E SE
MEMORIE
DELLA
SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
CE DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE
DI MILANO |
Volume XXII
CON 23 TAVOLE
Con il contributo finanziario del C.N.R.
e della Regione Lombardia, Settore Cultura e Informazione
MILANO
1978-1981
SOCIETA’ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
CONSIGLIO DIRETTIVO PER IL 1981
Presidente :
Vice-Presidenti :
Segretario :
Vice-Segretario :
Cassiere :
Consiglieri :
(1980-1981)
Bibliotecario :
Nanceroni Prof. Giuseppe (1980-1981)
Conci Prof. Cesare (1981-1982)
Ramazzorti Prof. Ing. Giuseppe (1980-1981)
BanFI Dr. EnrIco (1980-1981)
DemartEIs Dr.ssa ELisaBETTA (1981-1982)
Taccani Avv. CarLo (1980-1981)
Pinna Prof. GIOVANNI
Scarni Ing. GIUSEPPE
Scaniavinaro Prof. GIUSEPPE
Taccani Avv. CARLO
TagLiague Dr. Eco
Torcnio Prof. MeNICO
VioLanI Dr. CARLO
Scaravone Dr. MARIO
COMITATO DI REDAZIONE DELLE « MEMORIE »:
coincide con il Consiglio Direttivo
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
PERSONALE SCIENTIFICO
Corner Prof. CESARE
Pinna Prof. GIOVANNI
CagnoLaro Dr. Lui
De MicHaELE Dr. VINCENZO
LronarpI Dr. CARLO
MicaeLanerLI Dr. MARCELLO
Banri Dr. ENRICO
ARDUINI Dr. PAOLO
Teruzzi Dr. GroRGIO
Direttore (Entomologia)
Vice-Direttore (Paleontologia e Geologia)
Vice-Direttore (Teriologia ed Ornitologia)
Conservatore (Mineralogia e Petrografia)
Conservatore (Entomologia)
Conservatore (Collezioni)
Conservatore (Siloteca e Botanica)
Consulente (Paleontologia)
Consulente (Paleontologia)
credi dii
4
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|
INDICE DEL VOLUME XXII
Fascicolo I (1978)
CornaGgia CastieLioni O. & CaLeGarI G. - Corpus delle pintaderas
preistoriche italiane. Problematica, schede, iconografia. (Con 6 figg. e
13 tavv.)
Fascicolo II (1979)
Pinna G. - Osteologia dello scheletro di Kritosaurus notabilis (Lambe,
1914) del Museo Civico di Storia Naturale di Milano (Ormithischia
Hadrosauridae). (Con 3 figg. e 9 tavv.)
Fascicolo III (1981)
BrancortI A. - Geomorfologia dell’Alta Langa (Piemonte meridionale).
(Con 28 figg., 12 tabelle e 1 carta f.t.) .
CONTENTS
Number 1 (1978)
Cornaggia CastIeLionIi O. & Caregari G. - Corpus of Italian prehi-
storie pintaderas. Problematies, Card, Iconography. (With 6 fig. and
EEA Msi a PI SATIN Nec RR 0 e IL MI e II E
Number 2 (1979)
Pinna G. - Osteology of the skeleton of Kritosaurus notabilis (Lambe,
1914) of the Museum of Natural History of Milan (Ormithischia Ha-
drosauridac). (With 3 fig. and 9 pl.)
Number 3 (1981)
BrancoTTI A. - Geomorphology of the Upper Langa hills, S. Piedmont
(Italy). (With 28 fig., 12 tables and 1 map)
Pag.
»
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Pag.
»
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31
97
TIPOGRAFIA FUSI -. PAVIA
2/1982
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MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI si
‘E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XXII - Fasc. |
| . OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI & GIULIO CALEGARI
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE
ITALIANE —
| PROBLEMATICA, SCHEDE, ICONOGRAFIA
Con 6 figure e 13 tavole fuori testo
Sezione di Paletnologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Pubblicato col contributo della Regione Lombardia
Assessorato ai Beni e alle Attività Culturali
MILANO
‘“. 30 ottobre 1978
Elenco delle Memorie della Società ui di Scienze Natutali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
I - CORNALIA E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis: Felis jacobita (Corn.), 9 pp., 1 tav.
II - MAGNI-GRIFFI F., 1865 - Di una specie d’ Hippolais
nuova per l’ Italia, 6 pPp., 1 tav.
III - GastALDI B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini
lacustri per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp.,
2 figg., 2 tavv.
IV - SEGUENZA G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziarii del. distretto di Messina. 88 pp.,
8 tav.
V - GiBELLI G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria, 16 pp. d tav.
VI - BeEGGIATO F. SE 1865 - Antracoterio di Zovencedo (e
di Monteviale " nel Vicentino. 10 pp., 1 tav. .
VII - CoccHi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og-
getti di umana industria dei tempi preistorici rac-
colti in Toscana. 82 pp., 4 tavv. ‘
VIII - TARGIONI-TOZZETTI A., 1866 - Come sia fatto l’organo
che fa lume nella lucciola volante dell’ Italia cen-.
trale (Luciola italica) e come le fibre muscolari in
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - MAGcI L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp.,
2 tavv.
X - CORNALIA E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici
ferti dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - IssEL A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 38 pp.
II - GENTILLI A., 1866 - Quelques considérations sur l’ori-
gine des bassins lacustres, è propos des sondages
du Lac de Come. 12 pp., 8 tavv.
III - MoLon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
Venete. 150 A
IV - D’AcHIARDI A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
nummulitico delle. Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V.- COCCHI I., 1866 - Sulla geologia dell'alta Valle di.
Magra. 18 pPp., 1 tav.
VI - SEGUENZA G., 1866 - Sulle importanti relazioni pa-
leontologiche di talune rocce cretacee della Cala-
bria con alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa set-
tentrionale. 18 pp., 1 tav.
VII - CoccHi I., 1867 - L'uomo fossile au Talia (ali È
82 pD.; 21 figg., 4 tavv.
VIII - GAROVAGLIO S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
; descriptum. 8 pp., 1 tav.
IX - SEGUENZA G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropedi
ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - DURER B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III
I - EMERyY C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redi.
16 pp., 1 tav.
II - GAROVAGLIO S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera
et Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum ge-
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tav.
III - TARGIONI-TOZZETTI A., 1867 - Studii sulle Coccini-
; glie. 88 pp., 7 tavv.
IV - CLAPARÈDE E. R. e PANCERI Ps 1867. - Nota sopra un
Alciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp.,
1 tav:
V - GAROVAGLIO S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentatio. 40 Pp., 4 tavv. ; 3
VOLUME IV.
I - D’ACHIARDI A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num-
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - GAROVAGLIO S., 1868 - Octona Lichenum genera vel
adhuc controversa, vel sedis prorsus incertae in sy-
W
‘stemate, novis descriptionibus iconibusque accuratis-
simis illustrata, 18 pp., 2 tavo.
III - MARINONI C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli: avanzi
di umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - MARINONI C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in ia
bardia. 28 DPP., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
VOLUME V.
I - MARTORELLI G., 1895 - Monografia illustrata degli iccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavov.
(Del vol. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - De ALESSANDRI G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi-
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo-
gici. 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
II - MARTORELLI G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112pp.,
63 figg., 1 tav.
III - PAVESI P., 1901 - L'abbate pballanzzni a Pavia. 68 pp.,
14 figg., 1 tav.
VOLUME VII. }
I - DE ALESSANDRI G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 165 PP., 9 tavv.
(Del vol. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VIII.
1 - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.
3. tav.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e geologici. Parte II pp. 472-186,
5 figg., 9 tavv.
III - ATRAGHI C., 1917 - Sui molari d’elefante delle allu- 0
vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di aleuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg,.
3 tavv. }
Vi
VOLUME IX.
I- Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle
Alpi italiane. pp. 1-164, 7 figg., 2 tavo.
II - SERA G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione
.. della base del cranio colle forme ‘craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili). pp. 165-262, ©
7 figg., 2 tavv.
III - De BEAUX O. e FESTA E,, 1927 - La ricomparsa del Cin-
ghiale nell’ Italia settentrionale- -occidentale. pp. 263-
320, 13 figg., 7 tavo.
VOLUME X.
I - DESIO A., 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Al-
. benza ‘(Prealpi Bergamasche). pp. 1-156, 27. figg.» 7
1. tav., 1 carta.
ur SCORTECCI G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 89 figg., 2 tavv.
III - ScORTECCI G., 1941 - I recettori degli Agamidi. pp. 209-
326, 80 figg.
VOLUME XI.
T- GUIGLIA Du 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mi-
lano (Hymen.). pp. 1-44, 4 figg., 5 tavv.
TI-III - GIACOMINI V. e PIGNATTI S., 1955 - Flora e Vegeta-
zione dell'Alta Valle del, Braulio. Con speciale riferi-
‘mento ai pascoli di altitudine. pp. 45-288, 31 figg.;
1 carta.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XXII - Fasc. I
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI & GIULIO CALEGARI
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE
ITALIANE
PROBLEMATICA, SCHEDE, ICONOGRAFIA
Con 6 figure e 13 tavole fuori testo
Sezione di Paletnologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Pubblicato col contributo della Regione Lombardia
Assessorato ai Beni e alle Attività Culturali
MILANO
30 ottobre 1978
TIPOGRAFIA FUSI -
11/1978
PAVIA
OTTAVIO CORNAGGIA CASTIGLIONI & GIULIO CALEGARI (*)
Corpus delle pintaderas preistoriche italiane.
Problematica, schede, iconografia
Riassunto. — La monografia fornisce il primo inven-
tario aggiornato e ragionato di questi elementi culturali
che, a partire dai tempi neolitici, furono largamente im-
piegati in Italia per la pratica della pittura corporale con
fini « profilattici ». L’indagine si articola su due Sezioni;
nella prima viene affrontato lo studio della problematica
generale, attraverso la definizione dei caratteri morfolo-
gici e tecnologici delle pintaderas ed istituendone una clas-
sificazione tanto per il piano morfologico che per quello
grafico. Vengono parimenti presi in esame gli aspetti re-
lativi alla destinazione e funzionalità degli strumenti stessi,
per i quali vengono forniti dati statistici sulla distribu-
zione geografica e la posizione cronologico-culturale.
La Seconda Sezione comprende le « schede » riportanti i
dati principali relativi alle 96 pintaderas italiane sin qui
note, un’Appendice relativa al loro impiego in campo etno-
grafico, una Bibliografia e l’illustrazione iconografica di
tutti i reperti italiani.
Si precisa inoltre: a) le pintaderas vennero utilizzate
a guisa di «timbri» per la pratica della pittura corpo-
rale; b) i loro motivi grafici hanno tutti significato sim-
bolico; c) il loro uso, iniziatosi nel nostro Paese nel corso
del Sesto Millennio, in facies del tardo Neolitico antico,
si protrasse a lungo, raggiungendo in qualche caso la Ci-
viltà del Ferro; d) si tratta di elementi culturali di ori-
gine orientale, che, tramite la mediazione balcanica, pene-
trarono nel nostro Paese attraverso due distinte vie, l’una
dalle regioni meridionali, l’altra da quelle nord-orientali.
Abstract. — Corpus of Italian sprehistoric pintaderas.
Problematics, Card, Iconography.
The present monograph gives the first adjourned
and reasoned (logical) inventory of these cultural elements
that, from the neolithic age, were largely employed in Italy
to practice the corporal painting with « prophylactie » pur-
poses. The investigation is developping in two sections:
the first one is concerning the study of the general pro-
blematics through the definition of the pintaderas’ mor-
phologic and thechnological characters and gives a clas-
sification as well for the morphologic level as for the
graphic one. We also take into consideration, in this sec-
tion ,the aspects concerning the destination and the func-
tion of the tools themselves, for which statistic data -
concerning the geographic distribution and the chronolo-
gical-cultural position are given.
The second section includes the « cards » reporting the
principal data concerning the 96 Italian pintaderas known
at present and a « Appendix » concerning the use of this
tools in the etnographic field; a Bibligraphy and a com-
plete iconography of all Italian finds.
It is also specified: a) the pintaderas were used
like « timbers » in the corporal painting; d) all their gra-
phic motifs have a symbolical meaning; c) their use, be-
gan in our country during the VI millennium, in facies
of the late ancient Neolithic, continued long time arriving
sometimes until the Iron Age; they are cultural elements
of eastern source that, through the Balcan mediation, pe-
netrated into our country from two different ways, the
first way is from southern regions and the other one from
the north eastern regions.
(*) Museo di Storia Naturale di Milano - Sezione di Paletnologia.
bj O. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI-
INTRODUZIONE
A) Premessa
Del tema trattato in questa monografia uno di
noi si è già diffusamente occupato anni orsono
(CORNAGGIA CASTIGLIONI, 1956). Da allora il nostro
impegno di ricercatori nei confronti del tema
stesso non è venuto mai meno, consentendoci di
raccogliere un’ulteriore cospicua messe di elementi
sull'argomento; abbiamo potuto, fra l’altro, cen-
sire un numero quasi doppio di reperti di pinta-
deras italiane, portandoli da 48 a ben 96.
Abbiamo così ritenuto opportuno (oltre all’ag-
giornamento dello schedario dei reperti stessi) rie-
saminare ex novo tutta la problematica concer-
nente le pintaderas preistoriche dell’area eurasica,
ed in particolar modo di quelle dell’area italiana.
Ne è derivato questo nuovo scritto monografico
che abbiamo suddiviso in due parti: nella prima
è passata in rassegna la problematica generale
degli elementi culturali in discorso, mentre nella
seconda ne viene completata la schedatura, ag-
giornata al 1977.
Completa il tutto una breve Appendice sull’im-
piego etnografico delle pintaderas nell’Ecumene,
nonchè una Bibliografia generale e la completa
iconografia del materiale italiano.
B) Ordinamento della monografia
INTRODUZIONE.
A) Premessa.
B) Ordinamento della monografia.
Parte Prima: PROBLEMATICA GENERALE.
A) Definizione.
B) Genesi.
C) Morfologia.
D) Tecnologia.
E) Dati metrici.
F) Tassonomia.
G) Repertorio grafico.
H) Destinazione e funzionalità.
I) Ermeneutica.
L) Distribuzione.
M) Dati statistici generali.
N) Posizione cronologico-culturale.
O) Origini.
P) Conclusioni.
Parte Seconda: DOCUMENTAZIONE.
A) Schedario dei reperti.
B) Bibliografia generale.
C) Appendice. Dati sull’utilizzazione delle pinta-
deras nei tempi post-preistorici. Bibliografia.
D) Illustrazioni.
E) Tavole.
PARTE PRIMA: PROBLEMATICA GENERALE
A) Definizione
E’ opportuno, anzitutto, definire esattamente
cosa debba intendersi per « pintadera ».
Per noi il termine deve essere esclusivamente
utilizzato per indicare una sorta di « timbro >», de-
stinato alla pratica della pittura corporale; in tale
uso, esso sostituisce ogni altro mezzo tecnico al-
lorchè si tratti di ripetere, più volte ed esatta-
mente, un medesimo motivo grafico.
Il primo impiego del termine stesso nella lette-
ratura paletnologica rimonta allo scorcio del se-
colo scorso, allorchè venne utilizzato dal nostro
Issel (IssEL, 1884) che era stato il primo a rinve-
nire una pintadera preistorica nell’area europea
(ISSEL, 1887: 29).
Si trattava, tuttavia, di un termine molto più
antico, poichè nel settore etnografico la sua prima
utilizzazione risaliva nientemeno che al secolo XVI,
cioè all’epoca della conquista spagnola del Messico.
Lo aveva, infatti, utilizzato un cronista dell’epoca,
Fra Diego de Landa, per indicare il mezzo tecnico
col quale gli antichi Messicani praticavano la pit-
tura corporale (DE LANDA; 1864).
B) Genesi
Presso le genti preistoriche, come presso i pri-
mitivi attuali (cfr. Appendice etnografica) la pra-
tica della pittura corporale, oltre che a fini edo-
nistici, sembra abbia avuto sopratutto intenti
« profilattici »; il che, nel caso delle pintaderas
preistoriche eurasiche, ci è assicurato diretta-
mente dai motivi « simbolici » che, mediante le
pintaderas stesse, venivano riprodotti sull’epider-
mide umana.
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE (9)
Nell'ambito di una tale concezione magica, è
chiaro come la ripetizione di particolari motivi
« simbolici » su vaste aree del corpo umano, po-
tesse apparire come il mezzo migliore per acere-
scere la potenzialità « profilattica » dei motivi
stessi. Questo fu, molto probabilmente, il movente
primo che condusse alla introduzione di mezzi
tecnici appropriati, che consentissero agevolmente
tale duplicazione, come si può riscontrare dall’illu-
strazione della nostra Tav. I. i
C) Morfologia
Le pintaderas preistoriche eurasiche (come
quelle italiane) si confezionarono quasi esclusiva-
mente in terra cotta, poichè questo era il mate-
riale di più facile disponibilità e lavorazione; si
tratta, infatti, di un materiale facilmente incidi-
bile e, al contempo, sufficientemente poroso; ca-
ratteristica, quest’ultima, utilissima nei confronti
delle modalità di riproduzione esplicate dalle pin-
taderas.
Nei « timbri » in oggetto, si possono morfolo-
gicamente individuare, in genere, quattro zone,
più o meno distinte, che corrispondono a:
a) un «corpo » di varia morfologia;
b) una «base » (parte terminale inferiore
del « corpo » stesso) costituita da una superfice
pianeggiante, detta « piano stampante » per le sue
funzioni;
c) un « motivo grafico », ottenuto incidendo
il « piano stampante » mediante solchi larghi e
profondi, i quali delimitano perimetralmente dei
settori piani, che vi costituiscono il vero e proprio
« motivo grafico » ;
d) una.« presa », spesso distinta morfologi-
camente dal « corpo », e costituente l'impugnatura
dello strumento.
In aggiunta alle quattro parti di cui sopra, le
pintaderas possono essere provviste di un « si-
stema di sospensione », costituito da un foro pas-
sante, oppure da una gola circolare, che consen-
tono di appendere e, sopratutto, di non smarrire
lo strumento.
Nelle sole pintaderas del nostro tipo « cilin-
drico » (che recano un foro passante assiale) l’or-
gano di presa è accessorio, essendo costituito da
un elemento che veniva infilato nel foro passante
al fine di permettere alla pintadera di ruotare su
tale asse allorchè si facesse scorrere il tutto sulla
superficie da decorare.
D) Tecnologia
Le pintaderas italiane (che qui più ci interes-
sano) vennero fabbricate con della ceramica d’im-
pasto di qualità per nulla eccezionale, o raramente
con una sorta di figulina, di colore giallastro o
rossastro, maggiormente depurata. Quest'ultimo è
il caso delle pintaderas da noi catalogate sotto le
si9leslto 2 BRuto A Rua6 Ru NEU BS108!
La fabbricazione di questi strumenti veniva
eseguita a mano, senza impiego di stampi e col
solo ausilio di uno strumento tagliente (presumi-
bilmente una lametta di selce) per incidere i
solchi in seno al « piano stampante».
In rarissimi casi si abbassò tutto il piano at-
torno alle aree costituenti il « motivo grafico » il
quale ne risultò rilevato rispetto al piano circo-
stante. Ciò rappresenta un rilevantissimo pro-
gresso rispetto al tipo di incisione più comune,
perchè facilita « l’inchiostramento » della pinta-
dera, evitando che il colore ne ricolmi i solchi, con
grave pregiudizio per la resa del motivo grafico
da riprodurre. Questo raro sistema di incisione
del « motivo grafico » sul «piano stampante »
della pintadera appare per la prima volta in Eu-
ropa su talune pintaderas del giacimento greco di
Nea Nikomedeia (Tav. XIII, n. 5-6-7-9), nonchè
su cinque esemplari della produzione italiana
(EUR ARI TOA 1 3) avi VITO SIDE
E) Dati metrici
Tutte le pintaderas preistoriche eurasiche sono
manufatti di ridotte dimensioni; ciò vale anche
per quelle italiane. Le misure d’ingombro di que-
‘ ste ultime, vanno da un minimo di mm 12 Xx 30
ad un massimo di 30 x 150. Quale media pos-
siamo assumere quelle di mm 30 x 80.
F) Tassonomia
La classificazione delle pintaderas italiane che
viene per la prima volta proposta in questo lavoro,
annovera complessivamente otto forme o tipi, per
designare i quali si avvale di una serie di acrò-
nomi, composti ciascuno da tre lettere maiuscole.
Altrettanti acrònomi sono usati per la classifica-
zione delle forme « basali » delle pintaderas e delle
loro « prese » (Tav. III). Si tratta di un tipo di
classificazione volutamente aperto, cioè previsto
per l'eventuale aggiunta di nuove forme, senza
difficoltà di sorta.
G) Repertorio grafico
I « motivi » costituenti il repertorio grafico
delle pintaderas italiane (e come tali contemplati
nella nostra classificazione, che attribuisce loro
una serie di numeri distintivi) sono sedici. In
realtà sarebbero 18, poiché, sotto il numero 16,
10 O. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI *
noi abbiamo raggruppati quei motivi che si pre-
sentano una volta sola fra i reperti italiani di pin-
taderas, talché, se avessimo dovuto tenere tassono-
micamente conto anche di questi ultimi, avremmo
dovuto eccessivamente appesantire la nostra clas-
sificazione. La Tav. IV, che li raggruppa, ne for-
nisce al contempo anche le denominazioni relative.
Qui necessita precisare i criterii adottati per
definire l'orientamento dei motivi stessi, nei con-
fronti del « piano stampante » su cui sono iscritti.
Abbiamo considerati « longitudinali » quei motivi
il cui andamento risulta parallelo all’asse mag-
giore del « piano stampante », e « trasversali »
quelli normali a tale asse.
H) Destinazione e funzionalità
Si è detto come le pintaderas siano da consi-
derarsi veri e propri « timbri », destinati alla pra-
tica della pittura corporale. Questo punto di vista,
da noi accolto sin dal 1956, non risulta a tutt’oggi
condiviso dalla maggior parte dei paletnologi che,
senza essersi mai specificamente occupati dell’ar-
gomento, utilizzano il termine di pintadera rac-
chiuso fra virgolette, intendendo così scaricarsi di
ogni responsabilità al riguardo!
In effetti si tratta di un’interpretazione assolu-
tamente fondata, come ci è confermato, da un lato
dal dato etnografico. (si veda la nostra « Appen-
dice ») e dall’altro da ineccepibili prove dirette,
come nel caso di quella deducibile dalla nostra
Tav. II, nella quale è riprodotta una pintadera
ecuadoriana destinata alla decorazione dei glutei,
stante la sua particolarissima conformazione.
Ma, oltre alla destinazione specifica, neppure
il problema della esatta funzionalità delle pinta-
.deras sembra essere chiaro per la gran massa di
quanti vi si riferiscono; pertanto è opportuno ri-
tornarvi ancora.
Come già precisato, tramite le pintaderas ve-
nivano riprodotti sull’epidermide umana dei mo-
tivi grafici, di significato « simbolico », che si ri-
teneva possedessero particolari virtù <« profilat-
tiche » ; talché la loro duplicazione ne aumentava
l'efficienza. Per raggiungere tale risultato si pro-
cedeva, anzitutto, a spalmare lievemente, con una
sostanza grassa, la superficie dell’epidermide che
si intendeva <« decorare », avendo cura che tale
spalmatura fosse sempre molto leggera. Pressata
quindi la pintadera su di un colorante finemente
polverizzato (e ben secco) la si applicava a pres-
sione sulla pelle, ottenendo così la riproduzione
del motivo presente sul « piano stampante ». So-
stanzialmente, quindi, il procedimento si basava
sull’impiego di una sostanza grassa (in veste di
adesivo) e di un colorante (una terra colorata) per
rendere evidente il motivo stesso.
Questo modo di riproduzione, ci chiarisce esat-
tamente le ragioni per le quali i solchi che deli-
mitano, sul « piano stampante » delle pintaderas,
il « motivo grafico >», debbano essere sempre re-
lativamente larghi e profondi, onde non ricolmarsi
del colorante stesso in fase di « inchiostratura ».
La nostra Tav. I riproduce un raro documento
fotografico, in cui è effigiato un indigeno afri-
cano, della tribù dei Kau del Kordofan, completa-
mente nudo, che sta ricoprendo totalmente la sua
epidermide con un unico motivo grafico ottenuto
utilizzando una pintadera.
Questa attestazione etnografica ci induce a
chiederci se in Eurasia, nel corso dei tempi neoli-
tici, le genti locali utilizzassero così rilevante-
mente le pintaderas. Per rispondere al tale que-
sito non abbiamo alcun documento, anche se questi
non mancano nei confronti di un generico impiego
della pratica della pittura corporale. Abbiamo ri-
prodotto alla Tav. II, n. 3, la rappresentazione pla-
stica di una divinità agraria, il cui corpo nudo ri-
sulta largamente decorato con motivi spiraliformi.
Poiché, tuttavia, durante il Neolitico e sotto
le nostre latitudini — salvo in casi di nudità cul-
tuale — il corpo umano doveva essere protetto
con un indumento che ne lasciava liberi il volto,
il collo e gli arti, è pensabile che il normale uso
delle pintaderas a fini « profilattici » dovesse es-
sere limitato all'impiego su queste ultime parti.
I) Ermeneutica |
Cornaggia Castiglioni fu il primo ad attribuire
un significato « simbolico » ai motivi grafici pre-
senti sulle pintaderas preistoriche eurasiche, non-
ché a precisare come tale « simbolismo » fosse da
riferirsi a quello dell’ Apsù, ben noto per la cosmo-
gonia sumero-akkadica (CORNAGGIA CASTIGLIONI,
1956: 183; Nota 87 bis). Egli ritornò di re-
cente ampiamente sull’argomento (CORNAGGIA CA-
STIGLIONI, 1976).
Per pura comodità del lettore, ci limiteremo a
ricordare come, nella cosmogonia sopra ricordata,
l’Apsù venga considerato un grande <« ricettacolo
delle acque dolci », dal quale defluivano tutte le
acque della Terra, e come su tale ricettacolo im-
perasse Ea-Enki, cioè una delle tre divinità che
costituivano la massima triade cosmica locale
(DHORME, 1910).
I più antichi testi in cui si accenna all’Apsù
sono di età protostorica (tardo-dinastica) e non
risalgono che al Terzo Millennio avanti l’Era Vol-
gare. Noi riteniamo che le prime testimonianze
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE 16
grafiche riferibili al «simbolismo » dell’ Apsù,
siano invece presenti sulla ceramica incisa della
facies di Hassunan, risalente all’ultimo scorcio del
Settimo Millennio avanti l’Era Volgare. Quanto
si riferisce alla concezione dell’Apsù nei testi
più antichi, costituisce pertanto una tardiva co-
dificazione di una tradizione preistorica molto
precedente.
Fra le versioni grafiche del « simbolismo » del-
l’Apsà presenti sulla ceramica mesopotamica, nel
caso di quello della « vasca » è spesso presente
anche la figura di un capride (stambecco), ani-
male di habitat montano: siamo indotti pertanto
a ritenere che la tradizione in discorso debba piut-
tosto essere di origine iranica che mesopotamica.
Un altro dato che ci spinge a ritenere che il
« simbolismo » dell’Apsù sia decisamente molto
più antico di quanto risulterebbe dalla tradizione
scritta, sta nel fatto che, quando lo incontriamo
per la prima volta nella ceramica hassuniana,
esso ci si presenta già altamente schematizzato,
anche se lo ritroviamo invece, più tardi, assai
meno schematizzato nella ceramica delle necropoli
della Susiana (Susa I) che non rimontano oltre il
Quinto Millennio.
In quest’ultimo ambiente culturale, il simbo-
lismo dell’Apsà ci si presenta sotto le due forme
distinte, cioè della «vasca» e delle «linee d’acqua »
degli Autori (DUSSAUD, 1935: 380-381). Va, tut-
tavia, precisato, come gli Autori stessi non ab-
biano mai riconosciuto in tale « simbolismo »
quello dell’ Apsù.
Ritornando ai motivi « simbolici » presenti
sulle pintaderas italiane, preciseremo che, per
quanto concerne il simbolismo della « vasca », noi
riteniamo di poterlo riconoscere nei motivi nu-
mero 3, 5, 8, 9, 11, 12, 13 e 14 della nostra classi-
ficazione, mentre individuiamo quello delle « linee
d’acqua » nei numeri 2, 4, 6, 7 e 15. Oscuro per-
mane il significato « simbolico » da-attribuirsi ai
numeri 10 e 16.
In un suo recente studio, dedicato ai culti ed
alle divinità dell'Europa preistorica, Marija Gim-
butas ha posto in rilievo due distinte categorie di
simboli, che ritiene associati, da un lato all’acqua
ed alla pioggia, e dall’altro alla luna, al ciclo ve-
getativo, all’alternarsi delle stagioni, alla nascita
ed alla crescita; tutti elementi essenziali per il
perpetuarsi della vita (GIMBUTAS, 1974: 89).
Indagando le origini di tale simbolismo, la no-
stra precisa: « The dissecation of climate during
sixth millenium BC, show by paleobotanical and
geological research... is also reflected in sym-
bolic communication. The centuries long-lack of
water, resulted in the creation of symbolic images,
related to streams and mythical creatures, consi-
dered to be the source of water... Even pottery
decoration, reflects an « obsession » with rain and
water symbolism. Stamp-seals of this period, re-
veal the same tendency; almost all know seals are
engraved whit either straight lines, wavy lines or
zig zag > (GIMBUTAS, 1974: 113-114).
L) Distribuzione
Come abbiamo già precisato (CORNAGGIA CA-
STIGLIONI, 1956) le pintaderas presentano nell’ Ecu-
mene una distribuzione « a placche » notevolmente
estesa, che interessa l’Eurasia, l’Africa ed il Con-
tinente americano; ne nascono in proposito inte-
ressanti interrogativi, concernenti le modalità che
hanno presieduto alla distribuzione stessa.
La pratica della pittura corporale è stata di
uso universale presso i primitivi di tutti i tempi:
l’impiego per la stessa (tuttavia tutt'altro che co-
mune) di appositi strumenti, notevolmente unitari
in fatto di morfologia senza che questa fosse, al-
meno apparentemente, condizionata dalla loro fun-
zionalità, farebbe pendere l’ago della bilancia piut-
tosto a favore della tesi « diffusionista » che di
quella « convergentista ».
Per quanto concerne il Vecchio Mondo, la di-
stribuzione di questi strumenti pone problemi di-
stributivi che possono essere almeno parzialmente
- spiegati con fattori diffusivi.
Le pintaderas sono presenti nel Vicino Oriente,
nei Balcani, in qualche zona dell'Europa Centrale,
nella Penisola Italiana ed in quella Iberica; in
quest’ultima sono attestate solo tardivamente e
con un numero limitatissimo di esemplari.
In Africa le ritroviamo nell’Arcipelago canario,
nella sola isola Gran Canaria. In Europa setten-
trionale mancano in Francia, Svizzera, Paesi nor-
dici ed Isole inglesi.
Coi Balcani, il nostro Paese è fra i più ricchi
di ritrovamenti di pintaderas, ed anzi ne è, in as-
soluto, quello più provveduto. Già a suo tempo, noi
abbiamo segnalato come nel nostro Paese si deb-
bano riconoscere due distinti gruppi distributivi
di pintaderas, l’uno al nord, l’altro al sud, uniti
fra loro da una estremamente lasca catena di rin-
venimenti intermedi. Le regioni del nostro Paese
interessate dalla distribuzione delle pintaderas
sono complessivamente 16, cioè (dal nord al sud):
Liguria, Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto,
Venezia Giulia, Emilia, Toscana, Marche, Umbria,
Lazio, Basilicata, Puglia, Sicilia (Isole Eolie) e
Sardegna. ;
1:2 0. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI
Al nostro « Gruppo distributivo settentrio-
nale », si ascrivono i ritrovamenti seguenti: Li-
guria 36 pezzi; Veneto 9 pezzi; Venezia Giulia 8
pezzi; Emilia 6 pezzi; Lombardia 5 pezzi; Tren-
tino 2 pezzi; Piemonte 1 pezzo.
Complessivamente gli esemplari ascritti al
« Gruppo Settentrionale » sono 67, pari al 69.79%
delle pintaderas italiane (96).
Al « Gruppo distributivo meridionale », ascri-
viamo invece i seguenti ritrovamenti: Puglia 17
pezzi; Basilicata 3 pezzi; Sicilia 3 pezzi; Umbria
2 pezzi; Marche 1 pezzo; Toscana 1 pezzo; Lazio
1 pezzo; Sardegna 1 pezzo.
Complessivamente, si tratta di 29 esemplari,
pari al 30.52% del totale delle pintaderas nostrane.
L'esame della Fig. 1, nella quale sono raggrup-
pati tutti i dati statistici concernenti i tipi delle
pintaderas italiane, consente alcune interessanti
constatazioni in merito alla consistenza dei nostri
due grandi Gruppi distributivi; dati che ne giu-
stificano appieno l’istituzione.
Circa il Gruppo settentrionale, si rileva come
degli otto tipi della nostra classificazione, ben
cinque (cioè quelli indicati dalle sigle CCI, CCA,
CPI, CPA, CDI) siano presenti unicamente nello
4Y
Fig. 1. — Distribuzione regionale dei « corpi» delle pin-
taderas italiane. Nelle caselle, a sinistra le sigle distintive,
a destra il quantitativo dei pezzi.
PR
ri arie
XVATÀ toscana È NWIWYAA
Cd
_
7
Fig. 2. — Distribuzione regionale delle «forme basali >
delle pintaderas italiane. Nelle caselle, a sinistra le sigle
distintive, a destra il quantitativo dei pezzi.
stesso, mentre, il Gruppo meridionale ne possiede
in esclusiva unicamente due (CCO e CTR).
Sempre a-proposito dell’individualità specifica
dei due Gruppi in questione, la Fig. 4 consente
interessanti rilievi. Il Gruppo settentrionale pos-
siede i motivi grafici corrispondenti ai numeri 1,
2, 10, 11, 12 della nostra classificazione, che gli
sono esclusivi, mentre il Gruppo meridionale non
può vantare in tal senso che l'esclusività di quelli
numero 13, 15 e 16.
M) Dati statistici generali
Nelle nostre Figg. 1, 2, 3 sono visualizzati tutti
i dati numerici concernenti la distribuzione regio-
nale delle pintaderas nostrane, con specifico rife-
rimento a quelli delle forme dei « corpi », dei
« piani stampanti » e delle « prese » delle stesse.
E’ così possibile rilevare (vedasi anche Tav. III):
Il nostro tipo CAP (con un complesso di 76 esem-
plari, pari al 79.16% del totale delle 96 pintaderas
italiane) è presente in Liguria, Lombardia, Pie-
monte, Trentino, Veneto, Venezia Giulia, Emilia,
|
= cai
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE io.
Marche, Lazio, Basilicata, Sicilia, Sardegna, man-
cando solamente in Toscana ed Umbria.
Il tipo CCI con 6 es., pari al 6.25%, è presente in.
Liguria e Veneto.
Il tipo CCO con 4 es. (4.16%), in Emilia, Umbria,
Toscana e Puglia.
Il tipo CTR con 4 es. (4.16%), in Umbria e Puglia.
Il tipo CCA con 83 es. (3.12%), in Liguria.
Il tipo CDI con un es. (1.04%), in Liguria.
Il tipo CPA con un es. (1.04%), in Lombardia.
Il tipo CPI con un es. (1.04%), in Liguria.
La Fig. 2 mostra le distribuzioni regionali dei
varii tipi di «basi» delle pintaderas nostrane
(vedasi anche la Tav. III):
Il tipo BPA con 35 es. (su 90), pari al 38.88%, è
presente in Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto,
Venezia Giulia, Emilia, Marche, Lazio, Basilicata,
Puglia, Sicilia.
Il tipo BEL con 830 es. (33.33 %), in Liguria, Ve-
neto, Venezia Giulia, Trentino, Emilia, Sardegna,
Puglia.
Il tipo BCI con 14 es. (15.55%), in Liguria, Lom-
bardia, Veneto, Venezia Giulia, Emilia, Toscana,
Umbria, Puglia.
Il tipo BIR con 8 es. (6.88%), in Lombardia, Tren-
tino, Emilia, Sicilia, Puglia.
Il tipo BCO con 3 es. (3.33%), solo in Liguria.
La Fig. 3 indica la distribuzione regionale dei
varii tipi di « prese » della produzione nostrana
(su 88 casi accertati) (vedasi anche la Tav. III):
Il tipo PAP con 45 es., pari al 51.13%, è presente
in Liguria, Lazio, Venezia Giulia, Veneto, Emilia,
Marche, Basilicata, Trentino, Puglia, Sicilia.
Il tipo PCO con 13 es. (14.77%), in Liguria, Lom-
bardia, Venezia Giulia, Veneto, Emilia, Puglia.
Il tipo PMO con 10 es. (11.36%), in Lombardia,
Toscana, Venezia Giulia, Emilia, Umbria, Puglia.
Il tipo PSE con es. (7.95%), in Liguria e Veneto.
Il tipo PAL con 6 es. (6.81%), in Liguria, Lom-
bardia, Sicilia, Emilia.
Il tipo PTR con 4 es. (4,54%), solo in Puglia.
Il tipo PCI con 2 es. (2.27%), in Liguria e Ve-
nezia Giulia.
Le pintaderas italiane provviste di sistema di
sospensione, sono in totale 26 (pari al 27.08%),
di cui 14 recano la presa con foro passante, 7 pos-
siedono il corpo forato assialmente, 2 hanno una
gola apicale circolare e 3 il corpo forato trasver-
salmente.
VENETOY)RW
È VW
Fig. 3. — Distribuzione regionale delle « prese » delle
pintaderas italiane. Nelle caselle, a sinistra le sigle di-
stintive, a destra il quantitativo dei pezzi.
La Fig. 4 mostra la distribuzione regionale dei
motivi grafici presenti nelle pintaderas italiane.
Vedasi anche la Tav. IV. Se ne deduce quanto
segue:
Il motivo 1 con 14 esemplari, pari al 14,58%, è
presente in Liguria, Lombardia e Veneto.
Il motivo 2 con 11 es. (11.45%), in Liguria, Ve-
neto, Venezia Giulia, Emilia.
Il motivo 4 con 11 es. (11.45%), in Trentino, Ve-
neto, Venezia Giulia, Marche, Puglia.
Il motivo 3 con 10 es. (10.41%), in Liguria, Emi-
lia, Umbria, Puglia, Sicilia.
Il motivo 5 con 9 es. (9.37%), in Liguria, Venezia
Giulia, Emilia, Piemonte.
Il motivo 8 con 9 es. (9.37%), in Liguria, Lom-
bardia, Emilia, Trentino, Puglia.
Il motivo 7 con 5 es. (7.29%), nel Veneto, Basili-
cata, Venezia Giulia.
Il motivo 6 con 4 es. (4.16%), in Liguria, Veneto,
Venezia Giulia, Puglia.
Il motivo 9 con 4 es. (4.16%), in Liguria, Veneto,
Venezia Giulia, Toscana.
14 O. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI
Il motivo 10 con 4 es. (4.16%), in Liguria e Lom-
bardia.
Il motivo 15 con 4 es. (4.16%), in Puglia e Sicilia.
Il motivo 14 con 3 es. (3.12%), nel Veneto, Basi-
licata e Puglia.
Il motivo 11 con 2 es. (2.08), solo in. Liguria.
Il motivo 12 con 2 es. (2.08%), solo in Liguria.
Il motivo 13 con 2 es. (2.:08%), in Lazio e Puglia.
Il motivo 16 con 2 es. (2.08%), in Sicilia (Eolie)
e Sardegna.
NY
Fig..4. — Distribuzione regionale dei-« motivi grafici >
sulle pintaderas italiane. Nelle caselle, a sinistra il nu-
mero distintivo del motivo, a destra il quantitativo dei pezzi.
N) Posizione cronologico-culturale
Fino al 1960, si poteva ritenere che la più an-
tica pintadera rinvenuta in Eurasia fosse quella
messa in luce dal Braidwood a Jarmo nell’Irak
kurdistano, in uno degli ultimi paleosuoli di tale
insediamento neolitico ceramico. Era uno stru-
mento di forma conica, recante sul suo « piano
stampante» una spirale (BRAIDW0O0D-HovE, 1960:.
44) (Na VAPXeR3)E
Disgraziatamente, la datazione di tale « uni-
cum » permane incerta, non quanto a posizione
stratigrafica ma quanto a datazione assoluta,
poichè i valori forniti dal radiocarbonio per Jarmo
sono discutibili. Con probabilità, pur con la mas-
sima prudenza, noi riteniamo che l’esemplare
possa datarsi attorno allo scorcio del Settimo Mil-
lennio avanti l’Era Volgare.
Successive scoperte, verificatesi dopo il 1960
sul piano di Konya, nel sud ovest della Turchia,
hanno fornito nuove attestazioni concernenti l’im-
piego delle pintaderas nelle aree. del Vicino
Oriente. Mellaart ne ha infatti messe in luce nel
Secondo livello (Calcolitico) dell’insediamento di
Hacilar (databile attorno al 5430 avanti C.),
nonchè in alcuni livelli neolitici, taluni dei quali
arcaici, dell’insediamento, parimenti anatolico, di
Catal Hiiyik; nel quale ultimo, secondo comuni-
cazioni dello scavatore, fanno la loro prima com-
parsa nel VI livello (databile attorno al 6200 a.C.).
Queste pintaderas sono di grande interesse, poichè
recano motivi cruciformi od a spirale e basi co-
stantemente circolari, mentre quelle provenienti
dai livelli più recenti hanno tutte basi quadrango-
lari (Tav. XIII, 1, 2, 4, 8, 10, 11). Così, in base alle
datazioni col radiocarbonio, le pintaderas anato-
liche sembrerebbero doversi ritenere più antiche
di quella rinvenuta a Jarmo; talchè, si sarebbe
indotti a ritenere che l’area genetica di questi
strumenti fosse da porsi piuttosto nel meridione
dell'Anatolia che in territorio irakeno.
In questa situazione di incertezza circa la più
alta datazione da attribuirsi alle pintaderas nel
Vicino Oriente e all’ubicazione della loro « area
nucleare », ci sembra che, almeno per il momento,
un ruolo predominante possa essere attribuito alla
presenza del motivo a spirale, tanto a Jarmo che
nel VI livello di Catal Hiiyiik. In quest’ultimo gia-
cimento il motivo stesso scompare nelle pintaderas
rinvenute nei livelli superiori (fra il IV ed il II),
talchè siamo necessariamente indotti a credere
che il motivo stesso debba essere ritenuto crono-
logicamente più antico di quelli « meandriformi »
presenti in tali più recenti livelli. Il che giustifica,
a nostro avviso, la presunzione che la presenza
della spirale a Jarmo possa essere ritenuta più
antica che a Catal Hiytk e che occorra guardare
all’Irak come culla di questi strumenti.
La presenza della spirale sulle pintaderas del-
l’area danubiana, ha fatto a lungo ritenere che la
stessa, e di conseguenza le pintaderas che le reca-
vano, fossero di origine locale.
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE 15
Passando a dire della posizione cronologico-
culturale delle pintaderas in Europa, sottoline-
remo, anzitutto, come quelle che sin qui risultano
le più antiche, ci vengono da un giacimento posto
nel nord-ovest della penisola balcanica, a Nea Ni-
komedeia (Grecia).
Dal livello basale di quest’ultimo, attribuibile
forse alla Cultura Proto-Sesklo e datato col radio-
carbonio al 6230 a. C., vengono infatti alcune pin-
taderas del più alto interesse, messe in luce dagli
scavi del Rodden (RoDDEN, 1954, 1962).
La presenza di pintaderas tanto in Grecia come
nel Vicino Oriente, in un momento cronologico
pressochè coevo, potrebbe avvalorare la tesi (oggi
di moda) che il Neolitico europeo sia cultural-
mente indipendente da quello del Vicino Oriente,
dal quale lo si riteneva invece derivato.
Fra le sostenitrici di tale tesi, vi è oggi la Gim-
butas, che scrive al riguardo: « During the se-
venth, sixth and fifth millenia BC. farmers of
south-eastern Europe evolved a unique cultural
pattern, contemporary with similar developments
in Anatolia, Mesopotamia, Syro-Palestine and
Egypt...» « European civilizazion between 6500
and 3500 BC., was not a provincial reflection of
Near Eastern civilization, absorbing its achieve-
ments through diffusion and periodic invasion, but
a distinct ‘culture developing a unique identity ».
(GIMBUTAS, 1974: 13 e 17).
Non è qui il caso di discutere un tale punto di
vista, che noi non riteniamo documentato; anzi, a
proposito del giacimento di Nea Nikomedeia, ci
piace sottolineare come il Rodden ricordi come i
« marble studs » rinvenuti dallo stesso trovino
strettissime analogie con quelli rinvenuti nel Vi-
cino Oriente, a Tel Judeideh, Jarmo, Hassuna, Ma-
tarrah e Sialk I (RODDEN, 1962: 288), riconferman-
doci così ancora una volta quali e quanti furono
gli influssi culturali che dal Vicino Oriente rag-
giunsero l'Europa a partire degli inizii del Neo-
litico.
Non è qui necessario che noi facciamo una
completa rassegna di tutti i reperti di pintaderas
venuti in luce nella penisola balcanica. Ci limite-
remo a precisare come questi strumenti siano pre-
senti in tutte le più antiche culture neolitiche lo-
cali, cioè in quella Starcevo in Jugoslavia, in quella
ungherese del Kòros, in quella bulgara di Starcevo-
Kéros, in quella rumena di Starcevo-Cris; mani-
festazioni tutte rimontanti agli inizii del VI mil-
lennio a. C.
Le pintaderas sono anche presenti più al nord,
cioè in Cecoslovacchia, Austria e Germania, ma si
tratta di manifestazioni seriori.
La diffusione di questi elementi si è infatti
effettuata dall'Europa nord-orientale verso le re-
gioni occidentali del nostro Continente.
Siamo così giunti a dire della posizione crono-
logico-culturale delle pintaderas in Italia.
Abbiamo già ricordato come la distribuzione
geografica delle pintaderas nel nostro Paese mo-
stri l’esistenza di due aree distributive distinte,
l’una al nord e l’altra al sud.
Cominceremo coll’esaminare i componenti del
Gruppo settentrionale, che risulta quello numeri-
camente più importante. Salvo poche eccezioni
(ascrivibili a giacimenti nettamente più tardi)
tutte queste pintaderas sono da ascrivere al Neo-
litico medio locale, cioè alla Cultura del Vaso a
bocca quadrata, di cui interessano le varie fasi re-
gionali, ben attestate in tutte le regioni del Nord
Italia, fra Est ed Ovest, cioè fra la Venezia Giulia
e la Liguria.
Il grosso delle pintaderas del Gruppo proviene
da alcune cavità della Liguria, e specialmente dalla
Caverna delle Arene Candide nel Finalese. I ritro-
vamenti provenienti da quest’ultima sono per noi
di particolare interesse, poichè per taluni si cono-
sce con sicurezza la provenienza stratigrafica, che
nella maggior parte delle pintaderas italiane per-
mane puramente induttiva.
Le pintaderas delle Arene Candide per le quali
si conosce con sicurezza tale posizione, sono tre-
dici.
Due di esse (quelle indicate nel nostro Inven-
tario con le sigle Li 32 e Li 27) provengono, ri-
spettivamente, dai tagli 23 e 24 dello scavo Ber-
nabò Brea, talchè lo scavatore le ascrive alla sua
« Prima Fase » della Cultura del Vaso a: bocca
quadrata. Li 32, appartiene al nostro tipo « cam-
paniforme », Li 27 a quello « appiattito ». Il se-
condo di questi reperti, reca una serie di minu-
scole cuppelle, ed è quindi il più antico esemplare
col nostro motivo grafico n. 1, motivo quasi esclu-
sivo del giacimento delle Arene Candide. Li 32 è
completamente inornato.
Alla « Seconda Fase » della Cultura in discorso,
nel giacimento stesso, si ascrivono invece gli es.
di pintaderas che provengono, rispettivamente,
dai tagli 22, 21, 19 e 18, che sono contrassegnati
nel nostro Inventario dalle sigle regionali Li 19,
Z0REZIERNZ OE? 3AE2 52 OMC30)
Li 19, 20 e 21 appartengono al nostro tipo « ci-
lindrico » (tipo che in Italia si ebbe quasi esclu-
sivamente dal giacimento in discorso) mentre Li 22,
23, 25, 26 e 27 appartengono tutti al nostro tipo
« appiattito » e sono tutti decorati con minuscole
cuppelle impresse. Quanto a Li 30, esso pure del
16 0. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI ©
tipo « appiattito », reca un motivo a fasce trasver-
sali rette.
Alla « Terza Fase » della Cultura in discorso
appartengono i reperti provenienti dal taglio 17,
che sono complessivamente tre. Si tratta dei nostri
Li 28, 29 e 31, tutti di tipo « appiattito », ma va-
riamente decorati. Li 28 reca una serie di fasce
rette parallele, Li 29 delle fasce rette trasversali,
Li 31 un motivo a scacchiera.
I dati cronologici assoluti sin qui disponibili
per i varii livelli delle Arene Candide con Vasi
a bocca quadrata, sono per ora molto .scarsi e si
riferiscono ad alcune letture dovute ai laboratori
di Roma e di Monaco Principato. Per i livelli 21-
24, caratterizzati dalla presenza di Vasi a bocca
quadrilobata, si ha una datazione pari al 3385 a.C.
(R. 102) mentre per i livelli della « fase media »
della Cultura stessa, si ha una datazione pari al
3515 a.C. (R. 103). Per l’inizio della Cultura del
vaso a bocca quadrata, il Laboratorio di Monaco
ha invece fornito due date: 3910 a.C. (MC. 755)
e 3850 a.C. (MC. 753). Per i livelli finali della
Cultura stessa, la datazione di Monaco è invece
pari al 3520 a.C. (MC. 754).
In base ai dati stratigrafico-cronologici di cui
sopra, è possibile precisare “come in Liguria la
prima utilizzazione delle pintaderas rimonti agli
inizii di quella fase che siamo soliti indicare quale
il Neolitico medio, rappresentato, in seno al nostro
« Gruppo distributivo settentrionale », dalla « Cul-
tura del vaso a bocca quadrata ».
Per quanto concerne il giacimento in grotta
delle Arene Candide, le pintaderas vi compaiono
sin dagli inizi della facies in questione, con i « Vasi
a bocca quadrilobata », perdurandovi, poi, dall’av-
‘vento di quelli a bocca quadrata, sino alla fine
della cultura stessa.
Ad un momento sincrono a quelli indicati, sono
parimenti da attribuire il reperto della necropoli
della Cava Bassa di Quinzano, rinvenuto accanto
ad un inumato, e quelli di altre località del Veneto
e della Venezia Giulia, del Piemonte, della Lom-
bardia, dell'Emilia e del Trentino; tutti rinvenuti
con elementi della cultura in oggetto.
Con riferimento al nostro « Gruppo settentrio-
nale », va precisato come l’impiego delle pinta-
deras sembra essersi sporadicamente prolungato
sino agli inizii della Civiltà del Bronzo locale.
Inoltre, va rilevato come questi strumenti sembrino
essere stati generalmente in uso presso genti che
abitavano nelle grotte, piuttosto che all’aperto. In
almeno un caso sappiamo che le pintaderas si de-
ponevano a corredo degli inumati.
Al riguardo delle pintaderas che si ascrivono
al nostro « Gruppo meridionale », inizieremo col
dire delle poche fra queste di cui si conoscono det-
tagli per una attribuzione culturale.
Nel 1957, un appassionato locale, Saverio
Majellaro, che collaborava allora col Cardini nelle
ricerche preistoriche in quel di Bisceglie, racco-
glieva in due diverse località della zona due pinta-
deras di grande interesse, sulle quali lo stesso Car-
dini ci forniva le seguenti informazioni: quella
rinvenuta in località Grotta di Santa Croce, era
stata raccolta all’esterno della cavità, in un depo-
sito sconvolto dai lavori agricoli; l’altra veniva
invece raccolta, parimenti, in un terreno rimaneg-
giato, nella stazione all'aperto di Cave Mastro-
donato.
Ci scriveva allora il Cardini: « In entrambi i
casi, il complesso industriale è identico, e costi-
tuito da ceramiche con forti impressioni a crudo,
spesso a zig zag, di forte e medio spessore, su ar-
gilla depurata di colore giallastro o rossastro del
tipo di Matera, con più rara ceramica fine, nero-
lucida o rosso-vivo, laccata, liscia o con graffiti a
cotto, di tipo geometrico, e rarissima ceramica
dipinta a fasce rosse. Manca in modo assoluto la
ceramica dipinta del tipo di Serra d’Alto » (CAR-
DINI, 1957, in litt. 28/4).
Ritornando nuovamente in argomento, in uno
scritto successivo, il Nostro ci precisava ulterior-
mente come, nel caso della pintadera di Cave Ma-
strodonato, il relativo complesso culturale fosse
«unico, con tutte le caratteristiche della facies
neo-eneolitica a ceramica impressa di tipo Matera »
(CARDINI, 1957, in litt. 15/5).
Queste notizie, già fornite sin dal 1956 a pro-
posito delle due pintaderas in discorso (CORNAGGIA
CASTIGLIONI, 1956: 143-144) sembrano essere to-
talmente sfuggite alla Cipolloni che, riferendosi
alle pintaderas da lei rinvenute nell’insediamento
del Réndina, si limita a sottolineare come si tratti
di elementi « inconsueti nei complessi a ceramica
impressa » (CIPOLLONI, 1975: 138). Dal poco che
ci è stato possibile conoscere verbalmente in pro-
posito (in aggiunta al poco già pubblicato) siamo
in grado di precisare come le pintaderas rinvenute
nell’insediamento del Réndina fossero complessi-
vamente cinque, di cui due estremamente fram-
mentarie, ma circa le quali ignoriamo qualsiasi
dettaglio, sia tipologico che relativo al motivo gra-
fico stesso. Delle tre in migliori condizioni, una
almeno si ebbe « inglobata nello straterello di bat-
tuto della capanna » ; il che, è un dettaglio strati-
grafico di grande interesse.
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE DA
Sappiamo così, con sicurezza, come le pinta-
deras del melfitano si accompagnino, oltre che a
della ceramica impressa di tipo evoluto, anche a
ceramica nero-lucida, bruno-lucida e grigia, nonchè
a frammenti di ceramica ingubbiata in rosso, lu-
cida e per lo più inornata.
Anche nel caso del Réndina non manca qualche
frammento di figulina dipinta a fasce rosse non
marginate, cui si aggiunge anche qualche ansa a
rocchetto (CIPOLLONI, 1971 B: 364-365).
Datazioni assolute per il villaggio del Réndina,
non sono disponibili, e dobbiamo limitarci a pre-
cisare come, secondo il Tiné, la facies del Gua-
done, cui si ascrive anche il villaggio del Réndina,
sarebbe da porsi « nell’ambito del VI millennio
LOEIINEN9 580102)!
Possiamo ricordare le datazioni assolute di-
sponibili per i villaggi Scaramella del Foggiano,
ove la ceramica impressa si associa alla ceramica
dipinta della facies Masseria la Quercia: per tale
associazione, si hanno due date, 5050 e 4590 a.C.
Per un’area notevolmente più a nord del Ta-
voliere, possiamo ricordare l’associazione della ce-
ramica impressa: con quella a fasce rosse non
marginate nella Grotta dei Piccioni in Abruzzo, e
la medesima associazione nel livello VIII della
Grotta della Madonna di Praia a Mare in Calabria
(5605 a.C.). Probabilmente ad una facies cui si
associava ancora della ceramica impressa, po-
tremmo parimenti attribuire la pintadera rinve-
nuta nel Pulo di Molfetta. Per la bellissima pin-
tadera proveniente dalla Caverna di Avetrana,
manca ogni dato circa la provenienza stratigra-
fica; parimenti che nel caso di quella della Scaloria.
Due delle tre pintaderas rinvenute nell’ isola
di San Domino (Tremiti), sembra si rinvenissero
erratiche; la terza fu da noi rinvenuta in un
avanzo di fondo di capanna sulla Punta Viceolo, e
si accompagnava ad abbondante ceramica dipinta
a fasce rosse non marginate ed a qualche elemento
del tipo di Danilo.
Anche in Puglia come in Sicilia (cioè nelle
Rolie), l’impiego delle pintaderas si protrasse oltre
il Neolitico medio (sul quale, nel nostro Paese, ne
è praticamente centrato l’impiego) così che le ri-
troviamo in talune facies culturali del Neolitico
superiore. E’ questo il caso di quelle rinvenute a
Lipari in livelli della Cultura di Serra d’Alto, cui
sembra si debba parimenti ascrivere la pinta-
dera di Porto Badisco, forse quella rinvenuta nel
Trapanese e quelle della Grotta delle Veneri di
Parabita.
Di posizione culturale problematica, sono, in-
fine, le pintaderas da noi elencate come prove-
nienti dal Leccese e da Manduria, di cui si ignora
ogni dato stratigrafico.
Per riassumere la situazione quanto al nostro
« Gruppo meridionale », possiamo dire che, sulla
scorta dei’ dati sin qui disponibili, le pintaderas
apparvero in Puglia ed in Lucania sull’estremo
scorcio del Neolitico antico, più precisamente al-
lorché cominciava ad affermarsi fra noi quella
ceramica fingulina dipinta che va sotto il nome
«a fasce rosse non marginate ». Evento che sem-
bra sia da porsi, stando ai dati assoluti ricavati
per la Puglia, ancora entro il VI millennio a.C.
Fra la prima comparsa di pintaderas nel sud
e nel nord della Penisola intercorrerebbe così un
lasso di tempo pari ad oltre un millennio.
O) Origini
Nel riferirci qui al problema delle origini delle
pintaderas italiane, intendiamo trattare delle pro-
venienze degli influssi culturali che contribuirono
a dare cittadinanza a questi elementi orientali nel
nostro Paese; un problema a lungo dibattuto e ri-
masto sin qui insoluto ad onta dei vari tentativi
per darvi una risposta esauriente.
Occorre subito sottolineare come si tratti di
uno di quei problemi che gli specialisti evitano
accuratamente di affrontare (un caso analogo è -
quella delle origini della Cultura del vaso a bocca
quadrata) perché, in tutti i casi consimili, le
soluzioni intravedibili e priori risultano sempre
insoddisfacienti.
Ad onta di ciò, il problema delle origini delle
pintaderas italiane ha appassionato non pochi spe-
cialisti; pertanto, se non altro a titolo di cronaca,
diremo di tali proposte soluzioni.
Sembra sia stato l’Evans, nel secolo scorso, il
primo ad occuparsi della cosa, istituendo rapporti
genetici fra le pintaderas raccolte per la prima
volta in quegli anni nel giacimento delle Arene
Candide, ed un analogo manufatto venuto in luce
a Priesterhiigel (oggi Bod) in Rumenia (EVANS,
1893). i
Il problema venne risollevato dalla Laviosa
Zambotti, che ritenne le pintaderas elementi di
estrazione « danubiana », giunti in Italia col « Vaso
a bocca quadrata » e ad altri elementi accompa-
gnanti, per tramite di una sua cosiddetta « cor-
rente del Tibisco » (LAVIOSA ZAMBOTTI, 1939: 173,
174). La penetrazione nel nostro Paese di tale cor-
rente culturale, si sarebbe verificata «per via
continentale, attraverso l’ambiente delle grotte
istriane » (LAVIOSA ZAMBOTTI, 1943: 371). Questo
punto di vista venne accolto anche dal Bernabò
18 O. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI
Brea, nei suoi studi sui materiali scavati alle
Arene Candide (BERNABÒ BREA, 1946 e 1956).
L’ipotesi che prevedeva la penetrazione di tali
elementi « danubiani » attraverso i valichi della
Carsia Giulia, poggiava soprattutto sul fatto che
pintaderas e « Vasi a bocca quadrata » si riteneva
fossero presenti unicamente nelle regioni setten-
trionali della Penisola. Per questo, la prima as-
serzione che le pintaderas possedevano nel nostro
Paese anche un’area distributiva meridionale, in-
ferse un colpo alla sua credibilità (CORNAGGIA CA-
STIGLIONI, 1956).
Nel nostro studio più volte citato nei-sostene-
vamo che le pintaderas non fossero affatto degli
elementi culturali di origine danubiana e che essi
fossero presumibilmente penetrati in Italia per due
vie distinte (CORNAGGIA CASTIGLIONI, 1956: 177).
Visti così i vari pareri espressi dagli specia-
listi, vediamo ora, allo stato attuale, cosa si possa
ipotizzare quale soluzione del problema. Occorre
TCECOSLOVACCHIA
CAP-BCI-2
CAP -BPA-1
RUSTAIA INR
CAP-BEL-4
CAP-BCI-2
CAP-BPA-1
CCA:BCI-1
CCI-I CAP-BCI- 18
CCA-BCO-10
CAP-BEL-4
CAP-BPA-2
CAP-BEL-3
CAP-BPA-1
PRISMAT.i
ear BULGARIA
CAP-BEL-3
CAP-BPA-3
CCO-BCI-1
“CAP-BCI-4
CCO-BCI-1
ALBANIA
«===?
= ZE (EKFZSS
sai
:
LAN
TT
Fig. 5. — Distribuzione generale nell’area balcanica dei
vari tipi di coppie « corpo-base ».
anzitutto partire dalla costatazione, incontroverti-
bile, che nel nostro Paese le pintaderas presen-
tano due aree distributive nettamente distinte,
l'una nel nord e l’altra nel sud del Paese, e che
tali « gruppi distributivi » mostrano fisionomie
specifiche, che ne giustificano largamente l’istitu-
zione. Si aggiunga che i « gruppi » stessi presen-
tano fra loro un notevolissimo decalaggio crono-
logico, valutabile ad oltre un millennio, stando
ai dati di cronologia assoluta fornitici dal Car-
bonio 14.
Ci sembra che, a priori, non si possa intrav-
vedere altra soluzione del problema delle origini
delle pintaderas nostrane se non che esse siano
state apportate nel nostro Paese da almeno due
distinte correnti, giunte fra noi per vie differenti.
Se una tale soluzione appare ineccepibilmente lo-
gica, non è certo altrettanto facile dimostrarla
sulla scorta dei dati paletnologici, raffrontando
fra loro le produzioni delle pintaderas italiane e
di quelle danubiane che ne avrebbero dovuto es-
serne le matrici.
Per un tentativo in quest’ultimo senso, abbiamo
preparate le figure 5 e 6; la prima mostra quale
sia la distribuzione dei tipi di coppie <« corpo-
base » nella produzione danubiana, mentre la se-
conda indica quale, nell’area stessa, sia la distri-
buzione dei motivi grafici presenti sulle pinta-
deras locali.
Dobbiamo precisare come i dati da noi utiliz-
zati rimontino ad un decennio orsono, e siano
quelli che ci sono stati cortesemente forniti dal
collega Barfield, che aveva intrapresa in tal
senso una ricerca che non venne completata. Il
materiale bibliografico da noi utilizzato ed avente
tale provenienza, è stato successivamente da noi
selezionato, conservando così esclusivamente quei
dati che si riferivano a reperti presumibilmente
ascrivibili a facies neolitiche.
Si tratta complessivamente di 82 esemplari,
aventi le seguenti provenienze: 34 dalla Romania,
14 dalla Grecia, 11° dalla. Jugoslavia, 9 dall’Un-
gheria, 5 dalla Bulgaria, 5 dall'Austria, 4 dalla
Cecoslovacchia. Mancano eventuali reperti alba-
nesi, circa i quali siamo carenti di qualsiasi dato.
Si tratta di un complesso di elementi che non ha
la pretesa di costituire un completo inventario
delle pintaderas danubiane, ma riteniamo che, a
scala statistica, possa essere sufficientemente rap-
presentativo.
Prima di passare all’esame delle cifre, nel ten-
tativo di ricavarne il ricavabile ai fini degli in-
terrogativi che ci siamo posti, è indispensabile
configurarli esattamente, onde ottenere non delle
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE 19
risposte generiche ma specifiche su quanto ci
interessa.
Nel tentativo di risolvere il problema della pro-
venienza degli influssi culturali « danubiani » che
raggiunsero il nostro Paese apportandovi, fra
l’altro, l’uso delle pintaderas, possiamo così fare
due supposizioni: cioè che, da un lato, tali influssi
siano penetrati nel nostro Paese dalle coste nord-
orientali italiane, tramite apporti provenienti dal-
l’area jugoslava e, dall’altro, che altri influssi
transamarini, di provenienza greca e passati essi
pure attraverso il territorio jugoslavo (questa
volta meridionale) abbiano invece raggiunto il ter-
ritorio pugliese, magari utilizzando il ponte insu-
lare che fa capo alle Tremiti...
Così, nel primo caso, i territorii inizialmente
interessati dalla trasmissione delle pintaderas, fra
est ed ovest, sarebbero quelli della Venezia Giulia,
del Veneto e dell'Emilia, mentre nel secondo caso
sarebbero invece le coste pugliesi, con retroterra
la Basilicata. Di contro a questa ipotesi, preve-
dente una penetrazione transamarina nel sud e
nel nord del nostro Paese, partitamente, sta quella
che la penetrazione si sia verificata esclusivamente
nel sud e da questo le pintaderas, risalendo il li-
torals adriatico, siano susseguentemente giunte
sino al nord, raggiungendo poi, verso occidente,
il territorio ligure.
A parte il fatto che un tale fenomeno, sulla
scorta dei dati cronologici disponibili, andrebbe
visto come una lentissima marcia, durata più di
un millennio (cosa che sembra improbabile) le te-
stimonianze relative ad una simile trasmigrazione
sono così esigue da non poter essere neppure prese
in considerazione.
Fra il territorio pugliese settentrionale ed il
meridione di quello emiliano, infatti, lungo il lito-
rale adriatico, non è presente che un’unica pin-
tadera (rinvenuta in territorio marchigiano) men-
tre nulla segnala un tale passaggio attraverso
quello abruzzese. La sola logica ipotesi di lavoro,
allo stato attuale delle nostre conoscenze paletno-
logiche, resterebbe così quella prevedente un du-
plice apporto trasmarino nel nord e nel sud della
Penisola.
In tal senso, pertanto, converrà interrogare i
dati riportati nelle nostre Fige. 5 e 6 nel tenta-
tivo di ottenerne qualche indicazione.
Sulla scorta dei dati rilevabili dalla Fig. 5, la
coppia « corpo-base » più frequente nell’area bal-
canica (su 82 esemplari censiti) è la CAP-BCI
(con 32 es., pari al 39.02% del totale) seguita dalla
coppia CAP-BEL (con 24 es., pari al 29.26% del
totale) e dalla coppia CCA-BCO (con 10 es. spari
al 12.19% del totale).
Seguono, distanziate, le coppie CAP-BPA (con
9 es., pari al 10.97% del totale) e CCO-BCI (con
3 es., pari al 3.65% del totale). Chiude la serie la
coppia CAP-BIR, con un unico es., pari al 1.21%
del totale; cui va aggiunto un « unicum », costi-
tuito da un esemplare prismatico (cfr. CORNAGGIA
CASTIGLIONI, 1964, Tav. I, 5); tipo quest’ultimo
ignoto in Italia.
INC.5
TOT. 34
NON DEC =NON DECORATI INC.- INCERTI TOT.= TOTALE
Fig. 6. — Distribuzione generale dei «motivi grafici »
nell’area balcanica. Nel tondino, il numero distintivo del
motivo, esternamente, a destra, il quantitativo dei pezzi.
Passando ora ad esaminare in dettaglio la si-
tuazione nei due Paesi transadriatici dai quali po-
trebbero essere partiti gli influssi culturali che
introdussero l’impiego delle pintaderas nel nostro
Paese, rileviamo i dati che seguono:
a) Per la Jugoslavia: predominio della coppia
CAP-BCI (con 4 es., pari al 36.37 del totale lo-
cale), seguita dalle coppie CAP-BEL e CAP-BPA
La
DO 0. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI”
(con 3 es. ciascuna, pari al 27.27%), cui segue la
coppia CCO-BCI, con un solo es. (pari al 9,09 %).
b) Per la Grecia: predominio della coppia
CAP-BEL (con 10 es., pari al 71.42% del totale
locale), seguita dalla coppia CAP-BCI (con 2 es.,
pari al 14.28%) e dalle coppie CAP-BPA e CAP-
BIR (con un es. ciascuna, pari al 7.14%).
Quale contropartita delle situazioni balcaniche
sopra riportate, per quanto concerne il nostro
Paese abbiamo invece le seguenti situazioni :
a) per Emilia, il Veneto e la Venezia Giulia,
cioè per le regioni rivierasche fronteggianti il set-
tentrione del territorio jugoslavo, abbiamo una
predominanza della coppia CAP-BPA, con 9 esem-
plari, seguita dalla coppia CAP-BEL con 8. Segue
la coppia CAP-BCI, con 3 es., quella CAP-BIR
con 3 e la coppia CCO-BCI con un solo reperto.
b) per la Puglie e la Basilicata: si ha una
predominanza della coppia CAP-BPA, con 9 es.,
seguita dalla coppia CTR-BCI con 3, dalla coppia
CAP-BEL con 2 e da quella CAP-BIR con un solo
reperto.
La Fig. 6 rileva i dati concernenti la presenza
dei motivi grafici sul complesso delle pintaderas
balcaniche, che (su 63 casi accertati) risulta la
seguente:
Il motivo 8 è presente in 17 casi (pari al 26.98%
del totale).
Il motivo 4 è presente in 13 casi (20.63 %).
Il motivo 3 è presente in 9 casi (14.28%).
Il motivo 11 è presente in 8 casi (12.69%).
Il motivo 6 è presente in 4 casi (6.34%).
Il motivo 9 è presente in 8 casi (4.76%).
Il motivo 15 è presente in 3 casi (4.76%).
Il motivo 1 è presente in 2 casi (3.17 %).
Il motivo 16 è presente in 2 casi (3.17%).
Il motivo 7 è presente in un solo caso (1.58 %).
Il motivo 18 è presente in un solo caso (1.58%).
Il motivo 2 è presente in un solo caso (1.58 %).
Vediamo ora, in dettaglio, la situazione dei
motivi grafici nei confronti della Jugoslavia e
della Grecia.
a) in Jugoslavia: il motivo 3 è presente 4
volte, mentre i motivi 1, 3, 7, 8, 16, sono presenti
ciascuno una sola volta.
b) in Grecia: il motivo 4, è presente in 5 casi,
quello 3 in 4, quello 6 in 2. I motivi 13 e 16 sono
presenti una sola volta ciascuno.
La contropartita della distribuzione regionale
di questi motivi nelle regioni indicate come possi-
bilmente «ricettive» del nostro Paese risulta dalla
Fig. 4: nella Venezia Giulia, nel Veneto ed in
Emilia, i motivi 2, 4, 5, sono presenti ciascuno
4 volte, il motivo 7 tre volte, i motivi 6 e 9 due
volte, i motivi 1, 3, 8 e 14 una volta ciascuno.
In Puglia ed in Basilicata (quest’ultima, presa in
considerazione alla stregua di un vero e proprio
« retroterra » della Puglia stessa) i motivi 3 e 4
sono presenti ciascuno 5 volte, il motivo 15 tre
volte, i motivi 7 e 14 due volte, i motivi 6, 8, 18
una volta ciascuno.
Concludendo, dal punto di vista « balcanico »
risulta evidente come « tipi » e « motivi grafici »
delle pintaderas locali trovino ampia rispondenza
in quelli delle pintaderas italiane, mentre non ri-
sulta possibile precisare da quali specifici Paesi
balcanici siano partiti gli influssi che diffusero i
tipi e i motivi stessi nell’area italiana. Dal punto
di vista italiano sia i dati geonemici che quelli cro-
nologici mostrano come le correnti culturali che
apportarono nel nostro Paese l’uso delle pintade-
ras e loro conformazioni e motivi, siano di deri-
vazione «balcanica », senza consentire di precisare
di più.
E’ indubbio come tali correnti siano state al-
meno due e come esse siano penetrate, in tempi
successivi, l’una nel sud-est del nostro Paese, l’al-
tra nel nord-est dello stesso, costituendovi due
« Gruppi distributivi ». Sembra invece escludibile
un’unica penetrazione nel sud-est del territorio ita-
liano, seguita da una diffusione marginale verso il
nord-est, attuatasi lungo il litorale adriatico.
Non resta così a dire che della possibilità, da
noi stesso a suo tempo ipotizzata, che correnti
apportanti le pintaderas nel nostro Paese vi giun-
gessero direttamente via mare, dalle coste anato-
liche o attraverso il territorio greco. In base ai
reperti italiani, questo potrebbe unicamente sup-
porsi nei confronti di un numero ridottissimo di
esemplari, di un modello presente solo nella Puglia
meridionale, decorato solamente con motivi eruci-
formi. Si tratta dei reperti da noi siglati Pu 1,
Pu 2, Pu 3 e Pu 4, per i quali tutti, si ignora
ogni riferimento stratigrafico-culturale.
Tipi analoghi mancano nel materiale balcanico,
mentre sono tipici di alcune facies anatoliche della
Civiltà del Bronzo.
P) Conclusioni
| Converrà fare il punto in merito ai risultati
raggiunti dalle nostre indagini, esponendoli quali
conclusioni generali; le più importanti sono le se-
guenti :
1) Risulta dimostrato (tanto sulla scorta dei
dati etnografici che in base alla stessa interpreta-
zione del grafismo presente sul « piano stam-
pante » delle pintaderas eurasiche) che gli stru-
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE 21
menti in discorso furono delle sorta di « timbri »,
che vennero unicamente utilizzati nella pratica
della pittura corporale.
2) Appare dimostrato che i motivi grafici
siano tutti di significato strettamente « simbo-
lico », e vennero adottati in vista del potere « pro-
filattico » attribuito agli stessi.
3) L'origine prima delle pintaderas va ricer-
cata nelle regioni del Vicino Oriente, dove tro-
viamo anche i loro prototipi morfologici.
4) L'introduzione dell’uso delle pintaderas
nell’area italiana, avvenne pel tramite delle regioni
balcaniche (dove era giunto dal Vicino Oriente)
ma, allo stato attuale della documentazione dispo-
nibile, non è possibile precisare in quale Paese
della regione balcanica vada posto il centro ema-
natore di questi elementi.
PARTE SECONDA:
A) Schedario dei reperti.
Le 96 schede che seguono, compongono un com-
pleto inventario aggiornato dei reperti italiani di
pintaderas. Per ciascuno dei reperti sono elencati
nell’ordine i seguenti elementi essenziali :
Regione.
Località di rinvenimento.
Numero regionale (N. reg.).
Tavola illustrativa nel presente lavoro (Tav.).
Morfologia.
Motivo grafico, numero (Motivo).
Dimensioni in millimetri (Dim.).
Sistema di sospensione (Sist. sosp.).
Cultura di attribuzione.
Museo.
Numero di Inventario, del Museo citato (Inv.).
Collezione (Coll.).
Bibliografia essenziale (Bibl.).
Al riguardo del Materiale, tutti i 96 esemplari
elencati sono in cotto, ad eccezione del N. reg.
Lo 4 (in corno) e del N. reg. Sa 1 (in osso): per-
tanto non abbiamo riportato, per brevità, tale
dato sulla scheda.
Per comodità di consultazione, l’elenco dei re-
perti risulta suddiviso regionalmente, secondo l’or-
dine qui di seguito indicato: Liguria, Piemonte,
Lombardia, Veneto, Trentino, Venezia Giulia,
Emilia, Marche, Umbria, Toscana, Lazio, Basili-
cata, Puglia, Sicilia, Sardegna.
5) Le correnti culturali che introdussero le
pintaderas nel nostro Paese vi ebbero accesso da
due direzioni distinte, l’una localizzabile nel sud
e l’altra nel nord della Penisola; il che condusse
al formarsi nel nostro Paese di due distinte « aree
distributive ».
6) La prima e più antica è l’« area distributiva
meridionale » (localizzabile fra la Puglia e la Lu-
cania) da datarsi nel VI millennio ed in un mo-
mento nel quale talune facies del Neolitico Antico
sussistevano accanto a quelle iniziali del Neolitico
Medio. Nel nord (cioè in Val Padana) l’« area di-
stributiva settentrionale », che vi fiorì in conco-
mitanza con l’affermarvisi della cosiddeta « Cul-
tura del Vaso a Bocca quadrata », non rimonta
oltre gli inizi del IV Millennio; talchè, fra l’affer-
marsi nelle due aree stesse dell’impiego delle pin-
taderas, intercorse, quanto meno, un millennio.
DOCUMENTAZIONE
Regione: LIGURIA.
Grotta Pollera (Finalborgo, Savona).
NC Regina SX0
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
mo 12 - Dim.: lung. 31, larg. 25, h. 23 - Sîst. sosp..
presa forata - Cultura Vaso bocca quadrata - Museo?,
Inv. —, Coll. Morelli - Bibl. Evans, 1891: 336, fig. 54.
Grotta Pollera (Finalborgo, Savona).
NICE
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 10 - Dim.: lung. 58, larg. 33, h. 13 - Sist. sosp.
assente - Cultura Vaso bocca quadrata - Musco Ge-
nova-Pegli, Inv. 106 r, Coll. Morelli - Bibl. CORNAGGIA,
IOSERAAIDSÌ
Grotta Pollera (Finalborgo, Savona).
N. reg. Li 3- Fav. XII.
Morfologia: corpo CPI, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 10 - Dim.: lung. 58, lare. 33, h. 18 - Sist. sosp.
assente - Cultura Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. 49 n, Coll. Amerano - Bibl. CORNAGGIA,
LOS6ER99:
Grotta Pollera (Finalborgo, Savona).
N.reg.In 4 - Tav. V.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 50, larg. 25, h. 26 - Sist. sosp.
assente - Cultura Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. 114 r, Coll. Rossi - Bibl. CORNAGGIA,
TOSI
Grotta Pollera (Finalborgo, Savona).
NETTA MITO
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAL - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 80, larg. 33, h. 38 - Sist. sosp.
presa forata - Cultura Vaso bocca quadrata - Museo
Genova-Pegli, Inv. 22 v, Coll. Rossi - Bibl. CORNAGGTA,
11956}: «1591
22 O. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI -
Grotta Pollera (Finalborgo, Savona).
N. reg. Li 6 - Tav. XII.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 10 - Dim.: lung. 95, larg. 40, h. 33 - Sist. sosp.
assente - Cultura Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, [nv. 117 r, Coll. Rossi - Bibl. CORNAGGIA,
119560 Allos:
Grotta Pollera (Finalborgo, Savona).
NITTI IVA)
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 2 - Dim.: lung. 80, larg. 34, h. 41 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Ge-
nova-Pegli, /nv. 115 r, Coll. Rossi - Bibl. CORNAGGIA,
IO 6presioSì
Grotta Pollera (Finalborgo, Savona).
NERA RAISI NALE
Morfologia: corpo CCE, base —, presa PSE - Motivo
2 - Dim.: lung. 13, larg. 15, h. — - Sist. sosp. corpo
con foro longitudinale - Cultura: Vaso bocca qua-
drata - Museo Soprint. Antie. Genova, Inv. —, Coll.
— - Bibl. OpeTTI, 1974.
Grotta dell’Acqua o del Morto (Finalborgo, Savona).
N. reg. Lu 9- Pav. DE
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 5 - Dim.: lung. 35, larg. 25, h. 10 - Sast. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. T564, Coll. Amerano - Bibl. Cor-
naGgIa, 1956-160-161.
Grotta della Fontana o dell’Aequa (Finalborgo, Sa-
vona).
N. reg. Li 10 - Tav. VI.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 2 - Dim.: lung. 76, larg. 21, h. 23 - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo
Genova-Pegli, Inv. 3, Coll. Rossi - Bibl. COoRNAGGIA,
1956: 159-160:
Grotta dell’Aquila (Finalborgo, Savona).
N. reg. Li 11 - Pav. V.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 69, larg. 25, h. 22 - Sast. sosp.
‘assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Civ.
Finale, Inv. —, Coll. Richard - Bibl. CornAGGIA, 1956 :
160.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Li 12 - Tav. X.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 6 - Dim.: lung. 101, larg. 26, h. 33 - Stst. sosp.
presa forata - Cultura: vaso bocca quadrata - Museo
Pigorini Roma, Inv. 5584, Coll. Issel- Bibl. CORNAGGIA,
1956: 162.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
Nreg® Ii 13 - Nav. TX.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 5 - Dim.: lung. 82, larg. 28, h. 35 - Sist. sosp. as-
sente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Genova-
Pegli, Inv. 1344 r, Coll. Morelli - Bibl. CornagGgIa,
1956: 162.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Li 14 - Tav. VI.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 2 - Dim.: lung. 67, larg. 35, h. 34 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Ge-
nova-Pegli, Inv. 1343 r, Coll. Morelli - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 162.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Li 15 - Tav. XI.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PUO - Mo-
tivo 9 - Dim. lung. 51, larg. 50, h. 8 - Sist. sosp. as-
sente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Genova-
Pegli, Inv. 1345 r, Coll. Morelli - Bibl. CoRrNAGGTA,
1956: 162-163.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
NERO IE 6 AM VADIE i
Morfologia: corpo CDI, base BCI, presa —, Motivo
3 - Dim.: lung. —, larg. 46, h. 23 - Sist. sosp. corpo
con foro assiale - Cultura: Vaso bocca quadrata -
Museo Genova-Pegli, Inv. 1341 r, Colt. Morelli - Bibl.
Cornaggia, 1956: 165-166.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Li. 17 - Tav. V.
Morfologia: corpo CAP, base BCI, presa PCI - Motwo
1- Dim.: lung. 72, larg. 56, h. 46 - Nest. sosp. assente -
Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Genova-Pegli,
Inv. 1339 r, Coll. Morelli - Bibl. CornaggIA, 1956: 163.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
No 6 Di De an,
Morfologia: corpo CCI, base —, presa PSE - Motivo
8 - Dim.: lung. 52, larg. 24, h. — - Sist. sosp. corpo
con foro longitudinale - Cultura: Vaso bocca qua-
drata - Musco Genova-Pegli, Inv. 1342 r, Coll. Mo-
relli - Bibl. CornAGGIA, 1956: 165.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Li. 19 - Tav. X. i
Morfologia: corpo CCI, base —, presa PSE - Motivo
8 - Dim.: lung. 72, larg. 21, h. — - Sast. sosp. corpo
con foro longitudinale - Cultura: Vaso bocca qua-
drata - Musco Genova-Pegli, Inv. —, Coll. Bernabò
Brea - Bibl. Cornaggia, 1956: 166.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Li. 20 - Tav. X.
Morfologia: corpo CCI, base —, presa PSE - Motivo
8 - Dim.: lung. 34, larg. 14, h. — - Sist. sosp. corpo
con foro longitudinale - Cultura: vaso bocca qua-
drata - Museo Genova-Pegli, Inv. 676, Coll. Bernabò
Brea - Bibl. CornaGgIa, 1956: 166.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Li. 21 - Vav. X.
Morfologia: corpo CCI, base —, presa PSE - Motivo
8 - Dim.: lung. 34, larg. 21, h. — - Sist. sosp. corpo
con foro longitudinale - Cultura: Vaso bocca qua-
drata - Museo Genova-Pegli, Inv. —, Coll. Bernabò
Brea - Bibl. CornaggIA, 1956: 166.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Mik NE
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 96, larg. 44, h. 23 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. —, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 164.
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE 23
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
NEC TAM VE
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
two 1 - Dim.: lung. 76, larg. 32, h. 25 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Ge-
nova-Pegli, Inv. 676, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 163.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. La. 24 - Tav. V.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 42, larg. 25, h. 22 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Civico
Finale, Inv. —, Coll. Bernabò Brea - Bibl. BERNABÒ
EREANBIO5 ra vA2/70)
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
INC ER AVE
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 85, larg. 35, h. 25 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Ge-
nova-Pegli, Inv. 675, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 163.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N. reg. Li. 26 - Tav. V.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 65, larg. 25, h. ? - Sist. sosp. as-
sente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. 820, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 164.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N eg Di Ze IM NE
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 43, larg. 29, h. 31 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. 904, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 163.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
Nimegi 25 Rav VI
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 2 - Dim.: lung. 65, larg. 21, h. 22 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. —, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 164.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
Na re gel ORSI VRAVATE
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 2 - Dim.: lung. 29, larg. 31, h. 12 - Stst. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ci-
vico Finale, Inv. —, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 164.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
Narco er 30 av EVI
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 2:- Dim.: lung. 31, larg. 30, h. 19 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. 496, Coll. Benarbò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 163.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
NE odia
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 5 - Dim.: lung. 36, larg. 27, h. 16 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. —, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 164.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona)
INDECISA VIE
Morfologia: corpo CCA, base BCO, presa PCO - Mo-
tivo 11 - Dim.: lung. 36, larg. 14, h. — - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo
Genova-Pegli, Inv. —, Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 97.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona)
NE GAARA ORIO
Morfologia: corpo CCA, base BCO, presa PAP - Mo-
tivo 12 - Dim.: lung. 21, larg. 31, h. — - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo
Genova-Pegli, Inv. 1412, Coll. Rossi - Bibl. BERNABÒ
BREA, 1946, Tav. 50, 1.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona)
N. reg. Li. 34 - Tav. XII.
Morfologia: corpo CCA, base BCO, presa PAP - Mo-
tivo 11 - Dim.: lung. 16, larg. 30, h. — - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo
Genova-Pegli, Inv. 1413, Coll. Rossi - Bibl. BERNABÒ
BrrA, 1946, Tav. 50, 1.
Grotta Arene Candide (Finalmarina, Savona).
N regi Jun. 80, Vav TX
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
two 5 - Dim.: lung. 96, larg. 26, h. 28 - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco:
Sopr. Ant. Genova, Inv. —, Coll. Tinè - Bibl. Inedita.
Grotta del Sanguineto o Matta (Finalborgo, SA).
N. reg. Li. 36 - Tav. X.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 8 - Dim.: lung. 63, larg. 40, h. 32 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ge-
nova-Pegli, Inv. 4, Coll. Rossi - Bibl. CornaGgIA, 1956 :
159),
Regione: PIEMONTE.
Vayes (Stazione Rumiano, Torino).
INC no gi Ri Zia VAR
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa ? - Motivo
9 - Dim.: lung. 57, larg. 30, h. ? - Sist. sosp. assente -
Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Archeologico
Torino, Inv. —, Coll. Taramelli - Bibl. TARAMELLI,
1908, Maw 9, 113);
N.B. - Nel licenziare le ultime bozze abbiamo accertato
come questo reperto non sia una pintadera. Se ne tenga
quindi conto nei confronti dei dati statistici delle Figg. 1-4
e delle pagine 7, 11, 12, 13.
Regione: LOMBARDIA.
Barche di Solferino (Solferino, Mantova).
NG ROC ON SILTANE,
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAL - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. 33, larg. 16, h. — - Sist. sosp. as-
sente - Cultura: della Polada? - Museo Antiquarium
Cavriana, Inv. 413, Coll. — Bibl. Inedita.
24 O. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI ‘
Isolino Virginia (Biandronno, Varese).
N. reg. Lo. 2-/ Tav X.
Morfologia: corpo CAP, base BIR, presa PAL - Mo-
tivo 8 - Dim.: lung. 105, larg. 45, h. 35 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Villa
Mirabello, Varese, Inv. —, Coll. Bertolone - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 156-157.
Cazzago Brabbia (Stazione Ponti, Varese).
N° rego 9- Nav XII.
Morfologia: corpo CPA, base BPA, presa PMO - Mo-
tivo 10 - Dim.: lung. 35, larg. 14, h. 24 - Sist. sosp.
corpo forato - Cultura: Vaso bocca quadrtaa - Museo :
St. Nat. Milano, Inv. —, Coll. Cornaggia Castigioni -
Bibl. Inedita.
Terramara Villa Cappella (Ceresara, Mantova).
N. rego Lo da Mav. VI
Morfologia: corpo CAP, base BCI, presa PCO - Mo-
tivo 1 - Dim.: lung. —, larg. 48, h. 51 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Terramaricola - Museo: Pigorini,
Roma, Inv. —, Coll. Ballarini - Bibl. Inedita.
Pianvalle (Como).
Nargi To Rot GUN
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PCO - Mo-
tivo 1.- Dim.: lung. 37, lrag. 28, h. 14 - Sist. sosp. as-
sente - Cultura: Golasecca? - Museo: Archeologico
Como, Inv. —, Coll. — - Bibl. LurascHI, ece. 1970-73:
IWA
Regione: VENETO.
Quinzano Veronese (Necropoli cava bassa, Verona).
N. reg: Vie, d' = Pav. VIII by
Morfologia: corpo CAP, base BEL, ‘presa PCO - Mo-
tivo 14 - Dim.: lung. 56, larg. 22, h. 18 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo St.
Nat. Verona, Inv. —, Coll. Zorzi - Bibl. CorNAGGATA,
1956: 153-154.
Colombare di Negràr (Verona).
N. reg. Ve. 2 - Tav. VIII.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PCO - Mo-
tivo 4 - Dim.: lung. 40, larg. 55, h? - Stst. sosp. as-
sente - Cultura: Vaso bocca quadrata? - Musco St.
Nat. Verona, Inv. —, Coll. Zorzi - Bibl. CORNAGGITA,
105 orali 243:
Passo Picòn (St. Ambrogio Valpolicella, Verona).
N. reg. Ve. 3 - Tav. VIII.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PCO - Mo-
tivo 4.- Dim.: lung. 28, larg. 21, h. 31 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo St.
Nat. Verona, Inv. —, Coll. Zorzi 1958 - Bibl. Zorzi,
OO SENZOZE
Castelnuovo di Teòlo (Padova).
N. reg. Ve. 4 - Tav. XI.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 7 - Dim.: lung. 96, larg. 41, h. 29 - Stst. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Arch.
Atestino, Este, Inv. —, Coll. Rittatore
TtoRE, Fusco & BrogLIo, 1964.
- Bibl. Rirta-
Castelnuovo di Teòlo (Padova).
N. reg. Ve. 5 - Tav. IX.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 6 - Dim.: lung. 45, larg. 36, h 15 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Arch.
Atestino, Este, Inv. —, Coll. Rittatore - Bibl. RrrTA-
TtoRE, Fusco & BroeLIo, 1964.
Rivoli Veronese (Loc. La Rocca, Verona).
N. reg. Ve. 6. Mavo XI
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 7 - Dim.: lung. 33, larg. 22, h. 23.- Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco St.
Nat. Verona, Inv. —, Coll. Barfield - Bibl. BARFIBLD,
1966: Fig. 25, 8.
Rivoli Veronese (Loc. La Rocca, Verona).
Ni rega Viet Dav. XI
Morfologia: corpo CAP, base BCI, presa PCO - Mo-
tivo 9 - Dim.: lung. 41, larg. 27, h. ? - Sist. sosp. as-
sente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo St. Nat.
Verona, Inv. —, Coll. Barfield - Bibl. BarFIELD, 1966:
Telo ZE
Rivoli Veronese (Loc. La Rocca, Verona).
N. reg. Ve. 8 - Tav. V. :
Morfologila: corpo CAP, base BEL, presa ? - Motivo
1 - Dim.: lung. 35, larg. 25, h. ? - Sist. sosp. assente -
Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo St. Nat. Ve-
rona, Inv. —, Coll. Barfield - Bibl. BarrieLDp & Ba-
GOLINI, in stampa.
Rivoli Veronese (Loc. La Rocca, Verona).
N VAVe e I VAL
Morfologia: corpo CCI, base —, presa PSE - Motivo
2 - Dim.: lung. 29, larg. 17, h. — - Sist. sosp. foro;
longitudinale passante - Cultura: Vaso bocca qua-
drata - Museo St. Nat. Verona, Inv. —, Coll. Bar-
field - Bibl. BarriELD & BAGOLINI, in stampa.
Regione: TRENTINO.
Riparo Gaban (Trento).
N. reg. Tr. 1 - Tav. VII.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 4 - Dim.: lung. 34, larg. 14, h. 15 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Tri
dentino Sc. Nat., Inv. —, Coll. Bagolini - Bibl. Baco-
LINI, 1972.
La Vela (Trento).
N. reg. Tr. 2- Tav. X.
Morfologia: corpo CAP, base BIR, presa PAP - Mo-
tivo 8 - Dim.: lung. 58, larg. 27, h. 27 - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo
Tridentino Se. Nat., Inv. —, Coll. Bagolini - Bibl.
BaAGoLINI, 1976. |
Regione: VENEZIA GIULIA.
Caverna Teresiana (Duino, Trieste).
N. reg. VG. 1 - Tav. VI.
Morfologia: corpo CAP, base BCI, presa PCO - Mo-
tivo 2 - Dim.: lung. 44, larg. 40, h. 47 - Sist. sosp.
assente -. Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo
Vienna ?, Inv. —, Coll. Neumann - Bibl. CORNAGGIA,
Oo
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE 25
Grotta delle Gallerie (Draga, Trieste).
INE eg NIG: 12) SSR IE
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 5 - Dim.: lung. 57, larg. 42, h. 15 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Ist.
Antrop. Padova, Inv. —, Coll. Battaglia - Bibl. Cor-
NAGGIA, 1956: 151.
Grotta delle Gallerie (Draga, Trieste).
Ntregi VG. 3 Tav. (VIII.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 4 - Dim.: lung. 88, larg. 31, h. 20 - Sîst. sosp.
presa forata - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco
Storia Arte Trieste, Inv. 9004, Coll. Battaglia - Bibl.
CornaggIa, 1956: 151-152.
Grotta delle Gallerie (Draga, Trieste).
N. reg. VG. 4 - Tav. IX.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 6 - Dim.: lung. 60, larg. 48, h. 10 - Sist. SOSp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Ist.
Antrop. Padova, Inv. —, Coll. Battaglia - Bibl. Cor-
NAGGIIRO56 A lo24
Grotta delle Gallerie (Draga, Trieste).
NERONE
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PCI - Mo-
tivo 9 - Dim.: lung. 69, larg. 63, h. 35 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Storia
Arte Trieste, Inv. —, Coll. Valles - Bibl. VaLni=s, 1964.
Palù di Livenza (Cavena, Pordenone).
NÉ AR Cr (92 Low NVA ND
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PMO - Mo-
tivo 4 - Dim.: lung. 75, larg. 28, h. 22 - Sist. SOSp.
assente - Cultura: Neolitico superiore - Museo Soc.
Naturalisti Pordenone, Inv. —, Coll. Taffarelli - Bibl.
Perrero & TarrarRELLI, 1973: 242,
Palù di Livenza (Cavena, Pordenone).
N. reg. VG. 7 - Tav VI,
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa ? - Motivo
2 - Dim.: lung. 34, larg. 40, h. 18 - Sist. sosp. assente -
Cultura: Neolitico superiore - Museo Soc. Naturalisti
Pordenone, Inv. —, Coll. Taffarelli - Bibl. PereTTo &
TArFrARELLI, 1973: 242,
Palù di Livenza (Cavena, Pordenone).
N. reg. VG. 8 - Tav. XI.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa ? - Motivo
7 - Dim.: lung. 38, larg. 26, h. 15 - Sist. sosp. assente -
Cultura: Neolitico superiore - Museo Soc. Naturalisti
Pordenone, Inv. —, Coll. Taffarelli - Bibl. PrREmTO-
TAFPARELLI, 1973: 242.
Regione: EMILIA.
Chiozza di Scandiano (Reggio Emilia).
NEC SII Ve
Morfologia: corpo CAP, base BIR, presa PAP - Mo-
tivo 5 - Dim.: lung. 50, larg. 30, h. 15 - Sist. SOSp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Musco Palet-
nologia Reggio Emilia, Inv. —, Coll. Lavi nsa-Degani -
Bibl. CornaggiIA, 1956: 156.
Terramara del Montale (Castelnuovo Rangone, Reggio
Emilia).
N. reg. Em. 2 - Tav. VII.
Morfologia: corpo CAP, base BCI, presa PCO - Mo-
tivo 3 - Dim.: lung. 30, larg. 30, h. 18 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Terramaricola ? - Musco ?, Inv. —,
Coll. ? - Bibl. Evans, 1894: 336, Fig. 54 C.
Campegine (Loc. La Razza, Reggio Emilia).
N. reg. &m. 3 - Tav. TX,
Morfologia: corpo CAP, base BIR, presa PAL - Mo-
tivo 5 - Dim.: lung. 120, larg. 42, h. 35 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata? - Museo Pa-
letnologia Reggio Emilia, Inv. —, Coll. Chierici - Bibl.
Cornaggia, 1956: 155-156.
Il Pescale (Prignano sul Secchia, Modena).
N. reg. Em. 4 - Tav. X.
Morfologia: corpo CCO, base BCI, presa PMO - Mo-
tivo 8 - Dim.: lung. —, larg. 19, h. 19 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ar-
cheologico Modena, Inv. —, Coll. Malavolti - Bibl.
Cornaggia, 1956: 154.
Il Pescale (Prignano sul Secchia, Modena).
N. reg. Em. 5 - Tav. VI.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAP - Mo-
tivo 2 - Dim.: lung. 41, larg. 31, h. 15 - Stst. sosp.
assente - Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Ar-
cheologico Modena, Inv. —, Coll. Malavolti - Babl.
CornaggIa, 1956: 154.
Il Pescale (Prignano sul Secchia, Modena).
N. reg. Em. 6 - Tav. IX. i
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa ? - Motivo
5 - Dim.: lung. 36, larg. 14, h. 18 - Sist. sosp. assente -
Cultura: Vaso bocca quadrata - Museo Archeologico
Modena, Inv. —, Coll. Malavolti - Bibl. CorNAGGIA,
1956: 154-155.
Regione: MARCHE.
Coppetella di Jesi (Jesi, Ancona).
N. reg. Ma. 1 - Tav. VIII.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 4 - Dim.: lung. 43, larg. 37, h. ? - Sist. sosp. as-
sente - Cultura: Ripoli - Museo Nazionale Ancona,
Inv. —, Coll. Lollini - Bibl. LovvinI, 1963: 32.
Regione: UMBRIA.
Castiglion del Lago (Perugia).
AI, 199%] Una I Io SALT
Morfologia: corpo CCO, base BCI, presa PMO - Mo-
tivo 3 - Dim.: lung. —, larg 17, h. 37 - Sist. sosp.
corpo forato - Cultura: Imprecisata - Museo Archeo-
logico Perugia ?, Inv. —, Coll. Bellucci - Bibl... Cor-
NAGGIA, 1956: 142.
Bettona (Perugia).
N 100 ia, Di 10 VAUL
Morfologia: corpo CTR, base BCI, presa PMO - Mo-
tivo 3 - Dim.: lung. —, larg. 13, h. 34 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Imprecisata - Museo Archeologico
Perugia ?, Inv. —, Coll: Bellueci - Bibl. CoRNAGGIA,
1956: 143.
26 0. CORNAGGIA CASTIGLIONI & G. CALEGARI:
Regione: TOSCANA.
Asciano (Loc. La Romita, Pisa).
N. reg. To. 1 - Tav. XI.
Morfologia: corpo CCO ?, base BCI ?, presa PMO ?,
Motivo 9 - Dim.: lung. 16, larg. 18, h. ?® - Sist. sosp.
assente - Cultura: Neolitico superiore - Museo Ist.
Paletnologia Pisa, Inv. —, Coll. Peroni - Bibl. PERONI,
1972-1973: 266.
Regione: LAZIO.
Abbazia di Valvisciolo (Norma, Roma).
N. reg. La. 1 - Tav. XII.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 18 - Dim.: lung. 22, larg. 16, h. ? - iStist. sosp.
assente - Cultura: Imprecisata - Museo ?, Inv. —,
Coll. Mengarelli - Bibl. CornaggiIA, 1956: 166-167.
Regione: BASILICATA.
Villaggio del Rendina (Melfi, Potenza).
N. reg. Ba. 1 - Tav. XI.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP, - Mo-
tivo 7 - Dim.: lung. 52, larg. 28, h. 41 - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Guadone - Museo Civico Melfi,
Inv. —, Coll. Sampò - Bibl. CipoLLonI, 1971 B: 364.
Villaggio del Rendina (Melfi, Potenza).
Noreg. Ba. 2,5 Wav XI.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 7 - Dim.: lung. 30, larg. 13, h. 23 - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Guadone - Musco Civico Melfi,
Inv. —, Coll. Sampò - Bibl. CiroLLoNI, 1971 A: 488.
Villaggio del Rendina (Melfi, Potenza). .
N. reg. Ba. 3 - Tav. X.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 14 - Dim.: lung. 66, larg. 20, h. 30 - Sast. sosp.
presa forata - Cultura: Guadone - Museo Civico Melfi,
Inv. —, Coll. Sampò - Bibl. Inedita.
Regione: PUGLIA.
‘ Rugge (Lecce).
N. reg. Pu. 1 - Tav. VII.
Morfologia: corpo CTR, base BCI, presa PMO - Mo-
tivo 8 - Dim.: lung. —, larg. 40, h. 55 - Sist. sosp.
gola circolare - Cultura: Imprecisata - Museo Castro-
mediano Lecce, Inv. 3034, Coll. — - Bibl. CORNAGGIA,
1956: 141.
Manduria (Taranto).
N.reg.Pu. 2-.Tav. VI. -
Morfologia: corpo CTR, base BCI, presa PMO - Mo-
tivo 3 - Dim.: lung. —, larg. 50, h. 35 - Sist. sosp.
gola circolare - Cultura: Imprecisata - Museo Archeo-
logico Bari, Inv. —, Coll. Selvaggi - Bibl. CoRNAGGIA,
1956: 141.
Manduria (Taranto)).
IE 7 Pugd L00:VADI
Morfologia: corpo CTR, base BCI, presa PMO - Mo-
tivo 3 - Dim.: lung. —, larg. 50, h. 35 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Imprecisata - Museo Archeologico
Bari, Inv. 3593, Coll. Mayer - Bibl. CornaggIa, 1956:
141.
« Dal Leccese » (Lecce).
N. reg. Pu. 4 - Tav. VII. :
Morfologia: corpo CCO, base BCI, presa PMO - Mo-
tivo 3 - Dim.: lung. —, larg. 50, h. 70 - Sast. sosp.
corpo forato - Cultura: Imprecisata - Museo Castro-
mediano Lecce, Inv. 3033, Coll. — - Bibl. CORNAGGIA,
1956: 142.
Pulo di Molfetta (Bari).
N. reg. Pu. 5 - Mav. XI.
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PCO - Mo-
tivo 15 - Dim.: lung. 60, larg. 52, h. 20 - Sast. sosp.
assente Cultura: Neolitico Medio - Museo Seminario
Vese. Molfetta, Inv. —, Coll. — - Bibl. CorNAGGIA,
1956: 143.
Grotta Santa Croce (Bisceglie, Bari).
NERI GIRI RE a VAVAL
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PCO - Mo-
tivo 3 - Dim.: lung. 35, larg. 40, h. 18 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Neolitico Antico Finale - Museo Ist.
Paleont. Umana Roma, Inv. —, Coll. Cardini - Bibl.
Cornaggia, 1956: 143-144.
Cave Mastrodonato (Bisceglie, Bari).
N. reg. Pu. 7 - Tav. VII. 4
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 4 - Dim.: lung. 59, larg. 15, h. 29 - Sast. sosp.
assente - Cultura: Neolitico Antico Finale - Museo Ist.
Paleont. Umana, Roma, Inv. —, Coll. Cardini - Bibl.
Cornaggia, 1956: 144.
Caverna dell’Erba (Avetrana, Taranto).
N. reg. Pu. 8 - Tav. X.
Morfologia: corpo CAP, base BIR, presa PCO - Mo-
tivo 8 - Dim.: lung. 45, larg. 51, h. ? - Sist. sosp. as-
sente - Cultura: Neolitico Medio - Museo Nazionale
Taranto, Inv. 53309, Coll. Puglisi - Bibl. CORNAGGIA,
1956: 145.
Grotta Scaloria (Manfredonia, Foggia).
NO Fed: Dv, 9 Ia SIE
Morfologia: corpo CAP, base BIR, presa PTR, - Mo-
tivo 15 - Dim.: lung. 65, larg. 47, h. 25 - Nast. sosp.
assente - Cultura: della Scaloria ® - Musco Nazionale
Taranto, Inv. 21841, Coll. ? - Bibl. Inedita.
Grotta Sant'Angelo (Ostuni, Brindisi).
N. reg. Pu. 10 - Tav. IX.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PTR - Mo-
tivo 6 - Dim.: lung. 51, larg. 40, h. ? - Sast. sosp. as-
sente - Cultura: Neolitico Medio - Museo Nazionale
Taranto, Inv. 53543, Coll. Drago - Bibl. Inedita.
Isola San Domino (Cala Inglesi, Isole Tremiti).
NERI SR RAI DESIRE
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 14 - Dim.: lung. 72; larg. 34, h. 25 - Sast. sosp.
assente - Cultura: Neolitico Medio - Musco St. Nat.
Verona, Inv. —, Coll. Zorzi - Bibl. CORNAGGIA, 1956:
144-145.
Isola San Domino (Cala Tramontana, Isole Tremiti).
INAenegisRuln24Ma VANE
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PTR - Mo-
tivo 4 - Dim.: lung. 65, larg. 69, h. 22 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Neolitico Medio - Museo St. Nat.
Verona, Inv. —, Coll. Zorzi, - Bibl. PALMA DI CrsnoLa,
1967: 380-382.
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE
Isola San Domino (Punta Vuccolo, Isole Tremiti).
N. reg. Pu. 13 - Tav. VIII. i
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PTR - Mo-
tivo 4 - Dim.: lung. 72, larg. 42, h. 20 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Neolitico Medio - Museo St. Nat.
Milano, Inv. —, Coll. Cornaggia - Bibl. Inedita.
Grotta delle Veneri (Parabita, Lecce)
N. reg. Pu. 14 - Tav. XII.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa ?® - Motivo
13 - Dim. : lung. 35, larg. 22, h. ? - Sàst. sosp. assente -
Cultura: Imprecisata - Museo Ist. Paletn. Pisa, Inv.
—, Colt. Radmilli - Bibl. Inedita.
Grotta delle Veneri (Parabita, Lecce).
NECECO MERE VAART
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa ? - Motivo
4 - Dim.: lung. 30, larg. 20, h. ? - Sist. sosp. assente -
Cultura: Imprecisata - Museo Ist. Paletnol. Pisa, Inv.
—, Coll. Radmilli - Bibl. Inedita.
Grotta delle Veneri (Parabita, Lecce).
N. reg. Pu. 16 - Tav. VII.
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa ? - Motivo
4 - Dim.: lung. 38, larg. 26, h. ? - Sist. sosp. assente -
Cultura: Imprecisata - Musco Ist. Paletnol. Pisa,
Inv. —, Coll. Radmilli - Bibl. medita.
Grotta dei Cervi (Porto Badisco, Lecce).
NEO PITTI
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
tivo 15 - Dim.: lung. 87, larg. 40, h. 37 - Sist. sosp.
presa forata - Cultura: Serra d’Alto - Musco Nazio-
nale Taranto, Inv. —, Coll. Lo Porto - Bibl. Inedita.
99)
Cn]
Regione: SICILIA.
Isola di Lipari (Messina).
NOTA STORE O OXA
Morfologia: corpo CAP, base BIR, presa PAL - Mo-
tivo 16 - Dim.: lung. 70, larg. 37, h. ? - Sist. SOSp.
assente - Cultura: Serra d’Alto - Musco Eoliano, Li-
pari, Inv. —, Coll. Bernabò Brea - Bibl. CoRNAGGIA,
1956: 146.
Isola di Lipari (Messina).
N. reg. Si. 2 - Tav. XII.
Morfologia: corpo CAP, base BIR, presa ? - Motivo 3 -
Dim.: lung. 65, larg. 22, h. ? - Sist. sosp. assente -
Cultura: Serra d’Alto - Musco Boliano, Lipari, Inv. —,
Coll. Bernabò Brea - Bibl. Cornaggia, 1956: 146.
Località imprecisata del Trapanese.
NEC et SALI
Morfologia: corpo CAP, base BPA, presa PAP - Mo-
two 15 - Dim.: lung. 69, larg. 60, h. 40 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Neolitico sup. ? - Museo Erice, Tra-
pani, Inv. 142, Coll. ? - Bibl. Inedita.
Regione: SARDEGNA.
Necropoli di Anghelu Ruju (Alghero, Sassari).
INGET CRAS ARRE TOSI
Morfologia: corpo CAP, base BEL, presa PAL - Mo-
tivo 16 - Dim.: lung. 22, larg. 18, h. 11 - Sist. sosp.
assente - Cultura: Anghelu Ruju - Museo Nazionale
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Appendice:
Dati sull’utilizzazione delle pintaderas nei tempi post-preistorici.
Premessa.
Gli Autori antichi riportano più volte dati che
si riferiscono all’uso della pittura corporale presso
diverse genti che vissero in Eurasia in tempi
storici.
Riferendoci in apertura di questa Nota all’im-
piego delle pintaderas in tempi preistorici, ab-
biamo ricordato come l’interpretazione da noi for-
nita, di « timbri » per la pittura corporale, tro-
vasse conforto anche nel dato strettamente etno-
grafico; ciò è stato detto anche da altri che si sono
occupati dell'argomento.
Ci sembra opportuno citare con precisione ta-
lune di tali testimonianze, che risalgono a tempi
storici recentissimi e che attestano l’uso delle pin-
taderas per la pratica della pittura corporale tanto
presso popoli primitivi attuali dell’Africa che della
Mesoamerica e del Sudamerica.
Le testimonianze africane.
Per l'Africa, è d’obbligo ricordare il caso del-
l’isola Gran Canaria, nell'arcipelago omonimo,
dove sembra che le pintaderas fossero ancora in
uso nel secolo XVI. Le pintaderas canarie sono in
cotto, in legno oppure in pietra, e recano motivi
geometrici; il locale Museo Canario ne conserva
un buon numero, provenienti da insediamenti e
sepolture attribuiti agli antichi Guanci (VERNEAU,
1883). i
.-Verneau e Monod, ricordano pintaderas in
legno della regione dell’Assinia, sulla Costa d’Avo-
rio (VERNEAU, 1867) (MonoD, 1944: 266-268).
Monod ricorda ancora altre pintaderas senegalesi,
provenienti da Dakar (MonNoD, 1944) e lo stesso
Autore ed il Rattray ne citano altri esemplari in
uso presso gli Ashanti della Costa d’Oro (MonopD,
1944; RATTRAY, 1927: 148-150).
CORPUS DELLE PINTADERAS PREISTORICHE ITALIANE 29
Sempre per l'Africa, va ancora ricordato il lar-
ghissimo uso della pittura corporale presso taluni
Nuba del Kordofan (Sudan), che impiegano anche
pintaderas. Scrive in proposito la Riefenstahl
(1976: 220): « Some of the Nuba fashion stamps
out of leather or wood, and imprint their bodies
whit them » (cfr. Tav. I).
Le testimonianze meso-americane.
I cronisti spagnoli dell’epoca della conquista
ricordano come in Messico fossero ancora in uso
le pintaderas, che ci sono state restituite in buon
numero da tutte le regioni del Paese (ALCINA
FRANCH, 1958).
Sono citate per El Salvador dal Boggs (Boccs,
1944: 68) e per il Panamà dal Linnè (LINNÈ,
1929).
Lo Strong, ricorda l’impiego di pintaderas ci-
lindriche in cotto tanto per il Costa Rica che per
il Nicaragua (STRONG, 1963: 137) mentre il Few-
kes le cita per Puerto Rico e Trinidad (FEWKES,
1914) (FEWKES, 1922).
L’Harrington, ne cita infine il rinvenimento a
Cuba (HARRINGTON, 1921), e lo Strong in Hon-
duras (STRONG, 1963: 80) e nelle Bay Islands.
Le testimonianze sud-americane.
Pintaderas sono ricordate per il Venezuela
(LINNÈ, 1929) e la Colombia (LINNÈ, 1929), nonché
per il Perù (SCHMIDT, 1925).
Riferendosi a quelle ecuadoriane, il Santiana
(SANTIANA, 1952: 93) scrive: « La pittura cutànea
fué intensamente praticada por los aborigenos de
la Costa en epoca precolombina, como lo demue-
stran las pintaderas fabricadas a molde y en di-
versidad de dibujos, planas y en rodillo, que han
sido halladas con particular profusion en el yaci-
mento arqueologico de La Tolita.. (Esmeraldas,
Ecuador occidental) ».
Riferendosi ai Piaroas del Venezuela, il Mar-
cano scrive: « The present Piaroas of Venezuela,
are in the habit of painting their bodies by a
process different from that of North America In-
dians. They make stamps of wood, which being
colored they apply to their bodies » (MARCANO,
1890: 20).
Riferendosi ai Quimbaya ed ai Chibcha della
Colombia, il Bennet ricorda che impiegano pinta-
deras, tanto cilindriche che piane, in cotto (BEN-
NET, 1963: 841, 844).
Secondo il Serrano (SERRANO, 1963) i Charrua
fecero uso un tempo di pintaderas in pietra, deco-
rate con elaborati motivi geometrici, del tipo
piatto.
Il Metraux (METRAUX, 1963: 282) cita, fra le
tribù del Chaco che utilizzano pintaderas in legno,
i Chorotì, gli Ashluslay ed i Matacò. Pintaderas
usano i Ciboney (ROUSE, 1963: 508) ed i Chocò
(STOUT, 1968: 270-271) e parimenti ne fanno uso
i Gé (LOWIE, 1963: 486), e le così dette « Marginal
Tribes » (STEWARD, 1963: 678).
Pintaderas in legno, impiegano gli Yuracaré
delle Ande boliviane, ed i Guaranì del Paraguai e
del Brasile meridionale (METRAUX, 1963: 493).
Riferendosi all’impiego di pintaderas nella re-
gione amazonica, il Santiana scrive: « Aunque
tienen pintaderas, consistentes en planea chuelas
de madera o de barro » (SANTIANA, 1952: 96).
Riferendosi ai ben noti Jivaros; precisa il Rivet
(RIVET, 1907) «Hasta hace poco los Jivaros se pin-
taban el pecho con un rodillo impresor, fabricado
de madera, en el cual se grava profundamente el
dibujo. Los huocos se llenan con pigmento, al que
se da mayor consistencia par la adicion de grasa
de pajaros. Asi preparado, se hace correr el ci-
lindro por el cuerpo, apoyandolo fuertemente con
la mano e imprimiendo los ornamentos ». Secondo
Karsten (KARSTEN, 1935: 310-311) i Jivaros usano
attualmente un rullo, di cotto o di legno, che fanno
scorrere sui tegumenti dopo averlo intinto nel
succo di Genipa. Essi chiamano tale strumento
« Payanga ».
Come si vede, i dati relativi ad un impiego et-
nografico delle pintaderas non fanno difetto, e
non ne aggiungiamo altri per tema di tediare ec-
cessivamente il lettore.
Essi mostrano chiaramente come l’impiego di
appositi « timbri », in cotto od in legno, sia stato
notevolmente esteso nell’Ecumene nel corso dei
tempi protostorici e come continui tutt'ora nel-
l'ambito di quelle culture primitive che continuano
a praticare l’uso della pittura corporale.
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Illustrazioni.
Figure e Tavole che accompagnano il testo
sono tutte tratte da fotografie originali, in gran-
dezza naturale. Questo ci ha consentito la massima
precisione riproduttiva.
Salvo la Tavola I, tratta da un testo etnogra-
fico a suo luogo citato, tutte le altre sono state
eseguite da Giulio Calegari e dal grafico Claudio
Comito.
Li
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. I
cui
3
Un Nuba del villaggio di Kau (Kordofan, Sudan) mentre utilizza una pintadera per la pratica della pittura corporale
(da RIEFENSTAHAL, 1976).
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. II
1-2. Pintadera per la decorazione dei glutei; cultura Mantea (Ecuador); 3. Statuetta in cotto dipinta, raffigurante una
divinità in trono. Motivi in bruno su fondo giallino; Sesklo (Tessaglia), Cultura di Dimini.
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. III
discoidale ac conica
cilindrica
allungata
separata
abas
A NIUE,
7
CÉ
EN
irregolare
Classificazione tipologica delle pintaderas italiane.
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
. Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. IV
Numero Denominazione Motivo
Wed
| Piano con sp era REG
Fasce trasversali rette Li 1, L È Li
3. Cruciforme ) |
AV, uo
NV,
mu
Piano quadrettato EHA-HI
Fasce longitudinali
a spezzata
S
6 | Fasce longitudinali rette
Fasce trasversali 33322
a spezzata > j
8 Spiraliforme
9 Cerchi concentrici
10. Zoomorfo
Coroniforme
Piano a tacche radiali
Classificazione dei motivi simbolici presenti sulle pintaderas italiane.
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol XXIII - Tav. V
g i ;) Si Ci CA 7.
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Pintaderas italiane col motivo simbolico numero uno (piano con cuppelle).
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. VI
Pintaderas italiane coi motivi simbolici numero uno, due (fasce trasversali rette), tre (cruciformi).
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CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. VII
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Pintaderas italiane coi motivi simbolici numero tre e quattro (fasce longitudinali a spezzata).
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. VIII
|
Pintaderas italiane col motivo simbolico: numero quattro (fasce longitudinali a spezzata).
De |
Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. IX
a e A
Pintaderas italiane coi motivi simbolici numero quattordici (losanghe), cinque (piano quadrettato)
e sei (fasce longitudinali rette).
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas
Pintaderas
Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. X
italiane coi motivi simbolici numero sei, quattordici, otto
(spiraliformi).
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Sci. nat. e Museo civ.
ital.
- Tav. XI
Memorie Soc.
Storia nat. Milano - Vol. XXII
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas
a spezzata), quindici (meandriforme), nove
Pintaderas italiane coi motivi sinbolici numero sette (fasce trasversali
(cerchi concentrici).
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XII "N
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|
|
|
Pintaderas italiane coi motivi simbolici numero dieci (zoomorfo), undici (coroniforme), tredici (rettangoli concentrici),
sedici (vari), quindici (meandriforme).
CORNAGGIA CASTIGLIONI & CALEGARI - Pintaderas Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XIII
Materiali di confronto. Pintaderas turche da Catal Hiyik: nn. 1-2, dal IV livello; n. 4, dal II; nn. 8-10-11 dal II-IV;
| pintadera irakena da Jarmo: n. 3; pintaderas greche da Nea Nikomedeia: nn. 5-6-7-9, dal livello basale (dimensioni varie)
Direttore responsabile: Prof. CEsARE Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
VOLUME XII.
I - ViaLLi V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo).
pp: 1-70, 4 figg., 6 tav.
II - VENZO S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: ‘Tratto occidentale
Gardone-Desenzano.. pp. 71-140, 14 figg., 6 tavov.,
1 carta. i
III - ViaLLi V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte
Albenza (Bergamo). pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - VENZO Sa 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale
Garda-Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese.
pp. 1-64, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
II - PINNA G., 1963 - Ammoniti ‘del Lias superiore (Toar-
ciano) dell'Alpe Turati (Erba, Como). Generi Merca-
ticeras, Pseudomercaticeras e Brodieia. pp. 65-98,
2 figg., 4 tav.
III - ZANZUCCHI G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Berga-
masco orientale). pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro.
morenico frontale del Garda dal Chiese all'Adige.
pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - PINNA G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) dell’ Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia
Dactylioceratidae. pp. 838-136, 4 tavv. /
Tl- DienI I., MASSARI F. e MONTANARI L., 1966 - Il Paleo-
gene dei dintorni di Orosei Gardena) pp. 137-184,
5 figg., 8 tavo.
VOLUME XV.
I - CARETTO P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-
88, 27 figg., 9 tavv.
II - DIENI I. e MASSARI F., 1966 - Il Neogene e il Quater-
nario dei dintorni. di Orosei (Sardegna). pp. 89-142,
8 figg., 7 tavv.
III - BARBIERI F. - IACCARINO S. - BARBIERI F: & PETRUCCI F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-
Parmense-Reggiano. pp. 143-188, 20 figg., 8 tavv.
VOLUME XVI.
I - CaARETTO P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio
del metodo statistico e nuova classificazione dei Ga-.
steropodi pliocenici attribuibili al Murex brandaris
Linneo. pp. 1-60, 1 fig., 7 tabb., 10 tavv.
II - SACCHI VIALLI G. e CANTALUPPI G., 1967 - I nuovi fos-.
sili di Gozzano (Pralpi. piemontesi).. pp. 61-128,
| 80 figg., 8 tavv.
III - PicoRINI B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
; Adriatico. pp. 129-200, 13 figg., 4 tabb., 7 tavv.
‘VOLUME XVII.
I - PINNA G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie Ly-
toceratidae, Nannolytoceratidae,, Hammatoceratidae
(excel. Phymatoceratinae), Hildoceratidae (excel. Hil-
doceratinae e Bouleiceratinae). pp. 1-70, 2 tavv. n.t.,
6 figg., 6 tavv.
II - Venzo S. & PeLosIo G., 1968 - Nuova fauna a Ammo-
noidi dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brem-
bana (Bergamo). pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
III - PeLOSIO G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
‘ ciano) dell'Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildo-
ceras, Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Con-
clusioni generali. pp. 143-204, 2 figg., 6 tavv.
VOLUME XVIII.
- PINNA G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate
.da Giuseppe Meneghini nelle Tavv. 1-22 della « Mo-
nographie des fossiles du calcaire rouge ammoni-
tique » (1867-1881). pp. 5-22, 2 figg., 6 tavv.
II - MONTANARI L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Goz-
zano (Lago d’Orta). pp. 23-92, 42 figg., 4 tavv. n.t.
III - PETRUCCI F., BorToLAMI G. C. & DAL PIAZ G. V.,
1970 - Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-
Avigliana (Prov. Torino) e sul suo substrato cri-
stallino. pp. 938-169, con carta a colori al 1:40.000,
14 figg.,4 tavv. a colori e 2 bd. n.
VOLUME XIX.
I - CANTALUPPI G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee - Loro successione e mo-
dificazioni nel tempo. Riflessi biostratigrafici e si-
stematici. pp. 5-56, con, 2 tabelle nel testo.
II - PINNA G. & LEVI-SETTI F., 1971 - I Dactyliocératidae
della Provincia Mediterranea (Cephalopoda Ammo-
; noidea). pp. 47-136, 21 figg., 12 tavv.
III - PeLOSIO G., 1973 - Le ammoniti del Trias medio di
Asklepieion (Argolide, Grecia) - I. Fauna del « cal-
care a Ptychites» (Anisico sup.), pp. 187-168,
3 figg, sn :2 AVO.
‘VOLUME XX.
I - CoRNAGGIA CASTIGLIONI O., 1971 - La cultura di Reme-
©. dello. Problematica ed ergologia di una facies del-
l’Eneolitico Padano. pp. 5-80, 2 figg., 20 tav.
II - PETRUCCI F., 1972 - Il bacino del Torrente Cinghio
(Prov. Parma). Studio sulla stabilità dei versanti
e conservazione del suolo. pp. 81-127, 87 figg., 6
carte tematiche.
. III - CereTtI E. & PoLuzzi A., 1973 - Briozoi della bio-
. ‘calcarenite del Fosso di S. Spirito (Chieti, Abruzzi),
È pp. 129-169, 18 figg.,:2 tavv.
VOLUME XXI.
“I - PINNA G., 1974 - I crostacei della fauna triassica di
Cene in Val Seriana (Bergamo). pp. 5-34, 16 figg.,
16 tavv.
II - PoLuzzi A., 1975 - I Hplozol Cheilostomi del Pliocene
della Val d'Arda (Piacenza, Italia). pp. 35-78, 6 figg.,
5 tavv.
III - BRAMBILLA G., 1976 - I Molluschi pliocenici di Vil-
lalvernia (Alessandria). I. Lamellibranchi, pp. 79-
128, 4 figg., 10 tavv.
VOLUME XXII.
I - CornaggIA CastigLitonI 0.,& CALEGARI G. - Corpus
delle pintaderas preistoriche italiane. Problematica, -
schede, iconografia. pp. 5-30, 6 figg., 18 tavv.
Le Memorie sono disponibili presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
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SOC 1007. | LIBRE
FEB11| 1980
ISSN, 0376 SR BEITY
| MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XXII - Fasc. Il
GIOVANNI PINNA —.
| OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI
È KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914)
DEL MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
(Ornisbischia Hadrosauridae)
i ni Con 3 figure e 9 tavole fuori testo
. Sezione di Paleontologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
‘Pubblicato col contributo della Regione Lombardia
Assessorato agli Enti Locali e alla Cultura.
\ MILANO ©
a 31 ottobre 1979
Elenco delle Memorie della Società Tealiana di cichze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
I - CORNALIA E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis: Felis jacobita (Corn.), 9 pp., 1 tav.
II - MagnI-GRIFFI F., 1865.- Di una specie d' Hippolais
nuova per l’ Italia, 6:Ppi i tav.
III - GastALDI B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini
lacustri per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp.,
2 figg., 2 tavv. :
IV - SEGUENZA G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni ferziarii del distretto di Messina. 88. pp.,
8 tavv.
V - GIBELLI G., 1865 - Sugli organi ida del genere
Verrucaria, 16 Pp., 1 tav.
VI - BegGIATO F. S.; 1865 - Antracoterio di Zovencedo e
di Monteviale " nel Vicentino. 10 pp.,, 1 tav.
VII -'CoccHI I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og-
getti di umana! industria dei tempi preistorici rac-
colti in Toscana. 32 pp., 4 tavv.
VIII - TARGIONI-TOZZETTI A., 1866 - Come sia fatto l’organo
che fa lume nella lucciola volante dell’ Italia cen-
trale (Luciola italica) e come le fibre muscolari in
questo ed, altri Insetti ‘ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
TX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp.,
2 tavv.
X - CORNALIA E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici.
ferti dalle” Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - IssEL A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 38 PP.
TI - GENTILLI A., 1866 - Quelques considérations sur Vori-
gine des bassins lacustres, à propos des sondages
du Lac de Come. 12 pp., 8 tavv.
III - MoLon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
venete. 10 e
IV - D’AcHIARDI A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
; nummulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - CoccHi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di
Magra. 18 PP. 1 tav.»
VI - SEGUENZA G., 1866 - Sulle importanti felusioni pa-
leontologiche di: talune rocce cretacee della Cala-
bria con alcuni terreni di Sicilia e ‘dell’Africa set-
tentrionale. 18 pp., 1 tav.
VII - CoccHi I., 1867 - L’uomo fossile nell’ Italia centrale.
82 PD.; 21 figg., 4 tav.
VIII - GaAROovAGLIO S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
o descriptum. 8 pp., 1 tav. -
IX - SEGUENZA G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropodi
-ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - DURER B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ece. 48 pp., 11 tavv.
VOLUME: III.
I- EMERY ui 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redi.
16 pp., 1 tav.
TI - GAROVAGLIO S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Waiiesebera
ret Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum ge-
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
III - TarcionI-TozzettI A., 1867 - Studii sulle Coccini-
glie. 88 pp., 7 tavv.
IV - CLAPARÈDE E. R. e PANCERI P., 1867 - Nota sopra un.
Alciopide parassito della Cydinpe densa Forsk. 8 pp.,
1 tav.
V - GarovagLio S., 1871 - De Pertusartis Europae mediae
commentatio. 40 pp., 4 tavv..
VOLUME IV.
I- D’ACHIARDI A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num-
mulitico dell'Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - GarovagLIo S., 1868 - Octona Lichenum genera vel
adhuc controversa, vel sedis prorsus incertae in sy- | —
stemate, novis dun iconibusque accuratis-
simis ‘illustrata, 18 pp., 2 tav».
Imi. MARINONI C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi
di umana industria ‘in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - MARINONI C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Leni
bardia. 28 Dpp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
VOLUME V.
I - MARTORELLI G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli.
«di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavo.
| (Del vol. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - DE ALESSANDRI G., 1897 -.La pietra da cantoni di Rosi- ;
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo-
gici. 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
II - MARTORELLI G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
68 figg., 1 tav.
III - PAVESI P., 1901 - L’abbate dei a Pavia. 68 pp.,
i figg, od Or.
‘VOLUME VII.
I Ù DE ALESSANDRI G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 PP. 9 tavv.
(Del vol. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VII.
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.
8 tavv.
ci II - RepossI E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e SEDIozic, Parte II. pp. 47-186,
001090) IAU
II - ATRAGHI Gi 197 Wi ‘molari d’elefante delle allu-
. vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale c°
Alpi italiane. pp. 1-164, 7 figg., 2 tavv.
WIE Si G. L., 1920 - Sui rapporti della AE
della base del cranio colle forme craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili). pp. 165-262,
7 figg., 2 tavv.
III - DE BEAUX O. e FESTA E., 1927 - La ricomparsa del Cin-
ghiale nell’Italia settentrionale- occidentale. pp. 263-
320, 18 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
I - DESIO A. 1929 - Studi geologici sulla regione dell’A1l-
\
benza ‘(Prealpi Bergamasche). sp: 1-156, 27 figg,
1 tav., 1 carta.
II - - SCORTECCI G., 1937 - Gli organi di senso della ‘201 degli
De Agamidi. pp. 157-208, 39 figg., 2 tavv.
III - ScoRTECCI G., 1941 - I recettori degli I pp. 209-
326, 80 figg. si
VOLUME XI.
I- GUIGLIA DL 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mi-
-lilano (Hymen.). PP. 1-44, 4 figg., 5 tavv.
“TI-III - GIACOMINI V. e PIGNATTI S., 1955 - Flora e Vegeta-
zione dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferi-
mento ai pascoli di altitudine. pp. 45-238, s1 figg.,
A carta.
ISSN, 0376-2726
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XXII - Fasc. II
GIOVANNI PINNA
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI
KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914)
DEL MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO |
(Ornithischia Hadrosaurid ae)
Con 3 figure e 9 tavole fuori testo
Sezione di Paleontologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Pubblicato col contributo della Regione Lombardia
Assessorato agli Enti Locali e alla Cultura
MILANO
31 ottobre 1979
TIPOGRAFIA FUSI - PAVIA
10/1979
GIOVANNI PINNA
Osteologia dello scheletro di Kritosaurus notabilis (Lambe, 1914)
del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
(Ornithischia Hadrosauridae)
Riassunto. — Viene descritto uno scheletro di Kr:-
tosuurus notabilis (LAMBE, 1914) conservato nelle colle-
zioni del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
(cat. n° v 345).
Lo scheletro, rinvenuto nel 1922 presso Steveville nella
Valle del Red Deer River nell’Alberta (Canada), in strati
attribuiti alla Belly River Formation del Cretacico supe-
riore, fu inviato nel 1958 dal Chicago Natural History
Museum al Museo di Milano in cambio di altro materiale
paleontologico.
Lo scheletro non è completo. Di esso si sono conser-
vati i seguenti elementi: cranio, 8 vertebre cervicali, 8
vertebre dorsali, 40 vertebre caudali, 5 emapofisi, alcuni
frammenti delle costole dorsali, le due scapole, osso ster-
nale sinistro, i due omeri, le due ulne, il radio destro, me-
tacarpo II sinistro, 6 falangi della mano destra, pube
sinistro e frammento del pube destro, i due ischi, i due
femori, le due tibie, fibula sinistra, astragalo destro, me-
tatarso III sinistro, metatarso IV destro, 5 falangi del
piede sinistro, 3 falangi del piede destro.
Lo scheletro ha una lunghezza totale di circa m 7,89,
un’altezza al bacino di m 2,70 ed un’altezza totale in po-
sizione eretta naturale di m 5,30. L’esemplare è quindi
senza dubbio il più grande conosciuto della specie K. no-
tabilis e, all’interno del genere Kritosaurus, è per dimen-
sioni secondo solo al tipo di K. navajovius.
Abstract. — Osteology of the skeleton of Kritosaurus
notabilis (Lambe, 1914) of the Museum of Natural Hi-
story of Milan (Ornithischia Hadrosauridae).
A skeleton of Kritosaurus mnotabilis (LAMBE, 1914)
preserved in the collections of the Natural History Mu-
seum of Milan is described (Cat. n° v 345).
The skeleton, found in 1922 near Steveville in the
Red Deer River Valley in Alberta (Canada), in layers
attributed to the Belly River Formation of Upper Creta-
ceous age, was sent in 1958 by the Chicago Natural Hi-
story Museum to the Milan Museum in exchange for other
palaeontological material. i
The skeleton is incomplete. The following bones are
preserved: skull and mandible, 8 cervical vertebrae, 8 dor-
sal vertebrae, 40 caudal vertebrae, 5 chevrons, some frag-
ments of dorsal ribs, right and left scapulae, left sternal
bone, right and left humeri, right and left ulnae, right
radius, left metacarpal II, 6 phalanges of left manus, left
pubis and part of righ pubis, right and left ischia, the
two femora, the two tibiae, left fibula, left astragalus,
left metatarsal II, right metatarsal IV, 5 phalanges of
left pes, 3 phalanges of right pes.
The skeleton has a total length of about m 7,89, a
height at the pelvis of m 2,70 and a total height in stand-
ing position of m 5,80. The specimen is therefore the
largest known of the species X. notabilis and, within the
genus Kritosaurus is, for its size, second only to the type
of K. navajovius.
54 G. PINNA
INTRODUZIONE
Lo scheletro di Kritosaurus notabilis che viene
qui descritto appartiene alle collezioni paleontolo-
giche del Museo Civico di Storia Naturale di
Milano.
Nel 1958 il museo milanese, nella persona del-
l’allora responsabile del settore paleontologico
Prof. Vittorio Vialli, aveva concordato uno scam-
bio di materiale fossile con il Chicago Natural
History Museum. Era stato cioè stabilito che il
museo americano avrebbe inviato, in cambio di
materiale fossile italiano, uno scheletro originale
di dinosauro del genere Kritosaurus che si trovava
nei depositi del museo dal 1922, epoca del suo
ritrovamento, ancora inglobato negli involucri nei
quali i vari elementi dello scheletro erano stati
racchiusi subito dopo lo scavo, e che — almeno a
giudicare dagli appunti di campagna — non do-
veva avere una lunghezza minore di m 7,50 con
una altezza al bacino di circa m 2,50.
Nell'ottobre del 1958 l’esemplare giunse a Mi-
lano in 12 casse del peso complessivo di 1900 kg.
Nel novembre dello stesso anno il Prof. Vialli,
coadiuvato dal Sig. Renato Pozzi, aiuto prepara-
tore della sezione paleontologica del museo, ne ini-
ziò la preparazione (1).
(1) Ricordo che tutti i dettagli riguardanti l’opera-
zione di scambio del materiale, lo stato di conservazione
dell'esemplare e i problemi connessi con la sua prepara-
zione sono contenuti in una nota preliminare che il
prof. V. VIALLI pubblicò nel 1960.
Questo lavoro di preparazione, terminato dopo
che il Prof. Vialli lasciò il museo per altro inca-
rico, quasi in corrispondenza del mio arrivo quale
responsabile del settore di paleontologia, fu lungo
e molto complesso. Gli elementi dello scheletro
erano infatti, come ho già accennato, ancora con-
servati nei 68 involucri di tela gessata, a volte
rinforzata con sostegni di legno, nei quali essi
erano stati inglobati nel 1922, durante lo scavo.
Le ossa, già di per sé delicate, erano divenute
ancor più fragili durante i 36 anni di permanenza
nei depositi del museo di Chicago e risultarono
quindi di difficile preparazione. In alcuni involu-
cri gli elementi dello scheletro erano in condizioni
di polverizzazione tali da non permettere più la
loro ricostruzione. Originariamente lo scheletro
doveva dunque essere pressocché completo e la sua
attuale incompletezza è da attribuirsi perciò in
massima parte alle traversie che l'esemplare subì
durante i vari trasferimenti e, forse, alla troppo
lunga permanenza nei depositi del museo ame-
ricano. ,
A preparazione ultimata, nel 1964, lo schele-
tro venne in parte esposto, senza essere montato,
in una delle sale di paleontologia del museo di
Milano; qui rimase fino a quando non mi accinsi
alla presente analisi e descrizione, un’analisi che
permetterà — io spero — l’esposizione definitiva
dello scheletro entro breve tempo.
LOCALITA’ DI RINVENIMENTO ED ETA'
Lo scheletro di Kritosaurus notabilis ora in
possesso del Museo Civico di Storia Naturale di
Milano (n° catalogo v 345) fu scavato da J. B.
Abbott durante la spedizione paleontologica del
1922 organizzata nell’Alberta (Canada) dal Chi-
cago Natural History Museum. Lo scheletro fu
rinvenuto presso Steveville nella Valle del Red
Deer River in strati della Belly River Formation,
corrispondenti al Santoniano - Campaniano. Lo
scheletro era inglobato ini un sedimento alluvio-
nale sabbioso più o meno cementato, di colore va-
riabile dal grigio, al bruno scuro, al rossastro,
contenente inclusi argillosi, piccole lenti carbo-
niose e qualche ciottolo arrotondato.
STATO DI CONSERVAZIONE DEL MATERIALE
A giudicare dallo stato di conservazione e
dalle distorsioni subite dal cranio e da alcuni ele-
menti dello scheletro postcraniale, l'esemplare deve
essere stato trovato adagiato sul fianco destro e
deve aver subito durante la fossilizzazione una
notevole compressione.
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) d0
Per varie ragioni, cui ho già accennato, si ri-
tiene che lo scheletro fosse all’origine pressocché
completo, mentre esso manca ora di numerosi ele-
menti (Fig. 1).
Gli elementi attualmente presenti sono i se-
guenti:
— cranio ben conservato sul lato sinistro, com-
pleto di rami mandibolari sinistro e destro
— 8 vertebre cervicali
— 8 vertebre dorsali
— 40 vertebre caudali
— 5 emapofisi
— alcuni frammenti delle costole dorsali
— scapola destra e sinistra
— osso sternale sinistro
— omero destro e sinistro
— ulna destra e sinistra
— radio destro e sinistro
— metacarpo II sinistro
— 6 falangi della mano destra
— pube sinistro e frammento del pube destro
— ischio destro e sinistro
— femore destro e sinistro
— tibia destra e sinistra
— fibula sinistra
— astragalo destro
— metatarso III sinistro
— metatarso IV destro
— 5 falangi del piede sinistro
— 3 falangi del piede destro.
Sono presenti inoltre numerosi frammenti non
determinabili o ricostruibili.
Come si può notare mancano nel nostro esem-
plare molti elementi; oltre a tutte — o quasi —
le costole, la maggior carenza sta nell’assenza di
buona parte del bacino e cioè delle vertebre sa-
crali, delle due ossa iliache, di gran parte del pube
destro. Mancano infine numerosi elementi della
manus e del pes.
CLASSIFICAZIONE
L’attribuzione dell'esemplare alla specie Krito-
saurus notabilis (LAMBE, 1914) fu effettuata da
VIALLI (1960, pag. 173) sulla base dei caratteri
osteologici del cranio, e fu confermata da J. T.
GREGORY (lettera personale al Prof. V. Vialli, 17
agosto 1959) con queste parole: « So far as I can
determine from the photograph which you sent,
there is no reason why the dinosaur should not
be identified as Kritosaurus notabilis (LAMBE).
About the only feature which seems to differ from
the published illustrations is the front part of the
lower jaw which seems to be shallower than in
the figured species of Kritosaurus. Is it possible
that the pre-dentary bone has shipped forward a
bit with relation to the dentary? ».
La corrispondenza fra l'esemplare qui allo
studio e il tipo di Lambe (n° 2278 Geol. Surv. Ca-
nada) non può in alcun modo essere messa in di-
scussione, talmente grandi sono le affinità osser-
vate nella struttura osteologica dei crani dei due
esemplari. L’unica differenza notata da Gregory,
e cioè la minore profondità della parte anteriore
della mandibola del tipo milanese, non è tale da
mettere in dubbio un’identità con la specie di
Lambe.
Per quanto riguarda lo scheletro posteraniale,
non conservato nell’esemplare di Lambe, è stato
possibile un confronto (per quanto riguarda la
specie notabilis) solo con il materiale figurato da
LULL e WRIGHT (1942, tavv. 3 e 6). Tale mate-
riale appartiene ad uno scheletro incompleto, at-
tribuito appunto alla specie notabilis (n° 5350 Am.
Mus. Nat. Hist.): una perfetta corrispondenza si
è osservata fra le vertebre dorsali, l’omero, il fe-
more e la tibia di questo esemplare e i corrispon-
denti elementi del notabilis del museo di Milano.
Come è naturale sia il cranio, sia lo scheletro
posteraniale sono stati da me confrontati con le
altre specie del genere Kritosaurus. Tali con-
fronti non sono certo facili e possono fornire solo
ben poche indicazioni sia per la rarità dei rappre-
sentanti di questo genere, sia per la generale in-
completezza degli esemplari, sia infine perché
manca una adeguata iconografia se si fa ecce-
zione per lo studio di Parks.
Al genere Kritosaurus, che consta di ben 5
specie, sono infatti attribuite solo una decina di
esemplari, compresi lo scheletro qui in esame e
gli scarsi resti rinvenuti a Ojo Alamo ed attri-
buiti solo ipoteticamente al genere di Brown.
30 G. PINNA
(LA
fin MI
cai
wu
lim DI
Fig. 1. — Scheletro di Kritosaurus notabilis, esemplare del Museo
conservate.
Riporto qui a titolo informativo l’elenco delle
specie e del materiale attribuito al genere Krito-
SAUTUS.
Ordine Ornithischia SEELEY, 1888
Sottordine Ormithopoda MARSH, 1871
Famiglia Hadrosauridae COPE, 1369
Sottofamiglia Hadrosaurinae LAMBE, 1918
Genere Kritosaurus BROWN, 1910
Kritosaurus breviceps (MARSH, 1889)
— parte posteriore del dentale destro (n° 1779
Yale Peabody Museum)
Bearpaw Mountains (Montana), Judith River
Formation
scavato nel 1880 (?)
Kritosaurus navajovius BROWN, 1910
— cranio incompleto (olotipo n° 5799 American
Museum of Natural History)
0jo : Alamo, San Juan County (Nuovo Mes-
sico), Kirtland Formation
scavato nel 1904
Kr
Civico di Storia Naturale di Milano. In nero le ossa
frammenti del cranio e mascellare (American
Museum of Natural History)
Ojo Alamo, San Juan County (Nuovo Mes-
sico), Kirtland Formation
scavato nel 1922
itosaurus notabilis (LAMBE, 1914)
cranio e scheletro incompleto (olotipo n° 2278
Geological Survey Canada)
Red Deer River, Alberta (Canada), Belly River
Formation
scavato nel 1913
cranio e scheletro incompleti (n° 5350 Ame-
rican Museum of Natural History) i
«Sand Creek, Alberta (Canada), Belly River
Formation
scavato nel 1919
scheletro quasi completo (n° v345 Museo Ci-
vico di Storia Naturale, Milano)
Red Deer River, Alberta (Canada), Belly River
Formation
scavato nel 1922
e
È
”
itinere
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914)
— cranio (n° 5859 Royal Ontario Museum)
Red Deer River, Alberta (Canada), Belly River
Formation
scavato nel 1934
— cranio incompleto di esemplare immaturo
(n° 8784 National Museum of Canada)
Sand Creek, Alberta (Canada), Oldman For-
mation
scavato nel 1913
Kritosaurus incurvimanus PARKS, 1920
— scheletro completo (olotipo n° 4514 Royal On-
tario Museum)
Red Deer River, Alberta (Canada), Belly River
Formation
scavato nel 1918
Kritosaurus sp.
— cranio incompleto e pochi altri elementi
(n° 1077 Carnegie Museum)
Mud Creek, Ferguson County (Montana), Ju-
dith River Formation
Kritosaurus ? sp.
— vertebra dorsale e scapola (n° 8354 U.S. Na-
tional Museum)
Ojo Alamo (Nuovo Messico), Kirtland Forma-
tion i
— cranio incompleto di esemplare giovanile
(n° 8917 National Museum of Canada)
Red Deer River, Alberta (Canada), Oldman
Formation
Kritosaurus marginatus (LAMBE, 1902)
— elementi degli arti, frammenti delle vertebre,
costole e frammenti di denti (n° 419 Geolo-
gical Survey of Canada)
Red Deer River, Alberta (Canada), Belly River
Formation
Il genere Kritosaurus fu istituito da BROWN
nel 1910 su un cranio incompleto della Kirtland
Formation del Nuovo Messico che egli attribuì
alla nuova specie Kritosaurus navajovius.
Nel 1914 Lambe descrisse un ottimo cranio
completo della Belly River Formation dell’ Alberta
che attribuì alla specie Gryposaurus notabilis (ge-
nere e specie nuovi) e che logicamente non aveva
confrontato con il cranio descritto da Brown che,
de
Co]
mancante dei nasali, era stato ricostruito senza la
caratteristica cresta presente nel Gryposaurus di
Lambe.
Più tardi lo stesso Brown (in SINCLAIR e GRAN-
GER, 1933 pag. 303) si aceorse dell’identità fra il
suo Kritosaurus e il Gryposaurus di Lambe: « In
all respects — egli scrisse del Gryposaurus —,
including the remarkable development of the na-
sals, premaxillaires and predentary and reduction
of the orbital portion of the frontal, this skull
agrees with the type of Kritosaurus and there is
no doubt of its generic identity ».
Gryposaurus e Kritosaurus sono dunque si-
nonimi e poiché quest’ultimo ha priorità di data,
la specie di Lambe va considerata sotto il nome
di Kritosaurus notabilis.
Caratteri della specie Kritosaurus notabilis
sono (da LULL e WRIGHT 1942, pagg. 167, 168):
« Skull deep and massive, somewhat smaller than
that of K. navajovius. Muzzle strongly deflected.
Nasals highly arched, highest point over the an-
terior end of the lacrimal. Premaxillae expanded
laterally, margin reflected and slightly rough-
ened, front margin notched or denticulate. Lower
branch of premaxilla not reaching the prefrontal.
Naris large, nasal forming nearly four-fifth
of its superior border and nearly one-third of it
lower border. Orbit somewhat smaller than the
infratemporal fossa, subtriangular in shape, with
the upper part of the anterior margin deeply em-
bayed, the opening of the lacrimal canal (lacri-
mal foramen) lying within the emargination. Su-
perior rim of orbit rugose, formed exclusively of
the prefrontal and postorbital. Lacrimal irregu-
larly pentagonal, long and narrow, overlapping
the maxilla. Infratemporal fossa more than twice
as high as wide. Quadrate relatively not so long
as in navajovius, mostly straight but with more
of a curve at its upper end than in the latter.
Quadratojugal not completely separating jugal and
quadrate in the type although it does in a refer-
red specimen (n° 5859 Royal On. Mus.). Maxilla
robust with a very short edentulous portion, that
of the entire muzzle about equalling the exposed
tooth row. One or two large foramina near the
position of the preorbital fossa, which they may
represent.
Dentary massive, deflected anteriorly. Preden-
tary expanded laterally in contrast to that of
navajovius.
Number of vertical tooth rows: maxillary, 35
to coronoid, dentary, 32 ».
DESCRIZIONE DELL’ESEMPLARE DEL MUSEO
(millcatrtv
Scheletro del cranio (tavv. XIV, XV)
La testa dell’esemplare in oggetto, seppure
parzialmente deformata. durante la fossilizzazione
— come esaurientemente è stato messo in evi-
denza da VIALLI (1960) che per primo la esaminò
a preparazione ultimata —, è conservata sul lato
sinistro in modo soddisfacente, tale da permettere
cioè il riconoscimento dei diversi elementi ossei
che la compongono e l’analisi della forma nel suo
complesso.
La compressione subita durante la fossilizza-
zione non ha infatti modificato sostanzialmente
da questo lato la forma generale del cranio ed i
rapporti dimensionali, così che si può dire che,
visto dal lato sinistro, il cranio dell'esemplare del
Museo Civico di Storia Naturale di Milano è, dopo
quello del tipo di K. notabilis, il più completo ed
il più perfetto di ogni altro esemplare del genere
Kritosaurus. Tutto ciò ha permesso non solo una
verifica dell’osteologia craniale della specie K. no-
tabilis, ma ha anche permesso una attribuzione
4 =
d
Mityygy
G. PINNA
CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
345)
sicura dell'esemplare alla specie di Lambe. Questa
attribuzione fu effettuata da Vialli nel 1960 che
si basò allora proprio sulla struttura del cranio e
sull’aspetto dei denti, in mancanza di possibilità
di confronti per gli altri elementi dello scheletro.
Il cranio dell'esemplare è dunque compresso,
con uno spessore rilevato all’altezza dei margini
anteriori delle orbite di appena 200 mm, meno
della metà dello spessore reale che doveva aggi-
rarsi fra i 440 e i 460 mm (VIALLI 1960, pag. 178).
Tale schiacciamento ha interessato soprattutto la
parte anteriore del cranio; i margini dei prema-
scellari risultano perciò appiattiti ed a contorno
rotondeggiante, in contrasto con i premascellari
espansi ed a contorno ogivale del tipo di notabilis
(VIALLI 1960, pag. 179). Il cranio ha subito inol-
tre — di pari passo con la compressione — uno
spostamento in avanti che ha portato a deboli de-
formazioni sulla faccia sinistra, spostamento chia-
ramente documentato dalla non perfetta corri-
spondenza delle serie dentarie superiore e infe-
riore. A causa di questo spostamento (non supe-
yy, =
[/
LUIZ,
Fig. 2. — Mappa osteologica del cranio di Kritosaurus notabilis, esemplare del Museo
Civico di Storia Naturale di Milano (cat. n. v 345).
d = dentale, j = jugale, 1 = lacrimale, m = mascellare, n = nasale, op = opi-
stoico, pd = predentale, pm = premascellare, po = postorbitale, prf = prefron-
tale, q quadrato, qj = quadrato-jugale, sa = soprangolare, sq = squamoso,
NA = apertura nasale, ORB = apertura orbitale, FIT = fossa intertemporale.
ss
=
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) 39
riore ai 20 mm) il processo coronoide del dentale
risulta completamente coperto dall’osso jugale,
mentre la fossa infraorbitale sembra essere al-
largata anormalmente nel suo tratto inferiore
(VIALLI 1960, pag. 179).
La posizione che lo scheletro doveva avere nel
giacimento ha dunque permesso un’egregia con-
servazione del lato sinistro del cranio, mentre la
compressione e la dislocazione subite dall’esem-
plare hanno reso pressocché irriconoscibile il lato
destro, che non è stato perciò preparato. Se il
cranio è perciò ben conservato sul lato sinistro,
esso è invece assolutamente non analizzabile in
norma laterale destra, in norma superiore, in
norma inferiore, in norma anteriore e in norma
posteriore. Del lato destro è conservato solo il qua-
drato. Ben conservati sono invece i due rami man-
dibolari; il sinistro è ancora saldato al cranio in
posizione anatomica (ad eccezione della disloca-
zione di 20 mm), il ramo mandibolare destro è
stato completamente liberato e risulta incompleto
all’estremità posteriore. Un solo dente, incompleto,
è stato liberato dalla serie dentaria del ramo man-
dibolare destro.
Il cranio è lungo in totale 980 mm dal margine
anteriore dei premascellari al margine posteriore
del processo paraoccipitale (in parte ricostruito),
ed ha una altezza massima di 500 mm dal mar-
gine inferiore del dentale al punto più alto dello
squamoso, parallelamente all’asse maggiore del
quadrato. Per dimensioni il cranio in esame è se-
condo solo al cranio incompleto di K. navagovius,
lungo 1065 mm. Esso è maggiore di 85 mm del
cranio del tipo di K. notabilis.
Come osservato da VIALLI (1960) il cranio del-
l'esemplare allo studio è assai vicino per forma
generale e per struttura osteologica al cranio del
tipo di Lambe. Le somiglianze fra i due risultano
ancor più evidenti se si considerano le distorsioni
subite dall’esemplare del Museo Civico di Storia
Naturale di Milano che sembra essere a prima
vista relativamente più alto e sfuggente nella
parte medio anteriore.
Si tratta comunque di un cranio alto e mas-
siccio relativamente poco affilato anteriormente
in rapporto alla maggior parte degli adrosauri, a
causa dell’arcuamento dei nasali che raggiungono
la massima altezza in corrispondenza del limite
anteriore dei lacrimali. La narice è assai ampia,
di forma ovale lunga e stretta, limitata dai nasali
e dai premascellari. Nel margine dell’orbita — co-
stituito dal prefrontale, dal lacrimale, dallo jugale
e dal postorbitale — non entra il frontale. La
fossa infratemporale è assai ampia, più svilup-
pata dell’apertura orbitale, assai più alta che lar-
ga; il suo margine è formato dal postorbitale,
dallo jugale, dal quadrato e dallo squamoso. La
mandibola è nel complesso robusta, con breve dia-
stema e predentale ben sviluppato.
Poco altro si può aggiungere sulla struttura
osteologica del cranio di questo esemplare, strut-
tura che fu egregiamente ricostruita da VIALLI
(1960, tav. 8) e che sembra corrispondere perfet-
tamente a quanto ricostruito sul tipo di Lambe,
se si fa eccezione da dettagli imputabili più alla
conservazione che a reali differenze morfologiche.
La mappa osteologica che qui riporto (Fig. 2),
tratta dal lavoro di Vialli, ne differisce solo nella
struttura dello squamoso; è possibile infatti che
quest’osso si proiettasse all’indietro ed in basso a
ricoprire esternamente l’opistoico nel processo pa-
raoccipitale.
Ben conservato nel complesso è il predentale.
Esso — come scrive VIALLI (1960, pagg. 179,
180) — « tipico per la sua accentuata espansione
laterale, è quasi del tutto integro, salvo cioè che
nei processi laterali che mancano delle loro estre-
mità distali per un tratto di almeno 5 centimetri.
Questa incompletezza può dare l’errata impressio-
ne, a chi osserva l’esemplare di profilo, con den-
tale e predentale in connessione anatomica, che
quest’ultimo sia notevolmente abbassato, rispetto
alla situazione presentata dalla mandibola del tipo
della .speeie. Il predentale è bene conservato so-
prattutto nella sua parte frontale che ha un mar-
gine leggermente arcuato e caratteristicamente
dentellato : la dentellatura consiste di 9 punte os-
see, di sezione triangolare, molto nette, quantun-
que leggermente irregolari, alte in media 15 mm
e larghe, alla base, intorno ai 20 mm ».
Il predentale è decisamente più largo, meno
arcuato e quindi più appiattito del corrispondente
elemento di K. navajovius.
« Dei denti — è sempre VIALLI che scrive
(pag. 180) — è possibile dire poco, perché il loro
stato di conservazione lascia molto a desiderare.
E° comunque rilevabile, nella serie mandibolare,
il tipico assetto a mosaico del lato linguale. La
base della corona di ciascun dente appare nasco-
sta dall’apice della corona del dente precedente. Il
piano masticatorio è fortemente inclinato verso
l’esterno. Non è possibile contare le file verticali
dei denti che dovrebbero raggiungere la quaran-
tina: un calcolo approssimativo dà un valore di
questa entità, che corrisponde circa al numero dei
denti conteggiabili sul lato labiale della serie den-
taria mascellare. Ogni fila verticale sembra pos-
sedere una media di 5 denti, sicché, in totale, un
ramo mandibolare dovrebbe avere una dotazione
di 200 denti circa. Complessivamente, quindi, la
40 G. PINNA
bocca del nostro Kritosauro doveva contare su un
armamento di ben 800 denti a crescita continua.
In un punto del lato linguale del ramo mandi-
bolare destro, è stato possibile isolare un dente,
purtroppo però incompleto. Esso presenta il carat-
teristico contorno lanceolato, con la superficie
dello smalto impercettibilmente rugosa e longitu-
dinalmente divisa in due parti non perfettamente
simmetriche da una diritta carena mediana. I suoi
margini recano delle minuscole papille, appena vi-
sibili ad occhio nudo e, a quel che pare, irregolar-
mente disposte. Essendo incompleto, le seguenti
misure sono approssimative: lunghezza della co-
rona mm 35; larghezza mm 14; rapporto lun-
ghezza/larghezza 2,5 : 1.
Sul lato esposto della serie dentaria superiore,
si contano 10 14 denti su un lato di 10 centime-
tri, come nell’esemplare tipo della specie ».
Colonna vertebrale
La colonna vertebrale dell'esemplare non è
completa: sono presenti in totale 56 vertebre, per
la maggior parte conservate in modo soddisfa-
cente, tale cioè da permettere sia l’attribuzione
alle diverse regioni della colonna vertebrale, sia
la definizione — seppure con una certa tolleran-
za — della posizione di ciascuna vertebra all’in-
terno delle diverse regioni.
I centra sono conservati di solito assai bene,
alcune vertebre mancano invece delle spine neu-
rali, dei processi transversi o delle diapofisi, men-
tre in altre è andato distrutto completamente
l’arco neurale. Le vertebre cervicali, come alcune
dorsali, sono per lo più compresse, deformate e in
stato molto frammentario, le sacrali mancano com-
pletamente, mentre complessivamente ben conser-
vate sono le vertebre caudali. Tuttavia la presenza
in tutte le regioni vertebrali, ad eccezione della
sacrale, di elementi in buono stato di conserva-
zione permette un’analisi abbastanza approfondita
della colonna vertebrale nel suo complesso.
Rispetto al più completo esemplare conosciuto
del genere Kritosaurus, il Kritosaurus incurvima-
nus (n° 4514 Royal Ontario Museum), quello del
Museo di Storia Naturale di Milano è ben più
frammentario nelle regioni cervicale e dorsale,
manca di tutte le vertebre sacrali, mentre ha una
coda assai più completa. Questa, di cui sono con-
servate 40 vertebre, doveva comprendere comples-
sivamente 47 elementi vertebrali.
La lunghezza complessiva della colonna verte-
brale è stata stimata a circa 694 cm: 110 per la
regione cervicale, 167 per la regione dorsale, 80
per la regione sacrale (sulla base delle dimensioni
del sacrum figurato da Lull e Wright, 1942,
n° 5350 American Museum of Natural History) e
337 per la regione caudale.
Secondo i dati ottenuti dall’esemplare in esame
la formula vertebrale completa del genere Krito-
saurus sarebbe la seguente: cervicali 13, dorsali
16, sacrali 9, caudali 47.
Vertebre cervicali (tav. XVI, figg. 1, 3)
Secondo quanto osservato da Parks nell’esem-
plare completo di K. incurvimanus, il genere Kri-
tosaurus possiede 13 vertebre cervicali (LULL e
WRIGHT 1942 pag. 55, STEEL 1969 pag. 25). Nel-
l'esemplare del Museo Civico di Storia Naurale di
Milano sono conservate solo 8 cervicali postaxiali :
esse sono probabilmente la 3?, 48, 5% o 6%, 7,
82, 10%, 11° e 12%. Queste cervicali sono nel com-
plesso mal conservate, sono per lo più deformate
per compressione, mancano di molti elementi del-
l’arco neurale e sono quindi di difficile misura-
zione e non interpretabili con sicurezza.
In linea generale si può dire che tutte le ver-
tebre cervicali conservate sono caratterizzate da
archi neurali molto sviluppati e da centra opisto-
celi a faccia anteriore fortemente convessa, quasi
emisferica. La faccia anteriore dei centra è limi-
tata, ad esclusione delle primissime cervicali post-
axiali, da un margine acuto, mentre la faccia po-
steriore concava è sempre delimitata da un col-
lare emisferico rilevato.
I centra aumentano di dimensioni dalle prime
alle ultime cervicali, sono tozzi, corti e sempre più
larghi che alti; in norma cervicale hanno sezione
arrotondata. La superficie laterale, compresa fra
il margine della faccia anteriore e il collare che
delimita la faccia posteriore, è decisamente con-
cava e tale concavità si accentua, approfonden-
dosi, nella regione posta direttamente sotto la pa-
rapofisi. La faccia anteriore e la faccia posteriore,
parallele fra loro, sono inclinate rispetto al piano
della superficie ventrale. Sotto questo aspetto le
vertebre cervicali del K. notabilis del museo di
Milano sono decisamente differenti da quelle del
K. incurvimanus descritto da Parks (pag. 25,
figg. 3 e 4): queste ultime sono infatti più allun-
gate in senso antero-posteriore e la loro super-
ficie ventrale non sembra inclinata rispetto alle
facce del centrum. i
Sui fianchi laterali del centrum, in posizione
piuttosto elevata, direttamente sotto la saldatura
dei pedicelli neurali e quindi sotto il livello del
canale neurale, sono presenti le parapofisi dirette
verso l’esterno. Queste parapofisi, appiattite lungo
f
Î
i
Ì
I
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) 41
un piano inclinato verso la parte anteriore della
vertebra e piuttosto lunghe nelle prime cervicali
(la parapofisi sinistra della 3% cervicale è lunga
mm 45), divengono più tozze ed accorciate nelle
mediocervicali, trasformandosi poi, nelle cervicali
posteriori, in una cresta acuta e nel complesso
poco rilevata che ha andamento pressappoco pa-
rallelo al piano delle due facce del centrum.
L’arco neurale comprende una spina neurale,
due larghe postzigapofisi e due diapofisi su cui
si impostano le prezigapofisi. Per quanto è possi-
bile giudicare, le spine neurali sono molto basse;
questa spina sembra appena accennata nella 3*
cervicale mentre raggiunge i 30 mm di altezza in
quella che ritengo essere la 7® cervicale. Le spine
neurali non sembrano eccessivamente rivolte al-
l’indietro.
Le diapofisi sono ben sviluppate ed aumentano
notevolmente di lunghezza procedendo dalle prime
verso le ultime cervicali (Tabella 1). Poiché le
vertebre cervicali dell'esemplare in esame non sono
in buone condizioni di conservazione è stata pro-
prio la lunghezza delle diapofisi, conservate in
molti elementi, a permettere di stabilire una se-
riazione delle vertebre. Questa lunghezza è stata
misurata obliquamente dall’incavo posto sul cen-
trum fra la parapofisi e la diapofisi all’estremità
distale della diapofisi stessa.
Nelle prime cervicali le diapofisi sono corte e
tozze, sono dirette verso l'esterno e sono inclinate
in basso e all’indietro a circa la metà distale; esse
si assottigliano in corrispondenza della faccetta
per l’articolazione tubercolare della costola. Nelle
cervicali che seguono le diapofisi divengono pro-
gressivamente diritte, si proiettano all’esterno e
solo debolmente all’indietro, non si assottigliano
nella porzione distale e conservano invece una se-
zione subquadrata. Al termine distale delle diapo-
fisi sono visibili le faccette per l'articolazione tu-
bercolare delle costole.
Le prezigapofisi prendono nascita dalle diapo-
fisi e sono generalmente corte. Nella 3* cervicale
sono ben diffrenziate e si proiettano leggermente
in avanti e debolmente verso l’alto, nelle altre cer-
vicali sono meno evidenti e si proiettano decisa-
mente all’esterno e sempre debolmente verso l’alto.
Le postzigapofisi sono conservate solo nella 4,
nella 5% o 6% e nella 7° vertebra. Si tratta di pro-
cessi molto svilupppati, proiettati verso l’alto e
verso l’esterno e fortemente piegati all’indietro
con una netta curva. Le faccette delle postzigapo-
fisi sono ben sviluppate e rivolte verso il basso e
verso l’esterno. Le postzigapofisi della 4% e della
5* o 6° cervicale, di lunghezza crescente (lunghez-
za misurata dall’angolo posteriore della spina neu-
rale all’estremità distale del processo), misurano
rispettivamente mm 87 e mm 130. Nella 7* cer-
vicale la postzigapofisi è, come nella 5% o 6%, lunga
mm 130.
Parks ha notato nel suo K. incurvimanus che
la diminuzione della lunghezza delle postzigapofisi
inizia a partire dalla 10° vertebra cervicale. E’ pos-
sibile che ciò non sia vero per il K. notabilis e che
tale diminuzione inizi cioè da una vertebra più
anteriore, come sembra dimostrato dalla lunghez-
za identica delle postzigapofisi della 5% o 6% e della
7a cervicale.
TABELLA 1. — Vertebre cervicali.
lunghezza
diapofisi
lunghezza
misure in mm. as ALE
postzigapofisi
3* vert. cerv. 67 —
4° vert. cerv. — 87
5* o 6° vert. cerv. 114 130
7° vert. cerv. 118 130
8* vert. cerv. 126 —
10° vert. cerv. 165 =
11° vert. cerv. - —
12° vert. cerv. — _
Vertebre dorsali (tav. XVI, fig. 2; tav. XVII, figg. 1, 2)
L’unico esemplare completo del genere Krito-
saurus possiede 16 vertebre dorsali. Queste sono
caratterizzate da centra che col procedere verso
la parte posteriore della regione aumentano pro-
gressivamente in altezza e in larghezza e dimi-
nuiscono in lunghezza, trasformandosi da opisto-
cele in amfiplate. Le spine neurali, corte nelle
dorsali anteriori, più larghe e alte nelle poste-
riori, sono inizialmente proiettate all’indietro ; nel-
la 5% e 6% dorsale questa proiezione diminuisce e
le spine neurali delle vertebre successive diven-
gono erette. Le diapofisi nelle prime dorsali sono
dirette all’indietro, in alto e all’esterno mentre
successivamente si abbassano e perdono la proie-
zione all’indietro.
Queste modificazioni del centrum e dell’arco
neurale hanno permesso di stabilire nelle grandi
linee la posizione delle vertebre dorsali conservate
dell'esemplare in esame. Queste sono in totale otto.
A parte tre elementi non inseribili nella serie a
causa del pessimo stato di conservazione, ho rife-
rito del tutto ipoteticamente i cinque elementi re-
stanti alla 12, 2%, 5%, 62, 82, 9* vertebra dorsale,
sulla base delle dimensioni e della struttura opi-
stocela o meno del centrum e sulla base della for-
ma, delle dimensioni e della disposizione delle
spine e delle diapofisi dell’arco neurale.
42 G. PINNA
La vertebra che ho considerato come 1* dor-
sale non è conservata integralmente: si tratta di
una vertebra a centrum opistocelo a faccia ante-
riore emisferica di sezione tondeggiante con al-
tezza pari alla lunghezza che richiama da vicino
la struttura delle vertebre cervicali. I due fianchi
del centrum sono concavi e si incontrano sulla su-
perficie ventrale formando una debole carena me-
diana antero-posteriore, un carattere che, raffor-
zato, è tipico delle vertebre dorsali. L’arco neurale
non è conservato completamente. Da quanto resta
di esso si può arguire l’esistenza di pedicelli neu-
rali alti, di una spina neurale robusta rivolta al-
l’indietro e di due diapofisi a sezione subquadrata
rivolte in alto, all’indietro, e all’infuori.
La struttura di questa vertebra è intermedia
fra quella delle cervicali e quella delle dorsali:
delle prime ha le dimensioni con larghezza quasi
uguale all’altezza, la struttura emisferica della
faccia anteriore, una certa inclinazione in alto e
all'indietro del margine ventrale rispetto ai piani
delle facce e la struttura delle prezigapofisi. Delle
seconde ha invece l’arco neurale con pedicelli più
alti, la forma dei fianchi del centrum, la carena
mediana inferiore, l'assenza di parapofisi e, so-
prattutto, il punto di attacco del ramo capitolare
delle costole situato sul fianco dei pedicelli neurali.
Quest'ultimo carattere è essenziale per defi-
nire la vertebra come una delle prime dorsali, se
non la prima, poiché l’attacco del ramo capitolare
delle costole cade sempre, nelle cervicali sul cen-
trum, mentre le prezigapofisi si sviluppano come
flangie impostate sul margine esterno delle diapo-
fisi solo dalla 3* vertebra dorsale.
Perfettamente conservata in tutte le sue parti
è invece la vertebra che considero come 5% dor-
sale. Si tratta di un elemento a centrum opisto-
| celo, a faccia anteriore debolmente convessa con
sezione ovaleggiante più alta che larga. I fianchi
del centrum sono decisamente concavi, la carena
mediana della superficie ventrale è netta e il piano
di tale superficie è quasi perpendicolare ai piani
delle due facce.
L’arco neurale è molto sviluppato: i pedicelli
neurali sono alti, la spina neurale, lunga 380 mm
dal margine superiore del canale neurale all’estre-
mità distale, è proiettata all’ indietro e forma con
l’asse antero-posteriore del centrum un angolo di
50°. La sua larghezza massima antero-posteriore
è di 74 mm, il suo massimo spessore raggiunge i
24 mm, l’estremità distale è leggermente espansa.
Le diapofisi hanno sezione triangolare, hanno una
lunghezza di 230 mm dalla proiezione anteriore
delle prezigapofisi all’estremità distale; esse si
proiettano all’esterno, verso l’alto e all’indietro,
formando rispetto all’asse verticale della vertebra
angoli rispettivamente di 50° e di 40°. Le prezi-
gapofisi e le postzigapofisi sono sviluppate rispet-
tivamente come flangie delle diapofisi proiettate
in avanti e come flangie proiettate all’indietro
dalla base della spina neurale. Le prezigapofisi,
inclinate verso l’interno della vertebra, guardano
verso l’alto, le postzigapofisi, inclinate in senso in-
verso, guardano verso il basso. Il canale neurale,
perfettamente visibile in questa vertebra, contra-
riamente a quanto succede in molti altri elementi
vertebrali, è un foro ovale di poco più alto che
largo che per meno di un terzo della sua altezza
incide il corpo vertebrale.
Sul lato sinistro della vertebra è conservata
l'estremità prossimale di una costola dorsale, par-
zialmente fusa con la diapofisi. Il ramo capitolare
della costola si inserisce in una incisione situata
sulla faccia inferiore della diapofisi a partire da
una zona situata in alto sui pedicelli neurali, diret-
tamente sotto al punto dove si sviluppa, sulla su-
perficie superiore della diapofisi, la prezigapofisi.
Il ramo capitolare della costola, a prescindere dalla
sua fusione anomala con la diapofisi, è in contatto
con la diapofisi stessa per un tratto piuttosto
lungo, quell’incisione nella diapofisi che termina
prima di giungere alla porzione distale del pro-
cesso. Il ramo tubercolare della costola non è con-
servato, così come manca la parte distale della dia-
pofisi sinistra. Ciò non rende possibile osservare
l’attacco diapofisi-tuberculum.
Del tutto simile alla precedente è la 6% verte-
bra dorsale il cui centrum è assai mal conservato.
Le diapofisi sono più corte rispetto a quelle della
vertebra precedente e sembrano meno inclinate
all'indietro e in alto, analogamente a quanto av-
viene per la spina neurale.
Fra gli elementi della regione dorsale è con-
servata una vertebra a centrum amfiplato che ri-
tengo possa essere considerata una mediodorsale,
18% o la 9?, a giudicare dalle dimensioni. Il centrum
di questa vertebra è decisamente amfiplato, solo
debolmente concavo nella -faccia posteriore. Ha se-
zione ovale assai più alta che larga, con una carena
mediana inferiore più marcata rispetto alle verte-
bre precedentemente descritte. Il canale neurale è
stretto. La spina neurale, quasi completamente ri-
costruita, non è proiettata all’ indietro mentre le
diapofisi, anch’esse poco conservate, sembrano non
possedere che la proiezione all’esterno. Esse for-
mano con la spina neurale un angolo di circa
75-80°,
I pochi elementi conservati della regione dor-
sale mostrano una diminuzione della lunghezza del
centrum, ad eccezione della 1% dorsale decisamente
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) 43
più corta delle altre, un aumento progressivo del-
l’altezza rispetto alla larghezza, una diminuzione
della convessità della faccia anteriore e della con-
cavità della faccia posteriore. Contemporaneamen-
te la spina neurale raggiunge la verticale, abban-
donando la proiezione all’indietro, mentre le dia-
pofisi si trasformano da elementi proiettati all’in-
dietro e in alto, in elementi proiettati all’esterno
con un angolo rispetto alla verticale vicino agli 80°.
TABELLA 2. — Vertebre dorsali.
lunghezza
lunghezza larghezza altezza spine
neurali
lunghezza
diapofisi
misure
in mm
1* vert. dor. 85
Paivecua dora dl00 96 104 -- _
5* «vert. dor... 102 93 90 380 230
6° vert. dor. 340 220
SHMOMO veri 88 120 145 300 —
dor.
Vertebre sacrali
Le vertebre sacrali, 9 nel K. incurvimanus,
mancano completamente nell’esemplare allo studio.
E’ possibile che la mancanza di questa parte dello
scheletro — ricordo che sono andati perduti an-
che l’ilio destro e sinistro — sia dovuta alle tra-
versie che lo scheletro stesso ha incontrato sia nel
trasporto nel 1922 dal giacimento al museo di Chi-
cago, sia nel nuovo movimento, avvenuto nel 1958,
da questo al museo di Milano. Ci consta infatti
che alcuni involucri che contenevano parte dello
scheletro fin dall’epoca dello scavo, siano andati
distrutti durante le operazioni di carico e di sca-
rico nel porto di New York. E’ possibile che fra
gli involucri perduti vi fosse anche quello, o quelli,
contenenti parte del bacino e il sacro.
Per la ricostruzione dell’animale, per giungere
cioè ad avere le dimensioni totali dell’esemplare,
ho stimato la lunghezza della regione sacrale a
circa 80 cm, sulla base del sacro di K. notabilis
conservato all’American Museum of Natural Hi-
story di New York (n° 5350 A.M.N.H.) figurato
da LULL e WRIGHT (1942 tav. 5).
Vertebre caudali (tav. XVI, fig. 4; tav. XVIII, figg. 1-6)
La regione caudale dell'esemplare di K. nota-
bilis del Museo di Storia Naturale di Milano è
pressocché completa. Sono conservate 40 vertebre
su un totale stimato di 47 elementi vertebrali. Se-
condo calcoli basati sulla regione prossimale della
coda dell'esemplare completo di K. incurvimanus,
mancano nell’esemplare di Milano le seguenti ver-
tebre: 19, 34, 6%, 72, 484, 452 e 472,
Le prime vertebre caudali sono gli elementi più
grandi di tutta la colonna vertebrale. Quella che
considero come 2° vertebra caudale è alta in totale
650 mm dal margine inferiore del centrum alla
estremità distale della spina neurale. Il centrum
di questa vertebra ha sezione circolare in norma
antero-posteriore con altezza di poco minore della
larghezza e lunghezza di solo 79 mm. Ha struttura
platicela con faccia anteriore e faccia posteriore
debolmente concave. I fianchi sono concavi, come
concavo è il margine inferiore privo della carena
mediana tipica delle vertebre dorsali.
I processi transversi si proiettano all’esterno
dalla parte superiore dei fianchi del centrum per
una lunghezza di 115 mm. Essi sembrano compo-
sti da due parti distinte fuse assieme: proiezioni
all’esterno l’una del centrum, l’altra dell’arco neu-
rale. La proiezione all’esterno del centrum è un
processo che forma con l’asse verticale della ver-
tebra un angolo di circa 90°, un processo appiat-
tito dorso-ventralmente la cui superficie superiore
è inclinata in avanti verso il basso. Su questo pro-
cesso, per quasi tutta la lunghezza del processo
transverso, poggia una espansione laterale del-
l’arco neurale che forma una carena alta e robu-
sta. Nel complesso i processi transversi hanno in
questa-=vertebra sezione triangolare e sono colle-
gati in basso con il centrum e in alto con l’arco
neurale fino all’altezza delle prezigapofisi. La si-
tuazione nel K. notabilis è dunque diversa da quella
osservata da LULL e WRIGHT (1942, pag. 79) nel-
l’Anatosaurus annectens ove i processi transversi
delle prime vertebre caudali si originano dall’arco
neurale e discendono poi, procedendo verso la
parte posteriore della coda, ai lati del centrum.
La spina neurale, larga alla base 67 mm in di-
rezione antero-posteriore, è pressocché diritta e
inclinata all’indietro di poco più di 15 gradi; an-
teriormente essa porta alla sua base le prezigapo-
fisi sviluppate come proiezioni in avanti confluen-
ti condhi margine superiore del canale neurale,
verso il quale si inclinano le faccette. Le postzi-
gapofisi non sono conservate. Il canale neurale,
infine, è un foro circolare di 42 mm di diametro.
Le vertebre che seguono quella descritta, fino
alla 4" caudale, hanno una struttura sostanzial-
mente simile, differenziandosi solo per la posi-
zione più bassa dei processi transversi, sui quali
non è più presente la proiezione esterna dell’arco
neurale, che assumono sezione subcircolare e che
sono decisamente più sottili. In quella che consi-
dero come 4* caudale sono conservate le postziga-
pofisi che prendono origine dalla base della spina
44 G. PINNA
neurale come due processi piuttosto ridotti a fac-
cette rivolte verso il basso e molto inclinate verso
l’asse della vertebra e quindi verso il canale
neurale.
La probabile 5% vertebra caudale ha forma e
dimensioni simili a quelle della 4*. In norma cau-
dale il centrum ha tuttavia sezione subrettangolare
per la presenza sul margine inferiore della faccia
posteriore delle faccette per l’articolazione delle
emapofisi.
Dalla 6% alla 17% caudale le vertebre sono ca-
ratterizzate da centra a sezione subrettangolare
più larga che alta, a facce debolmente concave.
Dalla parte superiore dei fianchi del centrum, in
posizione spostata in avanti rispetto all’asse cen-
trale della vertebra, si proiettano all’esterno i pro-
cessi transversi, sottili e piuttosto corti. Questi di-
minuiscono di lunghezza e robustezza procedendo
indietro nella serie e spariscono dopo la 17* ver-
tebra caudale. Sui margini inferiori delle facce an-
teriore e posteriore del centrum sono presenti le
faccette per l’articolazione delle emapofisi. In que-
ste vertebre l’arco neurale è poco sviluppato: i
pedicelli neurali sono bassi e circondano un foro
neurale stretto e subrotondo che incide solo mar-
ginalmente il centrum della vertebra. Sviluppata
è invece la spina neurale. Questa è proiettata al-
l’indietro e forma nella sua parte anteriore un’am-
pia concavità; ha la sua massima larghezza an-
tero-posteriore presso l’estremità distale e decre-
sce rapidamente di lunghezza e di larghezza col
procedere verso la parte distale della coda. La
spina neurale porta anteriormente alla sua base
le prezigapofisi, due proiezioni acute situate in po-
sizione molto avanzata rispetto all'andamento della
spina neurale stessa, poco al di sopra del margine
superiore del canale neurale. Posteriormente la
spina neurale dà origine alle postzigapofisi costi-
tuite sostanzialmnte da due faccette rivolte al-
l’esterno ed in basso e situate piuttosto in alto,
sopra la base della spina. La posizione delle post-
zigapofisi tende a salire lungo la spina neurale
col procedere verso la parte posteriore della coda.
Dalla 18% vertebra caudale spariscono i pro-
cessi transversi e i centra assumono gradatamen-
te sezione subcircolare, conservando la concavità
delle due facce. Contemporaneamente le faccette
di articolazione delle emapofisi diminuiscono di
dimensione e, nell’arco neurale, continua la dimi-
nuzione in lunghezza e in larghezza delle spine
neurali che si inclinano progressivamente all’in-
dietro, aumentano la concavità anteriore e si tra-
sformano in elementi quasi cilindrici. Le preziga-
pofisi si riducono con il procedere verso l’estre-
mità distale della coda, fino a trasformarsi in due
proiezioni coniche con deboli faccette sul margine
interno e, infine, alla 29° vertebra, in semplici
spine volte in avanti. Contemporaneamente le post-
zigapofisi diminuiscono di intensità fino a sparire
in corrispondenza della 29* vertebra. Da questa
vertebra l’articolazione avviene fra prezigapofisi
e spina neurale che porta un’area assimilabile alle
faccette delle postzigapofisi. L’arco neurale è in-
fine incompleto e manca della spina neurale nelle
ultime due vertebre della coda che hanno struttura
sostanzialmente platicela.
Contrariamente a quanto osservato da PARKS
nel K. incurvimanus (1920, pag. 31) e in accordo
con quanto è affermato da LULL e WRIGHT (1942,
pag. 79) le postzigapofisi si sovrappongono nor-
malmente alle prezigapofisi della vertebra che se-
gue. Nelle ultime caudali, dalla 29° vertebra, ove
mancano le postzigapofisi, la spina neurale si situa
in corrispondenza di un solco presente nella parte
mediana della superficie superiore della spina neu-
rale della vertebra che segue.
Per concludere, con il procedere dall’estremità
prossimale all’estremità distale della coda si osser-
vano nelle vertebre le seguenti modificazioni :
1) diminuzione progressiva della lunghezza del
centrum ;
2) diminuzione progressiva della larghezza del
centrum ;
3) diminuzione progressiva dell’altezza del cen-
trum,;
4) nelle ultime caudali, ad eccezione delle ultime
3 o 4 vertebre vi è un aumento della lunghezza
del centrum in rapporto all’altezza e alla lun-
ghezza;
5) variazione della forma’ del corpo vertebrale
che in sezione passa da subcircolare nelle
prime caudali, a subovale,.a subrettangolare
e, infine, nuovamente subcircolare con il
procedere verso le caudali distali;
6) diminuzione della lunghezza e della robustezza
dei processi transversi. Nelle prime caudali
questi sono composti da elementi dell’arco neu-
rale e del centrum; si abbassano poi sui fian-
chi del centrum mentre sparisce l'elemento
dell'arco neurale. I processi transversi spari-
scono nella 18" caudale. La lunghezza del pro-
“cesso transverso è di 115 mm nella 2* vertebra,
di 40 mm nella 14° e di pochi mm nella 17;
7) diminuzione della lunghezza e dello spessore,
aumento della concavità anteriore della spina.
neurale. La proiezione all’indietro della spina
aumenta progressivamente con il procedere
verso la parte posteriore della coda. Rispetto
all’asse verticale della vertebra l’angolo della
|
i
i
ì
È
i
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) 45
spina neurale è di 15° nella 2* caudale, di 40°
nella 12*, di 55° nella 21°, di 60° nella 27, di
62° nella 29° e di 65° nella 35%;
8) diminuzione delle dimensioni delle prezigapo-
fisi e delle postzigapofisi. Dalla 29* caudale le
prime si trasformano in semplici spine proiet-
tate in avanti, le seconde spariscono;
9) riduzione estrema dell’arco neurale nelle ulti-
me caudali, nelle quali manca la spina neurale.
TABELLA 3. — Vertebre caudali.
(misure in mm)
lunghezza
otvert. ghezze arghezza altezzi 5
n° vert lunghezza larg I altezza spina neurale
28 79 165 160 —-
4° 83 175 145 —
5° Tr 155 145 —
8° 78 i — 360
9 78 110 115 312
10° 78 110 110 320
E 75 110 105 310
128 78 110 100 310
13° 0 112 100 300
14° ST0Ti 110 90 280
15° 68 100 80 270
16° 76 95 95 255
dere 76 — 85 220
IS” 73 — ai Soi
195 T4 _ = _
20% 74 _ — --
Ze (02, 86 15 215
22° 70 —_ T4 215
23° qa 85 73 185
24% 68 82 TA 170
25° 68 — 70 —
26% 67 80 68 160
270° 64 80 66 -—
28° i 64 18 62 —
29% 64 7 60 140
30° 64 73 57 130
ole 58 — — --
92° 58 65 50 --
38° 56 68 50 --
34% 55 65 48 --
35° 55 65 49 85
36% 54 61 44 -—
37° 52 58 44 -—
38" 52 57 40 —
39° 52 57 40 70
40° 50 55 4l —
41° 49 52 37 -—
42% 47 49 37 —
44° 31 46 32 —
46° 28 36 30 —
Emapofisi (tav. XVI, figg. 5-7)
Fra le vertebre caudali in mio possesso, quella
che considero come 5% è la prima a presentare le
faccette articolari delle emapofisi, solo sul mar-
gine inferiore della faccia posteriore. Sembra per-
ciò probabile che come nel K. incurvimanus, anche
nel K. notabilis la prima emapofisi fosse situata
fra la 5° e la 6* vertebra della coda.
Dell’esemplare in esame sono conservate solo
5 emapofisi che probabilmente si situavano fra
l’8* e la 9* vertebra, fra la 9* e la 102, fra la 13»
e la 14°, fra la 14° e la 15* e fra la 21° e la 22
Queste emapofisi sono lunghe rispettivamente
mm 355, 375, 330, 315 e 160. Il che indica una
crescita (almeno fino alla emapofisi situata fra
la 9* e la 10* caudale) seguita da una progressiva
diminuzione delle dimensioni.
Si tratta di elementi a forma di Y sottili ed
allungati nei quali le due estremità prossimali si
ingrossano a formare una testa espansa rispetto
al resto della struttura, testa che si articolava
sulle faccette poste sul margine inferiore delle
facce posteriori e anteriori di due vertebre suc-
cessive.
A giudicare dagli elementi in esame sembra
che le emapofisi di K. notabilis si differenzino da
quelle di XK. incurvimanus, non tanto nella strut-
tura, quanto nella disposizione e nelle dimensioni.
Mentre infatti nel K. incurvimanus — a detta
di Parks — l’emapofisi di maggiori dimensioni
(310 mm di lunghezza) è quella situata fra la 6%
e la 7® vertebra caudale, in K. notabilis l’elemento
più lunge:cade fra la 9* e la 10% caudale ed è de-
cisamente più lungo (375 mm) dell’emapofisi più
grande della specie di Parks.
A giudicare dalle faccette articolari poste al
margine inferiore dei centra, le emapofisi dove-
vano essere presenti nel mio esemplare almeno
fino alla 43" caudale, mancavano cioè probabil-
mente nelle ultime 4 vertebre caudali.
Costole
Nell’esemplare completo di K. incurvimanus
ogni vertebra del collo, ad eccezione dell’atlante,
porta una costola cervicale. Esistono perciò 12 co-
stole cervicali, l’ultima delle quali, sostenuta dalla
13: vertebra cervicale, è assai simile alle costole
dorsali. Queste, nello stesso esemplare, sono 15 e
sono portate da tutte le vertebre dorsali ad ecce-
zione dell’ultima.
Nell’esemplare di K. notabilis qui in esame
non sono conservate le costole cervicali mentre
sono presenti solo alcuni frommenti, peraltro poco
descrivibili, delle costole dorsali: un paio di co-
stole che conservano l’estremità prossimale e, sul
lato sinistro di quella che ho considerato come 5*
vertebra dorsale, l'estremità prossimale di una co-
stola fusa con la vertebra stessa (pag. 42).
46 G. PINNA
Da quanto si può osservare dagli scarsi resti
il ramo tubercolare delle costole dorsali è assai
breve ed espanso all’estremità mentre il ramo ca-
pitolare è allungato e piuttosto largo e appiattito.
Quest'ultimo si inserisce in una incisione situata
sulla faccia inferiore della diapofisi a partire da
una zona situata in alto sui pedicelli- neurali, ed
è in contatto con la diapofisi stessa per un tratto
piuttosto lungo.
Il « corpo » delle costole dorsali è infine piut-
tosto largo e appiattito.
Cinto scapolare e arti anteriori
Nell’esemplare di X. notabilis che ho in esame
gli elementi del cinto scapolare e degli arti an-
teriori non sono presenti al completo: nel primo
mancano i due coracoidi e l’osso sternale destro,
mentre nei secondi mancano le ossa carpali e sono
assai frammentarie le due mani, di cui si conser-
vano solo 7 elementi, peraltro di difficile identifi-
cazione in quanto non conservati in connessione
e non perfettamente corrispondenti per forma e
dimensioni alle ossa della mano del KX. incurvi-
manus descritto da Parks.
Scapola (tav. XX, fig. 1)
Le due scapole sono conservate, seppure non
in perfette condizioni. La destra, integra nella re-
gione articolare, manca di buona parte della lama
scapolare; la sinistra, nella quale la lama è abba-
stanza ben conservata, presenta invece la regione
articolare compressa e frammentaria.
La scapola del K. notabilis non differisce so-
stanzialmente da quella del K. incurvimanus se
non, forse, per una convessità di poco minore del
margine anteriore e, quindi, per una minore con-
cavità del margine posteriore. Come nella specie
di Parks la scapola è un osso appiattito, composto
da una lama scapolare lunga, sottile, che si al-
larga progressivamente passando verso l’estremità
distale, e da una notevole espansione nella regione
ove essa si articola con l’omero e con il coracoide.
La scapola ha una lunghezza massima, misu-
rata dall’estremità distale della lama scapolare al-
l'estremità prossimale della regione articolare, co-
stituita dalla proiezione in avanti del margine
anteriore della cavità glenoidea, di 300 mm. La
lama scapolare raggiunge la massima larghezza,
240 mm, all’estremità distale, mentre in prossi-
mità dell’ingrossamento articolare la sua larghezza
è di circa 160 mm. La superficie esterna, piatta
verso l’estremità distale, diviene convessa nella
zona in prossimità dell’espansione articolare del-
l’osso. La superficie interna è decisamente più ap-
piattita. La lama scapolare, il cui spessore non
supera mai i 40 mm, ha il margine anteriore con-
vesso e il margine posteriore concavo. Lo spessore
dell’osso all’estremità distale è ridotto a soli 9 mm.
Dei due margini il posteriore è decisamente più
affilato. All’estremità distale la lama scapolare
termina con un margine solo debolmente convesso.
La regione articolare della scapola è del tutto
simile a quella presente nel K. incurvimanus ; essa
comprende i seguenti elementi:
sulla superficie esterna
— in posizione anteriore una cresta allungata
che prende origine dalla convessità della porzione
prossimale della faccia esterna della lama scapo-
lare e termina in corrispondenza della superfi-
cie articolare del coracoide (cresta clavicolare di
Parks);
— in posizione posteriore una proiezione al-
l'esterno e all’indietro della porzione distale del
margine posteriore della regione articolare della
scapola ;
— in posizione centrale un affossamento pro-
fondo situato fra la cresta clavicolare e la proie-
zione all’esterno e all’indietro della parte distale
del margine posteriore della regione articolare;
sulla superficie interna
-— una cresta affilata disposta in direzione
pressappoco antero-posteriore al di sopra della
depressione costituita dall’articolazione del cora-
coide;
sul margine prossimale
— una proiezione della parte centrale del mar-
gine prossimale che forma da un lato la parte
anteriore dell’articolazione glenoidea, dall’altro il
fianco esterno dell’articolazione del coracoide;
— articolazione glenoidea costituita anterior-
mente dalla proiezione del margine prossimale,
posteriormente dalla proiezione verso l’esterno e
all'indietro del margine posteriore della regione
articolare. Ha andamento concavo ed è rivolta
verso il basso in rapporto alla posizione naturale
della scapola;
— articolazione del coracoide. Si tratta di una
superficie articolare complessa costituita dalla su-
perficie interna di una proiezione in avanti del
margine distale della scapola e da una fossa che
incide il margine distale, limitata all’interno dalla
carena presente sulla faccia interna della scapola
e all’esterno dalla citata proiezione in avanti: del
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) 47
margine distale dell’osso. L’articolazione del cora-
coide ha andamento rettilineo, è rivolta in avanti
ed è costituita da due concavità distinte, separate
da una leggera cresta, l’anteriore più piccola e più
profonda della posteriore.
Nel complesso il margine prossimale della sca-
pola in norma esterna o interna forma un angolo
di circa 80° il cui apice, rivolto in avanti, separa
l’articolazione del coracoide dall’articolazione gle-
noidea.
TABELLA 4. — Scapola.
î ° ; K. K.
RO ALBERI, notabilis incurvimanus
lunghezza massima 800 776
larghezza massima della lama sca-
polare 240 189
larghezza minima della lama sca-
polare 160 120
larghezza massima all’articolazione 250 214
spessore della cresta clavicolare
sulla faccia interna 85 103
lunghezza della porzione scapolare
della cavità glenoidea 150 110
larghezza della porzione scapolare
della cavità glenoidea 70 64
lunghezza della faccetta del cora-
coide — 80
larghezza della faccetta del cora-
coide — 60
altezza della cresta clavicolare del-
la faccia esterna 50 67
Osso sternale (tav. XX, fig. 4)
Nell’esemplare in esame è presente l’osso ster-
nale sinistro, conservato solo sulla faccia interna.
E’ del tutto simile per la forma al corrispondente
elemento del K. incurvimanus, dal quale differi-
sce solo per le dimensioni maggiori (895 mm di
lunghezza contro 365 mm). E’ un osso compresso,
triradiato, formato da un ramo a superficie de-
bolmente convessa sulla faccia interna che ante-
riormente si espande in una lama appiattita, a
margine anteriore convesso.
Omero (tav. XX, fig. 6)
Tutti e due gli omeri sono conservati in buono
stato. Essi non differiscono da quelli figurati da
PARKS (1920 fig. 9) e da LULL e WRIGHT (1942
tav. 6a b) (*) e testimoniano l’esattezza della de-
scrizione data dal primo di questi autori per il
K. incurvimanus.
Si tratta di due ossa assai robuste, nel com-
plesso debolmente incurvate all’interno, che nel
mio esemplare raggiungono i 730 mm di lun-
ghezza massima. Sono costituite da una porzione
inferiore pressappoco cilindrica, che si espande al-
l'estremità distale formando il condilo esterno o
condilo radiale (capitellum) e il condilo interno, e
dalla quale si origina superiormente e esterna-
mente, a circa due terzi dall’estremità prossimale,
l'espansione della cresta deltoide. All’estremità
prossimale, anch’essa espansa, è situata, sulla fac-
cia posteriore dell’osso, la-testa dell’omero ()
All'estremità distale si impostano il condilo
esterno e il condilo interno, il secondo più grande
del primo, separati inferiormente da una sella
profonda, la trochlea, che si continua sui lati an-
teriore e posteriore in due nette depressioni che
incidono l’osso fino a circa 240 mm dall’estremità
distale. Le superfici articolari dei due condili
hanno sezione identica a quella descritta da Parks.
Ciascuno dei due condili porta sulla superficie
esterna una zona appiattita.
A circa 260 mm dall’estremità distale, sul lato
esterno dell’omero, con una curvatura che diviene
sempre più accentuata, prende origine la cresta
deltoide, una cresta molto prominente che giunge
ad inserirsi nella tuberosità esterna dell’estremità
prossimale dell’osso. Sul lato interno questo si
espande invece in una cresta robusta che continua
obliquamente fino alla tuberosità interna.
Come osservato da Parks, queste due espan-
sioni sono separate sulla faccia anteriore da una
regione concava e sulla faccia posteriore da una
convessità da cui parte lo sperone sul quale si im-
posta la testa dell’omero, poco prima di giungere
all'estremità prossimale dell’osso.
La testa è senza dubbio la parte più importante
dell’espansione prossimale dell’omero, è situata
nella metà interna sul lato posteriore ed è sepa-
rata dalla tuberosità esterna da una sella poco pro-
fonda. In norma prossimale la sezione dell’osso
differisce da quella descritta da Parks, poiché le
due tuberosità giacciono su uno stesso piano, senza
formare fra loro l’angolo osservato nella sezione
della regione prossimale del. K. incurvimanus.
(2) LULL e WRIGHT nella didascalia della Fig. 6 par-
lano di omero destro mentre si tratta visibilmente di un
omero sinistro.
(3) Voglio precisare che nella descrizione che segue
sì intende per faccia posteriore quella che porta la testa
e per anteriore la faccia opposta; per lato esterno si in-
tende quello che porta la. cresta deltoide e per interno il
lato opposto.
48 G. PINNA
TABELLA 5. — Omero. Sul lato posteriore dell’osso, nella regione pros-
pad Si PO) Li simale, è presente una robusta carena che sfocia
misure in mm velaadianititne superiormente nel processo olecranico. Tale ca-
3 n= rena è separata dalla cresta esterna e dalla più
Tria 730 630 sviluppata cresta anteriore da due zone a debole
larghezza. all'estremità inf. della concavità.
cresta radiale 190 170 All’estremità distale l’ulna ha forma quasi ci-
larghezza fra la testa e la tubero- lindrica; l'estremità stessa è assai poco espansa
sità esterna 150 138 ed ha sezione pressappoco triangolare. In prossi-
IS la testa e la tubero- mità dell’estremità distale, in posizione anteriore,
sità interna 110 130 R Re ;
It i RANA è presente una incisione che corrisponde alla zona
CIA 230 160 di articolazione della regione distale del radio.
larghezza del condilo interno (an- i
tero-posteriore) 100 82 Time = ima
larghezza del condilo esterno (an-
tero-posteriore) 85 80 5 E. E
spessore dell'osso fra i condili 40 ‘28 pied notabilis incurvimanus
spessore della testa 100 78
spessore della tuberosità interno 54 41 lunghezza massima 785 610
spessore della tuberosità esterna 58 31 lunghezza fra le terminazioni arti-
4 È La colari 700 574
circonferenza della diafisi - 200 158
Ulna (tav. XIX, fig. 5) spessore massimo attraverso il pro-
cesso coronoide 5.052) 104
Ambedue le ulne sono conservate, seppure non spessore massimo dell’espansione
in ottimo stato. L’ulna destra, un poco distorta, è antero-posteriore 85 75
completa delle espansioni prossimale e distale. diametro massimo dell’estremità di-
L’ulna è un osso allungato, debolmente con- SUE da, pa 87 79
cavo sul lato mediale, di lunghezza superiore a si Mamone lollos regio tà îg pa
quella dell’omero (785 mm contro i 730 mm di lun-
ghezza dell’omero), notevolmente espanso alla
estremità prossimale, appena ingrossato all’estre-
mità distale.
L’estremità prossimale consta di un processo
olecranico sviluppato che sovrasta di poco la ca-
vità sigmoide, ampiamente concava. L’articolazio-
ne omero-ulna avveniva attraverso questa cavità
sigmoide che si inseriva nella trochlea dell’omero
— l’incisione compresa fra il condilo esterno e il
condilo interno — ed interessava parzialmente an-
che il capitellum. Come osservato nell’ulna del K.
incurvimanus, in sezione l’estremità prossimale
dell’osso ha la forma di una L al cui vertice è si-
tuato il processo olecranico e i cui rami, dispo-
sti a 90° l’uno rispetto all’altro, sono costituiti da
una cresta anteriore molto accentuata e da una
cresta esterna di dimensioni più ridotte. Fra le due
creste citate è presente, più o meno in posizione
anteriore-esterna, una profonda concavità che cor-
risponde all’articolazione con la regione prossi-
male del radio e che continua verso l’estremità
distale dell’osso, attenuandosi sempre più, fino a
sparire a circa il terzo distale. La cresta esterna
e la cavità sigmoide dell’ulna formano con l’estre-
mità prossimale del radio una superficie di arti-
colazione con l’omero quasi continua.
Radio (tav. XIX, fig. 6)
Dei due radii solo il destro è conservato in
modo soddisfacente. Si tratta di un osso allun-
gato, piuttosto esile in relazione all’ulna, pressoc-
ché diritto che si espande improvvisamente alla
estremità prossimale e più gradualmente, ma più
intensamente, all’estremità distale. La sua lun-
ghezza (680 mm) è minore della lunghezza del-
l’ulna e dell’omero. i
L’estremità prossimale del radio, che si arti-
cola lateralmente con l’ulna e superiormente con
‘il condilo esterno dell’omero (capitellum), ha se-
zione trapezoidale e superficie piatta, incisa da
una concavità che corre in senso antero-posteriore,
parallelamente alla cresta anteriore dell’estremità
prossimale dell’ulna. Y
‘ AI di sotto di questa espansione l’osso è cilin-
drico. A circa 320 mm dall’estremità distale il
radio comincia ad espandersi in direzione antero-
posteriore, mentre sul lato interno si forma una
ampia e marcata concavità che prosegue fino
quasi al termine dell’osso. Nella regione distale il
radio risulta dunque appiattito ed i margini ante-
riore e posteriore divengono assai acuti. L’artico-
|a
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) 49
lazione con l’ulna avviene tramite il margine po-
steriore che si inserisce nell’incisione anteriore
dell’ulna.
L’estremità distale del radio ha, in sezione,
forma pressappoco semicircolare con fianco in-
terno appiattito.
TABELLA 7. — Radio.
Ta K. K.
a notabilis incurvimanus
lunghezza massima 680 555
circonferenza a metà dell’osso 165 136
spessore dell’estremità prossimale,
obliquamente dentro e dietro 96 83
spessore dell’estremità prossimale,
obliquamente dentro e avanti 70 64
spessore dell’estremità distale, obli-
quamente dentro e dietro 84 70
spessore dell’estremità distale, obli-
quamente dentro e avanti 66 50
Manus (tav. XXI, figg. 1-7)
Delle ossa delle due mani sono conservati nel
mio esemplare solo 7 elementi che attribuisco nel
seguente modo:
mano sinistra: Metacarpo II
mano destra: Falange II' Falange III'
Falange II° Falange III°
Falange II° Falange IV?
Il metacarpo II della mano sinistra è un osso
allungato, debolmente ricurvo e espanso alle due
estremità che portano superfici articolari grosso
modo convesse. Il fianco interno dell’osso, in cor-
rispondenza dell’area che nella metà prossimale
era in contatto con il metacarpo III, porta un de-
bole incavo che, procedendo verso l’estremità di-
stale, si trasforma in un’area appiattita.
Per quanto riguarda le falangi della mano de-
stra, la II! e la III! non si discostano dai corri-
spondenti elementi della mano di K. incurvimanus
figurati da PARKS (1920, tav. 5). Assai differenti
sono invece le falangi II?, II*, III° e IV2. La fa-
lange IV? è un osso decisamente più lungo (52
mm contro 18 mm) e più largo (76 mm contro 84
mm) del corrispondente elemento del K. incurvi-
manus. Tale osso differisce a tal punto da quello
dell'esemplare di Parks che sussistono seri dubbi
sulla sua attribuzione. Tuttavia nel complesso della
struttura della mano (e di quella del piede) non si
vede per tale elemento altra collocazione possibile.
Si tratta di un osso caratterizzato da articolazione
prossimale convessa, da articolazione distale con-
cava, da sezione trapezoidale in norma prossimale
e da sezione pressappoco rettangolare in norma
trasversale. "
Le falangi II° e III° sono molto simili nella
forma alla IV? e differiscono invece dai corrispon-
denti elementi del XK. incurvimanus per la sezione
assolutamente non triangolare, ma piuttosto tra-
pezoidale. La falange II°, falange unguale, è asim-
metrica con dimensioni decisamente minori del
corrispondente elemento del tipo di Parks. Ad ec-
cezione della falange II. tutti gli elementi della
manus sono di dimensioni decisamente maggiori
dei corrispondenti elementi della manus del K. in-
CUPVIMANUS.
TABELLA 8. — Manus.
È pi K. TE
READ ZAPIA. notabilis incurvimanus
metacarpo II lunghezza 226 185
DS prossimale 48 39
QD distale 50 37
falange II' lunghezza 90 75
larghezza prossimale b3, 45
larghezza distale 58 42
falange II° lunghezza 2% 18
larghezza 39 25
falange II° lunghezza 55 64
DS prossimale 99 37
larghezza 46 58
falange III' lunghezza TO 57
Z prossimale 84 DI
S distale tali 47
falange III° lunghezza 44 21
larghezza 56 34
falange IV? lunghezza 52 18
larghezza 76 34
Cinto pelvico e arti posteriori
Come si è già accennato nelle pagine prece-
denti la regione sacrale dell'esemplare in esame
è molto frammentaria. Oltre a tutte le vertebre
sacrali mancano, nel cinto pelvico, le due ossa
iliache, i due ischi sono eonservati non in modo
perfetto, il pube destro è rappresentato da un pic-
colo frammento della regione prossimale del pre-
pube, mentre l’elemento in migliori condizioni di
conservazione è il pube sinistro, conservato peral-
tro solo sulla faccia esterna.
Nelle linee generali il cinto pelvico del mio K.
notabilis non differisce dal cinto pelvico del K. in-
curvimanus, tanto che una sua descrizione serve
Fo) G. PINNA
solo a complemento di quella già effettuata da
Parks nel 1920.
Più complete sono le ossa degli arti posteriori :
sono infatti conservati i due femori, le due tibie,
la fibula sinistra, l’astragalo destro e 10 elementi
del piede.
Pube (tav. XIX, fig. 1)
Il pube è costituito da due parti: una sezione
preacetabolare espansa distalmente (il prepube) e
da una sezione allungata e sottile rivolta all’in-
dietro (il postpube).
La sezione prepubica dell’osso pubico è costi-
tuita da una lama assai espansa verticalmente, la-
teralmente appiattita, di forma trapezoidale a
margini superiore e inferiore paralleli. Questa, a
circa il terzo prossimale, si restringe notevolmen-
te, per poi espandersi nuovamente, verticalmente
e in minor misura lateralmente, dando origine su-
periormente al processo iliaco e inferiormente al
processo ischiatico del pube.
Il processo iliaco del pube porta all’estremità
distale la superficie di articolazione con il pendu-
colo pubico dell’ilio, una superficie debolmente
concava di sezione triangolare. Sul lato postero-
esterno di questo processo è presente una ampia
superficie articolare concava, di forma triango-
lare, il cui margine interno corrisponde al mar-
gine anteriore della sezione pubica della cavità
acetabolare. i
Il processo ischiatico del pube è piuttosto corto
e assai meno robusto del processo iliaco. Esso si
assottiglia alla sua estremità distale, piegando
verso l’interno.
Il postpube prende origine dalla zona diretta-
‘mente sottoposta al processo ischiatico del pube.
E’ una struttura allungata, appiattita lateralmen-
te e di sezione triangolare nei due terzi prossimali,
che si assottiglia prendendo la forma di una lama
appiattita dorso-ventralmente nel terzo distale.
ove piega debolmente verso l’alto. A circa un terzo
della sua lunghezza, a partire dalla base, è pre-
sente sul lato esterno una netta ineisione che segna
il contatto con il margine inferiore del processo
pubico dell’ischio.
Il forame otturatore, situato fra la base del
postpube e il processo ischiatico del prepube, è
ampiamente aperto verso la parte posteriore.
La cavità acetabolare del pube è regolarmente
concava; essa è costituita dal margine posteriore
del processo iliaco e dai margini superiori del pro-
cesso ischiatico e della parte prossimale del pube
che formano una superficie articolare completa
che nella regione del processo iliaco confluisce
nella già citata superficie articolare triangolare
postero-esterna.
TABELLA 9. — Pube.
o:
misure in mm vs n 5
notabilis incurvimanus
lunghezza massima 1200 1038
altezza della lama del prepube 290 163
altezza minima della lama del pre-
pube 115 90
lunghezza del prepube i 720 519
lunghezza del postpube dal forame
otturatore 400 532
larghezza della parte distale del
postpube 30 25
spessore minimo del postpube Jul 8
Ischio (tav. XX, fig. 2)
Come già affermato i due ischi sono assai mal
conservati e, quindi, di difficile descrizione. In
particolare nell’ ischio destro, quello conservato
nelle migliori condizioni, manca buona parte della
porzione distale dell’asta posteriore dell’osso, men-
tre l’ ischio sinistro è per buona parte ricostruito.
L’ ischio è un osso assai allungato costituito
da una espansione prossimale a due rami e da
un’asta diritta e pressocché cilindrica che si espan-
de bruscamente all’estremità distale.
La regione prossimale con cui l’osso si arti-
cola con l’ ilio e con il pube è una superficie piatta
o debolmente convessa sul fianco esterno che si
espande superiormente in un processo iliaco per
l’articolazione con il peduncolo ischiatico dell’ ilio,
anteriormente e in parte inferiormente in un pro-
cesso pubico per l’articolazione con il peduncolo
ischiatico del pube e con la parte prossimale del
postpube e inferiormente in un processo ottu-
ratore.
Il processo iliaco si espande alla sua estremità
superiore formando una superficie articolare di
sezione ovaleggiante e a superficie debolmente
convessa e inclinata in avanti e verso il basso. Il
margine anteriore di questo processo costituisce,
assieme al margine superiore del processo pubico,
il margine postero-inferiore della cavità aceta-
bolare.
Il processo pubico è assai meno sviluppato del
processo iliaco e meno espanso in corrispondenza
della superficie articolare. Posteriormente al pro-
cesso pubico l’espansione prossimale dell’osso ha
andamento inclinato all’ indietro e verso il basso,
il margine di questa espansione entra in contatto
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) 51
con il postpube in corrispondenza della citata in-
cisione presente su quest’osso. Inferiormente, pres-
sappoco alla base dell’asta dell’ischio, ove l’osso
comincia la sua espansione prossimale, si impo-
sta il processo otturatore: una lingua sottile, pie-
gata verso l’esterno e rivolta in avanti distalmen-
te, che limita posteriormente la tacca otturatrice,
venendo a contatto con il postpube.
L’asta posteriore dell’ ischio non è perfetta-
mente visibile nel mio esemplare. Sembra tuttavia
che essa sia appiattita sul lato interno e che sia
solcata, esternamente, almeno nella regione pros-
simale, dalla carena già notata da Parks nel K. in-
curvimanus. L’estremità distale dell’ ischio non è
conservata.
TABELLA 10. — Ischio.
TEC ma
TS LEON notabilis incurvimanus
lunghezza estremità distale - unione
con il pube 1205 * 1026
lunghezza estremità distale - unione
con l’ ilio IelO0SS 988
attraverso i processi iliaco e pubico 290 240
dall’estremità distale al processo
otturatore 95% 873
larghezza del processo otturatore 90 120
* misure incerte per incompletezza dell’estremità distale.
Femore (tav. XIX, fig. 4)
Ambedue i femori sono conservati, seppure in
condizioni non perfette. Essi hanno subito infatti
una notevole compressione che ha portato ad al-
cune modificazioni nella forma generale. La parte
mediana del femore, compresa fra l’espansione
prossimale e l’espansione distale, sembra infatti
essere composta, nei due elementi, da due parti
distinte, separate da marcate concavità disposte
lungo l’asse dell’osso sulle facce anteriore e po-
steriore.
Se si fa eccezione per queste modificazioni do-
vute a compressione i due femori corrispondono
assai bene nella forma a quelli del K. incurvima-
nus di Parks e al femore di K. notabilis figurato
da LULL e WRIGHT (1941, tav. 6, figg. C, D).
Il femore è un osso assai robusto che rag-
giunge i 1150 mm di lunghezza, ed è quindi assai
più lungo del corrispondente elemento del K. in-
curvimanus. Esso è costituito da una parte me-
diana che, prescindendo dalle modificazioni avve-
nute durante la fossilizzazione, doveva possedere
il fianco interno ‘arrotondato e il fianco esterno
leggermente appiattito, da un’espansione prossi-
male e da un’espansione distale molto marcate.
L’osso nel suo complesso è quasi diritto; solo de-
bolmente concavo sulla faccia interna.
L’espansione prossimale forma, in posizione
anteriore-esterna, il piccolo trocantere (assai mal
conservato in ambedue i femori), cui fa seguito
posteriormente il grande trocantere dal quale il
piccolo è separato da una netta incisione. Il grande
trocantere occupa tutta l’espansione distale in
norma esterna; è assai più spesso del piccolo tro-
cantere, giace sopra la sua stessa faccia, supera
in altezza la testa del femore, presenta una de-
bole concavità sul fianco esterno, è allungato in
senso antero-posteriore, posteriormente è più
espanso che anteriormente e si raccorda con la
parte mediana diritta dell'osso con un’ampia
curva.
Sulla faccia interna dell’espansione prossimale
è presente, spostata leggermente in avanti, la
testa del femore: un elemento ben strutturato, di
forma emisferica, separato dal grande trocantere
da una netta concavità che si continua lungo la
parte mediana del femore, in posizione anteriore,
fino a circa 1/3 della lunghezza totale dell’osso.
L’espansione distale, più accentuata verso la
parte posteriore, è costituita essenzialmente dal
condilo esterno e dal condilo interno che un pro-
fondo solco separa sia anteriormente, sia poste-
riormente, sia sulla faccia inferiore. La superficie
articolare dei due condili è nettamente convessa,
allungata in senso antero-posteriore. I due fianchi
dei condili portano un’ampia concavità.
A circa metà lunghezza del femore, sul lato po-
steriore-interno, è situato il 4° trocantere, una sot-
tile espansione dell’osso allungata verticalmente e
più sviluppata nella sua parte inferiore.
TABELLA 11. — Femore.
o, K.
notabilis incurvimanus
misure in mm
lunghezza dal condilo esterno alla
estremità prossimale 1150 1045
lunghezza dal condilo interno alla
testa 1090 1014
larghezza dell’estremità prossimale 320 209
diametro antero-posteriore del con-
dilo interno 350 292
diametro antero-posteriore del con-
dilo esterno 315 262
spessore ai condili 175(?) 210
spessore della diafisi sotto la testa 130. 90
lunghezza da metà del condilo in-
terno all’estremità del 4° tro-
cantere È 530 504
Tibia (tav. XX, fig. 5)
Le due tibie non sono conservate in perfette
condizioni: la destra è in parte rifatta e manca
dell’estremità distale, la sinistra è stata rico-
struita incompletamente e risulta, per questo, più
corta di qualche centimetro.
La lunghezza della tibia dall’estremità supe-
riore dell’espansione prossimale all’estremità infe-
riore del malleolo interno è di mm 1080.
La tibia è un osso più corto del femore, pres-
socché diritto, costituito da una diafisi cilindrica
che si espande fortemente alle due estremità. La
estremità prossimale, disposta in direzione antero-
posteriore, porta in posizione anteriore un’ampia
cresta cnemiale, leggermente ricurva verso l’ester-
no, a lato esterno concavo e lato interno convesso.
Sul lato opposto, il posteriore, l’espansione pros-
simale forma, inspessendosi, il condilo esterno, un
elmento rivolto anch’esso ‘all’esterno e separato da
una fossa stretta e profonda da un condilo in-
terno, situato sulla faccia esterna dell’osso a ri-
dosso del condilo esterno. Nel complesso l’estre-
mità prossimale, con il suo lato interno convesso
e il suo lato esterno ampiamente concavo, ha in
sezione la forma di un arco di cerchio a grande
raggio, un arco che si inspessisce posteriormente
in corrispondenza dei due condili.
L’estremità distale, come parte della diafisi,
è assai mal conservata: di essa si può dire solo
che è costituita da una espansione che ha dire-
zione interna-esterna.
TABELLA 12. — Tibia.
dt A K. o
RARO dining notabilis incurvimanus
lunghezza massima 1030 943
larghezza dell’espansione prossimale 365 326
diametro minimo della diafisi 140 87
spessore del condilo interno 140 134
spessore del malleolo interno —_ 88
Fibula (tav. XX, fig. 3)
Delle due fibule è conservata, non completa-
mente, solo la sinistra che sembra corrispondere
assai bene, soprattutto per quanto riguarda l’estre-
mità distale e la sua sezione, al corrispondente
elemento del XK. incurvimanus (PARKS 1920,
fig. 19).
G.
PINNA
Astragalo (tav. XIX, fig. 2)
L'astragalo destro è conservato. Esso corri-
sponde perfettamente all’astragalo del K. ineurvi-
manus con superficie distale convessa, superficie
prossimale concava, processo ascendente anteriore
molto elevato e più ridotto processo ascendente
posteriore.
Pes (tav. XIX, fig. 3; tav. XXI, figg. 8,9; tav. XXII, figg. 1-5)
Delle ossa del piede sono conservati nel mio
esemplare solo 10 elementi che attribuisco nel se-
guente modo:
piede sinistro: metatarso III falange IV!
falange III' falange IV'
falange III” falange IV”
piede destro: metatarso IV falange II°
falange II' falange IV”
Il metatarso III, il più grande elemento del
pes, è un osso piuttosto tozzo, diritto, appiattito
in senso antero-posteriore, espanso alle due estre-
mità. L’espansione prossimale, di sezione grosso
modo triangolare, è piuttosto ridotta ed ha super-
ficie articolare appiattita; in norma posteriore,
inferiormente a questa espansione, esiste un’ampia
concavità rivolta verso l’ interno con parte della
quale si articolava il metatarso II. Sul lato esterno
dell’osso, dall’estremità prossimale parte invece
una cresta robusta con cui era in contatto il me-
tatarso IV e che inferiormente sfocia nell'ampia
concavità laterale esterna dell’estremità distale.
Quest'ultima è decisamente più sviluppata della
estremità prossimale e consta di una superficie
articolare composta da due pseudo-condili sepa-
rati da una larga concavità e a loro volta incisi
sui due lati da nette depressioni. La superficie
articolare distale ha nel suo complesso sezione ret-
tangolare, è fortemente convessa in senso antero-
posteriore e debolmente concava trasversalmente.
Anche il metatarso IV è un osso tozzo, diritto
ed espanso alle due estremità. Esso è tuttavia
assai meno compresso in senso antero-posteriore
di quanto non sia il metatarso III, ha espansione
distale più ‘massiccia e espansione prossimale di
sezione quasi rettangolare allungata in senso an-
tero-posteriore. L’estremità prossimale ha super-
ficie articolare appiattita, appena concava in di-
rezione antero-posteriore. Sul fianco interno tale
espansione è incisa da una concavità corrispon-
dente al punto di contatto con il metatarso ROL
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914) 53
v 345)
Cauca
(
Milano
Naturale di
lell
disegno di G. Calegari).
Fig. 3. — Ricostruzione dello
54 G. PINNA
concavità (e contatto) che si continua verso il
basso fino a circa la metà della lunghezza del-
l’osso ed è sostenuta da un’espansione laterale del-
l'osso stesso. L'espansione distale, analoga a quella
presente nel metatarso III, ha sezione romboi-
dale, è convessa in senso antero-posteriore, debol-
mente convessa trasversalmente e presenta i fian-
chi laterali incisi da depressioni assai profonde.
Tutte le falangi prossimali conservate (II!,
II?, III!, IV') hanno, a parte differenze nei rap-
porti dimensionali, la medesima forma generale.
Si tratta di elementi la cui forma è assimilabile
a quella di un parallelepipedo a facce laterali, an-
teriore e posteriore concave (posteriormente la
concavità è più accentuata che anteriormente). Le
estremità superiore e inferiore sono espanse, la
superficie articolare prossimale è concava, la su-
perficie articolare distale è convessa in direzione
antero-posteriore, concava trasversalmente.
Le falangi distali conservate (III* e IV4) sono
invece assai depresse, hanno sezione trapezoidale
con superfici articolari con concavità e convessità
accentuate e fianchi debolmente concavi.
Le uniche falangi unguali conservate sono in-
fine quelle del IV dito. Sono elementi sviluppati,
larghi e robusti, appiattiti inferiormente, bombati
superiormente, a margini laterali acuti, a superfi-
cie articolare debolmente concava e nel complesso
curvano nettamente verso l’interno.
DIMENSIONI COMPLESSIVE DELLO SCHELETRO
Delle differenze esistenti fra lo scheletro in
esame e l’esemplare completo di XK. incurvimanus
descritto da Parks si è già detto di volta in volta
durante la descrizione delle diverse parti dello
scheletro.
Vorrei invece sottolineare come conclusione
che l’esemplare in oggetto, con la sua lunghezza
totale di circa m 7,89 (dall’estremità del muso al-
l'estremità distale della coda), con la sua altezza
al bacino (misurata in corrispondenza della testa
del femore) di circa m 2,70 e con la sua altezza
totale in posizione eretta naturale stimata a m 5,30,
è senza dubbio il più grande degli scheletri com-
pleti di Kritosaurus conosciuti, ben maggiore del
tipo di K. incurvimanus, come d’altro canto ri-
sulta chiaramente dalle misure comparative effet-
tuate sui vari elementi dello scheletro.
A giudicare dal cranio, l'esemplare in esame è
inoltre il più grande della specie K. notabilis. Fra
tutti i rappresentanti del genere Kritosaurus esso
è per dimensioni secondo solo al tipo di K. navajo-
vius (Tabella 13).
TABELLA 13.
Asma a; SI cranio
K. navajovius es. n° 5799 A.M.N.H. 1065
K. notabilis es. n° v345 Mus. Milano 980
K. notabilis es. n° 5859 R.0.M. 972
K. notabilis es. n° 2278 G.S.C. 922
K. incurvimanus es. n° 4514 R.0.M. 685
Dati da Lull e Wright 1942 pag. 226. La lunghezza del
cranio è misurata dal limite anteriore dei premascellari
all’estremità posteriore del processo paraoccipitale.
OSTEOLOGIA DELLO SCHELETRO DI KRITOSAURUS NOTABILIS (LAMBE, 1914)
di
BIBLIOGRAFIA
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of Alberta, Canada. Can. Journ. Earth Sc., vol. 6,
pag. 569-576.
50
Introduzione
Località di rinvenimento ed età .
Stato di conservazione del materiale .
Classificazione
Descrizione dell'esemplare del Museo Civico di
Storia Naturale di Milano
Scheletro del cranio .
Colonna vertebrale
vertebre cervicali
vertebre dorsali
vertebre sacrali
vertebre caudali
emapofisi
Costole
Pag.
»
I
34
G. PINNA
NDICE
Cinto scapolare e arti anteriori .
scapola
osso sternale
omero
ulna
radio
Manus
Cinto pelvico e arti posteriori
pube
ischio
femore
tibia
fibula
astragalo
pes
Dimensioni complessive dello scheletro
Bibliografia
e Museo civ.
DON Ia DI
nat.
Sci.
ital.
Memorie Soc.
PINNA G. - Kritosaurus mnotabilis
Storia nat. Milano - Vol.
‘(@IZOdS *] Ip ouos
OIFEITT0JOF 2] 99IMI) (8740 X) OURTITI IP oganqeu ELIOIG IP_OOIAIS
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e Museo civ.
nat.
Sci.
ital.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XV
Soc.
Memorie
PINNA G. - Kritosaurus notabilis
‘(07/0 X) euIaguI è euIIgsO BUIOU ‘013SOp oIejogrpuewu owueg — 8g‘
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PINNA G. - Kritosaurus notabilis Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XVI
1
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È
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Fig. 1, 1a, 1b. — 7° vertebra cervicale, norma anteriore, Fig. 4, 4a. — 2° vertebra caudale, norma anteriore e po-
laterale e posteriore (x 0,30). steriore (x 0,25).
Fig. 2. — 1° vertebra dorsale, norma anteriore (&2053.0)3 Fig. 5. — 5° emapofisi (x 0,25).
d Fig. 3. — 3° vertebra cervicale, norma anteriore (x 030). Fig. 6. — 10* emapofisi (x 0,25).
i ; Fig. 7. — 17° emapofisi (Xx 0,50).
PINNA G. - Kritosaurus notabilis
Fig. 1, 1a, 1b. — 5° vertebra dorsale, norma anteriore,
posteriore e laterale (Xx 0,25).
Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XVII
Fig 2, 2a. — 6" vertebra dorsale, norma anteriore e po-
steriore (Xx 0,25).
eri
j
4
È
Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XVIII
PINNA G. - Kritosaurus notabilis
È Fig. 1, 1a. — 12* vertebra caudale, norma anteriore e Fig. 4, 4a. — 22* vertebra caudale, norma anteriore e
È laterale (x 0,25). laterale (x 0,25).
i Fig. 2, 2a. — 14° vertebra caudale, norma anteriore e Fig. 5. — 29* e 30° vertebra caudale, norma laterale
| laterale (Xx 0,25). (X 0,50).
Fig. 3, 3a. — 16° vertebra caudale, norma anteriore e Fig. 6. — 35° e 36* vertebra caudale, norma laterale
laterale (Xx 0,25). ; (20/50)
PINNA G. - Kritosaurus notabilis Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol XOGN Wav, XI
1. — Pube sinistro, norma interna (x. 0,15). i Fig. 4, 4a. — Femore destro, norma interna a esterna
2. — Astragalo destro, norma distale (x 0,15). KO
3, 3a. — Metatarso III sinistro, norma laterale. Fig. 5, 5a. — Ulna destra, norma esterna e interna
esterna e norma anteriore (x 0,14). (&MOANo)I
Fig. 6. — Radio destro, norma interna (x 0,15).
lip»
nuit
n
a
Mia dai VAS
rai
MES
PINNA
G. - Kritosaurus notabilis
— Scapola destra, norma esterna (Xx 0,13).
— Ischio destro, norma esterna (x 0,15).
— Fibula sinistra, norma esterna (x 0,15).
— Osso sternale sinistro; norma interna (x 0,15).
Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XX
Fig. 5, 5a. — Tibia sinistra, norma interna e esterna
(GIO)
Fig. 6, 6a. — Omero sinistro, norma anteriore e poste-
HOoTenGR04l5)
PINNA G. - Kritosaurus motabilis Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XXI
Fig. 1. — Manus sinistra, metacarpo II, norma ant. (x 0,75). 6a, 6b. — Manus destra, falange IV?, norma ante-
Fig. 2. — Manus destra, falange II°”, norma ant. (x 0,75). riore, laterale e prossimale (x 0,75).
Fig. 3, 3a. — Manus destra falange III', norma anteriore e — Manus destra, falange II’, norma ant. (x 0,75).
laterale (x 0,75). 8a. — Pes sinistro, falange IV”, norma anteriore e
Fig. 4, 4a,4b. — Manus destra, falange III’, norma ante- laterale (x 0,75).
riore, laterale e prossimale (x 0,75). 9a. — Pes destro, falange IV”, norma anteriore e la-
Fig. 5. — Manus destra, falange II', norma ant. (x 0,75). terale (x 0,75).
PINNA G. - Kritosaurus notabilis Memorie Soc. ital. Sci. nat. e Museo civ.
Storia nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XXII i
Fig. 1, 1a. — Pes sinistro, falange III’, norma anteriore Fig. 4, 4a. — Pes sinistro, falange IV', norma anteriore
il e prossimale (x 0,75). e prossimale (x 0,75).
| Fig. 2. — Pes destro, falange II°, norma anter. (x 0,75). Fig. 5, Da. — Pes sinistro, falange IIl', norma anterio-
} Fig. 3, 8a. — Pes sinistro, falange IV', norma anteriore re e laterale (x 0,75).
e laterale (x 0,75).
Direttore responsabile: Prof. Cesare Concir — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
| VOLUME XII.
I- VIALLI Vi. 1956 - Sul rinoceronte e l'elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo).
pp. 1-70, 4 figg., 6 tavv.
II - VENZO S. 1957 Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale
Gardone-Desenzano. pp. 71-140, 14 figg, 6 tavv.,
1 carta.
IN - VIALLI V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte
'Albenza (Bergamo). pp. 151-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - VENZO S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale
Garda- Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese.
pp. 1-64, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
II - PINNA G., 1963 - Ammoniti ‘del Lias superiore (roar-
ciano) dell'Alpe Turati (Erba, Como). Generi Merca-
| ticeras, Pseudomercaticeras e Brodieia. pp. 65-98,
2 figg., 4 tavv.
III - ZANZUCCHI G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) ‘di Entratico in Val Cavallina (Berga-
masco orientale). pp. 99-146, ‘2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - VENZO S., 1965 - Rilevamento ut dell'anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige.
pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - PINNA G., 1966 - Ammoniti ‘d6) Lias superiore (Toar-
ciano) “dell” Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia
Dactylioceratidae. pp. 883-136, 4 tav.
TII - DrenI I., MASSARI F. e MONTANARI L., 1966 - Il Paleo- |
gene dei dintorni di Orosei (Sardegna). Db: 137-184,
‘ 5 figg., 8 tavv. ;
VOLUME XV. Lu
I - CARETTO P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere o Van Beneden. «pp. l-
88, 27 figg., 9 tavv.
Il - DIENI Ie MASSARI F., 1966 - Il Neogene e il dii
nario dei dintorni di Orosei (Sardegna). pp. 89-142,
8 figg., 7 tavv.
III - BARBIERI F. - IACCARINO S. - BARBIERI F. & PETRUCCI F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino. Piacentino.
Parmense- Reggiano. PP. 143-188, 20 figg., 8 tavv.
VOLUME XVI.
I - CARETTO P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio .
del metodo statistico e nuova: classificazione dei 'Ga-
steropodi pliocenici attribuibili al Murex brandaris
Linneo. pp. 1-60, 1 fig., 7 tabb., 10 tavv.
II - SACCHI VIALLI G. e CANTALUPPI G., 1967 - I nuovi E
sili di Gozzano (Pralpi piemontesi). pp. 61-128,
; 30 figg., 8 tavv.
III - PiGORINI B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico. pp. 127-200, 13 figg., 4 tabb., 7 tavv.
VOLUME XVII.
I - PINNA G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) ‘dell'Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie Ly-
toceratidae, Nannolytoceratidae, Hammatoceratidae
(excl. Phymatoceratinae), Hildoceratidae (exel. Hal-
‘«doceratinae e Bouleiceratinae). pp. 1- 102 (00, NV;
6 figg., 6 tavv.
II - VEnzo S. & PeLOSIO G., 1968 - Nuova fauna a a
noidi dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brem-
bana (Bergamo). pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
III - PELOSIO G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) dell'Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildo-
__. ceras, Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Con-
clusioni in PP. 143-204, 2 figg, 6 tavo.
VOLUME XVIII.
I - PINNA G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate
; da Giuseppe Meneghini nelle Tavv. 1-22 della « Mo-
nographie des fossiles du calcaire rouge ammoni-
tique > (1867-1881). pp. 5-22, 2 figg., 6 tavv.
II - MONTANARI L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Goz-
zano (Lago d’Orta). pp. 23-92, 42 figg., 4 tavv. n.t.
III - PETRUCCI F., BORTOLAMI G. C. & Dal PIAZ G. V.,
1970 - Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli.
Avigliana (Prov. Torino) e sul suo substrato cri-
stallino. pp. 938-169, con carta a colori ul 1:40.000,
1924 figg, 4 tavv. a ‘colori e 2 b. n.
VOLUME XIX.
I - CANTALUPPI G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee - Loro successione e mo-
dificazioni ‘nel tempo. Riflessi biostratigrafici e si- -
stematici. pp. 5-46, con 2 tabelle nel testo.
«II - PINNA G. & LEVI-SETTI F., 1971 - I Doctylioceratidae
«della Provincia Mediterranea (Cephalopoda Ammo-
noidea). pp. 47-136, 21 figg., 12 tavo.
III - PeLOSIO G., 1973 - Le ammoniti del Trias medio di
Asklepieion (Argolide, Grecia) - I. Fauna del « cal-
care a Ptychites» (Anisico sup.), pp. 137-168,
3 figg., 9 tavv. a
VOLUME XX.
I - CoRNAGGIA CASTIGLIONI O., 1971 - La cultura di Reme-
- dello. Problematica ed” ergologia di una facies del-
l’Eneolitico Padano. pp. 5-80, 2 figg., 20 tavv.
II - PerRUCCI F., 1972 - Il bacino del Torrente Cinghio
(Prov. Parma). Studio sulla stabilità dei versanti
‘e conservazione del suolo. pp. 81-127, 87 figg., 6
| carte tematiche. i
TII - CerETTI E. & PoLuzzi A., 1973 - Briozoi della bio-
calcarenite del Fosso di S. Spirito. (Chieti, Abruzzi),
pp. 129-169, 3 figg, * 2 tavv.
)
VOLUME XXI.
I - PINNA G., 1974 - I crostacei della fauna triassica di ©
Cene in Val Seriana (Bergamo). pp. 5-84, 16 figg.
..16 tavv. :
II - PoLuzzi A., 1975 - I Briozoi Cheilostomi del Pliocene
della Val d'Arda (Piacenza, Italia). pp. 35-78, 6 figg.,
5 davo.
III - BRAMBILLA G., 1976 - I Molluschi Dlloccnici di Vil-
lalvernia (Alessandria). I. Lamellibranchi. pp. 79-
REZZA 0: 10 tavv.
‘VOLUME XXII.
I - CornAGGIA CASTIGLIONI O. & CALEGARI G. - na
delle pintaderas preistoriche italiane. Problematica,
schede, iconografia. pp. 5-30, 6 figg., 18 tavv.
II - PINNA G., 1979 - Osteologia dello scheletro di Krito-
saurus notabilis (Lambe, 1914) del Museo Civico di
Storia Naturale di Milano (Ornithischia Hadrosau-
ridae). pp. 31-56, 8 figg., 9 tavv.
Le Memorie sono diponibili. presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
st. MU
it. Sao
« ; [ore pres n
FO9T- IMAY 71080
NE ARD, ISSN, 0376-2726
UNIVER6) TY
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XXII - Fasc. III ‘“
AUGUSTO BIANCOTTI .
| GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
(Piemonte meridionale)
Con 28 figure, 12 tabelle e 1 carta fuori testo
C.N.R., Centro per lo Studio dell’ Orogeno delle Alpi Occidentali
Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica dell’ Università di Torino
MILANO
° 31 dicembre 1981
Elenco delle Memorie della Suvici. Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
I - CORNALIA E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis: Felis jacobita (Corn.), 9 pp., 1 tav.
II - MAGNI-GRIFFI F., 1865 - Di una. specie d’ Hippolaîs
nuova per l’ Italia, 6 PP. LAO:
III - GastaALDI B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini
lacustri per opera degli antichi ghiacciai. 30 PP.
»2 figg., 2 tavo.
IV - SEGUENZA G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziarii del distretto di Messina. 88 pp.,
8 tavv. ;
V - GIBELLI G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria, 16 pp., 1 tav.
VI - BeggIATO F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e
di Monteviale " nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - CoccHI I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og-
getti di umana industria dei tempi preistorici rac-
colti in Toscana. 32 pp., 4 tavv.
VIII - TARGIONI-TOZZETTI A., 1866 - Come sia fatto l’organo
che fa lume nella lucciola volante dell’ Italia cen-
trale (Luciola italica) e come le fibre muscolari in
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 28 pp.,:2 tav.
IX - MAGGI L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp.,
2 tav.
X - CoRNALIA E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici
: ferti dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 40 pp., £ tavv.
VOLUME II.
I - IsseL A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 88 PP.
II - GENTILLI A., 1866 - Quelques considérations sur l’ori-
gine des bassins lacustres, è propos des sondages
du Lac de Come. 12 pp., 8 tavv..
III - MoLon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
venete. 150 PP.
IV - D’AcHIARDI A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
; nummulitico. delle ‘Alpi venete. 54. pp., 5 tavv. .
‘V - CoccHi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta ‘Valle di
Magra. 18 pPp., 1 tav.
VI - SEGUENZA G., 1866 - Sulle importanti relazioni pa-
leontologiche di talune rocce cretacee della Cala-
bria con alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa set-
tentrionale. 18 pp., 1 tav.
VII - CoccHi I., 1867 - L’uomo fossile nell’ Italia centrale.
82 PD. 21 figg., 4 tavo.
VIII - GaRovagLIO S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
descriptum. 8 pp., 1 tav.
IX - SEGUENZA G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropodi
ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - DURER B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv..
VOLUME III.
I - EMERY C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redi.
16 pp.,1 tav. :
II - GAROVAGLIO S., 1867 - Thelopsîs,-Belonia, Weitenwebera
et Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum ge-
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
III - TARGIONI-TOZZETTI A., 1867 - Studii sulle Coccini-
glie. 88 pp., 7 tavv.
IV - CLAPARÈDE E. R. e PANCERI P., 1867 - Nota sopra un.
Alciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp.,
IETAV:
V - GarovagLio S., 1871 - De Pertusartis Europae mediae
‘ commentatio. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME IV.
- D’ACHIARDI A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num-
mulitico dell'Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - GaAROvaGLIO S., 1868 - Octona Lichenum genera vel
adhue controversa, vel sedis prorsus incertae in sy-
stemate, novis descriptionibus iconibusque accuratis-
simis ‘illustrata, 18 pp., 2 tavv.
III - MARINONI C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi
di umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv. ;
IV - (Non pubblicato).
‘V - MARINONI C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lom-
bardia. 28 PP., 8 figg., 2 tav.
NUOVA SERIE
i VOLUME V.
I - MARTORELLI G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tav.
(Del vol. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - DE ALESSANDRI G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi-
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo-
gici. 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
II - MARTORELLI G., 1898 - oe forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
68 figg., 1 tav.
III - PAVESI P.; 1901 - L'abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp.,
14 figg. 1 tav.
VOLUME VII.
I - DE ALESSANDRI G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 pp., 9 tavv.
(Del vol. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VIII.
I - Reposst E., 1915 - La bagta Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.,
3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e geologici. Parte II. pp. 47-186,
5 figg., 9 tavv.
III - ATRAGHI C., 1917 - Sui molari d’elefante delle allu-
vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle
Alpi italiane. pp. 1-164, 7 figg., 2 tavv.
II - SERA G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione
della base del cranio colle forme craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili). pp. 165-262,
7 figg., 2 tavv.
III - DE BEAUX O. e FestA E., 1927 - La ricomparsa del Cin-
ghiale nell’Italia settentrionale occidentale. pp. 263-
320; 13 IL 7? tavv.
VOLUME X.
I - Desio A., 1929 - Studi geologici sulla regione , dell'Al-
benza (Prealpi Bergamasche). pp. 1-156,-27 figg.
1 tav., 1 carta.
ÎI - SCORTECCI G., 1987 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 39 figg., 2 tavv.
III - Scieci G., 1941 -I recettori degli Agamidi. pp. 209-
826, 80 figg.
VOLUME XI.
I- GUIGLIA D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mi-
lano (Hymen.). pp. 1-44, 4 figg., 5 tavv.
‘ II-III - GIACOMINI V. e PIGNATTI S., 1955 - Flora e Vegeta-
zione dell'Alta Valle del Braulio. Con speciale riferi-
mento ai pascoli di altitudine. pp. 45-238, 31 figg.,
1 carta.
Arene vere ta
RUDERE
AE er piva
ea
ISSN, 0376-2726
. MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XXII - Fasc. II
AUGUSTO BIANCOTTI
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA
(Piemonte meridionale)
Con 28 figure, 12 tabelle e 1 carta fuori testo
C. N. R., Centro per lo Studio dell’ Orogeno delle Alpi Occidentali
Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica dell’ Università di Torino
MILANO
31 dicembre 1981
TIPOGRAFIA FUSI - PAVIA
12/1981
AUGUSTO BIANCOTTI (*)
Geomorfologia dell’ Alta Langa
(Piemonte meridionale)
Riassunto. — BIANCOTTI A., Geomorfologia dell’Alta
Langa (Piemonte meridionale). (IT ISSN 0376-2726, 1981).
In questo lavoro viene presentata l’evoluzione geomor-
fologica dell'Alta Langa, area collinare del Piemonte me-
ridionale compresa fra il Tanaro, l’Erro, le Alpi Liguri
e la pianura di Alessandria. Dei bacini fluviali drenanti
l’area (Bormida di Spigno, Bormida di Millesimo, Belbo,
Rea, Medio Tanaro) vengono qui analizzati quelli della
Bormida di Spigno e del Medio Tanaro. Alla luce dei
dati emersi, e dagli studi specifici precedentemente ef-
fettuati sulle altre unità idrografiche, viene proposta
un’ipotesi evolutiva dell’ intera regione.
Nella media Valle Tanaro è possibile osservare la più
completa successione dei terreni quaternari affioranti nella
regione, dai depositi fluviolacustri villafranchiani alle Al-
luvioni attuali. Tramite l'applicazione di metodologie pa-
leopedologiche si identificano, e si dà una datazione rela-
tiva, a una serie di superficie terrazzate formatesi dal Plei-
stocene medio-inferiore all’Attuale. Dalla dislocazione dei
terrazzi sui due versanti orografici della valle, dalla geo-
metria dei meandri e dai caratteri del reticolo secondario
è possibile individuare un’erosione preferenziale del Ta-
naro, nella sua valle, sulla destra orografica, in atto al-
meno fin dall’Olocene inferiore, forse dal Pleistocene su-
periore. Nel Bacino della Bormida di Spigno sono rico-
struibili più fasi erosive che hanno progressivamente in-
ciso il fiume nella sua valle. Di queste l’ultima, olocenica,
è ancora in atto, ed assume i caratteri di un’erosione re-
gressiva. Il suo sviluppo, che per ora interessa la parte
medio-distale del bacino, ha determinato la genesi di solchi
d’erosione ad andamento calanchiforme sulle marne della
Formazione di Rocchetta. Anche l’analisi dei parametri
gerarchici del reticolo fluviale conferma che attualmente
il tratto di bacino in condizioni di più precario equilibrio
corrisponde alla zona distale.
Dal confronto fra alcuni parametri quantitativi (curva
di durata delle pendenze locali, curva ipsografica, pendenza
del profilo longitudinale dei corsi d’acqua) calcolati per
i principali bacini della zona, e dal confronto fra le forme
presenti nella regione, è possibile stabilire una connessione
fra i diversi aspetti della dinamica geomorfologica del-
l’Alta Langa. Alla genesi di un glacis plio-villafranchiano
è seguita, fino al Pleistocene medio, una moderata ero-
sione che ha creato una serie di valli trasversali, dirette
SE-NW, di cui attualmente si osservano alcuni relitti nelle
selle d’erosione troncanti gli spartiacque esterni e parte
di quelli interni dei bacini idrografici, e nei terrazzi svi-
luppantisi in quota con le selle.
Alla fine del Pleistocene, forse a cavallo fra Pleisto-
cene ed Olocene, si attiva un forte basculamento che de-
termina una deviazione della direzione dei deflussi che, o
per diversione, o per cattura, spostano il loro livello di
base locale dalle pianure cuneesi a quelle alessandrine, a
quote inferiori. Ne consegue un’intensa fase di erosione
regressiva che modella le valli nelle direzioni attualmente
osservabili. Una terza fase erosiva, legata ad una ri-
presa del movimento tettonico, rimodella i bacini. Essa ha
interessato integralmente il Bacino della Bormida di Spi-
gno, è in atto nel Belbo e nella Bormida di Millesimo, ove
non ha ancora modificato le testate. A sua volta essa è
attiva nel Medio Tanaro e nel bacino della Rea. Una
quarta fase è in atto nelle basse valli delle Bormide.
Abstract. — Geomorphology of the Upper Langa hills,
S Piedmont (Italy).
The geomorphic features of its river basins (Medio
Tanaro, Bormida di Millesimo, Bormida di Spigno, Belbo,
Rea) show that the Upper Langa hills have undergone
intensive Quaternary modelling. Down to the Middle Plei-
stocene, the genesis of a Plio-Villafranchian glacis was
followed by slight erosion resulting in the formation of a
series of SE-NW transverse valleys, represented by saddles
cutting the watersheds, and coaeval terraces. At the end
of the Pleistocene, tilting caused a deviation of downflow
patterns. As a result of either capture or diversion, the
rivers draining the area shifted their temporary basic
level from the Cuneo to the Alessandria plains, causing
intensive regressive erosion that shaped the valleys into
their present directions. Tectonic movements have subse-
quently remodelled the basin, and this process is still
going on throughout much of the area.
Summary at the page 101.
(*) C.N.R., Centro per lo Studio dell’Orogeno delle Alpi Occidentali, ed Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia
Fisica dell’Università, Palazzo Carignano, 10123 Torino.
60 A. BIANCOTTI
PREMESSA
Le Colline delle Langhe occupano la vasta area
compresa fra le pianure terrazzate del Cuneese a
W, l'Appennino e le Alpi Liguri a E, le Alpi Li-
guri a S e le pianure di Asti ed Alessandria a N.
Di questa regione viene presa in considera-
zione la parte corrispondente all’areale di affio-
ramento del settore meridionale del Bacino Ter-
ziario Piemontese, percorsa, da E a W, dai Fiumi
Bormida di Spigno, Bormida di Millesimo, alto e
medio Belbo, Rea ed un tratto del Tanaro (Fig. 1).
SCHEMA IDROGRAFICO
DELL'AREA INSTUDIO «
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Fig. 1. — Schema idrografico dell’area in studio.
Fig. 1. — Hydrographic map of the area.
Il tema della geomorfologia delle Langhe è già
stato affrontato (BIANCOTTI, 1981 a; 1981 b) per
la zona sud-occidentale, comprendente il bacino
della Rea e dell'Alto Belbo, e per quella centrale,
coincidente con il bacino della Bormida di Mille-
simo. Questo lavoro si propone di completare l’ana-
lisi dei settori non ancora studiati, in particolare
del bacino della Bormida di Spigno e del tratto
medio del Tanaro, e, alla luce dei dati emersi, di
individuare le linee fondamentali dell'evoluzione
in atto di tutto l’areale.
Molti Autori hanno affrontato aspetti dei pro-
blemi geomorfologici o geodinamici di questa re-
gione.
SAccO (1917; 1942) descrive il fenomeno della
cattura del Tanaro, del terrazzamento della pia-
nura cuneese, dei meandri terrazzati del Tanaro
fra Ceva e Carrù, in parte incisi nel settore più
meridionale delle Langhe Per quanto riguarda l’ul-
timo argomento distingue sei ordini di superficie
che si sarebbero formate dal Pleistocene inferiore
all’Olocene.
PEOLA (1942) tratta della deviazione del Ta-
naro come conseguenza dell'accumulo di depositi
glaciali sbarranti il deflusso del fiume verso
Torino. i
GABERT (1962) afferma che le Colline delle
Langhe derivano dallo smantellamento di un
glacis plio-villafranchiano. Secondo questo Autore
alla genesi della forma è seguito un sollevamento
generale della regione, caratterizzato nelle diverse
aree da diversi gradienti d’ intensità.
Il tema viene ripreso da CARRARO (1981), che
dimostra l’esistenza di un grande sollevamento
recente, interessante, in particolare, per quanto
ci concerne, tutto il settore occidentale delle Lan-
ghe. Nello stesso lavoro collega all’accentuato ca-
rattere differenziale del sollevamento sui due lati
della flessura formante il margine sud-orientale
dell’ Altipiano di Poirino la diversione del Tanaro
all’altezza di Bra.
BIANCOTTI (1981a) descrive le cuestas delle
Langhe sud-occidentali, forme in attiva evoluzio-
ne, derivanti dall’erosione del reticolo ad anda-
mento susseguente rispetto all’assetto giaciturale
dei terreni sedimentari affioranti. Nello stesso la-
voro tratta della cattura del Fiume Belbo, feno-
meno da mettersi in relazione al sollevamento re-
cente della regione. Ipotizza inoltre che il movi-
mento si sia realizzato tramite un basculamento.
In un secondo lavoro (BIANCOTTI, 1981 b), re-
lativo alla geomorfologia del Bacino della Bormi-
da di Millesimo, individua le tracce di una serie
di fasi erosive succedutesi durante il Quaterna-
rio. Il basculamento, inoltre, avrebbe determinato
una deviazione generalizzata dei deflussi delle Lan-
ghe, che da una primitiva direzione SE-NW, verso
la pianura cuneese, si sarebbero orientati succes-
sivamente in senso S-N, verso la pianura ales-
sandrina.
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA 61
Ai due lavori, in particolare in sede conclusiva,
sarà fatto continuo riferimento.
Gli Autori citati non esauriscono l’elenco dei
ricercatori che si sono interessati dell’area. Per
dati più dettagliati, riguardanti settori specifici
della regione, o concernenti problemi di dinamica
attuale dei versanti, si rimanda alla bibliografia
riportata in BIANCOTTI (1981 a, 1981 b). Inoltre,
per i singoli argomenti che verranno via via trat-
tati, il tema delle precedenti conoscenze dell’area
verrà ripreso. ì
IL BACINO DELLA BORMIDA DI SPIGNO
Fortemente allungato in senso S-N, ha una
superficie di 448,41 km?.
La sua parte prossimale è impostata nelle Alpi
Liguri, quella distale nell’estremo settore orien-
tale delle Langhe.
La posizione dell’area, nel complesso perife-
rica rispetto al Bacino Terziario Piemontese, fa sì
che in essa affiorino, oltre ai litotipi sedimentari
cenozoici, terreni più antichi, mesozoici, permiani
e carboniferi.
Il quadro stratigrafico-strutturale del bacino
può così essere sintetizzato (Fig. 2):
a) Zona brianzonese: è costituita in preva-
lenza dal Permo-Carbonifero epimetamorfico della
Formazione di Ollano e della Formazione di Mu-
rialdo. I tipi litologici prevalenti nella prima sono
conglomerati quarzosi, arenarie e subordinata-
mente filladi. Sovente formano sequenze sedimen-
tologicamente ordinate, con i conglomerati alla
base, le filladi al tetto. Nella Formazione di 0O1-
lano, che quasi sempre si sovrappone geometrica-
mente alla prima, i litotipi dominanti sono filladi
e micascisti, con subordinate intercalazioni di are-
narie e di scisti arenacei. Il contatto fra le due
formazioni è quasi sempre tettonico. Tali terreni
formano la testata del bacino, fino a Bormida e
a Ollano.
Intercalati tettonicamente ai terreni ora de-
scritti, ed in particolare all'estremo S del bacino
affiorano gli Scisti di Gorra e i porfiroidi del
Melogno (Carbonifero superiore-Permico medio).
I primi, che sono in parte sottostanti, in parte
eteropici rispetto ai secondi, costituiscono nell’ in-
sieme un gruppo litologicamente complesso. Nel
bacino le litofacies più comuni sono: scisti seri-
citici e cloritici, affioranti in particolare a S di
Mallare, nella zona dell’Eremita; quarzoscisti, mi-
cascisti e scisti gneissici, formanti parte dello
spartiacque sud-orientale del bacino; quarziti e
quarzoscisti, ben evidenti nella zona del Pian dei
Corsi e a N del passo del Melogno. I porfiroidi del
Melogno, verdastri, a fenoclasti stirati ed isoorien-
tati di quarzo e feldspato, costituiscono l’estremo
lembo sud-orientale del bacino.
Più a N, e sempre appartenenti ai termini pa-
leozoici delle serie brianzonesi, compaiono gli sci-
sti filladici ed i quarzoscisti della Formazione del
Santuario di Savona, che affiorano sul fondovalle
del tratto distale della Bormida di Mallare.
I terreni triassici appartenenti alla Zona brian-
zonese sono quarziti biancastre e verdoline, a grana
grossa, con intercalazioni pelitiche alla sommità e
rocce carbonatiche, calcari, dolomie e calcari dolo-
mitici anisico-ladinici (Dolomia di S. Pietro ai
Monti). Le prime affiorano a E di Pallare, le se-
conde affiorano sul fondovalle della Bormida, in-
tercalate tettonicamente ai terreni terziari, nella
parte medio-alta del corso del fiume, fino all’ in-
circa all’altezza di Cairo Montenotte.
b) Cristallino savonese: è costituito in pre-
valenza da graniti anatettici (Graniti del Torrente
Letimbro) derivanti da rocce originarie quali
gneiss, anfiboliti e dai tipi litologici della For-
mazione di Murialdo (BELLINI, 1964). Le migma-
titi di Nucetto, che sono associate ai graniti, de-
riverebbero invece dagli Scisti di Gorra. Il limite
cronologico inferiore del processo di migmatizza-
zione sarebbe il Permiano inferiore-medio, età ge-
neralmente accettata per gli Scisti di Gorra.
Nel bacino il loro areale di affioramento è piut-
tosto limitato, e corrisponde al fondovalle ed alla
parte medio-bassa dei versanti della zona a S di
Pallare e ad alcune zone, poco estese, attorno ad
Altare.
c) Zona piemontese: è formata dai calce-
scisti con pietre verdi, di età giurese-cretacea, del
Gruppo di Voltri. Ad essi appartengono calcesci-
sti s.s., caleemicascisti talora cloritici con interca-
lazioni di prasiniti epidotiche, cloritiche e clorito-
scisti, ed inoltre le ofioliti del Monte Beigua, for-
mate da serpentiniti antigoritiche a tessitura brec-
cioide in prevalenza.
Affiorano sul fondovalle principale alternate
ai terreni oligocenici nella parte intermedia del
bacino. Più a S compaiono anche nei fondovalle
di parte delle valli laterali e nella fascia medio-
bassa dei versanti. Talora, come a S di Spigno
Monferrato, il contatto con il Terziario è tettonico.
Sì
so)
BACINO DELLA
BORMIDA DI SPIGNO
SCHEMA
GEOLOGICO
SEMPLIFICATO
Fig. 2. — Bacino della Bormida di Spigno: schema geo-
logico semplificato. Legenda: Quaternario, 1- Alluvioni at-
tuali e recenti; Terziario, 2- Formazione di Cortemilia
(Langhiano-Aquitaniano); 8 - Formazione di Rocchetta
(Aquitaniano-Oligocene superiore); 4- Formazione di Mo-
A. BIANCOTTI
d) Bacino Terziario Piemontese.
I terreni terziari affiorano nella parte medio-
distale del bacino. Come per tutto il Bacino Ter-
ziario Piemontese la tettonica è piuttosto mono-
tona, e consta in una grande monoclinale ad asse
tettonico diretto SW-NE. Gli strati immergono
verso NW, e sono inclinati di 10°-15° circa. Lungo
l’asse vallivo della Bormida, e a E di questo, sono
rilevabili numerose faglie dislocanti il substrato
precenozoico ed il Terziario, e determinanti giaci-
ture anomale rispetto a quella indicata.
Affiorano in prevalenza i termini basali, oligo-
cenico-aquitaniani. Solo a N compaiono termini di
età aquitaniano-langhiana.
Più specificamente i terreni affioranti sono:
— Formazione di Molare. Di età oligocenica,
è formata da un conglomerato poligenico ben ce-
mentato, ad elementi mediamente arrotondati o
parzialmente spigolosi, piccoli e medio-piccoli fino
al massimo diametro di 10 cm (Fig. 3). AI letto
della formazione compaiono calcari dolomitici e li-
velli conglomeratici a grossi massi, dal diametro
superiore al metro. Affiora sulla destra orografica
della Bormida di Spigno fra Altare e Spigno Mon-
ferrato. A S di Carcare compare anche sulla sini-
stra orografica fino al contatto con i terreni pre-
terziari. In questi terreni è impostato quasi tutto
il bacino del Torrente Valla, principale affluente
della Bormida di Spigno.
— Formazione di Rocchetta (Oligocene supe-
riore-Aquitaniano). E’ formata da marne grigie o
azzurrastre, divisibili in scaglie o in lamine sot-
tili, estremamente erodibili. Le marne talora pas-
sano a silts più o meno sabbiosi. Nella zona di
Mombaldone e Montechiaro le marne diventano cal-
caree, e si alternano ad arenarie glauconitiche gri-
gio-brune. Costituisce il versante orografico sini-
stro della Bormida fin quasi alla sommità dalla
zona di Carcare-il Cairo fino a Denice. A N di
Spigno Monferrato forma il versante orografico
destro fino allo spartiacque con l’Erro.
— Formazione di Monesiglio. Della stessa età
della precedente, affiora in aree limitate nella parte
nesiglio (Aquitaniano-Oligocene superiore); 5 - Formazione
di Molare (Oligocene); 6 - Preterziario.
Fig. 2. — Bormida di Spigno basin: simplified geological
map. Explanation: Quaternary, 1- Present-day and recent
alluvial deposits; Tertiary, 2 - Cortemilia Formation (Lan-
ghian-Aquitanian); 3 - Rocchetta Formation (Aquitanian-
Upper Oligocene); 4- Monesiglio Formation (Aquitanian-
Upper Oligocene); 5 - Molare Formation (Oligocene);
6 - Pretertiary.
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA 63
alta del versante sinistro. E’ formata da sabbie
e conglomerati poligenici.
— Formazione di Cortemilia (Aquitaniano-
Langhiano). Costituisce la parte meridionale e sud-
occidentale del bacino. E’ costituita da arenarie
in strati di 10-40 cm alternate ritmicamente a mar-
ne argillose in strati di potenza analoga.
Fig. 3. — Alto bacino del Torrente Valla: conglomerato
poligenico della Formazione di Molare in banchi di potenza
metrica alternati a livelli conglomeratico-arenacei.
Fig. 3. — Valla river high basin: polygenic pebblestone
of Molare Formation in metric layers alternated with
thinner gravelly and sandy beds.
La forma del fondovalle ed i terrazzi.
L’asta principale del bacino nasce dalle Alpi
Liguri, a quota 821 m s.l.m.m., con il nome di
Bormida di Mallare. All’altezza dell’abitato di
S. Giuseppe in essa confluisce la Bormida di Pal-
lare, ed il fiume assume il nome di Bormida di
Spigno (Fig. 4).
I due rami di Mallare e Pallare, che formano
la testata del bacino, drenano i terreni preterziari
precedentemente descritti. A N della confluenza
il corso d’acqua, che ora scorre in terreni ter-
ziari in netta prevalenza, meandrizza. Dopo circa
50 km di percorso si unisce alla Bormida di Mil-
lesimo.
Le caratteristiche dei meandri, e la forma del
fondovalle, varia in rapporto ai litotipi affioranti.
Sulle marne della Formazione di Rocchetta e
sui conglomerati della Formazione di Molare il
BACINO DELLA
BORMIDA DI SPIGNO
RETICOLO IDROGRAFICO
SEMPLIFICATO
MOIBAARONE
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Di a
N
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È
BORMIDA CO)
Fig. 4. — Bacino della Bormida di Spigno. Reticolo idro-
grafico semplificato.
Fig. 4. — Bormida di Spigno Basin. River drainage system
(simplified).
64 A. BIANCOTTI
talweg si allarga, il fiume scorre in alluvioni, i
meandri sono liberi. La potenza del deposito flu-
viale è ridotta: nell’alveo principale, alluvionato,
affiorano a tratti piccoli dossi allungati nella di-
rezione dell’asse vallivo, costituenti affioramenti
del substrato; a tratti sul fondo del canale di
scorrimento e lungo la riva concava dei meandri
compaiono le marne ed i conglomerati del sub-
strato. i
Sulle alternanze marnoso-arenacee della For-
mazione di Cortemilia, e nei brevi tratti in cui
sul fondovalle affiorano i calcescisti e le pietre
verdi del Gruppo di Voltri, il talweg si restringe,
i meandri scorrono profondamente incassati nella
roccia in posto, il fiume è in evidente erosione.
L’alternarsi dei due gruppi di forme fa sì che
lungo l’asse vallivo si alternano ampi tratti pia-
neggianti, corrispondenti all’affioramento delle
marne e dei conglomerati, con vere e proprie
chiuse sviluppate in coincidenza dei calcescisti e
pietre verdi (Fig. 5).
Anche gli elementi geometrici dei meandri si
differenziano nelle due zone, in particolare il rap-
porto fra raggio di curvatura e lunghezza. La
Fig. 6 esprime la relazione fra i due valori se-
condo il sistema proposto da LEOPOLD, WOLMAN
& MILLER (1964).
Fig. 5. — Valle Bormida di Spigno a monte di Spigno
Monferrato: in primo piano è visibile una superficie ter-
razzata ed il fondovalle in Alluvioni recenti. A questo
tratto del talweg, allargato e pianeggiante si alterna una
chiusa scavata nei calcescisti affioranti in corrispondenza
alle colline boscate.
Fig. 5. — Bormida di Spigno Basin upstream from Spi-
gno Monferrato: in the foreground, a fluvial terraced
surface and the bottom of the valley cut into recent allu-
vional deposits. At this poit of the talweg, a broad flood
plain harrows and cuts a canyon in caleschist (wooded
hills in the picture).
10000
| « Meandri Tanaro |
(destra orografica) L E
. Meandri Tanaro
(sinistra orografica)
}
|
I
I
i
s Meandri Bormida
di Spigno (liberi)
=» Meandri Bormida
di Spigno (incassati)
Fig. 6. — Relazioni fra la lunghezza (L) ed il raggio
medio di curvatura (£,) dei meandri della Bormida di
Spigno e del Tanaro. Per la Bormida di Spigno si os-
serva che i meandri liberi cadono nel campo della funzione
espressa da LEoPOLD, WOLMAN & MILLER (1964), che quelli
incassati sono leggermente spostati a sinistra. Per il com-
mento ai meandri del Tanaro si rimanda al capitolo re-
lativo (pag. 83).
Fig. 6. — Relations between length and mean radius of
curvature (R,) of the meanders of Bormida di Spigno
and Tanaro river. In the Bormida di Spigno river, free
meanders belong to the field of the function expressed by
LEoPoLD, WOLMAN and MILLER (1964), and the embanked
meanders are.displaced leftwards. For the Tanaro mean-
ders, see page 83.
Nella Bormida di Spigno sono così individua-
bili due famiglie di meandri. La prima, che cor-
risponde ai meandri liberi, cade nel campo della
funzione L = 4,7 r0:?5, definita dagli Autori
citati come relazione generale intercorrente fra
raggio medio e lunghezza dei meandri delle valli
alluvionali. è
La seconda, che raggruppa i meandri incas-
sati, nel diagramma è rappresentata da punti po-
sti a sinistra della curva della funzione generale:
a parità di lunghezza della forma il raggio me-
dio di curvatura risulta più corto che nei mean-
dri liberi.
L’anomalia può probabilmente essere giustifi-
cata dalla situazione morfologica in cui si collo-
cano le forme in esame. L’incassamento determi-
na uno squilibrio fra la lunghezza d’onda, inva-
riabile, ed il raggio di curvatura, che invece può
diminuire per l’ insistenza dell’erosione del mean-
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
dro nel suo punto di stazionamento. La tendenza
a migrare verso valle è impedita dalle alte pareti
che delimitano e dividono le anse successive. Su
questi ostacoli il lavoro erosivo del meandro si
concentra in un punto della riva concava, sotto
corrente rispetto all’asse del meandro, e l’effetto
che si produce, piuttosto che di limitata trasla-
zione verso valle della sede fluviale, è di una mo-
dificazione della geometria della forma, che riduce
il suo raggio di curvatura, ed assume un disegno
irregolare, o meno simmetrico. Nella figura sono
rappresentati anche i meandri del Tanaro: la di-
scussione sulle loro caratteristiche sarà affron-
tata nel capitolo relativo alla media Valle Tanaro.
Sul profilo longitudinale del fiume sono iden-
tificabili, dalla foce alla sorgente, tre tratti con-
cavi alternati a due convessità (Fig. 7).
La I convessità si forma dopo la confluenza
del Valla, e presenta il punto di massima curva-
tura in coincidenza con il passaggio dalle zone di
affioramento della Formazione di Rocchetta a
quelle della Formazione di Cortemilia. E’ proba-
F BORMIDA
DI SPIGNO
lofo
[o|o[e1e19P1
]
0/9,
of o/o/ e) fofo/ 0fo[o/0/
18,
sl
ofo
[- Leal
T. VALLA
65
bile che concorranno a definire tale assetto del
talweg sia l’apporto nella valle principale, ed 1l
deposito, del trasporto solido del Valla, sia l’alter-
nanza delle litologie.
Ben più evidente è la II convessità, cui corri-
sponde, nel Valla, un flesso analogo. In questi
tratti nei due alvei affiorano ad intermittenza i
calcescisti e le pietre verdi. In coincidenza con
le convessità i meandri si incassano, il fondovalle
si restringe, il fiume erode. L'insieme di questi
fenomeni è più evidente in corrispondenza alla Il
convessità.
A cominciare dalla confluenza con la Bormida
di Millesimo, e procedendo verso S, ai primi due
tratti concavi corrispondono i meandri liberi, il
fondovalle si allarga ed il fiume deposita. A pri-
ma vista, dunque, il profilo longitudinale del corso
d’acqua, sul Terziario, appare come una succes-
sione di tratti in pendenza di equilibrio: le con-
vessità si sviluppano sui litotipi più resistenti al-
l'erosione, le concavità su quelli meno resistenti.
200msilmmi*
ICONV.
Fig. 7. — Profilo logitudinale del Fiume Bormida di Spigno e del Torrente Valla. Legenda: Quaternario, 1- Alluvioni
recenti e attuali; Terziario, 2 - Formazione di Cortemilia; 8 - Formazione di Rocchetta; 4- Formazione di Molare; 5 - Pre-
terziario; 6- Limite (indicativo) fra Terziario e basamento precenozoico;
7-Terrazzi olocenici (di III ordine). La distri-
buzione delle litologie, in particolare delle alluvioni, sono esemplificative.
Fig. 7. — Longitudinal profile of Bormida di Spigno and Valla rivers. Explanation: Quaternary, 1- Present-day and
recent alluvial deposits; Tertiary, 2 - Cortemilia Formation; 3 - Rocchetta Formation; 4- Molare Formation; 5 - Holocenie
river terraces (III order). The lithologies, especially that of the alluvial deposits, are exemplary.
A. BIANCOTTI
Fig. 8. — Bassa valle Bormida di Spigno; versante orografico sinistro all’altezza di Denice: terrazzo di III ordine e ter-
razzo di II ordine.
Fig. 8. — Bormida di Spigno low valley, right orographic slope in Denice region: III order river terrace and II order
river terrace.
Altri elementi contraddicono in parte questa
interpretazione.
Alla testata del fiume, ove affiorano i gra-
niti, le migmatiti e gli altri litotipi paleozoici,
evidentemente più. resistenti all’erosione dei sedi.
menti terziari, il profilo longitudinale è concavo.
Lungo la parte bassa dei versanti, dalla foce
fino alla II convessità, si sviluppa una serie di
superficie pianeggianti, progressivamente, da valle
a monte, meno sospese sul fondovalle, e facenti
parte di un piano convergente verso S con il tal-
weg in corrispondenza della II convessità stessa.
La scarpata collegante queste forme al fondovalle
è ripida, a tratti subverticale sui calcescisti, più
dolce sulle marne e sui conglomerati.
Le superficie sono coperte da sottili coltri di-
scontinue di detrito di falda e di alluvioni. Su di
esse si sviluppano suoli alluvionali o suoli bruni
giovani poco evoluti, prodotti da un processo pe-
dogenetico certamente posteriore all’ultima gla-
ciazione.
Nel complesso le superficie sono interpretabili
come terrazzi fluviali di genesi olocenica (III or-
dine) (Fig. 8).
In quota con i terrazzi si sviluppano nume-
rosi alvei epigenetici isolanti, verso l’asse della
valle, piccoli dossi tondeggianti, o allungati in
senso S-N (Fig. 9).
Nella parte medio-alta dei versanti è possibile
individuare un secondo ordine di terrazzi, in parte
erosi, e riconoscibili in particolare nelle zone di
affioramento dei calcescisti e delle pietre verdi,
Fig. 9. — Bassa valle Bormida di Spigno, versante orogra-
fico sinistro: alveo epigenetico sviluppantesi in quota con
i terrazzi olocenici. ;
Fig. 9. — Bormida di Spigno low valley, right orographic
slope: epigenetic channel to. the same altitude of holocenic
river terraces.
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA 67
sui versanti ‘formati dalle alternanze marnoso-
arenacee della Formazione di Cortemilia, ove la
giacitura è a reggipoggio, e sui livelli più arena-
cei e conglomeratici della Formazione di Mone-
siglio.
Incise nella lunga dorsale orientata S-N, for-
mante lo spartiacque sinistro del bacino, sono ri-
conoscibili, da S a N, tre selle d’erosione fluviale
colleganti il bacino della Bormida di Spigno con
il bacino della Bormida di Millesimo. Queste for-
me, e le superficie sviluppatesi alla stessa quota
(terrazzi di I ordine), sono state interpretate
(BIANCOTTI, 1981 b), come tracce di un antico re-
ticolo idrografico diretto in senso E-W, quasi or-
togonale, quindi, con l’attuale deflusso principale
del bacino.
Lo spartiacque sinistro, e parte del destro, co-
stituiscono le testimonianze del glacîs plio-villa-
franchiano delle Langhe, demolito dall’erosione
successiva. Il discorso sul glacîs già è stato ap-
profondito nei due lavori citati in premessa. Ad
essi si rimanda per notizie più specifiche.
I versanti.
Sul Terziario l’asse vallivo è diretto SSW-NNE.
Dati i caratteri giaciturali della piega monocli-
nale, ed i disturbi tettonici individuati in partico-
lare sulla destra orografica, il versante occiden-
tale è a traversopoggio o a reggipoggio, su quello
orientale prevalgono le situazioni di pendio a fra-
napoggio; non mancano però localmente condizio-
ni giaciturali diverse.
Sui versanti le forme appaiono nettamente con-
dizionate dalle litologie affioranti. Anche altri fat-
tori intervengono però ad interferire con il mo-
dellamento delle forme. Nella parte settentrionale
del bacino affiora su ambedue i versanti la For-
mazione di Cortemiglia. Sulla destra orografica,
ove prevalgono le condizioni di giacitura a frana-
poggio, si manifestano frane di scivolamento di
cui l’alternanza di marne ed arenarie costituisce
un’evidente causa predisponente. La meccanica del
fenomeno, e le diverse tipologie in cui si manife-
sta, sono state descritte trattando del bacino con-
tiguo della Bormida di Millesimo.
E’ da rilevare che la dinamica del versante su
questi litotipi nella Bormida di Spigno è meno at-
tiva che nella Bormida di Millesimo. In partico-
lare non sono individuabili fenomeni di scorri-
menti di settori di versante, né versanti a gradi-
nata (BIANCOTTI, 1981 b).
Sui tratti di versante a reggipoggio preva-
lente, quindi in particolare sulla sinistra orogra-
fica, i corsi d’acqua secondari incidono profonda-
mente il pendio. Il reticolo consta di numerose
aste di ordine basso, poco o per nulla gerachiz-
zate, influenti direttamente della Bormida. °
-... sy
A
Fig. 10. — Valle Bormida di Spigno, versante orografico sinistro: solchi di erosione ad andamento calanchiforme. Le forme
si sviluppano nelle marne della Formazione di Rocchetta. Al tetto delle marne è ben visibile il passaggio alle arenarie ed
ai conglomerati della Formazione di Monesiglio.
Fig. 10. — Bormida di Spigno low valley: badlands. Forms evolved in marls of Rocchetta Formation. At the top of marls,
abrupt transition to sandstones and pebblestones of Monesiglio Formation can be seen.
A. BIANCOTTI
Il paesaggio cambia repentinamente in corri-
spondenza alle marne della Formazione di Roc-
chetta, affioranti più a S: i versanti sono pro-
fondamente incisi (Fig. 10) da solchi d’erosione
ad aspetto calanchiforme. Queste forme si svilup-
pano nel tratto di bacino a cui corrisponde la
parte di talweg compresa fra la Ie la II conves-
sità. Più a S ancora, in corrispondenza quindi al
tratto di fondovalle a ‘monte della II convessità,
benché sul versante sinistro della valle principale
continuino ad affiorare le marne per oltre otto
km di lunghezza, i solchi si obliterano rapida-
mente, sono meno profondi, il paesaggio assume
connotati diversi.
Le forme in esame si sviluppano di più sul
versante orografico sinistro della valle principale,
a reggipoggio prevalente (AZZI, 1912 e 1913; CA-
STIGLIONI, 1932 e 1935), tuttavia sono presenti an-
che sul destro: anche qui la loro evidenza è mag-
giore ove localmente la giacitura è a reggipoggio
(medio bacino del Valla, Fig. 11).
Nelle valli laterali incidenti il versante sini-
stro, ad orientazione prevalente W-E, le forme
sono più sviluppate sul versante ad esposizione S
(PASSERINI, 1957; PANICUCCI, 1972), ma sono ri-
levabili anche su quello esposto a N.
Sul versante orografico sinistro evidente cau-
sa predisponente l’evoluzione della forma è l’esi-
stenza, al tetto delle marne, di una cornice meno
erodibile costituita dai conglomerati poligenici e
dalle arenarie della Formazione di Monesiglio
(SCHEIDEGGER, 1968; LULLI, 1974; GUASPARRI,
1978).
E’ probabile che l’esistenza, all’ interno delle
marne, di livelli ad alta componente sabbiosa e di
noduli arenacei, in particolare nella parte alta
della formazione, rendendo il versante più stabile,
favorisca il formarsi dei solchi d’erosione (VIT-
TORINI, 1971; SFALANGA & VANNUCCI, 1975).
La forma consta di profonde incisioni a V, a
pareti ripide, con creste intermedie a coltello.
I versanti, là ove il litotipo è rappresentato da
marna pura, a bassa o nulla componente sabbiosa,
sono coperti da una vegetazione rada, in preva-
lenza arbustiva od erbacea, la cui percentuale to-
tale di copertura non supera il 15%. Le specie più
Fig. 11..— Versante orografico destro della Valle Bormida di Spigno all’altezza di Piana Crixia: particolare dei solchi
d’erosione ad andamento calanchiforme.
‘
Fig. 11. — Right orographic valley slope of Bormida di Spigno river near Piana Crixia region:. detail of badlands.
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA 69
comuni, fra le erbacee, appartenenti ai generi
Carex e Molinia, formano spesso zolle erbose di
10-20 cm di diametro, rilevate di 10-5 cm rispetto
al resto del pendio.
In queste zone in primavera il versante è co-
perto da una coltre di materiale mobile, formato
da scagliette di marna, di potenza variabile fra i
3 ed i 7 cm (Fig. 12). Essa deriva dai processi di
disgregazione fisica, legati al gelo e disgelo in-
vernale. In occasione degli eventi pluviometrici di
maggiore intensità la copertura disgregata è ra-
pidamente erosa. Dove la coltre è più spessa il
ruscellamento diffuso tende a concentrarsi, ma in
genere si limita ad asportare 11 materiale mobile
senza incidere la roccia sottostante (Fig. 13). I fi-
letti d’acqua, continuamente obliterati da micro-
movimenti gravitativi sviluppantisi nella coltre di
scaglie e sui versanti fortemente inclinati, diva-
gano su tutto il pendio. Il processo di denudazione
si completa ogni anno in autunno: è in questa
stagione infatti che si registrano insieme le mas-
sime piovosità, e la massima intensità degli even-
ti: le precipitazioni comprese nelle classi ad in-
tensità diurna superiore ai 20 mm, a Spigno Mon-
ferrato, formano il 67% del totale in autunno
(ara, 145)
Durante l’ inverno successivo il processo di di-
sgregazione riprende.
Nell’ insieme, dunque, l’erosione del versante
avviene in modo areale; il ruscellamento concen-
trato, e l'erosione lineare si manifesta solo lungo
il reticolo di drenaggio (SCHUMM, 1956; SMITH,
1958): sulle marne pure il processo erosivo si av-
vicina quindi più a quello dei badlands americani
che non ai calanchi dell’Italia centro-meridionale.
Fig. 12. — Particolare dei versanti denudati, su marne, in corrispondenza ai solchi d’erosione ad andamento calanchi-
forme: è osservabile la coltre discontinua di materiale mobile, formato da scagliette di marne, e la scarsissima copertura
vegetale formata da radi cuscinetti di Carex e di Molinia. In alto a sinistra è visibile il contatto fra la Formazione di
Rocchetta e la Formazione di Monesiglio.
Fig. 12. — Denuded slopes, on marls, in badlands zone; note the discontinuous sliding material composed of finely
fractured marls, and the very poor vegetal cover, mainly Ccrex and Molinia. In the upper left corner of the exposure,
transition between Rocchetta Formation and Monesiglio Formation.
A. BIANCOTTI
Nelle vallecole calanchive affiorano diretta-
mente le marne, il materiale eroso dai versanti è
rapidamente asportato senza che si formino accu-
muli. Questo fatto, e la stessa ridotta coltre di
materiale mobile sui versanti, anche in prima-
vera, indica un'attività erosiva particolarmente in-
tensa. i
Nelle zone ove la componente sabbiosa del sub-
strato è maggiore, o dove il disboscamento cui fu
sottoposta la regione in tempi storici è meno pro-
nunciato, sotto la vegetazione, la cui percentuale
di copertura sale al 60-70%, si sviluppano suoli
rendziniformi, del tipo rendzina giovane a profilo
pedologico A;-R. Nelle zone più protette dall’ero-
sione, in ragione della forte componente silicatica
della roccia madre, la dissoluzione del carbonato
libera in poco tempo una coltre abbastanza po-
tente di argilla limosa: si forma un suolo bruno
calcico. E? probabile che questo terreno fosse il
climax forestale dell’area. prima dell’ intervento
antropico. D’altra parte il clima, classificabile se-
condo i parametri di Thorthwaite subumido asciut-
to, con limitato surplus stagionale, temperato con
estate calda (stazione di Spigno Monferrato), bene
si conforma all’evoluzione pedologica descritta.
Sia sui versanti nudi, sia su quelli a maggiore
copertura vegetale il suolo, ove esiste, in estate
tende a crepacciarsi profondamente, fino alla roc-
cia madre. Durante i forti eventi autunnali l’ac-
qua di ruscellamento percola nelle fessure ed ali-
menta una circolazione al contatto suolo-roccia
che favorisce la formazione di piani di scivola-
mento generanti piccoli ed endemici movimenti
gravitativi denudanti a loro volta il substrato
(VITTORINI, 1979; BIANCOTTI, 1980).
La parziale obliterazione delle forme a S
della II convessità del profilo longitudinale del-
l’asta principale, su marne analoghe a quelle af-
Fig. 13. — Particolare dei versanti denudati, su marne, in corrispondenza ai solchi d’erosione ad andamento calanchiforme:
forme di ruscellamento concentrato instaurantesi in primavera, ed erodenti esclusivamente la coltre di materiale mobile
formatasi durante la stagione fredda.
Fig. 13. — Denuded slopes, on marls, in badlands zone: landforms due to springtime rill wash and gully erosion of
material deposited in the winter only. *
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA TA
10- 20mm
20- 40mm
b-> > 40mm
Fig. 14. — Stazione di Spigno Monferrato (258 m s.lmm.):
scomposizione delle precipitazioni in entità diurne deter-
minate. Il valore delle classi scelte è indicato in figura.
fioranti a N, e in presenza di una vegetazione
ugualmente manomessa dall'uomo, porta a conclu-
dere che alla base della genesi della forma, oltre
alle componenti litologiche, strutturali, climatiche
ed antropiche finora descritte, ne intervengano
altre.
A S della II convessità, i fondovalle del reti-
colo secondario impostati in corrispondenza agli
affioramenti della Formazione di Rocchetta sono
coperti da materiale eroso dai versanti: la roccia
in posto non affiora. Mancano dunque gli indizi
di un’incisione lineare particolarmente intensa.
Anche sui versanti l’erosione per ruscellamento
diffuso è meno attiva: sulle marne nude o sotto
bosco rado la coltre di disgregazione fisica o il
suolo è più potente, i versanti stessi sono meno
incisi.
Si può affermare che a valle della II conves-
sità il reticolo secondario erode attivamente al
piede i versanti in marne, e che l’ incisione costi-
tuisce una componente importante nella genesi
delle forme a calanchi. A monte l'erosione lineare
lungo il reticolo drenante è meno attiva: ne con-
segue un evidente rallentamento nell’evoluzione
della forma.
La gerarchizzazione del reticolo idrografico.
La forma allungata del bacino, l’assenza di af-
fluenti di notevole entità, fatta eccezione per il
Torrente Valla, la disposizione relativamente or-
dinata delle litologie dalla sorgente alla foce ha
consigliato di procedere al calcolo dei parametri
gerarchici per sezioni progressive dell’areale in
esame, facendo coincidere le successive chiusure
con zone di particolare interesse litologico o geo-
morfologico.
Pertanto, da S a N, sono state prese in consi-
derazione le seguenti aree:
I: testata del bacino, fino alla confluenza
della Bormida di Mallare con la Bormida di Pal-
lare. L’areale corrisponde alla zona di affiora-
mento dei litotipi preterziari in netta prevalenza :
l’Oligocene affiora solo sul 7% dell’area.
II: Bormida di Spigno, dall’origine fino alla
confluenza con il Torrente Valla escluso. Nella
nuova area acquisita affiorano in prevalenza le
marne della Formazione di Rocchetta (sinistra
orografica della Bormida) e, subordinatamente, i
Fig. 14. -- Pluviometrie station at Spigno Monferrato vil-
lage (258 m above sea level): regime divided into daily
determinate amounts. The value of each class is indicated.
A. BIANCOTTI
conglomerati della Formazione di Molare (destra
orografica). Sui versanti, in corrispondenza alla
prima formazione, compaiono i calanchi; il pro-
filo rettificato dell’asta principale è caratterizzato
da una netta curvatura, corrispondente alla II
convessità.
III: Bormida di Spigno, dall’origine alla
confluenza con la Bormida di Millesimo. La nuova
area acquisita comprende il bacino del Torrente
Valla, impostato in netta prevalenza nell’Oligo-
cene. Nel tratto distale della valle principale do-
minano le alternanze marnoso-arenacee della For-
mazione di Cortemilia, a S, subordinatamente,
compaiono le marne della Formazione di Roc-
chetta.
IV: Torrente Valla, dall’origine alla con-
fluenza con la Bormida di Spigno.
Le aree, le altitudini medie dei singoli tratti,
le quote delle sezioni di chiusura sono le seguenti :
area alt. media
(km?) (m sl.m.m.)
quota chius.
Sezioni (m s.l.m.m.)
Ji 137,88 621 337
II 309,01 519 255
III 448,41 489 163
TIVA 76,53 468 255
Per i valori più rappresentativi (9.1, An, Ga),
ed in grado di essere direttamente confrontati con
gli analoghi dati di altri bacini, o, nell’ambito del
bacino in esame, fra tratti diversi, si è proceduto
al calcolo, oltre che per sezioni progressive, anche
per sezioni successive.
Il primo dei parametri calcolati è il rapporto
di biforcazione (P,) (Tab. 2), definito dal rap-
porto fra il numero dei segmenti fluviali di un
dato ordine, ed il numero dei segmenti dell'ordine
immediatamente successivo. Dalla media aritme-
Bacino
TAB. 1. — Parametri N, e Nd,; «: ordine dei segmenti fluviali; N: frequenza; Nd: frequenza diretta.
TaB. 1. — Parameters N, and Nd,; u: stream order; N: number of streams; Nd: number of streams reaching the
upper one.
Rbo Rbg Rbg Rbd, Rbd, Rbd3 Rbdy Rbdg Rbdg Rb Rb° Rbd9 .
4,64 5 2/98! ‘3:22 DA7553020 - 74:36
4,36 9 816 20083: 0400022027, - 5/25
4,31 6 3,39 3,02 ‘2ib7 ‘2,58 4,17
3
4,51 SI SZAGZZI:, 2 SIZE)
SZ: 9 ARE FO1R0:97
4,48 3,49 1,08 0,99
0 IO] 0
4,16 3,14 0,96 1,02
TAB. 2. — Parametri Rb,, Rbd,, Rb, Rbd, Rb°, Rbd°, R, R°; u: ordine dei segmenti fluviali; Rd: rapporto di biforcazione
(Rb: media aritmetica; Rb°: media ponderata); Rbd: rapporto di biforcazione diretto (Rbd: media artimetica; Rbd°:
media ponderata; R: indice di biforcazione, media aritmetica; ° indice di biforcazione, media ponderata.
TAB. 2. — Parameters Rb,, Rbd,, Rb, Rbd, Rb°, Rbd°, R, R°; u: straem order; Rb: bifurcation ratio (Rb: aritmetic mean
value; Rb°; weighted mean value); Rbd: direct bifurcation ratio (Rbd:- arithmetie mean value; Rbd°: weighted mean
)
value); R: bifurcaton index, arithmetic mean value; R°: bifurcation index, weighted mean value. :
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA 15)
tica risulta che il valore cresce nella II sezione, sia
rispetto alla I che alla III: ciò starebbe ad indi-
care, anche per il valore di media comprensiva
della I sezione assunto dal dato in esame, che il
tratto intermedio del bacino principale è caratte-
rizzato da un drenaggio più disordinato delle altre
aree. Analizzando i singoli valori concorrenti a
definire la media si osserva che l’aumento di £,
in questo tratto è dovuto essenzialmente ai ben
9 N; influenti in Ny: già nella media ponderata,
infatti, lo scarto si riduce.
Il secondo dei parametri calcolati è il rapporto
di biforcazione diretta (Ra), definito dal rapporto
tra il numero dei segmenti fluviali di un dato or-
dine che influiscono in segmenti dell’ordine im-
mediatamente superiore (N) ed il numero di que-
sti ultimi. Tale parametro prende in considera-
zione solo le influenze che si inquadrano in una
struttura gerarchizzata del bacino: i valori sia
delle medie aritmetiche, che delle medie ponde-
rate sono più bassi che nel caso precedente. Si ri-
pete l'aumento del dato nella II sezione.
L’ indice di biforcazione ’, che è ottenuto
dalla differenza fra R, e R,a, mette in risalto
l'incidenza delle influenze anomale. L’ordine di
variazione notato dai confronti fra i parametri
precedenti viene qui a mancare. Nel valore otte-
nuto dalla differenza delle medie ponderate, anzi,
risulta che 1’ importanza delle influenze anomale,
seppure di poco, cresce dalla seconda sezione alla
terza. I parametri relativi alle tre sezioni della
valle principale, ed anche quello del Torrente
Valla, sono tuttavia assai simili.
Il numero di anomalia gerarchica (G,) (Ta-
bella 3) rappresenta il numero minimo dei seg-
menti di primo ordine necessari a rendere il reti-
colo perfettamente gerarchizzato. Il valore, nel
caso in esame, sale progressivamente nelle aree
delimitate dalle diverse sezioni. Nella prima di que-
ste, a definire l'anomalia, concorrono in misura
bilanciata i vari ordini di affluenti; nella seconda
il numero degli a, e a» necessari per ottenere
una perfetta gerarchizzazione aumenta, in pro-
porzione, rispetto agli influenti degli altri ordini,
ed ancora di più aumenta nella terza.
Bacino
TAB. 3. — Parametri G,, 4., 9a; G,: numero di anomalia
gerarchica; 4,: indice di anomalia gerarchica; g,: den-
sità di anomalia gerarchica.
TAB. 3. — Parameters G.,, 4.,, 9a; G.: hierarchical ano-
maly number; 4,: hierarchical anomaly index; g,: hie-
rarchical anomaly density.
In particolare, nella seconda area, la concor-
renza degli a; a definire l'anomalia rappresenta
il 22,1%, nella terza il 20,05%. L’ultimo valore,
comprendendo anche gli a,7, sale a 26,19% (Ta-
bella 4).
Tali dati, evidentemente, rappresentano, per
le sezioni successive alla prima, delle medie com-
prensive anche delle sezioni precedenti.
Come già si è detto, si è proceduto al calcolo
dello stesso parametro anche per tratti intermedi
di bacino, compresi fra due chiusure successive
(Tab. 5). Considerando il tratto della Bormida
compreso fra la I e la II chiusura a, concorre per
il 30,09% a definire il valore di G,, nel tratto
compreso fra la II e la III chiusura, Valla escluso,
4,7 costituisce il 34,06% di G, (!); nello stesso
(1) Nel tratto compreso fra la II e la III chiusura,
Valla escluso, non esistono influenti di tipo 4,s, in quanto
mancano corsi d’acqua di 6° ordine.
Bacino
TAB. 4. — Parametri 4,,;j @,,;: segmenti di 1° ordine necessari ad eliminare le confluenze anomale dei segmenti di ordine
u in quelli di ordine è.
TAB. 4. — Parameters 4,,;j @, ;: 1°-order streams necessary to eliminate the anomaly of u-order streams in 7-order streams.
14 A. BIANCOTTI
tratto la somma di a; - e a. rappresenta il 58,79
per cento di G,.
Risulta dunque che gli affluenti degli ordini
più bassi concorrono a definire l'anomalia in mi-
sura progressivamente maggiore da monte a
valle: il dato concorda con quanto indicato dai
valori dell’ indice di biforcazione.
Gli ultimi due parametri calcolati, l’ indice di
anomalia gerachica A, e la densità di anomalia
gerarchica 9, precisano ulteriormente il grado di
gerarchizzazione del reticolo. Introducendo valori
come l’area di competenza (9g, = Gx/A4), o il nu-
mero totale degli affluenti di 1° ordine (4A\ =
— G4/N;) è possibile non soltanto stabilire rap-
porti fra tratti intermedi di bacino, ma anche fra
bacini a diverso sviluppo areale (AVENA & LUPIA
PALMIERI, 1969).
I valori calcolati per sezioni progressive rive-
lano:
— una riduzione sia dell’ indice di anomalia
gerarchica, sia della densità di anomalia gerar-
chica nell’area definita dalla seconda sezione di
chiusura rispetto alle altre;
— un aumento, fra la prima e la terza area,
dell’ indice di anomalia, una contrazione, nello
stesso senso, di 9, .
I parametri in questione, calcolati per i sin-
goli tratti intermedi del bacino, sono indicati in
Tab. 5. 4
Sez. di bacino
I
I1-1
IHI-(H1+1)
IV
IHI-(1+IT+IV)
TAB. 5. — Numero (G,), indice (4,) e densità (g.) di ano-
malia gerarchica calcolati per sezioni successive del ba-
cino: I - testata del bacino fino alla I sezione di chiusura;
II-I: tratto compreso fra la I e la II sezione di chiusura;
III-(II + I): tratto compreso fra la II e la III sezione di
chiusura; IV: Torrente Valla, dall’origine alla confluenza
con la Bormida di Spigno; III-(I + II + IV): tratto com-
preso fra la II e la III chiusura, Torrente Valla escluso.
TAB. 5. — Number (G,), index (4,) and density (g.) of
hierarchical anomaly calculated for progressive basin
sections. I: head to 1° middle section; II-I, between 1%
and 2"° middle sections; ITI-(II + I), between 2°° and 3"
middle sections; IV, Valla river, from source to confluence
with Bormida di Spigno; III-(I + II + IV), between 2"°
and 3" middle section, excluding Valla river.
Il valore della densità di anomalia gerarchica
cresce costantemente dalla sorgente alla foce del
bacino principale (testata fino alla I sezione di
chiusura; tratto compreso fra la II e la III chiu-
sura, corrispondente al tratto di bacino a N della
confluenza con il Torrente Valla, Valla compreso;
tratto compreso fra la II e la III chiusura, Tor-
rente Valla escluso, in Tab. III-[I4-IIT-IV]), ec-
cetto che per il tratto compreso fra la I e la Il
sezione di chiusura; nello stesso modo si comporta
l’indice di anomalia gerarchica.
Sia nei parametri calcolati per sezioni progres-
sive, che per sezioni successive, il valore minimi
si osserva per il tratto di bacino compreso fra la
confluenza della Bormida di Mallare e Pallare e
la confluenza del Torrente Valla: ciò starebbe ad
indicare che in questa zona il reticolo raggiunge
il carattere di maggiore conservatività.
Nel complesso dunque la disorganizzazione del
reticolo cresce da S a N, con una pausa in corri-
spondenza alle formazioni calanchive delle marne
oligocenico-aquitaniane.
Per gli ultimi dati calcolati è possibile un con-
fronto con gli analoghi parametri calcolati a suo
tempo nella Bormida di Millesimo. In particolare
alla testata dei due bacini, impostata in analoghi
tipi litologici, la densità di anomalia gerarchica
della Bormida di Millesimo è risultata di 20,42
(BIANCOTTI, 1981 b), ben più alta, quindi, dell’ana-
logo tratto della Bormida di Spigno. Lo stesso
parametro, per tutto il primo bacino, è di 14,66,
di nuovo maggiore di quello rilevato nella Bormida
di Spigno. Anche l’ indice di anomalia gerarchica
varia nello stesso senso. Dal confronto, dunque,
emerge che tutto il bacino della Bormida di Mille-
simo, la testata in particolare, risulta in una si-
tuazione di minore conservatività della Bormida
di Spigno.
Ipotesi sull’evoluzione del bacino.
x
Il bacino è stato interessato dal Pleistocene
inferiore, periodo in cui termina la genesi del
glacis delle Langhe, all’Attuale, da più fasi ero-
sive. Gli indizi delle prime due sono simili, e coin-
cidono, con quelli rilevati a suo tempo nel .conti-
guo bacino della Bormida di Millesimo, e pos-
sono essere così riassunti :
— nel Pleistocene medio il glacis è stato in-
ciso da un reticolo diretto SSE-NNW, che ha
creato le selle d’erosione incidenti lo spartiacque
sinistro;
— dal Pleistocene superiore all’Olocene infe-
riore, per sollevamento differenziale dell’area, il
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
senso dei deflussi ha subito una diversione verso
N dirigendosi dalla pianura cuneese alla pianura
alessandrina.
Il sollevamento, e la variazione del livello di
base ha provocato una nuova fase erosiva che ha
evidenziato i terrazzi più alti, sospeso le selle di
erosione, e portato il fondovalle della Bormida di
Spigno a livello del II ordine di terrazzi;
— nella pausa che è seguita il fiume da
meandrizzato ;
— in età olocenica una ripresa del solleva-
mento ha provocato una nuova erosione: si sono
formati i terrazzi di II ordine, i meandri si sono
incassati, il talweg si è inciso fino al livello di
base formato dal III ordine di terrazzi nella parte
distale del bacino, dall’attuale fondovalle nella
parte prossimale.
In corrispondenza alla II convessità del pro-
filo longitudinale della Bormida si verifica una
serie di variazioni nell’assetto geomorfico del ba-
cino: a N del flesso esistono i terrazzi di III or-
dine, e si formano i calanchi; l'incisione delle
aste fluviali è attiva. A S i terrazzi scompaiono,
i solchi calanchiformi si obliterano, l’ incisione
verticale è meno evidente: si può concludere che
a valle della II convessità è in atto un processo
erosivo esteso ai versanti. Il fenomeno non si ma-
nifesta a monte. A conferma di quanto detto la
conservatività del reticolo idrografico aumento da
Nas.
La pausa registrata, nell’aumento della conser-
vatività nel senso indicato, in corrispondenza alle
formazioni calanchive, può così essere interpreta-
ta: sulle marne, molto erodibili, il reticolo si è ra-
pidamente articolato prima della fase erosiva in
questione, gerarchizzandosi in proporzione meglio
che sugli altri litotipi meno erodibili, ed affioranti
nel bacino a S e a N delle marne. Durante l’ero-
sione che è seguita le aste fluviali hanno inciso il
substrato; come si è detto sui versanti è prevalsa,
e si manifesta tutt'ora, un’erosione diffusa. In par-
ticolare non si sono formate aste di ordine basso
direttamente. influenti nella Bormida: l'anomalia
si è mantenuta bassa, pur in presenza di una forte
incisione.
Sulla Formazione di Cortemilia, invece, secon-
do lo schema proposto a suo tempo (BIANCOTTI,
1981 b) la franosità di scivolamento ha disorga-
nizzato il reticolo precedente facendolo regredire:
qui la conservatività diminuisce notevolmente.
Il processo erosivo alla base dei fenomeni de-
scritti è recente, com’è dimostrato dai suoli evolu-
tisi sui terrazzi di III ordine. Dall’attività di inci-
sione del talweg del reticolo calanchivo possiamo
affermare che è tutt'ora in atto.
LA MEDIA VALLE TANARO
Corrisponde al tratto compreso fra Ceva e
Bastia Mondovì, ove il fiume incide profonda-
mente le colline formanti il margine meridionale
delle Langhe. Nella zona la valle si allarga in una
pianura alluvionale, ampia fino a quattro km,
molto varia ed articolata, sia per il disegno della
rete idrografica, profondamente incisa, sia per il
generale terrazzamento della sua superficie.
L’alveo del Tanaro, a meandri incassati, la at-
traversa mantenendosi in posizione eccentrica, e
si accosta ed erode la base del versante destro.
Ne consegue l’asimmetrica distribuzione dei ter-
razzi: sulla sinistra orografica una serie di su-
perficie piane, coperte da alluvioni a diversa pe-
dogenesi, e collegate da scarpate più o meno pro-
fonde, discende a gradinata dai versanti delle col-
line fino al talweg attuale (Fig. 15); sulla destra
orografica l'erosione laterale dei meandri si eser-
cita direttamente sul fianco delle Langhe, produ-
cendo profonde e caratteristiche scarpate verticali
(le « rocche »). Su questo lato del fiume il terraz-
zamento è limitato alle parti di versante interne
Fig. 15. — I terrazzi alluvionali disposti lungo il versante
orografico sinistro della media Valle Tanaro.
Fig. 15. — River terraces of the left orographic slope of
the middle Tanaro Valley.
70 A. BIANCOTTI
alle concavità delle più pronunciate anse fluviali.
I tipi litologici affioranti nella regione appar-
tengono al Terziario ed al Quaternario.
I primi fanno parte della serie miocenica del
Bacino Terziario Piemontese. I termini del Mio-
cene inferiore affiorano nel settore orientale del-
l’area, e sono costituiti dalla Formazione di Roc-
chetta, dalla Formazione di Monesiglio e dalle
Marne di Paroldo. Nel complesso prevalgono le
facies marnose, mentre quella arenaceo-conglome-
ratica della Formazione di Monesiglio è netta-
mente subordinata.
I termini del Miocene medio, che dominano
nel settore occidentale, sono costituiti in preva-
lenza dalla Formazione di Murazzano (Lan-
ghiano-Serravalliano). Si tratta di alternanze rit-
miche di arenarie e marne in straterelli di 8-10
cm, di sabbie giallastre in strati da 10 a 50 cm,
di marne grigio-cenere a stratificazione indistinta
alternate a livelli arenacei.
La complessità, e la completezza, dei depositi
quaternari non trova riscontro in nessuna altra
zona dell'Alta Langa. Di essi si rende quindi op-
portuna una trattazione più dettagliata.
I terreni quaternari.
In parte formano depositi affioranti sulle cre-
ste e sui fianchi delle colline costituenti il ver-
sante orografico sinistro della media Valle Ta-
naro, in parte costituiscono i vari ordini di ter-
razzi colleganti i versanti al talweg.
Fig. 16. — Il conglomerato cementato costituente la base
del Villafranchiano al Bric Bicocca.
Fig. 16. — Strongly cemented conglomerate at the bottom
of the Bicocca hill Villafranchian deposits.
Il Villafranchiano.
La presenza di depositi quaternari, in facies
prevalentemente clastica grossolana, trasgressivi
sulle sottostanti formazioni terziarie, in isolati af-
fioramenti sulla sommità del versante orografico
sinistro della Valle Tanaro, fra il Fiume Ellero e
Corsaglia, affluenti di sinistra del Tanaro, è se-
gnalata da SACccO (1917), e riportata sul Foglio
Cuneo della Carta Geologica d’Italia (F. 80).
L’affioramento più potente ed esteso si colloca
alla sommità del Bric Bicocca, che si eleva fino a
quota 651 m s.l.m.m. Oltre che per la maggiore
altezza il rilievo si evidenzia nel paesaggio più
dolce delle alte colline per la maggiore inclina-
zione dei versanti, costituente la corrispondenza
morfologica della massa isolata di materiale gros-
solano riposante in discordanza sulle litologie
delle sottostanti formazioni terziarie.
Più in particolare i terreni affioranti sulla
Bicocca sono costituiti, alla base, lungo il ver-
sante E-SE da elementi clastici, sovente cementati
(Fig. 16), in cui prevalgono quarziti, anageniti e
porfiroidi, che costituiscono gli individui più
grandi e meglio arrotondati. Ad essi si aggiun-
gono rare pietre verdi, calcari scuri, calcari mar-
nosi poco elaborati. Non sono osservabili allinea-
menti o embriciature. In alcune zone, ove gli af-
fioramenti sono più visibili, si può osservare il
contatto brusco, erosivo, fra marne siltose grigio-
scure a stratificazione poco potente, appartenenti
al substrato terziario, ed il conglomerato polige-
nico più o. meno fortemente cementato che su di
esse si appoggia.
Intercalati nella parte inferiore del conglome-
rato, ed interposti fra questo e la sottostante se-
rie terziaria, affiorano in modo discontinuo, ta-
lora in forme di lenti, ghiaie, sabbie, limi ed ar-
gille. Tali materiali sono ben visibili sul versante
E della Bicocca. Ove direttamente osservabile, il
limite con la sottostante formazione terziaria,
rappresentata qui da marne siltose, argille mar-
‘nose grigio-azzurre ‘stratificate, e marne calcaree
siltose, chiare, compatte, fossilifere, conferma la
posizione discordante sul Terziario dei terreni in
questione.
Verso l’alto la cementazione diventa via via
più debole, aumentano le lenti di argille varicolori,
violacee e rosse, si osservano passaggi gradati fra
argille, limi e sabbie (Fig. 17).
Anche sulla base di quanto affermato dagli
Autori precedenti, dai caratteri del deposito è pos-
sibile pensare ad un’età villafranchiana. La facies
del sedimento è tuttavia ben diversa da quella clas-
sica osservabile a Villafranca d’Asti. D'altra par-
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA TOT
te, oltre a SACCO (1917) anche GABERT (1962) fa
menzione della trasformazione dei caratteri di fa-
cies villafranchiani, che gradualmente, verso la
base dei rilievi subalpini, qual è la zona in esame,
passano da facies ghiaiose e sabbiose in preva-
lenza ad altre conglomeratiche.
Fig. 17. — Le argille varicolori stratificate alternantesi in
lenti al conglomerato del Villafranchiano del Bric Bicocca.
Fig. 17. — Thin bedded, variegated mudstone intercalated
with the pebbly and gravelly Villafranchian Bicocca hill
deposits.
Il rilevamento di analoghi depositi sulle dor-
sali lentamente degradanti a W della Bicocca per-
mette di ricostruire, anche a S del Tanaro, la for-
ma del glacis plio-villafranchiano delle Langhe,
già osservato e descritto, a N del fiume, nelle Lan-
ghe sud-occidentali e nel bacino della Bormida di
Millesimo e di Spigno.
I depositi terrazzati. La prima unità.
I depositi alluvionali ‘posti nella zona alle
quote più elevate si trovano sul versante orogra-
fico sinistro, ad altezze dell'ordine dei 500-520 m
s.l.m.m. Si tratta di superficie pianeggianti, for-
mate da ciottoli arrotondati, eterodiametrici, di
dimensioni variabili dalle decimetriche alle centi-
metriche. I tipi litologici prevalenti sono le quar-
ziti ed i porfiroidi. I primi si presentano profon-
damente cariati, con incrostazioni ferruginose
nelle carie; i secondi sono alterati, a tratti com-
pletamente argillificati. I ciottoli sono immersi in
una matrice di sabbia ed argilla, con evidenti in-
dizi di rubefazione. Manca, su queste superfici,
un vero e proprio paleosuolo.
Questi terrazzi sono rilevabili lungo tutto il
versante orografico sinistro, dal Bosco di S. Gio-
vanni, a E, fino al Piano della Costa ed oltre
a W, mancano invece sul versante orografico
destro.
Più in basso, in due ordini successivi di su-
perficie, collegate fra loro da una scarpata addol-
cita alta 20 m circa, si dispongono altri terrazzi
alluvionali. I più bassi in quota si pongono ad al-
tezze dell’ordine dei 440 m s.l.m.m. La coltre al-
luvionale ha una potenza di 16-18 m, e poggia sui
sedimenti terziari troncati dall’erosione. Anche
qui i tipi litologici prevalenti sono quarziti e por-
firoidi. L’alterazione, nulla al letto del materasso
alluvionale, aumenta progressivamente verso l’al-
to: le quarziti presentano spalmature ferro-man-
ganesifere e profonde cariature derivanti da fe-
nomeni di solubilizzazione della silice, i porfiroidi
sono profondamente alterati, a tratti sfatti e ar-
gillificati. l
Le alluvioni sono coperte da un paleosuolo
avente le seguenti caratteristiche:
Ap cm 0-50, bruno rossiccio (5 YR 4/4), argil-
loso, scheletro assente, poliedrico subangolare fine,
pori piccoli comuni, friabile, plastico, attività
biologica e radici verticali comuni, limite chiaro
lineare.
B1l cm 550-135, rosso (2,5 YR 4/6), argilloso,
scheletro assente, prismatico evidente, pori pic-
coli scarsi, asciutto, duro, attività biologica scar-
sa, screziature comuni poco evidenti, rivestimenti
di argilla scarsi, concrezioni ferro-manganesifere
scarse soffici, limite graduale.
B2 cm 135-190, rosso (2,5 YR 4/6), scheletro
scarso, formato da piccoli ciottoli (2-4 mm) di
quarzite cariata, argilloso, aggregazione prismati-
ca grossa evidente, asciutto, duro, abbondanti lac-
cature di argilla e di ferro-manganese, concrezio-
ni abbondanti, di colore bruno rossiccio scuro
(5 YR 2,5/2), dure, limite graduale.
B3 cm 190-340, colore rosso (10 YR 4/6), sche-
letro scarso, analogo all’orizzonte precedente, ar-
gilloso, aggregazione grossa prismatica evidente,
laccature ferro manganesifere molto abbondanti,
78 A. BIANCOTTI
clay-skins rivestenti più del 20% gli aggregati;
le laccature impregnano il suolo anche all’interno
degli aggregati; scarse concrezioni. Alla massa
del suolo, del colore descritto, si alterna un reti-
colato di bande grigie o rosso pallide (2,5 YR 6/2),
limite graduale.
B/C cm 840-480/450 abbondante scheletro for-
mato da ciottoli fluviali arrotondati e fortemente
alterati, fino a 80 cm di lunghezza. Abbondanti
pellicole di argilla, e. laecature di ferro-mangane-
se. Colore analogo a quello dell’orizzonte prece-
dente.
C ciottoli alluvionali eterometrici, alterati, co-
stituenti il tetto del deposito alluvionale descritto
precedentemente.
L’analisi fisico-chimica del paleosuolo ha dato
i seguenti risultati:
Orizzonte BI B2 B3 B/C
Profondità (cm) 50-135 135-190 190-340 340-430
Granulometria %
sabbia 21,95 22,10 22,4 38729
limo 23,25 24,55 17,45 14,35
argilla 54,8 59795 60,15 52,40
Analisi chimiche
Fe libero % 6,59 6,31 5,23 4,44
pH (acqua) Sr 42 5:20 5,51
pH (KCI) 4,26 900 4,17 4,54
Cat+(m.e./100 g) 4,6 1a 10,9 9,8
Mgtt 5,35 4,05 5,4 5,55
ico 0,08 0,03 0,06 0,03
Nat 0,02 0,03 0,03 0,03
Totale basi 10,05 11,61 15,41
Acidità di scambio 14,35 14,8 1162
GIS'GÀ 2440 26,41 26,71
_ % saturazione 40,90 43,96 5757
CaCO, % È 5 : 1,5
L/A % ; 42,4 46 Mi 27,4
TAB. 6. — Dati analitici del suolo della I unità.
TAB. 6. — Analytical data of I unity soil.
x
Il profilo è stato scavato in località Gerbizzo,
quota 430, pendenza 8°, sotto coltivazione di mais.
Il paleosuolo è troncato dei suoi orizzonti più
superficiali. All’osservazione, e dai dati analitici,
la successione pare in posto.
L’argillificazione di tutto il profilo è molto ac-
centuata, in basso si riscontrano orizzonti a netto
accumulo illuviale di argilla e con tracce di idro-
morfia. L'aumento contemporaneo della saturazio-
ne percentuale può essere legato a fenomeni di
lisciviazione obliqua, dovuta alle acque reflue dal
versante ove affiorano sedimenti ad alta percen-
tuale di CaCO,.
I caratteri del. suolo sono:
— il colore rosso vivo, che non può essere at-
tribuito a fattori di inquinamento, data l'assenza
di altre terre rosse più a monte;
— la forte argillosità, i cui valori oscillano
fra il 50% ed il 60%;
— la presenza di un orizzonte di accumulo
d’argilla assumente caratteri abbastanza vicini a
quelli di una plintite;
— il rapporto L/A che, negli orizzonti pro-
fondi, si avvicina a valori vicini alla soglia di 15,
che, secondo alcuni Autori, corrisponderebbe a
quella tipica dei suoli tropicali.
L’alta percentuale di laccature e clay-skins,
l'alterazione assai spinta che ha determinato la
cariatura delle quarziti e la parziale distruzione
dei porfiroidi, insieme agli altri punti descritti,
fanno pensare ad una pedogenesi in ambiente cal-
do umido, o tropicale, o subtropicale. Dal punto
di vista sistematico il suolo rientra nei « fersialli-
tiques lessivés ».
In Piemonte suoli del genere si trovano sui
terrazzi, attribuiti al Pleistocene medio, di Isola,
Salmour e Bainale. Pur nelle diverse caratteri-
stiche legate alla morfologia ed al substrato pos-
siamo considerare simili a questo descritto i pa-
leosuoli delle cerchie moreniche mindeliane del
Garda, di Rivoli e di Ivrea.
Anche per il nostro suolo si può pensare ad
una lunga pedogenesi, forse iniziatasi nell’ inter-
glaciale Mindel-Riss.
Data la posizione topografica dei terrazzi, e
l’età relativa desunta dai paleosuoli ricoprenti le
superficie più basse, si può pensare che l’evolu-
zione delle forme della prima unità morfopedolo-
gica si è attuata nel lasso di tempo compreso fra
il Pleistocene inferiore, periodo in cui si sono de-
positati i sedimenti villafranchiani, ed il Pleisto-
‘cene medio, momento di genesi dei paleosuoli de-
scritti. L’erosione ha probabilmente troncato i
prodotti pedogenetici originariamente ricoprenti
le superficie poste a quote più elevate, su cui at-
tualmente affiora l’orizzonte C dell’originario pa-
leosuolo.
Sul versante orografico destro della media
Valle Tanaro non esistono superfici aggregabili
alla prima unità, né per quota, né per tipo di suoli.
Onde acquisire nuovi dati utili alla definizione
del termina di passaggio fra Villafranchiano e de-
positi fluviali ad esso successivi si sono svolte in-
dagini sullo stato d’usura dei ciottoli.
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
Sono state eseguite misure su due campioni di
cento ciottoli ciascuno utilizzando quelli di natura
quarzitica, gli unici sufficientemente sani da per-
mettere il calcolo dei parametri.
Il campione n. 2 si riferisce ai livelli conglo-
meratici della Bicocca, il n. 1 al terrazzo imme-
diatamente sottostante, il Pian della Costa, privo
di paleosuolo, ed attribuito in prima analisi alla
prima unità dei depositi terrazzati.
Per ogni campione, rappresentato da una po-
polazione di ciottoli con lunghezza compresa fra
40 e 60 mm, sono stati così calcolati, quali para-
metri per l’usura della superficie, l’indice di smus-
samento di primo ordine di CAILLEUX & TRICART
(1963) e l’indice di appiattimento di CAILLEUXx &
TRICART (1963), mentre quali parametri per l’aspet-
to sono stati ricavati il modulo di appiattimento
ed il modulo di allungamento di ROSFIELDER uti-
lizzando il relativo diagramma a dispersione delle
forme (Figg. 18 e 19).
(o)
(e
E2
n
Pi
<
(e)
z
DÌ
Si
Ta)
<
Si
21
w
o
P
MODULO
MODULO P DELL'APPIATTIMENTO
Fig. 18. — Diagramma a dispersione delle forme dei ciot-
toli quarzitici del camp. n. 1, i cui risultati tabulati sono
esposti nella tab. 7.
Fig. 18. — Statistical spread of quarzitic pebble shapes
in sample 1 (data in table 7).
I risultati ottenuti, esposti sinteticamente in
Tab. 7, rivelano che la forma prevalente è l’aci-
colare (camp. 2) e la discoidale (camp. 1): in am-
bedue i campioni, in particolare nell’1, sono le
forme sferiche.
DELL' ALLUNGAMENTO
MODULO «<P
MODULO P DELL'APPIATTIMENTO
Fig. 19. — Diagramma a dispersione delle forme dei ciot-
toli quarzitici del camp. 2, i cui risultati tabulati sono
esposti nella tab. 7.
Fig. 19. — Statistical spread of quarzitic pebble shapes
in sample 2 (data in table 7).
Nel complesso sia lo smussamento che l’appiat-
timento risultano poco pronunciati: ciò deve es-
sere messo in rapporto con la zona di prelievo, ai
piedi delle Alpi, e quindi al relativamente breve
percorso subito dai materiali prima del loro de-
posito.
Il passaggio dello smussamento (valori della
mediana) da 203 del secondo campione a :255 del
primo sta ad indicare un progressivo raffredda-
mento del clima, e concorda con quanto osservato
da GABERT (1962) negli orizzonti villafranchiani di
Fossano, posti nello stesso bacino del Tanaro, ma
ben più a valle dei depositi qui analizzati. A_Fos-
sano la mediana dell’ indice di smussamento dei
ciottoli quarzitici del Villafranchiano sale a 311,
quella delle formazioni ciottolose immediatamente
successive a 427: nel caso di Fossano, ben lonta-
no dal bordo alpino, i ciottoli hanno avuto il tem-
po di smussarsi durante il cammino percorso. Là
dove i prelievi di GABERT sono più prossimi al
bordo alpino (Acqui), i valori delle mediane dello
smussamento dei depositi di ciottoli quarzitici vil-
lafranchiani scendono a valori compresi fra 220 e
270, più prossimi, quindi, al risultato della Bicoc-
ca. Anche gli indici di appiattimento si compor-
tano nello stesso modo.
A. BIANCOTTI
Stato d'usura della superficie dei ciottoli
numero di indice di smussamento indice di appiattimento
campione
ciottoli campo di variabilità | mediana campo di variabilità mediana
34,48-598,13 1,04-3,85 1,60
255,86
21,47-538,46 W17-3726 1,63
| 203,26
Aspetto e forma dei ciottoli
numero dei frequenze
SENPIONE ciottoli
27
97
sferoidali discoidali acicolari
TAB. 7. — Analisi morfometrica su popolazioni di ciottoli quarzitici.
I risultati sopra tabulati si riferiscono a popolazioni di ciottoli quarzitici con lunghezza compresa nella classe dimensio-
nale con limiti fra 40 e 60 mm, raccolti nel più alto terrazzo della prima unità morfopedologica (campione 1) e nel Villa-
franchiano della Bicocca (campione 2). S = sferoidali; DE = discoidali elissoidali; DD = discoidali lamellari; DA = di-
scoidali allungati; AA = acicolari elissoidali; AC = acicolari cilindrici; AP = acicolari appiattiti.
TAB. 7. — Morphometric analysis of quarzitic pebbles.
Data on two samples of 40-60 mm long quarzite pebbles from the highest terrace of the first morphopedological unit
(sample 1) and the Villafranchian deposits on Bicocca hill (sample 2). S = spheroidal; DE = discoidal-ellipsoidal; DD =
discoidal-lamellar; DA = discoidal and elongated; AA = acicular and ellipsoidal; AC = acicular and eylindrical; AP _ =
acicular and flattened.
Comparando più direttamente i risultati dei
due campioni si può osservare che il salto netto
di oltre 50 dello smussamento fa pensare a cicli
deposizionali diversi. Ciò è anche confermato dal-
la variabilità dell’indice di ROSFIELDER. L'ipotesi
(SACCO, 1942) che attribuisce ad uno stesso ciclo
pleistocenico inferiore tutti i depositi della parte
medio-alta del versante sinistro della media Valle
Tanaro pare così superata. o
I dati dell’ indice di appiattimento, simili nei
due campioni, confermano si tratti di depositi in-
dipendenti fra loro, e non l’uno dovuto alla riela-
borazione dell’altro: in questo caso l’indice di ap-
piattimento dei depositi terrazzati dovrebbe es-
sere superiore a quello della Bicocca. Inoltre
l’ istogramma relativo all’ indice di smussamento
(Fig. 20) e quello relativo all’ indice di appiatti-
mento, non riportato, del campione 1 è unimodale.
La seconda unità.
E’ formata dall’ insieme di superficie degra-
danti da quota 425 a W di Ceva fino a quota 380
allo sbocco della Vaile Tanaro nella pianura cu-
neese. Nella zona di La Prata e di Campolongo,
a E della confluenza del Corsaglia, l’unità si scom-
pone in tre terrazzi successivi, compresi fra 419
e 390 m s.l.m.m., e collegati fra loro da due scar-
pate di altezze inferiori ai 10 m. L’unità presenta
il massimo sviluppo sul versante orografico sini-
stro. Sul destro è ridotta a pochi lembi (Peyron,
Basili) di limitate dimensioni. E’ collegata con una
scarpata di 20-25 m con l’unità inferiore. Nella
zona di Campolongo la scarpata si riduce a 7-8 m.
Il gradino segnante il limite verso l’asse vallivo
dell’unità si conforma, in corrispondenza alle
zone in eui il Tanaro meandrizza, in ampie curve
parallele ai meandri.’
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
PERCENTUALE
FREQUENZA
INDICE DI SMUSSAMENTO 1000
PERCENTUALI
FREQUENZE
INDICE DI SMUSSAMENTO
ig. 20. — Istogrammi relativi all’ indice di smussamento dei campioni n. 1 (a sinistra) e n. 2 (a destra).
ig. 20. — Roundness index histograms for sample 1 (left) and 2 (right).
Come per il terrazzo dell’unità precedente il
substrato è formato da una coltre di alluvioni,
meno alterate delle precedenti, poggianti sui sedi-
menti terziari. La potenza delle alluvioni supera
in media i 20 m. Sul terrazzo più basso di Cam-
polongo si riduce a 2-3 m.
Il suolo-tipo sviluppatosi sull’unità presenta le
seguenti caratteristiche :
A2 ecm 0-24, bruno (7,5 YR 5/4), scheletro
scarso, tessitura franco-sabbiosa, aggregazione
moderata, media, poliedrica subangolare, asciutto,
poco friabile, pori medi comuni, attività biologica
e radici abbondanti, limite chiaro lineare.
Bl cm 24-56, giallo rossiccio (5 YR 6/8,
franco argilloso, scheletro scarso, aggregazione
poliedrica subangolare moderata, poco adesivo,
plastico, pori piccoli e medi comuni, concrezioni
scarse, screziature comuni, minute, poco evidenti,
patine di manganese comuni, limite graduale.
Ben ecm 56-136, giallo rossiccio (colore 5 YR
6/6), franco argilloso, scheletro scarso, aggrega-
zione poliedrica angolare moderata, concrezioni
bruno-rossicce scure (5 YR 3/2) abbondanti e sof-
fici nella parte superiore, dure e comuni nella
parte inferiore dell’orizzonte, screziature bruno
chiaro (10 YR 7/83), limite chiaro lineare.
Bt cm 136-200, rosso giallastro (5 YR 5/6),
scheletro scarso, argilloso, aggregazione poliedrica
angolare evidente media, plastico, adesivo, concre-
zioni scarse, patine di manganese comuni, clay-
skins comuni, limite graduale.
C ciottolami arrotondati e smussati, di lun-
ghezza variabile, fino a 30-40 cm, con alterazione
scarsa per i ciottoli di quarzite, maggiore per gli
altri. 7
Il suolo è stato descritto in località Peyron,
quote 385, pendenza 4°, coltivazione a prato.
I caratteri analitici del profilo sono i seguenti :
Orizzonte Ben Bt
Profondità (cm) 56-136 136-200
Granulometria 3
sabbia 46,12 44,72 49,15
limo 21188; 25123, 8225
argilla 26,55 28,65 37,6
Analisi chimiche
Fe libero % 1,76 1,79 2,44 2,04
pH (acqua) 6,65 6,7 6,88 7,16
pH (KCI) i 5,89 5,77 6,03 6,16
Cat+*(m.e./100 g) 6,7 10,8 11,6 18,25
Mgt* 7 2,85 3,9
Kt 0,07 0,37 0,04
Nat 0,02 0,27 0,02
Totale basi 8,49 14,29 RZ
Acidità di scambio 7,9 74 7,85
GISTCI 15,39 21,69 23,42
% saturazione 55,16 65,88 66,48
CaCO, % 1,1 28 292.
L/A % 159,4 102,9 88,1
TAB. 8. — Dati analitici del suolo della II unità.
TAB. 8. — Analytical data of II unity soil.
A. BIANCOTTI
Dall’osservazione del profilo in campagna, e
dalle analisi, si possono trarre le seguenti osser-
vazioni:
— è presente un orizzonte superficiale carat-
terizzato da un impoverimento di argilla e di basi;
— è distinguibile un orizzonte a concrezioni
ferro-manganesifere (Ben);
— è evidente un orizzonte con accumlo rela-
tivo di argilla (Bt).
L’eluviazione, e la relativa illuviazione dell’ar-
gilla è già di per sé indicativa di una particolare
situazione climatica: il processo pare possibile
solo in un clima in cui si ha, nel corso dell’anno,
un periodo arido in cui il suolo si dissecca. L’ il-
luviazione è tanto più pronunciata quanto più au-
mentano le precipitazioni nel periodo umido. Nel
nostro caso il fenomeno, pur presente, non è par-
ticolarmente avanzato: si può pensare che la pe-
dogenesi abbia avuto inizio in un momento carat-
terizzato da clima umido a breve stagione arida.
L’orizzonte a concrezioni ferromanganesifere
è indice di presenza di una falda acquifera so-
spesa, e permanente nel suolo per un lungo pe-
riodo dell’anno. La contrapposizione fra tipì di-
versi di concrezioni all’ interno dell’orizzonte può
indicare una notevole oscillazione della falda, la
cui presenza è in accordo con il tipo di piovosità
descritto. Essa è anche la conseguenza sia del-
l'orizzonte argillico sottostante, a drenaggio estre-
mamente lento, sia della morfologa suborizzontale
del terrazzo, che limita drasticamente ogni possi-
bilità di drenaggio laterale.
Nell’ insieme il suolo indica una pedogenesi
iniziatasi in clima diverso dall’attuale, e a sua
volta ben diverso da quello che caratterizza il
suolo descritto in precedenza, rispetto a cui il pro-
cesso di argillificazione e di alterazione è molto
meno intenso.
Suoli simili al nostro sono stati descritti sui
terrazzi rissiani del Mugello, Casentino e Val-
darno, e su quelli delle pendici padane dell’ Appen-
nino settentrionale. In Piemonte meridionale sono
a loro volta simili i terreni sviluppatisi nel Plei-
stocene medio-superiore sui glacis del Pinerolese
e sui terrazzi rissiani della bassa Stura di De-
monte.
Da quanto detto è possibile estrapolare, anche
per il suolo in questione, un inizio della pedoge-
nesi nell’ interglaciale Riss-Wuùrm.
La terza unità.
E’ formata da una vasta serie di superficie,
estese sul versante orografico sinistro fra i 418 m
della zona a S di Ceva fino a 360 m a E dell'El-
lero. Come per le altre unità lo sviluppo sul ver-
sante orografico destro è minimo. E’ collegata con
l’unità successiva da una profonda scarpata alta
70-80 m. E’ coperta da una coltre di alluvioni fre-
sche, senza traccia di alterazione la cui potenza
non supera i 10 m. In alcune zone si divide in
due terrazzi successivi collegati da una scarpata
di 6 m.
Il profilo del suolo-tipo, sviluppatosi sulle al-
luvioni, scavato in località Campolongo, a quota
385 m, su superficie piana, coltivata a campo, ha
le seguenti caratteristiche:
Al cm 0-18, bruno scuro (7,5 YR 4/4), sche-
letro minuto e medio abbondante, sabbioso-franco,
aggregazione grumosa debole, pori piccoli e medi
abbondanti, attività biologica abbondante, limite
chiaro lineare.
A2 em 18-45, bruno forte (7,5 YR 4/6), sche-
letro abbondante minuto in prevalenza, con pre-
senza di ciottoli di dimensioni di 5-10 cm, arro-
tondati, smussati, freschi, sabbioso-franco, aggre-
gazione da debole grumosa a sciolta, umido fria-
bile, pori piccoli comuni, radici erbacee comuni,
limite graduale lineare.
B em 45-70, bruno rossiccio (5 YR 5/8),
scheletro abbondante, aggregazione poliedrica sub-
angolare media moderatamente resistente, franco-
sabbioso-argilloso, pori piccoli scarsi, limite gra-
duale.
C orizzonte formato da ciottoli alluvionali
immersi in una matrice sabbiosa poco alterata.
Le analisi relative al profilo hanno dato:
Orizzonte
Profondità (cm)
Granulometria &
sabbia
limo
argilla
Analisi chimiche
Fe libero % 1,05”
pH (acqua) 5i07
PH (KCI) 4,75
Ca**(m.e./100 g) do
Mgtt 1,35
Ki 0,49
Nat 0,06
Totale basi” 8
Acidità di scambio 5:15
ESA 8,15
% saturazione 36,84
CaCo, % -
TAB. 9. — Dati analitici del suolo della III unità.
TAB. 9. — Analytical data of III unity soil.
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA 83
x
Il suolo è caratterizzato da una certa liscivia-
zione dell’argilla e del ferro. Il fenomeno è rileva-
bile anche per gli-ioni del complesso di scambio.
Nell’orizzonte B la saturazione percentuale è dop-
pia rispetto all'orizzonte più superficiale. Il ter-
reno è un suolo bruno lisciviato evolutosi su al-
luvioni fresche o poco alterate.
Rispetto ai terreni dei terrazzi più alti si nota
una minore evoluzione: l’argillificazione è minima,
o inesistente, l’argilla del B è da interpretarsi
come argilla di lisciviazione, e non di neoforma-
zione; la potenza del suolo è molto minore. Con-
temporaneamente il fenomeno di lisciviazione, se
rapportato al clima, segnala un tempo di esposi-
zione all’azione delle precipitazioni, sufficiente
mente lungo.
In conclusione i caratteri del suolo fanno pen-
sare ad una pedogenesi tardo-pleistocenica, forse
inizio-olocenica.
La quarta unità.
Corrisponde alle alluvioni di fondovalle. Di essa
fanno parte due ordini di terrazzi collegati da una
scarpata di 6-8 m..Il suolo, poco diverso sulle due
superfici, così sì presenta:
Al cm 0-12, colore bruno (10 YF 4/3), sche-
letro abbondante eterodiametrico, tessitura franco-
sabbiosa, aggregazione grumosa molto debole, da
sciolto a molto friabile, pori piccoli comuni, radici
ed attività biologica abbondante, limite chiaro li-
neare.
C cm 12-28, colore bruno (7,5 YR 5/6), sche-
letro abbondante formato da ciottoli fluviali fre-
schi, sciolto, attività biologica scarsa, moderata
reazione con HCI.
Il profilo è stato prelevato in località Nave di
Cigliè, su superficie piana, incolta, a quota 368 m
s.l.m.m.
Il terreno, prelevato dal terrazzo più basso, pre-
senta i caratteri di un suolo alluvionale poco evo-
luto. Rispetto ai terreni degli altri terrazzi colpi-
sce l’elevata saturazione percentuale del complesso
di scambio, legata alle periodiche esondazioni del
Tanaro, le cui acque sono ricche in carbonati. Nel
suolo non esistono né i caratteri di debole liscivia-
zione del precedente, né, tantomeno, traccia di ar-
gillificazione. Il processo pedogenetico da cui de-
riva deve essere considerato attuale. Il suolo del
terrazzo più alto è da considerarsi alluvionale bru-
nificato. Il processo pedogenetico da cui deriva
deve essere considerato recente.
Fra la terza e la quarta unità si interpone una
ulteriore superficie intermedia, più bassa di circa
15 m rispetto al terrazzo coperto da un suolo
bruno debolmente lisciviato. I caratteri pedologici
dei suoli presenti su di essa sono simili a quelli
della terza unità. Tale superficie, che è presente
anche nei tratti medio-distali della Stura di De-
monte, dell’Ellero, del Corsaglia, scompare a
monte di Lesegno. Dati i limitati dislivelli con la
III unità, e la relativa analogia di pedogenesi, non
è stata riportata in Fig. 21.
Le analisi fisico-chimiche del profilo hanno
dato:
Orizzonte
Profondità (cm)
Granulometria %
sabbia 68,84
limo 17,78
argilla 13,38
Analisi chimiche
Fe libero % 1,38
pH (acqua) 7,21
pH (KCI) 7,08
Ca**(m.e./100 g) 24,1
Mg'* 4,60
Ka 0,06
Mar 0,05
Totale basi 28,81
Acidità di scambio Z85
E:SE. 36,31
% saturazione 79,4
CaC0, 10,72
TAB. 10. — Dati analitici del suolo della IV unità.
TAB. 10. — Analytical data of IV unity soil.
Il reticolo idrografico e le forme dei versanti.
L’alveo del Tanaro, nel tratto compreso fra
Ceva e Bastia Mondovì, ed ancora più a valle,
fino alla confluenza della Rea, presenta una con-
figurazione a meandri incassati, e delimitati dalle
scarpate dei terrazzi.
Nei meandri il valore del rapporto fra raggio
medio di curvatura e larghezza del canale varia
da 2 a 4,5. Mettendo in relazione il raggio medio
di curvatura con la lunghezza d’onda si osserva
(Fig. 6) che tutti i meandri del Tanaro sono spo-
stati rispetto al campo della funzione L = 4,7 7n®95,
definita da LEOPOLD, WOLMAN & MILLER come
relazione generale fra i due valori, verificabile
nei meandri liberi. Rispetto alla curva della fun-
zione indicata la distribuzione dei punti rappre-
sentativi dei meandri del Tanaro si pone più a
‘0I@UEI 2U) JO aqlpord 34) 07 spuodsa11oo A]Igau ‘a]gos styjz uo ‘Agrun yqmnoz ou] ‘sorgiun |eordoopadoydiow quarez}IP 07UI parepio S90B1I9Y IOALT QUOS
Jo aduanbaes 9YI SMOYS OSTe SUIMEIP 0U] ‘IAOPuojii EIISEY pue tao) U29M99q SURBATIS ATEINQUII QUOS Pue I9ALI OTBUBI, JO a]izord [eUIPnHSUOT — ‘Tg ‘314
‘0I BURT, [AP _OTIFOTd JI u00 ‘eqeqggope e]eos ege ‘aypoosserd apiouroo egiun equend e] ‘oyodo[opodoziou egrun Tqediurid 2[[®p IZZBII9I IP
IUIPI1O ISIOAIP I IMBOIPur ayoue 0uos gINSIz ETjoN ‘TAOpuog eliseg 92 BA9) VIT IQuen[ppe IUno]e IP o OTEUBL QUniz [9p o[eurpnyiSuo] o[ijoxg — ‘13 ‘SIH
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BIANCOTTI
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A.
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GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA 85
sinistra: a parità di lunghezza d’onda i raggi di
curvatura nel Tanaro risultano inferiori. Le cause
sono da ritenersi analoghe a quelle già individuate
per i meandri incassati della Bormida di Spigno,
Nell'ambito delle forme è possibile inoltre di-
stinguere due famiglie di meandri: la prima, co-
stituita dalle anse individuate in Fig. 6 dai punti
più lontani dalla curva rappresentativa della fun-
zione generale, raggruppa le forme a convessità
rivolta verso la destra orografica, la seconda, co-
stituita dalle anse rappresentate dai punti più
prossimi alla curva della figura, raggruppa i mean-
dri a convessità rivolta verso la sinistra orogra-
fica. A parità di tipi litologici affioranti a lato
del talweg l’erosione della riva concava dei mean-
dri è più intensa sulla destra orografica.
Le scarpate degli ordini di terrazzi più recenti
riproducono con forme concentriche e simmetriche
le curve dei meandri attuali, e denotano una « per-
sistenza localizzata dei meandri nel periodo olo-
cenico >» (SACCO, 1942).
L’esempio più chiaro del relativo stazionamento
dei meandri è costituito da quello della Nave di
Niella: il centro della circonferenza inscritta nel
canale coincide pressocché esattamente con il cen-
tro di curvatura delle più antiche posizioni del-
l’ansa, rivelata dalla scarpata dei terrazzi del Plei-
stocene medio-superiore. L’antico meandro rico-
struibile ha un raggio di curvatura di circa 1 km.
A tale valore doveva probabilmente corrispondere
una maggiore lunghezza d’onda. E’ possibile as-
sumere che il valore calcolato, e quello ipotizzato,
fossero in relazione ad una deflusso totale, e ad
un carico solido, maggiori degli attuali (WENNER
& LANNERBRO, 1952).
Attorno a Cascina Scarpito, sita su un terrazzo
del Quaternario superiore, è evidente la forma di
un antico meandro abbandonato, testimoniato da
un 0x-bow terrazzato, e sospeso sul Tanaro con
un salto di 40 m, attualmente in parte percorso,
e demolito, dal Rio Pasco Monti, che confluiva nel
punto di massima convessità. La forma dimostra
che all’ inizio delle fasi erosive oloceniche, dato il
non ancora notevole incassamento del talweg, il
Tanaro poteva ancora modificare il suo percorso.
La maggiore libertà della forma in questo momento
è confermata dal valore del rapporto L/rm del
meandro abbandonato, che cade nel ristretto nu-
mero di quelli allineati con la funzione generale.
Da quanto detto finora si può desumere che la
meandrizzazione del Tanaro è iniziata nell’Olocene
inferiore, sulla superficie costituita dal terrazzo
della III unità morfopedologica. A questa fase è
seguita un'intensa erosione che ha incassato le
forme. La presenza di scarpate concentriche, ma
progressivamente spostate verso la destra orogra-
fica, rivela che già nell’Olocene inferiore il fiume
si spostava verso N nella sua valle, erodendo pre-
ferenzialmente la destra orografica. Tale tendenza
perdura attualmente com’è dimostrato dalla diver-
sa geometria delle forme erodenti lateralmente i
due versanti.
Il reticolo secondario, in particolare quello dre-
nante il versante orografico sinistro, è caratteriz-
zato da una netta variazione della pendenza degli
alvei (Fig. 21), più inclinati nelle parti distali,
meno in quelle prossimali; un’evidente convessità
collega i due tratti. Alla variazione nell’assetto dei
profili longitudinali corrisponde una forma diver-
sa del profilo trasversale delle rispettive valli, in-
cise profondamente a V nel tratto a talweg più
inclinato, a fondo concavo alla testata.
Ai terrazzi disposti a gradinata, che costitui-
scono il motivo morfologico dominante sul ver-
sante orografico sinistro si contrappongono, sul
destro, profonde scarpate in attiva evoluzione, se-
de di fenomeni intermittenti di franosità di crollo
per erosione al piede. Le forme più attive si lo-
calizzano in corrispondenza alle rive concave dei
meandri (Fig. 22).
Fig. 22. — Versante orografico destro della media Valle
Tanaro: nicchia di stacco di frana di crollo e solchi d’ero-
sione ad andamento calanchiforme.
Fig. 22. — Right orographic slope of the middle Tanaro
Valley: rock-fall scar (trough collapse) and badlands.
Là dove il substrato è marnoso, o dove prevale
la componente marnosa, sulla destra orografica,
si formano solchi d’erosione ad andamento calan-
chiforme simili a quelli descritti nel bacino della
Bormida di Spigno.
Ancora sulla destra orografica è possibile, in
corrispondenza agli affluenti secondari ad anda-
mento susseguente rispetto all’assetto giaciturale
RIU A. BIANCOTTI
della monoclinale del Bacino Terziario Piemonte-
se, osservare forme a cuesta in attiva evoluzione.
Le loro caratteristiche coincidono con quelle delle
forme analoghe visibili più a N, nel Bacino della
Rea, e descritte in un lavoro specifico (BIANCOTTI,
1981 a).
Il quadro evolutivo della media Valle Tanaro.
Dal Villafranchiano all’ Attuale il Fiume T'a-
naro si è inciso progressivamente nella sua media
valle fino a raggiungere l’assetto attualmente os-
servabile. A momenti di erosione si sono succe-
duti momenti di alluvionamento, ed altri in cui il
fiume ha meandrizzato.
Dopo il Villafranchiano e fino al Pleistocene
superiore le fasi erosive che hanno creato i teir-
razzi coevi visibili nella media valle sono legate
ai fenomeni di subsidenza che interessavano l’area
dell’attuale pianura del Piemonte sud-occidentale.
In questo periodo il Tanaro sfociava nel Po a S
di Torino, nella pianura cuneese, a quote dell’or-
dine di 250 m s.l.m.m. Di queste fasi erosionali
successive esiste testimonianza non solo nella me-
dia Valle Tanaro, ma anche nei terrazzi pleistoce-
nici dislocati ai bordi delle pianure del cuneese,
ed in quelli emergenti dal livello fondamentale del-
la piana nel triangolo compreso fra la Stura di
Demonte ed il Tanaro (BIANCOTTI, 1979 e biblio-
grafia là citata): anche in queste zone infatti è
possibile individuare unità morfopedologiche for-
mate da terrazzi alluvionali posti a quote diverse,
ma coperti da paleosuoli della stessa età.
Nell’Olocene inferiore intervengono alcune mo-
dificazioni sostanziali nell'evoluzione che il fiume
ha subito fino allora. Il Tanaro inizia a meandriz-
zare, ed incide la scarpata dei terrazzi formatisi
in precedenza.
Forse già in precedenza si era attivato un mo-
vimento di spostamento del fiume nella sua valle
verso N, con erosione preferenziale della riva oro-
grafica destra, e demolizione dei terrazzi prece-
dentemente costruiti.
Tale movimento è attivo durante la fase ero-
siva che segue la. meandrizzazione: i meandri si
incassano, dalle forme delle scarpate dei terrazzi è
evidente una migrazione dell’asta fluviale verso N.
Questa fase erosiva, che evidenzia i terrazzi
(III unità), è la conseguenza del fenomeno che è
conosciuto sotto il nome di « cattura del Tanaro » :
il fiume, o per cattura, o per diversione, a secon-
da degli Autori, sposta il suo punto di confluenza
nel Po dalle pianure cuneesi a quelle alessandrine,
a quote ben inferiori, come già si è detto. L’ in-
cisione regressiva che ne consegue crea la pro-
fonda scarpata collegante i terrazzi della III unità
al talweg attuale. è
Gli affluenti secondari della media Valle Ta-
naro sono in via di adattamento al nuovo livello
di base locale costituito dal Tanaro stesso, da cui
consegue la variazione di pendenza del profilo lon-
gitudinale.
L’ incisione, e l’ insistenza dell’erosione prefe-
renziale lungo il versante orografico destro ha
creato le profonde scarpate (le « rocche »); la loro
evoluzione, tutt'ora attiva per franosità di crollo,
la genesi in atto dei solchi calanchiformi e delle
cuestas, la forma a V del tratto distale delle valli
secondarie contrapposta alla forma concava del
tratto prossimale dimostrano che la fase erosiva
si sta ancora sviluppando attualmente.
Di tale erosione lo spostamento del livello di
base del Tanaro è certamente una causa. Dall’ in-
sistenza dell’erosione preferenziale sulla destra
orografica, durata dall’Olocene inferiore all’ Attua-
le, e forse già da periodi precedenti, dalla diversa
forma dei meandri alla base dei due versanti si
può pensare all’ interferenza di cause tettoniche
con quelle più propriamente geomorfologiche del-
la variazione di livello di base.
La verifica definitiva potrà essere fatta solo
in un quadro complessivo dell’evoluzione regionale
dell’ Alta Langa.
MORFOMETRIA DEI PRINCIPALI BACINI DELL'ALTA LANGA
Allo scopo di disporre di nuovi elementi utili al-
la conoscenza dell’evoluzione in atto dell'Alta Lan-
ga sono stati calcolati alcuni parametri morfome-
trici dei principali bacini della regione (Fig. 23).
In particolare sono state prese in considera-
zione le unità idrografiche della Bormida di Mil-
lesimo, della Bormida di Spigno e del Belbo, co-
stituenti insieme i 4/5 dell’area in studio.
La loro forma, l’orientazione generale dei de-
flussi, il livello di base provvisorio e, in parte, le
litologie affioranti sono simili. Tutti e tre i ba-
cini sono fortemente allungati in senso S-N e sono
impostati nei sedimenti del Bacino Terziario Pie-
montese. Per la maggiore lunghezza le testate del-
le due Bormide sono a loro volta scavate negli
stessi litotipi paleozoici.
Il Fiume Belbo sfocia nel Tanaro a quota 93 m
s.l.m.m. Gli altri due, dopo essersi uniti insieme
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA 87
Fig. 23. — I bacini della Bormida di Millesimo, della
Bormida di Spigno e del Belbo, presi in considerazione
per il calcolo dei parametri morfometrici. Legenda: 1 -li-
mite del bacino; 2- limite di sottobacino grosso modo di-
vidente, per le Bormide, il tratto a monte, impostato in
litotipi preterziari, ed il tratto a valle, impostato in lito-
tipi terziari; 3 - Terziario; 4- Preterziario.
Fig. 28. — Bormida di Millesimo, Bormida di Spigno
and Belbo basins (calculation of morphometric features).
Explanation: 1- Boundary of drainage basin; 2 - Boundary
of sub-basin dividing the upper part of the Bormidas basin,
cut into pretertiary rocks, and the lower part, cut into
Tertiary; 3 - Tertiary; 4- Pretertiary.
a Bistagno ed avere assunto il nome di Bormida,
confluiscono a loro volta nel Tanaro a quota 84m
s.l.m.m. I livelli di base locali si differenziano dun-
que di soli 9 metri.
Non sono stati presi iri considerazione, per
questo tipo di analisi, in quanto non costituisco-
no unità paragonabili alle precedenti, la Rea ed il
medio Tanaro, drenanti il bordo occidentale e sud-
occidentale dell’Alta Langa, ed estesi per il re-
stante quinto della regione.
Lo sviluppo areale del primo bacino è molto
inferiore agli altri (111 km? circa; per l’area dei
tre bacini studiati si rimanda ai prossimi para-
grafi); il livello di base locale (230 m s.l.m.m.) a
sua volta non è confrontabile; varia nettamente
anche l’orientazione dei deflussi (E-W) e la forma.
Il medio Tanaro rappresenta solo una piccola
frazione dell’ intero bacino, perciò manca dell’ in-
dividualità necessaria al calcolo della maggior
parte dei parametri considerati.
La forma e le pendenze dei profili longitudinali.
Si è operato sulle aste principali della Bormi-
da di Millesimo dall'origine alla confluenza con la
Bormida di Spigno; della Bormida di Spigno, dal-
l’origine alla confluenza con la Bormida di Mille-
simo. Le quote dei punti indicati sono riportate
in Fig. 24. Il profilo del Belbo è stato preso in
considerazione dall’origine alla confluenza con il
Torrente Tinella (corrispondente all’abitato di
S. Stefano Belbo), posta a quota 163 m s.l.m.m.,
corrispondente a quella della confluenza delle due
Bormide. A valle di questo punto il profilo del
Belbo, fino alla confluenza del Tanaro (93 m), coin-
cide praticamente con quello della Bormida a N
di Bistagno.
Poiché le caratteristiche di forma e di inclina-
zione dell’asta principale dei tre fiumi comincia
a variare da quota 163 m s.l.m.m. circa fino alle
rispettive origini, il confronto è stato dedicato a
questi tratti.
A prescindere dalla descrizione dettagliata dei
singoli profili, già data in questo, e in altri la-
vori, come primo dato ben evidente risulta che la
lunghezza dell’asta principale della Bormida di
Millesimo (111,5 km) supera di quasi 30 km quella
della Bormida di Spigno (83,5 km), ed è quasi
doppia di quella del Belbo (59,6 km).
La pendenza media delle diverse aste è stata
calcolata con il metodo della congiungente gli
estremi (linea a in Fig. 24), e con quello della con-
giungente gli estremi in corrispondenza del 10%
e dell’85% della lunghezza totale, secondo la prati-
ca dell’U.S. Geological Service (linea b in Fig. 24).
A. BIANCOTTI
I valori rispettivi risultano:
cong. 10%
cong. estremi e 85% lungh.
B. di Millesimo 0,59 0,51
B. di Spigno 0,77 0,39
Belbo 0,89 i 0,92
Il dato della pendenza ottenuta con i due me-
todi risulta simile nella Bormida di Millesimo, come
pure quello del Belbo. Nella Bormida di. Spigno il
dato del metodo della congiungente gli estremi è
quasi doppio dell’altro.
Confrontando fra loro i valori delle pendenze
delle tre aste fluviali risulta che il Belbo presenta
l’ inclinazione massima. Con il metodo della pen-
denza compresa fra il 10% e 1’85% il Belbo è in-
clinato più del doppio della Bormida di Spigno.
Nei due metodi i rapporti fra i valori delle
due Bormide si invertono: considerando tutto il
profilo 1’ inclinazione della Bormida di Spigno su-
pera quello della Bormida di Millesimo. Esclu-
dendo la testata, ed il 10% dell’estrema parte di-
stale (questi tratti, tuttavia. come si osserva dalla
Fig. 24 tendono a coincidere) la pendenza della
Bormida di Millesimo supera quella della Bormida
di Spigno.
Dal confronto diretto dei profili, ottenuto me-
diante la loro sovrapposizione, si può osservare
che:
— il talweg del Belbo è fortemente sospesG
rispetto a quello delle due Bormide; nella porzio-
ne medio-distale, corrispondente all’affioramento
dei litotipi cenozoici (Bacino Terziario Piemonte-
se) il fondovalle della Bormida di Millesimo è so-
praelevato in media di 40-50 m rispetto a quello
. della Bormida di Spigno;
— nella Bormida di Millesimo, dalla confluen-
za con la Bormida di Spigno all’origine, sono pre-
senti tre convessità, nella Bormida di Spigno due,
nel Belbo una sola, molto evidente;
— sia nella Bormida di Millesimo, sia nella
Bormida di Spigno la convessità più vicina alla
confluenza è poco pronunciata, ed è legata, alme-
no in parte, all’ influenza di due corsi d’acqua, ri-
spettivamente l’Uzzone ed il Valla; quella inter-
media, sfasata di pochi km sui due profili, corri-
sponde con il punto di connessione con il fondo-
valle di due serie di terrazzi corrispondenti nei
due bacini. A suo tempo è stata interpretata, in
ambedue le unità idrografiche, come l’attuale pun-
to di arrivo di un’erosione rimontante applicata
da tempi recenti;
— la terza convessità della Bormida di Mille-
simo, che non compare nella Bormida di Spigno,
interessa il tratto di talweg più vicino alla testa-
ta: per questa (BIANCOTTI, 1981 b) è stata fatta
l’ ipotesi di una fase erosiva, precedente a quella
responsabile della seconda convessità, risalente la
valle, e non ancora espletatasi-alla testata del ba-
cino. Dal confronto con il corrispondente tratto
della Bormida di Spigno, in cui il profilo forma
una curva a forte concavità, si può pensare, in
via preliminare, che la fase erosiva in questione
si sia già espletata nella Bormida di Spigno. E’ da
notare, come già si è detto, che i litotipi, alle te-
state dei due fiumi, corrispondono.
L’ ipotesi, evidentemente, dev’essere confron-
tata con altri tipi di indagine che verranno via
via proposte.
La pendenza media dei bacini e le curve di durata
delle pendenze locali.
Si è operato, come per i profili longitudinali,
sui bacini della Bormida di Millesimo, della Bor-
mida di Spigno e del Belbo.
Il valore della pendenza media è stato calco-
lato sia con il metodo di Alvord-Horton, sia con
il metodo del reticolo a lati ortogonali, riportato
dal TONINI (1966). Oltre che come controprova del
primo, il secondo metodo ha permesso di mettere
a confronto, fra i vari bacini, la durata delle di-
verse classi di valori di pendenza.
Onde rendere più facilmente confrontabili fra
i diversi bacini i dati ricavati, al numero delle mi-
surazioni del reticolo, per le varie classi, si è so-
stituita la percentuale delle misurazioni stesse. Si
è operato su ingrandimenti alla scala 1/10.000 del-
le tavolette IGM le cui curve di livello, per tutti
i bacini, hanno un’equidistanza di 20 m. Nel se-
condo metodo si sono suddivise le aree in quadrati
di 100 m di lato, procedendo poi alle misurazioni
della minore distanza intercorrente in ogni nodo
fra le isoipse più vicine non appartenenti alla
stessa maglia.
Fig. 24. — Profili longitudinali dei principali corsi d’acqua della regione. a: pendenza calcolata con il metodo della con-
giungente gli estremi; db: pendenza calcolata con il metodo della ‘congiungente il 10% e l’85% della lunghezza totale. Il
profilo del Belbo è stato considerato fino alla quota 163 m s.l.m.m., analoga alla quota, di confluenza delle Bormide.
A valle di questo punto, e fino alla confluenza nel Tanaro, i profili della Bormida e del Belbo sono pressocché coincidenti.
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
I. - Bormida di Millesimo
II - Bormida di Spigno
TR Belbo
IV - Profili sovrapposti
———— B.MILLESIMO
B. SPIGNO
600 |
83,5 km 80 6 E 40 30 È 58,2 km 50
821_m
. 710m
——_—— B.MILLESIMO
B. SPIGNO
T T T T T T
111,5 km 100 90 ‘ 80 70 60 50 40
Fig. 24. — Longitudinal profiles of the main rivers and streams of the region. a) slope calculated by joining the extre-
mes; b) by joining 10% and 85% of the total length. The Belbo river profile was considered to a height of 163 m above
sea level (same altitude as point of confluence of the Bormidas rivers). The downstream profile of the two rivers is
almost exactly the same. i
A. BIANCOTTI
B. Mille- B. Mille-
simo ch. simo
Classi Bormida Belbo ch.
S. Stefano
Belbo ch. Belbo
Mallaria tratto
Bormida B. Spigno B. Spigno
Spigno — ch. S. Giu- tratto
Zemola tratto seppe
pend. è Millesimo
a valle a valle
a valle
TI,
6,7
50 0,6
40 6} 15)
S7S) 11,8
28,5 11239
25 TS
DIRI 6,1
20 ; 8,6
18,1 4,5
16,6 Gp?
15,4 } 202
14,2 ; 1®
13,3 ; {1
I2E5 ) 1,9
10 ; 3
8-0 14,9
Pendenza
media % ; 26,05
TAB. 11. — Curve di durata delle pendenze locali.
TAB. 11. — Curves of gradient classes of slopes in the Bormida di Millesimo, Bormida di Spigno and Belbo Basins.
Su bacini molto allungati, quali sono quelli in
esame, e caratterizzati, ciascuno al suo interno,
da importanti variazioni litologiche, e geomorfo-
logiche, il valore della pendenza media, e un unico
profilo della curva di durata delle pendenze locali,
costituisce un elemento conoscitivo importante, ma
‘ non sufficiente, in quanto non evidenzia eventuali
variazioni nell’assetto della pendenza dei versanti
fra singole parti di ciascuna unità idrografica.
Onde ovviare a questo limite, e permettere un
confronto anche fra settori diversi di uno stesso
bacino, o fra singoli settori di bacini diversi, si
è individuata, all’ interno di ciascuno dei tre
areali, una sezione di chiusura intermedia, e si è
proceduto ai calcoli dei parametri in questione
anche per ciascuna delle due parti così definite.
La scelta della chiusura intermedia è stata fatta
in modo induttivo, basandosi sulle caratteristiche
particolari di ciascuna unità idrografica. I dati
calcolati, pertanto, per l'elemento empirico della
scelta delle chiusure, non permettono di trarre
singolarmente conclusioni di tipo generale. Val-
gono però a quantificare situazioni diverse, se
esistono, ed a fornire un elemento che potrà es-
sere utile, confrontato con altri, alla discussione
sull'evoluzione in atto dei bacini.
Per la Bormida di Millesimo e di Spigno la
sezione di chiusura intermedia è stata scelta in
modo da isolare l’areale di affioramento delle
rocce cristalline preterziare, corrispondente alle
testate, dal resto del bacino, ove affiorano i sedi-
menti del Bacino Terziario Piemontese; per il
Belbo la sezione di chiusura intermedia corrispon-
de al massimo flesso della convessità del profilo
rettificato evidenziata nella zona di Mallaria.
Il calcolo dei valori è pertanto stato eseguito
per le seguenti aree (Tab. 11).
— Bacino della Bormida di Millesimo: dal-
l’origine alla confluenza con la Bormida di Spi-
gno; dall’origine alla confluenza con il Torrente
Fig. 25. — Curve di durata delle pendenze locali dei bacini della: Bormida di Millesimo (prima colonna), della Bormida
di Spigno (seconda colonna), del Belbo (terza colonna). Per ciascuna delle unità idrografiche è data la curva dell’intero
bacino, quella della testata fino alla chiusura intermedia e quella del tratto a valle della chiusura intermedia.
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
BACINO DELLA BORMIDA BACINO DELLA BORMIDA BACINO DEL BELBO
DI MILLESIMO DI SPIGNO
PENDENZA %
PENDENZA %
PENDENZA %
PENDENZA MEDIA: 291% PENDENZA MEDIA : 30,05 %
PENDENZA MEDIA : 25,6 %
"i v i T T T Ù la T T T
10. 20 30 40 50 60 70 80 90.100 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100 10. 120 30) 40. (501 (60: 7080 90 100
NUMERO MISURAZIONI RETICOLO % NUMERO MISURAZIONI RETICOLO % 3 NUMERO MISURAZIONI RETICOLO %
(dall’origine alla confluenza con la Bormida di Spigno, area (dall'origine alla confluenza con la Bormida di Millesimo, (dall’origine alla chiusura di S. Stefano Belbo, area 184,03
568,17 km?) area 448,41 km?) km?)
jpg
PENDENZA MEDIA : 34,2 %
PENDENZA %
PENDENZA %
x
<
N
i
w
[@)
Pe
u
Q 4
PENDENZA MEDIA : 35,8%
ad PENDENZA MEDIA : 17.3 %
T T T T T T T T T T T T T T
10. 20 30. 40 50 60 70 80 90 100 OR 201 807 40. 50. 60: 7030) (90-00) 1020 30 40 50 60 70 80 90 100
NUMERO MISURAZIONI RETICOLO % NUMERO MISURAZIONI RETICOLO % NUMERO MISURAZIONI RETICOLO %
(dall'origine alla confluenza con il T. Zemola, area 212,43 (dall'origine alla confluenza B. Mallare e B. Pallare, area (dall'origine alla chiusura di Mallaria, area 36,85 km?)
km?) 137,88 km?)
PENDENZA %
PENDENZA %
PENDENZA %
PENDENZA MEDIA : 26,09 % T___ penvenza MEDIA : 27,5% PENDENZA MEDIA : 27,6 %
T T T T T T u T T T T T T
TON 120) 1S0/RA0NE50r 260-470 80 “907 100. 10. 20 30 40 50 60 70 80 90 100 10 20:30 40' 1507 ‘60° 70 80 90 100
NUMERO MISURAZIONI RETICOLO % NUMERO MISURAZIONI RETICOLO % NUMERO MISURAZIONI RETICOLO %
(dalla confluenza con il T. Zemola alla confluenza con la (dalla confluenza fra B. Mallare e B. Pallare alla confluenza (dalla chiusura di Mallaria alla chiusura di S. Stefano, area
B. di Spigno, area 355,74 km? ) a con la B. di Millesimo, area 310,53 km?) 147,18 km?)
Fig. 25. — Curves of gradient classes of slopes in the Bormida di Millesimo river basin (1° column), Bormida di Spigno
basin (2° column), Belbo basin (37 column). The curve of the whole basin, that from the valley head to the middle
section, and that of the parts downstream from this section, are shown for each unity.
92 A. BIANCOTTI
Zemola compreso; dalla confluenza con il Torrente
Zemola, Zemola escluso, alla confluenza con la
Bormida di Spigno;
— Bacino della Bormida di Spigno: dall’ori-
gine alla confluenza con la Bormida di Millesimo;
dall’origine al punto di confluenza della Bormida
di Mallare e Pallare: l’area corrisponde quindi
alla testata della Bormida di Spigno; dalla con-
fluenza delle Bormide di Pallare e Mallare alla
confluenza con la Bormida di Millesimo;
— Bacino del Belbo: dall’origine a S. Stefano
Belbo (confluenza con il Torrente Tinella, Tinella
escluso); dall’origine alla chiusura di Mallaria;
dalla chiusura di Mallaria a S. Stefano Belbo.
Le pendenze medie, calcolate con i due metodi,
danno:
Alvord-
Horn Reticolo
. di Millesimo (chius. confl. Spigno) 28,5% 29,1%
. di Millesimo (chius. confl. Zemola) 34,1% D4AZ%
.di Millesimo (fra chius. Zemola e
Spigno) 25,6%
. di Spigno (chius. confl. Millesimo) 29,7%
B. di Spigno (chius. confl. Mallare e
Pallare) 35,5% 35,8%
B. di Spigno (fra chius. confl. Mal-
lare e Pallare e Millesimo) | 27,8% 27,5%
Belbo (chius. S. Stefano Belbo) 26,1% 25,6%
Belbo (chius. Mallaria) 17,05% 17,39%
Belbo (fra chius. Mallaria e chius. |
S. Stefano) / 28% 27,6%
26,05%
30,05%
La pendenza media dei bacini della Bormida
di Millesimo e della Bormida di Spigno, conside-
rati in toto, è simile, con valori più alti di circa
. un punto percentuale per il secondo. Il dato si
ripropone sia per le testate, che per i tratti medio-
distali considerati separatamente. Passando dalle
parti a N delle chiusure intermedie a quelle a S
le pendenze medie aumentano di circa cinque
punti percentuali.
Nel Belbo i rapporti fra le pendenze medie del
tratto prossimale e del tratto distale del bacino
si invertono rispetto a quelli delle Bormide: la
pendenza media del bacino a S di Mallaria è di
circa dieci punti percentuali inferiore della parte
a N. Il decremento della pendenza è inoltre, in que-
sto caso, doppio dell’ incremento registrato nello
stesso senso nelle Bormide.
Dal confronto fra le curve di durata delle pen-
denze locali (Fig. 25) risulta:
— nel bacino, considerato nella sua totalità,
della Bormida di Millesimo la durata delle classi
a pendenza più bassa aumenta nei confronti della
testata, diminuiscono invece le classi di pendenza
più elevata. L’ incremento ed il decremento sotto-
lineato si registrano nello stesso senso, e sono più
sensibili, confrontando con la testata il solo tratto
distale;
— nel bacino della Bormida di Spigno la du-
rata delle classi a pendenza bassa aumenta, anche
se limitatamente, da valle a monte; la durata
delle classi a pendenza più elevata aumenta a sua
volta da N verso S. L’entità percentuale dell’ in-
cremento dell’ultimo dato è maggiore che nella
Bormida di. Millesimo.
Confrontando rispettivamente fra loro le due
aree distali e le due aree prossimali dei bacini
delle Bormide risulta che per le aree a valle le
curve sono molto simili, mentre si differenziano
alle due testate: all'origine della Bormida di Spi-
gno ampie aree piane, come risulta dall’osserva-
zione in campagna, corrispondenti al fondovalle,
si collegano bruscamente a versanti caratteriz-
zati da pendenze notevoli; nella Bormida di Mil-
lesimo, alla testata, il collegamento talweg-ver-
santi è più graduale.
La curva di durata delle pendenze locali del
bacino del Belbo, dall'origine fino alla chiusura
di S. Stefano non si scosta molto da quella delle
due Bormide.
Confrontando però la curva del solo tratto a
S di Mallaria, e del solo tratto a N con quella
dei tratti corrispettivi delle Bormide emergono
notevoli differenze. A valle, rispetto ai tratti cor-
rispondenti degli altri bacini, si riduce notevol-
mente la durata delle classi più basse, mentre au-
mentano le classi alte. Alla testata dominano le
aree piane o poco inclinate: l'andamento della
curva si scosta sostanzialmente da quella delle due
Bormide, già diverse fra loro. Inoltre dall’origine
fino a Mallaria la pendenza media del Belbo è
circa la metà di quella delle Bormide; nel tratto
distale la pendenza media supera, anche se di
‘poco, quella delle. aree corrispondenti delle due
Bormide.
In conclusione, nel tratto di bacino impostato
nel Terziario, su litotipi simili, la Bormida di Mil-
lesimo e la Bormida di Spigno hanno curve di
durata delle pendenze locali, e pendenze medie, si-
mili. Nel Preterziario, su litotipi a loro volta si-
mili, pur con pendenze medie analoghe, le curve
di durata rivelano diverse conformazioni della
pendenza dei versanti, e diversi rapporti fra aree
inclinate ed aree in piano, o quasi.
Nel Belbo, nella zona del bacino a valle della
convessità di Mallaria, impostato in rocce terzia-
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
rie, la pendenza media è analoga a quella delle
Bormide, ma, da quanto si osserva dalla curva di
durata delle pendenze locali, si riducono netta-
mente le aree in piano o poco inclinate; alla testata
del bacino, sempre in rocce terziarie, l’inclinazione
dei versanti è bassa come media, particolarmente
ampie sono le aree comprese nelle classi di pen-
denza più basse, la pendenza media si riduce quasi
alla metà della zona a valle.
Le curve ipsografiche.
Al fine di potere disporre di ulteriori dati sui
caratteri morfometrici dei principali bacini delle
Langhe si è proceduto alla costruzione delle curve
ipsografiche dei bacini del Belbo, della Bormida
di Millesimo e della Bormida di Spigno (Fig. 26).
Si sono scelti, come contorni limite delle varie
sezioni le isoipse di 100 in 100 metri.
1389 m
BORMIDA DI MILLESIMO
T T 210 T
200 300 400 500
BORMIDA DI SPIGNO
400 448,41
km?
T T
200 300
100 184,03
km?
Fig. 26. — Curve ipsografiche dei bacini presi in consi-
derazione.
Fig. 26. — Hydrographic curves of the Bormida di Mil-
lesimo, Bormida di Spigno and Belbo Basins.
Le tre curve risultano ben diverse fra loro:
Quella del Belbo è caratterizzata da un’evi-
dente concavità alla testata, seguita nella parte
medio-distale del bacino da una pronunciata con-
vessità. Il punto di massimo flesso si pone attorno
ai 400 m s.l.m.m.
La curva ipsografica della Bormida di Spigno
ripropone una netta concavità nel tratto meridio-
nale del bacino, mentre si flette in una convessità
meno pronunciata della precedente nella parte di-
stale.
L’andamento della curva nella Bormida di Mil-
lesimo è più regolare: la concavità a monte è meno
pronunciata, la convessità a valle è caratterizzata
da un flesso meno netto.
Allo scopo di potere paragonare direttamente
le tre curve si è adottato anche il metodo ipso-
grafico percentuale (STRAHLER, 1952), che mette
a confronto le aree delle sezioni planimetriche di
ciascun bacino idrografico con le relative eleva-
zioni rispetto alla foce.
Come per le curve precedenti i contorni limite
delle varie sezioni corrispondono alle isoipse scelte
di 100 in 100 metri.
Su un sistema di assi cartesiano sono ripor-
tati in ascissa i rapporti fra le aree delle diverse
sezioni (a) e l’area totale del bacino (A), in ordi-
nate i rapporti fra i dislivelli delle sezioni rispetto
al piano di base (4) ed il dislivello totale (H) del
bacino in esame (v. AVENA & LUPIA PALMIERI,
1969).
Dal confronto risultano visibili alcune diffe-
renze, ed alcune analogie fra i tre bacini (Fig. 27).
In generale il bacino della Bormida di Spigno
si trova in una condizione di maggiore evoluzione
rispetto agli altri: tutta la curva, eccetto che nel-
l’estrema parte distale, forma una concavità suffi-
cientemente indicativa.
La concavità, presente anche nella parte alta
degli altri bacini, si sposta progressivamente sem-
pre più verso la testata nella Bormida di Millesimo
e nel Belbo.
L’inclinazione della curva del Belbo, e l'ampio
flesso della sua parte medio-distale è indizio di
un equilibrio ben lontano dall’essere raggiunto.
La curva della Bormida di Millesimo si pone
in una condizione intermedia fra il Belbo e la Bor-
mida di Spigno. Nelle due Bormide, rispetto al
Belbo, la convessità si sposta verso l’estrema parte
distale del bacino.
Oltre alle differenze esposte, è possibile indi-
viduare fra le tre curve alcune analogie: tutti e
tre i bacini alla testata presentano una concavità,
anche se conformata in ciascuno in modo ben di-
x
verso. Parimenti in tutti e tre i casi è rilevabile,
A. BIANCOTTI
BORMIDA DI MILLESIMO BORMIDA DI SPIGNO
h/H a/A h/H a/A
0,930 0,006
0,850 0,013 0,962
0,766 0,037 0,869
0,684 0,074 0,776
0,603 0,149 0,684
0,521 0,246 0,591
0,439 0,360 0,498
0,357 0,492 0,405
0,276 0,640 0,313
0,194 0,768 0,220
0,112 0,924 "1 00427
0,030 0,972 0,034
TAB. 12. — Valori dell’analisi ipsometrica dei bacini della Bormida di Millesimo, della Bormida di Spigno e del Belbo.
H = dislivello totale del bacino (in metri), A = area totale del bacino (in km?), & = dislivello parziale, a = area parziale.
TAB. 12. — Hypsometric values of Bormida di Millesimo, Bormida di Spigno and Belbo Basins. H = total heigt of
each basin- (in meters), A = total area of each basin (in km?), h = differences in elevation between basin base and
different contour lines, a = areas comprised between the upper perimeter and different contour lines.
Lia LaelgiMielesìvio nella zona a valle dei bacini, una convessità. In
B. SPIGNO particolare l'opposizione dei flessi è evidente nel
Belbo, ma è ancora sensibile nella Bormida di
Spigno. i
Nella pate meridionale delle tre aree, pur in
presenza di litotipi diversi, le forme delle curve
ipsografiche. convergono nei limiti sopra esposti.
Tutto ciò, evidentemente, non significa che le
cause geomorfologiche, o di altra natura, alla base
delle fisionomie descritte, siano simili, o dovute a
fenomeni contemporanei.
Considerazioni d’ insieme sui parametri morfome-
trici calcolati.
i) \ Nella Bormida di Millesimo la pendenza media
0,5 i del bacino aumenta da valle a monte. Nello stesso
senso si riduce la percentuale delle aree piane, o
Fig. 27. — Curve dei bacini presi in considerazione co- a bassa pendenza, aumentano le aree acclivi. Alla
struite secondo il metodo ipsometrico percentuale (metodo testata del bacino, inoltre, il profilo longitudinale
Strahler). del fiume presenta un’evidente convessità, cui cor-
Fig. 27.._ — Hypsometric curves of the basins considered risponde, nella curva: ipsografica, un’analoga
builtup by Strahler's % hypsometric method: X-axis, ratios curva.
between areas of each section (a) and the whole area Nella Bormida di Spigno la pendenza media
of the basin (A); Y-axis, ratios between level differen- d
ces of the same sections as to the base plane passing del bacino aumenta a sua volta da valle a monte,
through the mouth (4) and the total level difference (H). ma alla testata le aree piane e poco acclivi risul
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA 95
tano percentualmente più estese che nella parte
medio-distale del bacino.
Tenendo conto che le testate dei due bacini
sono impostate in litotipi analoghi, come pure i
tratti medio-distali, è possibile effettuare con-
fronti fra le due parti corrispondenti di ciascuna
unità idrografica.
La parte alta del bacino della Bormida di Mil-
lesimo, da quanto si è detto, si pone in condizioni
di equilibrio più precarie dell’areale corrispon-
dente della Bormida di Spigno. Nelle parti medio-
distali dei due bacini i valori dei singoli parame-
tri morfometrici si avvicinano: le curve di durata
delle pendenze locali non presentano differenze no-
tevoli, così pure i profili longitudinali e le curve
ipsografiche. Per tutti i parametri calcolati, però,
si nota ancora, anche se più attenuata che non alle
testate, una condizione di minore equilibrio della
Bormida di Millesimo: la pendenza del profilo lon-
gitudinale, ottenuta escludendo il 15% del seg-
mento iniziale dell’asta, ed il 10% del segmento
finale, è maggiore che nella Bormida di Spigno,
la curva ipsografica presenta una convessità più
accentuata, il talweg è più elevato in media di
40-50 m.
Anche i dati relativi alla gerarchizzazione dei
due reticoli idrografici dimostrano, come si è detta
a suo tempo, che tutto il bacino della Bormida di
Millesimo, in particolare la sua testata, si trova
in una condizione di minore conservatività del ba-
cino della Bormida di Spigno.
Nel Belbo, dall’origine a Mallaria, tutti gli ele-
menti morfometrici calcolati denotano una buona
condizione di equilibrio: la pendenza media del
bacino è bassa, la curva ipsografica ed il profilo
longitudinale dell’asta principale presentano evi-
denti concavità. A N della chiusura di Mallaria le
condizioni cambiano drasticamente: la pendenza
media dei versanti sale di dieci punti percentuali,
la curva di durata delle pendenze locali rivela una
contrazione vistosa delle aree piane, o poco acclivi,
la curva ipsografica presenta una accentuata con-
vessità, come pure il profilo rettificato dell’asta
principale.
Confrontando i tre bacini si può concludere
che:
— il Belbo rivela sintomi di evoluzione in atto
più rapida che non gli altri. Ciò emerge da tutti i
parametri morfometrici calcolati. Alla testata, at-
tualmente, le condizioni di equilibrio sono netta-
mente migliori;
— la Bormida di Spigno è, fra le tre unità
idrografiche, nella situazione di maggiore stabi-
lità. Al suo interno le condizioni di equilibrio, at-
tualmente, migliorano dalla zona medio-distale a
quella prossimale;
— la Bormida di Millesimo si trova in una si-
tuazione intermedia. Fra i vari settori interni del
bacino i parametri morfometrici non rivelano le
variazioni di assetto evidenziate negli altri bacini,
oppure le segnalano in misura molto più attenuata.
Quanto finora osservato costituisce la conclu-
sione di una visione di equilibrio statico, e con-
tingente, delle tre unità idrografiche, i cui para-
metri sono stati misurati in un determinato mo-
mento dell’evoluzione in atto.
Partendo dalla messa a punto dello stato di
opera dei bacini, e confrontando ancora le forme
e gli indizi. di dinamica in atto della regione in
studio, sarà possibile fornire un’ interpretazione
dell’evoluzione recente ed attuale dell'Alta Langa.
I rapporti fra le forme dell'Alta Langa.
Nella regione possono essere distinte delle
forme residuali e delle forme attualmente in evo-
luzione.
Le forme residuali.
La più antica morfologia riconoscibile nella
zona è il glacis plio-villafranchiano dell’ Alta Langa.
Sono testimonianze di questa forma, quasi total-
mente demolita dalle fasi erosive che hanno inte-
ressato l’area durante l'Era quaternaria, le lunghe
dorsali rettilinee che costituiscono gli spartiacque
esterni, e parte di quelli interni, dei principali ba-
cini delle Langhe. Esse sono dirette all’ incirca
S-N nella parte centro-settentrionale ed orientale
della regione, corrispondente ai bacini del Belbo,
della Bormida di Millesimo e della Bormida di
Spigno, i cui assi longitudinali sono impostati
nella direzione indicata; nelle zone sud-occidentali,
corrispondenti alla Rea ed al medio Tanaro, di-
retti SE-NW, le dorsali sono orientate in questo
senso.
A seconda dell’area in cui si sviluppano, gli
spartiacque degradano lentamente verso N (Belbo
e Bormide), o verso NW-W (Tanaro e Rea). Nella
prima zona, inoltre, le singole dorsali, da E verso
W, diminuiscono progressivamente di quota; nella
seconda si comportano nello stesso modo da S a N.
Le forme sono pertanto tangenti ad un piano
immergente verso NW, ed inclinato dai 3° ai 6°
Fa eccezione l’areale corrispondente alla testata del
bacino della Rea ed all’alto Belbo, ove le dorsali
aumentano più rapidamente di quota da N verso
S, fino a raggiungere l'altitudine media di 800-820
96 A. BIANCOTTI
m, la più alta delle Langhe. Dato che le litologie
qui affioranti non differiscono da quelle di altre
dorsali, più basse, si deve escludere che l'aumento
dell’altitudine media sia collegabile ad una mag-
giore resistenza all’erosione delle rocce presenti.
In superficie le forme sono erose: sotto una
sottile coltre di suolo a pedogenesi attuale affio-
rano direttamente i litotipi terziari. Soltanto in
alcuni punti dello spartiacque sinistro della Bor-
mida di Millesimo GABERT (1962) e CARRARO (1981),
segnalano, per l’area che ci concerne, piccoli de-
positi di materiali limosi e ghiaiosi. A S del Ta-
naro, quindi all'estrema periferia dell'Alta Langa,
i depositi della Bicocca, e delle dorsali ad essa
vicina, sono stati attribuiti al Villafranchiano.
Incassate di qualche decina di metri rispetto
alle quote medie delle dorsali sono riconoscibili in
tutta l’area delle selle d’erosione fluviale, che per-
mettono di ricostruire un’antica direzione di de-
flusso orientato SE-NW e SSE-NNW, parallelo a
quello attuale del medio Tanaro e della Rea. Il pa-
leoreticolo, rispetto alla giacitura della monocli-
nale delle Langhe, ha una direzione conseguente.
Dopo il Villafranchiano, dunque, il glacîs è
stato inciso da corsi d’acqua diretti in senso all’ in-
circa ortogonale rispetto all’attuale generale orien-
tazione dei deflussi, parallelo invece rispetto alla
direzione dei fiumi attualmente drenanti il bordo
sud-occidentale della. regione.
Dalla ricostruzione del paleoreticolo, fatta da
chi scrive, per le singole zone, nei lavori più volte
citati, si deduce che la pendenza media attualmente
ricostruibile dei corsi d’acqua responsabili della
prima fase erosiva postvillafranchiana si aggirava
sui 4°-5°.
Come già per le dorsali, anche per le selle di
erosione incidenti lo spartiacque che divide l’alto
Belbo dalla Rea (Sella di S. Bernardo, 712 m
s.l.m.m.; Passo della Bossola, 706 m s.l.m.m.) le
quote superano l’altezza delle stesse forme poste
più a Ne più a E. I rapporti di dislivello fra selle
d’erosione e dorsali, invece, sono costanti in tutta
l’area.
In continuità con le selle d’erosione si pone il
I ordine di terrazzi rilevabile in tutta la regione,
ben visibile sulla parte alta dei versanti, in parti-
colare nelle valli laterali dirette SSE-NNW alla
cui testata si sono formate le selle d’erosione,
quindi in quella del Torrente Uzzone, Tatorba ecc.
e, data l’orientazione diversa dei deflussi, alla te-
stata della Valle Rea. In quest’ultima zona, in ar-
monia con quanto capita per le tracce del glacis
e per le selle d’erosione, anche i terrazzi sono po-
sti a quote più alte del resto dell'Alta Langa. Nel
medio Tanaro il I ordine di terrazzi, attribuibile
probabilmente al Mindel, e coperto da paleosuoli
la cui pedogenesi dovrebbe essere iniziata nell’ in-
terglaciale Mindel-Riss, è posto ad una quota più
bassa di circa 100 m rispetto alle tracce del glacis :
l’ordine di grandezza del dislivello supera di circa
40 m quello rilevabile fra le due forme nel resto
dell’area delle Langhe. Ciò fa pensare ad una mag-
giore intensità della prima fase erosiva nella Valle
del Tanaro rispetto al resto del paleoreticolo. Il fe-
nomeno può essere attribuito a cause diverse. Il
bacino del Tanaro, attualmente, dall’origine alla
confluenza con il Torrente Corsaglia, Corsaglia
compreso, ha una superficie di 810 km? circa:
l’area è tripla rispetto a quella della parte media
ed alta del Bacino della Bormida di Millesimo, ed
ancora più grande rispetto alle parti medio-pros-
simali dei bacini della Bormida di Spigno e del
Belbo.
Si può pensare che l’attività erosiva del Ta-
naro, anche nel Pleistocene medio, date le maggiori
portate del fiume, fosse ben superiore a quella de-
gli altri corsi d’acqua delle Langhe. D'altra parte
anche oggi il talweg del Tanaro, in particolare nel
tratto intermedio del bacino, è proporzionalmente
più inciso. Ciò è rilevabile in assoluto, in base alle
quote dei fondovalle, ed anche in relativo, per
quanto concerne i dislivelli fra gli ordini di ter-
razzi più bassi nei vari bacini ed il talweg attuale.
A prescindere da questo argomento altre cause
della maggiore erosione del Tanaro nel Pleistocene
medio potrebbero essere legate a locali movimenti
tettonici differenziali sviluppatisi in questo pe-
riodo.
Nella media Valle Tanaro i terrazzi a cui è
stata attribuita un’età rissiana, e ricoperti da pa-
leosuoli la cui pedogenesi dovrebbe essere iniziata
nell’ interglaciale successivo, sulla sinistra orogra-
fica si pongono a tre livelli successivi, dislocati
a quote progressivamente più basse dalla base del
versante verso l’asse vallivo attuale. Alla notevole
diffusione di questa forma su questo versante cor-
rispondono, sulla destra, sporadici lembi coevi poco
sviluppati. Tutto ciò fa pensare che dal Pleistocene
medio-superiore il Tanaro abbia iniziato un movi-
mento di migrazione laterale nella sua valle, spo-
standosi progressivamente, ed erodendo, la base
del versante orografico destro. Vedremo che tale
tendenza sussiste tutt'ora.
In periodi immediatamente successivi è stata
posta a suo tempo la cattura del Belbo e la gene-
rale deviazione dei deflussi delle Langhe dalla pre-
cedente direzione SSE-NNW ‘a quella attuale,
grosso modo S-N.
Il fenomeno ha interessato le due Bormide, e
x
probabilmente si è manifestato tramite una gra-
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA 97
duale diversione dei deflussi. Nell’antico sistema
Alto Belbo-Rea, a direzione conseguente, si è ma-
nifestato tramite la.cattura della testata del Belbo
da parte di un corso d’acqua a direzione susse-
guente proveniente da NE. Il Tanaro, più inciso
nella sua valle rispetto agli altri corsi d’acqua, e
posto nella fascia più meridionale dell’area, si è
limitato ad erodere la base della sponda orogra-
fica destra senza potere deviare radicalmente il
suo corso. E’ da notare che il fenomeno di cattura,
e la mancata diversione del Tanaro corrispondono,
in particolare il primo, a quelle zone ove le forme
residuali finora descritte sono poste a quote rela-
tivamente più alte rispetto alle morfologie corri-
spondenti del resto dell’area.
Il II ordine di terrazzi individuato lungo i ver-
santi delle valli attuali dei vari corsi d’acqua della
zona permette di ricostruire una direzione gene-
rale di deflusso già orientata verso N. Tali ter-
razzi sono stati attribuiti all’Olocene inferiore -
Pleistocene superiore.
Nella Valle Bormida di Millesimo queste forme
convergono, e si collegano al talweg nella parte
prossimale del bacino, in coincidenza con la III
convessità del profilo longitudinale: si può pen-
sare che la testata del bacino, ed il relativo fondo-
valle, si siano incisi nel periodo indicato, e che le
fasi erosive successive cui fu interessata la re-
gione non le abbiano ancora rimodellate. Anche
la testata della Valle del Belbo, per quanto è pos-
sibile arguire dai suoli presenti, e dalle forme dei
versanti, a monte della convessità di Mallaria do-
vrebbe avere un’età analoga.
Un III ordine di terrazzi si rileva nella parte
distale delle due Bormide: i suoli di cui sono co-
perti sono il frutto di una pedogenesi postglaciale.
Nei due bacini essi si connettono al fondovalle in
corrispondenza della II convessità. Per questo, e
per tutti gli altri motivi addotti a suo tempo par-
lando specificamente dei due bacini, si può pen-
sare che la media valle della Bormida di Millesimo,
fra la II e la III convessità, e tutta la valle della
Bormida di Spigno a S della II convessità siano
frutto di un modellamento medio-olocenico.
Nel medio Tanaro i terrazzi delle unità più
basse, fatta esclusione del fondovalle, sono data-
bili come wiirmiani e postwirmiani. Poiché i
terrazzi mindeliani sono stati collegati, quanto
ad età, con il I ordine di terrazzi del resto della
regione, a N del Tanaro mancherebbero super-
fici corrispondenti ai terrazzi rissiani. In effetti
in alta Valle Belbo e nelle Bormide sui tratti di
versante compresi fra il I ed il II ordine di ter-
razzi sono rilevabili tracce sporadiche di super-
fici spianate, di genesi ed attribuizione estrema-
mente incerta. Si deve però pensare che in que-
sto periodo, caratterizzato dalla diversione gene-
ralizzata dei deflussi, e da intense erosioni, data
la variazione del livello di base provvisorio spo-
statosi dalle più alte pianure del Cuneese a quelle
dell’ Alessandrino, più depresse, ben difficilmente
si sono potute conservare eventuali superfici. Nel
medio Belbo CARRARO (1981) segnala quattro alvei
abbandonati, posti a quote diverse sul fianco de-
stro della valle: l’erosione si è manifestata in modo
caotico e discontinuo, e le sue fasi non sempre
possono essere connesse fra i vari bacini ed areali.
Le forme attuali.
Evidentemente tutti i versanti nella regione
sono attualmente in evoluzione. E’ tuttavia possi-
bile individuare alcune aree, ed una serie di forme,
la cui dinamica è particolarmente attiva.
Nella Valle Rea, là dove i corsi d’acqua hanno
una direzione susseguente, è in rapida evoluzione
una morfologia a cuesta. La stessa forma è osser-
vabile anche nel medio Belbo e nella media Valle
Tanaro. In queste zone l’ incisione del reticolo idro-
grafico -è particolarmente intensa. Dall’osserva-
zione del profilo trasversale delle cuestas si nota
una progressiva verticalizzazione del fronte, dovute
a frane di crollo per erosione al piede, provocata
dai corsi d’acqua che incidono verticalmente, ed
una tendenza, sul rovescio, all’ identificazione del-
l'inclinazione del pendio con la superficie di stra-
tificazione (BIANCOTTI, 1981 a) dovuta a frane di
scivolamento.
Più a E, nel bacino della Bormida di Millesimo,
nella sua parte medio-distale, ove tutti i dati a suo
tempo rilevati indicano un’attiva trasformazione
del paesaggio, su tipi litologici analoghi a quelli
dell’area a cuesta, e con una direzione del fiume
all’ incirca susseguente, i processi gravitativi, pur
intensi, risultano meno attivi che nell’area prece-
dente: la morfologia a cuesta non si forma.
Nella stessa valle una seconda zona in attiva
erosione si può osservare in corrispondenza alla
III convessità ove si stanno formando i pinnacoli
d’erosione (BIANCOTTI, 1981 b).
Nella Valle Bormida di Spigno le forme attual-
mente in rapida evoluzione si localizzano nel tratto
distale del bacino, a N ed in corrispondenza alla II
convessità, e consistono principalmente nei solchi
d’erosione ad aspetto calanchiforme. Dato che que-
sta morfologia non compare in altre zone dell’ Alta
Langa non è possibile un paragone, e quindi una
valutazione comparativa sulla velocità di evolu-
zione della forma. E’ invece possibile un confronto
fra i settori di versanti su cui affiorano le alter-
98 A. BIANCOTTI
nanze marnoso-arenacee della Formazione di Cor-
temilia, e le zone ad analoghe litologie della conti-
gua Bormida di Millesimo. Sui versanti a frana-
poggio del bacino in esame le frane di scivola-
mento sono meno numerose che nell’areale imme-
diatamente a W. Non si osservano fenomeni pa-
ragonabili agli scorrimenti di settori di versante,
o di versanti a gradinata, ben presenti invece nella
Bormida di Millesimo (BIANCOTTI, 1981 b).
Nella media Valle Tanaro si è visto che l’ero-
sione della riva concava dei meandri è più intensa
sul versante orografico destro che non sul sinistro
e che, in conseguenza dell’erosione al piede, tutto
il fianco destro della valle è soggetto a crolli ed
arretramenti.
Da uno sguardo d’ insieme si può dunque con-
cludere che le forme in evoluzione più rapida si
pongono nel settore SW della regione, in corrispon-
denza della Rea e del Medio Belbo. Spostandosi via
via verso NE la dinamica. dei versanti e la dina-
mica fluviale si fa meno attiva. Nei singoli bacini
le aree in attiva trasformazione si pongono sem-
pre più a N.
Nell’estrema fascia meridionale dell'Alta Langa
il Tanaro prosegue nella sua tendenza ad ero-
dere il versante destro, e quindi a spostarsi a N.
Tale tendenza, ricordiamo, è iniziata fin dal Plei-
stocene medio-superiore.
Lo stesso fenomeno è osservabile nella bassa
Valle Rea: i terrazzi wiirmiani sono dislocati sul-
la sinistra orografica, il fiume incide la base del
versante destro. Evidentemente tale tendenza non
è osservabile negli altri corsi d’acqua, già diret-
tisi verso N per diversione o per cattura fin dalla
fine del Pleistocene-inizio Olocene.
Conclusioni.
Dall’analisi dei parametri morfometrici dei
principali bacini delle Langhe, e dai confronti fra
le forme di tutta la regione in studio, risulta che
attualmente le condizioni di equilibrio del territo-
rio variano nelle diverse aree. ;
La zona in cui l’evoluzione morfologica è oggi
più attiva può essere individuata nel medio Belbo
e nella Rea. Il profilo trasversale delle cuestas è
in rapida trasformazione, l’ incisione del reticola-
to idrografico è particolarmente intensa. Per no-
tizie più dettagliate sull'argomento si rimanda al
lavoro specifico già citato. Nel tratto del bacino
del Belbo a valle della chiusura di Mallaria la
pendenza del profilo longitudinale del fiume, la
curva di durata delle pendenze locali, la forma
della curva ipsografica ribadiscono in termini
quantitativi quanto si può dedurre dall’analisi
comparata delle forme.
Nella stessa area le morfologie residuali villa-
franchiane (i resti erosi del glacîs) e medio-plei-
stoceniche (le selle d’erosione, i terrazzi di I or-
dine) sono più elevate in quota rispetto alle forme
coeve del resto dell'Alta Langa. Ciò fa pensare
che il sollevamento, che ha interessato tutta la re-
gione a cavallo fra il Pleistocene superiore e l’Olo-
cene, e che è provato dall’ intensa erosione mani-
festatasi nel Quaternario recente in tutti i bacini
presi in considerazione, si sia attuato con gradien-
ti particolarmente elevati. Lo conferma anche la
posizione geografica di questa zona, posta nella
fascia occidentale delle Langhe, verso cui si diri-
gevano i deflussi medio-pleistocenici, quindi origi-
nariamente più depressa rispetto ai settori orien-
tali della regione.
Da quanto è stato osservato circa l’asimmetri-
ca dislocazione dei terrazzi della media Valle Ta-
naro, è possibile dedurre che alla fine del Pleisto-
cene il fiume inizia ad erodere preferenzialmente
la base del suo versante destro, ed a migrare pro-
gressivamente, nella sua valle, verso N.
Nello stesso periodo, o per diversione progres-
siva (Bormide), o per cattura (Belbo) i deflussi
dei corsi d’acqua a N del Tanaro, dalla primitiva
direzione SE-NW, si orientano verso N, abbando-
nando il precedente livello di base provvisorio, co-
Fig. 28. — Schema geomorfologico dell'Alta Langa. Legenda: Olocene medio e superiore, 1: terrazzi e fondivalle a pre-
valente modellamento medio-olocenico ed attuale; 2: piramidi e pinnacoli d’erosione; 8: solchi d’erosione ad andamento
calanchiforme; 4: frane di scivolamento; 5: cuestas; Pleistocene superiore-Olocene inferiore, 6: terrazzi e fondivalle a
prevalente modellamento olocenico inferiore (forse pleistocenico superiore); 7: cattura; Pleistocene medio e medio-superiore,
8: valli a fondo concavo; 9: paleofrane; 10: terrazzi; 11: direzioni del paleoreticolo; 12: selle d’erosione; Pleistocene in-
feriore, 13: glacis; 14: Terziario. 15: Preterziario.
Fig. 28. — Geomorphologic map of the High Langa region. Explanation: Middle and Upper Holocene, 1: river terraces
and valleys floor mostly modelled in Middle-Holocene and present-day times; 2 - Erosion pinnacles; 3 - Badlands; 4 - Land
sliding; 5 - cuestas; Upper Pleistocene-Lower Holocene, 6 - River terraces and valleys floor mainly modelled in the Lower
Holocene (perhaps Upper Pleistocene); 7 - River capture; Middle and Upper Pleistocene; 8 - Trough-shaped valley;
9 - Ancient landslides; 10 - River terraces; 11 - Direction of ancient drainage system; 12 - Erosion saddles; Lower Plei-
stocene; 13 - Glacis; 14 - Tertiary. 15 - Pretertiary.
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA
L'ALTA LANGA
SCHEMA
GEOMORFOLOGICO
© CORTEMILIA
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|
99. Un
Epp pippi erinti
DS
100 A. BIANCOTTI
stituito dalla pianura cuneese, per riferirsi alla
pianura alessandrina, posta a quote inferiori di
150 m circa.
L’erosione preferenziale concentrata sulla de-
stra orografica, e quindi la tendenza a spostarsi
verso N nelle loro valli, per i fiumi ancora attual-
mente defluenti verso W (Tanaro nella sua media
valle, Rea), è continuata anche successivamente,
per tutto l’Olocene: lo dimostra la dislocazione
dei terrazzi del Quaternario recente nei due baci-
ni, presenti sulla sinistra orografica, assenti o
fortemente ridotti sulla destra; la geometria dei
meandri del Tanaro, con gli indizi di un’erosione
più intensa nelle anse in cui la riva concava lam-.
bisce il versante orografico destro; l’evoluzione
del profilo trasversale delle cuestas, che si espleta
tramite la erosione al piede del fronte, formante
a sua volta il versante orografico destro delle valli
susseguenti confluenti nelle aste principali a di-
rezione conseguente. Quest'ultimo fenomeno, de-
terminato dalla migrazione verso N dei corsi d’ac-
qua ad andamento ortoclinale, analogamente a
quanto è stato detto per il Tanaro, provoca la pro-
gressiva verticalizzazione del fronte delle cuestas.
La rotazione dei deflussi medio-pleistocenici,
la tendenza dei reticoli più incassati nelle valli ad
erodere verso N, il sollevamento più pronunciato
a SW, meno a NE, confermano, su scala regiona-
le, l’ ipotesi proposta a suo tempo, che il movimen-
to tettonico si sia manifestato tramite un bascu-
lamento, con gradienti più pronunciati a SW, me-
no a NE.
La dinamica in atto dei versanti, e l’evoluzio-
ne delle forme, più attiva nel settore Medio Belbo-
Rea, ma sensibile anche in altre zone dell’ Alta
Langa, prova che il rimodellamento del paesag-
gio, iniziatosi con il basculamento, è tutt’ora in
| piena evoluzione.
Dalle caratteristiche morfometriche dei vari
bacini, dall’analisi della gerarchizzazione del reti-
colato idrografico delle Bormide, dalle forme, in
particolare dalla presenza di due ordini di terraz-
zi del Quaternario superiore, sospesi a quote di-
verse sugli attuali talweg, si desume che i feno-
meni di modellamento che hanno-determinato l’as-
setto geomorfico attualmente osservabile, si sono
espletati, dall’attivazione del movimento tettonico
ad oggi, in più fasi successive.
Già si è detto come la convergenza dei princi-
pali deflussi verso N, Tanaro escluso, abbia de-
terminato il riferimento ad un livello di base prov-
visorio più basso del precedente. In conseguenza
di ciò, e, naturalmente, del basculamento stesso,
dalla fine del Pleistocene si è manifestata un’ in-
tensa erosione regressiva, che ha impostato, e sca-
vato i primi solchi vallivi delle due Bormide e del
Belbo nella direzione ancora oggi osservabile. |
L’ incisione ha demolito la gran parte delle
forme villafranchiane e medio-pleistoceniche. Dei
precedenti solchi d’erosione fluviale, diretti verso
NW, sopravvivono solo alcune tracce nelle attuali
selle, via via più sospese sulle dorsali emergenti,
e .foggiantisi quali spartiacque fra i nuovi bacini
in formazione. In continuità di quota con esse si
sospendono progressivamente sui nuovi talweg i
terrazzi di I ordine, testimoni dei fondovalle pre-
cedenti. Del glaciîs, già in parte eroso durante il
Pleistocene medio, sopravvivono relitti sulle dor-
sali.
L’erosione incide le valli fino al livello degli
attuali terrazzi di II ordine nel settore a N del
Tanaro, nel Tanaro e nella Rea fino al livello del-
la superficie dei terrazzi datati come wirmiani.
A questo intenso momento rexistasico segue,
in tutta la regione, un intervallo di calma tet-
tonica.
I fiumi del settore centrale ed orientale della
regione, ove il sollevamento era stato meno inten-
so, si adattano al nuovo livello di base, e raggiun-
gono una pendenza compatibile con lo sviluppo di
un alveo a meandri. Il fenomeno si ripete anche
nella media Valle Tanaro, ove il più intenso sol-
levamento subito è controbilanciato dalla più alta
capacità erosiva del fiume, conseguenza della mag-
giore portata, e quindi della maggiore potenza
netta.
Nel bacino del Belbo, ove la portata era mi-
nore, data la scarsa estensione areale dell’unità
idrografica, ed il sollevamento si era manifestato
con un’ intensità più grande rispetto alle altre
aree, l’alveo, durante l’ intervallo dell’attività tet-
tonica, non riesce ad adattarsi al nuovo livello di
base, e non raggiunge una pendenza sufficiente-
mente bassa da permettere la genesi dei meandri :
anche oggi, unico fra i grandi fiumi delle Langhe,
il Belbo non meandrizza.
Alla pausa segue una ripresa del movimento
di basculamento, cui si accompagnano probabil-
mente fenomeni di subsidenza, o di minore solle-
vamento nel bacino dell’ Alessandrino e nella Valle
Tanaro a E della flessura formante il margine
sud-orientale dell’Altipiano di Poirino (CARRARO,
1981). Essa provoca una nuova fase di erosione
regressiva che rimodella i versanti e i talweg.
Là dove i gradienti sono minori, quindi nel
settore orientale dell’Alta Langa, corrispondente
al bacino della Bormida di Spigno, l’erosione si
espleta in tutta la valle fino alla testata: lo dimo-
stra la concavità del profilo longitudinale dell’asta
principale nel settore S del bacino, la forma ana-
GEOMORFOLOGIA DELL'ALTA LANGA 101
loga della curva ipsografica. La curva di durata
delle pendenze locali, con l'aumento, rispetto alle
zone a valle, delle aree piane o a bassa pendenza,
le condizioni di buona conservatività dimostrate
dal calcolo dei parametri gerarchici del reticolo
idrografico provano che il modellamento, alla te-
stata, ha interessato anche i versanti, e che questo
tratto del bacino è attualmente in buone condizia-
ni di equilibrio.
Nella Bormida di Millesimo, per la maggiore
lunghezza del bacino, ma soprattutto per i gra-
dienti di sollevamento, più pronunciati che non
a E, la fase erosiva in questione è ancora in via
di espletamento alla testata del bacino, in parti-
colare in corrispondenza alla terza convessità.
Comprovano quanto affermato sia i caratteri
morfometrici del bacino, come è stato detto nei
capitoli precedenti, sia il calcolo dei parametri
della gerarchizzazione e l’analisi delle forme, fat-
te in un lavoro specifico già citato (BIANCOTTI,
1981 Db).
Nel Belbo, per i notevoli gradienti di solleva-
mento, e per la minore capacità erosiva del corso
d’acqua l’erosione è in atto nella media valle, ma
non ha ancora interessato la testata a S della chiu-
sura di Mallaria.
Alla testata del bacino le forme dolci, i bassi
gradienti di pendio, la concavità del profilo lon-
gitudinale, la curva ipsografica indicano una si-
tuazione attuale di buon equilibrio. Più ancora che
non l’alta valle della Bormida di Millesimo, alme-
no in parte già interessata all’erosione della se-
conda fase, l’alta Valle Belbo è una forma resi-
duale la cui genesi risale all’Olocene inferiore. Qui
le forme dolci dei versanti, l’aspetto generale del
paesaggio è legato al modellamento climatico esple-
tatosi, su rocce erodibili quali sono i sedimenti
terziari affioranti, per tutto il Quaternario recente.
Nella Valle Bormida di Spigno testimoniano
l’antico talweg olocenico inferiore i terrazzi di II
ordine sospesi sui versanti. I terrazzi dello stesso
ordine, nella Bormida di Millesimo, si collegano
all’attuale talweg a livello della III convessità.
In rapida successione con la seconda fase di
sollevamento ne segue una terza, cui segue una
nuova attività erosiva, i cui indizi più appari-
scenti sono nelle basse valli delle Bormide.
Nel settore distale dei due bacini sono stati
descritti dei terrazzi di III ordine convergenti
con il fondovalle a livello della II convessità del
profilo rettificato. A N delle convessità i reticoli
idrografici raggiungono le condizioni di minima
conservatività; nella stessa zona la dinamica dei
versanti è più attiva che nei settori a monte dei
rispettivi bacini (solchi d’erosione ad aspetto ca-
lanchiforme, frane di scivolamento).
Anche nel medio Tanaro fra i terrazzi wiir-
miani e l’attuale fondovalle si inserisce un ordine
intermedio di terrazzi.
Nel medio Belbo e nella Rea non risultano in-
dizi che permettano di distinguere fra loro le ul-
time due fasi. Può essere che gli effetti erosivi si
sovrappongano, e non siano fra loro distinguibili
né nel talweg né sui versanti, ove la dinamica è
particolarmente attiva.
Durante la seconda e la terza fase del solleva-
mento descritto i meandri, là dove si erano pre-
cedentemente sviluppati, si sono incassati. In cor-
rispondenza alle zone ove sui versanti affiorano
rocce particolarmente erodibili (affioramenti del-
le Marne di Rocchetta nella Bormida di Spigno)
la forma, evolvendosi, ha modellato il fondovalle,
ed attualmente i meandri sono liberi. Ove il sub-
strato è meno erodibile anche attualmente i mean-
dri sono incassati (settori di affioramento dei cal-
cescisti e delle pietre verdi nella Bormida di Spi-
gno; Valle Bormida di Millesimo, Valle Tanaro).
La progressione verso la testata del bacino del
Belbo dell’erosione ora in atto nella media valle,
potrebbe portare, in prospettiva, all’arretramento
dell’origine del Belbo verso S, ed alla cattura del
Tanaro nella sua media valle. Il fenomeno, d’altra
parte, si inserirebbe nella tendenza evolutiva già
da tempo manifesta nel Tanaro, che, fin dal Plei-
stocene medio-inferiore, sposta il suo corso da W
verso E: lo dimostrano i terrazzi della pianura cu-
neese, degradanti da W verso E, la cattura, o la
diversione del Tanaro, che ha orientato verso NE
i deflussi del fiume, l’erosione in atto del fianco
orientale della sua valle nella pianura cuneese, cor-
rispondente al bordo occidentale delle Langhe, di
quello nord-orientale nella sua media valle fra
Ceva e Bastia.
Con la cattura il Tanaro compirebbe un ulte-
riore passo per raggiungere più direttamente, e
con un corso meno lungo ed articolato, le pianure
alessandrine ove attualmente giunge dopo avere
circoscritto le Colline delle Langhe.
Summary. — Geomorphology of the Upper Langa hills,
S Piedmont (Italy).
The Langhe Hills form the southern part of the Pied-
montese tertiary basin, which in this area displays a
10-15° monoclinal dipping towards the NW. The W boun-
dary of the region is marked by the River Tanaro. At
its mid-valley outlet, near Bastia Mondovi, this river chan-
ges from a SE-NW course, cataclinal to the attitude of
the Tertiary deposits and hence consequent, to a S-N
course, so that it separates the terraced Cuneo plain to
102 A. BIANCOTTI
the W from the Langhe Hills on the E. The N boundary
is once again determined by the Tanaro, a little distance
to the N of Cherasco, where it receives its largest left-
side affluent, the Stura di Demonte, it turns NE through
a wide, deep valley carved out of the hills on the border
between the Langhe and Monferrato areas, reaches the
Alessandria plain, and eventually flows into the Po. The
S and E boundaries are formed by the Ligurian Alps
and the Scrivia Valley respectively. The geomorphological
history of the Langhe Hills begins in the Quaternary,
when a large erosion glacis formed between the Pliocene
and the Pleistocene. This has been almost completely de-
molished by Quaternary erosion, but its traces.: can be
seen in the long straight ridges that form the outer, and
some of the inner, drainage divides of the main Langhe
basins. These ridges lie approximately S-N in the central-
northern and eastern part of the area, corresponding to
the basins of the Belbo, the Bormida di Millesimo, and
the Bormida di Spigno, whose longitudinal axes lie in this
direction; in the SW parts, corresponding to the basin
of the Rea and the middle Tanaro, the ridges lie SE-NW,
like the axes of these basins. The watersheds slope gently
northwards (Belbo and Bormide) or NW-W (Tanaro and
Rea), depending on the area where they develop, while
their height decreases from E to W and from S to N
in the two zones respectively. Seen as a whole, however,
they lie at a tangent to a 3-6°, NW dipping plane that
forms the reconstruction of the ancient Plio-Villafranchian
glacis.
Throughout the area, fluvial erosion saddles can be
recognised, encased several tens of metres below the mean
levels of the ridges. These saddles show that the middle
Tanaro and the Rea once ran SE-NW, or SSE-NNW,
parallel to their present courses. A first order of terra-
ces extends at the same level as the saddles. The ancient
drainage pattern came into being when the climatie chan-
ges after the Villafranchian replaced an areal erosion
system responsible for the glacis with a linear incision
model. These consequent streams developed throughout the
Middle Pleistocene. Their provisional baseline was the
Cuneo plain.
Between the Upper Pleistocene and the Lower Holo-
cene, the Langhe were subjected to uplifting varying in
intensity from one area to another. It was more active
‘in the SW sector (Rea and Alto Balbo basins), becom-
ing gradually weaker to the NE, and then in the direc-
tion of the Bormida di Millesimo and Bormida di Spigno
valleys. The evidence for this lifting can be seen in the
difference in height of the Lower and Middle Pleistocene
morphologies (higher to the SW, and increasing lower to
the NE). The overall effect was a rocking movement that
led to a whole series of significant changes in the geo-
morphology of the Langhe.
In the first place, the drainage pattern shifted from
SE-NW to a roughly N-S direction. This deviation took
place in several ways: in the watercourses in the eastern-
most part of the area (the present Bormidas), it was
gradual. In the western sector, the head of the Middle
Pleistocene drainage system (upper reaches of the Belbo
and Rea) was captured by a stream from the NE under-
going active regressive erosion due to the particularly
intense lifting in this area. Evidence of the ancient pat-
tern can be seen in the Bossola Pass erosion saddle, which
now links the Rea Valley to the upper part of the Belbo
Valley.
The large bend in the Belbo at Mombarcaro provides
evidence of this capture, which gave the new pattern a
new baseline, namely the Alessandria plain, some 100-150 m
lower than the Cuneo Plain. The result was intense ero-
sion, which has reshaped the area and cut deep into the
head of the Belbo Valley. In the Rea Valley, now cut off
from the Upper Belbo, erosion created new shapes, and
incised deeply into the talweg. In cases where the secon-
dary drainage pattern was subsequent, it gave rise to a
« cuesta » morphology. This erosion stage did not reach
the head of certain small secondary valleys at the northern
boundary of the basin, where the shape of the deeply
Vee-cut talweg so noticeable elsewhere is substituted by
lightly-cut streams in gentle slopes left over from the
Middle Pleistocene morphology.
After a pause, intense lifting was resumed in the
Middle Holocene. This was followed by fresh erosion, which
cut further into the talweg, and created a second order
of very distinet terraces on the slopes of the present Bor-
mida di Millesimo and Bormida di Spigno valleys. In the
Belbo Valley, this erosion is still in progress. It has
reshaped the middle valley, but has not yet reached the
head of the basin. To the N, the talweg is deeply incised
in the neighbourhood of San Benedetto Belbo, and its
slopes are very steep. To the S, the shapes are gentler,
due to climatie modelling since the Lower Holocene.
While these tectonic movements and changes in shape
were going on during the Lower Holocene in the Langhe,
the adjoining Cuneo Plain was the scene of another signi-
ficant morphological event: the capture of the Tanaro.
Throughout the Lower and Middle Pleistocene, and
probably during the Upper Pleistocene, the Tanaro drained
the Cuneo Plain, and emptied into the Po south of Turin,
roughly where the town of Carignano now stands. Over
this long period of time, the river gradually moved east-
wards to form the complex system of Mindelian and Ris-
sian terraces that can readily be discerned in the eastern
part of the Cuneo Plain. Later, as a result of the uplifting
of the hill district, and probably due to contemporaneous
subsidence of the present Alessandria plains, the Tanaro
was captured at Bra by a watercourse from the NE that
was eroding its way back into the Lower Langa. Some
workers, however, are of the opinion that diversion of the
runoffs of the Tanaro was attributable to marked dif-
ferences in the degree of lifting of the hills on the two
sides of the bend forming the SE edge of the Poirino
tableland. These two phenomena, of course, are not mu-
tually exclusive (It is possible, at all events, that both
causes mentioned may have contributed to the materialisa-
tion of the phenomenon).
The fact that the Tanaro now had a new lower base-
.line was responsible for regressive erosion that again bit
into the valley, suspending the fundamental level of the
Wiirmian Cuneo plain some 100 m on the present talwegs
of the Tanaro and its affluents.
In the case of watercourses draining the W boundary
of the Langhe, and flowing straight into the Tanaro, such
as the Rea, regressive erosion following capture of the
Tanaro has been compounded by erosion following the
uplifting that took place during the Holocene. The result
has been intense incision with reshaping of the cuestas
and valley floors. These morphological and tectonic changes
are still in progress: the landforms are evolving very
actively, and Holocenic modelling has not yet touched the
concave-bottom valleys, where Middle Pleistocene forms
still exist, nor the external, watersheds, and part of the
inner watersheds, where traces of the Villafranchian glacis
GEOMORFOLOGIA DELL’ALTA LANGA 103
can still be discerned. Geomorphic modelling on the slopes
displays itself in a variety of ways, depending on inter-
ference between the attitude of the deposits and the gra-
dient. On support slepes,: eorresponding to cuesta fronts
in the subsequent valleys, rapid incision of the talweg is
responsible for collapse landslides due to erosion at the
base, clearly encouraged by the attitude. Verticalisation,
therefore, is followed by a retreat of the front. On the
bedding slopes corresponding to the backslope of the cues-
tas, major landslips occur, especially in places where the
Tertiary deposits consist of alternate marls and sand-
stones. In wet periods, the discontinuity planes caused by
this alternation become potential slump/creep planes, along
which extensive movements due to gravity are likely to
take place, so that the inclination of the topographical
surface tends to coincide with the stratification plane.
Here, too, incision of the talweg, by disturbing the equi-
librium of the slope, serves to trigger the phenomenon.
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Direttore responsabile: Prof. CesAaRE Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
Geomorfologia dell’Alta Langa Memorie Soc. It. Sci. Nat. e Museo Civ. - St. Nat. Milano - Vol. XXII - Tav. XXIII
ISTITUTO DI GEOLOGIA, PALEONTOLOGIA CNR - CENTRO PER LO STUDIO DELLO
E GEOGRAFIA FISICA — UNIV. DI TORINO OROGENO ur ESSI
LEGENDA
DATI LITOLOGICI
Alvei attuali, Alluvioni attuali ghiaiose, sabbiose e limose, coperte da suo-
li alluvionali poco evoluti.
Marne, talora siltose o siltoso-sabbiose, suddivisibili in scaglie o in lamine
sottili e, nettamente subordinate, intercalazioni di livelli arenacei (Forma-
zione di Paroldo; Langhiano - Aquitaniano e Formazione di Rocchetta;
Aquitaniano - Oligocene superiore). A W dell’Ellero marne siltose, talora
FORME DOVUTE A PROCESSI FLUVIALI
ATTUALI
argillose, intercalate a sporadiche lenti sabbiose (Tortoniano). di erosione
AUG USTO B I A N COTTI MAY br; fe? Alluvioni recenti ghiaiose, sabbiose e limose, sospese sugli alvei attuali
con dislivelli variabili fino a 15-20 m, coperte da suoli alluvionali brunifi-
cati.
Sabbie gialle con gròssi noduli arenacei, conglomerati, talora in lenti, e, Orlo di scarpata modellata anche da processi di denudazione
subordinatamente, alternanze marnoso-arenacee (Formazione di Monesi-
glio; Aquitaniano - Oligocene superiore); conglomerato poligenico asso- vay TV| di altezza < 20 metri
Alluvioni antiche ghiaiose, sabbiose ed argillose, coperte da suoli bruni ciato ad arenarie grossolane e sabbie in strati e banchi di spessore variabile
debolmente lisciviati. i (Formazione di Molare; Oligocene).
ARVARD
CARTA GEOMORFOLOGICA'*
DELLA MEDIA VALLE TANARO
_E
gg V| di altezza > 20 metri
Depositi alluvionali della III Unità morfopedologica, coperti da suoli bru- DATI STRUTTURALI
ni lisciviati (Pleistocene superiore - Olocene inferiore?). Valletta a V
Giacitura delle principali superfici di stratificazione:
Depositi alluvionali della II Unità morfopedologica, coperti da suoli bruni
lisciviati a pseudogley (Pleistocene medio-superiore). Limite dell’erosione rimontante nell’alveo.
<
strati suborizzontali (0° - 10°)
Depositi alluvionali della I Unità morfopedologica, coperti da suoli fer-
siallitici lisciviati (Pleistocene medio), e privi di paleosuoli (Pleistocene
medio-inferiore).
strati poco inclinati (10° - 459) Zona di erosione di sponda particolarmente intensa.
strati molto inclinati (45° - 80°). di accumulo
IRRIBIBIDIA
Depositi fluviali e fluviolacustri formati da ghiaie eterodiametriche, ce-
mentate alla base, alternantesi verso l’alto con sabbie, limi e argille varico- I RR
lori, stratificate (Villafranchiano Auct.p.p.). e Conoidi di deiezione.
È : SPAN Sai Faglia e sua presunta prosecuzione.
Alternanze più o meno regolari di marne a stratificazione indistinta, com-
patte o suddivisibili in scaglie, e arenarie in strati da 5 a 20 cm, localmen-
te con prevalenza di uno dei due litotipi (Formazione di Murazzano; Ser- — — — — | Faglia probabile. PORTS
ravalliano - Langhiano).
PALEOFORME
Lanca di meandro abbandonato (Olocene inferiore e medio).
| Limite litologico
Arcos Valletta a fondo piatto (Pleistocene).
Limite litologico incerto.
STENDE.
x
n Nn Valletta a fondo arrotondato (Pleistocene).
FORME DI EROSIONE INFLUENZATE DALLA STRUTTURA
sx
a
_Bric la Croce
—— =
FORME POLICRONOLOGICHE
‘Fronte di cuesta. di ;
1 erosione
—£_S_| Scarpata influenzata dalla giacitura degli strati a reggipoggio. Orlo di terrazzo fluviale
HE DEI EHE
con scarpata di altezza < 10 metri
AIBIRIE
con scarpata di altezza compresa fra 10 e 25 metri
con scarpata di altezza > 25 metri
fr
/LPEIRON
No. i 5 IZ 4 NVATA ZZZ 7 n I CIA A “SS FORME DI DEGRADAZIONE DEI VERSANTI
| I ATTUALI
) / \ 5 >) {= È SCALE ( Do pra È | 3 ù \ È Nr: \ } 4 a x IO AIA |
/ yga \ ; ) / NY MN LES) da È ( | \ id Mea ) << ga. iO. tipo: | AMI \x®] con scarpata addolcita.
(= > fé \ pet x SI A I} sh CEE f g i he Te ; ne ) ZZZ, Sl | | SEN 09, | xe ( a ; N HAN
di erosione
Frana di scivolamento.
Piccola frana di crollo (non fedelmente cartografabile).
Solchi di erosione calanchiformi.
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scala 1 : 25.000
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1 % n aÒ N Y,
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REALIZZAZIONE GRAFICA SIREA TORINO
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18
VOLUME XII.
I- Viani V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo).
pp. 1-70, 4 figg., 6 tavv. I
II - VENZO S., 1957 - ‘Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale
Gardone-Desenzano. pp. 71-140, 14 figg., 6 tavv.,
1 carta..
III - VIALLI V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte
Albenza (Bergamo). pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - VENZO S., 1961 - Rilevamento geologico dell'anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale
Garda-Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese.
‘pp. 1-64, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
II - PINNA G., 1963 - Ammoniti ‘del Lias superiore (Toar-
ciano) dell'Alpe Turati (Erba, Como). Generi Merca-
ticeras, Pseudomercaticeras e Brodicia. pp. 65-98,
2 figg., 4 tavo.
III - ZANZUCCHI G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) "di Entratico in Val Cavallina (Berga-
masco orientale). pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - VENZO S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all'Adige.
. pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - PINNA G., 1966 - Ammoniti "del Lias superiore (Toar-
ciano) dell’ Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia
Dactylioceratidae. pp. 83-136, 4 tavv.
III - Dieni I., MASSARI F. e MONTANARI L., 1966 - Il Paleo-
gene dei dintorni di Orosei (Sardegna). pp. 137-184,
5 figg., 8 tavv.
VOLUME XV.
I - CARETTO P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-
88, 27 figg., 9 tavo.
II - DIENI I. e MASSARI F., 1966 - Il Neogene e il Quater-
nario dei dintorni di Orosei (Sardegna). pp. 89-142,
8 figg., 7 tavv.
III - BARBIERI F. - IACCARINO S. - BARBIERI F. & PETRUCCI F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-
Parmense-Reggiano. pp. 143-188, 20 figg., 3 tavv.
VOLUME XVI.
I - CARETTO P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio
del metodo statistico e nuova classificazione dei Ga-
steropodi pliocenici attribuibili al Murex brandaris
Linneo. pp. 1-60, 1 fig., 7 tabb., 10 tavo.
II - SACCHI VIALLI G. è CANTALUPPI Gi 1967 - I nuovi fos-
sili di Gozzano (Pralpi piemontesi). pp. 61-128,
30 figg., 8 tavv.
III - PicoRINI B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico. pp. 129-200, 18 figg., 4 tabb., 7 tavv.
VOLUME XVII.
I - PINNA G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) ‘dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie Ly-
toceratidae, Nannolytoceratidae, Hammatoceratidae
(excl. Phymatoceratinae), Hildoceratidae (excl. Hil-
doceratinae e Bouleiceratinae). pp. 1-70, 2 tavv. n.t.,
6 figg., 6 tavv.
II - VENZO S. & PreLosIo G., 1968 - Nuova fauna a Ammo-
noidi dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brem-
bana (Bergamo). pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
III - PeLoSIO G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-.
ciano) dell'Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hi/do-
ceras, Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Con-
clusioni generali. pp. 143-204, 2 figg., 6 tavv.
VOLUME XVIII.
I - PINNA G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate
da Giuseppe Meneghini nelle Tavv. 1-22 della « Mo-
nographie des fossiles du calcaire rouge ammoni-
tique > (1867-1881). pp. 5-22, 2 figg., 6 tavv.
II - MONTANARI L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Goz-
zano (Lago d’Orta). pp. 23-92, 42 figg., 4 tav. n.t.
III - PETRUCCI F., BorTtoLAMI G. C. & DAL PIaz G. V.,
1970 - Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-
Avigliana (Prov. Torino) e sul suo substrato cri-
stallino. pp. 98-169, con carta a colori al 1:40.000,
14 figg., 4 tavv. a colori e 2 db. n.
VOLUME XIX.
I - CANTALUPPI G., 1970 - Le Hudoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee - Loro successione e mo-
dificazioni nel tempo. Riflessi biostratigrafici e si-
stematici. pp. 5-46, con 2 tabelle nel testo.
II - PINNA G. & LEVI-SETTI F., 1971 - I Dactylioceratidae
della Provincia Mediterranea (Cephalopoda Ammo-
noiîdea). pp. 47-186, 21 figg., 12 tavv.
III - PeLosio G., 1973 - Le ammoniti del Trias medio di
Asklepieion (Argolide, Grecia) - I. Fauna del « cal-
care a Ptychites» (Anisico sup.), pp. 137-168,
3 figg.,9 tavv.. »
VOLUME XX.
I - CORNAGGIA CASTIGLIONI O., 1971 - La cultura di Reme-
dello. Problematica ed ergologia di una facies del-
l’Eneolitico Padano. pp. 5-80, 2 figg, 20 tavv..
II - PETRUCCI F., 1972 - Il bacino del Torrente Cinghio
f (Prov. Parma). Studio sulla stabilità dei versanti
e conservazione del suolo. pp. 81-127, 87 figg., 6
carte tematiche.
III - CerETTI E. & PoLuzzi A., 1973 - Briozoi della bio-
calcarenite del Fosso di S. Spirito (Chieti, Abruzzi),
pp. 129-169, 18 figg., 2 tavv.
VOLUME XXI.
I - PINNA G,., 1974 - I crostacei della fauna triassica di
Cene in Val Seriana (Bergamo). pp. 5-34, 16 figg.,
16 tavo.
TI - PoLUZZI A., 1975 - I Briozoi Cheilostoni del Pliocene
della Val d'Arda (Piacenza, Italia). pp. 85-78, 6 figg. *
5 tavv.
III - BramBILLA G., 1976 - I Molluschi pliocenici di Vil-
lalvernia (Alessandria). I. Lamellibranchi. pp. 79-
128, 4 figg., 10 tav».
VOLUME XXII.
‘I - CoRNAGGIA CASTIGLIONI O. & CALEGARI G., 1978 - Corpus
delle pintaderas preistoriche italiane. Problematica,
schede, iconografia. pp. 5-30, 6 figg., 13 tavv.
II - PINNA G., 1979 - Osteologia dello scheletro di Krito-
saurus notabilis (Lambe, 1914) del Museo Civico di
Storia Naturale di Milano (Ornithischia Hadrosau-
ridae). pp. 31-56, 8 figg., 9 tavv.
III - BIANCOTTI A., 1981 - Geomorfologia dell’Alta Langa
(Piemonte meridionale). pp. 57-104, 28 figg., 12 tabb.,
edrtasifati
Le Memorie sono disponibili presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)