HARVARD UNIVERSITY
LIBRARY
OF THE
Museum of Comparative Zoology
MEMORIE
DELL A
SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE
DI MILANO
Volume XV
CON 19 TAVOLE
MILANO
I960- 1967
i
<r„
EDITRICE SDCC. FUSI - PAVIA
INDICE DEL VOLUME XV
Fascicolo
Fascicolo
Fascicolo
I (1966)
Caretto P. GL - Nuova classificazione di alcuni Briozoi Pliocenici, pre¬
cedentemente determinati quali Idrozoi del genere Hydractima Yan
Beneden. (Con 27 figg. e 9 tavv. f. t.) . pag. 1
II (1966)
Dieni I. & Massari F. - Il Neogene e il Quaternario dei dintorni di
Orosei (Sardegna). ( Con 8 figg. e 7 tavv. f.t.) . » 89’
III (1967)
Il Pliocene del Subappennino Piacentino-Parmense-Reggiano . . » 14S
I.
Barbieri F. - The Foraminifera in thè Pliocene section Vernasca-Ca-
stell ’Arquato ineluding thè « Piacenzian stratotype » (Piacenza Pro¬
vince). (With 1 taòle and 10 figure s) ....... » 145
II.
Iaccarino S. - Les Foraminifères du statotype du Tabianien (Pliocène
inférieur) de Tabiano Bagni (Parme). ( 3 figures, 6 tableaux dans le
texte, 1 pianelle ) ........... » 165
III.
Barbieri F. & Petrucci F. - La sèrie stratigraphique du Messimeli
au Calabrien dans la vallèe du T. Crostolo (Reggio Emilia - Italie sept.).
(Une figure dans le texte et une pianelle)
»
181
.
ivlUo. COMP. ZOOL.
library,
MAY 111967
HARVARO
UWVGFMmYY
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XV - Fase. I
PIER GIUSEPPE CARETTO
NUOVA CLASSIFICAZIONE
DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI,
PRECEDENTEMENTE DETERMINATI QUALI IDROZOI
DEL GENERE HYDRACTINIA VAN BENEDEN
Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica
dell’ Università di Torino
Con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
«Comitato per le Scienze Geologiche e Minerarie»
MILANO
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Fase.
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VOLUME I.
I - CORNALIA E. : Descrizione di una nuova specie del genere Felis : Felis ja-
cobita (Corn.), 1865, 9 pp., 1 tav.
II - MAGNI-GRIFFI F. : Di una specie d ’ Hippolais nuova per F Italia. 1865, 6 pp.,
1 tav.
Ili - GASTALDI B. : Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli antichi
ghiacciai. 1865, 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
IV - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologica dei terreni terziarii del distretto
di Messina. 1865, 88 pp., 8 tavv.
V - GIBELLI G. : Sugli organi riproduttori del genere Verrucarid. 1865, 16 pp.,
1 tav.
VI - BEGGIATO F. S. : Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel Vicentino.
1865, 10 pp., 1 tav.
VII - COCCHI I. : Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana industria dei tempi
preistorici raccolti in Toscana. 1865, 32 pp., 4 tavv.
Vili - TARGIONI-TOZZETTI A.: Come sia l'atto l’organo che fa lume nella lucciola
volante dell’ Italia centrale (Luciola italica ) e come le fibre muscolari in questo
ed altri Insetti ed Artropodi. 1866, 28 pp., 2 tavv.
IX - MAGGI L. : Intorno al genere Aeolosoma. 1865, 18 pp., 2 tavv.
X - CORNALIA E. : Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi e da
altri Coleotteri facili a confondesi con esse. 1865, 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - ISSEL A. : Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866, 38 pp.
II - GENTILLI A. : Quelques considérations sur 1 ’origine des bassins lacustres, à
propos des sondages du Lae de Come. 1866, 12 pp., 8 tavv.
Ili - MOLON F. : Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867, 140 pp.
IV - D’ACHIARDI A.: Corallarj fossili del terreno nummulitico delle Alpi venete.
1866, 54 pp., 5 tavv.
V - COCCHI I.: Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866, 18 pp., 1 tav.
VI - SEGUENZA G. : Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune rocce cre¬
tacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
1866, 18 pp., 1 tav.
VII - COCCHI I.: L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867, 82 pp., 21 figg., 4 tavv.
Vili - GAROVAGLIO S. : Manzonia cantiana, novurn Lichenum Angiocarporum genus
propositum atque descriptum, 1866, 8 pp., 1 tav.
IX - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologica dei terreni terziari del distretto
di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867, 22 pp., 1 tav.
X - DÙRER B. : Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul lago di
Como, ecc. 1867, 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
I - EMERY C. : Studii anatomici sulla Vipera Fedii. 1873, 16 pp., 1 tav.
II - GAROVAGLIO S. : Thelopsis, Belonia, W eitenwebera et Limboria, quatuor Li¬
chenum Angiocarpeorum genera recognita iconibusque illustrata. 1867, 12 pp.,
2 tavv.
Ili - TARGIONI-TOZZETTI A. : Studii sulle Cocciniglie. 1867, 88 pp., 7 tavv.
IV - CLAPARÈDE E. R. e PANCERI P. : Nota sopra un Alciopide parassito della
Cydippe densa Forsk. 1867, 10 pp., 1 tav.
V - GAROVAGLIO S. : De Pertusariis Europae mediae commentatio. 1871, 40 pp.,
4 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XV - Fase. I
PIER GIUSEPPE CARETTO
NUOVA CLASSIFICAZIONE
DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI,
PRECEDENTEMENTE DETERMINATI QUALI IDROZOI
DEL GENERE HYDRACTINIA VAN BENEDEN
Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica
dell’ Università di Torino
Con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
«Comitato per le Scienze Geologiche e Minerarie»
MILANO
19 6 6
MU 3. COMP. ZOOU
LIBRARY
MAY n 1967
HARVARD
università
EDITRICE SUCC. FUSI - PAVIA
I - PREMESSA.
Il presente lavoro trae motivo dalla effettuazione di ricerche intese ad accrescere le conoscenze
paleontologiche e stratigrafiche sul Pliocene piemontese. Le serie cenozoiche marine caratterizzanti la
successione di tali terreni sono, da tempo, ben note attraverso importanti opere di autori che, partico¬
larmente nel secolo scorso, dedicarono profonda attenzione ai vari problemi connessi allo studio del
Bacino Terziario Ligure-Piemontese.
Nonostante il valore scientifico e l’autorevolezza delle monografie esistenti, non tutti i quesiti
geopaleontologici risultano aver ottenuto risposta esauriente e completa soluzione. Fra i temi che an¬
cora oggi sono suscettibili di ulteriore trattazione possiamo ricordare la sistemazione stratigrafica del
Pliocene e la suddivisione cronologica delle relative associazioni faunistiche.
In considerazione dell ’ interesse rivestito da tali argomenti, nel corso degli ultimi anni ho prov¬
veduto alla raccolta di dati sulla serie pliocenica ed al reperimento, sotto un profilo strettamente
stratigrafico, di faune, specialmente composte da Molluschi. Le ricerche sono state condotte con parti¬
colare riferimento alle località dei dintorni di Asti, comunemente ritenute tipiche per il Pliocene.
Nell 'ordinare le macrofaune, destinate al museo annesso all’Istituto di Geologia e Paleonto¬
logia deH’Università di Torino, potei raggruppare un buon numero di conchiglie di Gasteropodi, in¬
crostate da organismi coloniali. Nell’intento di procedere anche alla determinazione di questi ultimi,
mi resi conto di fondamentali discrepanze esistenti fra le caratteristiche strutturali in essi riscontrate
e l’inquadramento sistematico relativo, comunemente accettato in Paleontologia e riportato anche in
trattati di Zoologia. Infatti, mentre le osservazioni direttamente eseguite avevano posto in rilievo ca¬
ratteri propri del phylum dei Briozoi, secondo le indicazioni correnti nei testi paleontologici le forme
fossili esaminate avrebbero dovuto essere inquadrate negli Idrozoi, ordine Hydroida, famiglia Hydrac-
Hniidae. In considerazione del problema sistematico connesso, effettuai ulteriori prolungati controlli,
l'esito dei quali permise di confermare le deduzioni già tratte nella prima fase di osservazione.
Il numero abbastanza elevato dei fossili reperiti e le buone condizioni di conservazione accertate
in diversi esemplari resero, infatti, possibile apprezzare chiaramente anche determinate caratteristiche
superficiali di notevole interesse sistematico. Si manifestò, così, l’opportunità di approfondire l’argo¬
mento e di procedere pure all’esame del copioso materiale esistente presso Università nonché musei
italiani e stranieri. Conseguentemente, l’indagine venne estesa alle forme del Pliocene emiliano ed a
quelle provenienti dai sedimenti del Cray, ove tali fossili sono pure abbastanza diffusi.
In base alle risultanze dello studio eseguito, le forme considerate sono state, quindi, inserite
nel phylum dei Briozoi. Oltre al nuovo inquadramento, la considerazione dei caratteri morfologici ha
consentito di ridurre il numero delle precedenti distinzioni, spesso basate su elementi secondari (1).
Nell 'esporre i risultati del presente lavoro desidero esprimere la mia viva riconoscenza al
Prof. Roberto Malaroda, Direttore dell’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di To-
O Le nuove determinazioni delle specie plioceniche riconosciute sono le seguenti: Schizoporella malarodai n. sp.,
Cellepora davidi n. sp., Holoporella concentrica (Michelin), Schìsmopora echinata (Michelin), per il Pliocene Ita¬
liano (pp. 48-59); Gemelliporidra circumvestiens (Wood), Cellepora pliocaena (Allman) per il Crag (pp. 59-63).
4
P. G. CARETTO
rino, per l’aiuto fornitomi, nonché per aver seguito lo svolgimento delle mie ricerche con particolare
attenzione, essendomi largo di insegnamenti e ponendo a mia disposizione documentazioni e materiale
scientifico.
Un grazie sentito va, altresì, al Prof. Louis David, Direttore del Laboratorio di Paleontologia
dell 'Università di Lyon, profondo conoscitore di Briozoi fossili e viventi. Al di lui amichevole e gentile
interessamento debbo il chiarimento di alcuni aspetti sistematici del problema postomi e varie puntua¬
lizzazioni nell’inquadramento specifico delle forme esaminate, nonché consigli e indicazioni biblio¬
grafiche.
La mia gratitudine va ancora ai Docenti italiani e stranieri con i quali ebbi la possibilità di
scambiare opinioni e di discutere i temi sistematici relativi ai fossili in argomento. Fra essi, ringrazio
in modo particolare :
— il Prof. Guido Bacci, Direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Torino che, avendo
accolto appieno le mie deduzioni sul nuovo inquadramento da attribuire ai pretesi Idroidi fossili, mi
favorì con personali consigli e pose a mia disposizione abbondante materiale scientifico;
— la Prof.ssa Lucia Rossi, specialista in Celenterati presso il predetto Istituto, alla quale mi
rivolsi sovente per ottenere pareri, consigli e ausilio nell’attività di ricerca sistematica;
— il Prof. Marcel Prenant, Direttore del Laboratorio di Istologia e di Anatomia Comparata
presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Parigi ed eminente studioso di Briozoi;
— la Prof.ssa Geneviève Bobin, Vice Direttore dello stesso Laboratorio e specialista in Briozoi.
A seguito di esame del materiale in mio possesso, i predetti studiosi confortarono non poco la
mia ricerca, indirizzandomi nel modo più opportuno ai fini delle nuove determinazioni dei fossili.
Rivolgo, inoltre, un sentito ringraziamento alle persone ed Enti che hanno, in qualche modo,
agevolato la raccolta dei dati e la preparazione della presente pubblicazione inviandomi materiale
anche olotipico, favorendomi nella ricerca bibliografica e nella fase di stesura del lavoro.
Sono da ricordare in proposito :
— la Direzione del Dipartimento di Paleontologia del British Museum di Londra;
— Mr. Philip Cambridge di Witon (Inghilterra), studioso di faune plioceniche ( Grog );
— il Dott. Francesco Carraro, Assistente alla Cattedra di Geologia presso l 'Università di Torino ;
— il Prof. Cesare Conci, Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano e Vice Presidente
della Società Italiana di Scienze Naturali;
— Mr. H. Dighton Thomas, Conservatore presso il British Museum;
— Mr. J. P. Lehman, Direttore dell 'Istituto di Paleontologia presso il Muséum d’Histoire Naturelle
di Parigi ;
— Mr. Marcel Lemoine, Direttore del Laboratorio di Paleontologia presso l’Ecole des Mines di
Parigi 0);
— il Dott. Diego Fernandez, Professore incaricato di sedimentologia presso 1’ Università di Torino;
— il Dott. Licio Giannelli, Conservatore presso il museo annesso all ’ Istituto di Paleontologia del-
U Università di Pisa;
— il Prof. Edgardo Moltoni, già Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano;
— il Dott. Giuseppe Pelosio, Assistente presso l’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università
di Parma;
C) Nonostante il più cortese interessamento dei Proff. Lehman e Lemoinè non ho potuto avere in esame ma¬
teriale dei musei parigini, poiché gli esemplari di interesse per il presente studio non sono più stati ritrovati nelle
collezioni a causa di rimaneggiamenti subiti, probabilmente per eventi bellici.
NTTOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
5
- il Prof. Carlo Sturani dell’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Torino;
— il Prof. Guido Tavani, Direttore dell 'Istituto di Paleontologia dell’Università di Pisa;
— il Prof. Sergio Venzo, Direttore dell’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Parma;
— il Prof. Vittorio Vialli, Titolare della Cattedra di Paleontologia dell’Università di Bologna.
Un ringraziamento particolare desidero ancora esprimere al Sig. Armando Coeli, tecnico presso
l’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Torino, per l 'assiduità, l’interesse e la collabo-
razione fattiva dimostratimi anche eseguendo, con particolare impegno personale, sezioni sottili e foto¬
grafie fra le più difficili da ottenersi.
Non vanno, infine, dimenticati i Sig.ri Aldo Gambino, Penato e Sergio Chirone di Valleandona
d’Asti, per la collaborazione prestatami nelle operazioni di ricerca e di scavo sul terreno.
II - Studi precedenti e origini dell’errato inquadramento negli Idroidi delle colonie plioceniche.
Le trattazioni sistematiche in materia di Idrozoi e di Briozoi incrostanti, viventi e fossili, sono
assai numerose ed investono problemi di notevole rilevanza in Zoologia e Paleontologia.
Non essendo, quindi, possibile offrire in questa sede un quadro particolareggiato degli studi che
possono essere riferiti all’argomento del presente lavoro, le citazioni sono state necessariamente limi¬
tate alla breve elencazione degli autori più eminenti, con accenni all 'oggetto principale delle loro
ricerche. Nelle notizie essenziali riportate si è tenuto conto del contemporaneo evolversi delle cono¬
scenze inerenti agli Idrozoi ed ai Briozoi, al fine di meglio comprendere le vicende sistematiche delle
forme fossili ora riconosciute appartenti ai Briozoi.
Intorno alla prima metà dello scorso secolo, le conoscenze sugli invertebrati coloniali erano
ancora frammentarie. In quel tempo venivano prodotti vari tentativi per inquadrare sistematicamente
numerosi generi, macroscopicamente accomunati da determinate somiglianze morfologiche e presentanti
forme ricche di caratteri secondari, nei confronti dei quali gli elementi strutturali e biologici non pote¬
vano risultare facilmente discriminabili. In tale fase della sistematica, non pochi invertebrati, oggi ben
distinti nelle moderne classificazioni, vennero raggruppati insieme, tenendosi spesso riuniti organismi
appartenenti a phyla diversi (Spugne, Idrozoi e Briozoi). Nel primo ottocento non erano, però, mancati
inquadramenti già abbastanza rigorosi fra i quali va ricordato quello di J. B. Lamarck, che porta la
data del 1802 [206].
Primo ad occuparsi specificatamente dell’Idroide vivente, al quale vennero più tardi rapportate
le forme fossili in argomento, fu J. Fleming (1828). Questo autore, avendo esaminato le incrostazioni
originate dalle colonie di tale forma, attribuì loro il nome di Alcyonium echinatum.
Nel contempo, alcuni studiosi ricercavano le prime suddistinzioni tendenti a definire la posi¬
zione sistematica naturale degli invertebrati coloniali.
Nel 1830, V. Thompson pubblicò le sue osservazioni sugli animali comprendenti gli attuali Brio¬
zoi, assegnando loro la denominazione di Polyzoa.
Pochi mesi dopo il Thompson, C. G. Ehremberg (1831) definì lo stesso raggruppamento di
forme con il termine di Bryozoa, distinguendo con precisione le caratteristiche che si sono tramandate
fino ad oggi per caratterizzare il phylum. Per lungo tempo le due denominazioni rimasero entrambe
a contendersi il campo sistematico, l’una per la priorità e l’altra per la maggiore aderenza ai caratteri
morfologici più evidenti. Specialmente gli autori inglesi continuarono ad usare il termine Polyzoa,
difedendone la prevalenza sulle altre definizioni.
Nel 1831, H. G. Bronn inserì nella classificazione degli Zoofiti, che in quel tempo comprende¬
vano vari invertebrati coloniali, diverse forme attinenti tigli attuali Briozoi, assimilandole a Celen-
P. G. CARETTO
0
forati e ad Idrozoi ( [24 J p. 133). Unitamente al genere MUlepora (oggi classificato quale Idrozoo) lo
autore considerò il genere Cellepora ([24] p. 137), che successivamente venne a caratterizzare una
cospicua parte dei Briozoi incrostanti. Nel lavoro del Bronn, inoltre, il genere Cellepora serviva
ancora a identificare non poche Spugne.
Nella 2a edizione della « Histoire naturelle des animaux sans vertèbres » di J. B. Lamarck
(1836), curata da G. P. Deshayes e da H. Milne Edwards, il genere Cellepora venne inquadrato nei
« Polypiers à réseau » ([207] p. 254).
Mentre nella sistematica si dibatteva il problema degli organismi coloniali, G. Johnston, nel
1838, riprese a studiare l’Idroide vivente già definito dal Fleming Alcyonium echinatum, senza
peraltro approfondirne la ricerca delle strutture microscopiche.
Altri studi sugli invertebrati coloniali vennero svolti dallo stesso Johnston (1839) il quale, rife¬
rendosi a forme oggi classificabili nei Briozoi, raggruppò un certo numero di generi e specie dell'or¬
dine Ascidioida ([197] p. 49).
Nel 1841, P. J. van Beneden, studiando gli Idroidi incrostanti, si occupò della stessa forma
vivente esaminata dal Fleming e dal Johnston, determinandone l’inquadramento sistematico nel nuovo
genere Hydr actinia , che si affermò definitivamente nelle classificazioni naturalistiche successive [333].
A. H. Hassal (1841) descrisse sotto il nome di Echinochorium clavigerum un Idroide attuale,
rinvenuto nella baia di Dublino, aderente ad una conchiglia di Gasteropode e probabilmente da ricon¬
dursi, nella sistematica, alla forma del Fleming.
A. de Quatrefages (1843) si interessò anch’egli all’Idroide studiato dal van Beneden e, indi¬
pendentemente da questi, lo identificò come Synidra parasitica.
In un secondo lavoro (1844) il van Beneden descrisse più particolarmente le strutture della
Hydr actinia, rilevate dalla forma tipica, incrostante sempre conchiglie di Gasteropodi.
Nello stesso anno, S. V. Wood descrisse un fossile del Cray, simile alle forme plioceniche dello
Astigiano esaminate in questo lavoro, assegnandogli la denominazione di Al cy (midi-uni circumvestiens
([365] p. 21) (1). L’inquadramento nel genere Alcyonidium, oggi ben noto nella classe dei Briozoi,
venne più tardi modificato da altri autori, che classificarono tale forma negli Idroidi del genere
Hydractinia, in base al diverso orientamento sistematico dovuto a P. Fischer.
Circa 1 ’Hyclractinia tipica attuale, il Johnston (1847) pose nùovamente in risalto il termine
specifico di echinata già adottato dal Fleming, definendo la posizione sistematica dell’Idroide.
Intanto, H. Michelin aveva raccolto interessanti dati su numerose forme coloniali fossili, con la
pubblicazione della sua « Iconographie Zoophytologique » (1840-47) [231]. In tale lavoro vennero
descritte alcune nuove specie, identificabili o aventi affinità strutturali con i fossili in esame. Dette
forme vennero correttamente inquadrate nei Briozoi, famiglia Celleporidae (2). In particolare, il
Michelin denominò C. echinata una specie tipica del Pliocene di Asti, rapportandola, però, dubitati¬
vamente alla Flustra echinata Montagu, forma attuale corrispondente, in realtà, alla Hydractinia
echinata Flem. e nei confronti della quale cadde poi in sinonimia.
0) Il Wood inserì la nuova specie nell’ordine Carnosa, famiglia Alcyonidiadae. La breve descrizione data
dall’autore dice testualmente: «Polypid, enveloping univalve shells, surf ace papilliform and rugose. This covering
attains a thickness of more than half an inoli,, and can he partially removed in layers ; in some instances thè univalve
is entirely ahsorhed. Not restricted to one species of shells ». Il lavoro del Wood non presenta alcuna illustrazione della
forma descritta e si limita a illustrare i caratteri morfologici principali.
(2) Fra i Briozoi Celleporidi descritti da H. Michelin erano comprese C. concentrica Mich. e C. echinata
Mich. ([231] pp. 73, 74), segnalate come specialmente provenienti dal Pliocene dei dintorni di Asti. Un’altra forma,
incrostante conchiglie di Gasteropodi ma non indicata dal Michelin per il Pliocene italiano, venne da lui definita
C. parasitica ([231] p. 326). Le descrizioni relative a tali specie risultarono piuttosto brevi e vennero corredate da illu¬
strazioni non indicanti sufficienti caratteri distintivi, tanto che in seguito non si rese difficile operare l’erroneo spo¬
stamento delle prime due nella sistematica degli Idroidi. Si può citare, ad esempio, la descrizione molto succinta della
Cellepora echinata, indicante semplicemente: « Cellepora inerustans, flirta, cellulosa, cellulis sparsis, saepe abditis».
Recentemente, E. Buge & G. Lecointre hanno espresso l 'opinione che la Cellepora parasitica Mich. corrisponda
alla nota forma vivente Hippoporidra eda.c Busk ([33] p. 555).
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
7
A. d’Orbigny (1850-1852), accogliendo la classificazione del Michelin, tralasciò la formula dubi¬
tativa e attribuì le forme fossili astigiane al genere Monticulipora (classificato attualmente nei Briozoi
Trcpò stornata) ([138] 3, p. 190).
Nel 1866, il van Beneden pubblicò ancora uno studio sulle strutture organiche della vivente
Hydr actinia echinata.
Una svolta nella sistematica delle forme in questione si ebbe con le opinioni espresse da P.
Fischer. Questo autore, nel 1867, avendo potuto esaminare esemplari dell’Idroide attuale, si pose a
studiare colonie fossili, specialmente appartenenti alle collezioni del d’Orbigny. Il Fischer, parago¬
nando, per l’aspetto, le colonie viventi con i fossili, affermò che questi ultimi rappresentavano Hydracti-
niidae conservate dalla fossilizzazione. Egli ritenne, quindi, di potervi assimilare una forma descritta
dal Michelin, mutandone la denominazione da Cellepora echinata in Hydractinia michelini ([151]
p. 689). Nella convinzione che anche altre specie fossili fossero da inquadrare negli Idrozoi questo
autore determinò come Hydractinia cretacea ; un esemplare tratto dalle collezioni di A. d’Orbigny e
proveniente da Mans (Cenomaniano). Il lavoro del Fischer, che si compendia in una nota di poco più
di una pagina e non presenta illustrazioni, ebbe successo e servì per gli ulteriori studi sulle citate
forme incrostanti.
Nel 1868, T. Hincks completò uno studio zoologico approfondito sullo scheletro e sulle parti
organiche della Hydractinia ■ echinata. In base a tale analisi potè giungere a stabilire l’identità con la
specie predetta di altre forme attuali fino ad allora ritenute distinte ([181] p. 18).
Interessanti notizie sulla simbiosi fra Paguri e Hydractinia echinata vennero fornite da C. des
Moulins (1872) [134],
Nel 1872, G. J. Allman pubblicò una monografia sugli Idroidi comprendente pure studi sulle
caratteristiche e sull habitat del predetto Idrattinide ([9] p. 342). In relazione-ai fossili, egli accolse,
però, senza riserve le teorie espresse dal Fischer. Infatti, sempre nel 1872, in una breve nota descrisse
come appartenente alla Famiglia Hydractiniidae un fossile rinvenuto nel Cray corallino del Suffolk,
attribuendo a tali incrostazioni coloniali la denominazione di Hydractinia pliocaena ( [10] p. 337) (1).
Dopo 1’ Allman, H. J. Carter, in una serie di lavori a finalità zoologiche e paleontologiche
(1873-1888) mantenne vive le opinioni del Fischer e le rafforzò descrivendo nuove specie di « Hydra¬
ctiniidae », sempre seguendo il criterio di ritenere accomunate le forme attuali e le fossili [89, 90, 91] (2).
Il Carter propugnò la teoria per cui colonie, appartenenti al genere Hydractinia, avrebbero la
proprietà biochimica di sostituire al carbonato di calcio delle conchiglie incrostate la chitina del pro¬
prio scheletro [89], Egli si interessò pure alle strutture scheletriche della vivente Hydractinia echinata
Flem., fornendo una descrizione ricca di particolari ma in qualche punto viziata da notizie riferi¬
bili, in effetti, alle forme fossili ritenute Idrattinidi ([90] p. 46).
(1) Per la determinazione della H. pliocaena 1 'Allman si basò su un esemplare conservato presso il Britisli
Museum di Londra, del quale diede una descrizione sommaria, accennando alla struttura alveolare del fossile ed alle
spine ottuse caratterizzanti la superficie dello stesso. Giustificata questa forma come Idroidc egli affermò che la chi¬
tina originaria dello scheletro sarebbe stata sostituita da calcite per fossilizzazione e che la nuova specie dimostrava
molti punti in comune con la vivente Hydractinia echinata Flem., ma non ne approfondì l’esame. La denominazione
incontrò il favore di non pochi paleontologi e fu spesso usata anche per contrassegnare altre forme fossili analoghe.
11 lavoro dell 'Allman non venne corredato da alcuna illustrazione.
(2) In uno studio del 1877, il Carter descrisse diverse forme earbonatiche fossili, senz’altro ammesse come
Idroidi in analogia a quanto già accettato dall’ALLMAN ([90] p. 51). Vi aggiunse, anzi, una forma attuale, incrostante
conchiglie di Gasteropodi e proveniente dalle coste africane (Capo Palmas). Denominata Hydractinia calcarea, la nuova
specie venne in seguito citata raramente, per lo più in lavori paleontologici. Sempre nello stesso studio, il Carter ri¬
descrisse la presunta Hydractinia pliocaena, in base a nuovi reperti del Crag. Pur ponendo in rilievo cospicue diffe¬
renze fra la specie dell 'Allman e la vivente Hydractinia echinata, egli non mutò orientamento sistematico; d’altra
parte, riconobbe profonde analogie di struttura fra tale fossile e la forma attuale da lui determinata H. calcarea
( [90] p. 52). In un altro studio, il Carter illustrò ancora nuove specie, quali H. arhorescens (attuale) e H. lcingii
(fossile) ([91] pp. 298, 301).
8
P. G. CAPETTO
Contemporaneamente al Carter, G. Lindstrom studiò gli Idrozoi e pose in rilievo determinate
somiglianze sistematiche fra Hydractiniidae, Labechia e Stromataporoidea.
G. Steinmann pubblicò, nel 1878, uno studio riepilogativo delle conoscenze sulle Hydractiniidae
[320]. Accogliendo anch’egli le opinioni del Fischer, codesto autore fornì una descrizione sullo sche¬
letro idrattinide, comprendente caratteri propri del generotipo attuale e delle forme fossili ([320]
pag. 107).
Oltre a tale confusione di dati morfologici, altri fossili appartenenti ai generi Stromatopora,
Labechia e 8phaer actinia, vennero considerati facenti parte dello stesso gruppo di forme, riunite nella
famiglia Corynidae. Nella elencazione delle specie fossili, lo Steinmann si occupò, in particolare, di
una forma eocenica denominata Hydractinia gregaria Schafhaeutl, ritenendola originariamente
chitinica.
H. A. Nicholson, nella sua monografia sugli Stromatoporoidi inglesi (1886-1892) riportò senza
mutamenti l’inquadramento ormai tramandatosi per le forme incrostanti fossili e diede ulteriori
notizie sui caratteri strutturali della Hydractinia, echinata, ricollegandosi essenzialmente alle descri¬
zioni del Carter [279], Anche le notizie sulla struttura e sullo sviluppo dello scheletro dell’Idroide
vivente date dal Nicholson risentirono di elementi dedotti dalFesame dei fossili considerati Idratti-
nidi, contenendo descrizioni di solchi superficiali e di aperture assolutamente non presenti nello sche¬
letro del generotipo vivente ([279] 1, p. 67). Risultando così definite le caratteristiche di Idroidi, non
desta meraviglia che il Nicholson abbia pure posto in rilievo analogie strutturali di Stromatoporoidi
fossili, quali Actinostroma e Labechia,, con gli attuali Idrattinidi ([279] 1, p. 67).
Frattanto, le conoscenze sugli animali coloniali progredivano ed il phylum dei Briozoi comin¬
ciava ad essere nettamente distinto dagli altri con i quali era stato precedentemente confuso.
Giova ricordare, fra gli autori che si occuparono più specificatamente dei Briozoi, G. Buse, che
descrisse fra l’altro numerose specie fossili del Cray. Nel 1859, occupandosi delle formazioni plioce¬
niche inglesi, egli considerò Briozoi sistematicamente assai vicini a quelli presi in esame in questo
lavoro, pur non avendo avuto occasione di considerare colonie del tipo illustrato precedentemente dal
Wood con il nome di Aìcyonidium circumvestiens [39],
Altri zoologi e paleontologi estesero in modo cospicuo le conoscenze sui Briozoi, pur non inte¬
ressandosi a forme analoghe a quelle costituenti oggetto del presente lavoro. Ricordiamo, fra i molti,
J. Alder [5, 6], M. A. Canon Norman [49], F. Coppi [HO], W. M. Gabb [156], G. H. Horn [156],
C'. Heller [177], W. T. C. Thomson [330], Particolare attenzione ai Briozoi fossili venne prestata da
A. Manzoni, che si occupò delle forme italiane (1869) [224, 225] ed, in particolare, di quelle dei ric¬
chi giacimenti di Castrocaro in Emilia (1875) [226], Verso il finire del secolo, sono da citare studi di
T. Hincks [186, 187, 189], R, Kirkpatrick [202-204], H. E. Sauvage [313] e G. Sequenza [314, 315],
Altri lavori sistematici e descrittivi di rilievo vennero pubblicati da A. Neviani, nel corso di
prolungate ricerche nei terreni cenozoici italiani, condotte dal finire dell’ottocento al primo quaran¬
tennio del secolo in corso [243-273],
L’opera scientifica del Neviani è ancora oggi fondamentale per la conoscenza delle faune a
Briozoi che caratterizzano non pochi giacimenti fossiliferi della Penisola. Anche nelle numerose descri¬
zioni di questo autore mancano trattazioni relative alle forme plioceniche esaminate. Diverse specie
descritte dal Neviani si prestano però a riferimenti sistematici con i Briozoi pliocenici ora ricono¬
sciuti tali.
Altro autore che improntò notevolmente della sua opera le conoscenze sui Briozoi viventi e
fossili fu A. W. Waters, contemporaneo del Neviani e profondo conoscitore pure delle faune a Briozoi
viventi delle coste italiane. Da alcuni studi del Waters sono stati tratti utili riferimenti e dati essen¬
ziali per la classificazione di parte delle forme fossili studiate in questo lavoro [349, 351].
Anche per gli Idrozoi, sul finire del secolo scorso continuò il fiorire di ricerche e di studi siste¬
matici. Con il Nicholson, già ricordato, sono da annoverare altri autori fra i quali M. Canavari [48],
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
9
C. Collingwood [109], J. W. Dawson [125, 126], C. F. Parona [292], F. Roemer [301, 302], Iv. A.
Zittel [368],
Iv. A. Zittel trattò particolarmente delle relazioni strutturali fra le bromato poroidea, le Hy¬
dractiniidae e le Milleporidae. Nel suo ben noto trattato di Paleontologia (1903) egli pose il genere
Hydractinia nelle Tubulariae. In tale trattato vennero altresì elencate altre forme fossili ritenute
Idrattinidi. Le descrizioni sistematiche dell’autore riportano deduzioni essenzialmente tratte dai lavori
di altri studiosi quali Allman e Carter, comprendendo, quindi, elencazioni di caratteri strutturali in
parte propri di forme viventi ed in parte di fossili ([368] p. 111).
Nel 1897, M. C. Collcutt fornì ancora ulteriori dati di conoscenza sui caratteri sistematici
della attuale Hydractinia echinata [106].
Fra gli autori che in un periodo più recente si occuparono ancora dell’argomento, assunse rile¬
vanza P. E. Vinassa de Regny, con uno studio completo sulle forme fossili considerate Hydracti¬
niidae [338].
Questo autore, ritenendo anch’egli di non dover modificare l’inquadramento sistematico risul¬
tante dalle opere di Allman, Carter e Nicholson, continuò l’analisi dei caratteri dei fossili e descrisse
nuove forme relative al Pliocene italiano. Nonostante la minuziosità dei dati riportati nel suo lavoro, il
Vinassa de Regny non diede rilievo a determinate caratteristiche di estrema importanza sistematica
quali le forme delle aperture da lui notate ed i rapporti delle stesse con i cistidi coloniali. La conside¬
razione dei predetti elementi avrebbe probabilmente permesso un mutamento della preesistente classifi¬
cazione. Dopo lo studio del Vinassa de Regny non si ebbero altre trattazioni a carattere sistematico
generale per le forme fossili plioceniche, da così lungo tempo erroneamente classificate negli Idrozoi.
La fine del secolo scorso e gli anni seguenti segnarono l’inizio di una sempre più cospicua serie
di lavori sui Briozoi ad opera di autori fra i quali primeggiò F. Canu. I numerosi studi del Canu
condussero le conoscenze sui Briozoi ad un grado molto elevato, sia per la vastità degli argomenti trat¬
tati che per l’importanza sistematica [50-71].
Oltre ai lavori preparati individualmente, il Canu ne concluse un buon numero in collabora¬
zione con un altro insigne briozoologo, R. S. Bassler. Si tratta di cospicui studi interessanti i Briozoi
viventi e fossili. In base all’esame di tali lavori sono stati dedotti validi elementi di confronto e di
analogia fra diverse forme in essi citate e quelle plioceniche esaminate in questo lavoro [72-83].
In merito all’inquadramento negli Idrozoi di forme coloniali fossili, analoghe a quelle in argo¬
mento, Iv. Mayer-Eimar, nel 1889, aveva comunicato alla Società Elvetica di Scienze Naturali un re¬
perto dell’Eocene egiziano, che egli chiamò Kerunia cornuta, ritenendolo dapprima un Cefalopode dibran-
chiato. Questo fossile fu ascritto successivamente alle Hydractiniidae da altri autori mentre il Vinassa
de Regny lo inserì nel suo genere Cyclactinia (1899). Qualche anno dopo (1902), P. Oppenheim lo con¬
siderò nuovamente una semplice Hydractinia [284],
G. B. Dollfus, nel 1906, ritenne la colonia incrostante segnalata dal Mayer-Eimar come affine
alla Cyclactinia incrustans (Goldf.) concentrica (Michelin), secondo le indicazioni sistematiche dovute
al Vinassa de Regny [136],
H. Douvillé (1906) fornì ulteriori notizie sulle pretese «Kerunme» precisando, fra l’altro, che
il supporto di tali fossili coloniali risultava sempre costituito da una conchiglia di Gasteropode.
Sotto il profilo sistematico, questo autore non si discosto dall’inquadramento negli Idrozoi tra¬
mandatosi, inserendo le Keruniae nella famiglia Milleporidae [139].
Intanto, i trattati di Paleontologia e, per riflesso, quelli di Zoologia, continuarono a riportare
le indicazioni sistematiche degli autori convinti dell'esistenza delle Hydractiniidae fossili.
Nei primi decenni del secolo in corso, gli studi sugli Idroidi e sui Briozoi si intensificarono sul
piano descrittivo, senza che gli autori, specialmente in Paleontologia, riesaminassero a fondo il problema
dell’inquadramento nelle Hydractiniidae di numerose e interessanti forme fossili nonché di alcune
viventi segnalate dal Carter.
10
P. G, CARETTO
Nel 1020, Y. Dehorne, nel considerare gli Stromatoporoidi dei terreni mesozoici, ritenne di rico¬
noscere affinità strutturali fra le astrorìzae di questi ed i « canali cenosarcali » delle Hydractiniidae,
continuando a tenere sistematicamente unite le forme viventi con le fossili ([131] p. 14).
Molti altri autori non si occuparono che incidentalmente del problema dei fossili ritenuti Hydrac-
tìniidae mentre, per vie talora del tutto indipendenti, si vennero perfezionando le moderne conoscenze
sui Briozoi.
Fra gli autori interessati a questi organismi coloniali, ricordiamo ancora M. Collignon (1932)
[107] nonché R. C. Moore, quest’ultimo anche per la classificazione seguita nel presente lavoro
[237, 238],
J. Roger & B. Buge, nel 1947, diedero interessanti notizie sulla associazione biologica fra Brio¬
zoi C clleporidae e Gasteropodi, trattando il problema nei confronti di forme fossili ben note, quali la
Cellepora parasitica Miohelin, affine a quelle in esame. Nel materiale esaminato dagli autori venne
pure compresa una Cellepora sp. del Pliocene di Asti [304],
Notevole messe di dati è ancora dovuta a S. F. Harmer, specialmente per le risultanze del
viaggio scientifico noto sotto il nome di Siboga-Expedition (1957) [172].
E. Buge & G. Ijecointre, nel 1962, diedero notizia della simbiosi fra un Briozoo fossile incro¬
stante e un Paguro, provenienti dal Quaternario del Sahara spagnuolo. Nel presentare sezioni di
questo Briozoo, sistematicamente assai vicino alle forme plioceniche qui considerate, gli autori dimo¬
strarono le interessanti analogie della associazione biologica di Celleporidae con Paguri, in raffronto
a quanto viene constatato nei mari attuali [33].
Recentemente, una forma fossile americana, simile a quelle plioceniche ora esaminate, è stata in¬
vece ancora citata con il nuovo nome generico di Cystactinia ed attribuita ad Hydractiniidae, in base
agli inquadramenti di Douvillé, di E. O. Ulrich e del Vinassa de Regny [26],
III - Cenni sui principali affioramenti fossiliferi dei dintorni di Asti, nei quali sono state rin¬
venute le forme studiate.
Le colonie formate dai Briozoi incrostanti, oggetto del presente lavoro, risultano essere abba¬
stanza diffuse nei sedimenti a facies sabbiosa del Pliocene piemontese. In genere, tali forme si possono
rinvenire con maggiore facilità nei livelli a concentrazione di Molluschi, che caratterizzano i frequenti
affioramenti fossiliferi della regione astigiana. Esse ricoprono sempre conchiglie di Gasteropodi, for¬
mando incrostazioni tenui o di apprezzabile spessore a seconda della specie o dello sviluppo rag¬
giunto dalle colonie.
Si notano, per lo più, su conchiglie di Naticidae, Muricidae e N assidue che, particolarmente nei
predetti livelli fossiliferi, costituiscono spesso il maggior numero di Gasteropodi della biofacies.
Nei sedimenti argillosi del Pliocene inferiore e quando si manifesta il tipo litologico a facies
sabbioso-argillosa entro le assise del Pliocene medio-superiore i Briozoi predetti divengono rarissimi o
scompaiono del tutto, facendo ritenere che il loro habitat normale fosse su conchiglie deposte in fondi
sabbiosi.
Nella regione astigiana, i rilievi collinosi che ne costituiscono la morfologia sono, però, formati
in buona parte dai potenti banchi a sabbie grigio-giallastre del Pliocene medio-superiore. Risultano,
così, numerose le località ove possono essere raccolte le colonie dei Briozoi considerati. Le argille
grigio-azzurre del Pliocene inferiore, mentre a Ovest di Asti si manifestano con modesti affioramenti
nei fondi valle più incisi dall’erosione, a Nord ed a Sud-Est della città sono maggiormente rappresen¬
tate, formando valli aperte e le tipiche colline a rilievo debolmente digradante [87]. In genere, il com¬
plesso delle formazioni costituenti la serie pliocenica astigiana è dovuto a sedimenti depostisi regolar-
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRTOZOI PLIOCENICI
11
Fig. 1. — Principali affioramenti fossiliferi dei dintorni di Yalleandona e di Monade d’Asti (gli asterischi
a fondo bianco indicano livelli a Molluschi delle assise plioceniche superiori; quelli a fondo nero indicano li¬
velli delle assise mesoplioceniche).
1) = Alluvioni recenti ( Alluvium ); 2) = Pliocene medio-superiore a facies prevalentemente sabbiosa;
3) = Depositi villafranchiani.
12
P. G. CARETTO
mente e debolmente inclinati (mediamente da 4° a 10°) verso il centro del bacino che rappresentano.
L’ inclinazione tende, quindi, a ridursi e ad annullarsi nei pressi della stessa città di Asti.
I non rari affioramenti fossiliferi sono evidenziati da livelli ricchi di malacofaune.
La ricerca dei livelli fossiliferi del Pliocene medio-superiore, che si estendono per una ampia
superficie geografica, risulta facilitata dalla regolarità dell ’ immersione dei sedimenti verso l 'asse sin¬
clinale, per cui rimane quasi sempre possibile un soddisfacente collegamento stratigrafico.
Nella evoluzione della serie pliocenica astigiana, alcuni rallentamenti di subsidenza, maggiore
costanza di linee di costa in determinati periodi, correnti marine favorevoli e probabili fenomeni di ta-
natocenosi dovettero facilitare raccumulo in tali speciali livelli fossiliferi di un gran numero di Mol¬
luschi. Questi livelli, che rappresentano il maggior patrimonio paleontologico del Pliocene piemontese,
possono essere sovente seguiti anche oltre gli addentellati di facies, non rari in tutto l’Astigiano (1).
II tipo litologico delle sabbie astigiane nelle località ove possono essere rinvenute le colonie
incrostanti dei Briozoi in argomento, è, in genere, a granulometria medio-fine, mentre la colorazione
da giallastra può, talora, assumere toni tendenti al grigio, in dipendenza anche delle condizioni am¬
bientali relative al tempo del deposito dei sedimenti. La composizione chimica di queste sabbie è ca¬
ratterizzata essenzialmente da : silice, carbonato di calcio, ferro (ossidi ferrici e ferrosi) nonché mi¬
nori percentuali di magnesio e manganese.
In relazione alle variazioni di facies e di colore che si possono rilevare nei sedimenti, le ricerche
di fossili nei depositi pliocenici dell’Astigiano, se effettuate con finalità cronologiche, richiedono attenti
controlli onde accertare la reale posizione stratigrafica dei punti di raccolta (2).
P) Nel corso di prolungate ricerche stratigrafiche nella regione astigiana, ho potuto accertare che il Pliocene
medio-superiore è caratterizzato da passaggi laterali di facies abbastanza frequenti e chiaramente apprezzabili. In di¬
verse località, fra le quali la Valle Botto presso il paese di Valleandona, sono stati stabiliti collegamenti stratigrafici
pienamente probanti in tal senso [87]. In effetti, analogamente a quanto osservato per i terreni pliocenici dell’Emilia
da G. Ruggieri & R. Selli (1949) nonché successivamente confermato da altri studi dello stesso Ruggieri in ordine
a tale regione geologica [308, 309], nessun valore cronologico può essere mantenuto per il Pliocene piemontese al fat¬
tore facies, precedentemente assunto quale base della tradizionale suddivisione del periodo nei piani Astiano e Piacen-
ziano. Infatti, nel corso della effettuazione di estesi collegamenti sul terreno, ho potuto osservare, contemporaneamente
rappresentate nelle medesime, unità cronostratigrafiche, le facies sabbiosa, sabbioso-argillosa, argilloso-sabbiosa, are-
naceo-calcarea e ghiaioso-sabbiosa. Inoltre, alternanze di argille piacenziane, contenenti fossili tipici di tale facies, sono
state accertate entro le assise plioceniche medio-superiori (Bric Barrano, presso Cantarana d’Asti).
(2) In base ai dati litologici e paleontologici, il Pliocene marino della regione astigiana e località limitrofe pre¬
senta le seguenti caratteristiche fondamentali, rilevabili, dall’alto in basso, nelle serie tipiche: sabbie giallastre a gra¬
nulometria quasi sempre fine, spesso evidenziate da affioramenti di cospicua potenza. Le sabbie si estendono per
un’ampia superficie geografica e caratterizzano quasi tutta la regione. Nel Monferrato è presente la facies eteropica
arenaceo-calcarea. La biofacies di queste assise superiori comprende fossili sparsi o raggruppati in gran numero entro
un livello conchigliare di notevole estensione orizzontale, facilmente rilevabile in tutto l’Astigiano e comprendente una
cospicua percentuale di Lamellibranchi di grandi dimensioni, fra i quali sono sovrabbondanti le conchiglie di Iso-
gnomon cf. maxillatus Lam. soldanii Desh. Inferiormente a tale livello continuano a estendersi le sabbie, con granulo¬
metria fine o medio-fine, di colore giallastro o tendente al grigio. I depositi tipici possono passare lateralmente ad
altra facies, quale la sabbioso-argillosa di colore ocraceo (Ovest di Asti) o la ghiaioso-sabbiosa (Vezza d’Alba). I fos¬
sili, oltre ad essere sparsi, sono compresi, in forte concentrazione, entro un livello lentiforme di vario spessore, pro-
lungantesi per tutta la regione e, in genere, non interrotto dai passaggi laterali di facies. Si notano differenze nelle
associazioni faunistiche, anche in rapporto a questi mutamenti della litofacies. Nelle sabbie prevalgono i Lamelli¬
branchi ; nelle sabbie argillose i Gasteropodi. Anche le microfaune denotano variazioni nella composizione. Inferior¬
mente al livello conchigliare le litofacies si continuano fino a incontrare, in basso, la formazione argillosa che caratte¬
rizza le assise inferiori del Pliocene. Le argille più o meno debolmente sabbiose e di colore grigio-azzurro si estendono
con continuità in tutto il bacino. Vi si rinvengono fossili sparsi quasi uniformemente, con prevalenza di Lamelli¬
branchi, spesso di piccole dimensioni, sui Gasteropodi. Non si notano speciali livelli a concentrazione fossilifera.
Tenuti presenti i fattori biostratigrafici, le eteropie di facies e la impossibilità pratica di stabilire termini si¬
curi a suddivisione della formazione che sovrasta le argille grigio-azzurre inferiori, il Pliocene piemontese può essere
suddiviso nel modo seguente:
a) Pliocene medio-superiore: caratterizzato essenzialmente dalle sabbie giallastre (facies astiana) e, verso il
basso, da mutamenti litologici laterali anche estesi, passa, superiormente, ai depositi villafrancliiani, spesso ben rileva-
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI DRIOZOI PLIOCENICI
13
— . — o — o — o — o — c
o — o — o — • — o — 0-
Fig. 2. — Principali affioramenti fossiliferi della località: Becchi di Castelnuovo Don Bosco
(Asti) (asterisco a fondo bianco).
1) = Alluvioni recenti ( Alluvium ); 2) = Pliocene medio-superiore a facies prevalentemente
sabbiosa; 3) = Depositi villaf ranchiani ; 4) = Alluvioni antiche {Diluvium).
bili per la presenza di ghiaie e per la colorazione giallo-rossastra. Inferiormente, poggia sulle argille grigio-azzurre,
terminando bruscamente o con brevi alternanze di argille e di sabbie. Unicamente sotto il profilo paleontologico, la
considerazione della posizione stratigrafica dei due livelli fossiliferi a concentrazione di Molluschi può permettere una
ulteriore suddistinzione della formazione in assise superiori o medie del Pliocene piemontese.
b) Pliocene inferiore: il piano è caratterizzato dalla formazione ad argille grigio-azzurre (facies piacenziana),
la cui continuità è provata in tutta la regione astiana e zone limitrofe. Inferiormente esso poggia sui gessi messi-
niani (Sud di Asti).
14
P. G. CAPETTO
Gli esemplari delle colonie fossili che servirono al presente studio sono stali da me direttamente
raccolti nei giacimenti già ben noti dei dintorni di Valleandona, presso Asti, nonché in alcune altre
località ricche di materiale fossilifero poste intorno a Mollale d’Asti, Baldichieri e Castelnuovo
Don Bosco.
Numerosi esemplari mi sono, inoltre, pervenuti da altri giacimenti italiani ed inglesi.
Per il Pliocene piemontese, alcuni fra i punti di raccolta più cospicui sono indicati nelle cartine
di cui alle figg. 1 e 2.
In particolare, i giacimenti famosi della Valle Andona vengono a giorno specialmente sul fianco
del rilievo collinoso posto a Ovest del rio che percorre la valle, dalla località Castello al Brio delle
Monache (fig. 1).
Altri livelli fossiliferi assai vicini sono compresi fra Baldichieri e Monale d’Asti, lungo buona
parte della collina sulla quale è posta la cascina Mandoletta e che si protende verso il Bric Gianola
(fig- !)•
I giacimenti posti a Sud della località Becchi di Castelnuovo Don Bosco sono specialmente ac¬
cessibili e ricchi di faune alla base del rilievo che, costeggiando la riva sinistra del Rio della Valle,
conduce dai Becchi al luogo detto Mulino di Solaro (fig. 2).
IV - Caratteristiche morfologiche e di struttura delle forme fossili in raffronto con quelle
degli Idroidi attuali del genere Hydractinia van Beneden.
In base alle moderne conoscenze zoologiche lo studioso di invertebrati coloniali può facilmente
riconoscere nelle forme fossili considerate i caratteri distintivi dei Briozoi, senza necessariamente appro¬
fondire Pesame delle relative strutture scheletriche.
Diversa è la situazione che oggi si rileva in Paleontologia, causa l’orientamento sistematico fin
qui osservato e le non poche trattazioni che pongono erroneamente negli Idroidi le forme predette.
Allo scopo di definire in modo conclusivo la posizione sistematica dei fossili descritti nel pre¬
sente lavoro, ho quindi provveduto ad analizzare, nel modo più completo possibile, le strutture sche¬
letriche di queste colonie, in rapporto a quelle dei Briozoi. I dati ottenuti sono stati posti a diretto
confronto con le strutture coloniali degli Idrattinidi tipici attuali, stabilendo alcuni parametri di compa¬
razione. In tal modo si è reso possibile porre in evidenza le notevoli differenze di organizzazione sche¬
letrica esistenti fra le forme appartenenti al genere Hydractinia ed i presunti Idroidi fossili. Le rile¬
vazioni sono state eseguite su un numero cospicuo di reperti fossili, accuratamente scelti fra i meglio
conservati, onde garantire pure l’accertamento delle particolarità strutturali meno appariscenti o facil¬
mente obliterate dalla diagenesi. A tale proposito si rende necessario ricordare che non poche determi¬
nazioni relative alle pretese Hydractiniidae fossili vennero in precedenza eseguite mediante diagnosi
su soggetti in pessime condizioni di conservazione, specialmente per quanto può concernere la super¬
ficie delle colonie.
Per l’indagine sistematica, oltre alle forme piemontesi sono stati presi in esame numerosi esem¬
plari dei terreni pliocenici emiliani e del Cray inglese. La ricerca ha, così, compreso fossili che rappre¬
sentano stratigraficamente e sotto il profilo paleogeografico la maggior parte delle suddette faune
cenozoiche. In effetti, le forme provenienti dai vari terreni pliocenici sono risultate appartenere a
specie identiche o analoghe.
Fra il materiale del Pliocene italiano ottenuto in prestito od esaminato presso Istituti di Geo¬
logia e musei, sono da porre in evidenza i reperti delle collezioni dovute a P. E. Vinassa de Regny ed
esistenti presso le Università di Bologna, Parma e Pisa. L’esame di queste forme è stato particolar¬
mente utile, essendo compresi fra le stesse non pochi tipi e sintipi relativi alle precedenti classifi¬
cazioni.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
15
Circa il Cray potei avere in studio dal British Museuni di Londra un certo numero di esem¬
plari, concernenti le forme a suo tempo erroneamente classificate Hydractinia pliocaena Allman e
Hydractinia circumvestiens (Wood) (j). Altri esemplari del Cray mi vennero inviati per i confronti da
Mr. Cambridge e dal Museo dell’Istituto di Geologia di Pisa. Le colonie del Cray hanno manifestato,
per lo più, condizioni di conservazione peggiori di quelle del Pliocene piemontese ed emiliano.
Per quanto concerne il confronto con gli Idrattinidi tipici, sono state prese in esame decine di
esemplari di Hydractinia echinata Fleming, provenienti dalle coste dell’Atlantico (2).
Il controllo dei dati relativi è stato effettuato anche in relazione agli studi sulle Hydractiniidae
dovuti a noti autori quali T. Hincks, G. J. Allman, H. J. Carter e H. A. Nicholson, nonché in base
ai lavori più recenti ed ai moderni trattati di Zoologia.
L’esito delle osservazioni effettuate sui fossili e sulle Hydractiniidae non ha rivelato alcun ele¬
mento in favore dell’inquadramento fin qui adottato per le forme plioceniche.
In effetti, gli scheletri carbonatici dei reperti paleontologici vennero paragonati a quelli cinti¬
nosi dei viventi Idrattinidi spesso solo perchè alcune caratteristiche morfologiche più appariscenti
potevano apparire simili. Fra i fattori di confusione più evidenti è senz’altro da ascriversi quello
dovuto alla presenza di prominenze spiniformi sulla superficie dello scheletro coloniale, sia nei fossili
che nelle attuali Hydractiniidae. In base alla macroscopica somiglianza e senza che si procedesse ad
approfondire l’indagine sulla natura funzionale di tali caratteri morfologici, strutture coloniali com¬
patte, solo interrotte da spazi eelliformi, vennero quindi accomunate a forme costituite da impalcatura
scheletrica reticolare e di ben diyerso tipo di accrescimento.
Onde chiarire le differenze da me riscontrate fra l’organizzazione scheletrica dei fossili e degli
Idroidi del genere Hydractinia, riporto i dati ottenuti dalle osservazioni condotte in base ai para¬
metri di comparazione prescelti.
a) Natura dello scheletro coloniale.
Nelle colonie fossili lo scheletro, sempre carbonatico, può risultare aragonitico o calcifico in rela¬
zione alla specie ed alle condizioni di fossilizzazione.
La natura chimica non si discosta, in effetti, da quella comunemente nota per i Briozoi e per
altri animali coloniali di organizzazione scheletrica calcarea. La microstruttura presenta caratteri del
tutto simili a quelli che distinguono i Briozoi incrostanti fossili e attuali. Importanti analogie sono
state riscontrate sopra tutto a seguito di raffronti con forme attuali, viventi in mari caldi e, spesso,
suscettibili di notevole sviluppo per la sovrapposizione di più strati coloniali successivi (es. Hippopo-
ridra edax Busk e Hippoporidra calcarea Smitt).
Gli scheletri coloniali dei fossili studiati sono costituiti da cristalli fittamente disposti e orien¬
tati, in modo per lo più regolare, lungo gli assi di struttura.
(’) Per l’individuazione delle caratteristiche scheletriche sono stati utilizzati, fra gli altri, i seguenti reperti
del British Museum:
— Hydractinia sp. (P. 7699) - Red Crag, East England.
— Hydractinia pliocaena Allman (H. 4959) - Coralline Crag, Oxford - Suffolk.
— Hydractinia pliocaena Allman (48.711) - Coralline Crag, Oxford - Suffolk.
* — Hydractinia circumvestiens (Wood) (H. 4958) - Red Crag, Eelixtowe - Suffolk.
— Hydractinia circumvestiens (Wood) (60.454) - Red Crag, Sutton - Suffolk.
(a) Grazie all’interessamento della Prof. ssa L. Rossi dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Torino, a cura
della Stazione di Biologia marina di Roskoff (coste atlantiche francesi) mi venne inviato un cospicuo quantitativo di
esemplari di Hydractinia echinata Flem., tale da permettere una indagine morfologica e strutturale completa.
Le colonie, rappresentanti nel complesso i vari stadi di sviluppo dell’ Idroide, risultarono ricoprire conchiglie
di Gasteropodi, essenzialmente appartenenti ai generi Natica, Bnccinum e Nassa.
Entro tutte le conchiglie venne rinvenuto un Paguro.
16
P. G. CARETTO
Esaminando la disposizione di tali cristalli carbonatici, si deduce che la struttura è originaria
in quanto dovuta ad una chiara matrice organica e non a fenomeni di deposizione secondaria per fos¬
silizzazione (J).
In base a questo dato essenziale, si possono già comprendere le profonde differenze che sussistono
fra i fossili studiati e gli Idroidi della famiglia Hydractinndae.
La composizione dello scheletro coloniale nelle Hydractiniidae è, come noto, chitinosa e, quindi,
di natura polisaccaride. Si escludono, così, analogie di composizione e di deposizione degli elementi rela¬
tivi alla microstruttura.
La secrezione chitinosa di una Hydractinia echinata, ad esempio, non può di certo dare luogo a
cristallizzazioni del tipo accertato nelle colonie plioceniche ed in altre già comunemente attribuite ai
Briozoi. Inoltre, allo stato attuale delle conoscenze zoologiche, non risulta che la famiglia Hydracti¬
niidae comprenda specie con scheletro a costituzione carbonatiea.
b) Forma e aspetto superficiale.
Le incrostazioni dovute alle colonie fossili rivestono, in genere, quasi completamente o del tutto
le conchiglie che servirono da substrato. In alcuni esemplari si constata che parte della colonia o delle
colonie incrostanti è stata secondariamente asportata a causa di abrasione o di rotture, probabilmente
avvenute anche prima della sedimentazione.
Alcune forme non denotano di aver posseduto una ulteriore tendenza a svilupparsi dopo il rico¬
primento di tutta la superficie delle conchiglie occupate ; altre, per contro, potevano raggiungere di¬
mensioni relativamente ragguardevoli mediante la sovrapposizione di più lamelle, dovute a successivo
sviluppo delle colonie. Tali caratteri sono stati comprovati da ripetuti controlli e confronti eseguiti
sulle diverse specie riconosciute. Nei casi di sviluppo notevole delle colonie, le lamelle più recenti si
sovrapponevano a quelle precedenti, ormai prive di polipidi.
In genere, si rilevano sovrapposizioni di lamelle, appartenenti allo stesso tipo di colonia. In altri
casi, la massa cospicua di un fossile è invece dovuta al successivo ricoprimento di colonie appartenenti
a forme diverse.
L’aspetto esterno delle colonie si dimostra abbastanza vario, anche in relazione ad una medesima
specie. Alcune forme hanno rivelato un tipo di sviluppo regolare, con incrostazioni senza rigonfia¬
menti se non dovuti alla particolare morfologia delle conchiglie rivestite. Altre specie potevano assu¬
mere, invece, aspetto globoso o ramoso, a seconda dello stadio di accrescimento e per la sovrapposi¬
zione di un certo numero di lamelle in determinati punti del substrato, particolarmente favorevoli ad
un ulteriore sviluppo coloniale.
Colonie identiche, infine, presentano superfici regolari o con rigonfiamenti, a seconda delle
condizioni in cui avvenne lo sviluppo e della giacitura sul fondo marino delle conchiglie incrostate.
La superficie delle colonie fossili si manifesta sempre con caratteri di continuità e di compat¬
tezza, essendo solo interrotta da aperture rappresentanti i polipidi o relative ad altra funzione colo¬
niale. Tu ogni caso, non si rilevano strutture lacunose confrontabili con quelle degli Idroidi. Le carat¬
teristiche citate sono, invece, ben aderenti e rapportabili a quelle dei Briozoi incrostanti.
Le colonie fossili sono quasi sempre caratterizzate da superficie granulosa, costituita da nodulini
fitti e pochissimo rilevati, in modo da conferire alla stessa un aspetto tremociste.
Inoltre, sono spesso presenti proliferazioni spiniformi nonché coste e tubercoli. In una specie (2),
le rilevazioni spiniformi raggiungono diametri e dimensioni relativamente notevoli, assumendo talvol¬
ta un aspetto rostriforme. Altro carattere di struttura che si può rilevare in superficie è dato dalla
presenza di solchi variamente disposti a suddividere individui coloniali o gruppi degli stessi. Nel com- * (*)
(1) Ulteriori dati sulla composizione chimica e sulla originarietà della struttura nelle forme fossili esaminate
sono riportati più avanti, nelle pp. 63-67.
(*) Ora riconosciuta come Schismopora echinata (Mich.) (p. 56).
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
17
plesso, la forma ed i caratteri superficiali non si discostano da quelli di Briozoi incrostanti, special-
mente Hippoporinidae e C elleporidae .
Confrontando le colonie fossili con quelle d eWHydr actinia echinata Flem., anche da un primo
esame della superficie coloniale appare subito che si tratta di conformazioni assai diverse.
Come accennato, soltanto in caso di osservazione affrettata una colonia di Hydractinia, con la
membrana organica in posto, può apparire macroscopicamente simile agli scheletri coloniali dei fos¬
sili, per il fatto che incrosta anch’essa conchiglie di Gasteropodi e presenta una superficie fittamente
punteggiata da rilievi a forma di spine (tav. 4, fig. 1).
In effetti, la superficie dello scheletro coloniale de\\’ Hydractinia echinata fornisce un quadro
strutturale completamente diverso da quello compatto dei fossili (1). Depistando opportunamente sia
la sostanza organica formante la membrana superficiale che gli individui coloniali, lo scheletro si ma¬
nifesta come un intreccio dovuto a minuti stoloni chitinosi, a sezione subcircolare, prolungati orizzon¬
talmente e riuniti fra di loro da bracci, fino a formare una vera e propria struttura reticolare. In
sezioni tangenziali, effettuate all 'altezza del reticolo superficiale, è stato possibile apprezzare distinta-
mente l’orientamento di sviluppo degli elementi scheletrici ed il collegamento laterale degli stessi. Gli
interspazi esistenti sulla superficie, sono, in genere, subrettangolari. Inoltre, si notano in diversi punti
andamenti differenti dei tubicini costituenti l’intreccio scheletrico, con tendenza a costituire minute
strutture quasi circolari, sempre sul piano orizzontale. Dai controlli eseguiti, risulta che precipua¬
mente in tali zone si elevano i bracci verticali i quali, riuniti in sommità e variamente intrecciati,
costituiscono pinnacoli spiniformi. Dal reticolo superficiale si elevano verticalmente numerose prolife¬
razioni a continuazione degli stoloni, costituendo brevi appendici con punta subarrotondata. A questi
elementi scheletrici si interpongono le citate strutture a pinnacolo o spine maggiori. Ancora per quanto
concerne la forma delle colonie, le ripetute osservazioni effettuate hanno confermato che gli Idratti-
n idi costituiscono sempre incrostazioni sottili e, nel caso dell ’ Hydractinia echinata, rivestono di prefe¬
renza la parte periaperturale delle conchiglie dei Gasteropodi (tav, 2, figg. 10-11).
c) Ramosità delle colonie.
Come accennato, nelle forme fossili non è raro che determinate colonie dimostrino uno sviluppo
cospicuo, con la presenza, inoltre, di digitazioni e tubercoli di varia grandezza, in modo da far assu¬
mere un aspetto ramoso al complesso.
Particolarmente una delle nuove specie riconosciute (2), oltre a ricoprire completamente le con¬
chiglie con più lamelle sovrapposte, presenta esemplari nei quali si formarono rigonfiamenti tuberco-
liformi, anche notevoli e abbastanza numerosi, dovuti ad un accrescimento concentrico di parte dello
scheletro coloniale (tav. 1, figg. 9-10, 16, 18).
Queste ramificazioni, come dimostrato dagli esami effettuati, si sviluppavano su sporgenze del
substrato (ornamentazione delle conchiglie, Balanidi aderenti alle stesse). Infatti, accanto a colonie
ramose, se ne notano altre limitate al normale accrescimento, con lamelle sovrapposte in numero più o
meno cospicuo (tav. 1, fig. 13). Nei tubercoli compaiono tutte le caratteristiche morfologiche della
specie, sia quelle superficiali che quelle della struttura interna (tav. 3, fig. 1; tav. 6, fig. 11).
Le ramosità sopra descritte, in base a quanto si osserva nei fossili, costituiscono prerogativa di
Briozoi incrostanti appartenenti ai Cheilostomata. In proposito, basta ricordare la forma Hippopo-
ridra cdax Busk, fossile e vivente, che presenta uno sviluppo del tutto simile a quello delle colonie
plioceniche, con la sovrapposizione di più lamelle coloniali e la formazione di tubercoli ben evidenziati
([79] t. 22, fig. 1). Pure in altre specie del genere Hippoporidra, come H. calcarea Smitt e II. gra-
nulosa Cantt & Bassler, le colonie possono assumere un aspetto decisamente pseudoramoso ([79]
t. 22, fig. 5).
(‘) Lo scheletro dell’ Hydractinia rrlnnaia è stato esaminato dopo trattamento con idrossido di sodio diluito.
(“) Holoporellti coneruitrìca (Mich.) (pp. 53-56).
2
t\ G. CARETTO
18
Le colonie di Hydractinia echinata, invece, come quelle delle altre forme modernamente attri¬
buite alla famiglia Hydractiniidae, non presentano mai digitazioni o tubercoli. I tenui scheletri colo¬
niali si limitano a ricoprire le conchiglie, spesso solo parzialmente e seguendo il profilo superficiale
delle stesse (tav. 2, figg. 10-11).
d) Base dello scheletro coloniale.
La struttura di base nello scheletro dei fossili si rivela compatta, a cristalli di carbonato di
calcio sempre fittamente addossati e senza interspazi regolari. Diverse sezioni sottili e lucide, effettuate
tangenzialmente e trasversalmente nella parte basale delle colonie, hanno uniformemente dimostrato
una struttura di tipo compatto (1). Normalmente, gli spazi vuoti che si notano entro la sostanza mine¬
rale, per le loro dimensioni e forma, rappresentano la base dei cistidi nei quali ebbero sede i polipidi
o, se più grandi e irregolari, semplici interruzioni di formazione dello scheletro.
Nelle sezioni tangenziali possono essere inoltre rilevate minutissime perforazioni verticali, che
rappresentano un particolare scheletrico di certo non riferibile ad Idrozoi come, d’altra parte, tutte le
caratteristiche sopra enunciate. Si tratta, invece, di caratteri del tutto normali nello scheletro coloniale
dei Briozoi Ascophora ed indicano i fori di tremopora (p. 28). Nella tav. 3, fig. 3, è rappresen¬
tata una sezione sottile (tangenziale), eseguita su un frammento appartenente alla forma più diffusa
fra i fossili (p. 53) e ricavata a circa 15 micron dalla base dello scheletro.
Negli Idrattinidi l'impianto basale della colonia è completamente diverso. Lo strato di prima
formazione in Hydractinia echinata è costituito da una distinta formazione scheletrica (detta « lamina
basale » dal Carter) di materiale ehitinoso, formata da uno stolone tubulare ramificato e anastomosato,
in modo da costituire una fitta rete, di ordito assai fine. Esaminata al microscopio in sezione tangen¬
ziale, la formazione basale offre, in effetti, l’aspetto di una fine trama tessile e l’intreccio si rivela
chiaramente a disegno subrettangolare; si notano, ancora, punti di accrescimento dai quali il tessuto si
protende con lieve allargamento delle maglie nel senso dello sviluppo. La base, coloniale, così formata,
si estende lateralmente e con spessore dell’ordine di pochi micron a ricoprire la conchiglia che serve da
substrato.
Gli interstizi formatisi sono riempiti nel vivente da cenosarco, a completamento della membrana.
Inoltre, un certo numero di punti chitinosi («cellule cornee» del Carter), si sviluppano dal reticolo
basale in minute spine verticali a forma conica.
Questi prolungamenti degli stoloni di base costituiscono elementi necessari per l’ulteriore accre¬
scimento dello scheletro coloniale.
Nella tav. 4, figg. 4-5, sono riprodotte alcune sezioni sottili (tangenziali), effettuate alla base
di scheletri della H. echinata. Queste sezioni sono state ottenute superando non lievi difficoltà relative
alla gracilità ed alla natura ehitinosa dei frammenti coloniali utilizzati.
Nelle fotografie, eseguite per trasparenza, sono visibili le strutture finemente anastomosate e gli
interspazi reticolari, dalla minutissima orditura, che caratterizzano la formazione basale nello scheletro
del l’Id ioide.
e) Struttura generale e accrescimento dello scheletro.
Nelle forme plioceniche le strutture delle colonie non presentano soluzioni di continuità, tra la
base e la rimanente parte degli scheletri. Non si rilevano, inoltre, particolari elementi di sostegno
differenziati.
In tutta l’altezza degli scheletri non si constatano, quindi, caratteristiche diverse da quelle di
base.
Esaminando le strutture interne si notano, come già accennato per la base, numerose cavità celli-
formi subarrotondate, disposte a distanza regolare dalla base scheletrica e distribuite irregolarmente
(1) Le sezioni sono state effettuate su reperti provenienti dai vari terreni pliocenici.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCIONI BRIOZOI PLIOCENICI
19
nella massa coloniale. Queste cavita non costituiscono, quindi, semplici spazi fra elementi posti a so¬
stegno di impalcature scheletriche ma rappresentano vere e proprie celle, che servirono a contenere le
parti molli dei singoli individui coloniali. La funzionalità delle cellette risulta chiara per il fatto che
esse, allorché le colonie non risultano eccessivamente danneggiate o ricoperte da altre incrostazioni,
presentano sempre una comunicazione con la superficie esterna, terminando in un’apertura di partico¬
lare conformazione. Anche se facilmente deteriorabile, quest’ultimo carattere morfologico può essere
considerato uno fra i più importanti elementi distintivi delle forme fossili.
La struttura a interspazi celliformi viene evidenziata sezionando opportunamente le colonie.
In particolare, nella tav. 3, figg. 3-5, sono riprodotte alcune sezioni tangenziali eseguite a li¬
velli diversi entro un frammento di scheletro relativo ad una delle forme più comuni del Pliocene pie¬
montese ed emiliano (p. 53). La struttura celliforme risulta chiaramente pure nelle sezioni trasversali
(tav. 3, figg. 6-7). Talvolta, sezioni subverticali sono apprezzabili direttamente nei fossili, nei punti
in cui si sono prodotte spaccature nelle incrostazioni (fig. 3). Spesso, si possono constatare i collega¬
menti delle celle con l’esterno coloniale (fig. 4).
Fig. 3. — Aspetto alveolare della struttura scheletrica nelle forme plioceniche. Sezione tra¬
sversale naturale di più colonie sovrapposte, appartenenti a Hóloporella concentrica (Mich.)
e incrostanti un Gasteropode (ingr. x 30) (originale).
Per quanto concerne lo sviluppo delle colonie sulle conchiglie fungenti da supporto, si rileva che
! 'accrescimento era di tipo laterale, in stretta analogia con quanto si riscontra in non pochi Briozoi
incrostanti, fossili e attuali.
In base a questo tipo di accrescimento, determinate colonie plioceniche, dopo aver incrostato lo
intiero substrato si sviluppavano ulteriormente, continuando l’avvolgimento dello stesso con il sovrap¬
porsi di nuove produzioni su quella già esistente. Le nuove lamelle venivano, così, ad aderire salda¬
mente ai sottostanti scheletri coloniali.
20
P, G. CAPETTO
Nelle forme a pili sovrapposizioni di lamelle coloniali non sussisteva, quindi, alcun nesso diretto
e funzionale fra tali diverse produzioni scheletriche, fatta eccezione della semplice utilizzazione, quali
supporti, delle lamelle sottostanti.
L’esame di sezioni sottili trasversali, effettuate su fossili costituiti da più incrostazioni sulla
stessa conchiglia, permette di porre in rilievo l’interessante morfologia interna degli stessi ed, in par¬
ticolare, di distinguere nettamente lo sviluppo piu rilamellare (tav. 3, fig. 2).
Fig. 4. — Sezione trasversale eli scheletri sovrapposti, appartenenti a Holo-
porella concentrica (Mich.) e mostranti celle aperte in superficie nella la¬
mella più recente (ingr. x 20) (originale).
Anche la ornamentazione che si può, talvolta, individuare alla base delle celle in forme pluri-
lamellari è facilmente spiegabile. Le minutissime granulosità, più o meno appuntite, che vi si riscon¬
trano in taluni casi, altro non sono che elementi della ornamentazione superficiale degli strati colo¬
niali precedenti sui quali tali elementi zooeciali vennero a sovrapporsi.
Più particolarmente, minutissime rilevazioni alla base delle celle possono rappresentare il punto
di attacco di muscoli dei polipidi.
... .... . . .
Nel complesso, tutte le strutture descritte si ritrovano in Briozoi incrostanti attuali e fossili.
Circa i Briozoi fossili, potranno anche essere esaminate per confronto le interessanti sezioni di Mem-
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
21
branipora f lisca, (Janu & Bassler illustrate da E. Bitge & G. Lecointre in un lavoro eseguito su
reperti del Neozoico di Rio de Oro [33]. Le analogie strutturali sono chiaramente visibili nelle illu¬
strazioni della tav. 18 del predetto lavoro.
Ben differente si prospetta, invece, la struttura di un Idroide.
Diversi autori si interessarono alle particolarità scheletriche dell’ Hydractinia echinata, dopo le
prime descrizioni approfondite di P. J. van Beneden, sopra tutto dedicate alla morfologia degli indi¬
vidui coloniali. Va però tenuto presente che non tutte le descrizioni e le illustrazioni pervenuteci per
lo scheletro del]a Hydractinia, echinata risultano fra loro del tutto corrispondenti, sia nei particolari
morfologici che nelle illustrazioni riportate dagli autori. Si rende, quindi, opportuno ricordare con
maggiore ampiezza le opinioni di alcuni fra gli studiosi già brevemente menzionati in altra parte di
questo lavoro.
T. Hincks, nella sua accurata disamina del genere Hydractinia ([181] pp. 19-23) rilevò opi¬
nioni contrastanti espresse da eminenti naturalisti in merito alla natura ed al sistema di formazione
dello scheletro di tali forme. In particolare, mentre I'Agassiz e il de Qitatrefages ritenevano che la
intiera struttura chitinosa fosse una secrezione basale, lo Strethill Wright aveva sostenuto che la
formazione dello scheletro non differiva da quella normalmente conosciuta per gli Idroidi. Quest 'ul¬
tima formulazione venne accolta dallo Hincks, che diede una descrizione completa dello scheletro della
Hydractinia , ritenendolo sostanzialmente costituito da una impalcatura chitinosa, formata, in sezione
tangenziale, da una serie di tubicini disposti l’uno di fianco all’altro e fittamente accostati. Lo Hincks
chiarì che dalla prima formazione basale si dipartono propaggini verticali e che, successivamente, lo
scheletro si complica fino a raggiungere la struttura definitiva. Più oltre, nello stesso lavoro, egli illustrò
i caratteri del genere Podocoryne Sars, appartenente alla famiglia Podocoryniidae ([181] pp. 27-32)
e citò la specie P. carnea Sars, presentante determinate affinità strutturali e morfologiche con
\' Hydractinia echinata. Questa forma, incrostante conchiglie abbandonate di Gasteropodi o scogli, è
stata talvolta confusa con le colonie del genere Hydractinia (1).
Alcune illustrazioni unite alla trattazione dello Hincks pongono in evidenza particolari schema¬
tici delle superfici e degli scheletri coloniali nonché le differenze fra gli zooidi delle due forme pre¬
dette (fig. 5).
Successivamente, G. J. Allman ([9] pp. 342-351), fornì ulteriori descrizioni dei generi Hydra¬
ctinia e Podocoryne, indicando quale habitat della Hydractinia echinata le coste atlantiche europee.
Circa la Podocoryne carnea (citata nel Mediterraneo da Sars e Costa), questo autore riferì di aver
ricevuto rari campioni di tale forma della Stazione Zoologica di Napoli. Nelle illustrazioni lasciate dallo
Allman per la Hydractinia echinata, sono indicati diversi caratteri strutturali. In una di esse è raffi¬
gurata una colonia « ex vivo »; si tratta di una illustrazione non molto aderente alla realtà per quanto
concerne lo scheletro e, sopra tutto, per la ornamentazione che, nel disegno, risulta rivestire la super¬
ficie stessa (fig. 6). In altre figure date dall’ Allman, sono riportate immagini delle colonie e delle
strutture riferite alle spine dell’Idroide, nelle quali sono poste in rilievo interessanti sezioni ([9] t. 15,
figg. 4-7) (fig. 7, a, b).
Anche H. J. Carter ([90] pp. 46-49) diede una descrizione della Hydractinia echinata com¬
pleta e ricca di particolari sulla struttura dello scheletro, non discostandosi sostanzialmente da quanto
(i) Diversi autori, fra i quali P. E. Vinassa de Regny ([338] p. 126), ritennero che l’ Hydractinia echinata
estendesse il proprio habitat al Mediterraneo. Secondo le ricerche più recenti e con riferimento alle notizie fornite
dagli zoologi che si occuparono di Idroidi, quali lo stesso Hincks e G. *1. Allman, non risulta che la forma del Fle¬
ming proliferi nei nostri mari.
In particolare, L. Rossi, in un lavoro in corso di stampa [306], conferma tale asserto, precisando che le citazioni
contrarie di alcuni autori derivano da errori di determinazione. Come e noto, infatti, la distribuzione della forma com¬
prende, essenzialmente, le coste atlantiche europee (norvegesi, inglesi, belghe, francesi eoe.) e quelle dell’America del
Nord. Nel Mediterraneo vive, invece, la Podocoryne carnea Sars (modernamente classificata nella famiglia Hydracti-
niidae). La distribuzione di questa specie, come segnalato dallo Hincks, comprende le coste della Norvegia e il Golfo
di Napoli ([181] p. 32).
P. G. CARETTO
già rilevato dallo IIincks. Il Carter approfondì lo studio delle modalità di accrescimento e introdusse
i termini di « lamina » e di « cellule cornee » per puntualizzare determinati processi di formazione
dello scheletro. In alcune figure, vennero schematizzate le strutture coloniali ed, in particolare, stoloni
e spine ([90] t. 8, figg. 1-3) (fig. 7,d). Considerandosi la minuziosità della descrizione del Carter, non
si spiega come egli non abbia approfondito l 'esame delle forme fossili, attribuendole invece agli
Idroidi, nonostante le differenze di organizzazione scheletrica.
G. Steinmann, nel suo noto lavoro riferito essenzialmente a Idrozoi fossili, diede una descrizione
degli Idrattinidi, nella quale vennero mescolate le caratteristiche tipiche di tali Idroidi con quelle, dif¬
ferenti, relative a forme fossili, che anche egli, come il Fischer e il Carter, riteneva appartenenti ad
Idrozoi ([320] pp. 107-108). Il lavoro dello Steinmann non contiene dati di osservazione diretta delle
strutture scheletriche della Hydractinia echinata.
d e
Fig. 5. — Hydractinia echinata Flem., secondo T. IIincks:
a) colonia (di sesso femminile) incrostante un Gasteropode;
b) parte della stessa ingrandita;
c) porzione di incrostazione ingrandita, con zooidi, spine, appendici spirali e tenta¬
colari (fig. schematica).
— Podocoryne carnea Sars, secondo T. Hincks:
d) porzione coloniale ingrandita, con zooidi e spine;
e) struttura stolonare dello scheletro basale, con zooidi.
(ridis. da Hincks)
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
23
Ancora, H. A. Nicholson riferì caratteri degli Idrattinidi dedotti dal Carter ([279] 1, p. 64).
Nel descrivere la Hydractinia echinata Flem., il Nicholson fornì dati e illustrazioni che, in parte, sol¬
levano qualche dubbio. Infatti, egli accennò al fatto che VII. echinata potesse raggiungere un conside¬
revole spessore ([279] 1, p. 66), cosa che non venne segnalata da altri autori e che non corrisponde a
Fig. 6. — Hydractinia echinata Flem., secondo G. J. Allman :
frammento coloniale, con zooidi e spine (ingr.)
(ridis. da Allman)
quanto ho potuto constatare con l’esame diretto di numerose colonie dell’Idroide. Inoltre, il Nicholson
ritenne valida la teoria sulla pretesa possibilità dell 'Hydractinia di sostituire con il proprio scheletro
chitinoso il carbonato di calcio del substrato. A tale proposito egli considerò una simile possibilità
anche per le colonie di altre forme animali quali i Briozoi della specie Hippoporidra edax Busk. Se¬
guendo l’inquadramento del Carter, il Nicholson attribuì alle Hydractiniidae alcune forme fossili e
diede perciò notizie sistematiche contenenti dati che rappresentano, talvolta, una mescolanza dell’uno
e dell’altro tipo di struttura. Le caratteristiche dell 'Hydractinia echinata vennero illustrate in diversi
disegni ([279] 1, t. 6, figg. 1-6) (fig. 8, a, e, d, f), alcuni dei quali non appaiono del tutto aderenti
24
P. G. CAPETTO
alla realtà. In una raffigurazione schematica della superficie della Hydractinia echinato ([279] 1 ,
t. 6, fig. 3, a), si notano, ad esempio, solchi e aperture che, in realtà, non esistono. In altre immagini,
riferite alla nota forma del Wood, indicate dal Nicholson come H. circumvesticns, si intravvedono
strutture che non si possono certamente riferire agli Idrozoi ([279] 1, t. 6, figg. 7-13) (fig. 8, b, e).
Premesse le osservazioni degli autori che maggiormente si interessarono alle caratteristiche sche¬
letriche del Y Hydractinia echinata Flem., riporto, in sintesi, il risultato degli esami personalmente ef¬
fettuati su numerosi esemplari dell’Idroide attuale. I dati ottenuti sono essenzialmente corrispondenti
a quelli indicati dallo Hincks e dal Carter.
Fig. 7. — Hydractinia echinata Flem., secondo G. J. Allman:
a) colonia incrostante una conchiglia di Buccinimi, abitata da un Paguro;
b ) sezione trasversale di spina Glutinosa (ingr.);
(ridis. da Allman)
— Hydractiniidae, secondo H. J. Carter:
c) H. pliocaena Allm. - sezione trasversale di colonie incrostanti un Buccinimi ;
d) H. echinata Flem. - sezione trasversale di scheletro coloniale (ingr.);
e) H. pliocaena Allm. - sezione trasversale di scheletro coloniale, con tubi verticali ad anu-
lazioni moniliformi (ingr.);
/) H. calcarea Carter - sezione trasversale di scheletro coloniale (ingr.).
(ridis. da Carter)
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
25
L’accrescimento delle colonie avviene con un processo laterale caratterizzato da una componente
verticale accentuata. Dalla prima formazione basale si prolungano, verticalmente, corte propaggini spi¬
niformi. Sempre dal reticolo di base, gruppi di spine continuano ulteriormente lo sviluppo dello sche¬
letro. Da tali strutture si originano altri stoloni su di un piano parallelo alla base. Si forma, così, un
nuovo intreccio anastomosato, analogo a quello basale e lievemente distanziato da quest’ultimo. In
questa fase, si producono bracci ascendenti e discendenti. I bracci discendenti possono, o meno, colle¬
garsi con le spine sottostanti. In tal modo, gli elementi di struttura verticale possono infittirsi, compli¬
cando la morfologia dello scheletro. I bracci ascendenti possono arrestare il loro sviluppo formando
spine piccole, oppure gruppi di essi si prolungano collegandosi ad intreccio ed unendosi in sommità
(spine complesse). Queste ultime produzioni, non sempre presenti, caratterizzano, in genere, le colonie
a sviluppo completo. Su una superficie coloniale si notano, quindi, fitte serie di spine piccole e un
minor numero di spine complesse, che emergono fra gli zooidi. Normalmente gli scheletri coloniali non
sono suscettibili di un ulteriore sviluppo verticale.
Secondo il Carter, lo scheletro dell’ Hydr actinia echinata si completerebbe invece con una terza
«lamina» sovrapposta ([90] p. 47).
Fig. 8. - — Eydractiniiclae, secondo H. A. Nicholson:
a) E. echinata Flem. - sezione tangenziale di scheletro coloniale (ingr.);
h) E. circumvesiiens (Wood) - sezione trasversale indicante la struttura interna delle incro¬
stazioni (ingr.);
c) E. echinata Flem. - sezione trasversale dello scheletro coloniale (ingr.);
d) E. echinata Flem. - spina (molto ingr.);
e) E. circumvestiens (Wood) - superficie di scheletro coloniale;
f) E. echinata Flem. - superficie di colonia al primo stadio di accrescimento.
(ridis. da Nicholson)
Nella fig. 9 è riprodotta, in sezione trasversale, una colonia di Hydractinia echinata, rico¬
prente un Gasteropode. Le strutture verticali dell’Idroide sono pure rilevabili nelle microfotografie
della tav. 4, figg. 8, 10 e della tav. 5, figg. 1-2.
Nella tav. 4, fig. 6, una microfotografia di sezione tangenziale pone in rilievo l’andamento
stolonare e la mancanza totale di elementi quali i solchi o le aperture indicati dal Nicholson, il quale
confuse evidentemente forme di diverso inquadramento naturale. A maggiore riprova della assenza
di tali particolarità, sono state riprodotte, fotograficamente, superfiei dell’Idroide, con gli zooidi in
posto (tav. 4, fig. 1) e senza gli stessi, ma con la membrana organica ancora presente (tav. 4, figg. 2-3).
P. G. CARETTO
26
In conclusione, anche per quanto riguarda la struttura generale e l’accrescimento dello scheletro,
nessuna relazione può ritenersi possibile fra le caratteristiche delle colonie fossili e quelle degli
Idrattinidi C1).
Fig. 9. — Hyclractinìa echinata Flem. - sezione trasversale eli scheletro coloniale, incrostante
un Gasteropode. (ingr. : x 20) (originale).
f) Proliferazioni spiniformi e coste.
Le forme fossili presentano sovente sulla superficie scheletrica un numero più o meno elevato
di prominenze spiniformi, in genere di dimensioni modeste ma che in una delle specie assumono, come
si è detto, un aspetto rostriforme, prolungandosi con assetto leggermente incurvato. Talora, le spine si
uniscono lateralmente, in numero di due o tre, oppure sulla superficie dello scheletro coloniale si no¬
tano eosticine variamente disposte, ma sopra tutto presenti e maggiormente sviluppate nelle zone delle
colonie che, a giudicare dalla posizione rispetto al substrato, dovettero risultare più esposte al mezzo
esterno o a rimaneggiamenti. In taluni esemplari queste coste formano una ornamentazione assai cu¬
riosa, intersecandosi e sovrapponendosi irregolarmente (tav. 1, fig. 11). Proliferazioni spiniformi e
eosticine rilevate possono essere contemporaneamente presenti.
La struttura esterna delle spinosità e delle coste è, in genere, evidenziata da granulosità, ana¬
logamente a quanto si verifica nel resto della superficie esterna delle colonie. Internamente, le proclu-
(’) Nella descrizione dello sviluppo scheletrico dell’ Idroide si è preferito non utilizzare il termine «lamina» in
quanto lo scheletro dell’ Hyclractinìa echinata non presenta un simile carattere di continuità, essendo essenzialmente co¬
stituito da un traliccio chitinoso, con formazioni stolonari reticolate e disposte orizzontalmente. Scheletri coloniali del-
1’ Idroide, isolati con idrossido di sodio e sottoposti a colorazione mediante blu di metile, hanno dimostrato che i tubi¬
cini stolonari sono collegati unicamente dal loro intreccio a rete e non da altre particolari formazioni scheletriche.
Gli interspazi reticolari si sono manifestati uniformemente liberi.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
27
zioni spiniformi e le coste non presentano cavità o strutture particolari. La loro formazione non de¬
riva dalla unione di elementi diversi ma è il risultato di un’unica produzione scheletrica. In genere,
quindi, si tratta di strutture compatte e non formate diversamente dalle lamelle coloniali.
In una stessa forma le spine possono essere presenti o mancare, probabilmente in relazione alle
condizioni in cui avvenne l’accrescimento, pur rimanendo ferme tutte le altre caratteristiche coloniali.
Per una specie, si è però notata la tendenza a non formare produzioni spiniformi (Q.
L’esame delle strutture scheletriche nei fossili dimostra che le spine e le coste non ebbero alcun
nesso con l’ulteriore sviluppo coloniale nè servirono necessariamente di sostegno ad altre colonie even¬
tualmente sovrappostesi. In questi ultimi casi le asperità dei sottostanti scheletri coloniali venivano
semplicemente ricoperte dalla deposizione della nuova incrostazione, avvenuta con accrescimento late¬
rale e sempre su un piano parallelo al substrato.
Circa la funzione rappresentata dalle citate produzioni scheletriche, si potrebbe pensare, in via
presuntiva, che le stesse avessero compiti protettivi dell’integrità coloniale, specialmente perchè le con¬
chiglie fungenti da substrato giacevano su fondi sabbiosi e potevano subire qualche spostamento ad
opera di correnti o del moto ondoso.
Negli Idroidi del genere Hydractinia, le spine piccole presentano sempre una cavità e quelle di
maggiori dimensioni un intreccio di canalicoli. Queste ultime, come già accennato, completano l’impal¬
catura chitinosa di sostegno dello scheletro.
Le spine piccole presentano un vertice arrotondato; quelle maggiori, con il loro caratteristico
intreccio a pinnacolo, raggiungono una elevazione relativamente cospicua, essendo ben visibili sulla
superficie coloniale anche durante la vita delle colonie (tav. 4, figg. 1-3).
La completa diversità strutturale in rapporto alle prominenze spiniformi dei fossili viene posta
in rilievo da opportune sezioni tangenziali e trasversali (tav. 4, figg. 7-10). In conclusione, confron¬
tando le prominenze dei fossili con le spine delle Hydractiniidae, non può essere stabilito alcun rap¬
porto di analogia morfologica nè funzionale.
g) Solchi superficiali.
Nei fossili, talune specie sono ben caratterizzate da solchi più o meno numerosi che, percorrendo
la superficie dello scheletro, si presentano sotto forma di minute canalieolazioni, poco incise o mag¬
giormente marcate a seconda della specie e della posizione. I solchi sono, in genere, disposti irregolar¬
mente sulla superficie dello scheletro e possono essere meno evidenti e scomparire in determinati
punti. Talora, la eccessiva abrasione di alcuni fossili impedisce di rilevare con chiarezza queste strutture.
I solchi non risultano essersi prodotti secondo una particolare disposizione raggiata o regolar¬
mente anastomosata, come sostenuto da alcuni autori e già contrastato dal Vinassa de Regny ([338]
p. 124), ma circondano semplicemente una o più celle coloniali, che si possono individuare nelle colo¬
nie meglio conservate per le caratteristiche aperture che manifestano.
Queste incisioni presentano intersezioni più o meno numerose, e marcate, prolungandosi con an¬
damento vario o, talora, subrettilineo.
La caratteristica delle piccole canalicolature superficiali ( furrows ) è ben conosciuta dagli stu¬
diosi di Briozoi sia per le forme fossili che per quelle viventi. Specialmente nei Briozoi incrostanti è
abbastanza comune la presenza dei solchi interzooeciali che, spesso, rendono poliedrico l’aspetto delle
superfici coloniali.
Nulla di simile è possibile rinvenire sulla superficie scheletrica della Hydractinia echinata. La
struttura reticolare dello scheletro nell’Idroide non offre alcuna particolare caratteristica che renda
possibile la presenza di solchi, in analogia a quelli delle forme fossili. La stessa mancanza di una vera
e propria lamina che congiunga orizzontalmente i tubuli stolonari componenti la superficie dello sche¬
letro impedisce di ritenere possibile una simile morfologia. (*)
(*) Cellepora davidi n. sp. (p. 50).
28
P. <1. CARETTO
Proprio per la mancanza di analoghe strutture negli Idroidi tipici, P. E. Vinassa de Regny
coniò per i solchi delle forme fossili plioceniche il termine di « sarcorizae » ritenendo che rappresen¬
tassero l’andamento degli stoloni cenosarcali, pur differendo dalle « astrorizae » di altre forme inqua¬
drate nel phylum degli Idrozoi ([338] p. 124).
In relazione alla chiara appartenenza ai Briozoi del carattere morfologico in argomento, al ter¬
mine di « sarcorizae » deve essere sostituito quello di « solchi interzooeciali », già comunemente usato.
h) Individui coloniali e aperture sulla superficie dello scheletro.
Negli esemplari pliocenici, allorché i caratteri superficiali non risultano troppo danneggiati,
possono essere individuati i cistidi ove erano contenuti « ex vivo » i singoli individui coloniali.
Queste strutture sono costituite da più o meno modesti rilievi sullo scheletro coloniale, ospi¬
tanti internamente le cavità già descritte. Il contorno dei cistidi è, talora, individuabile e permette
di riconoscerne la forma (subovoide, subrettangolare o arrotondata) sulla superficie delle colonie
(es. fig. 17). Le dimensioni sono sempre modeste e variabili da specie a specie (1). In talune forme i
cistidi non sono sempre ben distinguibili dalla superficie coloniale, sia per la loro morfologia che
per quella della superficie stessa. La loro distribuzione sullo scheletro può essere abbastanza regolare
ma, per lo più, essi risultano sparsi irregolarmente (es. fig. 21).
Tutti i caratteri illustrati sono tipici dei Briozoi incrostanti, anche per quanto riguarda la di¬
sposizione dei cistidi sulla superficie coloniale. Le strutture dei fossili descritte debbono, quindi, pren¬
dere la giusta denominazione di zooeei.
Sulla superficie delle colonie sono anche visibili aperture di forma, dimensioni e posizioni va¬
riabili. Questi caratteri morfologici verranno meglio illustrati nella descrizione delle diverse specie
riconosciute. In condizioni di buona conservazione dei fossili, si possono chiaramente notare i contorni
delle aperture maggiori, poste più o meno al centro delle strutture zooeciali e indicanti la posizione
dei polipidi. Anche questo è un carattere fondamentale nel phylum dei Briozoi, necessario per la esatta
determinazione generica e specifica.
Oltre alle aperturae zooeciali, si possono notare altre aperture, più piccole e meno evidenti, si¬
tuate in varie posizioni, vicine a quelle più grandi o sparse irregolarmente.
Queste ultime dimostrano, in genere, una forma sublanceolata o lunuliforme e corrispondono
agli avicularia di molti Briozoi.
Nessuna struttura analoga a quelle indicate può essere rilevata sulla superficie dello scheletro
negli Idrozoi. In particolare, come si è detto, la Hydractinia echinata non offre nello scheletro stolo-
nare che interspazi irregolarmente subrettangolari, in rapporto al tipo di formazione reticolare.
i) Perforazioni verticali.
In alcune forme fossili, oltre alle aperture più evidenti già considerate, si rilevano minutissime
perforazioni aprentisi alla superficie con sezione circolare, non di rado disposte intorno alle predette,
oppure distribuite in vario modo sulla superficie coloniale. Queste perforazioni mancano in talune
forme; in altre il loro numero può variare ed essere relativamente elevato.
Viste in sezione trasversale alle colonie, le perforazioni appaiono come tubicini assai piccoli,
prolungantisi verticalmente nello scheletro coloniale e talora caratterizzati, nel loro sviluppo, da mi¬
nutissime strozzature della sezione.
Anche per le perforazioni in questione, alcuni autori ritennero di adottare denominazioni e
spiegazioni che oggi non possono più essere sostenute. Come più avanti specificato (pag. 36), per
una forma del Cray inglese, denominata dall’ALLMAN «Hydractinia pliocaena», vennero poste par¬
ticolarmente in rilievo le citate perforazioni che, peraltro, sono abbastanza comuni anche nelle colonie
del Pliocene piemontese ed emiliano.
\
(1) I risultati di alcune misurazioni sono riportati nelle pp. 48, 5!2, 55, 58.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
29
Nella trattazione che il Carter diede della suddetta forma del Cray, vennero particolarmente
descritti i tubicini rappresentanti le perforazioni verticali ([90] p. 52), precisandosene le dimensioni e
le « anulazioni moniliformi » riscontrate, ma senza ben chiarirne la funzione nella struttura schele¬
trica del presunto Idroide. Tale descrizione di strutture, non certo naturali negli Idroidi, venne accolta
in seguito da altri studiosi, alcuni dei quali paragonarono queste perforazioni -verticali a strutture di
Stromatoporoidi fossili.
Zooecio
Acanhiporo
Sezione
Tangenziale
Diaframma
Mesoporo
Sezione
Longitudinale
Fig. 10. • — Sezione longitudinale e tangenziale di zoario di un Briozoo del genere
Vekayella ( Trepost ornata dell ’Ordoviciano) (ingr.).
(ridia, da B. C. Moore, C. G. Lalicker & A. G. Fischer)
Per contro, le perforazioni verticali sono anch’esse normali elementi dello scheletro di numerosi
Briozoi, tanto che caratterizzano l’ordine degli Ascophora, ove sono frequenti pori areolari e tremo-
pori. Il confronto fra quanto si osserva nei fossili ed i tremopora dei Briozoi è, quindi, positivo ed
indica una perfetta analogia morfologica e strutturale. Strutture, avvicinabili sotto l’aspetto morfolo¬
gico a quelle citate, sono anche presenti in Briozoi fossili provenienti da rocce molto antiche. Si ci¬
tano, ad esempio, i mesopori dei Briozoi Trepostomata del genere Dekayella , le strutture dei quali
sono illustrate nella fig. 10, riportata da un lavoro di R. C. Muore, C. G. Lalicker & A. G. Fischer
l [239] p. 160, fig. 5.3 (A) ).
Per quanto concerne V Hydr actinia echinata e altre forme attribuite sicuramente ad Idroidi
secondo la sistematica attuale, non sussistono caratteri assimilabili neppure macroscopicamente alle
strutture considerate.
La erronea collocazione sistematica delle forme fossili considerate Hydractiniidae condusse, in
definitiva, a descrizioni che compresero e fusero i caratteri di organismi del tutto differenti.
I] Perforazioni orizzontali nella struttura scheletrica.
L’indagine su sezioni lucide e sottili di colonie fossili ha condotto anche a rilevare un altro
elemento strutturale che facilmente può sfuggire alla osservazione. In sezioni trasversali delle colonie
e, in particolare, in quelle della forma più diffusa nel Pliocene piemontese (x), è possibile porre in
(') Holoporella concentrica (Mich.).
30
P. G. CARETTO
risalto minutissimi pori, prolungantisi orizzontalmente. Tali perforazioni sono visibili, nei reperti poco
diagenizzati, allorché le cavità originarie non sono state completamente riempite da materiale estraneo.
1 pori sono disposti attorno alle cavità celliformi e. in genere, appaiono situati leggermente al di sotto
delle stesse (tav. 6, figg. 13-16).
Mentre inutilmente si potrebbe ricercare qualcosa di simile nello scheletro dell ’ Hydr actinia
echinata, le strutture di cui si è dato cenno costituiscono caratteristica di moltissimi Briozoi Cheilo-
si ornata. Nei Briozoi tali pori orizzontali sono, infatti, definiti septulae e possono essere distinti in mul-
tipori o unipori, a seconda della loro morfologia.
Essi costituiscono un collegamento orizzontale fra le parti molli dei diversi individui coloniali
e sono percorsi da fibre mesenchimatose.
iti) Altri caratteri discretivi.
Ulteriori elementi di distinzione sono dati dalle condizioni ecologiche ed etologiche delle forme
fossili, in rapporto all 'habitat della Hydractinia echinata attuale.
Alcune osservazioni sull' habitat sono riportate in altra parte di questo lavoro (p. 67).
Con riferimento ai raffronti attuati, si può qui unicamente ricordare che le colonie fossili pro¬
liferarono in ambiente di mare caldo, mentre la attuale Hydractinia echinata, vive in acque piuttosto
fredde e raggiunge maggiori profondità. Inoltre, nei fossili si rinvengono resti di più colonie, di ge¬
neri e specie differenti, affiancate fra di loro e tutte incrostanti la medesima conchiglia. Anche tale
possibilità di sviluppo costituisce un carattere tipico dei Briozoi, facilmente adattabili a qualsiasi sub¬
strato e capaci di coesistere. Ho potuto constatare personalmente la frequenza di tale associazione,
esaminando diversi esemplari di conchiglie e di Coralli incrostati ciascuno da Briozoi differenti. Per
contro, i numerosi esemplari di Hydractinia echinato esaminati hanno sempre fatto rilevare le sole
colonie dell' Idroide.
A conclusione dell’esame comparativo condotto fra le strutture delle colonie fossili e quelle della
Hydractinia echinata, ritengo di poter affermare con sicurezza che le analogie morfologiche e siste¬
matiche finora asserite non trovano alcun fondamento nella realtà.
Le colonie fossili, secondo quanto sopra esposto, sono invece chiaramente da inserire nel phylum
dei Briozoi.
Le varie forme dei terreni pliocenici italiani, del Cray e, presumibilmente anche quelle della
Touraine francese, sono essenzialmente da inquadrare nell’ordine dei Briozoi Cheilo stornata.
In relazione alle osservazioni sopra esposte, ritengo utile riportare in un quadro riassuntivo
le differenze morfologiche e strutturali riscontrate fra i fossili e gli Idroidi del genere Hydractinia.
Forme fossili (Briozoi)
Hydractinia echinata Flem. (Idrozoi)
a) Natura dello scheletro coloniale
Carbonatica, a cristalli fittamente addossati - di¬
sposizione dei cristalli secondo orientazioni più
o meno regolari, anche in dipendenza della mor¬
fologia del substrato.
b) Forma e s
Colonie sottili o con possibilità di sovrapposi¬
zione di più strati coloniali indipendenti - aspetto
superficiale compatto - superficie, in genere, gra¬
nulosa - eventuali rilievi spiniformi, rostri e
coste - aperture diversamente conformate secondo
la specie e la funzione coloniale - solchi irrego¬
lari - sviluppo sovente dimostrante un completo
inglobamento delle conchiglie ospitanti.
Glutinosa (polisaccaride).
o superficiale.
Colonie delicate, sempre sottili - struttura super¬
ficiale ad intreccio tubulare reticolare, anasto-
mosato - interspazi subrettangolari o irregolari -
spine singole e formate dall’unione di gruppi
di esse, diffuse su tutta la superficie scheletrica -
sviluppo delle colonie precipuamente verso la
regione aperturale dei Gasteropodi incrostati.
nuova classificazione di alcuni briozoi pliocenici
31
c) Ramosità delle colonie.
Talune forme, in genere a intenso sviluppo, pre¬
sentano tubercoli e digitazioni di varia forma e
dimensione, facendo assumere allo scheletro un
aspetto ramoso - tali apofisi mantengono le ca¬
ratteristiche superficiali e di struttura dello sche¬
letro coloniale.
Non esistono tubercoli o speciali rigonfiamenti
superficiali.
d) Base dello scheletro coloniale.
.Struttura compatta, senza interspazi regolari -
esistono minuti spazi a sezione subcireolare rap¬
presentanti cavità cel litorali (zooeciali), distri¬
buite irregolarmente.
Deposizione basale assai sottile, sempre Glutinosa,
formata da stoloni tubulari prolungati e con¬
giunti a guisa di reticolo - spazi reticolari a se¬
zione subrettangolare - « cellule cornee » su de¬
terminati punti degli stoloni - primo accenno alla
formazione di spine.
e) Struttura generale ed accrescimento dello scheletro.
La rimanente struttura dello scheletro non si
differenzia da quella di base, mantenendosi com¬
patta - le cavità celliformi, subarront.ondate e di¬
stribuite più o meno regolarmente, comunicano
con la superficie mediante aperture - sviluppo
di tipo laterale - nei fossili formati da più so¬
vrapposizioni scheletriche, ciascuna lamella co¬
loniale rappresenta uno stadio di sviluppo com¬
pleto (sovrapposizioni successive dovute alle
stesse colonie o a colonie diverse).
Sviluppo laterale con elementi a componente ver¬
ticale - accrescimento verticale di spine dal reti¬
colo di base; gruppi di esse si prolungano mag¬
giormente - da queste ultime si sviluppa, radial¬
mente e su un piano subtangenziale alla base,
una ulteriore produzione stolonare, formante un
reticolo più o meno fitto - dall’intreccio stolo¬
nare formatosi si originano bracci ascendenti e
discendenti - i bracci discendenti possono o meno
saldarsi a spine sottostanti - fra la formazione
di base e il secondo reticolo rimane un minuto
interspazio, attraversato verticalmente dagli ele¬
menti di struttura - la formazione di spine com¬
plesse completa, in genere, lo scheletro coloniale.
f) Proliferazioni spiniformi e coste.
Esistono colonie prive di rilievi spiniformi e altre
la cui superficie scheletrica è cosparsa di spine
granulose, rostri o costicine rilevate - tali pro¬
minenze non risultano aver avuto relazione con
l 'accrescimento ulteriore delle colonie - si tro¬
vano spesso in prossimità delle aperture - hanno
struttura compatta e non offrono cavità interne
o alla base - non presentano perforazioni al
vertice.
g) Solchi
Possono mancare o essere in numero assai varia¬
bile - appaiono quali sottili canalicolazioni più
o meno accentuate - non hanno disposizione di
tipo raggiato e non sono anastomosati - si disten¬
dono spesso irregolarmente e possono circondare
uno o più individui della colonia.
Spine costituenti elementi intrinseci dell’accre-
scimento coloniale - forma subconica - esistono
spine complicate per 1 ’ unione di un certo nu¬
mero di spine singole avvicinate. Tali spine sono
caratteristiche per l’impalcatura scheletrica reti¬
colare che dimostrano. Presentano, in genere,
struttura esterna pseudoraggiata, internamente
a settori, con spazi vuoti; sono sempre chiuse
alla sommità.
superficiali.
Non si riscontrano.
32
P. 0. CARETTO
h) Individui coloniali e aperture
Sulla superficie sono sovente rilevabili rigonfia¬
menti più o meno accentuati, dovuti ai cistidi
( zooecia ) nei quali erano contenuti gli indi¬
vidui coloniali - tali strutture, di conformazione
subovoide o arrotondata, risultano in genere di¬
stribuite irregolarmente sulla superficie schele¬
trica e sono caratterizzate da aperture diversa-
mente conformate secondo l’inquadramento ge¬
nerico e specifico ( aperturae ) - possono essere
altresì presenti aperture pili piccole variamente
disposte e sagomate ( avicularia ).
i) Perforazioni
sulla superficie dello scheletro.
Non si riscontrano particolari strutture per il
contenimento degli individui coloniali nè esistono
aperture conformate - si notano unicamente in¬
terspazi di struttura nello scheletro.
verticali.
Ri tratta di pori prolungantisi verticalmente nello
scheletro delle colonie. Dimensioni assai minute
e sezione circolare - possono mancare o essere
presenti in buon numero - possono essere disposti
in prossimità delle aperture o irregolarmente
( tremopora ).
Non si riscontrano.
I] Perforazioni orizzontali.
Si possono notare nelle sezioni verticali di co¬
lonie in buone condizioni di conservazione - in
genere, a sezione circolare e di piccolissime di¬
mensioni - collegano lateralmente parti dello
scheletro coloniale ( septulae ).
Non si riscontrano.
m) Altri caratteri discretivi.
Le colonie proliferarono in acque di mare caldo
e poco profondo - forme diverse risultano aver
coabitato il medesimo substrato.
J '
Le colonie vivono in acque di mare fredde e
comparativamente pivi profonde - non risultano
normalmente convivere con altre forme analoghe
sulla stessa conchiglia.
V - Classificazione delle forme plioceniche.
A) inquadramento sistematico precedente.
Tenendo conto dei reali caratteri strutturali dello scheletro coloniale negli Idrattinidi tipici,
sono state controllate diverse forme fossili e le relative descrizioni, in relazione al precedente inqua¬
dramento. Nella impossibilità, di esaminare direttamente alcune altre forme, sono stati compiutamente
considerati i dati e le illustrazioni rilasciati dagli autori delle specie. Dalle osservazioni effettuate sui
tipi e tipoidi è preliminarmente emerso un dato oggettivo tale da permettere di ritenere prive della
necessaria efficacia le stesse descrizioni specifiche precedenti. Infatti, mentre i vecchi autori avevano
determinato le forme di interesse considerando ciascuna incrostazione di Gasteropode come unica
specie, in realtà negli stessi olotipi e sintipi sono talora presenti scheletri coloniali appartenenti a
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
33
forme diverse, in analogia a quanto rilevato per i fossili da me raccolti nei terreni astigiani. In tal
modo, caratteri relativi a più forme vennero non di rado posti a rappresentare singole specie, ciò
indipendentemente dall’errato inquadramento sistematico.
L ’ esame delle precedenti determinazioni è stato condotto sul materiale tipico figurato da
P. E. Vinassa de Regny per quanto concerne le numerose specie descritte o riclassificate da questo
autore. Tali esemplari, che rappresentano la maggior parte delle forme interessanti questo lavoro,
sono essenzialmente conservati presso i Musei di Parma, Bologna, Pisa e Firenze ([338] p. 107). Per
le forme del Cray sono stati specialmente considerati topotipi e ipotipi, esistenti presso il Britisli
Museum. Circa le rimanenti colonie fossili non esaminate direttamente perchè non reperibili (es. tipi
determinati da H. Michelin), l'esame delle descrizioni e delle relative documentazioni iconografiche
ha posto in rilievo la completa analogia dei principali caratteri morfologici e strutturali con quelli
caratterizzanti i fossili pliocenici in argomento.
In relazione ai controlli sistematici effettuati, si indicano i dati ottenuti dai vari confronti mor¬
fologici e le conseguenti osservazioni sul precedente inquadramento, comprendendo oltre alle colonie
fossili due forme attuali che H. J. Carter ritenne di classificare nelle Hydractiniidae.
Le nuove descrizioni e determinazioni verranno riportate più avanti (p. 46).
1) Forme attuali ritenute Hydractiniidae.
Hydractinia arborescens Carter, 1878.
La specie fu descritta su un esemplare unico, proveniente dalla Polinesia e le indicazioni date
dall’autore fanno pensare che essa sia da inquadrare diversamente ([91] p. 298).
Infatti, definendo chitiniea, massiccia e concamerata la struttura scheletrica delle colonie, il
Carter spiegò che l’aspetto di tale forma era ramoso e che sulla superficie comparivano solchi, nume¬
rose aperture subcircolari, spine e coste. L’autore accennò pure ad un supposto fenomeno di sostitu¬
zione della chitina della H. arborescens al carbonato della conchiglia ospite (x).
Specialmente in base all’esame delle figure che corredano la descrizione dello scheletro colo¬
niale, si può formulare l’ipotesi che si tratti di un Briozoo (fig. 11, a, b, c, d).
Hydractinia calcarea Carter, 1877.
Questa forma, che non ho potuto esaminare direttamente, venne citata da alcuni autori come
1 ’ unico esempio vivente di Hydractinia avente scheletro formato da carbonato di calcio.
Il Carter ne diede una descrizione abbastanza particolareggiata, definendola come caratteriz¬
zata da uno scheletro laminiforme, incrostante, non reticolare, di composizione carbonatica simile al
corallo duro, con superficie granulosa e costellata di spine di aspetto subconico ( [90] p. 50).
Secondo il Carter le diverse lamine sovrapposte avrebbero indicato uno sviluppo simile a
quello dell’ Hydractinia echinata Flem. . In merito, si può ritenere che, di fatto, ciascuna lamella, svi¬
luppatasi lateralmente, avesse costituito il ricoprimento di parti coloniali precedentemente già prive di
vita o si fosse sovrapposta a scheletri di forme diverse, incrostanti il medesimo substrato.
L’autore pose in rilievo la ornamentazione granuliforme che caratterizzava la superficie delle
lamine coloniali, rendendola scabra e fittamente spinosa. Tale carattere appare ben corrispondente a
quello della granulosità superficiale, comune in numerose forme di Briozoi incrostanti.
Il Carter rilevò, inoltre, spine, solchi e tubercoli, altri caratteri propri di Briozoi.
Il punto più interessante nella spiegazione dell 'autore è fornito dalla descrizione che egli diede
circa piccole aperture subcireolari, abbondantemente sparse fra le basi delle spine ed i solchi superfi¬
ciali. Il Carter considerò tali aperture come sbocchi di cavità tubulari, con una interpretazione che
C) P. E. Vinassa de Regny, espresse un vivo dubbio sulla attendibilità della pretesa sostituzione e sulle qualità
chemiofisiche della forma ([838] p. 128).
3
34
P. G. CARETTO
oggi non risulta assolutamente accettabile per gli Idroidi, in base ai caratteri delle autentiche Hy-
dractiniidae viventi. Egli riconobbe pure « diaframmi cintinosi » visibili sulle aperture superficiali e
posti a chiusura delle stesse. Tale elemento strutturale non può che far pensare agli opercoli zooeciali
dei Briozoi.
Fig. 11. — Hydractìnia arhorescens Carter, secondo lo stesso autore:
a) colonie incrostanti un Gasteropode;
b) superficie coloniale (poco ingr.);
c ) superficie di scheletro coloniale, con solchi e aperture (dis. schematico) (ingr.);
il) particolare di superficie coloniale (magg. ingr.).
(ridis. da Carter)
Hydractinia calcarea Carter, secondo G. Steinmann :
e) colonie incrostanti una Nerita;
f) digitazione coloniale (ingr.);
g) frammento di scheletro coloniale, con spine e aperture dei «canali» radiali (ingr.);
h) sezione sottile mostrante la struttura interna (ingr.).
(ridis. da Steinmann)
Cellepora echinata Michelin, secondo lo stesso autore:
i) scheletro coloniale incrostante un Gasteropode;
l) particolare di superficie zooariale (ingr.).
(ridis. da Michelin)
I due soli esemplari che servirono al Carter per determinare la specie vennero rinvenuti presso
le coste della Guinea (Capo Palmas, in Africa). Per di più, egli non esaminò le parti molli delle forme,
avute già prive di individui coloniali.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
35
Alcuni disegni schematici che accompagnano la descrizione specifica non permettono di distin¬
guere i particolari morfologici ( [90] t. 8, figg. 4-6) (fig. 7, f).
D’altra parte, tali immagini non possono, di certo, essere riferite a Idroidi del genere Hydractinia.
Nel complesso, i caratteri descritti inducono a ritenere che si tratti di una forma non inquadra¬
bile negli Idrozoi ma più facilmente attribuibile ai Briozoi (1).
Va ancora ricordato che G. Steinmann ([320] p. 110) diede di questa forma alcune illustrazioni
che, pur essendo riconducibili aneli 'esse a quelle di Briozoi, non corrispondono del tutto ai disegni del
Carter (fig. 11, e, f, g, h).
Con un differente inquadramento della specie del Carter cadrebbe anche l’assunto della pre¬
senza nei mari attuali di Idrattinidi carbonatici.
D’altra parte, i moderni trattati di Zoologia non menzionano Hydractiniidae con una simile
composizione scheletrica.
2) Forme fossili ritenute Hydractiniidae.
Hydractinia pliocaena Allman, 1872.
Questa forma, divenuta molto nota fra i Paleontologi verso la fine del secolo scorso, venne de¬
scritta dapprima da G. J. Allman, il quale ne riconobbe l’affinità con le altre colonie plioceniche già
note per i terreni subappennini. L’autore, accennando alle caratteristiche di tale fossile, pose in rilievo
la struttura minutamente alveolare dello scheletro coloniale, la cui superficie appariva fittamente pun¬
teggiata da spine ottuse [10].
Successivamente, H. J. Carter, avendo constatato la insufficienza della descrizione lasciata dal-
1’ Allman e la mancanza di illustrazioni relative, riprese in esame colonie del Cray e, attribuendole alla
11. pliocaena, ampliò tale descrizione, aggiungendo numerosi dati sulle strutture scheletriche ( [90] p. 52).
A questo punto, giova ricordare che i topotipi e gli ipotipi esaminati dallo scrivente hanno nor¬
malmente presentato una pluralità di colonie diverse su ogni conchiglia incrostata. Comunque, nei vari
esemplari esaminati ed in special modo in quelli provenienti dal British Museum, debitamente regi¬
strati sotto il nome di H. pliocaena, sono state notate colonie prevalenti, corrispondenti in linea di
massima alle descrizioni della forma dell’ALLMAN (2). Tali descrizioni risultano ovviamente viziate dai
preconcetti che avevano determinato l’errata attribuzione agli Idroidi. In base alla elencazione dei dati
morfologici raccolti, purtroppo finora non del tutto completa a causa delle poco buone condizioni di
conservazione dei reperti che ho avuto a disposizione, queste colonie prevalenti risultano molto simili,
nei caratteri generali, ad altra forma proveniente dal Pliocene dei terreni italiani e ora riconosciuta
chiaramente come Briozoo (Holoporella concentrica (Michelin) ) (v. pag. 53).
Colonie attribuibili alla forma dell’ALLMAN sono state, altresì, rilevate su altri esemplari del
Cray, determinati come H. circumvestiens (Wood) e in massima parte incrostati da una diversa
forma di Briozoo, anch’esso affine nel tipo di struttura ai reperti astigiani. Per la forma del Wood,
come vedremo, i caratteri coloniali sono stati meglio rilevati in un esemplare esistente nelle raccolte del
Museo di Paleontologia di Pisa.
(1) Con riferimento ai Briozoi attuali, viventi in acque non lontane ila quelle indicate dal Carter per la H. cal¬
carea, il Prof. L. David mi ha cortesemente segnalato che sulle coste del Sénégal esiste una Hippoporidra senegam-
biensis Carter e che nei pressi di Dakar si rinviene la Hippoporidra edax Busk, forme strutturalmente simili a quelle
fossili studiate. La specie del Carter potrebbe, forse, identificarsi con la H. edax Busk.
(2) In particolare, gli esemplari B. M. Pai. Dept. H. 4959 e 48.711 ( Crag Corallino ) hanno presentato le se¬
guenti incrostazioni :
H. 4959 - Scheletri coloniali sovrapposti, appartenenti essenzialmente alla forma descritta dall 'Allman. Si sono
rilevati: superficie granulosa — prominenze spiniformi e coste — solchi interzooeeiali — basi e parti di digitazioni —
tremopora numerosi (tav. 9, fig. 6).
48.711 - Scheletri coloniali appartenenti a forme diverse, fra le quali prevalente la forma tipica dell’ALLMAN.
Le altre colonie comprendono Hembraniporidae e Celleporidae (tav. 9, fig. 7). In alcuni punti si possono rilevare
aperturae non troppo rimaneggiate (tav. 9, fig. 9).
36
P. G. caretto
Le colonie di entrambe queste fonile, predominanti fra i fossili del Crag esaminati, sono verosimil¬
mente abbastanza diffuse in tali sedimenti tanto che alcuni studiosi poterono forse confonderle. Aneli e
p. E. Vinassa de Kegny ( [338] p. 130) fece notare, in proposito, che G. Steinmann e H. Nicholson
avevano ritenuto identiche le due forme.
Una simile confusione sistematica in studiosi che identificavano le specie spesso sulla base di
caratteri macroscopici e secondari, può essere giustificata in considerazione che molto probabilmente
venivano esaminate incrostazioni contigue o addirittura sovrapposte, appartenenti a forme diverse.
Comunque, la descrizione data dal Carter per la specie dell’ALLMAN risulta sufficientemente indica¬
tiva, salvo l’aver egli trascurato elementi essenziali come la forma esatta delle aperture coloniali, ciò
a causa delle errate convinzioni sistematiche. Vennero rilevati, in particolare, i caratteri seguenti: su¬
perficie granulosa, prominenze coniche granulate, aperture circolari irregolarmente disposte, solchi ra¬
mificati, struttura a camere irregolarmente distribuite, tubicini verticali. Quest’ ultima caratteristica,
dovuta a minutissime perforazioni con sezione subcilindrica e strozzature moniliformi, fece pensare al
Carter che si trattasse di « tubi zooidiali ». Come è noto, nelle HydracUniidae tipiche non esistono as¬
solutamente strutture simili. Si tratta, invece, di perforazioni ben conosciute per i Briozoi (special-
mente Celleporidae) e comunemente definite tremopora. Nei fossili del Crag da me esaminati, spesso
si notano con chiarezza i tremopora , sia esaminando la superficie che in sezioni longitudinali (tav. 9,
fig. 8). Analoghe perforazioni sono state rilevate pure in alcune delle forme del Pliocene italiano e
prese in considerazione per le determinazioni specifiche.
Nelle illustrazioni che il Carter allegò alla propria descrizione, i caratteri strutturali della
forma non sono rappresentati in modo da evidenziare i reali elementi distintivi. Pur nella loro sche¬
maticità, i disegni raffiguranti la specie fanno però comprendere che non ci si trova in presenza di un
Idroide. In particolare, ciò appare evidente esaminando la figura che illustra una sezione trasversale
di un esemplare composto da più scheletri coloniali (fig. 7, c). Inoltre, le immagini indicanti le perfo¬
razioni verticali ritenute « tubi zooidiali » risultano approssimative e non rispondenti, in realtà, a
quanto osservabile (fig. 7, e).
Sulla base delle osservazioni effettuate e dei dati rilevati, questa forma del Crag deve essere
attribuita al phylum dei Briozoi.
Pur essendo risultato chiaro l’inquadramento nei Cheilostomata, famiglia Celleporidae, non ho
potuto avere a disposizione materiale sufficiente per una esatta descrizione della forma (mancano ad es.
indicazioni sicure sulla morfologia esatta delle aperturae). Per l’attribuzione generica propongo, quindi,
di utilizzare, almeno provvisoriamente, il nome Cellepora e per quella specifica di mantenere la deno¬
minazione dell’ALLMAN. La specie può, così, essere definita: Cellepora pliocaena (Allman) (p. 62).
Com’è noto, nel genere Cellepora sono, anche attualmente, inclusi i Briozoi Celleporidi per i
quali non sia stato possibile stabilire una più precisa attribuzione.
Hydractinia michelini Fischer, 1867.
H. Michelin, nel 1840, descrisse questa forma, proveniente dal Pliocene italiano, come Cellepora
echinata n. sp. e la inserì giustamente nel genere prescelto, allora comprendente un gran numero di
Briozoi incrostanti ([231] p. 74). P. Fischer, nel 1867, modificò questa valutazione a causa delle scarne
notizie sulla struttura scheletrica della specie fornite dal Michelin. La descrizione del Michelin era,
in effetti, troppo breve, essendo ridotta solo ai caratteri più macroscopici e non avendo l’autore ancora
esaminato a fondo le colonie incrostanti considerate per determinare la specie. Nella pur breve spiega¬
zione è fatto, però, chiaro cenno ad aperturae sparse, spesso non evidenti a causa della fossilizzazione
e dei processi diagenetici subiti. Le notizie che P. E. Vinassa de Regny aggiunse in seguito ([338]
p. 132), si debbono ritenere anch’esse non sufficienti a caratterizzare la forma. Infatti, la ulteriore de¬
scrizione di questo studioso venne stabilita in base ad elementi del tutto secondari o fortuiti, come la
forma globulosa, strati coloniali in numero limitato, granulosità della superficie, nonché spine coniche
ed ottuse, bifide o trifide.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
37
Inoltre, secondo il Vinassa de Regny, carattere della specie sarebbero le spine eguali nella parte
superiore della conchiglia e più lunghe, oltreché differenziate, nelle zone inferiori. Egli pose ancora in
rilievo le aperture esistenti su « rigonfiamenti delle colonie » e riconosciute erroneamente come « fori
zooidiali ». La sola considerazione di tali particolari strutturali fa ravvisare con sicurezza i caratteri
tipici dei Briozoi. Il Vinassa de Regny caratterizzò la specie anche in base alla disposizione dei solchi,
dimostratisi di dimensioni pressoché eguali e non derivanti da solchi maggiori come in altre forme.
Questa caratteristica morfologica non può assumere tutta l’ importanza sistematica attribuita dal pre¬
detto autore. Infatti, come si verifica in analoghe forme viventi, nella specie del Michelin i solchi non
sono sempre ordinati secondo un rigido criterio morfologico ma possono risultare più o meno regolari
e marcati anche in relazione a condizioni incidentali dell’ habitat, quali la forma del substrato e l’accre¬
scimento coloniale relativo. Il Vinassa de Regny non rilevò in questa specie i « tubi radiali » accertati
invece per altre. Si tratta, in realtà, di Briozoo non caratterizzato da tremopora. Inoltre, vennero se¬
gnalati rari «fori zooidiali» sparsi, da intendersi ora come le aperturae degli zooeci. Anche quest’ ul¬
tima caratteristica non può assumere alcuna rilevanza sistematica in quanto, nei Briozoi incrostanti, i
cistidi zooeciali possono essere più o meno numerosi nonché essere sviluppati in modo differenziato
sulla superficie di una stessa colonia o in relazione ad esemplari sottoposti a differenti condizioni
ambientali.
Le descrizioni del Michelin e del Vinassa de Regny mancano, comunque, di alcuni elementi real¬
mente discretivi quali la spiegazione della morfologia degli zooeci e delle aperturae. Le stesse illustra¬
zioni lasciate dai predetti autori non facilitano molto il riconoscimento della specie, essendo del tutto
schematiche ed approssimative.
Fortunatamente, la forma del Michelin è caratterizzata da prominenze spiniformi assai pro¬
nunciate, come affermò chiaramente questo studioso. Quindi, posta in confronto con le altre specie di
Briozoi riconosciute per il Pliocene italiano, può essere individuata con una certa facilità. La citata
particolarità morfologica può essere dedotta anche dall’esame della figura, pur così incompleta, data
dal Michelin e riprodotta nella fig. 11 (i, 1) di questo lavoro.
In sostanza, nonostante la coesistenza di colonie di diversa specie sul medesimo substrato, rile¬
vata per determinati esemplari, il controllo di forme già registrate come II. michelini Fischer ha
permesso un sicuro riconoscimento della specie. In base ai nuovi dati sistematici, può essere accettata
la denominazione specifica del Michelin, mentre vi sono elementi per inserire questa forma nel genere
Schismopora della famiglia Celleporidae.
Quindi, Hydractinia michelini Fischer, 1867, va considerata sinonima della Schismopora echi¬
nata (Michelin, 1840) che verrà compiutamente descritta alla pagina 56.
Hydractinia saccoi Vinassa de Regny, 1899.
Nel descrivere la nuova specie, questo autore pose in rilievo l’esistenza sulla superficie di aper¬
ture più o meno grandi, raggruppate insieme o sparse irregolarmente ([338] p. 132).
Le stesse apparivano sempre sopra piccoli rilievi, conici, ottusi, a base assai allargata. Inoltre,
gli « zooidi difensori » o spine si dimostravano più sviluppati e sporgenti in determinati punti della
colonia tipica, unendosi, talora, in gruppi di due o tre. Tali « difensori » si presentavano conici, ap¬
puntiti, lunghi circa un millimetro e minutamente seghettati.
Nella sostanza, la descrizione non si discosta da quella ricordata dall’autore stesso per la forma
del Michelin. Anche per questa specie egli indicò chiaramente il particolare morfologico delle aperture
coloniali, che corrispondono con chiarezza alle aperturae dei Briozoi. Inoltre, il Vinassa de Regny de¬
scrisse pure la stessa morfologia dei rilievi coloniali (ovvero zooeci), definiti come lisci e poco rilevati
dalla superficie dei fossili. Circa le spine, ritenute «zooidi difensori» dall’autore, non ha alcuna im¬
portanza sistematica che esse fossero molto o poco sviluppate a seconda della posizione delle colonie
ovvero che, talora, se ne rinvenissero due o tre riunite nella parte basale. Infatti, si tratta di partico-
P. G. C ARETTO
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lari del tutto secondari, dovuti alla normale variabilità delle colonie, come si può rilevare anche nelle
forme, identiche a quella descritta dal Vinassa de Regny, recentemente raccolte nei terreni astigiani.
In una stessa colonia, senza che si presentino particolari caratteri morfologici giustificativi,
sono normalmente osservabili spine di varie dimensioni, isolate o riunite a gruppi di due o di tre.
Comunque, secondo lo stesso autore, la specie dimostrava molta somiglianza con quelle dell'ALLMAN e
del Michelin. Si sarebbe, però, distinta dalle stesse per le seguenti differenze morfologiche :
— nei confronti della H. pliocaena, le spine risultavano maggiormente sviluppate e mancavano
le tipiche perforazioni a sezione monilif orme ;
— - nei confronti della H. michelini, si erano constatate aperture coloniali in maggior numero e
diversità nelle « sarcorizae » (da riconoscersi nei solchi interzooeciali).
Secondo quanto già accennato, nessuno di tali caratteri può ritenersi distintivo, potendo dipen¬
dere da fattori ecologici o dal grado di sviluppo delle colonie.
Conseguentemente si può affermare che, tanto in base ai controlli da me direttamente effettuati
sui fossili quanto in base alle stesse illustrazioni del Vinassa de Regny ([338] t. 1, figg. 8-13), non
sussistono elementi per distinguere la specie dalla forma descritta precedentemente da H. Michelin.
Del tutto probante in tal senso è stata la considerazione della identità delle aperturae, particolare
strutturale sempre negletto dagli autori che si occuparono dei presunti Idrattinidi fossili.
Quindi, Hydractinia saccoi Vinassa de Regny, 1899, va considerata sinonima di Schismopora
echinata (Michelin, 1840).
Hydractinia saccoi Vinassa de Regny, var. longispina Vinassa de Regny, 1800.
Secondo la descrizione originale 1 ’ istituzione della varietà sarebbe stata giustificata dalla
presenza di « zooidi difensori » molto prolungati e più sottili, sempre a ornamentazione seghettata
come nella specie. Nell’interno di tali spine si poterono notare perforazioni irregolari. Gli altri ele¬
menti strutturali non presentarono differenze dalla specie tipica ([338] p. 133). Anche per questa di¬
stinzione fatta dal Vinassa de Regny valgono le precedenti considerazioni relative alle differenze inci¬
dentali riscontrabili in soggetti della stessa specie.
Pertanto, anche questa forma cade in sinonimia di Schismopora echinata (Michelin, 1840).
Hydractinia saccoi Vinassa de Regny, var. bifida Vinassa de Regny, 1899.
Il Vinassa de Regny distinse questa varietà per aver notato che gli « zooidi difensori sono quasi
sempre connati alla base e, quindi, verso l’alto sono doppi e trifidi » ([338] p. 134). Egli non ritenne
di farne una specie nuova perchè altri « zooidi difensori » (prominenze spiniformi) vennero ricono¬
sciuti isolati negli stessi soggetti. Mantenendo in tal caso la distinzione al livello della varietà, questo
autore credette ancora di identificare caratteri distintivi nella posizione degli stessi « difensori », di¬
versa secondo il tipo di conchiglia incrostata. In proposito, venne fatto notare che su conchiglie liscie
le spine si presenterebbero in ordine sparso, « con maggior numero di aculei nella parte soggetta allo
schiacciamento sul fondo » mentre su gusci ornamentati tali strutture si rinverrebbero disposte se¬
condo un determinato ordine, in relazione ai rilievi del substrato.
Il predetto studioso si rese, però, conto del valore subordinato da annettere alla disposizione
delle prominenze spiniformi per le distinzioni specifiche, criticando la diversa opinione di G. Ste™mann.
I caratteri enunciati non possono avere significato sistematico, neppure per caratterizzare una
varietà, in quanto unicamente dovuti alle condizioni del substrato ed a diverso sviluppo delle colonie.
Quindi, anche questa forma cade in sinonimia di Schismopora echinata (Michelin, 1840).
Hydractinia gregaria (Schafhaeutl, 1836).
Questa forma, considerata come fossilizzatasi allo stato di impronta, venne indicata dallo Schaf¬
haeutl sotto il nome di Spongilla gregaria (1836) e segnalata per l 'Eocene del Kressenberg. Successi-
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
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vamente, G. Steinmann la considerò una Hydractinia; originariamente di composizione chitinica e ca¬
pace di sostituire il carbonato di calcio del substrato, costituito da Gasteropodi e Lamellibranchi
([320] p. 109).
Nella descrizione dello Steinmann, riportata anche dal Vinassa de Regny, venivano poste in
risalto la struttura poliedrica della superficie, la granulosità dell’ornamentazione, solchi profondi,
aperture numerose e poste su rilievi coloniali.
A parte le opinioni dello Steinmann sulle presunte qualità chemiofisiche della forma, la descri¬
zione indica che non si tratta di Idroide e fa pensare a caratteristiche più congeniali ai Briozoi.
Hydractinia cretacea Fischer, 1867.
P. Fischer, dopo aver ritenuto simili i fossili coloniali del Pliocene e la vivente Hydractinia
echinata, non ebbe difficoltà ad inserire nella famiglia Hydractiniidae anche questa forma cretacea
proveniente dal Cenomaniano di Mans e facente parte delle collezioni di A. d’Orbigny ([151] p. 690).
La descrizione data dal Fischer, pur se molto sommaria, induce a ritenere anche questo fossile
un Briozoo incrostante, forse identico a forme studiate pure dal Michelin per i terreni cretacei e
correttamente inquadrate in tale pliyhim.
Hydractinia vicaryi Carter, 1877.
La forma, proveniente aneli ’essa da terreni cretacei (Upper Greensand dei pressi di Exeter),
venne descritta su di un esemplare non ben conservato. 11 Carter riuscì, però, a riconoscere che la su¬
perficie era scabra e granulosa, con spine compatte, per lo più di forma conica. Inoltre, rilevò orifizi
circolari situati in prossimità delle spine e solchi. La struttura interna apparve concamerata e pre¬
sentante perforazioni verticali come nella forma dell’ALLMAN ([90] p. 53).
In relazione a questa specie, che non ho potuto esaminare direttamente, si renderà necessaria
una revisione sistematica, sempreehè ne esistano esemplari non molto diagenizzati, idonei per un esame
morfologico completo.
Hydractinia multispinosa Ulrich, 1904.
Questa forma venne descritta nel 1904 da E. O. Ulrich per il Miocene del Maryland (U.S.A.) e
attribuita agli Idroidi, sempre in aderenza all’ inquadramento allora predominante in Paleontologia,
specialmente a seguito dello studio completo del Vinassa de Regny (Q. La distinzione della specie
venne basata sopra tutto sulla molteplicità delle proliferazioni spiniformi, rilevate sulla superficie
dello scheletro coloniale.
Nella figura, riportata anche in scheda del Pilot Register of Zoology (U.S.A.), si osserva
una sezione trasversale relativa a un esemplare formato da più scheletri coloniali sovrapposti
([26] card n. 9).
Vi si nota una struttura a interspazi celliformi, del tutto paragonabile a quella delle forme
plioceniche e, quindi, raffrontabile con Briozoi incrostanti fossili e attuali.
Alcune di tali cavità appaiono comunicare con la superficie coloniale mentre le prominenze spi¬
niformi sono relativamente cospicue ed avvicinate fra loro, almeno nella parte di scheletro coloniale
illustrata.
Anche per questa specie sarà necessaria una revisione in rapporto alle moderne conoscenze
zoologiche sugli invertebrati coloniali.
Genere Cyclactinia Vinassa de Regny, 1899.
Il genere venne distinto per le seguenti caratteristiche: scheletro coloniale molto sviluppato,
sempre ramoso e lobato, costituito da numerosi strati di lamine a struttura concamerata e concentrica, (*)
(*) Ulrich E. O., Hyclrozoa in Miocene, Maryland Geological Survey, W. V. Clarke ed., 433-438, 1904.
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P. G. CARETTO
con canalicolature e inspessimenti radiali a pilastro. Secondo l’autore, tali caratteri avrebbero indi¬
cato, tra l’altro, un diverso modo di vita delle colonie in rapporto agli analoghi fossili pliocenici. Gli
« zooidi difensori » sarebbero stati limitati alla parte delle colonie poggiate sul fondo marino. I rami
coloniali avrebbero raggiunto uno sviluppo sempre notevole, spesso basandosi sulla ornamentazione
accentuata di alcuni Gasteropodi (es. Murex) o su Balanidae precedentemente incrostanti le conchiglie
occupate ([338] p. 136).
Indipendentemente dal nuovo inquadramento ora riconosciuto per queste forme e sufficiente a
modificare le precedenti classificazioni, si può rilevare che gli elementi morfologici indicati dal Vi-
nassa de Regny per distinguere il genere non possono, in effetti, essere posti a rappresentare carat¬
teri naturali realmente discriminanti. Infatti, non è sufficiente a caratterizzare un gruppo di forme
il fatto che non pochi esemplari abbiano palesato scheletri coloniali di grosse proporzioni, muniti di
cospicue digitazioni. I controlli effettuati su un gran numero di esemplari, riferibili alle forme rag¬
gruppate dal Vinassa de Regny nel genere Cyclactinia e ad altre, hanno dimostrato in modo inequi¬
vocabile che colonie della stessa specie si potevano sviluppare senza produrre ramosità ovvero con di¬
gitazioni di varie dimensioni, dovute ad accrescimento di poche colonie sovrapposte o di molte (tav. 1,
figg. 8-9). Si sono inoltre, notate colonie, incrostanti piccoli Gasteropodi, con sviluppo pili o meno accen¬
tuato mentre altre, anche sovrapposte a grosse conchiglie, non raggiunsero dimensioni ragguardevoli.
Inoltre, i caratteri superficiali dimostrano una normale continuità negli scheletri coloniali e, in parti¬
colare, le spine risultano in numero ridotto o più elevato, in relazione alle condizioni in cui vennero
a trovarsi le colonie nei confronti dell 'ambiente esterno, senza che il loro intensificarsi debba necessa¬
riamente porsi in relazione con il loro appoggio sul fondo marino.
Con questo "riferimento, si può anche pensare che il Vinassa de Regny avesse esaminato esem¬
plari comprendenti forme diverse di Briozoi.
Circa la concentricità dell’accrescimento, pur riconoscendosi che la più comune delle forme
plioceniche considerate dimostra di aver avuto una maggiore tendenza a simile tipo di sviluppo, si
deve pensare più a fattori incidentali che ad un necessario carattere morfologico. Infatti, lo sviluppo
concentrico si manifesta sempre in colonie formanti le citate digitazioni, che si rivelano essenzialmente
basate intorno ad esoscheletri di Balanidae, dei quali seguirono il contorno arrotondato.
In sostanza, la concentricità di accrescimento nelle digitazioni coloniali rappresenta un carat¬
tere morfologico secondario, dovuto allo sviluppo di più colonie sovrapposte e indicanti, in tal modo,
un ampliamento del substrato originario.
In relazione alle osservazioni effettuate, non si può quindi considerare valida nella sistematica
dei Briozoi la distinzione generica del Vinassa de Regny, intesa essenzialmente a raggruppare colonie
molto sviluppate e digitate (1).
Quindi, questo genere va considerato insussistente.
Cyclactinia etrusca Vinassa de Regny, 1899.
La forma venne istituita in base all’esame di esemplari in non buone condizioni di conserva¬
zione e, quindi, inserita provvisoriamente nel genere Cyclactinia ([338] p. 137). Gli esemplari studiati
0) In occasione della descrizione del genere Cyclactinia, l’autore ebbe forse qualche incertezza sul reale inqua¬
dramento delle forme fossili. Infatti, egli inserì nel suo lavoro sugli Idroidi ([338] p. 136) la seguente nota:
« La Commissione giudicatrice del Concorso Molon della Società Geologica Italiana, a cui una parte di questo
lavoro fu presentata, ha espresso il dubbio che questo genere rappresenti un organismo appartenente a classe diversa
dagli Idractinidi ! Il non aver visto forse gli esemplari e la sola osservazione delle fotografie e dei disegni devon aver
certo dato origine a questo apprezzamento di cui non posso in alcun modo accettare l’esattezza. Le forme che riunisco
sotto questo nuovo nome sono del resto ascritte alle Idractinidi anche nei comuni trattati di Paleontologia ».
Evidentemente, la considerazione della dottrina corrente al momento della stesura del cospicuo lavoro sulle pre¬
sunte Hydractiniidae impedì al Vinassa de Regny di accogliere il dubbio della Commissione del premio Molon e di
compiere una revisione sistematica delle specie fossili. Si deve notare, inoltre, che in quel tempo era Segretario della
Società Geologica e, quindi, della Commissione l’insigne briozoologo A. Neviani, al quale probabilmente debbono essere
attribuite le osservazioni dubitative riportate in succinto dal Vinassa de Regny.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
41
provenivano dal cosiddetto « spugnone » miocenico dei monti livornesi, presso le Parrane (calcari a
Porites del Capellini). Lo scheletro delle colonie si presentava come « massiccio, incrostante, per lo
più lobato, poco ramoso, talvolta incavato a forma di grande spugna». L’autore riuscì ad individuare
« fori zooidiali » che oggi possiamo riconoscere come aperturae zooeciali, mentre non potè indicare
con certezza la presenza o meno dei solchi, sempre in relazione alla incompletezza e diagenizzazione
degli esemplari esaminati.
Nonostante l’imperfetto stato di conservazione degli esemplari che servirono alla determinazione
della C. etnisca (non figurata dal Vinassa de Regny), si può stabilire con tranquillità che gli scheletri
coloniali ricoprenti questi fossili comprendono forme appartenenti al phylum dei Briozoi e probabil¬
mente analoghe o identiche alle specie plioceniche identificate e descritte in questo lavoro.
Questa specie risulta, comunque, irriconoscibile e va considerata nomen nudimi.
Cyclactinia incrustans (Goldfuss, in schedis).
Il Vinassa de Regny ritenne di identificare quella che, in realtà, è la più comune delle forme
plioceniche piemontesi ed emiliane con un fossile non descritto ma semplicemente cartellinato dal
Goldfuss e conservato nel Museo di Strasburgo.
Tale forma, indicata originariamente come Stromatopora incrustans dal Goldfuss (in schedis),
aveva subito aneli ’essa mutevoli vicende sistematiche, per cui era stata dapprima mantenuta come
Stromatopora dal Bronn e successivamente ritenuta un Idroide dallo Steinmann. Il Vinassa de Regny,
nell ’ inserirla nel suo nuovo genere Cyclactinia, ne diede una descrizione abbastanza ampia e partico¬
lareggiata ([338] p. 138).
Quali caratteri distintivi principali, vennero posti in rilievo la presenza di grandi rami cilin¬
drici e il tipo di accrescimento a numerose lamine concentriche, nonché camere irregolari e di dimen¬
sioni variate. Si tratta, in sostanza, di caratteristiche ben aderenti a quelle che l’autore aveva indicate
nella descrizione del genere.
Circa lo scheletro coloniale, una figura nel testo del lavoro del Vinassa de Regny ([338]
p. 138, fig. 5), fa risaltare, in sezione longitudinale, la struttura concamerata tipica dei Briozoi e la
sovrapposizione di più lamelle che, nettamente distinte fra di loro, dimostrano l’appartenenza a co¬
lonie successive. Tale illustrazione potrebbe benissimo figurare in un trattato sui Briozoi incrostanti e
può corrispondere a sezioni di forme fossili e attuali, tipiche di mari caldi. Nella minuziosa descrizione
dei rami delle colonie, l’autore citò pure e illustrò ([338] p. 138, fig. 6) le cavità da essi lasciate
all’interno, in relazione all’accrescimento iniziale di codeste digitazioni attorno ad esoscheletri di Bala-
nidae. Oltre a superficie coloniale granulosa, furono altresì indicate, come caratterizzanti la specie,
aperture di dimensioni diverse e sparse irregolarmente. Le illustrazioni relative ([338] tav. 1, figg. 16-17)
fanno ancor meglio comprendere l’appartenenza ai Briozoi delle forme ascritte alla C. incrustans. Nel
complesso, solo caratteri secondari risultano posti, come di consueto, a distinguere la forma, essendosi
trascurato di apprezzare, invece, altre particolarità morfologiche quali la conformazione delle aperture.
L’esame diretto degli esemplari scelti dal Vinassa de Regny per caratterizzare la specie ha, co¬
munque, permesso di accertare che vi prevalgono o incrostano da sole il substrato colonie appartenenti
a forma già indicata dal Vinassa de Regny come C. incrustans Gdfs. sp. concentrica Mich. sp. (con¬
siderata qui di seguito) e ora riconosciuta come Holoporella concentrica (Michelin) (p. 53).
In particolare, ciò appare evidente confrontando gli ipotipi figurati dal Vinassa de Regny nel
suo lavoro. Si possono citare, ad esempio, i reperti indicati nelle figg. 1-2 della tav. 3 di tale studio,
indicati come C. incrustans Gdfs. sp., in rapporto a quelli figurati nelle figg. 6-7-8 della tav. 2 e nelle
figg. 7-8 della tav. 3, registrati sotto il nome di C. incrustans Goldf. sp. concentrica Mich. sp.
I predetti, come tutti gli altri esemplari studiati dal Vinassa de Regny, rivelano chiaramente la
identità delle due forme. In sostanza, tutti questi fossili, già ritenuti erroneamente Idroidi, sono invece
da rapportare e si identificano con una specie descritta nel 1840 da H. Michelin sotto il nome di
Cellepora concentrica n. sp. e, quindi, con un giusto inquadramento nei Briozoi. Non avendo il
42
P. G. CAPETTO
Goldfuss rilasciato alcuna descrizione della specie ascritta al suo nome ed essendo le altre indicazioni
posteriori alla descrizione da parte del Michelin della sua Cellepora concentrica (successivamente
trasferita agli Idroidi), a quest 'ultima deve essere riconosciuta la priorità.
Quindi, Stromatopora incrustans Goldfuss in schedis, Hydractinia concentrica (Goldfitss)
sensu Steinmann e Cyclactinia incrustans (Goldfuss) sensu Vinassa, 1899, vanno considerate come
sinonime di Holoporella concentrica (Michelin, 1840).
Cyclactinia incrustans (Golfuss) var. concentrica (Michelin, 1840).
La forma venne, in origine (1840), giustamente classificata da H. Michelin come Cellepora con¬
centrica n. sp. ([231] p. 73). Successivamente, il Vinassa de Regny, seguendo l’erroneo inquadramento
negli Idroidi dei fossili considerati, inserì queste specie nel genere Cyclactinia, riconoscendone una
notevole affinità con quella da lui stesso ridescritta come Cyclactinia incrustans e attribuita al
Goldfuss, con l’affermazione: «tanto che appena può tenersi distinta da essa come varietà» ([338]
p 141). I caratteri distintivi erano però rappresentati, anche in questo caso, da fattori morfologici
incidentali come : scarsità di prominenze spiniformi, accentuazione della granulosità superficiale e
dicotomia in alcune digitazioni ramiformi. Fra gli esemplari particolarmente sviluppati, l’autore citò
un fossile del Pliocene di Montebiccliieri (Firenze) e una forma conservata presso il Museo di Paleon¬
tologia di Torino ([338] p. 142). Comunque, come già accennato, non esistono differenze di valore si¬
stematico tra gli individui classificati dal Vinassa come C. incrustans Goldf. sp. e quelli da lui de¬
terminati come C. incrustans (Goldf.) concentrica (Mich.).
La succinta descrizione del Michelin e il disegno dato per illustrare la specie non sono però
sufficienti ad una chiara individuazione di tutte le caratteristiche di questa forma predominante nel
Pliocene italiano ([231] p. 74, tav. 15, fig. 3). Inoltre, nei diversi esemplari registrati e figurati come
Cyclactinia incrustans (Goldf.) concentrica (Mich.) possono essere, talora, rilevate anche colonie di in¬
quadramento differente. Tenuto conto di questi dati di fatto si potrebbe procedere ad una nuova defi¬
nizione della specie.
In considerazione, però, dell’assoluta prevalenza su altre eventuali forme ricoprenti medesimi
substrati, della notevole diffusione per cui è probabile non vi siano state confusioni di caratteri da
parte del Michelin, delle indicazioni sufficientemente chiarificatrici fornite dalle stesse figure del Vi-
nassa de Regny ([338] t. 1, figg. 16-18), ritengo che alla forma possa essere conservata la denomina¬
zione specifica del Michelin, completandone la descrizione ed attribuendola al genere Holoporella.
La trattazione della specie è a pag. 53.
Cyclactinia capelliniana Vinassa de -Regny, 1890.
Secondo l’autore, la specie, molto comune nel Pliocene italiano, sarebbe caratterizzata da piccole
dimensioni, da rami non molto lunghi, sempre unici, acuminati e conici come spine, formatisi mediante
il tipico accrescimento concentrico. Le spine, poste nella parte inferiore delle colonie, si erano dimo¬
strate assai piccole, a base allargata, coniche e depresse. Inoltre, si manifestavano solchi molto nume¬
rosi, suddividenti la superficie in poliedri. Il Vinassa de Regny aveva pure accertato che i «fori
zooidiali » ( aperturae ) erano minuti e sparsi irregolarmente ([338] p. 142). In base alle osservazioni
già riportate in precedenza, rimane certo che l’insieme dei caratteri riportati non potrebbe servire a
distinguere una specie, indipendentemente dalla esattezza o meno dell’inquadramento sistematico adot¬
tato. Considerata la incidentalità e secondarietà di tali caratteri, la descrizione della C. capelliniana
non indica effettive variazioni morfologiche nei confronti della forma del Michelin. D’altra parte,
continuano ad esservi omessi elementi chiarificatori come la descrizione della forma dei cistidi colo¬
niali e delle relative aperture. Riesaminando i tipi e gli esemplari figurati o, comunque, determinati
come C. capelliniana, ho potuto constatare che le colonie, incrostanti conchiglie spesso piccole e ta¬
lora senza ornamentazione, appartengono alla Holoporella concentrica (Mich.) oppure, meno frequen¬
temente, a specie diverse di Briozoi, quasi sempre però con prevalenza della forma predetta. Qualche
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
43
volta le incrostazioni possono essere intieramente dovute ad altre forme plioceniche (es. Schizoporella
malarodai n. sp.). Non essendo ovviamente possibile, in questa sede, fornire indicazioni particolareg¬
giate su ciascuno dei fossili sottoposti a revisione, con speciale riferimento a quanto sopra accennato
mi limiterò a ricordare ancora che per le nuove ri classificazioni e determinazioni non si potrà consi¬
derare, a priori, ogni singola conchiglia incrostata come rappresentante di una determinata specie ma
si dovrà constatare la situazione di fatto.
Non esiste, quindi, la possibilità di riconoscere validità scientifica alla C. capelliniana Vinassa
de R-egny.
Infatti :
— l 'autore non indicò un olotipo ;
— la descrizione della specie può aver compreso indicazioni di caratteri relativi a forme diverse;
— le determinazioni vennero sovente eseguite su soggetti in non buone condizioni di conservazione;
— incrostazioni più o meno massicce potevano comprendere sovrapposizioni di colonie diverse.
Concludendo, si può affermare che, in relazione alla notevole variabilità dei caratteri secondari
della Holoporella concentrica , questa forma, che è certamente la più diffusa nei terreni pliocenici pie¬
montesi ed emiliani, è stata sovente confusa con altre, a seconda delle condizioni di sviluppo in cui
venne rinvenuta. Quindi, Cyclactinia capelliniana Vinassa de Regny, 1899, va in sinonimia di Holo¬
porella concentrica (Michelxn, 1840).
Cyclactinia paronai Vinassa de Regny, 1899.
Anche questa specie venne distinta per la forma piccola e per alcune particolarità morfologiche
del tutto incidentali. Vennero evidenziati: superficie esterna minutamente e fittamente granulosa con
formazioni di creste erenulate, « fori zooidiali » numerosi, « sarcorizae » appena accennate, rametti
sempre unici e sottili. Considerata questa forma come non rara nel Pliocene dei dintorni di Asti, il
Vinassa de Regny non ritenne di notare nella struttura della stessa particolari elementi di differenzia¬
zione dalle altre forme inserite nel genere Cyclactinia ([338] p. 143).
Circa le « creste erenulate » indicate dal Vin assa de Regny, rimane unicamente da ricordare che
il particolare strutturale delle costicine rilevate si può riscontrare o meno nella Holoporella concen¬
trica, in unione alle prominenze spiniformi ed agli altri elementi superficiali.
In effetti, l’esame dei tipi e ipotipi illustrati nel lavoro del predetto autore mi ha portato a
stabilire che, in massima parte, le incrostazioni sono formate dalla Holoporella concentrica (Mich.), con
colonie non molto sviluppate ma sempre ben riconoscibili per quei caratteri morfologici che in prece¬
denza erano stati trascurati. In altri casi, le incrostazioni sono dovute a una o più forme, variamente
sovrapposte o accostate. Valgono, quindi, tutte le considerazioni esposte per la C. capelliniana ed, in
definitiva, pure questa forma non può trovare identificazione, mancando ogni possibilità di riferimenti
sicuri, sia sotto il profilo morfologico che in base a esemplari sicuramente riconoscibili.
Questa specie va pertanto considerata nomen nudimi e cade in sinonimia di Holoporella concen¬
trica (Michelin, 1840).
Cyclactinia kingii Carter, 1878.
La specie, descritta su esemplari inviati a H. J. Carter dal Prof. King di Galway e probabil¬
mente provenienti dall’Astigiano, venne brevemente descritta e non illustrata. Lo scheletro coloniale
fu citato come massiccio, carbonatico, irregolare, ramoso, comprendente numerose aperture e solchi.
Secondo il predetto autore, in luogo dei «difensori spiniformi», vi sarebbero delle rilevazioni
papillari, depresse e vuote all’interno ([91] p. 301). In merito, si può pensare che si trattasse sempli¬
cemente di zooeci evidenziati o di colonie ovicellate, fossilizzatesi in tali condizioni di sviluppo.
Il Vinassa de Regny, esaminato un esemplare inviatogli dallo Steinmann e determinato sotto il
nome di Hydr actinia kingii Carter, riconobbe che si trattava di una colonia attribuibile alla Cyclac¬
tinia incrustans ([338] p. 143).
44
P. G. CARETTO
In base ai caratteri generali riportati ed alle osservazioni dei predetti studiosi, si può ritenere
che si tratti, in effetti, di colonie appartenenti ai Briozoi considerati in questo lavoro e, probabil¬
mente, alla più diffusa Holoporella concentrica (Michelin) .
Quindi, Cyclactinia kingii Carter, 1878, dovrà facilmente cadere in sinonimia di Holoporella
concentrica (Michelin, 1840).
Genere Kerunia Mayer-Eymar, 1889.
Nel 1889, K. Mayer-Eymar presentò alla Società Elvetica di Scienze Naturali un. fossile prove¬
niente dall’Eocene dell’Egitto, che egli denominò Kerunia cornuta, ritenendolo dapprima un Cefalo-
pode Dibranchiato. In seguito, vari autori si occuparono di questa forma ponendone in risalto i carat¬
teri, che corrispondono essenzialmente a quelli dei fossili pliocenici studiati. Si tratta, quindi, di co¬
lonie carbonatiche incrostanti, a più scheletri sovrapposti, ramificate, con superficie percorsa da nume¬
rosi solchi. P. Oppenheim la ritenne identica alle pretese Hyclractiniidae fossili [284],
H. Douvillé si interessò alla forma in due lavori. Nel primo (1906) [139] egli ritenne che le
« Kerunia » fossero da inserire nella famiglia Milleporidae , in un nuovo genere. Nello stesso lavoro
vennero pure poste in rilievo analogie strutturali con gli Stromatoporoidi dei terreni paleozoici, se¬
condo le osservazioni del Nicholson.’
Nel 1908, il Douvillé si occupò ancora delle « Kerunia » argomentando su una forma attuale,
proveniente dalla California e trasmessagli in studio dal Prof. Bouvier [140], L’autore ritenne che
tale reperto fosse da inserire nel genere Cyclactinia per i tubercoli riscontrati nello scheletro coloniale,
dichiarando però di non aver ancora esaminato le parti molli delle colonie, specie in relazione alle
camere interlaminari che egli rilevò numerose. Oltre alla descrizione, anche l’illustrazione data dal
Douvillé può essere riferita a colonie di Briozoi incrostanti ([140] tav. 1).
Kerunia cornuta Mayer-Eymar, 1889.
I caratteri della specie corrispondono a quelli del genere e sono, quindi, da considerarsi non
corrispondenti alla sistematica degli Idroidi. Si può ritenere che si tratti di Briozoi probabilmente ana¬
loghi a quelli identificati per il Pliocene.
Quindi, Kerunia cornuta Mayer-Eymar, 1889, va considerata nomen nudum.
Genere Cystactinia Brooks, 1964.
Questo genere è stato istituito da H. K. Brooks nel 1964, in seguito al ritrovamento di una
forma fossile nel calcare eocenico di Alachua County in Florida. Il nuovo genere, definito monoti¬
pico dal Brooks, ha trovato citazione e breve descrizione nel Pilot Register of Zoology (U.S.A.) ([26]
card n. 9).
La forma illustratavi dimostra caratteri aventi, nella sostanza, decise analogie con quelli dei re¬
perti pliocenici riconosciuti quali Briozoi.
Cystactinia ocalana Brooks, 1964.
Secondo questo autore la forma dimostrerebbe strette affinità con la « Cyclactinia incrustans »
(Goldfuss), come identificata dal Vinassa de Regny; le differenze basilari sarebbero dovute al tipo
dello scheletro ed al modo di sviluppo. La figura data per la C. ocalana, pur non essendo sufficiente
per una revisione, mostra colonie sovrapposte in buon numero, incrostanti una conchiglia di Gastero-
pode ([26] card n. 10). Analogamente a quanto si osserva in alcuni dei fossili pliocenici, le colonie di¬
mostrano di essersi sviluppate sfruttando al massimo la superficie del substrato e formando prolunga-
menti coloniali tubercoliformi là dove utilizzarono, come appoggio, particolari asperità della conchiglia
e, probabilmente, esoscheletri di Balanidae. La superficie coloniale appare come mammellonata e gra¬
nulosa, suddivisa da profondi solchi. Sostanzialmente, nell 'aspetto esterno la C. ocalana non differisce
molto dalle colonie plioceniche maggiormente sviluppate e con scheletro ramificato.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
45
Il Brooks ha posto, altresì, in rilievo che nella conchiglia che fungeva da substrato dovette
probabilmente vivere un Paguro. 11 guscio originale del Mollusco sarebbe stato ampliato con sviluppo
peridermale delle colonie e 1 apertura, sporgente, dimostrerebbe un caratteristico bordo calloso.
E’ interessante notare anche che il Brooks ha, egli stesso, paragonato occasionalmente lo svi¬
luppo della Cystactinia ocalana con quello del noto Briozoo vivente Hippoporidra edax Busk.
E ’ pertanto necessaria una revisione di questa forma.
Genere Poractinia Vinassa de Regny, 1899.
Il Vinassa de Regny propose questo nome generico per le forme ritenute mancanti di «zooidi
difensori » e con le aperture maggiori poste alla sommità di rilievi coloniali ampiamente, perforati. Gli
altri caratteri distintivi del genere sarebbero costituiti da: forma subglobosa anziché ramificata, accre¬
scimento non concentrico, superficie solcata da minute perforazioni, « sarcorizae » sempre esistenti e
ben distinte. In particolare, i rilievi coloniali avrebbero disposizione irregolare, trovandosi isolati o a
gruppi nonché in serie. Dalla stessa descrizione appare chiaro che si tratta di Briozoi, caratterizzati
da grandi zooeci, con apertura e piuttosto evidenti e superficie di aspetto cribriforme ([338] p. 144).
A parte che gli elementi morfologici citati non potrebbero essere sufficienti a distinguere un
genere secondo la sistematica moderna dei Briozoi, l’attribuzione agli Idroidi di fossili così identifi¬
cati è priva di ogni fondamento scientifico.
Questo genere, pertanto, va considerato insussistente.
Poractinia circumvestiens Wood, 1844.
Come già accennato, S. V. Wood, occupandosi di questa forma, proveniente dal Cray, l'aveva
inquadrata nei Briozoi con il nome di Alcyonidium circumvestiens (il genere è tuttora valido e ap¬
partenente ai Briozoi). Il giusto inquadramento filetico del Wood venne successivamente miscono¬
sciuto e H. Nicholson inserì la forma negli Idroidi (1886) ( [279] voi. 1, p. 49). Il Vinassa de
Regny fu della medesima opinione e ne fece il tipo per il nuovo genere Poractinia ([338] p. 144).
Ampliando la descrizione del Wood, questo studioso pose in rilievo la struttura interna delle
« camere interlaminari », definite di varia forma ed a contorno frastagliato se osservate in sezione
trasversale. Nei « canali radiali » (che si identificano con tremopora ) non vennero notate strozzature
come riscontrato nella forma dell’ALLMAN. La superficie, sempre minutamente granulosa, apparve al
Vinassa de Regny come percorsa da rilievi conici simili a «piccoli crateri». In realtà l’esame di esem¬
plari classificati H. circumvestiens, anche se questi fossili sono sovente costituiti da colonie diverse (1),
lia permesso di rilevare l’aderenza dei dati morfologici alle pur insufficienti descrizioni del Wood e
degli autori che successivamente se ne occuparono.
Nei topotipi e ipotipi direttamente pervenutimi dal British Museum e negli esemplari comuni¬
catimi da Mr. Cambridge, ho, quindi, potuto apprezzare i caratteri tipici dei Briozoi incrostanti, ap¬
partenenti al sottordine Ascophora.
Ulteriori approfonditi esami su un ipotipo conservato nelle collezioni dell’Università di Pisa e
presentante alcune parti in discrete condizioni di conservazione, hanno posto in rilievo 1 ’ apparte¬
nenza delle colonie alla famiglia Schizoporellidae.
(’) Ad esempio, gli esemplari B. M. Pai. Dept. (50454 e H. 4958 ( Red Cray) presentano incrostazioni massicce com¬
prendenti specie diverse oltre alla forma da ritenersi tipica. L’esemplare 60.454 è costituito da una colonia predomi¬
nante, fittamente costellata di aperturae zooeciali non ben determinabili perchè diagenizzate. Non si notano spine o tu¬
bercoli ma, unicamente, lievi prominenze da riferirsi alle strutture zooeciali. Si rilevano, altresì, tìalanidae, ricoperti
dalle colonie. Nel succedersi delle incrostazioni si sovrappongono colonie di specie diverse.
L’esemplare H 4958, parzialmente incrostato, comprende colonie mal conservate e non ben determinabili. La
struttura sceletrica dei Briozoi è, però, chiaramente apprezzabile in una sezione trasversale esistente intorno all’aper¬
tura della conchiglia ospitante.
46
P. G. CAPETTO
I/aver potuto controllare la dimensione degli zooeci, la superficie tremociste, la posizione e la
conformazione delle apertura s ha permesso di inquadrare la forma del Wood, secondo i requisiti delle
moderne classificazioni.
Le colonie, segnalate per la prima volta nel lontano 1844 e successivamente oggetto di tanto
travaglio sistematico, potranno assumere, quindi, la denominazione di Gemelliporidra circumvestiens
(Wood).
Questa specie viene da me ridescritta a pag. 60 del presente lavoro.
B) Nuovo inquadramento sistematico.
L ’ indagine sulla classificazione finora in uso ha permesso di mettere in evidenza, oltre alle
inesattezze di inquadramento, il numero delle specie fossili decisamente eccessivo e non corrispon¬
dente, nella più parte dei casi, ad effettive differenze sistematiche.
In base alla valutazione dei caratteri realmente rappresentanti differenze morfologiche e strut¬
turali, il contingente numerico delle specie si è notevolmente ridotto e si sono altresì semplificate in
modo apprezzabile le relative determinazioni. Inoltre, l’aver accertato che più forme diverse di Briozoi
pliocenici possono coesistere su una stessa conchiglia di Gasteropode, ha indicato in modo inequivoco
che nelle nuove determinazioni si renderà necessario stabilire caso per caso se una o più specie ne
costituiscono il rivestimento.
1) Forme del Pliocene piemontese e dell’Emilia.
Queste forme, pur se tipiche dei terreni astigiani ed emiliani, in base alle segnalazioni esistenti
si possono considerare abbastanza comuni nel Pliocene marino italiano in genere.
In occasione della revisione dei Briozoi fossili in argomento, facilitata dal rinvenimento di nu¬
merosi esemplari in buone condizioni, sono state riconosciute, oltre alle forme variamente classificate
negli Idroidi dai precedenti autori, altre due specie finora non individuate, a causa della errata clas¬
sificazione adottata.
Queste specie sono dedicate a R. Malaroda e L. David, gli studiosi che mi furono particolar¬
mente vicini durante la preparazione di questo lavoro.
Allo scopo di controllare se eventualmente esistessero già altre trattazioni, specialmente recenti,
che ponessero nel giusto inquadramento le forme plioceniche considerate, ho provveduto a estendere la
ricerca il più possibile senza, però, constatare Desistenza di citazioni delle stesse nei Briozoi (1).
Sono state, invece, identificate diverse forme aventi caratteristiche simili e con inquadramento
sistematico, generico o specifico, abbastanza vicino a quello dei fossili. Circa i terreni pliocenici, ulte¬
riori ritrovamenti potrebbero eventualmente permettere di aumentare il numero delle specie fin qui
riconosciute e di migliorare le conoscenze su questi interessanti organismi coloniali.
O Particolare cura fu dedicata, oltre al confronto con le forme così imperfettamente descritte nei lavori pa¬
leontologici citati, anche alla ricerca di forme attuali che potessero eventualmente identificarsi con le specie plioce¬
niche riconosciute appartenere ai Briozoi. Durante una visita presso i laboratori specialmente destinati allo studio dei
Briozoi, esistenti presso la Facoltà di Scienze dell’ Università di Lyon, ho potuto effettuare diversi controlli grazie
alla cortesia del Prof. L. David e della dott.ssa S. Pouyet. Successivamente, il Prof. David, al quale debbo molta rico¬
noscenza, ha voluto estendere la ricerca alle numerose forme comprese negli schedari dei Briozoi, fra i più completi del
mondo e costituenti uno dei vanti dell’Ateneo lionese. Nel comunicarmi l’esito di tale ricerca, il Prof. David mi ha
gentilmente precisato che, dalle schede esistenti, non erano risultate specie riconoscibili con quelle da me segnalategli.
Ir. special modo, non vi erano corrispondenze con forme attuali, viventi sulle coste del Mediterraneo occidentale. A
quest’ultimo proposito, lo stesso lavoro di Y. V. Gatjtier, « Recherches écologiques sur les Bryozoaires en Méditer-
ranée occidentale » che fa il punto su quanto conosciuto fino ai nostri giorni, non cita forme identiche a quelle plio¬
ceniche studiate.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
47
Accanto alle forme nuove, ritengo opportuno segnalare un Briozoo già ben conosciuto nella si¬
stematica e da me rinvenuto talora su conchiglie anche incrostate dalle colonie predette. Si tratta
della specie Acanthodesia savartii (Audouin) (1826), appartenente alla famiglia Membraniporidae e
con habitat normale su Gasteropodi (x).
La classificazione delle nuove specie accertate è stata effettuata seguendo la sistematica del
Treatise on Invertebrate Paleontology, part G.-Bryozoa, diretto da R. C. Moore [237],
Le relative descrizioni sono state sottoposte ad un cortese controllo del Prof. David il quale,
avendo pure esaminato i tipi e diversi altri esemplari, ha espresso un parere concorde circa 1 ’ inqua¬
dramento proposto e riferito alle famiglie SchizoporeUidae e Celleporidae.
a
Fig. 12. — Acanthodesia savartii (Audouin):
a ) zoario (ingr.) ;
(ridia, dal Fichier dea Bryozoaires, Fac. Se. Nat., Unir, de Lyon)
Schema delle apertnrae nelle forme plioceniche :
h) Schizoporella malarodai n. sp. ;
c) Cellepora davidi n. ap. ;
ri) Holoporella concentrica (Mich.);
e ) Schismopora echinata (Mich.). (originale)
P) Le colonie della A. savartii sono state rinvenute nei giacimenti pliocenici di Yalleandona e dintorni. Le loro
caratteristiche si adattano correttamente al tipo (fig. 12, a). Tale forma dà luogo ad incrostazioni in genere sottili,
limitandosi ad uno o a pochi ricoprimenti lamellari. Gli zooeci sono quasi regolarmente subovoidi, fittamente acco¬
stati e orientati (tav. 5, figg. 4, 7). Le apertnrae corrispondono esattamente a quelle tipiche, essendo relativamente
ampie e occupando buona parte della frontale zooeciale. In alcune è nettamente visibile il caratteristico denticolo. Nella
regione aperturale, gli zooeci manifestano un’area peristomiale depressa e finemente zigrinata all’intorno.
Nelle colonie ben conservate è anche possibile osservare il bordino leggermente rilevato che segna le separazioni
zooeciali.
Nel complesso degli elementi morfologici, la forma pliocenica corrisponde, quindi, assai bene ai caratteri distin¬
tivi della specie.
Alcune misurazioni hanno fornito i seguenti valori:
zooecia ha = 0,55 - 0,70 mm
la = 0,30 - 0,40 mm
ha = 0,35 - 0,55 mm
la = 0,20 - 0,25 mm
apertnrae
48
P. 6. CARETTO
Ordine Cheilostomata Busk, 1852
Sottordine Ascophora Levinsen, 1909
Famiglia Schizoporellidae -Jullien, 1903
Genere Schizoporella Hincks, 1877
Schizoporella malarodai n. sp. (*)
Olotipo : conservato nel Mus. Ist. Geol. Pai. Univ. Torino.
Paratipi: n. 6 esemplari, conservati nel sopracitato Istituto e presso il Museo Civico di Storia
Naturale di Milano.
Orizzonte tipico : Pliocene medio-superiore a facies sabbiosa (astiami).
Località tipica : Monale presso Asti.
Caratteristiche. - Colonie carbonatiehe incrostanti, espanse, sottili, in genere formanti rico¬
primenti paucilamellari, non producenti protuberanze o con digitazioni poco rilevanti. Superficie zoa-
riale finemente granulosa, di aspetto tremociste. Zooecia piccoli, subarrotondati, convessi, talora poco
evidenti, non orientati, normalmente non divisi da solchi. Aperturae minute, distalmente a semicer¬
chio e con lato prossimale subrettilineo, portante una rimula sottile. Avicularia piccoli, falciformi, pe¬
riorali o avventizi; tremopora numerosi; ovicelle iperstomiali.
Descrizione. - Zoario carbonatieo, incrostante conchiglie di Gasteropodi quali Naticidae e Nas-
sidae ( Natica josephinia Risso, Nassa musiva (Br.)). Gli scheletri coloniali, se rivestono da soli un
substrato, presentano in genere incrostazioni sottili, limitate a poche sovrapposizioni di colonie (tav. 1,
figg. 2-3). Superficie zoariale di aspetto finemente granuloso e di colorazione, spesso, biancastra. Le
lamelle coloniali non manifestano, normalmente, digitazioni o se ne rilevano di dimensioni modeste, con
il mantenimento su di esse delle caratteristiche coloniali. Alla base di tali digitazioni possono facilmente
trovarsi esoscheletri di Cirripedi. Sulla superficie, irregolare, sono talora presenti prominenze spini¬
formi, poco rilevate e disposte nei punti ove probabilmente le colonie erano più esposte agli urti. Zooecia
normalmente estesi a tutta la superficie zoariale e presenti, spesso; in numero notevole ma senza un
accrescimento orientato. Gli zooeci sono di forma irregolare o subarrotondati, di piccole dimensioni e
più o meno rilevati sulla superficie zoariale, anche in base allo stato di calcificazione della colonia.
Frontale liscio o finemente tremociste; in alcuni esemplari si notano ovicelle iperstomiali rigonfie e,
talvolta, apprezzabili in buon numero. Gli zooeci non risultano divisi da solchi evidenti. Aperturae di
dimensioni minute, con il lato distale arrotondato a semicerchio; bordo prossimale subrettilineo, pre¬
sentante nella parte mediana una rimula sottile ma ben incisa e modicamente prolungata (fig. 12, b).
Avicularia suborali o avventizi, di piccole dimensioni, dalla conformazione subfalciforme, con parte
distale a parabola stretta e lato prossimale lievemente arrotondato verso l’alto. Oltre ad avicularia
relativamente abbondanti sono presenti numerosi ed evidenti tremopora, forse aventi avuto funzioni
di sostegno a vibracula. L’ insieme delle aperture e delle perforazioni eterozooeciali caratterizzano chia¬
ramente la specie (fig. 13). Nelle colonie poco danneggiate, questi elementi di struttura sono infatti ri¬
levabili con facilità, per il caratteristico aspetto irregolarmente perforato che conferiscono alla super¬
ficie (tav. 5, figg. 3, 5-6, 8-14).
Misure. -
aperturae
zooecia
ha = 0,25 - 0,30 mm
la = 0,23 - 0,25 mm
ha = 0,10 - 0,12 mm
la = 0,08 - 0,10 mm
(’) Dedico la presente specie al prof. R. Malaroda.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
4!)
Affinità. - La forma descritta presenta analogie con altre specie di Schizoporellidae, partico¬
larmente nelle dimensioni zooeciali, nella forma delle aperturae e nella struttura zoariale.
In particolare, esistono buone affinità con Schizoporella pungens (Canu & Bassler) (1928),
specie vivente nel Golfo del Messico e incrostante conchiglie ( [79] t. 27, figg. 5-12). Oltre che per la
forma dell’apertura vi sono punti di contatto nella forma delle ovicelle e nella struttura tremociste
della superficie zoariale. La specie di Canu & Bassler si differenzia per un maggiore orientamento
nella proliferazione, per la forma zooeciale e per non essere caratterizzata da un elevato numero
di pori.
Alcune analogie si presentano anche nei confronti della Cellepora parasitica Michelin ([231]
p. 326, t. 78, fig. 3) (fig. 14, a, b), così come è stata figurata dal Busk ([39] p. 61, t. 9, fig. 13)
(fig. 14, c, d, e). Infatti il Busk diede una illustrazione della forma del Michelin che, esaminata a
prima vista, appare forse discostarsi dalle immagini originarie fornite dall’autore della specie.
Fig. 13. - — Zoario eli Schizoporella malarodai n. sp. (ingr. x 20) (originale).
Nelle colonie illustrate dal Busk si notano aperturae di disegno assai vicino a quello della
nuova specie astigiana; se ne differenziano, però, per un bordo peristomiale rilevato.
Inoltre, gli zooeci risultano più regolari e presentano un tipo di accrescimento abbastanza orien¬
tato, contrariamente a quanto si nota nella >8. mula rodai.
Gli avicularia sono morfologicamente assai vicini e, come nella forma ora descritta, sono con¬
formati a mezzaluna e disposti in posizione suborale.
i
50
P. G. CARETTO
Località (x). - Monale d’Asti - n. 5 es. (olotipo: tav. 1, fig. 1).
— Becchi di Castellili ovo - n. 3 es.
— Cortandone - n. 2 es.
— Valle Andona - n. 4 es.
Fig. 14. — Cellepora parasitica Mich., secondo lo stesso autore:
а) zoario incrostante un Gasteropode;
б) parte di zoario (ingr.).
(ridis. da Michelin)
Cellepora parasitica Mich., secondo G. Busk:
c) zoario incrostante un Gasteropode;
d) zooeci (molto ingr.);
e) frammento zoariale, con zooeci (ingr.).
(ridis. da Busk)
Famiglia Celleporidae Busk, 1852
Genere Cellepora L., 1767
Cellepora davidi n. sp. (2)
Olotipo : conservato nel Mus. Tst. Geol. Pai. Univ. Torino.
Paratipi: n. 6 esemplari, conservati nel sopracitato Istituto, nel Laboratorio di Paleontologia
dell’Università di Lyon e presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Orizzonte tipico : Pliocene medio-superiore a facies sabbiosa (astiana).
Località tipica: Valle Andona (Asti).
Caratteristiche. - Forma incrostante, costituente in genere colonie unilamellari o paucilamel-
lari, di struttura delicata e aspetto spugnoso; rare protuberanze. Superficie irregolare, con bordi fra-
stagliati. Zooecia poco evidenti o immersi, non orientati. Aperturae peristomiali, distalmente subcirco¬
lari e con lato prossimale inciso normalmente da tre o quattro tacche, evidenziate negli zooeci svi¬
luppati.
Avicularia assenti o piccoli, di forma subtriangolare. Tremopora, irregolarmente circondanti
gli zooeci.
(1) Indicazione riferita ai soli esemplari direttamente rinvenuti nei dintorni di Asti e ora conservati presso il
Museo dell’Istituto di Geologia dell’Università di Torino.
(2) Dedico la presente specie al prof. L. David.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
51
Descrizione. - Zoario carbonatico incrostante, espanso, dalla struttura delicata e di aspetto fi¬
nemente spugnoso. Ricopre conchiglie di Gasteropodi. Ne sono stati rinvenuti esemplari più fre¬
quentemente su Naticidae e Nassidae ( Natica millepunctata Lam., Natica josephinia Risso, Nassa
mutabUis (L.) ).
Lo sviluppo coloniale è di tipo non orientato e gli zoari tendono a formazioni paucilamellari
e non massicce (tav. 1, figg. 5-6).
La superficie zoariale presenta parziali sovrapposizioni dovute all’accrescimento ed alla cal¬
cificazione, con bordi lievemente rilevati e irregolarmente frastagliati (tav. 6, fig. 1). Possono
completare l 'aspetto di insieme delle colonie alcune piccole prominenze da calcificazione e, talvolta,
protuberanze di modeste dimensioni nonché rari solchi interzooeciali. Tali protuberanze, costituenti
prolungamento dello zoario, portano celle fino alla sommità.
Gli zooeci sono distribuiti irregolarmente ; essendo in genere mascherati da eccessiva calcifica¬
zione della colonia non risultano chiaramente distinguibili e presentano sempre una struttura delicata
(tav. 6, fig. 2).
La lamina frontale si manifesta, talora, come lievemente convessa. L 'apertura, da ritenersi
peristomiale, si presenta distalmente di aspetto subcircolare ed è divisa, nella parte prossimale, nor¬
malmente da tre o quattro intaccature (figg. 12, c ; 15). Tali incisioni aperturali sono ben evidenziate
negli zooeci adulti mentre in quelli giovanili l’apertura è subcircolare, con una o due lievi tacche pros¬
simali. Talvolta, gli zooeci più sviluppati offrono aperturae con incisione anche nella parte distale,
accentuando l’aspetto digitato del peristomio (tav. 6, fig. 3). Avicularia assenti o minuti, di forma
subtriangolare. Tremopora disposti irregolarmente circondano gli zooeci e, spesso, non sono ben iden¬
tificabili causa la calcificazione della colonia e lo stato in cui si trovano i reperti fossili.
Fig. 15. — Zoario di Cellepora davidi n. sp. (ingr. x 20) (originale).
52
P. G. CARETTO
La specie è ben distinguibile per il caratteristico aspetto delicato e spugnoso nonché per la strut¬
tura superficiale, finemente tremociste e a bordi frangiati (tav. 6, figg. 4-10) (fig. 15).
Misure. -
aperturae ha = 0,07-0,11 min
la - 0,10 - 0,15 mm
Affinità. - Questa forma pliocenica offre notevoli punti di contatto e di affinità con la vivente
Cellepora digitata Waters (1879), rinvenuta nel Golfo di Napoli. Si differenzia per gli zooeci non rile¬
vati e disposti in modo irregolare, per la posizione dei pori e per la proliferazione a lamelle frasta¬
gliate ([349] p. 197). A parte queste differenze, una identificazione con la specie del Waters non si
renderebbe possibile allo stato attjiale delle conoscenze anche perchè quest 'ultima è stata descritta a
seguito dell’esame di un unico frammento di colonia, incrostante uno scoglio a circa 20/30 piedi di
profondità.
a
b
d
e
Fig. 16. — Cellepora digitata Waters:
a) zoario (ingr.).
Cellepora columnaris Busk:
6) frammento zoariale;
c) sezione tangenziale alla superficie zoariale;
d) zooecio;
e) opercolo.
(ridia, da Waters)
Il Waters, inoltre, illustrò la sua specie con un disegno che, per quanto sia sufficientemente
esplicativo, non permette di definire con sicurezza determinati caratteri che potrebbero essere utiliz¬
zati per effettuare confronti ([349] tav. 14, fig. 13) v. fig. 16, a).
La diagnosi sulle forme plioceniche è stata effettuata su diversi esemplari, le cui condizioni di
fossilizzazione hanno permesso di controllare compiutamente le caratteristiche zoariali.
La forma è stata riferita al più ampio genere Cellepora considerati i caratteri delle aperturae,
non dimostranti strette analogie con quelli di altre forme ulteriormente distinte dalla moderna ripar¬
tizione dei Briozoi.
Località. - Valle Andona - n. 4 es. (olotipo: tav. 1, fig. 4).
— Becchi di Castelnuovo d’Asti - n. 2 es.
- — Baldichieri - n. 2 es.
— (Portandone - n. 2 es.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
53
... ? -
1831 -
1840 -
1848 -
1848 -
1852 -
1878 -
1879 -
1879 -
1879 -
1893 -
1899 -
1899 -
1899 -
1899 -
1899 -
1899 -
1906 -
1920 -
1964 -
Genere Holoporella Waters, 1909
Holoporella concentrica (Michelin, 1840)
Stromatopora incrustans Goldfuss, in sched.
Slromalopora incrustans Goldfuss: Bronn, Italiens Tert. - Gebilde im deren organisele Einsehl., p. 138.
Cellepora concentrica Michelin, Icon. Zoophyt., p. 73, t. 15, fig. 3.
Cellepora concentrica Michelin : Bronn, Eand. einer Gesch. der Nat. - Index palaeont., p. 254.
? Siromatopora incrustans Goldfuss: Bronn, Eand. einer Gesch. der Nat. - Index palaeont., p. 1203.
Cellepora concentrica Michelin: D’Orbigny, Prodr. de Paléont. strat., piano 27, n.° 439.
? Eydractinia kingii Carter, On new spec. of Eydract., p. 301.
? Eydractinia incrustans (Goldfuss): Steinmann, Neues Jarhbuch, p. 733.
? Eydractinia incrustans (Goldfuss): Steinmann, Einfiir. in die Palaont., p. 151, fig. 218.
? Eydractinia incrustans (Goldfuss): Carter, Struct. of Stromatopora, p. 255 (nota).
? Eydractinia incrustans (Goldfuss): Steinmann, Triadische Eydrozoen, p. 491, t. 3, figg. 5, 7, 8.
Cyclactinia etrusco Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 137.
Cyclactinia incrustans (Goldfuss): Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 137, t. 1, figg. 16-17;
t. 2, figg. 2-5, 8-9; t. 3, figg. 1-2, 6.
Cyclactinia incrustans (Goldfuss) concentrica (Michelin): Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili,
p. 141, t. 1, fig. 18; t. 2, figg. 1-6; t. 3, figg. 5, 7, 8.
Ciclactinia capelliniana Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 142, t. 1, figg. 22-24; t. 3, figg. 17-21.
Cyclactinia paronai Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 143, t. 1, figg. 19-21; t. 3, figg. 9-16.
Cyclactinia kingii Carter: Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 143.
Cyclactinia incrustans (Goldfuss) concentrica (Michelin): Dollfuss, Contrìb. à l’étude des Eydroz. fos-
siles, p. 121.
Stromatopora incrustans Bronn: Df.horne, Les Stromatoporoìdés des terr. sec., p. 49.
Cyclactinia incrustans (Bronn): Brooks, Pilot, Reg. of Zool., cards 9-10.
Non essendo più ritrovabili i tipi del Michelin, fisso dei neotipi, provenenti dalle località tipiche
dell 'Astigiano.
Neoolotipo : conservato nel Mus. Ist. Geol. Pai. Univ. Torino.
Neoparatipi : n. 12 esemplari, conservati nel sopracitato Istituto, nel museo annesso all’Isti¬
tuto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Parma e presso il Museo Civico di Storia Natu¬
rale di Milano.
Orizzonte tipico : Pliocene medio-superiore a facies sabbiosa (astiana).
Località tipica: Valle Andona (Asti).
Il cospicuo numero di esemplari rinvenuti ha permesso di esaminare in modo soddisfacente la
successione dei caratteri morfologici di questa forma, maggiormente diffusa nei terreni pliocenici di
Asti. In relazione ai dati sistematici rilevati, si è reso possibile inserirla nel genere Holoporella.
Nei confronti di questa specie, vedasi anche quanto riportato alle pagg. 41-43.
Caratteristiche. - Colonie incrostanti, spesso sviluppatesi con più sovrapposizioni fino ad as¬
sumere forma massiccia, digitata, a superficie granulosa con spine, coste e solchi interzooeciali. Zooecia
irregolari, subarrotondati; aperturae semilunari con lato distale a semicerchio e lato prossimale diritto.
Avicularia vicarianti o avventizi. Ovicelle iperstomiali.
Descrizione. - Zoario carbonatico, incrostante conchiglie di Gasteropodi, quali Muricidae, Nati-
cidae e Nassidac. Il maggior numero di esemplari rinvenuti incrosta conchiglie di Murex tapparonii
Bellardi, forma tipica dei depositi pliocenici a facies sabbiosa. Irregolare in forma ed estensione, lo
zoario presenta uno sviluppo sovente notevole, con numerose sovrapposizioni di scheletri coloniali e può
assumere forma massiccia, inglobando completamente o quasi la conchiglia rivestita (tav. 1, fig. 10).
P. G. CARETTO
r>4
Le colonie si prolungano, molto spesso, con digitazioni di varia dimensione e sezione, general¬
mente basate su Cirripedi ( Balanidae ) esistenti in precedenza sulle conchiglie che costituiscono il sub¬
strato principale. Tali protuberanze mantengono le caratteristiche zoariali e fanno sovente assumere
alle colonie una forma ramosa. La loro struttura interna e celliforme e rivela le varie sovrapposizioni,
dovute a più scheletri sviluppatisi 1 uno sull’altro (tav. 6, figg. 11-12). Superficie zoariale granulosa
e percorsa da sottili solchi interzooeciali, circondanti un singolo zooecio o gruppi di essi (tav. 7,
figg. 1-2, 4-7, 10; tav. 8, fig. 4) (fig. 17).
Fig. 17. — Zoario di Holoporella concentrica (Mich.) (ingr. x 20) (originale).
Nelle parti meno esposte e corrispondenti al lato mediante il quale le conchiglie ospitanti pog¬
giavano sul fondo marino, le colonie rimangono quasi sempre sottili e senza ulteriori ricoprimenti di
scheletri coloniali, mentre i solchi si fanno pili marcati e fitti.
Sulla superficie zoariale sono pure abbastanza frequenti piccole proliferazioni spiniformi, di¬
sposte irregolarmente o in prossimità delle aperture zooeciali. Tali prominenze si concretano, comune¬
mente, in una unica e_ minuta sporgenza rostriforme, appuntita all’estremità distale. Talora, due o
più di tali appendici si riuniscono o, in luogo di esse, si formano coste rilevate e modicamente prolun¬
gate sulla superficie zoariale. Le coste si sviluppano e si complicano particolarmente nelle zone più
esposte delle colonie (tav. 7, fig. 2). Tutte le appendici prominenti delle colonie presentano una orna¬
mentazione a sottili costicine salienti e finemente granulate ; 1 ’ interno non presenta cavità o comu¬
nicazioni con la superficie. Nella struttura interna sono, talvolta, rilevabili piccole perforazioni sub-
verticali, apparentemente non rappresentanti una funzione zoariale definita.
Zooecia poco rilevati o immersi, subarrotondati, di dimensioni relativamente grandi, accumu¬
lati o distribuiti sulla superficie zoariale normalmente con proliferazione non orientata. Si rilevano
pure zooeci giganti, dal peristomio fortemente calcificato e con nvicularia alla base (tav. 7, figg. 3,
8-9). Frontale quasi liscio o finemente tremociste.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
55
Aperturae tipiche del genere Holoporella (fig. 12, d), ben identificabili nei punti meglio con¬
servati delle colonie; si presentano arrotondate a semicerchio nella parte distale e con il lato prossi¬
male diritto o lievemente arcuato nel senso distale (tav. 8, figg. 1-6) (fig. 18). In talune zone delle
colonie le celle possono rimanere obliterate per la eccessiva calcificazione o per diagenesi.
In talune colonie non compiutamente sviluppate, si notano tratti della superficie con zooeci
non del tutto conformati o senza aperture evidenti.
Fig. 18. — Particolare di Holoporella concentrica (Mieli.) (ingr. x 35) (originale).
A vie ul aria- di piccole dimensioni, disposti variamente, in posizione vicariante o avventizia; abba¬
stanza frequentemente, due avicularia sono presenti in prossimità dell’apertura, distalmente o sul
fianco di essa. Talora, si rilevano ovicelle iperstomiali, modicamente rigonfie.
La variabilità della struttura superficiale e di ornamentazione protettiva delle colonie, denota
le buone possibilità di adattamento al mezzo esterno ed al substrato della specie (tav. 7, figg. 1-10).
Misure. -
zooccia ha = 0,37 - 0,40 mm
la = 0,35 - 0,38 mm
aperturae ha = 0,10 - 0,11 mm
la = 0,12 - 0,14 mm
Le misurazioni si riferiscono a zooeci normalmente sviluppati e liberi da eccessiva calcificazione.
Affinità. - La irregolarità della forma, la proliferazione zooeciale e la superficie zoariale avvi¬
cinano, nell’aspetto generale, la Holoporella concentrica ad altre specie, specialmente appartenenti
alle Famiglie Hippoporinidae e Celleporidae.
Le aperture della specie descritta hanno una conformazione molto vicina a quelle della Holo¬
porella magnifica Osburn (1914), per quanto di minori dimensioni ([79] p. 143; tav. 24, figg. 7-8).
56
P. G. CARETTO
Anche l’aspetto zooeciale presenta qualche punto in comune con la forma dell’ Osburn. Que¬
st 'ultima, infatti, dimostra anch’essa zooeci irregolarmente distribuiti, quantunque più evidenziati e
accentuatamente subcircolari.
Alcune affinità di struttura zoariale si rilevano pure confrontando con Holoporclla vagans Busk
(1885) ([79] p. 148; tav. 25, figg. 7-13) e Holoporella quadrispinosa Canu & Bassler (1929) ([81]
p. 37 ; tav. 6, figg. 4-6). Somiglianze nelle aperture e nella struttura sono ancora rilevabili con diverse
forme, fra le quali una appartenente ad altro genere, la Osthimosia anatina Canu & Bassler (1929)
([81] p. 42; tav. 7, figg. 4-8).
Località. - Valle Andona - n. 33 es. (neoolotipo: tav. 1, fig. 7).
— Becchi di Castelnuovo d’Asti - n. 3 es.
4- Monale d’Asti - n. 4 es.
— Baldichieri - n. 2 es.
Genere Schismopora Mac Gillivray, 1888
Schismopora echinata (Michelin), 1840
1840 - Cellepora echinata Michelin, Icon. Zoophyt., p. 74, t. 15, fig. 4.
1848 - Cellepora echinata Michelin: Bronn, Hand. einer Gescli. der Nat. - Index Palaeont., p. 254.
1852 - Monticulipora echinata Michelin: D’Orbigny, Prodr. de Paléont. Strat., piano 27, p. 190.
1867 - Hydractinia michelini Fischer, Sur les Hydr. foss. du genre Hydract., p. 690.
1878 - ? Hydractinia pliocaena (del. Steinmann), TJeher foss. Hydr. aus der Favi, der Coryn., p. 111.
1893 - Hydractinia michelini Fischer: Steinmann, Triad. Hydr., p. 491, t. 3, fig. 6.
1895 - ? Hydractinia pliocaena (det. Zittel), Grand, der Palaont., p. 101, fig. 194.
1899 - Hydractinia saccoi Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 132, t. 1, fig. 8-13.
1899 - Hydractinia saccoi Vinassa de Regny longispina Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 133, t. 1,
fig. 15.
1899 - Hydractinia saccoi Vinassa de Regny bifida Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 134, t. 1,
fig .14.
1906 - Hydractinia michelini Fischer: Dollfus, Contr. à l’étude des Hydr. foss., p. 124.
1920 - Hydractinia michelini Fischer: Dehorne, Les Stromat. des terr. sec., p. 49.
Non essendo più ritrovabili i tipi del Michelin, fisso dei neotipi, provenienti dalle località ti-
tiche dell 'Astigiano.
Neoolotipo-. conservato nel Mus. Ist. Geol. Pai. Univ. Torino.
Paraneotipi: il 4 esemplari, conservati nel sopracitato Istituto e presso il Museo Civico di Storia
Naturale di Milano.
Orizzonte tipico : Pliocene medio-superiore a facies sabbiosa.
Località tipica: Monale d’Asti.
La forma, che si sviluppa normalmente in colonie sottili assumendo il tipico aspetto echinato,
presenta caratteri morfologici chiaramente distintivi. In relazione all’inquadramento, non ritenen¬
dosi opportuno istituire un nuovo genere e in ragione delle maggiori affinità dimostrate, la specie è
stata inserita nel genere Schismopora.
Al riguardo di questa specie, vedasi anche quanto riportato alle pagg. 36-38.
Caratteristiche. - Colonie incrostanti, unilamellari o paucilamellari, di aspetto porcellanaceo.
Superficie zoariale a granuli marcati; solchi interzooeciali irregolari e profondi. Zooecia subovoidi,
poco accentuati, non orientati o disposti su una linea. Aperture semicircolari con rimula ben segnata.
Rostri conici o tronco-conici di grandi dimensioni, privi di cavità. Avicularia avventizi, sublanceolati,
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
57
Descrizione. - Zoario carbonatico incrostante conchiglie di Gasteropodi, per lo più Naticidae e
Nassidac ( Natica josephinia Risso, Nassa mutabilis (L.) pliomagna Sacco). Forma colonie in genere
non massicce, quasi sempre unilamellari, di aspetto porcellanaceo (t. 1, figg. 14-15).
Sotto l’aspetto macroscopico, la superficie zoariale appare punteggiata e percorsa da una fitta
serie di minute prominenze appuntite (fig. 19). La superficie è granulosa, a piccoli noduli abbastanza
netti e rilevati. Solchi ( furrows ) evidenti e ben incisi suddividono le colonie, assumendo un anda¬
mento irregolare e non anastomosato (tav. 8, figg. 7-8).
Fig. 19. — Zoario di Schismopora echinata (Mich.), incrostante una Nassa mutabilis (L.)
pliomagna Sacco (ingr. x 15) (originale).
Zooecia disposti a gruppi o sparsi sulla superficie zoariale, quasi sempre senza un apprezza¬
bile orientamento (tav. 8, figg. 10, 13; tav. 9, fig. 1); in taluni punti delle colonie si possono notare
piccoli gruppi di zooeci disposti su una fila ad andamento variato (tav. 8, fig. 9). Gli zooeci, di medie
dimensioni, sono leggermente rilevati sulla superficie zoariale o immersi e, nel primo caso, appaiono
evidenziati da una struttura frontale a settori modicamente convessi, tali da accentuarne la differen¬
ziazione dalla superficie dello zoario (fig. 20) (tav 8, fig. 11).
Gli zooeci sono di forma ovoide o subarrotondata e presentano aperturae conformate a semi¬
cerchio, con una strozzatura nella parte prossimale, costituita da una rimula ben marcata (figg.
12, e ; 20). Gli zooeci di maggiori dimensioni, la cui lamina frontale si è maggiormente calcificata,
presentano una apertura peristomiale di tipo cordiforme (tav. 8, fig. 13).
Fra gli zooeci e, sovente, in prossimità delle aperturae si elevano numerosi rostri di forma co¬
nica o tronco-conica, dalle dimensioni relativamente grandi e di sezione subcircolare (tav. 9, fig. 2).
Tali appendici, che sovente appaiono troncate per fatti clastici, si prolungano talora colonnar¬
mente. Nei reperti esaminati, colonie in condizioni di buona conservazione hanno permesso di rile¬
varne tutte le caratteristiche. Internamente privi di cavità strutturali, i rostri, in genere ben pronun-
P. G. CAPETTO
Ó8
ciati, appaiono ornamentati da costicine noduliformi subverticali che, innalzandosi dal basso, si uni¬
scono in sommità, con andamento lievemente spiralato (fig. 21). Talora due o, raramente, più di tali
formazioni si uniscono alla base (fig. 19).
Fig. 2U. — Particolare zoariale di Schismopora echinata (Mich.) (ingr. x 30) ^originale).
Avicularia piuttosto rari, di minute dimensioni e aventi forma lanceolata; disposti per lo più
in posizione avventizia.
Misure. -
zooecia
operi urne
(normali)
aperturae
(zooeci con peristo-
mio calcificato)
lia = 0,36 - 0,38 mm
la = 0,30 - 0,33 mm
ha = 0,09 - 0,12 mm
la = 0,06 - 0,90 mm
ha - 0,10 - 0,14 mm
la = 0,10-0,11 mm
Affinità. - La forma pliocenica presenta un aspetto macroscopicamente simile e affinità strut¬
turali marcate con la attuale Cellepora columnaris Busk (1881), caratterizzata da prominenze spini¬
formi molto accentuate. Le caratteristiche di questi rostri colonnari sono chiaramente delineate dal
Busk nella descrizione della specie (*). La morfologia dello scheletro coloniale della G. columnaris è
posta in evidenza nella fig. 16 (b, c, d, e), tratta dalle illustrazioni di un lavoro del Waters ([351]
tav. 2, figg. 1-6).
(J) « Zoarium expanded, thiclc, irregular in forni and extent. Zooecia very deeply immersed, ventricose, but witli
tlie outlines very obscure ; substance of watt solid, porcellaneous ; surface finely granular. Orifice semicircular , lower
lip straight and entire. A long, solid, tapering, columnar process springs from tlie bacie or side of thè zoarium close
to thè orifice. In many zooecia there is a small tubercular avicularium process in front below tlie orifice, voliteli also
sometimes rises in a columnar forni; mandible triangular ».
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
59
Osservazioni. - Della specie del Busk si occuparono particolarmente A. W. Waters e S. F.
Harmer.
Il Waters, nel 1889, affermò di ritenere che la Cellepora cidaris Mac-Gillivray (1888) fosse
identica alla C. columnaris ([351] p. 19). Le due forme vennero riprese in considerazione dallo Harmer
(1957), il quale confermò tale identità morfologica (*-). Questo autore rivide la diagnosi del Busk,
Fig. 21. — Superficie zoariale di Scliismopora echinata (Mich.) con solchi, zooeci, aperturae
e protuberanze rostriformi (ingr. x 20) (originale).
ampliandola e aggiungendo interessanti notizie sulla struttura dei rostri colonnari, caratterizzati, fra
l’altro, da una ornamentazione granuliforme. Egli pose ancora in rilievo differenze esistenti fra la
C. columnaris Busk e la Holoporella, vermiformi Waters (1909). Circa i rostri della C. columnaris,
il Busk e lo Harmer diedero distinte interpretazioni sulla posizione zooeciale di tali tubercoli.
In relazione a questo dato sistematico, rimangono, comunque, evidenti le forti analogie strut¬
turali e, verosimilmente, funzionali fra i rostri delle forme viventi e della specie fossile.
Località. - Monale d’Asti: n. 3 es. (neoolotipo: tav. 1, fig. 17).
— Valle Andona: n. 3 es.
2) Forme del Crag.
Le due forme del Crag, scambiate ancb’esse per Idrattinidi da lungo tempo, rappresentano
Briozoi di inquadramento molto vicino a quello constatato per le colonie del Pliocene italiano e costi¬
tuiscono un gruppo di fossili non meno interessante, sia sotto il profilo sistematico che ecologico.
(') Harmer S. F. - Sihoga e.xpedition, p. 077-678 (dal Ficliier des Bryozoaires de la Faeulté des Sciences de Lyon).
60
IL G. CARETTO
Stante la scarsezza dei reperti avuti in esame e le condizioni di fossilizzazione degli esemplari
esaminati, l’indagine sulle forme inglesi è stata necessariamente più limitata ma non priva di risul¬
tati positivi.
Considerato il problema sistematico cui hanno dato veste per oltre un secolo, lo studio di questi
caratteristici Briozoi incrostanti dovrebbe essere ulteriormente ampliato, al fine di approfondire i dati
finora raccolti e di ricercare eventuali altre forme analoghe.
Famiglia Schizoporellidae Jullien, 1903
Genere Gemelliporidra Canu & Bassler, 1927
Gemelliporidra circumvestiens (Wood, 1844)
1844 - Alcyonidium circumvestiens Wood, Descript. Cat. of Zooph., p. 21.
1848 - Alcyonidium circumvestiens Wood: Bronn, Hand. einer Gesch. der Nat. - Index Palaeont., p. 21.
1886 - Hydractinia circumvestiens (Wood): Nicholson, Mon. of Brit. Strom., part 1, p. 49, t. 6, figg. 7-13.
1899 - Poractinia circumvestiens (Wood): Yinassa de Begny, Studi sulle Idract. fossili, p. 144, t. 1, fig. 25; t. 3,
figg. 22-23.
1906 - Poractinia circumvestiens (Wood): Dollfus, Contr. à l’étude des Hydroz. fossiles, p. 124.
1920 - Hydractinia circumvestiens (Wood): Dehorne, Les Stromatoporoides des terr. sec., p. 49.
Non essendo più ritrovabile il tipo del Wood, fisso, quale neotipo, l’esemplare del Museo di Pisa,
illustrato dal Vinassa de Regny ([338] t. 3; fig. 23, a-b).
Neoolotipo : conservato nel Mus. Ist. Pai. Univ. Pisa (tav. 2, fig. 1).
Orizzonte tipico: Crag Rosso e Corallino.
Località tipica : Boylon.
In base agli elementi che si sono potuti rilevare, nonostante la forte usura dei campioni del
Crag, si propone di inserire questa forma nel noto genere di Canu & Bassler, per la evidenza di
alcuni caratteri zoariali.
Al riguardo di questa specie, vedasi anche quanto riportato a pag. 45.
Caratteristiche. - Zoari carbonatici unilamellari o plurilamellari, incrostanti Gasteropodi ; su¬
perficie tremociste; zooecia subovoidi, allungati, abbastanza rilevati, distribuiti irregolarmente; solchi
assenti o appena accennati; frontale convesso, cribriforme; pori laterali marcati, aperturae suborbi-
culari, con intacche laterali. Avicularia sub triangolari.
Descrizione. - Lo zoario ingloba spesso il substrato (conchiglie di Gasteropodi) e può assumere
una forma irregolarmente globosa, dovuta alla sovrapposizione di più scheletri coloniali (tav. 2,
figg. 2, 4, 7). La superficie appare come minutamente perforata, corrispondendo abbastanza bene alle
caratteristiche del genere; non si notano prominenze spiniformi o rostri ma unicamente rilievi irre¬
golari conseguenti all’accrescimento coloniale (tav. 9, figg. 3-5). Gli zooecia, quando rilevabili, sono
relativamente grandi e subovoidi, un poco allungati, convessi, con frontale di aspetto tremociste. Gli
zooeci sono distribuiti senza una regolare orientazione e non risultano divisi da solchi marcati; nei
punti meno diagenizzati delle colonie si notano sottili linee un po’ rilevate, forse rappresentanti cor¬
doncini salienti a indicazione delle suddivisioni zooeciali (fig. 22). Le aperturae sono relativamente
grandi e subarrotondate ; in quelle non eccessivamente calcificate o danneggiate, si notano due minute
intacche laterali, delimitanti un anter abbastanza ampio. Si rilevano, altresì, tracce di avicularia, sub¬
triangolari, allungati e posti, in genere, vicino alle aperturae.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
61
Misure. -
= 0,44 - 0,68 nini
= 0,33 - 0,60 mm
= 0,11-0,19 mm
= 0,10 - 0,17 mm
Fig. 22. — Zoario di Gemelliporidra circumvestiens (Wood) (ingr. x 30) (originale).
Affinità. - Lo scheletro coloniale dimostra caratteri assai vicini a quelli di altre forme fossili
e attuali, quali G. typica Canu & Bassler (1927) ([79] p. 100; tav. 11, figg. 1-4) e G. magniporosa
Canu & Bassler (1923) ([79] p. 103; tav. 11, figg. 5-11). Sotto l’aspetto strutturale generale e del-
Vhabitat, queste ultime risultano anch’esse incrostare altri Briozoi o conchiglie, sviluppando zoari so¬
vente multilamellari.
In particolare, con la G. typica si notano buone somiglianze nella superficie coloniale fine¬
mente granulosa e tremociste nonché nelle aperturae.
La specie del Wood si differenzia per la forma meno regolare degli zooeci e per avicularia poco
allungati. Nei confronti della G. magniporosa, le affinità morfologiche sono ancora più cospicue, sia
nella struttura superficiale che per la maggiore irregolarità degli zooeci. Inoltre, risultano assai simili
la conformazione delle aperturae e i tremopora, relativamente grandi e dalla caratteristica disposi¬
zione. A differenza della forma del Wood, la G. magniporosa presenta regolarmente due avicularia
suborali e gli zooeci appaiono divisi nettamente mediante un cordoncino piuttosto rilevato.
62
P. G. CARETTO
1
Famiglia Celleporidae Busk, 1852
Genere Cellepora L., 1767
Cellepora pliocaena (Allman, 1872)
1872
1872
1877
1878
1879
1899
1906
Hydractinia
H ydractinia
Hydractinia
Hydractinia
Hydractinia
Hydractinia
Hydractinia
pliocaena Allman, Not. a fossil Hydracl. from thè cor. Cray, p. 337.
pliocene Allman, A mon. of thè Gymn. or tub. Hydr., p. 173.
pliocaena Allman: Carter, On thè dose rei. of Hydract., Parie, and Strom., p. 52, t. 8, figg. 7-10.
pliocaena Allman: Steinmann, TJeber foss. Hydr. aus der Farri, der Coryn., p. 111.
pliocaena Allman: Carter, On thè struct. of Strom., p. 255.
pliocaena Allman: Vinassa de Regny, Studi sulle Idract. fossili, p. 130, fig. 3.
pliocaena Allman: Dollftjs, Contr. à l’étude des Hydr. fossiles, p. 124.
►Si propongono quali neotipi due esemplari del British Museum.
Neotipi-, conservati nel Brit. Mus. Nat. Hist. Esemplari n. H. 4.959, 48.711.
Le condizioni non soddisfacenti di tutti i topotipi, ipotipi ed altri esemplari esaminati, hanno
impedito un completo approfondimento dell’indagine sui caratteri specifici di questa interessante
forma del Crag. In particolare, non si è potuto esattamente apprezzare la conformazione delle aper-
turae, che, nel complesso, sembrano però morfologicamente abbastanza vicine a quelle del genere Holo-
porella. Lo stato di usura dei fossili ha, inoltre, reso difficile il controllo sulla conformazione degli
zooeci e di altre particolarità superficiali. Secondo le analogie strutturali e morfologiche si ritiene,
però, che vi siano sufficienti caratteri per un inserimento nei Briozoi Celleporidae. In relazione ai
dati rilevati, la forma è stata, quindi, inserita provvisoriamente nel più ampio genere Cellepora
(tav. 2, figg. 3, 6) (fig. 23).
Fig. 23. — Zoario di Cellepora pliocaena (Allman) (ingr. x 30) (originale).
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRTOZOI PLIOCENICI 63
Caratteristiche. - Colonie incrostanti, espanse, sovente plurilamellari - superficie granulosa,
con spine e solchi interzooeciali - zooecia sparsi irregolarmente, a sviluppo non orientato - aperturae
di tipo celleporide - tremopora assai minuti e numerosi.
Descrizione. - Forma earbonatica incrostante, espansa, costituente sovente masse cospicue per
inglobamento dei substrati e accrescimento di più scheletri coloniali sovrapposti (tav. 2, fig. 3).
La superficie è granulosa, con nodulini fitti e abbastanza accentuati; in base all’accrescimento ed allo
sviluppo si possono formare rilievi mammellonari e modiche digitazioni, quasi sempre poggianti su Ba-
lanidae (tav. 9, fig. 10).
Analogamente alle specie del Pliocene italiano, si hanno produzioni spiniformi, subconiche e di
modeste proporzioni. Esistono solchi, non abbondanti, abbastanza incisi. La struttura interna delle co¬
lonie è chiaramente alveolare, come si nota in genere nei Briozoi incrostanti.
Gli zooecia sono sparsi o ammonticchiati irregolarmente. Sulla superficie coloniale si notano,
inoltre, aperturae e numerosi tremopora. Le aperturae sono apparentemente simili a quelle della
R. concentrica (Mich.) ma in alcune pare di ravvisare un minuto dentieolo, tav. 9, fig. 9).
I tremopora, o pori tremocisti, tanto diversamente interpretati nelle precedenti descrizioni, con¬
feriscono un aspetto finemente perforato alla superficie zoariale. Esaminando una colonia in sezione
trasversale, tali pori si manifestano quali minutissimi tubicini subverticali (tav. 9, fig. 8), permet¬
tendo, altresì, di facilitare il riconoscimento della specie per il loro numero cospicuo e il caratteri¬
stico aspetto che danno alla superficie coloniale.
VI - Natura chimica e fisica dello scheletro coloniale nei fossili studiati.
1) Composizione chimica.
Al fine di completare i dati sulla mierostruttura dei Briozoi considerati, ho provveduto ad ese¬
guire alcune analisi, utilizzando essenzialmente materiale proveniente dai giacimenti pliocenici astigiani.
I frammenti di esemplari sottoposti ad analisi sono stati opportunamente preparati per evitare
impurità. In particolare, sono stati eliminati i granuli dovuti alle sabbie infiltratesi nelle cavità zooe-
ciali attraverso le aperturae coloniali. E’ stata, quindi, effettuata una serie di prove orientative, me¬
diante attacco con acido cloridrico diluito a freddo. I residui, riscaldati in crogiuolo di platino, non
hanno dato in alcun caso il caratteristico odore delle sostanze organiche dimostrando di non avere
simili impurità. Tale rilevazione viene riportata anche in riferimento ad una osservazione fatta da
P. E. Vinassa de Regny, in occasione di analisi da lui eseguite su forme identiche a quelle in argo¬
mento. Infatti, questo autore affermò di aver riconosciuto il tipico odore della sostanza organica bru¬
ciata, durante la esecuzione di una prova di laboratorio ( [338] p. 117).
Le analisi, condotte su campioni appartenenti alle forme plioceniche più diffuse o caratteri¬
stiche, hanno fornito i seguenti risultati (x):
(■) Procedimenti di analisi adottati:
tl20 = ponderale, perdita di peso alla calcinazione; CaO = come per H20; Si02 = per via spettrofotometrica, come
complesso silicomolibdico ridotto; Fe203 = metodo spettrofotometrico, come solfocianuro; A1203 = per via volumetrica,
con EDT A ; MnO = metodo di ossidazione al persolfato di ammonio ; MgO = ponderale, come pirofosfato ; S03 = me¬
todo ponderale, come BaSO,; C02 = metodo ponderale di Geissler; P20r, = per titolazione alcali-acidimetrica del fo-
sfomolibdato.
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P. G. CAPETTO
2) Caratteri fisici.
Come accennato, la disposizione dei cristalli di carbonato di calcio nelle forme esaminate risulta
abbastanza regolare ed indica una struttura ben determinata.
In particolare, nelle sezioni sottili trasversali si possono notare cristalli orientati verticalmente,
intervallati da altri aventi diverso assetto e mutata inclinazione.
Per un controllo del peso specifico, sono state eseguite alcune determinazioni di densità con il
picnometro, dopo aver provveduto a frantumare ed a omogeneizzare i frammenti prescelti. I risultati
ottenuti sono i seguenti :
Colonia fossile ( Acanthodesia savartii (Audouin)) = 2,45
Colonia fossile ( Schismopora echinata (Mich.)) = 2,56
Colonia fossile ( Holoporella concentrica (Mich.)) = 2,58
Colonia attuale (Schizoporella linearis (Hass)) = 2,48
Gasteropode fossile ( Nassa mutabilis L .) = 2,49
Lamellibranco fossile ( Glycymeris bimaculatus (Poli)) = 2,62
Inoltre è stata determinata la composizione mineralogica degli scheletri coloniali, utilizzando la
reazione colorimetrica di Meigen (x) ed ottenendo i seguenti dati essenziali :
Colonia fossile (Acanthodesia savartii (Audouin)) = colorazione molto debole (calcite);
Colonia fossile ( Schismopora echinata (Mich.)) = colorazione media (calcite prevalente);
Colonia fossile ( Holoporella concentrica (Mich.)) = colorazione debole (almeno il 70% di calcite);
Colonia attuale (Schizoporella linearis (Hass)) = colorazione medio-forte (aragonite prevalente) ;
Gasteropode fossile (Nassa mutabilis L.) = colorazione forte (aragonite);
Lamellibranco fossile (Glycymeris bimaculatus (Poli)) = nessuna colorazione (calcite).
3) Originarietà della microstruttura.
Con riferimento alle caratteristiche di composizione e di struttura controllate nei fossili stu¬
diati, si rende opportuno prendere brevemente in considerazione due teorie che vennero formulate,
nello scorso secolo, sopra tutto per giustificare il non chiaro inquadramento di tali forme cenozoiche
nelle Hydractiniidae, notoriamente chitinose. Queste teorie, riportate anche in diversi lavori di Paleon¬
tologia relativamente recenti, servirono ad aumentare la confusione sistematica già determinatasi in
relazione alle opinioni di P. Fischer.
P) Gli esami di laboratorio per il controllo colorimetrico sono stati cortesemente compiuti dal Dott. Diego Fer-
nandez, presso l'Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Torino, secondo le indicazioni tratte da:
M. L. Cayetjx in « Mémoires pour servir à l ’ explication de la Carte Géologique détaillée de la France. Introduction à
l’étude pétrograplnqne des roches sédimentaires » (Impr. Nat., Paris, 1910).
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOT PLIOCENICI
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A) Fossilizzazione di forme ritenute Hydractiniidae, mediante sostituzione della chitina originaria con
carbonato di calcio.
L’idea che i fossili coloniali considerati Idrattinidi fossero stati in origine dotati di scheletro
Glutinoso venne sostenuta da G. J. Allman. Esaminando la forma del Crag da lui indicata come
Hydractinia pliocaena, I’Allman affermò che il fenomeno della fossilizzazione non poteva impedire di
riconoscere tale specie come assai somigliante alla vivente Hydractinia echinata Flem. ([10] p. 337).
Ritenendo comuni i caratteri sistematici delle due forme egli pensò che, originariamente, pure quella
fossile avesse avuto composizione chitinica (1).
In sostanza, secondo tale autore, nel corso di eccezionali fossilizzazioni si sarebbe conservato
l’aspetto superficiale delle incrostazioni mentre l’impalcatura scheletrica delle colonie avrebbe subito
un regolare processo di sostituzione molecolare mediante deposito di cristalli carbonatici.
A parte il riconosciuto inquadramento nei Briozoi delle pretese Hydractiniidae fossili, anche in
base ai semplici dati di fatto rilevati nelle organizzazioni scheletriche non può essere riconosciuto
alcun valore alla teoria ricordata.
Gli scheletri carbonatici dei fossili non avrebbero potuto avere composizione chitinosa originaria
essenzialmente per le seguenti ragioni :
1) Le microstrutture delle forme considerate presentano le stesse caratteristiche rilevate in
Briozoi incrostanti attuali, aventi morfologia e habitat correlabili.
2) Non si constata una fossilizzazione per sostituzione molecolare di strutture ehitiniche in
quanto la disposizione dei cristalli di carbonato di calcio indica una micromorfologia precedente del
tutto diversa da quella che presenterebbero scheletri polisaccaridi.
3) Parimenti, non si rileva una semplice deposizione di carbonato di calcio, avvenuta a con¬
servazione del solo modello esterno di scheletri cintinosi, poiché in tal caso, si sarebbero sovente pro¬
dotte cristallizzazioni irregolari e non corrispondenti a quanto si osserva anche nei Briozoi carbona¬
tici attuali.
4) Nelle microstrutture dei fossili i cristalli sono orientati secondo assi ben ordinati e indi¬
cano una chiara derivazione da matrice organica.
B) Distruzione del substrato da parte di Idrattinidi incrostanti Gasteropodi, mediante sostituzione del
proprio scheletro chitinoso al carbonato di calcio delle conchiglie.
H. J. Carter, esaminando un frammento della vivente Hydractinia echinata Fleming, opportu¬
namente separato dalla conchiglia incrostata, credette di riconoscere, alla base dell’ Idroide, una com¬
posizione scheletrica comprendente anche della sostanza carbonatica ([89] p. 2). Osservando sezioni
trasversali di colonie staccate e disseccate, l’autore ritenne di constatare che la sostanza cristallina dei
gusci incrostati si rarefaceva verso l’alto, fino a dar luogo ai soli scheletri cintinosi dell’ Hydractinia.
Il Carter enunciò, quindi, l’ipotesi che, a somiglianza delle Spugne, la Hydractinia echinata ed altre
forme di Idroidi viventi e fossili avrebbero avuto la possibilità di sciogliere il substrato, mediante un
processo chimico. Nella monografia relativa, egli diede anche illustrazione di tale fenomeno ma i di¬
segni schematici riprodotti non permettono ovviamente di confermarne con attendibilità i postulati
(fig. 24).
La teoria venne ripresa successivamente da altri autori e accettata verosimilmente senza ulte¬
riori controlli.
0) Anche G. Steinmann, argomentando su un altro presunto Idroide, 1 1 E. gregaria Schafh., ritenne che speciali
condizioni di fossilizzazione avessero permesso la conservazione di tale forma che « ex vivo » sarebbe stata chitinosa
([320] p. 109).
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66
P. G. CARETTO
IL A. Nicholson, pur accogliendo la tesi del Carter ed estendendo il concetto ad altre forme
(Briozoi) non riconobbe un simile fenomeno per le Labechia ed altri Stromatoporoidea fossili.
P. E. Vinassa de Regny, analogamente a quanto anche espresso dallo Steinmann, pose in
dubbio le idee del Carter e affermò che in nessuna delle forme viventi e fossili da lui esaminate potè
constatare un simile fenomeno. Per contro, le conchiglie rivestite si potevano staccare intatte dallo
scheletro delle colonie incrostanti ([338] p. 127).
In occasione del presente lavoro, avendo avuto a disposizione non poche colonie di Hydractinia
echinata Flem. provenienti dall’Atlantico, sono sempre riuscito a staccarle dal substrato senza aver
rilevato la benché minima corrosione prodotta dal contatto tra gli scheletri cintinosi dell’ Idroide e le
conchiglie ospitanti.
Rimane, quindi, nettamente accertato che la Hydractinia echinata non attacca e non distrugge,
neppure parzialmente, le conchiglie ospitanti. Parimenti, non si è osservato alcun scambio di sostanze
fra le due organizzazioni scheletriche. Le colonie dell ’ Idroide non possiedono, in effetti, particolari
facoltà biochimiche nei confronti del substrato da esse occupato. Talvolta, sono state invece osservate
impurità varie e frammenti dovuti essenzialmente ad altri organismi, quali Alghe calcaree, evidente¬
mente già presenti sulla superficie delle conchiglie prima della deposizione dello scheletro coloniale
delle Hydractiniidae.
Fig. 24. - — Distruzione del substrato ad opera dell ’ Hydractinia echinata Flf.m.,
secondo H. J. Carter.
a) Parte inferiore di incrostazione dovuta a R. echinata Flem., mostrante punti
della struttura chitinosa die si ergono attraverso materiale calcareo (ingr.).
h ) Da stessa incrostazione, dopo asportazione con acido della sostanza calcarea
(vista tangenziale).
c) Porzione della stessa incrostazione, privata della sostanza calcarea mediante
acido (molto ingr.).
d) Sezione sottile trasversale della stessa incrostazione, indicante il riempimento
della parte inferiore del cenosarca con materia calcarea biancastra.
e) Sezione sottile trasversale di altri frammenti della stessa incrostazione, senza
la parte calcarea, asportata con acido.
(ridis. da Carter)
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
67
Con fatti analoghi si potrebbero probabilmente spiegare le impurità viste dal Carter alla base
di colonie della Hydractinia echinata.
In merito ai riflessi che la teoria del Carter potè avere in Paleontologia, si può parimenti af¬
fermare, con tutta tranquillità, che nessuna delle colonie plioceniche, esaminate nel corso del presente
studio e rappresentanti buona parte dei pretesi Idroidi fossili, ha fornito indizi, benché minimi, circa
un eventuale assorbimento delle conchiglie ricoperte.
Anche per queste forme, ho ritenuto di condurre ripetute prove ; in tutti i casi è stato possibile
separare nettamente l’organismo incrostante dalla conchiglia incrostata o, quanto meno, accertare che
le conchiglie non avevano subito corrosioni. Solo in presenza di gusci rotti (per lo più nella regione
aperturale), le colonie poterono occupare lo spazio vuoto e proliferarvi.
D 'altra parte, lo stesso tipo di sviluppo degli scheletri coloniali dimostra che non vi furono
scambi chemiofisici con le conchiglie inglobate. Infatti, la base delle colonie, vista in sezione trasver¬
sale, risulta sempre seguire regolarmente il profilo formato dal substrato, senza aver provocato cavità
o alterazioni di alcun genere. Specialmente nei fossili a più colonie sovrapposte, le impalcature sche¬
letriche poggiano l'una sull’altra in stretta aderenza ma non dimostrano di aver intaccato quelle infe¬
riori. Infine, non si comprende come si sarebbero potute determinare distruzioni del substrato, tenen¬
dosi appunto presente che ciascuna lamella costituiva una singola colonia C* 1 2 3 4 5).
In ogni caso, atteso che le forme fossili sono Briozoi, si rende sufficiente ricordare che tali inver¬
tebrati coloniali incrostanti, nella generalità, si sovrappongono al substrato senza che avvengano parti¬
colari reazioni biochimiche.
Le opinioni dell’ALLMAN e del Carter, espresse in un periodo di incertezze sistematiche e di
sviluppo delle moderne discipline zoologiche e paleontologiche, possono far comprendere come errate
convinzioni sull’ inquadramento degli Idroidi abbiano talvolta condotto a inesatte conclusioni anche in
problemi marginali. Se non si fosse tentato in ogni modo di avvicinare le forme fossili considerate alle
attuali Hydractiniidae, molto probabilmente non sarebbero sorte teorie quali quelle brevemente ricor¬
date e da ritenersi definitivamente non valide.
VII - Cenni ecologici e distribuzione,
a] Habitat delle colonie.
I Briozoi pliocenici descritti costituiscono uno degli esempi più interessanti di adattamento
filetico a condizioni ambientali non molto favorevoli. Analogamente a quanto accertato per altri Briozoi
incrostanti attuali, aventi corrispondente struttura scheletrica, queste forme raggiunsero, infatti, una
apprezzabile diffusione, nonostante talune caratteristiche negative del Vhabitat, quali:
(’) Ho potuto assumere notizie sugli scheletri degli invertebrati coloniali andhe tramite una serie di ricerche
condotte dal Fact. Research Service della American People Encyelopedy (New York) e riunite in una comunicazione
fattami cortesemente pervenire. In merito, si citano le seguenti indicazioni bibliografiche :
1 - Buchsbaum R., Animals without baelcbones, thè University Chicago Press, Chicago, 1941.
2 - Hegner R. W., Invertebrate Zoologi/, The Mac Miliari Co., New York, 1936.
3 - Hyman L. H., Corni and coral reefs, The Encyclopedia Americana, 7, 676-677, Americana Corporation, New York,
1964.
4 - Jeniaux C., Distributian of chitin in animals, Proceedings of thè 16th International Congress of Zoology, 2, p. 78,
Washington, D. C., 1963.
5 - Schmitt Waldo L., Crustaceans in Smithsonian Scientific Series, 10, Smithsonian Seient. Ser. Ine., Washington,
D. C., 1934.
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P. G. CABETTO
a) sviluppo su substrati non solidamente ancorati al fondo marino;
b) unico tipo di supporto, costituito da conchiglie di Gasteropodi ;
c) possibilità di rapidi insabbiamenti e di danneggiamenti a causa di correnti marine e del
moto ondoso, in presenza di fondi spesso sabbiosi e poco profondi.
In particolare, secondo i dati stratigrafici e paleontologici rilevati, le colonie plioceniche dei
dintorni di Asti indicano un habitat costiero, probabilmente non esteso oltre la zona delle Laminarie.
Sotto l’aspetto cronologico, queste forme proliferarono specialmente durante la lunga fase di
regressione che si concluse con la scomparsa del mare dal bacino cenozoico piemontese ,(1).
Gli scheletri coloniali risultano aver incrostato conchiglie di Gasteropodi di generi e dimensioni
diversi, fra le quali predominano quelle dotate di una più accentuata ornamentazione.
La presenza delle incrostazioni esclusivamente su gusci di Gasteropodi, sia lisci che muniti di
spine, coste o noduli, potrebbe essere spiegata con un fenomeno di affinità biochimica o, più verosimil¬
mente, di semplice affinità fisica, da porsi in relazione al modo di accrescimento degli zoari (2).
Inoltre, la maggior frequenza delle colonie plioceniche su determinate forme di Gasteropodi
può essere spiegata anche in considerazione della morfologia esterna delle conchiglie, particolarmente
adatta ad un fissaggio più saldo dei Briozoi. Rimane, comunque, un dato ecologico certo : le colonie
descritte potevano ottenere un supporto idoneo soltanto fissandosi su gusci di univalvi, pur se nume¬
rosi erano i Lamellibranclii che popolavano le acque del mare pliocenico, vivendo nella stessa fascia
costiera.
D’altra parte, si può ancora notare che nel bacino pliocenico astigiano non vi sarebbero state
soddisfacenti possibilità di proliferazione di Briozoi o di altre forme incrostanti su substrati diversi
da quelli dei Molluschi e di pochi altri invertebrati ad esoscheletro sufficientemente mineralizzato. Man¬
cavano, infatti, le scogliere, così favorevoli in genere allo sviluppo delle forme coloniali incrostanti,
mentre anche i ciottoli erano del tutto rari essendo i sedimenti a prevalente, facies sabbiosa.
L’aspetto macroscopico degli scheletri coloniali fossili risulta il più vario. In genere, si notano
forme globose o allungate, in diretta relazione alla morfologia esterna delle conchiglie incrostate.
Accanto ad esemplari costituenti incrostazioni sottili se ne notano altri notevolmente svilup¬
pati. In particolare, le colonie della Holoporella concentrica (Mich.) hanno dimostrato, come si è visto,
una forte tendenza ad aumentare la superficie scheletrica, indipendentemente dalla forma delle con¬
chiglie incrostate. Le ramosità relative possono essere assai minute o dimostrarsi di sezione maggiore
dello stesso substrato.
Le impalcature scheletriche delle colonie si manifestano nella maggioranza delle specie con ca¬
ratteristiche di particolare coesione e robustezza, superiori a quanto si può constatare nella organizza¬
zione di altri Briozoi. La loro struttura corrisponde però perfettamente a quella di diverse specie in¬
crostanti, attualmente viventi in condizioni di vita paragonabili a quelle nelle quali si svilupparono le
forme plioceniche.
Le stesse produzioni spiniformi e le coste che caratterizzano la superficie scheletrica di alcune
specie fossili costituiscono elementi strutturali anche in forme attuali, proliferanti in acque calde e in
fondi marini prevalentemente sabbiosi, soggetti a correnti ed al moto ondoso (es. Cellepora colum-
(’) I lenti movimenti regressivi del mare pliocenico sono confermati nella regione astigiana anche dalla notevole-
estensione geografica di un livello a Molluschi ( Isognomon ), indicante le assise del Pliocene superiore ([87] p. 18).
(2) F. Canu & R. S. Bassler, nel descrivere ì’habitat della Hippoporidra edax Busk, formularono l’ipotesi
dell’affinità chemiofisiea per spiegare 1’ habitat di tale Briozoo sulle conchiglie di Gasteropodi ([79] p. 140). Questi
autori espressero l’opinione che le larve della specie predetta posseggano, forse, una facoltà selettiva per fissarsi a
determinati substrati, mediante una reazione biochimica tale da essere esclusa qualora queste si posino sopra supporti
diversi dai Gasteropodi. Il Prof. L. David, con il quale ebbi occasione di accennare al problema, in una cortese comu¬
nicazione epistolare mi espresse i suoi dubbi sulla possibilità di configurare una simile affinità chimica nei confronti
delle forme fossili studiate. Con riferimento a Hippoporidra edax, egli mi precisò che tale forma è stata finora rinve¬
nuta su almeno otto generi differenti di Gasteropodi.
NUOVA CLASSIFICAZIONE t>I ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
69
naris Buse). Fra le forme attuali, viventi in mari subtropicali e in ambiente rapportabile a quello
delle specie plioceniche piemontesi, si ricordano diversi Briozoi del genere Hippoporidra, quali la già
citata H. edax Buse (tipica del Golfo del Messico), la II. calcarea Smitt (Golfo del Messico) e la
II. granulosa Canu & Bassler (Isole Galapagos).
Per quanto riguarda l’ habitat in particolare, ho potuto accertare che la maggior parte delle co¬
lonie fossili si era sviluppata su conchiglie abbandonate sul fondo marino e ormai prive delle parti
molli del Mollusco. Infatti, l’esame di un notevole numero di esemplari ha permesso di rilevare i se¬
guenti particolari :
a) il tessuto scheletrico delle colonie riveste anche l’interno delle cavità aperturali delle con¬
chiglie.
b) I canali sifonali risultano quasi sempre occlusi e regolarmente rivestiti dalle colonie.
In alcuni casi, si è però constatato che l’ interno aperturale e lo stesso canale sifonale erano
completamente liberi da ogni traccia di incrostazione.
Poiché le colonie nelle quali si osserva tale caratteristica risultano talora avvolgere tutto il resto
della conchiglia, non si può escludere che talune specie potessero ricoprire conchiglie ancora abitate
dal Mollusco.
Ad esempio, la Schismopora echinata (Mich.) è stata più volte rinvenuta in simili condizioni
di ricoprimento del substrato.
In zoologia sono conosciuti casi di Gasteropodi incrostati ex vivo da Briozoi. Per i fossili, come
riportato più avanti, J. Roger & E. Buge hanno segnalato un esempio di associazione fra un Briozoo
della famiglia Celleporidae e uu Gasteropode, provenienti dai faluns della Touraine.
b) Sviluppo delie colonie.
Gli scheletri coloniali delle forme descritte denotano un accrescimento di tipo laterale, comune
alla più parte dei Briozoi incrostanti.
In tutte le specie, riclassificate o descritte per la prima volta, non ho mai notato un orienta¬
mento definito nella proliferazione e nella disposizione degli zooeei. Anche questa particolarità strut¬
turale non si discosta dalle caratteristiche di Briozoi attuali. Infatti, diversi Cheilostomi, appartenenti
a forme sistematicamente vicine a quelle fossili, palesano uno sviluppo degli individui coloniali senza un
preciso ordine di accrescimento, con zooeei sparsi o ammonticchiati irregolarmente.
Come già considerato nella parte sistematica, lo sviluppo delle colonie poteva risolversi in un
unico sottile ricoprimento ovvero si produeevano masse di proporzioni relativamente notevoli, per la
sovrapposizione di un certo numero di lamelle della stessa specie o di specie diverse.
Tale fenomeno è del tutto normale nell’etologia dei Briozoi incrostanti e se ne hanno notevoli testi¬
monianze, ad esempio, negli Hippoporinidae e Celleporidae.
Altro fattore ecologico assai comune fra i Briozoi incrostanti e finora non rilevato per le forme
fossili considerate è posto in rilievo dalla presenza, su singole conchiglie, di più colonie affiancate e
appartenenti alla stessa specie o a specie diverse. Come già rilevato, non è difficile rinvenire conchiglie
con incrostazioni dovute a due, tre o più forme differenti (tav. 1, fig. 12).
Nella fig. 25 è illustrata una incrostazione dovuta a due distinte colonie. 11 disegno, eseguito
su microfotografia, mostra la linea di accostamento di due diversi scheletri coloniali.
Il fenomeno è del tutto comune alle forme del Pliocene italiano e del Crag. Nello stesso mate¬
riale inviatomi dal British Museum, ho rilevato interessanti esempi di associazione (tav. 2, fig. 6 ;
tav. 9, fig. 7).
Ulteriore elemento di rilievo è costituito dalla associazione di Cirripedi e Briozoi, che frequen¬
temente si riscontra nei fossili studiati. Si notano, infatti, esoscheletri di Balanidae, isolati o a gruppi,
rimasti a testimoniare un vero e proprio stato di concorrenza per ragioni vitali con le colonie plioceniche.
70
P. G. CARETTO
Talvolta, sono i Balanus a dimostrare di aver avuto il sopravvento, essendo fissati su parti di
colonie delle quali soffocarono lo sviluppo e la stessa esistenza (fig. 26). Molto più sovente, si con¬
stata che furono le colonie dei Briozoi a ricoprire completamente i Cirripedi. Sezionando le colonie,
Fig. 25. — Colonie eli Cellepora davidi n. sp. e (li Holoporella concentrica (Mici!.), incro¬
stanti un G-asteropode (ingr. x 20) (originale).
ove esse presentano avvallamenti e protuberanze, si possono rinvenire i resti di Balanidae, inglobati
da una più o meno spessa serie di lamelle di Briozoi. In qualche caso, si sono potuti osservare sche¬
letri coloniali di Briozoi che cessarono di svilupparsi senza aver completato la fase di rivestimento dei
Crostacei (fig. 27). Questi dati ecologici sono aneli 'essi comunemente rilevabili nei reperti provenienti
dai giacimenti piemontesi, emiliani e del Crag. In riferimento alla formazione di digitazioni e ramo¬
sità coloniali in alcune forme, già il Vinassa de Regny aveva posto in evidenza che alla base di tali
formazioni erano spesso presenti i resti di Balanidae ([338] p. 140). In sostanza, pure l’accennato
fenomeno di concorrenza biologica per la utilizzazione dei substrati risulta del tutto analogo a quello
che caratterizza lo sviluppo di Briozoi incrostanti attuali, spesso rinvenuti insieme ai Cirripedi in con¬
tesa per la conquista dell’esigua superficie di una conchiglia di Gasteropode.
c) Associazioni biologiche.
Oltre a quanto rilevato per i Balanidae, ulteriori osservazioni possono essere citate relativa¬
mente alla convivenza dei Briozoi pliocenici con i Paguri.
Diversi fossili, infatti, presentano speciali tracce di usura intorno alle aperture delle conchiglie,
in modo da far ritenere che le stesse fossero state abitate anche dai Crostacei. In questi casi si notano,
nelle talora cospicue masse incrostanti dei Briozoi, due incavi ben marcati e simmetrici, rispettiva¬
mente in corrispondenza alla parte apicale ed a quella sifonale delle aperture dei Gasteropodi rivestiti.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOl PLIOCENICI
71
L 'esame di queste usurazioni conduce a ritenere che esse siano state prodotte dallo sfregamento
delle chele di Paguri (tav. 2, fig. 8-9). Il confronto con esempi attuali di convivenza di Paguri e
Briozoi nella medesima conchiglia ha fornito in merito dati del tutto analoghi.
Fig. 26. — Piastra basale di un Balanus, ricoprente una colonia di Jloloporella concentrica
(Mich.) (ingr. x 20) (originale).
Secondo il principio dèli 'attualismo, i Paguri pliocenici dovettero trovare asilo e protezione
nelle conchiglie abbandonate sul fondo marino e spesso già ricoperte da altri organismi, fra i quali i
Briozoi incrostanti. Sulla natura di simili associazioni biologiche, non pochi studi e considerazioni di
zoologi e paleontologi suggeriscono l’idea che si tratti di vere e proprie simbiosi mutualistiche, mentre
altri pensano a fenomeni di commensalismo o di semplice convivenza occasionale fra forme utilizzanti
uno stesso supporto.
Già nel 1872, C. des Moulins aveva fornito particolareggiate notizie sulla associazione di
forme coloniali (fra le quali le Spugne) con i Paguri ([134] p. 28). Questo autore aveva particolar¬
mente considerato la specie Suberites domuncula (Lam.) che in origine era stata descritta come Celen-
terato e poi trasferita alle Spugne. Sempre sulla Suberites domuncula scrisse P. Celesia (1893), il
quale pose anche in rilievo di aver rinvenuto conchiglie di Gasteropodi ancora in vita, ricoperte da
Briozoi e Celenterati.
Fra gli autori moderni che si interessarono alle convivenze, fra Briozoi, Gasteropodi e Paguri
sono da ricordare F. Canu & R. S. Bassler.
Fra l’altro, questi autori (1928) posero in rilievo un fenomeno di simbiosi, definita simmetrica
per il tipo di accrescimento delle colonie, fra Gasteropodi e Hippoporidra edax Busk ([79] p. 139).
Più recentemente, J. Roger & E. Btjge (1947) fornirono interessanti dati su un’associazione
Cellepora- Gasteropode, in base a reperti provenienti dai faluns della Touraine [304], Lo studio, at-
P. G. CAPETTO
72
tuato con l’ausilio dei raggi X, condusse gli autori a ritenere tale associazione come un fenomeno di
parassitismo del Briozoo. In altro lavoro del 1962, dovuto a E. Buge & G. Lecointre, a seguito della
considerazione di nuovi elementi oggettivi, venne accolta la tesi della simbiosi, con uno studio appro¬
fondito sul Briozoo Membranipora fusca Canu & Bassler, proveniente dal Neozoico di Rio de Oro
(Sahara spagnuolo) [33],
Fig. 27. — Particolare zoariale di Koloporella concentrica (Mich.), fossilizza¬
tasi in fase di ricoprimento di un Balanus (ingr. x 30) (originale).
In merito allo studio di E. Buge & G. Lecointre, giova ricordare che le nitide fotografie di
sezioni zoariali, riunite nelle tavole fuori testo, offrono una notevole somiglianza con quelle effettuate
per illustrare i fossili descritti nel presente lavoro ([33] tt. 18, 19).
Per quanto concerne le forme plioceniche esaminate in questo lavoro non sono in possesso di
dati sufficienti per poter dimostrare l’esistenza di un fenomeno di simbiosi con i Paguri o i Gasteropodi.
Ritengo, però, che, più probabilmente, si potesse trattare non di necessaria o essenziale forma
di associazione ma di semplice convivenza di tipo occasionale.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
73
d) Distribuzione.
Fra i Paleontologi che si occuparono di invertebrati coloniali e i pliocenisti è opinione abba¬
stanza comune che i Briozoi siano molto rari nei depositi del Pliocene medio-superiore del Piemonte,
dell ’ Emilia e italiano in genere.
Autori come L. Bellardi e F. Sacco, profondi conoscitori dei terreni cenozoici liguri-piemon¬
tesi, a seguito delle loro lunghe ricerche paleontologiche non ne registrarono che pochissime specie,
relative a scarsi esemplari rinvenuti isolati nei sedimenti tipici dei dintorni di Asti.
Per il Pliocene inferiore, A. Manzoni descrisse, invece, numerosi Briozoi provenienti dai ricchi
giacimenti di Castrocaro, in Emilia [226], Questo autore indicò, in merito, una predominanza di
Cheilostomi e una composizione faunistica già simile a quella attuale. Nel pliocene medio-superiore,
secondo il Manzoni, una sedimentazione accelerata avrebbe impedito o reso difficile lo sviluppo dei
Briozoi, incrostanti in genere conchiglie abbandonate sul fondo marino. In base ai dati attuali pare
invece più opportuno ritenere che, in determinate condizioni di mare poco profondo e soggetto a forte
moto ondoso, le forme comuni di Briozoi non potessero incontrare un habitat idoneo, mentre poche
specie, aventi scheletro coloniale più robusto e maggiormente adattabili al mezzo esterno, riuscirono
a diffondersi lungo buona parte delle coste plioceniche, con incrostazioni talora rilevanti. Inoltre,
nella generalità dei giacimenti fossiliferi pliocenici delle nostre regioni non vi sono tracce così marcate
di sedimentazione accelerata, tanto da giustificare da sole una mancata diffusione dei Briozoi.
In relazione alle osservazioni esposte ed alle rilevazioni effettuate, si può oggi affermare che i
Briozoi svilupparono il loro phylum in modo abbastanza rilevante anche nei sedimenti pliocenici tipici
dell’Astigiano e della penisola italiana.
Le forme precedentemente considerate Idroidi e studiate nel presente lavoro costituiscono, in¬
fatti, una buona testimonianza in tal senso, essendo distribuite in quasi tutti i depositi sabbiosi. Se le
specie sono numericamente limitate, non risulta però difficile rinvenire le colonie nei sedimenti e, in
particolare, nei livelli a concentrazione di Molluschi.
In unione alle forme già precedentemente conosciute come Briozoi, le colonie studiate comple¬
tano, quindi, il quadro della distribuzione geologica pliocenica di un phylum straordinariamente ricco
di possibilità adattive e di variazioni strutturali (1). •
Sotto il profilo ambientale, questi fossili, come già accennato, sono da ritenersi ben distribuiti nei
giacimenti a lithofacies sabbiosa, tipica dell’Astigiano. Nonostante l 'assiduità delle ricerche svolte nella
regione piemontese, non mi è stato possibile, invece, reperire che pochi esemplari nelle località ove la
facies passa da sabbiosa a sabbioso-argillosa o ad argillosa.
Nelle argille grigio-azzurre del Pliocene inferiore dell’Astigiano (facies piacenziana) i Briozoi
incrostanti scompaiono o divengono rarissimi. Ai fini della distribuzione geografica dei Briozoi stu¬
diati, basterà ricordare che vi dovranno essere ricondotte tutte le precedenti segnalazioni e indicazioni
relative a presunte Hydractiniidae fossili, per cui si può affermare che questi Briozoi caratterizzarono,
in genere, il Pliocene europeo. In stretta analogia con altri Briozoi, essi ebbero rappresentanti fin
dal Cretaceo ed ampliarono la sfera di distribuzione nel Cenozoico, con varie forme eoceniche e mio¬
ceniche. Raggiunsero un cospicuo sviluppo nel Pliocene medio-superiore e si .continuano ancor oggi con
specie viventi in mari caldi o tropicali.
Indubbiamente, nel Pliocene si verificarono le condizioni per una sensibile irradiazione di tali
forme in una vasta area di distribuzione. Anche nei sedimenti pliocenici inglesi, esse si diffusero am¬
piamente, in unione a molti altri Briozoi, tanto da caratterizzare, con essi, i famosi giacimenti del
Cray Rosso e Corallino.
(') Fra le segnalazioni di Briozoi per il Pliocene piemontese, ricordiamo quelle di F. Canu ([69] 13, p. 128).
Questo autore indicò alcune forme provenienti dai dintorni di Asti e ritenute rarissime, senza peraltro occuparsi delle
colonie costituenti oggetto del presente lavoro. Tali forme comprendevano: Cellaria fistolosa L., Cupularia canariensis
Buste, Cupularia heidingeri Reuss, Adeona heckeli Reuss, Smittia systolostoma Meneg.
74
P. G. CARETTO
Conclusioni.
L’indagine volta a stabilire una nuova classificazione delle forme coloniali plioceniche, ritenute
precedentemente Idrattinidi, è stata estesa alle caratteristiche strutturali, morfologiche, etologiche ed
ecologiche anche meno appariscenti o secondarie dei fossili, in modo da ottenere il maggior numero
possibile di dati indicativi. L’insieme degli elementi raccolti ha permesso di completare e consolidare
le deduzioni sistematiche in base alle quali le colonie fossili sono state ora inserite nel phylum dei
Briozoi.
A distanza di oltre un secolo dalle prime discordanze sull ’ inquadramento di questi caratteri¬
stici fossili si può, quindi, ritenere concluso il travaglio sistematico che ne ha accompagnato la clas¬
sificazione in Paleontologia.
In sostanza, nel seguire 1 ’ iter della sistematica si è potuto constatare come, dopo un periodo
iniziale in cui le forme incrostanti considerate erano state riconosciute appartenere ai Briozoi, una
breve pubblicazione di P. Fischer fece sì che i successivi studi in materia prendessero ben altra dire¬
zione. In effetti, la tesi espressa da questo autore condusse un certo numero di paleontologi, anche fa¬
mosi, a seguirlo nell’erronea attribuzione ad Hydractiniidae di non poche specie, senza che venissero
effettuati approfonditi raffronti con forme analoghe attuali e che si tenesse conto di determinati pro¬
gressi nelle conoscenze sugli invertebrati coloniali, particolarmente avvenuti in Zoologia.
Alcuni trattati, anche recenti come quello di R. C. Muore [238], hanno incluso nelle Hydracti¬
niidae, o considerate vicine sistematicamente ad esse, altre forme coloniali fossili non oggetto di trat¬
tazione in questo lavoro. Ad esempio, il trattato del Moore ha citato nella parte dedicata alle Hydrac¬
tiniidae i generi Cycloporidium, Ellipsactinia, Heterastridium, Philippinactinia e Stromactinia.
Pur non avendo potuto compiere finora alcuna osservazione diretta su tali forme, ritengo che
sarebbe probabilmente utile una revisione sistematica ..delle stesse, onde eliminare eventuali casi di
erronee attribuzioni agli Idrozoi di forme inquadrabili diversamente.
Allo stesso scopo, dovrebbe essere pure compiuta una revisione dei fossili ascritti ai vecchi ge¬
neri Stromatopora, Labechia e Sphaer actinia.
Istituto di Geologia, Paleontologia e Geografia Fisica. Torino, dicembre 1965.
SOMMARIO. — Una serie di ricerche intese a raccogliere dati stratigrafici e faunistici sul Pliocene piemon¬
tese condussero lo scrivente al ritrovamento di numerosi esemplari di conchiglie di Gasteropodi, parzialmente o total¬
mente ricoperti da incrostazioni di organismi coloniali. I confronti effettuati ai fini di una determinazione di tali
colonie fecero sorgere non pochi dubbi sull’inquadramento alle stesse riservato in Paleontologia. Infatti, mentre
l’esame dei dati morfologici fondamentali poneva in evidenza i caratteri sistematici di Bryozoa, i testi paleontologici
inserivano le forme considerate negli Hydrozoa, ordine Hydroida, famiglia Hydractiniidae. Tenuto conto di tale con¬
trasto, vennero effettuati esami più approfonditi sulle strutture scheletriche dei fossili in rapporto a quelle degli
Hydroida attuali appartenenti al genere Hydractinia van Benedf.n, al quale le forme plioceniche erano state essenzial¬
mente assimilate. L’indagine sui fossili venne estesa alle colonie del Pliocene emiliano ed italiano in genere, nonché
a quelle del Cray inglese.
I controlli sistematici, condotti in base a diversi parametri di confronto, vennero articolati sul piano strutturale,
morfologico ed ecologico, tenendo altresì costantemente presenti le moderne conoscenze zoologiche in materia di inver¬
tebrati coloniali. Onde completare e rendere maggiormente sicuro l’esito delle osservazioni e delle prove effettuate, non
furono trascurati gli elementi morfologici secondari, i dati di composizione chimico-fisica e altre caratteristiche minori.
Sotto il profilo bibliografico, si dovette procedere ad una ricerca piuttosto estesa per poter stabilire l 'origine
dell’inquadramento paleontologico in ordine alle forme esaminate e permettere un soddisfacente confronto con le indi¬
cazioni zoologiche sulla sistematica degli Idrozoi e dei Briozoi.
A conclusione delle ricerche eseguite, sono stati raccolti dati probanti per un inserimento delle forme plioceniche
nel phylum dei Briozoi, ordine Cheilostomata.
In relazione alla precedente classificazione negli Idroidi ed in base alla considerazione dei reali caratteri distin¬
tivi, necessari per giungere a un corretto inquadramento sistematico, si è, quindi, proceduto alla riclassificazione delle
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
75
colonie plioceniche. Sono state così, abolite, poste in dubbio, considerate cadute in sinonimia, o inserite in un nuovo
genere diverse specie che, oltre all’errata classificazione, erano state per lo più determinate in considerazione di carat¬
teri secondari o fortuiti. In particolare, sono state considerate le precedenti distinzioni specifiche:
Hydractinia pliocaena Allman, E. michelini Fischer, H. saccoi Vinassa de Regny, E. saccoi Y. de Regny longispina
V. de Regny, E. saccoi V. de Regny bifida V. de Regny, E. gregaria Sciiafhaeutl, E. cretacea Fischer, E. vicaryi
Carter, E. multispinosa Ulrich, Cyclactinia etnisca V. de Regny, C. incrustans Goldfuss sp., C. incrustans Goldfs.
sp. concentrica Michelin sp., C. capelliniana V. de Regny, C. paronaì V. de Regny, C. Icingii Carter, Kerunia cornuta
Mayer-Eymar, Cystactinia ocalana Brooks, Poractinia circumvestiens (Wood).
Secondo la nuova classificazione sono state invece definite le seguenti specie di Briozoi:
Schizoporella malarodai n. sp., Cellepora davidi n. sp., Eoloporella concentrica (Michelin), Schismopora echinata
(Michelin), Gemelliporidra circumvestiens (Wood), Cellepora pliocaena (Allman).
SUMMARY. — A series of investigations aiming at eollecting stratigrapliic and faunal data on thè Piedmontese
Pliocene led thè Autlior to thè diseovery of numerous specimina of Gastropod shells, partially or totally incrusted with
colonial Invertebrates.
The compariseli effected to determine sudi eolonies raised several doubts on their classification in Paleontology.
In fact, while thè examination of thè fundamental morphological data evidenced thè Bryozoa systematic cha-
raeters, thè Paleontology treatises assigned thè considered forms to thè Eydrozoa, Eydroida order, Eydractiniidae
family. Owing to tliis discordance a more careful investiga tion was carried out on thè skeleton eonfigurations of thè
fossils, as compared with those of thè actual Eydroida belonging to tlie genus Eydractinia van Beneden to whicli thè
pliocenic forms had been essentially associated.
The investigatimi on thè fossils was extended to thè eolonies of thè Emilian and more generally to thè wliole
Italian Pliocene, as well as to thè British Cray.
The systematic Controls, carried out on thè basis of different comparison parameters, were developed according
to thè structural, morphological and eeological line, yet hearing always in mind thè modern zoological knowledges on
thè colonial Invertebrates.
In order to bave more complete and sure results in tlie investigations and examinations which had been carried
out, thè secondary morphological charaeters, thè Chemical and physical composition data and other seeondary features
were also thoroughly considered.
As far as bibliography is concerned a rather estensive research had to be conducted in order to determine thè
origin of thè paleontological classification referred to thè examined forms and to allow a sat.isfactory comparison with
thè zoological indica tions on thè systematic classification of Eydrozoa and Bryozoa.
As a result of these researches, probative data bave been collected permitting to assign tlie pliocenic forms to
thè Bryozoa phylum, family of Cheilostomata.
Referring to their former classification in thè Eydroida and considering thè reai discriminating charaeters
required to obtain a eorrect systematic groqping, thè pliocenic eolonies bave been reclassified.
Several forms, which, erroneous classification apart, had been mostly determined in consideratimi of secondary
or casual charaeters, have been abolished, called into question, considered as synonyms, or grouped into a new genus.
In particular, thè former specific elassifications have been taken into consideratimi i.e. :
Eydractinia pliocaena Allman, E. michelini Fischer, E. saccoi Vinassa de Regny, E. saccoi V. de Regny longispina
V. de Regny, E. saccoi V. de Regny bifida Y. de Regny, E. gregaria Schafhaeutl, E. cretacea Fischer, E. vicaryi
Carter, E. multispinosa Ulrich, Cyclactinia etnisca V. de Regny, C. incrustans Goldfuss sp., C. incrustans Goldfs. sp.
concentrica Michelin sp., C. capelliniana V. de Regny, C. paronai V. de Regny, C. Icingii Carter, Kerunia cornuta
Mayer-Eymar, Cystactinia ocalana Brooks, Poractinia circumvestiens (Wood).
On tlie other hand, according to thè new classification, thè f ollowing species of Bryozoa have been determined :
Schizoporella malarodai n. sp., Cellepora davidi n. sp., Eoloporella concentrica (Michelin), Schismopora echinata
(Michelin), Gemelliporidra circumvestiens (Wood), Cellepora pliocaena (Allman).
SOMMAIRE. — Une serie de reeherches destinées à reeueillir des informations sur la stratigraphie et la
faune du Pliocène piémontais ont amené l’auteur à la déeouverte de nombreux exemplaires de eoquilles de Gastéro-
podes, recouvertes en partie, ou en totalité, d ’ inerustations d’organismes eoloniaux. Les comparaisons effectuées aux
f ins d ’ une identif ication de ces eolonies ont fait naìtre de nombreux doutes quant à leur classification paléontolo-
gique. En effet, tandis que l’examen des données morphologiques fondamentales mettait en évidenee les caractères
systématiques de Bryozoa, les textes paléontologiques plaqaient les formes considérées parali les Hydrozoaires, de
l’ordre Eydroida, famille des Eydractiniidae. Compie tenu de cette importante contradiction, des examens plus appro-
P. 0. CARETTA
76
fondis ont été effectués sur les structures des squelettes des fossiles; des comparaisons ont été faites avec celles des
Hydroida actuels appartenant au gerire Hydractinia van Beneden, auquel les formes pliocéniques avaient été essentiel-
lement assimilées. L’enquète sur les fossiles fut étendue aux colonies du Pliocène émilien et italien en général, ainsi
qu’à celles du Crag anglais.
Les vérifieations systématiques faites à Laide de divers paramètres de comparaison furent exécutées sur le pian
structural, morphologique et écologique, eompte tenu des connaissances zoologiques modernes sur les invertébrés colo-
niaux. Pour compléter et certifier davantage le résultat des observations et des essais effectués, les éléments morpho-
logiques secondaires n’ont pas été négligés non plus d’ailleurs que les renseignenients relatifs à la composition clii-
mico-physique et les autres caractéristiques de moyenne iniportance.
Du point de vue de la bibliographie on a du procèder à une recberclie plutòt étendue pour pouvoir déterminer
l’origine de la classification paléontologique au sujet des formes examinées et permettre une comparaison satisfaisante
avec les données zoologiques sur la systématique des Hydrozoaires et des Bryozoaires.
En conclusimi, des renseignements probants ont été recueillis permettant 1 ’ introduetion des formes pliocéniques
dans le phylum des Bryozoaires, de l’ordre des Cheilostomata.
En liaison à la précédente identification panili les Hydro'ides et en se basant sur les caraetères distinctifs
réels, utiles pour obtenir une classification systématique correcte, on a ensuite procédé au reclassement des colonies
pliocéniques. Un certain nombre d ’espèces qui, non seulement avaient été mal classées, mais avaient été définies en
fonction de caraetères secondaires ou fortuits, ont été ainsi abolies, eousidérées comme douteuses ou synonymes, ou bien
insérées dans un nouveau genre. En particulier, les précédentes distinctions spécifiques on été eousidérées:
Hydractinia pliocaena Allman, H. michelini Fischer, H. saccoi Vinassa de Regny, H. saccoi Y. de Regny longispina
V. de Regny, H. saccoi V. de Regny lifida Y. de Regny, H. gregaria Schafhaeutl, IL. cretacea Fischer, li. vicaryi
Carter, H. multispinosa Ulrich, Cyclactinia etnisca V. de Regny, C. incrustans Goldfuss sp., C. incrustans Goldfs. sp.
concentrica Michelin sp., C. capelliniana V. de Regny, C. paronai V. de Regny, C. teingii Carter, Kerunia cornuta
Mayer-Eymar, Cystactinia ocalana Brooks, Poractinia circumvestiens (Wood).
Selon la nouvelle classification les espèces suivantes de Bryozoaires ont été au contraile définies:
S chizoporella malarodai n. sp., Cellepora davidi n. sp., Holoporella concentrica (Michelin), Schismopora echinata
(Michelin), Gemellìporidra circumvestiens (Wood), Cellepora pliocaena (Allman).
ZUSAMMENFASSUNG. — Bine auf die Sammlung voli Tierwelt- und Scliichtungsangaben des piemontesischen
Plioziin gerichtete Forsclningsreilie fiihrte den Verfasser zur Auffindung zahlreiclier Exemplare von Gasteropoden-
schalen, die mit krustenartigen Gebilden aus Wirbellosenkolonien teils oder ganz iibergezogen waren.
Infolge des zwecks einer Bestimmung dieser Kolonien ausgefiihrten Vergleiches, ergaben sich manche Bedenken
betreffs ilirer Klassifikation in der Palàontologie. In der Tat, indem die Untersucliung der grundsàtzliehen morpholo-
gischen Merkmale auf die systematischen Eingenschaften der Bryozoa hinwies, anderseits fiigten die Palaontologie-
Lehrbiicher die behandelten Formen in die Hydrozoa, Ordnung Hydroida, Familie Hydractiniidae, ein.
Wegen dieser Verschiedenheit, wurden eingeliende Untersuchungen iiber den Skelettbau der Fossilien, im Ver-
gleiche zu demjenigen der gegenwàrtigen Hydroida, gehòrend der Gattung Hydractinia van Beneden, mit dem die
Pliozànformen identifiziert worden waren, ausgefiihrt.
Die Fossiliennachforschung wurde auf die Kolonien des emilianischen und, allgemein, italienisclien Pliozan, und
aucli des englisehen Crag, ausgedehnt. *
Die nach versehiedenen Vergleichsparametern durchgefiihrten systematischen Kontrolle betrafen die Struktur, die
Morphologie und die Oekologie, und beniitzten die modernen zoologischen Erkentnissen in Bezug auf die Wirbellosen¬
kolonien.
Um die Ergebnisse der ausgefiihrten Betraclitungen und Nachpriifungen zu vervollstandigen und befestigen,
wurden die morphologisclien Nebenelemente, die chemisclien und physikalischen Zusammensetzungsdaten, und andere
nebensachlichen Keniizeichen nieht vernachlassigt.
Was die Literatur betrifft, musste man, um den Ursprung der palaontologisclien Zuordnung der behandelten
Formen aufzuspiiren, und um einen zweckmàssigen Yergleich mit den zoologischen Weisungen in der Systematik der
Hydrozoa und Bryozoa zu gestatten, eine umfangreieliere Nachforschuiig unternehmen.
Ala Schlussfolgerung dieser ausgefiihrten Forsclmngen wurden beweisende Angaben gesammelt, die die Pliozan-
f'ormen ins Phylum der Bryozoa, Ordnung Cheilostomata, einzufiigen, gestatten.
In Bezug auf der vorigen Klassifikation in den Hydroida, und die wirkliclien Unterscheidungsmerkmale be-
t.raehtend, was fiir eine riehtige systematisclie Zuordnung notig ist, hat man deswegen die Pliozankolonien wiederklas-
sifiziert.
Verschiedene Arten, die, abgesehen von der irrtiimlichen Klassifikation, meistens nach Nebeneigenschaften oder
zufalligen Dateli bestimmt worden waren, wurden namlich entweder aufgehoben, oder als zweifelhaft oder als synony-
misch betrachtet, oder in eine neue Gattung eingefiigt. Man hat insbesondere diese friiheren Artunterscheidungen
betrachtet :
NUOVA CLASSIFICAZIONE DI ALCUNI BRIOZOI PLIOCENICI
77
Eydractinia pliocaena Allman, E. michelini Fischer, 77. saccoi Yinassa de Regny, E. saccoi V. de Regny longispina
V. de Regny, H. saccoi V. de Regny bifida V. de Regny, II. gregaria Schafhaeutl, E. cretacea Fischer, E. vicaryi
Carter, E. multispinosa Ulrich, Cyclactinia etrusco V. de Regny, C. incrustans Goldfuss sp., C. incrustans Goldfs.
sp. concentrica Michelin sp., C. capelliniana Y. de Regny, C. paronai V. de Regny, C. kingii Carter, Kerunia cornuta
Mayer-Eymar, Cystactinia ocalana Brooks, Poractinia circumvestiens (Wood).
Nacli der neuen Klassifikation, hat man in Gegenteil die folgenden Arten von Bryozoa bestimmt :
Schizoporella malarodai n. sp., Cellepora davidi n. sp., Eoloporella concentrica (Michelin), Schismopora echinata (Mi-
chelin), Gemelliporidra circumvestiens (Wood), Cellepora pliocaena (Allman).
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[350] Waters A. W. - On fossil Chilostomatous Bryozoa from Movnt Gambier, South Australia. Quart. Journ. Geol.
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[352] Waters A. W. - On chilostomatous characters in M clic ertiti ciac and other fossil Bryozoa. Ann. Mag. Nat. Hist.,
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[353] Waters A. W. - Bryozoa from Rapallo and other Mediterranean localities (cliiefly Cellulariidae). Journ. Limi.
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P. G. CARETTO
SS
[360J Waters A. W. - On Mediterranean Tervia and Idmonea ( Bryozoa ). Ann. Mag. Nat. Hist., London, ser. 9, 10,
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[368] Zittel K. A. - Grundziige der Palàontologie ( Palàozoologie ) Invertebrata. 558 pp., 1.405 ff.n.t., R. Olden-
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[369] Carta Geologica d’ Italia alla scala 1 : 100.000. F.° 57, Vercelli (rilevamenti di F. Sacco e A. Stella), R. Uff.
Geol., 1924. F.° 59, Asti (rilevamenti di F. Sacco) R. Uff. Geol., 1922.
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA I
Fig. 1. — Conchiglia di Nausei musiva (Br.), incrostata da Scliizoporella malarodai n. sp.,
(olotipo) (x 3). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Figg. 2-3. — Conchiglie di Gasteropodi, incrostate da Schizoporella malarodai n. sp., (pa-
ratipi) (X : 2i 2,5).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino e Mus. Sci. Nat. Milano).
Fig. 4. — Conchiglia di Natica, incrostata da Cellepora davidi n. sp., (olotipo) (x 2).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Figg. 5-6. — Conchiglie di Gasteropodi incrostate da Cellepora davidi n. sp., (paratipi)
( X : 2 ; 2,5).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino e Lab. Pai. Fac. Sci. Nat. Lyon).
Fig. 7. — Conchiglia di Murex, incrostata da Holoporella concentrica (Mich.), (neoolotipo)
(X Ijl)- Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 8. — Conchiglia di Natica, incrostata da scheletro coloniale di Holoporella concentrica
(Mich.), dimostrante un modesto sviluppo, (neoparatipo) (x 1,7).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 9. — Scheletri coloniali di Holoporella concentrica (Mich.), molto sviluppati e digitati
(neoparatipo) (x 1) ([338] tav. 2, fig. 7).
Plioc. emiliano. (Ist. Geol. Parma).
Fig. 10. — Scheletri coloniali di Holoporella concentrica (Mich.), molto sviluppati e digitati
(neoparatipo) (x 1,7). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 11. — Particolare zoariale di Schismopora echinata (Mich.), con spine e coste varia¬
mente sviluppate e disposte (x 20). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 12. — Conchiglia di Nassa mutabilis (L.), presentante una incrostazione costituita da
specie diverse di Briozoi (x 1,3). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 13. — Conchiglia di Murex, incrostata da scheletri coloniali di Holoporella concentrica
(Mich.) non aventi prodotto digitazioni (neoparatipo) (x !)•
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 14. — Conchiglia di Natica josephinia Risso, incrostata da Schismopora echinata
(Mich.) (neoparatipo) (x 1,5). Plioc. piemontese. (Mus. Sci. Nat. Milano).
Fig. 15. — - Conchiglia di Natica, incrostata da Schismopora echinata (Mich.) (neopara¬
tipo) (x 1,5). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 16. — Scheletri coloniali di Holoporella concentrica (Mich.), formanti una digitazione
cospicua (neoparatipo) (x 1,6). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 17. — Conchiglia di Nassa mutabilis (L.) pliomagna Sacco, incrostata da Schismopora
echinata (Mich.) (neoolotipo) (x 1,7).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 18. — Digitazioni coloniali in Holoporella concentrica (Mich.), (neoparatipo) (x 1,3)
([338] tav. 3, fig. 8). Plioc. emiliano. (Ist. Geol. Parma)
(Foto A. Coeli - Ist. Geol. Torino)
P. G. CARETTO - Nuova classificazione di Briozoi pliocenici
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TAVOLA II
N
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA II
Fig. 1 (a, b). — Conchiglia di Gasteropode incrostata da Gemelliporidra circumvestiens
(Wood) neoolotipo (x 1,5). Red Crac/. Boylon-Suffolk. (Ist. Geol. Pisa).
Fig. 2. — Conchiglia di Gasteropode prevalentemente incrostata da Gemelliporidra circum¬
vestiens (Wood) (x 1,1).
Red Crag. Felixtowe-Suffolk (IL 4958 - British Museum - N.H.X
Fig. 3. — Conchiglia di Gasteropode prevalentemente incrostata da Cellepora pliocaena
(Allm.) (neotipo) (x 1,1).
Coralline Crag. Oxford-Suff'olk (II. 4959 - British Museum - N.H.).
Fig. 4. — Conchiglia di Gasteropode incrostata da Gemelliporidra circumvestiens (Wood)
(X 1,5). (Dono Cambridge - Ist. Geol. Torino).
Fig. 5. - — Conchiglia di Gasteropode incrostata da Briozoi (indeterminabili) (x 0,8).
Red Crag. East England (P. 7699 - British Museum - N.H.).
Fig. 6. — Conchiglia di Gasteropode prevalentemente incrostata da Cellepora pliocaena
(Allm.) (neotipo) (x 1,1).
Coralline Crag. Oxford-Suffolk (48.711 - British Museum - N.IL).
Fig. 7. — Conchiglia di Gasteropode prevalentemente incrostata da Gemelliporidra circum¬
vestiens (Wood) (x 0,8).
Red. Crag. Sutton-Suffolk (60.454 - British Museum - N.H.).
Fig. 8. — Conchiglia di Murex, incrostata da Holoporella concentrica (Mich.) e portante
i segni delle chele di Paguri (x 1,5). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 9. — Conchiglia di Murex, incrostata da Holoporella concentrica (Mich.) e portante
i segni delle chele di Paguri (x !)• Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Figg. 10-11. — Conchiglie di Gasteropodi attuali, incrostate da colonie di Hydractinia echi¬
nata Flem. (x:^; 1,2). Coste all. francesi (da Staz. Biol. di Roskoff).
(Foto A. Coeli - Ist. Geol. Torino)
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Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XV, Tav. Il
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TAVOLA III
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA III
Eig. 1. — Sezione trasversale naturale in scheletri coloniali di Holoporella concentrica
(Mich.), formanti una digitazione e mostranti la struttura interna alveolare
(X 15)- Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 2. — Sezione trasversale in scheletri coloniali di Holoporella concentrica (Mich.),
formanti numerose sovrapposizioni successive (x 5).
Plioc. emiliano. (Ist. Geol. Parma).
Eig. 3. — Sezione tangenziale alla base (circa 15 micron) di scheletro coloniale di Holo¬
porella concentrica (Mich.) (x 25). Plioc. piemontese, (Ist. Geol. Torino).
Fig. 4. — Sezione tangenziale all’interno (circa 40 micron dalla base) di scheletro colo¬
niale di Holoporella concentrica (Mich.) (x 25).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 5. — Sezione tangenziale alla superficie di scheletro coloniale di Holoporella con¬
centrica (Mich.) (x 25). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Figg. fi- 7 — Sezioni trasversali di scheletri coloniali sovrapposti di Holoporella concentrica
(Mich.), incrostanti un Gasteropode (x 10).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
(Foto A. Coeli - Ist. Geol. Torino)
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TAVOLA IV
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA TV
Fio;. 1. — Colonia di Hydractinia echinata Flem., con zooidi, spine piccole e grandi(x 10).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff).
Fig. 2. — Colonia di Hydractinia echinata Flem., fotografata senza zooidi ma con la mem¬
brana organica ancora in posto (x 10).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Roskoff).
Fig. 3. — Spine piccole e spine grandi (o complesse) in Hydractinia echinata Flem., foto¬
grafate dopo aver depistato gli zooidi (x 25).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff).
Fig. 4. — Sezione tangenziale alla base di scheletro coloniale in Hydractinia echinata
Flem. (reticolo tubulare) (x 10).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff - Ist. Geol. Torino).
Fig. 5. — Sezione tangenziale alla base di scheletro coloniale di Hydractinia echinata
Flem. (x 20) (fotografia eseguita per trasparenza).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff - Ist. Geol. Torino).
Fig. 0. — Superficie di scheletro coloniale in Hydractinia echinata Flem. Struttura stolo-
nare reticolare, mostrante le cavità dei tubicini che ne costituiscono l’ impalca¬
tura (x 80).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff - Ist. Geol. Torino).
Fig. 7. — Sezione tangenziale in una colonia di Hydractinia echinata Flem., effettuata
a circa metà altezza delle spine complesse (x 10).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff - Ist. Geol. Torino).
Fig. 8. — Sezione trasversale in scheletro coloniale di Hydractinia echinata Flem., incro¬
stante un Gasteropode (x 20).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff - Ist. Geol. Torino).
Fig. 0. — Sezione tangenziale alla superficie di colonia di Hydractinia echinata Flem.
mostrante la struttura di base delle spine complesse (x 25).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff - Ist, Geol. Torino).
Fig. 10. — Sezione trasversale in scheletro coloniale di Hydractinia echinata Flem., incro¬
stante un Gasteropode (x 45).
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Eoskoff - Ist, Geol. Torino).
(Foto A. Coeli - Ist, Geol. Torino)
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SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA V
Figg. 1-2. — ■ Sezioni trasversali in scheletri coloniali di Hydractinia echinata Flem. (x 15)*
Coste atl. francesi (da Staz. Biol. di Roskoff - Ist. Geol. Torino).
Fig. 3. — Particolare zoariale in Schizoporella malarodai n. sp. (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 4. — Frammento zoariale di Acanthodesia savartii (Atra.) (x 25).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 5. — Zoario di Schizoporella malarodai n. sp. (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 0. • — Particolare zoariale in Schizoporella malarodai n. sp. (x 25).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 7. — Particolare zoariale in Acanthodesia savartii (Atra.) (x 50).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 8. - — Apertura in Schizoporella malarodai n. sp. (x 50).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. !). — Apertura e avicularium suborale in Schizoporella malarodai n. sp. (x 45).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 10. - — Particolare zoariale in Schizoporella malarodai n. sp., con in primo piano :
apertura, avicularium e tremopora (x 15).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Figg. 11, 12, 13. — Particolari zoariali in Schizoporella malarodai n. sp. (x = 20; 15; 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 14. — Zoario di Schizoporella malarodai n. sp. con piastra basale di Balanus sovrap¬
posta (x 10). Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
(Foto A. Coeli - Ist. Geol. Torino)
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TAVOLA
VI
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SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA VI
Fig. 1. — Zoario di Cellepora davidi n. sp. (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 2. — Particolare zoariale in Cellepora davidi n. sp. (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 3. — Apertura molto incisa in Cellepora davidi n. sp. (x 25).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Figg.4-5. — Particolari zoariali in Cellepora davidi n. sp. (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 0. ■ — Zoario di Cellepora davidi n. sp. (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Figg. 7-8. — Particolari zoariali in Cellepora davidi n. sp. (X: 25; 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 0. - — Zoario di Cellepora davidi n. sp. (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 10. • — Particolare zoariale in Cellepora davidi n. sp. (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 11. • — Sezione trasversale in una digitazione di Koloporella concentrica (Mich.), mo¬
strante le sovrapposizioni concentriche di scheletri coloniali (X 5).
Plioc. emiliano (Ist. Geol. Parma).
Fig. 12. — Digitazione cospicua formata dalla sovrapposizione concentrica di lamelle ap¬
partenenti a Koloporella concentrica (Mich.) (x 5)-
Plioc. emiliano (Ist. Geol. Parma).
Figg. 13, 14, 15, 16. — Septnlae in Koloporella concentrica (Mich.) (sezioni trasversali)
(X 15). Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
(Foto A. Coeli - Ist. Geol. Torino)
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p. G. CARETTO - Nuova classificazione di Briozoi pliocenici
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TAVOLA
VII
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA VII
Fig. 1. - — Zoario eli Holoporella concentrica (Mich.) (x 10).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 2. — Particolare zoariale, con aperturae, in Holoporella concentrica (Mich.) (x 35).
Fig. 3. — Zooecio molto sviluppato in Holoporella concentrica (Mich.) (x 30).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 4. — Particolare zoariale in Holoporella concentrica (Mich.) (x 40).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 5. — Zoario di Holoporella concentrica (Mich.) (x 10).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 6. — Particolare zoariale in Holoporella concentrica (Mich.) (x 35).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 7. • — Zoario di Holoporella concentrica (Mich.) (x 15).
Plioc. piemontése (Ist. Geol. Torino).
Figg. 8-9. — Zooeci molto sviluppati in Holoporella concentrica (Mich.) (X 40).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 10. — Particolare zoariale, con aperturae, in Holoporella concentrica (Mich.) (x 35).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
(Foto A. Coeli - Ist. Geol. Torino)
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Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XV, Tav. VII
4
.
.
.
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA Vili
Fig. 1. — Particolare zoariale in Uoloporella concentrica (Midi.), con zooeci, aperturae
e solchi (x 30). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 2. — Apertura in Uoloporella concentrica (Mich.) (x 30).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 3. — Particolare zoariale in Uoloporella concentrica (Mich.) (x 30).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 4. — Zooecio molto sviluppato in Uoloporella concentrica (Mich.) (x 30).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 5. — - Apertura in Uoloporella concentrica (Mich.) (x 25).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. (3. — Particolare zoariale, con aperturae, in Holoporella concentrica (Mich.) (x 20).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 7. — Zoario eli Schismopora echinata (Mich.) con spine e solchi incisi, irregolarmente
disposti (x 15)- Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 8. — Particolare zoariale in Schismopora echinata (Mich.) con aperturae, solchi e
spine (x 20). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 9. — Particolare zoariale in Schismopora echinata (Mich.) con zooeci ( aperturae ) di¬
sposti in linea di fila (x 25). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 10. — Particolare zoariale in Schismopora echinata (Mich.) con zooeci, aperturae,
spine rostriformi abbinate o isolate (x 20).
Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Figg. 11-12. — Apertura, diversamente ingrandita, in Schismopora echinata (Mich.)
(X = 20; 100). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
Fig. 13. — Particolare zoariale in Schismopora echinata (Mich.), con apertura cordiforme
(X 20). Plioc. piemontese. (Ist. Geol. Torino).
(Foto A. Coeli - Ist. Geol. Torino)
F. G. CARETTO - Nuova classificazione di Briozoi pliocenici
Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XV, Tav. Vili
TAVOLA IX
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA IX
Fig. 1. — Particolare zoariale in Rchismopora echinata (Mich.) (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 2. — Aspetto colonnare dei rostri in Schismopora echinata (Mich.) (x 20).
Plioc. piemontese (Ist. Geol. Torino).
Fig. 3. ■ — Frammento zoariale di Gemelliporidra circumvestiens (Wood), con zooeci, aper-
turae e tremopora (x 20). (Ist. Geol. Pisa).
Figg. 4-5. — Particolari zoariali di Gemelliporidra circumvestiens (Wood), con zooeci, aper-
turae e tremopora (x : 20; 40). Red Crag.
(H. 4958, British Museum - N. H. e Ist. Geol. Pisa).
Fig. 6. — Particolare zoariale in Cellepora pliocaena (Allm.) (x 25). Coralline Crag.
(H. 4.959, British Museum - N. H.).
Fig. 7. — Incrostazione di una stessa conchiglia di Gasteropode, dovuta a forme diverse
di Briozoi, fra i quali Cellepora pliocaena (Allm.) ed altri Celleporidae, uniti
a Reteporidae (x 20). Coralline Crag. (48.711, British Museum - N. H.).
Fig. 8. — Sezione verticale naturale in colonie sovrapposte di Cellepora pliocaena (Allm.),
mostrante i tremopora (x 40). Coralline Crag.
(H. 4.959, British Museum - N. H.).
Fig. 9. - — Aperturae in Cellepora pliocaena (Allm.) (x 35). Coralline Crag.
(48.711, British Museum - N. H.).
Fig. 10. — Particolare zoariale in Cellepora pliocaena (Allm.), con digitazione minuta
(X 20). Coralline Crag. (H. 4.959, British Museum - N. H.).
(Foto A. Coeli - Ist. Geol. Torino)
P. G. CARETTO - Nuova classificazione di Briozoi pliocenici
Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XV, Tav. IX
VOLUME IV.
Fase. I
» II
» III
» IV
» V
D’ACHIARDI A.: Corallarj fossili del terreno nummulitico dell’Alpi venete.
Parte II. 1868, 32 pp., 8 tavv.
GARO VAGLIO S. : Octona Lichenum genera vel adhuc controversa, vel sedis
prorsus incertae in sy stentate, novis descriptionibus icombusque accuratissimi ’s
illustrata. 1868, 18 pp., 2 tavv.
MARINONI C. : Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana industria in Lom¬
bardia 1868, 66 pp., 5 figg., 7 tavv.
(Non pubblicato).
MARINONI C. : Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871, 28 pp., 3 figg.,
2 tavv.
(NUOVA SERIE) VOLUME V.
Fase. I - MARTORELLI G. : Monografia illustrata degli uccelli di rapina in Italia.
1895, 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
Fase.
»
»
I - DE ALESSANDRI G. : La pietra da cantoni di Rosignano e di Vignale. Studi
stratigrafiei e paleontologici. 1897, 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
II - MARTORELLI G. : Le forme e le simmetrie delle macchie nel piumaggio. Me¬
moria ornitologica. 1898, 112 pp., 63 figg., 1 tav.
Ili - PAVESI P. : L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901, 68 pp., 14 figg., 1 tav.
VOLUME VII.
Fase. I - DE ALESSANDRI G. : Studi sui pesci triasici della Lombardia. 1910, 164 pp.,
9 tavv. [ | | { | i)
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
Fase. I - REPOSSI E. : La bassa Valle della Mera. Studi petrografia e geologici. Parte 1.
1915, pp. 1-46, 5 figg., 3 tavv.
» II - REPOSSI E. : La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geologici.
Parte II. 1916 (1917), pp. 47-186, 5 figg., 9 tavv.
» III - AIRAGHI C. : Sui molari d /elefante delle alluvioni lombarde, con osservazioni
sulla filogenia e scomparsa di alcuni Proboscidati. 1917, pp. 187-242, 4 figg.,
3 tavv.
VOLUME IX.
Fase. I - BEZZI M. : Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi italiane. 1918, pp. 1-164,
7 figg., 2 tavv.
» II - SERA G. L. : Sui rapporti della conformazione della base del cranio colle
forme craniensi e colle strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio di
una nuova dottrina craniologica con particolare riguardo dei principali Granii
fossili). 1920, pp. 165-262, 7 figg., 2 tavv.
» III - DE BEAUX 0. e FESTA E.: La ricomparsa del Cinghiale nell’Italia setten¬
trionale-occidentale. 1927, pp. 263-320, 13 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
Fase. I - DESIO A.: Studi geologici sulla regione dell’Albenza (Prealpi Bergamasche).
1929, pp. 1-156, 27 figg., 1 tav., 1 carta.
» II - SCORTECCI G. : Gli organi di senso della pelle degli Agamidi. 1937, pp. 157-208,
39 figg., 2 tavv.
» III - SCORTECCI G. : I recettori degli Agamidi. 1941, pp. 209-326, 80 figg.
1
VOLUME XI.
Fase. I - GUIGLIA D. : Gli Sfecidi italiani del Museo di Milano ( Hymen .). 1944, pp. 1-44,
4 figg., 5 tavv.
» II-III - GIACOMINI V. e PIGNATTI S. : Flora e Vegetazione dell’Alta Valle del
Braulio. Con speciale riferimento ai pascoli di altitudine. 1955, pp. 45-238,
31 figg., 1 carta.
VOLUME XII.
Fase. I - VI ALLI V. : Sul rinoceronte e l 'elefante dei livelli superiori della serie lacu¬
stre di Leffe (Bergamo). 1956, pp. 1-70, 4 figg., 6 tavv.
» II - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico del Garda. Parte I:
Tratto occidentale Gardone - Desenzano. 1957, pp. 71-140, 14 figg., 6 tavv.,
1 carta.
» III - VIALLI V. : Ammoniti sinemuriane del Monte Albenza (Bergamo). 1959,
pp. 141-188 , 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
Fase. I - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico del Garda. Parte II.
Tratto orientale Garda - Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese. 1961,
pp. 1-64, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
» II - PINNA G. : Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) dell’Alpe Turati (Erba,
Como). Generi Mercaticeras, Pseudomercaticeras e Brodieia. 1963, pp. 65-98,
2 figg., 4 tavv.
» III - ZANZUCCHI G. : Le Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) di Entratico in
Val Cavallina (Bergamasco orientale). 1963, pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
Fase. I - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico frontale del Garda
dal Chiese all’Adige. 1965, pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
» II - PINNA G. : Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) dell’Alpe Turati (Erba,
Como). Famiglia Dactylioceratidae. 1966, pp. 83-136, 4 tavv.
» III - DIENI I., MASSARI F. e MONTANARI L. : Il Paleogene dei dintorni di
Orosei (Sardegna). 1966, pp. 137-184, 5 figg., 8 tavv.
VOLUME XV.
Fase. I - CARETTO P. G. : Nuova classificazione di alcuni Briozoi pliocenici, preceden¬
temente determinati quali Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. 1966,
pp. 1-88, 27 figg., 9 tavv.
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze
Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
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MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XV - Fase. Il
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IGINIO DIENI e FRANCESCO MASSARI
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IL NEOGENE E IL QUATERNARIO
DEI DINTORNI DI OROSEI
(Sardegna)
Con 8 figure nel lesto e 7 favole fuori lesto
I s li lu lo di Geologia dell' Universilà di Padova
Cenlro di Sludio per la Geologia e la Pelrografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche
I* Sezione Geologica
MILANO
19 66
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME i.
Fase. I - CORNALIA E. : Descrizione di una nuova specie del genere Felis : Felis ja-
cobita (Corn.), 1865, 9 pp., 1 tav.
» II - MAGNI-GRIFFI F. : Di una specie d ’ Hippolaàs nuova per F Italia. 1865, 6 pp.,
1 tav.
» III - GASTALDI B. : Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli antichi
ghiacciai. 1865, 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
» IV - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologiea dei terreni terziarii del distretto
di Messina. 1865, 88 pp., 8 tavv.
» V - GIBELLI G. : Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865, 16 pp.,
1 tav. j
» VI - BEGGIATO F. S. : Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel Vicentino.
1865, 10 pp., 1 tav.
» VII - COCCHI I. : Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana industria dei tempi
preistorici raccolti in Toscana. 1865, 32 pp., 4 tavv.
» Vili - TARGIONI-TOZZETTI A.: Come sia l'atto l’organo che fa lume nella lucciola
volante dell ’ Italia centrale (Luciola italica ) e come le fibre muscolari in questo
ed altri Insetti ed Artropodi. 1866, 28 pp., 2 tavv.
» IX - MAGGI L. : Intorno al genere Aeolosoma. 1865, 18 pp., 2 tavv.
» X - CORNALIA E. : Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi e da
altri Coleotteri facili a confondesi con esse. 1865, 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
Fase. I - ISSEL A. : Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866, 38 pp.
» II - GENTILLI A. : Quelques considérations sur l 'origine des bassins laeustres, à
propos des sondages du Lac de Come. 1866, 12 pp., 8 tavv.
» III - MOLON F. : Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867, 140 pp.
» IV - D ’ACHIARDI A. : Corallarj fossili del terreno nummulitico delle Alpi venete.
1866, 54 pp., 5 tavv.
» V - COCCHI I.: Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866, 18 pp., 1 tav.
» VI - SEGUENZA G. : Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune rocce cre¬
tacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
1866, 18 pp., 1 tav.
» VII - COCCHI I.: L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867, 82 pp., 21 figg., 4 tavv.
» Vili - GAROVAGLIO S. : Manzonia cantiana, novum Lichenum Angiocarporum genus
propositum atque descriptum, 1866, 8 pp., 1 tav.
» IX - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologiea dei terreni terziari del distretto
di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867, 22 pp., 1 tav.
» X - DtìRER B. : Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul lago di
Como, ecc. 1867, 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
Fase. I - EMERY C.: Studii anatomici sulla Vipera Fedii. 1873, 16 pp., 1 tav.
» II - GAROVAGLIO S. : Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et Limboria, quatuor Li¬
chenum Angiocarpeorum genera recognita iconibusque illustrata. 1867, 12 pp.,
2 tavv.
» III - TARGIONI-TOZZETTI A. : Studii sulle Cocciniglie. 1867, 88 pp., 7 tavv.
» IV - CLAPARÈDE E. R. e PANCERI P. : Nota sopra un Alciopide parassito della
Cydippe densa Forsk. 1867, 10 pp., 1 tav.
» V - GAROVAGLIO S. : De Pertusariis Europae mediae commentatio. 1871, 40 pp.,
4 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XV - Fase. Il
IGINIO DIENI e FRANCESCO MASSARI
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO
DEI DINTORNI DI OROSEI
(Sardegna)
Con 8 figure nel testo e 7 tavole fuori testo
Istituto di Geologia dell’Università di Padova
Centro di Studio per la Geologia e la Petrografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche
la Sezione Geologica
MILANO
19 66
MU3. COMP. ZOOL
LIBRARY
MAY 1 1 1967
HARVARD
J NI VERSITI
EDITRICE SUGO. FUSI PAVIA
Iginio Dieni e Francesco Massari (*)
IL N^OGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
(Sardegna)
Premessa
Questo lavoro si inserisce in una serie di ricerche volte all’approfondimento sistematico dei
problemi geologici relativi ai dintorni di Orosei e che rappresentano il risultato di numerose cam¬
pagne di rilevamento e di indagini di laboratorio. Alcuni argomenti sono stati già da noi trattati in
lavori precedenti (Dieni & Massari 1963, 1965a, 1965b, 1966,- Dieni, Massari & Montanari 1966;
Dieni, Massari & Moullade 1963; Dieni, Massari & Sttjrani 1966; Dieni & Omenetto 1960) de¬
dicati a vari aspetti sia geologici, sia stratigrafici e paleontologici relativi soprattutto alle forma¬
zioni mesozoiche e paleogeniche.
Nel presente studio vengono illustrati i terreni neogenici e quaternari, che in questo settore del-
l' isola forniscono, per la loro varietà, elementi di notevole interesse e utilità per le correlazioni cro¬
nologiche con altre zone della Sardegna a serie stratigrafica più lacunosa. Ciò deriva dalla situazione
tettonica e topografica particolarmente favorevole di questa parte dell ’ isola, che più volte nel corso
del Neogene e del Quaternario, per la sua instabilità, fu sede di movimenti marginali al limite fra il
dominio continentale delle zone interne e quello marino dell’area tirrenica.
Nel corso del lavoro sono frequenti ed inevitabili i riferimenti e i parallelismi con altre zone
della Sardegna, più o meno vicine, o anche con regioni extrainsulari, ogni qualvolta si presentavano
dei problemi di portata generale.
RingraziamenH
Il lavoro è stato effettuato sotto gli auspici e con il contributo finanziario del Consiglio Nazio¬
nale delle Ricerche (Gruppo di Ricerca per lo Studio Geologico-Petrografico e Mineralogico-Giacim on¬
tologico della Sardegna).
Esprimiamo un vivo ringraziamento al Prof.Gb. Dal Piaz, Direttore dell’Istituto di Geologia
dell’ Università di Padova e della Sezione Geologica del Centro di Studio per la Geologia e la Petro¬
grafia del C.N.R. presso la stessa Università, per 1’ interesse con cui ha seguito le nostre ricerche.
Desideriamo inoltre ringraziare il Prof. G. Nangeroni, Presidente della Società Italiana di
Scienze Naturali, e il Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, Prof. C. Conci, per
avere accolto il nostro lavoro in queste Memorie.
(*) Dei due Autori, I. Dieni lia curato le indagini relative alle formazioni mio-plioceniche, alle alluvioni pre-ba-
.saltiehe e alle vulcaniti ed ha inoltre effettuato le determinazioni paleontologiche; F. Massari ha condotto le ricerche
sulle formazioni sedimentarie posteriori alle alluvioni pre-basaltiche. Le considerazioni geologiche regionali sono state
elaborate collegialmente dai due Autori,
I. DIENI e r. MASSARI
92
Introduzione
Allo scopo di inquadrare meglio la trattazione e di inserirla nel panorama stratigrafico e paleo¬
geografico locale, riportiamo brevemente e in modo schematico la successione delle formazioni pre-neo-
geniche dei dintorni di Orosei, e dei fenomeni geologici relativi (per la bibliografia si rimanda alla
premessa) :
Basamento cristallino : scisti in facies epimetamorfica e granito con relativi filoni acidi e basici.
Permiano : ignimbriti riolitiche con limitati livelli di arenarie e di conglomerati in facies di « ver-
rucano ».
Giurese : dolomie del Batoniano-Calloviano, cui seguono calcari stratificati di colore nocciola, essen¬
zialmente kimmeridgiani, e calcari di bioerma titoniani, in parte eteropici con terreni litologi¬
camente analoghi a quelli sottostanti.
Cretaceo : calcari stratificati del Berriasiano chiudono la serie del Monte Tuttavista ; una lacuna stra¬
tigrafica, comprensiva del Valanginiano inferiore, li separa dalla serie calcarea e marnosa, local¬
mente selcifera, riferibile al Valanginiano superiore - Albiano inferiore, con locali condensazioni
stratigrafiche ed hard-grounds in corrispondenza alla base dell’ Hauteriviano e dell’Aptiano
superiore (Clansayesiano). Una fase tettonica preliminare è testimoniata dalla discordanza ango¬
lare dei conglomerati dell’ Albiano superiore a fauna condensata ricchissima di Ammoniti. Il
Cretaceo si conclude con una craie a Globotruneane del Coniaciano-Santoniano, trasgressiva sui
termini più antichi.
Eocene : dopo la fase orogenica laramica, trasgressione del Cuisiano (conglomerati basali, arenarie,
calcari arenacei) con una lacuna stratigrafica al passaggio Cuisiano medio-Cuisiano superiore.
La presenza di ciottoli luteziani entro alluvioni villafranchiane della Cala di Osalla (Dorgali)
indica la probabile continuità di sedimentazione del Luteziano con il Cuisiano nel territorio
in esame.
Oligocene? Eocene superiore? : conglomerati poligenici di Cuecuru ’e Flores-C.ru Sorteddata, di am¬
biente continentale, indicativi di un’importante fase orogenica essendo legati alla demolizione
di antiche scarpate di faglia.
- -tufi vy
Prima di passare alla parte descrittiva, ricordiamo che i contributi maggiori apportati dagli
autori precedenti riguardo alle formazioni più recenti della zona in esame, sono stati riservati ai ter¬
reni che presentano il maggiore interesse sia dal lato paleontologico, quali i depositi pliocenici (Fossa
Mancini 1924 e 1926; Martinotti 1926; Zinoni 1958; Ferro 1963; etc.) e tirreniani (Comaschi Caria,
1955), sia dal lato vulcanologico e soprattutto petrografico, quali i basalti pleistocenici (Amstutz 1925;
Teichmueller 1931 ; Lauro 1939, 1940 a e b ; etc.). Accenni saltuari, relativi in particolare agli aspetti
morfologici e tettonici, si trovano in contributi a carattere soprattutto regionale, dovuti specialmente
a Teichmueller (1931) e Vardabasso S. (1948, 1952, 1956).
Questo lavoro rappresenta l’approfondimento di problemi già in parte affrontati nel corso del
rilevamento geologico del Foglio 195 Orosei da parte di Calvino, Dieni, Ferasin & Piccoli (1959).
Nel corso della trattazione che segue verrà fatto richiamo di volta in volta ai diversi autori, con una
analisi critica delle varie interpretazioni.
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI ORGSEI
93
DESCRIZIONE DEI TERRENI
(Tav. X; fig. 8)
Formazione delMzia di Orosei (Miocene?)
Depositi conglomeratici ed arenacei costituiscono nei pressi di Orosei una formazione che
affiora, con uno sviluppo in direzione E-W superiore a 4 km, dai dintorni del Santuario della Ma¬
donna del Rimedio fino a S. Maria ’e Mare, e con un’estensione massima in senso meridiano di circa
3 km, dai pressi di Nuraghe Rampinu (lungo il Canale Zarule) fino alle zone situate immediatamente
a Sud dell’abitato di Orosei. Il basamento di questa formazione è visibile solo nel settore più occi¬
dentale e settentrionale degli affioramenti, ed è rappresentato da granito ereinico e localmente (presso
la Badde Funtana Morta) da filladi quarzifere e da calcari arenacei euisiani, mentre verso Est e
Sud (dai dintorni di Sos Cuccuros fino al mare) i depositi si immergono al di sotto di materiali allu¬
vionali più recenti ed attuali e di sedimenti del Tirreniano.
Tra le sezioni che consentono le osservazioni più dettagliate citiamo la scarpata meridionale
della «giara» basaltica di Orosei (Gollai), appena ad Ovest dell’abitato, quella della «giara» di S.
Lucia e quella che limita a Sud il tavolato basaltico di Cantoniera Mutrucone, specialmente lungo i
tornanti dalla S.S. Orientale Sarda, presso il km 226.
I depositi si presentano ben stratificati, di solito tenacemente cementati, e costituiti in preva¬
lenza da banchi conglomeratici, potenti da 30 cm fino ad oltre 1 m (in media 70 cui), alternati talora
con livelli arenacei che possono sfumare, nella parte sommitale, a sottili letti limoso-argillosi. Il colore
è generalmente biancastro nelle facies più grossolane, grigio o giallo chiaro in quelle arenacee, e con
tonalità verdastre in quelle limoso-argillose. Localmente (ad esempio lungo la S.S. Trasversale Sarda,
tra l’abitato di Orosei e il Santuario della Madonna del Rimedio) si possono osservare begli esempi di
stratificazioni incrociate. Spesso entro i singoli banchi si può rilevare una certa gradazione granulo¬
metrica in senso verticale, realizzata però piuttosto irregolarmente (Tav. XIII, figg. 1 e 2).
I termini litologici rappresentati nei clastici corrispondono alle facies regionali affioranti attual¬
mente : essi vanno dai graniti e rocce filoniane erciniche, agli scisti cristallini di vario tipo, ai calcari
giuresi, cretacei ed eocenici. Il tutto è immerso in una matrice grossolana, perloppiù arenacea, quar-
zoso-feldispatica. Il grado di arrotondamento dei ciottoli è più spiccato per gli elementi cristallini,
appena accennato o nullo per quelli calcarei.
Caratteristica poi è la comparsa sporadica, lungo tutta l’estensione della formazione, fino al
mare, di massi di proporzioni notevoli (presso il km 226 della S.S. Orientale Sarda si può osservare
agevolmente un grosso blocco di calcare giurese contenuto in una matrice conglomeratico-arenacea),
talora eccezionali; le massime dimensioni rilevate sono quelle di un blocco di calcare selcifero del Cre¬
taceo inferiore, affiorante entro l’abitato di Orosei, 200 metri circa ad Est della chiesa primaziale, e
sfruttato in parte come materiale da costruzione: le misure attuali sono di almeno 10x8x5 m, che
rappresentano una vistosa anomalia granulometrica entro i banchi conglomeratici o arenacei che li
contengono (Tav. XIII, fig. 3).
I rapporti quantitativi fra i vari elementi variano da punto a punto : localmente prevale la
componente calcarea, altrove quella cristallina; in generale, comunque, il contributo preponderante è
dato dai graniti.
Nummuliti rimaneggiati integri o in frammenti, comunemente decorticati e corrosi per feno¬
meni di dissoluzione, sono disseminati nella matrice in tutta l’estensione della formazione, pur con
variazioni di abbondanza e addensamenti locali.
II grado di cementazione del materiale, in genere piuttosto elevato, è da mettere in rapporto
con la rideposizione del carbonato di calcio derivato da dissoluzione parziale della componente cal¬
carea, come appare evidente dalle superfici localmente scabre o spugnose dei ciottoli calcarei. La
cementazione tuttavia non è uniforme, spesso nemmeno nell’ambito di uno stesso banco.
04
I. DIENI e F. MASSARI
L ’ inclinazione degli strati, immergenti regolarmente verso il mare, oscilla da 15” a 25”, con
una netta prevalenza dei valori intorno a 20°. La direzione varia gradualmente da N 25° W-S 25° E
negli affioramenti più settentrionali (regione Chilivri), a N-S lungo la scarpata meridionale del pia¬
noro basaltico di Mutrucone, da Nuraghe Murie a S. Maria ’e Mare, fino a N 60” E-S 60” W negli
affioramenti più meridionali, a SW di Orosei.
Dove i depositi vengono a contatto con il substrato granitico essi si arricchiscono fortemente di
frammenti angolosi della roccia intrusiva, fino ad addentellarsi a vere e proprie brecce caotiche ad
elementi anche vistosi, ora intercalate a lingua entro i materiali stratificati, ora addossate al granito
in posto. La distinzione di quest’ultimo dalle brecce può essere localmente (ad esempio presso il San¬
tuario della M. del Rimedio) difficile per lo stato di profonda fratturazione della roccia, e risulta
possibile solo in base all’osservazione della continuità dei filoncelli aplitici o pegmatitici. La composi¬
zione, da quasi monogenica nelle brecce, accoglie man mano gli altri elementi caratteristici della for¬
mazione in esame, compresi i nummuliti ; su quest’ ultimo dato, anzi, erano basate le errate interpreta¬
zioni di La Marmora (1857) (che definisce la formazione «puddinga nummulitica a ciottoli granitici»),
Teichmueller (1931, p. 903, fig. 23) e Vardabasso S. (1951, p. 44) relative ad un’età eocenica delle
brecce granitiche. Questa conclusione era basata sulla convinzione che tali brecce rappresentassero una
facies coeva ai conglomerati poligenici di Cuccuru ’e Flores - Cuceuru Sorteddata, a loro volta consi¬
derati eocenici per l’abbondanza di nummuliti nel cemento e corrispondenti invece ad una facies oro¬
gena legata ad una fase tettonica dell’Oligocene o dell’Eocene superiore (Dieni & Massari, 1965;
Dieni, Massari & Montanari, 1966).
Teichmueller avrebbe notato nella formazione in esame, presso la « giara » di S. Lucia, ciottoli
incrostati da Ostree e Cardntm ; nonostante le nostre accurate ricerche, non siamo riusciti a confer¬
mare tale particolarità; siamo anzi dell’opinione che l'Autore abbia confuso la località con quella
vicina di Fuile (circa 300 m a Ovest), ove infatti si notano, immersi nei depositi del Pliocene inferiore
(v. oltre), massi della formazione di cui stiamo trattando rivestiti da Ostree, Spondylus concentricus,
etc. 11 fenomeno dell ’eteropia della formazione con le brecce granitiche è osservabile con maggiore
continuità nella zona più settentrionale degli affioramenti, tra i valloni di Canale Zarule e di Regione
Chilivri, dove viene a giorno il basamento granitico. Presso il Santuario della M. del Rimedio un
antico dosso di granito appare quasi completamente sepolto da tali brecce; è questa la località dove
il fenomeno è più vistoso ed esteso (Tav. XIII, fig. 4).
L’insieme delle osservazioni fatte delinea un quadro abbastanza preciso dell’ambiente di depo¬
sizione della formazione in parola. La regolarità d’inclinazione e il parallelismo dei banchi, la pre¬
senza di stratificazioni incrociate e gradate, e la variazione graduale della direzione degli strati se¬
condo un motivo arcuato con la convessità rivolta verso Est, suggeriscono trattarsi di un ventaglio
deltizio costiero, in cui la parte affiorante attualmente rappresenta, facendo riferimento alla nomen¬
clatura adottata per i depositi deltizi, gli strati frontali degli autori francesi (vedi ad esempio Ot-
tmann 1965, p. 177) o foreset bcds degli autori anglo-americani (ad esempio Barrell 1912, p. 382;
Tweniiopel 1950, p. 103 ; Dunbar & Rodgers 1958, p. 85). E’ molto probabile che l’inclinazione
attuale corrisponda a quella primaria, rientrando agevolmente nell’intervallo dei valori della pen¬
denza naturale di scarpate subacquee in depositi ghiaiosi e sabbiosi. Siamo quindi in presenza di un
esempio tipico di stratificazione inclinata. La potenza della formazione, misurata normalmente alla
superficie del substrato, raggiunge valori piuttosto esigui (dove affiora il basamento non superiori
ad una trentina di metri).
La situazione osservata corrisponde a quella prospettata da Barrell (1912, fig. 3 a p. 396) e
da Dunbar & Rodgers (1958, fig. 35 a pag. 85) relativa al caso di accrescimento di un delta in un
mare a livello pressoché stazionario, in cui l’inclinazione notevole dei letti è legata a debole pioto
ondoso e assenza di correnti.
Mancano completamente i sedimenti fini che generalmente nei piccoli delta ricoprono in discor¬
danza la piattaforma creata dagli strati frontali. L’assenza di questi letti sommitali ( topset beds degli
autori di lingua inglese) è da collegare probabilmente ad una fase erosiva continentale anteriore alla
trasgressione verificatasi nella zona di Orosei durante il Pliocene inferiore (v. oltre).
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
95
Molti caratteri, fra cui le anomalie granuloinetriehe relative ai grandi massi contenuti in ma¬
trice ghiaioso-sabbiosa, la prevalenza netta della frazione ghiaiosa, le variazioni anche vistose in senso
verticale dei rapporti quantitativi fra la componente cristallina e quella calcarea, fanno pensare ad
un’idrografia in fase giovanile, a regime torrentizio, e quindi ad evoluzione morfologica rapida,
legata a rilievi situati in relativa vicinanza della costa. La stessa topografia sommersa dai depositi
deltizi doveva essere movimentata da dossi granitici emergenti dalla piana alluvionale, che fornivano
temporaneamente del materiale detritico (intercalazioni di brecce granitiche).
La stratificazione gradata entro i banchi suggerisce una venuta pulsante del materiale, legata
probabilmente alla successione di periodi di piena e di magra, e una selezione gravitativa realizzata
in ambiente relativamente calmo. Il bacino di provenienza dei materiali inoltre doveva essere costi¬
tuito dalla stessa gamma di tipi litologici rappresentati attualmente nella regione. Il maggiore grado
di arrotondamento degli elementi cristallini rispetto a quelli calcarei e la composizione calcarea dei
massi di maggiori dimensioni fanno pensare ad un corso d’acqua proveniente da una regione essenzial¬
mente cristallina, il quale riceveva degli apporti calcarei nella parte finale, prossima alla costa. Tale
corso d’acqua si può identificare con un paleo-Isalle, che seguiva con ogni verosimiglianza l’anda¬
mento della grande linea di dislocazione E-W passante a Nord del M. Tuttavista. E’ opportuno qui
fare presente come tale elemento tettonico di importanza regionale, impostatosi già nella fase orogenica
laramica e riattivato ripetutamente a partire dall’ Eocene (Dieni, Massari & Montanari, 1966), abbia
condizionato l 'evoluzione geomorfologica del territorio di Orosei fino all’Attuale.
L' interpretazione della formazione in esame come un cono deltizio rende ricostruibile ideal¬
mente anche la parte che risulta attualmente mascherata dai basalti pleistocenici, dalle alluvioni re¬
centi ed attuali e dai depositi del Tirreniano.
Un ventaglio deltizio probabilmente del tutto analogo a quello descritto è localizzato alla Cala
di Osalla, situata 5 km a Sud di Orosei, i cui resti sono visibili molto limitatamente, data la coper¬
tura più recente (alluvioni pre-basaltiche, basalti e dune). Nell’entroterra di questo settore, caratte¬
rizzato da una evoluzione morfotettoniea in gran parte analoga a quella del territorio di Orosei, come
testimonia tra l’altro l’esistenza accertata di una trasgressione marina eocenica incanalatasi lungo zone
tettonicamente depresse (Dieni, Massari & Montanari, 1966), il convergere di più linee di disloca¬
zione ha creato le condizioni favorevoli per il richiamo di grandi masse di sedimenti, che hanno for¬
mato un cono deltizio analogo a quello di Orosei, legato probabilmente a corsi d ’acqua collegabili grosso
modo agli attuali Cedrino e Flumineddu.
Una datazione di tali formazioni su basi paleontologiche, almeno finora, risulta molto difficile,
dato il sicuro carattere rimaneggiato della maggior parte dei fossili da noi rinvenuti. Solo sul lato set¬
tentrionale della S.S. Trasversale Sarda, circa un centinaio di metri a NW del Santuario della M. del
Rimedio, entro banchi grossolanamente arenacei, sono presenti dei macrofossili che non sembrano rise¬
dimentati. Si tratta di qualche Brachiopode ( Terebratulina caputserpentis L., specie diffusa dall’ Eo¬
cene all 'Attuale), qualche ostreide e di abbondanti Serpulidi tra cui alcuni ascrivibili a Serpula cm-
f va età (Goldf.) Rov., specie rinvenuta finora, in Italia, entro terreni oligocenici e miocenici, soprat¬
tutto elveziani (Rovereto, 1899, p. 62).
L’esame dei rapporti con gli altri terreni consente tuttavia di affermare con certezza che i de¬
positi deltizi sono da collocarsi in un’epoca anteriore alla trasgressione del Pliocene inferiore, i cui
sedimenti relativi ricoprono, come aveva già riscontrato La Marmora (1857, p. 188 della traduzione
italiana), la formazione deltizia. Inoltre dall’osservazione che la base delle sabbie plioceniche è situata
a quote molto variabili e che queste riempiono talora delle vere e proprie insenature o gole scavate
entro i depositi deltizi, si può presumere che una fase continentale di erosione abbia preceduto l’in-
gressione pliocenica.
D’altra parte la formazione deltizia non ha niente in comune con i conglomerati poligenici di
Cuccuru’ e Flores e Cuccuru Sorteddata, già da noi (Dieni & Massari, 1965 b; Dieni, Massari &
Montanari, 1966) considerati oligocenici o forse già dell’Eocene superiore; lo si può affermare con si¬
curezza, anche se non sono mai osservabili dei rapporti diretti, in base alle differenze di giacitura e di
I. DIENI e P. MASSARI
•Hi
composizione in rapporto alle rispettive zone eli provenienza dei materiali. Infatti i conglomerati poli¬
genici di Cuccimi’ e Flores-C.ru Sorteddata costituiscono un corpo sedimentario di estensione stret¬
tamente localizzata, legato allo smantellamento di una scarpata di faglia situata probabilmente a
Ovest dell’attuale M. Tuttavista (Dieni, Massari & Montanari, 1966). L’estensione molto maggiore
della gamma granulometrica nei depositi relativi e il contributo notevole dato da materiali di frana
molto grossolani fanno supporre per i primi un’energia di rilievo molto maggiore, quale poteva cor¬
rispondere alle fasi immediatamente successive a movimenti orogenici di notevole entità, risalenti, se¬
condo le nostre osservazioni (Dieni & Massari, 1965 b) all’Oligocene o al più all’Eocene superiore.
Per quanto riguarda i rapporti cronologici fra le due formazioni si può affermare con una certa sicu¬
rezza che i depositi deltizi e le brecce ad essi collegate sono più recenti dei conglomerati poligenici di
Guccuru’ e Flores tanto più che tra la sedimentazione delle due formazioni si è interposto un evento
tettonico ed erosivo di una certa entità, testimoniato indirettamente dalle differenze innegabili tra le
rispettive paleogeografie ricostruibili in base alle caratteristiche strutturali e di giacitura. Inoltre,
spingendo l’analisi al dettaglio, ricordiamo, come abbiamo già avuto occasione di rilevare in altra sede,
che i conglomerati poligenici sono stati portati a contatto con le filladi quarzifere del basamento
(Dieni, Massari & Montanari, op. cit.) da una linea di dislocazione già impostatasi sicuramente nella
fase laramiea e riattivata successivamente; parallelamente a questa faglia, che segue l’andamento della
parte inferiore della Badde Funtana Morta, un’altra frattura, che decorre circa 200 metri a Est, ha
portato i calcari arenacei euisiani sovrastanti alle filladi a contatto con il granito ercinico. Le due
faglie sono verosimilmente coeve, almeno per quanto si riferisce agli ultimi eventi tettonici, data la
loro vicinanza e il parallelismo del loro andamento. Particolarmente significativi ci sembrano qui i
rapporti di giacitura tra i terreni che costituiscono le zolle dislocate e la formazione deltizia : questa
ultima infatti ricopre i calcari eocenici della zolla intermedia senza l’ interposizione dei conglomerati po¬
ligenici oligocenici, e seppellisce quasi completamente un dosso granitico, arricchendosi progressiva¬
mente di elementi di tale roccia, nella zolla orientale (dintorni del Santuario della M. del Rimedio).
Evidentemente è stato un movimento di sollevamento della zolla granitica rispetto a quella filladiea
e di quest’ ultima rispetto a quella di Guccuru ’e Flores-C.ru Sorteddata che ha determinato i fatti
erosivi anzidetti, e in particolare la venuta a giorno del substrato granitico che, in seguito alla demo¬
lizione della copertura, forniva ciottoli e blocchi alla formazione deltizia.
Dai dati locali a disposizione, quindi, l’età dei depositi deltizi cade nell’ intervallo di tempo com¬
preso fra l’accumulo dei conglomerati suddetti e la sedimentazione del Pliocene inferiore. Maggiori pre¬
cisazioni cronologiche possono essere raggiunte per ora solo in base a considerazioni paleogeografiche
o ad analogie con regioni vicine in cui formazioni simili siano sicuramente datate.
In Corsica si conoscono esempi di coni deltizi che intercalazioni fossilifere hanno consentito di
riferire al Miocene. Citiamo ad esempio i grandi ventagli di regione Ponte Leccia-Francardo, forma¬
tisi ai margini di una depressione marina elveziana poco profonda, i conglomerati burdigaliani di Saint
Florent (Rondeau 1961, p. 332), e la puddinga di Puzzichello, che fa passaggio verso Sud a facies con
intercalazioni marine contenenti fossili del Burdigaliano-Tortoniano (Rondeau, op. cit., p. 518).
Per la Sardegna citiamo le facies sabbioso-arenacee grossolane, di ambiente deltizio, segnalate
nei recenti Fogli della Carta Geologica d’Italia n. 193 (Bonorva) e 194 (Ozieri), le quali formano un
tipico ventaglio che, con apice situato a pochi chilometri a Nord di Ozieri, si apre progressivamente
verso SW raggiungendo la massima ampiezza nella zona compresa fra i dintorni di Mores e Ardara,
dove appare ricoperto da materiali tufacei e caleareo-arenacei di ambiente marino, riccamente fossili¬
feri. Ai depositi deltizi in parola viene attribuita un’età elveziano-tortoniana, più verosimilmente
elveziana.
In base a queste analogie con le regioni vicine e ai dati stratigrafici già elencati, si può attri¬
buire con una certa sicurezza al Miocene la formazione deltizia dei dintorni di Orosei. E’ molto pro¬
babile poi che essa sia coeva alle facies deltizie elveziano-tortoniane del Logudoro; tale datazione po¬
trebbe essere avvalorata dalla presenza, ad Orosei, di Serpula anfracta (Goedf.) Rov., specie molto co¬
mune nell ’ Elveziano italiano. Preferiamo tuttavia, senza dare eccessiva importanza a questo reperto
paleontologico, attendere altri dati per una precisazione cronologica più dettagliata.
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
97
Comunque, la segnalazione di depositi deltizi miocenici sulla costa orientale sarda costituisce
un dato interessante dal punto di vista paleogeografieo. Dalla distribuzione attuale dei sedimenti mio¬
cenici in Sardegna appare chiaro come l’isola sia stata attraversata in senso meridiano, cioè all’ in¬
circa dal Golfo dell’Asinara a Nord fino al Golfo di Cagliari a Sud, da un canale marino limitato
ad Ovest dai rilievi del Sulcis, dell ’ Iglesiente, dell’Arburese e della Nurra, e ad Est da una fascia
rilevata estesa dalla Gallura al Sarrabus come un immenso Horst. A questi dati, ormai acquisiti, si
aggiunge un nuovo elemento a completare il quadro paleogeografico miocenico del settore centro-set¬
tentrionale di questo Horst , cioè l’esistenza di coni deltizi situati, oltre che al margine occidentale,
anche a quello orientale di tale settore; questi apparati costieri, oltre a definire con maggiore preci¬
sione i limiti paleogeografici del territorio emerso, ne mettono in evidenza il carattere di dorsale con
spartiacque situato assialmente. Appare abbastanza ovvia l’indicazione della prosecuzione di tale ele¬
mento strutturale nel settore granitico della Corsica, con una probabile interruzione in corrispondenza
degli attuali affioramenti miocenici di Capo Testa in Sardegna e di Bonifacio in Corsica. Tale elemento
strutturale orientato N-S appare quindi già individuato nel Miocene.
Per chiudere il capitolo relativo alle formazioni mioceniche, ci sembra opportuno accennare bre¬
vemente al problema delle superfici pianeggianti così diffuse nell ’ isola a varie quote e interpretate
diversamente dagli autori.
Le superfici d’erosione più elevate sono state, considerate da Vardabasso S. (1935, pp. 151 e
154) perloppiù come relitti di penepiani triassici, esumati a partire dall’Eocene o forse già dal Cretaceo
superiore ed inseriti in sistemi successivi. Tale ipotesi presuppone una concomitanza eccezionale di cir¬
costanze ed è quindi da considerare con estrema cautela ; perciò il fenomeno non può aA^ere che un 'esten¬
sione ed un’importanza molto limitate (zona dei «Tacchi»), Inoltre l’applicazione del criterio altime¬
trico per la distinzione di più superfici appare fortemente invalidata dagli effetti della tettonica più
recente oltre che paleogenica, di cui ha risentito notoriamente, in misura maggiore o minore, l’intero
massiccio sardo-corso. In particolare l’idea di una esumazione di penepiani antichi nel settore centro¬
orientale della Sardegna (ad esempio l’altopiano di S. Anna-Lula, ad occidente della catena del
M. Albo) sembra difficilmente conciliabile con l’intensità documentata dei movimenti paleogenici in
questa zona (Dieni & Massari, 1965 b). L’età di tali ripiani appare quindi molto più plausibilmente
neogenica.
Nel suo studio geomorfologico sulla Corsica, Rondeau (1961) richiama più d’una volta l’atten¬
zione sui resti di antiche superfici di spianamento, attualmente dislocate in modo vario, situate a
quote diverse, e collegabili ad antichi penepiani. L’Autore distingue una «surf ace eogène », o « surf ace
des Inselberge », localmente riconoscibile ed anteriore ai movimenti alpini della fine dell’Eocene e
dell’Oligocene, e una « surf ace fondamentale » situata a quote leggermente inferiori, ben più estesa
e ritenuta opera di un ciclo di erosione miocenico. L’Autore tuttavia fa notare come ogniqualvolta si
presenta il caso di superfici di spianamento situate a quote diverse, il talus possa essere interpretato
come una scarpata di faglia.
In Sardegna, a nostro parere, ci sono ragioni sufficientemente plausibili per ritenere le super-
fici pianeggianti più antiche come risalenti in gran parte ad uno o più cicli erosivi miocenici.
Si pone tuttavia il problema se alcuni spianamenti marginali possano essere il risultato di cicli
erosivi più recenti. Per quanto si riferisce al territorio di Orosei, ad esempio, la più ampia superficie
pianeggiante, quella situata alla base delle colate basaltiche del settore settentrionale e che si eleva con
pendio uniforme a partire dal mare verso occidente, fino all’edificio vulcanico del Gollei Lupu, cor¬
risponde ad una pianura pedemontana legata essenzialmente al ciclo delle « alluvioni pre-basaltiche »,
da noi attribuite al Villaf ranchiano ; essa tra l’altro taglia angolarmente i depositi del Pliocene infe¬
riore. Inoltre Vardabasso S. (1956, p. 1002) cita in Sardegna, come vedremo, depositi ciottolosi distri¬
buiti su vaste superfici pianeggianti (altopiani del medio Flumendosa, Sarrabus, Gerrei), attribuendoli
al Villaf ranchiano o in parte anche al Pliocene. E’ evidente in questi casi l’analogia con il pianoro
villafranchiano del territorio a Nord del M. Tuttavista. Non siamo in grado di dire in quale misura
l'estensione di queste superfici villafranchiane possa essere generalizzata nell’isola. Non è da esclu¬
dere, tuttavia, che il ciclo erosivo a cui esse sono legate abbia rimodellato, in alcune zone ubicate mar-
I. DIENI e F. MASSARI
98
ginalmente, superfici più antiche, trovando una situazione preesistente favorevole sia dal punto di
vista morfologico sia da quello della erodibilità dei terreni, in rapporto ad una alterazione precedente
spinta molto in profondità.
Riteniamo pressoché coevo alla formazione deltizia dei dintorni di Orosei un piccolo affioramento
di materiali caotici che costituiscono il riempimento di uno stretto solco vallivo inciso nel granito, presso
la spalla sinistra del ponte di Onifai. Si tratta di un deposito del tutto privo di classazione, formato
da ciottoli e blocchi di calcare nummulitico in prevalenza, rari elementi di granito e di calcare giu-
rese, in una matrice arcosica contenente nummuliti rimaneggiati. Il collegamento di questo accumulo
detritico ai depositi deltizi è tuttavia piuttosto incerto ; è comunque da escludere una contempora¬
neità rispetto ai conglomerati poligenici di Cuccuru ’e Flores-C.ru Sorteddata, ascrivibili all’Oligo¬
cene, in base a considerazioni di ordine paleogeografico; anche un collegamento ai detriti di falda
pre-basaltici, cementati, del versante Nord del M. Tuttavista, molto spesso monogenici, pare non sia
ammissibile per ragioni di composizione e per considerazioni morfologiche.
Indizi di una tettonica tardo-miocenica si possono forse riconoscere in piccoli rigetti e liscioni
di faglia che ricorrono nei depositi deltizi, mentre l’attiguo Pliocene inferiore non ne sembra interes¬
sato : citiamo ad esempio la superficie di faglia visibile presso il km 226 della S.S. Orientale Sarda
e le modeste faglie inverse presso la chiesa di S. Maria ’e Mare. Per quanto riguarda la brusca scom¬
parsa della formazione deltizia ad Ovest della « giara » di Orosei (Gollai), siamo in presenza molto ve¬
rosimilmente di un fatto erosivo, riferibile alla fase continentale anteriore all ’ ingressione marina del
Pliocene inferiore (i sedimenti del Pliocene, a partire dalla cava di Fuile verso Ovest, fino agli ultimi
affioramenti, poggiano direttamente sui terreni del basamento senza l’ interposizione dei depositi deltizi),
forse favorito da lievi movimenti tettonici, tenuto conto che nella zona anzidetta convergono più linee
di dislocazione.
Pliocene inferiore
Al settore di Orosei appartiene l’unica testimonianza di formazioni marine plioceniche nell’isola.
Come è stato già accennato, le irregolarità della topografia sepolta dai sedimenti trasgressivi
indicano senza dubbio una fase continentale pre-pliocenica ; durante tale fase i depositi deltizi mio¬
cenici hanno subito una tenace cementazione (alla cava di Fuile, sulla sponda sinistra del Cedrino,
come vedremo, fossili pliocenici incrostano tronconi di strati e blocchi della formazione deltizia, già
allora fortemente cementati, immersi caoticamente nelle sabbie plioceniche) e sono stati incisi, forse in
seguito ad un movimento di sollevamento.
La trasgressione a sua volta è in relazione, come altrove nel Mediterraneo, con un fenomeno di
sprofondamento marginale (Botjrcart, 1963). Prendendo in considerazione le zone più vicine alla
Sardegna si può ricordare come in Corsica (Ottmann, 1958), durante il Pliocene inferiore, il mare
sia penetrato nella zona di sprofondamento di Aleria, sulla costa orientale, e lungo le grandi valli in¬
cise nel granito della costa occidentale (Aiaccio e Propriano). L’esame dei rapporti fra i sedimenti
pliocenici di Orosei e la formazione miocenica sottostante mostra chiaramente, anzi, come l'invasione
marina si sia incanalata entro uno o più solchi di incisione fluviale, ed inoltre come il fenomeno sia
stato relativamente rapido in modo che la topografia preesistente è stata sepolta e fossilizzata senza
previa formazione di una piattaforma di abrasione marina.
>Si è già accennato all ’ importanza, relativamente all 'evoluzione paleogeografica e morfologica
della zona di Orosei, del fascio di linee di dislocazione EAV che passa a Nord del Monte Tuttavista.
E’ ancora questo elemento tettonico che condiziona gli aspetti dell 'ingressione del Pliocene, la quale si
incanala evidentemente secondo questa direzione, risalendo l’alveo fluviale di un paleo-Isalle, come si
può dedurre dalla distribuzione degli affioramenti pliocenici e dai loro rapporti con i terreni sotto¬
stanti. Questi ultimi sono rappresentati ora dal granito (sul fianco destro del vallone di Chilivri e
in regione su Loche), dagli scisti cristallini del basamento e dalle ignimbriti riolitiche permiane (tra
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
Casa Suceu e C. Senette, sulla sponda sinistra del Cedrino, al limite occidentale degli affioramenti),
ora dall’Eocene (limite occidentale degli affioramenti e poco a NW del Santuario della M. del Rimedio,
presso Puntale Burrai), ora dalla formazione deltizia miocenica (settore meridionale della « giara » di
Orosei e fianco destro del vallone di Chilivri).
Dato il carattere neritico della fauna rinvenuta, indicante una discreta profondità (Dieni &
Omenetto, 1960), si può supporre che l’estensione originaria dei sedimenti pliocenici fosse maggiore,
rispetto a quella attuale.
Le caratteristiche della serie pliocenica sono particolarmente evidenti lungo la sezione della
cava di Fuile (la cui fronte ha un’estensione di una quindicina di metri) e zone adiacenti, sul fianco
destro del vallone di Chilivri, anche perchè questa è una delle poche località dove siano chiari i rap¬
porti di trasgressività rispetto ai terreni più antichi.
Nella parte orientale della cava affiora un dosso granitico in stato di estrema cataclasi a causa
di una faglia appartenente al fascio di fratture già ricordato. Questo dosso fa passaggio lateralmente
ad una breccia grossolana e caotica, ad elementi di granito incrostati da esemplari, frequenti e di note¬
voli dimensioni, di Spondylus concentricus Bronn, Chlamys « Hinnites » ercolaniana (Cocc.), Pycno-
donta navicularis (Br.), mentre tra i ciottoli sono abbondantissimi piccoli Brachiopodi [ Megathiris de¬
collata (Chemn.) e Terebratulina caput serpentis (L.)] e aculei di Echinidi. Man mano che dalla breccia
si passa, per aumento della matrice, alle facies a elementi di granito annegati in mezzo alle sabbie,
diminuiscono di abbondanza, fino a scomparire, i Brachiopodi sopra ricordati mentre compaiono fre¬
quentemente Chlamys varia (L.), C. pesfelis L., Aequìpecten scàbrellus (Lmk.), etc., e persistono le
Ostree e gli Spondili, a cui si associano rari Gasteropodi. A partire dal dosso granitico, lateralmente
e verso l’alto, la componente sabbiosa si riduce di grossolanità e il colore del sedimento passa da toni
giallastri a grigio-gialli, mentre clastici di granito sfatto sono dispersi nella matrice sempre più spo¬
radicamente.
Nel settore centro-orientale della cava tronconi di strato e blocchi della formazione deltizia
miocenica, fortemente cementati ed evidentemente franati nel mare pliocenico dalle falesie circostanti,
sono rivestiti diffusamente dai Lamellibranchi incrostanti sopra nominati (Tav. XIV, fig. 1). Paralle¬
lamente alla riduzione laterale della frazione sabbiosa scompaiono gli Ostreidi, sostituiti da Amussium
cristatum Bronn e Megaxinus ellipticus (Bors.), cui si accompagnano ancora le varie Chlamys già ci¬
tate. I sedimenti assumono un contenuto argilloso progressivamente crescente e i colori acquistano
delle tonalità grigio-azzurre verso la parte occidentale della sezione, dove predominano nettamente i
Gasteropodi, sopratutto Pleurotomidi, cui si associano qualche esemplare di Yoldia philippi cingulel-
lata Sacco, Nuculana fragilis deltoidea (Risso), Megerlia truncata (L.) e qualche Corallo individuale.
In questa zona inoltre sono frequenti resti di Pesci (otoliti, vertebre e denti) e grandi Foraminiferi,
tra cui Nodosaria raphanistrum L. (fino a 3 cm di altezza), Lenticulina ( Robulus ) cultrata (Montf.),
L. ( Planularia ) cassis (Ficht. & Moll) e Frondicularia denticidata Costa (fino a 5 mm di altezza).
Le modificazioni rilevate sono relative al piano della cava o poco al di sopra di esso e quindi sono
riconducibili a cambiamenti laterali di facies.
Esaminiamo ora le variazioni in senso verticale. Nella parte medio-alta della sezione, sul lato
orientale, prevalgono tra i macrofossili Amussium cristatum, Pycnodonta navicularis, Chlamys varia,
aculei di Echinidi, mentre sembrano mancare del tutto i Gasteropodi. Nella porzione alta della cava
e nelle zone adiacenti, inoltre, compare, come intercalazione nelle sabbie, un banco grossolanamente
arenaceo o a detrito granitico angoloso, potente fino a 1,5 m, abbastanza tenace, molto spugnoso, ric¬
chissimo di macrofossili purtroppo rappresentati prevalentemente da modelli interni : Gasteropodi in
massima parte ( Conus sp.), associati a Lamellibranchi [tra cui, molto frequenti, Crassostrea frondosa
(De Serres), esclusiva di questo livello, e soprattutto Aequipecten scàbrellus (Lmk.)], Brachiopodi
[ Megerlia truncata (L.) e Megathiris decollata (Chemn.)], qualche raro Corallo nonché Cirripedi ( Pyr -
goma costatum Seg. e Balanus sp.) e Litotamni; la matrice è zeppa di Amphistegina lessonii D Orb.
Tale livello, la cui associazione faunistica indica un ambiente littorale, ricorda molto da vicino gli
orizzonti calcarei ad Amphistegina che ricorrono nel Pliocene italiano; ricordiamo ad esempio quello
100
I. DIENI e F. MASSARI
segnalato da Ruggieri (1962, p. 51) nella serie pliocenica della Romagna, ad analogo contenuto paleon¬
tologico. In Romagna la facies ad Anfistegine costituisce la breccia basale della trasgressione avve¬
nuta posteriormente ai diastrofismi della fine del Pliocene inferiore. Nella zona di Fuile, pur man¬
cando tracce di discordanze angolari nella parte alta della serie pliocenica o segni di una lacuna al
disotto del bancone ad Amphistegina, è tuttavia molto evidente la brusca accentuazione degli apporti
terrigeni grossolani, accompagnata dal forte addensamento faunistico a carattere nettamente littorale,
in corrispondenza al bancone medesimo. Non è quindi del tutto da escludere la eventualità che tale im¬
provviso mutamento delle condizioni di sedimentazione sia legato a movimenti, anche se attenuati.
La parte sommitale della sezione, al disopra di questo banco, è rappresentata da sabbie micacee
potenti 4-5 m, molto povere di macrofossili.
La diminuzione progressiva di profondità dell'ambiente di sedimentazione è confermata anche
dai risultati di uno studio micropaleontologico effettuato da Zanin (1963) sulla serie della cava di
Fuile, che mette in evidenza la graduale riduzione delle Buliminidae (da 22,6% nella parte bassa
fino a 10% nei livelli sabbiosi superiori) e l’aumento relativo delle forme ad habitat littorale e subli¬
torale ( Elphidiidae e Amphisteginidae, entrambe da 5% a 12,7%).
Lo spessore totale della serie rilevabile alla cava di Fuile, dal piano della cava, si aggira sulla
ventina di metri. La presenza di una discreta stratificazione lungo tutta la sezione, come nelle zone
adiacenti, consente di accertare una debole inclinazione (15°) verso Nord.
Riportiamo qui di seguito, l’elenco delle specie rinvenute alla cava di Fuile, lungo l’intera se¬
zione, contrassegnando con f le specie o sottospecie di molluschi estinte o scomparse dal Mediterraneo ;
con il segno 0 sono indicate le forme presenti anche nel banco ad Amphistegina.
BRACHIOPODI
0 Terebratulina caputserpentis (Linné)
0 Megathiris decollata (Chemnitz)
0 Megerlia truncata (Linné)
GASTEROPODI
Calliostoma cingulatum (Brocchi)
Gibbuta (G.) magus (Linné)
f Homalopoma mamilla minor (Seguenza)
f Astraea ( Oobolma ) castro carensis (Foresti)
f Bissoina ( Zebinella ) decussata (Montagu)
t Turritella ( Turritella ) pliorecens (Crema)
f Turritella ( Zaria ) subangulata (Brocchi)
Architectonica (A.) monilifera (Bronn)
f Architectonica (A.) simplex (Bronn)
Bittium (B.) reticulatum (Da Costa)
f Cirsotrema (C.) funiculum (AVood)
f Cirsotrema ( C .) lamellosum (Brocchi)
f Scala ( Spiniscala ) frondicula (Woon)
f Niso terebellum (Chemnitz)
Melanella ( M .) subulata (Donovan)
Odostomia conoidea (Brocchi)
f Pyramidella (P.) plicosa (Bronn)
f Xenophora testigera Bronn
t Aporrhais uttingeriana- Risso
f T rivia ( T .) acummata Schilder
f Schilderia utriculata (Lamarck)
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
101
Empirà catena (Da Costa)
f Natica (A'.) tigrina Defrance
f Natica (N.) pseudoepiglottina Sismonda
Galeodca echinophora (Linné)
f Cymatium ( Lampusia ) corrugatimi affine (Deshayes)
Charonia ( C .) nudifera (Lamarck)
f Charonia (Cassia) appenninica (Sassi)
f Distorsio grasi (Bellardi)
f Typhis ( Cyphonochilus ) fistidosus (Brocchi)
f Ocinebrina scalaris (Brocchi)
t Buccinulum ( Euthria ) adunami (Bronn)
Buccinulum ( Euthria ) corneum (Linné)
Nassarius {II ima) incrassatus (Moller)
N ossari-m ( Amyclina ) semistriatus (Brocchi)
f Nassarius ( Amyclina ) italicus (Mayer)
f Mitra sp. cfr. altilis Bellardi
f Cancellano lyrata (Brocchi)
t Admete ( Bonellitia ) boncllii (Bellardi)
f Admete ( Bonellitia ) serrata (Bronn)
f Turricula {Knef astia) allionii (Bellardi)
f Turricula ( Succida ) dimidiata (Brocchi)
t Clavus ( Cymatosyrinx ) sigmoideus (Bronn)
f Brachytoma obtusangula (Brocchi)
f Gemmula Cirrifera (Nyst)
f Genota intorta (Brocchi)
f Cythara harpula (Brocchi)
f Gyninobela brevis pliorecens Ruggieri
f Comes ( Lithoconus ) virginali s Brocchi
Actacon semistriatus (Basterot)
f Ringicula (Ringiculina) buccinea (Brocchi)
Cylichna ( C .) cylindracea (Pennant)
f Sabatia uniplicata Bellardi
Sabatia ut ri culli s (Brocchi)
SCAFOPODI
Cadulus ( Cadila ) gadus (Montagu)
f Cadulus ( Cadila ) gadus vcntricosus (Bronn)
f Dentalium ( Dcntaliurn ) inacquale Bronn
t Dentalium {I).) inacquale rotundatius Sacco
f Dentalium (D.) scxangulum Schroeter
Dentalium ( Pseudantalis ) rubescens Deshayes
LAMELLIBRANCHI
f Nucula ( Nucida ) piacentina, Lamarck
Nuculana ( Jupitcria ) communata deltoidea (Risso)
f Nuculana (J upiteria) concava (Bronn)
f Yoldia philippi cingulellata Sacco
Anadara (A.) diluvii (Lamarck)
Pinna pedinata brocchii D’Orbigny
102
I. DIEN1 e F. MASSARI
f Pecten jacobaeus subbipartitus Sacco
f Chlamys angelonii (Meneghini)
f Chlamys « Ilinnites » ercolanian a (Cocconi)
Chlamys pesfelis Linné
Chlamys varia (Linné)
°f Aequipeden scabrellus (Lamakck)
f Amussium cristallini Bronn
°f Plicatida mytilina Philippi
f Spondylus concentricus Bronn
f Lima ( Limea ■) strigilata (Brocchi)
Monia striata (Brocchi)
°f Ostrea forskdln Chemnitz
°f Crassostrea ( Cubitostrea ) frondosa (De Serres)
°f Alectryonia plicatula (Gmelin)
"f Pycnodonta navicularis (Brocchi)
f Megaxinus ellipticus (Borson)
Chama gryphoides Linné
f Cliama piacentina Defrance
f Laevicardium cyprium (Brocchi)
f C arcui um ( Papillicardium ) minimum (Philippi)
f Vcnus {Ventricolo) midtilamelloides Sacco
Tellina ( Moerella ) donacina Linné
C orbala ( Varicorbula ) gibbo Olivi
CIRRI PEDI
0 Pyrgoma costatimi Sequenza
° Bai anus sp.
La percentuale delle forme estinte corrisponde al 72,5%, molto vicina ai valori ottenuti da Rug¬
gieri (1962, p. 50) per il Pliocene inferiore della Romagna. Nonostante l’assenza, tra i foraminiferi, di
Globorotalia hirsuta (D’Orb.), imputabile probabilmente a fattori ambientali, si può asserire con sicu¬
rezza che si tratta di Pliocene inferiore (zona A secondo Ruggieri, 1961), confermando così il riferi¬
mento cronologico ottenuto da Dieni & Omenetto, 1960.
Assai poveri o privi di macrofossili sono gli affioramenti pliocenici lungo la scarpata della
«giara» del Su Murtale [salvo all’estremità occidentale, presso C. Senette, dove la facies molto argil¬
losa contiene solo esemplari, abbastanza frequenti, di Tenebratala sinuosa (Br.)], e quelli della «giara»
di Orosei. Qui, in particolare, presso il ponte sul Cedrino, si assiste al brusco passaggio laterale, entro
poche decine di metri, dalle sabbie più o meno grossolane, prive del tutto di macro- e microfossili, ai
depositi della formazione deltizia miocenica. Tale contatto corrisponde evidentemente all ’ originaria
scarpata del canale invaso dal mare, tanto più che i sedimenti pliocenici estesi lungo tutto il versante
Nord e Ovest della « giara », cedono il posto ai depositi deltizi lungo la scarpata meridionale. A questo
proposito si può tenere presente la frequenza di ciottoli e blocchi calcarei anche di notevoli proporzioni
(fino a parecchi m3) e di frammenti dei conglomerati oligocenici di Cuccuru ’e Flores-Cuccuru Sor-
teddata, lungo il versante occidentale della « giara » di Orosei (Puntale Burrai), entro la formazione
pliocenica. Localmente si tratta di vere lenti conglomeratiche a elementi mesozoici e granitici, talora con
Nummuliti rimaneggiati nel cemento, con Ostree plioceniche sia incrostanti i ciottoli sia contenute nella
matrice. Evidentemente tale materiale proveniva dalle falesie calcaree adiacenti, e ciò dimostra la con-
t umazione probabile, in questa zona, della scarpata - limite del canale lungo cui si è inoltrata 1’ di¬
gressione pliocenica,
IL neogene e il quaternario DEI DINTORNI DI OROEEI
1 03
Formazioni posl-plioceniche e pre-basalHche
1) Alluvioni ciottolose pre-basattiche.
In varie località dei dintorni di Orosei si rinvengono, immediatamente al disotto delle colate
basaltiche pleistoceniche, alluvioni sciolte o poco cementate, di colore bruno, generalmente grossolane,
costituite in prevalenza da letti o lenti di ciottoli bene arrotondati e a larga gamma granulometrica
(il diametro arriva fino ad oltre 60 cm), di granito, scisti cristallini e rocce filoniane, in una matrice
sabbiosa, alternanti lateralmente e verticalmente con letti di sabbia o di ghiaia minuta. Si presentano
generalmente con aspetto più caotico e struttura più irregolare rispetto ai depositi deltizi già de¬
scritti e con giacitura suborizzontale. L’estensione laterale è piuttosto discontinua, ma ampia. Alla
base sono talora osservabili (ad esempio poco a Sud del ponte sul Cedrino, presso Orosei) strutture
tipo « scout and fili», soprattutto quando il substrato si presta facilmente ad un’erosione incanalata,
come le sabbie plioceniche (Tav. XIV, figg. 3 e 4).
Questi materiali alluvionali affiorano al disotto della copertura basaltica, formando una fascia
discontinua che da Case Succu, ad Est del Ponte di Onifai, si estende verso oriente nella « giara » di
Orosei e nella parte meridionale di quella di S. Lucia, fino al mare ; mancano invece nel settore situato
a Nord della linea che congiunge Nuraghe Portu (dintorni di S. Maria ’e Mare) con la chiesa di
S. Lucia (situata sulla «giara» omonima). Verso Ovest i depositi si raccordano inoltre con quelli
affioranti sotto la coltre basaltica del M. Gherghè e dell’area sud-orientale del Gollei Lupu (presso
Nuraghe Calistru), testimoniando la continuità d’influenza nel tempo della direttrice tettonica E-W
come elemento condizionatore dell’idrografia.
Inoltre depositi analoghi sono saltuariamente presenti anche alla periferia settentrionale del
pianoro basaltico che fa capo all’edificio di s’Abbanoa.
Anche alla Cala di Osalla la pei’sistenza delle direttrici idrografiche mioceniche è confermata
dalla notevole potenza (circa 20 metri, valore massimo riscontrato nel settore in esame) delle allu¬
vioni ciottolose ricoprenti, mediante una superficie irregolare di erosione, i depositi deltizi ascritti al
Miocene. Presso Osalla ai componenti già nominati si aggiunge un certo contenuto in elementi calcarei
eocenici (Dieni & Massari, 1965b; Dieni, Massari & Montanari, 1966) e giuresi nella parte bassa
della formazione; altrove, invece, a causa dello spessore esiguo, la componente calcarea è evidente¬
mente scomparsa in seguito a dissoluzione durante l’intensa pedogenesi (« ferrettizzazione ») che ha
dato origine ad un 'paleosuolo rosso cupo, con profonda degradazione dei ciottoli di rocce eruttive e
argillificazione della matrice. Nei profili completi (ad esempio ai tornanti che salgono da Orosei alla
« giara » di Mutrucone) la parte superficiale del paleosuolo è comunemente rappresentata da un sot¬
tile orizzonte eluviale di colore grigio cenere, sabbioso-limoso, a debole coesione.
Tale paleosuolo, che documenta una pedogenesi, in clima verosimilmente caldo umido, anteriore
alle eruzioni basaltiche, interessa, con gli stessi caratteri di profonda degradazione e arrossamento,
anche formazioni più antiche; un bell’esempio si può osservare nei depositi deltizi miocenici lungo la
S.S. Orientale Sarda, alla base del tavolato lavico di Mutrucone, o addirittura nel granito, sotto la
« giara » di Orosei, nei pressi del Santuario della Madonna del Rimedio.
L’esame delle parti più profonde delle sezioni, meno alterate e decalcificate, consente di appu¬
rare che in questi materiali alluvionali la componente calcarea è del tutto subordinata quantitativa¬
mente rispetto a quella cristallina. I rapporti sono sensibilmente diversi rispetto a quelli rilevabili nei
depositi deltizi sottostanti, cioè sono nettamente a favore della frazione cristallina (scisti, graniti e
rocce filoniane). Questa osservazione ci sembra importante e significativa in relazione all’evoluzione
paleogeografica dei bacini di provenienza dei materiali durante il Neogene e il Pleistocene antico. E '
probabile cioè che gli apporti calcarei fossero effettivamente molto limitati durante la sedimentazione
di queste coltri alluvionali ciottolose, in rapporto con una situazione paleogeografica ben diversa da
quella attuale oltre che da quella ricostruibile dalla formazione deltizia. Basta pensare all’estensione
areale dei depositi, alla loro distribuzione su una superficie pianeggiante, dotata di lieve inclinazione
I. DIENI e F. MASSARI
104
verso il mare (la pendenza attuale, calcolata su una distanza di circa 12 Km, si aggira su 0,5%), alla
composizione e al grado di arrotondamento, interpretabili in relazione ad un’origine non molto vicina
del materiale, da zone cristalline interne.
Si può aggiungere un’altra osservazione, e cioè che la grossolanità di tali alluvioni in zone
attualmente prossime al mare (S. Maria ’e Mare, Cala di Osalla), fa supporre anche un tracciato co¬
stiero più orientale di quello attuale, altrimenti la grana dei depositi sarebbe ben più fine, tenuto
conto della debole inclinazione del letto di tali depositi.
Anche questo dato porta quindi un ulteriore contributo all’immagine di una paleogeografia
p re-basaltica notevolmente diversa da quella attuale.
Cerchiamo ora di inquadrare cronologicamente ed ambientalmente la formazione in esame.
Coltri di depositi ciottolosi generalmente ferrettizzati e, almeno finora, sterili dal punto di vista
paleontologico, si rinvengono in varie località della Sardegna, e sono denominate usualmente « allu¬
vioni terrazzate ». Esse sono collegabili, secondo Yardabasso S. (1935, p. 140) a ripetute fasi di allu-
vionamenti quaternari, ma forse in parte anche pliocenici. L’Autore cita ad esempio (1956, p. 1002) i
depositi ciottolosi estesi sugli altipiani del medio Flumendosa e zone attigue, conservati lungo un
fronte di circa 20 chilometri e distribuiti in modo da fossilizzare antiche superfici di spianamento;
« essi rappresentano probabilmente una fase villafranchiana estesa anche al Pliocene ». Sempre secondo
Yardabasso S. (op. cit., p. 1002) « al Pliocene vengono riferite, con riserva, anche alluvioni ciottolose
a quote più basse, come quelle pretirreniane che dalle montagne scistose spianate del Sarrabus e del
Gerrei scendono verso il Campidano di Cagliari sopra il Miocene poi terrazzato. Anche la grande col¬
tre ciottolosa ferrettizzata ad elementi cristallini della Nurra, costituente la base degli altri depositi
quaternari, rappresenta forse una facies continentale di passaggio dal Pliocene al Pleistocene ».
Secondo Montaldo (1959) le «alluvioni terrazzate» coprono complessivamente il 15% di tutta
la superficie dell’isola, e sono sparse un po’ ovunque in zone più o meno pianeggianti, ai margini di
massicci paleozoici, lungo le coste, nelle depressioni tettoniche o nelle valli di erosione. Lo stesso Autore
distingue diverse fasi di alluvionamento nel Campidano, relative a tre idrografie principali (op. cit.,
j). 18). La seconda di tali idrografie sarebbe post-tirreniana, mentre la più antica comprenderebbe un
lungo periodo di continentalità dal Pliocene superiore alla glaciazione rissiana (Montaldo 1954,
p. 272; 1959, p. 23). Si tratta di «alluvioni con ciottoli del Paleozoico, ferrettizzate e argillificate, con
qualche accenno ad una pseudo-stratificazione, con lenti di incrostazioni calcaree, di argille e di sabbie
più o meno fini; degradanti dai piedi delle montagne paleozoiche. Talvolta dislocate a scalini per
frattura e simulanti un terrazzamento » (1959, p. 18). Montaldo fa rilevare ad esempio (1950 e 1959)
come i terrazzamenti del Campidano di Cagliari siano dovuti ad un sistema di fratture degradanti a
scalini, e risultino quindi legati ad una tettonica quaternaria.
Nella Nurra di Alghero Pecorini (1962) descrive un complesso fluvio-lacustre costituito infe¬
riormente da alluvioni a ciottoli paleozoici, argille e sabbie fortemente arrossate, e superiormente da
depositi lacustri. Secondo questo Autore, per quanto riguarda l’età dei conglomerati alluvionali, «una
datazione precisa è difficile a farsi, non essendosi rinvenuto fino ad oggi alcun fossile. Non è da esclu¬
dere, tuttavia, trattandosi della formazione più antica posteriore al Miocene, che essi rapppresentino
il Pliocene ed in parte il Plistocene inferiore (Villafranchiano?). Infatti le alluvioni poggiano diretta-
mente su un basamento miocenico e pre-miocenico e sono ricoperte da una serie quaternaria, il cui
termine più antico è senza dubbio riferibile al glaciale Mindel; inoltre sono state terrazzate anterior¬
mente al glaciale Riss. . . » (Pecorini, op. cit., p. 31). I depositi lacustri che ricoprono le alluvioni sud¬
dette si rinvengono al disotto di « arenarie eoliche rissiane nei pozzi di diverse località : la loro età è
perciò in massima parte pre-rissiana e rappresentano probabilmente il glaciale Mindel » (Pecorini,
op. cit., p. 4).
Ricordiamo, infine, i depositi alluvionali ciottolosi affioranti in lembi limitati nell’isola di
8. Pietro, recentemente studiati da Cocozza (1966); la maggior parte dei loro componenti non trova
corrispondenza nella serie stratigrafica locale e sono da ritenersi pertanto di origine lontana. Per la
cronologia di questi terreni Cocozza propone un’età compresa tra il Miocene superiore e il Quaternario
inferiore, limitabile però con verosimiglianza al Pliocene-Pleistocene inferiore.
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
105
Dii 11' insieme dei dati riportati risulta che i vari Autori attribuiscono l’inizio della formazione
della coltre delle « alluvioni terrazzate » al Pliocene superiore o al Pliocene in generale, senza specifi¬
cazioni, in relazione con l’età miocenica dei terreni più recenti costituenti il substrato.
Che le « alluvioni terrazzate », inoltre, siano comprensive di più cicli è dimostrato anche nello
ambito del territorio in esame, dove oltre ai depositi citati, anteriori all ’evento effusivo, si hanno vari
indizi di alluvionamenti post-basaltici seguiti da terrazzamenti. Il caso più evidente è quello dei depo¬
siti fluviali ciottolosi dell’Isalle, estesi soprattutto a monte della stretta di Badu su Manganu, sui quali
ci soffermeremo più avanti. Queste alluvioni, molto simili, per gamma granulometrica e grado di arro¬
tondamento dei ciottoli, a quelle sottostanti ai basalti, si elevano di circa una quindicina di metri
sull’alveo attuale del fiume e sono ricoperte, in più di qualche località della costa, da depositi fossi¬
liferi del Tirreniano II.
In Corsica la formazione in esame trova molto probabilmente il suo corrispettivo nella prima
coltre alluvionale rossa di Ottmann (1958), detta « cles ancicns cours », a cui si collegano diverse super-
fici coperte o meno da alluvioni, ma sempre da uno spesso paleosuolo rosso. L’Autore sopra citato
attribuisce tale coltre al Villafranchiano e tale riferimento cronologico viene accettato anche da Ron-
deau (1961).
Nel settore di Orosei la lieve discordanza angolare di tali alluvioni sopra le sabbie del Plio¬
cene inferiore costituisce un elemento di chiarificazione cronologica di importanza non indifferente.
Inoltre il problema della datazione deve tenere conto innanzi tutto della grande portata ed estensione
areale del fenomeno; questo innegabile dato di fatto ci orienta a ricercare la genesi di questi coltri
alluvionali in un avvenimento di ampiezza generale nella storia regionale, come potrebbe essere un sol-
levamento delle zone cristalline interne con conseguente intensa erosione e dispersione dei materiali
nelle zone marginali e comunque depresse. Tale sollevamento a largo raggio, è collocabile cronologica¬
mente al passaggio Pliocene-Quaternario (vedi anche Rondeau 1961, p. 545, che parla di un solleva¬
mento recente in Corsica sotto forma di « géotumeur »), anche se il movimento incomincia ad indivi¬
duarsi probabilmente con la regressione del mare « piacenziano ».
Ci sembra in definitiva che ci siano elementi sufficienti per attribuire la formazione delle allu¬
vioni ciottolose al basso Villafranchiano (1), più che al Pliocene superiore, in relazione con l’evento
tettonico sopraddetto, tenuto conto della contemporaneità generalmente ammessa di questi movimenti
recenti nel bacino mediterraneo (Glangeaud, 1962), e vista l’attribuzione pressoché unanime al Villa¬
franchiano di analoghi episodi fluviali a facies grossolana associati a vaste superfici di erosione. Ri¬
cordiamo ad esempio la loro diffusione in Francia (Valle del Rodano, Durance, Roussillon, etc), nella
Africa settentrionale (Tunisia, Algeria, etc.) e in Italia continentale (Lazio, Calabria, etc.). Queste
coltri alluvionali, legate a un notevole ringiovanimento del rilievo in seguito a sollevamenti generaliz¬
zati, sono a loro volta interessate da una tettonica più recente, per esempio in Corsica (Ottmann,
1958) e nella stessa Sardegna (Montaldo, 1959).
Nel settore di Orosei tali alluvioni sono certamente anteriori alle dislocazioni recenti di mag¬
giore intensità che hanno colpito la costa orientale sarda ; sembra confermarlo sia la loro appartenenza
ad un’idrografia sensibilmente diversa dall’attuale, sia il fatto che formazioni di tipo detritico e detri-
tico-alluvionale più recenti, ma ancora anteriori alle eruzioni vulcaniche basaltiche, testimoniano note¬
voli modifiche nei livelli di base ed un ringiovanimento del rilievo in rapporto con il manifestarsi di
movimenti di rilevante entità.
Esempi di modificazioni idrografiche legate al ringiovanimento del rilievo sono numerosi nei
massicci mesozoici che attorniano il Golfo di Orosei. Particolarmente significativa ci sembra la situa¬
zione rilevabile sul versante calcareo situato ad Ovest di Cala Gonone (Dorgali). In questa zona una
depressione valliva notevolmente ampia si sviluppa verso Est dal valico di Scala Homines, dove appare
nettamente troncata dalla scarpata occidentale del massiccio calcareo di M. Bardia-M. Tolui-P.ta Ali-
durri in modo da costituire un tipico esempio di valle pensile (Vardabasso S., 1935, p. 128; 1948.
(’) Intendiamo per Villafranchiano l’intervallo di tempo esteso dal passaggio Pliocene-Pleistocene fino alla gla¬
ciazione giinziana compresa, come ammesso dalla maggioranza degli autori.
2
106
t. ntENt e F. MASSARI
p. 57 ; Vardabasso S.na 1960, p. 46). Tale solco vallivo scende ampliandosi fino a Cala Gonone. Esso
riflette evidentemente una situazione idrografica ben diversa da quella attuale, caratterizzata questa
ultima da gole dalla morfologia molto giovanile, incise nei calcari del versante costiero.
A questa osservazione si può aggiungere il rinvenimento, al disotto delle colate basaltiche di
Cala Gonone, di alluvioni a ciottoli costituiti esclusivamente da rocce cristalline, non affioranti attual¬
mente nel bacino idrografico circostante, impostato completamente in terreni calcarei.
Appare logico, in definitiva, collegare queste alluvioni pre-basalticbe ad un'idrografia più ma¬
tura di quella odierna, sconvolta poi dai movimenti tettonici recenti; l’ampia depressione valliva che
con ogni probabilità convogliava verso Est le alluvioni ciottolose pre-basaltiche è rimasta così sospesa
in seguito alla rotazione verso oriente della zolla costiera, e il suo alveo, divenuto molto più ripido, ha
accolto, in una fase successiva alle eruzioni basaltiche, abbondante pietrisco calcareo che è stato flui¬
tato fino al mare in modo da formare due ampi coni.
Un caso analogo è quello della Badde Birraio [toponimo che nella nuova edizione (1962) della
tavoletta Orosei (F. 195, III SE) viene erroneamente attribuito alla valle situata più a Nord, facente
capo a P.ta Conca Niedda], che scende lungo il versante orientale del M. Tuttavista, e la cui ampia
sezione contrasta in modo evidente con le strette gole di incisione recente visibili sullo stesso versante.
Altri esempi di tronchi vallivi pensili appartenenti ad idrografie anteriori agli ultimi movi¬
menti (e già riconosciuti da Vardabasso S. 1948, pp. 56-60), sono: la valle di S. Pietro, presso Baunei,
fossilizzata dalle colate basaltiche pleistoceniche, il vallone Sadde e la depressione di Janna Nurai
rispettivamente nel settore settentrionale e meridionale del massiccio del Monte Albo.
Infine un bell’esempio di antica valle pensile sviluppata completamente nei calcari mesozoici e
ingombrata da alluvioni ad elementi di rocce cristalline, è quello del solco Dolovere-Surtana, tra il M.
Oddeu e il M. Tundu, a SW di Dorgali. Esso metteva evidentemente in comunicazione la valle del Flu-
mineddu con quella di Lanaitto ed è rimasto sospeso in seguito ai movimenti recenti lungo la faglia
die limita verso Est i rilievi calcarei da ITrzulei al M. Coazza. La rete idrografica di questa regione è
verosimilmente non più antica del Miocene; pertanto ci sembra senz’altro da escludere che la sua impo¬
stazione risalga al Cretaceo superiore, come propone Vardabasso S. (1948, p. 56). Infatti, nonostante
che le linee di dislocazione da cui dipende in modo determinante il tracciato idrografico attuale si
siano già individuate in parte nella prima fase importante del ciclo orogenico alpidico in Sardegna,
cioè quella laramica, l’ ipotesi di tale Autore appare insostenibile dal punto di vista morfologico; il
rilievo nelle sue forme attuali, legato a movimenti disgiuntivi verificatisi lungo le medesime linee, si
è definito in tempi recenti, dato che in epoca miocenica, come è stato detto, si hanno indizi di una
vasta peneplanazione in tutta la regione.
E’ probabile che l’orografia attuale abbia iniziato ad individuarsi a partire dalla fine del Mio¬
cene e abbia subito il definitivo ringiovanimento in seguito alle dislocazioni costiere del Villafran-
chiano (v. oltre); perciò gli esempi riportati di tronchi vallivi pensili risultano difficilmente inqua¬
drabili, dal punto di visto cronologico, in un momento preciso dell’evoluzione morfologica della
regione.
Deposili lacustri
Nel settore di Orosei, e in più di qualche località, si rinvengono sedimenti da ghiaiosi ad argil¬
losi, sia come intercalazione fra le alluvioni ciottolose e le colate basaltiche sia come unico tipo di
deposito recente sotto le lave. Citiamo innanzi tutto i sedimenti che affiorano a sud di Galtellì, in re¬
gione Taddore, al piede settentrionale della scarpata basaltica di Conca de Janas, in particolare lungo
il taglio della strada che da Galtellì sale a regione Su Gardu, e che si estendono al di sotto delle vul¬
caniti fino in regione Argherie (a SW di Nuraghe Strulliu), dove le colate poggiano direttamente sugli
scisti. L’estensione complessiva in senso E-W risulta quindi di oltre 1,5 Km. Si tratta di ripetute alter¬
nanze di livelli areosici sabbiosi o finemente ghiaiosi giallo-rossastri, ad elementi poco arrotondati (il
diametro massimo è di 3 cm ma il diametro medio si mantiene bene al di sotto di questo valore), e di
letti limosi grigio-giallastri. La terminazione a lente di alcuni orizzonti nello spazio di pochi metri è
l’unico motivo che turba la regolarità e il carattere spiccatamente ritmico di questi depositi. Talora
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
107
nei livelli a grana maggiore è realizzata una debole gradazione in senso verticale. Saltuariamente si
intercalano sottili letti a resti vegetali. Il carattere limnico dell’ ambiente di sedimentazione sembra
confermato dalla presenza saltuaria di composti di ferro e di manganese di colore nerastro sotto forma
di impregnazioni di alcuni livelli sabbioso-ghiaiosi, o di veli dello spessore di qualche millimetro estesi
nel senso della stratificazione. Come è noto (ad es. Termier & Termier 1963, pp. 175 e 176) nei laghi
delle zone temperate, detti dimittici, quando le acque del fondo vengono ossigenate durante i cambia¬
menti di stratificazione termica può avvenire che composti ferrosi, formatisi in precedenza in am¬
biente riducente, vengano ossidati e precipitati in forma di composti ferrici, che sono relativamente
insolubili.
Localmente sono individuabili anche i limiti morfologici del bacino lacustre di Taddore, ad
esempio ad Est di Case Porcu e in regione Argherie, dove i depositi sono limitati lateralmente dagli
scisti. Inoltre il letto dei sedimenti, messo a nudo dall’erosione, è riconoscibile nel ripiano scolpito in
scisti visibile tra i due solchi torrentizi che confluiscono nel formare il Riu Taddore, e presso il tor¬
nante di q. 103 della strada Galtellì-Conca de Janas, poco a SE di Casa Porcu.
Nella parte sommitale della serie, per uno spessore di 2,5 metri circa, fino al contatto con lo
orizzonte scoriaceo basale dei basalti sovrastanti, gli strati sono interessati da accentuate ondulazioni
accompagnate da spremitura laterale dei materiali fini più plastici. Il fenomeno, osservato anche
altrove (ad esempio presso le pendici settentrionali del M. Coazza), è legato presumibilmente al carico
litostatico esercitato dalla corrente lavica. I basalti hanno tutti i caratteri di colate subaeree, il che docu¬
menta, come altrove, che i depositi lacustri erano emersi al momento dell’effusione (Tav. XY, fig. 1).
Alternanze analoghe, indicative di ambiente limnico, sono osservabili anche in altre località. Ci¬
tiamo i sedimenti affioranti nella zona del bacino del Riu Fratale (Tav. Cantoniera Manasuddas, F.
208, IV NO), lungo la strada che si stacca dal Km 5 della Traversa di Dorgali, portando ad Oliena, e
specialmente alla cava di argilla situata in corrispondenza al dosso di Nuraghe Casteddu. Il letto dei
depositi doveva essere piuttosto irregolare topograficamente, come si può arguire dalla frequenza di
dossi granitici che emergono, isolati dall’erosione, lateralmente ai sedimenti, che sono suborizzontali.
Nella parte inferiore della serie i livelli hanno un carattere prevalentemente argilloso e alcuni oriz¬
zonti sono ricchissimi di resti vegetali carbonizzati e di foglie bene conservate ( Quercus ilex, Laurus
nobilis, Myrthus communis, Graminacee, Ciperacee, ecc.). Seguono poi, per una potenza di 6 metri circa,
alternanze del tutto analoghe a quelle della serie di regione Taddore. Al tetto di queste ritmiti segue
una massa potente di depositi a carattere prevalentemente arcosico, in parte mascherati dalla coper¬
tura vegetale, con limitate intercalazioni limose.
L'intera serie, cui forse si riferisce Vardabasso S. nella sua nota del 1939 dedicata ai laghi di
sbarramento vulcanico in Sardegna, ha una potenza visibile di circa 27 metri ed è ricoperta dai basalti ;
le caratteristiche strutturali di questi ultimi sono quelle di colate effuse in ambiente subaereo; si pos¬
sono quindi estendere anche a questa zona le osservazioni relative alla serie di regione Taddore. D’al¬
tra parte si tratta di una situazione generale, riscontrabile anche in altri casi: essa testimonia come
l’idrografia immediatamente antecedente al fenomeno effusivo fosse già modificata rispetto a quella
ricostruibile dai depositi lacustri.
A Cala Gonone affiorano, per una potenza visibile di tre metri circa, al di sotto dei basalti,
livelli di sabbie e ghiaie alternanti molto regolarmente, con stratificazione spiccatamente parallela. I
ciottoli dei livelli ghiaiosi mostrano un arrotondamento molto accentuato, spiegabile con una rielabo¬
razione di elementi appartenenti alla formazione delle alluvioni ciottolose prebasaltiche.
Lungo il promontorio che limita a Nord la Cala di Osalla alternanze analoghe sono precedute da
sedimenti sabbiosi e ghiaiosi a stratificazione incrociata o inclinata, affioranti per una potenza visibile
di 5 metri circa. I ciottoli di alcuni livelli sono rivestiti da patine nerastre di ossidi di Fe e Mn ana¬
loghe a quelle osservate alla sezione di regione Taddore. Non è escluso che si tratti di un piccolo appa¬
rato deltizio formatosi in ambiente lacustre, dato che la sedimentazione acquista poi verso l’alto, come
si è detto, le caratteristiche della facies limnica, con le consuete alternanze ; lo spessore di queste
ultime si aggira sui 4 metri ; i sedimenti più fini mostrano qui un carattere fortemente micaceo.
Presso la foce del Cedrino (250 m a Nord della chiesa di S. Maria ’e Mare) le alluvioni ciot¬
tolose pre-basaltiche sono ricoperte, tramite una superficie irregolare di discontinuità, da depositi alia-
108
I. MENI e F. MASSARI
loghi a quelli di Cala Gonone. I sedimenti più fini, anche qui abbondantemente micacei, contengono
minuti resti vegetali e minuscoli tubi legati all’attività agglutinante di Oligocheti tubificidi. Lo spes¬
sore totale della serie è di due metri circa.
Dall’insieme dei dati riportati emergono elementi sufficienti per ricostruire un quadro paleo-
geografico abbastanza preciso. Dopo la chiusura del ciclo delle alluvioni ciottolose subentra una situa¬
zione idrografica sensibilmente mutata : il territorio di Orosei, Dorgali e Oliena appare disseminato di
bacini lacustri che accolgono ritmicamente ora i materiali più grossolani, ora quelli più fini, derivati
dal rapido smantellamento dei rilievi granitici circostanti, alterati in profondità, o dalla rielabor azione
di sedimenti preesistenti. Il carattere tipicamente ritmico, la stratificazione per lo più parallela e rego¬
lare, e la natura arcosica della frazione più grossolana, indicano un’erosione rapida ed energica, ma
d’intensità variabile periodicamente, un trasporto di lieve entità ed un accumulo in ambiente subac¬
queo calmo. Simili mutamenti nella paleogeografia della regione, pur essendo molto probabilmente
influenzati anche da importanti modificazioni climatiche, non possono non essere in relazione con un
evento tettonico. La creazione di queste conche lacustri è evidentemente un effetto di movimenti di
lieve entità, ma sufficienti ad ostacolare il normale deflusso delle acque secondo il tracciato idrogra¬
fico precedente. Queste dislocazioni, certamente modeste, dato che non hanno impedito che venisse
portato a termine il livellamento della superficie villafrancliiana, preludono ai movimenti successivi,
più intensi, che hanno portato alla completa disorganizzazione dell’ idrografia.
Al momento attuale una datazione degli episodi lacustri appare incerta sia in mancanza di dati
locali sufficienti ad inquadrare la formazione dal lato cronostratigrafico, sia in assenza di termini
noti di confronto nell’isola. Per quanto la prudenza suggerisca di accettare con molte riserve una cor¬
relazione con formazioni analoghe della penisola, in base all’ampia letteratura sul lacustre villafran-
chiano dell 'Appennino (si consulti ad esempio Demangeot, 1965 a e b) si può supporre un Villaf ran¬
chiamo medio o medio-superiore. Le condizioni climatiche riportate da Demangeot per il Yillafran-
chiano medio corrisponderebbero, in linea di massima, a quelle ottenute, del tutto orientativamente, da
un esame sommario dell’associazione a foglie (1), cioè un clima caldo. In particolare i dati sembrano
indicare un clima tendente all’arido. Le condizioni climatiche hanno quindi apparentemente subito
una modificazione notevole rispetto alla situazione indicata dalle alluvioni ciottolose anteriori al lacu¬
stre, la quale sembra caratterizzata da un clima nettamente più umido, come si può dedurre dalle
azioni generalizzate di ruscellamento e dai vasti spianamenti laterali ad opera delle acque. La vali¬
dità di un tentativo di correlazione con le zone abruzzesi studiate dall’Autore francese ora citato, ci
sembra rafforzata dalle innegabili analogie di evoluzione morfotettonica delle due regioni durante il
Pliocene e Quaternario. In particolare citiamo la corrispondenza sorprendente, sia nella fenomenologia
che nel tipo di depositi relativi, degli effetti della fase tettonica verificatasi alla fine del Villa-
f ranch iano.
Accumuli arcosici
Fra le formazioni posteriori al lacustre e immediatamente anteriori alle eruzioni basaltiche di¬
stinguiamo, pur ritenendoli pressoché coevi, tre tipi di depositi, in base alla composizione e alla natura
dei fenomeni cui sono geneticamente legati: accumuli arcosici , coni alluvionali e detritico-alluvionali,
frane e detriti di falda antichi. I prodotti clastici relativi sono ascrivibili alle fasi più intense di una
tettonica, che, come si è visto, inizia a far sentire i suoi effetti, nella zona costiera di Oi’osei-Dorgali,
già con la deposizione della formazione lacustre.
Non di rado nelle zone a paesaggio granitico l’effusione delle lave basaltiche è stata preceduta
dall’accumulo di masse più o meno cospicue di sedimenti arcosici rossastri. Questi possono essere consi-
(') I campioni dell’intera serie lacustre di Riu Fra tale sono stati affidati al prof. F. Lona, Direttore dell’Isti¬
tuto di Botanica dell’Università di Parma, che ne effettuerà lo studio dal punto di vista floristico.
H, NEOGENE E li, QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
I 09
derati come un prodotto di demolizione di significato equivalente alle « megabreece », dovute a sman¬
tellamento dei rilievi mesozoici; queste ultime, come vedremo, sono associate in modo evidente alle
scarpate di faglia individuatesi in seguito ai movimenti tettonici più intensi della fine del Villafran-
ehiano. L’accumulo dei materiali arcosici segue apparentemente in continuità temporale la sedimenta¬
zione dei depositi lacustri, come risulta chiaro nella zona del bacino del Riu Fratale; d'altra parte è
stato rilevato come la frazione più grossolana di questi ultimi abbia già un carattere spiccatamente
arcosico. Siamo quindi presumibilmente di fronte ad un fenomeno tettonico che aumenta d’intensità
fino a raggiungere l’acme in epoca immediatamente antecedente alle eruzioni basaltiche. Altrove, come
ad Osalla, il carattere arcosico delle alternanze limniche va accentuandosi verso l’alto; infine, in altre
località (alla cava di Fuile e al di sotto dei basalti della « giara » di Orosei), i materiali in questione
ricoprono irregolarmente, e con potenze variabili da poche decine di centimetri fino a 5-6 metri, ora i
sedimenti del Pliocene inferiore, ora le alluvioni ciottolose, ora il granito stesso.
Coni alluvionali
Un’antica conoide alluvionale si estende fra le pendici orientali di Cuccimi Sorteddata e la
zona situata a SW dell’abitato di Orosei, ed è attualmente smembrata dall’erosione in vari lembi; il più
occidentale di questi è localizzato 600 m ad Est di Cuccimi Sorteddata, mentre la parte orientale costi¬
tuisce le due colline (Sos Cuccuros) situate a Nord e a Sud del cimitero di Orosei. Tale cono è formato
da materiale calcareo giurese, cretaceo ed eocenico, in frammenti angolosi che arrivano fino a 20-30
cm, discretamente cementati. Il raccordo del lembo occidentale con le parti orientali è facilmente
intuibile in base ai rapporti morfologici reciproci. E ’ probabile tuttavia che nella zona più orientale
si eongiungessero gli apporti provenienti dalla Badde Birralu con quelli convogliati lungo la depres¬
sione valliva che, a partire dalla sella situata fra Punta Fraigada e Conca Niedda, si estende lungo il
versante calcareo orientale del M. Tuttavista, incanalandosi poi nel solco E-W dell’alta Badde Funtana
Morta. Il lembo più occidentale della conoide in esame, per la sua localizzazione e per la giacitura e
composizione dei materiali che la costituiscono, era evidentemente alimentato solo da quest ’ultimo ramo.
L’influenza del substrato, rappresentato quasi esclusivamente dai depositi deltizi miocenici, si mani¬
festa nel debole contenuto di ciottoli di granito e scisti nettamente arrotondati, in contrasto con l’an¬
golosità del detidto calcareo.
L’assenza del basalto nella composizione attesta un’età prebasaltica; tale carattere di per sè po¬
trebbe essere in accordo anche con un’età molto recente data l’ampia demolizione subita dalla piatta¬
forma lavica, ma lo esclude la maturità morfologica dei lembi testimoni.
E ’ pressoché certo, anzi, che questa conoide dovesse avere una copertura quasi completa (escluso
probabilmente il lembo occidentale) di basalto fino in epoca relativamente recente, poiché le sommità
dei dossi orientali (Sos Cuccuros) rimangono poco al disotto della superficie inferiore delle colate
della « giara » di Orosei (Gollai) e per il fatto che su di esse si rinvengono con frequenza ciottoli
basaltici, interpretabili come ultimi testimoni dell’originario mantello lavico. Si può infine arguire,
per tale cono, un’età più recente rispetto alle alluvioni ciottolose pre-basaltiche in base all’osserva¬
zione che i depositi relativi, negli affioramenti più orientali, scendono a quote sensibilmente inferiori a
quelle della base delle alluvioni più vicine, che compaiono presso l’abitato di Orosei.
In corrispondenza al dosso di q. 62, su cui si trova il cimitero di Orosei, sono comuni in super¬
ficie dei crostoni calcarei zonati di colore complessivamente chiaro-rosato, costituiti da livelli ondulati
a festone e colorati con tonalità più o meno intense (legate al contenuto di idrossidi di Fe) alternati
con letti più porosi e più chiari. Immediatamente al disotto di questo crostone superficiale, spesso
10-15 cm, segue una forxxiazione polverulenta friabile, biancastra, molto ricca di carbonato di calcio,
di aspetto grumoso, che costituisce volumetricamente la parte preponderante di questo paleosuolo ; essa
fa passaggio verso il basso alla roccia madre e il suo spessore arriva anche a 1,5 m. Mentre nel crostone
superiore mancano completamente i clastici di composizione calcarea e rimangono intatti solo i ciotto-
letti di rocce silicatiche o di quarzo, nelle parti farinose sottostanti, oltre a questi ultimi, sono ancora
riconoscibili gli elementi detritici calcarei.
Tale pedogenesi è verosimilmente posteriore alla demolizione della copertura basaltica e di data
I. DlENl 0 F. MASSARf
110
abbastanza rccenle dato die i crostoni rivestono in superficie anche zone corrispondenti alla topo¬
grafia attuale e quindi di modellamento relativamente recente. Ricordiamo che crostoni e formazioni
polverulente del tutto analoghe, ma di spessore più modesto (fino a 20 cm), associati a una copertura
di terra rossa, sovrastano la panchina eutirreniana in varie località (ad esempio Cala Liberotto).
Secondo Fedoroff (1961), che fornisce un'ampia bibliografia sull'argomento, le croste calcaree
e le formazioni polverulente del tipo descritto, associate tipicamente ad una copertura di terra rossa,
caratterizzano alcuni profili pedologici antichi; in particolare esse sono tipiche di superfiei del Villa-
franchiano, pur essendo stati descritti depositi analoghi anche in formazioni tirreniane. Questi suoli
sono diffusi ad esempio nell’Africa del Nord (Algeria, Marocco) e nella Francia meridionale. Secondo
questo Autore, che riprende varie interpretazioni precedenti, la genesi dei materiali polverulenti può
essere ricondotta ad una percolazione difficoltosa delle acque cariche di carbonato di calcio, a causa
della scarsa permeabilità, per cui la superficie freatica della falda oscilla in prossimità della superficie
creando le condizioni per un’intensa evaporazione e deposizione del carbonato. Il deposito polverulento
fa passaggio comunemente ai crostoni zonati verso l’alto; questi ultimi corrisponderebbero a dissolu¬
zioni e precipitazioni successive, e la cristallizzazione più spinta del carbonato di calcio in essi indiche¬
rebbe un processo di deposizione più lento di quello che ha dato luogo alle fàcies polverulente.
Frane e detri ti di falda antichi
Allo stesso ciclo erosivo, legato ai movimenti tettonici che hanno preceduto le eruzioni, appar¬
tengono anche le principali manifestazioni franose che hanno assunto, specialmente lungo i versanti
settentrionale e occidentale del M. Tuttavista, proporzioni veramente vistose.
lTn prezioso dato per l’attribuzione cronologica dei primi episodi di franamento è rappresen¬
tato dal rinvenimento di tali depositi al disotto della copertura lavica di Scala ’e Mura, a Sud di Gat¬
te] lì. Il fenomeno si è evidentemente continuato anche in seguito, fino in epoca molto recente, come lo
dimostra la freschezza morfologica di alcune di queste frane e il fatto che esse si incanalano talvolta
entro solchi vallivi preesistenti sul fianco del monte, arrivando fino a livello dell’attuale alveo del
F. Cedrino.
Lungo il versante settentrionale del M. Tuttavista la coltre clastica riveste quindi una morfologia
pressoché corrispondente a quella odierna, movimentata variamente da dossi ed incisioni vallive. Inver¬
samente, la data relativamente antica di inizio del fenomeno è documentata dall'isolamento, ad opera
dell’erosione, di alcuni lembi, come quello di S. Caterina, sopra Gattelli, situato sulla sommità di una
dorsale in scisti cristallini, e quello addossato al granito presso Casa Succu, sulla sinistra del Cedrino,
ad Est del ponte di Onifai.
Si possono distinguere tre tipi di materiali di frana, in relazione con la meccanica dello sci¬
volamento :
a) Masse rocciose scivolate in blocco o quasi (Tav. XIV, fig. 2).
b) Accumuli monogenici derivanti da assestamento gravitativo di masse originariamente
unitarie.
c) Accumuli caotici, poligenici, assimilabili a detrito di falda, e distribuiti spesso in modo da
dar luogo a veri e propri coni.
I tre tipi possono essere considerati come gradi successivi di uno stesso fenomeno franoso. In
relazione allo stato più o meno intensamente cataclastico dei materiali, legato alle faglie passanti a Nord
e ad Ovest del M. Tuttavista, l’assestamento gravitativo accompagnato da sconnessioni dei materiali può
essere più o meno accentuato ; ciò in rapporto anche con 1 ’entità del percorso del materiale e con la ripi-
dità del pendio lungo cui è avvenuto lo scivolamento
Tra i lembi di maggiori proporzioni appartenenti al primo tipo, citiamo quello di dolomie del
Dogger su cui sorgono le rovine di Castello Pontes, e quello di dolomie e calcari nocciola kimme-
ridgiani situato a Nord di regione Sa Versana (fianco settentrionale del M. Tuttavista). Si tratta, in
ambedue i casi, di masse evidentemente scivolate in blocco, la seconda delle quali si presenta in uno
stato di cataclasi così spinta da assumere quasi l’aspetto di detrito cementato (Tav. XI, fig. 1; fig. 1).
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
1 1 1
Potrebbe sorgere il dubbio elle questi lembi, aneora in stato di relativa integrità, siano stati spo¬
stati da faglie anziché aver subito uno scollamento superficiale; tuttavia i rapporti con i materiali
del tipo àcce la presenza locale (Castello Pontes) di irregolarità topografiche e di liseioni in corri¬
spondenza alla superficie limite fra questi lembi e il substrato, sembrano escludere una tale inter¬
pretazione.
Fig. 1. — La zolla di dolomie hatoniano-calloviaue di Castello Pontes (Galtellì), pog¬
giante sn ignimbriti rioliticlie permiane, vista da Cuccimi ’e Paza. Essa rappresenta
uno degli esempi più tipici degli scivolamenti gravitativi in blocco verificatisi alla fine
del Villafranchiano lungo il versante settentrionale del M. Tuttavista. Si può rilevarne
l’isolamento morfologico ad opera dell’erosione. (Fot. I. Pieni)
Ricordiamo per inciso che, a documentare l’intensità e la natura del fenomeno, nella zona del
Monte Albo si hanno esempi di scivolamenti di zolle calcaree su un substrato pure calcareo; non è
quindi da stupirsi che lungo il versante settentrionale del M. Tuttavista le superfici di scivolamento
siano impostate, nella massima parte dei casi, nelle ignimbriti riolitiche permiane.
La meccanica del movimento ci sembra chiarita in modo soddisfacente dalla situazione del lembo
di dolomie e calcari nocciola situato a Nord di P.ta Fraigada. Pur essendo qui ancora riconoscibile una
superficie limite abbastanza regolare fra i due termini stratigrafici, il lembo appartiene decisamente
al secondo tipo (6) per essere costituto da materiale completamente scompaginato. Questo aspetto cao¬
tico indica già di per sé un assestamento gravitativo per scivolamento; in seguito a questo fenomeno
il tutto si è espanso ed appiattito in modo che nella porzione più alta i calcari nocciola (termine strati-
graficamente sovrastante alle dolomie) ricoprono direttamente le ignimbriti permiane del substrato; lo
scivolamento non è stato quindi omogeneo, a causa del maggiore avanzamento verso valle dei termini
basali della serie (Fig. 3).
Accumuli del secondo ( b ) e terzo (c) tipo sono diffusi un po’ ovunque sui versanti settentrio¬
nale e occidentale del M. Tuttavista, e si presentano tenacemente cementati e leggermente inearsiti. La
loro forte coesione è documentata dalle scarpate limite, spesso verticali o strapiombanti (l’esempio più
vistoso è offerto dalle pareti che incombono sulla S.S, Trasversale Sarda, presso il ponte di Onifai,
tra i Km (i e 7) (Tav, XII, fig. 1 ; fig.-).
J. DIENI e F. MASSARI
1 12
Salvo il cono che si estende dalle pendici nord-occidentali del M. Tuttavista fino all’abitato di
Galtellì, e pochi altri casi, lungo il versante settentrionale prevalgono di gran lunga gli accumuli mo¬
nogenici alla cui composizione partecipano soltanto i termini più bassi della serie giurese, dolomie del
Dogger o calcari nocciola del Kimmeridgiano, senza che i calcari di scogliera titoniani in cui è scolpita
la maggior parte della parete settentrionale del M. Tuttavista diano un contributo apprezzabile. Il ma¬
teriale che costituisce questi lembi franati del versante Nord nella maggioranza dei casi non è quindi in
relazione con l 'arretramento della fronte settentrionale del M. Tuttavista, per effetto di demolizione
progressiva, ma risulta evidentemente da uno scivolamento e franamento della copertura mesozoica ori¬
ginaria del versante settentrionale (già allora decapitata per erosione dei termini stratigraficamente
più elevati), in seguito ad un assestamento differenziale a gradini di quest’ultimo, lungo fratture a
direzione approssimativamente ENE-WSW o E-W, parallele a quelle principali che decorrono alla
base della parete Nord del monte e al piede del versante. Questo gioco differenziale a gradinata è evi¬
dentemente in relazione diretta con il sollevamento della zolla del M. Tuttavista. Non si può escludere
che nella traslazione delle masse franate abbia giocato una « tettonica sismica », realizzata tramite vi¬
brazioni successive del tipo descritto da Tazieff (1960 e 1961) per il grande terremoto del 1960 nel Cile.
In definitiva la parete Nord del monte risulta dalla elaborazione appena iniziata di una scar¬
pata di faglia, di altezza decrescente progressivamente verso Est, in rapporto con l’immersione della
zolla mesozoica nella stessa direzione per effetto delle dislocazioni recenti. La topografia, qui come
altrove, rispecchia in modo evidentissimo la natura del movimento. Non è d'altronde rara nel settore
costiero della Sardegna centro-orientale una coincidenza della base delle pareti calcaree con le linee di
frattura ringiovanite ; l 'arretramento dei versanti rispetto alle originarie scarpate di faglia è in questi
casi appena agli inizi. Appare logico concludere, dai dati ora esaminati, che il distacco e lo sposta¬
mento dei vari lembi dalla giacitura originaria sia stato solo di limitata entità; lo dimostra tra l’altro
l 'osservazione che tale crostone clastico si estende talora senza soluzione di continuità a partire dalla
base delle pareti fino ai piedi del versante Nord (Tav. XI, fig. 1).
Lungo il versante Ovest del M. Tuttavista, invece, prevalgono le frane provenienti direttamente
dalla parete del monte. Si può citare la composizione poligenica (comprendente anche calcari di sco¬
gliera) del detrito cementato che riveste il versante W e SW, e l'ammasso caotico di dolomie esteso fra
le quote 450 e 500 circa dal settore a Est di S. Itria verso Sud per una distanza di circa 400 metri, stac¬
catosi dalle dolomie affioranti a quote più alte (in eteropia con i calcari di scogliera titoniani) e arre¬
statosi in corrispondenza ad un ripiano. I rapporti fra materiale franato e rocce in posto sono qui piut¬
tosto complessi, tanto da fare supporre, ad un primo esame, legami eteropici più complicati di quelli
reali.
Queste manifestazioni franose, e in particolare quelle che interessano il versante settentrionale,
devono essere interpretate nell’ambito di una situazione tettonica preesistente e delle dislocazioni
recenti che hanno portato al sollevamento definitivo della zolla del M. Tuttavista.
Occorre precisare dapprima che lungo la linea di dislocazione che decorre ai piedi della parete
settentrionale di tale rilievo, movimenti anteriori a quelli dell’ ultima fase tettonica devono avere innal¬
zato la zolla situata immediatamente a Nord del monte; si tratta di una faglia inversa a inclinazione
piuttosto accentuata (sui 70°) e a direzione ENE-WSW. Indizi di tale dislocazione sono i contatti ano¬
mali fra le formazioni permiane a Nord e quelle giuresi a Sud. A tale frattura si sono evidentemente
sovrapposte le dislocazioni pili recenti, cioè la rotazione ed immersione ad Est della zolla del M. Tutta¬
vista. TTn effetto di questo movimento è probabilmente la parziale obliterazione degli effetti della
faglia inversa nella porzione occidentale del versante Nord, in seguito a sollevamento del margine
occidentale del blocco del Tuttavista; in questa zona infatti le ignimbriti riolitiche permiane si tro¬
vano allo stesso livello delle dolomie basali del Dogger, mentre nella zona orientale, alla stessa quota,
esse sono a contatto con i calcari di scogliera titoniani. Il fenomeno inoltre è reso evidente anche dai
lembi franati situati a Nord di P.ta Praigada e di regione Sa Versana (costituiti da dolomie del
Dogger e da calcari del Kimmeridgiano), che si trovano, nella parte più alta, allo stesso livello dei cal¬
cari titoniani; essi indicano chiaramente che al sollevamento della zolla del Tuttavista, in seguito al
quale sono iniziate le manifestazioni franose, preesisteva sul lato Nord una faglia inversa (Tav. XT,
fig. 1 ; fig. 3).
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
113
E ’ presumibile che queste frane, nel settore di Orosei come altrove, abbiano colpito soprattutto
quelle zone in cui preesisteva alle ultime dislocazioni una situazione tettonica favorevole, dato che i
movimenti recenti hanno utilizzato in massima parte fratture già impostate precedentemente. E ’ possi¬
bile affermare con una certa attendibilità che queste manifestazioni franose rappresentano, per la
loro diffusione generalizzata anche in altre zone (ad esempio al M, Albo, presso Siniscola), in situazioni
Fig. 2. — Accumuli di frana monogenici del versante settentrionale del M. Tuttavista.
La loro forte cementazione è documentata dall’elevata inclinazione della parete, che
incombe sulla S. S. Trasversale Sarda, presso il Km. 6,5 (Fot. F. Massari)
del tutto analoghe, un fenomeno geologico di ampia portata, legato evidentemente alle dislocazioni
recenti a « flessura » verificatesi lungo la costa orientale sarda. I fenomeni tettonici che hanno inte¬
ressato il M. Tuttavista, e i cui effetti sono evidenti in queste frane e nelle modificazioni dell’ idro¬
grafia circostante, già rilevate, rientrano nell’ambito di un movimento d’assieme a flessura che è stato
accompagnato da una rotazione più o meno uniforme verso Est delle singole zolle limitate da faglie,
con possibilità, in singoli casi, di comportamento autonomo. I movimenti hanno avuto luogo lungo frat¬
ture ad andamento generalmente parallelo all’attuale costa. Tuttavia la preesistenza di linee di dislo¬
cazione a direzione E-W può aver favorito l’eventualità di spostamenti differenziali di zolle adiacenti,
lungo tali fratture. E ’ evidente, ad esempio, l’ influenza della direttrice E-W passante a Nord del
114
I. IMENI C F. MASSARI
M. Tuttavista, attiva fin dalla fase laramica, nel comportamento indipendente dell'area granitica loca¬
lizzata immediatamente a settentrione del Tuttavista, la quale non sembra aver partecipato al fenomeno
di rotazione, avendo mantenuto pressoché invariata la giacitura assunta con i depositi lacustri villa-
franchiani.
Occorre precisare, comunque, che la struttura a gradinata realizzata tramite zolle inclinate verso
Est e separate spesso da faglie inverse parallele alla costa, preesisteva certamente alla neotettonica. La
sua prima individuazione embrionale è già attuata molto probabilmente dall’Oligocene (se non addi¬
rittura più anticamente). Notiamo a questo proposito che per i conglomerati poligenici caotici della
zona sia di Orosei che di Dorgali e Siniscola legati alla fase tettonica da noi attribuita all’Oligocene (o
tutt’al più all' Eocene superiore), è possibile accertare generalmente una provenienza da Ovest o
Nord-Ovest (Dieni & Massari, 1965b; Dieni, Massari & Montanari, 1966). Il carattere essenziale delle
dislocazioni quaternarie consiste in una riattivazione delle antiche superfici di frattura, in seguito ad
un’accentuazione di questo motivo preesistente; a loro volta i fenomeni disgiuntivi rientrano, come si
è detto, nell’ambito di un movimento più generale e ampio a flessura, cui sono imputabili gli abbas¬
samenti nello spazio tirrenico antistante alla costa e i sollevamenti nel settore opposto rispetto all’asse
della flessura stessa.
►Sul problema dell’estensione regionale di queste frane si è soffermato anche Vardabasso (1956,
pp. 1008-9), il quale cita tra le zone più colpite della Sardegna quelle più prossime alla costa orien¬
tale, dalla Gallura all’Ogliastra, e definisce queste manifestazioni come « un fenomeno geologico di
vasta portata » legato al ringiovanimento del rilievo, sia in relazione ai temporanei abbassamenti
eustatici accompagnati da un aumento di precipitazioni durante i pluviali, sia in rapporto alle « re¬
centi deformazioni tettoniche in blocco o a grande raggio seguite da faglia ». A nostro parere, co¬
munque, il fenomeno pare legato geneticamente in modo diretto ai movimenti recenti, mentre l’even¬
tuale interferenza della componente climatica non può che essersi sovrapposta con effetti limitati alla
prima causa, per noi di gran lunga più importante.
La datazione di tali fasi tettoniche urta contro difficoltà relative soprattutto alla continentalità
dei depositi e alla mancanza di dati cronologici sicuri per i depositi compresi tra il Pliocene inferiore
e il Tirreniano. Basandosi comunque sulla contemporaneità generalmente ammessa di tale neotettonica
nell’ambito del bacino mediterraneo, è possibile tentare una correlazione con altre zone in cui reperti
paleontologici più fortunati consentono una precisione maggiore. Citiamo ad esempio la zona abruzzese
del Gran Sasso, in cui la situazione, riguardo alla tettonica più recente (Demangeot, 1965 a e b), è
largamente assimilabile a quella dei massicci mesozoici della costa orientale sarda. L'Autore citato
descrive delle « megabrecce tettoniche » diffuse ai piedi dei grandi versanti fagliati e ricoprenti local¬
mente la parte superiore della formazione lacustre, quella cioè riferibile al Villafranchiano superiore.
Inoltre tali brecce abruzzesi sono interessate superficialmente da rubefazioni e ferrettizzazioni risa¬
lenti all’interglaciale Mindel-Riss. L'Autore conclude quindi per un’età posteriore al Villafranchiano
superiore e anteriore all’interglaciale Mindel-Riss, proponendo un Villafranchiano finale.
I basalti del distretto Orosei-Dorgali
Come è noto, le effusioni basaltiche del settore di Orosei rientrano nel quadro delle manifesta¬
zioni vulcaniche recenti che hanno interessato la fascia costiera tirrenica della Sardegna, e in partico¬
lare un tratto di circa 120 chilometri dall ’Ogliastra alla Baronia di Orosei, costituendo un allineamento
di centri di eruzione più o meno importanti per estensione e numero, che seguono a grandi linee le
maggiori direttrici tettoniche impostate lungo la costa. Procedendo da Sud a Nord, si incontrano dap¬
prima le « traehiti » di Capo Ferrato, quindi le lave basaltiche di Riu Girone, recentemente descritte
da Calvino (1965), di Barisardo, di S. Pietro (Vardabasso S. 1948 e Simboli 1963), effuse quest 'ul¬
time entro un ampio solco vallivo preesistente, ed infine le molteplici ed estese manifestazioni, pure
IL neogexf. e te quaternario dei dintorni di OROSE (
Ilo
basaltiche, del distretto di Orosei-Dorgali. Secondo la datazione relativa proposta, in via di ipotesi, da
Calvino (op. cit.), pare che l’attività magmatica si sia spostata da Sud a Nord esordendo con le ma¬
nifestazioni di Capo Ferrato, per proseguire a Riu Girone, e concludersi con le eruzioni di Barisardo,
S. Pietro, Dorgali e Orosei.
Secondo Vardabasso S. (1956, p. 1012) nel vulcanismo del distretto Orosei-Dorgali si può di¬
stinguere una fase pre- e una post-tirreniana. Come vedremo questa opinione appare in gran parte
infondata.
Nell’area di Orosei-Dorgali le vulcaniti basiche presentano la massima estensione (oltre 150 Kmq),
ed i centri eruttivi si addensano soprattutto in corrispondenza alla zona in cui le linee di dislocazione
passano dalla direzione prevalente NE-SW a quella N-S (Teichmtteller, 1931); occorre tener conto
inoltre dell’interferenza, soprattutto nella porzione settentrionale del territorio, della direttrice E-W,
la cui influenza, anche se indiretta, è innegabile sulla localizzazione dei centri di eruzione (Fig. 4).
9
Fig. 3. — Profilo geologico attraverso le pendici settentrionali del M. Tuttavista, da Punta Fraigada fino
alle propaggini meridionali di Punta su Muntale.
Legenda: 1 - Alluvioni recenti ed attuali; 2 - Basalti divinici; 3 - Accumuli di frana del Villafrancliiano
sommitale. Le sigle K' e BC' indicano gli orizzonti monogenici costituiti rispettivamente da elementi cal¬
carei kimmeridgiani e da dolomie batoniano-calloviane ; 4 - Alluvioni ciottolose pre-basaltiehe, del Villa-
franehiano inferiore; 5 - Sabbie marine del Pliocene inferiore; 6 - Calcari arenacei del Cuisiano infe¬
riore; 7 - Calcari di scogliera del Titoniano; 8 - Calcari nocciola del Kimmeridgiano ; 9 - Dolomie del
Batoniano e Calloviano ; 10 - Ignimbriti rioliticlie e depositi clastici del Permiano; 11 - Granito ercinieo;
12 - Scisti cristallini; 13 - Faglie.
Tu alto a destra è riportato lo schema -teorico indicativo del meccanismo di formazione degli accumuli di
frana. Nella fase I, anteriore alle dislocazioni della fine del Villafranchiano, si suppone una topografia
abbastanza matura; la preesistente struttura tettonica a gradini separati da faglie inverse sarà rielabo¬
rata durante i movimenti successivi (fasi II e III) in seguito al sollevamento del blocco principale
(A, corrispondente al M. Tuttavista) e all’assestamento differenziale di quelli adiacenti (B, C, D) ac¬
compagnato dallo scivolamento gravitativo delle relative zolle sedimentarie mesozoiche.
1. TvtENt e F. MASSARI
116
Attualmente è possibile individuare, specie con l'aiuto delle fotografie aeree, numerosi edifici
vulcanici, spesso distribuiti evidentemente lungo le linee di dislocazione; caso tipico è quello degli alli¬
neamenti secondo la direttrice NE-SW del settore meridionale. Si tratta in massima parte di linee pree¬
sistenti, ringiovanite dai movimenti tettonici dell’alto Villafranchiano ; si può ritenere che la salita del
magma basaltico sia in relazione con rallentamento delle tensioni in una fase immediatamente suc¬
cessiva ai movimenti stessi. Tale conclusione si può trarre anche dall’osservazione dei rapporti tra le
vulcaniti effuse e le zolle dislocate, dai quali appare evidente come le maggiori dislocazioni abbiano
preceduto l’evento vulcanico. Ciò non esclude tuttavia che le labbrq delle fratture possano avere su¬
bito lievi spostamenti reciproci durante l’attività vulcanica. Fenomeni del genere sono testimoniati, ad
esempio, dalla scarpata che taglia con direzione N-S la sommità del Conca de Janas.
Per alcuni edifici appare evidente un’attività centrale fin dall’inizio, pur con un allineamento
talora evidente lungo la medesima frattura. Ma dove la copertura lavica è continua e molto estesa, è
oltremodo diffìcile stabilire l’esistenza o meno di una fase iniziale lineare, con eruzioni da fratture
lungo cui l’attività si sia centralizzata in un secondo tempo. Solo presso il conetto di Su Murtale,
come vedremo, si può identificare una probabile fessura di eruzione orientata ENE-AVSW.
Alcuni edifici di tipo centrale sono sicuramente tardivi e appartengono alle ultime fasi della
attività vulcanica, come si può dedurre dalla loro freschezza morfologica. Tuttavia esistono anche al¬
cuni centri a storia più complessa, la cui attività può essere stata fin dall ’ inizio di tipo centrale (ad
esempio il Conca de Janas). Propendiamo quindi per un'attività nella maggior parte dei casi localiz¬
zata, probabilmente nei punti di incrocio di grandi fratture.
Gli edifici principali sono definibili, in base alla loro forma e struttura, come piccoli vulcani
a scudo (esempi tipici il Conca de Janas e il Gollei Lupu) (Tav. XII, fig. 2).
La topografia ricoperta dalle colate risente dei movimenti tettonici che hanno preceduto l’evento
vulcanico : le lave hanno invaso le zone tettonicamente e anche topograficamente depresse e hanno
spesso fossilizzato aree vallive di impostazione pre-basaltica, come si osserva ad esempio nel tratto
medio della Badde Sos Aradores, ad Est di Cantoniera Mateotto. Si può aggiungere che mentre nel
settore meridionale il paesaggio sommerso corrisponde ad una topografia già in fase di ringiovani¬
mento, nel settore a Nord di Orosei, a causa della stabilità tettonica dell’area granitica su cui si sono
effuse le lave, la morfologia sepolta corrisponde ad un’ampia piattaforma risalente al ciclo erosivo delle
« alluvioni ciottolose pre-basaltiche ».
Le lave, corrispondenti petrograficamente ad un basalto olivinico a pirosseno monoclino (augite
titanifera) e più raramente rombico (iperstene-enstatite), e plagioclasio labradoritico-bitownitico, sono
molto uniformi come composizione, salvo variazioni locali di lieve entità. Alcune facies rientrano nelle
« dorgaliti » definite da Amstutz (1925), corrispondenti a basalti divinici olocristallini con fenocri-
stalli costituiti esclusivamente da olivina ; il termine comunque è da abbandonare in accordo con la
sistematica di Johansen. Nelle lave di alcuni edifici, in particolare del Conca de Janas e di Sa Pramma,
situato quest’ultimo a SW del primo, sono frequenti noduli peridotitici (già descritti esaurientemente da
Lauro, .1940 a e à), costituiti quasi esclusivamente da olivina, a cui si associa un pirosseno di tipo bron-
zitico e uno spinello cromifero ; questi noduli, spesso angolosi, di dimensioni talora superiori a 20-30 cm,
sono localmente così abbondanti da conferire alla roccia un aspetto di breccia a cemento basaltico.
Non intendiamo comunque addentrarci in considerazioni di ordine petrografieo più di quanto
non richiedano le esigenze e la natura del presente lavoro. Per notizie più dettagliate rimandiamo ai
lavori di Amstutz (1925), Lauro (1939, 1940 a e ò) e Calvino (1965).
L 'ambiente subaereo delle eruzioni è inequivocabilmente indicato da vari caratteri fra cui : la
scarsa bollosità; la generale mancanza di ialoclastiti e di lave a cuscini effuse in ambiente sicuramente
sottomarino nelle zone costiere (il die fa presumere un’estensione maggiore del fenomeno effusivo in
ambiente continentale ad Est della costa attuale) ; l 'arrossamento dei livelli scoriacei ; il tipico carat¬
tere subaereo dei prodotti vulcanici (scorie e bombe) associati agli edifici ; la struttura mai compieta-
mente vetrosa delle parti superiori e inferiori delle colate ; la presenza di intercalazioni di materiali
detritico-alluvionali e di ambiente lacustre (vedi oltre). Localmente (M. Coazza), comunque, si hanno
limitate testimonianze d’effusioni in condizioni subacquee, ma sempre continentali.
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
117
Anche dove le lave ricoprono i depositi lacustri villafranehiani, come si è già accennato, esse
mantengono il loro carattere subaereo; ciò non meraviglia dato che evidentemente all 'epoca delle eru¬
zioni le acque dovevano essere state già da tempo convogliate altrove, in seguito ai movimenti tetto¬
nici che hanno preceduto l’evento vulcanico. Ne abbiamo un bell’esempio presso le pendici settentrio¬
nali del M. Coazza. In questa zona i basalti della sponda destra del Flumineddu si sono espansi sopra
i depositi lacustri argilloso-limosi mantenendo le loro caratteristiche di colate subaeree, mentre alla
base del M. Coazza l'apertura di una cava ha messo in evidenza, e poi progressivamente smantellato,
Fig. 4. — Schizzo tettonico e distribuzione delle manifestazioni effusive basaltiche quaternarie del di¬
stretto Orosei-Dorgali.
Legenda: 1 - Basalti e principali centri eruttivi; 2 - Quaternario e Terziario; 3 - Mesozoico; 4 - Per¬
miano e basamento cristallino; 5 - Faglie principali o più significative per la localizzazione degli edifici
vulcanici; 6 - Giaciture degli strati.
Elenco dei centri vulcanici : 1) S’Abbanoa 2) Gollei Lupu 3) Su Murtale 4) Sas Farches 5) Cuccuru ’e
Nurru 6) Cuccuru ’e Codas 7) Conca de Janas 8) Punta Marras 9) Punta Biristeddi 10) Su Coddiarvu
11) Nuraghe Dudurri 12) Sa Pramma 13) Nuraghe d,e Sortei 14) Serra de Cartoe 15) Cuile Irittu 16) Case
Masuni 17) Tollai 18) Nuraghe s’Ulumu 19) Cuccimi de sa Ttippedie 20) Codula Manna 21) Nuraghe
su Congiadu 22) Cuccuru Pirische 23) Madonna del Rimedio 24) Plamasera 25) Casa Carboni 26) Monte
S. Elena 27) Fruncu de Pala 28) Codula Fuili 29) Prunai Nieddu 30) Cuile Ghivine 31) Pedra Molina.
118
I. MENI e F. MASSARI
un affioramento di tipiche lave a cuscini, addossate al calcare giurese, effuse evidentemente in un an¬
tico alveo fluviale, individuato in epoca posteriore al lacustre.
Poco a Nord della cava, ancora sulla sponda destra del Flumineddu, ove i basalti poggiano,
come già si è accennato, sui depositi lacustri del Villafranchiano, la natura argilloso-limosa del sub¬
strato crea un quadro caratteristico, osservato anche altrove (il fenomeno, ad esempio, è stato somma¬
riamente descritto per la regione Taddore) : larghe ondulazioni dei sedimenti, indotte probabilmente
dal carico litostatico delle lave, e voluminose sacche di scorie, ammassate specialmente nelle zone de¬
presse delle pieghe, contenenti abbondante materiale argilloso interstiziale. Si ha l’impressione, in de¬
finitiva, che il sedimento sia stato spremuto e inglobato durante il cammino della corrente lavica. Manca
tuttavia qualsiasi traccia di involucro vetroso negli elementi basaltici, o di ialoclasiti, per cui si può
concludere ancora per un ambiente di effusione subaereo.
La fluidità delle lave è testimoniata, oltre che dalla giacitura pressoché tabulare e dall’esten¬
sione delle coperture basaltiche a partire dai centri di effusione, dall’esistenza di tunnels di lava
anche abbastanza ampi (ad esempio al Km 219 della S.S. Orientale Sarda e nella gola del Cedrino,
presso la diga), di tumuli (ad esempio quello di Pedra Dorulas, a Ovest di Cala Liberotto) (Tav. XII,
fig. 4), dalla forma delle bombe vulcaniche, che possono variare da globose ad affusolate, spesso dotate
di appendici e pili o meno ricurve o ritorte, e dall’esistenza di autointrusioni filoniane tipo « squeeze-
up.s» (Wentworth & MacDonald, 1953) osservabili ad esempio al Km 226,5 della S.S. Orientale
Sarda (corrispondenti evidentemente ai « curieux filonnets basai tiques » riscontrati da Amstutz
presso il Rio Minda). La scarsità di gas e l’alta temperatura sono indicate dal volume limitato di
materiale scoriaceo e dalla frequenza di lave a corda, con passaggio locale verso tipi a budella (Fig. 5).
Fig. 5. — Lave a corda nella giara basaltica di Mutrucone, presso Fuile ’e Mare.
(Fot. I. Dieni)
L'attività vulcanica è stata prevalentemente di tipo effusivo lento con episodi caratterizzati da
sola attività di lancio di lava o di scorie, che trovano testimonianze nei frequenti coni di scorie saldate
con abbondanti bombe e lapilli. I due tipi di attività in qualche caso si sono alternati ripetutamente,
come si può osservare ad esempio nelle vicinanze di Dorgali (edificio di Madonna del Carmine). La
potenza delle singole colate si aggira generalmente attorno al metro, pur essendo frequenti valori mi¬
nori e spessori anomali in relazione a depressioni topografiche preesistenti colmate dalle lave. La coper¬
tura basaltica risulta dalla sovrapposizione di colato più o meno numerose a seconda delle località;
la loro individualità lungo le sezioni naturali è messa in evidenza generalmente da profili a gradinata,
con i ripiani in corrispondenza ai livelli scoriacei.
Iti NEOGENE E 11; QUATERNARIO DEt DINTORNI DI OROSEl
Hit
Fessurazioni colonnari, talora molto vistoso, sono abbastanza comuni; tra gli esempi più bolli
citiamo quelli dello lave incise dal canyon del Cedrino o quelli del tavolato del Gollei Lupu (Fig. 5).
Movimenti di sollevamento d’insieme degli edifici sono indicati dall’esistenza di filoni radiali
cuneiformi [Su Murtale, Conca de Janas, Punta Biristeddi (a Sud di Cantoniera Paludi)] e conici
(P.ta Biristeddi). Un bell’esempio di associazione dei due tipi è quello appunto di P.ta Biristeddi,
dove i filoni intersecanti il conetto di scorie saldate assumono un’evidenza didattica (Tav. XII, fig. 3).
Fig. 6. — Esempio di fessurazione colonnare nei basalti della gola del P. Cedrino,
presso la diga in costruzione nei dintorni di Serra Orrios (Dorgali).
(Fot. F. Massari)
La chiusura del ciclo vulcanico nella maggior parte degli edifici è stata caratterizzata da una
attività esclusivamente di lancio. Quest 'ultima, accompagnata eventualmente da limitatissime colate, ha
dato origine, nelle ultime fasi dell’evento vulcanico, a piccoli coni dai fianchi piuttosto ripidi, rilevati
di pochi metri rispetto ai pianori circostanti; esempi tipici, per restare nella zona di Orosei, sono l’edi¬
ficio di Nuraghe Dudurri, 2 Km a Ovest di Osalla, quello di Nuraghe de Sortei, presso il Km 211 della
S.S. Orientale Sarda, e infine, più caratteristico per freschezza morfologica, il celebre Su Murtale (1).
Indizi di un’attività fumaroliea si possono osservare frequentemente nei depositi scoriaeei situati
in prossimità dei centri di emissione, che risultano alterati anche profondamente, e più raramente anche
nelle formazioni sottostanti ai basalti ; citiamo il caso riscontrato nei depositi deltizi miocenici al disotto
(') L’origine del nome non è legata, come afferma La Marmora (1857), alla somiglianza con un mortaio, ma
alla grande abbondanza del mirto (« murta » in dialetto locale) nella zona.
t. DI ENI e F. MASSARI
1 20
della scarpata basaltica clic orla l’incisione del Rio Berritta, presso Orosei. Più precisamente il feno¬
meno è stato rilevato nella parte meridionale dello sperone che sapara l'incisione del R. Berritta
da quella del Canale Zarule, lungo uno scavo per irrigazione situato a monte della casa di quota 9,
per un tratto di pochi metri orizzontalmente, ma esteso verticalmente; qui i materiali deltizi, origina¬
riamente ricchi di ciottoli di granito, come si può dedurre dalla composizione degli affioramenti cir¬
costanti, sono ridotti ad un’argilla grigio-verde contenente qualche piccolo cristallo di gesso, dovuto
evidentemente all'azione dei gas fumarolici sui ciottoli calcarei. All’interno della pasta argillosa si
rinvengono ancora nuclei di granito.
Passiamo ora in rivista rapidamente i vari edifici vulcanici dei dintorni di Orosei ; la descrizione
è basata su osservazioni preliminari ed è quindi suscettibile di modifiche ; per una illustrazione più
dettagliata rimandiamo ad un lavoro di prossima pubblicazione.
A SW del Monte Tuttavista sorge il complesso vulcanico culminante con P.ta Conca de Janas
(393 m s.l.m.), a forma di cono molto depresso, con fianchi inclinati di 10° presso la sommità, 5° nella
parte intermedia e da 3° a 0° nella parte più bassa. Occorre però precisare che l’altezza assoluta dell'edi¬
ficio non deve trarre in inganno sugli spessori, poiché le vulcaniti poggiano su un basamento già rile¬
vato e abbastanza accidentato, come testimonia l’affioramento di scisti cristallini di Regione Salisco, nel
settore NW del cono. D’altronde molti crateri della regione si aprono in zone pressoché pianeggianti
della copertura, senza un rilievo vulcanico di una certa entità.
Da un primo esame degli aspetti morfologici del Conca de Janas appare evidente come la sua
metà occidentale sia profondamente intaccata dall’erosione, in netto contrasto con la freschezza ed uni¬
formità degli altri versanti. Si può quindi supporre ragionevolmente che il rilievo vulcanico risulti dalla
fusione di due edifici coassiali di diversa età. La piastra di q. 373, a NW di P.ta Conca de Janas, con
la sua immersione verso Ovest, non rappresenta un centro di eruzione bensì una placca lavica residua
dell’antico edificio, smembrata dall’erosione.
Nelle ultime fasi di attività dell’antico centro vulcanico, una probabile ripresa del movimento
lungo la frattura N-S su cui sembra essere impostato l’edificio, portò all’abbassamento del settore orien¬
tale come viene ad indicare la netta troncatura delle bancate di lava lungo la sella tra P.ta Conca de
Janas e la cima più occidentale. In relazione forse con questo fenomeno si è iniziata l’attività del
nuovo edificio, le cui lave costituiscono grosso modo la metà orientale dell’attuale rilievo. In corrispon¬
denza alla sua sommità si possono rilevare diversi filoni di spessore generalmente limitato, spesso cu¬
neiformi, a disposizione approssimativamente radiale. In seguito ad un collasso si creò una caldera sub¬
circolare di sprofondamento, del diametro di circa 600 metri, impostata in posizione pressoché concen¬
trica, che ha troncato nettamente le bancate laviche Entro questa depressione, ancora bene individuata
morfologicamente e osservabile agevolmente dai dintorni della Cantoniera Mateotto, una manifestazione
finale portò alla formazione del eonetto scoriaceo di Casa Marras, da cui è fuoriuscita una breve cor¬
rente lavica che si è riversata verso Est, non oltrepassando il ciglio della depressione medesima
(Tav. XI, fig. 3).
Una serie di manifestazioni marginali ha avuto luogo sulle pendici meridionali dell’edificio,
come testimoniano le tre cavità crateriche addentellate l’una all’altra, rese evidenti dall’andamento
festonato delle scarpate, dovute a troncamento delle lave, e dall’abbondanza di scorie fortemente arros¬
sate e rinsaldate, ben visibili lungo la S.S. Orientale Sarda, tra i Km 212 e 213. Al fondo della de¬
pressione maggiore (diametro superiore ai 500 m), che si trova in regione Coddiarvu, e che è la più
completa ed evidente per la sua forma ad anfiteatro, una piccola colata, scesa verso Sud, si associa
alle scorie saldate. Spesso i materiali di lancio dei vari centri di eruzione presentano tracce di una
azione fumaroliea più o meno intensa, con deposizione di opale in geodi e vene, etc.
Sicuramente anteriore all’edificio più recente di Conca de Janas (come si può dedurre dai rap¬
porti reciproci delle rispettive lave e dallo stato di conservazione) e verosimilmente coevo all’edificio
più antico, è il vulcano di Cuccuru ’e Coclas, il cui cratere è situato circa 2,5 Km a NE del com-
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEt DINTORNI DI OROSEt
121
plesso del Conca de Janas; attualmente il rilievo, profondamente intaccato dall’erosione, culmina con
un vallo annidare slabbrato a NE, in corrispondenza alle incisioni che immettono nella Badde Pinniari.
La cavità craterica e il vallo che la delimita sono rivestiti da una grande quantità di scorie più o
meno saldate, associate ad abbondanti bombe di tipo caudato la cui lunghezza, che arriva al metro
presso il centro della depressione, si riduce progressivamente verso l’esterno fino a 2-3 cm. Le colate
fuoriuscite da questo centro sembrano essersi riversate prevalentemente verso Est e verso l’attuale
piana di Orosei.
Dall’uniforme tavolato basaltico che si estende ad Ovest del Conca de Janas fino al mare, si erge
per circa 30 metri, nel centro di un cratere subcircolare poco profondo, del diametro di circa 400 m,
un piccolo cono su cui si trovano le rovine di Nuraghe Dudurri-, esso è formato da accumuli di
scorie saldate fortemente arrossate, mentre il nucleo in basalto compatto corrisponde al riempimento
lavico del condotto.
Il cono di P.ta Su Muntale rappresenta l’ultimo evento vulcanico verificatosi nell’ambito della
«giara» basaltica omonima. Esso sorge all’interno di una depressione craterica subcircolare del dia¬
metro di circa 450 metri e raggiunge l’altezza di una cinquantina di metri dal punto più basso della
depressione medesima. La ripidità dei versanti è in relazione con la costituzione in gran prevalenza
scoriacea del piccolo edificio, sulla sommità del quale si apre un cratere slabbrato verso Est, da cui
pare sia uscita lungo il fianco orientale una breve colata di lava. L’attività di gran lunga prevalente
che ha dato origine al conetto è comunque quella di lancio : ai margini e sul fondo dell 'avvallamento
che lo circonda si ritrovano infatti, in notevole quantità, materiale scoriaceo e bombe vulcaniche di
tipo caudato. Il piccolo cono inoltre è intersecato da alcuni filoni radiali di limitato sviluppo.
Il lungo dosso appiattito che da Fruncu Isteddu si estende verso regione Pirastru Mannu, con
direzione ENE-WSW, rappresenta probabilmente la testimonianza di una primitiva attività effusiva
lineare lungo una frattura facente parte del fascio che passa a Nord del M. Tuttavista e che è stato
sicuramente ringiovanito in seguito alla tettonica più recente. Dopo questa fase lineare l’attività si è
evidentemente centralizzata in corrispondenza al Su Murtale (Fig. 7).
Poche centinaia di metri a SW di Orosei, in regione Cuccume ’e Nurru, presso il Km 2 della
S.S. Trasversale Sarda (poche decine di metri a occidente di Casa Busu-Farris) si nota una zona sub¬
circolare di estensione limitata, leggermente rilevata rispetto alla pianura alluvionale circostante, co¬
stituita da grandi blocchi di basalto che potrebbero rappresentare i resti del riempimento del condotto
vulcanico di un edificio completamento smantellato dall’erosione. Sembra infatti da escludere del tutto
che si tratti di materiale trasportato dall’uomo.
Rapporti fra tettonica e vulcanismo
Il problema dei rapporti fra tettonica e vulcanismo è strettamente legato alla natura delle di¬
slocazioni di maggiore entità che hanno preceduto, nell’area in esame e in generale lungo la costa
orientale, l’evento effusivo (Fig. 4).
I movimenti si sono verificati lungo fratture ad andamento, come si è visto, generalmente pa¬
rallelo alla costa; l’allentamento successivo delle tensioni ha favorito la salita lungo queste faglie del
magma basaltico dalle profondità simatiche. E’ significativa la localizzazione dei centri di effusione
lungo una fascia che decorre parallelamente alla costa orientale dell’ isola; la delimitazione spaziale del
fenomeno è chiaramente in relazione con la natura particolare delle dislocazioni marginali.
Nell’ambito del Golfo di Orosei le linee di dislocazione cui più evidentemente sono legati alcuni
allineamenti di centri vulcanici sono quelle NE-SW del settore di Dorgali, parallele anche qui all’an¬
damento della costa. Secondo questa direttrice tettonica sono chiaramente localizzati i centri situati ai
piedi della scarpata occidentale del massiccio costiero: Monte S. Elena, centro di Casa Carboni, della
Madonna del Carmine, Cuccuru Pirische e Cuccuru de sa Tuppedie.
8
122
I. DIENI e F. MASSARI
Tuttavia è indubbio che anche la direttrice E-W (passante localmente a ENE-WSW), soprattutto
a Nord e a Sud del M. Tuttavista, ha influito, se non altro indirettamente, dando origine ad alcuni
allineamenti di edifici vulcanici probabilmente in corrispondenza ai punti d ’ incrocio con le fratture
NE-SW o N-S. Basta citare la disposizione allineata di Serra de Cartoe-Nuraghe de Sortei-Sa Pramma
e quella Nuraghe Dudurri-centri di regione su Coddiarvu (fianco S del Conca de Janas)-P.ta Bi-
risteddi-P.ta Marras.
Le direttrici tettoniche sopra citate sono in gran parte linee impostate anticamente, riattivate a
più riprese successivamente, e ringiovanite infine durante la fase orogenica della fine del Vil-
lafranchiano.
Per quanto riguarda le dislocazioni più direttamente collegate al vulcanismo, oltre ai movi¬
menti localizzati e di piccola entità, ricordiamo il fenomeno di sprofondamento di natura probabil¬
mente vulcano-tettonica che ha colpito tutta la zona occupata dalle lave del Su Cungiadu-s’Ulumu
(situate ad Est della confluenza tra Cedrino e Flumineddu). Tale evento si è verosimilmente inserito
nel corso del fenomeno effusivo, come risulta dai rapporti tra le vulcaniti di tale giara e quelle cir¬
costanti, più antiche.
Delazione dell’evento vulcanico
I rapporti delle vulcaniti con i terreni anteriori e successivi all’evento eruttivo nel distretto di
Orosei-Dorgali, consentono delle precisazioni, altrove non possibili, assai restrittive sull’intervallo cro¬
nologico di attività magmatica. Innanzi tutto le lave ricoprono depositi clastici la cui genesi, come si
è visto, viene messa in relazione con movimenti tettonici accentuati, collocabili, per analogia con altre
zone del bacino mediterraneo, alla fine del Villafranchiano.
Per l'individuazione del limite superiore un punto prezioso di riferimento è rappresentato dai
depositi del Tirreniano II (Eutirreniano) che contengono ciottoli basaltici sia presso Orosei (a Cuc-
curu ’e Nurru) (Dieni, in Calvino 1965), sia più a Sud, nel territorio di Dorgali (A. C. Blanc 1955,
segnala difatti nella panchina tirreniana della grotta del Bue Marino, a Sud di Cala Gonone, ciottoli
basaltici, contrariamente ad un’osservazione precedente di Vardabasso S. 1956, p. 1012). Perciò sembra
inattendibile l'ipotesi di Teichmueller (1931), ripresa da Vardabasso (1956), sull’età in parte post-
tirreniana dell’evento vulcanico nel distretto di Orosei-Dorgali.
Inoltre è possibile aggiungere un’ulteriore limitazione cronologica: infatti nell’area del Foglio
« Orosei » sono largamente diffuse tracce di superfici di abrasione marina, situate a quote oscillanti in¬
torno a 15 metri, le quali si raccordano più o meno gradualmente con i ripiani eutirreniani. Tali spia¬
nate sono, in particolare, ben riconoscibili nei basalti del tratto costiero da Cala di Cartoe fino a Fuile
’e Mare (presso Cala Liberotto). Sembra da escludere che anche le platee più elevate appartengano al
ciclo eutirreniano data la costanza di quota dei depositi del Tirreniano II, che non superano mai i
6 metri di altezza, e data la coincidenza, in particolare, di questo livello con il solco di battigia rico¬
noscibile lungo le pareti calcaree costiere della zona situata a Sud di Cala di Cartoe.
Malgrado la mancanza di reperti paleontologici, si può supporre ragionevolmente che i pianori
più elevati rappresentino il Tirreniano I, corrispondente secondo la maggioranza degli autori all’in¬
terglaciale Mindel-Riss. Abbiamo quindi buoni motivi per ritenere che l’evento vulcanico sia da collo¬
care prima dell’interglaciale Mindel-Riss e dopo la fase tettonica della fine del Villafranchiano, cui
sono legate le facies detritiche immediatamente anteriori alle eruzioni. L’attività effusiva sembrerebbe
essersi esplicata quindi durante il pluviale Mindel.
Manca, nel settore di Orosei, qualsiasi indizio di interruzione piuttosto lunga dell’attività vul¬
canica. Nell'area del Foglio «Dorgali» D’Amico, Gazzi e Altri (1960) segnalano, tuttavia, un livello
alluvionale ad elementi del basamento cristallino, mesozoici e basaltici all 'interno della formazione la¬
vica, nella gola presso la diga sul F. Cedrino. Noi abbiamo rinvenuto, inoltre, lungo la sezione della
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
123
diga, a circa 130 m di quota, un livello arcosico potente 2 m, intercalato fra i basalti. Un orizzonte in
posizione presumibilmente analoga, ma limoso-argilloso, potente da 20 a 50 cm, compare lungo i tor¬
nanti della Traversa di Dorgali, presso la confluenza tra Cedrino e Flumineddu. Le facies di questi
depositi intercalati alle vulcaniti, molto simili a quelle del lacustre pre-basaltico, documentano proba¬
bilmente 1 ’ instaurarsi locale di condizioni analoghe anche durante le eruzioni.
Fig. 7. — Il conetto vulcanico Su Murtale (Orosei), costituito da materiali scoriacei
ed ergentesi sulla piattaforma lavica di Murta de Chervos, formata da numerose colate
sovrapposte. L’altezza della scarpata che limita la giara basaltica dà un’idea dell’en¬
tità dell’erosione verticale in epoca posteriore alle eruzioni. Le lave di questa zona si
sono effuse su una estesa superficie pianeggiante la cui elaborazione si è protratta du¬
rante gran parte del Villafranchiano. ’ (Fot. I. Dieni)
Considerazioni morfologiche
Le enormi quantità di prodotti lavici effusi sommersero in parte e isolarono le zolle mesozoiche
dislocate, apportando un nuovo elemento morfologico alla regione.
Così il rilievo del M. Tuttavista doveva essere circondato dalle lave da tutti i lati ; in un secondo
tempo la copertura è stata smantellata a causa dell’azione erosiva sia del Cedrino, costretto a cercarsi
un nuovo alveo in seguito allo sbarramento opposto dalle vulcaniti, sia delle correnti idriche incana¬
late dalla Badde Birralu sul versante orientale del monte e riversantisi a ventaglio sulla piana anti¬
stante. Non c’ è dubbio che l’emissione di grandi quantità di lava, che hanno riempito le depressioni
e livellato la topografia preesistente, ha influito in modo sensibile sulle modificazioni recenti della rete
idrografica. L’esempio più significativo è appunto quello del F. Cedrino, il cui corso probabilmente
raggiungeva il mare a Sud del M. Tuttavista in epoca anteriore alle eruzioni. Siamo comunque dell’opi¬
nione che i maggiori mutamenti dell’idrografia si siano verificati non tanto in seguito al fenomeno ef¬
fusivo quanto in seguito ai movimenti tettonici che hanno preceduto il medesimo.
124
I. DIENI C F. MASSARI
Depositi posteriori alle eruzioni basaltiche.
Gli elementi essenziali di cui è necessario tener conto nell’ analisi degli avvenimenti posteriori
alle eruzioni basaltiche, sono da un lato resistenza di un rilievo notevolmente ringiovanito dai movi¬
menti più recenti, dall’altro l’influenza determinante delle variazioni climatiche quaternarie sul mo¬
dellamento del paesaggio.
L’attuale alveo meandriforme (i meandri situati a SW di Galtellì, nei dintorni di Ponte Bar-
tara, sono evidentemente ereditati) del F. Cedrino ad Ovest e SW del M. Tuttavista, incassato a canyon
entro i basalti e approfondito fino al basamento cristallino, con un dislivello massimo di circa 130 metri,
può rendere un ’ idea dell 'entità del fenomeno erosivo in quest 'ultima fase di evoluzione morfologica
della regione. Inoltre, in base a sondaggi si è potuto accertare (Vardabasso S. 1956, p. 1012) che il
Cedrino fra la stretta di Onifai e Orosei, cioè alcuni chilometri prima della sua foce, ha l’alveo origi¬
nario colmato da alluvioni per qualche decina di metri sotto il livello del mare, circa allo stesso modo
del Fiume Posada e di altri importanti corsi d’acqua sfocianti sulla costa orientale.
D 'altronde l’eliminazione di vaste parti dell’originaria copertura lavica, specialmente a NW e ad
Est del M. Tuttavista, con il risultato di isolarne caratteristici lembi residui a sommità tabulare
(«giare»), può dare un’idea dell’estensione orizzontale di questa attività di demolizione.
Ammessa l 'attribuzione al Mindel del fenomeno vulcanico, sembra logica la supposizione che du¬
rante l’evento vulcanico i processi erosivi, nell’ambito dell’area considerata, fossero largamente com¬
pensati dall’attività costruttiva e di riempimento collegata alle effusioni, e che l’opera vera e pro¬
pria di erosione verticale e di approfondimento del livello di base regionale si sia realizzata preva¬
lentemente a partire dall ’ interpluviale Mindel-Riss.
Le tracce del pluviale Mindel nella zona di Orosei sembrano piuttosto scarse e problematiche.
Esse sono limitate ad alcuni coni poco estesi, a carattere per lo più detritico-alluvionale, con gamma
granulometrica abbastanza ampia. La loro antichità è documentata dalla maturità morfologica, la ce¬
mentazione tenace, il grado sensibile di incarsimento e 1 ’ inclinazione elevata rispetto alle conoidi più
recenti. Citiamo il ventaglio che si espande in corrispondenza a Scala ’e Muru, sul fianco sud-occi¬
dentale del M. Tuttavista. Esso è notevolmente eroso e smembrato e il suo vertice non è in corrispon¬
denza di alcuna incisione valliva riconoscibile ; la sua unghia si raccorda con la superficie del tavolato
basaltico del Conca de Janas.
Ricordiamo inoltre il ventaglio detritico-alluvionale tenacemente cementato e inciso che ha il
suo vertice in corrispondenza all’ovile di q. 348 in regione Taraculi, alla base della parete Nord del
M. Tuttavista; esso è in gran parte sepolto sotto i materiali di un cono più recente.
Attribuiamo infine al Mindel anche alcune tracce di antichi depositi alluvionali ad elementi cal¬
carei nella Badde Birralu, riconoscibili in placche residue, isolate dall’erosione, molto cementate tanto
da dar luogo a pareti talora strapiombanti ; esse compaiono solo sul fianco destro della valle, tra le
quote 475 e 610 circa, e sono state ritenute d’età pliocenica da Fossa Mancini (1924) e Vardabasso S.
(1948, p. 59). Non si esclude però un’età villafrancliiana.
E’ stata già rilevata, nel capitolo relativo alla datazione dell'evento vulcanico, l’esistenza di un
piano di abrasione marina inciso nei basalti del tratto costiero da Cala di Cartoe fino a Fuile ’e Mare
(presso Cala Liberotto) ; esso è saltuariamente scolpito anche nel granito (fino a Capo Cornino) e negli
scisti cristallini affioranti più a Nord. A Cala Liberotto esso è rappresentato da spianate particolar¬
mente evidenti nella zona tra la spiaggia e i dossi di Cuecuru Pranu, ma riconoscibili anche nelle zone
a Nord e a Sud dello stagno Sa Curcurica, e, più a settentrione ancora, restando nell’ambito del Foglio
« Orosei », tra Capo Cornino e Punta Orvili. Tali piani di abrasione situati a quote sui 15 metri, sal¬
tuariamente ricoperti da ciottolame ma del tutto privi di ogni traccia di fossili, spesso si collegano verso
il basso con superfici localmente accompagnate, fino a quote generalmente non superiori a 6 metri s.l.m.,
da depositi contenenti una ricca malacofauna del Tirreniano TT. La costanza altimetrica di quest’ultimo
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI 125
sembra generale, e rilevabile tra l’altro anche nel solco di battigia inciso lungo le pareti calcaree della
zona situata a Sud di Cala di Cartoe. Sembra quindi che ci siano buone ragioni per attribuire le super-
fici di abrasione più elevate al Tirreniano I. Non è escluso inoltre che i solchi più elevati segnalati
da Segre (1954) lungo le falesie calcaree dell'Isola di Tavolara (fino a 20 m circa), al disopra dei
livelli eutirreniani (dai 5 m in giù), rappresentino ancora il livello più alto del ciclo tirreniano (Tir¬
reniano I).
E’ significativa l’osservazione che il Paleotirreniano manchi del tutto lungo le coste calcaree
della zona situata a Sud di Cala di Cartoe, a differenza delle tracce del Tirreniano II. La situazione
sembra interpretabile come un effetto di movimenti tettonici, corrispondenti forse ad un assestamento
differenziale di zolle adiacenti, lungo la linea di dislocazione che decorre ad Ovest del massiccio M. Ir-
veri-M. Bardia-M. Tolui, e verificatisi nell’intervallo fra Tirreniano I e Tirreniano II, verosimilmente
nel Riss. L’eventualità di una tettonica più recente di quella della fine del Villafranchiano pare con¬
fermata anche dall’osservazione che i fenomeni franosi già descritti e collegati geneticamente alle ma¬
nifestazioni più intense della tettonica pleistocenica, si sono evidentemente continuati in epoca più
recente : lo dimostra il fatto che i depositi relativi giungono talora fino al fondo delle depressioni vai-
live di incisione recente, sia nel settore del M. Tuttavista che in quello del M. Albo.
Indizi di lievi dislocazioni non mancano poi nei basalti pleistocenici : citiamo ad esempio i li-
scioni di faglia rilevabili nel vistoso filone di località Conca de Donnu (Dorgali), nei dintorni della
galleria per Cala Gonone.
Infine nella zona del M. Albo non sono infrequenti scarpate di faglia alla base dei versanti cal¬
carei, con ogni probabilità non esumate ma rispondenti a movimenti di data recente, avvenuti lungo
le medesime superfici utilizzate nella fase della fine del Villafranchiano. Si tratta di piani fortemente
inclinati, esposti generalmente per un’altezza di qualche metro, e raccordati superiormente al ver¬
sante derivato da ebalorazione delle superfici di faglia relative alla fase precedente. Una scarpata del
genere decorre per lungo tratto, ad esempio, alla base delle pareti orientali del massiccio, da Siniscola
verso Dispensa Guletti. Il canalone di alimentazione o l’apice dei coni alluvionali ritenuti wùrmiani
tagliano chiaramente in più di qualche caso questa scarpata, testimoniando un’età più recente ri¬
spetto ad essa.
Il pluviale Riss sembra aver lasciato le tracce più vistose ed imponenti, sia come entità dei fe¬
nomeni erosivi sia come estensione e spessore degli accumuli.
Già è stata citata la grande conoide che si espande verso Est ai piedi del versante orientale del
M. Tuttavista, con l’apice situato allo sbocco della Badde Birraio,. Essa è costituita in massima pre¬
valenza da pietrisco calcareo a granulometria sensibilmente uniforme nei vari livelli, e cemento ge¬
neralmente rossastro ; alcuni caratteri del deposito, come grado di appiattimento accentuato degli ele¬
menti, forme angolose e liscie, omeometria notevole e mancanza di usura, indicano un’azione predomi¬
nante di fratturazione dovuta a gelivazione (« gelifrazione »). Lungo le sezioni è comunemente osser¬
vabile la stratificazione incrociata tipica dei depositi di deiezione.
La conoide appare attualmente terrazzata sia nella parte più alta sia al lato meridionale ad
opera del Rio Pedduzza e dei suoi affluenti; non è raro rinvenire, in superfici di elaborazione piut¬
tosto recente, crostoni calcarei zonati molto simili a quelli che rivestono in varie località la panchina
eutirreniana.
Alla composizione partecipano, seppure in quantità minima, anche i basalti, fin nei livelli più
bassi affioranti. Questo ventaglio è quindi posteriore alle vulcaniti, anche perchè i suoi materiali si so¬
vrappongono ad esse (a Sud di Regione Oroe) o le incidono (solco vallivo del Rio Pedduzza).
Lungo quasi tutta l’estensione frontale della conoide, inoltre, si può rilevare l’esistenza di un
terrazzo di origine evidentemente marina, dato il suo parallelismo con l’andamento della costa attuale.
La spianata situata ad Est della scarpata si abbassa, con pendio molto lieve, da un’altezza di 10-11
metri, fino al mare ; inoltre nella sua parte più settentrionale essa è saltuariamente ricoperta, fino a
I. DIENI e F. MASSARI
1 2 fi
non oltre (i metri di altezza, da depositi sicuramente riferibili al Tirreniano 11 per la malacofauna
contenuta (v. oltre). Siamo dell 'opinione che l’intera estensione della superficie sia comunque eutirre-
niana, nonostante che le quote più elevate del settore occidentale siano superiori di qualche metro a
quelle massime del Tirreniano li locale: occorre infatti tener conto dell’esistenza di una copertura di
terreni sciolti rubefatti ascrivibili, come vedremo, al Wùrm. Questi materiali possono essere derivati
sia da elaborazione dei depositi eutirreniani sia da rimaneggiamento dei suoli rossastri così diffusi
sulla superficie della conoide della Badde Birraio. Per questa ultima pare in definitiva probabile una
età rissiana (Tav. XI, fig. 2).
Nella zona di Orosei sono inoltre abbastanza numerosi gli indizi di una copertura alluvionale
che potrebbe essere riferita al Riss. Essa forma i terrazzi più elevati del Cedrino (presso Ponte Bar-
tara) e dell’ Isalle (a monte di Badu Su Manganu), ed è caratterizzata da un paleosuolo rosso con
profonda alterazione degli elementi basaltici (presenti nei dintorni di Ponte Bartara), granitici, e di
alcune facies scistoso-cristalline ; i ciottoli calcarei presentano una decalcificazione incipiente. Questi
terrazzi (ridotti talora a semplici superfici di erosione in roccia) si elevano in media di 6-7 metri sui
ripiani alluvionali sottostanti (a ciottoli pressoché inalterati), a loro volta sospesi generalmente sul¬
l’alveo attuale (Tav. XV, fig. 2).
Inoltre, in più di qualche località, alluvioni dello stesso tipo sono chiaramente ricoperte da
depositi del Tirrenano II (ad es. a Cala Liberotto e presso Capo Cornino). E ’ essenzialmente su questi
rapporti, oltre che sulle caratteristiche del paleosuolo, che viene basata l’attribuzione al Riss. E’ op¬
portuno qui ricordare l’osservazione, già riportata, che le alluvioni della parte finale del F. Cedrino,
tra la stretta di Onifai e Orosei, si spingono alcune decine di metri al disotto del livello del mare (Var-
dabasso 8. 1956, p. 1012). Tenuto conto infatti dell’efficacia limitata dell’attività erosiva verticale nel
Mindel e degli effetti sensibilmente meno grandiosi del pluviale Wùrm rispetto al Riss, è probabile che
l’approfondimento dell’alveo del Cedrino e del tratto finale degli altri corsi d’acqua maggiori risalga
in massima parte all’opera imponente del Riss, e che esso, in particolare, sia collegato ad un forte
abbassamento del livello marino.
Presso il villaggio di Capo Cornino (particolarmente nelle zone circostanti la Salina Manna e
la Salinedda), allo stagno Sa Cureurica e a Cala Liberotto, le spianate del Tirreniano I si raccor¬
dano gradualmente, verso la costa, con superfici ascrivibili sicuramente al Tirreniano II ( Eutirre -
niano) essendo ricoperte da panchina a Conus testudinarms Mart. a Capo Cornino, e nella zona di
Cala Liberotto-Stagno Sa Curcurica da panchina a macrofossili più abbondanti, di cui ricordiamo i
più caratteristici, quasi tutti segnalati già da Comaschi Caria (1955) e da Charrier (1961):
Patella ( Scutellastra ) ferruginea Gmelin
Thais (Stramortita) haemastoma (Linné)
Cantharus ( Polita ) viverratus (Kiener)
Arca (Arca) plicata Chemnitz
Cardila senegalensis Reeve
Mytilus ( Hormomia ) senegalensis Reeve
Tapes dianae (Requien)
Standclla (Eastonia) rugosa (Chemnitz)
Il Tirreniano li nei dintorni di Orosei è stato riconosciuto lungo la strada che dall’abitato con¬
duce alla Marina di Orosei, in corrispondenza al Cuecuru ’e Nurru, ad una quota massima di 5
metri. Si tratta di un’alternanza irregolare di letti o lingue di ghiaie talora parzialmente cementate,
costituite da elementi, in ordine di abbondanza decrescente, calcarei, scistosi e basaltici, e di sabbie ros¬
sastre. Circa 10 metri ad Est della casa Busu-Farris la serie visibile, potente 80 cm circa, presenta la
seguente successione (Tav. XV, fig. 3):
c) cm. 30 di sabbie rosse con ciottoletti
ì>) cm 20 di ghiaie grossolane con macrofossili
a ) cm 30 di sabbie gialle.
I vari orizzonti inclinano di pochi gradi (l°-30)- verso il mare.
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
127
I macrofossili sono localizzati soprattutto nei livelli ghiaiosi e presentano lievi tracce eli usura.
Il lavaggio delle sabbie ha fornito qualche raro esemplare di Ammonio, sp. ed Elphidium sp. 1 mollu¬
schi da noi rinvenuti per la maggior parte sono stati segnalati da Comaschi Caria (1955); si tratta
delle seguenti specie (r = raro ; c = comune; /== frequente) :
c Bittium (!>’.) reticolatimi (Da Costa)
c Ccrithium ( Thericium ) vulgatum Brughière
c Cymatium ( Cabestano ) costatimi (Born) (Tav. XVI, figg. 1, la)
r Cymatium ( Cabestano ) costatimi f. minus Segre (Tav. XVI, figg. 2, 2a)
c Trunculariopsis troncala (Linné) (Tav. XVI, figg. 3, 3a)
r Cantharus ( Follia ) viverratas (Iviener) (Tav. XVI, fig. 4)
c Arca (A.) noae Linné
f Glycymeris (6'.) bimaculatus (Brocchi)
f Glycymeris ((?.). glycymeris (Linné)
r Modiolus (M.) barbatus (Linné)
f Ostrea edulis Linné
r Lima ( Radula ) hians Gmelin
r Astarte (A.) f lisca Poli
c Lucina ( Loripinus ) fragilis Philipp!
r Loripcs (L.) leucoma (Turton)
c Codókia ( Ctena ) decussata (Costa)
c Chama gryphóides (Linné)
e Cardium (Radicandi uni) tuber dilatimi Linné
c Corculum papillosum (Poli)
r Venus ( Clausinella ) gallina Linné
c Callista ( C .) chione (Linné)
r Ta/pes dianae (Requien) (Tav. XVI, figg. 5, 6)
c Petricola (/'.) lithophaga (Retzius)
r Spisula (8.) subtruncata (Da Costa)
r Standella ( Eastonia ) rugosa (Chemnitz) (Tav. XVI, fig. 7)
r Castrano fragilis (Linné)
II riferimento al Tirreniano li (Eutirreniano) è basato sull'associazione Cymatium costatimi f.
minus - Cantharus viverratus - Tapes dianae - Standella rugosa, e sulla quota dei depositi, corrispon¬
dente a quella della panchina di Cala Liberotto-Sa Curcurica, affiorante 6 Km più a Nord.
In località Scala ’e Crocas (-1), a Sud di Orosei, si può rilevare inoltre questa sezione dal basso
all’alto:
a) Sabbie fini a ciottoletti quarzosi arrotondati.
b) Banco potente circa 1,5 m formato pressoché esclusivamente da un accumulo di gusci di
Ostree del gruppo edulis (Comaschi Caria, 1955) saldati tra loro in modo da formare una specie di
conglomerato conchigliare. Nel residuo ottenuto dal lavaggio della matrice è stata rilevata la presenza
di rari Ostracodi e di qualche Foraminifero di piccolissime dimensioni, appartenente ai generi Nonion
e Ammonio (Tav. XV, fig. 4).
c) Sabbie e ghiaie ad elementi cristallini, calcarei e basaltici, bene arrotondati, e qualche
Cardium e Glycymeris.
Il colore di questi ultimi sedimenti è bruno, fino a rossastro nella parte più elevata.
Malgrado l’associazione banale riteniamo, d’accordo con Comaschi Caria (1955), che tali depo¬
siti siano coevi a quelli di Cuccuru ’e Nurru, sia per l’eguaglianza di livello altimetrico che per l’ab¬
bondanza di Ostree nel terreno agrario della zona che collega le due località.
(') Il nome della località è legato alla straordinaria abbondanza di conchiglie: difatti nel dialetto locale la pa¬
rola « crocas » significa conchiglie.
128
I. DIENI e F. MASSARI
Per quanto riguarda l’ambiente di sedimentazione dei depositi di Cueeuru ’e Nurru, la maggior
parte dei molluschi rinvenuti indica un habitat marino di tipo estremamente littorale; ad essi se ne
associano altri caratteristici di habitat a tendenza salmastro-lagunare ( Loripes leucoma, Tapes dianae,
etc.). Il quadro ecologico, tenuto conto anche degli aspetti sedimentologici dei depositi, è quello di una
zona di estuario, legata evidentemente all’antico corso del Cedrino. Ciò è confermato dalla facies a sole
Ostree di Scala ’e Crocas; è noto infatti come scogliere di Ostree caratterizzino le aree di estuario. La
facies ad Ostree trova un parallelismo con le scogliere analoghe del Quaternario corsicano dello stagno
d’ Urbino (1) (Ottmann 1958, p. 45 e segg.), ascrivibili secondo Bonifay & Mars (1959, p. 68) al
Tirreniano II.
Come si è già accennato, i depositi tirreniani sono interessati localmente da un arrossamento
nella loro parte più elevata. Inoltre, a Sud di Scala ’e Crocas e lungo la strada che porta da Orosei
alla Cala di Osalla, affiora largamente una facies sabbioso-ghiaiosa fortemente Tubefatta, con ciotto-
letti prevalentemente di quarzo, scisti e granito bene arrotondati. L’elemento calcareo è sempre molto
scarso, evidentemente a causa della decalcificazione avvenuta durante la pedogenesi che ha dato luogo a
questo suolo. A prova di ciò si può osservare come rari ciottoli di calcare siano presenti nelle zone più
profonde, meno deealcificate, delle sezioni.
E’ probabile che questo suolo Tubefatto sia un « eluvium » formatosi a spese delle sabbie e
ghiaie tirreniane a facies analoga che affiorano alla stessa quota ; non è da escludere tuttavia una
certa rielaborazione del materiale, con limitati fenomeni di erosione, trasporto e risedimentazione, come
sembrano indicare le lievi ondulazioni della topografia. D’altra parte risulta difficile fare una strati-
grafia accurata data 1 ’ interferenza rilevante dell 'opera dell 'uomo. A Cala Liberotto i rapporti fra
panchina e suoli Tubefatti sono molto più evidenti. Qui appare indubbia la loro origine eluviale, data
l’irregolarità spiccata della superficie limite e la continuità di alcuni sottili livelli di sabbie quarzose
dalla panchina al terreno arrossato. Lo spessore di quest’ultimo non supera generalmente i 50-60 cm;
inoltre, la sua formazione, come è stato accennato, è strettamente legata alla genesi dei crostoni cal¬
carei zonati che rivestono spesso la panchina.
Nella letteratura suoli rossi in posizione stratigrafieamente analoga sono segnalati pressoché
lungo tutte le coste del Mediterraneo. Si tratta quindi di un fenomeno generalizzato, che viene spie¬
gato per lo più come dovuto all’azione di lisciviazione delle piogge wùrmiane. Accanto a questa
interpretazione ve ne sono tuttavia altre che se ne discostano notevolmente; le modalità del processo
restano perciò controverse. Quanto alla datazione di tale pedogenesi si può affermare solo che essa è
caratteristica di una fase wùrmiana a clima presumibilmente umido, anteriore alla fase regressiva a
clima secco cui sono collegate le dune fossili; queste ultime infatti ricoprono localmente (presso Capo
Cornino) i suoli rossi. Ne sono state rinvenute a Cala Ginepro (Vardabasso S.na 1960, p. 70), nei din¬
torni di Capo Cornino (in corrispondenza del dossetto di q. 21 situato ad Est del Km 246 della S.S.
Orientale Sarda, dove sono particolarmente ricche di piccoli frammenti di molluschi) e presso il cimi¬
tero di Posada.
Abbastanza chiare sono le tracce di solchi dì battigia a quote inferiori a quelle del Tirreniano
II. Lungo le falesie calcaree a Sud di Cala Gonone si può rilevare un solco od una stretta spianata
alta circa 2 m s.l.m., che sembra riferibile al Tirreniano III (Neotirreniano), corrispondente, secondo
l'opinione corrente, all ’ interstadio Wùrm I - Wùrm II. Nella zona di Orosei tale livello è general¬
mente ben visibile lungo il tratto basaltico della costa mentre in corrispondenza alla piana costiera
situata ad Est del M. Tuttavista esso è largamente mascherato dalle dune recenti.
Un intenso raffreddamento del clima, accompagnato dal probabile instaurarsi di condizioni peri-
glaciali, è documentato dalla formazione di estesi coni di deiezione, sviluppati specialmente sul fianco
meridionale del M. Tuttavista e in regione Gargannari (a Sud di Cueeuru Sorteddata), pur essendo
(x) Ricordiamo, per inciso, clic il «classico» giacimento ad Ostree dello Stagno di Diana rappresenta in realtà
un « deposito di cucina » di epoca romana (Ottmann, op. cit., p, 55).
IL NEOUENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
129
diffusi un po’ ovunque sulle pendici perimetrali del monte. Essi sono costituiti da pietrisco calcareo
generalmente più minuto rispetto al materiale della conoide della Badde Birralu, e ancora più spicca¬
tamente omeometrico. La cementazione è generalmente meno accentuata e la matrice ha colori più
tenui, rosato o bruno chiaro. La superficie di tali ventagli è ancora in buono stato d’integrità, se si
eccettuano i solchi di incisione successiva.
Ci sembra abbastanza significativa, dal punto di vista della cronologia relativa di questi depo¬
siti, la sezione costiera visibile a Sud di Cala Gonone. La scarpata, alta circa 25 metri, mette in evi¬
denza nella sua parte bassa un’antica conoide a pietrisco prevalentemente calcareo mediamente omeo¬
metrico, angoloso, contenente qualche frammento di basalto ; il cemento è rossastro. All 'altezza di 5 m
circa sul livello del mare segue un livello a blocchi basaltici anche di parecchi metri cubi (fino a 3
metri di lunghezza) a cui si associano ciottoli arrotondati di rocce cristalline e di calcari debolmente
Fig. 8. — Schema dei rapporti stratigrafiei tra le principali formazioni neogeniche e quaternarie dei
dintorni di Orosei. La sezione, pur essendo ipotetica, rispecchia in buona parte la situazione reale rileva¬
bile in corrispondenza al tratto finale del F. Cedrino.
Legenda : 1 - Alveo wiirmiano e riempimento alluvionale wurmiano-f iandriano ; 2 - Depositi marini del
Tirreniano II; 3 - Alluvioni ciottolose del Eiss; 4 - Conoidi del Mindel; 5 - Basalti divinici; 6 - Accu¬
muli di frana del Villafranehiano sommitale; 7 - Depositi arcosici del Villafranchiano sommitale; 8 - De¬
positi lacustri del Villafranchiano medio o medio-superiore; 9 - Alluvioni ciottolose pre-basaltiche, del
Villafranchiano inferiore; 10 - Sabbie marine del Pliocene inferiore; 11 - Depositi deltizi del Miocene;
12 - Granito ercinico.
decalcificati. Tale orizzonte, ad andamento leggermente irregolare, fa passaggio poi verso l’alto ad
una potente ed uniforme massa di pietrisco calcareo più minuto ed equidimensionale di quello sotto¬
stante. Il livello intermedio sembra corrispondere ad un deposito littorale per la sua estensione (oltre
un centinaio di metri) e per il grado elevato di arrotondamento dei grandi blocchi basaltici, di prove¬
nienza sicuramente locale. Una sua attribuzione al Tirreniano II sembra suggerita dalla quota di af¬
fioramento, che corrisponde approssimativamente a quella del solco di battigia eutirreniano rilevabile
agevolmente lungo le pareti calcaree adiacenti. Se il riferimento cronologico proposto è valido, non c’è
dubbio che la potente conoide sovrastante sia wiirmiana; di conseguenza i materiali della parte infe¬
riore della sezione potrebbero appartenere al Riss.
Nella zona del M. Albo ventagli a caratteristiche analoghe tagliano le alluvioni a paleosuolo rosso
e la loro unghia è stata spesso terrazzata dai corsi d’acqua cui è legata la coltre alluvionale a ciottoli
inalterati formante i ripiani più bassi.
Concludendo, saremmo propensi ad assegnare un’età prevalentemente wiirmiana alle conoidi del
tipo descritto, pur attribuendo a questo riferimento cronologico un valore provvisorio.
Tentativo di datazione delle varie formazioni neogeniche e quaternarie dei dintorni di Orosei,
e dei fenomeni geologici relativi.
Cronologia
MIOCENE INFERIORE
(ELVEZIANO ?)
MIOCENE SUPERIORE
PASSAGGIO MIOCENE-PLIOCENE
PLIOCENE INFERIORE
PASSAGGIO
PLIOCENE-QUATERNARIO E
VILE AFRANCHI ANO1 INFERIORE
VILLAFRANCHIANO MEDIO
0 MEDIO-SUPERIORE
FINE DEL VILLAFRANCHIANO
MINDEL
TIRRENI ANO I
(PALEOTIRRENIANO)
= INTERPLUVIALE MINDEL-RISS
RISS
T1RRENIANO II (EUTIRRENIANO)
= INTERPLUVIALE RISS-WÙRM
WÙRM IN GENERALE
TIRRENIANO III
(NEOTIRRENIANO)
= INTERSTADIO WÙRM I-WÙRM II
FIANDR1ANO
Altri fenomeni geologici
Intensa erosione. Formazioni deltizie dei dintorni di Orosei
ed Ozieri.
Peneplanazione di vaste aree della Sardegna.
Incisione della formazione deltizia di Orosei. Lievi dislo¬
cazioni.
Tettonica
Movimenti di importante
entità che danno luogo
ad un notevole ringiova¬
nimento del rilievo; in¬
dividuazione dell ’ Horst
esteso in senso meridiano
dalla Gallura al Sar-
rabus.
Movimenti attenuati di sol-
levamento.
Sprofondamento marginale.
Progressivo sollevamento a
largo raggio.
Neotettonica preliminare.
Movimento a flessura lun¬
go la costa orientale, ac¬
compagnato da rotazione
verso Est delle zolle. Sol-
levamenti nell 'entroterra
c abbassamenti nello spa¬
zio tirrenico.
Allentamento delle tensioni.
Ultima fase neotettonica di
entità modesta. Sposta¬
menti differenziali di
zolle adiacenti; ulteriore
ripresa dei movimenti
lungo le faglie attive nel¬
la fase villafranchiana.
Digressione marina ad Orosei;
depositi a carattere regressivo.
Erosione generalizzata dei massicci interni in via di solle¬
vamento, e spianamenti marginali; formazione dell’ampia
pianura pedemontana a Nord del M. Tuttavista, dissemi¬
nata di alluvioni ciottolose con lieve discordanza angolare
sul Pliocene inferiore.
Pedogenesi in clima caldo-umido (paleosuolo di tipo latc-
ritieo).
Formazione di conche lacustri legate alle prime modifica¬
zioni idrografiche.
Accumuli arcosici. Conoidi pre-basalticlie. Fenomeni di frana
generalizzati su vaste aree ai piedi delle zolle sollevate.
Definitiva riorganizzazione dell’idrografia.
Effusioni basaltiche. Erosione verticale di entità non molto
rilevante. Conoidi tenacemente cementate, in parte smem¬
brate, a gamma granulometrica piuttosto ampia.
Spianate di abrasione marina a quote di 15 m circa s.l.m.
Abbassamento relativo della zolla calcarea costiera di Dor-
gali, con interruzione del terrazzo paleotirreniano esteso
più a Nord. Scarpate di faglia alte qualche metro (ver¬
sante orientale del M. Albo). Fenomeni recenti di frana.
Imponente opera di erosione verticale. Grandi conoidi a
pietrisco angoloso e mediamente omeometrico, legato ad
attività di gelifrazione, a cemento rossastro, discreta¬
mente saldato. Alluvioni ciottolose a paleosuolo rosso dei
terrazzi superiori del basso Cedrino e dell ’ Isalle.
Sviluppo notevole del fenomeno carsico (Riss tardivo ?).
Spianate di abrasione marina e depositi fossiliferi a quote
non superiori a 6 metri s.l.m.
Conoidi più o meno cementate, a pietrisco angoloso, gene¬
ralmente più minuto e più spiccatamente omeometrico
rispetto a quello delle conoidi rissiane, a matrice rosata o
bruno-chiara.
Estese Tubefazioni (ad es. nei depositi eutirreniani) e for¬
mazione di crostoni calcarei zonati.
Dune fossili (Cala Gonone, Cala Ginepro, Capo Cornino).
Solchi di battigia e limitate platee di abrasione a circa 2
metri sul livello marino attuale.
Terrazzamenti delle conoidi (cata-Wiirm).
Ripresa intensa del carsismo.
Alluvionamento della parte finale del F. Cedrino.
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
181
Probabilmente eatawiirmiane sono le incisioni, talora profonde, rilevabili nei ventagli ritenuti
dell ’ ultimo pluviale. Citiamo ad esempio, nella zona di Orosei, il terrazzamento del cono appiattito a
pietrisco calcareo il cui vertice è situato in corrispondenza alla sorgente carsica Funtana Morta. Ricor¬
diamo inoltre il solco vallivo inciso quasi verticalmente nel ventaglio situato a Sud di Cala Gonone.
Alla trasgressione fiandriana possono essere collegati gli alluvionamenti della porzione terminale
dei corsi d’acqua, in particolare del F. Cedrino. La ridistribuzione delle sabbie portate dal fiume, ad
opera del vento e delle correnti marine, ha creato un cordone sabbioso di natura in parte dunare , che
temporaneamente sbarra la foce del Cedrino. Gli stagni situati nel tratto finale del fiume e dietro il
cordone littoraneo più a Sud (Stagno Petrosu) sono la conseguenza di questo sbarramento.
La piana costiera che si estende immediatamente a Est della fascia di depositi tirreniani, è costi¬
tuita da alluvioni argillose e da depositi palustri. I piccoli corsi d’acqua e gli stagni cui è legato il
carattere acquitrinoso della zona sono evidentemente in relazione con l’affiorare della falda freatica al
passaggio dai depositi più grossolani diffusi a monte a quelli argillosi della pianura costiera.
Detrito di falda , generalmente grossolano, fascia in maniera più o meno continua le scarpate
che limitano le « giare » basaltiche. Lungo il versante settentrionale del M. Tuttavista 1’ unico accumulo
detritico chiaramente recente è quello a blocchi di notevoli dimensioni situato in regione Sa Bom¬
barda, staccatisi dalle pareti sovraincombenti (Tav. XI, fig. 1).
Brevi considerazioni sul carsismo
La serie degli sbocchi fossili rilevabili lungo la base delle pareti calcaree che limitano il Golfo
di Orosei, specie nel tratto fra Cala Gonone e Cala ’e Luna, è significativa per l’ identificazione di
alcune importanti fasi nell’evoluzione del fenomeno carsico. In questa zona gli scarichi, impostati
quasi sempre lungo diaclasi, si aprono in massima parte al disotto del solco di battigia eutirreniano e
si succedono con notevole uniformità di quota. All’interno essi presentano comunemente tracce della
digressione eutirreniana, quali fori di litodomi e limitati lembi di panchina (ad esempio alla Grotta
del Bue Marino), che testimoniano come essi preesistessero al Tirreniano II. Appare quindi evidente
uno sviluppo rilevante del fenomeno carsico prima dell ’ interpluviale Riss-Wiirm; esso risale ad una
fase che, visti i rapporti degli sbocchi con il solco del Tirreniano s.s., deve essere di poco anteriore ad
esso, collocabile in un Riss tardivo. I dati concordano abbastanza bene con quelli ricavati da Deman-
geot (1965b, pp. 179 e 228) per il Gran Sasso e la Maiella.
Una nuova e intensa ripresa del carsismo deve essersi avuta, inoltre, nel W tirai, probabilmente
ancora in una fase tardiva, come si può desumere dall’approfondimento frequente degli sbocchi fino
a quote inferiori al livello marino attuale; in questi casi la loro sezione è spesso continua dall’alto al
basso, ma localmente una strozzatura più o meno simmetrica separa le aperture più alte da quelle infe¬
riori. Queste ultime, infine, sono localmente riempite da depositi finemente stratificati che testimo¬
niano una fase regressiva post-wùrmiana del fenomeno carsico.
Questo lavoro, dedicato alla stratigrafia del Neogene e del Quaternario dei dintorni di Orosei,
presenta delle inevitabili lacune soprattutto riguardo alle datazioni, a causa della continentalità della
maggior parte delle formazioni e della mancanza in esse di reperti paleontologici e di resti di industrie
umane nei terreni più recenti. Speriamo comunque di aver portato un contributo all’approfondimento
dei problemi relativi alla stratigrafia e alla geologia di questa zona che, pur nella sua estensione limi¬
tata, è certamente una delle più varie e interessanti della Sardegna.
132
I. DIENI e F. MASSARI
APPENDICE PALEONTOLOGICA
I fossili rinvenuti nei depositi del Pliocene inferiore di Orosei saranno trattati più amplia¬
mento in un altro lavoro. Qui vengono considerate soltanto le forme più significative del Tirreniano.
Cymatium (Cabestano) costatum (Born)
(Tav. XVI, figg. 1, la)
-j- 1780 Murex costatus - Born, Test. Mus. Caes. Vindoì)., p. 297.
1872 Triton doliare Br. - D’Ancona, p. 194, t. 10, f. 9.
1904 Triton ( Lampusia ) olearium (L.) - Sacco, XXX, p. 37, t. 10, ff. 14 e 15.
1952 Cymatium (Monoplex) doliarum (L.) - Segre, p. 279, t. 1, ff. 1-4, ( cum syn.).
1954 Cymatium ( Monoplex ) costatum Born - Segre, p. 63.
1959 Cymatium ( Cabestano ) costatum (Born) - Ruggieri, Bruno & Curti, p. 9, t. 1, f. 3.
Osservazioni: Non è il caso di elencare i problemi tassonomici sorti riguardo 1’ identificazione
di questa specie, per i quali si possono consultare i lavori di Segre (1952, 1954) e di Ruggieri, Bruno
& Curti (1959).
Per quanto concerne la diffusione di questa forma, secondo Gignoux (1913) essa sarebbe stata
all’epoca degli «strati a Strombi» più abbondante di oggi; sarebbe cioè una specie a impronta sub-
tropicale che tende a sparire dal Mediterraneo, ove appunto risulta ridotta alle zone più calde e meri¬
dionali (Spagna, Riviera francese e ligure, Napoletano, Sicilia, etc.).
Età e diff usione : La specie, diffusa nel bacino mediterraneo a partire dal Pliocene, vive attual¬
mente nel Mediterraneo e lungo le coste dell’Africa occidentale. Per quanto riguarda la Sardegna è
nota nel Tirreniano di Porto Torres, Golfo Aranci, Alghero, Posada e Capo Camino.
Cymatium ( Cabestano ) costatum f. minus Segre
(Tav. XVI, figg. 2, 2a)
■j- 1952 Cymatium ( Monoplex ) doliarum L. forma minor - Segre, p. 283, t. 2, f. 2.
1954 Cymatium ( Monoplex ) costatum Born minor Segre - Segre, p. 62, t. 3, f. 1.
Osservazioni: Questo morfotipo, pur avvicinandosi a C. costatum costatum, se ne distingue,
oltre che per le dimensioni minori, per la pronunciata tubercolatura del primo cordone spirale.
Tale forma, trovata in esemplare unico nel giacimento tirreniano di Golfo Aranci (Segre, 1952),
è stata segnalata successivamente, frequente, nel Tirreniano delle Baleari e nella panchina livornese. La
diffusione in località diverse e distanti tra loro permette d’assegnare al morfotipo, secondo Segre
(1954, p. 63), un preciso significato climatico.
Età e diffusione : Tirreniano di Alghero, Golfo Aranci, del Livornese e delle Baleari.
Truncidariopsis truncula (Linné)
(Tav. XVI, figg. 3, 3a)
•j- 1758 Murex trunculus - Linné, Syst. Nat., ed. X, p. 522.
1871 Murex trunculus - L. - D’Ancona, p. 332, t. 4, f. 5.
1911 Murex ( Phyllonotus ) trunculus L. - Cerulli Irelli, p. 308, t. 41, ff. 10-11.
1935 Murex ( Muricantha ) trunculus L. - Montanaro, p. 20, t. 1, f. 10.
1954 Murex ( Truncularia ) trunculus L. - Segre, p. 65, t. 2, f. 2.
1960 Trunculariopsis trunculus (L.) - Malatesta, p. 128, t. 7, f. 1.
1965 Trunculariopsis trunculus (L.) - Ruggieri & Greco, t. 3, f. 8.
Età e diffusione : Nota per il bacino mediterraneo a partire dal Miocene, la specie vive attual¬
mente nel Mediterraneo e lungo le coste atlantiche, fino al Portogallo, Senegai e alle Azzorre. E’ stata
rinvenuta, per la Sardegna, nel Tirreniano di Porto Torres, Alghero, Golfo Aranci, Tavolara e Cala
Liberotto.
IL NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
133
Cantharus {Follia) viverratus (Kiener)
(Tav. XVI, fig. 4)
11*13 Tritonidea {Cantharus) viverrata Kien. - Gignoux, p. 502, t. 7, ff. 2-6.
1933 Tritonidea ( Cantharus ) viverrata Kien. - Vecchi, p. 233, t. 13, f. 13.
1934 Tritonidea ( Cantharus ) viverrata Kien. - Leonardi, t. 3, f. 4.
1954 Tritonidea ( Cantharus ) viverrata Kien. - Malatesta, p. 15, t. 4, ff. 6-8.
1954 Cantharus ( Pollia ) viverratus Kien. - Segre, p. 55.
1955 Tritonidea viverrata Kien. - Comaschi Caria, p. 100.
1961 Cantharus (Follia) viverratus Kien. - Zbyszewski & Veiga, p. 474, t. 3, ff. 7 e 8.
1962 Tritonidea viverrata Kien. - Butzer & Cuerda Barceló, t. 2, f. 1.
Età e diffusione: Questa specie è migrata dal Senegai nel Mediterraneo all'epoca delle forma¬
zioni « a Strombi » e la sua presenza è stata di breve durata. Attualmente risulta scomparsa dal nostro
mare e vive sulle coste africane occidentali. Per la Sardegna, è nota noi depositi tirreniani di Alghero,
Tavolara, Cala Liberotto, etc.
Tapes dianae (Requien)
(Tav. XVI, figg. 5, 6)
f 1848 Cytherea Dianae - Kequien, Catal. coq. Corse., p. 23.
1877 Tapes Dianae Req. - Locard, p. 190, t. 7, ff. 1-3.
1913 Tapes Dianae Rcq. - Gignoux, p. 443, t. 15, ff. 17 e 18.
1955 Tapes dianae Req. - Comaschi Caria, p. 100.
1958 Tapes dianae Req. - Ottmann, p. 43.
1961 Tapes dianae Rcq. - Charrier, p. 570.
Osservazioni: Discendente da Tapes senescens Doderl. del Pliocene, questa specie rappresente¬
rebbe 1 ’ unico taxon comparso, per lenta evoluzione, nel Mediterraneo durante il Tirreniano. Sul signi¬
ficato stratigrafico del Tapes dianae permangono tuttavia alcuni dubbi.
Questa forma si rinviene in numerose formazioni lagunari quaternarie del Mediterraneo occi¬
dentale (Linguadoca, Corsica, Penisola Italiana, Sardegna, Sicilia); essa è stata definita da Requien
nel 1848 e chiamata dianae in seguito ad un errore, essendo stata ritenuta proveniente dallo Stagno di
Diana, nella Corsica orientale; sulle sponde di tale stagno mancano però completamente formazioni
quaternarie ed è pertanto impossibile una provenienza da questa località. Sembra più probabile, invece,
che la specie provenga dallo Stagno di Urbino, situato circa 10 Km a Sud dello stagno precedente, dove
sono molto abbondanti, difatti, formazioni lagunari-marine quaternarie (Ottmann, 1958, p. 43).
Nel giacimento di Gruissan (Linguadoca) Tapes dianae risulta associato a conchiglie marine,
sicuramente introdotte nello stagno al disopra del cordone littorale o nel corso di temporanee inva¬
sioni da parte del mare ; tra queste sono state rinvenute Patella ( Scutellastra ) ferruginea Gmel. e Thais
( Stramonita ) haemastoma (L.), specie che si trovano spesso assieme agli Strombi e che si possono con¬
siderare, quando questi manchino, come caratteristiche del Tirreniano. Ad Orosei, poi, Tapes dianae
risulta associato a Cantharus ( Pollia ) viverratus (Kien.) ed a Standella ( Eastonia ) rugosa (Chemn.)
(a Cuccuru ’e Nurru) e anche a Mytilus ( Hormomia ) senegalensis Reeve (a Cala Liberotto, pochi km
a Nord di Cuccuru ’e Nurru), specie caratteristiche del Tirreniano s.s. (= Tirreniano II auct., Eutir-
reniano di Bonifay & Mars, 1959).
Da questi dati si può dedurre la sua sicura sopravvivenza fino al Tirreniano incluso; sembra
inoltre che non lo si ritrovi in depositi successivi («Versiliano», «Fiandriano»), sia francesi (Ottmann,
]). 56), che sardi.
Secondo Ottmann questi dati però non sarebbero sufficienti per fare di T. dianae un fossile ca¬
ratteristico del Tirreniano, tanto più che nella Linguadoca tale specie si ritroverebbe in depositi qua¬
ternari ante-tirreniani. Si può ricordare tuttavia che anche la serie di Urbino, considerata da Ott¬
mann pre-tirreniana a causa della sua copertura continentale, potrebbe, secondo Bonifay & Mars
(1959, p. 68), essere l’equivalente del livello tirreniano classico, presente in Corsica a 5-6 m s.m. La
cronologia quaternaria corsa di Ottmann, infatti, risulta basata sul grado di alterazione delle coltri
I. PIENI e F. MASSARI
134
alluvionali della costa orientale, che sono in relazione con le formazioni marine; i criteri adottati per¬
la datazione di ognuna di queste coperture sembrano però discutibili ed è probabile che nell’insieme
esse possano essere ringiovanite.
Concludendo, quindi, sembra che ci siano buoni elementi per ritenere Tapes clianae come una
specie caratteristica del Tirreniano s.s., anche in considerazione del fatto che Pecorini (1962) ha
osservato nella Sardegna nord-occidentale, lateralmente alla tipica panchina a Conus testucUnarius,
una facies salmastra a T.dianae e Cardium edule.
Standella ( Eastonia ) rugosa (Chemnitz)
(Tav. XVI, fig. 7)
f 1782 Mactra rugosa - Chemnitz, Condì. Cabin., VI, p. 236, t. 24, f. 236.
1856 Lutraria rugosa Ghermì. - Wood, p. 325, t. 31, £. 26.
1901 Eastonia rugosa Chemn. - Sacco, XXIX, p. 28, t. 7, ff. 1-3.
1902 Eastonia rugosa Chemn. - Dollfus & Dautzenberg, p. 94, t. 4, fi'. 1-2.
1909 Eastonia rugosa Chemn. - Dollfus & Cotter, p. 12, t. 1, ff. 16-17.
1909 Eastonia rugosa Chemn. - Cerulli Irelli, p. 158, t. 24, ff. 38 e 39.
1913 Eastonia rugosa Chemn. - Gignoux, p. 448.
1955 Eastonia rugosa Chemn. - Comaschi Caria, p. 100.
1961 Eastonia rugosa Gmel. - Gargali.o, p. 244, t. 1, f. 5.
Osservazioni : E’ una forma interessante come esempio di specie in via di progressiva estinzione
nel Mediterraneo. Ancora presente nel Pliocene superiore, un po’ più rara nel Calabriano e negli
« strati a Strombus » (per la Sardegna, nel Cagliaritano e nel territorio di Orosei), allo stato vivente
pare localizzata nelle vicinanze dello stretto di Gibilterra e sulle coste algerine mentre continua a pro¬
sperare sulle rive atlantiche dell’Africa.
Si tratta quindi di una forma arcaica attardata.
Padova - Istituto di Geologia dell’ Università e Centro di Studio per la Geologia e la Petrografia del C.N.K. - I Se¬
zione Geologica.
RIASS UNTO
Vengono presi In esame dettagliatamente i vari terreni del Neogene e del Quaternario dei dintorni di Orosei
(Nuoro). Si tratta in massima parte di formazioni continentali, la cui datazione presenta talora notevoli difficoltà per
la scarsità di termini validi di correlazione nell’isola e la conseguente necessità di continui riferimenti a terreni ed
eventi extrainsulari.
II termine più antico della serie è rappresentato da una formazione prevalentemente conglomeratico-arenacea,
dotata di spiccata stratificazione inclinata. Si tratta di un cono deltizio, costruito da un corso d’acqua a carattere
relativamente giovanile, che, almeno nel tratto finale, doveva essere impostato lungo la direttrice tettonica E-W situata
a Nord del M. Tuttavista, attiva a più riprese fino in epoca recente. In base ai rapporti con gli altri terreni della
zona di Orosei e a correlazioni con episodi deltizi analoghi nella stessa Sardegna e in Corsica, la formazione viene rife¬
rita al Miocene ( Elveziano ?), e il relativo ciclo erosivo viene messo in relazione con movimenti tettonici di entità rile¬
vante. Viene sottolineato inoltre il significato paleogeografico di questa facies di transizione nel quadro insulare, in rap¬
porto all’individuazione dell ’ Morsi esteso in senso meridiano dalla Gallura al Sarrabus.
Un .sollevamento al limite Miocene-Pliocene ha preceduto 1 ’ ingressione pliocenica, che presenta le caratteristiche
di una rapida invasione marina, incanalatasi entro una o più gole di incisione fluviale a seguito di un fenomeno di
abbassamento marginale. In base all 'abbondante contenuto di macrofossili (di cui viene riportato un elenco) i sedimenti,
a carattere prevalentemente sabbioso, vengono riferiti al Pliocene inferiore; dal punto di vista ecologico le faune indi¬
cano una progressiva riduzione di profondità, fino alle facies littorali della parte alta della serie.
Al passaggio Pliocene-Quaternario un evento tettonico, sotto forma di un sollevamento regionale a largo raggio,
ha dato inizio ad un ciclo erosivo testimoniato dalla formazione di coltri alluvionali a vasta estensione areale, diffuse
in varie zone dell’isola e riferibili al Villafranchiano inferiore. In particolare sembra collegabile a questo evento la
pianura pedemontana estesa a Nord del M. Tuttavista, scolpita parzialmente nelle sabbie del Pliocene inferiore con una
discordanza angolare, e disseminata di depositi prevalentemente ciottolosi, di provenienza non vicina. Localmente tale
formazione dà luogo ad un paleosuolo rosso di tipo lateritico, che testimonia un’intensa pedogenesi in clima pre¬
sumibilmente caldo-umido.
Episodi lacustri ( Villafranchiano medio o medio-superiore ) successivi a questo ciclo alluvionale indicano impor¬
tanti modificazioni idrografiche legate provalentemente agli effetti di una tettonica attenuata, che non ha impedito un
ulteriore e definitivo livellamento della superficie villafran chiana.
li; NEOGENE E IL QUATERNARIO DEI DINTORNI DI OROSEI
1 3.i
Lo formazioni successivo al lacustre sono in parto chiaramente indicative di vigorosi movimenti disgiuntivi; si
tratta di frane diffuse ai piedi delle scarpate di faglia, coni di deiezione ed accumuli arcosiei. I fenomeni gravitativi
comprendono sia scivolamenti in blocco di masse rocciose di notevoli proporzioni, sia frane di materiali più o meno
scompaginati o del tutto caotici; per i caratteri molto particolari essi potrebbero essere collegati ad assestamenti dif¬
ferenziali a gradinata dei versanti che hanno accolto i depositi. Questa tettonica di stile rigido, che viene collocata
alla fine del V illa fr uncinano, rientra nell’ambito di un movimento generale a flessura che ha interessato la costa orien¬
tale ed è stato accompagnato da una rotazione più o meno uniforme verso Est di zolle limitate da faglie. Sono state
utilizzate antiche superfici di frattura con direzione perloppiù parallela all’attuale costa. L’allentamento successivo
delle tensioni ha consentito poi la salita, lungo le faglie ringiovanite, del magma basaltico. Nonostante questo legame
innegabile, le eruzioni non sono generalmente di tipo lineare, ma centrale, forse fin dall ’ inizio, e i maggiori edifici si
possono considerare piccoli vulcani a scudo. Le lave, molto fluide, si sono effuse in ambiente subaereo, e corrispondono
petrograficamente a basalti divinici, spesso con noduli peridotitici anche vistosi. Le manifestazioni sono state preva¬
lentemente di tipo effusivo lento con episodi caratterizzati da sola attività di lancio di lava e scorie, soprattutto verso
la chiusura del ciclo vulcanico. Fenomeni di sprofondamento più o meno estesi hanno colpito qualche centro di eruzione.
Dei vari edifici situati nei dintorni di Orosei viene riportata una rapida descrizione basata su osservazioni preliminari.
Il fenomeno eruttivo viene collocato nel Mindel, tenuto conto delle facies detritiche pre-basaltiche legate alla tettonica
della fine del Villafranchiano e dell’esistenza di un terrazzo di abrasione marina ascrivibile al Tirreniano I (= inter-
pluviale Mindel-Riss), scolpito nei basalti della costa. I processi erosivi in profondità durante il Mindel sono stati appa¬
rentemente poco efficaci, soprattutto nel periodo corrispondente al vulcanesimo, a causa dell’azione di riempimento e di
costruzione esplicata dalle lave. A questo pluviale vengono ascritte alcune conoidi poco estese, a cementazione tenace,
largamente intaccate dall’erosione.
Diffusamente rappresentate nell’area del Foglio «Orosei» sono le spianate di abrasione riferibili al Tirreniano I,
situate in media 15 m s.l.m. Indizi di movimenti tettonici collocabili nel Biss sono forniti dalla mancanza di prosecu¬
zione di questi terrazzi paleot.irreniani lungo le falesie calcaree situate a Sud di Cala di Cartoe, a differenza di quelli
eutirreniani, caratterizzati da notevole continuità e costanza altimetrica. Altre testimonianze sono date dall’esistenza
di ulteriori piccoli rigetti lungo le faglie già ringiovanite dai movimenti della fine del Villafranchiano (versante orien¬
tale del M. Albo, presso Siniscola). Non è improbabile che questa ripresa attenuata abbia in parte favorito l’impo¬
nente incremento dell’attività di erosione e di approfondimento della rete idrografica verificatosi nel Risa. A questo
pluviale viene attribuita la grande conoide che dallo sbocco della Badde Birralu si espande fino al mare: essa è carat¬
terizzata da notevole omeometria nei singoli livelli, appiattimento, angolosità dei clastici (proprietà legate all’attività
di gelifrazione), e cemento rossastro. Si considera rissiana anche la coltre di alluvioni ciottolose a paleosuolo rosso che
forma i terrazzi superiori del basso Cedrino c dell’Isalle, c che costituisce il substrato locale dei depositi marini
eutirreniani.
La trasgressione del Tirreniano II (=interpluviale Riss-Wiirm) nei dintorni di Orosei è ben caratterizzata da
spianate ricoperte localmente, fino a non oltre 6 metri di quota, da depositi a ricche malaeofaune. Viene riportato un
elenco dei fossili rinvenuti, integrato in appendice da una descrizione paleontologica di alcune forme caratteristiche.
11 pluviale Wiirm ha lasciato delle tracce molto meno imponenti di quelle del Riss; ad esso riferiamo le conoidi
che fasciano soprattutto il versante meridionale e nord-orientale del M. Tuttavista, costituite da pietrisco calcareo
a caratteristiche legate ancora all 'attività di gelifrazione. Estese Tubefazioni accompagnate da crostoni calcarei zonati
improntano una fase wurmiana a clima umido difficilmente databile, ma anteriore sicuramente ai climi secchi cui sono
legate le dune fossili della costa (Cala Gonone, Cala Ginepro, Capo Cornino).
Il livello marino del Tirreniano III (= interstadio Wiirm I-Wìirm II) è attestato da limitate platee di abrasione
nei basalti costieri, situate a circa 2 metri sul livello del mare. Catawiirmiane sono verosimilmente le incisioni, local¬
mente profonde, dei coni wurmiani, attualmente inattivi o quasi.
Infine gli alluvionamenti della parte finale dei corsi d’acqua, cui sono legati i depositi pressoché inalterati dei
ripiani sospesi di poco sugli alvei attuali, sono probabilmente contemporanei alla trasgressione fiandriana.
UÉSUM K
On prend en examen en détail les terrains du Néogène et du Quaternaire des environs d’ Orosei (Nuoro, Sar-
daigne). Il s’agit pour la plupart de formations continentales, dont la datatimi se présente parfois très difficile, faute
de termes valides de correlatimi dans l’ile, d’où la nécéssité de se rapporter souvent à des terrains et à des événements
extra-insulaires.
Les roclies néogéniques les plus aneiennes de la sèrie locale sont représentées par une formation en majeure
partie gréseuse et conglomératique, douée d’une nette stratificatimi inclinée. Il s’agit d’un céne deltai'que formé par
un cours d’eau à catactère juvénile, dont la partie terminale devait suivre la ligne tectonique E-W située au Nord du
M. Tuttavista, active à plusieurs reprises jusqu’à une époque très récente. D’après les rapports avec les autres ter¬
rains de la zone d’ Orosei, et la position stratigraphique, en Sardaigne et en Corse, d’épisodes delta'iques analogues,
on peut attribuer cette formation au Miocène ( Eelvétien ?) et le eycle d’érosion correspondant peut étre mis en rap-
port avec des mouvements tectoniques de remarquable entité. On souligne, en outre, la significatimi paléogéograpliique
t. DI ENI P F. MASSARI
13.6
rio co faciès ile transitimi Hans lo cadrò insulaire, par rapport a 1 ’ imlividuation de l 'Morsi ótendu en direction méri-
dienne de la Gallura au Sarrabus. Un soulèvement à la limite Miocène-Pliocène a précédé la transgression du Plio¬
cène, qui montre les caractères d’une rapide submersion marine canalisée qui a envahi une ou plusieurs vallées d’ in¬
cisimi fluviale, à la suite d’un phénomène d ’af faissement marginai. La présence d’un grand nombre de macrofossiles
(dont on rapporto une liste), nous fait attribuer les sédiments, pour la plupart sableux, au Pliocène inférieur-, au point
de vue écologique ces phaunes indiquent une réduction progressive de profondeur, jusqu ’aux faciès littoraux du sommet
de la sèrie. Au passage Pliocène-Quaternaire un événement tectonique, sous forine d’un bombeinent régional à grand
rayon de courbure, arnorce un cycle érosif qui aboutit à la formation de nappes alluviales très étendues, fréquentes en
plusieurs endroits de l’ìle, qu’on peut attribuer au Villafranchien inférieur. En partieulier on peut rattacher à cet
événement le faqonnement de la piaine pédipien taire qui s’étend au Nord du M. Tuttavista, sculptée partiellement
dans les sables du Pliocène inférieur en discordance angulaire et souvent recouverte par des dépòts pour la plupart
caillouteux à galets roulés, empruntés à des formations lointaines. Localement on observe au toit de cette formation
un paléosol rouge de type latéritique, qui témoigne d’une intense altération en climat probablement clmud-humide.
Des épisodes lacustres ( Villafranchien moyen, ou moyen-supérieur ) qui succèdent. à ce cycle alluvial, soulignent
des modifieations liydrograpliiques importantes, liées en majeure partie aux effeets d’une tectonique atténuée, qui
n’a pas empèclié 1 ’aplanissement définitif de la surface villa franchienne. Panni les formations successives au lacustre,
cpielques-unes indiquent clairement des mouvements vigoureux de soulèvement: il s’agit d’éboulis étalés au pied des
escarpements de faille, de cònes de déjection et de dépóts arkosiques. Les phénomènes gravitatifs se sont expliqués
soit avec des glissements en bloe de masses rocheuses de dimensions remarquables, soit avec des éboulements de ma-
tériel plus ou moins désagrégé ou complètement cliaotique; à, cause des caractères très particuliers, ces manifestations
pourraient ótre en rapport avec des mouvements relatifs en échelon les versants recouverts par les dépòts. Cette tecto¬
nique de style rigide, qui s’est développée à la fin chi, Villafranchien, doit ótre considérée dans le cadre d’un mouve-
ment generai à fléxure qui a affeeté la còte orientale, et qu ’on peut définir un basculement d 'ensemble réalisé en
détail par uno rotatimi plus ou moins uniforme vers l’Est des blocs isolés, avec un rejeu des failles qui les délimitent.
Il s’agit pour la plupart d’anciennes failles à direction parallèle à celle de la còte actuelle. La distension successive
a provoqué ensuite la montée du magma basaltique le long des failles rajeunies. Bien qu’il y ait ime liaison indó-
niable avec ces fractures, en général les éruptions ne sont pas du type linéaire, mais centrai, peut-étre dès le début,
et les édifiees les plus grands sont des voleans-boucliers type islandais. Las laves, très fluides, se sont écoulées en
milieu subaérien et correspondent, au point de vue pétrograpbique, à des basaltes à olivine, souvent avec des nodules
péridotiques de taille remarquable. Il s’agit lq plus souvent d’effusions lentes, avec des épisodes caraetérisés unique-
ment par uno activité d’éjection de lave et cje scories, surtout vers la conclusimi du cycle volcanique. Quelques édifiees
ont été affeetés par des effondrements plus qu moins répandus. On décrit brièvement en voie préliminaire les volcans
situés près d’ Orosei. Le volcanisme peut otre placé au Mindcl, en tenant compte des faciès détritiques pré-basaltiques,
corrélatifs des mouvements de la fin du Villafranchien, et de l’existence d’une terrasse d 'abrasimi marine que l’on
peut attribuer au Tyrrliénien I (inter-pluvial Mindel-Biss), sculptée dans les basaltes de la còte. L’efficacité de l’éro-
sion verticale au cours du Mindel a été relativement faible, surtout pendant le volcanisme, à cause de l’action de
remblaiement et de constriiction expliquée par les laves. On attribue à ce pluvial des cònes peu étendus, à cementation
très poussée, largement entamés par l’érosion. Les plate-formes d 'abrasimi du Tyrrliénien I sont très répandues dans
l’aire de la feuille «Orosei»; elles sont situées en général à quinze mètres d’altitude. Des mouvements tectoniques
probablement rissiens sont témoignés par l’absence de continuatimi de ces terrasses paléotyrrhéniennes le long des
falaises calcaires situées au Sud de Cala di Cartoe, alors que les formes d’abrasion eutyrrhèniennes se caractérisent
par une remarquable contiunité et uniformité d’altitude. Des autres preuves sont données par l’existence d’ultérieurs
petits rejets de quelques-imes des failles déja rajeunies par les mouvements de la fin du Villafranchien (versant
orientai du M. Albo près de Siniscola). Cette reprise aurait partiellement eontribué à l’ imposante augmentation de la
activité d’érosion accompagné du creusement profond du réseau hydrographique pendant le Biss. À ce pluvial on at¬
tribue le grand céne qui du débouché de la Badde Birraio s’étale jusqu ’à la rnier; il est caractérisé par une remar¬
quable oméométrie dans eliaque couclie, par 1 ’aplatissement et très faible émoussement des galets (propriétés qui ré-
sultent de l’action de gélifraetion), et par une matrice rougeàtre. On considére ausai rissienne la nappe d’alluvions
caillouteuses à paléosol rouge des terrasses supérieures du bas Cedrino et de l’ Isalle, qui eonstitue localement la base
des dépòts marina eutyrrhéniens.
La transgression du Tyrrliénien II (inter-pluvial Biss-Wiirm) e«t bien caractérisée dans les environs d’ Orosei, par
des surfaces d’abrasion recouvertes localement, jusqu ’à six mètres d’altitude, par des dépòts riches en malacophaunes.
On rapporte ime liste des fossiles retrouvés, complétée en appendice par une deseription paléontologique d’un certain
nombre d’espèces caractéristiques. Au pluvial wiirmien, qui a laissé des traces beaucoup moins imposantes que celles
du Biss, on rapporte les cònes à galets calcaires gélivés qui entourent surtout le versant méridional et nord-oriental
du M. Tuttavista. Des rubéfactions étendues, aceompagnées de croùtes calcaires zonées, caractérisent une phase wiir-
mienne à climat humide, de datation difficile, mais sflrement antérieure aux climats secs dés dunes fossiles de la còte
Cala Gonone, Cala Ginepro, Capo Cornino).
Le niveau marin du Tyrrliénien III (inter-stade Wiirm I - Wiirm II) est marqué par des limitées plate-formes
d 'abrasimi dans les basaltes de la còte, situées à peu près à deux mètres sur le niveau de la mer actuelle. Les inci-
sions, localement profondes des cònes wiirmiens, actuellement presque inactifs, sont vraisemblablement eata-wiirmiennes.
Enfin les alluvione fraiclies de la partie terminale des cours d’eau (plaines suspendues de peu sur les lits actuels) sont
probablement contemporaines de la transgression flanclrienne.
IL neogene e il quaternario dei dintorni di oro sei
IN 7
BIBLIOGRAFIA GEOLOGICA
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Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci
Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
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TAVOLA X
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Carta geologica dei dintorni di Orosei (Sardegna orientale)
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J.egenda. Quaternario: 1 - Alluvioni attuali e f ianclriane ; 2 - Dune costiere e lidi sabbiosi;
3 - Detrito di falda poco o non cementato ( Olocene e Pleistocene superiore) ; 4 e 5 - Coni
detritici (4) ed alluvionali (5) poco cementati, a pietrisco minuto, angoloso e spiccatamente
omeometrico ( Wiirm ); 6 - Sabbie e ghiaie, localmente a Cantharus viverratus, Tapes dianae
ed Ostree ( Tirreniano II); 7 - Cono alluvionale della Badde Birralu, a elementi angolosi e
discretamente omeometrici, abbastanza cementati e con matrice rossastra ( Riss ); 8 - Basalti
olivinico-augitici; 1) - Coni detritico-alluvionali tenacemente cementati, a gamma granulome¬
trica piuttosto ampia, profondamente intaccati dall’erosione ( Mindel ); 10 Placche di an¬
tiche alluvioni della Badde Birralu (Mindel?); 11 - Coni alluvionali pre-basaltici, intensa¬
mente smembrati dall’erosione ( Villafranchiano sommitale); 12 - Megabrecce caotiche, for¬
temente cementate e prevalentemente monogeniche, del M. Tuttavista (Villaf vaticinano som¬
mitale); 13 e 14 - Masse più o meno scompaginate di calcari nocciola kimmeridgiani (13) e
di dolomie batoniano-calloviane (14), interessate da traslazioni gravitative lungo i versanti
del M. Tuttavista durante il Villafranchiano sommitale; 15 - Depositi lacustri, con resti ve¬
getali, a Sud di Gattelli e presso S. Maria ’e Maro (Villafranchiano medio o medio-superiore);
16 - Alluvioni ciottolose pre-basalticlie, a paleosuolo di tipo lateritieo (Villafranchiano infe¬
riore) (con il medesimo simbolo sono rappresentati anche i depositi arcosiei del Villafran¬
chiano superiore affioranti sotto le giare di Orosei e di su Murtale, non eartograf abili).
Pliocene inferiore: 17 - Depositi marini prevalentemente sabbiosi, a maero- e microfossili.
Miocene: 18 - Depositi arenacei e conglomeratici di ambiente deltizio (Elveziano ?). Oli¬
gocene? Eocene superiore?: 19 - Conglomerati poligenici di Cuccimi ’e Flores-Cucc. Sor-
teddata. Cuisiano: 20 - Conglomerati basali, arenarie e calcari più o meno arenacei, a Num-
rmiliti ed Alveoline. Cretaceo: 21 - Craie a Globotruncane (Coniaciano-Santoniano); conglo¬
merato calcareo glaueonitieo, discordante (AVbiano superiore); marne e calcari, talora selci¬
feri (Alhiano inferiore - Valangìniano superiore). Berriasiano-Kimmeridgiano : 22 - Cal¬
cari stratificati e calcari massicci di bioerma (Berriasiano-Titoniano); calcari nocciola stra¬
tificati (Kimmeridgiano). Calloviano-Batoniano : 23 - Dolomie stratificate; dolomie analoghe
sono localmente eteropiche con i calcari del Titoniano-Kimmeridgiano. Permiano: 24 - Ignim-
briti riolitiche e rocce clastiche a grana da fine a grossolana. Basamento cristallino: 25 -
Granito e suoi filoni; 26 - Scisti di vario tipo in facies epimetamorfica.
Segni particolari : 27 - Orli di terrazzi prevalentemente cata-wiirmiani ; 28 - Orli di terrazzi
cutirreniani; 29 - Orli di terrazzi paleotirreniani ; 30 - Orli di crateri ed edifici vulcanici
di maggior risalto morfologico; 31 - Orli di caldere; 32 - Piccoli coni vulcanci, costituiti
prevalentemente da scorie saldate; 33 - Località fossilifere; 34 - Giaciture degli strati;
35 - Linee di dislocazione.
i DIENI e F MASSARI - Il Neogene e II Quaternario di Orosei
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TAVOLA XII
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XII
Fig. 1. — Accumulo caotico di tipo monogenico derivato dall’assestamento gravitativo di
una massa originariamente unitaria di calcari nocciola del Kimmeridgiano.
La verticalità delle pareti dà un’idea della tenacità della cementazione. Queste
coltri detritiche, diffuse lungo le pendici settentrionali del M. Tuttavista, si sono
formate in concomitanza dei sollevamenti avvenuti verso la fine del Villafran-
cliiano. A destra, sullo sfondo, è visibile P.ta Fraigada, costituita da calcari di
bioerma titoniani.
Località: Badde Conca Manna, presso il Km 6,5 della S. S. Trasversale Sarda.
Fig. 2. • — Cono vulcanico di P.ta su Nodale ergentesi sulla piattaforma basaltica del Gollei
Lupu, a NW di Galtellì.
Fig. 3. — Conetto vulcanico di P.ta Biristeddi, situato circa 1 Km a Sud del Km 11) della
S. S. Trasversale Sarda. Sono visibili due dei filoni cuneiformi del complesso
radiale elle si diparte dal condotto, il cui riempimento lavico lia un risalto mor¬
fologico sulla sommità del rilievo in conseguenza della rimozione dei materiali
scoriacei adiacenti.
Fig. 4. — Vistoso esempio di tumulo nei basalti di Pedra Dorulas, ad Ovest di Cala Liberotto.
(Fotografie di I. Pieni)
I. DIENI e F. MASSARI - Il Neogene e il Quaternario di Orosei
Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XV, Fase. Il - Tav. XII
Fig. 1.
Fig. 3.
Fig. 4.
TAVOLA XIII
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rapporti con il substrato granitico denotano uno smantellamento progressivo di piccoli rilievi, gradualmente sepolti dalla
formazione deltizia.
Località : dintorni del Santuario della Madonna del Rimedio, presso Orosei.
(Fot. I. Dieni)
DIENI e F. MASSARI - Il Neogene e il Quaternario di Orosei
TAVOLA XIV
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Stessa località della figura precedente.
. DIENI e F. MASSARI - Il Neogene e il Quaternario di Orosei Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XV, Fase. Il - Tav. XIV
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(Fotografie di I. Dieni)
DIENI e F. MASSARI - Il Neogene e il Quaternario di Orosei Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XV, Fase, li - Tav. XV
TAVOLA
XVI
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XVI
Figg. 1, la. — Cymatium ( Cabestano ) costatarti (Born).
Figg. 2, 2 a. — Cymatium (Cabestano) costatum f. rninus Segre.
Figg. 3, 3«. — Trunculariopsis truncula (Linné).
Fig. 4. — Cantharus (Follia) viverratus (Kiener).
Figg. 5, 6. — Tapes dianae (Requiem).
Fig. 7. — Standella (Eastonia) rugosa (Chemnitz).
Gli esemplari provengono dagli affioramenti eutirreniani di Cuecuru ’e Nurru, presso
Oresti. Tutte le figure sono in grandezza naturale, ad eccezione della n. 6, ingrandita 1,3 X •
(Fotografie eseguite da I. Dieni)
I. DIENI e F. MASSARI - Il Neogene e il Quaternario di Orosei
Mem. Soc. Ital. Se. Nat. - Voi. XV, Fase. Il - Tav. XVI
Finito di stampare il 20 dicembre 1966
con i tipi della
Editrice Succ. Fusi - Pavia
VOLUME IV.
Fase. I - D ’ACHIARDI A. : Corallarj fossili del terreno nummulitico dell ’Alpi venete.
Parte II. 1868, 32 pp., 8 tavv.
» Il - GAROVAGLIO S. : Octona Lichenum genera vel adhtic controversa, vel sedis
prorsus incertae in systemate, novis descriptionibus iconibusque accuratissimi^
illustrata. 1868, 18 pp., 2 tavv.
» III - MARINONI C. : Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana industria in Lom¬
bardia. 1868, 66 pp., 5 figg., 7 tavv.
» IV - (Non pubblicato).
» V - MARINONI C. : Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871, 28 pp., 3 figg.,
2 tavv.
(NUOVA SESIE) VOLUME V.
Fase. I - MARTORELLI G. : Monografia illustrata degli uccelli di rapina in Italia.
1895, 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
Fase. I - DE ALESSANDRI G. : La pietra da cantoni di Rosignano e di Vignale. Studi
stratigrafici e paleontologici. 1897, 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
» II - MARTORELLI G. : Le forme e le simmetrie delle macchie nel piumaggio. Me¬
moria ornitologica. 1898, 112 pp., 63 figg., 1 tav.
» III - PAVESI P. : L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901, 68 pp., 14 figg., 1 tav.
VOLUME VII.
Fase. I - DE ALESSANDRI G. : Studi sui pesci triasici della Lombardia. 1910, 164 pp.,
9 tavv.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
Fase. I - REPOSSI E. : La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geologici. Parte 1.
1915, pp. 1-46, 5 figg., 3 tavv.
» II - REPOSSI E. : La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geologici.
Parte II. 1916 (1917), pp. 47-186, 5 figg., 9 tavv.
» III - AIRAGHI C. : Sui molari d’elefante delle alluvioni lombarde, con osservazioni
sulla filogenia e scomparsa di alcuni Proboscidati. 1917, pp. 187-242, 4 figg.,
3 tavv.
VOLUME IX.
Fase. I - BEZZI M. : Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi italiane. 1918, pp. 1-164,
7 fi99-, 2 tavv.
» II - SERA G. L. : Sui rapporti della conformazione della base del cranio colle
forme craniensi e colle strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio di
una nuova dottrina craniologica con particolare riguardo dei principali cranii
fossili). 1920, pp. 165-262, 7 figg., 2 tavv.
» III - DE BEAUX 0. e FESTA E.: La ricomparsa del Cinghiale nell’Italia setten¬
trionale-occidentale. 1927, pp. 263-320, 13 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
Fase. I - DESIO A.: Studi geologici sulla regione dell’Albenza (Prealpi Bergamasche).
1929, pp. 1-156, 27 figg., 1 tav., 1 carta.
» II - SCORTECCI G. : Gli organi di senso della pelle degli Agamidi. 1937, pp. 157-208,
39 figg., 2 tavv.
» III - SCORTECCI G. : I recettori degli Agamidi. 1941, pp. 209-326, 80 figg.
VOLUME XI.
Fase. I - GUIGLIA D. : Gli Sfecidi italiani del Museo di Milano ( Hymen .). 1944, pp. 1-44,
4 figg., 5 tavv.
» II-III - GIACOMINI V. e PIGNATTI S.: Flora e Vegetazione dell’Alta Valle del
Braulio. Con speciale riferimento ai pascoli di altitudine. 1955, pp. 45-238,
31 figg., 1 carta.
VOLUME XII.
Fase. I - VIALLI V.: Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli superiori della serie lacu¬
stre di Leffe (Bergamo). 1956, pp. 1-70, 4 figg., 6 tavv.
» II - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico del Garda. Parte I:
Tratto occidentale Gardone - Desenzano. 1957, pp. 71-140, 14 figg., 6 tavv.,
1 carta.
» III - VIALLI V. : Ammoniti sinemuriane del Monte Albenza (Bergamo). 1959,
pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
Fase. I - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico del Garda. Parte II.
Tratto orientale Garda - Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese. 1961,
pp. 1-64, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
» II - PINNA G. : Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) dell’Alpe Turati (Erba,
Como). Generi Mercaticeras, Pseudomercaticeras e Brodieia. 1963, pp. 65-98,
2 figg., 4 tavv.
» III - ZANZUCCHI G. : Le Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) di Entra tico in
Val Cavallina (Bergamasco orientale). 1963, pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
Fase. I - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico frontale del Garda
dal Chiese all’Adige. 1965, pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
» II - PINNA G. : Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) dell’Alpe Turati (Erba,
Como). Famiglia Dactylioceratidae. 1966, pp. 83-136, 4 tavv.
» III - DIENI I., MASSARI F. e MONTANARI L. : Il Paleogene dei dintorni di
Orosei (Sardegna). 1966, pp. 137-184, 5 figg., 8 tavv.
VOLUME XV.
Fase. I - CARETTO P. G. : Nuova classificazione di alcuni Briozoi pliocenici, preceden¬
temente determinati quali Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. 1966,
pp. 1-88, 27 figg., 9 tavv.
» II - DIENI I. e MASSARI F. : Il Neogene e il Quaternario dei dintorni di Orosei
(Sardegna). 1966, pp. 89-142, 8 figg., 7 tavv.
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze
Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
MUS. COMP. ZOOL.
LIBRARY
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATIGLI '968
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
HARVARD
UNIVERSITY.
Volume XV - Fase. Ili
IL PLIOCENE DEL
SUBAPPENNINO PIACENTINO -PARMENSE -REGGIANO
i.
F. BARBIERI - The Foraminifera in The Pliocene seclion Vernasca-Castel-
l’Arquata including thè «Piacenzian stratatype» (Piacenza Province).
II.
S. IACCARINO - Les Foraminifères du sfratatype du Tabianien (Pliocène
inférieur) de Tabiano Bagni (Parme).
III.
F. BARBIERI & F. PETRUCCI - La sèrie slraligraphique du Messinien au
Calabrien dans la vallèe du T. Crostalo (Reggio Emilia - Italie sepl.).
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Parma, col contributo del
«Consiglio Nazionale delle Ricerche». - Gruppo di Ricerca per la Geologia
dell’Appennino settentrionale e della Toscana - Sezione V - Parma
Stampato in occasione del
«IV Congresso Internazionale del Comitato del Neogene Mediterraneo» Bologna 1967
MILANO
19 67
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
volume i.
Fase. I - CORNALIA E. : Descrizione di una nuova specie del genere Felis : Felis ja-
cobita (Corn.), 1865, 9 pp., 1 tav.
» II - MAGNI-GRIFFI F. : Di una specie d ’ Hippolais nuova per l’ Italia. 1865, 6 pp.,
1 tav.
» III - GASTALDI B. : Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli antichi
ghiacciai. 1865, 30 pp., 2 figo., 2 tavv.
» IV - SEGUENZA G. : Paleontologia malaeologica dei terreni terziarii del distretto
di Messina. 1865, 88 pp., 8 tavv.
» V - GIBELLI G. : Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865, 16 pp.,
1 tav.
» VI - BEGGIATO F. S. : Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel Vicentino.
1865, 10 pp., 1 tav.
» VII - COCCHI I. : Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana industria dei tempi
preistorici raccolti in Toscana. 1865, 32 pp., 4 tavv.
» Vili - TARGIONI-TOZZETTI A. : Come sia fatto l 'organo che fa lume nella lucciola
volante dell’Italia centrale ( Luciola italica ) e come le fibre muscolari in questo
ed altri Insetti ed Artropodi. 1866, 28 pp., 2 tavv.
» IX - MAGGI L. : Intorno al genere Aeolosoma. 1865, 18 pp., 2 tavv.
» X - CORNALIA E. : Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi e da
altri Coleotteri facili a confondesi con esse. 1865, 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
Fase. I - ISSEL A. : Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866, 38 pp.
» II - GENTILLI A.: Quelques considérations sur l’origine des bassins lacustres, à
propos des sondages du Lac de Come. 1866, 12 pp., 8 tavv.
» III - MOLON F. : Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867, 140 pp.
» IV - D’ACHIARDI A.: Corallarj fossili del terreno nummulitico delle Alpi venete.
1866, 54 pp., 5 tavv.
» V - COCCHI I.: Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866, 18 pp., 1 tav.
» VI - SEGUENZA G. : Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune rocce cre¬
tacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
1866, 18 pp., 1 tav.
» VII - COCCHI I.: L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867, 82 pp., 21 figg., 4 tavv.
» Vili - GAROVAGLIO S. : Manzonia cantiana, novum Lichenum Angiocarporum genus
propositum atque descriptum, 1866, 8 pp., 1 tav.
» IX - SEGUENZA G. : Paleontologia malaeologica dei terreni terziari del distretto-
di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867, 22 pp., 1 tav.
» X - DtìRER B. : Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul lago di
Como, ecc. 1867, 48 pp., 11 tavv. ^
VOLUME III.
Fase. I - EMERY C. : Studii anatomici sulla Vipera Redii. 1873, 16 pp., 1 tav.
» II - GAROVAGLIO S. : Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et Limboria, quatuor Li¬
chenum Angiocarpeorum genera recognita iconibusque illustrata. 1867, 12 pp.y
2 tavv.
» III - TARGIONI-TOZZETTI A. : Studii sulle Cocciniglie. 1867, 88 pp., 7 tavv.
» IV - CLAPARÈDE E. R. e PANCERI P. : Nota sopra un Alciopide parassito della
Cydippe densa Forsk. 1867, 10 pp., 1 tav.
» V - GAROVAGLIO S. : De Pertusariis Europae mediae commentatio. 1871, 40 pp.,.
4 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XV - Fase. Ili
IL PLIOCENE DEL
SUBAPPENNINO PIACENTINO -PARMENSE -REGGIANO
i.
F. BARBIERI - The Foraminifera in fhe Pliocene seclion Vernasca-Castal-
l’Arquata including thè «Piacenzian slratalype» (Piacenza Province).
II.
S. IACCARINO - Les Foraminifères du slratalype du Tabianien (Pliocène
inférieur) de Tabiano Bagni (Parme).
III.
F. BARBIERI & F. PETRUCCI - La sèrre sfraMgraphique du Messinien au
Calabrien dans la vallèe du T. Crostalo (Reggio Emilia - Italie seph).
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’ Università di Parma, col contributo del
«Consiglio Nazionale delle Ricerche». - Gruppo di Ricerca per la Geologia
dell’ Appennino settentrionale e della Toscana - Sezione V - Parma
Stampato in occasione del
«IV Congresso Internazionale del Comitato del Neogene Mediterraneo» Bologna 1967
Milano
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MUS. COMP. ZOOL.
LIBRARY
JUN 7 1968
HARVARD
UNIVERSITY
EDITRICE SUCC. FUSI - PAVIA
FRANCESCO BARBIERI
THE FORAMINIFERA IN THE PLIOCENE SECTION VERNASCA-CASTELL’ ARQUATO
INCLUDING THE « PIACENZIAN STRATOTYPE » (Piacenza Province)
(With 1 Table and 10 fìgure$)
Mieropaleontological Laboratory-Department of Geology-Parma University with financial support of C.N.R. - Group of
researehes for thè Northern Apennines and Tuscany - Section V - Parma (1).
Purpose. — The purpose of this paper, which represents a stratigrapliic and microbiostrati-
graphic study of thè Pliocene section Y ernasca-Castell 'Arquato, is to contribute to thè biostratigraphic
zonation of thè Pliocene in thè Mediterranean basin and to furnish thè data to C.M.N.S. (Committee
on Mediterranean Neogene Stratigraphy), in order to express their opinion on thè validity of thè
stages Tabianian, Piacenzian, Astian and of their stratotypes.
Acknowledgements . — I wish to express my gratitude to Prof. S. Venzo, Head of Department of
Geology, who encouraged this research and helped during thè execution of thè work. Thanks are also
due to Dr. H. H. Renz for his criticai revision of thè manuscript and to thè « Soc. Ital. di Scienze
Nat. di Milano », to Prof. G. Nangeroni, President of thè Society, to Prof. C. Conci, Head of thè
« Museo Civ. di Storia Nat. di Milano », for thè kind hospitality in these « Memorie ».
Introduction. — The stratotype of thè Piacenzian (2) stage is located in thè Torrent Arda valley
between thè villages of Castell 'Arquato and Lugagnano. The stage was erected by Mayer in 1857 to
indicate thè blue marls outcropping in thè Piacenza Apennines.
The type locality, however, was not specified in thè originai publication, but was later identi-
fied by Pareto (1865) in thè outcrop section bordering thè road Castell ’Arquato-Lugagnano. In thè
Arda Valley, thè Piacenzian is in contact with both thè underlying Tabianian (3) and overlying
Astian (4) (in this paper tentatively included in thè Piacenzian). Apparently in conformable strati-
graphic contact with thè Pliocene, follows thè Pleistocene with typical Calabrian.
The stratigraphic and paleontological knowledge concerning thè Pliocene in thè Arda valley
goes back to thè middle of thè last century, to Mayer (1857). The study of this area Avas subse-
quently taken up from thè stratigraphic or paleontological point of view by Pareto (1865), Coc-
coni (1873), Malagoli (1892), Levi (1900), Gignoux (1923), Dondoli (1937), Cushman (1945), Rug¬
gieri & Selli (1948), di Napoli (1952), Barbieri (1958) and II ondi (1962). The Piacenzian sediments
are partieularly wellknown on account of its Mollusca and of thè wliales found on thè slopes of Mt
Giogo and Mt Padova, between Arda and Chiavenna Torrents. A more recent discovery in thè Cala¬
brian is Cyprina islandica, an immigrant from thè boreal sea. It may be recalled that thè Calabrian
stage was formerly included by Gignoux into thè Pliocene, but it is now definitely regarded to be
Pleistocene in age.
(1) Parma, Istituto di Geologia e Paleontologia dell’ Università, marzo 1967.
(“) « Piacemische Stufe » of Mayer, 1957.
(•■’) Mayer, 1867.
(4) De Rouville, 1853,
Fig- 1.
-4
14S
F. BARBIERI
The stratigraphic section.
The Pliocene sequence Vernasca-Castell ’ Acquato is about 950 meters tliick and lithostratigraphi-
cally it is represented by three units (Table I and figs. 1,2) wliich are from bottoni to top:
1) Vernasca sand
Sand and mari, light gray, with basai conglomerate.
Thickness about 85 meters.
Tabianian (Lower Pliocene).
It is transgressive on a tectonieally ehaotic complex, Cretaceous-Lower Tertiary in age.
2) Litgagnano claystone
Lower part : mari and claystone gray-blue.
450 meters thick.
Tabianian (Lower Pliocene).
Upper part: (Piacenzian stratotvpe) : mari and claystone, sandy, with some levels very ridi in
glauconite, gray-blue, very fossiliferous (thè Pelecypods are prevailing among thè Mollusca).
280 meters thick.
Piacenzian (Middle to Upper Pliocene).
3) Castell’ Arquato sand (« Astiali » Auct.).
Sand, yellow, with calcarenite and claystone in places; rare levels with scanty pebbles.
About 140 meters thick.
Piacenzian (former Astiali) (Middle, to Upper Pliocene).
It is apparently in conformable stratigraphic contact with thè sandy-clayey Pleistocene (Calabrian).
Comments on thè micropaleontology. — In thè V ernasea-Castell’ Arquato stratigraphic section thè
microfossils, with thè exception of thè lower unit (Vernasca sand), are very abundant and almost
entirely represented by foraminifera.
The study has been made on a statistical basis which permitted to draw some diagrams (Table I)
and range-charts (figs 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9).
The abundance in foraminifera is shown on thè range-charts of figs. 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, where
more than 300 species are listed, several with a very high frequency (1).
Also frequent, particularly in thè basai and top units are thè ostracods. The microfaunas are
generally well preserved.
In contrast to other Pliocene outcrops sudi as Tabiano, Maiatieo and T. Crostolo, thè micr'opa-
leontological contents of thè upper part of thè Piacenzian (including thè Castell’ Arquato sand, for-
merly considered to be Astiali in age) are ratlier indicative of facies; due to this fact it is difficili!
to establish a biostratigraphic break-down of this interval both on benthonic and planktonic forami¬
nifera. Silice we are dealing with thè Piacenzian stratotype, it would certainly be inadvisable to drop
thè biostratigraphic subdivision, although it may only be provisional. In order to overcome thè
existing difficulties, it may be recommandable to erect a neostratotype (or parastratotype) in a more
suitable area (eastwards).
(x) In tlie range cliarts thè number of speeimens indicated is based on a count of 300 or 400 speeimens in
eaeli sample.
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154
P. BARBIERI
Biostratigraphy (*).
The sequence has been subdivided into two sets of biostratigraphic zones (bentbonic and plank-
tonic) from bottoni to top :
Planktonic zones:
a) Globigerina spp., Globigerinoides spp. and Orbulina zone (provisionai).
Tabianian.
In this interval planktonic foraminifera with well defined stratigrapbic ranges, and wliicb miglit
serve as a marker, are absent. Therefore only a provisionai zone of locai stratigrapbic signifi-
cance could be established, based on thè frequency of Globigermoides obliquus Bolli, Globigeri¬
noides gomitulus (Seguenza), Globigerina qidnqueloba Natland and of thè genus Orbulina.
b) Globorotalia hirsuta (d’Orbigny) zone.
Tabianian.
This zone-marker is easily identifiable. It is thè flattened forni of Globorotalia hirsuta with thè
last chamber compressed and periphery sharp or keeled. It is easily distinguishable from thè more
inflated assoeiated forni, that is particularly developed in thè Miocene. The specimens are not
frequent as compared with other Pliocene outcrops in thè Northern Apennines.
In this zone, thè planktonic and benthonic foraminifera are generally well represented.
Globorotalia hirsuta disappears in thè Pliocene section of Vernasca-Castell’Arquato with thè Ta¬
bianian (sample IGPR 2007).
c) Globorotalia puncticulata (Deshayes) zone.
Piacenzian.
There is a great confusion with regard to thè identification of this species. In 1826, d’Orbigny
recorded thè new species Globigerina punctulata, which he had neither described nor figured.
Deshayes in 1832 described but dit not figured a species which he called Globigerina puncticulata
d’Orbigny, referring to d’Orbigny’s species. In 1899, Fornasini published d’Orbigny’s figure
of Globigerina punctulata. This forni is characterized by a rounded and very small aperture. We
believe therefore that thè correct name for this forni is Globorotalia puncticulata (Deshayes) and
not Globorotalia punctulata (d’Orbigny).
It is thought that thè recently described and figured lectotype of Globigerina \ ( Globorotalia )
puncticulata Deshayes by Banner and Blow (1960) does not correspond to Deshayes ’s descrip-
tion and Fornasini ’s figure.
The specimens of this marker are very rare in thè zone and also thè other assoeiated planktonic
foraminifera are not abundant.
d) Globigerina spp. and Globigerinoides spp. zone (provisionai).
Piacenzian.
In this interval thè characteristic forms, among thè foraminifera, are missing; thè zone is of locai
stratigraphic value and therefore provisional. The assemblage is represented by Globigerina bul-
loides d’Orbigny and Globigerinoides elongatus (d’Orbigny), which are thè only plankton species
characterizing thè zone.
On thè whole thè planktonic foraminifera are rare.
P) All thè biostratigraphic units are informai; some of them will later be defined as formai zones (assem¬
blage or range), while others will remain provisionai or may be eliminated. The boundaries are generally defined
by thè disappearanee of thè zone-marker.
thè foraminifera in tue pliocene section vernasca-castell’arquato etc.
155
e) Globorotalia inflata (d’Orbigny not Hussey) zone.
Piacenzian and Calabrian.
This species, was figured rather inadequately by thè authors, so tliat. some of their figures recali
otlier species. In this zone, Globorotalia inflata (d’Orbigny) is represented by specimens which are
rather typical.
Benthonic zones:
a') Uvigerina rutila Cushman & Todd zone.
Tabianian.
This zone-marker is a well-known species of a fair stratigraphic value; it appears in thè Miocene
and disappears with thè Tabianian.
Bolivina (?) yabei subzone Takayanagi
In thè lower part of U. rutila zone, a short interval is characterized by B. (?) yabei ; this species
is present in thè sanie stratigraphic position also in thè Pliocene of Tabiano (Parma province)
and of T. Crostolo (Reggio Emilia province).
b') Brizalina sp. 1 zone (provisionai).
Piacenzian.
This marker is sagitta-shaped, rather coarsely perforated and with bent sutures, and 11 or 12
chambers; periphery sharp but not keeled. As far as thè arrangement of thè chambers is concer-
ned, it is dose to Brizalina gladiiformis Conato (more eompressed, finely perforated and keeled),
to Bolivina (?) panciata d’Orbigny (more rounded periphery and higher chambers), to Brizalina
(?) antiqua iPOrbigny (more rounded periphery and irregular lower edge of thè chamber).
The specimens of this species have not been found frequent; it is associated with other species of
Bolivina and Brizalina, and with C assiduiina. It has been observed also in Tabiano.
c') Stainforthia aff. concava (Hoeglund) zone (provisiona]).
Piacenzian.
This species is rather dose to Stainforthia concava (Hoeglund). As thè marker of thè underlying
zone, thè presence of this species is probably determined by thè facies and, therefore, of poor or
only locai stratigraphic value.
The specimens are rare and associated with abundant Bulimina, Bolivina and C assiduiina.
d') Bulimina marginata d’ORBiGNY zone.
Piacenzian and Calabrian.
Rare but typical specimens. This forni is abundant in thè homologous zone of T. Crostolo.
Hy alinea balthica (Schroeter) subzone.
Calabrian.
Very typical and easily recognizable forni. It represents a cold water immigrant. Present in T.
Stirone, in T. Crostolo and in many other outcrops as well as in thè subsurface throughout Italy.
Remarks on some characteristic species (Table I and fig. 9). — Several benthonic and planktonic spe¬
cies, besides those considered as markers, show a short stratigraphic range and are listed in fig. 9,
some also in Table I (*). They represent, as compared with thè total number of species, only a very
low percentage.
It is also interesting to note tliat most of thè signifieant species disappear with thè Tabianian.
This fact miglit suggest tliat in thè section under consideration thè abrupt change in lithology and
in environmental conditions between thè Tabianian and Piacenzian may be responsible for these
disappearances. However, this appears unlikely as in other outerop sections where these differences
between thè two stages are not so pronounced, thè greater part of thè species do not modify their
range.
(’) In Table I, thè difference in size of thè figured foraminifera is approxiinately concerning their frequency.
F. BARBIERI
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Remarks on thè classification of some genera and species (*).
In thè range charts and in thè diagrams are not listed Globigerina parabulloides Blow, G. prac-
bulloides Blow, G. f oliata Bolli e G. bulbosa Le Roy; they are included in thè Globigerina
bulloides group.
In this paper, moreover, for practieal reasons or due to thè fact tliat tlie statistical study was
finished some years ago, Globigerina woodi Jenkins, G. falconensis Blow, G. microstoma Cita,
Premoli & Rossi and G. bollii Cita were not considered and, of course, they were recorded under
G. bulloides group.
- In thè Globorotalia scitula group are included thè two subspecies: Gtl. scitula subscitula Conato
and Gtl. scitula gigantea Blow.
— Under Globigerina apertura is included G. decoraperta Takayanagi & Saito of whieh thè distinc-
tive character is not clear, consisting, according to thè authors, in thè apertural lip.
Stratigraphic distri bution of characteristic Foraminifera
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P. P
1 29-Spboeroidlnallo ip,
93-H»t«roUpo off . conolòoa (CZJZEK)
1 32-Conidulino loovigoto d'ORBIGNY
1 09-Bollvino (?) yob«! TAKAYANAGI
73-PulUnio quodrllobo REUSS
32- Korr*ri«l lo goudryrrvoid») (FORNASINI)
33- Mort motti» Ila communi) parporvo CUSHMAN
103- MarginulinO glabro d'ORBIGNY
80-Egger»llo brodyi (CUSHMAN)
1GD- Planularlo ip.l
1 16-Orthomorphino bauonll (FORN.)
I 31 -Marginulina hirsuto d'ORBIGNY
37-Untlcullno vort*x (FICHTEL & MOLL)
A4 -A noma li no idei helicina (COSTA)
5-Bolivlno lucono PIRINI
I 28-Globorotolio off .apertura PEZZANI
1 53-Mueroninco gemina (SILVESTRI)
l75-A)tocolui crepidulus (FICHTEL & MOLL)
71-Stilo) tornello odolphino (d'ORBIGNY)
95-Cibicidoidei roberttonionu) (BRADY)
1 22-Allomorphino trigona REUSS
1 26-Voginulinopii) invano carinoto SILVESTRI
83-Lenticulina orbicularh (d'ORBIGNY)
21-Bolivina (?) umerali CONATO
58-Marginullno lubbullata HANTKEN
27-Uvigerina rutila CUSHMAN & TODD
1 04- Morginulino costato caorctata SILVESTRI
173- Globorotolio hlnuta (d'ORBIGNY)
227-Globorotolio sp .
192-Cassidulinoides brodyi (NORMAN)
230- Brizalina ip.l
174- Bulimino infialo SEGUENZA
31-Korreriallo brodyi (CUSHMAN)
241 -Couidulina sp.
107-Bolivino piacentino ZANMATTI
231 - Globorotolio puncticuloto (DESHAYES)
270-Bulimino offelongoto d'ORBIGNY
251-Buliminello multicamora CUSHMAN & PARKER
166-Hopkiraino bononieniii (FOfJf'IASINI)
254-Stolnforthlo off. concava HOGLUND
I 27-Bol ivino apenninico BARBIERI & MOSNA
196-Reussella loevigata CUSHMAN
306-Bullmino morgiroto d'ORBIGNY
31 2- Globigerino pachyderma EHREMBERG
313- Hyalineo bolthico (SCHROETER)
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Fig. 9.
— Globorotalia aff. apertura is a fonn with four ebani bers in thè last coil instead of five or more, as
in thè type species
— Globigerina quinqueloba and G. concinna, botli well represented in thè section were, for practieal
reasons, combined for thè statistical counts.
- Brizalina (?) dilatata, — The generai shape, thè sliarp periphery and thè sutures indicate this
species to belong to Brizalina / however, occasionally, thè last chamber shows thè retrai processes
which charaeterize thè genus Bolivina. An analogous consideration might be valid for Brizalina (?)
antiqua.
— All thè species determined as Bolivina with question mark, indicate tliat thè generai shape is that
of Bolivina, but thè basai fold and thè retrai processes characteristic of this genus, are missing.
- U ingenua tenuistriata siphogenerinoides is equivale nt to thè U. guadryinoides group of other
authors.
(*) For thè foraminifera thè classification of Loeblich and Tappan (1964) has been adopted.
VlÌE FORA MI NI PERA IN THE PLIOCENE SECTION VERNASCA-CASTELL^ARQUATO ETC. lo*
- B ulimina infiala has been separateci from B. costata, although thè descriptions by thè authors do
not make clear sueh a distinction. In B. costata thè costae are interrupted step-likc and in B. in¬
flata they are only incised.
— Some other genera bave been diffieult to determine due to controversia! interpretatimi of some of
their charaeteristics : for some peoples Bolivinopsis can be distinguished from Spiroplectammina,
while for others it should replace Spiroplectammina (Glaessner 1947), if thè test is arenaceous.
Environmental considerations.
The statistical diagramp of Table I allow to divide thè section, from an environmental point of
view, into two parts. The divisimi is coincident with thè Tabianian-Piacenzian boundary. This diffe¬
rente, already evidenced by lithology is biostratigraphically confirmed by thè plankton-benthos fo-
raminifera ratio, and by thè change in frequency of some particularly abundant foraminifera or
group of homeomorph species.
The sedimentary environment is, in any way, confined to thè Continental shelf. The maximum
deptli was probably in thè Tabianian time, in thè outer shelf toward thè slope, and thè minimum at
thè end of thè Pliocene with sublittoral or littoral episodes.
The antithetic relations between thè genera Bolivina (and Brizalina) and Uvigerina should be
pointed out.
More paleoecological details, particularly in Piacenzian sediments, can be derived from tlie pre-
sence and relationships among some species of Brizalina ; these species might be considered variants
of one and thè sanie species, controlled by environmental changes (Lutze 1964).
The laek of Globorotalia crassaformis (Galloway & Wissler) and Globorotalia crassula Cttsh-
man & Stewart and thè scarcity of Gtl. hirsuta, Gtl. puncticulata and of thè genus Sphaeroidinel-
lopsis may by data of paleoecological significarne if compared with thè Tabiano and T. Crostolo
seetions, wliere these species and this genus are well represented.
From thè paleogeographie and paleoecological point of view it is moreover important to note
thè absence of Globoquadrina (genus frequent in thè Miocene), while it is present in thè Tabiano and
T. Crostolo seetions in a well defined stratigraphic position and with well preserved specimens consi¬
dered to be survival forms. This suggests that in thè Lugagnano area thè Miocene was either not
deposited (wliieh is not very likely), or thè basili was restricted, or thè sedimentation was interrupted
(more probable) by an olistostrome or some other chaotic accumulation.
Finally, an important, strictly paleoecological datum is thè presence of supplementary cham-
berlets in thè planktonic foraminifera ranging from reai bullae to rather irregular ones (both as far
as thè position and texture are concerned). Several genera show them, sudi Orbulina, Globigerina and
Globigerinoides. The bulla in thè genus Orbulina seems to be unfavourable to be interpreted as an
apertural narrowing for hydrodynamic needs. It rather suggests an increase of thè buoyancy of thè
test so that it can float at optimum water depths if thè water density changes.
Stratigraphic comparisons (fig. 10).
The following areas and stratigraphic seetions, of Northern Italy (from West to East), can be
compared and correlated with thè Vernasca-Castell ’Arquato section:
Piedmont
— The Pliocene in south-western Piedmont (Cherasco and Andona; Martinis 1954) seems to be re-
duced in thickness (270 meters, of which 170 meters belong to thè Tabianian); most of thè An¬
dona yellow sand (type Astiali - some ten meters tliick) is middle Pliocene in age; thè lower Plio¬
cene (Tabianian) contains some sands which are, however, of graysh colour.
F. BARBIERI
158
The planktonie foraminifera are generally scarcer and only frequent in thè basai section.
In thè upper part of thè Cherasco sequenee there are microfaunistical similarities (environ-
mental significance) to thè lower Piacenzian microfaunas of CasteH’Arquato ( Florilus bouea/nus, Buli-
mina aculeata ); thè similarities are less pronounced with thè Andona sands in which Florilus boueanus
is associated with abundant Ammonta and Elphidium.
Fig. io
— The lithological symbols are tlie conyen tionally usuai.
— The dotted lines are concerning some lithofacies.
-- The appearance is marked by thè name overlying thè line and thè disappearance by tlie
name underlying thè line.
In addition, in thè yellow sand and clay of Bagnaseo (transition zone between thè « Piacenzian »
elaystone and thè overlying « Astiati » yellow sand) rare specimens of Globorotalia puncticulata bave
been found (Sampo’s verbal eommunication). From thè sanie source was noted thè oeeurrence of
U viperina rutila , Globorotalia crassaformis and Globorotalia puncticulata (Tabianian assetoblage) in
thè blue marls of Isola d’Asti.
THE FORAMI NIPERA IN THE PLIOCENE SECTION VERNASCA-CASTELL ’ARQUATO ETC.
159
— The Castel Verrua Pliocene (Zappi 1961) is represented by a lower sandy-marly seetion with
Globorotalia hirsuta and Gtl. crassaformis (considered to be reworked by Martinis) ; thè latter
forni is present also in thè overlying calcarenite. The comparison is not reliable due to contro-
versial interpretation.
— In tlie subsurface ot Piedmont thè whole Pliocene is predominantly sandy. The foraminifera, both
planktonic and benthonic, are more characteristic than in south-west and thè affinities with Ca-
stell ’Arquato are more pronounced, as evideneed by thè appearance of GloborotaUa liirsuta later
than Uvigerina rutila, and by thè occurrenee of Vaginulinopsis bononiensis and Hopkinsina bono-
niensis in thè lower Piacenzian. In thè middle Pliocene (Piacenzian) of thè subsurface also occur
Gtl. crassaformis, Gtl. crassula and Anomalinoides helicina, which in CastelPArquato are missing
or disappear with thè Tabianian.
T. Stirone (boundary Parma-Piacenza provinces) (fig. 10). — The seetion is almost identical. The small
differences consist in thè reduced thicknesses of thè « Ver nasca sand » (only thè conglomerate is
present) and also of thè sand (about 30 meters) at thè top of thè Piacenzian (« Astiali » auct. of
CastelPArquato).
The microfaunas are fairly similar. The only difference is thè occurrenee of Anomalinoides heli¬
cina in thè Piacenzian, while in CastelPArquato it disappears in thè Tabianian.
Tabiano (Parma province) (fig. 10). — The Tabianian is reduced in thickness (less than 200 meters)
and more clayey. The sands at thè top of thè Piacenzian are only a few meters thick.
Frolli a micropaleontological point of view, thè differences are evident in thè Piacenzian where
thè plankton (Gtl. crassula) and thè benthos (Anomalinoides helicina ) of thè Tabiano seetion are more
characteristic.
R. Lombasino (Parma provìnce). — This study deals only with thè Tabianian and thè sanie re-
marks apply as those made under « Tabiano ».
Maiatico (Parma province). — The Tabianian is thicker while thè Piacenzian is thinner. Here, thè
sand at thè top of thè Piacenzian stili oceurs (some ten meters).
The seetion has been measured and sampled but thè study was not completed.
The data obtained from scatterei samples or from a short seetion (Ballotta) lead us to believe
that thè microfaunistical remarks made under « Tabiano » and « R. Lombasino » are also valid.
T. Crostolo (Reggio Emilia province) (fig. 10). — The Tabianian and Piacenzian are thinner, comple-
tely clayey and with planktonic (Gtl. crassula and Gtl. infiala) and benthonic (Anomalinoides heli¬
cina and Bulimina marginata) foraminifera that are more characteristic.
F. Santemo (Bologna province). — This seetion was studied by Papetti and Dondi but only thè
upper Pliocene (upper Piacenzian) and thè Pleistocene (Calabrian). The Piacenzian is very thick as
in T. Crostolo and clayey. The foraminifera, both planktonic and benthonic, are more characteristic
and thè same remarks apply as those made for thè T. Crostolo seetion.
Po River Piata. — In thè Po Plain subsurface, thè Tabianian and Piacenzian are prevailingly
clayey with gaps, and locally thè units show a remarkable thiekening. From thè microfaunistical
point of view thè published data (Tedeschi and Dondi) although not very detailed, confimi thè fora-
miniferal ranges as observed in surface stratigraphic sections.
Remarks on thè Astian and Piacenzian stages, and on thè Tabianian-Piacenzian
and Piacenzian-Calabrian boundaries.
The Vernasca-Castell ’Arquato stratigraphic seetion includes thè entire Pliocene represented by
thè Tabianian and Piacenzian stages.
The «Astian yellow sand» overlying in thè Piedmont and in CastelPArquato thè Piacenzian,
disappears eastwards (Parma, Reggio Emilia, Bologna provinces) or better, migrates lithostratigra-
phically into thè Pleistocene. Moreover, in all thè outerops where this « yellow sand » is considered
160
F. BARBIERI
Pliocene in age, or more exactly is underlying thè Villafranchian (Continental upper Pliocene and
Pleistocene) or thè Calabrian (lower Pleistocene), thè microfaunas are ehronostratigraphically not
characteristic, or at least not suffieiently good for a long distance correlation and it seems more logicai
to consider it as a facies, a sandy phase of thè Piacenzian in Western Emily and Piedmont. In sup-
port of thè « Astiai: facies » concept it may be mentioned that some characteristic middle Pliocene
foraminifera (lower Piacenzian) are found in thè « Astiali » beds of thè Piedmont.
The Piacenzian of Arda Valley is different from thè underlying Tabianian on account of a
sharp facies change for which thè sanie remarks might be valid as those Iliade for thè « Astiali ».
Howevèr there are two facts which are in favour for considering Piacenzian as a stage and not as
a facies :
1) The Piacenzian, even taken as a facies, can be well distinguished from thè Tabianian botli
011 thè east and west sides of Castell’Arquato. Tliis distinction can be made, if not on lithological
grounds, at least by thè microfaunistical assemblages (increase of thè genera Bolivina and Brizalina
and frequency of Brizalina aenariensis). This distinction is further indicated by statistical informa-
tion (very low plankton-benthos foraminifera ratio as in Tabiano and in T. Crostolo) and by peculiar
oligospecific microfaunas (abundance of FlorUus boueanus in Piedmont or even in Tuscany). The dif-
ference observed in thè T. Stirone section is thè sanie as that observed in thè Vernasca-CasteH’Ar-
quato section.
2) In thè Piacenzian, although not so evident in Arda Valley, there are some planktonic and
benthonic foraminifera of a certain stratigraphie value. Of course, from CastelPArquato eastwards,
these characteristic forrns, and above all thè planktonic foraminifera, increase boti: in nuniber of in¬
dividuai as well in number of species. Consequently, a neostratotype (or parastratotype) of thè Pia¬
cenzian stage might be erected in a more easternly locality, as for example in T. Crostolo (Reggio
Emilia province) (Barbieri and Petrucci, 1967).
In discussing thè boundary between thè Piacenzian and thè Tabianian stages, it must be remem-
bered that thè former has been erected by Mayer in 1857 and thè lattar by thè same Author in 1867.
The low boundary of thè Piacenzian at thè type locality is evident by a change in lithology. El-
sewhere, however, this lithological distinction does not exist any more and therefore, other means of
separatimi have to be found. The Piacenzian-Tabianian boundary coincides at thè Piacenzian type lo¬
cality witli thè disappearance of Globorotalia hirsuta and Uvigerina rutila, and this biostratigraphic
boundary can be estended (I.S.S.C. 1964) into thè type locality of thè Tabianian stage (Iaccarino,
1967). Therefore, also bere, thè Piacenzian-Tabianian boundary can be recognized.
As far as thè conventional subdivision of thè Pliocene into three parts, namely lower, middle
and upper, is concerned and used by almost all thè authors for thè last twenty years, tlie Tabianian
might correspond to thè lower and thè Piacenzian to thè middle and upper Pliocene. The adoption
of these Pliocene subdivisions, which according to Ruggieri and Selli (1948), are entirely based on
paleontòlogical characters, represented a practical solution of thè problem in preference to thè im-
proper use of Piacenzian and Astian, considered often to be lower and upper Pliocene, respectively.
However, thè foraminifera quoted by Ruggieri and Selli as characteristic are of not mudi practical
use today because of tlieir questionatale diagnostic significance or extreme scarcity. In this proposed
subdivision moreover, thè authors pointed out thè difficulty to establish thè boundary between thè
middle Pliocene and thè upper Pliocene. In conclusion may be said thè divisimi into three parts
eannot be justified and there is no improvement in respect to thè subdivision into Tabianian and
Piacenzian.
With thè improvement in paleontological techniques and accumulation of new evidence, it may
be possible to continue thè usage of thè conventional subdivision into three parts or arrive at a more
detailed biostratigraphic breakdown.
The « Committee on Mediterranean Neogene Stratigraphy » is invited to express their opinion
and give a ruling on thè validity of thè stages Tabianian, Piacenzian and Astian.
TftE FORA M 1 N IFERA IN TIIE PLIOCENE SECTION VERNASCA-CASTELi/aRQUATO ETC.
1(31
The Pliocene-Pleistocene boundary, if there are conformable stratigraphic relations, can be
easily recognized by thè appearance of Hyalinea balthica and by thè abundance of Globigerina pa¬
ci) y derma in thè Pleistocene (Calabrian) (Dondi & Papetti 1966).
As far as thè so called « atypical Calabrian » or « Precalabrian » (in thè present paper included
in thè Pliocene) is concerned, it is to be referred to Selli ’s papers (1951 and 1960).
Abstract. — La serie pliocenica Vernasca-Castell’Arquato è stata misurata e campionato in Val d’Arda (pro¬
vincia di Piacenza). Il Pliocene ha uno spessore totale di poco più di 900 metri ed è litologicamente rappresentato da
un conglomerato e sabbie basali (sabbie di Vernasca - 85 in. circa di spessore), da 450 m. di marne e argille grigio¬
azzurre del Tabianiano (Plioc. inf.), da 280 m. di marne e argille sabbiose grigio-azzurre (stratotipo del Piacenziano)
e 140 m. di sabbie gialle con caleareniti (« Astiano » A. A.) del Piacenziano (Plioc. medio-sup.).
Per quanto riguarda il piano Astiano vengono proposte al CMN8 l’abolizione di questo termine e la divisione
cronostratigrafica del Pliocene in due piani: Tabianiano e Piacenziano (corrispondenti il primo all’inferiore ed il se¬
condo al medio-superiore).
Lo studio micropaleontologico basalo sui Foraminiferi ha permesso di suddividere biostratigraficamente la serie
in diverse zone informali, alcune delle quali del tutto provvisorie ed altre invece che potranno diventare formali. Sono
state distinte due biozonature, una con Foraminiferi planctonici ed un’altra con Foraminiferi bentonici. I limiti di zona
coincidono generalmente con la scomparsa del «marlcer ». Per i planctonici sono state individuate una zona a Globo-
rotalia liirsuta nel Tabianiano e due zone a Globorotalia puncticulata e Globoratalia infinta nel Piacenziano; per i
bentonici una zona ad TJvigerina rutila, con una sottozona a Bolivina (?) yabei nel Tabianiano e tre zone a Brizalina
sp. 1, a Stainfortliia aff. concava (provvisorie) ed a Bulimina marginata nel Piacenziano.
Lo studio micropaleontologico è stato condotto inoltre con criterio statistico e questo ha permesso di ricavare
informazioni paleoecologiche dal rapporto plancton-benthos e da alcuni generi di Foraminiferi come Elphidium, Am¬
monio, Bolivina, Bulimina, TJvigerina e Cassidulina. Sulla base di questi dati i sedimenti del Tabianiano risultano
essersi deposti nell’area della piattaforma esterna, fino al limite con la scarpata e quelli del Piacenziano nell’area
della piattaforma interna fino ad episodi sublitorali. (1 Tav. e 10 figg. : cartina, schizzi topografici, tabelle di distri¬
buzione e di correlazione).
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BARBIERI F. • Forarti. Plìoc. section Vernasca-Castell Arquato (Piacenza)
Tabi. I
SILVIA IACCARINO
LES FORAMINIFÈRES DU STRATOTYPE DU TABIANIEN (PLIOCÈNE INFÉRIEUR)
DE TABIANO BAGNI (Parme)
(3 fìgures, ó tableaux dans le texle, 1 planche)
Laboratoire de Micropaléontologie de l’ Institut de Géologie de 1 ’ Université de Parme, avec la contribution du C.N.R.
(Groupe de Recherete pour la Géologie de l’Apennin septentrional et de la Toscane - Section V - Parme) (1).
Objet. — Le travail, eoneernant l’étude des Foraminifères du stratotype du Tabianien, et d’une
partie du Plaisancien, a le but de contribuer à la division en zones biostratigraphiques du Pliocène
du bassin de la Méditerranée et de fournir au C.M.N.S. des données suffisantes pour se prononcer sur
la validité des étages Tabianien et Plaisancien.
Remérciements. — Je remercie M. le Prof. S. Venzo directeur de F Institut, de Géologie de Parme
et M. le Prof. F. Barbieri directeur du Laboratoire de Micropaléontologie du mème Institut, pour
leurs conseils et leurs encouragements.
Introduction. — Le stratotype du Tabianien institué par Mayer en 1867 pour indiquer les marnes
bleues inférieures, que l’on doit bien distinguer des marnes bleues ou plaisanciennes, se trouve en
Val Rovacchia et précisément dans la petite vallèe, coupée par le Rio Albereto, où est située la loca-
lité de Tabiano Bagni (fig. 1). La localité-type, suivant les citations de quelques Auteurs et la pro-
bable exposition, au passé, d’argiles de ce type, devrait se trouver sur la droite de cet affluent en
face et a l’Est de Fétablissement des bains (Terme) ou un peu plus en amont.
Cet affleurement dans le passé devait étre limité à quelques petites escarpements ou petites
calanques, sans aucune limite supérieure et inférieure bien définie.
Au moment actuel une sèrie de travaux de déblaiement, pour la construction d’une route, a mis
à nu tout le versant de la localité-type et, en outre, juste sur la gauche du torrent Rovacchia, une cou-
pure, pour obtenir un terrairi à bàtir (nouvelle église), a permis de compléter la sèrie en mettant à
jour la partie basale des argiles et le conglomérat situé au dessous.
Etudes précedentes. — Les connaissances paléontologiques sur le stratotype du Tabianien, après
Mayer remontent à Cocconi (1873), qui porte un Gastéropode (Ficula linciata Bronn = Fidila ficoi-
cles (Bronn) ), cornine fossile caractéristique des « couches du Tabianien ».
Pour d’autres affleurements de Tabianien, Capellini (1876) cite aussi Xenophora testigera.
Pour le Tabianien en général Ruggieri & Selli (1948) portent Murex spinicosta, Pirula ficoi-
des, Astraea fimbriata, Lingulina costata, Marginulina spinicosta, Cribrorobulina serpens et quel¬
ques autres espèces. Les études précédentes sur le Tabianien sont pour cela très limitées.
(') Parme, Institut de Géologie et Paleontologie de l’ Université, mars 1967,
ì
ìoo
S. IACCAR1N0
Aetuellement G. Pelosio (1967), de eet Institut, a étudié les Gastéropodes et les Lamellibranches
du stratotype du Tabianien.
En ee qui concerne la géologie de cette zone et plus précisement des terrains situés au-dessous
(Miocène supérieur) du Tabianien, les connaissances sont assez complètes et récentes (Venzo, I960;
Pezzani, 1963).
Enfili Papam & Venzo ont en cours un’autre note géologique de détail avec Mappe sur cette zone.
Fig. 1.
Apercu stratigraphique.
La succession stratigraphique des terrains du Neogène affleurants à Tabiano Bagni et compre-
nants le stratotype du Tabianien peut étre ainsi résumée, en procedant de bas en haut (figg. 2-3):
1) Argiles, gypses et ealcaires gypseux-sulfurifères (lenticulaires), argiles sableuses, argiles avec de
petits niveaux sableux-conglomératiques, sables et conglomérats gradués de bas en haut pour une
épaisseur de 50 m environ (fig. 3).
Cette succession, affleurant derrière le bàtimant des Thermos, est maintenant complétement
cache par les ouvrages de maconnerie conduits pour 1 ’agrandissement des Thermes de Tabiano
(Venzo op. cit.): Miocène supérieur ou Messimeli.
I ES FORMI IN IFERES DU STRATOTYPE DU TABIANIEN (PLIOCENE INFERIEUR) ETC.
167
2) Conglomérat de base aux argiles du Tabianien, de quelques mètres d’épaisseur (14-15 m environ),
observable maintenant seulement à la « Chiesa nuova » : Tabianien basai ou Pliocène inférieur.
3) Argiles marneuses grises-bleues assez fossilifères (surtout Gastéropodes), qui ont un pendage vers
nord-est de 50l’-60° immédiatement sur le conglomérat, et, avec des valeurs inférieurs en haut.
Fig. 2.
Coupé «Chiesa Nuova» avec les numéros des échantillons : 3 - Argiles du Messimeli; 4, 5 - Conglomerati
de base aux argiles du Tabianien; 6 - Argiles avec Globorotalia liirsuta, Gtl. crassaf ormis, Gtl. puncti-i
culata, U viger ina rutila et Ficula ficoides < (Tabianien).
J296
sommi! (220)
Coupé «Est Terme»: 1 - Argiles faiblement sableuses étucliées par Pezzani (1963) (Messinien);' 2 -
Lentille d ’anhydrite (Messimeli) ; 3 - Alternance d 'argiles bleues, petits niveaux conglomeratiques et sableux
(Messinien); 4 - Conglomérat gradué de bas en haut; 5 - Conglomérat transgressif, situé au dessous des
argiles bleues tabianiennes, uvee des blocs d ’anhydrite, mis à découvert d’une traneliée en 1958 (Venzo,
1960); 6 - Argiles bleues avec Globorotalia liirsuta, Gtl. crassaf ormis, Gtl. puncticulata, Uvigerina rutila
et Ficula ficoides (Tabianien); 7- Argiles avec Gtl. crassaf ormis et Gtl. puncticulata (Plaisancien s.s.);
8 - Argiles fossilifères (Plaisancien s.s.); 9 - Remblai.
168
S. IACCARINO
Elles affleurent sur la droite de Rio Albereto de la base au sommet de la colline (Est Terme) et
continuent au delà de la ligne de fatte vers nord-est jusqu’au Calabrien : Tabianien et Plaisan-
cien s. s. .
Déscription de la sèrie stratigraphique. — La sèrie stratigraphique du Tabianien-type (figg. 2, 3) a
été éehantillonnée et mesurée en deux coupes, pour une épaisseur d’environ 300 m:
— «Chiesa nuova» où affleurent au dessous le conglomérat basai du Pliocène (14 m) et au dessus
les argiles grises-bleues pour une épaisseur d’environ 100 m (fig. 2). Sect.ion basai du Tabianien.
— « Est Terme » où affleurent seulement les argiles marneuses pour une épaisseur de 185 m environ.
Dans cette coupé se trouve le niveau de disparition de Ficula ficoides (fig. 3). Tabianien et Plai-
sancien s. s. .
Copsiderations micropaléontologiques. — Les microfossiles de la sèrie étudiée (Tabianien et Plaisan-
cien s. s.) sont très nombreux et représentés, pour la plupart, par des Foraminifères benthoniques et
planctoniques.
Le nombre des espèces est tellement élevé que pour une épaisseur d’environ 300 m, on a classé
plus de 300 espèces de Foraminifères.
On a fait cette étude avec un eomptage pour usage statistique dont on a tiré des diagrammes
et des tableaux de distribution (pi. 1 - tableaux 1, 2, 3, 4, 5, 6) (1).
Farmi les autres groupes de microfossiles on doit rappeler les Ostracodes rares en toute la sèrie,
tandis que les Radiolaires et les Spicules d’Eponges semblent concentrés seulement en quelques ni-
veaux (échantillons n. 2323 et 2330).
Biostratigraphie (2) (Pi. 1).
Les Foraminifères ont permis de distinguer deux tvpes de divisimi en zones, dont l’une par
les Foraminifères planctoniques et l’autre par les Foraminifères benthoniques. La biostratigraphie de
Tabiano Bagni est résultée meilleure qu’à Castell’Arquato (Barbieri, 1967) et tout à fait semblable à
la biostratigraphie du T. Crostolo (Barbieri F. & Petrucci F., 1967).
Foraminifères planctoniques (de bas en haut):
Zone à Globorotalia hirsuta (d’Orbigny) (Tabianien) - pi. 1.
On peut très bien distinguer ce « marker » : elle est très comprimé avec la dentière loge aplatie et
avec le bord très aigu et on peut très bien la distinguer de l’autre forme, biconvexe, elle mème fre¬
quente dans le Miocène. Elle est associée à plusieurs espèces de Globigerina, Globigerinoides, Orbu-
lina et Globigerinita.
Aussi le benthos est très riche en espèces parali lesquelles sont très bien représentées les genres
Biilimina et TJvigerina.
Cette espèce est un excellent « marker » pour le Tabianien de l’Apennin du Nord.
On a reeonnu cette zone aussi à Castel! ’Arquato et dans le T. Crostolo.
(') Oli a calculé pour cliaque échantillon à peu près 300-400 exemplaires et les frequences, dans le tableau de
repartition des espèces (tab. 1, 2, 3, 4, 5), sont relatives à ce nombre.
Le différent ordre de grandeur dans les figurations des Foraminifères est rapporté approximativement à leur
fréquence.
C) Les unités biostratigrapliiques sont toutes des unitès informelles, quelques-unes pourront ètre érigées à
« assembiage zone» et à « range-zone », d’autres au contraire sont absolument provisoires. En tout cas on a choisi
conimc limites de zone les disparitiqns des différent? << marlcers »,
LiiS FORAMINIFÈRES DU STRATOTYPE DU TABIANIEN (PLIOCENE INFERIEUR) ETC. 1 ( » i »
Zone à Globorotalia crassaformis (Galloway & Wissler) et Globorotalia puncticulata
(Deshayes) (Tabianien-Plaisancien s. s.) - pi. 1 (J).
Ces « markers » apparaissent bientót dans le Tabianien et disparaissent ensemble dans le Plaisan-
cien s.s. ; sont associés à Gtl.hirsuta dans la partie inférieure et à d’autres Foraminifères planetoniques
appartenants aux genres Globigerina, Orbulina, Globigerinoides et Globigerinita.
Le benthos aussi est frequent.
Cette zone a été observée aussi dans la sèrie du T. Crostolo.
Zone à Globigerina spp. et Globigerinoides spp. (provisoire) (Plaisancien s. s.) - pi. 1.
On ira pas remarqué la présence d’aucune forme planctonique avee un e distribution limitée, en
mesure de eonstituer un «marker» valable. Faute de cela on a remédié par P institution provisoire
d’une zone qui n’a qu’une valeur de caractère associatif, réprésentée par une certame fréquence de
Globigerina bidloides d’Orbigny gr. et queìques espèces de Globigerinoides corame Ges obliquus
Bolli, G.es ruber (d’Orbigny), G.es gomitulus (Seguenza) et G.es conglobatus (Brady). Le benthos
est plus fréquent et représenté surtout par le genre Uvigerina.
Zone à Globorotalia crassula Cushman & Stewart (Plaisancien s. s.) - pi. 1.
Cette espèce est facilement reconnaissable pour son « ouverture étroite et allongée » et pour le
marge periphérique aigu. Elle est assez rare. La limite supérieure de cette zone n’a pas été atteinte
du moment que l’objet de la sèrie etait l’étude du Tabianien.
La limite supérieure de cette zone a été identifiée dans la sèrie du T. Crostolo où l’étude a inté-
ressée tout le Pliocène.
Foraminifères benthoniques (de bas en haut):
Zone à Uvigerina rutila CUSHMAN & Todd (Tabianien) - pi. 1.
Ce « marker » qui paraìt dans le Miocène, disparaìt avec le Tabianien (ou Pliocène inférieur du
bassin de la Mediterranée). Sa valeur stratigraphique (corame limite supérieure) n’a pas besoin d’ul-
térieures explications.
Cette zone a été reeonnue à Castell ’Arquato et dans le T. Crostolo.
Elle est associée à Vaginulinopsis inversa carinata Silvestri, Lenticulina vortex (Fichtel &
Moll), Martinottiella communis perparva Cushman, Orthomorphina bassanii (Fornasini).
Subzone à B olivina (?) yabei Takayanagi.
Cette espèce assez rare et présente dans un éehantillon seulement, semble occuper une position
stratigraphique bien définie dans la partie inférieure de la zone à Uvigerina rutila.
Elle se trouve mème à Castell ’Arquato et dans le T. Crostolo.
Zone à Anomalinoides helicina (Costa) (Plaisancien s. s.) - pi. 1.
Cette espèce est présente aussi dans le Tabianien et disparait dans le T. Crostolo et T. Stirene
(Papani & Pelosio, 1962) dans le Plaisancien, plus précisément dans la partie inférieure (Pliocène
moyen des Auteurs). (*)
(*) Des Auteurs ont confondu Gtl. crassaformis (Galloway & Wissler) avec Gtl. puncticulata (Deshayes),
parmi eux Banner & Blow qui ont deerit le lectotype de la Gtl. puncticulata d ’Orbigny. L’espèce de Galloway &
Wissler est caracterisée (ainsi que l’on spécifie dans la description) par une ouverture longue de l’ombilic (où elle
est plus large) jusqu’à peu près au marge periphérique.
On peut reconnaìtre Gtl. puncticulata gràce à son ouverture decrite par l’Auteur, eJest à dire « très petite
ouverture ronde» et gràce aux figurations inédites de d, ’Orbigny rapportées par Fornasini. Elle est différente du
lectotype de Banner & Blow, qui semble au contrairè>correspondre, ainsi qui l’on a dejà remarqué, à GII. crassaformis .
Reparti tion
stratigraphique des
Foramlnlferes
(1)
6-15
16-50
EXEMPL.
1 -Anomalinoides helìcina (COSTA)
2- Anomalinoides ornata (COSTA)
3- Astacolus crepidulus (FICHTEL & MOLL)
4- Bigenerina nodosaria d'ORBIGNY
5- Bolivina (?) leonardii ACCORDI & SELMI
6- Bolivina lucana PIRINI
7- Bolivina piacentina ZANMATTI
8- Bolivina pseudopl icata HERON(ALLEN & EARLAND
9- Bolivina (?) punctata d'ORBIGNY
10- Bolivlna (?) usensis CONATO
1 1- Bollvinopsis wrighti (SILVESTRI)
12- Brizalina aenariensis COSTA
13- Brizallna (?) antiqua (d'ORBIGNY)
14- Brizalina (?) dilatata (REUSS)
15- Bulimina aculeata basispinosa TEDESCHI & ZANMATTI
16- Bulimina aculeata minima TEDESCHI & ZANMATTI
1 7- Buliminacostata d'ORBIGNY
18- Cancris auriculus (FICHTEL & MOLL)
19- Cassidulina neocarinata THALMANN
20- Chrysalogonium obliquatum (BATSCH)
21- Cibicides (Falsocibicides ?) Icbatulus (WALKER & JACOB)
22- Cibicidoides pseudoungerianus (CUSHMAN)
23- Cibicidoides robertsonianus (BRADY)
24- Cibicidoides ungerianus (d'ORBIGNY)
25- Cribrorobulina serpens (SEGUENZA)
26- Dentalina ociculata (d'ORBIGNY)
27- Dentalina leguminiformis (BATSCH)
28- Dorothia gibbosa (d'ORBIGNY)
29- Eggerella bradyi (CUSHMAN)
30- Epistominel la carinata (d'ORBIGNY)
31- Fissurina marginata SEGUENZA
32- Fissurina ( ?) seguenziana (FORNASINI)
33- Fusenkoina complanata (EGGER)
34- Globigerina apertura CUSHMAN
35- Globigerina bollii CITA & PREMOLI SILVA
36- Globigerina bulloides d'ORBIGNY gr»
37- Globigerina dutertrei d'ORBIGNY
38- Globigerina cf. falconensis BLOW
39- Globigerina microstoma CITA
40- Globigerina quinqueloba NATLAND
-Globigerina concinna REUSS
41 -Globigerinita glutinata (EGGER) gr.
42- Globigerinita uvula (EHRENBERG)
43- Globigerinoides gomitulus (SEGUENZA)
44- Globigerinoides obliquus BOLLI
45- Globigerinoides trilobus (REUSS)
46- Globocassidulina crassa (d'ORBIGNY)
47- Globocassidul ina subglobosa (BRADY)
48- Globorotalia hirsuta (d'ORBIGNY)
49- Globorotalia aff.incompta (CIFELLI)
50- Globorotalia cf. scitula pracscitula BLOW
51 - Globorota lia scitula subscitula CONATO
52- Gyroidina soldanii d'ORBIGNY
53- Gyroidinoides laevigata (d'ORBIGNY)
54- Heterolepa bellincioni GIANNINI & TAVANI
55- Heterolepa floridana (CUSHMAN)
5ó-Hqglundina elegans (d'ORBIGNY)
57- Karreriella bradyi (CUSHMAN)
58- Lagena clavata (d'ORBIGNY)
59- Lagena gibbera BUCHNER
60- Lagena gracillima (SEGUENZA)
61 - Lagena hexagona (WILLIAMSON)
62- Lenticulina cultrata (MONTFORT)
63- Lenticulina curvisepta (SEGUENZA)
64- Lenticulina gravida (SEGUENZA)
65- Lenticulina inornata (d'ORBIGNY)
66- Lenticulina rotulata (LAMARCK)
67- Lenticulina stellata (SEGUENZA)
68- Marginulina spinulosa (KARRER)
69- Martinottiella communis (d'ORBIGNY)
70- Martinottiella communis perparva CUSHMAN
71- Melonis padanus (PERCONIG)
72- Melonis umbilicatulus (WALKER & JACOB)
73- Mucronina gemina (SILVESTRI)
74- Orbulina bilobata (d'ORBIGNY) «
75-Orbulina universa d'ORBIGNY
Tabi. 1,
2327
2328
2330
2296
Reparti tion
stratigraphique de
Forami nife re»
1-5
6-15
EXEMPL.
76- Oridorsalis umbonatus (REUSS)
77- Planularia aurls (DEFRANCE)
78- Planulina ariminensis (d'ORBIGNY)
79- Plectofrondicularia inaequalis (COSTA)
80- Praeglobobulimina ovata (d'ORBIGNY)
81 -Praeglobobulimina ovulo (d'ORBIGNY)
82- Praeglobobulimina pupoides (d'ORBIGNY)
83- Pullenia bulloides (d'ORBIGNY)
84- Pullenia quadriloba REUSS
85- Pullenia salisbury R.E. & K.C. STEWART
86- Ramulina globulifera BRADY
87- Rectobolivina sp.
88- Rosalina globularis d'ORBIGNY
89- Saracenaria italica DEFRANCE
90- Sigmoilopsis celata (COSTA)
91 -Sigmoilopsis schlumbergeri (SILVESTRI)
92- Siphonina reticulata (CZJZEK)
93- Sphaeroidina bulloides d'ORBIGNY
94- Sphaeroidinel lopsis seminulina (SCHWAGER)
95- SphaeroidPnel lopsis sp.
96- Spirosigmoilina tenuis (CZJZEK)
97- Stilostamella advena (CUSHMAN & LAIMERIE)
98- Stilostomel la consobri ria emaciata (REUSS)
99- Sti I ostarne I la fistuca (SCHWAGER)
I OO-Stilostomel la hispida (d'ORBIGNY)
1 01 -Stilostamel la monilis (SILVESTRI)
1 02- Trifarina anguiosa (WILLIAMSON)
103- Trì farina bradyi CUSHMAN
1 04- Uvigerina peregrina CUSHMAN
1 05- Uvigerina proboscidea SCHWAGER
1 06- Uvigerina pygmaea d'ORBIGNY
107- Uvigerina rutila CUSHMAN & TODD
1 08- Vaginul inopsis inversa carinata SILVESTRI
109- Valvulineria bradyana (FORNASINI)
I I O-Valvulineria complanata (CUSHMAN)
1 1 1 -Valvulineria laevigata PHLEGER & PARKER
1 1 2-Anoma I i noi des semipunctata (BAILEY)
1 1 3-Bolivina apenninica BARBIERI & MOSNA
1 14- Bolivim pseudopunetata HÓGLUND
1 1 5-Bolivina ( ?) yabei TAKAYANAGI
1 16- Brizalina off . dilatata (REUSS)
1 17- Brizaliro aff .marginata adelaidana CUSHMAN & KLEINPELL
1 1 8- Bul imina inflata SEQUENZA
1 19- Cibicides boueanus (d'ORBIGNY)
1 20- Dentai ina communis (d'ORBIGNY)
1 21 - Discorbis cf. rugosa d'ORBIGNY
122- Ellipsoglandulina multicostata (GALLOWAY & MORREY)
123- Epistominella exigua (BRADY)
1 24- Felsinel la diapbana CONATO
1 25-Fissurina bradyana (FORNASINI)
1 26- Globigerina cf. eggeri RHUMBLER
1 27- Globigerinoides conglobatus (BRADY)
1 28-Globorotalia apertura PEZZANI
1 29-Globorotalia cf. obesa BOLLI
1 30-Globorotalia pseudopachyderma CITA
1 31 -Globorotalia scitula (BRADY)
1 32-Globorotalia aff .scitula gigantea BLOW
1 33-Gyroidinoides umbonata (SILVESTRI)
1 34-Heterolepa dutemplei (d'ORBIGNY)
1 35-Heterolepa mexicana dertonensis (RUSCELLI)
1 36-Heterolepa sp.
1 37-Karreriel la gaudryinoides (FORNASINI)
1 38- Lagena acuticosta REUSS (non SEGUENZA)
139- Lagena (?) asperoides GALLOWAY & MORREY
140- Lagena laevis sulcata (WALKER & JACOB)
1 41 - Lenticulina gibbo (d'ORBIGNY)
142- Lenticulina orbicularis (d'ORBIGNY)
1 43-Marginulina costata (BATSCH)
1 44- Marginulina glabra d'ORBIGNY
145- Melonis pompilioides (FICHTEL & MOLL)
146- Nodosaria longiscata d'ORBIGNY
147- Nonionella sp.
148- Oridorsalis umbonatus stellatus (SILVESTRI)
149- Orthomorphina bassanii (FORNASINI)
1 50- Orthomorphina challengeriana (THALMANN)
1 51 -Planularia dentata (KARRER)
Tabi. 2.
Reparti tion
(3)
stratigraphique des
Foraminiferes
_ t-5 ■■■■6-15 HHH 1 6- 50 ■■ >50 EXEM
1 52-Stilostomella rugosa GUPPY
1 53-Textu laria concava (KARRER)
1 54-Vulvul ina capreola (d'ORBIGNY)
1 55-Vulvulina pennatula (BATSCH)
1 56-Astrononion stelligerum (d'ORBIGNY)
157- Bolivina (?) italica CUSHMAN
158- Bolivina (?) subspinescens CUSHMAN
1 59-Cassidulinoides bradyi (NORMAN)
160- Chilostomella colina SCHWAGER
1 61 - Cyclogira involvens (REUSS)
162- F issurina apiculata REUSS
1 63- Fissurina orbignyana SEGUENZA
1 64- Fissurina staphillearia inermis (BUCHNER)
165- Globigerinoides elongatus (d'ORBIGNY)
1 66- Globigerinoides quadrilobatus BANNER & BLOW
1 67- Globigerinoides ruber (d'ORBIGNY)
1 68-Gyroidinoides neosoldanii (BROTZEN)
1 69- Karreriella ( ?) affi nis (FORNASINI)
170- Lagena striata (d'ORBIGNY)
1 71 -Lenticulina echinata (d'ORBIGNY)
172- Lenticulina peregrina (SCF1WAGER)
173- Lenticulina vortex (F I CHTE L & MOLL)
174- Marginulina hirsuta d'ORBIGNY
175- Nodosaria flinti CUSHMAN
176- Nodosaria ovicula d'ORBIGNY
177- Orthomorphina jedlitskay (THALMANN)
1 78- Pleurostomel la alternans SCHWAGER
1 79- Praeglobobul imina pyrula (d'ORBIGNY)
180- Pullenia quinqueloba (REUSS)
181- Pyrgo depressa (d'ORBIGNY)
1 82- Reussella spinulosa (REUSS)
1 83- Robertina bradyi CUSHMAN & PARKER
1 84- Spiroloculina excavata (d'ORBIGNY)
1 85-Stilostomella adolphina (d'ORBIGNY)
1 86-Stilostomella pyrula (d'ORBIGNY)
1 87- Textularia sagittula DEFRANCE
1 88- Vaginulinopsis bononiensis (FORNASINI)
1 89-Ammonia beccarii tepida (CUSHMAN)
190- Bolivina advena CUSHMAN gr.
191- Bolivina aff. paula CUSHMAN & CAHILL
192- Bolivina (?) aff. spinescens CUSHMAN
193- Bolivina (?) sp .
194- Brizalina alata (SEGUENZA)
195- Brizalina gladiiformis (CONATO)
1 96- Cribrononion advenum (CUSHMAN)
1 97- Discorbis isabelleana (BRADY)
1 98- Fissurina aradasii SEGUENZA
199- Fissurina piriformis (BUCHNER)
200- Fissurina quadricostulata (REUSS)
201 —FI ori lus boueanus (d'ORBIGNY)
202- Fursenkoina schreibersiana (CZJZEK)
203- Globigerina eamesi BLOW
204- Globigerinoides sacculifer (BRADY)
205- Globocassidulina (Islandiel la ?) delicata (CUSHMAN)
206- Globocassidulina oblonga (REUSS)
207- Globorotalia crassaformis (GALLOWAY & WISSLER)
208- Globorotalia puncticulata (DESHAYES)
209- Gyroidinoides aff. umbonata (SILVESTRI)
21 0- Hastigerina siphonifera (d'ORBIGNY)
21 1- Lagena distoma PARKER & JONES
21 2-Lenticulina calcar (LINNE1)
21 3- Melonis (?) depressulus (WALKER & JACOB)
21 4- Neoconorbina orbicularis (TERQUEM)
21 5- Nodosaria raphanistrum (LINNE')
21 6- Nonionel la turgida (WILLIAMSON)
217- Protelphidium granosum (d'ORBIGNY)
21 8- Quinqueloculina bicornis (WALKER & JACOB)
219- Rectouvigerina tenuistriata siphogenerinoides (LIPPARINI)
220- Spiroloxostoma croarae CONATO
221 - Textularia aciculata d'ORBIGNY
222- Ammonia beccarii (LINNE1)
223- Bulimina exilis BRADY
224- Buliminella inauris CONATO
225- Dimorphina tuberosa d'ORBIGNY
226- Ehrenbergina spinulifera CONATO
227- Elphidium complanatum (d'ORBIGNY)
Tabi. 3.
R é par t i fc io n stratigraphique des Foraminlfèn
(4)
1-5
I 16-50
>50 EXEMPL.
228- GlandulIna laevigata d'ORBlGNY
229- Globigerinoides hellcinus (d'ORBlGNY)
230- Glaboquadrina altispira altispira (CUSHMAN & JARVIS)
231 -Globorotal la Involuta PEZZANI
232- Guttulina communls d'ORBlGNY
233- Lagena semistriata (WILLIAMSON)
234- LenHculina costata (FICHTEL & MOLL)
235- Marglnulina subbullatp HANTKEN
236- Orbullna suturalis BRONNIMANN
237- Orthomorphina praxima (SILVESTRI)
238- Planorbulina mediterranensis d'ORBlGNY
239- Plectofrondiculoria semicosta (KARRER)
240- Scutuloris (?) oblonga (REUSS)
241- Sipbonina planocanvexa (SILVESTRI)
242- AI lomorphlna trigona REUSS
243- Brlzalina spathulata (WILLIAMSON)
244- Cribroelphidium semistriatum (d'ORBlGNY)
245- Dentalina mucronata NEUGEBOREN
246- Fursenkoina tenuis (SEGUENZA)
247- Brlzalina sp.
248- Bulimina elongata (d’ORBlGNY)
249- Bullminella sp.
250- L«nticu!ina aff. cassis (FICHTEL & MOLL)
251- Marginulina cherensis TEDESCHI & ZANMATTI
252- Marginulina costata coarctata SILVESTRI
253- Nodosaria penteccstata COSTA
2 54- Stilos tornella monilis laevigata (SILVESTRI)
255- Pandaglandulina dina polii LOEBLICH & TAPPAN
256- Dorothia aff. brevis CUSHMAN & STAINFORT
257- Quinqueloculina bicarinata d'ORBlGNY
258- Triloculìna trigonula (LAMARCK)
259- Boliviro spinescens CUSHMAN
260- Bulimina aculeata d'ORBlGNY subsp.
261 -Crlbrorobulina serpens clerici! (FORNASINI)
262- Ehrenbergina bradyi CUSHMAN
263- Glcbocassìdulina aff. subgiofeosa (BRADY)
264- Heterolepa praecincta (KARRER)
265- Nonionellina auricola (HERON,ALLEN & EARLAND)
266- Orbullna sp . (avec bulla)
267- Orthomorpbina tenuicostata (COSTA)
268- Planularla patere (BRADY)
269- Planularla sp.
270- Plectofrondicularia raricosta (KARRER)
271- Vaginulina (?) tricarinata (d'ORBlGNY)
272- Brìzallrw catane nsìs (SEGUENZA)
273- Fissurina cf . cucullifera (BUCHNER)
274- Fissurlrta globosa (MONTAGU)
27 5- Lagena gracili» WILLIAMSON
276- Lentlcullna spinulosa (COSTA)
277- Nodosaria raphanus (LI NNE')
278- Trlloculina laevigata d'ORBlGNY
279- Boi 1 vini ta quadrilatera (SCHWAGER)
280- Qulnqueloculina vulgaris d'ORBlGNY
281 -Asterìgerina aff .mamilla (WILLIAMSON)
282- Quinquelocullna seminulum (LINNE')
283- Marglnullna crebricosta SEGUENZA
284- Reussella laevigata CUSHM4N
285- Glandulìna aequalis REUSS
286- Amphicoryna scalari* (BATSCH)
287- Splroloculina depressa d'ORBlGNY
288- Textu laria aff. candeiana d'ORBlGNY
289- Asterigerina planorbis (d'ORBlGNY)
290- Elphidium macellum (FICHTEL & MOLL)
291 -Spiroloculina canaliculata d'ORBlGNY
292- Brizalina cf. oceanica CUSHMAN
293- Epistominel la aff. carinata d'ORB 1GNY
294- Flssurina casta nea (FLINT)
295- Brizalina (?) sp.
296- Svratklha australiensis (CHAP. PARR & MOLL)
297- Valvulineria (?) perlucida (HERON, ALLEN & EARLAND)
298- Fissurina pseudorbignyana (BUCHNER)
299- Fissurina staphilleoria SCHWAGER
300- Stilostomella aspera (SILVESTRI)
301- Bolivina (?) lucido-punctata CONATO
302- Bulimìna elongata lappa CUSHMAN & PARKER
303- Bulimina sp.
304- Globorotalia crassula CUSHMAN & STEWART
Tabi. 4,
174
S. IACCARINO
Dans la sèria examinée on n’atteint pas le niveau de disparition, puisque l’étude est limitée à
la partìe inferieure du Plaisancien.
Elle est assoeiée à B olivina piacentina Zan matti et B olivina apenninica Barbieri & Mosna et
!
Marginulina costata (Batsch).
Repartition
stratigraphique
des
Forami nife res
planctoniques
t • 5
exempi.
34- Glpbigerina apertura CUSHMAN
35- Globigerina bollii CITA & PREMOLI SILVA
36- Glpbigerina bulloides d'ORBIGNY gr.
37- Globigerina dutertrei d'ORBIGNY
38- Globigerir,a cf .falconensis BLOW
39- Glpbigerina microstoma CITA
40- Globigerina quinquelcba NATLAND
-Globigerina concinna REUSS
41- Globigerinita glutirata (EGGER) gr.
42- Globigerinita uvula (EHRENBERG)
43- Globigerinoides gomitulus (SEGUENZA)
44- Globigerinoides cbliquus BOLLI
45- Globigerinoides trilebus (REUSS)
48- Globorota Ma hirsuta (d'ORBIGNY)
49- Globorotalia aff. incompta (CIFELLI)
50- Globorotalia cf .scitula praescitula BLOW
51- Globorotalia scitula subscitula CONATO
74- Orbulina bilobata (d'ORBIGNY)
75- Orbulina universa d'ORBIGNY
94- Sphaeroidinellopsis seminulina (SCHWAGER)
95- Sphaeroidinellopsis sp.
1 26-Globigerina cf.eggeri RHUMBLER
1 27-Globigerinoides conglabatus (BRADY)
1 28- Globorota Ma apertura PEZZANI
1 29-Globorotalia cf . obesa BOLLI
1 30-Globorotalia pseudopachyderma CITA
1 31 - Globorotalia scitula (BRADY)
1 32- Globorotalia aff. scitula gigantea BLOW
1 65-Globigerinoides elor.gatus (d'ORBIGNY)
lóó-GIcbigerinoides quadrilobatus BANNER & BLOW
1 67-Glcbigerinoides ruber (d'ORBIGNY)
203- Glcbiaerir.a comesi BLOW
204- Glcbigerinoides sacculifer (BRADY)
207- Glcborotalia crassaformis (GALLOWAY & WISSLER)
208- Globorota Ma puncticulata (DESHAYES)
21 O-Hastigerina siphonifera (d'ORBIGNY)
229- Globigerinoides helicinus (d'ORBIGNY)
230- Globcquadrina altispira altispira (CUSHMAN & JARVIS)
231 - Globorota Ma involuta PEZZANI
236-Orbulina suturalis BRONNIMANN
266-Orbulina sp . (avec bulla)
304- Globorotalia crassula CUSHMAN & STEWART
I
Tabi. 5.
Considcrations sur des cspèces caractcristiques (pi. 1, tabi. 6). — 11 faut remarquer qu il y a d’autres
espèces d ’une certaine valeur stratigraphique, outre les « markers » de zone ; leur répartition est
rapportée dans la pianelle 1 et dans le tableau n. 6. Le tableau nous indique que les espèces caractéri-
stiques sont peu nombreuses par rapport au total des espèces et, de plus, qu’elles sont reparties
dans le Tabianien, tandis que dans le Plaisancien ceux de faciès semblent prevaler.
l.ES FORaMINÌFERES DU àTRATOTYPE DU TABIANIEN (PLIOCENE INFERIEUR) ETC. 1?,">
Remarques sur quelques genres et espèces (>). — Pour line ulterieure clarification du tableau de
distribution (tabi. 1, 2, 3) et de la pi. 1, on donne les suivantes observations :
Panni les Foraminifères planctoniques on doit rémarquer:
- La réunion sous Globigerina bulloides d’Orbigny gr. des espèces G .praebulloides Blow, G.parabul-
loides Blow, G. bulbosa Le Roy, G.f oliata Bolli.
Repartit ion
stratigrcphique des
Foraminifères caractéristjques
1 1 5-Bolivina (?) yabei TAKAYANAGI
1 08-Vaginulinopsis inversa carinata SILVESTRI
1 54-Vulvul ina capreola (d'ORBIGNY)
99- Stilostomella fistuca (SCHWAGER)
230-Globoquadrina altispira altijpira (CUSHAaAN & JARVIS)
95-Sphaeroidinellopsis sp.
3-Astacolus crepidulus (FICHTEL S. MOLL)
20-Chrysa logonium obliquatum (BATSCH)
70-Martinottiel la communis perparva CUSHMAN
94-Sphaeroidir>el lopsis seminulina (SCHWAGER)
1 49-Orthomorphina bassanii (FORNASINI)
48- G I oborota I ia (d'ORBIGNY)
179-Praeglobobulimina pyrula (d'ORBIGNY)
1 07-Uvigerina rutila CUSHMAN &TODD
1 29- Gl oborota lia cf. obesa BOLLI
171-Lenticulina echinata (d'ORBIGNY)
241 -Siphonina planoconvexa (SILVESTRI)
6- Bolivina lucana PIRINI
173- Lenticulina vortex (FICHTEL & MOLL)
271 -Vaginulina (?) tricarinata_d'ORBIGNY
1 14-Bolivina pseudopunctata HOGLUND
142- Lenticulina orbicularis (d'ORBIGNY)
207- Gl oborota lia crassaformis (GALLOWAY & WISSLER)
208- Gl oborota lia puncticulata ( DESHAYES)
247-Brizalina sp.
7- Bolivina piacentina ZANMATTI
1 55-Vulvulina pennatula (BATSCH)
1 28-Globorotalia apertura PEZZANI
5-Bolivina (?) leonardii ACCORDI & SELMI
73-Mucronina gemina (SILVESTRI)
1 31-G|oborotalia scitula (BRADY)
143- Marginulina costata (BATSCH)
1 59-Cassidulinoides bradyi (NORMAN)
174- Marginulina hirsuta d'ORBIGNY
1 88-Vaginulinopsis bononiensis (FORNASINI)
235-Marginulina subbullata HANTKEN
283-Marginulina crebricosta SEGUENZA
1-Anomalinoides helicina (COSTA)
113-Bolivina apenninica BARBIERI & MOSNA
304-Globorotalia crassula CUSHMAN & STEWART
Tabi. 6.
— Dans la distribution de Globigerina apertura Cushman on a inclus mème G.decoraperta Takaya-
nagi & Saito.
— • La réunion dans Globigerina micro$tom» Cita de plusieurs exemplaires, «pii se rapprochent étroi-
tement à elle.
(') Dans la détermination des Foraminifères on a siavi la classification de Lof.blich & Tappan (19(i4).
S. IACCARINO
176
— Dans la partie inférieure du Tabianien et précisément dans Féchantillon n. 2269 paraissent de fré-
quents exemplaires de Globo quadrino, altispira altispira (Cushman & Jarvis), ee qui n’est pas
une nouveautè dans le Pliocène de la Piaine du Pò (elle se trouve mème dans le T Crostolo) et
dans autres localités d’ Italie.
Son état de eonservation très bon et des observations de caractère paléogéographique portent à con-
sidérer eette présence comme une survivance.
— On a ealculè ensemble, pour des avantages pratiques, Globigerina concinna Rettss et G. quin-
queloba Natland.
Panni les Foraminifères benthoniques on doit observer :
— Brizalina (?) clila.ta.ta (R-euss) parait avec un point d ’ interrogation parce que, mème si elle pré¬
sente toutes les caractéristiques du genre Brizalina. quelquefois elle présente dans la dernière loge
des plis basales, ou procès postérieurs. Celles-ci sont des caractéristiques du genre Bolivina. On
peut appliquer les mème considerations à l’espèce Br. (?) antiqua (d’Orbigny).
• — Dans toutes les espèces qu’on a classifiè d’une manière incertaine comme Bolivina, le point d 'in¬
terrogatimi indique que, mème si l’on peut observer la forme générale, manquent les plis basales,
ou procès postérieurs, caractéristiques de ce genre.
— Rectouvig crina tenuistriata sipkogenerinoides (Lipparini) correspond au groupe de la U.gaudrynoi-
des de quelques Auteurs.
- — Bulimina costata d’Orbigny et B. infinta Sequenza on été distinguées dans le tableau de distri-
bution (n. 1). La méthode qu’on a suivie pour la distinction, à cause des insuffisantes descriptions
et représentations de ces espèces, consiste dans la forme générale, plus renflée pour la première, et
dans les còtes coupées à escalier en B. costata et simplement incisées en B. in fiat a.
■ — D’autres genres ont présenté des difficultés de determinatimi, suivant la nouvelle classificatimi ;
ces difficultés sont dues aux interprétations con troversées des quelques caractéristiques: Botivi -
yiopsis par exemple, selon quelques-uns, doit ètre distinguées de Spiroplect'ammina, tandis que
sei on d’autres, doit remplacer Spiroplectammina étant donné que sa copili] le est arenacée.
Considerations de milieu.
Dans toute la sèrie étudiée on n’observe aucune remarquable différentiation lithologique et, donc,
faute de particulières lithofaciès (comme à Castell ’Arquato), ce n’est que l’étude de la microfaune (et
surtout l’étude statistique) qui a mis en évidence des variations de milieu.
Les diagrammes statistiques du pi. 1 (-1) en effet, permettent de distinguer du point de vue
du milieu la sèrie tabianienne-plaisancienne de Tabiano B. en deux parties, c’est-à-dire comme à Castel-
1 ’Arquato, une partie inférieure (Tabianien) et une partie supérieure (Plaisaneien).
Cette divisimi serait en correspondance de Féchantillon n. 2220 bis, qui représenterait deja la
base du Plaisaneien.
Cette differenee consiste surtout dans la brusque baisse du rapport p/b, dans la légère augmen-
tation du genre Ammonio, dans la diminution du nombre des genres et des espèces et du genre Uvi-
gerina, et dans l’augmentation du genre Bolivina.
Toutes ces données dans leur ensamble semblent indiquer pour la partie inférieure (tabianienne)
la zone de la plateforme extérieure, tandis que pour la partie supérieure (plaisancienne) la piate-forme
inférieure ou la limite elitre la plateforme extérieure et inférieure.
Des données paléoécologiques detaillées on peu tirer des considerations sur certaines espèces
(") Les pourcentages des genres sont par rapport au nombre total des Foraminifères benthoniques.
LES FORAMINIFERES DU STRATOTYPE DU TABIANIEN (PLIOCENE INFERIEUR) ETC.
177
ou sur des groupes des espèees homéomorphes, ou sur la particulière abondance des groupes de micro-
fossiles cornine Radiolaires et Spieules d’Bponges.
Il faut remarquer enfili l’expression antithétique des genres Bolivina et Uvigerina demonstrée
par les diagrammes de la planche 1.
Comparaisons.
L’étude micropaléontologique de cette sèrie et surtout de la partie tabianienne permit des
comparaisons avee d’autres affleurements de Tabianien situés dans le Nord de 1 "Italie.
En allant de l’Ouest vers l’Est on a:
Piémont (à l’Ouest de Tabiano B.). — Le Pliocène du Piémont se présente plus sableux et les mi-
crofaunes sont moins riches et moins caractéristiques ; c’est pour cela que seulement une partie des
unités biostratigrapliiques observées à Tabiano B. pourrait ètre présente.
Vemasca-Castell’Arquato et T. Stirene (à l’Ouest de Tabiano B.). — A V ernasca-Castell ’Arquato (Bar¬
bieri, 1967) et dans le T. Stirene (Papani & Pelosio, 1962) le Tabianien est beaucoup plus épais,
mais avec un plancton moins earaetéristique. Le Plaisancien est plus sableux et les formes caracté¬
ristiques soit benthoniques que planCtoniques sont plus rares.
Rio Lombasino (à l’Est de Tabiano B.). — L’étude de la sèrie de R. Lombasino (Iaccarino, 1963) a
été limitée au Tabianien. Très semblables cornine lithologie, micropaléontologie et biostratigraphie.
Maiatico (à l’Est de Tabiano B.). — Le Pliocène de Maiatico en ce qui concerne la lithologie et la
microfaune d’après ce que nous pouvons savoir suivant l’étude des échantillons isolés, ou de séries
locales est très semblable à celui de Tabiano. La différence consiste dans le Tabianien de Maiatico, qui
est plus épais.
T. Crostolo (à T Est de Tabiano B.). — Meme avec le Pliocène du T. Crostolo (Barbieri & Petrucci,
1967) il y a d’étroites ressemblances microfaunistiques et d ’épaisseur : ce n’est que du point de vue
du milieu que l’on observe une légère différence microfaunistique dans le Plaisancien du T. Crostolo,
qui témoigne d’une plus grande profondeur ou d’une plus longue distance de la cote. Une autre
donné eommune est la présence de Globo quadrino, altispira altispira dans le Tabianien.
Conclusions.
La limite iiiférieure du Tabianien dans la localité-type est caracterisée par un conglomerat.
La limite avec le Plaisancien situé au dessus, lithologiquement, ne peut pas ètre déterminée : il
a été possible d’arriver à cette separatimi (qui se trouve entre les échantillons n. 2320 et n. 2320bis)
seulement sur des bases microfaunistiques.
Le critère paléontologique pour cette distinction a été tiré de la localité-type du Plaisancien
à Nord de Lugagnano Val d’Arda et plus précisément au pied de 1 ’escarpement de M. Giogo, où est
situé la limite entre Tabianien et Plaisancien.
Le Plaisancien institué en 1857 par Mayer a le droit de priorité sur le Tabianien, institué lui
aussi par Mayer en 1867. Tenant eompte de la limite inférieure du Plaisancien, qui suivant quelques-
uns (British Comm. Cenozoic) est la limite principale, le Tabianien est defini (supérieurement) par
le premier.
Les caractéristiques paléontologiques, donc, retrouvées au top du Tabianien de Lugagnano Val
d’Arda (Barbieri, 1967) on les étend à Tabiano. Ces caractéristiques consistent surtout dans la di-
sparition de deux espèees, Lune planctonique et l’autre benthonique, c’est-à-dire Globorotalia hirsuta
et Uvigerina rutila avec une valeur stratigraphique reconnue aussi au dehors de la Piane du Pò.
178
S. IACCARINO
De la partie inférieure du Plaisancien de Lugagnano Val d’Arda on peut étendre aussi à Tabiano
les earactéristiques assoeiatives, cornine la brusque augmentation du genre Bolivina et la brusque
baisse du rapport p/b.
Par rapport à cette limite, Ficula ficoides, caractéristique principale des « couches de Tabiano »
par Mayer, disparaìt quelques dizaines de mètres plus haut, c’est-à-dire dans le Plaisancien s. s. basai
(Pelosio, 1967).
Riassunto. _ Nella località di Tabiano Bagni (Provincia di Parma) è stata misurata e campionati una serie
stratigrafica comprendente lo stratotipo del Tabianiano e parte del Piacenziano s. s. sovrastante. La campionatura è
stata effettuata su due spezzoni e precisamente dietro la Chiesa nuova e ad est delle Terme, dove attualmente è in
costruzione una strada.
La serie ha uno spessore complessivo di circa 300 m ed è rappresentata litologicamente da alcuni metri di con¬
glomerato basale (14 m) e da 285 m di argille e marne grigio -blu di cui 140 m di Tabianiano e 145 m di Pia-
eenziano s. s. .
Lo studio micropaleontologico condotto sui Foraminiferi, ha permesso di suddividere biostratigraficamente la
serie in diverse zone, per il momento informali ed alcune provvisorie. I limiti delle zone, in genere, sono stabiliti
sulla scomparsa dei vari « marTcers ».
Sono state distinte due biozonature, una con Foraminiferi planctonici ed una con Foraminiferi bentonici.
Nel Tabianiano sono state individuate una zona a Globorotalia hirsuta tra i planctonici e una zona a Uvige¬
rina rutila, con la sottozona a Bolivina (?) yabei tra i bentonici.
Nel Piacenziano sono state riconosciute le zone a Globorotalia crassaformis e Gtl. puncticulata e a Gtl. crassula
tra i planctonici ed una zona ad Anomalinoides helicina tra i bentonici.
Lo studio micropaleontologico è stato condotto, inoltre, con criterio statistico che ha permesso di trarre consi¬
derazioni peleoecologiche dal rapporto planton-benthos e dalla distribuzione percentuale di alcuni generi di Foramini¬
feri, come Bolivina-Brizalina, Bulimina, Uvigerina e Cassidxdina.
Sulla base di questi dati, lè argille marnose di Tabiano Bagni sembrano essersi deposte nell’area della piatta¬
forma esterna, mentre quelle del Piacenziano nell’area della piattaforma interna o al limite tra la piattaforma interna
ed esterna.
Abstract. — The composite stratigraphic section, including thè Tabianian stratotype and part of thè Piacenzian s.s.
has been measured and sampled on two localities of Tabiano B. (Parma prov.) and namely beliind thè « Chiesa
nuova » and « Est Terme », where a road is under costruction.
The stratigraphic section is 300 m tliick and represented litologically by some metres of basai conglomerate
(14 m) and by 285 m of claystone or marls blue-grey, of which 140 m of Tabianian and. 145 in of Piacenzian s.s.
The micropaleontological study, made on thè Foraminifera, has permitted to subdivide biostratigraphically thè
section in informai zones, some of which provisional.
The zones-boundaries have been generally based on thè disappearanee of thè various « markers ». Two sets of
biozones have been distinguished, one with planktonie Foraminifera and one with benthonic Foraminifera.
In thè Tabianian, a Globorotalia hirsuta zone among thè plankt-onics and a Urigerina rutila zone with thè
Bolivina (?) yabei subzone among thè benthonic, have been distinguished.
In thè Piacenzian a Globorotalia crassaformis and Gtl. puncticulata zone, a Gtl. crassula zone among thè
planktonics and a Anomalinoides helicina zone among thè bentlionics have been reeognized.
The micropaleontological study has been also carried out on statistical basis and several paleocological infor¬
matici) have been obtained from thè plankton-benthos ratio and from thè percentage distribut.ion of some genera of
Foraminifera, sudi as Bolivina-Brizalina, Bulimina, Uvigerina and Cassidulina.
On thè basis of tliese data, thè marl-claystones of Tabiano Bagni seein deposited in thè outer shelf, while tliose
of tlie Piacenzian, in tlie inner shelf or at thè limit between tlie inner and outer shelf.
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IACCARINO S • Les foraminifères du Tabianien (Pliocène inférieur) de Tabiano Bagni (Parma)
PI. I
FRANCESCO BARBIERI el FRANCO PETRUCCI
LA SERIE STRATIGRAPHIQUE DU MESSINIEN AU CALABRIEN DANS
LA VALLEE DU T. CROSTOLO (Reggio Emilia - dalie se pL)
(une figure dans le fexfe ef une planche)
Laboratoire de Mieropaléontologie de l’Institut de Géologie de l’Université de Parme avec la contribution du C.N.R.
- Groupe de Reeherehe pour la Géologie de l’Apennin septentrional et de la Toscane. Section V - Parme (i).
Object. — La présente reeherehe, concernante l’étude stratigraphique et microbiostratigraphique
de la sèrie mesurée dans la vallee moyenne du Torrent Crostolo (province de Reggio Emilia), veut
contribuer à la division en biozones du Pliocène du bassin de la Méditerranée, fournissant au C.M.N.S.
les donnés néeessaires pour se prononcer sur la validité ou non des étages Tabianien, Plaisancien et
Astien et de ses st.ratotypes.
Remerciements. — On desire remercier M. le Prof. Sergio Venzo, directeur de 1’ Institut de Géo¬
logie, Paléontologie et Géograpbie de 1’ Université de Parme, qui nous a permis d’achever eette étude.
Introduction. — La sèrie stratigraphique, continue, a été mesurée et échantillonnée pour la section
inferieure le long du Rio Vendìna (affluent du T. Crostolo) et pour la section supérieure le long du
T. Crostolo mème (fig. 1).
Stratigraphiquement elle s’étend des terrains du Miocène supérieur avec évaporites (Messinien)
jusqu’au Pleistocène inférieur avec Hyalinea ialthica et Cyprina islandica (Calabrien).
La sèrie a une épaisseur de 1700 mètres à peu près, dont 1000 mètres sont au Pliocène.
Le motif, qui nous a poussé à mesurer et échantillonner cette sèrie, a été son excellente exposi-
tion, déterminée par un rajeunissement des cours d’eau, qui a incisé profondement le vieux lit du
T. Vendìna, empèchant en mème temps la formation de la normale couverture alluviale dans le
T. Crostolo.
On ne pouvait pas en effet négliger une telle sèrie, bien mesurable et litologiquement uniforme,
la quelle, vu son caractère de sédimentation néritique, devait fournir à une étude micropaléontolo-
gique des données biostratigraphiques importantes.
Apercu géologique (fig. 1).
Du point de vue géologique il s’agit d’une sèrie monoclinale, s’enfocant dans la piaine avec des
couches suffisamment inclinées (45°-25° dégrées), interrompue par un motif structural, petite flessure
ou pli-faille, convergent vers la piaine, et qui fait affleurer les terraines du Pliocène supérieur pour
une longue étendue de la sèrie.
( 1 ) Parme, Institut de Géologie et Paléontologie de l ’ Université} mars 1967,
8
182
F. BARBIERI et F. PETRUCCI
Les terrains du Messinien
au Calabrien dans
la Vallee du Crostolo
Alluviones moyen-récentes
Fluvial Wurm
Fluvial Riss
Pleistocene (Cai.)
Pliocene (Tab. et Plais.
Miocène ( Mess.)
'Argille scagliose" ; olistost,
-L-H Flysch du Crétacique sup.
Station/ eCharlt ill0n
’5~/— 5307
Fig. 1. — La Geologie de la zone et tracé de la sèrie, dans la vallèe du T. Crostolo.
La Serie stratigraphique (Pi. I).
La sèrie (1700 mètres d’épaisseur à peu près), peut ètre divisée en quatre parties de bas en haut:
1) Argiles grises, sables, gypse et anbydrite; 300 mètres d’épaisseur. Miocène supérieur ou
Messinien.
2) Argiles, argiles marneuses et parfois silteuses grises-bleues avec frequente malacofaune;
1030 mètres d’épaisseur. Tabianien et Plaisancien,
LA. SERIE STRATIGRAPHIQUE DIJ MESSINIEN AU CALABRIEN ETC.
183
3) Argiles sableuses et silteuses grises ou grises-bleues avec frequente malacofaune et des ni-
veaux eaillouteux et des conglomérats dans la partie supérieure; 150 métres environ d’épaisseur. Pleis¬
tocène marin; Calabrien à Hyalinea balthica et à Cyprina islcmdica dans la partie inférieure.
4) Argiles, sables, graviers à stratificatimi entrecroisée ; 300 mètres environ d ’ épaisseur.
Pleistocène subcontinental et Continental.
Micropaléontologie et biostratigraphie (PI. I).
Presque toute la sèrie du Crostolo s’est révélée fossilifère. Les microfossiles particulièrement
sont très copieux et panni eux les Foraminifères ont le plus grand poids, soit du point de vue quan-
titatif, soit stratigraphique. Notre étude est basée sur ce groupe de microfossiles. Seulement dans le
Miocène les Foraminifères sont parfois plus rares, ou complètement absents, cornine en correspondance
des niveaux évaporitiques.
Les Foraminifères bentlioniques et planctoniques sont bien représentés, soit cornine nonibre
d’espèces, soit comme nombre d’individus (x).
De l’examen de presqu’une centaine d’échantillons on a pu tirer une biostratigraphie de tout, le
Pliocène et d’une partie du Pleistocène; mais cela n’a pas été possible pour le Messinien, pour des
motifs de nature écologique, qui rend très irregulière et souvent oligospécifique la présence des Fora¬
minifères, soit benthoniques que planctoniques.
De bas en haut on peut résumer ainsi la sèrie d 'un point de vue micropaléontologique et biostra-
tigraphique :
1) Le Messinien est caractérisé, dans la partie inférieure, par des Foraminifères en rares
exemplaires, appartenants aux suivantes espèces : Gioì) or ot alia menar dii (d ’Orbigny), Uvigerina aube-
riana d ’Orbigny, Bolivinopsis carinata (d ’Orbigny), Anomalinoides helicina (Costa), Vulvulina pen-
natida italica Cushman.
Au contraire on trouve fréquemment en certains niveaux : Brisalina dentellata Giannini & Ta-
vani et Bulimina echinala d ’Orbigny. Plus ou moins dans tout P intervalle ils sont présents: Orbu-
lina universa d ’Orbigny, TJ viperina pygmaea d ’Orbigny et Uvigerina peregrina Cushman.
2) Le Pliocène et le Pleistocène ont été divisés dans les suivantes zones basées sur des Forami-
nifères soit planctoniques soit benthoniques (2).
A - Foraminifères planctoniques (de bas en haut):
Zone à Globorotalia hirsuta (d’ORBiGNY) (Tabianien).
Le marker de cette zone est la forme comprimée, avec la périphérie aigiie et avec la dernière
loge aplatie, de Globorotalia hirsuta. Cette espèce est associée à des autres formes planctoniques,
panni les quelles Globorotalia pseudopachyderma Cita, Globigerinoides gomitai us Sequenza, Globige-
rina aff. bradyi Wiesner. On trouve fréquemment et d’une excellente valeur stratigraphique des
formes benthoniques assoeiées, tei que Uvigerina rutila Cushman et Marginulina hirsuta ■ d ’Orbigny.
Zone à Globorotalia puncticulata (Deshayes) et Globorotalia crassaformis (Galloway &
Wissler) (3) (Tabianien-Plaisancien).
Ces deux espéces, qui paraissent dans la zone à Globorotalia hirsuta (Tabianien), disparaissent
ensemble dans le Plaisancien. Les Foraminifères planctonique associés sont plus ou moins ceux de
(1) Dans la d.étermination des Foraminifères ou a suivi la classification de Loeblich R. A. & Tappan H. (19(i4).
(2) Les unités biostratigraphiques sont toutes des unités informelles; quelques-unes seront élevées à «Zone dis¬
sociatimi » et à « Zone de distribution » ; des autres au contraire sont absolument provisoires et locales et peuvent ètre
éliminée. On a clioisi en grand partie la disparition des markers comme des limites supérieures.
(3) Gtl. crassaformis à été souvent classifiée comme Gtl. puncticulata. Les caractéristiques principales de Gtl.
crassaformis sont la longue ouverture de 1 imbibe, ou elle est plus large, à peu près jusqu’au bord périphérique,
184
F. BARBIERI et P. PETRUCCI
la zone a Gtl. hirsuta. Les formes benthoniques associées sont les suivantes: Mucronina gemina (Sil¬
vestri), Anomalinoides helicina (Costa), Lenticulina echinata (cI’Orbigny) et Lenticulina vortex
(Fichtel & Moll).
Zone à Globigerina spp. et Globigerinoides spp. (provisoire) (Plaisancien).
En cet intervalle on n’à pas observé des espèces, qui puissent constituer un marker valable.
11 s’agit par eonséquence d’une zone provisoire de complement et tout à fait locale.
Les espèces mieux représentées sont Globigerina bulloides d ’Orbigny gr., Globigerinoides obli¬
quus Bolli, Globigerinoides gomitidus (Seguenza), panni les benthoniques Anomalinoides helicina
(Costa) et Marginulina costata (Batsch).
Zone à Globorotalia crassula Cushman & Stew. (Plaisancien).
Les exemplaires de eette espèce, qui représente un bon marker, sont assez rares mais typiques.
Les planctoniques associés sont Globigerinoides elongatus (d ’Orbigny) et Globigerinoides gomitulus
(Seguenza).
Zone à Globorotalia inflata (d’ORBiGNY) (Plaisancien-Calabrien).
Les exemplaires de Globorotalia inflata (d’ORBiGNY), marker de cette zone, sont rares. En asso-
ciation, 011 trouve Orbulina gen. et Cassidulina neocarinata Thalmann et Bulimina marginata d’OR-
bigny et inférieurement Globigerinoides gomitulus (Seguenza) et Globigerinoides obliquus Bolli.
B - Foraminifères benthoniques (de bas en haut):
Zone à Uvigerina rutila Cushman (Tabianien).
Elle est présente en tout le Tabianien et elle est associée aux Foraminifères planctoniques Globo¬
rotalia crassaformis (Galloway & Wissler), Gtl. puncticulata (Deshayes) et Gtl. hirsuta (d’OR-
bigny) et aux benthoniques Margimdina hirsuta (Z’Orbigny, Bolivina apenninica Barbieri & Mosna,
Anomalinoides helicina (Costa) et Bolivina lucana Pirini.
Sub-zone à Bolivina (?) yabei Takayanagi.
C’est douteuse 1 ’attribution générique de cette espèce, qui presente des caractères intermédiaires
elitre Bolivina, Brizalina et Bectobolivina. Elle est présente dans la patrie inférieure de la zone. On
peut l’estimer un bon marker, car elle a été observée dans la mème position stratigrapliique soit à
Tabiano, soit à Yernasca-CastelFArquato.
Zone à Anomalinoides helicina (Costa) (Plaisancien).
Cette espèce, présent dans le Miocène supérieur et dans le Tabianien, disparait avec Globoro¬
talia crassula Cushman & Stew. Elle est associée outre qu’à Gtl. crassula à des autres formes planc¬
toniques, c’est à dire Orbulina universa d ’Orbigny, Globigerinoides gomitulus (Seguenza), Globigeri¬
noides obliquus Bolli et Globigerina aff. bradyi Wiesner et aux benthoniques Marginulina costata
(Batsch), Lenticulina costata (Batsch) et Lenticulina echinata (d ’Orbigny).
Zone à Bulimina marginata d’ORBiGNY (Plaisancien-Calabrien).
Toujours présente et souvent frequente et typique, Bulimina marginata d ’Orbigny est l’espèce
benthonique plus caractéristique de cet intervalle. Elle est associée à Orbulina universa d ’Orbigny
et C assiduiina neocarinata Thalmann.
Sub-zone à Hyalinea balthica (Schroeter) (Calabrien).
Elle est présente dans la partie supérieure de la zone à Bulimina marginata. Les exemplaires
sont rares.
Zone à Ostracodes lisses (provisoire).
Cet intervalle ne contient pas de formes qui puissent représenter un marker. 11 s’agit d’Ostra-
codes, panni lesquels Ilyocypris, présents en tout l’ intervalle et parfois copieux.
Les Mollusques sont très frequents et représentós par des espèces d’eau douce.
LA serie stratigraphique du messinien au calabrien etc.
185
Comparaisons.
Piémont. — Elitre le Pliocène du Piémont et celui du Crostolo il y a très peu d’affinité litliolo-
gique. Dans le Piémont les sables, ou le contenu sableux, sont très marqués, tandis qu’ils sont pres-
qu’absents dans le Crostolo.
Du point de vue micropaléontologique, dans le Crostolo les Foraminifères sont plus nombreux
cornine espèces et comme individus et plus indicatifs. La division en biozones érigée en cette sèrie
n’est qu’en partie reconnaissable en Piémont.
Vernasca - Castell’Arquato (Barbieri 1967). — Dans le Crostolo le Tabianien est assez moins épais,
un peu plus que 200 mètres, le Plaisancien est moins sableux et on ne trouve pas les sables et les
calcarénites de la partie supérieure. Du point de vue micropaléontologique les différences sont plus
marquées. Dans le Crostolo les Foraminifères planctoniques sont assez mieux représentés et parali les
bentlioniques 1 ’ influence de la faciès sur les Foraminifères est beaucoup moins évidente.
Les mèmes considerations sont valables pour la sèrie du T. Stirane (Papani & Pelosio 1962).
Tabiano et Rio Lombasino. — Il y a beaucoup d’affinités et pour certains aspects des identités
entre le Pliocène du T. Crostolo et le Pliocène des coupes de Tabiano et de Rio Lombasino (Iacca-
rino, 1963 et 1967). Dans le Tabianien les affinités sont très serrées, soit pour ce qui concerne la lytlio-
logie et l’épaisseur, aussi bien que les fossiles.
Maiatico. — Le Tabianien est plus épais et le Plaisancien, au sommet, est sableux, ou sableux
argileux pour quelques dizaines de mètres. Du point de vue micropaléontologique, tres probablement
pour Maiatico on peut répéter les mèmes considerations faites pour Tabiano et Rio Lombasino, bien
que la sèrie a été mesurée et échantillonnée, mais l’examen micropaléontologique n’a pas été complété
et les renseignements sont limités à des échantillons isolés et à quelques petites séries partielles
(Ballotta).
Conclusions (Pi. I).
Les étages reconnus dans la sèrie du Crostolo sont les suivants de bas en liaut: (*)
Messinien (ou Miocène supéricur) avec des microfaunes, parfois oligospecifiques, et avec des éva-
porites. La limite avec le Tabianien est suffisement évidente du points de vue lytbologique et micro¬
paléontologique et d’autre part il ne semble pas exister des discontinuités ou des lacunes. Des micro-
faunes (y compris les Ostracodes) il ne resuite pas des dépóts saumàtres d’eau douee.
Les niveaux avec Foraminifères d’eaux peu profondes, sont rare et il y a toujours la doute
d’un déplacement dans des eaux plus profondes. La présence en outre des niveaux à Uvigerina té-
moigne des épisodes d’eaux plutót profondes et pas trop chaudes.
Ce group de donnés permet de considérer ces dépots du Messinien comme formés dans une
bassin en communication suffisamment continue et directe avec la mer ouverte (on pourrait exclure
les vraies lagunes).
En fin, le Miocène supérieur du Crostolo représenterait un épisode, dans la sédimentation con¬
tinue Miocène-Pliocène, lié à des conditions partie ulières chimiques-phisiques, déterminées par des
facteurs climatiques et géographiques (fermetures de détroits) concomitants et intéressants le bassin
de la Méditerranée.
Le fait que dans le Miocène supérieur on a eu une vaste émersion, avec la formatimi de la-
O Dans la colonne gauclie de la Planche I ila sont indiquées des niveaux, où on trouve deS formes particuliè-
renient abondantes qui peuvent fournir des données sur le milieu.
180
F. BARBIERI et F. PETRUCCI
gunes, ne justifie pas suffisamment la présence de beancoup d’évaporites si communes et si synchro-
nes dans tout ce bassin. En effet pas toutes les régressions et les émersions sont caraetérisées par ce
particulier type de dépbt.
Il faut encore déterminer en quel direction et mesure la temperature, la salinité et l’aridité ou
moins du climat ont été déterminantes.
Tabianien, représenté par des argiles, argiles marneuses grises-bleues, avec des riches micro-
faunes et une frequente malacofaune. Il s’agit de sédiments néritiques (moyen-inférieur).
La limite avec le Plaisancien (Pliocène moyen-supérieur) est basée exelusivement sur un
critèrc micropaléontologique, qui a été expliqué dans un autre travail (Barbieri, Vernasca-Castell’Ar-
quato, 1967).
Plaisancien, représenté par des argiles marneuses grises-bleues, un peu sableuses supérieure-
ment. Les niicro et les macrofaunes sont abondantes. Il s’agit de sédiments neritiques (moyen-
inférieur).
La limite avec le Calabrien est assez bien définissable sur des bases micropaléontologiques pour
l’apparition de Hyalinea bai tkica (Schroeter), associée à Cyprma islandica.
Calabrien, constitué d’argiles, argiles marneuses et parfois sableuses, grises et grises-bleues, avec
frequente microfaune.
En haut les sédiments (graviers, argiles, sables, conglomérats) et les fossiles (Gasteropodes et
Ostracodes) témoignent des conditions du milieu toujours plus faiblement marines jusqu’aux conti-
nentales.
Pour ce qui concerne le « Calabrien atypique » ou « Precalabrien » (dans le present travail
inclus dans le Pliocène), on renvoye aux travaux de Selli (1951 et 1960).
Riassunto. _ La serie stratigrafica elei Crostolo è stata misurata e campionati lungo il Rio Vendìna ed il tor¬
rente Crostolo. Dal punto di vista crono-stratigrafico va dal Messiniano (Miocene superiore) al Tabianiano e Piacen-
ziano (Pliocene) fino al Calabriano (Pleistocene inferiore).
Il Messiniano è rappresentato da 300 metri di argille ed evaporiti (gesso ed anidrite), con rari fossili indicativi
del Miocene ed associazioni di facies spesso oligospecif ielle.
Il Pliocene è argilloso e potente circa 1000 metri. Sono state riconosciute in esso due serie di zone paleontolo¬
giche basate su Foraminiferi planctonici e bentonici. Queste zone sono informali ed alcune provvisorie. I principali
« marlcers » di zona sono i seguenti : Globorotalia liirsuta, Gtl. crassaformis, Gtl. puncticulata, Gtl. crassula, Gtl. in-
flata tra i planctonici e Uvigerina rutila, Anomalinoides lielicina e Bulimina marginata tra i bentonici.
Il Pleistocene è argilloso e marino nella parte Calabriana con fossili caratteristici come Hyalinea baltliica, argil¬
loso o eonglomeratieo e subcontinentale o continentale con Gasteropodi e Ostracodi verso l’alto, per uno spessore di
350 metri circa.
La serie sembra essere continua. La tavola I contiene la litologia, le unità cronostratigraficlie, le unità biostra-
tigrafielie, i Foraminiferi più caratteristici e le particolari frequenze di alcune specie o generi di Foraminiferi come
indicatori ambientali.
Abstract. — The Crostolo stratigraphic section has been measured and sampled along thè Vendina stream and
thè Crostolo torrent. It is ranging in age from Messinian (LTpper Miocene) to Tabianian and Piacenzian (Pliocene)
up to Calabrian (lower Pleistocene).
The Messinian is represented by 300 meters of claystone and evaporites (gypsum and anliydrite) witli rare
Miocene diagnostie microfaunas and facies assemblages often oligospecifie.
The Pliocene is about 1000 meters thick and clayey; there bave been recognized two sets of paleontological
zones based on planktonic and benthonic Foraminifera. These zones are informai and a few provisional. The main
zone markers are thè f ollowing : Globorotalia hirsuta, Gtl. crassaformis, Gtl. puncticulata, Gtl. crassula and Gtl. in¬
fiala ainong thè planktonic and Uvigerina rutila, Anomalinoides lielicina and Bulimina marginata among thè benthonic.
The Pleistocene is clayey and marine in thè Calabrian section witli diagnostie Foraminifera as Hyalinea bal¬
thica, clayey or eonglomeratie and subcontinental or Continental with Gastropods and Ostracods upwards, for a thick -
ness of 350 meters.
The stratigraphic eontaets seem to be all conformable. The table I show thè litliology, thè cronostratigraphic
units, thè biostratigraphic units, thè most characteristic forms and thè particular frequencies of some species and
genera of Foraminifera as environment indicators.
18?
LA SERIE STRATIGRAPHIQUE DU MESSINIEN AU CALABRIEN ETC.
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Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
BARBIERI F. et PETRUCCI F. - La sèrie du Messlnien
au Calabrien dans le T Crostolo (Reggio Emilia).
PI I
Finito di stampare il 1Ò settembre 1067
con i tipi della
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Editrice Succ. Fusi - Pavia
e registrazione
dell’Ufficio Stampa della Questura di Pavia
in data 13 settembre 1967
VOLUME IV.
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(NUOVA
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I - D’ACHIARDI A.: Corallarj fossili del terreno nummulitico dell’Alpi venete.
Parte II. 1868, 32 pp., 8 tavv.
II - GARO VAGLIO S. : Octona Lichenum genera vel adhuc controversa, vel sedis
prorsus incertae in systemate, novis descriptionibus iconibusque accuratissimis
illustrata. 1868, 18 pp., 2 tavv.
Ili - MARINONI C. : Le abitazioni lacustri e gli avanzi di umana industria in Lom¬
bardia. 1868, 66 pp., 5 figg., 7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - MARINONI C. : Nuovi avanzi preistorici in Lombardia. 1871, 28 pp., 3 figg.,
2 tavv.
SEBIE) VOLUME V.
I - MARTORELLI G. : Monografia illustrata degli uccelli di rapina in Italia.
1895, 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - DE ALESSANDRI G. : La pietra da cantoni di Rosignano e di Vignale. Studi
stratigrafici e paleontologici. 1897, 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
II - MARTORELLI G. : Le forme e le simmetrie delle macchie nel piumaggio. Me¬
moria ornitologica. 1898, 112 pp., 63 figg., 1 tav.
Ili - PAVESI P. : L’abbate Spallanzani a Pavia. 1901, 68 pp., 14 figg., 1 tav.
VOLUME VII.
I - DE ALESSANDRI G. : Studi sui pesci triasici della Lombardia. 1910, 164 pp.,
9 tavv.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
I - REPOSSI E. : La bassa Valle della Mera. Studi petrografia e geologici. Parte I.
1915, pp. 1-46, 5 figg., 3 tavv.
II - REPOSSI E. : La bassa Valle della Mera. Studi petrografici e geologici.
Parte IL 1916 (1917), pp. 47-186, 5 figg., 9 tavv.
Ili - AIRAGHI C. : Sui molari d ’elefante delle alluvioni lombarde, con osservazioni
sulla filogenia e scomparsa di alcuni Proboscidati. 1917, pp. 187-242, 4 figg.,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - BEZZI M. : Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi italiane. 1918, pp. 1-164,
7 figo-, 2 tavv.
II - SERA G. L. : Sui rapporti della conformazione della base del cranio colle
forme craniensi e colle strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio di
una nuova dottrina craniologica con particolare riguardo dei principali cranii
fossili). 1920, pp. 165-262, 7 figg., 2 tavv.
Ili - DE BEAUX 0. e FESTA E.: La ricomparsa del Cinghiale nell’Italia setten¬
trionale-occidentale. 1927, pp. 263-320, 13 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
I - DESIO A.: Studi geologici sulla regione dell’Albenza (Prealpi Bergamasche).
1929, pp. 1-156, 27 figg., 1 tav., 1 carta.
II - SCORTECCI G. : Gli organi di senso della pelle degli Agamidi. 1937, pp. 157-208,
39 figg., 2 tavv.
Ili - SCORTECCI G. : I recettori degli Agamidi. 1941, pp. 209-326, 80 figg.
VOLUME XI.
Fase.
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Fase.
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Fase.
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I - GUIGLIA D. : Gli Sfecidi italiani del Museo di Milano ( Hymen .). 1944, pp. 1-44,
4 figg., 5 tavv.
II-III - GIACOMINI V. e PIGNATTI S.: Flora e Vegetazione dell’Alta Valle del
Braulio. Con speciale riferimento ai pascoli di altitudine. 1955, pp. 45-238,
31 figg., 1 carta.
VOLUME XII.
I - VIALLI V. : Sul rinoceronte e l 'elefante dei livelli superiori della serie lacu¬
stre di Leffe (Bergamo). 1956, pp. 1-70, 4 figg., 6 tavv.
II - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico del Garda. Parte I:
Tratto occidentale Gardone - Desenzano. 1957, pp. 71-140, 14 figg., 6 tavv.,
1 carta.
Ili - VIALLI V. : Ammoniti sinemuriane del Monte Albenza (Bergamo). 1959,
pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico del Garda. Parte II.
Tratto orientale Garda - Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese. 1961,
pp. 1-64, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
II - PINNA G. : Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) dell’Alpe Turati (Erba,
Como). Generi Mercaticeras, Pseudomercaticeras e Brodieia. 1963, pp. 65-98,
2 figg., 4 tavv.
Ili - ZANZUCCHI G. : Le Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) di Entratico in
Val Cavallina (Bergamasco orientale). 1963, pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - VENZO S. : Rilevamento geologico dell’anfiteatro morenico frontale del Garda
dal Chiese all’Adige. 1965, pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - PINNA G. : Ammoniti del Lias superiore (Toarciano) dell’Alpe Turati (Erba,
Como). Famiglia Dactylioceratidae. 1966, pp. 83-136, 4 tavv.
Ili - DIENI I., MASSARI F. e MONTANARI L.: Il Paleogene dei dintorni di
Orosei (Sardegna). 1966, pp. 137-184, 5 figg., 8 tavv.
VOLUME XV.
I - CARETTO P. G. : Nuova classificazione di alcuni Briozoi pliocenici, preceden¬
temente determinati quali Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. 1966,
pp. 1-88, 27 figg., 9 tavv.
II - DIENI I. e MASSARI F. : Il Neogene e il Quaternario dei dintorni di Orosei
(Sardegna). 1966, pp. 89-142, 8 figg., 7 tavv.
Ili - BARBIERI F. - IACCARINO S. - BxlRBIERI F. & PETRUCCI F. : Il Pliocene
del Subappennino Piacentino-Parmense-Reggiano. 1967, pp. 143-188, 20 figg.,
3 tavv.
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze
Naturali, Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
Ri il
Date Due