivanti dalle provenienze degli apporti
culturali stessi e dalle modalità della loro distri¬
buzione.
Poiché, come vedremo fra breve, la concezione
di « Eneolitico», come unità culturale a sè stante,
permane nebulosa per non pochi degli specialisti
nostrani, non disponiamo sin qui di un quadro
generale concernente specificamente le sue mani¬
festazioni in seno al nostro Paese.
Per sopperire a tale contingenza, ci sforze¬
remo, pertanto, di colmare tale lacuna col deli¬
neare sinteticamente, qui di seguito, i caratteri
generali dell’« Eneolitico » italiano, costituiti da
quei tratti culturali che risultano comuni a tutte
le sue varie « facies » locali.
Un rapido esame delle relative testimonianze,
ci induce a concentrare la nostra attenzione su
due distinti settori; cioè a dire su quello ideolo¬
gico e su quello industriale; ai quali va aggiunto
quello concernente l’etologia degli eneolitici no¬
strani stessi.
Per quanto concerne il primo, è agevole il
rilevarne i riflessi nel campo funerario, pel tra¬
mite della morfologia particolare delle sepolture.
Queste ci si presentano infatti sotto forma
di vere e proprie « necropoli » — cioè a dire di
intenzionali assiemi di sepolture — ubicate, di
regola, tanto in cavità naturali che artificiali.
14
OTTAVIO COIÌNAGGIA CASTIGLIONI
Il rito funerario è costantemente quello del¬
l’inumazione ed entro tali celle le deposizioni stesse
sono di regola plurime e spesso assai numerose.
Nei rari casi di necropoli ubicate all’aperto,
per contro, si hanno per lo più solo accostamenti
di singole sepolture, ed eccezionalmente inuma¬
zioni bisome nella stessa fossa.
Le necropoli eneolitiche risultano di regola
poste a qualche altezza sulle fiancate delle valli
o sulle alture immediatamente prospicenti le pia¬
nure, mostrandoci così come i relativi insedia¬
menti (dei quali si hanno tracce molto scarse)
dovessero essere costantemente posti in posizioni
dominanti.
Dal punto di vista del rituale funerario, va
fortemente sottolineato come le deposizioni avve¬
nissero di regola in posizione raccolta, più rara¬
mente supina, e non venissero mai ricoperte volu¬
tamente col terreno, come di regola, invece, per
le precedenti sepolture neolitiche. In tal senso
fanno eccezione talune inumazioni effettuate al¬
l’aperto, in terra nuda, come ad esempio quelle
della «Cultura di Remedello». In quest’ultimo
caso, tuttavia, lo strappo alla regola è imputabile
esclusivamente a fattori ecologici locali.
A tali inumazioni si accompagna di regola un
ricco corredo funerario, costituito particolarmente
da « oggetti di adorno » a destinazione apotro-
paica, da armi e strumenti da lavoro.
Queste varie particolarità del rituale funerario
eneolitico (ed in particolare quella della mancata
ricopertura del cadavere col terreno) ci mostrano
una del tutto nuova concezione della sepoltura,
ora intesa come una vera e propria « dimora »
del defunto, nella quale questo possa continuare
una sua particolare esistenza di là dalla morte.
La cella funeraria eneolitica non costituisce
quindi — come nei tempi neolitici — un semplice
ricettacolo ove il morto veniva confinato con
timore dai vivi, onde non potesse più interferire
nella loro esistenza, ma una vera e propria
« casa » in cui continuava a vivere accanto ad essi.
Tale nuova concezione della sepoltura in fun¬
zione di dimora dei trapassati, ci viene diretta-
mente confermata dalla stessa morfologia di ta¬
lune grotticelle artificiali funerarie — ad esempio
quelle della necropoli di Anghelu Ruju in Sar¬
degna — nelle quali sono appunto riprodotte nella
roccia le particolarità costruttive di una capanna.
Variamente interpretabile, per contro, risulta
il preciso significato attribuibile alla plurimità
delle inumazioni nelle celle funerarie eneolitiche ;
deposizioni che i più interpretano alla stregua di
sepolture claniche e che noi, per contro, prefe¬
riamo considerare delle vere e proprie sepolture
famigliare II che ci sembra desumibile dal fatto
che in seno ad una medesima necropoli si incon¬
trano celle con molte deposizioni accanto ad altre
che ne contengono solo alcune.
Passando al campo industriale, occorre subito
il rilevare come l’Eneolitico nostrano veda per la
prima volta nel nostro Paese l’apparizione di vere
e proprie armi offensive, di inequivocabile desti¬
nazione, rappresentate da pugnali, cuspidi di frec¬
cia appuntite, teste di mazza forate e pugnali
in metallo.
Per la prima volta, inoltre, il metallo, nella
fattispecie il rame, viene impiegato per la fab¬
bricazione di strumenti da lavoro e di « oggetti
di adorno».
Con l’avvento della « Civiltà eneolitica » anche
l’industria litica raggiunge nel nostro Paese il suo
massimo apogeo tecnologico, attraverso un’amplis¬
sima utilizzazione del ritocco piatto, imbricato e
completamente invadente (più raramente utiliz¬
zato « in serie ») che è di uso generale in tutti
i manufatti a lavorazione bifacciale.
Nei confronti del Neolitico, per contro, non si
rilevano particolari progressi per quanto concerne
la levigazione della pietra, anche se muta la mor¬
fologia generale delle accette litiche, che assu¬
mono ora forma trapezoidale anziché triangolare.
Qualche progresso, per contro, si rileva nel campo
della perforazione della pietra stessa, particolar¬
mente nel campo degli « oggetti di adorno » (ele¬
menti di collana con « perforazione a V »).
Quanto all’utilizzazione dell’argilla in campo
ceramico, questa viene ora impiegata esclusiva-
mente per la produzione di recipienti.
La relativa tecnologia, che conserva ancora un
ottimo livello nelle regioni centro-meridionali della
penisola, ove continua in Sicilia ad essere in uso
la ceramica dipinta, nel nord del Paese e parti¬
colarmente nella valle del Po essa decade invece
decisamente, così da apparire estremamente rozza
nei confronti della locale produzione ceramica del
Neolitico superiore («Cultura della Lagozza»),
Tale decadenza è presumibilmente imputabile
sopratutto a fattori etologici. I gruppi eneolitici
nostrani del centro e del nord della Penisola appa¬
lesano infatti una particolarissima etologia, pre¬
sumibilmente dovuta a fattori strettamente con¬
tingenti, etologia che, tuttavia, si appalesa in
grado minore anche nelle regioni meridionali
della Penisola.
La particolare ubicazione delle necropoli eneo¬
litiche, costantemente poste in altura, sembra
infatti indicare che ci troviamo di fronte a pic¬
coli gruppi umani, che per la loro stessa esiguità
avevano necessità di stanziarsi in posizioni facil-
LA CULTURA DI REMEDELLO
15
mente difendibili e la cui economia di sostenta¬
mento, per necessità di cose, era basata sulla
caccia e la raccolta ma largamente integrata dalla
sistematica pratica della razzia. Si trattava, in¬
fatti, di veri e proprii invasori di territorii già
largamente colonizzati dalle precedenti genti neo¬
litiche, che da tempo andavano sfruttando le pos¬
sibilità del paese.
Per i gruppi eneolitici italiani, infatti, manca
qualsiasi attestazione riferibile ad attività stan¬
ziali, quali la coltivazione, e nei loro confronti
rimane il più spesso incerta la stessa pratica del¬
l’allevamento di specie animali.
La stessa scarsità della produzione ceramica
presso tali gruppi, sta ad indicare che si trattava
di genti dedite ad un nomadismo esasperato, im¬
posto loro dalla stessa loro etologia. Chi pratica
una vita del genere, infatti — ed è questo il caso
anche delle popolazioni pastorali costrette a spo¬
starsi di continuo secondo l’andamento stagio¬
nale — utilizza di regola contenitori in materiali
flessibili, per evitarne la frequente rottura ; ed è
quindi presumibile che gli Eneolitici italiani — in
vista della loro etologia — facessero altrettanto.
Questo necessariamente sommario elenco delle
peculiarità dell’Eneolitico nostrano, è tuttavia suf¬
ficiente ad indicarci come le sue manifestazioni
debbano ascriversi giustificatamente ad una par¬
ticolare « way of life » ben distinta dalla prece¬
dente della « Civiltà neolitica » e dalla susse¬
guente «del Bronzo», «civiltà» cui spetta così,
di diritto, il qualificativo tassonomico specifico di
«Civiltà eneolitica».
Posizione sistematica del « Remedelliano ».
Si è già precisato come la « Cultura di Reme-
delio » debba leggittimamente assumersi quale
una « facies » locale — a distribuzione stretta-
mente lombarda — della « Civiltà eneolitica » del
nostro Paese.
La generalità degli Autori nostrani, tuttavia,
pur qualificando di «eneolitica» tale «facies»,
le attribuisce distribuzione pan-padana e posi¬
zione sistematica diversa da quella da noi indicata.
Infatti, pur qualificando di « eneolitica » la
«Cultura di Remedello», essi non considerano
l’« Eneolitico » come una entità culturale a sè
stante (cioè a dire come una vera e propria
« civiltà » nel senso tassonomico da noi già preci¬
sato) ma semplicemente alla stregua di un parti¬
colare momento « cronologico-culturale », rappre¬
sentante una « fase transizionale » fra la vera e
propria «Civiltà neolitica» e quella del «Bronzo».
La storia di un tale abbaglio sistematico —
cioè della concezione dell’« Eneolitico » nel nostro
Paese — ha inizio nel secolo scorso ed è princi¬
palmente dovuta alle vedute espresse dal Colini
nei confronti del suo «Periodo eneolitico»; vedute
volutamente in opposizione a quelle espresse in
precedenza del Chierici il quale — sin dal 1884 —
aveva preso decisamente posizione in favore del¬
l’esistenza anche nel nostro Paese di manifesta¬
zioni culturali particolari, da lui concepite come
appartenenti ad una vera e propria « Civiltà
eneolitica» come oggi da noi concepita.
Fare opera di paletnologo significa, innanzi
tutto, fare opera di storico ; onde qui di seguito
ritracceremo per sommi capi la storia della con¬
cezione di « Eneolitico » presso gli studiosi del
nostro Paese.
A tal fine occorre rifarsi alla seconda metà
del secolo scorso, più precisamente a quel 1863
durante il quale una equipe internazionale, com¬
posta dal nostro Stoppani (geologo), dallo sviz¬
zero Desor (paletnologo) e dal francese De Mor-
tillet (del pari paletnologo) condusse una serie
di ricerche nei laghi lombardi nel tentativo di
individuarvi per la prima volta le tracce di inse¬
diamenti lacustri.
Le indagini, effettuate sotto l’egida della So¬
cietà Italiana di Scienze Naturali di Milano, eb¬
bero esito positivo e condussero, fra l’altro, alla
scoperta di insediamenti preistorici lungo le rive
del lago di Varese (Stoppani, 1868-A: 154 sgg.),
(Stoppani, 1863-B: 423 sgg).
Altri indagatori, frattanto, individuavano sta¬
zioni « palustri » nella Lombardia orientale e nel
Veneto occidentale, ed altri ancora scoprivano
stazioni « terramaricolo » nell’area emiliana.
Luigi Pigorini (1842-1925) uno dei fondatori
degli studii paietnologici nel nostro Paese ed allora
considerato il capo-scuola di tale settore, fu il
primo che partendo da tali acquisizioni ce ne
fornì una prima sintesi culturale.
Scrisse, infatti che : il popolo delle abitazioni
lacustri (come del resto quello delle «terramare»)
apparteneva ad una medesima gente, legata a
quella che pare abbia avuto, quanto al nostro Con¬
tinente, la sua sede primitiva nella valle del Da¬
nubio, e lasciò nell’Europa centrale le abitazioni
lacustri. Sarebbe esso comparso in Italia per la
via delle Alpi, mentre lavorava ancora la pietra
ma già pur conoscendo il bronzo (Pigorini,
1878: 101).
Al riguardo della posizione tassonomico-cultu-
rale del complesso di tali manifestazioni (cioè
delle «antichità lacustri» e delle «terramare»)
il Nostro ebbe allora a precisare: Ho detto più
16
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
volte di non essere convinto che esistano stazioni
di pura età neolitica. Per me, come noto, il popolo
delle palafitte, allorché immigrò in Italia, supe¬
riore, adoperava bensì armi ed utensili in pietra,
■ma non era affatto privo dell’uso di quelle di rame
e di bronzo (Pigorini, 1888: 124-125).
Pochi anni più tardi — cioè nel 1884 — ve¬
niva fortuitamente in luce la grande necropoli
ad inumazione di Remedello di Sotto nel Brescia¬
no; il che forniva lo spunto al Chierici (un altro
dei fondatori degli studii preistorici nel nostro
Paese) per affermare per la prima volta la pre¬
senza anche in Italia di manifestazioni specifica¬
mente da ascriversi a quella che noi oggi quali¬
fichiamo di «Civiltà eneolitica».
Circa la posizione tassonomica da attribuirsi
ai reperti di Remedello, Chierici ebbe infatti a
precisare: Chiamo per brevità eneo-litico questo
nuovo gruppo paietnologico, nel quale ora ven¬
gono ad unirsi i pugnali triangolari e le asce
piatte in rame, i pugnali di selce e le asce forate
che si rinvennero sparsamente e senza proprio
strato in altre parti della Penisola... Il nostro
gruppo eneo-litico è una novità per l’Italia, ma
non pel resto d’Europa, dove sepolcri d’inumati,
generalmente col medesimo corredo, già da tempo
si vengono scoprendo nelle regioni specialmente
occidentali (Chierici, 1884: 151).
Nei confronti di tale « nuovo gruppo paietno¬
logico », Chierici — secondo la moda dell’epoca —
invocò l’etnico di « pelasgico », in contrapposizione
a quello di « ibero-ligure » utilizzato dal Pigorini
nei confronti dell’intero complesso delle manife¬
stazioni preistoriche padane.
L’improvvisa scomparsa, non permise tutta¬
via, al Chierici di surrogare convenientemente il
suo punto di vista ; sicché il Pigorini potè facil¬
mente smentirlo affermando come: Gli Ibero-
Liguri dì Remedello avrebbero avuta la cuspide
di selce piromaca dalle popolazioni di più antica
origine e ignoto nome che trovarono al loro arrivo
in Italia, dove erano stabilite dall’età archeolitica,
e le asce e i pugnali di rame, o di bronzo, dalle
famiglie venute nella penisola dopo di essi, di
schiatta ariana (Pigorini, 1887: 297).
La questione della tassonomia delle manifesta¬
zioni eneolitiche italiane, venne risollevata suc¬
cessivamente dal Castelfranco (1834-1921) in
occasione della scoperta di un’altra grande necro¬
poli « remedelliana », quella di Fontanella di Ca¬
salromano.
Scrisse il Nostro in proposito :
— Il prof. Pigorini, in questo Bullettino, ha
espressa l’opinione che le palafitte italiane for¬
mino due gruppi diversi, l’uno « occidentale »,
l’altro « orientale », i quali dovrebbero rappresen¬
tare due diversi rami dello stesso popolo... Tutta¬
via « così nel gruppo occidentale che in quello
orientale, la cuspide di freccia non appare che
in uno stadio successivo, e potrebbe esservi stata
portata dal popolo eneolitico che lasciò a Reme¬
dello di Sotto, a Cumarola, a Cantalupo, a Sgur-
gola, a Camerata di Tagliacozzo, gli scheletri ar¬
mati di lunghi pugnali e di scuri, i primi come
le seconde e di pietra e di bronzo, nonché, ap¬
punto, le freccie silicee dalla cuspide peduncolata
e con rudimentali alette »... « Le tombe eneo-liti-
che di Remedello, Cumarola ecc., segnano l’arrivo,
se 7io?i in Italia, alme7io nella valle del Po, di un
popolo guerriero, dal viso prognato, affatto diverso
da quello delle palafitte, le quali sembra fossero
di genti ortognate. I guerrieri di Remedello e di
Cumarola, sembrano infondere nuova vita ai lacu¬
stri. Sia che si fondessero col popolo delle pala¬
fitte, sia che rimanessero divisi, sta di fatto che
dall’arrivo in questa plaga di tali genti meglio
armate, data l’apparizione della cuspide silicea
nelle palafitte e si cominciarono ad edificare qiielle
borgate, regolarmente costruite e7itro bacini argi¬
nati, conosciute col termine di « terramare »
(Castelfranco, 1889-A: 78-79), (Castelfranco,
1889-B).
La polemica presa di posizione del Castel¬
franco, venne ignorata dal Pigorini e qualche anno
più tardi lo stesso Castelfranco la ritrattava,
rientrando nel conformismo imperante (Castel¬
franco, 1893: 25).
Giungiamo così al 1898, anno nel quale Giu¬
seppe Angelo Colini (1857-1918), che aveva allora
funzioni di « addetto » presso il Museo Preisto¬
rico di Roma diretto dal Pigorini, iniziava a pub¬
blicare nel Bullettino di Paletnologia il suo studio
monografico dal titolo : Il sepolcreto di Remedello
di Sotto nel Bresciano e il periodo eneolitico in
Italia (Colini, 1898-1902).
In tale faragginoso scritto, apparso nel perio¬
dico in questione e rimastovi inspiegabilmente
incompiuto, Colini così precisava il suo punto di
vista tassonomico sul suo « periodo eneolitico » :
Le cose esposte ci permettono di determinare
con sufficiente precisione i caratteri della nostra
civiltà eneolitica. Essa é la continuazione della
civiltà neolitica, o della pietra levigata, non solo
nel senso che proseguì a ricavare la maggior parte
delle armi, degli utensili e degli strumenti dalla
pietra, dal corno, dall’osso, dalle conchiglie ecc.,
ma anche in quanto si mantennero in uso oggetti,
costumi, modi di abitazione, riti funebri ecc. della
precedente età... Nonostante le differenze accen¬
nate fra la più antica fase del neolitico e l’eneo-
LA CULTURA DI REMEDELLO
17
litico, l’introduzione dei primi strumenti e delle
prime armi in rame non modificò sostanzialmente
la facies della civiltà... In conformità delle osser¬
vazioni eseguite, non mi sembra possa ammettersi
per l’Italia una vera e propria età del rame... ma
che questo periodo debba ritenersi l’ultima fase
del neolitico... La denominazione di civiltà eneo¬
litica, con cui fu segnalato dal Chierici, serve per¬
fettamente a distinguerlo dalla facies neolitica
precedente e ad indicarne il contenuto (Colini,
1898-1902, 1901: 119, 124-125).
Per il Nostro, quindi, il suo « Eneolitico » (ad
onta del tassonomico di « civiltà » utilizzato nei
suoi riguardi), non costituiva una vera e propria
unità culturale a sè stante (cioè a dire una vera
«civiltà») ma semplicemente una fase finale, di
transizione, dal «Neolitico» all’«Età del Bronzo».
Riconfermando successivamente tale suo punto
di vista, Colini trasformava così tutte le mani¬
festazioni oloceniche italiane allora note, da « pan-
neolitiche» in «pan-eneolitiche» (Colini, 1903:
184).
La posizione tassonomica del Colini nei con¬
fronti dell’« Eneolitico » veniva successivamente
riesaminata dal Mochi (1915: 289) il quale con¬
cludeva al riguardo:
Perciò l’Eneolitico, fondamentalmente, non è
che un periodo evoluto della Pietra Polita; un
Neolitico superiore (corrispondente al Robenhau-
seano del De Mortillet); ma in Italia segna del¬
l’età stessa la fine, perchè — sincrono allo sviluppo
della civiltà enea in altri paesi mediterranei —
accoglie nel nostro le avanguardie di questa, che
sta per sovrapporsi alla litica.
Il Rellini, nel 1928, dedicava uno scritto alla
cronologia delle manifestazioni « eneolitiche » ita¬
liane, ma senza tuttavia chiarirne la posizione
tassonomica (Rellini, 1928).
L’argomento venne invece ripreso in esame
nel 1937 dal Patroni che, passando in rassegna
la concezione di « Eneolitico » presso numerosi
Autori italiani e stranieri (il Montelius, il Deche¬
lette, il De Morgan, il Peet, il Mochi ed il Colini)
precisava :
Per decidere se sia un’età a sè stante, ovvero
un periodo del neolitico, bisogna guardare non
più alla durata della facies ma al contenuto della
civiltà di cui quella è manifestazione. E non è
dubbio che, come l’esame dei dati ha già dimo¬
strato nell’ampia trattazione del Colini, e come
dimostrerà una volta di più questo capitolo, la
civiltà eneolitica è ancora, sostanzialmente, quella
neolitica. Non erano certo i pochi oggetti di rame
e di lega povera, quando gli strumenti di pietra
erano ancora numerosissimi e che, in più, conti¬
nuavano a progredire nella lavorazione e raggiun¬
gevano l’acme della litotecnica, quelli che potevano
mutare la faccia della civiltà. La più cospicua
novità dell’eneolitico, l’apparizione delle grotti-
celle a forno scavate nelle pareti e nei ripiani
rupestri per uso di sepoltura, non solo non mo¬
dificò i riti funebri, che furono sempre quelli del
neolitico, ma si compì non già con le poche asce
di rame, bensì con le poderose e numerose asce
di pietra, che erano così gran parte dello stru¬
mentario neolitico. Noi risolviamo, quindi, il dub¬
bio del Mochi nel senso che il neolitico abbia avuta
la sua più alta espressione nell’eneolitico, il quale
è già il vero neolitico superiore (Patroni, 1937,
1°: 339).
Queste vedute, di ispirazione nettamente coli-
niana, influenzarono decisamente quelle di un
manipolo di studiosi italiani che sullo estremo
scorcio degli anni trenta si andavano specifica-
mente occupando delle manifestazioni preistoriche
nella valle del Po.
Fra questi, basterà ricordare la Laviosa Zam-
botti, il Malavolti ed il Maviglia, che tutti pre¬
sero ad utilizzare in senso tassonomico alquanto
vago la locuzione di « Neo-eneolitico » per rife¬
rirsi complessivamente ad un eterogeneo assieme
di manifestazioni padane, in parte realmente
« eneolitiche » (quali quelle della « Cultura di
Remedello») ed in parte veramente «neolitiche»
(quali quelle della « Cultura della Lagozza »).
Nei confronti dell’impiego di tale terminologia
tassonomica, il Malavolti ebbe a scrivere :
Da parte di alcuni, vengono portate al Neo¬
litico tutte le culture agricole prive di suppellettili
metalliche, anteriori a quella di Remedello, Rinal-
done e Gaudo; altri, prescindendo dal metallo ed
attribuendo maggior peso a fattori diversi, dila¬
tano l’Eneolitico fino ad assorbire quasi comple¬
tamente il Neolitico. Tenuto conto che questi oppo¬
sti indirizzi hanno finito per svuotare d’ogni signi¬
ficato cronologico i termini di Neolitico ed Eneo¬
litico e che, d’altra parte, valutazioni tanto lon¬
tane fra loro sono rese possibili dall’inesistenza
di limiti significativi e quindi della evidente unità
del periodo, ho così ritenuto opportuno usare il
termine veramente comprensivo di Neo-eneolitico
(Malavolti, 1953: 3, Nota).
La giustificazione fornita al riguardo dalla
Laviosa è ancora più deludente poiché le fa scri¬
vere : Per noi l’espressione « neo-eneolitico » ha
valore puramente convenzionale, intendendo per
essa tutto il complesso delle culture di tipo agri¬
colo discernibili in Europa prima dell’avvento del¬
l’età ben differenziata del bronzo (Laviosa Zam-
botti, 1943: 8).
18
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Negli stessi anni cinquanta, tuttavia, qualcuno
si chiese finalmente se le correnti vedute tasso¬
nomiche nei confronti delle manifestazioni quali¬
ficate di « eneolitiche » potessero continuare ad
essere accolte; e questi fu il Barocelli, che scrisse:
E’ ovvio qui domandarci a quali livelli padani
convenga l’appellativo di neolitici ed a quali quello
di eneolitici. Il termine di eneolitico può essere
esteso a livelli che non hanno conosciuto nè il
rame, nè alcuno dei prodotti caratteristici che
accompagnano solitamente gli utensili e le armi
in rame?
Una esplicita risposta a tale interrogativo, la
troviamo in uno scritto del Battaglia (1957) in
cui questi precisa:
Si può distinguere un gruppo culturale neo¬
litico, che per la lavorazione della selce dimostra
di derivare dalle precedenti culture del Paleoli¬
tico superiore finale e dal Mesolitico e che, per¬
ciò, potrebbe nominarsi « Neolitico di tradizione
epipaleolitico-mesolitica », con manufatti ricavati
principalmente da lamelle di selce; un altro grup¬
po, più recente, caratterizzato dalla diffusione di
pugnali e cuspidi di lancia e di freccia in selce,
lavorate con cura mediante un particolare siste¬
ma di ritocco superficiale, esteso alle due facce.
In queste più recenti culture, compaiono i primi
strumenti in metallo: accette piatte e pugnali di
rame. Per significare l’associazione di questi pri¬
mi oggetti di rame, talvolta di bronzo, con gli altri
strumenti di pietra, questo complesso culturale
seriore fu denominato «eneolitico ». L’Eneolitico
è una transizione alla civiltà del bronzo.
I punti di vista espressi dal Battaglia, che
ricalcano quelli correnti e si rifanno strettamente
a quelli di tradizione coliniana, mostrano chiara¬
mente che nel corso di oltre cinquant’anni la con¬
cezione tassonomica dell’« Eneolitico » non abbia
mai subito variazioni per quanto concerne il no¬
stro Paese. Il chè ci spiega perchè il termine di
« Eneolitico » stesso continui ad essere utilizzato
negli scritti paletnologici italiani senza un pre¬
ciso significato tassonomico e quindi caoticamente.
Era quindi indispensabile, come abbiamo già
fatto, precisare esattamente il nostro punto di
vista al riguardo.
Gli attori delle scoperte.
Tutto il complesso delle sepolture ascrivibili
all’« Eneolitico » lombardo, venne in luce nella
seconda metà del secolo scorso ; più precisamente
fra il 1872 ed il 1899. Dopo di allora, infatti,
venne ricuperata a Calvatone un’unica sepoltura,
che si conserva dal 1963 nell’Antiquarium Platina
di Piadena.
Ad onta del rilevante numero di inumazioni
venute occasionalmente in luce nel corso di lavori
agricoli nella Lombardia sud-orientale (la lette¬
ratura ne ricorda almeno 174) è fuor di dubbio
che quelle di cui ci è rimasta notizia sono solo
una parte delle effettivamente incontrate nel corso
dei lavori stessi. Non poche, infatti, data la loro
superficialità, dovettero passar inavvertite durante
le arature, mentre altre vennero disperse per
l’ignoranza degli occasionali rinvenitori. Sintoma¬
tico in proposito è quanto scrive il Folcieri a pro¬
posito delle inumazioni della necropoli di Volongo :
Quasi contemporaneamente a quella di Reme-
delio, si trovò una necropoli in tenere di Volongo
(« Dos del Grom ») escavata senza indirizzo scien¬
tifico per anni, allo scopo di livellare e piantare
un infecondo sabbione. Gli oggetti a volta a volta
scoperti, specie gli scheletri e le armi di pietra,
vennero profanamente dispersi, o concessi come
giocattoli ai ragazzi. Alcuni, appunto, per la pre¬
mura del proprietario del fondo, potè averne il
Segretario, di cui offre in seguito la descrizione,
e pochi altri, tratti di sotterra or non è molto,
furono acquisiti dal cavalier Locatelli e spediti
a Roma: altri andarono per insipiente incuria e
per pochi soldi, venduti al terzo ed al quarto,
senza profitto alcuno per lo studio (Anonimo,
1898: 48).
La prima scoperta di una sepoltura « eneoli¬
tica » nel meridione dell’àrea lombarda avvenne
nel 1872 a Castel d’Ario e ne diede notizia il Masé.
Nel 1884 venne in luce la grande necropoli di
Remedello di Sotto nel Bresciano e successiva¬
mente, fra il 1885 ed il 1887, si rinvennero isolate
sepolture in quel di Asola, Volongo, Cadimarco
ed Acquanegra. Nel 1889 si scoprì l’altra grande
necropoli « eneolitica » di Fontanella di Casalro¬
mano e infine, fra il 1889 ed il 1899, si misero
in luce altre singole sepolture ad Asola, Cerese,
Santa Cristina di Fiesse ed al Roccolo Bresciani
di Remedello.
Vere e proprie indagini paletnologiche, tutta¬
via, furono possibili solo in un ristretto numero
di casi — fortunatamente i più rappresentativi —
come in quelli delle necropoli di Remedello e di
Fontanella e delle sepolture di Santa Cristina di
Fiesse e di Cadimarco.
In questi ultimi, infatti, si poterono condurre
scientificamente indagini sul terreno da parte del
cavalier Locatelli, di don Ruzzenenti e del dottor
Bandieri ; ricercatori che — salvo nel caso del
Chierici — non erano paletnologi di mestiere ma
semplici appassionati della materia. Dire qui del
LA CULTURA DI REMEDELLO
19
Chierici (che allora dirigeva il Museo preistorico
reggiano) sarebbe superfluo, anche perchè venne
già fatto ampiamente da altri (Pigorini-Strobel,
1888), mentre non è inopportuno per gli altri tre,
la cui personalità è rimasta sin qui nell’ombra ad
onta che ad essi spetti il merito principale delle
indagini nelle sepolture « eneolitiche » lombarde.
Dei tre, la figura che rimane più evanescente
è quella del Locatelli (ricordato nella letteratura
come il « cavalier Locatelli») del quale non cono¬
sciamo alcun dato anagrafico.
Di Giacomo Locatelli risulta infatti unica¬
mente come, con don Ruzzenenti, avesse contri¬
buito al ricupero di alcune sepolture delle necro¬
poli di Volongo e come, successivamente, scavasse
in un suo podere, in località « La Pista » nella
frazione di Fontanella di Casalromano, la omo¬
nima necropoli « remedelliana ».
Per i suoi scavi a Fontanella — che porta¬
rono al ricupero di un rilevante numero di inu¬
mazioni — oggi conservate in massima parte nel
Museo del Palazzo Ducale di Mantova — il Mini¬
stero della Pubblica Istruzione gli concesse a suo
tempo un contributo straordinario di lire 300
(Anonimo, 1890-B : 25).
Dei risultati di tali indagini — iniziate nel
1889 — il Locatelli redasse un lungo rapporto
informativo, copiosamente illustrato, che avrebbe
dovuto apparire nel Bullettino di Paletnologia
Italiana del 1892 (ANONIMO, 1892: 55) ma il cui
testo rimase invece inedito e si conserva oggi
negli archivi del Museo Preistorico Etnografico
romano.
Poterono consultarlo, infatti, il Colini, la Tre-
rotoli (1951-52) e I’Acanfora (1956) la quale
ultima ne stralciò l’elenco descrittivo delle sole
sepolture «eneolitiche».
Il perchè della mancata pubblicazione di tale
scritto rimane oscuro ; ma è manifestamente da
attribuirsi a screzii col Pigorini, che allora diri¬
geva il periodico in questione.
Locatelli, tuttavia, non cessò di interessarsi
di indagini paletnologiche nonostante tale disav¬
ventura ; tanto che, nel 1903, lo vediamo farsi
promotore, in una col Ruzzenenti, di una ripresa
di scavi nella « terramara » di Bellanda, giaci¬
mento scavato in precedenza dal Chierici con la
collaborazione del Bandieri (Pigorini, 1903: 240).
Al Locatelli è pure dovuta l’individuazione,
nel 1890, di alcuni «fondi di capanna» in quel del
Vho di Piadena; i quali, tuttavia, vennero succes¬
sivamente scavati da altri (Anonimo, 1890-D : 51).
Risulta inoltre che in tale torno di tempo il No¬
stro donasse al Museo Preistorico romano una
delle sepolture della necropoli di Volongo, da lui
acquistata dagli occasionali rinvenitori (Colini,
1899: 31-32).
Il malanimo del Pigorini nei confronti del
Locatelli non dovette, tuttavia, placarsi neppure
a distanza d’anni ; tanto che il Bullettino non pub¬
blicò mai alcun cenno necrologico nei suoi con¬
fronti; cosa questa che non si verificò mai per
tutti gli altri autori delle indagini «remedelliane».
Della personalità scientifica del Locatelli, per¬
tanto, ben poco ci è dato sapere e siamo quindi
solo in grado di riconoscergli una notevolissima
abilità quanto a scavatore, come lo provano i ricu¬
peri delle sepolture di Fontanella da lui effettuati.
Assai meglio informati, per contro, siamo nei
confronti di don Luigi Ruzzenenti (1848-1905),
cui siamo debitori di interessanti scoperte nel¬
l’ambito delle sepolture « eneolitiche » lombarde.
Nato, vissuto e deceduto ad Asola (ove svol¬
geva le funzioni di « coadiutore » in una delle par¬
rocchie della città) don Ruzzenenti dedicò tutto
il suo tempo libero ad occuparsi di quanto con¬
cerneva il più antico passato della zona. Membro
dell’Ateneo di Brescia, egli fu colui che per primo
informò il Chierici delle scoperte verificatesi a
Remedello nel 1884; priorità delle quali si mostrò
sempre gelosissimo.
Amico del Locatelli e particolarmente del dot¬
tor Bandieri (alle cui indagini a Bellanda, in col¬
laborazione col Chierici, aveva a suo tempo pre¬
senziato) il Nostro collaborò col Bandieri stesso
nello scavo della necropoli di Remedello, ove ri¬
prese successivamente le indagini per conto del¬
l’Ateneo bresciano. A lui sono pure dovuti gli
scavi delle sepolture di Cadimarco e di Santa
Cristina di Fiesse, nelle quali gli fu dato di com¬
piere interessanti rilievi circa le particolari strut¬
ture e rinvenire i primi « vasi campaniformi »
venuti in luce nel nostro Paese.
Del quarto e non ultimo attore delle indagini
nelle sepolture « eneolitiche » lombarde, il dottore
Giovanni Bandieri (1834-1890) aveva fornito som¬
marii dati anagrafici il Degani (Degani, 1965:
12-13), ai quali siamo in grado di aggiungere quel
che segue.
Nato in Boretto (Reggio Emilia) da facoltosa
famiglia locale, il Bandieri si era laureato in legge
all’Università di Modena, senza tuttavia eserci¬
tare la professione. Egli esercitò infatti la sua
attività esclusivamente nel campo dell’agricoltura,
conducendo direttamente le cospicue proprietà ter¬
riere della famiglia.
Fatto Sindaco di Boretto, fu infatti tra i
'primi a propagandare, con la parola e con l’esem¬
pio, l’agricoltura razionale; e passato nella pro¬
vincia di Mantova, vi tentò e compì bonifiche di
20
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
terreni, dimostrando la serietà dei propositi e la
bontà degli esperimenti da lui voluti »... « Quaìido
si fece grave il problema dell’emigrazione, si mise
in corrispondenza col Governo Brasiliano, propo¬
nendogli progetti, in gran parte applicati, con
Mons. Bonomelli e con l’insigne viaggiatore Porro,
col quale preparò un progetto per la colonizza¬
zione del Piata e del Brasile »... Nel 1889 decise
di effettuare un viaggio per l’Africa. Nella re¬
gione di Bab Ghergheren rimase per tentare espe¬
rimenti di agricoltura. Egli voleva, sulle rive dello
Scitamo, gettare la prima pietra della colonia reg¬
giana, a dimostrazione che i Reggiani sanno of¬
frire il loro tributo per l’esecuzione di qualsiasi
impresa che interessi la grandezza e la prosperità
della Patria. Ma la morte lo sorprese il 29 dicem¬
bre 1890 (a Cheren, nella nostra ex-colonia Eri¬
trea), quando ancora stava per raccogliere i primi
frutti delle sue fatiche (Mori, s.d. : 85-86).
I cenni encomiastici di cui sopra (uniti a
quanto verremo precisando fra breve circa lo svol¬
gimento delle sue indagini nella necropoli di Re-
medello) ce lo mostrano come uomo di molteplici
interessi, dotato di grande energia e vivissima
intrapprendenza nonostante la non più giovane
età; oltre che oculatissimo scavatore.
Amico del Chierici, Bandieri sin dal 1880
aveva collaborato con lui nello scavo dell’insedia¬
mento « terramaricolo » di Bellanda, scoperto in
una sua proprietà.
In tale occasione, il Chierici aveva precisato
nei suoi riguardi come si trattasse dì un osser¬
vatore intelligente e premuroso di raccogliere
antichità per farne dono al patrio Museo (Chie¬
rici, 1881: 70).
II sodalizio col Chierici ci spiega perchè il Ban¬
dieri — già cinquantenne — si assumesse spon¬
taneamente l’iniziativa di scavare per conto del
Museo reggiano la necropoli di Remedello, venuta
in luce occasionalmente l’anno innanzi, cioè nel
1884 e come per condurre a termine tale lavoro
si esponesse anche finanziariamente, onde soppe¬
rire alle difficoltà in cui versava il Museo stesso.
Una impresa, quest’ultima, che si dimostrò
tutt’altro che agevole (come vedremo ricostruen¬
done le vicissitudini, rimaste sin qui in massima
parte ammantate sotto le «versioni ufficiali») e
che egli condusse a termine con grande valentia
e serietà scientifica, come è dato rilevare diretta-
mente dal suo « Ragguaglio » delle indagini stesse,
rimasto sin qui inedito se non per quel poco che
aveva voluto renderne noto il Colini.
Del Bandieri, oltre al già accennato inedito
«Ragguaglio», ci resta unicamente una breve
segnalazione edita, apparsa nelle Notizie Scavi
del 1889 (Bandieri, 1889: 264-265).
Risulta inoltre come, dopo la morte del Chie¬
rici, egli reggesse la carica di « Conservatore »
del Museo reggiano (1886-1889) (che venne da
lui abbandonata in seguito alla partenza per
l’Africa) e come curasse nel Museo stesso l’ordi¬
namento delle sepolture da lui scavate nelle ne¬
cropoli di Remedello (Anonimo, 1896: 215-216).
Vicende delle indagini nel « giacimento eponimo ».
Il « giacimento eponimo » della « Cultura di
Remedello » — cioè a dire la necropoli « eneoli¬
tica » di Remedello di Sotto (quest’ultima preci¬
sazione è indispensabile, poiché nel medesimo ter¬
reno si scoprirono anche necropoli recenziori)
venne in luce occasionalmente nel 1884 nel corso
di lavori agricoli per rimpianto di un vigneto nel
terreno detto «campo Dovarese», in località «la
Campagna » in territorio della frazione di Reme¬
dello di Sotto nel Bresciano, (cf. I.G.M. Carta
d’Italia al 25.000 - Foglio 61 I" S.E. Asola). Tale
territorio fa parte di una più vasta area pianeg¬
giante — compresa fra i corsi del Chiese e del
Gàmbara — che costituisce l’estremo sud-orien¬
tale della Bassa pianura bresciana, là dove que¬
sta confina col territorio della provincia di
Mantova.
Il « campo Dovarese » è un appezzamento agri¬
colo di forma grosso modo trapezoidale, lungo
fra Nord e Sud circa 570 metri e che nel suo
tratto mediano, fra oriente ed occidente, presenta
una marcatissima strozzatura, in corrispondenza
della quale raggiunge appena una larghezza di
una settantina di metri.
Il suo limite occidentale è costituito dal bordo
della rotabile Remedelìo-Asola, quelli settentrio¬
nale e meridionale da due carrareccie che, dipar¬
tendosi dalla rotabile stessa, raggiungono, rispet¬
tivamente, le cascine Dossello di Sopra (al nord)
e Dossello di Sotto al sud.
A oriente, per contro, il limite del terreno cor¬
risponde al bordo del più alto fra i terrazzi flu¬
viali incisi dal Chiese nel piano alluvionale cir¬
costante; limite che dista attualmente dal corso
del fiume circa 1500 metri in linea d’aria.
Oltre tale limite, corrispondente oggi ad una
bassa ripa alberata, il terreno divalla bruscamente
per un paio di metri verso il sottostante terrazzo,
per poi scendere molto lentamente verso oriente,
sino a raggiungere la quota di metri 40, che cor¬
risponde attualmente al corso del fiume (cf. Fi¬
gura 1, pagina f5).
LA CULTURA DI REMEDELLO
21
Fra il piano di campagna in cui venne scavata
la necropoli « remedelliana » e il livello attuale
del Chiese, non intercorre così, una differenza
altimetrica superiore ai 4 metri; per il chè si
deve dedurre che, sin dal momento dell’impianto
della necropoli stessa, le acque del fiume — anche
in occasione delle massime piene — non interes¬
sassero che parzialmente il suo vastissimo alveo.
Quando, nel 1885, vennero condotti gli scavi
paletnologici a Remedello, la località, a detta del
Bandieri, si presentava arida, e solo qua e la vi
sorgevano dei gelsi.
Ancor oggi, tuttavia, nonostante un certo in¬
cremento dell’irrigazione, il panorama locale non
si discosta molto da quello descrittoci dal Ban¬
dieri : vi si scorgono, infatti, unicamente coltivi,
mentre vi fanno totalmente difetto gli alberi di
alto fusto.
Il terreno vi è povero d’humus e per sua na¬
tura arido : si tratta, infatti, di un sabbione mar¬
noso, di colore grigiastro, addizionato di minu¬
scolo ciottolame.
Tale formazione — dovuta alle alluvioni post¬
glaciali del Chiese — presenta localmente una po¬
tenza di un paio di metri e si appoggia su allu¬
vioni fluvio-glaciali più antiche, costituite, queste
ultime, da letti di argilla cinerine impermeabili,
a contatto delle quali circola una modesta falda
freatica di acque dure e notevolmente incrostanti.
Queste, risalendo per capillarità in seno al
sabbione marnoso sovrastante, lo agglomerano,
giungendo qua e la, come nel caso del terreno
del «campo Dovarese», a costituirvi delle vere
e proprie «croste».
La ridotta consistenza locale del terreno —■
facile da escavarsi anche mezzi primitivi, fu in¬
dubbiamente una delle regioni che indusse i
« Remedelliani » ad ubicare la loro massima ne¬
cropoli nel « campo Dovarese » di Remedello,
mentre favorì la buona conservazione delle loro
sepolture in grazia del fenomeno idrico sopra
ricordato.
Ed in grazia degli effetti di quest’ultimo, inol¬
tre, gli scavatori delle necropoli di Remedello e
di Fontanella — mettendo in opera misure tec¬
niche particolari, già in precedenza utilizzate dal
Chierici altrove — furono in grado di ricuperare
non poche sepolture intatte e di trasportarle inte¬
gralmente nei nostri Musei col terreno inglobante.
All’epoca delle occasionali scoperte, il terreno
del « campo Dovarese » di Remedello faceva parte
di una più vasta proprietà terriera, il « fondo
Cacciabella», che apparteneva al Cavalier don
Pietro Feltrinelli di Milano.
Tale proprietà, andò successivamente smem¬
brata, ed il terreno delle scoperte, unitamente alle
cascine Dovarese e Dossello di Sopra, passò così
in proprietà della famiglia Lombardi, che attual¬
mente ne cura la coltivazione.
Il podere in questione viene attualmente sfrut¬
tato come seminativo e non vi si scorge più la
minima traccia dell’antico vigneto, il cui impianto
portò alla scoperta della necropoli «eneolitica».
Per il 'che, come vedremo a suo luogo, riesce
oggi problematico il riubicare esattamente entro
quali limiti si estendesse quest’ultima.
Nell’accennare, in precedenza, all’attività pa¬
ietnologica del Bandieri, abbiamo detto come i
suoi scavi a Remedello fossero stati caratterizzati
da non poche vicissitudini, circa le effettive ra¬
gioni delle quali le fonti edite fornivano chiara¬
mente versioni di comodo.
L’esame del copioso materiale epistolare ine¬
dito concernente tali ricerche — materiale con¬
servato negli archivi del Museo Preistorico di
Reggio e dell’Ateneo di Brescia — ci ha final¬
mente consentito — in aggiunta alla consulta¬
zione di una copia dell’inedito « Ragguaglio »
Bandieri sulle indagini a Remedello — di fare
esattamente luce in proposito.
La prima notizia delle scoperte verificatesi nel
« campo Dovarese » di Remedello, ci è fornita da
una lettera indirizzata dal Ruzzenenti al Chierici
il 9 febbraio 1884.
Scrive il Nostro al riguardo (Ruzzenenti,
In. 1884-A) :
L’inverno passato, appena mi venne riferito
che in un campo in cui si scavano fosse per pian¬
tar delle viti, si erano trovate delle armi di pie¬
tra, mi vi recai, ma non ebbi che la compiacenza
di vedere una freccia di silice in mano di uno dei
contadini, che se la teneva cara come un amuleto.
Seppi che, il giorno avanti, uno ne aveva trovate
in un sol ripostiglio ben 18 di queste freccie e
che le aveva scambiate con altrettante mele di un
fruttivendolo ambulante e che qua e là se ne
erano trovate altre e poi una lancia. Di quanto
visto di questi oggetti, gliene faccio uh disegno.
Ruzzenenti riscrive quindi al Chierici il 19 feb¬
braio, precisandogli che alcuni dei reperti litici
venuti in luce a Remedello sono in possesso degli
asolani dottor Gerolamo Bonati e Cav. Andrea
Terzi, i quali li tengono a sua disposizione per
lo studio.
In' -una successiva missiva, del 24 febbraio
1884, Ruzzenenti (In. 1884-B) invia infine al
Chierici un primo e circostanziato rapporto sulle
scoperte di Remedello :
2
99
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Finalmente vengo a stendere la relazione —
scrive — dì quanto abbiamo potuto sapere intorno
agli scavi del vigneto Feltrinelli dal soprinten¬
dente ai lavori, un contadino di svegliato ingegno
e di memoria felice, e per un sopraluogo fatto in
compagnia dell’ottimo Bandieri... Il vigneto F. è
sulla riva naturale del fiume Chiese, dal quale
dista circa un chilometro : la riva, è il confine tra
il Comune di Asola e quello di Remedello Sotto,
tra la provincia di Mantova, cui è soggetta Asola,
e quella di Brescia cui appartiene il vigneto. E’ tra
la riva e la strada per Remedello che si son fatti,
da Est ad Ovest, 75 scavi di due metri di lar¬
ghezza, lasciando tra uno scavo e l’altro due metri
di terreno che venne smosso. A sera della strada,
si son fatti altri scavi per impianto di gelsi, ed
in questi scavi si sono trovate olle e cocci neri,
caratteristici delle terramare, ma noi non abbia¬
mo potuto vederli; poi carboni e traccie di foco¬
lari, non ossa umane a detta del caposquadra;
ma un contadinello, che fu pure sul luogo a lavo¬
rare, ci assicurava che si sono rinvenute, in que¬
sti scavi per i gelsi, delle tombe formate da larghe
pietre, che suppongo fossero le solite romane...
Neli’estremità meridionale del vigneto, per circa
quaranta metri, non si sono trovati oggetti di
sorta; al di sopra, non vi fu scavo che non met¬
tesse alla luce degli scheletri. Di questi, il capo¬
squadra assicura che se ne rinvenissero più di
sessanta, in tutte le posizioni, cioè gli scheletri
non avevano una posizione che accennasse ad una
regola o stabilità nell’orientazione... La S.V. mi
dirà qual popolo vi è in questa necropoli, io le
dirò il nome di chi fa operare gli scavi. Esso è il
Cavaliere Abate Dr. Pietro Feltrinelli, il quale
presto farà proseguire gli scavi per allargare il
vigneto. Esso portò ad un antiquario di Milano
due freccie di selce, fra le scavate, per avere un
parere sulla loro importanza, sentendosi rispon¬
dere che non avevano alcun valore scientifico.
Assicurato da noi, da me cioè e dal Dr. Bandieri,
che invece importava molto alla scienza dei popoli
primitivi il poter raccogliere dati precisi e sugli
oggetti che si possono trovare negli scavi e degli
stessi scheletri, si profferse gentilmente a farci
avvertiti allorché farà ripigliare i lavori e si in¬
contrerà un qualche arnese che meriti d’esser
visto ed anche a presenziare gli escavi. Accettai
di buon grado la cortese esibizione e, per quel
che varrò e per quanto potrò fare, sarà mia pre¬
mura di portarmi sul luogo, ed attendo dalla S.V.
un indirizzo, una norma perchè mi possa rego¬
lare, acciò gli scavi possan riuscire di profitto alla
scienza, perchè io da me valgo a nulla.
Del come •— sulla scorta di questi molteplici
appelli al Chierici perchè se ne assumesse l’ini¬
ziativa — si concretasse il progetto di condurre
regolari indagini a Remedello — ci resta notizia
in una lettera inviata dal Ruzzenenti stesso al
Da Ponte nel luglio del 1885 (Ruzzenenti,
In. 1885-B).
Scrive questi al riguardo :
Il Dr. Bonatti scrisse anch’egli in proposito
(al Chierici) ed il Dr. Bandieri, esperto e sagace
esploratore di antichità, diede a voce schiarimenti
al bravo Professore (il Chierici), il quale pub¬
blicò poi gli articoli che formano l’opuscolo:
I sepolcri di Remedello nel Bresciano e i Pelasgi
in Italia. L’ipotesi ammessa in questo lavoro, di
un nuovo periodo preistorico, l’eneolitico, suscitò
contraddittori nella schiera dei dotti. Importava
quindi che si facessero nuove indagini, per venire
al trovamento d’altri cimeli che gettassero un po’
di luce per questa nuova ipotesi eneolitica e per
questo oscuro pelago de’ Pelasgi... Io, quindi, ed
il Dr. Bandieri, presentammo al Cav. Feltrinelli
un autografo del Prof. Chierici, chiedente il per¬
messo di fare, per conto del Museo di Reggio
Emilia, degli scavi ne’ suoi poderi. Ne ottenemmo
il più ampio e grazioso placito, e (’11 marzo ci
mettemmo all’opera.
Le indagini ufficiali a Remedello, per conto
del Museo reggiano, ebbero così inizio l’il marzo
1885 e circa le loro prime vicissitudini si legge
quanto segue in una lettera del Ruzzenenti al
Chierici del 22 marzo dell’anno stesso :
Ieri mattina, per tempo, giungeva al Vigneto
Feltrinelli coll’animo pieno della speranza che
l’esame delle viscere di quel terreno archeologico
fornisse alla Scienza, rappresentata dalla S.V.,
lumi e schiarimenti circa l’uomo preistorico... ma
quale fu la mia sorpresa allorché vidi il suolo
tutto spianato!... Quando mi venne incontro il
Fattore e mi disse che il padrone vuol che si
compia rimpianto delle viti e non può quindi fare
altri scavi.
Esprimendo quindi il suo disappunto per un
tale stato di cose, il Ruzzenenti precisa come gli
venne fatto di superare la difficoltà:
Il campo archeologico, fin dalla passata pri¬
mavera (1884) venne piantato a viti, in filari
distanti quattro metri l’uno dall’altro ed in dire¬
zione da est ad ovest. Le fosse per questa pianta¬
gione furono profondate ad oltre un metro e lar¬
ghe due metri; restava quindi fra una fossa e
l’altra una fila larga due metri di terreno ancora
intatto. In questa fila, però, il padrone intese pian¬
tarvi altre viti; ma quest’anno, invece della fossa
profonda come quella ove vennero già messe le
LA CULTURA DI REMEDELLO
23
viti, si contentò di farlo lavorare a doppia van¬
gata, cioè fece rimuovere il terreno per circa
30 centilmetri di profondità.
Lo strato archeologico essendo ordinariamente
al di sotto dei 60 cm., questa vangatura lo lasciava
intatto; e perciò in esso esercitammo i nostri
esperimenti di esplorazioni.
Nel mezzo noi si faceva una fossa larga da
60 a 80 cm., perchè bisognava aver riguardo alle
fatte piantagioni e si metteva da una parte e dal¬
l’altra la terra già smossa dai contadini: quando
si era giunti sul terreno, intatto, si procedeva
con precauzione e diligenza a levare la terra.
Allorché si toccava col badile la terra indicante
una tomba, per avere una nozione il più possi¬
bile completa, si estraeva anche nelle pareti della
fossa, fino alla fossa scavata l’anno scorso.
Ero giunto a questo punto della lettera, che
mi capita, gradita comparsa, il Dottor Bandieri,
tutto entusiasta per imprendere nuovi scavi. Sid
suo entusiasmo, purtroppo, devo far cadere le mie
fredde parole; pure egli si accingerà a nuove im¬
prese, e godo. Voleva io fare una Relazione, ma
siccome mi interessa un sopraluogo per precisare
le mie Note, la Relazione la presenterò in seguito.
Solo mi spiace che questo tempo pasquale per me
non è libero per studii... farò il possibile (Ruzze-
nenti, In. 1885-A).
Sul come procedessero gli scavi in questo pri¬
mo periodo delle indagini, ci restano notizie da
parte del Chierici e del Ruzzenenti stesso.
Scrive il primo in proposito :
Gli scavi nel Vigneto di Remedello, cominciati
Vanno scorso per lavori agricoli, sono stati ripresi
quest’anno, per 25 giorni (dal 10 marzo al 4 aprile )
con intento scientifico e per conto del Museo di
Reggio dell’Emilia. Li hanno diretti e sorvegliati
i miei due egregi amici, Dottor Giovanni Ban¬
dieri e D. Luigi Ruzzenenti, ai quali sono debi¬
tore e delle notizie che ne ho pubblicate e così
di quest’ultime posso dar piena contezza per la
relazione che me ne hanno così i medesimi spedita.
Ho visitato il luogo e condotti i lavori negli ultimi
due giorni... Dapprima gli scavi si eseguirono in
continuazione del Vigneto, verso N., dove, alla
distanza di circa 50 metri dagli ultimi sepolcri
scoperti l’anno scorso da quelle parti, vennero in
luce altre tombe, ma di tutt’altro carattere, per¬
chè il corredo funerario le denunciava galliche...
Ripreso lo scavo nel mezzo del Vigneto, dove ne¬
gli intervalli fra i filari delle nuove viti potè a
sperarsi terreno intatto, si trassero in luce altri
13 sepolcri. Avendo poi dovuto, per l’urgenza dei
lavori campestri, tralasciar le ricerche nel Vi¬
gneto, si praticarono escavazioni in un campo
vicino, del signor Arciprete di Remedello. Il cam¬
po, è all’O. del primo, passando in mezzo la strada
da Remedello ad Asola, e qui, presso la strada,
di contro alla parte settentrionale del Vigneto, si
trovò un gruppo di 3 scheletri, infilati sopra una
linea E.-O., con intervalli da 2 a 3 metri; gli
oggetti con essi rinvenuti, si dimostravano essi
pure del periodo eneo-litico. Sono dunque 17 i
sepolcri di questo periodo novellamente esplorati,
ed i due Relatori notano, secondo più complete
informazioni, che gli scoperti Vanno scorso ascen¬
dono al centinaio (Chierici, 1885: 138-139).
Le notizie fornite dal Ruzzenenti, cui si ac¬
compagna anche uno schizzo pianimetrico della
località esplorata, sono invece le seguenti :
Il campo cimiteriale pelasgico P, venne pre¬
parato nel 1884 per l’impianto di viti col prati¬
carvi fosse larghe m. 2, fonde 1, in direzione da
Est ad Ovest, lasciando intatti due metri di terra
fra una fossa e l’altra. Quest’anno, il vigneto si
è esteso a Nord oltre G, ma con metodo di coltiva¬
zione diverso da quello dell’anno passato, cioè si
è fatta una generale vangatura della profondità
di 30 centimetri circa. Quantunque con tal lavoro
non si arrivasse a toccare con la vanga il terreno
archeologico, non dimeno vennero dissepolti di¬
versi cimeli: un bello specchio con elegante manico
di metallo, o bronzo bianco, un fermaglio di lamina
di vaine a linee punteggiate, un vaso funerario di
argilla rossa, un’ampolla di vetro color celeste,
una monetina ed altri oggetti. Per la vangatura
e lo scavo di annessi gelsi, la superficie di questi
scavi venne a chiazzarsi di macchie nere. Esami¬
nando queste macchie di terra nera, e scovando
dei frammenti di pentoloni, il Dr. Bandieri ed io
giudicammo dar principio ai nostri scavi da
quella chiazza che più si presentava ricca di mate¬
riali archeologici, nella posizione segnata G.
Si rinvennero così nove tombe « galliche ».
Noi si andava in cerca di monumenti di gente
pelasgica, prosegue il Nostro, e invece ci incon¬
trammo con gente gallica... ma al Prof. Chierici
stava a cuore la conferma, o meno, della sua ipo¬
tesi eneolitica. Dato quindi Varrivederci ai Galli,
entrammo nella necropoli pelasgica, scavando nel
terreno rimasto intatto fra le viti (Ruzzenenti,
In. 1885-B).
Queste indagini iniziali nell’area della vera e
propria necropoli « eneolitica », risultarono alquan¬
to deludenti per gli scavatori, poiché misero
soprattutto in luce delle sepolture già rimaneg¬
giate dalle colture e del tutto prive di corredi
funerarii.
•24
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Lo annota infatti il Ruzzenenti Un. 1885-B)
scrivendo :
Sconfortato, sospesi i lavori: ma gli operai
scavatori, che erano ben retribuiti ( L. 1.50) al
giorno, quando gli altri braccianti non avevano
che una lira e che sapevano che il Prof. Chierici
amava asportare intera una tomba, intrappresro
per conto proprio delle escavazioni... L’avida punta
delle vanghe scopre la caratteristica terra nera
delle tombe pelasgiche. Scavano nel punto segnato
R e trovano uno scheletro col teschio in frantumi
e una cuspide di freccia e un pugnale di selce,
scavano e ancora altro scheletro gigantesco, ma
esso pure col teschio a pezzi e con frammenti di
vasi, scavano ancora ed ecco: il teschio intatto;
lo coprono bene, poi trionfanti mi portano la frec¬
cia e il pugnale e la notizia che vi è un terzo sche¬
letro intatto che può essere asportato. Il Dott.
Bandieri il giorno dopo va a cerziorarsi de visus:
guarda con compiaciuto sguardo quel cranio, inve¬
stiga diligentemente vicino ad esso e scorge una
arma di selce. Ecco trovato d’accontentare il Prof.
Gli si telegrafa la scoperta e si attende la venuta,
non con le mani alla cintola ma eseguendo nuovi
scavi.
Chierici, che pei suoi molteplici impegni non
aveva ancora potuto recarsi a Remedello, accorre
così in loco, per rendersi conto de visu dell’anda¬
mento delle indagini.
Vi si trattiene nei giorni 3 e 4 di aprile e prov¬
vede direttamente all’esumazione della sepoltura
stessa (quella che nell’elenco del Bandieri recherà
poi il numero 73) e provvede ad incassarla e spe¬
dirla a Reggio.
Con questo primo intervento diretto del Chie¬
rici ha così praticamente termine la prima fase
delle indagini a Remedello, che vi si era protratta
per 25 giorni, cioè dal 10 marzo al 4 aprile 1885.
Nel periodo in questione, erano state indivi¬
duate complessivamente 13 sepolture « eneoliti¬
che », di cui solo sette provviste di qualche corredo ;
cioè quelle numerate nel « Ragguaglio » Bandieri
coi numeri 69, 70, 72, 73, 74, 86, 88, 94, 101, 106.
La documentazione edita (e quella inedita da
noi consultata) non fanno cenno alle ragioni che
condussero all’improvvisa decisione di sospendere
similmente le indagini a Remedello.
Sembra probabile, tuttavia, che un tale pro¬
getto fosse già maturato nell’animo del Chierici,
vivamente preoccupato delle spese sino ad allora
incontrate per le indagini stesse e che il suo
Museo avrebbe dovuto prima o poi saldare. A
quanto ammontassero queste ultime, non sappiamo
esattamente; tuttavia, sulla scorta di vaghi ele¬
menti in nostro possesso, dobbiamo ritenere che
ammontassero ad alcune centinaia di lire; cifra
più che notevole per il deficitario bilancio del
Museo reggiano.
Sospese comunque le indagini, il Bandieri (In.
1885-A) provvedeva a spedire direttamente a
Reggio quanto sino allora ricuperato nella necro¬
poli, dandone relazione riassuntiva al Chierici
con una sua lettera del 31 maggio, nella quale
schizzava anche una sommaria planimetria delle
varie necropoli sino allora venute in luce.
Lo scorcio della primavera dell’85 e la succes¬
siva estate, sembra venissero spese dagli indaga¬
tori di Remedello in una ricerca di aiuti concreti,
che permettessero la continuazione delle indagini
intrapprese.
Ruzzenenti, per suo conto, interessò della cosa
la direzione dell’Ateneo di Brescia (ove contava
influenti aderenze), sicché i suoi sforzi furono
coronati da successo.
L’Ateneo stesso, infatti, in data 11 luglio 1885,
stanziava la somma di lire 200 per finanziare una
ripresa delle indagini a favore del Museo di
Brescia, al quale avrebbero dovuto essere devoluti
i materiali similmente ricuperati (Fenaroli,
1902: 101).
A questo punto, non sappiamo se sollecitato
o meno dal Chierici, interviene il Pigorini, spinto
dal desiderio di ottenere materiali « remedelliani »
per il Museo preistorico romano.
La versione ufficiale dei fatti ci viene fornita
come segue dallo stesso :
Il frutto considerevole dei nuovi lavori (cioè
di quelli effettuati nella primavera dell’anno 1885)
fece sentire vivo il bisogno di proseguirli, e nel
settembre furono ripigliati a vantaggio del Museo
civico di Brescia, che si obbligava a fornire la
massima parte dei fondi occorrenti, e del Museo
preistorico di Roma che, in più lieve misura vi
contribuiva. Quella volta, non arrise la fortuna,
sicché il Museo di Brescia cessò dal prestare il
proprio concorso ed anche alla Direzione di quello
di Roma non parve prudente di avventurarsi in
un’impresa della quale era incerto l’esisto. Non
si perdette d’animo il Bandieri, il quale continuò
le ricerche a suo rischio e pericolo. Quale frutto
ne avesse, lo mostrerà la relazione che sta scri¬
vendo... Le spese sostenute dal Bandieri furono
notevoli e salvo il poco di cui potè essere rimbor¬
sato dal Museo preistorico di Roma, che ebbe una
delle tombe intatte, il rimanente fu pagato dal
Chierici, senza darsi pensiero che gli sarebbe
riuscito difficile ottenere da qualche parte aiuto.
Allora, come sempre, anche in passato, ogni
sacrificio personale era per lui compensato ad
usura tutte le volte che riusciva proficuo alla
LA CULTURA DI REMEDELLO
scienza ed al patrio Museo. E’ dovere nostro, pe¬
raltro, il ricordare, ad onore del Municipio reg¬
giano, che, dopo la morte del Chierici, fatalmente
seguita di lì a non molto, si prese esso a carico di
quelle spese, come di altre fatte dal Chierici nel¬
l’interesse del Museo reggiano (Pigorini-Strobel,
1888: 81).
Questa ripresa delle indagini a Remedello
ebbe comunque inizio in un imprecisato giorno
del settembre del 1885, sempre a cura del Ban-
dieri e sotto la direzione puramente nominale del
Chierici, ridotto necessariamente a funzioni di
semplice consulente.
Questa seconda campagna d’indagini (come
precisa Bandieri nel suo « Ragguaglio ») avvenne
in via principale per conto dell’Ateneo di Brescia
ed in via secondaria nell’interesse del Museo Prei¬
storico Etnografico Kircheriano di Roma. Qual
peso avesse sulla conduzione scientifica delle inda¬
gini di Remedello tale condizionamento di indole
finanziaria, risulta dalle parole del BANDIERI (IN.
1889) stesso:
La questione economica si impose, costrin¬
gendomi a limitare le mie ricerche ove era di
maggior probabilità di scoprire sepolcri forniti di
ricco corredo, tralasciando poi tutto il resto che
avrebbe contribuito a fornire dati e riscontri indi¬
spensabili.
Filosoficamente, tuttavia, il Nostro si con¬
sola annotando : Durante il corso delle preliminari
ricerche, le quali per lunghi giorni riuscirono
presso che infruttuose, come già avvertii a suo
luogo, ebbi però il vantaggio di scoprire indizii
di antiche abitazioni, che credo si possano attri¬
buire al periodo Eneolitico. Di tale opinione era
parimenti il Chierici, il quale, al seguito dei rag¬
guagli che man mano gli andava rimettendo,
sarebbe stato vogliosissimo si continuasse nelle
relative investigazioni; ma era mestieri andar in
cerca di sepolcri, perchè quello era lo scopo prin¬
cipale delle esplorazioni.
Gli inizi dei nuovi scavi (in vista degli obiet¬
tivi pratici che si ripromettevano di assolvere,
cioè di fornire reperti di buon interesse pei Musei
di Brescia e di Roma) risultarono estremamente
deludenti :
La bislacca fortuna, che non sempre è propizia
dei suoi favori — scrive sempre il Bandieri nel
« Ragguaglio » — volle metterci alla prova: dal
che seguiva che l’Ateneo di Brescia, pel primo,
abbandonasse il campo e poscia il Museo di Roma
ne seguisse l’esempio, non credendo di cimentarsi
ad oltranza in un’impresa d’incerto risultato.
Rimasto così solo, lungi dal darmi per vinto,
persistetti nelle ricerche e pochi giorni dopo la
ripresa dei lavori, fortunatamente fui posto in
possesso di quella ricca serie di monumenti dei
quali oggi si adorna il Museo Preistorico di Reggio
Emilia, a favore del quale li destinai come cosa
che era in mio potere disporre liberamente; ispi¬
randomi in ciò unicamente al sentimento di tri¬
butar omaggio alla scienza e al merito del Chierici,
perchè egli fu il primo a rivelare nonché ad illu¬
strare la necropoli del Periodo Eneolitico.
Questo sfavorevole andamento iniziale delle
indagini (col conseguente svanire delle possibilità
di ottenere i promessi sussidii da parte dei due
Enti in discorso, i quali, per il momento, non
avevano ancora sborsato nulla) posero nuova¬
mente in crisi gli scavi a Remedello.
Né il Bandieri né il Chierici tuttavia (il primo
perchè uomo d’azione, il secondo perchè mosso da
interessi scientifici) erano uomini dal rinunciare
al portar a termine un tale progetto, pel quale
avevano già profuso mezzi e fatiche. Bandieri
finanziò così nuovamente le indagini, mentre
Chierici — pagando di tasca sua — si adoperò per
rimborsarlo, in attesa di meglio.
Superata così nuovamente la crisi, le indagini,
tuttavia, dovettero procedere a rilento, fino a
che, improvvisamente, apparvero coronate da
successo.
Del che il Bandieri (In. 1885-B) informava
immediatamente il Chierici, con una sua datata
da Asola, 25 ottobre:
Se le prime ricerche dirette alla scoperta del
sepolcro pelasgico da inviare a Roma furono lun¬
ghe, noiose e prive di risultati utili, quelle che ho
condotte venerdì, come le scrissi, mi hanno gui¬
dato ad un completo successo. Se il sig. proprie¬
tario, cav. Pietro Feltrinelli, non mi priva del
suo placet, desidero continuare i lavori con due
uomini per tutta la settimana entrante. Ora che
ho trovato il bandolo della matassa, desidero
svolgerla in modo da arrivare non dico a racco¬
gliere massa di oggetti ma, quel che più importa,
a conoscere quale fosse il concetto di guida nel
disporre ed ordinare il seppellimento dei cada¬
veri nel sepolcreto che sto esplorando.
Nella missiva in questione, il Bandieri dava
inoltre notizia di avere scoperti altri cinque sepol¬
cri «eneolitici», provvisti di interessanti corredi.
Fra questi erano quelli indicati nel « Ragguaglio »
Bandieri sotto i numeri 78 e 79.
Conosciute tali novità, il Pigorini si faceva
nuovamente vivo, rinnovando la sua offerta di
un contributo di lire 200, a fronte del quale avreb¬
be dovuto avere una tomba con ricco corredo per
il Museo romano.
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
26
L’accoglimento di quest’ultimo impegno ■—-
dettato da necessità contingenti — si venne così
trasformando in un vero e proprio assillo, soprat¬
tutto in vista delle interferenze del Pigorini, che
pretendeva di sostituirsi direttamente al Chierici
nella effettiva direzione dei lavori.
Riferendosi al ricupero del sepolcro n. 78 il
Bandieri (In. 1885-B) precisa: come le spese
fatte per tale sepolcro sono state di lire 20 ; voglio
dire quelle di scoperta e sorveglianza, a cui debbo
aggiungere quelle di lire 4.30 per cibarie e vino
date in segno di stima agli operai per tale scoperta.
Tali spese, avuto riguardo al risultato, sono di
ben poca cosa.
Nel chiudere la lettera, soggiunge infine :
Il dottor Sonati è lietissimo delle mie scoperte,
e dico mie poiché il Ruzzenenti, come al solito,
viene agli scavi solo per fare la sua passeggiata e
quasi da 6 giorni noi vedeva. Sono sciocchezze,
ma il vederlo a pretesa di fare tutto, mentre non
fa nulla a dir vero, mi secca; ed ora che abbiamo
raggiunto il nostro intento, desidero che nella pub¬
blicazione che dovremo fare degli altri scavi, Ella
faccia le parti come di dovere, non essendo più
tempo di fare favoritismi per avere riguardi.
L’incalzarsi delle scoperte, fa sì che la corri¬
spondenza fra il Chierici ed il Bandieri si faccia
serrata, come lo mostrano le date delle missive
stesse.
In data 25 ottobre Chierici (In. 1885-A) ri¬
sponde al Bandieri :
Sono lieto delle scoperte... Ella mi scrive di
lavorare per conto suo e che Pigorini non le aveva
risposto di continuare pel Museo di Roma. Dunque
tocca a lei disporre dei tre scheletri. Ha fatto
bene a incassare i due principali, cioè quello del
pugnale, bottoncini e frecce e quello della freccia
e arnese d’osso. Non mi parrebbe egualmente
importante l’incassamento del 3°, perchè i soli
vasi non caratterizzano il sepolcro. Nel caso però
che i vasi corressero pericolo d’irreperibile gua¬
sto... converrebbe incassare tutto il gruppo e levar
poi il cranio dallo scheletro.
Ella mi chiede come fare le parti: ciò dipende
da Lei e solo perchè me lo domanda, dirò il mio
pensiero.
Non posso certo dissimulare il desiderio di
avere nel Museo di Reggio il sepolcro che meglio
rappresenta il periodo da me definito, ed è il 1”
{pugnale, bottoncini e freccia), nè mancami la
voglia de’ vasi e dell’arnese d’osso, del quale, tut¬
tavia, non so bene apprezzar l’importanza, igno¬
randone la fattura, ma solo come elemento nuovo
mi completerebbe la serie.
Ella conosce i miei intenti e può capire come
in me questi pensieri siamo eccitantissimi. Ma ella
deve contentar Pigorini, sebbene non si potrebbe
mandare a lui lo scheletro del Museo? Egli certo
sarebbe contentissimo di averne trovato uno
uguale. Se riservasse il 1" ( pugnale, bottoncini e
freccie) al Museo di Reggio, fra i tre che restano
vasi - osso - pugnale di selce) io per me sceglierei
l’ultimo {pugnale di selce) cioè questo del Museo:
il pugnale di selce è caratteristico, non il resto che
è solo complementare dell’insieme di quel tempo.
Ella decida, e quando m’avrà comunicata la
sua risoluzione, scriverò io, se occorra, al Pigorini.
Non sono ancora andato a Torino, ma vi andrò
nell’entrante settimana, e avviserò perchè la visita
desiderata non cada invano.
Quanto a spese, dico solo una parola: Ella trat¬
terà col Museo di Reggio come con quel di Roma,
e intorno a ciò non esiti a scrivere se, intanto, le
debba fornire del denaro; non ne avrei più speso
ed azzardato, che già, senz’altro, il Museo per la
scienza ha fatto la sua parte; ma per un acquisto
il Museo non può ritirarsi dall’impegno. Anzi le
mando subito 50 lire, per non lasciarle l’aggravio
delle spese correnti.
Il 28 ottobre 1885, Chierici scrive di nuovo al
Bandieri, in risposta alla lettera inviatagli da
questi il 25 (Chierici, In. 1885-B):
Se io fossi libero, farei costì una corsa; ma
parte mi tiene la scuola, parte una corsa che debbo
per altro impegno fare in questi stessi giorni a
Torino; e poi aspetto di giorno in giorno il Bonghi
nel Museo, e poi ho da preparare uno scritto per
la stampa... Miserie! Miserie, dico, per gli intoppi
alla mia libertà. Ma penso di farla al più presto
una scappata...
La risposta del Pigorini parmi che non per¬
metta di tacergli quel che ella ha fatto per conto
proprio, perchè poi non pensasse che ciò facesse
parte del suo conto e che noi indebitamente ce
l’approppriassimo. Notificandogli la scoperta,
starei sulle generali quanto all’indie azione degli
oggetti. Ella non vorrà poi entrare in seguito in
altri particolari, scriva a me, che io mi concerti
con lui, e farò io. Intanto le sono grato cl’avermi
prevenuto nel pensiero di cedere al Museo di
Reggio lo scheletro col pugnale di rame: questo
è Vessenziale per me. Ora però che la probabilità
che l’oggetto d’osso (rinvenuto nella sepoltura
n. 78 che il Bandieri si proponeva di inviare a
Roma) rappresenti una specialità d’uso dell’arco,
mi fa proprio vogliosissimo di non lasciarmelo
sfuggire. Io, nella mia illustrazione dò capitale
importanza all’arco per caratterizzare quel perio¬
do: si figuri se godrei di aver qui la novità di un
LA CULTURA DI REMEDELLO
27
arnese relativo a tal uso. Mi rimetto a lei. Avrà
ricevuta la mia lettera con le 50 lire. Pongo un
vivo senso d’interesse scientifico e d’amor proprio
nell’avere qui unita ogni specialità del periodo da
me distinto. Quanto alle parti giuste fra gli esplo¬
ratori, ci penserò io in un terzo articolo; il secondo
è già in torchio.
Ad onta delle buone notizie che gli giungono
dallo scavo, Chierici appare tuttavia sempre più
combattuto fra il pensiero delle spese da rimbor¬
sare ed il desiderio che ogni cosa che sorta da
Remedello venga a far parte delle collezioni del
suo Museo.
La sua posizione nei confronti del Bandieri
(che continua ad anticipare tutto l’occorrente e
che egli può solo rimborsare di tratto in tratto)
diviene sempre più patetica; anche perchè il
Pigorini, da Roma, tempesta lo scavatore di mis¬
sive onde entrare in possesso della sepoltura pro¬
messagli.
Pigorini, infine, si fa direttamente vivo col
Chierici, accampando inequivocabilmente i suoi
diritti (Pigorini, In. 1885-A):
Carissimo, ho avuto questa mattina una lettera
del Bandieri, colla quale mi annuncia di aver
incassati due sepolcri, che da quanto mi dice de¬
vono essere interessanti, lo gli ho telegrafato che
me li mandi ambedue, a grande velocità, e amerei
pure avere il resto trovato con queste ultime esplo¬
razioni delle tombe eneolitiche. Ora mi racco¬
mando a te, che dei sepolcri di Remedello hai già
tante e sì belle cose, a lasciarmi ottenere il risul¬
tato degli ultimi scavi. Come è naturale, telegra¬
fando al Banideri, gli ho detto « Pagherò spese
scavo », volendo dire con ciò che pagherò le
prime 100 lire promesse per mezzo tuo, più la
somma che avrà sborsata in più per proseguire
le indagini dopo che le prime esplorazioni erano
fallite o quasi.
Io conto sulla tua rinunzia a parte di quanto
si è rinvenuto, assicurandoti sin d’ora che lascerò
a te l’incarico di illustrare le ultime scoperte,
mandandoti i disegni che ti potessero occorrere.
Scrivo a Bandieri per spiegare, o meglio, dire,
quello che il telegramma non permetteva.
Dando notizia di tale missiva al Bandieri (30
ottobre 1885) il Chierici scrive :
Ricevo una cartolina del Pigorini, che spa¬
lanca le fauci per ingoiar tutto: ci vuole del
coraggio! Mi dice d’averle mandato un telegramma
perchè subito s’effettui la spedizione. Intorno a
questa ci siamo intesi, e qualche cosa anche ho
detto in un mio biglietto unito al Vaglia di lire 50
che deve averle mandato Pieretti questa mattina.
Per Roma, l’impegno preso è di mandare un
sepolcro fornito di corredo, nient’altro: rispondo
io a Pigorini. Ella non se ne prenda alcun distur¬
bo e solo, se voglia scrivergli, dica di essersi
rimesso a me, con cui è interamente legato.
Includo una lettera per Feltrinelli: la legga e
gliela spedisca; io non ne so l’indirizzo. Non mi
pare opportuno aprire corrispondenza fra il
Pigorini ed il Feltrinelli: e imbrogliamo ! Pigorini
avrà la sua parte e l’avrà da noi: noi col Feltrinelli
faremo il nostro dovere, non ci seduca la gran
parola «Roma»: so quel che vale.
Non occorre, per ora, divagare nella ricerca
d’un sepolcreto gallico; verrà a suo tempo, e se
non verrà pazienza. Continuiamo pure, fin che
a Lei, s’intende, durerà la pazienza e finché il
cielo ci è benigno e finché (più indispensabile
cosa) i danari ci bastano: per acquistare al Museo
non un più o meno di oggetti, ma tutta intera una
collezione, che qui sola si possa vedere, bisogna
fare ogni sforzo (Chierici, In. 1885-C).
Sempre in data 30 ottobre 1885, Chierici scri¬
ve nuovamente al Bandieri :
Fortuna è bizzarra! Avara per tanto tempo e
poi ad un tratto generosa quasi oltre il desiderio:
speriamo che così continui. Ora l’arnese d’osso
ben si confà con l’ascia di rame. Tanto ciò mi sod¬
disfa, che scelgo questo sepolcro pel Museo di Reg¬
gio e lascio che l’altro del pugnale e bottoni metal¬
lici e della freccia di selce vada al Museo di Roma.
Ma per questo basta. Al Pigorini non ho pro¬
messo che uno scheletro co’ suoi oggetti, né egli
ha mai chiesto altro: credo che quel sepolcro, ricco
quanto non era pure sperabile, sia più che baste¬
vole ad ogni disimpegno : il Museo di Reggio da
altra parte ha ragione di rifarsi delle lunghe,
azzardate e non sempre felici esplorazioni che
hanno ora spianata la via al buon successo. Di ciò
prendo io ogni responsabilità col Pigorini, e
quanto a Lei, che pure godrà di farsi un merito
col Direttore del Museo di Roma, parmi la spedi¬
zione di questo scheletro le assicuri abbastanza la
benemerenza.
Dunque, s’Ella creda di conformarsi a ciò che
mi pare equo ed al mio desiderio, maìidi a Roma
la cassa dello scheletro del pugnale di rame, bot¬
toni di rame, freccia di selce, nuli’altro: ne ?'ice-
verà larghi ringraziamenti, e dica nella lettera di
accompagnamento d’aver da me ricevuto il carico
di cercare per quel Museo una tomba con corredo,
non già di fare scavi in genere per quel Museo
stesso; ed è così veramente... Se io vegga di buona
voglia andar altrove il pugnale ed i bottoni dì
rame, mentre questo Museo non ha che uno di
questi bottoni ed il pugnaletto ch’Ella sa non per¬
fettissimo, sei può figurare...
28
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
La sospensione degli scavi è consigliata dalla
stagione; potremmo riprenderli in primavera. Ma
se potesse temere che non si ripetesse la conces¬
sione del Cav. Feltrinelli, gioverebbe sfruttarla
quanto più il tempo lo permettesse e posto che gli
indizii seguitassero favorevoli per ulteriori esplo¬
razioni (Chierici, In. 1885-D).
Il 7 novembre 1885 si rifà vivo il Pigorini, con
una missiva che indirizza al Chierici in cui scrive:
Carissimo Chierici, anche a me pare «impos¬
sibile » una cosa, che cioè tu non abbia capito alla
prima che io aveva fatto un tentativo, senza la
menoma idea di persistere nella domanda quando
tu m’avessi risposto un bel no. Sta dunque sicuro
che non molesterò punto il Bandieri. Ci manche¬
rebbe altro, dopo la cortesia che mi avete usata per
far cosa utile al mio Museo, senza che ne aveste
obbligo alcuno. Ma potresti però contentarmi in
questo, di cedere a questo Istituto una serie di
oggetti, tratti dalle tombe di Redemello, che hai o
vieni ad avere a Reggio in doppio, e che non sono
punto rappresentati da ciò che esiste nella tomba
che mi verrà inviata? S’intende che non li vorrei
gratis. A quanto devo pagare al Bandieri come
contributo per le spese sostente, aggiungerei ciò
che tu credi di chiedere in pagamento della serie
domandata. Mi pare che la domanda sia lecita ed
onesta. In questo modo, le collezioni di Reggio
non avrebbero danno; qui gli studiosi potrebbero
dar conto più esatto dell’importanza di quel sepol¬
creto e tu ed il tuo Museo vi rifareste in parte
delle spese sostenute negli scavi. Non sei del mio
parere? Gli è segno che allora la tua testa non è
più quella di una volta (Pigorini, In. 1885-B).
Frattanto cominciano ad arrivare al Museo di
Reggio le prime casse dei materiali ricuperati
negli ultimi scavi di Remedello, e FU novembre
1885 ne viene fatta una prima ricognizione uffi¬
ciale, presente anche lo Strobel.
Il 3 dicembre 1885 Chierici scrive nuovamente
al Bandieri :
Sono contento. Ma vi è molto. Ammiro la sua
ostinato.operosità, la sua fortuna e vorrei che,
come fra i morti, così la trovasse fra i vini. Sulla
passione pei cocci ormai le cedo la mano, e non la
invidio, ma, ne godo, perchè tutto è a vantaggio
mio e del Museo. Avanti pure- l’acqua ci sta alla
bocca: c’è più da pensare? Bisogna inghiottirla e
Dio provvederà... Ho deciso di venire Martedì (8
Dicembre) non la mattina ma in modo di dormire
ad Asola la sera: rimarrei il Mercoledì, il Giovedì
e forse anche il Venerdì. La avviserò positivamente
o con lettera o con telegramma. Venir prima, colle
due feste, non converrebbe. Ho già fatto su il
cestello co’ vasi e qualche altro oggetto: credo che
potrò contentarne due e forse non lasciar senza
qualche dono il 3°, cioè Don Luigi.
...Pigorini mi ha scritto, in risposta alla mia
con la quale stabiliva per tutta la spesa del suo
scheletro lire 300. Gli è sembrato troppo, met¬
tendo a conto anche l’importo della ferrovia, che
dice essere di lire 160 : crede di soddisfar tutto
con lire 200. Che faremo? lo insisterò perchè il
Museo di Roma non discenda alle proporzioni di
quello di Reggio: ma poi? Se si fissa nelle 200?
Io potrò fare la mia parte, cioè ridurre il rimborso
delle spese di lavoro a lire 100 nette: che cosa ne
dice? Naturalmente il Pig. non è così scarso per¬
chè apprezzi poco l’opera di Lei, che anzi nella
lettera stessa le dimostra molta stima e benevo¬
lenza; ma si ispira, dice, alla « tenuità » dei suoi
fondi! Ne io gli ho detto che Ella esiga le 300 lire;
ma le ho proposte io per mio proprio apprezza¬
mento, essendosi Ella rimessa a noi due. Le
includo 100 lire per le spese correliti (Chierici,
In. 1885-E).
L’8 dicembre 1885 il Chierici può finalmente
recarsi a Remedello, ove si trattiene sul terreno
nei giorni 9, 10, 11 e 12.
Partecipa così direttamente alle operazioni di
scavo del Bandieri, ed il 9 dicembre pone in luce
i sepolcri numero 93 e 100, scoprendo quindi il
10 dicembre le sepolture numero 1 e 2, la prima
delle quali rinvenuta al di fuori del perimetro della
necropoli eneolitica.
La stagione era rigidissima, scriveranno poi
Pigorini-Strobel (1888: 81), e per ogni dove si
stendeva la neve; ciononostante, passò intere
quattro giornate sul campo, dirigendo gli scavi
allo scopo di determinare quale fosse il coordina¬
mento delle tombe di varie età che il Bandieri
aveva rinvenute. La sua salute ne risentì, e tor¬
nato a Reggio passò alcun tempo in condizioni
non buone, anche perchè, alle conseguenze degli
strapazzi, si aggiunsero quelle di una caduta.
Di ritorno da Remedello, trovandosi a letto
ammalato, il Chierici riceve un’ultima missiva
dal Pigorini, concernente i materiali inviatigli
per il suo Museo :
Carissimo Chierici, eccoti un vaglia non di
lire 200 ma di 250 (duecentocinquanta) affinchè
tu sia pienamente rimborsato anche in ciò che hai
dato come compenso al Bandieri. Per fare questo,
mi tocca ricorrere ad un ripiego e far figurare
che io abbia avuto non dal Ministero ma da un
amico il denaro occorrente per acquistare il sepol¬
cro; e ho trovato l’occasione che mi aiuta a toglier¬
mi d’imbarazzo. Figurati se io poteva permettere
che tu, oltre a tutto, ci rimettessi anche dei quat¬
trini. Ma confessa che hai sbagliato quando a suo
LA CULTURA DI REMEDELLO
29
tempo non mi dicesti che il Bandieri si trovava in
condizioni tali da doverlo retribuire. Intanto tu,
colla tua disattenzione, mi hai esposto a non fare
col Bandieri la più bella figura, mentre io devo
avere, ed avrò sempre verso di lui un vivo senti¬
mento di gratitudine. Ma di ciò non parliamo più.
Ora devi farmi tenere, delle 250 lire, la seguente
ricevuta in doppio esemplare. Non occorre che
siano scritte tutte di tuo pugno. Basta, che portino
la tua firma e che una abbia la sua brava marca
da bollo da 0.15. La ricevuta deve essere così con¬
cepita: Il sottoscritto dichiara di aver ricevuto dal
dottor Augusto Pulini, economo del Museo Preisto¬
rico di Roma, lire duecento cinquanta in pagamen¬
to di un sepolcro, venduto al Museo stesso, trovato
sulla destra del Chiese, com. di Remedello di sotto,
prov. di Brescia, il quale consiste nello scheletro
umano deposto in terra nuda e corredato da una
lama di pugnale di rame o bronzo e di tre punte
di freccia di selce. Mi duole assai di saperti incom-
m.odato e, quel che peggio, obbligato al letto. Ma
possibile che tu non voglia persuaderti di non es¬
sere più un giovanotto al quale il sangue bollente
permette di fare corse ed esplorazioni come le tue
ultime di Remedello ? E’ ora, amico mio, di mettere
se non la testa, almeno le gambe a partito (PiGO-
RINI, In. 1885-C).
Anche se costretto a letto, Chierici non ha che
un unico pensiero : il completamento delle inda¬
gini a Remedello.
Attorno alla metà di dicembre (la lettera è
senza data) scrive ancora al Bandieri :
Mando subito un altro vaglia. Io proprio non
ho fatto alcun calcolo di spese e quando m’indicò
il bisogno di fondi l’ultima volta, supposi di met¬
termi al corrente colle 100 lire; ma, ripeto, non
perchè avessi calcolato o intendessi limitare le
spese che fossero necessarie a compir l’opera. Le
750 lire non mi spaventano : mi ci sono buttato a
capo fitto, e chi vuole il fine i mezzi. Mi spiace
ch’Ella, oltre a tutto quello che fa, sia rimasta
anche in esborso. Venendo a Remedello aveva
prese con me 200 lire e non avrei potuto pagare
il debito, mentre pure non lo suppo7ieva: mandai
50 lire per le spese che io credeva di compimento:
sono ora contento che m’abbia detto alla liscia la
somma dovuta, e così faccia in ogni caso.
Continuiamo dunque ? Non dico di sì, non dico
di no: faccia lei: si tratti di pochi giorni; faremo
il codicillo al testamento. In caso desidero che la
esplorazione cada nel terreno medio, con l’intento
specialmente di stabilire la congiunzione del
cupro-litico ed i vasi neri...
Scrivo male, perchè in letto, colla gamba
fasciata; il medico prevede che starò così una doz¬
zina di giorni e poiché desidero essere presente
all’aprimento delle casse, queste non si aprireb¬
bero che fra le feste di Natale e quelle dell’anno
nuovo: vedremo (Chierici, In. 1885-F).
Gli scavi, tuttavia, cessano di dare i risultati
sperati, ed il Bandieri annota al riguardo nel suo
« Ragguaglio » : stante il rigore della stagione, le
successive esplorazioni furono di poco momento e
scarso ne fu il prodotto; ed ogni lavoro venne
sospeso il 23 dicembre 1885. (Bandieri, In. 1889).
Nel frattempo, annota ancora il Bandieri (In.
1889):
Tutto il materiale scientifico venuto in luce
al seguito delle mie investigazioni venne inviato
al Museo preistorico di Reggio Emilia in due
riprese, ad eccezione di un sepolcro del Periodo
Eneolitico, con corredo di un pugnale di rame,
frecce di selce ed altro — come dirò a suo luogo
—• che venne rimesso al Museo Preistorico di
Roma, in perfetta intelligenza col Chierici.
Chierici, intanto, continua ad essere costretto
al letto, mentre le sue condizioni di salute per¬
mangono stazionarie.
Il 3 gennaio 1886 gli giunge una lettera del
Fiorelli (In. 1886) in cui questi gli comunica, da
parte del Ministero della Pubblica Istruzione, lo
accoglimento di una sua richiesta di sussidio per
le indagini remedelliane e lo stanziamento dell’im¬
porto di lire 200 a favore del Museo di Reggio.
Poi sopravviene improvvisa la fine e nella
notte fra l’8 ed il 9 gennaio il Chierici cessa di
vivere.
Scomparso il Chierici, nei giorni 15 e 29 feb¬
braio 1886 vennero continuate le ricognizioni
ufficiali dei materiali remedelliani già spediti in
casse al Museo di Reggio dal Bandieri. Vennero
così successivamente aperte le 21 casse che li con¬
tenevano e del tutto si redassero i relativi verbali.
Bandieri venne quindi nominato Conservatore
del Museo di Reggio, con l’incarico di predisporre
l’esposizione dei materiali stessi e di fornire una
dettagliata relazione delle indagini da lui condotte
a Remedello.
Il che, risulta da un cenno datone dallo Strobel
(1886: 134-135) allora direttore del Museo di
Parma.
Come già accennato a suo luogo, in vista di
una ripresa di scavi a Remedello (dopo la forzata
interruzione primaverile del 1885, dovuta a man¬
canza di fondi) l’Ateneo di Brescia aveva promesso
il suo concorso per tale ripresa, stanziando la
somma di lire 200 che avrebbe dovuto servire a
procurare materiali remedelliani pel Museo di
Brescia.
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLI0N1
30
Visti i deludenti risultati di tali prime inda¬
gini, tuttavia, l’Ateneo si era ritirato in buon
ordine senza versar nulla.
Cessate ufficialmente le indagini a Remedello
per conto del Museo reggiano, e in vista di tale
precedente, dovette così essere facile pel Ruzze-
nenti ottenere un rinnovo dell’impegno da parte
dell’Ateneo per una ripresa di scavi a Remedello
a favore esclusivo di quest’ultimo.
Con il relativo finanziamento, il Ruzzenenti
potè infatti riprendere a scavare a Remedello nei
primi giorni del gennaio del 1886, come risulta da
una sua relazione inviata al Segretario dell’Ate¬
neo stesso : Il 4 gennaio 1886 si compì l’opera
d’incasso dello scheletro pelasgico dal pugnale
megalitico ; nel giorno successivo si iniziarono le
esplorazioni del campo gallico (Ruzzenenti, In.
1886-B).
Circa l’invio dei relativi finanziamenti, il RUZ-
zenenti (In. 1886-A) scrive in data 15 marzo 1886
al Presidente dell’Ateneo :
Accuso ricevuta di Lire 116 a saldo escavazioni
archeologiche fatte per conto di codesto Ateneo
fino alla fine del p.p. Febbraio. Questa cifra, oltre¬
passando già la stanziata di lire 50, gli scavi ulte¬
riori che ho fatto eseguire, per usufruttare del
tempo utile, li ho assunti a mio carico. Così ho
potuto accontentare un mio carissimo amico, il
bravo Arcip. Don Parazzi, direttore del Museo di
Viadana, procurandogli uno scheletro pelasgico,
che per mobilio aveva 2 cuspidi di freccia e un
pugnale di silice e un’ascia di serpentino. Altre
tombe abbiamo trovate, ma manomesse e senza
oggetti, fuor d’una che aveva 4 freccie, che diedi
al Don Parazzi e compreso il teschio d’un altra
pelasgica. Altre tombe galliche abbiamo scoperto
(una delle quali con copioso mobilio) i cui oggetti
tengo, se credono, a loro disposizione. Ora i lavori
sono sospesi per ciò che riguarda gli scavi, che
io non potrei assiduamente presenziare.
Da una precisazione dovuta al Fenaroli
(1902: 101) risulta, tuttavia, che le indagini a
Remedello da parte del Ruzzenenti non cessarono
completamente, poiché l’Ateneo, saputo il 28 feb¬
braio 1886 di due cadaveri ivi rinvenuti, che
sembrano dell’età della pietra, e di parecchi og¬
getti, fra cui uno spillo che pare di argento, stan¬
zia il 18 aprile 1886 altre 300 lire perchè siano
continuate le ricerche anche nei dintorni.
Da quanto sopra, risulterebbe quindi che le
indagini condotte a Remedello dal Ruzzenenti si
prolungassero dagli inizi del gennaio del 1886 a
tutta la primavera dell’anno stesso.
Trascurando qui di occuparci delle 16 sepol¬
ture « galliche » rinvenute nel corso di tali inda¬
gini (ed i cui corredi passarono al Museo di Bre¬
scia) importa qui invece cercare di fare un bilan¬
cio di quelle eneolitiche rinvenute nel corso delle
ricerche stesse.
Secondo Colini (1898-1902) (1898: 96-97, 99)
oltre alle due sepolture conservate nel Museo di
Brescia (« sepolcri 1" e 2" » del Colini) le indagini
del Ruzzenenti ne avrebbero messe in luce altre
due, ciascuna delle quali aveva per corredo un
unico vaso.
Un quinto sepolcro, a detta del Ruzzenenti
(In. 1886-C) aveva per corredo unicamente « una
pietra posta sul petto », mentre un sesto, quello
inviato al Museo di Viadana, era corredato da
due cuspidi, da un pugnale parimenti siliceo, e da
un’accetta in pietra levigata.
Altre tombe, in numero imprecisato, si rinven¬
nero manomesse e prive di corredo ; salvo una che
aveva 4 cuspidi, che fu inviata al Museo di Via¬
dana in una con un teschio. (Ruzzenenti, In.
1886-A).
Complessivamente, pertanto le sepolture eneo¬
litiche messe in luce nel corso di queste ultime
indagini a Remedello, furono presumibilmente
una decina. Tenendo così conto delle sole sette di
cui ci restano notizie sicure, ed aggiungendovi le
117 di cui il Bandieri ci dà l’elenco dei corredi
nel suo «Ragguaglio », si giunge così al numero
complessivo di 124 sepolture messe in luce nella
necropoli eneolitica di Remedello nel corso delle
indagini condottevi fra il 1885 ed il 1886.
Cifra, tuttavia, inferiore alla realtà, poiché,
come vedremo a suo luogo, non tiene compieta-
mente conto di quelle che vennero incontrate già
rimaneggiate dai precedenti lavori per 1’ impianto
del vigneto nel terreno del campo Dovarese.
La primavera del 1886 vedeva così chiudersi
la prima parte del « romanzo » delle indagini a
Remedello, ed iniziarsi quella seconda che ne con¬
cerneva la pubblicazione scientifica dei risultati;
del che ci occuperemo fra breve.
Fonti bibliografiche e museografiche.
Per un esame della problematica della « Cul¬
tura di Remedello » disponiamo ancor oggi di
fonti informative di grandissimo interesse: l’una
rappresentata dalla bibliografia edita ed inedita,
l’altra dai materiali paietnologici riferibili alla
« cultura » stessa, conservati in gran copia in non
pochi dei nostri Musei.
E’ quindi opportuno, prima di procedere oltre
nella nostra indagine, accennare in dettaglio alla
consistenza delle fonti stesse.
LA CULTURA DI REMEDELLO
Per quanto concerne la bibliografia, quella
edita si compone di una serie di Note illustrative,
apparse quasi esclusivamente sullo scorcio del
secolo scorso, che sono dovute ai massimi specia¬
listi dell’epoca. Fra quelle aventi anche intenti
esegetici vanno soprattutto qui ricordate quelle
dovute al Chierici, al Castelfranco ed al Colini.
I richiami a tali Note, sono indicati nel nostro
testo fra parentesi tonde, riportandovi il nome
dell’Autore, la data di edizione e le pagine citate.
Quanto alla bibliografia inedita (per molti aspetti
non meno importante della prima ai nostri fini
specifici) l’anno di edizione vi è fatto precedere nel
testo dall’indicazione: In. (inedito). Queste ultime
fonti bibliografiche comprendono, anzitutto, le
relazioni di scavo delle due massime necropoli
« remedelliane » sin qui poste in luce : quella di
Fontanella di Casalromano e quella di Remedello
di Sotto.
Per quanto concerne il primo di tali rapporti
inediti — quello dovuto al Locatelli e relativo alle
indagini a Fontanella — dobbiamo rimandare a
quanto già accennato in precedenza al riguardo,
non avendone potuto prendere visione diretta.
Ricordiamo quindi che il manoscritto si conserva
presso gli archivi del Museo preistorico romano
e che fu consultato a suo tempo dal Colini (18-
98-1902 (1899: 220), dall’ACANFORA (1956: 324-
325) e dalla Trerotoli (1951-52); dalla quale
ultima sappiamo come il testo stesso sia corre¬
dato di abbondante materiale iconografico, che si
riferisce, tuttavia, alle sepolture dell’« Età del
Ferro ».
Del rapporto Bandieri sugli scavi a Remedello,
per contro, ci è invece possibile fornire per la
prima volta dettagli rimasti sin qui sconosciuti,
avendone potuto consultare la prima stesura, che
si conserva negli archivi del Museo preistorico di
Reggio Emilia. Siamo quindi vivamente grati
all’amico dottor Giancarlo Ambrosetti, Direttore
del Museo stesso, che ce ne ha facilitato in ogni
modo la consultazione.
Di tale scritto, infatti, era sin qui noto unica¬
mente quel poco che ce ne aveva voluto far cono¬
scere il Colini, che lo aveva sfruttato a suo tempo
per una Nota monografica sull’« Eneolitico » ita¬
liano.
La Nota (Bandieri, In. 1889) reca per titolo:
Ragguaglio sulle esplorazioni e scoperte fatte a
Remedello-Sotto di Brescia nell’ultimo quadri¬
mestre dell’anno 1885, ed è redatta manualmente
su fogli in formato protocollo, scritti su di una
sola facciata.
La scrittura, ben leggibile, è di mano del Car¬
tocci (che fu a suo tempo Conservatore del Museo
31
reggiano) mentre le correzioni e le aggiunte (quasi
completamente illeggibili per la pessima e minuta
grafia) sono di mano del Bandieri stesso, che del
« Ragguaglio » fu l’estensore.
Il documento è suddiviso in quattro capitoli
successivi, che recano rispettivamente per titoli :
« Notizie preliminari » (12 facciate di testo),
« Necropoli del Periodo Eneo-litico » (40 facciate),
« Indizii di Abitazioni del Periodo Eneo-litico » (3
facciate) e « Conclusioni » (6 facciate). Questa ul-
- tima parte, tuttavia, è almeno mutila di una pa¬
gina finale.
Nella prima parte dello scritto sono date noti¬
zie generali sullo svolgimento delle indagini nel
« campo Dovarese » di Remedello, le quali dettero
origine alla messa in luce di una necropoli del
Periodo Eneo-litico , di sepolcri della Prima Età
del Ferro, di una necropoli gallica e di indizii di
antiche abitazioni.
La seconda parte, per contro, si riferisce unica¬
mente agli scavi effettuati nella « necropoli eneo¬
litica», mentre la terza fornisce indicazioni circa
il rinvenimento di taluni « fondi di capanna »
(presumibilmente « eneolitici ») e la quarta reca
talune conclusioni finali.
Al testo del « Ragguaglio » Bandieri andava
unita una serie di « Allegati » (contrassegnati
rispettivamente con le lettere A, B, C, D, E), che
ne costituivano parte integrante, ma di tre soli
dei quali si conservano i testi nell’Archivio del
Museo di Reggio.
L’« Allegato A » (che ne è il più importante)
reca per titolo: «Nota generale dei sepolcri del
Periodo Eneo-litico scoperti a Remedello-Sotto di
Brescia nell’ultimo quadrimestre dell'anno 1885 »
e si compone di 17 facciate di testo, in cui sono
descritti in dettaglio i corredi sepolcrali delle
sepolture « eneolitiche » messe in luce.
Gli « Allegati B, C, D », per contro, sono costi-
dai testi dei verbali di ricognizione delle sepolture
« remedelliane » scavate dal Bandieri e spedite in
casse al Museo reggiano dopo la chiusura dei suoi
scavi a Remedello. Redatti rispettivamente nelle
date dell’ll Novembre 1885, del 13 e del 29 Feb¬
braio 1886, tali scritti sono del più grande inte¬
resse, poiché recano una dettagliata descrizione di
tali sepolture la cui definitiva esplorazione venne
eseguita negli stessi locali del Museo reggiano
asportandone il terreno che ancora le ingombrava.
Quanto all’ultimo degli « Allegati » (quello
contraddistinto dalla lettera E) l’archivio del
Museo reggiano non ne possiede più il testo; ma
dal manoscritto del Bandieri è possibile dedurre
come concernesse un inventario generale dei
reperti « remedelliani » ed indicasse come questi
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
fossero stati disposti nei locali del Museo a cura
del Bandieri stesso.
Il « Ragguaglio » Bandieri era inoltre corre¬
dato da una serie di dodici tavole a matita, tre
delle quali di indole topografica e le restanti dedi¬
cate ad illustrare in dettaglio i più importanti
manufatti rinvenuti nel corso delle indagini nella
necropoli « redemelliana ».
Delle tre tavole topografiche, la prima deli¬
neava una topografia generale del « campo di Do-
varese » di Remedello, con la disposizione delle
necropoli di varia età invi rinvenute. La seconda
e la terza, per contro, si riferivano strettamente
alla necropoli « eneolitica » della quale erano indi¬
cate la disposizione delle relative sepolture, cia¬
scuna delle quali recava un numero progressivo ;
numero al quale era fatto riferimento nella descri¬
zione dei relativi corredi funerari descritti
nell’« Allegato A».
Di tutta questa documentazione grafica (re¬
datta evidentemente in un’unica copia) come pure
del testo definitivo del « Ragguaglio », non resta
più traccia nell’archivio del Museo reggiano.
Come vedremo fra breve, infatti, il complesso
di tale documentazione fu inviato a suo tempo al
Colini (che allora fungeva da « addetto » presso
il Museo preistorico romano diretto dal Pigo-
rini) e da questi non venne mai ritornato a Reggio.
Per il che il tutto, risultando mancante nell’archi¬
vio del Museo romano, deve ritenersi definitiva¬
mente perduto.
Il « Ragguaglio » Bandieri, che l’Autore aveva
destinato alle stampe per una pubblicazione inte¬
grale, non vide mai la luce e solo sapevamo della
sua esistenza attraverso lo scritto del Colini già
in precedenza ricordato.
Ma le ragioni effettive della sua mancata pub¬
blicazione ci rimanevano oscure e sembravano,
più che altro, da attribuirsi a fatti del tutto occa¬
sionali, cioè a dire all’improvvisa scomparsa del
suo Autore in suolo africano.
In effetti, tuttavia, le cose non stavano esatta¬
mente così e l’aver potuto consultare tutta una
serie di documenti epistolari inediti, conservati
presso il Museo reggiano, ci consente ora di fare
definitivamente luce sull’argomento.
Per ricostruire esattamente anche quest’ultima
vicenda del « romanzo » delle indagini a Reme¬
dello, dobbiamo rifarci ad un momento corrispon¬
dente a quello immediatamente successivo all’im¬
provvisa scomparsa del Chierici, avvenuta nella
notte fra l’8 ed il 9 gennaio del 1886.
Morto il Chierici, che era stato il fondatore
ed il primo direttore del Museo preistorico reg¬
giano, venne nominato a sostituirlo il signor
Antonio Pierotti, mentre il Bandieri veniva nomi¬
nato « Conservatore » del Museo stesso ed incari¬
cato di disporvi i materiali frutto delle sue inda¬
gini a Remedello, e di provvedere al contempo a
stendere un dettagliato rapporto dell’andamento
delle medesime.
Di tale incarico ufficiale dava notizia l’anno
stesso lo Strobel (1886: 134-135), il quale diri¬
geva allora il Museo Archeologico di Parma.
Tale nomina, avvenuta a sua insaputa, dovette
sorprendere il Pigorini che, scomparso il Chierici,
riteneva che l’illustrazione delle scoperte « reme-
delliane » gli spettasse ormai di diritto.
E la cosa gli dovette riuscire ancora più ostica
pel fatto che egli sapeva quanto il Bandieri fosse
legato da amicizia allo scomparso Chierici e come
ne professasse le idee in fatto di tassonomia dei
materiali « remedelliani ». Per correre ai ripari,
si prospettavano così due vie al Pigorini : o far
precedere la pubblicazione del «Ragguaglio»
Bandieri da una Nota preliminare che venisse a
sminuirne l’interesse oppure tentare di assicu¬
rarsi il controllo dei punti di vista che sarebbero
stati espressi nel « Ragguaglio » per tramite di
un interessamento nei confronti della stampa di
tale scritto.
Avendo prescelto inizialmente il primo di tali
divisamenti, Pigorini dovette rapidamente ripie¬
gare sull’altro, data l’insufficienza dei dati in suo
possesso.
Le sue manovre tattiche ebbero comunque
inizio col lancio di un vero e proprio « ballon
d’essai», sotto forma di una lettera indirizzata al
Bandieri per saggiarne soprattutto l’umore.
In tale missiva si chiedeva al Bandieri, fra
l’altro : Come fu che l’anno scorso, dico nell’au¬
tunno, a Brescia (sia poi la direzione del Museo
o dell’Ateneo) decidessero di far eseguire scavi,
affidandone la direzione al Chierici stesso. Imma¬
gino che sarà stato per eccitamento del Chierici
stesso. Conosce la storia di tali indagini? (Pigo-
RINI, IN. 1886).
Contemporaneamente, il Pigorini cercava di
agganciare anche il Ruzzenenti (che col Bandieri
aveva collaborato nelle indagini a Remedello) e
questi, lusingato di essere stato interpellato, gli
si mostrava assai più corrivo. Il che lo si deduce
da una lettera dello stesso indirizzata al Presi¬
dente dell’Ateneo di Brescia :
Il prof. Pigorini, che ha ereditato dal com¬
pianto prof. Chierici il glorioso compito di illu¬
strare i monumenti archeologici della Necropoli
di Remedello, ha compiuto il suo lavoro per ciò
che riguarda la preziosa raccolta del Museo di
Reggio Emilia e del sarcofago che è nel Museo
LA CULTURA DI REMEDELLO
33
di Roma. Alla completa illustrazione manchereb¬
bero i cimeli che per opera di codesto benemerito
Ateneo sono conservati nel Museo Civico: cioè i
due sarcofagi pelasgici (?) e le ultime tombe gal¬
liche (XVI). A tale scopo mi si chiede copia delle
relazioni colle quali io ho accompagnati questi
oggetti archeologici (Ruzzenenti, In. 1886-D).
La risposta del Bandieri, per contro, dovette
essere molto più fredda e circospetta, il che indusse
immediatamente il Pigorini a mutare registro e
ad adottare la seconda delle tattiche previste.
Lo vediamo infatti riscrivere al Bandieri in data
30 gennaio 1887 :
Caro Amico, non so più nulla del suo lavoro
sulle tombe di Remedello, ma spero procederà e
che, da un momento all’altro, mi darà l’incarico
di presentarlo ai Lincei, per ottenere che si pub¬
blichi a spese dell’Accademia. Intanto io, per pre¬
parare il terreno, vorrei fare una comunicazione
all’Accademia sulle tombe stesse (parlo di quelle
arcaiche) preannunziando il lavoro suo e coglien¬
do così l’occasione per mettere in evidenza, in
seno a tale Istituto, il merito che ella ha avuto
nella scoperta e nell’esplorazione. S’intende che,
ove lo faccia, mi limiterò a riassumere quello che
è stato pubblicato e ad accennare alla ricchezza
del materiale esistente nel Museo di Reggio: non
entrerò punto nel merito e nei particolari di ciò
che formeranno oggetto del suo lavoro. Soltanto
vorrei essere autorizzato a citare quella tomba
d’onde uscirono i vasi di cui mi fece ultimamente i
disegni. (Si tratta della tomba con « campanifor¬
mi » di Cadimarco). Dovendo accennare a quello
che io penso del popolo che lasciò quelle tombe,
la scoperta ultima, quando vi si colleghi, non può
essere trascurata. Se ella entra nel mio modo di
vedere, e consente che io ricordi il sepolcro nel
quale giacevano quei vasi, mi dovrebbe dire:
1": se la creda connessa col sepolcreto arcaico di
Remedello; 2": in quale fondo e Comune sia stata
scoperta (Pigorini, In. 1887).
Anche questa volta il Bandieri non dovette
rispondere a tono, sicché Pigorini si limitò a pub¬
blicare nei Rendiconti dei Lincei unicamente una
breve nota sulle scoperte di Cadimarco (PiGO-
rini, 1887).
Frattanto il Bandieri andava proseguendo la
stesura del suo scritto sulle indagini a Remedello.
Nonostante la manifesta evasività del Ban¬
dieri — chiaramente dettata dal sospetto, più che
fondato, che il Pigorini intendesse far la parte
del leone nella faccenda — Pigorini, tuttavia,
non disarma.
Ed il 30 novembre 1888 ritorna nuovamente
alla carica, prendendone lo spunto dal fatto che
in seno ai Lincei si era costituito un Comitato
Archeologico con l’intento di promuovere pubbli¬
cazioni di archeologia e di paletnologia.
Scrive così al Bandieri: Ho varii progetti.
Uno sarebbe questo: le tombe di Remedello, col¬
l’appendice delle altre che vi si collegano, Cuma-
rola, Sgurgola ecc. Dovrebbero darsi i tipi carat¬
teristici delle tombe, i tipi di tutte le forme di
oggetti trovati. La sua relazione su Remedello è
pronta? Quante tavole porta? E’ disposto, nel
caso, a darmela pei Lincei? S’intende che non
basta illustrare il materiale eneolitico di Reme¬
dello del Museo Chierici, ma pur quello che è a
Brescia e che so io. Bisogna lasciar da parte le
ricerche sulla provenienza e sul nome del popolo
di Remedello, dì Sgurgola ecc. E’ necessario dar
tutto il materiale tipico, con figure, premetten¬
dovi un testo che lei saprà fare per Remedello;
un testo che esponga esattamente i fatti osservati.
Per le cose di Remedello quante tavole occorre¬
rebbero, del formato dei Lincei, non riducendo
però troppo le figure se debbono rappresentare
chiaramente l’oggetto? Si consigli col Campanini
e col Chierici (quest’ultimo fratello del defunto
abate) e mi risponda prestissimo una lettera deci¬
frabile (Pigorini, In. 1888).
Non sappiamo in quali termini rispondesse il
Bandieri ad un così manifesto tentativo di invi¬
schiarlo in una rete che non gli avrebbe più con¬
sentito una decente via di uscita.
Presumibilmente, dovette rispondere che inten¬
deva pubblicare direttamente il suo scritto e che
sarebbe stato disposto anche a riprodurlo nel
Bullettino.
Pigorini, deciso a tutto, elude anche quest’ul-
tima manovra, ed il 31 gennaio 1889 (rispon¬
dendo alle precedenti missive del Bandieri (del
4 dicembre del 1888 e del gennaio del 1889)
scrive :
Il Bullettino di Paletnologia (dico questo in
risposta di ciò che il 4 dicembre mi scrisse a nome
di Chierici) continuerà anche nel 1889 le sue
pubblicazioni, ma non potrebbe riprodurre testual¬
mente il lavoro suo quando fosse stato stampato
altrove. Ne darebbe, però, ad a questo penseremo
io e lo Strobel, un sunto tanto esteso quanto
richieda l’importanza della Memoria.
E quindi soggiunge: Ella dovrebbe, se si fida
di me, mandare il lavoro con le tavole a me, prima
del 15 marzo, cioè fra due settimane al più tardi;
ma dovrebbe mandarlo ben confezionato, racco¬
mandato e, ripeto, con tutte le tavole (Pigorini,
In. 1889-A).
34
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Non avendo forse ottenuto risposta a que-
st’ultima pressante sollecitazione, il 13 febbraio
1889, Pigorini ritorna in argomento:
Carissimo Dottore, quando le ho chiesto se ella
si fida di me, e se vuole consegnarmi il suo lavoro
su Remedello, non ho fatto che uno scherzo inno¬
centissimo. E’ stata una domande del genere di
quelle che io avevo l’abitudine, all’occorrenza, di
rivolgere al Chierici, e di cui, massime con chi
gli è succeduto nel Museo, non voglio punto smet¬
tere Vusanza. Corpo di Satanasso! Se ella mi fa
ancora il torto di credere che in me sia qualche
ombra a carico suo, vengo a Reggio col « treno¬
lampo » e la infilzo come una rafia. Godo di sapere
che ella abbia ripresa la copia della Relazione su
Remedello, e che il disegnatore continui nella
parte sua. Mi duole assai di non poter avere il
lavoro pel tempo che io le aveva indicato, poiché
in questo momento le circostanze sono tali che
mi sarebbe stato, credo, più facile di ottenere che
VAccademia si assumesse le spese di pubblicazione.
Ma non dispero nemmeno per l’avvenire. Veda
però di far di tutto perchè il lavoro mi arrivi
entro la prima metà di marzo almeno. E sopra¬
tutto mi raccomando che i disegni siano fatti bene
(Pigorini, In. 1889-B).
Bandieri, per non urtarsi decisamente col po¬
tente corrispondente, questa volta fa mostra di
cedere e gli invia in visione una prima parte
del suo scritto.
Lo si deduce da una missiva del Pigorini, del
1° aprile 1889, in cui questi precisa di aver rice¬
vuto : tre fascicoli del suo lavoro e le tavole sin
qui speditemi. Sono stato occupatissimo — scrive
— ma almefio voglio mandarle una parola perchè
sappia che sono vivo e mi è arrivata ogni cosa.
Soltanto, per sua norma, le dico che non ho avute
mai le tavole IL e IIL, tutto chè nella lettera del
15 marzo mi dicesse di spedirle la domenica suc¬
cessiva. Ho letto il lavoro, cioè quel tanto che ho
sin qui ricevuto, e perciò che io posso giudicare,
tanto più che non è completo, mi pare vada bene
e sia ragguaglio fedele ed utile. Forse avrò qual¬
che osservazione su talune supposizioni, come ad
esempio su quella di essere i pugnali di bronzo
oggetti d’uso, ma è necessario che io abbia prima
in mano l’intero lavoro e che me lo rilegga di se¬
guito e con la maggiore attenzione. Sicché, per
oggi, si contenti di sapere che l’impressione avuta
da mia prima lettura del lavoro incompleto è
buona. A suo tempo farò le aggiunte necessarie
per ciò che concerne la tomba esistente nel mio
Museo e terrò conto delle avvertenze sue, fattemi
con la lettera del 21 marzo relativamente alle
asce metalliche. All’Accademia non potrò natural¬
mente presentare il lavoro se non l’ho tutto; ma
poiché la prossima seduta della Classe citi appar¬
tengo non avrà luogo che il 28 aprile, spero che
allora tutto il manoscritto sarà qui e che avrò
modo di leggerlo ed esaminarlo con tutta l’atten¬
zione voluta (Pigorini, In. 1889-C).
Con quest’ultima missiva si chiude il carteg¬
gio Pigorini-Bandieri conservato presso l’archivio
del Museo reggiano, sicché possiamo solo ipotiz¬
zare quel che vi fece seguito.
Bandieri, manifestamente, non inviò mai il
seguito del suo scritto al Pigorini e sullo scorcio
del 1889 partì per l’Eritrea, dove defunse improv¬
visamente il 28 gennaio dell’anno stesso a Cheren.
L’improvvisa scomparsa del Bandieri pose così
fine, almeno per il momento, alle mene del Pigo¬
rini per assicurarsi il controllo del rapporto sulle
indagini a Remedello, ed il « Ragguaglio » del
Bandieri rimase così inedito. L’inopinata morte
di questi mise manifestamente in crisi il divisa¬
mente pigoriniano, sicché, dopo tale scomparsa,
vediamo il Pigorini stesso richiedere al Museo
di Reggio l’invio di una relazione del Bandieri
sulle indagini condotte da quest’ultimo nella
« necropoli gallica » di Remedello.
Quest’ultimo tentativo, dovette, manifesta¬
mente, essere accolto dai dirigenti del Museo con
qualche freddezza; tanto che Pigorini, di lì a
poco, restituisce la relazione stessa senza averne
fatto uso di sorta.
Trascorre così qualche anno senza che si parli
più della cosa, sinché, nell’ottobre del 1896, Pigo¬
rini invia a Reggio il Colini (suo braccio destro
al Museo Prestorico romano) per prendere con¬
tatto con la nuova direzione del Museo, tenuta
dal Cartocci, al fine di ottenerne la collaborazione
per poter portare a termine il disegno troppo a
lungo rimandato.
Colini visita così i Musei di Reggio e di Bre¬
scia, ed in una sua lettera diretta al Cartocci
stesso lo ringrazia per l’accoglienza ricevuta e
per la preziosa assistenza nell’esame del mate-
rale funebre rinvenuto a Remedello (Colini, In.
1896).
La visita a Reggio gli è stata più che proficua,
poiché ha ottenuto brevi manu dal Cartocci stesso
la stesura definitiva del « Ragguaglio » Bandieri,
che ha così portato con sé a Roma.
Nella lettera di cui sopra, Colini scrive infatti
al riguardo : Appena arrivato qui, mi sono data
premura di esaminare con attenzione il rapporto
del Bandieri. Ho potuto constatare che questa re¬
lazione ha una sola cosa pregevole, la quale con¬
siste precisamente nelle notizie, abbastanza chiare
ed. intelligibili, delle circostanze in cui furono rin-
LA CULTURA DI REMEDELLO
35
venuti i sepolcri dei quali si conserva la suppel¬
lettile nei Musei di Brescia e di Reggio. Credo
che, sotto questo aspetto, il rapporto abbia un
pregio notevole; ma non posso riferirne al Pigo-
rini, nè al Barnabei, finché non sia riuscito ad
identificare nel materiale del Museo di Reggio cia¬
scuna delle tombe delle quali fa cenno la relazione.
Chiudendo, infine, la missiva, soggiunge :
Finalmente, la prego di darmi tutti gli schizzi,
disegni ed appunti che si conservano nel Museo
a proposito di questi sepolcri e la prego di par¬
larne al prof. Campanini (Colini, In. 1896).
La corrispondenza fra Cartocci e Colini pro¬
segue intensa nel 1897, ed il Cartocci (11 mag¬
gio 1897) precisa al Colini di aver finalmente rin¬
venuto nell’archivio municipale reggiano la pra¬
tica relativa a Remedello, contenente parecchie
lettere (Cartocci, In., 1897-A).
Il 23 dicembre dell’anno stesso ritorna quindi
in argomento scrivendo al Colini :
L’incarto relativo alla necropoli di Remedello,
stante l’assenza del sig. cav. prof. Campanini, mi
venne consegnato domenica scorsa e credendo po¬
terne fare subito la spedizione telegrafai nei noti
termini. Il giorno seguente, lunedì, mi accinsi a
fare una scelta di quelle carte che potessero inte¬
ressare i suoi lavori, per evitare l’invio di una
favaggine di scritti inconcludenti; quando la Dire¬
zione di questo Museo mi fece capire che le carte
le quali rivestono carattere di documento sarebbe
stato bene mandarle in copia. Valendomi, allora,
della facoltà dalla S.V. accordatami con cartolina
del 4 aprile u.s., ho fatto copiare... (e si tratta
del verbale di apertura delle casse coi materiali
remedelliani dell’ll novembre 1885, di una rela¬
zione del Ruzzanenti sulle indagini a Remedello,
di una nota generale di tutti i sepolcri della
necropoli).
Alle carte di cui sopra — prosegue — unisco
in originale:
a) una relazione del Bandieri sulla necropoli,
stesa in sei quaderni di 10 fogli ciascuno,
più due mezzi fogli volanti. Io non l’ho letta,
ma sarà una copia dell’altra che Ella già
possiede. Se non è zuppa, deve essere di
certo pan bagnato.
b) Tavole numero 12 di disegni a matita ripro-
ducenti la topografia, alcuni altri ed i più,
interpretanti oggetti.
c) Due schizzi relativi a Ca’ di Marco.
d) Nuovo ordinamento numerico dei sepolcri.
e) Descrizione delle 12 tavole.
Le carte di cui alle lettere A, B, C, D, E, sarà
compiacente ritornarle a questo Museo non appena
le avrà adoperate, pel motivo che ella compren¬
derà di leggieri da quanto sopra detto.
Sulla necropoli di Remedello, periodo gallico,
posseggo del Bandieri un’altra relazione, alla quale
vanno unite 12 tavole disegnate a matita abba¬
stanza bene. Ne manca però una, quella distinta
col numero XIII". Siccome tutto l’incartamento fu
diversi anni sono spediti al sig. prof. Pigorini,
così si suppone che la tavola XIII“ mancante sia
stata smarrita in quella circostanza; ciò che, se¬
condo me, pare abbia ora provocata la misura
restrittiva da parte di questa Direzione. Comun¬
que sia, io che conosco Vesattezza e la compitezza
del sig. prof. Colini, non mi sono peritato di fare
un piccolo strappo ai desideri manifestati da que¬
sta Direzione, sicuro che le cose procederanno
senza alcun inconveniente (Cartocci, In. 1897-B).
Accusando ricevuta di tale materiale, in data
14 gennaio 1898 (Colini, In. 1898-A). Colini ri¬
scrive immediatamente al Cartocci (19 gennaio
1898) richiedendogli l’invio della relazione del Ban¬
dieri sulle tombe galliche, con le relative tavole e
con l’occasione gli precisa come il suo scritto sul
Periodo eneolitico debba, uscire ai primi di marzo
e che alla fine del mese sarà in tipografia (Co¬
lini, In. 1898-B).
Rispondendo a quest’ultima lettera, Cartocci
precisa di aver inviato copia di una relazione del
Bandieri sui sepolcri della prima età del ferro
ed 11 tavole, in originale, più una descrizione di
queste ultime (CARTOCCI, 1898).
La lettera termina quindi con l’esortazione :
Ed ora, egregio signore, faccia gemere i torchi,
che la sua relazione è attesa vivamente da tutti,
tanto più dopo che io mi sono permesso di bat¬
tere un po’ la grancassa, non per lei che non ne
ha affatto bisogno, ma indirettamente per me.
Nella primavera del 1898, comincia così ad
uscire a puntate nel Bullettino di Paletnologia
Italiana il lavoro del Colini (1898-1902) su Reme¬
dello, scritto che continuerà a sortire nel Bullet¬
tino stesso sino al 1902, data nella quale verrà
poi interrotto senza spiegazioni di sorta.
In tale studio monografico, strettamente ba¬
sato, per quanto concerne i materiali « remedel¬
liani», sull’opera inedita del Bandieri, possiamo
leggere quel che segue: Essendo morto il Chierici
prima che l’esplorazione fosse compiuta, fu inca-
caricato di riferirne il Baiidieri, che assieme al
Ruzzenenti aveva assistito agli scavi. Ed egli, in¬
fatti, stese un particolareggiato e diffuso rapporto
intorno al risultato generale ottenuto nel 1885;
ma anche il Bandieri morì prima di pubblicarlo
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
31 )
e perciò rimase inedito... Ho riportato dalle rela¬
zioni del Bandieri i soli dati di fatto, lasciando
da parte gli apprezzamenti, spesso molto strani,
ed aggiungendovi notizie più sintetiche e complete
dei materiali (Colini, 1898-1902 (1898): 2-4).
Ogni commento a questa sorta di « epitaffio »
dell’opera del Bandieri — così largamente sfrut¬
tata — guasterebbe, e lo lasciamo, comunque, al
lettore per le riflessioni del caso, concernenti anche
tutto lo svolgimento dell’« affaire » di Remedello.
Detto così, per sommi capi, delle fonti edite
ed inedite utilizzabili per lo studio della proble¬
matica « remedelliana », passiamo ora rapida¬
mente a dire di quelle museografiche, non meno
importanti delle prime.
In proposito, va subito rilevato come pei rela¬
tivi materiali conservati nelle collezioni dei nostri
varii Musei, ci restino dati circa la provenienza
e le modalità di rinvenimento, che sono da consi¬
derarsi veramente eccezionali ; il chè, per mate¬
riali tutti rinvenuti nel secolo scorso, costituisce
indubbiamente una fortunata eccezione.
Parimenti eccezionale è il fatto che per la
« Cultura di Remedello » ci siano state conservate
ben 29 sepolture intatte, trasportate a suo tempo
nei nostri Musei nello stato di effettivo rinveni¬
mento, cioè ancor parzialmente avvolte nel terreno
di giacitura.
Quattordici di queste provengono da Reme¬
dello, dodici da Fontanella ed una per ciascuno
dalle località di Volongo, Cerese e Calvatone.
A tale eccezionale documentazione si debbono
inoltre aggiungere i corredi completi di un’altra
sessantina di sepolture, ed un piccolo gruppo di
materiali rinvenuti erratici nella necropoli di
Remedello.
Si tratta, quindi, di una documentazione palet-
nologic-a di eccezionale copiosità, che ben consente
conclusioni anche di ordine statistico.
I materiali che qui, per il momento, indi¬
cheremo come provenienti dalle sepolture del
« gruppo eneolitico lombardo » (vedremo in se¬
guito quali andranno effettivamente attribuiti alla
« Cultura di Remedello » stessa) sono attualmente
conservati nei Musei di Reggio Emilia, di Man¬
tova, Brescia, Cremona, Milano e Roma, oltre
che, in minima parte, in altri Musei minori.
Per comodità del lettore, ne forniamo pertanto,
qui di seguito, l’inventario e la dislocazione:
1° - Civico Museo di Paletnologia « Gaetano Chierici »
di Reggio Emilia.
a) dalla Necropoli di Remedello di Sotto (Scavi RuzZe-
1885):
— n" 10 sepolture intatte (nn° 27, 34, 40, 56, 65, 73, 75, 76,
78, 83 dell’Elenco Bandieri).
—■ n ° 35 corredi di singole sepolture (nn° 2, 4, 13, 37, 42,
45, 46, 53, 60, 61, 62, 63, 64, 69, 70, 71, 72, 74, 81, 82,
85, 86, 88, 93, 95, 97, 99, 100, 102, 104, 106, 107, 109
116, 117).
— n" 14 corredi di singole sepolture non numerate.
b) dalla Sepoltura di Cadimarco (Scavi Ruzzenenti, 1886).
— n" 1 corredo completo.
2“ - Civico Museo di Storia Naturale - Brescia.
a) dalla Necropoli di Remedello di Sotto (Scavi Ruzza-
nenti, 1886).
— n“ 2 sepolture intatte (Sepolcri 1° e 11“ del Colini
(1898-1902, 1898: 96-99).
— n“ 2 vasi in cotto (Sepolcri 111“ e IV° del Colini (1898-
1902, 1898: 96-99).
Gruppo di manufatti litici, di non indicata provenienza
da specifici sepolcri.
3° - Museo Civico di Viadana.
a) dalla Necropoli di Remedello di Sotto (Scavi Ruzze¬
nenti, 1886).
— n° 1 sepoltura intatta.
— n° 1 corredo di sepoltura non numerata.
4° - Museo di Palazzo Ducale, Mantova.
a) dalla Necropoli di Fontanella (Scavi Locatelli, 1889-91).
— n“ 6 sepolture intatte (Tombe nn° 3, 4, 5, 6, .7, 8 del¬
l’Elenco del Locatelli (Acanfora, 1956: 324-325).
— Parte dei corredi delle sepolture nn° 14, 15, 16, 18, 19,
20 dell’Elenco Locatelli.
5° - Museo Civico - Cremona.
a) dalla Necropoli di Fontanella. (Scavi Locatelli 1889-91).
— n° 1 sepoltura intatta (Tomba n° 9 dell’Elenco Locatelli).
6° - Civico Museo Archeologico - Milano (Castello
Sforzesco).
a) dalla Necropoli di Fontanella (Scavi Locatelli, 1889-
1891).
— n“ 2 sepolture intatte (Tombe nn° 1 e 12 dell’Elenco
Locatelli).
— n" 1 vaso in cotto (Sepoltura n° 2 dell’Elenco Locatelli).
— n" 1 pugnaletto in rame (da sepoltura imprecisata, ine¬
dito).
7° - Museo Preistorico Etnografico « Luigi Pigorini »
- Roma.
a) dalla Necropoli di Remedello di Sotto (Scavi Bandieri,
1885).
— n° 1 sepoltura intatta (Tomba n° 79 dell’Elenco Ban¬
dieri).
— un gruppo di materiali erratici, donati dall’Omboni e
dal Ruzzenenti, rappresentati da lame di pugnali in
selce.
b) dalla Necropoli di Fontanella (Scavi Locatelli, 1889-91).
— n" 2 sepolture intatte (Tombe nn° 11 e 13 dell’Elenco
Locatelli).
— n“ 1 « residxw di tomba » (non numerato nell’Elenco
Locatelli) (Acanfora, 1956: 325).
— un gruppo di parti dei corredi delle sepolture nn° 14,
15, 16, 17, 18, 19, 20 dell’Elenco Locatelli.
LA CULTURA DI REMEDELLO
37
c) dalla Necropoli di Volongo - Campo Panesella.
— n° 1 sepoltura intatta (Anonimo, 1898: 48 e 53),
(Colini, 1899: 31), (Dono Locatelli).
— n° 1 pugnale in rame della Sepoltura n° 1.
d) dalla Sepoltura di Cerese.
— n° 1 sepoltura intatta (Colini, 1898-1902, 1898: 231,
Nota 78).
e) dalla Necropoli del Campo Santa Cristina di Fiesse
(Scavi Ruzzenenti, 1898).
— n" 1 corredo della « Sepoltura Sud ».
— n° 1 corredo della « Sepoltura Nord».
f) dalla Sepoltura del « Roccolo Bresciani » di Remedello
di Sotto (Ricupero Ruzzenenti, 1899).
— n° 1 corredo della sepoltura (Acanfora, 1955: 41,
Nota 3), (Ruzzenenti, In. 1899).
g) dalla Necropoli di Asola.
—■ un gruppo di elementi provenienti da varie sepolture.
8° - Antiquarium « Platina » di Piadena.
a) dal Campo Santa Caterina, Calvatone.
— n“ 1 sepoltura intatta, priva di corredo (Ricupero Cor-
naggia Castiglioni, 1963, inedita).
9 - Museo Civico - Legnano.
a) da Legnano:
— n" 1 « cuenco » campaniforme, rinvenuto con materiali
recenziori (Sibrium, 1960: 259).
3
38
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Parte Seconda
DOCUMENTAZIONE PALETNOLOGICA
Premessa.
Gli Autori nostrani — sulla scorta delle ve¬
dute tassonomiche espresse a suo tempo dalla
Laviosa — persistono nell’ascrivere ad un’unica
« facies » « eneolitica », a distribuzione 'pan-
padana, tutte indistintamente le manifestazioni
locali della « Civiltà eneolitica » ; sia che si tratti
di quelle presenti in Lombardia che nel Veneto
ed in Emilia. Punto di vista, questo, che è stato
di recente esplicitamente riconfermato sia dal-
I’Acanfora (1956: 325-326) che dal Bernabò Brea
(1958: coll. 999-1000).
Noi, per contro, abbiamo già avuto modo di
anticipare come dalle nostre ricerche risulti come
nell’« Eneolitico » della Padania siano nettamente
riconoscibili più « facies » locali — presentanti
distribuzioni regionali particolari — una delle
quali è quella « Cultura di Remedello » che è
oggetto di questa Nota.
Le manifestazioni di quest’ultima « facies »
— tutte costituite da sepolture — fanno parte
di quelle che abbiamo già genericamente ascritte
al «gruppo eneolitico lombardo», il quale risulta
strettamente accantonato nel sud-est della Lom¬
bardia stessa.
Qui di seguito, pertanto, ci occuperemo in det¬
taglio delle manifestazioni di tale «gruppo»,
elencandone tutti i giacimenti e descrivendone
tipologicamente i tratti culturali più rappresen¬
tativi. Disporremo così di una completa visione
ergologica delle manifestazioni del « gruppo »
stesso, tramite le quali — applicando la prassi
in precedenza descritta — ci sarà possibile giun¬
gere ad una nuova e fondata caratterizzazione
della « Cultura di Remedello » ; il chè verrà fatto
nella Parte Terza del nostro studio.
I giacimenti in discorso sono i seguenti :
A - Provincia di Brescia.
1°) Necropoli di Remedello di Sotto.
La necropoli di Remedello occupava il tratto
centrale del podere dello « campo Dovarese » in
Comune di Remedello (N° di Mappa censuaria
107), terreno posto immediatamente ad oriente
della rotabile Remedello-Asola ed ubicato fra le
cascine « Dossello di Sopra » (al nord) e « Dos-
sello di Sotto » (al sud). Scoperta occasionalmente
nel 1884, essa venne indagata regolarmente, fra
il 1885 ed il 1886, dal Bandieri e dal Ruzzenenti
e le fonti ci dicono come ivi si mettessero in luce
almeno 124 sepolture «eneolitiche» ad inumazione.
Bibliografia: (Ruzzenenti, In. 1884-A), (Chierici, 1884:
134), (Chierici, 188: 35), (Ruzzenenti, In. 1885-B),
(Bandieri, In. 1889), (Colini, 1898-1902, 1898: 4-5,
8-9).
2°) Sepoltura del « Roccolo Bresciani » di Reme-
delio di Sotto.
La sepoltura, scoperta occasionalmente nel
1899, era ubicata nel podere « Roccolo » del Co¬
mune di Remedello di Sotto (N° di Mappa cen¬
suaria 158) terreno posto ad occidente della rota¬
bile Remedello-Asola.
Bibliografia : (Ruzzenenti, In. 1899), (Acanfora, 1954:
41, Nota 3).
3“) Necropoli di Fiesse.
La necropoli, ubicata nel podere « Santa Cri¬
stina », venne indagata nel 1898 e vi si scopri¬
rono unicamente due sepolture.
Bibliografia: (Colini, 1899: 28).
4°) Sepoltura di Cadimarco.
La tomba era ubicata nella frazione Cadimarco
del Comune di Gambara, in località «Tre dossi»,
nei pressi della cascina Sant’Albano allora di pro¬
prietà Buzzoni. La indagò il Ruzzenenti nel 1887.
Bibliografia: (Ruzzenenti, In. 1887-A), (Ruzzenenti, In.
1887-B), (Cartocci, In. 1887), (Pigorini, 1887: 296),
(Colini, 1898-1902, 1898: 224-225).
B - Provincia di Cremona.
5°) Necropoli di Volongo.
La necropoli, posta in località « Dosso Gru¬
mo », andò in massima parte distrutta nel corso
di lavori agricoli, ed i relativi materiali vennero
dispersi dagli occasionali scopritori. Il Locatelli
potè tuttavia ricuperarvi 4 sepolture, tre delle
LA CULTURA DI REMEDELLO
39
quali provenienti dal podere « Panesella » ed una
da quello detto «Loghino». A tali ricuperi con¬
tribuì anche il Ruzzenenti.
Bibliografia : (per «Panesella»): (Anonimo, 1898: 48),
(Colini, 1898-1902, 1898: 219-220), (Colini, 1899:
31); per «Loghino»: (Mantovani, 1895: 6), (Pigo-
rini, 1895: 99).
6°) Sepoltura di Calvatone.
La sepoltura, ubicata nel podere « Sant’An¬
drea », venne occasionalmente in luce nel corso
delle indagini condotte dalla Sopraintendenza alle
Antichità della Lombardia nell’area dell’antica
Bedriacum. Il ricupero avvenne a nostra cura
nel 1963.
Bibliografia -, (Capitanio-Corrain, 1968: 165 e Tav. 1°).
C - Pkovincia di Mantova.
7°) Necropoli di Fontanella.
La necropoli era ubicata nella frazione Fonta¬
nella del Comune di Casalromano, in località detta
«La Pista», fondo allora di proprietà Locatelli.
Essa venne regolarmente scavata dal proprietario
del fondo stesso, fra il 1889 ed il 1891, restituendo
complessivamente 37 sepolture «eneolitiche».
Bibliografia -, (Anonimo, 1889-A: 191), (Anonimo, 1889-B:
392), (Anonimo, 1890-A: 50, (Anonimo, 1890-B: 25),
(Castelfranco, 1892: 111), (Castelfranco, 1893),
(Colini, 1898-1902, 1898: 220-224), (Trerotoli, 1951-
52), (Acanfora, 1956), ( Corrain-Gallo, 1967).
8) Necropoli di Asola.
La necropoli era posta lungo il bordo del più
alto terrazzo del Chiese, in riva orientale del
medesimo, da un paio di chilometri a S.O. del
capoluogo. Molte delle sue sepolture andarono
distrutte senza che ce ne restasse esatta notizia.
Di due sole, infatti avvenne il ricupero mercè le
indagini condottevi dal Locatelli e dal Ruzzenenti.
Bibliografia : (Colini, 1898-1902, 1898: 236).
9) Sepoltura di Mosio.
Sita in frazione Mosio del Comune di Acqua-
negra del Chiese, la sepoltura venne occasional¬
mente in luce nel 1885.
Bibliografia : (Taramelli, 1896: 19), (Colini, 1898-1902,
1898: 231).
10°) Sepoltura di Castel d’Ario.
La tomba venne in luce nei pressi del capo¬
luogo del Comune nel 1872 e ne curò il ricu¬
pero il Masé.
Bibliografia : (Masè, 1872-73: 314-315), (Colini, 1898-
1902, 1898: 231).
Il") Sepoltura di Cerese.
La sepoltura venne in luce occasionalmente
nella frazione Cerese del Comune di Virgilio, in
località «Motta della capelletta». Ne curò il ricu¬
pero il Ballarmi.
Bibliografia : (Colini, 1898-1902, 1898: 231).
Elencati così i giacimenti facenti parte del
«gruppo eneolitico lombardo», passiamo ora al
dettagliato esame della loro ergologia, quale risulta
dai corredi funerarii delle relative sepolture, rag¬
gruppandone le diverse voci secondo l’ordinamento
monografico riportato a pagina 78.
Tipologia degli insediamenti.
Come già accennato nel trattare dei caratteri
generali della « Civiltà eneolitica » nel nostro
Paese, i dati concernenti l’ubicazione e la mor¬
fologia degli insediamenti « eneolitici » nostrani
sono estremamente scarsi e lacunosi. Per quel che
ne concerne la generalità, sembra si possa rite¬
nere che essi fossero costantemente ubicati in
posizioni dominanti, come sembra logico dedurre
dal fatto che le relative necropoli risultano co¬
stantemente — salvo rare eccezioni — disposte
in altura.
Una delle eccezioni in discorso, è costituita
dagli insediamenti del « gruppo eneolitico lom¬
bardo » che, per le ragioni che vedremo a suo
luogo, erano invece tutti disposti in zone pia¬
neggianti.
Circa questi ultimi, è possibile inoltre preci¬
sare come si trattasse di villaggi capannicoli e
come questi, qualche volta, risultassero protetti
da un vallo difensivo.
Le piante delle relative capanne, nell’area lom¬
barda erano di forma circolare, mentre nel Ve¬
neto, almeno qualche volta (Colombare di Negrar)
erano quadrangolari e rivestite basalmente di
muretti a secco in pietra.
Per quanto concerne il « gruppo eneolitico
lombardo», tracce di «fondi di capanne» si eb¬
bero unicamente da tre distinte località : Asola,
Fontanella di Casalromano e Remedello di Sotto;
località tutte che restituirono in prossimità an¬
che sepolture.
Secondo una notizia epistolare del Ruzzenenti,
riportata dal Colini (1898-1902) (1898: 236) nel¬
l’autunno del 1886 venne in luce ad Asola, nei
pressi di alcune sepolture eneolitiche, «un fondo
40
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
di capanna » ricolmo di un sedimento uliginoso
nerastro, che inglobava lamelle in selce e fram¬
menti vascolari non meglio precisati.
Sempre secondo il Ruzzenenti — la notizia
epistolare è riportata dall’ACANFORA (1956, Nota
136) — nel campo detto Fontane, in quel di Fon¬
tanella, vennero in luce tracce di « un fondo di
capanna con pozzetto di scarico ». Il campo Fon¬
tane, era ubicato nei pressi del campo Predari,
dal quale si ebbero sepolture eneolitiche ; una delle
quali, scavata dal Locatelli, venne da lui donata
al Museo Archeologico di Milano.
Le notizie concernenti tracce di abitazioni in
quel di Remedello (tracce venute in luce nel corso
delle esplorazioni nel terreno del « campo Dova-
rese » ove era ubicata la necropoli « eneolitica »,
ci vengono fornite dall’inedito « Ragguaglio » do¬
vuto al Bandieri (Bandieri, In. 1889).
Questi dedica all’argomento un intero para¬
grafo, intitolato : « Indizii di abitazioni del Pe¬
riodo Eneo-litico ».
Scrive il Nostro in proposito :
Durante il corso delle preliminari ricerche
(onde individuare l’ubicazione della necropoli
eneolitica nel campo Dovarese) ebbi il vantaggio
di scoprire indizii di antiche abitazioni, che credo
si possano attribuire al periodo Eneolitico. Di tale
opinione era parimenti il Chierici, il quale, il se¬
guito dei ragguagli che man mano gli andava
rimettendo, sarebbe stato voglioso di continuare
le relative investigazioni; ma era mestieri andar
in cerca di sepolcri, perchè quello era lo scopo
principale delle esplorazioni.
Poco quindi posso dire in proposito, ma riter¬
rei venir meno ad un dovere quando tralasciassi
di accennare a quanto mi fu dato osservare, per¬
chè, se non altro, il poco da me fatto potrà ser¬
vire di indirizzo perchè altri compia il lavoro.
Nel tratto di terreno che nella Tav. 1® è rappre¬
sentato sotto la sezione D, e precisamente nella
parte orientale del medesimo (che è quella che
nella planimetria della necropoli pubblicata dal
Colini (1898-1902 (1898: Tav. 1°) è indicata con
la lettera D) ho scoperto le tracce di una fossa
larga in sommità m. 3, profonda m. 1.10, scavata
l’un tratto in direzione da Est ad Ovest, l’altro
da Nord a Sud.
L’estremo Sud di tale fossa non potei accer¬
tarlo, perchè guasto dai lavori campestri; l’estre¬
mo Nord, invece lo costatai con tutta precisione,
ed ivi la fossa stessa ripiega ad Ovest, formando
un angolo retto.
Il rinterro di tale fossa presenta i seguenti
caratteri: nella parte inferiore, per un’altezza di
m. 0.40, il terreno è di color carico, scuro e com¬
patto e credo sia stato deposto lentamente, per
l’azione delle acque di pioggia, per lo scioglimento
delle nevi e pei disgeli; nella parte superiore,
invece, e così per un’altezza di m. 0.70, l’interro
presenta i caratteri di un lavoro compiuto in breve
tempo e probabilmente dall’opera dell’uomo.
Nello strato inferiore, si riscontrano molte
scheggie di rifiuto della lavorazione delle selce e
qualche coccio di vaso di nero impasto, friabile
e fatto a mano; nel secondo strato, invece, di tali
oggetti non riscontrai che qualche traccia.
Nel fondo della fossa, la dove succede rincon¬
tro del braccio orientale col braccio settentrio¬
nale, costituendo l’accennato angolo retto, scopersi
un cumolo di frammenti di vaso con scheggie di
rifiuto della lavorazione della selce; e dalla dispo¬
sizione di tali oggetti potei rilevare come fossero
stati messi in posto ad un intento del quale mi
periterò bene dall’indagare il significato. Alla su-
perfice del campo, riscontrai frequenti scheggie
di selce e qualche coccio di vaso di nero impasto;
per cui dall’assieme di tali fatti, venni indotto
nel convincimento che la menzionata fossa fosse
stata scavata nel periodo della lavorazione della
selce e che questa venne lavorata in posto.
Da tali fatti ne seguiva naturale e leggittimo
il fatto di rivolgere le mie investigazioni entro lo
spazio di terreno limitato dagli accennati bracci
della fossa, ed ivi mi fu dato di scoprire le traccie
di larghe buche di forma circolare, con fondo in
forma di scodella, del diametro in sommità di
m. 3 e della profondità di m. 1.35, ripiene di ter¬
riccio di color carico scuro, entro il quale stavano
commiste scheggie di selce, frammenti di vasi di
nero impasto, rozzi e fatti a mano, e frammenti
di ossa di bruti. A dir vero, la serie degli oggetti
scoperti in tali buche è molto scarsa; però è indu¬
bitato presentino le traccie palesi della dimora
dell’uomo e non esito punto a qualificarle fondi
di capanne.
In altre buche ho raccolti oggetti presso che
identici a quelli ora descritti, per cui sembra pro¬
babile l’ipotesi che gli accennati fondi di abita¬
zione possano appartenere al periodo Eneo-litico;
non è però esclusa del tutto l’ipotesi contraria,
inquantochè non ho scoperto veruna arma ed ar¬
nese di selce e di metallo che possa far riscontro
preciso con le cose scoperte nella necropoli; sola¬
mente l’ansa di un vaso presenterebbe caratteri
molto prossimi con quella del fiasco dell’accen-
nato sepolcro.
Sempre secondo il Bandieri, dai «fondi di ca¬
panne » in discorso si ricuperarono : un fram¬
mento di punteruolo e due scheggie, un fram¬
mento di ansa a nastro, un frammento di orlo di
LA CULTURA DI REMEDELLO
41
vaso ornato di un cordoncino ; il tutto in ceramica
d’impasto nerastra e fatta a mano.
Dai detti « fondi di capanna » si ebbero pure
frammenti di ossa di mammiferi, fra i quali
costole di cavallo.
Da questi pur sommarii dati di fatto, è lecito,
quindi, l’inferire che nel tratto settentrionale del
« campo Dovarese » fosse ubicato un insediamento
eneolitico, costituito da fondi di capanne circolari
difesi da un fossato, del quale si rinvenne solo
l’angolo nord-orientale.
Insediamento, questo, con ogni verosimiglianza
riferibile alla necropoli « eneolitica » stessa, ubi¬
cata solo qualche centinaio di metri più a sud,
nel tratto centrale del terreno stesso.
Particolarmente interessante, in questo caso,
la presenza del fossato difensivo, non mai sin qui
constatata nel caso di insediamenti eneolitici pa¬
dani e che trova la sua naturai ragion d’essere
e nell’ubicazione in pianura del villaggio e — come
vedremo più innanzi — nella particolare etologia
dei suoi abitatori.
Morfologia e disposizione delle sepolture.
Si è già detto in precedenza come il rituale fune¬
rario in uso nell’« Eneolitico » italiano fosse uni¬
camente quello dell’inumazione ; la quale, tuttavia,
veniva eseguita deponendo il cadavere sul suolo
di una cavità — naturale od artificiale — senza
mai ricoprirlo col terreno.
Tutte le sepolture del « gruppo eneolitico lom¬
bardo » (come del resto non poche delle residue
padane) vennero effettuate direttamente nel ter¬
reno, scavandovi fosse ovalari che venivano poi
rinterrate con lo stesso. Il chè, a prima vista,
potrebbe apparire aberrante, qualora non si te¬
nesse il debito conto dell’ecologia locale, cioè del
fatto che l’area colonizzata dagli « Eneolitici »
lombardi era totalmente pianeggiante e ricoperta
da sedimenti fluviali sottili (particolarmente sab¬
bie) che non consentivano altre soluzioni di sorta.
Non si può quindi parlare, nel caso in esame,
di un abbandono della tradizione funeraria eneo¬
litica italiana ma, bensì, unicamente di un ripiego
del tutto occasionale.
Se fossero consentiti dubbi in proposito —
anche disconoscendo la tenacia delle tradizioni
preistoriche in campo funerario — basterebbero
a smentirli i casi delle sepolture di Cadimarco e
di Santa Cristina di Fiesse, nelle quali la presenza
di indizii di strutture sub-aeree al di sopra delle
sepolture stesse sta a riconfermarci che anche in
Lombardia gli « Eneolitici » nostrani non avevano
per nulla obliata la tradizione stessa.
A Cadimarco, infatti, il Ruzzenenti (In.
1887-B) potè constatare come ai quattro angoli
della fossa funeraria persistessero tracce di al¬
trettanti pali, sotto forma di fori circolari riem¬
piti in un terriccio più oscuro.
Egli scrive al riguardo : I circoli ai quattro
angoli hanno diametro uguale a m. 0.25, ma pro¬
fondità diversa: i due ad est sono profondi m. 0.35,
quelli ad ovest m. 0.25.
Analoghe constatazioni potè eseguire il Nostro
a Santa Cristina di Fiesse; osservazioni che il
Colini (1899: 28-29) riporta come segue: Le due
tombe, dal lato della testa, erano divise da un
metro circa di terreno naturale; ma quasi si toc¬
cavano ad ovest, nella parte corrispondente ai
piedi, A nord della prima tomba, ed al sud della
seconda, cioè ai due angoli dello stesso lato —
20 centimetri a distanza degli scheletri — si osser¬
varono delle buche a contorno circolare, aventi
diametro di 30 centimetri e riempite di terriccio
scuro: non potette accertarsi se ve ne fossero
altre due agli angoli opposti delle sepolture.
La pur eccezionale presenza di tali strutture
lignee — manifestamente interpretabili come sup¬
porti aventi sostenuta una copertura sub-aerea
sovrapposta alla fossa — conferma così che il
tipico rituale eneolitico nostrano dell’inumazione
in un’apposita « cella » (che voleva riprodurre
l’abitazione del vivo, onde il morto potesse conti¬
nuarvi una sua vita di là dal trapasso) non era
stato ripudiato dagli « Eneolitici » del « gruppo
lombardo», ma semplicemente modificato per ne¬
cessità strettamente contingenti.
Il chè ci fa apparire del tutto gratuita l’affer¬
mazione del Bernabò Brea secondo la quale gli
« Eneolitici » padani avrebbero conservato l’an¬
tico rito dell’inumazione individuale rannicchiata
entro semplici fosse, dì tradizione « neolitica »
(Bernabò Brea, 1958; Coll. 999).
Salvo nei due casi di Cadimarco e di Santa
Cristina, tuttavia (non ascrivibili però, come ve¬
dremo, alla « Cultura di Remedello » vera e pro¬
pria) le sepolture « eneolitiche » lombarde erano
tutte scavate direttamente nel terreno, a profon¬
dità limitata, e presentavano forma ovalare, a
volte provvista di una breve appendice per allo¬
garvi parte delle estremità inferiori dell’inumato
(cf. Tavola Seconda).
Stando ai rapporti di scavo, non si riconob¬
bero segnacoli di sorta che stessero ad indicare
la presenza delle sepolture stesse; assenza, tutta¬
via, che appare in effetti assai improbabile, sopra¬
tutto nel caso della necropoli di Remedello ove le
sepolture si riscontrarono spesso regolarmente
allineate ; il che fa ritenere che indicazioni in
42
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
proposito dovessero a suo tempo essere esistite.
E’ quindi probabile che da tali segnacoli, data la
loro superficialità, fossero già stati rimossi dai
precedenti lavori agricoli, talché gli scavatori non
poterono riconoscerne più traccia.
Il rituale funerario « eneolitico » italiano pre¬
vedeva, di regola, l’inumazione in apposite cavità
che vennero il più spesso utilizzate per deposi¬
zioni successive, venendo così a costituire — se¬
condo quanto abbiamo già ipotizzato in propo¬
sito — vere e proprie sepolture famigliavi.
Anche in tal senso il rituale del « gruppo eneo¬
litico lombardo » sembrerebbe scostarsi decisa¬
mente dalla tradizione italiana, poiché le sue se¬
polture sono di regola ben separate fra loro anche
in seno alle vere e proprie « necropoli » locali.
Anche qui, tuttavia, la cosa è unicamente da
imputarsi ai quei fattori ecologici che abbiamo
già ricordati.
Di conseguenza le sepolture del « gruppo eneo¬
litico lombardo» sono di regola «monosome»,
con rarissime eccezioni in proposito.
Nella letteratura, infatti, si trovano notizie
unicamente di tre casi di inumazioni « bisome » ;
due provenienti da Remedello (Tombe nn° 46 e 50
dell’Elenco Bandieri) ed una da Fontanella (Tom¬
ba n° 13 dell’Elenco Locatelli).
Nel caso della sepoltura n° 46 di Remedello
(rinvenuta nel « reparto Nord » della necropoli)
gli inumati erano due adulti, adagiati l’uno su
l’altro, mentre nel caso della sepoltura n° 50 (rin¬
venuta nel « reparto Sud » della necropoli stessa)
si trattava di due bambini, del pari sovrapposti.
La tomba « bisoma » di Fontanella, per contro,
conteneva due adulti, deposti sul fianco sinistro
e strettamente accostati fra loro (Acanfora,
1956: 330).
Nel caso delle sepolture « eneolitiche » del
« gruppo lombardo » (complessivamente 175 di
cui si abbia esatta notizia) le sepolture « bisome »
costituiscono così solo l’1.72% del totale.
I resti ossei degli inumati « eneolitici » lom¬
bardi si rinvennero spesso in connessione anato¬
mica, oppure con dislocazioni facilmente attribui¬
bili ad eventi del tutto naturali. La letteratura,
tuttavia, segnala anche casi di assenza di notevoli
parti degli scheletri ; per il chè si avanzò da taluni
l’ipotesi che in questi casi potesse trattarsi di
« sepolture » secondarie ; un rituale, quest’ultimo,
non ignoto al precedente Neolitico, ma anche per
questo sommamente raro in casi veramente con¬
vincenti (CORNAGGIA CASTIGLIONI, 1961 : 14-15).
Tenuto tuttavia il debito conto del complesso
dei fattori che si possono far entrare in linea
di conto per giustificare tali assenze, sembra che
il rituale della « sepoltura secondaria » si possa
escludere nel caso di quelle « eneolitiche » lom¬
barde, ed attribuire così la cosa semplicemente a
distruzioni dovute a precedenti lavori agricoli.
Rilievi condotti in corso di scavo, consentono
invece di affermare come i morti venissero col¬
locati nelle fosse ancor ricoperti dei loro vesti¬
menti, fossero quelli di uso quotidiano oppure
d’apparato.
Due sepolture della necropoli di Remedello
(quelle numero 61 e 69), restituirono infatti tutta
una serie di elementi in conchiglia forati, i quali
avevano manifestamente costituito la decorazione
cucita sull’orlo di un’ampia cappa panneggiata sul
cadavere. Anche un grande ago un argento, con
testa a forma di T, pure proveniente da una tom¬
ba di Remedello, conduce ad analoghe deduzioni.
In molta parte dei casi, gli inumati eneolitici
lombardi si riscontrarono deposti nelle fosse ada¬
giati su di un fianco, con gli arti — sopratutto
gli inferiori — più o meno fortemente flessi ( cf.
Tavole Seco?ida e Terza).
Tale posizione retratta, venne imposta dalle
ridotte dimensioni della fossa funeraria ; ma è
impossibile precisare se venisse facilitata me¬
diante legatura prima che si verificasse la rigi¬
dità cadaverica.
Se la massima parte delle inumazioni venne
disposta su di un fianco, non mancano, tuttavia,
eccezioni al riguardo, come risulta da quel che
segue :
Su 63 casi in cui la letteratura ci fornisce
esatte indicazioni in proposito, si hanno, infatti,
le seguenti percentuali :
а) inumazioni sul fianco sinistro: n° 38 (60.31%)
б) inumazioni sula fianco destro: n° 5 (7.93%)
c) inumazioni supine: 17 (26.9%)
d) inumazioni prone: n° 1 (1.58%)
e) inumazioni accoccolate: n" 1 (1.58%).
Per la necropoli di Remedello, su 43 casi, si
hanno invece i seguenti valori :
a) inumazioni sul fianco sinistro: n" 24 (55.81%)
b) inumazioni sul fianco destro: n" 3 (6.97%)
c) inumazioni supine: n" 14 (32.55%)
d) inumazioni accoccolate: n° 1 (2.32%)
Per la necropoli di Fontanella, su 13 casi, si
hanno i seguenti valori :
a) inumazioni sul fianco sinistro: n" 7 (53.80%)
b) inumazioni sul fianco destro: n° 2 (15.38%)
c) inumazioni supine: n" 3 (23%)
d ) inumazioni prone: n” 1 (7.69%).
LA CULTURA DI REMEDELLO
43
Circa l’orientamento degli scheletri, un parti¬
colare al quale si è voluto annettere speciale
importanza da parte di taluni (ma che nel caso
delle sepolture remedelliane non sembra aver
avuta particolare importanza rituale), il Bandieri
(In. 1889) annota per Remedello :
Tanto nel riparto Sud, quanto nel riparto
Nord, come fuori della necropoli, gli scheletri che
giacevano sul fianco sinistro avevano di regola il
capo a Nord-Ovest, e qualche volta a O-NO;
invece quelli supini, giacevano col capo ad Est.
Pei 52 casi di inumazioni « eneolitiche » lom¬
barde per cui la letteratura ci fornisce dati al
riguardo, si hanno così i seguenti valori percen¬
tuali :
a) capo rivolto a Nord: n" 21 (40.38%)
b) capo rivolto ad Ovest: n' J 20 (38.46%)
c) capo rivolto ad Est: n° 9 (17.30%)
d) capo rivolto a Sud: n° 2 (3.84%).
Per Remedello, su 41 casi indicati, si hanno
invece i seguenti valori :
a) capo rivolto a Nord: n° 21 (51.20%)
b) capo rivolto ad Est: n“ 9 (21.46%)
c) capo rivolto ad Ovest: n" 9 (21.46%)
d) capo rivolto a Sud: n” 2 (4.87%).
Per Fontanella, su 11 casi indicati, tutti risul¬
tano col capo rivolto ad Ovest (100%).
Circa l’orientamento del volto degli inumati,
sui 30 casi indicati per Remedello, si hanno i
seguenti valori :
a) volto rivolto a Nord: n° 21 (70%)
b) volto rivolto ad Est: n° 7 (23.33%)
c) volto rivolto a Sud: n° 2 (6.66%).
Come si è già accennato, gli arti inferiori ri¬
sultavano, di regola, sempre alquanto contratti,
sopratutto nelle deposizioni sul fianco; quanto a
quelli superiori, essi potevano assumere posizioni
assai più varie, potendo essere ripiegati oppure
distesi.
Nel caso più comune, con giacitura del cada¬
vere sul fianco sinistro, il braccio risultava ripie¬
gato verso l’alto, con la mano in prossimità del
capo, mentre l’arto destro poggiava sulla regione
epigastrica, con la mano in prossimità dell’impu¬
gnatura del pugnale, se questo faceva parte del
corredo funerario.
In altri casi, ambedue gli arti superiori erano
ripiegati verso l’alto, con le mani ravvicinate quasi
a sostegno del capo.
Come è rilevabile dalle nostre Tavole I, II, IV,
tuttavia, la disposizione degli arti superiori risul¬
tava assai varia.
Circa la presenza dei corredi funerarii nelle
sepolture, sul complesso delle 175 tombe di cui
si trova notizia nella letteratura, ben 113 ne erano
provviste (64.55% dei casi).
Nel caso delle necropoli di Remedello, su 124
sepolture ben 79 erano provviste di qualche ele¬
mento di corredo, sicché la percentuale relativa
ascende al 63.70%.
Nel caso di Fontanella, per contro, sulle 37 se¬
polture esplorate, solo 20 erano provviste di cor¬
redo (54% dei casi).
I corredi funerarii accompagnavano di regola
le sepolture degli adulti, meno comunemente quelle
dei giovani, ed assai più raramente quelle dei bam¬
bini ; i quali ultimi ne erano spesso sprovvisti
od unicamente accompagnati da scheggie in selce.
Nel caso della necropoli di Remedello, su 124
sepolture per le quali si hanno precisazioni al
riguardo, si hanno i seguenti valori :
a) sepolture di adulti e giovani con corredo : n” 58
(47.54%)
b) sepolture di adulti e giovani senza corredo:
n. 38 (31.10%)
c) sepolture di bambini con corredo : n° 22
(17.88)
d) sepolture di bambini senza corredo : n° 5
(4.91%).
Sulla scorta dei dati disponibili non sembra
che, nel caso degli adulti e dei giovani, il sesso
avesse particolare rilevanza nei confronti della
presenza del corredo funerario e della sua costi¬
tuzione.
Dei sei scheletri di Remedello recentemente
assegnati dal Corrain (1963) al sesso femminile,
ben quattro (tombe nn" 27, 34, 56, 75) erano infatti
provvisti di corredo e solo due (tombe nn° 3 e 76)
ne erano sprovviste.
Anche la costituzione dei corredi funerarii non
sembra fosse particolarmente condizionata dal
sesso dell’inumato ma, piuttosto dalla sua età o
condizione sociale.
Nei corredi delle quattro sepolture femminili
di Remedello di cui sopra, non mancano, infatti,
nè i pugnali in selce nè le cuspidi di freccia e
neppure le accette in pietra levigata e la ceramica.
Qualche sepoltura femminile remedelliana, tut¬
tavia, era spesso corredata di una punta di lesina
in rame; elemento, quest’ultimo, spesso associato
nelle sepolture ad un vaso ceramico.
I pugnali con lama in rame, per contro (ed in
genere gli elementi in metallo) sembra venissero
riservati alle inumazioni di sesso maschile.
Nella disposizione degli elementi di corredo
44
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
nelle sepolture veniva, di regola, osservato un
certo ordine.
I pugnali, ad esempio — sia che fossero in
selce che in rame — venivano il più spesso depo¬
sti in prossimità della mano destra deH’inumato,
che sembra ne stringesse fra le dita l’impugnatura.
Le cuspidi di freccia, per contro — che sem¬
bra si collocassero nella sepoltura ancor provviste
delle loro asticelle — venivano il più spesso depo¬
ste accanto alle spalle del cadavere, riunite in pic¬
coli gruppi ravvicinati e spesso allineati. In un
caso, si rinvennero deposte in gruppo sui piedi
del cadavere ; in altri casi disseminate lungo il
tronco dello stesso.
Quanto agli elementi ceramici, si rinvennero
il più spesso deposti ai lati del capo, o all’altezza
delle pelvi.
Anche il numero dei singoli componenti dei
corredi, era alquanto variabile, da caso a caso.
Le cuspidi di freccia, cioè gli elementi più
comuni nei corredi delle sepolture, venivano in¬
fatti deposte in numero alquanto vario.
Per la necropoli di Remedello si hanno, infatti,
1 seguenti valori : 1 esemplare in 6 sepolture,
2 esemplari in 2 sepolture, 3 esemplari in 3 sepol¬
ture, 4 esemplari in 6 sepolture, 5 esemplari in
3 sepolture, 6 esemplari in 5 sepolture, 11 esem¬
plari in una sepoltura, 25 esemplari in una
sepoltura.
Le lame di pugnale in selce, per contro, si rin¬
vennero sempre isolate in ciascuna sepoltura, salvo
in tre unici casi in cui se ne rinvennero due esem¬
plari per ciascuna tomba (tombe nn° 13, 27, 65).
Lame di pugnali ed accette in rame, per con¬
tro, si rinvennero unicamente isolate e così, del
pari, i vasi in ceramica.
Sulla disposizione pianimetrica delle sepolture
nelle necropoli, ci restano indicazioni unicamente
nel caso di quella di Remedello.
Il Bandieri (In. 1889) ce ne dà notizia come
segue :
La Necropoli del Periodo Eneolitico si presenta
sotto forma di un parallelogrammo — Tav. Ili _
e occupa uno spazio di circa 3000 metri quadrati
e si divide in due reparti, che chiamerò riparto
Sud e riparto Nord; divisione consentita tanto
da’ suoi caratteri intrinseci quanto dalla sua con¬
figurazione esterna; perchè, infatti, si compone
di due dossi il cui asse maggiore corre da Est ad
Ovest in guisa da formare colla linea dell’ago ma¬
gnetico un angolo retto. Tali dossi, io credo deb-
bansi attribuire all’opera dell’uomo, poiché dal
corso naturale delle acque non se ne spiegherebbe
altrimenti la formazione; che se poi discendiamo
ad indagare per quale scopo siano stati fatti,
escludo tantosto la ragione agricola, perchè niun
fatto la comprova; quindi non mi perito punto
dall affermare che siano stati formati per soddi¬
sfare al rito dei sepolcri, vigente in quei tempi
passati, come lo comprovano le circostanze che
verrò passando in rassegna.
Tali dossi vennero formati operando uno sterro
all ingiro dell’area dai medesimi occupata, dal che
ne seguiva venissero circondati da una depres¬
sione che li separava, come tutt’ora si distingue,
dalla circostante campagna, sulla quale si elevano
di m. 0.75.
Nel riparto Sud, i sepolcri stavano ordinati e
disposti in file regolari e parallele, distanti l’una
dall’altra m. 2, correnti in direzione da Est ad
Ovest, ogni sepolcro distando dall’altro m. 6; in
capo fila, però, i sepolcri si riscontravano a grup¬
pi, 07 di due 07’ di tre, con scheletri di persone
di età diversa. Nelle file mediane, d’ordinario, ho
riscontrato l esistenza di sepolcì’i di maggior im¬
portanza, appartenenti a persone adulte; di mano
in mano che si degradava verso i fianchi degra¬
dava altresì l’importanza del corredo dei sepolcri;
f ) a i quali ne ho riscontrati diversi appartenenti
a bambini ed a persone di giovane età.
Nel riparto Nord, invece, i sepolcri sono ordi¬
nati e disposti per gruppi, ed ogni gruppo com-
p7 endeva sepolcri di tutte le gradazioni, sia per
l importanza del corredo, sia per le diverse età
e cert’anche pel sesso.
Fuori della necropoli, riscontrai sepolcri dello
stesso periodo in qua e in là sparsi, sembrerebbe
senz alcun ordine e regola, ed in massima par’te
con scarso corredo, ed alcuni senz’alcun segnale.
Di regola, tali sepolcri stavano isolati, ma alcuni
li riscontrai a gruppi, fra i quali alcuni si distin¬
guevano per l’importanza del corredo. In tali se¬
polcri si riscontravano altresì le gradazioni delle
diverse età. In complesso il numero dei sepolcri
scopey ti ascendeva a 117 ; credo però affer¬
mare che, in effettivo, quelli dell’intera necropoli
— Tav. II a — sorpassassero di gran lunga il
numero di 300 ; ed appoggio il mio asserto al
fatto che le esplorazioni si limitarono a circa la
metà della necropoli stessa, mentre per il restante
ben presto m’accorsi che era affatto vano il ten¬
tare ogni ricerca, in quanto che l’agricoltore aveva
manomesso e sconvolto ogni cosa; fuori della ne¬
cropoli, poi, non ho fatto che degli assaggi e posso
assicurare che ivi non ho scoperto nemmeno un
decimo dei sepolcri.
Tutti i sepolcri erano scavati alla profondità
non mai minore di m. 0.70, nè mai maggiore di
m. 1.10, penetrayido nello strato di concrezioni
LA CULTURA DI REMEDELLO
45
calcare, entro il quale i cadaveri venivano inu¬
mati in nuda terra.
Si è visto come Bandieri attribuisse alla necro¬
poli « eneolitica » remedelliana un’area comples¬
siva di circa 8000 metri quadrati.
Il che è in contrasto con quanto scrive il Colini
in proposito, dato che quest’ultimo attribuisce al
solo « reparto Sud » della stessa, dimensioni di
metri 90 fra Est ed Ovest e 60 fra Nord e Sud.
(COLINI, 1898-1902 (1898: 9)
Nella planimetria delle varie necropoli poste
in luce nel « campo Dovarese », riprodotta alla
Tavola Prima dello scritto coliniano sopra ricor¬
dato, i due « reparti » della necropoli « eneoliti¬
ca » figurano come due rettangoli, aventi cia¬
scuno dimensioni di metri 77 x 63.
La scala indicata per tale rilievo, tuttavia, è
errata, poiché non è di 1 : 7000 ma, bensì, all’in-
circa 1:5000.
I valori numerici sopra indicati, vanno, per¬
tanto portati a metri 60x50; il che da un’area,
per ciascuno dei due « reparti », pari a metri
quadrati 3000. L’area complessiva della necropoli
« eneolitica » sarebbe così stata pari a circa metri
6000, cioè ad un valore doppio di quello indicato
per la stessa dal Bandieri.
Se disponessimo ancora della Tavola Terza
che accompagnava il « Ragguaglio » del Bandieri,
non avremme avuto difficoltà a risolvere la discre¬
panza in questione; ma della stessa, come si è già
detto, non esiste più traccia.
In proposito, tuttavia, ci restano degli appunti
pianimetrici, di mano del Ruzzenenti (In. 1886-E),
tramite i quali si può dedurre come in seno al
« campo Dovarese » le sepolture eneolitiche si rin¬
venissero in un tratto di terreno centrale, lungo
fra Nord e Sud circa 140 metri.
Circa al centro di tale tratto, fra Est ed Ovest,
il terreno — fra la rotabile Remedello-Asola e il
bordo dell’antico terrazzo del Chiese — presen¬
tava una larghezza pari a metri 71 ; indicazione,
questa, che ci permette di controllare con una
buona approssimazione la dislocazione della ne¬
cropoli « eneolitica » in seno allo stesso.
Nel rilievo di cui alla nostra Figura n. 1, ab¬
biamo concretate graficamente le nostre conclu¬
sioni in proposito, basate sulla scorta di tutti i
dati disponibili.
Come si è già visto attraverso le precisazioni
dovute al Bandieri, l’area occupata dalla necro¬
poli « eneolitica » di Remedello presentava forma
di un parallelogrammo, ed era costituita da due
dossi paralleli — disposti trasversalmente al
« campo Dovarese » e quindi con l’asse maggiore
orientato fra Est ed Ovest — leggermente sopra-
elevati sul terreno circostante.
Di tali dossi, evidentemente spianati all’atto
dell’impianto del vigneto nel podere stesso, non
rimane attualmente più alcuna traccia sul ter¬
reno.
Si è già pure visto come in seno ai due
« reparti » similmente delimitati fossero disposte
le fosse sepolcrali, in parte ordinate su file paral¬
lele, in parte variamente raggruppate.
Fig. 1. — Planimetria del «campo Dovarese» di Remedello
di Sotto, con l’indicazione (punteggiata) dell’area occupata
dalla necropoli « eneolitica ».
Altri sepolcri, inoltre, si rinvennero esterna¬
mente all’area della necropoli stessa.
Per quanto concerne quest’ultima, il Bandieri
(In. 1889) fornisce i seguenti dati circa il numero
e la numerazione delle fosse scoperte nei suoi due
« riparti ».
Nel « riparto Nord », si scoprirono complessi¬
vamente 44 sepolture (quelle recanti i numeri 3,
4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18,
40
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31,
32, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 42, 43, 44,
45, 46 dell’Elenco del Bandieri) mentre nel
« riparto Sud » ne vennero messe in luce comples¬
sivamente 58, cioè quelle recanti i numeri 48, 49,
50, 51, 52, 53, 54, 55, 56, 57, 58, 59, 60, 61, 62,
63, 64, 65, 66, 67, 68, 69, 70, 71, 75, 76, 77, 78,
79, 80, 81, 82, 83, 84, 85, 86„ 87, 88, 89, 90, 91,
92, 93, 94, 95, 96, 97, 98, 99, 100, 101, 102, 103,
104, 105, 106, 107, 108, 109.
Fuori delle necropoli, si misero in luce altri 14
sepolcri, cioè quelli numerati 1, 2, 72, 73, 74, 111,
112, 113, 114, 115, 116, 117, 118, 119, nonché due
fosse — non contenenti resti umani — che ven¬
nero numerate rispettivamente 47, 110.
La prima di queste ultime (n. 47), scoperta
all’estremo orientale del lato Nord del riparto
Nord, conteneva, alla profondità di metri 1.20
lo scheletro completo di un cavallo, giaceyite sulle
reni (Bandieri, In. 1889).
La seconda (n. 110), posta all’estremo occiden¬
tale del lato Sud del riparto Sud, era profonda
metri 1.20 ed aveva forma di tronco di cono rove¬
scio, larga alla base metri 2.50 ed al sommo
metri 0.60.
Sul fondo, la fossa conteneva un frammento
destro di mascellare inferiore di bue, un dente
ed una vertebra di cavallo, frammenti di costole
di bue, un frammento di macina, un macinello
in arenaria, 12 frammenti di vasi di impasto di
colore nerastro, non torniti, nonché 28 ciottoli
ovoidali di varie dimensioni. Al tutto andavano
uniti due frammenti di un corno di bovide.
Le tombe sopra ricordate, tuttavia, non furono
le sole di cui si avvertisse la presenza nel corso
delle indagini nella necropoli « eneolitica » reme-
delliana, come risulta dal brano che segue, sempre
dovuto al Bandieri :
Nella Tavola Seconda, poi, ho avvertita l’esi¬
stenza di sepolcri manomessi, dei quali non ho
tenuto conto in questa Nota; ritenni accennarli
nella Tavola poiché, sebbene manomessi, valgono
a dare un’idea precisa dell’ordinamento della
Necropoli e delle sue divisioni; non ritenni tenerne
calcolo qui, perchè affatto inutile il far cenno a
tutti i sepolcri scoperti in tale stato e spogli di
ogni avanzo di corredo ».
Di parecchi dei sepolcri rinvenuti già sconvolti,
pertanto, non troviamo la minima traccia nel¬
l’elenco delle sepolture forniteci nell’Acetato A
del « Ragguaglio ».
Senza tener conto, comunque, di queste ultime,
alle 117 sepolture elencate dal Bandieri ne vanno
aggiunte almeno altre 7 poste in luce nel corso
dei successivi scavi condotti dal Ruzzenenti nella
necropoli di Remedello, talché il numero delle
sepolture rinvenute in quest’ultima e di cui ci
resta traccia nella letteratura, assomma comples¬
sivamente a 124.
La lavorazione della pietra.
Per la confezione di armi, strumenti da lavoro
ed « oggetti di adorno », gli « Eneolitici » lombardi
utilizzarono un ristretto numero di materiali litici,
di origine tanto sedimentare (selce, calcari) che
metamorfica (« pietre verdi »).
Tutti questi materiali sono piuttosto scarsi
nelle alluvioni dell’area di distribuzione degli in¬
sediamenti degli « Eneolitici » stessi, talché è da
supporre che essi se ne approvvigionassero altrove,
presumibilmente per via di scambi. In particolare
è problematico dove queste genti potessero procu¬
rarsi i grandi arnioni di selce (che in taluni casi
dovevano indubbiamente superare la lunghezza di
una ventina di centimetri) dai quali trassero le
grandi lame in selce dei loro pugnali.
Le tecniche utilizzate per la lavorazione della
pietra erano essenzialmente due : la « scheggia-
tura » (mediante la quale ottennero grandi « scheg-
gie laminari» molto allungate) e la «levigatura».
Quest’ultima tecnica, tuttavia, venne utilizzata
come di consueto unicamente per la produzione di
« accette » litiche e per la confezione di qualche
« oggetto di adorno ».
Per la « scheggiatura » gli « Eneolitici » lom¬
bardi impiegarono costantemente della selce di
ottima qualità e dal colore generalmente poco
intenso, biancastro o grigiastro, assai raramente
rossastro.
Nei manufatti confezionati essa ci si presenta
sempre con superfici translucide, molto spesso pre¬
sentanti superficialmente colore biancastro omoge¬
neo, dovuto alla successiva patinatura naturale.
Le schegge e le schegge laminari così ottenute
dai nuclei, vennero di regola lavorate bifaccial-
mente, con un ritocco a pressione del tipo lamel¬
lare piatto e giustapposto, sempre totalmente
invadente. Qualche volta la lavorazione venne
condotta «in serie», partendo dai due fili del
manufatto; questi ultimi presentano spesso un
minutissimo ritocco « secondario », che nelle « cu¬
spidi di freccia » può assumere aspetto finemente
denticolato.
Tanto nelle « lame dei pugnali » che nelle
« cuspidi di freccia », la sezione trasversale dei
manufatti risulta di regola molto appiattita, appe¬
na leggermente incurvata.
Il ritocco bifacciale e completamente invadente
è di regola assoluta nelle « lame di pugnale », men-
LA CULTURA DI REMEDELLO
47
tre per le « cuspidi di freccia » si hanno anche rari
esempi di ritocco monofacciale; il che si verifica
allorché le « cuspidi » stesse vennero tratte da una
lama sottile anziché da una scheggia.
L’industria litica su selce degli « Eneolitici »
lombardi è, pertanto, un’industria essenzialmente
su « scheggia laminare », pur non mancandovi
qualche raro esempio di grande « lama », come ap¬
pare dal numero 5 della nostra Tavola Quinta.
Passando ora ad esaminare in dettaglio la
morfologia dei manufatti in selce, inizieremo tale
rassegna dalle « cuspidi di freccia peduncolate e
con alette ». Priorità descrittiva, questa, che deriva
loro dal fatto che esse sono di gran lunga i manu¬
fatti più largamente rappresentati nei corredi
funerari delle sepolture « eneolitiche » lombarde.
Sul complesso delle 79 sepolture della necro¬
poli di Remedello provviste di corredo, ben 27 di
queste infatti — cioè il 29.25% — era corredata,
in maggiore o minore misura, di tali elementi.
Fra quelle indagate dal Bandieri, ne erano in¬
fatti provviste le tombe numero 4, 27, 34, 40, 41,
53, 56, 60, 62, 65, 69, 74, 78, 79, 83, 85, 86, 88,
94, 95, 97, 99, 102, 104, nonché le quattro scavate
successivamente dal Ruzzenenti nella necropoli
stessa. Da Remedello si ebbero così complessiva¬
mente, 124 esemplari di « cuspidi di freccia
peduncolate e con alette », oltre a quelle rinvenute
erratiche al di fuori delle sepolture.
Le « cuspidi » in discorso sono molto ben rap¬
presentate anche nelle residue sepolture del « grup¬
po eneolitico lombardo », poiché da Fontanella se
ne ebbero complessivamente 22, da Volongo 9 e
da Cerese 12. Le sepolture di Asola, Cadimarco,
Castel d’Ario ne restituirono complessivamente
altre tre.
Dal complesso delle sepolture del « gruppo »
in oggetto si ebbero così ben 171 «cuspidi», pro¬
venienti da 40 inumazioni.
Quanto a conformazione, le « cuspidi » in
discorso presentano forma di triangolo isoscele
più o meno allungato, più raramente risultano con¬
formate a triangolo equilatero. Più variabile ne ri¬
sulta la morfologia delle alette, che possono essere
più o meno rette oppure leggermente incurvate.
I peduncoli, per contro, hanno forma di triangolo
isoscele (cfr. Tavola Quarta).
La lunghezza di queste « cuspidi di freccia » va
da un minimo di 50 millimetri ad un massimo di
80, ma gli esemplari con lunghezze attorno ai 50
(o poco minore) che sono tuttavia eccezionali, si
presentano spesso lavorati molto trascuratamente
nei confronti di tutta la residua produzione. Essi
si ebbero soprattutto dalla necropoli di Fontanella.
Nessuna delle « cuspidi » del « gruppo « eneo¬
litico lombardo » da noi esaminata presenta sul
peduncolo quelle macchie nerastre che si incon¬
trano spesso in manufatti del genere e che indi¬
ziano l’impiego di mastici resinosi pel fissaggio
alla relativa asta di lancio. Tracce, queste, che
sono invece abbastanza comuni nelle « cuspidi » e
negli « elementi di falcetto » in selce della « Cul¬
tura della Polada».
« Cuspidi peduncolate e con alette » si ebbero
sia da sepolture sicuramente maschili che femmi¬
nili della necropoli di Remedello ; per il che ne
dovremmo inferire che 1’ impiego dell’arco fosse
comune ai due sessi.
Accanto alle « cuspidi » del tipo in discorso, le
sepolture « eneolitiche » lombarde ne restituirono
rarissime altre di diversa morfologia. Fra queste,
dobbiamo ricordare, in ordine decrescente di fre¬
quenza, le «cuspidi a base incavata» (cf. Tavola
Quarta, nn° 17, 19, 20) di cui un solo esemplare si
ebbe da Remedello (sepoltura n° 109) e due dalla
tomba di Cadimarco. Gli esemplari provenienti da
quest’ultima, tuttavia, sono di fattura molto gros¬
solana ed uno di essi è a ritocco solo monofacciale
(cf. Tavola Quarta, nn° 19, 20).
Due soli esemplari di « cuspidi peduncolate a
corpo losangico » si ebbero rispettivamente dalla
sepoltura n° 56 di Remedello e da quella n.° 17 di
Fontanella. La loro lavorazione è sempre bifac-
ciale ma molto grossolana (cf. Tavola Quarta,
n° 18).
Un solo esemplare di « cuspide ad ogiva » si
ebbe dalla sepoltura di Cadimarco, ed era rimasto
sin qui inedito. La sua lavorazione bifacciale è
molto .accurata, (cf. Tavola Quarta, n° 17).
Accanto alle « cuspidi di freccia » che siamo
venuti descrivendo, nella produzione litica degli
« Eneolitici » lombardi si vengono immediatamente
ponendo le « lame di pugnale » — del pari in selce
— che ne rappresentano la realizzazione più pre¬
stigiosa. Gli esemplari di ben accertata prove¬
nienza sono complessivamente 42, che si ebbero
da 38 sepolture. Qualche altro, tuttavia, si ebbe
erratico da altre sepolture della zona.
Tre sole necropoli lombarde, tuttavia, ci hanno
restituiti esemplari di « lame di pugnali » in selce :
Remedello, Fontanella e Volongo. Da Remedello
se ne ebbero complessivamente 28 (presenti nelle
25 sepolture nn° 4, 13, 27, 34, 41, 46, 53, 56, 60,
62, 65, 73, 74, 78, 86, 92, 97, 99, 100, 102, 107,
Bs. I, Bs. 4, Viadana 2") da Fontanella complessi¬
vamente 12 (rinvenute in 11 sepolture), da Volon¬
go 2, rinvenute in 2 sepolture.
Le « lame dei pugnali » in selce, tutte tratte
da « scheggie laminari » mediante lavorazione
bifacciale e con ritocco completamente invadente.
48
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
presentano un certo polimorfismo, tanto che si
possono ascrivere a 5 ben distinte varietà. Si pone
così, anzitutto, il problema della loro classifica¬
zione tipologica in base a tale polimorfismo.
Occupandosi di tale problema, con preciso rife¬
rimento ai pugnali eneolitici, il Colini (1898:
258-261) si era attenuto alla tettonica generale di
tali strumenti, ascrivendoli, di conseguenza « a
due varietà principali e ben distinte, cioè a con¬
torno ovale, o triangolare, ciascuna delle quali,
però, si suddivide in un gran numero di forme».
Il Chierici (1881: 101-102) che in precedenza
si era già occupato genericamente di un tale pro¬
blema, lo aveva impostato molto più razionalmente,
basandosi, per contro, sulla sola conformazione del
tallone e del codolo di tali strumenti.
Il problema venne ripreso, successivamente,
dal Patroni (1905: 94), sulla falsariga delle vedute
coliniane, attraverso un tentativo di classificazione
estremamente faragginoso e rimasto così caduco;
ed altrettanto fece più tardi il Rellini (1917).
Essendoci trovati noi pure ad affrontare una
tale questione nei confronti, tuttavia, della sola
produzione eneolitica lombarda, ci siamo sforzati
di risolverla nel modo più semplice possibile; per
il chè, abbiamo accolto i concetti classificativi pro¬
posti a suo tempo dal Chierici.
Prima di delineare tale classificazione, tutta¬
via, occorre fare in proposito talune precisazioni
di ordine terminologico.
Riferendoci specificatamente alle « lame di pu¬
gnale » del « gruppo eneolitico lombardo », ne de¬
signeremo i varii elementi come segue : col termine
di « tallone » indicheremo il tratto prossimale della
« lama » che è destinato ad inserirsi più o meno
profondamente nell’« impugnatura » dell’arma e
che può assumere conformazione semicircolare,
triangolare o retta. Nell’ultimo dei quali casi
risulta munito centralmente di un’appendice —
il « codolo » — variamente conformata e destinata
a consolidare il giunto fra la « lama » e l’« impu¬
gnatura » dello strumento.
Indicheremo invece col termine di « lama »
quel tratto del manufatto che si estende dal « tal¬
lone » alla « punta » dell’arma e che, nel nostro
caso, presenta costantemente forma sub-triango¬
lare, con i lati maggiori leggermente curvi.
Quale criterio tassonomico per le « lame di
pugnale » del nostro « gruppo » in discorso, noi
assumeremo unicamente quello della conforma¬
zione del «tallone», che nel nostro caso si pre¬
senta come il più razionale.
Ciò posto, la classificazione da noi adottata,
che prevede cinque « tipi » distinti, è la seguente :
Tipo l/T: con lama sub-triangolare e tallone semi-
circolare sprovvisto di codolo. (cf. Tavola
Quinta, n" 4, Tavola Sesta, n° 3, Tavola Set¬
tima, n° 2).
Tipo 2/T: con lama sub-triangolare e tallone
triangolare sprovvisto di codolo. (cf. Tavola
Sesta, n° 4).
Tipo 3/C: con lama sub-triangolare, tallone retto
e codolo trapezoidale, (cf. Tavola Quinta,
n ° 1. Tavola Sesta, n° 1. Tavola Settima
nri 1, 3, 4).
Tipo 4/C: con lama sub-triangolare, tallone retto
e codolo triangolare, (cf. Tavola Quinta,
nn° 2, 3, Tavola Sesta, n° 5, Tavola Settima,
nn° 5, 6).
Tipo 5/C: con lama sub-triangolare, tallone retto
e codolo semicircolare, (cf. Tavola Sesta,
nn° 2, 6).
I cinque « tipi » in questione, sono presenti in
varia misura nel complesso delle produzione litica
del «gruppo eneolitico lombardo».
L’assegnazione di quest’ultima ai varii « tipi »
in questione, è risultata assai laboriosa date le
insufficienze descrittive della letteratura al ri¬
guardo. Per questo, sul complesso delle 42 «lame
di pugnale » di cui ci è nota la provenienza, ci è
stato possibile effettuarne l’assegnazione tipolo¬
gica solo in 35 casi.
Dei 28 esemplari di Remedello (presenti in 25
sepolture) ci è stato così possibile classificarne
solo 24, mentre dei 12 di Fontanella (provenienti
da 11 sepolture) ne abbiamo identificati con sicu¬
rezza solo 9. Pei due esemplari provenienti da
Volongo, per contro, tale identificazione è invece
completa.
II « tipo » meglio rappresentato a Remedello,
è il nostro 3/C (con tallone retto e codolo trape¬
zoidale) con 10 esemplari provenienti dalle sepol¬
ture nn° 4, 13, 27, 56, 60, 62, 65, 73, 86, Bs. 1. Sul
totale dei 24 pezzi identificati per Remedello, esso
rappresenta così il 41.66%.
Il nostro « tipo » 4/C (con tallone retto e codolo
triangolare) è presente a Remedello con 6 esem¬
plari provenienti dalle tombe nr 13, 27, 46, 65,
78, 94 e incide, pertanto, sul totale dei pezzi clas¬
sificati per tale necropoli per il 25%.
Anche il nostro « tipo » l/T (con tallone semi-
circolare privo di codolo) è presente a Remedello
con 6 esemplari, provenienti dalle sepolture
nn“ 41, 53, 74, 99, 102, 107 e la sua incidenza sul
totale è anche in questo caso del 25%.
Quanto al « tipo » 2/T (con tallone triangolare
privo di codolo) esso è rappresentato a Remedello
LA CULTURA DI REMEDELLO
49
da un solo esemplare (sepoltura n° 100) sicché in¬
cide sul totale pel 4.16%.
Lo stesso si verifica per il «tipo» 5/C (con
tallone retto e codolo semicircolare) presente con
un solo esemplare nella sepoltura n° 97 (inci¬
denza pari al 4.16%).
Per la necropoli di Fontanella, il « tipo » me¬
glio rappresentato è il nostro 4/C (con tallone
retto e codolo triangolare) con 4 esemplari pro¬
venienti dalle sepolture nn° 1, 5, 12, 19. La sua
incidenza sul totale dei 9 esemplari identificati
è così pari al 44.4%.
Lo segue il « tipo » 3/C (con tallone retto e
codolo trapezoidale) presente con 2 esemplari pro¬
venienti dalle tombe nn“ 3 e 18 (incidenza sul
totale pari al 22.2%).
Analoga la posizione del « tipo » 1/T (con tal¬
lone semicircolare privo di codolo) presente con
2 esemplari provenienti dalle sepolture nn" 14 e 20
(incidenza sul totale pari al 22.2%).
Quanto al « tipo » 5/C, esso è rappresentato
a Fontanella da un unico esempio rinvenuto nella
tomba n 1 ’ 16 (incidenza sul totale pari aU’11.1%).
I due esemplari di « lame di pugnali » in selce
rinvenuti a Volongo, per contro, appartengono
l’uno al «tipo» 3/C (tomba n° 3) e l’altro al 1/T
(tomba n" 1). Sul complesso delle 35 « lame di
pugnale » di cui è stato possibile fornire la clas¬
sificazione tipologica, i vari « tipi » delle stesse
presentano la seguente incidenza assoluta :
Tipo
3/C:
totale.
n°
13
esemplari,
pari
al
37.10%
del
Tipo
A/C:
totale.
n°
10
esemplari,
pari
al
28.57%
del
Tipo
1/T:
totale.
n°
9
esemplari,
pari
al
25.71%
del
Tipo
5/C:
totale.
n°
2
esemplari,
pari
al
5.70%
del
Tipo
2/T:
totale.
n'°
1
esemplare,
pari
al
2.85%
del
Quanto alle dimensioni massime (lunghezza
massima e larghezza), pei varii « tipi » sopra indi¬
cati si hanno i seguenti valori :
a) per la necropoli di Remedello :
Tipo 3/C : mm. 190x70, 150x70, 150x50, 142x45,
132x39, 125x43, 124x38, 118x50, 115x38,
97x27.
Tipo A/C: mm. 161x56, 118x43, 118x42, 115x48,
95x35, 80x35.
Tipo 1/T: mm. 130x45, 123x38, 120x45, 120x40,
40,90x40.
Tipo 2/T: mm. 110x45.
Tipo 5/C: mm. 105x35.
b ) per la necropoli di Fontanella :
Tipo A/C: mm. 135x55, 135x38, 100x30.
Tipo 3/C: mm. 160x40, 140x53.
Tipo 1/T: mm. 110x30.
Tipo 5/C: mm. 80x27.
c) per la necropoli di Volongo:
Tipo 3/C: mm. 115x40.
Tipo 1/T: mm. 105x48.
Dai dati di cui sopra si desume che le « lame
dei pugnali» in selce del «Tipo 3/C» sono quelle
in cui si raggiungono le maggiori dimensioni,
che attingono i millimetri 190x70 nell’esemplare
della sepoltura BS.l di Remedello.
Le « lame » in discorso andavano accoppiate
ad una breve impugnatura diritta in legno, di cui,
tuttavia, non ci è giunta alcuna testimonianza a
causa della deperibilità di tale materiale.
La conformazione di tale impugnatura rimane
così ipotetica, ed il suo fissaggio alla « lama » do¬
veva presumibilmente avvenire per sola pressione ;
sempre che non vi si accompagnasse un avvolgi¬
mento con fibre vegetali. Da escludersi, anche in
questo caso, l’impiego di mastici di fissaggio.
La diversa conformazione del complesso tal-
lone-codolo delle « lame di pugnale » del « gruppo
eneolitico lombardo», sembra star ad indicare
un’evoluzione in senso funzionale di tale elemento.
Tale evoluzione sembra essersi svolta nel senso
qui di seguito indicato: «Tipo 1/T - 2/T - 3/C -
4/C - 5/C». Teoricamente, tuttavia il «Tipo 5/C»
dovrebbe inserirsi fra quelli 1/T e 2/T, ma la
fattura dei relativi esemplari sembra indicare che
questo « tipo » rappresenti effettivamente un pro¬
dotto finale ed estremamente trascurato nella lito¬
tecnica del «gruppo eneolitico lombardo».
Come si è già avuto modo di precisare, le
« lame di pugnale » silicee si rinvennero nei cor¬
redi funerarii tanto delle sepolture maschili che
femminili ; il che fa ritenere che tali manufatti
non costituissero praticamente solo delle armi ma,
piuttosto, degli strumenti di uso quotidiano, intesi
a tagliare; cioè a dire, soprattutto, si usassero
come « coltelli ».
Taluni Autori ricordano tali « lame » quali
« punte di giavellotto » ; il che è assolutamente da
escludersi nel nostro caso, poiché nelle sepolture
lombarde esse si rinvennero il più spesso disposte
presso la mano destra dell’ inumato, la quale ne
doveva a suo tempo aver serrata Timpugnatura.
5(1
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Per completare il panorama dell’industria litica
del « gruppo eneolitico lombardo » ottenuta me¬
diante scheggiatura, dobbiamo ancora ricordare
taluni elementi « geometrici » — di forma « semi-
lunare » — ottenuti per ritaglio da una sottile
lametta in selce mediante grossolano ritocco erto
dei fili, di tipo non invadente.
Tali « semilunari » si ebbero in numero di 3
dalla sepoltura n° 12 di Fontanella, ed in numero
di 2 da quella di Cadimarco (cf. Tavola Ottava,
nri 9 e 10). Accanto agli elementi di cui sopra, la
letteratura ci fornisce inoltre sommarie indica¬
zioni circa altri manufatti ottenuti per scheggia-
tura, fra i quali ricorderemo : un « grattatoio su
estremità di lama » (dalla sepoltura n° 34 di Re-
medello), un altro « raschiatoio » dalla tomba
n° 40 della medesima necropoli, « raschiatoi su
scheggia » e « perforatori » dai presunti « fondi
di capanna» eneolitici di Remedello (Colini,
1898-1902 - 1898: 94).
Dalla sepoltura di Cadimarco si ebbero inoltre
due « scheggie » a bordo ritoccato, ed altre con¬
simili si ebbero da qualche sepoltura di Remedello.
A tali manufatti ritoccati va quindi aggiunta
una massa di « scheggie » informi, oltre a qual¬
che piccolo «nucleo» ed a qualche «lametta».
Quest’ultimo materiale, avanzo di lavorazione,
era particolarmente frequente a corredo delle se¬
polture infantili.
Da 24 sepolture di Remedello si ebbero così
complessivamente 30 « scheggie » informi, da
Fontanella se ne ricuperarono 4, da Santa Cri¬
stina di Fiesse 3, da Volongo una.
Da Remedello, Fontanella, Asola, Santa Cri¬
stina, Cadimarco, si ricuperarono infine 17 esem¬
plari fra «lame» e «lamelle», tutti privi di
ritocco.
La sepoltura n° 13 di Fontanella, infine, ha
fornito un piccolo « bifacciale » di tipologia
« campignana » lavorato molto grossolanamente
(cf. Tavola Ottava, n° 7).
Passando a descrivere i manufatti litici otte¬
nuti per «levigatura», va sottolineato come que¬
sti siano rappresentati unicamente da qualche
«oggetto di adorno» (di cui si dirà innanzi a
suo luogo) e da «accette» in «pietra verde». Gli
Autori parlano, tuttavia, anche di «asce», otte¬
nute col medesimo materiale, ma di cui noi non
abbiamo potuto riconoscere traccia fra i corredi
funerarii da noi esaminati.
Per « accette » litiche, infatti, debbono inten¬
dersi unicamente degli strumenti il cui tagliente
si presenti' simmetrico rispetto al piano di sim¬
metria longitudinale del manufatto, mentre per
« asce » quelli in cui tale tagliente risulti dissime-
trico rispetto a tale piano.
Completamente diversa, infatti, è la destina¬
zione di tali manufatti, che nel caso delle « ac¬
cette » sono destinati a fendere il legno ed in quello
delle « asce » ad escavarlo.
Le « accette » litiche italiane (del pari delle
«asce») vennero di regola immanicate diretta-
mente a pressione entro un’impugnatura lignea
e ciò sin dalla loro prima comparsa fra noi, nei
tempi «neolitici». In altre regioni europee — ad
esempio in Svizzera — esse vennero invece il più
spesso immanicate ricorrendo ad un elemento
intermedio in corno di cervo.
Una di queste ultime « guaine » si ebbe, tut¬
tavia, dalla sepoltura n° 78 di Remedello, ed un’al¬
tra da una tomba di Volongo.
Le « accette » in pietra verde restituite dalle
sepolture del « gruppo eneolitico lombardo » sono
complessivamente 22 di sicura provenienza, più 4
rinvenute erratiche.
Otto ci vengono da Remedello (tombe nn u 20,
34, 81, 82, 86, 104, Bs. 1", Viadana 2) sei da Vo¬
longo (tre dal podere « Longhino » e 3 da quello
di Panesella), cinque da Fontanella (sepolture
nn° 4, 5, 11, 12, 13) due da Mosio ed una da Asola.
Come risulta dalla nostra Tavola Ottava, le
« accette » in questione sono tutte di fattura piut¬
tosto trascurata e di forma tozza, sub-rettango-
lare con tallone generalmente retto. Esse si stac¬
cano così nettamente dalla precedente produzione
del « Neolitico superiore » lombardo, ove le « ac¬
cette » presentano costantemente forma triango¬
lare e tallone appuntito (« Cultura della La-
gozza »).
La lavorazione è limitata quasi esclusivamente
alla produzione del tagliente e solo in rarissimi
casi si estende maggiormente sul corpo dello
strumento.
Il materiale utilizzato per la produzione delle
« accette » è costantemente rappresentato dalle
così dette «pietre verdi», che sono abbastanza
comuni nelle alluvioni padane.
Quanto alle dimensioni degli esemplari, queste
sono alquanto variabili e manifestamente legate
a quelle dei ciottoli fluitati da cui vennero tratti.
Per Remedello, abbiamo potuto rilevare i se¬
guenti valori: mm. 60x30, 65x33, 90x40,
100x30, 100x45.
Per Fontanella: mm. 75x40, 85x35.
Per Volongo: mm. 90x30, 100x60, 100x60.
Per Mosio: mm. 54x31, 140x44.
Prima di chiudere la nostra rassegna circa
l’utilizzazione della pietra presso gli « Eneolitici »
del nostro « gruppo lombardo » dobbiamo ancora
LA CULTURA DI REMEDELLO
51
ricordare come in una fossa della necropoli di
Remedello (n° 110) si rinvenissero dei frammenti
di lastra in arenaria, che vennero interpretati
quali pezzi di una « macina da grano ».
Quest’ultima presenza sembrerebbe indicare
l’utilizzazione dei cereali presso i nostri « Eneo¬
litici » ; della qual cosa, tuttavia, non ci restano
altre prove di sorta.
Ci risulta, per contro, che le finitime e coeve
genti in possesso della «Cultura della Polada»
utilizzassero e coltivassero largamente i cereali
stessi, come lo provano la presenza di « coltelli
messorii » armati di lame in selce e persino di
un aratro in legno, del tipo « a chiodo » rinve¬
nuto nell’insediamento trentino di Ledro.
Nell’area lombarda, del resto, i cereali erano
largamente coltivati sin dal precedente « Neoli¬
tico superiore», come ce lo hanno mostrato le
indagini nel giacimento della Lagozza di Besnate.
La metallurgia.
La prima utilizzazione dei metalli per la pro¬
duzione di manufatti si riscontra nel nostro Paese
in concomitanza con l’apparirvi delle prime mani¬
festazioni della «Civiltà eneolitica».
Si tratta di armi, strumenti da lavoro ed
«oggetti di adorno», confezionati in lega di rame,
in argento e più raramente in antimonio.
La presenza del metallo nelle varie « facies »
eneolitiche italiane, tuttavia, e sempre molto
scarsa ed a volte sporadica; talché non può in
alcun modo assumersi come diagnostica per ascri¬
vere le « facies » stesse alla « civiltà » in questione.
Anche nei confronti della metallurgia « eneo¬
litica » italiana si pongono due principali inter¬
rogativi, concernenti il primo le fonti di riforni¬
mento della materia prima ed il secondo la tecno¬
logia della sua lavorazione.
Per quanto concerne il primo di tali interro¬
gativi — quello dell’approvigionamento — rima¬
niamo tuttavia alquanto nel vago.
I giacimenti italiani che potessero consentire
l’estrazione del minerale metallico con metodi pri¬
mitivi, debbono probabilmente restringersi a quelli
in cui il rame si presentasse in forma alquanto
pura, cioè a dire quale « rame nativo ».
I soli giacimenti italiani del genere, ubicati
unicamente in Toscana ed in Liguria, sono oggi
presso chè esauriti, ed in più non se ne conosce
la data iniziale di sfruttamento.
Per la miniera di Libiola, sita pressi Sestri
Levante in Liguria, pare si possa parlare con
buona sicurezza di uno sfruttamento già in epoca
romana; ma le attestazioni in proposito si fer¬
mano a tale momento.
Per l’affioramento di Montauto, presso An-
ghiari nei Monti Rognosi (Toscana) risulta invece
come nel secolo scorso vi si rinvenisse nei pressi
un « accetta piatta » in rame di tipo « eneolitico »
(De Mortillet, 1880: 451-452); il che farebbe
pensare che già in epoca preistorica il giacimento
venisse in qualche modo utilizzato.
Il problema delle fonti di rifornimento dei ma¬
teriali utilizzati nella metallurgia « eneolitica »
italiana è tuttavia gravemente complicato anche
dal fatto che per la sua produzione di manufatti
venivano utilizzate leghe con arsenico ; un metal¬
loide, quest’ultimo, di cui non si conoscono attual¬
mente giacimenti sfruttabili nel nostro Paese.
Resta quindi anche il problema del come gli
« Eneolitici » italiani si procurassero i relativi
solfuri.
Circa l’altro aspetto del problema metallur¬
gico, quello strettamente tecnologico, disponiamo
invece di maggiori informazioni.
Recenti indagini condotte da Storti-Matteoli
(1967) su talune «lame di pugnale» in rame
provenenti da sepolture della necropoli di Reme¬
dello, consentono di affermare come tali manu¬
fatti si ottenessero mediante fusione in conchiglia
di una lega Cu-As, prodotta mediante «smelting»
di minerali arsenicali o misti di Cu ed As.
Le indagini metallografiche dei ricercatori di
cui sopra, hanno pure mostrato come i manufatti
similmente ottenuti venissero successivamente sot¬
toposti a moderata lavorazione plastica, mediante
battitura a freddo per migliorare le qualità dei
taglienti.
I tenori in arsenico riscontrati nelle «accette»
« remedelliane », sono sempre minori di quelli
accertati nelle relative « lame di pugnale » ; nelle
quali ultime l’arsenico può giungere a tenori per¬
sino dell’8%.
II che conferma quanto già ipotizzato da
Coghlans e Case, secondo i quali la presenza di As
nei manufatti « eneolitici » italiani in rame non
può considerarsi puramente occasionale ma, al
contrario, voluta ed intesa ad assicurar loro qua¬
lità meccaniche strettamente connesse ai loro vari
impieghi.
Nelle sepolture del « gruppo eneolitico lom¬
bardo», i manufatti in rame sono relativamente
più abbondanti che nelle residue « facies » « eneo¬
litiche » del nostro Paese, ove sono particolar¬
mente rari nel Sud.
La produzione metallurgica del « gruppo » in
discorso comprende « lame di pugnale », « accette
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
52
piatte», «punte di lesina» e qualche raro
«oggetto di adorno».
Dalle relative sepolture provengono comples¬
sivamente 9 « lame di pugnale », di cui 5 si ebbero
da Remedello (tombe nn° 45, 62, 79 , 83, 106),
2 da Fontanella (tomba n° 11 e da altra tomba
imprecisata), uno da Volongo (tomba n° 2 del
campo Panesella) ed uno da Santa Cristina di
Fiesse («Tomba Nord»),
Tali « lame » possono essere ascritte ai se¬
guenti 5 « tipi » della nostra classificazione che
segue :
Tipo 1/T : con lama piatta sub-triangolare e tal¬
lone semicircolare con 3 fori passanti di
fissaggio (cf. Tavola Decima, n° 3, Tavola
Undicesima, n° 9).
Tipo 2IT: con lama costolata sub-triangolare e
tallone semicircolare con 5 fori passanti pel
fissaggio (cf. Tavola Decima, n° 2 ).
Tipo 3/C : con lama costolata sub-triangolare e
tallone retto con codolo quadrangolare mo¬
noforato (cf. Tavola Nona, nn • 1 , 3, 4, Ta¬
vola Decima, n° 1 ).
Tipo UfC : con lama piatta sub-triangolare e tal¬
lone retto provvisto di codolo quadrangolare
monoforato (cf. Tavola Nona, n° 2 ).
Tipo 5/C : con lama piatta sub-triangolare e tal¬
lone trapezoidale provvisto di codolo rettan¬
golare impervio (cf. Tavola Decima, n a 4).
Quando le « lame » siano costolate, tale detta¬
glio interessa esclusivamente una sola delle super¬
imi del manufatto. Nel caso della « lama di pu¬
gnale » della sepoltura n° 79 di Remedello, tale
costolatura longitudinale si accompagna bilateral¬
mente ad un sottile solco inciso a bulino.
Le « lame » erano rese solidali all’impugna¬
tura mediante una serie di ribattini in rame,
oppure, più raramente, per semplice inserimento
a pressione.
I ribattini della « lama » rinvenuta nella sepol¬
tura n" 45 di Remedello erano lunghi 9 millimetri
e presentavano un diametro del gambo di 2 ;
quelli della tomba n° 83 della medesima necropoli
erano invece lunghi solo mm. 7.5 ed avevano il
gambo di 3.
Tali dati metrici ci consentono di affermare
che l’impugnatura, in corrispondenza del tratto
che investiva il tallone del manufatto, doveva ri¬
sultare piuttosto sottile.
Di quest’ultima, confezionata indubbiamente
in legno e quindi andata perduta, ci restano tut¬
tavia delle tracce per quanto concerne il tallone
stesso, che sono rilevabili localmente attraverso
il diverso colore della patina della « lama » in
corrispondenza.
zione basale dell’impugnatura risultasse general¬
mente rettilinea, salvo nel caso del pugnale di
Santa Cristina di Fiesse (del nostro «Tipo 5/C»)
in cui risultava leggermente concava.
Per quanto concerne la morfologia generale
dell impugnatura, rimaniamo necessariamente nel
campo delle ipotesi ; ma non crediamo andar molto
lungi dal vero affermando come questa dovesse
essere diritta e presumibilmente terminata da un
pomolo.
Accanto a talune « lame di pugnale » in rame
della necropoli di Remedello, si raccolsero anche
delle « borchie » circolari dello stesso metallo, che
vennero variamente interpretate. Ce ne occupe¬
remo specificamente trattando più innanzi degli
«oggetti di adorno».
Classificando le « lame di pugnale » del nostro
«gruppo eneolitico lombardo», abbiamo ascritto
al nostro «Tipo 3/C» la «lama» della sepoltura
n“ 11 di Fontanella (Tavola Nona, n a 4 ) che è
mutila in corrispondenza del codolo. Si tratta di
un esemplare che venne ricuperato, dopo la frat¬
tura di quest’ultimo, mediante il riporto di una
piastrina fissatavi mediante una serie di ribattini.
La riparazione, di cui restano le tracce sul tal¬
lone della « lama », dovè tuttavia riuscire di breve
durata, perchè eseguita con della lastra di rame
troppo sottile.
Dal punto di vista della frequenza numerica,
il tipo di « lama » meglio rappresentato nelle se¬
polture del «gruppo eneolitico lombardo» è quello
da noi designato come 3/C, che conta complessi¬
vamente 4 esemplari e quindi un’incidenza sul
totale generale pari al 44.44%.
Lo segue il nostro « Tipo 1/T » con due esem¬
plari, cioè con un’incidenza del 22 . 22 %.
I nostri tre «tipi» 2/T, 4/C e 5/C, per contro,
sono rappresentati ciascuno da un solo esemplare,
sicché le relative incidenze sono pari all’ 11 . 11 %.
Dimensionalmente, le « lame di pugnale » del
nostro « gruppo » presentano grande variabilità
e nessuna di esse risulta essere stata fusa nel
medesimo stampo. A tal proposito, va qui rilevato
che nessuna delle relative necropoli ha restituito
« forme di fusione » ; talché non sappiamo se
quelle utilizzate fossero in pietra od in cotto.
Gli ingombri massimi delle « lame » in que¬
stione sono i seguenti :
LA CULTURA DI REMEDELLO
53
per il Tipo 3/C: mm. 245x60 (T. 62, Remedello),
130x60 (T. 79, Remedello), 140x55 (misura
attuale) (T. 11, Fontanella), 130x60 (T.2,
Volongo).
per il Tipo i/C: mm. 190x59 (T. 83, Remedello).
per il Tipo 1/T: mm. 108x11 (T.45, Remedello),
92 x 44 (Tomba imprecisata di Fontanella).
per il Tipo 2/T: mm. 74x35 (T. 106, Remedello).
per il Tipo 5/C: mm. 145x34 (Tomba Nord,
Santa Cristina di Fiesse).
Sempre a proposito di « lame » metalliche, va
qui sottolineato come non pochi Autori attribui¬
scano alla « facies » di Remedello anche quelle
« lame » che vanno sotto il nome convenzionale di
« alabarde », di cui 2 sole si rinvennero errati¬
che in territorio lombardo (Cornaggia-Casti-
glioni, 1971-B). Nessuna di tali « lame », tutta¬
via si ebbe da sepolture del nostro « gruppo eneo¬
litico lombardo » (ed in particolare dalla necro¬
poli di Remedello).
Passando ora ad esaminare le «accette piatte»
in rame, ricorderemo come le sepolture del nostro
« gruppo » ne abbiano restituiti complessivamente
solo 5 esemplari, di cui 4 ci vengono dalla necro¬
poli di Remedello ed uno dalla « Tomba Sud »
di quella di Santa Cristina.
Come si rileva dalla nostra Tavola Undicesima,
tutte le « accette » in rame del nostro « gruppo »
sono del « tipo » così detto « piatto », che pre¬
senta contorno sub-rettangolare, lati maggiori
sub-rettilinei e tallone retto. Il tagliente è sem¬
pre leggermente curvo e più o meno espanso.
In qualche esemplare, tuttavia, i lati lunghi
dello strumento hanno subita una leggera martel¬
latura, per cui i relativi spigoli risultano legger¬
mente sopraelevati sui piani delle facce del manu¬
fatto (cf. Tavola Undicesima, nvJ 1, 2, 4).
Nessuna delle «accette» in rame del «gruppo
eneolitico lombardo » presenta le medesime di¬
mensioni di ingombro, onde si deve dedurne che
anche ognuna di queste venne fusa in una sua
forma; che, anche in questo caso, non sappiamo
in quale materiale fosse effettivamente foggiata,
Le dimensioni massime d’ingombro delle 5 « ac¬
cette » in questione sono le seguenti :
mm. 120x60x30 (con spessore massimo di
11 mm.). (Tomba Sud di Santa Cristina
(cf. Tavola Undicesima, n a 3).
mm. 115x38.7x21 (spessore massimo mm. 11.5).
(Tomba 102 di Remedello) (cf. Tavola Un¬
dicesima, n° 5).
mm. 86x30x19 (spessore massimo mm. 10.7).
(Tomba n° 78, Remedello) (cf. Tavola Un¬
dicesima, n° 1).
mm. 62x29x15 (spessore massimo mm. 10).
Tomba n° 4, Remedello) (cf. Tavola Undice¬
sima n° 2).
mm. 58.4x24.8x10.7 (spessore massimo mm. 6.7).
(Tomba n° 62, Remedello) (cf. Tavola Undi¬
cesima, n 0, 4).
Chiude la serie degli strumenti metallici in
rame quella delle « punte di lesina », di cui il
nostro « gruppo » forni complessivamente 5 esem¬
plari. Tre si ebbero dalle sepolture nn” 2, 9, 10
di Fontanella e due da quelle nn° 63 e 75 di Reme¬
dello (cf. Tavola Undicesima, nn l 6, 7 e 11).
Si tratta di brevi asticelle in rame appuntite,
con sezione quadrangolare nel tratto prossimale,
che dovevano essere infilate a pressione in un
manico ligneo, come lo stanno ad indicare ana¬
loghi esemplari recenziori.
Le dimensioni oscillano fra i millimetri 72
(Fontanella, Tomba n° 2) e 62 (Remedello, Tomba
63) e 58 (Remedello, Tomba 75); quanto ai dia¬
metri, essi oscillano fra i 4 ed i 5 millimetri.
Dei residui esemplari, non resta più traccia
nelle collezioni paletnologiche relative.
Tutte queste « punte » si ebbero da sepolture
che contenevano recipienti ceramici, entro i quali
vennero il più spesso rinvenute.
La produzione ceramica.
Accanto alle attività artigianali in precedenza
esaminate, quella della fabbricazione della cera¬
mica occupa un posto di assai scarso rilievo presso
le genti del «gruppo eneolitico lombardo».
Dal punto di vista tecnologico, inoltre, tale
produzione segna un nettissimo regresso nei con¬
fronti di quella del precedente « Neolitico supe¬
riore», rappresentata in Lombardia dalla cera¬
mica della «Cultura della Lagozza».
In proposito, tuttavia, si notano talune ecce¬
zioni, che sono rappresentate da alcuni vasi di
tipologia « poladiana » e «campaniforme», che
stanno ad indicare che gli « Eneolitici » del
« gruppo » in discorso non ignoravano affatto
l’arte di produrre anch’essi della buona ceramica,
ma la trascuravano per ragioni contingenti —
particolarmente di ordine etologico — preferen¬
dole quella della fabbricazione di contenitori in
altri materiali (pelle ed altro) che per la loro
deperibilità non sono giunti sino a noi. Sembre-
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
54
rebbe, quindi, che la produzione ceramica del
« gruppo eneolitico lombardo » fosse quasi unica¬
mente intesa ad essere deposta a corredo delle se¬
polture.
Si tratta, quasi sempre, di una ceramica gene¬
ralmente mal cotta, eseguita con impasti assai
grossolani e ricchi di smagranti macroscopici che
la rendevano così molto fragile.
I vasi sono generalmente di colore nerastro
o brunastro, a volte chiazzati di giallo o di rosato
a seconda dell’andamento della cottura.
Gli impasti sono sempre nerastri e nerastro è
costantemente l’interno dei vasi stessi ; il che sta
ad indicare che la cottura avvenisse in mucchio
ed a bassa temperatura.
La finitura delle superimi si presenta di regola
molto trascurata, eccezion fatta pei vasi « pola-
diani » e « campaniformi » già ricordati.
Le dimensioni dei recipienti sono piuttosto
ridotte, non superando in altezza la decina di
centimetri, i fondi sono pianeggianti o raramente
un po’ concavi, gli spessori fra i 3.5 ed i 7-8 mil¬
limetri.
Vere e proprie « prese » possono essere del
tutto assenti, ma non mancano orecchiette forate,
piccole bozze e qualche ansa a nastro.
La decorazione, sempre di repertorio geome¬
trico ed eseguita a crudo, non è molto comune e
nel caso dei « campaniformi » venne incrostata
di bianco.
Dal punto di vista morfologico, la produzione
del « gruppo eneolitico lombardo » si suddivide
in tre classi vascolari: « biconici », vasi di tipo¬
logia «poladiana», vasi «campaniformi».
Tutti i « biconici » provengono esclusivamente
dalle due grandi necropoli di Remedello (Tombe
nn° 46, 71, 75, 93, Bs. 3, Bs. 4) e di Fontanella
(Tombe nn" 2, 7, 9) ed il loro numero comples¬
sivo ammonta a 9 unità. Solo 4 di queste sono
decorate e provengono unicamente da Remedello
(Tombe nn 1 46, 71, 75, Bs. 4).
I vasi « poladiani » si ebbero da Remedello,
da Cadimarco e da qualche altra isolata sepol¬
tura ; quelli « campaniformi » da Cadimarco, Santa
Cristina di Fiesse e dalla sepoltura del Roccolo
Bresciani di Remedello.
Nel suo scritto sull’« Eneolitico italiano» il
Colini (1898-1902) si è occupato molto somma¬
riamente della produzione ceramica « remedel-
liana», alla quale, fra l’altro, non ha neppure
dedicato un apposito paragrafo del suo scritto.
Qui di seguito ne cureremo, pertanto, un’ade¬
guata illustrazione tipologica, suddividendola nelle
classi vascolari già indicate :
1° - Vasi « biconici » decorati.
a) Remedello, Tomba n° 46 (cf. Tavola Quattor¬
dicesima, n° 1).
« Biconico » a carena bassa, con orlo legger¬
mente estroflesso. Il profilo generale del vaso ri¬
corda vagamente quello di un « campaniforme »
dato che le pareti del suo mezzo cono superiore
risultano leggermente incavate.
Sulla carena, in opposizione, sono disposte due
presette quadrangolari biforate verticalmente, ri¬
volte leggermente in basso.
Sopra la carena corre una fascia orizzontale,
incisa a crudo mediante uno strumento pettini-
forme, costituita da fasci di linee verticali paral¬
lele, che si incontrano ad angolo con altrettante
orizzontali cosi da dare all’aspetto del tutto una
sintassi metopale.
Il recipiente, alto 130 millimetri, presenta un
diametro massimo alla carena di 153. Il diametro
alla bocca è di mm. 132, mentre la carena dista
dall’orlo del vaso 74 millimetri.
Le superfìci sono piuttosto alterate, ma un
tempo dovevano essere levigate ; la ceramica, d’im¬
pasto piuttosto grossolano, è di colore nerastro,
bruno-scura esternamente, più chiara, con chiazze
nocciola, all’interno.
Il vaso è alquanto frammentario nella parte
basale, a fondo piano, e venne restaurato molto
grossolanamente nel secolo scorso. Fa parte delle
collezioni del Museo Chierici di Reggio Emilia.
b) Remedello, Tomba Bs. 4 (Scavi Ruzzenenti
1886) (cf. Tavola Quattordicesima, n° 2).
« Biconico » a carena alta e base pianeggiante.
Sulla carena, in opposizione, due presette a lin¬
guetta semicircolare, biforate verticalmente.
Nel mezzo cono superiore, immediatamente
sopra la carena, il recipiente è decorato con una
fascia orizzontale, il cui motivo, impresso a crudo
con uno strumento pettiniforme, risulta da un’al¬
ternanza di fasci di linee orizzontali e verticali
che danno all’assieme una sintassi metopale.
Un’altra fascia decorativa analoga, è disposta
a metà altezza della parete del cono inferiore
del vaso.
Il recipiente è alto 104 millimetri, con un dia¬
metro massimo alla carena di 136. Il diametro
alla bocca è di 114 e la distanza della carena
dall’orlo del vaso è di millimetri 32.
La superfice esterna doveva essere un tempo
ben levigata, ma oggi risulta alquanto alterata;
la ceramica è di impasto nerastro, grossolana,
esternamente di colore brunastro, con chiazze gial¬
lastre, internamente di colore nerastro. Alquanto
LA CULTURA DI REMEDELLO
frammentario nel tratto basale, il vaso, già re¬
staurato sommariamente nel secolo scorso, venne
da noi ripulito e sottoposto a necessarie opera¬
zioni di consolidamento. Fa parte delle collezioni
del Museo di Storia Naturale di Brescia.
c) Remedello, Tomba n" 71 (cf. Tavola Tredice¬
sima, n° 2).
« Biconico » a carena alta, di aspetto generale
situliforme, provvisto di fondo pianeggiante.
Tutto il mezzo cono inferiore del vaso pre¬
senta le pareti decorate con una serie di fascie
orizzontali sovrapposte, costituite da sottili linee
parallele incise a crudo.
Il vaso è largamente frammentario (ne è con¬
servato in originale circa 1/3) e completamente
assente vi è l’orlo, che presumibilmente doveva
avere una sagoma generale analoga a quella del
vaso della Tomba 75 che descriveremo più innanzi.
Data la larga frammentarietà, non è possibile
precisare se il vaso fosse o meno munito di pre¬
sette ; il che sembra assai probabile, anche per¬
chè, attualmente, nel suo mezzo cono superiore
sono praticati due minuscoli fori passanti ravvi¬
cinati, che sembrerebbero testimoniare una sua
riutilizzazione dopo una antica frattura.
L’altezza attuale del vaso è di millimetri 100,
il diametro massimo alla carena di 110, la distanza
dalla carena all’orlo fratturato del vaso è pari a
mm. 10. Il diametro alla bocca attuale è di 68 mm.
La ceramica d’impasto è rossastra, con super¬
imi interne ed esterne bruno-rossastre.
Il vaso venne sommariamente restaurato nel
secolo scorso. Appartiene alle collezioni del Museo
Chierici di Reggio Emilia.
d) Remedello, Tomba n° 75 (cf. Tavola Tredice¬
sima, n° 1).
« Biconico » a carena alta, con base pianeg¬
giante.
Sulla carena, in opposizione, sono disposte due
presette a linguetta semicircolare, monoforate
verticalmente.
Il vaso reca una decorazione incisa a crudo,
costituita, nel mezzo cono superiore, da un fascio
di linee parallele disposte immediatamente sopra
la carena. Nel mezzo cono inferiore, per contro,
si iscrive un motivo a spezzata, del pari ottenuto
mediante fasci di linee parallele disposte vertical¬
mente, che poggia inferiorments su una fascia
orizzontale di linee sottili, simile a quella che
decora il mezzo cono superiore del recipiente.
Il vaso è alto millimetri 115, col diametro mas¬
simo alla carena di 140; la distanza dell’orlo dalla
carena è di 20 millimetri, il diametro alla bocca
è di 56 mm.
La ceramica, d’impasto molto grossolano, è di
colore nerastro ed appare assai degradata, forse
perchè poco cotta. Le superflui, che un tempo
dovevano essere levigate, sono molto degradate,
di colore grigiastro con macchie giallastre ; il tutto
risulta estremamente fragile.
Il recipiente era stato descritto dal Colini
( 1898: 341) come «a forma di cono tronco rove¬
sciato, con orlo rientrante ed ansa orizzontale»,
ma non era stata fatta menzione che fosse decorato.
Quando ne abbiamo intrappreso il restauro, la
consolidazione e la ricostruzione delle forme, si
presentava sotto forma di due accumuli di fram¬
menti, al cui interno era ancora conservata della
sabbia compatta che lo riempiva all’atto del rin¬
venimento.
Nel secolo scorso, tuttavia, qualcuno doveva
averne intrappreso un tentativo di restauro, per¬
chè ai frammenti stessi aderivano pezzi di gesso
e traccie di incollatura con colla da falegname.
Il consolidamento, affinchè non si disgregasse
ulteriormente e, sopratutto, la ricostruzione delle
forme, sono risultate estremamente ardue. Delle
due presette rimaneva la traccia di una sola.
Dal punto di vista della morfologia generale, come
da quello della decorazione, si tratta pertanto di
un elemento vascolare completamente inedito.
Esso fa parte delle collezioni del Museo Chierici
di Reggio Emilia.
2° - Vasi « biconici » inornati.
a) Remedello, Tomba n° 93 (cf. Tavola Quindice¬
sima, n° 2).
« Biconico » a carena alta, con base pianeg¬
giante. Sulla carena è disposta un’unica linguetta
semicircolare, forata verticalmente.
Il vaso è alto mm. 120, con diametro massimo
alla carena di 151. Il diametro alla bocca è di
mm. 115 e la carena dista dall’orlo mm. 20.
La ceramica è d’impasto assai grossolano, ros¬
sastra, con superfìce esterna bruno nocciola a
chiazze, internamente rossastra.
La fattura assai irregolare.
Colini (1898: 43 e Tav. 7", n° 6) aveva de¬
scritto il recipiente come conformato « a cono
tronco rovescio, con orlo rientrante che nel punto
di congiungimento col ventre forma una piccola
carena, nella quale sono praticati due fori verti¬
cali per appenderlo ».
Abbiamo così una riprova diretta che il Colini
non esaminò mai direttamente la massima parte
56
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
dei materiali remedelliani che ebbe a descrivere,
che conobbe unicamente dal punto di vista icono¬
grafico attraverso disegni e fotografie.
In caso contrario, infatti, si sarebbe accorto
che i fori, diagnosticati dalla fotografia da lui
pubblicata, non erano praticati direttamente nella
carena ma effettivamente in un orecchietta forata.
Il vaso appartiene alle collezioni del Museo
Chierici di Reggio Emilia.
b) Remedello, Tomba Bs. 3 (Scavi Ruzzenenti,
1886) (cf. Tavola Sedicesima, n° 2).
« Biconico » a carena mediana, con base pia¬
neggiante. Sulla carena, in opposizione, due lin¬
guette semicircolari, biforate verticalmente.
Il recipiente, presso chè integro, è alto milli¬
metri 88, col diametro massimo, in corrispon¬
denza della carena, di millimetri 117. Il diametro
alla bocca è di mm. 72, la distanza della carena
dall’orlo superiore del vaso è di mm. 53. La cera¬
mica, d’impasto nerastro, presenta esternamente
superfice lucidata, brunastra con chiazze gialle.
La superfice interna è invece nerastra.
Appartiene alle collezioni del Museo di Storia
Naturale di Brescia.
c) Fontanella, Tomba n° 9 (cf. Tavola Quindice¬
sima, n° 1).
« Biconico » a carena alta, con base pianeg¬
giante, privo di qualsiasi presa.
L’altezza del vaso è di mm. 118, il diametro
massimo alla carena di 134, quello alla bocca di
mm. 106 ; la distanza della carena dall’olio è di
mm. 45. La ceramica, d’impasto molto grossolano,
è fragile e nerastra, con superfice esterna bru¬
nastra, con chiazze giallastre ; quella interna è
nerastra.
Il vaso, molto frammentario, non era mai stato
ricostruito; al che abbiamo provveduto diretta-
mente, curandone anche un’opportuna consoli-
dazione.
Da questa tomba (T. 9) proviene anche un
altro frammento di parete di un vaso, presumi¬
bilmente analogo a quello descritto.
Ambedue i reperti fanno parte delle collezioni
del Museo Civico di Cremona e risultano prati¬
camente inediti dal punto di vista tipologico.
d) Fontanella, Tomba n° 2 (cf .Tavola Sedicesima,
n° 1).
« Biconico » a carena bassa, con base pianeg¬
giante, recante sulla carena una minuscola bozza
impervia.
L’altezza del recipiente è di mm. 140, il dia¬
metro massimo alla carena è di mm. 120, il dia¬
metro alla bocca è pari a mm. 97, la distanza
della carena dall’orlo è di 74 millimetri.
La ceramica, d’impasto nerastro assai gros¬
solano, presenta superfice esterna grigiastra, ru¬
vida, internamente nerastra.
Il vaso venne restaurato molto grossolana¬
mente nel secolo scorso, ed è largamente fram¬
mentario.
Fa parte delle collezioni del Museo Archeolo¬
gico del Comune di Milano (Castello Sforzesco).
e) Fontanella, Tomba n° 7 (non figurato).
Frammenti di vaso «biconico», di cui restano
una parte del fondo piano ed un frammento di
parete ; il tutto, tuttavia, irricostruibile.
Ne abbiamo curato il consolidamente e il con¬
giungimento.
La ceramica è d’impasto nerastro, con super¬
fice esterna bruno-rossastra ed interna nerastra.
Fa parte delle collezioni del Museo del Palazzo
Ducale di Mantova.
/) Remedello, Tomba n° 37 (non figurato).
Da questa sepoltura si ebbe una « bugnetta
in ceramica rossastra» che apparteneva proba¬
bilmente ad un vaso di questa classe vascolare.
3" - Vasi di tipologia «poladiana».
I recipienti che si ascrivono a questa classe
vascolare presentano tutti forme generali che sono
direttamente ispirate da quelle proprie della « Cul¬
tura della Polada », una « facies » della « Civiltà
del Bronzo » padana che è largamente diffusa
nelle stazioni dell’anfiteatro morenico gardesano,
cioè a dire di un’area geografica posta appena a
Nord-Est di quella propriamente « remedelliana ».
Questi vasi, oltre che per le loro forme par¬
ticolari, si distinguono da tutto il resto della pro¬
duzione ceramica rinvenuta nelle sepolture del
gruppo remedelliano per il fatto di essere, di re¬
gola, provvisti di vere e proprie prese ad ansa ;
una particolarità, quest’ultima, che non appare
nella Padania innanzi che vi si diffonda, appunto,
la « Cultura della Polada » stessa.
I vasi di tipologia « poladiana » si ebbero in
grandissima maggioranza da sepolture della necro¬
poli di Remedello, ed in soli tre casi da altre loca¬
lità (Cadimarco, Roccolo Bresciani e Fontanella).
Eccone, comunque, l’inventario descrittivo :
LA CULTURA DI REMEDELLO
a) Remedello, Tomba n° 42 (cf. Tavola Diciotte¬
sima, n° 2).
Piccola tazza a pareti diritte, che si raccor¬
dano dolcemente al fondo leggermente umbilicato,
provvista di un ansa piatta a gomito, superior¬
mente insellata. Altezza massima mm. 57, diame¬
tro massimo mm. 97.
Il vaso, in ceramica d’impasto molto grosso¬
lana, di colore brunastro e con superfici appena
lisciate, è frammentario per un terzo (ansa com¬
presa) ed è stato da noi di recente completamente
restaurato.
Fa parte delle collezioni del Museo Chierici
di Reggio Emilia.
b) Remedello, Tomba n° 65 (cf. Tavola Diciaset¬
tesima, n° 2).
Grande boccale, con corpo cipolliforme e collo
tronco-conico provvisto di orletto tondeggiante in
aggetto, munito di ansa verticale a gomito leg¬
germente insellata superiormente.
Il collo è decorato con una doppia fascia oriz¬
zontale, costituita da due linee incise a crudo e
sovrapposte.
Il ventre, reca, per contro, una sequenza di
grandi circoli incisi, disposti del pari a formare
una fascia orizzontale.
L’altezza massima del recipiente è di mm. 180,
il diametro massimo di mm. 250.
La ceramica appare di buon impasto e con
superfici accuratamente levigate, di colore unifor¬
memente giallo-rosato.
Appartiene alle collezioni del Museo Chierici
di Reggio Emilia.
c) Remedello, Tomba n" 70 (cf. Tavola Diciaset¬
tesima, n° 1).
Tazza biconica carenata, a fondo piatto, prov¬
vista di ansa a nastro verticale che, dipartendosi
poco sotto la carena, raggiunge l’orlo del vaso.
L’altezza massima del recipiente è di mm. 88,
con diametro massimo alla carena di mm. 142.
Il diametro alla bocca èi di 127 millimetri e la
carena dista dall’orlo del vaso 49 millimetri.
La ceramica è d’impasto estremamente gros¬
solano, di colore brunastro con chiazze nere, estre¬
mamente friabile.
Il Chierici (1885, Tav. 6", Fig. 12) aveva già
dato un disegno di questo vaso, che è stato da
noi utilizzato per curarne la ricostruzione ed il
completo restauro. Il vaso giaceva infatti nella
relativa tomba spezzato verticalmente in due metà,
ancora contenenti all’interno della sabbia saldata.
Lo si era inoltre precedentemente restaurato con
una sommaria incollatura con colla da falegname,
che lo aveva ridotto in condizioni pietose.
d) Remedello, Tomba n" 72 (cf. Tavola Diciotte¬
sima, n° 3).
Piede tronco-conico di coppa, presumibilmente
del tipo così detto «a fruttiera», con base cava.
Altezza massima del frammento mm. 49, dia¬
metro massimo alla base mm. 74. Diametro mas¬
simo in corrispondenza della frattura di unione
alla parte superiore della coppa, mm. 54.
Il frammento, in ceramica d’impasto bruna¬
stro, ben lisciato, venne costantemente descritto
come una vera e propria piccola « coppa» (Colini,
1898: 13) mentre non lo è affatto, come risulta
dalla frattura del suo tratto distale.
Esso fa parte delle collezioni del Museo Chie¬
rici di Reggio Emilia e si rinvenne in unione a
frammenti di altro, od altri vasi, che non ven¬
nero tuttavia conservati (Chierici, 1885: 141).
e) Sepoltura di Cadimarco (cf. Tavola Diciotte¬
sima, n° 1).
Tazza a corpo globoso, con fondo leggermente
umbilicato, provvista di breve collo diritto con
orletto estroverso. Ansa ad anello piatto. In corri¬
spondenza del limite inferiore del collo, il vaso
reca una solcatura orizzontale.
L’altezza massima del recipiente è di milli¬
metri 98, il diametro massimo di 122.
La ceramica è di impasto nerastro, con super¬
fici grigiastre grezze. Il vaso appartiene alle col¬
lezioni del Museo Chierici di Reggio Emilia.
Le sepolture della necropoli di Remedello,
stando alla letteratura ed alle nostre ricognizioni
museografiche, restituirono altri frammenti di
vasi ascrivibili alla categoria dei recipienti di tipo¬
logia « poladiana » (Tombe nn' 1 36, 45, 64, 105,
110) ed un’ansa a nastro si ebbe pure da uno dei
« fondi di capanna » del finitimo insediamento
« eneolitico » (Colini, 1898-1902, 1898: 93).
Un’ansa a nastro, provvista di spina d’innesto,
si ebbe pure dalla sepoltura del Roccolo Bresciani
di Remedello (Acanfora, 1955: 42, Fig. 8 f.).
Dal « residuo di tomba » di Fontanella, conser¬
vato al Museo Pigorini di Roma, si ebbe infine un
piccolo orcio tronco-conico, con base piana, deco¬
rato lungo le pareti con una teoria di minuscole
bozze appuntite, allineate orizzontalmente (cf.
Tavola Diciannovesima, n° 1). Si tratta di una
forma vascolare comune nel giacimento della La-
gozza di Besnate, ma che compare anche in talune
stazioni « poladiane » dell’area gardesana. Il vaso,
58
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
che è alto circa 102 mm. e presenta un diametro
alla bocca di 140, è fabbricato con una ceramica
d’impasto molto grossolana, di colore grigiastro.
4° - Vasi «campaniformi».
La terza ed ultima classe vascolare di cui si
ebbero reperti dalle sepolture del « gruppo eneo¬
litico lombardo » è quella dei così detti « vasi cam¬
paniformi » ; dei quali, tuttavia, nessun esemplare
proviene dalle due grandi necropoli di Remedello
e di Fontanella.
« Vasi campaniformi » si ebbero infatti unica¬
mente dalle sepolture di Cadimarco, dalle due di
Santa Cristina di Fiesse e dalla sepoltura del
Roccolo Bresciani di Remedello di Sotto.
Tutti i « campaniformi » rinvenuti nelle sepol¬
ture del nostro « gruppo » appartengono a quel
tipo che gli studiosi iberici designano come « a
perfil duro » e tutti recano quella decorazione che
viene detta « zonata » poiché costituita da un’al¬
ternanza di fasce orizzontali sovrapposte.
Uno solo dei « campaniformi » della sepoltura
di Cadimarco, di cui rimane solo un frammento
basale, sembra fosse non decorato.
I motivi decorativi, impressi a crudo, sono
costantemente rappresentati da fasce riempite di
puntini o di motivi analoghi e le fasce stesse sono
costantemente delimitate da sottili solchi. I pun¬
tini di riempimento recano molto spesso tracce di
un’incrostazione biancastra che, a nostro avviso,
doveva ricoprire interamente le fasce, dando al
vaso un aspetto piacevolmente policromo. Secondo
I’Acanfora (1955: 39) tale decorazione doveva
essere ottenuta imprimendo sul vaso ancor umido
« una cimossa di una fettuccia od una finissima
cordicella », il che appare assolutamente da
escludersi.
Secondo altri, i motivi decorativi dei « cam¬
paniformi » sarebbero stati ottenuti facendo scor¬
rere sulla superfice del vaso una minuscola « ruo-
tella». Date le difficoltà di fabbricare quest’ulti-
ma con metodi primitivi, noi riteniamo che in
proposito si usassero piuttosto delle minuscole
strisce di lastra di metallo, sulle quali i motivi
da riprodurre fossero ottenuti a pressione.
Per impasto e tecnologia ceramica, i « cam¬
paniformi » nostrani si distinguono nettamente
da tutti i residui vasi rinvenuti nelle sepolture
del « gruppo eneolitico lombardo » e resta così da
stabilire se si tratti effettivamente di prodotti di
fabbricazione locale o di effettiva importazione.
Come nei casi precedenti, diamo qui di seguito
un completo inventario descrittivo dei recipienti
di questa classe :
1") Sepoltura di Cadimarco.
a) « Bicchiere campaniforme » decorato con
una sequenza di fasce alternate orizzontali, inor¬
nate ed ornate ; queste ultime sono riempite da
una serie di minute impressioni puntiformi alli¬
neate diagonalmente.
Altezza massima del vaso millimetri 125 dia¬
metro massimo 109, diametro alla bocca 108.
Ceramica d’impasto molto sottile, di colore
cinerino, con superfici accuratamente levigate di
colore rosato.
Il reperto, leggermente frammentario, venne
malamente restaurato nel secolo scorso. Fa parte
delle collezioni del Museo Chierici di Reggio Emi¬
lia, ove reca in numero di inventario PI. 6775
(cf. Tavola Ventesima, n" 1).
b) « Bicchiere campaniforme », in tutto ana¬
logo al precedente, salvo le dimensioni.
L’altezza del vaso è di millimetri 97.5, il dia¬
metro massimo di 103, quello alla bocca di 85.
Conservato nelle collezioni del Museo Chierici
di Reggio Emilia, reca il numero di catalogo
PI. 6776 (cf. Tavola Ventesima, n° 2).
c) Gruppo di frammenti di un « bicchiere cam¬
paniforme » con base leggermente concava, deco¬
rati con fasce alternate di minuscoli puntini dispo¬
sti diagonalmente e recanti tracce di incrosta¬
zione bianca.
Ceramica d’impasto cinerino, con superfici ros¬
sastre molto alterate. Del recipiente restano una
parte del fondo e frammenti dell’orlo e delle pa¬
reti, tuttavia assolutamente insufficienti per un
fondato tentativo di ricostruzione.
Fa parte delle collezioni del Museo Chierici
di Reggio Emilia e reca il numero di inventa¬
rio PI. 6777.
d) Gruppo di frammenti di un « bicchiere cam¬
paniforme», decorato con la consueta alternanza
di fascie inornate ed ornate, queste ultime riem¬
pite di minuscoli puntini impressi disposti dia¬
gonalmente e recanti traccie di incrostazione
biancastra.
Ceramica d’impasto finissima, di colore cine¬
rino, con pareti levigatissime, sia all’esterno che
all’interno, di colore giallastro. Le pareti sono
molto sottili, con spessori fra mm. 3.5 e 4.
L’assenza di troppi frammenti, non consente
un fondato tentativo di completa ricostruzione
del vaso.
L’esemplare fa parte delle collezioni del Museo
Chierici di Reggio Emilia e reca il numero di
inventario PI. 6778.
LA CULTURA DI REMEDELLO
e) Gruppo di frammenti di presumibile « bic¬
chiere campaniforme » inornato.
Ceramica d’impasto brunastro, lisciata e sot¬
tile (mm. 4).
Del vaso si conservano una parte del fondo
e brevi tratti delle contigue pareti ; ma il tutto
non consente una adeguata ricostruzione delle
forme generali del recipiente stesso.
Fa parte delle collezioni del Museo Chierici
di Reggio Emilia e reca il numero di inventario
P. 6778.
In base alle nostre indagini dirette, di conse¬
guenza, la tomba di Cadimarco avrebbe così con¬
tenuto ben 4 esemplari di « bicchieri campani-
formi » decorati e, presumibilmente, un quinto
esemplare inornato.
2") Necropoli . di Santa Cristina di Fiesse -
« Tomba Sud ».
« Bicchiere campaniforme » decorato con una
alternanza di fasce orizzontali inornate ed ornate,
queste ultime recanti impresso un motivo costi¬
tuito verosimilmente da una serie di minuscoli
cerchietti in rilievo, accostati fra loro ; in altri
punti, tuttavia, appaiono dei minuscoli motivi a
spezzata. Non avendo avuto modo di poter esa¬
minare direttamente l’esemplare, non siamo tut¬
tavia in grado di essere tassativi al riguardo.
Il fondo piano del vaso reca un motivo cruci¬
forme, impresso a mano mediante una serie di
minuscoli puntini allineati.
L’altezza del recipiente è di millimetri 103, il
suo diametro massimo di 121.
Il reperto, in ceramica d’impasto cinerina,
presenta superfìci lucidate, di colore rossiccio, con
chiazze nerastre. Quasi integro, esso fa parte
delle collezioni del Museo Pigorini di Roma,
(cf. Tavola Diciannovesima, n° 2).
3°) Necropoli di Santa Cristina di Fiesse - « Tom¬
ba Nord ».
Gruppo di frammenti di « bicchiere campani-
forme », decorati con un’alternanza di fasce oriz¬
zontali inornate ed ornate ; queste ultime deco¬
rate col consueto motivo di minuscoli puntini
impressi, disposti diagonalmente.
Secondo una ricostruzione grafica datane dal-
I’Acanfora (1955: Fig. l°b) il vaso avrebbe avuta
un’altezza di millimetri 110 circa ed un diametro
massimo di circa 94.
Il vaso è in ceramica d’impasto nerastra, con
superfici esterne rossastre.
Fa parte delle collezioni del Museo Pigorini
di Roma ( non figurato).
4"’) Sepoltura del « Roccolo Bresciani » di Reme-
delio di Sotto.
Gruppo di frammenti di bicchiere campani-
forme, decorato con un alternanza di fasce oriz¬
zontali inornate ed ornate ; queste ultime recanti
il consueto motivo di minuscoli puntini impressi,
disposti diagonalmente.
La ceramica è d’impasto nerastro, con super¬
fici rossastre (cf. Acanfora, 1955, Figg. 2a-2e).
Conservato nelle collezioni del Museo Pigorini
di Roma ( non figurato).
Chiudendo questa illustrazione dei « campa¬
niformi » provenienti dalle sepolture del « gruppo
eneolitico lombardo » vogliamo ricordare un « uni¬
cum » di questa classe vascolare che si ebbe da
un’area notevolmente discosta da quella propria
alla distribuzione di tale «gruppo», essendo
situata nella Lombardia nord-occidentale.
Il reperto in questione è rappresentato da un
grande « cuenco », venuto in luce in località
« Paradiso » di Legnanello nel Comune di Legnano
(Milano), che si conserva oggi nel Museo Civico
legnanese.
Ricuperato erratico ed in frammenti da un’area
ove si ebbero sepolture romane a cremazione
(Sutermeister, I960: 5-8 e fig.) lo scodellone
rappresenta indubbiamente un prodotto « eneoli¬
tico » ed una forma comune alla « Cultura del Vaso
campaniforme » iberica. Alto millimetri 140 e con
diametro massimo di 310, il vaso è in ceramica
d’impasto grigiastra. Le superfici, ben levigate,
sono di colore rosato e sono decorate con un’alter¬
nanza di fasce riempite di puntini.
Le attività artigianali minori.
Per chiudere la nostra rassegna degli elementi
ergologici restituitici dalle sepolture del « gruppo
eneolitico lombardo », ci resta ora da occuparci
di quelli riferibili alle attività minori del « grup¬
po » stesso. Gli elementi in questione sono rap¬
presentati da pochi manufatti in corno ed in osso,
oltre che da quella categoria particolare di oggetti
che va sotto il nome di «manufatti di adorno».
Osso e corno sembra venissero utilizzati solo
sporadicamente dagli « Eneolitici » lombardi (al¬
meno stando a quanto restituitoci dai loro corredi
funerarii) tantoché in osso ci restano solamente
due grossolani « punteruoli » provenienti dalle
sepolture nn” 7 ed 11 della necropoli di Fonta¬
nella (cf. Tavola Dodicesima, n° 5).
In corno, per contro, possediamo un « ritoc¬
catore a pressione » che reca ancora inserito il
relativo elemento in selce. Lungo complessiva-
(i()
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
mente millimetri 63 e senza alcun apprestamento
per la sospensione, il reperto proviene dalla sepol¬
tura n" 40 di Remedello (cf. Tavola Dodicesima,
n° 4).
Sempre in corno di cervo sono, inoltre, due
« guaine » per « accetta » litica, l’una proveniente
dalla sepoltura n° 78 di Remedello, l’altra da una
tomba di Volongo.
Ambedue, vennero ricavate dal tratto basale
di una robusta asta di corno di un Cervus elaphus,
come risulta da uno dei loro estremi ingrossati
che nell’esemplare di Remedello reca ancora trac-
eie della relativa rosetta basale.
Le « guaine » in questione ci si presentano
come degli elementi cilindrici, leggermente incur¬
vati in prossimità di uno degli estremi, che recano
un foro cieco assiale ed uno passante, trasversale,
cioè normale al primo.
Il foro cieco assiale è a sezione circolare, quello
passante trasversale presenta invece forma qua¬
drangolare od ovalare.
La « guaina » di Remedello (frammentaria ad
un estremo), è lunga mm. 190 ed ha un diametro
di mm. 52. Il foro trasversale passante, ovalare,
ha dimensioni di mm. 29 x 48 (cf. Tavola Dodi¬
cesima, n° 1).
L’esemplare di Volongo, in tutto analogo, è
lungo mm. 184 circa ed ha un diametro di 43 mm.
In questo caso, il foro passante presenta forma
quadrangolare (cf. Tavola Dodicesima, n° 2).
Colini (1898-1902 (1898: 35-36) interpretò il
reperto di Remedello come un « manico di accet¬
ta », mentre indicò quello di Volongo (del tutto
analogo) come una «zappetta» (Colini, 1899: 31).
In ambedue i casi, tuttavia, si tratta effettiva¬
mente di « guaine » per immanicazione di un’« ac¬
cetta » in pietra.
Quest’ultima, infatti, vi veniva introdotta a
pressione nel foro passante, mentre l’estremità
del manico dello strumento veniva fatta passare
entro il foro assiale della « guaina » stessa. Que¬
st’ultima costituiva così un vero e proprio prolun¬
gamento assiale del manico stesso, col quale la
« accetta » litica veniva così a fare un angolo di
circa 90”.
Va qui ricordato incidentalmente come fra i
reperti della « Cultura della Polada » non facciano
del tutto difetto le così dette « zappette » in corno,
tratte esse pure dal tratto iniziale di una robusta
asta di un corno di Cervus elaphus, della quale
conservano costantemente la « rosetta » basale.
Tali «zappette», tuttavia, presentano costan¬
temente l’estremo distale tagliato verticalmente
per sbieco e recano nelle vicinanze di quello pros¬
simale un foro passante circolare, disposto paral¬
lelamente a tale sbiecatura.
Che le due « guaine » per « accetta » litica
provenienti dalle sepolture del « gruppo eneolitico
lombardo » si debbano legittimamente interpre¬
tare come tali, lo si desume direttamente dal fatto
che in ambedue l’estremo distale (cioè quello che
presenta il foro cieco in cui si inseriva la « accetta
litica ») risulta spezzato.
Nella sepoltura n° 78 di Remedello, da cui pro¬
viene una delle due « guaine » in questione, non
si rinvenne alcuna « accetta » litica, ma sibbene
un « accetta piatta » in rame. La « guaina » in
discorso giaceva sul prolungamento della mano
destra dell’inumato (cf. Colini, 1898-1902 (1898:
Tavola 2°, n° 1) mentre l’« accetta » in rame era
stata deposta isolatamente, accanto al capo del-
l’inumato stesso. Ad onta di ciò è da respingersi
senz’altro, per la morfologia della « guaina » stes¬
sa, l’ipotesi che questa avesse servito per immani¬
carvi l’« accetta » metallica.
Con la dizione di comodo di « oggetti di ador¬
no » i paletnologi indicano correntemente dei
manufatti di dimensioni sempre assai ridotte che
sono spesso provvisti di un dispositivo di fis¬
saggio. Tali elementi — ad onta di tale dizione —-
ebbero tuttavia destinazione effettiva molto varia,
sia «decorativa» che decisamente « apotropaica »,
quando l’una e l’altra non andarono strettamente
unite.
Questa particolare classe di manufatti, che
nelle sepolture « eneolitiche » italiane è piuttosto
abbondante, in quelle del « gruppo eneolitico lom¬
bardo » risulta invece del tutto sporadica.
Per la fabbricazione dei manufatti in oggetto,
le genti del nostro « gruppo » utilizzarono mate¬
riali varii, quali la pietra, il metallo e la conchi¬
glia. Quelli in metallo sono rappresentati da un
« orecchino » circolare in rame, proveniente dalla
Tomba n° 63 di Remedello. Si tratta di una sbar¬
retta ripiegata a circolo ed i cui estremi sono
semplicemente accostati. Il reperto ha un diame¬
tro di 55 millimetri (cf. Tavola Undicesima, 7i a 8).
Dalla sepoltura n° 62 di Remedello prover¬
rebbe un minuscolo «spillone a testa globulare»,
con asta leggermente ricurva, che sembrerebbe
essere stato fabbricato in bronzo. L’esemplare è
lungo complessivamente 28 millimetri (cf. Tavola
Decima, n° 6). Secondo il Colini, tuttavia, l’associa¬
zione di tale reperto al corredo della sepoltura in
discorso sarebbe assai dubbia.
Un altro « spillone » in metallo, ma questa
volta in argento e del tipo con « testa a T » prov¬
vista di un minuscolo anellino centrale per la
sospensione si rinvenne disposto trasversalmente
LA CULTURA DI REMEDELLO
61
sul petto di un inumato della sepoltura Bs. 2 di
Remedello. L’esemplare è lungo complessivamente
174 millimetri (cf. Tavola Decima, n° 5).
Chiude la serie degli « oggetti di adorno » in
metallo una serie di « borchie » in rame, prove¬
niente esclusivamente dalle sepolture nn° 62, 79 ed
83 di Remedello, sepolture che contenevano tutte
« lame di pugnali » in rame.
La tomba n'° 62 ha restituito 3 di tali elementi,
quella 79 ne ha resi 6, quella 83 ne ha dati altri 3.
Le « borchie » in questione vennero varia¬
mente interpretate dagli Autori, onde necessita
soffermarci brevemente sull’argomento e descri¬
verle in dettaglio.
I tre esemplari della sepoltura n u 62 (cf.
Tavola Nona, n° 6), sono provvisti di una capoc¬
chia massiccia, conica, che reca inferiormente un
breve gambo cilindrico, lungo 15 millimetri, alla
estremità del quale si notano tracce di ribattuta.
La capocchia ha un diametro di 14 milimetri.
Essendo questa sepoltura stata scoperta inciden¬
talmente, nel corso dei lavori agricoli per rim¬
pianto della vigna a Remedello, non si hanno det¬
tagli circa la giacitura di tali elementi.
I sei esemplari della sepoltura n° 79 (cf. Tavola
Nona, n" 7) si differenziano dai precedenti per
il fatto di presentare una minuscola capocchia
convessa, che si prolunga in un corpo tronco-
conico la cui estremità reca tracce di ribattitura.
Il diametro della capocchia è di circa millimetri
6, la lunghezza complessiva del pezzo è di 5.5. Esse
si rinvennero sparse sul torace dell’inumato, in
vicinanza del pugnale di rame che corredava anche
questa sepoltura.
I tre esemplari della sepoltura n u 83 (morfolo¬
gicamente simili a quelli già ricordati della sepol¬
tura n" 62 (cf. Tavola Nona, n° 5) sono costituiti
da due capocchie coniche in lastra, unite fra loro
da un pernetto cilindrico ribattuto ai due estremi.
Il diametro delle capocchie è di 15 millimetri ed
esse distano fra loro circa 7 millimetri.
Nella sepoltura in questione, in vicinanza del
pugnale in rame si rinvenne anche il relativo
ribattino di fissaggio, lungo mm. 7.5 e recante ai
due capi le tracce della ribattitura.
Le « borchie » si rinvennero invece disposte a
triangolo nei pressi della lama dello stesso e nel
loro interno cavo si notarono le tracce di una
sostanza nerastra.
Colini (1898: 36) è di avviso che le «bor-
chiette » del sepolcro n" 79 non potessero, date le
loro dimensioni, far parte del manico del pugnale,
ma che fossero applicate ad un balteo in cuoio,
che doveva aver sostenuta l’arma stessa. E’ invece
favorevole, nel caso di quelle del sepolcro n" 83, al
fatto che, in tal caso, avessero fatto parte del
manico dell’arma.
Secondo il « Ragguaglio » del Bandieri, le
borchie rinvenute nel sepolcro n° 62 si sarebbero
rinvenute «attorno al collo dello scheletro».
Quale poteva essere, in effetti, la destinazione
delle «borchie» in questione?
La presenza nella sepoltura n° 83, accanto ad
esse del ribattino in rame che aveva servito a fis¬
sare la « lama » del pugnale all’impugnatura, ci fa
escludere che siano state usate, in tutti e tre i casi
sopra ricordati, con funzioni di fissaggio della
« lama » all’impugnatura.
Quelle delle sepolture 62 ed 83, fra l’altro,
sarebbero risultate troppo deboli per una tale fun¬
zione di accoppiamento.
Non resta quindi che la possibilità di interpre¬
tarle come « elementi di adorno », connessi all’uso
dei pugnali metallici in questione.
Personalmente, noi riteniamo che esse fossero
utilizzate quali vere e proprie « borchie » per
adornare un balteo in cuoio, al quale, presumibil¬
mente, andavano uniti i pugnali stessi ; e la pre¬
senza di una sostanza nerastra all’interno della
capocchia di quelle fabbricate in lastra, ci sembra
confermare direttamente una tale ipotesi.
Quali «oggetti di adorno», le genti del «grup¬
po eneolitico lombardo » utilizzarono anche delle
minuscole conchiglie di « Conus mediterraneus »,
che impiegarono per farne collane o bracciali,
previa foratura assiale.
Tredici di tali conchiglie forate, si ebbero
infatti dalla sepoltura n° 83 di Remedello, ove si
rinvennero in prossimità della bocca dell’inumato
ed a lato della sua tibia (cf. Tavola Dodicesima,
n° 8), mentre altre 6 si ebbero dalla tomba n° 11
di Fontanella (Acanfora, 1956: 336-337 e Fig. 3).
Dalla sepoltura n° 37 di Remedello si ebbe
una semplice valva di un’Ostrea, senza traccia di
lavorazione.
Gli « Eneolitici » lombardi utilizzarono anche
i nicchii del « Cardium » (marino) e dell’« Unio »
(di acqua dolce) per trarne a mezzo ritaglio delle
« laminette biforate » agli estremi, presentanti
varia morfologia.
Queste, tuttavia, si rinvennero unicamente
nelle sepolture nn‘ 61, 69 ed 83 della necropoli di
Remedello.
Dalla sepoltura n° 61 si ricuperarono comples¬
sivamente 64 «laminette biforate», rettangolari,
tratte da nicchii di « Cardium » ; da quella n” 69
complessivamente 60 « laminette biforate » di
« Unio », di cui 52 rettangolari ed 8 ovali ; da
quella n" 83 si ebbero complessivamente 144 « la-
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
()2
minette bifora te », rettangolari, in conchiglia di
« Cardium » (cf. Tavola Dodicesima, n° 10).
Quanto alla sepoltura n° 83, questa consentì di
rilevare con ancor maggiore precisione la disposi¬
zione effettiva delle « laminette » stesse.
Come si può direttamente rilevare dalla nostra
Tavola Terza, che riproduce tale sepoltura, le
« laminette » in questione erano disposte lungo
una linea ondulata che, scendendo dal capo arti¬
colare superiore dell’omero destro dell’inumato,
dopo aver traversato obbliquamente il suo petto
proseguiva lungo il fianco sinistro, per poi ripas¬
sare, attraversando il bacino, verso il suo fianco
destro e risalire quindi verso l’omero relativo.
In base ad una tale disposizione, il Chierici
ipotizzò fondatamente che le « laminette biforate »
fossero state cucite lungo il margine inferiore di
una sorta di cappa panneggiata, che doveva aver
ricoperto il defunto all’atto della sepoltura. (Il che
può darsi anche nel caso delle « laminette » della
tomba n° 69).
Una diretta conferma di tale ipotesi, del resto,
ci è fornita dal pugnale che era presente nella
sepoltura n" 83 e sulla cui patina rimangono pa¬
lesi impronte di un tessuto. Che gli inumati, al¬
meno in taluni casi, venissero deposti nella sepol¬
tura ricoperti con mantelli, ci è pure confermato
dalla sepoltura Bs. 2 di Remedello, sul petto del
cui inumato si rinvenne lo « spillone » in argento
già ricordato.
Fra gli « elementi di adorno » rinvenuti nelle
sepolture del « gruppo eneolitico lombardo » si
debbono pure annoverare dei denti canini di Sus,
i quali, tuttavia, non presentano traccia alcuna di
lavorazione e dovevano presumibilmente essere
recati sospesi mediante una legatura centrale.
Tre di questi, di cui uno di grandi dimensioni,
ci vennero restituiti dalle sepolture nn° 3, 5, 12 di
Fontanella (cf. Tavola Dodicesima, n° 3), ed uno
per ciascuno da quella di Cadimarco e dalla tomba
Sud di Santa Cristina di Fiesse.
Dalla sepoltura n° 83 di Remedello, e da quella
Bs. 2 della medesima località, inoltre, ci vengono
due unicum, da interpretarsi come elementi a de¬
stinazione magico-religiosa od apotropaica.
La sepoltura n° 83 di Remedello, infatti, conte¬
neva un « pendaglio cruciforme » in calcare bianco,
forato trasversalmente (cf. Tavola Dodicesima,
n° 7) mentre quella Bs. 2 ne possedeva uno in
forma di stella a sette raggi, similmente forato
(cf. Tavola Dodicesima, n° 6).
Il primo di tali pendagli, quello in forma di
croce, si rinvenne a soli 35 millimetri dal polso
della mano destra dell’inumato, il quale doveva
aver stretto l’impugnatura del pugnale di rame
che si rinvenne sul suo prolungamento. Sembra
quindi probabile che il pendaglio stesso fosse in
qualche modo collegato all’impugnatura dell’arma.
Quanto al pendaglio, pure in calcare bianco,
della sepoltura Bs. 2, questo si rinvenne disposto
sul ventre dell’inumato, ed anch’esso, presumi¬
bilmente, collegato al polso del braccio stesso del
defunto.
Anche una delle sepolture rinvenute a Volongo
aveva nel suo corredo un « elemento forato » in
pietra, analogo ai precedenti, descritto somma¬
riamente nella letteratura come una « ruotella
forata » (Colini, 1920: 82).
Sempre dalle sepolture del nostro « gruppo »
si ebbero altri pochi « elementi di adorno » in
pietra, rappresentati da una « perla cilindrica »
in calcare bianco, proveniente dalla sepoltura n° 37
di Remedello (lunga mm. 28 e con diametro di 10
(cf. Tavola Dodicesima, n° 9 al centro della riga)
e da una serie di minuscoli «anellini piatti», in
calcare bianco od in steatite nera, di cui 12 si
ebbero dala Tomba n° 37 di Remedello (cf. Tavola
Dodicesima, n a 9, ai due lati), 70 da quella n° 11 di
Fontanella e 14 da quella n° 13 della necropoli
stessa. Questi ultimi erano tutti in steatite.
Tali « anellini piatti » con foro centrale, pre¬
sentano spessori fra i 2 ed i 4 millimetri e diametri
attorno agli 8.
La sepoltura n° 12 di Fontanella, infine, ci ha
restituito anche un frammento di steatite, proba¬
bilmente utilizzato per la confezione degli elementi
in discorso.
Chiudendo questa rassegna delle attività arti¬
gianali delle genti « eneolitiche » del nostro
«gruppo lombardo», va segnalato come dalle loro
sepolture non si sia ricuperato alcun elemento
riferibile ad una diretta pratica della filatura e
della tessitura (pesi da telaio, fusaiole).
Tale attività, tuttavia, era già nota nell’area
lombarda da oltre un millennio, come lo attestano
i reperti di « fusaiole » e di « pesi da telaio » pro¬
venienti dal giacimento « neolitico superiore »
della Lagozza di Besnate.
Dalle sepolture del nostro «gruppo», per con¬
tro, si ricuperano varii elementi che attestano
indubbiamente l’uso di tessuti presso le genti
stesse (spilloni, « laminette forate » ; il che, tut¬
tavia, non ci consente di dirimere la questione se
tali tessuti costituissero un prodotto locale oppure
venissero ottenuti per scambio con altre genti
produttrici degli stessi.
La particolare etologia delle genti del « gruppo
eneolitico lombardo » (cui si è già accennato e su
cui ritorneremo più innanzi) rende assai più vero¬
simile quest’ultima ipotesi.
LA CULTURA DI REMEDELLO
63
Parte Terza
LA CULTURA DI REMEDELLO
Premessa.
Nella precedente « Parte Seconda » di questa
monografia abbiamo fornita una completa rasse¬
gna morfologica di tutti gli elementi culturali
presenti nei corredi delle sepolture del « gruppo
eneolitico lombardo». Siamo quindi ora in grado,
tramite l’applicazione della prassi d’indagine in
precedenza indicata (cf. « Parte Prima - « Meto¬
dologia d’indagine ») di giungere a stabilire quali
fra tali elementi debbano essere complessivamente
assunti per definire sul piano ergologico quella
« Cultura di Remedello » cui abbiamo dedicata
questa nostra ricerca.
Il che, di riflesso, ci consentirà pure di preci¬
sare quali fra i giacimenti compresi nell’area
distributiva del nostro « gruppo eneolitico lom¬
bardo » debbano effettivamente essere ascritti
alla « facies » in questione e quali, per contro, ne
debbano essere esclusi.
Classificazione dei componenti culturali.
La prassi d’indagine da noi caldeggiata per
la definizione delle « facies » di una « civiltà » di
età olocenica, prevede la redazione di un elenco
integrale di tutti gli elementi culturali presenti
nel suo « giacimento eponimo » e la susseguente
loro ripartizione in « serie » a norma della loro
maggiore o minore « specificità » nei confronti
della « facies » che si intende similmente definire.
Nel caso specifico, applicando tale procedi¬
mento ai materiali paletnologici provenienti dalla
necropoli di Remedello che costituisce appunto il
« giacimento eponimo » della « facies » che inten¬
diamo definire, si ha la seguente seriazione degli
elementi culturali stessi :
A) Serie degli elementi « specifici » :
1) Sepolture «a fossa » in terra nuda, senza appresta¬
menti difensivi di sorta (in numero 124 casi).
2) Cuspidi di freccia bifacciali con peduncolo ed alette
in selce (in n” 27 sepolture, per complessivi 124 esem¬
plari).
3) Lame di pugnale bifacciali in selce (dei nostri e. tipi-»
1/T, 8/T, 3/C, 4/C, 5/C) (in n° 28 sepolture, per com¬
plessivi 28 esemplari).
4) Lame di pugnale in rame (dei nostri « tipi » 1/T,
8/T, 3/C, /4C), (in n° 5 sepolture, per complessivi
5 esemplari).
5) Accette « piatte » in rame (in n° 4 sepolture, per
complessivi 4 esemplari).
6) Punte di lesina in rame (in n° 2 sepolture, per com¬
plessivi 2 esemplari).
7) Orecchini circolari in rame (in una sepoltura, con
1 esemplare).
8) Spilloni con « testa a T » in argento (in 1 sepoltura,
con 1 esemplare).
9) Pendagli litici con foro passante (in 2 sepolture, per
complessivi 2 esemplari).
10) Vasi « biconici » in cotto (in 6 sepolture, per com¬
plessivi 6 esemplari).
11) Borchiette circolari in rame (in 3 sepolture, per com¬
plessivi 13 esemplari).
12) Laminette biforate in conchiglia (in 3 sepolture, per
complessivi 268 esemplari).
13) Conchiglie di « Conus mediterraneus » forate assial¬
mente (in una sepoltura, per complessivi 13 esemplari).
B) Serie degli elementi « aspecifici » :
14) Scheggie e nuclei in selce (in 25 sepolture, per com¬
plessivi 33 esemplari).
15) Lame e lamelle in selce (in 3 sepolture, per comples¬
sivi 3 esemplari).
16) Accette in « pietra verde » levigate (in 8 sepolture,
per complessivi 8 esemplari).
17) Cuspidi di freccia losangiche in selce (in una sepol¬
tura, con 1 esemplare).
18) Anellini piatti per collana, in calcare (in una sepol¬
tura, per complessivi 12 esemplari).
19) Perle cilindriche in calcare (in una sepoltura, con
1 esemplare).
20) Testimonianze indirette dell’uso di tessuti (in 6 sepol¬
ture, per complessivi sei casi).
21) Resti ossei di fauna, deposti a corredo (in due sepol¬
ture, per complessivi due casi).
C) Serie degli elementi « di derivazione » :
22) Vasi in cotto di morfologia « poladiana » (in 6 sepol¬
ture, per complessivi 6 esemplari).
23) Spilloni a e. testa sferica » in bronzo (?) (in 1 sepol¬
tura, con 1 esemplare).
24) « Guaine » per accetta litica in corno (in 1 sepoltura,
con 1 esemplare).
25) Cuspidi di freccia bifacciali, con « base incavata »,
in selce (in 1 sepoltura, con 1 esemplare).
26) « Ritoccatori » con manico in corno (in 1 sepoltura,
con 1 esemplare).
64
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
I componenti delle tre « serie » di cui sopra —
tutti attestati in maggiore o minore misura nel
« giacimento eponimo » della « Cultura di Reme-
delio » — costituiscono così quel complesso di
elementi culturali che definisce specificamente,
sul piano ergologico, la « facies » stessa.
In base a tale assunto, possiamo ora verificarne
la validità (o le eventuali necessità di integra¬
zione) raffrontandolo col panorama ergologico che
emerge dai residui giacimenti di quello che abbia¬
mo sin qui genericamente qualificato come il no¬
stro « gruppo eneolitico lombardo » in base alla
geonemia dei giacimenti stessi ; i quali ultimi com¬
prendono complessivamente 51 sepolture (a fronte
delle 79 prese in esame nel caso di Remedello) e
sono i seguenti: Asola, Mosio, Castel d’Ario, Ce-
rese, Volongo, Fontanella di Casalromano, Calva-
tone, Cadimarco, Santa Cristina di Fiesse, Roc¬
colo Bresciani di Remedello.
Per facilitare tale raffronto, abbiamo elencati
qui di seguito tutti gli elementi culturali rappre¬
sentati nelle relative sepolture e suddividendoli
nelle varie « serie » già definite nel caso del
« Remedelliano » e mantenendone la numerazione
adottata nel caso di quest’ultimo.
Eccone quindi l’elenco:
A) Serie degli elementi « specifici » :
1) Sepoltura «a fossa» in terra nuda, senza appresta¬
menti difensivi di sorta (in n° 38 casi, attestai per
Volongo, Calvatone, Fontanella, Asola, Mosio, Castel
d’Ario, Cere se).
1-A) Sepolture « a fossa » con tracce di strutture lignee
subaeree (in n° 3 casi, attestati a Cadimarco e Santa
Cristina di Fiesse e probabilmente al Roccolo Bre¬
sciani di Remedello).
2) Cuspidi di freccia bifacciali con peduncolo ed alette
in selce (presenti con 22 esemplari in 5 sepolture di
Fontanella, con 12 esemplari nella sepoltura di Cerese,
con 9 esemplari in 3 sepolture di Volongo, con 2 esem¬
plari nella sepoltura di Castel d’Ario, con 1 esemplare
ad Asola, con 1 esemplare a Cadimarco).
3) Lame di pugnale bifacciali in selce (dei nostri «tipi»
1/T, S/C, U/C, 5/C) (presenti con 12 esemplari in
II sepolture di Fontanella, con 1 esemplare a Volongo).
4) Lame di pugnale in rame (dei nostri « tipi » 1/T,
S/C, 5/C) (presenti con 2 esemplari in 2 sepolture
di Fontanella, con un esemplare a Volongo).
5) Accette « piatte » in rame (presenti con 1 esemplare
a Santa Cristina).
6) Punte di lesina in rame (presenti con 3 esemplari in
3 sepolture di Fontanella).
7) Orecchini circolari in rame (non rappresentati).
8) Spillojii con « testa a T » in argento (non rappre¬
sentati). i
9) Pendagli litici con foro passante (presenti con 1 esem¬
plare a Volongo).
10) Vasi « biconici » in cotto (presenti con 3 esemplari
in 3 sepolture di Fontanella).
11) Borchiette circolari in rame (non rappresentate).
12) Laminette biforate in conchiglia (non rappresentate).
13) Conchiglie di «Conus mediterraneus » forate assial¬
mente (presenti con 6 esemplari in una sepoltura di
Fontanella).
B) Serie degli elementi « aspecifici » :
14) Schegge e nuclei in selce (presenti con 4 esemplari
in 3 sepolture di Fontanella, con 2 esemplari a Cadi¬
marco, con 3 esemplari in 2 sepolture di Santa Cri¬
stina).
15) Lame e lamelle in selce (presenti con 5 esemplari in
3 sepolture di Fontanella, con 3 in 2 sepolture di
Asola, con un esemplare, rispettivamente, a Cadi¬
marco e Santa Cristina).
16) Accette in «pietra verde » levigate (presenti con
5 esemplari in 5 sepolture di Fontanella, con 6 in
3 sepolture di Volongo, con 2 in una sepoltura di
Mosio, con 1 ad Asola).
17) Cuspidi di freccia losangiche in selce (presenti con
un esemplare a Fontanella).
18) Anellini piatti per collana in calcare (presenti con
84 esemplari in 2 sepolture di Fontanella).
19) Perle cilindriche in calcare (non rappresentate).
20) Testimonianze indirette dell’uso di tessuti (non atte¬
state).
21) Resti ossei di fauna deposti a corredo (non attestati).
21-A) Canini di « Sus » (presenti con 3 esemplari in
3 sepolture di Fontanella, con 1 esemplare, rispetti¬
vamente, a Cadimarco e Santa Cristina).
21-B) Punteruoli in osso (presenti con 2 esemplari in
2 sepolture di Fontanella).
21-C) Cuspidi di freccia bifacciali, ad ogiva, in selce (pre¬
senti con 1 esemplare a Cadimarco).
C) Serie degli elementi « di derivazione » :
22) Vasi in cotto di morfologia « poladiana » (presenti,
rispettivamente, con 1 esemplare a Cadimarco ed al
Roccolo Bresciani di Remedello).
23) Spilloni a «testa sferica» in bronzo (?) (non rappyre-
sentati).
24) « Guaine » per accetta litica in corno (presenti con
1 esemplare a Volongo).
25) Cuspidi di freccia bifacciali con « base incavata »,
in selce (presenti con 2 esemplari a Cadimarco).
26) « Ritoccatori » con manico in corno (non rappre¬
sentati).
26-A) Lame di pugnale in rame (del nostro «tipo» 5/C)
(presenti con 1 esemplare a Santa Cristina).
26-B) « Semilunari » in selce (presenti con 3 esemplari
in una sepoltura di Fontanella e con 2 a Cadimarco).
26-C) Bifacciali « campignani» in selce (presenti con
1 esemplare a Fontanella).
26-D) Vasi in cotto di morfologia « lagozziana » (presenti
con 1 esemplare a Fontanella).
LA CULTURA DI REMEDELLO
05
26-E) Vasi « campaniformi » in cotto (presenti con 5 esem¬
plari a Cadimarco, con 2 in 2 sepolture di Santa
Cristina, con 1 esemplare al Roccolo Bresciani di
Remedello).
I giacimenti « remedelliani ».
Ponendo a confronto la costituzione ergologica
della « Cultura di Remedello » (quale si desume
dal complesso degli elementi culturali presenti nel
suo «giacimento eponimo») con quanto si riscon¬
tra nei residui giacimenti del nostro « gruppo
eneolitico lombardo», si nota quanto segue:
A) per la « serie » degli elementi « specifici » :
delle 13 « voci » considerate nel caso del « Reme-
delliano », solamente 4 (cioè quelle nn° 7, 8, 11, 12)
non sono rappresentate in alcuno dei giacimenti
del « gruppo » stesso. (Si tratta degli « orecchini
circolari in rame », degli « spilloni con testa a T
in argento », delle « borchiette circolari in rame »
e delle « laminette biforate in conchiglia », cioè a
dire, nel caso specifico, di cosi detti « elementi di
adorno »).
B) per la « serie » degli elementi « aspecifici » :
delle 8 «voci» considerate nel caso del « Reme-
delliano», solamente 3 (cioè quelle numero 19,
20, 21) non sono rappresentate in alcuno dei resi¬
dui giacimenti del «gruppo stesso». (Si tratta
delle «perle cilindriche in calcare», delle «testi¬
monianze indirette dell’uso di tessuti » e dei
«resti ossei di fauna deposti a corredo».
C) per la serie degli elementi « di derivazione » :
delle 5 « voci » considerate nel caso del « Reme-
delliano », solamente 2 (cioè quelle numero 23 e
26) non sono rappresentate in alcuno dei residui
giacimenti del nostro «gruppo». (Si tratta degli
« spilloni con testa sferica in bronzo » e dei
«ritoccatori con manico in corno»).
Per contro, non sono minimamente rappresen¬
tati a Remedello i seguenti elementi, che sono
invece presenti in altre sepolture del « gruppo
eneolitico lombardo » :
a) per la «serie» degli elementi « specifici»:
completamente assente la «voce» numero 1/A
(costituita dalle « sepolture a fossa con tracce di
strutture lignee subaeree»).
b) per la « serie » degli elementi « aspecifici » :
completamente assenti le «voci» 21/A, 21/B,
21/C, rappresentate dai « canini di Sus », dai
«punteruoli in osso», dalle «cuspidi bifacciali ad
ogiva »).
c) per la «serie» degli elementi «di deriva¬
zione » :
completamente assenti le «voci» numero 26/A,
26/B, 26/C, 26/D, 26/E (rappresentate dalle
«lame di pugnale in rame del ”tipo 5/C”», dai
«semilunari in selce», dai «bifacciali campi-
gnani in selce », dai « vasi in cotto » di morfologia
« lagozziana », dai «vasi campaniformi» in cotto).
Fra le assenze veramente sintomatiche di cui
sopra, vanno particolarmente sottolineate quelle
che si riferiscono alle «voci» numero 1/A («se¬
polture a fossa con tracce di strutture lignee
subaeree», n" 26/A («lame di pugnale in rame»
del tipo 5/C), n° 26/E («vasi "campaniformi” in
cotto »).
« Voci » tutte, queste ultime, presenti unica¬
mente in tre casi, cioè a dire nella sepoltura di
Cadimarco, nelle due di Santa Cristina di Fiesse
ed in quella del Roccolo Bresciani di Remedello.
Il che, in questi ultimi casi non ci deve affatto
sorprendere poiché ci troviamo manifestamente
in presenza di sepolture ascrivibili ad un altra
« facies » « eneolitica » lombarda, differente e
probabilmente leggermente recenziore rispetto a
quella di Remedello.
Lo afferma il fatto dell’isolamento tipologico
in seno al « gruppo eneolitico lombardo » delle
sepolture provviste di strutture lignee subaeree
e la presenza nelle stesse di elementi di « deriva¬
zione » della «facies» eneolitica iberica del «Vaso
campaniforme » ; cioè dei pugnali del tipo iberico
di « Ciempozuelos » (nostro «tipo 5/C») e dei
« vasi campaniformi » stessi.
A questa nuova « facies » (rappresentata anche
altrove in Lombardia e nel finitimo Veneto) ci
riserviamo, in un secondo tempo, di dedicare una
indagine particolare, che valga, come nel caso
del « Remedelliano », a definirne la costituzione
specifica.
Tornando al caso della « Cultura di Reme¬
dello » che qui direttamente ci interessa, i raf¬
fronti testé eseguiti ci mostrano come la sua costi¬
tuzione ergologica — quale risulta dal suo « giaci¬
mento eponimo » — risulti ben attestata (si tenga
conto che si tratta di corredi di sepolture) in tutti
i residui giacimenti di quello che avevamo definito
il «gruppo eneolitico lombardo», eccezion fatta
per quelli di Cadimarco, di Santa Cristina e del
Roccolo Bresciani dei quali si è già detto.
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
ti (5
Possiamo così ascrivere fondamentalmente alla
« Cultura di Remedello » (in aggiunta al suo « gia¬
cimento eponimo») quelli di Asola, Castel d’Ario,
Cerese, Fontanella di Casalmarco, Mosio e Volon-
go, mentre ne resta dubbia l’appartenenza per
quanto concerne risolata sepoltura di Calvatone,
che era totalmente priva di corredo.
A questo punto, il paziente lettore potrebbe
aspettarsi un confronto fra il « Remedelliano » e
le altre testimonianze « eneolitiche » della Pada¬
nia ; il che non intrapprenderemo, non tanto perchè
già tentato da altri, quanto perchè, in effetti,
risulterebbe inutile data la attuale scarsità di ele¬
menti in proposito.
Lo si potrà, infatti, intraprendere fondata-
mente solo allorché — utilizzando la. prassi deter¬
minativa da noi caldeggiata — saranno state esat¬
tamente definite le caratteristiche ergologiche spe¬
cifiche delle residue « facies » « eneolitiche » pa¬
dane del Veneto e dell’Emilia.
LA CULTURA DI REMEDELLO
67
Parte Quarta
IL LUOGO, IL TEMPO ED I COLONIZZATORI
Premessa.
Esaminate in precedenza e la posizione tasso¬
nomica e la costituzione ergologica specifica della
« Cultura di Remedello», resta ora da ricollocarne
nello spazio e nel tempo le testimonianze e di dire
dei suoi portatori ; del che ci occuperemo in questa
Quarta Parte del nostro studio.
Nell’intento di raggiungere tali obbiettivi, pro¬
cederemo anzitutto a delimitare la distribuzione
territoriale delle testimonianze della « facies »
stessa, dopo che ne affronteremo il problema cro¬
nologico. Ci occuperemo infine, dei caratteri
antropologici dei portatori di tale «cultura».
Con questo tentativo di storicizzare una facies
della « Civiltà eneolitica » della Padania si conclu¬
derà così questa nostra indagine specificatamente
dedicata al « Remedelliano ».
Distribuzione territoriale.
Gli Autori, come si è già accennato, attribui¬
vano sin qui alla « Cultura di Remedello » una
distribuzione territoriale pan-padana; il che è
stato decisamente smentito dai risultati delle
nostre indagini che, in base alla costituzione spe¬
cifica di tale «facies», ci hanno consentito di
Fig. 2. — Carta di distribuzione dei giacimenti « remedelliani ». Vi sono indicate
anche le sepolture di Cadimurco, Santa Cristina di Fiesse e del Roccolo Bresciani di
Remedello che non appartengono, tuttavia, alla « facies » stessa.
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLION1
68
attribuirle solo la maggior parte di quelle testimo¬
nianze che abbiamo genericamente indicate quali
appartenenti al nostro « gruppo eneolitico lom¬
bardo ».
La nostra « Carta di distribuzione » della
Figura 2 evidenzia quale sia la distribuzione sul
terreno di tali attestazioni e ci mostra come esse
siano tutte raggruppate in seno ad un’area relati¬
vamente molto ristretta.
Questa, di forma grosso modo trapezoidale e
con dimensioni massime di circa 9 per 12 chilo¬
metri, fa parte di quel breve tratto della bassa
pianura padana ove vengono a contatto porzioni
delle finitime provincie di Brescia, Mantova e
Cremona.
Il territorio in discorso, è delimitato al sud dal
basso corso del fiume Oglio, all’est da quello del
Chiese ed all’ovest da quello del Gambara; corsi
d’acqua che ne costituiscono così dei limiti fisio-
grafici ben evidenti. Per quanto ne concerne il
confine settentrionale, per contro, non risulta
evidente alcun limite del genere; il chè non
significa affatto che questo non esistesse effetti¬
vamente in precedenza.
Il confine in discorso, infatti era un tempo
costituito da una larga fascia trasversale di ter¬
reni paludosi, che in quel tratto ne impedivano il
transito. Ancora nel 1888, infatti (cioè nel
momento in cui ne venne intrappresa la definitiva
bonifica, che si protrasse sino ai primi decenni
del secolo in corso) tale fascia territoriale risultava
occupata da tutta una serie di « lame » paludose
(fra le quali basterà qui ricordare quelle di Leno
e di Ghedi) che raggiungevano complessivamente
una superficie di ben 7000 ha.
Il Reggio, scrivendo nel 1870, ricordava infatti
per tale area ben tre diversi gruppi di paludi, che
si estendevano rispettivamente fra le rotabili
Bagnolo-Leno e Ghedi-Isorella, fra la Ghedi-Iso-
rella e la Calvisano-Remedello e fra la Calvisano-
Remedello ed il corso del Chiese.
A tali paludi «periconoidali», se ne aggiun¬
gevano altre « perialveari », poste più a meridione
lungo i corsi dell’Oglio e del Gambara.
Tale situazione idrografica, oggi quasi irrico¬
noscibile sul terreno, è ben evidente in un rilievo
della zona dovuto al Giacomini (1946: 49, Fig. 8)
eseguito negli anni quaranta e le cui risultanze
sono state riportate nella nostra Figura 2.
Tale antica condizione idrografica del tratto
di territorio posto in corrispondenza del tratto
settentrionale dell’area occupata dalle testimo¬
nianze « remedelliane », ci dà perfettamente ragio¬
ne perchè queste, in nessun caso, si spingano oltre
una linea ideale estesa da oriente ad occidente fra
le località di Acquafredda e di Gambara. In corri¬
spondenza, infatti, il territorio risultava allora
completamente intransitabile.
Definiti così i confini fisiografici entro i quali
si svolse la colonizzazione « remedelliana » (entro
i quali sono unicamente presenti quali elementi
culturalmente estranei le quattro sepolture di
Cadimarco, Santa Cristina di Fiesse e Roccolo
Bresciani ) va subito sottolineato come questa si
svolgesse in seno ad un territorio estremamente
ridotto, assumendovi così, forzatamente, un’inten¬
sità eccezionale e non certo giustificabile in ter¬
mini strettamente ecologici.
Prima di occuparci di tale fenomeno, nell’in¬
tento di fornire una spiegazione, è tuttavia oppor¬
tuno aggiungere qualche dato sulla paleoecologia
del territorio stesso.
Dall’aspetto morfogenetico, il tratto di bassa
pianura padana in cui si iscrive il territorio inte¬
ressato dalla colonizzazione « remedelliana » costi¬
tuisce il limite occidentale del grande apparato
fluvio-glaciale gardesano, che si estende poi lar¬
gamente ad oriente del limite stesso.
L’habitat « remedelliano », tuttavia, è rico¬
perto superficialmente da alluvioni sabbiose di età
solo olocenica, dovute al divagare delle correnti
post-glaciali e sulle quali posa solo una sottile
coltre unica.
L’alta permeabilità del terreno, fa sì che ancor
oggi il territorio risulti sostanzialmente piuttosto
arido, anche là dove l’irrigazione artificiale ne
permette la coltivazione.
Tale aridità locale, dovette essere assai più
marcata all’epoca della colonizzazione « remedel¬
liana », la quale si svolse in quel periodo « Subbo¬
reale » che fu caratterizzato da un clima notevol¬
mente più caldo dell’attuale e con marcate fasi
aride intercalate da piovosità.
Possiamo così ritenere che l’habitat «reme¬
delliano », ove non si presentasse a brughiera,
fosse ricoperto da una magra boschina, costituita
da un basso cespuglieto di Quercus robur, Vibur-
num iantana, Llmus campestris e Salix.
Quanto ai larghi alvei dei fiumi che lo delimi¬
tavano 1 , questi dovettero essere occupati da forma¬
zioni paludose, con una vegetazione locale simile
a quella che ancor nel secolo scorso occupava le
« lame » di Leno e di Ghedi.
Nel descriverci quest’ultima, il Giacomini
(1946: 62) precisa: Il paesaggio delle «lame»
bresciane era brullo, completamente o quasi privo
di piante di alto fusto; solo qualche pianta, dispo¬
sta senz’ordine, sorgeva qua e là nei coltivi acqui¬
trinosi: rare Quercie, Gelsi, Platani, Pioppi, Salici.
LA CULTURA DI REMEDELLO
6!>
Quali effettive risorse vitali poteva fornire un
territorio del genere a genti use ad un esasperato
nomadismo ed improvvisamente costrette a stan¬
ziatisi definitivamente? Certamente molto scarse,
e con l’inconveniente della cospicuità dei gruppi
ivi accentrati. Quali furono allora i motivi che
indussero le genti « remedelliane » ad occupare
l’area stessa? Una risposta a tali quesiti va chia¬
ramente ricercata in motivi del tutto contingenti
e che sin qui non erano mai stati avvertiti da
quanti si sono occupati della « Cultura di Reme-
delio ». Ci sforzeremo, pertanto, di chiarire anche
questi ultimi interrogativi.
L’ecologia locale.
Esaminiamo così, anzitutto, la questione dal
punto di vista strettamente ecologico.
Secondo quanto ci precisa un testimonio ocu¬
lare, il Bandieri, ancora nella seconda metà del
secolo scorso l’area occupata dalla colonizzazione
« remedelliana » era un territorio sostanzialmente
« arido », privo di vegetazione e solcato da nord a
sud da corsi d’acqua che, salvo il Chiese, avevano
soprattutto carattere torrentizio.
Tali condizioni di aridità, come si è già accen¬
nato in precedenza, dovettero essere notevolmente
più accentuate all’epoca dell’occupazione « reme¬
delliana » della plaga, la quale doveva essere
rivestita di magra boschina, così da essere poco
atta tanto al pascolo che ad albergare una fauna
mammalogica di qualche interesse dal punto di
vista venatorio.
L’economia di sostentamento dei gruppi « re¬
medelliani», stanziatisi fittamente nel territorio
in discorso, dovette così risultare estremamente
precaria, dato che si trattava di genti dedite alla
caccia ed alla raccolta e per di più decisamente
nomadi.
Ed è pur vero che gli « Eneolitici » italiani
erano soliti risolvere situazioni del genere inte¬
grando caccia e raccolta con la pratica della
rapina ; ma, come vedremo, in questo caso sembra
che questa fosse da escludersi decisamente.
I corredi rinvenuti nelle necropoli « remedel¬
liane » ci sono di poco o punto aiuto a risolvere
una questione del genere, poiché solo in due unici
casi ci hanno restituito ossa di mammiferi di
qualche mole (ossa di Bos nonché 3 canini di Sus,
questi ultimi non dalla necropoli di Remedello,
ma dalle sepolture di Fontanella).
Da Remedello, tuttavia, si ebbe un intero sche¬
letro di Equus, giacente sulle reni (Fossa n° 47
del Reparto Nord della necropoli) e qualche costola
della medesima specie si ebbe anche dai prossimi
« fondi di capanna ».
Tutto questo è quindi assolutamente insuffi¬
ciente a pronunciarci sull’effettiva economia di
sostentamento delle genti « remedelliane » e ci
lascia del tutto al buio a questo riguardo.
Potremmo, è vero, supporre da parte loro una
pur sommaria pastorizia, ma la dovremmo ipotiz¬
zare del tutto improvvisata e quindi la cosa è
poco convincente.
I « Remedelliani », tuttavia, stando alla docu¬
mentazione in nostro possesso, ebbero certamente
scambi « commerciali » con altre genti finitime,
anche se ci è impossibile lo stabilire quali fossero
le relative contropartite.
In tal modo dovettero infatti procurarsi gli
arnioni di selce con cui confezionarono le loro
armi, ed in particolare i loro «pugnali in selce»
di grande mole. (La selce fa totalmente o quasi
difetto nelle alluvioni locali). In più dovettero
procurarsi il metallo utilizzato nella loro metal¬
lurgia, esso pure totalmente assente in loco.
Come abbiamo già visto a suo luogo, le atti¬
vità artigianali remedelliane si limitarono quasi
esclusivamente alla lavorazione della pietra (in
aggiunta ad una ridotta metallurgia) mentre nel
campo della produzione ceramica furono indub¬
biamente assai limitate, avendo presumibilmente
prodotto solo contenitori in pelle od in altri mate¬
riali deperibili e similmente non giunti sino a noi.
Anche la pratica della tessitura sembra essere
stata decisamente loro aliena (almeno stando alle
testimonianze restituiteci dalle loro sepolture) sic¬
ché le tracce di mantelli in stoffa, di cui ci restano
testimonianze indirette dalle inumazioni stesse)
ci fanno ritenere che i relativi materiali venissero
essi pure ottenuti per via di scambio.
In quale direzione avvenivano tali scambi?
Certamente in direzione meridionale, cioè coi
gruppi « eneolitici » stanziatisi di là dal Po, in
Emilia. In qualche sepoltura « remedelliana » si
incontrano recipienti ceramici di tipologia « pola-
diana », ma il loro esame sembra mostrarci che si
tratti di manufatti di fabbricazione locale e non
ottenuti per via di scambio da tali genti, stanziate
immediatamente a nord-est del loro territorio,
nell’ambito dell’anfiteatro gardesano ; genti, queste
ultime, nei confronti delle quali i « Remedelliani »
sembra non dovessero affatto nutrire sentimenti
amichevoli, come vedremo fra breve. Dato che il
territorio da essi occupato si presentava piuttosto
inospite ed estremamente ristretto, dovettero così
esistere ragioni contingenti per spingere le genti
« remedelliane » a stanziarvisi forzatamente.
70
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Vediamo, quindi, di cosa possa essersi effettiva¬
mente trattato.
Occorre così esaminare la questione da un
altro punto di vista, che è quello etologico.
L’etologia.
Trattando in precedenza dei caratteri generali
della « Civiltà eneolitica » del nostro Paese, si è
detto come tale « way of life » fosse dovuta ini¬
zialmente all’apporto di ristretti gruppi umani di
provenienza orientale, sbarcati isolatamente in
luoghi e tempi diversi lungo i litorali della Peni¬
sola e di alcune delle sue isole maggiori.
Tali gruppi — in funzione della esiguità nume¬
rica dei componenti — tesero ad occupare posi¬
zioni facilmente difendibili nei confronti di quanti
già detenevano i territori ove avvennero tali ap¬
prodi.
Per questo gli « Eneolitici » nostrani si stan¬
ziarono raramente sulle coste marine, preferendo
arroccarsi sulle pendici delle più prossime alture
allorché le località di sbarco non fossero larga¬
mente disabitate.
Tale dislocamento degli insediamenti « eneo¬
litici », tuttavia, pur presentando da un lato van¬
taggi per dei ristretti gruppi umani giunti via
mare (e quindi senza le necessarie scorte vitali)
dall’altro non era certo ideale per favorirne la
sopravvivenza, soprattutto là dove l’ambiente
risultava già largamente sfruttato dagli indigeni.
Per quest’ultima ragione i nuovi venuti furono
così spesso costretti ad integrare le elementari
pratiche della caccia e della raccolta con la rapina,
rivolta nei confronti di coloro che già abitavano
la contrada.
Del chè fecero le spese gli agricoltori-alleva¬
tori neolitici che, vissuti sino allora senza timori
del genere, si videro improvvisamente angariati
di subitanei attacchi.
Obbiettivo principale delle razzie degli « Eneo¬
litici » (che a loro favore possedevano la velocità,
la sorpresa e l’efficacissimo armamento offensivo)
dovette essere soprattutto il bestiame domestico,
quale fonte vivente e persistente di alimentazione
al seguito di comunità mobili, come ritiene giusta¬
mente il Puglisi (1959: 23).
Questo tipo di economia di sussistenza dei
primi gruppi « eneolitici » sbarcati nel nostro
Paese, alquanto precaria, dovette loro imporre un
esasperato nomadismo, in continua ricerca di
nuove genti da sfruttare moderatamente onde non
provocare eccessive reazioni ; cosa che avrebbe
potuto risultare esiziale per gli « Eneolitici » stessi.
Tali basi economiche, tuttavia, non consenti¬
vano indubbiamente la sussistenza di gruppi
« eneolitici » se non in aree relativamente estese,
poiché, al contrario, avrebbe provocato conflitti
anche fra gli stessi.
I varii motivi anzidetti, ci forniscono così una
logica spiegazione dei progressivi moti migratorii
dei gruppi « eneolitici » sempre più addentro nei
relativi hinterlands, ove il loro passaggio è con¬
trassegnato dalla catena delle loro necropoli.
Si opina che sostanzialmente la colonizzazione
«eneolitica» dell’occidente europeo vada attribuita
alla ricerca dei giacimenti metalliferi; un fatto,
questo, che spesso non trova conforto nella realtà.
Per quanto concerne il nostro Paese, tale ipo¬
tesi di lavoro potrebbe infatti essere accolta unica¬
mente nei confronti dei gruppi « eneolitici » che
sbarcarono lungo il litorale tirrenico, dalla Toscana
alla Liguria, poiché solo in corrispondenza si
hanno giacimenti di «rame nativo».
Che le ragioni della colonizzazione « eneolitica »
delle coste del bacino mediterraneo occidentale
siano da ricercarsi nel motivo anzidetto, oppure
in una sorta di « ver sacrum » che partendo dalle
coste dell’Asia Minore raggiunse quest’ultimo,
non è qui il caso di soffermarci a discutere più a
lungo, poiché esula dagli obbiettivi specifici del
nostro studio.
Occorre invece il sottolineare come tali moti
marittimi si svolgessero seguendo rotte alquanto
diverse ed avvenissero- in tempi successivi; il che
ci spiega perchè dessero luogo a quei « particola¬
rismi culturali » che ne contraddistinguono le
testimonianze.
Per quanto concerne la Penisola italiana, i più
importanti punti di sbarco degli « Eneolitici »
sembra si debbano porre lungo il litorale tirrenico,
più precisamente in quell’esteso tratto di costa
marittima che va dalla Campania meridionale alla
Toscana.
Muovendo successivamente da tali territorii,
la colonizzazione « eneolitica » si irradiò negli
hinterlands del Paese, indirizzandosi soprattutto
verso il nord pel tramite delle vallate appenni¬
niche.
Superati così i valichi appenninici liguri e
tosco-emiliani, gruppi di « Eneolitici » attinsero
finalmente la grande piana padana e quindi la
catena prealpina.
Il corso del massimo fiume locale — il Po —•
non giunse, tuttavia, ad arrestare la loro spinta
verso il settentirone ; sicché taluni dei loro gruppi
poterono attingere i contrafforti alpini fra il
Comasco ed il Varesotto.
LA CULTURA DI REMEDELLO
71
Di questa prima penetrazione « eneolitica »
nella Padania ci sono note ora le tracce, rappre¬
sentate da talune necropoli in altura, situate entro
cavità naturali delle Prealpi Lombarde.
Si tratta di quelle testimonianze che noi abbia¬
mo attribuite ad una « facies » specifica, denomi¬
nata la « Cultura di Civate » (Cornaggia Casti-
glioni, 1971-A).
A tali prime e più arcaiche penetrazioni « eneo¬
litiche » nella valle del Po (che, stante il lasco
popolamento « neolitico » locale, non sembra incon¬
trassero difficoltà di sorta) ne seguirono più tardi
altre, nel sud-est della regione, che non sembra
procedessero con altrettanta facilità.
Queste ultime, superato verosimilmente il Po
nel tratto compreso fra le confluenze del Mincio e
dell’Oglio, penetrarono nel territorio Mantovano
e si irradiarono poi nel finitimo Veneto.
In quest’ultimo, attinsero l’area Lessinica (cioè
l’immediato retroterra montuoso veronese) per
spingersi poi sempre più ad est, sino a raggiun¬
gere le alture del Montello prospicienti il corso del
Piave.
I gruppi umani « eneolitici » che, varcato il Po
nel luogo anzidetto, si spinsero invece più ad occi¬
dente, penetrando così nel territorio lombardo,
vennero tuttavia arrestati rapidamente nel loro
procedere verso il settentrione e costretti a stan¬
ziarsi localmente in territori pianeggianti ed eco¬
logicamente alquanto inospiti.
Caso specifico, questo, dei « Remedelliani », le
cui testimonianze abbiamo già visto essere confi¬
nate in una ristrettissima area di cui abbiamo
già delimitati i confini.
Quest’ultimo fenomeno, del quale non venne
sin qui rilevata l’importanza, ci appare a prima
vista del tutto enigmatico, soprattutto nei con¬
fronti di genti « eneolitiche » che, per ragioni
etologiche ed economiche, erano use stanziarsi
esclusivamente in località elevate sulle pianure
sottostanti.
Di conseguenza, dato che gli insediamenti
« remedelliani » si verificarono in un’area pianeg¬
giante e visibilmente ristretta nei confronti del
loro numero, occorre dedurne che ciò fosse dovuto
a fattori del tutto contingenti e non alla libera
scelta dei portatori della « Cultura di Remedello».
Tale aberrante comportamento, non trova
infatti logica spiegazione se non nel fatto di uno
stretto condizionamento, dovuto a fattori locali
risultati insuperabili.
A ragion veduta e tenuto conto di tutti i dati
disponibili, tale condizionamento non appare attri¬
buibile altro che ad un fattore di indole etnica,
cioè a dire alla presenza di tutta una catena di
insediamenti « poladiani » estesi al settentrione
dell’area della colonizzazione « remedelliana ».
Catena che, come rilevabile dalla nostra
Figura 2, si estendeva dalla Lombardia occiden¬
tale sino ai confini veneti occidentali.
Tale preesistente stanziamento dei gruppi
« poladiani » (ben visibile nella nostra Figura 2)
costituiva così pei nuovi invasori della Padania
un ostacolo praticamente insuperabile nei con¬
fronti della loro penetrazione verso il nord, onde
attingere le alture delle Prealpi lombarde.
Sembra quindi opinabile che le avanguardie
«remedelliane», varcato il Po e saggiate le prime
reazioni ostili delle genti « poladiane » stanziate
nell’area gardesana (genti, queste ultime, assai
meglio organizzate dei consueti « neolitici » e per
di più già provviste di armi di metallo) dirigessero
decisamente i loro passi un poco più al nord-ovest,
nel tentativo di superare tale ostacolo e poter
quindi proseguire la loro marcia.
Di questo loro transito nell’area mantovana ci
restano talune traccie, rappresentate dalle sepol¬
ture « remedelliane » rinvenute appunto a Cerese
ed a Mosio.
Procedendo così nella direzione anzidetta, tut¬
tavia, la puntata « remeaelliana » non ebbe mi¬
glior fortuna.
Penetrata infatti nella ristretta lingua territo¬
riale che si estende fra i corsi del Chiese e del
Mella, essa si vede rapidamente bloccata al set¬
tentrione da un tratto paludoso ed intransitabile,
che ne arrestò definitivamente la spinta.
Di più, senza avanzare ipotesi romanzesche,
non ci è dato di dire.
Il tempo.
Dopo aver adeguatamente ricollocate nello
spazio le testimonianze remedelliane, occorre ora
far cenno alla loro posizione nel tempo.
Occupandosi di un tale problema, I’Acanfora
(1956: 385) che in ordine di tempo è stata l’ul¬
tima a prendere specificamente in esame la que¬
stione, scrive : Le datazioni finoggi proposte in
linea generale per la cultura di Remedello, basate
sui riferimenti col Danubiano III e IV, Minoico
medio e recente, civiltà di El Argar, e soprattutto,
del vaso campaniforme, vanno dal 2000 al 1500
circa avanti Cristo. Le osservazioni fatte nel corso
del presente lavoro, non possono che portarci verso
la datazione più recente ».
Premesso che per la « Cultura di Remedello »
non sono attualmente disponibili datazioni assolute
ottenute col metodo del Radiocarbonio (dato che
le sepolture remedelliane non hanno restituito
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
alcun elemento organico utilizzabile per le data¬
zioni stesse e nessun laboratorio italiano esegue
ancora datazioni sulle ossa, utilizzando il metodo
stesso) vediamo (facendo astrazione dai consueti
metodi cronologici basati sui raffronti tipologici)
come sia possibile ricollocare nel tempo le manife¬
stazioni della « Cultura di Remedetto » stessa. A tal
fine, cominciamo col ricordare come per le mani¬
festazioni gardesane della «Cultura detta Polada»
esista tutta una serie di datazioni assolute — otte¬
nute col metodo in questione — la più alta delle
quali è quello che concerne l’insediamento « pola-
diano » di Bande di Cavriana, similmente datato
attorno al 1545 a.C. (Alessio, 1956: R. 25).
Altre datazioni assolute, concernenti gli inizi
della « Civiltà del Bronzo » nell’area dell’anfitea¬
tro morenico del Garda, concernono l’insediamento
di Barche di Solferino, datato al 1391 a.C. (Fer¬
rara, 1961 : Pi. 87) ed i varii livelli di quello del-
l’Isolon delle Moradelle, il cui livello basale è fatto
risalire al 1280 (Alessio, 1965: R. 96) e quello
finale al 1125 a.C. (Alessio, 1965: R. 98).
Il popolamento « poladiano » dell’area garde¬
sana si porrebbe così, in termini di cronologia
assoluta, fra il 1545 ed il 1125 a.C. Quest’ultima
data, tuttavia, si riferisce indubbiamente ad un
momento finale della « Civiltà del Bronzo » nel¬
l’area lombarda.
Esaminando le varie « serie » di componenti
della «Cultura di Remedetto», abbiamo già indi¬
cato a suo luogo la presenza fra quelli da noi
qualificati di «derivazione», di elementi di mor¬
fologia « poladiana », quali talune forme vasco¬
lari, le cuspidi di freccia a base incavata ed i con¬
tromanici per accetta in corno.
Tali elementi, infatti, sono rappresentati, sia
pure in numero esiguo, nei corredi funerarii di
talune sepolture della necropoli di Remedello.
Fra le 79 sepolture di quest’ultima che risul¬
tano provviste di corredo, quelle contenenti gli
elementi di « derivazione poladiana » in questione
sono complessivamente 8, cioè il 10% del totale
stesso.
Percentuale, questa, che non ci consente di
pensare ad una del tutto casuale presenza di tali
elementi in seno ai corredi delle sepolture reme-
delliane. Si aggiunga che un diretto esame tecno¬
logico degli elementi « poladiani » (ed in partico¬
lare di quelli ceramici) sta ad indicare che nella
massima parte dei casi questi appaiono essere di
fabbricazione direttamente « remedelliana » e non
di importazione dalla finitima area « poladiana »
stessa.
Il che, ci conferma direttamente che in un
certo momento della loro vita le due « facies » in
discorso furono effettivamente coeve.
Questo fatto — in vista di quanto da noi ipo¬
tizzato in merito ai motivi della colonizzazione
« remedelliana » del ristretto territorio ove ne
incontriamo le testimonianze — ci fa ritenere che
la più alta datazione sin qui ottenuta per gli inse¬
diamenti gardesani della « Cultura della Polada »
debba assumersi quale un terminus non ante quem
pei la colonizzazione « remedelliana » stessa.
E poiché tale termine si pone attualmente
attorno al 1545 a.C., possiamo tentativamente
ritenere che i « Remedelliani » occupassero effetti¬
vamente il loro habitat padano allorché i « Pola¬
diani » erano già solidamente insediati nell’area
gardesana, cioè a dire attorno al 1400 a.C.
Sulla scorta di tali dati di fatto, saremmo così
personalmente indotti a porre lo svolgimento della
« Cultura di Remedello » fra il 1400 ed il 1300 a.C.
Problema, quest’ultimo, che potrà, tuttavia,
avere la sua soluzione definitiva solo il giorno in
cui, tramite il metodo del Radiocarbonio, sarà
possibile giungere a datare direttamente i resti
umani provenienti dalla necropoli di Remedello
stessa.
Sempre in tema di cronologia, vogliamo an¬
cora ricordare che nelle tre sepolture del « gruppo
eneolitico lombardo » che noi abbiamo ritenuto
dover separare da quelle specificatamente reme-
delliane per la presenza nei loro corredi di ele¬
menti della « Cultura del vaso campaniforme »
iberica ( Cadimarco, Santa Cristina di Fiesse e
Roccolo Bresciani) sono rappresentati elementi
vascolari del pari di morfologia «poladiana».
Se tali sepolture siano un poco più antiche, od
un poco più recenti di quelle da noi assegnate alla
« Cultura di Remedetto», riesce per il momento
impossibile fondatamente il precisare, anche se
l’ultima di tali ipotesi ci sembra attualmente la più
probabile.
Come noto, infatti, veri e proprii « vasi cam¬
paniformi », od elementi vascolari decorati nello
stile del « campaniforme » stesso, sono attestati in
Sardegna, nella Sicilia nord-occidentale (Villa-
frati, Torrebigini) e sud-orientale (Grotta Palom-
bara), nel Lazio (Fosso Conicchio presso Viterbo)
(Moretti, 1968: 415), in Toscana (Romita di
Asciano), in Lombardia (Cadimarco, Santa Cri¬
stina, Roccolo Bresciani, Cà di Grii (Rezzato),
Isolino Virginia, Legnano) e nel Veneto nord-occi¬
dentale, (Feniletto, La Sassina, Campo Paraiso di
Breonio) ecc.
LA CULTURA DI REMEDELLO
73
In qualche caso (Sardegna) e nella stessa area
« remedelliana » lombarda (Santa Cristina di
Fiesse) essi si accompagnano ad altri elementi
della omonima « cultura » iberica (pugnali del tipo
« Ciempozuelos », « pseudo-brassards », «perle a
bottone ») mentre in altri risultano isolati in
complessi culturali locali.
In alcuni casi, (Sardegna, in parte Sicilia,
Lombardia, Veneto) i relativi reperti provengono
da ambienti culturali certamente «eneolitici», in
altri invece ascritti già agli inizii della « Civiltà
del Bronzo».
Lasciando quindi, per ora, impregiudicate la
esatte posizione cronologica delle sepolture eneo¬
litiche lombarde di Cadimarco, Santa Cristina e
Roccolo Bresciani nei confronti della « Cultura di
Remedello », secondo la nostra visione quest’ultima
(del pari che le presumibilmente omologhe facies
«eneolitiche» del Veneto e dell’Emilia) rappre¬
senterebbe una estrema e tardiva puntata di genti
« eneolitiche » in seno al territorio padano, allorché
in questo si era già saldamente affermata la « Ci¬
viltà del Bronzo » (in quella sua « facies » che gli
Autori designano quale la «Cultura della Polada»)
cioè a dire, in termini cronologici, presumibil¬
mente attorno alla metà del II millennio avanti
l’Era volgare. Se, tuttavia, le datazioni assolute
attualmente in nostro possesso per la cronologia
della « Cultura della Polada » andassero effetti¬
vamente rialzate di qualche poco (come si ritiene
oggi da alcuni) è chiaro che anche il nostro « ter-
minus non ante quem » andrebbe parimenti ar¬
retrato.
I colonizzatori.
Esaminando in precedenza il problema della
distribuzione dei sepolcreti da noi attribuiti ai
portatori della « Cultura di Remedello », siamo
giunti a concludere, in base a considerazioni di
varia natura* come questi vadano attribuiti a
genti penetrate nella Padania dal sud-est allorché
le genti % Poladiane » vi erano già saldamente
insediate.
Di conseguenza, la subitanea apparizione di
testimonianze « remedelliane » nell’area lombarda
non sarebbe da attribuirsi a fenomeni accultura¬
tivi ma, sibbené, al vero e proprio avvento di nuovi
colonizzatori.
Era questa l’ipotesi emessa sin dal 1884 dal
Chierici e che le nostre indagini hanno riconfer¬
mato in pieno.
Resta ora a vedere se tale ipotesi trovi anche
conferma sul piano strettamente antropologico.
Lo studio morfo-antropometrico dei dati rife¬
ribili ai resti ossei rinvenuti nelle sepolture del
« gruppo eneolitico lombardo » venne già intrap-
preso nel secolo scorso, ed in proposito ne avevano
riferito e il Chierici (1884) e lo Zampa (1890); il
quale ultimo si era del pari interessato, oltre che
dei materiali provenienti da Remedello, anche di
quelli di Fontanella, circa i quali ultimi avevano
riferito anche il Locatelli (1890) ed il Castel¬
franco (1893). Il Masè (1872-73) aveva invece
fornito notizie di quelli di Castel d’Ario ed il
Taramelli (1898) su quelli di Mosio,
Molto opportunamente il Corrain (1963) ha
ripreso la questione, fornendoci finalmente uno
studio esauriente su un campione costituito dai
resti di 16 individui (di cui 9 maschi e 6 femmine)
tutti provenienti dalla necropoli di Remedello
(Corrain, 1963).
Secondo tale indagine, i Remedelliani posse¬
devano un « cranio molto voluminoso, lungo
soprattutto, abbastanza largo, relativamente poco
alto», una «faccia bassa e larghetta», con «naso
moderatamente stretto » ed « orbite poco alte »
(Corrain, 1963: 205).
Circa le forme craniche, su 14 calotte ove que¬
sta ha potuto essere valutata, si riscontrarono 8
ovoidi, 2 elissoidi, 2 pentagonoidi e 2 sfenoidi. Si
tratta, quindi, nella quasi totalità, di una serie
dolicomorfa.
Su 13 osservazioni, si hanno infatti 5 dolico¬
cefali, 6 mesocefali e 2 brachicefali ; una media,
quindi, di mesocefalia iniziale (Indice cefalico
orizzontale: 76.1).
Circa la statura, rilevata sulle ossa lunghe, la
media( pari per il sesso maschile a m 1.619 e per
quello femminile a 1.543) appare medio-bassa.
Secondo il Nostro, la presenza nella serie di
Remedello di 2 brachicefali sui 13 cranii esaminati
« non giustifica alcuna speculazione in favore di
questa o di quella ipotesi, come se denunciasse l’ap¬
porto di nuova gente (Zampa, 1890) immigrata non
si saprebbe dire da quale parte, poiché in tutte le
serie europee (anche orientali) del tempo, la bra-
chicefalia è poco frequente e rappresenta il pre¬
vedibile estremo di oscillazione in serie abbastanza
numerose» (Corrain, 1963: 195).
Sul piano delle comparazioni Corrain (1963:
193) così conclude : « Di tutti gli accostamenti, il
più interessante, senza dubbio, è offerto dalle sta¬
zioni dell’anfiteatro morenico benacense e, in certa
misura, dalle stazioni del lago di Fimon, cioè dai
palafitticoli veneti».
74
OTTAVIO CORNAGGIA CAST1GLIONI
Della craniologia dei Remedelliani si occupava
anche Scaglioni (1966).
Successivamente (Corrain-Gallo, 1967) veni¬
vano esaminati i resti provenienti da un’altra
grande necropoli remedelliana, quella di Fonta¬
nella di Casalmorano, costituiti da una serie di
13 individui, di cui 8 di sesso maschile e 5 fem¬
minile.
Lo stato di conservazione dei reperti, tuttavia,
non consentì, in questo caso, di riconoscervi che
un dolicocefalo (indice cefalico orizzontale 72.35)
e due brachicefali (indici cefalici 81.4 e 83.11),
In base alla media di tali valori si ha così, in
questo caso, una mesocefalia finale (78.9).
Quanto alla statura, in base alla misurazione
delle ossa lunghe essa è risultata pari a 164.2 per
il sesso maschile e a m 155.3 per quello femmi¬
nile. La media maschile, supera così tutte quelle
italiane dell’epoca.
Riassumendo quindi i più attendibili dati otte¬
nuti dallo studio della serie di Fontanella, i Nostri
scrivono come « va messo innanzi tutto in luce il
suo facile inquadramento nell’ampia cornice
antropologica di un generico Neo-eneolitico —-
Bronzo italiano ed europeo — con tendenza a
maggiori somiglianze covi la serie di Remedello »
(Corrain-Gallo, 1967: 317).
Le sostanziali somiglianze fra le due serie di
Remedello e di Fontanella, similmente affermate,
non ci sorprendono affatto, data l’interpretazione
già da noi fornita della colonizzazione « remedel¬
liana » dell’area lombarda, mentre ci lasciano per¬
plessi circa l’identità con le finitime genti « pola-
diane » che popolavano in questo stesso momento
l’anfiteatro morenico gardesano.
Queste ultime, erano già state in precedenza
studiate dallo stesso Corrain, (1958), esaminando
un complesso di soli 6 resti cranici provenienti da
Barche di Solferino, Cavriana (località Corte
Carpani e Casacce) e da Cattaragna. In proposito,
il Corrain aveva rilevata la quasi generale pre¬
senza di ossa soprannumerarie, fontanellari e
suturali, ed aveva concluso come le testimonianze
stesse presentassero « nel complesso migliori coin¬
cidenze con i palafitticoli svizzeri che non con i
quasi conterranei veneti e trentini-» (Corrain,
1958: 286).
Così stando le cose, e senza entrare in valuta¬
zioni antropologiche che non sono di nostra spet¬
tanza, vorremmo, pertanto, limitarci a sottoli¬
neare come 1’affermata unità antropologica delle
genti « remedelliane » e « poladiane » non risulti,
per il momento, sufficientemente provata e ciò
anche semplicemente dal punto di vista stretta-
mente statistico.
Il problema permane quindi sub-judice e lo
resterà, presumibilmente, ancora a lungo, poiché,
come noto, non si conoscono sepolture attribuibili
con sicurezza alla « Cultura della Polada » ; della
quale, di conseguenza, ignoriamo il rituale fune¬
rario in uso.
Tutti i resti attribuiti ai « Poladiani », infatti,
si rinvennero costantemente erratici in seno agli
ambenti palustri da essi popolati.
Anche il dato antropologico, quindi, non sem¬
bra contraddire affatto la nostra interpretazione
della colonizzazione etnica dell’area padana da
parte di genti portatrici di « culture » « eneoli¬
tiche », penetrate nella grande piana padana dal
sud-est.
Per chiudere questa breve esegesi del problema
antropologico remedelliano, riferiremo alcuni dati
relativi alla demografia delle sue genti, con parti¬
colare riferimento alla necropoli di Remedello.
Su 123 sepolture di quest’ultima, secondo i
dati deducibili dalla letteratura, si ebbero 15 inu¬
mazioni di bambini (pari al 12.19% del totale),
12 di giovani (pari la 9.75% del totale stesso) e
96 di adulti (pari al 78.04%).
Nei confronti dell’età adulta, il tasso di morta¬
lità risulterebbe quindi pari al 21.95%.
Conclusioni.
Come premesso in apertura di questo studio,
fra i nostri principali intenti vi era quello di ef¬
fettuare un primo tentativo di classificazione delle
manifestazioni padane proprie della « Civiltà eneo¬
litica », tramite una ridefinizione ergologica di
quella « Cidtura di Remedello » cui gli Autori
italiani continuavano ad attribuire portata cultu¬
rale e distributiva « pan-padana ».
L’esegesi delle manifestazioni di quest’ultima,
ci ha infatti consentito di separarne le manifesta¬
zioni specifiche dalle residue padane del Veneto
e deH’Emilia, che in precedenza le venivano indi¬
scriminatamente attribuite in blocco.
Si è fatto così un passo in avanti nei confronti
della soluzione del problema sopra accennato.
In attesa che questo possa venire definitiva¬
mente risolto, sappiamo, quanto meno, quali siano
le caratteristiche specifiche di quella « facies »
eneolitica lombarda che dal suo « giacimento epo¬
nimo » prende il nome di « Cultura di Remedello ».
Passando in rassegna la problematica di questa
ultima, oltre che della sua costituzione specifica ci
siamo particolarmente occupati di chiarire il
LA CULTURA DI REMEDELLO
75
problema della sua distribuzione spaziale, che per
molti lati appariva enigmatica, offrendone una
soluzione in chiave etologica.
Occupandoci, inoltre, del problema della sua
cronologia assoluta, che per il momento rimane
sub-judice in assenza di ogni datazione diretta,
abbiamo precisato il nostro punto di vista al
riguardo.
Sostanzialmente, quindi, siamo d’avviso che
questa nostra indagine abbia conseguito risultati
nuovi e concreti, così da costituire un soddisfa¬
cente apporto alai conoscenza delle manifestazioni
della « Civiltà eneolitica » nell’ambito dell’area
padana.
Giudizio del quale, tuttavia, lasciamo arbitro
il lettore, cui ci siamo sforzati di fornire tutti gli
elementi indispensabili per sincerarsi direttamente
della validità.
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
7 6
Parte Quinta
BIBLIOGRAFIA GENERALE
Premessa.
La nostra Bibliografia generale comprende fonti edite
ed inedite, che sono state così tenute separate fra loro in
due distinte sezioni.
I relativi riferimenti compaiono nel testo racchiusi fra
parentesi tonde, in cui è indicato il nome dell’Autore,
l’anno di edizione e le pagine citate. Nel caso delle fonti
inedite, il nome dell’Autore è seguito dall’indicazione In.
Nella bibliografia che segue, per l’indicazione delle fonti
si sono adottate le seguenti abbreviazioni :
per Bullettino di Paletnologia Italiana.
Comm., per Commentarli dell’Ateneo di Brescia.
Not. Scavi, per Notizie degli Scavi di Antichità, Roma.
Radiocarbon, per American Journal of Science, Radio¬
carbon Supplement.
A.A.E., per Archivio per VAntropologia e l’Etnologia,
Firenze.
Archivio Brescia, per la documentazione inedita conser¬
vata nell’archivio dell’Ateneo bresciano.
Archivio Reggio, per la documentazione inedita conser¬
vata presso l’archivio del Museo di Reggio Emilia.
Archivio Roma, per la documentazione inedita conservata
presso l’archivio del Museo Preistorico Etnografico
« L. Pigorini » di Roma.
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1885, Archivio Reggio, n° 91.
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perte fatte a Remedello - Sotto di Brescia nell’ultimo
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Cartocci E., 1897 (B) - Lettera al Colini, 23 dicembre
1897. Archivio Reggio, n° 122.
Cartocci E., 1898 - Lettera al Colini (senza data, ma
gennaio 1898), Archivio Reggio, n" 123.
Chierici G., 1885 (A) - Lettera al Bandieri, 25 ottobre
1885. Archivio Reggio, n° 178.
78
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI
Chierici G., 1885 (B) - Lettera al Bandieri, 28 ottobre
1885. Archivio Reggio, n° 179.
Chierici G., 1885 (C) - Lettera al Bandieri, 30 ottobre
1885. Archivio Reggio, n“ 180.
Chierici G., 1885 (D) - Lettera al Bandieri, 30 ottobre
1885. Archivio Reggio, n" 181.
Chierici G., 1885 (E) - Lettera al Bandieri, 3 dicembre
1885. Archivio Reggio, n° 183.
Chierici G., 1885 (F) - Lettera al Bandieri (senza data,
ma metà dicembre 1885). Archivio Reggio, n° 186.
Colini G. A., 1896 - Lettera al Cartocci, 16 ottobre 1896.
Archivio Reggio, n° 117.
Colini G. A., 1898 (A) - Lettera al Cartocci, 14 gen¬
naio 1898. Archivio Reggio, n“ 109.
Colini G. A., 1898 (B) - Lettera al Cartocci, 19 gennaio
1898. Archivio Reggio, n° 118.
Fiorelli G., 1886 - Lettera al Chierici, 3 gennaio 1886.
Archivio Reggio, n“ 6.
Pigorini L., 1885 (A) - Cartolina al Chierici, 29 ottobre
1885. Archivio Reggio, n" 9.
Pigorini L., 1885 (B) - Lettera al Chierici, 7 novembre
1885. Archivio Reggio, n° 10.
Pigorini L., 1885 (C) - Lettera al Chierici, 17 dicembre
1885. Archivio Reggio, n° 11.
Pigorini L., 1886 - Lettera al Bandieri, 30 ottobre 1886.
Archivio Reggio, n° 129.
Pigorini L., 1887 - Lettera al Bandieri, 30 gennaio 1887.
Archivio Reggio, n° 135.
Pigorini L., 1888 - Lettera al Bandieri, 30 novembre 1888.
Archivio Reggio, n° 143.
Pigorini L., 1889 (A) - Lettera al Bandieri, 31 gennaio
1889. Archivio Reggio , n° 145.
Pigorini L., 1889 (B) - Lettera al Bandieri, 13 febbraio
1889. Archivio Reggio, n° 147.
Pigorini L., 1884 (C) - Lettera al Bandieri, 1“ aprile 1889.
Archivio Reggio, n° 151.
Ruzzenenti L., 1884 (A) - Lettera al Chierici, 9 febbraio
1884. Archivio Reggio, n” 12.
Ruzzenenti L., 1884 (B) - Lettera al Chierici, 24 novem¬
bre 1884. Archivio Reggio, n° 14.
Ruzzenenti L., 1885 (A) - Lettera al Chierici, 22 marzo
1885. Archivio Reggio, n“ 15.
Ruzzenenti L., 1885 (B) - Lettera-relazione al Da Ponte
sugli scavi fatti nel territorio di Remedello di Sotto
(luglio 1885). Archivio Brescia.
Ruzzenenti L., 1885 (C) - Lettera al Segretario dell’Ate¬
neo di Brescia, 20 ottobre 1885. Archivio Brescia.
Ruzzenenti L., 1886 (A) - Lettera al Presidente dell’Ate¬
neo di Brescia, 15 marzo 1886. Archivio Brescia.
Ruzzenenti L., 1886 (B) - Relazione al Segretario del¬
l’Ateneo di Brescia, 30 marzo 1886. Archivio Brescia.
Ruzzenenti L., 1886 (C) - Lettera al cav. Pietro Da Ponte,
18 maggio 1886. Archivio Brescia.
Ruzzenenti L., 1886 (D) - Lettera al Presidente dell’Ate¬
neo di Brescia, 20 dicembre 1886. Archivio Brescia.
Ruzzenenti L., 1886 (E) - Quattro fogli protocollo con
appunti pianimetrici su gli scavi a Remedello nel
fondo Dovarese (senza data). Archivio Reggio, n° 24.
Ruzzenenti L., 1887 (A) - Lettera al Cartocci, 8 febbraio
1887. Archivio Reggio, n° 17/1.
Ruzzenenti L., 1887 (B) - Lettera al Cartocci, 9 febbraio
1887. Archivio Reggio, n° 17/2.
Ruzzenenti L., 1888 - Lettera al Bandieri, 8 maggio 1888.
Archivio Reggio, n° 20.
Ruzzenenti L., 1899 - Lettera 22 dicembre 1899. Archivio
Roma.
LA CULTURA DI REMEDELLO
79
INDICE
Parte Prima; Introduzione. Pag. 8
Premessa generale.» 8
Ordinamento della monografia .... » 8
Terminologia tassonomico-culturale ... » 9
Metodologia d’indagine.» 10
Caratteri generali della « Civiltà eneolitica »
italiana.» 13
Posizione sistematica del « Remedelliano » . » 15
Gli attori delle scoperte.» 18
Vicende delle indagini nel « giacimento epo¬
nimo ».» 20
Ponti bibliografiche e museografiche . » 30
Parte Seconda: Documentazione paletnologica
Premessa .
Tipologia degli insediamenti.
Morfologia e disposizione delle sepolture
La lavorazione della pietra.
La metallurgia.
La produzione ceramica.
Le attività artigianali minori .
» 38
» 38
» 39
» 41
» 46
» 51
» 53
» 59
Parte Terza : La « Cultura di Remedello » . Pag. 63
Premessa .» 63
Classificazione dei componenti culturali . . » 63
I giacimenti « remedelliani ».» 65
Parte Quarta : Il luogo, il tempo ed i
colonizzatori .» 67
Premessa ....
Distribuzione territoriale
L’ecologia locale .
L’etologia
II tempo ....
I colonizzatori
Conclusioni
» 67
» 67
» 69
» 70
» 71
» 73
» 74
Parte Quinta-. Bibliografia generale
Premessa.
Fonti edite.
Fonti inedite.
76
76
76
77
Parte Sesta: Documentazione iconografica . Tavv. I-XX
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
Parte Sesta
DOCUMENTAZIONE ICONOGRAFICA
Avvertenza.
In quest’ultima Parte della nostra Memoria è raggruppato tutto il materiale iconografico inteso ad illustrarla
graficamente. Si tratta di disegni e fotografie che sono stati eseguiti appositamente e che, pertanto, sono co¬
perti dal copyright a nostro favore (Cornaggia Castiglioni 1971). La loro riproduzione, parziale o totale,
è quindi sottoposta alla nostra preventiva autorizzazione scritta.
Nelle didascalie relative alle Tavole che seguono, le indicazioni concernenti le collezioni cui si riferiscono i
materiali riprodotti sono state abbreviate come segue:
Brescia = materiali del Museo Civico di Storia Naturale di Brescia.
Cremona = materiali del Museo Archeologico di Cremona.
Milano = materiali del Museo Archeologico di Milano, al Castello Sforzesco.
Reggio Emilia = materiali del Civico Museo di Paletnologia Gaetano Chierici.
Roma = materiali del Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma.
TAV. I. — Sepoltura di individuo maschile adulto, deposto in posizione rannicchiata sul fianco sinistro, gli
arti inferiori fortemente contratti. Soggetto con cranio brachicefalo (indice cefalico 81.2) alto metri 1,614.
Il reperto, trasportato integralmente col terreno inglobante, corrisponde a quello indicato come «Sepolcro 7°»
dal Colini (1898-1902) (1898: 96-97) e proviene dalla necropoli di Remedello. (Scavi Ruzzenenti, 1886). Cor¬
redo funerario rappresentato da una grande lama di pugnale, da 6 cuspidi di freccia in selce e da una mi¬
nuscola accetta in pietra levigata. Collezione : Brescia
O. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. II
TAV. II. — - Sepoltura di individuo maschile adulto, deposto in posizione rannicchiata sul fianco sinistro,
il capo a NO, il volto a NE. Soggetto con cranio mesocefalo (indice cefalico 79.0) alto metri 1,655. Corredo
funerario costituito da un grande vaso manicato, cui si accompagnano due lame di pugnale e 5 cuspidi di
freccia in selce. La fossa contenente l’inumato (dimensioni metri 1,48 X 0,72) reca un’appendice laterale per
allogarvi le estremità degli arti inferiori. Il reperto, trasportato integralmente col terreno inglobante, pro¬
viene dal « Reperto Sud » della necropoli di Remedello e la relativa sepoltura reca il numero 65 (Scavi Ban-
dieri, 1885). Collezione : Reggio Emilia
0. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. Ili
TAV. III. — Sepoltura di individuo maschile adulto, deposto in posizione supina, gli arti inferiori contratti
e ripiegati verso destra. Soggetto con cranio mesocefalo (indice cefalico 76.7), alto metri 1,642. L’inumato venne
deposto nella fossa ravvolto in una ampia cappa panneggiata di tessuto, il cui bordo inferiore era decorato
con una serie di laminette in conchiglia di Cardium applicate mediante cucitura. Quale corredo funerario la
sepoltura racchiudeva una lama di pugnale in rame, un pendaglio di calcare in forma di croce ed una col¬
lana di conchiglie di Conus forate assialmente. Il reperto, trasportato integralmente col terreno inglobante,
proviene dal € Reparto Sud » della necropoli di Remedello e la relativa sepoltura reca il numero 83 (Scavi
Bandieri, 1886). Collezione : Reggio Emilia
0. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Reme-delio
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. IV
TA V. IV. Industria litica in selce : cuspidi di freccia con peduncolo ed alette, cuspidi ogivali, cuspidi
losangiche, cuspidi a base incavata.
a) dalla necropoli di RemedeUo: n. 1, dalla Tomba n. 95; n. 2, dalla Tomba n. 104; n. 3, dalla Tomba
n. 88; n. 6, dalla Tomba n. 102; n. 9, dalla Tomba n. 4; n. 10, dalla Tomba n. 60; n. 11, dalla Tomba
n. 60; n. 12, dalla Tomba n. 104; n. 13, dalla Tomba n. 4; n. 14, dalla Tomba n. 104; n. 17, dalla
Tomba n. 109; n. 18, dalla Tomba n. 56.
b) dalla necropoli di Volongo: n. 4, da una Tomba imprecisata; n. 5, da una Tomba imprecisata.
c) dalla sepoltura di Cadimarco : nn. 15, 16, 19, 20.
d) dalla necropoli Fontanella: nn. 7, 8, da Tombe imprecisate.
Collezioni: materiali di Fontanella e Volongo a Roma, di Remedello e Cadimarco a Reggio Emilia. Ripro¬
duzioni in scala 1:1.
% *ri
O. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. V
TAV. V. — Industria litica in selce: lame di pugnale a ritocco bifacciale, lama senza ritocco.
a) dalla necropoli di Remedello : n. 1, dalla Tomba Bs. 1°; n. 2, dalla Tomba n. 78; n. 3, dalla Tomba n. 13;
n. 4, dalla Tomba n. 74; n. 5, da una tomba imprecisata (dono Bonati).
Collezioni: Reggio Emilia (nn. 2-5), Brescia (n. 1). Riproduzioni in scala 1:1.
O. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura dì Remedello Memorie Soc. It. Se. Nat. ecc. - Voi. XX - Tav. VI
TAV. VI. — Industria litica in selce: lame di pugnale a ritocco bifaeciale.
a) dalla necropoli dì Remedello: n. 1, dalla Tomba n. 62; n. 3, da una Tomba imprecisata (dono Bonati);
n. 4, dalla Tomba n. 100; n. 6, dalla Tomba n. 97.
b) dalla necropoli di Fontanella: n. 2, dalla Tomba n. 6 (?); n. 5, dalla Tomba n. 5.
Collezioni: materiali di Remedello a Reggio Emilia, di Fontanella a Roma. Riproduzioni in scala 1:1.
0. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. ecc. - Voi. XX - Tav. VII
TAV. VII. — Industria litica in selce : lame di pugnale a ritocco bifacciale.
a) dalla necropoli di Remedello: n. 1, dalla Tomba n. 4; n. 2, dalla Tomba n. 102; n. 3, dalla Tomba n. 60;
n. 4, dalla Tomba n. 86; n. 6, dalla Tomba n. 46; n. 6, dalla Tomba n. 65.
Collezione: materiali a Reggio Emilia. Riproduzioni in scala 1:1.
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA Vili.
Industria litica', accette in pietra levigata, microliti semilunari, elementi di morfo¬
logia « campignana ».
a) dalla necropoli di Remedello :
n. 1, dalla Tomba n. 82.
n. 2, dalla Tomba n. 81.
n. 3, dalla Tomba n. 86.
n. 4, dalla Tomba n. 4.
n. 5, da una Tomba imprecisata.
n. 8, da una Tomba imprecisata.
b) dalla necropoli di Fontanella :
n. 6, dalla Tomba n. 11.
n. 7, dalla Tomba n. 13.
n. 9, dalla Tomba n. 12.
c) dalla sepoltura di Cadimarco :
n. 10.
Collezioni-, materiali di Remedello e Cadimarco a Reggio Emilia, di Fontanella a Roma
( nn. 6, 7) ed a Milano (n. 9).
Riproduzioni in scala 1:1.
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA IX.
Metallurgia-, lame di pugnale e borchiette in rame.
a) dalla necropoli dì Remedello:
n. 1, dalla Tomba n. 62.
n. 2, dalla Tomba n. 83.
n. 3, dalla Tomba n. 79.
n. 5, dalla Tomba n. 83.
n. 6, dalla Tomba n. 62.
n. 7, dalla Tomba n. 79.
b) dalla necropoli di Fontanella:
n. 4, dalla Tomba n. 11.
Collezioni: materiali di Remedello a Reggio Emilia (nn. 1, 2, 5, 6), ed a Roma
( nn. 3 e 7); materiali di Fontanella a Roma
Riproduzioni in scala 1:1.
Memorie Soe. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. IX
O. CORNAGGIA CASTIGLIONI
- La Cultura di Remedello
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA X.
Metallurgia: lame di pugnale in rame, spilloni in argento ed in bronzo (?).
a) dalla necropoli di Remedello :
n. 2, dalla Tomba n. 106.
n. 3, dalla Tomba n. 45.
n. 5, dalla Tomba Bs. 11°.
n. 6, dalla Tomba n. 62.
b) dalla necropoli di Volongo:
n. 1, dalla Tomba n. 2 del Podere Panesella.
c) dalla necropoli di Santa Cristina di Fiesse :
n. 4, dall « Tomba Nord ».
Collezioni: materiali di Remedello a Reggio Emilia (nn. 2, 3, 6) ed a Brescia (n. 5);
materiali di Santa Cristina e di Volongo a Roma.
Riproduzioni in scala 1:1.
0. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura dì Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. X
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XI.
Metallurgia', accette piatte, punte di lesina, pugnali ed orecchini in rame.
a) dalla necropoli di Remedello :
n. 1, dalla Tomba n. 78.
n. 2, dalla Tomba n. 4.
n. 4, dalla Tomba n. 62.
n. 5, dalla Tomba n. 102.
n. 6, dalla Tomba n. 63.
n. 7, dalla Tomba n. 75.
n. 8, dalla Tomba n. 63.
b) dalla necropoli di Santa Cristina di Fiesse :
n. 3, dalla « Tomba Sud ».
c) dalla necropoli di Fontanella :
n. 9, da una Tomba imprecisata,
n. 10, dalla Tomba n. 11 (?).
Collezioni: materiali di Remedello a Reggio Emilia, di Santa Cristina a Roma, di
Fontanella a Milano.
Riproduzioni in scala 1:1.
O. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
0. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. XII
TAV. XII. — Industria in osso, corno, conchiglia e calcare: guaine per accetta litica, ritoccatori, punteruoli
in osso, denti e conchiglie forati, laminette in conchiglia biforate, perle in pietra, pendagli.
a) dalla necropoli di Remedello : n. 1, dalla Tomba n. 78; n. 4, dalla Tomba n. 40; n. 6, dalla Tomba Bs. 11°;
n. 7, dalla Tomba n. 83; n. 8, dalla Tomba n. 83; n. 9, dalla Tomba n. 37; n. 10, dalla Tomba n. 69.
b) dalla necropoli di Fontanella : nn. 3 e 5, dalla Tomba n. 11.
c) dalla necropoli di Volongo: n. 2, dalla Tomba n. 1 del Podere Panesella.
Collezioni : materiali di Remedello (nn. 1, 4, 7, 8, 9, 10) a Reggio Emilia e Brescia (n. 6); di Fontanella e
Roma. Riproduzioni in scala 1:1 (salvo i nn. 1 e 2 in scala 2:3).
TAV. XIII. — Industria ceramica : vasi bieonici decorati.
a) dalla necropoli di Remedello: n. 1, dalla Tomba n. 75; n. 2 dalla Tomba n. 71.
Collezioni: Reggio Emilia. Riproduzioni in scala 1:1.
_
O. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Reme-delio
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St„ Nat. Milano - Voi. XX - Tav. XIV
TAV. XIV. — Industria ceramica : vasi biconici decorati.'
a) dalla necropoli di Remedello : n. 1 dalla Tomba n. 46; n. 2 dalla Tomba Bs. IV.
Collezioni: Reggio Emilia (n. 1), Brescia (n. 2). Riproduzioni in scala 1:1.
0. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura dì Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. XV
TAV. XV. — Industria ceramica : vasi biconici inornati.
a) dalla, necropoli di Remedello : n. 2, dalla Tomba n.
b) dalla necropoli di Fontanella : n. 1, dalla Tomba n.
Collezioni', materiali di Remedello a Reggio Emilia, di
93.
9.
Fontanella a Cremona. Riproduzioni in scala 1:1.
.
0. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo CIv.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. XVII
TAV. XVII. — Industria ceramica : vasi di morfologia
a) dalla necropoli di Remedello : n. 1, dalla Tomba
Collezione : Reggio Emilia. Riproduzioni in scala 1:1
« poladiana ».
n. 70; n. 2, dalla Tomba n. 65.
(n. 1) e 7/10 (n. 2).
TAV. XVIII. — Industria ceramica : vasi di morfologia «poladiana».
a) dalla necropoli di Remedello: n. 2, dalla Tomba n. 42; n. 3, dalla Tomba n. 72.
b) dalla sepoltura di Cadionarco : n. 1.
Collezione : Reggio Emilia. Riproduzioni in scala 1:1.
■
0. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. XIX
TAV. XIX. — Industria ceramica: vasi tronco-conici e vasi campaniformi.
a) dalla necropoli di Fontanella : n. 1, da una Tomba non numerata.
b) dalla necropoli di Santa Cristina di Fiesse: n. 2, dalla «Tomba Sud».
Collezione: Roma. Riproduzioni in scala 1:1.
O. CORNAGGIA CASTIGLIONI - La Cultura di Remedello
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. XX
TAV. XX. — Industria ceramica: vasi campaniformi,
a) dalla sepoltura di Cadimarco : un. 1 e 2.
Collezione: Reggio Emilia. Riproduzioni in scala 1:1.
I
Ili - De Beaux O. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-
320, 13 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
I - Desio A, 1929 - Stadi geologici sulla regione dell’Al-
benza (Prealpi Bergamasche), pp. 1-156, 27 figg.,
1 tav., 1 carta.
II - Scortecci G., 1937 - Gli organi dì senso della pelle degli
Agamidi, pp. 157-208, 39 figg., 2 tavv.
Ili - Scortecci G., 1941 -1 recettori degli Agamidi. pp. 209-
326, 80 figg.
VOLUME XI.
I - Guiglia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mi¬
lano ( Hymen.). pp. 1-44, 4 figg-, 6 tavv.
II-III - Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegeta¬
zione dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferi¬
mento ai pascoli di altitudine, pp. 45-238, 31 figg.,
1 carta.
VOLUME XII.
I - V talli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo).
pp. 1-70, 4 figg-, 6 tavv.
II - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale
Gardone-Desenzano. pp. 71-140, 14 figg., 6 tavv.,
1 carta.
III - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte
Albenza (Bergamo), pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - Venzo S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale
Garda-Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese.
pp. 1-64, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1963 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Merca-
ticeras, Pseudomercaticeras e Brodieia. pp. 65-98,
2 fi39■, 4 tavv.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Berga¬
masco orientale), pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige.
pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’ Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia
Dactylioceratidae. pp. 83-136, 4 tavv.
Ili - Dieni I., Massari F. e Montanari L., 1966 - Il Paleo¬
gene dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 137-184,
3 figg., 8 tavv.
VOLUME XV.
I - C aretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88,
27 figg., 9 tavv.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quater¬
nario dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-142,
8 figg-, 7 tavv.
Ili - Barbieri F. - Iaccarino S. - Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-
Parmense-Reggiano. pp. 143-188, 20 figg., 3 tavv.
VOLUME XVI.
I - Caretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio
del metodo statistico e nuova classificazione dei Ga¬
steropodi pliocenici attribuibili al Murex brandaris
Linneo, pp. 1-60, 1 fig,. 7 tabb., 10 tavv.
II - Bacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - I nuovi fos¬
sili di Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128,
30 figg., 8 tavv.
Ili - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico, pp. 129-200, 13 figg., 4 tabb., 7 tavv.
VOLUME XVII.
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie
Lytoceratidae, Nannolytoceratidae, Hammatocerati-
dae (excl. Phymatoceratinae), Hildoceratidae (excl.
Hildoceratinae e Bouleiceratinae). pp. 1-70, 2 tavv.
n.t., 6 figg., 6 tavv.
II - Venzo S. & Pelosio G., 1968 - Nuova fauna a Animo-
noidi dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brem-
bana (Bergamo), pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
Ili - Pelosio G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildo-
ceras, Pkymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Con¬
clusioni generali, pp. 143-204, 2 figg., 6 tavv.
VOLUME XVIII.
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate
da Giuseppe Meneghini nelle Tavv. 1-22 della « Mo-
nographie des fossiles du calcaire rouge ammoni-
tique » (1867-1881). pp. 5-22, 2 figg., 6 tavv.
II - Montanari L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Goz¬
zano (Lago d’Orta). pp. 23-92, 42 figg., 4 tavv. n. t.
Ili - Petrucci F., Bortolami G. C. & Dal Piaz G. V.,
1970 - Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-
Avigliana (Prov. Torino) e sul suo substrato cri¬
stallino. pp. 93-169, con carta a colori al 1:40.000,
14 figg., 4 tavv. a colori e 2 b.n.
VOLUME XIX.
I - Cantaluppi G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee - Loro successione e mo¬
dificazioni nel tempo. Riflessi biostratigrafici e si¬
stematici, pp. 5-46, con 2 tabelle nel testo.
II - Pinna G. & Levi-Setti F., 1971 - I Dactylioceratidae
della Provincia Mediterranea ( Cephalopoda Ammo-
noidea), pp. 47-136, 21 figg., 12 tavv.
VOLUME XX.
I - Cornaggia Castiglioni 0., 1971 - La cultura di Reme-
delio. Problematica ed ergologia di una facies del¬
l’Eneolitico Padano, pp. 5-80, 2 figg., 20 tavv.
Le Memorie sono disponibili
Milano, Palazzo del
presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
MUS. COMP. ZOOL.
LIBRARY
JUL PQ1P74
Volume XX - Fase. II
HARVARD
UNIVERSITY
FRANCO PETRUCCI
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO
(PROV. PARMA)
STUDIO SULLA STABILITÀ DEI VERSANTI E CONSERVAZIONE DEL SUOLO
Con 37 figure nel testo e sei carte tematiche
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’ Università di Parma
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
MILANO
15 settembre 1972
Elenco
delle Memorie della. Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis: Felis jacobita (Corn.). 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Griffi F., 1865 - Di una specie d ’ Hippolais
nuova per l’Italia. 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini la¬
custri per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp.,
2 H99-, 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziarii del distretto di Messina. 88 pp.,
8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria. 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og¬
getti di umana industria dei tempi preistorici raccolti
in Toscana. 32 pp., 4 tavv.
Vili - Targioni-Tozzetti A., 1866 - Come sia fatto l’organo
che fa lunm nella lucciola volante dell’ Italia cen¬
trale (Lucida italica) e come le fibre muscolari in
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1866 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp..
2 tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici of¬
ferti dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’ori¬
gine des bassins lacustres, à propos des sondages du
Lac de Come. 12 pp., 8 tavv.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
venete. 140 pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
nummulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleon¬
tologiche di talune rocce cretacee della Calabria con
alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1867 - L’uomo fossile nell’ Italia centrale.
82 pp., 21 figg., 4 tavv.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
descriptum. 8 pp., 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropodi
ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - Dùrer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii.
16 pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera
et Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum ge¬
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
Ili - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie.
88 pp., 7 tavv.
IV - Clàparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un
Alciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp.,
1 tav.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentatio. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME IV.
I ■ D’Achiardi A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num¬
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera vel
adhuc controversa, vel sedis prorsus incertae in sy-
stemate, novis descriptionibus iconibusque accuratis-
simis illustrata. 18 pp., 2 tavv.
III - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi
di umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lom¬
bardia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
VOLUME V.
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi-
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo¬
gici. 104 PP-, 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
63 figg., 1 tav.
Ili - Pavesi P., 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp.,
14 figg-, 1 tav.
VOLUME VII.
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 VP-, 9 tavv.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.,
3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e geologici. Parte II. pp. 47-186,
5 figg-, 9 tavv.
Ili - Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle allu¬
vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg.,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle
Alpi italiane, pp. 1-164, 7 figg., 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione
della base del cranio colle forme craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili), pp. 165-262,
7 figg-, 2 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XX - Fase. II
FRANCO PETRUCCI
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO
(PROV. PARMA)
STUDIO SULLA STABILITÀ DEI VERSANTI E CONSERVAZIONE DEL SUOLO
Con 37 figure nel testo e sei carte tematiche
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’ Università di Parma
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
MILANO
15 settembre 1972
FRANCO PETRUCCI (*)
Il bacino del Torrente Cinghio (Prov. Parma)
Studio sulla stabilità dei versanti e conservazione del suolo (**)
Riassunto. — Vengono illustrate le attuali condizioni di
stabilità dei versanti e conservazione del suolo nell’area del
Bacino del Torrente Cinghio (prov. Parma).
Lo studio è rivolto ad evidenziare le zone in dissesto
ed a proporre una razionale sistemazione idrog-eologica e
forestale. Tale ricerca è corredata di sei carte tematiche :
1) Carta geologica; 2) Carta litologica; 3) Carta del reti¬
colo idrografico; 4) Carta delle acclività; 5) Carta della
stabilità, delle esondazioni e dell’erosione; 6) Carta delle
zone a bosco, da rimboschire e di sistemazione idrogeo¬
logica e forestale.
Résumé. — Le bassin du torrent Cinghio (Province de
Parme). Etude sur la stabilité des versants et conservation
du sol.
On illustre les conditions présentes de stabilité des ver¬
sants et de conservation du sol dans l’aire du Bassin du
Torrent Cinghio (Prov. Parme). La recherche met en évi-
dence les zones dérangées et avance une rationelle systéma-
tion hydrogéologique et forestière.
Six cartes thématiques sont alléguées : 1) Carte géolo-
gique; 2) Carte lithologique ; 3) Carte du reseau hydrogra-
phique; 4) Carte des escarpements; 5) Carte de la stabi¬
lité, des esondations et de l’affouillement; 6) Carte des
aires à forèt, à boiser et de systématisation hydrogéolo¬
gique et forestière.
Summary. — The Cinghio torrent basin (Parma) - Study
on thè stability of versants and soil preservation.
Stability present conditions of versants and soil pre¬
servation in thè area of Cinghio torrent basin (Pai-ma)
are explained.
This study suggests a work’s methodology for a terri-
torial programming founded on detailed geomorphologic
and hydrologic investigations in a standard area.
The explanation of thè basin is supported by six co-
loured thematic maps, 1:25.000 scale, which emphasize
either geologie and lithologic conditions of this area, or
thè hydrography and steepness.
Stability, exondation and erosion map completes thè
outline of this area. The map of woodlands, of belts to
reafforest and hydrogeological and forestal arranging,
exhibits what man must make for a rational arrangement
of hill zone, at present seriously disarranged.
For thè plain it is explained particularly thè pheno-
menon of great and sometimes ruinous exondations.
The paper is documented by 35 plates and two tables.
Zusammenfassung. — Das Flussbecken des Baches Cin¬
ghio (Prov. Parma). Studium iiber die Festigkeit der Abhànge
und Instandhaltung des Bodens.
Es werden die aktuellen Festigkeitslagen der Abhànge
und Instandhaltung des Bodens in der Flàche des Fluss-
beckens des Baches Cinghio (Prov. Parma) erklàrt. Das
Studium besteht in einer Anweisungsart und schlàgt eine
Arbeitsweise fiir ein Gebietsprogramm vor, das auf geo-
morphologische und hydrologische, ausfuhrliche Nachfor-
schungen in einem « Flàchenstandard » gegruendet ist.
Die Illustration des Flussbeckens ist in 6 thematischen
Farbenkarten im Masstabe von 1: 25.000 dokumentiert, die
die geologischen, gesteinkundlischen Lagen von diesem
Gebiet hervorheben, auch die Hydrographie und die Abda-
chung, die Karte der Festigkeit, der Uberschwemmungen
und der Erosion vervollkommt die Panoramaubersicht von
dieser Flàche.
Die Karte mit den Waldgebieten, die Gebiete zum Wie-
deraufforsten, und die Gebiete der hydrologischen und
forstlischen Ordnung stellt klar und schlàgt vor was fiir
eine rationale Ordnung des Huegelgebietes, das sich jetzt
in schwerer Zerrùttung befindet, gemacht werden muss.
Was die Tieflandflàche anberifft, wird besonders die
Erscheinung der ungewòchnlichen Uberschwemmungen der
Wasserlàufe behandelt, die machmal Katastrophen haben
Kònnen.
Der Text ist ausserdem mit 35 Bildern und zwei Ta-
bellen versehen.
(*) Assistente ordinario presso la Cattedra di Geologia dell’Università degli Studi di Parma, Libero Docente in Geo¬
logia, prof, incaricato di « Rilevamento geologico » e « Geologia del Quaternario ».
Università degli Studi di Parma - Istituto di Geologia. Direttore Prof. Sergio Venzo.
(**) Col contributo del C.N.R. - Comitato delle Scienze Geologiche e Minerarie - Gruppo di Ricerca per la Regione
Alpina - Padana: Sezione di Parma per la Geologia del Quaternario (contratto n° 71.00376/05).
Programma per la conservazione del suolo e degradazione dei versanti (contratto n° 71.02361.28).
84
FRANCO PETRUCCI
PREMESSA
Nell’ambito di una programmazione territoriale
si ritiene opportuno che la regione venga studiata
con un certo dettaglio sia dal punto di vista geolo¬
gico, geolitologico, geomorfologico e non ultimo
della stabilità dei versanti, dell’erosione del suolo,
delle esondazioni, ecc.
Quindi ove è necessario, vanno preventivati i
lavori per una sistemazione di quelle aree che si
presentano in condizioni di dissesto idrogeologico.
A tale scopo possono servire delle indicazioni sulle
zone boschive già esistenti, su quelle che necessi¬
tano di rimboschimento e su altre che per la loro
instabilità abbisognano di una sistemazione idro¬
logica e forestale ; altre volte possono essere ne¬
cessarie opere di sistemazione dei corsi d’acqua o
lavori che portino alla conservazione ed alla difesa
del suolo.
E’ questo un lavoro preliminare, ma di base,
che solo il Geologo può eseguire : in seguito, gli
specialisti di diverse discipline possono proseguire,
per una migliore ed efficiente utilizzazione di un
territorio.
E’ questo inoltre il punto di partenza per
« studi ecologici » che vogliono iniziare da dati
basilari, in quanto lo studio e la conoscenza delle
rocce e della superficie del suolo sono parte inte¬
grante e naturale del sistema ecologico di un de¬
terminato territorio.
Negli ultimi tempi équipes di geologi di di¬
verse scuole hanno eseguito ricerche con questo
intendimento su aree più o meno vaste e con ri¬
sultati che si possono ritenere validi, ma che, se
confrontati fra di loro, sono, a nostro avviso,
troppo spesso eterogenei.
Il presente studio riguarda il Bacino del Tor¬
rente Cinghio (Prov. di Parma). Esso è stato
preso come campione in questa ricerca; infatti
tale area è immediatamente a Sud della Città di
Parma e ne interessa ormai la periferia più me¬
ridionale (m 70 s.l.m.). Quindi dopo un’estesa area
di pianura, con spartiacque più o meno incerto
fra il dominio del bacino del T. Parma ad Est e
del T. Baganza ad Ovest, giunge alle colline del-
l’Appennino Parmense fino alla quota massima di
m 665 s.l.m. di M. Yetrola (propaggini meridio¬
nali di M. Sporno). L’area dell’ intero bacino è di
kmq 62 circa di cui kmq 20 di zona collinare e
di kmq 42 di pianura. Come si può vedere è un
bacino piuttosto ridotto, ma sufficientemente si¬
gnificativo per la ricerca che ci si è proposti ; in¬
fatti è consimile per l’aspetto geologico, litologico,
geomorfologico e di stabilità dei versanti a molti
altri dell’Appennino emiliano e più in generale
dell’Appennino settentrionale. Soprattutto ci ha
spinti a presentare lo studio il motivo che questo
bacino è da noi conosciuto con un’esperienza di
molti anni di ricerche e la conoscenza è dovuta al
fatto che siamo originari di questa zona.
A tale proposito si vuole rimarcare che in Geo¬
logia la conoscenza pluriennale di una determinata
regione è fondamentale nei rilievi di carattere geo-
logico-applicativo. Inoltre tale bacino presenta una
zona di pianura stabile a tutti gli effetti della
edificabilità, viabilità, ecc., ma con determinate
aree soggette ad eventuali esondazioni, che potreb¬
bero avere conseguenze catastrofiche e che troppo
spesso, proprio per la loro saltuarietà, vengono mi-
sconosciute. Al contrario, nella zona di collina,
l’alta percentuale di sedimenti argillosi, che si pre¬
sentano instabili per la loro stessa natura alla
conservazione del suolo ed alla stabilità dei ver¬
santi, rendono quest’area inadatta ad eventuali ed
ulteriori insediamenti e la stessa agricoltura è mi¬
nacciata dall’altissima frequenza di frane e smot¬
tamenti. Di sovente anche fabbricati di antica
data e più spesso quelli di recente costruzione
risentono notevolmente della instabilità del sub¬
strato roccioso su cui poggiano (Fig. 1).
Senz’altro si può affermare che il fenomeno di
instabilità si è aggravato negli ultimi vent’anni
per due cause distinte e concomitanti : la prima
dovuta ad un parziale disboscamento per la fami¬
gerata « campagna del grano » ; la seconda dovuta
alla « meccanizzazione agricola» che non permette
una razionale rete di scolo dei versanti collinari.
Da ultimo il parziale abbandono di numerose
aziende agricole ha concorso negativamente sulla
conservazione del suolo e la stabilità dei versanti.
Si ritornerà ulteriormente sull’argomento nei pa¬
ragrafi che seguono.
Ubicazione del bacino.
Il bacino idrografico del T. Cinghio (vedi
mappa indice) è compreso in parte nel F° 73
Parma, tavv. Parma ovest II NO, Sala Baganza
II SO e in parte nel F° 85 Castelnuovó nei Monti
tav. Langhirano I NO. Da Monte Vetrola, si
estende verso Nord fino alla periferia meridionale
della Città di Parma. Confina ad Est con il Ba-
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
85
cino del T. Parma ed a Ovest con il Bacino del
T. Baganza. Lo spartiacque superficiale è ben de¬
limitato nell’area collinare, mentre diventa incerto
in pianura. Qui infatti risulta impossibile una de¬
marcazione netta del bacino per la presenza di nu¬
merosi canali di uso irriguo e di scolo che convo¬
gliano le acque dal dominio del T. Cinghio ora
verso il T. Parma, ora verso il T. Baganza.
Morfologicamente circa un terzo del bacino è
in zona collinare appenninica, mentre la restante
parte è di pianura.
Scopo del lavoro.
Con questa Nota ci si è prefissi di dare una
illustrazione dei fenomeni che interessano il Ba¬
cino del T. Cinghio sia dal punto di vista geolo-
1) Carta geologica.
2) Carta litologica.
3) Carta del reticolo idrografico.
4) Carta delle acclività.
5) Carta della stabilità, delle esondazioni e del¬
l’erosione.
6) Carta delle zone a bosco, da rimboschire e di
sistemazione idrogeologica e forestale.
Le carte n. 5 e 6 mettono in risalto rispettiva¬
mente lo stato attuale della stabilità dei versanti
e conservazione del suolo, oltre lo stato di consi¬
stenza delle aree instabili, che sono assai vaste,
con numerose frane e smottamenti in atto a tutto
l’aprile 1972 per la zona di collina; mentre per
l’area di Pianura vengono segnalate le aree di
Fig. 1. — Circondario di Casatico: località di Malacria. La strada comunale che taglia la foto, dal centro in alto a destra,
è ora denominata via Malacria. Sono trascorsi oltre 10 anni (inverno ’59-primavera ’60) dal grave evento che interessò
buona parte del Bacino collinare del T. Cinghio con numerosi ed estesi movimenti franosi ed in particolare tutte le
aree circoscritte, nella € Carta delle zone a bosco, da rimboschire e di sistemazione idrogeologica e forestale », come « aree
in cui necessita una sistemazione idrogeologica ». Questo è un documento di tale calamità, ora quasi obliterato dai successivi
livellamenti e solo parzialmente presenta ora qua e là piccole frane o smottamenti. Non è questa un’area di frana asse¬
stata, ma solo temporaneamente ferma, molto profonda, ed altrettanto insidiosa e forse dimenticata come tale dalla popola¬
zione locale. In quest’area si sconsigliano abitazioni e vigneti, mentre sarebbe necessaria un’attiva rete di canalizzazione
superficiale ed anche sotterranea con drenaggi specie lungo la nicchia di distacco. Prato e successivamente bosco rida¬
rebbero a questi versanti una maggiore ed efficiente stabilità. La presente ricerca era g’ià iniziata da diversi anni, quando
avversità atmosferiche e fattori antropici hanno concorso a provocare il succitato fenomeno (vedi Figg\ 34 e 35).
(Foto F. Petrucci 1960)
gico che litologico, stabilità dei versanti, esonda¬
zioni, ecc.
In calce al testo è riportata una tavola che il¬
lustra il Bacino con diverse carte tematiche alla
scala 1:25.000. Esse sono state ricavate da rilievi
originali eseguiti alla scala 1:10.000. Tali carte
sono :
esondazione in casi di eccezionali piene dei corsi
d’acqua.
La carta n. 6 si può considerare la parte con¬
clusiva di queste carte tematiche e prospetta ciò
che dovrebbe essere eseguito per la zona collinare,
al fine di ridare un assetto di equilibrio ai ver¬
santi ora fortemente degradati ; la zona di Pia-
FRANCO PETRUCCI
86
nura non è in quest’ultima riportata in quanto non
presenta gravi probemi che d’altronde, sono già
illustrati dalle precedenti carte.
Nei vari capitoli che seguono, si tratterà delle
diverse carte che si concatenano in un insieme or¬
ganico, al fine di dare il più ampio panorama
possibile, su un intero bacino e per predisporre
le basi di una razionale sistemazione e conserva¬
zione di esso. E’ questo il frutto di lunghe ri¬
cerche e certamente le proposte che vengono fatte,
presentano indubbie difficoltà di carattere poli¬
tico, socio-economico, finanziario, ecc., ma sono ba¬
sate su dati tecnici obiettivi che non permettono
molte alternative. Ciò che viene proposto per il
bacino del Cinghio vuol essere un esempio di si¬
stemazione di un determinato territorio che at¬
tualmente si trova, in parte, in grave dissesto
soprattutto per fattori antropici, non disgiunti
da fenomeni naturali, così frequenti nella nostra
regione.
La presente ricerca a cura di Franco Petrucci è
stata eseguita con la collaborazione di C. Ghizzi, G. Grassi,
M. Pecorari, G. Rossetti, Rossetti, in particolare, ha re¬
datto la Carta del reticolo idrografico con la collaborazione
di Rossi; Ghizzi e Malerba hanno curato la Carta delle
acclività; mentre Pecorari e Grassi hanno eseguito il ri¬
levamento del Bosco. Infine Ghizzi, Grassi e Pecorar)
hanno collaborato al rilievo della Carta della stabilità,
delle esondazioni e dell’erosione.
Il capitolo Considerazioni geomorfologiche è stato ese¬
guito in collaborazione da M. Panizza (') e F. Petrucci.
Si ringrazia in particolare, la Dr. Silvia Iaccarino
Borri del Laboratorio di Micropaleontologia di questo Isti¬
tuto, per la revisione delle microfaune, e il Prof. Giorgio
Zanzucchi per gli utili consigli in campo tettonico-inter-
pretativo.
Un vivo ringraziamento inoltre al Dr. S. Ricci del¬
l’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste in Parma per
gli utili consigli ed i colloqui avuti sul problema del bo¬
sco attualmente esistente e del rimboschimento.
Al chiar.mo Prof. Sergio Venzo la gratitudine di aver
permesso di eseguire ed incoraggiato il presente studio
anche con la collaborazione di diversi giovani ricercatori.
(’) Libero docente in « Geografia fisica » e Prof. ine.
di « Geografia » presso l’Istituto di Geologia dell’Univer¬
sità degli Studi di Ferrara.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
87
CONSIDERAZIONI GEOMORFOLOGICHE ( 2 )
In questo capitolo, dopo un cenno alle condi¬
zioni climatiche del territorio, vengono indicate
le caratteristiche generali di esso ed alcuni pro¬
blemi geomorfologici particolari. Per l’analisi e
l’eventuale soluzione di questi non sono certo suf¬
ficienti osservazioni limitate alla sola area in esa¬
me: essi debbono essere studiati nel quadro del-
l’evouzione geomorfologica quaternaria dell’Appen¬
nino e della Pianura Padana. Si tratterà qui per¬
ciò di porre soltanto l’accento su alcuni problemi,
senza pretesa di risolverli.
Dal punto di vista climatico il Bacino del T.
Cinghio, presenta un regime di precipitazioni di
tipo sublitoraneo appenninico ( 3 ), con due massimi
e due minimi. Il massimo autunnale è più elevato,
il minimo è estivo e più basso. Il totale (medio)
delle precipitazioni annuali (circa mm 800) è in¬
feriore alla media nazionale (circa mm 970). Tra
le massime precipitazioni è da ricordare l’evento
meteorico registrato il 15 settembre 1960 che ha
interessato tutto il territorio con mm 65 in 24' 1
(~ 4 • IO 6 m 3 ) su tutto il Bacino.
L’andamento mensile delle temperature è di
tipo unimodale con un massimo estivo nel mese
di luglio di M 1 ’ (temp. max med.) (quasi 30°C) e un
minimo invernale nel mese di gennaio (—■ 1,3°C) ;
questi dati sono riferiti al decennio 1951-1960. Il
regime termico è di tipo intermedio tra il tipo
2/3 e 0 ; nella parte meridionale (zona, collinare),
tuttavia il territorio risente di influssi di tipo ma¬
rittimo, mentre nella parte settentrionale (zona di
pianura) risente di influssi continentali padani.
Per quanto riguarda Yaridità si nota la preva¬
lenza di un periodo freddo umido e di un più li¬
mitato periodo caldo secco. La maggiore aridità si
riscontra nella parte settentrionale del Bacino nei
mesi di luglio-agosto; nella parte meridionale e
limitata al mese di luglio. Sinteticamente si può
affermare che il bacino medio è di tipo semiarido
nei mesi di luglio-agosto.
L 'evaporazione infine appare notevole essendo
uguale al 55% del contributo in precipitazioni; la
restante porzione viene quasi tutta evaquata dalla
rete idrografica sottesa dal T. Cinghio (Coeff. di
deflusso 44%).
( 2 ) M. Panizza e F. Petrucci.
( :l ) Le considerazioni relative alle condizioni climati¬
che sono state ricavate da dati editi ed inediti dell’Uffi¬
cio Idrografico del Po in Parma.
Il territorio può essere schematicamente sud¬
diviso in una parte di collina ed in una parte di
pianura.
La prima che rappresenta il Bacino di rice¬
zione del T. Cinghio e del Rio di Silano ha una
costituzione litologica prevalentemente argillosa e
copertura vegetale in prevalenza a foraggere e
frumento, subordinatamente vite e bosco ceduo.
Queste due caratteristiche fanno sì che le ac¬
que di precipitazioni scorrono in superficie oppure
imbevono soltanto la parte più superficiale del ter¬
reno, interessata dalle crepe di essicazione estiva.
Ciò fa sì che l’area sia prevalentemente sottopo¬
sta a fenomeni di degradazione connessi con aspor¬
to delle parti più superficiali del suolo per ruscel-
lamento diffuso ed embrionale e per fenomeni fra¬
nosi riconducibili schematicamente a fenomeni di
soliflusso e di smottamenti più o meno superfi¬
ciali.
Il raccordo tra le regioni di collina e di pia¬
nura avviene per mezzo di un gradino morfolo¬
gico più o meno netto, il cui orlo verso valle ha
direzione NO-SE, tra le località di Felino, S. Mi¬
chele di Tiorre e Pilastro, da un punto di vista ge¬
netico questo è stato riferito ad un terrazzamento
climatico Riss, sovrastante in quota un ripiano
Wurm (cf. cap. La Carta Geologica). In via preli¬
minare, tuttavia non è da escludere che il gradino
possa essere collegato ad una dislocazione neo-tet¬
tonica NO-SE che potrebbe aver abbassato il com¬
partimento di pianura.
Questa ipotesi nasce da osservazioni di carat¬
tere locale : brusche deviazioni ed anse del T. Cin¬
ghio e dei suoi tributari in prossimità del piede
del gradino; andamento regolare subrettilineo di
questo con orlo pressoché tronco ; non prosecuzio¬
ne, a monte deH’allineamento del terrazzo Wurm,
se si eccettua un lembo non nettissimo a monte
di S. Michele di Tiorre. Da un punto di vista più
generale questa possibile dislocazione potrebbe far
parte di un eventuale allineamento neo-tettonico
in prosecuzione verso NO, in direzione di Sala
Baganza, Collecchio, Noceto e Fidenza.
Dall’esame dei Fogli Geologici al 100.000, dei
relativi profili geologici e geofisici del territorio
della Pianura Padana e della Carta Geologica della
Provincia di Parma si osserva il parallelismo della
dislocazione in oggetto con altri motivi tettonici,
a direzione prevalente NO-SE; questi interessano
sia la regione pedemontana dell’Appenino che le
88
FRANCO PETRUCCI
formazioni neogeniche-quaternarie profonde, sot¬
tostanti le alluvioni recenti padane.
Per quanto concerne la zona di pianura, si può
osservare che il tracciato fluviale del T. Cinghio
è di tipo meandriforme, diverso da quello degli
adiacenti corsi d’acqua Beganza e Parma, che in¬
vece mostrano un largo letto a canali anastomiz-
zati. Queste diverse caratteristiche di tracciato di
corsi d’acqua adiacenti devono essere inquadrate
nel complesso idrografico degli affluenti di destra
del Po. Si nota infatti che tutti i fiumi che scen¬
dono dall’Appennino presentano nella parte me¬
diana del loro corso, a cavallo dell’ imbocco con la
Pianura, un tratto a canali anastomizzati più o
meno esteso, a seconda della lunghezza totale del
corso d’acqua e dell’ampiezza del suo Bacino idro¬
grafico ; a valle di questo tratto il tracciato diviene
a meandri. Cosicché mentre il modesto Cinghio ha
letto con canali anastomizzati per poche centinaia
di metri, all’altezza del gradino morfologico e suc¬
cessivamente presenta divagazioni a meandri ; nello
stesso territorio i più importanti torrenti Parma
e Baganza, mostrano soltanto il tracciato a canali
anastomizzati. Dalla osservazione di una carta to¬
pografica si vede che tale tracciato si inizia 10-15
chilometri a monte del gradino morfologico di rac¬
cordo con la pianura e si trasformerà in corso a
meandri soltanto all’altezza di Parma, dopo la loro
confluenza. La spiegazione del passaggio a questi
differenti tipi di tracciato, secondo una regola che
appare generale nella regione, può essere ricercato
in due cause. Nell’area pedemontana la diminuzio¬
ne della pendenza del letto determina il brusco de¬
posito dei materiali più grossolani, per tratti più
o meno lunghi a seconda della diversa portata dei
corsi d’acqua e quindi della loro lunghezza ed am¬
piezza di bacino; inoltre l’arrivo delle onde di
piena, cariche di detriti, produrrebbe l’erosione di
tipo laterale del letto ordinario. A valle di questo
tratto le acque, liberatesi di buona parte del ma¬
teriale e con favorevoli condizioni granulometriche
del letto (prevalenza di detriti maggiori delle sab¬
bie medie e presenza di matrice argillosa ( 4 ), pos¬
sono verosimilmente determinare un tracciato a
meandri.
( 4 ) M. Panizza (in corso di stampa) - Lezioni di Geo-
morfologia, Bologna.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
80
LA CARTA GEOLOGICA
Uno studio che tende alla stabilità dei versanti
e conservazione del suolo, non può prescindere dal
substrato roccioso. Per questo abbisogna di una
buona conoscenza geologica e la stessa carta geo¬
logica ne è la sua esemplificazione.
Il rilievo geologico del Bacino del T. Cinghio
è stato eseguito alla scala 1:10.000 e poi ridotto
per la stampa al 1:25.000. Esso compare già nella
« Carta della Provincia di Parma e zone limitrofe »
(1965) alla scala 1:100.000, e nelle sue linee es¬
senziali non si discosta granché da questa carta,
eccetto per diversi particolari che verranno men¬
zionati in seguito.
Per il presente rilievo sono stati pure presi in
considerazione i nuovi Fogli della Carta Geolo¬
gica d’Italia F° 73 Parma e F° 85 Castelnuovo
nei Monti. Di base sono stati i lavori di F. Bar¬
bieri e F. Petrucci (1963) e F. Petrucci &
F. Barbieri (1966).
Si possono distinguere da Nord a Sud due
aree :
— la prima costituita da affioramenti di Flysch
di M. Sporno (fSp 2 e fSjr) su cui riposano in
serie le marne di M. Piano (mP), le Arenarie di
Ramano ( aR ), quindi i Tripoli di Contignaco ( tC ),
ed infine le marne del Termina (mT ). Questi de¬
positi giacciono in sinclinale il cui termine più
antico è il flysch e sopra si osserva tutta la
serie oligo-miocenica fino al Tortoniano compreso.
E’ una struttura fortemente tettonizzata in cui le
faglie devono essere assai più numerose di quanto
non compare dalla carta : ciò è dovuto ai mate¬
riali argillosi che costituiscono i vari termini.
L’asse di questa piega ha direzione ONO-ESE e
presenta debole vergenza verso NNE in corrispon¬
denza della pianura; inoltre si può aggiungere che
la sinclinale è fortemente strizzata interessando
marcatamente tutta la successione stratigrafica
fino ai « Tripoli di Contignaco » e « Marne del
Termina ». Si può affermare, con sufficiente pro¬
babilità, che il fenomeno tettonico, di maggior ri¬
lievo, si sia verificato nel tardo Miocene coinvol¬
gendo lo stesso Flysch di M. Sporno e la serie
sovrastante ad esso (Fig. 2).
La serie miocenica si completa con le « argille
a Sud di Barbiano » ( PM ) che devono essere ri¬
ferite al tetto del Messiniano.
Le Sabbie e ghiaie di Vandesano (PM) costi¬
tuiscono il primo termine della trasgressione plio¬
cenica che ha ricoperto in parte lo stesso Torto¬
niano. Su quest’ultime riposano le Argille di Lu-
gagnano ( P ) che si estendono dal Tabianiano a
tutto il Piacenziano. La serie dei depositi marini
si completa con le sabbie ed argille ( C ) del Cala-
briano che bordano a monte il terrazzamento con¬
tinentale quaternario.
Fig. 2. — Sezione geologica: mette schematicamente in evidenza il motivo tettonico-stratigrafico nella zona collinare
del Bacino del T. Cinghio. Oltre a quanto è riportato nel testo si può aggiungere la probabile laminazione di parte
dei vari termini nella successione oligo-miocenica. Le sigle sono riferite alla legenda della Carta Geologica su cui è
riportata anche la traccia della sezione. Scala lunghezze ed altezze 1:25.000.
90
FRANCO PETRUCCI
— La seconda area che può venir distinta è, per
l’appunto, quella dei depositi continentali del Qua¬
ternario. Qui vengono individuati un primo e più
alto terrazzo attribuito al Riss (fR), un secondo
più basso, attribuito al Wurm (fW ), quindi una
vasta area di pianura olocenica con Alluvioni an¬
tiche ( Aa, ), solcata o lambita dalle Alluvioni me¬
diorecenti {Am). Da ultimo, ma non cartografate
in Carta per la loro esiguità sono le Alluvioni at¬
tuali, che costituiscono gli alvei dei vari corsi
d’acqua, Cinghio compreso.
In tutta quest’area si può affermare che gli
affioramenti di roccia sana sono scarsi e ben limi¬
tati. Di conseguenza è raramente possibile vedere
la stratificazione e misurarne i valori di inclina¬
zione ed immersione. Tuttavia per sopperire in
parte a questo inconveniente si è fatta un’accurata
cartografia dei limiti geologici, anche perchè, la
Carta geologica doveva servire di base a quella
litologica.
Stratigrafia.
Brevemente si tratterà ora della stratigrafia
dei vari termini geologici; per un ulteriore appro¬
fondimento si rimanda il Lettore ai testi citati in
Bibliografia e alle « Memorie descrittive della
Carta geologica di Parma e zone limitrofe » di
prossima pubblicazione sulle Memorie della So¬
cietà Geologica Italiana.
fSp 2 : Flysch di M. Sporno. Potenti sequenze
calcarenitico-marnose con brecciole organo¬
gene; banchi calcarei intercalati e rari strati
arenacei. Eocene medio - Paleocene sup.
E’ questo il termine più antico della serie af¬
fiorante nel Bacino del T. Cinghio e forma il con¬
trafforte settentrionale di M. Vetrola (vedi carta
geologica). Stratigraficamente si tratta della parte
superiore di questo membro, al limite e con pas¬
saggio graduale al successivo fSp s . Di conseguenza
il fSp 2 è già molto marnoso ed i calcari, le are¬
narie e le brecciole sono presenti in strati sempre
più rari. Il colore, nel complesso, è bianco can¬
dido, talvolta beige, diventa grigio-scuro in corri¬
spondenza degli strati argillosi. Per quanto ri¬
guarda la litologia di dettaglio si rimanda alla
descrizione della carta litologica. La stratifica¬
zione non è molto identificabile perchè gli strati
sono disturbati o contorti, 1’ immersione generale
è verso la pianura. L’associazione faunistica che
denota un Eocene medio è a Globorotalia arago-
nensis Nuttall, e Globorotalia bidlbrooki Bolli,
vi sono pure numerosi i macroforaminiferi come
Nummuliti, Discocycline, Alveoline.
fSp 3 : Flysch di M. Sporno. Marne grigio-gial¬
lognole, talora verdastre, con rare intercala¬
zioni di calcari e brecciole organogene. Eocene
medio.
Si estende diffusamente a Nord di M. Vetrola,
fino ad immergersi sotto l’Oligo-Miocene in corri¬
spondenza di C. Belli ad Ovest, e del paese di Ca¬
satico ad Est; ricompare poi nel circondario di
Barbiano, testimoniando la presenza della sincli¬
nale, ricoperta più ad Est dalla trasgressione plio¬
cenica (vedi Carta geologica).
E’ questo il membro superiore del Flysch di
M. Sporno che sembra denotare un minor apporto
clastico in seno al bacino di sedimentazione del
flysch. L’età è riferita all’Eocene medio per la
particolare frequenza di Globorotalia del tipo
G. bidlbrooki Bolli e la sua precedenza strati¬
grafica alle marne di M. Piano ; sono pure fre-
Pig. 3. — Flysch di M. Sporno USE) - Biomicrite: Globi-
gerinacea, Globigerinidae, Globorotalia, spicole di Spugna,
Radiolari, eco. Dry peel - poche erano le possibilità di fare
sezioni sottili in Italia fino al 1957 ( x 40 circa) - Loca¬
lità: circondario di Casatico.
(Preparazione e foto P. Petrucci 1957)
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
91
quenti resti di Radiolari e di Spicole di Spugne
(Fig. 3). In affioramento si presenta di colore bian¬
castro, tendente al giallognolo per la forte percen¬
tuale di marne e calcari marnosi, talora verda¬
stri per la presenza di livelli più argillosi (Figg. 11
e 12). Non è raro incontrare chiazze di colore ne¬
rastro, che mascherano totalmente l’originario
aspetto di questo sedimento: esse sono dovute ad
impaludamenti temporanei provocati dai numerosi
e potenti movimenti franosi che creano zone di
ristagno delle acque superficiali.
La stratificazione è particolarmente poco evi¬
dente per gli intensi fenomeni tettonici a cui è
stata sottoposta; infatti è questa l’area che ha su¬
bito i maggiori contraccolpi della massa di
M. Sporno incombente da SSO contro le forma¬
zioni antistanti della Pianura padana.
Per un maggior approfondimento sullo studio
del Flysch di M. Sporno si rimanda a G. Zanzuc-
chi (1961), a A. Vinci (1963) e a F. Petrucci &
F. Barbieri (1966).
mP: Marne di M. Piano. Argille marnose rosse
e verdastre, talora grigie. Oligocene inf. (?)
Eocene medio-sup.
Affiorano in tre distinti lembi : il primo a N
di Case Belli sulla destra del T. Cinghio; il se¬
condo sulla sinistra di questo corso d’acqua, a N
di Case Gandolfi ; il terzo a N e a NE di Barbiano.
La base delle Marne di M. Piano riposa sul Flysch
di M. Sporno ( fSp 3 ) e denota una continuità di se¬
dimentazione in seno allo stesso bacino, ma con
mutate condizioni di sedimentazione : si passa da
una sedimentazione a tipo fliscioide ad una di tipo
pelagico. Litologicamente sono argille più o meno
marnose con qualche livello sabbioso. Il colore è
prevalentemente rosso e verde (tipico di questa
formazione) talora grigio. La potenza, mal valuta¬
bile, è variabile, in quanto le dislocazioni tettoni¬
che hanno obliterato in parte l’originario spessore
della formazione. Tuttavia una valutazione appros¬
simativa, può far stimare una potenza di poche de¬
cine di metri, che talora si riduce fino a scompa¬
rire per laminazione tettonica. L’età è riferita al-
l’Eocene medio Superiore-Oligocene inf., in base
all’associazione microfaunistica fra cui si ricorda :
Nuttelides trumpyi (Nuttall), Eponides abatissae
(Selli), Cibicides grimsdale Nuttal, Cibicides
perlucidus Nuttall, Uvigerina auberiana d’Orb.,
Catapsydrax dissimilis (Cush. & Renz), Globige-
rina venezuelana Hedberg, Stilostomella verneuli
(d’Orb.), Ellipsoglandulina sp., Gyroidina sp., Bo-
livina tectiformis Cush., Globorotalia opima nana
Bolli, Catapsydrax incavatus Bolli, ed altri
(Fig. 4).
aR: Arenarie di Ranzano. Fitte alternanze
sabbioso-marnose. Oligocene-Eocene sup.
Affiorano in continuità sulle « Marne di M.
Piano » in due lembi isolati rispettivamente a N
ed a S degli affioramenti miocenici (vedi Carta
geologica). Questi depositi sabbiosi e sabbioso mar¬
nosi, si differenziano sostanzialmente dalle tipiche
Fig. 4. — « Marne di M. Piano » - Associazione a Radio-
lari, Stilostomella verneuli (d’Orb.), Ellipsoglandulina sp.,
Uvigerina auberiana d’Orb., Gyroidina sp., Catapsydrax
dissimilis (Cush. e Bern.), Globigerina venezuelana Hed¬
berg. - Località: Sud-Ovest di C. Belli.
(Preparazione e foto F. Petrucci 1957)
Arenarie di Ranzano affioranti nella provincia di
Parma e zone limitrofe. Infatti quest’ultime che
sono costituite da livelli arenacei grossolani ed ad¬
dirittura conglomeratici con elementi di notevoli
dimensioni, sono qui rappresentate da sabbie molto
minute e fortemente marnose. E’ questa una ca¬
ratteristica particolare delle « Arenarie di Ran-
92
FRANCO PETRUCCI
zano » che si sono sedimentate al di sopra del
« Flysch di M. Sporno ». Nella Carta Geologica
della provincia di Parma e zone limitrofe sono state
distinte ed indicate col simbolo aR'. In quest’area
sono da riferirsi all’Oligocene e dovrebbero prece¬
dere la deposizione dei sovrastanti « Tripoli di
Contignaco ».
tC: Tripoli di Contignaco. Marne biancastre
con rari livelli scheggiosi, spesso ricche in si¬
lice; bancate lentiformi diatomitiche, intercala¬
zioni cineritiche, di Casatico. Miocene medio ( ?)
inf-Oligocene sup.
Sulle « Arenarie di Ranzano » in continuità, si
trovano i Tripoli di Contignaco, qui con una facies
piuttosto particolare. Affiorano in due lembi di¬
stinti: il primo più esteso, da N di Tiorre fino al
T. Cinghio, procedendo verso Ovest i Tripoli di
Contignaco si interrompono per faglia che mette
a contatto le Arenarie di Ranzano direttamente con
Fig. 5. — Tripoli di Contignaco - Associazione a Radiolari
con XJvigerina auberiana D’Orb., Gyroidina laevigata D’Orb.,
Globìgerina praebulloides Blow, ecc. - Località: circonda¬
rio di Casatico. (Preparazione e foto F. Petrucci 1957)
le marne del Termina. Il secondo affiora ad Est
dell’abitato denominato il Borgo. In base all’asso¬
ciazione faunistica, si possono ritenere i Tripoli di
Contignaco di età compresa fra l’Oligocene sup. ed
il Mioceno inf.-medio (?). L’associazione faunistica
è rappresentata da frequenti Radiolari, numerose
specie di Diatomee ed abbondanti Foraminiferi
planctonici (Fig. 5).
Litologicamente questi sedimenti si differen¬
ziano dai classici Tripoli di Contignaco per la pre¬
senza di frequentissime bancate lentiformi diato¬
mitiche con intercalazioni cineritiche; anche qui
sono presenti le marne e rari livelli scheggiosi for¬
temente silicei. La presenza di livelli tufitici in¬
dica 1’esistenza di un vulcanismo tardo oligocenico
o miocenico che, non essendo documentato nella
nostra regione, si è costretti a cercare a conside¬
revole distanza. Anche la presenza di Radiolari e
delle Diatomee, in questi sedimenti, come pure dei
livelli scheggiosi, documenta il sensibile arricchi¬
mento in silice del loro ambiente di sedimentazio¬
ne (Fig. 10). Il colore è bianco candido; normal¬
mente spiccano morfologicamente sui depositi cir¬
costanti.
mT: Marne del Termina. Marne argillose gri¬
gie con rare intercalazioni arenaceo-sabbiose
verso la base. Tortoniano.
Affiorano in continuità sui Tripoli di Conti¬
gnaco trasversalmente al corso del T. Cinghio (vedi
Carta Geologica) e costituiscono il termine più alto
della sinclinale oligo-miocenica. Lo studio strati¬
grafico e micropaleontologico è stato ampiamente
illustrato da F. Barbieri e F. Petrucci (1963) con
la pubblicazione « I Foraminiferi del Tortoniano
di Casatico {Parma) », per cui si rimanda il let¬
tore alla nota citata. E’ quest’ultima infatti una
località che si può ritenere classica per i depositi
tortoniani, per le numerose specie di Foraminiferi
rinvenute con la quale sono state possibili correla¬
zioni e confronti con 13 località dell’Appennino
settentrionale, dal Piemonte alla Romagna.
La litologia è marnoso argillosa, con rarissime
intercalazioni arenaceo-sabbiose nella parte bassa
della serie; il colore è grigio. Le marne argillose
tortoniane di Casatico, di ambiente neritico, con¬
tengono fra l’altro : Textularia articulata D’Orb.,
Bolivinopsis carinata (d’Orb.), Bolivina miocenica
(Gianotti), Bolivina arta (Mac Fadyen), Globoro-
talia scitula ventriosa Ogniben, G.lia menardii
d’Orb. ; oltre alle numerose specie di Foraminiferi
si rinvengono macrofossili ed in particolare Gaste¬
ropodi e Lamellibranchi.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
93
PM: Sabbie e ghiaie di Vandesano, con ar¬
gille, marne ed arenarie; argille a Sud di Bar-
biano. Base del Pliocene o al tetto del Messi-
niano.
La descrizione dei vari affioramenti in oggetto,
viene iniziata con « Argille a Sud di Barbiano » in
quanto potrebbero testimoniare il tetto del Messi-
niano. Esse affiorano ad Ovest del Co’ di Sotto.
Sono argille grigio azzurrognole, del tutto simili
alle argille del Tabianiano, ma contengono una
fauna a Gasteropodi di ambiente salmastro o ad¬
dirittura indicativa di acqua pressoché dolce (Ne-
ritina). I macrofossili sono per l’appunto: Mela-
nopsis matheroni May., Melania tubercolata Mull.,
Mentina mutinensis D’Anc. ; sono pure presenti
Globigerinidi ed Ostracodi, quest’ultimi a guscio
molto trasparente e di probabile ambiente ipoalino.
Le sabbie e ghiaie di Vandesano, affiorano nel¬
l’omonima località ed ancora sulla destra del T.
Cinghio a Nord di C. Montarello. In quest’ultima
località è ben visibile la loro posizione stratigra¬
fica, al di sotto delle argille di Lugagnano (Ta¬
bianiano); mentre il lembo di Vandesano resta iso¬
lato sulle Marne del Termina. Questo fatto ci sem¬
bra che evidenzi in modo chiaro la trasgressione
avvenuta alla base del Pliocene. E’ una serie for¬
temente clastica, a ghiaie, sabbie con intercala¬
zioni di argille e marne (Fig. 8); talora si notano
livelli arenacei. Questi depositi sono di ambiente
marino e potrebbero fare passaggio verticale alle
Argille a Sud di Barbiano, prima della deposizione
argillosa pliocenica. In tutto l’Appennino par¬
mense, risulta difficoltoso stabilire un limite ed
identificare il Messiniano s.s. per la quasi totale
mancanza di affioramenti a gessi, mentre ciò av¬
viene più regolarmente nella provincia di Reg¬
gio E. e più sporadicamente in quella di Piacenza.
La potenza delle sabbie e ghiaie di Vandesano
è limitata e valutabile sull’ordine della decina di
metri o poco più. Solo l’affioramento di Vande¬
sano risalta morfologicamente sulle circostanti
« Marne del Termina ».
P: Argille di Lugagnano. Argille e rare in¬
tercalazioni sabbiose grigio-azzurre. Piacen-
ziano e Tabianiano.
E’ questo uno dei più estesi affioramenti dei
depositi marini compresi nel presente rilievo. La
serie litostratigrafica è completa dalla base al
tetto (Fig. 9), comprendendo il Tabianiano s.s.
(Fig. 6) e il Piacenziano, su cui riposano le sab¬
bie calabriane. Sono argille con stratificazione re¬
golare ed immergente verso la pianura. Sono pre¬
senti pure rare intercalazioni sabbiose con sabbie
molto minute. I macrofossili, Gasteropodi, Lamel-
libranchi, ecc. sono rari, mentre sono assai abbon¬
danti le associazioni microfaunistiche a Forami-
niferi ed Ostracodi, tipiche di questi depositi nelle
colline dell’Appenino Settentrionale. Nella valle
del T. Cinghio, le « Argille di Lugagnano », non
presentano forme calanchive, frequenti un po’
ovunque altrove ; generalmente, potente è in super¬
ficie la copertura eluviale e colluviale. La po¬
tenza è notevole e raggiunge da monte a valle
rapidamente molte centinaia di metri. Non si ri¬
tiene opportuno dare un elenco delle caratteri¬
stiche associazioni microfaunistiche, perchè già
ampiamente trattate da diversi autori per zone li-
Fig. 6. — « Argille grigio-azzurre del Tabianiano » - As¬
sociazione a: Martinottiella communis (d’Orb.), Lenticulina
rotolata (Lamark), Planularia cassis (Ficht. e Moll), Pia-
nularia auris (Defr.), Marginulina costata (Batsch.), Or-
thomorphina bassani (Forn.), Uvigerina rutila CUSH., Uvi-
gerina peregrina Cush., Stilostornella monilis (Silv.), Or¬
batimi universa d’Orb., Siphonina reticulata (Czjeck.), Pla-
nulina ariminensi (d’Orb.). - Località: Nord-Ovest di Bo-
scardone. (Preparazione e foto F. Petrucci 1957)
94
FRANCO PETRUCCI
mitrofe a questa e del tutto simili; in particolare
si rimanda a F. Petrucci (1960), F. Barbieri &
F. Petrucci (1967), F. Barbieri (1967), S. Iacca-
RINO (1963, 1967), per citare solo i lavori più re¬
centi.
C: Sabbie giallastre, silt ed argille grigie. Ca-
labriano.
Questi depositi bordano a monte il terrazza¬
mento continentale quaternario e proseguono sotto
la pianura in continuità, fino a raggiungere po¬
tenze talora assai rilevanti. In affioramento i de¬
positi calabriani, raggiungono al massimo spessori
di poche decine di metri, ed in particolare nel no¬
stro bacino rappresentano solo la parte basale del-
l’intera serie calabriana pedeappenninica, affio¬
rante in aree limitrofe come avviene ad esempio,
più ad Ovest, fra le valli del T. Baganza e del
F. Taro.
Questi depositi si presentano ben stratificati
con livelli sabbiosi molto minuti, intercalati a silt
Fig. 7. — Sabbie del Calabriano - Associazione oligotipica
di facies litorale ad Ammonio, beccavi (Linneo) ed Elphi-
dium crispum (Linneo). - Località: Rio di Silano.
(Preparazione e foto F. Petrucci 1957)
ed argille grigie; rari sono gli strati ghiaiosi. L’im¬
mersione è NNE ossia verso la pianura.
Con i sedimenti calabriani, termina la serie di
depositi marini qui affioranti; la restante parte
del bacino è ricoperta dal terrazzamento pleisto-
olocenico continentale, che è stato distinto come
segue :
f R : Fluviale Riss: depositi fluviali della bassa
collina a ghiaie, sabbie ed argille a paleosuolo
bruno-giallastro ; talora copertura eolica. Riss.
E’ questo il più antico terrazzo presente nel
bacino del T. Cinghio: qui, manca infatti il flu¬
viale Mindel come avviene di norma.
Litologicamente sono dei depositi fluviali, con
predominanza di ghiaie e subordinatamente sab¬
bie ed argille (Fig. 19). Talora si nota in super¬
ficie una copertura eolica, che ricopre anche aree
piuttosto vaste. La potenza di questi depositi au¬
menta rapidamente da monte a valle ; essi si im¬
mergono, generalmente ad unghia, sotto le allu¬
vioni del fluviale wùrmiano al limite pedecolli¬
nare. La pedogenesi è ancora conservata in diverse
aree ed interessa sia il loess soprastante, che il de¬
posito fluviale con suoli tipici dell’ interglaciale
Riss-Wurm, di colore bruno-giallastro (compreso
fra 10 YR 7-4 e 7,5 YR 5-5 della Munsell S.C.C.) ;
sono questi per l’appunto dei suoli lisciviati a pseu-
dogley. La loro potenza è variabile, ma, in zone
particolarmente preservate dall’erosione può supe¬
rare i due metri (vedi F. Petrucci (1968) e G. A.
Ferrari & D. Magaldi (1968)).
Per quanto riguarda la presenza del « loess »,
su questo terrazzo, si ricorda che esso è stato se¬
gnalato per la prima volta nelle note sopracitate
e sembra caratterizzare condizioni climatiche re¬
gionali, padane, verificatesi specialmente nel cata-
glaciale Riss. Tale deposito eolico doveva infatti
coincidere con fase di ritiro dei ghiacciai, in un
paesaggio ancora carente di vegetazione e con
clima steppico molto ventoso. La pedogenesi che
interessa dalla superficie il deposito eolico ed il
sottostante fluviale, viene a convalidare 1’ interpre¬
tazione che il deposito loessico sia cataglaciale.
fw ; Fluviale Wiirm: depositi fluviali dell’alta
Pianura a ghiaie, sabbie ed argille a suolo
bruno. Wiirm.
Il fluviale Wurm presenta notevoli differenze
cartografiche rispetto alla « Carta Geologica di
Parma e zone limitrofe » e alla 2 ìl edizione del F° 73
Parma, in quanto era stato distinto un f w l ed un
f w 2, ossia si attribuivano due distinti terrazza-
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
or»
menti al tardo Pleistocene. In questo rilievo soprat¬
tutto per ragioni morfologiche ed anche pedologi¬
che si è preferito ridurre il fluviale Wurm, al solo
terrazzo del f w l delle carte sopracitate. Mentre il
fluviale Wiirm 2 è stato ora attribuito alle «Al¬
luvioni antiche » ( Aa ) postpleistoceniche.
Questo terrazzo è sospeso 8-10 metri sugli at¬
tuali corsi di acqua, nella parte a monte ; mentre a
valle, nella Pianura, sfuma ad unghia sotto i depo¬
siti olocenici.
Litologicamente sono depositi fluviali a ghiaie
e subordinatamente sabbie ed argille ; in superficie
presentano copertura generalmente costante a
suolo bruno.
Aa: Alluvioni antiche: depositi fluviali della
Pianura a ghiaie, sabbie ed argille. Olocene in¬
feriore.
E’ questa la distinzione lito-stratigrafica di
maggior estensione (vedi Carta Geologica); in pre¬
cedenza, come sopra detto, era attribuita al f w 2.
Ora viene ascritta alle alluvioni fluviali dell’Ofo-
cene medio-inferiore. Anche questi depositi sono
essenzialmente formati da ghiaie e subordinata-
mente da sabbie ed argille. In superficie affiorano
talora abbastanza diffusamente le ghiaie, ma più
spesso sabbie e sabbie argillose, che denotano una
fase di deposito fluviale di « inondazioni eccezio¬
nali » da parte dei corsi d’acqua. E’ questa l’ul¬
tima fase di livellamento di una pianura per opera
dei corsi d’acqua che attualmente la solcano. Il
suolo non è caratteristico ed uniforme su tutta
quest’area e presenta almeno tre distinzioni. Dal
circondario del Pilastro, fin oltre Corcagnano,
poco ad Ovest della strada Langhirano-Parma si
incontrano suoli rossastri per dilavamento ( ?) di
suoli più antichi esistenti a monte. La loro po¬
tenza varia dai m 1,50 ai 2 e sembrano non fare
passaggio graduale al sottostante deposito fluviale.
Un secondo tipo di suolo, il più diffuso, è di colore
grigiastro, poco potente e generalmente argilloso
sabbioso, ma talora in superficie si hanno anche
ghiaie. Infine, il terzo tipo di suolo più frequente
in destra T. Cinghio, a Nord della strada S. Ruf-
fino-Fontanorio-C. Pina, si presenta sotto forma
di argille nerastre (sartumose) della potenza va¬
riabile da circa 1 metro ad anche oltre 4 metri.
Sul significato di quest’ultimo suolo ritorneremo
nel capitolo della Carta Litologica.
Am: Alluvioni medio recenti: depositi fluviali
di fondovalle e della Pianura depressa, ghiaie,
sabbie ed argille; talora esondabili.
Questa distinzione viene fatta soprattutto per
mettere in evidenza determinate aree della Pia¬
nura che possono essere soggette ad eventuali e
saltuarie esondazioni da parte dei corsi di acqua.
Essa è stabilita in base a criteri morfologici ed
idrografici ; risulta fondamentale dal punto di vi¬
sta applicativo in quanto richiama l’attenzione su
zone che, pur saltuariamente, possono essere sede
di esondazioni catastrofiche che nel caso specifico
verrebbero ad interessare la stessa città di Parma,
come è già avvenuto in tempi passati. Le Allu¬
vioni medio recenti sono presenti in una stretta
fascia lungo il corso del T. Cinghio e i suoi af¬
fluenti principali, ma si allargano a formare la
stessa Pianura fino a monte dell’abitato di Gaione.
Già da quest’altezza risulta difficile limitare il
bacino del T. Cinghio da quello del T. Parma ad
Est e del T. Baganza ad Ovest, in quanto questi
corsi d’acqua sono già pensili ed arginati per di¬
versi chilometri a monte. Infatti nella presente
Carta, il bacino del T. Cinghio è limitato in parte
ad Est e ad Ovest da Alluvioni medio recenti che,
pur convogliando attualmente le loro acque verso
il T. Cinghio, possono venir soggette rispettiva¬
mente alle esondazioni dei torrenti Parma e Ba¬
ganza. E’ questo un fenomeno comune a molte
aree della Pianura Padana e che troppo spesso è
trascurato con il risultato di inondazioni talora
catastrofiche per centri abitati, viabilità, ecc.
Nel complesso la litologia di questi depositi,
non si differenzia dalle precedenti con predomi¬
nanza di ghiaie, argille e sabbie. In superficie si
ha qui una più forte copertura argillosa ed ar-
gilloso-sabbiosa. Proseguono con maggiore esten¬
sione, dalla sponda destra del T. Cinghio, fino
alla strada Langhirano-Parma, larghe zone di ar¬
gille nere sartumose che raggiungono talora uno
spessore di 4 metri ed oltre, ma che normalmente
non superano i m 1,50-2. La maggiore potenza si è
riscontrata in corrispondenza della parte medio
bassa del Rio degli Annegati, fra la Possessione
La Grande ad Ovest e la Possessione Campagna ad
Est e giunge più o meno in continuità fin circa
all’altezza di Possessione Cinghio, in sponda sini¬
stra del corso omonimo. Le argille nere, starebbero
a testimoniare una vecchia area paludosa a monte
della città di Parma, in parte dovuta ai corsi d’ac¬
qua ed in parte provocata dalla falda freatica che
viene a giorno a settentrione di questa area. Il
Fontanorio è una testimonianza manifesta di tale
fenomeno di risorgiva, mentre altrove le acque
fuoriescono più o meno palesemente nei vari fossi
colatori o scorrono poco al di sotto della super¬
ficie del suolo.
FRANCO PETRUCCI
06
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FRANCO PETRUCCI
98
LA CARTA LITOLOGICA
La base di un rilievo litologico è data da una
buona conoscenza geologica del territorio. Non bi¬
sogna credere che la Carta geologica corrisponda
esattamente a quella litologica, poiché spesso, per
ragioni cronologiche, formazionali, ecc., la prima
non tiene conto delle differenziazioni litologiche.
La carta geologica, pur essendo fondamentale e
mettendo in evidenza gli affioramenti, le stratifi¬
cazioni, le strutture geologiche, e così via, non dà
all’esperto tutte quelle nozioni utili alla costru¬
zione di un rilievo litologico.
Il bacino del T. Cinghio è impostato intera¬
mente in sedimenti di origine marina o continen¬
tale. Per la loro stessa natura, questi depositi sono
spesso eterogenei e legati al meccanismo di sedi¬
mentazione, che al limite fa sì che uno strato sia
una unità litologica a sé stante. Il ripetersi, nello
stesso bacino di sedimentazione, di condizioni ana¬
loghe (non identiche) produce una certa omoge¬
neità nel deposito; di conseguenza una successione
di strati può essere riunita in una « classe » lito¬
logica. La scala a cui viene cartografata una de¬
terminata zona, impone un ulteriore raggruppa¬
mento litologico, che accomuna strati più o meno
eterogenei, ma sufficientemente simili dal punto
di vista applicativo.
Gli stessi sedimenti di origine flyschioide, pur
nella loro estrema eterogeneità, devono essere riu¬
niti in una stessa distinzione litologica, non es¬
sendo possibile, cartograficamente, evidenziarne
le caratteristiche peculiari. Anche i depositi con¬
tinentali presentano notevoli differenze litologiche
da strato a strato, ma ciò che si deve mettere in
risalto è sempre il comportamento generale di un
determinato sedimento. Di volta in volta bisognerà
porre attenzione a quegli affioramenti isolati, che
presentano una netta disomogeneità nell’ambito di
una unità litografica. Coperture argillose, sartu-
mose, ecc. dovranno essere segnalate e se di parti¬
colare potenza ed estensione cartografate a parte,
come ulteriore distinzione litologica. Pure i suoli
se particolarmente potenti dovranno essere messi
in evidenza; non ultimo le coperture colluviale o
eluviale che naturalmente hanno comportamento
dissimile da quello della roccia in posto.
In ultima analisi, la Carta litologica, deve met¬
tere in evidenza tutti quei fattori che portano ad
una certa distinzione di classe litologica in fun¬
zione del loro valore applicativo.
Al contrario, come nel nostro caso, una Carta
litologica, può riunire in una sola due o più di¬
stinzioni di caratteristiche assai simili della Carta
geologica che si differenziano per età, bacino di
sedimentazione, ecc. Dal confronto delle due Carte
appaiono chiare le similitudini e le differenze esi¬
stenti.
Prima di passare alla trattazione dettagliata
dei vari affioramenti litologici in oggetto, vai la
pena di richiamare brevemente l’attenzione sulla
stratificazione. In particolare, gli strati si presen¬
tano fortemente disturbati per i sedimenti pre¬
pliocenici al punto che, pur trattandosi di depositi
marini e stratificati, non è quasi mai possibile va¬
lutarne con sicurezza i valori di inclinazione e im¬
mersione perchè fortemente tettonizzati.
Dal punto di vista della stabilità, la stratifica¬
zione viene a perdere in questo caso gran parte
del suo valore ; nell’ insieme, tutta questa massa
di depositi può essere valutata solamente per le ca¬
ratteristiche litologiche in quanto tali. Queste con¬
siderazioni non sono solo il frutto dell’osservazione
degli esigui affioramenti naturali od artificiali, ma
di molteplici scavi, seguiti nel corso di numerosi
anni di ricerche, e dei dati del sottosuolo.
Le distinzioni litologiche riportate nella pre¬
sente carta, sono state eseguite direttamente sul
terreno e basate essenzialmente su criteri geo¬
litologici e sedimentologici. Non si è ritenuto op¬
portuno fare analisi di laboratorio su campioni
isolati, che non avrebbero rispecchiato le carat¬
teristiche geotecniche della massa nel suo com¬
plesso, essendo questa una ricerca eseguita alla
scala 1:25.000. Avendone avuto la possibilità sa¬
rebbero state più opportune prove geotecniche da
condurre direttamente sul terreno, perchè più in¬
dicative in sede areale e locale. Tuttavia la pre¬
sente Carta litologica sembra essere sufficiente-
mente dettagliata ed obiettiva circa le condizioni
litologiche del Bacino in studio.
g: Zone prevalentemente ghiaiose. Depositi
alluvionali prevalentemente ghiaiosi, con lenti
sabbiose, limose ed argillose. In superficie co¬
pertura generalmente costante di argille e limi
di potenza variabile (Pleist.-Olocene).
Vengono qui raggruppate quattro suddivisioni
della Carta geologica: Am; Aa; f w ; f R . Ciò è do¬
vuto al fatto che la deposizione, sia per meccani¬
smo che per intensità ha sempre lo stesso carat-
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
99
tere fluviale. Sono di conseguenza depositi lentico-
lari, più o meno spessi ed intercalati fra di loro
con variazioni granulometriche. Nel complesso la
potenza è assai variabile e cresce da Sud a Nord;
al limite collinare iniziano con spessori di pochi
metri e rapidamente si inspessiscono fino a rag¬
giungere varie decine di metri e talora diverse
centinaia, come è facile notare dalle perforazioni
in corrispondenza della Città di Parma (parte più
meridionale del Bacino).
La componente principale è data da ghiaie, ta¬
lora anche grossolane ; seguono sabbie e sabbie
argillose; sono pure presenti lenti limose ed ar¬
gillose.
Le ghiaie sono talora affioranti, ma general¬
mente in superficie si nota una costante coper¬
tura argillosa e limosa. Ciò è dovuto ad una fase
più recente di colmamento da parte dei fiumi che
nelle esondazioni eccezionali depositano limi ed ar¬
gille livellando la pianura originaria.
In superficie si nota una costante copertura
di suolo agrario.
Dal punto di vista tecnico-applicativo, risulta
assai difficile valutare la potenza della coltre più
superficiale che interessa direttamente la viabilità
e le costruzioni in genere. E’ questa una ricerca
di dettaglio squisitamente geotecnica che esula dal
nostro lavoro. Qui si pensa di dare una visione
panoramica e di mettere in risalto le difficoltà
e le situazioni favorevoli che di volta in volta si
possono incontrare.
Sono depositi lenticolari eterogenei ed anche in
superficie si mantengono tali. Si è tentato di fare
delle suddivisioni areali, ma dal punto di vista ap¬
plicativo non avrebbero portato a risultati validi
non conoscendone la potenza. Ad esempio in scavi
e sondaggi si è notata, a Nord della confluenza
Cinghio-Parma, un’area piuttosto vasta di argille
nere sartumose con ciottoli sparsi. La loro pre¬
senza è pure visibile in superficie e cartografa-
bile, ma la loro potenza è variabile da circa 1
metro a valori di oltre 4 metri. Al di sotto si
hanno in genere ghiaie o sabbie. Il problema di
queste argille nerastre si fa sentire per lo spes¬
sore maggiore, mentre se limitato, non desta al¬
cuna preoccupazione e rientra nei limiti dì un nor¬
male suolo agrario, come detto in precedenza nel
paragrafo della stratigrafia. Anche la presenza di
ghiaie in superficie non deve far presupporre una
loro necessaria estensione in profondità.
sg: Zone sabbioso-ghiaiose. Sabbie e ghiaie
con argille, marne ed arenarie. (Base del Plio¬
cene).
Questi sono due ristretti lembi che presentano
la differenziazione granulometrica più grossolana
nel complesso dei depositi marini.
Si tratta di sabbie e ghiaie interstratificate,
predominanti sulle alternanze argillose o marnose
(Fig. 8); talora si notano livelli arenacei più o
meno cementati. L’immersione degli strati è verso
O-NO sui 10°-12°.
Fig. 8. — Ghiaie di Vandesano (Base Pliocene). - (sg):
dettaglio della litofacies a ghiaie leggermente cementate
con lente sabbioso-argillosa. - Località: Vandesano.
(Foto F. Petrucci 1957)
s: Zone prevalentemente sabbiose. Sabbie,
silt ed argille ( Calabriano). Fitte alternanze
sabbioso-marnose (Arenarie di Ramano).
Sono stati riuniti i depositi calabriani e le
« Arenarie di Ranzano » in un’unica classe in
quanto presentano litologia molto simile, anche
se non identica. I primi sono formati in pre¬
valenza da sabbie molto minute, con livelli sil-
tosi ed argillosi e qualche raro strato di ghiaie
piuttosto minute, almeno nella parte affiorante. I
secondi sono costituiti da alternanze sabbioso-mar¬
nose ; non è esclusa, anche in questa zona, la
presenza di qualche strato ghiaioso così frequente
e caratteristico in altri affioramenti delle « Are¬
narie di Ranzano ». Le stesse sabbie sono di
norma molto minute con forti percentuali siltose
ed argillose.
Il Calabriano è ben stratificato con immer¬
sione verso la Pianura sui 10°-12°; fortemente tet-
tonizzate sono le Arenarie di Ranzano, con immer¬
sione verso Nord nell’affioramento più settentrio¬
nale, mentre in quello meridionale di C. Cor uzzi
immergono verso Sud a formare la sinclinale in
precedenza descritta (vedi Fig. 2).
100
FRANCO PETRUCCI
a: Zone prevalentemente argillose. Argille
e rare intercalazioni sabbiose ( Piacenziano-Ta -
bianiano). Argille siltose della base del Plio¬
cene. Marne argillose con intercalazioni are-
naceo-sabbiose (manie del Termina). Argille
marnose (marne di M. Piano).
Vengono qui raggruppati tutti i depositi pre¬
valentemente argillosi di diversa età geologica
dalle « Marne di M. Piano » alle « Argille piacen-
ziane ».
La componente argillosa è predominante, con
percentuali marnose, variabili, ma sempre poco
elevate; ancora più subordinati sono gli strati
sabbiosi, sempre a clasti minutissimi. Rarissime
le intercalazioni arenacee, nella parte bassa delle
«Marne del Termina », che tuttavia non influen¬
zano gran chè la massa dei depositi tortoniani dal
punto di vista litologico.
L’ inclinazione e la immersione degli strati sono
sempre poco evidenti e talora mal valutabili ec¬
cetto che per il Tabianiano-Piacenziano.
t: Zone marnose. Marne biancastre con rari
livelli scheggiosi; bancate lentiformi diatomiti-
che; intercalazioni cineritiche (Tripoli di Con-
tignaco).
Questi depositi sono stati distinti per le loro
caratteristiche litologiche in quanto si differen¬
ziano nettamente da tutti gli altri anche dal punto
di vista morfologico. Formano rilievi pronunciati
di un colore bianco candido e molto tipico, dovuto
alla predominanza di marne pulverulente siltose.
Si notano inoltre livelli più silicei scheggiosi di
colore grigiastro, ed ancora intercalazioni siltose
(cineriti) presenti saltuariamente nella serie lito¬
strati grafica (Fig. 10).
Il loro comportamento litologico è assai simile
a quello di sabbie siltose ; la stratificazione è molto
poco evidente per la forte tettonizzazione, ma tut¬
tavia è riscontrabile lungo gli affioramenti.
m: Zone flyschoidi. Marne , calcari marnosi,
calcareniti e rari strati arenacei (flysch di
M. Sporno).
Fig. 9. — Circondario di C. Costa (Barbiano). Tipico aspetto delle colline plioceniche: mancano zone a calanchi, ma sono
presenti scarpate in arretramento (destra foto, in alto) e frane più o meno corticali. Piccoli e diffusi movimenti franosi
minacciano, un po’ ovunque, la stabilità dei versanti. Il bosco è « relitto », l’acclività è piuttosto forte, i terreni sono ar¬
gillosi, le opere di scolo sono pure inefficienti. In periodi a forte piovosità il territorio viene interessato da una miriade
di movimenti franosi. (Foto M. Pecorari 1972)
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
101
La sigla m è stata posta a simbolo di questa
distinzione per richiamare l’attenzione sulla forte
percentuale marnoso-argillosa presente in questi
Fig. 10. — « Tripoli di Contignaco » - (t): dettaglio, di
questa litofacies, intensamente fratturata, diaclasata, ed in¬
teressata inoltre da piccole faglie visibili nella foto. L’ac¬
cenno di stratificazione che sale dolcemente, da destra verso
sinistra, mette in evidenza una intercalazione cineritica.
- Località: circondario di Casatico. (Foto M. Pecorari 1972)
Fig. 11. — Circondario di Strognano. Un dettaglio del
Flysch di M. Sporno ( fSp 3 ): calcare biancastro intensa¬
mente fratturato e fogliettato, in uno dei rari affiora¬
menti. Gli intensi movimenti tettonici hanno quasi total¬
mente obliterato l’aspetto originario della formazione, ri¬
dotta ora quasi ad un accumulo detritico.
(Foto F. Petrucci 1956)
depositi, sempre molto caotici per gli intensi mo¬
vimenti tettonici a cui sono stati soggetti. Non si
può parlare di stratificazione e la massa del flysch
risulta completamente smembrata e rimescolata in
grado veramente elevato fino a far scomparire le
caratteristiche litologiche della originaria forma¬
zione (Figg. 11-12).
Si può parlare di una massa a matrice argil¬
losa in cui sono presenti elementi calcareo-mar-
nosi, calcarenitici od arenacei di varie dimen¬
sioni. Raramente si riescono ad osservare piccole
successioni di strati tipici di un deposito fly-
schioide
Fig. 12. — Alto T. Cinghio. Ancora un dettaglio del Flysch
di M. Sporno ( fSp'): calcare marnoso intensamente frat¬
turato. (Foto F. Petrucci 1956)
Fin qui un rapido sguardo alla litologia del
Bacino del T. Cinghio; i suoi riflessi morfologici
si possono osservare sulla Carta della Stabilità,
delle Esondazioni e dell’Erosione che di seguito
viene descritta.
102
FRANCO PETRUCCI
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IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
103
LA CARTA DEL RETICOLO IDROGRAFICO ( 5 )
Allo scopo di analizzare matematicamente le
caratteristiche morfologiche del bacino del T. Cin¬
ghio, che si estende dal M. Yetrola (m 665 s.l.m.)
alla confluenza nel T. Parma (m 68 s.l.m.), si è
eseguita un’analisi geomorfica quantitativa se¬
guendo i principi esposti dagli americani Horton,
Strahler e Schumm, e dagli italiani Avena, Giu¬
liano e Lupia-Palmieri.
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5
4
1
4,32
4,32
53,05
20,44
20,44
0,9
)
Tabella 1 . — Elementi morfometrici e geometrici rilevati,
u = ordine dei segmenti fluviali. N = frequenza. Lunghez¬
za: L = totale (Km), L — media (Km), A— = diretta me¬
dia cumulata (Km). Area: A — totale (Km 2 ), A = media
(Km 2 ). 0 — g-radiente medio di pendio (%). Rapporti:
R c = allungamento, R 0 = circolarità, R h = rilievo, T = tes¬
situra. D = densità di drenaggio. C = costante di perma¬
nenza del canale.
( 5 ) Dr. Giorgio Rossetti dellTstituto di Geologia del¬
l’Università di Parma. Borsista del C.N.R. per T Idro¬
geologia.
Per lo studio si sono utilizzati come base i
rilevamenti dell’I.G. M. in scala 1:25.000, inte¬
grati da opportuni controlli sul terreno.
I valori numerici dell’analisi sono raccolti nelle
tabelle 1 e 2 (vedi) nelle quali è indicata la nume¬
razione caratteristica assegnata ai bacini elemen¬
tari come riportata nella Carta del reticolo idro¬
grafico.
Data la particolare conformazione altimetrica
e la disposizione del drenaggio nel bacino del
T. Cinghio, si è ritenuto opportuno eseguire l’ana¬
lisi geomorfica limitatamente alla sola porzione
meridionale collinare. Osservando infatti l’anda¬
mento altimetrico del bacino, si rileva che questo
può essere suddiviso in due aree aventi caratteri¬
stiche nettamente dissimili. La prima, di pianura,
caratterizzata dall’alveo del T. Cinghio che si
snoda con una serie notevole di meandri, dalla im¬
missione dell’ultimo affluente Rio di Silano sino
alla confluenza nel T. Parma, ha una lieve pen¬
denza, in media dello 0,4% ( Carta della stabilità,
dell’esondazione e dell’erosione). In questa zona si
osserva la quasi totale assenza di drenaggio na¬
turale organizzato, ciò sia per la litologia, in pre¬
valenza ghiaie, sia a causa della bassa pendenza
dell’area che non consente alle acque meteoriche
di tracciare solchi preferenziali, che per le opere
di canalizzazione realizzate.
Nella parte meridionale del bacino, ad altime-
tria collinare, si osserva invece un relativo svi¬
luppo del drenaggio naturale, che pertanto può
essere utilizzato per l’analisi matematica dei suoi
parametri caratteristici.
Analisi geomorfica quantitativa.
Dato l’esiguo numero dei bacini di terzo or¬
dine che possono essere oggetto di esame, si è pre¬
ferito riunire in un unico grafico, per ogni ba¬
cino, i vari elementi morfometrici calcolati : tali
rappresentazioni sono illustrate nei diagrammi
semilogaritmici di figura 13.
Bacino n. 1 : del Rio di Silano.
Codesto bacino si sviluppa sul versante sini¬
stro del T. Cinghio con un’area di Km 2 5,96. Dal¬
l’analisi del relativo grafico di figura 13, risulta
che nessun elemento segue la rispettiva legge, for¬
nendo pertanto una prima idea della disorganiz¬
zazione presente nel reticolo idrografico di questa
area.
104
FRANCO PETRUCCI
Più dettagliatamente si osserva che i segmenti
di primo ordine sono in scarso numero, media¬
mente di eccessiva lunghezza, con forte gradiente
di pendio e drenanti un’area troppo elevata. E’ tut¬
tavia da rilevare che, mentre le leggi della fre¬
quenza e del gradiente di pendio non sono rispet¬
tate, i valori delle lunghezze medie cumulate e delle
aree medie sono assai prossimi a quelli dell’equa¬
zione teorica, per cui si può presumere che, pur
presentando il drenaggio delle anomalie, queste
vengono compensate in modo sufficiente dallo spe¬
cifico sviluppo lineare ed areale dello stesso, fa¬
cilitato in ciò dalla particolare litologia ad alto
grado di erodibilità.
Fig. 13. — Diagrammi morfometrici. In ascissa sono indi¬
cati gli ordini dei segmenti fluviali, in ordinate i valori
dei parametri caratteristici, espressi : -5^ in Km., A in Km 2
e 6 in %.
Bacmo n. 2: del Rio di S. Andrea.
Si tratta di un bacino che si sviluppa paral¬
lelo al precedente, con una superficie di Km 2 2,39.
Pur essendo un’area che presenta caratteri¬
stiche morfologiche paragonabili a quelle del ba¬
cino n. 1, non si rilevano anomalie nei valori mor¬
fometrici ; infatti il diagramma n. 2 di fig. 13
evidenzia come le leggi siano rispettate con un’ot¬
tima approssimazione.
Essendo simili i fattori lito-morfologici in¬
fluenzanti il drenaggio nei bacini n. 1 e n. 2, ed
essendo invece variate le rispondenze alle leggi
morfometriche, è da supporre che intervenga un
ulteriore elemento causa dell’apparente dissimi-
glianza di comportamento. Una causa determi¬
nante può essere ricercata nella diversa distribu¬
zione delle precipitazioni. Un’analisi specifica di
questo elemento climatico non è stata eseguita per
questo studio, tuttavia dall’elaborazione delle ca¬
ratteristiche idrogeologiche dell’attigua Val Ba-
ganza (vedi bibliografia) risulta che i bacini n. 1
e n. 2 sono soggetti ad un regime pluviometrico
dissimile. Dallo studio citato, risulta che le per¬
turbazioni hanno una direzione prevalente da SO
e che nel bacino del Rio di Silano le precipitazioni
medie annue hanno un valore di circa 970 mm,
mentre nel bacino n. 2 del Rio di S. Andrea queste
sono di circa 850 mm. La stessa dissimiglianza si
riscontra nelle precipitazioni intense (da 1 a 5
giorni). E’ quindi ragionevole supporre che il di¬
verso apporto meteorico agisca in modo dissimile
sullo sviluppo del drenaggio nelle due aree.
Bacino n. 23.
Questo bacino si sviluppa sul versante destro
del T. Cinghio ed il suo collettore influisce in
questo a valle dell’abitato di S. Michele di Tiorre,
dopo aver drenato un’area di Km 2 2,45.
Dall’esame del relativo diagramma, si osserva
che questo bacino presenta sensibili anomalie in
tutti gli elementi considerati. In particolare si può
rilevare che l’anomalia è da attribuire alle parti¬
colari caratteristiche dei segmenti di primo or¬
dine. Questi infatti, pur avendo gradienti di pendio
regolari, sono in elevato numero, di breve lun¬
ghezza e drenanti aree limitate. Si è pertanto in
presenza di un drenaggio caratteristico di terreni
sensibilmente erodibili, e nel quale non appare
l’azione di altri fattori influenzanti.
Bacino del T. Cinghio.
Il bacino complessivo del Torrente si sviluppa,
nella parte collinare considerata, per una super¬
ficie di Km 2 20,44, ed interessa terreni litologica¬
mente simili, di tipo argilloso-sabbioso-marnosi,
salvo la presenza di formazioni più marnose nella
parte meridionale.
Dall’esame del grafico illustrante l’andamento
dei fattori morfometrici, si osserva che in linea
di massima si ha una buona aderenza alle varie
leggi, pur se si deve rilevare che al livello del
primo ordine i valori calcolati si discostano lie¬
vemente da quelli teorici. Questa lieve anomalia
deve essere imputata, oltre alFapporto dei vari ba¬
cini già considerati (anomali appunto in questo
ordine), anche alla presenza di particolari influenze
anomale. Sempre nel diagramma si può infine ri-
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
105
levare che l’unico elemento morfometrico che ade¬
risce con ottima approssimazione alla rispettiva
legge, è quello del gradiente di pendio, significa¬
tivo che, mediamente nell’ intero bacino, si è in
presenza di una litologia abbastanza uniforme e
con grado di erodibilità poco variabile.
Essendo le lunghezze dei corsi d’acqua e le
rispettive aree funzione dell’ordine dei segmenti,
putare le anomalie che si sono riscontrate nel¬
l’esame dei diagrammi di fig. 13.
Ulteriori parametri possono essere di ausilio
per meglio illustrare il particolare drenaggio pre¬
sente nel bacino del Cinghio: si tratta della Den¬
sità di drenaggio e Costante di permanenza del
canale (rispettivamente D e C in tabella 1).
I valori della densità di drenaggio sono com-
1
£
Ld
100
Fig'. 14. — Rappresentazione bilogaritmica del rapporto tra sommatoria delle lunghezze medie dirette e le aree medie
dei segmenti fluviali di tutti i bacini presenti nell’area considerata. I numeri si riferiscono ai bacini; i vari ordini sono
rappresentati da un punto per il 1° ordine, da un triangolo per il II 0 , da un asterisco pieno per il IIP e da un asterisco
bianco per il IV 0 .
si possono riportare in diagramma logaritmico i
valori delle lunghezze medie dirette cumulate e le
aree medie rispettive.
Onde poter valutare il comportamento di tutti
i bacini dell’area in studio, si è utilizzato il dia¬
gramma di Fig. 14 nel quale sono indicati i va¬
lori di tutti i segmenti fluviali di ogni bacino ele¬
mentare. Considerando che i valori di e A per
l’intero bacino del T. Cinghio sono assai prossimi
all’equazione teorica, in special modo i valori dei
segmenti del 2°, 3° e 4° ordine, collegando questi
punti si ottiene una retta che dovrebbe essere
l’espressione dell’andamento generale dell’ intero
bacino.
I punti caratteristici di ogni segmento di ogni
bacino si scosterà quindi più o meno a seconda se
questo è prossimo o meno al particolare coeffi¬
ciente angolare della retta 2U<i /A che è caratteri¬
stico del bacino e funzione diretta delle partico¬
larità geolitologiche, vegetazionali, altimetriche e
pluviometriche dell’area. Dall’esame del grafico,
risulta che i valori che più si discostano dalla
retta regolarizzatrice, appartengono ai segmenti
del primo ordine e che in particolare si tratta dei
bacini n. 3, 4, 5, 6, 7, 12, 13, 18, 20, 21 e 22.
A questi bacini elementari del primo ordine,
che si immettono direttamente nel segmento di
terzo ordine del T. Cinghio, sono pertanto da im¬
presi tra un minimo di 1,86 ed un massimo di
9,00 con una prevalenza di valori intorno a 4, ca¬
ratteristici di aree poco disseccate, mentre il valore
per l’intero bacino del Cinghio — 2,59 —• consente
di classificarlo tra le aree poco disseccate.
Il parametro Costante di permanenza del ca¬
nale, che è significativo dell’area necessaria af¬
finchè si sviluppi un Km di nuovo talweg, si
aggira mediamente intorno al valore di 0,3.
Gerarchizzazione del reticolo.
Gli elementi morfometrici esaminati preceden¬
temente hanno permesso di definire quantitativa¬
mente lo sviluppo del reticolo idrografico in fun¬
zione dei fattori che lo influenzano, senza tuttavia
illustrare la disposizione delle singole linee di dre¬
naggio dalle quali dipende il tipo di struttura del
reticolo stesso.
L’esame della geometria di un bacino è impor¬
tante onde poter stabilire le tendenze evolutive dei
singoli bacini, le modalità e la velocità dei pro¬
cessi di trasformazione in atto.
Questi fattori sono infatti connessi con lo
stadio di gerarchizzazione raggiunto dal reticolo
idrografico che dipende dalle condizioni litologi¬
che, climatiche e vegetazionali in cui si sviluppa.
Per questi motivi, la determinazione dello stato
di gerarchizzazione del reticolo, oltre alle cono¬
scenze acquisite con l’esame degli elementi mor-
106
FRANCO PETRUCCI
fometrici, risulta assai utile per un’opportuna
scelta dei luoghi e dei sistemi più acconci per le
opere di ingegneria che interessano, direttamente
o indirettamente, i corsi d’acqua di un bacino.
Per la valutazione della gerarchizzazione in
termini quantitativi, ci si è avvalsi dei parametri
proposti da Avena, Giuliano e Lupia-Palmieri
ed espressi in base alla influenza dei segmenti
anomali, oltre al rapporto di biforcazione definito
da Horton.
I valori ottenuti sono riportati in tabella 2.
o
Parametri di
biforcazione
Anomalia
gerarchica
o
ctì
u
N
R b
N a
R bd
a
ll r
Na
i u
(*a
Sa
Aa
1
1
17
14
3,40
CO
CO
o
0,60
3
5
1
5,00
5
1
5,00
0,00
3
3
1
3
0,5 0
0, 18
h
=4,
20
n
l ^
w
3,90 R=
0, 30
A
=3»
74
B bd°=
3,33
ìf=
0, 41
2
1
9
7
3,00
3,00
0, 00
3
1
3,00
3
1
3,00
0, 00
3
2
1
2
0,83
0,22
À
= 3,
00
H bd=
2,66
R=
0, 34
R b
= 3,
00
Kbd=
2,52
11=0, 48
23
1
5
5
2,50
2,50
0, 00
3
1
2,00
1
2,00
0,00
H
=2,
25
E bd=
2,25
R=
0, 00
=2,
35
Rbd=
2, 35
5»
o
o
o
■2
1
64
43
-£
4, 26
2,87
1,39
•5
3,75
3,75
0,00
3
21
1
21
1,03
0, 33
4
1
4, 00
1
4,00
0, 00
«b
= 4,
00
Kbd=
3,54
R-
0, 46
Kb
=4,
15
R bd°=
3,14
ff=
1,01
Tabella 2. — Rapporti, indici di biforcazione
ed anomalia gerarchica nel bacino del T. Cinghio.
u = ordine dei segmenti fluviali. N = frequenza. R b — rap¬
porto di biforcazione. N t — frequenza diretta. R bi — rap¬
porto di biforcazione diretto. R = indice di biforcazione.
( = media aritmetica ; ° — media ponderale), u, — or¬
dine del segmento recipiente. N a = frequenza dei segmenti
anomali, u , = ordine dei segmenti anomali influenti. Ano¬
malia gerarchica : (?„ = numero, g a = densità, A — indice.
Il Rapporto di biforcazione ( R h ) nei vari ba¬
cini elementari è di circa 3,0, con un minimo di
2,35 — assai prossimo al minimo ottimale 2 —
che si verifica nel bacino n. 23. Per tutto il ba¬
cino del T. Cinghio, il valore di R h è di 4,15, carat¬
teristico di aree nelle quali è sensibile il controllo
esercitato da particolari elementi geolitologici. Per
una miglior valutazione dei rapporti intercorrenti
tra il numero dei segmenti fluviali nei vari ordini,
considerando le sole influenze normali, si è calco¬
lato il Rapporto di biforcazione diretto ( R M ) che
è rappresentativo dei segmenti fluviali corretta-
mente ordinati.
I valori che si registrano nell’area in studio,
risultano assai prossimi al minimo ottimale (2)
nei bacini n. 2 e n. 23, mentre per il bacino com¬
plessivo del T. Cinghio, il valore medio ponderale
è di 3,14.
Dalla differenza tra i due valori dei rapporti
di biforcazione considerati, si ottiene un para¬
metro assai significativo : l’ Indice di biforca-
-o
zione (R). Il valore ottimale di questo parametro
è 0, indice di un’ottima conservatività del reti¬
colo idrografico, mentre ad alti valori corrisponde
una struttura notevolmente disorganizzata. Nel¬
l’area in studio si osserva che nel bacino n. 23 si
è raggiunto lo stadio di conservatività, e che nei
bacini n. 1 e n. 2 si è assai prossimi ai valori
ottimali.
Per quanto concerne 1’ intero bacino del T. Cin¬
ghio, il valore di R (1,01) evidenzia come in que¬
sto, mediamente, la gerarchizzazione ha raggiunto
un grado sufficientemente evoluto.
Essendo il grado di gerarchizzazione funzione
non solo della frequenza delle influenze anomali
ma anche della loro diversa distribuzione nei vari
ordini, si sono calcolati altri parametri significa¬
tivi, riportati in tabella 2 e indicati come: Nu¬
mero, Indice e Densità di anomalia gerarchica.
Il Numero di anomalia gerarchica ( G a ) definisce
il numero minimo dei segmenti di primo ordine
necessari per rendere perfettamente gerarchizzato
il reticolo idrografico, se questo tende alla con¬
servatività.
L’Indice e la Densità di anomalia gerarchica,
rispettivamente g a e A a , sono parametri che per¬
mettono di confrontare tra di loro bacini aventi
sviluppo areale e densità dissimile. Dai valori cal¬
colati per i bacini del T. Cinghio, si rileva che le
anomalie sono ristrette ai soli segmenti del primo
ordine tutti influenti nel terzo, che il bacino n. 23
ha raggiunto lo stadio di conservatività, mentre
nel bacino n. 1 e n. 2 questo stadio è raggiungibile
con l’impostazione di pochissimi segmenti di basso
ordine (3 e 2 rispettivamente).
Per quanto concerne il bacino complessivo del
Cinghio, i segmenti necessari per rendere conser¬
vativo il drenaggio sono 21. Da tutto ciò si rileva
in modo assai preciso come la disorganizzazione
del reticolo idrografico sia da imputare ai seg¬
menti di primo ordine che, formandosi di conti¬
nuo in dipendenza delle particolarità litologiche e
pluviometriche e dal numero veramente elevato di
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
107
dissesti presenti nell’area, si distribuiscono in modo
disordinato. Per il bacino del T. Cinghio il basso
valore medio dell’ indice di anomalia gerarchica
(1,03), può far classificare il drenaggio di questo
come « sufficientemente gerarchizzato ».
Rapporti geometrici.
Se i parametri illustranti il grado di gerarchiz-
zazione di un reticolo idrografico consentono di
quantitizzare lo sviluppo dello stesso e la sua pos¬
sibile evoluzione, non permettono tuttavia di ren¬
dere l’idea del bacino ospitante la rete superfi¬
ciale. A questo scopo si sono calcolati altri para¬
metri caratteristici che numerizzano le forme geo¬
metriche dei vari bacini, e che sono riportati nella
tabella 1.
Il Rapporto di allungamento ( R e ) e di circola¬
rità ( R c ), esprimendo quantitativamente la forma
geometrica del bacino, nell’area considerata sono
estremamente variabili. I primi infatti sono com¬
presi tra un minimo di 0,42 ed un massimo di 0,98
con un netto prevalere di valori bassi, caratteri¬
stici di bacini con forme allungate. Lo stesso può
dirsi per il rapporto di circolarità che, variabile
da un massimo di 0,89 ad un minimo di 0,06 con
prevalenza di valori 0,5, è indice di forme irre¬
golari.
Il Rapporto di rilievo (R,,) è un parametro che
consente di valutare il grado di evoluzione di un
bacino; infatti a bacini molto evoluti corrispon¬
dono valori prossimi allo zero, mentre sono elevati
in bacini in fase giovanile.
In tutti i bacini compresi nell’area esaminata
prevalgono rapporti di rilievo assai bassi, con va¬
lori che sono compresi tra un minimo di 0,05 ed
un massimo di 0,35 ; il R h del bacino del Cinghio
è di 0,05, caratteristico di un bacino molto evoluto.
Questo parametro, pur essendo sufficientemente
omogeneo nell’area in esame, consente di localiz¬
zare le aree nelle quali predominano azioni erosive.
Si osserva infatti che i rapporti di rilievo relati¬
vamente alti (superiori a 2,20) si registrano in
quei bacini di primo ordine che si immettono nel
T. Cinghio nella parte media, e che sono stati trat¬
tati in precedenti osservazioni essendo questi le
cause principali delle anomalie di gerarchizza-
zione.
Un ulteriore parametro utile per la determina¬
zione della fase evolutiva del bacino, è rappresen¬
tato dal Rapporto di tessitura ( T ). Poiché i valori
in tutti i bacini elementari risultano inferiori a
4, si può classificare la tessitura media di tipo
« rado ».
Essendo il rapporto di rilievo per l’intero ba¬
cino del Cinghio di 0,05, caratteristico di una fase
evolutiva avanzata, ed il rapporto di tessitura di
2,0, indice di una fase nettamente più giovanile,
è da supporre che in questo bacino si sia in pre¬
senza di una fase matura ringiovanita.
Analisi ipsometrica e clinometrica.
Onde poter disporre di ulteriori valutazioni
numeriche che possano spiegare apparenti incon¬
gruenze emerse dagli esami precedentemente illu¬
strati, si sono eseguite le analisi ipsometriche e cli-
nometriche dei bacini del terzo ordine e del bacino
complessivo del T. Cinghio (Fig. 15).
Pig. 15. — Curve ipsometriche — a sinistra — e elmome¬
triche — a destra — per i bacini di terzo ordine e per il
bacino complessivo del T. Cinghio. h/H = rapporto di al¬
tezza, al A = rapporto di area, l/L = rapporto di pendenza
(vedi testo).
10S
FRANCO PETRUCCI
L’analisi ipsometrica è stata eseguita con il
classico metodo percentuale proposto da Strah-
ler, mentre per l’analisi clinometrica si è ricorso
ad un artifizio che consentisse di poter paragonare
tra di loro bacini arealmente dissimili. Per questa
analisi, onde rappresentare in percentuale le va¬
riazioni di pendenza media, si è calcolata la lun¬
ghezza topografica — per singole aree comprese
in dislivelli di 25 metri — misurando la lunghezza
delle isoipse delimitanti l’area, e l’area stessa, se¬
condo la formula: l — 2A/L± -f- L 2 ove con L sì
indica la lunghezza delle isoipse e con A l’area.
Ponendo uguale a 100 la sommatoria di queste lun¬
ghezze topografiche ed effettuando le opportune
proporzioni con i valori parziali progressivi, si ot¬
tengono le percentuali di pendenza rispetto alle
varie quote, anch’esse espresse in %.
Nei grafici di figura 15 sono illustrati a sini¬
stra i diagrammi ipsometrici e a destra i rispet¬
tivi clinometrici, dai quali si possono trarre inte¬
ressanti considerazioni.
Il bacino n. 1 presenta un diagramma ipsome-
trico caratteristico di uno stadio di evoluzione
quasi senile ed il rispettivo diagramma clinome-
trico evidenzia come le pendenze presentino un
andamento generale anch’esso caratteristico di fase
senile (bassi incrementi di pendenza alla foce ed
elevati alle quote maggiori).
Nel bacino n. 2, la curva ipsometrica è carat¬
teristica di una fase evolutiva marcatamente avan¬
zata, ma non senile, con una leggera indicazione
di ringiovanimento, confermato dalla rappresenta¬
zione clinometrica (bassi incrementi alla foce).
Nel bacino n. 23, si è in presenza di uno stadio
successivo all’equilibrio (curva ipsometrica) che,
dal diagramma clinometrico può essere meglio spe¬
cificato come « quasi maturo ».
Per quanto concerne il bacino complessivo del
T. Cinghio, il diagramma ipsometrico illustra una
situazione di evoluzione molto avanzata, confer¬
mata dal diagramma clinometrico che evidenzia
altresì una marcata anomalia nel ciclo evolutivo.
Per evidenziare meglio questa anomalia, rap¬
presentando in ascisse le pendenze — espresse in
% — ed in ordinate le rispettive quote, si sono
ottenuti i diagrammi di figura 16.
Dall’analisi di queste rappresentazioni, si os¬
serva chiaramente che tutti i bacini presentano
un andamento assai simile tra di loro che, essendo
litologicamente omogenee le aree drenate, sono ol¬
tremodo interessanti.
Si rileva infatti che nei bacini n. 1, 2 e 23 si
ha una diminuzione uniforme di pendenza alla
quota di 300 metri, e che la stessa è presente nel
diagramma del bacino complessivo del T. Cinghio.
Quest’ultimo mostra inoltre una lieve diminuizione
di pendenza a 550 metri ed un’altra assai marcata
a circa 470 metri.
Dall’osservazione della Carta della stabilità,
dell’esortazione e dell’erosione risulta che la parte
del bacino alle quote di 470 e 550 metri è interes¬
sata da un ampio movimento franoso che è da
considerare la causa dell’anomalia delle pendenze.
Per quanto concerne invece la variazione che
si riscontra alla quota di 300 metri, in tutti i ba¬
cini, si può presumere che ciò sia l’evidenziazione
di un ciclo di erosione abbastanza recente e che
risulta essere presente con le stesse caratteristiche
anche nella contigua Val Baganza.
m.s.m.
Pendenza %
Fig. 16. — Curve rappresentative delle pendenze per
dislivelli di 26 metri. In ascissa le pendenze in %, in
ordinata le quote riferite al livello del mare, per i ba¬
cini del terzo ordine e per il bacino complessivo del
T. Cinghio.
Dopo aver analizzato i vari aspetti morfome-
trici del bacino montano del T. Cinghio, si può
concludere che questo ha avuto modo di svilup¬
parsi sino a raggiungere caratteristiche che lo
fanno ascrivere ad un ciclo di erosione fluviale in
fase molto evoluta con tendenza al ringiovani¬
mento.
Effettivamente il tratto inferiore del Torrente,
che non è stato preso in considerazione in questa
analisi, presenta una serie di meandri assai stretti
che sono la palese testimonianza dello stadio evo¬
lutivo avanzato.
Constatando però che questo tratto terminale
del Torrente è arginato, e costretto quindi a se¬
guire un percorso obbligato, la tendenza generale
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
10!)
al ringiovanimento si può manifestare solo in quei
tratti privi di protezioni laterali, cioè la parte mon¬
tana propriamente detta, e che in questa si po¬
tranno sviluppare dissesti di sempre maggiore en¬
tità se non si potrà intervenire efficacemente con
un’adeguata protezione vegetazionale e sistema¬
zione idraulica in special modo concentrata nei
segmenti di basso ordine.
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Topography. Geol. Soc. Am. Bull.
Strahler A. N., 1954 - Statistical Analysis in geomorphyc
Research. Jurnal of Geology.
110
FRANCO PETRUCCI
LA CARTA DELLE ACCLIVITÀ’
Le classi di acclività.
Per la costruzione della presente Carta delle
acclività ci si è basati sui rilievi topografici in
scala 1:25.000 dell’LG.M. e precisamente delle
parti di tavolette : Langhirano, Sala Baganza e
Parma Ovest.
Del Bacino del torrente Cinghio si è analizzato
con dettaglio la parte collinare (vedi Carta delle
acclività), dato che esso presenta a Nord una larga
zona pianeggiante per la quale uno studio di tale
carattere avrebbe avuto scarso significato. I li¬
miti delle varie classi sono stati stabiliti, poiché
su tale argomento la bibliografia è piuttosto
scarsa, secondo alcuni criteri dettati soprattutto
da necessità di carattere agronomico (Accordi B.
e Collaboratori 1969).
Nel primo intervallo di classe infatti, cadono
tutte le zone più o meno pianeggianti, per le quali
è possibile una irrigazione per scorrimento. Nella
seconda classe sono comprese le zone con pen¬
denze tali da influire, dal punto di vista tecnico
ed economico, sulla realizzazione di alcune opere
civili. Nella terza classe sono stati inclusi i pendìi
limite per l’uso di mezzi meccanici in agricoltura.
Qui si esauriscono però i criteri suggeriti dal¬
l’agronomia e si è fatto ricorso per definire una
completa gamma di classi, a considerazioni che
riguardano l’interdipendenza fra acclività e lito¬
logia. Sono state così definite altre due classi, ad
intervallo più ampio rispetto alle precedenti. I li¬
miti espressi in percentuale sulle acclività, e con
una certa approssimazione in gradi, sono i se¬
guenti :
Classe I a
Classe II a
Classe III a
Classe IV a
Classe V a
0 - 4 - 2%
2 ~ 10 %
10 4 - 20%
20 4-40%
40 4 - 60%
( 0 °^ 1 °)
( 1° 4 - 6%
( 6° 4 - 11°)
(11° ~ 22°)
(22° 4-31°) e oltre.
Si ricorda che acclività superiori al 60% sono
assai rare nella zona collinare di questo bacino.
Cartografia del rilievo.
Il disegno della carta delle acclività, e cioè la
determinazione e delimitazione delle zone ad uguale
pendenza, si è effettuata mediante l’ausilio di una
scala clinometrica, già adottata da altri autori
(G. Giglia-G. B. La Monica 1969). Essa permette
di determinare la pendenza attraverso la misura
della distanza pianimetrica. Per eseguire tale mi¬
sura si fa scorrere lo strumento, con la costa gra¬
duata perpendicolare alla isoipsa di quota mag¬
giore, e si va a leggere, in corrispondenza del li¬
mite di intervallo indicato dalla isoipsa a quota
minore, la pendenza dell’area in esame. Per la suc¬
cessiva determinazione delle superfici da attri¬
buire alle singole classi, si è fatto uso della carta
millimetrata.
Frequenza dei vari tipi litologici nelle diverse classi
di acclività (Fig. 17).
Premesso che gli alvei generalmente incassati,
formano una classe a sé stante (vedi Carta delle
acclività), e che per la loro ristrettezza areale non
sono stati presi in considerazione, si passa diret¬
tamente a descrivere:
La I a classe (0 4-2%) non contempla percen¬
tuali di alcun tipo litologico nella zona collinare,
mentre è la totalità dell’area di pianura, che come
si è detto in precedenza viene trascurata. La //“
classe (2 4 - 10%) è caratterizzata da una predo¬
minante incidenza dei depositi alluvionali (51%)
sugli altri litotipi, dei quali solo il flysch (17%>)
e le argille (21%) si presentano con una percen¬
tuale apprezzable. Nella III a classe (10 4-20%) i
depositi alluvionali diminuiscono sensibilmente
(26%) e si nota una più elevata incidenza del
flysch che non caratterizza tuttavia tale intervallo
di acclività nel quale sono più o meno presenti tutti
i vari tipi litologici. Diverso è invece l’andamento
nella IV classe (20 4- 40 %) dove si riscontra un
massimo in corrispondenza delle argille (58%) net¬
tamente predominanti sul flysch (13%), arenarie
(12%), depositi alluvionali (7%) e i rimanenti li¬
totipi. Nella V a classe (40 4 - 60%) oltre ad un’al¬
tissima incidenza delle argille (62%) si può notare
la completa assenza di depositi alluvionali (vedi
Fig. 17).
Frequenza delle classi di acclività nei singoli tipi
litologici (Fig. 18).
L’istogramma riguardante il flysch (m) ha un
andamento unimodale con il max (63%) in corri¬
spondenza della III a classe di acclività (10 4-20%);
mancano completamente zone a debole pendenza
appartenenti cioè alla I a classe (0 4-2%), come
pure limitatamente presenti (1%) sono le aree ad
elevata acclività. Anche l’istogramma del secondo
tipo litologico, le argille (a), è come il precedente
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
unimodale ma la classe predominante (58%) in tal
caso non è più la terza, bensì la IV a classe d’ac¬
clività (20 ~ 40%).
Lo stesso comportamento, e cioè concentrazione
nelle tre classi intermedie con max nella quarta
(52%) hanno le sabbie (s) che mostrano, come del
resto le argille, la loro sufficiente compattezza e
resistenza alla erodibilità. I tripoli ( t ) denotano
rispetto ai litotipi precedenti un più uniforme com¬
portamento, presentandosi in tutte le classi, salvo
che nella prima, con percentuali non molto diverse.
Andamento particolare presentano infine le sabbie
e ghiaie di Vandesano ( sg ) e i depositi alluvionali
(g) ; con caratteristiche diverse essi mostrano con¬
centrarsi in due classi nettamente predominanti,
che sono rispettivamente la III a e la IV a per il
giungere abbia un valore semplicemente indicativo.
Ciò è dovuto, non tanto alla imprecisione del me¬
todo di ricerca, quanto a ragioni d’ordine anali¬
tico; esse si identificano nella necessità, propria
Fig. 17. — Istogrammi che rappresentano la frequenza dei
tipi litologici nelle diverse classi di acclività. Sulle ascisse
sono riportati i vari litotipi, contrassegnati dalle rispettive
sigle (m: flysch, a: zone prevalentemente argillose, s: sab¬
bie, t: tripoli, sg : sabbie e ghiaie, g : depositi alluvionali);
sulle ordinate la loro frequenza percentuale.
primo, e la II a e III 11 per il secondo tipo litologico.
Appare qui evidente la tendenza che hanno i depo¬
siti alluvionali, data la loro incoerenza, ad assu¬
mere una morfologia piuttosto dolce, concentrando
quindi la loro frequenza nelle classi a più debole
acclività (vedi Fig. 18).
Osservazioni conclusive.
E’ necessario premettere, prima di trarre con¬
siderazioni di carattere tecnico-applicativo su que¬
sto lavoro, come ogni conclusione a cui si potrà
Fig. 18. — Istogrammi che rappresentano la distribu¬
zione delle classi di acclività nei singoli tipi litologici.
Sono riportati, sulle ascisse gli intervalli di classe e
sulle ordnate le loro percentuali di presenza.
di ogni ricerca statistica in Geologia, di avere
come oggetto d’analisi superfici sufficientemente
vaste, tali cioè da contenere situazioni eterogenee
dal punto di vista tettonico e morfologico.
L’area in oggetto di circa 16 Km 2 non può
quindi ragionevolmente dare queste garanzie.
L’analisi comunque acquisterà il suo pieno signi¬
ficato, qualora si possa integrare e confrontare
con studi della stessa natura sui bacini limitrofi.
La prima osservazione riguarda la relazione
intercorrente fra la IV a , V a classe di acclività
(20 ~ 60%) e le zone che dovrebbero essere a col¬
tivazioni arbustacee, boschive ed arboree. Tale su-
112
FRANCO PETRUCCI
perfice di 6,561 Km 3 corrispondente al 41% della
totale zona collinare, necessita per ragioni di sta¬
bilità delle coltivazioni su menzionate. Dal con¬
fronto fra la Carta delle acclività e la Carta dei
boschi è invece evidente che tali coltivazioni sono
decisamente scarse e che il bosco risulta essere
« relitto » in aree, che nemmeno la tradizionale
agricoltura sarebbe riuscita a coltivare.
Un’altra importante serie di utili considera¬
zioni suggerisce la Carta delle acclività, per ciò
che riguarda il rapporto fra le eventuali possibi¬
lità di irrigazione ed i mezzi meccanici. Ponendo
quale limite per una possibile irrigazione la pen¬
denza max del 10% (G. Giglia - G. B. La Monica:
Acclività - 1969) la superficie utile su tale zona
è di Km 2 3,149 pari al 20%. Se si tiene anche
conto che la pendenza max per l’uso delle mac¬
chine è stata fissata intorno al 20% (19% Bla-
kely 1957), l’area utile per un razionale sfrutta¬
mento dal punto di vista agricolo-meccanizzato di¬
venta di Km 2 9,314, che è il 59% della totale zona
collinare. Questo se si considera la sola acclività
e non le condizioni di franosità enormemente dif¬
fuse anche in questa classe, per la notevole pre¬
senza di sedimenti argillosi che abbassa di molto
la superficie percentuale del 59%.
L’acclività è in stretta relazione con i maggiori
movimenti franosi del Bacino. Dalla Carta si può
infatti riscontrare che ove sono presenti morfolo¬
gie uniformi a pendenza costante, vi sono ubicate
le tre frane profonde ; sono queste zone al cui mo¬
vimento alla base si sono accompagnati, col pas¬
sare del tempo, una serie di smottamenti superfi¬
ciali che hanno permesso al territorio di unifor¬
mare la propria pendenza. Il fenomeno, nel caso
specifico del presente lavoro, si riscontra con
l’esplicarsi nella Carta in oggetto, delle zone che
rientrano nella IID classe scelta.
BIBLIOGRAFIA
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zone altimetriche della provincia di Forlì. A cura della
Camera di Commercio, Industria ed Agricoltura di
Forlì, Castrocaro Terme.
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and Cultivated Land. Yearbook of Agriculture, Soil,
Washington.
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pennino Centrale). Geol. Romana, voi. 8, Roma.
PIorvath V., Erodi B., 1962 - Determination of naturai
slope category limits by functiov, identity of erosional
intensity. Bull. IAHS Rendiconti Congresso di Bari,
Bruxelles.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
113
LA CARTA DELLA STABILITA’ DELLE ESONDAZIONI E DELL’EROSIONE
Si usa definire questa carta tematica, « carta
della stabilità » ma per l’area collinare sarebbe più
giusto chiamarla carta della instabilità. Infatti le
zone mstabili sono le più estese, le mediamente
stabili le restanti. Le zone stabili, sono solo in
Pianura.
Le frane in atto all’aprile del 1972 erano 114 :
59 movimenti più o meno estesi e profondi e 55
smottamenti, il tutto su poco meno di 20 Km 2 di
zona collinare. A questo punto ogni commento
sembra superfluo e l’elencazione dei dati potrà es¬
sere maggiormente significativa e costruttiva
(vedi Carta della stabilità, ecc.).
Nella Pianura oltre le zone stabili esistono zone
;potenzialmente esondatili; questa situazione deve
richiamare ad attente meditazioni di programma¬
zione territoriale, che, se mal eseguite, potrebbero
incorrere in gravi inconvenienti, talora forse an¬
che catastrofici.
La deviazione del Corso del Cinghio nel T. Ba-
ganza all’altezza di Gaione sarebbe auspicabile per
ottenere una condizione di maggior sicurezza. Ma
anche i torrenti Parma e Baganza abbisognano di
una certa regimentazione, in quanto pensili, con
argini precari e soprattutto sedi di grandi disca¬
riche nel loro alveo le quali riducono notevolmente
le capacità di invaso e di scorrimento delle acque
specialmente nelle piene eccezionali.
La scala 1:25.000 di questa Carta dà una rap¬
presentazione schematica dei complessi fenomeni
che concorrono a rendere più 0 meno instabile un
determinato Bacino, ma è certamente orientativa
del vario grado di stabilità della superficie del
suolo per scelta di tracciati 0 di aree da adibirsi
ad insediamenti.
In particolare per la pianura è auspicabile un
insediamento contenuto, in quanto è una delle zone
più fertili della Pianura padana con un’agricoltura
che resta all’avanguardia in campo europeo. Ma la
Città di Parma si sta allargando a macchia d’olio
verso la parte più meridionale del Bacino del Cin¬
ghio, e tale insediamento non sarà più arrestabile.
Quindi non resta altro che mettere di fronte gli
urbanisti al problema delle esondazioni che d’al¬
tronde interessano anche il centro storico della
Città.
Zone stabili: Aree di Pianura.
Non esiste per queste aree alcuna riserva; sono
zone stabili per la viabilità ed insediamenti urbani.
Per aree che dovessero venir sollecitate da cari¬
chi notevoli, si consiglia di volta in volta un’accu¬
rata indagine geotecnica locale in profondità.
Si ricorda che la zona in oggetto presenta un
certo grado di sismicità, ma sempre contenuto in
valori piuttosto bassi, che tuttavia non devono es¬
sere trascurati in sede di progettazione di edifici,
specie di notevoli dimensioni 0 con particolari
strutture.
Le zone potenzialmente esondabili per grado di
stabilità rientrano in questa classe:
Zone mediamente stabili : Aree di crinale e ver¬
santi in dolce pendìo.
In questa seconda classe vengono comprese
tutte le aree collinari che pur presentando un certo
grado di stabilità, si potrebbero definire tali, solo
rispettando certi parametri di equilibrio naturale
che troppo spesso vengono turbati da fattori an¬
tropici (es. strade, profondi scassi, costruzioni,
ecc.). Alla loro periferia, queste zone possono ve¬
nire minacciate di instabilità per arretramento di
frane che risalgono verso il crinale, ma questi
eventi sono piuttosto limitati.
A conferma di quanto detto per questa classe,
si ricorda che essa è la sede naturale dei vari paesi
ed abitazioni sparse, talora risalenti a molti secoli
fa. Tuttavia le costruzioni risentono generalmente
di movimenti molto lenti e contenuti del terreno;
generalmente non catastrofici.
I movimenti sismici non sono di notevole en¬
tità, ma talora producono danni su costruzioni già
in precario equilibrio per l’accentuata e locale in¬
stabilità del suolo.
La roccia è presente e in genere facilmente
raggiungibile con le caratteristiche proprie di ogni
area riportata sulla Carta litologica, ma sempre al
di sotto di una certa copertura eluviale.
Già sulle zone di crinale e nei versanti in dolce
pendìo è facile notare un’azione di ruscellamento
che poi viene ad accentuarsi nelle zone instabili
con maggior pendenza. Sono queste le aree meno
acclivi con acclività media fra il 2% e il 10%, ta¬
lora si raggiunge il 10%-20%, raramente si su¬
pera il 20% (vedi Carta delle acclività).
Nel chiudere questo paragrafo si ritiene oppor¬
tuno richiamare l’attenzione su un dato fondamen¬
tale: la viabilità principale e la maggior parte
delle costruzioni sono sempre state ubicate in que¬
ste zone ; ora l’espansione urbanistica a sfondo tu-
114
FRANCO PETRUCCI
ristico-ricreativo, tende ad insediarsi anche nelle
zone instabili.
Zone instabili : Aree franose con versanti talora
ad acclività molto elevata.
La Carta litologica, in particolare, ha messo in
evidenza l’alta percentuale di argille presenti su
tutto il territorio collinare del Bacino del Cinghio.
Fig. 19. — Strada Chiesa vecchia ( Arola) - Calicella: un
locale smottamento' ha interrotto la strada all’altezza di
C. Secchiello. Questo movimento si è formato nel deposito
prevalentemente ghiaioso del «fluviale Riss ». La causa,
oltre alla forte pendenza di questo versante, segnato anche
in carta, con orlo di scarpata in arretramento, è dovuta
soprattutto al tubo di scolo, visibile nel centro della foto,
che convoglia le acque da monte della strada, nel rio adia¬
cente. Questo tubo doveva essere inefficiente, in tal modo
le acque si sono infiltrate nel terreno ed hanno provocato
lo smottamento. (Foto M. Pecorari 1972)
Inoltre la Carta del reticolo idrografico denuncia
uno scarso drenaggio delle acque per 1’esistenza
di una rete idrografica incompleta almeno in certe
zone.
La Carta delle acclività puntualizza l’alta per¬
centuale di versanti in forte pendìo con zone rela¬
tivamente estese ad acclività compresa fra il 40%
e il 60%, la percentuale delle aree sale notevol¬
mente per acclività fra il 20%-40% e raggiunge
quasi il totale con quelle zone che presentano ac¬
clività fra il 10%-20%. Queste pendenze dei ver¬
santi sono assai accentuate, particolarmente se il
substrato è argilloso ed in superficie esiste una
copertura piuttosto spessa di materiali eluviali e
colluviali. Le condizioni climatiche completano il
quadro di eventi sfavorevoli, in quanto a lunghi
periodi di siccità si alternano quelli di piovaschi
violenti, o di precipitazioni prolungate, A questi
agenti naturali, che si ripercuotono negativamente
sulla stabilità dei versanti e conservazione del
suolo, va aggiunta l’azione antropica che ha inciso
notevolmente con la distuzione quasi totale del bo¬
sco, prima estesamente diffuso, ora relegato in pic¬
cole oasi ad acclività molto elevata. Infine l’agricol¬
tura, in particolare con l’avvento della meccaniz¬
zazione, completa il quadro sfavorevole dell’ inter¬
vento dell’uomo sulla natura. E’ l’agricoltura in¬
fatti che agevola e potenzia il ruscellamento come
pure la formazione di movimenti franosi. Le ara¬
ture profonde, gli scassi per coltivazioni quale la
vite, si contrappongono alla rete idrica aziendale,
che è inefficiente ed inadatta a smaltire le acque
superficiali, creando un grave stato di instabilità
dei versanti.
Il quadro generale delle condizioni esistenti
nelle zone instabili si completa con la presenza di
numerose frane e smottamenti presenti per l’area
collinare con una media di 4-5 movimenti franosi
per Km 2 , comprese le zone mediamente stabili. La
Carta della stabilità potrà dare al lettore una vi¬
sione più immediata del fenomeno.
Fig. 20. — In alto a sinistra: C. Costa (Casatico), a de¬
stra: C. Boscardone. Sono visibili i movimenti franosi su
entrambi i versanti del Rio che nasce in località Goiano.
La frana in primo piano che interessa parzialmente la
vigna, ha un piano di scorrimento sui 2-3 metri; la seconda
nel campo arato di fronte è un movimento corticale che dif¬
ficilmente supera i 2 metri di profondità. Queste due frane
sono nei « Tripoli di Contignaco » al limite (sulla destra
della foto) con le « sabbie del Calabriano ». E’ visibile in
tutta quest’area la mancanza della rete di scolo superfi¬
ciale. (Foto M. Pecorari 1972)
Il paragrafo sulle zone in frana e smottamenti
superficiali completa l’analisi di questo grave stato
di cose, che abbisogna di un tempestivo e razio¬
nale intervento, per risanare una situazione ormai
insostenibile.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
115
Fig. 21. — A Sud di C. Bandina (Casatico): in « argille del
Piacenziano-Tabianiano » è visibile la forte ondulazione del
suolo premonitrice di eventuali movimenti franosi. Manca
totalmente una rete di scolo superficiale.
(Foto M. Pecorari 1972)
Infine l’incontrollata espansione edilizia a ca¬
rattere turistico-ricreativo peggiora l’instabilità
di queste zone.
Zone potenzialmente esondabili: Aree di pia¬
nura esondabili, di fondovalle ed alvei dei corsi
d’acqua principali.
In questo paragrafo si tratta principalmente
delle Aree di pianura esondabili, fatto comune a
molte e vaste zone della Pianura padana e di altre
Pianure del territorio nazionale. Sono in genere
zone densamente popolate, sede talvolta di grandi
città (es. : Firenze), con interessi economici note¬
voli e legati al filo delle condizioni atmosferiche e
Fig. 22. — C. Costa (Casatico), versante ovest: movimento
franoso in « Tripoli di Contignaco »-« Marne del Termina ».
Tutta questa area è stata classificata nelle zone instabili,
solo i crinali si salvano e sono da sempre le uniche aree
in cui è possibile edificare, senza gravi inconvenienti.
(Foto M. Pecorari 1972)
dello stato dei corsi d’acqua che le attraversano. Le
esondazioni in queste aree sono saltuarie, talora
avvengono a distanza di secoli, ma quando l’evento
si verifica è spesso catastrofico. Il corso d’acqua,
o perchè pensile naturalmente, o perchè l’uomo ne
ha ristretto l’alveo artificialmente entro angusti
argini, in caso di eventi atmosferici sfavorevoli
deborda dalla sua abituale sede e ricopre aree più
o meno vaste della pianura circostante. E’ talora
una coltre di diversi metri d’acqua che invade
campagne, sedi stradali, centri abitati. Le conse¬
guenze sono note a tutti: Valle del Po, Valle del
T. Belbo, Valle Strona, ecc. Date, effetti e pro¬
blemi di un tale fenomeno sono conosciuti, ma
Fig. 23. — Circondario di Casatico: in zona instabile, del
flysch di M. Sporno (/Sp 2 ) è visibile uno smottamento assai
limitato, in un’ampia area di frana temporaneamente as¬
sestata. Sotto la casa è visibile un affossamento dovuto a
movimenti profondi precedenti (vedi Figg. 1 e 34). Anche
in questa zona la rete di scolo superficiale è inefficiente.
(Foto M. Pecorari 1972)
troppo spesso dimenticati nel volgere di breve spa¬
zio di tempo. Ho avuto l’occasione di vedere una
piena eccezionale in Val Belbo nel febbraio 1972:
le popolazioni locali si interessavano al fenomeno
quando l’evento le colpiva direttamente, mentre
nella stessa valle gli abitanti, che vedevano le
acque ancora sotto il livello di guardia, erano in¬
differenti. I tecnici non dovrebbero sottovalutare
tutto questo e i margini di sicurezza essere al¬
l’altezza del grave fenomeno.
Anche il Bacino del Cinghio presenta lo stesso
grave problema, specie nella sua parte meridio-
116
FRANCO PETRUCCI
naie che investe direttamente la Città di Parma.
Al precario stato di sicurezza di quest’area di pia¬
nura non concorre solo il T. Cinghio, che convoglia
le acque di un bacino ristretto, ma pure i torrenti
Parma e Baganza, che già 10 Km a monte della
Città sono pensili e mal arginati. Nella parte me¬
ridionale del Bacino la Carta delle esondazioni
mette in evidenza il fatto che questi due ultimi
corsi d’acqua potrebbero debordare in caso di
piene eccezionali nello stesso Bacino del Cinghio.
Inoltre i loro alvei abituali vengono attualmente
ristretti con cospicue discariche di materiali, come
detto in precedenza.
La stabilità di queste aree è buona, ma si ri¬
chiama di nuovo l’attenzione degli urbanisti e degli
Enti preposti, sul fenomeno delle esondazioni.
Un primo passo per ovviare all’ inconveniente
potrebbe essere quello della deviazione del T. Cin¬
ghio all’altezza di Gaione, secondo uno dei trac¬
ciati riportati in Carta. Quello più a sud del Paese
sembra offrire maggiori possibilità di sicurezza,
perchè verrebbe a difendere lo stesso centro (ora
in espansione) da eventuali esondazioni sia del
Cinghio, che del Baganza. Il costo dell’opera in
questo caso sarà maggiore, ma l’utile ne compen¬
serà la spesa più elevata.
Anche gli alvei dei torrenti Parma e Baganza
dovranno essere regimentati ed arginati, impe¬
dendo l’attuale stato di cose, che prima o poi si
farà sfavorevolmente risentire.
Fig. 24. — Strognano, case di q. 517 : sullo sfondo il cri¬
nale di M. Vetrola. Particolare della grande e profonda
frana dell’alto Bacino del Cinghio, che interessa il « Flysch
di M. Sporno». (Foto M. Pecorari 1972)
Zone in frana e smottamenti superficiali.
In questo paragrafo non si tratta delle classi¬
ficazioni specifiche dei movimenti franosi che in¬
teressano la zona collinare del bacino del T. Cin¬
ghio, perchè esulano dal nostro compito e perchè
le classificazioni sono molte, varie e talora di¬
scordi. Il nostro impegno è quello di segnalare
tali zone, di valutarne le cause e le conseguenze
al fine di indicare gli eventuali rimedi per ricon¬
durre i versanti ad un certo equilibrio e poten¬
ziare in tal modo la conservazione del suolo.
Anche la valutazione delle singole aree franose
ed i rimedi per risanarle non rientrano in questo
studio. Non è possibile passare alla fase esecutiva
se non è prevista un’opera di intervento.
Ci si limita a segnalare un attuale stato di
fatto fino all’aprile 1972, basato su dati obiettivi
di un’accurata cartografia.
Fig. 25. — M. Vetrola. ( q. 665) e C. Manfredelli in primo
piano. Subito al disotto dell’area a bosco di M. Vetrola ini¬
zia la grande frana dell’alto Bacino del Cinghio. E’ certa¬
mente questa una delle frane più maestose del basso Ap¬
pennino parmense con i suoi 2300 metri circa di sviluppo
lineare. (Foto M. Pecorari 1972)
Le cause prime dei movimenti franosi sono :
a) grave dissesto geo-idrologico dei versanti inte¬
ressati al fenomeno;
b) condizioni climatiche sfavorevoli;
c) litologia condizionata da una forte percentuale
argillosa ;
d) generale disboscamento ;
e) meccanizzazione agricola.
Gli effetti disastrosi si possono sintetizzare
come segue :
1) 3 frane particolarmente estese e profonde
che interessano la formazione fratturata del Flysch
di M. Sporno : m della Carta litologica.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
117
La prima grande frana si origina sulle pendici
di M. Yetrola e scorre verso valle, lungo il corso
dell’alto Cinghio fra i Paesi di Strognano e Case
Manfredelli. Lunghezza m 2.300, larghezza mas¬
sima m 580 circa, piano di scorrimento nelle zone
di maggior affossamento valutato superiore ai 15
metri.
La seconda nasce a Nord-Est del cimitero di
Strognano e scende lungo la prima valle affluente
di destra del T. Cinghio fino alla confluenza in
esso. Lunghezza m 1.500, larghezza m 1.000 circa,
il piano di scorrimento è valutato, anche per
questa frana, assai profondo e superiore certa¬
mente ai 10 metri.
Fig. 26. — Nord-Est di C. Belli: particolare di una frana
in «Argille marnose di M. Piano». Movimento piuttosto
profondo che interrompe anche una « strada vicinale » e
risale il versante fino quasi al crinale di C. Belli. Questa
frana scende a valle fino al T. Cinghio con una lunghezza
di oltre 600 metri. (Foto M. Pecorari 1972)
La terza dal crinale, su cui è situato il paese
di Barbiano, scende in sponda destra del Rio S.
Andrea fra le frazioni del Lago ed il Cò di Sotto.
Lunghezza variabile fra i m 6-700, larghezza mas¬
sima m 1.250 circa, piano di scorrimento molto
profondo valutabile sui 20 metri ed oltre.
2) 52 zone di frana, sparse un po’ ovunque
(vedi Carta) ed ubicate indifferentemente su ogni
tipo lito-geologico dei rilievi collinari, dal Flysch
ai depositi del Quaternario continentale.
Per le loro dimensioni si rimanda alla Carta
in oggetto. Sono sempre ben cartografabili con
lunghezze comprese fra i 700 ed i 100 metri, lar¬
ghezze fra i 300-200 metri, spesso sui 100-150
metri ; i piani di scorrimento sono a profondità
variabile, maggiori quelli impostati nel Flysch. Si
può affermare che il piano di scorrimento è di
norma sui 3-5 metri, con massimi che possono
raggiungere i 10 metri. Da un punto di vista ge-
Fig. 27. — Nord-Est C. Belli, versante sinistro T. Cinghio.
Movimento franoso in « Marne di M. Piano », relativamente
modesto; la nicchia di distacco si addentra, dal centro della
foto verso destra, in un vigneto di recente impianto, che
deve essere ritenuto causa prima dell’attuale manifestazione
franosa. In primo piano, si notano due solchi scavati dalle
acque dilavanti, uno dei quali si immette direttamente nella
frana. (Foto M. Pecorari 1972)
nerale potrebbero essere definite « frane di smot¬
tamento profondo » in contrapposizione agli « smot¬
tamenti » segnati in carta con frecce rosse.
3) 59 smottamenti, con piano di scorrimento
molto superficiale da qualche decimetro a un mas¬
simo generale non superiore ai 2 metri. Sono
sempre di ridotte dimensioni : la loro lunghezza è
segnata in carta, mentre la larghezza è compresa
Fig. 28. — Ovest di C. Botassa (Barbiano)-. smottamento
superficiale in « argille di Lugagnano ». Anche in questa
località la cultura a frumento e la rete di scolo inefficiente,
sono la causa prima del movimento franoso che, se pur li¬
mitato, si ripete con una certa frequenza su tutto il ter¬
ritorio collinare. La scarsità del bosco è anche qui un fat¬
tore negativo su terreni in forte pendìo e profondamente
coltivati. Il piano di scorrimento è generalmente al con¬
tatto fra la roccia e la potente coltre eluviale o colluviale.
(Foto M. Pecorari 1972)
118
FRANCO PETRUCCI
fra i 10 ed i 30 metri. Sono questi i movimenti
premonitori di una incipiente nuova area di fra¬
namento, se non si interviene con tempestività ed
opportunamente. In genere l’opera di risanamento
è condotta dal proprietario dell’azienda ove essa è
ubicata e dopo un livellamento superficiale viene
fatta una più appropriata rete di scolo.
La causa prima di tali dissesti è dovuta infatti
alla insufficienza o totale mancanza di fossi di
scolo, unita a condizioni di forti e costanti preci¬
pitazioni, come si è verificato nel tardo inverno
e primavera di quest’anno, dopo un lungo periodo
di siccità estiva.
Fig. 29. — C. Bottassa: in primo piano la potente frana
che scende ad Ovest dal Crinale di Barbiano; sotto le case,
un ramo laterale piuttosto attivo che si congiunge poco
più a valle con il precedente. Anche in questa zona solo
il crinale si salva dai movimenti franosi.
(Foto M. Pecorari 1972)
Tuttavia questi smottamenti ridotti e superfi¬
ciali, se trascurati portano ad un totale deterio¬
ramento della stabilità dei versanti. L’elencazione
di questi dati può essere sufficiente per illustrare
il quadro generale del grave stato di instabilità dei
versanti.
In linea di massima i rimedi vengono proposti
con la Carta delle zone a bosco, da rimboschire e
di sistemazione idrogeologica e forestale.
Orli di scarpate in arretramento.
E’ un fenomeno non particolarmente diffuso,
ma presente, e deve essere segnalato in quanto
può essere fonte di movimenti franosi, talora
estesi, o di dissesti in genere.
La causa è dovuta all’erosione torrentizia, che
scalza alla base il pendio e provoca un arretra¬
mento più o meno consistente della scarpata che
può raggiungere anche i 20 e più metri di altezza.
Lo stesso bosco non è sufficiente ad arrestare l’ar¬
retramento. Sarebbe auspicabile la posa di briglie
lungo i corsi d’acqua che presentano il fenomeno.
La regimentazione dei corsi d’acqua, anche pic¬
coli come il Cinghio, è sempre un fatto positivo,
se pur tuttavia oneroso, ma indispensabile alla
conservazione del suolo e stabilità dei versanti.
Ruscellamento diffuso ed embrionale.
L’evento è generale su tutta l’area collinare,
essenzialmente per fattori antropici di denuda¬
mento temporaneo della superficie del suolo in
corrispondenza a piogge intense e talora prolun¬
gate, in particolare dopo lunghi periodi di siccità.
E’ localizzato, in quanto l’area collinare è sem¬
pre parzialmente coperta di vegetazione e si può
ritenere il fenomeno meno grave in quanto ben
controllato dall’uomo. Può essere al contrario po¬
tenziato se si estendono culture come la vite, il
mais, ecc. che lasciano la superficie del suolo
denudata per lunghi periodi (i più sfavorevoli)
dell’anno.
Laghetti collinari.
Fortunatamente sono limitati a quattro, di cui
uno totalmente colmato da movimento franoso
(Fig. 32); un secondo parzialmente interessato da
smottamento (Fig. 31); mentre i due restanti
sono efficienti, ma destinati ad un rapido inter¬
ramento naturale, forse anche per frana. Si ri¬
tornerà su questo argomento nella descrizione
della Carta delle zone a bosco, da rimboschire e
di sistemazione idrogeologica e forestale.
Progetto canale di deviazione del T. Cinghio.
Di questo si è già detto e certamente sarà
un’opera realizzata, poiché gli Uffici competenti
sono in fase di progettazione dell’opera.
Dei due tracciati, riportati in carta, quello più
a Sud ci sembra il migliore, quello più a Nord il
meno impegnativo.
Una tale soluzione non dovrebbe presentare
problemi particolari di squilibrio idrografico ed
idrogeologico, tuttavia sarà compito degli idro¬
grafi di vagliare attentamente il tracciato.
In questa sede ci si limita a proporre e a so¬
stenere tale opera che dovrebbe avere indubbi van¬
taggi sulla parte bassa del Bacino del Cinghio e
sulla stessa Città di Parma in espansione.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
1 1 !)
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FRANCO PETRUCCI
J 20
LA CARTA DELLE ZONE A BOSCO DA RIMBOSCHIRE E DI SISTEMAZIONE
IDROGEOLOGICA E FORESTALE
Le cinque carte già descritte concorrono ad il¬
lustrare l’attuale stato di stabilità dei versanti e
conservazione del suolo. La presente mette in evi¬
denza ciò che potrebbe essere fatto per la zona
collinare fortemente disastrata.
Un ulteriore dato di campagna riportato in
questa carta è la cartografia delle aree a bosco
ceduo ( (i ), cioè un bosco relitto confinato in pic¬
cole zone ad acclività molto accentuata che rientra
generalmente nelle due ultime classi della Carta
delle acclività. La scomparsa del bosco è un fatto
antropico, dovuto ad una espansione indiscrimi¬
nata dell’agricoltura e frutto di una passata po¬
litica autarchica.
Alla fine del secolo scorso il bosco era diffu¬
samente esteso ed ancora nei primi decenni del
nostro era assai frequente; inoltre su tutto il ter¬
ritorio collinare si potevano notare numerosi al¬
beri secolari. Ora di tutto ciò non resta che un
vago ricordo.
Prima di passare ad analizzare le proposte per
una sistemazione dell’area collinare, è opportuno
accennare brevemente alla Pianura, non riportata
nella Carta in oggetto.
La Pianura presenta solo il problema delle aree
di esondazione, di cui si è già detto e che le pre¬
cedenti carte illustrano ampiamente.
La parte di Pianura del Bacino con i suoi
42 Km 2 , è una delle zone più fertili ed armoniose
della sponda destra del bacino del Po. L’espansione
edilizia della Città di Parma la sta invadendo :
sono già approntati piani regolatori e iniziative
private ; da circa due anni è iniziata una graduale
e progressiva invasione del cemento. Invasione :
perchè è un vero peccato constatare che aziende
così fertili, fra non molto, saranno scomparse.
Forse ci si è dimenticati troppo spesso che la
agricoltura ha bisogno di spazi vitali. A tal pro¬
posito si vuol fare solo un esempio significativo :
il Lettore non si è mai chiesto quanti Km 2 od
ettari l’Autostrada del Sole ha strappato all’agri¬
coltura nella Pianura Padana? Non perchè tale ar¬
teria non dovesse essere costruita ed, attualmente,
potenziata; ma perchè si poteva progettare un
tracciato che, rispettando certe aree agricole, por¬
tasse all’utente un indubbio vantaggio di un minor
(“) A cura di M. Pecorari e G. Grassi.
numero di giorni con forte nebbia e di maggior
stabilità del rilevato.
Fino ad oggi, quando si parla di programma¬
zione urbanistica, non ci si pone il problema
se sia meglio, ai fini agricoli, prendere questa o
quell’area. Una pianura in cui affiorano ghiaie
(es. : Vauda, Gerbido, Baraggia, Brughiera, Groa-
na, ecc.) è pessima per l’agricoltura, mentre po¬
trebbe essere ottima per insediamenti urbani o in¬
dustriali. Al contrario, zone con suoli fertili e climi
umidi sono ottime per l’agricoltura e controindi¬
cate per aree urbane (es. : espansione a Sud della
città di Milano).
E’ un grave stato di cose, su cui noi, anche in
questa sede, richiamiamo l’attenzione e che deve
essere tenuto presente in una programmazione del
territorio, specie in campo regionale. Inoltre se se¬
guita, una tale politica potrà essere valida anche
in campo ecologico ora di attualità. E la Città di
Parma si estenderà comunque a Sud, anche e so¬
prattutto nella parte medio-bassa del Bacino del
T. Cinghio. Proprio per questo la zona collinare
ne diventerà (ed in parte lo è già attualmente) il
naturale luogo ricreativo. Ma la parte alta del Ba¬
cino è in grave stato di dissesto e, sia per le popo¬
lazioni che attualmente vi risiedono, sia per quanto
detto sopra, si impone una programmazione con
opere che riportino questi colli al loro originario
aspetto con versanti più stabili e, senza ombra di
dubbio, paesaggisticamente ed economicamente più
funzionali.
La Carta in oggetto e quanto viene esposto^ vo¬
gliono mettere le basi per una proposta di sistema¬
zione che per certi aspetti può sembrare nuova,
impegnativa, ma che se analizzata può essere presa
in attenta considerazione.
Aree di crinale, versanti in dolce pendìo ed aree
di pianura.
Non presentano particolari problemi. Si consi¬
gliano solo insediamenti limitati per le aree col¬
linari ed un’attenta opera di scolo delle acque su¬
perficiali unita ad un’accurata coltivazione agri¬
cola allo scopo di preservare e migliorare la sta¬
bilità del suolo. Inoltre le abitazioni isolate ed i
paesi dovranno smaltire le acque nere con un’ap¬
propriata rete di scolo che ora è inesistente, in
quanto tradizionalmente una popolazione agricola
non ne aveva bisogno.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
121
Aree a bosco ceduo.
Di questo si è già parlato e qui resta solo da
ricordare che l’attuale copertura boschiva è trop¬
po scarsa e generalmente molto degradata. E’ au¬
spicabile un’opera che riporti il bosco ad un più
ampio areale come viene detto in seguito.
Aree da consolidare con inerbimento, con insedia¬
mento di arbusti e successivamente da rimbo¬
schire.
Sono larghe plaghe classificate tra le zone in¬
stabili. L’agricoltura moderna e meccanizzata è
controproducente su terreni argillosi con pendìi
compresi fra il 10% e il 60% di acclività.
Fig. 30. — Podere « il Cortile » (Casatico). Immediata¬
mente ad Est del Bacino del T. Cinghio. In questi estesi
vigneti è possibile vedere la parziale distruzione ad opera
delle frane. Oltre la natura litologica («Tripoli di Con-
tignaco»), l’acclività dei versanti, lo scasso profondo per
la messa a dimora della vite sono cause concomitanti di
franosità. La perdita economica in questo caso assume pro¬
porzioni rilevanti. (Foto M. Pecorari 1972)
I dubbi scompaiono se vengono comparate le
due carte della stabilità e delle acclività. Le frane
e gli smottamenti presenti non ammettono alter¬
native, al contrario fanno risaltare l’irrazionale
azione antropica nei confronti della stabilità dei
versanti e conservazione del suolo.
L’agricoltura tradizionale non era che in mi¬
nima parte la causa della instabilità di queste aree,
anzi la rete di scolo delle acque superficiali era a
livello aziendale ben curata ed efficiente. Da que¬
st’opera, iniziativa dei singoli agricoltori, risul¬
tava un territorio sufficientemente drenato, al¬
meno in superficie e generalmente stabile. A que¬
sto va aggiunto che le normali lavorazioni del ter¬
reno erano sempre meno profonde della rete di
scolo, a tutto vantaggio della stabilità dei versanti.
Il Bosco e gli alberi sparsi completavano l’opera
di difesa e conservazione, in lotta con la natu¬
rale litologia argillosa di questi colli e le condizioni
climatiche talora sfavorevoli.
Infatti esistono aree che sono state sempre in¬
stabili e franose : ma anche qui l’opera della na¬
tura e dell’uomo hanno fatto del loro meglio per
contenerle e limitarle. Tutto ciò avveniva nei de¬
cenni passati.
Ora, l’agricoltura meccanizzata incide profon¬
damente la superficie del suolo, crea dei letti di
scorrimento delle acque superficiali, poco al di
sotto della superficie topografica e non tiene conto
della canalizzazione a livello aziendale e territo¬
riale. Infatti fossi e canali non permettono e ta¬
lora impediscono l’uso dei nuovi mezzi meccanici
agricoli. Quest’ultimo fatto, la natura argillosa dei
terreni, la forte e naturale acclività dei versanti
sono tutti fattori concomitanti di instabilità, che
si sono tradotti nell’attuale precario stato testé
descritto.
Per ricondurre l’area collinare ad un equilibrio
soddisfacente si impongono dei radicali cambia¬
menti di economia agricola:
1) bisogna abbandonare la tradizionale colti¬
vazione di foraggere in rotazione con il fru¬
mento ;
2) bisogna limitare la cultura della vite alle
aree più stabili (Fig. 30);
3) bisogna vietare la costruzione di laghetti
collinari perchè possono essere causa essi stessi
di ulteriore instabilità dei versanti (Figg. 31 e 32).
Vigneti e laghetti vengono fatti anche con un
forte contributo dello Stato e i risultati sono ve-
Fig. 31. — Sud-Ovest di Vandesano. Il laghetto di re¬
cente impostazioine, ubicato in una zona instabile, presenta
un vistoso smottamento sulla sua destra orografica. Inol¬
tre anche la diga in terra manifesta cedimento nel para¬
mento di valle, nella sua parte centrale. In primo e secondo
piano i movimenti franosi che caratterizzano quest’area di
forte instabilità in « Marne del Termina ». Questo è un
esempio significativo di dove non deve essere ubicato un
laghetto collinare. (Foto M. Pecorari 1972)
FRANCO PETRUCCI
ramente scoraggianti : franano i primi per vaste
estensioni, sono riempiti per interramento rapido
i secondi, se riescono a sopravvivere ai movimenti
franosi (Figg. 31 e 32). Su quattro laghetti pre¬
senti in questa zona ben due sono in precarie con¬
dizioni per frane o smottamenti, uno solo di re¬
cente costruzione è ancora relativamente effi¬
ciente. Questo è un quadro comune anche a molte
altre aree del nostro Pedeappennino.
scala a cui è stata presentata questa Carta
(1:25.000) non permetteva di fare delle ulteriori
suddivisioni fra particella e particella, ma la mag¬
gior estensione delle aree a bosco sembra essere
la migliore delle soluzioni attualmente realizzabili
per la conservazione dei versanti.
La popolazione agricola che ancora vive in que¬
sta zona deve essere sensibilizzata, fino a compren¬
dere che un rimboschimento più o meno esteso è
Fìg. 32. — Sud-Ovest del Co’ di Sotto. Un secondo esempio di lag’hetto collinare ormai riempito quasi totalmente dalla
frana che scende da monte, sulla sinistra della foto. Questo movimento prende origine e si sviluppa sul « Flysch di
M. Sporno» ma è stato senza dubbio accentuato dalla costruzione del lago stesso. (Foto M. Pecorari 1972)
Il pascolo, che potrebbe sembrare il modo più
semplice e naturale per preservare e ricondurre
questi colli ad una certa stabilità, è sconsigliabile:
le aree argillose non permettono il pascolo, in
quanto il calpestìo degli animali, in breve vol¬
gere di tempo, fa scomparire ogni tipo di forag¬
gera denudando il suolo.
Quindi non resterebbe, per un radicale risana¬
mento, che un’opera di esteso rimboschimento.
Sulla Carta le aree da rimboschire ricoprono la
quasi totalità delle zone instabili. E’ chiaro che
una tale soluzione, se pur auspicabile, non sarà
mai realizzabile, per ragioni contingenti. Inoltre la
la soluzione naturale dei loro gravosi problemi e
forse anche più remunerativo di una inadatta agri¬
coltura meccanizzata. Il bosco non dà un imme¬
diato frutto, ma assicura un ingente incremento
di capitale. Lo Stato o la Regione, presente in
Agricoltura con sovvenzioni, potrebbe intervenire
in questo senso, dando particolari contributi per
tali impianti e tenere, in tal modo, partecipe la
popolazione agricola al nuovo sviluppo forestale
delle proprie aziende. Questa non è una politica
nuova, ma già efficiente in altre zone dell’Ap¬
pennino più alto. Gli Organi competenti dovranno
essere in tal senso potenziati ed agevolati sotto
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
ogni forma. Solo allora le aree residue destinate
all’agricoltura saranno efficienti, remunerative e
all’altezza di una economia competitiva in campo
europeo. Ma alla base di tutto questo deve essere
fatta una sana politica di convincimento, al fine di
indurre le popolazioni interessate ad accettare pie¬
namente e coscientemente una tale impostazione di
risanamento dei versanti e di trasformazione fon¬
diaria.
Non ci si sofferma sulle caratteristiche che le
future aree a bosco dovranno avere. Non è questo
il nostro compito: esistono i tecnici forestali e gli
organi competenti dello Stato. Ci si limita tuttavia
123
illustrati nella Carta della stabilità. Comprendono
l’alto Bacino del Cinghio e si spingono verso Sud
fino all’altezza di C. Belli, ad Ovest, e di Casatico
ad Est. Sono presenti ancora sia sul versante oc¬
cidentale che orientale del Colle di Barbiano (vedi
Carta).
Tali zone, in prevalenza, sono impostate sul
Flysch di M. Sporno (/<Sp 3 ) intensamente frattu¬
rato e tettonizzato fino all’obliterazione completa
delle proprie caratteristiche litologiche; ora si
presentano come una massa a matrice argillosa
con frammenti più o meno concentrati di calcari
marnosi, calcareniti, ecc.
Fig\ 33, — Barbiano : in alto sul crinale. In primo piano la sponda sinistra del T. Cinghio. Le acque del corso d’acqua
scalzano alla base la frana: una delle più grandi e profonde del Bacino; essa si estende dal Co’ di Sotto, destra foto, fino
quasi a C. Corazzi, sinistra in alto della foto. Anche questa enorme frana si è impostata sul « Flysch di M. Sporno ».
(Foto M. Pecorari 1972)
a suggerire che le essenze forestali dovranno es¬
sere le più vicine a quelle spontanee di queste zone,
che se pur non ricercate hanno sempre un loro fa¬
scino caratteristico, non ultime la Quercia, il Ca¬
stagno e l’Olmo.
Anche del procedere a quest’opera di rimbo¬
schimento non si vuol trattare in quanto non rien¬
tra nelle nostre specifiche conoscenze ; tuttavia
queste aree non dovrebbero presentare difficoltà
particolari e costi di impianto eccessivo data la
loro predisposizione ad un bosco naturale.
Aree in cui necessita una sistemazione idrogeolo¬
gica e forestale.
Sono le aree di maggior dissesto, sede dei mo¬
vimenti franosi più estesi e profondi in precedenza
Assorbono acqua in grandi quantità, specie per
fessurazione del suolo, ma non la cedono altret¬
tanto facilmente ; l’acqua si accumula ad una certa
profondità e di conseguenza facilita il movimento
franoso che tende sempre più ad approfondirsi ed
estendersi.
La dinamica dei movimenti franosi in oggetto
è caratterizzata da smottamenti piuttosto rapidi
(diversi giorni), che interessano tutta la massa
del corpo franoso, quindi proseguono più o meno
lentamente per l’intera stagione in cui si sono ma¬
nifestati, generalmente tardo inverno-primavera, e
poi si arrestano. Se le condizioni di piovosità ec¬
cezionali, che hanno procurato questo primo mo¬
vimento in massa, non si ripetono (cosa piuttosto
rara) la frana si arresta. Il periodo di relativa
124
FRANCO PETRUCCI
quiescenza è talora molto lungo ed è variabile : sul¬
l’ordine dei 10-20 anni, ma può raggiungere pe¬
riodi di 50 anni e più. E’ questo l’intervallo di
tempo più infido perchè facilmente si tende a di¬
menticare l’insidia di tali zone che col passare
del tempo possono sembrare più o meno stabili,
ed addirittura su di esse vengono costruite abita¬
zioni.
Per opera della natura e dell’uomo in partico¬
lare, si livella per quanto possibile la superficie,
scompaiono le sacche d’acqua (Fig. 34) che avevano
dato origine a temporanei laghetti o zone palustri ;
gli alberi più dissestati dal movimento franoso ven¬
gono rimossi ; resta solo la vegetazione che è stata
trasportata verso valle senza subire dissesti consi¬
derevoli. Talora interi filari di viti vengono tra¬
slati senza danni e mantengono il loro allinea¬
mento primitivo.
Anche il Geologo, pur riconoscendo queste
grandi frane, si lascia talora trarre in inganno
ed una tale area viene classificata come « frana
assestata». E’ molto difficile che vi siano frane
assestate, mentre è più frequente imbattersi in
« frane temporaneamente assestate» ; la differenza
è sostanziale e con ripercussioni nel tempo forse
anche gravi.
Tuttavia nel corpo della vasta area franosa
esistono sempre zone più o meno limitate che si
trovano in movimento con smottamenti estrema-
mente localizzati, o frane più o meno estese che
si acuiscono ed evidenziano in corrispondenza a
periodi di prolungata siccità intervallati a preci¬
pitazioni abbondanti. Sono movimenti più ridotti,
ma più frequenti che devono essere tenuti presenti
e collocati nel loro giusto significato, perchè pre¬
monitori del più grande ed insidioso fenomeno ge¬
nerale che prima o poi si farà manifesto.
Negli anni 1970-’71, in particolare, si è avuta
una piovosità media piuttosto scarsa ; estate ed au¬
tunno 1971 sono stati di eccezionale siccità; a que¬
sto è succeduto, nel tardo inverno 1971-inizio pri¬
mavera 1972, un periodo con forti e costanti pre¬
cipitazioni che hanno influito negativamente sulla
stabilità dei versanti. Le numerose frane e smot¬
tamenti, riportati sulla Caria della stabilità, sono
la testimonianza di quanto gli eventi atmosferici e
la natura litologica dei terreni abbiano influito sul
dissesto della regione collinare. Ma nonostante
tutto, queste grandi f'< ane non si sono mosse in
toto ; al contrario, sono rimaste sostanzialmente
ferme. Solo circoscritti movimenti laterali, o nello
stesso corpo franoso, si sono resi attivi. Ciò è do¬
vuto al fatto che le precipitazioni, pur abbondanti,
non sono state così prolungate, da determinare il
movimento delle frane più profonde. Questo il
quadro sommario delle condizioni che determinano
la grave instabilità delle zone in oggetto. Di qui
la necessità di una razionale sistemazione idrogeo¬
logica e forestale, che sia rivolta a contenere ed
a restringere tali manifestazioni.
Le opere di risanamento non sono semplici, ra¬
pide e tanto meno radicali, in quanto la profon¬
dità dei piani di scorrimento, sempre molto ele¬
vata, e la natura delle rocce non permettono di
condurre lavori di rapida e sicura esecuzione.
E’ un’opera lenta che deve essere intrapresa su
tutta l’area e con tempi di esecuzione successivi e
sistematici ; in ordine di tempo e di importanza,
i principali sono:
1) livellamento per quanto possibile dell’area inte¬
ressata al movimento franoso, senza caricare
eccessivamente particolari zone;
2) coìitemporanea opera di costipamento superfi¬
ciale ;
3) fmizionale rete di canalizzazione che deve es¬
sere tenuta sempre attiva e ben controllata.
Ove si renda necessario anche integrata da suc¬
cessive opere di manutenzione ;
4) inerbimento, dopo aratura e preparazione del
suolo con foraggere a prato stabile;
5) drenaggi, se pur localmente e specificamente
validi ed opportuni specie nell’area circostante
la nicchia di distacco, sono di norma di effetto
limitato, se condotti lungo tutto il corpo di
frana. Infatti, ben difficilmente, tali drenaggi
si possono spingere in profondità fino a rag¬
giungere il piano di scorrimento della frana e,
di conseguenza, smaltire le acque che determi¬
nano il movimento.
Talora sono state consigliate addirittura galle¬
rie drenanti, ma anche questa è una soluzione da
scartare, in quanto in simili condizioni è impossi¬
bile operare a profondità di 20 metri ed oltre.
Quindi l’opera di risanamento con drenaggi, fun¬
zionale per frane di limitata profondità, è ineffi-
cente in questi movimenti franosi profondi.
6) Progressivo e razionale rimboschimento di
quelle aree che si ritengono in via di stabiliz¬
zazione fino a raggiungere una copertura del
suolo, che dia affidamento contro 1’ insidia delle
siccità che provoca le crepacciature superficiali
e conseguente eccessiva infiltrazione ed imbi¬
bizione d’acqua nei periodi particolarmente
piovosi.
Queste le norme generali di una tale sistema¬
zione, mentre non si ritiene opportuno dilungarsi
in particolari tecnico-applicativi non rappresenta-
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Fig. 35. — Casatico: da sinistra a destra: C. Alfieri , Chiesa parrocchiale, C. Pelosi, retramento verso monte delle nicchie di distacco e preservato le abitazioni del nucleo
Caseificio, Osteria. Anche questa foto illustra un aspetto del medesimo sfavorevole del paese. Anche la viabilità ne aveva risentito notevolmente. I vari rami che conflui-
evento di figg. 1 e 34. La gravità e l’estensione del movimento franoso non hanno bi- vano nel corpo franoso principale, talora distavano meno di 100 metri dalle abitazioni,
sogno di commenti. Solo gli anni meno piovosi che sono seguiti, hanno risparmiato l’ar- (Foto F. Petrucci 1960)
126
FRANCO PETRUCCI
bili alla scala 1:25.000 della presente Carta. I pro¬
getti di dettaglio sono, infatti, realizzabili ed utili,
solo in fase esecutiva e concordati con i tecnici di
altre discipline che globalmente concorrono allo
studio per la stabilità dei versanti e conservazione
del suolo.
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e nell’alta collina. Conv.: «Le scienze della natura di
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Tonini D., 1966 - Elementi di idrografia ed idrologia.
Voi. II, Libreria Universitaria, Venezia.
Velatta M., 1949 - Su alcuni limiti che si incontrano in
Italia nella lotta contro l’erosione superficiale dei ter¬
reni. Istituto d’idraulica Università di Padova.
IL BACINO DEL TORRENTE CINGHIO (PROV. PARMA)
127
CONCLUSIONI
Questo è un contributo per lo Studio della Sta¬
bilità dei versanti e Conservazione del Suolo, in
un « territorio » preso come campione della zona
collinare appenninica e di una piccola porzione
della Pianura padana.
Tuttavia, ai fini pratici, sembra essere suffi¬
cientemente informativo, per una proposta di ra¬
zionale sistemazione di un Bacino che, oltre cen¬
tri rurali, insediamenti industriali, interessa la
stessa Città di Parma. Può essere la premessa di
una pianificazione regionale del territorio.
Le « Carte tematiche » riportate e discusse sono
solo una parte di quanto abbisogna per una cono¬
scenza approfondita del territorio : ossia quello
che è di stretta pertinenza del Geologo. Ma esi¬
stono ancora altre Carte tematiche di fondamen¬
tale importanza, fra cui si ricorda:
a) Carta dei Suoli.
b) Carta della Vegetazione.
c) Carta della Potenzialità.
d) Carta della Piovosità.
e) Carta del Clima (microclima, in particolare).
/) Carta Idrologica.
g) Carta delle falde acquifere profonde.
h) Carta dei futuri insediamenti urbani ed indu¬
striali ed agricoli.
ecc.
Un altro grave problema che si presenta è la
scala a cui deve essere eseguita una Carta tema¬
tica in genere. Come si era detto all’ inizio, la
base originale era alla scala 1:10.000 poi ridotta
in tutti i particolari al 1:25.000. Tale scala è in
questo caso informativa, non esecutiva per un ra¬
zionale lavoro applicativo. E’ un grave onere co¬
struire carte al 1: 2.000-1: 5.000, ma la loro fun¬
zionalità pratica è altrettanto manifesta e su que¬
sto si richiama l’attenzione degli Organi compe¬
tenti sia in campo nazionale che regionale.
Quanto esposto è frutto di una lunga, accurata
ricerca, conclusa con la collaborazione di diverse
persone appassionate in questo campo. Non tutto
forse è nuovo, alcune cose ci sembrano originali
e valide, molto resta ancora da fare.
Lo scopo che ci si è prefissi è quello di infor¬
mare l’opinione pubblica con problemi di ricerca
che sfociano in fini pratici ed applicativi di un
normale equilibrio ecologico e sociale.
Sono proposte talora onerose, altre volte esu¬
lano dalla concezione di una struttura economico-
sociale impostata su schemi tradizionali.
E’ difficile far comprendere alle popolazioni
agricole delle nostre colline che il Bosco ha una
sua funzione, che la vigna o il frumento sono causa
talora di instabilità dei versanti.
Ma è ancora più difficile, a nostro avviso, far
comprendere agli urbanisti che l’Agricoltura ha
bisogno di zone fertili, di spazi vitali ; che non si
deve costruire in certe aree di collina e di pianura
se non sono vagliati attentamente problemi di sta¬
bilità, esondazioni, ecc. ; che un territorio non può
superare un certo limite di abitanti per Km 2 senza
incorrere in gravi inconvenenti ; che le risorse idri¬
che, superficiali e sotterranee, sono limitate, anche
se talora possono sembrare abbondanti.
Per concludere, si ricorda che il presente stu¬
dio, condotto a termine anche con il contributo del
C.N.R., è frutto di ricerche di Geologia del Qua¬
ternario, non solo a carattere strettamente scien¬
tifico ma anche applicativo. Infatti le indagini sul
Quaternario sono fondamentali anche per lo studio
e la sistemazione del suolo e dei versanti, la fon¬
dazione di dighe e bacini idroelettrici, pozzi e si¬
stemazioni idrogeologiche dei corsi d’acqua; gli
sviluppi agricolo, forestale, industriale, nonché
della rete stradale di una regione sono stretta-
mente connessi colle caratteristiche dei depositi
quaternari e delle attuali condizioni morfologiche
dei rilievi.
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
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LITOGRAFIA ARTISTICA CARTOGRAFICA - FIRENZE 1972
Ili - De Beaux 0. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-
320,13 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
I - Desio A, 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Al-
benza (Prealpi Bergamasche), pp. 1-156, ’ 27 figg.,
1 tav., 1 carta.
II - Scortecci G„ 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 39 figg., 2 tavv.
Ili - Scortecci G., 1941 -1 recettori degli Agamidi. pp. 209-
326, 80 figg.
VOLUME XI.
I - Guiglia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mi¬
lano ( Hymen .). pp. 1-bb, b figg., 5 tavv.
II-III - Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegeta¬
zione dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferi¬
mento ai pascoli di altitudine, pp. U5-238, SI figg.,
1 carta.
VOLUME XII.
I - Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo).
pp. 1-70, U figg-, 6 tavv.
II - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale
Gardone-Desenzano. pp. 71-HO, lb figg-, 6 tavv.,
1 carta.
Ili - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte
Albenza (Bergamo), pp. Hl-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - Venzo S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale
Garda-Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese.
pp. 1-6 b, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1963 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Mercei-
ticeras, Pseudomercaticeras e Brodìeia. pp. 65-98,
2 figg-, U tavv.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Berga¬
masco orientale), pp. 99-1 b6, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige.
pp. 1-82, 11 figg., b tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia
Dactylioceratidae. pp. 83-136, b tavv.
Ili - Dieni I., Massari F. e Montanari L., 1966 - Il Paleo¬
gene dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 137-18b,
5 figg-, 8 tavv.
VOLUME XV.
I - Caretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88,
27 figg., 9 tavv.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quater¬
nario dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-lb2,
8 figg., 7 tavv.
Ili - Barbieri F. - Iaccarino S. - Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-
Parmense-Reggiano. pp. Ib3-188, 20 figg., 3 tavv.
VOLUME XVI.
I - Caretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio
del metodo statistico e nuova classificazione dei Ga¬
steropodi pliocenici attribuibili al Murex brandaris
Linneo, pp. 1-60, 1 fig,. 7 tabb., 10 tavv.
II - Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - I nuovi fos¬
sili di Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128,
30 figg., 8 tavv.
III - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico, pp. 129-200, 13 figg., b tabb., 7 tavv.
VOLUME XVII.
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie
Lytoceratidae, Nannolytoceratidae, Hammatoceratì-
dae (excl. Phymatoceratinae), Hildoceratidae (excl.
Hildoceratinae e Bouleiceratinae). pp. 1-70, 2 tavv.
n.t., 6 figg., 6 tavv.
II - ViìNZO S. & Pelosio G., 1968 - Nuova fauna a Ammo-
noidi dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brem-
bana (Bergamo), pp. 71-lb2, 5 figg., 11 tavv.
Ili - Pelosio G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildo-
ceras, Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Con¬
clusioni generali, pp. Ib3-20b, 2 figg., 6 tavv.
VOLUME XVIII.
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate
da Giuseppe Meneghini nelle Taw. 1-22 della « Mo-
nographie des fossiles du calcaire rouge ammoni-
tigne » (1867-1881). pp. 5-22, 2 figg., 6 tavv.
II - Montanari L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Goz¬
zano (Lago d’Orta). pp. 23-92, b2 figg., b tavv. n. t.
Ili - Petrucci F., Bortolami G. C. & Dal Piaz G. V.,
1970 - Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-
Avigliana (Prov. Torino) e sul suo substrato cri¬
stallino. pp. 93-169, con carta a colori al l'.bO.OOO,
lb figg-, b tavv. a colori e 2 b.n.
VOLUME XIX.
I - Cantaluppi G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee - Loro successione e mo¬
dificazioni nel tempo. Riflessi biostratigrafici e si¬
stematici, pp. 5-b6, con 2 tabelle nel testo.
II - Pinna G. & Levi-Setti F., 1971 - I Dactylioceratidae
della Provincia Mediterranea (Cephalopoda Ammo-
noidea), pp. b7-136, 21 figg., 12 tavv.
VOLUME XX.
I - Cornaggia Castiglioni O., 1971 - La cultura di Reme-
delio. Problematica ed ergologia di una facies del¬
l’Eneolitico Padano, pp. 5-80, 2 figg-, 20 tavv.
II - Petrucci F., 1972 - Il bacino del Torrente Cinghio
(Prov. Parma). Studio sulla stabilità dei versanti
e conservazione del suolo, pp. 81-127, 37 figg-, 6
carte tematiche.
Le Memorie sono disponibili presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
JYIUS- COMP. ZOOL. -
LIBRARY Volume XX - Fase. Ili
JULPQW74
HARVARD
UNIVERSITY]
ENZO CERETTI & ANGELO POLUZZÌ
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE
DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
Con 18 figure nel testo e 2 tavole fuori testo
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Bologna
Con il contributo dei C.N. R., Gruppo di ricerca per la Paleontologia, Sezione di Bologna
Fondi C.N.R. per ricerche sugli Appennini
MILANO
15 dicembre 1973
Elenco
delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis: Felis jacobita (Corn.). 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Gkiffi F., 1865 - Di una specie d’ Hippolais
nuova per l’Italia. 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini la¬
custri per opera degli antichi ghiacciai. SO pp.,
2 figg-, % tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziarii del distretto di Messina. 88 pp.,
8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria. 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og¬
getti di umana industria dei tempi preistorici raccolti
in Toscana. 32 pp., 4 tavv.
Vili - Takgioni-Tozzetti A., 1866 - Come sia latto l’organo
che fa lume nella lucciola volante dell’ Italia cen¬
trale (Luciola italica) e come le fibre muscolari in
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp.,
2 tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici of¬
ferti dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’ori¬
gine des bassins lacustres, à propos des sondages du
Lac de Come. 12 pp., 8 tavv.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
venete. HO pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
nummulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleon¬
tologiche di talune rocce cretacee della Calabria con
alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1867 - L’ uomo fossile nell’ Italia centrale.
82 pp., 21 figg., 4 tavv.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
descriptum. 8 pp., 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropodi
ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - Durer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii.
16 pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera
et Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum ge¬
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
III - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie.
88 pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un
Alciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp.,
1 tav.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentano. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME IV.
I - D’Achiardi A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num¬
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Detona Lichenum genera vel
adhuc controversa, vel sedis prorsus incertae in sy-
stemate, novis descriptionibus iconibusque accuratis-
simis illustrata. 18 pp., 2 tavv.
Ili - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi
di umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lom¬
bardia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
VOLUME V.
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi-
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo¬
gici. 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli. G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
63 figg., 1 tav.
Ili - Pavesi P., 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp.,
14 figg-, 1 tav.
VOLUME VII.
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 PP-, 9 tavv.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografie! e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.,
3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e geologici. Parte II. pp. 47-186,
6 figg-, 9 tavv.
III - Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle allu¬
vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg.,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle
Alpi italiane, pp. 1-164, 7 figg., 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione
della base del cranio colle forme craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili), pp. 165-262,
1 figg-, % tavv.
III - De Beaux O. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-
320, 18 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
I - Desio A. 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Al-
benza (Prealpi Bergamasche), pp. 1-156, 27 figg.,
1 tav., 1 carta.
II - Scortecci G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 39 figg., 2 tavv.
Ili - Scortecci G., 1941 - I recettori degli Agamidi. pp. 209-
326, 80 figg.
VOLUME XI.
I - Guiglia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mi¬
lano (Hymen.). pp. 1-44, 4 figg-, 5 tavv.
II-III - Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegeta¬
zione dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferi¬
mento ai pascoli di altitudine, pp. 45-238, 31 figg.,
1 carta.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XX - Fase. Ili
ENZO CERETTI & ANGELO POLUZZI
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE
DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
Con 18 figure nel testo e 2 tavole fuori testo
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Bologna
Con il contributo del C.N.R., Gruppo di ricerca per la Paleontologia, Sezione dì Bologna
Fondi C.N.R. per ricerche sugli Appennini
MILANO
15 dicembre 1973
ENZO CERETTI (*) & ANGELO POLUZZI (*)
Briozoi della biocalcarenite del Fosso
Riassunto. — Vengono esposti i risultati dello studio
paleontologico su Briozoi provenienti da una sezione ese¬
guita su una biocalcarenite a Briozoi (membro inferiore
oligocenico della formazione di Bolognano) del Fosso di
S. Spirito (Abruzzi). I campioni esaminati derivano da
34 livelli in successione continua.
Sono state riconosciute 20 forme di Cheilostomi di cui
si è discusso il significato stratigrafico, paleoecologico e
la posizione sistematica sia specifica che generica.
I risultati paleoambientaii ottenuti dallo studio delle
briofaune mostrano un buon accordo con quelli dedotti da
osservazioni sedimentologiche.
di S. Spirito (Chieti, Abruzzi) (**)
Abstract. — Bryozoa from thè biocalcarenite at thè
Fosso di S. Spirito ( Chieti , Abruzzi, Italy).
A paleontological study is carried out on Bryozoa col-
lected from a sequence of 34 calcarenite horizons in Oli-
gocenic lower member of thè Bolognano formation, near
Fosso di S. Spirito (Abruzzi, centrai Italy).
In these samples 20 Cheilostome forms have been re-
eognized; their stratigraphic and paleontological signifi-
cance, their taxonomic location both at genus and species
level is here discussed.
Environmental results obtained from bryozoans as-
semblages closely agree with these inferred from tex-
tural observation of thè samples.
PREMESSA
Gli AA., presentando questa prima contribu¬
zione allo studio dei Briozoi terziari abruzzesi,
sottolineano come le conoscenze attuali del Phy-
lum, lacunose e contraddittorie per quanto con¬
cerne la sistematica, ne pregiudichino l’impiego
in stratigrafia. La recente letteratura ha invece
messo in evidenza come le briofaune possono ri¬
vestire notevole interesse dal p.d.v. ecologico, rap¬
presentando i singoli gruppi strutturali altret¬
tante risposte fenotipiche all’ambiente.
Abbiamo voluto cominciare lo studio dal gia¬
cimento a Briozoi del Fosso S. Spirito in Abruzzo,
mai studiato prima d’ora, in quanto facente parte
di una serie continua, nella speranza che oltre
ad apportare notizie paleoecologiche e tassonomi¬
che, si possa contribuire anche in piccola parte al
chiarimento di un eventuale significato stratigra¬
fico del gruppo.
Ringraziamenti. - Al Prof. V. Vialli per aver
finanziato ed animato il lavoro; al Prof. U. Cre¬
scenti per l’aiuto fornito durante la prima cam¬
pionatura della sezione; ai colleghi briozoisti di
Lione, Bordeaux, e Parigi per aver messo a no¬
stra completa disposizione le loro importanti Col¬
lezioni.
Nota. - I disegni e le fotografie del lavoro sono
state interamente eseguite dagli AA. .
(*) Istituto di Geologia e Paleontologia deH’Università di Bologna.
(**) Lavoro terminato nel 1970, revisionato’ nel dicembre del 1971, eseguito con contributo del C.N.R., Gruppo
di ricerca per la Paleontologia, Sezione di Bologna, e fondi C.N.R. per ricerche sugli Appennini.
132
E. CERETTI - A. POLUZZI
Fig. 1- — Schizzo geologico delle aree contermini al Fosso di S. Spirito. 1. Conglomerati e sabbie vulcaniche quaternarie.
2: Argille plioceniche. 3: Formazione gessoso solfifera comprensiva di argille grigiastre, calcari listati chiari e arginiti di
tetto, gesso in orizzonte quasi continuo, marne, arginiti, marne tripolacee di letto. 4: Calcari a Pecten e Litotamni.
5: Biocalcarenite a Briozoi. 6: Calcari e calcareniti con intercalazioni marnose e noduli di selce, a: faglia, b: ubica¬
zione della sezione.
PARTE I. - STRATIGRAFIA E PALEOECOLOGIA
Ubicazioni e materiali esaminati.
Sono stati prelevati 52 campioni a 34 livelli
successivi nella biocalcarenite del Fosso di S. Spi¬
rito (fig. 2), da una sezione ubicata nella Tavo¬
letta S. Valentino in Abruzzo Citeriore (Tav. 147,
IV SO), eseguita nel versante meridionale del
Colle della Civita sui fianchi del Fosso di S. Spi¬
rito a circa 5,5 Km a SE di Rocca Morice (fig. 1).
Da numerosi campioni sono state ricavate sezioni
lucide o sottili ; colonie isolate di Briozoi sono
state estratte dai livelli 7,9-11, 13-22, 26-29, 33
(v. tab. 2). Per la preparazione dei materiali, es¬
sendo la biocalcarenite molto cementata, si è
provveduto a ridurla in frammenti di qualche cm.
Quelli che risultavano contenere colonie o fram¬
menti di esse sono stati trattati con acqua lieve¬
mente acidulata ed ultrasuoni fino ad ottenere
esemplari isolati o superfici scoperte di zoari.
Rapporti stratigrafici (figg. 1-2).
La biocalcarenite di S. Spirito è stata oggetto
di ricerca da parte di Bonarelli 1951, Bally
1954, Di Napoli, Forti & Raffi 1958, Crostella
1967, Accordi et Al. 1969, Crescenti 1969, Cre¬
scenti et Al. 1969. Di Napoli, Forti & Raffi
1958, la pongono all’apice della loro sezione del
Fosso di S. Spirito, ascrivendola nella sua parte
basale all’Oligocene superiore e nelle restanti
parti all’Aquitaniano (nel testo non accennano
però alla parte oligocenica presente nella figura) ;
sopra tale intervallo calcarenitico gli AA. figu¬
rano poi altre calcareniti massicce e marne infra
e mesomioceniche.
Crescenti et Al. 1969, istituiscono la forma¬
zione di Bolognano, comprensiva di tutta la serie
di calcari detritico-organogeni dividendola in due
membri : Calcari a Briozoi e Calcari a Litotamni.
In particolare nel Fosso di S. Spirito i primi sono
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
133
costituiti da calcareniti a grana media e grossa
in strati associati in un unico bancone di spes¬
sore medio attorno ai 45 m.
a) Osservazioni stelle zone contermini al
Fosso di S. Spirito. Per un miglior inquadra¬
mento dei problemi stratigrafici abbiamo esteso
il rilevamento alle zone limitrofe al F. di S. Spi¬
rito (fig. 1). Risulta che la successione dei terreni
dall’alto al basso è la seguente :
1) Conglomerati e sabbie vulcaniche quaternarie.
2) Argille trasgressive plioceniche.
3) a. Argille grigiastre in piccolo spessore.
ò. Calcari listati chiari, comprendenti uno
straterello di sabbia vulcanica ; spessore
2 m circa.
c. Arginiti, siltiti e marne grigio-brune con
accenni di caoticizzazione riferibili a fra¬
namenti sottomarini; spessore variabile da
pochi metri a 50 m.
d. Gesso, in un orizzonte quasi continuo, in¬
teressato da frane sottomarine che ne au¬
mentano o diminuiscono frequentemente lo
spessore, determinando in qualche raro
caso la completa elisione dell’orizzonte.
e. Marne, arginiti e siltiti brune di spessore
variabile da 5-6 m a 30-40 m con evidenti
segni di frane sottomarine. Spesso è pre¬
sente un livello di marne tripolacee.
/. Marne argillose grigiastre tripolacee con
rare intercalazioni sabbiose e con bande
scure bituminose.
4) Calcari e marne con abbondante contenuto de-
tritico calcareo, fittamente stratificato verso
l’alto. (Calcari a Pecten e Litotamni di Bo-
narelli 1951, Calcari a Litotamni di Bally
1954, membro superiore della Formazione di
Bolognano di Crescenti et Al. 1969).
5) Biocalcareniti in grossi banchi, con macrofo-
raminiferi e Briozoi (Calcare a Briozoi di
Bonarelli 1951, di Bally 1954, membro in¬
feriore della formazione di Bolognano di Cre¬
scenti et Al. 1969).
6) Calcari e calcareniti a grana fine, con inter¬
calazioni marnose e noduli e letti di selce (Cal¬
cari oligocenici di Bonarelli 1951).
Mentre le formazioni o i membri 2), 4), 5), 6),
sono a spessore costante e continui per tutta
l’area, il Messiniano, costituito da 3), pur essendo
sempre presente con almeno uno dei suoi livelli,
mostra grandi differenze di spessore causate da
franamenti sottomarini.
ENERGIA
MECCANICA
Fig-, 2. — a: Colonna lito-stratigrafica nel versante N
del Fosso di S. Spirito. Alla base della Biocalcarenite
a Briozoi figurano i calcari con noduli di selce; a tetto
il calcare a Pecten e Litotamni. b : Aumento della tur¬
bolenza (nel senso indicato dalla freccia) ai varii livelli
della sezione, desunto dal rapporto granuli-micrite.
b) Di Napoli et Al. 1958 citando Nephro-
lepidina tournmieri e N ephrolepidina marginata,
notano « questo deposito può essere considerato
aquitaniano ». Crescenti 1969 si limita ad osser¬
vare che appartiene alla Cenozona a Lepidocy-
clina. Crescenti et Al. 1969, p. 403, nella forma¬
zione di Bolognano riconoscono dal basso all’alto
le Cenozone a Lepidocyclina, a Miogypsinoides
134
E. CERETTI - A. POLXJZZI
co triplanat us, a Miogypsina, ad Elphidium cri-
spum. Poiché il limite tra Oligocene e Miocene
si pone a letto della Cenozona a Miogypsinoides
complanatus e il membro calcarenitico in esame
è alla base della formazione, esso viene correlato
con la Cenozona a Lepidocydina e riferito con¬
venzionalmente alla parte superiore dell’Oligocene.
Il nostro studio sui Briozoi ha messo in luce
1’esistenza di alcune forme rivenute finora in ter¬
reni preoligocenici (tab. 1). Tali presenze si pos¬
sono spiegare solo estendendone i limiti cronolo¬
gici o ammettendo un rimaneggiamento. Abbiamo
perciò integrato i dati in nostro possesso con os¬
servazioni in sezione sottile; i risultati si possono
così sintetizzare:
— presenza di Miogypsine (scarse e rotte) ;
— straordinaria abbondanza di Lepidocycline in
ottimo stato di conservazione, malgrado il gu¬
scio sottile ;
— faune piuttosto specializzate, ben rappresen¬
tate da microforaminiferi, Briozoi e fram¬
menti di Echinidi ;
— presenza di Briozoi vinculariformi o adeoni-
formi variamente orientati e ridotti in seg¬
menti minuti.
Poiché tali fatti potrebbero essere indizio di
un avvenuto rimaneggiamento, abbiamo voluto fo¬
calizzare l’attenzione sui macroforaminiferi va¬
lendoci del consiglio del Prof. A. Castellarin
(che gli Autori ringraziano sentitamente) il quale
non ha riscontrato forme rimaneggiate e pertanto
ha suggerito che le associazioni siano omogenee,
almeno per quel che riguarda i macroforamini¬
feri ; nel materiale esaminato sono state ricono¬
sciute :
Amphistegina sp.
Amphistegina cf. lessoni
Amphistegina sp. ex gr. lessoni
Gypsina globulus
Heterostegina sp.
Lepidocyclina (Nephrolepidina) tournoueri
Lepidocyclina (Nephrolepidina) cf. tournoueri
Lepidocyclina {N ephrolepidina) sp. ex gr. tour¬
noueri
Lepidocyclina (Nephrolepidina) sp. ex gr. margi¬
nata
Lepidocyclina sp.
Forme tipo Lepidocyclina (Nephrolepidina) fra-
gilis
Miogypsina sp. ex gr. gunteri
Operculina sp. ex gr. complanata
Operculina sp.
Rotalidae
Textularidae
Resti di Echinidi
Resti di Melobesie, ed inoltre numerosi forami-
niferi bentonici e planctonici.
Tabella 1. — Distribuzione cronologica delle forme stu¬
diate, dedotta dalla letteratura.
LEGENDA
— — — — Distribuzione cronologica del genere
• Di stribuzione cronologica della specie
Volendo utilizzare i Briozoi per scopi crono¬
logici, una prima indicazione sull’età si potrebbe
avere dalla percentuale delle specie attualmente
viventi presenti nel giacimento. Secondo Stach
1937, p. 80, per l’Eocene la percentuale va dal
2 al 5%, per l’Oligocene dal 12 al 15%, per il
Miocene dal 20 al 30%, per il Pliocene dal 60 al-
l’80%, per il Quaternario antico dal 95 al 100% .
Considerando estinte le forme di cui abbiamo rag¬
giunto solo la determinazione generica, la nostra
fauna che contiene il 15% di specie ancora vi¬
venti (v. tab. 1), dovrebbe indicare Oligocene alto ;
con procedimento inverso (cioè considerando' vi¬
venti le forme non specificamente determinate),
si ottiene il 40%, denunciante Miocene alto.
Col metodo proposto da David 1964 (« nu¬
mero-guida » variante tra %100, per le faune at¬
tuali che non contengono specie del Nummulitico,
e —100 per faune eoceniche prive di specie oggi
viventi : dalla somma algebrica delle percentuali
si ottiene il numero-guida), considerando tutte le
forme nuove o non specificamente determinate
come estinte, ma non esistenti neH’Eocene, avrem¬
mo come numero guida 0, che indica il Langhiano.
Tenendo invece conto della distribuzione dei ge-
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
135
neri, ed ammettendo che tutte le forme nuove
o non specificatamente determinate siano eoceni¬
che, si avrebbe — 50, riferibile invece alla base
deH’Aquitaniano ; con procedimento inverso, e cioè
considerando tutte le forme incerte come attuali,
si ha 4~ 25 e cioè Serravalliano terminale.
Il metodo classico, basato sulla determinazione
delle specie e sulla comparazione della loro distri¬
buzione stratigrafica, trova allo stato attuale
delle conoscenze briozoologiche applicazione mal¬
sicura e difficoltosa, in quanto gli studi di tali
forme sono in prevalenza morfologici e di carat¬
tere locale ; solo raramente si conosce il preciso
significato stratigrafico delle singole specie. Dal¬
l’esame globale della briofauna (tab. 1) noi sa¬
remmo comunque propensi ad indicare un Mio¬
cene inferiore medio, o, sulla base dei macrofo-
raminiferi (v. pag. 134) un intervallo di transizio¬
ne tra Oligocene terminale e Miocene inferiore ( T ).
Tuttavia, nonostante tali indicazioni e l’attri¬
buzione all’Oligocene sommitale della formazione
sottostante alla calcarenite a Briozoi (Di Napoli
et Al. 1959), preferiamo accogliere le conclusioni
biozonali più recenti (anche se espresse per la
verità in forma dubitativa) in base alle quali 1’ in¬
tervallo calcarenitico in esame va riportato al¬
l’Oligocene superiore (Crescenti 1969 et Al.).
Significato paleoecologico.
Il particolare metodo di separazione delle colo¬
nie (v. pag. 132), produce frantumazione fino a
possibile eliminazione degli elementi zoariali a gu¬
scio sottile. Ciò comporta una perdita sistematica
di informazione ricavabile dalle frequenze rela¬
tive dei tipi zoariali. Ci siamo perciò affidati pre¬
valentemente ad osservazioni su sezioni sottili,
dalle quali è possìbile riconoscere l’habitus zoa-
riaìe e computare tutte le presenze. In tal modo
si è ottenuto un numero di osservazioni statisti¬
camente valido che ha dato garanzie sulla effet¬
tiva distribuzione della briofauna. I dati ricavati
sono stati successivamente messi in relazione con
quelli relativi agli esemplari isolati.
Da studi recenti risulta che i principali fat¬
tori abiotici che controllano la distribuzione dei
Briozoi sono: il tipo di substrato, rapporto terri¬
geno, 1’ intensità delle correnti, e 1’ illuminazione.
A questi logicamente vanno aggiunti altri fattori,
quali la profondità, la temperatura, e la salinità,
il pH, l’Eh, la cui influenza sulle faune a Briozoi
è meno nota che per molti altri gruppi fauni-
C) Da ciò l’attribuzione del giacimento al miocene, nella
nota preliminare del presente lavoro.
stici. Gli AA. hanno appurato che la percentuale
delle forme erette aumenta nei confronti di quelle
incrostanti con la profondità, e che tra le forme
erette il rapporto tra le flessibili e le rigide varia
bruscamente ad una profondità di circa 35 m, (cor¬
rispondente alla profondità massima di influenza
del moto ondoso), al di sopra della quale sono più
frequenti le forme flessibili. Con 1’ incremento
della profondità cambia anche il tipo di sedimen¬
tazione e di conseguenza il substrato su cui si
sviluppano i Briozoi. Si può ragionevolmente in¬
ferire che gli estremi della variazione ambientale
siano i seguenti :
a) substrato solido, forti correnti, scarsa se¬
dimentazione ;
b) substrato sciolto, assenza di correnti, for¬
te sedimentazione.
Naturalmente esistono tutti i casi intermedi,
per ì quali nelle briofaune si dovrebbe verificare
la prevalenza di determinate forme zoariali ri¬
spetto ad altre. Le conoscenze attuali al riguardo
non consentono precise distinzioni, ma possono
fornire egualmente indicazioni abbastanza valide.
Gli AA. hanno riconosciuto 17 tipi di sviluppo
zoariale di cui forniamo qui, per comodità del
lettore, un elenco accompagnato da un riassunto
schematico dei principali tipi di ambiente in cui
essi dominano.
Adeniformi (= Adeniform Brown 1952, p. 32): Colonie
erette rigide bilamellari ramificate o lobate cilindrico-
appiattite, solidamente attaccate al fondo con una base
calcarea. Buone percentuali in fondi sabbiosi corallini fra
i 40-50 m. Percentuali minori su sabbie calcaree in acque
più profonde.
Catenicelliformi (= Catenicelliform Stach 1936, p. 63):
Colonie erette, calcaree, articolate, radicellate (con inter-
nodi costituiti di poche celle). Massime frequenze in acque
basse littorali fra gli 8 e i 35 m; spesso associate ad al¬
ghe. Raramente presenti ad altre profondità.
Cellariformi (= Cellariiform Stach 1936, p. 63): Colonie
erette, calcaree, articolate, radicellate con internodi costi¬
tuiti da parecchie celle. Massima frequenza in acque basse
(fra i 15 e 45 m) littorali con moderato apporto terrigeno.
Ubiquitari, ma in numero minore, in acque di moderata
profondità.
Celleporiformi (= Celleporiform Canu & Bassler 1920,
p. 68) : Colonie massicce multilamellari con individui di¬
sposti irregolarmente, incrostate sopra o attorno un sub¬
strato flessibile : di ambiente littorale o sublitorale senza
apporto terrigeno ma sempre in subordine rispetto le altre
forme.
Conescharelliformi (= Conescharelliform Labracherie &
Prud’homme 1967, p. 103): Colonie coniche o subsferische.
Gli AA., non danno notizie sul significato ecologico di
queste forme. Si può osservare che molte Conescharelline
attuali (Canu & Bassler 1929) sono state trovate sotto
i 35 m, fino a grandi profondità.
136
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
Eschariformi ( = Eschariform Canu & Bassler 1920,
p. 68): Erette, bilamellari, fogliacee, attaccate al fondo
direttamente o con radicelle. Massime frequenze in acque
tranquille sublitorali al di sotto dei 18 m; presenti anche
a maggiori profondità, assenti in zona littorale.
Flustriformi (— Flustriform Stach 1936, p. 63): Colonie
erette unilamellari. Gli AA. non danno notizie sul signi¬
ficato ecologico di queste forme.
Lichenoporiformi ( = Lichenoporiform Labracherie &
Prud'homme 1967, p. 103): Colonie erette, coniche, pe¬
duncolate (')• Gli A A. non danno notizie sul significato
ecologico di queste forme.
Lunulitiformi ( = Lunulitiform Canu & Bassler 1920,
p. 68): Colonie libere a forma di disco o di basso cono
tronco. Non hanno possibilità di vita in zone littorali dove
il moto ondoso è forte. Attualmente prediligono fondi
sabbiosi con forti correnti al di sotto di 28 m. La pro¬
fondità ottimale è fra i 27 e i 30 m, i limiti da 15 a
100 m con possibilità di presenza anche in acque più
profonde.
Membraniporiformi tipo A (= Membraniporiform A La-
“AAIJ & Gautier 1965, p. 51): Colonie spesso uniiamel-
lari, incrostanti un substrato solido; dorso interamente
calcificato. Favorite in zone con nulla o poca sedimen¬
tazione; abbondanti in acque littorali o sublitorali ; pre
senti, con percentuali irrilevanti anche a maggiori pro¬
fondità.
Membraniporiformi tipo B (= Membraniporiform B LA-
gaaij & Gautier 1965, p. 51): Come i precedenti ma con
dorso scarsamente o non calcificato. Massime frequenze
in corrispondenza di piante marine sessili, nella parte
superiore della zona infraneritica con nulla o scarsa se¬
dimentazione o torbidità.
Orbituliporiformi ( = Orbituliporiform Cheetham 1966,
p. 13): Colonie libere a forma di tronco di cono con
asse cavo. Gli AA. non danno notizie sul significato eco¬
logico di queste forme.
Petraliformi (= Petraliiform Stach 1936, p. 61): Colo¬
nie unilamellari con radicelle, perforate sul rovescio. Mas¬
sima frequenza su fondi rigidi, in acque molto basse.
Pseudovìnculariformi (= Pseudovi-nculariiform Stach 1936,
p. 62): Colonie simili ai Membraniporiformi: incrostano
steli di alghe assumendo posizione eretta. Gli AA. non
danno notizie sul significato ecologico di queste forme.
Reteporiformi (= Reteporiform Stach 1936, p. 62): Co¬
lonie erette rigide, fenestrate, o reticolate, fortemente fis¬
sate ad un substrato solido. Gli AA. sono in disaccordo
sul significato ecologico di queste forme; tuttavia sembra
più probabile che adattandosi con variazioni dello spes¬
sore e della frequenza delle maglie possano proliferare in
ambienti con discreta turbolenza e a scarso apporto ter¬
rigeno; sarebbero invece escluse dall’ambiente littorale a
dinamica molto elevata.
Setoselliniformi ( = Setoselliniform Lagaaij & Gautier
1965, p. 51): Colonie incrostanti con accrescimento piani¬
spirale su piccoli corpi che non vengono inglobati. Par-
C) Le attuali lichenopore sono incrostanti.
rebbero particolarmente adattati alla vita in acque pro¬
fonde e in fondi suddivisi.
V inculati formi ( = Vinculamiform Canu & Bassler 1920,
p. 68): Colonie erette, rigide, a rami cilindrici o subci¬
lindrici, attaccate al substrato solido con una espansione
calcarea. Vivono in acque profonde e quiete prevalente¬
mente in fondi calcarenitici.
Dall’esame delle sezioni sottili abbiamo potuto
identificare solo 7 dei 17 tipi di sviluppo zoariale
sopra elencati. Essi sono: adeoniforme, cellarìfor-
me, celleporiforme, lichenoporiforme, membrani-
yoriforme, petraliforme e vinculariforme. Le ri¬
spettive distribuzioni e frequenze sono illustrate
in fig. 3. Tra le forme libere si sono individuati :
adeoniformi, celleporiformi, conescharelliniformi,
eschariformi, membraniporiformi tipo A e B, p e -
traliformi, reteporiformi (tab. 2). La loro tratta¬
zione sarà successiva a quella dei gruppi studiati
in sezione sottile.
Va precisato che gli effetti dei processi di
sviluppo/inibizione delle briofaune, i materiali che
hanno originato la micrite, e che chiamiamo indif¬
ferentemente fanghi e lìmi carbonatici, sedimen¬
tazione calcarea fine, ecc. . . , senza assegnare ad
essi alcun significato genetico, ma semplicemente
descrittivo, vengono considerati alla stregua di
qualsiasi apporto sedimentario fine compreso tra
1 a 30 ,u.
Fatta tale premessa passiamo all’esposizione
dei risultati ottenuti dallo studio delle sezioni sot¬
tili ai vari livelli della serie (fig. 3).
Livelli 1 e 3. La prevalenza di vinculariformi in¬
dica acque tranquille o comunque poco mosse. L’as¬
senza o il numero limitato dì incrostanti è da im¬
putarsi alla presenza di fanghìglie carbonatiche,
le quali tuttavia non disturbano eccessivamente le
forme erette. La presenza di cellariformi, ubiqui¬
tari fino 70-80 m, nulla aggiunge a quanto detto.
Forte apporto sedimentario-fine, acque poco mos¬
se, profondità 30-50 m.
Livelli 6 e 8. I cellariformi diminuiscono progres¬
sivamente fino a scomparire; parallelamente au¬
mentano i vinculariformi. Il numero esiguo di
adeoniformi suggerisce l’esistenza di fondi molli.
L’assenza di incrostanti è dovuta alla deposizione
di limiti carbonatici (v. anche tab. 3). Sensibile
apporto sedimentario-fine, acque poco mosse, in¬
cremento della profondità fino a superare al liv. 8
i 70-80 m.
Livello 9. Presenti incrostanti, vinculariformi,
adeoniformi e cellariformi. La scarsità di indivi¬
dui denuncia un ambiente nel complesso poco fa¬
vorevole alle briofaune, ma possibile per alcuni
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
tipi zoariali. Acqua abbastanza mosse, diminuito
apporto sedimentar io-fine, probabile fondo parti-
cellare grossolano, profondità 30-50 m.
Livello 12. Gli abbondanti limi carbonatici inci¬
dono negativamente sulle frequenza complessiva
della briofauna e segnatamente sullo sviluppo de¬
gli incrostanti. Apprezzabile apporto sedimenta¬
rio-fine, basso regime di correnti, probabile fondo
molle, profondità 30-50 m.
Livello 15. La comparsa degli incrostanti è pro¬
babilmente da ricollegarsi ad una diminuzione
della sedimentazione (v. anche tab. 3 e fig. 4). Gli
adeoniformi fanno pensare ad un fondo particel-
lare grossolano. Acqua abbastanza mosse, scarso
apporto sedimentario-fine, profondità 30-50 m.
Livello 17. L’aumento di cellariformi e le percen¬
tuali quasi immutate rispetto al liv. 15 di vincu-
lariformi, adeoniformi ed incrostanti suggerisco¬
no un ambiente simile al precedente ma con mag¬
gior turbolenza, probabilmente dovuta a minor
profondità. La presenza di incrostanti, esclude
l’aumento di cellariformi a carico di un incre¬
mento della sedimentazione carbonatica fine. Ac¬
que abbastanza mosse, scarso apporto sedimen-
tario-fine, profondità 30-50 m.
Livello 19. La buona percentuale dì incrostanti
dipende dall’assenza quasi completa di sedimen¬
tazione carbonatica fine, come pure 1’ incremento
percentuale e numerico di tutta la briofauna. La
diminuzione di cellariformi, rispetto al campione
precedente può ritenersi priva di significato, se
considerata in valore assoluto. Gli adeoniformi in¬
dicano fondo solido. Acqua mosse, fondo particel-
lare grossolano, profondità 30-40 m sedimentazio¬
ne-fine quasi nulla.
Livello 21. Le condizioni generali sono molto si¬
mili a quelle del livello precedente. Da notarsi la
comparsa di celleporiformi, che prediligono am¬
bienti littorali. L’aumento percentuale, se non nu¬
merico degli incrostanti indica apporto di fanghi
calcarei quasi nullo. Acque mosse, apporto sedi-
mentario-fine quasi nullo; profondità 20-30 m.
Livello 23. La presenza di incrostanti esclude un
forte incremento nella sedimentazione fine; le
buone percentuali di adeoniformi indicano un fon¬
do solido. Più difficilmente spiegabile l’assenza
di cellariformi, forse da mettersi in relazione con
un approfondimento del bacino. Lo scarso assor¬
timento dei gruppi zoariali potrebbe ricondursi
a condizioni simili a quelle del livello 27. Com¬
plessivamente si potrebbe configurare un ambien¬
te ad acque moderatamente mosse, modesto ap¬
porto sedimentario-fine, profondità 70-80 m, fon¬
di calcarei solidi.
137
Livello 27. Nella briofauna in netta flessione do¬
minano le forme erette. Assenti gli incrostanti e
i cellariformi. In ordine a quanto detto in prece¬
denza, tale fatto indicherebbe scarsa turbolenza,
presenza di fanghi carbonatici, e notevole profon¬
dità. L’analisi sedimentologica e la determinazio¬
ne delle caratteristiche idrodinamiche dell’ambien¬
te (tab. 3 e fig. 2) contraddicono tali conclusioni ;
infatti si riscontra assenza di apporti carbonatici
e massima turbolenza. Si potrebbe ipotizzare che
i frammenti di forme sessili erette siano derivati
da abbattimento e abbiano subito, insieme ad al¬
tri organismi, (macroforaminiferi in prevalenza)
un breve trasporto intraformazionale, indotto ap¬
punto da una dinamica abbastanza attiva del fon¬
do. A tale effetto si sarebbero invece sottratti i
cellariformi e i membraniporiformi per le ine-
Livelli
Frammenti
zoartah^) 1 cm
tO , 30 , 50 , 70 , 90
Vinculariformi
(%)
IO i 30 i 50 i 70 , 90
Cellari -
formi
(%)
10,30,
joriformi
(%)
10 , 30 ,
Adeoniformi
(%)
10 , 30 , 50 ,
Membrani-
»oriformi
A (%)
Ì0 , 30 ,
Petrali -
formi
C/o)
’i , 3 |
Celtepo -
n (%)'
10 30
- <0 -
-35 -
- 30 -
-25 -
-20 -
-l5-
-io -
- 5 -
- 0 -
• 30-
38-
• 3 —
/
' : ;
\
/
1
L
IO 30 5 0 70 90
(N*)
10 30 50 70 90
(%)
10 30
(%)
10 30
(%)
10 30 50
(%)
10 »
c/o)
1 3
Ci)
10 30
C/o)
Fig. 3. — Distribuzione e frequenza dei tipi zoariali os¬
servati in sezione sottile in vari livelli della sezione (in¬
dicati con il punto).
138
E. CERETTI - A. POLUZZI
Tabella 2. — Distribuzione e frequenza delle specie e dei tipi zoariali (forme isolate).
HABITUS ZOARIA LE
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
ADEONIFORME
è?
10C
33,:
—
66,
50
31 ,e
60
88,
—
81,3
61,2
60
-
-
-
33 ,:
—
-
-
0
0
0
: 0
-
-
-
0
-
Porina coronata
1
18
4
3
7
16
16
15
2
Tubucella sp. I
t-
a
o
Tubucella sp.2
c
. 1
.1
.2
. 1
1
1 .1
Adeonella polystomella
b
E
e
1
Schizostomella longistoma ^
- ns P-
Schizotremopora aprutensis
n. sp.
.
5
'
'
5
1
6
7
5
ESCARIFORME
à?
0
0
-
0
0
0
-
0
0
-
0
2,8
0
-
-
-
0
-
-
-
12.51 0
0
0
-
-
-
0
—
Beisellìna sp.
N
1
- 1 -
Enoplostomelta synthetica
1
MEMBRANIPORIFORME t.A
à?
0
66,6
-
33,3
29,2
26,3
-
0
11,8
-
3,1
5,6
10
-
-
-
0
-
-
-
25
0
0
25
-
-
0
Conopeum sp.
N
° Il
1
Onychocella sp.
6*3
• 1
2
-
Escarina cf. porosa
2
1
5
4
-
2
1
2
1
Lacerna cf. jacksonensis
1
MEMBRANIPORIFORME t.B
\o
o\
0
0
-
0
0
0
-
0
0
-
0
0
0
-
-
-
0
-
-
-
0
0
0
0
-
-
-
0
-
Schizoporelta floridana *
N
2*
PETRALIFORME
0
0
-
0
6,3
10,5
-
0
-
-
0
0
0
-
-
-
0
-
-
0
0
0
0
—
—
-
100
-
Schizoporella geminopora
N
5:
3
2
t
—
CELLEPORIFORME
\o
o\
0
0
-
0
8,3
0
—
—
0
—
3,1
22,2
26,7
—
-
—
66.6
—
—
—
62,5
100
100
25
—
—
—
0
—
Schismopora sp.
N
OJ)
3
-
2
5
3
4
*
5
t
Schismopora cf.strictofissa
1
Celleporaria palmata
1
5
3
1
1
RETEPORIFORME
o\
0
0
—
0
4,2
31,6
-
40
0
—
9.3
8,3
3,3
-
-
—
0
—
-
-
0
0
0
50
—
—
—
0
-
Schizoretepora fungosa
N
2
6
2
3
3
’
2
CONESCHARELLINIFORME
\o
o\
0
0
—
0
2 ,1
0
—
0
0
-
3,1
0
0
-
—
—
0
—
-
—
0
0
0
—
0
—
—
—
0
—
Batopora cf. multiradiata
N
1
Batopora excentrica n.sp.
2?
1
LEGENDA :
* Da un campione della biocalcarenite non in situ _ Livello che non ha dato bnozoi isolati
. Forme dubitativamente assegnate alla specie indicata NSf.z. Numero di frammenti zoariali
renti capacità zoariali a resistere a sollecitazioni
del tipo suddetto. Teniamo perciò distinti, nel
trarre le conclusioni, l’ambiente di vita delle faune
da quello di accumulo. Ambiente originario: acque
mosse, scarsa sedimentazione calcarea-fine, fondi
duri, profondità, se presenti i celariformi, minore
di 60-70 m, se assenti maggiore. Ambiente di ac¬
cumulo: forti correnti di fondo, assenza di sedi¬
mentazione calcarea fine, profondità leggermente
maggiore del luogo di origine.
Livello 3U. Scompaiono le condizioni idonee alla
vita delle briofaune. Presenti solo le cellarie. Forte
apporto sedimentario.
Livelli 28, 30, 32. L'attribuzione di determinate
caratteristiche paleoecologiche alla sequenza dei
livelli riesce abbastanza agevole e convincente
fino al liv. 27.
In quelli successivi (liv. 34 escluso), si aggiun¬
gono incrostanti e celleporiformi, dando luogo ad
un insieme di forme indicante notevole profondità ;
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
139
Tabella 3. — Dati sedimentologici ricavati dalle sezioni sottili.
—J
COMPON. ORGANOG.
in %
CEMENTO
in %
PELLETS
MICRITE
CAVITA'
« m*?
3 gf
DESIGNAZIONE
—1
Detrito or
strutturato
ganogeno
non strutt.
di cavità
inter- J intra-
granulare ] granulare
marginale
sintassiale
in%
in%
in %
“ O X
a. c_>
? E £
DELLA ROCCIA
NOTE
;
13,5
19
6
7
9
<1
44
1
tracce
Calcare micritico bioclastico
3
11
29,5
5
5
10
<ri
35
4
-
Calcare bioclastico micritico
Arricchimento in Biosomata
micritizzati
6
24
30
7
3
11
-
22
3
-
«
Abbondante spatite sintas¬
siale
8
26
17
5
6
10
-
34
2
tracce
„ ..
Sospette strutture geopete
9
28
23
9
6
13
-
18
3
-
»
Probabili inter o intraclasti
12
13
48
7
3
8
-
21
?
-
„
Bioclasti e biosomata inten¬
samente micritizzati
15
20
45
4
3
10
-
16
2?
-
«
17
22
43
6
3
11
-ci
11,5
3
-
»
19
51
11
4
12
15
-
2
5
-
Calcare bioclastico
21
44
16
6
10
17
-
2
5
-
»
23
35
22
9
8
15
-
6
5
-
Calcare bioclasrico micritico
27
35
20
15
9
15
-
2
3
Calcare bioclastico
Micritizzazione competente
per lo più ai biosomata
28
42
21
13
9
12
-
3
-
»
Cemento intragranulare ta¬
lora micriti zzato
30
43
23
11
8
12,5
-
<1
2
tracce
»
Cellette delle Nephrolepidine
riempite a micrite
32
68
7
3
6
9
-
3
1
tracce
»
34 -
50
15
6
8
2
-
19
-
-
Calcare bioclastico micritico
tuttavia riteniamo che in questi ultimi casi le brio-
fané siano da considerarsi come complessi tanato-
cenotici, quindi privi di attendibilità sul piano delle
deduzioni ambientali.
Per quanto concerne gli esemplari isolati, le
notizie sull’habitat delle specie attualmente vi¬
venti sono di solito limitate alla batimetria del sub¬
strato d’origine (Schizoporella floridana vivente
in fondi dai 7 ai 75 m; Adeonella. -polystornella fra
i 65 e 102 m; Eschanna -porosa fra 20 e 126 m),
mentre vengono omessi altri parametri di interesse
ecologico. Analogamente per le forme estinte l’esa¬
me della letteratura non consente di desumere dati
utili alla ricostruzione del paleoambiente: le spe¬
cie più note e frequenti sono infatti rinvenute in¬
differentemente in calcareniti, calcari organogeni,
arenarie, marne e argille, cioè in qualsiasi roccia
clastica o elastico-organogena. Tuttavia anche per
le forme isolate, come per quelle in sezione sot¬
tile, sulla scorta dei dati offerti dai raggruppa¬
menti secondo l’habitus zoariale, si possono ten¬
tare alcune considerazioni (tab. 2).
Fino al liv. 9 compreso non si hanno fram¬
menti isolati, o si hanno in numero esiguo (livelli
7-9); ciò non permette di aggiungere nulla a
quanto osservato in sezione sottile. Al liv. 10 com¬
paiono numerosi adeoniformi, mebraniporiformi,
petraliformi e celleporiformi, indicando con ogni
probabilità un fondo piuttosto consistente, scarsa
sedimentazione-fine e bassa dinamica del fondo.
Al liv. 11 le frequenze relative di gruppi zoariali,
quasi immutate, configurano un ambiente analogo
a quello del livello precedente. Ai livv. 12 e 13,
la scarsezza di forme non porta informazioni pre¬
cise, mentre al liv. 14 la presenza di adeoniformi
dimostrerebbe scarsa sedimentazione e fondi con¬
sistenti. Nulla si può dire per il liv. 15, mentre
ai livv. 16 e 17 celleporiformi e adeoniformi indi¬
cano un ambiente a basso apporto sedimentario e
fondi consistenti. Poco si può dedurre, causa il
basso numero di frammenti, dagli ultimi campioni
della sezione. Solo ai livv. 26, 27, 28 la presenza di
celleporiformi, e l’assenza di forme erette indiche¬
rebbero acque mosse e piccola profondità. Come si
vede dal contesto, si delineano ambienti tenden¬
zialmente uniformi o quanto meno a variabilità
minore di quelli rilevati dallo studio in sezione
sottile. Riteniamo comunque tali indicazioni scar¬
samente attendibili a causa della selezione, più
volte citata, subita dalla fauna isolata. Si può per¬
ciò concludere che in una indagine paleoambientale
eseguita con 1’ impiego dei Briozoi, il mezzo più
140
E. CERETTI - A. POLUZZI
valido venga fornito dallo studio delle sezioni sot¬
tili, quando, per le caratteristiche litologiche del
deposito, non si riesca a separare un numero si¬
gnificativo di frammenti zoariali.
Osservazioni sedimentologiche.
I risultati ottenuti dal solo studio delle brio-
faune sono stati controllati con osservazioni sedi¬
mentologiche eseguite sulle stesse sezioni sottili.
Si è proceduto al calcolo delle percentuali dei va-
rii componenti, conteggiati su una superficie di
circa 16 cm-, I risultati sono riportati in tab. 3. Le
considerazioni sedimentologiche sono state fondate
principalmente sui bioclasti e sulla micrite, trascu¬
rando i pellets, le tracce di idrocarburi, i granuli
non bioclastici (perchè in quantità irrilevante) e i
cementi postdeposizionali in quanto non concer¬
nenti il presente studio.
Secondo Leighton & Pendexter 1962, Folk
1962 e altri, i fanghi carbonatici sono presenti in
ragione inversa al moto delle acque. La presenza
abbondante di micrite implica pertanto un am¬
biente di sedimentazione senza correnti e fuori
della portata del moto ondoso. In conseguenza di
ciò abbiamo calcolato per mezzo di una curva di
tipo esponenziale (cf. Bosellini 1964, pag. 40)
la turbolenza dei fondi ai vari livelli (fig. 4). I
parametri micrite e quantità di moto mostrano
gli stessi andamenti deducibili daH’esame delle re¬
lazioni tra gruppi strutturali nelle briofaune. Per¬
tanto le osservazioni sedimentologiche confermano
ì risultati paleoecologici ottenuti dallo studio dei
soli Briozoi.
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
141
PARTE II. - SISTEMATICA
Sigle e simboli utilizzati nella parte sistematica :
a) Simboli biometrici.
Lz: lunghezza dello zoecio, ottenuta proiettando sull’asse
prossimale-distale della superficie frontale (asse z),
la massima distanza misurabile tra il bordo prossi¬
male e il bordo distale dello zoecio.
lz: larghezza dello zoecio, ottenuta proiettando sull’asse
ortogonale all’asse z, la massima distanza tra i due
margini laterali dello zoecio.
ho: lunghezza dell’opesio (Anasca), dell’apertura prima¬
ria o dell’orifizio più sinus (Ascophora), misurata pa¬
rallelamente all’asse z, sul piano proprio dell’aper¬
tura primaria o dell’orifizio.
lo : larghezza dell’opesio o dell’apertura misurata ortogo¬
nalmente ad ho.
ho* : lunghezza dell’apertura secondaria, ottenuta con gli
stessi accorgimenti usati per ho.
lo*: larghezza dell’apertura secondaria, ottenuta con gli
stessi accorgimenti usati per lo.
Lav: lunghezza dell’avicolario, misurata dall’estremità del
rostro al bordo opposto.
Lov: lunghezza dell’ovicella, misurata dal suo bordo pros¬
simale a quello distale.
I simboli relativi alle misure di altre strutture vengono
indicati all’occasione con una nota in calce.
b) Simboli e valori delle misure zoarìali.
N : numero delle misure eseguite.
EM: estremi della media, cioè il valor minimo e il va¬
lore massimo osservato nelle misure.
M : media delle misure, espressa da
N
con .r, media delle misure ; x, valore della singola mi¬
sura ; N, numero delle misure eseguite.
DS : deviazione standard, espressa da
con s, deviazione standard ; d = x — x, differenza tra
ogni singola misura e la media.
c) Collocazione e posizione stratigrafica.
I.B. n: numero di catalogo nella Collezione Ceretti &
POLUZZI.
Lv. n: livello nella serie S. Spirito.
SOTTORDINE ANASCA LEVINSEN, 1909
Famiglia Membraniporidae Busk, 1854
Genere Conopeum Gray, 1848
Specie tipo (per monotipia): Millepora reticu-
lum Linneo, 1767, Systema Naturae, p. 1284.
Diagnosi. Membraniporidae avec zoarium en-
croùtant. Le gymnociste frequemment avec une
paire de depressions triangnlaires. Cadre granu-
leux, Opésie ovale. Une septule distale et deux ou
trois faterales. Pas d’aviculaires, d’ovicelle ni de
diéteìles (da Buge 1957, p. 136).
Conopeum sp.
(Tav. XXII, fig. 7, fig. 4 n.t.)
Fig. 4. — Conopeum sp. Zoario mostrante T interno delle
celle e zoeci integri ai bordi ( —50 x ).
Materiale. I.B. 229; Lv. 18.
Descrizione. Zoario incrostante, unilamellare,
incurvato, con zoeci disordinatamente disposti in
file longitudinali. Zoeci di forma molto variabile,
ma tendenzialmente poligonali o subrettangolari.
Opesii prevalentemente ovali od ogivali, sempre
poco più piccoli della cella. Gimnocisti, quadro e
probabile criptocisti praticamente indistinguibili
tra loro, costituenti assieme una superficie conves¬
sa, sviluppata tutt’attorno all’opesio e ornata nella
sua parte rivolta verso l’interno di piccolissime
dentellature. Assenza completa di strutture ed or¬
namentazioni esterne. Fondo degli zoeci talvolta
diviso da una soglia, posta trasversalmente a circa
metà della cella.
142
E. CERETTI - A. POLUZZI
Note. L’esemplare (unico) oggetto dì studio, è co¬
stituito prevalentemente dai pavimenti e dai muri
interni delle celle ; soltanto verso i margini sono
osservabili alcuni zoeci completi.
Discussione. Gli A A. sono in parziale disaccordo
sulle diagnosi generiche di Membranipora e di Co¬
nopeum. Lagaaij 1952, p. 17, Buge 1957, p. 137,
Bassler 1953, p. G155, indicano per Mebranipora
la presenza necessaria di tubercoli prossimali sul
gimnocisti e la possibile esistenza di un sottile
criptocisti. Brown 1952, p. 44, non prende in con¬
siderazione il criptocisti e il gimnocisti, non stima
necessaria la presenza di tubercoli, limitando così,
anche se indirettamente, il carattere dagnostico
del genere Membranipora al solo quadro. Per Co¬
nopeum, Buge 1957, p. 136, indica quadro granu¬
loso e septule, aggiungendo che spesso sono pre¬
senti depressioni triangolari nel gimnocisti ; non
considera quindi tali cavità come carattere pecu¬
liare del genere. Canu & Lecointre 1925, p. 13 e
Bassler 1953, p. G156, affermano invece che in
Conopeum le aree triangolari debbono essere sem¬
pre presenti. Poiché nella nostra colonia è stato
individuato un gimnocisti abbastanza sviluppato
e non vi è traccia di tubercoli gimnocistali, non
riteniamo di poterla ascrivere al genere Membra¬
nipora. Non rimane dunque che seguire la dia¬
gnosi formulata da Buge 1957 per Conopeum, che
ammette, come già detto, la possibile assenza di
cavità triangolari.
Per quanto riguarda la specie, Conope-um reti-
culum (Linneo), come descritto e figurato da
Buge 1956, p. 24, t. 5, f. 1, mostra nella parte
più calcificata della colonia, ove gli opesii sono
più piccoli, una stretta somiglianza con il nostro
esemplare, anche se la disposizione zoeciale della
specie tunisina appare molto più ordinata e re¬
golare.
Dime
nsioni.
Esemplare I.B.
229.
N
EM
M
DS
Lz
7
0,31-0,44
mm
0,38 mm
0 ;
,04 mm
lz
7
0,21-0,39
»
0,28 »
0,
,05 »
ho
3
0,17-0,24
»
0,29 »
0 ,
,03 »
lo
3
0,15-0,20
»
0,17 »
0 ,
,03 »
Famiglia Onychocellidae Jullien, 1881
Genere Onychocella Jullien, 1882
Specie tipo (per designazione originale): Ony¬
chocella marioni Jullien, 1881, Nouvelle division,
p. 277. Attuale, Mediterraneo.
Diagnosis. Onychocellidae with exagonal zoecia.
Elliptical or subtrifoliate opesia. Eterozoecia
(Onychocellaria) falciform (with a single membra-
nous expansion).
Onychoceila sp.
(Tav. XXII, fig. 1, fig. 5 n.t.)
Fig. 5. — Interno di alcuni zoeci di Onychocella sp.; si
nota sulla sinistra l’onichocellario ( ~ 55 x )■
Materiali. Esemplare descritto: I.B, 106; Lv.
10. Altri esemplari: I.B, 107-113; Lvv. 10, 18.
Esemplari incerti: I.B. 112-118; Lvv. 10, 11, 29.
Descrizione. Zoario incrostante, unilamellare.
Zoeci disposti irregolarmente in file apparente¬
mente radiali ; dall’ interno otriformi, tronchi
prossimalmente o poligonali arrotondati ; pareti
laterali verticali. Criptocisti internamente granu¬
lare o fibroso sempre imperforato, degradante
verso l’opesio, ampio ed esteso per circa metà della
cella, talvolta anche ai lati dell’apertura. Opesio
terminale, semiellittico con bordo inferiore quasi
sempre retto o con leggera curvatura rivolta di¬
stalmente; più raramente ellittico. Onicoceilari
lunghi quanto gli zoeci, ma molto più stretti, con
criptocisti quasi completamente circondante un
opesio ovale. Muro dorsale talora con un solco ap¬
prezzabile in corrispondenza del bordo degli zoeci.
Note e discussione. Abbiamo a disposizione
solamente gli interni di alcune colonie; la descri¬
zione si riferisce alla meglio conservata (I.B. 106).
Le altre colonie hanno organizzazione molto simile
e sono indicate con le sigle I.B. 107-113. Per altri
cinque esemplari (I.B, 114-118), 1’ impossibilità di
distinguere con chiarezza gli onichocellari non per¬
mette di giungere neppure ad una determinazione
generica; la loro geometria zoariale tuttavia ci in¬
duce a collocarli dubitativamente accanto agli
esemplari di Onychocella sp. Per quanto riguarda
le colonie meglio conservate la totale assenza de¬
gli esterni ci ha precluso la possibilità di identifi-
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
143
care le specie. L’esame della letteratura ci porta
però a fare alcune considerazioni di un certo inte¬
resse. La specie più citata di Onychocella è 0. an¬
guiosa, la cui sinonimia è piuttosto controversa
(v. Cheetham 1966, p. 31). Possiamo tuttavia
escludere, malgrado alcune indiscutibili affinità,
che le nostre colonie appartengano ad 0. anguiosa
s.s. a cagione della forma degli zoeci, il cui habi¬
tus allungato e otriforme prevale nettamente su
quello poligonale tipico della suddetta specie; inol¬
tre l’opesio delle nostre colonie risulta costante-
mente confinato al bordo distale dello zoecio. Ri¬
cordiamo poi 0. calvimontata Canu, 1907, p. 22
e O. dimorfa Canu, 1907, p. 23, come forme che
più si avvicinano all’organizzazione della nostra
colonia. Entrambe le specie sono però tipiche del¬
l’Eocene parigino. Segnaliamo infine la forma at¬
tuale, classificata da Canu & Bassler 1929 a,
p. 127, come Rectonychocella grandipora, che mo¬
stra chiare analogie, particolarmente nella forma
degli zoeci e dell’opesio.
Dimensioni. Il primo gruppo di misure è rife¬
rito all’esemplare I.B. 106 ; il successivo ad altri
esemplari della stessa specie presenti in Colle¬
zione.
N
EM
M
DS
Lz
8
0,48-0,58 mm
0,54
mm
0,04
mm
lz
9
0,27-0,43 »
0,36
»
0,06
»
ho
8
0,20-0,31 »
0,26
»
0,03
»
lo
8
0,16-0,28 »
0,22
»
0,04
»
Onicocellari :
Lz
2
0,49-0,51 mm
0,50
mm
0,01
mm
lz
2
0,24-0,25 »
0,25
»
0,01
»
ho
2
0,33-0,36 »
0,35
»
0,01
»
lo
2
0,08-0,09 »
0,09
»
0,01
»
Lz
7
0,47-0,55 »
0,51
»
0,03
»
lz
7
0,32-0,43 mm
0,36
mm
0,04
mm
ho
6
0,16-0,33 »
0,24
»
0,07
»
lo
7
0,13-0,27 »
0,20
»
0,06
»
Onicocellari
Lz
5
0,45-0,65 mm
0,55
mm
0,09
mm
lz
5
0,20-0,27 »
0,23
»
0,03
»
ho
5
0,16-0,37 »
0,30
»
0,09
»
lo
5
0,07-0,11 »
0,09
»
0,01
»
SOTTORDINE ASCOPHORA LEVINSEN, 1909
Famiglia Porinidae d'Orbigny, 1852
Genere Porina d'Orbigny, 1852
Specie tipo (scelta da Lang 1917, p. 172): Escha-
ra gracilis Lamarck, 1816, Hist. nat. des Ani-
maux sans Vertebres, p. 176. Attuale, Atlantico.
Diagnosi. Porinidae avec zoarium génèralment
libre, érigé et cilindrique, parfois bilamellaire et
lobé. Zoecies à frontale couverte de pores allon-
gés placés en files longitudinales. Péristome cir-
culaire, souvent tubulaire, portant un certain nom-
bre de trés petits aviculaires oraux. Il existe un
ascopore médian placò au voisinage de l’apertura
(da Buge 1957, p. 211).
Porina coronata (Reuss.), 1847
(Tav. XXIII, figg. 9 e 12, fig. 6 n.t.)
1847 Cellaria coronata Reuss, Foss Polyp., p. 62, t. 8, f. 3.
1847 Eschara confetta Reuss, ibid., p. 71, t. 8, f. 32 ( fide
Reuss 1869).
1869 Acropora coronata, Rss., Reuss, Crosaro, p. 277,
t. 34, ff. 3-5.
1881 Porina coronata, Rss., Waters, Victoria, Australia,
p. 333, t. 16, f. 57.
1885 ? Porina. coronata Rss. sp., Koskinsky, Bayern, p. 42,
t. 4, ff. 7-9.
1887 Acropora coronata Rss., Pergens, Kolosvar, p. 7
(in tab.).
1891 Porina (?) coronata (Reuss), Waters, N. Italian
Bryozoa, p. 24, t. 4, ff. 1-4, 15, non f. 5.
1897 Porina coronata Rss. (Cellaria), De Angelis d’Os-
sat & Neviani, Sardegna, p. 593.
1913 Acropora coronata Reuss, Canu, Trois nouv. famil-
les, p. 136, ff. 2A-E.
1962 Porina coronata (Reuss), Ghiurca, Transilvania,
p. 74 (in tab.).
1963 Porina coronata (Reuss), Malecki, Central Carpa-
thians, p. 116, t. 11, f. 2.
1963 Porina coronata (Reuss), Braga, Terziario veneto,
p. 30, ff. 14-15.
1965 Porina coronata (Reuss), Braga, Possagno, p. 224.
1968 Porina coronata (Reuss), Braga, Trevigiano occ.,
p. 99 (in tab.).
1968 Porina coronata (Reuss), Labracherie, Falaise de
Handia, p. 315, t. 7, ff. 17-19.
Materiale. Esemplare descritto: I.B. 119; Lv.
18. Altri esemplari: I.B. 120-200; Lvv. 9-11, 13-
14, 16-18, 22.
Diagnosi. Porina con peristoma piatto, poco ele¬
vato, con 3-7 eterozoeci circumorali, talora circon¬
dati da esile colletto.
Diagnosis. Porina with a fiat peristome, sligh-
tly raised, with 3-7 circumoral eterozoecia, some-
times surrounded by scarcely elevated thin collar.
Descrizione. Zoario bilamellare, a sezione ellit¬
tica, dicotomico. Muro frontale costituito da un
tremocisti di notevole spessore, attraversato da
tremopori di dimensione e numero variabile (co¬
munque sempre ben apprezzabili), sormontante un
olocisti compatto, sottile, finemente perforato.
Zoeci indistinti, internamente otriformi. Aperture
esterne rotonde o subrotonde, alternanti, allineate
secondo file longitudinali e diagonali. Peristoma
poco rilevato, orbicolare, piano, abbastanza am¬
pio e privo di tremopori. Ascoporo prossimale al
peristoma, tangente o poco distante da questi, ra¬
ramente distinguibile dai tremopori per il diame-
144
E. CERETTI - A. POLUZZI
Fig. 6. — Porina coronata Reuss. Schema dell’interno e di porzione deliesterno della colonia ( — 35 x).
tro di poco maggiore ; nell’ ispessimento del muro
frontale forma una piccola cella, prossimale al pe-
ristomio, comunicante con lo zoecio interno per
mezzo di un canalicolo. Eterozoeci in posizione r e
numero variabile, di diametro poco maggiore dei
tremopori, disposti sul bordo esterno del peristo-
ma. Apertura, primaria subrotonda; lungo peristo-
mio molto saliente nella sua parte terminale. Pa¬
vimenti delle celle accostati tra loro e costituenti
un setto semplice separante i due letti della colo¬
nia; setto di spessore molto variabile, a causa del
fondo concavo degli zoeci, percorso da sottili ca¬
nali longitudinali. Connessioni tubolari tra zoe¬
cio e zoecio ( septidae ).
Note. Dalle sezioni degli interni, pare che le celle
siano costituite da pareti olocistali accostate tra
loro e che fra queste spesso si formino canali lon¬
gitudinali. Gli eterozoeci circumorali più grossi,
sembrerebbero fissarsi di preferenza poco a de¬
stra dell’asse dell’ apertura distalmente, poco a si¬
nistra prossimalmente ; tutti gli eterozoeci degli
esemplari meglio conservati, sono circondati da
un esile colletto rialzato. In alcuni esemplari, parte
della colonia (stadio senile), presenta le aperture
esterne obliterate da callosità tremocistali.
Discussione. La descrizione di Koschinski 1885,
p. 42, indica le caratteristiche della specie nei
6-7 pori circumorali sul peristoma espanso e poco
elevato. Dalla t. 4, ff. 1-2, di Waters 1891, risulta
che i pori circumorali possono essere anche sola¬
mente in numero di 3 (seppur raramente), spesso
4-5, e di nuovo raramente 6 f lo stesso A. avverte
però che la specie possiede grande variabilità ed
illustra nella sua f. 5 di t. 4 un esemplare che am¬
mette essere molto simile a Cellaria lebbrosa Reuss
1847, (che Reuss stesso successivamente considera
P. duplicata Reuss 1847). Precedentemente Wa¬
ters 1889, p. 32, aveva proposto il nome di P. co¬
ronata var. labrosa per un esemplare denominato
da Busk 1884, p. 172, Haswellia australiensis. Au¬
tori posteriori fra cui Harmer 1957, p. 847, hanno
dimostrato che Waters attribuiva erroneamente a
P. coronata forme da ricondursi a Spiroporina
vertebralis = Haswellia australiensis o affini. Ri¬
mane tuttavia valido il concetto di Waters della
grande variabilità intraspecifica di P. coronata,
soprattutto per quello che riguarda la morfologia
zoariale (Braga 1963, p. 30). Braga 1965, p. 224
segnala poi colonie con grosse aperture e avico-
lari deformati. Queste ultime caratteristiche non
sono state riscontrate sul nostro materiale. Noi ri¬
teniamo che la specie presenti la maggior varia¬
bilità nella disposizione degli eterozoeci circumo¬
rali, nella tremocistatura e nello spessore del
muro mentre le colonie sono più spesso bilamel-
lari ed appiattite (Labracherie 1968, p. 316).
I materiali della nostra Collezione, per il loro
stato di conservazione non sempre eccellente, non
consentirebbero affermazioni a carattere generale,
ma osservazioni dirette sugli esemplari della Col¬
lezione Canu (Mus. Hist. Nat. Parigi), ci confer¬
mano in questa nostra convinzione.
Dimensioni. Il primo gruppo di misure è rife¬
rito all’esemplare I.B. 119, il successivo ad altri
esemplari della stessa specie presenti in Collezione.
N
EM
M
DS
Lz
5
0,76-0,85
mm
0,82
mm
0,04 mm
lz
5
0,27-0,33
»
0,30
»
0,03
»
ho
10
0,09-0,10
»
0,10
»
0,01
»
lo
10
0,08-0,12
»
0,10
»
0,01
»
ho *
10
0,08-0,11
»
0,09
»
0,01
»
lo *
10
0,07-0,11
»
0,09
»
0,01
»
Lav
5
0,07-0,09
»
0,07
»
0,01
»
0 asc.
a
5
0,03-0,06
»
0,05
»
0,01
»
N
EM
M
DS
Lz
17
0,74-1,05
mm
0,90 :
mm
0,08 mm
lz
30
0,23-0,34
»
0,29
»
0,03
»
ho
10
0,08-0,12
»
0,10
»
0,01
»
lo
10
0,07-0,11
»
0,10
»
0,01
»
ho *
30
0,09-0,17
»
0,14
»
0,02
»
lo *
30
0,09-0,17
»
0,14
»
0,02
»
Lav
15
0,05-0,10
»
0,08
»
0,01
»
0 asc.
C)
dati
insufficenti.
U) Diametro dell’ascoporo.
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
145
Distribuzione. E o cene-M io cene.
Eocene dei Carpazi in arenarie (Màlecki 1963),
Eocene di Biarritz in calcari (Labracherie 1968),
Eocene inferiore di Nuova Zelanda (Waters
1881), Luteziano di Baviera in marne (Koskinski
1885), Eocene superiore di Galizia, Transilvania,
Ungheria in marne blu e grigiastre (Pergens
1887, Canu 1913, Ghiurca 1962), Eocene supe¬
riore di Nuova Zelanda (Waters 1881), Priabo-
niano dei Lessini centro orientali, dei Berici sud
orientali, di M. Baldo in marne (Waters 1891,
Braga 1963), Priaboniano superiore dei Berici sud
orientali nelle marne a Briozoi (Braga 1963), Lat-
torfiano dei Colli Berici in marne grigie (Braga
1963), Oligocene di Possagno in argille, e arenarie
marnose (Braga 1965), Oligocene superiore - Mio¬
cene inferiore (?) dell’Abruzzo, Miocene di Sar¬
degna in arenarie (De Angelis & Neviani 1897),
Miocene d’Australia in argille (Waters 1881),
Miocene inferiore del trevigiano occidentale in are¬
narie glauconiose (Braga 1967), Tortoniano del
Bacino di Vienna nelle marne e calcari di Leitha
(Reuss 1847), Waters 1881, contrariamente a
tutti gli AA, successivi, segnala P. coronata come
vivente (acque del Queesland e di Darnley Island).
Con ogni probabilità tale dato è inattendibile per
l’imprecisa interpretazione data dall’A. inglese
alla specie in questione (vedi discussione).
Genere Beisselina Canu. 1913
Specie tipo (scelta da Canu & Bassler 1920,
p. 322): Escliara striata Goldfuss, 1827, Petref.
Germ. p. 25, t. 8, f. 16. Maastrichtiano d’Olanda.
Diagnosi. Porinidae with numerous small avicu-
laria placed on thè tubules that cross thè frontal
wall hiding thè true zoecial form. Circumoral avi-
cularia lacking.
Note. Precedentemente erano state date le se¬
guenti diagnosi : Peristoma senza avicolari. Pori
origelliani o avicolari sparsi sul frontale, che ma¬
scherano la forma zoeciale vera (Canu 1913 a,
p. 138). I tubuli sono larghi e spesso sostituiti da
piccoli avicolari che nascondono la forma zoe¬
ciale vera (Canu & Bassler 1920, p. 322).
Beisselina sp.
(Tav. XXII, fig. 5, fig. 7 n.t.)
Materiale. I.B. 201; Lv. 17.
Descrizione. Zoario eretto, bilamellare, foglia¬
ceo. Muro frontale di grande spessore, costituito
da un tremocisti irregolare su di un olocisti gros-
solamente perforato; tremopori larghi con peri-
stoma, talora sostituiti da piccoli avicolari. Zoeci
Fig. 7. — Beisselina sp. Frammento di colonia mostrante
le aperture esterne e gli avicolari affondati nel muro
frontale (~ 35 x).
indistinti, internamente otriformi. Aperture ester¬
ne suborbicolari, senza peristoma, poste al fondo
di un’area infundiboliforme. Aperture interne ro¬
tonde. Ascoporo difficilmente apprezzabile dal¬
l’esterno e delle stesse dimensioni dei tremopori,
ma al contrario di questi affondato e sempre ab¬
bastanza distante dal peristomice ; all’interno chia¬
ramente visibile in posizione prossimale in vici¬
nanza dell’apertura. Eterozoeci: a) grandi, ovoidi,
avventizi, molto affondati, non sporgenti in al¬
cuna parte, con robusta barra sempre molto vi¬
cina o addirittura aderente all’estremo opposto del
rostro; b) piccoli, rotondi, affondati, senza barra,
di dimensioni poco più grandi dei tremopori,
sparsi sul frontale o alloggiati sul peristoma. Ovi-
celle non osservate.
Discussione. Lo zoario è abbastanza ben con¬
servato e per quanto la porzione di muro frontale
sia piuttosto scarsa, rivela sufficientemente le sue
caratteristiche morfologiche. Essendo però unico,
ed appartenente ad un genere molto variabile e
con specie difficilmente distinguibili (v. Canu
1919 a, p. 196) abbiamo preferito non giungere ad
una determinazione specifica. Sono state tuttavia
riscontrate alcune affinità con B. pustolosa Canu
1919a, p. 196, t. 4, ff. 3-4 e con B. vanolosa Ley-
merie (come in Canu 1919 a, p. 199, t. 6, ff. 12-13).
Entrambe le specie portano però avicolari di
grande taglia, molto più robusti di quelli riscon¬
trati sulla nostra forma. B. coronata Hag. (come
in op. cit., p. 197, t. 5, ff. 14-16) si differenzia
E. CERETTI
A. POLUZZI
146
per le aperture tendenzialmente semicircolari.
Le tre specie citate hanno inoltre l’ascoporo
ben visibile sul frontale. Va notato infine che
Canu 1913 a, p. 137, f. 3, riporta sotto il nome di
Aeroporti salebrosa Marsson, una forma che mal¬
grado le dimensioni leggermente minori e la pre¬
senza di un apparato interno presso l’apertura
primaria non riscontrato nel nostro esemplare,
mostra indubbie analogie con Beisselina sp. (gros¬
si avicolari sul frontale, ascoporo poco visibile
dall’esterno, peristoma, quando presente, scarsa¬
mente elevato e fornito di pochi avicolari circu-
morali . . . ecc.). Queste caratteristiche ci fanno
pensare che l’esemplare di Canu 1913 a appar¬
tenga in realtà al genere Beisselina, piuttosto che
al genere Acropora = Porina.
Dimensioni. Esemplare I.B. 201.
N EM M DS
Lz
5
0,77-0,84 mm
0,81
mm
0,03
mm
Iz
5
0,31-0,33 »
0,32
»
0,01
»
ho
6
0,12-0,15 »
0,14
»
0,01
»
lo
6
0,12-0,15 »
0,13
»
0,01
»
Lav (tipo a)
5
0,11-0,13 »
0,12
»
0,01
»
Lav (tipo b) 4
0,04-0,08 »
0,06
»
0,02
»
Famiglia Stomaehetosellidae Canu & Bassler, 1917
Genere Enoplostomella Canu & Bassler, 1917
Specie tipo (per designazione originale): Eno¬
plostomella defixa Canu & Bassler, 1917, Synop.
Am. Early Tert., p. 46, t. 4, f. 8. Vicksburgiano
di Alabama.
Diagnosi. Stomaehetosellidae with thè apertura
and peristomice of thè ovicelled zoecia identical
with thè apertura and peristomice of thè ordinary
zoecia. The frontal is a tremocist with wide-mou-
thed tubules. The ovicell does not entirely sur¬
round thè peristomice. There is an avicularium in
thè peristomie in thè immediate vicinity of thè
peristomice (da Canu & Bassler 1917, p. 46).
Enoplostomella synthetica Canu & Bassler, 1920
(Tav. XXIII, fig. 3, fig. 8 n.t.)
1920 Enoplostomella synthetica Canu & Bassler, North
Am. Early Tert., p. 434, t. "90, ff. 1-9.
Materiale. I.B. 202; Lv. 26.
Diagnosi. Enoplostomella bifogliare o a sezione
ellittica con zoeci in file alternanti. Peristomici
orbicolari, affondati, forniti di corta ed ampia ri¬
mula, limitata da un piccolo avicolario prossimale
di forma triangolare. Aperture interne talora ri-
mulate. Rari avicolari avventizi rotondeggianti.
Diagnosis. Enoplostomella with bilamellar-folia-
ceous or elliptcal zoarium. Zoecia arranged alter-
Pig. 8. — Enoplostomella synthetica Canu & Bassler.
Esterno ed interno (sulla destra della colonia 35 x).
nately in longitudinal rows. Orbicular peristomi-
ces deeply set, with a short broad rimule. Rimule
bordered by a triangular proximal small avicu¬
larium. Primary orifice sometimes with sinus.
Rare rounded adventitious avicularia.
Descrizione. Zoario bifogliare espanso, appiat¬
tito, con muro frontale costituito da un tremocisti
a grossi pori, sovrapposto ad un olocisti interno,
sottile, finemente perforato. Zoeci indistinti, in¬
ternamente allungati, tronchi prossimalmente, a
fondo piatto. Peristomici alternati, variabili in
forma, alcuni grandi ed immersi, altri piccoli, ro¬
tondeggianti o semilunari, tutti deformati da un
avicolario prossimale, e quasi sempre rimulati.
Aperture interne semilunari, con bordo prossimale
molto arrotondato, talvolta corredate da due apo-
fisi formanti una rimula o unentesi a formare un
piccolo foro sottoaperturale. Avicolario triango¬
lare, di piccola taglia, sempre presente sul peri¬
stomice in posizione prossimale, allargantesi al-
1’ interno del muro frontale fin quasi a raggiun¬
gere il pavimento delle celle; rari avicolari av¬
ventizi posti sul frontale. Peristomio infundiboli-
forme nella parte più esterna, cilindrico in quella
più interna. Ovicelle iperstomiali, globulari, poco
rilevate, con frontale ispessito e tremocistato.
Discussione. Poiché la forma da noi esaminata
è provvista occasionalmente nella apertura interna
di condili o di un foro sottoaperturale (unica dif¬
ferenza apprezzabile fra i nostri esemplari e l’olo-
tipo di Canu & Bassler 1920), non potrebbe, a
rigore, essere attribuita ad Enoplostomella, es¬
sendo tale genere compreso nella famiglia delle
Stomaehetosellidae per la quale gli AA. escludono
la presenza di cardelle intese sensu lato come
strutture di incernieramento (vedi Canu & Bas¬
sler 1917, p. 45 ; 1920, p. 431). Va però osservato
che nella letteratura non è infrequente trovare
specie di tale genere provviste di apertura chia-
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
147
ramente rimulata e con condili (es. E. crassimu-
ralis Canu & Bassler 1920, t. 91, f. 7). Valutiamo
pertanto tale carattere come effettivamente pre¬
sente nel genere, e nel nostro caso, come facente
parte della variabilità intraspecifica.
E. synthetica mostra stretta somiglianza con
Pachytecella anhaltina (Voigt), come descritta e
figurata da Berthelsen 1962, p. 203, t. 25,
ff. 1-3 ; da questa si differenzia però per le aper¬
ture esterne più piccole ed una diversa conforma¬
zione del peristoma, più rilevato in P. anhaltina.
Dimensioni. Esemplare IB. 202.
N
EM
M
DS
Lz
8
0,68-0,80
mm
0,71 mm
0,03 mm
lz
10
0,25-0,37
»
0,31 »
0,04 »
ho
7
0,09-0,20
»
0,13 »
0,04 »
lo
7
0,07-0,15
»
0,10 »
0,03 »
Lav
7
0,08-0,13
»
0,11 »
0,02 »
Lov
4
0,40-0,44
»
0,42 »
0,01 »
Distribuzione. Oligocene-Miocene inferiore (?).
Oligocene degli U.S.A. nelle marne di Byram
(Canu & Bassler 1920), Oligocene Superiore-Mio¬
cene inferiore (?) dell’Abruzzo.
Famiglia Schizoporellidae Jullien, 1903
Genere Escharina Milne-Edwards, 1836
Specie tipo (scelta da Gray, 1848): Eschara vul-
garis, var. a Moll, 1803, Esch. ex Zooph. seu
Phytoz., p. 55, t. 3, ff. 10A-10B ; non E. vulgaris
var. fi Moll, 1803, ibid., p. 56, t. 3, ff. 11A-11B.
Attuale, Mediterraneo.
Discussione. I caratteri distintivi dei generi
Escharina e Schizo-porella non ci paiono ben de¬
finiti : infatti a prescindere dalla, diagnosi di
Milne-Edwards 1936 (nella 3 a edizione del 1841,
in Lamarck, 1" voi. p. 245) del tutto inservibile,
per gli AA. successivi risulta che la rimula, il
muro perforato, gli eterozoeci laterali si ritrova¬
no in entrambi i generi. Bassler 1953, p. G200,
indica nei caratteri di Escharina eterozoeci lunghi
e sottili. Lagaaij 1952, p. 65, diagnostica avicolari
appaiati o singoli latero-orali per Schizoporella e,
seguendo Brown 1952, p. 228, attribuisce ad
Escharina (p. 68) dietelle, sinus inverso, vibracoli
(eterozoeci per Brown) singoli o appaiati latero-
orali ed ovicelle recumbenti profondamente affon¬
date. Buge 1957, p. 236, avverte che Schizoporella
mostra spesso un umbone e che l’ovicella ipersto-
miale si apre con una speciale apertura, mentre
Escharina (p. 231) ha ovicelle recumbenti profon¬
damente affondate. Cheetham & Sandberg 1964,
p. 1031, si limitano ad indicare come carattere di¬
stintivo di Escharina la presenza di un sinus ge¬
neralmente inverso, aggiungendo che le ovicelle
sono di solito recumbenti e profondamente im¬
merse ed affermano la possibilità che gli etero¬
zoeci siano vibracoli o avicolari. Noi vogliamo
dare, a scopo utilitario, la seguente schematizza¬
zione conclusiva (in accordo con Buge 1957) prov¬
visoriamente sostitutiva della diagnosi :
Escharina : generalmente sinus più largo prossi-
malmente, ovicelle recumbenti, profondamente im¬
merse.
Schizo-porella: Umbone frequentissimo, ovicelle
iperstomiali con apertura indipendente.
Solo dopo studio accurato dei varii esemplari
(olotipi. . . ecc.) su cui sono state istituite le specie
e dopo aver accertato 1’ intervallo di variabilità
delle specie stesse, si potrà stabilire se il carat¬
tere che sembra più probabilmente distintivo (cioè
le ovicelle recumbenti di Escharina) debba rite¬
nersi costante e perciò discriminante i due generi.
Escharina cf. porosa (Smitt), 1873
(Tav. XXII, fig. 6 e 9, figg. 9a e 9b n.t.)
Fig. 9. — Escharina cf. porosa (Smitt). a: Esterno di
una cella (~ 80 x). b : Interno di alcuni zoeci (50 X).
L4S
E, CERETTI
A. FOLUZZI
Sinonimia di Escharina porosa :
1873 Hippothoa porosa Smitt, Ploridian Br., p. 41, t. 7,
f. 158.
1928 Mastigophora porosa (Smitt), Canu & Bassler,
Mexico, p. 134, t. 19, ff. 8-9.
1964 Escharina porosa (Smitt), Cheetham & Sandbekg,
Louisiana Mud., p. 1032, f. 33 n.t.
Descrizione. Zoario incrostante, unilamellare
con celle poligonali a tendenza esagonale, pareti
verticali e fondo quasi piatto. Muro frontale sot¬
tile, convesso, costituito da un tremocisti rico¬
prente un olocisti a grossi pori. Aperture semi-
circolari, in posizione distale, intaccate da minuta
rimula rotondeggiante, più larga prossimalmente.
Condili internamente ben distinti. Peristoma im¬
perforato, abbastanza espanso, rotondeggiante, più
elevato distalmente. Avicola/rio interzoeciale, pa¬
rallelo allo zoecio stesso, e con rostro rivolto di¬
stalmente, posto circa all’altezza di metà della
cella ed affondato fino a toccare il fondo della
colonia. Muro dorsale un po’ più calcificato del
frontale, con fondi degli zoeci distinti da solchi
sottili. Ovicelle non osservate.
Discussione. Escharina cf. porosa ricorda nei
caratteri generali Schizolavella meandrina Canu &
Lecointre 1928, p. 70. Nella specie francese è tut¬
tavia diversa la forma e la posizione dell’avico-
lario e vengono dati come assenti i due condili in¬
terni all’apertura.
Della E. porosa (Smitt), come descritta da
Cheetam & Sandberg 1964, la colonia in esame
possiede tutte le caratteristiche; l’avicolario della
specie dei « Mudlumps » sembrerebbe tuttavia
meno affondato, e la rimula poco più larga di¬
stalmente : questo ci induce a formulare qualche
riserva sulla precisa identificazione della specie.
Dimensioni. Il primo gruppo di misure è rife¬
rito all’esemplare I.B. 203; il successivo ad altri
esemplari della stessa specie presenti in Collezione.
N
EM
M
DS
Lz
8
0,43-0,67
mm
0,53 mm
0,08 mm
lz
8
0,37-0,43
»
0,39 »
0,02 »
ho
8
0,13-0,17
»
0,16 »
0,01 »
lo
8
0,13-0,16
»
0,14 »
0,01 »
Lav
8
N
0,20-0,24
EM
»
0,22 »
M
0,02 »
DS
Lz
10
0,51-0,57
mm
0,54 mm
0,02 mm
lz
10
0,27-0,43
»
0,35 »
0,05 »
ho
10
0,12-0,13
»
0,12 »
0,01 »
lo
10
0,09-0,12
»
0,11 »
0,01 »
Lav
6
0,19-0,27
»
0,22 »
0,03 »
Distribuzione (di E. porosa). Pleistocene-At¬
tuale.
Pleistocene del delta del Mississippi, Louisiana,
nei « Mudlumps » (Cheetham & Sandberg 1964).
Attuale : Golfo del Messico, 55-128 m ; Est-Paci¬
fico, Colombia, 22 m ; Est-Atlantico, Coste di Gui¬
nea (Canu & Bassler 1928, Cheetham & Sand¬
berg 1964).
Genere Schizoporella Hincks, 1877
Specie tipo (per designazione originale): Lepra-
lia unicornis Johnston, 1847, British Zooph.,
p. 320, t. 57, f. 1 . Attuale, Isole Britanniche.
Diagnosi e discussione. Vedi genere Escha¬
rina (p. 147).
Schizoporella geminopora (Reuss, 1847)
(Tav. XXIII, fig. 1, fig. 10 n.t.)
Fig. 10. — Schizoporella geminopora (Reuss). Porzione
dell’esterno (sulla destra) e dell’interno, ove si notano
le perforazioni alla base degli zoeci (—30 x).
1847 Vaginopora geminopora Reuss, Foss. Polyp. Wie¬
ner, p. 74, t. 9, ff. 3-4.
1877 Hemieschara geminopora Reuss, Manzoni, Austria
ed Ungheria, p. 55, t, 2, f. 10, t. 3, ff. 11-13.
1891 Schizoporella geminopora Reuss, Pergens, Gard,
p. 52.
non 1908 Schizoporella geminopora Reuss, Canu, Envi-
rons de Paris, p. 86, t. 10, ff. 18-19.
1910 Schizoporella geminopora Manzoni, Canu, Terrains
S.O. France (Lutetien), p. 840.
1952 Hemieschara geminopora Reuss, Malecki, Cracovia
e Mieehow, p. 201, t. 11, f. 17.
1961 Schizoporella geminopora Rss., Ghiurca, Tara
Chioarului, p. 726.
1966 Schizoporella geminopora (Reuss), Malecki, Skot-
niki (Busko), p. 490.
Materiale. Esemplare descritto: I.B. 220; Lv. 10.
Altri esemplari: I.B. 221-225; Lvv. 10, 11, 13.
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
149
Diagnosi. Schizoporella unilamellare incurvata
ed espansa oppure cilindrica cava. Zoeci prisma¬
tici perforati alla base. Un solo eterozoecio late¬
rale subrotondo.
Diagnosis. Unilamellar recurved or hollow ci-
lindric Schizoporella with prismatic zoecia, per-
forated at thè bottoni. A single suborbicolar la-
teral heterozooecium.
Descrizione. Zoario unilamellare espanso, incur¬
vato, perforato alla base degli zoeci. Muro fron¬
tale costituito da un tremocisti di spessore ap¬
prezzabile, con pori irregolari, sovrapposto ad un
sottile olociti. Zoeci esternamente maldistinti, in¬
ternamente a pianta prismatica, subquadrango¬
lare, con pareti verticali. Orifizi posti vicino al
bordo distale dello zoecio, di forma subcircolare o
con bordo prossimale leggermente concavo, in en¬
trambi i casi circondati da un esile colletto e in¬
taccati da rimula triangolare acuminata o arro¬
tondata. Peristoma espanso, poco elevato ed ap¬
prezzabile solo in zona distale. Eterozoecio subor-
bicolare, laterale, posto circa al terzo superiore di
ciascuna cella. Peristomio breve, saliente, quasi
verticale. Pavimento dello zoecio sempre perfo¬
rato al centro da un poro, meno largo dell’aper¬
tura secondaria, spesso rotondo, talvolta sinuato,
raramente con barra mediana. Ovicelle non os¬
servate.
Note. Gli zoari spesso formano una cupola, senza
ispessimenti a causa dell’ inarcamento delle colo¬
nie. Nei nostri materiali non sono stati riscontrati
zoari cavi (cf. Manzoni 1877, t. 2, f. 10). Frequen¬
temente le celle comunicano tra loro con una o più
perforazioni parietali rotondeggianti ( septulae uni-
porose) e circondate da un esile colletto. Non è
stato possibile osservare la superficie dorsale delle
colonie.
Discussione. I caratteri osservati, in partico¬
lare la forma tondeggiante dell’apertura, la pre¬
senza costante dell’eterozoecio laterale, la forma
delle celle perforate alla base, ci fanno classifi¬
care il nostro esemplare come R. geminopora, in
accordo principalmente con Manzoni 1877 e con
Malecki 1952. Sussistono invece dubbi circa la
corretta interpretazione di Canu 1908 (t. 10,
ff. 18-19) per l’esemplare figurato e non descritto,
il quale concorda scarsamente nei caratteri aper-
turali e nelle perforazioni dorsali.
Dimensioni. Il primo gruppo di misure è rife¬
rito aH’esemplare I.B. 220 ; il successivo ad altri
esemplari della stessa specie presenti in Collezione.
N
EM
M
DS
Lz
5
0,53-0,60 mm
0,56
mm
0,03 mm
lz
5
0,33-0,39 »
0,35
»
0,02
»
ho
5
0,12-0,13 »
0,13
»
0,01
»
lo
5
0,09-0,12 »
0,11
»
0,01
»
Lav
5
0,02-0,05 »
0,04
»
0,01
»
hpd (’)
5
0,08-0,09 »
0,08
»
0,01
»
Ipd C)
5
0,07-0,08 »
0,07
»
0,01
»
N
EM
M
DS
Lz
10
0,40-0,64 mm
0,52
mm
0,08 mm
lz
10
0,28-0,44 »
0,36
»
0,06
»
ho
10
0,09-0,15 »
0,12
»
0,02
»
lo
5
0,08-0,13 »
0,10
»
0,02
»
Lav
10
0,02-0,05 »
0,04
»
0,01
»
hpd C)
10
0,07-0,13 »
0,10
»
0,02
»
lpd C)
10
0,04-0,08 »
0,08
»
0,02
»
Distribuzione. Luteziano-Miocene superiore.
Luteziano della Gironda (Canu 1910), Luteziano
medio di Chaussy (Canu 1908), Oligocene supe-
riore-Miocene inferiore ( ?) dell’Abruzzo, Miocene
d’Austria e Ungheria (Manzoni 1877), Budiga-
liano di Gard. e S.O. della Francia (Canu 1908,
1916), Serravalliano di Les Angres, Gard Fr.
(Pergens 1891), Serravalliano dello Herault, del
Bacino del Rodano, di Superga in sabbie (Canu
1908, 1913), Tortoniano del Bacino di Vienna
nelle marne e calcari di Leitha (Reuss 1847),
Tortoniano di Tara Chioarului, Romania in cal¬
cari (Chiurca 1961), Tortoniano inferiore di Cra¬
covia e Miechow, Polonia, in sabbie a Eteroste-
gine, Tortoniano inferiore dì Skotniki, Polonia
centrale in depositi detritici (Malecki 1952,
1966), Saheliano d’Algeria (Canu 1908).
Schizoporella floridana Osburn, 1914
(Tav. XXIII, fig. 5, fig. 11 n.t.)
1914 Schizoporella floridana Osburn, Tortugas Islands,
Florida, p. 205, ff.n.t. 17-18.
1923 Schizopodrella floridina (sic) Osburn, Canu & Bas-
sler, North Am. Later Tert. and Quat., p. 106,
t. 16, ff. 11-15.
1928 Schizopodrella floridana Osburn, CANU & BASSLER,
Gulf of Mexico, p. 93, t. 10, ff. 4-6, ff.n.t. 15 d, e.
1964 Schizoporella floridana Osburn, Cheetham & Sand-
berg, Louisiana Mudlumps, p. 1030, f.n.t. 32.
1967 Schizoporella floridana Osburn, Weisbord, Cabo
Bianco, Venezuela, p. 52, t. 3, ff. 4-6, t. 7, f. 2.
1967 Schizoporella floridana ? Osburn, Weisbord, ibid.,
p. 60, t. 3, ff. 7-9, t. 7, f. 3.
1968 Schizoporella floridana Osburn, Maturo, New En-
gland, p. 279.
( 1 ) Lunghezza del poro dorsale.
(") Larghezza del poro dorsale.
E. CERETTI
A. POLUZZI
150
Fig. 11. — Schizoporella floridana Osburn. Due zoeci
provvisti di avieolario (~ 55 x).
Materiale. I.B. 226; varii frammenti di un
unica colonia provenienti da un erratico di circa
10 cm di diametro, trovato alla base della serie.
Diagnosi. Schizoporella a zoario multilamellare,
con zoeci subquadrangolari, ad apertura asimme¬
trica. Avieolario latero-orale grande, con becco
molto sviluppato. Ovicelle di piccola taglia e mi¬
nutamente porose.
Diagnosis. Multilamellar Schizoporella with sub-
quadrangolar zoecia ; asimmetrica! aperture. Large
latero-oral avicularium with welì developed beak.
Ovicell small, minutely porous.
Descrizione. Zoario plurilamellare. Zoeci traslu¬
cidi, poligonali, otriformi compressi distalmente,
distinti da un solco profondo. Muro frontale sot¬
tile, molto convesso, costituito internamente da
olocisti finemente granulare, sormontato da un
tremocisti a struttura tubercolato-puntata con per¬
forazioni frequentemente variabili in numero e
diametro. Minuscole areole rotonde al fondo del
solco limitante gli zoeci. Orifizi prevalentemente
semicircolari, posti talora asimmetricamente alla
estremità distale dello zoecio, con rimula rettan¬
golare profonda e stretta. Peristoma eretto e ben
apprezzabile nella parte semicircolare dell’aper¬
tura. Ampio avieolario sempre presente, molto
prominente e superficiale, posto di lato, nella
parte distale della cella, di preferenza, alla destra
dell’orifizio ; apertura avìcolariana munita di una
robusta barra dividente l’apertura stessa in un
area semicircolare ed in una triangolare di gran¬
dezza variabile ; rostro molto prominente, spesso
terminante in una tozza struttura spiniforme ad
orientamento latero-distale, quasi ortogonale al¬
l’asse di allungamento dello zoecio. Spine orali non
osservate. Ovicelle assenti.
Note. Essendo la colonia alloggiata entro una ca¬
vità della roccia, nel trattamento si è parzialmente
disgregata in singoli zoeci o in piccoli gruppi di
zoeci plurilamellari ad orientazione varia. L’ulti¬
mo strato zoeciale che è rimasto unito al sup¬
porto mostra le celle isorientate. Parrebbe quindi
esserci una orientazione costante ed indipendente
per ogni singola lamella.
Discussione. S. floridana, come descritta e fi¬
gurata da Cheetham & Sandberg 1964, mostra
rispetto ai nostri esemplari una rimula meno pro¬
fonda e più larga, un avieolario più immerso, ad
orientazione variabile e con barra occasionalmente
presente. Confrontati con la descrizione di Wei-
bord 1967, gli zoeci presentano il sinus più stretto
e costantemente un solo avieolario (più promi¬
nente e con barra sempre visibile) ; mancano le
costole sul frontale e le areole sono più piccole;
si nota però la comune assenza di ovicelle. Nono¬
stante le differenze suddette noi riteniamo che si
tratti egualmente di S. floridana. Per quanto ri¬
guarda le analogie della specie in questione con
S. unicornis (JOHNSTON), si rimanda alla discus¬
sione di Cheetham & Sandberg 1964, p. 1030.
Dimensioni. Esemplare I.B. 226.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,00-0,81
mm
0,68 mm
0,07 mm
lz
10
0,49-0,69
»
0,59 »
0,07 »
ho
10
0,08-0,12
»
0,11 »
0,02 »
lo
10
0,09-0,15
»
0,11 »
0,02 »
Lav
10
0,20-0,32
»
0,26 »
0,04 »
Distribuzione. Oligocene superiore-Attuale.
Oligocene superiore - Miocene inferiore ( ?) del¬
l’Abruzzo, Miocene superiore del Nord Carolina
nelle marne di Duplin, e della Florida nelle marne
di Choctawhatchee (Canu & Bassler 1923), Plio¬
cene del Venezuela, « Playa Grande formation »,
maiquetia member, in bioherme di alghe coralline
(Weisbord 1967), Pleistocene della Luisiana, in
argille plastiche (Cheetham & Sandberg 1964).
Attuale: Mare dei Caraibi (Yucatan, Porto Rico
da 11 a 35 m, Curacao da 11 a 75 m, Isola di Tor-
tuga del Venezuela a 75 m, Colombia da 38 a
40 m), West-Atlantico (Nord Carolina), Golfo Mes¬
sico (Tortugas da 27 a 30 m, coste della Florida
occidentale a 9 m) (Cheetham & Sandberg 1967;
Weisbord 1967).
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
l.')l
Famiglia Hippoporinidae Bassler, 1935
Genere Lacerna Jullien, 1888
Specie tipo (per monotipia): Lacerna hosteensis
Jullien 1888, Miss. Se. du Cap Horn 1882-83,
p. 48. Attuale, Terra del Fuoco.
Diagnosi. Schizoporellidae avec zoarium encroù-
tant ou formant des frondes bilamellaire. La fron¬
tale des zoecies est doublé : elle est formée d’une
oloeyste entouré de pores aréolaires et surmonté
d’un pleuroeyste incomplet. L’apertura est semi-
circulaire anterieurement, rectiligne dans sa par-
tie proximale qui est entaiìlé par une rimule ar-
rondie centrale. L’ovicelle est hyperstomial, fermé
par l’opercule. Sa paro! a una structure identique
a celle de la frontale (da Buge 1957, p. 229).
Lacerna cf. jacksonensis Canu & Bassler, 1920
(Tav. XXII, fig. 2, fig. 12 n.t.)
Pig. 12. — Lacerna cf. jacksonensis Canu & Bassler.
Zoecio mostrante la doppia fila di areole. Di lato si nota
l’interno di alcuni zoeci (32 x).
1920 Lacerna jacksonensis Canu & Bassler, North Am.
Early Tert., p. 346, t. 44, ff. 13-16.
Materiale. I.B. 227; Lv. 26.
Descrizione. Zoario unilamellare, incrostante.
Muro frontale sottile, convesso, costituito da un
pleurocisti scabro, sopra un olocisti granuloso,
perforato al bordo da areole. Areole in doppia fila
(quella interna a diametro minore), talvolta cunei¬
formi e divise da coste appena accennate. Zoeci di¬
stinti, irregolarmente piriformi, spesso a disposi¬
zione e dimensione variabile, ma generalmente di
grossa taglia, divisi da un solco sottile; interna¬
mente con pareti a tendenza verticale, fondo piatto
e pianta subrettangolare a lato distale minore. Ori¬
fizio subrotondo, posto all’estremità distale dello
zoecio, portante un sinus triangolare arrotondato,
abbastanza breve. Peristoma appena accennato e
quasi inesistente attorno alla rimula.
Note. Le notizie dell’esterno in nostro possesso
sono molto scarse, essendosi potuto osservare un
solo zoecio con muro frontale intatto. Nulla si può
pertanto dire al riguardo delie ovicelle, delle spine
orali e dell’avicolario.
Discussione. L’apertura con sinus triangolare
arrotondato, il pleurocisti limitato alla parte mar¬
ginale dello zoecio, indicano il genere Lacerna.
Delle specie reperibili nella letteratura nessuna
corrisponde perfettamente al nostro zoario ; l’ab¬
biamo confrontato con L. jacksonensis Canu &
Bassler, 1920 che si differenzia per avere una
rimula più stretta e lineare, circondata da un pe¬
ristoma più marcato ; le illustrazioni mostrano tut¬
tavia che la rimula è molto variabile e che talora
il peristoma diminuisce in corrispondenza di essa.
Inoltre alcuni esemplari da noi osservati nella Col¬
lezione Canu del Museo di Storia Naturale di Pa¬
rigi e classificati come L. jacksonensis, presentano
caratteristiche d’insieme simili al nostro esem¬
plare, salvo avere dimensioni leggermente minori.
Dimensioni. Esemplare I.B. 227.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,53-0,93 mm
0,70 mm
0,14 mm
Iz
10
0,40-0,93 »
0,59 »
0,16 »
ho
5
0,16-0,20 »
0,19 »
0,02 »
lo
5
0,13-0,17 »
0,16 »
0,02 »
Distribuzione (di L. jacksonensis). Eocene su¬
periore.
Jacksoniano di Jackson, Mississippi, marne di
Moodys (Canu & Bassler 1920).
Famiglia Tubucellariidae Busk, 1884
Genere Tubuceiia Canu & Bassler, 1917
Specie tipo (per designazione originale): Tubu-
cella • ( Eschara ) mamillaris Milne-Edwards, 1836
[in] Lamarck J. B., Hist. Nat. des Animaux sans
Vertebres, p. 336, t. 11, f. 10. Luteziano del Ba¬
cino di Parigi.
Diagnosi. Tubucellariidae with thè zoarium free,
bilamellar, firmly attached, rigid. The avicularia
are very rare. The peristomiale is equal to thè
frontal (da Canu & Bassler 1917, p. 62).
Tubucella sp. 1
(Tav. XXII, fig. 8)
Materiali. I.B. 228; Lv. 16.
Descrizione. Zoario eretto, a sezione ellittica
compressa, con rami bilamellari, composti di 8 file
152
E. CERETTI
A. POLUZZI
adiacenti di zoeci alternanti tra loro. Zoeci allun¬
gati, distinti al margine distale per la salienza del
peristoma, internamente claviformi, con termina¬
zione prossimale appuntita, recanti a metà camera
zoeciale o al terzo superiore un asccrporo ; rara¬
mente pori ascoporiani in coppia, molto vicini, al¬
lineati lungo l’asse dello zoecio. Muro frontale for¬
mato da un tremocisti a pori sparsi, piuttosto
ispessito, su un olocisti finemente granulare a pic¬
coli pori, di spessore variabile, da equivalente al
diametro del peristomio a circa tre volte; area pe-
ristomale imperforata. Probabili pori areolari a
diametro maggiore dei tremopori. Peristomice
piccolo, subrotondo, frastagliato, intaccato inter¬
namente da rigature verticali, in numero di 6-8,
occupanti la sola parte verticale del peristomio.
Peristomio molto saliente, strozzato presso l’ori¬
fizio esterno. Peristoma non molto elevato, ben
delimitato e di ugual larghezza attorno all’aper¬
tura, ma più rilevato nella parte prossimale. Aper¬
tura primaria semicircolare. Ovicelle peristomia-
li. Internamente, nella parete laterale della cella,
visibili grossi pori sporadici ( septule ).
Osservazioni. L’esemplare in esame, provvisto
di una piccola porzione di muro esterno non con¬
sente una sicura determinazione specifica ; non è
tuttavia da escludere che esso appartenga a T. ma-
millaris (Milne-Edwards), come ottimamente de¬
scritta e figurata in Canu 1908, p. 74, t. 9, ff. 3,
4, 5, 6. Le sole differenze riscontraci in quest’ul-
tima sono la mancanza della strozzatura al ter¬
mine del peristomio e la presenza di grossi pori
areolari, in realtà non molto evidenti neppure
nella nostra colonia.
Dimensioni. Esemplare I.B. 228.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,90-1,00 mm
0,94 :
mm
0,03 mm
lz
10
0,25-0,29 »
0,27
»
0,02 »
ho
8
0,07-0,08 »
0,08
»
0,01 »
lo
8
0,07-0,08 »
0,07
»
0,01 »
Lpe ( J )
5
0,40-0,51 »
0,48
»
0,05 »
Lfr ( 2 )
5
0,43-0,53 »
0,46
»
0,04 »
Tubucelia sp. 2
(Tav. XXII, fig. 11)
Materiale. Esemplare descritto: I.B. 230; Lv. 17.
Altri esemplari. I.B. 229; Lv. 18. Esemplari in¬
certi: I.B. 231-236; Lvv. 10, 11, 14, 16, 18.
Descrizione. Zoario eretto, bilamellare, a sezione
ellittica, dicotomico con rami a 3-6 file di zoeci
(') Lunghezza peristomiale.
(") Lunghezza frontale.
per parte, alternati fra loro e variamente defor¬
mati in corrispondenza della biforcazione. Zoeci
indistinti, salvo in zona distale per la salienza del
peristoma, internamente fusiformi, con parte pros¬
simale allungata e troncata dallo zoecio successivo.
Muro frontale costituito da un tremocisti a pic¬
coli pori, talvolta obliterati, sormontante un olo¬
cisti granuloso perforato (specie nella parte prossi¬
male dello zoecio). Peristomice orbicolare o ellit¬
tico, tendente ad immergere verso l’estremità di¬
stale dello zoecio, circondato da un peristoma più
o meno elevato e gibboso, privo di perforazioni.
Apertura primaria suborbicolare, fornita di un
piccolo colletto sporgente dal soffitto della cella.
Ascoporo piazzato a circa metà della cella, di for¬
ma tondeggiante o a bordo prossimale retto, più
distante dall’apertura che nella specie precedente.
Peristomio breve, disteso nella parte iniziale, net¬
tamente saliente in quella terminale. Ovicelle peri-
stomiali. Areole indistinguibili. Avicolari non os¬
servati.
Discussione. La cattiva conservazione dei ma¬
teriali, fa sì che vengano ad essere in difetto gli
elementi diagnostici che consentono un’attribuzio¬
ne specifica ai frammenti zoariali esaminati. Dob¬
biamo però segnalare che T. aviculifera, come os¬
servate nella Collezione Vigneaux dell’Università
di Bordeaux, si presenta molto simile ai nostri
esemplari, specie nella forma dello zoecio e nella
geometria degli interni (v. anche Canu & Bassler
1929 a, p. 46, t. 3, ff. 9-11).
Dimensioni. Il primo gruppo di misure è rife¬
rito all’esemplare I.B. 230; il successivo agli altri
esemplari della stessa specie presenti in Collezione.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,80-0,94
mm
0,89
mm
0,06 mm
lz
10
0,25-0,35
»
0,30
»
0,03 »
ho
10
0,07-0,09
»
0,09
»
0,01 »
lo
10
0,08-0,09
»
0,09
»
0,01 »
Lpe (')
5
0,37-0,41
»
0,39
»
0,02 »
Lfr ( 2 )
5
0,39-0,52
»
0,45
»
0,05 »
N
EM
M
DS
Lz
5
0,85-1,10
mm
0,93 mm
0,10 mm
lz
10
0,19-0,43
»
0,28
»
0,06 »
ho
5
0,08-0,11
»
0,09
»
0,01 »
lo
5
0,07-0,11
»
0,08
»
0,01 »
Lpe O
dati
insufficienti.
Lfr (■)
dati
insufficienti.
C) Lunghezza peristomiale.
(■) Lunghezza frontale.
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
153
Famiglia Serteliidae Jullien, 1903
Genere Schizoretepora Gregory, 1893
Specie tipo (per designazione originale): Rete-
porci tessellata Hincks, 1878, Notes on thè genus
Retepora, p. 358, t. 19, ff. 9-12. Attuale, Sud Au¬
stralia.
Diagnosis. Sertellidae with a median proximal
sinus to thè secondary orifice. No labial pore or
avicularium. Ovicells with large frontal emargi-
nation (LAGAAIJ 1952, p. 114).
Schizoretepora fungosa (Canu & Lecointre), 1930
(Tav. XXII, fig. 12)
1926 Retepora beaniana King, Canu, Diestien d’Anvers,
p. 764 ( Fide Làgaaij 1952, p. 111).
1926 Retepora notopachys Busk, Canu, Diestien d’An¬
vers, p. 765 (Fide Lagaaij 1952, p. 116).
1930 Schizellozoon fungosum Canu & Lecointre, Tou-
raine et Anjou, p. 105, t. 13, ff. 6-8.
1957 Schizoretepora fungosa (Canu & Lecointre), Buge,
Neogene, p. 290.
1958 Schizoretepora fungosum (Canu & Lecointre), Ma-
lecki, Glivice Stare, p. 179, f. 4 n.t.
1968 Schizoretepora fungosa (Canu & Lecointre), Thoe-
len, Upper Mioc. Deurne, p. 364.
Materiale. Esemplare descritto (due frammenti
della stessa colonia): I.B. 237-238; Lv. 16. Altri
esemplari: I.B. 239-243; 318-329; Lvv. 10, 11, 13,
16-18, 29.
Diagnosi. Schizoretepora con il sinus dell’aper¬
tura primaria e del peristomice di forma triango¬
lare arrotondata o rettangolare. Avicolari a) gran¬
di, avventizi, nella parte distale della fenestra, 5)
dorsali, mediani, di piccola taglia, c) frontali la¬
terali, robusti, subriangolari, d) frontali mediani,
minuscoli, rotondi.
Diagnosis. Schizoretepora with triagular roun-
ded or rectangular sinus in primary and secon¬
dary aperture. Avicularia : a) large, adventitious
in thè distai part of fenestrulae, b) dorsal, axial,
of small size, c) frontal, lateral, strong, subtrian-
gular, d) frontal, median incospicous, rounded.
Descrizione. Zoario reticolato con rami subel¬
littici poco più larghi delle fenestre e circa uguali
alle trabecole. Frontale granuloso di modesto spes¬
sore, meno calcificato del muro dorsale. Zoecì indi¬
stinti, alternanti, internamente allungati e defor¬
mati specie in vicinanza delle fenestre. Apertura
primaria rotondeggiante, con rimula subtriango¬
lare arrotondata continuante fino al peristomice.
Peristomice suborbicolare, talora con bordo pros¬
simale eretto. Peristomio non molto lungo, abba¬
stanza saliente. Superficie dorsale convessa, senza
vibici, con pori radi, tendenzialmente in file lon¬
gitudinali. Avicolari : a) di grossa taglia, singoli,
occasionalmente posti nella parte distale della fe¬
nestra alla base del frontale, b) dorsali, di diame¬
tro maggiore delle normali perforazioni, allineati
di preferenza lungo la linea mediana del ramo, c)
frontali, laterali, robusti, subtriangolari, d) fron¬
tali, mediani, minuscoli, rotondi (’)• Pori interni
posti al tetto della cella, singoli o in coppia. Sep-
tule uniporose poco frequenti. Canalicoli longitu¬
dinali percorrenti il muro dorsale della colonia.
Note. L’assenza dei vibici è forse da imputare al
cattivo stato di conservazione degli esemplari ; per¬
la stessa ragione non si possono descrivere con
maggior precisione le strutture degli avicolari
frontali.
Anche per le ovicelle sussistono dubbi ; infatti
osservando le colonie dall’ interno non è infrequen¬
te notare, in corrispondenza della parte superiore
del peristomio, globosità intaccate alla base, che
possono essere interpretate come ovicelle peristo-
miali.
Discussione. La descrizione e parte dell’icono¬
grafia fornita da Canu & Bassler 1930 per S. fun¬
gosum (p. 105, t. 13, ff. 6-8) si adattano bene ai
nostri esemplari ; la f. 7 di t. 13 si differenzia leg¬
germente per le rimule e la geometria complessiva
dello zoario. Numerosi esemplari, fra cui quello del
lectotipo scelto da Buge 1957, p. 290, classificati
come S. fungosa, conservati ai Museo dì Storia
Naturale di Parigi (Collezione Canu), corrispon¬
dono perfettamente alla nostra specie: questo ci
ha definitivamente convinti a classificarla come
S. fungosa. Va inoltre osservato che Schizoretepora
doverensis (Ulrich & Bassler), 1904, p. 422,
t. Ili, ff. 5-7, t. 115, ff. 1-5, come risulta dalla
descrizione, possiede caratteri simili a quelli ri¬
scontrati nelle nostre colonie; anche le illustra¬
zioni sembrano in parte confortare tale ipotesi ;
purtroppo l’ingrandimento insufficiente, il dise¬
gno troppo schematizzato di una porzione del ramo
(t. 11, f. 6), non danno le necessarie notizie sui par¬
ticolari. Sospettiamo quindi che si tratti di una
specie molto simile, se non uguale alla S. fungosa
(Canu & Lecointre).
Dimensioni. Esemplare I.B. 237-238.
(‘) Si noti che, in accordo con la diagnosi del genere,
manca l’avicolario labiale.
E. CERETTI - A. POLUZZI
154
N
EM
M
DS
Lz
10
0,27-0,44 mm
0,40 mm
0,05 mm
lz
10
0,19-0,27 »
0,22 »
0,03
»
ho
10
0,07-0,09 »
0,08 »
0,01
»
lo
10
0,04-0,07 »
0,06 »
0,01
»
Lav dati
insufficienti.
Lfen ( l )
10
0,60-0,93 »
0,69 »
0,11
»
lfen (")
10
0,27-0,43 »
0,34 »
0,05
»
Distribuzione. Oligocene superiore - Pliocene
inferiore.
Oligocene superiore-Miocene inferiore (?) dell’A¬
bruzzo, Serravalliano dell’Ovest della Francia in
sabbie grossolane e calcareniti a Briozi (Canu &
Lecointre 1930, Buge 1957), Tortoniano dell’Alta
Slesia in argille marine bluastre (Malecki 1958),
Miocene superiore dei Paesi Bassi (Canu 1926,
Lagaaij 1952, Thoelen 1968), Pliocene inferiore
dell’Ovest della Francia in calcari (Buge 1957).
Famiglia Adeonidae Jullien, 1903
Genere Adeonella Gregory, 1893
Specie tipo (indicata da Gregory 1893 e defini¬
tivamente scelta da Bassler 1935, p. 43) : Adeo¬
nella polymorpha Busk, 1884, Challenger, Zool.,
Chall., Exp., p. 183, t, 21, ff. 1 a, 2 a, 3, 3 a (non
ff. 1-2). Attuale, Samboangan (Filippine).
Diagnosis. Adeonidae with foliaceous, bilaminar
zoarium. The secondary orifice mostly semicircu-
lar or circular. End of spiramen placed near thè
primary aperture, which is provided whith a large
sinus. Small avicularia lateral-oral, suborai and
frontal. Vicarious (frontal) large avicularia want-
ing in many specimens ; gonoecia marginai (da
Harmer 1957, p. 802, modificato).
Adeonella polystomella (Reuss), 1847
(Tav. XXII, fig. 3, fig. 13 n.t.)
1847 Eschara polystomella Reuss, Foss. Polyp., p. 70,
t. 8, ff. 27, 28.
1867 Eschara Pallasii Heller, adriatisehen Meeres, p. 115.
t. 3, ff. 1-2.
1875 Eschara lichenoides Lk, Manzoni, Castrocaro, p. 37,
t. 5, f. 64.
1877 Eschara polystomella Rss., Manzoni, Austria ed Un¬
gheria, p. 15, t. 8, f. 26.
1877 Eschara polystomella Reuss, Manzoni, Rhodes, p. 66.
1879 Eschara polystomella Reuss, Sequenza, Reggio Ca¬
labria, p. 84.
1887 Eschara polystomella Reuss, Pergens, Rhodos, p. 26.
1887 Eschara polystomella Reuss, Pergens, Belgrade, p. 9.
1889 Mìcroporella (Eschara ) polystomella Reuss, Per¬
gens, Russie meridionale, p. 8.
C) Lunghezza fenestre.
0) Larghezza fenestre.
1891 Eschara polystomella Reuss, Namias, Modena e
Piacenza, p. 12.
1891 Mìcroporella polystomella Rss., Pergens, Gard,
p. 53.
1893 Mìcroporella polystomella Reuss, Neviani, Seconda
contrib. : la Collezione Manzoni, p. 15.
1895 Mìcroporella polystomella Reuss (Eschara), Neviani,
Farnesina e M. Mario, p. 106.
1895-1900 Mìcroporella (Reussina) polystomella Rss.
(Eschara), Neviani, Briozoi neozoici, parte 2‘, p. 239;
parte 3“, p. 109, p. 117; parte 4% p. 42; parte 5‘,
p. 100; parte 6 a , p. 60, p. 67, p. 68.
1896 Mìcroporella (Reussma) polystomella Reuss (Escha¬
ra), Neviani, Spilinga (Calabria), p. 26, f.n.t. 9.
1898 Mìcroporella (Reussma) polystomella Reuss (Escha¬
ra), Neviani, Palo, Anzio e Nettuno, p. 227.
1900 Mìcroporella (Reussina) polystomella Rss., Neviani,
Toscana, p. 364.
1900 Mìcroporella (Reussina) polystomella Reuss. (Escha¬
ra), Neviani, Calabrie, p. 178, t. 17, ff. 1, 2, 3.
1092 Mìcroporella (Reussina) polystomella Rss. (Escha¬
ra), Neviani, Pianosa, p. 337.
1905 Mìcroporella (Reussina) polystomella Rss., Neviani,
Carrubare (Calabria), p. 525.
1919 Adeonella polystomella Reuss., Canu, Pigeon-Blanc
(Loire inf.), p. 214.
1952 Eschara polystomella Reuss, Malecki, Cracovia e
Miechow, p. 203, t. 12, f. 5.
1961 Adeonella polystomella Rss., Ghiurca, Tara Chioa-
rului, p. 326.
1963 Adeonella polystomella (Reuss), Malecki, Central
Carpathians, p. 127, t. 14, f. 9.
1971 Adeonella polystomella (Reuss), Galopim de Car-
valho, Terciario Portugues, p. 136, t. 22, f. 1.
Fig. 13. — Adeonella polystomella (Reuss). Fila diago¬
nale di zoeci (40 x).
Materiale. I.B. 244; Lv. 6.
Diagnosi. Adeonella bifogliare, appiattita, eret¬
ta, con zoeci brevi, in file alternanti. Apertura
esterna semicircolare o con bordo prossimale con¬
vesso. Uno o due avicolari piccoli rotondeggianti
ai lati dello spiramen.
BRIOZOI DELLA B10CALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
Diagnosis. Bilaminar erect fiat Adeonella with
short zoecia, arranged alternately in longitudinal
rows. Secondary orifìce semicircular or with proxi-
maì lip slightly convex. Single or paired short
rounded avicularia, placed near thè spiramen at
thè same leve!.
Descrizione. Zoarìo eretto, bifogliare, a sezione
ellittica compressa. Micro frontale costituito da due
strati, quello esterno notevolmente ispessito e con
pori prevalentemente rotondeggianti, 1’ interno mi¬
nutamente granulare con fini e rare perforazioni.
Zoeci maldistinti, talora bordati da una fila di
areole a diametro di poco maggiore degli altri pori,
internamente otriformi e a fondo abbastanza
piatto. Aperture esterne a piede di cavallo, semi¬
circolari o asimmetriche con il lembo sinistro più
allungato distalmente, alternanti irregolarmente in
5-7 file di zoeci per iato. Spiramen rotondo, apren-
tesi di solito abbastanza lontano dall’orifizio ester¬
no, più raramente in tangenza con quest’ultimo e
terminante alla base del peristomio. Peristoma ap¬
prezzabile in zona distale, quasi inesistente pros-
simalmente. Avicolari rotondeggianti o ovoidi, sin¬
goli o in coppia, posti ai lati dello spiramen. Pe¬
ristomio ben sviluppato e abbastanza saliente.
Apertura primaria con sinus appuntito e condili
apprezzabili, più raramente orbicolare. Cavità
areolari ricavate nella parete interzoeciale, spora¬
dicamente perforata a lato da rare seputule ro¬
tonde.
Note. Il frammento in esame, essendo fortemente
calcificato, è probabilmente una porzione zoariale
appartenente ad uno stadio astogenetico precoce.
Lo strato più esterno del muro frontale, a causa
della cattiva conservazione dell’esemplare, è sem¬
pre incompleto e decorticato. Talora lo spiramen
è posto quasi all’ interno del peristomice, che vie¬
ne così modificato fino a formare uno pseudosi-
nus allungato verso sinistra.
Discussione. Le caratteristiche della nostra co¬
lonia si attagliano alla descrizione ed alla illustra¬
zione di Neviani 1896. Lo stesso A. nel 1900, fi¬
gurando A. polystomella, dimostra 1’esistenza di
una grande variabilità zoariale, riscontrabile an¬
che nel nostro esemplare, specie nella forma del¬
l’apertura e nel corredo avicolariano. L’esemplare
studiato mostra qualche affinità con A. minutipora
Canu & Bassler 1929 b, p. 379, t. 51, ff. 1-13, la
quale si differenzia per la presenza di un avico-
lario più sviluppato e per le dimensioni zoeciali de¬
cisamente più piccole.
Dimensioni. Esemplare I.B. 224.
155
N
EM
M
DS
Lz
7
0,47-0,69
mm
0,55
mm
0,17 mm
lz
6
0,45-0,48
»
0,47
»
0,01
»
ho
10
0,12-0,20
»
0,15
»
0,03
»
lo
10
0,11-0,21
»
0,18
»
0,03
»
Lav
6
0,04-0,08
»
0,06
»
0,01
»
0 sp (9
6
0,04-0,08
»
0,06
»
0,01
»
Distribuzione. Eocene - Attuale.
Eocene dei Carpazi in arenarie (Malecki 1963),
Miocene d’Austria e Ungheria (Manzoni 1877),
Oligocene superiore - Miocene inferiore ( ?) dell’A¬
bruzzo, Serravaìliano del Gard e dell’Herault (Per-
gens 1891), Serravaìliano di Tara Chioarului, Ro¬
mania (Ghiurca 1961), Serravaìliano di Calabria
in sabbie calcarifere (SEGUENZA 1879), Tortoniano
inferiore di Cracovia e Mieehow in sabbie a Ete-
rostegine (Malecki 1952), Tortoniano del Bacino
di Vienna nelle marne e calcari di Leitha (Reuss
1847), Tortoniano di Belgrado (Pergens 1887 c),
Tortoniano di Tara Chioarului, Romania (Ghiur¬
ca 1961), Pliocene del Portogallo (Galopim de
Carvalho), Pliocene dì Rodi (Pergens 1887 b),
Pliocene del modenese e di Castellarquato (Namias
1891, Neviani 1895-1900), della Calabria in calcari
(Neviani 1895-1900), Pliocene della Toscana nel
calcare ad Amfistegina (Neviani 1900 a), Pliocene
medio della Liguria (Neviani 1895-1900), Pliocene
medio di Castrocaro in calcareniti « spungone »
(Manzoni 1875), Pliocene superiore della Toscana
nel calcare lenticoìare (Neviani 1900 a), Pliocene
superiore della Farnesina e di M. Mario in sab¬
bie gialle e grigie (Neviani 1895), Pliocene supe¬
riore della Calabria (Neviani 1900 b), Quaterna¬
rio del Lazio in sabbie ed argille, nei calcari di
Palo (Macco) (Neviani 1898), Quaternario della
Calabria in arenarie grossolane e calcari di ter¬
razzi marini, e depositi littoranei ad Arctica islan-
dica (Neviani 1895-1900, 1896, 1900 b). Quater¬
nario di Sicilia in calcari bianchi e sabbie calcari¬
fere grossolane (Neviani 1895-1900, Canu 1919 b),
Attuale, Adriatico a 65-102 m (Heller 1867), Me¬
diterraneo Nord-Ovest (Pergens 1889).
Genere Schizostomeila Canu & Bassler, 1927
Specie tipo (per designazione originale): Schi-
zostoma crassum Canu, 1908, Bryoz. tert. env. Pa¬
ris, p. 66, t. 8, ff. 6-8. Luteziano-Ipresiano del Ba¬
cino di Parigi.
Diagnosi. Adeonidae avec l’apertura differente
de l’orifice peristomique. Apertura dont l’anter est
semicirculaire et dont le poster plus ou moins con-
(‘) Diametro spiramen.
E. CERETTI - A. POLUZZI
156
cave porte une entaille triangulaire. Souvent des
denticules dans la peristomie. Genesies non ovi-
celles. Grand avicellaires intercales (zoecieaux).
(Canu 1908, p. 65).
Seguendo Lagaaij 1952, p. 120, si può così sin¬
tetizzare : Adeonidae con orifizio secondario di¬
verso dal primario, che è provvisto di un sinus me¬
diano. Di solito presente un grande avicolario vi¬
cariante e un piccolo avicolario frontale.
Schizostomella (ongìstoma n. sp.
(Tav. XXIII, fig. 10, fig. 14 n.t.)
Fig. 14. — Schizostomella longìstoma n. sp. Esterno con
genesia a dimensioni maggiori dei normali zoeci e con
apertura allungata secondo l’asse di accrescimento della
colonia. Visibili al fondo del peristomio i due condili
(~ 30 X).
Olotipo. I.B. 245; figurato a t. XXIII, f. 10, e
in f. 14 n.t.
Luogo tipico e strato tipico. Biocalcarenite
del fosso di S. Spirito, Abruzzo chietino ; Oligocene
terminale-Miocene inferiore ( ?) ; livello 16, circa
17,5 m sopra i calcari oligocenici a noduli di selce.
Derivazione del nome. Longistoma (lat.) —
apertura allungata ; con riferimento all’apertura
delle genesie, allungata secondo l’asse di accresci¬
mento della colonia.
Diagnosi. Schizostomella con genesie grandi e
sporgenti, allungate secondo l’asse di accresci¬
mento della colonia e con aperture compresse la¬
teralmente. Rarissimi eterozoeci avventizi, affon¬
dati e non sporgenti in posizione latero-distale.
Diagnosis. Schizostomella with large and raised
genesiae, longitudinally elonged, and with their
orifices likewise developed. Very rare rounded
adventitious laterodistal heterozoecia, depressed
and not provided of peristome.
Descrizione. Zoario eretto, bilamellare, prossi-
malmente sottile e subcilindrico, distalmente più
largo e a sezione ellittica appiattita. Muro fron¬
tale granuloso e scabro. Zoeci distinti da un solco
profondo, bombati, asimmetricamente claviformi,
internamente con pavimento piatto. Aperture se¬
condarie molto variabili, semilunari, talvolta con
bordo prossimale retto o con lieve curvatura ri¬
volta distalmente. Apertura primaria rimulata, al
fondo di un peristomio breve e retto. Condili di
forma variabile costituiti da due denticoli conici
con vertici lievemente convergenti, o da due apo-
fisi triangolari, talvolta con basi accostate, an-
ch’esse convergenti. Peristoma esteso, anulare, oc¬
cupante l’intera parte distale dello zoecio. Piccole
cicatrici wreolari adiacenti prevalentemente al bor¬
do distale dello zoecio. Rare celle con un singolo
avicolario avventizio laterodistale, di piccola ta¬
glia, molto affondato, non sporgente, di forma or-
bicolare. Genesie grandi, ovali, allungate secondo
l’asse di accrescimento della colonia con aperture
similmente sviluppate.
Note. Raramente si osservano le areole, che tut¬
tavia riteniamo parzialmente obliterate dalla cal¬
cificazione. Nelle aperture secondarie più larghe
distalmente, si arriva a distinguere un anter ed
un poster. I condili sono talvolta visibili dal¬
l’esterno, da dove si può osservare che perloppiù
sono al fondo del peristomio. I gonoeci, benché
parzialmente deteriorati appaiono con aperture
ampie, ovali, con l’asse maggiore longitudinale.
Discussione. Non abbiamo riscontrato affinità
tra la nostra forma e quelle descritte dagli AA.
Tuttavia si può ricordare Schizostomella sp. La-
gaaij, 1952, p. 122, t. 14, f. 1, che è abbastanza si¬
mile nell’aspetto generale, pur possedendo zoeci
troppo brevi, frontale perforato, più frequenti
pori avicolariani. La Schizostoma ( ?) crassicollis
Canu & Lecointre, 1928, p. 58, t. 8, ff. 8-9, t. 25,
f. 11, mostra peristomi di forma analoga a quelli
della nostra colonia, ma si differenzia, per lo zoa¬
rio incrostante, per gli avicolari molto spesso al¬
loggiati nei rigonfi del peristoma. La Schizostoma
parnensis (d’Orbigny), 1851, infine, come descritta
e figurata da Canu 1908, p. 70, t. 8, ff. 14-16, si
differenzia dal nostro esemplare per le sue ge¬
nesie globulari con apertura traversa e vari pori
eterozoeciali sempre presenti in ogni zoecio.
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CH1ETI, ABRUZZI)
Distribuzione. Oligocene superiore-Miocene in¬
feriore (?) dell’Abruzzo.
Dimensioni. Esemplare I.B. 245.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,44-0,61
mm
0,57 mm
0,05 mm
lz
7
0,24-0,31
»
0,27 »
0,02 »
ho
7
0,05-0,09
»
0,06 »
0,02 »
lo
7
0,05-0,07
»
0,06 »
0,01 »
Lav
3
0,02-0,04
»
0,03 »
0,01 »
Lz genesie
1
0,60
»
—
—
lz »
1
0,36
»
—
_
ho »
1
0,20
»
—
, —.
lo »
1
0,11
»
—
—
Genere Schizotremopora Vigneaux, 1949
Specie tipo (per designazione originale): Meni-
scopora irregvMris Canu, 1915, Terrains S.O.
France, p. 330, t. 3, ff. 9-10. Aquitaniano supe¬
riore di Mérignac (Fr.).
Diagnosi. Adeonidae avec les zoécies margìnales
differentes des zoecies axiales ; elles sont plus lar-
ges et plus grandes. Le péristome est orbiculaire.
L’apertura posséde une rimule. La frontale est un
tremociste (da Vigneaux 1949, p. 69).
Note. Bassler 1953, p. G213, raggruppa nella
famiglia Adeonidae alcuni generi con un carattere
tissurale diverso da quello che egli attribuisce alla
famiglia stessa : cioè il muro frontale costituito
da pleurocisti e olocisti. Infatti indica nei carat¬
teri generici di Duvergeria, Inversiula, Lageni-
pora e Schizotremopora la presenza di un tremo-
cisti. Inoltre Calvetina e Trìporula vengono de¬
scritte come perforate senza precisare meglio la
natura del muro frontale. Afferma inoltre, sem¬
pre nei caratteri della famiglia, che le areole non
sono aperte all’esterno, mentre riporta le illustra¬
zioni di Trigonopora, Bracebridgia . . . ecc. con
muro frontale chiaramente perforato da areole.
Buge 1957, p. 291, indica per la famiglia fonda¬
mentalmente gli stessi caratteri enunciati da Bas¬
sler 1953, salvo ammettere che le areole sono
aperte daH’esterno ; va agiunto però che detto A.
si limita a prendere in esame solo tre generi:
Adeona, Schizostomella, e Trigonopora. Harmer
1957, p. 788, afferma che in tutte le specie di
questa famiglia gli zoeci hanno grosse pareti
frontali attraversate da lunghi pori-tubuli verti¬
cali. A meno che Harmer non alluda alle sole
areole, tale affermazione comporterebbe la gene¬
rale esistenza nelle Adeonidae di tessuto' tremoci-
stale, o comunque perforato s.l. Esistono dunque
evidenti contraddizioni e, in particolare Schizotre¬
mopora non potrebbe essere inclusa nella famiglia
Adeonidae: si dovrebbe pertanto emendare la fa¬
157
miglia nel senso di comprendervi anche i generi
con i muri tremoeistali, o istituire un nuovo rag¬
gruppamento. Ognuna di queste soluzioni richiede
evidentemente uno studio accurato ed una revi¬
sione di tutti i materiali originali esistenti. Al mo¬
mento ci limitiamo a segnalare il problema e ad
attribuire provvisoriamente Schizotremopora alla
famiglia Adeonidae.
Schizotremopora aprutiensis n. sp.
(Tav. XXIII, figg. 4, 8, 11, fig. 15 n.t.)
Fig. 15. — Schizotremopora cupnitensis n. sp. s.i. = strato
interno, s.b. = strato basale. i.z. = interno degli zoeci
(~ 20 x).
Olotipo. I.B. 248; figurato a t. XXIII, f. 11, e
in f. 15 n.t.
Paratipi. I.B. 246-247; I.B. 249-275. Lvv. 6, 7,
8-10, 14, 16-18.
Luogo tipico e strato tipico. Biocalcarenite
del Fosso di S. Spirito, Abruzzo chietino; Oligo¬
cene terminale - Miocene inferiore ( ?) ; livello 16,
circa 17,5 m sopra i calcari oligocenici a noduli
di selce.
Derivazione del nome, aprutiensis (lat.) =
abruzzese; con riferimento alla regione di prove¬
nienza dei materiali studiati.
Diagnosi. Schizotremopora bilamellare appiat¬
tita, a piccoli tremopori ; apertura esterna ovoi¬
dale o sinuata ; areole parietali non visibili al¬
l’esterno ; rari avicolari avventizi.
Diagnosis. Fiat bilamellar Schizotremopora-,
small tremopores ; ovoidal or sinuate peristomi-
158
E. CERETTI - A. POLUZZI
ces ; parietal areolae not recognizable at thè sur-
face ; rare adventitious avicularia.
Descrizione. Zoario eretto bilamellare, dicoto¬
mico, a sezione subelìittica compressa. Muro fron¬
tale finemente ed irregolarmente perforato, costi¬
tuito da un tremocisti di notevole spessore sor¬
montante un olocisti sottile, granuloso e minuta¬
mente perforato. Zoeci indistinti, internamente al¬
lungati, con fondo piatto e tronchi prossimal-
rnente, di dimensioni maggiori ai bordi dello zoa¬
rio che al centro. Peristomici generalmente ovoi¬
dali, in 7-9 file alternanti per ogni lato. Avicolari
piccoli avventizi, rotondeggianti, occasionalmente
presenti sul muro frontale. Aperture interne con
due condili ben rilevati e continuanti oltre la base
del peristomio. Rimula subtriangolare o subroton¬
da sempre presente all’ interno e raramente al¬
l’esterno. Peristoma appattito, presente negli zoeci
marginali, del tutto assente in quelli assiali. Pe¬
ristomio breve, saliente quasi ortogonale alla su¬
perficie esterna. Areole parietali visibili solo al-
l’interno. Pavimento delle celle ben distinto,
piano, relativamente sottile, di spessore quasi co¬
stante.
Note. Talora i condili possono saldarsi, indivi¬
duando così un foro, subtriangolare o rotondeg¬
giante, posto prossimalmente all’apertura. In al¬
cuni esemplari i tremopori possono essere piutto¬
sto ampi.
Discussione. Le due sole specie note di questo
genere sono <S. irregularis Canu, 1915, p. 330, e la
S. salomacensis Vigneaux, 1949, p. 70. La S. ir¬
regularis ha areole numerose e ben visibili dal¬
l’esterno, che distinguono gli zoeci, e un grosso
avicolario connesso con il peristoma. La S. salo¬
macensis ha apertura larga, quasi tonda con ri¬
mula ovale e 4 avicolari laterali, 2 ai bordi del¬
l’apertura e 2 nella parte prossimale dello zoecio.
Per quanto sopra esposto si esclude l’apparte¬
nenza degli esemplari studiati alle uniche due
specie note del genere Schizotremopora.
Distribuzione. Oligocene Superiore-Miocene in¬
feriore (?) dell’Abruzzo.
Dimensioni. Il primo gruppo di misure è rife¬
rito all’esemplare I.B. 248 ; il successivo ad altri
esemplari della stessa specie presenti in Colle-
zione.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,48-0,53 mm
0,51 mm
0,02 mm
lz
10
0,13-0,19 »
0,16 »
0,02 »
ho
10
0,08-0,12 »
0,10 »
0,01 »
lo
10
0,05-0,09 »
0,06 »
0,01 »
Lav
10
0,01-0,04 »
0,03 »
0,01 »
N
EM
M
DS
Lz
10
0,42-0,65 mm
0,52 mm
0,09 mm
lz
10
0,13-0,20 »
0,16 »
0,02 »
ho
10
0,08-0,11 »
0,09 »
0,01 »
lo
10
0,04-0,07 »
0,05 »
0,01 »
Lav
10
0,02-0,04 »
0,03 »
0,01 »
Famiglia Ceìleporinidae Harmer, 1957
Genere Schismopora Mac Gillivray, 1888
Specie tipo (Scelta da Harmer, 1957): Schismo¬
pora redoutei (Audouin), 1826 = Schismopora
megasoma (Mac Gillivray), 1869, Expl. somm.
Planches Polyp. Egypt. [in] Savigny : Description
de TEgypte, p. 238, t. 7, ff. 6 1 , 6-, Attuale, Mai-
Rosso.
Diagnosi. Ceìleporinidae avec zoarium encroù-
tant, massif ou arborescent. Frontale lisse. Sinus
proximal. Pas d’épines. Ovicelle hiperstomial, ré-
cumbent, perforé. (Da Buge 1957, p. 330, modi¬
ficato).
Osservazioni. Nel 1888 sia Jullien che Mac
Gillivray istituivano due generi nuovi ( Osthimo-
sia e Schismopora rispettivamente) per delle Cel-
lepore s.l. sinuate, quando già esisteva per tale
gruppo il genere Celleporina, mostrante una ca¬
ratteristica fila semilunare di fessure ai margini
dell’area ovicellare. Secondo Waters 1913, p. 510,
il primo ad essere istituito in quell’anno fu il ge¬
nere Osthimosia. Per tale genere Canu & Bassler
1917, p. 71 sceglievano come specie tipo Cellepora
eatonensis Buse, 1881 (e 1884 : Chall. Exp.,
p. 201), a conseguenza dell’affermazione di Wa¬
ters 1904, p. 74, che O. evexa, uno dei due geno-
sintipi introdotti da Jullien all’atto della costitu¬
zione del genere Osthimosia, è sinonima di C. ea¬
tonensis. Per Schismopora, Gregory 1893 (p. 224),
sceglieva come genolectotipo S. costata (Mac Gil-
livray), 1869. Successivamente Canu & Lecointre
1930, p. 114, riportavano come specie tipo del ge¬
nere in questione, S. coronopus (Wood), 1844.
Brown 1952, p. 365, afferma che S. costata è co-
specifica con Lepralia. hassalii Johnston, 1847,
che è la specie tipo di Celleporina Gray, e conse¬
guentemente invalida il genere Schismopora, Har¬
mer 1957, p. 908, affermava che la lista delle
specie di Mac Gillivray 1888, comprendeva, oltre
S. costata (e altre specie riferibili al genere Cel¬
leporina), anche S. megasoma, sinonima di Celle¬
pora redoutei Audouin, 1826 ; di conseguenza pro¬
pone questa ultima, come specie tipo per Schismo¬
pora, ritenendo che i caratteri di Osthimosia siano
difficilmente definibili, e che sia praticamente im¬
possibile stabilire se si tratti di due generi sino¬
nimi. In tal modo propone indirettamente il rigetto
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
1 59
del genere Osthimosia. Buge 1957, p. 330, accetta
il genere Schismopora. senza citare Osthimosia,
sottolineando 1’ importanza della morfologia ovicel-
lare e mantenendo come specie tipo S. costata. Ri¬
tenendo sufficentemente giustificata la tesi di
Harmer, accettiamo il genere Schismopora e il ge-
nolectotipo proposto dall’Autore inglese.
Schismopora sp.
(Tav. XXIII, fig. 6, fig. 16 n.t.)
Fig. 16. — Schismopora sp. Parte dell’esterno e dell’ in¬
terno (in sezione trasversale) della colonia (25 X )•
Materiale. Esemplare descritto: I.B. 276; Lv. 18.
Altri esemplari : I.B. 277-30 ; Lvv. 10, 16-18, 22,
26-29.
Descrizione. Zoario subgloboso, con piccola ca¬
vità centrale. Muro frontale di spessore variabile,
ma sempre ragguardevole, scabro, con minuscoli
tremopori sparsi. Zoeci esternamente maldistinti,
eretti. Aperture di forma variabile, di frequente
semicircolari con bordo prossimale gradualmente
passante ad ampio sinus triangolare, più raramen¬
te piriformi con apice prossimale acuto, poste al
fondo di un vestibolo ampio e rigonfio. Frequenti
avicolari peristomali falciformi, poco rilevati, pic¬
coli, a fessura, senza barra e irregolarmente orien¬
tati, generalmente in numero di uno per apertura.
Avicolari laterali rarissimi. Avicolari interzoeeiali
a) piccoli orbicolari, in numero limitato, ò) grandi,
spatulati, molto rari. Ovicelle numerose, ampie,
globulari, iperstomiali.
Note. Il cattivo stato di conservazione degli esem¬
plari non dà notizie precise sulla struttura degli
avicolari maggiori spatulati e sull’ectoecio, sempre
asportato.
Discussione. Il nostro esemplare mostra affinità
con Cellepora coronopus Wood, 1844, p. 18, con Co¬
sterna pisiformis Canu & Bassler, 1929 b, p. 433,
con Cellepora birostrata Namias, 1891, p. 34,
e con Celìeporaria aviculifera Manzoni, 1877 a,
p. 52. Si discosta dalla prima perchè gli avicolari
peristomali dei nostri esemplari non raggiungono
mai il frontale e sono di preferenza posti lateral¬
mente o distalmente rispetto l’apertura, piuttosto
che latero-prossimalmente come in S. coronopus.
Differisce da C. pisiformis, la quale, oltre che es¬
sere costulata, porta sul frontale un avicolario che
sviluppa un umbone e possedè una coppia di avico¬
lari peristomali ; osservando tuttavia le illustra¬
zioni, si può notare che l’umbone (t. 36, f. 10)
spesso manca, che le costole sono inaprezzabili, e
che sul peristoma può esserci un solo avicolario.
Si distingue da C. birostrata perchè questa ultima
mostra due avicolari peristomali, oltre che svilup¬
parsi come zoario incrostante; nel disegno di Na¬
mias (t. 6, f. 1) si osserva tuttavia la presenza an¬
che di un singolo avicolario. C. aviculifera è carat¬
terizzata da un piccolo avicolario posto sotto l’aper¬
tura in posizione mediana. Si aggiunga che C. avi¬
culifera e C. birostrata hanno zoeci più larghi e
distinti di S. coronopus e C. pisiformis. Costazia
pisiformis tuttavia, anche se attuale, mostra le
maggiori affinità con la colonia da noi esaminata
e deve essere ricondotta, seguendo i concetti di
Harmer 1957, p. 899 e p. 908 e di Buge 1957,
p. 325, al genere Schismopora. Nel nostro esem¬
plare essendo asportate le ovicelle, non è possibile
tuttavia individuarne attendibilmente l’apparte¬
nenza specifica.
Dimen
sioni.
Esemplare I.B.
276.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,29-0,40
mm
0,33
mm
0,03 mm
lz
6
0,29-0,35
»
0,32
»
0,02
»
ho
8
0,07-0,12
»
0,10
»
0,02
»
lo
8
0,05-0,11
»
0,09
»
0,02
»
Lav (*)
5
0,04-0,07
»
0,06
»
0,01
»
Lov
5
0,11-0,15
»
0,12
»
0,02
»
Schismopora cf. strictofissa Canu & Lecointre, 1930
(Tav. XXII, fig. 4)
Sinonimia di Schismopora strictofissa:
1930 Schismopora. strictofissa Canu & Lecointre, Tou-
raine et Anjou, p. 116, t. 25, f. 12.
(') Avicolario peristomale.
l(i(»
E. CERETTI - A. POLUZZI
1957 Schìsmopora strido fissa Canu & Lecointre, Buge,
Neogene, p. 332.
Materiale. I.B. 304; Lv. 17.
Descrizione. Zoario subgloboso, costituito at¬
torno ad un elemento litoide bacillare. Muro fron¬
tale liscio. Zoeci distinti, convessi, eretti presso la
superficie. Apertura semicircolare con labbro pros¬
simale retto e stretta rimula triangolare appun¬
tita. Peristoma appena accennato, costituito da un
sottile rilievo bordante l’apertura. Assenza di ro¬
stro suborale. Avicolari ( ?) interzoeciali. Ovicelle
non osservate.
Note. Il nostro esemplare mostra chiaramente
solo i caratteri interni, poco utili ad una determi¬
nazione specifica. Nella piccola parte di frontale
intatta si notano alcuni zoeci rotondeggianti, ri¬
gonfi e privi di rostro.
Discussione. La colonia in esame presenta le
maggiori affinità con S. strictofissa Canu & Le-
COINTRE, 1930, caratterizzata dalla mancanza del
rostro avicolariano e da una stretta rimula. Non
ci sentiamo tuttavia di identificarla con essa, mo¬
strando la specie falunense apertura subcircolare,
priva quindi del labbro prossimale retto.
Dimensioni. Esemplare I.B. 304.
N
EM
M
DS
Lz
6
0,43-0,60 mm
0,51 mm
0,07 mm
lz
6
0,20-0,33 »
0,24 »
0,05 »
ho
6
0,05-0,09 »
0,08 »
0,01 »
lo
6
0,05-0,07 »
0,06 »
0,01 »
Distribuzione (di S. strictofissa) : Serravalliano.
Serravalliano sublitorale del S. 0. francese (Canu
& Lecointre 1930, Buge 1957).
Famiglia Ceileporariidae Flarmer, 1957
Genere Celieporaria Lamouroux, 1821
Specie tipo (indirettamente (') scelta da Harmer
1957, p. 663): Celieporaria oculata Lamarck, 1816,
Hist. nat. des Animaux sans Vertebres, p. 171. At¬
tuale, Pacifico S. O.
Diagnosis. Ceileporariidae with a few inconspi-
cuous marginai or submarginai pore. Orifice not
sinuate. Suborai avicularium. Frontal avicularia
(') Harmer indica come specie tipo Celieporaria ocu¬
lata Lamouroux, 1821, p. 43; compilando poi la sinonimia
di C. oculata Lamarck, vi comprende sia la specie di
Lamarck 1816 che quella di Lamouroux 1821. Di conse¬
guenza, in accordo con Cheetham & Sandberg 1964,
p. 1043, indichiamo come specie tipo Celieporaria oculata
Lamarck, 1816.
of various sizes. Ovicell hiperstomial imperforate
(da Harmer 1957, p. 663, modificato).
Celieporaria palmata (Michelin), 1847
(Tav. XXIII, fig. 7)
1847 Cellepora palmata Michelin, Iconogr. Zoophytol.,
p. 325, t. 78, f. 1.
1852 Cellepora palmata, Michelin, d’Orbigny, Terrains
créta,cés, p. 216, p. 419.
1919 Cellepora palmata, Michelin, Canu, Pigeon-Blanc
(Loire inf.), p. 203.
1929 Holoporella palmata Mich., Lecointre, Simbiose,
p. 402 e 404, t. 35, f. 1.
1930 Holoporella palmata Michelin, Canu & Lecointre,
Touraine et Anjou, p. Ili, t. 23, ff. 1-11.
1946 Holoporella palmata Mich., Roger & Buge, Redo-
nien, p. 227 (in tab.).
1946 Schismopora coronopus S. Wood, Roger & Buge,
Redonien, p. 227 (in tab.) [ fide Buge 1957, p. 327].
1947 Holoporella palmata Michelin, Roger & Buge, As-
sociation, p. 465, p. 466.
1952 Holoporella palmata, (Michelin), Lagaaij, Low Coun-
tries, p. 142, t. 16, ff. 1-2.
1957 Holoporella palmata (Michelin), Buge, Neogene,
pp. 327, 336, 337, t. 12, ff. 7-8, f. 52 n.t.
1968 Holoporella palmata (Michelin), Thoelen, Upper
Mioc. Deurne, p. 364 (in tab.).
1971 Holoporella palmata (Michelin), Galopim de Car-
VALHO, Terciario Portugues, p. 149.
Materiali. Esemplare descritto: I.B. 305; Liv.
18. Altri esemplari: I.B. 306-315; Lvv. 10, 17, 18,
22, 26.
Diagnosi. Celieporaria con lamella tridenticolata
sul bordo prossimale dell’apertura. Avicolari a)
piccoli, suborali, a livello del peristoma, b) grossi,
interzoeciali, spatulati, c) suborali alla base del
rostro.
Diagnosis. Celieporaria with tridenticulate la¬
mella on thè proximal lip of thè aperture. Avicu¬
laria a.) small, suborai, at thè leve! with thè peri-
storne, 6) large, spatulate, interzoecial, c) suborai,
at thè base of thè rostrum.
Descrizione. Zoario massiccio, ad accrescimento
celleporoide. Muro frontale ruvido, imperforato,
sottile, occasionalmente proiettato in un rostro su¬
borale, bordato da sporadiche areole irregolari.
Zoeci rigonfi, poco distinti, internamente larghi
e otriformi. Apertura semicircolare, con tre denti-
coli talvolta espansi alle estremità, determinati da
intaccature subcircolari in una lamina posta al
bordo prossimale dell’apertura. Peristoma abba¬
stanza rilevato, formante una parete cilindrica o
poligonale compressa attorno all’apertura. Avico¬
lari a) suborali, poco affondati, semiellittici, allog¬
giati sul peristoma, a livello di questo, tangenti
prossimalmente alle aperture con il loro lato retto,
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
b ) interzoeciali, subtriangolari, profondi. Ovicelle
e spine orali non osservate.
Note. Gli avicolari suborali sono quasi sempre
distrutti ; se ne possono tuttavia osservare le cica¬
trici residue sul peristoma ; gli avicolari interzoe¬
ciali, anch’essi mal conservati, sono chiaramente
testimoniati da camere triangolari tra gli zoeci.
Discussione. C. palmata ha grande affinità con
Celleporaria tridentieulata (BuSk), 1881, p. 847.
Dall’esame della letteratura risulta che i caratteri
che differenziano maggiormente le due specie
sono: i grandi avicolari interzoeciali (appuntiti in
C. palmata e arrotondati in C. tridentieulata), le
spine peristomali piazzate lateralmente nella pri¬
ma e distalmente nella seconda (Canu & Lecoin-
tre 1930, p. 112), le areole che orlano il muro fron¬
tale di C. palmata, (Lagaaij 1952, p. 153). Da no¬
stre osservazioni dirette su esemplari della Colle¬
zione CANU (Mus. St. Nat. Parigi), classificati
come Holoporella ( — Celleporaria) palmata, si può
rilevare che spesso mancano le areole e le spine e
che gli avicolari interzoeciali sono molto arroton¬
dati. In definitiva il carattere diagnostico più ri¬
levante sarebbe l’avicolario suborale, piazzato alla
base del rostro in C. palmata e all’apice in C. tri¬
dentieulata. C. honolulensis (Busk), 1884, p. 195,
ha anch’essa strette affinità con le due forme vi¬
ste. L’avicolario interzoeciale di quest’ultima è però
nettamente lanceolato.
Dimensioni. Esemplare I.B. 305.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,41-0,57 mm
0,49 mm
0,06 mm
lz
10
0,29-0,55 »
0,41 »
0,08 »
ho
10
0,11-0,13 »
0,12 »
0,01 »
lo
10
0,11-0,12 »
0,11 »
0,01 »
Lav ( :ì )
5
0,11-0,13 »
0,12 »-
0,01 »
Distribuzione. Oligocene superiore - Pliocene
superiore.
Oligocene superiore - Miocene inferiore ( ?) dell’A¬
bruzzo, Aquitaniano del Portogallo (Galopim de
Carvalho 1971), Langhiano e Serravalliano di
Normandia (Roger & Buge 1946), Serravalliano
sublittorale e costiero dell’Ovest della Francia
(Canu & Lecointre 1930, Buge 1957), Miocene su¬
periore dei Paesi Bassi e del Belgio (Lagaaij 1952),
Pliocene inferiore della Turenna, d’Anjou e Loira
(Canu 1919, Roger & Buge 1946, Buge 1957),
Pliocene superiore d’Inghilterra e dei Paesi Bassi
(Lagaaij 1952).
O Riferito all’avicolario suborale.
161
Famiglia Orbituliporidae Canu & Bassler, 1923
Genere Batopora Reuss, 1867
Specie tipo (scelta da Waters 1919, p. 93): Ba¬
topora stoliczkai Reuss, 1867, Uber einig. Bryoz.
aus dem deutsch. Unterolig., p. 223, t. 2, ff. 2-4.
Lattorfiano di Germania.
Diagnosis. Orbituliporidae with conical or sub-
conical zoarium, formed by one or more layers of
superposed zoecia. Orifices rounded to elliptical,
mostly elliptical, sometimes with nearly straight
margins. Frontal wall formed by a granular olo-
cist.
Batopora cf. multiradiata Reuss, 1869
(Tav. XXII, fig. 10, fig. 17 n.t.)
Fig. 17. — Batopora cf. multiradiata Reuss 40 X)-
Sinonimia di Batopora multiradiata-.
1869 Batopora multiradiata Reuss, Crosaro, p. 265, t. 31,
ff. 1-4.
1887 Batopora multiradiata, Rss., Pergens, Kolosvar,
p. 7.
1889 Batopora multiradiata, Rss. Pergens, Wola Lu’zan-
ska, p. 72.
1891 Batopora multiradiata , Reuss, Waters, North Ita-
lian, p. 32, f.n.t. di p. 33.
1919 Batopora multiradiata, Reuss, Waters, Batopora &
C., pp. 83, t. 6, ff. 4-6, 9, 10.
1962 Batopora multiradiata Rss., Ghiurca, Transilvania,
tab. di p. 74.
1963 Batopora multiradiata . Reuss., Braga, Terziario Ve¬
neto, p. 42, t. 4, f. 9.
1963 Batopora multiradiata Reuss, Malecki, Central
Carpathians, p. 134, f.n.t. 59, t. 15, f. 6.
Materiale. I.B. 316; Lv. 10.
Descrizione. Zoario a forma di cupida irrego¬
lare, appiattita all’apice ; base convessa a contorno
ellittico ; sezione mediana della colonia (lungo l’asse
maggiore deH’ellisse) con lato subverticale e l’al-
E. CERETTI - A. POLUZZI
162
tro a forte curvatura. Muro frontale scabro di
notevole spessore. Zoeci eretti, con asse maggiore
ortogonale alla superficie della colonia, subesago¬
nali, distinti da un solco determinato dai peristomi
molto espansi ed adiacenti. Pozzetto posto all’apice
della cupola in posizione centrale, apparentemente
di diametro minore di quello degli orifizi esterni.
Aperture esterne al centro dello zoecio, di forma
variabile, da ellittica con asse maggiore parallelo
alla base della cupola, a subcircolare, talvolta retta
sul lato rivolto al pozzo ; aperture esterne degli
zoeci ovicellati sempre con bordo inferiore retto.
Peristoma espanso, poco elevato, digradante verso
i margini dello zoecio. Peristomio retto e profondo.
Ovicelle recumbenti, molto più frequenti verso la
base dello zoario, grandi, molto affondate con muri
lisci e poco convessi. Base del cono zoariale piatta
con due anelli di zoeci alternanti disposti radial¬
mente ; zoeci della fila esterna di dimensioni mag¬
giori di quelli della fila interna. Avicolari e strut¬
ture radiali attorno al pozzo non osservate.
Note. L’apice della cupola è parzialmente abraso;
per questa ragione riteniamo che il pozzetto ap¬
paia solo nella sua parte più interna e sia perciò
di diametro inferiore di quello osservabile in un
esemplare integro. Per la stessa ragione nulla pos¬
siamo dire sulla eventuale presenza di ornamen¬
tazioni apicali.
Distribuzione (di Batopora multiradiata) : Eo¬
cene - Oligocene inferiore.
Eocene dei Carpazi in arenarie a Briozoi e Lito-
tamni (Malecki 1963), di Baviera (Pergens
1887 a), del Veneto (Waters 1891), Eocene supe¬
riore di Kolosvar, lingeria in marne, di Galizia
(Pergens 1887 a, 1889 b), di Transilvania (Ghiur-
CA 1962), del Veneto (Reuss 1869, Waters 1919,
Braga 1963), Oligocene inferiore del Veneto (Braga
1963).
Batopora excentrica n. sp.
(Tav. XXIII, fig. 2, fig. 18 n.t.)
Fig. 18. — Batopora excentrica n. sp. Sul lato destro della
parte apicale figura il pozzetto in posizione eccentrica
(~23 X).
Olotipo. I.B. 317; figurato a t. XXIII, f. 2 e in
Discussione. B. unultiradiata Reuss, come de¬
scritta e figurata dall’Autore, da Waters 1919,
p. 83, da Canu & Bassler 1923, p. 188, da Male-
cki 1963, p. 134, e da Braga 1963, p. 42, risulta
corrispondere al nostro esemplare, salvo la man¬
canza di strutture apicali, che come si è detto so¬
pra, sono state probabilmente asportate dall’ero¬
sione patita dalla colonia. Strette analogie si ri¬
scontrano anche con Batopora excentrica n. sp. (v.
pag. 162), ma non è possibile identificare le due
forme, perchè la specie nuova ha il pozzetto chia¬
ramente eccentrico, ovicelle meno numerose, più
piccole, meno affondate e talvolta debordanti nello
zoecio adiacente.
Dimensioni. Esemplare I.B. 316.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,20-0,29
mm
0,25 mm
0,03 mm
lz
10
0,23-0,28
»
0,26 »
0,02 »
ho
10
0,05-0,09
»
0,06 »
0,02 »
lo
10
0,07-0,11
»
0,09 »
0,02 »
Lov
6
0,11-0,15
»
0,14 »
0,02 »
lov
5
0,12-0,19
»
0,15 »
0,02 »
0 p l)
1
0,05
»
—
—
hC l)
1
1,33
»
—
—
1C 1)
1
1,60
»
—
—
f. 18 n.t.
Luogo tipico e strato tipico. Biocalcarenite
del fosso di S. Spirito, Abruzzo chietino; Oligo¬
cene terminale - Miocene inferiore ( ?) ; livello 16,
circa 17,5 m sopra i calcari ologocenici a noduli
di selce.
Derivazione del nome. Excentrica (lat.) = ec¬
centrica; con riferimento alla posizione del pozzo
apicale, fortemente eccentrico.
Diagnosi. Batopora con pozzetto eccentrico.
Diagnosis. Batopora with eccentric pit.
Descrizione. Zoario formato da una cupola a
base ellittica molto allungata. Muro frontale di no¬
tevole spessore, lievemente granuloso, imperforato.
Zoeci subesagonali, distinti da una depressione sul-
ciforme, determinata da peristomi molto espansi
accostati tra loro. Pozzetto apicale circolare, di di¬
mensioni prossime a quelle dell’apertura, posto in
un’area depressa piana romboidale, presso uno de¬
ll Diametro del pit.
(“) Altezza colonia.
O Lunghezza colonia, misurata alla base, secondo
l’asse maggiore.
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
gli angoli acuti ; nell’angolo opposto perforazione
rotonda a diametro minore. Aperture esterne di
forma variabile, al centro dello zoecio, spesso el¬
littiche con asse maggiore parallelo alla base della
cupola zoariale, occasionalmente con il bordo di¬
stale a tendenza rettilinea ; aperture degli zoeci
ovicellati sempre con il bordo retto. Peristoma
espanso, poco elevato, degradante verso i margini
dello zoecio. Peristomio verticale, abbastanza pro¬
fondo. Ovicelle prevalentemente recumbenti, talora
invadenti lo 1 zoecio distale, liscie, poco prominenti,
aprentesi sul peristomio. Acicolari ed areole non
osservate. Base del cono zoariale piatta con due
anelli di zoeci disposti radialmente ; zoeci della fila
esterna di dimensioni maggiori di quelli della fila
interna.
Note. La perforazione presente nell’area apicale
piana, nell’angolo opposto a quello occupato dal
pozzetto, potrebbe essere una cella o un secondo
« pit ». Si potrebbero eliminare i dubbi esistenti
al riguardo con una sezione longitudinale dello
zoario. Purtroppo, possedendo il solo esemplare che
rappresenta l’olotipo, dobbiamo forzatamente ri¬
nunciare a tale possibilità. La descrizione della
base dello zoario è di carattere prevalentemente
deduttivo, essendo la colonia in tale zona mal con¬
servata. e parzialmente coperta.
Discussione. Delle specie note, solamente Bato-
pora multiradiata Reuss, 1869 (p. 256, t. 31, ff.
1-4) e Batopora conica Sequenza, 1880 (p. 42, t. 4,
f. 10) sembrano essere abbastanza simili aH’esem-
plare studiato. La prima delle due concorda nella
forma dello zoario e delle aperture; diferisce però
nella parte apicale, in quanto il pozzetto di B. mul¬
tiradiata è di diametro maggiore di quello dei no¬
stri esemplari, è perfettamente all’apice della co-
163
Ionia ed è circondato da celle e strutture tuberco¬
lari raggiate. Per B. conica poco si può dire sui
particolari morfologici. La descrizione di Sequen¬
za 1880, p. 42 è assolutamente insufficiente; l’olo¬
tipo (fide Accordi 1947, p. 7) è andato smarrito;
lo stesso A. formula inoltre l’ipotesi che in realtà
si tratti di una Conescharellina. Comunque osser¬
vando la f. 10 di t. 4 di Seguenza 1880, si nota
che la forma dello zoario, le aperture (non si¬
nuate !) sono in complesso abbastanza simili a
quelle della nostra specie ; il pozzetto, del quale
nella descrizione originale non si fa menzione, si
trova presumibilmente all’apice della colonia. Que¬
sti elementi non ci paiano comunque sufficenti per
identificare B. conica con il nostro esemplare, ca¬
ratterizzato, come si è già detto, da un’area apicale
depressa, da un « pit » eccentrico e da ovicelle im¬
merse.
Distribuzione. Oligocene superiore - Miocene in¬
feriore (?) dell’Abruzzo.
Dimensioni. Esemplare I.B. 317.
N
EM
M
DS
Lz
10
0,20-0,28 mm
0,24 mm
0,03
mm
Iz
10
0,20-0,27 »
0,24 »
0,03
»
ho
10
0,05-0,08 »
0,07 »
0,01
»
lo
10
0,07-0,13 »
0,09 »
0,02
»
Lov
5
0,13-0,16 »
0,14 »
0,01
»
lov
5
0,15-0,17 »
0,16 »
0,01
»
0P(‘)
> 1
0,13 »
—
—
hC (9
1
1,73 »
—
—
1C ( 3 )
1
2,66 »
—
—
(9
Diametro
del pit.
(9
Altezza della colonia.
(9
Lunghezza
della colonia,
misurata alla
base,
se-
condo
l’asse maggiore.
164
E. CERETTI - A. POLUZZI
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guès par M. G. Dollfus dans Le Nord-Ouest de la
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guès par M. Lennier aux environs de Cherbourg. Ibid.,
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E. CERETTI - A. POLTJZZI
1 (>S
INDICE ANALITICO (')
Acropora .
Acropora coronata . . . .
Acropora salebrosa . . . .
Adeona .
Adeoneìla .
Adeonella minutipora . . .
Adeoneìla polymorpha . .
Adeonella polystornella . . .
Adeonidae .
Anasca .
anguiosa ( Onychocella )
anhalthina ( Pachytecella) . .
aprutiensis (Schizotremopora)
Ascophora .
australiensis ( Haswellia ) . .
aviculifera (Celleporaria ) .
aviculifera (Tubucella) .
Batopora .
Batopora. cf. multiradiata
Batopora conica .
Batopora excentrica .
Batopora multiradiata . . .
Batopora stoliczkai . . . .
beaniana ( Rete-poro ,) .
Beisselina .
Beisselina sp.
Beisselina coronata . . . .
Beisselina pustulosa . . . .
Beisselina variolosa . . , .
birostrata (Cellepora)
Bracebridgia .
Calvetina .
calvimontata (Onychocella)
Cellaria coronata .
Cellario labrosa .
Cellepora birostrata . . . .
Cellepora eatonensis .
Cellepora palmata . . . .
Cellepora redoutei . . . .
Celleporaria .
Celleporaria aviculifera
Celleporaria oculata .
Celleporaria palmata
Celleporaria tridenticulata
Celleporariidae .
Celleporina .
Celle por inidae .
cf. jacksonensis (Lacerna)
cf. multiradiata (Batopora)
cf. porosa (Escharina) .
cf. strictofissa (Schismopora)
Conescharellina .
conferta (Eschara) . . . .
conica (Batopora) .
Conopeum .
Conopeum reticulum .
Conopeum sp.
coronata (Beisselina)
coronata (Porina) ....
Pag.
146
corcnopus ( Schismopora )
Pag. 158, 159
»
143
costata (Schismopora) .
»
158,159
»
146
Costazia pisiformis ....
»
159
»
157
crassicollis (Schizostoma) . .
»
156
»
15), 155
crassimuralis ( Enoplostomella)
»
147
»
155
crassum (Schizostoma) .
»
155
»
154
defixa (Enoplostomella)
»
146
»
134,138, 15), 155
dimorfa (Onychocella) . . .
»
143
»
154,155, 156,157
doverensis (Schizoretepora)
»
153
»
141
duplicata (Porina) ....
»
144
»
143
Duvergeria .
»
157
»
147
eatonensis (Cellepora)
»
158
»
134, 138 ,157
Enoplostomella .
»
1)6
»
143
Enoplostomella crassimuralis .
»
147
»
144
Enoplostomella defixa ■ . .
»
146
»
159
Enoplostomella synthetica .
»
134, 138, 1)6 ,147
»
152
Eschara conferta .
»
143
»
161 ,162
Eschara gracilis .
»
143
»
134,138,161
Eschara lichenoides ....
»
154
»
163
Eschara pattasi! .
»
154
»
134,138 ,162
Eschara polystomella
»
154
»
161, 162,163
Eschara striata .
»
145
»
161
Eschara vulgaris var. a
»
147
»
153
Eschara vulgaris var. f)
»
147
»
1)5, 146
Escharina .
»
1)7
»
134, 138, 1)5, 146
Escharina cf. porosa
»
134, 138, 1)7, 148
»
145
Escharina porosa .
»
148
»
145
excentrica (Batopora)
»
134,138,762
»
145
evexa (Osthimosia) ....
»
158
»
159
floridana (Schizoporella)
»
134,138, 1)9, 150
»
157
fungosa (Schizoretepora)
»
134, 138, 153
»
157
fungosum (Schizellozoon) .
»
153
»
143
geminopora (Schizoporella)
»
134, 138 ,1)8, 149
»
143
gracilis (Eschara) .
»
143
»
144
grandipora (Rectonychocella) .
»
143
»
159
hassalii (Lepralia) ....
»
158
»
158
Haswellia australiensis .
»
144
»
160
Hemieschara geminopora
»
158
»
158
Hippoporinidae .
»
151
»
160
Hippothoa porosa .
»
148
»
159
Holoporella palmata ....
»
161
»
160
honolulensis (Celleporaria)
»
161
»
134, 138, 160, 161
hosteensis (Lacerna)
»
151
»
161
Inversiula .
»
157
»
160
irregularis ( Meniscopora ) .
»
157
»
158
irregularis (Schizotremopora)
»
158
»
158
jacksonensis (Lacerna) .
»
151
»
134,138, 151
labrosa (Cellaria) .
»
144
»
134,138, 161
Lacerna .
»
151
»
134,138, U7, 148
Lacerna cf. jacksonensis
»
134,138,757
»
134, 138, 159, 160
Lacerna hosteensis ....
»
151
»
163
Lacerna jacksonensis
»
151
»
143
Lagenipora .
»
157
»
163
Lepralia hassalii .
»
158
»
HI, 142
Lepralia unicomis ....
»
148
»
142
lichenoides ( Eschara ) . . .
»
154
»
134, 138, 1)1
longistoma ( Schizostomella ) .
»
134,138, 156
»
145
mamillaris (Tubucella , Eschara)
»
151,152
»
134,138 ,1)3, 144,
marioni ( Onychocella )
»
142
145
Mastigophora porosa ....
»
148
(') I numeri in corsivo indicano le pagine con la trattazione dei generi e delle specie.
BRIOZOI DELLA BIOCALCARENITE DEL FOSSO DI S. SPIRITO (CHIETI, ABRUZZI)
169
meandrina ( Schizolavella) .
Pag. 148
megasoma (Schismopora) .
»
158
Membranipora .
»
142
M embraniporidae .
»
141
Meniscopora irregularis .
»
157
Microporella (Eschara) polystomella
»
154
Microporella polystomella .
»
154
Microporella (Reussina) polystomella
»
154
Millepora reticulum ....
»
141
minutipora (Adeoneila ) . . .
»
155
multiradiata (Batopora) . .
»
161,162,163
notopachys (Retepora) . . .
»
153
oculata (Celleporaria) . . .
»
160
Onychocella .
»
U2
Onychocella sp.
»
134,138, U2
Onychocella anguiosa
»
143
Onychocella calvimontata . .
»
143
Onychocella dimorfa ....
»
143
Onychocella mai-ioni ....
»
142
Onychocellidae .
»
142
Orbituliporidae .
»
161
Osthimosia .
»
158,159
Osthimosia coronopus
»
159
Osthimosia evexa .
»
158
Pachythecella anhaltina
»
147
pallasii (Eschara) ....
»
154
palmata (Celleporaria) . . .
»
134, 138 ,160 ,161
parnensi (Schizostoma)
»
156
pisiformis (Costazia )
»
159
Porina .
»
U3 ,146
Porina coronata .
*
134,138 ,U3, 144,
145
Porina coronata var. labrosa .
»
144
Porina duplicata .
»
144
Porinidae .
»
143
porosa cf. (Escharina) . .
»
134, U7
porosa (Escharina) ....
»
148
polymorpha (Adeoneila)
»
154
polystomella (Adeoneila)
»
134,138, 154 ,155
pustulosa (Beisselina)
»
145
Rectonychocella grandipora
»
143
redoutei . (Schismopora) .
»
158
Retepora beaniana ....
»
153
Retepora notopachys
»
153
Retepora tessellata ....
»
153
reticulum (Conopaeum) . . .
»
142
reticulum (Millepora )
»
141
salebrosa (Acropora) . . .
»
146
salomacensis ( Schizotremopora )
»
158
Schismopora .
»
158, 159
Schismopora sp.
»
134, 138 ,159
Schismopora cf. strictofissa .
»
134, 138 ,159, 160
Schismopora coronopus .
Schismopora costata
Schismopora megasoma
Schismopora redoutei
Schismopora strictofissa
Schizellozoon fungosum
Schizolavella meandrina
Schizopodrella floridana
Schizopodrella floridina
Schizoporella ....
Schizoporella floridana .
Schizoporella geminopora
Schizoporella unicomis .
Schizoporellidae
Schizoretepora ....
Schizoretepora doverensis
Schizoretepora fungosa
Schizoretepora fungosum
Schizostoma ( ?) crassicollis
Schizostoma crassum
Schizostoma parnensis
Schizostomella ....
Schizostornella longistoma
Schizotremopora
S chizotremop ora■ aprutiensis
Schizotremopora irregularis
Schizotremopora salomacensis
Sertellidae .
Spiroporina vertebrali .
Stomachetosellidae . .
striata ( Eschara ) . . .
strictofissa ( Schismopora )
sloliczkai (Batopora )
Stomachetosellidae
synthetica ( Enoplostomella)
tessellata ( Retepora) . .
tridenticulata (Celleporaria)
Trigonopora .
Triporula .
Tubucella .
Tubucella aviculifera
Tubucella ( Eschara ) mamillar
Tubucellariidae ....
Tubucella sp. 1 ...
Tubucella sp. 2 ...
unicomis (Lepralia) . .
unicomis (Schizoporella)
Vaginopora geminopora
variolosa ( Beisselina)
vertebrali (Spiroporina )
vulgaris var. <x ( Eschara)
vulgaris var. fi (Eschara)
Pag. 158
» 158,
» 158
» 158
» 159
» 153
» 148
» 149
» 149
» 147,
» 134,
» 134,
» 150,
» 147
» 153
» 153
» 134,
» 153
» 156
» 155
» 156
» 155,
» 134,
» 157,
» 134,
» 158
» 158
» 153
» 144
» 146
» 145
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» 161
» 146
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» 153
» 161
» 157
» 157
» 151
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» 151,
» 151
» 134,
» 134,
» 148
» 150
» 148
» 145
» 144
» 147
» 147
159
H8, 149,150
138, 149 ,150
138, U8 ,149
151
138 ,153
157
138.156
158
138 .157
160
138, 1)6 ,147
152
138 .151
138 .152
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XXII
Fig. 1- — Onychocella sp., (I.B. 106; — 25 x ) : interno della colonia con zoeci e
onicocellari.
Fig. 2. — Lacerna cf. jacksonensis, (I.B. 227; — 24 x): visibili due zoeci e le pa¬
reti interne verticali.
Fig'. 3. — Adeonella polystomella (Reuss), (I.B. 244; — 15 x): frammento di zoario.
Fig. 4. — Schismopora cf. strido fissa, (I.B. 304; — 20x): sezione longitudinale
della colonia sviluppata attorno ad un elemento bacillare.
Fig. 5. — Beisselina sp., (I.B. 201; — 25 x): colonia con aperture esterne e avi-
colari provvisti di barra.
Fig. 6. — Escharina cf. porosa, (I.B. 204; — 25 x): interno della colonia; a lato
di alcuni zoeci si nota Talloggiamento dell’avicolario.
Fig. 7. — Conopeum sp., (I.B. 229; — 31 x): colonia con zoeci integri solo al bordo
inferiore.
Fig. 8. — Tubucella sp. 1, (I.B. 228; — 17 X): interno della colonia; è visibile al
centro degli zoeci il poro dell’asco.
Fig. 9. — Escharina cf. porosa, (I.B. 203; — 65 x): esterno di uno zoecio.
Fig. 10. — Batopora cf. multiradiata, (I.B. 316; — 36x): esemplare portante alla
base zoeci ovicellati.
Fig. 11. — Tubucella sp. 2, (I.B. 229; —10 X): interno degli zoeci.
Fig. 12. — Schizoretepora fungosa (Canu & Lecointre), (I.B. 237; — 10 X): orga¬
nizzazione interna degli zoeci e parte delTesterno.
E. CERETTI & A. POLUZZI - Briozoi della biocalcarenite del Fosso di S. Spirito
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. XXII
3
1
10
9
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XXIII
Fig. 1. — Schizoporella geminopora (Reuss), (I.B. 220; ~30x): esterno (sulla
destra) ed interno della colonia mostrante il pavimento dello zoecio per¬
forato da un poro centrale.
Fig. 2. — Batopora excentrica n. sp., (I.B. 317; ~30x): visibile sul lato sinistro
della posizione apicale il pozzetto in posizione eccentrica.
Fig. 3. — Enoplostomella synthetica Carni & Bassler, (I.B. 202; ~10x): colonia
mostrante la superficie esterna e parte dell’interno (sulla destra).
Fig. 4. — Schizotremopora aprutensis n. sp., (I.B. 249; 25 x): interno della co¬
lonia. Al bordo si notano zoeci di dimensioni maggiori.
Fig. 5. — Schizoporella fiondano, Osburn, (I.B. 226; ~ 55 X): zoecio singolo con
ampio avicolario laterale.
Fig. 6. — Schismopora sp., (I.B. 276; ~ 28 x): porzione dell’esterno.
Fig. 7. — Celleporaria palmata (Michelin), (I.B. 305; ,~25x): interno dello zoa-
rio; sul bordo prossimale dell’apertura sono visibili i caratteristici den¬
ticeli.
Fig. 8. — Schizotremopora aprutensis n. sp., (I.B. 246; ~ 18 x): frammento di co¬
lonia con aperture esterne compresse al terzo inferiore.
Fig. 9. — Porina coronata (Reuss), (I.B. 120; ~ 13 X): colonia con avicolari pe-
ristomali a diametro lievemente maggiore dei tremopori.
Fig. 10. — Schizostomella. longistoma n. sp., (I.B. 245; ~ 21 x): sulla sinistra è vi¬
sibile la genesia con apertura ovale.
Fig. 11. — Schizotremopora apr-utensis n. sp., (I.B. 248; ~15 x): segmento di co¬
lonia.
Fig. 12. — Porina coronata (Reuss), (I.B. 119; ~ 17 X ): frammento a sezione sub¬
ellittica compressa con evidente tremocistatura.
E. CERETTI & A. POLUZZI - Briozoi della biocalcarenite del Fosso di S. Spirito
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XX - Tav. XXIII
VOLUME XII.
I - Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo).
pp. 1-70, 4 figg., 6 tavv.
II - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I : Tratto occidentale
Gardone-Desenzano. pp. 71-140, 14 figg-, 6 tavv.,
1 carta.
Ili - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte
Albenza (Bergamo), pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - Venzo S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale
Garda-Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese.
pp. 1-64, figg■, 9 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 196S - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Merca-
ticeras, Pseudomercaticeras e Brodieia. pp. 65-98,
2 figg-, 4 tavv.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Berga¬
masco orientale), pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige.
pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia
Dactylioceratidae. pp. 83-186, 4 tavv.
III - Dieni I., Massari F. e Montanari L., 1966 - Il Paleo¬
gene dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 137-184,
5 figg., 8 tavv.
VOLUME XV.
I - C aretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88,
27 figg-, 9 tavv.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quater¬
nario dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-142,
8 figg-, 7 tavv.
Ili - Barbieri F. - Iaccarino S. - Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-
Parmense-Reggiano. pp. 143-188, 20 figg., 3 tavv.
VOLUME XVI.
I - C aretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio
del metodo statistico e nuova classificazione dei Ga¬
steropodi pliocenici attribuibili al Murex brandaria
Linneo, pp. 1-60, 1 fig,. 7 tabb., 10 tavv.
II - Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - I nuovi fos¬
sili di Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128,
30 figg., 8 tavv.
Ili - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico, pp. 129-200, 13 figg., 4 tabb., 7 tavv.
VOLUME XVII.
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie
Lytoceratidae, Nannolytoceratidae, Hammatocerati-
dae (excl. Phymatoceratinae), Hildoceratidae (excl.
Hildoceratinae e Bouleiceratinae). pp. 1-70, 2 tavv.
n.t., 6 figg., 6 tavv.
II - Venzo S. & Pelosi© G., 1968 - Nuova fauna a Ammo-
noidi dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brem-
bana (Bergamo), pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
Ili - PELOSIO G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildo-
ceras, Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Con¬
clusioni generali, pp. 143-204, 2 figg., 6 tavv.
VOLUME XVIII.
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate
da Giuseppe Meneghini nelle Taw. 1-22 della « Mo-
nographie des fossiles du calcaire rouge anvmoni-
tique » (1867-1881). pp. 5-22, 2 figg., 6 tavv.
II - Montanari L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Goz¬
zano (Lago d’Orta). pp. 23-92, 42 figg., 4 tavv. n. t.
Ili - Petrucci F., Bortolami G. C. & Dal Piaz G. V.,
1970 - Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-
Avigliana (Prov. Torino) e sul suo substrato cri¬
stallino. pp. 98-169, con carta a colori al 1:40.000,
14 figg-, 4 tavv. a colori e 2 b.n.
VOLUME XIX.
I - Cantaluppi G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee - Loro successione e mo¬
dificazioni nel tempo. Riflessi biostratigrafici e si¬
stematici, pp. 5-46, con 2 tabelle nel testo.
II - Pinna G. & Levi-Setti F., 1971 - I Dactylioceratidae
della Provincia Mediterranea ( Cephalopoda Ammo-
noidea), pp. 47-136, 21 figg., 12 tavv.
Ili - Pelosio G., 1973 - Le ammoniti del Trias medio di
Asklepieion (Argolide, Grecia) - I. Fauna del « cal¬
care a Ptychites » (Anisico sup.), pp. 137-168,
3 figg-, 9 tavv.
VOLUME XX.
I - Cornaggia Castiglioni 0., 1971 - La cultura di Reme-
delio. Problematica ed ergologia di una facies del¬
l’Eneolitico Padano, pp. 5-80, 2 figg., 20 tavv.
II - Petrucci F., 1972 - Il bacino del Torrente Cinghio
(Prov. Parma). Studio sulla stabilità dei versanti
e conservazione del suolo, pp. 81-127, 37 figg., 6
carte tematiche.
III - Ceretti E. & Poluzzi A., 1973 - Briozoi della bio-
calcarenite del Fosso di S. Spirito (Chieti, Abruzzi),
pp. 129-169, 18 figg., 2 tavv.
Le Memorie sono disponibili
Milano, Palazzo del
presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)