soc 100 a
IO Ict.'f
HARVARD UNIVERSITY
LIBRARY
OF THE
Museum of Comparative Zoology
MUS. COMP.
LIBRARY
OCI 16 1968
HARVARD
UNIVERSITÀ
DELLA
SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE
DI MILANO
Volume XVI
CON 25 TAVOLE
MILANO
1967
Il' \
f> rr
EDITRICE SUCC. FUSI • PAVIA
INDICE DEL VOLUME XVI
Fascicolo I (1967)
Caretto P. G. - Studio morfologico con l’ausilio del metodo statistico
e nuova classificazione dei Gasteropodi pliocenici attribuibili al Murex
brandaris Linneo. (Con 1 fig., 7 tabelle e 10 tavv.) . ... .
Fascicolo II (1967)
Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G. - I nuovi fossili di Gozzano (Prealpi
Piemontesi). ( Con 30 figg. e 8 tavv.) .......
Fascicolo III (1967)
Pigorini B. - Aspetti sedimentologici dei Mare Adriatico. (Con 13 figg..
4 tabelle e 7 tavv.) ...........
-
S-£S-A)
MUS. COMP. ZOOL.
library
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE^ WAlI
E DEL HARVARD
UNIVERSity
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVI - Fase. I
PIER GIUSEPPE CARETTO
STUDIO MORFOLOGICO
CON L’AUSILIO DEL METODO STATISTICO E NUOVA
• • <S/%
CLASSIFICAZIONE DEI GASTEROPODI PLIOCENICI
ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS LINNEO
Con 1 figura, 7 tabelle e 10 tavole fuori testo
W
_ *c.
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’ Università di Torino
Lavoro eseguito e pubblicato con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche,
della Provincia di Torino e del Comune di Torino
MILANO
1967
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME i.
Fase. I - CORNALIA E. : Descrizione di una nuova specie del genere Felis : Felis ja-
cobita (Corn.), 1865 ,9 pp., 1 tav.
» II - MAGNI-GRIFFI F. : Di una specie d ’ Hippolais nuova per l’ Italia. 1865, 6 pp.,
1 tav.
» III - GASTALDI B. : Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli antichi
ghiacciai. 1865, 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
» IV - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologica dei terreni terziarii del distretto
di Messina. 1865, 88 pp., 8 tavv.
» V - GIBELLI G. : Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865, 16 pp.,
1 tav.
» VI - BEGGIATO F. S. : Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel Vicentino.
1865, 10 pp., 1 tav.
» VII - COCCHI I. : Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana industria dei tempi
preistorici raccolti in Toscana. 1865, 32 pp., 4 tavv.
» VIII - TARGIONI-TOZZETTI A.: Come sia fatto Porgano che fa lume nella lucciola
volante dell’Italia centrale ( Luciola italica ) e come le fibre muscolari in questo
ed altri Insetti ed Artropodi. 1866, 28 pp., 2 tavv.
» IX - MAGGI L. : Intorno al genere Aeolosoma. 1865, 18 pp., 2 tavv.
» X - CORNALIA E. : Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi e da
altri Coleotteri facili a confondesi con esse. 1865, 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
Fase. I - ISSEL A. : Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866, 38 pp.
» II - GENTILLI A.: Quelques considérations sur l’origine des bassins lacustres, à
propos des sondages du Lac de Come. 1866, 12 pp., 8 tavv.
» III - MOLON F. : Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867, 140 pp.
» IV - D ’ACHI ARDI A. : Corallarj fossili del terreno nummulitico delle Alpi venete.
1866, 54 pp., 5 tavv.
» V - COCCHI I.: Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866, 18 pp., 1 tav.
» VI - SEGUENZA G. : Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune rocce cre¬
tacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
1866, 18 pp., 1 tav.
» VII - COCCHI I.: L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867, 82 pp., 21 figg., 4 tavv.
» Vili - GAROVAGLIO S. : Manzonia cantiana, novurn Lichenum Angiocarporum genus
propositum atque descriptum, 1866, <9 pp., 1 tav.
» IX - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologica dei terreni terziari del distretto
di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867, 22 pp., 1 tav.
» X - DURER B. : Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul lago di
Como, ecc. 1867, 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
Fase. I - EMERY C. : Studii anatomici sulla Vipera Fedii. 1873, 16 pp., 1 tav.
» II - GAROVAGLIO S. : Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et Limboria, quatuor Li¬
chenum Angiocarpeorum genera recognita iconibusque illustrata. 1867, 12 pp.,
2 tavv.
» III - TARGIONI-TOZZETTI A. : Studii sulle Cocciniglie. 1867, 88 pp., 7 tavv.
» IV - CLAPARÈDE E. R. e PANCERI P. : Nota sopra un Alciopide parassito della
Cydippe densa Forsk. 1867, 8 pp., 1 tav.
» V - GAROVAGLIO S. : De Pertusariis Europae medine commentatio. 1871, 40 pp.,
4 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVI - Fase. I
PIER GIUSEPPE CARETTO
STUDIO MORFOLOGICO
CON L’AUSILIO DEL METODO STATISTICO E NUOVA
CLASSIFICAZIONE DEI GASTEROPODI PLIOCENICI
ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS LINNEO
Con 1 figura, 7 tabelle e 10 tavole fuori testo
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’ Università di Torino
Lavoro eseguito e pubblicato con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche,
della Provincia di Torino e del Comune di Torino
MILANO
1967
5-Es-W
MUS. COMP. ZOOL.
LIBRARY
JUN 7 1968
HARVARD
UNIVERSITY
EDITRICE SUCC. FUSI - PAVIA
I - PREMESSA.
Fra le faune a Molluschi tipiche del Pliocene non sono rari i Muricidi ed, in partico¬
lare, gli esemplari riconducibili, nella sistematica, al Murex brandaris Linneo.
In relazione alla notevole variabilità riscontrata in queste forme, fin dagli inizi del
secolo scorso diversi malacologi ne studiarono la morfologia, ponendone spesso in risalto gli
stretti rapporti di affinità con le conchiglie del Murex brandaris, vivente nei nostri mari.
Nel susseguirsi degli studi paleontologici, gli autori non espressero, però, opinioni del
tutto concordi sull’ inquadramento di tali interessanti Gasteropodi. Infatti, mentre per al¬
cuni i fossili pliocenici o gruppi di essi erano da attribuire senz’altro al Murex brandaris, in¬
teso secondo la classica definizione del Linneo, altri avevano attribuito gli stessi al Murex
comutus L., la nota forma vivente segnalata precipuamente lungo le coste ad ovest del¬
l’Africa.
Con l’approfondimento delle conoscenze morfologiche sui sempre più numerosi reperti
pliocenici utilizzati per i confronti, anziché giungere ad una conclusione sistematica soddi¬
sfacente gli autori si divisero ulteriormente nel tentativo di risolvere il problema della clas¬
sificazione di questi fossili.
Abbandonata dai più la tesi di una identificazione con il Mure x comutus, le conchi¬
glie subappennine vennero, in parte, considerate come appartenenti a specie diverse da quella
vivente o, più semplicemente, quali varietà della stessa. Non mancarono, a questo proposito,
studiosi che, in base a modificazioni del tutto secondarie nella morfologia delle conchiglie fos¬
sili, moltiplicarono le predette suddistinzioni, complicando ancora di più il problema siste¬
matico.
Nonostante un intensificarsi di studi sulle forme plioceniche, determinatosi verso la
fine dello scorso secolo, i malacologi non addivennero a soluzioni risolutive e, in seguito,
la questione venne pressoché abbandonata. Gli autori successivi, infatti, si occuparono, per lo
più, solo superficialmente dell’ inquadramento di questi fossili, esprimendo, spesso con dubbio,
opinioni non confortate da una approfondita considerazione dei dati morfologici apprezza¬
bili negli esemplari pliocenici.
Il conseguente accantonamento del problema sistematico ha, quindi, permesso il pro¬
trarsi di una certa confusione di inquadramento, rilevabile, ancora oggi, nelle classificazioni
diverse di forme sostanzialmente corrispondenti, riportate nei trattati di Paleontologia e nelle
pubblicazioni specializzate.
Il ritrovamento di numerosi esemplari tipici e ben conservati, conseguito ad una serie
di scavi personalmente condotti nei terreni pliocenici dell’Astigiano, mi ha indotto ad af¬
frontare uno studio morfologico di questi fossili, al fine di controllarne i dati filogenetici
e sistematici nonché per possibilmente addivenire ad una definizione modernamente accetta¬
bile della controversa collocazione specifica delle predette forme plioceniche (*).
(l) I reperti raccolti direttamente dallo scrivente e utilizzati per l’attuazione del presente lavoro sono
precipuamente conservati presso il museo annesso all’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di
Torino. Altri esemplari sono entrati a far parte delle collezioni dell’ Istituto di Geologia e Paleontologia del¬
l’Università di Bologna.
4
P. G. CARETTO
Onde pervenire a risultati maggiormente precisi e rappresentativi, la ricerca è stata
condotta sia con il consueto metodo naturalistico dei confronti che mediante l’utilizzazione di
quello statistico, secondo le cognizioni più sperimentate e moderne. La adozione della meto¬
dologia statistica per la interpretazione dei dati morfologici individuati nei fossili ha fornito
risultati del tutto soddisfacenti ed ha permesso di confermare determinate conclusioni dovute
alla osservazione naturalistica.
Nel licenziare alla stampa il presente lavoro desidero esprimere un vivo ringrazia¬
mento al Prof. Roberto Malaroda, Direttore dell’Istituto di Geologia e Paleontologia del¬
l’Università di Torino, per gli autorevoli consigli nonché per il materiale bibliografico e pa¬
leontologico largamente fornitimi con amichevole considerazione e interessamento. Molta ri-
conoscenza debbo pure al Prof. Carlo Remondino, dell’Università di Padova, per l’avermi
cordialmente assistito in tutta la fase di controllo, mediante il metodo statistico, delle indica¬
zioni sistematiche rilevate. Il Prof. Carlo Remondino, oltre a facilitarmi una più approfon¬
dita conoscenza della scienza statistica, nella quale egli è assai esperto, ha voluto seguire per¬
sonalmente lo svolgimento delle varie fasi di calcolo rese necessarie dallo sviluppo di questa
parte del lavoro e verificare i risultati del procedimento adottato.
Un ringraziamento particolarmente sentito debbo ancora esprimere al Prof. Vittorio
ViALLi, titolare della Cattedra di Paleontologia dell’Università di Bologna, per aver egli letto
criticamente il manoscritto della presente nota, fornendomi altresì indicazioni e consigli in
ordine alla nuova sistematica. Oltre che con il Prof. Vialli, ho potuto discutere temi sistema¬
tici con il Prof. Guido Bacci, Direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Torino, che
ringrazio anche per l’avermi favorito nella ricerca bibliografica.
Ringrazio, inoltre, le seguenti persone ed Enti che hanno agevolato l’attuazione e la
stampa del lavoro:
— Sig. Sergio Chirone, di Casabianca d’Asti ;
— Sig. Armando Coeli, tecnico presso l’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università
di Torino;
— Prof. Cesare Conci, Direttore del Civico Museo di Scienze Naturali di Milano;
— - Prof. Giuseppe Grosso, Sindaco della Città di Torino;
— Dott. Ferruccio Loro, di Udine;
— Prof. Giuseppe Nangeroni, Presidente della Società Italiana di Scienze Naturali;
— Avv. Gino Oberto, Presidente della Provincia di Torino ;
— Prof. Leo Pardi, Direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Firenze;
— P. I. Alessandro Porta, di Villafranca d’Asti.
— Prof. Lucia Rossi, dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Torino;
— Le Direzioni delle Stazioni Biologiche di Trieste e di Santa Margherita Ligure.
II - STUDI PRECEDENTI.
C. Linneo, nel 1758, stabilì su esemplari della forma mediterranea vivente i caratteri
distintivi del Genere Murex, successivamente consolidatosi nella sistematica e utilizzato per
identificare la stessa morfologia generale delle conchiglie appartenenti alla famiglia Murici-
dae. Il ritrovamento di esemplari fossili presentanti caratteristiche rapportabili al predetto
Murex brandaris L. ( [63] p. 3526), diede l’avvio ad una serie di studi intesi a definire l’in¬
quadramento degli stessi.
G. Brocchi, nel suo famoso studio del 1814, considerò questi fossili, tipici del Pliocene,
come suddivisi in due specie e li determinò quali M. brandaris L. e M. cornutus L. ([9]
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
p. 389), riferendoli, quindi, in parte alla nota forma vivente in acque non profonde intorno al¬
l’Africa. S. BORSON (1821) ([7] pp. 299, 310) ed altri malacologi mantennero questa distin¬
zione; essi, con riferimento al M. brandaris, ritennero di individuarne pure alcune varietà.
Nel 1822, J. B. de Lamarck, avendo esaminato esemplari specialmente provenienti dal
Pliocene piemontese, riunì le forme fossili considerate in una nuova specie, definita M. to-
rularius e caratterizzata da: conchiglia spessa, spira depressa, accentuata ornamentazione spi¬
niforme nell’ultimo giro e nel corpo sifonale ([61]p. 576). Successivamente al Lamarck non
vi fu un chiarimento del problema e gli studiosi continuarono a distinguere nel modo più
vario le conchiglie plioceniche. Mentre alcuni, come R. A. Philippi (1836) ([88] p. 210),
M. Grateloup (1840) ([50] t. 3, fig. 1) e G. Michelotti (1841) ([77] p. 14), si limitarono
a riferire i fossili al M. brandaris, M. de Serres (1829) ([104]) p. 115), H. G. Bronn (1831)
([10] p. 33) e P. Calcara (1841) ([13] p. 58) persistettero, invece, nel registrarne esemplari
sotto il nome di M. cornutus L. .
Verso la metà dell’ottocento, il Bronn (1848) ([11] p. 756) citò anche il M. torularius
Lam. e M. HÒrnes (1851) ([54] p. 258) definì la specie M. partschi, con riferimento a faune
dei terreni terziari dei dintorni di Vienna. Sempre in quel tempo, A. D’Orbigny ([40] p. 72)
indicò con la nuova denominazione di M. subbrandaris una ferma che, successivamente, venne
considerata come da ricondurre alla precedente distinzione del Lamarck.
Nella seconda metà dello scorso secolo, pur con l’ intensificarsi degli studi malacologici
su queste forme fossili, non si raggiunsero risultati soddisfacenti e di carattere conclusivo.
Sono da ricordare, in questo periodo, i lavori di : De Rayneval, van den Hecke &
G. Ponzi (1854) ([93] p. 12), O. G. Costa (1861) ([30] p. 86), F. A. Pereira da Costa
(1866) ([87] p. 170), L. Foresti (1868) ([45] p. 12), A. Manzoni (1868) ([72] p. 38) e
F. Coppi (1869) ([26] p. 27). In genere, i predetti autori riferirono i fossili al M. brandaris
e, in particolare, il Pereira da Costa illustrò forme aventi una sola serie di spine nella or¬
namentazione longitudinale del corpo sifonale.
Nel 1871, C. D’Ancona si interessò anch’egli al problema dell’ inquadramento siste¬
matico di questi Murieidi fossili e ritenne di poter stabilire ulteriori suddistinzioni per ca¬
ratterizzare forme così variabili. Nell’ illustrare i reperti studiati, il D’Ancona determinò
una nuova specie, che venne denominata M. pse udo-br andar is, essendo stati essenzialmente ri¬
levati : spira depressa, coste trasversali, doppia ornamentazione nell’ultimo giro e nel si¬
fone ([33] p. 323).
Non molto dopo, un altro insigne studioso di malacologia, L. Bellardi, dedicò an¬
ch’egli notevole attenzione al tema dell’ inquadramento degli esemplari fossili. Questo autore,
pur nel riconoscere la estrema variabilità delle forme plioceniche, ritenne opportuno di rag¬
grupparle secondo la precedente distinzione del Lamarck e le attribuì, quindi, al M. tonda-
rius ( [3] pp. 49-53). Circa la nuova specie indicata dal D’Orbigny, il Bellardi dimostrò chia¬
ramente che la stessa doveva cadere in sinonimia con quella del Lamarck, descritta nel 1822
e indicante sostanzialmente le stesse caratteristiche morfologiche.
Nel precisare la propria opinione, il Bellardi non trascurò, però, di porre in risalto
gli stretti rapporti filogenetici fra M. brandaris L., M. torularius Lam. e M. cornutus L.,
esprimendo, quindi, un dubbio sulla completa esattezza delle distinzioni fino ad allora ope¬
rate nella sistematica.
F. Fontannes, nel 1882, argomentando su malacofaune plioceniche, descrisse una nuova
varietà, bollenensis, del M. torularius Lam., distinta in base al ritrovamento di qualche fram¬
mento ( [44] p. 3).
Verso la fine dello scorso secolo, anziché favorire una schiarita nella dibattuta que¬
stione sul Murice in argomento, altri autori persistettero nel tenere suddivise in specie e va¬
rietà diverse le forme plioceniche, ampliando vieppiù il numero delle stesse, in base ad anche
modesti mutamenti morfologici riscontrati. Nel 1884, in uno studio assai particolareggiato,
A. De Gregorio ([51] pp. 228-232) considerò valida la distinzione del Lamarck, quale se-
(>
P. G. CARETTO
zione del M. brandaris L. e, nell’ambito di questa, determinò un cospicuo numero di varietà,
corrispondenti a tutte le modificazioni, anche minime, osservate nei fossili. Questa frammen¬
tazione della specie contribuì al successivo accantonamento del problema sistematico, così come
è, d’altra parte, avvenuto per altre forme in Paleontologia e, talora, in Zoologia.
Nel 1888, L. Foresti argomentò ancora sul M. torularius Lam. e, in base a due esem¬
plari del Pliocene di Castel-Viscardo, descrisse una ulteriore varietà, definita umbra, così di¬
stinta perchè risultata priva di spine evidenti ed invece munita di robuste coste trasversali
([47] p. 31).
Nei primi anni del secolo in corso, gli studi sul Murice pliocenico si vennero man mano
affievolendo. M. COSSMANN (1903) ([29] 5, p. 14), si occupò delle forme plioceniche qui con¬
siderate ma non affrontò il problema sistematico ad esse connesso. Nella sua elencazione delle
specie conosciute, egli considerò, infatti, queste forme come riferibili sia al M. brandaris L.
tipico che al M. torularius Lam. ammettendo, così, implicitamente l’appartenenza dei fossili
a gruppi specifici diversi. F. SACCO (1904), nella parte conclusiva della sua descrizione delle
malacofaune terziarie del Piemonte ([98] p. 18) si interessò anch’egli brevemente delle forme
riunite nel M. torularius Lam. dai precedenti autori e, senza prendere una particolare posi¬
zione, espresse il dubbio che si trattasse di una semplice varietà atavica della forma vivente.
P. Dautzenberg affermò, nel 1908, che il M. torularius era la forma pliocenica del M. bran¬
daris, senza, però, darne una dimostrazione sistematica.
Nel 1911, un altro noto paleontologo, S. Cerulli-Irelli, si interessò ancora, breve¬
mente, alla posizione sistematica dei Muricidi fossili considerati, in occasione di uno studio
sulle faune di Monte Mario, presso Roma. Questo autore, nel ritenere alcuni esemplari come
identici a quelli dei mari attuali, espresse il dubbio che fra le forme viventi ed i fossili ascritti
dai vari autori al M. torularius Lam. non esistessero, in effetti, differenze al livello della spe¬
cie ([18] 5, p. 258). Pur avendo ricordato il problema sistematico, il Cerulli-Irelli non ap¬
profondì le proprie osservazioni e non venne, così, fatto alcun passo decisivo nella definizione
dell’annosa questione.
Ancora, M. Gignoux, nella sua classica opera sui terreni pliocenici dell’Italia meridio¬
nale e della Sicilia (1913), riportò elenchi di macrofaune e si interessò all’ inquadramento non¬
ché alla filogenesi di diverse specie. Egli, rifacendosi agli studi precedenti, citò la presenza
nel Pliocene del meridione italiano di forme che attribuì al M. brandaris L. ed al M. toru¬
larius Lam. ([48] p. 520).
A questo proposito, basandosi sui caratteri morfologici delle conchiglie raccolte e per
giustificare le differenze rilevate, il Gignoux espresse l’opinione che entrambe le specie pre¬
dette fossero coesistite, distintamente, nei sedimenti pliocenici. In merito, mentre il M. toru¬
larius Lam. sarebbe scomparso nel Calabriano, il M. brandaris L. avrebbe continuato a svi¬
lupparsi fino ai nostri giorni.
Successivamente al Gignoux, il problema venne trascurato mentre i testi paleontolo¬
gici e, per riflesso, quelli zoologici continuarono a riportare citazioni di specie e di varietà
circa le quali non erano stati del tutto approfonditi l’esame morfologico e lo studio filogene¬
tico. Più recentemente, E. Sakellariou (1957) pose, invece, decisamente in sinonimia il M. to¬
rularius nei confronti del M. brandaris, considerando queste forme come identiche. Nel 1960,
in una interessante memoria sui Molluschi pleistocenici di Grammichele in Sicilia, ricca di no¬
tizie e specialmente di considerazioni sistematiche, A. Malatesta si occupò incidentalmente
del problema delle forme plioceniche riferite al M. brandaris ed al M. torularius. Nel de¬
scrivere esemplari pleistocenici della specie linneana, questo autore riassunse le opinioni dei
principali paleontologi che si interessarono alle forme plioceniche, dichiarando di non con¬
cordare con la teoria dello Gignoux sulla estinzione del M. torularius alla fine del Pliocene
e cori la Sakellariou circa una completa identificazione delle forme plioceniche con quelle
attuali ([70] p. 131).
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
I
III - DISTRIBUZIONE STRATIGRAFICA DELLE FORME PLIOCENICHE.
Fra i Gasteropodi, che costituiscono una parte cospicua della malacofauna pliocenica,
non è raro rinvenire gli esemplari dei Muricidi riconducibili, nella sistematica, alla forma
del Linneo. Sotto l’aspetto geografico, questi fossili risultano notevolmente diffusi e si può
dire che sono rappresentati in tutti i terreni del Pliocene, con diverse percentuali di frequenza
in dipendenza della posizione stratigrafica ma, specialmente, in relazione alle facies litologi¬
che delle località fossilifere.
Stratigraficamente, risultano particolarmente diffusi nei sedimenti pliocenici medio¬
superiori. Nel Pliocene piemontese e, particolarmente, nell’Astigiano, questi Muricidi sono ab¬
bastanza comuni nelle sabbie e ove la facies non è decisamente argillosa.
In base ai dati di fatto rilevati in occasione degli scavi condotti in numerose località
fossilifere astigiane ed alle correlazioni biostratigrafiche eseguite ho potuto accertare che le
forme in argomento sono, infatti, sovente numerose nei sedimenti sabbioso-argillosi. Se ne
rinvengono esemplari sia isolatamente nei sedimenti che, in maggior copia, nei livelli a con¬
centrazione fossilifera rappresentanti il maggior patrimonio di malacofaune del Pliocene pie¬
montese ([15] p. 12). La frequenza dei reperti nei depositi a facies astiana e, maggiormente,
in quelli sabbioso-argillosi è, evidentemente, da ricondurre a precipue ragioni ecologiche e
può anche permettere di delineare, con sufficiente approssimazione, il tipo di fascia costiera
nella quale queste forme si erano sviluppate, trovando più idonee condizioni di vita.
In relazione ai predetti riferimenti stratigrafici, alle variazioni, anche laterali, di facies
caratterizzanti i sedimenti pliocenici ed alle risultanze degli scavi direttamente condotti dallo
scrivente per quanto attiene al Pliocene piemontese, la ripartizione delle forme in argomento
può essere riassunta nel seguente schema :
Pliocene medio-superiore.
a) Facies sabbiosa (astiana tipica, a sabbie giallastre o grigiastre) ([15] p. 12): re¬
perti non rari, costituiti spesso da esemplari presentanti conchiglie spesse, con spine robuste
o noduli accentuati, coste trasversali evidenti, doppia ornamentazione spiniforme nel corpo
sifonale.
b) Facies sabbioso-argillosa o argilloso-sabbiosa (a colorazione grigio-ocracea, tipica
della Valle Botto presso il paese di Valleandona ([14] p. 12): reperti anche abbondanti e
ben conservati, caratterizzati, in genere, da conchiglie più o meno spesse e molto variabili nei
caratteri secondari, con spine o noduli più o meno accentuati, ornamentazione del corpo si¬
fonale a una o due serie di spine.
c) Facies arenaceo-calcarea a colorazione giallastra (tipica dei dintorni di Moncalvo
d’Asti): reperti non rari, con caratteristiche sovente più simili a quelli maggiormente rap¬
presentati nella facies sabbiosa.
d) Facies sabbioso-ghiaiosa (grigiastra, tipica dei dintorni di Vezza d’Alba) : esem¬
plari più rari e peggio conservati, solitamente non dimostranti variazioni rispetto ai reperti
astigiani più comuni nelle sabbie giallastre tipiche e, quindi, presentanti una ornamentazione
spesso accentuata.
Pliocene inferiore.
(Caratterizzato nella regione astigiana dalle argille debolmente sabbiose a facies pia-
cenziana, di colore grigio-azzurro) ([15] p. 13). In questi sedimenti di mare più profondo i
ritrovamenti sono piuttosto rari mentre le forme si presentano maggiormente simili a quelle
predominanti nelle sabbie argillose o nelle argille sabbiose. In questo ambiente non sussiste¬
vano probabilmente condizioni favorevoli ad una buona diffusione dei Muricidi di cui si tratta.
8
P. G. CARETTO
IV - ESAME MORFOLOGICO
DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS L. .
Al fine di ottenere un quadro morfologico completo sono stati esaminati, dapprima se¬
paratamente, numerosi esemplari di conchiglie appartenenti alla popolazione vivente ed alle
forme tipiche plioceniche. Successivamente, ho provveduto ad effettuare ripetuti confronti fra
i fossili ed i reperti attuali, in base alla osservazione diretta ed alla considerazione dei vari
elementi di struttura fondamentali e secondari rilevati. Onde non trascurare eventuali anche
minime differenziazioni, le misurazioni e le comparazioni sono state sovente ripetute.
A) Morfologia e variabilità del Murex brandaris L. vivente.
Per lo studio morfologico sono state utilizzate circa tremila conchiglie, provenienti da
località diverse del Mediterraneo e rappresentanti i vari gradi di sviluppo.
In particolare, molli esemplari adriatici mi sono stati inviati dal dr. Ferruccio Loro
di Udine nonché dalla Stazione Biologica di Trieste. Altri sono stati da me direttamente rac¬
colti o mi sono pervenuti dalle coste italiane meridionali e dalla Sicilia. Per quanto concerne
il medio e l’alto Tirreno, ho ricevuto una cospicua dotazione a cura della Stazione Biologica
di S. Margherita Ligure. L’aver avuto a disposizione un numero notevole di conchiglie ha per¬
messo di condurre una indagine sicuramente basata su forme rappresentative, sia sotto l’aspetto
geografico che per quanto concerne i riflessi ecologici.
I risultati degli esami e delle misurazioni compiuti sono riportati nelle seguenti indi¬
cazioni schematiche, con riferimento ai vari elementi morfologici utilizzati per le compara¬
zioni :
1) Forma: claviforme, più o meno allungata, talora di aspetto subgloboso (tav. 1, figg. 2-7).
2) Dimensioni : negli esemplari adulti, l’altezza normalmente raggiunta varia da 75 mm
a 95 mm.
3) Apice : acuto, sovente mancante della protoconca per abrasione.
4) Angolo apicale : poco variabile, misurante, in genere, da 47° a 49".
5) Protoconca: spiralata, destrorsa, minutamente papillata.
6) Accrescimento: ortoclino, ortostrofico ; linee di crescita normalmente collabrali ; possono
variare per ragioni per lo più teratologiche.
7) Spira: nel maggior numero di esemplari si presenta mediamente elevata, in altri elevata
ovvero più o meno depressa, in dipendenza anche delle condizioni ecologiche e di sviluppo
relative (tav. 2, figg. 2, 5 ; tav. 3, fig. 1).
8) Inclinazione della spira: mediamente di 9"; può lievemente variare e diminuire nell’ul¬
timo giro.
9) Giri della spira: convessi, angolosi; negli esemplari adulti si possono rilevare da 6 a 8
avvolgimenti. Normalmente, i giri degli esemplari completamente sviluppati sono 7.
10) Ultimo giro della spira: in genere molto sviluppato nei confronti dei precedenti; lateral¬
mente espanso, assume forma marcatamente convessa verso la parte posteriore (apicale)
e si restringe anteriormente. Talora, presenta forma subglobosa o angolosa, in relazione
anche al minore o maggiore sviluppo della ornamentazione longitudinale o di quella tra¬
sversale (tav. 3, fig. 1).
11) Altezza dell’ultimo giro della spira: negli esemplari adulti misura, mediamente, da 28 mm
a 35 mm, dalla linea di sutura al punto di incontro con il corpo sifonale.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
9
12) Larghezza dell’ultimo giro della spira : le misure medie variano da 35 mm a 49 mm. Le
misurazioni non comprendono la ornamentazione spiniforme o variciforme e rappresen¬
tano pure la larghezza media delle conchiglie.
13) Sutura : normalmente costituisce una linea direttamente congiungente la spira al giro pre¬
cedente, senza solchi o cordoni accentuati. Negli individui molto sviluppati può essere lie¬
vemente infossata; in alcuni esemplari si è rivelata anche abbastanza profonda (tav. 2,
figg. 4-6).
14) Anf ratti di accrescimento : evidenziati, in genere, dalla posizione di attacco alla conchi¬
glia della ornamentazione spiniforme o noduliforme e da pieghe dovute al labbro esterno
anteriore nonché, talora, da varici collabrali. Il numero degli anfratti è elevato nei primi
tre giri della spira e decresce fortemente in quelli successivi. Nell’ultimo giro si no¬
tano, normalmente, 6-7 accrescimenti.
15) Apertura : ovale o subrotonda, relativamente ampia e profonda, formante nella parte api-
cale una modica doccia sifonale (canale esalante) e prolungantesi anteriormente nel canale
sifonale.
16) Peristomio : subcircolare, con labbro esterno arrotondato e plicato nella parte medio-an¬
teriore ; labbro interno espanso, concaviforme. Anteriormente, il labbro esterno forma una
leggiera espansione in prossimità del corpo sifonale. Il labbro esterno si presenta, in ge¬
nere, abbastanza inclinato nella parte posteriore.
17) Columella : assiale, formante una concavità nella parte aperturale.
18) Corpo sifonale : allungato, tubuliforme, lievemente restringentesi verso la parte anteriore ;
così conformato dai successivi accrescimenti, può risultare lievemente incurvato ante¬
riormente.
19) Canale sifonale : subrettilineo, di tipo semichiuso (una sottile lamella tende a proteggerlo
nella parte aperturale).
20) Ombelico: stretto, poco visibile, quasi criptoonfaloso.
21) Ornamentazione longitudinale (spirale):
a) negli anfratti: numerose striature debolmente rilevate e poco distanziate; fra
di esse e nei punti rappresentanti, in genere, gli arresti di accrescimento si presentano
prominenze spiniformi canalicolate oppure noduli. Questa ornamentazione può variare da
individuo a individuo, in relazione a\Y habitat, alle condizioni dell’accrescimento e ad even¬
tuali traumi subiti dal mantello dell’animale. Nel corso dell’accrescimento si possono for¬
mare, dapprima, spine e successivamente noduli, ovvero il contrario.
Taluni esemplari non presentano alcuna ornamentazione evidente o spine corte, mentre
altri sono caratterizzati da spine sottili e acuminate. Altri, ancora, possono avere una or¬
namentazione accentuata nei vari giri spirali e giungere al massimo sviluppo senza or¬
namentazione evidente di spine o di noduli. Si possono, in sostanza, avere le più varie com¬
binazioni. Di solito, la ornamentazione spiniforme si presenta distribuita su due serie lon¬
gitudinali, che delimitano la conformazione degli anfratti.
Tenuto conto delle modificazioni caratterizzanti la morfologia dei vari esemplari, sono
state constatate le sottoindicate combinazioni :
La normalità è rappresentata dagli esemplari aventi due serie di spine o una serie di spine
(posteriore) e una serie di noduli (anteriore) (tav. 2, figg. 5-9).
10
P. G. CAPETTO
b) Sul corpo sifonale : si notano numerose sottili striature, variamente distanziate e
poco rilevate. Inoltre, si constata normalmente una serie longitudinale di spine. Anche
questa ornamentazione può variare notevolmente (tav. 1, figg. 2-7; tav. 2, figg. 1-9). I
prolungati controlli effettuati, hanno, infatti, accertato le seguenti combinazioni:
La normalità è rappresentata dalle ornamentazioni a una serie di spine.
22) Ornamentazione trasversale (collabrale) : sottili strie indicanti il processo di accresci¬
mento e intersecanti quelle longitudinali. Inoltre, negli arresti di accrescimento si possono
formare rigonfiamenti variciformi, interessanti tutta l’altezza del giro spirale. Le varici,
in genere sottili, possono assumere anche maggiore rilevazione, risultando molto evidenti
(tav. 3, fig. 1).
Dalla considerazione dei dati rilevati emerge subito la notevole variabilità di queste
forme e, sopra tutto, dei caratteri morfologici dovuti alla ornamentazione.
Lo sviluppo degli individui, come d’altra parte avviene in molti generi di Molluschi,
risente notevolmente delle condizioni deU’habitat e, in particolare, di temperatura delle acque,
sia per quanto concerne l’accrescimento che per la stessa forma e per l’ornamentazione. In¬
dividui adulti possono, così, differire se nel loro sviluppo, avvenuto in annate diverse, hanno
incontrato, ad esempio, differenti temperature medie nei mesi (da maggio a settembre) nei
quali avviene più intenso l’accrescimento. L’accrescimento, più o meno rigoglioso, può influire
sulla minore o maggiore espansione dei giri della spira e sull’aspetto esterno.
Interessanti notizie suH’accrescimento della forma vivente, che confermano queste de¬
duzioni, mi sono state fornite dal dott. Ferruccio Loro [67] il quale ha compiuto una serie
prolungata di osservazioni e di esperimenti per conto della Facoltà di Scienze dell’Univer¬
sità di Padova.
La ornamentazione spiniforme o noduliforme dipende anch’essa, in buona parte, dal-
l’avvenuto accrescimento in fondi marini diversi. Nei fondi costieri sabbiosi, soggetti anche
a forte moto ondoso, gli esemplari dimostrano, spesso, uno sviluppo più robusto della conchi¬
glia e una ornamentazione a spine grosse o a noduli non accentuati. Per contro, nei fondi
fangosi, si sviluppano più facilmente individui con conchiglie meno massicce e munite di spine
allungate e sottili.
Per quanto concerne la ornamentazione spiniforme, sono stati segnalati pure rari esem¬
plari muniti di una triplice serie longitudinale di spine negli anfratti ([89] p. 181).
Tutte queste modificazioni non investono la struttura generale delle conchiglie e gli
elementi morfologici essenziali, rimanendo sempre nell’ordine di variazioni del tutto secon¬
darie e individuali. Un esame approfondito delle conchiglie delle forme viventi non può che
condurre ad una deduzione in tal senso. Infatti, se si notano individui con modificazioni mor¬
fologiche e superficiali secondarie anche abbastanza evidenti, non riesce difficile apprezzare,
in altri soggetti, tutti i gradi di passaggio, indicanti unicamente la grande variabilità infra-
specifica e una apprezzabile adattabilità ecologica.
In sostanza, quindi, non esistono elementi morfologici o strutturali tali da permettere
la individuazione di gruppi separabili nella sistematica,
toUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS 1 1
Si tratta, invece, di forme assai omogenee nei caratteri fondamentali di organizzazione
e sotto il profilo biologico, essendo geneticamente del tutto interfeconde.
Secondo i moderni criteri di classificazione, qualsiasi tentativo di distinzioni siste¬
matiche, come effettuato nel passato, non avrebbe ragione di essere e risulterebbe basato
unicamente sulla considerazione macroscopica di alcune differenziazioni morfologiche super¬
ficiali ed individuali.
B) Morfologia e variabilità delle forme fossili.
Sono state considerate centinaia di esemplari, provenienti dalle località tipiche del Plio¬
cene e rappresentanti le varie modificazioni riscontrate dai paleontologi in questi Muricidi,
così caratteristici e precipuamente diffusi in tutti i sedimenti delle assise medio-superiori del
Periodo. La parte più cospicua di queste faune venne da me direttamente rinvenuta nel ba¬
cino cenozoico dell’Astigiano durante scavi operati nei pressi di Asti, Valleandona, (Portan¬
done, Monale d’Asti, Castelnuovo Don Bosco, Valle Botto e di altri luoghi famosi per la rac¬
colta dei fossili pliocenici.
Ulteriori numerosi esemplari potei avere in studio o esaminare presso musei e isti¬
tuti di Geologia. In particolare, mi fu specialmente utile confrontare le forme comprese nelle
ricche collezioni del museo annesso all’Istituto di Geologia e di Paleontologia dell’Università
di Torino, ove sono raccolti gli esemplari studiati da L. Bellardi e F. Sacco. Come per le
forme viventi, non è stata trascurata la considerazione dei fattori ecologici che caratterizza¬
rono lo sviluppo di questi Molluschi.
Analogamente a quanto in precedenza riportato per i Muricidi attuali, riassumo breve¬
mente i dati ottenuti a seguito delle misurazioni effettuate e dei ripetuti confronti condotti
sugli esemplari pliocenici:
1) Forma : claviforme-piruliforme, in genere meno allungata e di aspetto più robusto delle
forme attuali, talvolta decisamente subglobosa (tav. 3, figg. 3, 5 ; tav. 4, figg. 2, 4, 5).
2) Dimensioni : negli esemplari adulti l’altezza media totale è di circa 95-120 mm (alcuni esem¬
plari da me raccolti misurano 130 mm).
3) Apice: acuto, sovente mancante della protoconca per abrasione.
4) Angolo apicale: lievemente più variabile che nelle forme viventi ma con un maggior nu¬
mero di individui presentanti misure di 48" e di 49".
5) Protoconca: spiralata, destrorsa, minutamente papillata, come negli esemplari attuali.
6) Accrescimento : ortostrofico, quasi sempre regolare e denotante le favorevoli condizioni
di sviluppo genericamente incontrate dalle forme plioceniche.
7) Spira: di altezza piuttosto variabile. Esistono esemplari con spira molto depressa ac¬
canto ad altri con spira elevata come nei viventi nonché tutte le forme di passaggio. I
controlli eseguiti hanno permesso di confermare che questo carattere poteva variare in¬
dividualmente ed era in diretto rapporto con l’accrescimento più o meno accelerato e ri¬
goglioso di questi Molluschi, tenuto conto della temperatura abbastanza elevata che po¬
tevano avere le acque plioceniche e delle buone condizioni di salinità relative (tav. 4, fi¬
gure 1-7 ; tav. 8, figg. 1-4).
8) Inclinazione della spira: mediamente da 6" a 8" nei primi giri; negli ultimi giri, varia¬
bile in dipendenza dell’accrescimento ma con maggiori frequenze di 6".
9) Giri della spira: convessi, angolosi; negli esemplari adulti mediamente in numero di 7-8.
10) Ultimo giro della spira: in genere notevolmente più sviluppato nei confronti di quello
precedente; lateralmente espanso, non si presenta sostanzialmente differente da quelli degli
esemplari attuali se non nelle generiche maggiori dimensioni, particolarmente evidenti nel
12
P. G. CARETTO
senso laterale. Esistono forme decisamente globose, ovvero accentuatamente convesse po¬
steriormente mentre altri esemplari rappresentano i vari passaggi morfologici (tav. 3,
figg. 2-5; tav. 5, figg. 1-3, 5-8; tav. 9, fig. 5).
11) Altezza dell’ultimo giro della spira : negli esemplari adulti misura mediamente da 45 a
55 mm, dalla linea di sutura al punto di incontro con il corpo sifonale. In alcuni individui,
particolarmente sviluppati, sono state accertate misure di oltre 66 mm.
12) Larghezza dell’ultimo giro della spira : le misure negli individui adulti, esclusa la orna¬
mentazione spiniforme o variciforme, variano normalmente da 45 a 60 mm. In alcuni in¬
dividui si rilevano misure di 70-72 mm.
13) Sutura: in genere, i fossili presentano una linea suturale infossata e più o meno profonda,
in dipendenza del minore o maggiore sviluppo laterale dell’ultimo giro della spira. Con¬
seguentemente, la sutura si rivela più profonda nelle forme a spira depressa; in altri
soggetti, a sviluppo non rigoglioso, tende a produrre un solco meno accentuato e ad avvi¬
cinarsi alla conformazione di quelle caratterizzanti le forme viventi (tav. 10, figg. 4, 5).
14) Anfratti di accrescimento : a parte le maggiori dimensioni che gli esemplari fossili pre¬
sentano rispetto a quelli viventi non si notano differenze sostanziali nel tipo di sviluppo
e nel numero degli accrescimenti. Spesso le forme plioceniche sono caratterizzate, oltre¬
ché da spine cospicue, da varici rilevate e molto evidenti. Analogamente ai viventi, gli
esemplari fossili dimostrano un numero più elevato di accrescimenti nei primi tre giri
della spira mentre, nei successivi, gli stadi di crescita si manifestano in numero minore.
Nell’ultimo giro degli individui adulti si rilevano, solitamente, da 6 a 7 anfratti. Con que¬
sto riferimento, si possono, però, rinvenire esemplari caratterizzati da 8 stadi di accre¬
scimento nell’ultimo giro, indicanti uno sviluppo notevole, difficilmente apprezzabile per
la popolazione attuale, peraltro assoggettata ad una severa selezione ed a rarefazione
ad opera dell’uomo, che la sottopone ad una pesca accanita perchè essa è commestibile.
15) Apertura: sostanzialmente non diversa da quella delle forme viventi. Dato il generico
maggiore sviluppo dei fossili e particolarmente negli individui a spira depressa, può pre¬
sentarsi maggiormente dilatata nella parte posteriore (apicale). Per la stessa ragione, la
doccia sifonale (canale esalante) costituisce, di norma, una incisione più evidente di quella
degli esemplari attuali (tav. 9, figg. 1, 3).
16) Peristomio : subcircolare o subovoide, con labbro esterno più o meno inclinato e, talora,
molto inspessito, varicoso. Il labbro esterno non si differenzia sostanzialmente anch’esso
da quello delle forme attuali e, negli esemplari molto sviluppati, si presenta sovente in¬
spessito, per la sovrapposizione di più lamine carbonatiche, molto facilmente deposte dai
Molluschi successivamente al raggiungimento del completo sviluppo della conchiglia.
17) Columella: non presenta differenze strutturali da quella delle forme viventi. Appare, in
genere, più robusta e di sezione maggiore, per ragioni da collegarsi alle condizioni più fa¬
vorevoli di sviluppo, dipendenti dall’ habitat pliocenico.
18) Corpo sifonale: più o meno allungato ma, in genere, di dimensioni proporzionalmente mi¬
nori e maggiormente robusto che nel vivente, non offre particolarità morfologiche distin¬
tive se non nella frequenza della ornamentazione longitudinale a due serie di spine o di
noduli.
19) Canale sifonale: strutturalmente identico a quello delle forme attuali, può essere propor¬
zionalmente di sezione maggiore, sempre in relazione alla conformazione robusta delle con¬
chiglie fossili.
20) Ombelico: non si rilevano elementi distintivi, sulla posizione e conformazione, da quelli
degli esemplari attuali.
NUOVA CLASSIFIC AZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
13
21) Ornamentazione longitudinale (spirale):
a) sugli anfratti: non si rilevano differenze nel tipo delle striature, che possono
unicamente risultare più accentuate o ingrossate. Per quanto attiene alle rilevazioni spi¬
niformi o noduliformi sulla conchiglia, che appaiono sviluppate in modo identico a quelle
della forma attuale, si può solo notare che, spesso, questa ornamentazione è più evidente
e robusta che nei viventi. Sono, infatti, più frequenti le conchiglie munite di robuste
spine, assai sviluppate e ritorte, più o meno leggermente, all’ indietro, con una certa ana¬
logia a quanto si constata nel vivente Murex cornutus L., forma che nelle acque calde
delle coste africane ha incontrato un habitat favorevole alla formazione di conchiglie ro¬
buste e notevolmente ornamentate. Il particolare della evidenza e robustezza della orna¬
mentazione deve essere anche posto in relazione alle condizioni ambientali del mare plio¬
cenico ove, secondo i dati acquisiti, i Muricidi considerati potevano accrescersi in acque
subtropicali e, conseguentemente, più favorevoli alla deposizione dei sali di calcio compo¬
nenti le conchiglie. Comunque, sempre nei terreni pliocenici, accanto a conchiglie spesse se
ne rinvengono altre, maggiormente simili per sviluppo e aspetto a quelle attuali. Circa la
ornamentazione spirale in generale, si sono notate nei fossili tutte le caratteristiche di va¬
riabilità riscontrate nei viventi, con soggetti dimostranti spine, noduli, nonché ad ornamen¬
tazione mista o senza rilievi evidenti.
Circa la ornamentazione spiniforme o noduliforme si sono ottenuti i seguenti dati, relativi
a tutte le variazioni osservate:
Dalle ripetute osservazioni effettuate è, quindi, emerso che le forme fossili sono notevol¬
mente variabili in questa ornamentazione superficiale degli anfratti.
Sotto il profilo statistico, si è constatato che il maggior numero di esemplari si presen¬
ta con una serie di spine nella parte posteriore (adapicale) degli anfratti, e, anterior¬
mente, con una serie di noduli più o meno accentuati. Tutte le altre variazioni sono ca¬
ratterizzate da una minore stabilità, giungendosi da una sola serie posteriore di spine
a una triplice ornamentazione spiniforme, noduliforme o mista (tav. 6, figg. 1-6 ; tav. 9,
figg. 1, 3).
b) Sul corpo sifonale : la ornamentazione spiniforme o noduliforme è risultata an-
ch’essa variabile come quella corrispondente degli esemplari viventi, dimostrando di es¬
sere uno dei caratteri più facilmente soggetti a risentire delle condizioni di sviluppo e
ambientali. Si è, però, constatato che le conchiglie fossili presentano, più frequentemente,
una ornamentazione a due serie di spine o di noduli, ovvero a una sola serie di spine o di
noduli (tav. 8, figg. 1-4).
Si tratta, quindi, di caratteri abbastanza stabilizzati e tali da rappresentare la normalità.
I risultati delle osservazioni effettuate sono i seguenti :
14
P. G. CARETTO
Molto rari sono gli esemplari che presentano una ornamentazione a tre serie spirali di
noduli spiniformi, in analogia alla ornamentazione longitudinale del Murex cornutus L.
(tav. 1, fig. 1 ; tav. 5, fig. 1).
Altre conchiglie sono quasi prive di ornamentazione oppure questa risulta modificata du¬
rante lo sviluppo (tav. 3, fig. 5; tav. 10, figg. 1, 3-5).
22) Ornamentazione trasversale (collabrale) : offre le stesse caratteristiche riscontrate nella
popolazione attuale, salvo il dimostrare, più spesso, una maggiore rilevazione. Si notano,
infatti, forme caratterizzate da grosse varici, che fanno assumere a queste conchiglie un
aspetto massiccio e caratteristico (tav. 7, fig. 5). Accanto a conchiglie varicose ve ne sono
non poche del tutto identiche, come ornamentazione trasversale, agli esemplari attuali e,
quindi, presentanti varici poco rilevate o senza questo particolare morfologico (tav. 4,
figg. 1-8; tav. 9, figg. 2, 4).
L’esame dei fossili ha posto in rilievo e confermato la notevole variabilità di queste
forme, superiore a quella riscontrata negli esemplari viventi. A questo proposito basta ri¬
cordare, ad esempio, che mentre negli individui attuali si è ampiamente stabilizzato un tipo
di conchiglia di medie dimensioni e dotato di una ornamentazione comprendente due serie di
spine nell’ultimo giro nonché di una serie di spine o di noduli nella parte sifonale, nei reperti
pliocenici si notano, uniformemente diffuse, conchiglie con omologa ornamentazione spiniforme
o noduliforme nell’ultimo giro ma differenziantisi fra di loro per una semplice o duplice or¬
namentazione spiniforme nel corpo sifonale (tav. 4, figg. 1-7 ; tav. 6, figg. 1-6; tav. 7, figg. 1-5;
tav. 10, figg. 1-5).
C) Affinità morfologiche fra le conchiglie del Murex brandaris L. attuale e le forme fossili.
La considerazione dei dati ricavati dalle rilevazioni eseguite ha permesso di confer¬
mare l’assunto della cospicua frequenza di variazioni individuali, sia per le forme fossili che
per quelle della popolazione vivente. Al fine di stabilire un criterio obiettivamente attendibile,
atto a definire i rapporti di affinità strutturale e morfologica fra le predette conchiglie, ho
quindi proceduto ad una indagine sulle singole caratteristiche confrontabili. Tenendo presente
il grado di variabilità di ciascun elemento controllato ed in base a ripetute comparazioni, ho ri¬
tenuto di poter suddividere nel modo seguente i caratteri di struttura e morfologici comuni
agli esemplari attuali e fossili :
1) Elementi di struttura fondamentali (caratterizzati da una notevole stabilità):
— conformazione generale;
— protoconca e primi giri della spira;
— tipo di accrescimento e di svolgimento della spira;
— conformazione generica degli anfratti ;
— struttura columellare ;
— tipo di conformazione del corpo sifonale e del canale sifonale;
— tipo di ornamentazione.
2) Elementi di struttura e morfologici secondari.
a) Variabili ma caratterizzati da una certa stabilità relativamente ad ampie popo¬
lazioni :
— dimensioni diverse nelle conchiglie completamente sviluppate;
— altezza diversa dell’ultimo giro della spira, in rapporto dell’altezza totale;
— differente inclinazione media del labbro esterno (tratto posteriore) ;
— profondità della sutura;
— diversa lunghezza del corpo sifonale.
Nuova classificazione delle forme attribuibili al murex brandaris 15
b) Variabile, caratterizzante ampie popolazioni o gruppi di esse:
— numero delle serie longitudinali di spine o di noduli nel corpo sifonale (questo ele¬
mento, mentre risulta maggiormente stabilizzato negli esemplari attuali in base alla
forte prevalenza di ornamentazione ad una sola serie di spine o di noduli, dimostra
minore stabilità nei fossili, circa i quali si notano, come accennato, due sottopopola¬
zioni più bilanciate, essenzialmente caratterizzate da una o due serie di spine sifonali).
3) Elementi morfologici molto variabili (non caratterizzanti singolarmente gruppi cospicui di
individui) :
— spira più o meno elevata;
— sutura più o meno profonda in rapporto ai valori medi;
— modifiche nella conformazione dell’ultimo giro della spira o degli ultimi anfratti di ac¬
crescimento (maggiormente ottusi, subglobosi, poco convessi);
— maggiore o minore inclinazione del labbro esterno (tratto posteriore) in rapporto ai
valori medi ;
— inspessimento o meno del labbro esterno (tratto posteriore) ;
— inspessimento o meno del labbro interno;
— maggiore o minore lunghezza del corpo sifonale in relazione ai valori medi ;
— numero delle spine o dei noduli caratterizzanti la ornamentazione della spira, partico¬
larmente nell’ultimo giro della stessa (diverso accrescimento individuale) ;
— presenza o meno di varici collabrali (trasversali) ;
— modifiche nella ornamentazione superficiale (spine più o meno accentuate o ricurve, no¬
duli, maggiore o minore evidenza delle linee di saldatura trasversali che segnano l’ac¬
crescimento sifonale).
L’accertamento strutturale e morfologico effettuato in merito alle conchiglie fossili e
attuali ha permesso di graduare la rilevanza delle varie caratteristiche correlabili e di porre
in rilievo la variabilità per popolazioni o individuale di parte di esse.
In base alle predette deduzioni ed in stretta relazione agli elementi di fatto rilevati, ri¬
tengo, quindi, di poter affermare che fra le forme fossili e le viventi esistono rapporti di af¬
finità strutturale e morfologica, ad un grado tale da non poter permettere una loro distin¬
zione al livello della specie. Infatti, nessuno dei caratteri fondamentali di struttura è risultato
differenziato nei fossili, fra di loro o nei confronti delle conchiglie della popolazione attuale.
Le modificazioni morfologiche accertate, precipuamente nei fossili, rivestono tutte ca¬
rattere di secondarietà e, in buona parte, sono risultate semplici variazioni individuali. La
obiettività di queste risultanze trova certamente una convalida nel fattore « stabilità » dei
caratteri strutturali e morfologici, preso a base delle rilevazioni, effettuate su un numero
di esemplari cospicuo e rappresentante tutti i morfotipi fossili e viventi. Tenuto conto dei vari
elementi assunti ho, quindi, potuto concludere che le forme esaminate si possono comprendere
in una unica specie originariamente individuata dal Linneo per le forme attuali, pure in pre¬
senza di non poche variazioni, spesso di carattere adattivo o ontogenetico.
Per quanto concerne i fossili, nonostante le prove in favore di questa tesi, ho, però,
ritenuto opportuno procedere ad una ulteriore ricerca morfologica, onde fornire una risposta
completa in ordine al problema sistematico che ha accompagnato le descrizioni dei vari mor¬
fotipi, susseguitesi negli studi paleontologici relativi a queste forme.
Con riferimento alle numerose distinzioni, a livello specifico o di varietà, tramandatesi
in Paleontologia e specialmente in relazione al problema sistematico connesso alle forme cono¬
sciute sotto il nome di Murex torularius Lam., ho, quindi, condotto un esame ancora più ap-
P. G. CARETTO
Hi
profondito per giungere ad una definizione inequivoca dei rapporti morfologici esistenti fra i
Muricidi pliocenici considerati.
A tal fine, la ricerca è stata effettuata con l’ausilio del metodo statistico. I risultati
delle ulteriori rilevazioni eseguite sono riportati nelle pagine seguenti.
V - ESAME MORFOLOGICO
DELLE FORME FOSSILI MEDIANTE IL METODO STATISTICO.
A) Metodologia seguita.
1 ) Raccolta dei dati.
Sono stati utilizzati per le rilevazioni n. 143 esemplari provenienti da località tipiche del
Pliocene piemontese, rappresentanti i vari stadi di sviluppo della conchiglia e comprendenti,
nel loro complesso, tutte le modificazioni macroscopicamente accertabili in queste forme. Onde
coordinare la raccolta dei dati ho, dapprima, provveduto ad individuare gli elementi morfolo¬
gici rilevabili quantitativamente o, se non misurabili, almeno osservabili oggettivamente. Con
questo riferimento, sono stati, quindi, prescelti i seguenti parametri di confronto (fig. 1):
A - Misura dell’angolo apicale.
B - Numero dei giri della spira.
C - Altezza della conchiglia (misurata convenzionalmente dall’apice al limite del labbro in¬
terno, nel punto di incontro con il canale sifonale. Il corpo sifonale è stato escluso
dalle misurazioni perchè spesso incompleto nella parte anteriore).
D - Altezza dell’ultimo giro della spira (misurata dalla linea di sutura al limite del labbro
interno, nel punto di incontro con il canale sifonale, sempre escluso dalle misurazioni).
_ _ , Altezza dell’ultimo anfratto di accrescimento
E - Rapporto == — - -
Altezza della conchiglia (Par. C)
F - Larghezza dell’ultimo giro della spira (misura del diametro massimo, escluse le coste,
le spine e i noduli).
G - Numero di spine o di noduli caratterizzanti longitudinalmente la ornamentazione del¬
l’ultimo giro spirale (serie posteriore o adapicale).
H - Numero delle serie longitudinali di spine nell’ultimo anfratto di accrescimento.
I - Numero delle serie longitudinali di noduli nell’ultimo anfratto di accrescimento.
L - Presenza o meno di varici trasversali unite alle spine ovvero ai noduli (se presenti,
misura della varice più recente e prossima all’apertura).
i^M - Numero delle serie longitudinali di spine nel corpo sifonale.
i
(N - Numero delle serie longitudinali di noduli nel corpo sifonale.
0 - Altezza della spira (misurata convenzionalmente in prossimità dell’apertura e con ri¬
ferimento al penultimo giro di accrescimento).
P - Profondità della sutura nell’ultimo anfratto di accrescimento (rilevata in prossimità
dell’apertura).
Q - Inclinazione del labbro esterno (in relazione ad un piano perpendicolare all’asse della
conchiglia).
R - Polarità di differenziazione complessiva (rilevata in base alla osservazione visiva da
più valutatori).
N.b. - I parametri H-I e M-N riuniscono i dati relativi alle combinazioni di ornamentazione rilevabili con
misurazioni separate.
PARTE POSTERIORE
DELLA CONCHIGLIA
0
Q
LATO APERTURALE . LATO DORSALE
18
P. G. CARETTO
Gli esemplari considerati per le comparazioni statistiche sono stati rinvenuti nelle se¬
guenti località:
A) Valle Andona e dintorni : Pliocene medio-superiore, a facies prevalentemente sab¬
biosa (astiana).
B) Baldichieri, Monale d’Asti e dintorni : Pliocene medio-superiore, a facies prevalen¬
temente sabbiosa (astiana).
C) Valle Botto presso Asti: sedimenti mesopliocenici a facies sabbioso-argillosa o ar-
gilloso-sabbiosa.
In base ai parametri sopra indicati sono state eseguite, sistematicamente su ciascun re¬
perto, le relative misurazioni ed osservazioni ; le stesse sono state sottoposte a controllo (x) e
riportate su schede individuali. Alcune caratteristiche, non direttamente misurabili, sono state
apprezzate da almeno due valutatoli ed espresse in scala ordinale ; i risultati ottenuti dai sin¬
goli operatori sono stati successivamente sintetizzati in un valore medio, previa trasforma¬
zione della scala ordinale in scala T.
2) Elaborazione dei dati.
Lo studio dei dati raccolti si è articolato attraverso una serie di fasi di lavoro, intese
ad ottenere il maggiore approfondimento possibile dell’ indagine. I vari gradi del procedi¬
mento seguito vengono, in questa sede, brevemente illustrati nella loro essenza e nei risul¬
tati fondamentali, non essendo ovviamente possibile, per ragioni di spazio e di impostazione,
riportare in dettaglio la cospicua massa di calcoli e di grafici eseguiti nel corso della appli¬
cazione della metodologia statistica.
In sintesi, la elaborazione dei dati comparabili si è, quindi, sviluppata in sei fasi che
si riportano nell’ordine di attuazione.
la Fase - Esame delle distribuzioni di frequenza ad una dimensione.
In relazione ai dati ottenuti dalle misurazioni e dalle osservazioni sono state consi¬
derate le frequenze relative ai singoli parametri considerati. Le distribuzioni ad una dimen¬
sione di queste frequenze risultano schematizzate nei seguenti prospetti :
Parametro A
Parametro B
(') Il controllo è consistito in una seconda valutazione, operata indipendentemente dalla precedente, in
una ulteriore verifica e, nei casi di divergenza, in nuove misurazioni.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
10
Parametro C
Parametro D
20
P. G. CAPETTO
Parametro E
Parametro F
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
21
Parametro G
Parametro H-I
(*) La prima cifra è riferita al n° delle spine, la seconda al n° dei noduli.
Parametro L
Parametro M-N
(*) La prima cifra è riferita al n° delle spine, la seconda al n° dei noduli.
Parametro 0
Parametro P
(*) Da accentuatamente profonda a poco profonda. (Parametro espresso mediante scala di tipo ordinale).
P. G. CARETTO
22
Parametro Q
(*) Da molto inclinato a poco inclinato. (Parametro espresso mediante scala di tipo ordinale).
Parametro R
(*) Da forme a spira elevata a forme a spira depressa e ornamentazione accentuata.
(Parametro espresso mediante scala di tipo ordinale).
A titolo indicativo vengono riportate le frequenze relative alle località di rinvenimento
degli esemplari campionati:
Oltre che negli schemi sopra riprodotti, le frequenze sono state riportate visivamente
in grafici (istogrammi) relativi ai vari parametri (tabb. 1 e 2).
In primo luogo, le distribuzioni di frequenza sono state esaminate nel loro aspetto
morfologico. Come si può constatare dalla osservazione dei grafici predetti, non sono ap¬
parse plurimodalità e discontinuità particolarmente evidenti. Si è, quindi, ritenuto di poter
passare senz’altro ad un approfondimento maggiore dell’analisi, distribuendo le frequenze non
più in relazione ad una ma a due dimensioni.
2a Fase - Esame della distribuzione a due dimensioni.
Sono stati costruiti i diagrammi delle distribuzioni bidimensionali relative a tutte le
combinazioni possibili fra i parametri adottati. I coefficienti di correlazione relativi non sono
stati calcolati poiché una previa ispezione morfologica ha permesso di rilevare che, per alcune
coppie di parametri, questi coefficienti non avrebbero avuto significato a causa di evidenti
discontinuità, particolarmente rilevabili in determinate combinazioni del parametro R. Con
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
23
Tabella 1.
RIEPILOGO DELLA DISTRIBUZIONE DEI PARAMETRI
E
0.66 0.70 0.75 0,80 085 0.90
F
questo riferimento ed a titolo di esempio si riportano due grafici relativi alle distribuzioni
bidimensionali delle coppie di parametri R-C e R-D (tab. 3). La non omogeneità, così eviden¬
ziatasi nell’ insieme della popolazione studiata, ha, quindi, reso necessaria una terza fase di la¬
voro, intesa a differenziare le sottopopolazioni omogenee, identificando gli individui che le
costituiscono,
24
P. G. CARETTO
Tabella 2.
RIEPILOGO DELLA DISTRIBUZIONE DEI PARAMETRI
G
H- I
R
80 -,
70
60 -i
50 -
40 -j
30 -
20 -!
6 8 10
M- N
90
80
70
60
50
40
30
20
10
0
0.3 0.1 11 Vili 2.1
0.2 nrl 10 20
120
110
100
90
80
70
60
50
40
30
20
10
0
1.0 1.2 2.1
0.2 1.1 2.0
L
P
25
28 55,5 67 '87 '118,5 138
80
70
60
50
40
30
20
10
o e
pe m.e
3a Fase - Differenziazione di sottopopolazioni omogenee.
Con riferimento alle dispersioni riscontrate nei grafici di distribuzione bidimensionale
relativi ad alcuni parametri (C, D, M-N, Q, R) sono stati identificati, in modo provvisorio,
tre distinti gruppi o sottopopolazioni, caratterizzanti altrettante regioni dei predetti grafici
presentanti discontinuità (quale esempio valgono le distribuzioni rappresentate nella tab. 3).
Questi gruppi, forti rispettivamente di 57, 35 e 51 individui, sono stati denominati a, p e y.
-polarità di differenziazione R — polarità di differenziazione
Tabella 3
10 15 20 25 30 35 40 45 50 55 60 65 70 75 80
C-altezza della conchiglia C in mm)
□ -altezza dell'ultimo giro della spira
Cin mm)
20
P. G. CAPETTO
4“ Fase - Studio delle distribuzioni ad una dimensione dei tre gruppi a, /?, y.
I tre gruppi identificati nella fase precedente sono stati studiati separatamente attraverso
le distribuzioni parziali a una dimensione su tutti i parametri. Le distribuzioni delle frequenze
nei vari parametri, per ognuno dei tre gruppi, sono schematizzate nei seguenti prospetti :
Parametro A
Parametro B
Parametro C
Nuova classificazione delle forme attribuibili al murex brandaris
Parametro D
28
P. G. CAPETTO
Parametro E
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
20
Parametro F
30
P. G. CARETTO
Parametro G
Parametro H-I
(*) La prima cifra è riferita al n° delle spine, la seconda al n" dei noduli.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
31
Parametro L
Parametro M-N
(*) La prima cifra è riferita al n° delle spine, la seconda al n” dei noduli.
Parametro 0
Parametro P
(*) Da accentuatamente profonda a poco profonda. (Parametro espresso mediante scala di tipo ordinale).
32
f>. G. CARETTO
Parametro Q
(*) Da molto inclinato a poco inclinato. (Parametro espresso mediante scala di tipo ordinale).
Parametro R
(*) Da forme a spira elevata a forme a spira depressa e ornamentazione accentuata.
(Parametro espresso mediante scala di tipo ordinale).
Anche per i gruppi a, fi e y si riportano i dati concernenti le località di rinvenimento
degli esemplari:
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
33
Per ognuna delle distribuzioni esposte sono stati costruiti i grafici atti ad evidenziarle
visivamente (tabb. 4-6) (alle pp. 36, 37 e 38). Sono state, inoltre, calcolate la media e la di¬
spersione (scarto quadratico medio). I dati relativi ai parametri significativi sono riportati
nel seguente prospetto:
Media e scarti quadratici medi delle sottopopolazioni a, fi, e y
nei parametri A, B, C, D, E, F, G, O, P, R.
N.B. - Le medie relative ai parametri P ed R sono state calcolate previa trasformazione dei numeri d’ordine
di graduatoria in scala T.
Le differenze fra le medie sono state sottoposte a controllo statistico con il metodo del
« t » di Student o, secondo i casi, del yfi di Fisher. I valori ottenuti sono i seguenti :
Differenze fra le medie delle sottopolazioni a, fi e y
sui parametri A, B, C, D, E, F, G, O, P, R e significatività delle differenze.
3
P. G. CARETTO
Inoltre, in ordine alle distribuzioni di frequenza per i restanti parametri si sono ottenuti
i seguenti risultati :
Discrepanze fra le distribuzioni di frequenza
delle sottopopolazioni a, fi e y sui parametri H-I, L, M-N, Q.
N.B. - Sono stati contrassegnati con un asterisco tutti i valori di «t» o x' la cui probabilità è inferiore al
5% e con due asterischi tutti i valori la cui probabilità è inferiore all’1%.
5a Fase - Studio della distribuzione a due dimensioni dei tre gruppi o sottopopolazioni.
Per ciascuno dei tre gruppi a, fi, y, sono stati costruiti i diagrammi delle distribu¬
zioni bidimensionali relativi a tutte le combinazioni possibili, analogamente a quanto effet¬
tuato nella 2a fase per la popolazione complessiva. L’esame di questi diagrammi ha permesso
di rilevare che nessuna delle distribuzioni era caratterizzata da discontinuità e da deviazioni
evidenti dalla normalità. In dipendenza di tali risultati si è proceduto a calcolare gli indici
di correlazione relativi ai vari parametri. In merito, si riportano le matrici di correlazione
ottenute :
Gruppo ( sottopopolazione ) a.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS 35
Gruppo ( sottopopolazione ) lì.
Gruppo ( sottopopolazione ) y.
N.B. - Le intercorrelazioni presentate nelle matrici so no tutte tetracoriche e riguardano soltanto i parametri
graduabili in scala continua; per questo motivo non compaiono i parametri: H-I, M-N.
36
P. G. CARETTO
Tabella 4 (v. p. 33).
Tabella 5
PARAMETRO G PARAMETRO H-l
PARAMETRO 0
— r~r ri r
3s
P. G. CARETTO
Tabella 6.
PARAMETRO P _ PARAMETRO Q
20 55.50 67 87 118.50 130 26 116
10.50 42.50 6 4 73.5 103.50 1 2*50 550 65
1 2 4 7 1250 17.5 24.5 34.5 4 9 77 9 0 110 130 141.5
3 5 9.50 15 215 2*5 39 65,5 025 10Q5 11*5 138 M3
6a Fase - Analisi delle strutture delle matrici di correlazione dei tre gruppi.
Le matrici di correlazione delle tre sottopopolazioni a, fi e y sono state analizzate secondo
il metodo di « clustering » di Me Quitty [75]. Con questa fase di ricerca si è, così, conclusa
l’ indagine statistica. I risultati dell’analisi predetta sono riportati nello schema della tab. 7.
Gli stessi sono spiegati nel successivo paragrafo, dedicato alla interpretazione dei dati sta¬
tistici.
Nuova classificazione delle forme attribuibili al murex brandaris
39
Tabella 7.
Risulto dell'analisi di 'Clusl,ering„ relativa alle matrici delle sottopolazioni
B) Risultanze dell’indagine statistica.
1) Interpretazione statistica dei dati ottenuti.
Alcuni dei risultati sono già stati anticipati nella esposizione del procedimento e gli
altri sono implicitamente contenuti nelle tabelle e prospetti allegati. Tutti sono, ora, presen¬
tati ed illustrati nel loro significato statistico. A questo proposito ed al fine di evitare ogni
involontaria interferenza di carattere naturalistico, la interpretazione dei dati è stata effet¬
tuata con l’assistenza e il controllo del Prof. C. Remondino dell’Università di Padova, alla cor¬
tesia del quale sono stati sottoposti i risultati delle fasi del procedimento seguito, senza che egli
40
P. G. CAREYTO
fosse ancora portato a conoscenza del problema sistematico connesso allo studio morfologico
dei Muricidi fossili. Tenuto conto della obiettività di quanto cesi dedotto e dei controlli effet¬
tuati, anche con l’ausilio di più operatori, si riassumono le risultanze strettamente statistiche
dell’ indagine effettuata.
In primo luogo, è apparso che i parametri studiati non sono omogeneamente distribuiti.
Questo dato di fatto ha guidato alla identificazione di tre sottopopolazioni denominate a, fi e
y, le quali sono risultate eterogenee l’una rispetto all’altra ma omogenee ciascuna nel proprio
interno.
I dati riuniti nel prospetto relativo alle differenze delle medie (p. 33) hanno dimostrato
molte discrepanze statisticamente significative e tali da confermare la distinzione preceden¬
temente operata fra le predette sottopopolazioni. Specialmente la sottopopolazione y è risul¬
tata, con evidenza, differenziata dalle altre due.
I gruppi a e /? sono apparsi fra loro molto più simili, riducendosi le differenze essen¬
zialmente ai parametri H-I, M-N, P, R.
In particolare, nei riguardi delle sottopopolazioni a e /I, il gruppo y è risultato dotato
di un minor numero medio di giri spirali, di una minore altezza media (sia totale che misu¬
rata in riferimento all’ultimo giro della spira), di un minor diametro medio, di un maggior
numero medio di spine o di noduli nella serie posteriore dell’ultimo giro spirale, di una minore
altezza media della spira. Inoltre, il grado di polarità di differenziazione è stato accertato
come intermedio fra quello tipico del gruppo a e quello del gruppo /?.
Le tre sottopopolazioni, studiate alla luce della struttura dei parametri (definita dalle
matrici di intercorrelazione indicate alle pp. 34-35) non si sono rivelate fondamentalmente
diverse, pur non essendo del tutto coincidenti.
La struttura dei parametri, analizzata con il metodo di Me Quitty (p. 38), ha permesso
di rilevare, in primo luogo, la fondamentale concomitanza dei parametri B, C, D, F, strettissi¬
mamente correlati fra di loro, a un grado tale da farli ritenere espressione di un’unica di¬
mensione essenziale, facilmente identificabile come « grado di sviluppo ».
Altri clusters di una certa consistenza e di sicura interpretabilità non sono stati rile¬
vati in alcuna delle tre sottopopolazioni. Le relative strutture sono apparse, così, estrema-
mente semplici e fra loro simili nelle linee generali.
II gioco degli altri parametri non è risultato facilmente identificabile e si è dimostrato,
anche se solo parzialmente, diverso nei tre gruppi a, [ì e y. A questi parametri va sicuramente
ricondotto l’effetto di « forma » (cioè l’ insieme degli elementi visivi che permette di diffe¬
renziare esternamente le tre sottopopolazioni), mentre il clusters B, C, D, F (al quale si po¬
trebbe anche aggiungere il parametro P), ne caratterizza lo « sviluppo », come sopra accennato.
In particolare, i parametri A, E, G, L, sono risultati, in tutte tre le sottopopolazioni,
indipendenti dai quattro (o cinque) sopra nominati, potendosi stabilire il livello di indipen¬
denza a circa .40. In altri termini, mentre i parametri « sviluppo » sono apparsi fra loro for¬
temente intercorrelati, i parametri tipicamente indicanti « forma » hanno dimostrato di es¬
sere fra di loro e con gli altri praticamente indipendenti.
In conclusione, sotto il profilo statistico si è, quindi, indotti a ritenere che :
— i tre gruppi a, /S e y sono distinguibili in funzione di diverse caratteristiche morfologiche
secondarie ;
- il gruppo y, costituito da individui di minori dimensioni, ha caratteristiche che lo rendono
intermedio ai gruppi a e /?;
— le strutture correlazionali dei parametri morfologici dei tre gruppi non sono identiche ma
neppure sostanzialmente dissimili fra di loro.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
41
2) Interpretazione naturalistica dei dati statistici.
Dall’esame delle risultanze statistiche è subito apparso che la sottopopolazione y, men¬
tre strutturalmente non si discosta da quelle a e fi, si differenzia da esse in base a caratteri
dovuti essenzialmente allo « sviluppo ».
Con questo riferimento, vengono identificati nel gruppo y gli individui presentanti uno
stadio di sviluppo giovanile o, comunque, non completamente cresciuti. La deduzione statisti¬
co-biologica è stata nettamente confermata dalla osservazione delle conchiglie, selezionate in
base alla appartenenza al gruppo predetto.
La stretta correlazione dei caratteri strutturali e morfologici essenziali indica che ci
si trova in presenza di una singola organizzazione animale, dalla quale, in seguito a normale
processo di crescita, potevano originarsi individui adulti presentanti alcune modificazioni mor¬
fologiche non essenziali e più o meno apprezzabili (schematizzate nei gruppi a e fi). In parti¬
colare, mentre forma, dimensioni medie e accrescimento risultano ben omogenei nei primi giri
della spira e, quindi, in riferimento al primo periodo di vita, la ornamentazione superficiale,
fin dall’ inizio, presenta possibilità di modificazioni più evidenti. Specialmente la ornamen¬
tazione del corpo sifonale, con una, due o, raramente, tre serie longitudinali di spine o di no¬
duli, indica che queste forme erano caratterizzate da una grande variabilità individuale, iden¬
tificabile, però, in elementi morfologici del tutto secondari.
Per quanto concerne gli individui adulti, i dati raccolti indicano semplicemente che
diverse e più o meno appariscenti modificazioni continuano a dimostrare questa variabilità
mentre talune variazioni secondarie si dimostrano più stabilizzate per gruppi cospicui di in¬
dividui.
I risultati statistici ottenuti apportano, quindi, ulteriori prove per chiarire che le forme
plioceniche appartengono, nel loro complesso, ad un unico ceppo naturale, decisamente omo¬
geneo nei caratteri fondamentali di struttura e morfologici mentre presenta numerose mo¬
dificazioni individuali in quelle secondarie.
Ritengo, così, dimostrato in modo probante che tutte le forme fossili esaminate e, fi¬
nora, variamente considerate nella sistematica non possono essere attribuite a specie diverse
o ad altro inquadramento, non sussistendo, in realtà, sufficienti elementi per differenziarle a
livello sistematico.
Secondo i moderni concetti di classificazione naturale, si possono unicamente configu¬
rare per questi fossili pliocenici differenziazioni di grado decisamente inferiore e non rile¬
vante per l’ inquadramento sistematico, essendo ampiamente dimostrato che i caratteri vera¬
mente rappresentativi non offrono dubbi sulla loro continuità ed omogeneità.
Oltre ai dati strutturali e morfologici, anche quelli ecologici non forniscono indica¬
zioni contrarie alla interdipendenza della popolazione studiata. Infatti, gli individui adulti dei
gruppi a e fi, come ovviamente quelli a stadio giovanile compresi nel gruppo y, vengono rin¬
venuti insieme nei sedimenti.
Oltre a quanto indicato in tal senso dai dati statistici, relativi ad un numero non
elevato di esemplari, si può aggiungere in questa sede che la distribuzione comune dei gruppi
predetti è ampiamente provata per vaste regioni plioceniche, variando unicamente le per¬
centuali di frequenza. Gli scavi direttamente eseguiti, le rilevazioni condotte e la bibliografia
consultata hanno fornito elementi del tutto univoci a dimostrazione di questo assunto ('). Par-
(‘) Onde meglio comprovare la distribuzione comune delle forme plioceniche considerate, le fotografie
allegate al presente lavoro sono riferite a esemplari, dei vari morfotipi, rinvenuti in un unico giacimento
fossilifero (Valle Botto, presso Valleandona (argille sabbiose o sabbie argillose mesoplioceniche di Cascina
Manina e dintorni)).
42
P. G. CARETTO
ticolarmente interessanti in proposito sono i livelli a concentrazione di Molluschi del Pliocene
medio-superiore piemontese ( [14] pp. 15-23), per la facilità di raccogliervi in breve tempo più
esemplari. Circa tali livelli non sono, però da escludere fenomeni di rimaneggiamento o di
tanatocenosi, avvenuti al tempo della loro formazione.
Premesso quanto sopra, si tratta, in definitiva, di forme per le quali è logico pensare
ad una completa interfecondità genetica.
VI - NUOVA CLASSIFICAZIONE
DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL M. BRANDAR1S L. .
La ricerca condotta, sia con il metodo naturalistico dell’osservazione che con quello sta¬
tistico, ha fornito chiare indicazioni per una definizione del problema dell’ inquadramento dei
fossili esaminati e dei loro rapporti filogenetici con le forme viventi del M. brandaris L. . Le
rispettive popolazioni pliocenica e vivente si sono dimostrate omogenee nel loro interno.
I caratteri fondamentali di struttura e di morfologia delle conchiglie appartenenti agli
esemplari fossili e attuali hanno, inoltre, posto in rilievo la loro profonda, intima analogia,
certamente non sminuita dalla considerazione della diversità del periodo geologico da cui pro¬
vengono (tav. 1, figg. 5-7 ; tav. 4, figg. 4-7).
II controllo statistico degli esemplari fossili ha particolarmente evidenziato, con la ine¬
quivocità delle cifre, come le variazioni nella morfologia delle conchiglie siano praticamente
da riferire a fattori di conformazione secondari e di derivazione ecologica.
In relazione alle risultanze obiettive dell’ indagine sistematica condotta circa le popola¬
zioni pliocenica e attuale, si è, quindi, reso necessario abbandonare completamente il vecchio
criterio di classificazione basato sulla considerazione di morfotipi. Tale criterio, ancora oggi
utilizzato da diversi autori, non ha certamente più ragione di essere se si assume un concetto
di specie non limitato alla mera individuazione di caratteri morfologici ma esteso alla compren¬
sione dei principi evolutivi e popolazionistici.
In altre parole, si può affermare — e il presente studio ne è una prova — che il prin¬
cipio morfotipico linneano non permette una sicura individuazione della specie ma conduce uni¬
camente ad apprezzare differenze morfologiche, sovente non rappresentanti reali suddistin¬
zioni sistematiche ma semplici variazioni intrapopolazionistiche. Questa sistematica, quindi,
deve essere considerata come inefficace per stabilire inquadramenti realmente naturali.
Particolarmente negli ultimi anni, diversi autori, preoccupati dell’eccessivo numero di
classificazioni in Zoologia ed in Paleontologia, hanno posto l’accento sulla gravità del pro¬
blema dichiarando la necessità, ormai, di addivenire ad una sistematica basata su uno studio
più completo dei fattori naturali che presiedono alle differenziazioni generiche e specifiche.
Ai fini neontologici, notevole ausilio in tal senso viene dato- dallo sviluppo moderno
degli studi di genetica delle popolazioni. Per quanto concerne i fossili, il problema diviene in¬
dubbiamente più difficile ma non per ciò privo di corretta soluzione. Infatti, lo studio delle
strutture e della morfologia, la considerazione delle variazioni interpopolazionistiche o indi¬
viduali nonché il controllo evolutivo forniscono anche al Paleontologo un insieme di elementi
sufficienti a meglio definire la specie naturale ed i suoi rapporti con lo spazio e con il tempo.
Non poche prove sono state apportate in questo campo dai Paleontologi che hanno af¬
frontato lo studio di forme fossili in base ad elementi oggettivi.
Fra gli studi più recenti sul problema della specie in Paleontologia, assumono rilevanza
le osservazioni di V. ViALLi (1963) [115].
Questo autore, nel fare il punto della situazione, ha fornito una messe notevole di dati
per la nuova sistematica e chiare indicazioni di orientamento ai fini di eliminare determi-
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
4.)
nati inconvenienti riscontrabili, sul piano dell’obiettività, nel sistema tramandatosi dal tempo
di Linneo.
Tenuto conto di quanto sopra accennato, tutti i dati ottenuti nel corso dello svolgimento
di questo lavoro hanno fornito prove in favore della obiettività dei principi fondamentali
della nuova sistematica.
Onde giungere ad una riclassificazione naturale delle forme studiate ho, quindi, rite¬
nuto opportuno applicare i nuovi criteri di individuazione della specie, da considerarsi for¬
mata mediante popolazioni e quale vera e propria entità scientifica.
Secondo le rilevazioni effettuate e già spiegate nei loro valori essenziali, le popolazioni
fossili e attuali sono da considerare come appartenenti ad una unica specie filetica o crono-
specie, sviluppatasi notevolmente nel Pliocene e successivamente modificatasi in caratteri¬
stiche secondarie fino ad assumere la attuale morfologia. Questa identificazione della specie,
improntata ai principi neontologici e stabilita in rapporto al fattore tempo, permette di sem¬
plificare notevolmente la precedente classificazione, evitando sia un frazionamento sistema¬
tico non naturale ( splitter ) che un eccessivo ammassamento specifico ( lumper ) ([115]
pp. 9, 29).
Con quest’ultimo riferimento è stato attentamente valutato il grado di variabilità fra
le forme fossili nel loro complesso e quelle attuali.
In merito, ho ritenuto opportuno scartare l’ ipotesi che la cronospecie ora riconosciuta
sia monotopica e non abbia, quindi, subito variazioni genetiche nel tempo intercorrente dal
Pliocene all’attuale.
Adottando, invece, il concetto di specie monotipica, si dovrebbe pensare a variazioni
unicamente dovute a ragioni ecologiche. Cambiamenti delle condizioni di ambiente e, sopra
tutto, nella temperatura media delle acque avrebbero potuto determinare condizioni sfavore¬
voli di «habitat» tanto da poter configurare, per questi Muricidi, un esempio di « norma di
reazione» di fenotipi modificabili ([115] p. 55).
Occorre, però, considerare che, oltre alle maggiori dimensioni delle conchiglie fossili
ed alla loro ornamentazione generalmente più cospicua, il tempo intercorso dalla fine del Plio¬
cene all’epoca a noi contemporanea è piuttosto lungo e, comunque, almeno equivalente ad un
milione di anni.
Per queste ragioni appare più logico pensare, per le popolazioni studiate, ad un processo
evolutivo tale da aver prodotto, nel corso dei millenni, mutazioni di ordine genetico oltreché
variazioni di semplice carattere ecologico (').
Si sarebbe, così, prodotta, a partire dall’Olocene, una sottospecie o razza cronologica, ca¬
ratterizzata da conchiglie decisamente più piccole e meno ornamentate. Un simile processo
evolutivo, è, peraltro, spiegabile se si considerano le forti variazioni climatiche registrate per
il Quaternario delle nostre regioni. In merito, si può facilmente ritenere che il sopravvenire
delle glaciazioni abbia determinato la migrazione delle forme di derivazione pliocenica, adat¬
tate a condizioni di temperatura e di salinità delle acque molto favorevoli. Con il prodursi di
barriere climatiche e geografiche, si sarebbero costituite, in regioni contigue del Mediterra¬
neo a clima ancora sopportabile, isole endemiche di popolazioni non numerose, nell’ambito
delle quali si sarebbero conseguentemente prodotti processi accelerati di trasformazione gene¬
tica, sia pure limitati a fattori secondari.
Probabilmente soggette a parziali spostamenti geografici nei periodi interglaciali a
clima più caldo, queste popolazioni avrebbero definitivamente reinvaso gli antichi biotopi
adriatici e tirrenici al termine dei fenomeni glaciali, risultando già geneticamente ed ecologi¬
camente selezionate.
(l) Questo argomento è stato discusso e sviluppato con il Prof. G. Bacci dell’Università di Torino e,
particolarmente, con il Prof. V. Vialli dell’Università di Bologna, che ha considerato con cortese attenzione
e interessamento il problema sistematico trattato nel presente lavoro, fornendomi chiarimenti e importanti
consigli.
44
P. G. CAPETTO
Comunque, indipendentemente dalla ipotesi qui esposta rimane il fatto della costanza
delle accennate differenze secondarie fra i fossili pliocenici e la popolazione attuale, tale da
x-endere oggettivamente individuabili due razze, la pliocenica e 1 attuale, nell ambito della
cronospecie. Quest’ultima è, quindi, da considerare politipica, rimanendo omogenea nei carat¬
teri realmente distintivi al livello specifico.
Circa le origini reali della cronospecie, si potrebbe anche pensare di estenderla al Mio¬
cene ma, al presente, non si rilevano elementi di conoscenza tali da permettere sicure consi¬
derazioni in tal senso.
Prima di indicare la nuova classificazione proposta ed allo scopo di meglio illustrare il
concetto di specie adottato, riporto, in sintesi, il risultato della revisione operata circa la prece¬
dente classificazione delle forme fossili, relativamente alle distinzioni più note e da inten¬
dersi, oi-a, come cadute in sinonimia nei confronti della razza pliocenica individuata.
A) Revisione del precedente inquadramento delle forme fossili.
Murex cornutus L. (det. Brocchi, 1814) ([9] p. 389).
La semplice citazione del Brocchi, pure se non suffragata da una descrizione com¬
pleta, permette di rilevare che questo autore si riferì ad esemplari molto sviluppati, a spira
depressa, dotati di ornamentazione spiniforme molto accentuata, sia nell’ultimo giro spirale
che nel corpo sifonale.
Forme aventi analoghe caratteristiche vennero, in seguito, considerate appartenenti ad
una nuova specie da J. B. de Lamarck (1822).
In merito alla classificazione del Brocchi, si può ossei^vai'e che gli individui utilizzati
per quella determinazione non potevano corrispondere esattamente al Murex cornutus L. per
diverse caratteristiche che appaiono non omologhe. Le principali di queste, per quanto con¬
cerne il Murex cornutus L., sono:
— spira più uniformemente depi'essa;
— maggiore lunghezza del corpo sifonale in rapporto all’altezza della conchiglia (dato mor¬
fologico stabilizzato) ;
— accentuata ornamentazione spiniforme nell’ultimo giro, con spine molto sviluppate e in¬
curvate (dato morfologico stabilizzato);
— prevalente triplice ornamentazione spiniforme nel corpo sifonale (dato morfologico suffi¬
cientemente stabilizzato) (tav. 1, fig. 1).
Rimane, quindi, inteso che le forme esaminate e definite dal BROCCHI nel 1814 non
erano che morfotipi della popolazione pliocenica, caratterizzati da variazioni secondarie in¬
dividuali abbastanza sensibili.
Murex brandaris L. (det. BROCCHI, 1814) ([9] p. 389).
Anche per questa forma pliocenica il Brocchi non diede descrizioni dettagliate, limitan¬
dosi a segnalarne la presenza nei terreni subappennini e rifacendosi a precedenti pubblica¬
zioni. In questa sede è stato fatto riferimento alla determinazione del Brocchi, essendo an¬
cora più incerte le indicazioni degli studiosi che, prima di questo autore, avevano segnalato
esemplari fossili del Murex brandaris L. .
In sostanza, le conchiglie attribuite direttamente alla specie linneana dovevano rap¬
presentare individui più omologhi, nelle caratteristiche generali di ornamentazione, a quelli
attuali. In effetti, le forme plioceniche, confrontate con quelle attuali, hanno unicamente di¬
mostrato, nel loro complesso, una maggiore dimensione stabilizzata nelle conchiglie compieta-
mente sviluppate ed una sutura genericamente più profonda nell’ultimo giro della spira. Il
Brocchi segnalò pure una varietà indicata precedentemente dal Bonanni ma non definita con
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS 4,‘>
denominazione particolare. Questa varietà era basata su individui muniti di varici trasversali
evidenti nell’ultimo giro spirale, caratterizzanti la ornamentazione in luogo delle spine. Circa
queste forme varicose, i dati raccolti nel presente studio hanno permesso di accertare che si
tratta di semplici variazioni individuali, comuni pure alla popolazione attuale (tav. 3, fig. 1 ;
tav. 8, fig. 3).
Murex torularius Lamarck (1822) ([61] p. 576).
J. B. de Lamarck, nella sua classica « Histoire naturelle des animaux sans vertèbres »,
avendo considerato reperti fossili del Pliocene piemontese, ritenne di individuare una nuova
specie, definita appunto « rocker torulaire » per l’aspetto caratteristico delle conchiglie. Il La¬
marck stabilì la sua distinzione in base ai seguenti dati morfologici, osservati negli individui
studiati: forma massiccia, rigonfia, a spira molto depressa, ultimo giro molto sviluppato, va¬
ricoso e munito di due serie di tubercoli spiniformi, corpo sifonale relativamente allungato e
ben caratterizzato da tubercoli spiniformi. Gli autori che, successivamente al Lamarck, si oc¬
cuparono di questi fossili non furono tutti d’accordo con la tesi del predetto studioso. Alcuni
paleontologi, fra i quali F. Sacco ([98] p. 18) e S. Cerulli-Irelli ([18] p. 258) posero, in¬
fatti, in dubbio che la distinzione fosse al livello specifico. In base ai dati attuali ed ai con¬
fronti effettuati su ampie popolazioni si può, con certezza, affermare che gli elementi assunti
dal Lamarck per indicare la sua specie non rappresentano che variazioni morfotipiche secon¬
darie (come la forma massiccia e molto sviluppata) e individuali (come la spira depressa, le
varici trasversali, la ornamentazione tubercoli-spiniforme accentuata). Questa distinzione spe¬
cifica deve, quindi, cadere ed essere ridotta ai reali valori naturali, rappresentati da semplici
modificazioni morfotipiche nell’ambito della popolazione fossile. In relazione alle forme plioce¬
niche in generale, L. Bellardi preferì riunirle sotto il nome di M. torularius Lam. non per
completa convinzione sistematica ma, essenzialmente, per favorire la distinzione fra i fossili
e le faune attuali ([3] p. 51).
Infatti, il Bellardi si era ben reso conto della estrema variabilità di questi Muricidi
pliocenici, riconoscendo pure le strette somiglianze fra gli individui giovanili delle forme fos¬
sili, di quelle attuali e del Murex cornutus L. . Una osservazione attenta e filogeneticamente
valida venne, inoltre, espressa dal predetto studioso, avendo egli sostenuto che le forme plioce¬
niche potrebbero essere considerate come le progenitrici degli attuali Murex brandaris L. e
Murex cornutus L. ([3] pp. 51-52).
Murex coronatus Risso (1826) ([95] U, p. 190).
Questa specie venne identificata precipuamente in base all’aver riscontrato negli esem¬
plari scelti a rappresentarla una forma maggiormente angolosa degli anfratti superiori e la pre¬
senza di una sola serie di spine nella ornamentazione dell’ultimo giro spirale.
Evidentemente, tali criteri non possono, da soli, essere oggi considerati sufficienti a
configurare una distinzione obiettivamente accettabile.
In effetti, già G. Michelotti, nel 1841, aveva espresso un fondato dubbio sulla legit¬
timità di questa specie, che si veniva ad aggiungere a non poche altre differenziazioni, nel¬
l’ambito della forma pliocenica. Il Michelotti ( [77] p. 14), nella sua monografia sul Genere
Murex, giudicò, infatti, troppo restrittivo il concetto di specie come manifestato dal Risso nel-
l’ individuare il M. coronatus, lamentando altresì che, a spese del M. brandaris L., si fosse de¬
terminata, in Paleontologia, una tendenza ingiustificata, intesa ad un eccessivo frazionamento
sistematico. Nella sostanza, circa i caratteri posti dal RISSO a definire la specie, rimane lo¬
gico pensare a semplici modificazioni individuali, determinate da ragioni ambientali o tera¬
tologiche.
La distinzione del Risso non può, quindi, conservare valore sistematico e deve cadere
in sinonimia con la nuova classificazione delle forme plioceniche.
46
P. G. CAPETTO
Murex subbrandaris d’Orbigny (1847) ([40] p. 72).
Il d’ORBiGNY, avendo esaminato qualche forma maggiormente rapportabile al Murex
brandaris L. ritenne di definire una nuova specie, che citò poi nel suo «Prodrome» (1852) U).
Questa distinzione venne, in effetti, effettuata in base alla considerazione di dati morfologici
dovuti a variazioni individuali. Inoltre, fu citata per il Miocene medio di Torino (26° piano, fa-
lunien R) cosa che fu posta in dubbio da L. Bellardi ([3] p. 53). In relazione alla insuffi¬
cienza di elementi discretivi ed alla incertezza della collocazione stratigrafica, la specie del
d’ORBlGNY deve essere considerata, in effetti, come inesistente.
Murex brandaris L. var. ventre trifariam spinoso Chemnitz (det. de Rayneval,
van den Hecke & Ponzi, 1854) ([93] p. 12).
Una segnalazione del Chemnitz, riportata da R. A. Philippi (1844) ([89] p. 181), in¬
dicava fra gli esemplari attuali del Murex brandaris una varietà rarissima, definita ventre tri¬
fariam spinoso a causa della triplice ornamentazione spiniforme nell’ultimo giro della spira (2).
In un lavoro del 1854, de Rayneval, van den Hecke & Ponzi citarono, fra i fossili pliocenici
di Monte Mario, presso Roma, una forma che rapportarono a quella attuale del Chemnitz per
la eguale triplice ornamentazione spiniforme. In realtà, in occasione di ricerche nei terreni
pliocenici è possibile rinvenire rarissimi esemplari così ornamentati, ma si tratta, come è stato
accertato dalle indagini naturalistica e statistica, di semplici variazioni individuali, relative ad
esemplari solitamente ben sviluppati ed il cui mantello, sovrabbondante, aveva secreto una
conchiglia molto ornamentata. Questi esemplari, peraltro, costituiscono interessanti morfotipi
di transizione, essendo maggiormente avvicinabili, come ricchezza di ornamentazione, al Murex
cornutus L. delle attuali coste africane. Nella tav. 9, figg. 1 e 3, sono riprodotti gli esemplari
da me rinvenuti nel Pliocene medio-superiore della regione astigiana unitamente a quelli
(') In questo periodo, M. HÒRNES (1851) ([54] p, 257) stabilì nuove distinzioni sistematiche per forme
analoghe a quelle studiate nel presente lavoro e provenienti dai terreni terziari dei dintorni di Vienna. In
particolare, egli determinò una varietà, riferendola al M. brandaris L. .
Lo HÒRNES stabilì questa distinzione senza attribuirle una denominazione e in considerazione dei se¬
guenti elementi: forma clavata, ultimo giro convesso-carenato, con varici molto appariscenti; spira depressa,
apertura arrotondata, corpo sifonale relativamente breve, con canale aperto; ornamentazione longitudinale e
trasversale poco marcata.
Nel 1885, questa forma venne considerata come una vera e propria specie, assumendo il nome di M.
( Bolinus ) subtorularius Hòrnes & Auinger.
Esaminando le figure date dallo Hòrnes e confrontandole con esemplari esistenti nelle collezioni ora
studiate, si può rilevare che le forme indicate da questo autore potrebbero anche riferirsi ad individui svi¬
luppatisi senza spine evidenti, per cause individuali (teratologiche o da stentato accrescimento) ([54] tav. 26,
fig. 3) o ad esemplari non allo stadio adulto, privi di ornamentazione evidenziata.
Un’altra forma dello Hòrnes, il M. partschi (1851) ([54] pag. 258) può, analogamente, essere oggetto
di riserve sulla sua validità quale distinzione naturale al livello specifico. In particolare, dall’esame delle in¬
dicazioni e delle figure lasciate dallo Hòrnes sembra che si tratti di esemplari non ancora completamente
sviluppati e privi di ornamentazione spiniforme, sostituita da cordoni varieiformi e trasversali piuttosto ac¬
centuati, tali da far assumere ai reperti un aspetto claviforme. Esemplari avvicinabili a quello raffigurato
dallo Hòrnes, sono stati rinvenuti nelle assise mesoplioceniche dell’Astigiano (tav. 5, fig. I).
Le forme segnalate dallo HÒRNES non sono state considerate direttamente ai fini di questo lavoro
perchè riferite al bacino di Vienna e segnalate (come il M. partschi), anche recentemente, per terreni clas¬
sificati miocenici [110]. Inoltre, l’insufficienza di elementi di conoscenza su queste forme mi impedirebbe,
in questo momento, di formulare opinioni sicure.
Incidentalmente, si può notare che non pochi Molluschi, oggetto dello studio dello Hòrnes sul bacino
di Vienna, sono caratteristici del Pliocene piemontese e, come per i Pernidi, degli strati superiori di questo
Periodo.
(2) Una forma simile venne segnalata anche da A. Locard (1886) sotto il nome di Murex trispinosus
([65] p. 84). Questa distinzione specifica e la varietà ventre trifariam spinoso di Chemnitz, cadono in sino¬
nimia con la comune classificazione delle forme attuali.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS 4*
morfologicamente più comuni. La mancata stabilizzazione nei fossili dei caratteri notati in
queste conchiglie impedisce, comunque, di poter configurare per essi una distinzione anche
solo al livello subspecifico.
Murex pseudo-brandaris D’Ancona (1871) ([33] p. 323).
C. D’Ancona riunì sotto questa nuova specie tutti i Muricidi pliocenici che gli autori
precedenti avevano attribuito, per lo più, al Murex brandaris L. .
Non tenendo conto della distinzione già operata dal Lamarck per almeno una parte di
questi fossili, il D’ANCONA suddivise la nuova specie in diverse forme, a seconda delle mu¬
tazioni dei caratteri secondari riscontrate nei vari esemplari. Questo autore giustificò la di¬
stinzione specifica sopra tutto nella convinzione che fosse opportuno separare completamente
le forme fossili dalle attuali, ritenendo le prime intermedie fra il Murex cornutus L. e il
Murex brandaris L. ( [33] p. 324). Le indicazioni morfologiche poste per individuare la specie
sono tutte di carattere secondario e, in buona parte, riferite alla ornamentazione, che sap¬
piamo essere molto variabile sia nei fossili che nei viventi. Successivamente al lavoro del D’An¬
cona, L. Bellardi (1872), pur accettando il principio della opportunità di una decisa sud-
distinzione fra i fossili e le forme attuali, riconobbe che a quelle plioceniche studiate nel
1871 dal D’Ancona doveva essere attribuito, per ragioni di priorità, il nome di Murex toru-
larius Lam., poiché il LAMARCK le aveva già così definite nel 1822 ([3] p. 51).
Indipendentemente da ogni considerazione di priorità, in base ai dati sistematici ora
ottenuti si può sicuramente ritenere non valida anche questa distinzione specifica del D’Ancona.
Murex torularius Lam. var. bollenensis Fontannes (1882) ([44] p. 3).
Questa varietà venne istituita da F. Fontannes in base all’esame di qualche frammento
e di alcuni individui giovanili. Fu definita essenzialmente per: ultimo giro molto sviluppato,
corpo sifonale allungato e caratterizzato da due serie trasversali di spine, disposte molto obli¬
quamente. Secondo i moderni concetti di sistematica non può, di certo, essere ritenuta valida
una distinzione basata su caratteri non sufficientemente stabilizzati per ampie popolazioni. Per
questa ragione, ad esempio, non può essere attribuita alcuna rilevanza per la definizione di
un inquadramento naturale al fatto della presenza di spine disposte in modo più obliquo
del consueto, essendo questo un carattere meramente dovuto a fattori individuali, da porsi
in relazione all’accrescimento della conchiglia. Anche questa distinzione cade, quindi, in sino¬
nimia con la comune classificazione delle forme plioceniche considerate in questo lavoro.
Murex torularius Lam. var. altavillensis De Gregorio (1884) ([51] pp. 227-232).
Forme con spira molto depressa, suture profonde, varici, spine molto sviluppate nella
parte posteriore dell’ultimo giro.
var. D’Anconae De Gregorio (1884).
Forme simili ad un esemplare già raffigurato dal D’Ancona ([33], tav. 2, fig. 1).
var. conglobopsis De Gregorio (1884).
Definita rarissima, venne giustificata in base ai seguenti caratteri, considerati di¬
versi da quelli della var. D’Anconae De Greg. : giri spirali più convessi, varici più grosse, su¬
ture profondissime, ultimo giro più globoso, con due file di spine meno sviluppate, corpo si¬
fonale con ornamentazione non evidente, labbro interno meno sviluppato ed eretto.
var. rusticulopsis De Gregorio (1884).
Forme costituenti una transizione fra il Murex torularius Lam. e il Murex brandaris
L. ; somiglianti alla Pxjrula rusticula e corrispondenti alle figure di esemplari segnalati da
F. A. Pereira da Costa ([87], tav. 20, figg. 5-7).
48
P. G. CARETTO
var. vertigus De Gregorio (1884).
Venne indicata unicamente perchè corrispondente ad una forma illustrata dal D’ANCONA
( [33J tav. 2, fig. 2) e da questi non definita con un nome particolare. Si tratta di conchiglie
a spira assai depressa, varicose, con noduli spiniformi nell’ultimo giro e due serie di spine
molto sviluppate nel corpo sifonale, il cui canale appare più aperto del consueto.
var. egamus De Gregorio (1884).
Forme identiche, nel complesso, ad altra già indicata dal D’ANCONA ( [33] tav. 2, fig. 7).
La distinzione sarebbe dovuta alla spira mediamente depressa ed alle spine di forma legger¬
mente diversa perchè meno sviluppate. Tra le due serie trasversali di spine nell’ultimo giro
era stato notato un accenno ad una terza serie intermedia, appena delineata.
var. tiricus De Gregorio (1884).
Stabilita perchè ritenuta forma di passaggio fra le conchiglie spinose e quelle meno or¬
namentate.
var. moreanus De Gregorio (1884).
Definita come molto simile alla precedente e intermedia fra questa e la var. imperipus
De Gregorio.
var. propetiricus De Gregorio (1884).
Indicata dal De Gregorio come essenzialmente identica alla var. tiricus da lui identifi¬
cata, questa forma si sarebbe differenziata perchè la serie anteriore di spine sul corpo sifo¬
nale si palesava appena accennata.
var. gapus De Gregorio (1884).
Corrispondente alla forma figurata dallo Hornes nel 1851 e da questi non denominata
particolarmente ([54] tav. 26, figg. 3-4).
In sostanza, si tratta di esemplari a spira medio-depressa, con ornamentazione appena
delineata.
var. imperipus De Gregorio (1884).
Separata dalla precedente essenzialmente per i seguenti caratteri : suture più profonde,
giri arrotondati e più numerosi, varici meno sviluppate.
Tutte queste varietà stabilite dal De Gregorio sono chiaramente dovute alla considera¬
zione, da parte di questo autore, di ogni minuta differenziazione morfologica individuale ed
hanno costituito una autentica polverizzazione della distinzione del Lamarck, anch’essa de¬
finita in base ad elementi non fondamentali di struttura e di forma.
In effetti, nessuna delle distinzioni sopra elencate offre qualche dato morfologico tale
da permettere di differenziare fra di loro, nella sistematica, questi Muricidi fossili. Le pre¬
dette varietà sono, quindi, da considerare inesistenti, come la « sezione » torularius alla quale
vennero riferite.
Murex torularius Lam. var. umbra Foresti (1888) ([47] p. 31).
Fondata su due soli esemplari, questa varietà venne distinta per: spira non molto pro¬
minente, ultimo giro globoso, corpo sifonale stretto, strie e funicoli numerosi, eguali in tutta
la conchiglia, apertura ovale, un poco allungata. Il Foresti pose anche in evidenza la note¬
vole somiglianza della forma « umbra » con quella definita Murex partschi dallo HÒRNES.
Rari esemplari, simili a quelli indicati dal Foresti, sono stati ritrovati e studiati in
questo lavoro unitamente agli altri morfotipi (tav. 5, fig. 1). La osservazione sistematica
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
4!»
e specialmente i dati statistici hanno dimostrato che la mancanza o la scarsezza di ornamen¬
tazione non indicano variazioni morfologiche di valore sistematico ma che sono unicamente da
collegare allo sviluppo ed alla ecologia relativi ai singoli individui. Inoltre, a quanto appare
dalla figura data dal Foresti, la varietà venne stabilita su esemplari non compiutamente svi¬
luppati, e, probabilmente, teratologici. Anche questa distinzione del Foresti deve, quindi, es¬
sere considerata come inesistente.
B) Inquadramento delle forme plioceniche in rapporto a quelle attuali.
In considerazione delle risultanze oggettive della revisione eseguita ed a seguito del
riconoscimento dì un’unica cronospecie, comprensiva delle forme plioceniche e attuali, si pro¬
pone la seguente nuova classificazione, particolarmente intesa a definire la posizione siste¬
matica dei Muricidi fossili studiati. Per distinguere la sottospecie pliocenica sono stati adot¬
tati i criteri internazionali di tassonomia riassunti da E. Mayr, E. G. Linsley & R. L. UsiN-
GER nel 1953 [74].
Con questo riferimento e per ragioni di priorità, quale denominazione sottospecifica
viene proposto il nome di torularius, indicato dal Lamarck nel 1822 per individuare questi
fossili.
A tale proposito, è opportuno ricordare che il Lamarck non fu il primo a definire le
forme plioceniche ma la priorità è giustificata perchè i precedenti autori utilizzarono er¬
roneamente i termini di M. brandaris L. e M. cornutus L., forme che, come si è già visto, pre¬
sentano determinate differenze morfologiche di importanza genetica nei confronti dei fos¬
sili. Sempre in ragione di regole tassonomiche non ha rilevanza per la denominazione pro¬
posta il fatto che il Lamarck abbia considerato solo una parte dei morfotipi costituenti l’ in¬
sieme della popolazione pliocenica.
CLASSIS: GASTROPODA
Familia: MUR1C1DAE, Fleming, 1828.
GENUS: MUREX, Linnaeus, 1758.
Murex brandaris torularius Lam.
1814 - Murex cornutus L. - Brocchi: Conch. foss. subapennina, 2, p. 389 *. (‘).
1814 - Murex brandaris L. - Brocchi: Conch. foss. subapennina, 2, p. 389.
1821 - Murex cornutus L. - Borson: Saggio di Oritt. piemontese, Mem. R. Acc. Sci. Torino, 26, p. 299. *
1821 - Murex brandaris L. - Borson: Saggio di Oritt. piemontese, Mem. R. Acc. Sci. Torino, 26, p. 299. *
1821 - Murex brandaris L. n° 2 var. - Borson: Saggio di Oritt. piemontese, Mem. R. Acc. Sci. Torino, 26,
p. 310, t. 5, fig. 8. *
1822 - Murex torularius Lam. - Lamarck: Hist. nat. des anim. sans vertèbres, p 576. *
1826 - Murex coronatus Risso - Risso: Hist. nat. des princ. prod. de l’Eur. mér., 4, p. 190, t. 6, fig. 78.
1827 - Murex torularius Lam. - Defrance: Dict. des Sci. nat., 45, p. 540.
1829 - Murex brandaris L. - De Serres: Géogn. des terr. tert., p. 115. *?
1829 - Murex cornutus L. - De Serres: Géogn. des terr. tert., p. 115. *
1831 - Murex cornutus L. - Bronn : It. Tert. - Geb. und deren org. Einschl., p. 33. *
1831 - Murex brandaris L. - Var. a - Bronn: It. Tert. - Geb. und deren org. Einschl., p. 33. *
1831 - Murex brandaris L. - Var. - Bronn: It. Tert. - Geb. und deren org. Einschl., p. 33. *?
1832 - Murex cornutus L. - Jan: Cat. conch. foss., p. 11. *
(‘) Nella indicazione delle sinonimie alla razza pliocenica sono state contrassegnate con asterisco le vec¬
chie determinazioni che si riferivano o potevano riferirsi alla sottopopolazione a, come individuata a se¬
guito della indagine statistica. I casi di dubbioso collegamento con queste precedenti distinzioni morfotipiche
sono stati indicati con un punto interrogativo.
4
50
P. G. CARETTO
1832 - Murex brandaris L. - Jan: Cat. conch. foss., p. 11, fig. 7 a-b.
1836 - Murex brandaris L. - Philippi: Enum. Moli. Siciliae, 1, p. 210.
1840 - Murex brandaris L. - Grateloup: Conch. foss. des terr. tert. du Bassin de l’Adour, 1, atlas, t. 3
(n° 31), fig. 1. *
1841 - Murex brandaris L. - Michelotti: Mon. del Gen. Murex, p. 14. *?
1841 - Murex brandaris L. - Calcara: Mem. sopra alcune conch. foss., p. 57. *
1841 - Murex cornutus L. - Calcara: Mem. sopra alcune conch. foss., p. 58. *
1841 - Murex brandaris L. - Zuccari: Cat. dei foss. dei dint. di Roma, p. 57.
1844 - Murex brandaris L. - Philippi: Enum. Moli. Siciliae, p. 182.
1847 - Murex brandaris L. - Sismonda: Syn. meth. anim. invert. Ped. foss., 2“ ed., p. 40. *?
1848 - Murex brandaris L, - Bronn : Index Pah, p. 749.
1848 - Murex torularius Lam. - Bronn : Index Pah, p. 756. *
71851 - Murex brandaris L. var. - Hòrnes: Die Foss. Moli, des Tert. - Beck. von Wien, 1, p. 257, t. 26,
figg. 3-4 (’).
1852 - Murex subbrandaris D’Orb. (1847) - D’Orbigny: Prodr. de Pah Strat. univ., 3, p. 72. *
1852 - Murex brandaris L. - D’Orbigny: Prodr, de Pah strat. univ., 3, p. 174,
1854 - Murex brandaris L. - De Rayneval, Van Den Hecke & Ponzi: Cat. des foss. du Monte Mario, p. 12.
1854 - Murex brandaris L. ventre trifariam spinoso Chemnitz - De Rayneval, Van Den Hecke & Ponzi:
Cat. des foss. du Monte Mario, p. 12. *
1861 - Murex brandaris L. - Còsta: Oss. sulle conch. foss. di San Miniato, p. 86. *?
1862 - Murex brandaris L. - Seguenza: Not. succ. intorno alla cost. geol. dei terr. terz. dei dint. di Mes¬
sina, p, 23.
1864 - Murex brandaris L. - Conti: Il Monte Mario ed i suoi fossili, p. 33.
1866 - Murex brandaris (det. Lam.) - Pereira da Costa: Gast. dos dep. terc. do Portugal, p. 170, t. 20,
figg. 5 a-b, 6 a-b, 7.
1868 - Murex brandaris L. - Foresti: Cat. Moli. foss. plioc. delle colline Bolognesi, Mem. Acc. Sci. Ist. Bo¬
logna, ser. 2, 7, p. 12. *?
1868 - Murex brandaris L. - Manzoni: Saggio di conch. foss. subap., p. 38.
1869 - Murex brandaris L. - Coppi: Cat. dei foss. mioc. e plioc. del Modenese, p. 27. *?
1871 - Murex pseudo-brandaris D’Anc. (forme 1, 3) - D’Ancona: Malac. plioc. italiana, 1, p. 323, t. 2,
figg, 1 a-b, 2 a-b. *
1871 - Murex pseudo-brandaris D’Anc. (forma 2) - D’Ancona: Malac. plioc. italiana, 1, p. 323, t. 2, fig. 7 a-b.
1872 - Murex brandaris L. var.? - Coppi: Studi di Pah icon. del Modenese, p. 22. *
1872 - Murex torularius Lam. - Bellardi: I Moli, dei terr. terz. del Piem. e della Lig., parte 1“, p. 49.
1873-1877 - Murex torularius Lam. - Seguenza: Studi strat. sulla form. plioc., parte 3‘, p. 220. *?
1874 - Murex brandaris L. - De Stefani: Foss. plioc. dei dint. di S. Miniato, p. 42.
1874 - Murex pseudo-brandaris D’Anc. - De Stefani: Foss. plioc. dei dint. di S. Miniato, p. 43.
1874 - Murex torularius Lam. - De Stefani: Foss. plioc. dei dint. di S, Miniato, p. 43. *
1877 - Murex torularius Lam. - De Stefani: Descr. degli strati plioc. dei dint. di Siena, p. 172.
1878 - Murex torularius Lam. - De Stefani & Pantanelli: Moli, plioc. dei dint. di Siena, p. 88. *
1879-1882 - Murex torularius Lam. bollenensis Font. - Fontannes: Le Moli, plioc. de la Vallèe du Rhóne et
du Rouss., 1, p. 3, t. 1, figg. 2-3.
1880 - Murex torularius Lam. - Pantanelli: Conch. plioc. di Pietrafitta, p. 270.
1882 - Murex torularius Lam. - Bellardi: Cat. gen. dei Moli, dei terr. terz. del Piem. e della Lig., parte 1“
e 2a, n. 8.
1882 - Murex brandaris L. - Zuccari: Cat. dei foss. dei dint. di Roma, p. 16.
1884 - Murex torularius Lam. altavillensis De Greg. - De Gregorio: Studi su alcune conch. med. viv. e fos¬
sili, Bull. Soc. Mah IL, 10, p. 228. *
1884 - Murex torularius Lam. D’Anconae De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fos¬
sili, Bull. Soc. Mah It., 10, p. 229. *
1884 - Murex torularius Lam. bollenensis Fontannes - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fos¬
sili, Bull. Soc. Mah It., 10, p. 229.
1884 - Murex torularius Lam. conglobopsis De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fos¬
sili, Bull. Soc. Mah It., 10, p. 229. * ?
1884 - Murex torularius Lam. rusticulopsis De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fos¬
sili, Bull. Soc. Mah It., 10, p. 230.
1884 - Murex torularius Lam. vertigus De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fos¬
sili, Bull. Soc. Mah It., 10, p. 230. *
(‘) V. nota O a p. 46,
Nuova classificazione delle forme attribuibili al murex brandaris
51
1884 - Murex torularius Lam. coronatus Risso - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fossili,
Bull. Soc. Mal. It., 10, p. 230.
1884 - Murex torularius Lam. egamus De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fossili,
Bull. Soc. Mal. It., 10, p. 230.
1884 - Murex torularius Lam. tiricus De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv, e fossili,
Bull. Soc. Mal. It., 10, p. 231.
1884 - Murex torularius Lam. moreanus De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fossili,
Bull. Soc. Mal. It., IO, p. 231.
1884 - Murex torularius Lam. propctiricus De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fos¬
sili, Bull. Soc. Mal. It., 10, p. 231.
1884 - Murex torularius Lam. gapus De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fossili, Bull.
Soc. Mal. It., 10, p. 231.
1884 - Murex torularius Lam. imperipus De Greg. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fossili,
Bull. Soc. Mal. It., IO, p. 231.
1884 - Murex brandaris L. - De Gregorio: Studi su talune conch. med. viv. e fossili, Bull. Soc. Mal. It., 10,
p. 232.
1887 - Murex brandaris L. - Zittel: Traité de Paléontologie, 2, parte 1“, p. 275.
1888 - Murex brandaris L. - Clerici: Sulla Corb. flum. dei dint. di Roma, p. 107.
1888 - Murex torularius Lam. umbra For. - Foresti: Di una var. di Strombus coronatus e di una di Murex
torularius Lam., Boll. Soc. Geol. It., 7, p. 31, t. 1, figg. 3-4.
1890 - Murex torularius Lam. - Toldo: Muricidae, Trit. e Fase, del Mioc. sup. di Montegibbio, p. 18.
1896 - Murex torularius Lam.? - Cerulli-Irelli : Contr. allo studio del Plioc. nella prov. di Teramo, p. 25.
1899 - Murex pseudo-brandaris D’Anc. - Ugolini: App. al Cat. dei Moli, fossili plioc., p. 469.
1903 - Murex brandaris L. - Cossmann: Ess. de Paléoconch. comparée, parte 5“, p. 14.
1903 - Murex torularius Lam. - Cossmann: Ess. de Paléoconch. comparée, parte 5“, p. 16. *
1904 - Murex torularius Lam. - Sacco: I Moli, dei terr. terz. del Piem. e della Lig., parte 30a, p. 18; t. 4,
figg. 31-32; t. 5, figg. 1-2.
1906 - Mure x torularius Lam. neustriensis G. D. - Dollfus: Faune malacol. du Mioc. sup. de Beaulieu,
p. 311.
1911 - Murex brandaris L. - Cerulli-Irelli: Fauna malacol. mariana, parte 5“, p. 258 (308), t. 24 (41),
figg. 1-8.
1913 - Mure x brandaris L. - Gignoux; Les formations mar. plioc. et quat. de l’Italie, p. 520.
1924 - Murex pseudo-brandaris D’Anc. - Vinassa De Regny: Paleontologia, p. 263, fig. 157-A.
1960 - Murex torularius Lam. - Malatesta: Malacofauna pleist. di Grammichele, p. 131.
1960 - Murex brandaris L. - Malatesta: Malacofauna pleist. di Grammichele, p. 131.
1962 - Murex ( Bolinus ) torularius Lam. - Ruggieri: La serie marina plioc. e quat. della Romagna, p. 30.
1964 - Murex brandaris L.? - Compagnoni: I Moli, plioc, di Monte San Giovanni Campano, p. 260.
1964 - Murex torularius Lam.? - Compagnoni: I Moli, plioc. di Monte San Giovanni Campano, p. 260. *?
?1966 - Murex ( Bolinus ) subtorularius Hòrnes & Auinger - Strausz: Die Miozàn-Medit. Gastr. Ung.,
p. 258, t.. 54, figg. 11-13 0).
Le caratteristiche morfologiche secondarie che distinguono la sottospecie pliocenica dalle
forme attuali si possono così riassumere :
— sviluppo della conchiglia generalmente e decisamente più cospicuo in rapporto a individui
normalmente sviluppati mentre nei primi giri giovanili delle conchiglie non si rilevano ap¬
prezzabili disomogeneità. Questo elemento morfologico risulta ben stabilizzato ;
— quale conseguenza dello sviluppo comunemente più rigoglioso ed in proporzione all’altezza
totale delle conchiglie, l’ultimo giro della spira si presenta normalmente più ampio di quello
rilevabile nelle forme attuali. Questo carattere, sufficientemente stabilizzatosi negli indi¬
vidui pliocenici, appare essenzialmente collegato a ragioni genetiche ed ecologiche. Fra
la popolazione fossile si rinvengono, però, taluni individui dimostranti uno sviluppo sten¬
tato e maggiormente simile agli attuali ;
— il labbro esterno risulta, mediamente, meno inclinato di quello delle conchiglie attuali.
Anche questo elemento è da porsi in relazione a fattori generalizzati, di derivazione ge¬
netica ed ecologica;
(') V. nota (') a p. 46.
P. G. CARETTO
— la sutura si presenta, di norma, decisamente più accentuata e profonda, a differenza di
quella delle forme attuali, costituente, di solito, una semplice linea di saldatura. Il carat¬
tere è stabilizzato ma una piccola percentuale di individui, appartenenti alle rispettive
popolazioni pliocenica e attuale, presenta una sutura di tipo diverso da quello normale e
morfologicamente più vicina a quella dell’altra popolazione ;
— una tendenza generalizzata ad una ornamentazione più evidente e, talora, decisamente ab¬
bondante. Particolarmente le spine, quando presenti, denotano una robustezza ed un al¬
lungamento generalmente superiori a quelli della popolazione vivente mentre, più sovente,
sono presenti in duplice serie nella ornamentazione del corpo sifonale.
Oltre ai caratteri ricordati, diversi altri elementi morfologici sono, come si è visto, meno
stabili oppure decisamente mutevoli, tanto da dover essere precipuamente considerati come
semplici modificazioni individuali. Fra questi elementi, più o meno mutevoli, occorre ancora ri¬
cordare la ornamentazione spiniforme o noduliforme del corpo sifonale. Tale ornamentazione
dimostra una variabilità non notevole, nell’ambito della popolazione fossile, essendo essenzial¬
mente costituita dalla presenza di due o di una serie di spine oppure di noduli.
La maggiore costanza delle due varianti morfologiche aveva facilitato, nei precedenti
inquadramenti, la tendenza a suddivisioni sistematiche non naturali. La stessa distinzione spe¬
cifica del Lamarck era stata precipuamente basata sulla presenza di una accentuata orna¬
mentazione complessiva nei reperti considerati per stabilirne la diagnosi. Il controllo effet¬
tuato su una ampia popolazione pliocenica, rappresentativa delle varie modificazioni infraspe-
cifiche che la caratterizzano, ha permesso di confermare la citata tendenza, nei fossili, ai
due tipi essenziali di ornamentazione sifonale, in unica o duplice serie. I dati statistici sono
risultati chiari in materia ma hanno pure dimostrato che questo carattere morfologico è del
tutto secondario nelle forme plioceniche e appare come dovuto a fattori essenzialmente eco¬
logici. Si tratta, evidentemente, di un dato interessante in quanto rivela, già nelle forme fos¬
sili, la possibilità adattativa del phylum alla riduzione di una ornamentazione non essenziale
della conchiglia. Ai soli fini di controllo evolutivo ed in base alle frequenze accertate anche
statisticamente, la razza pliocenica può essere suddistinta in due gruppi o sottopopolazioni,
proprio nella precipua considerazione della ornamentazione sifonale.
Questa suddivisione, non rilevante per la sistematica, può essere espressa nel modo
seguente :
— sottopopolazione a : conchiglie ornamentate normalmente da due serie di spine o di no¬
duli nel corpo sifonale. Pur essendo variabili gli altri elementi morfologici, si nota una
certa superiorità numerica di individui a spira depressa e fortemente ornamentati anche
nell’ultimo giro della spira. A questa sottopopolazione vanno specialmente ricondotte le
determinazioni della sistematica precedente, relative alla identificazione dei fossili nel
M. cornutus L. e nel M. torularius Lam. ;
— sottopopolazione /3: conchiglie ornamentate, in genere, da una sola serie di spine o di no¬
duli nel corpo sifonale. Pur rimanendo mutevoli gli altri caratteri, si nota una certa fre¬
quenza di individui aventi una conformazione maggiormente vicina o eguale a quella dei
viventi, sempre rimanendo normalmente diversi, nei confronti di questi ultimi, la mag¬
giore dimensione media delle conchiglie e gli altri elementi morfologici ricordati.
Per quanto concerne le forme attuali, lo studio morfologico di un notevole numero di
esemplari di varia provenienza ha ampiamente comprovato che le stesse presentano unica¬
mente una variabilità infraspecifica.
Le modificazioni individuali si riferiscono precipuamente alla ornamentazione super¬
ficiale e, nel complesso, permettono di considerare la sottospecie attuale come più omogenea,
nel proprio interno, di quella fossile. Sono, quindi, da ritenersi arbitrarie e non naturali le
distinzioni che qualche autore ha previsto per queste forme in studi zoologici.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
53
In base ai dati accertati ed alle regole tassonomiche, la sottospecie attuale può essere
definita con la denominazione di Murex brandaris brandaris L. .
Sono da considerarsi cadute in sinonimia, come accennato, le precedenti ulteriori dif¬
ferenziazioni al livello specifico o della varietà, originate dalla applicazione degli ormai su¬
perati concetti morfotipici (1).
CONCLUSIONE.
La revisione condotta in relazione alle forme plioceniche mediante la considerazione
dei criteri evoluzionistici ha permesso di stabilire, su basi non soggettive, che le stesse non
possono essere disgiunte da quelle attuali sotto un profilo strutturale e morfologico fondamen¬
tale. Si sono, così, potuti accertare, nell’ambito della cronospecie individuata, gli stretti rap¬
porti filetici fra gli individui fossili e quelli viventi. Questa cronospecie, probabilmente ori¬
ginaria del Miocene, ha trovato il suo migliore periodo di sviluppo e di espansione nei mari
epicontinentali pliocenici, caratterizzati da condizioni di habitat particolarmente favorevoli.
Per quanto attiene alla sistematica il presente lavoro ha dimostrato quante distinzioni non
naturali si siano tramandate e conservate fino ad oggi nei riguardi dei Muricidi esaminati.
I dati raccolti non costituiscono che un esempio nel vasto campo degli studi paleonto¬
logici, circa il quale molto rimane da fare per dare un indirizzo più naturale all’ inqua¬
dramento di non poche forme, sia fra gli Invertebrati che nei Vertebrati. Taluni risultati ot¬
tenuti nel caso trattato e le correlative deduzioni sistematiche possono, altresì, servire quale
ulteriore prova sulla inutilità dei criteri morfotipici per stabilire la classificazione degli or¬
ganismi naturali, spesso così mutevoli al livello individuale. In Paleontologia, risultati deter¬
minanti saranno sempre più possibili se verranno stabiliti maggiori collegamenti con le scienze
zoologiche e biologiche, sviluppando appieno il principio dell’attualismo.
Per contro, si notano ancora, al presente, certe distinzioni di indirizzo sistematico, non
giustificabili in discipline che hanno un fondamento assolutamente comune.
Con tale riferimento, si rende, però, opportuno ricordare che diversi studiosi, già da
tempo, si sono preoccupati di impostare i propri lavori paleontologici su nuove basi, più ade¬
renti ai valori naturali della specie ed ai principi neontologici, spesso rinunciando così alla
suggestione di legare il proprio nome a generi e specie nuovi ma non oggettivamente fondati.
Fra i Paleontologi che più recentemente si sono preoccupati, in Italia, del problema della
nuova sistematica, sono particolarmente da ricordare A. Malatesta [70] e V. Vialli [115].
Nello studio del Vialli dedicato alla specie (1963), oltre ad essere riassunte le opinioni
di diversi altri autori, sono esaurientemente indicati gli inconvenienti dei vecchi sistemi ed i
sicuri vantaggi, sul piano dell’obiettività, di quelli aventi quali presupposti lo studio della va¬
riabilità infraspecifica, la considerazione della variabilità di origine genetica o meno ed il
controllo dei fattori tipologici.
Con riferimento alle indicazioni della nuova sistematica, le risultanze dell’ indagine ora
effettuata permettono di apprezzare, sul piano pratico, alcuni elementi atti a facilitare la in¬
dividuazione, nei fossili, dei gradi di differenziazione naturale fra due o più forme e di me¬
glio comprendere il significato di specie, sia in senso orizzontale (popolazioni sincrone) che
verticale (cronospecie).
Tenuto conto delle maggiori difficoltà della sistematica paleontologica, priva di para¬
metri di confronto biologici, si esprimono, quindi, le seguenti considerazioni:
a) Forme simili ma che, ad un esame superficiale, possono apparire differenziabili per
alcuni caratteri morfologici, appartengono ad una stessa specie se i loro elementi fondamen¬
ti La indicazione delle sinonimie alla classificazione delle forme attuali sarà oggetto di una nota da
inserire nella più idonea sede zoologica.
P. G. CARETTO
54
tali di struttura e di morfologia (es. conformazione scheletrica generale, disposizione delle
strutture, tipo di accrescimento) si dimostrano costanti a seguito di controllo su un alto nu¬
mero di individui, rappresentanti le relative popolazioni ;
b) In presenza di strutture fondamentali omogenee e stabili, se i caratteri strutturali
e morfologici secondari (es. dimensioni, sviluppo di strutture, ornamentazione) si rivelano
differenziabili ma caratterizzano stabilmente vaste popolazioni complessive, queste ultime rap¬
presentano solamente razze nell’ambito di un’unica specie.
c ) Elementi morfologici secondari più variabili — ma ad un grado non elevato nel¬
l’ambito delle singole popolazioni — non rivestono valore sistematico e possono unicamente
indicare sottopopolazioni.
d) Gli elementi morfologici secondari e superficiali, molto mutevoli ed instabili in rap¬
porto alle altre caratteristiche, sono da considerare semplici variazioni individuali.
Nel corso dello svolgimento di questo lavoro si è, più volte, citato il Murex comutus L.
(tav. 1, fig. 1), forma attuale che alcuni autori avevano ritenuta identica ai fossili conside¬
rati. In merito si sono invece rilevate talune differenziazioni sicuramente a livello non indivi¬
duale (p. 44).
Non avendo, però, avuto in esame che un numero relativamente limitato di esemplari
e non potendo, quindi, accertare il grado completo di variabilità di questi Muricidi, ritengo, in
questa sede, di non formulare definizioni sistematiche in merito agli stessi.
Istituto di Geologia e Paleontologia dell’ Università di Torino, giugno 1967.
Riassunto
In occasione di una serie di scavi condotti nei terreni pliocenici della regione astigiana, l’autore rin¬
venne numerosi esemplari di Gasteropodi macroscopicamente riferibili alle forme attuali classificate come
Mure x brandaris L. .
Considerato che i predetti fossili presentano non poche variazioni morfologiche secondarie e che nella
sistematica paleontologica tradizionale risultavano inquadrati in un certo numero di specie e varietà, venne
deciso di procedere ad una revisione del loro inquadramento nonché di controllarne i rapporti di affinità
con le forme attuali.
Al fine di ottenere un quadro morfologico completo, l’ indagine è stata condotta su numerosi esem¬
plari, sia delle forme viventi che di quelle fossili, provenienti, i primi, dalle coste italiane e gli altri da
località plioceniche tipiche. Lo studio delle faune predette è stato effettuato con l’applicazione dei moderni
concetti sistematici di « popolazione », « biospecie » e « cronospecie » nonché in stretto riferimento ai principi
neontologici.
Circa le forme fossili, l’ indagine è stata completata con l’ausilio del metodo statistico, attuato in
tutte le fasi resesi possibili.
Il risultato della ricerca, sia sotto il profilo naturalistico che statistico, ha fornito elementi univoci
e positivi, permettendo di accertare che tra le forme plioceniche e quelle attuali non sussistono differenze
specifiche.
In base ai caratteri strutturali e morfologici controllati ed alla revisione operata nei confronti delle
vecchie determinazioni, le forme plioceniche sono state raccolte in un’unica distinzione sistematica, al livello
della sottospecie, nell’ambito di una cronospecie diffusasi dal Pliocene all’Attuale.
La revisione effettuata ha, altresì, permesso di dimostrare la validità dei nuovi concetti oggettivi di
valutazione della specie e la necessità di adottare, nelle classificazioni naturalistiche e specialmente in quelle
paleontologiche, orientamenti maggiormente consoni alla realtà di quelli tradizionali, finora ancora larga¬
mente applicati,
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
Summary
In thè course of an excavation scheme which was earried out in thè Pliocene terrains of thè Asti area,
thè author discovered numerous specimens of Gasteropodes which could be assigned to thè living forms, clas-
sified as Murex brandaria L.
Owing to thè fact that thè abovesaid fossils show some minor morphological modifications and that
in thè conventional palaeontologieal systematics they were enlisted in a certain number of Species and Va-
rieties, it was decided to revise thè classification, as well as to check their relationship with thè present
forms.
With a view to obtain a complete morphological table, thè research was focused on numerous speci¬
mens, both of thè living and thè fossile forms, thè former coming from thè Italian coasts and thè lattei'
from typical Pliocene districts.
The study of thè abovesaid faunae was earried out by applying such modern systematical conceptions
as « population », « biospecies » and « chronospecies », as well as in dose connection with thè neo-ontological
principles.
As far as thè fossile forms are concerned, thè research was completed by means of thè statistica!
method, which was applied in all possible stages.
The result of this research, from both thè naturalistic and statistical standpoint, supplied concordant
and positive elements, certifying that no specific differences exist between thè Pliocene and thè living
forms. Starting from thè structural and morphological features thus checked and from thè revision of former
determinations, thè Pliocene forms have been assembled under a unique systemàtical heading as a sub-spe-
cies, in thè frame of a chronospecies extending from Pliocene to thè present time.
The revision effected also allowed to evidence thè validity of thè new objective principles of valuation
of thè species and thè necessity of following new criterions, more suiting to reàlity than those traditionally
used and stili largely applied until now, in thè naturalistic and particularly in thè palaeontologic classifica-
tions.
Sommaire
Au cours d’une sèrie de fouilles effectuées dans les terrains pliocéniques de la région d’Asti, l’auteur
a découvert de nombreux exemplaires de Gastéropodes qui pouvaient ótre reportés aux formes actuelles clas-
sées comme Murex brandaris L.
En considérant le fait que lesdits fossiles présentent des variantes morphologiques secondaires et que,
dans la systématique paléontologique traditionnelle, ils étaient encadrés dans un certain nombre d’espèces et
de variétés, une révision de leur epeadrement a été décidée, ainsi qu’un contròie des rapports d’affinité avec
les formes actuelles.
Afin d’obtenir un cadre morphologique complet l’enquète a été effectuée sur de nombreux exemplaires,
aussi bien vivants que fossiles, les premiers provenant des còtes italiennes, les autres de typiques localités
pliocéniques.
L’étude des faunes dont il est question ci-dessus a été faite en appliquant les modernes conceptions sys-
tématiques de «population», de « bioespèce » et de « chronoespèce » et en s’ inspirant scrupuleusement des
principes néontologiques.
Pour ce qui concerne les fossiles, l’enquète a été complétée à l’aide de la méthode statistique, employée
dans toutes les phases possibles.
Le résultat de la recherche, aussi bien du point de vue naturaliste que statistique, a fourni des élé-
ments univoques et positifs, permettant d’affirmer qu’entre les formes du Pliocène et les formes actuelles
il ne subsiste pas de différences spécifiques.
Suivant les caractères de structure et de morphologie contròlés et après la révision effectuée des dé-
terminations préeédentes, les formes pliocéniques ont été groupées en une seule variété comme une sous-
espèce, dans le cadre d’une chronoespèce s’étant continuée du Pliocène à l’actuel.
La révision effectuée a permis, d’autre part, de prouver la validité des nouveaux principes objectifs d’é-
valuation de l’espèce ainsi que la nécessité de suivre, en matière de classements naturalistes et notamment
paléontologiques, des orientations plus conformes à la réalité que celles traditionnelles jusqu’ici eneo re lar-
gement appliquées.
56
P. G. CARETTO
Zusammenfassung
Anlàsslich einer in den Pliozànformationen des Asti-Gebiets durchgefuhrten Ausgrabungsreihe fand
der Verfasser zahlreiche Muster von Gasteropoden auf, die den derzeitigen als Murex brandaris L. klassifi-
zierten Formen zugeschrieben werden konnten.
In der Erwàgung, dass dieselben Fossilien nicht wenige morphologische Nebenabànderungen darbie-
ten, und dass sie in der herkommlichen palaontologischen Systematik als in einer bestimmten Anzahl von
Arten und Abarten eingeteilt hervorgingen, wurde es beschlossen, eine Durchsicht ihrer Zuordnung, so wie
eine Aufklarung ihrer Verwandschaftbeziehungen mit den derzeitigen Formen, vorzunehmen Um ein voll-
standiges morphologisches Bild zu erlangen, ist die Forschung iiber zahlreiche Exemplare der lebendigen wie
auch der fossilen Form angestellt worden; die ersten aus den italienischen Kiisten und die anderen aus ty-
pischen Pliozanorten herstammend.
Die Untersuchung der erwahnten Fauna ist durch. die Anwendung der modernen systematischen Be-
griffen von « Bevolkerung », « Biospezies », « Chronospezies » ausgefiihrt worden, wie auch eng auf die
neo-ontologischen Grundsàtze bezugnehmend.
Betreffs der Fossilformen, wurde die Forschung mit Hilfe der in alien moglichen Entwicklungsstufen
verwirklichten statistischen Methode ergànzt.
Das Forsehungsergebnis hat, sowohl vom naturalistischen wie auch vom statistischen Standpunkt aus-
gesehen, eindeutige und positive Elemente geliefert, mit denen man feststellen kann, dass zwischen den Plio-
zàn — und den jetzigen Formen keine Artverschiedenheiten verbleiben.
Auf Grund der so nachgepriiften Aufbaucharakterziige und morp'nologischen Merkmale, und infolge der
so ausgefuhrten Revision der vorhergehenden Bestimmungen, sind die Pliozànformen in einer einzigen syste¬
matischen Unterscheidung, auf Abartebene, vereinigt worden, im Rahmen einer Chronospezies, die die ganze
Spannweite vom Pliozàn bis heute einnimmt.
Die ausgefuhrte Revision hat ausserdem erlaubt, die Stichhaltigkeit der neuen gegenstandlichen Be-
griffe bei der Artbewertung zu beweisen; sie hat auch die Notwendigkeit veranschaulic-ht, bei den naturwis-
senschaftlichen und insbesondere palaontologischen Klassifikationen wirklichkeitsnahere Einstellungen anzu-
nehmen, als die herkommlichen, die bislang noch verbreitet angewandt werden.
BIBLIOGRAFIA
[1] Appelius F. (1869) - Le conchiglie del Mar Tirreno. Parte 2a. Bull. Malacol. It., 2, 124-141.
[2] Aradas A. & Benoit L. (1870) - Conchigliologia virente marina della Sicilia e delle. isole che la circon¬
dano. Calatola C., Catania, 324 pp., 5 tt. .
[3] Bellardi L. (1872) - I Molluschi dei terreni terziarii del Piemonte e della Liguria. Parte la. - Cepha-
lopoda, Pteropoda, Heteropoda, Gasteropoda ( Muricidae et Tritonidae). Stamperia Reale, Torino, 264 pp.,
15 tt. .
[4] Bellardi L. (1882) - Catalogo generale dei Molluschi dei terreni terziarii del Piemonte e della Liguria.
Parte la e 2a, E. Loescher, Torino, 33 pp. .
[5] Ducrotay de Blainville H. M. (1825) - Manuel de malacologie et de conchyliologie. Levrault F. G.,
Paris: texte, 664 pp.; atlas, 87 tt. .
[6] Boni A. (1935) - Studi statistici sulle popolazioni fossili. Chlamys scabrella Lam. msp. e Terebratula
sinuosa Brocchii msp. . Riv. It. Pai., suppl. anno 40, fase. 1, 275 pp., 14 tt., 45 ff. .
[7] Borson S. (1821) - Saggio dì Orittografia piemontese. Mem. R. Acc. Sci. Torino, 26, 297-364, tt. 5-6.
[8] Brambilla F. (1955-1956) - Statistica. La Goliardica, Milano, 1, La variabilità strutturale, 672 pp.;
2, La teoria della stima, 688 pp. .
[9] Brocchi G. (1814) - Conchiologia fossile subapennina. Stamperia Reale, Milano, 2, 241-712, 16 tt. .
[10] Bronn H. G. (1831) - Italiens Tertidr-Gebilde und deren organische Einschlusse. Karl Groos, Heidel¬
berg, 176 pp., 17 tabb., 3 tt. .
[11] Bronn H. G. (1848) - Index palaeontologicus. E. Sehweizerbart’sche, Stuttgart, 1381 pp. .
[12] Bucquoi E., Dautzenberg P. & Dollfus G. (1882-1886) - Les Mollusques marins du Roussillon. Bail-
lière & Fils, Paris, 1 : texte, 570 pp., atlas, 66 pp. .
[13] Calcara P. (1841) - Memoria sopra alcune conchiglie fossili rinvenute nella contrada d’ Altavilla.
Antonio Muratori, Palermo, 86 pp., 2 tt. .
[14] Caretto P. G. (1963) - Nuovi dati sulla estensione della formazione a facies piacenziana a Ovest
della città di Asti. Atti Soc. It. Sci. Nat., 102, fase. 1, 1-33, tt. 1-4, ff. 1-6.
NUOVA CLASSIFICAZIONE DELLE FORME ATTRIBUIBILI AL MUREX BRANDARIS
■ ) i
[15] Caretto P. G. (1966) - Nuova classificazione di alcuni Briozoi pliocenici, precedentemente determinati
quali Idrozoi del Genere Hydractinia Van Beneden. Meni. Soc. It. Sci. Nat., 15, fase. 1, 1-88, tt. 1-9,
27 ff. .
[16] Cattaneo G. (1882) - Le colonie lineari e la morfologia dei Molluschi. Fratelli Dumolard, Milano, 420
pp., 2 tt. .
[17] Cerulli-Irelli S. (1896) - Contribuzione allo studio del Pliocene nella provincia di Teramo. Rivista
Abruzzese Sci. Lett. Arti, Teramo, 47 pp., 1 t. .
[18] Cerulli-Irelli S. (1911) - Fauna malacologica mariana. Parte 5“. Palaeontographia italica, 17, 229-
275, tt. 21-26.
[19] Clark C. E. (1953) - ,4n introduction to statistics. John Wiley & Sons, New York, 266 pp. .
[20] Claus C. (1884) - Traité de Zoologie. Libr. F. Savy, Paris, 1566 pp., 1192 ff. .
[21] Clerici E. (1888) - Sulla Corbicula fluminalis dei dintorni di Roma e sui fossili che l’accompagnano.
Boll. Soc. Geol. It., 7, 105-128, tt. 4-5, 1 tab. n.t. .
[22] Cocconi G. (1873) - Enumerazione sistematica dei Molluschi miocenici e pliocenici delle province di
Parma e di Piacenza. Gamberini e Parmeggiani, Bologna, 368 pp., 11 tt. .
[23] Compagnoni B. (1964) - I Molluschi pliocenici di Monte San Giovanni Campano ( Frosinone ). Geol. Ro¬
mana, 3, 251-278, 17 ff. .
[24] Conci C. (1957) - Il metodo e la terminologia dei «tipi» ìisati nella sistematica zoologica. Mem. Soc.
Entom. It., Genova, 36, 160-173.
[25] Conti A. (1864) - Il Monte Mario ed i suoi fossili subapennini. Tip. Cesaretti, Roma, 57 pp. .
[26] Coppi F. (1869) - Catalogo dei fossili miocenici e pliocenici del Modenese. Tip. Soliani, Modena, 72 pp. .
[27] Coppi F. (1872) - Studii di Paleontologia iconografica del Modenese. Tip. A. & A. Cappelli, Modena,
41 pp., 3 tt. .
[28] Cossmann M. (1889) - Catalogue illustri des coquillcs fossiles de V Eocène des environs de Paris. Ann.
Soc. R. Malac. du Belgique, 2U, fase. 4, 1-385, tt. 1-12.
[29] Cossmann M. (1903) - Essais de Paléoconchologie comparée. F. R. de Rudeval, Paris, 5, 215 pp.,
9 tt., 16 ff. .
[30] Costa O. G. (1861) - Osservazioni sulle conchiglie fossili di San Miniato in Toscana e catalogo delle
medesime. Bull. Acc. Asp. Nat., Napoli, ser. 3, 1, 72-92, t. 3.
[31] De Cristofori J. & Jan G. (1832) - Catalogus in IV sectiones divisus Rerum naturalium in Museo
extantium. Milano, sectio 2, pars. 1, fase. 2, Parmae, Thypographia Carmignani, 16 pp. .
[32] Cuvier G. (1830) - Le regne animai distribué d’après son organisation. Libr. Déterville, Paris, 3, 504
pp., 20 tt. .
[33] D’Ancona C. (1871) - Malacologia pliocenica italiana. Mem. per serv. alla descr. della Carta Geol. d’Ita¬
lia, 1, 307-358, 7 tt. .
[34] D’Ancona U. (1953) - Trattato di Zoologia. U. Tip. -Ed. Torinese, Torino, 1102 pp., 1191 ff. .
[35] Dautzenberg P. (1913) - Atlas de poche des coquilles des còtes de France. Klincksieck Paul, Paris,
152 pp., 235 ff. .
[36] Deshayes G. P. (1839-1853) - Traité élémentaire de Conchy Oologie. V. Masson, Paris, atlas, 132 tt. .
[37] Dollfus G. F. (1906) - Faune malacologique du Miocène supérieur de Beaulieu (Mayenne). C. R.
Assoc. Fr. Avane. Sci. - Congrès de Lyon, 304-315,
[38] Dollfus G. F. (1911) - Les coquilles du Quaternaire marin du Sénégal. Mém. Soc. Géol. Fr. - Pa-
léontologie, UU, 72 pp., 4 tt. .
[39] Dollfus G. F., Berkeley Cotter J. C. & Gomes J. P. (1903-1904) - Mollusques tertiaires du Portugal.
Planches de Céphalopodes, Gastéropodes et Pélécypodes laissés par F. A. Pereira da Costa. Serv. Géol.
du Portugal, Lisbonne.
[40] D’Orbigny A. (1852) - Prodrome de Paleontologie stratigraphique universelle des animaux mollusques
et rayonnés faisant suite a u cours élémentaire de Paléontologie et de Géologie stratigraphiques. V.
Masson, Paris, 3, 196 pp. .
[41] Easton W. H. (1960) - Invertebrate Paleontology. Harper & Broth., New York, 701 pp., n. ff. .
[42] Figuier L. (1887) - Molluschi e Zoofiti. Treves, Milano, 518 pp., 393 ff. .
[43] Fischer P. (1887) - Manuel de Conchyliologie et de Paléontologie conchyliologique. Libr. F. Savy,
Paris, 1369 pp., 23 tt., 1138 ff. .
[44] Fontannes F. (1879-1882) - Les Mollusques pliocènes de la vallèe du Rhóne et du Roussillon. Libr.
Georg et Libr. F. Savy, 1, 276 pp., 12 tt. .
[45] Foresti L. (1868) - Catalogo dei Molluschi fossili pliocenici delle colline bolognesi. Mem. Acc. Sci. Ist.
Bologna, Tip. Gamberini & Parmeggiani, Bologna, ser. 2, 7, 99 pp., 2 tt. .
[46] Foresti L. (1876) - Cenni geologici e paleontologici sul Pliocene antico di Castrocaro. Mem. Acc. Sci.
Ist. Bologna, ser. 2, 6, 1-56, t. 1.
f>. G. CARETTÓ
58
[47] Foresti L. (1888) - Di una varietà di Strombus coronatus Defr. e di un’altra di Murex torularius Lk.
del Pliocene di Castel-Viscardo {Umbria). Boll. Soc. Geol. It., 7, 27-34, tt. 1-2.
[48] Gignoux M. (1913) - Les formations marines pliocènes et quaternaires de l’ Italie du Sud et de la,
Sicile. Ann. Univ. Lyon, nouv. sér., 1 - Science, Medicine, fase. 36, 693 pp., 21 tt., 42 ff. .
[49] Grasse P. P., Poisson R. A. & Tuzet 0. (19 31) - Précis de Sciences biologiques - Zoologie - 1 -
Invertébrés. Masson & C., Paris, 919 pp., 739 ff. .
[50] De Grateloup M. (1840) - Conchyliologie fossile des terrains tertiaires du bassin de VAdour { environs
de Dax). Th. Lafargue, Bordeaux, 1, Univalves, atlas, 48 tt. .
[51] De Gregorio A. (1884) - Studi su talune conchiglie mediterranee viventi e fossili, con una rivista del
Gen. Vulsella. Bull. Soc. Mal. It., IO, 36-288, 5 tt. .
[52] De Gregorio A. (1885) - Continuazione degli studi su talune conchiglie mediterranee viventi e fossili.
Bull. Soc. Mal. It., 11, 27-203.
[53] Hidalgo J. G. (1867) - Catalogue des Mollusques testacés marins. Bouchard-Huzard, Paris, 163 pp. .
[54] HÒRNES M. (1851) - Die fossileyi Mollusken des Tertiaer-Beckens von Wien. W. Braumueller, Wien, 1,
736 pp., 85 tt. .
[55] Imperato F. (1672) - Historia naturale. Combi & La Noù, Venezia, 696 pp., 118 ff. .
[56] Jeffreys G., (1860) - Sui Testacei marini delle coste del Piemonte (Trad. Capellini). Tip. Sordo-Muti,
Genova, 87 pp., 1 t. .
[57] Kiener L. C. (1873-1880) - Spécies général et iconographie des coquilles vivantes. Baillière Libr.,
Paris, 3, genre rocher, p. 16, t. 3, fig. 4.
[58] Kobelt W. (1874) - Jahrbiicher der Deutschen Malakozoogischen Gesellschaft. Johannes Alt, Frank¬
furt a. M., 362 pp., 14 tt. .
[59] Kobelt W. (1888) - Prodromus faunae molluscorum testaceorum maria europaea inhabitantium. Bull.
Soc. Mal. It., 13, 32-41.
[60] De Lamarck J. B. (1802) - Système des animaux sans vertèbres. Impr. Crapelet, Paris, 432 pp. .
[61] De Lamarck J. B. (1822) - Histoire naturelle des animaux sans vertèbres. Paris, 7, 711 pp. .
[62] Linné C. (1758) - Systema naturae. Holmiae, ed. 10, 1, 823 pp. .
[63] Linné C. (1789-1796) - Systema naturae. J. B. Delamollière, Lugduni, 1, parte 6a, ed. 13“, 3021-3910.
[64] Lipparini T., Malatesta A., Nicosia M. L. & Valdinucci A. (1955) - Pliocene e Quaternario del
Capo Milazzo in Sicilia. Boll. Serv. Geol. It., 77, 579-604, 13 ff. .
[65] Locard A. (1892) - Les coquilles marines des còtes de France, descriptions des familles, genres et
espèces. Libr. Baillière, Paris, 384 pp., 348 ff. .
[66] Locard A. & Caziot E. (1900) - Les coquilles marines des còtes de la Corse. Baillière et Fils, Paris,
297 pp. .
[67] Loro F. (1956) - Ricerche sull’accrescimento della conchiglia di Murex brandaris. (Manoscritto non
pubbl.). Univ. Padova, 48 pp., 21 ff. .
[68] Luther W. & Fiedler K. (1965) - Guida alla fauna marina costiera del Mediterraneo. Ed. Labor,
Milano, 268 pp., 46 tt., 28 ff. .
[69] Malatesta A. (1955) - Faune a Cyprina islandica L. tra Piazza Armerina e Mazzarino {Sicilia cen¬
tro meridionale). Boll. Serv. Geol. It., 77, 447-454.
[70] Malatesta A. (1960) - Malaco fauna pleistocenica di Grammichele {Sicilia). Meni. Carta Geol. It., 12,
parte l*, 1-196, tt. 1-19, 1 carta, 11 ff. .
[71] Malatesta A. & Nicosia M. L. (1955) - I fossili del Pliocene e Pleistocene di Agrigento nella col¬
lezione Lomi. Boll. Serv. Geol. It., 77, fase. 2-3, 173-180.
[72] Manzoni A. (1868) - Saggio di Conchiologia fossile subappennina: fauna delle sabbie gialle. Galeati
& Figlio, Imola, 74 pp. .
[73] Mayer K. (1871) - Découverte des couches à Congéries dans le Bassin du Rhóne. 19 pp. .
[74] Mayr E., Linsley E. G. & Usinger R. L. (1953) - Methods and principles of Systematic Zoology. Me
Graw-Hill Book Comp., N. Y., 328 pp., 45 ff. .
[75] Me Quitty L. L. (1960) - Hierarchical linkage analysis for thè isolation of types. Educ. psycol. Measmt.,
20, 55-67.
[76] Micheli P. & Torre D. (1965) - Riconoscimento e descrizione di una nuova specie del sottogenere
Granoarca. Pai. It., 60, (n.s. 30), 131-144, 1 t., 5 ff. .
[77] Michelotti G. (1841) - Monografia del Genere Murex, ossia enumerazione delle principali specie dei
terreni sopracretacei dell’Italia. Tip. Tremeschin, Vicenza, 27 pp., 5 tt. .
[78] M ITZOPOULOS M. K. (1940) - Uber das Alter und die Fauna des Neogens in Elis {Peloponnes). Praktika
de l’Acad. d’Athènes, 15, 429-436, tt. 1-3.
[79] Di Monterosato T. A. (1875) - Note intorno ad alcuni articoli di Conchiologia mediterranea pubblicati
nel Jahrbiicher der Deutschen Malacozoologische Gesellschaft dal Sig. Weinkauff e dal Doti. Kobelt.
Bull. Soc. Mal. It., 1, 68-73.
Nuova classificazione delle forme attribuibili al murex brandaris ,-»9
[80] Di Monterosato T. A. (I818) - Enumerazione e sinonimia delle conchiglie mediterranee. Giorn. Sci.
Nat. Econ., Palermo, 13, 61-115.
[81] Moore R. C. (1960) - Treatise on Invertebrate Paleontology-Mollusca. Geol. Soc. of America and
Univ. of Kansas, Part. 1, 1351 pp., num. ff. .
[82] Moret L. (1953) - Manuel de Paleontologie animale. Masson & C.ie, Paris, 759 pp., 12 tt., 274 ff. .
[83] Muller A. H. (1965) - Lehrbuch der Palàozoologie. Band 2, Invertebraten. Fischer, Jena, teil 2, 502
pp., 668 ff. .
[84] Nobre A. (1931) - Moluscos marinhos de Portugal. Imprensa Portuguesa, Pòrto, 1, 463 pp., 80 tt. .
[85] Olivi G. (1792) - Zoologia adriatica. Bassano, 334 pp., 9 tt. .
[86] Pantanelli D. (1880) - Conchiglie plioceniche di Pietrafitta, in provincia di Siena. Bull. Soc. Mal.
It., 6, 265-276.
[87] Pereira da Costa F. A. (1866) - Gasteropodes dos depositos terciarios de Portugal. Typ. de Acad.
Reai des Scien., Lisboa, 263 pp., 28 tt. .
[88] Philippi R. A. (1836) - Enumeratio Molluscorum Siciliae. S. Schroppius et Socii, Berolini, 1, 267
pp., tt. 1-12.
[89] Philippi R. A. (1844) - Fauna Molluscorum Regni utriusque Siciliae. Enumeratio Molluscorum Sici¬
liae. Eduardus Ant., Halis Saxonum, 2, 303 pp., tt. 13-28.
[90] Piersanti C. (1926) - I Molluschi e le conchiglie. Hoepli, Milano, 527 pp., 403 ff. .
[91] Piveteau J. (1952) - Traité de Paleontologie - Classe des Gastéropodes ( par Termier G. & H.). Mas¬
son & C., Paris, 2, 365-460, ff. 1-214.
[92] Psarianos P. (1955) - Beitràge zur Kenntniss des Neogens von Lakonien ( Peloponnes ). Ann. Géol.
des Pays Helléniques, 6, 151-183, t. 24.
[93] De Rayneval, Van Den Hecke & Ponzi G. (1854) - Catalogne des fossiles du Monte Mario. Impr.
de Beau j. et de Montalant - Bougleux, Versailles, 20 + 5 pp. .
[94] Reeve L. (1845) - Conchologia iconica; a repertory of spccies of shells. Monograph of thè Genus Murex.
Reeve Brothers, London, 78 pp., 37 tt. .
[95] Risso A. (1826) - Histoire naturelle des principale s productions de V Europe méridionale et particu-
lièrement de celles des environs de Nice et des Alpes maritimes. F. G. Levrault., Paris, 4, Mollusques,
439 pp., 12 tt. .
[93] Rossi Ronchetti C. (1955) - I tipi della « Conchiologia fossile subapennina » di G. Brocchi. Parte 2°,
Gastropodi, Scafopodi. Riv. It. Pai. Strat., mem. 5, 91-343, ff. 38-185.
[97] Ruggieri G. (1962) - La serie marina pliocenica e quaternaria della Romagna. Boll, Cam. Comm.
Ind. e Agric., Forlì, gennaio e marzo, F.lli Zauli, Castrocaro, 76 pp., 4 ff. .
[98] Sacco F. (1904) - I Molluschi dei terreni terziari del Piemonte e della Liguria-. Carlo Clausen, Torino,
parte 30‘, 203 pp., 31 tt. .
[99] Schubert G. H. & Wagner J. A. (1844) - Die geschwdnzten bewehrten Purpurschnecken (Murex,
Trophon, Ranella, Tritonium). ( Beschreibungen von Kuster C. H.). Bauer und Raspe, Nurnberg, 36 pp.,
15 tt. .
[100] Seguenza G. (1862) - Notizie succinte intorno alla costituzione geologica dei terreni terziari del di¬
stretto di Messina. Stamp. Tommaso Capra, Messina, parte la, 34 pp., 1 tab. .
[101] Seguenza G. (1873-1877) - Studii stratigrafici sulla formazione pliocenica dell’Italia Meridionale. Boll.
R Com. Geol. It.: 4, 109 pp. (1873); 5, 66 pp. (1874); 6, 52 pp. (1875); 7, 46 pp. (1876); 8, 26 pp.
(1877).
[102] Seguenza G. (1877) - Brevissimi cenni intorno le formazioni terziarie della Provincia di Reggio-Cala¬
bria. Bevacqua-Salice, Messina, 31 pp. .
[103] Seguenza G. (1883) - Il quaternario di Rizzolo. 1°, l’elephas africanus Blumb. Il Naturalista siciliano,
2, 87-90.
[104] De Serres M. (1829) - Géognosie des terrains tertiaires, ou tableau des principaux animaux inver-
tébrés des terrains marins tertiaires, du midi de la France. Pomathio-Durville, Montpellier et Paris,
276 pp., 6 tt. .
[105] Simpson G. G. (1940) - Types in modem Taxonomy. Amer. Journ. of Science, 238, 413-431.
[106] Sismonda E. (1847) - Synopsis methodica animalium invertebratorum Pedemontii fossilium. Tip. Regia,
Torino, 2“ ed., 62 pp. .
[107] De Stefani C. (1874) - Fossili pliocenici dei dintorni di San Miniato (Toscana). Bull. Malacol. It.,
7, 5-88.
[108] De Stefani C. (1877) - Descrizione degli strati pliocenici dei dintorni di Siena. Boll. R. Com. Geol. It.,
8, 155-186, 8 ff. .
[109] De Stefani C. & Pantanelli D. (1878) - Molluschi pliocenici dei dintorni di Siena. Bull. Soc. Mal.
It., 4, 5-215.
[110] Strausz L. (1966) - Die Miozdn-mediterranen Gastropoden Ungarns. Akadémiai Kiadó, Budapest,
692 pp., 79 tt., 221 ff. ,
P. G. CARETTO
60
[111] Thiele J. (1929) - Handbuch der Sy stornatiseli en Weichtierkunde. Gustav Fischer, Jena, 1, 291.
[112] Tiberi N. (1879) - Le conchiglie pompeiane. Bull. Soc. Mal. It., 5, 139-151; 262-271.
[113] Toldo G. (1890) - Muricidae, Tritonidae e Fasciolaridae del Miocene supernove di Montegibbio. Bull.
Soc. Malac-ol. It., 15, 18-45.
[114] Ugolini R. (1899) - Appendice al catalogo dei Molluschi fossili pliocenici del Bacino dell’Era. Boll.
Soc. Geol. It., 18, 467-470.
[115] Vialli V. (1963) - Il problema della specie e la Paleontologìa ( con cenni sulla variabilità intraspe-
cif ica). Giorn. di Geol., Ann. Mus. Geol. Bologna, ser. 2", 31, 87 pp. .
[116] Vinassa de Regny P. (1924) - Paleontologia. U. Hoepli, Milano, 2" ed., 542 pp., 385 ff. .
[117] Weinkauff H. C. (1868) - Die Conchylien des Mittelmeercs, ihre geographische und geologische Ver-
breitung. Band 2, Mollusca cephala, T. Fischer, Cassel, 512 pp. .
[118] Weisbord N. E. (1962) - Late Cenozoic Gastropods from Northern Venezuela. Bull. Am. Pai., U2,
n. 193, 672 pp., 48 tt. .
[119] Wenz W. (1938-1944) - Gastropoda. Handb. der Palàoz., 6, 949-1639, ff. 2765-4211.
[120] Woodward S. P. (1870) - Manuel de conchyliologie. F. Savy, Paris, 634 pp., 22 tt.., 297 ff . .
[121] Zittel K. (1887) - Trait.é de Paléontologie. Octave Doin, Paris, 2, l&re partie, 897 pp., 1126 ff. .
[122] Zuccari A. (1882) - Catalogo dei fossili dei dintorni di Roma. Tip. Salviucci, Roma, 18 pp. .
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA I (*).
Fig. 1 a), b). - Murex cornutus L.: (x 0,9).
(Coste senegalesi - Mus. Ist. Zool. Univ. Torino)
Fig. 2 a), 6). - Murex brandaris brandaris L.: (juvenilis) (X 1).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 3 a), 6). - Murex brandaris brandaris L.: forma subglobosa, con ornamenta¬
zione ridotta a una serie di noduli nell’ultimo giro spirale e una serie
di noduli appena accennati nel corpo sifonale (esemplare probabil¬
mente teratologico) (x 1,07; 1,2).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 4.
Fig. 5.
Fig. 6.
Fig. 7.
- Murex brandaris brandaris L,: (juvenilis) (X 1).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
- Murex brandaris brandaris L. : esemplare con due serie di spine nel¬
l’ultimo giro spirale e duplice ornamentazione nel sifone ( X 1,5).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
- Murex brandaris brandaris L.: (juvenilis) (X 1,17).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
- Murex brandaris brandaris L. : esemplare con duplice ornamenta¬
zione nel corpo sifonale e varici trasversali (x 1,5).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
(*) Tavv. 1-10. Fotografie a cura di A. Coeli - Istituto di Geologia e Paleonto¬
logia dell’Università di Torino.
P. G. CARETTO - Nuova classificazione, ecc.
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Voi. XVI, fasc.1 • Tav. I
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA IL
Fig. 1 a), b). - Murex brandaris brandaris L. : esemplare poco ornamentato, incro¬
stato da Briozoi ( X 1,08).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 2. - Murex brandaris brandaris L. : esemplare a spira non elevata e con
ornamentazione spiniforme accentuata (x 1,5).
(Coste tirreniche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 3 a), 6). - Murex brandaris brandaris L.: (juvenilis) (x 0,91).
(Coste tirreniche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig.. 4. - Murex brandaris brandaris L.: forma globosa, a spira mediamente
elevata, con sutura infossata e ornamentazione poco accentuata ( X 1,1).
(Coste tirreniche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 5. - Murex brandaris brandaris L.: forma a spira poco elevata, con su¬
tura infossata e ornamentazione a spine e noduli ( X 1,1).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 6. - Murex brandaris brandaris L.: forma a spira mediamente elevata,
con sutura lievemente infossata e ornamentazione poco evidente ( X 1,08).
(Coste tirreniche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 7. - Murex brandaris brandaris L. : forma subglobosa, a duplice ornamen¬
tazione spiniforme nell’ultimo giro spirale e varici trasversali ( X 1,5).
(Coste tirreniche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 8. - Murex brandaris brandaris L.: esemplare con ornamentazione a spine
e noduli, con varici trasversali poco accentuate (X 1,3).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 9.
Murex brandaris brandaris L. : esemplare senza ornamentazione spi¬
niforme o noduliforme nel corpo sifonale (X 1,3).
(Coste adriatiche - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
P. G. CARETTO - Nuova classificazione, ecc.
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fasc.1 - Tav. Il
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA III.
Fig. la),b). - Murex brandaris brandaris L. : esemplare a spira depressa e con varici
trasversali evidenti (X 1,5; 1,4).
(Coste tirreniche - Mus. Ist. Zool. Univ. Torino)
Fig. 2 a), 6). - Murex brandaris torularius Lam.: (juvenilis) (x 1).
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) -
Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 3. - Murex brandaris torularius Lam.: forma globosa, con ornamentazione
spiniforme e noduliforme (x 1,4).
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) -
Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 4 a), b). - Murex brandaris torularius Lam.: esemplare a spira depressa, con or¬
namentazione a spine accentuate, noduli spiniformi nell’ultimo giro
spirale e una serie di spine nel corpo sifonale ( X 1,1).
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) -
Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 5. - Murex brandaris torularius Lam.: esemplare a forma subglobosa con
ornamentazione a strie marcate ( X 1,4).
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) -
Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
ÉW**
P. G. CARETTO - Nuova classificazione, ecc.
Memorie Soc.lt. Se. Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fase 1 - Tav.
5
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA IV.
Esemplari di Murex brandaris torularius Lam.
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 1 a), b). - Individuo molto sviluppato, a spira elevata e duplice ornamentazione
spiniforme nel corpo sifonale ( X 0,94).
Fig. 2 a), 6). - Forma juvenilis, con ornamentazione poco accentuata (x 1,3; 1,5).
Fig. 3 a), b). - Forma juvenilis ( X 1,5).
Fig. 4. - Esemplare a spira elevata ed a ornamentazione spiniforme e noduli-
forme (X 1,3).
Fig. 5. - Forma juvenilis ( X 1,4).
Fig. 6. - Forma juvenilis ( X 1).
Fig. 7 a), b). - Individuo a spira mediamente elevata, duplice ornamentazione spini¬
forme nell’ultimo giro spirale e una sola serie di spine nel corpo
sifonale (X 1,17; 1,23).
Fig. 8 a), b). - Forma juvenilis, dimostrante un accentuato allungamento del corpo si¬
fonale, ornamentato da due serie di spine ( X 0,80).
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA V.
Esemplari di Murex brandaris torularius Lam.
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 1 a), b). - Forma globosa, a spira depressa e ornamentazione poco evidente. Nei
corpo sifonale si nota una tinplice serie longitudinale di noduli, ap¬
pena accennati (X 1,4).
Fig. 2 a), b). - Forma juvenilis presentante la parte sifonale molto sviluppata ( X 1,4).
Fig. 3 a), b). - Forma juvenilis ( X 1,6).
Fig. 4. - Esemplare teratologico, con accrescimento su assi diversi ( X 1,4),
Fig. 5. - Forma juvenilis (X 1,3).
Fig. 6. - Forma juvenilis ( X 1).
Fig. 7 a), 6). - Forma globosa, a spira abbastanza elevata, con ornamentazione poco
accentuata nell’ultimo giro e una sola serie di spine nel corpo sifo¬
nale (X 1,2; 1,14).
Fig. 8 a),b). - Forma juvenilis, con ornamentazione evidente e corpo sifonale molto
prolungato ( X !)•
P. G. CARETTO - Nuova classificazione, ecc.
Memorie Soc.lt. Se. Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fasc.1 - Tav. V
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA VI.
(Pliocene
Fig. 1 a), 6).
Fig. 2.
Fig. 3 a), b).
Fig. 4.
Fig. 5 a), b).
Esemplari di Murex brandaris torularius Lam.
medio-superiore - Valle Botto (Asti) - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
- Forma juvenilis a spira depressa e sviluppo laterale accentuato ( x 0,96).
- Esemplare a spira medio-depressa, ornamentato con spine e noduli
nell’ultimo giro; il corpo sifonale presenta una sola serie di spine
(X 1,4).
- Individuo a spira depressa, con ornamentazione mutevole nell’ultimo
giro, varici e una serie di noduli nel corpo sifonale (X 1,2).
- Esemplare molto sviluppato lateralmente, a spira medio-depressa e con
una serie di spine nel corpo sifonale ( X 1,4).
- Forma subglobosa, presentante una ornamentazione poco evidente, corpo
sifonale robusto e ornamentato da una serie di spine (x 1,4; 1,3).
Fig. 6 a), b). - Forma juvenilis (X 1,6).
P. G. CARETTO - Nuova classificazione, ecc.
Memorie Soc.lt. Se. Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Voi. XVI, fasc.1 - Tav. VI
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA VII.
Esemplari di Murex brandaris torularius Lam.
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 1. - Individuo dallo sviluppo incompleto e arrestato a causa di attacco da
parte di altro Gasteropode ( X 1,3).
Fig. 2. - Forma a spira depressa, poco ornamentata, varicosa e con una serie
di spine nel corpo sifonale (X 1,4).
Fig. 3. - Forma subgloboide; conchiglia sottile, a spira depressa, poco ornamen¬
tata e con una serie di spine nel corpo sifonale ( X 1,3).
Fig. 4. - Forma juvenilis ( X 1,19).
Fig. 5 a), b). - Forma massiccia, a spira mediamente elevata, con labbro esterno po¬
steriormente molto inclinato e varicoso ( X 2,2).
P. G. CARETTO - Nuova classificazione, ecc
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fasc.1 - Tav. VII
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA Vili.
Esemplari di Murex brandaris torularius Lam.
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 1 a), b). - Conchiglia molto robusta, a spira depressa, forte ornamentazione spi¬
niforme nell’ultimo giro spirale, labbro esterno fortemente varicoso, lab¬
bro interno notevolmente inspessito e due serie di spine nel corpo sifo-
nale (X 1,06).
Fig. 2. - Forma a spira medio-depressa, varicosa, con ornamentazione sifonale
a spine e noduli (X 1,018).
Fig. 3 a), b). - Individuo a spira fortemente appiattita, ornamentazione spiniforme ac¬
centuata, labbro esterno presentante un grosso inspessimento varici-
forme e grosse spine nel corpo sifonale (X 1,1; 1,03).
Fig. 4.
- Forma juvenilis ( X 1,14).
P. G. CARETTO - Nuova classificazione, ecc.
Memorie Soc.lt. Se. Nat. e Museo Civ.St.Nat.Milano - Voi XVI , fasc.1 - Tav. Vili
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA IX.
Esemplari di Murex brandaris torularius Lam.
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig'. 1 a), b). - Individuo a spira mediamente elevata, presentante una triplice orna¬
mentazione spiniforme nell’ultimo giro spirale, una serie di spine ed
una di noduli nel corpo sifonale (X 1,1).
Fig. 2 a), 6). - Forma juvenilis, presentante varici già accentuate (X 0,8; 0,7).
Fig. 3 a), ò). - Individuo a conchiglia molto spessa, labbro esterno fortemente varicoso
e labbro interno a lamelle sovrapposte; ornamentazione dell’ultimo giro
a triplice serie di spine, anche molto accentuate ( X 1,08).
Fig. 4 a), b). - Forma juvenilis, con ornamentazione poco accentuata e accenno di va¬
rici (X 1,2; 1,1).
Fig. 5. - Individuo subgloboso, presentante un accentuato sviluppo laterale e or¬
namentazione mutevole (X 1,15).
P. G. CARETTO - Nuova classificazione, ecc.
Memorie Soc.lt. Se. Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Voi. XVI, fasc.1 - Tav. IX
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA X.
Esemplari di Murex brandaris torularius Lam.
(Pliocene medio-superiore - Valle Botto (Asti) - Mus. Ist. Geol. Univ. Torino)
Fig. 1. - Individuo piruliforme, a spira molto depressa e ornamentazione molto
ridotta ( x 1,7).
Fig. 2. - Forma juvenilis, presentante due serie di spine nel corpo sifonale
(X 0,7).
Fig. 3. - Individuo a spira depressa, con debole ornamentazione nodulifonne
(X 2).
Fig. 4 a), 6). - Forma espansa lateralmente e con ornamentazione poco evidente, lab¬
bro esterno varicoso ( X 2,1 ; 1,9).
Fig, 5 a), b). - Individuo piruliforme, con labbro esterno posteriormente poco incli¬
nato, ornamentazione poco evidente nell’ultimo giro spirale e nella
parte sifonale (X 2; 1,9).
Finito di stampare il 20 dicembre 1967
con i tipi della
k
Editrice Suce. Fusi - Pavia
s -£Sr-/n
l
U'
Our \ Oj
MUS. COMP. ZOOL.
LIBRARY
JUN 7 1968
HARVARD
- w
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NÀTtMD
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVI - Fase. II
GIULIA SACCHI VIALLI e GIAMMARIO CANTALUPPI
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO
( PREALPI PIEMONTESI)
Con 30 figure e 8 tavole fuori testo
Istituto di Paleontologia dell’ Università di Pavia
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
Gruppo di Ricerca per la Paleontologia - Sezione VII - Pavia
MILANO
1967
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME i.
Fase. I - CORNALIA B. : Descrizione di una nuova specie del genere Felis : Felis ja-
cobita (Corn.), 1865, 9 pp., 1 tav.
» II - MAGNI-GRIFFI F. : Di una specie d ’ E ippolais nuova per l’ Italia. 1865, 6 pp.,
1 tav.
» III - GASTALDI B. : Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli antichi
ghiacciai. 1865, 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
» IV - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologica dei terreni terziarii del distretto
di Messina. 1865, 88 pp., 8 tavv.
» V - GIBELLI G. : Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865, 16 pp.,
1 tav.
» VI - BEGGIATO F. S. : Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel Vicentino.
1865, 10 pp., 1 tav.
» VII - COCCHI I. : Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana industria dei tempi
preistorici raccolti in Toscana. 1865, 32 pp., 4 tavv.
» Vili - TARGIONI-TOZZETTI A. : Come sia fatto l 'organo che fa lume nella lucciola
volante dell ’ Italia centrale ( Luciola italica) e come le fibre muscolari in questo
ed altri Insetti ed Artropodi. 1866, 28 pp., 2 tavv.
» IX - MAGGI L. : Intorno al genere Aeolosoma. 1865, 18 pp., 2 tavv.
» X - CORNALIA E. : Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi e da
altri Coleotteri facili a confondesi con esse. 1865, 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
Fase. I - ISSEL A. : Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866, 38 pp.
» II - GENTILLI A.: Quelques considérations sur l’origine des bassins lacustres, à
propos des sondages du Lac de Come. 1866, 12 pp., 8 tavv.
» III - MOLON F. : Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867, 140 pp.
» IV - D ’ACHIARDI A. : Corallarj fossili del terreno nummulitico delle Alpi venete.
1866, 54 pp., 5 tavv.
» V - COCCHI I.: Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866, 18 pp., 1 tav.
» VI - SEGUENZA G. : Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune rocce cre¬
tacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
1866, 18 pp., 1 tav.
» VII - COCCHI I.: L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867, 82 pp., 21 figg., 4 tavv.
» Vili - GAROVAGLIO S. : Manzonia cantiana, novum Lichenum Angiocarporum genus
propositum atque descriptum, 1866, 8 pp., 1 tav.
» IX - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologica dei terreni terziari del distretto
di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867, 22 pp., 1 tav.
» X - DÙRER B. : Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul lago di
Como, ecc. 1867, 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
Fase. I - EMERY C. : Studii anatomici sulla Vipera Redii. 1873, 16 pp., 1 tav.
» II - GAROVAGLIO S. : Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et Limboria, quatuor Li¬
chenum Angiocarpeorum genera recognita iconibusque illustrata. 1867, 12 pp ,
2 tavv.
» III - TARGIONI-TOZZETTI A. : Studii sulle Cocciniglie. 1867, 88 pp., 7 tavv.
IV - OLAPARÈDE E. R. e PANCERI P. : Nota sopra un Alciopide parassito della
Cydippe densa Forsk. 1867, 8 pp., 1 tav.
» V - GAROVAGLIO S. : De Pertusariis Europae mediae commentatio. 1871 40 pp.,
4 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVI - Fase. II
GIULIA SACCHI VIALLI e GIAMMARIO CANTALUPPI
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO
( PREALPI PIEMONTESI)
Con 30 figure e 8 tavole fuori testo
Istituto di Paleontologia dell’ Università di Pavia
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
Gruppo di Ricerca per la Paleontologia - Sezione VII - Pavia
MILANO
1967
MUS. COMP. ZOOL
LIBRARY
JUN 7 1969
HARVARD
UNIVERSITY
l
editrice sdcc. FUSI • PAVIA
PREMESSA
Il materiale che forma oggetto di questa « Memoria », ora conservato presso il Museo
Civico di Storia Naturale di Milano (*), rappresenta in gran parte il frutto della minuziosa ed
attenta raccolta del Reverendo Padre Gasparotto delle Missioni Comboniane di Gozzano; una
altra parte è stata da noi recentemente ritrovata nel corso delle escursioni sul terreno.
L’opera dei Padri Missionari, protrattasi per molti anni, è stata possibile in quanto si è av¬
valsa, quasi quotidianamente, dei lavori di sfruttamento delle cave (ora abbandonate).
Nelle nostre numerose escursioni a Gozzano, ripetutesi nel corso di questi ultimi anni, ci
siamo resi conto delle difficoltà connesse con la raccolta di nuovi fossili — come già rilevato
anche da Parona (1892) — e del particolare interesse che riveste, quindi, anche ai fini scien¬
tifici l’opera svolta dai Reverendi Padri.
Il materiale studiato da Parona (1880 e 1892), sia pur abbondante, non raggiunge certo
la frequenza numerica di quello da noi considerato, anche se, per i criteri sistematici adottati
dall’Autore, il numero delle specie risultava notevole.
Nel nostro studio, solo marginalmente e a scopo di confronto abbiamo usato esemplari
di Parona, di cui, del resto, buona parte è andata dispersa. Abbiamo preferito, appunto, per
i nuovi metodi di studio applicati, soprattutto per i brachiopodi, utilizzare il nuovo materiale,
evitando di distruggere gli esemplari tipici, anche quando rintracciabili.
Anche a proposito delle specie nuove istituite da Parona (1880, 1892), per i fossili di
Gozzano abbiamo limitato, per ora, le nostre osservazioni a quelle direttamente implicate nello
studio del nostro materiale, ripromettendoci comunque, in altra sede, di estendere la revisione
a tutte le specie di Parona e di riunire i risultati in un lavoro prettamente sistematico, per
darne una visione più consona ai moderni criteri sistematici e nomenclatoriali.
GENERALITÀ SULLA ZONA IN ISTUDIO
Gozzano è una cittadina in provincia di Novara, situata a circa 2 km a Sud dell’estrema
propaggine del Lago d’Orta e compresa entro l’anfiteatro morenico del lago stesso. I tre affio¬
ramenti fossiliferi studiati, allineati su una direttrice SSW-NNE e distanti fra loro poche
centinaia di metri, emergono dall’apparato morenico che li separa dalle più vicine rocce affio¬
ranti, che sono delle vulcaniti permiane (vedi foglio XXIX — Varallo — della Carta Geologica
d’ Italia). Non è nostro compito addentrarci nella questione dei rapporti fra la formazione di
Gozzano e il substrato, rapporti peraltro non osservabili sul terreno.
Ci limitiamo qui alla descrizione di dettaglio delle località di ritrovamento dei fossili,
due delle quali sono rese particolarmente evidenti in quanto, in passato, sfruttate come cave
per materiale da pietrisco, calce o per scopo ornamentale, aggiungendo qualche osservazione
sui tipi litologici che le contraddistinguono.
(*) Un particolare ringraziamento desideriamo esprimere al Prof. Cesare Conci, per averci resa possi¬
bile questa pubblicazione e per aver voluto accogliere il materiale studiato tra le collezioni del Museo da
Lui diretto.
Il lavoro è stato condotto in stretta collaborazione dagli AA. in tutte le sue parti.
64
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Nel secolo scorso diversi Autori, fra cui Sismonda (1840), Pareto (1858-59), Gerlach
(1870) e Gastaldi (1871-74), si sono occupati della formazione di Gozzano, però, solo Parona
(1880 e 1892) ha dato un contributo notevole alle conoscenze paleontologiche della zona; i suoi
lavori rappresentano l’unico elemento accettabile anche per la loro completezza, tanto che
Azzaroli e Cita (1962) nel loro trattato di Geologia stratigrafica si rifanno, per Gozzano e la
sua fauna, alle conclusioni di questo Autore.
Non ci dilunghiamo nell’ illustrazione dei dati di Parona, in quanto li discuteremo in
dettaglio nel corso di questo nostro lavoro; d’altra parte, ciò che rimane della fauna studiata
da Parona, verrà esaminato in altra sede, in una nota di prossima pubblicazione.
Esaminando le località fossilifere, descriviamo dapprima la più settentrionale che cor¬
risponde alla parte scoperta di una cava che interessa un piccolo affioramento dell’estensione
massima di una cinquantina di metri.
Il fronte della cava si estende per circa 30 m essendo alto 6-7 m: il tipo litologico qui
osservabile è caratterizzato da una breccia a grossi elementi calcarei di dimensioni fino a
50 cm, di color rosso mattone attraversati da un sistema di vene di calcite spatica, cementati da
una brecciola (ad elementi grossolani di dimensioni variabili da alcuni centimetri al millime¬
tro, della stessa natura dei più grossi elementi sopraddetti), la cui matrice è a sua volta for¬
mata da una massa compatta di color rosso scuro-brunastro.
In questo primo affioramento si possono ancora notare numerose e prevalenti sezioni
di cefalopodi (ammoniti e nautili) e di brachiopodi, contenute sempre negli inclusi e general¬
mente d’aspetto spatico per ricristallizzazione. Da qui vengono infatti tutti i cefalopodi e gran
parte dei brachiopodi che formano oggetto di questo nostro studio.
Una seconda cava, più grande (lunga circa 120 m ed alta 5-6 m), che si incontra (poco
lontana dalla precedente) procedendo verso SW in direzione di Gozzano, è costituita da una
brecciola con elementi di dimensioni non molto grandi, di colore ora brunastro scuro, ora ros¬
sastro ed ora bianchiccio con cemento di color chiaro (bianco o rosato). Procedendo verso S
questo tipo litologico si arricchisce di toni rossastri e presenta elementi più grossolani. La
roccia, solo in alcuni punti, sembra mostrare locali tracce di stratificazione.
Da questa cava provengono soprattutto i lamellibranchi studiati.
Il più meridionale degli affioramenti è quello che costituisce il colle su cui è edificata
la Chiesa Parrocchiale di Gozzano. Dal basso all’alto si nota un passaggio graduale da un tipo
litologico simile a quello della seconda cava, situato alla base, verso un tipo estremo costituito
da una calcirudite più compatta, non stratificato e colorato in un rosso mattone prevalente tal¬
volta con macchie rosso-giallastre, che affiora proprio alla sommità. Dalle parti più alte di que¬
sto colle provengono molti brachiopodi e qualche ammonite.
Nelle tre cave sono stati raccolti numerosi campioni, che, analizzati dal punto di vista
petrografico, hanno mostrato una notevole ricchezza di tessiture e di composizione litologica.
Si sono osservate tutte le variazioni di grana riscontrabili nelle rocce clastiche calca¬
ree, quali calcilutiti, calcisiltiti, calcareniti e calciruditi. Notevoli appaiono inoltre i fenomeni di
ricristallizzazione, apprezzabili a livello macro e microscopico, interessanti sia le matrici che
gli inclusi, in particolare quelli organici. Fra ì componenti clastici non calcarei è da segnalare
la presenza, nel tipo litologico della più grande delle cave e della base del colle della Parroc¬
chiale, di granuletti provenienti dallo smantellamento delle vicine vulcaniti.
In numerosi frammenti costituiti da un tipo litologico micritico si osservano ricche mi¬
crofaune riferibili ad associazioni chiaramente liassiche. I microfossili più rappresentati sono
foraminiferi diversi (tra cui di particolare significato Spirillina cf. liassica (Jones)), radio-
lari, ostracodi, spicole di spugne, articoli di crinoidi e piastre di echinidi, piccoli gasteropodi e
ammoniti.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
or*
COMPOSIZIONE DELLA FAUNA
La fauna in istudio comprende complessivamente più di 500 esemplari di cui 350 bra-
chiopodi, un centinaio di lamellibranchi, una ventina di gasteropodi, altrettanti cefalopodi e
numerosissimi frammenti di steli di crinoidi e di radioli di echinidi.
Sono state da noi riconosciute 66 specie che riportiamo qui di seguito, elencandole nel¬
l’ordine sistematico proposto da Moore per i brachiopodi (1965), da Déchaseaux per i lamel¬
libranchi (1952) e da Moore per i gasteropodi (1960) e per i cefalopodi (1957).
Per un certo numero di forme non è stata possibile la determinazione specifica a causa
della frammentarietà dei pezzi.
BRACHIOPODA
Classe: ARTICULATA Huxley, 1869
Ordine: RHYNCHONELLIDA Kuhn, 1949
Superfamiglia : RHYNCHONELLACEA Gray, 1848
Famiglia: WELLERELLIDAE Likharev, 1956
Subfamiglia: CIRPIN AE Acer, 1965
Genere: CJRPA De Gregorio, 1930
Cirpa fronto (Quen.) briseis (Gemm.)
Cirpa langi Ager
Genere: PRION ORH Y NCHIA Buckman, 1918
Prionorhynchia flabellum (Mgh.)
Prionorhynchia latifrons (Stur.)
Prionorhynchia aff. latifrons (Stur.)
Prionorhynchia quinqueplicata (Ziet.)
Prionorhynchia serrata (Sow.)
Genere:
Subfamiglia:
Genere:
Famiglia:
Subfamiglia :
Genere :
Genere:
Genere :
Prionorhynchia andata (Par.)
PSEUDOGIBBIRHYNCHIA Ager, 1962
Pseudogibbirhynchia sordellii (Par.)
LACUNOSELL1N AE Smirnova, 1963
STOLMORHY NCHIA Buckman, 1918
Stolmorhynchia bulga (Par.)
RHYNCHONELLIDAE Gray, 1848
TETRARHYNCH1IN AE Ager, 1965
TETRARHYNCHIA Buckman, 1918
Tetrarhynchia dumbletonensis (Dav.)
CUNEIRHYNCHIA Buckman, 1918
Cuneirhynchia dalmasi (Dum.)
GIBBIRHY NCHIA Buckman, 1918
Gibbirhynchia amalthei (Quen.)
Gibbirhynchia (?) crassimedia (Buck.)
Gibbirhynchia gibbosa Buck.
Gibbirhynchia muirwoodae Ager
Genere: QUADRATIRHYNCHIA Buckman, 1918
Quadratirhynchia quadrata Buck.
italica n. subsp.
Grdine: SPIRIFERIDA Waagen, 1883
Sottordine: SPIRIFERID1N A Waagen, 1883
Superfamiglia : SPIRIFERINACEA Davidson, 1884
Famiglia: SPIRIFERINIDAE Davidson, 1884
Genere: SPIRIFERINA D’Orbigny, 1847
Spiriferina ungulata Opp.
Ordine:
Sottordine :
Superfamiglia
Famiglia:
Genere :
Famiglia :
Sottofamiglia :
Genere:
Sottofamiglia :
Genere :
Famiglia:
Genere :
Sottordine :
Superfamiglia
Famiglia:
Genere:
Spiriferina obtusa Opp. sensu Geyer
Spiriferina rostrata Schl.
T EREBRA TU LI DA Waagen, 1883
TEREBRATULIDIN A Waagen, 1883
TEREBRATULACEA Gray, 1840
ORTHOTOMIDAE Muir Wood, 1936
ORTHOTOMA Quenstedt, 1869
Orthotoma (?) darwini (Desl.)
Orthotoma (?) heyseana (Dunk.)
T EREBRA T U LI DA E Gray, 1840
TEREBRATULINAE Gray, 1840
LOBOTHYRIS Buckman, 1918
Lobothyris (?) bimammata (Rothp.)
Lobothyris jauberti (Desl.)
Lobothyris paumardi (Desl.)
Lobothyris perforata (Piette)
Lobothyris sarthacensis (D’Orb.)
Lobothyris subpunctata (Dav.)
incerta
incerto
« Terebratula » gozzanensis Par.
PYGOPIDAE Muir Wood, 1965
NUCLEATA Quenstedt, 1868
Nucleata aspasia (Mgh.)
Nucleata (?) cf. furlana (Zitt.)
Nucleata rheumatica (Can.)
TEREBRATELLID1N A Muir Wood, 1955
ZEILLERIACEA Allan, 1940
ZE1LLERIID AE Allan, 1940
ZEILLERIA Bayle, 1878
Zcilleria apenninica (Zitt.)
Zeilleria (?) edwardsi (Dav.)
Zeilleria engelhardti (Opp.)
Zeilleria gastaldii (Par.)
Zeilleria (?) indentata (Sow.)
Zeilleria (?) meneghina (Par.)
Zcilleria mutabilis (Opp.)
Zeilleria (?) aff. pyriformis (Suess)
Zeilleria rothpletzi (Di Stef.)
G6
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
MOLLUSCA
Classe:
Ordine :
Famiglia :
Genere :
Sottogenere :
Famiglia:
Genere :
Sottogenere :
Sottogenere :
Sottogenere :
Genere :
Famiglia:
Genere :
Sottogenere :
Sottogenere :
Famiglia:
Genere :
Classe:
Sottoclasse:
Ordine :
Sottordine :
Superfamiglia
Famiglia:
Genere:
LAMELLIBRANCHI AT A Blainville, 1816
DYSODONTA Neumayr, 1883
PTERIIDAE Meek, 1864
AVICULA Klein, 1753
OXYTOMA Meek, 1864
Avicula ( Oxyloma ) clumortieri Roll.
PECTINIDAE Lamark
CHLAMYS Bolten, 1798
CHLAMYS s. str.
Chlamys ( Chlamys ) textoria (Schl.)
AEQUIPECTEN Fischer, 1886
Chlamys (Aequipecten) prisca (Schl.)
VELATA Quenstedt, 1856
Chlamys (Velata) rollei (Stol.)
Chlamys ( Velata ) velata (Goldf.)
ENTOLIUM Meek, 1869
Entolium calvum (Goldf.)
Entolium disciforme (Schub.)
Entolium cf. frontale (Dum.)
Entolium hehli (D’Orb.)
Entolium strionatis (Quen.)
L1MIDAE D’Orbigny
LIMA Bruguière, 1792
PLAGIOSTOMA Sowerby, 1814
Lima ( Plagiostoma ) gigantea (Sow.)
Lima (Plagiostoma) cf. punctata (Sow.)
CTENOSTREON Eichwald, 1862
Lima (Ctenostreon) terquemi Joly
OSTREIDAE Lamarck, 1801
LIOGRYPHAEA Fischer, 1886
Liogryphaea ovalis (Ziet.) cristata
(Par.)
GASTROPODA Cuvier, 1797
PROSOBRANCHIA Milne Edwards, 1848
ARCHAEOGASTROPODA Thiele, 1925
PLEUROTOMARIINA Cox e Knight,1960
PLEUROTOMARIACEA Swainson, 1840
PLEUROTOMARIIDAE Swainson, 1840
PLEV ROT OM ARI A Defrance, 1826
Pleur otomaria (?) obesa (Tq. e Pt.)
Pleurotomaria sp.
Ordine :
Superfamiglia
Famiglia:
Genere :
Classe:
Ordine:
Sottordine :
Superfamiglia
Famiglia :
Sottofamiglia:
Genere :
Famiglia:
Genere:
Genere :
Sottordine:
Superfamiglia :
Famiglia:
Sottofamiglia:
Genere:
Sottordine:
Superfamiglia :
Famiglia :
Genere :
Superfamiglia :
Famiglia:
Sottofamiglia :
Genere:
Sottofamiglia :
Genere :
Genere:
CAENOGASTROPODA Cox, 1959
LOXONEMATACEA Koken, 1889
ZYGOPLEURIDAE Wenz, 1938
ANOPTYCHIA Koken, 1892
Anoptychia dubia (Tq.)
CEPHALOPODA Cuvier, 1795
AMMONOIDEA Zittel, 1884
PHYLLOCE RATINA Arkell, 1950
: PHYLLOCERATACEAE Zittel, 1884
PHYLLOCERATIDAE Zittel, 1884
PHYLLOCERATIN AE Zittel, 1884
PHYLLOCERAS Suess, 1865
Phylloceras frondosum (Reyn.)
JURAPHYLLITIDAE Arkell, 1950
JURAPHYLLITES Muller, 1939
Juraphyllites libertus (Gemm.)
MENEGHINICERAS Hyatt, 1900
Meneghiniceras lariense (Mgh.)
LYTOCERATINA Hyatt, 1889
: LYTOCERATACEAE Neumayr, 1875
LYTOCERATIDAE Neumayr, 1875
LYTOCERATIN AE Neumayr, 1875
LYTOCERAS Suess, 1865
Lytoceras cf. fimbriatum (Sow.)
AMMONITIN A Hyatt, 1889
EODEROCERATACEAE Spath, 1929
AMALTHEIDAE Hyatt, 1867
PLEUROCERAS Hyatt, 1867
Pleuroceras solare (Phil.)
HILDOCERA TACEAE Hyatt, 1867
HILDOCERA TIDAE Hyatt, 1867
ARIETICERATIN AE Howarth, 1955
ARIETICERAS Seguenza, 1885
Arieticeras bertrandi (Kil.)
Arieticeras reynesianum (Fuc.)
HARPOCERATIN AE Neumayr, 1875
LI OCERA T OIDES Spath, 1919
Lioceratoides serotinum (Bett.)
PROTOGRAMMOCERAS Spath, 1913
Protogrammoceras kurrianum (Opp.)
Dall’elenco soprariportato risulta chiaramente la netta prevalenza dei brachiopodi sia
come frequenza degli esemplari sia come numero di specie riconosciute (41 su 66), fatto già
posto in evidenza anche da altri Autori e in particolare da Parona (1880, 1892). Il nostro ma¬
teriale ci ha altresì permesso di dar risalto anche alla frequenza dei lamellibranchi, il cui si¬
gnificato non era stato opportunamente evidenziato da tale Autore.
Per quel che si riferisce ai cefalopodi e, in particolare, alle ammoniti, le conoscenze
precedenti erano veramente limitate. Da questo nostro studio emerge la segnalazione di nove
specie di ammoniti, sul cui interesse stratigrafico ci intratterremo più avanti. Gli altri gruppi
— gasteropodi, crmoidi ed echinidi — anche se ben rappresentati numericamente, non hanno
fornito nessun elemento nuovo di particolare rilievo, anche per la loro frammentarietà e il
pessimo stato di conservazione.
Ci asteniamo, per brevità, dall’illustrare la distribuzione delle forme nelle varie parti¬
zioni tassonomiche in quanto esse risultano direttamente nel quadro sistematico precedente
o nella parte descrittiva.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
67
CONFRONTI SISTEMATICI CON ALTRE FAUNE
Per quanto anche in questi confronti si faccia sentire l’influenza della bibliografia
— più o meno abbondante e più o meno recente — abbiamo osservato come, nel suo com¬
plesso, la fauna studiata presenti le massime analogie con le faune italiane, e in particolare
con quelle prealpine.
Passando al confronto con le località estere, si possono inoltre notare le più spiccate
relazioni con le associazioni di tipo più francamente mediterraneo, soprattutto per i lamelli-
branchi e i cefalopodi, mentre per i brachiopodi, in generale, si osservano non poche analogie
con faune di tipo centrosettentrionale. Non ci sentiamo, però, di sopravvalutare questo fatto,
in quanto riteniamo che ciò possa essere, almeno parzialmente, imputabile all’ influenza della
bibliografia utilizzata.
Questi nostri dati, in conclusione, confermano quanto già Parona (1892) aveva scritto
a proposito delle relazioni della fauna di Gozzano con quelle di altre località.
Analizzando con maggior dettaglio i nostri risultati, 21 specie di brachiopodi sono in
comune con quelle di altre località prealpine, 16 con quelle citate per faune inglesi; minori af¬
finità si riscontrano invece con l’Appennino centrale, la Sicilia, e il Bacino del Rodano. In
particolare le analogie con le faune inglesi sono più spiccate per l’ordine Rhynchonellida (9
specie in comune).
Per i lamellibranchi 11 specie sono corrispondenti con quelle delle località della Francia
meridionale, 10 con quelle delle Prealpi, in particolare il maggior numero di forme comuni si ri¬
scontra rispettivamente con le faune del Bacino del Rodano e di Saltrio. Per i cefalopodi, e più
in particolare per le ammoniti, a parte le analogie con le associazioni prealpine e italiane in
generale, rimarchiamo la notevole corrispondenza con le citazioni per l’Aveyron (6 specie su
nove) e per il Marocco (5 specie su nove) a sottolineare le relazioni con le faune di tipo meri¬
dionale o di tipo transizionale.
CONSIDERAZIONI SISTEMATICHE
Abbiamo condotto il nostro studio improntandolo ai criteri della moderna sistematica
paleontologica, in ciò facilitati anche, soprattutto per alcuni gruppi — brachiopodi e lamelli¬
branchi — dalla grande frequenza degli esemplari. Non poco peso ha avuto, inoltre, per le rin-
chonelle e le ammoniti, 1’esistenza di opere monografiche recenti che hanno permesso, per
queste, di giungere a interpretazioni più soddisfacenti e più aggiornate.
Nell’esame dei brachiopodi l’abbondanza del materiale ha reso possibile un accurato stu¬
dio dei caratteri interni che, se porta all’inevitabile distruzione di un gran numero di esem¬
plari, rappresenta, d’altra parte, però, 1’ unica via possibile per una più sicura e moderna attri¬
buzione generica.
Le stesse condizioni ci hanno permesso, nelle determinazioni specifiche, una più precisa
valutazione della variabilità, cui consegue quel criterio riunitore che ha informato tutto que¬
sto nostro studio, come apparirà chiaramente dalle osservazioni di dettaglio che esporremo più
avanti.
Osservazioni sui generi
Per le determinazioni generiche, che risultano, nel complesso, piuttosto uniformi, ab¬
biamo accettato senz’altro quanto proposto da Moore (1957, 1960, 1965) per tutti i gruppi
studiati ad eccezione dei lamellibranchi per i quali, in mancanza di trattati più recenti, abbiamo
fatto riferimento a Déchaseaux in Piveteau (1952), anche in quanto tale Autore si è occupato
in particolare proprio di lamellibranchi giurassici (Déchaseaux 1934, 1936>.
68
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Brachiopodi - Come è già stato fatto notare, lo studio dei generi è stato basato sull’esa¬
me dei caratteri interni: per la maggior parte delle specie si è resa così possibile una colloca¬
zione aggiornata, mentre solo per poche altre, per cui non si è potuto, neanche per questa via,
giungere a una determinazione definitiva, abbiamo proposto, con riserva, quello che, sulla
scorta dei caratteri esterni, ci pare essere il più verosimile riferimento generico, come per
Lobothyris (?) bimammata (Roth.) e Zeilleria (?) indentata (Sow.).
Non a caso abbiamo scelto questi esempi nell’ordine Terebratulida, per cui, mancando
uno studio monografico recente, abbiamo incontrato non poche difficoltà di interpretazione.
Per l’ordine Rhynchonellida, invece, ci siamo validamente avvalsi delle recenti mono¬
grafie di Ager (1956, 1958, 1962); anche tale Autore, per le specie di cui non ha potuto rile¬
vare i caratteri interni, propone un riferimento generico aggiornato, almeno provvisorio («pro-
visionally »).
Mentre per alcune delle specie citate da Ager, abbiamo potuto confermare l’attribu¬
zione proposta, anche attraverso l’esame dei caratteri interni, per altre abbiamo indicato una
possibile variazione dell’attribuzione generica; ci limitiamo, qui, a segnalare le osservazioni
più salienti derivate dal nostro studio, mentre per le questioni di maggior dettaglio tratteremo
nella parte sistematica.
Per sordellii Par., Ager aveva indicato provvisoriamente un possibile riferimento al ge¬
nere Tetrarhynehia: l’esame dell’apparato brachiale ci ha convinti della più verosimile colloca¬
zione in Pseudogìbbirhynchia.
Analogamente, i caratteri interni da noi osservati per esemplari sicuramente attribui¬
bili a crassimedia Buck. ci hanno portato a propendere per riferire tale specie al genere Gib-
birhynchia, in contrasto con quanto affermato da Ager (1956), che però non ne descrive, nè fi¬
gura l’apparato brachiale ; in attesa di ulteriore conferma a questa nostra proposta, abbiamo
comunque preferito mantenere una posizione di riserva.
Stolmorhynchia bulga (Par.), specie nota per Gozzano (Parona, 1892) e da noi confer¬
mata nella sua validità, è stata riferita a tale genere anche se citato soprattutto per livelli più
recenti, per la buona corrispondenza dei caratteri interni ed esterni : la specie di Parona rap¬
presenterebbe quindi in questo genere una forma « precoce ».
Abbiamo riferito al genere Nucleata le specie aspasia Gemm., rheumatica Can. e fur¬
lana Zitt. (quest’ ultima con riserva), in base alla sinonimia proposta da Moore (1965, pag.
802) pur facendo rilevare l’opportunità di dare a tale genere un valore stratigrafico più esteso,
o di istituire un nuovo genere a significato soprattutto cronologico, o di collocare queste forme
in Phymatothyris, genere i cui caratteri interni sono ancora sconosciuti.
Per « Tenebratala » gozzanensis Par. di cui abbiamo rilevato numerosi apparati in¬
terni, tutti fra loro ben corrispondenti, non abbiamo ritrovato, allo stato attuale delle cono¬
scenze, un riferimento generico soddisfacente; la netta individualità di questa forma, soprat¬
tutto per il suo apparato brachiale, ci impone, in attesa di una più completa documentazione
sistematica, una posizione di incertezza fino a livello della sottofamiglia.
Lamellibranchi, gasteropodi, cefalopodi - Anche per le specie appartenenti a queste
classi abbiamo cercato di uniformarci alla nomenclatura più aggiornata, con conseguente
modificazione di alcuni riferimenti generici che non meritano però, qui, particolare segna¬
lazione.
Osservazioni sulle specie, sottospecie e morfotipi
Rifacendoci a quanto già detto in precedenza, nelle determinazioni specifiche abbiamo
costantemente osservato un criterio riunitore, che ci ha portato non solo a non istituire nes¬
suna specie nuova, ma a eliminarne alcune di quelle riconosciute da Parona per Gozzano
(1880, 1892) e da altri Autori per varie località italiane, come diremo più avanti.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
09
Solo per due specie di brachiopodi, latifrons Stur. e pyriformis Suess, abbiamo avan¬
zato l’ipotesi di una possibile separazione degli esemplari Massici da noi considerati, che ci
sembrano al di fuori del campo di variabilità morfologica o cronologica delle specie stesse,
anche intese in un senso piuttosto estensivo. Dal contributo di altri dati potrà venire la
soluzione a questa nostra ipotesi.
In generale, le varietà ammesse dagli Autori precedenti, in conformità anche alle leggi
della moderna sistematica, sono state da noi inglobate nelle entità specifiche, non avendo per
nessuna di esse ravvisato l’opportunità di elevarla al rango specifico o, almeno, sottospecifico.
Dal canto nostro, però, proprio per l’abbondanza del materiale in istudio, abbiamo tal¬
volta sentito la necessità di distinguere, in seno a specie particolarmente variabili, dei morfo-
tipi, che hanno, per noi, il significato di gruppi morfologici cui non può essere però attribuito
il valore di entità a se stante.
Qualora questi gruppi, per posizione stratigrafica, o per distribuzione geografica, oltre
che per frequenza di individui ci sono parsi da separare più chiaramente dalla specie, abbiamo
parlato di sottospecie con significato allocronico o allopatico (v. oltre).
A proposito delle sinonimie da noi proposte, facciamo notare che non si tratta di sem¬
plici elenchi ripresi eventualmente da altri Autori, ma che esse riassumono, accanto alle pre¬
cedenti conoscenze, il contributo nuovo da noi apportato nella interpretazione delle varie
specie.
Brachiopodi - In conformità con queste considerazioni generali, solo per i brachiopodi,
con la dicitura « Prionorhynchìa aff. latifrons (Stur.)» e « Zeilleria » (?) aff. pyriformis
(Suess) », abbiamo voluto indicare, come già detto, la possibilità di un’eventuale separazione
sistematica.
Analogamente, in seno a Prionorhynchìa quinqueplicata (Ziet.) e a Prionorhynchìa
serrata (Sow.), abbiamo riconosciuto due morfotipi che abbiamo denominato rispettivamente
« espanso » e « lobato ». Questi ultimi costituiscono due gruppi di forme estreme in seno alle
specie suddette, rappresentando, inoltre, una sorta di collegamento fra le due.
Anche in gastaldii Par. abbiamo distinto un morfotipo per cui, vista la corrispondenza
con le forme ascritte da Parona (1880, 1892) a cnsiana Par., abbiamo appunto mantenuto tale
nome.
Abbiamo inoltre distinto due sottospecie: per una, Cirpa franto (Quen.) briseis (Gemm.),
abbiamo preferito mantenere il nome della specie preesistente, anche se non più valida, a
nostro avviso, a livello specifico, in quanto nella sinonimia della sottospecie da noi indicata
abbiamo riunito anche gli esemplari tipici di briseis Gemm., nome ormai invalso nell’ uso co¬
mune. Per l’altra sottospecie da noi istituita abbiamo proposto la denominazione Quadratirhyn-
chia quadrata Buck. italica n. subsp., in quanto rappresenta, a nostro avviso, la versione ita¬
liana della specie di Buckman che sembra sconosciuta in Italia.
Nella nostra revisione critica ci siamo occupati anche di alcune specie di Parona (1880,
1892) e di altri Autori, quali Gemmellaro (1874) e Canavari (1881, 1884): in particolare ab¬
biamo preso in considerazione 11 specie nuove di Parona di cui solo sei ci sembrano ancor oggi
valide: Prionorhynchìa nudata (Par.), Pseudogibbirhyuchia sordellii (Par.), Stolmorhynchia
bulga (Par.), Zeilleria gastaldii (Par.), Zeilleria meneghina (Par.) e « Terebratula » gozza-
nensis Par. .
Le altre cinque sono tutte cadute in sinonimia e precisamente calderina Par. di fronto
Quen. briseis Gemm., discoidali s Par. di serrata Sow., stoppami Par. di nudata Par., cusiana
Par. di gastaldii Par. (come morfotipo) e sismondai Par. di gozzanensis Par.
A questo proposito facciamo notare come, anche applicando i criteri da noi più sopra
indicati, si possano individuare un certo numero di specie proprie di Gozzano, senza però poter
70
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
più accettare l’eccessiva suddivisione voluta da Parona (1880, 1892). In questo senso il contri¬
buto dato dal nostro studio è stato notevole proprio per la frequenza degli esemplari conside¬
rati, per cui le specie da noi ritenute ancor oggi valide risultano più aderenti all’attuale con¬
cetto di specie anche paleontologica.
Per quanto riguarda ancora briseis Gemm. abbiamo mantenuto una certa individualità
agli esemplari tipici (Gemmellaro 1874 e Autori successivi) riunendoli nella sottospecie
— Cirpa fronto (Quen.) briseis (Gemm.) — di cui già ci siamo occupati, mentre le altre ver¬
sioni della specie di Gemmellaro sono per noi cadute in sinonimia di langi Ager, di aff. lati-
frons Stur., di dumbletonensis Dav. e di quadrata Buck. italica n. subsp.
Anche scherma Gemm. è per noi sinonima in parte di quinqueplicata Ziet. e in parte
di serrata Sow.
Abbiamo revisionato anche la specie rheumatica Can., ritenuta valida, escludendone
però l’interpretazione di Haas (1912), oltre che la « var decipiens Haas», e la « var. de¬
pressa Can. » rispettivamente sinonime di heyseana Dunk., di furlana Zitt. e di apenni-
nica Zitt.
Ci siamo limitati a riassumere qui i risultati più salienti di questa parte del nostro lavoro
sistematico: per le osservazioni di maggior dettaglio rimandiamo alle descrizioni paleontolo¬
giche e alle sinonimie proposte.
Lamellibranchi - Per questa classe facciamo osservare che abbiamo fatto rientrare
Gryphaea cristata Par. (Parona 1892) nell’ambito di ovalis Ziet., in quanto, alla luce della bi¬
bliografia più recente, non ci sembrano sussistere elementi sufficienti per una distinzione a
livello specifico della forma di Gozzano, che se ne differenzia, però, per alcuni particolari
tratti morfologici tali da giustificare, a nostro avviso, la separazione a livello sottospecifico,
riunendo gli esemplari di Parona e i nostri in una sottospecie, con significato soprattutto allo¬
patico, che abbiamo denominato Lyogryphaea ovalis (Ziet.) cristata (Par.).
A proposito di Lima ( Ctenostreon ) terquemi JOLY confermiamo questa denominazione
a suo tempo proposta da Joly (1936) in sostituzione della precedente « Ctenostreon tubercula-
tum Tq. », nome da abbandonare in quanto già utilizzato per una specie del Miocene.
Gasteropodi - Revisionando la specie « Pseudomelania pennina Par. » con cui un no¬
stro esemplare mostra buone analogie, ci siamo convinti dell’inopportunità di mantenere di¬
stinta una specie che trova piena identificazione con un’ altra preesistente — Anoptychia
dubia (Tq.) — a cui abbiamo riferito il nostro esemplare e quelli di Parona.
Cefalopodi - A questo proposito, ci limitiamo a sottolineare le osservazioni da noi
fatte per Meneghiniceras lariense (Mgh.), Lytoceras fimbriatum (Sow.), Pleuroceras solare
(Phil.), Lioceratoides serotinum (Bett.) ed infine Proto grammoceras kurrianum (Opp.), per
cui abbiamo proposto delle nuove sinonimie che ne rispecchiano la revisione critica basata sui
criteri informatori da noi adottati per questo studio sistematico.
In particolare, poi, per Arieticeras reynesianum (Fuc.) abbiamo potuto confermare la
validità della specie, come già proposto, su base bibliografica, da Cantaluppi (1967).
CONSIDERAZIONI CRONOLOGICHE
Per queste considerazioni ci siamo avvalsi dei dati desunti obiettivamente da tutti gli
Autori consultati, interpretandoli poi sulla base delle più recenti acquisizioni cronostratigrafi-
che. Ciononostante, molte citazioni, soprattutto quelle di più vecchia data, hanno ancora un si¬
gnificato troppo estensivo e risultano di scarsa utilità.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
TI
Del resto, le condizioni stesse di ritrovamento della fauna non richiedono certo un ec¬
cessivo dettaglio, ma piuttosto devono dare l’indicazione dell’estensione massima di tempo attri¬
buibile all’associazione, onde ricavarne elementi di valutazione cronologica per il complesso
della formazione oltre che per i diversi tipi litologici che vi abbiamo distinto.
Analizziamo qui di seguito le più significative osservazioni per i diversi gruppi siste¬
matici considerati, ricavate appunto dall’elaborazione dei dati sulla « distribuzione » ripor¬
tata per ogni singola specie illustrata.
Brachiopodi - L’uniformità del tipo litologico inglobante consente delle osservazioni
complessive per i rappresentanti di tutto il gruppo: le specie riconosciute sono tutte del Lias
medio; solo poche (10) preesistono nel Lias inferiore, e per pochissime (4) si osserva una con¬
tinuazione nel Lias superiore, senza però che nessuna di esse ne sia esclusiva.
In seno al Lias medio si nota, per la maggior parte delle specie (12), la massima fre¬
quenza in corrispondenza al Domeriano.
Ciò è vero in particolare per le Rhynchonellida, la cui distribuzione avvalora ulterior¬
mente questa nostra affermazione: infatti quelle specie, per cui esiste una più precisa data¬
zione, risultano sempre comprese in questo sottopiano; esse sono: langi Ager, quinqueplicata
Ziet., serrata Sow., dumbletonensis Dav., amalthei Quen., crassimedia Buck., gibbosa Buck.
e muirwoodae Ager.
Questa osservazione assume particolare rilievo in quanto si riferisce a più della metà
delle specie riconosciute.
Pur nell’ imprecisione delle citazioni relative, analogo fatto si osserva anche per le Te-
rebratulida, seppure per un numero più limitato di specie: subpunetata Dav., aspasia Mgh.,
edwardsi Dav.
A tale proposito le Spiriferida non hanno fornito dati di particolare rilievo, a causa
della eccessiva estensione ammessa per la loro distribuzione.
Quindi, in conclusione, attribuiamo ai brachiopodi di Gozzano, visti nel loro complesso,
un’età domeriana.
Lamellibranchi - Le specie da noi riconosciute sono o limitate al Lias inferiore o, pur
estendendosi al Lias medio, presentano massimi di frequenza sempre compresi nel Lias infe¬
riore. Fanno eccezione frontale Dum. e strionatis Quen. che sembrerebbero limitate al Lias
medio. In particolare dumortieri Roll., prisca Schl. e terquemi Joly sono citate solo per il
Lias inferiore.
Queste specie, oltre che textoria Schl., disciforme Schub., hehli D’Orb., gigantea Sow.
e punctata Sow. — a più ampia distribuzione stratigrafica — sembrano inoltre avere il loro
massimo nel Sinemuriano.
Anche se, per l’imprecisione delle citazioni, avanziamo qualche riserva a questa nostra
affermazione, concludiamo per assegnare ai lamellibranchi un’età sinemuriana, con una possi¬
bile estensione anche al Carixiano.
Gasteropodi - Le due sole specie riconosciute, per quanto molto rare, sono note solo per
il Lias inferiore.
Cefalopodi - E’ chiaro che alle ammoniti spetta il maggior valore stratigrafico anche
per la precisa e abbondante letteratura recente. Almeno sette specie sulle nove riconosciute pos¬
sono essere considerate esclusive del Domeriano: data l’importanza dell’elemento fornito da
questi fossili è evidente che ulteriori precisazioni cronologiche non possono essere ricercate al
di fuori di questo sottopiano.
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Avendo quindi tentato di giungere a una più restrittiva datazione, abbiamo però osser¬
vato la presenza di specie sicuramente indicative di zone diverse: fatto questo di primaria
importanza per l’interpretazione cronologica della fauna nel suo complesso.
Sulla base dei dati più accettabili già sintetizzati recentemente da uno di noi (Canta-
luppi 1967), possiamo infatti osservare che le specie fimbriatum Sow., bertrandi Kil., reyne-
sianum Fuc. e kurrianum Opp. sono caratteristiche della parte più alta della zona a marga-
ritatus, mentre lariense Mgh. e solare Phil. appartengono alla zona a spinatum.
Mancano, comunque, specie che possano essere considerate esclusive del Domeriano
inferiore.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Tra gli Autori precedenti, Parona (1880, 1892) in particolare aveva assegnato all’intera
formazione di Gozzano, in base ai dati paleontologici, un’età corrispondente alla « parte infe¬
riore del Lias medio », vale a dire, secondo la moderna nomenclatura, al Carixiano (v. anche
Azzaroli e Cita 1962).
Secondo gli elementi emersi dal nostro studio e già discussi nel precedente capitolo
siamo propensi a distinguere nel complesso della fauna due associazioni di differente età: la
prima, costituita soprattutto da lamellibranchi, gasteropodi e, subordinatamente, da echino¬
dermi (m particolare crmoidi), è riferibile al Smemuriano, se pur con qualche eccezione, che
potrebbe far pensare a una estensione anche alla parte inferiore del Lias medio (Carixiano).
La seconda associazione, comprendente tutti i brachiopodi, i cefalopodi, un esiguo nu¬
mero di echinodermi (in particolare echinidi) e resti indeterminabili di gasteropodi, viene da
noi riferita al Domeriano.
Inoltre, la maggior frequenza, fra le rinchonelle, di specie caratteristiche della parte
media e superiore di questo sottopiano e la mancanza fra le ammoniti di forme esclusive della
parte più bassa di quest’ultimo, ci porta ad ammettere che siano a Gozzano rappresentate solo
la parte media e superiore del Domeriano.
In base alla provenienza dei fossili, già da noi esposta in dettaglio nel capitolo « Gene¬
ralità sulla zona in istudio », saremmo propensi ad assegnare, quindi, al tipo litologico della
seconda cava considerata (la più grande) l’età dell’associazione a lamellibranchi prevalenti, e
cioè sinemuriana e carixiana (?); mentre l’altra cava e la sommità del colle della Parrocchiale,
con l’associazione a brachiopodi prevalenti, sarebbero di età domeriana medio-superiore. In
particolare, il ritrovamento proprio nella parte più alta dell’ ultima località citata (sommità
del colle), di Pleuroceras solare (Phil.) e di alcune specie di rinchonelle che sono ritenuti tipici
del Domeriano superiore, inducono ad assegnarle questa più restrittiva posizione cronologica.
L’età carixiana ammessa da Parona per tutta la formazione risulta pertanto solo par¬
zialmente confermata da queste nostre osservazioni, in quanto, come già detto, la fauna nel
suo complesso si estende dall’inizio del Sinemuriano alla fine del Domeriano, seppur con qual¬
che interruzione, che non ci sentiamo di interpretare poiché i fossili di età diversa derivano
da affioramenti geograficamente separati.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO ( PREALPI PIEMONTESI)
i •>
DESCRIZIONI PALEONTOLOGICHE
BRACHIOPODA
Lo studio dei brachiopodi è stato da noi condotto ovviamente anche mediante l’osserva¬
zione dei caratteri interni, rilevati secondo il metodo degli sfregamenti in serie, l’unico pos¬
sibile visti i risultati negativi degli esami roentgenografici, che pure abbiamo eseguito con
applicazione degli accorgimenti e delle tecniche attualmente più in uso.
Dallo studio degli apparati interni abbiamo ricavato dati utili oltre che per le deter¬
minazioni generiche anche per le attribuzioni specifiche, così da poter giungere alla differen¬
ziazione di forme molto simili per caratteri esterni.
Non ci dilunghiamo sui risultati ottenuti che, nella massima parte, non possono che con¬
fermare quanto già espresso in recenti monografie e trattati, limitandoci a riportare tutti
gli apparati interni che abbiamo potuto rilevare, mediante figure nel testo, che ci sembrano
già di per sè obiettive ed esaurienti, tanto da non richiedere ulteriori descrizioni e da costi¬
tuire un notevole contributo in questo campo per cui ancora si avverte la necessità di una
sempre più ampia e precisa documentazione iconografica.
Solo nei casi in cui abbiamo rilevato risultati nuovi, ne abbiamo dato giustificazione
nella parte descrittiva.
Come già fatto notare nel corso delle « Considerazioni sistematiche », rimangono ancora
degli interrogativi per le forme per cui non è stata possibile la chiara interpretazione dello
apparato interno : per queste abbiamo proposto, pur con riserva, quella che ci pare essere la
più verosimile attribuzione generica cercando anche per questi casi di adeguarci alla sistema¬
tica attuale, che attribuisce ai generi un più preciso significato anche cronologico.
RHYNCHONELLIDA
Cirpa fronto (Quen.) briseis (Gemm.).
(Tav. XI: figg. la, b, c; 2 a, b,c; 3 a, b, c - fig. 1 testo)
Rhynchonella briseis Gemm. - Gemmellaro G. G.: Palermo e Trapani (1874), p. 97, t. XI, ff. 19-22.
Rhynchonella calderina Par. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 21, t. Ili, f. 2.
Rhynchonella briseis Gemm. - Parona C. F.: Arzo (1884), p. 244 (pars), t. II, f. 14 e 17-20.
Rhynchonella briseis Gemm. - Di Stefano G.: M. S. Giuliano (1891), p. 88 (pars), t. Ili, f. 9-13.
Rhynchonella briseis Gemm. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 29 (pars), t. II, f. 1 e 4.
Cirpa briseis Gemm. - Ager D. V.: Rhynchonellidae (1958), p. 53, ft. 28.
Dimensioni:
74
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Fig. 1. — Caratteri interni di Cirpa fronto (Quen.) briseis (Gemm.), (x 3).
I diciotto esemplari in esame sono caratterizzati da forma generale subtriangolare, glo¬
bosa, a fronte rettilinea o appena arcuata, con un lobo evidente e convesso interessato da un
numero limitato ma variabile di coste (3, 4, 5), robuste e salienti, ad andamento chiaramente
radiale. Nelle porzioni laterali si contano da 3 a 4 coste per parte.
Gli apparati interni da noi rilevati ci hanno permesso di attribuire con sicurezza i
nostri esemplari al genere Cirpa, e di differenziarli da quelli da noi riferiti a Cirpa langi
Ager. Anche per caratteri esterni i pezzi in istudio restano chiaramente distinti da questa
ultima per la sua forma generale più espansa e meno globosa, per il lobo appiattito superior¬
mente e per il maggior numero di coste.
D’altra parte, per caratteri morfologici complessivi, i nostri esemplari corrispondono
abbastanza bene a fronto Quen., così come risulta definita nella recente monografia di Ager
(1958).
Qualche lieve differenza riconosciuta nell’apparato interno rispetto a quello della specie
di Quenstedt, ed il fatto che essa sembra esclusiva di livelli immediatamente sottostanti al Do-
meriano, per di più di regioni extraitaliane, ci hanno indotto a cercare altrove una colloca¬
zione per questi esemplari di Gozzano.
L’entità, con cui essi mostrano ancora buona corrispondenza morfologica ma soprattutto
più decise analogie nei caratteri interni, ci è parsa essere briseis Gemm., come risulta dalla
delimitazione che noi abbiamo proposto e che appare, oltre che da questa, anche dalle sino¬
nimie da noi indicate per langi Ager, dumbletonensis Dav., aff. latifrons Stur. e quadrata
Buck. italica n. subsp.
Proprio questa nostra delimitazione ha dimostrato come gli Autori precedenti abbiano
ammesso per briseis Gemm. un campo di variabilità eccessivamente ampio e non giustificato,
in quanto molte forme possono trovare una più convincente collocazione nelle specie da noi
sopraindicate; queste nostre affermazioni si sono rese possibili attraverso la conoscenza dei
caratteri interni. Così sfrondata, la specie di Gemmellaro, che a Gozzano era ben rappresen¬
tata secondo Parona (1892), resta valida, a nostro avviso, per un gruppo più ristretto di forme
molto vicine a fronto Quen.
Le precedenti osservazioni ci portano pertanto a conservare a briseis una certa indivi¬
dualità, giustificata sia da alcune sue peculiarità, sia dalla sua distribuzione geografica e stra-
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO ( PREALPI PIEMONTESI)
t ■>
tigrafica, non riconoscendo però gli estremi per una sua differenziazione a livello specifico ri¬
spetto a fronto Quen. ; proponiamo quindi di considerarla come una sottospecie di quest’ ul¬
tima, denominandola Cirpa fronto (Quen.) briseis (Gemm.).
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Arzo - Sicilia).
Cirpa langi Ager
(Tav. XI: fig. 4 a, b, c - fig. 2 testo)
Rhynchonella briseis Gemm. - Parona C. F.: Arzo (1884), p. 244 (pars), t. II, f. 13.
Rhynchonella briseis Gemm. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 29 (pars), t. II, f. 5.
Cirpa langi n. sp. - Ager D. V.: Rhynchonellidae (1958), p. 57, t. V, f. 4, ft. 32-35 ( cum syn.).
Dimensioni:
Fig. 2. — Caratteri interni di Cirpa langi Ager, ( X 4).
Dodici esemplari di medie dimensioni si accordano in modo assai soddisfacente con la
diagnosi di Cirpa langi Ager data dallo stesso Autore (1958), in quanto presentano forma orbi-
colare allargata con fronte debolmente incurvata e interessata da un largo lobo ben differen¬
ziato e superiormente appiattito. Il numero delle coste varia da 11 a 16, di cui 4-6 portate dal
lobo. Indipendentemente dal numero di coste, si osservano esemplari appiattiti (più numerosi)
accanto ad esemplari più spessi. Nonostante queste variazioni morfologiche, l’apparato bra¬
chiale si corrisponde nelle due serie di forme : questa nostra osservazione ci permette di con¬
fermare quanto espresso da Ager (1958) a proposito della variabilità di questa sua specie.
Abbiamo posto in sinonimia di langi Ager alcuni esemplari ascritti da Parona (1884, 1892) a
briseis Gemm., entità a nostro avviso, ben differenziata per i caratteri da noi indicati (v. Cirpa
franto (Quen.) briseis (Gemm.)).
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Arzo); Domeriano, zona spinatimi (Inghilterra).
Prionorhynchia flabellum (Mgh.)
(Tav. XI: figg. 5a,b,c; 6 a, b, c - fig. 3 testo)
Rhynchonella flabellum Mgh. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 36, t. II, f. 9, 10 (cum syn.).
Rhynchonella palmata Opp. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 33, t. I, f. 23, 24 (cum syn. ex parte).
Rhynchonella greppini Opp. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 37, t. II, f. 11.
Dimensioni:
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
70
Una ventina di esemplari di dimensioni medio-piccole presenta forma triangolare con
fronte ristretta e tronca o più espansa e arrotondata. Le commessure sono rettilinee nelle
forme triangolari, nelle altre mostrano una leggera movimentazione sulla fronte.
L’ornamentazione è data da coste poco rilevate, posteriormente evanescenti e in nu¬
mero variabile: meno numerose (13) negli esemplari triangolari, più numerose (15-23) negli
altri.
Malgrado la notevole variabilità sopradescritta, tutti gli esemplari in istudio, connessi
fra loro da una serie di termini graduali di passaggio, rientrano in flabellum Mgh. specie già
intesa in modo piuttosto variabile dagli Autori.
Dalla sinonimia risulta che le forme riferite da Parona (1880, 1884, 1892) alle due specie
del Lias inferiore palmata Opp. e greppini Opp., rientrano, a nostro avviso, nel campo di fla¬
bellum Mgh.; riteniamo tuttavia di poter ancora affermare la validità delle specie di Oppel
nelle versioni datene dallo stesso Autore (1861) e da Geyer (1889).
Distribuzione: Lias medio (Prealpi - Appennino centrale - Sicilia).
Prionorhynchia latifrons (Stur.)
(Tav. XI: figg. 7 a, b, c; 8 a, b, c - fig. 4 testo)
Rhynchonella latifrons Stur. - Geyer G. : Hierlatz (1889), p. 54, t. VI, f. 25-31.
Rhynchonella cfr. latifrons Stur. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 32, t. I, f. 21.
Dimensioni:
Fig. 4. — Caratteri interni di Prionorhynchia latifrons (Stur.), (X 4).
Una decina di esemplari di medie dimensioni presentano conchiglia appiattita, tipica¬
mente espansa alla fronte, interessata da un seno largo e poco marcato che risulta sottolineato
daH’andamento della commessura. L’ umbone è appuntito e quasi privo di aree laterali. L’orna¬
mentazione è costituita da 12-14 coste, ben rilevate, abbastanza sottili, di cui 5-6 sono portate
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
dal lobo. Queste ultime hanno andamento decisamente radiale, mentre quelle laterali tendono
ad incurvarsi esternamente.
Il dubbio posto da Parona (1892) nella sua determinazione può essere giustificato in
quanto il campione a sua disposizione rappresenta un tipo estremo nella variabilità di latifrons
Stur. ammessa da Geyer (1889), che ci par giusto accettare anche se i nostri esemplari sono
piuttosto uniformi e più vicini all’espressione tipica della specie in questione.
Distribuzione: Lias (Hierlatz); Lias medio (Prealpi).
Prionorhynchia aff. latifrons (STUR.)
(Tav. XII: fig. 1 a, b, c - fig. 5 testo)
? - Rhynchonella briseis Gemm. - Parona C. F.: Arzo (1884), p. 244 (pars), t. Ili, f. 1 e 2.
Dimensioni :
Nove esemplari si differenziano da quelli da noi ascritti a latifrons Stur. per un maggior
spessore della conchiglia, per un lobo più ristretto e portante un minor numero di coste (9-10),
che appaiono anche più marcate.
Nonostante le accurate ricerche nella bibliografia a nostra disposizione, anche prescin¬
dendo dal riferimento generico, non ci è stato possibile rintracciare forme a cui ben corrispon¬
dano gli esemplari in istudio. Anche un possibile accostamento ad alberti Oppel (1861) ci è
sembrato non accettabile per la mancanza della documentazione dei caratteri del brachidio, e
per la corrispondenza limitata solo ad alcuni esemplari di Geyer (1889).
I caratteri interni da noi rilevati non solo ci fanno propendere per il riferimento al
genere Prionorhynchia, ma mostrano una certa corrispondenza con quelli da noi riconosciuti
per latifrons Stur. .
Le differenze morfologiche indicate ci inducono a tenere distinto questo gruppo di
forme a cui, per ora, non ci sentiamo di dare alcun preciso significato sistematico, pur volen¬
done, nella nostra determinazione, rimarcare l’individualità resa più evidente dall’assenza di
termini intermedi.
Distribuzione: Lias medio (Arzo - Gozzano).
2
78
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Prionorhynchia quinqueplicata (ZlET.)
(Tav. XI: figg. lla,b,c; 12a,b,c; 13 a, b, c - fig. 6 testo)
Rhynchonella scherma Gemm. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 19, (pars), t. II, f. 9 e 10, (non f. 11).
Rhynchonella serrata Sow. var. kiliani Di Stef. - Di Stefano G.: M. S. Giuliano (1891), p. 70 (pars), t. II,
f. 5, (non f. 11).
Rhynchonella scherma Gemm. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 31, t. I, f. 17, 20 (18 e 19 ?; non f, 16) (cum
syn. ex parte).
Prionorhynchia quinqueplicata (Ziet.) - Ager D. V.: Rhynchonellidae (1962), p. 49, t. II, f. 13, ft. 27 (cum syn.).
Dimensioni:
(morfotipo
Una trentina di esemplari mostra forma generale chiaramente pentagonale, con fronte
fortemente interessata da un lobo molto sporgente, fiancheggiato da strette aree laterali. L’or¬
namentazione è data da poche (da 9 a 11) coste robuste, di cui alcune (da 5 a 7) sono portate
dal lobo.
Pur rimanendo costanti questi caratteri morfologici generali, la maggior parte dei nostri
esemplari (una ventina) si differenzia per avere una forma decisamente più espansa a causa
di un maggiore allargamento del lobo cui consegue anche un attenuarsi dell’ uniplicatura
frontale.
Abbiamo riferito alla specie di Zieten tutta la serie dei nostri campioni, soprattutto
sulla base dell’interpretazione piuttosto estensiva datane da Ager (1956); gli esemplari de¬
scritti per ultimi, però, fuoriescono anche dall’ambito di variabilità ammesso da tale Autore,
pur rimanendo collegati alle forme più tipiche da termini intermedi.
Per essi proponiamo infatti la riunione in un MORFOTIPO che denominiamo « espanso»
proprio in considerazione del particolare allargamento della fronte.
L’ interpretazione da noi data a questa specie è tale da inglobare anche buona parte di
quelle forme riferite dagli Autori italiani (v. sinonimia) a scherma Gemm., probabilmente
anche per le scarse conoscenze che di quinqueplicata Ziet. si avevano prima della monografia
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
79
di Ager (1956): quinqueplicata Ziet. e serrata Sow. nella versione tipica facilmente differen¬
ziabili, sono però connesse attraverso i relativi morfotipi (v. quanto detto anche a proposito
di serrata Sow.).
Distribuzione : Lias medio (Gozzano - Sicilia) ; Domeriano (Rodano) ; Domerìano, zona spina-
tum (Inghilterra).
Prionorhynchia serrata (Sow.)
(Tav. XII: figg. 2 a, b, c; 3a,b,c; 4 a, b, c - fig. 7 testo)
Rhynchonella scherina Gemm. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 19 (pars), t. II, f. 11 (non f. 9 e 10).
Rhynchonella discoidalis Par. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 23, t. Ili, f. 5.
Rhynchonella serrata Sow. - Di Stefano G.: M. S. Giuliano (1891), p. 70; (pars), t. II, f. 4 (non f. 5).
Rhynchonella discoidalis Par. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 35.
Prionorhynchia serrata (Sow.) -Ager D. V.: Rhynchoncllidae (1956), p. 47, t. II, f. 10-12, ft. 26 (cum syn.).
Dimensioni:
(morfotipo
4.4
' i
8.2
r >
Fig. 7. — Caratteri interni di Prionorhynchia serrata (Sow.), (X 2).
Una trentina di esemplari da noi ascritti a serrata Sow. mostrano una certa variabilità
di caratteri, pur costituendo un gruppo omogeneo per un insieme di particolarità morfolo¬
giche. La forma generale varia da espansa-appiattita ad allungata-globosa con fronte sempre
arrotondata. In particolare, la fronte può essere interessata da commessura che passa gradual¬
mente da rettilinea a uniplicata; negli esemplari uniplicati si differenzia un lobo più o meno
evidente ma sempre poco accentuato. Le coste sono più numerose (15-17) e più addensate
negli esemplari a commessura frontale rettilinea, in quelli lobati variano da 10 a 16.
80
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
L’interpretazione piuttosto estensiva di serrata Sow., come risulta soprattutto dalla si¬
nonimia proposta da Ager (1956), ci ha permesso, pur nella variabilità sopraosservata, di rife¬
rire a questa sola entità specifica tutti i nostri esemplari. In particolare, le forme a commes¬
sura rettilinea, in cui abbiamo anche inglobato discoidali Par., corrispondono assai bene allo
esemplare di Davidson (1852) della tavola XV, fig. 1, mancando le forme denominate da Da¬
vidson (1857) « elongated variety » (tav. XV, fig. 2).
Nella nostra fauna, invece, abbiamo differenziato quel gruppo di esemplari (18) carat¬
terizzati da fronte uniplicata, riunendoli in un morfotipo « lobato » : d’altra parte, anche nella
documentazione di Ager (1956, tav. II, fig. 11-12) sono presenti esemplari contraddistinti da
questo carattere. Abbiamo creduto opportuno segnalare questa differenziazione, almeno come
morfotipo, in quanto è proprio questo gruppo di forme che mostra le più strette analogie con
quinqueplicata Ziet. e in particolare con il « morfotipo espanso » di quest’ ultima, da cui resta
pur sempre differenziato per le coste più addensate e per uniplicatura meno accentuata.
In sinonimia di serrata Sow. abbiamo posto anche alcuni esemplari di Gozzano interpre¬
tati da Parona (1880) come scherina Gemm., specie da noi considerata sinonima di quinque¬
plicata Ziet.
Questo fatto sottolinea ulteriormente le notevoli affinità esistenti fra le due specie, che
noi abbiamo documentato attraverso i morfotipi da noi proposti.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Sicilia - Inghilterra); Domeriano, zona spinatum (In¬
ghilterra).
Prionorhynchia undata (Par.)
(Tav. XI: figg. 9a,b,c; 10 a, b, c - fig. 8 testo)
Rhynchonella undata n. sp. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 16, t. Il, f. 5.
? - Rhynchonella stoppami n. sp. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 17, t. II, f. 6.
? - Rhynchonella subundata n. sp. - Rothpletz A.: Vilser-Alpen (1886), p. 135, t. XIV, f. 12 e 13.
Rhynchonella stoppani n. sp. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 38, t. II, f. 12.
Dimensioni:
H: 27,9 mm. ; 27,4 mm. ; 26,0 mm.
L/H: 1,03 ; 1,05 ; 1,10
S/H: — ; 0,55 ; 0,58
Cinque esemplari mostrano conchiglia di forma pentagonale espansa ed appiattita, con
bordo frontale molto sviluppato e uniformemente arrotondato. La fronte è interessata da una
larga uniplicatura sottolineata dall’andamento della commessura frontale. L’ umbone è piccolo
ed appuntito. L’ornamentazione è, nel complesso, evanescente : le coste, più marcate posterior¬
mente, si allargano notevolmente alla fronte negli esemplari più grandi, perdendo la loro indi¬
vidualità e dando luogo a un particolare aspetto ondulato che caratterizza la parte anteriore
della conchiglia, e giustifica il nome specifico.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
81
A questi esemplari riconosciamo una loro precisa individualità sia rispetto agli altri
che costituiscono la fauna in istudio sia anche rispetto ad altre specie già note in letteratura.
In questo senso già si era espresso anche Parona (1880), il quale per un solo esemplare
ben corrispondente a quelli da noi figurati, istituì la sua specie undata Par. ; accanto a questa
distinse un’altra entità, designata col nome di stoppami Par. A questo punto la distinzione sta¬
bilita dall’Autore apparirebbe del tutto accettabile; successivamente però lo stesso Parona
(1892) fuse le due entità, conservando il nome di stoppami Par., ridefinendo la propria specie
in modo contradditorio rispetto alla precedente sua diagnosi e indicando, in seno ad essa, tre
varietà.
Gli esemplari da noi esaminati corrispondono pienamente sia ad undata Par. sia alla
« varietà curvifrons » di stoppami Par.; nel nuovo materiale non abbiamo riconosciuto nessun
esemplare riconducibile alla prima versione, che noi consideriamo tipica, di stoppami Parona
(1880, t. II, f. 6), che pertanto includiamo solo dubitativamente nella nostra sinonimia, non
accettando appieno la riunione stabilita da Parona, del resto non comprovata attraverso questa
nostra revisione. In considerazione della miglior documentazione bibliografica attuale, abbiamo,
quindi, preferito mantenere il nome specifico di undata Par. che, come già detto, bene rispec¬
chia i caratteri peculiari dell’ornamentazione.
Anche subundata Roth., che già Parona (1892) aveva considerato « affine » alla specie
in esame, potrebbe rientrare, a nostro avviso, nella sinonimia di undata Par., costituendone
una modificazione precoce.
Nella fauna in esame la forma in questione ci era apparsa legata a flabellum Mgh.
per la presenza di qualche termine di passaggio fra le due. I caratteri interni ci hanno per¬
messo, però, di chiarire questo dubbio, diversificandosi chiaramente i rispettivi apparati bra¬
chiali soprattutto nella porzione septaliale.
Distribuzione: Lias (Hierlatz); Lias medio Gozzano).
Pseudogibbirhynchia sordellii (Par.)
(Tav. XII: figg. 5 a, b,c; 6 a, b, c - fig. 9 testo)
Rhynchonella sordellii Par. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 28, (cum syn.)-
Dimensioni:
Nove esemplari di medie dimensioni presentano conchiglia a contorno subromboidale
con fronte larga, fortemente arrotondata, debolmente uniplicata e interessata da un lobo largo
e indistinto : 1’ umbone è molto piccolo e l’ornamentazione è data da numerose (22-28) coste
sottili, non molto rilevate, radiali nella porzione mediana, incurvate lateralmente.
82
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Riconosciamo la validità della specie di Parona, la cui individualità resta ulteriormente
confermata più che dai caratteri morfologici, che la potrebbero far avvicinare anche ad altre
specie, dall’andamento dell’apparato brachiale. Quest’ ultimo infatti ne conferma l’apparte¬
nenza a Pseudogibbirhynchia, genere rappresentato nella fauna da questa sola entità specifica.
Già Ager (1956) aveva ammesso la validità della specie di Parona riferendola però, nell’im¬
possibilità di rilevarne i caratteri interni, al genere Tetrarhynchìa, affermazione che noi
oggi non possiamo accettare per quanto sopraddetto.
D’altra parte l’accostamento con le specie riferite da Ager (1962) a Pseudogibbirhyn¬
chia ha ulteriormente provato 1’ individualità della specie in questione.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Saltrio? - Appennino centrale?).
Stolmorhynchia bulga (Par.)
(Tav. XII: figg. 7 a, b,c; 8 a, b, c - fig. 10 testo)
Rhynchonella bulga n. sp. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 39, t. I, f. 25.
Dimensioni:
Fig. 10. — Caratteri interni di Stolmorhynchia bulga (Par.), (X 4).
I sei esemplari riferiti alla specie di Parona, tutti di piccole dimensioni, presentano
forma globosa a contorni uniformemente arrotondati, con fronte molto alta e interessata da
una uniplicatura, cui non si accompagnano altre particolarità morfologiche. Gusci lisci oppure
frontalmente ornati da lievi plicature, evidenti solo all’estremo margine anteriore.
Anche dopo un accurato esame della bibliografia più recente non ci è parso di trovare
nessuna entità specifica in cui far rientrare o anche semplicemente rapportare gli esemplari in
istudio. Ci sentiamo quindi di seguire l’opinione già espressa da Parona che aveva, proprio per
forme corrispondenti, stabilito la nuova specie bulga Parona (1892), che rimane ulteriormente
giustificata e documentata attraverso lo studio di questo nuovo materiale.
Un’ulteriore conferma della sua individualità ci viene dai caratteri interni che ci per¬
mettono di ascriverla ad un genere che non ha altri rappresentanti specifici nella fauna.
La buona corrispondenza per struttura interna con Stolmorhynchia, noto finora attra¬
verso specie appartenenti a livelli più alti, ci permette, d’altra parte, di interpretare la specie
di Parona come una forma precoce da riferirsi al genere citato.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano).
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
83
Tetrarhynchia dumbletonensis (Dav.)
(Tav. XII: fig. 9 a, b, c - fig. 11 testo)
? - Rhynchonella briseis Gemm. - Parona C. F.: Arzo (1884), p. 244 (pars), t. II, f. 10.
? - Rhynchonella briseis Gemm. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 29 (pars), t. II, f. 2 e 3.
Tetrarhynchia dumbletonensis (Dav.)-Ager D. V.: Rhynchonellidae (1956), p. 9, t. II, f. 9 (cum syn.).
Dimensioni :
H
L/H
S/H
25,2 mm.
1,08
0,66
24,7 mm. ;
1,12 ;
0,68 ;
22,8 mm. ;
1,15 ;
0,70 ;
20,3 mm. ;
1,07 ;
0,68 ;
18,1 mm.
1,05
0,66
2.9
> e
3.6
V
Fig. 11. — Caratteri interni di Tetrarhynchia dumbletonensis (Dav.), (X 3).
ì
\
Una decina di esemplari di medie dimensioni mostrano conchiglia piuttosto espansa con
fronte tronca interessata da un lobo più o meno largo che porta 4 o 5 coste radiali. Le coste
laterali (3 per parte) si incurvano debolmente; il loro numero complessivo oscilla pertanto da
10 a 12.
L’apparato interno dimostra la chiara appartenenza di questo gruppo di esemplari al
genere Tetrarhynchia; tra le varie specie ad esso ascritte, dumbletonensis Dav. ci è parsa la
unica a cui riferire i pezzi in istudio, sottolineando le particolari analogie che essi mostrano
con l’esemplare figurato da Davidson (1878, t. XXIX, f. 5). Anche se l’impossibilità di conoscere
i caratteri interni ci fa avanzare dei dubbi nella sinonimia proposta, sulla base dell’aspetto
morfologico complessivo crediamo di poter affermare la corrispondenza con dumbletonensis
Dav. di alcune forme figurate da Parona (1884, 1892) come « briseis Gemm. ».
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Arzo); Domeriayio, zona spinatum (Inghilterra).
Cuneirhynchia dalmasi (Dum.)
(Tav. XII: figg. 12 a, b,c; 13 a, b, c)
Rhynchonella dalmasi Dum. -Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 32, t. I, f. 22 (cum syn.).
Cuneirhynchia dalmasi (Dum.)-Ager D. V.: Rhynchonellidae (1962), p. 126, t. XI, f. 4 e 5 (cum syn.).
H: 19,2 mm. ; 16,4 mm. ; 15,9 mm.
L/H: 0,89 ; 0,95 ; 0,96
S/H: 0,63 ; 0,70 ; 0,61
Dimensioni :
84
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Quattro esemplari sono risultati ascrivibili a dalmasi Dum. per la loro forma globosa
e subtriangolare con fronte tronca interessata per tutto il suo sviluppo da un seno largo e ap¬
pena accennato. Le coste, rettilinee, poco marcate e cancellate nella metà posteriore, sembrano
essere poco più numerose di quelle degli esemplari figurati da Acer (1962), corrispondendo
in questo con tutti i campioni riferiti a questa specie dagli Autori italiani (ad esempio : Di
Stefano 1891, e Parona 1892).
Non riteniamo opportuno intrattenerci più a lungo su questa specie in quanto essa è
stata ampiamente trattata e discussa nella recente monografia di Ager (1962) a cui facciamo
riferimento.
Distribuzione: Lias medio (Prealpi - Sicilia) ; Domeriano (Rodano); Pliensbachiano (In¬
ghilterra).
Gibbirhynchia amalthei (Quen.)
(Tav. XII: fig. 14 a, b, c - fig. 12 testo)
Rhynchonella sp. ind. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 34 ( curri syn.).
Gibbirhynchia amalthei (Quen.) -Ager D. V.: Rhynchonellidae (1962), p. 93, t. Vili, f. 5; ft. 54 e 55 (cum
syn.).
Dimensioni :
H
L/H
S/H
15,8 mm. ;
0,99 ;
0,72 ;
14,9 mm. ; 10,5 mm.
0,94 ; 0,96
0,68 ; 0,65
I tre esemplari di piccole dimensioni da noi riferiti alla specie di Quenstedt mostrano
conchiglia di forma suborbicolare con fronte lateralmente arrotondata, uniplicata nella por¬
zione mediana con un largo lobo poco marcato. Le coste radiali, sottili e poco marcate sono nu¬
merose (sempre più di 20).
L’attribuzione ad amalthei Quen. ci è parsa giustificata prima di tutto per l’ottima
corrispondenza dell’apparato interno da noi rilevato con quello riportato da Ager (1962) per
la specie di Quenstedt. Anche la corrispondenza nell’aspetto morfologico è soddisfacente soprat-
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO ( PREALPI PIEMONTESI)
8."»
tutto per quanto riguarda il tipo di uniplicatura e di ornamentazione. Per l’andamento più uni¬
formemente arrotondato dei contorni e la forma complessiva più decisamente orbicolare, in¬
vece, migliore ci sembrerebbe la corrispondenza con nerina D’Orb., almeno sulla base della
figura riportata da Ager (1962); già tale Autore aveva ammesso le strette relazioni esistenti
fra le due specie tanto da avanzare l’ipotesi che esse possano essere sinonime. Pur condividendo
questa idea, non ci sentiamo di confermare tale sinonimia mancando per nerina D’Orb. la do¬
cumentazione dei caratteri interni.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Francia); Lias « delta » (Germania); Domeriano, zona
margaritatus (Inghilterra - Wurttemberg).
Gibbirhynchia (?) crassimedia (Buck.)
(Tav. XII: figg. 10 a, b, c; Ila, b, c - fig. 13 testo)
Rhynchonella tetraedro Sow. sp. - Parona C. F.: Gozzano (1892); p. 26, t. I, f. 14 e 15 ( cum syn. ex parte).
Qiiadratirhynchia crassimedia Buck. - Ager D. V.: Rhynehonellidae (1956), p. 16, t. II, f. 2 (cum syn.).
Dimensioni:
Fig. 13. — Caratteri interni di Gibbirhynchia (?) crassimedia (Buck.), ( X 2).
I sette esemplari da noi ascritti a crassimedia Buck. hanno forma globosa con fronte
tronca e molto espansa lateralmente, interessata da una marcata uniplicatura, cui corrisponde
un lobo ben differenziato. L’ornamentazione è data da (16-22) coste radiali, marcate e incur¬
vate nelle porzioni laterali.
Qualche incertezza abbiamo incontrato nella determinazione di questi nostri esemplari,
di cui alcuni, per caratteri morfologici, ci sembravano addirittura, a un primo esame, poter
far passaggio verso quadrata Buck. nella sua espressione tipica.
I caratteri interni di quest’ ultima specie, anche in base ai nostri dati, si scostano però
piuttosto sensibilmente da quelli da noi rilevati per i campioni in esame. Del resto, i nostri
esemplari corrispondono ancor meglio, per quella loro tipica espansione laterale, a crassime¬
dia Buck., specie già da Ager (1956) ritenuta vicina a quadrata Buck.
E forse proprio sulla base di queste strette analogie morfologiche, tale Autore riferì a
Quadratirhynchia anche crassimedia Buck., di cui non figura nè descrive in dettaglio l’appa¬
rato brachiale.
I caratteri interni da noi rilevati per i nostri esemplari rivelano piuttosto non poche re¬
lazioni col genere Gibbirhynchia, così come appare chiaramente dalla nostra documentazione.
La riserva da noi posta nella determinazione generica deriva, da una parte, dal contra-
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
80
sto con le affermazioni di Ager (1956), dall’altra dalla non completa corrispondenza neppure
con gli apparati interni rilevati da Ager (1962) e da noi per le specie ascritte con sicurezza a
Gibbirhynchia.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Sicilia - Hierlatz - Rodano - Germania); Domeriano,
zona spinatum (Inghilterra).
Gibbirhynchia gibbosa Buck.
(Tav. XIII: figg. la, b, c; 2 a, b, c - fig. 14 testo)
Gibbirhynchia gibbosa Buck. - Ager D. V.: Rhynchonellidae (1962), p. 92, t. Vili, f. 6, ft. 53 ( cum syn.).
Dimensioni:
H: 22,2 mm. ; 22,1 mm. ; 20,3 mm.
L/H: 1,08 ; 1,10 ; 1,10
S/H: 0,86 ; 0,85 ; 0,78
Tre esemplari molto omogenei sia morfologicamente che dimensionalmente presentano
conchiglia fortemente globosa a margini arrotondati con fronte alta e interessata da una pro¬
fonda e stretta uniplicatura. L’ornamentazione è data da numerose (21-24) coste addensate, ra¬
diali o appena leggermente arcuate lateralmente.
La corrispondenza con gibbosa Buck. soprattutto nella documentazione datane da Ager
(1962), è veramente soddisfacente oltre che per l’aspetto morfologico complessivo anche per i
caratteri interni. Gibbosa Buck. si differenzia chiaramente da muirwoodae Ager per le sue
maggiori dimensioni, per la sua forma sempre più globosa e per le sue coste più addensate e
più sottili, mentre non poche analogie morfologiche esterne esistono con alcuni degli esemplari
ascrivibili a crassimedia Buck. che ne resta però indiscutibilmente separata per i caratteri
interni oltre che per alcuni dettagli morfologici.
D'stribuzione : Domeriano, zona spinatum (Inghilterra).
Gibbirhynchia muirwoodae Ager
(Tav. XIII: figg. 3 a, b,c; 4 a, b, c - fig. 15 testo)
Gibbirhynchia muirwoodae Ager - Ager D. V.: Rhynchonellidae (1962), p. 99, t. VIII, f. 8, ft. 60 (cum syn.).
Dimensioni:
1 NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPl PIEMONTESI)
87
Una decina di esemplari, pur mostrando una certa variabilità morfologica, presentano
in generale forma globosa, con valva peduncolare appiattita, fronte uniplicata con lobo distinto,
leggermente sporgente e arrotondato. L’ornamentazione è data da coste non addensate, nume¬
rose (21-24) e solo lievemente arcuate sui lati della conchiglia.
Buona è la corrispondenza con la specie di Ager (1962), nonostante per la variabi¬
lità del materiale studiato e per la scarsa documentazione data dall’Autore (1 solo esemplare
figurato), non sia possibile stabilire una perfetta identità. Del resto i nostri fossili, che ben si
distinguono, per il tipo del loro apparato interno, da tutte le altre specie di Gibbirhynchia, mo¬
strano più decise analogie con muirwoodae Ager pur non potendosi parlare, neppure da questo
punto di vista, di completa corrispondenza. Proprio sulla base dei caratteri interni è possibile
la distinzione di esemplari morfologicamente accostabili sia a viuirwoodae Ager sia a gib¬
bosa Buck. (v. quanto detto a proposito di quest’ultima specie).
Distribuzione: Domeriano, zona margaritatus (Inghilterra).
Quadratirhynchia quadrata Buck. italica n. subsp.
(Tav. XIII: figg. 5 a, b, c; 6 a, b, c - fig. 16 testo)
Rhynchonella briseis Gemm. - Parona C. F.: Arzo (1884/, p. 244 (pars), t. II, f. 11 e 12 (non altri esemplari
figurati).
? - Rhynchonella briseis Gemm. var. iphimedia Di Stef. - Dì Stefano G.: M. S. Giuliano (1891), p. 99, t. Ili,
f. 14-17.
? - Rhynchonella briseis Gemm. cf. var. iphimedia Di Stef. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 29 (pars), t. II,
f. 7.
Subspecietipo : esemplare della tav. XIII, fig. 6 a, b, c.
Dimensioni:
Fig. 16. — Caratteri interni di Quadratirhynchia quadrata Buck. italica n. subsp., (x 3).
88
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Dodici esemplari di dimensioni medio-piccole sono caratterizzati da forma subglobosa,
appiattita, con contorno subtriangolare, fronte tozza con uniplicatura cui corrisponde un lobo
largo e poco differenziato. L’ornamentazione è costituita da numerose coste (12-16) piuttosto
sottili, ma ben evidenti, centralmente radiali, lateralmente incurvate e talvolta riunite allo
apice.
I caratteri interni degli esemplari in esame parlano chiaramente in favore di un loro
riferimento al genere Quadratirhynchia; sulla base della monografia di Ager (1956) e di
quanto da noi affermato a proposito di crassimedia Buck., per questo genere risulta ben do¬
cumentata in letteratura la sola specie quadrata Buck. (Ager, 1956).
Con tale entità i nostri esemplari mostrano certe analogie complessive, differenzian¬
dosene però soprattutto per un loro maggiore appiattimento. D’altra parte non ci è parso pos¬
sibile nessun altro accostamento specifico più convincente soprattutto con esemplari di faune
estere. Tra le forme italiane, invece, abbiamo riconosciuto una chiara identità morfologica con
gli esemplari descritti come « briseis Gemm. var. iphimedia Di Stef. » (Di Stefano 1891 e
Parona 1892), varietà sulla cui differenziazione già Di Stefano si era ampiamente pronunciato.
La riserva da noi posta nella sinonimia indicata per queste forme deriva dalla mancata cono¬
scenza dei loro caratteri interni.
D’altra parte, anche nel corso di queste nostre ricerche abbiamo potuto constatare come
esemplari ben corrispondenti per forma esterna possano essere considerati differenziati, addi¬
rittura a livello generico, sulla base dei loro caratteri interni.
Proponiamo, quindi, di riunire ai nostri esemplari, pur con queste riserve, quelli citati
dagli Autori italiani come « var. iphimedia Di Stef. », e di farli rientrare in quadrata Buck.,
di cui non ci sembrano presenti in faune italiane esemplari tipici. Pertanto, in virtù anche
delle differenze morfologiche sopraricordate, consideriamo questo complesso di esemplari
come rappresentanti di una sottospecie allopatica di quadrata Buck., che denominiamo ita¬
lica n. subsp.
Distribuzione: Lias medio (Arzo - Gozzano - Sicilia).
SPIRIFERIDA
Spiriferina angulata Opp.
(Tav. XIII : fig. 7 a, b, c)
Spiriferina (cf. angulata) obtusa Opp. - Oppel A.: Brachiopoden (1861), p. 549, t. XI, f. 8.
Spiriferina angulata Opp. - Parona C. F.: Gozzano (1892). p. 25, t. I, f. 13, (curri syn. ex parte).
Dimensioni: H: 27,2 mm.
L/H: 1,01
S/H: 0,74
Una decina di esemplari è caratterizzata da conchiglia globosa piuttosto allungata, con
valve fortemente convesse, che si uniscono lungo la commessura cardinale al di sopra della
quale si nota un’area deltidiale molto sviluppata, con deltidio triangolare lungo e ristretto.
La commessura frontale è fortemente incisa per la presenza di un lobo marcato sulla piccola
valva, cui corrisponde un seno ancor più marcato su quella opposta.
Solo su alcuni esemplari si osserva un’ornamentazione radiale, data da coste poco sa¬
lienti che interessano le porzioni fiancheggianti il seno della valva peduncolare.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
89
La corrispondenza dei nostri campioni con angulata Opp. è ottima sia con gli esemplari
tipici, sia soprattutto con quelli figurati da Geyer (1889).
A proposito della figura 8 della tavola XI di Oppel (1861) facciamo rilevare che tale
Autore ne aveva vista una possibile separazione dalla sua angulata, senza però darne ecces¬
siva giustificazione e proponendo anche una denominazione piuttosto imprecisa « Spiriferina
(cf. angulata ) obtusa Opp. », come si legge nella spiegazione delle tavole.
Non ravvisiamo gli estremi per la separazione di questo esemplare da angulata Opp.:
ne riparleremo a proposito di obtusa Opp.
Distribuzione: Lias inferiore (Sospirolo - Sicilia - Hierlatz - Bakony); Lias medio (Gozzano -
Appennino centrale? - Sicilia - Hierlatz?).
Spiriferina obtusa Opp. sensu Geyer
(Tav. XIII: fig. 8 a, b, c)
Spiriferina obtusa Opp. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 23, t. I, f. 12 ( curri syn. ex parte).
Dimensioni: H: 26,3 mm. ; 23,6 mm.
L/H: 1,14 ; 1,09
S/H : 0,83 ; 0,77
Una decina di esemplari presenta conchiglia globosa espansa lateralmente con area del-
tidiale ridotta e umbone corto e saliente. Le valve sono pressocchè uguali e la piccola presenta
un forte rostro. La commessura frontale è fortemente incisa per la presenza di lobo e seno
ben marcati sulle valve opposte. Su nessun esemplare si rileva traccia di ornamentazione.
Il riferimento dei nostri esemplari a questa specie è stato possibile sulla base dell’inter¬
pretazione datane da Geyer (1889).
Già a proposito di angulata Opp. abbiamo fatto notare come 1’ unico esemplare che Oppel
(1861) riporta per questa sua specie con l’ impropria denominazione di « Spiriferina (cf. an¬
gulata) obtusa Opp. », meglio rientra, a nostro avviso, in angulata Opp. Il nome di obtusa può
essere conservato solo per la versione datane da Geyer (1889) che, proprio per esemplari
della stessa provenienza di quelli di Oppel (Hierlatz), documenta e giustifica in modo esau¬
riente questa entità. La nostra affermazione è stata posta in evidenza mediante la precisa¬
zione: « obtusa Opp. sensu Geyer ».
Distribuzione: Lias inferiore (Sospirolo - Hierlatz - Bakony); Lias medio (Gozzano - S. Cas-
siano - Appennino centrale - Sicilia - Hierlatz).
Spiriferina rostrata SCHL.
(Tav. XIII: figg. 9 a, b,c; 10 a, b,c; Ila, b, c; 12 a, b, c)
Spiriferina rostrata Schl. - Dal Piaz G.: Sospirolo (1907), p. 12, t. I, f. 2 (curri syn.).
Spiriferina alpina Opp. - Dal Piaz G.: Sospirolo (1907), p. 11, t. I, f. 1 (cum syn.).
Dimensioni:
90
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Una quindicina di esemplari mostrano forma da gìoboso-allungata a globoso-espansa
con area deltidiale quasi sempre frammentaria e, nel complesso, poco sviluppata. La piccola
valva varia da convessa ad appiattita, mostrandosi di conseguenza più o meno sviluppata.
La commessura frontale da fortemente uniplicata diventa pressocchè rettilinea e pari-
menti si osserva un maggiore o minore sviluppo del seno e lobo.
Abbiamo riunito i nostri esemplari in rostrata Schl., che, da una nostra revisione cri¬
tica, ci è parsa decisamente legata con alpina Opp. : anche se in apparenza i tipi estremi delle
due sembrano ben differenziati, in realtà essi risultano connessi da una serie di forme inter¬
medie, per cui riesce impossibile una separazione.
Questa affermazione si basa innanzittutto sul nostro materiale (che, pur nella sua varia¬
bilità, vediamo corrispondere a questo gruppo intermedio) oltre che sull’ esame delle forme
riportate dai diversi Autori. Dalla bibliografia, in particolare, abbiamo dedotto anche come i
vari tipi morfologici siano fra loro generalmente coesistenti.
Pertanto, all’entità specifica conserviamo il nome più antico di rostrata SCHL., conside¬
rando, per quanto sopraddetto, distinti solo come MORFOTIPO, gli esemplari più larghi e a com¬
messura frontale perfettamente rettilinea, numericamente meno rappresentati, per cui propo¬
niamo la denominazione di rostrata Schl. morfotipo alpina.
Distribuzione: Lias inferiore (Saltrio - Appennino - Sicilia - Hierlatz); Lias medio (Goz¬
zano - Arzo - Appennino centrale - Sicilia - Bacino del Rodano - Alpi Valdesi - Spagna);
Lias superiore (Europa centrale).
TEREBRATULIDA
Orthotoma (?) darwini (Desl.)
(Tav. XIV: fig. 1 a, b, c)
Terebratula (Waldheimia) darwini Desl. - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 128, t. XXX, f. 1-10.
Waldheimia darwini Desl. - Di Stefano G.: M. S. Giuliano (1891), p. 127, t. IV, f. 12-14 ( cum syn.).
Waldheimia darwini Desl. - Dal Piaz G.: Sospirolo (1906), p. 60.
Dimensioni: H: 23,5 mm. ; 17,5 mm.
L/H: 0,89 ; 0,93
S/H: 0,56 ; 0,55
I due esemplari in istudio presentano forma subovale, a bordi appiattiti, larga poste¬
riormente, rastremata alla fronte stretta ed espansa. Le commessure sono rettilinee o legger¬
mente arcuate.
I nostri esemplari rientrano assai bene nell’ambito di variabilità di darwini Desl.
(Deslongchamps 1863, Davidson 1878 e Di Stefano 1891): mentre l’accordo con alcuni degli
esemplari figurati da Deslongchamps (1863) alla tavola XXX (ff. 1-3 e 6-10) e con quelli
riportati da Di Stefano (1891) si può dire quasi perfetto, esistono differenze più o meno note¬
voli rispetto agli altri campioni della tavola XXX, ff. 4-5 di Deslongchamps e rispetto a tutti
quelli di Davidson (1878), che presentano conchiglia più larga, con un’espansione frontale
meno accentuata.
Per l’assenza nella fauna in istudio di esemplari accostabili a questi ultimi non possiamo
prendere nessuna posizione precisa relativa al loro significato : accettiamo perciò 1’ interpre-
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO ( PREALPI PIEMONTESI)
91
tazione più comprensiva che della specie hanno dato gli Autori surricordati, accennando, per
ora, alla possibilità di distinguere in darwini Desl. un morfotipo, raggruppante appunto
esemplari morfologicamente differenziati in questo senso.
Subnumismalis Dav., che indubbiamente presenta qualche analogia con la specie in que¬
stione — in particolare con le succitate forme più larghe — è stata variamente interpretata
dagli Autori (Davidson 1851 e 1878, Deslongchamps 1863, Haas Petri 1882, Parona 1884 e
Geyer 1889); però, anche facendo riferimento solo ai tipi di Davidson (1878) (che risultano
peraltro i più simili a darwini Desl.) subnumismalis Dav. ne resta pur sempre differenziata
per un minor spessore e una maggior larghezza della conchiglia di forma più orbicolare con
fronte più allargata.
Distribuzione: Lias medio (M. S. Giuliano - Sospirolo - Calvados - Gran Bretagna).
Orthotoma (?) heyseana (Dune.)
(Tav. XIV: fig. 2 a, b, c)
Terebratula (Waldheimia) heyseana (Dunk.) - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 113, t. XXIV, f. 1-5
( cum . syn. ex parte).
? - Terebratula (Pygope)ì cf. rheumatica Can. - Haas O.: Ballino (1912), p. 267, t. XIX, f. 29.
Tre piccoli esemplari sono caratterizzati da forma solo lievemente appiattita nella por¬
zione mediana e più decisamente ai margini, taglienti ed arrotondati. La fronte presenta un
piccolo seno mediano poco inciso interessante il terzo anteriore della piccola valva ; le commes¬
sure, lateralmente rettilinee, appaiono frontalmente uniplicate.
Pur non avendo potuto vedere i tipi della specie di Dunker, rifacendoci all’interpreta¬
zione datane da Deslongchamps (1863) ascriviamo ad heyseana Dunk. gli esemplari in istu-
dio, rimarcando la buona corrispondenza anche dimensionale (si tratta sempre di esemplari di
piccola taglia). D’altra parte la differenziazione anche rispetto alle altre entità specifiche più
vicine — rheumatica Can. e apenninica Zitt. — risulta sempre chiara, in quanto gli esem¬
plari fin qui riferiti alla specie di Dunker presentano sempre conchiglia meno spessa con
valve ugualmente convesse e appiattite ai margini e con una fronte poco incisa da un piccolo
seno mediano, caratteri questi riscontrabili anche nei pezzi in istudio.
Più spiccate analogie ci sembrano osservabili con « rheumatica Can. var. depressa
Can.» rappresentata da esemplari da noi considerati come probabili sinonimi di apenninica
Zitt.; d’altra parte, pur con qualche riserva, consideriamo riferibile ad heyseana Dunk. lo
esemplare che Haas (1912) determinò come Terebratula ( Pygope ) cf. rheumatica Can. (vedi
i paragrafi dedicati ad appenninica Zitt. e rheumatica Can.).
Crediamo di poter riprendere la sinonimia proposta da Deslongchamps (1863) esclu¬
dendo Terebratula heyseana riportata da Quenstedt (1858) alla fig. 21 della tavola XXII, per
la sua larghezza minore dell’altezza e per il suo seno maggiormente inciso. Proprio questa
forma di Quenstedt viene da Moore (1965, p. 773) indicata come genotipo e denominata
« Orthotoma heyseana Quen. (e non Dunker) », lasciando così intendere che si possa trattare
di gruppi di forme distinte anche se omonime.
Distribuzione: Lias medio (Ballino - Francia - Germania - Gran Bretagna).
92
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Lobothyris (?) bimammata (ROTHP.)
(Tav. XIV: figg. 3a,b,c; 4 a, b, c)
Terebratula bimammata Rothp. - Rothpletz A.: Vilser Alpen (1886), p. 113, t. XII, f. 14 e t. XIII, f. 13-15.
Terebratula bimammata Rothp. - Geyer G.: Hierlatz (1889), p. 9, t. I, f. 29-36.
Dimensioni: H: 14,0 mm. ; 12,7 mm. ; 11,2 mm.
L/H: 1,12 ; 1,16 ; 1,14
S/H: 0,58 ; 0,59 ; 0,55
I tre piccoli esemplari da noi riferiti a bimammata Rothp. sono caratterizzati da con¬
chiglia lateralmente espansa, a commessure rettilinee, di cui quella frontale appare talvolta
mossa per la presenza di una lieve depressione interessante la piccola valva.
Per i suddetti loro caratteri morfologici, gli esemplari in studio risultano assai ben cor¬
rispondenti a quelli riferiti da Rothpletz (1886) e Geyer (1889) a bimammata Rothp., specie
chiaramente differenziabile da quelle vicine per la sua forma sempre molto larga e appiattita.
Tali caratteri rendono facile la distinzione anche rispetto ad heyseana Dune., con cui pure
esiste un certo grado di corrispondenza, in quanto quest’ ultima ha sempre conchiglia più
spessa e meno larga con un’ insenatura più stretta e molto più marcata nella regione anteriore
della valva brachiale, cui consegue una maggiore movimentazione della fronte.
Distribuzione: Lias inferiore e medio (Hierlatz).
Lobothyris jauberti (Desl.)
(Tav. XIV: figg. 5a,b,c; 6 a, b, c - fig. 17 testo)
Terebratula jauberti Desl. - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 176, t. XLV, f. 8-11; t. XLVI, f. 1-4;
t. XLVII, f. 1-4 (cum syn.).
Terebratula jauberti Desl. - Davidson Th. : British Brach. (1876), p. 133, t. XVII, f. 13.
Dimensioni:
Fig. 17. — Caratteri interni di Lobothyris jauberti (Desl.), (X 2).
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
93
Gli esemplari, di dimensioni medio-piccole, mostrano forma subpentagonale, tendente
alPorbicolare nei pezzi più piccoli, con massima larghezza contenuta nella metà posteriore; al
notevole appiattimento delle valve consegue un aspetto particolarmente tagliente dei contorni
interessati da commessure rettilinee, ad eccezione di quella frontale largamente e assai debol¬
mente uniplicata.
Abbiamo escluso per questi esemplari la possibilità di un riferimento a numismalis
Lam. (Davidson 1851, Bòse 1897, Tròdsson 1951 e Mura Wood 1965), in base ai caratteri
interni rilevati.
Anche l’attribuzione a lycetti Dav. (Deslongchamps 1863, Davidson 1878, Parona
1892) è apparsa poco verosimile, in quanto la specie di Davidson è sempre caratterizzata da
notevole allargamento della parte posteriore, da zona cardinale quasi rettilinea e da aree late¬
rali più espanse che danno alla conchiglia una tipica forma a cuore.
Eclusa quindi l’attribuzione a numismalis Lam. e lycetti Dav. per questi caratteri distin¬
tivi, ascriviamo invece gli esemplari in istudio a jauberti Dav., specie con la quale essi mo¬
strano le più strette analogie, soprattutto con le figure di Deslongchamps (1863, tt. XLV e
XLVII) e di Davidson (1876), facendo notare come tra il materiale studiato manchino esem¬
plari interessati da biplicatura sul tipo di quelli figurati da Deslongchamps (1863, t. XLVI) e
da tale Autore riuniti a jauberti Desl.; non possiamo quindi esprimerci sulla interpretazione
di queste forme e sulla loro riunione in un’unica entità specifica.
Distribuzione: Lias medio (Gran Bretagna - Var - Lozère - Spagna).
Lobothyris paumardi (Desl.)
(Tav. XIV: figg. 7 a, b, c; 8 a, b, c - fig. 18 testo)
Terebratula paumardi Desl. - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 169, t. XLIII, f. 1-3.
Dimensioni:
Una forma subovale, depressa ai bordi, caratterizza questi esemplari di dimensioni va¬
riabili, che mostrano altresì contorno uniformemente arrotondato con commessure rettilinee.
Solo in alcuni esemplari la fronte appare assai leggermente biplicata con appiattimento della
porzione terminale della piccola valva,
3
94
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
In considerazione dei suddetti caratteri, gli esemplari in istudio rientrano bene nell’am¬
bito di paumardi Desl. che ci sembra ben definita e differenziata dalle specie vicine, anche
se non è più stata ripresa da alcun altro Autore.
Le maggiori analogie sono riscontrabili con perforata PiETTE (Quenstedt 1858, Des-
longchamps 1863, Davidson 1878, Haas-Petri 1882, e Rothpletz 1886), che resta pur
sempre facilmente distinguibile per la sua forma subpentagonale e per il minor spessore della
conchiglia, che appare quasi appiattita.
I sette esemplari da noi considerati oltre a permettere un ulteriore ampliamento delle
conoscenze di paumardi Desl., confermano assai chiaramente 1’esistenza di questi caratteri
differenziali rispetto alla specie di Piette.
Abbiamo riconosciuto qualche analogia anche con gli esemplari riferiti da Deslong-
champs (1863) e da Parona (1892) a pyriformis Suess (v. oltre), che restano però, a nostro
avviso, differenziati da paumardi per una più marcata biplicatura, per una forma più penta¬
gonale della conchiglia, mai orbicolare, e per un suo maggior spessore.
Distribuzione: Lias medio (Sarthe).
Lobothyris perforata (Piette)
(Tav. XIV: figg. 9 a, b, c; 10 a, b, c - fig. 19 testo)
Waldheimia ( Zeilleria ) perforata Piette - Haas H. e Petri C.: Elsass-Lothrmgen (1882), p. 268, t. XIII, f. 1-3
( cum syn.).
Waldheimia perforata Piette - Rothpletz A.: Vilser Alpen (1886), p. 122, t. Vili, f. 16.
Waldheimia perforata Piette - Bòse E.: Hindelang (1893), p. 638 (cum syn.).
Zeilleria cf. perforata Piette - Troedsson G.: Sweden (1951), p. 146 ( cum syn.).
Dimensioni :
Abbiamo riferito a perforata Piette dieci esemplari che presentano forma subovoidale,
molto allungata, con fronte generalmente tronca per presentare una deboia biplicatura, più evi¬
dente negli esemplari di maggiori dimensioni. Molto variabile appare l’appiattimento delle
valve, per cui, accanto ad esemplari di spessore limitato, se ne notano altri più decisamente
convessi,
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
95
In base a questi caratteri morfologici, si può osservare come gli esemplari in istudio
ben s’accordino con quelli riferiti da Quenstedt (1858), Deslongchamps (1863), Davidson
(1878), Haas Petri (1882) e Rothpletz (1886) a perforata Piette.
Indubbie relazioni intercorrono tra questi e i campioni da noi attribuiti a Zeilleria (?)
aff. pyriformis Suess (vedi Deslongchamps 1863, Parona 1892 e gli esemplari da noi illu¬
strati più avanti) e paumardi Desl. (Deslongchamps 1863), anche se la differenziazione tra
queste entità appare piuttosto chiara : aff. pyriformis Suess nella nostra interpretazione ri¬
sulta infatti sempre distinta per il molto maggior spessore, per la forma più decisamente pen¬
tagonale della conchiglia e per la presenza di una seppur poco pronunciata biplicatura, men¬
tre paumardi Desl. oltre a un maggior spessore, presenta una forma generale più marcata-
mente subovoidale.
Distribuzione: Lias inferiore (Svezia - Gran Eretagna - Germania - Giura - Lussemburgo -
Calvados - Alsazia e Lorena - Alpi Bavaresi - Hindelang); Lias medio (Gran Bretagna
- Calvados - Sarthe - Alta Marna - Francia orientale).
Lobothyris sarthacensis (D’Orb.)
(Tav. XIV: figg. Ila, b, c; 12 a, b, c - fig. 20 testo)
Terebratula (Waldheimia) sarthacensis D’Orb. - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 130, t. XXXI,
f. 1-8.
Waldheimia ( Zeilleria ) sarthacensis D’Orb. - Haas H. e Petri C.: Elsass-Lothringen (1882), p. 279; t. XIV,
f. 5-9 e 15-16 ( cum syn.).
Waldheimia sarthacensis D’Orb. - Parona C. F.: Gozzanc (1892), p. 51, t. II, f. 29 ( cum syn.).
Waldheimia sarthacensis Desl. - Bòse E.: Ostlichen Nordalpen (1897), p. 172 ( cum syn.).
Waldheimia sarthacensis D’Orb. - De Toni A.: Vedana (1915), p. 23 ( cum syn.).
Dimensioni:
Fig. 20. — Caratteri interni di Lobothyris sarthacensis (D’Orb.), (X 2).
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
90
Dodici esemplari di forma romboidale fortemente allungata con margini laterali
espansi e fronte breve e troncata. La piccola valva è sempre convessa e talvolta lievemente
biplicata; le commessure non sono mai decisamente rettilinee.
Veramente soddisfacente è la corrispondenza dei nostri esemplari con quelli attribuiti da
Deslongchamps (1863), Haas-Petri (1882) e Parona (1884 e 1892) a sarthacensis D’Orb.,
pur potendosi rilevare anche una certa corrispondenza con subpunctata Dav. (vedi Davidson
1851, Deslongchamps 1863 e Sacchi Vialli 1964): da quest’ultima, però, gli esemplari di
Gozzano ben si differenziano per la loro conchiglia assai più spessa, quasi ovoidale, a contorni
più arrotondati e per una maggior convessità della piccola valva.
Distribuzione: Lias inferiore (Hindelang - Alpi nord-orientali); Lias medio (Gozzano - Arzo -
Vedana - Sospirolo - Hindelang - Alpi nord-orientali - Francia centro-meridionale - Al¬
sazia e Lorena - Calvados - Portogallo); Lias superiore (Alsazia e Lorena).
Lobothyris subpunctata (Dav.)
(Tav. XIV: figg. 17 a, b, c; 18 a, b, c - fig. 21 testo)
Tcrebratula subpunctata Dav. - Davidson Th.: British Brach. (1851), p. 46, t. VI, f. 7-10, 12 e 16.
Terebratula subpunctata Dav. - Chapuis M. F. e Dewalque G.: Luxembourg (1853), p. 239, t. XXXVI, f. 1.
Tcrebratula subpunctata Dav. - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 165, t. XXXIX, f. 1-7 e t. XLIII, f. 4.
Lobothyris punctata subpunctata (Dav.)-Ager D. V.: Brachiopods (1955), p. 164.
Lobothyris punctata (Sow.) forma corrispondente a c bpunctata (Dav.) - Sacchi Vialli G.: Saltrio (1964),
p. 15, t. Ili, f. 9-10 (cum syn.).
Dimensioni:
Fig. 21. — Caratteri interni di Lobothyris subpunctata (Dav.), (X 2).
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
!)7
Una decina di esemplari di forma ovoidale, allungata e spessa mostrano fronte tronca
con biplicatura sempre presente e più o meno sensibile. La commessura, concava lateralmente,
diviene uniplicata sulla fronte.
In base ai suddetti caratteri risulta chiaramente l’accordo degli esemplari in istudio con
quelli riferiti da Davidson (1851), Chapuis e Dewalque (1853) e Deslongchamps (1863) a
svbpunctata Dav. e da uno di noi (Sacchi Vialli 1964) a « punctata Sow., forma corrispon¬
dente a subpunctata Dav. ».
A proposito del significato sistematico da attribuire a subpunctata Dav. già lo stesso
Autore si era variamente espresso, indicandola dapprima (1851) come entità specificamente
distinta da punctata Sow. e considerandola successivamente (1876) come una varietà di questa
ultima. Il discreto numero degli esemplari da noi studiati, l’assenza fra questi di campioni
appartenenti o facenti passaggio a punctata Sow. nella sua espressione tipica e la loro corri¬
spondenza con le sole forme riferite a subpunctata Dav. ci sembra parlare in favore di una
separazione di due gruppi morfologici e quindi della differenziazione della specie di Davidson
come entità a se stante, come già ammesso da Deslongchamps (1863) e del tutto recente¬
mente da Sacchi Vialli (1964).
La differenziazione a livello morfologico già proposta per la fauna di Saltrio ci sembra
quindi accettabile e addirittura estensibile a livello specifico, almeno per forme di età più
recente.
Per giungere alla determinazione di questi nostri esemplari abbiamo naturalmente
preso in considerazione anche altre forme più o meno sensibilmente connesse con subpunctata
Dav. come punctata Sow. (Davidson 1851 e 1876, Deslongchamps 1863, Canavari 1881, Pa-
rona 1884, Geyer 1899 e Sacchi Vialli 1964) ovatissima Quen. (Quenstedt 1858, Geyer
1889 e Sacchi Vialli 1964) e sarthacensis D’Orb. (Deslongchamps 1863, Haas-Petri 1882 e
Parona 1892), dalle quali però la forma in discussione e i nostri esemplari risultano, a nostro
avviso, sempre differenziati.
Distribuzione: Lias inferiore (Saltrio); Lias medio (Gran Bretagna - Lussemburgo - Fran¬
cia - Germania - Spagna); Domeriano (Inghilterra).
« Terebratula » gozzanensis Par.
(Tav. XV: figg. la, b, c; 2 a, b, c; 3 a, b, c - figg. 22 e 23 testo)
Terebratula gozzanensis Par. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 12, t. I, f. 8.
Terebratula sismondai Par. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 13, t. I, f. 9.
Terebratula gozzanensis Par. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 42, t. II, f. 14-17 (citm syn.).
Dimensioni:
98
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Fig. 23. Caratteri interni di « Terebratula » gozzanensis Par., (x 2).
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
99
I dodici esemplari che abbiamo attribuito alla specie di Parona si possono riunire in tre
gruppi morfologici sulla cui interpretazione sistematica diremo più avanti.
II primo di essi è caratterizzato da individui aventi conchiglia leggermente più alta che
larga, a forma subpentagonale (con margine arrotondato); la commessura frontale appare inte¬
ressata da marcata uniplicatura che corrisponde a quella sorta di larga insenatura che inte¬
ressa la valva brachiale nella parte anteriore.
In un secondo gruppo riuniamo individui che mostrano una conchiglia tanto alta quanto
larga, a forma quasi orbicolare (a margini più arrotondati) con commessura frontale debol¬
mente arcuata o con lievissime flessioni marginali; prevalgono in questo gruppo esemplari di
piccole dimensioni.
Si distingue poi un terzo gruppo rappresentato da esemplari aventi forma e contorno
della conchiglia e commessura frontale ad andamento intermedio rispetto a quello descritto
per i due gruppi precedenti.
Dopo un ampio esame della bibliografia a nostra disposizione, pensiamo di poter acco¬
stare il primo gruppo, in particolare, al tipo di gozzanensis Par. caratterizzato appunto da
una conchiglia allungata, a contorno subpentagonale e, soprattutto, dalla commessura frontale
interessata da due plicature (Parona 1880, t. I, f. 8).
Il secondo gruppo di esemplari si identifica con la specie sismondai Par. (Parona 1880,
t. I, f. 9), per la sua conchiglia orbicolare tanto alta quanto larga e per la commessura frontale
concava, con angolosità laterali appena accennate.
Le due specie suddette sono state riunite da Parona, nel suo lavoro successivo (1892), e
sismondai Par. è caduta in sinonimia di gozzanensis Par.
Facciamo notare a questo proposito che tale riunione, sulla base dei soli esemplari figu¬
rati da Parona, può sembrare azzardata ; le due forme risulterebbero, infatti, così differenziate
da giustificare il riferimento a due diverse entità specifiche.
Il materiale in istudio porta però un deciso contributo alla questione: resistenza di
quelle forme riunite nel terzo gruppo morfologico, più sopra descritto, che fanno da transi¬
zione tra le forme di tipo gozzanensis Par. e quelle di tipo sismondai Par. giustificano la riu¬
nione in un’ unica specie — gozzanensis Par. — con un più largo ambito di variabilità a cui
fanno capo appunto esemplari in cui la conchiglia, da leggermente più alta che larga, penta¬
gonale, con commessura frontale interessata da uniplicatura, passa ad una forma tanto alta
quanto larga, subpentagonale, con commessura frontale solo debolmente arcuata.
Il significato di tutto ciò è quindi notevole perchè ha permesso di conservare 1’ indivi¬
dualità della specie di Parona, meglio precisandone i limiti, proprio sulla base della ricchezza
del materiale a nostra disposizione.
Le specie vicine a gozzanensis Par. sono basilica Opp. e mariae D’Orb. però facilmente
differenziabili: basilica Opp., come raffigurata da Oppel (1861) e Deslongchamps (1863), è
caratterizzata dalla conchiglia a forma più decisamente pentagonale, appiattita ai margini, e
dalla presenza di una marcata biplicatura radiale che interessa quasi tutta la valva fino alla
fronte, ampia e diritta ; mariae D’Orb., invece, pur presentando con gozzanensis Par. un’ iden¬
tità generale di forma, si differenzia da questa per possedere una conchiglia più spessa, par¬
ticolarmente nella regione frontale che si presenta diritta.
A proposito del riferimento generico, nonostante i numerosi apparati interni da noi
rilevati abbiano dimostrato la persistenza di alcuni loro particolari tratti morfologici, indipen¬
dentemente dall’aspetto esterno, e parlino di una loro precisa individualità, dobbiamo ricono¬
scere di non essere, per ora, giunti a una collocazione soddisfacente. E’ certo che le conoscenze
sulla moderna sistematica dei brachiopodi, che vede possibile la loro classificazione quasi
esclusivamente sulla scorta dei caratteri interni, sono ancora piuttosto incomplete. Esistono,
100
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
in realtà, generi a cui ben corrisponderebbe la forma di gozzanensis dal punto di vista morfo¬
logico, ma di cui è sconosciuto l’apparato brachiale.
In questo stato di cose e mancando fra i brachidi documentati uno cui avvicinare quelli
da noi rilevati per la specie di Parona, abbiamo preferito non pronunciarci sul riferimento ge¬
nerico di quest’ultima, lasciandone incerta anche la collocazione a livello sottofamiglia.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano-Arzo).
Nucleata aspasia (Mgh.)
(Tav. XIV: figg. 13 a, b, c; 14 a, b, c; 15 a, b, c - fig. 24 testo)
Terebratula (Pygope) comicolana Can. - Canavari M.: App. Centr. (1881), p. 6 (pars), t. IX, f. 6 (non f. 8).
Terebratula (Pygope) aspasia Mgh. - Renz C.: Sudschw. Lias (1932), p. 28, t. II, f. 3 e 5 (cum syn.).
Glossothyris aspasia Mgh. -Jarre P.: Pygope (1962), p. 85, t. J, f. 1.
I tre esemplari riferiti ad aspasia Mgh. sono accomunati dalla loro forma bilobata for¬
temente espansa e da una decisa area linguiforme interessante la valva brachiale. In essi si os¬
serva che all’aumento di dimensioni corrisponde una maggiore espansione delle porzioni late¬
rali, un maggior rilievo sulla valva peduncolare del lobo che risulta inoltre bordato da due
depressioni che negli esemplari più grandi assumono l’aspetto di veri e propri solchi.
In accordo con Renz (1932), raggruppiamo le numerose varietà di questa specie (si veda
Canavari 1880, t. I) in un unico ambito; accordandosi i nostri esemplari soprattutto con
l’espressione tipica della specie, ci è impossibile giudicare sino a qual punto le varietà ammesse
dagli Autori siano distinte tra di loro sia morfologicamente sia nel tempo.
Del resto ci risulta, dalla bibliografia a nostra disposizione, che siano presenti nel Lias
medio specie confondibili, o se non altro confrontabili, con quella in questione.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
101
Secondo noi la più vicina è nimbata Opp., specie segnalata con grande frequenza nel
Lias inferiore, la quale, tuttavia, si differenzia in modo netto da aspasia Mgh. sia nella sua
espressione tipica, sia nelle varietà, per avere seno sempre più largo e meno profondo e so¬
prattutto per non presentare mai, orientata in norma dorsale, la fronte con le tipiche inci¬
sioni corrispondenti al seno.
Per quanto sopraddetto, ci è parso opportuno includere nell’ambito di variabilità di
aspasia Mgh. anche un esemplare dell’ Appennino riferito da Canavari (1881, t. IX, f. 6) alla
sua specie cornicolana Can.; questa ultima, peraltro, è stata intesa dal suo stesso Autore in
modo molto vario, come è dimostrato dalle figure, tanto da ingenerare non pochi dubbi sulla
sua interpretazione, come è stato notato anche da altri Autori.
Per quanto riguarda l’altro esemplare di cornicolana Can. (Canavari 1881, t. IX, f. 8)
escluso dalla nostra sinonimia, si veda quanto verrà detto a proposito di apenninica Zitt.
A proposito del riferimento generico abbiamo adottato il nome Nucleata Quen. nella
cui sinonimia Moore (1965) pone Glossothyris Douv., genere poco precisato e a distribuzione
stratigrafica troppo vasta : la corrispondenza dell’apparato interno da noi rilevato con quello
riportato da Moore per Nucleata è buona anche se non completa ; inoltre tale Autore sembra
ammettere per questo genere un’età limitata a parte del Giurassico superiore. Preferiamo, per
ora, mantenere il nome proposto da Moore, auspicando che una più vasta documentazione
possa confermare la maggior estensione stratigrafica di questo genere o possa portare alla
necessità di riunire le forme di età più antica in un genere nuovo, oppure renda possibile un
riferimento a Phymatothyris Coop. e M. W., genere i cui caratteri interni sono sconosciuti.
Distribuzione: Lias inferiore (App. settentr. - La Spezia - Gerfalco - Bakony); Lias medio
(Gerfalco - Capo S. Vigilio - App. Centr. - Roveredo - Taormina - Sospirolo - App. Set¬
tentr. - Arzino - Suavicino - Alpi nordorientali - Ballino - Campiglia - Castel del Monte
- Vedana - Montagna della Rossa - Grotta del Miele - Hierlatz - Grecia ed Albania);
Domeriano (Brianza - Monte Generoso - Bolognola - Taormina); Lias superiore (Lom¬
bardia - App. settentr. - App. centr. - Taormina - Alpi nordorientali - Salisburgo).
Nucleata (?) cf. furlana (Zitt.)
(Tav. XIV: fig. 16 a, b,c)
Terebratula (Pygope) ? rheumatica Can. var. decipiens Haas - Haas 0.: Ballino (1912), p. 262, t. XIX, f. 28.
Magellania ( Aulacothyris ) furlana Zitt. - Renz C.: Sudschw. Lias (1932), p. 47 (cum syn.).
Dimensioni: H: 17,2 mm.
L/H: 0,89
S/H: 0,59
Il solo esemplare da noi posseduto mostra conchiglia più alta che larga, a contorno
subpentagonale con area linguiforme appena accennata, tanto che solo il seno risulta ben
individuato.
Anche se il cattivo stato di conservazione del pezzo non rende possibile un sicuro riferi¬
mento specifico, si può notare una buona corrispondenza con gli esemplari figurati da Cana-
vari (1880) e Haas (1912); minori analogie sussistono invece con quelli di Parona (1892) e
Geyer (1889), che anche Renz (1932) include con qualche riserva nella sua sinonimia che
noi abbiamo ripreso.
L’esiguità del materiale a nostra disposizione, oltre a non permetterci altre considera¬
zioni, per quanto riguarda la questione suaccennata, ci impedisce anche di discutere i rapporti
intercorrenti fra furlana Zitt. ed apenninica Zitt., specie indubbiamente assai vicine.
102
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Concorrono, tuttavia, a differenziare le due specie la minor larghezza e la maggior
espansione anteriore del lobo, con conseguente diversità della forma del contorno generale di
furlana ZlTT.
Nel paragrafo dedicato a rheumatica Can., a proposito dell’esemplare di Haas (1912),
della t. XIX, f. 28, determinato come « Tenebratala ( Pygope ) ? rheumatica Can. var. deci-
piens Haas », abbiamo già detto come questo, per il contorno e soprattutto per l’espansione
anteriore del lobo e del seno, ci parrebbe meglio accostabile, se pur con qualche riserva, a
furlana ZlTT.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Capo S. Vigilio - Roveredo - Ballino - Alpi nordorien¬
tali - Appennino centrale - Hierlatz - Grecia - Albania) .
Nucleata rheumatica (CAN.)
(Tav. XV: figg. 4 a, b,c; 5 a, b, c - fig. 25 testo)
Terebratula ( Pygope ) rheumatica Can. - Canavari M.: App. Centr. (1884), p. 83 (pars), t. X, f. 4-6 (non f. 7).
Terebratula ( Pygope ) nimbata Opp. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 44, t. II, f. 19.
non - Terebratula ( Pygope )? cf. rheumatica Can. - Haas 0.: Ballino (1912), t. XIX, f. 29.
Terebratula ( PallasieUa ) rheumatica Can. - Renz C.: Sudschw. Lias (1932), p. 42, t. Ili, f. 8-9 (cum syn.).
Fig. 25. — Caratteri interni di Nucleata rheumatica (Can.), (X 3).
I quattro esemplari di piccole dimensioni da noi attribuiti alla specie di Canavari sono
caratterizzati da forma globosa, espansa con marcata area linguiforme frontale. Con l’accre¬
scersi delle dimensioni si modifica la forma del lobo, che appare meno marcato e più largo.
I nostri esemplari rientrano assai bene nell’ambito di variabilità di rheumatica Can.,
presentando particolari, spiccate analogie con quelli riferiti all’espressione tipica della specie,
la sola che risulta validamente distinta da altre entità vicine, come già ammesso anche da
Renz (1932) di cui riprendiamo la sinonimia.
Rheumatica Can., per il suo umbone meno saliente ed acuto e per l’assenza di un rostro
marcato, si distingue da kerkyraea Renz., nella cui sinonimia è posto anche l’esemplare che
Haas (1912, tav. XIX, f. 27) ascrisse a « rheumatica Can. var. depressa Can. ».
Per quest’ultima forma, così come è stata intesa dallo stesso Canavari (1884), da Haas
(1912) ed ancora da Renz (1932), che pure non ne riporta una documentazione fotografica, ci
parrebbe però più opportuna una eventuale collocazione in apenninica ZlTT., come è detto a
proposito di questa specie.
L’esemplare che Haas (1912) figura alla tav. XIX, f. 28 come « Terebratula ( Pygope ) ?
rheumatica Can. var. decipiens Haas », è, a nostro avviso, più vicina a furlana Zitt. che a
rheumatica Can., per la sporgenza frontale del lobo e del seno ; non avendo però riscontrato
nella fauna in esame pezzi corrispondenti a tale forma, non ci sentiamo di assumere in pro¬
posito una posizione precisa.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
103
Abbiamo invece senz’altro escluso dalla sinonimia da noi proposta l’esemplare di Haas
(1912, tav. XIX, f. 29) determinato come « Terebratula ( Pygope ) ? cf. rheumatica Can. » che
non presenta nessuno dei caratteri peculiari della specie e che, anzi, per la sua forma generale
abbastanza appiattita, per avere massima larghezza in corrispondenza alla metà della conchi¬
glia e per l’esiguità dell’ incisione del seno, ci sembra forse meglio rientrare in heyseana Dunk.
Indubbie analogie ancora esistono tra la specie di Canavari nella sua espressione tipica
e aspasia Mgh., in particolare con la varietà myrto Mgh., figurata per la prima volta da
Canavari (1880, tav. I, f. 4 e 7) e così come è stata ripresa da Autori successivi.
Nimbata Opp., infine, si distingue da rheumatica Can. quasi solo per la sua maggior
larghezza; in questo senso, l’esemplare di Gozzano riferito da Parona (1892, tav. II, f. 19) a
nimbata Opp., meglio si accorda per forma e dimensioni alla specie in esame.
Per il riferimento generico si veda quanto detto a proposito di aspasia Mgh.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Appennino centrale - Grecia - Albania).
Zeilleria apenninica (Zitt.)
(Tav. XV: fig. 6 a, b, c - fig. 26 testo)
? - Terebratula ( Pygope ) rheumatica Can. var. depressa Can. - Canavari M.: Contribuzione III (1884), p. 83,
t. X, f. 7.
Waldheimia apenninica Zitt. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 49, t. Il, f. 24.
? - Terebratula (Pygope) ? rheumatica Can. var. depressa Can. - Haas 0.: Ballino (1912); p. 262, t. XIX,
f. 26 (non f. 27).
? - Terebratula (Pallasiella) rheumatica Can. var. depressa Can. - Renz C.: Sudschw. Lias (1932), p. 41.
Magellania ( Aulacothyris ) apenninica Zitt. - Renz C.: Sudschw. Lias (1932), p. 47 (cum syn.).
Dimensioni:
Fig. 26. — Caratteri interni di Zeilleria apenninica (Zitt.), (X 3).
Cinque esemplari di dimensioni variabili presentano conchiglia a contorni arrotondati
con fronte emarginata; la valva peduncolare è uniformemente e considerevolmente convessa,
quella brachiale è interessata da una corta area linguiforme. Lo spessore aumenta col dimi¬
nuire delle dimensioni.
104
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Nel corso della determinazione di questi nostri esemplari abbiamo avuto modo di af¬
frontare alcune questioni sistematiche, anche se poi, in ultima analisi, il riferimento ad apen¬
ninica Zitt. ci è parso veramente convincente : anche per le variazioni di spessore riscontrate,
ci sembra trattarsi di un carattere rientrante nella variabilità specifica, così come ammesso
anche da Geyer (1889) e come appare ben documentato anche dalle figure riportate da tale
Autore. Le analogie intercorrenti tra rheumatica Can. var depressa Can. degli Autori ed
apenninica Zitt. sono tali da indurci a considerare, pur con qualche riserva, la forma di Cana-
vari in sinonimia con la specie di Zittel.
Anche cornicolana Can. ed in particolare l’esemplare figurato da Canavari (1881) alla
tavola IX, fig. 8 (quello di tavola IX, fig. 6 per noi chiaramente differenziato da questo è stato
posto in sinonimia di aspasia Mgh.) mostra analogie spiccatissime con apenninica Zitt. per
caratteri generali, pur rimanendone differenziato, anche sulla base dell’ interpretazione di
Parona (1883, t. Ili, f. 21-22) per avere la massima larghezza spostata verso il terzo anteriore,
il seno della valva brachiale meno ampio e il lobo maggiormente distinto dal complesso della
grande valva. Tali caratteri peculiari ci sono parsi sufficienti per mantenere alla specie corni-
colayia Can., nell’espressione particolare dell’esemplare di Canavari (1881, tav. IX, f. 6), la sua
individualità.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Ballino - Arzino - Appennino centrale - Castel del
Monte - Alpi nordorientali - Hierlatz - Albania - Grecia).
Zeilleria (?) edwardsi (Dav.)
(Tav. XV: fig. Ila, b,c)
Terebratula edwardsi Dav. - Davidson Th. : British Brach. (1851), p. 30, t. VI, f. 11, 13, 14 e 15 ?
Terebratula edwardsi Dav. - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 167, t. XLI, f. 37 e t. XLII, f. 1-10
(cum syn.).
Terebratula edwardsi Dav. -Bòse E.: Hindelang (1893), p. 635 (cum syn.).
Lobothyris edwardsi (Dav.)-Ager D. V.: Brachiopods (1955), p. 114.
Dimensioni:
I due esemplari riferiti alla specie di Davidson presentano forma subpentagonale fron¬
talmente troncata a bordi arrotondati, umbone fortemente ricurvo e debole curvatura della
valva brachiale.
I nostri esemplari, per i loro suddetti caratteri morfologici, ben si accordano con quelli
riferiti da Davidson (1851, 1878) e da Deslongchamps (1863) ad edwardsi Dav.; essi risul¬
tano, d’altra parte, chiaramente differenziabili da engelhardti Opp. (Oppel 1861 e Geyer
1889), la specie che più si avvicina a quella in questione, pur rimanendone distinta per il con¬
torno più spiccatamente pentagonale della sua conchiglia, per l’umbone meno ricurvo, per un
più marcato seno nella regione frontale, e per l'uguale sviluppo delle due valve.
Distribuzione: Lias medio (Gran Bretagna - Francia - Spagna - Hindelang); Domeriano
(Inghilterra).
1 NUOVI FOSSILI DI GOZZANO ( PREALPI PIEMONTESI)
105
Zeilleria engelhardti (Opp.)
(Tav. XV: fig. 12 a, b, c - fig. 27 testo)
non - Waldheimia engelhardti Opp. - Canavari M.: App. Centr. (1881), p. 7, t. IX, f. 11.
Waldheimia engelhardti Opp. - Geyer G.: Hierlatz (1889), p. 31, t. IV, f. 1-2 (cum syn.).
Dimensioni :
Cinque esemplari di forma subpentagonale allungata mostrano nella valva brachiale un
seno mediano largo e appena accennato situato nella zona frontale che appare tronca o, tal¬
volta, emarginata.
Gli esemplari in questione ci sembrano riferibili ad engelhardti Opp. sulla base dell’ in¬
terpretazione data da Oppel stesso (1861) e da Geyer (1889). Nella sinonimia da noi proposta
abbiamo escluso l’esemplare che Canavari (1881, p. 7, t. IX, f. 11) attribuì alla specie di Oppel
ritenendolo piuttosto, per la sua forma più decisamente pentagonale, per la sua fronte più ri¬
stretta e per il suo spessore assai ridotto, sinonimo di mutabilis Opp., in accordo con Canavari
stesso (1884) e con Geyer (1889). Assai vicine ad engelhardti Opp. sono indentata Sow. e
gastaldii Par. ; dei rapporti con quest’ultima diremo nel capitolo ad essa dedicato.
Da indentata Sow. la specie in esame si differenzia per avere conchiglia più larga e
meno spessa, con seni mediani meno profondi e per il minor sviluppo delle protuberanze fron¬
tali che possono addirittura mancare.
Distribuzione: Lias inferiore (Hierlatz - Germania); Lias medio (Taormina - Hierlatz).
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
106
Zeilleria gastaldii (Par.)
(Tav. XV: figg. 7a,b,c; 8a,b,c; 9 a, b, c - fig. 28 testo)
Waldheimia gastaldii Par. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 14, t. I, f. 10 e t. II, f. 4.
Waldheimia cusiana Par. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 15, t. II, f. 2.
Waldheimia gastaldii Par. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 47, t. II, f. 24.
Waldheimia cusiana Par. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 48, t. II, f. 25.
Dimensioni:
Una ventina di esemplari di dimensioni medio-piccole sono caratterizzati da forma ab¬
bastanza pentagonale, globosa, che diventa molto globosa nel morfotipo cusiana, da fronte
tronca ed espansa che si raccorda coi margini laterali formando un angolo retto. Nel morfo¬
tipo tale angolo è ottuso.
Per queste loro caratteristiche riferiamo i pezzi in istudio a gastaldii Par., avendone
riconosciuta la validità anche sulla base dei dati più recenti, confermandone quindi 1’ identità
già voluta dall’Autore stesso (1880, 1892) ed ampliandone il significato attraverso ai numerosi
esemplari da noi illustrati.
La differenziazione rispetto a engelhardii Opp., la specie più vicina a quella in que¬
stione, appare sempre chiara : gastaldii Par., infatti, si distingue per avere conchiglia meno
alta e meno spessa e per essere troncata frontalmente.
Nella variabilità di gastaldii Par. facciamo rientrare come Morfotipo anche cusiana
Par., rappresentata nella nostra fauna da un solo esemplare, differenziato per avere conchi¬
glia più globosa e meno espansa frontalmente. Indichiamo questo mofortipo col nome di cu-
s ana in quanto ingloba anche le forme di Parona; non potendo avvalerci della legge di prio¬
rità per la denominazione della specie abbiamo preferito il nome di gastaldii Par., entità molto
meglio rappresentata e definita anche nella fauna in istudio.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano).
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
107
Zeilleria (?) indentata (Sow.)
(Tav. XV: fig. 16 a, b, c)
Terebratula ( Waldheimia ) indentata Sow. - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 133, t. XXXII, f. 1-3
(cum syn.).
Waldeimia indentata Sow. - Canavari M.: App. Centrale (1880), p. 21, t. Ili, f. 6.
Waldheimia ( Zeilleria ) indentata Sow. - Haas H. e Petri C.: Elsass-Lothringen (1882), p. 278, t. XIV, f. 3
e 11-12 ( cum syn.).
Waldheimia indentata Sow. - Bose E.: Hindelang (1803), p. 638 ( cum syn.).
Zeilleria indentata (Sow.) - Ager D. V.: Brachiopods (1955), p. 164.
Dimensioni :
H: 15,6 mm.
L/H: 0,85
S/H: 0,71
Un solo esemplare, di medie dimensioni, presenta forma globosa ed allungata con con¬
torni arrotondati e fronte emarginata delimitata da chiare protuberanze che convergono verso
il centro della conchiglia, definendo due aree depresse.
In base all’ interpretazione datane da Davidson (1851, 1878), Canavari (1880) e Haas-
Petri (1882) e soprattutto alle particolari, spiccate analogie con l’esemplare raffigurato da
Deslongchamps (1863) alla tavola XXXII, fig. 11, riferiamo l’esemplare in istudio a inden¬
tata Sow.
Un attento esame comparativo ci ha portato alla differenziazione rispetto a cornuta Sow.
che, attraverso quanto ammesso da Davidson (1851, 1878), Deslongchamps (1863), Haas-
Petri (1882) e Parona (1884, 1892) appare sempre meno alta e soprattutto più larga con seni
mediani più profondi, protuberanze frontali più sviluppate e tendenza alla quadrifidia.
Distribuzione: Lias medio (Appennino centrale - Gran Bretagna - Francia - Portogallo -
Germania - Hindelang); Lias superiore (Inghilterra - Alsazia e Lorena).
Zeilleria (?) meneghinii (Par.)
(Tav. XV: fig. 13 a, b, c)
Terebratula meneghinii Par. - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 10, t. 1, f. 5.
Terebratula (W aldheimia 1) meneghinii Par. - Canavari M.: App. Centrale (1880), p. 20, t. II, f. 12.
non - Waldheimia meneghinii Par.- Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 44, t. II, f. 20.
non - Walheimia (Antipty china) meneghinii Par. - Haas O.: Ballino (1912), p. 269, t. XX, f. 11-13.
? - Waldheimia meneghinii Par. - De Toni A.: Vedana (1915), p. 24, t. I, f. 8 ( cum syn.).
Dimensioni:
H: 11,8 mm.
L/H: 1,03
S/H: 0,69
Un solo, piccolo esemplare presenta conchiglia spessa, poco più larga che alta, e fronte
ridotta, tronca e interessata da una chiara biplicatura, il cui andamento condiziona l’aspetto
della parte anteriore delle valve.
Meneghinii Par., a cui riferiamo questo esemplare, era stata istituita da Parona nel
1880 e nello stesso anno Canavari, basandosi sui dati manoscritti e su materiale di Parona, le
aveva riferito alcuni suoi esemplari. L’accordo del pezzo da noi studiato con quelli di Parona
e Canavari è veramente soddisfacente. Nel 1892 Parona, però, riferisce a questa sua specie
1 OS
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
altri esemplari, sensibilmente differenziati rispetto ai precedenti per la forma, mai tronca an¬
teriormente, per la scarsa incisione del seno della valva peduncolare e per il maggior appiatti¬
mento della conchiglia.
Non riteniamo, comunque, accettabile una intepretazione così estensiva come quella
ammessa da Parona — ripreso in questo senso da Haas (1912) — in quanto, questi esemplari,
proprio per quei caratteri che abbiamo citato più sopra come differenziali rispetto a mene¬
ghina Par., rientrano assai meglio nell’ambito di variabilità di rothpletzi Di Stefano (1891).
Anche Parona (1892) d’altra parte aveva accennato a una possibile riunione della
specie di Di Stefano alla propria, pur senza farne menzione neppure con riserva, nella sino¬
nimia; è evidente però che, per la legge di priorità, deve essere mantenuta la specie di Di Ste¬
fano per indicare la forma corrispondente a quelle di Di Stefano (1891, t. IV, f. 20-23), di
Parona (1892, t. II, f. 20) e di Haas (1912, t. XX, f. 11-13), mentre per gli esemplari di Parona
(1880, t. I, f. 5) di Canavari (1880, t. II, f. 12) e per il nostro manteniamo il riferimento a
meneghina Par. Facciamo ancora notare che nella nostra sinonimia abbiamo posto dubitati¬
vamente « Waldheimia meneghina (Par.) » citata da De Toni (1915) che, anche se un po’ dif¬
ferenziata — per la presenza sulla valva peduncolare di un seno mediano più lungo e più ac¬
centuato — non trova altra collocazione più convincente.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Vedana - Scspirolo - Appennino centrale).
Zeilleria mutabilis (Opp.)
(Tav. XV: fig. 10 a, b, c - fig. 29 testo)
Terebratula mutabilis Opp. - Oppel A.: Brachiop. unter Lias (1861), p. 538, t. X, f. 7.
Waldheimia mutabilis Opp. - Geyer G.: Hierlatz (1889), p. 18, t. II, f. 31-36, t. Ili, f. 1-7 ( cum syn.).
Waldheimia ìnutabilis Opp. - Bòse E.: òstlichen Norda’.pen (1897), p. 172 ( cum syn.).
Waldheimia mutabilis Opp. - Dal Piaz: Sospirolo (1906), p. 48, t. Ili, f. 7.
Waldheimia cf. mutabilis Opp. - Haas O.: Ballino (1912), p. 273, t. XX, f. 15-16.
Dimensioni:
I quattro esemplari in istudio mostrano forma pentagonale appiattita con margini la¬
terali arrotondati e fronte tronca, interessata nella parte anteriore da aree piane.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
10‘)
L’accordo di quelli in istudio con gli esemplari riferiti da vari Autori, quali Oppel
(1861), Geyer (1889), Dal Piaz (1906) e Haas (1912) a mutabilis Opp. è chiaramente rilevabile.
Facciamo notare come i nostri pezzi risultino avvicinabili in particolar modo a quello
che Canavari attribuiva in un primo tempo (1881, p. 7, t. IX, f. 1) a engelhardti Opp., ritenen¬
dolo successivamente (1884), seguito in ciò anche da Geyer (1889), appartenente a muta¬
bilis Opp.
In base alle differenze osservate tra le due specie — mutabilis Opp. presenta conchi¬
glia meno spessa, contorno più decisamente pentagonale, fronte meno espansa lateralmente e
formante coi fianchi un angolo ottuso (Oppel 1881, e Geyer 1889) — abbiamo potuto esclu¬
dere il riferimento dei nostri esemplari ad engelhardti Opp. Anche l’accostamento a water-
housi Dav. si è rivelato non convincente, in quanto abbiamo notato che, se i fossili di Gozzano
mostrano qualche analogia con quello figurato da Haas-Petri (1882, t. XIV, f. 4), sono in
realtà troppo lontani dal tipo della specie stessa (Davidson 1851, p. 31, t. V, f. 12-13 e succes¬
sivamente Deslongchamps 1863 e Rothpletz 1886).
Nella determinazione di questi nostri esemplari abbiamo preso in considerazione anche
la possibilità di riferirli a subnumismalis Dav., specie diversamente intesa dai vari Autori
(Davidson 1851 e 1878, Deslongchamps 1863, Haas-Petri 1882, Parona 1884 e Geyer 1889),
ma, comunque, a nostro avviso sempre differenziata per la forma orbicolare della conchiglia
con contorni laterali uniformemente arrotondati e fronte raramente tronca.
Sulla base, quindi, di queste osservazioni comparative abbiamo concluso riferendo gli
esemplari di Gozzano a mutabilis Opp.
Distribuzione: Lias inferiore (Appennino centrale - Bakony - Alpi nordorientali - Germania -
Alpi bavaresi - Hierlatz - Hindelang); Lias medio (Ballino - Sospirolo - Appennino
centrale - Suavicino - Taormina - Alpi nordorientali - Germania - Hierlatz - Hindelang).
Zeilleria (?) aff. pyriformis (Suess)
(Tav. XV: fig. 17 a, b, c)
Terebratula pyriformis (?) Suess - Deslongchamps E.: Brachiopodes (1863), p. 70, t. Vili bis, f. 7-8.
Terebratula cf. pyriformis Suess - Parona C. F.: Gozzano (1880), p. 12, t. I, f. 7.
Dimensioni:
H: 26,2 mm.
L/H: 0,83
S/H : 0,54
Un solo esemplare di forma pentagonale allungata presenta margini laterali arroton¬
dati e fronte tronca, lievemente emarginata e delimitata da protuberanze laterali appena
accennate.
Per i caratteri suddetti il nostro esemplare si accorda con quelli determinati da
Deslongchamps (1863) come pyriformis Suess e da Parona (1880) come cf. pyriformis Suess,
rilevando che mentre la specie è stata istituita per il Retico, le citazioni di Deslongchamps e
Parona si riferiscono a forme del Lias. Già tali Autori facevano notare la non completa corri¬
spondenza dei loro esemplari con quelli di Suess e in particolare Parona (1880) rilevava che i
pezzi di Gozzano si mostrano proporzionalmente più rigonfi e meno allungati con contorni a
fianchi più arrotondati e meno chiaramente pentagonali di quelli tipici di pyriformis Suess.
Pertanto, non avendo potuto esaminare l’olotipo, e dato che il nostro esemplare s’ac¬
corda assai bene con quelli di Deslongchamps (1863) e di Parona (1880), lo assimiliamo piut¬
tosto a questi ultimi, differenziandolo invece, così come volevano gli stessi Autori, dalla
110
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPÌ
espressione tipica di Suess, considerandolo con quelli di Deslongchamps (1863) e di Parona
(1880), come probabilmente appartenenti ad entità sistematica a sè.
Non essendoci però stato possibile ritrovare in bibliografia una specie già esistente, a
cui ascrivere gli esemplari in questione, e non avendo gli elementi sufficienti per istituire una
nuova entità specifica, preferiamo determinare il campione in istudio come aff. pyriformis
Suess, intendendo con ciò sottolineare la somiglianza dei caratteri tra la specie di Suess e
quella a cui potrebbero essere ascritti i pezzi di Deslongchamps (1863), Parona (1880), e
quello in istudio, entità però differenziata oltre che morfologicamente anche nel tempo da
pyriformis SUESS nell’espressione tipica.
A confermare quanto sopra detto (e cioè che non esiste in bibliografia una specie cui
poter ascrivere gli esemplari) facciamo rimarcare che, tra i fossili simili a quelli in questione,
quelli ascritti a paumardi Desl. (Deslongchamps 1863), si differenziano per la presenza di
una biplicatura più marcata, per essere più alti e meno larghi, e per avere una forma subpen¬
tagonale; quelli attribuiti a perforata Piette (vedi Quenstedt 1858, Deslongchamps 1863,
Davidson 1878, Haas-Petri 1882 e Rothpletz 1886) si distinguono oltre che per l’assenza
della biplicatura anche per il minor spessore della conchiglia che appare quasi appiattita.
Distribuzione: Lias inferiore (Alta Marna); Lias medio (Gozzano).
Zeilleria rothpletzi (Di Stef.)
(Tav. XV: figg. 14 a, b, c; 15 a, b, c - fig. 30 testo)
Waldheimia rothpletzi Di Stef. - Di Stefano G.: M. S. Giuliano (1891), p. 141, t. IV, f. 20-23 ( cum syn.).
Waldheimia meneghina Par. - Paf.ona C. F.: Gozzano (1892), p. 44, t. Il, f. 20.
Waldheimia (Antipty china) meneghina Par. - Haas O.: Ballino (1912), p. 269, t. XX, f. 11-13.
Dimensioni :
H : 22,6 mm. ; 21,4 mm.
L/H: 1,08 ; 1,14
S/H: 0,54 ; 0,52
Fig. 30. — Caratteri interni di Zeilleria rothpletzi (Di Stef.), (X 2).
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
1 1 1
Tre esemplari discretamente conservati sono caratterizzati da conchiglia appiattita,
espansa lateralmente con fronte ristretta, lievemente tronca ed uniplicata con un solo accenno
di biplicatura. Le valve sono interessate da una debole ornamentazione radiale, meglio visibile
sulla valva peduncolare.
L’accordo dei nostri esemplari con rothpletzi Di Stef. è assai chiaro : la specie, a quanto
ci consta, non è più stata ripresa da altri Autori, ma in bibliografia figurano alcuni esemplari
attribuiti a meneghina Par. (Parona 1892 e Haas 1912) — tra tutte le specie indubbiamente
la più vicina — che potrebbero essere meglio riferiti alla specie di Di Stefano. Di questi esem¬
plari e della differenziazione delle due si parla anche nel paragrafo dedicato a meneghi¬
na Par. ; ci limitiamo quindi, qui a segnalare che gli esemplari di Gozzano da noi studiati,
quelli di Parona (1892), di Haas (1912) e i tipi di Di Stefano (1891) si differenziano da quelli
tipici di meneghina Par. per il minor spessore, per l’assenza di seni laterali, per la zona fron¬
tale più espansa e, talvolta, per la presenza deH’ornamentazione radiale.
Esiste in bibliografia anche un unico esemplare, il tipo della specie faucensis Roth-
PLETZ (1886), non più ripresa, a quanto ci consta, da altri Autori, che presenta indubbi carat¬
teri di similitudine con la specie in esame e meneghina Par. Tuttavia, la non buona figura¬
zione del campione e 1’ insufficienza degli esemplari noti in bibliografia ci impedisce di discu¬
terne più a fondo l’esatta posizione sistematica.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Ballino - Monte S. Giuliano).
MOLLUSCA
Non abbiamo nessuna notevole osservazione generale da segnalare oltre a quelle già
espresse nelle « Considerazioni sistematiche » a cui rimandiamo, anche perchè l’applicazione
dei metodi di studio tradizionali rende possibile l’utilizzazione della bibliografia più aggiornata.
LAMELLIBRANCHIATA
Avicula (Oxytoma) dumortieri Roll.
(Tav. XVI: fig. 1)
Avicula sinemurieu sis D’Orb. - Dumortier E.: Rhóne (1867), p. 214, t. XLVIII, f. 2, 3.
Avicula, dumortieri Roll. - Joly H.: Belgique (1936), p. 110.
Avicula (Oxytoma) dumortieri Roll. - Sacchi Vialli G. : Saltrio (1963), p. 5, t. I, f. 3 ( cum syn.).
Dimensioni: d.a.p.
d.u.p.
d.u.p.
d.a.p.
Un solo esemplare inglobato nella roccia, di forma obliquo-allungata, presenta margine
cardinale rettilineo: delle due orecchiette la posteriore è più sviluppata e munita di ornamen¬
tazione radiale ondulata.
La valva porta una quindicina di coste radiali principali : negli interspazi, più larghi
delle coste, si osserva una serie di costicine secondarie di cui la centrale è più marcata.
I caratteri morfologici suddetti ci hanno permesso di orientare la nostra determinazione
verso sinemuriensis D’Orb. (vedi ad esempio: Chapuis e Dewalque (1853), Dumortier
mm. 22
» 15
0,68
1 1 li
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
(1864) e Fucini (1896) con particolare riferimento all’esemplare riportato da Dumortier
(1864) alla tavola 48, f. 2 e 3 che risulta decisamente differenziato da altri riferiti alla stessa
specie.
La troppo vasta interpretazione ammessa dagli Autori per sinemuriensis D’Orb. ha in¬
dotto, infatti, Rollier (1914-15) — seguito da Joly (1936) e da uno di noi (Sacchi Vialli
1963) — a istituire una nuova entità — dumortieri Roll. — facente capo al succitato esem¬
plare di Dumortier.
Per una più precisa differenziazione da entità vicine si veda quanto espresso nella revi¬
sione della fauna di Saltrio (Sacchi Vialli 1963).
Distribuzione: Lias inferiore (Strassen); Lotharingiano (Saltrio - Bacino del Rodano).
Chlamys (Chlamys) textoria (SCHL.)
(Tav. XVI: figg. 2 e 3)
Chlamys textoria ( Schl.) - Sacchi Vialli G.: Saltrio (1963), p. 5, t. I, f. 4 (cum syn.).
Dimensioni :
d.a.p.
d.u.p.
d.u.p.
d.a.p.
mm. 26
» 36
1,38
Cinque esemplari, tutti allo stato di modello e incompleti, sono stati da noi attribuiti a
textoria Schl., soprattutto in base al tipo di ornamentazione data da numerose coste irregolari
e talora intercalate da coste meno marcate. A questo proposito ci sembra opportuno far no¬
tare come questi nostri esemplari si differenzino lievemente da quelli attribuiti dagli Autori
precedenti alla specie di Schlotheim e provenienti da strati sinemuriani (Dechaseaux 1936,
Troedsson 1951, Sacchi Vialli 1963) per un più netto e regolare accoppiamento delle coste,
carattere ben apprezzabile anche su fossili di livelli più recenti come quelli riportati da Dé-
chaseaux (1936, t. I, f. 1 e 4).
L’ intersecarsi di questi elementi con le lamelle concentriche determina un reticolato
finemente tubercolato che risulta più o meno apprezzabile, almeno sui nostri esemplari, a se¬
conda del grado di usura.
Non crediamo di dover insistere sulla caratterizzazione di questa specie per cui riman¬
diamo ai lavori precedenti (ad esempio: Dechaseaux 1936 e Sacchi Vialli 1963).
Distribuzione: Lias (Lussemburgo); Hettangiano (Alsazia - Rodano); Sinemuriano (Saltrio -
Longobucco - Monte Pisano - Taormina - Belgio - Ardenne - Alsazia e Lorena - Còte
d’Or - Saona e Loira); Lias medio (Gozzano - Monte Pisano - Belgio - Alsazia e Lorena);
Toar ciano (Monte Pisano - Saona e Loira).
Chlamys ( Aequipecten ) prisca (Schl.)
(Tav. XVI: figg. 4, 5 e 6)
Pecten priscus Schl. - Quenstedt F.: Der Jura (1858), p. 147, t. 18, f. 18.
Pecten priscus (Schl.) - Dumortier E.: Rhóne (1867), p. 216, t. XLVIII, f. 4, p. 138, t. XXII, f. 3.
Dimensioni:
d.a.p.
d.u.p.
d.u.p.
d.a.p.
mm. 18 ; mm. 20
» 20 ; » 22
1,11; 1,10
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
1 13
Dei sei esemplari da noi riferiti alla specie di Schlotheim due soli, completi e di piccole
dimensioni, sono risultati misurabili: gli altri, incompleti, sono di maggiori dimensioni. La con¬
chiglia orbicolare, inequilaterale presenta orecchiette mal apprezzabili per lo stato di conser¬
vazione dei fossili, ma piuttosto ineguali.
L’ornamentazione sembra variare a seconda dello sviluppo degli individui: più marcata
e meno complicata nei piccoli (15-18 coste), diventa più tenue e più irregolare negli esemplari
grandi (22-25 coste).
Specie assai vicina a prisca Schl. è senz’altro thiollierei Mar., così come notato anche
da Fucini (1892, p. 46, t. II, f. 1 e 2): ciononostante, a nostro avviso le due specie sembrano
differenziabili per forma generale della conchiglia, forma delle orecchiette e caratteristiche
ornamentali. Sulla base di questi caratteri il riferimento alla specie di Schlotheim ci è parso
valido per i nostri esemplari.
Distribuzione: Sinemuriano l.s. (Belgio - Bacino del Rodano); Lotharingiano : (Portogallo -
Bacino del Rodano).
Chlamys (Velata) rollei (Stol.)
(Tav. XVI: figg. 7, 8 e 9)
Pecten rollei Stol. - Dumortier E.: Rhóne (1869), p 139, t. XXII, f. 1.
? - Pecten rollei Stol. - Bettoni : Brescia (1900), p. 15, t. I, f. 3.
Pecten ( Chlamys ) rollei Stol. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 14, tav. I, f. 3 (cum syn.).
Pecten ( Velopecten ) rollei Stol. - Maugeri Patanè G.: Grotte (1924), p. 43, t. I, f. 21.
Dimensioni: d.a.p.
d.u.p.
d.u.p.
d.a.p.
Quattro esemplari, di cui i due più grandi discretamente conservati, presentano conchi¬
glia di forma suborbicolare, con angolo apicale di poco superiore ai 90 e orecchiette disuguali
ornate da fitte costicine radiali appena apprezzabili. L’ornamentazione delle valve è data al¬
l’apice da una ventina di coste, che diventano al margine palleale una trentina per il sorgere
di nuove coste secondarie meno rilevate. Dall’ intersezione di questi elementi con tenui linee
concentriche risulta un fine reticolato meno evidente all’apice.
Esclusa la possibilità di riferire gli esemplari a subreticulatus Stol. per le differenze
nel reticolato ornamentale e nella forma e dimensione delle orecchiette, abbiamo orientato la
determinazione verso rollei Stol. La corrispondenza con gli esemplari riferiti a questa specie
(ad esempio da Dumortier 1869, Parona 1892, Maugeri Patanè 1924) è soddisfacente; in si¬
nonimia abbiamo riportato con riserva la forma descritta da Bettoni (1900) che da Fucini
(1931) è stata avvicinata al suo rolliformis Fuc.: per la mancanza nella nostra fauna di forme
corrispondenti a questa, non ci sentiamo di prendere una posizione precisa al riguardo.
Distribuzione: Lias inferiore (Grotte - Bacino del Rodano); Lias medio (Gozzano).
mm. 16
» 31
1,94
114
G. BACCHI VIALLI e Ù. CANTALUPPl
Chlamys (Velata) velata (Goldf.)
(Tav. XVI: figg. 10 e 11)
Velata velata Goldf. -Joly H.: Belgique (1936), p. 106, t. II, f. 2, 3, 4.
Otto esemplari, uniformi per caratteri dimensionali e morfologici, sono stati da noi rife¬
riti alla specie di Goldfuss per la buona corrispondenza nei caratteri generali e soprattutto
reirornamentazione. Essi infatti presentano conchiglia suborbicolare interessata da coste ra¬
diali leggermente flessuose con 1’ intercalazione tra quelle più evidenti di altre più numerose,
ma assai meno marcate. Non si nota la presenza di quelle regolari asperità che ci sembrano
invece caratteristiche di alcune specie: in particolare davoei Dum. che risulta differenziabile
oltre che per una più regolare e marcata disposizione delle « dentelures » — che DUMORTIER
(1869) considera peculiari della specie — anche per le sue coste più rettilinee e, a nostro av¬
viso, anche per il maggior allungamento e la più marcata obliquità della conchiglia.
Distribuzione: Lias inferiore (Lussemburgo - Bacino del Rodano); Lias medio (Lussemburgo -
Bacino del Rodano); Toarciano (Bacino del Rodano).
Entolium calvum (Goldf.)
(Tav. XVI: fig. 12)
Entolium calvum (Goldf.) - Sacchi Vialli G.: Saltrio (1963), p. 6, t. I, f. 6 ( cum syn.).
I tre esemplari riferiti a calvum Goldf. presentano conchiglia di forma allungata con
chiara prevalenza del diametro umbo-palleale, angolo apicale minore di 90°, orecchiette ridotte
e disuguali, e valve assolutamente lisce, distinguendosi quindi assai bene da quelli da noi attri¬
buiti ad hehli D’Orb.
Anche per questa specie, a proposito dei suoi limiti e dei suoi rapporti, facciamo riferi¬
mento a quanto espresso da Sacchi Vialli (1963).
Distribuzione: Lias inferiore (Belgio); Hettangiano (Belgio - Lorena); Sinemuriano (Saltrio -
Albenza - Svezia); Charmouthiano (Albenza).
Entolium disciforme (ScHUB.)
(Tav. XVI: fig. 13)
Entolium disciforme (Schub.) - Sacchi Vialli G.: Saltrio (1963), p. 6, ft. 1 (cum syn.).
La determinazione dell’unico esemplare riferito a disciforme Schub. è stata da noi con¬
dotta sulla base dell’interpretazione data per questa specie a proposito dei fossili di Saltrio
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
115
(Sacchi Vialli 1963). Per le relazioni con frontale Dum. rimandiamo a quanto diremo in
seguito.
Le caratteristiche peculiari della specie — conchiglia equilaterale e orbicolare, urnbone
appuntito, orecchiette grandi ed uguali — sono chiaramente individuabili nel campione in istu-
dio e tali da permetterne la differenziazione rispetto alle specie vicine.
In particolare il pezzo di Gozzano — laddove è meglio conservato — mostra debolissime
coste radiali, meglio apprezzabili sotto determinate incidenze di luce.
Distribuzione: Sinemuriano (Saltrio - Belgio - Ardenne); Lias medio - Dogger (Belgio - Lus¬
semburgo - Francia).
Entolium cf. frontale (Dum.)
(Tav. XVI: fig. 14)
Pecten frontalis Dum. - Dumortier E.: Rhóne (1869), p. 299, t. XXXVII, f. 1, 2; t. XXXVIII, f. 1.
Pecten frontalis Dum. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 15.
Entolium frontalis (Dum.) - Dechaseaux C.: Pectinidés (1936), p. 62.
Seppur col dubbio derivante dalla sua frammentarietà, riferiamo un esemplare incom¬
pleto nella sua parte apicale, a questa specie di Dumortier che ci sembra ben caratterizzata per
la forma della sua conchiglia orbicolare allargata.
In questo senso e per l’uguaglianza delle due orecchiette frontale Dum. sarebbe partico¬
larmente vicino a disciforme Schub.; non ci sentiamo però data la scarsità e 1’ incompletezza
del nostro materiale e per 1’ insufficiente documentazione bibliografica, di affermare sen¬
z’altro una sinonimia fra le due forme.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano - Bacino del Rodano); Charmouthiano (Lorena).
Entolium hehli (D’Orb.)
(Tav. XVII: fig. 9)
Entolium hehli (D’Orb.) - Sacchi Vialli G.: Saltrio (1963), p. 6, t. I, f. 5 ( cum syn.).
Dimensioni: d.a.p. mm. 12
d.u.p. » 14
d.a.p.
Tre esemplari di piccole dimensioni presentano conchiglia di forma suborbicolare, con
angolo apicale di poco superiore al retto, con orecchiette assai ridotte e del tutto prive di
ornamentazione.
Già uno di noi (Sacchi Vialli 1963) si è occupato della diagnosi di questa specie e dei
suoi rapporti con quelle vicine: rimandiamo, pertanto a quanto detto a proposito degli esem¬
plari della fauna di Saltrio.
Distribuzione: lnfralias ed Hettangiano (Canale di Brenta - Rossano Calabro - Taormina -
Belgio - Alsazia e Lorena); Sinemuriano (Saltrio - Albenza - Appennino centrale e me¬
ridionale - Sicilia - Svezia - Alsazia e Lorena - Ardenne - Belgio - Bacino del Rodano);
Lias medio (Canale di Brenta - Monte Calvi - Rossano Calabro - Taormina - Lorena).
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
116
Entolium strionatis (QUEN.)
(Tav. XVII: figg. 1 e 2)
Pccten strionatis Quen. - Quenstedt F.: Der Jura (1858), p. 183, t. 23, f. 2.
Pecten strionatis Quen. - Dumortier E.: Rhóne (3) (1869), p. 304, t. XXXVIII, f. 2, 3, 4.
Quattro esemplari di dimensioni piuttosto variabili, ma omogenei per caratteri generali,
presentano conchiglia ovalare, spiccatamente inequilaterale con orecchiette disuguali e lievis¬
sima ornamentazione radiale visibile solo in determinate condizioni di luce.
Escluso il riferimento a forme vicine quali palaemoìi D’Orb., abbiamo preso in conside¬
razione strionatis Quen. soprattutto nell’interpretazione datane da Dumortier (1869), che
sembra limitare la sua definizione della specie di Quenstedt alla sola varietà figurata a ta¬
vola 23, f. 2 (Quenstedt 1858). Rimarrebbe pertanto esclusa la varietà di Quenstedt
(1858) della figura 21 di tavola 18. La corrispondenza dei nostri esemplari con la versione di
Dumortier è pienamente soddisfacente.
Distribuzione: Lias medio (Germania - Bacino del Rodano).
Lima (Plagiostoma) gigantea (Sow.)
(Tav. XVII: figg. 3a,b; 4)
Lima (Plagiostoma) gigantea Sow. - Sacchi Vialli G.: Saltrio (1963), p. 7, t. I, f. 7 ( cum syn.).
Numerosi esemplari, pur corrispondendosi pienamente per il loro aspetto morfologico
complessivo, mostrano fra loro lievi differenze nei rapporti dimensionali e soprattutto nell’an¬
damento del margine anteriore, che, nei più piccoli, appare più decisamente troncato. Solo tal¬
volta è conservata l’orecchietta anteriore, assai al di sotto dell’ umbone e ornata da sottili strie
di accrescimento; la superficie esterna, liscia nella massima parte dei casi, presenta in tre
soli esemplari, sulla porzione palleale, una serie di costicine radiali appena accennate e visibili
solo al binoculare.
Avviciniamo questi nostri esemplari a gigante a Sow., rimandando a quanto detto in
precedenza da uno di noi, soprattutto per quanto riguarda la sinonimia con plebeia Ch. Dw.
(Sacchi Vialli 1963).
Distribuzione: Hettangiano (Bergamasco - Lussemburgo - Alsazia e Lorena - Còte d’Or); Si-
nemuriano (Saltrio - Taormina - Lussemburgo - Alsazia e Lorena - Loira); Lias medio
(Lussemburgo - Lorena); Lias superiore (Borgogna - Saona e Loira).
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
117
Lima (Plagiostoma) cf. punctata (Sow.)
(Tav. XVII: fig. 5)
Lima punctata Sow. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 17.
Plagiostoma punctata Sow. -Joly H.: Belgique (1936), p. 100 (cum syn.).
Plagiostoma punctata Sow. - Dechaseaux C.: Limidés (1936), p. 14, ft. 4 ( cum syn.).
Due soli esemplari frammentari risultano differenziabili da quelli già da noi ascritti a
gigantea Sow. per il loro angolo apicale più aperto e per la loro ornamentazione radiale, costi¬
tuita da tenui e fittissime coste che, all’incrocio con gli elementi concentrici, mostrano una
sorta di reticolato con lievi granulazioni.
In base a queste loro peculiarità, li ascriviamo a punctata Sow. pur con la riserva deri¬
vante dalla loro incompletezza
Distribuzione: Lias inferiore (Appennino centrale - Taormina - Messina - Sicilia); Hettan-
giano (Lione); Sinemuriano (Albenza - Lussemburgo - Lorena - Alta Saona - Còte d’Or -
Saona e Loira - Lione - Bacino del Rodano); Lias medio (Gozzano - Lorena - Saona e
Loira).
Lima (Ctenostreon) terquemi Joly
(Tav. XVII: figg. 6, 7 e 8)
Ctenostreon terquemi n. sp. -Joly H.: Belgique (1936), p. 103, t. II, f. 8 e 9 ( cum syn.).
Ctenostreon tuberculata Tq. - Dechaseaux C.: Limidés (1936), p. 40.
Ctenostreon tuberculatum Tq. - Bertuletti C.: Albenza (1962), p. 183, t. XIII, f. 3.
Parecchie valve inglobate nella roccia e tutte incomplete tanto da non permettere nes¬
suna misura, sono caratterizzate da dimensioni medie o anche notevoli, da forma generale allun¬
gata e soprattutto da ornamentazione ben evidente data da coste triangolari acute separate
da interspazi larghi quanto le coste stesse. Sono inoltre presenti elementi concentrici ondu¬
lati, che all’incrocio con quelli radiali, determinano una serie di tubercoli o granulazioni em¬
briciate, più evidenti sulle coste, meno negli intervalli.
La corrispondenza del complesso dei nostri esemplari con la specie di Joly (1936) è, in
generale, convincente. Concordiamo con tale Autore a proposito della denominazione da lui
proposta per questa specie liassica, già nota col nome di « tuberculata Tq.», che è stato abolito
da Joly in quanto poteva ingenerare confusione con una specie omonima del Miocene.
Dechaseaux (1936), che non sembra essersi resa conto dell’aspetto di pura nomencla¬
tura della questione, mantiene, invece, per questa entità il nome dato da Terquem (1855).
Distribuzione : Hettangiano (Albenza - Lussemburgo - Alsazia e Lorena); Sinemuriano
(Lorena).
Liogryphaea ovalis (Ziet.) cristata (Par.)
(Tav. XVIII: fig. la,b)
Gryphaea cristata n. sp. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 19, t. I, f. 6.
Pur senza nulla aggiungere alla esauriente descrizione che Parona (1892) aveva dato per
questa sua nuova specie, sulla base dei numerosi esemplari a nostra disposizione (una decina
di valve sinistre) possiamo invece discutere l’interpretazione sistematica datane dall’Autore.
118
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Sono peculiari di questa forma le dimensioni sempre ridotte, la scarsa salienza dell’um-
bone, la superficie di attacco sempre spostata lateralmente e quella sorta di « cresta » longi¬
tudinale bordata da un largo solco posteriore. Questa particolarità ornamentale appare piut¬
tosto variabile nel complesso dei nostri esemplari, tanto che in alcuni di essi non costituisce
più un elemento così chiaramente differenziato.
Parona avvicinava la sua specie ad arcuata Lk., accostamento che, proprio sulla base
dei caratteri suddetti, non ci sembra giustificato, alla luce anche delle recenti revisioni di De-
chaseaux (1934) e di Charles e Maubeuge (1951). Affinità più spiccate ci sembrano, in¬
vece, esistere con ovalis Ziet., e in particolare con la « var. elongata Ch.-Mau. » di questa
(Charles e Maubeuge 1951).
La corrispondenza degli esemplari di Gozzano con quelli riportati da tali Autori è sod¬
disfacente per quanto riguarda la forma generale e l’aspetto della zona umbonale: rimane a
differenziarli chiaramente il carattere ornamentale, tanto che proponiamo di marcarne la se¬
parazione in questo senso, riunendoli in una entità sottospecifica a significato soprattutto allo-
patrico, per cui manteniamo la denominazione’ molto appropriata già coniata da Parona (1892).
Facciamo, da ultimo, rilevare come la sottospecie da noi proposta appaia strettamente
legata alla specie di Zieten, quando si considerino come intermedi gli esemplari riferiti alla
varietà elongata, di cui quelli di Gozzano rappresentano un termine estremo per esagerazione
del carattere ornamentale.
Distribuzione: Lias medio (Gozzano).
GASTROPODA
Pleurotomaria (?) obesa (Tq. e Pt.)
(Tav. XVIII: fig. 2)
Turbo obesus Tq. Pt. - Terquem 0. e Piette E.: Franco (1865), p. 52, t. Ili, f. 31-32.
Un unico esemplare molto frammentario e in gran parte mascherato dalla roccia inglo¬
bante, mostra aspetto turbiniforme, con giri interessati da ornamentazione piuttosto evidente,
almeno laddove è sfuggita all’usura, costituita da una serie di 4 cingoli — i primi tre tuber¬
colati — , cui seguono la fasciola e da ultimo una serie di cingoli continui che, sull’ultimo giro,
occupano l’ intera base.
Tali caratteri permettono un riferimento generico molto dubitativo, mentre l’attribu¬
zione a obesa Tq.-Pt. sembra piuttosto convincente e ci è apparsa, d’altra parte, 1’ unica pos¬
sibile, almeno sulla base della bibliografia a nostra conoscenza.
La presenza di un cingolo continuo mediano cui convergono le strie di accrescimento, da
noi interpretato come « fasciola » e l’aspetto della base ci fanno propendere, pur con qualche
incertezza, per riferire la specie al genere Pleurotomaria.
Distribuzione: Sinemuriano (Francia).
Pleurotomaria sp.
Una decina di grossi esemplari presentano in comune le dimensioni quasi sempre note¬
voli e la conchiglia trochiforme con evidenti tracce della ornamentazione composita e della
fasciola. Lo stato di frammentarietà degli esemplari non permette una determinazione speci¬
fica : facciamo notare che l’uniformità del materiale fa pensare che si tratti di rappresentanti
di un’unica specie.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
119
Anoptychia dubia (Tq.)
(Tav. XVIII: fig. 3 a, b)
Pterocera dubia Tq. - Terquem O.: Luxembourg (1855), p. 275, t. XVII, f. 5; p. 337, t. XXVI, f. 8.
Pseudomelania pennina n. sp. - Parona C. F.: Gozzano (1892), p. 12, t. I, f. 1-2 ( cum syn.).
Un solo esemplare incompleto presenta conchiglia snella, con spira a giri debolmente
convessi, interessati, nella parte adapicale, da una carena che diventa più marcata con l’accre¬
scimento. Il peristoma è obliquo e debolmente sifonato.
L’esemplare in istudio ci sembra ben corrispondente a quello che Parona (1892) figura
alla tavola I fig. 1-2 denominandolo « Pseudomelania pennina n. sp. », ad eccezione che per
l’andamento del peristoma, che l’Autore aveva inesattamente ricostruito. Prima di confermare
senz’altro la validità della specie di Parona, abbiamo voluto vedere se non era possibile tro¬
vare, per i pochi esemplari di Gozzano, alla luce anche del nuovo dato morfologico, una più con¬
vincente collocazione, che meglio si attenesse ai moderni concetti sistematici. In questo senso ci
è parso possibile un accostamento a dubia Terquem (1855) specie preesistente a quella di Pa¬
rona e citata anche per altre località. La corrispondenza del nostro esemplare e di quelli di
Parona con le figure date per la specie di Terquem è convincente tanto da considerarli in essa
rientranti. Il riferimento al genere Anoptychia ci è parso verosimile sulla base di quanto ripor¬
tato da Moore (1960).
Distribuzione: Hettangiano (Lussemburgo); L as medio (Gozzano).
CEPHALOPODA
Phylloceras frondosum (Reyn.)
(Tav. XVIII: fig. 4 a, b)
Phylloceras frondosum (Reyn.) - Cantaluppi G.: Val Coppelline (1967), p. 17, t. I, f. 1 e 2 ( cum syn.).
L’unico esemplare da noi considerato, per la rapidità dell’accrescimento e il tipo di sezione
rientra decisamente nella specie di Reynès, sulla cui definizione ed interpretazione uno di noi
(Cantaluppi, 1967) si è assai recentemente occupato, tanto che riteniamo superfluo ritornare
sulla questione.
Distribuzione: Lias medio (Lombardia - Appennino centrale - M. Cetona - Ballino - Alpe di
Kratz); Domeriano (Breggia - M. Albenzt - Brescia - Brianza - Taormina - Medio
Atlante marocchino); Domeriano inferiore (M. Domaro - Aveyron); Domeriano supe¬
riore (Alpe Turati); Domeriano, livelli E-F (Val Ceppelline).
Juraphyllites libertus (Gemm.)
(Tav. XVIII: fig. 5 a, b)
Juraphyllites libertus (Gemm.) - Cantaluppi G.: Val Ceppelline (1967), p. 19, t. I, f. 5 e 6 ( cum syn.).
Un esemplare di dimensioni assai ridotte presenta conchiglia involuta, a sezione ovoidale
poco più alta che larga: l’ornamentazione è assente: ben visibili solo due solchi radiali lieve¬
mente ondulati sui fianchi.
120
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Nonostante le ridotte dimensioni e lo stato di conservazione l’esemplare può essere rife¬
rito a libertus Gemm., sulla base delle attribuzioni di altri Autori, quali Monestier (1934) e
Fantini Sestini (1962). Abbiamo d’altra parte escluso un possibile accostamento a stella Sow.,
che presenta diverso aspetto generale e solchi radiali ad andamento più teso. L’esemplare non
permette di aggiungere altre osservazioni a quelle già espresse da uno di noi (Cantaluppi 1966
e 1967) in precedenti lavori.
Distribuzione: Lias inf. (?) (M. Cetona); Pliensbachiano inf. (Alto Atlante marocchino); Lias
medio (Lombardia - Appennino - M. Cetona - M. Calvi - La Spezia - Galati - Ballino -
Alpi Bavaresi - Schafberg); Lias superiore (?) - (Appennino centrale); Domeriano (Bre¬
scia - Brianza - Breggia - Arzo - Taormina - Medio Atlante marocchino); Domeriano
inferiore (Molvina - M. Domaro); Domeriano inferiore, sottozone «b» e «c» (Avey-
ron); Domeriano livelli C-D (Val Ceppelline).
Meneghiniceras lariense (Mgh.)
(Tav. XVIII : fig. 6 a, b)
non - Rhacophyllites lariensis Gemm. - Fucini A.: Appennino (1899), p. 153, t. XX, f. 2.
Meneghiniceras lariense (Mgh.) - Lepori B.: Lombardia (1941); p. 82, t. XIII f. 4-6 (cum syn. ex parte).
Un unico esemplare frammentario, di medie dimensioni è caratterizzato da conchiglia a
giri piuttosto spessi, con ventre largo ed arrotondato. L’ornamentazione, visibile solo nella
porzione terminale, è costituita da coste un po’ irregolari, alquanto evanescenti nei due terzi
interni, ben marcate nella porzione ventrale dove sembrano determinare delle protuberanze al¬
lineate nel senso dell’accrescimento.
Malgrado il cattivo stato di conservazione che non permette di distinguere i caratteri
ornamentali del ventre, abbiamo potuto escludere il riferimento a libertus Gemm. che presenta
sezione decisamente più compressa e ornamentazione complessivamente più evidente e meno
irregolare.
L’accostamento a lariense Mgh. è giustificato dalla buona corrispondenza di tutti i ca¬
ratteri morfologici, anche se qualche riserva può essere avanzata sulla presenza delle « cresto-
line » ventrali tipiche di questa specie.
Il nostro materiale non permette ulteriori considerazioni sistematiche: per ora, rite¬
niamo comunque che le varietà ammesse dagli Autori precedenti (Meneghini, 1867-81, Bona-
relli 1899, Lepori 1941, Venzo 1952) rientrino tutte nell’ambito di variabilità della specie, ad
eccezione di « lariensis Mgh. var. costicillata Fucini » (1899), che pensiamo accordarsi meglio
con eximium Hauer; le notevoli analogie con questa specie erano d’altra parte, già state im¬
plicitamente ammesse dallo stesso Fucini.
Distribuzione : Lias medio (Lombardia - Suello - Appennino - M. Cetona - M. Calvi - M. Cucco
- Rossano Calabro - Sicilia - Andalusia - Hallstatt - Schafberg); Domeriano superiore
(Alpe Turati).
Lytoceras cf. fimbriatum (Sow.)
(Tav. XVIII : fig. 7a,b)
Lytoceras cf. fimbriatum Sow. - Monestier J.: Aveyron (1934), p. 24, t. II, f. 9 {cum syn.).
Lytoceras fimbriatum Sow. - Termier M.: Maroc (1936); var. A e B, p. 1273-74, t. XX, f. 2-4, t. XXI, f. 1
(non var. C e D).
Un frammento di camera d’abitazione di un grosso esemplare mostra sezione subcirco¬
lare e coste radiali, numerose, sottili, appena convesse verso l’apertura, a cui si intercalano,
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
121
con una certa regolarità, coste più larghe e posteriormente fimbriate. L’ornamentazione inte¬
ressa anche il ventre che appare largo e convesso.
L’esemplare, pur nella sua incompletezza, ci sembra riferibile a fimbriatum Sow., spe¬
cie intesa dagli Autori in senso molto comprensivo, soprattutto per i caratteri ornamentali.
In particolare Termier (1936) ha raggruppato nell’ambito della specie ben quattro va¬
rietà, di cui, a nostro avviso, solo due (var. A e var. B) rientrano senz’altro nella sinonimia
proposta ; la var. C e la var. D per presentare una tipica ornamentazione a « graticcio » si
accostano assai meglio a cornucopiae Y. e B.
Distribuzione: Lias medio (Inghilterra - Giura Svevo - Bacino del Rodano); Domeriano (M.
Albenza? - Medio Atlante marocchino); Domeriano inferiore (Aveyron).
Pleuroceras solare (Phil.)
(Tav. XVIII : fig. 8 a, b)
Amaltheus spinatum Brug. - Fucini A.: Appennino (1899), p. 145, t. I, f. 1.
Pleuroceras spinatum (Brug.) var. nudum (Quen.) - Fantini N. e Paganoni C.: M. Albenza (1953), p. 80,
t. VII, f. 6.
Pleuroceras solare (Phil.) - Howarth M. K.: Britain (1958), p. 28, t. V, f. 1-7, ft. 15-17 ( cum syn.).
0
Un piccolo esemplare frammentario presenta accrescimento rapido, ombelico ristretto,
fianchi debolmente convessi e ventre carenato tabulato che determinano una sezione subrettan¬
golare più alta che larga. Le coste, radiali, costipate e più sottili al margine periombelicale,
appaiono più distanziate e robuste verso il ventre che ne è parzialmente interessato; esse por-
tono un piccolo tubercolo sul terzo esterno del loro decorso.
Per questi suoi caratteri riteniamo di poter riferire l’esemplare in istudio a solare
Phill. ed in particolare all’espressione tipica della specie così come risulta dalla recente revi¬
sione di Howarth (1958). Tale Autore, accanto alle forme tipiche, riconosceva anche due va¬
rietà sul cui significato sistematico non ci sentiamo, in base al nostro materiale, di prendere
nessuna posizione. Nella sinonimia da noi proposta figurano anche esemplari non considerati
da Howarth, ma che a nostro avviso (v. anche Cantaluppi 1967, pag. 22) rientrano pienamente
in solare Phill., pur essendo stati in precedenza attribuiti a spinatum Brug.
Distribuzione: Lias medio (Appennino centrale); Domeriano (Alpe Turati - M. Albenza);
Domeriano superiore (Inghilterra).
Arieticeras bertrandi (Kil.)
(Tav. XVIII: fig. 9 a, b)
Arieticeras bertrandi (Kil.) - Cantaluppi G.: Val Ceppelline (1967), p. 23, t. II, f. 2-4 ( cum syn.).
Riferiamo a bertrandi Kil. nella sua espressione tipica un esemplare che presenta om¬
belico medio, con giri ad accrescimento piuttosto rapido e fianchi piani percorsi da coste
molto salienti, diritte, e proiettate verso il ventre largo e munito di una forte carena sifonale
bordata da solchi.
La nostra attribuzione e l’accostamento in particolare all’espressione tipica si avvale
di quanto affermato da Cantaluppi (1967) che ha cercato di delineare, anche su base bibliogra¬
fica, il campo di variabilità della specie, in cui riconosce, accanto a forme corrispondenti a
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
1 22
quella in istudio, termini che da esse più o meno si discostano per caratteri dell’ornamenta¬
zione o dell’accrescimento.
Distribuzione: Lias viedio (Appennino centrale - Ballino - Schafberg); Domeriano (Suello -
Taormina - Breggia - Giura Svevo); Domeriano inferiore (M. Domaro); Domeriano su¬
periore (Alpe Turati); Domeriano inferiore, sottozona «c» (Aveyron); Domeriano,
livello E (Val Ceppelline).
Arieticeras reynesianum (Fuc.)
(Tav. XVIII: fig. 10 a, b)
Arieticeras Reynesianum Fuc. - Fucini A.: Taormina (1929-30), p. 105, t. VII, f. 24-26 {cum syn.).
Arieticeras ruthenense Reyn. var. typique = reynesianum Fuc. - Monestier J.: Aveyron (1934), p. 59 {pars),
t. Vili, f. 12 e 19.
Un piccolo esemplare ad accrescimento medio, presenta sezione subquadrangolare a ven¬
tre piuttosto largo interessato da una carena sifonale bordata da due solchi poco incisi ma ben
evidenti, e ornamentazione data da coste assai fitte che compaiono abbastanza precocemente.
In base a queste particolarità abbiamo riferito l’esemplare a reynesianum Fuc., di cui
confermiamo la validità già prospettata da uno di noi, insistendo nel ritenere come caratteri
differenziali della specie di Fucini rispetto a ruthenense Reyn. (in cui Monestier 1934,
comprende anche la forma in esame) l’aspetto della sezione, del ventre e dell’ornamentazione
(Cantaluppi 1967, pag. 27). D’altra parte, proprio sulla base di questa somma di caratteri ci
è parso possibile escludere il riferimento ad a Igovianum Opp. (con sezione più compressa e
priva di veri solchi) e a domar ense Mgh. (con coste diverse e a comparsa più tardiva), specie
che, nel complesso, pur presentano analogie con quella studiata.
Distribuzione: Lias medio (Appennino centrale); Domeriano (Taormina); Domeriano infe¬
riore, sottozona « c » (Aveyron).
Lioceratoides serotinum (Bett.)
(Tav. XVIII: fig. 11 a, b)
Harpoceras serotinum Bett. - Haas O.: Ballino (1913), p. 106, t. V, f. 2, 3 (non f. 5 e 6).
Praeleioceras serotinum Bett. - Fucini A.: Taormina (1923-28), p. 71, t. XIII, f. 11-14, ( cum syn. ex parte).
Praeleioceras Araclasi n. sp. - Fucini A.: Taormina (1923-28), p. 71, t. XIV, f. 1-5.
Praeleioceras Haasianum n. sp. - Fucini A.: Taormina (1929-30), p. 96, t. VI, f. 6 e 7.
L’esemplare, in buono stato di conservazione, presenta accrescimento rapido, ombelico
stretto a pareti verticali, giri assai compressi con fianchi debolmente convessi e ventre relati¬
vamente largo con carena bordata da aree tabulari inclinate. Le coste sono visibili solo nello
ultimo quarto di spira e appaiono flessuose, appiattite, di salienza irregolare, evanescenti
verso la zona ombelicale, e spesso sdoppiate esternamente.
La specie serotinum Bett. a cui riferiamo l’esemplare in istudio è stata ripresa parti¬
colarmente da Fucini (1908, 1928) e da Haas (1913): il primo ne ha dato un’interpretazione
eccessivamente restrittiva, istituendo accanto a questa altre entità specifiche, in cui faceva
rientrare i diversi campioni da Haas riferiti senz’altro a serotinum Bett. Gli esemplari con¬
siderati da quest’ultimo Autore e da noi riportati in sinonimia, ci sembrano, invece, raggrup¬
pabili in un’ unica entità rappresentando di questa variazioni morfologiche riferibili a diversi
stadi di sviluppo.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO (PREALPI PIEMONTESI)
123
Per gli esemplari delle figure 5 e 6 della tavola V di Haas (1913), esclusi dalla nostra
sinonimia, perchè più decisamente differenziati, ci limitiamo ad avanzare qui 1’ ipotesi di una
loro possibile collocazione in altra entità sistematica.
Anche per gli esemplari studiati da Fucini e ascritti ad haasianum Fuc. ed aradasi
Fuc. proponiamo l’equivalenza con serotinum Bett. Questa nostra affermazione è giustificata
dagli esemplari di Taormina (Fucini 1928, 1929) e dalla incompletezza della documentazione
iconografica, in conformità anche a quanto suggerito dai criteri sistematici della moderna Pa¬
leontologia.
Anche intesa in questo senso più ampio, la specie di Bettoni resta pur sempre differen¬
ziata, a nostro avviso, da kufsteini Mgh. che presenta sezione più decisamente lanceolata e
forse ornamentazione diversamente marcata.
Distribuzione: Lias medio (Appennino - Ballino); Domeriano (Taormina).
Protogrammoceras kurrianum (Opp.)
(Tav. XVIII: fig. 12 a, b)
? - Protogrammoceras bettonii n. sp. - Fucini A.: Taormina (1921), p. 17, t. Ili, f. 9-11 (cum syn.).
Protogrammoceras aequiondulatum Bett. - Fucini A. . Taormina (1921), p. 19, t. Ili, f. 12, 13 (cum syn.).
Protogrammoceras kurrianum Opp. - Fucini A.: Taormina (1921), p. 19, t. IV; f. 7 (cum syn.).
Polyplectus kurrianus Opp. - Monestier J.: Aveyron (1934), p. 90 (pars), t. V, f. 23 (non f. 12); t. X, f. 1
(non f. 17); t. XI, f. 3 e 22.
Un unico esemplare frammentario mostra accrescimento piuttosto rapido, dato da giri
a fianchi piani subparalleli, convessi solo verso il ventre non molto ristretto e regolarmente con¬
vergente in una bassa carena. Le coste sono numerose, piuttosto larghe, sigmoidali e a declivio
anteriore ben sviluppato.
A proposito di Protogrammoceras (?) meneghina (Bon.), Cantaluppi (1967) si è diffu¬
samente occupato della differenziazione di questa specie da kurrianum Opp., per cui ha indi¬
cato un possibile ambito di variabilità. Sulla base di questo nuovo materiale restano confer¬
mate le idee espresse dall’Autore sia a proposito della specie di Bonarelli sia a proposito di
kurrianum Opp. : il nostro esemplare rientra pienamente nei limiti voluti da Cantaluppi per
la specie di Oppel per cui siamo in grado qui di compilare una sinonimia che, differenziandosi
da quella proposta da Monestier (1934) rispecchia la definizione da noi ammessa di kurria¬
num Opp.. Gli esemplari di quest’ultimo Autore da noi esclusi e la specie percostatum Fucini
(1908), secondo il nostro modo di vedere, meglio rientrano in meneghina Bon., differenzian¬
dosi kurrianum Opp. da quest’ultima specie per avere coste meno numerose, più larghe e inter¬
namente più mosse, e soprattutto sezione più tozza e più decisamente allargata al ventre.
Distribuzione: Lias medio (Bresciano - Germania) ; Domeriano (Taormina); Domeriano infe¬
riore, sottozona « b » o « c » (Aveyron).
Cenoceras sp.
(Tav. XVIII : fig. 13)
Riferiamo al genere Cenoceras alcuni esemplari troppo frammentari per permettere una
verosimile attribuzione specifica. Sulla base dei pochi ed incerti caratteri rilevabili possiamo
soltanto indicare qualche analogia con Cenoceras brancoi Gemm. e Cenoceras ornatura Fd.
e Ck.
124
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPt
Ausseites sp.
(Tav. XVIII: fig. 14)
Un fragmocono mal conservato, costituito da sei logge a sezione subcircolare, mostra
angolo di convergenza piuttosto basso.
L’incompletezza del pezzo e l’ impossibilità di riconoscere altri caratteri ci fa astenere
da un’attribuzione specifica anche se l’altezza delle logge e il basso angolo di convergenza ne
fanno intravvedere un possibile accostamento a Ausseites italicus (MlCH.).
ECHINODERMATA
Nella fauna in istudio appaiono con grande abbondanza frammenti di steli o articoli
isolati di crinoidi e radioli di echinidi, per i quali non risulta possibile, però, la determinazione
specifica.
Rifacendosi alle affermazioni di De Loriol (1877-78), uno di noi (Sacchi Vialli 1964)
ha già avuto occasione di discutere sulle difficoltà connesse con la determinazione degli steli
di crinoide: sulla scorta di queste osservazioni abbiamo comunque riconosciuto, per la forma
stellare e l’aspetto petaloide della superficie articolare, articoli di Pentacrinus sp.
Per numerosi altri resti rimane incerta anche la determinazione generica non avendo
caratteri sufficienti per il riferimento a Millericrinus D’Orb. piuttosto che ad Apiocrinus
Mill.
Anche per i radioli di echinide, che ci sembrano sicuramente riferibili per dimensioni,
forma e ornamentazione a Rhabdocidaris Desor., ci asteniamo dalla determinazione specifica.
Riassunto
Gli Autori hanno studiato una ricca fauna raccolta di recente nella classica località di Gozzano e pro¬
veniente da tre affioramenti così ordinati da Nord a Sud: la «piccola cava», la «grande cava» e il «colle
della Parrocchiale ». Essa risulta composta da 66 specie, di cui 41 di brachiopodi, 14 di lamellibranchi, 2 di
gasteropodi e 9 di ammoniti.
Secondo gli elementi discussi, vengono distinte nel complesso della fauna due associazioni di differente
età: la prima, costituita soprattutto da lamellibranchi, gasteropodi e, subordinatamente, da echinodermi (in
particolare crinoidi) è riferibile al Sinemuriano, se pur con qualche eccezione, che potrebbe far pensare a una
estensione anche alla parte inferiore del Lias medio (Carixiano).
La seconda associazione, comprendente tutti i brachiopodi, i cefalopodi, un esiguo numero di echino-
dermi (in particolare echinidi) e resti indeterminabili d’ gasteropodi, viene riferita al Domeriano.
Inoltre, la maggior frequenza, fra le rinchonelle, di specie caratteristiche della parte media e superiore
di questo sottopiano e la mancanza fra le ammoniti di forme esclusive della parte biù bassa di quest’ultimo,
porterebbero ad ammettere che siano a Gozzano rappresentate solo la parte media e superiore del Domeriano.
In base alla provenienza dei fossili, esposta in dettaglio nel capitolo « Generalità sulla zona in istudio »,
si sarebbe propensi ad assegnare, quindi, al tipo litologico della seconda cava considerata (la più grande)
l’età dell’associazione a lamellibranchi prevalenti, e cioè sinemuriana e carixiana (?); mentre l’altra cava e la
sommità del colle della Parrocchiale, con l’associazione a brachiopodi prevalenti, sarebbero di età domeriana
medio-superiore. In particolare, il ritrovamento proprio nella parte più alta dell’ultima località citata (som¬
mità del colle), di Pleuroceras solare (Phil), e di alcune specie di rinchonelle che sono ritenuti tipici del Dome¬
riano superiore, inducono ad assegnarle questa più restrittiva posizione cronologica.
L’età carixiana ammessa da Parona per tutta la formazione risulta pertanto solo parzialmente confer¬
mata da queste osservazioni, in quanto, la fauna nel suo complesso si estende dall’ inizio del Sinemuriano
alla fine del Domeriano, seppur con qualche interruzione, che gli Autori non si sentono di interpretare poiché
i fossili di età diversa derivano da affioramenti geograficamente separati.
1 NUOVI FOSSILI DI GOZZANO ( PREALPI PIEMONTESI)
1 2Ò
Summary
The Authors have studied a reach fauna recently collected in thè well known locality of Gozzano
(Piedmont, northern Italy), and coming from three auterops so classified from North to South: thè «piccola
cava» (small quarry), thè «grande cava» (big quarry) and thè «colle (hill) della Parrocchiale». It consists
of sixty six species, of which forty-one Brachyopoda, fourteen Lamellibranchiata, two Gasteropoda and nine
Ammonoidaea.
According to thè elements which has been discussed, two associations of different ages are distinguished
from thè whole of thè fauna: thè former, constituted by Lamellibranchiata, Gasteropoda and, subordinately, by
E chinodermata (in particular Crinoidea) is referable to thè Sinemurian, even if with some exceptions, an
estension also to thè lower part of thè middle Lias (Carixian) might exist.
The later, containing all thè Brachyopoda, Cephalopoda, a small number of E chinodermata (particu-
larly Echinoidea) and not classified remains of Gasteropoda, is referred to thè Domerian stage.
Furthermore, thè mayor frequence, among thè Rhynchonellida of thè typical species of thè middle
and higher part of this substage and owing to thè lacking among thè ammonites of exclusive species of thè
lower part of it, might prove that only thè middle and upper part of Domerian are represented at Gozzano.
On thè basis of thè provenance of fossils, explained in full details in thè chapter « Generals on thè
studied area », thè Authors are then inclined to attribute thè lithofacies of thè second quarry, here considered
(thè biggest) thè age of thè association of prevailing Lamellibranchiata, that is Sinemurian and Carixian;
whereas thè other quarry and thè top of thè Parrocchiale’s hill, with thè association of prevailing Brachio-
poda, could belong to thè middle-upper Domerian. Particularly, thè discovery just in thè highest partof thè last
mentioned locality i.e. (thè top of thè hill), of Pleuroceras solare (Phil.) and of some species of Rhynchonel¬
lida, which are regarded as typical species of thè upper Domerian, induces to give it this more restrictive chro-
nological significance.
The Carixian age, recognized by Parona for thè formation at whole, results then only partially con-
firmed by these observations, since, thè fauna in its whole extends from thè basis of Sinemurian to thè top of
Domerian, with some interruptions though, for which thè Authors are not able to give an explanation, as thè
fossils of different ages come from auterops geographically separated.
BIBLIOGRAFIA
Ager D. V., 1955 - The Geological Distribution of Brachiopods in thè British Middle Lias - Quart. Journ.
Geol. Soc. London, voi. CXII, P. 2, pp. 157-187, London.
Ager D. V., 1956 - The liassic Rhynchonellidae - Part. I - Pai. Soc., voi. CX, pp. I-XXVI, 1-50, tt. I-IV, London.
Ager D. V., 1958 - The British liassic Rhynchonellidae - Part. II - Pai. Soc., voi. CXII, pp. 51-84, tt. V-VII,
London.
Azzaroli A., Cita M. B., 1962 - Geologia stratigrafica - voi. II, pp. 1-353, Milano.
Bertuletti C., 1962 - Studi paleontologici sul Lias del Monte Albenza (Bergamo). I Lamellibranchi dell’Het-
tangiano - Riv. It. Pai., voi. LXVIII, n. 2, pp. 169-192, tt. XII-XIII, Milano.
Bettoni A., 1900 - Fossili domeriani della provincia di Brescia - Mém. Soc. Pai. Suisse, voi. XXVII, 88 pp.,
9 tt., Genève.
Bonarelli G., 1899 - Le Ammoniti del « Rosso Ammonitico » - Boll. Soc. Malacol. Ital., voi. XX, pp. 198-219,
Modena.
Bose E., 1892 - Die Fauna der liasischen Brachiopodenschichten bei Hindelang (Algàu) - Jahrb. k. k. geol.
Reichsanst., voi. XLII, pp. 627-650, tt. XIV-XV, Vienna.
Bòse E., 1897 - Die mittelliasische Brachiopodenfauna der ostlichen Nordalpen - Palaeontographìca, voi. 44,
pp. 145-236, 6 tt., Stuttgart.
Canavari M., 1880 - I Brachiopodi degli strati a Terebrotula aspasia MGH. nell’Appennino centrale - Meni.
R. Acc. Lincei, voi. Vili, 34 pp., 4 tt., Roma.
Canavari M., 1881 - Alcuni nuovi Brachiopodi degli strati a Tenebratala aspasia MGH. nell’Appennino
centrale - Atti Soc. Tose. Se. Nat., Mem. V, pp. 177-188, t. IX, Pisa.
Canavari M., 1884 - Contribuzione III alla conoscenza Brachiopodi degli strati a T erebratula aspasia MGH.
nell’Appennino centrale - Atti Soc. Tose. Se. Nat. Mem. VI, pp. 70-110, tt. IX-XI, Pisa.
Cantaluppi G., 1966 - Fossili sinemuriani e domeriani nel « Corso bianco » ad Est di Brescia - Atti Ist. Geol.
Univ. Pavia, voi. XVII, pp. 103-120, 2 tt., Pavia.
Cantaluppi G., 1967 - Le ammoniti domeriane della Val Ceppelline (Suello - Prealpi lombarde) - Atti Ist. Geol.
Univ. Pavia, voi. XVIII, pp. 1-48, 5 tt., 1 f., Pavia,
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
126
Chapuis M. F., Dewalque M. G., 1853 - Description des fossiles des terrains secondaires de la province de
Luxembourg - 303 pp., 38 tt., Bruxelles.
Charles R. P. et Maubeuge P. L., 1951 - Les Liogryphées du Jurassique inférieur de l’Est du Bassin
Parisien - Bull. Soc. Géol. France, 5me s., voi. XXI, pp. 333-350, 4 tt., Paris.
Dal Piaz G., 1906 - Sulla fauna Massica delle tranze di Sospirolo - Mém. Soc. Pai. Suisse, voi. XXXIII, P. I,
pp. 1-64, 3 tt., Ginevra.
Davidson Th., 1851-1852 - A monograph of thè British Fossil Brachiopoda. voi. I, P. Ili: The oolitic and
liassic Brachiopoda - Pai. Soc., pp. 1-64, tt. I-XIII (1851); pp. 65-100, tt. XIV-XVIII (1852), London.
Davidson Th., 1876-1878 - A Monograph of thè British fossil Brachiopoda. Supplement to thè British jurassic
and triassic Brachiopoda - Pai. Soc., voi. IV, pp. 73-241, 21 tt., London.
Df.CHASEAUX C., 1934 - Principales espèces de Liogryphées liasiques - Bull. Soc. Géol. France, ser. 5, voi. 4,
pp. 201-212, tt. C-E, Paris.
Dechaseaux C., 1936 - Pectinidés jurassiques de l’Est du Bassin de Paris. Révision et biogéographie - Ann.
de Paléont., voi. XXV, 148 pp., 10 tt., Paris.
Dechaseaux C., 1936 - Limidés jurassiques de l’Est du Bassin de Paris - Mém. Mus. Roy. Hist. Nat. Belgique,
ser. 2, f. 8, 58 pp., 3 tt., Bruxelles.
Deslongchamps-Eudes E., 1863-1887 - Études critiques sur des Brachiopodes nouveaux ou peu connus - Bull.
Soc. Linn. Normandie, voi. VII, pp. 248-297, tt. I-VIII (1863); voi. Vili, pp. 249-286, tt. IX-XII (1864);
(3) Vili, pp. 161-350, tt. I-XIV (1884); (3) X, pp. 31-158, tt. XXVII-XXVIII (1887), Parigi.
De Toni A., 1915 - La fauna Massica di Vedana (Belluno) - Mém. Soc. Pai. Suisse, voi. XXXVII, P. I, pp. 1-29,
1 t., Ginevra.
Di Stefano G., 1891 - Il Lias medio del M. S. Giuliano (Erice) presso Trapani - Atti Acc. Gioenia Se. Nat.,
voi. Ili, serv. IV, 150 pp., 4 tt., Catania.
Dumortier E., 1864-74 - Etudes paléontologiques sur le? dépòts jurassiques du Bassin du Rhòne: I (1864)
Infra-Lias, 187 pp., 30 tt. ; II (1867) Lias-inférieur, 252 pp., 50 tt. ; III (1869) Lias moyen, 348 pp.,
45 tt. ; IV (1874), Lias supérieur, 335 pp., 62 tt., Paris.
Fantini Sestini N., 1962 - Contributo allo studio delle Ammoniti del Domeriano di Monte Domaro (Brescia) -
Riv. It. Pai. Strat., voi. LXVIII, pp. 485-550, 4 tt., Milano.
Fantini N., Paganoni C., 1953 - Studi paleontologici sul Lias del Monte Albenza. Ammoniti del Lotharin-
giano e del Domeriano - Riv. It. Pai. Strat., voi. LIX, n. 2, 24 pp., tt. VI-VII, Milano.
Fucini A., 1892 - Molluschi e Brachiopodi del Lias inferiore di Longobucco (Cosenza) - Bull. Soc. Malac.
Ital., voi. XVI, pp. 9-64, 3 tt., Modena.
Fucini A., 1896 - Fauna del Lias medio del Monte Calvi presso Canapiglia Marittima - Palaeont. Ital., voi.
II, pp. 203-250, 2 tt., Pisa.
Fucini A., 1899-1900 - Ammoniti del Lias medio dell’Appennino centrale esistenti nel Museo di Pisa - Pa¬
laeont. Ital., voi. V, 42 pp., 6 tt. ; voi. VI, 61 pp., 7 tt., Pisa.
Fucini A., 1908 - Synopsis delle Ammoniti del Medolo - Atti Soc. Tose. Se. Nat., voi. XXVIII, 102 pp., 3 tt.,
Pisa.
Fucini A., 1920-35 - Fossili domeriani dei dintorni di Taormina - Palaeont. Ital., voi. XXVI, 42 pp., 4 tt. ;
voi. XXVII, 21 pp., 4 tt.; voi. XXIX-XXX, 37 pp., 12 tt.; voi. XXXI, 57 pp., 17 tt.; voi. XXXV, 15 pp.,
4 tt., Pisa.
Gastaldi B., 1871-74 - Studi geologici sulle Alpi occidentali - Mem. R. Com. Geol. Italia, voi. 1(1871), pp. 1-76;
voi. II (1874), P. II, pp. 1-59, Firenze.
Gerlach H., 1870 - Die penninischen Alpen - Nuov. Mem. Soc. Hclvet. Se. Nat., voi. XXIII, pp. 1-132, Basel.
Geyer G., 1889 - tìber die liasischen Brachiopoden des Hierlatz bei Halstatt - Abhandl. k. k. geol. Reichsanst.,
voi. XV, pp. 1-88, tt. I-IX, Vienna.
Haas O., 1912-1913 - Die Fauna des mittleren Lias von Ballino in Siidtirol - Beitr. z. Paldont. Geol. Ósterreich.,
Ungarns u. des Orients, voi. XXV ; voi. XXVI, pp. 1-161, tt. I-VII, Wien.
Haas H. J., Petri C., 1882 - Die Brachiopoden des Juraformation von Elsass-Lothringen - Abh. Geol. Spe-
zialk. Els.-Lothr., voi. II, pp. I-XIV, 161-320, Atlas 18 tt, Strasburgo.
Howarth M. K., 1958 - A Monograph of thè Ammonites of thè liassic family Amaltheidae in Britain - Pai.
Soc., voi. CXI, XVI + 26 pp., 4 tt.; voi. CXII, pp. XV-XXXVII + 27-53, 5 tt., London.
Jarre P., 1962 - Révision du genre Pygope - Trav. Lab. Géol. Fac. Se. Grenoble, voi. 38, pp. 23-120, Grenoble.
Joly H., 1936 - Les fossiles du Jurassique de la Belgique. II p.: Lias inférieur - Mém. Mus. R. Hist. Nat.
Belg., n° 79, 244 pp., 3 tt., Bruxelles.
Lepori B., 1941 - Revisione delle Ammoniti del Lias della Lombardia occidentale - Palaeont. Ital., voi. XL,
p. 77-90, 1 t., Pisa.
Loriol (De) P., 1876-78 - Monographie des Crino'ides fossiles de la Suisse - Mém. Soc. Pai. Suisse, voli. III-V,
200 pp., 23 tt., Basel.
Maugeri Patane’ G., 1924 - Il Lias di Grotte presso S. Teresa in Riva - Mem. Geo-Pai., pp. 1-79, 3 tt., Catania.
I NUOVI FOSSILI DI GOZZANO ( PREALPI PIEMONTESI)
127
Meneghini J., 1867-81 - Monographie des fossiles du calcaire rouge ammonitique (Lias supérieur) de Lom¬
bardie et de l’Apennin centrai. In: Stoppani A.: Paléontologie lombarde. (4), 242 pp., 31 tt., Milano.
Monestier J., 1934 - Ammonites du Domérien de la région SE de l’Aveyron et de quelques régions de la Lo-
zère à l’exclusion des Amalthéidés - Mém. Soc. Géol. France, voi. X, N. S., f. 3, Mém. 23, 102 pp., 11 tt.,
Paris.
Muir-Wood H. M., 1955 - A history of thè classification of thè phylum Brachiopoda. 124 pp., 12 text ff.,
London.
Oppel A., 1861 - Ueber die Brachiopoden des unterern Lias - Zeitschr. d. deutsch. geol. Gesellsch., voi. XIII,
pp. 529-550, tt. X-XIII, Berlino.
Pareto L., 1858-59 - Sur les terrains du pied des Alpes dans les environs du Lac Mayeur et du Lac de Lu¬
gano - Bull. Soc. Géol. France, ser. 2", t. XVI, pp. 79-97, Paris.
Parona C. F., 1880 - Il calcare liassico di Gozzano e i suoi fossili - Atti R. Acc. Lincei (3), Mem. CI. Se. Fis.
Mat. Nat., voi. Vili, pp. 187-216, tt. I-III, Roma.
Parona C. F., 1884 - Sopra alcuni fossili del Lias inferiore di Carenno, Nese ed Adrara nelle Prealpi Berga¬
masche - Atti Soc. It. Se. Nat., voi. 27, pp. 1-12, t. XI, Milano.
Parona C. F., 1892 - Revisione della fauna Massica di Gozzano in Piemonte - Mem. R. Acc. Se. Torino, ser. 2",
voi. 43, pp. 1-59, tt. I-II, Torino.
Quenstedt F., 1858 - Der Jura - 842 pp., 100 tt., Tùbingen.
Rollier L., 1914-15 - Fossiles nouveaux ou peu connus des terrains secondaires (mésozoiques) du Jura et
des contrées environnantes. 4me p. - Mém. Soc. Pai. Suisse, voi. XL, pp. 321-440, 8 tt., Basel.
Rothpletz A., 1886 - Geologisch-palaentologische Monographie der Vilser Alpen, mit besonderer Beriicksich-
tigung der Brachiopoden-Systematik - P alaeontographica, voi. XXXIII, 180 pp., tt. I-XVII, Stuttgart.
Sacchi Vialli G., 1963 - Revisione della fauna di Saltrio. IV: I Lamellibranchi - Atti Ist. Geol. Univ. Pavia,
voi. XIV, pp. 1-15, 1 t., Pavia.
Sacchi Vialli G., 1964 - Revisione della fauna di Saltrio. V: I Gasteropodi. I Cefalopodi dibranchiati. I
Briozoi. I Brachiopodi. Gli echinodermi. I Vertebrati - Atti Ist. Geol. Univ. Pavia, voi. XV, pp. 1-22,
3 tt., Pavia.
Sismonda A., 1840 - Osservazioni mineralogiche e geologiche per servire alla formazione della Carta Geolo¬
gica del Piemonte - Mem. R. Acc. Se., ser. 2", voi. II, pp. 1-40, 2 tt., Torino.
Termier M., 1936 - Études géologiques sur le Maroc centrai et le Moyen-Atlas septentrional - Notes et Mém.
Serv. Géol. Maroc, voi. Ili, n. 33, pp. 1269-1294, tt. XX-XXIII, Rabat.
Terquem M. O., 1855 - Paléontologie de l’étage inférieur de la formation liasique de la province de Luxem-
bourg, Grand-Duché (Holland) et de Hettange, du département de la Moselle - Mém. Soc. Géol. France,
2m' ser., mém. 3, pp. 219-343, tt. XII-XXVI, Paris.
Terquem M. O. et Piette E., 1865 - Le Lias inférieur de l’Est de la France comprenant la Meurthe, la Mo¬
selle, le Grand-Duché de Luxembourg, la Belgi que et la Meuse - Mém. Soc. Géol. France, 2,ne s., voi. 8,
mém. 1, pp. 1-175, tt. I-XVIII, Paris.
Troedsson G., 1951 - On thè Hoganàs Series of Sweden (Rhaeto-Lias) - Minerai. Och. Palcont. Geol. Inst.,
n. 7, pp. 1-269, tt. I-XXIV, Lund.
Venzo S., 1952 - Nuove faune ad Ammoniti del Domeriano-Aleniano dell’Alpe Turati e dintorni! Alta Brianza).
La successione stratigrafica - Atti Soc. Ital. Se. Nat., voi. XCI, pp. 95-123, 2 tt., Milano.
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XI
Fig. 1 a, b, c — Cirpa franto (Quen.) briseis (Gemm.), . pag. 73
Fig. 2 a, b, c — Cirpa fronto (Quen.) briseis (Gemm.) . » 73
Fig. 3 a, b, c — Cirpa fronto (Quen.) briseis (Gemm.), . » 73
Fig. 4 a, b, c — Cirpa lungi Ager, . » 75
Fig. 5 a, b, c — Prionorhynchia flabellum (Mgh.), . » 75
Fig. 6 a, b, c — Prionorhynchia flabellum (Mgh.), . » 75
Fig. 7 a, b, c — Prionorhynchia latifrons (Stur.) . » 76
Fig. 8 a, b, c — Prionorhynchia latifrons (Stur.), . » 76
Fig. 9 a, b, c — Prionorhynchia undata (Par.), . » 80
Fig. 10 a, b, c — Prionorhynchia undata (Par.) . » 80
Fig. Ila, b, c — Prionorhynchia quinqueplicata (Ziet.), . » 78
Fig. 12 a, b, c — Prionorhynchia quinqueplicata (Ziet.) . » 78
Fig. 13 a, b, c — Prionorhynchia quinqueplicata (Ziet.) morfotipo espanso, » 78
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fase. Il - Tav. XI
10a
Ile
1 2a
1 2c
12b
1 3b
lOb
lOc
1 3a
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XII
Fig. la, b, c — Prionorhynchia aff. latifrons (Stur.), . pag. 77
Fig. 2 a, b, c — Prionorhynchia serrata (Sow.) . » 79
Fig. 3 a, b, c — Prionorhynchia serrata ( Sow.), . » 79
Fig. 4a,b,c — Prionorhynchia serrata (Sow.) morfotipo lobato, ... » 80
Fig. 5 a, b, c — Pseudogibbirhynchia sordellii (Par.), . » 81
Fig. 6 a, b, c — Pseudogibbirhynchia sordellii (Par.) . » 81
Fig. 7 a,b,c — Stolmorhynchia bulga (Par.) . » 82
Fig. 8 a, b, c — Stolmorhynchia bulga (Par.) . » 82
Fig. 9 a, b, c — T etrarhynchia dumbletonensis (Dav.), . » 83
Fig. 10 a, b, c — Gibbirhynchia (?) crassimedia (Buck.), . » 85
Fig. Ila, b, c — Gibbirhynchia (?) crassimedia (Buck.), . » 85
Fig. 12 a, b, c — Cuneirhynchia dalmasi (Dum.), . » 83
Fig. 13 a, b, c — Cuneirhynchia dalmasi (Dum.), . » 83
Fig. 14 a, b, c — Gibbirhynchia amalthei (Quen.), . » 84
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St.Nat. Milano - Vol.XVI. fasc.ll - Tav. XII
1 3a
1 3b
13c
10a
1 2a
12c
lOb
1 4a
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XIII
Fig. 1 a, b, c — Gibbirhynchia gibbosa Buck., . pag. 86
Fig. 2 a, b, c — Gibbirhynchia gibbosa Buck., . » 86
Fig. 3 a, b, c — Gibbirhynchia muirwoodae Ager, . » 86
Fig. 4a,b, c — Gibbirhynchia muirwooclae Ager, . » 86
Fig. 5 a, b, c — Quadratirhynchia quadrata Buck. italica n. subsp., . . » 87
Fig. 6 a, b, c — Quadratirhynchia quadrata Buck. italica n. subsp.
( SUBSPECIETIPO) . » 87
Fig. 7 a, b, c — Spiriferina ungulata Opp., . » 88
Fig. 8 a, b, c — Spiriferina obtusa Opp. sensu Geyer, . » 89
Fig. 9 a, b, c — Spiriferina rostrata Schl., . » 89
Fig. 10 a, b, c — Spiriferma rostrata Schl., . » 89
Fig. Ila, b, c — Spiriferina rostrata Schl., tipo intermedio, .... » 89
Fig. 12 a, b, c — Spiriferina rostrata Schl. morfotipo alpina . » 90
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fase. Il - Tav. XIII
1 0a
lOb
1 2a
1 2c
lOc
1 1 b
Ila
Ile
SPIEGAZIONE DELLA TAV. XIV
Fig. 1 a, b, c — Orthotoma (?) clarwini (Desl.), . pag.
Fig. 2 a, b, c — Orthotoma (?) heyseana (Dunk.) (x 2), . »
Fig. 3 a, b, c — Lobothyris (?) bimammata (Rothp.), . »
Fig. 4 a, b, c — Lobothyris (?) bimammata (Rothp.), . »
Fig. 5 a, b, c — Lobothyris jauberti (Desl.), . »
Fig. 6 a, b, c — Lobothyris jauberti (Desl.), . »
Fig. 7 a, b, c — Lobothyris paumardi (Desl.) , . »
Fig. 8a,b,c — Lobothyris paumardi (Desl.), . »
Fig. 9 a, b, c — Lobothyris perforata (Piette), . »
Fig. 10 a, b, c — Lobothyris perforata (Piette) . »
Fig. Ila, b, c — Lobothyris sarthacensis (D’Orb.), . »
Fig. 12 a, b, c — Lobothyris sarthacensis (D’Orb.), . »
Fig. 13 a, b, c — Nucleata aspasia (Mgh.) . »
Fig. 14 a, b, c — Nucleata aspasia (Mgh.), . »
Fig. 15 a, b, c — Nucleata aspasia (Mgh.), . »
Fig. 16 a, b, c — Nucleata (?) cf. furlana (Zitt.) . »
Fig. 17 a, b, c — Lobothyris subpunctata (Dav.), . »
Fig. 18 a, b, c — Lobothyris subpunctata (Dav.), . »
90
91
92
92
92
92
93
93
94
94
95
95
100
100
100
101
96
96
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Il - Tav. XIV
10a
1 3c
1 Sa
1 6a
1 6c
1 6b
1 4c
1 8b
1 8a
1 8c
1 3b
14b
17b
1 3a
1 4a
17a
1 7c
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XV
Fig. 1 a, b, c — « T erebratula » gozzanensis Par., . pag. 97
Fig. 2 a, b, c — « T erebratula » gozzanensis Par., . » 97
Fig. 3 a, b, c — « T erebratula » gozzanensis Par., . » 97
Fig. 4 a, b, c — Nucleata rheumatica (Can.), . » 102
Fig. 5 a, b, c — Nucleata rheumatica (Can.), . » 102
Fig. 6 a, b, c — Zeilleria apenninica (Zitt.) ( X 2) . . » 103
Fig. 7 a, b, c — Zeilleria gastaldii (Par.), . » 106
Fig. 8 a, b, c — Zeilleria gastaldii (Par.), . » 106
Fig. 9 a, b, c — Zeilleria gastaldii (Par.) morfotipo cusiana, ...» 106
Fig. 10 a, b, c — Zeilleria mutabilis (Opp.), . » 108
Fig. Ila, b, c — Zeilleria (?) edwardsi (Dav.), . » 104
Fig. 12 a, b, c — Zeilleria engelhardti (Opp.), . » 105
Fig. 13 a, b, c — Zeilleria (?) meneghina (Par.) ( X 2) . » 107
Fig. 14 a, b, c — Zeilleria rothpletzi (Di Stef.), . » 110
Fig. 15 a, b, c — Zeilleria rothpletzi (Di Stef.), . » 110
Fig. 16 a, b, c — Zeilleria (?) indentata (Sow.), . » 107
Fig. 17a,b,c — Zeilleria (?) aff. pyriformis (Suess), ..... » 109
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Memorie Soc.lt. Se. Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fase. Il - Tav. XV
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XVI
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI Memorie Soc. It.Sc. Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Il - Tav. XVI
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XVII
Fig. 1 — Entolium strionatis (Quen.) . pag. 116
Fig. 2 — Entolium strionatis (Quen.), . » 116
Fig. 3 a, b — Lima ( Plagiostoma ) gigantea (Sow.), . » 116
Fig. 4 — Lima ( Plagiostoma ) gigantea (Sow.), . » 116
Fig. 5 — Lima ( Plagiostoma ) cf. punctata (Sow.), . » 117
Fig. 6 — Lima (Ctenostreon) terquemi Joly, . » 117
Fig. 7 — Lima ( Ctenostreon ) terquemi Joly, . » 117
Fig. 8 — Lima ( Ctenostreon ) terquemi Joly, . » 117
Fig. 9 - — Entolium hehli (D’Orb.), . » 115
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fase. Il - Tav. XVII
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XVIII
Fig. 1 a, b — Lìogryphaea ovalis (Ziet.) cristata (Par.) . pag. 117
Fig. 2 — Pleurotomaria (?) obesa (Tq. e Pt.), . » 118
Fig. 3 a, b — Anoptychia clubia (Tq.), . » 119
Fig. 4 a, b — Phylloceras frondosum (Reyn.) . » 119
Fig. 5 a, b — Juraphyllites libertus (Gemm.) ( X 2), . » 119
Fig. 6 a, b — Meneghiniceras lariense (Mgh.), . » 120
Fig. 7 a, b — Lytoceras cf. fimbriatum (Sow.), . » 120
Fig. 8 a, b — Pleuroceras solare (Phil.) ( X 2), . » 121
Fig. 9 a, b — Arieticeras bertrandi (Kil.) . » 121
Fig. 10 a, b — Arieticeras reynesianum (Fuc.) ( X 2) . » 122
Fig. Ila, b — Lioceratoides serotinum (Bett.) . » 122
Fig. 12 a, b — Protogrammoceras kurrianum (Opp.), . » 123
Fig. 13 — Cenoceras sp., . » 123
Fig. 14 — Ausseites sp.,
124
G. SACCHI VIALLI e G. CANTALUPPI
Memorie Soc.lt.Sc.Nat. e Museo Civ.St. Nat. Milano - Vol.XVI, fase. Il - Tav. XVIII
Finito di stampare nel dicembre 1967
con i tipi della
k
Editrice Succ. Fusi - Pavia
-*~w. COMP.
LIBRARY
16 1968
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALUard
E DEL UNIVERSITÀ
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVI - Fase. Ili
BRUNO PIGORINI
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI
DEL MARE ADRIATICO
Con 13 figure, 4 tabelle e 7 tavole fuori testo
Istituto di Mineralogia e Petrografia dell’ Università di Pavia
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
« Comitato per le Scienze Geologiche e Minerarie »
MILANO
1967
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Fase.
»
»
»
»
Fase.
»
»
»
»
»
»
Fase.
»
n>
»
»
VOLUME I.
I - CORNALIA E. : Descrizione di una nuova specie del genere Felis : Felis ja-
cobita (Corn.), 1865, 9 pp., 1 tav.
II - MAGNI-GRIFFI F. : Di una specie d ’ Hippolais nuova per l’ Italia. 1865, 6 pp.,
1 tav.
Ili - GASTALDI B. : Sulla riescavazione dei bacini lacustri per opera degli antichi
ghiacciai. 1865, 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
IV - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologiea dei terreni terziarii del distretto
di Messina. 1865, 88 pp., 8 tavv.
V - GIBELLI G. : Sugli organi riproduttori del genere Verrucaria. 1865, 16 pp.,
1 tav.
VI - BEGGIATO F. S. : Antracoterio di Zovencedo e di Monteviale nel Vicentino.
1865, 10 pp., 1 tav.
VII - COCCHI I. : Di alcuni resti umani e degli oggetti di umana industria dei tempi
preistorici raccolti in Toscana. 1865, 32 pp., 4 tavv.
Vili - TARGIONI-TOZZETTI A. : Come sia fatto l 'organo che fa lume nella lucciola
volante dell’ Italia centrale ( Luciola italica ) e come le fibre muscolari in questo
ed altri Insetti ed Artropodi. 1866, 28 pp., 2 tavv.
IX - MAGGI L. : Intorno al genere Aeolosoma. 1865, 18 pp., 2 tavv.
X - CORNALIA E. : Sopra i caratteri microscopici offerti dalle Cantaridi e da
altri Coleotteri facili a confondesi con esse. 1865, 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - ISSEL A. : Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa. 1866, 38 pp.
II - GENTILLI A. : Quelques considérations sur l 'origine des bassins lacustres, à
propos des sondages du Lac de Come. 1866, 12 pp., 8 tavv.
Ili - MOLON F. : Sulla flora terziaria delle Prealpi venete. 1867, 140 pp.
IV - D ’ACHIARDI A. : Corallarj fossili del terreno nummulitieo delle Alpi venete.
1866, 54 pp., 5 tavv.
V - COCCHI I.: Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 1866, 18 pp., 1 tav.
VI - SEGUENZA G. : Sulle importanti relazioni paleontologiche di talune rocce cre¬
tacee della Calabria con alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
. 1866, 18 pp., 1 tav.
VII - COCCHI I.: L’uomo fossile nell’Italia centrale. 1867, 82 pp., 21 figg., 4 tavv.
Vili - GAROVAGLIO S. : Manzonia cantiana, novurn Lichenum Angiocarporum genus
propositum atque descriptum, 1866, 8 pp., 1 tav.
IX - SEGUENZA G. : Paleontologia malacologiea dei terreni terziari del distretta
di Messina (Pteropodi ed Eteropodi). 1867, 22 pp., 1 tav.
X - DtìRER B. : Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa Carlotta sul lago di
Como, ecc. 1867, 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
I - EMERY C. : Studii anatomici sulla Vipera Redii. 1873, 16 pp., 1 tav.
II - GAROVAGLIO S. : Thelopsis, Belonia, Weitemvcbera et Limboria, quatuor Li¬
chenum Angiocarpeorum genera recognita iconibusque illustrata. 1867, 12 pp.,
2 tavv.
Ili - TARGIONI-TOZZETTI A. : Studii sulle Cocciniglie. 1867, 88 pp., 7 tavv.
IV - CLAPARÈDE E. R.. e PANCERI P. : Nota sopra un Alciopide parassito della
Cydippe densa Forsk. 1867, 8 pp., i tav.
V - GAROVAGLIO S. : De Pertusariis Europee mediae commentatio. 1871, 40 pp.,
4 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVI - Fase. Ili
BRUNO PIGORINI
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI
DEL MARE ADRIATICO
Con 13 figure, 4 tabelle e 7 tavole fuori testo
Istituto di Mineralogia e
Petrografia dell’ Università di Pavia
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
« Comitato per le Scienze Geologiche e Minerarie »
MILANO
1967
MUì COMP. io01_
library
Uci 1 6 1968
hARVARo
universa
A"
EDITRICE SUCC. FUSI - PAVIA
INTRODUZIONE
Lo studio dei sedimenti recenti rappresenta un campo d’ indagine dell’oceanografia e
della geologia marina, che sin dalla fine del secolo scorso aveva stimolato studiosi e scienziati
a effettuare crociere e spedizioni in mare aperto. Nella maggior parte dei casi le ricerche ri¬
guardavano sedimenti di mare profondo e i carotaggi venivano effettuati secondo criteri che
soddisfacessero l’aspetto oceanografico o biologico.
Le indagini su sedimenti costieri e di piattaforma avevano suscitato minor attenzione
malgrado la più vasta estensione di depositi di acqua relativamente bassa.
Un esiguo numero di geologi pensò bene di colmare questa lacuna e i loro tentativi
isolati per spingere il campo di ricerche sedimentologiche al di là della linea di costa meritano
pieno riconoscimento; ma la mancanza di una strumentazione adatta impediva il progresso
e, in assenza di supporti finanziari in larga scala, i costi dei lavori a mare diventavano proi¬
bitivi. Questi sforzi servirono tuttavia a richiamare l’attenzione sul campo da esplorare.
Nell’ ultimo trentennio 1’ importanza economica dei sedimenti distribuiti lungo la piat¬
taforma continentale ha dato luogo a numerose ricerche riguardanti i giacimenti di gas e idro¬
carburi, e diverse sono state le spedizioni Q) collegate con progetti ambiziosi e attuate grazie
a adeguati stanziamenti finanziari.
In questo ultimo periodo le conoscenze sedimentologiche sui depositi marini recenti
hanno avuto un così rapido sviluppo, che si è tentato più volte di creare correlazioni con sedi¬
menti antichi. Sembrò così opportuno a geologi e studiosi di sedimenti recenti e antichi
collaborare insieme per la messa a punto dei loro metodi di indagine e delle correlazioni fra i
dati ottenuti. In tale maniera è stato possibile trovare metodi di studio di sedimenti recenti
adattabili allo studio degli antichi (SHEPARD, 1964). Tuttavia non sempre attraverso tali cor¬
relazioni si riescono a comprendere le condizioni di bacini marini del passato; infatti risulta
particolarmente difficile il trovare nessi di confronto fra sedimenti recenti e antichi
(Doeglas, 1959; Passega, 1962), e, secondo Shepard (1964), ciò è dovuto largamente alla
scarsità di studi in bacini sedimentari moderni.
Numerosi sono ancora al giorno d’oggi i bacini moderni che potrebbero offrire utilis¬
sime informazioni sulla loro origine, formazione e ambiente, dal momento che il livello marino
è stato essenzialmente costante per un periodo lungo sufficientemente da permettere ai sedi¬
menti di vario tipo di accumularsi. Molti di questi bacini sono di mare poco profondo, e in
questa categoria rientra il Mare Adriatico, la cui massima profondità non eccede i 1220 metri.
Le prime spedizioni oceanografiche in Adriatico avvennero nel secolo scorso con stru¬
menti limitati, ma ben presto i metodi d’ indagine vennero integrati e via via le crociere as-
Cl Tra le più importanti si possono citare: la « 1929-30 Snellius Expedition » nelle Indie Orientali,
sovvenzionata dal Governo Olandese e diretta dal dr. Kuenen (Kuenen, 1935, 1942); la « 1948 Swedish Deep-
Sea Expedition» condotta nel Pacifico Orientale (Arrhenius, 1950, 1952); P « Orinoco Shelf Expedition»
avvenuta sotto la direzione del Prof. Kuenen e del dr. Van Andel durante la primavera 1952 e 1953 (Van Andel
e Postma, 1954); 1’ « American Petroleum Institute Project 51» nel Golfo del Messico, patrocinato dall’Ame-
rican Association of Petroleum Geologist in collaborazione con lo Scripps Institution of Occanography di
La Jolla (California) per il periodo 1951-1958 sotto la guida del dr. Separd (Shepard, Phleger e Van Andel,
1960); le « Bacanyon, San Juan and Vermillion Sea Expeditions » nel Golfo di California, parte delle quali
sovvenzionata da « The Office of Nàval Research » e « American Petroleum Institute Project 51 » (Van Andel
e Shor, 1964). Un progetto grandioso attualmente in fase sperimentale è il « Mohole Drilling Project»: esso
comporta sondaggi in sedimenti di mare profondo attraverso la crosta terrestre sino alla discontinuità di
Mohorovicic.
132
B. PIGORINI
sunsero sempre maggiore frequenza e estensione. Tuttavia soltanto nel periodo 1955-1957 venne
effettuato un primo lavoro sistematico con crociere che coprirono l’ intera zona adriatica, da
Trieste sino al Canale d’Otranto.
Durante l’estate 1962 si effettuò in Adriatico la campagna oceanografica (2) che pro¬
curò all’Autore il materiale da studio della presente Memoria.
La nave oceanografica « Horizon », in dotazione presso lo Scripps Institution of Ocea-
nography di La Jolla (Università di California), e il motopeschereccio « Nuovo San Pio » pre¬
levarono in coppia 360 campioni di fondo, rispettivamente mediante benne « van veen » e
« orange peel » e carotieri a gravità e a pistone (:i). L’area coperta dalla campionatura si
estende per tutto l’ intero bacino e cioè dalla laguna veneta sin oltre lo stretto di Otranto.
All’Autore è stato affidato lo studio sedimentologico dell’ intera campionatura di fondo, cioè
dei sedimenti recenti che costituiscono gli ultimi 15 cm. di materiale depositatosi.
Nella Tav. XIX-A sono tracciati i profili inerenti ai percorsi eseguiti dalle due navi
oceanografiche « Nuovo San Pio » e « Horizon » e le stazioni di prelevamento dei campioni.
Nei prelievi si è fatta eccezione della fascia costiera jugoslava, in quanto è stato dimo¬
strato (Morovic, 1951; Bulijan, 1953; AlfirevHC, 1960 a, b, 1961 a, b, 1964; Cohen, 1965)
che la cintura insulare adriatica jugoslava crea una barriera naturale alla possibilità di depo¬
sito nell’Adriatico.
Esiste inoltre nell’ immediato entroterra jugoslavo una regione carsica tipica che con¬
diziona la scarsa idrografia.
Una carta batimetrica (Tav. XIX-B) è stata preparata basandosi su informazioni in
parte derivate dai dati pubblicati dall’ Istituto Idrografico Italiano per la Carta Batimetrica
del Mediterraneo Centrale — foglio 1253 di Debrazzi e Segre (1960) — , in parte dedotte
dalle continue registrazioni acustiche effettuate lungo i numerosi profili riportati nella
Tav. XIX-A 0).
La maggior parte sperimentale della presente Memoria è stata eseguita presso i labo¬
ratori del Marine Geology Department dello Scripps Institution of Oceanography di La Jolla
(Università di California), durante una permanenza annuale dell’Autore sovvenzionata da
borsa NATO conferita dal CNR Italiano.
Il completamento delle ricerche e l’elabarazione dei risultati sono stati poi effettuati
presso l’Istituto di Mineralogia, Petrografia e Geochimica dell’Università di Pavia.
PROBLEMATICA E FINALITÀ’ DEL PRESENTE LAVORO
Lo scopo del presente lavoro sui sedimenti recenti del Mare Adriatico è di mettere in
risalto gli aspetti sedimentologici che si prospettano per un bacino a morfologia longitudi¬
nale. Più specificamente 1 obbiettivo principale è di constatare se l’ ipotesi sulla dispersione
dei sedimenti in bacini oblunghi, espressa dal Kuenen nel 1957, sia applicabile al caso del
Mare Adriatico. Tale ipotesi considera il Po e l’Adige come prima sorgente d’apporto dei se¬
dimenti adriatici. Ciò porterebbe a stabilire un pattern longitudinale di trasporto dei sedi¬
menti, parallelamente all asse principale del bacino. Il concetto è stato così postulato dal
Kuenen (1957, p. 189):
« It is geneially tacitly assumed that thè detritai sediment of oblong basins have been derived
from both, or one of thè two sides and carried in transversely. The graded graywackes of
Flisch, Kulm, or Macigno type have been deposited from turbidity currents and in thè majo-
(-') Le « Zephyrus and Nuovo San Pio cruises » sono state finanziate dalla « National Science Foun¬
dation » di Washington, D. C., dalla « Dutch Foundation for Pure Research (Z. W. 0.) » di Den Haag e dal
« Royal Dutch Shell Exploration and production Laboratory » di Rijswijk (Olanda).
(") In appendice sono stati tabulati i dati di crociera dei campioni raccolti.
U) Recentemente Mosetti (1966) ha pubblicato una carta morfologica e strutturale di dettaglio del¬
l’Adriatico Settentrionale.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
133
rity of cases studied up to date thè transport was longitudinal, at least at thè point of
deposition. Most oblong land-locked basins of thè present day receive sediment mainly at
one end. It is suggested that longitudinal filling by delta building and or turbidity currents
must have been common in thè past ».
Connesso con il problema della dispersione, risulta lo studio della provenienza dei depo¬
siti adriatici e dei relativi processi che regolano l’apporto di materiale clastico e la loro di¬
stribuzione nel bacino stesso. I seguenti problemi sono corollario al problema principale della
dispersione dei sedimenti:
a) definire le aree di distribuzione granulometrica dei sedimenti ;
b) discutere i tipi granulometrici in funzione del meccanismo di trasporto, della se¬
quenza della deposizione e dell’ambiente di sedimentazione durante le oscillazioni pleisto-oloce-
niche del livello marino;
c) definire le aree di distribuzione mineralogica dei sedimenti sabbiosi ;
d) identificare le varie province petrcgrafiche e le aree di provenienza ;
e ) rinvenire eventuali modificazioni mineralogiche sin e post-deposizionali tra le sin¬
gole province adriatiche fra zona di alimentazione e bacino di sedimentazione;
/) definire le aree di distribuzione dei minerali pesanti in forma di mappe di proie¬
zione vettoriale, mediante l’applicazione del metodo statistico dell’analisi vettoriale;
g) considerare gli aspetti sedimentologici positivi e negativi, nel tentativo di correla¬
zione dell’attuale geosinclinale adriatica con i bacini antichi dell’Appennino Settentrionale.
Per quanto riguarda l’ indagine mineralogica si è analizzata soltanto la frazione sab¬
biosa 0.062 - 2.000 mm. nel suo contenuto di minerali pesanti e leggeri. Il metodo dei minerali
pesanti offre una tecnica rapida di indagine per una numerosa quantità di campioni; inoltre,
per la sua ampia applicazione in ricerche sedimentologiche, permette di confrontare la distri¬
buzione e le caratteristiche dei minerali in sedimenti di altri bacini.
Anche i minerali leggeri sono generalmente di grande aiuto, specialmente quando sono
da correlare con aree di provenienza costituite principalmente da rocce sedimentarie o meta¬
morfiche di basso grado. Tuttavia Curray (1960) e Van Andel (1964) hanno dimostrato che
le aree di distribuzione dei minerali leggeri in sedimenti recenti del Golfo del Messico e del
Golfo di California coincidono con quelle dei minerali pesanti, anche se si possono riscontrare
differenze petrografiche nelle rocce di provenienza.
Indagini precedenti (per es. Van Andel e Postma, 1954; Curray, 1960; Passega, 1964;
Nota e Loring, 1965) hanno dimostrato che i « patterns » di distribuzione granulometrica e
mineralogica di sedimenti in un bacino sedimentario non sono necessariamente gli stessi per le
varie frazioni granulometriche e che differenti provenienze e diversi agenti di trasporto pos¬
sono essere responsabili della deposizione e dispersione di ciottoli, sabbia e argilla. Le conclu¬
sioni quindi non sono applicabili alla frazione ciottolosa e a quella argillosa e siltosa. I ciottoli
d’altronde si sono rivelati quasi del tutto inesistenti nei campioni di fondo analizzati. Infor¬
mazioni riguardanti la frazione argillosa possono essere di grande valore e a tal proposito
uno studio sulla distribuzione dei minerali argillosi sarà oggetto di una prossima ricerca.
In conseguenza lo studio della dispersione dei sedimenti più fini può essere seguito sulle linee
generali della distribuzione granulometrica così come si osserva sui campioni o dopo osserva¬
zione al microscopio binoculare (Tav. XX), come si vedrà più avanti.
Analisi mineralogiche di sedimenti del Mare Adriatico sono state già fatte solo per
carote isolate (Damiani, 1965; Damiani et al., 1963, 1964; Favretto, 1966), e la limitatezza
dei materiali esaminati non ha permesso di definire 1’ influenza dei fattori che hanno contri¬
buito alla formazione dei sedimenti e alla loro provenienza e dispersione.
Risultati preliminari sulla distribuzione dei sedimenti nel Mare Adriatico sono già
stati pubblicati sommariamente dall’Autore (Pigorini, 1967). Ulteriori dati sono in corso di
pubblicazione altrove (Pigorini, 1968).
134
B. PIGORINI
DISPERSIONE DEI SEDIMENTI IN BACINI ANTICHI E MODERNI:
POSSIBILITÀ’ DI CONFRONTO.
Ritornando all’obiettivo principale del presente studio, il problema della dispersione dei
sedimenti in bacini moderni è divenuto di attualità non solo per lo sviluppo della geologia
marina, ma per gli ampi studi che sedimentologi hanno eseguito su bacini antichi. Lo studio
delle strutture sedimentarie e in particolare modo la ricostruzione delle direzioni di corrente
e di apporto, hanno più volte permesso di ricostruire il tipo di trasporto e di deposizione di
bacini e geosinclinali antiche.
Si ammette generalmente, in un bacino antico geomorfologicamente ben definito, una
dispersione e deposizione longitudinale per le facies torbiditiche a aspetto di growacca
(Kuenen, 1953, 1956, 1957, 1958, 1964; Dzulynski e Radomski, 1955; Kuenen e Sanders, 1956;
Ksiazkiewicz, 1956, 1958 ; Cummins, 1957 ; Ten Haaf, 1957, 1959, 1964; Wood e Smith, 1959;
Craig e Walton, 1962; Kelling, 1962, 1964; Dzulynski, 1963; Marschalko, 1964; Hesse,
1964; Dzulynski e Walton, 1965), mentre si pensa più probabile un apporto trasversale per le
interdigitazioni piuttosto fini frammiste alle facies torbiditiche (Kuenen et al., 1957; Stanley,
1961; Knill, 1959, 1960; Williams, 1962; Dewey, 1962; Bouma, 1962, 1964; Stanley e
Bouma, 1964). Kuenen (1964) (r>) ha dimostrato che lo studio di correnti di torbidità in acque
profonde può fornire molti criteri adatti anche per diagnosticare condizioni di acqua relativa¬
mente bassa; ciò spiega la presenza a grandi profondità, di livelli sabbiosi, di fossili e di re¬
sidui organici di acqua bassa.
La ripetizione di strati gradati relativamente grossolani con sedimenti fini, le frequenti
strutture da laminazione, la presenza di faune miste e contaminate di alcune carote della piana
batiale dell’Adriatico Meridionale (Van Straaten, 1964, 1966) sono dati che vengono inter¬
pretati come conseguenza di depositi per correnti di torbidità, probabilmente simili in na¬
tura a quelle che hanno dato luogo agli antichi depositi di torbiditi alpine. Questo è un rag¬
guardevole esempio di come sedimenti del passato si deposero secondo processi ancora in atto
in tempi recenti nel Mar Adriatico e aiuta a speculare su altre possibilità di confronto
antico-moderno.
A titolo di paragone, fra le tante possibilità, si sono prese in considerazione le forma¬
zioni sedimentarie « Macigno » e « Marnoso-arenacea » dell’Appennino Settentrionale. Infatti
sono quelle che da un punto di vista geografico e morfologico sono più vicine al Mar Adria¬
tico e disposte parallelamente a esso ; inoltre, dopo la loro messa in posto non hanno subito
dislocazioni tettoniche che abbiano disturbato o mutato la fisionomia dell’originario bacino
geosinclinalico. Infatti correlazioni con i bacini flyschoidi delle Alpi Marittime e del Brianzolo
sono quasi del tutto impossibili a causa dei notevoli disturbi tettonici che hanno modificato,
dislocato o distrutto il bacino originario di sedimentazione originale.
La Fig. 1 mette in evidenza il tipo di dispersione prevalente nel « Macigno » e nella
« Marnoso-arenacea » secondo Ten Haaf (1964). Tali formazioni sono ritenute autoctone, for¬
matisi per risedimentazione longitudinale con materiale proveniente per correnti di torbidità
da NW, da una zona di alimentazione lontana dalla Liguria o da regioni adiacenti, ma pro¬
babilmente coincidente con la catena alpina. Ciò spiega 1’ immensa quantità di sabbia presente
nelle formazioni di tipo growacca ('’). Il materiale pelitico è da attribuirai presumibilmente a
(") Per una più ampia trattazione del problema si veda il lavoro: Kuenen e Humbert (1964). « Biblio-
graphy of turbidity currents and turbidites » in Bouma e Brouwer (editori), Turbidites. Elsevier Amsterdam
(1964).
C) Su tali depositi Gazzi (1961, 1965), Cipriani (1961, 1962), Cipriani e Malesani (1963 a, b) hanno
eseguito uno studio dettagliato dei minerali pesanti e leggeri, confermando l’apporto longitudinale dei mate¬
riali sabbiosi.
ASPETTI SEIMMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1 35
una provenienza laterale, dalle rughe adiacenti in via di innalzamento. Così pure la forma¬
zione alloctona delle « argille scagliose », miste a masse « ofiolitiche », è stata messa in posto
da un processo graduale in connessione con la migrazione orogenetica verso E e è stata pro¬
dotta da scivolamenti gravitativi sottomarini.
Sussistono quindi secondo il Ten Haaf due processi differenziati di deposizione(Fig. 1 B):
1) migrazione gravitativa del materiale sedimentario per risedimentazione longi¬
tudinale ;
2) migrazione gravitativa del materiale sedimentario per dislocamento tettonico
trasversale.
PARMA
SALSO M AG
BOLOGNA
GENOV/
RIMINI
mar
Fig. 1. — A) direzioni di apporto, B) relazioni genetiche delle formazioni flyschoidi dell’Appen-
nino Settentrionale sec. Ten Haaf (1964). (mar = « Marnoso-arenacea » ; mg — «Macigno». Le
frecce bianche indicano la derivazione per risedimentazione longitudinale, le frecce nere indicano
la derivazione per dislocamento tettonico trasversale. Per la legenda completa si veda Ten Haaf,
1964, p. 129 e 135).
136
B. PIGORINI
La Fig. 2 rappresenta l’ interpretazione data da Vezzani e Passega (1963) e Pas-
SEGA (1964) per la formazione della « Marnoso-arenacea ». Secondo questi A A. la fossa sotto¬
marina della « Marnoso-arenacea » era una fossa strutturale, che riceveva materiali in parte
provenienti dalle Alpi (ciò per spiegare la associazione a staurolite presente nella formazione)
e in parte dai torrenti appenninici (associazioni a antiboli, i quali sfociavano su una costa
che passava poco a S di Salsomaggiore e dell’attuale crinale appenninico. Le torbide che do¬
vevano in seguito scaricarsi sotto forma di torbiditi nella fossa della « Marnoso-arenacea »,
si originavano probabilmente per sospensione a causa di violenti tempeste o di forte moto
ondoso su pendìi poco profondi.
ASPETTI SEDI MENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
13?
Questi studi sugli effetti delle correnti di torbidità e sui processi che accompagnano il
trasporto dei sedimenti in bacini antichi dell’Appennino, creano una premessa interessante per
il confronto con le modalità di dispersione e il meccanismo di. deposizione del bacino recente
del Mar Adriatico.
La Fig. 3 mostra bacini di sedimentazione attuale a morfologia oblunga che più si av¬
vicinano agli aspetti geomorfologici delle antiche geosinclinali. Sono tralasciati bacini di
Fig. 3. — Bacini attuali di sedimentazione a morfologia oblunga (da Kuenen, 1957, p. 192).
mare aperto, aree glaciali, estuari, baie e tutte quelle depressioni formatesi durante l’età gla¬
ciale e che non sono equivalenti a bacini antichi di normale sedimentazione. I casi più ovvii
riportati dal Kuenen (1957) comprendono: il Golfo di California con alla estremità Nord il
fiume Colorado; il Mar Adriatico con il Po e l’Adige; il Mar Morto con il Giordano immis¬
sario dalla estremità settentrionale; il Golfo Persico con il Tigri e l’Eufrate; il bacino del
Mar Andaman con l’Irrawaddy e il Salween; il bacino del Mar Giallo con il Hwang Ho; il
B. PIG0RIN1
1 ,‘18
Mar Caspio con il Volga e l’Ural; il lago Arai con delta a ciascuna estremità; il Mar d’Azov
con il Don. Tutti questi esempi con delta all’estremità del bacino aiutano a dimostrare perchè
una deposizione e una dispersione longitudinale in bacini sedimentari non si debbano ritenere
eccezionali, ma possano addirittura eccedere in importanza sull’apporto trasversale.
Van Andel (1964) ha affrontato il problema della dispersione dei sedimenti recenti
per il Golfo di California concludendo : « thè present day Gulf of California does not present
a case of longitudinal filling of oblong basins ».
La Fig. 4 dà un’ idea piuttosto chiara della provenienza e dispersione dei sedimenti del
Golfo di California, basata sull’analisi mineralogica della frazione sabbiosa dei sedimenti di
fondo. Soltanto per la parte settentrionale del golfo si può pensare a un trasporto longitu¬
dinale; d’altro canto le parti centrali e meridionali sono riempite interamente dai lati, indi¬
cando con chiarezza una dispersione trasversale.
Fig. 4. — Provenienza e dispersione dei sedimenti nel Golfo di California (da Van Andel, 1964, p. 244).
MORFOLOGIA DEL MARE ADRIATICO
Il Mare Adriatico è un bacino sinclina lico compreso fra due zone di sollevamento,
l’appenninica e la dinarica. Le caratteristiche batimetriche e sedimentologiche lo suddividono
in due parti ben distinte (Tav. XIX-B): l’Adriatico Settentrionale e Centrale, caratterizzato
dalla piattaforma continentale e l’Adriatico Meridionale accidentato da fosse e depressioni, da
collinette sottomarine e da canali.
L Adriatico Settentrionale, da un punto di vista gravimetrico (MORELLI, 1955), è la
naturale continuazione verso Sud della pianura friulana e verso Est della pianura padana.
La piattaforma continentale si estende dalle coste venete fino all’ isobata di m. 150 situata
trasversalmente al bacino, lungo la congiungente Pescara-Sibenik. Tale piattaforma è legger¬
mente accidentata da piccoli dossi e solchi, probabili residui di presunte antiche linee costiere,
di cordoni lagunari e di valli sottomarine. Bisogna pensare che per l’abbassamento del livello
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
139
marino durante 1' ultima espansione glaciale, la piattaforma è rimasta emersa e è stata
solcata da sistemi vallivi di probabile origine fluviale, in prosecuzione di quelli terrestri at¬
tuali. La sedimentazione recente seguita all’ innalzamento del livello del mare e gli agenti ma¬
rini hanno in gran parte obliterato le antiche strutture.
L’Adriatico Meridionale è di gran lunga più accidentato della piattaforma. Quest’ ul¬
tima degrada subito in una scarpata verso la « fossa di Jabuka » o « fossa meso-adriatica »,
suddivisa da collinette in tre piccoli bacini di profondità comprese tra i 240 m. e i 270 m. .
La « fossa meso-adriatica » comunica con la parte più profonda dell’Adriatico attraverso la
soglia di Pelagosa, una collinetta di 130 m. situata tra l’arcipelago dalmata e il Gargano.
La parte più meridionale dell’Adriatico è caratterizzata da una depressione di tipo batiale o
;< fossa sud-adriatica » profonda circa 1220 m., circondata perifericamente da strette piatta¬
forme, che seguono le coste pugliesi e slavo-albanesi. I pendìi continentali limitanti la fossa
sono frequentemente solcati da piccoli « canjons» sottomarini. La parte più profonda della fossa
è occupata da un’area quasi piana. L’Adriatico è separato dal Mediterraneo dalla soglia di
Otranto profonda più di 700 m., donde il fondale s’ inabissa rapidamente fino alle profondità
maggiori del Mar Jonio.
METODI DI ANALISI E DI STUDIO
Come si è già accennato nel capitolo introduttivo, le analisi di laboratorio dei 360 cam¬
pioni prelevati in Adriatico sono state fatte presso il « Marine Geology Department » dello
Scripps Institution of Oceanography di La Jolla (Università di California), eccetto per alcuni
residui di minerali leggeri preparati presso il « Soil Science and Geology Department » del¬
l’Università di Agricoltura di Wageningen (Olanda).
La parte sperimentale ha comportato:
a) Analisi granulometriche mediante bilancia di sedimentazione.
La distribuzione granulometrica di particelle sabbiose (') può essere determinata diret¬
tamente, mediante misure al microscopio o indirettamente per setacciamento o per sedimen¬
tazione in mezzo idraulico (s).
Analisi di routine al microscopio richiedono troppo tempo, sebbene così si possano os¬
servare alcune proprietà come la forma e l’arrotondamento dei granuli che rispecchiano più
da vicino la reale distribuzione granulometrica.
Analisi per setacciamento sono le più comunemente usate per la loro convenienza e
la facilità di frazionamento, tuttavia i risultati sono falsati dalla forma e dalla densità delle
particelle.
Considerando perciò che la maggior parte dei sedimenti si sono depositati in mezzo
fluido, le analisi granulometriche eseguite con la tecnica di sedimentazione su materiali sciolti
sono le più attendibili, perchè più si avvicinano alle condizioni idrodinamiche della deposizione
naturale C).
(7) Il termine « sabbia » usato in questa nota include tutte le particelle di diametro tra 2.000 mm.
e 0.062 mm., con intervalli granulometrici corrispondenti alla scala di Wentworth.
(s) Una revisione critica dei metodi e un’ampia trattazione delle tecniche granulometriche in uso è data
da Poole (1957) per materiale sabbioso incoerente, da Van der Plas (1962) per rocce coerenti e recente¬
mente da Folk (1966).
O Paragoni tra parametri granulometrici ottenuti da analisi di sabbie standard di spiagge della Cali¬
fornia ripetute con differenti strumenti di sedimentazione (Visual Accumulation Tube, Standard Emery Set-
tling Tube, Scripps Institution of Oceanography (SIO) Automatic Settling Tube) hanno portato a risultati
più attendibili per il «SIO Tube» (Nordstrom, Gayman comunicazioni personali, 1965).
140
B. PIGORINt
La Fig. 5 mostra la bilancia di sedimentazione (SIO) adottata allo Scripps Institution
of Oceanography (Van Andel, 1964; p. 269) (10). Tale strumento è la versione a registra¬
zione della bilancia di Doeglas (1946), concepita per la misura del peso di materiale sino a 4 g.
Importante vantaggio è quello di ottenere una registrazione continua e di poter analizzare
quantità anche minime di materiale. Essa opera nella seguente maniera:
una coppa (coppa di sedimentazione), tenuta in sospensione dal braccio della bilancia
tramite un filo metallico avente diametro di 0.1 mm., si adagia in un recipiente allargato e
collegato a vite all’estremità inferiore del tubo trasparente di sedimentazione (lunghezza di
cm. 182.5; diametro interno di cm. 7.8), riempito di acqua disareata a 18-20". Le dimensioni
maggioi i del lecipiente alla base del tubo rassicurano che tutto il campione lasciato cadere
dall’estremità superiore del tubo si raccolga nella coppa. L’aumento di peso della coppa di
sedimentazione in funzione del tempo (determinato dal tempo che il campione impiega a depo¬
sitarsi) è la misura diretta della distribuzione granulometrica nel campione. La tensione crea¬
tasi su apposite molle (molle di tensione) in seguito all’aumento del peso del campione viene
elettronicamente amplificata e registrata mediante punta scrivente su carta grafica centesimale.
Il ritorno alle condizioni iniziali per l’analisi del campione seguente viene ottenuto
riequilibrando la tensione delle molle e portando a zero il sistema influenzante il braccio della
bilancia. La coppa di sedimentazione viene rimossa e pulita dopo 16 o 17 analisi granulome¬
triche. Lo svitamento del recipiente di base permette di rimuovere la coppa dal sistema magne¬
tico che la collega al filo sospeso del tubo di sedimentazione. Per l’analisi si considerano i 3 g
prelevati dalla frazione sabbiosa del campione dopo riduzione mediante microseparatore sec.
Otto (Otto microsplit).
L’ inconveniente maggiore dell’analisi granulometrica in tubi di sedimentazione è che i
granuli del campione cadono come gruppo o gruppi di unità e quindi le particelle assumono
una velocità di sedimentazione e una turbolenza più alta di quella reale. Tale inconveniente
è stato ridotto al minimo adottando un portacampione, che permettesse di introdurre la fra¬
zione sabbiosa del campione tutta nel medesimo istante. Il portacampione è costituito da un
disco di materiale finemente poroso sulla cui parte convessa si distribuisce il campione sab¬
bioso, che vi aderisce mediante un agente fissatore apposito. Ciò impedisce la caduta dei granuli
al momento in cui il disco viene rivoltato di 180", prima di adagiarlo sul livello superficiale
dell’acqua del tubo. E’ stato provato che l’intero campione può essere introdotto nel tubo in tale
maniera, senza causare eccessiva turbolenza. Inoltre il campione si distribuisce uniformemente
sull’ intera sezione trasversale del tubo.
Il momento in cui il disco entra in contatto con la superficie orizzontale dell’arco del
tubo è ben definito, e corrisponde al momento in cui si inserisce 1’ interruttore che mette in
azione la punta scrivente del registratore. In tale modo la curva registrata mostra sia l’at¬
timo in cui il campione comincia a cadere, sia il graduale aumento di peso sulla coppa di sedi-
metazione ricevente il materiale.
I fattori di regolazione della densità e delle dimensioni dei granuli vengono calcolati e
calibrati mediante appositi calibratori. La curva che risulta viene trasformata in unità pili
secondo Inman (1952) mediante apposito diagramma convertitore. I dati vengono schedati e
quindi elaborati dal calcolatore elettronico, secondo un programma in uso presso lo Scripps
Institution of Oceanography di La Jolla. Tale programma permette di ottenere curve granu¬
lometriche cumulative e di frequenza e i valori parametrici mediana, media, modi, varianza e
deviazione standard dei materiali analizzati.
( ") Un tipo analogo è in dotazione presso il « Koninklijeke/Shell Exploratie en Produktie Laborato-
rium » di Rijswijk (Olanda) (Plankeel, 1962).
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
111
REGISTRATORE
CALIBRATORI
TUBO DI
SEDIMENTAZIONE
COPPA DI
SEDIMENTAZIONE
MOLLE DI
TENSIONE
Fig. 5. — Bilancia di sedimentazione a registrazione continua per analisi granulometriche della
frazione sabbiosa (2.000 - 0.062 nini.).
142
B. PIG0RIN1
b) Analisi dei minerali pesanti.
Il campione prelevato dal contenitore di plastica viene posto in un becker della capacità
di 1000 mi., contenente acqua distillata e 10 mi. di soluzione peptizzante 0.005 molare di ossa¬
lato di sodio atta a disperdere la frazione limoso-argillosa. Dopo alcuni giorni, il campione
viene setacciato in umido, in setaccio con dimensioni della maglia di 0.062 mm. e con setacci
di 2, 4, 8 mm. se necessario, in modo da ottenere la frazione da studio 0.062 - 2.000 mm.
Si procede poi alkessicamento in stufa a 100°C. Del materiale essicato e separato si considera
un gì animo di campione per 1 analisi dei minerali pesanti. Si riempie per metà con tetrabro-
moetano (D = 2.96) 1 imbuto provvisto di rubinetto e si aggiunge il grammo di materiale, col¬
mando quindi 1 imbuto con altro tetrabromoetano. Si agita con bacchetta di vetro per tre
volte a intervalli di circa un’ora e mezza, quindi si raccoglie la frazione pesante in una carta
da liltro, pulita poi ripetutamente con una soluzione di acetone e etanolo. La carta da filtro
contenente la frazione pesante viene essicata in stufa a 50"C per almeno 8 ore. Si eseguono
infine le operazioni di pesatura di entrambe le frazioni pesante e leggera.
I granuli vengono successivamente fissati su vetrini con balsamo di Canada.
Sotto il microscopio, con l’ausilio del tavolino integratore, sono stati identificati e con¬
tati cento granuli trasparenti, omettendo i minerali opachi e quelli torbidi o tanto alterati da
mettere in dubbio il riconoscimento. La scelta del numero ristretto di cento granuli per il con¬
teggio è comunemente accettata da diversi Autori ; infatti eventuali variazioni in percentuale
o il riconoscimento ulteriore di specie mineralogiche accertate in un conteggio superiore a 100,
non influenzano la distribuzione reale delle associazioni e non risultano significative agli ef¬
fetti di una interpretazione geologica regionale (per maggior dettaglio della questione si con¬
sultino Dryden, 1931; Mììller, 1943; Van Andel, 1950, 1955).
La frazione usata per l’analisi dei minerali pesanti è contenuta nell’ intervallo granu¬
lometrico 0.062 - 2.000 mm. . Il valore minimo di 0.062 mm. riduce la percentuale in zircone che
comunemente si concentra in frazioni inferiori a tale valore. Tuttavia questo minerale non ha
in Adriatico un valore diagnostico e non compare con significatività nemmeno nei sedimenti
più fini. Van Andel e Poole (1960) in un tentativo di confronto di associazioni di minerali
pesanti in frazioni di sedimenti sciolti rispettivamente > 0.030 mm. e > 0.062 mm. non hanno
rilevato differenze significative.
Pei una descrizione più dettagliata del metodo analitico di separazione dei minerali
pesanti usato nel presente lavoro, si vedano le pubblicazioni di Doeglas (1940), Van Andel
(1950, 1964), Poole (1958), Pigorini e Veniale (1965).
c) Analisi dei minerali leggeri.
Pei la determinazione quantitativa dei minerali leggeri si è seguito il metodo colorime-
tiico secondo Favejee. Questo metodo, basato sulla formula di Gabriel e Cox (1929) per la
colorazione cobaltinitritica e sulla formula di Reeder e McAllister (1957) per la colorazione
emateinica, viene normalmente usato nei laboratori di mineralogia del « Soil Science and Geo-
logy Department » di Wageningen (Olanda), dove appunto sono stati trattati i campioni del
Mare Adriatico in questione.
La frazione leggera con D < 2.96, separata come sopra descritto, è stata trattata per
un minuto con vapori concentrati di HF a 90"C. Il residuo viene poi posto in fornace a 400°C
per cinque minuti. I granuli, successivamente suddivisi in due preparati, vengono trattati con
due reagenti differenti : il primo preparato viene attaccato con poche gocce di una soluzione
di cobaltinitrito di sodio, il secondo preparato viene attaccato con due gocce di una soluzione
emateinica. Il trattamento sul primo preparato produce sul feldspato potassico un precipitato
di cobaltinitrito di potassio giallo, mentre per il secondo trattamento si ha una colorazione
purpurea del plagioclasio, risultante dalla reazione dell’emateina con FAI ; l’effetto dell’ema-
tema sul feldspato potassico è leggerissimo e non interferisce con il giallo del cobaltinitrito
di potassio.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
143
Dopo questo semplice trattamento colorimetrico, i granuli di feldspato potassico risul¬
tano intensamente gialli (talora bruni) e quelli di plagioclasio intensamente purpurei. Immuni
da colorazione rimangono quarzo, gesso, e calcite (bianchi o trasparenti). La percentuale del
feldspato potassico, del plagioclasio e degli altri costituenti leggeri è facilmente determina¬
bile per conteggio dei granuli dei due preparati al microscopio.
Per maggior documentazione sul procedimento chimico del metodo si rimanda a
Doeglas et al. (1965) e a Van Der Plas (1966).
DISTRIBUZIONE REGIONALE DEI SEDIMENTI DI FONDO DEL MARE ADRIATICO
I dati ottenuti dalle analisi granulometriche con la bilancia di sedimentazione sono
stati usati per la rappresentazione della Tav. XX-A. Qui si riconoscono le aree di distribuzione
granulometrica della frazione sabbiosa 0.062 -2.000 mm., intervallate in unità phi del para¬
metro « media » secondo i valori « <p » :
1.00 - 2.00 cp corrispondente all’intervallo aritmetico: 0.500- 0.250 mm.
2.00 - 2.60 corrispondente all’intervallo aritmetico: 0.250 - 0.165 mm.
2.60 - 3.00 (p corrispondente all’intervallo aritmetico: 0.165- 0.125 mm.
3.00 - 3.50 <p corrispondente all’intervallo aritmetico: 0.125 - 0.088 mm.
Si è preferita la rappresentazione della « media » a altri parametri granulometrici (”)
perchè basandosi sulla media di due valori percentuali, essa rispecchia maggiormente la ten¬
denza granulometrica della sabbia.
Una rappresentazione generalizzata della distribuzione regionale granulometrica è in¬
dicata nella Tav. XX-B. Essa è basata sull’esame macroscopico dei campioni e sui dati supple¬
mentari delle carte di navigazione.
I sedimenti sono stati raggruppati nei quattro tipi comunemente accettati per la clas¬
sificazione e cioè: « sand », « sandy mud », « muddy sand » e « mud » (12).
Dal confronto delle due rappresentazioni granulometriche della Tav. XX si comprende
facilmente che dati granulometrici ottenuti in maniera completa e esatta (con l’ inclusione
della frazione ciottolosa e delle frazioni siltosa e argillosa), probabilmente procurerebbero ai
limiti litologici delle due mappe cambiamenti piuttosto piccoli, che non dovrebbero falsare l’in¬
terpretazione basata su una distribuzione granulometrica generale.
Dal quadro della Tav. XX di distribuzione granulometrica si vede che la deposizione di
« mud » interessa una fascia estesa lungo la costa centro-settentrionale italiana e grande parte
del bacino meridionale. Questa fascia rappresenta la deposizione attuale olocenica di materiale
che obbedisce al sistema peculiare delle correnti marine, le quali discendono lungo la costa
italiana in direzione Sud-Est. Queste correnti sono gli agenti di trasporto del materiale più
fine proveniente dai fiumi attuali, in primo luogo dal Po e in quantità minore dai fiumi e dai
torrentelli che drenano i pendìi dell’Appennino adriatico.
Un sistema di correnti più o meno separato da quello principale discendente, si instaura
nel Golfo di Venezia, diretto da Est a Ovest lungo il litorale veneto e in direzione Ovest-Est
tra il delta del Po e il Golfo di Trieste (Ferruglio, 1920; Ferruglio e De Marchi, 1920).
(") L’ impiego di parametri statistici, come mediana, media, deviazione standard, angolosità (skewness)
e asimmetria (kurtosis) è basato sull’assunzione che la distribuzione granulometrica tenda alla normalità, sia
normale aritmetica, sia normale logaritmica e che le deviazioni della normalità siano calcolabili.
(13) Il termine « mud » viene qui usato per designare sedimenti sciolti siltosi e argillosi, mentre « sand »
si riferisce a sedimenti sabbiosi.
144
B. PIGORINÌ
Queste correnti, in seguito a una circolazione vorticosa in senso ciclonico prodotta dalle acque
più dolci del Po, che si spingono attraverso il bacino fino alle coste istriane, creano una lingua
di « mud » e di « sandy mud » in direzione Nord-Est, trasversale al bacino e non del tutto
in stato di attiva deposizione attuale (come si vedrà più avanti). Misure di torbidità eseguite
da Nelson (1964) in campioni prelevati al largo del delta del Po hanno messo in evidenza,
anche per materiale in sospensione, una protuberanza di discarico fluviale estesa sino a 45 Km.
dal delta. Secondo Jerlov (1958) 1’ influenza fluviale del Po può spingersi, in particolari pe¬
riodi dell’anno, sino a 80 Km. dalla costa.
Nella piattaforma continentale del Mar Adriatico, la fascia di « mud » diminuisce di
spessore man mano che ci si allontana dalla costa verso il mare aperto, incuneandosi e
mescolandosi con la sabbia più fine della frazione sabbiosa, d’ intervallo granulometrico
M? : 3.00-3.50. La maggior parte di questo «mud», trasportato lungo i litorali italiani in
direzione Sud e Sud-Est del delta del Po, si è depositata sul pendio esterno di un terrazzo sot¬
tomarino. I rilievi ecogrammici a riflessione eseguiti lungo i percorsi riportati nella Tav XIX-A
dal P.D.R. (Precision Depth Recorder) installato sulla nave oceanografica « Horizon », hanno
permesso di definire le dimensioni di questo terrazzo: esso varia in estensione da 2 a 20 Km.,
raggiungendo talora 1’ isobata di 25 o 30 m. (vedi Tav. XIX-B). Secondo Van Straaten (1965)
si è in presenza di un terrazzo che è erosionale nelle sue parti più costiere, formatosi durante
una fase interglaciale del Pleistocene, quando il livello marino era leggermente più alto di
quello attuale; tale terrazzo assume carattere deposizionale nelle parti più esterne, formatesi
in una fase successiva con una origine complessa pleisto-olocenica (1S).
L’area di sedimentazione limoso-argillosa si allarga a Sud della piattaforma, coprendo
grande parte del bacino meridionale.
La parte rimanente della piattaforma adriatica è ricoperta da depositi sabbiosi, residui
di sedimenti terrestri e litorali, e ridistribuiti dagli agenti marini su fondali irregolarmente
ondulati.
Queste irregolarità topografiche della piattaforma adriatica (si veda a tale proposito l’an¬
damento sinuoso delle isobate di 25, 50 e 70 metri, Tav. XIX-B) dovevano preesistere più este¬
samente in ambiente continentale prima della trasgressione marina flandriana, ma successiva¬
mente vennero modellate dai processi marini (per es. erosione delle onde, moto ondoso). Tali
processi erano connessi con il graduale aumento del livello marino durante i primi stadi della
trasgressione marina pleisto-olocenica, quando la profondità dell’acqua era ancora sufficien¬
temente bassa da permettere alle onde marine di esercitare una azione sia modellatrice dei
rilievi sottomarini, sia di ridistribuzione deposizionale dei sedimenti.
Senza dubbio 1 influenza del moto ondoso sugli originali depositi terrestri rappresenta
una delle cause per cui, durante il Pleistocene, così poche tracce sono state lasciate sulla
piattaforma.
Queste formazioni sabbiose di piattaforma consistono in parte di depositi terrestri e
costieri. Van Straaten (1965) ha rinvenuto molluschi terrestri e di acqua dolce sino all’ isobata
di 80 m., piuttosto alterati e differenti da quelli che attualmente si depositano lungo la sottile
cintura litorale di sabbie fini ben classate di intervallo granulometrico M <p: 3.00-3.50 (vedi
Tav. XX-A). Fra gli 80 e i 100 m. i molluschi sono rappresentati da specie tipiche di acqua sal¬
mastra. L aspetto continentale di questi depositi è provato anche dalla presenza di « humus »
nelle sabbie e di intercalazioni argillose in facies torbosa e lagunare.
Una sedimentazione attiva in un bacino attuale indicherebbe una distribuzione regolare
dei tipi granulometrici, con cambiamento graduale da sabbie grossolane a depositi fini pro¬
cedendo dalla costa verso le zone più profonde, ferme restando le caratteristiche topogra¬
fi Questo terrazzo di origine complessa pleisto-olocenica si può osservare facilmente a Sud-Est di Pe¬
scara, fra Ortona e Francavilla, dove sono evidenti processi di erosione litorale che hanno portato a un
ritiro della costa e quindi alla formazione delle parti più interne del terrazzo.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
145
fiche dei fondali marini. Al contrario, la distribuzione regionale dei sedimenti suggerisce una
mancanza di equilibrio fra la topografia attuale della piattaforma adriatica e la granulometria
dei sedimenti. Questa distribuzione anomala porta a avere sabbie sempre più grossolane, man
mano che si procede dalla costa verso il mare aperto. D’altronde un equilibrio tra le condizioni
di trasporto e di deposito attuali e le caratteristiche granulometriche delle sabbie distribuite
lungo la piattaforma adriatica, richiederebbe il movimento di sabbia di intervallo granulome¬
trico 1% : 2.00-2.60 a una profondità di circa 100 m., e di una sabbia M <r: 2.60-3.00 a
una profondità di circa 180 m., ammettendo per l’agente di trasporto (nel nostro caso le cor¬
renti di fondo) una velocità minima di circa 1 m/sec. . Ciò appare impossibile in un bacino
della configurazione dell’Adriatico, dove sono state registrate da D’Arrigo (1936) e da Zore
Armanda (1964) velocità di corrente molto inferiori ad 1 m/sec. (u).
Si hanno quindi le seguenti diverse condizioni di deposizione nella piattaforma del¬
l’Adriatico Settentrionale:
a) sabbie continentali residuali, depositate dai fiumi durante l’abbassamento marino
pleistocenico;
b) sabbie trasgressive, depositate durante l’ innalzamento marino post-pleistocenico ;
c) deposizione attuale della fascia di « mud » ;
d) sabbie fini litorali.
Per quanto riguarda i depositi sabbiosi situati nella parte centrale del bacino tra Ter¬
moli e Bari (Tav. XX), essi sono da considerare come prodotto di spostamenti o di scivolamenti
d’entità locale verso il largo. Tali depositi sono costituiti da materiali non in posto, ridistri¬
buiti dal moto ondoso quando il livello marino pleistocenico si trovava a più bassi valori.
Non è da escludere tuttavia anche un vero deposito per correnti di torbidità, dovuto a sci¬
volamento sottomarino attraverso i « canyons » che solcano il pendio della fossa sud-adriatica,
dietro quel sollecitamento tettonico, perdurante anche in tempi recenti, che ha dato origine
alla fossa stessa con fenomeni di fagliamento, nella parte prospiciente la costa jugoslava, e di
piegamento, nella parte prospiciente la costa italiana.
Secondo Van Straaten (comunicazione personale, 1965), 1’ ultimo movimento della fossa
avvenne non prima del Pleistocene medio, come è stato dedotto dallo spessore dei sedimenti
nella piana batiale della fossa sud-adriatica (ir>). Qui la sedimentazione olocenica ed attuale ri¬
guarda soltanto gli ultimi due metri di spessore, costituiti in prevalenza da materiale molto
fine proveniente sia da settentrione, sia dai fiumi che sboccano nell’Adriatico Meridionale,
mentre nella fossa meso-adriatica prospiciente Pescara lo spessore raggiunge i 20 em., diret¬
tamente connesso alla più abbondante quantità di apporto sedimentario fine del Po olocenico
in fase di ritiro dalla piattaforma.
Livelli torbiditici sono stati infatti rinvenuti da Van Straaten (1964) in alcune ca¬
rote (lfi) della piana batiale intorno ai 1200 m. di profondità. Tale piana batiale (« basin
plain » secondo Emery, 1960) presenta una superficie quasi orizzontale e liscia, formatasi per
deposizione di torbiditi che hanno colmato depressioni e irregolarità topografiche dell’origi¬
nario fondale marino. Questi strati rappresentano la caratteristica sequenza torbiditica di
laminazioni parallele, di laminazioni convolute, di laminazioni da ripple.
Tutte queste sabbie del bacino meridionale contengono associazioni di foraminiferi e
ostracodi (Chierici, Busi e Cita, 1962; Cita e Chierici, 1962; Cita e D’Onofrio, 1966;
(“) Mosetti (1967) ha registrato in Adriatico Settentrionale velocità di correnti superficiali inferiori
a 10 cm/sec.
(lrj Ricerche geosismiche eseguite da Moscalenko (1963) e da Hurley (1965) nel bacino meridionale
adriatico, hanno rivelato forti spessori di sedimenti inconsolidati di età pleistocenica, e forse anche pliocenica
su un basamento calcareo piegato e fagliato; in alcuni punti tale spessore supera i 1500 m. .
(’•) Per la precisione in cornspondenza delle stazioni di prelevamento 293 e 353 (Tav. XIX - B).
3
146
B. PIGORINI
Ascoli, 1965) di ambiente neritico e sublitorale insieme frammisti : sono quindi da conside¬
rarsi sedimenti non in posto, originariamente sublitorali, trasportati in ambiente batiale da
correnti di torbida o frane sottomarine o anche dalle correnti sottomarine, che risultano forti
lungo la costa italiana nello stretto di Otranto.
ASPETTI PALEOGEOGRAFICI DELLA SEDIMENTAZIONE RECENTE
NEL MARE ADRIATICO
L’opportunità di presentare la situazione paleogeografica del bacino adriatico è sug¬
gerita dal fatto che si sono verificati, durante gli stadi tardivi del Pleistocene e in tempi geo¬
logici più recenti, eventi caratteristici che hanno controllato e influenzato la deposizione dei
sedimenti.
In corrispondenza della massima espansione dell’ ultimo substadio glaciale Wurm III
della glaciazione wùrmiana (circa 18.000 anni fa), il livello marino dell’Adriatico si trovava
100-120 metri sotto quello attuale. Durante questo periodo si ebbe in tutta Europa la massima
estensione dei ghiacciai della glaciazione wùrmiana, con deposizione di loess anche in Alto
Adriatico. Il Po sfociava probabilmente molto più a Sud, dal momento che le sue antiche strut¬
ture deltizie sono state accertate all’altezza del ciglio dello zoccolo che dalla piattaforma de¬
grada verso la fossa meso-adriatica. Infatti alcuni ecogrammi, effettuati in sezioni trasver¬
sali allo zoccolo continentale durante le crociere adriatiche del 1962 (Van Straaten 1965,
p. 156) e del 1965 (Hurley, 1965), hanno rivelato riflessioni acustiche e sismiche subsuperfi¬
ciali di strati inclinati, approssimativamente paralleli al pendio dello zoccolo.. Essi sono inter¬
pretati come sedimenti deltizi tipo « fore-sets » passanti a « bottom-sets » alla base della scar¬
pata, depositati da un vicino paleodelta del Po. Che un delta più esteso di quello attuale
padano si fosse instaurato nelle vicinanze del ciglio dello zoccolo continentale lo dimostra il
contenuto dei minerali pesanti dei sedimenti colà rinvenuti. Come si dirà più avanti (p. 161,
Tav. XXII) a proposito della provenienza dei sedimenti, le sabbie di piattaforma, comprese
quelle immediatamente a N della fossa meso-adriatica, derivano, in massima parte, dal Po;
cioè da un Po pleistocenico, che durante la glaciazione wùrmiana si era spinto sino in prossi¬
mità dello zoccolo continentale, accogliendo probabilmente la confluenza di altri fiumi che
scendevano dagli Appennini e dalle Alpi, e primo fra essi l’Adige. I sedimenti atesini alimen¬
tati dalle Alpi Trentine si mescolavano con quelli padani provenienti dalle Alpi Centrali o Oc¬
cidentali e dall’Appennino adriatico.
Questa grande sorgente pleistocenica di apporto detritico nelle vicinanze dello zoccolo
è stata considerata anche da Van Straaten (1965) nell’esame di una carota prelevata sul
dosso sottomarino in corrispondenza della stazione 319 (Tav. XIX-B). La sequenza verticale
(0-15 cm. = argille non laminate ricche di residui organici e di conchiglie di clima tempe¬
rato ; 15 cm. - 120 cm. = argille non laminate ricche di fauna fredda ; 120 cm. - 440 cm. = ar¬
gille siltose laminate estremamente povere di residui organici) non lascia alcun dubbio che
1’ intera serie della carota sia pleistocenica. La sedimentazione olocenica riguarda soltanto i
primi centimetri superficiali depositatisi circa 8.000 anni fa, quando la temperatura delle
acque marine del Mediterraneo raggiunse i valori attuali. La sola spiegazione possibile del¬
l’attiva sedimentazione delle argille siltose va ancora ricercata nel PaleoPo, che ha depositato
materiale siltoso quando il livello marino si trovava a più bassi valori e quando la foce aveva
raggiunto le posizioni più avanzate sulla piattaforma. Le argille sovrastanti i depositi siltosi
evidentemente vennero depositate quando la linea di costa incominciò a ritirarsi e quando
l’acqua era ancora fredda. Considerando l’alta velocità di sedimentazione delle argille siltose
sull’ isola sommersa, la foce del fiume non poteva essere molto lontana dal ciglio della scar¬
pata. Certamente non si può riferirla alla isobata di 100 m., trovandosi questa 40 km. lontano,
e quindi, considerando anche l’estensione dell’area di distribuzione delle sabbie fluviali e lito-
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
147
rali di piattaforma, si deve collocare la foce del Po pleistocenico alla profondità attuale di
140 m. - 150 m. . Ciò contrasta con la possibilità che durante 1’ ultimo stadio glaciale il mare
si fosse abbassato a tale livello. Infatti nel caso del Po ci si dovrebbe aspettare una valle
sottomarina tra le isobate di 100 e 150 m., dal momento che 1’ inclinazione di 2 m/Km. tra
queste due curve sarebbe .stata più che sufficiente per creare una forte incisione lungo l’asse
del Po sulla piattaforma. Si deve perciò ammettere, in accordo con Van Straaten (1965), che
durante il ritiro della costa dalle sue posizioni più avanzate le parti più esterne della piatta¬
forma si siano abbassate. Tale abbassamento è probabilmente in connessione con gli assesta¬
menti tettonici che hanno interessato in tempi remoti 1’ adiacente linea di suddivisione dei
due complessi strutturali dell’Appennino Settentrionale e dell’Appennino Meridionale e, nel
tardo Pleistocene, i depositi morenici dell’ immediato entroterra abruzzese. I processi erosivi
legati al moto ondoso e alla corrente di quel tempo e gli scivolamenti di materiale lungo la
scarpata possono avere accentuato l’abbassamento sino alle profondità del livello marino di
110-120 m.
- La trasgressione flandriana, che accompagnò il sollevamento del livello marino sino ai
tempi attuali fu testimone di altri eventi, oltre che del complesso dei fenomeni di subsidenza
ed erosione sopra accennati. Il migloramento climatico che avvenne all’ inizio del tardo Wùrm
(circa 17.000 anni fa) segnò l’inizio del ritiro dei ghiacciai dalle loro posizioni più avanzate.
Il livello marino cominciò a salire sino a raggiungere il suo livello attuale durante il Post¬
glaciale o Olocene (circa 5.000 anni fa). L’ innalzamento del livello marino durante la tra¬
sgressione flandriana non fu certamente regolare e graduale. Fluttuazioni climatiche nell’am¬
bito della trasgressione influenzarono il ritiro dei ghiacciai; minori fasi di avanzamento dei
fronti glaciali sono ovunque testimoniate dai depositi morenici alpini.
Associazioni faunistiche e polliniche furono sottoposte, durante il tardo Wùrm e il
Postglaciale a vari cambiamenti climatici, come conseguenza diretta e indiretta delle varia¬
zioni del livello marino, della temperatura e della circolazione delle acque (Van Straaten, 1966,
1967 a, b; Bottema e Van Straaten, 1966; Cita e D’Onofrio, 1966).
Ciò rende quanto mai complessa una ricostruzione accettabile della posizione della linea
di costa in Adriatico durante le varie fasi di ritiro. L’antico bacino paleoidrografico del Po,
man mano che veniva sommerso dall’acqua in via di innalzamento, subiva l’azione modellatrice
degli agenti marini che occultavano in tal modo le testimonianze di trasporto, di deposizione
e di erosione fluviale acquisite nel periodo di precedente emersione.
Dalle ondulazioni delle curve batimetriche dei fondali dell’Adriatico si possono ricono¬
scere alcune strutture preesistenti, più o meno rimaneggiate. Da uno studio dettagliato di
morfologia sottomarina D’ Arrigo (1936), Mosetti (1966) e Brambati e Venzo (1967) hanno
riconosciuto diverse forme caratteristiche di relitti di antiche strutture. Sulla piattaforma non
mancano mai culminazioni di deposizione alluvionale e incisioni di origine fluviale rimaneg¬
giate da una paleoidrografia superficiale. Frequenti sono pure bruschi sollevamenti e ondu¬
lazioni sovrapposte, che rappresentano i residui di antichi sistemi di dune, di cordoni lagunari
e di litorali probabilmente rimaneggiati sin dal tempo della loro emersione, e successivamente
modificati dalle correnti e dal moto ondoso.
Mediante determinazioni d’età con il metodo del radiocarbonio la possibilità di datare e
ubicare le antiche linee costiere sembra un problema risolto. Infatti determinazioni C’4 su
conchiglie di organismi che vissero vicino alla linea di costa (conchiglie di ambiente costiero)
danno valori approssimativi del periodo in cui il mare era a quel livello durante la tra¬
sgressione.
Un primo tentativo è stato fatto dall’Autore su 15 determinazioni C14 di campioni ricchi
di conchiglie, situati lungo l’asse longitudinale del bacino (17).
(17) Le determinazioni di età sono state eseguite al « La Jolla Radiocarbon Laboratory » (Università di
California) dal Dr. G. S. Bien, dietro gentile consenso del Dr. H. E. Suess e del Dr. F. P. Shepard.
148
B. PIGORINI
A causa- delle molteplici possibilità di errore che scaturiscono da analisi di conchiglie
di specie e profondità indeterminate, i risultati di datazione conseguiti sono del tutto prov¬
visori ('*). Benché con i dati attualmente non corretti risulti impossibile datare con preci¬
sione le oscillazioni del livello marino in Adriatico, tuttavia si è notata una regressione di età
variante da circa 15.000 anni per fossili rinvenuti nella zona adiacente al ciglio di scarpata, a
circa 4.000 anni per organismi di zone costiere della piattaforma settentrionale. Questo fatto
si correla perfettamente con l’andamento generale del ritiro della linea di costa durante la tra¬
sgressione pleisto-olocenica.
La possibilità di una vasta emersione del bacino dell’Alto Adriatico durante il Pleisto¬
cene non è del tutto accettata da Selli (1962). Egli ammette una sedimentazione marina con¬
tinua per tutto il Pleistocene, priva di interruzioni continentali, con depositi che possono rag¬
giungere anche i 3000 metri di spessore in corrispondenza del delta del Po. Ciò escluderebbe
che il complesso fluviale padano si sia sospinto sino al ciglio dello zoccolo continentale del
Mare Adriatico tra Pescara e Sibenik o, come affermarono Grund (1907), De Marchi (1922),
Blanc (1937 e 1942) e Gridelli (1950), fino all’altezza di San Benedetto del Tronto e anche
del Gargano. Anche Autori più recenti (Pfannensteil, 1951 ; Paganelli, 1965), oltre ai già
citati Van Straaten (1965), Mosetti (1966) e Brambati e Venzo (1967), sono d’accordo nel-
l’ammettere un ambiente continentale e l’emersione di vaste aree dell’Adriatico durante il
tardo Pleistocene.
Dai dati sopra acquisiti si può concludere che in Adriatico l’attuale ciclo marino è stato
preceduto da un ciclo continentale con depositi del Quaternario Superiore, intendendo come
tale tutto il Quaternario alluvionale e deltizio posteriore al Tirreniano, o talvolta al Milaziano,
del Pleistocene superiore e dell’Olocene.
ASSOCIAZIONE DEI MINERALI PESANTI E RELATIVA DISTRIBUZIONE REGIONALE
Dai dati sperimentali conseguiti su minerali pesanti e dalle possibili combinazioni di
minerali caratteristici si sono distinte in Adriatico tre principali associazioni mineralogiche
(Tav. XXI).
a) G-E-O-associazione (associazione a granato, epidoto, orneblende);
b) Au-associazione (associazione a augite);
c) Epi-associazione (associazione a epidoto).
Entro le singole associazioni si sono riconosciuti sottogruppi compositi, basati sulle va¬
riazioni percentuali dei minerali pesanti diagnostici. Il contenuto caratteristico di minerali
pesanti delle associazioni principali e dei sottogruppi compositi è rappresentato nella Tab. I (ly).
a) G-E-O-associazione (campione rappresentativo VA 176). Questa associazione a gra¬
nato, epidoto, orneblende (in prevalenza di colore verde scuro), talora con apatite in minima
quantità, occupa, con i relativi sottogruppi, larga parte della piattaforma adriatica. E’ carrat-
teristica dei sedimenti che si estendono fra la isobata di 20 metri, a Sud-Est della costa vene¬
ziana, e P isobata di 160 m., all’altezza della soglia della piattaforma tra Pescara e Sibenik.
Campioni dell’area di sedimenti prospicienti Pula e Zadari (campioni rappresentativi VA 201
n 11 materiale datato è un miscuglio di tutti gli organismi biologici depositatisi da quando il livello
marino superò il punto di campionatura, cosicché le date ottenute rappresentano una media, piuttosto che il
momento della trasgressione. Determinazioni quali-quantitative e ecologiche delle associazioni fossilifere dei
campioni datati sono in via di esecuzione. In una prossima nota l’Autore si ripromette di pubblicare le data¬
zioni reali dei campioni e le relative considerazioni geocronologiche e paleogeografiche.
(’) I dati sul conteggio dei minerali pesanti di tutti i campioni analizzati sono stati tabulati ma non
allegati alla presente Memoria a causa della loro copiosità. L’Autore si tiene a disposizione comunque per
soddisfare a qualsiasi eventuale richiesta di tali dati.
Tabella I. - Contenuto dei minerali delle 'principali associazioni e relativi sottogruppi compositi dei sedimenti recenti del Mare Adriatico.
auBjoonBptf
81![0jnB}s
o^opida
o^bubj3
B.iBiqo dpjdA
cj
73
C
2 B.inos apjaA
<D
C
ÉH
o
uun.iq I
oji^ru-aiz-jo^
•{sj auoiduiB3
00 00 IO
CO
CO CO <M
Ci
TP CO
CO CO CO CO CO CO
CO <M
IO
CO
CO
CO
co co
CO 00 IO
co
IO
co
a
<u
<x>
'Si
3
&
£
O
11
co bo
CO 3
EÌ> ""
3
cS
'a
cu
o
12
'a
0>
fcl
£
O
•»<
o S
8|
^ OJ
Cq
Simboli e segni nella tabella si riferiscono ai seguenti minerali e proporzioni di minerali:
au = augite; gra ir granato; epi = epidoto; orn = orneblende; / = primo minerale in quantità preponderante sui seguenti; - = minerali in quantità analoga.
150
B. PIGORINI
e VA 321) contengono quantità rilevanti di orneblende (sottogruppo a orneblenda) e di granato
(sottogruppo a granato). Quest’ ultimo è presente anche lungo la fascia costiera nei dintorni
di Ancona; esso risulta frammisto a epidoto in un’area tra S. Benedetto e Pescara (cam¬
pione rappresentativo VA 2) e a quantità subordinate di epidoto e orneblenda in sedimenti
più lontani dalla costa pescarese. Granato e orneblende sono caratteristici di sedimenti a N
del delta del Po (campioni rappresentativi VA 104 e VA 111). Orneblende e epidoto sono co¬
stituenti fondamentali dei sedimenti prospicienti Pesaro (campione rappresentativo VA 180).
b) j\u-associazione (campione rappresentativo VA 307). Il contenuto di minerali pe¬
santi dei sedimenti appartenenti a questa associazione, è caratterizzato dalla presenza di mi¬
nerali vulcanici; tra questi significativa è l’alta percentuale di augite. Il granato, l’epidoto e,
subordinatamente, le orneblende possono essere presenti anche in quantità consistenti, ma non
raggiungono quasi mai le percentuali dei G-E-0 depositi. I campioni rappresentativi di questa
associazione e dei relativi sottogruppi sono rappresentati nella Tab. I.
L’area di maggiore distribuzione dei sedimenti ad augite si estende a Sud-Est dello zoc¬
colo continentale, occupando quasi totalmente la fossa meso-adriatica e buona parte del¬
l’Adriatico Meridionale (Tav. XXI; campione rappresentativo VA 307 nella Tab. I).
Un’augite diversa dal punto di vista morfologico è quella costituente i sedimenti della
zona prospiciente la costa veneta fino all’ isobata di 20 m. ; non più uno spiccato idiomor-
fismo, ma strutture di corrosione o « cokscomb » e « hacksaw structures » e un certo arro¬
tondamento caratterizzano l’augite dei sottogruppi veneziani.
In questi sottogruppi l’augite non è componente monomineralico, ma è frammista a
elementi padani quali epidoto, granato e orneblende. I sedimenti costieri, a augite predomi¬
nante su granato e epidoto (campione rappresentativo VA 121), passano gradualmente a de¬
positi più orneblendici (campione rappresentativo VA 119) e granatiferi (campione rappre¬
sentativo VA 127); qui l’associazione a augite sembra frammista alla G-E-O-associazione, de¬
lineandosi quest’ultima all’altezza dell’ isobata di 20 m. con sedimenti ricchi di orneblenda e
quasi del tutto privi di augite (campioni rappresentativi VA 104 e VA 111). Il contenuto a
augite e epidoto dei sottogruppi rappresentati dai campioni VA 285 e VA 257 caratterizza
una fascia di sedimenti prospicienti la costa slavo-albanese, i quali sono di transizione alla
Epi-associazione. Granato e epidoto (campioni rappresentativi VA 276 e VA 281) sono di¬
stribuiti con frequenza significativa in piccole aree prospicienti Brindisi e Otranto. I sedi¬
menti costieri tra Pescara e Rodi contengono augite, granato e epidoto in quantità prepon¬
derante su altri costituenti (campioni rappresentativi VA 225 e VA 248). In una zona limitata
prospiciente Sibenik i sedimenti risentono dell’apporto della G-E-O-associazione per prepon¬
deranza di granato su augite e epidoto (campione rappresentativo VA 209).
c) Epi-associazione (campione rappresentativo VA 287). Questa associazione è costi¬
tuita quasi totalmente di epidoto e è diffusa in una fascia ristretta, prospiciente la costa
albanese (Tav. XXI, Tab. I).
Prima di considerare le varie associazioni mineralogiche in funzione della loro prove¬
nienza, è importante stabilire se i sedimenti che esse caratterizzano petrograficamente rappre¬
sentino vere province sedimentologiche, in accordo con la definizione introdotta da Edelman
(1933). Secondo Edelman si definisce come provincia petrografica sedimentaria un complesso
di sedimenti che costituiscono un’unità in origine, età e distribuzione; unità di origine in rap¬
porto all’area di provenienza, mentre età e distribuzione si riferiscono alla posizione dell’as¬
sociazione mineralogica nel tempo e nello spazio.
La Tav. XXII dimostra la distribuzione delle province, province di transizione, sotto¬
province (o subprovince) dei sedimenti del Mare Adriatico, basate sul concetto che di pro¬
vincia è stato dato da Edelman e sui fattori che hanno condizionato la provenienza, il tra¬
sporto e la deposizione dei sedimenti stessi. Ogni provincia petrografica deve avere avuto una
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1.51
sua propria zona di alimentazione, una sorgente di apporto e una distribuzione geografica e
stratigrafica ben definita.
Zone di transizione o di mescolanze, sovrapposizioni e interferenze separano le pro¬
vince adiacenti e definiscono le transubprovince e le subprovince. Tuttavia può accadere che
differenze mineralogiche tra le varie province siano dovute a altre cause e fattori, per
esempio a « sorting » di minerali pesanti o a un processo di alterazione selettiva.
Infatti la composizione mineralogica è anche funzione dell’alterazione di minerali insta¬
bili nell’area di provenienza, durante il trasporto o durante la deposizione, o di sorting selet¬
tivo : fattori che possono modificare la composizione tra rocce di provenienza e sito di depo¬
sizione, e che sono dettagliatamente trattati nel capitolo seguente.
CAUSE E EFFETTI DELLE VARIAZIONI MINERALOGICHE DEI SEDIMENTI RECENTI
DEL MARE ADRIATICO
Esistono diverse ragioni per spiegare le modificazioni e le variazioni della composi¬
zione mineralogica o del contenuto di minerali di sedimenti appartenenti a una provincia pe¬
trografia. Anche in un sedimento di origine e tessitura omogenea o nei limiti di una singola
associazione, la distribuzione dei minerali non è mai uniforme. L’eventualità che analisi più
dettagliate e più numerose di minerali, eseguite su campioni di uno stesso deposito possa pro¬
durre risultati identici è piuttosto scarsa (Krumbein e Pettijhon, 1938); di conseguenza ana¬
lisi di precisione non danno informazioni addizionali.
L’esistenza di queste variazioni è illustrata nella Fig. 6, dove viene rappresentata la va¬
riazione della composizione di minerali pesanti in una sezione trasversale del bacino del
Mare Adriatico (Fig. 7), in sedimenti appartenenti alla Provincia Padana. In ascissa vengono
indicate le stazioni di campionatura, in ordinata le percentuali cumulative dei minerali, in cor¬
rispondenza di ciascun campione. I vari punti-percentuale di ciascun minerale vengono con¬
giunti in modo di avere una visione chiara delle variazioni del contenuto di minerali pesanti
nei diversi campioni.
Tra le variazioni che possono dare origine a discrepanze, vi sono quelle di natura tec¬
nica, definite da Doeglas (1940, 1952) e Edelman (1933) come « chance variations ». Queste
riflettono una naturale variazione statistica e della campionatura e degli errori di analisi, ma
Doeglas (1940) ha potuto dimostrare che agli effetti della interpretazione geologica, esse
rientrano in limiti d’errore di nessuna importanza.
I fattori principali che possono modificare la composizione mineralogica dei sedimenti
sono :
a) alterazione dei minerali nelle rocce di provenienza;
b) abrasione meccanica durante il trasporto dalla zona di alimentazione al bacino di
sedimentazione ;
c) alterazione selettiva nel bacino di deposizione ;
d) soluzioni chimiche post-deposizionali capaci di rimuovere i minerali meno stabili
nel bacino di sedimentazione;
e) « sorting » selettivo di minerali secondo la dimensione e la densità.
a) L’effetto dell’alterazione si riflette in una diminuzione o scomparsa dei componenti
meno stabili (quali olivina, augite, orneblende, apatite e qualche volta epidoto) e in un pro¬
gressivo relativo aumento di elementi più stabili (quali tormalina, zircone, rutilo). Questa se¬
lezione può produrre deviazioni significative nelle associazioni di minerali pesanti dei sedimenti,
se questi si sono depositati nel bacino secondo un processo lento e continuo nel tempo, o se
provengono da aree tettonicamente stabili e di basso rilievo. Nel bacino adriatico invece, e
particolarmente in ambiente di piattaforma, si è notata quasi costantemente la presenza di
apatite, (minerale ritenuto di scarsissima resistenza all’alterazione da Sindowski (1949) e
livello del mare
Fig. 6. — Variazioni della composizione dei minerali pesanti dei sedimenti del Mare Adriatico lungo la sezione X-* Y
della Fig. 7. L’ordinata indica la percentuale cumulativa in granuli dei minerali; l’ascissa indica l’ubicazione dei cam¬
pioni. I simboli nel diagramma di variazione si riferiscono ai seguenti minerali: epi = epidoto; gra = granato; orn''" =: or-
neblenda verde scura; orn'p = orneblenda verde chiara; orn”r = orneblenda bruna; trem = tremolite; aug = augite;
glaucofane, ap = apatite; sta == staurolite; eia — cianite; tit = titanite; ip iperstene; ztr = zircone-tormalina-
rutilo.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
i r>3
Pettijohn (1957)) e di elementi anfibolici e pirossenici. Hanno contribuito alla preserva¬
zione di questi minerali la zona di alimentazione geologicamente immatura, l’ instabilità tetto¬
nica e orogenetica dell’arco alpino e la deposizione attiva e abbondante, che ha impedito ai
processi d’alterazione di modificare sostanzialmente la composizione mineralogica dei sedi¬
menti. Solo nella zona di alimentazione di rocce ofiolitiche dell’Albania alcuni costituenti
meno stabili, come olivina e augite, risultano alterati o rimossi per serpentinizzazione di
rocce basiche, con relativo aumento di epidoto e cromite nell’associazione a epidoto prospi¬
ciente le coste Albanesi.
Le osservazioni precedenti possono in parte essere applicate anche al secondo fattore:
b) variazione del contenuto di minerali per abrasione meccanica durante il trasporto.
Studi a carattere regionale di sedimenti trasportati per centinaia di Km., come lungo il
Mississippi (Russell, 1939; U.S.A. Corps of Engineers, 1956) e il Reno (Van Andel, 1950),
hanno dimostrato che la rimossione dei minerali pesanti per abrasione è di entità trascurabile.
Considerazioni geografiche permettono di stabilire che, nel caso del bacino del Mare Adria¬
tico, le distanze dall’area di provenienza al sito ultimo di deposizione del materiale clastico
sono ben più brevi di quelle dei grandi fiumi menzionati. Granuli di apatite e alcune alti e
specie di minerali pesanti che presentano spigoli vivi delle associazioni adriatiche, portano a
propendere per una resistenza efficace alla abrasione anche da parte dei minerali meno stabili.
Si potrebbe constatare abrasione o eliminazione di elementi meno stabili soltanto in caso di
prolungata rielaborazione attraverso un meccanismo di trasporto energico, a alto gradiente,
continuo nel tempo e nello spazio. Analisi individuali di sabbie dei fiumi della pianura padana
sono state eseguite per lungo tratto da Passega, Florio e Colacicco (1964). Benché varia¬
zioni granulometriche siano state riscontrate lungo il corso del Po, non si è constatato, dalla
sorgente alla foce, nessun segno di rimossione progressiva di ogni specie minerale.
B. PIGORINI
ir» 4
c) modificazioni mineralogiche sin- e post-deposizionali dei minerali a opera degli
agenti attivi sono evidenti nel bacino adriatico, e risultano significative se inquadrate nella
storia geologica dopo la loro deposizione. Infatti dai profili di distribuzione riportati nelle
Figg. 7 e 8, augite, apatite e, meno intensamente, staurolite, diminuiscono quantitativamente
con la profondità della piattaforma. Essi risultano contaminati o rimossi per alterazione selet¬
tiva e prolungata in depositi residuali di sedimenti terrestri litorali, esposti sulla piattaforma
durante i bassi valori del livello marino pleistocenico; sono stati in seguito rielaborati e ridi¬
stribuiti dagli agenti marini durante il graduale aumento del livello marino dei primi stadi
della trasgressione pleisto-olocenica. La diminuzione dell’augite è accompagnata da granuli
della stessa natura, con le caratteristiche terminazioni multiple piramidali in tutti gli stadi di
Fig. 8. — Variazione della percentuale di augite, apatite e staurolite lungo i profili assiali della
Fig. 7. L’ordinata indica la percentuale in granuli dei minerali, l’ascissa l’ubicazione dei campioni.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1
sviluppo: le così dette « hacksaw and cockscomb corrosion structures », tanto ben descritte
e raffigurante da Itoss et al. (1929), Edelman e Doeglas (1932), Goldstein (1942), Hutton
(1959), Van Andel (1960), Van Andel e Poole (1960) e Gandolfi e Gazzi (1963).
In tale maniera si comprende perchè l’augite di alimentazione trentina degli attuali se¬
dimenti raggruppati come Provincia Veneziana (a NE del delta del Po), fosse componente fon¬
damentale dei sedimenti Padani inquadrati nel sistema idrografico dell’ epoca wiirmiana,
quando il Po accoglieva probabilmente la confluenza di altri fiumi veneti e primo fra essi
l’Adige.
d) Il penultimo fattore riguarda la distruzione post-deposizionale dei minerali, un
processo che Pettijohn (1957) ha chiamato soluzione interstratale. Questo processo include sia
l’alterazione al momento della deposizione, sia la soluzione post-deposizionale comunemente in¬
vocata da diversi Autori (per es. Edelman e Doeglas, 1932; Bramlette, 1941; Weyl,
1952 a, b; Pettijohn, 1957; Gazzi, 1965) o discussa da Krynine (1942), Van Andel (1952,
1959) e Stanley (1965) per spiegare l’assenza o la persistenza di specie mineralogiche più o
meno stabili in rocce consolidate. Ma nel caso del Mare Adriatico , avendo a che fare con se¬
dimenti superficiali inconsolidati, l’alterazione e la corrosione chimica potranno avere interes¬
sato soltanto minerali di recente deposizione.
e) L’ultima possibilità di variazione concerne la eventualità che alcuni costituenti mi¬
neralogici possano avere una distribuzione anomala in seguito a « sorting » selettivo, durante
il trasporto e nel sito di deposizione del bacino.
Dimensione, forma e densità sono fattori responsabili nel determinare quali granuli,
fra i materiali in via di trasporto, si saranno depositati sotto certe condizioni di corrente e
quali saranno rimasti sospesi. Granuli piccoli, di densità elevata, saranno sedimentati insieme
a particelle più grandi, di peso specifico più basso. Alcuni minerali mostrano una distinta pre¬
ferenza per un certo intervallo granulometrico; la forma dei graunli può avere influenzato la
velocità di caduta degli stessi (granuli a alta sfericità hanno una modalità di trasporto e una
velocità di sedimentazione diverse dalle particelle angolari o piatte). Una sistematica rela¬
zione può quindi sussistere tra le condizioni di trasporto e la frequenza di distribuzione gra¬
nulometrica dei minerali.
Risultati conseguiti da Seibold (1963) su depositi sabbiosi costieri del Mare del Nord e
del Mare Baltico hanno dimostrato che la distribuzione granulometrica de; minerali dipende
dal modo con cui vengono trasportati in acqua, differente a seconda che avvenga per rotola¬
mento, saltazione o sospensione. Passega, Rizzini e Borghetti (1967) hanno riscontrato a
tale proposito una stretta relazione in sedimenti costieri del Mare Adriatico tra i parametri
granulometrici e la profondità del fondo marino; la turbolenza di fondo in seguito a moto
ondoso sembra essere il fattore principale nella selezione e distribuzione di sedimenti sabbiosi
I minerali pesanti variano in densità da 2.89, peso specifico del bromoformio (liquido
di separazione), sin oltre 5.0 e, in dimensioni, da un minimo di 0.030 mm. ad un massimo di
0,500 mm. . Gli effetti del « sorting » possono essere notevoli quando le associazioni conten¬
gono specie mineralogiche in intervalli granulometrici di larga divergenza.
In generale è l’originaria dimensione di un minerale il principale fattore e la causa
della variazione granulare (Van Andel, 1950, 1955, 1959, 1960, 1964; Poole , 1958; Nota, 1958;
Van Andel e Postma, 1954; Van Andel e Poole, 1960; Seibold, 1963; Stanley, 1963, 1964,
1965), mentre gli effetti del peso specifico risultano in apparenza di minore importanza (ZON-
NEVELD, 1946; RlTTENHOUSE, 1943). Zircone e rutilo, per esempio, sono quasi sempre di pic¬
cole dimensioni e quindi si concentrano in sedimenti molto fini (Van Andel e Postma, 1954;
Poole, 1958; Stanley, 1965); essi sono il risultato di « sorting» e non già da imputare a una
roccia di provenienza ricca di zircone e rutilo.
Altri minerali che si concentrano più facilmente in un certo intervallo granulometrico,
generalmente, riflettono la loro dimensione nella roccia d’origine. I pirosseni di provenienza
B. PIGORINI
15(3
vulcanica sono generalmente ristretti alle frazioni più grossolane, gli epidoti alle più fini, gli
anfiboli occupano una posizione intermedia (Van Andel, 1959). Ne consegue, come nel caso
del Rodano (Van Andel, 1955), che un’associazione caratterizzata da questi elementi si diffe¬
renzierà per « sorting », e non per provenienza, in depositi grossolani ricchi in pirosseni e in
depositi fini con epidoto abbondante.
Dal momento che eventuali differenze mineralogiche tra distinte associazioni o province
di minerali pesanti possono coincidere con differenze granulometriche della sabbia, risulta
sempre necessario eseguire un controllo granulometrico che determini 1* influenza delle dimen¬
sioni dei granuli sulla frequenza dei minerali ; in altre parole si tratta di dimostrare se il con¬
tenuto di minerali pesanti nei diversi campioni e la loro distribuzione regionale in termini di
associazioni e province petrografiche, siano dovuti a disparità granulometriche per effetto di
« sorting » selettivo, o siano imputabili a differenze petrografiche della zona di alimenta¬
zione e di provenienza del materiale.
Nel caso in studio del Mare Adriatico, per esempio, i sedimenti della Provincia Vene¬
ziana ricchi di augite, e i sedimenti della Provincia Padana, scarsi di augite, potrebbero rap¬
presentare una variazione granulometrica, dal momento che è generalmente riconosciuto che
l’augite ugualmente si rinviene in grossi granuli e che la frequenza di questo minerale è
generalmente più alta in sedimenti grossolani piuttosto che in quelli fini. Correlazioni simili
possono sussistere per altri minerali diagnostici.
Nelle Figg. 9, 10, 11 i contributi vettoriali (-’") dei minerali diagnostici più importanti
sono diagrammati col diametro mediano (21) Md in unità phi della frazione sabbiosa
0.062-2.000 mm. (22).
In tutti i diagrammi delle Figg. 9, 10, 11 la relazione tra la mediana della frazione sab¬
biosa e la frequenza di alcuni minerali diagnostici, quali epidoto, granato, orneblende e augite,
è data in rispetto alle varie Province, Province di transizione o Subprovince dei minerali pe¬
santi dei sedimenti della Tav. XXII.
I grafici mettono chiaramente in evidenza che questa relazione differisce più o meno
in ciascuna delle Province mineralogiche menzionate. Entro la Provincia Padana ed in quella
di transizione Veneziana-Padana e Padana-Sud-augitica il contributo-percentuale dell’epidoto
ha chiara tendenza a aumentare col diminuire dell’intervallo granulometrico; frequenze posi¬
tive sono più comuni nei sedimenti più fini. Tale tendenza non è invece osservabile tra la Sub¬
provincia Costiera e la Provincia Albanese e è esente da distribuzione significativa nelle altre
Province, dove il contributo-percentuale dell’epidoto oscilla sui valori negativi.
Una tendenza differente viene invece riscontrata per il granato. Le Figg. 9 e 10 mo¬
strano che entro la Provincia Padana e in quelle di transizione Veneziana-Padana e Padana-
Sud-Augitica, il granato ha un comportamento di distribuzione antipatetica in rispetto all’epi¬
doto, avendo massima preferenza per gli intervalli granulometrici più grossolani.
Per gli altri minerali, augite e orneblenda, la correlazione non sussiste. L’orneblenda
nelle aree di maggior frequenza (Fig. IOa e Fig. Ile) sembra distribuirsi lungo un intervallo
del valore Md<p = 2.0 - 3.5, mentre per l’augite le distribuzioni frazionali sono di minore im-
C) I contributi vettoriali rappresentano i termini di proporzione dei vettori di riferimento con i sin¬
goli campioni (si veda nel capitolo dell’applicazione dell’analisi vettoriale una più ampia spiegazione del con¬
cetto). Più semplicemente, ma non in maniera esatta, si possono considerare i contributi vettoriali come per¬
centuali in scala vettoriale degli stessi campioni analizzati.
V) Il diametro in phi rappresenta il logaritmo negativo in base 2 del diametro in mm., e aumenta col
diminuire di quest’ultimo.
(") L’uso di questo intervallo granulometrico per confronto è giustificato dal fatto che sussiste una
relazione evidente tra la distribuzione granulometrica della sabbia e quella della frazione pesante. Solo al di
sotto del valore Md — 3.75 phi (0.075 mm) non sussiste alcuna relazione tra la mediana della distribuzione
granulometrica del sedimento totale e la distribuzione della frazione sabbiosa.
PROVINCIA VENEZIANA
■ ORNEBLENDA
PROVINCIA VENEZIANA
O EPIOOTO
•GRANATO
X AUGI TE
■ ORNEBLENOA
TRANSUB PROVINCIA VENEZIANA PADANA
| x augite
TRAN SUB PROVINCIA VENEZIANA PADANA
| O EPIDOTO
| • GRANATO
Fig. 9. — Relazione tra la percentuale (in termini di contributo vettoriale) tra alcuni minerali caratteristici delle Pro¬
vince, Transubprovince e Subprovince del Mare Adriatico e la « mediana » granulometrica della frazione sabbiosa
(2.000-0.062 mm.): A) variazione granulare di orneblenda e epidoto nella Provincia Veneziana, B) variazione granulare
di granato e augite nella Provincia Veneziana, C) variazione granulare di orneblenda e augite nella Transubprovincia
Venezia-Padana, D) variazione granulare di epidoto e granato nella Transubprovincia Veneziana-Padana. Per la distri¬
buzione regionale delle Province, Transubprovince e Subprovince si veda la Tav. XXII.
PROVINCIA PADANA
ORNEBLENDA
PROVINCIA PADANA
• granato
X AUGITE
O EPIDOTO
' X AUGITE
TRAN SUB PROVINCIA PADANA SUDAUGITICA
• GRANATO
■ ORNEBLENDA
TRANSUBPROVINCI A PADANA SUDAUGITICA
o
EPIDOTO
t-0.70
— I — i — i — r-
X X.
X X
— I — I — I — I — I — I —
2.0 25
3.0 3 5
MEDIANA IN PHI
Fig. 10. Relazione tra la percentuale (in termini di contributo vettoriale) tra alcuni minerali caratteristici delle Pro¬
vince, Transubprovince e Subprovince del Mare Adriatico e la « mediana » granulometrica della frazione sabbiosa
(2.000-0.062 mm.): A) variazione granulare di orneblenda e augite nella Provincia Padana, B) variazione granulare
di granato e epidoto nella Provincia Padana, C) variazione granulare di augite e granato nella Transubprovincia Padana-
Sud-augitica, D) variazione granulare di orneblenda e epidoto nella Transubprovincia Padana-Sud-augitica. Per la distri¬
buzione regionale delle Province, Transubprovince e Subprovince si veda la Tav. XXII.
PROVINCIA SUDAOGJTICA
O E PI DO T 0
m OftNEBLENOA
• ORA NATO
* AUGITE
PROVINCIA
ALBANESE
| O E Pi DOTÒ
• ORNEBLENDA
• GRANATO
| X AUGITE
-f-LOO
♦-05O—
3.0 3|5
MEDIANA IN PHI
SUBPROVINCI A COSTIERA
O EPIDOTO
• GRANATO
■ ORNEBLENDA
Sp. Split
Sk . Skumbi
Br - Brindisi
Ot - Otranto
SUBPROVINCIA
I O EPIDOTO
• ORNEBLENDA
I • GRANATO
I X AUGITE
Fig. 11. — Relazione tra la percentuale (in termini di contributo vettoriale) tra alcuni minerali caratteristici delle Pro¬
vince, Transubpro vince e Subprovince del Mare Adriatico e la « mediana » granulometrica della frazione sabbiosa
(2.000-0.062 mm.): A) variazione granulare di epidoto, orneblenda, granato e augite nella Provincia Sud-augitica, B) va¬
riazione granulare di epidoto, orneblenda, granato e augite nella Provincia Albanese, C) variazione granulare di epidoto,
granato e orneblenda nella Subprovincia costiera, D) variazione granulare di epidoto, orneblenda, granato e augite nella Sp,
Sk, Br e Ot Subprovincia. Per la distribuzione regionale delle Province, Transubprovince e Subprovince si veda la Tav. XXII.
B. PIGORINI
160
portanza in tutti i gradi granulometrici, mostrando difficilmente una preferenza per un parti¬
colare intervallo.
In questo modo le differenze in contenuto di augite tra la Provincia Veneziana (Fig. lOb)
e la Provincia Padana (Fig. Ila) attraverso quella di transizione (Fig. lOc), non sono dipen¬
denti da un controllo granulometrico o da effetti di sorting, ma si devono spiegare in termini
di alterazione selettiva (vedi pag. 154).
Questo confronto mineralogico-granulometrico, reso necessario per mettere in luce una
variazione granulare di minerali pesanti nelle varie province adriatiche, ha dimostrato che
una minima o nessuna relazione esiste fra la distribuzione-percentuale dei diversi minerali pe¬
santi e la predilezione dei medesimi in una particolare frazione; minori differenze in conte¬
nuto di epidoto o granato possono essere causate da sorting, ma in generale si può ammettere
che fattori gianulometiici non controllano la composizione mineralogica dei sedimenti adria-
tici. Gli effetti di sorting di corrente probabilmente non influenzano sufficientemente il limi¬
tato intervallo dimensionale dei minerali.
Principalmente la distribuzione granulometrica dei minerali pesanti è in funzione del
materiale di provenienza. Queste considerazioni sono interamente in accordo con gli studi
precedenti eseguiti su sedimenti recenti del Golfo del Messico (Van Andel e Poole, 1960 ;
\an Andel, 1960) e del Golfo di California (Van Andel, 1964).
Una variazione della composizione mineralogica della zona di alimentazione si riflette
sui sedimenti del Mar Adriatico, essendo essi composti da costituenti mineralogici di natura
diversa, ma rappresentativi dei minerali originariamente erosi da rocce di provenienza fon¬
damentalmente differenti (provenienza vulcanica trentina, provenienza scistoso-cristallina al¬
pina, provenienza vulcanica meridionale, provenienza da rocce basiche albanese). I costituenti
mineralogici sono stati rapidamente erosi, trasportati e depositati nel bacino, conservando la
proprietà composizionale ereditata, malgrado alcuni accenni di alterazione selettiva e di modi¬
ficazione granulometrica.
Si può perciò concludere che i sedimenti rappresentano, da un punto di vista petrogra-
fico, vere province sedimentologiche.
PROVINCE E PROVENIENZA DEI SEDIMENTI ADRIATICI
Appurato che le associazioni mineralogiche nei sedimenti recenti del Mare Adriatico
rappresentano l’apporto da differenti aree di alimentazione, si considera ora la provenienza
dei medesimi in relazione alle province definite. Quattro sono le province principali distinte
nel bacino adriatico (Tav. XXII):
a) Provincia Veneziana: caratterizzata dall’associazione a augite, con granato e
orneblenda subordinati, proveniente dai fiumi veneti Adige, Brenta, Piave, Tagliamento.
Il bacino di drenaggio dei fiumi tra l’Adige e 1’ Isonzo consiste principalmente di formazioni
sedimentarie calcareo-dolomitiche di età mesozoica e di aree relativamente poco estese di rocce
vulcaniche (23).
Le associazioni di minerali pesanti dei fiumi veneti in questa areg, (Artini, 1898; Sal-
moiraghi, 1907; Morgante, 1953-54; Francini e Storer, 1962; Damiani et al., 1964) riflet¬
tono la composizione mineralogica delle rocce di provenienza ossia dei porfidi, delle porfiriti
“U?!tlche e.de! melafiri del Trentino, essendo di scarsa importanza il materiale sedimentario.
Ditlerenze individuali esistono nei contenuti mineralogici dei fiumi veneti e non si possono fare
) La letteratura geologico-petrografica inerente le formazioni circostanti l’Adriatico è talmente co-
* ^ltrafP^rte anche nota- che è ambrato tipograficamente troppo gravoso e non necessariamente in¬
sperabile citarla in questa nota, essendo essa conosciuta da qualsiasi ricercatore che si occupi di geologia
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
101
deduzioni comparative a causa della dubbia attendibilità delle tecniche usate e del limitato
materiale studiato dagli AA. sopra nominati. Tuttavia le percentuali significative di augite
e granato e l’assenza di glaucofane e staurolite riscontrata nei fiumi si riflettono anche sui
campioni di fondo della Provincia Veneziana.
I sedimenti litorali a augite predominante su granato e epidoto (campione rappre¬
sentativo VA 121 della Tab. II) passano gradualmente verso il mare a depositi più orneblen-
dici (campione rappresentativo VA 119) e granatiferi (campione rappresentativo VA 127).
In una stretta zona di transizione, o Transubprovincia Veneziana-Padana (campioni rappre¬
sentativi VA 104 e VA 111), elementi caratteristici della Provincia Padana, quali granato,
epidoto e orneblende, e minerali metamorfici, quali glaucofane e staurolite, si mescolano più
o meno completamente con quelli citati della Provincia Veneziana. Questi sedimenti proven¬
gono sia dai fiumi veneti situati a Nord, che dal Po situato a Occidente.
b) Provincia Padana: caratterizzata dall’associazione a granato-epidoto-orneblende
proveniente in parte preponderante da materiale trasportato dal fiume Po e in quantità mi¬
nime dai fiumi sfocianti direttamente nell’Adriatico a Sud del Po. Questa Provincia è carat¬
teristica dei sedimenti che si estendono tra l’isobata di 25 metri a Sud-Est della costa vene¬
ziana, e l’ isobata di 160 metri all’altezza della soglia di piattaforma tra Pescara e Sibenik
(Tav. XXII). I sedimenti in una zona prospiciente Pula e Zadari contengono quantità rilevanti
di orneblende (VA 201) e di granato (VA 321, Tab. II); quest’ultimo elemento è fortemente
concentrato anche lungo la fascia costiera nei dintorni di Ancona. Granato e epidoto predo¬
minano tra S. Benedetto e Pescara (VA 2), mentre orneblende e epidoto sono costituenti fon¬
damentali di sedimenti prospicienti Pesaro (VA 180).
I minerali pesanti del Po e dei suoi maggiori tributari sono stati studiati da alcuni Au¬
tori del secolo scorso (Artini, 1898; Salmoiraghi, 1903) e in dettaglio da Passega, Florio e
Colacicco (1964). L’associazione tipica, riscontrata lungo l’intero corso del Po e lungo le spiagge
adiacenti al delta consiste di granato, epidoto e orneblende, con percentuali minori di augite,
glaucofane e staurolite. Essa è analoga a quella descritta per i sedimenti a granato, epidoto
e orneblende della piattaforma adriatica (Tavv. XXI e XXII e Tabb. I e II). Anche i depositi
sabbiosi di spiaggia del litorale adriatico da Ravenna a Silvi in Abruzzo analizzati da Ar-
tini (1896), Salmoiraghi (1907), Chelussi (1911a) e Gazzi (1961), hanno una composizione
mineralogica del tutto simile alle sabbie del Po e alle sabbie dei pozzi trivellati nella pianura
padana, analizzate da Chelussi (1912) e da Morgante e Accordi (1948).
Secondo Chelussi (1911a), l’origine delle sabbie adriatiche a Nord di Pescara si deve
in maggior parte alle deiezioni del Po trasportate verso Sud dalle correnti litorali e sospinte
verso le coste dal moto ondoso; i fiumi adriatici che solcano le rocce arenacee dell’Appen-
nino contribuiscono solo in minima parte a arricchire di minerali pesanti le sabbie adriatiche.
Infatti l’abbondanza e la varietà di minerali pesanti delle sabbie appartenenti alla Provincia
Padana si possono principalmente correlare con una fonte più copiosa, quale appunto è il
complesso cristallino delle Alpi.
La provenienza padana era stata invocata da Damiani (1965) e Damiani et al. (1964)
per sedimenti di fondo di alcune carote isolate, prelevate a N della fossa meso-adriatica.
I sedimenti Padani riflettono un deposito immaturo di primo ciclo, determinato diret¬
tamente dalla natura delle rocce di provenienza in aree tettonicamente instabili. La zona di
alimentazione va ricercata principalmente nelle rocce ignee e metamorfiche della catena alpina
Centro-occidentale e solo subordinatamente nelle rocce sedimentarie dell’Appennino Centro¬
settentrionale.
c) Provincia Sud-Augitica : caratterizzata da sedimenti estremamente ricchi di augite
(campione rappresentativo VA 307, Tab. II).
Una cintura di mescolanza padano-sudaugitica fa da transizione alla Provincia Sud-
I
Tabella II. - Composizione rappresentativa dei minerali pesanti delle Province del Mare Adriatico.
<M CV1 I t>* t-h
auoizBiDOSsy
•^uasajddHj
0uoidiuH3
Q>
cj
.s
*>
o
a
<D
£
Sh
£
Sh
o
I
£
G<
_b0 U)
£
£
3
£
£
Sh
o
£
£
Sh
bO
rH Ci t>
(M H (M
< < <J
> > >
£
H,
N
§
A
o
aj
(X,
c3
G
bQ
G
G
o
o
G
g
o
I
c3
G
b£>
C
> >
H
£
H
Q
H
>°r
23
a<
■§s
t/2 ^
G ^
a ^
G
G
O
t
’ft
02
I
o3
G
bc
02
G3
C
02
2
0)
G
G
O
o
G
G
G
G
bt)
a
0)
i
G
G
bc
G
G
O
i
‘a
a;
CD i — li — I Cd O
t> O Cd CO
i— I <N CO i— l
< <5 <J <J <5
> > > > >
£
Q
g;
Oh
o
a$
Oh
a
0)
G
G
G
G
bc
<33
o
(M
<<
>
o
►>1
Gì
h
S>
H
>g
O ,
G
t/2 ^
02
H>
bc
G
G
O
o
co
>
H
o
l~1
Gì
e>
£)
H
i
Q
£ì
0Q
O
(XJ
(X,
o
2
’a
02
I>
CO
Cd
<
>
&J
Co
§
oq
G)
H
A
O
oq
Gì
I
OQ
bti
O
«
g
ci
'd
g
a
a
c r
c
03
S
G
S
II
i
c
a;
b£
a>
P
w
G
G
a>
T3
G
O
Ph
a>
Uh
Cu
G
aj
P
cr
ci
Uh
0)
G
03
U-<
<D
G
G
.2
N
O
a
o
Uh
Ph
<D
"O
G
03
3
a;
G
Uh
O
G
Uh
a>
G
s s
G
0)
G
bc
a>
Ph
0)
Ph
a>
o
G
o
o
w
G
G
oj
So
a>
a
a
Uh
ÒJO
03
G
bc
G
03
G
bc
a»
w
o
rO
s
‘ai
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1 63
augitica, la cui area di maggior distribuzione si estende a SE dello zoccolo continentale. Essa
occupa quasi totalmente la fossa meso-adriatica e buona parte deH’Adriatico Meridionale.
La provenienza di questi sedimenti augitici è piuttosto complessa, anche perchè i diversi
Autori che si sono occupati delle zone circostanti e dei sedimenti litorali di spiaggia, non
sono d’accordo circa l’origine. Ludwig (1875), Ricciardi (1890), Virgilio (1900), Sacco (1911),
Checchia-Rispoli (1918), Maxia (1941), Merendi (1955), Sartori e Quaratesi D’Achiardi
(1966) e Quaratesi D’Achiardi (1966) propongono per sabbie del litorale pugliese una pro¬
venienza da parte del fiume Ofanto, il quale asporta materiali pirossenici dalle rocce vulca¬
niche del monte Vulture. Chelussi (1911 a, b) d’altra parte, asseriva che le sabbie di spiagge
litorali da Silvi, in Abruzzo, a Otranto, nelle Puglie, provenivano dall’abrasione di un mas¬
siccio cristallino sommerso a non grandi profondità nella parte meridionale del bacino adria-
tico, formato prevalentemente da pirosseniti; queste rocce avrebbero alimentato con augite
e granato le sabbie in questione.
Sulla base di questa premessa si sono formulate diverse ipotesi circa la provenienza
dei sedimenti appartenenti alla Provincia petrografia Sud-augitica del bacino meridionale
del Mare Adriatico.
1) Provenienza continentale, per l’apporto fluviale da parte dei fiumi Ofanto, Sangro
e Pescara e dei torrenti effimeri drenanti i terreni vulcanici del Monte Vulture e i relativi
depositi piroclastici, soggetti durante 1’ ultimo periodo freddo quaternario a attiva erosione.
Carrozzo et al. (1964) hanno riconosciuto serie piroclastiche e laviche, connesse con
varie fasi eruttive, separate da intervalli che hanno permesso una erosione differenziata in
relazione alle condizioni paleoclimatiche e glaciopluviali del Pleistocene superiore. Il modella¬
mento dei versanti vulcanici ha portato a notevole accumulo di materiali detritico-piroclastici
ricchi di minerali femici alla base dei pendìi del Vulture, sui quali si è impostato un sistema
idrografico fluvio-torrentizio piuttosto attivo.
Damiani et al. (1964) hanno avanzato la possibilità di correlare i depositi dei fiumi
Ofanto, Sangro e Pescara con il contenuto mineralogico di tre carote dell’Adriatico Meridio¬
nale, ritenendo possibile un legame di interdipendenza.
2) Provenienza cineritica, per apporto sub-aereo dovuto all’attività vulcanica del
monte Vulture e probabilmente a quella dei vulcani dell’ Italia Centrale.
L’attività esplosiva del Vulture, espressasi durante il Pleistocene e l’Olocene, fu molto
intensa in alcune fasi. Infatti blocchi fonolitici di due o tre tonnellate, ricchi di feldspati e
augite, furono lanciati a grande distanza e altezza insieme a ceneri, lapilli e pomici (Hiecke
Merlin, 1964; Amodio e Hiecke Merlin, 1966). L’alternanza riscontrata sulle falde del Vul¬
ture di due tipi di tufi, quelli chiari in relazione genetica con rocce Rachitiche e fonolitiche,
e quelli scuri legati alle tefriti e alle basaniti, l’aspetto essenzialmente cineritico dei costituenti
di origine vulcanica, sanidino e augite, trovano corrispondenza e analogie negli strati a sani-
dino, e in alcuni livelli cineritico-pomicei chiari e scuri rinvenuti in alcuni intervalli di carote
di fondo dell’Adriatico Meridionale (Van Straaten, 1966, 1967a)(-Q. Non è da escludere anche
1’ influenza del vulcanesimo centrale che, secondo Fornaseri et al. (1963), si è espresso dall’in¬
terglaciale Riss-Wurm sino a trentamila anni fa. Piogge cineritiche trasportate dai venti
hanno alimentato con minerali vulcanici le terre rosse e i depositi recenti morenici dell’Ap-
pennino Centro-meridionale (Chelussi, 1910; Sorrentino, 1934; Comel, 1936; Pederzolli
Gottardi, 1958; Demangeot e Ters, 1962).
Che il Vesuvio abbia apportato materiale cineritico in Adriatico è dimostrato dai densi
e scuri livelli ricchi di vetro vulcanico rinvenuti da Seibold (1959) in depositi lagunari del-
l’ Isola Mljet nella cintura insulare jugoslava.
E’ in attuazione uno studio di correlazione tra questi livelli cineritici e le differenti fasi di atti¬
vità esplosiva e i loro prodotti di consolidamento dei vulcani dell’ Italia centro-meridionale. I residui mine¬
ralogici di diverse carote sono stati gentilmente concessi dal Prof, Van Straaten di Groningen (Olanda).
B. PIGORINI
164
3) Provenienza marina, da un complesso cristallino attualmente sommerso e sepolto
dalle coperture sedimentarie, i cui residui sarebbero alcuni isolotti e scogli attualmente emersi
per piccole estensioni: lo scoglio Comisa nell’ isola di Vis (Lissa), lo scoglio di Pomo tra l’isola
di S. Andrea e l’ isola di Busi, lo scoglio di Brusnik e lo scoglio Kamik (Mellisello). Questi
affioramenti sono in allineamento direzionale con il complesso filoniano delle Punte delle Pietre
Nere (Amendolagine et al., 1964) presso il lago di Lesina a Nord del Gargano.
Secondo gli antichi Autori (Viola, 1894; Martelli, 1908) questi isolotti residuali erano
di composizione vulcanica, e le analogie petrografiche e geologiche nelle formazioni eruttive
della costa garganica e della Dalmazia insulare fecero supporre non solo che l’eruzione di
queste rocce fosse avvenuta nella stessa epoca, probabilmente triassica, ma anche che il com¬
plesso filoniano delle Punte delle Pietre Nere del Gargano si fosse originato da un modesto
centro eruttivo. Secondo lo studio petrografico di Calapay e Pelleri (1942), eseguito sugli
scogli adriatici di Pomo e Mellisello, le rocce risultano di composizione dioritica, presumibil¬
mente connesse con le differenziazioni basiche del complesso filoniano del Gargano (25). D’altra
parte Burri e Niggli (1945) non condividono questa correlazione, in quanto il chimismo
gabbro-dioritico dei vari scogli della costa dalmata li connetterebbe ad una fase tettonica di-
narica, differente da quella delle Punte delle Pietre Nere del Gargano. L’esistenza di vaste
aree vulcaniche in Adriatico Meridionale di gran lunga più estese dei residui attuali è stata
accertata da HurLey (1965), con prospezioni geosismiche.
4) Provenienza mediterranea, dalle isole vulcaniche del Mar Egeo e del Mar Tirreno
(Vuletic, 1953; Seibold, 1959; Alfirevic, 1960a, b), dalle quali, grazie all’azione del vulca-
nesimo sottomarino e insulare, i componenti vulcanici (augite, sanidino, magnetite) possono
essere stati trasportati dalle correnti sino in Adriatico.
Partendo da queste quattro ipotesi formulate dagli Autori precedenti e dai dati spe¬
rimentali conseguiti dall’Autore, si è accertata, per i sedimenti adriatici della Provincia Sud-
augitica, una zona di alimentazione da ubicarsi nell’entroterra vulcanico dell’ Italia Centrale
e Meridionale. L augite adriatica differisce da quella titanifera del complesso filoniano delle
Punte delle Pietre Nere e degli scogli sopra accennati e ha caratteristiche analoghe con
quella rinvenuta nelle vulcaniti del monte Vulture, nelle sabbie dell’Ofanto e delle spiagge
adiacenti. Nè si può pensare che le correnti dello Jonio abbiano competenza sufficiente per
trasportare in Adriatico l’augite dei dintorni dei vulcani sommersi del Mar Egeo.
Si ammette quindi per i sedimenti del bacino meridionale appartenenti alla Provincia
Sud-augitica una provenienza continentale da parte del F. Ofanto e dall’area di drenaggio
intorno al complesso vulcanico del Vulture e ai depositi piroclastici situati a maggiore distanza
dal centro vulcanico stesso.
Il maggiore apporto deve essere avvenuto durante 1’ ultimo periodo freddo del Pleisto¬
cene superiore. A quel tempo le condizioni glacio-fluviali permisero un modellamento dell’en-
tioterra più intenso di quello attuale, con notevole accumulo di materiali detritico-piroclastici
ìicchi di augite alla base dei pendìi del Vulture, sui quali si era impostato un sistema idro¬
grafico pluvio-torrentizio piuttosto attivo.
In relazione con l’attività esplosiva, non è però da escludere anche un apporto subaereo
di sabbie cineritiche da parte del Vulture o anche dai vulcani tirrenici dell’Italia Centrale e tra
questi il Vesuvio (2,i). L’attività pleisto-olocenica di questi vulcani ben concorda con la deposi¬
zione delle sabbie dei fondali dell’Adriatico Meridionale. All’eruzione dei vulcani sono da ascri¬
versi sicuramente certi cristalli ben formati e a spigoli vivi di augite con ai bordi frammenti
di vetro vulcanico.
(“') S' hanno dati ottici sull’augite degli scogli adriatici e del complesso filoniano del Gargano; plaghe
leggermente giallo-brune o giallo-verdastre che fanno pensare a un tipo d’augite titanifera.
V) Augite con caratteristiche analoghe è stata rinvenuta da Mùller (1958) e Norin (1958) nei sedi¬
menti di fondo del Mar Tirreno provenienti dal Vesuvio,
Aspetti sedimentologici del mare Adriatico
105
Malgrado si possa osservare una evoluzione mineralogica delle eruzioni nei tempi (in
generale da acide a basiche) e nello spazio (le eruzioni della Toscana sono più acide delle eru¬
zioni della Campania) sembra impresa ardua pretendere di identificare 1’ influenza di ciascun
vulcano nella provenienza dell’augite dell’Adriatico Centro-meridionale. Infatti si riscontra
una certa monotonia nella natura delle aree di provenienza, dove dominano essenzialmente
rocce basiche e leucitiche, distinguibili nei singoli tipi petrografici, ma indifferenziabili nella
provenienza dell’augite.
d) Provincia Albanese: caratterizzata da una associazione a epidoto e spinello cro¬
mite (campione rappresentativo VA 287, Tab. II) proveniente da materiale trasportato dai
fiumi Skumbi, Semeni e Vjosa. I sedimenti appartenenti a questa Provincia sono distribuiti
lungo una cintura prospiciente la costa slavo-albanese (Tav. XXII). La zona di alimentazione è
rappresentata da « rocce verdi » ofiolitiche, che si sviluppano nella parte centrale dell’Albania
e che fanno parte del complesso ofiolitico della catena dinarica. Si tratta (Nowack, 1926;
Bourcart e Abrard, 1921; Nopcsa, 1929; Magnani, 1937; Desio e Magnani, 1941; Aubouin e
Ndojaj, 1964) di diabasi epidotici, gabbri e rocce peridotiche in stato di avanzata serpentiniz-
zazione. Le alluvioni si sono in tal modo arricchite di masse epidotiche e di cromite.
e) Subprovincia Costiera: caratterizzata da costituenti misti Veneziani, Padani e
Sud-augitici, provenienti dal Po e dalle rocce sedimentarie e vulcaniche della dorsale adriatica
dell’Appennino. Questa subprovincia occupa una stretta cintura che si estende parallelamente
alla costa italiana, dal Piave sino alla Penisola Salentina (Tav. XXII). I sedimenti che la costi¬
tuiscono rappresentano un gruppo unitario solo per quanto riguarda la distribuzione e la
dinamica del trasporto e della deposizione in ambiente costiero, mentre in fatto di provenienza
non obbediscono al concetto seguito per le precedenti province principali. Infatti i minerali
provengono dai fiumi veneti per le sabbie prospicienti e adiacenti alla laguna veneta, dal Po
e dai fiumi di piccolo corso dell’Appennino Settentrionale adriatico (tra i più importanti il
Reno, il Metauro, il Chienti e il Tronto) per la stretta fascia che si estende dal delta del Po a
Pescara; sono invece da riferire alle deiezioni del Pescara, Sangro, Tortore e Ofanto i minerali
dei sedimenti distribuiti lungo la costa da Pescara a Otranto.
Le zone di alimentazione sono le stesse considerate per le precedenti province princi
pali. In effetti le aree di diversa provenienza di questa Subprovincia potrebbero benissimo fare
parte integrante delle diverse province. Tuttavia l’ambiente di formazione di queste sabbie
differisce dal resto del bacino. Si tratta di sabbie fini d’ambiente litorale e di deposizione at¬
tuale, la cui distribuzione e dispersione dalla foce d’apporto dei fiumi al sito di deposizione
sono principalmente governate dagli agenti marini. Di particolare influenza è l’azione combi¬
nata dalle correnti semipermanenti discendenti lungo la costa, e delle correnti litorali sia su¬
perficiali che di fondo, agenti lungo la Subprovincia Costiera. Le correnti litorali possono es¬
sere generate dal moto ondoso, sia normale che tempestoso, e avere direzione obliqua o op¬
posta rispetto alle correnti semipermanenti.
La risultante di queste componenti e la differente competenza delle correnti portano a
variazioni nella turbolenza di fondo, che si riflettono sulle caratteristiche granulometriche dei
depositi. Infatti i sedimenti sabbiosi di questa subprovincia sono, sino a Termoli (Tav. XX-A)
compresi tra 3.00 e 3.50 M(/>, con buon grado di « sorting » (o classamento). Nessuna varia¬
zione granulare, nè una particolare concentrazione si è notata nei minerali diagnostici della
Subprovincia (Fig. Ile).
Le aree di distribuzione indicate sulla mappa della Tav. XXII con i simboli Sp, Br, Ot
sono state considerate solo per dare maggior dettaglio a una eventuale modificazione minera¬
logica per « sorting » selettivo. Come si è visto a pag. 156 questi sedimenti sono esenti da
variazioni (Fig. lld) e si esprimono con le caratteristiche di provenienza Sud-augitica per i
sedimenti Br e Ot, di provenienza mista Padana-Sud-augitica per i sedimenti Sp.
106
B. PIGORINI
DISTRIBUZIONE DEI MINERALI LEGGERI
Da quanto esposto precedentemente risulta che le associazioni dei minerali pesanti delle
diverse province adriatiche riflettono con attendibilità la composizione petrografica delle rocce
di provenienza. Tuttavia quando la zona di alimentazione è costituita da rocce sedimentarie
miste a quelle di tipo igneo e metamorfico, l’analisi mineralogica della frazione leggera si ri¬
vela necessaria per una interpretazione più integrativa della provenienza delle sabbie.
La composizione della frazione leggera dei sedimenti sabbiosi è stata determinata me¬
diante conteggio di 200 granuli in ciascuno dei 14 campioni trattati con il metodo colorime¬
trico (per maggiori dettagli sulla metodologia si veda a pag. 142). I seguenti costituenti sono
stati tabulati (Tab. Ili): quarzo, feldspato K, plagioclasio, flint, mica, calcite, vetro vulcanico,
frammenti di quarzo, frammenti di feldspato, frammenti misti, opachi, detriti rossi, alteriti.
Il contenuto in quarzo -f flint, in feldspati e in framemnti di roccia è stato ricalcolato
a 100 per la rappresentazione nel triangolo di classificazione di sabbie proposto da Folk
(1954) e modificato da Van Andel (1964).
La Fig. 12 dimostra che nessun tipo di sedimenti è ristretto a un particolare ambiente
di sedimentazione, né è connesso con una particolare provenienza. Sabbie feldspatiche e arko-
siche si rinvengono sia in ambiente di piattaforma, sia nelle zone più profonde del bacino.
Tabella III. - Contenuto dei minerali leggeri dei sedimenti sabbiosi del Mare Adriatico.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MAKE ADRIATICO
QUARZO
QUARZO
Fig. 12. — Composizione mineralogica della frazione leggera e classificazione dei sedimenti
sabbiosi del Mare Adriatico.
168
B. PIGORINI
Le stesse sabbie appartenenti alla Provincia Padana e alla Provincia Sud-augitica, che
sono caratterizzate da associazioni di minerali pesanti ben definite, rientrano nel campo di
distribuzione delle sabbie feldspatiche e arkosiche indiscriminate, mentre i sedimenti delle
Province Veneziana e Albanese risultano più povere di feldspati. Nei campioni analizzati i
granuli di plagioclasio dominano quasi ovunque su quelli di feldspato K.
L n tatto degno di nota è il rinvenimento di vetro vulcanico in alcuni campioni appar¬
tenenti alla Provincia Sud-augitica. I granuli, irregolari e piuttosto grossi, confermano il
modo di trasporto eolico, prospettato già per alcuni granuli di augite (vedi pag. 164), di
nubi cineritiche provenienti dall’eruzione dei vulcani dell’ Italia Centro-meridionale e indi-
pendenti dal trasporto della parte rimanente dei sedimenti della Provincia. A prodotti vulca¬
nici di deiezione sabbiosa dal Vulture, e secondariamente a eruzioni, sono da ascriversi al¬
cuni granuli di plagioclasio zonato e di sanidino limpido tabulare.
Nessuna evidenza di alterazione o rimossione è stata riscontrata nei minerali leggeri
dei sedimenti addatici a eccezione dei feldspatoidi. Dal momento che l’augite appartenente
alla Provincia Padana è stata rimossa da quei sedimenti di piattaforma esposti durante il
Pleistocene, similmente i feldspati dovrebbero essere affetti da alterazione. Tuttavia le va¬
riazioni quantitative del contenuto in feldspati non sono significative e risulta alquanto diffi¬
cile liconosceie vari stadi di alterazione o mettere in luce anche una sola rimossione parziale
dei granuli in situ. Minerali del gruppo della sodalite e leucite sono comuni nelle rocce di pro¬
venienza del distretto vulcanico del Monte Vulture. L’assenza di feldspatoidi nelle sabbie della
Provincia Sud-augitica non è sufficiente per mettere in dubbio la provenienza vulcanica del-
l’augite, tanto più che tali minerali sono facilmente alterabili anche nella loro roccia madre.
Si è già affermato che le associazioni di minerali pesanti delle province adriatiche ri¬
flettono un prodotto alquanto immaturo e di primo ciclo, derivato dalla erosione di terreni
misti. Componenti ignei e metamorfici predominano nelle associazioni pesanti, non rispec¬
chiando propriamente le reali proporzioni della distribuzione delle rocce sedimentarie, ignee e
metamorfiche che occupano la zona di alimentazione. Le associazioni di minerali leggeri delle
diverse province risultano più mature di quelle di minerali pesanti. Ciò è dovuto al contributo
di materiale policiclico, in prevalenza quarzo, proveniente dalle estese zone di rocce sedimen¬
tarie nell’area di alimentazione sia alpina che appenninica.
Concludendo questo breve capitolo, si deve constatare che sulla base di sole analisi di
minerali leggeii non può essere fatta una chiara distinzione in contenuto tra le varie province
adriatiche. Le leggere differenze in composizione sono assai meno sensibili di quelle riscon¬
trate fra i minerali pesanti e difficilmente correiabili alle variazioni di composizione delle
zone di alimentazione. Un maggior numero di campioni analizzati porterebbe probabilmente a
conclusioni più precise (27).
APPLICAZIONE DELL’ANALISI VETTORIALE ALLA DISTRIBUZIONE
DEI MINERALI PESANTI
La distribuzione e la provenienza dei minerali pesanti dei sedimenti recenti del Mar
Adriatico è stata considerata in forme di associazioni e province, attenendosi al concetto che
di associazione e di provincia è stato dato da Edelman (1933).
Le aree di distribuzione dei minerali pesanti e il raggruppamento in gruppi affini per
composizione sono stati rappresentati e definiti con un criterio piuttosto soggettivo, sulla base
(- ) A questo proposito, come si è già accennato nella parte introduttiva, è intenzione dell’Autore in
collaborazione con il prof. Veniale di completare le ricerche presso l’ Istituto di Mineralogia e Petrografia
dell T niversità di Pavia anche con uno studio mineralogico dettagliato della frazione argillosa. Ciò allo scopo
di verificare se la distribuzione dei differenti tipi di minerali argillosi possa eventualmente apportare dati
chiarificatori per alcuni dei problemi sedimentologici rimasti da approfondire.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
I 69
delle percentuali di minerali diagnostici. Un numero esiguo di minerali diagnostici porterà a
differenze ben identificabili tra le associazioni, favorendo così una interpretazione geologica
relativamente semplice. Quando invece le associazioni mineralogiche risultano poco differen¬
ziate o caratterizzate da materiali misti di diversa provenienza, il riconoscimento di mesco¬
lanze o di transizioni tra provincia e provincia risulta laborioso e la interpretazione dei dati
diventa complessa e troppo soggettiva.
Per comprendere più chiaramente le relazioni che intercorrono tra zona di alimenta¬
zione e associazioni di minerali pesanti nel bacino di sedimentazione, si consideri il diagramma
della Fig. 13. Ammesso che i tratti A-a, B-b e C-c siano i percorsi compiuti da agenti di tra¬
sporto, nel caso nostro da fiumi drenanti aree petrograficamente uniformi, il contenuto di
minerali pesanti delle rocce di provenienza A-B-C si rifletterà direttamente sulle associazioni
del bacino e il riconoscimento delle medesime sarà facile in termini di caratteristiche delle
rocce di provenienza. Si avranno quindi associazioni mineralogiche primarie a, b, c, equiva¬
lenti ai contributi A, B, C. Se invece si hanno interferenze tra gli agenti di trasporto, come
può accadere nel caso 2, in cui si è in presenza di un sistema idrografico costituito da un
fiume maggiore con tributari drenanti aree petrografiche distinte, il contenuto mineralogico
dei campioni e delle associazioni nel bacino di sedimentazione non si ricondurrà direttamente
al contributo primario delle rocce di provenienza A, B, C, bensì risulterà complesso e com¬
posto da mescolanze più o meno complete, avvenute durante il trasporto e anche differen¬
ziate in seguito al « sorting ». Dal momento che il riconoscimento delle associazioni dipende
fondamentalmente da un calcolo di medie intuitivo o aritmetico, risulta arduo rinvenire as-
ciazioni primarie dal bacino, ovvero determinare fin dove A, B, C abbiano influito sulla com¬
posizione delle associazioni miste abc, bac, cab, del bacino.
Nel caso pratico dell’Adriatico si è constatato che i fiumi della pianura padana con¬
tengono combinazioni mineralogiche, più o meno completamente mescolate, di più di un’area
di provenienza.
In una tale e complessa situazione sedimentologica l’applicazione dell’analisi vettoriale
alla distribuzione dei minerali pesanti dei sedimenti recenti del Mare Adriatico può condurre
a una visione più dettagliata e precisa nella elaborazione dei numerosi dati, piuttosto che non
il tentativo intuitivo dell’analisi convenzionale.'
Fig. 13. — Relazione tra provenienza e associazioni di minerali pesanti. A, B, C rappre¬
sentano i contributi di minerali pesanti della zona di alimentazione; le associazioni nel ba¬
cino di sedimentazione sono indicate con le lettere minuscole (modificato da Imbrie e
Van Andel, 1964),
ITO
b. PIGORINI
Più specificamente l’obiettivo dell’analisi vettoriale è di permettere una esposizione sem¬
plificata dei dati di conteggio contenuti in tabelle, di classificare i campioni di studio in gruppi
semplici, di risolvere ciascun campione o dati del campione in un numero piccolo di componenti,
ciascun componente rappresentando il contributo di una unità funzionale (o membro principale).
Ci si conduce quindi ad un sistema di membri principali (o vettori di riferimento) es¬
senzialmente differenti in composizione mineralogica, ma rappresentati da campioni effettivi;
i campioni rimanenti vengono espressi in termini di contributi proporzionali ai vettori di rife¬
rimento. Si crea così una relazione tra i campioni sulla base di tutte le variabili, usando una
classificazione « a membro principale ».
Il metodo non introduce alcuna ipotesi per spiegare le variazioni di composizione, ma
piuttosto è di complemento alle tecniche convenzionali.
Modelli vettoriali (2H) si sono rivelati utili nella classificazione di sedimenti carbonatici
(Imbrie e Purdy, 1962), nella valutazione di reperti faunistici e nel loro controllo ecologico
(Reyment, 1961), nello studio delle facies di deposizione, nelle distribuzioni granulometriche
e mineralogiche (Griffiths, 1961; Imbrie e Van Andel, 1964; Briggs, 1965) e in diversi altri
problemi.
Nella sua più semplice forma si può pensare a un modello vettoriale geologico, come a
un bacino sedimentario limitato da « m » differenti tipi di zone di alimentazione, ciascuna
delle quali caratterizzata da un contenuto distinto di minerali pesanti. Ogni campione del ba¬
cino può considerarsi quindi la mescolanza di « m » componenti provenienti dalle « m » zone di
provenienza, benché in alcuni campioni il contributo di alcune zone possa essere nullo. Quindi
il pioblema fondamentale per la costruzione del modello vettoriale geologico può essere for¬
mulato in questi termini: data una matrice di dati n N (n minerali, N campioni) trovare « m »,
cioè il numero minimo di membri principali necessari a rilevare le variazioni di composizione
mineralogica osservate; descrivere la composizione di questi membri principali, identificarli
tra la serie degli N campioni ; risolvere ciascuno degli N vettori in contributi dagli « m »
membri principali.
I dati quantitativi con gli n minerali pesanti vengono ordinati in una tabella con n
ì ighe e N colonne, si avrà quindi un sistema n N nel quale l’elemento Xj; rappresenta il va¬
lore della variabile j (j = 1, 2, 3 . . . n) nel campione i (i = 1, 2, 3 . . . N).
La composizione di ogni campione è rappresentata dall’ordine di valori elencati in ogni
colonna del sistema. Il modello matematico considera ciascuna colonna (campione) come un
vettore; 1’ intero sistema non è altro che una sequenza di N vettori Xj (i = 1, 2, 3 ... N) in uno
spazio di n - coordinate.
II contenuto caratteristico di minerali pesanti corrispondenti a ciascuna degli « m »
tipi di zone di provenienza, rappresenterà il membro principale della associazione. Conside-
( ) L analisi vettoriale collegata ai problemi della provenienza dei sedimenti e alla loro distribuizone e
dispersione è stata applicata, sulla base dei dati di minerali pesanti, dal Dr. Van Andel dello « Scripps Insti-
tution of Oceanography » di La Jolla (California - USA), al quale va l’impostazione del programma ri¬
guardante l’Adriatico.
E’ stato dimostrato che nel Golfo di California (Imbrie e Van Andel, 1964; Van Andel, 1964) le asso¬
ciazioni mineralogiche sono diverse e provenienti da aree petrografieamente semplici e relativamente vi¬
cine, caratterizzate da solo pochi minerali diagnostici. Il sistema vettoriale in tal modo è stato impostato su
pochi membri principali, mineralogicamente distinti, portando a risultati simli a quelli ottenuti con l’analisi
convenzionale, ma con maggiore precisione e significativo dettaglio.
I sedimenti di piattaforma prospicienti il delta dell’Orinoco in Guiana, invece (Nota, 1958; Van Andel
e Postma, 1954; Imbrie e Van Andel, 1964), provengono da remote e complesse (dal punto di vista
petrografia)) aree di alimentazione, con contaminazioni e miscugli frequenti durante il lungo trasporto, dando
cosi origine a associazioni complesse, differenti solo quantitativamente. In questo caso l’analisi vettoriale ha
messo in luce « patterns » di distribuzione di minerali pesanti differenti da quelli ispezionati normalmente,
permettendo una più giusta interpretazione alla modalità del trasporto dei sedimenti e della loro dispersione.
ASPETTI SEDlMENTOLOGlCl DEL MARE ADRIATICO
171
rando che di ogni membro principale è stato scelto un campione, si avrà una sequenza di C„
vettori (q = 1, 2, 3 . . . m) tra gli A vettori Xt , i quali rappresenteranno questi membri prin¬
cipali. Questo nuovo sistema utilizza come coordinate i C,, vettori di riferimento in uno spazio
dimensionale « m » entro il quale tutti gli N vettori devono essere collocati. Le proiezioni di
ogni vettore Xi in un sistema di « m » vettori di riferimento C„ risolvono X, in contributi dei
membri principali corrispondenti a questi vettori di riferimento.
Due campioni di composizione analoga verranno rappresentati come due punti o due
vettori con una piccola distanza angolare fra loro. Il coseno dell’angolo tra i due vettori è
definito da Imbrie e Purdy (1962) come il « coefficiente di similitudine proporzionale ». Tale
coefficiente varia da 0-1, con valore 0 per due campioni non aventi niente in comune (vettori
a 90°), 1’ unità per due campioni aventi proporzioni identiche (vettori collineari), e valori di¬
versi per proporzioni intermedie.
Benché da un punto di vista matematico i concetti essenziali per l’analisi vettoriale
risultino semplici, numerose sono le operazioni necessarie per portare a compimento il pro¬
blema pratico; a tale proposito è stato messo a punto da J. Wild, del Computer Center del¬
l’Università di California, S. Diego, un programma di calcolo per calcolatore elettronico a
alta velocità (control Data 1604 Computer), scritto per il calcolatore IBM 7090 (-**).
Riepilogando, i risultati dell’analisi vettoriale di un sistema di dati composizionali ven¬
gono espressi come vettori di riferimento, ciascuno corrispondente a un singolo attuale cam¬
pione del bacino sedimentario; ciascun campione del sistema è analizzato in termini di pro¬
porzioni di tutti i membri principali che contribuiscono alla sua composizione.
La distribuzione regionale dei minerali pesanti è considerata in forme di mappe di con¬
torno, mostranti la distribuzione areale del contributo proporzionale di ciascun membro prin¬
cipale in tutti i campioni.
In tale maniera, mentre nell’approccio convenzionale i risultati sono espressi in ter¬
mini di medie, e una certa indulgenza è fatta per 1’esistenza e il riconoscimento di mesco¬
lanze e transizioni tra le associazioni, nell’analisi vettoriale invece si ottiene una classifica¬
zione continua variabile, che risulta in un « pattern » di gradazioni. Questo approccio è meno
artificiale e più geologicamente significativo dell’analisi convenzionale.
Per soddisfare le condizioni del sistema vettoriale sono stati considerati 5 vettori di
riferimento, adeguati a rilevare quasi il 100% della variabilità di composizione in Adriatico
(Tab. IV).
Le Tavv. XXIII, XXIV e XXV-A mostrano le mappe di contorno delle proiezioni vettoriali
dei cinque vettori di riferimento VA 49, VA 60, VA 88, VA 209, VA 287. La mappa VA 88
(contenuto a orneblenda) rappresenta materiale proveniente da aree prevalentemente pluto¬
niche; la mappa VA 219 (contenuto a augite) la distribuzione di sedimenti di origine vulca¬
nica; la mappa VA 60 (contenuto a tremolite) si ricollega a provenienza metamorfica: le
rimanenti VA 287 (contenuto a epidoto) e VA 49 (contenuto a granato) rappresentano la
distribuzione di sedimenti di origine mista.
Tre vettori (VA 49, VA 60, VA 88) sono campioni singoli della G-E-O-associazione (as¬
sociazione a granato, epidoto, orneblenda) caratteristica della Provincia Padana della piatta¬
forma adriatica, discriminati nel contenuto di granato, orneblenda e tremolite; gli altri due
(VA 209 e VA 287) rappresentano campioni attuali dell’Au-associazione (associazione a au¬
gite) della Provincia Sud-augitica e dell’Epi-associazione (associazione a epidoto) della Pro¬
vincia Albanese.
(“") Esposizioni dettagliate della teoria algebrica e delle varie operazioni e trasformazioni dei dati
eseguiti dal calcolatore elettronico sono pubblicate altrove (Imbrie, 1962, 1963; Manson e Imbrie, 1964; Im-
brie e Van Andel, 1964; Briggs, 1965) o su testi appositi (Thurston, 1947; Cattell, 1952; Kendall, 1957;
Anderson, 1958; Harman, 1960).
172
B. PIGORINI
Il confronto con le mappe di distribuzione-percentuale dei minerali pesanti (Tav. XXI)
e di distribuzione delle province (Tav. XXII) mette in evidenza come le mappe vettoriali pre¬
sentino aree più dettagliatamente distribuite e rivelino resistenza di numerose e locali sor¬
genti di apporto, specialmente lungo i margini del bacino. Inoltre risultano più evidenti, specie
nelle mappe vettoriali VA 49, VA 60 e VA 88, le determinazioni di provenienza, di trasporto
e di dispersione dei sedimenti adriatici.
La distribuzione del vettore VA 49, contenuto a granato (Tav. XXIII-A), si collega ad
un trasporto atesino-padano dovuto ai fiumi Adige e Po. La fascia di sedimenti di contributo
vettoriale massimo (intervallo -f 1.00 - + 0.76) antistante la costa veneta, indica chiaramente
1’ influenza preponderante di apporto dell’Adige e, probabilmente non del tutto trascurabile,
del Tagliamento. Le aree di più alta concentrazione si distribuiscono chiaramente allungate
secondo l’asse del bacino nella piattaforma continentale; nella parte meridionale, a Sud della
fossa meso-adriatica, il contributo vettoriale VA 49 sui diversi campioni assume valori nega¬
tivi, privi di significativa attendibilità. Solo nelle aree prospicienti Brindisi e Otranto ritor¬
nano i valori ancora elevati : una variazione granulare potrebbe essere responsabile di valori
positivi vettoriali in queste aree, particolarmente in quelle costiere o in quelle della scarpata
Tabella IV.
a) Percentuale della variabilità composizionale accertata per i primi cinque vettori di riferimento
considerati per i sedimenti del Mare Adriatico.
b) Composizione dei minerali pesanti dei cinque vettori di riferimento.
Orneblenda
ASPETTI SEDI M ENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1 7.Ì
che conducono alle parti più profonde del canale d’Otranto. Tuttavia la mancanza di una di¬
sti ibuzione più fitta di campioni e di una dettagliata proiezione vettoriale suggerisce che la
provenienza o altre cause possano in parte controllare la presenza del granato; infatti esso
è minerale tipico sia dell’Ofanto sia dei tufi miocenici pugliesi. Un sistema vettoriale con vet¬
tore di riferimento di composizione in minerali pesanti analoga a quella dei tufi pugliesi, rap¬
presenterebbe un controllo sicuro per la provenienza del granato in questa zona.
Una provenienza in parte marina sembra responsabile per le aree di alta proiezione
vettoriale lungo la costa tra Pesaro e Termoli. Tale ipotesi è stata invocata da Selli (1954)
pei spiegare la distribuzione di ciottoli cristallini, sabbie grossolane e conglomerati in vici¬
nanza dell’attuale Adriatico, litologicamente e tessituralmente differenti dai tipi dell’entro-
terra e che non trovano riscontro nelle zone di alimentazione appenninica.
Al largo di Senigallia e in un’area prospiciente la costa tra Pesaro e S. Benedetto, ri¬
cerche gravimetriche (Ciani, Gantar e Morelli, 1960) hanno messo in evidenza alcune nette
anomalie positive che indicano una risalita per esistenza di un fondo roccioso, sepolto sotto
la copertura di sedimenti recenti : probabilmente un massiccio cristallino metamorfico. Non è
da escludere quindi che a granato di origine padana se ne mescolino altri di origine marina,
trasportati e dispersi nel tempo entro zone a Sud di Pesaro.
I valori massimi del vettore VA 60, contenuto a tremolite, sono scarsamente rappresen¬
tati e solo in alcune aree limitate del bacino settentrionale (Tav. XXIII-B). Lo scarso contributo
di questo vettore nei sedimenti della piattaforma è dovuto alla sua minima influenza sulla
variabilità composizionale (0.3%, vedi Tab. IVa); infatti le zone di distribuzione del vettore
VA 60 sono caratterizzate da mescolanze eterogenee di variabili consistenti (singole specie dei
minerali pesanti), presenti in percentuali anche più elevate della stessa tremolite.
Una proporzionalità significativa (intervallo -f- 0.50 — 0.31) si riconosce nei campioni
di un’area estesa longitudinalmente tra il delta del Po e S. Benedetto. Ciò è degno di nota
in quanto indubbia si rivela la provenienza esclusivamente padana della tremolite e, di con¬
seguenza, di altri elementi metamorfici come staurolite e glaucofane ritenuti da diversi Autori
(pag. 161) quasi del tutto assenti nei fiumi veneti e di conseguenza nella Provincia Veneziana
(vedi la composizione di minerali pesanti del campione VA 121 della Tab. I). Il contributo
vettoriale a tremolite nella parte meridionale del bacino è quasi del tutto nullo.
Anche per la distribuzione del vettore VA 88 (Tav. XXI V-A), contenuto a orneblenda,
si hanno valori significativi (+ 0.50 -+ 0.31) nei sedimenti dell’Adriatico Settentrionale; il
trasporto e la deposizione degli antiboli nella fascia trasversale tra Venezia e il Po si connette
con l’apporto atesino dei fiumi Adige e Brenta, più o meno influenzati dalle particolari con¬
dizioni di circolazione che le correnti presentano in questa zona (vedi pag. 143). Non è da
escludere che le sabbie di contributo orneblendico delle aree oblunghe della piattaforma si
siano depositate quando il Po, durante l’abbassamento pleistocenico del livello marino, si era
spinto sino al ciglio dello zoccolo adriatico.
Come è stato detto in precedenza, nel sistema idrografico di quell’ epoca confluivano
probabilmente anche i fiumi veneti, e primo fra essi l’Adige, cosicché l’apporto atesino pro¬
veniente dalle rocce porfiritiche, melafiriche e dioritiche del Trentino, si mescolava con quello
preponderante padano proveniente dalle Alpi Centrali e Occidentali.
La mappa di proiezione vettoriale del vettore di riferimento VA 219, contenuto a au-
gite (Tav. XXIV-B), è un’ulteriore conferma dell’ influenza atesina sui sedimenti della piatta¬
forma, ma sotto altro aspetto. Nella zona tra Venezia e il delta del Po, in direzione NO-SE,
dalla costa verso le parti più profonde, sussiste una sistematica e graduale diminuzione dei
valori vettoriali dell’ augite, da contributi massimi per la fascia costiera veneziana
( + 1.00 - -f 0.76) a valori più bassi per aree lontane dall’attuale delta del Po ( + 0.05 - 0.10).
Si è accertato che tale variazione granulare è una conseguenza dell’alterazione selettiva del-
l’augite e è essenzialmente indipendente da ogni controllo granulometrico e da differenze in
provenienza. I sedimenti della piattaforma continentale del Mare Adriatico non sono del tutto
recenti, ma continentali in relazione alla regressione marina e all’ innalzamento post-pleistoce-
174
B. PIGORINI
nico del : vello marino. Prima e durante la trasgressione flandriana, i depositi terrestri deri¬
vati dai fiumi e accumulati sulla piattaforma esposta agli agenti atmosferici sono stati sog¬
getti a alterazione selettiva con corrosione e rimossione dell’augite (30). In tale maniera anche
i sedimenti di provenienza atesina hanno contribuito al deposito di materiale della Provincia
Padana; la diminuzione o la rimossione di alcuni elementi instabili ha prodotto materiale di
caratteristiche più propriamente padane.
La configurazione vettoriale del bacino centro-meridionale è uniforme secondo 1’ inter¬
vallo di valore massimo. Ciò è dovuto al contenuto monomineralico a augite nei vari cam¬
pioni della Provincia Sud-augitica.
La mappa di contorno proiezionale del vettore VA 287, contenuto a epidoto, mostra i
massimi contributi in una zona prospiciente la costa Albanese (Tav. XXV-A). L’epidoto è un
costituente fondamentale delle formazioni ofiolitiche dell’Albania.
Sulla piattaforma continentale l’epidoto è diffuso in una larga cintura costiera situata
tra il delta del Po e Pesaro e in zone limitate lontane dalla costa. Variazioni granulari pos¬
sono essere responsabili per alcune aree di alta proiezione, particolarmente per i sedimenti
fini che si rinvengono lungo la costa. I valori negativi dell’area della Provincia Veneziana
escludono un significativo apporto di epidoto da zone di alimentazione situate a Nord del¬
l’Adriatico.
DISPERSIONE DEI SEDIMENTI RECENTI DEL MARE ADRIATICO
Si è già affermato nei capitoli introduttivi che i prelievi dei campioni di fondo secondo
i profili longitudinali e trasversali (vedi Tav. XIX-A) e la successiva ricerca sperimentale sono
stati condizionati dall’obbiettivo principale che si era prefissato per l’Adriatico, di definire
cioè il tipo di dispersione dei sedimenti.
Partendo dai dati sinora considerati e dai molteplici aspetti sedimentologici che si
mettevano in luce di volta in volta durante l’esposizione dei singoli capitoli, si è costruita
la mappa della Tav. XXV-B, che raffigura le direttrici di dispersione determinate per i sedi¬
menti recenti del Mare Adriatico.
L’ausilio maggiore per la determinazione della dispersione è stato dato dalle diverse
mappe di proiezione vettoriale, dove, meglio che nelle altre, sono raffigurate e delimitate con
maggior dettaglio le aree di distribuzione regionale dei sedimenti.
La ricosti uzione del tipo di dispersione involve naturalmente non solo la sedimentazione
attuale, ma anche quei depositi che oggigiorno non sono più in stato deposizionale. Come si
è detto precedentemente, parte dei sedimenti adriatici non sono propriamente recenti, ma
sono connessi alla regressione preflandriana e alla successiva trasgressione flandriana; la di¬
spersione venne condizionata dai fenomeni marini che accompagnarono le oscillazioni del li¬
vello del mare.
La Tav. XXV-B rivela che il bacino settentrionale è caratterizzato da una dispersione
prevalentemente longitudinale, attraverso la storia pleisto-olocenica della piattaforma. Dire¬
zioni perpendicolari alla costa sono solamente marginali e anche quelle prospicienti la sor¬
gente di maggior apporto del Po piegano verso Sud.
In Adriatico Meridionale, dallo zoccolo continentale sino allo stretto di Otranto, la si¬
tuazione sedimentologica è differente dal resto del bacino. L’apporto vulcanico sia eolico che
fluviale, è appenninico e la dispersione è quasi ovunque trasversale rispetto all’asse del bacino.
( ") Sarebbe interessante a tale proposito studiare in carote di fondo la distribuzione verticale dei mi¬
nerali pesanti per vedere se il grado di alterazione dell’augite o di eventuali altri minerali varia nei diversi
livelli di sedimentazione. Gli effetti di una alterazione graduale in senso verticale sono stati studiati da
Van Andel e Poole (1960) in una carota del Golfo del Messico.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICÓ J 75
Una dispersione analoga hanno i sedimenti d’apporto dinarico della Provincia Albanese.
Il margine jugoslavo è invece quasi del tutto privo di apporto clastico, essendo condizionato
da una magra idrografia di tipo carsico.
Esiste inoltre una certa relazione fra le linee direttrici della dispersione dei sedimenti,
la quantità di apporto e l’ intensità di distribuzione, di rimaneggiamento e di elaborazione da
parte degli agenti marini.
Nell’area di maggior apporto, quella a esempio di ambiente deltizio prospiciente il
Po (•'"), il trasporto è in predominanza diretto trasversalmente verso Est. In piattaforma invece
la dispersione di materiale del Po è attualmente molto ristretta. Le vaste zone di deposizione
sabbiosa sono in stato non-deposizionale, perchè le forze che tendono a trasportare il mate¬
riale residuo del Po si attenuano e sono soverchiate dagli agenti marini. Il tipo longitudinale
di dispersione è determinato quasi interamente dai processi di distribuzione che hanno operato
durante i vari stadi del ritiro del Po pleistocenico.
Anche il clima può avere avuto una forte influenza sulla distribuzione dei sedimenti,
in quanto controlla la quantità di apporto. Dove le precipitazioni sono scarse, come lungo la
Penisola Salentina e nel Golfo di Manfredonia, i sedimenti marini sono in parte prodotto della
rielaborazione per moto ondoso su aree costiere poco profonde e dell’erosione litorale dei se¬
dimenti di spiaggia, in parte sono derivati dalle fiumane stagionali e intermittenti che con¬
vergono il materiale asportato verso i rari fiumi di piccolo corso sfocianti in Adriatico.
Lungo il litorale marino veneto e quello emiliano-abruzzese, le precipitazioni sono ab¬
bondanti sì da mantenere fiumi e torrenti quasi sempre in stato di alimentazione permanente.
In queste zone i movimenti d’acqua marina sono condizionati dal deflusso d’ acqua fluviale,
dalle coi i enti litoiali causate dal vento e dalle onde, dal moto ondoso (■*-) e localmente dalle
coirenti di marea (,u). L influenza di questi agenti confina la deposizione sabbiosa d’oggi-
giorno a una ristretta zona costiera di basso fondale, impedendo alle particelle sabbiose di
raggiungere le parti più profonde della piattaforma. Parte della sabbia viene intrappolata
nelle baie lagunari. I prodotti più fini argilloso-siltosi sono trasportati in sospensione indipen¬
dentemente dalla sabbia e trasversalmente verso la fascia di « mud » di deposizione attuale
proveniente dal Po, e di qui piegati a Sud parallelamente alla costa, ubbidendo alla configura¬
zione del sistema principale delle correnti permanenti discendenti lungo la costa italiana.
DAI BACINI SEDIMENTARI APPENNINICI ALL’ADRIATICO:
POSSIBILITÀ’ DI CORRELAZIONI
Come conseguenza del principio dell’attualismo che valorizza gli studi sui sedimenti re¬
centi per h interpretazione di depositi antichi, taluni aspetti e circostanze sia effimeri che no,
della sedimentazione nel bacino recente del Mare Adriatico possono avere applicazione in se¬
dimenti di geosinclinali antiche.
Le formazioni oligoceniche e mioceniche del « Macigno » e della « Marnoso-arenacea »
sono ritenute autoctone per apporto principalmente longitudinale di materiali torbiditici prove¬
nienti da NO, probabilmente dalla catena alpina (Gazzi, 1961, 1965; Cipriani 1961, 1962;
C ipriani e Malesani, 1963 a, b; Ten Haaf, 1959, 1964) o da un’area di alimentazione mista
appenninico-alpina (Vezzani e Passega, 1963; Passega, 1964).
("') Secondo Jerlov (1958) la quantità di materiale fluviale sospeso nella parte terminale del Golfo di
Venezia si aggira intorno alle 300.000 tonn. medie mensili, con valori più elevati durante i periodi alluvionali.
(■'■) Passega et al. (1967) attribuiscono le variazioni granulometriche dei sedimenti sabbiosi costieri
prospicenti Pescara a variazioni areali nella turbolenza di fondo indotta dalle onde.
( “) Le correnti di marea sono generalmente troppo deboli per influire sulla distribuzione dei sedimenti
in un bacino ristretto come quello del Mare Adriatico. Nel Golfo di Venezia possono tuttavia prevenire una
rapida deposizione di materiale trasportato a lungo in sospensione (Jerlov, 1958).
170
B. PIGORINI
Una anticipazione di questi studi sugli effetti delle correnti di torbidità e sui processi
che accompagnano la dispersione dei sedimenti in bacini antichi dell’Appennino è stata data
da KUENEN (1957), portandolo a stabilire un interessante confronto con esempi di bacini re¬
centi, quale, fra tanti, l’Adriatico. A rimarchevole sostegno di questo confronto permane il
fatto che le direzioni fossili delle correnti, misurate in depositi flyschoidi terziari dell’Appen-
nino Settentrionale, scorrono parallelamente alle correnti odierne del vicino bacino Adriatico
e alle direttrici di dispersione dei sedimenti di piattaforma. Con un certo grado di specula¬
zione si può supporre un passaggio più o meno continuativo dalla sedimentazione longitudinale
per correnti di torbidità riscontrata nell’Appennino, alla sedimentazione recente del Mare
Adriatico.
Le condizioni di un delta padano che avanza o di una linea di costa che migra sulla piat¬
taforma sono differenti da quelle che regolano le correnti di torbidità agenti in un bacino
geosinclinalico, ma permane positivo l’aspetto di sedimentazione flyschoide riscontrato in se¬
dimenti profondi della piana batiale adriatica. La sequenza strutturale, con successione dal
letto alla sommità di uno strato torbiditico di alcune carote prelevate ai piedi dei «canjons» della
fossa sud-adriatica e analizzate da Van Straaten (1964) è: laminazione orizzontale, lami¬
nazione da ripple di corrente, laminazione convoluta (a4), laminazione orizzontale molto fine.
Questa successione ricorda in senso lato quella rinvenuta da Bouma (1962) nelle Alpi Ma¬
rittime e da Ten Haaf (1959) nell’ Appennino, dove sabbie gradate si alternano con materiali
diversamente laminati. Nelle formazioni del « Macigno » e della « Marnoso-arenacea » dell’Ap-
pennino, « flute casts », « groove casts », « prod casts », ecc. sono tutti indicativi dell’esistenza
dell’azione di un agente potente di trasporto torbiditico, preceduto da un lungo periodo di quiete
che ha permesso l’accumulo di depositi argillosi pelagici, immediatamente seguito dalla depo¬
sizione in facies torbiditica di sedimenti arenacei. Così pure il passaggio dai termini pelitici
ai termini grossolani nei depositi abissali dell’Adriatico avviene bruscamente, senza alcuna
transizione e solo compatibile con una rottura di equilibrio periodica e con un apporto per
correnti di torbidità lungo il fondo, sotto 1’ influenza della gravità.
Secondo Vezzani e Passega (1963) il motore delle torbiditi della « Marnoso-arenacea » è
stato probabilmente la forte e regolare subsidenza che ha prodotto la fossa della « Marnoso-
arenacea » e che ha servito da richiamo per le torbide che si originavano sui pendìi della piat¬
taforma a monte di questa fossa. Un fenomeno simile, probabilmente in proporzioni diverse,
si è verificato nella fossa tettonica sud-adriatica; qui l’ultimo assestamento è avvenuto non
prima del Pleistocene medio (come dedotto dallo spessore dei sedimenti nella piana batiale,
Van Straaten, comunicazione personale, 1965), e deve aver richiamato materiale torbiditico
dai « canjons » esistenti lungo il pendio della fossa.
Ciò dimostra come le correnti che misero in posto le torbiditi alpine e appenniniche
furono probabilmente simili, in natura, a quelle che hanno condotto ai depositi recenti di « ca-
njon » della piana batiale adriatica.
Certamente alcune differenze esistono tra queste sabbie di mare profondo e i depositi
arenacei flyschoidi del « Macigno » e della « Marnoso-arenacea ». Il bacino tettonicamente più
attivo, i pendìi più inclinati, la piattaforma meno ampia, l’apporto più numeroso e grossolano,
portano a dissimilarità nelle facies di deposizione, che riflettono una diversità di giacitura geo¬
grafica delle geosinclinali in paragone con il bacino adriatico, ma non un differente mecca¬
nismo di trasporto.
La stessa distribuzione granulometrica dei sedimenti di piattaforma sembrerebbe indi¬
care un’altra analogia con i bacini terziari appenninici. Uno sguardo alle mappe di distri¬
buzione granulometrica della Tav. XX mostra una stretta fascia sabbiosa lungo le coste, seguita
da un pendio argilloso e da una diffusa area sabbiosa, che si estende sino alla costa jugoslava.
("') Secondo Kuenen (1964) la laminazione convoluta è uno dei fattori strutturali più comuni in tor¬
biditi antiche.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO 177
Ciò sembra indicare che la distribuzione generale dei sedimenti del bacino centro-settentrio¬
nale sia la stessa di quella dei bacini terziari dell’Appennino, come descritto da Vezzani e
Passega (1963), Passega (1964), Bjramjee, Chierici e Passega (1965) e Passega, Rizzini e
Borghetti (1967), con sabbie nelle parti profonde del bacino e argille sui bordi con poca sabbia
lungo le coste. Tuttavia, ferma restando la analogia di distribuzione granulometrica fra i ba¬
cini terziari dell’Appennino e quello attuale del Mare Adriatico, le condizioni di deposizione
non furono identiche. I paleobacini appenninici si trovavano in un’area di forte subsidenza e
erosione, che permise ai fiumi di trasportare al mare volumi notevoli di materiale prevalen¬
temente grossolano, sufficientemente denso da essere sollecitato dalla gravità e dal moto on¬
doso a scorrere come correnti di torbidità per distanze considerevoli dalla costa. Le sabbie
adriatiche di piattaforma invece si spiegano mediante processi differenti.
In effetti oggigiorno in Adriatico giungono soltanto sedimenti fini, consistenti prin¬
cipalmente di lutite e minori quantità di sabbia fine, analoghi in composizione a quelli dei
fiumi. La sabbia si deposita principalmente lungo la costa permanendo in acque basse, ecce¬
zion fatta per una zona più estesa di fronte al delta del Po. La lutite invece, trasportata come
sospensione pelagica, può depositarsi in acque più profonde lontano dalle coste, occupando
larga parte del bacino meridionale, mentre sulla piattaforma continentale, esposta maggior¬
mente al moto ondoso, la deposizione è piuttosto scarsa.
Con una lunga e stazionaria persistenza del livello marino e un continuo apporto di
sabbia, i depositi recenti potrebbero raggiungere dimensioni paragonabili a quelle delle sabbie
appenniniche.
Un trasporto di sabbia in seguito all’azione delle correnti di torbidità sulla piattaforma
è considerato improbabile. Le caratteristiche batimetriche e granulometriche escludono l’origi¬
ne torbiditica fluviale. Infatti sospensioni gradate sono già rare nei fiumi di maggior apporto :
Po e Adige. Questi forniscono attualmente all’Adriatico sospensioni fini, che vengono subito di¬
sperse dagli agenti marini. Inoltre non sussistono pendìi sufficientemente inclinati atti a favo¬
rire scivolamenti necessari per generare correnti di torbidità.
Le sabbie adriatiche di piattaforma si spiegano con i processi connessi con la regres¬
sione e la trasgressione pleisto-oloceniche, per le residuali, e con la deposizione attuale, per le
sabbie litorali.
Il susseguirsi delle trasgressioni e regressioni marine è un fenomeno fondamentale in
geologia, dal momento che molti sedimenti antichi si sono depositati in ambienti costieri o in
prossimità della linea di costa. Nel tentativo di interpretazione di depositi antichi, si va in¬
contro a difficoltà di stima del tempo e della successione dei cicli di sedimentazione. Risulta
piuttosto complesso, allo stato attuale delle conoscenze, stabilire in dettaglio la quantità e la
sequenza degli apporti, le modalità della deposizione e della distribuzione-dispersione dei se¬
dimenti in rapporto ai fenomeni di subsidenza, alle fluttuazioni eustatiche del livello marino
e ai processi che accompagnano le oscillazioni della linea di costa.
Nei depositi pleisto-olocenici dell’Adriatico risaltano alcune combinazioni di questi fat¬
tori. Le oscillazioni del livello marino quaternario vennero controllate eustaticamente e modi¬
ficate localmente da fenomeni tettonici. Come conseguenza di una maggiore estensione di masse
continentali, di bacini marini probabilmente più profondi e di un’epoca glaciale, l’Adriatico
recente è in equilibrio con condizioni oceanografiche di sequenza ed intensità diverse da quelle
esistenti in tempi geologici antichi. Allora i cambiamenti furono principalmente tettonici, le
glaciazioni più brevi e le variazioni di volume delle acque marine molto lente rispetto all’ innal¬
zamento ed alla subsidenza tettonica.
Sembra inoltre probabile, dai periodi estremamente lunghi che i geologi attribuiscono
alla sequenza dei cicli di sedimentazione, che le trasgressioni e regressioni del Quaternario
debbano essere state estremamente rapide.
Malgrado queste considerazioni, cioè che piattaforme continentali non siano necessa¬
riamente tipiche di ambienti di deposizione del passato, il concetto di migrazione delle linee
di costa e quello inerente la situazione nella quale un fiume gradualmente riempie un bacino re-
178
B. PIGORINI
cente per avanzamento del suo delta, può essere applicato con un certo grado di certezza specu¬
lativa a bacini antichi equivalenti e può aiutare a comprendere da vicino la paleogeografia, la
provenienza del materiale, l’ambiente di sedimentazione e il meccanismo che regola la deposi¬
zione e la dispersione dei sedimenti antichi.
Un altro aspetto sedimentologico importante in questo tentativo di correlazione antico¬
moderno è rappresentato dalla composizione dei sedimenti, separati da tempi geologici consi¬
derevoli, ma provenienti per lo più dalla stessa zona di alimentazione. Adriatico e Appennino
(con particolare riguardo alle formazioni terziarie del « Macigno » e della « Marnoso-are-
nacea ») contengono sedimenti di composizione mineralogica contrastante.
Secondo Vezzani e Passega (1963) i sedimenti della « Marnoso-arenacea » romagnola,
sono caratterizzati da un’associazione poco stabile a antiboli, da una associazione più stabile a
rutilo, entrambe di provenienza appenninica, e da un’associazione stabile a staurolite di pro¬
venienza alpina. Sembra (Passega, Florio e Colacicco, 1964) che la distinzione di queste as¬
sociazioni nei sedimenti della « Marnoso-arenacea » indichi, più che differenze di origine dei
minerali, differenze nel loro trasporto ; i minerali di provenienza appenninica depositati in acque
profonde si sono mescolati nella fossa della « Marnoso-arenacea » a minerali alpini divenuti più
maturi per concentrazione di staurolite e granato; ciò è dovuto al lungo rimaneggiamento
sin-deposizionale dei sedimenti sottoposti a tempeste ondose particolarmente violente e al
trasporto per moto ondoso in acque poco profonde di piattaforma, prima che i sedimenti
scivolassero come sospensione gradata nella fossa. D’altra parte Gandolfi e Gazzi (1963) spie¬
gano le strutture di corrosione di alcuni minerali (:in) e la mancanza di diversi minerali instabili
nelle formazioni del « Macigno » e delle « Marnoso-arenacea » come dovute agli effetti delle
soluzioni interstiziali post-deposizionali ; la rapida deposizione impedì agli agenti di trasporto
e di alterazione di modificare la composizione mineralogica e tanto meno di distruggere le
specie meno stabili dei materiali provenienti da una vasta zona di alimentazione e di varia
composizione petrografica situata a NO e NE.
Malgrado una comune zona di alimentazione alpina, nei sedimenti recenti del Mare
Adriatico non si hanno indicazioni delle associazioni di minerali pesanti dei sedimenti terziari
appenninici. I sedimenti adriatici contengono specie di minerali instabili in quantità relati¬
vamente alte, direttamente connessi con la composizione originaria delle rocce situate nelle aree
di provenienza.
Si può pensare che l’originaria composizione mineralogica dei sedimenti dei bacini geo-
sinclinalici del « Macigno » e della « Marnoso-arenacea » fosse , all’atto della deposizione, ana¬
loga a quella attuale del bacino adriatico o, più precisamente, a quelle di carattere padano-al-
pino della piattaforma adriatica, con associazioni di minerali ricchi in specie instabili, prove¬
nienti da una comune e vasta zona di alimentazione alpina.
Fattori ambientali (temperatura, pressione, effetti di soluzione, pH, ecc.), come pure i
processi di diagenesi, di litificazione e cementazione, attivi per lungo tempo durante l’evo¬
luzione tettonica e geologica dei bacini terziari appenninici, possono aver creato soluzioni ca¬
paci di rimuovere e alterare selettivamente i minerali instabili, favorendo la formazione di
associazioni più mature di quelle adriatiche. Probabilmente gli effetti di soluzione e di altera¬
zione che hanno dato origine alle « cokscomb and hacksaw structures » dell’augite e alla gra¬
duale diminuzione dell’apatite nelle associazioni adriatiche di piattaforma, rappresentano il
primo stadio di quel complesso di fattori che, agendo nel tempo, hanno portato alle matura¬
zioni dei sedimenti appenninici.
Queste osservazioni, forse un pò speculative, rappresentano un tentativo per trovare
una più stretta correlazione tra i due tipi di ricerca su sedimenti recenti e su depositi antichi.
Una maggior conoscenza della sequenza verticale dei sedimenti recenti potrebbe suggerire
maggiori dati equivalenti in depositi antichi.
( ") Strutture di corrosione si sono rinvenute nelle augiti di sabbie pleistoceniche, nelle orneblende e
cianiti della « Marnoso-arenacea » superiore e nelle stauroliti delle « Marnoso-arenacea » inferiore.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1 7!»
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Il presente studio sui sedimenti recenti del Mare Adriatico ha avuto come obbiettivo una
visione più precisa di alcuni aspetti sedimentologici che si prospettano per un bacino oblungo,
in connessione con le variazioni regionali di provenienza e di dispersione e con le possibilità
di confronto rispetto a geosinclinali antiche.
Il Mare Adriatico è un bacino a morfologia longitudinale caratterizzato da una piatta¬
forma continentale leggermente accidentata, degradante alle zone batiali della fossa meso-adria-
tica e della fossa sud-adriatica.
La piattaforma continentale del bacino è alimentata da sedimenti provenienti principal¬
mente dal fiume Po.
La deposizione attuale è ristretta a una lingua limosa e limoso-sabbiosa prospiciente
il delta del Po, a aree marginali di sedimenti sabbiosi litorali e a una cintura di sedimen¬
tazione limosa che obbedisce al sistema peculiare delle correnti marine discendenti lungo la
costa italiana. Questa fascia di provenienza prevalentemente padana si allarga a sud della
fossa meso-adriatica ricevendo dalle coste meridionali materiali fini, a una distanza e con
direzione rispetto alla sorgente, che dipendono dalla distribuzione operata dalle correnti.
Il contributo attuale dei fiumi atesini, e primo fra essi l’Adige, è limitato a una fascia
costiera prospiciente la laguna veneta.
La parte rimanente della piattaforma è ricoperta da sedimenti sabbiosi residuali di
distribuzione granulometrica anomala (cioè con sedimenti più grossolani in mare aperto), in
stato non-deposizionale e non in equilibrio con l’attuale ambiente di sedimentazione. Questi se¬
dimenti antichi furono depositati da un Po pleistocenico, che sospinse il suo sistema deltizio
sulla piattaforma continentale adriatica. L’avanzamento deltizio, perdurando l’abbassamento
del livello marino della regressione pre-flandriana (o post-terreniana in corrispondenza del¬
l’ultima glaciazione wurmiana), ha proteso la soglia di piattaforma verso Sud in acque sempre
più profonde, sino all’altezza dell’attuale ciglio dello zoccolo continentale tra Pescara e Sibenik.
In una fase successiva, 1’ innalzamento del livello marino collegato alla trasgressione flan-
driana, indietreggiò la linea di costa attraverso il complesso deltizio precedentemente instaura¬
tosi sino alla posizione stabilita dalla configurazione attuale.
L’avanzamento padano e la successiva trasgressione post-pleistocenica attraverso la
piattaforma non furono continui e graduali; certamente interruzioni vennero causate da pe¬
riodi di ritiro e avanzamento di carattere locale, in connessione con le oscillazioni eustatiche
dei ghiacciai. Durante questi brevi periodi gli agenti atmosferici e i processi marini (per
esempio le correnti litorali associate all’ innalzamento trasgressivo del livello marino, il moto
ondoso, le correnti semipermanenti probabilmente di intensità differenti da quelli attuali) in¬
fluirono sulle condizioni ambientali di sedimentazione e sulla dinamica della deposizione sab¬
biosa e argillosa, contaminando, rielaborando e cancellando le unità lineari di deposizione e
i solchi delle valli sottomarine in corrispondenza del delta del Po e di altri fiumi sfocianti
nell’Alto Adriatico.
Che un delta più esteso di quello attuale padano si sia instaurato nelle vicinanze del
ciglio dello zoccolo adriatico lo dimostra l’associazione principale a granato, epidoto e orne-
blende e i relativi sottogruppi compositi dei sedimenti di piattaforma che definiscono la Pro¬
vincia Padana (estendentesi dal delta del Po sino alla fossa meso-adriatica). Essi sono di com¬
posizione analoga a quella del Po e riflettono un deposito immaturo di primo ciclo, determinato
direttamente dalla natura delle rocce di provenienza alpina in aree di alimentazione tettoni¬
camente instabili.
Modificazioni mineralogiche sin- e post-deposizionali a opera degli agenti attivi nella
piattaforma risultano poco significative. Soltanto augite, apatite e, meno intensamente, stau-
rolite risultano contaminati o rimossi in situ per alterazione selettiva e prolungata in depositi
180
6. PIGOKINI
residuali di sedimenti terrestri e litorali, esposti sulla piattaforma durante i bassi valori del
livello marino pleistocenico; essi sono stati rimaneggiati e ridistribuiti dagli agenti marini in
occasione del graduale aumento del livello marino dei primi stadi della trasgressione pleisto-
olocenica. Ciò spiega perchè l’augite di alimentazione trentina degli attuali sedimenti raggrup¬
pati come Provincia Veneziana (a NE del delta del Po) fosse componente fondamentale dei se¬
dimenti padani inquadrati nel sistema idrografico dell’epoca wurmiana, quando il Po accoglieva
probabilmente la confluenza di altri fiumi veneti e primo fra essi l’Adige. Un classamento
selettivo dei minerali si rivela di minore importanza.
I depositi sabbiosi situati in alcune zone batiali del bacino centrale e meridionale sono
da considerarsi come prodotto di spostamenti o di scivolamenti d’entità locale verso il largo
di materiale sublitorale non in posto, o di materiale ridistribuito dal moto ondoso, quando il
livello marino pleistocenico si trovava a più bassi valori. Per la maggior parte questi sedimenti
costituiscono la Provincia monomineralica Sud-augitica e sono provenienti dall’Ofanto e dal¬
l’area di drenaggio intorno al complesso vulcanico del Vulture; però devono essere stati ali¬
mentati anche da materiali cineritici connessi con l’attività esplosiva pleisto-olocenica del Vul¬
ture e di altri vulcani dell’ Italia Centro-meridionale.
Una cintura di sedimenti a augite e epidoto parallela alla costa slavo-albanese fa da
transizione alla Provincia Albanese, caratterizzata invece da epidoto e cromite, la quale ultima
si trova prospiciente alla costa dell’Albania. La zona di alimentazione si sviluppa nel com¬
plesso ofiolitico della catena dinarica in Albania Centrale.
La composizione mineralogica della sabbia adriatica è largamente determinata dalla
natura delle rocce nelle zone di alimentazione. La presenza di aree poco estese di rocce ignee
e metamorfiche nella zona di alimentazione influenza la composizione dei minerali pesanti;
variazioni di provenienza si riflettono direttamente sui sedimenti delle singole province.
Per meglio individuare le direttrici di dispersione dei sedimenti del bacino adriatico è
stato applicato il metodo statistico dell’analisi vettoriale. Esso si riconduce ad un sistema di
membri principali (vettori di riferimento rappresentati da campioni effettivi sulla base di
tutte le variabili o specie di minerali pesanti) e di campioni rimanenti che vengono espressi
in termini di contributi vettoriali dei primi. In tal modo la rappresentazione dei minerali pe¬
santi, considerata in forma di mappe di contorni areali equiproporzionali ai contributi vetto¬
riali, ha permesso di identificare nella piattaforma adriatica zone di distribuzione regionale di
sedimenti che sono disposte parallelamente all’asse principale del bacino, a dimostrazione di
un trasporto e di una dispersione principalmente longitudinale, determinati dai successivi am¬
bienti costieri associati con la trasgressione. L’apporto trasversale è limitato a frange isolate
marginali, provenienti dall’ immediato entroterra appenninico, e a una fascia di maggiore ap¬
porto, prospiciente la zona deltizia padana. Nelll’Adriatico Centrale e Meridionale, benché sus¬
sista una configurazione areale mineralogica più uniforme, l’apporto sedimentario è laterale e
la dispersione essenzialmente trasversale. Il margine jugoslavo del bacino, che è condizionato da
una scarsa idrografia carsica, e l’antistante cintura insulare, creano una barriera naturale alle
possibilità di deposito significativo nell’Adriatico.
La dispersione dei sedimenti è in parte determinata dalla distribuzione e elaborazione
operata dagli agenti marini. In aree di maggior apporto, come nella zona prospiciente il delta
del Po, il trasporto è principalmente regolato da componenti che disperdono trasversalmente
i sedimenti verso E, mentre nelle zone di piattaforma più distanti i sedimenti vengono dispersi
parallelamente alla costa, perchè condizionati dagli agenti marini e dai processi collegati alle
fluttuazioni del livello marino durante 1’ intera storia pleisto-olocenica. Dove l’apporto clastico
è poco vigoroso, come lungo la Penisola Salentina e il Golfo di Manfredonia in Adriatico Me¬
ridionale, la bilancia tra apporto sedimentario e rielaborazione marina pende a favore di
quest’ultima. La sedimentazione è trasgressiva piuttosto che regressiva, poiché i sedimenti,
oltre che fluviali, sono costituiti da materiali litorali e costieri, che risultano erosi, ridistri¬
buiti e dispersi trasversalmente dal moto ondoso che durante la trasgressione agiva normal¬
mente alla costa,
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
181
Lungo la fascia costiera dell’Alto e Medio Adriatico, a N e a S del delta del Po, la di¬
stribuzione dei sedimenti operata dal moto ondoso e dalle correnti litorali predomina sulle
forze di discarico fluviale. Alle ristrette zone marginali di trasporto trasversale in prossi¬
mità delle foci fluviali, si sostituisce in mare aperto una dispersione essenzialmente longitudi¬
nale. La frazione sabbiosa è separata da quella argillosa e limosa e si deposita sulle spiagge
e nell’attigua zona costiera e lagunare d’acqua bassa. La parte più fine interferisce e si me¬
scola con la cintura di « mud » che dal Po scende parallela alla costa.
Molte delle questioni considerate per spiegare le circostanze della sedimentazione nel
bacino recente del Mare Adriatico sono applicabili « in senso lato » a sedimenti di geosincli¬
nali antiche. Le direzioni fossili delle correnti misurate in depositi a carattere flyschoide di
bacini terziari appenninici (con particolare attenzione per le formazioni della « Marnoso-are-
nacea » e del « Macigno ») scorrono parallelamente alle correnti odierne del vicino Adriatico e
alle direttrici di dispersione dei sedimenti di piattaforma, cosicché si può supporre un pas¬
saggio più o meno continuativo dalla sedimentazione longitudinale per correnti di torbidità,
riscontrata nell’Appennino, alla sedimentazione recente dell’Adriatico. Le condizioni di un delta
padano che avanza o di una linea di costa che migra sulla piattaforma, sono differenti da
quelle che regolano le correnti di torbidità agenti in un bacino geosinclinalico, ma permane
positivo l’aspetto di sedimentazione flyschoide riscontrato in sedimenti profondi della piana
batiale adriatica, che sono stati messi in posto da correnti sollecitate dagli assestamenti tetto¬
nici della fossa sud-adriatica e probabilmente simili alle correnti torbiditiche appenniniche,
anch’esse richiamate da fenomeni più attivi di subsidenza. La stessa distribuzione granulo¬
metrica dei sedimenti di piattaforma (sabbie nelle parti profonde, argilla lungo i bordi e
sabbia fine lungo i margini costieri) sembra indicare un’altra analogia con i bacini terziari
appenninici; ma, mentre i sedimenti appenninici sono in stato di sedimentazione flyschoide,
quelli adriatici si spiegano mediante i processi connessi con le regressioni e le trasgressioni
marine.
Malgrado una comune zona di alimentazione alpina, non si hanno indicazioni delle as¬
sociazioni di minerali pesanti dei sedimenti terziari appenninici nei sedimenti recenti del Mare
Adriatico. Quest’ultimi contengono diverse specie di minerali instabili in quantità considere¬
voli, più o meno direttamente correlati con la composizione originaria delle rocce di prove¬
nienza. Probabilmente la composizione mineralogica dei materiali d’apporto all’atto della depo¬
sizione nei bacini appenninci era analoga a quella attuale del bacino adriatico o, più precisa-
mente, a quella di carattere padano-alpina della piattaforma, con associazioni di minerali ricchi
in specie instabili, provenienti da una comune e vasta zona di alimentazione alpina. Fattori
ambientali, come pure i processi diagenetici e di litificazione, possono avere creato solu¬
zioni capaci di rimuovere e alterare selettivamente i minerali instabili, favorendo la forma¬
zione di associazioni più mature di quelle adriatiche. Probabilmente gli effetti di soluzione e di
alterazione riscontrati nell’augite e nell’apatite delle associazioni adriatiche di piattaforma
rappresentano il primo stadio di quel complesso di fattori che agirono nel tempo e che hanno
portato alla maturazione dei sedimenti appenninici.
RINGRAZIAMENTI
La parte sperimentale e analitica è stata prevalentemente eseguita presso vari dipartimenti dello
« Scripps Institution of Oceanography » di La Jolla, Università di California (U.S.A.), che l’Autore ha fre¬
quentato per il periodo di un anno (1964-1965), usufruendo di una borsa di studio NATO conferita dal CNR
Italiano. Ulteriori analisi, specialmente quanto concerne i minerali leggeri, sono state effettuate presso il
«Department of Pedology, Mineralogy and Geology » dell’Università di Wageningen (Olanda) e presso l’Isti¬
tuto di Mineralogia e Petrografia dell’Università di Pavia; in quest’ultimo sono state curate anche l’elabora¬
zione dei dati e la relativa stesura.
L’Autore esprime la sua più profonda gratitudine al Consiglio Nazionale delle Ricerche per avergli
conferito una borsa di studio annuale NATO e al Prof. F. P. Shepard, Direttore del Marine Geology Depart¬
ment dello Scripps Institution of Oceanography, per avergli dato il benestare a frequentare l’ Istituto ame¬
ricano e i corsi di specializzazione tenutivi, oltre che a prendere parte alle crociere oceanografiche .nell’Oceano
Pacifico svolte durante il periodo di soggiorno.
L’Autore è inoltre sentitamente riconoscente al Dr. Tj. H. Van Andel per avergli affidato lo studio
dei 360 campioni di fondo prelevati nel Mare Adriatico durante le « 1962 Zephyrus and Nuovo San Pio
cruises », e per averlo indirizzato, impostato e guidato nella risoluzione dei problemi geo-sedimentologici ine¬
renti al bacino adriatico.
Un ringraziamento particolare è dovuto anche all’equipe tecnica del Laboratorio di Sedimentologia
dello stesso dipartimento per l’assitenza avuta nell’esecuzione della parte analitica e al Computer Center del-
1 Università di California in San Diego, dove sono stati elaborati mediante calcolatore elettronico dati granu¬
lometrici e mineralogici (analisi vettoriale). E’ da ricordare anche la gentile collaborazione del Professore
H. E. Suess, Direttore del Laboratory for Radiocarbon dating, dei tecnici Sigg. G. S. Bien e C. L. Hubbs
ìesponsabili delle determinazioni di età con il metodo C" e del Sig. D. Lynn per le analisi calcimetriche
relative.
Un ringraziamento va pure al Sig. A. T. Jonker per analisi di separazione e colorazione di minerali
leggeri e±fettuate presso il Department of Pedology, Mineralogy and Geology dell’Università di Wageningen
(Olanda), dietro gentile concessione del Direttore Prof. D. J. Doeglas.
Per le utili discussioni dei risultati avvenute in fase di elaborazione e stesura, l’Autore è profonda¬
mente grato ai Proff. G. Arrhenius e F. P. Shepard, ai Dr. J. Curray, B. Dill e J. Winterer dello Scripps
Institution of Oceanography, ai Prof. P. Gazzi, S. Morgante, M. Picotti, A. Segre e E. Tongiorgi di vari
Istituti Italiani.
Un grazie sincero va pure al Prof. L. M. J. U. Van Straaten dell’ Istituto di Geologia dell’ Università
di Groningen (Olanda), che ha voluto benevolmente in più riprese visionare i dati e discutere i risultati e
la stesura del manoscritto, così come al Dr. R. Passega, Direttore della Divisione Sedimentologica dell’AGIP
Mineraria, e al Prof. F. Veniale dell’Istituto di Mineralogia e Petrografia dell’Università di Pavia. A questo
ultimo va il merito di avere indirizzato l’Autore agli studi sedimentologici e di averlo guidato e seguito co¬
stantemente per tutti questi anni durante lo svolgimento delle ricerche.
L’Autore esprime il più vivo riconoscimento al Comitato per le Scienze Geologiche e Minerarie e alla Com¬
missione di Studio per 1 Oceanografia e la Limnologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche per la concessione
di contributi finanziari grazie ai quali la presente Memoria ha potuto essere pubblicata; oltreché al Prof.
G. Nangeroni, Presidente della Società Italiana di Scienze Naturali, e al Prof. C. Conci, Direttore del Museo
Civico di Storia Naturale di Milano, per avere accolto la pubblicazione in queste Memorie.
« Last but not least » è da ricordare il Prof. F. Mazzi, Direttore dell’ Istituto di Mineralogia e Petro¬
grafia dell’Università di Pavia, che sempre ha incoraggiato questo studio, interessandosi fattivamente per
renderne possibile la realizzazione.
APPENDICE
Dati di crociera relativi alle campionature eseguite.
184
B. PIGORINI
e di
lento
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1 ISf»
5
B. PIGORINI
186
j di
lento
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1 ST
T ... ,. T .. ,. Profondità Strumento di rp. ... ,
Latitudine Longitudine . 1 ipo litologico
m metri prelievo
le di
mento
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
b. PIGOKINl
e di
lento
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
Latitudine
41” 28' 8" N
41” 39' 6" N
41" 49' 0" N
42” 2'8"N
41" 56' 9" N
41” 50' 1" N
41" 45' 3" N
41” 38' 5" N
41" 28' 2" N
41” 16' 2" N
41° 3'3"N
40” 52' 4" N
40" 51' 4" N
48” 58' 3" N
41” 3'9"N
41» 8'7"N
41” 8'2"N
41” 8'3"N
41" 16' 8" N
41” 24' 8" N
41" 29' 8" N
41” 40' 1" N
41“ 49' 1" N
41” 44' 1" N
41"41' 6" N
41” 43' 2" N
41" 44' 8" N
41° 53' 3" N
41” 53' 2" N
41° 57' 0" N
42” 78' 3" N
42” 51' 6" N
42” 10' 6" N
43” 79' 4" N
43” 39' 8" N
43” 37' 2" N
43” 32' 6" N
43” 30' 4" N
43” 27' 9" N
43” 25' 6" N
43” 36' 3" N
43” 46' 7" N
43” 57' 8" N
44” 9'3"N
44” 20' 5" N
44” 10' 2" N
44” 3'7"N
43” 57' 2" N
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1 89
B. PIGORINI
190
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
liti
Riassunto
Il Mare Adriatico è un bacino a morfologia longitudinale.
La deposizione attuale sulla piattaforma è ristretta a una lingua limosa e limoso-sabbiosa prospi¬
ciente il delta del Po, a aree marginali di sedimenti sabbiosi litorali e a una cintura di sedimentazione
limosa che obbedisce al sistema peculiare delle correnti marine discendenti lungo la costa italiana.
La parte rimanente della piattaforma è ricoperta da sedimenti sabbiosi residuali depositati dal Po
pleistocenico durante i bassi valori del livello marino della regressione pre-flandriana (in corrispindenza del¬
l’ultima glaciazione wurmiana).
Le associazioni dei minerali pesanti dei sedimenti di piattaforma appartengono alla Provincia Padana,
che si estende dal delta del Po sino al ciglio dello zoccolo continentale, e alla Provincia Veneziana limitata
a una fascia costiera prospiciente la laguna veneta. La zona di alimentazione dei sedimenti padani va ri¬
cercata nel bacino del Po, che trasporta minerali instabili, erosi dalle rocce ignee e metamorfiche delle Alpi
Centrali ed Occidentali. I componenti mineralogici della Provincia Veneziana sono immessi in Adriatico dal¬
l’Adige e dagli altri fiumi atesini, i quali drenano le rocce vulcaniche delle Alpi Orientali.
L’Adriatico Centrale e Meridionale è caratterizzato da una sedimentazione prevalentemente limosa.
Soltanto una zona ovale è ricoperta da depositi sabbiosi pleistocenici spostati o scivolati verso il largo in acque
batiali e redistribuiti dal moto ondoso.
Per la maggior parte questi sedimenti costituiscono la Provincia monomineralica Sud-augitica e sono
provenienti dall’Ofanto e dall’area di drenaggio intorno al complesso vulcanico del Vulture; però devono essere
stati alimentati anche da materiali eineritici connessi con l’attività esplosiva pleisto-olocenica del Vulture, del
Vesuvio e di altri vulcani dell’ Italia Centro-meridionale.
La catena delle Alpi dinariche in Albania costituisce la zona di alimentazione della Provincia Albanese.
Le associazioni mineralogiche dei sedimenti adriatici riflettono la composizione d’origine delle varie zone
di alimentazione. Modificazioni sono limitate all’alterazione dei componenti mineralogici relativamente insta¬
bili, avvenute durante il tardo Pleistocene e i primi stadi dell’Olocene.
Il metodo statistico dell’analisi vettoriale applicato alla distribuzione dei minerali pesanti ha permesso,
in maniera più rappresentativa, di identificare nella piattaforma adriatica zone di distribuzione regionale di
sedimenti che sono disposte parallelamente all’asse principale del bacino a dimostrazione di un trasporto e di
una dispersione principalmente longitudinale.
Nell’Adriatico Centrale e Meridionale, l’apporto sedimentario è laterale e la dispersione essenzialmente
trasversale.
Vengono infine considerati alcuni aspetti sedimentologici nel tentativo di correlare il bacino recente
del Mare Adriatico e le antiche geosinclinali dell’Appennino.
Resumé
La Mer Adriatique est un bassin ayant une morphologie longitudinale.
La déposition actuelle sur la piate-forme se limite à une bande étroite de limons et de limons-sableux
en face du delta du Pò, à des zones marginales de sédimentation sableuse littorale et à une ceinture de sédi-
mentation limoneuse qui est réglée par le système specifique des courants marins descendant le long de la
còte italienne.
Le reste de la piate-forme est recouvert par des sédiments sableux résidus déposés par le Pò pleistocène
pendant l’abaissement du niveau de la mer lors de la régression pre-flandrienne (en relation avec la dernière
glaciation wurmienne).
Les associations de minéraux lourds des sédiments de la piate-forme appartiennent à la Province Pa¬
dane (depuis le delta du Pò jUsqu’ au bord du talus adriatique) et à la Province Venetienne (une bande
littorale qui fait face à la lagune de Venise). La source principale des sédiments Padanes est le bassin du Pò,
qui apporte minéraux instables dérivés des roches éruptives et metamorphiques propres aux régions centrales
et occidentales des Alpes. Les composants minéralogiques de la Province Venetienne sont apportés par les
rivières du Haut-Adige, et par l’Adige en premier lieu, qui drainent les roches volcaniques des Alpes Orientales.
Dans l’Adriatique centrale et meridionale prédomine une sédimentation limoneuse. Seulement une zone
ovale est recouverte par dépòts sableux du pleistocène deplacés ou glissés vers le large en eaux bathyales et
redistribués par le mouvément des vagues. La plus grande partie de ces sédiments constituent la Province
monominéralogique sud-augitique et proviennent de la rivière Ofanto et de la zone de drainage autour du com-
plexe volcanique du Vulture. Une autre partie doit ótre apportée par des matériaux cinéritiques liés à
l’activité explosive pleisto-holocène du Vulture, Vésuve et d’autres volcans de l’ Italie Centre-meridionale.
La chaìne dinarique en Albanie Centrale est la zone d’alimentation de la Province Albanese.
B. PIGORINI
l!t 2
Les mineraux des sédiments adriatiques reflètent la composition des zones d’alimentation. Les mo-
difications minéralogiques sont limitées à l’alteration des eomposants relativement instables pendant le Plei¬
stocène et les premiers stades de l’Holocène.
La methode statistique de l’analyse vectorielle appliquée à la distribution des mineraux lourds a
permis d’ identifier d’une fagon plus représentative des zones de distribution régionale des sédiments de piate-
forme qui sont disposées parallèlement à l’axe principal du bassin et qui temoignent un transport et une
dispersion principalement longitudinale. Dans l’Adriatique Centrale et Meridionale l’apport sédimentaire est
latéral et la dispersion essentiallement transversale.
Quelques considerations speculatives sont examinées pour corréler le jeune bassin de la Mer Adriatique
et les anciens géosynclinaux des Apennins.
Abstract
The Adriatic Sea is a land-locked basin with oblong morphology. Modern shelf sedimentation is limited
to a mud and sandy mud prodelta, off thè Po delta, to a nearshore strip of fine sand along thè Italian coast
and to an offshore belt of mud. The deposition of these rnuds is explained by thè action of a permanent
current System flowing southeastward along thè Italian coast.
The remaining part of thè shelf is covered by sandy relict sediments deposited by thè Pleistocene Po
during low stands of sea level of thè pre-Flandrian regression (= Wtìrm glaciation).
The shelf sands between thè Po delta and thè shelf edge off Pescara belong to thè « Padane Heavy
Minerai Province». A broad band of sands facing Venetia belongs to thè « Venetian Province». The prin¬
cipal source of thè Padane sediments is thè Po basin, supplying unstable minerai suites from igneous and
metamorphic rocks of thè centrai and western parts of thè Alps. Components of thè « Venetian Province » are
supplied by thè River Adige and thè other Venetian rivers draining volcanic rocks of thè eastern Alps.
In thè centrai and southern Adriatic Sea mud deposition is very prominent. Only an elongate zone is
covered by Pleistocene sands redistributed into deeper water and reworked by wave motion. These bathyal
sands mostly constitute thè heavy monomineralic « South-augite Province». The principal source is thought to
be thè volcanic Ofanto-Vulture basin of thè southern Apennine and thè Pleistocene-Holocene volcanic ashes
of thè Vulture, Vesuvius, and thè other volcanoes of centrai and southern Italy.
The Dinaric mountain System in centrai Albania is thè main source of thè «Albanese Province».
The minerals of thè Adriatic sediments reflect thè composition of thè source area. Modification of thè
mineralogical composition is restricted to late Pleistocene and early Holocene weathering of relativley
unstable minerals.
Vector analysis of heavy minerai data has established more clearly a mainly longitudinal dispersal
pattern on thè Adriatic shelf and a transversai one in thè centrai and southern portions of thè basin.
1 he similarity between thè recent Adriatic basin and thè ancient Apennine geosynclines is discussed
and some speculative considerations are drawn therefrom.
Zusammenfassung
Die Adria ist ein weitgehend abgeschniirtes Langsbecken. Die aktive rezente Sedimentation im Schelf-
bereich ist auf ein dem Po-Delta vorgelagertes Prodelta mit Schlick und sandigem Schlick, einen kustennahen
Streifen mit feinem Sand entlang der italienischen Adriakuste, und einen kùstenfernen Schlick-Giirtel be-
schrankt. Die Ablagerung diesel' Schlicke wird durch die Wirkung eines permanenten, entlang der italieni¬
schen Adriakuste nach Siidosten gerichteten Stròmungssystems erklart.
Der iibrige Teil des Nordadria-Schelfes ist von sandigen Reliktsedimenten bedeckt, die vom pleisto-
zànen Po wahrend des durch die prà-flandrische Regression (= Wiirm-Vereisung) bedingten Meeresspiegel-
Tiefstandes abgelagert wurden.
Die Schelfsande zwischen dem Podelta und der Schelfkante vor Pescara gehòren der « Padanischen
(Po) Schwermineral-Assoziation », der breite Venetien vorgelagerte Sandstreifen der « Venetischen Provinz »
an. Das Haupt-Herkunftgebiet der « Padanischen Assoziation » ist das Po-Becken, das instabile Mineral-
Vergesellschaftungen, die von magmatischen und metamorphen Gesteinen der zentralen und westlichen
Alpen herstammen, beisteuert. Die der « Venetischen Provinz » zugehorigen Komponenten werden von der
Etsch und den anderen venetischen Fliissen zugefuhrt, die ein vulkanisches Ursprungsgebiet in den siidòstli-
chen Alpen durchfliessen.
In der mittleren und siidliehen Adria herrscht Schlick-Sedimentation vor. Nur eine làngliche Zone
Ist von pleistozanen Sanden bedeckt, die in tieferes Wasser umgelagert und durch Wellenbewegung aufgear-
beitet worden sind. Diese bathyalen Sande gehòren im allgemeinen der monomineralischen « Siidliehen Augit-
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
193
Provinz » an. Als ihr Haupt-Herkunftgebiet werden das Gebiet des vulkanischen Ofanto-Vulture-Beckens
der Siid-Apenninen und die pleist-holozànen Aschen des Vulture, Vesuvs und der anderen Vulkane Mittel-
und Siid-Italiens angenommen.
Das Gebirgssystem der Dinariden in Mittel-Albanien ist die Haupt-Sedimentquelle der « Albanischen
Schwermineral-Provinz ».
Die Mineral-Vergesellschaftung der Adria-Sedimente làsst sich auf die Zusammensetzung der Her-
kunftgebiete zuruckfuhren. Die sekundare Modifizierung des Mineralbestandes beschriinkt sich auf die Ver-
witterung von relativ instabilen Mineralen wàhrend des spaten Pleistozàns und fruhen Holozàns.
Die Vektoranalyse der Schwermineraldaten machte deutlich, dass auf dem adriatischen Schelf haupt-
sàchlich longitudinale und im zentralen und siidliehen Teil des Adria-Beckens transversale Transport-Rich-
tungen vorherrschen, Die markante Àhnlichkeit zwischen dem rezenten Adria-Becken und der fossilen Apen-
ninen-Geosynklinale wird diskutiert.
BIBLIOGRAFIA
Alfirevic S. (1960a) - Exposé sommane des recherces sur la geologie marine en Adriatique. Rapp. et P.V.
Comm. int. Explor. sci Mer Médit., 15, 285-297.
Alfirevic S. (1960b) - Contribution à la connaissance des caracteristiques morfologiqucs de certaines parties
du schelf Adriatique. Rapp. et P.V. Comm. int. Explor. sci. Mer Médit., 15, 313-321.
Alfirevic S. (1961a) - Quelques donnés sur la carte géologique des fonds chalutables dans le chenaux de
V Adriatique moyenne- Proc. Gen. Fish. Coun. Médit., 6, 197-202.
Alfirevic S. (1961b) - Influence des facteurs géomorfologiques, hydrophysiques et biologiques sur la sèlec-
tion granulometrique des sédimentes dans les chenaux de T Adriatique. Rapp. et P.V. Comm. int.
Explor. sci. Mer Médit., 16, 749-755.
Alfirevic S. (1964) - La couverture sédimentologique de la région des chenaux en Adriatique et les facteurs
qui agissent sur sa formation. Acta Adriatica, 11, 9-17.
Amendolagine M., Dell’Anna L. e Ventriglia V. (1964) - Le rocce ignee alla Punta delle Pietre Nere presso
Lesina (Prov. Foggia). Periodico Miner., 33, 337-395.
Amodio L. e Hiecke Merlin 0. (1966) - I proietti inclusi nelle piroclasiti del Monte Vulture {Lucania). Meni.
Ist. Geol. Miner. Univ. Padova, 25, 48 p.
Anderson T. W. (1958) - An introduction to multivariate statistical analysis. John Wiley and Sons, Ind.,
New York, 374 p.
Arrhenius G. (1950) - The Stvedish Deep Sea Expedition. The Geologica! Material and its treatment with
special regard to thè Eastern Pacific. Geol. Fòren. i Stockholm Forh., 72, 185-191.
Arrhenius G. (1952) - Sediment cores from thè East Pacific. Swedish Deep Sea Expedition Rept. No. 5,
Goteborg.
Artini E. (1896) - Intorno alla composizione mineralogica di due sabbie del litorale adriatico. Rend. R. Ist.
Lomb. Se. Lett., 29, 800-804.
Artini E. (1898) - Intorno alla composizione mineralogica delle sabbie di alcuni fiumi del Veneto, con appli¬
cazione della ricerca microscopica allo studio dei terreni di trasporto. Riv. Min. Crist. Est., 19, 33-94.
A SCOLI P. (1965) - Crociera talassografica adriatica 1955. VI: Ricerche ecologiche sugli ostracodi contenuti
in 16 carote prelevate sul fondo del Mare Adriatico. Archivio Ocean. e Limn., 11,, 69-137,
Aubouin J. e Ndojaj I. (1964) - Regard sur la geologie de l’Albanie et sa place dans la geologie des
Dinarides. Bull. Soc. Géol. France, 6, 593-625.
Bjramjee R. S., Chierici M. A. e Passega R. (1965) - Utilisation de la paléoécologie en exploration petrolière.
Rev. Geogr. Phys. Géol. Dyn., 7, 11-20.
Blanc A. C. (1937) - Lovo levels of thè Mediterranean Sea during thè Pleistocene glaciation. Quart. J. Geol.
Soc. London, 93, 621-648.
Blanc A. C.. (1942) - Variazioni climatiche ed oscillazioni della linea di riva nel Mediterraneo Centrale e
durante l’Era glaciale. Geol. Meere u. Binnengew, 5, 137-219.
Bottema S. e Van Straaten L. M. J. U. (1966) - Malacology and palynology of tivo cores from thè Adriatic
Sea floor. Marine Geol., 4, 553-564.
Bouma A. H. (1962) - Sedimentology of Some Flysch Deposits. A: Graphic Approach to Facies Interpretation.
Elsevier, Amsterdam, 168 p.
Bouma A. H. (1964) - Turbidites. In A. H. Bouma e A. Brouwer (Editori), Turbidites. Elsevier, Am¬
sterdam, 3, 247-256.
Bourcart J. e Abrard R. (1921) - Sur quelques roches cristallines d’Albanie, Compt. rend. Acad. Sci. France,
172, 1508-1510.
fc. PIGORINI
194
Bpambati A. e Venzo G. A. (1967) - Recent sedimentation in thè northern Adriatic Sea between Venice and
Trieste. Riv. Studi Trentini Sci. Nat., in corso di stampa.
Bramlette M. H. (1941) - The stability of minerale in sandstone. J. Sediment. Petrol., 11, 32-36.
Briggs L. I. (1965) - Hcavy minerai correlations and provenances, J. Sediment. Petrol., 35, 939-955.
Buljian M. (1953) - Fluctuations of salinity in thè Adriatic. Izvjesca Rcp., M. V. « Hvar » cruises. Res. Fis.
Biol., Split, 2, n. 2.
Burri C. e Niggli P. (1945) - Die jungen E ruptivg esterne des Mediterranen Orogenes. Schw. Spiegel
Verlag, 3, 148-155.
Calapay e Pelleri L. (1942) - Sulle rocce dioritiche degli scogli Pomo e Mellisello nel Mare Adriatico. Perio¬
dico Miner., 13, 191-199.
Carrozzo M. T., Mongelli F., Mosetti F. e Segre A. G. (1964) - Aspetti gravimetrici, geomagnetici e geo-
logico-morfologici della regione del Vulture in Lucania. Boll. Geofis. Teor. App., 6, 96-138.
Cattell R. B. (1952) - Factor analysis. Harper and Bros, New York, 462 p.
Checchia-Rispoli G. (1918) - Sulle sabbie ferrifere del litorale pugliese a Sud del promontorio garganico.
Rend. R. Acc. Line., 27, 69-74.
Chelussi I. (1910) - Psammografia di alcune « Terre rosse» italiane. Boll. Soc. Geol. Ital., 29, 487-507.
Chelussi I. (1911a) - Contribuzioni alla psammografia dei litorali italiani. I: sabbie dell’ Adriatico da Ravenna
a Bari. Boll. Soc. Geol. Ital., 30, 182-202.
Chelussi I. (1911b) - Nuove contribuzioni alla psammografia dei litorali italiani. II: sabibe del litorale da
Mol fetta a Taranto. Bull. Soc. Geol. Ital., 30, 725-738.
Chelussi I. (1912) - Le sabbie di tre pozzi trivellati nelle province di Padova e Ferrara. Boll. Soc. Geol.
Ital., 31, 715-721.
Chierici M. A., Busi M. T. e Cita M. B. (1962) - Contribution à une étude écologique des foraminifères dans
la Mer Adriatique. Rev. Micropaléontol., 5, 123-142.
Ciani Aj, Gantar C. e Morelli C. (1960) - Rilievo gravimetrico sullo zoccolo epicontinentale dei mari italiani.
Boll. Geofis. Teor. App., 2, 289-386.
Cipriani C. (1961) - Ricerche sulle arenarie: III) la composizione mineralogica di una serie di rocce della for¬
mazione del Macigno. Periodico Miner., 30„ 23-59.
Cipriani C. (1962) - Ricerche sulle arenarie : IV) determinazione di alcuni costituenti minori in una serie della
formazione Macigno. Periodico Miner., 31, 185-228.
Cipriani C. e Malesani P. (1963 a) - Ricerche sulle arenarie : VII) la composizione mineralogica di una serie
di rocce della formazione Marnoso-arenacea. Periodico Miner., 32, 301-342.
Cipriani C. e Malesani P. (1963 b) - Ricerche sulle arenarie: Vili) determinazioni microscopiche sulle are¬
narie delle formazioni del Macigno e Marnoso-arenacea. Periodico Miner., 32, 343-385.
Cita M. B. e Chierici M. A. (1962) - Crociera talassografica adriatica 1955. V: Ricerche sui foraminiferi con¬
tenuti in 18 carote prelevate sul fondo del Mare Adriatico. Archivio Ocean. Limn., 12, 297-359.
Cita M. B. e D’Onofrio S. (1966) - Climatic fluctuation in submarine cores from thè Adriatic Sea ( Medi -
terranean). Progress in Oceanography, 5, 161-178.
Cohen C. L. D. (1965) - Coccoliths and Discoasters from Adriatic bottoni sediments. Leidse Geol. Medede-
lingen, 35, 1-44.
Comel A. (1936) - Ricerche sulle « Terre Rosse» di Roccaraso. Boll. Soc. Geol. Ital., 35, 266-270.
Craig G. Y. e Walton E. K. (1962) - Sedimentary Structures and paleocurrent directions from thè Silurian
rocks of K ircudbrig hts hire . Trans. Edimburgh Geol. Soc., 19, 100-119.
Cummins W. A. (1957) - The Denbigh Grits; Wenlock greywackes in Wales. Geol. Mag., 94, 433-451.
Curray J. R. (1960) - Sediments and history of H Olocene transgression, Continental shelf, northwest Gulf of
Mexico. In: Recent Sediments, Northwest Gulf of Mexico. Am. Assoc. Petrol. Geologist Tulsa
221-266.
Damiani A. (1965) - Ricerche petrografiche su campioni prelevati dal fondo della fossa meso-adriatica.
Boll. Soc. Adr. Sci., 53, 187-210.
Damiani A., Favretto L., Lenardon G. e Morelli G. L. (1963) - Ricerche petrografiche su campioni del
fondo del Mare Adriatico prelevati a Sud della fossa meso-adriatica. Ist. Min. Univ. di Trieste, 13, 36 p.
Damiani A., Iavretto L., Lenardon G. e Morelli G. L. (1964) - Ricerche petrografiche su campioni del
fondo del Mare Adriatico prelevati a Nord della fossa meso-adriatica. Ist. Min. Univ. di Trieste, 14, 38 p.
Damiani A., Favretto L. e Morelli G. L. (1964) - Le argille della fossa meso-adriatica. Archivio Ocean.
Limn., 13, 187-196.
D’Arrigo A. (1936) - Ricerche sul regime dei litorali nel Mediterraneo. C.N.R. (Comit. per la Geografia -
Comit. per l’ Ingegneria), 14, 115 p.
Debrazzi E. e Segre A. G. (1960) - Carta batimetrica del Mediterraneo Centrale: Mare Adriatico - Foglio
n. 1253, Ist. Idrogr. Marina, Genova,
Aspetti sediìvientologici del mare Adriatico
1!»5
Demangeot J. e Ters M. (1962) - Application de la méthode de minéraux lourds à quelques problèmes morpho-
logiques des Abruzzes adriatiques. Bull. Soc. Géol. France, 4, 264-272.
De Marchi L. (1922) - Variazioni di livello dell’Adriatico in corrispondenza delle espansioni glaciali. Atti Acc.
Sci. Veneto-Trentino-Istriana, 12-13, 3-15.
Desio A. e Magnani M. (1941) - Caratteristiche geologiche di alcuni massicci dunitici del territorio di Puka
nell’ Albania Settentrionale. Boll. Soc. Geol. Ital., 00, 115-126.
Dewey J. F. (1962) - The provenance and emplacement of Upper Arenigian turbidites in Co. Mago, Eire. Geol.
Mag., 99, 238-252.
Doeglas D. J. (1940) - The Importance of heavy minerai analysis for regional sedimentary petrology. Nat.
Res. Council, rep. Committee on Sedimentation, exhib. G., 102-121.
Doeglas D. J. (1946) - Interpretation of thè result of mechanical analysis. J. Sediment. Petrol. 10, 19-40.
Doeglas D. J. (1952) - Afzettingsgesteenten. Servire, The Hague, p. 173.
Doeglas D. J. (1959) - Sedimentology of recent and old sedimenta : a comparison. Geol. Mijnbouw, 21, 228-230.
Doeglas D. J., Favejee J. Ch. L., Nota D. J. G. e Van Der Plas L. (1965) - On thè Identification of feldspars
in soils. Mededel. Landbouwhogeschool Wageningen, 65, 14 p.
Dryden A. L. (1931) - Accuracy in percentage represetation of heavy minerai frequencies. Nati. Acad. Sci.
Proc., 17, 233-238.
Dzulynski S. (1963) - Directional structures in flysch. Studia Geol. Polon., 12, 136 p.
Dzulynski S. e Radomski A. (1955) - Origin of groove casts in thè light of turbidity current hypotesis
(English summary). Acta Geol. Polon., 5, 47-66.
Dzulynski S. e Walton E. K. (1965) - Sedimentary Features of Flysch and Greywackes. Elsevier, Amsterdam,
274 p.
Edelman C. H. (1933) - Petrologische provincies in het Nederlansche kwartair. Thesis, Amsterdam, p. 104.
Edelman C. H. e Doeglas D. J. (1932) - Reliktstrukturen detritischer Pyroxenen und Amphibolen. Miner. Pe-
trogr. Mitt., 1+2, 482-489.
Emery K. O. (1960) - Basin plains and aprons off southern. California. J. Geol., 68, 464-479.
Favretto L. (1966) - Authigenic ferriferous aragonite from bottom sediments of thè Adriatic Sea. Miner.
Mag., 35, 781-783.
Ferruglio G. (1920) - Risultati di esperienze con galleggianti per lo studio delle correnti del Marc Adriatico
itegli anni 1910-1911,. R. Comit. Talass. Ital., Mem., 55, 1-92.
Ferruglio G. e De Marchi L. (1920) - Le correnti dell’ Adriatico secondo la distribuzione superficiale della sal¬
sedine e della temperatura. R. Comit. Talass. Ital. Meni., 55, 93-129.
Folk R. L. (1954) - The distinction between grain-size and minerai composition in sediment ary-rock nomen¬
clature. J. Geol., 62, 344-359.
Folk R. L. (1966) - A review of grain-size parameters. Sedimentology 6, 73-93.
Fornaseri M., Scherillo A. e Ventriglia U. (1963) - La regione vulcanica dei colli Albani. Pubblicaz. Centro
di Mineralogia e Petrografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma, 561 p.
Francini F. e Storer D. (1962) - I sedimenti del Fiume Adige. Relazione interna AGIP, 16 p.
Gabriel A. e Cox P. (1929) - A staining method for thè quantitative determination of certain rock minerale.
Am. Mineralogist, 11,, 290-292.
Gandolfi G. e Gazzi P. (1963) - Sulla distribuzione verticale dei minerali pesanti nella formazione Marnoso-
arenacea romagnola, lungo la valle del Bidente. Miner. Petrogr. Acta, 9, 273-288.
Cazzi P. (1961) - Ricerche sulla distribuizone dei minerali pesanti nei sedimenti arenacei dell’ Appennino
Tosco-Romagnolo. Acta Geol. Alpina, 8, 379-422.
Gazzi P. (1965) - On thè heavy minerai zones in thè geosyncline series. Recent studies in thè northern
Apennines, ltaly. J. Sedment. Petrol., 35, 109-115.
Goldstein C. H. (1942) - Sedimentary petrologie provinces of thè northern Gulf of Mexico. J. Sediment. Pe¬
trol., 12, 77-84.
Gridelli E. (1950) - Il problema della specie a diffusione transadriatica, con particolare riguardo ai Coleot¬
teri. Mem. Biogeogr. Adriatica, 1, 7-299.
Griffiths J. C. (1961) - Translating sedimentary petrography into petrology (abs). Geol. Soc. Am. Spec. Pa-
pers, 68, 186 p.
Grund A. (1907) - Die Entsehung und Geschichte des Adriatischen Meeres. Geogr. Jber. Osterreich., 6, 1-14.
Harman H. H. (1960) - Modem factor analysis. Univ. Chicago Press., 469 p.
Hesse R. (1964) - Herkunft und Transport der Sedimento im bayerischen Flyschtrog. Z. dentsch. geol. Ges.,
166, 147-170.
Hieke Merlin O. (1964) - Le vulcaniti del settore Nord Orientale del Monte Vulture (Lucania). Mem. Ist.
Geol. Min. Padova, 21,, 74 p.
B. PIGORINI
19<»
Hurley R. S. (1965) - Seismic reflection profilino in thè Adriatic and Black Seas and thè Gulf of Corinth.
Internai, report. Inst. of Marine Science, Univ. of Miami, Florida, USA.
Hutton C. O. (1959) - Mineralogia of beach sands between Halfmonn and Monterey bays, California. Calif.
Division of Mines, Spec. Rep., 32 p.
Imbrie J. (1962) - Vector analysis of compositional data. Columbia University, New York, 24 p.
Imbrie J. (1963) - Factor and vector analysis programs for analysing geologie data. Office Naval Res. Tech.
Rept., 6, 83 p.
Imbrie J. e I urdy E. G. (1962) - Classification of modem Bahamian carboyiate sediments. In: Ham W. E.
(Editore), Classification of carbonate rocks, a symposium. Am. Assoc. Petrol. Geologist Mem 1
253-272. ’ ' ’
Imbrie J. e Van Andel Tj. H. (1964) - Vector analysis of heavy minerai data. Bull. Geol. Soc Am 75
1131-1156.
Inman D. L. (1952) - Measures for describing thè size distribution of sediments. J. Sediment Petrol 22
125-145.
Jerlov N. G. (1958) - Distrbuition of suspended material in thè Adriatic Sea. Archivio Ocean Limn 11
22 7-250.
Kelling G. (1962) - The petrology and sedimentation of Upper Ordovician rocks in thè Rhinns of Galloway,
Southwest Scotland. Trans. Roy Soc. Edimburgh, 65, 107-137.
Kelling G. (1964) - The turbidite concept in Britain. In: A. H. Bouma e A. Brouwer (Editori), Turbidites.
Elsevier, Amsterdam, 3, 75-92
Kendall M. G. (1957) - A course in multivariate analysis. New York, Hafner Publishing Co., 185 p.
Knill J. L. (1959) - Axial and marginai sedimentation in gcosynclinal basins. J. Sediment. Petrol., 29, 317-325.
Knill J. L. (1960) - Palaeocurrents and sedimentano facies of thè Dalradian metasediments of thè Graignish -
Kilmelfort districi. Proc. Geologists’ Assoc. Engl., 70, 273-284.
Krynine P. D. (1942) Differential sedimentation and its producU during one complete geosynclinal cycle.
Ist. Panamerican Congress Mining Engin. and Geol. Proc., 2, 537-582.
Krumbein W. C e Pettijohn F. J. (1938) - Manual of Sedimenta ry Petrography. Appleton - Century Croft
New York.
Ksiazkiewicz M. (1956) - Geology of thè Northern Carpathians. Geol. Rundschau, 45, 369-411.
Ksiazkiewicz M. (1958) - Submarine slumping in thè Carpathian flysch. Ann. Soc. Geol. Pologne, 28, 123-150.
Kuenen Ph. H. (1935) - Geological interpretation of thè bathymetric results. In: Snellius Expedition 1929-
1930, 5, E. J. Brill, Leiden.
Kuenen Ph. H. (1942) - Bottom samples, collection of thè samples and some generai aspeets. In: Snellius Ex¬
pedition, 1929-1930, 5. E. J. Brill, Leiden.
Kuenen Ph. H. (1953) - Graded bedding, with observations on lower paleozoic rocks of Britain. Verh. Kon.
Nederl. Akad. Wetensch., 20, 1-47.
Kuenen Ph. H. (1956) - Graded bedding in limestones. Proc. Kon. Nederl. Akad. Wet., 59, 314-317.
Kuenen Ph. H. (1957) - Longitudinal filling of oblong sedimentary basins. Kon. Ned. Geol. Miinbouw Gen
Verhand., 18, 189-195.
Kuenen Ph. H. (1958) - Problems concerning source and transportation of flysch sediments. Geol. Miinbouw
20, 329-339.
Kuenen Ph. H. (1964) - Deep-sea sands and ancient turbidites. In: A. H. Bouma e A. Brouwer (Editori)
Turbidites. Elsevier, Amsterdam, 3, 3-33.
Kuenen Ph. H„ Faure-Muret A., Lanteaume M. e Fallot P. (1957) - Observations sur les flyschs des Alpes
Maritimes frangaises et italiennes. Bull. Soc. Géol. France, 7, 11-26.
Kuenen Ph. H. e Humbert F. L. (1964) - Bibliography of turbidity currents and turbidites. In: A. H. Bouma
e A. Brouwer (Editori), Turbidites. Elsevier, Amsterdam, 3, 222-246.
Kuenen Ph. H. e Sanders J. (1956) - Sedimentation phenomena in Kulm and Flozleeres graywackes, Sauer-
land and Oberbarz, Germany. Am. J. Sci., 251,., 649-671.
Ludwig R. (1875) - Geologiche Bilder aus talian. Boll. Com. Geol. Ital., 6, 165-179.
Magnani M. (1937) - Sopra un gabbro quarzifero a omeblenda di Kalivari (Fani e Madh Albania) Period
Miner., 8, 93-102.
Manson V. e Imbrie J. (1964) - Fortran program for factor and vector analysis of geologie data using an
IBM / 7090 or IBM 7091,111,01 computer system. Kans. Geol. Surv. Computer Center., 13, 47 p.
Marschalko R. (1964) - Sedimentary structures and paleocurrcnts in thè marginai lithofacies of thè centrai -
carpathian flysch. In: A. H. Bouma e A. Brouwer (Editori), Turbidites. Elsevier, Amsterdam 3
106-126. ’ ’
Martelli A. (19Q8) - Notizie petrografie sullo scoglio di Mellisello. Boll. Soc. Geol. Ital., 27, 259-282.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO
1!>7
Maxia C. (1941) - Sulle sabbie magnetifere del bacino dell’Ofanto (Puglia). Period. Miner., 12, 145-149.
Merendi A. (1955) - La valorizzazione delle sabbie costiere meridionali. Il Mezzogiorno, 6, 27-29.
Morelli C. (1955) - Underwater gravity survey in thè Adriatic Sea. IV World Petrol. Congr. Rome, sect. I,
661-663.
Morgante S. (1953-1954). Le sabbie del Tagliamento e dei suoi principali affluenti. Boll. Soc. Adr. Sci. Nat.,
A7, 147-152.
Morgante S. e Accordi B. (1948) - Ricerche geologico-petrografiche sui materiali incontrati da un pozzo ad
Ariano Polesine. Atti Ist. Veneto Sci. Lett. Arti, 106, 80-88.
Morovic D. (1951) - Composition mécanique des sédiments au large de V Adriatique. Rap. Inst. Oceanogr. et
Pòche R.P.F., Yougoslavie, Split. M.V. « Hvar » Cruises Res. Fis. Biol., 3, 1-18.
Mosetti F. (1966) - Morfologia dell’Adriatico Settentrionale. Boll. Geofis. Teor. Appi., 8, 138-150.
Mosetti F. (1967) - Caratteristiche idrologiche dell’Adriatico Settentrionale. Atti. Ist. Veneto Sci. Lett. Arti,
125, 147-175.
Moskalenko V. N. (1963) - Novje danje o stroenii osadochnoj tolshchi Sredisemnogo Morja. Dok. Akad. Nauk.
URSS, 152, 1457-1460.
Muller J. E. (1943) - Sediment petrologie van het dekgebergte in Zuid-Limburg . Mededelingen Geol. Stichting,
serie C, II - 2, 78 p.
Muller G. (1958) - Die Rezenten Sedimexite im Golf von Neapel. I. Die Sedimente des Golfes von Pozzuoli.
Geol. Rundschau, U7, 117-150.
Nelson B. W. (1964) - Sediment Dispersa! from Po delta, Italy. Progr. Ann. Meetings. Soc. Geol. Arn.,
1960, 141-142.
Nopcsa F. B. (1929) - Geographie und Geologie Nord-Albaniens. Geol. Hungarica, 3, 29-39.
Norin E. (1958) - The sedimenta of thè Central Tyrrhenian Sea. Reports of thè Swedish Deep-Sea Exp., 8,
1-136.
Nota D. J. G. (1958) - Sedimenta of thè Western Guiana shelf. Reports of thè Orinoco shelf expedition.
Mededel. Landbouwhogeschool Wageningen, 58, 98 p.
Nota D. J. G. e Loring D. H. ( 1965) - Recent dcpositional conditions in thè St. Lawrence viver and gulf.
A reconnaisance survey. Marine Geology, 2, 198-235.
Nowack E. (1926) - Beitrage zur Geologie von Albanien. N. Jahr. Miner. Geol. Palaont., 55, 259-280.
Paganelli P. (1965) - Preliminary news about. some pollen analyses of sea and lagoon deposit in Northern
Adriatic (Italy). Abs. VII Int. Congr. INQUA, Denver (Colorado), p. 373.
Passega R. (1962) - Problem of comparing ancient with recent sedimentary deposit. Am. Assoc. Petrol. Geolo-
gist, lt6, 114-118.
Passega R. (1964) - Grain-size representation by CM Patterns as a geological tool. J. Sediment. Petrol., 3b,
830-847.
Passega R., Florio G. e Colacicco M. (1964) - I sedimenti del Po. Relazione interna AGIP, 21 p.
Passega R., Rizzini A. e Borghetti G. (1967) - Transport of scdiments by ivaves, Adriatic Coastal shelf, Italy.
Am. Assoc. Petrol. Geologist, 51, 1304-1319.
Peder zolli Gottardi L. (1958) - Su di una sabbia a pirosseni dei dintorni di Avezzano (L’Aquila). Atti Soc.
Tose. Sci. Nat., 65, 15-24.
Pettijohn F. J. (1957) - Sedimentary rocks. 2nd. ed. Harper & Brothers, New York, 718 p.
Peannenstiel M. (1951) - Quartane Spielgelschwankungen des Mitttelmeeres und des Schwarzen Meeres. Vier-
teljahresschrift Naturf. Ges. Ziirich, 96, 81-102.
Pigorini B. (1967) - Provenienza e dispersione dei sedimenti recenti del Mare Adriatico. Rend. Soc. Miner.
Ital. (Riassunto), 23, 505-507.
Pigorini B. (1968) - Sources and dispersion of recent scdiments of thè Adriatic Sea. Marine Geology, 6 (III),
in corso di stampa.
Pigorini B. e Veniale F. (1965) - Anatasio antigenico in prodotti di alterazione atmosferica di rocce grani¬
tiche. Rend. Soc. Miner. Ital., 21, 257-272.
Plankeel F. H. (1962) - An improved sedimentation balance. Sedimentology, 1, 158-163.
Poole D. M. (1957) - Size analysis of sand by a sedimentation technique. J. Sediment. Petrol., 27, 406-468.
Poole D. M. (1958) - Heavy minerai variation in San Antonio and Mesquitc bays of thè Central Texas coast.
J. Sediment. Petrol., 28, 65-74.
Quaratesi D’Achiardi L. (1966) - Analisi mineralogiche e granulometriche di sabbie della zona M. Vulture-
Margherita di Savoia. Atti Soc. Tose. Sci. Nat., 73, 1-14.
Reeder S. W. e McAllister A. L. (1957) - A staining method for thè quantitative determination of feldspars
in rocks and sands from soils. Can J. Soil Sci., 37, 57-59,
198
B. PIGORINI
Reyment R. H. (1961) - Quadriv ariate principal componcnt analysis of Globcrgerina ycguacnsis. Stockholm
Contributions in Geology, 8, 17-26.
Ricciardi L. (1890) - Ricerche sulle sabbie delle coste adriatichc e sulle cause dell’interrimento del porto di
Bari. Atti Soc. Ital. Sci. Nat., 33, 41-62.
Rittenhouse G. (1943) - The transportation and deposition of heavy minerale. Bull. Geol. Soc. Am., 54, 1725-
1780.
Ross C. S., Miser H. D. e Stepherson L. W. (1929) - Waterlaid volcanic rocks of early upper Cretaceous
age in southwestern Arkansas, southeastern Oklahoma, and northeastern Texas. U. S. Geol. Surv.
Prof. Papers, 154-F, 175-202.
Russell R. D. (1939) - Effects of transportation on sedimentary particles. In: P. D. Trask (Editore), Recent
marine sedimenta. Am. Assoc. Petrol. Geologist, Tulsa, 32-47.
Sacco F. (1911) - La Puglia. Schema geologico. Boll. Soc. Geol. Ital., 30, 529-638.
Salmoiraghi F. (1903) - Osservazioni miner alogiche sul calcare miocenico di S. Marino (M. Titano) con rife¬
rimento all’ipotesi dell’Adriatico e alla provenienza delle sabbie adriatichc. Rend. R. Ist. Lomb Sci Lett
36, 717-737.
Salmoiraghi F. (1907) - Sull’origine padana delle sabbie di Sansego nel Quarnero. Rend. R. Ist. Lomb Sci
Lett., 40, 867-887.
Sartori F. e Quaratesi D’Achiardi L. (1966) - Studio mineralogico di una sabbia della foce dell’ Of unto. Atti
Soc. Tose. Sci. Nat., 73, 1-23.
Seibold E. (1959) - Jahreslagen in Sedimentai der Mittleren Adria. Geol. Rundschau, 46, 100-117.
Seibold E. (1963) - Geologica 1 investigation of nearshore sand transport; examples of methods and pro-
blems from thè Baltic and North Seas. Progress in Oceanography (Sears Editore): 3-70.
Selli R. (1954) - Il bacino del Metauro. Giorn. Geol., 24, 268 p.
Selli R. (1962) - Le Quaternaire marin du versant Adriatique-J onien de la peninsule italienne. Quaternaria
6, 391-413.
Shepard F. P. (1964) - Criteria in modera sediments useful in recognizing ancient sedimentary environments.
In: L. M. J. U. Van Straaten (Editore), Deltaic and shallow marine deposits. Elsevier Amsterdam
2, 1-25.
Shepard F. P., Phleger F. B. e Van Andel Tj. H. (Editori) (1960) - Rccent. sediments, Northwest Gulf of
Mexico. Am. Assoc. Petrol. Geologist, Tulsa, 394 p.
Sindowski F. K. H. (1949) - Results and problems of heavy minerai analysis in Germany. J. Sediment Pe¬
trol., 19, 1-25.
Sorrentino S. (1934) - Alcune considerazioni sui terreni del versante a driatico fra i fiumi Potenza e Pescara
Boll. Soc. Geol. Ital., 53, 263-284.
Stanley D. J. (1961) - Études sédimentologiques des grès d’ Annoi et de leurs equivalente latéraux. Rev. Inst.
Frang. Petrol. Ann. Combust. Liquides, 16, 1231-1254.
Stanley D. J. (1963) - Vertical petrographic variability in Annoi sandstone turbidites; some preliminary
observations and generalizations. J. Sediment. Petrol., 33, 783-788.
Stanley D. J. (1964) - Distribution and lateral variability of heavy minerals in thè Annot Sandston.es. In:
L. M. J. U. Van Straaten (Editore), Deltaic and shallow marine deposits. Elsevier, Amsterdam 2
388-398
Stanley D. J. (1965) - Heavy minerals and provenance of sands in flysch of centrai and southern French
Alps. Bull. Am. Assoc. Petrol. Geologist., 49, 22-40.
Stanley D. J. e Bouma A. H. (1964) - Methodology and paleogeographic interpretation of flysch formations: a
summary of studies in thè Maritime Alps. In: A. H. Bouma e A. Brouwer (Editori), Turbidites.
Elsevier, Amsterdam, 3, 34-64.
Ten Haaf E. (1957) - Tectonic utility of oriented resedimentation structures. Geol. Mijnbouw, 19, 33-35.
Ten Haaf E. (1959) - Graded beds of thè Northern Apennines. Thesis., Univ. of Groningen, Groningen, 102 p.
Ten Haaf E. (1964) - Flysch foramtions of thè northern Apennines. In: A. H. Bouma e A. Brouwer (Editori),
Turbidites. Elsevier, Amsterdam, 3, 127-136.
Thurston L. L. (1947) - Multiple factor analysis. Univ. Chicago Press., 535 p.
U. S. army corps OF engineers (1956) - Revìew of petrographic studies of bed material, Mississippi River,
its tributaries, and offshore areas of deposition. U.S.A.E. Waterways Expt. Sta. Vicksburg, Mississippi,
Tech Rept. 3-436, 37 p.
Van Andel TJ. H. (1950) - Provenance, transport and deposition of Rhine sediments. H. Veenman and Zn,
Wageningen, Netherlands, 129 p.
Van Andel Tj. H. (1952) - Zur Frage der Schwermineralverwitterung in Sedimenten. Erdol und Kohle 5
100-104.
ASPETTI SEDIMENTOLOGICI DEL MARE ADRIATICO ] 9<(
Van Andel Tj. H. (1955) - Recent sediment of thè Rhone delta. Il : Sources and deposition of heavy minerale.
Ver. van het Nerdel. Ged. Mijnb. Gen., 15, 516-556.
Van Andel Tj. H. (1959) - Reflection on thè interpretation of heavy minerai analysis. J. Sediment. Petrol.
29, 153-163.
Van Andel Tj. H. (1960) - Sources and dispersimi of Holocene sediments, northern Gulf of Mexico. In: Recent
sediments, Northwest Gulf of Mexico. Am. Assoc. Petrol. Geologist. Tulsa, 34-55.
Van Andel Tj. H. (1964) - Recent marine sediments of thè Gulf of California. In: Van Andel Tj. H. e
Shor G. G. (Editori), Marine Geology of thè Gu'f of California. Am. Assoc. Petrol. Geologist, Tulsa,
216-310.
Van Andel Tj. H. e Poole D. M. (1960) - Source of recent sediments in thè northern Gulf of Mexico. J. Se¬
diment. Petrol., 30, 91-122.
Van Andel Tj. H. e Postma H. (1954) - Recent sediments of thè Gulf of Paria. Reports of thè Orinoco
Shelf Expedition. North-Holland, Amsterdam, 1, 245 p.
Van Andel Tj. H. e Shor G. G. (Editori) (1964) - Marine geology of thè Gulf of California. Am. Assoc.
Petrol. Geologist, Tulsa, 408 p.
Van Der Plas L. (1962) - Preliminary note on thè granulometrie analysis of sedimentar y rocks. Sedimentology,
1, 145-157.
Van Der Plas L. (1966) - The identification of detritai feldspars. Elsevier, Amsterdam, 305 p.
Van Straaten L. M. J. U. (1964) - Turbidite sediments in thè sotheastem Adriatic Sea. In: A. H. Bouma
e A. Brouwer (Editori), Turbidites. Elsevier, Amsterdam, 3, 142-147.
Van Straaten L. M. J. U. (1965) - Sedimentation in thè northwestern pari of thè Adriatic Sea. Proc. Colston
Res. Soc., 17, 143-162.
Van Straaten L. M. J. U. (1966) - Micro-malacological investigatimi of corcs from thè sotheastem Adriatic
Sea. Proc. Konincl. Nederl. Akad. Van Wetenschappen, 69, 429-445.
Van Straaten L. M. J. U. (1967a) - Turbidites, ash layers and shell beds in thè bathyal zone of thè southea-
stern Adriatic Sea. Rev. Géograph. Phys. Géol. Dynamique, 9, 219-240.
Van Straaten L. M. J. U (1967b) - Solution of aragonite in a core from thè southeastern Adriatic Sea.
Marine Geology, 5, 241-248.
Vezzani F. e Passega R. (1963) - Applicazione di nuovi metodi sedimentologici allo studio dell’ Appennino
Settentrionale. Boll. Soc. Geol. Ital., 82, 3-48.
Viola C. (1894) - Le rocce eruttive della Punta delle Pietre Nere in provincia di Foggia. Boll. R. Coni.
Geol., 25 p.
Virgilio F. (1900) - Geomorfogenia della provincia di Bari. Da: «La terra di Bari sotto l’aspetto storico,
econom. e nat. », 3, 148 p.
Vuletic A. (1953) - Structure géologiquc du fond du Malo et du Veliko, sur T ile de Mljet. Acta Adriatica,
6, 1-66.
Weyl R. (1952a) - Zur Frage der Schwermineralverwtterung in sedimenten. Erdòl und Kohle, 5, 29-33.
Weyl R. (1952b) - Schwermineraluntersuchungen im Schleswig Holsteinischen Jungtertidr. Dent. Geo. Ges.
Zeitschr., 10U, 99-133.
Williams A. (1962) - The Barr and Lower Ardmillan Series ( Caradoc ) of thè Girvan Districi, south-west
Ayshire. Geol. Soc. London, Mem. 3, 267 p.
Wood A. e Smith A. J. (1959) - The sedimentation and sedimentary history of thè Aberystwyth Grits ( Upper
Landoverian). Quart. J. Geol. Soc. London, IH, 163-195.
Zonneveld J. I. S. (1946) - Beschonwingen naar aanleiding van de Korrelgrootte der zware mineralen in
zandige sedimenten. Geol. Mijnbouw, 8, 83-90 e 93-105.
Zore-Armanda M. (1964) - Results of direct current measurements in thè Adriatic. Acta Adriatica, 11,
293-308.
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
Finito di stampare nel dicembre 196
con i tipi della
Editrice Succ. Fusi - Pavia
VENEZIA
B. PIGORINI
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ. St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Ili - Tav. XIX
A) Percorsi di navigazione con ubicazione delle stazioni di prelevamento dei campioni di fondo del Mare Adriatico.
RIJEKA
DUBROVNIK
SPLIT
SIBENIK
ZADAR
PULA
VENEZIA
Pomo
° Piagosa
'/25m
Pianosa
rs .251
BRINDISI
OTRANTO
fremili
^204 /
.NCONAj
RAVENNA
BARI
BARLETTA
'TARANTO
TERMOLI
PESCARA
tarla «W*. de, Mara Adriatico con „ Pozione de, «arpioni prelevati (dedotta dai dati di navigarne e dal,,
tarla batimetrica del Mediterraneo Centrale, foglio 1253, di Debrazzi Seghe, . ).
272 V
B. PIGORINI
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ. St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Ili - Tav. XX
TRIESTÉ
g< DUBROVNIK ^
SPLIT
SIBENIK
2ADAR
PULA
>i8isir”-^ . . .
■Ìi^»IIÌMÌÌMÉI8j^^a8Ì»Mi8>WiMIÌÌir
■HM
iNCONAfv
RAVENNA,
BARLETTA
PESCARA
ente
A) Distribuzione regionale della «media» granulometrica tra 1.00 e 3.50 <p (0.500 - 0.088 mm.) della frazione sabbiosa
2.000 - 0.062 mm. dei sedimenti di fondo del Mare Adriatico.
DUBROVNIK
numi
SPLIT
SIBENIK
Z ADAR
HIHkH
ÉiiminimmiiÉmÉÉni
fli|j
MLTDDY SAND
ANDY MU
BRINDISI
OTRANTO
RAVENNA
PESARO
PESCARA
B) Distribuzione granulometrica dei sedimenti di fondo del Mare Adriatico basata sulla terminologia «sand», « muddy
sand », « sandy mud » e « mud » (completata da Van Straaten, 1965, p. 145).
B. PIGORINI
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ. St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Ili - Tav. XXI
ASSOCIAZIONE A GRANATO-EPIDOTO-ORNEBLENDE
s - V /
GRANATO -
EPIDOTO
GRANATO —
ORNEBLENDE
sottogruppi
A
GRANATO
EPI DOTO —
ORNEBLENDE
ORNEBLENDE/ ORNEBLENDE
GRANATO
EPIDOTO
ASSOCIAZIONE A EPIDOTO
Distribuzione convenzionale delle associazioni di minerali pesanti e relativi sottogruppi compositi dei sedimenti di fondo
del Mare Adriatico.
B. PIGORINI
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ. St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Ili • Tav. XXII
PROVINCIA VENEZIANA
TRANSUBPROVINCIA
VE NEZ I ANA-PADANA
Distribuzione regionale delle Province dei minerali pesanti del Mare Adriatico.
B. PIGORINI
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ. St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Ili - Tav. XXIII
A) Mappa di proiezione vettoriale relativa al vettore di riferimento VA 49 (contenuto a granato) nel Mare Adriatico.
RIJEKA
TRIESTE
DUBROVNIK
SPLIT
SIBENIK
Z ADAR
PULA
BRINDISI
OTRANTO
NCONA)
BARLETTA
'TARANTO
TERMOLI
PESCARA
B) Mappa di proiezione vettoriale relativa al vettore di riferimento VA 60 (contenuto a tremolite) nel Mare Adriatico,
B. PIGORINI
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ. St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Ili - Tav. XXIV
RIJEKA
TRIESTE
DUBROVNIK
Z ADAR
PULA
BRINDISI
RAVENNA
NCON.
RODI
OTRANTO
BARI
BARLETTA
TARANTO
TERMOLI »'
PESCARA
A) Mappa di proiezione vettoriale relativa al vettore di riferimento VA 88 (contenuto a orneblenda) nel Mare Adriatico.
B) Mappa di proiezione
vettoriale relativa al vettore di riferimento VA 219 (contenuto a augi te) nel Mare Adriatico.
B. PIGORINI
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ. St. Nat. Milano - Voi. XVI, fase. Ili - Tav. XXV
TRIESTÈ
DUBROVNIK
SPLIT
SIBENIK
2 ADAR
BRINDISI
OTRANTO
NCONAj
RAVENN,
o] barletta
TERMOLI
PESCARA
A) Mappa di proiezione vettoriale relativa al vettore di riferimento VA 287 (contenuto a epidoto) nel Mare Adriatico.
MCZ ERNST MAYR LIBRARY
3 2
44
48 058 985
%
Date Due