HARVARD UNIVERSITY
*8?
Library of thè
Museum of
Comparative Zoology
MEMORIE
DELLA
SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE
DI MILANO
Volume XVIII
CON 17 TAVOLE
MILANO
1969 - 1970
EDITRICE SUCC. FUSI - PAVIA
Fascicolo
Fascicolo
Fascicolo
Number
Number
Number
INDICE DEL VOLUME XVIII
I (1969)
Pinna 6. - Revisione delle ammoniti figurate da Giuseppe Meneghini
nelle tavv. 1-22 della « Monograpliie des fossiles du calcaire rouge
ammoniiique» (1867-1881). (Con 2 figg. e 6 tavv.) . pag. 1
II (1969)
Montanari L. - Aspetti geologici del Lias di Gozzano (Lago d’Orta).
( Con 42 figg. e 4 tavv. n.t.) . » 25
III (1970)
Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli- Avigliana (Prov. Torino)
e sul suo substrato cristallino . » 95
Petrucci F. - Rilevamento geomorfologico dell’anfiteatro morenico di
ltivoli-Avigliana (Prov. Torino). (Quaternario Continentale Padano -
Nota 3). ( Con 6 figg., 4 tavv. a colori e carta a colori a 1:40.000) . . » 95
Bortolami G. C. & Dal Pi^z G. V. - 11 substrato cristallino dell’anfi-
teatro morenico di Rivoli-Avigliana (Prov. Torino) e alcune considera¬
zioni sull’evoluzione paleogeografica e strutturale della eugeosinclinale
piemontese. ( Con 8 figg. e 2 tavv.) . . » 125
CONTENTS
(1969)
Pinna G. - Revision of thè Ammonites figured by Giuseppe Meneghini
on plates 1-22 of hls « Monographie des fossiles du calcaire rouge
ammonitique » (1867-1881). ( With 2 fig. and 6 pi.) . pag. 1
(1969)
Montanari L. - Geologica! aspects of Lias from Gozzano (Orta Lake,
Southwestern Prealps). (With 42 fig. and 4 t.pl.) . » 25
(1970)
Investigations on thè Rivoli-Avigliana Moraine Amphitheatre (Torino,
Italy) and its Crystalline Basement . » 95
Petrucci F. - Geomorphological Mapping of thè Morainic Amphi¬
theatre of Rivoli-Avigliana (Prov. Torino). (Continental Quatemary
of Po Valley - Paper n. 3). (With 6 fig., 4 color pi. and 1:40.000 color
map) . » 95
Bortolami G. C. & Dal Piaz G. V. - The Crystalline Basement of thè
Rivoli-Avigliana Moraine Amphitheatre (Torino, Italy) with some re-
marks on thè paleogeographical and structural evolution of thè Piemont
Eugeosyncline. (With 8 fig. and 2 pi.) . » 125
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JUL 131970
HARVARD
UNIVERSITY
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVIII - Fase. I
GIOVANNI PINNA
REVISIONE DELLE AMMONITI
FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI NELLE TAV. 1-22
DELLA “MONOGRAPHIE DES FOSSILES DU CALCAIRE
ROUGE AMMONITIQUE „ (1867-1881)
Con 6 tavole fuori testo e due figure n. t.
Sezione di Paleontologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Col contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
« Comitato per le Scienze Geologiche e Minerarie »
MILANO
31 dicembre 1969
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME i.
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis : Felis jacobita (Corn.). 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Griffi F., 1865 - Di una specie d’ Hippolais
nuova per l’ Italia. 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini la¬
custri per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp.,
2 figg-, 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziarii del distretto di Messina. 88 pp.,
8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria. 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og¬
getti di umana industria dei tempi preistorici raccolti
in Toscana. 32 pp., 4 tavv.
Vili - Targioni-Tozzetti A., 1866 - Come sia fatto l’organo
che fa lume nella lucciola volante dell’ Italia cen¬
trale ( Lucida italica) e come le fibre muscolari in
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp.,
2 tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici of¬
ferti dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 40 pp.", 4 tavv.
VOLUME II.
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’ori¬
gine des bassins lacustres, à propos des sondages du
Lac de Come. 12 pp., 8 tavv.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
venete. HO pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
nummulitico delle Alpi venete. SU pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleon¬
tologiche di talune rocce cretacee della Calabria con
alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1867 - L’ uomo fossile nell’ Italia centrale.
82 pp., 21 figg., 4 tavv.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
descriptum. 8 pp., 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropodi
ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - Durer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii.
16 pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera
et Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum ge¬
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
Ili - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie.
88 pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un
Alciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp.,
1 tav.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentano. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME IV.
I - D’Achiardi A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num¬
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera vel
adhuc controversa, vel sedis prorsus incertae in sy-
stemate, novis descriptionibus iconibusque accuratis-
simis illustrata. 18 pp., 2 tavv.
III - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi
di umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lom¬
bardia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
VOLUME V.
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi-
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo¬
gici. 104 PP-, 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
63 figg., 1 tav.
Ili - Pavesi P., 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp.,
14 figg., 1 tav.
VOLUME VII.
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 PP-, 9 tavv.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.,
3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e geologici. Parte IL pp. 47-186,
5 figg-, 9 tavv.
Ili - Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle allu¬
vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg •,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle
Alpi italiane, pp. 1-164, 7 figg., 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione
della base del cranio colle forme craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili), pp. 165-262,
7 figg-, 2 tavv.
1
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVIII - Fase. I
GIOVANNI PINNA
REVISIONE DELLE AMMONITI
FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI NELLE TAV. 1-22
DELLA “ MONOGRAPHIE DES FOSSILES DU CALCAIRE
ROUGE AMMONITIQUE,, (1867-1881)
Con 6 tavole fuori testo e due figure n. t.
Sezione di Paleontologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Col contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
« Comitato per le Scienze Geologiche e Minerarie »
MILANO
31 dicembre 1969
EDITRICE SUCC. FUSI - PAVIA
GIOVANNI PINNA
Revisione delle ammoniti figurate da Giuseppe Meneghini nelle Tavole 1-22
della «Monographie des fossiles du calcaire rouge ammonitique » (1867-1881)
Riassunto. — Nel presente lavoro viene effettuata la
revisione delle ammoniti figurate da Giuseppe Meneghini
(1867-1881) nelle prime 22 tavole della sua classica mo¬
nografia sul « rosso ammonitico ». Per tale lavoro sono
state prese in considerazione le ammoniti della collezione
Meneghini esistenti nel Museo di Paleontologia dell’Uni¬
versità di Pisa, comprendenti 27 olotipi. Sono inoltre stati
fissati 10 neotipi in sostituzione di quelli andati perduti
durante l’ultimo conflitto mondiale assieme a tutta la col¬
lezione del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, an-
ch’essa descritta nella monografia di Meneghini. Sono stati
figurati tutti gli esemplari della collezione originale an¬
cora esistenti ed i neotipi, conservati per la maggior parte
nelle collezioni del Museo Civico di Storia Naturale di
Milano. E’ stata infine descritta la nuova specie Perono-
ceras merlai.
Summary. — Revision of thè Ammonites figured by Giu¬
seppe Meneghini on plates 1-22 of his « Monographie des
fossiles du calcaire rouge ammonitique ».
All specialists of Ammonites know thè fundamental
work by Giuseppe Meneghini « Monographie des fossiles
du calcaire rouge ammonitique (Lias supérieur) de Lom¬
bardie et de l’Apennin centrai », published in Milan bet-
ween 1867 and 1881 in thè series of paleontological me-
mories «. Pale ontologie Lombarde » under thè supervision
of Prof. Antonio Stoppani of thè Museo Civico di Storia
Naturale of Milan. Equally well known is thè revision of
this very important work made by Guido Bonarelli in
1899.
When Giuseppe Meneghini was invited by Antonio
Stoppani to study thè Upper Lias Ammonites of thè « rosso
ammonitico lombardo », he considered thè rich Stoppani
Collection of thè Milan Museum, with Ammonites coming
from various localities in Lombardy (Pian d’Erba, Suello,
etc.) and also thè imposing material of thè Paleontological
Museum of Pisa University, including Ammonites coming
from various localities in centrai Appennine (Cesi, Cagli,
Catria, Val d’Urbia, etc.). Bonarelli in his revision con¬
sidered both collections, while in thè years that followed,
thè material of thè Pisa Museum was studied by several
other Authors. Among these was Giovanni Merla who
considered in two « memories » published in 1932 and 1933
thè genera Phymatoceras, Lillia, Denckmannia, Chartro-
nia, Brodiceras, Pseudomercaticeras, Mercaticeras, Cras-
siceras, Hildoceras, Hammatoceras e Erycites figuring
again some of thè specimens published by Meneghini and
establishing several new species. The same Author pub¬
lished in 1933 a short preliminary note on « Stephano-
ceratinae » of thè same collection, but thè announced work
was not published.
The collections of thè Milan and Pisa Museums were
again studied by L. Negri (1933, 1936) and by B. Le¬
pori (1941) in three works making part of thè series
« Revisione delle ammoniti Massiche della Lombardia occi¬
dentale », in which were considered thè following genera:
Phylloceras, Rhacophyllites, Meneghiniceras, Harpophyl-
loceras and Paltopleuroceras. Also in thè above mentioned
works, some of thè Ammonites published by Meneghini
were rifigured.
While thè collections of thè Pisa Museum resisted thè
vicissitudes of World War II, in 1943 a heavy air bombing
struck thè Milan Museum and in thè fire that followed
thè entire Stoppani Collection, which included thè liassic
Ammonites studied by Meneghini, with many precious
types, was totally lost.
The object of this work is to offer a complete set of
photographs of thè Ammonites studied by Meneghini that
are stili preserved and which were often interpreted by
thè engraver, and give a more up to date classification.
The material stili preserved in thè Pisa Paleontological
Museum includes 27 holotypes. To substitute thè lost holo-
types thè writer has fixed, on Lombardy material, thè
neotypes of thè following species:
Fuciniceras bicicolae (Bonarelli, 1895)
Protogrammoceras meneghina (Bonarelli, 1899)
Brodieia anonyma (Meneghini, 1881)
Hammatoceras victorii Bonarelli, 1899
Reynesoceras subanguinum (Meneghini, 1881)
Reynesoceras indunense (Meneghini, 1881)
Meneghiniceras dorsinodosum (Bonarelli, 1895)
Meneghiniceras lariense (Meneghini, 1875)
thè above mentioned neotypes are kept in thè Museo Civico
di Storia Naturale of Milan.
The neotypes of :
Brodieia gradata (Merla, 1933)
Pseudomercaticeras rotaries Merla, 1933
which were established on Appennine Ammonites are kept
in thè Geological Museum of Pisa University.
I was unable to establish neotypes of thè following
species for lack of fresh material :
Trachylytoceras polidorii (Bonarelli, 1899)
Meneghiniceras bicicolae (Bonarelli, 1895)
Calliphylloceras bicicolae (Meneghini, 1875)
Lytoceras villae Meneghini, 1875
Calliphylloceras stoppanti (Meneghini, 1875)
£ GIOVANNI
In order to illustrate some species figured by Mene¬
ghini and whose originals were lost, I figured samples
of thè following species, that are kept in thè Milan
Museum :
Hildaites serpentinum (Rein., 1818)
Arieticeras bertrandi (Kilian, 1889)
Arieticeras retrorsicosta (Oppel, 1862)
Pleuroceras pseudocostatum (Hyatt, 1867)
Pleuroceras spinatum (Brug., 1789)
Reynesoceras ragazzonii (Hauer, 1861)
PINNA
Is finally described thè new species Peronoceras merlai.
In thè revision of thè plates, next to thè originai deter-
mination by Meneghini, is given thè new classification,
thè paleontological zone when possible, thè locality of
origin, thè collocation (MP = Museo di Paleontologia del¬
l’Università di Pisa, MM = Museo Civico di Storia Na¬
turale di Milano).
I finally inforni specialists that thè Laboratory of Pa-
leontology of thè Museo Civico di Storia Naturale of Milan
can now supply thè casts of originai types.
INTRODUZIONE
A tutti gli studiosi di ammoniti è nota la fon¬
damentale opera di Giuseppe Meneghini « Mo-
nographie des fossiles du calcaire rouge ammo-
nitique ( Lias supérieur) de Lombardie et de
V Apennin centrai », pubblicata a Milano in fasci¬
coli fra il 1867 ed il 1881 nella serie di memorie
paleontologiche « Paléontologie Lombarde » di¬
retta dal Professor Antonio Stoppani del Museo
Civico di Storia Naturale di Milano. Altrettanto
nota è la revisione di questo monumentale lavoro
effettuata da Guido Bonarelli nel 1899, mentre
assai meno conosciute sono le vicessitudini che
negli anni seguenti portarono questo classico ma¬
teriale a ridursi notevolmente di numero a causa
degli eventi bellici che hanno spesso colpito in
modo irreparabile i musei italiani.
Giuseppe Meneghini, invitato da Antonio Stop-
pani ad eseguire uno studio sulle ammoniti del
Lias superiore del « rosso ammonitico lombardo »,
prese in considerazione, come egli stesso spiega
nell’ introduzione al lavoro, oltre alla ricca colle¬
zione Stoppani del Museo di Milano, con ammo¬
niti provenienti da numerose località lombarde
(Pian d’Erba, Suello, ecc,), anche l’abbondante
materiale del Museo di Paleontologia dell’Univer-
sità di Pisa, comprendente ammoniti di numerose
località dell’Appennino centrale (Cesi, Cagli, Ca-
tria, Val d’Urbia, ecc.).
Negli anni che seguirono alla revisione di Bo¬
narelli, autore che ebbe la possibilità di osser¬
vare il materiale delle due collezioni, le ammoniti
del Museo pisano furono oggetto di altri e più mo¬
derni studi da parte di numerosi autori. Fra que¬
sti Giovanni Merla in due memorie, apparse l’una
nel 1933 l’altra nel 1934, prese in considerazione
i generi Phymatoceras, Lillia, Denckmannia, Char-
tronia, Brodiceras, Ps eudomercaticeras , Mercati-
ceras, Crassiceras, Hildoceras, Hammatoceras e
Erycites figurando di nuovo alcuni degli esem¬
plari già apparsi nelle tavole di Meneghini ed
istituendo numerose nuove specie. Lo stesso autore
pubblicò nel 1933 una breve nota preliminare sugli
« Stephanoceratinae » della medesima collezione
(generi Deroceras, Peronoceras, Collina, Dacty-
lioceras, Coeloceras, Stephanoceras ) riprometten¬
dosi un più ampio lavoro, mai più eseguito. La
collezione del Museo di Pisa e la collezione del
Museo di Milano furono poi oggetto di studi da
parte di L. Negri (1934, 1936) e di B. Lepori
(1941) che in tre lavori facenti parte di una serie
intitolata « Revisione delle ammoniti liassiche della
Lombardia occideaitale » presero in considerazione
i generi Phylloceras, Rhacophyllites, Meneghinice-
ras, Harpophylloceras e Paltopleuroceras, figu¬
rando alcuni esemplari già riportati dal Mene¬
ghini.
Mentre le collezioni del Museo di Pisa resi¬
stettero alle vicessitudini del secondo conflitto
mondiale, nel 1943 un violento bombardamento
aereo colpì il Museo di Milano e nell’ incendio che
ne seguì andò perduta l’ intera collezione Stop-
pani, fra cui le ammoniti liassiche studiate da
Meneghini con numerosi e preziosissimi tipi.
La scomparsa dunque di parte del materiale
studiato da Meneghini, la perdita di numerosi
olotipi, la necessità di offrire agli studiosi una
completa illustrazione degli esemplari già figurati
nel lavoro> originale, e spesso interpretati dall’ in¬
cisore, e la necessità di una nuova e più completa
classificazione, mi hanno indotto a questo lavoro
di revisione che si ripromette, oltre al resto, di
fare il punto1 sulla collezione mettendo in risalto
quale è il materiale ancora esistente e quale in¬
vece il materiale andato definitivamente perduto.
Del materiale originale è dunque presente quasi
al completo quello della collezione del Museo Geo¬
logico dell’Università di Pisa che comprende gli
olotipi delle seguenti specie:
REVISIONE DELLE AMMONITI FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI
Hildoceras caterinii Merla, 1933
Harpoceras exaratum subexaratum (Bonarelli,
1899)
Brodieia tumida (Merla, 1933)
Mercaticera-s rursicostatum (Merla, 1933)
Phymatoceras ( Phymatoceras ) planulatum (Merla,
1933)
Dumortieria meneghina (Zittel in Haug, 1887)
Hammatoceras personatum Fossa Mancini, 1915
Hammatoceras meneghina Bonarelli, 1899
Erycites picenus Fossa Mancini, 1915
Hammatoceras porcarellense Bonarelli, 1899
Collina meneghina Bonarelli, 1899
Dactylioceras annulatiforme (Bonarelli, 1899)
Phylloceras ausonium (Meneghini, 1875)
Calliphylloceras beatricis (Bonarelli, 1899)
Calliphylloceras virginiae (Bonarelli, 1899)
Calliphylloceras spadae (Meneghini, 1875)
Calliphylloceras selinoides (Meneghini, 1875)
Calliphylloceras desioi (Negri, 1936)
Alocolytoceras catriensis (Meneghini, 1881)
Alocolytoceras dorcaclis (Meneghini, 1875)
Lytoceras cereris Meneghini, 1875
Aiidaxlytoceras spirorbis (Meneghini, 1875)
Lytoceras velifer Meneghini, 1875
Lytoceras sepositum Meneghini, 1875
Trachylytoceras corrugatum (Bonarelli, 1893)
Peronoceras polyphemus Merla
Peronoceras merlai n. sp.
Sono stati da me inoltre fissati su materiale
lombardo, in sostituzione di quelli andati perduti,
i neotipi delle specie:
Fuciniceras bicicolae (Bonarelli, 1895)
Protogrammoceras meneghina (Bonarelli, 1899)
Brodieia anonyma (Meneghini, 1881)
Hammatoceras victorii Bonarelli, 1899
Reynesoceras indunense (Meneghini, 1881)
Reynesoceras subanguinum (Meneghini, 1881)
Meneghiniceras dorsinodosum (Bonarelli, 1895)
Meneghiniceras lariense (Meneghini, 1875)
che vengono conservati nelle collezioni del Museo
Civico di Storia Naturale di Milano, ed i neotipi
delle specie:
Brodieia gradata (Merla, 1933)
Pseudomercaticeras rotaries Merla, 1933
stabiliti su materiale appenninico, che vengono
conservati nel Museo di Paleontologia dell’Uni¬
versità di Pisa.
Per le specie:
Trachylytoceras polidorii (Bonarelli, 1899)
Meneghiniceras bicicolae (Bonarelli, 1895)
Calliphylloceras bicicolae (Meneghini, 1875)
Lytoceras villae Meneghini, 1875
Calliphylloceras stoppami (Meneghini, 1875)
non mi è invece stato possibile fissare i neotipi in
sostituzione di quelli distrutti per mancanza di
nuovo materiale.
Allo scopo di illustrare alcune specie, già fi¬
gurate da Meneghini, ma i cui originali sono an¬
dati perduti, sono stati riportati sulle tavole esem¬
plari delle seguenti specie, conservati nelle colle¬
zioni del Museo Civico di Storia Naturale di
Milano:
Hildaites serpentinum (Rein., 1818)
Arieticeras bertrandi (Kilian, 1889)
Arieticeras retrorsicosta (Oppel, 1862)
Pleuroceras pseudocostatum (Hyatt, 1867)
Pleuroceras spinatum (Brug., 1789)
Reynesoceras ragazzonii (Hauer, 1861)
Nella revisione delle tavole vengono riportati,
accanto alla denominazione originale delle specie
data da Meneghini, la nuova classificazione, il
piano di apparteneza e, ove possibile, la « zona
paleontologica », la località di provenienza, la col-
locazione e, qualora l’ esemplare sia andato di¬
strutto, la dicitura « perduto ».
Mi è particolarmente gradito esprimere i più
vivi ringraziamenti al Prof. Guido Tavani, Diret¬
tore dell’ Istituto di Paleontologia dell’Università
di Pisa, per avermi gentilmente concesso in pre¬
stito il materiale del suo Museo, facilitandomi così
il lavoro di revisione, ed al Prof. Sergio Venzo,
per i preziosi consigli da lui avuti durante la ste¬
sura del testo e la composizione delle tavole.
10
GIOVANNI PINNA
REVISIONE DELLE TAVOLE
Il numero delle tavole si riferisce al lavoro di Meneghini
Prima riga :
Seconda riga :
Terza riga :
Quarta riga :
Fig. labe.
Fig. 2abc.
Fig. 3ab.
Fig. 4abc.
Fig. 5abc.
Fig. 6abc.
Fig. 7abc.
Fig. 8abc.
Fig. labe.
Fig. 2abc.
Fig. 3abc.
Fig. 4ab.
Fig. 5.
a sinistra indicazione della figura e classificazione di Meneghini, a destra nuova classificazione,
a sinistra età, zona paleontologica, località, collezione (MP rr Museo di Paleontologia dell’Università di
Pisa; MM r= Museo Civico di Storia Naturale di Milano), presenza o assenza del materiale,
a sinistra indicazione di tavola e figura nel lavoro di revisione,
eventuali note.
Tavola I
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras bifrotis (Brug. s.l.)
Toarciano inf. « zona a mercati ». Alpe Turati. MM, perduto.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras bifrons (Brug. s.l.)
Toarciano inf. « zona a mercati ». Val d’Urbia. MP.
Tav. I, fig. 10.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras bifrons (Brug. s.l.), forma
transizionale ad Hildoceras semiyolitum.
Toarciano inf. « zona a mercati ». M. Catria, MP, perduto.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras bifrons (Brug. s.l.), forma
transizionale ad Hildoceras semiyolitum.
Toarciano inf. « zona a mercati ». Cesi. MP.
Tav. I, fig. 3.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras semiyolitum Buck., 1902
Toarciano inf. « zona a mercati ». Val d’Urbia. MP.
Tav. I, fig. 2.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras bifrons (Brug. s.l.)
Toarciano inf. « zona a mercati ». Cagli. MP.
Tav. I, fig. 4.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras bifrons (Brug. s.l.)
Toarciano inf. « zona a mercati ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras bifrons (Brug. s.l.)
Toarciano inf. « zona a mercati ». M. Catria. MP.
Tav. I, fig. 1.
Tavola II
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras sublevisoni Fucini, 1919
Toarciano inf. « zona a falcifer mediterraneum ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras sublevisoni Fucini, 1919
Toarciano inf. « zona a falcifer mediterraneum ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras caterinii Merla, 1933
Toarciano, zona ind. Monte dei Fiori. MP.
Tav. I, fig. 5, Holotyym.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras sublevisoni Fucini, 1919
Toarciano inf. « zo7ia a falcifer mediterraneum ». Luera. MM, perduto.
Ammonites bifrons Brug . Hildoceras bifrons (Brug. s.l.)
Toarciano inf. « zona a mercati ». Monte Fiori. MP.
Tav. I, fig. 11.
REVISIONE DELLE AMMONITI FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI
1 1
Tavola III
Fig. lab. Ammonites serpentinus Rein. sp . Hildaites serpentinum (Reinecke, 1818)
Toarciano inf. « zona a falcifer mediterraneum ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Tav. I, fig. 16.
L’esemplare figurato non appartiene alla collezione Meneghini - Stoppani : fu raccolto da
S. Venzo ad Entratico, ed è ora conservato nelle collezioni del Museo Civico di Storia Na¬
turale di Milano.
Fig. 2abc. Ammonites falcifer Sow . Harpoceras falcifer (Sowerby, 1820)
mediterraneum Pinna, 1968
Toarciano inf. « zona a falcifer mediterraneum ». Porcarella. MP.
Tav. I, fig. 12.
Holotypus descritto e figurato da Pinna (1968, pag. 37, tav. II, fig. 10).
Fig. 3 ab. Ammonites falcifer Sow . Fuciniceras bicicolae (Bonarelli, 1895)
Domeriano sup. « zona, a spinatum ». Bici cola. MM, perduto.
Tav. II, fig. 12, Neotypus.
Il Neotypus, non appartenente alla collezione Meneghini-Stoppani, fu raccolto da S. Venzo
all’Alpe Turati ed è ora conservato nelle collezioni del Museo Civico di Storia Naturale di
Milano.
Tavola IV
Fig. labe. Ammonites complayiatus Brug . Harpoceras exaratum (Young e Bird,
1822) subexaratum (Bonarelli, 1899)
Toarciano inf. « zona a mercati ». Porcarella. MP.
Tav. I, fig. 18, Holotypus.
Fig. 2 ab. Ammonites complanatus Brug . Harpoceratoides sp.
Toarciano inf. Monte Fatto. MP.
Tav. I, fig. 17.
Fig. 3abcd. Ammonites complanatus Brug . Polyplectus epiroticus Renz, 1925
Toarciano inf. Cagli. MP.
Tav. I, fig. 13.
Tavola V
Ammonites comensis Buch . Phymatoceras ( Chartronia ) evolutum
Merla, 1933
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Suello. MM, perduto.
Tavola VI
Fig. lab. Ammonites comensis de Buch . Phymatoceras ( Chartronia ) speciosum
(Merla, 1933)
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Tav. II, fig. 13, Holotyptis.
L’ Holotypus figurato da Merla, non appartenente alla collezione Meneghini, è conservato
presso il Museo di Paleontologia dell’Università di Pisa.
Fig. 2 ab. Ammonites comensis de Buch . Phymatoceras ( Phymatoceras ) eschen
(Hauer, 1856)
Toarciano sup. « zona a erbaense », Pian d’Erba. MM, perduto.
Fig. 3 ab. Ammonites comensis de Buch . Phymatoceras ( Phymatoceras ) cf. esche-
ri (Hauer, 1856)
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Valmadrera. MM, perduto.
12 GIOVANNI PINNA
Fig. 4. Ammonites comensis de Buch . Phijmatoceras {Phymatoceras) ci. esche-
ri (Hauer, 1856)
Toarciano sup. Marconessa. MP.
Tav. I, fig. 8.
Tavola VII
Fig. labcd. Ammonites comensis de Buch . Brodieia gradata (Merla, 1933)
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Cesi. MP, perduto.
Tav. II, fig. 4, Neotypus.
Il Neotypus, esemplare della collezione Meneghini non figurato, è conservato nelle collezioni
del Museo di Paleontologia deH’Università di Pisa.
Fig. 2 ab. Ammonites comensis de Buch . Brodieia tumida (Merla, 1933)
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Monte Fiori. MP.
Tav. II, fig. 1, Holotypus.
Fig. 3abc. Ammonites comensis de Buch . Phymatoceras ( Chartronia ) fabaie
(Simpson, 1855)
Toarciano- sup. « zona a erbaense ». Cagli. MP.
Tav. II, fig. 3.
Fig. 4abc. Ammonites comensis de Buch . Mercaticeras rursicostatum (Merla,
1933)
Toarciano inf. « zona a mercati ». Cagli. MP.
Tav. I, fig. 6, Holotypus.
Fig. 5abc. Ammonites comensis de Buch . Phymatoceras sp. anomala
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Cesi. MP.
Tav. II, fig. 2.
Tavola Vili
Fig. labe. Ammonites mercati Hauer . Mercaticeras umbilicatum Buckman,
1913
Toarciano inf. « zona a mercati». Porcarella. MP.
Tav. Ili, fig. 10.
Fig. 2abc. Ammonites mercati Hauer . Mercaticeras umbilicatum Buckman,
1913
Toarciano inf. « zona a mercati ». Porcarella. MP.
Tav. I, fig. 7.
Fig. 3abc. Ammonites comensis de Buch . Pseudomercaticeras rotaries Merla,
1933
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Monte Fiori. MP.
Tav. Ili, fig. 4, Neotypus.
Neotypus in sostituzione dell’esemplare figurato da Merla a tav. V, fig. 2, che risulta per¬
duto.
Fig. 4ab. Ammonites comensis de Buch . Pseudomercaticeras venzoi Pinna, 1963
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Monte Fiori. MP.
Tav. II, fig. 8.
Fig. 5 ab. Ammonites comensis de Buch . Phymatoceras ( Phymatoceras ) planula-
tum (Merla, 1933)
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Monte Petrano. MP.
Tav. Ili, fig. 5, Holotypus.
REVISIONE DELLE AMMONITI FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI
GIOVANNI PINNA
li
Fig. 3 ab. Ammonites retrorsicosta Opp . Arieticeras retrorsicosta (Oppel, 1862)
Domeriano sup. « zona a svinatura ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Tav. Ili, fig. 3.
L’esemplare figurato non appartiene alla collezione Meneghini, fu raccolto da S. Venzo
all’Alpe Turati ed è conservato nelle collezioni del Museo Civico di Storia Naturale di
Milano.
Fig. 4abc. Ammonites levesquei d’Orb . Dumortieria meneghina { Zittel in Haug,
1887)
Toarciano sup. « zona a meneghina ». Monte Petrano. MP.
Tav. II, fig. 7, Holotypus.
Fig. 5 ab. Ammonites levesquei d’Orb . Dumortieria meneghina (Zittel in Haug,
1887)
Toarciano sup. « zona a meneghina ». Trescone (Bergamo). Coll. Sozzi, perduto.
Tavola XI
Fig. labe. Ammonites adlensis Ziet . Brodieia sp.
Toarciano sup. Monte Subasio. MP.
Tav. I, fig. 14.
Fig. 2abc. Ammonites adlensis Ziet . Brodieia bayani (Dumortier, 1873)
Toarciano sup. « zona a erbaense » Cesi. MP.
Tav. II, fig. 11.
Fig. 3abc. Ammonites adlensis Ziet . Fuciniceras sp.
Domeriano sup. Monte Mitola. MP.
Tav. V, fig. 3.
Fig. 4abc. A. sp. ind . Arieticeras (?) sp.
Domeriano sup. « zona a spinatum ». Monte Subasio. MP.
Tav. II, fig. 5.
Fig. 5abc. A. sp. ind . Brodieia anonyma (Meneghini, 1881)
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Porcarella. MP, perduto.
Tav. Ili, fig. 2, Neotypus.
Poiché il tipo conservato nel Museo di Paleontologia dell’Università di Pisa non mi pare
quello riportato da Meneghini, figuro un esemplare proveniente dall’Alpe Turati (Coll.
S. Venzo), conservato al Museo Civico di Storia Naturale di Milano, che indico come Neo -
typus.
Fig. 6 ab. Ammonites radians Rein. sp . Pseudogrammoceras subfallaciosum
Buckman, 1901
Toarciano sup. Porcarella. MP.
Tav. Ili, fig. 1.
Fig. 7abc. Ammonites radians Rein. sp . Protogrammoceras sp.
Domeriano sup. Cagli. MP.
Tav. IV, fig. 6.
Tavola XII
Fig. labe. Ammonites comensis de Buch . Brodieia bayani (Dumortier, 1874)
Toarciano sup. « zona a erbaense ». Cesi. MP, perduto.
Fig. 2abc. Ammonites insignis Schiibl . Hammatoceras planinsigne Vacek, 1886
merlai Géczy, 1966
Toarciano sup. Monte Catria. MP.
Tav. VI, fig. 1.
REVISIONE DELLE AMMONITI FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI
i r»
Fig. 3 ab.
Fig. 4abc.
Fig. labe.
Fig. 2ab.
Fig. 3abc.
Fig. 4 ab.
Fig. 5.
Fig. 1.
Fig. 2.
Fig. 3ab.
Fig. 4ab.
Fig. 5 ab.
Ammonites insignis Schiibl . Hammatoceras pcrplanum (Prinz, 1904)
Toarciano sup. Monte Nerone. MP, perduto.
Ammonites reussi Hauer . Hammatoceras personatum Fossa Man¬
cini, 1915
Toarciano sup. Porcarella. MP.
Tav. V, fig. 2, Holotypus.
Tavola XIII
Ammonites insignis Schiibl . Hammatoceras meneghina Bonarelli,
1899
Toarciano sup. « zona a meneghina ». Marconessa. MP.
Tav. IV, fig. 11, Holotypns.
Ammonites insignis Schiibl . Erycites picenus (Fossa Mancini, 1915)
Toarciano sup. Cagli. MP.
Tav. V, fig. 4, Holotypus.
A. ( Amaltheus ) margaritatus Montf . Pleuroceras pseudocostatum
(Hyatt, 1867)
Domeriano sup. « zona a spinatimi ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Tav. Ili, fig. 9.
L’esemplare figurato fu raccolto da S. Venzo all’Alpe Turati ed è ora conservato nelle col¬
lezioni del Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
A. ( Amaltheus ) spinatus Brug . Pleuroceras spinatimi (Bruguiére, 1789)
Domeriano sup. « zona a spinatum ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Tav. IV, fig. 8.
L’esemplare figurato fu raccolto da S. Venzo all’Alpe Turati ed è ora conservato nelle col¬
lezioni del Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
A. ( Amaltheus ) spinatus Brug . Pleuroceras spinatum (Bruguiére, 1789)
Domeriano sup. « zona a spinatimi ». Pian d’Erba. MM, perduto.
Tavola XIV
Ammonites insignis Schiibl . Hammatoceras victorii Bonarelli, 1899
Toarciano sup. Pian d’Erba. MM, perduto.
Ammonites insignis Schiibl . Hammatoceras victorii Bonarelli, 1899
Toarciano sup. Suello. MM, perduto.
Tav. V, fig. 9, Neotypus.
Il Neotypus raccolto da S. Venzo all’Alpe Turati è conservato nel Museo Civico di
Storia Naturale di Milano.
Ammonites insignis Schiibl . Hammatoceras porcarellense Bonarelli,
1899
Toarciano sup. Porcarella. MP.
Tav. IV, fig. 10, Holotypus.
Ammonites subarmatus Y. B . Peronoceras n. sp. aff. subarmatum
(Young e Bird, 1822)
Toarciano inf. Cagli. MP.
Tav. IV, fig. 12.
Ammonites subarmatus Y. B . Peronoceras polyphemus Merla
Toarciano inf. Cesi. MP.
Tav. V, fig. 6.
Hi
GIOVANNI PINNA
Fig. 6abcd. Ammonites subarmatiis Y. B . Collina meneghina Bonarelli, 1899
Toarciano sup. Cesi. MP.
Tav. IV, fig. 7, Holotypus (?).
Tavola XV
Fig. 1. Ammonites reussi Hauer . Erycites cf. elaphus Merla, 1934
Toarciano sup. Suello. MM, perduto.
Tav. V, fig. 11, Holotypus.
Holotypus di Merla non figurato da Meneghini, rinvenuto in Val d’Urbia.
Fig. 2abc. Ammonites reussi Hauer . Erycites fallifax Arkell, 1957
Aaleniano inf. Monte Catria. MP.
Tav. V, figg. 5, 8.
I due esemplari sono serviti ad eseguire la figura di Meneghini, il tipo di fig. 6 è un calco.
Fig. 3abcd. Ammonites crassus Phill . Reynesoceras ragazzonii (Hauer, 1861)
Domeriano. Induno. MM, perduto.
Tav. I, fig. 9.
L’esemplare figurato fu rinvenuto da S. Venzo all’Alpe Turati ed è ora conservato nelle col¬
lezioni del Museo Civico di Storia Naturale di Milano'.
Fig. 4. Ammonites levesquei d’Orb . (?) Dumortieria meneg hinii (Zittel in Haug,
1887)
Toarciano sup. « zona a meneghina ». Cagli. MP, perduto.
Tavola XVI
Fig. 1. Ammonites insignis Schiibl . Hammatoceras porcarellense Bonarelli,
Toarciano sup. Località ignota. ^ ^
Fig. 2abc. Ammonites crassus Phil . Catacoeloceras crassum (Young e Bird,
Toarciano inf. Pian d’Erba. MM, perduto.
Fig. 3 ab. Ammonites crassus Phil . Catacoeloceras crassoides (Simpson,
Toarciano inf. Monte Malbe. MP, perduto. 1855)
Fig. 4 ab. Ammonites crassus Phil . Reynesoceras indunense (Meneghini,
1881)
Domeriano inf. Induno. MM, perduto.
Tav. V, fig. 1, Neotypus.
Il Neotypus è un esemplare della Breggia conservato nelle collezioni del Museo Civico di
Storia Naturale di Milano.
Fig. 5 ab. Ammonites desplacei d’Orb . Peronoceras merlai n. sp.
Toarciano* inf. Cagli. MP.
Tav. IV, fig. 9, Holotypus.
Conchiglia medioevoluta ad umbilico profondo- ed imbutiforme, giri a lento accrescimento
in altezza, più larghi che alti, a fianchi declivi nei giri interni, marcatamente convessi sulla
camera di abitazione. Ornamentazione a sottili coste riunite irregolarmente a coppie in mar¬
cate fibule nei giri interni, semplici o biforcate sull’ultimo giro.
Questa nuova specie verrà descritta in dettaglio in un lavoro attualmente in corso di ela¬
borazione, nel quale verranno date le affinità con le specie già note del genere Peronoceras.
Fig. 6abc. Ammonites desplacei d’Orb
Toarciano inf. Catria. MP.
Tav. I, fig. 15.
Catacoeloceras ghinii (Mitzopoulos,
1930)
REVISIONE DELLE AMMONITI FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI
17
Fig. 2abcd. Amm. ( Phylloceras ) larieyisis Mgh . Meneghiniceras lariense (Meneghini,
18
GIOVANNI PINNA
Calliphylloceras capitanioi (Catullo,
1847)
Fig. 4. Phylloceras capitanei Cat .
Toarciano. Entratico. MM, perduto.
Fig. 5abc. Phylloceras capitanei Cat .
Toarciano. Porcarella. MP.
Tav. VI, fig. 4.
Fig. 6. Phylloceras capitanei Cat .
Toarciano. Monte Malbe. MP.
Tav. VI, fig. 7.
Fig. 7 ab. Phylloceras Nilsoni Héb .
Toarciano. Cesi. MP.
Tav. V, fig. 10, Holotypus.
Fig. 8 ab. Phylloceras Nilsoni Héb .
Toarciano, Cagli. MP.
Tav. VI, fig. 11.
Fig. 9abc. Phylloceras Nilsoni Héb .
Toarciano. Monte Subasio. MP.
Tav. IV, fig. 4, Holotypus.
Calliphylloceras capitanioi (Catullo,
1847)
Calliphylloceras capitanioi (Catullo,
1847)
Calliphylloceras beatricis (Bonarelli,
1899)
Calliphylloceras nilssoni (Hébert, 1866)
Calliphylloceras virginiae (Bonarelli,
1899)
Fig. 1. — Phylloceras doderleiniannm (Cat., 1853).
Fig. 2. — Calliphylloceras spadae (Mgh., 1875) chiesai (Negri, 1936).
Tavola XIX
Fig. lab. Amm. ( Phylloceras ) Spadae n. sp
Toarciano. Porcarella. MP.
Tav. VI, fig. 10, Holotypus.
Calliphylloceras spadae (Meneghini,
1875)
Fig. 2 ab.
Amm. ( Phylloceras ) Spadae n. sp.
Toarciano. Cagli. MP, perduto.
Calliphylloceras spadae (Meneghini,
1875)
REVISIONE DELLE AMMONITI FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI
1!l
Fig. 3ab.
Fig. 4.
Amm. ( Phylloceras ) Spadae n. sp. .
Toarciano. Cesi. MP.
Fig. 2 nel testo.
Amm. ( Phylloceras ) Spadae n. sp. .
Toarciano. Porcarella. MP, perduto.
Calliphij lloc eros spadae (Meneghini,
1875), chiesai (Negri, 1936)
Calliphylloceras spadae (Meneghini,
1875)
Fig. 5abc. Amm. ( Phylloceras ) selinoides n. sp . Calliphylloceras selinoides (Meneghini,
Toarciano. Cagli. MP. 1875)
Tav. Ili, fig. 7, Holotypus.
Fig. 6. Amm. ( Phylloceras ) selinoides n. sp . Calliphylloceras desioi (Negri, 1936)
Toarciano. Cagli. MP.
Tav. VI, fig. 9, Holotypus.
Fig. 7abc. Amm. ( Phylloceras ) Bicicolae n. sp
Domeriano. Suello. MM, perduto.
Calliphylloceras bicicolae (Meneghini,
1875)
Fig. 1.
Fig. 2abc.
Fig. 3abc.
Fig. 4 ab.
Fig. labe.
Fig. 2abc.
Fig. 3 ab.
Fig. 4abc.
Fig. 1.
Tavola XX
Amm. ( Phylloceras ) disputabilis Ziti.
Aaleniano. Luera. MM, perduto.
Amm. ( Phylloceras ) Stoppami Mgh. .
Toarciano. Pian d’Erba. MM, perduto.
Calliphylloceras tatricum (Pusch, 1837)
Calliphylloceras stoppami (Meneghini,
1875)
Amm. ( Lytoceras ) Villae Mgh . Lytoceras villae Meneghini, 1875
Domeriano. Suello. MM, perduto.
Amm. ( Lytoceras ) dorcadis var. catriensis Mgh. . . Alocolytoceras catriensis (Meneghini,
1 881)
Toarciano. Monte Catria. MP.
Tav. V, fig. 7, Holotypus.
Tavola XXI
Am. ( Lytoceras ) dorcardis Mgh.
Toarciano. Cesi. MP.
Tav. VI, fig. 5, Holotypus.
Am. ( Lytoceras ) Cereris Mgh. .
Toarciano-. Suello-. MM, perduto.
Am. ( Lytoceras ) Cereris Mgh. .
Toarciano. Cagli. MP.
Tav. VI, fig. 8, Holotypus.
Am. ( Lytoceras ) spirorbis Mgh.
Toarciano. Cagli. MP.
Tav. IV, fig. 1, Holotypus.
Alocolytoceras dorcadis (Meneghini,
1875)
Lytoceras francisci (Oppel, 1856)
Lytoceras cereris Meneghini, 1875
Audaxlytoceras spirorbis (Meneghini,
1875)
Tavola XXII
Lytoceras cornucopiae Y. B. . .
Toarciano. Cagli. MP, perduto.
Lytoceras cornucopia (Young e Bird.
1822)
GIOVANNI PINNA
20
Fig. 1 bis. Lytoceras cornucopiae Y. B . Lytoceras cornucopia (Young e Bird,
Toarciano. Cesi. MP, perduto. 1822)
lig. 2abc. Lytoceras velifer n. sp . Lytoceras velifer Meneghini, 1875
Toarciano. Porcarella. MP.
Tav. VI, fig. 6, Holotypus.
Fig. 3abc. Lytoceras sepositum n. sp . Lytoceras sepositum Meneghini, 1875
Toarciano. Val d’Urbia. MP, perduto.
Fig. 4 ab. Lytoceras sepositum n. sp . Lytoceras sepositum Meneghini, 1875
Toarciano. Cesi. MP.
Tav. Ili, fig. 12.
Esemplare indicato come Holotypus da Bonarelli.
Fig. 5abc. Lytoceras sp. ind . Trachylytoceras polidorii (Bonarelli,
Domeriano. Suello. MM, perduto. 1899)
Fig. 6abcd. Lytoceras cornucopiae var? . Trachylytoceras corrugatum (Bonarelli,
Toarciano. Cagli. MP. 1893)
Tav. VI, fig. 12, Holotypus.
INDICE DELLE SPECIE CITATE
anonyma, Brodieia pp. 7, 9, 14; t. Ili, f. 2.
annulatif orme, Dactylioceras pp. 9, 17; t. IV,
ff. 2, 3.
ausonium, Phylloceras pp. 9, 17; t. VI, f. 13.
bayani, Brodieia p. 14; t. II, f. 11.
beatricis, Calliphylloceras pp. 9, 18; t. V, f. 10.
bertrandi, Arieticeras pp. 8, 9, 13; t. II, f. 6.
bicicolae, Calliphylloceras pp. 7, 9, 19.
bicicolae, Fuciniceras pp. 7, 9, 11; t. II, f. 12.
bicicolae, Meneghiniceras pp. 7, 9, 17.
bifrons, Hildoceras p. 10; t. I, ff. 1, 3, 4, 10, 11.
capitanioi, Calliphylloceras p. 18; t. VI, ff. 4, 7.
caterinii, Hildoceras pp. 9, 1 0 ; t. I, f . 5.
catriensis, Alocolytoceras pp. 9, 19; t. V, f. 7.
celebratum, Protogrammoceras p. 13; t. II, f 10-
t. Ili, f. 6.
cereris, Lytoceras pp. 9, 19; t. VI, f. 8.
cornucopia, Lytoceras p. 19, 20.
corrugatum, Trachylytoceras pp. 9, 20 ; t. VI, f. 12.
crassoides, Catacoeloceras p. 16.
crassum, Catacoeloceras p. 16.
desioi, Calliphylloceras pp. 9, 19; t. VI, f. 9.
doderleinianum, Phylloceras p. 17 ; fig. 1 nel testo.
dorcadis, Alocolytoceras pp. 9, 19; t. VI, f. 5.
dorsinodosum, Meneghiniceras pp. 7, 9, 17 ; t III
f. 13.
elaphus, Erycites p. 16; t. V, f. 11.
epiroticus, Polyplectus p. 11; t. I, f. 13.
escheri, Phymatoceras pp. 11, 12; t. I, f. 8.
evolutum, Phymatoceras p. 11.
exaratum subexaratum, Harpoceras pp. 9, 11; t. I,
f. 18.
fabaie, Phymatoceras p. 12; t. II, f. 3.
falcifer mediterraneum, Harpoceras p. 11 ; t. I,
f. 12.
fallifax, Erycites p. 16; t. V, ff. 5, 8.
francisci, Lytoceras p. 19.
frantzi, Pseudomercaticeras p. 13.
frondosum, Phylloceras p. 17; t. VI, f. 3.
ghinii, Catacoeloceras p. 16; t. I, f. 15.
gradata, Brodieia pp, 7, 9, 12; t. II, f. 4.
indunense, Reynesoceras pp. 7, 9, 16; t. V, f. 1.
iserense, Phymatoceras p. 13; t. Ili, f. 8.
lariense, Meneghiniceras pp. 7, 9, 17; t. VI, f. 2.
libertus, Juraphyllites p. 17.
meneghina, Collina pp. 9, 16; t. IV, f. 7.
meneghina, Dumortieria pp. 9, 14, 16; t. II, f. 7.
meneghina, Hammatoceras pp. 9, 15; t. IV, f. 11.
meneghina, Protogrammoceras pp. 7, 9, 13 • t III
f. 14.
mercati, Mercaticeras p. 13.
merlai, Peronoceras pp. 9, 16 ; t. IV, f. 9.
nilssoni, Calliphylloceras p. 18; t. VI, f. 11.
perplanum, Hammatoceras p. 15.
personatum, Hammatoceras pp. 9, 15; t. V, f. 2.
picenus, Erycites pp. 9, 15; t. V, f. 4.
REVISIONE DELLE AMMONITI FIGURATE DA GIUSEPPE MENEGHINI
21
pianinsigne, Hammatoceras p. 14; t. VI, f. 1.
planulatum, Phymatoceras pp. 9, 12; t. Ili, f. 5.
polidorii, Trachylytoceras pp. 7, 9, 20.
polyphemus, Peronoceras pp. 9, 15; t. V, f. 6.
porcarellense, Hammatoceras pp. 9, 15, 16; t. IV,
f. 10.
pseudocostatum, Pleuroceras pp. 8, 9, 15; t. Ili,
f. 9.
ragazzonii, Reynesoceras pp. 8, 9, 16 ; t. I, f . 9.
retrorsicosta, Arieticeras pp. 8, 9, 14; t. Ili, f. 3.
rotarics, Pseudomercaticeras pp. 7, 9, 12 ; t. Ili,
f. 4.
rursicostatum, Mercaticeras pp. 9, 12 ; t. I, f. 6.
selinoides, Caìliphylloceras pp. 9, 19 ; t. Ili, f. 7.
semipolitum, HUdoceras p. 10; t. I, f. 2.
sepositum, Lytoceras pp. 9, 20; t. Ili, f. 12.
serpentinum, Hildaites pp. 8, 9, 11; t. I, f. 16.
spadae, Caìliphylloceras pp. 9, 18, 19; t. VI, f. 10;
fig. 2 nel testo.
speciosum, Phymatoceras p. 11; t. II, f. 13.
spinatum, Pleuroceras pp. 8, 9, 15 ; t. IV, f. 8.
spirorbis, Audaxlytoceras pp. 9, 19; t. IV, f. 1.
stoppami, Caìliphylloceras pp. 7, 9, 19.
subanguinum, Reynesoceras pp. 7, 9, 17 ; t. IV, f. 5.
subarmatum, Peronoceras p. 15; t. IV, f. 12.
sub f aliaci osum, Pseudogrammoceras pp. 13, 14 ;
t. II, f. 9; t. Ili, ff. 1, 11.
sublevisoni, HUdoceras p. 10.
tatricum, Caìliphylloceras p. 19.
tumida, Brodieia pp. 9, 12; t. II, f. 1.
umbilicatum, Mercaticeras p. 12; t. I, f. 7 ; t. Ili,
f. 10.
velifer, Lytoceras pp. 9, 20; t. VI, f. 6.
venzoi, Pseudomercaticeras p. 12; t. II, f. 8.
victoHi, Hammatoceras pp. 7, 9, 15 ; t. V, f. 9.
villae, Lytoceras pp. 7, 9, 19.
virginiae, Caìliphylloceras pp. 9, 18; t. IV, f. 4.
BIBLIOGRAFIA
Bonarelli G., 1894 - Contribuzione alla conoscenza del
Giura-lias lombardo - Atti R. Acead. Se. Torino, To¬
rino, 30, 2, pp. 81-96.
Bonarelli G., 1895 - Fossili domeriani della Brianza - Ren¬
diconti R. Ist. Lomb. Se. Leti., Milano, Ser. II, 28, 6,
pp. 326-341.
Bonarelli G., 1899 - Le ammoniti del « Rosso Ammoni-
tico » descritte e figurate da Giuseppe Meneghini -
Bull. Soc. Malac. It., Modena, 20, pp. 198-219.
Lepori B., 1942 - Revisione delle Ammoniti del Lias della
Lombardia occidentale - Pai. It., Pisa, 40, pp. 77-95,
2 figg., 1 tav.
Meneghini G., 1875 - Nuove specie di Phylloceras e Ly¬
toceras del Liasse superiore d’Italia - Atti Soc. Tose.
Se. Nat., Pisa, 1, pp. 104-109.
Meneghini G., 1867-81 - Monographie des fossile® du Cal¬
carne Rouge Ammoniti que (Lias supérieur) de Lom¬
bardie et de l’Apennin centrai - Paléontologie Lom¬
barde, Milano, pp. 1-242, 31 tavv.
Merla G., 1933 - Ammoniti giuresi dell’Appennino cen¬
trale. I. Hildoceratidae - Pai. It., Siena, 33, pp. 1-54,
8 tavv.
Merla G., 1933 - Osservazione sugli Staphanoceratinae
dell’Appennino centrale - Atti Soc. Tose. Se. Nat.,
Pisa, 42, 4, pp. 113-117.
Merla G., 1934 - Ammoniti giuresi dell’Appennino cen¬
trale. IL Hammatoceratinae - Pai. It., Siena, 34,
pp. 1-29, 5 figg., 4 tavv.
Negri L., 1934 - Revisione delle Ammoniti liassiche della
Lombardia occidentale. Parte I - Pai. It., Siena, 34,
pp. 85-135, 12 figg., 4 tavv.
Negri L., 1936 - Revisione delle Ammoniti liassiche della
Lombardia occidentale. Parte II - Pai. It., Pisa, 36,
pp. 1-57, 13 figg., 4 taw.
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
.
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TAVOLA I
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA I
Tutti gli esemplari sono in grandezza naturale.
G. PINNA - Revisione ammoniti Meneghini
Mem. Soc. It. Se. Nat. e Museo
St. Nat. Milano - XVIII - Tav. I
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J? Y.-V-» V
Fototipia ITA I.GRA Fl< SEiìaI.K ■ Milano
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA II
— Brodieia tumida (Merla, 1933). Hololypus.
— Phymatoceras sp. anomala.
— Phymatoceras (Chartronia) fabaie (Simp., 1855).
— Brodieia gradata (Merla, 1933). Neotypus.
— Arieticeras (?) sp.
— Arieticeras bertrandi (Kil., 1889).
— Dumortieria meneghina (Zittel in Haug, 1887). Holotypus.
— Pseudomercaticeras venzoi Pinna, 1963.
— Pseudogrammoceras subfallaciosum Buck., 1901.
— Prologrammoceras celebratum (Fuc., 1900).
— Brodieia bayani (Dum., 1873).
— Fuciniceras bicicolae (Bon., 1895). Neotypus.
— Phymatoceras (Chartronia) speciosum (Merla, 1933). Holotypus.
Tutti gli esemplari sono in grandezza naturale.
G. PINNA - Revisione ammoniti Meneghini
Mem. Soc. It. Se. Nat. c Museo
St. Nat. Milano - XVIII - Tav. II
fototipia 1TALGRAKICA SEGAI. E Milano
TAVOLA III
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA III
Fig. 1.
Fig. 2.
Fig. 3.
Fig. 4.
Fig. 5.
Fig. 6.
Fig. 7.
Fig. 8.
Fig. 9.
Fig. 10.
Fig. 11.
Fig. 12.
Fig. 13.
Fig. 14.
— Pseudogrammoceras subfallaciosum Buck., 1901.
— Brodieia anonyma (Mgh., 1881). Neotypus.
— Arìeticeras retrorsicosta (Oppel, 1862).
— Pseudomercaticeras rotaries Merla, 1933. Neotypus.
— Phymatoceras (Phymatoceras) planulatum (Merla, 1933). Holotyp\
— Proto grammoceras celebratum (Fuc., 1900).
— Calliphylloceras selinoides (Mgh., 1875). Holotypus.
— Phymatoceras (Phymatoceras) ìserense (Oppel, 1856).
— Pleuroceras pseudocostatum (Hyatt, 1867).
— Mercaticeras umbilicatum Buck., 1913.
— Pseudogrammoceras subfallaciosum Buck., 1901.
— Lytoceras sepositum Mgh., 1875. Holotypus.
— Meneghiniceras dorsinodosum (Bon., 1895). Neotypus.
— Proto grammoceras meneghinii (Bon., 1899). Neotypus.
Tutti gli esemplari sono in grandezza naturale.
Mem. Soc. It. Se. Nat. e Museo
St. Nat. Milano - XVIII - Tav. Ili
G. PINNA - Revisione ammoniti Meneghini
Fototipia ITAIjGRAKICA SRHaLK • Milano
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA IV
Audaxlytoceras spirorbis (Mgh., 1875). Holotypus.
Dactylioceras annulatiforme (Bon., 1899). Holotypus.
Dactylioceras annulatiforme (Bon., 1899).
Calliphylloceras virginiae (Bon., 1899). Holotypus.
Reynesoceras subanguinum (Mgh., 1881). Neotypus.
Protogrammoceras sp.
Collina meneghinii Bon., 1899. Holotypus (?).
Pleuroceras spinatum (Brug., 1789).
Peronoceras merlai n. sp. Holotypus.
Hammatoceras porcarellense Bon., 1899. Holotypus.
Hammatoceras meneghinii Bon., 1899. Holotypus.
Peronoceras n. sp. aff. subarmatum (Y. e B., 1822).
Tutti gli esemplari sono in grandezza naturale.
G. PINNA - Revisione ammoniti Meneghini
Mem. Soc. It. Se. Nat. e Museo
St. Nat. Milano - XVIII - Tav. IV
fototipia ITALGRaFICa SKGALF. Milano
TAVOLA V
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA V
Fig.. 1.
Fig. 2.
Fig. 3.
Fig. 4.
Fig. 5.
Fig. 6.
Fig. 7.
Fig. 8.
Fig. 9.
Fig. 10.
Fig. 11.
Reynesoceras indunense (Mgh., 1881). Neotypus.
Hammatoceras personatum Fossa, 1915. Holotypus.
Fuciniceras sp.
Erycites picenus (Fossa, 1915). Holotypus.
Erycites fallifax Arkell, 1957.
Peronoceras polyphemus Merla, in schedis.
Alocolytoceras catriensis (Mgh., 1881). Holotypus.
Erycites fallifax Arkell, 1957.
Hammatoceras victorii Bon., 1899. Neotypus.
Calliphylloceras beatricis (Bon., 1899). Holotypus.
Erycites elaphus Merla, 1934. Holotypus.
Tutti gli esemplari sono in grandezza naturale.
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Mem. Soc. It. Se. Nat. e Museo
St. Nat. Milano - XVIII - Tav. V
Fototipia ITaMìRaKICA SEGALE - Milano
TAVOLA VI
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA VI
Hammatoceras planinsigne Vacek, 1886 merlai Géczy, 1966.
Meneghiniceras lariense (Mgh., 1875). Neotypus.
Phylloceras frondosum (Reyn., 1868).
Calliphylloceras capitanioi (Cat., 1847).
Alocolytoceras dorcadis (Mgh., 1875). Holotypus.
Lytoceras velifer Mgh., 1875. Holotypus.
Calliphylloceras capitanioi (Cat., 1847).
Lytoceras cereris Mgh., 1875. Holotypus.
Calliphylloceras desioi (Negri, 1936). Holotypus.
Calliphylloceras spadae (Mgh., 1875). Holotypus.
Calliphylloceras nilssoni (Héb., 1866).
Trachylyloceras corrugatum (Bon., 1893). Holotypus.
Phylloceras ausonium Mgh., 1875. Holotypus.
Tutti gli esemplari sono in grandezza naturale.
G. PINNA
Revisione ammoniti Meneghini
Mem. Soc. It. Se. Nat. e Museo
St. Nat. Milano - XVIII - Tav. VI
jt
Fototipia 1TALGRAFICA SEGALE - Milano
Ili - De Beaux 0. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-
S20, 13 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
I - Desio A. 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Al-
benza (Prealpi Bergamasche), pp. 1-156, 27 figg.,
1 tav., 1 carta.
II - Scortecci G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 39 figg., 2 tavv.
Ili - Scortecci G., 1941 - I recettori degli Agamidi. pp. 209-
326, 80 figg.
VOLUME XI.
I - Guiglia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mi¬
lano ( Hymen .). pp. 1-44, 4 figg-, 5 tavv.
II-III - Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegeta¬
zione dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferi¬
mento ai pascoli di altitudine, pp. 45-238, 31 figg.,
1 carta.
VOLUME XII.
I - Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo),
pp. 1-70, 4 figg-, 6 tavv.
II - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale
Gardone-Desenzano. pp. 71-140, 14 figg., 6 tavv.,
1 carta.
Ili - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte
Albenza (Bergamo), pp. 1 41-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - Venzo S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale
Garda-Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese,
pp. 1-64, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1963 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Merca-
ticeras, Pseudomercaticeras e Brodieia. pp. 65-98,
2 figg-, 4 tavv.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Berga¬
masco orientale), pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige,
pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia
Dactylioceratidae. pp. 83-136, 4 tavv.
Ili - Dieni I., Massari F. e Montanari L., 1966 - Il Paleo¬
gene dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 137-184,
5 figg-, 8 tavv.
VOLUME XV.
I - Caretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88,
27 figg., 9 tavv.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quater¬
nario dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-142,
8 figg., 7 tavv.
Ili - Barbieri F. - Iaccarino S. - Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-
Parmense-Reggiano. pp. 143-188, 20 figg., 3 tavv.
VOLUME XVI.
I - Caretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio
del metodo statistico e nuova classificazione dei Ga¬
steropodi pliocenici attribuibili al Murex brandaria
Linneo, pp. 1-60, 1 fig,. 7 tabb., 10 tavv.
II - Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - I nuovi fos¬
sili di Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128,
30 figg., 8 tavv.
Ili - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico, pp. 129-200, 13 figg., 4 tabb., 7 tavv.
VOLUME XVII.
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie
Lytoceratidae, Nannolytoceratidae, Hammatocerati-
dae (excl. Phymatoceratinae), Hildoceratidae (excl.
Hildoceratinae e Bouleiceratinae). pp. 1-70, 2 tavv.
n.t., 6 figg., 6 tavv.
II - Venzo S. & Pelosio G., 1968 - Nuova fauna a Ammo-
noidi dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brem-
bana (Bergamo), pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
Ili - Pelosio G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildo-
ceras, Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Con¬
clusioni generali, pp. 143-204, 2 figg., 6 tavv.
VOLUME XVIII.
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate
da Giuseppe Meneghini nelle Tavv. 1-22 della « Mo-
nographie des fossiles du calcaire rouge ammoni-
tiqueTD (1867-1881). pp. 5-22, 2 figg., 6 tavv.
Le Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale
Italiana di Scienze Naturali,
(Corso Venezia 55)
MUS. COMP. ZOOL
LIBRARY
JUL 1 3 1970
» HARVARD
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NARRALE;
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVIII - Fase. II
LORIS MONTANARI
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
(LAGO D’ ORTA)
Con 42 figure e 4 tavole nel testo
Istituto di Paleontologia dell’ Università di Pavia
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
Gruppo di Ricerca per la Paleontologia - Sezione VII - Pavia
MILANO
31 dicembre 1969
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME i.
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis: Felis jacobita (Corn.). 9 pp., 1 tav.
II - Magmi-Griffi F., 1865 - Di una specie d ’ Hippolais
nuova per l’ Italia. 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini la¬
custri per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp.,
2 Ho 9-, 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziarii del distretto di Messina. 88 vv.
8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria. 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og¬
getti di umana industria dei tempi preistorici raccolti
in Toscana. 32 pp., 4 tavv.
Vili - T argioni-T ozzetti A., 1866 - Come sia fatto l’organo
che fa lume nella lucciola volante dell’ Italia cen¬
trale {Lucida italica) e come le fibre muscolari in
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 vv..
2 tavv. ’
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici of¬
ferti dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’ori¬
gine des bassins lacustres, à propos des sondages du
Lac de Come. 12 pp., 8 tavv.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
venete. 140 pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
nummulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleon¬
tologiche di talune rocce cretacee della Calabria con
alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1867 - L’ uomo fossile nell’ Italia centrale.
82 pp., 21 figg., 4 tavv.
Vili - G aro vaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
descriptum. 8 pp., 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropodi
ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - Dùrer B 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
VOLUME IH.
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii.
16 pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera
et Limboria , quatuor Lichenum Angiocarpeorum ge-
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
Ili - Targioni-T ozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie.
88 pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un
Alciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 vv..
1 tav.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentatio. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME IV.
I ■ D’Achiardi A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num¬
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera vel
adhuc controversa, vel sedis prorsus incertae in sy~
stornate, novis descriptionibus iconibusque accuratis-
simis illustrata. 18 pp., 2 tavv.
Ili - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi
di umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lom¬
bardia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
VOLUME V.
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi¬
cano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo¬
gici. 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
93 figg., 1 tav.
Ili - Pavesi P., 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp.,
14 figg-, i tav.
VOLUME VII.
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 PP-, 9 tavv.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.,
3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e geologici. Parte II. pp. 47-186,
5 figg-, 9 tavv.
HI ■ Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle allu¬
vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg.,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle
Alpi italiane, pp. 1-164, 7 figg., 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione
della base del cranio colle forme craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili), pp. 165-262,
7 figg-, 2 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVIII - Fase. II
LORIS MONTANARI
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
(LAGO D’ ORTA)
Con 42 figure e 4 tavole nel testo
Istituto di Paleontologia dell’ Università di Pavia
Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche
Gruppo di Ricerca per la Paleontologia - Sezione VII - Pavia
MILANO
31 dicembre 1969
EDITRICE SUCC. FUSI • PAVIA
LORIS MONTANARI
Aspetti geologici del Lias di
Riassunto. — Col presente lavoro viene presa in con¬
siderazione la situazione stratigrafica e l’evoluzione sedi¬
mentaria dei calcari Massici di Gozzano (Lago d’Orta),
calcari già noti nella letteratura per essere stati oggetto
di alcune monografie a carattere paleontologico.
Partito coll’ intento di verificare e semmai spiegare la
differenza in due associazioni eterocroniche dei fossili stu¬
diati da Sacchi Vialli & Cantaluppi 1967, lo studio è
giunto al controllo delle condizioni paleoambientali che
portarono a tale effettiva differenziazione faunistica.
Gli affioramenti sono localizzati in tre aree contigue,
rispettivamente in una prima cava (cava Mentasti), nel
colle principale del paese e in una piccola cava (cava mi¬
nore) alla periferia dell’abitato.
Le successioni stratigrafiche meglio individualizzabili
si riscontrano nelle prime due località e si sviluppano per
una decina di metri in potenza.
I terreni sedimentari più antichi sono suddivisibili in
un complesso di sei orizzonti, meglio rappresentati alla
cava Mentasti, che sono, dal basso all’alto:
a) calcareniti intrasparitiche e pelspariti a fram¬
menti porfirici, in banchi di pochi centimetri e ben sal¬
dati;
b) idem, con l’ inclusione discordante di corpi litoidi
ad uguale composizione e struttura e di ciottoli porfirici
arrotondati, verosimilmente franati da pareti adiacenti al
luogo di sedimentazione.
Le caratteristiche sedimentarie di questi orizzonti espri¬
mono un’oscillazione da ambienti infralittorali a interco-
tidali in una avanscogliera prossimale adiacente a vul¬
caniti.
c) strati come in precedenza, cui però si intercalano
banchi di arenaria e siltite calcarea in matrice pelitico-
terrigena rossa, arenaria e siltite che occasionalmente si
intrudono in fessure del substrato;
d) calcareniti detritico-organogene massicce, molto
venate di calcite, con coralli sia in giacitura primaria che
subprimaria, intercalate a lenticelle arenacee rosse e in¬
tersecate da filoni sedimentari dello stesso materiale
psammitico;
e) calcareniti detritico-organogene mal stratificate,
senza più coralli autoctoni, ma con incipienti intercala¬
zioni calcilutitiche, e in cui si rinvengono ancora sottili
lenti di arenaria rossa.
Gozzano (Lago d’Orta) (*)
Nei livelli c-d la sedimentazione e i fossili esprimono
un ambiente di piatta scogliera passante da situazioni
suh-intercotidali (quelle della deposizione dei coralli nelle
varie giaciture) a supracotidali (quelle dell’erosione e os¬
sidazione degli organismi e successivo rideposito dei loro
frammenti insieme a pelite rossa di alterazione calcarea
e vulcanitica).
Nei livelli e si ha la transizione da questo ambiente
al successivo.
/) calcareniti encrinitiche in banchi sottili e con gru-
metti glauconitici diffusi, intercalate a lingue micritiche
e a qualche sottile lente arenacea rossa. Questi livelli
esprimono un ambiente a minor energia dei precedenti e
una maggior tranquillità deposizionale in ambiente inter-
cotidale, verosimilmente quello di una retroscogliera pros¬
simale.
I fossili di tutta questa successione (alghe calcaree,
coralli, brachiopodi, lamellibranchi, gasteropodi di ambiente
recitale ed echinodermi) sono raggruppabili nella prima
associazione di Sacchi Vialli & Cantaluppi 1967 e sono
databili al Lotharingiano.
Mentre l’affioramento di cava Mentasti presenta la
successione suddetta, quello coevo alla base del colle ha
solo i termini inferiori e recitali.
Alla sommità del colle medesimo trasgredisce, con di¬
scordanza angolare sulle bioliti lotharingiane, una serie
calcilutitico-calearenitica di piattaforma, le cui caratteri¬
stiche petrografiche e strutturali indicano prevalenti si¬
tuazioni intercotidali e saltuarie occasioni supracotidali.
I fossili di questa serie (brachiopodi e ammonoidi)
fanno parte della seconda associazione studiata dai sud¬
detti AA. e permettono una datazione al Domeriano medio
e superiore.
L’affioramento della cava minore risulta composto di
calcilutiti intraclastiche abbondantemente venate di calcite
spatica, intercalate a livelli arenacei intraclastici rossi e
suddivise per fratturazione in blocchetti irregolari; questi
ultimi sono però cementati da materiale arenaceo identico
a quello degli interstrati.
L’ambiente di deposizione delle calcilutiti e delle are¬
niti intraclastiche è probabilmente di retroscogliera e pre¬
senta situazioni inter-supracotidali. I fossili di questo af¬
fioramento (alghe calcaree, foraminiferi di ambiente pa-
rarecifale, brachiopodi, Arieticeratidi) sono comprensibili
(*) Lavoro eseguito e stampato col contributo del Comitato per le Scienze Geologiche e Minerarie del C.N.R. - Gruppo
di ricerca per la Paleontologia, sezione VII, Pavia. Direttore G. Sacchi-Vialli.
LORIS MONTANARI
2li
nella seconda associazione di Sacchi Vialli & Cantaluppi
e permettono una datazione al Domeriano medio.
Per tutti e due i termini medio-domeriani alla sommità
del colle e alla cava minore si verifica un accorciamento
progressivo dei tempi di raggiungimento del livello di base
della sedimentazione e di conseguenza aumentano il nu¬
mero e l’ importanza dei fenomeni di tipo regressivo col
risalire della serie.
Viene stimato che per tutte le occasioni infra- e me-
dioliassiche le intercalazioni arenacee rosse, in contatto per
lo più erosivo coi livelli calcarei adiacenti, rappresentino
un sedimento d’ambiente inter-supracotidale.
Il loro materiale deriva dai processi di alterazione su
superfici carbonatic-he esposte e su quelle vulcanitiche vi¬
cine, e partecipa, talvolta con altro materiale psammitico
non ancora ossidato, al riempimento di fessure aperte nel
substrato nello stesso momento geologico del proprio ac¬
cumulo. Praticamente queste intercalazioni sono coeve dei
sedimenti immediatamente sottostanti ; la loro ripetizione
nella serie non pare seguire alcuna regola ritmica o ci¬
clica, ma solo occasionali eventi di emersione dei fondali,
emersione sufficientemente prolungata da permettere la
alterazione dei sedimenti.
Molte strutture sedimentarie precisano sotto quali fat¬
tori ambientali sia avvenuta la selezione delle due asso¬
ciazioni faunistiche lotharingiana e domeriana, e sono tutte
indicative di mare molto sottile.
Fra quelle primarie assumono importanza le strutture
geopete, di corrente e di deformazione dei materiali in¬
trusi in fessure del substrato.
Viene data una spiegazione genetica dei vari stadi e
modalità di formazione dei filoni sedimentari nella facies
insubrica presente a Gozzano, stimando che le fenditure
aperte nel substrato siano dovute a fenomeni di contra¬
zione a piccola scala (per lo più da essicamento di fanghi)
oppure siano di tipo tettonico, con sommovimento dei vo¬
lumi di roccia al di qua e al di là della frattura.
Il tipo di derivazione tettonica (che è peraltro riscon¬
trabile anche in altre aree prealpine) è quello prevalente
e permette di differenziare tre categorie genetico-strut-
turali di filoni che, con nuova denominazione, vengono
classificati in vario modo:
eufiloni sedimentari : quelli dovuti a vera e propria inie¬
zione di sedimento;
para-filoni : quelli con solo riempimento passivo (per gra¬
vità o correnti);
pleo filoni: quelli con riempimento di tipo misto, con una
fase, più o meno completa, di tipo passivo ed una
successiva di tipo attivo-iniettivo.
Viene presa in considerazione, utilizzando anche me¬
todi statistieo-simmetrologici sull’orientamento delle fes¬
sure nella roccia, la giacitura dei vari affioramenti.
La diversità ambientale fra i terreni domeriani della
cava minore e della sommità del colle; la giacitura rove¬
sciata della serie della stessa cava e l’appoggio di sue
parti a materiali morenici, inducono a considerare il blocco
della cava minore quale erratico morenico.
Differenze di sviluppo seriale, di orientamento nella
frattura singenetica e nella giacitura fra i terreni lotha-
ringiani della cava Montasti e del colle, fanno supporre
che i due affioramenti siano ora più ravvicinati di quanto
non dovessero esserlo in origine, anche se mancano ele¬
menti decisivi per risolvere della posizione autoctona o
meno di uno o di entrambi.
Abstract. — Geological aspects of Lias from Gozzano
(Orta Lake, Southwestern Prealps).
Stratigraphic developments of fossiliferous Liassic li-
mestones near Gozzano (Western Prealps, Italy; are in-
vestigated.
The rocks are exposed by two quarries (« Mentasti q. »
and a « minor q. » one) and by little outcrops on thè main
hill.
The series by thè first and by parts of thè latter
locality are composed by Lotharingian calcarenites, coral-
ligenous limestones, bioclastic-encrinites ; thè sequence and
some sedimentary structures indicate fore-reef, reef, back-
reefoid enviroments respectively.
The deposition occoured by infralittoral-intertidal con-
ditions at thè fore-reef phase, and occoured by prevailing
intertidal conditions at thè reefoid and back-reefoid phases.
Several times thè true marine layers have been inter-
bedded by coquinoid-calcarenites, whose matrix is a ter-
rigenous red-oxidated pelites; those peculiar calcarenites
formed by supratidal environment owing to thè weathe-
ring-redeposition of thè underderlaying limestones and of
near exposed vulcanites.
The series of thè « minor quarry » and of thè hill’s
top are composed by Middle-Liassic limestones. The Middle-
Domerian intraelastic calcilutites of thè quarry have been
deposed by intertidal probably back-reefoid enviroment,
and they have been several times interbedded by supratidal
coquinoid-calcarenites.
The Middle & Upper Domerian calcilutites and calci-
siltites on thè hill’s top have been deposed transgressively
by intertidal-flat environment; they are sometimes inter¬
bedded by supratidal thin red coquinoid-calcarenites and
ealcisiltites.
Several primary and secondary sedimentary structures
are investigated and discussed.
A genetic explanation of peculiar structures in sedi¬
mentary dykes is given; they are here two types of fis-
sures which shelter sediments: thè first one is caused by
contraction-cracks and they are filled by red-oxidated eal¬
cisiltites; thè second one is given by tectonic fractures
which are filled by red-oxidated or by not-oxidated coqui¬
noid-calcarenites.
A classificatimi for thè sedimentary dykes according
to their genesis is here given : sedimentary-ewtft/fces oc-
cours when thè sediments are forced or iniected in thè
fissures; sedimentary -paradykes when thè sediments fili
thè fissures passively (owing to gravity or currents); se-
dimentary-p/eodi/A;es when thè filling occours at mixed
manner (for exemple at a first phase thè sediment is filled
passively; at further phase thè sanie not yet diagenized
sediment may he compressed to thè cavity’s walls and
forced in neighbour cavities).
The attitude of thè outcrops is briefly discussed. Is
here suggested, with stratigraphical, simmetrological, mor-
phologic and tectonic relationships, that thè « minor
quarry » is an erratic glacial (morain) boulder.
Résumé. — Aspects géclogiques dans le Lias du Goz¬
zano (Lac d'Orta, Prealpes italiennes).
On ètude les calcaires liasiques fossiliféres des envi-
rons de Gozzano (Lac d’Orta, Préalpes occidentales ita¬
liennes) du point de vue stratigraphique et de Tevolution
sedimentarne.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
Ils affleurent en deux carrières (carr. Meritasti et
carr. «mineur») et dans le eoi de la paroisse.
La serie de la carrière Meritasti et, en partie, du col,
est composée par des calcarenites, calcaires récifaux et
par encrinites; il indiquent, par succession et structures
sédimentaires, respectivement : milieu de avant-récif, en-
suite récifal, enfin de arriére-récif, et de situations infra-
littoral-intercotidales, après intercotidales.
Aux deux dernières s’ intercale, périodiquement, une si-
tuation supraeotidale avec des calcarenites bioclastiques
dans une matrice pélitique oxidée, qui sont le produit d’al-
teration de voisins calcaires et volcanites émergées.
Tout cela appartient au Lotharingien.
La sèrie du sommet du col est constituée par des cal-
cilutites et des calcarenites de platforme, avec de situa¬
tions variables, de intercotidales à supracotidales.
Les affleurements de la petit carrière et du sommet
du col sont rapportables au Domérien moyen et supérieur.
On décrit et figure des structures primaires et secon-
daires, et donne una classification génétique des filons
sédimentaires, ainsi nommés :
eufilon sédimentaire = ou le sédiment est injecté dans les
fentes;
parafilon séd. = ou le sédiment remplit les cassures par
gravité ou par courrants;
pleo filoni séd. = ou le sédiment remplit les cassures avec
des modalités differents (par exemple avant tout pas-
sivement, aprés activement).
On discute briévement la disposition des affleurements,
en concluant que la carrière « mineure » est tré proba-
blement un bloc erratique morainique.
SOMMARIO
INTRODUZIONE .
a) Scopo ed orientamento della ricerca .
b) Metodi di studio .
Parte Prima
STRATIGRAFIA .
A) Ubicazione degli affioramenti e letteratura pre¬
cedente .
B) Le serie .
1 - Cava Mentasti .
2 - Versante N e NE del colle ....
3 - Cava minore .
4 - Versante S e SE del colle ....
C) Correlazioni stratigrafiche .
Parte Seconda
FACIES PETROGRAFICHE .
A) Analisi delle principali facies petrografiche
1 - I tipi calcarei .
2 - Le intercalazioni arenacee rosse
B) Facies e sequenze sedimentarie ....
1 - Prima facies .
2 - Seconda facies .
3 - Terza facies .
28
LORIS MONTANARI
INTRODUZIONE
a) Scopo e orientamento della ricerca.
Il lavoro rientra nel programma di ricerche
geo-paleontologiche che 1’ Istituto di Paleontologia
deirUniversità di Pavia conduce sul Lias medio e
medio-inferiore sudalpino. In questa occasione ci
si è posti come scopo l’analisi sul significato' am¬
bientale e sui particolari stratigrafici delle rocce
liassiche fossilifere affioranti a Gozzano (pressi
del Lago d’Orta) e la verifica delle conclusioni
biostratigrafiche cui Sacchi Vialli & Canta-
LTJPPI 1967 sono giunti con un lavoro sulle faune
a brachiopodi e molluschi di quella località.
Nonostante la frammentarietà e la notevole ri¬
duzione degli affioramenti, sono state riconosciute
particolari sequenze e intermittenze da cui tenta-
tivamente ricostruire modalità stratigrafiche si¬
gnificative.
Le difficoltà d’esplorazione connesse all’esi¬
guità degli affioramenti e alla scarsa caratteriz¬
zazione macroscopica delle rocce, non hanno per¬
messo sul posto' una visione sufficiente dei feno¬
meni sedimentari postdeposizionali a scala macro¬
scopica, ed hanno obbligatoriamente orientato la
ricerca sulle più minute caratteristiche petrografi-
che, le quali ultime riflettono sia l’ambiente di
deposizione sia le vicissitudini geologiche post-se¬
dimentarie.
b) Metodi di studio.
La campionatura è stata eseguita osservando
dettagliatamente con una lente 12 X ove l’affio¬
ramento presentasse una sicura successione stra¬
tigrafica e prelevando ad ogni variazione litolo¬
gica e tessiturale, indipendentemente dalla valu¬
tazione che sul significato se ne potesse fare al
momento; sono stati presi in considerazione anche
blocchi di materiali non in posto, purché adia¬
centi a quelli in serie e nei quali si presentasse
con maggior evidenza la occasionale ripetizione
di caratteristiche petrografiche e tessiturali già
rilevate in successione.
I campioni sono stati trattati meccanicamente
o chimicamente, in gran parte ridotti in lamine
e sezioni sottili. Parte del materiale, solitamente
doppioni delle sezioni da conservare e fatti appo¬
sitamente, è stato colorato con Alizarina S e soda,
secondo le tecniche descritte da Friedman 1959,
nella ricerca di eventuali parziali dolomitizzazioni,
ottenendone però sempre risultato negativo.
Per quanto riguarda la esplicazione sulla ge¬
nesi e sul significato delle strutture nelle rocce
carbonatiche, si sono preferiti i criteri di Leigh-
ton & Pendexter 1962, Dunham 1962, ma si sono
tenuti molto in conto anche i criteri e le classifi¬
cazioni di Folk 1959, 1962; si è usata, quando
possibile, la terminologia di questo stesso A., la
quale, seppure conseguente ad una visione che
può presentare qualche lato debole (cf. Bosellini
1964) ha il vantaggio di adattarsi bene alla tra¬
duzione in lingua neolatina in maniera concisa.
Nella classificazione pratica dei calcari in fun¬
zione della granulometria si è adottato il seguente
schema, che collega i limiti delle classi granulo¬
metriche della scala Wentworth con la dizione
più corrente dei tipi carbonatici e che contempo¬
raneamente dà anche una prima indicazione ge¬
netica.
Per quanto possibile si è fatta la distinzione
dei corpuscoli componenti la matrice in due ca¬
tegorie, a seconda che risultassero di origine de-
tritica (« calcisiltite ») o di deposito chimico (« mi-
crite »). Ovviamente una distinzione del genere,
quando possibile, può essere ottenuta solo in sede
microscopica, e pertanto per la nomenclatura cor¬
rente di campagna, o per i casi di insufficiente
diagnosi genetica, si è adottato il termine più
ampio di « calcilutite », senza alcun riguardo al-
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
2!»
l’origine, estendendo il significato di tale forma¬
zione alle matrici con grani fino a 62 p.
Questi criteri di differenziazione nomenclato-
riale fra derivati detritici e derivati chimici, sta¬
biliti in base alle pratiche possibilità visive di
campagna e di laboratorio, parrebbero essere coe¬
renti con: a) le conclusioni cui è giunto Folk
1959, 1965, secondo cui la « micrite » è un tipico
ortochimico ed i grani superiori ai 3-4 micron
sono di probabilissima origine detritica essendo
associati a rocce di deposito meccanico; b) le con¬
clusioni di AA. vari, da quelli dei decenni scorsi
(ad esempio Dapples 1938, Ginsburg 1957) ai
più recenti (ad esempio Carozzi 1960, Wolf 1965,
Sander N., 1967) secondo cui grani di pochissimi
micron possono essere di origine detritica e costi¬
tuire la matrice di una roccia carbonatica, e sia
c ) soddisfare quelle esigenze pratiche di ricono¬
scimento in campagna con una lente 10-15 X in¬
vocate da Leigrton & Pendexter, op. cit.
Nello schema qui proposto, l’estensione del
campo della calcisiltite viene però ridotta lateral¬
mente (a mezzo tratteggio minuto) per spiegare
graficamente come una parte degli elementi cal¬
carei detritici di dimensioni inferiori a 3 micron
spesso non risulti sufficientemente differenziabile
da quelli autogeni della micrite. Questo modo di
procedere può sembrare artificioso e forzato, ma
è dettato dalla preoccupazione di non lasciare in¬
tendere che su tutte le particelle di diametro in¬
feriore ai 3 micron si possa con sicurezza diagno¬
sticare l’origine autogena o allotigena, come già
puntualizzato da Folk 1959.
La terminazione dello schema in corrispon¬
denza della granulometria di 0,5 micron è ovvia¬
mente legata alla irresolvibilità diagnostica dei
grani calcarei ad un normale microscopio da pe¬
trografia.
Per la terminologia sui fenomeni di accumulo
meccanico entro cavità ed in successione parage¬
netica, ci si è orientati su Sander B., 1936-1951.
Per quanto riguarda la classificazione dei
grani, si è adottato uno schema molto affine a
quello di Bosellini 1964, con la variante di con¬
siderare solo quattro classi, e cioè :
— corpi o grani rivestiti ;
— corpi aggregati',
— corpi detritici',
— fossili.
Per corpi investiti si intendono quei grani co¬
stituiti da una porzione centrale, che può essere
di qualsiasi forma e natura, e un inviluppo cor¬
ticale. I più comuni sono le ooliti e loro sotto¬
classi.
Per corpi aggregati si intendono quelli deri¬
vati dalla riunione di particelle minori, indipen¬
dentemente o meno dalla natura di esse.
Fra quelli calcarei più comuni ci sono i bo-
troidi (lumps).
A questa voce vengono qui anche accomunati
sia i condroidi (pellets) coprogeni (in quanto co-
proliti di organismi limivori mantengono le di¬
mensioni granulari e la struttura del sedimento
divorato, come risulta in Revelle & Fairbridge
1957), sia condroidi non fecali ma dati comunque
da aggregati di frammenti calcitici.
Per corpi detritici si intendono qui rigidamente
quelli la cui origine ultima è legata a processi
di frammentazione. Pertanto l’assegnazione ad
essi di qualche grano a caratteristiche interne par¬
ticolari è subordinata ad una valutazione della
dinamica e dei tempi di formazione; per esempio,
nel caso che un sedimento costituito da corpi ag¬
gregati venga frammentato e disperso ad opera
di agenti esogeni in particelle, queste ultime, suc¬
cessivamente risedimentate, saranno da conside¬
rare di tipo detritico se messe in relazione al
nuovo sedimento, e corpi ad altra classificazione
se viste nel loro aspetto morfologico e strutturale
singolo.
I corpi detritici vengono a loro volta divisi in
due sottoclassi : intraclasti, se originati da un se¬
dimento non ancora consolidato, e alloclasti se
originati da un corpo già allo stato solido.
Anche certi condroidi, derivati dalla frammen¬
tazione di alghe (pellets algali) vengono classifi¬
cati nei corpi detritici.
II termine fossili non ha bisogno di essere spie¬
gato; purtuttavia qui è riservato a quelle testi¬
monianze di vita organica che siano di sedimen¬
tazione autoctona o parautoctona (indipendente¬
mente dalla loro interezza) e non è allargato a
quelle rimaneggiate da un deposito precedente, le
quali rimangono piuttosto classificabili nei corpi
detritici.
Per quel che riguarda i tipi di cemento e di
porosità, viene integralmente accettata la classifi¬
cazione riportata in Bosellini 1964.
Le percentuali dei vari componenti sono state
stimate visivamente utilizzando carte preparate da
Spock 1953 e Terry & Chilingar 1955.
Il materiale studiato è depositato presso l’ Isti¬
tuto di Paleontologia dell’Università di Pavia.
LORIS MONTANARI
.50
Parte Prima
STRATIGRAFIA
Riassunto. — La letteratura pi'ecedente sul Lias di
Gozzano si ritrova nelle opere di una decina di Autori ;
Parona e Sacchi Vialli & Cantaluppi sono quelli che
però presentano la maggior mole di riferimenti : l’uno, ri¬
prendendo a più riprese quanto formulato in note iniziali,
arriva alla conclusione che i fossili di questa località siano
tutti attribuibili alla parte inferiore del Lias medio (con
gli attuali standard cronologici: Carixiano); gli altri ri¬
tengono invece che esistano due associazioni faunistiche
ben definite e distaccate, una di età Sinemuriano con
eventuale transizione alla base del Carixiano, l’altra di
età Domeriano.
La stratigrafia, che finora non era stata ricostruita,
viene qui suddivisa su tre colonne che però non risultano
mai complete e continue e i cui elementi si rinvengono in
due cave (cava Mentasti e una cava « minore ») e nel
colle principale del paese.
I terreni sedimentari più antichi esposti nella cava
Mentasti e alla base del colle consistono, dal basso all’alto,
di calcareniti spatiche con materiali smantellati da for¬
mazioni calcareo-organogene e vulcanitiche. calcari orga¬
nogeni recifali, encriniti.
Lenti di calcareniti rosse in matrice argillitica si in¬
tercalano e più o meno profondamente intersecano gli strati
di tutti e tre i tipi, ma precipuamente quelli di mezzo.
L’associazione faunistica reperibile in questi livelli cal¬
carei, ed identificabile con la prima associazione di Sac-
chi Vialli & Cantaluppi 1967, comprende anche brachio-
podi della famiglia Bactryniidae, Spiriferine, ed indica
precisamente un’età Lotharingiano.
I terreni sedimentari fossiliferi più recenti si rinven¬
gono alla sommità del colle, ove risultano in rapporto di
trasgressione sui precedenti, e nella cava minore; consi¬
stono di calcilutiti, calcisiltiti, calcareniti intraclastiche ro¬
sate, rosse, gialle, che in qualche caso hanno una chiara
struttura brecciata (cava minore).
I fossili più significativi, raggruppabili nella seconda
associazione dei suddetti AA., sono brachiopodi, ammoniti
dei generi Arieticeras e Pleuroceras, e permettono una da¬
tazione al Domeriano medio e superiore.
La correlazione fra i vari spezzoni seriali è fatta sulla
base dei fossili e risulta occasionalmente avvalorata dalla
ripetizione delle sequenze litostratigrafiche.
A) Ubicazione degli affioramenti e letteratura
precedente.
Gli affioramenti di roccia liassica di Gozzano
sono localizzati in tre aree contigue, rispettiva¬
mente sul Colle della Chiesa Madre, nelle prime
cave a circa 120 m al suo NE (ora denominate
Cave Mentasti) e in una cavetta, ulteriormente
più spostata nella stessa direzione di un centinaio
di metri, prossima alla strada per Bolzano (fig. 1).
Le successioni stratigrafiche meglio individua-
lizzabili macroscopicamente sono localizzate in or¬
dine decrescente di chiarezza, nelle Cave Men¬
tasti (1), nelle pendici nord-orientali del colle della
chiesa (2), nella cava minore (3) e infine nel ver¬
sante meridionale del colle (4).
Nell’esposizione verrà appunto seguito quest’or¬
dine, che è poi quello che facilita la comprensione
della successione stratigrafica.
Benché menzionata da una decina di A. del
secolo scorso, la situazione stratigrafica e strut¬
turale degli affioramenti di Gozzano è rimasta
piuttosto nel vago, nè risulta che in questo Se¬
colo, oltre la datazione dei fossili reperiti nei vari
affioramenti e conservati in collezioni eseguita
da Sacchi Vialli & Cantaluppi 1967, siano stati
fatti tentativi per risolverla.
La prima segnalazione viene da Sismonda
1840, il quale, in appendice ad una discussione
sulla giacitura e datazione della « dolomia dei
Laghi », accenna fugacemente a Gozzano come lo¬
calità fossilifera, nella quale sarebbe reperibile un
calcare rosso-mattone 'pochissimo alterato conte¬
nente Terebratulidae in quantità scarse per poter
essere utilizzarle per una suddivisione dei terreni.
Otto anni più tardi lo stesso A. fa diretto rife¬
rimento al colle su cui sorge la chiesa. L’accenno
globale che egli fa delle rocce reperitevi (porfidi,
graniti, pietruzze talcose e scistose) fa fortemente
sospettare che i materiali fossiliferi siano stati
associati a quelli morenici che ammantano il colle.
Questi elementi vulcanitici e metamorfici sareb¬
bero « tenuti insieme da calcare cristallino » non
magnesiaco, e su di loro starebbe « adagiato un
calcare rosso mattone celebrato per i suoi fossili
del Lias, mescolati ad altri di età più remota . . . ».
In sostanza, la successione desunta da Sismonda
è quella di calcari cristallini con elementi per lo
meno vulcanitici in basso, e di calcari rosso-mat¬
tone a brachiopodi in alto.
Tale successione, seppure da modificare per
quel che riguarda i corpi allotigeni, è appunto
quella apparentemente riscontrabile in successione
geometrica sul colle della chiesa.
Pareto 1859 è il secondo A. ad interessarsi
di Gozzano.
Infatti, esordendo col dichiarare che l’affiora¬
mento è in estensione ben poca cosa, fa menzione
sia al colle che ad « un monticello al di là della
valle sotto la chiesa, e nel quale alla base del cal¬
care affiorante, fra lo stesso ed il porfido ( ! !) si
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
trova una specie di arenaria rossastra mal carat¬
terizzata ».
La succinta nota morfologica e l’approssima¬
tivo dato stratigrafico sono però sufficienti per
individuare, in quella che ora è la cava più set-
di
cole Terebratulidae datate Lias ». Da queste af¬
fermazioni risulta bene come egli abbia accettato
senza modifiche il dato dell’A. italiano.
Gastaldi 1871 accenna ancor più fugacemente
a Gozzano, limitandosi a dire che il calcare fossi-
Fig. 1. — Ubicazione degli affioramenti liassici di Gozzano.
1 - settore della cava Mentasti; 2 - versante N e NE del colle; 3 - settore
della cava minore; 4 - versante meridionale del colle coi cinque affioramenti
reperiti e descritti.
A tratteggio i terreni del Lias inferiore; in grigio quelli del Lias medio; in
bianco i terreni morenici, alluvionali e i detriti.
tentrionale, l’affioramento oggetto dello spunto di
Pareto.
Gerlach 1869 accenna a «piccoli affioramenti
di Lias a NE di Gozzano » con « conglomerato e
calcare rosso nei quali SiSMONDA ha trovato pic-
lifero menzionato dagli AA. precedenti, è « in vi¬
cinanza dei porfidi », ma per la prima volta spe¬
cificando bene; senza che se ne possa vedere il
contatto, distaccandosi quindi dalla tesi di Pareto.
Parona inizia nel 1880 una serie di appunti
LORIS MONTANARI
32
geologici su Gozzano, l’uno ripetizione dell’altro,
serie conclusasi nel 1925 sul « Trattato di Geo¬
logia ».
In quelle ripetute occasioni annuncia, dopo
aver appurato che l’affioramento del colle ha dei
prosiegui in una serie di piccoli rilievi in dire¬
zione N-NE, che i singoli strati sono potenti
qualche dm, sono costituiti di « calcare rosso-gial¬
lastro ; questo, in diversi punti, sfuma in alto in
banchi di breccia, il cui elemento principale è il
solito calcare e il resto è dato da frammenti di
porfido e di scisto talcoso micaceo ».
Nel penultimo dei lavori (1886) si spinge anzi
con una figura ad illustrare i rapporti di giaci¬
tura dei vari terreni, considerando le rocce sedi¬
mentarie giuresi trasgressive su un basamento di
porfidi e metamorfiti e dando loro una compo¬
nente di immersione a S quando invece nel testo
si fa riferimento, seppure con interrogativo, ad
una immersione a NE.
In epoca più recente, Azzaroli & Cita 1962
riportano succintamente T interpretazione di Pa-
RONA sui calcari rossi e marmorei.
Bernoulli 1964 prende in considerazione la lo¬
calità, rammentando semplicemente come le rocce
sedimentarie ivi affioranti — calcari brecciati,
micriti, encriniti e marne micacee — abbiano af¬
finità con quelle coeve del Canton Ticino in facies
di soglia e come la stessa area costituisse nel Lias
medio un alto strutturale.
Accenni alle rocce Massiche di Gozzano sono
fatti da G. & P. Elter, Sturani, Weidman 1966.
Questi AA. riportano succintamente il dato
cronologico di Parona sull’età infrapliensbachiana
degli affioramenti e affermano che i calcari, desi¬
gnati di facies « broccatello », riposano sulle vul¬
caniti permiane.
Sacchi Vialli & Cantaluppi 1967 precisano
l’età sinemuriana per le rocce della Cava Men-
tasti e delle pendici settentrionali del colle, e l’età
Domeriano sia per quelle della cava più setten¬
trionale che per quelle del resto del colle; questa
loro interpretazione è basata essenzialmente sui
dati paleontologici emersi dallo studio di una
ricca fauna in cui vengono individuate due asso¬
ciazioni : una più antica, a prevalenti lamelli-
branchi, gasteropodi ed echinodermi ; una più re¬
cente, a prevalenti brachiopodi e cefalopodi.
L’ultimo A. che menzioni Gozzano è Casati
1969 che, parlando della giacitura e dell’età dei
terreni giuresi prealpini, data genericamente il
calcare locale al Lias medio, rifacendosi proba¬
bilmente al testo di Azzaroli & Cita.
B) Le serie.
1) Cava Meritasti.
Il primo affioramento considerato m questo
lavoro è quello delle cave adiacenti al torrente
che corre lungo la strada per Bolzano.
Detto affioramento è esposto sia in un fronte
di cava sostanzialmente diretto N-S allungato per
120 m e con altezze variabili fra i 2 ed i 9 m, sia
in un minuscolo rilievo, residuo di un originario
Fig. 2. — Schema prospettico della cava Meritasti. In secondo piano a sinistra la cava minore; a destra il versante set¬
tentrionale del colle con la chiesa.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
33
piano di lavoro per la cava, ad occidente del
fronte principale (fig. 2).
L’ impressione che si riceve dalla prima os¬
servazione dell’affioramento è quella della man¬
canza di stratificazione e della caoticità in depo¬
sizione, impressione dovuta alle masse poliedriche
di cui, per irregolarità di fronte, è costituita la
parte orientale della cava.
La roccia si presenta come un calcare spatico
massiccio, rosa chiaro e picchiettato di bruno, con
plaghe rosso-vinate a periferia irregolarissima e
a disposizione capricciosa.
1) frammenti colorati a spigoli vivi di porfido,
di dimensioni da 100 u a 1 mm, solo eccezio¬
nalmente alquanto maggiori, e il tutto in per¬
centuali variabili fra il 30 e il 10% ;
2) grani calcitici bianchi e quarzosi di dimensioni
simili ai precedenti, in proporzioni fra il 20 e
l’l%, e solo eccezionalmente di dimensioni su¬
periori ai 3-4 mm ;
3) lardelli calcarei chiari lunghi fino ad una ven¬
tina di cm e di spessore compreso fra 0,5 ed
1,5 cm, di cui alcuni a struttura fibrosa.
Fig. 3. — Sezione della cava Mentasti, con gli intervalli litostratigrafici menzionati.
Questa impressione si trae già dalle descri¬
zioni degli AA. del Secolo scorso relative agli altri
affioramenti, e certamente deve aver scoraggiato
i ricercatori che, in quest’ultimo ventennio, ab¬
biano visitato la località. Non risulta che i vari
Rilevatori delle Carte geologiche e gli stratigrafi
moderni che hanno menzionato Gozzano vi si
siano soffermati con maggiori dettagli di quelli
dell’800, per i quali erano persistiti dubbi ed in¬
certezze sulla giacitura e fra i quali non risultava
neppure l’accordo sulla successione dei vari ter¬
mini.
Ad una dettagliata osservazione macroscopica
e semi-microscopica di campagna, si notano però
diversi fatti.
a) La roccia appare essere fondamental¬
mente di tipo clastico, costituita da uno scheletro
a tre componenti:
Questi tre elementi sono legati da una matrice
calcarenitica e calcisiltitica candida o rosata e da
cemento dello stesso colore.
b) La disposizione dei lardelli maggiori, e
frequentemente anche quella dei grani di porfido
(spesso in struttura gradata ma con selezione gra¬
nulometrica appena abbozzata), è parallela a quella
di certe sottili bande calcarenitiche bianche o ro¬
sate a grana molto fine.
Queste ultime, a loro volta, sono intercalate
a fasce arenacee più grossolane e a gradazione
normale.
c) Nell’affioramento si notano diverse lin¬
gue calcaree e siltitiche rosse nelle quali spiccano
granuletti calcarei e porfirici. La lunghezza di
queste lingue è estremamente variabile : si va da
pochi cm a qualche m; altrettanto variabile è il
loro spessore, compreso fra il millimetro e i 40-
50 cm, con però netta prevalenza per quello sui
34
LORIS MONTANARI
pochissimi centimetri. Esse sono orientate paral¬
lelamente ai lardelli e alle varie bande e fascie
summenzionate e sono per lo più in contatto ero¬
sivo sulla roccia calcareo-detritica chiara.
d) Apofisi delle suddette lingue siltoso-are-
nacee si reperiscono con orientamento diverso in
tutta la parete esposta nel fronte della, cava;
hanno angolazioni diverse e apparentemente ca¬
pricciose, e talvolta, prima di esaurirsi in una
terminazione cuneiforme, si orientano quasi pa¬
rallelamente ai lardelli delle varie bande clastiche.
Quando la loro superficie di espansione venga
a coincidere più o meno con la superficie di espo¬
sizione, si osserva come esse si irradino verso
sensi che, statisticamente considerati, risulteranno
preferenziali.
Dalla gradazione delle porzioni arenacee con
frammenti di eruttivo, dalla disposizione dei lar¬
delli calcarei, dall’allineamento e successione ver¬
ticale delle sottili bande calcaree chiare, si trag¬
gono gli elementi utili per una diagnosi sull’effet¬
tiva stratificazione del complesso roccioso, sulla
quale sono sempre persistiti dubbi nei ricercatori
precedenti.
Su indicazione di tali caratteristiche petrogra-
fiche, si cominciano a discernere vari giunti di
stratificazione che permettono di rilevare delle
giaciture precise. Le immersioni, pur variando di
qualche grado l’un l’altra, si orientano tutte sul
secondo quadrante. Le pendenze variano dalla ven¬
tina alla cinquantina di gradi.
La traccia lungo cui si sviluppa maggiormente
la serie è quella che parte dalla base esterna del
cocuzzoletto occidentale, residuo del piano di cava,
e raggiunge il fronte secondo una direzione NW-
SE, sviluppandosi poi verticalmente su di un tor¬
rione naturale (fig. 2-3).
La successione consiste di :
a) 0,90 m di calcareniti e brecciole con sche¬
letro molto ricco di grani porfirici e quarzosi, la
cui stratificazione è abbastanza netta e regolare,
ed ha un periodo di 1-5 cm. Osservate con una
lente, queste calcareniti e brecciole mostrano ban¬
de millimetriche bianche o rosee a condroidi ed
ooliti di piccolissime dimensioni, bande talvolta
percorse da vene longitudinali millimetriche di
calcite candida e localizzate nella metà inferiore
della singola banda.
I condroidi e le ooliti risultano però anche lo¬
calmente addensati in nidi che sono allungati se¬
condo la stratificazione.
b) 1 m di calcareniti con gli stessi caratteri
macroscopici. Si reperisce, inglobato in questo in¬
tervallo, un corpo lenticolare di poco più di 1/2 m3,
a caratteristiche petrografiche affini e in giaci¬
tura francamente discordante.
Esso, che è stratificato, risulta inclinato di
circa 75" rispetto alla stratificazione del sedi¬
mento inglobante e fra i particolari interessanti
mostra :
— ciottoli di porfido di discrete dimensioni sia a
spigoli vivi che ovoidali, immersi in matrice
calcarenitica.
— bande millimetriche pellettoidali ed oolitiche
rosate, separate da lenti irregolari di calca-
renite porfirica ; anche in questo caso le bande
condividali sono occasionalmente percorse da
lamine calcitiche longitudinali.
— bande centimetriche candide che racchiudono
minuscole plaghe di materiale molto ossidato.
Gli strati della base dei livelli b che soppor¬
tano questo blocco mostrano' una inflessione verso
il basso (a testimonianza dell’effetto di carico che
si può avere su una roccia non ancora totalmente
litificata) poi si accordano lateralmente con le
bande sovrastanti il corpo in questione.
Una quantità di ciottoli centimetrici di porfido
sia a spigoli vivi che a spigoli arrotondati accom¬
pagna da tutte le parti, e con un maggior sviluppo
in direzione del colle, questo blocco; di detti ciot¬
toli non si ha più traccia nel prosieguo sud-orien¬
tale dei livelli b in questione, e ciò indica come
la presenza di tutti gli inclusi discordanti, cal¬
carei o porfirici, sia dovuta ad una frana di sco¬
scendimento avvenuta durante la sedimentazione
del suddetto intervallo.
c) 1,50 m di calcareniti bianco-rosate mal
stratificate, piuttosto cristallizzate, ricche di pla¬
ghe a cemento calcitico spatico; sono intersecate
perloppiù da fratture di diverse generazioni e suc¬
cessivamente ricementate, per cui, nell’ insieme,
simulano una brecciola.
Inserite nella serie si reperiscono:
1) dopo il primo metro, lingue siltose rosse con
notevole contenuto in quarzo e con lamelle di
mica in matrice pelitica; esse hanno un de¬
corso preferenziale sub-parallelo alla stratifi¬
cazione e il loro sviluppo si fa lateralmente via
via più imponente fino ad individuarsi, allo
estremo meridionale del fronte di cava, in un
insieme di 70-80 cm di letti arenacei rossi a
banchi singoli di 3-4 cm, insaccati in spacca¬
ture del substrato calcareo;
2) un blocco di calcarenite abbastanza ben arro¬
tondato, avvolto da squame di siltite rossa;
ASPETTI GEOLOGICI DEL I.IAS DI GOZZANO
d) 2 m di calcareniti, che contengono sia pa¬
recchi lardelli calcarei, lunghi fino a una ventina
di cm e larghi 1-2 cm, i quali risultano essere
brandelli ravvicinati di madrepore, sia masse
calcaree a struttura grossolanamente reticolata
(frammenti di colonie algali). I primi macrofos¬
sili reperibili in serie sono appunto a questa al¬
tezza e consistono di lamellibranchi dei generi
Chiami/ s, Entolium, Lima, nonché da brachiopodi
del genere Spiriferina e della famiglia Bactry-
niidae che qui sono per la prima volta segnalati.
capriccioso, analoghe a quelle già reperite in pre¬
cedenza.
Caratteristica importante che si sviluppa fin
quasi alla metà del fronte di cava è anche la per¬
sistenza dei lardelli calcarei di madrepore e di
alghe calcaree orientati secondo la stratificazione.
f) Sul fianco settentrionale dell’elemento
morfologico, che a mo’ di torrione si erge ad
esporre il maggior sviluppo verticale del fronte
di cava, si nota, a 2 m dalla base, una veloce va-
Figg. 4.-5. — La prima foto, a sinistra, mostra parte dell’orizzonte 6 di cava Mentasti, la cui stratificazione è osser¬
vabile alla sinistra del martello; alla destra dell’attrezzo si nota un alloclasto di notevoli dimensioni, la cui stratifica¬
zione è nettamente discordante (quasi verticale) rispetto a quella della roccia incassante e il quale è circondato da uno
sciame di ciottoli di porfido.
La seconda foto, a destra, mostra parte dell’orizzonte c della stessa cava, e in cui è osservabile un alloclasto calcai-e-
nitico rotondeggiante inglobato in arenaria ad elementi ossidati.
Correiabile con questa porzione di sezione, è
il tratto settentrionale della stessa cava Mentasti
prossimo all’ incrocio del sentiero con la mulat¬
tiera principale, per l’ identità litologica e fauni¬
stica.
e) Alla base del torrione, la serie prosegue
con 4 m di calcisiltiti rosa e bianche solcate da
bande calcarenitiche (nel cui scheletro c’è anche
una discreta frazione di porfidi) e con calcari
chiari massicci notevolmente cristallizzati. Sono
inserite in questa porzione seriale lingue e lenti
di siltite e di arenaria rossa, talvolta spesse qual¬
che centimetro, e inglobanti frammenti calcarei e
silicatici; esse preferenzialmente seguono la stra¬
tificazione e sono in contatto erosivo sia alla base
che al letto con la porzione calcarea costituente
la massa principale. Si tratta di lenti, ancor più
ricche di apofisi ad andamento apparentemente
riazione laterale in senso detritico. Infatti alle cal¬
cisiltiti rosate e ai calcari massicci cristallizzati
si sostituiscono, con incastro ad angolo acuto, cal¬
careniti e brecciole encrinitiche in strati sottili e
molto mal distinguibili. L’addentellatura di questi
strati organogeni con quelli più massicci prece¬
denti, è disposta in modo tale che, sul lato aperto
sul fronte di cava, le encriniti iniziano solo negli
ultimi 5 m di sezione (fig. 3) e quindi la loro to¬
tale sovrapposizione ai calcari massicci dell’ inter¬
vallo e inizia solo 1,50-2 m dopo il loro primo ad¬
dentellato.
A differenza degli orizzonti precedenti, queste
encriniti sono intercalate dalle lingue siltose rosse
in una successione molto meno netta e in fre¬
quenza minore. La zona di transizione fra le en¬
criniti e le rocce massicce precedenti è caratteriz¬
zata dalla alternanza di bande calcilutitiche brune
LORIS MONTANARI
con bande calcarenitiche discontinue, a contorno
mal definito e costituite di frammenti di roccia
calcareo-organogena, di resti di molluschi (fra cui
Nautiloidi), di echinidi, di ostracodi e di forami-
niferi.
Grumetti e lenti glauconitiche intercalate a
questi strati bioclastici sono reperibili in tutto
l’ intervallo, ma soprattutto a metà sequenza.
Riassumendo la successione oggi rilevabile
nelle Cave Mentasti di Gozzano è macroscopica¬
mente costituita
— in basso da calcareniti e brecciole sia a sche¬
letro calcareo che porfirico, entro le quali si
intercalano sia corpi litoidi discordanti costi¬
tuiti praticamente di terreni analoghi e da
ciottoli di porfido, sia letti arenacei rossi (com¬
plesso a-c) ;
— da calcareniti cristalline molto venate e con
lamellibranchi, braehiopodi della famiglia Bac-
tryniidae, brandelli di madrepore e di alghe
calcaree (complesso d );
— successivamente da calcilutiti e calcari mas¬
sicci cristallini, solcati e intercalati da altri
letti ed apofisi arenacee e siltose (complesso
e);
— infine da calcareniti encrinitiche (complesso /).
Strutture geopete particolari, discusse nei ca¬
pitoli successivi, comprovano che la successione
geometrica, che ha una pendenza media di 40u a
SE, corrisponde a quella stratigrafica.
2) Versante N e NE del colle.
Il versante nord e nord-orientale del colle su
cui si erge la chiesa principale è il secondo in
importanza di significatività seriale.
Gli affioramenti (fig. 1, 2) sono molto limitati
da copertura e quindi la serie non può essere ispe¬
zionata in una successione continua lungo nessuna
traccia; purtuttavia presenta dettagli di discreto
interesse che la accomunano a quella delle Cave
Mentasti.
La parte più bassa di serie è scoperta solo in
piccoli tratti, al margine settentrionale del colle,
presso il limite di proprietà ecclesiastica; è costi¬
tuita di calcareniti a notevole componente vulca¬
nica in ciottoli di 1/2 cm, identiche a quelle del-
l’ intervallo a e b della Cava Mentasti. La immer¬
sione degli strati è a S-SW e la pendenza va dagli
8 ai 12°. Lo spessore dell’affioramento si limita
ai 3,80 m.
Dopo circa 3 m di copertura, e proprio sul¬
l’asse delle fondamenta della Cappella che sta a
lato del campanile, compare il secondo affiora¬
mento. Esso è costituito di calcari massicci bian¬
chi e debolmente rosati, a molluschi e a brachio¬
podi della famiglia Bactryniidae, talvolta adden¬
sati in lenti costituenti localmente vere brecciole
organogene.
I calcari in questione proseguono sulla costa
nord-orientale del colle fino a raggiungere il set¬
tore in cui è stata scavata una grotta votiva e
mostrano di essere interessati ad un sistema di
fratture apparentemente capricciose occupate da
calcisiltiti, arenarie e sdititi rosse identiche a
quelle che si riscontrano negli intervalli c, d, e
della Cava Mentasti.
Vi si rinvengono grossi lardelli calcarei bian¬
chi che sono frammenti di colonie coralligene col
piano di accrescimento in giacitura parallela alla
stratificazione, brandelli di colonie di alghe cal¬
caree, e bande ondulate chiare che risultano avere
una struttura oolitica e condroidale.
In particolare, la maggior delle lenti arenacee
rosse che si riscontrano nell’affioramento sotto
il campanile precede la porzione a brandelli co-
ralligeni, proprio allo stesso modo di quanto suc¬
cede alla Cava Mentasti per quella compresa nel-
1’ intervallo c, e presenta identiche caratteristiche
nello spessore e nella disposizione incurvata dei
banchi in corrispondenza di fratture del substrato
calcareo.
Un computo stratimetrico della successione, la
quale ripete le vicissitudini di quella della cava
maggiore, conduce ad una valutazione di 10 m.
3) Cava minore.
Adiacente alla mulattiera per Bolzano, al lato
opposto della Cava Mentasti, sporgente da una col¬
lina morenica (il « monticeli© al di là della valle »
di Pareto) si presenta una parete verticale lunga
27 m e alta fino a 9, taglio di una cava da poco
inattiva (fig. 2).
A fianco di questa parete artificiale, la roccia
si presenta con fratturazione e morfologia natu¬
rale a speroni sviluppantisi per un’altra ventina
di m orizzontalmente e per 3-4 m verticalmente.
II taglio artificiale mette bene in evidenza la
struttura fondamentale della roccia, assomigliante
ad una breccia calcarea, stratificata con compo¬
nente d’ inclinazione a SE ; la porzione settentrio¬
nale dell’affioramento rivela una stratificazione
con immersioni sul 11° e IIP quadrante.
Appunto sulla parte d’affioramento ove è pos¬
sibile valutare più facilmente la giacitura degli
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
strati, si può controllare il tipo sedimentario se¬
condo una successione per lo meno geometrica. Vi
si trova anzitutto che la roccia è differenziabile
in due tipi : un tipo mal stratificato, calcareo e
tenace, e un tipo ben stratificato, francamente
arenaceo' e più disgregabile.
Il primo tipo, osservato in maggior dettaglio,
mostra di essere costituito di calcilutiti intracla¬
stiche rosate suddivise in blocchetti calcarei chiari
e spigolosi e con un complicato reticolato di vene
spatiche candide e venuzze rosso vivo.
Il secondo tipo si presenta abbastanza ben
stratificato solo nelle zone topograficamente più
basse, mentre costituisce solo il riempimento di
cavità e fessure in quelle più alte; esso è chiara¬
mente attribuibile a delle arenarie intraclastiche
più o meno grossolane a prevalenti grani di cal¬
cite, (subordinatamente di quarzo e porfidi) im¬
mersi in una residua matrice pelitica rossa, ed
ha intercalati straterelli di siltite argillosa dello
stesso colore.
Nella parete destra di una piccola grotta locale
è possibile controllare come questi banchi, di spes¬
sore singolo da 1 a 3 cm, siano gradati e come gli
elementi scheletrici a diametro maggiore siano ad¬
densati nella parte dello strato che attualmente è
rivolta verso- l’alto.
Questi banchi arenacei sono certamente quelli
individuati da Pareto, che per la particolare po¬
sizione altimetrica li ha piazzati alla base della
successione e li ha ritenuti interposti fra il calcare
e un ipotetico porfido.
Detti banchi arenacei si intercalano ripetuta-
mente alla serie calcarea, e presentano spessori
singoli via via aumentanti, fino a raggiungere sin¬
golarmente anche una decina di cm.
Nel settore della cava intersecato dal taglio
frontale (settore meridionale), la roccia calcarea
è a struttura molto simile, ma risulta più inten¬
samente intersecata da fratture rinsaldate con cal¬
cite spatica o riempite di siltite e di arenaria
bruna, per cui ne risulta nell’ insieme una strut¬
tura brecciata molto simile a quella della « mac¬
chia vecchia » del Canton Ticino.
Sul taglio di cava, è possibile vedere come la
porzione arenacea occupi gli interstizi fra i vari
blocchi di calcisiltite e calcilutite bianco-rosata; in
alcuni di tali interstizi, di forma all’ incirca trian¬
golare, si osserva la disposizione della psammite
in bande inarcate verso il vertice superiore ; que¬
sto particolare non può che corrispondere ad un
arrangiamento geopetale che attualmente risulta
invertito nella sua disposizione spaziale origina¬
ria causa un rovesciamento totale della serie
(Tav. I n.t., fig. 1).
37
Di conseguenza, la successione originaria delle
rocce nella cava minore, va ricostruita ponendo
alla base ciò che attualmente è in posizione topo¬
grafica più rilevata.
Nel settore non coltivato gli strati immergono
precipuamente a SE e la serie è potente 9,50 m ;
in quello coltivato immergono invece a W-SW e
lo spessore è di 8 m.
Fig. 6. — Frammenti di madrepore e lingue di alghe cal¬
caree allineate secondo la stratificazione nei calcari orga¬
nogeni del colle.
La divisione in due zone a diverse possibilità
di coltivazione avviene in corrispondenza di una
frattura con superficie irregolarissima ma im¬
mersa sostanzialmente a S-SE, e corrisponde an¬
che ad un limite di discontinuità sia del tipo di
roccia (calcari a intraclasti Iutifici, notevolmente
fessurati e con molta calcite spatica a sud, calcari
a intraclasti calcarenitici e spesse arenarie rosse
intraclastiche a nord) sia della giacitura. Per que¬
sta ragione, e poiché c’è il sospetto che la frattura
abbia provocato anche un certo rigetto, i due ri¬
spettivi spezzoni seriali non possono venire diret¬
tamente collegati, e vanno prudenzialmente tenuti
LORIS MONTANARI
distaccati, anche se impostati lungo la stessa trac¬
cia di colonna stratigrafica.
I macrofossili della cava minore consistono so¬
prattutto in brachipodi, entrochi, in misura mi¬
nore di lamellibranchi, di piccole ammoniti del ge¬
nere Arieticeras e nautiloidi. I microfossili sono
rappresentati da Involutiva liasica nelle rocce più
ricche di tritume e di alghe calcaree (fra cui Di-
plopore) e da Aulotortus sp. e spicole nelle rocce
più calcisiltitiche.
4) Versante S e SE del colle.
Diversi AA. riferiscono che la sommità del
colle della chiesa presenta calcari rossi in sovrap¬
posizione a quelli chiari nei quali noi abbiamo tro¬
vato coralli.
Fig. 7. — Calcilutite del Lias medio (placca in primo
piano) trasgressiva sul calcare biogeno del Lias inferiore
in un masso alla sommità del colle.
Oggi la copertura detritica e vegetale non per¬
mette assolutamente di controllare lungo una serie
continua la veridicità di questa affermazione (la
parte più completa di affioramento termina in
corrispondenza dei livelli a coralli presso la grotta
votiva sotto il campanile) ; per giudicare se i rap¬
porti fra i due tipi possano essere stratigrafici o
d’altra natura non rimane pertanto che control¬
lare le caratteristiche petrografiche, strutturali e
deposizionali dei medesimi calcari rossi e le even¬
tuali loro testimonianze adiacenti a quelli chiari.
Dopo accurate ricerche si è fortunatamente
reperito, sulla verticale deH’affioramento sotto¬
stante il campanile, un masso di calcare coralli-
geno e condroidale bianco, che alla sommità sop¬
porta una placca irregolare di calcilutite rosso-
mattone. Mentre il calcare chiaro è perfettamente
identico a quello reperibile nella sottostante se¬
zione e presso la grotta votiva, la calcilutite, che
è spessa qualche centimetro e colma deboli depres¬
sioni carsiche nel calcare bianco inglobandone per-
dippiù ciottoletti, è identica a quella reperibile nel
versante E e S del colle, e alla quale spetta, come
si vedrà in seguito, un’età più recente.
In sezione sottile si nota, poi, come fra i due
termini litologici del campione vi sia addirittura
una discordanza angolare di 17° nella pendenza
(Tav. I, n. t., fig. 3).
Il masso in questione risulta distaccato dalla
sua base originaria, però non vi è dubbio che ori¬
ginariamente sovrastasse la serie a calcari coral-
ligeni, trovandosi sull’allineamento della loro suc¬
cessione regolare e nella stessa direttrice ove i
vecchi AA. reperivano i calcari rossi prima che i
fabbricati del Seminario e di varie appendici ec¬
clesiastiche invadessero la sommità del colle.
Ulteriori affioramenti di calcare rossiccio sono
attualmente reperibili solo nel versante orientale
e meridionale del colle, insieme ad altri di colore
giallastro; si tratta, nel complesso di tipi preva¬
lentemente calcisiltitici e calcarenitici in matrice
lutitica.
I due colori, rosso-mattone e giallastro, si me¬
scolano frequentemente e si alternano reciproca¬
mente lungo lenti irregolari.
A causa della copertura detritica, morenica e
vegetale, non è possibile studiare i rapporti reci¬
proci di giacitura dei pochi e limitatissimi affio¬
ramenti di roccia colorata nel versante E e S del
colle.
L’unico tentativo di ricostruzione, più che della
serie, della successione verticale dei vari spezzoni
reperibili, si può fare su una sezione del colle uti¬
lizzando i dati di giacitura dell’affioramento a
calcari coralligeni, l’angolo fra questi e le calci-
lutiti rosse del campione suddetto e localizzando
topograficamente i quattro affioramenti a calcari
colorati.
Le reali distanze stratigrafiche tra i vari spez¬
zoni non potranno mai essere accertate finché non
si possano avere le eventuali variazioni dell’angolo
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
di direzione e di pendenza delle rocce colorate ne¬
gli intervalli coperti.
Adottando le opportune formule e le oppor¬
tune costruzioni grafiche in uso nella stratime-
tria (Canavari 1928, Low 1958, Badgley 1960) si
è trovato che la successione sovrastante le calci-
lutiti rosse deve essere:
a) un complesso di calcari a struttura no-
dulare intraclastica, reperibili nell’estremo affio¬
ramento sud-orientale ; si tratta di calcisiltiti mar¬
nose rosate, che costituiscono una matrice in cui
flottano innumerevoli frammenti centimetrici ar-
Da imprecisati livelli di questi tre tipi, in oc¬
casioni di ampliamenti stradali, i Padri Combo-
niani hanno raccolto ammoniti che sono state de¬
terminate nell’ Istituto di Paleontologia dell’ Uni¬
versità di Pavia come appartenenti alla specie
Arieticeras bertrandi;
è) banchi a stratificazione macroscopica¬
mente indistinta, costituiti di calcarenite, calcisil-
tite e biomicrite rossa e giallognola, con qualche
filone sedimentario di siltite color rosso-bruciato.
Affiorano presso l’ ingresso secondario del Semi¬
nario della Missione e risultano contenere brachio-
Fig. 8. — Ricostruzione schematica dei rapporti fra rocce infra- e medioliassiche nel colle, ed ubicazione degli affio¬
ramenti domeriani.
rotondati di calcisiltite più chiara, veri e propri
intraclasti di un sedimento peneconsolidato; in
esso si reperisce qualche filone sedimentario a
calcarenite giallastra e rosata;
b) banconi metrici di calcarenite rosso-mat¬
tone, intercalati a strati decimetrici lutitici e lenti
calcisiltitiche rosate; l’affioramento è sul versante
SE del colle, 5 m più in alto del precedente; vi si
reperiscono parecchi brachiopodi, piccoli lamelli-
branchi e qualche ammonite;
c) calcilutiti millimetriche giallo-rosate, per¬
corse da sottili filoni sedimentari arenacei e sil-
tosi rosso-bruciato ; sono reperibili presso i magaz¬
zini colonici delle Missioni Comboniane ;
d) banchi decimetrici di calcisiltite rosa e
gialla a stratificazione incrociata, percorsi da fi¬
loni sedimentari di siltite rossa e di calcarenite
grossolana gialla; detti banchi affiorano nel ver¬
sante meridionale alle spalle della casa colonica
delle Missioni.
podi, lamellibranchi e ammoniti della specie Pleu-
roceras solare.
C) Correlazioni stratigrafiche.
Fino a pochissimi anni fa per la datazione
delle rocce di Gozzano ci si è rifatti alle conclu¬
sioni di Parona. Questo A. ha studiato brachio¬
podi e lamellibranchi, ha citato ammoniti ed ha
optato per un riferimento cronologico alla « parte
inferiore del Lias medio » (attuale Carixiano)
comprensiva per tutti gli affioramenti. E’ con Sac-
CHi Vialli & Cantaluppi 1967, nel già citato
studio sui « Nuovi fossili di Gozzano » che si
giunge ad una notevole chiarificazione sulla distri¬
buzione areale delle due associazioni in cui la
fauna di Gozzano è suddivisibile.
Questi AA. raggruppano infatti i lamellibran¬
chi, i gasteropodi e i crinoidi della cava Mentasti
e della base del colle in una associazione data¬
bile al Sinemuriano « e forse alla base del Ca-
40
LORIS MONTANARI
rixiano », ed i brachiopodi, gli echinidi e le am¬
moniti della cava minore e della sommità del colle,
al Domeriano.
Della prima associazione fanno parte :
Avicula dumortieri Roll.
Chlamys prisca Schl.
Chlamys rollei (Stol.)
Chlamys velata (Goldf.)
Chlamys textoria Schl.
Entolium calvum (Gold.)
Entolium, disciforme (Schl.)
Entolium frontale (Dum.)
Entolium lehlì (D’Orb.)
Lima ■ gigantea Sow.
Lima punctata Sow.
Lima ovalis (Ziet.) cristata (Par.)
Anoptychia dubia (Terq.)
Pleurotomaria obesa (Terq. & Piette)
Spiriferina ungulata. Opp.
Spiriferina rostrata Schl.
Labothyris perforata (Piette)
Lobothyris subpunctata (Dav.)
Della seconda associazione fanno parte :
Prxonorhynchia andata (Par.)
Prionorhyncha quinqucplicata (Ziet.)
Prionorhynchia serrata (Sow.)
Prionorhynchia sordellii (Par.)
Prionorhynchia latifrons (Stur.)
Prionorhynchia gast alclii (Par.)
Prionorhyncha flabellum (Mgn.)
Cirpa f rondo (Quen.) briscis (Gemm.)
Cirpa quadrata (Buck.) italica Sacchi & Cant.
Cirpa lungi Ager
Nucleata aspasia (Mgh.)
« T erebratula » gozzanensis Par.
Stolmorhynchia bulga (Par.)
Tetrarhynchia dumbletonensis (Dav.)
Cuneirhynchia dalmasi (Dum.)
CAbbirhyncha amalthei (Quen.)
Gibbirhynchia crassimedia (Buck.)
Gibbirhynchia gibbosa (Buck.)
Gibbirhynchia muirwoodae Ager
Orthotoma darwini (Desi.)
Orthotoma heiseana (Dunh.)
TAVOLA I n.t.
Fig. 1. — Cavità imbutiforme nei calcari organogeni della cava minore, riempita di arenaria rossa in festoni a dispo¬
sizione geopeta. Il complesso risulta rovesciato, come si nota dall'assetto della lente appesa lateralmente.
Fig. 2. — Calcari intraclastiei dell’affioramento a nel versante SE del colle. Notasi la struttura mandorlata e sul
lato sinistro un filone sedimentario con intraclasti chiari.
Fig. 3. — Sezione sottile del contatto fra calcilutiti del Lias medio e calcari biogeni del Lias inferiore in un masso alla
sommità del colle (rif. alla fig. 7 n.t.).
Ingrandimento X 5.
Fig. 4. — Struttura a grumetti globulari e poligonali alla base di una unità di sedimentazione nelle ritmiti millime¬
triche dell’affioramento domeriano c del colle. Gli associati frammenti poligonali neri sono di ossidi di Fe e di
porfido alterato.
Ingrandimento x 70, solo polarizzatore.
Fig. 5. — Interfacie netta e di tipo erosivo, con struttura a fiamma dovuta a corrente, fra biospariti e calcisiltiti
medio-domeriane del colle.
La gradazione inversa e la selezione granulometrica delle calcareniti sottostanti la ealcisiltite indicano il
raggiungimento del livello di base della sedimentazione e conseguentemente una profondità della loro depo¬
sizione da bassa a nulla.
Ingrandimento X 12.
Fig. 6. — - Brecciola rossa intercalata alla serie calcarea della cava Mentasti.
Lo scheletro è dato soprattutto da frammenti di echinodermi e da intraclasti biomicritici a spicole, e secon¬
dariamente da grani di quarzo e porfido alterati. La matrice è lateritico-argillitica. L’ambiente è inter-supra-
cotidale.
Ingrandimento X 8.
Fig. 7. — Mm-ritmite calcisiltitico-micritica dell’affioramento domeriano c del colle, diagonalmente attraversata da un
giunto di contrazione, a sua volta occluso da ealcisiltite e da calcite spatica secondaria in arrangiamento
geopetale.
Ingrandimento X 8.
Fig. 8. — Arenaria gradata rossa e fine di cava Mentasti, con scheletro fondamentalmente bioclastico. I grani minori
sono parzialmente ricristallizzati e saldano quelli di dimensioni maggiori. Le parti scure sono date da ar-
gillite, porfido, idrossidi.
Ingrandimento X 8.
LORIS MONTANARI
42
Lobothyris bimammata (Roth.)
Lobothyris jauberti (Desi.)
Lobothyris pannardi (Desi.)
Lobothyris perforata (Piette)
Lobothyris sarthacensis (D’Orb.)
Lobothyris subpunctata (Dav.)
Lyogriphaea ovahs (Ziet.) cristata (Par.)
Lima ( Ctenostreon ) terquemi Joly
Zeilleria angelhardti (Opp.)
Zeilleria gastaldii (Par.)
Zeilleria indentata (Sow.)
Zeilleria rnutabilis (Opp.)
Zeilleria appenninica (Zitt.)
Zeilleria meneghina (Par.)
Zeilleria edwardsi Dav.
Zeilcria aff. pyriformis (Suess)
Zeilleria rothplatzi (Di Stef.)
Cenoceras sp.
Ausseites sp.
Lytoceras fimbriatum (Sow.)
Pleuroceras sedare (Phil.)
Meneghiniceras lariense (Mgh.)
Lioccratoides serotinum (Bett.)
Protogrammoceras kurrianum (Opp.)
Arieticeras reynesianum (Fuc.)
Arieticeras bertrandi (Kil.)
Phylloceras frondosum (Reyn.)
Per quel che riguarda il Domeriano, è venti¬
lata dai due suddetti AA. la possibilità che a
Gozzano vi siano rappresentate le assise medie
e superiori.
In base alle conoscenze sul Domeriano preal¬
pino occidentale, che nell’Istituto di Paleontologia
di Pavia si sono ampliate ulteriormente dal 1967
a questa parte, si può confermare quella datazione
e precisare che la parte media del Domeriano (che
corrisponderebbe alla seconda metà del Domeriano
« inferiore » della stratigrafia fondata sui dati del
bacino inglese) è caratterizzata, fra gli altri, da
forme « tipiche » del genere Arieticeras, e che la
parte sommitale dello stesso piano è caratterizzata
dal genere Pleuroceras.
Il genere Arieticeras con dette forme « tipi¬
che » è reperibile nei terreni della cava minore di
Gozzano e nella parte inferiore e media degli af¬
fioramenti meridionali del colle, insieme a Lioce-
ratoides serotinum (Bett.), Lioceratoides fimbria¬
tum (Sow.), Protogrammoceras kurrianum (Opp.).
La specie P. solare è stata trovata nei terreni
del versante S insieme a Meneghiniceras lariense
(Mgh.).
Data la piccola distanza stratigrafica che può
separare i primi affioramenti ad ammoniti e bra-
chiopodi medio-domeriani (affioramenti a e b del
colle) dal loro basamento, dato che i pur rari
microfossili delle calcisiltiti trasgressive sulla bio-
litite coralligena sono identici a quelli associati ai
macrofossili suddetti ( Vidalina cf. martana Far.,
Aulotortus sp., Ostracodi nani) e poiché non c’è
finora nessun dato di ordine paleontologico o se¬
dimentologico che testimoni di condensazioni se¬
riali al di sopra del contatto trasgressivo in que¬
stione, c’è da supporre che le prime calcisiltiti
rosse sovrastanti le biolititi siano praticamente
coeve di quelle coi fossili che hanno permesso la
datazione al Domeriano medio.
Sempre dalle conoscenze sulla stratigrafia lias-
sica prealpina che sono scaturite dagli studi sia
dell’ Istituto di Paleontologia di Pavia che da
quelli di AA. diversi più recenti (cf. Wiedenmayer
1963), risulta che la trasgressione liassica viene
perloppiù datata al Sinemuriano superiore (Lotha-
ringiano).
Tenendo conto della presenza di soli ciottoli
porfirici fra gli alloclasti della cava Mentasti e
alla base del colle, c’è da supporre che le rocce
liassic-he fossero direttamente trasgressive sullo
zoccolo vulcanitico permiano.
Tenendo anche conto della datazione al « Si¬
nemuriano e forse a parte del Carixiano » che
Sacchi Vialli & Cantaluppi 1967 fanno di que¬
gli affioramenti, si può ragionevolmente restrin¬
gere l’età di quelle rocce al Sinemuriano superiore.
Conseguenza di tutte queste e delle precedenti
considerazioni è uno schema finale di correlazione
e di collocazione cronologica per i vari spezzoni
di serie (Fig. 9).
In relazione alla posizione particolare in cui
vengono trovati, i vari spezzoni domeriani del
colle sono tenuti distaccati dalla colonna strati¬
grafica principale. Analogamente, per quel che ri¬
guarda la serie medio-domeriana della cava mi¬
nore, in relazione alla presenza della frattura fra
le due parti della medesima cava e della mancanza
di orizzonti correlatali comuni, si rende necessario
tenere disgiunte le due porzioni seriali diversa-
mente coltivate.
Le minori dimensioni degli Arieticeras nel set¬
tore meridionale rispetto a quelle riscontrate nel
settore settentrionale, fanno propendere per una
datazione di quest’ultimo ad un Domeriano medio
più recente.
Uno degli scopi propostisi con questo lavoro
è la verifica indiretta delle conclusioni di Sacchi
Vialli & Cantaluppi sulla presenza di due as¬
sociazioni faunistiche di età differente.
La base paleontologica di partenza per la cro-
nostratigrafia non poteva ovviamente essere che
quella dei dati sulle ammoniti, i brachiopodi e i
lamellibranchi offerti da questi due AA., base che
rappresenta il risultato di anni di ricerche, studi
e specializzazioni.
Ma l’eventuale conferma o meno delle risul-
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
tanze ottenute coi fossili doveva venire piuttosto
attraverso altre vie.
Il dato più interessante scaturito dall’opera
succitata era quello riguardante la netta diversità
cronologica fra i terreni delle cave maggiori o
della base settentrionale del colle, e quelli della
sommità di quest’ultimo oppure delle cave minori,
43
in opposizione a quanto inteso da Parona e da
chiunque ne avesse adottato le conclusioni sulla
isocronia di tutti gli affioramenti.
La frammentarietà degli affioramenti liassici
di Gozzano ostacola enormemente una ricerca in
tal senso; purtuttavia il riconoscimento della po¬
sizione trasgressiva di rocce calcilutitiche rosse,
Fig. 9. — Correlazione fra gli spezzoni seriali liassici di Gozzano.
44
LORIS MONTANARI
non litologicamente diverse da prossime rocce fos¬
silifere domeriane, può venire a rappresentare la
spiegazione della lacuna che le conclusioni paleon¬
tologiche di Sacchi Vialli & Cantaluppi sulle
due associazioni faunistiche lasciavano subodo¬
rare.
Le rocce sarebbero quindi databili prima al
Sinemuriano superiore (Lotharingiano) poi al Do-
meriano, mentre quelle carixiane mancherebbero
per lacuna o per erosione; di conseguenza, i fos¬
sili non sono affatto raggruppabili in un unico
complesso faunistico, ma distribuiti in due unità
stratigrafiche separate da uno hiatus di sedimen¬
tazione.
Parte Seconda
FACIES PETROGRAFICHE
Riassunto. — Allo scopo di completare, anche dal
punto di vista ambientale, il quadro sulla zona e i fos¬
sili liassici di Gozzano, e in vista di aggiungere altri dati
che spieghino la diversità delle associazioni faunistiche
studiate da Sacchi Vialli & Cantaluppi, viene eseguito,
attraverso l’analisi dei dettagli petrografia, un esame
sulle situazioni sedimentarie che possono aver controllato
la selezione faunistica.
L’ inventario petrografico dei componenti rocciosi espo¬
sti nei vari affioramenti induce al riconoscimento di de¬
terminati rapporti quantitativi fra grani non calcarei
( quarzo, feldspati, porfidi), grani calcarei di derivazione
organogena, condroidi, e porzione argillitica di derivazione
terrigena; questi rapporti sono espressi graficamente in
tre diagrammi ternari relativi ai calcari lotharingiani, a
quelli domeriani della cava minore e alle intercalazioni
arenacee rosse.
L’analisi sedimentologica rivela che la sedimentazione
dei primi calcari lotharingiani è avvenuta seguendo micro¬
cicli di poche unità semplici, date, dal basso in alto da :
1 - brecciola intraclastica basale, in contatto erosivo-tra-
sgressivo sul ciclo precedente;
2 - banda intrasparitica inferiore oppure banda pelspa-
ritica ;
3 - banda pelsparitica;
4 - banda intrasparitica sommitale e di tipo regressivo.
Questa successione di cicli è connessa a variazioni di
ambiente da intercotidale a infraìittorale.
La sedimentazione della maggior e restante parte delle
rocce lotharingiane è avvenuta invece in situazioni varia¬
bili da intercotidali a supracotidali, espresse nel primo
caso da calcari detritico-organogeni di scogliera e perisco-
gliera, nel secondo da arenarie calcaree in matrice pelitico-
terrigena.
La struttura di base dei calcari domeriani rivela si¬
tuazioni intercotidali e supracotidali, in ambienti più di¬
stanti dallo zoccolo vulcanitico che non quelli lotharingiani.
Periodicità nelle sequenze sedimentarie sono accennate solo
in pochissimi casi particolari, ed indicano comunque una
ritmica accelerazione del raggiungimento del livello di
base della sedimentazione dopo ogni episodio trasgressivo.
Complessivamente, più si risale la serie domeriana e più
aumenta l’entità e l’ importanza dei fenomeni di tipo re¬
gressivo.
La struttura di base delle arenarie rosse intercalate
ai calcari domeriani è ritenuta ancora di ambiente supra-
cotidale, e non presenta regole ritmiche o cicliche. Nel¬
l’affioramento della cava minore la frequenza degli epi¬
sodi arenacei corre parallela all’aumento di spessore dei
singoli strati e alla tendenza regressiva globale della serie
cui sono intercalati.
A) Analisi delle principali facies petrografiche.
1) I tipi calcarei.
I primi livelli calcarenitici affioranti nella serie
della cava Mentasti (livelli a), osservati in labo¬
ratorio e opportunamente trattati, si rivelano
come alternanza di bande bianche e rosa picchiet¬
tate di bruno a spessore da 0,5 a 1,5 cm, con altre
consimili ma di spessore da 0,5 a 5 mm.
Nelle bande maggiori si rinvengono:
— frammenti di porfido, in proporzione media del
15% (eccezionalmente sacche a concentrazione
sul 50%) che sono quelli responsabili della pic¬
chiettatura bruna della roccia;
— frammenti angolosi di quarzo, in proporzione
sul 3% e con locali massimi sul 10% ;
— corpi aggregati sia a contorno lobato (botroidi)
che poligonali e a spigoli vivi di lunghezza da
pochi mm a 3 cm e di diametro sui 300 /<, il
tutto in proporzioni dal 20 al 30% ;
— fossili in proporzione del 3-5%, occasional¬
mente concentrati in sacche, e costituiti di pia¬
stre d’echinidi, radioli, entrochi, spicole silicee,
foraminiferi delle due specie lnvolutma liasica
(Jones) e Spirillina infima (Strickland) ;
— plaghe a soli condroidi e ooliti minutissime, di
diametro medio sui 200 // e in proporzione me¬
dia del 10% ;
— condroidi ed ooliti raggiungenti a volte il 30%
del totale e sparsi a colmare molti interspazi
fra i grani maggiori.
Tutti questi elementi sono tenuti assieme da
un fine mosaico calcifico limpido. Seguendo la no¬
menclatura di Folk si tratta di intraspariti e di
pelspariti.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
Le bande più chiare e più sottili sono costituite
da condroidi ed ooliti, piccoli intraclasti calcarei
e qualche frammento di quarzo.
I diametri vanno da minimi di 60 a massimi
di 200 a per le ooliti e i pellets, e raggiungono i
300 ii per gli intraclasti.
Questi corpi sono addensati in lingue longitu¬
dinali parallele alla stratificazione; talvolta sono
cementati da. calcite apatica, mentre in altri casi
risultano immersi in una matrice calcisiltitica ad
elementi di 3-6 ».
Le superfici inferiore e superiore di dette
bande longitudinali sono sempre irregolari, ma mai
di tipo erosivo.
Seguendo la classificazione di Folk, si tratta
di pelspariti e pelmicriti.
I livelli b della successione hanno le stesse ca¬
ratteristiche petrografiche globali dei precedenti;
ne differiscono nei dettagli per l’ incremento di
diametro in diversi ciottoli di porfido e per la di¬
minuzione degli elementi condroidali. In essi è
inoltre incluso un corpo lenticolare di i/2 m3 (fig. 4)
che mostra di essere costituito di calcarenite a
bande rosate e bianche. Le prime, che raggiungono
lo spessore del centimetro, sono dovute ad un ad¬
densamento di sottilissime lingue irregolari a pel¬
lets ed ooliti superficiali disposte su superfici pa¬
rallele alla stratificazione e intramezzate da lenti
di intrasparite.
Neppure in questo caso, come nei livelli a, le
superfici di ogni singola banda rosa sono di tipo
erosivo, ma sfumano nel sedimento calcarenitico e
in basso si adattano alle asperità di un substrato
calcarenitico a ciottoli di porfido. Le bande bian¬
che sono invece date da calcite spatica che fre¬
quentemente si dispone parallela alla stratifica¬
zione sulle bande condroidali, sostituendosi par¬
zialmente ad esse; diverse bande sparitiche si col¬
legano però reciprocamente con apofisi trasversali
che solcano anche la intrasparite intercalata, di¬
mostrando in tal modo un’origine epigenetica.
Nell’orizzonte c di cava Mentasti è testimo¬
niato l’avvio a modificazioni paleoambientali che
hanno avuto un riflesso nella composizione glo¬
bale della roccia.
In campagna si riconoscono infatti due varietà
litologiche e strutturali a diverso motivo di depo¬
sizione : una è una calcarenite chiara a grana gros¬
solana ; l’altra è una arenaria siltosa rossa a grana
più minuta. La prima prevale decisamente sulla
seconda (che sarà considerata in paragrafi suc¬
cessivi) e mostra al microscopio una struttura
con :
45
— corpi detritici calcarei a spigoli vivi, di ori¬
gine organogena o litica;
— corpi aggregati calcarei di varia forma, lunghi
da 0,5 a 3-4 mm, a diametro minimo di 200 »,
e in proporzione superiore al 70% ; di questi
corpi aggregati un quarto è di tipo botroidale ;
— frammenti a spigoli vivi di porfido e di quarzo,
in proporzioni del 5-7 % ;
— fossili in proporzione del 10-15%, dati da mol¬
luschi, brachiopodi, entrochi, rarissimi forami-
niferi ( Involutiva liasica), frequentemente a
frammenti.
Questi elementi sono tenuti insieme da un ce¬
mento spatico intergranulare in mosaico a grani
di pochissimi /li.
Con queste caratteristiche la roccia è classifi¬
cabile nelle intraspariti di Folk.
L’orizzonte d consiste di roccia a frammenti
calcarei di dimensioni mediamente raggiungenti i
4 cm selezionabili in:
— corpi calcarei aggregati, di dimensioni sul mil¬
limetro o meno, a margine irregolare;
— corpi calcarei in parallelepipedi bianchi, molto
irregolari e fortemente cristallizzati, di spes¬
sore 1-1,5 cm; questi ultimi risultano essere
frammenti appiattiti di colonie coralline e di¬
sposti col piano d’accrescimento parallelamente
alla stratificazione ; in alcuni casi è ancora os¬
servabile un vano interparetale che, oltre ad
essere delimitato alla periferia interna da ca¬
ratteristici cristalli euedrali calcitici a disposi¬
zione radiassiale, è stato occluso originaria¬
mente da calcisiltite in arrangiamento geo-
petale.
Alcune di tali strutture organogene giacenti
parallele alla stratificazione sopportano sulla
parte superiore strutture stromatolitiche in
croste di anche 2 mm di spessore. Qualche spo¬
radica lamina biogenica si può rinvenire anche
in connessure interparetali minori, ma in tal
caso essa è di spessore più ridotto, dovendo di¬
videre lo spazio con granelli di arenaria cal¬
carea o vulcanitica.
I frammenti coralligeni in questione sono ada¬
giati ed inglobati indifferentemente in sedi¬
mento di tipo intrasparitico o pelmicritico e
pelsparitico ;
— brachiopodi della famiglia Bactryniidae di cui
spesso si riesce a trovare come elemento dia¬
gnostico solo l’apparato interno (fig. 10) e, i
quali raggiungono in sezione i 7 cm di diame¬
tro, nonché lamellibranchi dei generi Livia ed
Entolium.
LORIS MONTANARI
46
Oltre agli elementi calcarei suddetti si reperi¬
scono condroidi, grani di quarzo e di porfido, molti
grani calcarei derivati da frammentazione di rocce
calcaree già consolidate e di coralli.
Il tutto è immerso in calcisiltite in grani di
pochissimi fi e in calcite spatica, per cui, se¬
guendo la nomenclatura di Folk, si può parlare
di biosparrudite.
Quello che differenzia i livelli d da quelli in¬
feriori è dunque la maggior percentuale di elementi
fossiliferi (coralli, brachiopodi, alghe, ecc.) la
quale incide anche sulla percentuale totale dei
componenti detritici.
Nei livelli e della cava Mentasti la roccia si
presenta in bande centimetriche rosate, candide o
bianco-picchiettate.
La parte rosata è data da due tipi di deposito :
— quella con rosa più intenso è una microsparite,
in cui sono inclusi, in proporzione sul 10%,
grani di porfido, quarzo e frammenti calcarei ;
questa porzione non costituisce mai livelli con¬
tinui, ma lenti più irregolari, essendo lateral¬
mente rimpiazzata da intrasparrudite ;
— quella di color rosa più pallido è data da pel-
spariti in bande centimetriche allungate e in¬
tercalate a intraspariti ricche di frammenti di
porfido; benché siano più estese che non le
suaccennate microspariti, anche queste bande
non risultano continue, perchè sono pur esse so¬
stituite lateralmente da intrasparrudite a grani
di porfido.
L’orizzonte / della cava Mentasti si differen¬
zia anche macroscopicamente da quelli sottostanti
per via della laminazione più frequente e di una
struttura finemente detritica, la quale ultima ri¬
sulta ancor meglio in sezione sottile. Si tratta di
un tritume di frammenti organogeni, prevalente¬
mente echinidi, interrotto di tanto in tanto da
strette lingue millimetriche a siltite rossa e alla
base da lingue micritiche o calcisiltitiche.
Il cemento che tiene legati i vari corpi detri¬
tici e la percentuale totale della parte calcarea (di
cui quella organogena supera sempre il 25%) non
scendono mai al di sotto del 50% ; il quarzo, i por¬
fidi, in frammenti a spigoli vivi, si reperiscono in
proporzioni piuttosto basse.
Seguendo Folk, la roccia è classificabile nelle
biosparruditi.
I tipi carbonatici di cava Mentasti possono ve¬
nire rappresentati in un diagramma ternario de¬
rivato da quello di Pettijohn - modif. Ogniben
1957, ponendo in un vertice i componenti detri¬
tici calcarei delle varie categorie menzionate, con
esclusione dei condroidi e delle ooliti; in un altro
vertice i detti condroidi ed ooliti — data l’ im¬
portanza quantitativa assunta da essi nelle rocce
in esame — ; nel terzo vertice la frazione psammi-
tica non calcarea rappresentata dai frammenti di
quarzo, feldspati, porfido. Così si ottiene un qua¬
dro grafico che può essere utilizzato per la classi¬
ficazione e per l’ interpretazione genetica evolutiva
delle serie delle cave maggiori di Gozzano (fig. 11).
La struttura delle rocce in affioramento al
piede settentrionale del colle è in tutto identica a
quella della base di cava Mentasti.
Infatti si ha una successione di bande chiare
condroidali, di bande più grossolane picchiettate
di bruno e costituite da arenaria con più del 25%,
di intraclasti calcarei, il tutto in cemento calcitico
anedrale; pertanto si può considerare la roccia
come una ripetizione di intraspariti e pelspariti.
Molta somiglianza con quelli di cava Mentasti
si ha anche per i livelli più alti, ma nel caso delle
rocce del colle corrispondenti a quelle dell’ inter¬
vallo d di cava Mentasti si accentua la percentuale
di coralli sia in posizione di crescita che sub-pri¬
maria.
All’altezza della grotta votiva la roccia pre¬
senta infatti un contenuto in organismi costrut¬
tori superiore al 25% ; la percentuale di corpi bio-
hermali in posizione fisiologica non è però ancora
tale da permettere una classificazione globale del
sedimento nelle bioliti s,s. di Folk; purtuttavia
questo termine può essere applicato a quei fram¬
menti di roccia costituiti quasi totalmente da ma¬
drepora e sui quali siano testimoniati particolari
fatti stratigrafici : ad esempio' sul blocco reperito
verso la sommità del colle e sul quale appoggia in
trasgressione la calcilutite domeriana (fig. 7).
Nella cava minore esistono due tipi calcarei,
localizzati ognuno in un proprio settore.
In quello settentrionale, non coltivato, la roc¬
cia mostra una matrice calcarea impastata di ar-
gillite rossa e composta di grani calcisiltitici a con¬
torno irregolarissimo (diametro 1-3 ,u, in propor¬
zione oltre il 50%) nonché di grani micritici sul
micron e in percentuale minima.
Nella matrice flottano resti fossiliferi in pro¬
porzione maggiore del 28% (brachiopodi, Arieti-
ceras « tipici »), intraclasti calcarei e botroidi in
proporzioni del 2-3%, corpi allotigeni di porfido,
di ossidi ferrici (0,3%), quarzo, cristallini ane-
drali di calcite.
Nel settore meridionale la matrice non è in¬
vece impastata di argillite, ha grani calcisiltitici
di 4-10 ii, e abbonda piuttosto di vacuolosità riem-
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
47
pite di calcite spatica; vi si trovano molte alghe,
foraminiferi di ambiente ad acque limpide (Invo-
lutinidi) e vi scarseggiano invece i molluschi.
Le rocce desumibilmente domeriane che tra¬
sgrediscono discordantemente sulle biolititi lotha-
ringiane del colle appaiono al microscopio quali
laminiti di calcisiltiti limonitiche.
Risultano frequenti le stiloliti limonitizzate sia
lungo superfici erosive sia su superfici di stratifi¬
cazione e di taglio, nonché una certa tendenza allo
scompaginamento della intima struttura primaria
del sedimento.
La proporzione di composti ferrici alterati è
sempre maggiore alla base che non al tetto dei
singoli straterelli e produce l’arrossamento e la
opacità della roccia. I livelli più bassi presentano
una struttura grumosa, dovuta all’addensarsi sia
di una parte siltosa a quarzo, idrossido di Fe e
frammenti calcarei a contorno irregolare, sia di
corpi grumosi cilindroidi e arrossati di 100 u di
lunghezza e 50-60 « di diametro. Forma e compo¬
sizione sembrano riflettere una origine coprogena
di questi ultimi corpi, legata alla presenza di or¬
ganismi limivori in un ambiente parzialmente os¬
sidato (prossimo all’ interfacie) od ossidabile da¬
gli organismi stessi, come risulta dalla pigmenta¬
zione al rosso dei grumi medesimi.
Per il resto è caratteristica di questi intervalli
basali l’assenza di fossili con scheletro, ad ecce¬
zione di qualche rarissimo radiolario notevolmente
ossidato.
I livelli successivi mostrano, nonostante una
notevole ricristallizzazione, una composizione a
grani calcarei più fini, una struttura proto-intra-
clastica, ossido di Fe in proporzione fra 0,5 e 1%
e spicole silicee in frammenti, il tutto immerso in
un finissimo mosaico calcitico di ricristallizza¬
zione.
Le dimensioni dei grani calcitici risparmiati
dalla ricristallizzazione sono costantemente infe¬
riori a 1,5 fi e la loro forma varia solo dall’allun-
gato-aciculare all’ovoidale.
La sufficiente uniformità di grana sia in di¬
mensioni che in morfologia, induce a ritenere il
deposito originario una micrite, cioè un deposito
di origine chimica, pur con talune caratteristiche
di successiva rideposizione.
Se si vuol porre l’accento sulla modificazione
della struttura originaria, si può, con Folk, clas¬
sificare la roccia nelle dismicriti.
Gli strati dell’affioramento domeriano e topo¬
graficamente più basso nel versante SE del colle
(a) sono caratterizzati da una struttura ad inca¬
ciasti che interessa micriti e calcisiltiti.
Si reperisce infatti una matrice calcisiltitica
rosata con granuli difformi e di dimensioni supe¬
riori a 7 //, che racchiude dei ciottoletti centime¬
trici di micrite dello stesso colore ma a grani dì
dimensioni inferiori a 3 », e la cui periferia è
poco arrotondata ; 1’ insieme è estremamente scom¬
paginato e pare dovuto fondamentalmente all’esa-
Fig. 10. — Apparato interno di un brachiopode della fa¬
miglia Bactryniidae.
gerazione dei fenomeni di dissesto che negli strati
Iutifici reperiti in trasgressione sulle biolititi lo-
tharingiane erano solo incipienti.
Nell’ insieme la roccia può essere classificata
già come intramicrite, nel senso di Folk, e, più
genericamente, come un calcare marnoso con zone
di conglomerato o di breccia intraformazionale.
La presenza di fratture all’ incirca trasversali
rispetto alla stratificazione, e riempite di bloc¬
chetti micritici ad uguale composizione e compa¬
gine, fa presumere che si tratti di materiali tutti
elaborati sostanzialmente nello stesso bacino e in
condizioni di agitazione notevole del mezzo idrico.
I livelli calcarenitici rosso-mattone (ò), che se¬
condo la ricostruzione stratigrafica fatta in que-
48
LORIS MONTANARI
sta sede sovrastano le intramicriti suddette, hanno
uno scheletro i cui elementi sono distribuiti se¬
condo tre classi granulometriche. Vi si trovano in¬
fatti brachiopodi in proporzione del 40%, resti di
echinidi in proporzione del 15%, ammoniti jin
proporzione dello 0,5%, fossili con le dimensioni
distribuite sui tre gruppi di valori medi: 1-2 cm
se interi ; 1,5-2 mm se in frammenti di dimensioni
maggiori ; 0,2-0, 5 mm se in frammenti minuti.
Frammenti alterati di porfido e di idrcssidi di
Fe, in proporzione totale del 2 % , si reperiscono
con le dimensioni delle due ultime classi.
Il tutto è cementato da calcite spatica sube-
drale in cristalli di 30 u.
Seguendo la classificazione di Folk si tratta
di biospariti.
Le intercalazioni di materiale più fine sono
date da lenti gradate di calcarenite organogena
a frammenti d’echinidi e da calcisiltite, sulle quali
le biospariti suddette si adagiano spesso con una
interfacie estremamente definita (Tav. I, n.t.,
fig. 5).
I calcari rosati (c) sovrastanti le calcareniti a
brachiopodi e che anche microscopicamente si pre¬
sentano in gruppi di straterelli di pochi cm, mo¬
strano, ancor più accentuatamente al microscopio,
una struttura mm-ritmica, che è data dall’alter-
narsi di bande gradate di calcisiltite e micrite.
La frazione calcisiltitica occupa la base delle
singole bande, ed è data da frammenti calcarei più
o meno ricristallizzati distribuiti in tre classi gra¬
nulometriche :
— quella a grani sui 10 /< che hanno contorno po¬
ligonale ;
— quella a grani sui 20 //, più o meno ovoidali ma
a margine slabbrato;
— quella a grani sui 50 //, in grumetti opachi e
non più cilindrici come i grumi probabilmente
coprogeni degli strati basali e trasgressivi.
TAVOLA II n.t.
Fig. 1. — Brecciole rosse d’ambiente inter-supracotidale intercalate alla serie calcarea della cava minore.
Lo scheletro è dato da resti di echinodermi, di molluschi e da intraclasti; la matrice è argillitica.
Ingrandimento X 8.
Fig. 2. — Biosparite a molluschi e brachiopodi nell’ intervallo b del colle.
Ingrandimento X 8.
Fig. 3. — Livelletti biomicritici nell’ intervallo iotharingiano e di cava Mentasti.
Una frattura, localizzata sul piano ac, è parzialmente cicatrizzata da due generazioni di cemento a drusa
ben marcate da una linea stilolitica; la cavità residua è riempita di calcisiltite di deposito meccanico e
parzialmente ricristallizzata.
Ingrandimento X 12.
Fig. 4. — Contatto erosivo fra arenarie rosse di ambiente inter-supracotidale (in alto a sinistra) e arenarie a coralli
nella serie di cava Mentasti. La stratificazione degli strati bioaccumulati è individuabile dairallineamento
di bande pelsparitiehe bianche (in basso) e dei frammenti di coralli e di alghe (placche candide a metà fi¬
gura e in alto a destra).
Grandezza naturale di superficie lucida.
Fig. 5. — Intrapelsparite con strutture algali laminate ai margini degli intraclasti. Le lamine possono venir lateral¬
mente frammentate in condroidi algali, come è visibile nella parte destra superiore.
Il materiale proviene dagli strati lotharingiani alla base del colle.
Ingrandimento X 10.
Fig. (5. — « Pseudostromata » a struttura reticolato-bacillare, e la cui base è costituita da incrostazioni a struttura la¬
mellare.
Domeriano della cava minore. Ingrandimento X 5.
Fig. 7. — Strutture geopete in filoni sedimentari calcisiltitici intersecanti le mm-ritmiti dell’affioramento domeriano c
del colle. Sono evidenti i festoni del sedimento fine, con le concavità rivolte in alto, dovute all’aumento
progressivo dell’angolo di riposo del sedimento interno, dal centro al margine della fessura. Le venute di
materiale sono due per ogni filone: una prima, più grossolana ed ora spatizzata, una seconda, più fine e
che è quella che rende meglio evidente l’arrangiamento geopetale. Nella parte sinistra della foto, un secondo
filone, ad arenaria rossa in matrice pelitica terrigena, interseca quelli del sistema precedente.
Ingrandimento X 10.
Fig. 8. — Ingrandimento della fig. 6. Le concrezioni algali sono sviluppate su di una valva di brachiopode ed hanno
disposizione lamellare appena appena accennata.
50
LORIS MONTANARI
Nella, stessa parte siltitica che sta alla base
di ogni banda si reperiscono frammenti di silico-
sponge, di radiolari mal disegnati, qualche fora-
minifero del genere Trochammina, granelli di
quarzo molto alterati al margine, schegge di por¬
fido, nonché minuti frammenti di idrossidi ferrici
di dimensioni sui 7-10 // e in proporzione dal 5
al 10% della componente detriti ca. La parte di
calcite più limpida è data da cristalli anaedrali
di dimensioni simili a quelle dei grani calcisilti-
tici; una parte deve essere di ricristallizzazione,
come ad esempio quella con cristalli opachi equi-
dimensionali di pochi », cioè della stessa taglia
della calcisiltite più minuta ; una parte invece deve
essere di probabile riempimento chimico di aree
a maggior permeabilità e di spazi intergranulari,
come quella in cristalli subedrali, candidi e lim¬
pidi di dimensioni dai 50-70 » in su.
I grani opachi di dimensioni medie sui 50 u
hanno una struttura grumosa, dovuta alla aggre¬
gazione di frammenti calcitici di pochi g della
stessa composizione calcitica di quelli della ma¬
trice. La loro forma varia dalla sferoidale a quella
poligonale; il margine è netto. Reperendosi in set¬
tori a struttura detritica insieme ad altri mate¬
riali di composizione disparata (calcite, quarzo,
porfido, idrossidi di Fe) sono da classificare come
corpi detritici, anche se la loro prima, origine
fosse diversa (ad esempio i corpuscoli aggregati
a contorno lobato sono identici ai botroidi e ai
« grapestones » dei sedimenti attuali bahamensi).
In sostanza essi, visti nel quadro della roccia
che li contiene, sono da ritenere corpi elaborati e
risedimentati (Tav. I, n. t., fig. 4).
La porzione micritica occupa dai 2/3 ai 4/5
della parte superiore delle singole bande ed è co¬
stituita da grani irregolari di dimensioni preva¬
lentemente su 1-2 g. Anche qui si nota un certo
grado di ricristallizzazione, che però risulta per¬
centualmente più ridotto che in precedenza, sia
arealmente che nelle dimensioni dei cristalli.
Le calcareniti e le calcistiti ( d ) reperibili nel¬
l’affioramento alle spalle della casa colonica delle
Missioni Comboniane sono costituite da grani di
calcite detritica di dimensioni minime superiori al
paio di micron, in strati di un paio di centimetri,
e sono a struttura gradata normale.
I singoli grani sono malamente selezionati ; le
loro modalità di aderenza reciproca sono sempre
differenti e questo produce una moltitudine di ad¬
densamenti — e inversamente di diradamenti lo¬
cali — di vacuolosità, di differenze nella distribu¬
zione granulometrica e volumetrica, e quindi una
pletora di strutture deposizionali primarie.
In più la compagine, già così complessa, è
spesso dissestata dall’ intervento di corpi calcarei
intraclastici di dimensioni millimetriche o centi¬
metriche, talvolta a grana più fine ed omogenea,
di tipo micritico, talaltra invece a grana più gros¬
solana.
Queste strutture primarie sono strettamente
connesse con una stratificazione decisamente od
incipientemente incrociata, e con veloci variazioni
di spessore dei singoli strati. I fossili si limitano
a frammenti di echinidi e di spicele nelle parti
più arenacee, e a spicole intere, radiolari, forami-
niferi dei generi Aulotortus, Vidalina e della fa¬
miglia Lagenidae, ammoniti e infine alghe Dasi-
cladacee nelle parti a grana minutissima.
Gli ultimi strati che compaiono oggi in affio¬
ramenti sul versante meridionale del colle (e) sono,
come già detto, quelli macroscopicamente arena-
ceo-calcisiltitico-biomicritici presso l’ ingresso se¬
condario dello stabile del Seminario Comboniano
(fig. 18).
Il loro interesse strati grafico è determinato dal
contenuto in ammoniti della specie Pleuroceras so¬
lare (Phil.), specie che in base agli elementi at¬
tualmente posseduti dai ricercatori dell’ Istituto' di
Paleontologia di Pavia è esclusivamente supra-do-
meriana.
La loro litologia è espressa microscopicamente
da alternanze centimetriche o decimetriche di bio-
micriti rosate con calcisiltiti e calcareniti rosso¬
vinate.
Nelle biomicriti la matrice è a grani di 2-3// ed
occupa più del 50% dell’area della sezione; i fos¬
sili sono dati da radiolari, foraminiferi ( Invola -
tina aff. liasica, Lenticulina sp., Marginulina sp.)
ostracodi e spicole.
Nell’altro tipo di roccia la matrice calcisiltitica
è perloppiù in grani di dimensioni al di sopra dei
7-10 g, e in proporzione del 40% ; i fossili sono
costituiti da entrochi, piastre di radioli d’echinidi,
molluschi.
I rapporti che intercorrono fra i due tipi di
sedimento sono frequentemente di tipo erosivo,
marcati da linee discontinue a calcite limpida in
cristallini anaedrali.
L’esiguità deH’affioramento non permette oggi
di osservare eventuali dettagli della alternanza fra
biomicriti e calcareniti, ma solo di verificare una
ripetizione apparentemente capricciosa della so¬
vrapposizione delle une sulle altre; in sostanza
non è verificabile, allo stato attuale, la presenza
di eventi ritmici regolati o di cicli.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
r»i
x
2) Le intercalazioni arenacee rosse.
Come già detto, negli affioramenti meglio
esposti di cava Mentasti, del versante settentrio¬
nale del colle e nelle cave minori, ai banchi di
roccia detritico-carbonatica ad alghe, condroidi,
coralli, brachiopodi e molluschi che costituiscono
la massa bianca o rosata prevalente, si interca¬
lano saltuariamente arenarie rosse in strati o in
lenti paralleli alla stratificazione, con occasionali
intrusioni in fessure variamente intersecanti gli
strati della massa generale.
Nel caso di disposizione concorde con la stra¬
tificazione globale, tali arenarie si sviluppano per
un massimo di una settantina di centimetri in
spessore, e sono stratificate in banchi di 4-5 cm.
I campioni sincroni derivati dalla cava Men¬
tasti e dal colle si presentano sempre gradati e
in una alternanza di due varietà : una ad elementi
scheletrici di dimensioni medie superiori ai 2 mm,
classificabile quindi nelle brecciole (Tav. I, n.t.,
fig. 6) ed un’altra ad elementi più fini, classifi¬
cabile nelle arenarie (Tav. I, n.t., fig. 8).
Al microscopio ambedue i tipi presentano una
matrice argillitica rosso-bruciato, di tipica prove¬
nienza terrigena, in corpuscoli di diametro infe¬
riore al micron, un impasto scheletrico a fram¬
menti angolosi di quarzo-, feldspati, porfido, cal¬
cite di derivazione organogena (soprattutto resti
Fig\ 11. — Diagramma delle ealcareniti di cava Mentasti,
derivato da Pettijon - modif . Ogniben, coi punti rappre¬
sentativi di vari campioni dei cinque intervalli stratigra¬
fici.
X = grani calcarei, fossili compresi; P condroidi ed oo¬
liti; M = grani non calcarei. Lo spostamento verso X della
percentuale calcarea nei livelli d ed / è dovuto alla note¬
vole quantità di frammenti coralligeni ed algali nel primo
caso, e di echinodermi nell’altro.
Fig. 12. — Diagramma della composizione dei calcari della
cava minore, coi punti rappresentativi del settore meri¬
dionale (S) e settentrionale (N). Simbologia ai vertici come
in fig. 11, con la variante che nel vertice M è rappre¬
sentata anche la frazione pelitica terrigena eventualmente
presente.
Fig. 13. — Diagramma della composizione delle alienane
rosse intercalate alle serie calcaree, coi punti rappresen¬
tativi di quelle della cava Mentasti (M), differenziati in
Mg per l’arenaria più grossolana, e in Mf per quella più
fine; del colle (C); della cava minore (CM), differenziati
in CM.x per le arenarie a grani di dimensioni maggiori,
CMd per quelle a grani di dimensioni medie, CMf per
quelle a grani fini e le brecciole; infine del Domeriano
delle colle (D). X = componenti calcarei; N = pelite lateri-
tico-argillitica ; M = componente detritico-psammitica non
calcarea.
LORIS MONTANARI
di echinidi notevolmente spatizzati) intraclasti cal-
careo-micritici o calcarenitici a spicole, radiolari e
cemento spatico in continuità ottica col detrito or¬
ganogeno.
Nei tipi a grana grossolana l’ impalcatura è
bimodale, data da una prima serie di grani di di¬
mensioni medie sui 3,5 mm, e da una seconda a
grani mediamente sui 0,5 mm.
Sempre in tali tipi grossolani, la componente
detritica a calcite varia dal 50 al 55% ; quella ar¬
gillitica rappresenta il 30% e il resto, dal 15 al
20%, è occupato da frammenti psammitici ignei
e di alterazione metallica.
Fra i due ultimi gruppi le proporzioni sono:
quarzo 7-10% ; porfido 5% ; composti di Fe 1,5%.
Nei tipi a grana più fine, la selezione dei grani
è bimodale nella porzione basale, con dimensioni
rispettivamente sulla media di 0,25 mm e di
0,5 mm, ed è invece unimodale nella porzione su¬
periore, con grani di 50 micron.
Sempre nei tipi a grana fine, si trova che la
porzione a calcite detritica si aggira mediamente
sul 70%, quella argillitica sul 10% e quella a
componenti vulcanitici sul 20% ; fra questi ultimi
il porfido occupa il 15%, il ferro il 4-5% ; il
quarzo lo 0,5%.
Il detrito, oltre ad essere immerso nella ma¬
trice pelitica a grumi molto arrossati, è cemen¬
tato da mosaico di calcite a grana mediamente
sui 500 micron, che riempie gli eventuali vacuoli
lasciati liberi dalla pelite. Tale mosaico calcitico
non pare tanto un cemento vero e proprio, quanto
piuttosto un prodotto della ricristallizzazione dei
grani detritici più fini.
Le varie percentuali dei componenti scheletrici
e della matrice argillitica permettono una localiz¬
zazione di queste rocce nella porzione superiore di
un diagramma ternario che consideri al vertice
sommitale la frazione psammitica calcarea (X) e
negli altri rispettivamente quella non calcarea (M)
e il detrito pelitico terrigeno (N) (fig. 13).
Data l’altissima percentuale di frammenti di
derivazione organogena, e poiché gli stessi sono
a spigoli ben vivi, è verosimile il loro rimaneg¬
giamento per rideposizione subprimaria e non per
provenienza alloctona; pertanto la roccia potrebbe
essere classificata come una « calcarenite tipo lu-
machella», modificando lievemente il termine «co-
quinoid-limestone » di Pettijohn 1957, p. 402.
Le caratteristiche sedimentologiche anzidette
vengono parzialmente ancora mantenute solo
quando queste rocce si intrudano in fessure della
roccia carbonatica chiara sufficientemente pros¬
sime alla superficie originaria di deposizione oriz¬
zontale ; quando invece il cammino che i grani
arenacei insinuati nelle fessure sia notevole e
vario (in relazione all’estensione e complessità di
quelle) la distribuzione granulometrica risulta più
confusa, la classazione peggiora, e a testimonianza
della parentela con le rocce arenacee rimangono
solo le caratteristiche mineralogiche, pur se queste
ultime vengono modificate in parte per l’aggiunta
di frammenti calcarei strappati dalla roccia in¬
cassante.
Gli strati arenacei della cava minore presen¬
tano qualche differenza rispetto a quelli di età
più antica e precedentemente menzionati; anche
macroscopicamente le dimensioni dei loro intra¬
clasti calcarei sono maggiori (raggiungono diversi
centimetri), la percentuale pelitica è maggiore e
c’è anche un maggior assortimento nelle classi
granulometriche.
La roccia mostra, negli strati di maggior po¬
tenza singola, (8-10 cm) una composizione granu¬
lare secondo diverse classi, rispettivamente con
media di 0,7mm - l,5mm - 3mm - 15mm - 30mm.
Sempre in questi strati di potenza maggiore,
la percentuale dei clasti calcarei e dei grumi pe-
litici raggiunge equivalentemente il 75%, e il resto
è occupato da quarzo in proporzione del 15-16%,
dal porfido alterato in proporzione del 5% e da
composti di Fe in proporzione del 5%.
Negli strati più sottili (potenza singola media
sui 3 mm) e a disposizione più lenticolare che non
quelli grossolani, la struttura granulometrica è
bimodale, con classi rispettivamente di 3 mm e
0,7 mm.
La componente detritica calcarea sta media¬
mente sul 25%, quella argillitica sul 40% e il re¬
stante è distribuito fra il 23-24% del porfido, il
10% del quarzo, l’l% o poco più del ferro.
Le intercalazioni della cava minore sono dun¬
que classificabili nelle arenarie bioclastiche e nelle
brecce intraclastiche, e trovano posto nel dia¬
gramma ternario già usato per quelli delle cave
Mentasti e del colle, in certi casi in posizione cen¬
trale (arenarie a grani medi e grossi) in altri in
posizione più vicina al vertice calcareo (brecce ad
intraclasti e associate arenarie fini).
Interstrati molto simili, ma molto più sottili,
a più alta percentuale pelitica e a minor conte¬
nuto calcareo, sono quelli reperibili nelle rocce do-
meriane del colle. In essi si nota che la compo¬
nente psammitica calcarea è data solo da intra¬
clasti micritico-calcisiltitici e da frammenti di cal¬
cite spatica, e che il ferro idrossidato può rag¬
giungere il 5% del volume.
Per tali rocce si può parlare di arenarie intra¬
clastiche.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
B) Facies e sequenze sedimentarie.
Ad una notevole quantità di spezzoni seriali
corrisponde, a Gozzano, una notevole varietà di
strutture sedimentarie. Esse, pur relative sostan¬
zialmente a pochi tipi litologici fondamentali, ri¬
flettono una dinamica ricca di episodi che ripro¬
ducono svariati sottotipi, dinamica dovuta alla in¬
terferenza di fenomeni d’esposizione subaerea,
moto ondoso, correnti.
Le facies principali dedotte dalle caratteristi¬
che dei vari litotipi risultano essere tre:
I) quella caratterizzata dall’apporto di ma¬
teriale vario ma non decomposto (resistati), mate¬
riale derivato dallo smantellamento di strutture
organogene e subordinatamente dello zoccolo vul-
canitico: questo è il caso della facies delle cave
e della parte basale del colle ;
II) quella caratterizzata dall’apporto' inter¬
mittente di materiale di processi di alterazione
(weatherìng) e di erosione su superfici carbona-
tiche e vulcanitiche esposte: questo è il caso degli
interstrati arenacei inseriti a vari livelli nella
prima facies e anche nell’ultima;
III) quella caratterizzata dall’apporto di ma¬
teriali detritici calcarei più elaborati ma certa¬
mente non più interessati a strutture organogene :
è il caso dei materiali domeriani del colle.
Prima facies.
La successione più tipica della prima facies è
quella che si trova alla base della serie di cava
Mentasti e del colle.
Sua caratteristica peculiare è 1’ impalcatura
globalmente bimodale dei suoi strati, dovuta alla
contemporanea presenza di grani calcarei e vul-
canitici di discrete dimensioni (ordine del mm) e
di minuti grani oolitico-condroidali di pochi mi¬
cron che occupano gli interstizi.
Vi si trovano intraspariti e pelspariti, queste
ultime in bande che nella parte alta vi compene¬
trano gradatamente con apofisi laterali.
La successione è data da:
1) In basso, brecce e brecciole intraclastiche
(a poligoni neri nella fig. 14), a corpi allotigeni
e a fossili, brecce per lo più in contatto erosivo
sul substrato e contenenti frammenti ematitici.
2) Intrasparite a carattere francamente bi¬
modale, per la caratteristica granulometrica di cui
sopra (illustrata a poligoni esili).
3) Banda oolitica di 3-4 mm, a grana uni¬
forme (in cerchietti neri nella illustrazione).
4) Altra banda intrasparitica, con grani di
dimensioni sul mm (in poligoni marcati).
La fig. 14 mostra due parti di cicli adiacenti
ed analoghi.
In termini ambientali, le lunghe bande pel-
sparitico-pelmicritiche non molto disturbate nella
struttura, rappresentano un sedimento al di sotto
della azione viva dell’onda, al contrario di quelle
intraclastiche.
Con una simile successione e in presenza occa¬
sionale di elementi di alterazione, è pensabile che
questa ciclicità sia in relazione ad oscillazioni del
livello del mare in ambiente appena al di sotto
Fig. 14. — Ripetizione di piccoli cicli sedimentari carat¬
terizzanti la prima facies lotharingiana. Spiegazione nel
testo. Ingrandimento X 10.
LORIS MONTANARI
r>4
della linea di bassa marea, cioè nelle parti supe¬
riori della zona infralitorale, con solo saltuari epi¬
sodi di raggiungimento della parte più bassa della
zona ìntercotidale.
Le bande oolitiche rappresenterebbero allora il
sedimento più profondo e le brecciole quello più
sottile, occasionalmente con fase d’emersione.
In blocchi ereditati e in giacitura anomala
marea da parte del fondale, con conseguente oc¬
casione di persistenza alla esposizione subaerea.
Quella descritta finora è la facies e la succes¬
sione fondamentale alla base delle cave Mentasti
e del colle.
Una sua variante è quella reperibile invece in
livelli stratigraficamente più alti, ed è data dal-
Fig. 15. — Ripetizione di cicli sedimentari negli alloclasti dell’ intervallo b di
cava Mentasti.
1 b - breccia basale del secondo ciclo;
c - banda a calcite spatica con tracce di idrossidi ferrici;
4 - banda intrasparitica superiore;
3 - banda pelsparitica;
2 - banda intrasparitica inferiore;
la- breccia basale del primo ciclo.
nella serie, ma che testimoniano di precedenti fasi
sedimentarie analoghe (fig. 15), può aversi la va¬
riante della diretta sovrapposizione delle bande
oolitiche alle brecce, cioè può venir a mancare il
secondo termine della successione ; ma al di sopra
della seconda banda intrasparitica il ciclo comun¬
que si chiude, ed è separato dal successivo da una
banda di calcite spatica che cementa rari granuli
intraclastici ed allotigeni ossidati immersi in una
matrice calcisiltitica pure alterata.
Anche in tal caso è pertanto pensabile il rag¬
giungimento e il superamento della linea di bassa
l’aggiunta delle strutture algali e coralligene al-
1’ impalcatura detritica più grossolana.
La ciclicità è mantenuta, ma è sviluppata su
scala diversa.
Un esempio è dato dalla successione di rocce a
frammenti coralligeni ed algali del cocuzzolo adia¬
cente al piano di lavoro della cava maggiore e
presso la grotta votiva del colle (fig. 16).
Ivi si ha testimonianza della ripetizione del fe¬
nomeno, con la solita sequenza di una fase di pro¬
babile emersione, testimoniata qui da elementi fer¬
rici inclusi in una banda calcitico-spatica di 1/2 cm
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
(la), poi una fase trasgressiva data da 3-4 cm di
intrasparite (2); indi una accentuazione della ba-
timetria, con una banda pellettoidale-oolitica a
struttura indisturbata (3), e successivamente una
spessa fascia a frammenti algali e intraclastici (4)
con locali addensamenti pellettoidali ; una fasciola
millimetrica intermittente e notevolmente ossidata
divide questo ciclo dal successivo (lb), il quale ul¬
timo vede alla base frammenti grossolani di co¬
ralli.
Seconda facies.
La seconda facies è quella delle calcareniti co-
quinoidi e delle brecciole intraclastiche reperibili
solo allo stato di intercalazioni lenticolari e come
intrusioni nei livelli delle cave e della base del
colle.
In ogni lente la compagine dei singoli strati
che le compongono si assomiglia, nè si riesce ad
intravvedervi una regola ritmica o ciclica, perchè
strati di un dato spessore si accomunano ad altri
stratimetricamente e petrograficamente identici.
Intercalazioni pelitico-siltitiche rosse eventual¬
mente presenti sono risultate sterili di fossili ed
hanno dato un residuo a granelli calcitici, quar¬
zosi, porfirici e di idrossidi ferrici.
Quello che risulta interessante è la differenza
fra le arenarie del settore settentrionale della cava
minore (settore ritenuto stratigraficamente più re¬
cente di quello meridionale in base a ragioni pa¬
leontologiche) e quelle degli altri affioramenti ;
nella suddetta località le arenarie raggiungono
spessori di varie decine di centimetri, hanno clasti
di dimensioni mai raggiunte negli altri casi
(Tav. Ili, n.t., fig. 3), e si presentano in fre¬
quenza maggiore.
L’ insieme strutturale di ogni unità sedimen¬
taria sembra testimoniare un forte rimaneggia¬
mento che indica come all’ incirca si partisse dal
livello di base della sedimentazione, in un bacino
più agitato degli altri e più soggetto a correnti.
L’aumentata frequenza degli episodi arenacei alla
sommità della sezione domeriana delle cave corre
parallela all’aumento della componente pelitica
terrigena che arrossa i calcari del lato nord e pa¬
rallela alla tendenza più marcatamente regressiva
di detti calcari rispetto a quelli del lato sud.
Terza facies.
La terza facies è quella reperibile nelle rocce
domeriane del colle e delle cave minori.
Essa include almeno quattro sottofacies, che
testimoniano di un ambiente intercotidale-infrane-
ritico e lagunare e in cui interferiscono e si som¬
mano parecchi processi.
Fig. 16. — Ripetizione di cicli sedimentari nei calcari or¬
ganogeni della prima facies nell’intervallo d di cava Men-
tasti.
Ih- inizio del secondo ciclo, con linea basale arrossata da
idrossidi ferrici e sua interruzione per fessure filo¬
niane interessanti gli strati sottostanti ;
U - intrasparite aigaie superiore;
3 - pelsparite;
2 - intrasparite inferiore;
la- banda di calcite spatica con frammenti di idrossidi
e di porfidi, alla base del primo ciclo.
La prima sottofacies è quella delle micriti ba¬
sali e delle intramicriti (livelli a della fig. 8 e di
Tav. I, n.t., fig. 3).
La sua caratteristica principale è la polarità
del grado di dissesto della struttura deposizio¬
nale iniziale, nel senso della crescente frammen¬
tazione della compagine degli strati dal basso al¬
l’alto.
Alla base si ha a che fare con ritmiti micritico-
LORIS MONTANARI
56
argillose con periodo di 5 mm, in cui si differen¬
ziano incipientemente, nonostante la ricristaìliz-
zazione abbastanza diffusa, fantasmi di intracla-
sti micritici di qualche decimo di mm.
Man mano che si risale la serie, la struttura
intraclastica dovuta a frammentazione della mi-
crite si fa più evidente, fino a raggiungere la som¬
mità deiraffioramento topograficamente più basso
del colle (a), ove la compagine originaria è pres-
cluse da frammenti di materiale autoctono pene¬
consolidato.
La seconda sottofacies è quella delle lumachelle
intraclastiche ricche di brachiopodi e molluschi re¬
peribili nel versante sud-orientale del colle.
Sue caratteristiche principali sono :
1) i contatti frequentemente erosivi di uno strato
sull’altro;
Fig. 17. — Calcisiltiti in stratificazione mm-ritmica intersecate da filoni se¬
dimentari di arenaria rossa. Affioramento c del colle.
socchè totalmente rimescolata e ridotta a bloc¬
chetti di alcuni cm flottanti caoticamente in una
calcisiltite con elementi terrigeni ossidati e senza
più giunti continui.
Pare abbastanza evidente che si è passati dalla
fase trasgressiva iniziale, impostata su fondali
bassi e ad acque debolmente agitate, ad una re¬
gressiva con acque notevolmente agitate e col fon¬
dale che si è approssimato al livello di base della
sedimentazione. Spaccature nella intramicrite de-
tritica riempite di materiale identico sono anzi in¬
dici addirittura di emersione, con susseguenti fes¬
sure da essicamento del fango calcareo, presto oc-
2) la successione normal-gradata dei componenti;
3) l’orientamento preferenziale dei clasti mag¬
giori ;
4) l’ incompleta costipazione dei grani alla base
di ogni banco, dalla quale deriva una minor
aderenza reciproca degli elementi e una più fa¬
cile cementazione chimica (Tav. II n.t., fig. 2).
Ogni strato terminerebbe con una banda calci-
siltitica dopo essere passato attraverso stadi suc¬
cessivi a composizione psammitica sempre più
fine, ma di tale ultima banda rimangono poche
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
testimonianze in quanto l’erosione dello strato are¬
naceo sovrastante tende ad eliminarla.
Questa situazione è indice indubbio di correnti
energiche e di rapido seppellimento delle strut¬
ture primarie. L’assenza di cavernosità tipo
« birds-eyes », di fascie a calcite spatica di cemen¬
tazione esterna, di elementi terrigeni, l’orienta¬
mento preferenziale dei corpi maggiori, sembrano
indicare che gli strati non furono mai soggetti
ad emersione prolungata, ma che al massimo per¬
sistettero in una zona intercotidale con moto on-
più torbide a calcisiltite finissima in basso e mi-
crite ancor più fine in alto.
Alle lamine si interpone intermittentemente
uno straterello più o meno lenticolare millimetrico
o centimetrico rosso, costituito da arenaria a sche¬
letro calcareo grossolano con la stessa composi¬
zione mineralogica della ritmite, e a matrice cal-
cisiltitico-argillosa rossa ricca di componenti idros-
sidati, straterello diverso dagli interstrati arenacei
della serie sottostante solo per la mancanza di
scheletro di derivazione organogena.
Fig. 18. — Biomicriti degli strati a Pleuroceras solare della sommità del colle
in contatto erosivo su caleisiltiti organogene e separate dalle stesse in qual¬
che tratto da calcite spatica di origine belteroporica.
Ingrandimento X 10.
doso unidirezionale, giusto il tempo per poter in¬
globare intraclasti, corpi aggregati botroidali e
poter cementare i vari grani, senza 1’ interferenza
di altri fenomeni che ne variassero il comporta¬
mento idraulico, almeno fino al completamento
della fascia a lumachelle.
La terza sottofacies è quella dei sedimenti la¬
minati a calcisiltite e micrite ritenuti, mediante
il calcolo stratimetrico, sovrastanti le arenarie or¬
ganogene a brachiopodi e molluschi anziddette.
La sua caratteristica è quella della ritmica
stratificazione millimetrica e delle periodiche inter¬
calazioni arenacee.
La deposizione ritmica avviene con periodi da
1 a 4 mm, riconoscibile dall’alternanza di lamine
più chiare, che in sezione sottile si rivelano essere
quelle a granulometria più grossolana, e lamine
L’ intermittenza di queste intercalazioni si svi¬
luppa in macro-sequenze periodiche e centimetri-
che siffatte: n - % n - 1/3 n, con una buona ap¬
prossimazione per le frazioni.
Ad esempio, nella parte principale dèi cam¬
pione di fig. 17 possiamo osservare una sequenza
di deposizione a lamine di questo ordine:
1° ritmo - cm 4,25 - cm 2,7 - cm 1,2;
2" ritmo - cm 7 - cm 5.
Il singolo passaggio fra la laminite chiara e
l’arenaria rossa sovrastante è a tratti regolare e
a tratti erosivo, ma mai di un tipo solo.
E’ invece sempre erosivo-trasgressivo quello
fra l’arenaria rossa e la sovrastante laminite.
Questi fatti indicano un’alternanza fra deposi¬
zione ed erosione in ambiente di deposizione tran-
LORIS MONTANARI
08
quillo, con ritmica accelerazione del raggiungi¬
mento del livello di base della sedimentazione.
Le dimensioni usualmente piccole degli inca¬
ciasti, lo spessore sempre molto ridotto degli inter-
strati arenacei a matrice argillitica terrigena e la
mancanza costante di cavernosità negli ultimi, in¬
dicano come il moto ondoso non raggiungesse il
fondale a sedimentazione micritica con tanta ener¬
gia da scomporre la delicata struttura min-ritmica.
La costante giacitura trasgressiva della calcisil-
tite sull’arenaria rossa e la frequenza del feno¬
meno in scala verticale ridotta, indicano come il
bacino fosse piuttosto sottile.
Di conseguenza, l’ inefficacia dell’azione di¬
struttiva del moto ondoso sulle strutture millime¬
triche non sarebbe dovuta alla notevole profon¬
dità della superficie di sedimentazione, bensì alla
piccola ampiezza dell’onda; tutto questo porta a
concludere allora che i fatti si svolgessero in un
bacino di estensione limitata e protetto dalle azioni
di mareggiate, come avrebbe potuto essere quello
di una laguna.
L’ultima sottofacies è quella degli strati som¬
mitali del Domeriano medio e superiore del colle
e del Domeriano medio delle cave minori (figure
18 e 40).
In essa, tutte le strutture primarie si sono for¬
mate in ambiente di alta energia, a profondità
bassa o nulla, ovverossia in condizioni da inter-
cotidali a supracotidali.
Sono frequenti le stratificazioni incrociate, i
vacuoli per incompleta costipazione legata alla
grossolanità ed eterogeneità dimensionale dei grani
e a rapidi seppellimenti ; è diffusa una vacuolosità
subprimaria legata a soluzione preferenziale su
linee di maggior percorribilità; sono frequenti le
fratture da essicamento e le fessure tettoniche di
discreta ampiezza aperte in roccia consolidata e
successivamente riempite più o meno malamente
da materiale di tipo vario.
Fenomeni di esposizione subaerea, di erosione
e di risedimentazione interferiscono nelle fasi de¬
posizionali primarie in conseguenza della sotti¬
gliezza della lama d’acqua e della posizione mar¬
ginale del bacino, mescolando particelle sedimen¬
tarie di diverse generazioni.
Da un quadro inizialmente molto complesso
scaturiscono conseguenze che sono complesse an¬
che per lo sviluppo dei fenomeni successivi e che
meglio verranno compresi dalla rassegna e dal¬
l’analisi delle varie strutture primarie e secon¬
darie.
Parte Terza
STRUTTURE ED AMBIENTI DI SEDIMENTAZIONE
Riassunto. — L’ inventario e l’analisi delle varie
strutture sedimentarie delle rocce fossilifere di Gozzano
permettono di precisare gli ambienti di sedimentazione e
la loro evoluzione nel tempo e chiarificano ulteriormente
sotto quali fattori possa essere intervenuta la selezione
in due associazioni faunistiche già giustificata dal rico¬
noscimento di uno hiatus fra il Lotharingiano e il Do-
merianp.
Le strutture primarie sono relative a quelle organo¬
gene (preminenti negli ambienti di scogliera e circumre-
cifali) e a quelle di deposizione meccanica (sviluppate so¬
pratutto in ambienti di alta e media energia).
Le strutture secondarie sono espresse dalla deposizione
di cementi (dapprima intergranulari, poi di riempimento
di cavità, indi di frattura) e da ricristallizzazione.
Durante il Lotharingiano l’ambiente passa da infralit-
torale di avanscogliera a intercotidale di scogliera e re-
troscogliera, e a supracotidale (questa ultima occasione con
la deposizione delle arenarie rosse intercalate ai sedimenti
recitali e retrorecifali).
Durante il Domeriano gli ambienti risultano di due
tipi: uno di retroscogliera prossimale (cava minore) ed
uno di pattaforma distante da bioherma (sommità del
colle).
La protezione dall’urto con accidenti morfologici (do¬
vuta a minor energia del moto ondoso o grazie alla pro¬
tezione di una barra o grazie alla ridotta batimetria in
vaste zone piatte) ha permesso la conservazione dei gusci
di ammonoidi durante il Domeriano: questo elemento in¬
terferisce nella composizione delle faune fossili e contri¬
buisce, con quello della situazione trasgressiva del Lias
medio su quello inferiore, a giustificare la differenziazione
delle faune lotharingiane da quelle domeriane.
Analoghe ragioni sedimentologiche basate sulla diffe¬
renza di ambiente spiegano la ricchezza di lamellibranchi,
gasteropodi e brachiopodi a guscio spesso nei terreni lo-
tharingiani, in contrasto con quelli domeriani ove gli stessi
gruppi si presentano o ridotti di numero d’esemplari, o
con specie -di dimensioni minori e a guscio più sottile.
Un caso particolare di struttura primaria meccanica è
quello del riempimento di cavità e fessure (sia di essica¬
mento che tettoniche) da parte dei materiali arenacei ar¬
rossati, il quale porta alla formazione di filoni sedimentari.
In relazione alle modalità del riempimento, vengono di¬
stinti e classificati, con una nuova nomenclatura, tre tipi
di filoni:
— eufiloni : quelli dovuti a iniezione del materiale nelle
fessure ;
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
— para filoni: quelli dovuti a solo riempimento passivo
(per gravità o per correnti);
— pleo filoni: quelli dovuti a plurime modalità genetica-
mente diverse (ad esempio ove ad una prima fase di
tipo parafiloniano succede un’altra di tipo eufiloniano).
Le cause della formazione dei vari tipi di filone di¬
pendono dalle modalità di disgiunzione e di riassetto reci¬
proco dei blocchi incassanti ai lati della frattura.
A) Strutture organogene.
Le impalcature organogenere reperibili a Goz¬
zano sono relative a costruzioni biohermali di ce¬
lenterati ed alghe e a biostromi di alghe e mol¬
luschi. Risultano costituenti litogenetici stretta-
mente autoctoni coralli del genere Thecosmilia,
stromatoliti e altre alghe per lo più incrostanti,
con o senza forma esterna definita, con lamina¬
zione o con una tessitura spugnoso-cellulare (fra
cui quelle del genere Thaumathoporella) denomi¬
nate « pseudostromata » da Wolf 1965 a.
Entrano a far parte delle rocce clastiche or¬
ganogene ma in posizione subprimaria, insieme
a frammenti dei sunnominati organismi, diversi
brachiopodi, molluschi, echinodermi e alghe varie,
fra cui Dasicladacee.
Coralli.
Menzione della presenza di coralli a Gozzano
è stata fugacemente fatta da Sis monda e da Pa-
rona in calce alle liste di fossili, senza che peral¬
tro siano stati presi in considerazione il loro stato
di conservazione e la loro giacitura.
Da parte mia, ho reperito a Gozzano solo co¬
ralli coloniali, localizzati nella parte media della
serie di cava Mentasti e in quella superiore della
base del colle, insieme a brachiopodi della fami¬
glia Bactryniidae e a stromatoliti, che cronologi¬
camente sono da assegnare al Lotharingiano, per
l’associazione con le forme faunistiche che hanno
permesso quella datazione.
Le massime dimensioni dei corpi coloniali re¬
periti si aggirano sulla ventina di cm in larghezza
e la decina in altezza.
Forme con scheletro di ogni singolo corallo di
diametro 2,5 mm raggiungono un’altezza di 3 cm,
mentre altre con scheletri di diametro 4,5 mm rag¬
giungono solo 1,5 cm: esiste quindi per le forme
corafligene di Gozzano una proporzione inversa
fra diametri degli scheletri e altezza raggiunta,
forse connessa con diversità specifica.
La base d’appoggio è esclusivamente a compo¬
sizione calcarenitica, senza la minima traccia di
elementi argillitici terrigeni, e può avere superfici
sia piane che ricurve.
.)!•
Si è notato che le forme di minor diametro
scheletrico preferiscon l’appoggio su superfici con¬
vesse, mentre le altre si adattano meglio su super¬
fici concave o piane.
L’ inizio della costruzione comincia con la con¬
crescenza di CaCO:i — calcite attualmente micro-
sparitica — sui grani periferici della superficie di
appoggio; il prosieguo è dato dal raccordo tra
questa prima porzione calcarea e la parete vera e
propria del corallo (Tav. Ili n.t., fig. 1).
Nelle serie studiate il rapporto tra le colonie
ancora in posizione di crescita e quelle in giacitura
subprimaria è decisamente a favore delle seconde,
le quali ovviamente non sono più costituite dal-
l’ intero elemento litogenetico bensì solo dai suoi
frammenti. (Tav. Ili n,t., fig. 2).
Negli spazi interscheletrici alla periferia delle
colonie si accumula calcarenite della stessa compo¬
sizione del substrato ; in quelli centrali si accumu¬
lano sia la calcisiltite simile a quella che occupa
gli interstizi della calcarenite esterna, sia detrito
calcitico in grani da pochi a 100 u, costituito da
frammenti angolosi in via di totale ricristallizza¬
zione, e sia granellini di porfido alterato; il depo¬
sito meccanico interno è un po’ pigmentato (pro¬
babilmente dalle tracce di idrossidi metallici asso¬
ciati al porfido alterato) e si presenta a luce ri¬
flessa di color avana.
I suoi grani hanno sempre una disposizione
geopeta a polarità verticale, dimostrando così di
essersi adattati alla giacitura della colonia o del
frammento dopo il suo definitivo assetto nel sedi¬
mento inglobante.
Preferibilmente sulle superfici superiori dei
frammenti coloniali e in giacitura parallela alla
stratificazione, si reperiscono sottili incrostazioni
stromatolitiche a polarità verticale e morfologia
da dissecamento che dimostrano come la partico¬
lare giacitura si sia attuata a bassissima profon¬
dità e con fondale facilmente all’asciutto.
La distanza sia laterale che verticale dei fram¬
menti dalle colonie ancora in sita è minima,
quando addirittura non sia nulla; si può dire che
i primi siano stati strappati dai secondi ma che
non abbiano subito nessun trasporto notevole e tal¬
volta anzi che siano semplicemente rimasti intrap¬
polati fra le madrepore ancora radicate.
II periodico reperimento di livelli allungati per
qualche metro, con frammenti coralligeni allineati
e giacenti tutti sulla stessa superficie pratica-
mente piana, sembra indicare mareggiate perio¬
diche con azione distruttiva sulla colonia autoc¬
tona e pene-contemporaneo deposito di frammenti
su di una spianata litorale.
LORIS MONTANARI
fili
Prove di un tal supposto litorale, cioè di un
elemento geo-morfologico temporaneamente al¬
l’asciutto, sono date anche dall’ interruzione dei li¬
velli a frammenti coralligeni da parte di brecce in-
trac-lastiche appartenenti agli interstrati rossi, se¬
condo superfici erosive che sono tipiche di azioni
meccaniche in ambiente inter-supracotidale (Ta¬
vola II n.t., fig. 4).
Stroma t oliti.
Per la prima volta vengono segnalate con que¬
st’occasione st'romatoliti algali nel Lias delle
Prealpi occidentali.
I reperti di Gozzano sono rari, purtuttavia si¬
gnificativi per le caratteristiche di giacitura, strut¬
tura e morfologia.
Questi particolari tipi di concrezioni algali,
prevalentemente dovuti a cianoficee, sono costi¬
tuiti da incrostazioni laminari sui frammenti di
coralli e resti di altri organismi ad impalcatura
calcarea.
II massimo spessore trovato è sui 2 mm, ma
la media si aggira sui 500 ju ; la lunghezza, che
mediamente raggiunge i 2,5 cm, ma può anche
raggiungere una decina di centimetri, può corri¬
spondere a quella dell’ intera periferia superiore
esterna di un’ impalcatura organica.
La maggior parte delle strutture è formata da
dense lamine ondulate e sovrapposte di spessore
medio di 50 a, separate da partiture pressoché
continue occupate da calcite spatica.
Intrappolati dalle lamine si reperiscono pochis¬
simi frammenti di roccia e qualche ostracode.
La prevalenza delle strutture è, utilizzando le
formule proposte da Logan et al. 1964, del tipo
LLH-S/LLH-C con emisferoidi di tipo SH-V.
Fenomeni di contrazione da essicamento, di
pressione per costipamento di materiale detritico
ai margini di tali microbiolititi, ed esigenze foto¬
tropiche da parte dei talli (probabilmente connesse
a seppellimento e aderenza di particelle detritiche
alla mucillagine aigaie) complicano notevolmente
tali strutture, determinando arricciamenti ed apo-
fisi contorte.
Le cavità interlamellari sono perloppiù « tra-
pezomorfe » (cf. D’Argenio 1966 a) e sono occu¬
pate solitamente da calcite spatica disposta sia in
mosaico subedrale, sia in cristalli a disposizione
radiassiale, specie nelle zone di maggior curvatura.
Ove si abbiano intensi pieghettamenti laminari,
esistono anche cavità poligonali, occupate solo da
calcite anaedrale, che sconfinano in zonule ove c’è
altra calcite che cementa però una siltite a con¬
dromi algali di dimensioni e taglia variabili. In tal
caso il riempimento dei vacui si verifica con due
generazioni cristalline, di cui la prima con piccoli
individui equigranulari subedrali e poco traspa¬
renti, e la seconda con individui medi e grandi e
piuttosto limpidi.
Secondo i dati attualistici, le partiture si for¬
mano* per distanziamento delle varie lamine stro-
matolitiche in seguito ad essicamento per esposi-
TAVOLA III n.t.
F]i'- 1- — Corallo lotharingiano del genere Thecosmilia in posizione di crescita su sedimento calcarenitico nella cava
Mentasti.
Fig. 2. Coralli lotharingiani del genere Thecosmilia in posizione di crescita (in alto) e loro frammenti in posizione
subprimaria giacenti col piano di accrescimento parallelo alla stratificazione.
Le cavità interne sono riempite da calcisiltite pigmentata di rosso e in arrangiamento geopetale.
Serie del colle.
Fig. 3. — Calcareniti e brecciole a grossi incaciasti in matrice calcisiltitica e argillitica rossa della cava minore (set¬
tore nord).
La struttura è gradata e di corrente. Agli intraclasti sono frequentemente associate strutture geopete dovute
a calcite spatica che occlude eventuali vani sommitali.
Fig. 4. Struttura di carico in calcarenite rossa tipo lumachella attorno ad un alloclasto calcareo già consolidato.
Domeriano della cava minore (settore sud).
Fig. 5. Due lati, di cui uno levigato, della stessa struttura di deformazione in calcareniti torbiditiehe gradate, con
fessuie i iempite di calcisiltite rossa finissima. L’occasionale allineamento delle fessure con la stratifica¬
zione si attua lungo tratti di lamine a grana più fine.
F ig. ti. Stratificazione incrociata in calcisiltiti del Domeriano del colle, con cavità prismatica riempita di calcite spa¬
tica adiacente ad una delle superfici di discordanza.
F4g- 7- Struttura tipo « scour and fili » sottoposta a grosso intraclasto e compresa in calcisiltiti gradate.
Particolari sulla distribuzione dei sedimenti nella sacca sono dati in fig. 29.
c in
6
LORIS MONTANARI
t»2
zione temporanea del feltro aigaie, e gli arriccia¬
menti si formano direttamente per lo stesso feno¬
meno di disidratazione. Di conseguenza le strut¬
ture che si reperiscono in siffatte incrostazioni al-
gali sono ritenute prova di emersione del fondale,
e tanto più sono complicate da irregolarità morfo¬
logiche e strutturali, tanto più il fenomeno del¬
l’esposizione è ritenuto frequente, e cioè indica¬
tivo di ambiente litorale.
Nel primo caso si sono contate non più di quat¬
tro lamine; nel secondo è presente una sola la¬
mina periferica, che può facilmente perdere gra¬
datamente la sua identità e passare ad un insieme
di condroidi algali più o meno reciprocamente
aderenti.
Fra le lamine eventualmente accoppiate si in¬
tercalano spazi trapezomorfi a micrite in grani
omogenei di 1-2 a e a calcisiltite condroidale, men-
Fig. 19. — Strutture stromatolitiche sulla superficie di un frammento coralligeno in posizione subprimaria e giacente
coll’asse di accrescimento parallelo al piano di stratificazione. Gli stromatoliti sono arricciati per essicanrento e per co¬
stipazione da parte di sedimento circostante. Nella porzione destra le impalcature sono sminuzzate in brandelli poli¬
gonali e in condroidi (cfr. fig. 26). Strutture algali affini sono reperibili anche sulla parete interna di una cavità in-
tercoralligena ; molto probabilmente si tratta in tal caso di alghe incrostanti depositatesi quando il corallo era ancora
in posizione di crescita.
Ingrandimento X 10. Stampa negativa.
Il reperimento di frammenti di Diplopore in¬
trappolati nelle arricciature di dissecamento stro-
matolitico dovrebbe indicare la vicinanza con aree
sublitorali ove tali alghe potessero svilupparsi.
Forme laminari simili a quelle degli stromato¬
liti summenzionati ma con minor numero di la¬
mine, semplificazione della morfologia ad emisfe-
roidi distanziati, e con minor numero di cavità a
calcite spatica, sono reperibili nella stessa sede, e
preferibilmente nei livelli più bassi.
Esse si sovrappongono a calcareniti con in¬
caciasti pellettoidali, oppure delimitano lenti con-
droidali e gli stessi intraclasti.
tre manca la calcite limpida tipica delle cavità in-
terlamellari delle stromatoliti dissecate.
E’ verosimile che queste forme rappresentino
le stromatoliti che non hanno avuto modo di svi¬
lupparsi ulteriormente in forma laminata, a causa
della frammentazione della incrostazione in con¬
droidi in un ambiente ancora subacqueo. (Tav. II
n.t., fig. 5).
Pseudostr ornata.
Le incrostazioni algali a struttura lamellare
mal distinta o piuttosto a tessuto vacuoloso o spu¬
gnoso, riunite da Wolf 1965 a sotto il termine di
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
« pseudostromata », si sono rinvenute perloppiù
sui terreni della cava minore.
Si tratta di incrostazioni su gusci di molluschi
o di brachiopodi, inizialmente secondo modalità
prossime a quelle degli stromatoliti, ma succes¬
sivamente modificantisi variamente nell’assetto.
(Tav. II n.t., figg. 6, 8).
L’organismo si presenta dapprima come una
torbida concrezione a granelli di 1-5 fi a sezione
ovoidale e lenticolare, concrezione che si adatta
alle asperità più minute dell’ospite; poi si diver¬
sifica in un reticolato di filamenti irregolari (ma
sempre con la stessa composizione a granellimi e
propaggini sinuose, dimodoché gli stadi più avan¬
zati assumono la forma di un inviluppo reticolare.
Queste forme inviluppano particelle di ogni
tipo roccioso e fossili di tipo vario.
Cavità poligonali e cavità trapezomorfe a cal¬
cite spatica anedrale sono inserite nell’ insieme e,
specie le seconde, sembrano aver la stessa ori¬
gine di quelle stromatolitiche, reperendosi fra
cripto-lamine d’ incrostazione.
L’associazione con altre strutture più evidenti
di ambiente intercotidale nella stessa roccia in cui
sono reperiti gli pseudostromata è favorevole al-
l’ interpretazione sull’origine di tali cavità per fe¬
nomeni di contrazione da dissecamento, analoga¬
mente a quanto si verifica per gli stromatoliti.
Ooliti algali.
Anche le poche ooliti reperibili nelle colonie a
condroidi debbono essere catalogate nelle strutture
organogene.
Queste ooliti si reperiscono nelle bande rosate
più o meno continue e negli intraclasti pellettoi-
dali sia di età Lotharingiano delle cave Mentasti
e alla base del colle, sia di età Domeriano delle
cave minori.
Si trovano in proporzione, rispetto ai condroidi,
di 1/60, e sono sostanzialmente ooliti superficiali.
L’ inviluppo corticale è costituito dallo stesso
materiale opaco delle stromatoliti e degli pseudo¬
stromata, e suddiviso in pellicole afanocristalline
intercalate a calcite chiara a struttura aciculare-
radiassiale.
In alcuni casi il nucleo è dato da condroidi al¬
gali più o meno sferici, in altri da un glomerulo
di calcite anaedrale di ricristallizzazione: in am¬
bedue le occasioni la struttura complessiva risulta
identica a quella delle ooliti algali di Wolf 1965 ;
in altri casi ancora il nucleo è costituito da un
foraminifero allo stadio giovanile o allo stato di
frammento.
Si è notato come le ooliti maggiori (diametro
sui 200 fi) e a pellicole multiple siano quelle con
nucleo di condroide aigaie o ricristallizzato, men¬
tre quelle di dimensioni minori (diametro sui
100 fi), oppure con una sola pellicola, siano quelle
a nucleo con foraminifero più integro o un fram¬
mentino alloclastico.
La loro associazione esclusivamente con mate¬
riali di origine vegetale e la identità della so¬
stanza delle pellicole con quella delle incrostazioni
algali, indicano che esse provengono dall’attività
di alghe incrostanti su nuclei molto minuti.
Fig. 20. — Ooliti algali associate a condroidi di fram¬
mentazione aigaie nell’ intervallo « di cava Mentasti. Solo
polarizzatore, X 150.
B) Strutture di deposizione meccanica.
In rocce come quelle di Gozzano depositatesi in
ambiente ad alta energia, tipiche di facies appena
subcotidali e soprattutto inter-sopracotidali, la de¬
posizione clastica prevale sia in assoluto che in
relativo ed interessa sedimenti di grana da fine
(pochi micron, come nelle calcisiltiti) a grossolana
e macroscopica, grani la cui genesi si è realizzata
in precedenza. La disposizione secondo leggi gra-
vitative ed idrauliche si attua sia esternamente,
sulla superficie libera superiore del sedimento
(cioè all’ interfacie), sia internamente, nelle ca¬
vità di origine varia all’ interno del sedimento.
I caratteri spaziali del tessuto petrografico
delle rocce Massiche di Gozzano permettono una
suddivisione delle strutture di deposizione mecca¬
nica almeno in due gruppi più importanti : uno
che riguarda le strutture con caratteri tali da in¬
dicarci l’orientamento del vettore gravità (geo-
pete) l’altro che riguarda le strutture dovute a
LORIS MONTANARI
04
correnti, e nel quale sono talvolta ripetuti più o
meno completamente motivi già rientrabili nel
primo.
1) Strutture geopete.
Le strutture deposizionali geopete che si sono
reperite a Gozzano sono sia di ordine macrosco¬
pico che di ordine microscopico.
a) Fra quelle di ordine macroscopico sono
anzitutto da menzionare: l’allineamento e la suc¬
cessione verticale di bande chiare a frammenti co-
ralligeni, di lenti rosse a maggior concentrazione
t ig. 21. Struttura g'eopeta di arenarie rosse d’ambiente
inter-supracotidale, insaccate in una fessura beante nei
calcari coralligeni del colle.
Fig. 22. Struttura geopeta di arenaria nella cava Men-
tasti. I banchi superiori (corrispondenti in spessore alle
dimensioni del martello) risultano incurvati verso il basso;
quelli inferiori risultano scollati (in corrispondenza della
terminazione dell’attrezzo) e divaricano diminuendo l’an¬
golo fra la loro stratificazione e l’asse longitudinale delle
fessure.
di componenti eruttivi e la disposizione lentico-
lare delle principali intercalazioni arenacee rosse,
che hanno permesso fin dall’ inizio di riconoscere
la stratificazione, elemento geopeto primigenio per
le rocce sedimentarie.
Ma la più interessante è certo quella di riem¬
pimento di certe cavità nelle cave e alla base del
colle (Fig. 21, 22).
Sul taglio verticale del fronte della cava mi¬
nore si possono' controllare diverse manifestazioni
di un interessante episodio deposizionale. La pa¬
rete è costituita da calcari intraclastici di color
rosa, riccamente maculati di bianco per calcite
spatica e di bruno-rossiccio per arenaria.
Qualcuna delle macule brune ha forma trian¬
golare e presenta festoni centimetrici dovuti chia¬
ramente a stratificazione gradata dell’arenaria.
Detti festoni risultano attualmente inarcati, cioè
con concavità rivolta in basso (Tav. I, n.t., fig. 1).
Dovendosi escludere qualsiasi pieghettatura
degli strati di roccia incassante, controllando come
la componente arenacea ripeta fedelmente le ca¬
ratteristiche delle intercalazioni psammitiche rosse
parallele agli strati calcarei e alle quali queste
macule sono collegate con propaggini filoniane,
la genesi degli inarcamenti con asse corrispon¬
dente airaltezza del vacuo triangolare non può es¬
sere altro che quella di un richiamo di sedimento
verso cavità imbutiformi che si aprono e s’allar¬
gano contemporaneamente, o appena il sedimento
stesso si è depositato e non è ancora ben cemen¬
tato.
Il richiamo in cavità via via allargantisi, non¬
ché la compattazione delle particelle sedimentarie
più basse sotto effetto del carico sovrastante, pro¬
ducono insaccamento e progressivo affondamento
dei sedimenti semisolidi e la disposizione della
sabbia non ancora cementata secondo angoli di
scarpa via via più ripidi sulle pareti della roccia
incassante; tutto ciò si riflette in una disposizione
a bande lenticolari o a festoni concavi coll’asse
della sella sulla verticale, disposizione consona ad
una struttura geopeta.
Il fatto di poter trovare oggi concavità rivolte
verso il basso, anziché verso l’alto, è solo in fun¬
zione della giacitura attuale del complesso roc¬
cioso in cui queste strutture sono inserite e dallo
orientamento della sezione che le mette in evi¬
denza.
Talvolta il sedimento arenaceo mostra veri e
propri divaricamenti incastratali con orientazione
diverse dei banchi o dei festoni al di qua e al
di là della zona di separazione (zona che però non
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
è vuota ma che è occupata da argillite rossa pol¬
verulenta di alterazione). Tale fenomeno è con
ogni probabilità dovuto ad allargamenti alla base
della cavità imbutiforme posteriori al riempi¬
mento e quando i sedimenti arenacei erano già
consolidati (fig. 22).
b) Fra le strutture geopete di deposizione
meccanica rilevabili solo al microscopio meritano
menzione quelle che si sviluppano in cavità in¬
terne, di cui sono presenti a Gozzano tre tipi prin¬
cipali :
1) quello determinato da fratturazioni disgiun¬
tive ;
2) quello determinato da dissoluzioni o da azioni
fisiche dovute a correnti ;
3) quello di natura organogena.
del colle, la struttura geopeta viene attuata tra¬
mite calcisiltite e si risolve in un’otturazione com¬
pleta del vano nelle parti terminali del condotto,
nonché con un graduale assottigliamento dello
spessore accumulato verso la stessa apertura
(Tav. I n.t., fig. 7).
2) Le cavità di dissoluzione ospitanti sedimenti a
struttura geopeta sono rilevabili in tutti gli
affioramenti di Gozzano, ma con maggior fre¬
quenza in quelli alla sommità del colle.
Per fenomeni di microcarsismo dovuto a solu¬
zioni circolanti desumibilmente iposaline, si for¬
mano in rocce micritiche e calcisiltitiche e, in
prossimità di fratture postdiagenetiche, cavità po¬
ligonali irregolarissime che occupano un’area da
pochi mm- a qualche cm2.
La maggioranza di esse è grossolanamente a
A
B
Fig. 23. — Origine della struttura geopeta delle arenarie rosse di ambiente inter-supracotidale in corrispondenza di
fessure del substrato.
A - fase iniziale di deposizione, con fessurazione incipiente del substrato;
B-C - fasi successive di deposizione e di insaccamento per progressivo allargamento e approfondimento della fessura;
l. mg. = livello raggiunto dalle mareggiate.
1) Le strutture geopete legate al primo tipo di
cavità sono le ripetizioni in scala ridotta di
quelle macroscopiche e si esprimono soprat¬
tutto con la gradazione del sedimento intruso
in fessure o in sacche intercomunicanti.
Esse sono reperibili in tutti gli affioramenti.
Nel caso che la frattura produca molti poliedri
della roccia incassante, una completa struttura¬
zione geopeta del sedimento intruso viene resa im¬
possibile e rimane solamente abbozzata in loculi
protetti.
Ove invece la frattura produca pochi poliedri,
le strutture geopete microscopiche ripetono motivi
più definiti, come ad esempio disposizione di sedi¬
mento in festoni concavi e gradazione nelle ve¬
nute di materiale detritico.
Nel caso di fessurazioni molto strette, poco o
mediamente inclinate come ad esempio quelle lungo
giunti di contrazione nelle mm-ritmiti domeriane
fondo piatto, del tutto simile a quelle denominate
« stromatactìs » da Wolf 1965 c.
Esempi abbastanza chiari si reperiscono nelle
zone dell’affioramento d alle spalle della casa co¬
lonica delle Missioni. Adiacenti a cavità riempite
da materiali in giacitura discordante rispetto alla
massa (« filoni sedimentari ») se ne rinvengono
altre allungate, con materiale calcisiltitico strati¬
ficato a lenti.
La massa che circonda tali cavità è costituita
da biomicrite calcarea con grani mediamente di
1 micron ; i vacui sono emarginati in basso da
sedimenti fini ed ancora detritici, che si accu¬
mulano in successione paragenetica Kn — Kn + 1
(cf. Sander B., 1936-51) in due fasi:
1) fase di riempimento con Kx in grani di media
0,8 micron;
2) fase ultima di riempimento, con K2 in parti-
celle di 1,5 micron.
fili
LORIS MONTANARI
Questi grani si dispongono secondo arrangia¬
menti geopetali e in accordo coi loro massimi an¬
goli di riposo che possono differire anche di una
decina di gradi.
Le cavità originarie erano costituite da alli¬
neamenti di sacche erosive strato-parallele, come
si nota dalle strutture di corrente tipo scout and
fili al di sotto dei riempimenti meccanici, e sono
cedono l’accumulo geopeto di Ki e K2 rappresenta
una struttura belteroporica, cioè quella che, in ac¬
cordo con Sander B., op. cit., dà l’orientamento
della maggior permeabilità, ed è nel nostro caso
allineata secondo la stratificazione globale del
complesso micritico.
Però, oltre alle cavità strato-parallele se ne re¬
periscono altre minori ad andamento diverso, ma
Fig. 24. — Biomicriti e calcisiltiti domeriane del colle interessate a processi
di diversa origine: a) processi di dissoluzione interna che hanno portato alla
formazione di cavità microcarsiche, riempite poi in due fasi da calcisiltite
secondo leggi paragenetiche dell’ ingrossamento di depositi interni successivi ;
ò) processi di fessurazione meccanica con riempimento passivo di biocalcare-
nite dilavata in una prima fase (filone sedimentario chiaro, principale) e di
calcarenite a matrice argillitica in una seconda fase (filone sedimentario scuro
sul margine sinistro). La stratificazione della biomierite è circa sulla diago¬
nale NW-SE della foto. Si nota una delle cavità microcarsiche allungata se¬
condo la stratificazione ed un’altra minore che però è pressoché parallela al fi¬
lone sedimentario principale; in quest’ultima cavità carsica si trova un depo¬
sito meccanico interno assettato secondo il proprio angolo massimo di riposo
e indicante una componente di provenienza da destra a sinistra.
Ingrandimento X 6.
state ampliate nella zona superiore da microcar¬
sismo, come si deduce dalla morfologia dendritica
delle pareti sommitali.
Detto microcarsismo è probabilmente in con¬
nessione con la maggior permeabilità che si attua
al limite fra le strutture di corrente summenzio¬
nate e la biomierite sovrastante a grana più omo¬
genea, depositatasi più tranquillamente; la disso¬
luzione, che praticamente è parasedimentaria, è
presumibilmente legata alla diversità di progres¬
sione diagenetica fra i sedimenti all’ interfacie.
In sostanza l’ insieme delle strutture che pre¬
sempre con fondo piatto', che debbono ovviamente
essere messe in relazione ad altri processi.
Le ipotesi più probabili sono per ora due:
a) nel caso di fessure parallele a quelle
più recenti e riempite in maniera filoniana dal-
l’esterno, si può postulare un’origine da fessura¬
zione incipiente e complementare di quella mag¬
giore in cui si sono impostati i riempimenti ;
b) nel caso di fessure oblique sia rispetto
alla stratificazione che rispetto ai filoni sedimen¬
tari, si può postulare un’origine da contrazioni
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
per essicamento, come succede per alcuni tipi
degli stromatactis di Wolf op. cit.
Ambedue le ipotesi sono plausibili, sia per la
notevole frequenza della fratturazione che per il
fatto di interessare sedimenti intraclastici molto
ricchi di ampie plaghe a calcite spatica, facili in
sedimenti di ambiente intercotidale, cioè con fan¬
ghi intermittentemente all’asciutto.
Strutture geopete molto affini a quelle sud¬
dette, ma legate a cavità più discontinue sono re¬
peribili in rocce domeriane, ma meno accollate
alle eventuali fratture con filoni (Tav. IV n.t.,
fig. 2).
Si tratta di riempimenti di cavità in micrite
di grani di 1 micron, con sedimenti detritici in
successione paragenetica di K, a grani di 0,5 mi¬
cron e K2 in grani da 0,75 a 1,25 micron. Il riem¬
pimento con calcite limpida di deposito chimico
alla sommità della struttura belteroporica garan¬
tisce come la successione del deposito meccanico
sia avvenuta su piano normale al vettore gravità,
e cioè come in definitiva si tratti di una strut¬
tura geopeta. In questo caso mancano però le
strutture di corrente trovate nei casi precedente-
mente visti ; il fatto è verosimilmente legato alla
mancanza di comunicazioni dirette fra le cavità e
le fratture contigue di riempimento filoniano.
La dissoluzione si orienta preferenzialmente al
limite fra bande a diversa granulometria, all’ in-
terfacie superiore del sedimento più basso.
Al di sopra di sacche dovute ad erosione d’ in-
terfacie e grazie alla protezione di frammenti
scheletrici di discrete dimensioni, si possono ri¬
trovare plaghe microscopiche a calcisiltite in ar¬
rangiamento geopetale e in successione parage¬
netica. (Tav. IV n.t., fig. 3).
Casi del genere sono reperibili ad esempio nei
livelli lotharingiani, ove frammenti di coralli so¬
vrastano cavità erosive in micrite, nelle quali ul¬
time il sedimento detritico in grani di 0,8-1, 5 mi¬
cron viene sepolto da altro con particelle di 2-2,5
micron.
In questo caso il riempimento della cavità è
stato totale e non ha lasciato vacui che la calcite
di deposito chimico potesse obliterare.
Il controllo sull’orientamento del vettore gra-
vitativo viene allora fatto non più sulla struttura
in esame, ma su strutture vicine; nell’esempio
illustrato in Tav. IV detto controllo è stato fatto
su cavità comprese nella bioclastite che sovrasta
con contatto erosivo il complesso micritico ospi¬
tante il litoclasto coralligeno.
07
3) Microstrutture geopete di deposito meccanico
e sviluppate in cavità interne di natura orga¬
nogena sono reperibili nella porzione a coralli
del Lotharingiano. Tanto le madrepore ancora
in posizione di crescita, quanto i loro fram¬
menti scalzati presentano varie cavità all’ in¬
terno della colonia, dovute al fatto che non
tutti i singoli coralli crescono accollati stret¬
tamente l’uno all’altro, ma si raggruppano in
cespi singoli che si sviluppano indipendenti e
che si divaricano reciprocamente.
In questi vani, azioni erosive di alghe carianti
o di correnti, o forse anche di acque circolanti,
iposaline, asportano frammenti minuti di schele¬
tro, che vengono depositati al fondo della cavità.
(Tav. IV n.t., fig. 4).
La sedimentazione nonnaie contribuisce ovvia¬
mente al riempimento di queste cavità, dimodoché
in dette si trovano associati i due tipi di deposito.
Le strutture geopete di un tal complesso sedi¬
mentario si rivelano nella gradazione e nella geo¬
metria : quelle rivelate con la gradazione sono date
dall’alternanza dei sedimenti di un dato tipo con
quelli di un altro, alternanza che non rivela cause
ritmiche ma solo intermittenze casuali ; quelle ri¬
velate con la geometria del sedimento sono date
dalla forma delle successive bande di deposito,
globalmente concave.
In ogni tipo di sedimento interno la distribu¬
zione granulometrica avviene ancora secondo mo¬
dalità che esprimono il senso del vettore gravità,
e cioè con una localizzazione dei grani maggiori
sulla periferia del truogolo determinato dalla con¬
cavità del vano, e di quelli minori al centro: in¬
fatti in sezioni equatoriali di coralli in posizione
di crescita che taglino la cavità a metà della sua
altezza, si nota la prevalenza di grani più grosso¬
lani ai margini e di quelli più fini in mezzo.
In alcuni frammenti di madrepore giacenti col¬
l’asse d’accrescimento in posizione parallela alla
stratificazione, il deposito meccanico interno ha
ancora un arrangiamento geopetale a polarità ver¬
ticale: ciò dovrebbe indicare che i vari grani si
sono adattati alla giacitura del frammento coral¬
ligeno dopo il suo definitivo assetto nel sedimento
inglobante e, di conseguenza, che non erano an¬
cora intervenute azioni diagenetiche cementanti,
(fig. 25).
2) Strutture da corrente.
Accanto agli episodi di sedimentazione con ar¬
rangiamento geopetale, si reperiscono, e specie nei
terreni domeriani del colle, diverse strutture da
corrente. Modalità svariate interferiscono recipro-
(»S
LORIS MONTANARI
esimente dando effetti combinati, dimodoché anche
in un singolo campione è possibile reperire mani¬
festazioni plurime derivanti dalla stessa causa che
è la corrente.
Un episodio abbastanza frequente è quello del-
T erosione d’ interfacie che si esplica in modo più
o meno accentuato.
A volte il risultato è apprezzabile solo alla
scala microscopica, a volte invece risulta diagno¬
sticabile anche alla sola osservazione di campagna.
Un esempio macroscopico è dato dalla lamina¬
zione obliqua visibile nei terreni alle spalle della
sodio con una copertura ad interface netta e a
forma convessa. (Tav. Ili n.t., fig. 7).
La presenza di intraclasti grossolani mal am¬
mantati da questi grani, e la globale gradazione
inversa nella laminazione calcisiltitica e calcare-
nitica, indicano che l’ambiente era di mare molto
sottile e prossimo a fondali emersi.
C) Origine della calcisiltite.
Nello schema di nomenclatura adotato nel pre¬
sente lavoro (cfr. tabella 1) si fa una distinzione,
per quanto riguarda le particelle fini, fra mate-
Fig. 25. — Frammento coralligeno giacente coll’asse di accrescimento parallelo alla stratificazione. Le cavità sono tap¬
pezzate da mosaico di cristalli euedrali a drusa ed occupate parzialmente da calcisiltite in arrangiamento geopetale.
Ingrandimento x 6.
casa colonica (affioramento d), che mostra dispo¬
sizione dei sedimenti arenacei e calcisiltitici a
foresed-bed associata ad intraclasti, e a vacuolo-
sità ad « occhio d’ uccello » riempite da calcite
spatica.
Ogni letto taglia obliquamente i precedenti
lungo superfici erosive indubbiamente dovute a
corrente.
I suddetti episodi a foreset-bed con erosione
d’ interfacie hanno dei precedenti a scala micro¬
scopica espressi da lamine calcisiltitiche che ne
troncano altre con angolo nettissimo, e che a loro
volta vengono troncate da lamine parallele a quelle
sottostanti, la cui struttura a fiamma sulla base
indica persistenza di correnti — seppure a carat¬
teristiche differenti — . (Tav. IV n.t., fig. 5).
Un’altra struttura espressa dalla capacità delle
correnti è quella tipo scout & fili nelle rocce del¬
l’affioramento più alto del colle. Ivi è possibile
osservare come grani calcisiltitici e arenacei si
siano deposti seguendo la traccia di cavità sca¬
vate dalla corrente e abbiano poi concluso l’epi-
riali depositati meccanicamente e materiali di pre¬
cipitazione chimica.
Grani interpretati di origine chimica sono
quelli da 3-4 /< in giù che presentano' una discreta
omogeneità strutturale, cromatica e di contorno e
che insieme formano una matrice opaca e uni¬
forme.
Grani interpretati di genesi detritica sono
quelli da frazioni di micron in su, ma a diverso
contorno, diverso colore, diversa densità e, per ciò
che riguarda quelli la cui struttura è diagnosti-
cabile, di diversa origine, e i quali tutti formano
una matrice poco uniforme e a bande di diversa
densità.
Per le rocce Massiche di Gozzano è stata inve¬
stigata la genesi della calcisiltite di matrice e si
sono trovate tre cause:
a) da frammentazione plurima di alghe;
b) da triturazione di impalcature organo¬
gene;
c) da erosione di rocce e di impalcature or¬
ganogene.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
In ogni caso si tratta di una rimozione di par¬
ticelle e del loro successivo deposito, e quindi alla
fine di un fatto d’ordine meccanico, che giustifica
la posizione di questo paragrafo nel capitolo sulle
strutture di deposizione meccanica.
A) Il caso, della derivazione da alghe è ben
rilevabile in certe aree degli stromatoliti illustrati
in fig. 19 e degli intraclasti condroidali di Tav. II
n.t., fig. 5.
Un ingrandimento della prima figura mostra
come il tessuto d’ incrostazione aigaie di una sin¬
gola lamina venga diradato con intensità crescente
dalla base alla periferia (fig. 26).
Nelle parti più interne il fatto si riduce ad
una diminuzione di densità delle particelle compo¬
nenti il tessuto (una calcite opaca in masserelle
irresolubili ad un normale microscopio da petro¬
grafia), in quelle centrali ad una lacerazione in
corpuscoli condroidali, in quelle esterne ad una
rimozione totale degli stessi.
Questi corpuscoli si presentano in tre classi:
— una prima, a grani da 1 a 70 micron, di forma
irregolarissima e variabilissima;
— una seconda a grani condroidali di 100-200 mi¬
cron ;
— una terza a corpi di dimensioni maggiori e di
forma botroidale o poligonale.
Sono i grani della prima a disperdersi più fa¬
cilmente e a lasciar posto agli altri, i quali ven¬
gono così a trovarsi occasionalmente isolati e a
costituire plaghe pellettoidali o a botroidi.
Quelli più minuti costituiscono allora la ma¬
trice in cui si troveranno immersi i frammenti
clastici maggiori della roccia.
B) Nelle lumachelle delle intercalazioni are¬
nacee rosse di Gozzano il tritume di tante parti
scheletriche si presenta secondo determinate classi
granulometriche già analizzate nel capitolo pre¬
cedente.
Ci sarebbe però da aggiungere un’altra classe,
quella dei frammenti di qualche decina di micron,
di uguale origine.
Di questi frammenti minuscoli, la maggior
parte è stata ricristallizzata e fa ormai parte del
fondo calcitico-spatico nelle aree libere da clasti
grandi e da pelite terrigena; una minima parte
è invece rimasta inglobata nella argillite ossidata,
ed essendo stata risparmiata dal neomorfismo, ri¬
vela la sua origine: si tratta infatti di frammenti
poligonali di echinodermi e di molluschi minera¬
logicamente identici a quelli maggiori costituenti
lo scheletro delle arenarie.
li!»
Se non fossero intervenuti i processi di ricri¬
stallizzazione o l’arrivo di composti terrigeni, tali
grani di struttura rigida frantumata avrebbero
fatto parte di una matrice detritica (calcisiltite).
Nelle lumachelle dell’orizzonte a molluschi e
brachiopodi sul versante SE del colle si vede, nel
mezzo della struttura geopeta determinata dai
gusci, dal loro deposito interno calcisiltitico e in¬
fine dalla calcite spatica occludente i vacui som¬
mitali, come il fine elemento detritico mediano
abbia grani costituiti da frammenti di conchiglie,
di dimensioni di qualche decina di micron.
Dunque, anche in tal caso una parte della cal¬
cisiltite (in questa occasione non più di matrice,
ma di riempimento) è derivata da frammentazione
di strutture organiche.
Fig. 26. — Particolare della fig. 19. Sul margine di un
frammento coralligeno in giacitura subprimaria si è svi¬
luppata una struttura stromatolitica, la quale però risulta
frammentata in corpuscoli poligonali, in condroidi e in
elementi amorfi di pochissimi micron. Questi corpi detri¬
tici algali, una volta allontanati dal luogo di origine, di¬
spersi ed intrusi negli spazi intergranulari della roccia
circostante, costituiscono una notevole percentuale della
matrice ealcisiltitica.
Foto al solo polarizzatore.
70
LORIS MONTANARI
L’accatastamento delle conchiglie, che nono¬
stante le plaghe di calcite spatica è ancora evi¬
dente, fa pensare che la frammentazione sia do¬
vuta non solamente a fenomeni abrasivi da parte
della roccia del fondale, ma anche ad urti fra
guscio e guscio.
C) Il caso della calcisiltite derivata da ero¬
sione fisica o chimica di strutture organiche, fa
da transizione a quelli precedenti dovuti a tritu¬
razione per urto e peso.
Nelle rocce Massiche bioaccumulate di Gozzano,
a frammenti notevolmente sviluppati (come co¬
ralli, grosse conchiglie) che sono reciprocamente
abbastanza distanziati e il cui comportamento
idraulico è pertanto diverso da quello dei grani
minori o di quelli ammassati, la frantumazione
in elementi più minuti non è data dal reciproco
sfregamento o dal sovraccarico, bensì dall’azione
abrasiva delle particelle minori — soprattutto dei
litoclasti — e della concomitante corrosione di
fluidi circolanti.
Nelle cavità intercoralligene è possibile distin¬
guere il sedimento interno costituito di frammenti
della stessa sostanza paretale ; la struttura rigida
della colonia risulta incavata in varia guisa, e le
cavità minori hanno lo stesso riempimento di
quella centrale.
Non c’è dubbio che la maggior percentuale di
sedimento interno sia data appunto da materiale
asportato dalle pareti, o causa precedente azione
chimica, biochimica (alghe carianti, bacteri), o per
abrasione delle particelle più dure (frammentini
di porfido e di idrossidi) sospese nell’acqua.
In tutte le rocce Massiche di Gozzano una per¬
centuale di calcisiltite deriva dalle rocce carbona-
tiche già consolidate: i grani in tal caso sono da
classificare fra gli alloclasti. Ciò è facile lungo le
fascie di transizione fra un tipo calcareo e l’altro
e specie quando fra i due intercorre qualche la¬
cuna stratigrafica più o meno ampia. Ogni volta
che si verifica un episodio trasgressivo (fatto che
a scala microscopica si può rilevare fin dalle
più basse assise lotharingiane, come esposto in
fig. 14) il sedimento superiore eredita dal sotto¬
stante frammenti calcarei di dimensioni variabili,
fra i quali ci sono quelli di pochi micron che ven¬
gono a costituire una parte della matrice come
elementi calcisiltitici.
D) Cementazione
La deposizione chimica delle rocce di Gozzano
si esprime in più fasi, di cui una sola, quella che
porta alla produzione di particelle micritiche, è
strettamente singenetica, primaria, non si esplica
in strutture particolari ma solo in un accumulo
di matrice omogenea; le altre invece sono post-
deposizionali e portano a risultati identificabili
con delle strutture peculiari.
I termini della cementazione nelle rocce Mas¬
siche in esame sono di caratteristiche tali da po¬
terla differenziare in due categorie : cementazione
esterna e cementazione interna.
La cementazione esterna è quella che si attua
su superfici libere e non racchiuse in cavità.
Nelle rocce di Gozzano sono stati individuati
due tipi di superfici libere :
a) quello di superfici esposte a condizioni
subaeree;
b) quello delle superfici dei grani.
II caso delle superfici subaeree pare realizzarsi
nei grossi clasti stratificati inclusi dell’ intervallo
b di cava Montasti.
In corrispondenza della zona di separazione
fra due piccoli cicli sedimentari si reperisce una
fascia larga da 4 a 7 mm con calcite spatica in
cristalli subedrali, racchiudente residui intraela-
stici e alloclastici più o meno ossidati.
La posizione di questa fascia calcifica a cavallo
fra due fasi di sedimentazione distinte, di cui la
inferiore a chiusura regressiva e la superiore in
posizione trasgressiva, nonché la presenza di corpi
clastici piuttosto alterati, sembrano' provare che
essa si sia formata in condizioni subaeree e che
includa residui di una crosta calcifica ossidata
che la velocità della trasgressione non ha fatto
in tempo a disgregare totalmente.
L’altro tipo di cemento su superfici libere è
quello inter granular e reperibile attorno ai clasti
di sedimenti ad interfacie nettamente definite.
Nella parte basale della, serie di cava Mentasti,
e precisamente sui granuli organogeni alla base
di un piccolo ciclo sedimentario, si rinviene una
serie di aureole di calcite fibrosa che si protende
ad invadere aree poligonali intergranulari piutto¬
sto vaste.
Tale calcite fibrosa si presenta con due gene¬
razioni di aciculi radiassiali : la prima è costi¬
tuita da una frangia sottilissima e opaca; la se¬
conda, da un’altra frangia spessa almeno il triplo
e con calcite perfettamente limpida, (fig. 27).
E’ possibile che la genesi della calcite fibrosa
sia in relazione con intermittenti squilibri fra fasi
mineralogiche metastabili preesistenti e i fluidi
circolanti durante la diagenesi, come postulato
per strutture analoghe da Massari 1968.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
71
Il fatto che tale fibrosità si riscontri solo in
una stretta zona limitata in basso dall’ interfacie
fra due sedimenti di diversa granulometria, cioè
nel nostro caso in prossimità del limite fra le
brecciole e le intraspariti più minute, lascia pen¬
sare che tali squilibri siano in relazione a tensioni
superficiali dei granuli immersi nell’acqua ma¬
rina e scambi fra grani e liquido interstiziale.
Fenomeni analoghi si reperiscono anche in ter¬
reni domeriani di facies un poco diversa.
Nelle calcisiltiti a laminazione obliqua del ver¬
sante sud del colle, alcuni intraclasti calcisiltitici
prossimi a superfici di discordanza erosiva risul¬
tano ammantellati da una fasciola di calcite fi¬
brosa, che è di prima generazione rispetto a cal¬
cite spatica adiacente (fig. 28).
La cementazione interna è quella attuantesi
entro vani che possono o meno essere isolati dal¬
l’esterno.
A Gozzano se ne riscontrano tre tipi :
a) quella intralaminare ;
b) quella di cavità;
c ) quella di frattura.
Il cemento intralaminare si ritrova in corri¬
spondenza di superfici di discontinuità struttu¬
rale, ed è contemporaneamente di tipo beltero-
porico.
Le occasioni più frequenti di deposizione si at¬
tuano nelle rocce domeriane del colle, all’ interno
di strutture tipo « scour & fili » e di superfici
erosive.
Nel primo caso il cemento è subedrale ed equi-
dimensionale, negli altri casi è fibroso aciculare.
E’ probabile che la differenza di struttura cri¬
stallina sia in relazione alla minor o maggior pre¬
cocità diagenetica: attualmente in aree localizzate
e di ambiente intercotidale avviene una cementa¬
zione precoce aragonitica (Ball 1967) connessa
con la possibilità che il fondale possa rimanere
immobile per un certo tempo grazie ad organismi
stabilizzanti (ad esempio alghe) ; in una fase dia¬
genetica successiva si può poi realizzare l’ inver¬
sione in calcite senza disturbare l’abito dei cri¬
stalli aragonitici.
Un caso peculiare di cemento interlaminare è
quello dei partimenti interlamellari negli stroma-
toliti. Sia negli stromatoliti ad emisferoidi più o
meno arricciati per essicamento che in quelli ap¬
piattiti, gli intervalli interlamellari presentano
calcite fibrosa radiassiale; è probabile che la ge¬
nesi sia legata a fenomeni di inversione di ara-
gonite in calcite per sostituzione paramorfa me¬
diante soluzione-rideposizione in piccola scala,
fatti che si possono verificare sia in seguito a sta-
Fig. 27. — Ingrandimento di parte della fig. 14, nella zona
di separazione fra due cicli sedimentari nelle calcareniti
spatiche dell’ intervallo a di cava Mentasti. Calcareniti
biosparitiche con Involutiva liasica e a carattere bimo¬
dale chiudono un ciclo; biointrasparruditi a frammenti
di echinodermi ne aprono un altro, si pongono in contatto
erosivo sul precedente e lasciano vuoti per incompleto co¬
stipamento. Sono presenti frammenti e concrezioni di idros-
sidi di Fe (in nero).
Nella parte disegnata sono lasciate in bianco le due ge¬
nerazioni di sparite fibrosa intergranulare : una prima, sui
clasti maggiori, molto ristretta, e una seconda, di contorno,
più abbondante. A rombi minuti è indicata un’ultima
generazione di cemento, che però è a cristalli spatici lim¬
pidi e subedrali.
LORIS MONTANARI
bilizzazione del basso fondale per un certo periodo
di tempo, secondo le risultante di Ball op. cit.,
sia perchè il tappeto aigaie modifica notevolmente
le caratteristiche dell’acqua marina interstiziale
favorendo la mobilità ionica (Logan 1961).
Il cemento di cavità è il più diffuso a Gozzano;
se ne potrebbero illustrare decine di esempi, ma
bastano quelli nelle figure già presentate.
Si tratta di cementi perloppiù a carattere bel-
teroporico oppure di drusa, in un caso a cristalli
interno (Tav. II n.t., fig. 3), sono saldate in due
riprese da cemento in cristalli euedrali. Dapprima
si ha una generazione di cristalli a drusa spessa
300 micron, indi una seconda generazione analoga,
ma di un terzo di spessore, che è coeva dei pochi
cristalli subedrali di ricristallizzazione immersi
nella calcisiltite interna e fatti a spese della me¬
desima.
Le due generazioni sono ben delimitate da una
linea stilolitica che segue il margine esterno della
prima.
Fig. 28. — Generazioni di calcisiltiti gradate in reciproco contatto erosivo, e
separate da intraclasti calcisiltitici, vacuoli vari e cementazione belteroporica ba¬
sale. L’ intraclasto più chiaro ha una fasciola sonimitale di calcite fibrosa (di¬
segnata a piccoli romboedri) sconfinante in aree cementate da calcite spatica
in cristalli subedrali (rigato) di più generazioni.
Domeriano del colle. Ingrandimento X 5.
subedrali e solo raramente euedrali, facenti parte
di una struttura geopeta, nell’altro a cristalli fran¬
camente euedrali.
I cementi di cavità con cristalli subedrali pos¬
sono essere di più generazioni: allora quelli del¬
l’ultima hanno cristalli più limpidi e più ampi.
I cementi di cavità con cristalli euedrali si ri¬
scontrano* adiacenti a pareti interne drusificate
con uguali abiti cristallini.
II cemento di fratture si esplica nelle rocce
liassiche di Gozzano con modalità comuni a quello
di cavità e a quello esterno.
Molte fratture nei calcari lotharingiani orien¬
tate secondo piani perloppiù in posizione ac ri¬
spetto alla stratificazione e provviste di sedimento
Casi di cemento di frattura con una sola gene¬
razione sono piuttosto rari; se ne è trovata una
traccia in fessure adiacenti alle lingue condroidali-
oolitiche del Lotharingiano e in giunti di contra¬
zione del Domeriano.
In ogni occasione il cemento è a cristalli su¬
bedrali equidimensionali, ben limpido e senza po¬
rosità.
E) Ricristallizzazione.
I processi d’accrescimento cristallino che obli¬
terano più o meno sensibilmente i tessuti originari
sono diffusi nelle rocce di Gozzano, ma fortuna¬
tamente non sono molto accentuati.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
Oltre ai casi già visti di presumibile inversione
di aciculi aragonitici in omologhi aciculi calcitici,
la ricristallizzazione interessa quattro tipi di se¬
dimento:
1) sedimento interno di frattura; 2) sedimento
interno di cavità organogene ; 3) matrice generale ;
4) calcisiltite da tritume di impalcature.
1) Entro alcune fratture di contrazione paral¬
lele alla stratificazione è possibile reperire un se¬
dimento calcisiltitico interno dovuto a microcar¬
sismo e in arrangiamento geopetale.
Su tale sedimento, che parzialmente occupa il
vano, agisce una ricristallizzazione che lo tra¬
sforma in un mosaico microsparitico a grani irre¬
golari di qualche micron (Tav. IV n.t., fig. 6).
Lo stesso fenomeno si può riscontrare in altre
fratture di contrazione, discordanti con la strati¬
ficazione e partenti da superfici erosive parzial¬
mente ricristallizzate.
Il processo di ricristallizzazione sviluppato in
tal maniera corrisponde ad uno dei casi di « coa-
lescive neomorphism » di Folk 1965.
Entro fratture con pareti tappezzate di mo¬
saico anedrale, la calcisiltite interna viene trasfor¬
mata in una massa a struttura porfiroide (« por-
73
phyroid neomorphism ») con cristalli subedrali
coevi di quelli euedrali delle pareti.
2) Il sedimento interno colmante cavità orga¬
nogene viene ricristallizzato facilmente in un mo¬
saico in cui fra cristallini più o meno subedrali di
pochissimi micron si sviluppano cristalli euedrali
e subedrali coevi di quelli analoghi che tappez¬
zano le pareti (fig. 31).
3) La modificazione strutturale con forma¬
zione di cristalli maggiori interessa anche le ma¬
trici libere e si risolve in un neomorfismo di coa¬
lescenza più o meno incompleto.
Nelle rocce lotharingiane e della cava minore
tale fenomeno interessa la matrice in maniera
meno accentuata che non in quelle domeriane del
colle, nelle quali il rapporto calcisiltite-micrite è
più alto. Pertanto è difficile trovare nelle rocce
delle cave e della base del colle una matrice ri¬
cristallizzata a plaghe così espanse come si può in¬
vece trovare alla sommità della collina. Questo è
probabilmente dovuto alla maggior percentuale di
vuoti interstiziali che si ha nella matrice calcisil-
titica, e quindi alla maggior possibilità nella cir¬
colazione dei liquidi e nelle azioni di soluzione-de¬
posizione.
Fig. 29. — Struttura tipo « scour and fili » nelle ealeisiltiti del Domeriano del
colle (dettaglio della fig. 7 in tav. III). Lenti di cemento belteroporico (rigato)
si interpongono alle passate successive di calcisiltite e calcarenite in gradazione
inversa. La parte superiore della struttura è notevolmente spatizzata (cemento
lasciato in bianco).
74
LORIS MONTANARI
Un esempio di ricristallizzazione con forma¬
zione di un mosaico microsparitico da calcisiltite
si trova alla base di strati a laminazione obliqua
giacenti in contatto erosivo su strati sottostanti
(fig. 30). Al di sopra della banda a cemento spa¬
trio subedrale in corrispondenza dell’ interfacie
fra due strati a laminazione differente, si può re¬
perire una sottile striscia di microsparite poco
trasparente che gradualmente sfuma nei grani di
calcisiltite dei livelli a stratificazione obliqua. Tale
microsparite è identica a quella entro le fessure
di contrazione che tagliano gli strati.
Il collegamento e l’identità col mosaico della
frattura discordante contigua sembrano indicare
che il microspar alla base delle lamine oblique è
di origine neomorfica.
Ricristallizzazione analoga si trova entro ca¬
vità in strati finemente calcisiltitici sovrastanti.
Dette cavità mostrano una struttura geopeta con
Fig. 30. — Particolare delle lamine intraclastiche a mi¬
crodelta del Domeriano del colle. Cemento belteroporico
( rigato) occupa l’area del contatto erosivo fra lamine di¬
scordanti. Calcite ricristallizzata (a tratteggio) si trova
al di sopra di quello chimico, sia adiacente al contatto
erosivo, che sopra il cemento spatico di intraclasti.
Ingrandimento x 5.
calcisiltite in basso e cemento spatico in alto; al
limite superiore con la calcisiltite si trova un in¬
tervallo a mosaico di cristalli di pochi micron, che
fa graduale passaggio ai grani di matrice.
Fig. 31. — Neomorfismo porfiroide di un sedimento in¬
terno in cavità organogena drusificata, spinto fino alla
formazione di cristalli euedrali.
Lotharingiano del colle. Ingrandimento al solo polarizza¬
tore, X 150.
4) Nelle intercalazioni argillitico-arenacee os¬
sidate della seconda facies (quella delle arenarie
pelitiche rosse), il fenomeno della ricristallizza¬
zione prende le particelle più fini di scheletro ani¬
male che non siano state inglobate dalla pelite ter¬
rigena.
I vari frammenti di molluschi e di echinodermi
(anzi quasi totalmente di questi ultimi) sono par¬
zialmente collegati da un mosaico spatico non
molto trasparente, a cristalli anedrali di diverse
decine di micron e contornati da un velo di li-
monite.
Traccia dell’originario frammento scheletrico
che fece da centro d’espansione può trovarsi an¬
cora nel mezzo del cristallo e consiste in una mi¬
nuscola plaga di calcite più opaca e punteggiata
di scuro.
F) Strutture di deformazione.
Dal punto di vista della reazione alle sollecita¬
zioni meccaniche, le rocce liassiche di Gozzano
sono potenzialmente di due tipi : rigido e semipla¬
stico.
Quelle delle cave e della base del colle sono es¬
senzialmente rigide ; ciò dipende dalla loro impal¬
catura organogeno-porfirica e dalla alta percen¬
tuale di cemento spatico.
Le deformazioni più ampie si riscontrano nelle
cave minori, ove la roccia appare piegata con un
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
raggio di curvatura di parecchie decine di metri
e con variazioni di valori di pendenza sui 10° fra
estremi di un arco lungo una trentina di metri.
Variazioni maggiori di giacitura si risolvono
rigidamente in fratture.
Le intercalazioni arenaceo-argillitiche (seconda
facies) dovrebbero, in potenza, essere abbastanza
plastiche per via della matrice pelitico-terrigena.
Il reperimento di loro strati piegati con piccolo
raggio di curvatura sia alla cava Mentasti che
alla base del colle non dà però sufficienti indica¬
zioni sul loro grado di effettiva plasticità post-
deposizionale, perchè la piega non dipende da rea¬
zione a sforzi tangenziali, bensì da insaccamento
in corrispondenza di fessure via via allargantesi
durante le prime fasi diagenetiche dell’arenaria
stessa.
In pacchetti di strati a più alta percentuale di
elementi scheletrici rigidi e a diagenesi più avan¬
zata, il crollo del supporto basale a causa dell’am¬
pliamento della fessura che li ospita non viene sop¬
portato con una loro deformazione plastica, bensì
viene subito totalmente e porta ad una frattura¬
zione e ad un crollo anche dei pacchetti stessi.
Sempre contemporanee alle fasi diagenetiche
sono le deformazioni da carico che si possono ri¬
scontrare nelle medesime intercalazioni arenaceo-
pelitiche. Esempi a piccola e media scala si reperi¬
scono specialmente nella cava minore, ove il com¬
plesso di fessure ospitanti l’arenaria raggiunge il
massimo di complicazione e di ampiezza ; tali
esempi sono dati soprattutto dai blocchi di roc¬
cia incassante crollati dalle pareti e affondati nella
psammite ressa o da alloclasti di medie dimen¬
sioni che vengono intrappolati nella sabbia ancora
molto imbibita. Quando il sedimento clastico viene
sovraccaricato, questi blocchetti diventano centri
di resistenza; conseguentemente i vari strati su¬
periori si induriscono e si assottigliano — per di¬
sidratazione e compattazione — adattandosi alla
loro forma, quelli inferiori a loro volta subiscono
la pressione localizzata e vengono anch’essi model¬
lati secondo la forma dei clasti. (Tav. Ili n.t.,
fig. 4).
Le rocce domeriane del colle sono invece po¬
tenzialmente semiplastiche per via della minuta
grana dei frammenti calcisiltitici di cui sono com¬
poste e della piccola percentuale di impalcatura
spatica.
Oggi compaiono in una monoclinale, quindi il
loro dislocamento pare avvenuto senza pieghetta-
menti a grande scala.
L’unica struttura di deformazione è stata re¬
perita al di sopra delle mm-ritmiti del versante
meridionale. Si tratta di una piccola piega posi¬
tiva di 6-7 cm di ampiezza e a simmetria mono-
dina. Essa interessa solo la parte centrale del
campione di Tav. Ili n.t., fig. 5, risulta scollata,
si raccorda superiormente con strutture non de¬
formate ed è interessata a fratture trasversali
riempite di sedimento rosso. Verosimilmente si
tratta di una pieghetta intraformazionale, la cui
genesi è spiegabile osservando la superficie lu¬
cida di una sua sezione trasversale e l’andamento
in dettaglio delle due fratture che l’attraversano.
Le fratture, riempite di pelite terrigena e da
finissima calcisiltite rossa ricca di frammenti di
alterazione subaerea su carbonati, hanno anche
un tratto parallelo alla stratificazione.
La successione dei fenomeni deve essere stata
questa :
a) esposizione della fanghiglia arenacea con
conseguente incipiente consolidamento ;
b) deformazione intraformazionale (per bru¬
sca variazione di pendìo o per scossa sismica) e
formazione di fessure; nelle lamine a grana più
fine le fessure assumono un andamento orizzon¬
tale, in connessione con uno slittamento facilitato
dalla maggior definizione del giunto per la più
bassa granulometria delle lamine calcisiltitiche
più fini ;
c) riempimento delle fessure medesime con
siltite di alterazione subaerea e ad impasto molto
fluido.
E’ curiosa l’affinità morfologica di queste
fratture riempite di calcisiltite argillitica rossa
con quella della frattura a zig-zag ne! calcare re-
tico occlusa da marne toarciane descritta e il¬
lustrata da Wendt 1969.
Nel nostro caso la frattura è troppo adiacente
alla pieghetta intraformazionale per non essere
connessa con la sua genesi; e l’età del sedimento
intruso è ancora Domeriano, dato che, al di sopra,
la serie prosegue con rocce medio-liassiche senza
la minima traccia di sedimenti più recenti, nep¬
pure nei filoni sedimentari.
Analogamente a quanto trovato nelle interca¬
lazioni arenacee del colle precedentemente di¬
scusse, l’episodio plicativo delle rocce domeriane
si è espletato nelle prime fasi diagenetiche, quando
il sedimento non era ancora totalmente consoli¬
dato, e non può pertanto dare indicazioni pre¬
cise sul grado di plasticità della roccia litificata.
LORIS MONTANARI
7 0
G) Strutture da iniezione.
Adiacenti alle strutture geopete delle arenarie
rosse, si reperiscono a Gozzano delle strutture
morfologicamente molto simili ma di genesi dif¬
ferente.
Certe apofisi laterali delle fratture riempite
di psammite prendono una direzione opposta a
quella del vettore gravitativi}, talvolta allargan¬
dosi e terminando in una cavità di qualche dm*.
Certe altre cavità ed i loro condotti risultano- oc¬
cupati totalmente da arenaria rossa in bande la¬
minate parallele alle pareti e incurvate in corri¬
spondenza di alcune uscite.
In tal ultimo caso la differenza con le bande
ricurve in arrangiamento geopetale dovute piut¬
tosto a collasso, è data primariamente dalla man¬
canza di gradazione regolata nel sedimento, e se¬
condariamente dalla non ortogonalità dell’asse
delle bande ricurve con la stratificazione della
roccia incassante.
In fessure nelle quali il riempimento è dato
da materiale psammitico arrossato e da blocchetti
di roccia incassante più o meno trascinati via, si
reperiscono salbande di arenaria circondanti i
blocchetti medesimi secondo superfici subparal¬
lele al loro margine.
Questi casi sono da ritenere connessi con fe¬
nomeni di pressione che permettono la iniezione
di materiali psammitici fluidificati entro le fes¬
sure, che sono di intensità tale da permettere il
completo riempimento anche delle apofisi fessu¬
rali della parete o dei corpi circondati, che di¬
sturbano gli atti di selezione granulometrica delle
varie bande arenacee.
TAVOLA IV n.t.
Fig-, 1. — Deposito di avanscogliera prossimale ampiamente spatizzato reperibile nell’ intervallo a di cava Mentasti.
Ingrandimento x 5.
Fig. 2. — Cavità parzialmente occlusa da calcisiltite e infine cicatrizzata da calcite spatica, il tutto in arrangiamento
geopetale. Altra calcite riempie zone contigue che furono già di maggior permeabilità: i processi di cemen¬
tazione sono pertanto di tipo belteroporico.
Domeriano del colle. Ingrandimento X 15.
Fig. 3. — Alla base di un frammento coralligeno lotharingiano si è determinata, probabilmente causa vortici di cor¬
rente, una cavità riempita in successione paragenetica da calcisiltite in grani di media 1 micron (banda ba¬
sale più opaca) e di media 2,25 micron (banda superiore).
Ingrandimento X 5.
Fig. 4. — Cavità intercoralligena (sezione normale all’asse d’allungamento del corallo) con le pareti spatizzate e con
riempimento interno di calcisiltite e calcarenite derivate dall’erosione della stessa struttura organogena.
I grani maggiori del riempimento sono al margine, quelli minori al centro, per via dell’assetto concavo della
superficie di deposizione. Una parte del sedimento interno è ricristallizzato in elementi euedrali e subedrali.
Ingrandimento X 12.
Fig. 5. Struttura a microdelta con materiali calcisiltitici e calcarenitici gradati e con intraclasti biomicritici, in con¬
tatto erosivo e discordante su sedimenti di ugual composizione. Questa struttura sedimentaria è associata alla
stratificazione incrociata macroscopica del tipo di quella illustrata in Tav. Ili, fig. 6.
Ingrandimento X 8.
Fig. G. — Giunto di contrazione in calcareniti a matrice micritica e parallelo alla stratificazione, reperibile nella zona
di transizione fra i livelli calcarenitici e e quelli encrinitici / della cava Mentasti. Vi si trova deposito mec¬
canico di materiali derivati da erosione interna nella stessa cavità, e il quale è pressoché totalmente ricri¬
stallizzato in un mosaico traslucido di cristalli di pochissimi micron.
Solo polarizzatore, X 35.
Fig. 7. — Banda ad ooliti algali e condroidi nei piccoli cicli sedimentari di facies sublitorale nell’affioramento lotharin¬
giano a di cava Mentasti.
Ingrandimento X 10.
Fig. 8. Biomicriti del settore meridionale della cava minore solcate da fessure cicatrizzate di calcite spatica piut¬
tosto fresca.
Ingrandimento x 5.
LORIS MONTANARI
Fig. 32. — Fessure nelle rocce biogene del settore meri¬
dionale della cava minore, con riempimento di arenaria
rossa. Le salbande arenacee parallele alle pareti ed incur¬
vate in corrispondenza delle uscite a destra e a sinistra
indicano una componente iniettiva nell’assetto della psam-
mite. La stratificazione è indicata dall’allineamento delle
bande bianche (date da alghe) trasversali rispetto all’asse
principale della fessura. Le strie longitudinali che si in¬
travedono sono quelle lasciate dal filo elicoidale che ha
sezionato la roccia mettendone a nudo la struttura.
H) Filoni sedimentari.
La caratteristica macroscopica più appari¬
scente dei calcari Massici di Gozzano è la loro ma¬
cinazione e variegatura in rosso, che ne ha fatto
di essi un termine economicamente sfruttabile in¬
dicato commercialmente col nome di « marmi ».
Analogamente a quanto succede per i vari cal¬
cari variegati levigabili di Arzo e di tanti altri
affioramenti mesogei databili al Giurese, questa
variante cromatica è data dall’ intreccio di intru¬
sioni sedimentarie di colore diverso dalla roccia
incassante. Una certa varietà nelle giaciture, nelle
strutture, nella composizione di queste intrusioni
gozzanesi ci inducono ad un’analisi sulla loro ge¬
nesi e sulle loro cause.
Il termine « filone sedimentario » viene usato
con generico riferimento a qualsiasi riempimento
di fessure da parte di materiale sedimentario, in¬
dipendentemente dalle caratteristiche genetiche e
strutturali. (E’ escluso da tale valutazione il riem¬
pimento di condotti diatremici da parte di par¬
ticelle tufacee susseguente all’esplosione vulca¬
nica). Alcuni AA. introducono una discriminante
d’ordine genetico riferendo il termine suddetto solo
a quelle fessure riempite per iniezione di mate¬
riale sedimentario ; altri ancora introducono una
discriminante d’ordine strutturale, riferendolo a
fessure con materiale sedimentario non brecciato
(in contrasto con quello di « filone clastico » prov¬
visto appunto delle particolari caratteristiche di¬
mensionali e morfologiche dei grani).
Rassegne sulla abbondante letteratura in pro¬
posito sono fatte nelle edizioni italiane più recenti
ed esaurienti da Scarsella 1958 e da Castellarin
1966.
Ma l’esame dei vari tipi di filoni descritti e
delle poche nomenclature adottate ci mostra come
non ci siano tuttora termini d’ordine genetico che
Fig. 33. — Fessurazione nei calcari coralligeni del colle,
occlusa da arenaria e brecciola siltosa rossa di ambiente
inter-supraeotidale, la quale ingloba anche blocchetti cal¬
carei staccati dalle pareti.
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
7!t
soddisfino all’esigenza di una classificazione uni¬
taria e alla quale fare riferimento, pur con le li¬
mitazioni connesse ai meccanismi di messa in po¬
sto e di assetto che possono reciprocamente so¬
vrapporsi ed interferire.
Come osserva Scarsella 1958 «... Il termine
inglese dyke, proprio della giacitura di rocce ignee,
ha, come ben noto, il suo corrispondente italiano
in filone] il termine dicco, invece, nell’uso italiano
è propriamente riservato ai filoni più resistenti
della roccia incassante, isolati da questa dall’ero¬
sione e sporgenti a guisa di muri. E’ ovvio che,
usando per traslato il termine filone, proprio delle
rocce ignee, in rapporto a rocce sedimentarie, si
trovino delle analogie sia litogenetiche che morfo¬
logiche o di giacitura; la maggior analogia si
trova nel modo di origine, o di messa in posto
quando si tratta non di fessure, diaclasi o faglie
beanti riempite dall’alto per gravità, ma di inie¬
zioni o intrusioni dal basso, per fenomeni di tipo
artesiano o per una sorta di diapirismo mecca¬
nico o tettonico ».
Nella supposizione di poter allora evitare con¬
fusione o genericità, viene qui proposta una no¬
menclatura basata sulle modalità di riempimento
delle fessure, utilizzando ancora il termine italiano
filone sedimentario, ormai entrato nella lettera¬
tura geologica, e dei prefissi già introdotti nella
terminologia dei materiali e dei fenomeni terre¬
stri. Tentativi di creare dei neologismi accoppiando
varie radici greche che esprimessero sia il tipo,
sia le modalità di riempimento, non ci hanno fi¬
nora soddisfatto, nè dal punto di vista fonetico,
nè da quello filologico.
Eufiloni sedimentali : fessure con riempimento di
materiale sedimentario tramite iniezione for¬
zata. Il prefisso eu starebbe ad indicare l’affi¬
nità genetica con le forme filoniane dell’erut¬
tivo, che sono appunto dovute ad iniezione. Gli
esempi più noti sono quelli di sedimenti are¬
nacei in rocce siltoso-argillose o in alternanze
flyschioidi.
Parafiloni sedimentali : fessure di riempimento
passivo dovuto a sola caduta gravitativa o tra¬
sporto di correnti. Il prefisso para starebbe
ad indicare la sola somiglianza morfologica coi
filoni tipici, e la loro derivazione da un fatto
strettamente deposizionale. Esempi di questi
filoni si reperiscono frequentemente in rocce
carbonatiche di facies intercotidale e soggette
a fratturazione. (Fig. 34, A-C).
Pleofiloni sedimentari : fessure ove il riempimento
avviene secondo modalità diverse. Il prefisso
pleo è posto appunto in riferimento alla diver¬
sità e pluralità dei modi di riempimento. Si
avvera, ad esempio, quando nel prodotto finale
si accomunano fasi gravitative e fasi iniettive.
(Fig. 34, D).
Nelle rocce Massiche di Gozzano si reperiscono
principalmente intrusioni sedimentarie delle due
categorie para- e pleofiloni-, le manifestazioni eu-
filoniane sono solo una semplice componente di
quelle pleofiloniane o confinate in appendici sa¬
lienti di fratture precedentemente riempite di se¬
dimento1.
I depositi meccanici sono di due specie : a) cal¬
cagniti con frammenti di echinidi e calcisiltiti
sterili, tutte rosse, a componenti alterati e ma¬
trice argillitica ; b) calcareniti chiare con abbon¬
dante cemento spatico e qualche microfossile.
La struttura connessa con fasi iniettive si ri¬
vela con lamine gradate parallele alle pareti,
spesso con orientazione differente da quella di
strutture geopete adiacenti, e con virgazioni delle
stesse lamine.
Talvolta si reperiscono anche strutture d’ inie¬
zione molto simili a quelle geopete di collasso con
lamine concave; in tal caso la discriminante fra
le due possibilità genetiche consiste nella giaci¬
tura rispetto alla stratificazione della roccia incas¬
sante; se la struttura a salbande curve ha l’asse
centrale non ortogonale ai piani di stratificazione,
si tratta verosimilmente di una struttura da inie¬
zione.
I pleofiloni mostrano due modalità strutturali :
una prima di tipo geopetale che rappresenta una
data fase (quella parafiloniana), ed una seconda
di tipo iniettivo che rappresenta un’ultima fase
(quella eufiloniana).
Esempi di parafiloni con materiali alterati si
hanno nelle figg. 21, 22, in Tav. I, fig. 1 ; esempi
simili ma senza materiale attaccato da agenti su¬
baerei, si hanno nella fig. 24, ecc.
Alcuni filoni sedimentari presentano tratti di
andamento paralleli alla stratificazione e risultano
morfologicamente somiglianti a quelli descritti da
Wendt 1965, 1969. Nel nostro caso, il tragitto ori¬
ginariamente orizzontale si attua in corrispon¬
denza di lamine pelitiche e la sua genesi può es¬
sere spiegata col meccanismo di disgiunzione di
strati in sedimenti a granulometria verticalmente
variabile.
E’ noto che nelle alternanze peliti-areniti la li-
tificazione degli strati per costipazione avviene
dapprima in quelli a granulometria più bassa (poi-
so
LORIS MONTANARI
chè le areniti per litificare abbisognano piuttosto
della cementazione, che in quelle condizioni è un
fenomeno più tardivo). Tale diversità di induri¬
mento aumenterà la definizione del giunto di stra¬
tificazione. Fratture successive alla costipazione ed
interessanti tutta la sequenza, avranno un per¬
corso preferenziale verso zone di minor resistenza
e devieranno ove sia semmai presente una super¬
ficie di discontinuità ; nel nostro caso, la superficie
di discontinuità è appunto quel giunto particolare,
dilatatorio, alla quale consegue il riempimento
passivo da parte dei grani e la genesi di un para-
filone ; le altre fasi sono quelle del sommovimento
dei volumi al di qua e al di là della frattura, che
in diversi settori può esprimersi con un riavvici¬
namento degli stessi, con effetti di tipo compres¬
sivo sulla fanghiglia già introdotta nelle cavità e
conseguente comportamento attivo di iniezione
con rimescolamento e disturbo delle strutture pre¬
cedenti.
Fig. 34. — Schemi di filoni sedimentari ripresi da casi reali.
A - Parafilone in calcari, formato da sedimenti arenacei rossi in arrangiamento geopetale. B - Parafilone sedimentario
con struttura brecciata per moderata distanza reciproca dei frammenti di roccia incassante staccatisi dalle pareti. C -
Due parafiloni con riempimento di materiale arenaceo e calcisiltitico in varie riprese e probabilmente influenzato da
correnti. I vani superiori rimasti originariamente vuoti sono ora occlusi da cemento spatico (a righe). D - Pleofiloni
di diversa generazione e ricchi di apofisi orientate in tutti i sensi, che si intersecano e determinano così una struttura
brecciata tipica dei « marmi brecciati » giuresi.
La fase di riempimento passivo e del successivo allargamento della frattura è dimostrata dall’ insaccamento dei festoni
arenacei nella parte medio-superiore del filone. La fase iniettiva (fase eufiloniana) è denunciata dall’orientamento ca¬
priccioso delle apofisi — specie di quelle che si dirigono verso l’alto — , dal riempimento delle stesse apofisi salienti,
dal ripiegamento delle psammiti nella parte superiore e dall’adattamento di salbande arenacee alla sinuosità delle pa¬
reti e dei bocchi interni, b' = blocchi scheletrici della « breccia » isolati, sul piano della sezione, dalla saldatura di apo¬
fisi filoniane; b" — blocchi scheletrici isolati dall’ intersezione di filoni di generazioni diverse.
e sarà proprio questa a definire il tragitto della
frattura. Nel vano così aperto si può intrudere, in
una o più fasi, un sedimento ancor idroplastico,
a dare origine ad un filone sedimentario che avrà
un percorso parallelo alla stratificazione.
La giustificazione genetica dei vari tipi di fi¬
lone è data sia dai diversi comportamenti idraulici
dei materiali di riempimento, sia dalle successioni
dei movimenti delle rocce incassanti.
La realizzazione delle due fasi, gravitativa o
traslatoria per correnti prima ed iniettiva dopo,
che portano alla formazione di un pleofilone, è
probabilmente dovuta alle modalità di assetto re¬
ciproco dei blocchi di roccia incassante: la prima
fase è quella della creazione di fratture di tipo
La causa delle spaccature nella roccia può es¬
sere data dalla contrazione di fanghi emersi (per-
loppiù in seguito ad essicamento) o dai moti tetto¬
nici distensivi così frequenti nel Lias (mancano
invece elementi in favore di eventuale carsismo
a scala macroscopica).
Nel primo caso le fessure hanno pareti paral¬
lele per la quasi totalità del percorso, non sono più
larghe di qualche millimetro, si allungano in ver¬
ticale ed obliquamente al massimo per 5-6 cm, e
la modalità del loro riempimento esprime solo
fatti gravitativi o per corrente ; esse danno quindi
origine a sottili parafiloni sedimentari.
Nel secondo caso le fessure sono a cavernosità
variabile, spesso sono imbutiformi, sono sviluppate
verticalmente per centimetri o addirittura, ecce-
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
SI
zonalmente, per metri, e il loro riempimento av¬
viene sia gravitativamente, sia per corrente, sia
con strutture di tipo iniettivo; esse danno quindi
origine a para-, eu- e pZeofiloni sedimentari, che
caratterizzano i calcari della facies di soglia e
delle piattaforme liassiche prealpine.
La presenza di generazioni diverse ma crono¬
logicamente molto vicine di filoni (se ne hanno
partenti da straterelli distanti pochi centimetri) è
una prova della bassissima profondità e della con¬
minori, il mosaico è dovuto alla grossolanità dei
frammenti distaccati dalle pareti. La ristrettezza
dello spazio fra blocco e blocco occupato dalla
psammite rossa è dovuta o alla scarsa dilatazione
delle fessure rispetto alla loro estensione verticale
(e in tal caso le strutture della psammite indi¬
cano solo riempimento gravitativo), oppure al suc¬
cessivo riavvicinamento dei margini fessurali (con
conseguente costipazione dei blocchi interni e strut¬
turazione di tipo iniettivo dell’arenaria).
Fig. 35. — Pleofilone sedimentario con arenaria rossa nel settore meridionale
della cava minore. La fase parafiloniana è documentata dall’ inarcamento delle
salbande arenacee sul lato sinistro della foto, salbande il cui asse è normale
alla stratificazione della roccia incassante. La fase iniettiva (eufiloniana) è
documentata dall’adattamento delle salbande contro le pareti e dallo strizza-
mento nella zona centrale.
seguente frequenza all’emersione dei fondali — an¬
che per sole cause eustatiche.
Strettamente connessa con la genesi dei filoni
sedimentari è la brecciatura grossolana dei cal¬
cari coltivati come « marmo brecciato ».
La componente scheletrica più grossolana della
roccia clastica che si ottiene dalla formazione di
filoni sedimentari è data dal calcare della roccia
incassante.
La delimitazione dei grossi frammenti è data,
a Gozzano, sempre dalle arenarie rosse e dalle sil-
titi pelitiche ospitate nella fessura, ed è generata
da due processi differenti.
A) Come risulta dalla fig. 34-B che sche¬
matizza la situazione di ampli filoni delle cave
B) Come risulta invece nell’esempio di fi¬
gura 34-D, che schematizza situazioni osservate sia
nella cava minore che nelle altre località, i bloc¬
chi maggiori possono essere generati o da con¬
fluenza di apofisi distanziate della stessa fessura
maggiore ( b '), oppure da intersezioni di filoni di
diverse generazioni ( b ").
Secondo i risultati delle nostre ricerche con¬
dotte sul Lias delle Prealpi occidentali, queste
sono anche le cause della brecciatura delle rocce
massiccie liassiche coltivate a marmo al di fuori
dell’area gozzanese.
I) Ambienti di deposizione e loro evoluzione.
Analizzando via via le varie facies petrografi-
che e sedimentarie, nonché le loro successioni, si
82
LORIS MONTANARI
raccolgono sufficienti elementi per una diagnosi
sulla evoluzione e variazione ambientale del Lias
inferiore e medio presenti a Gozzano.
1 - Lotharingiano.
I primi sedimenti di cava Mentasti e della
base del colle sono costituiti da molti frammenti
calcarei spigolosi poco elaborati e di discrete di¬
mensioni, flottanti in una massa pelsparitica e
sparitica. Si tratta di rocce ben dilavate, di am-
I sedimenti a coralli, a biostromi di brachio-
podi, di molluschi e di alghe, al quali si interca-
lano calcareniti tipo lumachella a matrice argil-
litica, testimoniano di un’alternanza fra situazioni
intercotidal-recifali ad alta energia e situazioni
supracotidali.
Le modeste dimensioni delle madrepore e le
strutture da essicamento degli stromatoliti asso¬
ciati, indicano trattarsi di fondali molto bassi e
frequentemente all’asciutto.
'//il- • r
mmà
Fig. 36. — Tratto orizzontale di parafilone sedimentario in corrispondenza del limite fra calc-isiltiti o peliti e calcisiltiti
più grossolane o areniti. Domeriano medio del colle.
Ingrandimento X 10.
biente ad alta energia. Le superfici erosive con
cui iniziano i piccoli cicli sedimentari, i residui
di corpi assoggettati a degradazione subaerea che
si reperiscono in corrispondenza di quelle super¬
fici, le lunghe lamine botroidali poco disturbate,,
indicano un ambiente fluttuante da intercotidale
a infralitorale.
I blocchi di identico sedimento consolidato ed
attorniati da uno schiame di ciottoli porfidici, e
che si reperiscono franati in corrispondenza dei
livelli b, indicano plaghe a sedimentazione carbo-
natica recente già sollevate e adiacenti al bacino.
Le caratteristiche del sedimento sono quelle di
avanscogliera, e l’esempio tipico è illustrato' in
fig. 14.
Le psammiti rappresentano un sedimento su-
pra-intercotidale, derivato dalla erosione ed alte¬
razione di fondali organogeni nonché delle plaghe
vulcanitiche adiacenti, ambedue emersi, e dalla ri¬
deposizione dei loro frammenti all’altezza del li¬
vello di base della sedimentazione.
La mancanza di sintomi franosi pare indicare
un appiattimento della topografia, che si accorda
con la frequente ripetizione e persistenza delle
fasi d’esposizione subaerea espressa dalla compo¬
nente ossidata delle medesime calcareniti rosse.
La riduzione della componente recitale in cor¬
rispondenza dei livelli e, la preponderanza di quella
biostromale a resti di echinidi nei livelli /, la pre¬
senza di plaghe micritiche e calcisiltitiche non di-
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
sa
lavate, la riduzione in frequenza e spessore delle
intercalazioni arenacee ossidate, la presenza di
grumetti di glauconite fra le biospariti e le biomi-
criti encrinitiche (a frammenti scheletrici perdip-
più spesso isorientati) indicano lo stabilizzarsi di
un ambiente a bassi fondali, con scarse occasioni
supracotidali, non eccessiva circolazione di cor¬
renti e comunque più bassa energia che in pre¬
cedenza.
Per quanto riguarda gli affioramenti lotharin-
giani dunque, pare assistersi nel complesso ad una
evoluzione graduale da una prima situazione sub-
intercotidale, ad una inter-supracotidale, infine ad
una ultima ancora sub-intercotidale.
La differenza fra le due situazioni estreme
consiste nella minor energia ambientale, che è
funzione della diversa ubicazione paleogeografica:
nel primo caso si tratta verosimilmente di una
localizzazione in zona transizionale esterna (avan-
scogliera prossimale), nell’ultimo di una localiz¬
zazione in zona transizionale interna (retrosco-
gliera prossimale).
L’appartenenza ad una medesima colonna stra¬
tigrafica di tutti questi elementi pare indicare uno
spostamento polare delle facies nel tempo, da
esterne ad interne.
Il settore della grotta votiva del colle, pur non
presentando l’elemento « interno » delle encriniti,
porta la testimonianza di una regressione finale
con la diretta sottomissione dei calcari recitali lo-
tharingiani alle calcisiltiti verosimilmente dome-
riane.
Questa regressione è certamente legata ad una
emersione con caratteri tettonici, data la discor¬
danza angolare fra i due terreni, la presenza di
sacche erosive e la spiccata diversità ambientale
dei due tipi interessati.
Ammessa la correlazione fra la serie basale
del colle e quella della cava Mentasti (come sem¬
brano indicare l’ identità dello sviluppo stratigra¬
fico e paleontologico almeno fino alla sommità
dei depositi coralligeni, la stretta analogia e cor¬
rispondenza della intercalazione arenacea rossa più
spessa) e data la mancanza dei tipi encrinitici an¬
che fra gli alloclasti lotharingiani rimaneggiati
dalla trasgressione domeriana, se ne deve conclu¬
dere che il sollevamento della serie lotharingiana
del colle sia iniziato poco dopo la sedimentazione
coralligena e non abbia interessato invece, in quello
stesso momento geologico, la serie delle cave mag¬
giori.
2 - Domeriano.
La caratteristica petrografia delle rocce do-
meriane del colle sovrapposte, tramite un ele¬
mento trasgressivo, a quelle recitali lotharingiane,
riflette un ambiente a bassa energia.
La struttura delle prime calcisiltiti arrossate,
in strati ad interfacie moderatamente o poco de¬
finita e con accenni alla frammentazione, corri¬
sponde a quella di sedimenti su piattaforme car-
bcnatiche assoggettate ad alterazione subaerea.
L’ambiente accresce moderatamente la sua ener¬
gia in corrispondenza dei livelli a del colle, nei
quali la struttura chiaramente intraclastica dei
calcari nodulari, accompagnata da parafiloni se¬
dimentari con materiale identico e da altri con
marne siltose rosso-mattone, indica una situa¬
zione di mare sottile e condizioni inter-supraco-
tidali.
Un aumento energetico si attua piuttosto in
corrispondenza delle lumachelle rosse a brachio-
podi e molluschi. La definizione dell’ interfacie è
Fig. 37. — I primi livelli dell’ intervallo / di cava Men¬
tasti sono caratterizzati da alternanze di lenti biocalcare-
nitiche a frammenti di echinodermi e di lenti micritiche
o calcisiltitiche.
Ingrandimento X 8.
34
LORIS MONTANARI
alternativamente netta e moderata, a seconda che
interessi biospariti in banchi spessi o calcareniti
e calcisiltiti a gradazione inversa e a lenti.
Nel complesso pare trattarsi di ambiente in-
tercotidale, ove fra i moti ondosi prevalgono cor¬
renti capaci di dilavare i sedimenti, dare strut¬
ture a fiamma ed isorientare i clasti.
La circolazione idrica è pertanto differente da
quella rilevabile nei casi precedenti e potrebbe es¬
sere legata all’ instaurarsi di canali di marea, ana-
Le calcisiltiti e micriti dei livelli d hanno fre¬
quentemente strutture di corrente, parafiloni se¬
dimentari sia a materiale ossidato che non alte¬
rato, cavità di dissoluzione e di dissecamento e
strutture di deformazione singenetica.
La composizione litologica è affine a quella
delle micriti mm-ritmiche precedenti, però le strut¬
ture e i materiali molto sottili di alcuni parafi¬
loni indicano una situazione paleogeografica più
instabile, molto più frequentemente soggetta alla
Fig. 38. — Interpretazione schematica dell’evoluzione ambientale durante il Lotharingiano testimoniato a Gozzano, con
particolare riferimento alla cava Mentasti dove le successioni sono più complete che altrove. La colonna stratigrafica
della cava è riassunta per esigenza iconografica e modificata nei rapporti di spessore fra le unità di avanscogliera (in
basso), di scogliera (al centro) e di retroscogliera (in alto), l.a.m. — livello delle alte maree relativo al settore sini¬
stro della figura.
Le intercalazioni psammitiche ossidate (a bande con punteggiatura fine) e spesso associate a fessure, rappresentano gli
episodi di sedimentazione in ambiente inter-supracotidale che partecipano al riempimento filoniano delle fessure stesse.
loghi, seppure a scala diversa e non interessanti
piattaforme recifali, a quelli attuali studiati nelle
aree bahamensi e floridane (cf. D’Argenio 1966 a).
I sedimenti mm-ritmici degli orizzonti c, con
la loro discreta percentuale micritica, le frequen¬
tissime seppur sottili intercalazioni arenacee rosse,
la mancanza di strutture intraclastiche, le inter-
facie pochissimo definite e le strutture da disse¬
camento, sembrano indicare un ambiente d’acque
basse e a moto ondoso pressoché insensibile. Ef¬
fetti del genere si possono verificare in un vasto
bacino protetto, ma ancora comunicante col mare
aperto da un lato (pertanto non in condizioni ri¬
ducenti) e con piattaforme esposte dall’altro, e nel
quale gli avvicendamenti delle maree portano a
sedimentazioni detritiche fini, a occasionali strut¬
ture di corrente e a prosciugamenti.
esposizione subaerea, cioè più marcatamente re¬
gressiva.
L’ambiente parrebbe quindi connesso ad una
piattaforma di facies inter-supracotidale.
I livelli a Pleuroceras solare (e) producono
condizioni analoghe di piattaforma.
Quando però non ci siano contatti erosivi, le
interf acie sono moderatamente definite ; questo
fatto, la maggior ricchezza di molluschi e le as¬
sociate plaghe biomicritiche sembrano indicare un
avvio ad una diminuzione energetica connessa con
un lieve approfondimento, cioè alla ricomparsa
delle occasioni trasgressive.
Una ricostruzione dell’evoluzione paleoambien¬
tale per i sedimenti domeriani del colle risulta in
definitiva più difficile che non per quelli lotha-
ringiani; in ogni caso la difficoltà riguarda però
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
<S.»
solamente i dettagli di una situazione di piatta¬
forma.
In via ipotetica, ed usufruendo dei dati a di¬
sposizione, si può schematizzare un quadro paleo¬
strutturale prendendo in considerazione i livelli
medio-liassici, da quelli trasgressivi sulle biolititi
lotharingiane a quelli terminali con Pleuroceras
solare.
La sovrapposizione dei vari elementi lungo una
stessa colonna stratigrafica può essere dovuta a
migrazione orientata delle varie entità paleogeo¬
grafiche minori, allo stesso modo di come si è po-
Confrontando i caratteri dei calcari nel settore
coltivato (sud) e in quello nord delle cave minori,
si nota un aumento in frequenza e volume degli
episodi arenacei e l’aumento dell’ intorbidimento
per pelite terrigena dal settore meridionale a
quello settentrionale. Ciò pare riflettere una ten¬
denza regressiva in seno al Domeriano medio, con
i livelli più recenti (settore nord) più frequente¬
mente emersi che non i più antichi (settore col¬
tivato).
Questa situazione all’ interno del Domeriano
medio delle cave minori corre parallela a quella,
Fig. 39. — Interpretazione schematica della posizione paleogeografica (ma non contemporanead dei vari frammenti do-
meriani del colle, considerati in ambiente di piattaforma. Le due linee orizzontali indicano i livelli massimi e minimi
delle maree.
stulato possa avvenire per gli elementi lotharin-
giani.
Gli affioramenti domeriani ad Arieticeras della
cava minore risultano troppo omogenei e slegati
dai precedenti per potere precisare la evoluzione
ambientale e il collegamento con gli stessi.
Trattandosi però di biomicriti e di siltiti orga¬
nogene ad intraclasti ricche di cavità poligonali
da essicamento e soprattutto da fratturazione sin-
genetica; essendo interessate verso l’alto a inter¬
calazioni di calcareniti e brecciole intraclastiche
a matrice argillitica; possedendo una notevole per¬
centuale di frammenti algali sia di « pseudostro-
mata » che di Dasicladacee ; avendo alla base fos¬
sili di ambiente subrecifale ( Involutina liasica
Jones) ed essendo ricche di brachiopodi, la loro
localizzazione risulta verosimilmente in corrispon¬
denza di un alto strutturale di facies inter-supra-
cotidale, abbastanza protetto dalle correnti tanto
da mantenere ancora una discreta percentuale di
pelite calcarea nella matrice (da cui le biomicriti);
possibilmente si tratta di ambiente di retrosco-
gliera non euxinico.
Rimane decisa la differenza coi coevi sedi¬
menti domeriani del colle, che sono molto meglio
stratificati e laminati, molto meno fessurati, molto
più sterili e senza tracce di organismi costruttori.
orientata nello stesso senso, del Domeriano del
colle, pur appartenendo i due termini a facies non
identiche.
Le situazioni ambientali dei terreni delle cave
maggiori e della base settentrionale del colle spie¬
gano le caratteristiche dell’associazione faunistica
lotharingiana trovata da Sacchi Vialli & Canta-
LUPPI, cioè quella a lamellibranchi, gasteropodi e
crinoidi (cui si aggiungono i brachiopodi della
fam. Bactryniidae a guscio spesso e di notevoli
dimensioni di più recente ritrovamento). Trattan¬
dosi di ambiente ad alta energia, la selezione av¬
viene a favore degli organismi bentonici (spesso
sessili) a guscio resistente.
I rarissimi nautiloidi reperiti nella serie sono
immediatamente sotto i sedimenti arenaceo-argil-
litici di facies supracotidale, e cioè in corrispon¬
denza di fasi a diminuita energia e di mare molto
sottile o alla base degli episodi encrinitici quando
l’agitazione è poco spinta e permette la deposi¬
zione di micrite.
Analogamente la situazione originaria dei ter¬
reni delle cave minori e della sommità del colle
spiega la maggior frequenza di ammonoidi e nau¬
tiloidi che caratterizza la seconda associazione
faunistica di Sacchi Vialli & Cantaluppi: i ba-
LORIS MONTANARI
Sii
Fig. 40. — Confronto fra sedimenti coevi (Domeriano ad Arìeticeras «tipici») e strutture sedimentarie nella cava minore
e nel colle.
A sinistra, calcilutiti organogene nella cava minore, con fessura occlusa gravitativamente da frammenti della stessa
roccia e con materiali ossidati (arenarie rosse e frammenti di fossili) di strati più alti. La struttura brecciata è do¬
vuta soprattutto alla presenza dei frammenti staccati dalle pareti e rende l’ insieme affine alla « macchia vecchia »
ticinese, la cui origine è affine e talvolta identica.
A destra, caleisiltiti gradate e calcareniti in matrice calci siltitica degli strati domeriani del colle, in reciproco con¬
tatto erosivo. Le cavità trapezomorfe e la mancanza di una stratificazione definita nella parte arenacea superiore in¬
dicano una profondità di sedimentazione molto bassa.
Ingrandimento X 8.
cini di deposizione sono più protetti dall’azione
viva dell’onda (come dimostra la minor energia
ambientale) ma nel contempo sono più frequente¬
mente percorsi da correnti (come dimostrano le
strutture di trascinamento) ; in tali condizioni, che
si verificano su di una piattaforma allo stadio
evoluto secondo quanto pare indicare la diffusa
pigmentazione rossa e la grana minuta dei clasti,
i gusci di cefalopodi possono disperdersi più fa¬
cilmente e non ritrovarsi solo relegati in pochi
nidi, come invece capita quando qualche ostacolo
morfologico incroci i loro tragitti.
La relativa scarsità di cefalopodi in queste si¬
tuazioni, che sarebbero ottimali dal punto di vista
dinamico, è probabilmente dovuta a scarsità di
canali colleganti i bacini interni della piattaforma
col mare aperto che circonda quest’ultima. Comun¬
que i cefalopodi vi sono più frequenti che non
nei terreni lotharingiani.
In relazione alla bassa profondità e alla rea¬
lizzazione di situazioni litorali, prevalgono invece
i brachiopodi; il fenomeno risulta anzi accentuato
in corrispondenza della parte superiore delle cave
minori, ove l’aumento singolo e di frequenza dei
banchi arenacei rossi di facies inter-supracotidali
denuncia una tendenza regressiva generale alla
sommità del Domeriano medio.
La divisione in due associazioni faunistiche
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
indicata da Sacchi Vialli & Cantaluppi risulta
quindi non solo giustificata paleontologicamente,
ma risulta coerente coi due dati stratigrafici rile¬
vati in questa nota:
a) col dato della lacuna che precede la tra¬
sgressione medio-domeriana, per cui deve trovarsi
uno hiatus anche nelle faune;
b) col dato della diversa localizzazione pa¬
leoambientale, per cui i lamellibranchi, i gastero¬
podi e i grossi brachiopodi lotharingiani sono di
ambiente recitale o di avanscogliera; e le ammo¬
niti ed i piccoli brachiopodi domeriani sono di
ambiente variabile da retroscogliera (cave minori)
a piattaforma non recitale (sommità del colle).
Le differenze ambientali influiscono sulla com¬
posizione e sulla scelta specifica delle faune, e por¬
tano alla divisione di associazioni di forme, paral¬
lelamente a quanto produce la diversità cronolo¬
gica.
APPENDICE
Giacitura.
Oltre al problema stratigrafico, esiste per i
sedimenti liassici di Gozzano quello strutturale,
che si impone anche dalla più semplice osserva¬
zione degli affioramenti e che diventa ancor più
pressante quando si siano prese in considerazione
le differenze di facies fra i terreni domeriani
della cava minore e del colle (in contrasto con la
identità di quelli lotharingiani) e verificata la po¬
sizione trasgressiva del Lias medio sul Lias in¬
feriore.
La sezione schematica di Parona 1886 contra¬
sta con le descrizioni del testo, secondo cui gli
strati immergerebbero a NE ; e perdippiù è insuf¬
ficiente, per un lavoro di dettaglio, in quanto vi
si considera un solo rilievo (probabilmente quello
del colle) dei tre dossi con rocce Massiche che pur
vengono menzionati via via nelle sue note.
I controlli stratimetrici eseguiti in campagna
per questo lavoro permettono di rilevare per le
tre zone giaciture completamente differenti.
Gli strati lotharingiani alla base del colle
hanno una immersione a SW ; quelli della cava
Mentasti a SE ; gli strati domeriani della cava
minore sono rovesciati e hanno nel settore set¬
settentrionale una immersione prevalente a S e
SE, mentre nel settore meridionale immergono a
W-NW. Attenendosi rigidamente a questi dati, si
dovrebbe parlare di struttura monoclinalica per
il colle e per la cava Mentasti e di due spezzoni
monoclinalici rovesciati per la cava minore.
Una conclusione del genere, seppur rappre¬
senta un progresso rispetto a quanto conosciuto
in precedenza sulla giacitura del Lias di Gozzano,
non è però ancora sufficiente per formulare una
ipotesi sulla situazione globale dei tre affiora¬
menti.
Il problema dei rapporti strutturali reciproci
potrebbe avere un’eventuale soluzione solo nel
quadro più generale della geologia regionale.
Gli affioramenti liassici di Gozzano sono nella
terminazione meridionale di un apparato more-
nico con cordoni convessi verso sud, il cui centro
è il margine del Lago d’Orta (cf. Fogli Varallo
e Varese). Rocce sedimentarie mesozoiche si tro¬
vano solo sulla periferia esterna dell’apparato mo¬
renico, ad alcuni chilometri di distanza, e consi¬
stono di dolomie ladiniche su cui eventualmente
trasgrediscono calcareniti spatiche lotharingiane
seguite da torbiditi e spongoliti medio-liassiche
(M.Fenera a SW, Maggiora a Sud, Arona ad Est).
Una loro correlazione con quelle gozzanesi non
pare a tutt’oggi possibile, data:
1) la mancanza in queste ultime di residui dolo¬
mitici che testimonino dell’appoggio franco
delle rocce liassiche sulle dolomie (al contrario
di quanto capita invece coi residui di porfido);
2) la diversa facies dei terreni medio-liassici.
I giacimenti di Gozzano sono quindi apparte¬
nenti ad un’area di sedimentazione diversa da
quella delle rocce coeve più vicine e data la man¬
canza di rimaneggiati dolomitici, testimoniano di
una trasgressione lotharingiana direttamente sui
porfidi o al massimo su una soglia ove la dolomia
fu estremamente sottile.
Questo ci pare un primo dato significativo.
Un ulteriore contributo alle conoscenze sulla
posizione del Lias gozzanese potrebbe venire dal¬
l’analisi delle fratturazioni naturali sul calcare,
considerando statisticamente le loro posizioni spa¬
ziali neH’emisfero inferiore della rete di Schmidt
e seguendo i concetti della Gefiigekunde di San-
der B. 1948-1950.
Escludendo dal computo le fessure di riempi¬
mento filoniano che sono di fase singenetica, il
diagramma relativo ai poli delle fratture (diaclasi,
faglie) più antiche riscontrate nella cava Men-
tasti e messe a confronto' col polo della stratifi¬
cazione s.s., mostra una preferenza delle fessure
stesse all’orientazione su piani hol, bc e infine hkl
con poca divergenza dell’asse b.
Fig. 42. — A) Diagramma sull’ emisfero inferiore di
Schmidt dei poli relativi a 100 piani di fessurazione (dia¬
clasi e faglie) nella cava Mentasti, con la posizione del
polo ss della stratificazione media.
B) Diagramma di 75 poli dei piani di fessurazione nel set¬
tore settentrionale della cava minore, con indicazione del
polo medio della stratificazione. L’analisi simmetrologica
rimane valida anche se gli strati considerati sono rove¬
sciati.
C ) Diagramma di 45 poli dei piani di fessurazione nell’af¬
fioramento lotharingiano del colle, con indicazione del
polo della stratificazione.
0-3 %
3-6 %
> 6 %
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
L’ ipotesi più attendibile desumibile dai risul¬
tati di questo tipo di analisi è pertanto quella che
le fratture meno recenti siano relative a disloca¬
zioni tettoniche con direzioni parallele a quelle
degli assi strutturali.
La densità preferenziale di queste fessure sul
li" quadrante del reticolo dà indicazioni sulla ori¬
ginaria simmetria monoclina del loro assetto.
Ma oltre a queste fessurazioni, ve ne sono
altre che le intersecano e sono disposte su piani
ac, okl, hko e ancora hld.
Una parte di quelle sul piano di tensione sono
riempite dalla calcarenite rossa (in tal evenienza
non sono state conteggiate) ma una parte è cica¬
trizzata da calcite spatica fresca, non alterata e
quindi è desumibilmente di origine più tardiva.
Il quadro finale riguardante la fessurazione
della cava Mentasti porta allora ad una simmetria
triclina per intersezione di piani svariati, sovrap¬
posta ad una pronunciata simmetria monoclina
precedente. Questo dovrebbe indicare ripetizione
di deformazioni nel tempo, eterocronia degli orien¬
tamenti delle fratture oppure rotazioni su assi
differenti da quelli b (Hills 1953).
Le rocce domeriane della cava minore presen¬
tano un quadro simmetrologicamente affine sep¬
pure meno ricco. Le differenze rispetto alla cava
Mentasti riguardano piuttosto la maggior concen¬
trazione delle fratturazioni sui piani hol più an¬
tichi e hkl più recenti e la minor percentuale di
fratturazione sugli altri piani, dati che indiche¬
rebbero una maggior rispondenza alle sollecita¬
zioni di taglio che non a quelli di tensione.
Nel diagramma relativo alle fessurazioni sul
versante settentrionale del colle (unico settore ove
l’entità degli affioramenti permetta delle misura¬
zioni utilizzabili) si nota una discreta concentra¬
zione delle fessurazioni sui piani più antichi ac
(quelle con filone sedimentario non sono però
state conteggiate) e hkl più recenti.
Poiché le misure prese nel colle sono fatte su
terreni coevi e identici a quelli della cava Men¬
tasti, ne viene d’obbligo un confronto diretto: e
da questo confronto risulta un minor disturbo
strutturale delle rocce del colle rispetto a quello
delle cave e una diversa orientazione delle frat¬
ture più antiche.
Coi dati a disposizione, se ne dovrebbe con¬
cludere che i tre affioramenti liassici di Gozzano
hanno subito dal punto di vista dell’orientamento
deformativo più antico delle vicissitudini un poco
differenti mentre avrebbero subito sollecitazioni
affini solo nelle fasi tardive.
89
Seppure non conteggiate, le fratture riempite
di sedimento e pertanto sede di filoni sedimentari,
sono sui piani ac e hol.
Nella cava prevalgono quelle sul piano hol, nel
colle quelle sull’ac. Il caso della diversa frequenza
e anche della differente orientazione di fessure
con filoni sedimentari nei terreni lotharingiani del
colle rispetto a quelli coevi della cava Mentasti,
non dipende ovviamente dalle dislocazioni tardive
cui possono essere stati oggetto i due sedimenti,
bensì dalla diversità delle reazioni deformative
nel luogo e nel tempo di deposizione e formazione
dei filoni medesimi, cioè quelle di primo ordine.
Siccome le due serie lotharingiane del colle e
della cava maggiore presentano un diverso spes¬
sore e una diversa terminazione (come si ricor¬
derà i calcari recitali del colle sopportano in con¬
tatto trasgressivo le calcisiltiti medio-liassiche,
mentre quelli della cava sottostanno alle biospa¬
riti encrinitiche) è possibile che esse fossero origi¬
nariamente più distanziate di quanto non lo siano
tuttora, pur appartenendo allo stesso bacino di
sedimentazione, e questo potrebbe spiegare anche
la originaria diversità di comportamento alle sol¬
lecitazioni iniziali.
Per quanto riguarda la cava minore, l’estrema
disgiunzione dei vari blocchi affioranti, la pre¬
senza di cunicoli scavati dall’acqua al di sotto di
alcuni di essi e pavimentati di ciottoli di deriva¬
zione morenica, il rovesciamento della serie a così
piccola distanza della cava Mentasti, fanno pro¬
pendere per una giacitura anomala dell’affiora¬
mento connessa a depositi glaciali: vale a dire
che i terreni della cava piccola potrebbero essere
ritenuti erratici morenici.
A favore dello sradicamento delle rocce della
cava minore e del loro asporto potrebbero anche
stare la diversità di ambiente deposizionale, pur
appartenendo allo stesso bacino, rispetto ai coevi
calcari di piattaforma non recifale alla sommità
del colle, diversità non troppo convincentemente
spiegabile con una veloce eteropia, data l’esigua
distanza attuale dei due affioramenti. La veridi¬
cità di tale particolare posizione non dovrebbe in
ogni caso infirmare la possibilità di correlazione
fra gli elementi stratigrafici del colle e della cava,
data l’ identità cronologica desunta dai fossili.
Mentre per la cava minore si hanno elementi
strati grafici, morfologici e strutturali che portano
ad una determinata conclusione, la cava Mentasti
e il colle non presentano sufficienti dati per de¬
cidere della loro giacitura autoctona o meno.
I due affioramenti hanno immersioni strati¬
grafiche divergenti di una novantina di gradi,
LORIS MONTANARI
90
sono ammantellati e in parte intersecati da ter¬
reni morenici e di conseguenza hanno risentito
dell’azione morfologica dei ghiacciai e/o dei loro
sedimenti. Ma quanto queste azioni abbiano in¬
fluito sul loro assetto finale non si può ancora
dire.
Elementi simmetr elogici e d’ogni altro ordine
presentati in questa occasione sono dunque insuf¬
ficienti alla risoluzione della giacitura, risoluzione
che solo un’esplorazione profonda diretta — at¬
tualmente improponibile per ovvie ragioni prati¬
che — potrebbe far trovare.
CONCLUSIONI
In seguito alle risultanze biostratigrafiche del¬
l’ultimo lavoro sulle faune liassiche di Gozzano
(Sacchi Vialli & Cantaluppi 1967) è emersa la
necessità di verificare le condizioni ambientali in
cui si sedimentarono certe forme guida e spie¬
gare eventuali connessioni fra la stratigrafia e la
differenziazione netta in due associazioni dell’ in¬
sieme fossilifero.
Dal rilevamento di dettaglio e dall’utilizza¬
zione dei dati paleontologici più recenti è risultata
la possibilità di correlazione fra le serie esposte
a cava Mentasti e alla base del colle, che hanno
dapprima sedimenti di avanscogliera, indi sedi¬
menti francamente recitali (tutti con le stesse
forme di fossili supra-sinemuriani); le medesime
serie sono perdippiù interessate a depositi supra-
cotidali con arenarie calcaree a scheletro molto
ossidato e cemento argillitico di alterazione da
calcari e rocce ignee.
La serie di cava Mentasti continua al di sopra
dell’episodio di scogliera con alternanze biomicri-
tiche e bioclastitiche, indi con altre bioclastiti a
resti di crinoidi in banchi sottili. L’energia am¬
bientale è minore che non quella riscontrata nei
depositi recitali.
La serie alla base del colle non mostra l’ele¬
mento stratigrafico bioclastico sommitale come
quella di cava Mentasti, ma è sormontata da cal-
cilutiti in discordanza angolare (che dopo pochis¬
simi metri presentano faune medio-domeriane) il
cui ambiente di sedimentazione non è più recitale.
Il fatto spiega allora la differenziazione cronolo¬
gica fra le associazioni faunistiche riscontrate dai
due AA. summenzionati: è evidente che ad una
lacuna stratigrafica nel Carixiano e ad una si¬
tuazione ambientale diversa nel Domeriano ri¬
spetto a quella del sottostante Lotharingiano ha
corrisposto un « salto » faunistico netto.
Le intercalazioni di areniti con elementi ossi¬
dati in matrice argillitica si ripetono nelle varie
successioni stratigrafiche e sono più evidenti dove
la facies si avvicini o si identifichi con quella re¬
citale.
I materiali che le compongono derivano o dalla
roccia immediatamente sottostante o da quella cir¬
costante ; si tratta fondamentalmente di fram¬
menti organogeni e porfirici alterati, che formano
un sedimento di ambiente da intercotidale a su-
pracotidale, con netta preferenza per quest’ultimo.
La successione di queste intercalazioni non sem¬
bra seguire una regola, ma essere casuale. I ma¬
teriali ossidati partecipano al riempimento di fes¬
sure aperte nel substrato nello stesso momento
geologico del loro accumulo, insieme a sedimenti
molto poco alterati di ambiente intercotidale (che
sono gli unici a presentare fossili non ossidati).
Pertanto, a seconda delle condizioni prevalenti al
momento della loro deposizione (supra-cotidali o
intercotidali) i materiali che occludono le fessure
del substrato possono essere ossidati o meno.
Le fessure singenetiche occluse dai sedimenti
suddetti sono parecchie e di varie generazioni,
però non sono tanto approfondite da interessare
livelli di età sostanzialmente diversa; di conse¬
guenza esse esprimono il persistere di una situa¬
zione locale e ristretta nel tempo con bassi fon¬
dali facilmente aH’asciutto. La loro connessione
con sedimenti ad elementi ossidati si verifica in
condizioni climatiche ottimali per una veloce alte¬
razione dei fanghi e delle strutture organogene.
Il loro breve tragitto verticale (al massimo qual¬
che metro per ogni singola generazione) pare in¬
dicare che si sia attuato in un’area a calcari il cui
substrato fosse piuttosto rigido e permettesse di¬
sgiunzioni solo nella parte corticale.
La frequenza di litoclasti vulcanitici nello sche¬
letro delle rocce lotharingiane viene a sostegno
di questa ipotesi, ipotesi connessa quindi all’even¬
tualità che il substrato dei sedimenti calcarei fosse
dato dai porfidi e non da altri terreni sedimen¬
tari (da rammentare che non affiora il contatto
fra vulcaniti e calcari).
L’ambiente di mari sottili in situazioni inter¬
cotidali e supracotidali e solo raramente infralit-
torali, è provato dal gran numero e varietà di
strutture deposizionali tipiche di area litorale e
ASPETTI GEOLOGICI DEL LIAS DI GOZZANO
neritica interna, fra le quali assumono impor¬
tanza quelle da essicamento, quelle di riempimento
in microcavità carsiche interne e quelle di depo¬
sito chimico.
La persistenza di situazioni di basso fondale
nel Lias inferiore e medio spiega la poca diffe¬
renza litologica macroscopica fra le rocce del Lo-
tharingiano e del Domeriano e l’ostacolo che i vec¬
chi AA. hanno trovato nel differenziare litologi¬
camente e cronologicamente le rocce di Gozzano.
Solo la revisione delle faune eseguita dai due
AA. succitati e la comunicazione in questa sede
dei rapporti di trasgressione che uniscono due en¬
tità di facies diversa — come possono essere ri¬
spettivamente quella delle biolititi o dei bioaccu¬
mulati a coralli e quella delle calcisiltiti ad ammo¬
niti nella sommità del colle — permettono di con¬
cludere che a Gozzano sono presenti due unità
stratigrafiche di età rispettivamente Lotharin-
giano e Domeriano medio e superiore, anziché una
singola di età Carixiano (« parte inferiore del Lias
medio ») di Parona.
La sovrapposizione lungo una stessa colonna
stratigrafica di termini ambientali paleogeografi-
camente contigui (ad esempio la successione di se¬
dimenti di avanscogliera, di scogliera e di retro-
scogliera della cava Mentasti) è spiegata con la
tu
migrazione delle facies nel tempo, elemento dina¬
mico di facile attuazione in condizioni ambientali
estreme come possono essere quelle dei bacini
sottili.
Dall’esame delle giaciture e da particolari se¬
dimentari si deduce che l’affioramento della cava
minore risulta rovesciato e diviso in due spezzoni
seriali. Dalla osservazione di cunicoli sottostanti
un suo lembo e pavimentati di ciottoli morenici,
nonché dell’analisi statistico-simmetrologica delle
fratture naturali, analisi che rivela una simmetria
triclina sovrapposta ad una marcata simmetria
monoclina precedente, ed essendo arbitraria una
ricostruzione tettonica che lo colleghi agli altri
affioramenti, si trae in questa sede la conclusione
che questo della cava minore sia un erratico mo¬
renico, pur se i suoi terreni appartengono origi¬
nariamente allo stesso bacino di sedimentazione
degli altri.
Per gli altri due affioramenti, gli elementi di¬
sponibili non sono sufficienti a decidere a favore
o contro una identica posizione da erratico; l’am-
mantellamento e l’ intrusione di materiale more¬
nico nelle ampie fenditure fra i blocchi di cui sono
composti, indicano comunque che i fenomeni gla¬
ciali diretti o indiretti hanno avuto un’ impor¬
tante ruolo nel determinarne la morfologia.
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Memorie sono in vendita presso la Segreteria della Società
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale
Italiana di Scienze Naturali,
(Corso Venezia 55)
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVIII - Fase. Ili
I i »*
RICERCHE SULL’ANFITEATRO MORENICO
DI RIVOLI - AVIGLIANA (PROVINCIA DI TORINO)
E SUL SUO SUBSTRATO CRISTALLINO
(con carta a colori al 1 : 40.000 e con 4 tavole a colori e 2 b.n.)
F. PETRUCCI - Rilevamento Geomorfologico dell’Anfiteatro morenico di Rivoli -Avi-
gliana (Prov. Torino) (Quaternario Continentale Padano - Nota 3) (*)
G. C. BORTOLAMI & G. V. DAL PIAZ - Il substrato cristallino dell’ Anfiteatro
morenico di Rivoli- Avigliana (Prov. Torino) e alcune considerazioni sull’evoluzione
paleografica e strutturale della eugeosinclinale piemontese (**)
(*) Istituto di Geologia dell’ Università di Parma.
Col contributo del C. N. R. - « Comitato per le Scienze Geologiche e Mineralogiche »
Ricerche di Geografia Fisica, Geomorfologia e Glaciologia.
(**) Istituto di Geologia dell’Università di Torino
delle Alpi occidentali del C. N. R.
e
Centro di Studi sui problemi dell’orogeno
MILANO
29 giugno 1970
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
VOLUME I.
I - Cornali a E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis : Felis jacobita (Corn.). 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Griffi F., 1865 - Di una specie d’ Hippolais
nuova per l’ Italia. 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini la¬
custri per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp.,
2 figg-, 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziarii del distretto di Messina. 88 pp.,
8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria. 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli og¬
getti di umana industria dei tempi preistorici raccolti
in Toscana. 32 pp., 4 tavv.
Vili - Targioni-Tozzetti A., 1866 - Come sia fatto l’organo
che fa lume nella lucciola volante dell’ Italia cen¬
trale ( Lucida italica) e come le fibre muscolari in
questo ed altri Insetti ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp.,
2 tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici of¬
ferti dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a
confondersi con esse. 4 0 pp., 4 tavv.
VOLUME II.
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia
di Pisa. 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’ori¬
gine des bassins lacustres, à propos des sondages du
Lac de Come. 12 pp., 8 tavv.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi
venete. 140 pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corallarj fossili del terreno
nummulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleon¬
tologiche di talune rocce cretacee della Calabria con
alcuni terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale.
18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1867 - L’ uomo fossile nell’ Italia centrale.
82 pp., 21 figg., 4 tavv.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum
Lichenum Angiocarporum genus propositum atque
descriptum. 8 pp., 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei
terreni terziari del distretto di Messina (Pteropodi
ed Eteropodi). 22 pp., 1 tav.
X - Durer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
VOLUME III.
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii.
16 pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - TJhelopsis , Belonia, W eitenwebera
et Limboria, quatuor Lichenum Ang io carpe orum ge¬
nera recognita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
Ili - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie.
88 pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri P. 1867 - Nota sopra un
Alciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp..
1 tav.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentatio. 40 pp., 4 tavv.
VOLUME IV.
I - D’Achiardi A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num¬
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera vel
adhuc controversa, vel sedis prorsus incertae in sy-
stemate, novis descriptionibus iconibusque accuratis-
simis illustrata. 18 pp., 2 tavv.
Ili - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi
di umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg.,
7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lom¬
bardia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
VOLUME V.
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
(Del voi. V non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME VI.
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi-
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontolo¬
gici. 104 pp., 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
93 figg., 1 tav.
Ili - Pavesi P., 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp.,
14 Hgg-, 1 tav.
VOLUME VII.
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 PP-, 9 tavv.
(Del voi. VII non furono pubblicati altri fascicoli).
VOLUME Vili.
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg.,
3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera.
Studi petrografici e geologici. Parte II. pp. 47-186,
5 figg-, 9 tavv.
Ili - Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle allu¬
vioni lombarde, con osservazioni sulla filogenia e
scomparsa di alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg.,
3 tavv.
VOLUME IX.
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle
Alpi italiane, pp. 1-164, 7 figg., 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione
della base del cranio colle forme craniensi e colle
strutture della faccia nelle razze umane. - (Saggio
di una nuova dottrina craniologica con particolare
riguardo dei principali cranii fossili), pp. 165-262,
7 figg -, 2 tavv.
MEMORIE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI SCIENZE NATURALI
E DEL
MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI MILANO
Volume XVIII - Fase. Ili
RICERCHE SULL’ANFITEATRO MORENICO
DI RIVOLI - AVIGLIANA (PROVINCIA DI TORINO)
E SUL SUO SUBSTRATO CRISTALLINO
(con carta a colori al 1 : 40.000 e con 4 tavole a colori e 2 b. n.)
F. PETRUCCI - Rilevamento Geomorfologico dell’Anfiteatro morenico di Rivoli - Avi-
gliana (Prov. Torino) (Quaternario Continentale Padano - Nota 3) (*)
G. C. BORTOLAMI & G. V. DAL PIAZ - Il substrato cristallino dell’ Anfiteatro
morenico di Rivoli- Avigliana (Prov. Torino) e alcune considerazioni sull’evoluzione
paleografica e strutturale della eugeosinclinale piemontese (**)
(*) Istituto di Geologia dell’ Università di Parma.
Col contributo del C. N. R. - « Comitato per le Scienze Geologiche e Mineralogiche » -
Ricerche di Geografia Fisica, Geomorfologia e Glaciologia.
(**) Istituto di Geologia dell’Università di Torino e
delle Alpi occidentali del C. N. R.
Centro di Studi sui problemi dell'orogeno
MILANO
29 giugno 1970
EDITRICE SUCC. FUSI • PAYIA
FRANCO PETRUCCI (* (**))
Rilevamento geomorfologico dell’Anfiteatro morenico
di Rivoli-Avigliana (Prov. Torino)
(Quaternario Continentale Padano - Nota 3) (5l*)
Riassunto. — Vengono illustrate con Carta a colori al
40.000 le condizioni geomorfologiche dell’Anfiteatro more¬
nico di Rivoli-Avigliana situato allo sbocco della Valle di
Susa ed il relativo terrazzamento fluvioglaciale. La serie
cronostratigrafica affiorante è la seguente:
— - Interglaciale Giinz-Mindel : conglomerati fluviali cemen¬
tati correiabili con il « Ceppo » della Brianza.
Superiormente :
— Morenico M indei : esso è rappresentato da diverse cer¬
ehie situate in posizione più esterna con tipico paleo¬
suolo di colore rosso assai intenso, potente sino a 5
metri, completamente argillificato, con scheletro a ciot¬
toli silicei e silicati alteratissimi.
— Fluvioglaciale M indei : attraverso gli scaricatori fluvio-
glaciali si correla alle rispettive cerehie moreniche: è
sufficientemente ben conservato, ma ridotto. Il paleo¬
suolo è simile a quello presente sul morenico con ti¬
pica pedogenesi dell’ Interglaciale Mindel-Riss. Esso è
assimilabile al « Ferretto » della Brianza.
— Morenico Riss : è presente con numerose cerehie e co¬
stituisce la maggior parte dell’Anfiteatro. In partico¬
lare merita menzione la grande « cerchia spartiacque »
che viene attribuita al Riss li.
— Fluvioglaciale Riss : esso prende origine dalle rispet¬
tive cerehie moreniche e forma un ampio terrazza¬
mento che costituisce la maggior parte della Pianura
fino al Po.
Sia il Morenico che il Fluvioglaciale Riss presentano
in superficie testimoni di paleosuolo rosso-bruno argil¬
lificato tipico della pedogenesi dell’ Interglaciale Riss-
Wtirm.
— Morenico e Fluvioglaciale Wiirm : formano l’unità mor¬
fologica più interna e ridotta dell’Anfiteatro a suolo
bruno.
— Copertura eolica : si estende fino a ricoprire gran
parte della zona in oggetto, con una coltre che da po¬
chi decimetri raggiunge diversi metri di potenza. Si
ritiene prevalentemente Cataglaciale, rispettivamente
de! Mindel, del Riss e del Wurm.
— Terrazzi fluviali olocenici : le Alluvioni che si esten¬
dono lungo i corsi d’acqua principali vengono distinte
in: antiche, medio-recenti ed attuali.
Abstract. — Geomorphological Mapping of thè Morainic
Amphitheatre of Rivoli-Avigliana (Prov. Torino) - (Continental
Quaternary of Po Valley - Paper n. 3).
The geomorphological mapping (colour map 1:40.000)
of thè morainic Rivoli-Avigliana Amphitheatre near thè
end of thè Susa Valley and of its fluvio-glacial terraces is
described and illustrated. The exposed sequence is chrono-
stratigraphically as follows from bottoni to top:
— Giinz-Mindel Interglaciali cemented fluvial conglome-
rates correlatable with « Ceppo » of Brianza.
— Mindel Morainic : it is represented by several outer
arcs with a typical deep red paleosoil, thick up to 5
meters, completely decomposed into clay, with a frame-
work of very weathered silicate pebbies and ehert ones.
— Mindel Fluvio-glacial : thè correlation between these
sediments and thè respective moraines is clear by out-
wash channels: they are rather well preserved, and
rather thin. The paleosoil is similar to that overlaying
thè morainic with typical soil formation of thè Mindel-
Riss Interglacial. It is correlatable to thè « Ferretto »
of Brianza.
— Riss Morainic : it is present with several arcs and it
is thè prevailing unit of thè Amphitheatre.
It is to be mentioned thè large « water-shed are »,
usually considered Riss II.
— Riss Fluvio-Glaciali it extends by a wide terrace, from
thè respective morainic arcs to thè Po river.
Riss Morainic and Fluvio-glacial show in thè upper
part evidences of clayey red-brown paleosoil, typical
of thè Riss-Wurm integracial soil formation.
— Wiirm Morainic and Fluvio-Glaciali they represent thè
innermost and thè narrowest morphological unit of thè
Amphitheatre with brown soil.
— Aeolian Coveringi it is covering most of thè studied
area, with a thickness ranging from few7 decimeters to
(*) Professore incaricato di « Rilevamento Geologico » e Assistente ordinario presso la Cattedra di Geologia dell’Uni¬
versità degli Studi di Parma.
(**) Lavoro eseguito col contributo del C.N.R. - «Comitato per le Scienze Geologiche e Mineralogiche» - Ricerche
di Geografia Fisica, Geomorfologia e Glaciologia.
La Carta è stata presentata il 1° Settembre 1969 alla Sezione VI - Stratigrafia - dell’VIII Congresso INQUA, Parigi.
FRANCO PETRUCCI
«♦G
several meters. It is thought to be respectively thè
cataglacials of Mindel, Riss and Wurm.
— li Olocene Fluvial terraces : they extend along thè main
streams and are subdivided into: Old, Sub-Reeent,
Recent.
Zusammenfassung. — Geomorphologìsche Untersuchung
des morenischen Amphitheaters von Rivoli-Avigliana (Provinz
furin) - (Kontinentales Quartàr des Po-Gebietes - Siehe
Erlàuterung 3).
In der vorliegenden farbigen Karte im Massstab
1:40 000 werden, die geomorphologischen Gegenbenheiten
und das fluvioglaziale Terrassensystem des Endmorànen-
kranzes von Rivoli-Avigliana am Ausgang des Susa-Tals
dargestellt. Es erscheint, von unten nach oben, die fol-
gende chi-onostratigraphische Sei’ie:
— - Das Gunz-Mindel-Interglazial besteht aus fluviatilen
zementierten Konglomeraten, die mit dem « Ceppo »
des Brianza korreliert werden kònnen.
— Die Mindel-M orane wird durch verschiedene Giirtel re-
pràsentiert, die eine externere Position einnehmen. Es
tritt ein typischer Palàoboden mit intensiver Rotfàr-
bung auf. Die Màchtigkeit erreicht 5 m. Die Mindel-
Morane ist vollstàndig verlehmt und besitzt ein Geriist
aus wechsellagernden Kiesel- und Silikat-Geròllen.
— Das Mindel-Fluvioglazial làsst sich ùber die fluvio-
glazialen Schuttkegel mit den entsprechenden Morà-
nengiirteln korrelieren; es tritt genugend gut erhalten
auf, ist allerdings reduziert. Der Palàoboden àhnelt
demjenigen der Mindel-Moràne mit einer fiir das Min-
del-Riss-Interglazial typischen Bodenbildung. Er àhnelt
dem « Ferretto » der Brianza.
— - Die Riss-Moràne pràsentiert sich in zahlreichen Gur-
teln und baut den Hauptteil des Endmorànenkranzes
auf. Besonders verdient der grosse Giirtel hervorge-
hoben zu werden, der als Wasserscheide fungiert und
dem Riss II zugeordnet wird.
— Das Riss-Fluvioglazial entstand urspriinglich aus den
entsprechenden Morànengurteln und bildet ein weites
Terrassenfeld, welches den gròssten Teil der Ebene bis
hin zum Po uberdeckt. Die Riss-Moràne und das Riss-
Fluvioglazial fiihren an der Oberflàche Reste eines rot-
braunen verlehmten Palàobodens der typisch fiir die
Bodenbildung wàhrend des Riss-Wurm-Interglazials ist.
— - Die Wurm-Moràne und das Wurm-Interglazial bauen
die internste und reduzierteste morphologische Einheit
des Endmorànenkranzes mit brauner Bodenbildung auf.
— Die dolische Bedeckung hiillt weite Teile des untersuch-
ten Gebietes mit einer Màchtigkeit, die von wenigen
Metern bis zu einigen Dezimetern reicht, ein. Sie wird
fiir friihglazial, resp. Mindel, Riss und Wiirm gehalten.
— Die holozdnen fluviatilen Terrassen erstrecken sich
làngs der gròsseren Fliisse und werden in alte, mittlere
bis rezente und in heutige Terrassen eingeteilt.
Résumé. — On illustre avec une Carte en couleurs à
40.000 me les caractères géomorphoogiques de l’amphithéà-
tre moranique de Rivoli-Avigliana au débouché de la Vallèe
de Susa et les terrasses fluvio-glaciaires correspondantes.
La sèrie chronostratigraphique visible à l’affleurement est
la suivante:
— Interglaciaire Giinz-M indei: conglomérats fluviatiles,
cimentés, corrélables avec le « Ceppo » de la Brianza,
surmontés par:
— Morainique Mindel, représenté par plusieurs arcs à
l’extérieure avec un typique paléosol rouge très vif,
puissant de 5 mètres, complètement argileux et sque-
lette à cailloux siliceux et silicates très altérés.
— Fluvioglaciaire Mindel, par le milieu des déchargeurs
fluvioglaeiaires il se rattache aux correspondants arcs
morainiques; il est suffisement bien conservé, mais ré-
duit. Le paléosol est semblable au paléosol du mo¬
rainique, avec la typique pédogénèse de P Interglaciaire
Mindel-Riss et semblable au « Ferretto » de la Brianza.
— Morainique Riss : avec plusieurs arcs il constitue la
plus grande partie de l’Amphithéàtre. En particulier
il faut rappeller le grand are de separation des eaux,
référable au Riss IL
— Fluvioglaciaire Riss, il dérive des correspondants arcs
morainiques et forme de larges terrasses, qui consti-
tuent la plus grande partie de la Piaine jusqu’au Pò.
Le Moraniques et le Fluvioglaciaire Riss sont recou-
verts par des résidus du paléosol argileux jaune-rouge,
formé pendant l’ interglaciaire Riss-Wurm.
— Morainique et Fluvioglaciaire Wiirm, à sol brun ils
constituent la partie morphologique plus enterieure et
réduite.
— Couverture éolienne : elle recouvre grande partie de la
zone et est puissante de quelques centimètres à plu¬
sieurs mètres. Elle peut se référer surtout au Cata-
glaciaire du Mindel, du Riss et du Wiirm.
— Terrasses fluviales olocéniques, ces alluvions qui sont
encaissées le long de principaux cours d’eau sont di-
stinguées en: anciennes, médio-récentes et actuelles.
RILEVAMENTO GEOMORFOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
!>7
PREMESSA
Questo studio fa parte di un ciclo di ricerche
geomorfologiche e pedologiche ( Quaternario Con¬
tinentale Padano - Nota 3), con indirizzo essen¬
zialmente analitico, per poter giungere con nume¬
rosi dati ad una sintesi dei fenomeni continentali
quaternari nella regione padana.
La presente ricerca geomorfologica sull’Anfi¬
teatro morenico di Rivoli-Avigliana venne da me
iniziata nel 1965, allorché il Prof. Roberto Ma-
laroda, Direttore dell’Istituto di Geologia di To¬
rino, invitò il Prof. Sergio Venzo, a collaborare
per il Quaternario continentale, nei Fogli geologici
Vercelli, Torino e Carmagnola.
Questa ricerca, voluta dal Servizio Geologico
d’Italia per la nuova edizione dei Fogli al 100.000,
risultò interessante per studi e ricerche sugli an¬
fiteatri morenici sudalpini della regione piemon¬
tese e relativi terrazzamenti, nonché per lo studio
geomorfologico, litostratigrafico e paleopedologico
del « Bacino fluviolacustre di Villafranca d’Asti ».
Penso sia da ricordare la collaborazione che sca¬
turì fra gli Istituti di Geologia di Torino e di
Parma, nonché con quello di Geologia Applicata
della Facoltà di Agraria di Firenze, diretto dal
Prof. Fiorenzo Mancini.
Vista l’ importanza di questi rilievi il Consi¬
glio Nazionale delle Ricerche « Comitato na¬
zionale per le Scienze Geologiche e Mineralogi¬
che », ha incoraggiato l’ulteriore proseguimento
di queste ricerche. In tal modo le indagini, ven¬
nero approfondite nell’area del Foglio Torino ed
estese nel limitrofo Foglio Susa, fino a compren¬
dere l’ intero arco dell’Anfiteatro allo sbocco della
Valle di Susa nella Pianura.
Le ricerche geomorfologiche intraprese dal
Prof. S. Venzo già da diversi decenni sugli appa¬
rati morenici sudalpini, dalla Lombardia al Ve¬
neto, hanno formato presso la Scuola di Parma
una équipe di ricercatori specializzati nelle ricer¬
che geomorfologiche del « Quaternario continen¬
tale padano ».
Da molti anni l’Autore ha partecipato a tali
ricerche incoraggiato dal Prof. S. VENZO, appas¬
sionato animatore di studi sul Quaternario.
La presente ricerca è stata condotta in colla¬
borazione con il Prof. Mancini ed i suoi Assistenti
G. A. Ferrari e D. Magaldi per quanto riguarda
lo studio dei suoli e paleosuoli.
Il substrato cristallino dell’area in esame è
stato studiato da G. C. Bortolami e G. V. Dal
Piaz, presso l’ Istituto di Geologia di Torino. En¬
trambe le équipes, parallelamente al presente la¬
voro, faranno uscire due note: la prima, relativa
ai suoli e paleosuoli, verrà pubblicata quanto pri¬
ma; la seconda, riguardante il substrato cristal¬
lino, è sul presente volume.
Un ringraziamento particolare vada a SERGIO
Tagliavini dell’Istituto di Geologia di Parma ed
a Francesco Carraro dell’ Istituto di Geologia di
Torino, che hanno collaborato in rilievi e ricerche
limitrofe all’Anfiteatro morenico di Rivoli-Avi¬
gliana.
Si ringrazia inoltre il Geom. Renato Gavaz¬
zine disegnatore della Carta, e la « Litografia
Artistica Cartografica » di Firenze per la cura
e la tempestività con cui hanno portato a termine
la stampa della Carta che, in tal modo, potè essere
presentata in occasione dell’VIII Congresso IN-
QUA di Parigi, nel settembre 1969.
Inquadramento regionale.
L’area cartogi’afata si trova allo sbocco della
Valle di Susa nella Pianura, in sponda sinistra
del F. Po e si estende ad ovest di Torino.
Topograficamente è compresa nelle Tavv. « Ri¬
voli » III SO e « Alpignano » III NO del F* 56
Torino e nelle Tavv. « Almese » II NE e « Gia-
veno » II SE del F° 55 Susa, della Carta d’Italia
1:100.000 dell’I.G.M. . Della Tav. «Almese» non
è stata rilevata la parte più settentrionale, men¬
tre della « Giaveno » manca una piccola area al
margine meridionale.
Il rilevamento originale è stato eseguito alla
scala 1:25.000 e ridotto successivamente ai¬
ri :40.000.
Metodo di lavoro.
Nello studio del « Quaternario Continentale
Padano », l’Anfiteatro morenico di Rivoli-Avi¬
gliana, rappresenta un apparato tipo, a sud delle
Alpi. Inoltre la sua non grande estensione, poco
meno di quattro tavolette, rappresenta un’area
sufficientemente ristretta e facilmente percorri¬
bile in un tempo relativamente breve che permette
al ricercatore specializzato di fare delle rapide
correlazioni. Le varie cerehie moreniche sono ben
conservate, come pure la frequenza di profili pe¬
dologici, tali da permettere uno studio approfon-
FRANCO PETRUCCI
98
dito dei suoli e paleosuoli, con utili correlazioni
fra le varie cerehie in base anche alla pedologia.
Il metodo di lavoro seguito, che ha portato
alla compilazione della presente Carta, è stato il
seguente: G. V. Dal Piaz & G. C. Bortolami,
hanno cartografato il substrato cristallino e stu¬
diato anche dal punto di vista genetico e petro¬
grafie© le « Formazioni dei calcescisti e delle pie¬
tre verdi » nonché il cosiddetto « Ricoprimento
Dora-Maira », qui affiorante. A questo proposito,
si ricorda, che gli Autori sopracitati presentano
una Nota esplicativa in questo stesso volume (x).
Il rilevamento geomorfologico dell’ intero An¬
fiteatro morenico e dei relativi fluvioglaciali, flu¬
viali e lacustri, nonché della copertura eolica è
dovuto a F. Petrucci; mentre lo studio pedolo¬
gico, con relative analisi dei suoli e paleosuoli, è
in corso da parte di F. Mancini & G. A. Ferrari,
con la collaborazione di D. MAGALDI, ed uscirà
quanto prima sulla stessa rivista.
Come si può vedere, la metodologia seguita,
per uno studio completo dell’area in esame, ha ri¬
chiesto la presenza di tre « équipes » specializ¬
zate: la prima per il substrato cristallino, la se¬
conda per i depositi quaternari, la terza per lo
studio dei suoli e paleosuoli.
Le ricerche dei depositi quaternari sono ba¬
sate sulla possibilità di stabilire una successione
cronologica degli elementi morfologici : morene,
terrazzi fluvioglaciali e fluviali, depositi lacustri
ed eolici. Sono inoltre stati presi in considera¬
zione i paleosuoli, originati nelle distinte fasi pe¬
dogenetiche dei diversi interglaciali. Nello studio
dei loess si osserva, ad esempio, che la pedogenesi
relativa ad un interglaciale si è spinta in profon¬
dità, dal deposito eolico al sottostante morenico o
fluvioglaciale, confermando in tal modo la natura
prevalentemente cataglaciale di questi depositi. A
proposito di ciò l’argomento verrà affrontato in
maggior dettaglio nel capitolo dedicato alla Co¬
pertura eolica.
La metodologia seguita nel presente lavoro è
quella già adottata da S. Venzo (1947, 1948, 1949,
1956, 1957, 1961 e 1965), che si interessò a que¬
sti studi nella regione sudalpina dalla Lombardia
al Veneto. I suoi rilevamenti, infatti, sono basati
su una cartografia geomorfologica di dettaglio,
una accurata indagine dei paleosuoli, una rico¬
struzione stratigrafica delle serie e, ove possibile,
con correlazioni tra continentale e marino, oppure
con studi sistematici di serie lacustri a pollini,
fondamentali per stabilire la successione paleocli¬
matica e cronostratigrafica. A tal fine questo Au¬
tore collaborò, per un certo periodo, con F. Lona:
vedi Lona (1950), Lona & Follieri (1957 e 1958),
Lona & Venzo (1956-57), Lona & Venzo (1957).
Da questa ricerca scaturirono interessanti consi¬
derazioni e dati per correlazioni cronostratigrafi-
che con ampi riconoscimenti anche in campo in¬
ternazionale.
Allo stato attuale delle nostre ricerche vengono
portati dati analitici, che potrebbero essere in se¬
guito avvalorati o superati da ulteriori studi. Non
si ritiene opportuno, in questa fase, giungere a
conclusioni sintetiche, che potrebbero essere pre¬
clusive di ulteriori analisi oggettive degli avveni¬
menti che hanno portato alla formazione dei sedi¬
menti continentali padani.
CENNO BIBLIOGRAFICO
Per quanto rguarda l’Anfiteatro morenico di
Rivoli-Avigliana, la maggior parte degli studi ri¬
sale al secolo scorso: ben pochi Autori, negli ul¬
timi decenni, si interessarono del Quaternario allo
sbocco delle valli della Dora Riparia (Valle di
Susa) e del T. Sangone.
Non si ritiene opportuno menzionare ricerche
precedenti al 1850, in quanto superate dalle suc¬
cessive conoscenze geologiche, pur restando opere
valide per comprendere il cammino compiuto dalla
ricerca scientifica nel campo della geomorfologia.
Martinis & Gastaldi (1850), in una comuni¬
cazione alla Società Geologica di Francia, illustra¬
lo G. C. Bortolami & G. V. Dal Piaz: Il basamento
cristallino dell’ Anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana
(Prov. Torino), ecc.
vano con appropriate osservazioni i fenomeni gla¬
ciali e fluvioglaciali del Quaternario nella valle
del Po e nella Val di Susa. Questi fenomeni veni¬
vano comparati a quelli della Pianura Svizzera. E’
questo il primo saggio di valore per lo studio de¬
gli apparati morenici sudalpini e relativi fluvio-
glaciali.
In proposito si riporta il pensiero di F. Sacco
(1887) che, quasi quarant’anni dopo, così esaltava
l’opera del Gastaldi e del Martinis : « Però il po¬
tente ingegno di Bartolomeo Gastaldi applica¬
tosi all’esame diligente di queste regioni collinose
subalpitie riuscì a svelarne il modo di formazione,
e vediamo quindi pubblicato nel 1850 un lavoro di
questo geologo assieme al Martinis, per provare
l’origine glaciale dell’ Anfiteatro di Rivoli e per
tracciarne a grandi tratti la storia ».
RILEVAMENTO GEOMORFOLOGICO DELL ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
Prima di allora non si erano avute nozioni pre¬
cise dei fenomeni glaciali.
De Mortillet (1860) pubblicando il suo lavoro
« Carte des anciens glaciers da versant italien des
Alpes » sintetizza il quadro geomorfologico dei
maggiori apparati morenici sudalpini.
F. SACCO (1887) descriveva l’Anfiteatro more¬
nico di Rivoli e relativo fluvioglaciale e fluviale,
corredando il lavoro mediante una carta a colori
1:100.000 e richiamando, per maggiori dettagli,
ad una sua carta 1:25.000 del 1886, peraltro poco
conosciuta, in quanto non sufficientemente divul¬
gata. Le ricerche del Sacco, pur avendo un no¬
tevole valore scientifico e storico non riescono a
puntualizzare il problema.
A. Stella (1895) portava un tentativo di sin¬
tesi « Sui terreni quaternari della valle del Po in
rapporto alla Carta Geologica italiana », riassu¬
mendo i dati dei vari Autori che si interessarono
dell’argomento fino a quell’epoca.
Senza entrare in particolari si può dire che la
sintesi sulle suddivisioni del Quaternario fino a
quell’epoca era la seguente:
Alluvium (Quaternario recente) e
Diluvium (Quaternario antico).
Come si può vedere si è ancora lontani da una
interpretazione organica e chiarificatrice, anche
perchè gli Autori non sono sempre stati concordi
sulle diverse attribuzioni.
G. Capeder (1898) pubblicava un lavoro sul¬
l’Anfiteatro di Rivoli dal titolo « Osservazioni geo¬
logiche e pirografiche sull’ Anfiteatro morenico
di Rivoli » : purtroppo questa rara pubblicazione
è ora irreperibile : ricordo che in essa il loess viene
riconosciuto per la prima volta come deposito eo¬
lico (Capeder & Viglino 1898 e Capeder 1904).
In quest’ultimo lavoro l’autore tratta con acutezza
i problemi del loess in particolare, delle varie cer¬
ehie moreniche e degli interglaciali ; per questi ul¬
timi tuttavia non mette a punto il problema, con¬
fondendo i vari depositi interglaciali con i fluvio-
glaciali e fluviali, ecc.
Prever (1907) studiò l’Anfiteatro morenico di
Rivoli ed illustrò la zona con cartina morfologica
1:100.000. Il dettaglio del rilievo e l’acume inter¬
pretativo, superiore a quello dei precedenti stu¬
diosi, fanno di questa comunicazione un lavoro di
alto valore scientifico. L’Autore fa una triparti¬
zione del Morenico e del relativo Diluvium (flu-
voglaciale). Le cerehie moreniche più antiche sono
quelle esterne: morenico della la epoca ; in posi¬
zione intermedia quelle del morenico della 2a epoca ;
e più interne quelle del morenico della 3a epoca.
I relativi « fluvioglaciali » (Diluvium) nascono
dalle rispettive cerehie moreniche. A grandi linee
si potrebbe ora comparare la prima epoca al
« M indei », la seconda al « Riss » e la terza al
« Wiirm ». Dal Prever, le Alluvioni sono distinte
in antiche e recenti, come è pure segnalata la pre¬
senza del loess e di dune, anche se i depositi eolici
sono più estesi di quanto non figuri nella sua
cartina.
Craveri (1910) riprendeva a trattare del loess
piemontese e delle « dune continentali » di Tro-
farello-Cambiano e di Grugliasco, puntualizzando
l’origine eolica di tali depositi, discutendo il senso
di provenienza del vento (Nord-Ovest) e l’età pre¬
dominante, che si può correlare al Cataglaciale
Riss ( inizio della seconda fase interglaciale) con
parziale, successiva ripresa e trasporto di tali de¬
positi nel Cataglaciale Wiirm (suo Postglaciale).
Sacco (1921 e 1927), con due distinte note sul
Glacialismo nella Valle di Susa e nella Valle d’Ao¬
sta, tracciava un quadro sintetico dei due anfitea¬
tri di Rivoli e Ivrea, introducendo per la prima
volta a Sud delle Alpi i termini « penkiani » di
Mindel, Riss e Wiirm. Inoltre attribuiva al Mindel
la zona più esterna di ogni anfiteatro, al Riss
quella mediana ed al Wurm la più interna ed assai
ridotta, nell’ambito dell’anfiteatro, ma presente en¬
tro valle.
Ancora Sacco (1922) censiva « I principali
massi erratici dell’ Anfiteatro morenico di Rivoli »,
quali testimoni dell’ immensa potenza dei feno¬
meni glaciali allo sbocco della Valle di Susa.
La prima stesura del Foglio geologico 56 To¬
rino, usciva nel 1925 a cura di Mattirolo, No¬
varese, Franchi, Stella & Sacco. In esso l’An¬
fiteatro di Rivoli veniva attribuito per la maggior
parte, a cordoni morenici wurmiani e, per piccole
aree, a morene prewtirmiane. Tuttavia da tale
Carta non è possibile vedere la genesi delle varie
glaciazioni e lo stesso Sacco (1935), nelle « Note
Illustrative » al Foglio precisa : « Quanto al ter¬
reno morenico . .. tale terreno è indicato con tinta
unica, in realtà vi si possono distinguere le for¬
mazioni di tre periodi appartenenti alla prima
(min deliana? ) , seconda (rissiana?) e terza ( wiir -
miana?) glaciazione, ecc. » (sic). Inoltre Sacco,
per maggiori chiarimenti sull’argomento, rimanda
il lettore alle sue precedenti pubblicazioni del
1921 e del 1927. E’ evidente che il Foglio Torino,
edito nel 1925, fu un notevole passo indietro nelle
conoscenze del Quaternario continentale in genere,
ed in particolare degli anfiteatri morenici, come
accadde anche per altri numerosi Fogli della Carta
Geologica d’ Italia.
Da ricerche bibliografiche è risultato che V. H.
Menschling (1957), si interessò del Quaternario
100
FRANCO PETRUCCI
allo sbocco della Valle di Susa, ma la sua breve
nota non è conosciuta in Italia.
Uno fra gli ultimi Autori che si interessarono
allo studio dell’ Anfiteatro morenico di Rivoli-Avi-
gliana, è stato P. Gabert (1962). Il suo lavoro, a
carattere monografico, tratta dei diversi aspetti
morfologici della Pianura padana occidentale e re¬
lativa regione pedemontana, dal Piemonte alla
Lombardia centrale. Di conseguenza prende in
esame i vari anfiteatri morenici di questa vasta
regione, fra cui quello in oggetto.
Ho avuto occasione di conoscere personalmente
questo Autore, che è ricercatore appassionato,
dalla dialettica affascinante e col quale ho avuto
ampi scambi di idee sull’argomento. A prescindere
da un’analisi dettagliata delle sue ricerche (per
le quali si rimanda il lettore a Gabert 1962), si
può asserire che il Gabert ritiene la pianura es¬
senzialmente wiìrmiana, con piccole aree rissiane.
Per quanto riguarda gli apparati morenici, l’Au¬
tore non segnala la presenza di morenico Mindel
avendolo identificato con il Riss ; mentre il more¬
nico Wiirm si estende su tutta la restante area
dell’Anfiteatro ed è comprensivo dei morenici ris-
siano e wurmiano (vedi fig. 179 e fig. 180 a pa¬
gina 408). Al contrario non sono state prese in
considerazione le grandi carte fuori testo perchè
risultano poco chiare per errori di stampa.
Lo studio dei paleosuoli, da parte di Gabert,
non ha dato dei risultati del tutto accettabili, in
quanto discordi con le attribuzioni della Pedologia
che portano al riconoscimento di paleosuoli più
antichi, originatisi nell’ Interglaciale Mindel-Riss
e Riss-Wurm. Su questa base d’ interpretazione il
Gabert è giunto a conclusioni diverse. In occa¬
sione dell’ultimo Congresso INQUA - Parigi, Set¬
tembre 1969 - il problema è stato discusso diret¬
tamente dall’Autore con Gabert. Alla luce della
presente ricerca Egli stesso ha concordato sostan¬
zialmente con le idee dello Scrivente, riservando
l’opportunità di una eventuale estensione del mo¬
renico Wiirm alla cerchia rissiana più interna
della Valle Dora.
La seconda edizione del Foglio 56 Torino (1969)
e le relative « Note Illustrative » (1969) portano
un quadro parziale e sintetico dell’Anfiteatro di
Rivoli-Avigliana eseguito dall’Autore.
Del tutto recente è la comunicazione tenuta da
F. Petrucci (1969) all’ « Vili Congresso Interna¬
zionale dell’ INQUA - Parigi », in cui nella se¬
duta del lc settembre 1969 alla « Sezioyie Strati-
grafia », presidente la Signora H. Alimen, illu¬
strava la presente Carta a colori. Nel dibattito
seguito alla presentazione, i pareri sono stati con¬
cordi sul sostanziale valore del presente rileva¬
mento.
Carraro & Petrucci (1969), infine, allo stesso
Congresso INQUA di Parigi, nella seduta del
31 Agosto « Sezione Cartografia », presidente
S. Venzo, hanno inoltre presentato una « Carta
geologica della Pianura piemontese » 1 : 400.000.
In questa Carta è stato sintetizzato l’aspetto geo¬
morfologico dei depositi quaternari continentali
della Pianura piemontese: fluviali e fluvioglaciali,
anfiteatri morenici, depositi fluviolacustri del Vil-
lafranchiano, ecc. Tale Carta prese spunto dai
nuovi Fogli geologici eseguiti per la II edizione
della Carta Geologica d’ Italia dalle scuole di To¬
rino e di Parma, integrati da rilievi originali di
F. Carraro & F. Petrucci. Entrambe tali comu¬
nicazioni usciranno sugli Atti deH’VIII INQUA:
come riassunto sono già apparse nei « Résumés
des Comunications » dello stesso Congresso.
CENNO ALLA SERIE PREQUATERNARIA
La serie prequaternaria interessata dalla Carta
è costituita da un « Substrato cristallino », riferi¬
bile al « Ricoprimento Dora-Maira » con rocce del
Prewestf aliano e del Carbonifero, e dalla « For¬
mazione dei calcescisti e delle pietre verdi » del
Mesozoico. Come accennato in precedenza, per la
descrizione si rimanda direttamente a G. C. Bor-
tolami & G. V. Dal Piaz che la illustrano in que¬
sto stesso volume.
Nel presente rilievo, procedendo da Ovest ad
Est, al di sotto della coltre quaternaria, dal « Sub¬
strato cristallino » si passa al « Sedimentario »
che affiora, in sponda destra del F. Po, una de¬
cina di chilometri più ad Est della presente Carta,
ove costituisce la « Collina terziaria di Torino »,
contrafforte più occidentale delle « Colline del
Monferrato ».
Nelle immediate vicinanze di Torino, la Serie
terziaria in affioramento, comprende i termini
che vanno dall’Aquitaniano-Cattiano (« Formazio¬
ne di Antognola ») al Tortoniano argilloso. Men¬
tre più ad Est l’intera serie comprende le forma¬
zioni dall’Eocene superiore (« Formazione di Gas¬
sino ») al Pliocene con « Facies di Astiano » (vedi
F° 56 Torino - 1969).
Gli studi in superficie condotti dalla Scuola di
Torino, e quelli nel sottosuolo (specialmente per
opera dell’A.G.I.P.), mettono in evidenza un mo¬
tivo strutturale che sulla « Collina » è formato,
partendo da oriente, da un’anticlinale, da una suc¬
cessiva sinclinale, e da una seconda anticlinale
(Fig. 1). Esse si immergono rapidamente sotto i
depositi continentali della Pianura. La sinclinale e
DEPOSITI QUATERNARI CONT.
FORMAZIONI TERZIARIE
SUBSTRATO CRISTALLINO.
ASSE DI ANTICLINALE.
ASSE DI SINCLINALE
ASSE DI ANTICLINALE SEPOLTA
ASSEDI SINCLINALE SEPOLTA
CHIVASSO
TORINO
AVIGLIANA
RIVOLI
3 PINEROLO
CARMAGNOLA
disegno R. CAVAZZINI
10 Km
Fig. 1. — Carta Indice del Rilevamento geo-morfologico dell’Anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana; assi strutturali
della Pianura Torinese e della collina di Torino, ripresi dai nuovi Fogli della Carta Geologica d’Italia: F° 56 Torino e
F° 68 Carmagnola. Vedere spiegazione nel testo.
FRANCO PETRUCCI
102
l’anticlinale più occidentali vanno scomparendo
immergendosi sotto la Pianura, mentre rimane co¬
stantemente presente la prima anticlinale che pro¬
segue entro l’area del F” 68 Carmagnola (1969)
con direzione Sud-Ovest. Sotto la Pianura, imme¬
diatamente ad Ovest del vecchio centro di Torino
con asse SSO-NNE, è segnalata una lunga sincli¬
nale che segue ad una certa distanza il margine
alpino, descrivendo una enorme esse nelle aree dei
Fogli Vercelli, Torino e Carmagnola (vedi). In
corrispondenza di questa lunga sinclinale deve es¬
sersi formata la maggior area di subsidenza, pri¬
ma di l’aggiungere i contrafforti alpini. Gli accu¬
muli di sedimenti sono infatti considerevoli : i dati
geofisici ed i diversi pozzi eseguiti dall’A.G.I.P.
raggiungono al massimo il Miocene inferiore a
profondità di qualche chilometro. Per la stratigra¬
fia e la tettonica di dettaglio delle « Formazioni
terziarie » si rimanda il lettore alla bibliografia
ed ai Fogli geologici sopra ricordati, mentre sarà
opportuno soffermarci ancora brevemente su que-
st’ultima sinclinale oligomiocenica nell’area inte¬
ressata dal presente rilevamento.
In sponda destra del F. Po, le « Formazioni ter¬
ziarie », prima di immergersi sotto la Pianura che
si estende da Torino a Rivoli, formano un’anticli-
nale piuttosto stretta. Quindi in sinistra Po, con
asse SSO-NNE, si estende un’ampia sinclinale il
cui margine più occidentale viene a contatto, al
disotto dei depositi quaternari, con il « Substrato
cristallino ».
Le perforazioni eseguite in quest’area per ri¬
cerche idriche, segnalate da SACCO e da qualche
altro Autore, hanno incontrato, sotto al Quater¬
nario lo stesso « Villafranchiano » e la serie ma¬
rina che dal Pliocene si spinge in profondità fino
al Tortoniano, ed oltre?
Resta da interpretare il « contatto » fra i « De¬
positi terziari marini » ed il « Substrato cristal¬
lino », in quanto non visibile in affioramento. Tale
« contatto » investe complessi problemi di tettonica
alpina, ma potrebbe essere anche verosimilmente
di natura stratigrafica-sedimentaria, in quanto al¬
meno da un certo punto del Miocene (od Oligocene
sup.?) in poi, i depositi terziari si sarebbero sedi¬
mentati a ridosso o sullo stesso Substrato (Carta).
La presenza del Pliocene in certi pozzi, non lungi
dal margine alpino, potrebbe esser conferma di
ciò, tuttavia non escludendo la ripresa di movi¬
menti tettonici anche in tempi molto recenti.
L’ANFITEATRO MORENICO
Interglaciale Gùnz-Mindel.
I termini più antichi della serie quaternaria,
qui affiorante, sono costituiti dal conglomerato
fluviale, poligenico, ad elementi minuti dell’ Inter¬
glaciale Gùnz-Mindel (Fig. 1, Tav. VII).
Esso presenta stratificazione lenticolare di
tipo fluviale, talora con intercalazioni sabbiose,
sabbioso-ghiaiose, raramente argillose, sempre for¬
temente cementato, almeno nelle scarpate lungo i
corsi d’acqua. Affiora, infatti, lungo le più pro¬
fonde incisioni della Dora Riparia, da Alpignano
alle porte di Torino, e del Sangone, da Gonzole a
Mirafiori. Stratigraficamente è sottoposto al mo¬
renico ed al fluvioglaciale Mindel. Tali depositi
conglomeratici, potenti sino alla sessantina di me¬
tri, formano due estese conoidi sepolte, rispetti¬
vamente della Dora e del Sangone, e giungono in
prossimità del F. Po. Da dati di perforazione,
questi conglomerati risultano sovrapposti ai de¬
positi fluviolacustri villafranchiani, venendo a for¬
mare continuità di sedimentazione continentale dal
Villafranchiano (fresco?) al Mindel escluso.
Due località sono fondamentali al fine di de¬
terminare la loro precisa posizione stratigrafica:
la prima, lungo il T. Sangone ad Est di Gonzole,
fino a Beinasco (fuori Carta, vedi Foglio To¬
rino)', la seconda, nella profonda forra in sponda
sinistra della Dora, a Pianezza. In entrambe que¬
ste località è evidente la sottoposizione al Mindel.
Questa antica fase fluviale ( igG U ) è comune nel
bacino padano sia al Versante Alpino, fino alla
regione del Garda, sia a quello Appenninico, fino
all’Emilia centro-occidentale, ove è stata ampia¬
mente segnalata.
Nella presente area, in particolare, e in molte
zone del Piemonte occidentale, questa facies flu¬
viale è manifestamente sovrapposta ai depositi
fluviolacustri del « Villafranchiano fresco », for¬
mando con esso un passaggio verticale di facies
(da fluviolacustre a fluviale), con una sedimenta¬
zione continua fino al Mindel escluso. Il Villafran¬
chiano fresco, diffusamente esteso sotto la Pia¬
nura piemontese, affiora in lembi più o meno ri¬
stretti al margine alpino; mentre nella regione
pianeggiante compresa fra i contrafforti del Ba¬
cino terziario del Piemonte, e nella stessa zona
di bassa collina, i depositi fluviolacustri villafran¬
chiani, affiorano per una estensione considerevole
entro l’area dei fogli Torino, Carmagnola, Asti,
RILEVAMENTO GEOMORFOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
ecc. In questa « area tipo » il Viliafranchiano, con
le due facies calda (2) e fresco-fredda (3), conti¬
nuerebbe la deposizione fluvio-lacustre fino a tutto
l’ Interglaciale Giinz-Mindel (vedi Petrucci-Ta-
GLIAVINI 1968, Fogli Torino-C arma gitola e rela¬
tive Note Illustrative). In questo caso l’ultima
parte del Viliafranchiano farebbe passaggio late¬
rale di facies al conglomerato G-M (fluviolacustre
il primo, fluviale il secondo).
Il « Viliafranchiano fresco » nella regione pie¬
montese, viene a corrispondere in parte al Giinz.
Il morenico Giinz è infatti ampiamente segnalato
in Lombardia e nella regione del Garda (Penck
1909, Nangeroni 1929, Riva 1943 e Venzo 1948-
1952, ecc., 1965) mentre non è ancora segnalato
lungo l’arco alpino occidentale. Nelle suddette re¬
gioni, sul Giinz riposa il « Ceppo lombardo » at¬
tribuito ai depositi fluviali dell’ Interglaciale Giinz-
Mindel, e su questo il Mindel sia morenico sia flu¬
vioglaciale. Il « Ceppo lombardo » è correiabile
quindi al nostro conglomerato.
Petrucci (1868) nell’ Appennino parmense, fra
le valli dei torrenti Taro e Baganza, ha segnalato
una successione litostratigrafica che comprende
alla base i depositi marini del Calabriano su cui,
trasgressivi, riposano « coyiglomerati » di tipo flu¬
viale (Interglaciale G-M), e su di essi depositi flu¬
viali terrazzati, con al tetto un tipico paleosuolo
dell’ Interglaciale Mindel-Riss (Ferrari & Magaldi
1968). Tale segnalazione riveste particolare impor¬
tanza, in quanto viene a delimitare la posizione
stratigrafica dei « conglomerati » in oggetto per
l’area appenninica, collocandoli fra il Calabriano
ed il fluviale Mindel. La diffusione dei depositi
G-M lungo il margine padano, starebbe a testimo¬
niare, un’ intensa fase erosiva, probabilmente con¬
nessa con debole sollevamento marginale alpino¬
appenninico ed abbassamento del bacino per sub¬
sidenza.
Mindel.
Il morenico Mindel è testimoniato, nell’Anfi¬
teatro di Rivoli-Avigliana, dal sistema di cordoni
a paleosuolo intensamente ferrettizzato, con dolce
morfologia, specialmente sul settore settentrionale
dell’Anfiteatro, mentre nella parte meridionale si
riscontra un rilievo più accentuato.
Tali cordoni rappresentano i testimoni di più
estese cerehie, in parte sepolte ed in parte sman¬
tellate dalla successiva fase rissiana. Rispetto al¬
l’Anfiteatro rissiano, queste cerehie sono infatti
in posizione più esterna, testimoniando un mag-
(2) Pliocene sup.
C) Pleistocene più antico.
103
gior sviluppo areale dei depositi morenici minde-
liani. Fra i centri di Collegno-Grugliasco, in loca¬
lità Leumann, nella parte frontale dell’Anfiteatro,
è conservato un lembo morenico mindeliano, semi¬
sepolto, testimone della più estesa cerchia, che
verso sud-ovest, doveva congiungersi con i cor¬
doni coevi di Truc Monsagnasco, ed a Nord-Ovest,
con quelli di Pianezza. Questa parte frontale del¬
l’Anfiteatro morenico mindeliano è stata erosa,
asportata e sepolta dal fluvioglaciale rissiano della
Dora Riparia.
L’attribuzione al Mindel è stata fatta in base
a fattori morfologici e pedologici. Le colline mo¬
reniche mindeliane, presentano una morfologia ad¬
dolcita, che sta a testimoniare una lunga esposi¬
zione agli agenti meteorici. Questo fatto ha favo¬
rito la formazione del potente paleosuolo argilloso
rosso intenso, nel lungo Interglaciale Mindel-Riss.
La copertura pedologica che ne derivò, pretta¬
mente argillosa, favorì l’erosione, con un conse¬
guente addolcimento della morfologia originaria.
La successiva fase glaciale contribuì notevolmente
a colmare le depressioni all’esterno dell’Anfiteatro,
ricoprendo talvolta lo stesso morenico che attual¬
mente affiora in lembi isolati sul circostante flu¬
vioglaciale rissiano.
In questo Anfiteatro risulta difficile ricostruire
una pluripartizione della glaciazione del Mindel,
simile a quella dell’Anfiteatro del Garda, in quanto
non esistono nette separazioni fra la cerchia del
primo e del secondo stadio. Questo almeno per la
parte sinistra, zona di S. Gillio-Druento, mentre
sulla destra dell’Anfiteatro, a Sud di Rivoli, si
può notare una pluripartizione del Mindel.
Il Mindel I verrebbe ad affiorare sul circo¬
stante fluvioglaciale rissiano, fra Bruino e Orbas-
sano. Questi due lembi relitti sono testimoni di
una più ampia cerchia che andò sepolta ed in
parte demolita. Di recente anche l’opera dell’uomo
contribuì a far scomparire le tracce dei due debo¬
lissimi rilievi a « dosso di cetaceo », che emerge¬
vano di pochi metri dalla circostante Pianura.
Ho assitito personalmente, negli scorsi anni, a
questa opera di demolizione con cave e livella-
menti che mettevano in evidenza grossi erratici
morenici e ghiaie, con al tetto il paleosuolo tipico
ad argille rosse del M-R. Attualmente la zona è
in via di lottizzazione per insediamento industriale
e quasi totalmente ricoperta da costruzioni e da
relativa rete viaria.
Il Mindel li è ampiamente sviluppato sulla si¬
nistra del T. Sangone fra Rivalta e Villarbasse,
con diversi cordoni ben conservati e relativo pa¬
leosuolo.
104
FRANCO PETRUCCI
Il paleosuolo si forma durante un interglaciale (pe¬
riodo di tempo assai lungo compreso fra due glaciazioni)
in cui permangono condizioni climatiche piuttosto inco¬
stanti con periodo arido intercalato a stagioni umide du¬
rante l’anno e fino a formare nella parte sommitale di
un deposito una alterazione più o meno profonda di orì¬
gine chimico-fisica e biologica che trasforma il sedimento
morenico originario in un suolo con caratteristiche parti¬
colari. E’ appunto su queste caratteristiche che il pedologo
si basa per definire un paleosuolo appartenente ad un de¬
terminato interglaciale. In base a queste considerazioni
generali di carattere geo-pedologico, ed a quelle partico¬
lari dettate dalla pedologia si determina una successione
di paleosuoli che serve per l’ identificazione stratigrafica
dei vari periodi glaciali del Quaternario.
I depositi del Mindel: morenico, fluvioglaciale, ecc.,
hanno al tetto un paleosuolo, più o meno troncato, se
l’erosione ne ha asportato parte di esso, che riveste ca¬
ratteri diagnostici inconfondibili.
La formazione di un paleosuolo avviene nell’ intergla¬
ciale successivo alla deposizione dei materiali; così per i
depositi del Mindel la pedogenesi dovette verificarsi nel-
l’ Interglaciale Mindel-Riss; per i depositi del Riss, nel-
l’ Interglaciale Riss-Wurm, ecc.
Le caratteristiche del « Paleosuolo Mindel-Riss » sono
state ottimamente sintetizzate da F. Mancini (1969) e
vengono riportate integralmente per puntualizzare il pro¬
blema :
« In alcuni recenti lavori per diverse regioni, sia del
versante sud-alpino che dell’ Italia padana e centrale,
si rinvengono descrizioni del paleosuolo originatosi du¬
rante il grande Interglaciale, su depositi di età min-
deliana. E’ noto che il Mindel-Riss è stato un Inter¬
glaciale assai lungo, intorno ai 160-180 mila anni, con
un clima per l’ Italia che, pur con varie oscillazioni,
aveva precipitazioni forse più abbondanti, certo meglio
distribuite di oggi e temperature almeno un pò più
elevate. Ne è conseguita la formazione di un suolo
di grande potenza, sino a cinque o sei metri in adatte
condizioni morfologiche, che chiaramente indica sia la
durata del processo pedogenetico che le condizioni cli¬
matiche in cui si è verificato.
I paleosuoli che sono rimasti sino ad oggi, pur di re¬
gola troncati dall’erosione e privi di tutto l’antico
orizzonte A e sovente di buona parte dell’orizzonte B,
mostrano le seguenti caratteristiche principali :
A) Colorazione rossa assai intensa (di norma 2,5 YR
delle Munsell Soil Color Charts), che solo in vici¬
nanza del substrato passa a tonalità più gialle e
brune in funzione della litologia dei materiali ciot¬
tolosi, sabbiosi, o loessici già molto alterati, da cui
deriva.
B ) Argillificazione molto avanzata con percentuali
della frazione argólliforme normalmente intorno al
40%, ma che non di rado salgono sino al 50%.
C) Screziature, marmorizzazioni e pseudogley abbon¬
danti negli orizzonti inferiori, chiaro indizio di
una idromorfia passata e attuale, di notevole in¬
tensità.
D) Frequente presenza di una plintite abbastanza ben
sviluppata e indicante fenomeni di incipiente la-
terizzazione.
E) Desaturazione del complesso di scambio molto mar¬
cata e sovente crescente dall’alto al basso, testimo¬
nianza di una pedogenesi di considerevole durata.
In conclusione si tratta dunque di suoli con chiare
impronte di una evoluzione in ambiente tropicale o
subtropicale umido con copertura sicuramente fore¬
stale ».
Mancini conclude :
« Sul Garda questi suoli sono a tratti discretamente
conservati e caratterizzano gli affioramenti morenici
più esterni ».
Anche nell’area dell’Anfiteatro di Rivoli-Avi-
gliana, come si è detto, questi paleosuoli caratte¬
rizzano gli affioramenti più esterni, ma si può
aggiungere che sono meglio conservati e potenti
e più diffusamente estesi che al Garda. Gli aste¬
rischi riportati in Carta segnalano le località in
cui sono stati studiati i profili più significativi e
quelli che si possono raggiungere più comoda¬
mente. Però molti altri profili sono presenti in
zona, testmoniando una buona conservazione del
paleosuolo Mindel-Riss. Da ciò ne consegue che
l’attribuzione al Mindel dei relativi cordoni mo¬
renici è convalidata dalla pedologia.
Per concludere si segnalano le località in cui
sono stati riscontrati i paleosuoli mindel-rissiani
più significativi sui depositi morenici di età min-
deliana :
A) Affioramenti morenici in sponda destra
del Sangone a SE di Bruino: si vedano le tre lo¬
calità contrassegnate con asterisco. La cava poco
distante da C.na Richiero, metteva in evidenza
un morenico molto grossolano, con grossi blocchi,
su cui si osservava un paleosuolo mindel-rissiano,
privo della parte sommitale, potente da 1,50 a
2,00 metri. Al di sopra copertura loessica scarsa,
probabilmente di età wurmiana. Lo stesso dicasi
per i due profili più meridionali ad Est di C.na
Nuova, messi in evidenza da due profondi scavi.
B) Cordoni morenici di Truc Monsagnasco-
Truc Bandiera-S. Martino, lungo la strada Villar-
basse-Trana, in sponda sinistra T. Sangone. I di¬
versi asterischi della Carta mettono in evidenza
profili pedologici di paleosuolo M-R sempre tron¬
cati al tetto, ricoperti da depositi eolici più recenti.
In quest’area, per la morfologia piuttosto ac¬
centuata, i profili risultano solo parzialmente con¬
servati, ma sempre indicativi di una pedogenesi
mindel-rissiana, che si ritrova ancora diffusamente
estesa su tutte le morene. Questo per quanto ri¬
guarda il morenico Mindel nel settore meridionale
dell’Anfiteatro, mentre nella parte settentrionale,
ove la morfologia è più piatta si ha una coper-
RILEVAMENTO GEOMORFOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
] 0.'.
tura pedologica più o meno conservata. Gli aste¬
rischi indicati in questa zona riguardano soltanto
alcuni profili meglio esposti.
Ricordo in particolare:
C) Il profilo di S. Gillio, ora in parte rico¬
perto, che non potè essere studiato in dettaglio,
quando un profondo scavo lo aveva messo chiara¬
mente in evidenza (4). Esso risulta ubicato sul
cordone più esterno. Ma soprattutto va segnalato
quello che è stato studiato in dettaglio dai pedo¬
logi in località Druento.
D) Il profilo pedologico di Druento è, infatti,
uno dei più conservati e potenti di quelli cono¬
sciuti a sud delle Alpi. Esso si trova al limite
nord-orientale del cordone morenico che giunge
fino sul T. Casternone e partendo dalla sommità
scende sul fianco della collinetta, senza subire fe¬
nomeni di soliflussione o di scorrimento (Figg. 1,
2 Tav. Vili ; fig. 1 Tav. IX). La potenza del paleo¬
suolo, in questo profilo, è rilevante, raggiungendo
i 5-6 metri ed oltre. L’argillificazione è assai
spinta, con colorazione rossa assai intensa (2.5 YR
fino a 10 R) e laccature nere di ossidi di manga¬
nese. Lo scheletro è formato da ciottoli silicei e
silicati alteratissimi; totale è l’assenza di ciottoli
calcarei che sono andati completamente disciolti ;
manca in tutta la zona di alterazione ogni traccia
di carbonati. L'alterazione dei ciottoli silicati è
così spinta che anche elementi di 30-40 centimetri
di diametro, possono essere facilmente tagliati con
un coltello od addirittura, i frammenti, venire
spappolati fra le dita. Si osservano frequenti scre¬
ziature, marmorizzazioni e pseudogley negli oriz¬
zonti inferiori, che testimoniano una idromòrfia
di notevole intensità.
Questo stesso profilo nella parte superiore è
interessato in parte da depositi eolici compieta-
mente argillificati rossi del Mindel. Tale fatto di¬
mostra che questo loess è dello stesso Cataglaciale.
Infatti anch’esso ha subito la pedogenesi dell’ In¬
terglaciale Mindel-Riss, che interessò sia il loess
che il sottostante morenico. Ciò viene riscontrato (*)
(*) La possibilità di studiare i profili pedologici è af¬
fidata infatti al caso, in quanto occorrerebbero delle di¬
sponibilità finanziarie per eseguire trincee e sondaggi
nelle località ritenute di particolare interesse.
In questa sede si vuole altresì richiamare l’attenzione
degli speciali organi del C.N.R., affinchè prendano in con¬
siderazione il problema che talvolta riveste un carattere
fondamentale per la ricerca.
Certi profili pedologici sono inoltre da ritenersi come
fondamentali per correlazioni, confronti e studi e dovreb¬
bero essere tutelati come veri e propri musei e di conse¬
guenza venire preservati dalla invadenza della espansione
edile.
anche altrove in condizioni analoghe; nel presente
lavoro l’argomento verrà ripreso nei paragrafi che
seguono.
Un breve accenno deve essere fatto, infine, per
il morenico della Valle del T. Sangone. Due chi¬
lometri circa, ad occidente di Giaveno, poco a Sud
di Bergeretti, entra in carta l’estremità di un cor¬
done morenico che si estende fin quasi a Coazze
(vedi Foglio Susa). Per la presenza del paleosuolo
Mindel-rissiano questo morenico viene attribuito
al Mindel e fa parte di un piccolo anfiteatro mo¬
renico allo sbocco della Valle del Sangone nella
Pianura.
L’esistenza di queste tracce moreniche, in una
valle così ristretta, che non raggiunge quote ele¬
vate (raramente si superano i 2000 metri), devono
essere state determinate dalla vicinanza con la
Valle di Susa in cui i grandi ghiacciai mindeliani
e rissiani dovevano far risentire la loro influenza
anche nelle valli limitrofe. La notevole massa di
ghiaccio determinava un abbassamento di tempe¬
ratura che portava alla formazione di ghiacciai
anche nelle piccole valli, i quali scendevano fino a
raggiungere le quote più basse allo sbocco nella
Pianura, testimoniate ora dalla presenza del more¬
nico. Per ragioni cartografiche questo piccolo an¬
fiteatro non è stato incluso nella presente Carta,
ma senz’altro merita uno studio particolare, uni¬
tamente ai morenici di Val della Torre (Valle del
T. Casternone) — vedi Foglio Susa — che rappre¬
sentano due distinte manifestazioni di uno stesso
fenomeno.
Fluvioglaciale Mindel.
Dai cordoni morenici mindeliani, attraverso gli
scaricatori si origina il sistema terrazzato fluvio-
glaciale a « ferretto », che è sospeso sino ad una
trentina di metri. La presenza di paleosuoli del
tutto simili a quelli già descritti per il morenico,
conferma per altra via la sua appartenenza al
Mindel. Questi terrazzi rossi sono sospesi con scar¬
pate dai 30 ai 7 metri sugli attuali alvei dei tor¬
renti Sangone, Casternone e del F. Dora. Essi
formano terrazzi ondulati, che si immergono, a
breve distanza dalle morene, più o meno sensibil¬
mente ad unghia, sotto il fluvioglaciale rissiano
(zona di Tetti Rivoli - Doirone - Gonzole).
Da Pianezza a Druento, il Fluvioglaciale Min-
dei è sospeso con lieve scarpata, che si va accen¬
tuando dalla Dora al Casternone, sul Fluviogla¬
ciale rissiano. Tale scarpata testimonia un vecchio
alveo della Dora, che poteva raggiungere l’attuale
valle del T. Casternone poco a valle di Druento
(vedi anche Foglio Torino). Come è avvenuto per
FRANCO PETRUCCI
il morenico, anche il Fluvioglaciale Mindel è stato
in parte asportato da fenomeni di erosione del-
1’ Interglaciale M-R successivamente ricoperto dal
Fluvioglaciale Riss.
Il vecchio alveo della Dora sarebbe infatti stato
colmato dai successivi depositi fluvioglaciali ris-
siani che avrebbero lasciato la parte più alta della
originaria scarpata a testimoniare il passaggio
dal sistema terrazzato più antico a quello più re¬
cente.
In sponda destra del Sangone, il Fluvioglaciale
Mindel è ricoperto dalla pianura rissiana, che ri¬
sulta poco potente. Infatti, esternamente al more¬
nico, fino a giungere ad Orbassano ed oltre, scavi
di 8-10 metri mettono in luce un paleosuolo mindel-
rissiano, e non si esclude che talvolta la coper¬
tura eolica sia la sola a mascherare il terrazzo
mindeliano. Nel Foglio Carmagnola quasi a con¬
tatto col presente rilievo a sud di Orbassano, ebbi
a cartografare lo stesso terrazzo mindeliano, che
da Piossasco si estende verso SE e poi si immerge
ad unghia sotto il fluvioglaciale rissiano. Tale ter¬
razzo è strettamente legato ai depositi fluviogla¬
ciali mindeliani dell’Anfiteatro, ed è la testimo¬
nianza di quanto potesse estendersi originaria¬
mente l’ampia conoide del Mindel.
Nell’angolo NE della Carta, ad Est dell’abitato
di Givoletto, entrano diversi terrazzi facenti parte
di un unico antico sistema, con alte scarpate
sui corsi d’acqua attuali, e vengono attribuiti al
Mindel. Essi sono la prosecuzione più meridionale
della grande paleoconoide mindeliana della Stura
di Lanzo ( Foglio Torino ) e forse in questa regione
anche dell’antico Ceronda. Questo alto sistema ter¬
razzato — Fluvioglaciale Mindel I e II — con pa¬
leosuolo dell’ Interglaciale Mindel-Riss, è estraneo
all’Anfiteatro morenico di Rivoli e rappresenta
una facies fluviale mindeliana a ciottoli della
Valle Stura di Lanzo (5). Mentre più ad oriente
nella Valle di Aosta si è formato un secondo an¬
fiteatro di notevoli proporzioni, che riprende il
motivo morfologico di quello di Rivoli-Avigliana.
C) Si ricorda che lungo le profonde incisioni della
paleoconoide, dovute alla Stura ed al Ceronda, gli Autori
del Foglio Torino hanno segnalato il « Villafranchìano ».
Inoltre riconoscono con sicurezza la facies inferiore calda
che viene identificata con quella classica del tipico bacino
fluviolacustre di Villafranca. Mentre fanno riserva per la
facies superiore fredda, che ritengono in parte erosa, come
già riteneva Sacco, ed in parte riunita cartograficamente
al fluviale mindeliano. A mio avviso, come d’altronde pro¬
pongono gli stessi Autori, alcune sezioni meriterebbero un
più approfondito studio per identificare lo stesso Villa-
franchiano in facies fresco-fredda e forse gli stessi depo¬
siti conglomeratici dell’ Interglaciale Giinz-Mindel sotto¬
stanti al fluviale Mindel.
La paleoconoide mindeliana della Stura di
Lanzo risulta la più estesa e la più conservata
a Sud delle Alpi. Essa è medialmente interessata
dalla più bassa conoide del Riss, con scarpata
sulla trentina di metri e più, come appare anche
dal Foglio Torino.
Dal punto di vista morfologico si può ag¬
giungere che il terrazzamento del Fluvioglaciale
Mindel, talvolta è mascherato dalla copertura eo¬
lica, che — come sul morenico — può essere di
tre fasi distinte e talora sovrapposte, del Mindel,
del Riss e del Wurm.
Sotto F aspetto pedologico, si può affermare che
la conservazione dei paleosuoli è ottima, tenendo
conto anche del lungo periodo intercorso dal Min-
dei ai giorni nostri. Si tratta in genere di una co¬
pertura di suolo continua più che di lembi testi¬
moni di paleosuolo, anche se talora ne sono stati
erosi gli orizzonti superiori. Gli asterischi sono
indicativi e segnalano le località principali, nelle
quali sono stati studiati i vari profili per le rela¬
tive correlazioni geomorfologiche.
Ricordo in particolare il profilo di paleosuolo
mindel-rissiano che è stato messo in luce dalla pro¬
fonda incisione della strada che sale al nuovo
Ospedale Psichiatrico, due chilometri ad Est di
Rivalta (Fig. 3, Tav. VII). La potenza di questo pa¬
leosuolo è superiore ai 7 metri ; la parte superiore
è costituita da loess completamente argillificato e
di colore rosso intenso ; mentre la parte sottostante
è formata da depositi ghiaiosi fluvioglaciali, sem¬
pre alteratissimi e rossi. Anche in questa zona si
riscontra una conferma dell’origine cataglaciale
del loess almeno per il Mindel. Al disopra di que¬
sto loess rosso si trova altra copertura eolica di
colore giallastro, spessa pochi decimetri, e su di
essa materiale argilloso sabbioso molto fine di de¬
terminazione incerta. Questo caratteristico profilo
pedologico che illustro a Tav. VII e che risulta uno
dei più completi a sud delle Alpi, verrà studiato ed
illustrato da F. Mancini e G. Ferrari in Nota a
parte.
Riss.
Il morenico Riss, a paleosuolo di colore rosso¬
bruno, argillificato, con forte lisciviazione e pre¬
senza di pseudogley — potente sino a m 2,50 —
costituisce la maggior parte dell’Anfiteatro. Dalla
Carta, appare subito, l’enorme sviluppo delle cer¬
ehie rissiane, e tra esse una grande « cerchia spar¬
tiacque », che viene indicata con pallini più grossi
e sigla R II; essa si può seguire con continuità
lungo tutto l’Anfiteatro, partendo in sponda destra
Dora, da Mortera - Battagliotti - S. Bernardino -
Trana - Forte, che circonda la depressione dei la-
RILEVAMENTO GEOMOREOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
107
ghi di Avigliana. La massima cerchia prosegue
fra Uriola e Reano, formando le creste di Truc
Carlavè - Pian Topiè - Cresta Grande - Castello di
Rivoli, fino a svilupparsi a NE del Cimitero di Ri¬
voli, giungendo in prossimità della Dora all’al¬
tezza di Bruere ad est di Alpignano dove il cor¬
done è ridotto. Qui, il grande scaricatore fluviogla¬
ciale prima, e il Fiume Dora poi, hanno interrotto
per quasi 2 km, questa grande cerchia che riprende
a Pianezza e prosegue verso Cascina Costa (pro¬
filo pedologico: Fig. 2, Tav. IX), continuando per
Caselette e giungendo, in sponda sinistra Dora,
fino a Milanere, Grange ed oltre. Nella grande
conca morenica di Villar Dora-Almese, al limite
interno dell’Anfiteatro, i cordoni si perdono per
l’assetto del ghiacciaio che doveva ristringersi con¬
tro le pendici occidentali di M. Musinè, che lo ob¬
bligavano a sud.
Questa grande cerchia spartiacque viene attri¬
buita al R II per la presenza su di essa di nume¬
rosi lembi testimoni di paleosuolo riss-wurmiano
(f?-IF) : uno dei profili più significativi è quello di
Cascina Costa (contrassegno sulla Carta). Al¬
l’esterno del R II si trovano altri cordoni more¬
nici minori che possono testimoniare il Riss più
antico (R 1), con lembi consimili di paleosuolo. Da
questi cordoni esterni, attraverso i relativi scari¬
catori, si origina un terrazzamento attribuibile al
Fluvioglaciale Riss I. Mentre dalla grande cerchia
del Riss II e da quelle immediatamente più arre¬
trate si origina la grande piana del Fluvioglaciale
Riss II, con lembi di paleosuolo rosso bruno del
R-W, che giunge fino a Collegno-Grugliasco al li¬
mite orientale della Carta, e più ad oriente, sino
Torino, situato sullo stesso terrazzo in sponda si¬
nistra del Po, come appare anche dal Foglio To¬
rino. Infatti negli scavi per le fondamenta delle
nuove costruzioni di Mirafiori - S. Paolo il terrazzo
presenta paleosuolo argilloso rosso-bruno.
Ad Est di Rivoli, fra Tetti Rivoli e Collegno,
è possibile vedere la piccola scarpata che separa i
due fluvioglaciali del Riss. Sulla Carta non sono
state fatte distinzioni, ma ci si è limitati a segna¬
lare il « salto morfologico » ove è presente ; sul¬
l’argomento si ritornerà nel paragrafo riguardante
il Fluvioglaciale Riss.
All’ interno della cerchia Riss II si trovano
altri cordoni indicati sulla Carta, che formano
l’Anfiteatro morenico di ritiro del Riss II (Cata-
glaciale R 11).
Il contrafforte di M. Musinè, che giunge ai
1150 metri di quota, ha determinato un notevole
ostacolo al fianco sinistro del ghiacciaio rissiano,
interrompendo la continuità degli stessi depositi
morenici che, in parte, si sedimentavano nella
conca di Villar Dora-Almese, disponendosi irrego¬
larmente; in minor parte raggiungevano Pianezza-
Grange di Brione, formando cordoni morenici con
regolare disposizione ad anfiteatro. Quindi, sul
lato sinistro, l’Anfiteatro rissiano ad oriente del
M. Musinè risulta morfologicamente più piatto e
di minor estensione areale nei confronti di quanto
non sia in sponda destra della Dora. Infatti il
ghiacciaio, uscendo dalla Valle, veniva costretto
fra le alture del M. Musinè stesso e della Sacra
di S. Michele (m 962 di quota), subendo una bru¬
sca deviazione verso sud, nella regione dei laghi
di Avigliana; nel contempo incontrando le aspe¬
rità rocciose di Avigliana e del Moncuni, il ghiac¬
ciaio si bilobava e proseguiva verso SE deposi¬
tando le morene fino al Sangone- Villarbasse- Ri¬
voli -Bruere.
In sponda destra del Sangone, sono presenti al¬
cuni lembi erosi di morenico rissiano che da Dal-
massi giungono a Trana. Essi sono le prosecuzioni
più meridionali dell’Anfiteatro di Avigliana, suc¬
cessivamente isolati dall’erosione del Torrente San¬
gone che ha inciso il morenico. Questi depositi mo¬
renici sono dovuti a risalite del ghiacciaio sui pen¬
dìi per alcune centinaia di metri, anche a sud della
Carta. La presenza di questi lembi relitti, in gran
parte mascherata dalla folta vegetazione, è testi¬
moniata soprattutto da erratici di rocce della Val
Susa che solo il ghiacciaio ha potuto depositare.
Fig. 2. — Sezione trasversale allo sbocco della Valle di
Susa fra le Cime della Sacra di S. Michele e monte Mu¬
sinè, con ricostruzione del potente ghiacciaio rissiano, poco
prima di giungere nell’area dell’Anfiteatro. Nel disegno
sono schematizzate le confluenze dei ghiacciai provenienti
dalle due grandi valli principali: Val di Bardonecchia e
Cenischia fuori Carta, in Val di Susa. In a la Val di
Bardonecchia (F. Dora di Bardonecchia), confluisce nella
Valle di Thuras (F. Dora Riparia), per dar origine alla
Valle di Susa vera e propria. In ò la Val Cenischia (essa
si estende fino al Moncenisio), che confluisce a Susa nella
valle principale. I materiali morenici mediani dovuti a
queste due grandi confluenze dovevano giungere più o
meno indisturbati fino a questo limite, per poi essere
depositati a formare le cerehie moreniche dell’Anfiteatro
unitamente a quelli delle valli minori non schematizzate
nella ricostruzione. Viene pure ricostruito il fondovalle pri¬
mitivo (in tratteggio), in seguito innalzato per oltre un
centinaio di metri dai depositi morenici, fluvioglaciali e
fluviali fino a raggiungere l’assetto attuale (pozzi).
1 OS
FRANCO PETRUCCI
La valle del T. Casternone, a nord della Carta,
presenta pure depositi morenici che giungono in
sponda sinistra fino all’altezza di Brione, mentre
in corrispondenza dell’abitato di Val della Torre,
il morenico è presente sopra le conoidi anche sul
lato destro della Valle. Del pari, lungo il Rio Vac-
caro, a monte di Givoletto, si osservano due pic¬
coli cordoni morenici che chiudono a « tenaglia »
la Valle, testimoniando la fronte di piccola lingua
glaciale. I morenici di tali piccole valli sono stati
attribuiti al Riss per ragioni morfologiche. Non
Fig. 3. — Masso erratico denominato « Pietra Alta »
(v. Carta). Si trova in Comune di Casellette (Tav. Alpi¬
giano III NO, F° 56 Torino - Coordinate chilometriche:
E 1382425, N 4996050), a quota 368 metri s.l.m..
Esso proviene da una imprecisata località della Valle di
Susa ed è costituito di serpentinite; misura m 10 di al¬
tezza sul piano di campagna e m 50 di circonferenza. Ora
situato sulla cerchia morenica del Riss II, è stato traspor¬
tato in questo luogo dal grande ghiacciaio rissiano, come
numerosissimi altri massi erratici che caratterizzano (o ca¬
ratterizzavano), molte altre località dell’Anfiteatro more¬
nico e della parte più alta dei terrazzi fluvioglaciali.
Estremamente suggestivi dal punto di vista paesaggistico,
sono in via di estinzione ad opera dell’uomo che siste¬
maticamente li demolisce. Già F. Sacco (vedi bibliografia)
dopo aver illustrato e censito con due Note del 1922, questi
« residui o segni naturali d’un grandioso fenomeno geolo¬
gico, quasi monumenti eretti dal gigantesco Glacialismo
antico » segnalava con disappunto che « ... la loro scom¬
parsa è veramente deplorevole ; ». Quindi, per preservarne
la loro ulteriore distruzione, invitava «... con acquisti od
altro modo, come già fecero in alcuni casi alcune istitu¬
zioni nostre in attesa che la legge statale, già promessa,
lì prenda sotto la sua alta protezione ». Fin qui F. Sacco
in un articolo de « Le Vie d’ Italia » nel volume 28 a
pag. 495.
Ora finalmente la legge esiste, ma non la sua alta prote¬
zione e i massi erratici scompaiono sotto i colpi della spe¬
culazione pianificata: questo è ancor più deplorevole; men¬
tre un tempo, i massi erratici, venivano demoliti dal pic¬
cone per i fabbisogni di una povera economia, che incon¬
sciamente sfruttava ciò che la natura aveva così genero¬
samente fornito, senza affrontare onerose distanze.
si hanno elementi determinanti dal punto di vista
pedologico per la forte erosione a cui sono andati
soggetti questi depositi.
La vicinanza del grande ghiacciaio rissiano
della Valle di Susa doveva determinare un sensi¬
bile abbassamento di temperatura nelle valli limi¬
trofe anche a quote poco elevate, determinando la
formazione di piccoli ghiacciai secondari e conse¬
guenti depositi morenici.
La grande Valle del Sangone, pur essendo an-
ch’essa una valle di ridotte dimensioni, presenta
un suo piccolo e più completo Anfiteatro more¬
nico che giunge ad ovest della Carta fino a occi¬
dente di Giaveno, e un terrazzamento Fluviogla¬
ciale del Riss biplice esteso e ben conservato. An¬
che 1’esistenza di questo anfiteatro è da attribuire
in gran parte alla vicinanza del grande ghiacciaio
della Valle di Susa.
Resta fondamentale il fatto che tutte le morene
attribuite al Riss sono ricoperte da lembi più o.
meno estesi di paleosuolo riss-wurmiano di colore
rosso-bruno. Di norma i vari profili pedologici
sono privi degli orizzonti superiori, cosa che è
normale, in quanto le morene rissiane sono a mor¬
fologia più accentuata e sospese notevolmente su¬
gli attuali corsi d’acqua; esse si trovano in condi¬
zioni di più facile erodibilità da parte delle acque
dilavanti. La troncatura, o l’asportazione totale
dei profili pedologici, dovrebbe essere dovuta in
prevalenza alle fasi fluviali dell’Anaglaciale wur-
miano ; ma questo fenomeno generale a sud delle
Alpi non è ancora stato datato con sicurezza. Que¬
st’evento meriterebbe ulteriori studi perchè rive¬
ste considerevole importanza, sia dal punto di vi¬
sta morfologico, sia pedologico che paleoclimatico.
Esso infatti si estende anche sull’Appennino cen¬
tro-settentrionale come segnala F. Mancini (1969).
Il riferire questo evento all’Anaglaciale Wurm
significa: aumento di precipitazioni, variazione
della copertura vegetale, che andava assumendo
minor potere protettivo per l’abbassamento cre¬
scente della temperatura dovuta alla nuova inci¬
piente fase di avanzata glaciale del Wurm. Di
conseguenza si aveva un maggior ruscellamento
da parte delle acque e conseguente asporto degli
orizzonti superficiali più erodibili per giungere
assai di frequente a quelli più profondi, fino a
totale asportazione del paleosuolo.
Di frequente, sezioni di paleosuolo riss-wur-
miano sono sormontate da depositi più grossolani ;
questo fatto « potrebbe indicare ambiente se non
periglaciale tuttavia clima assai più severo di
quello che ha provocato una graduale asportazione
RILEVAMENTO GEOMORFOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI KIVOLI-AVIGLIANA
dei profili e il loro rideposito a breve distanza ((1)
(Mancini, 1969, pag. 203).
In questa regione, la presenza di materiali
grossolani sul paleosuolo riss-wurmiano, è già stata
segnalata anche da Gabert (1962), ma la sua in¬
terpretazione non sembra verosimile (vedi pag. 410
e figg. 181 e 182). Non si tratta infatti di more¬
nico sovrapposto, ma del fenomeno sopracitato di
colluvionamento, in periodo molto freddo con ar¬
resto dei materiali in quelle parti del pendio che
avevano trattenuto lo stesso paleosuolo. Le stesse
sezioni segnalate da Gabert come molte altre che
si rinvengono un po’ ovunque sulle morene ris-
siane, stanno appunto a testimoniare questo feno¬
meno.
La questione dei paleosuoli riss-wurmiani è am¬
piamente illustrata da S. Venzo per il Garda
(1965), a cui si rimanda per ulteriore approfondi¬
mento dell’argomento, come pure a F. Mancini
(1969), che ne illustrò le condizioni pedologiche.
Per la degradazione di questi paleosuoli va ag¬
giunto che in epoca storica l’opera dell’uomo ha
avuto un ruolo non indifferente.
La frequenza degli asterischi, sulla Carta, in¬
dica con sufficiente uniformità, la presenza del
paleosuolo riss-wlirmiano, sulle unità morfologiche
di età rissiana, comprendendo anche il corrispon¬
dente terrazzamento fluvioglaciale. Certamente se,
come è stato detto in precedenza, mezzi meccanici
fossero stati a disposizione di questa ricerca, si sa¬
rebbero potuti ubicare nuovi profili pedologici,
che avrebbero messo in luce una più uniforme e
chiara presenza del paleosuolo, che spesso resta
mascherato dalla folta vegetazione presente in
zona.
Anche qui, come è già stato ampiamente se¬
gnalato per l’Anfiteatro del Garda (S. Venzo,
1965), i paleosuoli si trovano di frequente collu-
viati ed accumulati sugli arresti di pendio o sul
fondo degli scaricatori. In questo caso il more¬
nico resta denudato del paleosuolo, assumendo un
aspetto fresco con blocchi, ghiaie e sabbie in af¬
fioramento che possono far pensare ad un cordone
wiirmiano. Ma la presenza dei lembi testimoni di
paleosuolo od il loro accumulo ai piedi dei versanti,
non può far dubitare sulla reale appartenenza di
questi depositi, anche se ghiaiosi, al Riss (Fig. 1,
Tav. X).
Il paleosuolo Riss-wurmiano ha delle caratte¬
ristiche pedologiche sue proprie, anche se privo
degli orizzonti superficiali, che non può far dubi¬
tare sulla sua individuazione e riconoscimento.
C) Di sovente, infatti, i paleosuoli si ritrovano accu¬
mulati sugli arresti di pendio o sul fondo degli scarica¬
tori glaciali.
101»
Ricorderemo per brevità un solo profilo pedologico
che è stato definito dai pedologi F. Mancini e
G. A. Ferrari, come uno dei paleosuoli più tipici,
fra quelli rinvenuti sulle morfologie rissiane, for¬
matosi nell’ Interglaciale Riss-Wurm. Questo pro¬
filo, uno dei più significativi fin ora rinvenuti, si
trova sulla cerchia morenica del Riss II, lungo il
taglio artificiale di una strada a Nord-Ovest di
Alpignano in località Cascina Costa (asterisco
grosso sulla Carta - Fig. 2, Tav. IX). La potenza
di questo profilo pedologico Riss-wurmiano rag¬
giunge i m 2,50 ; il colore è rosso-bruno da 7,5 YR
a 5 YR. Si tratta di un suolo lisciviato con oriz¬
zonte B a notevole accumulo di argilla illuviale
che ha provocato una diminuzione di drenaggio e
la conseguente apparizione di pseudogley. Sul pa¬
leosuolo si trova una copertura eolica che varia
assai rapidamente da luogo a luogo con spessori
che da pochi decimetri raggiungono anche valori
di 1,50-2 metri circa. Questo profilo è in corso di
studio unitamente agli altri più significativi presso
l’ Istituto di Geologia Applicata della Facoltà di
Agraria di Firenze e verrà ampiamente illustrato
dalla apposita nota pedologica.
Fig. 4. — Un secondo masso erratico, denominato « Roc
di Rivoli » (v. Carta). Si trova nel Comune di Rivoli
800 metri a N-NE della Cascina dei Frati (Tav. Rivoli
III SO), F° 56 Torino - Coordinate chilometriche E 1385425,
N 4991425), a quota 311 metri s.l.m..
Anch’esso proviene da una imprecisata località della valle
di Susa ed è costituito di prasinite; misura: m 8 di lun¬
ghezza, m 6 di larghezza e m 4 di altezza sul piano di
campagna. Risulta in parte sepolto da potente coltre eolica
che ricopre placca morenica testimone del Mindel, coperta
da fluvioglaciale rissiano. L’erratico si trova allineato tra
la collinetta di morenico Mindel di Collegno e quella di
Truc Monsagnasco.
Nel momento in cui sta per uscire questo scritto non sap¬
piamo se il masso erratico in oggetto esista ancora, in
quanto compreso in un’area in lottizzazione, o se molto
più facilmente i suoi 400 m3 circa di materiale prasinitico
saranno serviti come pietrisco. Pur essendo uno dei meno
belli, resta sempre un testimone suggestivo della glacia¬
zione di Mindel.
1 10
FRANCO PETRUCCX
Fluvioglaciale Riss.
L’alto sistema terrazzato, a paleosuolo di colore
rosso-bruno che affiora nelle cave e talora nei ca¬
nali e costituisce la Pianura fino a giungere in
prossimità del corso del Po e dei suoi affluenti,
viene attribuito al Fluvioglaciale rissiano (vedi Fo¬
glio Torino). Esso si raccorda attraverso gli sca¬
ricatori (treccie nella Carta), alle relative cerehie
moreniche, formando con quest’ultime una « unità
morfologica » ben definita e di indiscusso valore.
Il terrazzo fg R è costituito da ghiaie più o
meno grossolane che vanno riducendosi di diame¬
tro via via che si giunge in prossimità del Po, e
da sabbie e sabbie argillose in stratificazione len-
ticolare. Soprattutto in sponda destra Dora sono
ben visibili due distinti terrazzi. Il primo è più
alto e si raccorda alle morene più esterne del Riss,
e viene attribuito pertanto al Fluvioglaciale Riss I.
Esso presenta, al passaggio col più basso ed esteso
terrazzo del fg. Riss II, una lieve scarpata più o
meno continua che si sviluppa da Leumann a nord,
fin oltre Tetti Rivoli a sud ; con interruzione nella
zona di C.ne Vica, dovuta allo scaricatore R II,
come appare dalla Carta.
In sponda sinistra Dora la scarpata non è più
visibile e i due terrazzi sono indistinti. Per que¬
sta ragione in Carta è stata solo riportata la scar¬
pata, senza fare ulteriori suddivisioni.
Dalla cerchia morenica principale Riss II e da
quelle più interne ad essa, attraverso gli scarica¬
tori, si origina il grande terrazzo del Fluviogla¬
ciale Riss IL Esso è continuo e costituisce la mag¬
gior parte della Pianura, come è già stato detto,
e viene interrotto solo in corrispondenza dei grandi
corsi d’acqua, su cui è sempre sospeso di diversi
metri.
L'originaria morfologia del terrazzamento ris¬
siano è fortemente mascherata dalla copertura eo¬
lica, che talora può raggiungere una potenza assai
elevata, non di rado superiore a 5 metri ; ma a
volte il loess è assai ridotto fino a lasciare affio¬
rare gli stessi depositi Fluvioglaciali.
Il paleosuolo Riss-wurmiano si rinviene in scavi
artificiali per nuove costruzioni o in cave. Esso è
del tutto assimilabile a quello presente sul mo¬
renico e talora la copertura eolica di origine ca-
taglaciale rissiana è interessata dalla pedogenesi.
Anche sul terrazzo, come è già stato detto per il
morenico, il paleosuolo è ridotto in lembi più o
meno conservati ed estesi ; pure in questo caso
valgono le ragioni già addotte in precedenza per
il morenico.
La stessa Pianura Fluvioglaciale rissiana, che
attualmente forma un piano leggermente inclinato
verso il corso del Po, non si esclude possa essere
stata spianata in fasi posteriori al Riss, special-
mente in corrispondenza di originarie depressioni
che ora sono state totalmente livellate. Da un at¬
tento esame si è avuto occasione di notare in pro¬
fondi scavi la presenza di materiali che fanno pen¬
sare ad un riempimento secondario, mentre in al¬
tri casi ci sarebbe stata una certa demolizione del¬
l’originario terrazzo.
Questo fatto, come già detto, deve essere legato
in particolare, alle fasi fluviali del Wurm e, a mio
avviso, sarebbe molto più evidente sul terrazzo
fluvioglaciale che non sul morenico, in quanto le
acque dilavanti avevano maggiore possibilità di
erosione per la natura morfologica del terrazzo
soggetto a ruscellamento. Al contrario le morene
con gli arresti di pendio, le insellature, ecc., hanno
permesso la conservazione di lembi di paleosuolo.
Invece il sistema terrazzato, ricoperto da depositi
eolici di età postwurmiana (Cataglaciale) e in
tempo successivo anche fortemente antropizzato,
richiede maggiori difficoltà per l’ individuazione
dei profili pedologici. Di conseguenza restano per
lo studio pedologico solo cave o scavi artificiali,
visibili accidentalmente e per brevi periodi. Il me¬
todo di lavoro resta, quindi, strettamente legato
ad un’ indagine pedologica con frequenti sondaggi
di pochi metri per stabilire la natura del suolo.
Profili sufficientemente ben conservati sono
segnalati in Carta con asterisco, lungo la strada
che da Borgo Uriola conduce a Tetti Rivoli e da
questo centro a Dorione. Specialmente nelle pro¬
fonde cave è possibile vedere, sotto la spessa col¬
tre eolica, il paleosuolo Riss-wurmiano. Fuori
Carta nella città di Torino scavi hanno messo in
luce lo stesso tipo di paleosuolo. Ma resta il fatto
generale che i profili dei paleosuoli sono sempre
scarsi, mentre è più frequente la presenza di accu¬
muli di suolo eluviato sulla formazione Fluviogla¬
ciale inalterata. Questo fatto è generale ed è stato
riscontrato sia all’Anfiteatro del Garda, che a
quello di Ivrea. Ciò deve essere interpretato come
è già stato illustrato, mentre il fattore che resta
determinante è il concetto di « unità morfologica »,
che viene a stabilire una continuità e un paralle¬
lismo stratigrafico fra cerehie moreniche, scari¬
catori e fluvioglaciali corrispondenti : questo è
quanto avviene per i depositi di età rissiana.
Tutto ciò ha portato, troppo spesso, ad incon¬
gruenze od ad errate interpretazioni: infatti non
pochi ricercatori, hanno datato come rissiane le
cerehie e il relativo fluvioglaciale come apparte¬
nente al Wurm. Altri ancora, misconoscendo il va¬
lore dei paleosuoli, se pur in lembi testimoni e di
frequente troncati, hanno attribuito semplicistica¬
mente al Wurm 1’ intero sistema rissiano.
RILEVAMENTO GEOMORFOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
Infine merita ricordare i terrazzi fluvioglaciali
rissiani delle valli secondarie. La Valle del Tor¬
rente Sangone in particolare presenta i due ter¬
razzi distinti del Riss I e II. La distinzione in
Carta è segnata dalla scarpata che giunge sino
all’abitato di Giaveno. Questi depositi terrazzati
sono legati in parte all’Anfiteatro che scende lungo
la Valle del Sangone, ed in parte alle cerehie ris-
siane che delimitano all’esterno la grande conca
dei Laghi di Avigliana. Parte di tale terrazzamen¬
to è stato eroso dal Sangone che ha approfondito
notevolmente il suo corso dal Riss in poi, inci¬
dendo lo stesso morenico fino a Valle di Trana.
Pure la Val della Torre (Valle del T. Caster-
none) ha dei terrazzi rissiani in parte legati al¬
l’Anfiteatro morenico ed in parte dovuti stret¬
tamente alla deposizione fluvioglaciale avvenuta
nella Valle stessa.
Cataglaciale Riss e Interglaciale Riss-Wiirm.
A monte dell’abitato di Alpignano, in destra
Dora, e all’ interno della cerchia morenica di Col
Giansesco - Truc Mortè, si trovano dei depositi ar-
gilloso-sabbiosi con qualche livellette a ciottoli di
origine lacustre e fluviolacustre. Essi formano un
piccolo lembo terrazzato sospeso diversi metri sul
Fluvioglaciale wurmiano e mostrano passaggi la¬
terali al morenico fangoso di ritiro della più in¬
terna cerchia rissiana, alla quale si addossano.
In alcune sezioni per l’ ampliamento della
strada statale SS n. 25 del Moncenisio, è stata
messa in luce parte della serie che presenta stra¬
tificazione suborizzontale, talora sublenticolare,
con stenterelli di solito sui 10-20 centimetri di
spessore. 11 colore è in genere biancastro, mentre
verso la parte superiore diventa nerastro. La pre¬
senza di depositi nerastri sartumosi, nella parte
alta, testimonia che il bacino era diventato palu¬
doso. Nella zona a contatto col morenico si può
osservare quanto segue: 1) Sovrapposizione del la¬
custre sul morenico rissiano (Fig. 2, Tav. X); 2)
Passaggi laterali ripetuti fra morenico di ritiro
argilloso, con ciottoli levigati e striati e le argille
sabbiose lacustri.
Questi depositi testimoniano 1’esistenza di un
lago interno all’Anfiteatro, dovuto a sbarramento
morenico frontale.
Al di sotto dei depositi lacustri, sono presenti
i conglomerati dell’ Interglaciale G-M della Dora
nella zona di Alpignano: ne consegue che l’esara¬
zione della lingua glaciale rissiana fu scarsa, re¬
lativamente poco potente, e si apriva a ventaglio
verso la Pianura.
1 1 1
Nell’ Interglaciale R-W antico, la soglia more¬
nica di Alpignano venne incisa per oltee 40 m, co¬
sicché il lago già colmato si svuotò completamente.
Gli stessi depositi lacustri furono in gran parte
asportati dalla Dora e solo l’esile lembo, a ridosso
del morenico, fu conservato in quanto il fiume
aveva già profondamente inciso la forra di Alpi¬
gnano e non poteva più divagare col suo corso.
Come provato dalle quote a cui arrivano i depositi,
il lago, con scarsa profondità (T), si addentrava per
diversi chilometri nella Valle di Susa e doveva ra¬
mificarsi anche nella zona degli attuali laghi di
Avigliana.
La sua attribuzione al Cataglaciale Riss e In¬
terglaciale Riss-Wiirm viene quindi fatta in base
a correlazioni di carattere stratigrafico-geomorfo-
logico. Il lacustre iniziò a depositarsi nelle fasi di
ritiro del Riss e proseguì fino ad un certo periodo
dell’ Integlaciale R-W, in quanto lungo la stessa
sponda della Dora, a quote sensibilmente inferiori,
si trova il successivo morenico del Truc della Prà
ed il terrazzo ghiaioso wurmiano. Di conseguenza
il Lago nell’Anaglaciale Wurm doveva essere già
colmato ed eroso.
Wiirm.
Delle tre glaciazioni presenti in affioramento
a sud delle Alpi, quella del Wiirm è certamente la
più ridotta e più arretrata. Questo fatto è già
stato osservato per l’Anfiteatro del Garda da
S. Venzo (1965) e viene pure riscontrato nell’An¬
fiteatro di Ivrea. Nell’Anfiteatro di Rivoli-Avi-
gliana le cerehie moreniche wurmiane risultano
assai ridotte e circoscritte a lingua nella zona che
racchiude i laghi di Avigliana, oltre ai due pic¬
coli cordoni morenici semisepolti dal sovralluvio-
namento post-Wurm (Alluvioni antiche, a1 e me¬
dio-recenti, a2), sulla sinistra Dora in località Truc
della Prà, a SO di Casellette.
Le cerehie moreniche attribuite al Wurm si
presentano fresche, ossia, in superficie, si nota di
norma la tipica litologia morenica inalterata con
scarsa copertura a suolo bruno. Dal punto di vista
morfologico nella regione dei laghi si osservano
tre cerehie distinte: la prima più esterna ed an¬
tica, e la seconda più interna, che rispettivamente
sbarrano il Lago Piccolo e il Lago Grande. Come
provato dalla depressione sartumosa che si insinua
sin sotto l’abitato di Avigliana e che appare cir-
(7) L’esarazione glaciale doveva essere notevolmente
rallentata al passaggio degli ultimi contrafforti di M. Mu¬
smè e della Sacra di S. Michele che provocavano una
certa deviazione al ghiacciaio avanzante.
FRANCO PETRUCCI
1 IL'
condata dal terrazzo di colmamente fgW, il Lago
Grande si sviluppava ulteriormente a NE per
quasi un chilometro. La terza cerchietta che è la
più arretrata, a monte del Lago Grande, sbarra la
piana sartumoso-torbosa (s), già sede di un terzo
lago completamente colmato, con fase palustre fi¬
nale.
Sotto l’aspetto geomorfologico risulta difficile
separare i cordoni morenici qui attribuiti al
Wurm, in quanto essi sono addossati all’Anfitea¬
tro di ritiro rissiano, con caratteristici profili di
paleosuolo, a pedogenesi dell’ Interglaciale R-W
(asterischi nella Carta).
L’esistenza dei due laghi di Avigliana, solo
minimamente colmati, conferma l’attribuzione al
Wurm delle cerehie moreniche ghiaiose di sbarra¬
mento, che mancano dei tipici paleosuoli del Riss.
Se essi invece fossero del Riss più recente, dovreb¬
bero essere già colmati per le loro ridotte dimen¬
sioni ed il lungo periodo intercorso. Tuttavia si
trovano in una valle relitta, per mancanza di im¬
missario e di conseguenza la loro sopravvivenza
potrebbe essersi protratta anche per più lungo
lasso di tempo (dal R-W in poi). Il colmamente
più a monte del terzo bacino lacustre avrebbe
permesso la sopravvivenza dei due laghi più
esterni, ai quali sarebbero giunte acque limpide. Il
prosciugamento di esso è dovuto a canale di dre¬
naggio verso il Lago Grande. Similmente, il ba¬
cino lacustro-palustre più esterno, sbarrato dalla
cerchietta del maximum Wurm, e pertanto singla-
ciale, drenato e prosciugato da canalizzazione verso
il Lago Piccolo.
Dal punto di vista pedologico si può aggiun¬
gere che su queste morene non è stato rinvenuto
alcun lembo di paleosuolo riferibile all’ Intergla¬
ciale Riss-Wurm; ma essendo i versanti assai ri¬
pidi, l’erosione potrebbe anche aver asportato la
quasi totalità del suolo, come è avvenuto per la
copertura eolica che è stata in gran parte erosa.
La mancanza di paleosuolo Riss-wurmiano, infatti,
è stata determinante per l’attribuzione al Wurm.
La presenza di lembi di suolo bruno tuttavia non
è sempre determinante, in quanto si può formare
anche su depositi del Riss e del Mindel.
In sponda destra Dora (vedi Fig. 5), immedia¬
tamente a Sud di Avigliana. e proseguendo poco
a nord di Buttigliera - Rostà - Truc Morte, le cer¬
ehie più basse e più arretrate dell’anfiteatro ris¬
siano potrebbero anche far pensare al Wiirm; ma
ciò è poco probabile, in quanto in contrasto, sia
con l’aspetto morfologico che porta logicamente ad
attribuire le suddette piccole cerehie alle ultime
fasi di ritiro dello stesso Riss; sia per la pre¬
senza di profili pedologici che, seppur privi degli
orizzonti superiori, sono riferibili all’ Interglaciale
Riss-Wurm (asterischi sulla Carta). Inoltre il ter¬
razzo ghiaioso di Ferriera-S. Antonio di Ranverso
dovrebbe venire allora attribuito all’Olocene an¬
tico invece che al Fluvioglaciale wurmiano. Lo
stesso terrazzo del fgW, continua a valle della
stretta di Alpignano, dove risulta fortemente so¬
speso, con sottostante scarpata conglomeratica del-
l’ Interglaciale G-M, ed a sua volta incassato di
8-10 metri rispetto al fgR e, di 15-20 rispetto al
più antico terrazzo a ferretto del fgM.
Nell’attuale fase delle ricerche geomorfologi¬
che, mentre risulta chiara la suddivisione fra
Mindel e Riss, non avviene altrettanto fra Riss e
Wurm che possono presentare limiti incerti. Ciò
è dovuto anche alla rarefazione dei profili di pa¬
leosuolo Riss-wurmiano sulle morene più recenti
del Riss, perchè in posizione di maggiore erodibi-.
lità. Il sistema wurmiano risulta comunque arre¬
trato rispetto all’anfiteatro rissiano ed i suoi ri¬
tiri stadiari infravallivi si possono trovare viep¬
più arretrati nella Valle principale. Lo studio delle
FRANCO PETRUCCI
114
serie polliniche dei bacini lacustri di Avigliana,
che è progettato, potranno portare nuovi dati de¬
terminanti. uniti a ricerche Cu, per stabilire la
cronostratigrafia e le connesse correlazioni.
Fluvioglaciale Wurm.
In tutta la regione piemontese il Fluvioglaciale
ed il Fluviale Wurm sono notevolmente ridotti,
almeno in affioramento; in rapporto anche col ri¬
dotto sviluppo del morenico Wùrm, all’ interno
degli anfiteatri. La minore estensione sembra es¬
sere dovuta inoltre a fenomeni di sovralluviona-
mento, che avrebbero ricoperto parte del terraz¬
zamento wurmiano già ristretto entro le più alte
scarpate rissiane. Tale sovralluvionamento si sa¬
rebbe verificato nell’Olocene, continuando fino ai
giorni nostri; esso è riscontrabile un pò ovunque.
Lo stesso Fluviale e Fluvioglaciale rissiano sono
talora ricoperti da alluvioni oloceniche molto re¬
centi, come si può vedere nell’area del nuovo Fo¬
glio Carmagnola. Sempre in conseguenza di questo
evento le Alluvioni antiche ed i depositi terraz¬
zati wurmiani sono difficilmente separabili, ve¬
nendo a costituire bassi terrazzi che sfumano in¬
sensibilmente gli uni negli altri, lungo i corsi
d’acqua principali. Le Alluvioni medio-recenti, poi,
hanno ricoperto in parte entrambi questi terrazzi
e talora salgono sullo stesso Fluvioglaciale ris¬
siano.
La Valle del Sangone rientra in questo schema
generale e, come si può vedere dalla Carta, non
presenta altro che il sistema terrazzato olocenico
distinto in a1, a2 e a3, incassato tra il fgM e il
fgR. Il Fluvioglaciale Wurm, non affiora, nono¬
stante vi sia l’anfiteatro morenico corrispondente
che doveva convogliare parte delle sue acque in
Val Sangone, attraverso l’angusto scaricatore, più
probabilmente wurmiano di Udrito, che attraversa
ed incide le grandi cerehie del maximum Riss. La
maggior quantità dei materiali fluvioglaciali si do¬
veva scaricare lungo la Valle della Dora. Essa
presenta infatti un sistema terrazzato fluviogla¬
ciale wurmiano, sospeso con scarpate di 5-6 metri
sulle Alluvioni oloceniche. Si tratta di un terraz¬
zamento piuttosto ristretto, ma continuo e conser¬
vato fino alla confluenza con il Po. Lungo la Valle
Dora si è verificata una forte erosione e dilava¬
mento dell’apparato morenico-wùrmiano. Manca
tutta la parte destra dell’anfiteatrino che doveva
congiungere il morenico di Avigliana a quello di
Truc della Prà, affiorante in sponda sinistra del
fiume. C’è stato inoltre il forte sovralluviona¬
mento olocenico a monte della profonda incisione
di Alpignano che ha semisommerso lo stesso mo¬
renico wurmiano di Truc della Prà.
Come illustrato nella Fig. 5, se si tiene valida
la seconda ipotesi, di una maggior estensione del
morenico Wurm, in sponda destra Dora, il ter¬
razzo wurmiano di Ferriera-S. Antonio di Ran-
verso sarebbe dell’Olocene antico (a1).
Copertura eolica.
I depositi eolici sono genericamente conosciuti
da molti anni ; essi sono infatti molto diffusi e
coprono estese aree in tutto il Piemonte. Anche
nelle altre regioni della Pianura padana sono pre¬
senti, ma talora non sono stati completamente
identificati.
Di recente Petrucci (1968) e Ferrari & Ma-
GALDI (1968) hanno segnalato la presenza di loess
sui colli e sui terrazzi dell’ Appennino parmense,
e da ulteriori indagini è risultato che la copertura
eolica anche sul Pre-Appennino settentrionale è
assai diffusa e talora relativamente potente. Per
la regione del Garda i depositi eolici sono stati
segnalati e studiati da S. Venzo (1957, 1961, 1965)
e da F. Mancini (1960-1969), anche se qui la loro
diffusione è limitata rispetto al Piemonte, essendo
ridotta a placche testimoni.
Nella regione piemontese, al contrario, i ter¬
razzi pleistocenici e gli stessi anfiteatri morenici
sono ricoperti da una vera e propria « coltre
eolica », che si estende con continuità su tutto
l’areale. La potenza è assai variabile, da pochi
decimetri può raggiungere diversi metri di spes¬
sore, e talora si hanno dune e barcane, fortemente
degradate per opera dell’uomo. Originariamente
l’estensione delia copertura eolica doveva essere
maggiore, in quanto sulla « Collina di Torino »
sono ancora presenti numerose ed estese zone ri¬
coperte da loess (vedi Fogli Torino e Carma¬
gnola), che testimoniano una ulteriore estensione
della copertura eolica, in gran parte erosa, sulle
stesse Formazioni terziarie, fino a quote di 500-
600 metri.
Gli studi sul loess nel nostro paese sono an¬
cora scarsamente diffusi e notevolmente trascu¬
rati in rapporto a quanto hanno fatto e stanno
facendo gli Autori stranieri. Per affrontare que¬
sto problema occorre non solo uno studio della
mineralogia e pedologia di questi depositi, ma
anche un’ indagine sistematica della loro diffu¬
sione.
Dal punto di vista stratigrafico si sono riscon¬
trate tre distinte fasi eoliche rispettivamente del
Mindel, del Riss e del Wurm. Attualmente non si
è in grado di distinguere cartograficamente questi
depositi in quanto un tale tipo di rilievo, dovrebbe
essere condotto con estremo dettaglio e su basi
prettamente pedologiche. Per queste difficoltà e
Fig. 6. — Panoramica dei Laghi di Avigliana rispesa dalla strada che conduce da Meana a S. Pietro, in pros¬
simità di quest’ultimo centro.
Sono visibili le cerehie moreniche wurmiane (TP) che cingono il Lago Piccolo e il Lago Grande, nonché quella
più arretrata ed interna che racchiude la piana sartumosa (s) a monte del Lago Grande. In primo piano sulla
sinistra in basso il conoide su cui sorge il paese di Bertassi; poco più sopra oltre la piana delle Alluvioni au¬
liche (a'), le collinette moreniche wurmiane con affioramenti di cristallino fino a giungere ad Avigliana paese,
semicoperto; mentre sullo sfondo si estendono le grandi cerehie del Riss ( R ) e più sulla destra la cima del
Moncuni e del M. Pietraborga.
FRANCO PETRUCCI
110
per l'alta specializzazione che richiede tale ricerca
ci si è limitati a segnalare la loro diffusione, ma
non si sono fatte distinzioni cartografiche di ca¬
rattere stratigrafico-pedologico.
La grande cava per laterizi di Fornace Zola
sulla strada Rivoli-Rivalta, mette in luce la so¬
vrapposizione di tre fasi eoliche distinte, del
Mindel, del Riss e del Wurm, che si evidenziano
soprattutto per il loro aspetto pedogenetico assai
ben caratterizzato. Il substrato che sopporta que¬
sta copertura eolica è il terrazzo fluvioglaciale
mindeliano che si origina dalle corrispondenti
cerehie moreniche poste immediatamente più ad
ovest. Un accumulo di materiali eolici così consi¬
derevole e ripetuto nelle tre glaciazioni, è dovuto
alla particolare posizione morfologica, che essendo
a ridosso dei cordoni morenici, impediva un ulte¬
riore trasporto da parte del vento e un conse¬
guente cospicuo deposito; l’erosione, poi, fu limi¬
tata trovandosi la zona della Fornace al centro di
un terrazzo mindeliano (vedi Carta). Questo esteso
profilo che si spinge in profondità sui 10 metri
ed oltre, è in corso di studio da parte di Ferrari
e Mancini che lo illustreranno in dettaglio in ap¬
posita Nota pedologica.
Gli studi sui loess, come si è detto, sono poco
progrediti nel nostro Paese ; l’argomento è vasto
e coinvolge diverse discipline, con ricercatori spe¬
cializzati che lavorino in « équipe » nei campi geo¬
morfologico, pedologico, e non ultimo, in quello
paleomagnetico, che porterebbe anch’esso a deter¬
minare l’età dei vari depositi. In ultima analisi
bisognerà stabilire anche per i loess una crono¬
logia « assoluta » e di dettaglio, come sta avve¬
nendo in altri Paesi europei e negli Stati Uniti
per ricostruire le condizioni climatiche, in cui si
sono formati questi depositi e relativa stratigrafia.
Le ricerche in corso a sud delle Alpi sembrano
dimostrare una predominanza dei depositi eolici
nelle fasi cataglaciali ; in quanto, su un corrispon¬
dente morenico o fluvioglaciale, il loess immedia¬
tamente sovrastante ha subito la pedogenesi che
si è spinta entro lo stesso substrato con un unico
processo di formazione del suolo. Questo dimostra
che tali loess si devono essere depositati nelle fasi
cataglaciali, poiché soggetti alla pedogenesi del-
l’ Interglaciale immediatamente successivo.
Estesa copertura loessica, potente sui m 2,50,
copre le cerehie moreniche del Wurm I, II e III,
nel Piemonte orientale all’Anfiteatro del Verbano,
lungo la sponda occidentale del Ticino, dalla Sta¬
zione di Portovaralpombia a Dorbiè e Mercurago
(G. Nangeroni 1954, Fig. 4 p. 7 e Fig. 8 p. 10;
S. Venzo 1955, Tav. XII). Pertanto questo loess
deve attribuirsi al Cataglaciale Wurm e, più pre¬
cisamente ricoprendo anche le cerehie più interne,
al Ct. W III. Ciò sta a confermare il clima freddo,
ventoso e steppico, con scarsa vegetazione, del Ca¬
taglaciale Wurm a sud delle Alpi; mentre gli Au¬
tori d’Oltralpe lo attribuiscono in genere alla fase
Anaglaciale. Ma anche il morenico e il fluviogla¬
ciale Riss della Brianza sono coperti da loess ar-
gillificato rosso-bruno, pedogenizzato nel R-W, che
spetta pertanto al Cataglaciale Riss.
All’Anfiteatro orientale del Garda (presso Co-
stermano; S. Venzo 1961), loess completamente
argillificato arancio-rossastro, copre il morenico
Mindel ed è attribuito, anche da Mancini (1960),
al Riss. Nella serie del Torrion di Vaisorda, sopra
Bardolino, è presente un loess indurito, che sta
sotto al morenico del Riss II e sopra al Mindel ;
pertanto esso cade nell’Anaglaciale. Sopra, nel
M. Moscai, S. Venzo distingue un loess Anagla¬
ciale ed uno del Cataglaciale Wurm.
I depositi olocenici.
Alluvioni antiche : formano il terrazzamento
olocenico più elevato lungo i maggiori corsi
d’acqua. Si estendono più o meno con continuità
entro le più alte scarpate del Fluvioglaciale ris-
siano. In particolare, lungo la Dora, sono sotto¬
stanti al terrazzo Fluvioglaciale wurmiano che,
resta sospeso di 5-6 metri con ripida scarpata.
E’ questa la prima grande fase di alluvionamento
post-glaciale comune a tutte le valli e che talora
forma ampie zone della bassa Pianura. Talora il
Fluviale o il Fluvioglaciale wtirmiano sfumano in¬
sensibilmente nelle Alluvioni antiche, e risultano
mal identificabili per mancanza di salti morfolo¬
gici ed i suoli non sono sufficientemente differen¬
ziati per permettere opportune suddivisioni. Ma
molto spesso sembra che le Alluvioni antiche ab¬
biano ricoperto totalmente il terrazzo del Wurm
sempre assai limitato come accade in Val Sangone.
Si ricorda che il terrazzo wurmiano, in sponda
destra Dora, di Ferriera - S. Antonio di Ranverso,
qualora le morene rissiane più interne fossero at¬
tribuite al Wurm, dovrebbe essere riferito logica¬
mente alle Alluvioni antiche (vedi Fig. 5).
Alluvioni medio-recenti : formano l’esteso basso
terrazzo lungo gli alvei degli attuali corsi d’acqua
e si differenziano essenzialmente dalle Alluvioni
recenti ed attuali in quanto queste ultime formano
l’abituale letto del fiume, mentre le prime sono
solo soggette a saltuarie ed eccezionali esondazioni.
Conoidi : sono assai diffusi nella zona margi¬
nale fra gli alti rilievi montuosi del Substrato
cristallino ed il fondovalle. Essi sono stati distinti
RILEVAMENTO GEOMORFOLOGICO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
in Conoidi detritici ed in Conoidi di deiezione do¬
vuti quest’ultimi al ruscellamento delle acque, an¬
cora assai attivo. Tutti questi conoidi sono di età
olocenica assai recente, anche se la loro attività
può essere iniziata nel Pleistocene più o meno
antico.
Depositi argillosi neri : sono riferiti a quelle
aree lacustri in fase finale di riempimento con
sedimenti palustri, torbosi o sartumosi, sede di
117
piccoli laghi intramorenici (vedi Carta) e a quelle
più estese a monte e a valle dei Laghi di Avi-
gliana.
Le due aree rispettivamente a sud del Lago
Piccolo e a nord del Lago Grande se perforate
con carotaggi continui dovrebbero fornire una
serie utilissima per lo studio dei pollini che ri¬
sulta essenziale per stabilire la cronostratigrafia
non solo dei depositi lacustri, ma anche dell’An¬
fiteatro morenico circostante.
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12.3
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rato morenico dell’ Adda di Lecco. Con Carta 1:30.000.
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Venzo S., 1949 - Revisioni del glaciale nella Bassa Val
Cavallina (Bergamo). Distinzioni del Mindel e dei
terrazzi anaglaciali. Con Cartina 1 :30.000. Paralleli¬
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curva di Milankovic e coi livelli marini padani. Atti
Soc. It. Se. Nat., voi. 88, pp. 79-132, Milano.
Venzo S., 1950 - Rinvenimento di Anancus arvemensis nel
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don meridionalis e Cervus a Leffe. Stratigrafia e clima
del V illafranchiano bergamasco. Atti Soc. It. Se. Nat.,
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Venzo S., 1951 - Rilievo geologico nella Valle Stura di De¬
monte (Cuneo) dal Podio al Ponte Olla, con partico¬
lare riguardo al Quaternario. Con Cartina geologica
1:30.000, Riv. It. Ing.
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FRANCO PETRUCCI
124
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TAVOLE
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA VII
- Fig. 1. — Sponda sinistra F. Dora Riparia: la fotografia è stata eseguita nel centro
di Alpìgnano poco a valle del « Ponte vecchio ».
Si possono osservare i conglomerati poligenici dell’ Interglaciale Giinz-
Mindel, fortemente cementati e con stratificazione lenticolare; i ciottoli
sono generalmente molto minuti, e talora si rinvengono lenti sabbiose. Essi
affiorano costantemente in scarpate acclivi lungo il F. Dora da Alpignano
fin quasi alla confluenza con il Po. Sulla destra della foto, in alto, è vi¬
sibile (mascherato dalla vegetazione) il terrazzo rissiano con pedogenesi
dell’ Interglaciale Riss-Wurm, dalla tipica colorazione rosso-bruna.
Lungo il F. Dora i conglomerati dell’ Interglaciale Gunz-Mindel sono rico¬
perti dal fluvioglaciale Mindel poco a SE di Pianezza (vedi Carta).
La ricostruzione della Paleoconoide del igGM della Dora e del Sangone
è riprodotta nella sezione in calce alla Carta, dove viene chiarita la posi¬
zione stratigrafica sottostante ai depositi del Mindel.
E’ altresì evidente quanto sia dannosa l’opera di discarica che costante-
mente viene effettuata nel Fiume, con conseguente inquinamento delle acque.
Qui ad opera degli abitanti, ma altrove anche delle industrie; in partico¬
lare da Alpignano fino alla confluenza con il Po, il fiume Dora funge da
scarico di liquami e da deposito di rifiuti di ogni genere! (Foto F. Carraro)
Fig. 2. — Valdengo, biellese occidentale, provincia di Vercelli (Foglio 43 Biella).
Questa fotografia eseguita fuori del presente rilievo è assai significativa
in quanto mette in evidenza la sovrapposizione di due paleosuoli. Il primo,
l’ inferiore, mostra la pedogenesi subita dai depositi del « Villa franchiano
fresco » probabilmente nell’ Interglaciale Mindel-Riss con tipica colora¬
zione rossa assai intensa. Al di sopra con colorazione rosso-bruna deposito
eolico di età rissiana, con pedogenesi del successivo interglaciale.
(Foto F. Carraro)
Fig. 3. — Ospedale Psichiatrico ad Est di Rivolta Torinese.
La profonda trincea della strada, che sale al nuovo complesso ospedaliero,
ha messo in evidenza un profilo pedologico potente sui 10 metri. Dal basso
si osservano ghiaie inalterate (1) del terrazzo Fluvioglaciale Mindel; quindi
un paleosuolo (2) sui medesimi materiali di alterazione Mindel-rissiana,
con la tipica colorazione rossa assai intensa. La porzione superiore del
profilo pedologico Mindel-rissiano con ciuffi d’erba, è costituita da loess (3)
del Cataglaciale Mindel. Sopra di esso pochi decimetri di copertura eolica
giallastra (4), su cui si rinviene, al limite con la vegetazione, un materiale
argilloso-sabbioso, a struttura lamellare, con colore bruno di cronologia non
definita. (Foto F. Mancini)
F. PETRUCCI - Rilevamento Geomorfologico dell’ Anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XVIII - Tav, VII
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F. PETRUCCI - Rilevamento Geomorfologico dell’Anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ. St.Nat.Milano - Voi. XVIII - Tav. Vili
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA IX
Fig. 1. — Druento : nuova zona di lottizzazione. Questo profilo pedologico ( già cam¬
pionato, verrà illustrato da G. A. Ferrari e F. Mancini), è stato messo in
luce dagli scavi per le fondamenta dell’abitazione situata in Via Cecco
Angiolieri n° 9.
Posto alla sommità della cerchia morenica mindeliana, il paleosuolo risulta
pressoché interamente conservato, con una potenza superiore a 5 metri.
Si osserva un’argàllificazione molto spinta, con colorazione rossa intensa
(2.5 YR fino a 10 R); sono frequenti le laccature nere di ossidi di man¬
ganese, screziature, ecc. Lo scheletro neg-li orizzonti superiori, illustrati
dalla foto, è assente. E’ questo uno dei migliori esempi di paleosuolo
Mindel-rissiano nella regione piemontese. (Foto F. Petrucci)
Fig. 2. — Cascina Costa, a NO di Alpignano.
La sezione artificiale mostra un profilo pedologico fra i più significativi
rinvenuti sulle morfologie rissiane. Questo paleosuolo (1) formatosi su ma¬
teriale morenico del Maximum Riss (R II), è uno dei suoli, evolutosi nel-
l’ Interglaciale Riss-Wiirm, meglio conservato e fra i più tipici. Esso è
potente circa m 2,50, ha colore rosso-bruno da 7,5 YR a 5 YR. Si tratta
di un suolo lisciviato con orizzonte B a notevole accumulo di argilla illu-
viale che ha provocato una diminuzione di drenaggio e la conseguente ap¬
parizione di debole pseudogley. Sul paleosuolo Riss-wurmiano (1), si trova
una copertura eolica (2) di spessore variabile da pochi decimetri (come
in foto) a valori che si aggirano sui 1,50-2 metri. Questo loess è di età
probabilmente wurmiana. Lo studio di dettaglio dell’ intero profilo pedo¬
logico è in corso da parte dei pedologi G. A. Ferrari e F. Mancini.
(Foto F. Petrucci)
l
F. PETRUCCI - Rilevamento Geomorfologico dell’ Anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XVIII - Tav. IX
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA X
Fig. 1. — Cava abbandonata a NE di Trac Morte, nelle vicinanze della S.S. del
Moncenisio N. 25 ( vedi asterisco sulla Carta).
E’ visibile una sezione del cordone rissiano, costituita da morenico bianco
non alterato ed appena cementato; mentre sulla destra ove si ha una
rottura di pendio si osservano materiali colluviali di paleosuolo Riss-
wiirmiano. Questo fatto è assai frequente sulle cerehie interne del Riss.
(Foto F. Carraro)
Fig. 2. — Sezione artificiale sulla S.S. del Moncenisio N. 25, a NE di Truc Morte.
La foto mette chiaramente in evidenza la sovrapposizione dei depositi la¬
custri e fluviolacustri, attribuiti al « Cataglaciale Riss e Interglaciale Riss-
Wiirm », su cordone morenico rissiano. La morena è la stessa della Fig. 1.
(Foto F. Carraro)
F. PETRUCCI - Rilevamento Geomorfologico dell’ Anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XVIII - Tav. X
I
GIANCARLO BORTOLAMI & GIORGIO VITTORIO DAL PIAZ (*)
Il substrato cristallino dell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana
(Provincia di Torino)
ed alcune considerazioni sull’evoluzione paleogeografica e strutturale
della eugeosinclinale piemontese
Riassunto. - — Nella prima parte del lavoro si illustrano
i caratteri geo-litologici e strutturali della regione Rivoli-
Avigliana, a commento della carta geologica allegata. La
zona è situata ai margine occidentale della pianura di
Torino e comprende due grandi unità strutturali: il mas¬
siccio cristallino del Dora-Maira e la Zona delle pietre
verdi, o Zona Piemontese. Nella prima prevalgono larga¬
mente gli gneiss occhiadini, derivati epimetamorfici alpini
di originari tipi granitoidi ercinici. Le pietre verdi della
seconda sono molto più abbondanti dei calcescisti meso¬
zoici ai quali sono associate e costituiscono la propaggine
meridionale del grande complesso of iolitico Val di Susa-
Valli di Lanzo. Alcuni litotipi appaiono indenni dal meta¬
morfismo regionale alpino (lherzoliti e gabbri del mas¬
siccio di Lanzo e del Moncuni). La maggior parte delle
rocce manifesta tuttavia una generale impronta metamor¬
fica alpina con paragenesi di alta pressione (eclogiti,
glaucofaniti, gabbri ad onfacite) o della facies scisti verdi
(metagabbri, prasiniti). Nelle grandi masse di lherzoliti
fresche della legione vi sono numerosi filoni di gabbri
± saussuritici ; nelle serpentine antigoritiche sono invece
abbondanti i filoni di gabbri rodingitici e di rodingiti.
Nei dintorni di Vindrola (Villardora) si osservano alcuni
affioramenti di brecce diabasiche in facies prasinitica.
I paraderivati mesozoici sono rappresentati da prevalenti
micascisti carbonatici e da tipi filladici; subordinati sono
invece i calcescisti in facies normale.
Nella seconda parte si descrive l’assetto paleogeogra¬
fico e strutturale della Zona Piemontese. Un processo di
lacerazione crostale condusse alla formazione della eugeo¬
sinclinale piemontese, una fossa con fondo cristallino di
ultrabasiti e gabbri sul quale si depositavano i sedimenti
orogeni (i futuri calcescisti). I ricoprimenti M. Rosa-Gran
Paradiso-Dora Maira costituiscono il margine continentale
esterno di questa struttura, la Zona Sesia-Lanzo quello
interno. Col perdurare di condizioni di distensione, si for¬
marono grandi fratture nel mantello lungo le quali magmi
basaltici raggiungevano il fondo della eugeosinclinale,
dando luogo a grandi estrusioni sottomarine al di sopra
del substrato gabbro-ultrabasico e dei sedimenti orogeni,
o generando localmente dei sills all’ interno di questi ul¬
timi. Si instaurarono quindi condizioni di compressione
che determinarono la formazione di una catena a ricopri¬
menti sovrapposti la cui evoluzione tettonico-metamorfica
può così essere sommariamente sintetizzata: 1) presa di
posizione dei ricoprimenti (coltri di scivolamento nei ter¬
reni di copertura e grandi scaglie profonde) secondo uno
stile tettonico di taglio, con deformazioni di tipo clastico
e trasformazioni metamorfiche a prevalente carattere re¬
trogrado e con distribuzione localizzata (diaftoresi, ecc.);
2) generale processo di serrage con ulteriore raccorcia-
mento crostale, caratterizzato da un ripiegamento poli¬
fasico che colpisce l’ intero edificio a ricoprimenti prece¬
dentemente costituito; la deformazione assume carattere
eminentemente plastico ed è accompagnata, o seguita, dalla
rigenerazione metamorfica alpina in facies scisti verdi ;
3) segue la fase finale di distensione, caratterizzata dal
magmatismo tardoorogenico di Biella e Traversella.
Abstract. — The Crystalline Basement of thè Rivoli-Avi¬
gliana Moraine Amphitheatre (Torino, Italy) with some re-
marks on thè paleogeographical and structural evolution of
thè Piemont Eugeosyncline.
The first section deals with thè geology of thè Rivoli-
Avigliana basement (western border of Torino Plain).
There are two major tectonic units: 1) « Dora-Maira »
Massif; 2) ophiolite-bearing «Piemontese Zone».
The former consists essentially of augen gneiss result-
ing from Alpine epi-metamorphism of hercynian (pre-
Westphalian) granitoids. The volcano-detrital origin pro-
posed by P. Vialon is rejected.
In thè « Piemontese Zone », mesozoic metasediments
(calcescisti) are uncommon, while thè ophiolites very fre-
quent. Among thè ophiolites, some are unaffected by re-
gional metamorphism (Lanzo and M. Moncuni lherzolites,
gabbro dikes), whereas most show effects of Alpine-age
metamorphism, related to high-pressures (eclogites, glau-
cophane-bearing rocks, omphacite-bearing metagabbros) and
to greenschist facies. Rodingites are also frequent. Among
thè mesozoic metasediments, phyllites and micaschists are
very common.
In thè second section, a paleogeographical and structu¬
ral reconstruction oft he « Piemontese Zone » is outlined,
in thè context of thè genetic problem of thè western Alps.
(*) Istituto di Geologia dell’Università di Torino e Centro per lo studio geologico e petrografico dell’orogeno delle Alpi
occidentali del C.N.R.
1 2(i
G. BORTOLAMI
G. V. DAL PIAZ
As a consequence of crustal strecking and drifting apart,
thè Piemont eugeosyncline developed upon a simatic sea-
floor ( ultramafites and gabbros). Basaltic magma rose
through fractures of thè upper mantle and was emplaced
upon thè gabbro-ultramafites complex and upon and within
thè sediments.
Then compression and lateral shortening set in. A
nappe structure was built through two successive mecha-
nisms: 1) overthrusting : nappes originateci in thè form
of gliding sheets (near surface) and of tectonic wedges
(at deph); thè tectonic style was fragile and thè rework¬
ing of thè rocks was localized and substantially mecha-
nical with diapthoritic character. The high-pressure me-
tamorphism followed. 2) Serrage, with further lateral
shortening and multi-phase folding of thè nappe struc¬
ture as a whole. Ueformation was plastic and accompa-
nied or followed by regional metamorphism (greenschist
facies in Rivoli-Avigliana basement).
A phase of stress relaxation, distension and acid (lo-
cally intermediate) magmatism ends thè regional evolution.
The paper closes with a criticai re-appraisal of thè
Argand’s « root » concept.
1. - PREMESSA
Lo spunto per iniziare lo studio geologico della
regione tra Valle del Sangone e Valle della Torre,
al margine occidentale della pianura di Torino, ci
è stato offerto dal Prof. S. Venzo e dall’amico
F. Petrucci, con la richiesta di collaborare al¬
l’esecuzione della carta geo-morfologica dell’anfi¬
teatro morenico di Rivoli-Avigliana e del suo sub¬
strato cristallino.
Era l’occasione per conoscere meglio una re¬
gione molto interessante per la geologia delle Alpi
occidentali, per verificare nel contempo alcune ipo¬
tesi, a nostro avviso poco convincenti, recente¬
mente avanzate sulla genesi degli gneiss occhia-
dini e sulla presa di posizione estrusiva dell’ intera
sequenza ofiolitica e per eseguire infine ulteriori
confronti tra i complessi cristallini pennidici e tra
le pietre verdi delle Alpi occidentali.
Questo studio, commento ed illustrazione della
carta geologica, è corredato da una sommaria ri-
costruzione dell’assetto paleogeografico e della
evoluzione strutturale della eugeosinclinale pie¬
montese, secondo un modello ispirato alle moderne
concezioni mobiliste.
Il lavoro è frutto della stretta collaborazione
dei due autori, con un contributo prevalente di
G. V. Dal Piaz per la parte conclusiva.
Esprimiamo viva gratitudine al Prof. S. Venzo,
Direttore dell’Istituto di Geologia dell’Università
di Parma, per l’opportunità offertaci e per il finan¬
ziamento della carta geologica, ed al Prof. R. MA-
laroda, Direttore dell’ Istituto di Geologia della
Università di Torino, per la stampa della mono¬
grafia.
Per ripetuti e proficui scambi di vedute, av¬
venuti nel corso di escursioni sulle Alpi, per la
concessione in visione di sezioni sottili e di altro
materiale di studio, per la segnalazione di affio¬
ramenti e di paragenesi interessanti ed infine per
numerosi suggerimenti e benevole critiche, rin¬
graziamo i Proff. e Dott. P. Bearth, A. Bezzi,
E. Callegari, P. Devecchi, V. Dietrich, G. El-
ter, M. Govi, J. Hunziker, M. Maurino, A. Ni¬
colas, B. Reinhardt, Tj. Peters, G. Piccardo e
R. Sacche Siamo infine grati ai Proff. E. Cal-
legari e R. Malaroda ed ai colleghi A. Bezzi,
G. Piccardo e R. Sacchi per la lettura critica del
manoscritto.
2. - NOTIZIE STORICHE
Le prime ricerche geologiche sistematiche sul
Piemonte, con particolare riguardo alle Alpi Cozie
ed alle Valli di Lanzo, risalgono ad A. Sismonda
(1840, 1866), B. Gastaldi (1871, 1872), D. Zac-
cagna (1877) e M. Baretti (1893). Ricordiamo
in particolare Sismonda, che intuì l’età mesozoica
di quel complesso in seguito definito Zona delle
Pietre Verdi, e Gastaldi il quale stabilì la prima
chiara separazione, anche nella regione del Dora-
Maira, tra l’elissoide degli « gneiss centrali » ar¬
caici e la Zona delle Pietre Verdi ritenuta di età
paleozoica.
Nei primi anni del XX secolo S. FRANCHI,
E. Mattirolo, V. Novarese, A. Stella e D. Zac-
CAGNA concludevano, per conto del Servizio Geo¬
logico di Stato, il rilevamento ex novo alla scala
1 : 100.000 del versante italiano dell’arco alpino oc¬
cidentale, lavoro imponente eseguito con cura ecce¬
zionale, mirabilmente sintetizzato nella Carta Geo¬
logica delle Alpi occidentali alla scala 1 : 400.000
(1908).
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLI \NA
Secondo la legenda dei Fogli Dronero, Pine-
rolo e Susa della Carta Geologica d’Italia (C.G.I.),
il Massiccio del Dora-Maira è costituito da una
serie cristallina pretriassica di micascisti, talora
a granato e cloritoide, con intercalazioni lentico-
lari di « gneiss occhiolati », di marmi e calcefiri,
di anfiboliti talora a glaucofane e di prasiniti.
Vi sono inoltre estese masse di gneiss granitoidi,
passanti talvolta a tipi minuti, tabulari (Luserna,
Val Gilba). Il complesso è ricoperto da una serie
trasgressiva di probabile età carbonifera, la Serie
Grafitica delle Alpi Cozie, costituita da gneiss mi¬
nuti psammitici a biotite e muscovite, con pig¬
mento grafitico, passanti a micascisti e scisti gra¬
fitici, micascisti a cloritoide, granato e grafite,
gneiss minuti e micascisti contenenti talora banchi
di quarziti.
Tra i terreni mesozoici a facies piemontese, la
legenda dei Fogli sopracitati distingue quarziti del
Trias inferiore, dolomie del Trias medio, dolomie
del Norico, calcari cristallini e calcescisti scuri del
Retico, diversi tipi di calcescisti (tra i quali quelli
del Lias medio del Vallone di Narbona), perido-
titi, serpentine, gabbri eufotidi più o meno meta¬
morfosati, metadiabasi e prasiniti, eclogiti e rocce
varie a glaucofane, lawsonite, ecc.
Fu S. Franchi (1898) a dimostrare in modo
definitivo l’età mesozoica dei calcescisti associati
alle pietre verdi nelle Alpi occidentali, indivi¬
duando, su base paleontologica, il Trias medio e
superiore in Val Maira ed il Lias inferiore in
Val Grana. Nonostante la documentazione paleon¬
tologica, le idee di Franchi furono a lungo con¬
trastate, specie da D. Zaccagna, sostenitore dello
schema stratigrafico e cronologico di Gastaldi.
I Rilevatori del Servizio Geologico commenta¬
rono il lungo lavoro di campagna con note illu¬
strative, spesso troppo brevi rispetto alla grande
mole di osservazioni originali raccolte ed all’ im¬
portanza degli argomenti trattati. Molto rari fu¬
rono i lavori monografici. Rimanendo ancora es¬
senzialmente neil’ambito della regione Dora-Maira
-Valli di Lanzo, possiamo ricordare, tra i loro più
significativi contributi: la fondamentale memoria
di S. Franchi (1898) dedicata al problema dei
calcescisti, le note di A. Stella (1895), V. Nova¬
rese (1895b, 1896, 1913), S. Franchi & V. No¬
varese (1895), S. Franchi (1897b), rivolte prin¬
cipalmente all’ illustrazione delle serie cristalline
del Dora-Maira, e quelle di S. Franchi (1893,
1894, 1895, 1897 a, 1897'b, 1902), S. FRANCHI &
V. Novarese (1895), A. Stella (1895) e E. Mat-
tirolo (1906) sulla Zona dei Calcescisti con Pietre
Verdi.
127
Particolare rilevanza per la petrografia e la
petrologia delle pietre verdi hanno ancora oggi
i contributi di Franchi (specie quelli del 1895 e
1902), la classificazione delle ofioliti metamorfiche
proposta da V. Novarese (1895 a) e lo studio ac¬
curato e moderno di F. Zambonini (1906 a) sui
metagabbri della bassa Valle di Susa.
Ai minerali di litoclase delle «granatiti» com¬
prese nelle serpentine di Trana, Piossasco e della
Valle di Susa, in gran parte segnalati dai Rileva¬
tori del Servizio Geologico, sono dedicate le brevi
note d A. COSSA (1884), G. Boeris (1897, 1899,
1900, 1902, 1903 a, 1903 b), A. Bianchi & T. Car-
panese (1928), T. Carpanese (1933), F. Zambo-
nini (1901, 1908) e V. Gennaro (1931), compen¬
diate nella monografia di G. V. Dal Piaz (1967)
sulle « granatiti » (rodingiti l.s.) delle Alpi occi¬
dentali italiane.
Ricordiamo ancora i lavori di G. Piolti (1897,
1905, 1909), M. Ness (1928), M. Fenoglio & E. Sa¬
nerò (1941), E. Sanerò (1932), G. Rigault (1958)
e di Gc. Bortolami & G. V. Dal Piaz (1967),
rivolti ad alcuni problemi locali del massiccio ul¬
trabasico di Lanzo, oggetto, quest’ultimo, di re¬
centi ricerche monografiche da parte di A. NICO¬
LAS, delle quali parleremo ampiamente tra breve.
Le pietre verdi delle Valli di Lanzo, Valle di
Susa e M. Viso sono oggetto di alcune importanti
osservazioni di P. Bearth (1959, 1962, 1967).
Ricordiamo specialmente la segnalazione di lave a
cuscini e di brecce vulcaniche metamorfiche nelle
pietre verdi del M. Viso, P. Ovarda ed Usseglio,
lo studio di nuclei eclogitici compresi nei Flaser-
gabbro della Valle di Susa e le fondamentali con¬
siderazioni sulla distribuzione del metamorfismo
regionale alpino con particolare riguardo ai mi¬
nerali di alta pressione.
A proposito del metamorfismo nelle Alpi occi¬
dentali ricordiamo che la prima segnalazione del
suo carattere polifasico risale a Gb. Dal Piaz
(1928), a H. P. CORNELIUS (1930) una prima ana¬
lisi moderna dei rapporti tra metamorfismo e de¬
formazione.
In alcuni lavori dedicati essenzialmente ad il¬
lustrare l’origine metasomatica delle ofioliti da
sedimenti mesozoici, S. Conti (1955, 1964, 1966)
si occupa, seppure marginalmente, delle pietre
verdi affioranti in bassa Valle di Susa, nelle Valli
di Lanzo, nella dorsale Orsiera-Rocciavrè ed al
M. Viso. Queste concezioni genetiche sono riprese
da A. Bellini & P. Maifredi (1968) in un recente
lavoro sulla regione compresa tra il Colle delle
Finestre e la Val Sangone.
Origine metasomatica è prospettata da R. Mi¬
chel (1953, 1955) per una parte delle rocce cri-
G. B0RT0LAM1 - G. V. DAL PIAZ
128
stalline del Gran Paradiso e del Dora-Maira, e
per le prasiniti della copertura mesozoica. Si ve¬
dano le critiche di A. Bianchi & Gb. Dal Piaz
(1959).
Alcuni recenti lavori illustrano i litotipi del
Massiccio del Dora-Maira ed affrontano problemi
petrogenetici di carattere locale: sono i contributi
di E. Grill, G. Pagliani & L. Sacchi (1955) sul
talco della Val Germanasca, quelli di G. Pagliani
Peyronel (1954, 1957) sugli gneiss di Luserna e
sulle quarziti del M. Bracco, e quelli infine di
E. Zanettin Lorenzoni (1964, 1967) sui rapporti
tra gneiss occhiadini e copertura carbonifera in
Val Chisone e sugli gneiss dioritici del Pinerolese.
L. Peretti (1967) ha pubblicato i risultati di una
ricerca geologico-mineraria sulle mineralizzazioni
a talco dei dintorni di Pinerolo.
Passiamo ora a illustrare brevemente le prin¬
cipali opinioni sull’assetto strutturale delle Alpi
piemontesi. E’ nota la concezione rigidamente au-
toctonista dei Rilevatori del Servizio Geologico, in
particolare di S. Franchi (1906, 1929), polemico
oppositore di quelle interpretazioni faldistiche al
cui sviluppo egli stesso aveva largamente contri¬
buito con i ritrovamenti paleontologici e con rile¬
vamenti di straordinaria precisione. Limitandoci
ancora alla regione compresa tra Val di Susa e
Val Maira, ricordiamo che, secondo l’opinione di
E. Argand (1911, 1916), la Formazione Grafitica
del Pinerolese e di Giaveno, unitamente ai sotto¬
stanti gneiss granitoidi del M. Freidour e del
M. Bracco, apparterrebbero al fianco normale
della Falda Gran San Bernardo (IV), affiorante
in finestra tettonica al di sotto del Ricoprimento
Dora-Maira (V). Quest’ultimo è a sua volta sud¬
diviso in numerose digitazioni. La Zona Grafitica
del Pinerolese fu in seguito riferita da R. Staub
(1924) al Ricoprimento Dora-Maira equivalente
alla Falda del Gran Paradiso, attribuzione non
più contestata.
A F. Hermann (1925, 1930) spetta il merito
di aver messo in risalto l’ importanza nelle Alpi
occidentali di uno stile tettonico a grandi scaglie
listriche e di aver in parte precorso, come ve¬
dremo più avanti, alcune delle più moderne con¬
cezioni mobiliste. Meno attendibile è invece la
struttura del Ricoprimento del Piemonte, una
grande falda con nucleo costituito dal cristallino
Dent Bianche ed involucro di calcescisti meso¬
zoici, ipotesi ribadita nel lavoro del 1930 dedicato
alla illustrazione dei calcescisti e delle pietre verdi
della Valle di Susa, ecc.
Passando all’esame dei lavori più recenti, os¬
serviamo che numerosi autori hanno accettato,
seppure con sfumature diverse, le idee autocto-
niste di Franchi e dei suoi colleghi del Servizio
Geologico. Autoctonisti sono S. Conti (op. cit.),
sostenitore dell’esistenza di una serie continua dal
cristallino antico del Dora-Maira al Trias e quindi
ai calcescisti; R. Malaroda (1957) e B. France-
SCHETTi (1961), fautori della parautoctonia dei
calcescisti sulla Zona Permo-Carbonifera assiale;
P. Vialon (1966), A. Nicolas (1966), A. Bel¬
lini & P. Maifredi (1968).
Le concezioni faldistiche di Argand sono ac¬
colte in questa regione da A. Michard (1967) e
G. V. Dal Piaz (1966); lo stile strutturale è tut¬
tavia profondamente modificato, con larga appli¬
cazione della tettonica a scaglie, già introdotta da
R. Staub (1924), F. Hermann (1925, 1930) e
Gb. Dal Piaz (1939).
2.1. Le recenti monografie.
Precedute da una lunga serie di note preli¬
minari, uscivano, Ha il 1966 ed il 1967, le volu¬
minose monografie (tesi di dottorato), di P. Via-
lan, A. Michard e A. Nicolas.
La prima è dedicata all’ illustrazione ed alla
ricostruzione stratigrafica delle serie cristalline
nel massiccio del Dora-Maira ; la seconda è rivolta
essenzialmente ai problemi stratigrafici e struttu¬
rali dei complessi mesozoici in Val Grana e Val
Maira, con alcune importanti considerazioni sul¬
l’assetto tettonico del Dora-Maira, in cortese pole¬
mica con Vialon. La monografia di A. Nicolas
descrive le pietre verdi delle Valli di Lanzo. Si
tratta di una messe cospicua di osservazioni ori¬
ginali, che ampliano sensibilmente le conoscenze
su zone complicate ed in genere poco note. Spetta
inoltre ai valenti colleghi francesi di aver risve¬
gliato l’ interesse geologico, da tempo sopito, su
numerosi appassionanti problemi delle Alpi Cozie
e Graie.
P. Vialon (1966) suddivide il massiccio del
Dora-Maira in cinque complessi che si succedono,
in sovrapposizione stratigrafica normale dal basso
verso l’alto, nel seguente ordine:
1) Ensemble des gneiss glanduleux, una serie
sedimentaria in facies Culm, con arenarie, gro¬
vacche, arginiti e colate basiche sottomarine. L’età
è devonico-carbonifera. Durante l’orogenesi erci-
nica il complesso subisce l’azione del metamor¬
fismo regionale e l’ iniezione di grandi masse gra¬
nitiche, di presunta origine palingenetica. A que¬
sto quadro si sovrappongono gli effetti della oro¬
genesi alpina.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
1 2!»
L 'Ensemble è costituito da:
— gneiss amigdalari, facies occhiadine grossolane
più o meno albitizzate, con grandi amigdale
policristalline a prevalente feldispato; gli af¬
fioramenti sono circoscritti alla testata della
Val Pedice, ai dintorni di Paesana, allo sbocco
della Valle Po ed alla bassa Valle Varaita.
— Gneiss occhiadini, tipici al M. Freidour, in fa¬
cies del tutto analoga agli gneiss ghiandoni del
Gran Paradiso. Pur manifestando una grande
omogeneità d’ insieme, essi presentano sensibili
variazioni, passando gradualmente da facies
granitoidi massicce ancora ben conservate (re¬
litti di feldispato potassico, oligoclasio e biotite
rosso-bruna), a tipi finemente fogl iettati e tra¬
sformati.
— Gneiss dioritici, della bassa Val Chisone e Val
Pedice; rappresentano, secondo Vialon, i de¬
rivati metamorfici di originarie rocce diori-
tiche intruse nelle facies ghiandolari, a conclu¬
sione del ciclo magmatico ercinico. La loro età,
postcarbonifera per S. Franchi (1895), per¬
miana per Gb. Dal Piaz (1939), risulta un po’
più antica per il collega francese, opinione
condivisa da E. Zanettin Lorenzoni (1964,
1967) (0-
— Gneiss minuti e micascisti : costituiscono il tes¬
suto connettivo dell’ intero Ensemble. Essi con¬
tengono frequenti boudins di anfiboliti antiche
le quali conserverebbero, secondo Vialon, re¬
litti di una originaria struttura a pillows (2).
— Migmatiti eterogenee : rientra in questo gruppo
un complesso di parascisti con numerosi filoni
leucocratici concordanti.
— Filoni-strato di gneiss granitoidi, presenti nei
parascisti, con potenza che oltrepassa talvolta,
come a Brossasco in Val Varaita, i 100 m.
P) E. Zanettin Lorenzoni si discosta radicalmente
dall’ interpretazione di S. Franchi, Gb. Dal Piaz e P. Via¬
lon sulla genesi degli gneiss dioritici, originarie dioriti
intrusive tardopaleozoiche, trasformate successivamente
dal metamorfismo alpino. La collega ritiene infatti che
queste rocce (in particolare le « dioriti » di Albarea in
Val Chisone) rappresentino il prodotto di un processo di
granodioritizzazione metamorfica a carattere isochimico
a spese degli gneiss biotitico-epidotici incassanti. A que¬
sto proposito osserviamo che, nella regione, il metamor¬
fismo ha caratteristiche ben lontane da quelle richieste
per l’anatessi.
(-) Riteniamo non dimostrata, anche se possibile, l’ori¬
gine estrusivo-sottomarina delle anfiboliti antiche del Dora-
Maira, la cui « struttura a pillow » relitta ricorda forte¬
mente i prodotti di intensa deformazione e disarticolazione
tettonica per boudinage in metabasiti con giacitura stra-
toide.
2) Ensemble de Pinerolo. E’ la denomina¬
zione attribuita da Vialon alla nota sequenza car¬
bonifera in facies psefitica e psammitica; si tratta
di arenarie, grovacche e conglomerati a pigmento
carbonioso, in facies epimetamorfica alpina (fen-
gite, cloritoide e biotite bruna tardiva). La sua
età carbonifera è ammessa da tutti gli autori che
si sono accupati di questa regione, ad eccezione
di R. Michel (op. cit.) che propende per un’età
più antica.
3) Ensemble de Dronero. E’ un complesso
eterogeneo di gneiss occhiadini a mica verde, con
intercalazioni subordinate di micascisti a clori¬
toide e gneiss a « ciottoli » quarzosi, derivati me¬
tamorfici alpini di una sequenza vulcano-sedimen¬
taria formata da alternanze di porfiroidi grano-
firici, porfiroidi arcosici, ignimbriti, tufi acidi,
arenarie ed areosi, microconglomerati, grovacche
ed arginiti. Secondo Vialon il complesso si sovrap¬
pone con rapporti normali all’Ensemble de Pine¬
rolo e per tale motivo è ritenuto di età permiana ;
esso affiora estesamente nel settore meridionale
del Dora-Maira, ricompare in quello centrale nei
dintorni di Luserna e, a settentrione, tra il San-
gone e la Valle di Susa. Il tentativo di introdurre
nel Dora-Maira un complesso vulcano-detritico per¬
miano di grande estensione costituisce la princi¬
pale innovazione rispetto alla rappresentazione
della Carta Geologica d’Italia. Gli gneiss occhia¬
dini del Dora-Maira, ortoderivati alpini di graniti
ercinici secondo i Rilevatori, sono, secondo Vialon,
sia antichi gneiss amigdalari, sia rocce di deriva¬
zione granitica, sia infine metaderivati di origi¬
narie rocce vulcano-detritiche di età permiana.
L’ipotesi di Vialon, ispirata alle idee di A. Am-
stutz, è stata estesa da J. Bertrand agli gneiss
occhiadini del Gran Paradiso.
4) Ensemble de Sampeyre : è un complesso
di quarziti micacee verdoline, talora conglomera-
tiche, con subordinati orizzonti di micascisti a
cloritoide. Sono i prodotti di trasformazione di
una originaria sequenza permiana di arenarie, ar-
cosi e microconglomerati, con livelli argillitici. Il
complesso, circoscritto ai settori meridionale e set¬
tentrionale del Dora Maira, è di individuazione
difficile, a volte formale o addirittura arbitraria,
per usare le parole di Vialon.
5) Ensemble des schistes lustrés. Si sovrap¬
pone, in continuità stratigrafica, all'Ensemble de
Sampeyre con una serie triassica dapprima detri-
tica e quindi calcareo-dolomitica che passa supe¬
riormente a potenti depositi argilloso-marnosi con
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
130
frequenti intercalazioni di lave basiche. Il com¬
plesso manifesta una impronta metamorfica al¬
pina a carattere polifasico; le paragenesi di alta
pressione sarebbero, secondo P. Vialon, di età cre¬
tacea, espressione di un atto metamorfico legato
all’affossamento della geosinclinale.
Abbiamo già ricordato le vedute tettoniche di
Vialon, contrarie allo schema faldistico di Ar¬
gano, favorevoli ad uno stile tettonico a scaglie
sovrapposte, di importanza locale, limitate ad un
massiccio ritenuto fondamentalmente autoctono.
Prendendo in esame la monografia di A. Mi-
chard(1967) e confrontandola con quella di P. Via¬
lon, appaiono palesi, accanto a molteplici analogie,
numerosi motivi di profonda divergenza.
Il contrasto emerge specialmente nella seconda
parte del lavoro quando, dopo un’ampia descri¬
zione delle formazioni mesozoiche e di una piccola
parte del settore meridionale del Dora-Maira, Ml-
CHARD passa a discutere criticamente le idee del
collega, per riproporre una differente interpreta¬
zione paleogeografica e strutturale del massiccio.
Pregevole è l’analisi stratigrafica del complesso
dei calcescisti, tra la Val Grana e l’alta Val Va-
raita, con la individuazione e la separazione di
diverse unità strutturali di pertinenza brianzonese
e piemontese. Agli storici reperti fossiliferi di
Franchi, si aggiungono i nuovi ritrovamenti di
F. Ellenberger, A. Michard & C. Sturani (1964)
e di B. Ricci (1967).
Tra gli argomenti che più da vicino riguar¬
dano la regione Rivoli-Avigliana, ricordiamo so¬
prattutto la ricostruzione stratigrafica e struttu¬
rale dell’ intero massiccio Dora-Maira. A diffe¬
renza di Vialon, Michard ritiene che l’insieme dei
calcescisti costituisca una falda di copertura lar¬
gamente sovrascorsa sul cristallino pretriassico del
Dora-Maira, a sua volta suddiviso in diverse unità
strutturali, separate da orizzonti tettonici sub¬
orizzontali di importanza regionale. Secondo Mi-
CHARD le vicende tettonico-metamorfiche del Dora-
Maira potrebbero essere così sintetizzate: ad un
primo antico processo metamorfico è imputata la
trasformazione di un’originaria serie argilloso-are-
nacea, con intercalazioni di rocce basiche, in un
complesso ectinitico con marmi ed anfiboliti. Un
secondo ciclo metamorfico, o, semplicemente, una
seconda fase del precedente, sembra aver dato ori¬
gine, nello zoccolo cristallino, ad un proesso dif¬
fuso di granitizzazione e migmatizzazione, il cui
fronte di feldispatizzazione metasomatica è discor¬
dante rispetto all’andamento delle formazioni pre-
migmatiche. Le vicende del massiccio si conclu¬
dono con il ciclo tettonico-metamorfico alpino, de¬
scritto con particolare dettaglio dal collega fran¬
cese.
Condividiamo a grandi linee le idee di A. Mi-
CHARD, specie per quanto riguarda il carattere
polimetamorfico del complesso cristallino Dora-
Maira, la sua età antica ed il suo assetto strati¬
grafico e strutturale, assai più convincente di
quello proposto da Vialon. Condividiamo inoltre
1’esistenza di uno stile tettonico a grandi scaglie
con scorrimenti tangenziali, un quadro che si ac¬
corda con la situazione strutturale del Monte Rosa
e del Gran Paradiso (G. V. Dal Piaz, 1966). Non
possiamo invece accettare Y interpretazione gene¬
tica degli gneiss occhiadini del Dora-Maira per
granitizzazione metasomatica. Essi derivano, come
vedremo, da graniti di età ercinica con carattere
intrusivo ed attitudine a differenziarsi.
Lo studio dettagliato delle pietre verdi comprese
tra la Valle di Susa e la Valle dell’Orco, costituisce
l’oggetto di un’ampia monografia di A. Nicolas
(1966) e di lavori successivi che testimoniano una
graduale evoluzione del pensiero del collega (1967,
1968, 1969 a, 1969 b). La monografia del 1966 è
dedicata principalmente alla descrizione analitica
de principali litotipi e dei loro componenti mine¬
ralogici. Sul problema della presa di posizione della
sequenza ofiolitica, Nicolas propende inizialmente
(1966) per l’ipotesi, allora in voga, delle megaef¬
fusioni sottomarine. In seguito si orienta gradual¬
mente per una messa in posto tettonica (a freddo)
delle ultrabasiti, risalite in tappe successive attra¬
verso il mantello e la crosta (1969 b): questa ipo¬
tesi trova conferma innanzitutto nel quadro della
deformazione interna, di stile profondo, nella pre¬
senza di associazioni mineralogiche iniziali di alta
pressione e nella loro progressiva evoluzione verso
paragenesi che indicano livelli strutturali sempre
più superficiali. Le più recenti ricerche del collega
sono rivolte non solo allo studio dettagliato dei
complessi ultrabasici, ma anche all’analisi accurata
dei rapporti tra deformazione e metamorfismo
nelle pietre verdi delle Valli di Lanzo.
A Vialon e Nicolas spetta il merito di aver
esteso in modo sistematico l’analisi strutturale alle
Alpi Cozie e ad un vasto settore delle Alpi Graie,
riprendendo e completando le ricerche eseguite
nella regione da N. D. Chatterjee (1963) della
scuola di Gottinga. Rimandiamo al recente lavoro
di G. V. Dal Piaz & R. Sacchi (1969) per un’am¬
pia disamina di questi contributi; alle pagine con¬
clusive della presente pubblicazione per un breve
resoconto dei più importanti risultati di Nicolas.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
i:u
3. - DORA-MAIRA
3.1. Generalità.
La regione di Rivoli-Avigliana comprende una
parte del settore nordorientale del massiccio del
Dora-Maira. Il Foglio Susa della C.G.I. vi rappre¬
senta prevalenti gneiss occhiadini, subordinati pa-
rascisti ed una ristretta fascia di terreni carboni¬
feri. Ricordiamo che gli gneiss occhiadini di que¬
sta regione derivano, secondo P. Vialon (1966),
da un’originaria sequenza vulcano-detritica di età
permiana (l’Ensemble de Dronero) : prevalenti me-
taporfiroidi granofirici lungo il basso corso del
Sangone, metaporfiroidi arcosici più a settentrione,
tra Coazze e la Valle di Susa.
Le nostre osservazioni conducono a rifiutare la
triplice suddivisione, su base genetica e cronolo¬
gica, introdotta da P. Vialon per gli gneiss occhia¬
dini dell’ intero massiccio, e, in particolare, a con¬
testarne l’origine vulcano-detritica.
Nella carta geologica della regione Rivoli-Avi¬
gliana (:!) abbiamo distinto gneiss occhiadini gro-
nitoidi e gneiss occhiadini a tessitura scistoso-la-
minata. I primi conservano a volte la struttura
granitoide o, più spesso, manifestano le tracce di
una intensa cataclasi. Come relitti della associa¬
zione mineralogica primaria si osservano : biotite
rosso-bruna, feldispato potassico e, più raramente,
il plagioclasio, perloppiù in condizioni di avanzata
trasformazione sericitico-saussuritica.
I secondi denotano, a differenza dei precedenti,
una generale riorganizzazione mineralogica e strut¬
turale promossa dal metamorfismo alpino, con pa-
ragenesi proprie della facies scisti verdi. Unici
relitti del granito originario sono, a parte i com¬
ponenti accessori, i porfiroclasti più o meno defor¬
mati di feldispato potassico e talora la biotite.
I due litotipi sono riconoscibili, anche alla scala
macroscopica, in base a diversi caratteri fisio-
grafici.
Gli gneiss occhiadini contengono alcuni filoni
concordanti di gneiss aplitici e pegmatitici e li¬
velli assai sottili di quarziti micacee e di scisti ar¬
gentei talora a cloritoide.
I paraderivati metamorfici sono poco impor¬
tanti nella regione Rivoli-Avigliana ed appaiono
(•'') Cogliamo l’occasione per segnalare che, in seguito
ad un errore di trasposizione nel disegno preparato per la
stampa, non compaiono, nella carta geologica, l’affiora¬
mento di Colombè isolato tra i depositi quaternari, e le
metabasiti di Punta del Colletto.
spesso in cattive condizioni di esposizione. Sono
rappresentati da micascisti granatiferi con lenti
di marmi, affioranti tra Molino e Tortorello, e da
un complesso di scisti bruno-violacei del Carboni¬
fero, a Sud di Mollar dei Franchi.
3.2. Il basamento cristallino prewestfaliano.
3.2.1. Gneiss occhiadini granitoidi.
Nella regione Rivoli-Avigliana non abbiamo
rinvenuto facies granitiche integre come quelle che
si osservano, ad esempio, nella media Val Varai-
ta (4); frequenti sono invece gli gneiss granitoidi
con nuclei granitici a tessitura più o meno gneis-
sica, distinti dai primi innanzitutto per una gene¬
rale impronta di laminazione e cataclasi e, in se¬
condo luogo, per parziali trasformazioni metamor¬
fiche alpine.
Il loro riconoscimento sul terreno è facile, an¬
che quando sono molto laminati, per la presenza
di grandi lamelle di biotite nerastra (rosso-bruna
al microscopio).
I fenoclasti di feldispato potassico, individui
subidiomorfi talora centimetrici, hanno i caratteri
del microclino e sono in genere pertitici ; sono fre¬
quenti patine di alterazione caolinica. Nelle rocce
più deformate il feldispato è fratturato e talora
smembrato in frammenti irregolari. La matrice è
formata da un aggregato albitico-sericitico-epido-
tico (l’originario plagioclasio), e da quarzo grano-
blastico. La biotite mostra, ancor più del feldispato,
le tracce dell’ intensa deformazione tettonica su¬
bita : appare infatti abitualmente ondulata o con¬
torta, a volte disarticolata. Quando è fresca, ha
tinta rosso-bruna intensa; sono tuttavia frequenti
fenomeni di decolorazione accompagnati da par¬
ziale trasformazione in pennina, epidoto e titanite
oppure in mica bianca ed epidoto.
I componenti accessori più comuni sono: apa¬
tite, ortite, zircone, rutilo e granato.
Gli gneiss granitoidi sono osservabili al Truc
Vernetta, a NNW di Giaveno, e, in facies parti¬
colarmente laminate, lungo la sponda destra del
(4) L’associazione mineralogica fondamentale dei gra¬
niti della Val Varaita (tavoletta Melle) è formata da
quarzo, feldispato potassico, plagioclasio zonato, profon¬
damente alterato, e biotite. La struttura varia da equigra-
nulare a porfirica. Sono frequenti inclusi nerastri, a gra¬
na fine e di aspetto cornubianitico, ricchi di biotite e
granato.
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
1 Oli
Sangone. Essi sono del tutto analoghi alle interca¬
lazioni granitoidi ad impronta gneissica, comprese
nel complesso degli gneiss occhiadini del M. Frei-
dour; non vediamo quindi la ragione perchè nei
primi VlALON debba riconoscere originari porfi-
roidi granofirici, nei secondi veri graniti.
3.2.2. Gneiss occhiadini a tessitura scistoso-
LAMINATA.
Rispetto ai litotipi precedentemente descritti,
gii gneiss occhiadini scistoso-laminati manifestano,
all’esame microscopico, un quadro di generale de¬
formazione ed una più diffusa rigenerazione me¬
tamorfica alpina. Sono le facies più abbondanti
nella regione, caratterizzate sovente da grandi oc¬
chi di feldispato potassico, lunghi fino a 7-8 cm,
regolarmente orientati nei piani di scistosità e
spesso stirati. La roccia contiene caratteristici no¬
duli di tormalina, spesso in regolari individui cen¬
timetrici.
Tipici gneiss occhiadini, talvolta con biotite
primaria parzialmente conservata, affiorano sulla
riva destra del Sangone verso il contatto con le
pietre verdi e, a Sud di Giaveno, nel piccolo affio¬
ramento isolato tra i depositi quaternari. Lungo la
sponda destra del Sangone, gli gneiss occhiadini
si presentano sovente in condizioni di straordinaria
laminazione, a luoghi alterati e sfatti per uno
spessore anche notevole.
Caratteristiche analoghe manifestano gli gneiss
che affiorano lungo la carrozzabile per Mollar dei
Franchi ; nelle esposizioni più fresche si ritrova la
biotite primaria di colore nerastro.
Già all’esame macroscopico sono evidenti le
tracce della rigenerazione metamorfica alpina, il
cui progredire è segnalato da una progressiva va¬
riazione di tinta verso toni sempre più chiari, cor¬
rispondente alla trasformazione della biotite. Al
microscopio si osserva il graduale sviluppo della
matrice microscristallina di albite, sericite e zoi-
site (la prima fase di trasformazione del plagiocla-
sio originario) in un aggregato granoblastico, a
volte grossolano, di albite porfiroblastica, fengite,
ecc. Contemporaneamente inizia o si completa la
trasformazione della biotite in mica bianca ed epi¬
doto, accompagnata talora da una neoblastesi di
biotite bruno-oliva o verdastra, in piccole lamelle.
Unici relitti dell’associazione mineralogica del
granito originario sono, oltre alla biotite, in genere
sporadica, i grandi individui di feldispato potas¬
sico, ai quali è dovuta la struttura occhiadina della
roccia. Raro, nel feldispato, è l’abito subidiomorfo ;
più sovente esso ha forma lenticolare, tozza o al¬
lungata, oppure si presenta in un aggregato di
frammenti disarticolati meccanicamente, cementati
da una matrice microblastica quarzoso-albitica. In
qualche caso presenta infine parziali trasforma¬
zioni in albite. Piccoli individui di microclino com¬
paiono anche nella massa di fondo.
In corrispondenza degli orizzonti di più intensa
laminazione, gli gneiss occhiadini si impoveriscono
gradualmente di occhi feldispatici, arricchendosi
in mica bianca. Si giunge, come termini estremi
della trasformazione, a scisti argentei ricchissimi
in mica bianca, talora con cloritoide; secondo
P. Vialon (1966) sarebbero intercalazioni sedi¬
mentarie in una serie vulcano-detritica, ma, come
vedremo nell’apposito paragrafo (3.2.4.) essi hanno
una genesi ben diversa.
3.2.3. Gneiss microocchiadini e gneiss minuti.
Col progredire del processo tettonico-metamor-
fico alpino, la disgregazione meccanica e la sosti¬
tuzione metamorfica del feldispato potassico diven¬
gono un fenomeno costante. Si formano in questo
modo facies scistose o tabulari, ricche in quarzo,
albite e mica bianca, a volte con microclino e tor¬
malina. La grana varia da minuta a fine. Gli occhi
possiedono in genere dimensioni millimetriche e
forma tondeggiante; sono costituiti sia da albite
che da feldispato potassico.
In condizioni di laminazione molto accentuata,
gli gneiss perdono in parte o completamente la
struttura microcchiadina, divengono omogenei ed
assumono una suddivisibilità lastroide. E’ il caso
degli gneiss tabulari affioranti in riva destra del
Sangone, ad Est di Pianca, dove si trova una pic¬
cola cava oggi abbandonata. Abbiamo indicato
nella carta geologica come paragneiss questi lito-
tipi, ma essi possono parimenti costituire il pro¬
dotto finale dell’evoluzione tettonico-metamorfica
degli originari graniti ercinici.
E’ questo il ciclo di trasformazione degli anti¬
chi graniti del Dora-Maira, controllato dal meta¬
morfismo regionale alpino in facies scisti verdi e
condizionato da processi di laminazione e di cata¬
clasi ad intensità progressiva, fattori che consen¬
tono, nei casi estremi, la completa riorganizzazione
mineralogico-strutturale della roccia. Il processo
ha importanza relativa nella regione Rivoli-Avi-
gliana, specie se confrontato con i fenomeni osser¬
vabili nel Monte Rosa (G. V. Dal Piaz, 1966) e nel
Gran Paradiso (Gb. Dal Piaz, 1928, E. Callegari,
R. Compagnoni & G. V. Dal Piaz, 1969). Queste
trasformazioni sono tuttavia frequenti alla estre¬
mità settentrionale e nella parte mediana del mas¬
siccio del Dora-Maira, spesso in relazione con un
intenso ripiegamento a fitte pieghe isoclinali molto
serrate.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL'ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
3.2.4. I FILONI LEUCOCRATICI E LE INTERCALAZIONI
DI SCISTI ARGENTEI.
I filoni sono generalmente di tipo concordante
e possiedono potenza modesta, da alcuni centime¬
tri a qualche decimetro. Si tratta di gneiss apli-
tici e pegmatitici, spesso con abbondante tor¬
malina.
Nella carta geologica della regione Rivoli-Avi-
gliana abbiamo rappresentato solo le intercalazioni
maggiori, rinvenute tra gli gneiss occhiadini della
riva destra del Sangone. I filoni sono frequenti
tuttavia nell’ intero Ensemble de Dronero di Via-
lon, con le stesse caratteristiche manifestate dai
filoni leucocratici associati agli gneiss occhiadini
(granitici secondo Vialon) del M. Freidour.
Alcuni filoni di gneiss aplitici si rinvengono
infine nel complesso di micascisti e gneiss con
lenti di marmi, affioranti tra Valgioie e Tortorello.
Particolare cura abbiamo dedicato all’esame
delle sottili intercalazioni « stratoidi » di scisti ar¬
gentei e di quarziti micacee, comprese negli gneiss
occhiadini della regione Rivoli-Avigliana. La loro
orgine si ricollega alla trasformazione metamorfica
ed alla intensa deformazione meccanica di filoni
pegmatitici o degli stessi ghiandoni. Lo attestano
i passaggi, alla scala macro e microscopica, tra i
metaderivati e le rocce originarie.
Questi livelli non offrono d’altra parte alcun
motivo strutturale che possa attestare, come pro¬
pone P. Vialon, la loro primitiva natura detritica.
Sulle pendici meridionali del Truc Vernetta,
presso Giaveno, gli gneiss occhiadini tormaliniferi,
in genere fortemente laminati, contengono sottili
fascie di micascisti e di quarziti micacee, con ab¬
bondante mica bianca e tormalina. Al microsco¬
pio si osserva una paragenesi a quarzo, fengite,
tormalina e scarsa clorite, con tracce di intensa
macinazione tettonica. In altre località del massic¬
cio compare il cloritoide.
La paragenesi, il tipo di giacitura e di defor¬
mazione, la gradualità dei passaggi alle rocce in¬
cassanti suggeriscono, come abbiamo visto, la de¬
rivazione degli scisti argentei da originarie peg-
matiti o da graniti; dalle prime traggono origine
le quarziti micacee, dai secondi gli scisti a clori¬
toide. Ne è conferma il confronto con le analo¬
ghe trasformazioni da tempo note nel M. Rosa
(P. Bearth, 1952; B. Reinhardt, 1966; G. V. Dal
Piaz, osservazioni inedite), ed in altri settori delle
Alpi.
Nel settore esaminato sono infine frequenti fi¬
loni idrotermali di quarzo, potenti da pochi cm
a 2 m.
13:’>
3.2.5. Paraderivati.
Nella regione Rivoli-Avigliana rappresentano
solo una piccola frazione del complesso cristallino
del Dora-Maira. Affiorano principalmente nella
zona di Valgioie, lungo il Rio Orbana, nei dintorni
di Tortorello e, in un piccolo lembo, presso Molino.
Sono rappresentati da micascisti argentei, più o
meno granatiferi, in genere con minuta pieghetta-
tura. Si tratta perloppiù di affioramenti isolati tra
i depositi quaternari, in condizioni di esposizione
poco favorevoli. Anche i loro rapporti con gli
gneiss occhiadini sono sovente mascherati.
E’ da notare che queste rocce manifestano una
certa analogia con i micascisti granatiferi più o
meno carbonatici affioranti lungo la carrozzabile
Giaveno-Colle Braida, riferiti al complesso meso¬
zoico per la loro associazione con prasiniti e gab¬
bri prasinitici. Preferiamo attribuire ai parascisti
di Tortorello un’età verosimilmente prewestfaliana
(pregranitica), in base al loro legame con gneiss
minuti ed occhiadini e per la presenza di filoni
leucocratici a microclino. L’ intensa e generale tet-
tonizzazione del settore invita comunque ad acco¬
gliere tali riferimenti cronologici con una certa
prudenza.
I micascisti comprendono alcune intercalazioni
lenticolari o stratoidi di marmi più o meno dolo¬
mitici, con patina giallastra, grana medio-grossa,
facile degradabilità. In passato sono stati utiliz¬
zati come scadente pietra da calce, con coltivazioni
all’aperto ed in sotterraneo. Si tratta di marmi
puri e di marmi a silicati, con abbondante mica
bianca ed albite porfiroblastica. Affiorano presso
Tortorello, sulla riva sinistra del Rio Orbana e nei
pressi di Molino; in quest’ultima località i marmi,
celati sotto la copertura agraria, erano sfruttati
con pozzi e gallerie.
3.3. Il Complesso carbonifero.
Nel settore sudoccidentale della regione Rivoli-
Avigliana, presso Mollar dei Franchi, affiora una
parte della sinclinale carbonifera che si estende
tra Cumiana e l’alta Val Sangone. Essa è costi¬
tuita da rocce con caratteristica tinta bruno-vio¬
lacea, scistosità laminare, facilissima sfaldatura.
Lungo la carrozzabile di Mollar dei Franchi af¬
fiorano scisti ad abbondante pigmento carbonioso-
grafitico, costituiti da quarzo, albite, mica bianca
ed epidoto. Il feldispato ha talora modesto svi¬
luppo porfiroblastico e fissa inclusioni a struttura
elicitica. Vi si associano scisti pelitici con molta
mica bianca, e, in minor quantità, albite, granato,
epidoto e dispersioni carbonioso-grafitiche. Fre-
G. B ORTO LA MI - G. V. DAL PIAZ
134
quentemente compaiono due superfici S, la più
vecchia fittamente pieghettata.
Questi litotipi, per analogia con le formazioni
similari del Pinerolese e della Valle d’Aosta, si
debbono ritenere sicuramente carboniferi ; ad essi
si accompagnano parascisti di tipo comune, di età
imprecisabile, non distinti nella carta geologica
allegata.
4. - LA FORMAZIONE DEI CALCESCISTI CON PIETRE VERDI
La Stura e la Dora Riparia delimitano, ai mar¬
gini della pianura torinese, il Massiccio di Lanzo,
imponente complesso di rocce ultrabasiche, costi¬
tuito da un nucleo di peridotiti fresche con guaina
di serpentine antigoritiche. Una situazione analoga
si ripete al M. Moncuni, presso Trana.
Nella legenda della carta geologica allegata, le
masse ultrabasiche sono comprese nella Forma¬
zione mesozoica dei Calcescisti con Pietre Verdi;
tale appartenenza è tuttavia relativa e di tipo sin¬
golare perchè, come già abbiamo anticipato (G. V.
Dal Piaz, 1969) e come vedremo meglio in seguito,
si deve separare la cristallizzazione e quindi l’età
delle peridotiti (e di una parte almeno dei gab¬
bri) dalla loro presa di posizione tettonica « a
freddo » all’ interno dei calcescisti. Ultrabasiti e
gabbri p.p. costituivano il fondo simatico cristal¬
lino della eugeosinclinale piemontese, il substrato
sul quale si depositavano i sedimenti orogeni. La
Formazione dei Calcescisti con Pietre Verdi com¬
prende quindi, attualmente, non solo i paraderi¬
vati mesozoici e le intercalazioni coeve di metadia-
basi, ma anche una parte del più antico substrato
simatico.
Ad occidente del Massiccio di Lanzo affiorano
grandi masse di ofioliti in facies metamorfica. Si
riconoscono prasiniti di tipo diverso, anfiboliti
glaucofaniche, eclogiti, metagabbri e serpentine
antigoritiche, a volte con titanclinohumite. Le
pietre verdi sono associate a paraderivati meso¬
zoici (calcescisti, micascisti, quarziti, marmi, ecc.),
scarsi nelle Valli di Lanzo e nella bassa Valle di
Susa, da molto abbondanti a del tutto prevalenti
nel settore esterno (occidentale) della Zona Pen-
nidica. Questo assetto, già riconosciuto e sottoli¬
neato da alcuni autori tra i quali M. Vuagnat
(1968), ricorda la suddivisione della formazione
mesozoica in due diversi elementi strutturali, di¬
stinti in Valle d’Aosta e nel Vailese.
Anche il metamorfismo alpino manifesta una
sensibile variazione paragenetica tra la parte in¬
terna e quella esterna delle Alpi Cozie e Graie. Si
vedano in proposito le considerazioni di P. Bearth
(1962, 1967).
La Formazione dei Calcescisti con Pietre Verdi
assume massima estensione in corrispondenza del¬
l’ insellamento delle Valli di Lanzo. A settentrione
si riduce considerevolmente, compressa, in posi¬
zione « radicale », tra il Gran Paradiso e la Zona
Sesia-Lanzo (Sinclinale di Locana), per dar luogo
nuovamente ad estesi affioramenti nella depres¬
sione della Valle d’Aosta. Tra la Valle di Susa e
Piossasco, lungo il margine interno del Dora-
Maira, le pietre verdi riprendono una giacitura da
molto inclinata a subverticale ; a meridione di Pios¬
sasco spariscono al di sotto delle alluvioni.
Sull’estremità settentrionale del carapace del
Dora-Maira è conservato il Klippe Orsiera-Roccia-
vrè che, con il Monviso, rappresenta il relitto di
una grande coltre ofiolitica sovrascorsa, assieme
(o successivamente) a lembi di calcescisti filladici,
sul massiccio cristallino sottostante; la falda pro¬
viene verosimilmente dal substrato della eugeo¬
sinclinale piemontese, in particolare da quel tratto,
ora nascosto al di sotto dei depositi quaternari,
che collega le pietre verdi di Lanzo-Avigliana-
Piossasco con quelle, molto simili, del Gruppo di
Voltri.
4.1. Il Massiccio ultrabasico di Lanzo.
E’ costituito da una duplice ellisse di perido¬
titi, con asse maggiore secondo Nord-Sud, circon¬
data da un involucro pressocchè continuo di ser¬
pentine antigoritiche. A questo complesso si pos¬
sono ricondurre anche gli affioramenti di ultra¬
basiti situati a settentrione della Stura di Lanzo
(Balangero, ecc.). La carta geologica della regione
Rivoli-Avigliana comprende soltanto l’estremità
meridionale del massiccio ultrabasico, con il
M. Rosselli, la valle del torrente Casternone (Val
della Torre), ed il M. Musinè, allo sbocco della
Valle di Susa.
4.1.1. Ultrabasiti del settore meridionale.
A Sanerò (1932) e Rigault (1958) si debbono
le prime ricerche sistematiche sulle ultrabasiti
della regione. E. Sanerò, in particolare, ha defi¬
nito i caratteri chimico-petrografici delle lherzo-
liti, delle serpentine e dei filoni di gabbro saussu-
ritico del M. Musinè. G. Rigault ha concentrato le
ricerche nella zona di Germagnano, alla estremità
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AV IGUANA
opposta del massiccio. Da questi studi risulta una
composizione piuttosto monotona dei tipi peridoti-
tici, con olivina più o meno serpentinizzata, piros-
seno rombico e monoclino.
Con i più recenti lavori di A. Nicolas (1966,
1967, 1968, 1969 a, 1969 b) le ricerche sono estese
sistematicamente a tutto il massiccio e conseguono
nuovi sostanziali risultati. Innanzitutto viene de¬
finito con maggiore precisione il litotipo fondamen¬
tale, una lherzolite feldispatica al 60% in olivina,
15-20% in enstatite, 6-10% in endiopside, 6-8%
in labradorite e 2% in spinello cromifero. E’ me¬
rito del valente collega l’aver riconosciuto la strut¬
tura « stratificata » del complesso ultrabasico, con
layering di estensione regionale. La zonatura è
messa in evidenza dalla variazione della distribu¬
zione di olivina e pirosseno con formazione, quali
termini estremi, di duniti e pirosseniti.
Il nucleo lherzolitico del massiccio è circondato,
come già detto, da lherzoliti serpentinizzate e
quindi da una guaina di tipiche serpentine anti-
goritiche. La zonatura delle lherzoliti scompare
completamente con lo sviluppo della serpentiniz-
zazione seppure con qualche eccezione (si vedano,
ad esempio, alcuni settori di Balangero).
Sulla genesi e sul significato di questi processi
di differenziazione, i quali si sviluppano verosimil¬
mente in ambiente sottocrostate, esiste una vasta
letteratura; per l’approfondita disamina dei pro¬
blemi e per i riferimenti bibliografici rimandiamo
ai lavori di H. H. Hess (1960), L. R. Wager &
G. M. Brown (1967), P. J. Wyllie & Alti (1967) e,
per le ultrabasiti delle Alpi a quelli di M. Vuagnat
(1968), di A. Nicolas (op. cit.) e di A. Bezzi &
G. Piccarlo (1970).
Di particolare interesse è l’assetto strutturale
del Massiccio di Lanzo, analizzato in dettaglio da
Nicolas. Le superfici di « stratificazione » delle
ulti’abasiti manifestano, a settentrione di Valle
della Torre, una leggera pendenza verso Ovest;
l’ inclinazione aumenta gradualmente fino a rag¬
giungere condizioni di subverticalità al margine
occidentale del massiccio, in prossimità della Zona
a scaglie di Viù. Quest’ultima costituirebbe, se¬
condo Nicolas, la radice del complesso ultraba¬
sico, una grande piastra coricata verso oriente al
di sopra degli scisti cristallini della Zona Sesia-
Lanzo. Nei lavori più recenti Nicolas, abbando¬
nata l’ ipotesi estrusivo-sottomarina proposta nel
1966, afferma che le peridotiti del Massiccio di
Lanzo e dei satelliti hanno origine sottocrostale e
presa di posizione tettonica. Il quadro paragene¬
tico e strutturale riscontrato induce il collega a
supporre che le ultrabasiti rappresentino «... un
coin monté, en plusieurs étapes, à travers le man¬
1
teau et la cr olite terrestre avec, à chaque nouveau
déplacement, urie modification des paragenèses al¬
iarli dans le sens d’équilibre minéralogiques pro-
gressivement superficiels. Queste rocce derivereb¬
bero da « . . . une aire restreinte du manteau, com-
m V indique leur parente chimique et leur aligne-
ment sur le terrain, ils portent tous les stigrnates
d’épreuves subies dans des domaines profonds »
(A. Nicolas, 1969 b). Le paragenesi delle ultraba¬
siti del Massiccio di Lanzo indicano un ambiente
genetico corrispondente a 7-9 Kb, responsabile
delle modificazioni subite dall’originaria compa¬
gine mineralogica.
Conveniamo appieno con le nuove vedute di Ni¬
colas ; esse concordano con le idee sull’origine e
sulla presa di posizione delle ofioliti ultrabasiche
nelle Alpi occidentali sostenute da M. Vuagnat
(1968) e G. V. Dal Piaz (1969).
La carta geologica della regione Rivoli-Avi-
gliana comprende soltanto il settore meridionale
del Massiccio di Lanzo, inciso dal T. Casternone
(Valle della Torre). Secondo Nicolas (op. cit.), la
valle, corrispondente ad una importante linea di
dislocazione, suddivide il massiccio in due parti
di composizione analoga (lherzoliti feldispatiche),
ma con diverso assetto strutturale. Nel tratto me¬
ridionale, la zonatura ritmica ha una giacitura
molto raddrizzata, con fenomeni di ripiegamento
ad asse vicino alla verticale; secondo Nicolas, lo
stile tettonico è analogo a quello della Zona a sca¬
glie di Viù.
Le nostre ricerche, circoscritte alla zona del
M. Rosselli e del M. Musinè, indicano in lherzoliti
povere di feldispato il litotipo prevalente. I compo¬
nenti essenziali sono: olivina (90% circa in for-
sterite), clinopirosseno, ortopirosseno (enstatite) e
scarso plagioclasio, in genere cloritizzato ecc., di¬
sposto perloppiù al bordo dello spinello (cf. Tav.
XII, fig. 8). Accessori : spinelli (magnetite, cromite
e spinello verde, un tipo prossimo alla picotite),
sovente in scie e festoni che sottolineano la zona¬
tura delle ultrabasiti (si veda il versante Sud del
M. Baron).
Al microscopio le rocce mostrano tipica strut¬
tura a mosaico, con individui di ortopirosseno in
genere più grandi degli altri componenti. L’orto-
pirosseno presenta talora fitti smistamenti di cli¬
nopirosseno, verosimilmente di tipo diopsidico
(Colle Bassetta).
Il grado di tettonizzazione e di conseguente
trasformazione della paragenesi primitiva è varia¬
bile: anche su brevi distanze, si passa da litotipi
perfettamente freschi a serpentine prive di ogni
traccia dell’originaria compagine cristallina. Le
facies feldispatiche sembrano avere in questa zona
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
una diffusione forse minore di quella postulata dal
collega.
Le lherzoliti contengono vene, filoni e bande
di rocce gabbroidi a grana pegmatitica, argomento
delle pagine seguenti.
4.1.2. Mineralizzazioni a magnesite ed opale.
Le ultrabasiti al margine della pianura, tra
Givoletto e Casellette, sono sovente molto alterate,
facilmente degradagli, permeate da venuzze bian¬
castre intrecciate di magnesite ed opale. In passato
la mineralizzazione è stata oggetto di saltuaria
coltivazione: tutte le cave sono oggi abbandonate.
G. Piolti (1905), A. Roccati (1907), M. Ness
(1928), L. Peretti (1940), M. Fenoglio & E. Sa¬
nerò (1941), T. Micheletti (1964), A. Debene-
detti (1966) e G. Lensch (1968) si sono interes¬
sati, sotto aspetti diversi, di questi giacimenti o
di quelli analoghi della zona d’Ivrea. Limitiamoci
a riportare alcune considerazioni di questi autori
sulla genesi della magnetite e dell’opale. M. Fe-
noglio & E. Sanerò propendono per una fase
idrotermale tardiva del magmatismo ultrabasico,
M. Ness per l’azione di acque superficiali ricche
in CO- . A. Debenedetti preferisce riferire la ge¬
nesi della magnesite all’azione di acque calde ri¬
salenti lungo le grandi fratture quaternarie, con¬
seguenza dell’assestamento isostatico successivo al
ritiro del ghiacciaio wiirmiano. G. Lensch, par¬
tendo dalla constatazione che le mineralizzazioni a
magnesite di Baldissero Canavese sono ubicate in
zone che non furono mai toccate dalle glaciazioni
quaternarie, afferma che questi giacimenti rappre¬
sentano antichi paleosuoli terziari, risultato della
profonda trasformazione chimico-fisica in am¬
biente caldo-umido delle ultrabasiti.
4.1.3. Serpentine del settore meridionale.
Le serpentine che avvolgono il nucleo peridoti-
tico del Massiccio di Lanzo affiorano, nell’area esa¬
minata, al M. Castello, nei dintorni di Almese e,
localmente, sopra Givoletto e Casellette, associate
a lherzoliti laminate e parzialmente serpentiniz-
zate. Pur rimanendo sempre nel campo dei tipi an-
tigoritici, si riconoscono numerose varietà di ser¬
pentine, da massicce a finemente scistose, talora
fogliettate, quest’ ultime concentrate specialmente
lungo linee tettoniche.
L’origine delle serpentine per trasformazione
di preesistenti peridotiti appare chiara in questa
regione e facilmente attestabile se si tiene conto
dei relitti mineralogici primari e, specialmente, dei
passaggi graduali tra i due litotipi, osservabili a
scala micro e macroscopica. Possiamo chiederci a
questo punto come e quando abbia avuto luogo
il processo di serpentinizzazione. Non c’è dubbio
che la prevalente paragenesi antigoritica nella
zona sia prodotta dal metamorfismo alpino ; con
ciò non si vuole tuttavia escludere, in accordo con
Nicolas, che la blastesi antigoritica possa essersi
sovrapposta a più antiche fasi di serpentinizza¬
zione (sia già antigoritiche che a lizardite-criso-
tilo) legate agli stadi finali, più superficiali, della
presa di posizione tettonica delle ultrabasiti, op¬
pure alla fase di lacerazione della crosta sialica e
di denudazione del substrato simatico. La natura
polifasica del processo di serpentinizzazione è stata
più volte ribadita da G. V. Dal Piaz (1967, 1969).
Un cenno del tutto particolare merita la massa
satellite di Balangero, anche se non rientra nella
carta geologica : la ricordiamo per la presenza di
orli di reazione rodingitica tra serpentine antigo¬
ritiche e scisti cristallini incassanti e per la dif¬
fusa mineralizzazione ad amianto. I due fenomeni
sembrano geneticamente inserirsi, anche se con
ruolo diverso ed in tempi forse differenti, nel pro¬
cesso polifasico di serpentinizzazione delle ultra-
batisi (G. V. Dal Piaz, 1969).
4.2. Ultrabasiti del M. Moncuni.
Il piccolo complesso ultrabasico del M. Mon¬
cuni emerge, dai terreni quaternari che lo circon¬
dano, tra i laghi di Avigliana e Trana, in proba¬
bile prosecuzione strutturale della grande fascia
ultrabasica Pian della Mussa - M. Civrari - S. Am¬
brogio. A. Nicolas (1968) lo ha indicato con il
termine di Massiccio di Trana (3), collegandolo
alla Zona a scaglie di Viù.
Il M. Moncuni è un dosso lenticolare, allun¬
gato secondo NW-SE, modellato a dorso di ceta¬
ceo dall’azione glaciale. Nella sua parte assiale af¬
fiorano splendide lherzoliti finemente stratificate,
con giacitura da molto inclinata verso NE a ver¬
ticale, del tutto analoghe a quelle del settore cen-
trosettentrionaìe del Massiccio di Lanzo (,!).
Alla sommità della dorsale si osservano lher¬
zoliti feldispaticne, con ritmica zonatura sottoli¬
neata anche da sottili letti e lenticelle plagiocla-
siche. La struttura è massiccia ed equigranulare.
(") Preferiamo mantenere il termine di M. Moncuni,
usato da Franchi ripetutamente a partire dal 1893 ed in¬
dicato nella cartografia ufficiale.
(°) Il F. Susa della C.G.I. non rappresenta le lherzo¬
liti del Moncuni; si tratta probabilmente di un errore del
disegnatore poiché queste rocce sono chiaramente indicate
nella Carta Geologica delle Alpi occidentali 1:400.000.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLI ANA
L’olivina (90% circa in forsterite) mostra parziali
trasformazioni in crisotilo lungo fratture ; orto e
clinopirosseno hanno i caratteri, già descritti, di
enstatite ed endiopside, il plagioclasio è di tipo
labradoritico. Abbondanti, come componenti ac¬
cessori. cromite e magnetite.
Sui fianchi della dorsale, le lherzoliti sono so¬
stituite da serpentine. Queste ultime passano a
loro volta da tipi massicci a facies laminatissime,
man mano che ci si avvicina al contatto tettonico
con le prasiniti del versante orientale. Nelle ser¬
pentine si rinvengono talora individui centimetrici
di diopside biancastro.
4.3. Serpentine di M. Pietraborga, Avigliana e
S. Ambrogio.
Le serpentine del versante occidentale del
M. Moncuni proseguono, a Sud di Trana, nella
dorsale del M. Pietraborga. Sono frequenti le zone
molto laminate o fittamente pieghettate, osserva¬
bili spesso in corrispondenza delle intercalazioni
rodingitiche. Ai piedi del M. Pietraborga, presso
il paese di Trana, esistono alcune cave per la pro¬
duzione di pietrisco. Ad occidente le serpentine
sono in contatto con una larga fascia di prasiniti
le quali mostrano talvolta relitti di strutture gab-
broidi. Più oltre, sempre sulla riva destra del San-
gone, affiora una seconda fascia di serpentine in
facies assai laminata, a contatto con gli gneiss
occhiadini del Dora-Maira.
Verso settentrione, le serpentine del M. Mon¬
cuni trovano invece prosecuzione nella serie di pic¬
coli dossi montonati, ubicati presso il Lago Grande
di Avigliana, e, ancora più a Nord, nella grande
massa ultrabasica S. Ambrogio - Sacra di S. Mi¬
chele allo sbocco della Valle di Susa. Si tratta di
serpentine antigoritiche con noduli rossastri di
titanc.linohumite. Numerose intercalazioni lentico-
lari e filoniane di rodingiti trovano la migliore
esposizione (ed una apparente maggior frequenza!)
nelle grandi cave di pietrisco alle falde della Sacra
di S. Michele.
La carta geologica della Regione Rivoli-Avi-
gliana comprende altri affioramenti di rocce ser-
pentinose, in genere con modeste dimensioni, di¬
stribuiti sul versante sinistro della bassa Valle di
Susa, tra Caprie e Villardora, in parte associati
al complesso dei metagabbri ad intercalazioni eclo-
gitiche.
Serpentine antigoritiche e titanclinohumite si
rinvengono, ad occidente della regione Rivoli-Avi-
gliana, nel Klippe Orsiera-Rocciavrè, al di sotto
di una grande piastra di gabbri pegmatoidi in di¬
verso grado di trasformazione metamorfica.
Li 7
4.4. Intercalazioni di diversa natura nelle ultra¬
basiti.
Nelle ultrabasiti della regione Rivoli-Avigliana,
come in quelle dell’ intera Zona Piemontese tra
Dora-Maira e Gran Paradiso, si osservano nume¬
rose intercalazioni di diversa natura le quali, a se¬
conda delle paragenesi e del tipo di roccia incas¬
sante, possono essere suddivise in due grandi ca¬
tegorie :
1) Gabbri, in genere pegmatitici, ad augite
e plagioclasio calcico (abitualmente saussuritiz-
zato), concordanti o discordanti nelle lherzoliti
fresche (Massiccio di Lanzo, M. Moncuni).
2) Gabbri rodingitici e rodingiti a grana mi¬
nuta in numerose, a volte abbondantissime, inter¬
calazioni lenticolari o filoniane nelle serpentine
antigoritiche (involucro del Massiccio di Lanzo e
del M. Moncuni, grande fascia S. Ambrogio-M. Ci-
vrari-Pian della Mussa, masse minori associate a
calcescisti e pietre verdi in Valle di Susa e nelle
Valli di Lanzo).
Quando le lherzoliti presentano una incipiente
serpentinizzazione, come si osserva ad esempio in
alcuni settori del Massiccio di Lanzo, la trasfor¬
mazione rodingitica è parziale, limitata alle sai-
bande o a fratture trasversali del filone (Gc. Bor-
tolami & G. V. Dal Piaz, 1968).
Al di fuori del Massiccio di Lanzo, la trasfor¬
mazione rodingitica è generalmente completa, al¬
meno per quanto concerne la matrice di fondo.
Saltuariamente si conservano grandi relitti di cli¬
nopirosseno (diallagio Auctorum) che consentono
di stabilire a grandi linee la natura della roccia
di partenza.
Fu Franchi a segnalare la presenza nelle ul¬
trabasiti di questa regione di intercalazioni lenti¬
colari o filoniane di rocce a silicati di Ca e di
gabbri eufotidi. Si vedano, per 1’ inquadramento
generale del problema delle rodingiti e per una
completa bibliografia relativa alle Alpi occidentali,
le monografie di G. V. Dal Piaz (1967, 1969).
Nella famiglia di rocce di tipo rodingitico rien¬
trano anche i prodotti di locale reazione meta¬
somatica che si sviluppano, in ambiente metamor¬
fico di temperatura moderata, lungo i contatti
meccanici tra ultrabasiti e rocce incassanti du¬
rante una fase del processo di serpentinizzazione.
Ricordiamo, a titolo di esempio, le rodingiti di
contatto tra scisti cristallini e serpentine a Ba-
langero, quelle, in corso di studio, tra le serpen¬
tine a titanclinohumite del Rocciavrè ed i sovra¬
stanti metagabbri pegmatitici, e quelle, infine, tra
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
138
serpentine e calcescisti del Pian della Mussa
(G. V. Dal Piaz, 1969).
Riteniamo ormai dimostrato lo stretto legame
esistente tra la genesi delle rocce a silicati di Ca
e la serpentinizzazione ; è infatti una regola co¬
stante l’associazione dei gabbri con le peridotiti,
quella delle rodingiti con le serpentine.
4.4.1. Gabbri pegmatitici nelle lherzoliti.
Nelle ultrabasiti non serpentinizzate del Mas¬
siccio di Lanzo e del M. Moncuni sono frequenti,
come abbiamo visto, intercalazioni di rocce gab-
broidi, spesso a struttura pegmatitica. Si tratta
perloppiù di tipici filoni discordanti, con spessore
variabile da alcuni centimetri ad oltre un metro.
Non mancano, nel contempo, intercalazioni rigi¬
damente concordanti : esse possono riferirsi a pro¬
cessi di differenziazione magmatica con smista¬
mento di frazioni troctolitiche o pirossenitiche o
a fenomeni di fusione parziale e differenziale delle
lherzoliti del mantello (cf. A. Nicolas, 1969 b).
Sembra invece meno probabile una presa di posi¬
zione per iniezione filoniana Ut par lit. Ogni sin¬
gola intercalazione manifesta frequenti variazioni
di potenza, con ingrossamenti e rastremazioni, fe¬
nomeni che preludono e talora evolvono in tipico
boudinage.
I filoni gabbroidi sono più resistenti delle ul¬
trabasiti alla degradazione, specie quando le se¬
conde sono fortemente alterate e disgregate ; trag¬
gono origine, in queste condizioni, quei caratteri¬
stici filoni a forma di muro che si ergono in
forte rilievo rispetto alle rocce incassanti a Givo-
letto, ecc. (Gc. Bortolami & G.V. Dal Piaz, 1968).
Nella regione Rivoli-Avigliana i migliori affio¬
ramenti di filoni gabbrici si osservano nelle lher¬
zoliti del M. Musinè ed in quelle del M. Moncuni.
La loro rappresentazione nella carta geologica, e
questo vale anche per le rodingiti, è solo indica¬
tiva sia per la distribuzione, perchè sono stati ri¬
prodotti soltanto alcuni dei filoni maggiori o più
rappresentativi, sia per le dimensioni che sono
state assai ingrandite.
a) Givoletto-Casellette.
I filoni hanno vistosa struttura pegmatitica
per la presenza di giganteschi individui di clino-
pirosseno primario, talvolta di oltre 10 cm di lun¬
ghezza. La matrice plagioclasica è completamente
trasformata in un aggregato biancastro, minuto e
tenace, di saussurite. E. Sanerò (1932) ne for¬
nisce una accurata descrizione chimico-mineralo¬
gica, alla quale si aggiungono le osservazioni com¬
plementari di Gc. Bortolami & G. V. Dal Piaz
(1968). Rileviamo infine che la matrice, in parte
di composizione zoisitica, in parte irrisolvibile al
microscopio, non è stata ancora esaminata ai
raggi X; una ricerca del genere sarebbe tuttavia
interessante per verificare l’eventuale presenza di
paragenesi a cianite o lawsonite analoghe a quelle
descritte in altre località da S. Franchi (1897 a)
e P. Bearth (1967).
b) Colle Bassetta (7).
Lungo il sentiero che dal tratturo Monteca-
pretto-Morsino (dintorni di Almese) risale al Colle
Bassetta, si rinvengono alcuni filoni di gabbri eu-
fotidi che spiccano, per il colore grigio-verdognolo
chiaro, sulle lherzoliti incassanti, rosso-brune sulle
superfici d’alterazione. I filoni possiedono anda¬
mento regolare, stratoide, e dimensioni spesso rag¬
guardevoli : la potenza supera talvolta i 2 m, la
lunghezza raggiunge parecchie decine di metri. Si
presentano freschissimi ed esenti da trasforma¬
zioni, se si prescinde dalla consueta saussuritizza-
zione del plagioclasio calcico, oppure manifestano
parziali sostituzioni di tipo rodingitico circoscritte
alla periferia dei filoni, se le rocce incassanti,
molto tettonizzate, risultano colpite da incipiente
serpentinizzazione. E’ probabile che lungo il ver¬
sante sudoccidentale della dorsale M. Musinè-
M. Curt esista un numero di filoni ben maggiore
di quanto indichi la nostra carta; la fittissima
bassa vegetazione esistente al tempo del rileva¬
mento ci ha impedito di eseguire una ricerca si¬
stematica in tutta la zona.
Nelle lherzoliti con fine zonatura affioranti al
Colle Bassetta e nel versante sudoccidentale della
cresta esistono alcuni filoni di gabbri olivinici a
grana media o con vistosa struttura pegmatitica.
Sono ricchi di individui nerastri di clinopirosseno,
in genere assai deformati, e contengono plaghette
brunastre di olivina più o meno trasformata in
serpentino, talco ed iddingsite. La matrice di
fondo, finissima, è composta in parte da zoisite
e clorite, in parte da « saussurite » irrisolvibile.
I filoni del Colle Bassetta sono molto simili a
quelli di Casellette e Givoletto. Entrambi i gruppi
sono compresi nella medesima massa ultrabasica ;
i primi, ubicati in posizione meno periferica dei
secondi, si distinguono da questi ultimi per il ca¬
rattere troctolitico. Analoghi filoni di gabbri peg¬
matitici chiari, con spessore a volte superiore al
metro, ondulati o ripiegati, si osservano nelle ul¬
trabasiti del Truc Bandolera, alla base della cresta
Ovest del M. Musinè.
(T) Il Colle Bassetta è ubicato poco più di 1 km a Nord
del M. Musine.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
131»
c) M. Moncuni.
Anche nelle lherzoliti plagioclasiche del M. Mon¬
cuni sono frequenti vene e filoncelli di gabbri peg-
matitici ; si diversficano da quelli descritti nei pa¬
ragrafi precedenti per una potenza in genere cen¬
timetrica e per un andamento perloppiù irrego¬
lare. Anche qui la loro tinta grigio-biancastra o
verdolina contrasta con il rosso bruno intenso delle
superfici d’alterazione delle lherzoliti incassanti.
I filoncelli del M. Moncuni ricordano il campo di
venette gabbroidi nelle ultrabasiti di S. Abaco,
presso Casellette.
Poco ad Ovest della vetta del M. Moncuni ab¬
biamo rinvenuto un filoncello gabbroide a strut¬
tura pegmatitica, particolarmente fresco: al mi¬
croscopio, oltre ad abbondante clinopirosseno (in¬
dividui contorti e cataclastici di 1-2 cm e scarsa
olivina in plaghe lobate, si osserva una matrice di
plagioclasio esente, nonostante le intense deforma¬
zioni, da tracce di alterazione saussuritica, fatto
del tutto eccezionale nella regione. La sua compo¬
sizione al T.U. (8) risulta del 70-75% An.
4.4.2. Gabbri rodingitici e rodingiti nelle ser¬
pentine.
Abbiamo già visto che i filoni gabbroidi deno¬
tano talvolta parziali e periferiche trasformazioni
rodingitiche se le peridotiti incassanti manife¬
stano incipiente serpentinizzazione. E’ il caso della
zona di transizione tra il nucleo di ultrabasiti
fresche del Massiccio di Lanzo e la sua guaina di
serpentine antigoritiche, oppure di quelle parti in¬
terne colpite da intensa deformazione meccanica
con corrispondente serpentinizzazione. Oltre agli
esempi già descritti di Givoletto e Casellette (Gc.
Bortolami & G. V. Dal Piaz, 1968; G. V. Dal
Piaz, 1969), analoghi fenomeni si osservano nei
pressi del Colle Bassetta, specie a settentrione
della sella, lungo il crinale dove i gabbri pegma-
titici illustrati nel paragrafo precedente si accom¬
pagnano ad analoghi gabbri grossolani con par¬
ziali sostituzioni rodingitiche. 11 fenomeno appare
chiaro già alla scala macroscopica per la brusca
variazione di tinta della matrice di fondo, bianca¬
stra nei tipi saussuritici, rosacea in quelli rodin¬
gitici (grossularia). Il processo, specie nei filoni
più potenti, è limitato alla periferia e colpisce due
fascie simmetriche spesse da 5 a 10 cm, mentre
1’ interno rimane immune. Nelle intercalazioni più
sottili, la trasformazione rodingiti ca si estende so¬
vente a tutta la vena.
(s) Siamo grati al collega R. SACCHi per la determina¬
zione.
La regione del M. Musinè è una delle zone più
favorevoli delle Alpi occidentali per osservare il
passaggio diretto tra gabbri e gabbri rodingitici.
Al microscopio si osservano, alle salbande, una
matrice di prevalente grossularia, con raro clino-
cloro e porfiroclasti di clinopirosseno, contorti,
disarticolati ed in parte trosformati. Nel settore
centrale del filone, gli stessi porfiroclasti piros-
senici sono immersi in un aggregato saussuritico
che talvolta presenta sintomi di rigenerazione con
blastesi di mosche di grossularia, clorite, mica
bianca e zoisite.
Laddove le lherzoliti sono completamente ser-
pentinizzate, la matrice saussuritica è totalmente
sostituita da paragenesi a grossularia, vesuviana
e clinocloro; i relitti del clinopirosseno originario
sono assai più rari e manifestano trasformazioni,
da parziali a quasi complete, in grossularia, clino¬
cloro e diopside. Al margine dei filoni e delle lenti
si rinviene comunemente una regolare guaina cen¬
timetrica di colore da grigio a nerastro, costituita
da esclusiva clorite (clinocloro), o da clorite con
± granato, diopside e minerali di Fe-Ti. Essa si
origina non solo a spese della ultrabasite, come
in genere si osserva (G. V. Dal Piaz, 1969), ma,
a volte, anche del filone ; nel secondo caso si forma
spesso una finissima zonatura con regolare alter¬
nanza di letti verdognoli e beige-biancastri, fitta¬
mente pieghettati, con clorite e diopside prevalenti.
Non apparirà superfluo ribadire che l’associa¬
zione granoblastica di neoformazione rodingitica
ha caratteri di accrescimento indiscutibilmente
postcristallini rispetto alla intensa deformazione
tettonica che ha colpito i porfiroclasti di clino¬
pirosseno, a conferma della natura di relitti di
questi ultimi.
Tra i migliori affioramenti di gabbri rodingi¬
tici della regione Rivoli-Avigliana possiamo anno¬
verare, oltre a filoni del Massiccio di Lanzo,
quelli presenti nelle numerose cave di S. Ambro¬
gio. Una buona parte di queste intercalazioni è
costituita da litotipi a grana minuta, privi di re¬
litti strutturali, per i quali non si può riconoscere
con sicurezza la roccia di partenza; siamo con¬
vinti tuttavia che, nella maggioranza dei casi, si
tratti ancora di originari gabbri.
Intercalazioni lenticolari e filoniane di rocce
a silicati di Ca sono diffuse un po’ dovunque nella
Regione Rivoli-Avigliana, ad Ovest di Trana, al
M. Moncuni e a Comba Robert. Completiamo, con
brevi annotazioni, le descrizioni e le notizie biblio¬
grafiche riportate in precedenti lavori (G. V. Dal
Piaz, 1967, 1969; Gc. Bortolami & G. V. Dal
Piaz, 1968).
140
G. B ORTO LA MI - G. V. DAL PIAZ
a) Trana.
Nello sperone che separa le due cave di pie¬
trisco ai piedi del M. Pietraborga, presso Trana,
affiorano serpentine antigoritiche, pieghettate e
talora molto laminate. Esse contengono, specie in
corrispondenza delle zone di maggiore deforma¬
zione, alcune lenticelle allungate di gabbri rodin-
gitici a matrice rosata e rodingiti verdastre a
grana fine, probabilmente a vesuviana. Ad oriente,
le serpentine si trovano in contatto tettonico con
una potente fascia di gabbri metamorfici, ad ab¬
bondanti relitti di clinopirosseno nero-verde pri¬
mario, deformati e parzialmente trasformati. Nella
matrice prevalgono zoisite e clinozoisite, con poca
albite e clorite.
Presso il contatto gabbri-serpentine, i gabbri
assumono localmente un cachet rodingitico : strut¬
tura massiccia, elevata resistenza alla frattura,
Nella fascia di serpentine del Monte della
Croce, a meridione del Belvedere, S. Franchi &
V. Novarese (1895) hanno rinvenuto numerose
intercalazioni di « granatiti ».
c) M. Moncuni.
Abbiamo già descritto i filoni di gabbri peg-
matitici compresi nella lherzolite feldispatica del
settore assiale del M. Moncuni. Nella parte sud-
orientale, dove le ultrabasiti sono tettonizzate e
parzialmente serpentinizzate, alcune vene gab-
broidi presentano limitate trasformazioni rodingi-
tiche. Una completa sostituzione, con abbondante
granato, appare nelle rodingiti comprese entro le
serpentine scistoso-laminate del versante sudocci¬
dentale del M. Moncuni. Una parte di esse, al¬
meno, deriva da originari gabbri pegmatitici. Al¬
cune intercalazioni, ricche di minerali metallici,
Fig. 1. — Intercalazioni rodingitiche nelle ser¬
pentine del Belvedere, ad Ovest di Trana.
tinta più chiara e rilevante arricchimento in cli-
nozoisite-epidoto. La roccia è inoltre solcata da un
reticolato di venette beige-biancastre con grandi
idioblasti di clinozoisite in matrice xenoblastica di
albite e clorite.
b) Belvedere.
E’ un piccolo dosso che si erge sulla riva de¬
stra del Sangone lungo la carrozzabile Trana-
Pianca, 1.5 km da Trana. Ai piedi del versante
meridionale del Belvedere, il taglio stradale ha
messo in luce nelle serpentine un lungo filone di
rodingiti massicce, ripetutamente ripiegato e sud¬
diviso in boudins (Fig. 1). La rodingite ha grana
finissima e colore giallo-verdognolo; le serpentine
incassanti sono molto laminate o brecciate. Al¬
l’esame microscopico la roccia presenta una ma¬
trice equigranoblastica minuta di grossularia e cli-
nocloro in quantità all’ incirca equivalenti, e rari
porfiroblasti di vesuviana di 1-3 mm. In quantità
accessoria si riconoscono piccoli individui di dio-
pside. Lungo litoclasi ricristallizzano megacristalli
di vesuviana e clinocloro.
sembrano corrispondere, come a S. Ambrogio, ad
antichi gabbri basici o a pirosseniti.
Nella piccola cava G. Monfrino, ad Est del
Lago Piccolo di Avigliana, appaiono in bella espo¬
sizione una trentina di piccole intercalazioni ro¬
dingitiche (Tav. 1, fig. 5). Condizioni di giacitura,
struttura e paragenesi variano spesso da una
lente all’altra. Da intercalazioni, in genere di mo¬
desto spessore, che conservano, nonostante rigon¬
fiamenti e strozzature, l’andamento filoniano ori¬
ginario, si passa a tipi ienticolari, a volte allineati
in catene. Si riconoscono granatiti massicce, rosa
o beige, gabbri rodingitici a struttura pegmatoide,
con matrice di granato, clinocloro ± diopside, apa¬
tite, magnetite, saussurite e relitti di clinopiros¬
seno.
Talune lenti rodingitiche hanno tinta verda¬
stra per la abbondanza di clinocloro e diopside.
Le salbande cloritiche sono ricche di diopside e
minerali opachi.
d) Comba Robert.
Sul versante sudorientale del M. Ciabergia, a
Nord di Valgioie, sono presenti nelle serpentine
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
141
alcune lenti di rodingiti, da tempo conosciute per
i rinomati cristalli di litoclase (clorite e granato
rosso scuro). Vi si associano vesuviana, diopside,
epidoto e calcite. Alcuni di questi minerali sono
stati studiati da G. Boeris (1897, 1899) e da
A. Bianchi & T. Carpanese (1928). Assieme alle
intercalazioni di rocce a prevalente granato, ve ne
sono altre di colore giallo-verdastro, con struttura
vagamente gabbroide, analoghe ai filoni rodingi-
tici a vesuviana di Perreres (Valtournanche) e
Verrà (Val d’Ayas). La vesuviana, in aggregati
granoblastici eterogenei, è molto abbondante, as¬
sociata a granato minuto, subordinato clinocloro e
scarso diopside. Nell’orlo cloritico si rinviene ta¬
lora diffuso clinopirosseno, titanite e piccoli gra¬
nati.
e) S. Ambrogio.
Le grandi cave di serpentine di S. Ambrogio,
in parte abbandonate, mostrano in ottima esposi¬
zione alcune intercalazioni rodingitiche che hanno
fornito in passato il materiale per gli studi mine¬
ralogici di G. Boeris (1900) e E. Repossi (1925),
ricordati con notizie integrative da G. V. Dal Piaz
(1967).
Nelle cave occidentali si osservano alcuni fi¬
loni e numerose lenti allineate a catena di gabbri
rodingitici, spesso con struttura pegmatitica. Al¬
cuni litotipi sembrerebbero derivare da gabbri ba¬
sici o da pirosseniti. La zona è caratteristica per i
relitti di grandi clinopirosseni originari, fratturati
o disarticolati, in parte sostituiti da grossularia,
clinocloro, diopside e granato.
La matrice è costituita da granato, clorite, diop¬
side e minerali opachi.
Nelle discariche della cava orientale, ubicata
presso frazione Bertassi, si rinvengono gabbri ro¬
dingitici a grossularia, clinocloro e vesuviana, con
relitti di diaìlagio. Il clinopirosseno mostra par¬
ziali sostituzioni ad opera di granato, clorite e
diopside. La tessitura è sovente zonata, con letti a
granato-clinocloro in aggregati minuti e letti a pre¬
valente vesuviana in granoblasti tondeggianti di
discrete dimensioni, talora associati a minutissimi
aggregati di granato fusiforme. Ulteriori lenti ro¬
dingitiche sono formate da vesuviana e clorite.
Nella guaina cloritica, abbondante clinocloro è ac¬
compagnato da diopside e da granato ad abito sche¬
letrico.
f) Condove.
Sul versante sinistro della Valle di Susa, tra
Bonaudi e Condove, sono presenti nelle serpentine
antigoritiche alcune lenti di gabbri rodingitici a
granato rosato o rossastro con scarso clinopiros¬
seno e diopside. I relitti di diaìlagio ( Auct .) sono
parzialmente trasformati in granato. Ricordiamo
per questi affioramenti, ubicati già al di fuori della
nostra carta, i lavori di A. Cossa (1884) e di
F. Zambonini (1906 b, 1908).
4.5. Metabasiti.
Ad occidente del Massiccio di Lanzo e della fa¬
scia ultrabasica M. Moncuni-M. Pietraborga, af¬
fiorano importanti masse di ofioliti in facies meta¬
morfica: si riconoscono, come litotipi più comuni,
prasiniti, metagabbri, eclogiti-glaucofaniti, anfi¬
bolia glaucofaniche e serpentine. Vi si associano
paraderivati mesozoici in quantità limitata.
Nella regione Rivoli-Avigliana sono molto dif¬
fusi i gabbri metamorfici, a nostro avviso i litotipi
più interessanti della zona. Gabbri prasinitici a
tessitura scistoso-laminata, spesso in condizioni
molto avanzate di trasformazione prasinitica, af¬
fiorano sul versante occidentale del M. Pietraborga
e, con una certa continuità, tra Bussone e Chiusa
San Michele. Sul lato sinistro della bassa Valle di
Susa esistono grandi masse di gabbri metamorfici,
distinti dai precedenti per la struttura gabbroide
in genere assai meglio conservata e per la presenza
di paragenesi d’alta pressione. Si tratta dei gab¬
bri ad onfacite con intercalazioni eclogitiche di
Mocchie, Caprie e Villardora, segnalati da S. FRAN¬
CHI (1900), descritti in dettaglio da G. Piolti
(1902), F. Zambonini (1906 a), M. Fornaseri &
G. Bensa (1939) e P. Bearth (1967). In questo set¬
tore si rinvengono inoltre tipiche prasiniti e pie¬
tre verdi a glaucofane ed epidoto.
4.5.1. Gabbri prasinitici.
Si riconoscono tipi a struttura gabbroide ben
conservata, inconfondibile anche quando la pseu-
domorfosi di attinoto sul clinopirosseno origina¬
rio è completa ( metagabbri prasinitici). Più co¬
muni sono i ìitotipi a tessitura fibroso-lenticolare
( Flasergabbro ), costituiti da sottili letti fusiformi
verdastri di attinoto ( ± clorite), che alternano re¬
golarmente a letti biancastri o beige di zoisite
(± albite e clorite). I primi corrispondono ai pro¬
dotti della laminazione e della trasformazione me¬
tamorfica dei grandi individui di clinopirosseno
magmatico, i secondi dell’aggregato saussuritico,
a sua volta derivato dall’originario plagioclasio
calcico.
La tessitura fittamente zonata dei Flasergab¬
bro, pur essendo generalmente di natura tettonico-
metamorfica, sembra talora ricalcare una zona¬
tura primaria. Allo stesso motivo si riconducono in
molti casi le variazioni di grana, spesso sensibili.
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
1 -t li
La discendenza da originari gabbri eufotidi di
questi litotipi è pi-ovata, a conferma dei motivi
strutturali sopra citati, dalla presenza di frequenti
relitti di clinopirosseno (9). Metagabbri e Flaser-
gabbro sono assai più diffusi nelle Alpi occiden¬
tali di quanto idichino i fogli della Carta Geolo¬
gica d’ Italia. In tutta la Zona Piemontese sono
comuni i passaggi graduali tra metagabbri e Fla-
sergabbro, con la trasformazione della struttura
da gabbroide a f ibroso-lenticolare ; altrettanto fre¬
quenti, sempre osservabili sul terreno, sono i pas¬
saggi progressivi tra metagabbri con relitti piros-
senici e gabbri prasinitici. Sono noti infine nelle
Alpi, anche se con frequenza assai minore di quella
dei casi precedenti, i rapporti di transizione tra
gabbri saussuritici e metagabbri.
Le stesse considerazioni valgono per il proble¬
ma della trasformazione dei gabbri in gabbri
« eclogitici » ed in gabbri rodingitici, anche se nel
secondo caso intervengono condizioni petrogeneti-
che del tutto particolari.
La paragenesi ad attinoto e zoisite (± albite
e clorite) contraddistingue gran parte dei meta-
gabbri dell’arco alpino, consentendo in genere la
loro identificazione anche a scala microscopica.
Dalle tipiche prasiniti (10) i metagabbri si distin¬
guono in genere per:
1) assenza o scarsità di albite a sviluppo
porfiroblastico ;
2) presenza nella matrice di abbondante zoi¬
site (mentre nelle prasiniti si osserva epidoto,
spesso in miscele ad elevato tenore in Fe);
3) abbondanza di attinoto in monocristalli
o in aggregati di sostituzione pseudomorfa sul cli¬
nopirosseno; scarsità o assenza di clorite.
Vediamo infine gli stadi più avanzati della loro
trasformazione. Quando i gabbri subiscono una
comminuta macinazione meccanica, accompagnata
da una diffusa neoblastesi di albite porfiroblastica,
si passa, tramite Flasergabbro laminati e gabbri
prasinitici di tinta molto chiara, poveri di anti¬
bolo, a prasiniti di tipo normale. Il riconoscimento
(") La natura di relitto primario è attestata innanzi¬
tutto dalla identità con il pirosseno dei gabbri eufotidi
dell’ intero bacino del Mediterraneo e, in secondo luogo,
dalla marcata deformazione che essi conservano con ca¬
rattere precristallino rispetto alla blastesi della matrice.
(10) Ricordiamo che le prasiniti costituiscono uno dei
più tipici esempi di convergenza metamorfica; come chia¬
ramente aveva anticipato Franchi, esse possono rappre¬
sentare il prodotto della trasformazione metamorfica di
ofioliti differenti (gabbri, leucogabri, diabasi, spiliti, brec¬
ce-diabasi, tufiti e, se esistono, tufi).
di queste ultime come derivati metamorfici di ori¬
ginari gabbri diviene in questo caso impossibile,
a meno che non sussistano ancora relitti minera-
logico-strutturali conservati in qualche livello
meno deformato della sequenza, oppure non com¬
paia in abbondanza la mica cromifera, rinvenuta
spesso in prasiniti di accertata origine gabbrica.
Gabbri prasinitici e prasiniti di derivazione gab¬
brica si osservano sulla riva destra del Sangone,
1 km circa ad Ovest di Trana, e nei dintorni del
Colle Braida. Affioramenti molto belli di questi li¬
totipi si rinvengono inoltre in Valsesia, in Valle
di Gressoney, in Valle d’Ayas, in Valtournanche,
nella regione compresa tra Cogne e Champorcher,
a SE di Aosta, alla base del lembo del M. Emi-
lius, ecc.
4.5.2. Gabbri ad onfacite e metagabbri con in¬
tercalazioni ECLOGITICHE.
Sul versante sinistro della bassa Valle di Susa,
assieme ad estese masse di gabbri prasinitici, af¬
fiorano metagabbri con paragenesi di alta pres¬
sione, comprendenti intercalazioni stratoidi o len-
ticolari di glaucofaniti ed eclogiti (Caprie e Vil-
lardora, all’estremità nordoccidentale della nostra
carta).
Queste rocce sono state segnalate, come ab¬
biamo visto, da S. Franchi (1900) e da G. Piolti
(1902) presso Mocchie, una località immediata¬
mente a NW di Caprie. La magistrale descrizione
di F. Zambonini (1906) è stata completata dalle ri¬
cerche di M. Fornaseri & G. Bensa (1939) e
P. Bearth (1967). I metagabbri ad onfacite della
bassa Valle di Susa manifestano buona analogia
con alcuni litotipi della Zona di Zermatt-Saas
(P. Bearth, 1967) e con quelli affioranti nel val¬
lone di Savoney, alla base del Lembo di ricopri¬
mento Glacier-Rafray (G. V. Dal Piaz & R. Nervo,
osservazioni inedite).
Si tratta, per la regione Rivoli-Avigliana, di
metamorfiti con struttura gabbroide ben conser¬
vata (Caprie) e di Flasergabbro, entrambi carat¬
terizzati dalla presenza di grossi individui « sma-
ragditici » i quali, nella maggioranza dei casi, sono
costituiti da pirosseno sodico. Nei tipi più basici,
la matrice di fondo è talora formata da un aggre¬
gato di glaucofane, visibile anche macroscopica¬
mente, e granato.
Nei metagabbri della regione Rivoli-Avigliana
si osservano inoltre ripetute intercalazioni stra¬
toidi di eclogiti e glaucofaniti, sovente suddivise in
boudins (Tav,. XI, figg. 1 e 2). Esse rappresentano
molto probabilmente il prodotto di trasformazione
in facies metamorfica di alta pressione di origi-
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
14.5
nari livelli di gabbri basici o di pirosseniti che, al¬
ternati a gabbri normali o leucogabbri, costitui¬
scono, specie ove le bande sono più fitte e regolari,
la zona di transizione tra gabbri ed ultrabasiti in
un complesso di tipo stratificato.
E’ questo un quadro che mostra straordinarie
analogie con quello dei gabbri a bande di Zermatt
(P. Bearth, 1967), della Valtournanclie, del Val¬
lone di Savoney, ecc.
4.5.3. Prasiniti ed Ab-anfiboliti.
Le prasiniti si individuano per la tipica para-
genesi ad albite, clorite, epidoto ed attinoto e, mo¬
tivo non meno importante, per la struttura prasi-
nitica (ocellare), connessa allo sviluppo porfiro-
blastico dell’albite. Le facies più ricche in clorite
ed albite, povere in attinoto ed epidoto, sono indi¬
cate con il termine di ovarditi (V. Novarese,
1895 a). Se l’albite, anche abbondante, ha sviluppo
Fig. 2. — Gabbri prasinitici (GP), prasiniti (PR)
e Flasergabbro (FG) in ripetute alternanze con
letti di eclogiti e glaucofaniti (E) dalla regolare
giacitura « stratoide » o con parziali deformazioni
per boudinage ; affioramento a SW di Villardora.
Uno dei migliori affioramenti della regione Ri¬
voli- Avigliana si osserva a mezza strada tra Vil¬
lardora e Tórre del Colle: gabbri metamorfici,
spesso in condizioni di avanzata prasinitizzazione,
e glaucofaniti granatifere (± ad onfacite ed epi¬
doto) massicce, a grana fine e di colore nero-vio¬
laceo, si succedono in ripetute e regolari alter¬
nanze, talvolta con incipienti processi di boudinage
(Fig. 2 e Tav. XI). Le bande glaucofanitiche com¬
prendono talora letti millimetrici di eclogiti.
Al microscopio il glaucofane appare abitual¬
mente circondato da un sottile orlo di orneblenda
verde-azzurra, situazione che ricorre comunemente
nelle pietre verdi delle Alpi occidentali, dalla Vai-
sesia alle Valli di Lanzo. Altrettanto frequenti sono
i sottili orli di trasformazione uralitica dell’onfa-
cite. I grandi porfiroblasti di pirosseno sodico, a
volte centimetrici, sono pseudomorfi sull’origina-
rio clinopirosseno magmatico, talora conservato
parzialmente (Fig. 3). Da quest’ultimo l’onfacite
eredita sia sporadiche strutture a Schiller , sia fre¬
quenti dispersioni pseudoopache irrisolvibili al mi¬
croscopio.
Il granato si concentra in letti e lenti grano-
blastiche, spesso in associazione con onfacite. Il
rutilo è sempre molto abbondante, concentrato in
plaghe ed in festoni.
Frequenti sono infine le glaucofaniti massicce
a letti epidotici, talora con albite e clorite, facies
di transizione alle prasiniti glaucofaniche listate
di Torre del Colle (Tav. XI, figg. 3 e 4).
chiaramente xenoblastico e se l’anfibolo (attinoto
e orneblenda) predomina sulla clorite, si passa a
tipi anfibolitici ( Ab-anfiboliti ) che comprendono
una gamma eterogenea di paragenesi al limite da
un lato verso le prasiniti, dall’altro verso le eclo¬
giti glaucofaniche, ecc.
Fig, 3. — Gabbro eclogitico (onfacitico-glaucofa-
nico-granatifero ad albite ed epidoto) con pseudo-
morfosi di onfacite (Of) su clinopirosseno augitico
(A); Gr: granato; Gl: glaucofane; Ru: rutilo;
metagabbri a bande eclogitico-glaucofanitiche a
SW di Almese (larghezza del disegno: 5 mm).
a) Prasiniti normali - Sono relativamente
rare nella regione Rivoli-Avigliana, mentre abbon¬
dano nei settori più occidentali dell’ insellamento
assiale Valle di Susa-Valli di Lanzo, perloppiù in
G. SORTOLA MI - G. V. DAL PIAZ
144
stretta associazione con i calcescisti. Tipi prasini-
tici si osservano nei dintorni di Avigliana e di
Torre del Colle, associati a prasiniti epidotico-glau-
cofaniche ; ad oriente del M. Moncuni ; lungo la
strada tra Montecomposto e Celle ; a settentrione
di Novaretto; al Colle Braida; ecc.
Nei dossi montonati tra Andruino e Sala, ad
occidente di Villardora, le prasiniti manifestano
localmente una regolare struttura brecciata che ri¬
teniamo di origine certamente primaria: numero¬
sissimi elementi centimetrici, dal contorno roton¬
deggiante o poligonale, di prasiniti a grana mi-
Avigliana e Torre del Colle e la loro continuità è
interrotta dal corso della Dora Riparia. La zona¬
tura mette in particolare risalto una intensa de¬
formazione di stile plastico. A Torre del Colle ed
al Castello di Avigliana si osservano magnifici fe¬
nomeni di ripiegamento, con assi molto inclinati,
talora subverticali (Tav. XI). Si vedano a que¬
sto proposito le notizie riportate da A. Nicolas
(op. cit.).
Esistono inoltre prasiniti a glaucofane, epidoto
e clorite, con abbondante e prevalente albite e ti¬
pica struttura ocellare. Tra i componenti acces-
Fig. 4. — Aspetti diversi delle brecce prasinitiche dei dintorni di Andruino (Vindrola), derivate da originarie
brecce diabasiche a pillows.
nuta, a volte zonati, sono compresi in una matrice
prasinitica a struttura grossolana (Fig. 4). La
breccia contiene alcuni inclusi ovoidali di maggiori
dimensioni (15-60 cm) di prasiniti a grana fine,
con struttura interna brecciata, riferibili verosi¬
milmente ad originari cuscini (cfr. Fig. 4). Si
tratta quindi di un complesso di « brecce-diabasi »
in facies metamorfica, non nuovo, anche se raro,
nelle Alpi occidentali. Negli affioramenti vicini si
osserva una rapida scomparsa della struttura
brecciata, obliterata da una deformazione per fitte
pieghe plastiche ad asse prossimo alla verticale.
Altre prasiniti sono invece di evidente deriva¬
zione gabbrica : ci riferiamo, come già detto, a
quelle in stretta associazione con le grandi masse
di metagabbri di Villardora, Caprie, Colle Braida
e Trana.
b) Anfibolia e prasiniti eyidoUco-glanco falli¬
che - Sono facies listate, in genere a grana fine,
con letti glaucofanici di colore nero-violaceo, e
letti giallastri di epidoto pistacitico. Affiorano tra
sori sono comuni mica bianca e titanite, più rari
apatite e minerali opachi. A luoghi queste rocce
manifestano una fine zonatura: festoni e letti di¬
scontinui di epidositi giallastre si succedono ripe¬
tutamente ad orizzonti millimetrici ricchi in albite,
glaucofane, fengite, biotite verde e pennina. Limi¬
tiamoci ad un breve cenno sul glaucofane, il com¬
ponente più caratteristico di questi litotipi : ap¬
pare in individui di discrete dimensioni dal pleo-
croismo marcato, con parziali trasformazioni in
un minuto aggregato diablastico albitico-cloritico
o in biotite verde.
Nei dintorni di Avigliana, specialmente al Ca¬
stello, affiorano anfiboliti albitico-epiclotico-glauco-
faniche brecciate. Non riteniamo possibile in que¬
sto caso stabilire se la struttura sia primaria o,
come pare più probabile, di origine tettonica.
c) Anfibolia albitico-cloritiche a stilpnome-
lano con relitti di granato - Costituiscono un pic¬
colo ed isolato affioramento situato a NE di Mon-
tecapretto, presso Almese, probabilmente una sca-
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
glia tettonica alla base delle ultrabasiti del Mas¬
siccio di Lanzo. Al microscopio salta subito al¬
l’occhio un granato di notevoli dimensioni, par¬
zialmente o totalmente cloritizzato, riferibile ad
una prima generazione metamorfica. Esso è asso¬
ciato ad abbondante antibolo verde-azzurro e pen-
nina, con albite xenomorfa nella massa di fondo.
Mancano quindi, delle tipiche prasiniti, paragenesi
e struttura. La roccia si distingue per la presenza
di subordinate quantità di stilpnomelano in covoni
dal tipico pleocroismo giallo oro-bruno scuro (Tav.
XI, fig. 1). L’associazione stilpnomelano-anfibolo
verde-azzurro è abbastanza rara nelle Alpi occi¬
dentali; ricorda soprattutto le paragenesi rinve¬
nute nell’alta Valle d’Aosta (G. V. Dal Piaz &
M. GOVI, 1968). Riportiamo in Fig. 7 la distribu¬
zione dello stilpnomelano alpino nelle Alpi nord-
occidentali italiane, completando i dati riportati
da G. V. Dal Piaz & M. Govi (1969) e da J. F. von
Raumer (1969) con nuovi ritrovamenti.
4.5.4. Albititi.
Nella regione Rivoli-Avigliana si rinvengono
frequenti filoncelli concordanti e discordanti, con
andamento irregolare e spessore in genere mo¬
desto, di albititi a quarzo e carbonato. Sono molto
abbondanti, in particolare, nelle pietre verdi di
Avigliana e di Torre del Colle- Vindrola. La loro
genesi rientra nelle fasi finali del ciclo tettonico-
metamorfico alpino.
4.6. Calcescisti.
Nella Regione Rivoli-Avigliana i paraderivati
mesozoici affiorano in quantità del tutto subordi¬
nata rispetto alle pietre verdi. Predominano cal¬
li r»
cescisti filladici, poveri o privi di carbonati, con
quarzo, albite, mica bianca e clorite, i quali pas¬
sano a micascisti granatiferi argentei, ricchi in
quarzo, ed a scisti albitici. Il granato è probabil¬
mente un termine manganesifero.
Ad occidente della zona compresa nella nostra
carta geologica, lungo la dorsale che separa l’alta
Val Chisone dalla Valle di Susa, affiorano litotipi
mesozoici del tutto analoghi a quelli soprade¬
scritti ; ad essi si associano micascisti ricchi in
cloritoide e quarziti micacee a granato mangane¬
sifero, in origine probabili fanghi a radiolari, ecc.
Nel settore interno della Zona Piemontese, del
quale fa parte la regione Rivoli-Avigliana, i para¬
derivati siliceo-argillosi della Formazione dei Cal¬
cescisti con pietre verdi hanno caratteristiche lito¬
logiche proprie di una sedimentazione in ambiente
profondo, in contrasto con le assise a dominante
carbonatica affioranti nel settore esterno (alta
Valle di Susa ecc.). Riteniamo pertanto che la per¬
tinenza paleogeografica dei primi sia circoscritta
al fondo della Fossa Piemontese, ove i materiali
si accumulavano probabilmente su di un sub¬
strato simatico costituito da ultrabasiti (± gabbri)
(G. V. Dal Piaz, 1969).
Nella zona in esame, i principali affioramenti
di paraderivati mesozoici si trovano presso l’abi¬
tato di Bussone, a settentrione del M. Ciabergia
e, sul versante sinistro della Valle di Susa, nei
dintorni di Villardora e Novaretto. A Sud della
Dora Riparia calcescisti e micascisti sono asso¬
ciati in prevalenza a gabbri metamorfici in facies
prasinitica più o meno pronunciata. Localmente
compaiono infine intercalazioni di litotipi più car-
bonatici (calcescisti normali e marmi).
5. - OSSERVAZIONI GENERALI E CONCLUSIONI
Il substrato cristallino dell’anfiteatro morenico
di Rivoli-Avigliana è costituito da prevalenti ofio-
liti metamorfiche della Formazione dei Calcescisti
con Pietre Verdi (indicata altrimenti come Zona
delle Pietre Verdi o Zona Piemontese) e da
scisti pretriassici del ricoprimento pennidico Dora
-Maira. La limitata estensione della regione com¬
presa nella nostra carta geologica è compensata
dalla buona esposizione degli affioramenti e dalla
sua felice collocazione nel contesto strutturale del¬
l’arco alpino occidentale.
Queste favorevoli condizioni, oltre a consen¬
tirci di analizzare e descrivere i principali litotipi
delle due grandi assise cristalline ed i loro rap¬
porti, ci hanno dato lo spunto per affrontare pro¬
blemi più generali, utilizzando anche numerose os¬
servazioni raccolte in 10 anni di ricerche sul ter¬
reno nelle Alpi occidentali, specialmente in Valle
d’Aosta, e di compendiarle in alcune ipotesi di la¬
voro sull’evoluzione paleogeografica e strutturale
della fossa piemontese nel quadro della formazione
tettonica della catena alpina.
5.1. Dora-Maira.
L’elemento strutturale Dora-Maira è formato,
tra la Dora Riparia ed il Sangone, da un com¬
plesso cristallino prewestfaliano di gneiss occhia-
dini, gneiss minuti e subordinati parascisti. Gli
1 40
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
scisti carboniferi di Mollar dei Franchi ne rap¬
presentano la copertura trasgressiva (è la discor¬
danza ercinica di Gb. Dal Piaz, 1939). Ricordiamo
che questa interpretazione cronologica e stratigra¬
fica è in antitesi con le idee di P. Vialon, se¬
condo le quali il complesso cristallino settentrio¬
nale del Dora-Maira, e quindi della regione Rivoli-
Avigliana, sarebbe costituito da una sequenza vul-
cano-detritica metamorfica di età permiana ( En¬
semble de Dronero), sovrapposta normalmente alla
Serie grafitica del Pinerolese, di età carbonifera.
5.1.1. Il problema degli gneiss occhiadini.
La loro importanza è preminente nella regione,
per la grande estensione degli affioramenti e per
il dibattuto problema genetico. Si tratta di una
sequenza di gneiss epimetamorfici alpini, a luoghi
con porfiroclasti relitti di feldispato potassico, di
dimensioni ed abbondanza assai variabili. In con¬
dizioni di laminazione intensa e di diffusa rigene¬
razione metamorfica, si passa gradualmente a fa¬
cies minute per progressiva macinazione del feldi¬
spato potassico e per la sua trasformazione, da
parziale a completa, in albite e mica bianca. Non
sono rari d’altro canto nuclei di graniti porfirici
o equigranulari, più o meno laminati, con relitti
di mica e plagioclasio. Non manca, infine, un
corteo di filoni leucocratici metamorfici (gneiss
aplitici e pegmatitici a tormalina).
L’ interpretazione dei Rilevatori del Servizio
Geologico vedeva in queste rocce il prodotto della
trasformazione metamorfica alpina di originari
graniti ercinici. Questa ipotesi, dapprima condi¬
visa da diversi autori (E. Argand, H. P. Corne-
lius, Gb. Dal Piaz, ecc.), è stata successivamente
abbandonata da R. Michel (1953, 1955) e P. Via¬
lon (1966). Michel propone una genesi per gra¬
nitizzazione metasomatica di un complesso di pa-
rascisti (cf. anche Michard, 1967). Vialon ritiene
che gli gneiss occhiadini e minuti del Dora-Maira
siano i derivati metamorfici per trasformazione
isochimica di graniti prewestfaliani (gneiss oc¬
chiadini di M. Freidour, ecc.) e di una originaria
serie vulcano-detritica acida di età permiana, YEn-
semble de Dronero, largamente rappresentato nella
regione Rivoli-Avigliana. Quest’ultima ipotesi è
stata recentemente estesa da J. Bertrand (1968)
al Massiccio del Gran Paradiso.
Non ci soffermiamo sull’ interpretazione di Mi¬
chel, confutata da A. Bianchi & Gb. Dal Piaz
(1959) ed abbandonata dallo stesso allievo Vialon.
Esaminiamo invece l’ ipotesi di quest’ultimo,
che riguarda da vicino la regione Rivoli-Avigliana.
Il Massiccio Dora Maira, nella visione di Vialon,
sarebbe stato sede di imponenti eruzioni acide per¬
miane con diffusi prodotti tufaceo-detritici (ar-
cose, ecc.) e con facies subvulcaniche (grano-
firi, ecc.). Il complesso vulcano-detritico avrebbe
massima diffusione tra la Val Chisone e la Valle
di Susa, comprendendo anche gli gneiss occhia¬
dini del settore Rivoli-Avigliana : a porfiroidi gra-
nofirici corrisponderebbero gli gneiss occhiadini
del basso bacino del Sangone (sponda destra) ; a
prevalenti porfiroidi arcosici gli gneiss occhiadini
e gli gneiss minuti affioranti, più a settentrione,
tra Giaveno e la Valle di Susa, unitamente a quelli
situati alla base del lembo di pietre verdi Orsiera-
Rocciavrè.
I motivi sui quali si fonda principalmente l’in¬
terpretazione di Vialon sono:
1) presenza di intercalazioni di livelli detri¬
tici (micascisti argentei, talora con rari microciot¬
toli quarzosi) entro gli gneiss occhiadini;
2) fenomeni di corrosione magmatica su
quarzo e feldispato potassico;
3) strutture residuali detritiche (nei porfi¬
roidi arcosici) e micropegmatitiche (nei porfiroidi
granofirici) ;
4) sovrapposizione stratigrafica normale del
complesso vulcano-detritico ( Ensemble de Dro¬
nero) sulla Formazione Grafitica del Pinerolese,
di indiscussa età carbonifera; è essenzialmente
per tali rapporti che VIALON attribuisce al Per¬
miano l’Ensemble de Dronero.
Pur condividendo numerosi punti della prege¬
vole monografia del collega francese, non pos¬
siamo accettare questa interpretazione sulla ge¬
nesi e l’età degli gneiss occhiadini del Dora Maira
settentrionale, in particolare di quelli affioranti
tra Val Chisone e Val di Susa.
Noi non siamo dell’opinione di Vialon perchè
nella regione Rivoli-Avigliana si riscontra:
1) assenza di intercalazioni psefitiche negli
gneiss occhiadini ; i sottili orizzonti di micascisti
e di quarziti argentee, con abbondante mica bianca
e tormalina non sono di origine sedimentaria, ma
rappresentano il prodotto di trasformazione meta¬
morfica e di intensa laminazione di originarie
vene pegmatitiche e degli stessi tipi granitoidi (n).
(") Si tratta del medesimo fenomeno frequente in altri
settori delle Alpi. Nella Falda M. Rosa, ad esempio, si
osserva la graduale trasformazione, lungo orizzonti tetto¬
nici di pegmatiti, graniti e gneiss occhiadini in scisti ar¬
gentei ± a cloritoide e cianite secondo lo schema: feldi¬
spato + biotite mica bianca + cloritoide (P. Bearth,
1952; B. Reinhakdt, 1966; G. V. Dal Piaz, osservazioni
inedite). Analoghi fenomeni sono segnalati al Gran Para¬
diso (comunicazione orale di R. Compagnoni e R. Prato)
e nel basamento cristallino calabro (R. Dubois, 1966).
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
147
2) Assenza negli gneiss occhiadini, anche a
scala microscopica, di strutture detritiche.
3) Assenza di strutture di corrosione mag¬
matica su quarzo e feldispati. Le strutture resi¬
duali, di corrosione o detritiche, descritte da Via-
lon, si possono sempre ricondurre a strutture di
deformazione per laminazione e cataclasi, legate
al ciclo tettonico-metamorfico alpino.
4) Inesistenza di rapporti di normale sovrap¬
posizione stratigrafica degli gneiss occhiadini ri¬
feriti da Vialon al Y Ensemble de Dr onero sul Com¬
plesso Grafitico del Pinerolese; quest’ultimo è
trasgressivo non solo sugli gneiss ghiandoni del
M. Freidour, ma anche su quelli geneticamente e
cronologicamente equivalenti, affioranti nel bacino
del Sangone e a settentrione di Giaveno (Truc
Vernetta, ecc.). Gli uni e gli altri costituiscono
quindi il medesimo substrato prewestfaliano sul
quale si depositarono in trasgressione le assise
carbonifere.
Ricordiamo un altro motivo, il più importante
a nostro avviso, per risolvere il problema gene¬
tico degli gneiss occhiadini, e cioè la presenza di
locali nuclei granitici, relitti dell’originario corpo
eruttivo, preservati nelle «zone d’ombra» del pro¬
cesso tettonico-metamorfico alpino. Non solo si ri¬
trovano i relitti primari del feldispato potassico,
della biotite rossa e, più raramente, del plagio-
clasio, ma anche frequenti passaggi graduali, alla
scala macro e microscopica, tra facies granitoidi
e gneiss occhiadini e, per progressiva albitizza-
zione del feldispato potassico (con neoformazione
di mica bianca), tra questi ultimi e gli gneiss ai¬
tatici microcchiadini o minuti. Si aggiunga che
questo quadro è del tutto analogo a quello pro¬
spettato ed ottimamente illustrato da VlALON per
gli gneiss occhiadini del M. Freidour, ritenuti,
anche dal collega, di derivazione granitica.
Ricordiamo infine che la presenza in tutti gli
gneiss occhiadini della regione, di numerosi filoni
leucocratici (gneiss aplitici e pegmatitici a grandi
individui di tormalina) non si inquadra in una
serie vulcano-detritica (12).
Si può quindi concludere che gli gneiss occhia¬
dini della regione Rivoli- Avigliana sono i derivati
evimetamorfici di originarie rocce granitiche pre-
westf aliane e non di una sequenza vulcano-detri¬
tica permiana.
Analoghe considerazioni valgono per gli gneiss
occhiadini con filoni leucocratici dell’alta Val Chi-
(1J) La generale concordanza dei filoni con i piani S
delle rocce incassanti è almeno in parte di origine secon¬
daria, in accordo con lo stile a grandi pieghe isoclinali,
molto serrate e laminate, diffuse nel Dora-Maira.
sone (metaporfiroidi di VlALON) affioranti, in evi¬
dente contatto tettonico, al di sotto delle pietre
verdi del lembo Orsiera-Rocciavrè.
Benché manifestino sovente caratteristiche tes-
siturali e paragenetiche differenti, in rapporto a
diverso grado di deformazione e di blastesi al¬
pina, gli gneiss occhiadini del Dora-Maira si rife¬
riscono al medesimo ceppo dei tipi granitoidi
ercinici.
Anche nel Gran Paradiso l’ ipotesi vulcano-de¬
tritica sulla genesi degli gneiss occhiadini (J. Ber¬
trand, 1968) non è accettabile per la presenza
non solo di abbondanti nuclei relitti degli origi¬
nari graniti, ma anche di diffuse brecce d’ intru¬
sione (E. Callegari, R. Compagnoni & G. V. Dal
Piaz, 1969).
5.1.2. Il problema degli gneiss minuti.
Più complesso e controverso è il problema ge¬
netico degli gneiss albitici (Gneiss Minuti) così
diffusi nel Cristallino pretriassico della Zona Pen¬
tadica. Una parte di essi si riferisce certamente
alla trasformazione di originari tipi granitici o
leucogranitici ; lo attestano i rapporti di transi¬
zione con nuclei granitici relitti o, più sovente,
con gneiss occhiadini (oltre al Dora Maira, si ve¬
dano Gran Paradiso, M. Rosa, Serie di Arolla).
Una parte sembra invece appartenere ad una
originaria serie sedimentaria; lo suggeriscono, ma
non lo dimostrano, gli intimi legami e le mutue
alternanze con tipici paraderivati (micascisti gra¬
natiferi, marmi) e con rocce basiche (Gran S. Ber-
nardo-Vanoise, M. Rosa, Sesia-Lanzo, Rafray-
Glacier, M. Emilius, ecc.). La loro età è verosi¬
milmente prewestfaliana.
Non si può escludere tuttavia che una parte,
degli gneiss albitici associati a micascisti, conglo¬
merati metamorfici e quarziti, possa essere rife¬
rita al Permiano. Noi non crediamo comunque ad
una generalizzata estensione del Permiano a vasti
settori della Zona Pennidica.
Per quanto concerne la regione Rivoli-Avi-
gliana, i graduali passaggi tra gneiss occhiadini
e gneiss minuti attestano la derivazione di questi
ultimi da originarie rocce granitiche.
Non si può concludere l’argomento senza un
breve cenno ad A. Amstutz, sostenitore di un
vulcanesimo permo-carbonifero generalizzato agli
gneiss minuti di vasti settori della Zona Penni¬
dica ed ispiratore di Vialon e Bertrand. Ricor-
dei’emo solamente che le sue ipotesi si basano
spesso su osservazioni geologiche di campagna e
su dati petrografia erronei : valga come esempio
il quadro petrcgenetico prospettato per il lembo
del M. Emilius, un originario « vulcano riodaci-
1LS
G. CORTOLA MI - G. V. DAL PIAZ
tico » (gli gneiss albitici) con « bombe basaltiche »
(i boudins basici). Una verifica degli affioramenti
del Vallone di Grauson, sui quali si fonda questa
interpretazione, ci ha consentito di accertare che
gneiss albitici e boudins basici sono gli indiscu¬
tibili prodotti della trasformazione epimetamor-
fica alpina, con intensa blastesi albitica sviluppata
a spese di onfacite e glaucofane, di originari « mi-
cascisti eclogitici », litotipi largamente diffusi al
M. Emilius, spesso in ottimo stato di conserva¬
zione (Becca di Nona, Laghi di Laures, ecc.).
5.1.3. Paraderivati prewestfaliani.
La limitata presenza di parascisti prewestfa¬
liani nella regione Rivoli-Avigliana non consente
lo studio dettagliato di questi litotipi. La loro im¬
portanza nell’ intero massiccio del Dora-Maira è
tuttavia notevole. Ricordiamo in particolare, nel¬
l’ambito del complesso degli scisti pregranitici, la
caratteristica formazione a boudins basici (pra-
siniti, anfiboliti glaucofaniche, eclogiti trasfor¬
mate), lenti e livelli carbonatici (marmi ± dolo¬
mitici, marmi a silicati) la cui distribuzione ap¬
pare chiara nei Fogli Susa, Pinerolo e Dronero
della C.G.I.
Sono stati già illustrati l’età verosimilmente
paleozoica (pregranitica), la prevalente impronta
metamorfica alpina ed il ruolo di importante oriz¬
zonte guida che questa eterogenea formazione as¬
sume nell’analisi della stratigrafia e della tetto¬
nica interna del Dora Maira e la sua analogia con
la formazione di Furgg del M. Rosa (V. Nova¬
rese, 1913; G. V. Dal Piaz, 1966; A. Michard,
1967) (13).
(1:') Nei ricoprimenti medio-pennidici la Formazione di
Furgg si riconduce ad una caratteristica sequenza di ori¬
ginari livelli argilloso-arenacei e calcareo-dolomitici, asso¬
ciati ad antiche rocce eruttive basiche e, talora, a filoni
leucocratici riferibili al ciclo magmatico ercinico. La for¬
mazione manifesta generale impronta epimentamorfica al¬
pina ed intense deformazioni tettoniche. Il quadro delle de¬
formazioni non è tuttavia esclusivo della Zona di Furgg,
ma compare anche nelle assise cristalline adiacenti. Esso
tuttavia è più evidente nella prima, grazie alla presenza
di ripetute alternanze di litotipi con colore e competenza
diversi.
Abbiamo accennato alla probabile età pregranitica della
formazione; ribadendo alcune osservazioni avanzate in pre¬
cedenza (G. V. Dal Piaz, 1966), si ritiene che la Zona di
Furgg sia la copertura paleozoica di un più antico com¬
plesso cristallino e che la sedimentazione sia anteriore alla
presa di posizione del corteo filoniano aplitico-leucograni-
tico che conclude il magmatismo ercinico. Preferiamo una
attribuzione cronologica prewestfaliana piuttosto che per¬
nio-carbonifera perchè: 1) nella formazione sono sicura¬
mente compresi filoni leucocratici; 2) mancano tracce di
una trasgressione alla sua base; 3) soggiace ad una serie
permotriassica trasgressiva (metaconglomerati e quarziti
del Gornergrat).
Anche se alcune delle lenti di marmi indicate
dalla C.G.I. all’ interno del Cristallino Dora Maira
si possono ascrivere al Trias (A. Michard, 1967),
e se in altre circostanze si rimane perplessi sulla
interpretazione cronologica di alcune intercala¬
zioni carbonatiche senza paragenesi indicative
(tali sono ad esempio quelle della regione di Vai-
gioie), rimane tuttavia accertato che nella grande
maggioranza hanno età premesozoica. Lo atte¬
stano caratteristiche paragenesi a silicati di Ca e
Mg (assenti nelle assise triassiche) e gli intimi le¬
gami con gli scisti cristallini incassanti.
Conveniamo quindi con Michard (1967) nel ri¬
tenere ingiustificata la generale attribuzione al
Mesozoico di tutti i marmi compresi nel Dora
Maira prospettata da VlALON (1966) (14).
5.2. Ofioliti.
5.2.1. Litotipi della regione Rivoli-Avigliana.
Nella regione Rivoli-Avigliana sono particolar¬
mente abbondanti le ofioliti sfuggite al metamor¬
fismo alpino e le pietre verdi ricche di relitti mi¬
neralogici e strutturali: entrambe favoriscono la
ricostruzione dell’originaria sequenza ofiolitica e
sono il punto di partenza per l’analisi delle prin¬
cipali trasformazioni metamorfiche. Riassumeremo
brevemente le caratteristiche delle ofioliti con as¬
sociazione mineralogica primaria perfettamente
integra, di quelle completamente rigenerate e dei
litotipi in condizion intermedie, mettendo in luce
i rapporti di derivazione delle prime dalle seconde
e la evidente polarità dei processi di trasforma¬
zione.
a) Rocce primarie integralmente conservate.
In questo gruppo rientrano le lherzoliti del
M. Moncuni (Trana) e del Massiccio ultrabasico
di Lanzo, i filoni e le bande di gabbri ± olivi-
nici ad esse associati.
(JJ) Una concezione analoga a quella di Vialon è avan¬
zata da A. Bellini & P. Maifredi (1968) per la regione
compresa tra il Colle delle Finestre e la Val Sangone. Gli
autori genovesi ritengono equivalenti e coevi (Trias me¬
dio) i marmi della Formazione dello Jouglard, effettiva¬
mente mesozoici, ed i marmi a talco compresi nel cristal¬
lino antico del Dora-Maira.
Una corretta attribuzione al Pretriassico per i marmi
dolomitici con mineralizzazioni a talco del Pinerolese è for¬
nita da L. Peretti (1967); di questo autore non condivi¬
diamo invece Ja interpretazione genetica del giacimento
(riferito all’azione idrotermale perimagmatica di graniti e
granodioriti erciniche), preferendo concezioni più vicine a
quelle esposte da P. VlALON (1966).
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
b) Rocce con relitti mineralogico-strutturali. As¬
sociamola gabbro-ultrabasiti.
Nella regione Rivoli-Avigliana sono frequenti
i litotpi che conservano relitti mineralogici della
paragenesi originaria e, più sovente, la struttura;
quest’ultima rimane palese, grazie alla presenza
di sostituzioni pseudomorfiche, anche quando la
trasformazione metamorfica alpina è completa.
Tralasciamo l’analisi delle lherzoliti parzial¬
mente serpentinizzate ed occupiamoci delle grandi
masse di metagabbri pegmatitici con paragenesi
di alta pressione (Caprie-Villardora), o con para-
genesi prasinitiche (Trana, ecc.), caratterizzati da
pseudomorfosi rispettivamente di onfacite o di at¬
tinoto sul pirosseno primario (cliallagio Auct.).
Si tratta delle due facies che ricorrono nei com¬
plessi di metagabbri a grana grossa, diffusi con
caratteristiche strutturali costanti, ma con diverso
grado di trasformazione metamorfica, in tutto
l’arco alpino. Ricordiamo in particolare gli affio¬
ramenti del Gruppo di Voltri, M. Viso, Orsiera-
Rocciavrè, Valle di Susa, Valli di Lanzo, Val Soa-
na, Valle d’Aosta e Vallese. Il problema dei gab¬
bri e delle loro trasformazioni metamorfiche oc¬
cupa un ruolo importante nella memoria di P.
Bearth (1967) sulle ofioliti della regione Zermatt-
Saas Fee.
E’ meritevole di massimo rilievo il fatto che
nelle Alpi i complessi gabbroidi sono spesso in
stretta associazione con imponenti, talora gigan¬
teschi massicci ultrabasici, dando l’ impressione di
costituire un tutt’uno. Tale assetto si verifica sia
quando ultrabasiti e gabbri derivano dalla strati¬
ficazione di un magma basico primario, sia quando
i gabbri sono associati a materiale lherzolitico del
mantello dal quale derivano per processi di fusione
parziale. Nel primo caso si osserva una stretta as¬
sociazione di gabbri con subordinate peridotiti a
struttura cumulitica (magmatica), nel secondo
quella di gabbri con predominanti lherzoliti a strut¬
tura tettonica. Riteniamo che questo quadro, pro¬
spettato per la Liguria da A. Bezzi & G. Piccardo
(in stampa), sia valido anche per le Alpi occiden¬
tali, sia pure in condizioni di maggiore rielabora¬
zione tettonico-metamorfica. L’ impressione di uno
stretto legame primario tra gabbri ed ultrabasiti
non viene meno nonostante la presenza abituale
di un contatto tettonico con serpentinizzazione
delle ultrabasiti, spesso accompagnato da prodotti
di reazione (scisti cloritico-attinolitici) ; riteniamo
che esso sia prodotto essenzialmente da una diversa
reattività alla deformazione dei materiali.
Anche se non sempre risulta agevole documen¬
tare 1’esistenza di un originario complesso di que¬
sto tipo, giova ricordare che, osservando la distri¬
li!»
buzione di calcescisti e pietre verdi nelle Alpi oc¬
cidentali, si riscontra in genere una coincidenza
delle aree d’affioramento delle maggiori masse di
metagabbri e di ultrabasiti. Un’ulteriore conferma
è fornita dal chimismo di queste rocce : i gabbri
pegmatitici sono diversi da diabasi, doleriti e lave
a cuscini: secondo P. Bearth (1967) le rocce effu¬
sive basiche della Zona Piemontese non sarebbero
i corrispondenti a grana fine delle grandi masse
di gabbri pegmatitici.
Quali probabili frammenti tettonici di origi¬
nari massicci gabbro-ultrabasici possiamo ricor¬
dare alcuni settori dei grandi affioramenti of ioli¬
tici di: M. Viso, Orsiera-Rocciavrè, Valle di Susa-
Valli di Lanzo, media Valle d’Aosta (M. Avic), Val-
tournanche, ecc.
Ricordiamo infine, su questo argomento, gli im¬
portanti lavori di T. P. Thayer (1960, 1969) e di
G. Van Der Kaaden (1964) e, per le Alpi occiden¬
tali e l’Appennino ligure, quello di A. Bezzi &
G. Piccardo (in stampa).
c) Rocce completamente trasformate.
Esistono infine pietre verdi prive di motivi
paragenetici e strutturali atti alla sicura identifi¬
cazione del litotipo di partenza. Si tratta di pra-
siniti normali, prasiniti ricche in epidoto ed anfi¬
bolia glaucofaniche ± ad epidoto. Queste ultime
possono derivare dalla evoluzione di tipi eclogitici
o glaucofanitici, in masse maggiori autonome o
in bande nei metagabbri.
Una parte delle prasiniti deriva sicuramente
da originari gabbri : lo attestano i rapporti di gra¬
duale trasformazione per progressiva blastesi albi-
tica, attraverso la successione metagabbro — » Fla-
sergabbro — » prasinite ± a fuchsite — » gneiss pra-
sinitico, fenomeno osservabile nella regione Rivoli-
Avigliana (ad esempio in riva destra del Sangone,
presso Trana) e, diffusamente, in tutte le Alpi oc¬
cidentali. Si vedano a questo proposito i noti lavori
di Franchi (1895, 1896).
Una parte delle prasiniti affioranti nella re¬
gione esaminata deriva dalla trasformazione meta¬
morfica di diabasi o di brecce diabasiche (15). Que¬
ste prasiniti sono talora in rapporti di intima as¬
sociazione con i calcescisti.
(“) Noi riteniamo che le strutture a cuscini siano ab¬
bastanza resistenti alla deformazione tettonica ed alla omo-
genizzazione metamorfica (si veda in particolare la blastesi
albitica) per consentirne la conservazione anche in settori
delle Alpi profondamente colpiti dal processo tettonico-me-
tamorfico alpino. Lo attestano le prasiniti e le eclogiti a
pillows segnalate nel Gruppo di Voltri, al M. Viso, in Valle
di Susa, in Valle di Lanzo, in Valle d’Aosta (Tav. XI,
fig. 6), nel Versoyen ed a Zermatt.
U. BORTOLAMI - G. V. DAI, PIAZ
150
d) Distribuzione.
Riassumendo brevemente la distribuzione delle
pietre verdi nella regione in esame, si constata la
grande prevalenza di ultrabasiti e di metagabbri
che, almeno in parte, sembrano riferirsi ad un ori¬
ginario substrato unitario. Passando alle prasiniti,
quantitativamente poco significative nella regione,
una parte, grazie alla presenza di relitti struttu¬
rali, risulta sicuramente di derivazione gabbrica,
un’altra parte invece è di origine diabasica.
I paraderivati sono assai scarsi e, ad eccezione
di alcuni livelli molto calcariferi, sono rappresen¬
tati da micascisti ± carbonatici e da calcescisti in
facies filladica.
Se si osserva la distribuzione di calcescisti e
pietre verdi nelle Alpi occidentali, risulta chiara¬
mente che le principali masse di gabbri ed ultra¬
basiti, spesso intimamente associate, sono situate
in prevalenza nella parte interna della Zona Pie¬
montese, mentre i paraderivati mesozoici poveri
di ofioliti predominano in quella esterna. Vedremo
in seguito che gabbri e ultrabasiti possono costi¬
tuire il substrato tettonico della fossa eugeosincli-
nale sul quale si depositarono i sedimenti in fa¬
cies piemontese.
5.2.2. Trasformazioni metamorfiche delle ofio-
LITI.
Riassumiamo le principali trasformazioni me¬
tamorfiche che hanno colpito le ofioliti della re¬
gione Rivoli-Avigliana ; ne ricaveremo nel con¬
tempo un quadro sommario del metamorfismo al¬
pino.
a) Lherzoliti.
Sono trasformate, ad eccezione del nucleo del
Moncuni e del Massiccio di Lanzo, in serpentine
antigoritiche, talora con caratteristici noduli ros¬
sastri di titanclinohumite. Non si può escludere
che una parte della antigorite sia riferibile alla ri-
generazione metamorfica del prodotto di più an¬
tiche fasi di serpentinizzazione, connesse alla messa
in posto a freddo ed alla trasformazione polifasica
delle ultrabasiti.
La serpentinizzazione è la causa prima, in ade¬
guato ambiente metamorfico, delle trasformazioni
rodingitiche. In questo processo si inserisce vero¬
similmente la genesi di almeno una parte delle ofi-
calci alpine, laddove, per cause diverse, il notevole
quantitativo di Ca liberato dal processo di serpen¬
tinizzazione rimane all’ interno del sistema. Non ci
soffermiamo ulteriormente su questi argomenti
poiché sono stati trattati recentemente in un la¬
voro specifico (G. V. Dal Piaz, 1969).
b) Gabbri.
Molteplici sono le modificazioni ed i gradi di
trasformazione riconoscibili nei gabbri della re¬
gione Rivoli-Avigliana. La paragenesi di partenza
si può osservare direttamente, allo stato completo,
o più comunemente si può desumere dagli abbon¬
danti relitti mineralogici e strutturali. Nel primo
caso rientra il filone di gabbro olivinico a labra-
dorite-bitownite rinvenuto nelle ultrabasiti del
M. Musinè, presso il Colle Bassetta. Nel secondo
rientrano i filoni con relitti di pirosseno prima¬
rio e plagioclasio saussuritizzato associati alle ul¬
trabasiti del M. Moncuni e del Massiccio di Lanzo,
ed i metagabbri a relitti pirossenici (diallagio
Auct.) presenti un po’ dovunque nella regione Ri-
voli-Avigiiana.
In questa zona si può distinguere innanzitutto
una paragenesi di alta pressione, la cui presenza è
segnalata macroscopicamente dal colore verde sme¬
raldo del pirosseno di neoformazione (onfacite o
cloromelanite) pseudomorfico su quello primario, e
dalle bande e lenti eclogitico-glaucofanitiche asso¬
ciate ai metagabbri (Caprie, Villardora). L’onfa-
cite è accompagnata nei metagabbri basici e, più
spesso, nelle originarie bande pirossenitiche, da
granato e glaucofane, ± clinozoisite e zoisite, ecc.
Queste rocce fanno passaggio, durante la succes¬
siva fase metamorfica in facies scisti verdi, a gab¬
bri prasinitici: il pirosseno sodico si trasforma
per pseudomorfosi in monocristalli di attinoto, o
in aggregati anfibolici con ± albite e mica bianca.
La matrice è costituita da prevalente zoisite, con
clinozoisite, albite e clorite. I gabbri prasinitici,
distinti dalle prasiniti non tanto per le paragenesi,
sostanzialmente analoghe (16), quanto per il carat¬
tere xenoblastico del plagioclasio sodico, si tra¬
sformano a volte in normali prasiniti ; ciò si rag¬
giunge mediante distruzione ed omogeneizzazione
della struttura in rapporto ad una deformazione
particolarmente intensa ed a diffusa blastesi di
albite con sviluppo porfiroblastico.
Le originarie bande di pirosseniti e di melagab-
bri comprese nei gabbri, divenute eclogiti nella
fase iniziale di alta pressione, si trasformano in
Ab-anfiboliti o in prasiniti basiche, rocce a grana
fine ricche in anfibolo ed epidoto con ± gra¬
nato, ecc.
Nella Fig. 5 sono schematizzate le principali
trasformazioni delle ofioliti piemontesi, con par¬
ticolare riguardo a quelle della regione Rivoli-Avi¬
gliana.
I metagabbri ad onfacite (ed i metagabbri in
(ia) Ricordiamo tuttavia che nei tipici metagabbri è
caratteristica la zoisite, mentre nelle prasiniti predomina
in genere un epidoto clinozoisitico e/o pistacitco.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
i r> 1
genere) sono assai più diffusi di quanto indichi la
Carta Geologica d’Italia; gli affioramenti mag¬
giori si trovano nelle regioni seguenti, spesso in
asociazione con eclogiti: Gruppo di Voltri, M. Viso,
Valli di Susa e Lanzo, Orsiera-Rocciavrè, Valli di
Fenis, Champorcher, Soana, St. Marcel, Savaran-
che, Sesia, Gressoney, Ayas e Valtournanche, oltre
alla classica regione di Zermatt. La presenza di
porfiroblasti di onfacite o cloromelanite, spesso
conservati in condizioni metastabili nei metagab-
bri prasinitici, incrementa il numero delle testimo¬
nianze della fase di alta pressione nel metamorfi¬
smo regionale alpino, confermandone quindi il ca¬
rattere regionale. Le Figg. 6 e 7 indicano rispetti¬
vamente la distribuzone di alcuni minerali alpini
di alta pressione e dello stilpnomelano nelle Alpi
nordoccidentali.
Ricordiamo, per concludere, che nell’arco alpino
si osservano sia condizioni di apparente coesistenza
paragenetica di onfacite e glaucofane, sia, più ra¬
ramente, di chiara derivazione del secondo dalla
prima.
1) Ultrabasiti + H-0
serpentinizzazione da mono a polifasica
+ Ca
serpentine
antigoritiche ± titanclinohumite
oficalci
'Y
2) Intercalazioni di pirosseniti,
gabbri e diabasi nelle ultra¬
basiti; rocce incassanti delle
ultrabasiti
. — gabbri rodingitici; diabasi rodin-
trasformazioni rodingitiche e metamorfismo alpino gitici; rodingiti filoniane; rocce
incassanti rodingitiche
(grossularia -andradite, diopside,
epidoto, clinocloro, vesuviana)
METAMORFISMO REGIONALE ALPINO
scisti verdi
gabbri prasinitici — >- prasiniti a fuchsite
(albite, zoisite, attinoto, ± clorite)
3) Gabbri pegmatitici
gabbri
saussuritici
4) Bande melanocrate nei gabbri
5) diabasi (spiliti)
alta pressione
gabbri a onfacite
granato ecc.
. — >- eclogiti
(granato, onfacite, glaucofa¬
ne ± mica bianca)
scisti a glaucofane
eclogiti
. — >• Ab-anfiboliti
(albite, attinoto, orneblenda,
granato, epidoto ± glauco¬
fane e miche)
— Prasiniti basiche
(albite, attinoto, epidoto,
clorite)
prasiniti
(albite, attinoto, epidoto, clorite)
Fig. 5. — Quadro delle principali trasformazioni metamorfiche osservate nelle pietre verdi della regione Rivoli-Avigliana :
la rappresentazione, molto schematica e di valore indicativo, riunisce in due gruppi fondamentali un insieme maggiore
di fasi metamorfiche. Lo schema è valido a grandi linee per tutte le pietre verdi della parte centrale ed interna della
Zona Piemontese, non per quelle del settore esterno dove il metamorfismo alpino di alta pressione sembra avere carat-
terisiche diverse (cfr. P. Bearth, 1962, 1967).
G. B0RT0LAM1 - G. V. DAL PIAZ
5.2.3. L’ IPOTESI METASOMATICA E L’ORIGINE DEI
GABBRI.
Dall’esame dei gabbri metamorfici (gabbri ro-
dingitici compresi) si traggono alcuni motivi di
meditazione sulla genesi metasomatica delle ofio-
liti alpine da sedimenti mesozoici, ipotesi soste¬
nuta recentemente da Michel, Drescher Kaden
e, in Italia, da S. Conti e dalla sua scuola.
Quando nei gabbri rodingitici o nei normali
metagabbri si rinviene il diallagio ( Auct .), ci si ac¬
corge che esso manifesta incontestabili caratteri
di relitto mineralogico-strutturale ; in particolare è
chiara la natura precristallina delle deformazioni
per torsione e disarticolazione cataclastica, rispet¬
to alla blastesi del rimanente aggregato mineralo¬
gico, sia nelle faces rodingitiche che in quelle con
trasformazione metamorfica isochimica. Ciò signi¬
fica che la paragenesi prasinitica dei metagabbri
(attinoto, zoisite, albite, clorite) è posteriore alla
deformazione e quindi, ovviamente, al pirosseno
stesso. Si aggiunga che la trasformazione di que¬
st’ultimo in clorite e grossularia (rodingiti) o in
attinoto (metagabbri prasinitici) appare sempre
promossa e guidata dalla deformazione.
Il senso di questa trasformazione è incontro¬
vertibilmente quello che conduce da un gabbro
verso un metagabbro ed infine ad una normale
prasinite, nel caso che la struttura originaria sia
completamente obliterata e la blastesi albitica ab¬
bia carattere porfiroblastico. L’ipotesi di un « mag¬
matismo litogeno » (in facies scisti verdi!) che dai
sedimenti mesozoici conduce, tramite le prasiniti,
alla genesi finale dei gabbri, rappresenta quindi
una palese inversione di polarità rispetto alla ef¬
fettiva successione cronologica degli eventi ed al
trend naturale del metamorfismo regionale alpino.
Ci riferiamo all’ ipotesi metasomatica prospet¬
tata da S. Conti (1966) anche per la genesi del
complesso ofiolitico Orsiera-Rocciavrè, affiorante
lungo la dorsale tra la Val Chisone e la Valle di
Susa a breve distanza dalla regione Rivoli-Avi-
gliana. E’ ovvio, per i motivi sopracitati, che non
possiamo convenire con queste vedute. Ed a que¬
sti motivi si aggiunga la constatazione sul terreno
che il quadro strutturale e stratigrafico illustrato
da S. Conti non ha alcuna aderenza con la real¬
tà (1T). A questo proposito riteniamo sintomatico il
fatto che i metagabbri della zona, quelli che se¬
condo S. Conti si troverebbero al nucleo del mas¬
siccio, ove più intensamente si sviluppavano i pro¬
cessi metasomatici, siano situati in effetti alla som¬
mità della sequenza litologica ; la disposizione
« perfettamente concentrica » dei litotipi, neces¬
saria in una concezione zoneografica, è in realtà
un semplice effetto della intersezione tra strutture
poco inclinate e la topografia lungo una dorsale.
(17) «... esso (il massiccio) mostra, infatti, una dispo¬
sizione perfettamente concentrica delle facies in diverso
grado metasomatiche, così disposte: nella zona centrale del
massiccio, ove si sono svolte le più intense manifestazioni
metasomatiche e magmatico-litogene di gabbroizzazione è
presente un grande nucleo gabbrico; perifericamente que¬
sto è continuativamente orlato da una fascia serpentmosa,
a sua volta passante, verso l’esterno, a prasiniti ed a gneiss
albitici sfumanti a calcescisti ed a calcari cristallini »
(S. Conti, 1966, p. 411).
Fig. 6. — Distribuzione di alcune rocce e minerali di alta pressione nelle Alpi nordoccidentali,
A) Metamorfismo alpino in rocce mesozoiche e jwefcriassicàe : 1) eclogiti, glaucofaniti, metagabbri ad onfacite ecc. della
Zona Piemontese; 2) lawsonite nel Mesozoico pennidico, nella Zona d’Acceglio e nella Zona Sesia-Lanzo; 3) cianite nelle
pietre verdi di Zermatt-Saas e nel cristallino pretriassico del M. Rosa e Gran Paradiso (scisti argentei a cloritoide e cia¬
nite; paramorfosi di cianite su sillimanite negli scisti pregranitici); 4) eclogiti nel cristallino antico del M. Rosa.
B) Metamorfismo prealpino (cf. A. Bianchi & Gb. Dal Piaz, 1963): 5) eclogiti e glaucofaniti nei « Micascisti eclogitici »
della Zona Sesia-Lanzo.
C) Complessi strutturali: 6) Elvetico, massicci cristallini e copertura; 7) Mesozoico pennidico; 8) Ricoprimenti pennidici
inferiori; 9) ricoprimento Gran San Bernardo; 10) ricoprimenti M. Rosa, Gran Paradiso e Dora-Maira; 11) Zona Sesia-
Lanzo e plutoni terziari (crocette), Serie di Arolla-« Micascisti eclogitici» della Falda Dent Bianche; 12) Alpi meridio¬
nali, II Zona Diorito-kinzigitica, Serie di Valpelline (Falda Dent Bianche p.p.).
Lo schizzo ha valore essenzialmente indicativo e riporta solo una parte delle numerose segnalazioni di paragenesi di alta
pressione nelle Alpi occidentali, rifacendosi principalmente a P. Bearth (1952, 1962, 1967). Altre fonti: J. M. Caron
& P. Saillot (1968), A. Nicolas (1966, 1969 c), E. Niggli (1970), B. Reinhardt (1966), osservazioni personali.
Non abbiamo riportato, in attesa di una pubblicazione in corso di stampa, l’ubicazione delle eclogiti recentemente rinve¬
nute nel cristallino antico del Gran Paradiso da R. Compagnoni e R. Prato dell’ Istituto di Petrografia dell’Università
di Torino. Parimenti non sono rappresentate le numerose, ma controverse, segnalazioni di eclogiti antiche o di rocce di
derivazione eclogitica nel settore centromeridionale del Dora-Maira (si vedano i lavori citati dei Rilevatori del Servizio
Geologico e quelli di Michard e Vialon). Ritorneremo sull’argomento con il dovuto dettaglio in un lavoro sulla cianite
del M. Rosa, in fase di preparazione.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
54
Se non possiamo convenire con le idee di
Conti, meno ancora possiamo accettare le conclu¬
sioni di A. Bellini & P. Maifredi (1968), autori
di una ricerca dettagliata nella stessa regione. Non
solo essi ribadiscono 1’ interpretazione petrogene-
tica di Conti, ma, in contraddizione con lui, ne¬
gano anche resistenza (18) della grande placca di
metagabbri rinvenuta da Franchi (1895), ben do¬
cumentata dal rinvenimento di abbondanti relitti
mineralogici e strutturali. Si tratta non di un pic¬
colo affioramento e nemmeno di una massa forte¬
mente tettonizzata, ma di un grande piastrone, af¬
fiorante per circa 28 kmq, con litotipi che conser¬
vano perfettamente l’originaria struttura gabbro-
pegmatitica grazie alla presenza di relitti centi¬
metrici di pirosseno magmatico (diallagio Auct.)
('") «... a parte una maggiore o minore somiglianza
tessiturale, non vi è con le eufotidi e comunque con esse
ricollegabili, una adeguata corrispondenza di giacitura e
di composizione mineralogica » (A. Bellini & P. Maifredi,
1968, p. 117).
e delle sue più diffuse pseudomorfosi in onfacite
(Ia fase) ed attinoto (IIa fase). Siamo in presenza
quindi, e ne diamo atto a Franchi, di una delle più
tipiche masse di metagabbri pegmatitici dell’ in¬
tero arco delle Alpi occidentali.
5.2.4. Confronti e correlazioni.
Le pietre verdi e le facies sedimentogene del-
P « insellamento assiale » Valle di Susa-Valli di
Lanzo, sono collegate, mediante la stretta « sincli¬
nale » di Locana, a quelle della depressione ao¬
stana, costituendo un complesso strutturale unita¬
rio e continuo, « radicato » tra la Zona Sesia-Lanzo
e le unità pennidiche M. Rosa, Gran Paradiso e
Dora-Maira. Il prolungamento meridionale di que¬
sto complesso sparisce al di sotto dei depositi
quaternari a partire da Piossasco. La sua esistenza
in profondità sembra indicata dalle note anomalie
geofisiche e dal riapparire di analoghe sequenze
ofiolitiche sia nel Gruppo di Voltri che, in posi¬
zione di Klippe, nella dorsale Orsiera-Rocciavrè
ed al M. Viso.
Fig. 7. — La distribuzione dello stilpnomelano nelle Alpi nordoccidentali.
A) Nuove segnalazioni :
1) Zona Piemontese; 1 km circa a NE di Montecapretto (Almese); anfibolite albitico-cloritica a stilpnomelano con relitti
di granato (vedi tav. XII, fig. 2); Gc. Bortolami & G. V. Dal Piaz.
2) Rocce di frizione con metamorfismo di dislocazione lungo la Linea Insubrica; Montalto Dora; marmo a stilpnomelano
e granodioriti cataclastiche, debolmente metamorfiche, in filoni nei gabbri della Zona d’Ivrea; G. Martinotti, cortese
comunicazione.
3) Zona Sesia-Lanzo; 250 m a Nord dell’A. Fumà, presso Tallorno (Valchiusella); micascisto albitico a biotite verde, epi¬
doto, attinoto e stilpnomelano; campione raccolto da F. Maraga.
4) Zona Sesia-Lanzo; cresta spartiacque ad Est di Issime; gneiss occhiadini; G. Martinotti, cortese comunicazione.
5) Zona Sesia-Lanzo; testata del vallone a Sud dei Laghi Frudiera, alla base del lembo di ricoprimento del M. Nery
(II Zona Diorito-kinzigitica); gneiss albitico-fengitico-epidotici a stilpnomelano, clorite ed attinoto (vedi tav. XII, fig. 1);
G. V. Dal Piaz & G. Martinotti.
6) Zona Sesia-Lanzo; cresta Ovest e versante meridionale del M. Nery; gneiss minuti (gneiss albitici a fengite, epidoto,
attinoto, stilpnomelano e biotite verde) alla base della II Zona Dorito-kinzigitica; G. V. Dal Piaz & G. Martinotti.
7) Zona Sesia-Lanzo; Piode, Valsesia; gneiss occhiadino ad abbondante stilpnomelano; campione raccolto da C. E. Black-
BURN.
8) Zona Sesia-Lanzo; Boccioleto, Val Sermenza; micascisto granatifero a clorite e cloritoide con scarso stilpnomelano;
campione raccolto da C. E. Blackburn.
B) Affioramenti già segnalati :
Asterischi non numerati: stilpnomelano riprodotto nelle carte di G. V. Piaz & M. Govi (1968) e di J. F. von Raumer
(1969).
9) Ricoprimento Gran San Bernardo; Punta Biula; cristallino pretriassico; P. Bearth (1962).
10) Zona del Versoyen; metabasiti; M. Vuagnat (1956); H. Loubat (1968).
11) Ricoprimento Gran San Bernardo; Sapey, Modane; « migmatiti » nel Permocarbonifero; F. Ellenberger (1957).
12) Massiccio d’Ambin; metabasiti a glaucofane ecc. negli gneiss albitici pretriassici; M. Gay (1966).
13-14) Zona di Acceglio; Colle della Marchisa( tav. Bellino, coord. 41.2/33.9) e V. del Lupo (tav. Casteldelfino, coord. 38.5/
44.5); stilpnomelano o oxichlorite; P. Bearth (1962) e cortese comunicazione scritta.
C) Unità strutturali :
1) Zona Elvetica: massicci cristallini e copertura; 2) Mesozoico pennidico; 3) Ricoprimenti pennidici inferiori; 4) Rico¬
primento Gran San Bernardo; 5) Ricoprimenti M. Rosa, Gran Paradiso e Dora-Maira; 6) Zona Sesia-Lanzo (e plutoni di
Biella e Traversala); Ricoprimento Dent Bianche l.s. ; 7) Alpi meridionali, II Zona Diorito-kinzigitica, Serie di Valpelline.
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IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
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G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
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a) Il lembo Orsiera-Rocciavrè.
Lungo la dorsale tra la media Val Chisone e
la Val di Susa, ad oriente del Colle delle Fine¬
stre, affiora una vasta placca di ofioliti metamor¬
fiche con scarsi calcescisti, situata al di sopra del
dorso del Dora-Maira. Ne abbiamo già accennato
in precedenza a proposito del problema genetico
dei metagabbri. I litotipi fondamentali sono rap¬
presentati da un complesso di gabbri metamorfici-
serpentine nel settore Cristalliera, M. Pian Reai,
Cresta del Pagliaio, M. Tre Denti, da sottostanti
anfiboliti listate ± glaucofaniche ed eclogiti (dor¬
sale tra il Colle Malanotte ed il Colletto), con su¬
bordinati paraderivati mesozoici, in genere mica-
scisti a cloritoide. Al margine occidentale del lembo
affiorano altre masse di serpentine, prevalenti cal¬
cescisti, prasiniti e sottili livelli di quarziti manga¬
nesifere micaceo-granatifere (Mn) posttriassiche.
Il contatto tra la grande piastra di metagabbri e
le sottostanti serpentine antigoritiche a titanclino-
humite è di natura tettonica, suturato da una di¬
scontinua fascia di gabbri rodingitici a matrice ro¬
sata di prevalente grossularia. Questo contatto non
pregiudica tuttavia l’unitarietà originaria dell’as¬
sociazione gabbro-ultrabasiti.
Ad Ovest, tra il Colle Malanotte e l’Orsiera, la
struttura diviene in generale assai più complicata
con deformazioni a grandi pieghe trasversali,
spesso asimmetriche. Il contatto con il sottostante
cristallino pretriassico del Dora-Maira è chiara¬
mente tettonico: lo attestano la potente fascia di
rocce cataclastiche e molto laminate, estese ad am¬
bedue le formazioni ed i rapporti di generale di¬
scordanza. Il complesso ofiolitico costituisce, a no¬
stro avviso, un tipico lembo di ricoprimento, pro¬
veniente dalla regione Rivoli-Avigliana, ove si rin¬
vengono litotipi del tutto analoghi.
b) Il lembo del Monviso.
Tra l’alta Val Varaita e l’alta Val Pedice af¬
fiora un grande complesso ofiolitico di forma el-
lissoidica allungata, situato a breve distanza dal
margine esterno del ricoprimento Dora-Maira, dal
quale lo separa una sottile fascia di calcescisti e,
localmente, di litotipi triassici. I paraderivati me¬
sozoici ricompaiono ad occidente, al di sopra del
complesso ofiolitico.
Le facies principali sono ben note sin dal se¬
colo scorso; manca tuttavia quello studio minera-
logico-petrografico di dettaglio che l’interesse della
regione richiederebbe.
Prescindendo dalle complicazioni tettoniche e
da piccole e locali intercalazioni di calcescisti, si
riconosce anche qui la classica trilogia : ultrabasiti
(serpentine con frequenti lenti rodingitiche) alla
base; metagabbri pegmatitici ad onfacite o atti¬
noto, metagabbri prasinitici e facies finemente li¬
state e pieghettate (in parte almeno probabili bla-
stomiloniti di gabbri), eclogiti allineate essenzial¬
mente lungo il contatto tra ultrabasiti e gabbri, ed
infine metadiabasi a lawsonite e glaucofane, o pra¬
sinitici, spesso con strutture a pillows.
I metagabbri sono diffusi con buona esposizione
ai Balzi di Cesaro e sul versante Sud del M. Viso.
Le eclogiti formano un rosario di lenticelle, più o
meno allineate, ai laghi Fiorenza e Chiaretto, a
Sud di P. Forcion, ai laghi di Pratofiorito, ad Ovest
di Rocca Nera, nella zona di P. Murella, ecc. I
metadiabasi a pilloivs sono stati segnalati da
Bearth (1967) nel Vallone delle Forcioline ed al
Colle Traversette; li abbiamo rinvenuti anche nei
dintorni del vecchio Rif. Q. Sella, diruto, sul ver¬
sante Sud del M. Viso e nell’alto Vallone di Val-
lanta.
Nei metadiabasi si osserva con frequenza la
struttura primaria ancora discretamente conser¬
vata, unitamente a chiari passaggi verso tipiche
prasiniti.
Rimandando ad un futuro lavoro il completa¬
mento di questo schematico quadro geo-litologico,
anticipiamo alcuni dati sul chimismo (19) dei me¬
tagabbri ad onfacite dei Balzi di Cesaro e delle
eclogiti listate affioranti tra metagabbri e serpen¬
tine presso il colletto a Sud del Lago Fiorenza
(Valle Po).
("’) Le analisi sono state eseguite dal Perito Min.
G. Mezzacasa presso l’Istituto di Mineralogia e Petrogra¬
fia dell’Università di Padova, diretto dal Prof. B. Zanet-
TIN ; ad entrambi esprimiamo la nostra riconoscenza.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
ir» 7
MRO 1535: Metagabbro a porfiroblasti centimetrici di on-
facite smeraldina in matrice bancastra di prevalente zoi-
site (Balzi di Cesaro, a SSE del Rifugio Q. Sella; tavo¬
letta Colle di Cervetto, F. 79). Al microscopio si osservano
grandi relitti del pirosseno primario, con diffusa ed irrego¬
lare trasformazione in onfacite e attinoto: la matrice è co¬
stituita da prevalente zoisite, con albite clorite, attinoto
e scarsa mica bianca.
MRO 1536: Eclogite con tessitura zonata fine e regolare,
con alternanza di letti, da millimetrici a centimetrici, di
granato rossastro prevalente, associato a scarsa onfacite,
e di letti verdastri ad onfacite predominante. Subordinati:
mica bianca, clorite e scarso antibolo. In questa eclogite è
presente un sistema di piccole pieghe isoclinali serrate di
stile profondo, disegnate dai letti di granato (Tav. XII,
fig. 7). (Colletto a Sud del Lago Fiorenza, tavoletta M.
Viso, F. 67). Entrambe le analisi rivelano un tenore in H»0
insospettato rispetto alle paragenesi, per il quale non ve¬
diamo una spiegazione plausibile.
Il complesso ofiolitico del M. Viso appare in
contatto tettonico con i calcescisti di letto ad Est,
con quelli di tetto ad Ovest. A nostro avviso, le
pietre verdi del M. Viso non costituiscono una nor¬
male intercalazione nella serie dei parascisti me¬
sozoici, ma più probabilmente un grande invi¬
luppo tettonico entro i sottostanti calcescisti.
La sequenza litologica è molto simile a quella
della regione Rivoli-Avigliana, quest’ultima assai
più complicata tettonicamente. Se ne discosta es¬
senzialmente per una migliore conservazione delle
strutture primarie nei metadiabasi e per la pre¬
senza di paragenesi a Lawsonite (segnalazione di
S. Franch, 1897 a). E’ questo un motivo di analo¬
gia con alcune ofioliti metamorfiche della Liguria.
Per concludere, riteniamo che i grandi lembi
of iolitici Orsiera-Rocciavrè e M. Viso contribui¬
scano a far conoscere la composizione del sub¬
strato simatico della Fossa Piemontese a Sud della
Dora Riparia e la sua crosta estrusiva (metadia¬
basi del M. Viso); essi suggeriscono inoltre resi¬
stenza di un collegamento continuo tra le pietre
verdi delle Valli di Lanzo-Valle d’Aosta e quelle
del Gruppo di Voltri. L’allineamento delle strette
« sinclinali » tettoniche di Alagna e Locana, for¬
temente compresse tra la Zona Sesia Lanzo, all’in¬
terno, ed i ricoprimenti M. Rosa e Gran Paradiso
all’esterno, sembra delineare infine la sutura del¬
l’originaria eugeosinclinale alpina, verosimilmente
già di forma curvilinea; verso meridione si passa
a condizione di graduale allargamento del fondo
simatico, forse in rapporto con la scomparsa od il
forte assottigliamento della zolla sialica interna,
la Zona Sesia-Lanzo.
5.3. Rapporti strutturali e condizioni di giacitura.
Non ci siamo addentrati nell’analisi strutturale
particolareggiata della regione Rivoli-Avigliana,
poiché già esistono dati di buon dettaglio, dovuti
a N. D. Chatterjee (1963), P. Vialon (1966,
1967) ed a A. Nicolas (1969) (20), rispettivamente
sulle zone a Sud ed a Nord della Dora Riparia.
Esaminiamo piuttosto le relazioni strutturali tra
il cristallino del Dora-Maira e la Formazione dei
Calcescisti con Pietre Verdi e, in particolare, i
rapporti tra i diversi litotipi del complesso ofio¬
litico.
5.3.1. Rapporti tra il Cristallino Dora-Maira
ED IL COMPLESSO OFIOLITICO.
La regione Rivoli-Avigliana è troppo limitata
per un esame completo di rapporti di contatto tra
il Cristallino pretriassico del Dora-Maira e la so¬
vrastante coltre mesozoica. Il contatto comunque è
sempre chiaramente tettonico ed i processi di la¬
minazione e cataclasi, specie negli gneiss occhia-
dini, sono in genere così estesi ed intensi da indi¬
care chiari fenomeni di sovrascorrimento. Potenti
fascie di tettoniti si osservano tra la Dora ed il
Sangone al margine della pianura e, come abbiamo
visto, al contatto tra la grande piastra ofiolitica
Orsiera-Rocciavrè ed il sottostante Cristallino an¬
tico del Dora-Maira (21).
Un quadro analogo si osserva anche sul ver¬
sante destro della Valle di Susa ove sono frequenti
passaggi graduali tra litotipi laminati e massicci,
e contatti meccanici con fenomeni di scagliamento.
Tracce di intense deformazioni tettoniche si
riscontrano parimenti nelle pietre verdi. In prossi¬
mità del contatto con il Pretriassico del Dora-
Maira sono frequenti nelle ofioliti fascie di intensa
laminazione su spessori sovente di parecchie de¬
cine di metri, specie nel settore Chiusa San Mi-
chele-Valgioie-Bussone e sulla riva destra del San¬
gone. In particolare nei Flasergabbro della regione
è appariscente la deformazione cui si accompagna
sovente una diffusa « albitizzazione », con passag¬
gio a gneiss prasinitici ± a fuchsite, di tinta da
verdolina chiara a biancastra.
C°) Ricordiamo in particolare T importante lavoro di
A. Nicolas (1969 c) sulle rocce mesozoiche delle Valli di
Lanzo. Una prima deformazione, associata a un metamor¬
fismo in facies eclogite-scisti a glaucofane, è seguita da
una seconda deformazione N-S accompagnata dalla bla-
stesi di crossite ed antibolo verde-blu, e quindi, nelle rocce
verdi, da un generale metamorfismo in condizioni almeno
in parte statiche. Segue ancora una terza fase di deforma¬
zione a carattere postcristallino, e, infine, una quarta di
ripiegamento, con orientazione N-S, d’ importanza subor¬
dinata.
(-') Una parte dei parascisti cristallini indicati nel
F. Susa della C.G.I. al di sotto del lembo Orsiera-Roccia¬
vrè sono in realtà gneiss occhiadini da scistoso-laminati a
cataclastici.
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
ir>8
Ricorderemo infine i processi di reciproco sca¬
gliamento tra i litotipi delle due grandi unità strut¬
turali; si veda, ad esempio, per l’ottima esposi¬
zione, la cava Ambaudo, a Sud di San Giorio (Val
di Susa).
Queste osservazioni confermano 1’esistenza di
rapporti tettonici per sovrascorrimento tra la For¬
mazione dei Calcescisti con Pietre Verdi ed il Mas¬
siccio del Dora-Maira.
5.3.2. Rapporti tra i litotipi del Complesso dei
Calcescisti con pietre verdi.
E’ nota la natura generalmente tettonica dei
contatti osservabili in Valle d’Aosta tra serpen¬
tine e calcescisti, non solo dove il fenomeno è sot-
tolinato da tettoniti, ma anche in corrispondenza
degli orli di reazione rodingitica (G. V. Dal Piaz,
1969).
Nel predetto lavoro si aggiungeva che 1’ età
delle ultrabasiti della Zona Piemontese è verosi¬
milmente più antica di quella dei paraderivati me¬
sozoici ai quali sono intimamente associate, rap¬
presentando le prime il substrato della fossa sul
quale si depositavano i secondi.
Nelle Alpi occidentali numerose masse di me-
tagabbri, specie quelle di maggiori dimensioni as¬
sociate a serpentine, sono legate alla storia delle
ultrabasiti, costituendo, come abbiamo visto, inti¬
me associazioni gabbro-ultrabasiti. Si confronti la
situazione illustrata da F. Decandia & P. Elter
(1969) e da A. Bezzi & G. Piccardo (op. cit.) in
Liguria.
I gabbri pegmatitici possono quindi costituire,
assieme alle ultrabasiti, il fondo della eugeosincli-
nale piemontese, il substrato cristallino cioè su cui
si sono depositate le assise mesozoiche.
Riteniamo che il processo di saussuritizzazione
del plagioclasio calcio nei gabbri pegmatitici, in
genere precedente allo sviluppo delle paragenesi
metamorfiche di alta pressione, potrebbe costitui¬
re, assieme alle fasi di serpentinizzazione ante¬
riori al metamorfismo regionale alpino, la testi¬
monianza di antiche vicissitudini di queste rocce.
L’attuale assetto del complesso ofiolitico, una
disordinata alternanza di calcescisti, metagabbri
e serpentine (escludendo le prasiniti di origine di¬
basica), non corrisponde ad una regolare sequenza
di sedimenti con normali intercalazioni di rocce
basiche ed ultrabasiche (sili e laccoliti), secondo la
più comune ed accettata interpretazione geologica
e petrogenetica, ma rappresenta invece il prodotto
della mescolanza tettonica, secondo uno stile a pie¬
ghe ripetute o a scaglie listriche, della sequenza se¬
dimentaria mesozoica e del substrato simatico sul
quale si è deposta.
In questo quadro di intensa deformazione tet¬
tonica è poco probabile che si siano conservati, su
scala regionale, gli orginari rapporti tra il sub¬
strato gabbro-ultrabasiti e la sua copertura sedi¬
mentaria. Inoltre è assai difficile rinvenire prove
sicure di questi rapporti, laddove essi sembrano
effettivamente presenti. Tra i litotipi che, a no¬
stro avviso, possono con maggiore probabilità rap¬
presentare, per caratteri sedimentologico-strati-
grafici e per composizione, gli originari sedimenti
a contatto con il substrato gabbro-ultrabasico, ri¬
cordiamo una parte delle quarziti e dei micascisti
argentei a granato manganesifero (22), e, forse, an¬
che la caratteristica formazione dei micascisti a
ciottoli eclogitici affiorante al tetto di un enorme
complesso ofiolitico tra Zermatt, la Valtournanche
e la Val Sesia (G. V. Dal Piaz, 1965; P. Bearth,
1967), di età certamente postof iolitica.
Altri orizzonti di scisti quarzitici a silicati di
Mn si rinvengono in associazione con i calcescisti,
spesso in corrispondenza delle sottili intercalazioni
prasinitiche (si veda ad esempio la Zona del Com-
bin). La genesi di queste rocce a silicati mangane¬
siferi (metaradiolariti, ecc.) è in relazione, nei di¬
versi tipi di giacitura, con le estrusioni sottoma¬
rine o con fenomeni dell’attività vulcanica secon¬
daria, sviluppati direttamente sul basamento sima¬
tico o nei sedimenti ad esso sovrapposti.
La seconda intima associazione osservata nelle
Alpi occidentali è quella tra metabasi ti e calcesci¬
sti. Nei settori ove prevalgono o sono abbondanti
i paraderivati mesozoici in facies carbonatica
(Zona del Combin, ecc.), sono note ripetute inter¬
calazioni di rocce prasinitiche in rapporti apparen¬
temente normali con i sedimenti. Si tratta in pre¬
valenza del prodotto metamorfico di accertate co¬
late sottomarine (strutture a pillows) o sili diaba-
sici ; non mancano infine probabili livelli tufitici,
specie se si osserva un graduale incremento di
carbonati nelle prasiniti ed un passaggio sfumato
ai calcescisti (si vedano ad esempio i « calcescisti
verdi » della Grivola; Gb. Dal Piaz, 1928). Ac¬
canto a queste rocce basiche a carattere vulcanico
si rinvengono, nei medesimi paraderivati, regolari
intercalazioni stratoidi di pietre verdi che si ricon¬
ducono ad originarie rocce gabbriche; si tratta di
gneiss prasinitici, prasiniti chiare a fuchsite, pas¬
santi a metagabbri con struttura pegmatoide con¬
servata (Val d’Ayas, alte valli di Champorcher e
Fenis, ecc.). Se ne potrebbe dedurre che il magma¬
tismo basico abbia prodotto anche modeste inie-
(“’) Si veda il quadro prospettato nelle Alpi orientali
da Gp. De Vecchi & E. Piccirillo (1968) e da P. Baggio
(1969).
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
zioni concordanti di gabbri in seno ai sedimenti
mesozoici, nel settore più profondo della serie se¬
condo l’ ipotesi più comunemente accettata. Que¬
sti gabbri, a differenza di quelli associati alle ul¬
trabasiti, avrebbero quindi un’età posteriore alla
sedimentazione di parte almeno dei calcescisti e
all’ incirca contemporanea a quella delle estrusioni
sottomarine (Giurese Sup.-Cretaceo). Questa ipo¬
tesi urta tuttavia contro i seguenti fatti: 1) la
spiccata struttura pegmatitica, analoga a quella
dei gabbri delle associazioni profonde gabbro-ul-
trabasiti, struttura che non si concilia con una
presa di posizione in ambiente superficiale ; 2) l’as¬
senza di tracce sicure di un originario metamor¬
fismo di contatto di alta temperatura sui calcesci¬
sti incassanti (23); 3) la constatazione che molte
fra le potenti serie di calcescisti e di gabbri pra-
sinitici, in rapporti apparentemente primari, ri¬
sultano, ad una attenta analisi strutturale, il pro¬
dotto di ripetizioni tettoniche per grandi pieghe
isoclinali coricate, o per scaglie, con successiva ri-
generazione metamorfica alpina. La Testa Grigia,
1 .V,)
lungo lo spartiacque Lys-Evancon ed il M. Delà
(spartiacque V. Champorcher-V. Fenis) ne costi¬
tuiscono gli esempi migliori ; 4) il differente chi¬
mismo dei gabbri rispetto a doleriti, diabasi e
lave a cuscini, punto molto importante già consi¬
derato in precedenza (P. Bearth, 1967).
Ricordiamo infine che, secondo i rapporti di
reciproca intersezione, le ultrabasiti risultano le
rocce più antiche della sequenza ofiolitica, seguite
da gabbri e quindi da diabasi.
Noi riteniamo che la differenza di tempo tra
la cristallizzazione di peridotiti-gabbri e dei dia¬
basi sia probabilmente molto grande. Volendo co¬
munque riassumere le diverse possibilità i gabbri
possono essere: 1) all’ incirca coevi delle ultra¬
basiti ; 2) chiaramente successivi se prodotto di fu¬
sione differenziale delle prime o di solidificazione
in corpi laccolitici tra il mantello superiore e la
crosta, ma sempre anteriori alla lacerazione di
quest’ultima ; 3) infine assai più recenti (e non
ne siamo convinti), all’ incirca contemporanei dei
diabasi, se intercalati nei sedimenti mesozoici.
6. - ALCUNE OSSERVAZIONI SULLA EVOLUZIONE DELLA « EUGEOSINCLINALE PIEMONTESE »
6.1. Le idee di Argand.
Riandiamo brevemente alla classica concezione
di E. Argand sull’evoluzione strutturale della
geosinclinale, con formazione di una catena a ri¬
coprimenti sovrapposti. La geosinclinale alpina,
un’area di forte subsidenza tra il continente euro¬
asiatico e quello africano, si sviluppava, a partire
dal Lias, con l’approfondimento e la progressiva
differenziazione del bacino epicontinentale trias¬
sico. Nel frattempo prendevano forma, al fondo
del mare, le geoanticlinali le quali, da protube¬
ranze sommerse appena abbozzate, si evolvevano
gradualmente verso pieghe coricate con il dorso
emerso, per dar luogo infine ai ricoprimenti per
ultrapiega. Le superfici di scorrimento e le frat¬
ture crostali alla base di queste strutture in dina¬
mica evoluzione erano utilizzate dal magma ofio-
litico, basico ed ultrabasico, per la sua risalita,
avvenuta in concomitanza con la fase tettonica
mesocretacica ( eruzioni basali). Nel Paleogene, con
l’accentuarsi del fenomeno di compressione e di
(M) L’assenza di metamorfismo di contatto magmatico
può essere ragionevolmente giustificata ricorrendo all’azio¬
ne obliterante del metamorfismo regionale alpino (cf.
F. Franchi, 1897 b; Gb. Dal Piaz, 1928) e alla presenza
di sedimenti saturi in acqua al momento dell’ intrusione.
raccorciamento crostale, ebbero luogo le fasi pa¬
rossistiche dell’orogenesi alpina, con la sovrappo¬
sizione tettonica dei grandi ricoprimenti pennidici
ed austroalpini, seguita dal processo di raddrizza¬
mento e di retroflessione della zona di radici (fase
insubrica principale) e quindi dalla fase finale di
collasso alla quale è legato il magmatismo sialico.
La concezione strutturale di Argand configura
le falde di ricoprimento come strutture a pieghe
più o meno complete e geometriche, con fianco
rovesciato in genere conservato, di estensione
pressocchè indefinita.
Considerando in particolare la Zona Piemon¬
tese, la ricostruzione di E. Argand prevede, tra la
Val Maira ed il Vailese, che il Complesso dei
Calcescisti con Pietre Verdi avvolga in modo con¬
tinuo il nucleo cristallino delle grandi pieghe co¬
ricate, costituendo in parte la copertura normale
dei ricoprimenti mediopennidici Dora-Maira, Gran
Paradiso e Monte Rosa, in parte quella rovesciata,
aderente al fianco inverso del ricoprimento Dent
Bianche. Secondo queste vedute, esisterebbero gra¬
duali passaggi laterali tra le differenti serie re¬
centi di copertura, con locali interruzioni del col-
legamento tra i bacini, causate dalla emersione
del dorso delle geoanticlinali.
A questa eccezionale ricostruzione dell’architet-
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
JGO
tura alpina si sono rifatti fino ad oggi molteplici
studiosi, anche se con modifiche ed aggiornamenti
relativi essenzialmente a problemi di pertinenza
paleogeografica e strutturale. A questa corrente
di pensiero si sono opposti i fautori di ipotesi
autoctoniste per la genesi della catena alpina e di
modelli statici della geosinclinale. Ricordiamo spe¬
cialmente per le Alpi occidentali i francesi R. Mi¬
chel e P. Vialon e, in Italia, S. CONTI.
Alle falde mediopennidiche di E. Argand si
sostituiscono i « massicci interni », autoctoni, del
Dora-Maira e Gran Paradiso, paralleli e simme¬
trici di quelli esterni, elvetici. Parziali ricopri¬
menti sono accettati alla scala delle coperture se¬
dimentarie mesozoiche, o più recenti, scollate e
scivolate per azione gravitativa, mentre il sub¬
strato cristallino subiva tuttalpiù modesti feno¬
meni di fratturazione e scagliamento.
6.2. F. Hermann, precursore delle moderne con¬
cezioni mobiliste.
Le recenti concezioni di tettonica globale che
rinnovano le antiche idee mobiliste, trovano in
F. Hermann (1925, 1930) un lontano precursore.
Ne ricordiamo alcune intuizioni espresse, quasi
cinquanta anni or sono, sulla formazione, della
catena alpina. In primo luogo Hermann fu te¬
nace avversario del modello di geosinclinale della
scuola francese, in particolare della sua concezione
statica con semplici processi di subsidenza e di
sollevamento (24) ; in secondo luogo fu critico an¬
cora più dichiarato delle concezioni di tettonica
per ultrapiega secondo la regolare geometria ci-
lindrista ad estensione « indefinita » formulata da
Argand e Staub e, conseguentemente, della teoria
delle radici. Espresse infine idee largamente in¬
novatrici sul meccanismo di presa di posizione
delle ofioliti e sui rapporti Sial-Sima. F. Hermann
considerava innanzitutto la geosinclinale come
una struttura dinamica in continua evoluzione,
con fondo simatico, sul quale si accumulavano i
sedimenti orogenici e migravano in deriva le ghir¬
lande sialiche, strette progressivamente tra il con¬
tinente euroasiatico e quello africano (anch’essi
in deriva, ma a velocità diversa) fino ad impilarsi
in ricoprimenti sovrapposti al serrarsi della morsa.
Riguardo al problema della messa in posto delle
ofioliti in seno ai sedimenti orogeni, egli propo-
("') Ricordiamo che anche Argand ammetteva l’esistenza
di compressioni tangenziali sin dalle prime fasi della evo¬
luzione della geosinclinale, supponendo che le geoanticli-
nali fossero asimmetriche, ipotesi negata in seguito da
H. P. Cornelius e altri.
neva un meccanismo per migrazione tettonica a
freddo (25), concezione sconvolgente per un’epoca
nella quale era unanimemente accettata una presa
di posizione magmatica per 1’ intera sequenza ofio-
litica, visione che doveva culminare con 1’ ipotesi
delle « megaeffusioni » sottomarine.
E’ necessario a questo punto ricordare che,
per alcune « innovazioni », Hermann si rifaceva,
senza riconoscerlo, alle idee di Argand. Anche
Argand (1924; si vedano in particolare le figure
sull’evoluzione del Mediterraneo) ammetteva in¬
fatti che il fondo sialico della geosinclinale po¬
tesse lacerarsi in seguito a fenomeni di disten¬
sione e stiramento e che, in tal modo, il sima po¬
tesse affiorare sul fondo del mare. Si sarebbero
stabilite così condizioni di tipo oceanico analoghe
a quelle del Mediterraneo attuale (si tenga pre¬
sente che Argand aveva ipotizzato anche la « mo¬
bilità » del fondo oceanico, con la rotazione della
penisola italiana). Da un assetto di tipo oceanico
si ritornava, con lo sviluppo di nuovi sforzi di
compressione, a condizioni di normale geosincli¬
nale dalla quale traeva origine una catena a pie¬
ghe e ricoprimenti.
6.3. La fossa piemontese e la sua evoluzione strut¬
turale.
Abbiamo ricordato la classica interpretazione
di E. Argand e le idee innovatrici di F. Hermann.
Tenteremo ora di abbozzare, in un quadro sche¬
matico e preliminare, il nostro pensiero sulla evo¬
luzione paleogeografica e strutturale della fossa
piemontese e dei grandi complessi cristallini adia¬
centi, tenendo conto delle interessanti osservazioni
di H. Laubscher (1969).
6.3.1. Le fasi preparatorie di distensione.
Riteniamo superata la concezione della geosin¬
clinale piemontese costituita da un substrato con¬
tinuo di rocce cristalline sialiche sul quale si de¬
positavano, in condizioni di crescente subsidenza,
i sedimenti orogenici mesozoici, sede del magma¬
tismo basico ed ultrabasico.
(“’) « Le rocce simiche che abbiamo più volte ed in più
luoghi, trovate af fiancate a zone singolari nei calcescisti
attualmente con loro in contatto, sono esse per giunta nella
posizione ora occupata per scorrimento e migrazione, a
freddo, ed in condizioni di pressione, laminazione, plica-
zione, incompatibili con altre ipotesi. Inoltre si constata —
senza alcuna eccezione (che) le rocce simiche sono poste su
linee di. dislocazione... e non rimane altra possibilità che
considerarle rocce scorse o migrate, ma esotiche ed indi-
pendenti in modo assoluto dalla sedimentazione originaria
dei calcescisti » (Hermann, 1930).
■> <r
Fig. 8. — Modello della evoluzione strutturale della Zona Piemontese e delle unità limitrofe durante l’orogenesi alpina,
libera e schematica illustrazione delle principali fasi tettoniche descritte nel testo.
Fasi preparatorie di distensione.
1) In seguito a fenomeni di distensione, si giunge alla lacerazione della crosta sialica con formazione della eugeosinclinale
piemontese (Pi); i sedimenti orogeni si depositano direttamente sul substrato simatieo, le grandi eruzioni basaltiche si
espandono sul fondo ultrabasico o gabbro-ultrabasico, al di sopra dei sedimenti mesozoici o nel loro seno. Br: bacino
Brianzonese, ecc; Ca: Canavese; a) substrato simatieo; b) crosta sialica pennidica; c) Zona Ivrea- Verbano; d) Zona
Sesia-Lanzo; nero pieno: magmatismo basaltico l.s.; bianco: sedimenti orogeni. La struttura e l’evoluzione del bacino
del Canavese e del suo substrato sono argomenti che esulano da! tema del nostro lavoro: la loro rappresentazione è quindi
del tutto indicativa. Per i rapporti tra Zona Ivrea-Verbano e Zona Sesia-Lanzo si veda F. Carraro, G. V. Dal Piaz
& R. Sacchi (1970).
Fasi di compressione (parossismo).
2) Terminato il periodo di distensione, si instaurano condizioni di compressione trasversale con racconciamento cro¬
stale; finisce così il magmatismo ofiolitico iniziale il cui carattere è precinematico rispetto alla presa di posizione delle
falde di ricoprimento. Si formano grandi coltri di scivolamento superficiali e scaglie rigide profonde, non le pieghe co¬
ricate prospettate da Argand (limitatamente almeno ai complessi cristallini). Il substrato simatieo della Fossa Piemon¬
tese viene compresso ed intensamente scagliato: le scaglie ed i grandi cunei listrici si mescolano con i sedimenti oiogeni
e con le ofioliti basiche ad essi associate e l’insieme viene espulso verso l’esterno della catena. Lo stile tettonico nel
cristallino è essenzialmente di tipo fragile: sono diffusi, con distribuzione localizzata (lungo i piani di taglio e di scor¬
rimento, ecc.), fenomeni di cataclasi, milonisi e diaftoresi sincinematica (la temperatura è ancora in genere insufficiente
per sviluppare la generale blastesi metamorfica alpina), a) Crosta sialica pennidica; c) ricoprimenti austroalpini sup. e
Zona Ivrea-Verbano; d) ricoprimenti austroalpini inf. e Zona Sesia-Lanzo; e) nero pieno: ofioliti l.s. (substrato sima-
tico, eruzioni basaltiche, ecc.); bianco: sedimenti orogeni.
3) Continuano con maggiore intensità o riprendono con rinnovato vigore le forze di compressione che producono un ul¬
teriore cospicuo raccorciamento crostale. Si raggiungono nel frattempo condizioni di temperatura maggiore per graduale
risalita delle geoisoterme, una conseguenza « ritardata » del carico tettonico dei ricoprimenti in precedenza formati. Ne
deriva un radicale cambiamento dello stile della deformazione che diviene prevalentemente di tipo plastico; il fenomeno
non è più localizzato, ma generale. Si formano pieghe di ogni dimensione, anche gigantesche, rovesciate e coricate,
tonde o molte serrate, secondo direzioni assiali trasversali e longitudinali (deformazione polifasica). A questo periodo ri¬
salgono verosimilmente i numerosi inviluppi tettonici della catena (M. Leone, Rafray-Glaciei , ecc.). Si sviluppa nel con¬
tempo il metamorfismo regionale alpino in facies scisti verdi (con termalità maggiore in Ossola-Ticino), da sin- a post¬
cinematico. Alcuni indizi sembrano indicare un lento incremento termico alla fine del processo (cf. G. V. Dal Piaz, 1966).
Crosta sialica pennidica; c) ricoprimenti austroalpini sup. e Zona Ivrea-\ erbano, d) ìicopiimenti austioalpini inf. e
Zona Sesia-Lanzo; e) nero pieno: ofioliti l.s. (substrato simatieo ed eruzioni basaltiche); bianco: sedimenti orogeni.
L’orogenesi si conclude con le fasi finali di collasso illustrate nel testo.
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
1 02
Ad essa contrapponiamo l’ ipotesi di una fossa
con substrato cristallino di ultrabasiti e gabbri,
denudato per lacerazione tettonica della sovra¬
stante crosta sialica. Quest’ultima costituisce ve¬
rosimilmente anche il fondo del bacino, limitata-
mente ai settori marginali, ove i sedimenti hanno
caratteristiche di transizione verso condizioni di
piattaforma. La composizione della crosta conti¬
nentale sui due lati della fossa è in prevalenza di
tipo granitoide. Lo attestano gli gneiss occhiadini
diffusi nelle unità cristalline esterne (Monte Rosa,
Gran Paradiso, Dora-Maira) e le rocce di origine
granitico-granodioritica del sistema interno Zona
Sesia-Lanzo — Falda Dent Bianche (graniti e
gneiss granitici, ecc. della Serie di Arolla, gneiss
occhiadini di Mollia-Campertogno, Micascisti Eclo-
gitici p.p.).
Non si esclude la possibilità di una effettiva
scomparsa a Sud di Lanzo (indipendentemente
dalla copertura quaternaria) della Zona Sesia-
Lanzo, con la presenza di un contatto diretto tra
la Zona Ivrea-Verbano ed il substrato simatico
della Zona Piemontese. Questa eventualità apre
tutta una serie di problemi cronologici e strut¬
turali sui quali riteniamo prematuro soffermarci.
A nostro avviso, la eugeosinclinale piemontese
costituisce una zona di disgiunzione primaria della
crosta sialica: è questo il motivo che riteniamo più
valido per la separazione, a livello dello zoccolo
cristallino, tra Pennidico ed Austroalpino, que¬
st’ultimo rappresentato nelle Alpi occidentali dalla
Falda Dent Bianche (2tì) (cf. G. V. Dal Piaz, 1969 ;
G. V. Dal Piaz & Sacchi, 1969).
Mancano dati analitici che permettano di sta¬
bilire sia l’ inzio della fase di distensione che con¬
dusse alla lacerazione della crosta sialica con de¬
nudazione tettonica del mantello superiore, sia il
suo meccanismo. E’ quest’ultimo un problema che
riteniamo prematuro affrontare a causa della
straordinaria complessità dell’edificio alpino, pur
vedendone la più plausibile soluzione nei modelli
della nuova tettonica globale (R. S. Dietz, 1961,
1962, 1963; H. H. Hess, 1962, 1965; X. Le Pi-
chon, 1968; J. Oliver & B. Isacks, 1967), che
hanno trovato una prima meditata discussione per
le Alpi in H. Laubscher (1969).
E’ probabile che il fenomeno di distensione
sia iniziato, senza giungere alla lacerazione della
crosta, prima del Giurese, periodo al quale si fa¬
(-“) La pertinenza all’ A astroalpino della Falda Dent
Bianche risale a Schmidt, Kober e Staub (cf. riferimenti
bibliografici in F. Carraro, G. V. Dal Piaz & R. Sacchi,
19701.
ceva risalire lo sviluppo della geosinclinale alpina.
Forse possono essere indicative a questo propo¬
sito: le datazioni radiometriche di Hunziker
(1970), le quali sembrano rivelare una fase tetto-
nico-metamorfica permiana; la irregolare distri¬
buzione del Permiano nella Zona Pennidica; i dati
paleomagnetici che mettono in evidenza, a partire
dal Permiano, una migrazione dei poli nei conti¬
nenti europeo ed africano.
Possiamo quindi configurarci la Zona Piemon¬
tese durante il Mesozoico come un bacino costi¬
tuito da un settore esterno di mare poco pro¬
fondo. ove si depositavano su di un substrato sia-
lico (Dora-Maira, ecc.) le assise triassiche con
ridotte serie carbonatico-detritiche di età più re¬
cente, e da una fossa con fondo accidentato, dove
si accumulavano potenti depositi a componente
dapprima siliceo-argillosa e quindi carbonatica, ai
quali si associavano colate e sili di rocce eruttive
basiche. Il substrato della fossa era costituito da
rocce gabbro-ultrabasiche, già cristallizzate prima
della lacerazione della crosta sialica e quindi della
deposizione dei sedimenti mesozoici. Al margine
interno, il bacino era delimitato dalla Zona Sesia
Lanzo, una dorsale che a nostro avviso interrom¬
peva probabilmente il collegamento tra il bacino
piemontese e quello canavesano, limitatamente al¬
meno alla zona a Nord della Valle dell’Orco e che
comunque segnava il limite al diffondersi, verso
il margine continentale interno, delle grandi ma¬
nifestazioni basaltiche sottomarine, tipiche del ba¬
cino piemontese.
Possiamo quindi sommariamente distinguere,
nella serie dei calcescisti, una sequenza siliceo-
argillosa con radiolariti e concentrazioni manga¬
nesifere, probabile diretta copertura del fondo
della fossa (o forse anche di una piccola parte
della zona Sesia-Lanzo), e serie a componente pre¬
valentemente carbonatica. La brecce carbonatiche
osservabili in alcuni settori potrebbero indicare
depositi ubicati tra fossa e piattaforma.
La fase di distensione tettonica culminò con le
manifestazioni of iolitiche del Giurese superiore ( ?)-
Cretaceo. La formazione di grandi fratture che
dal fondo della fossa si estendevano all’interno del
Mantello favoriva la genesi, per probabile fusione
differenziale profonda (27), di un magma basal¬
tico che dava luogo a vaste estrusioni sottoma¬
rine, formando, in assenza di sedimenti, una
("') Una possibile alternativa genetica, la quale non
esclude, ma può accompagnare il fenomeno precedentemen¬
te illustrato, è quella di fusione parziale di scaglie tetto¬
niche di ultrabasiti, durante la risalita a freddo verso li¬
velli strutturali superiori.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
crosta di tipo oceanico aderente al substrato gab-
bro-ultrabasico.
Questa situazione, valida per i fondi oceanici
di maggiori dimensioni, non sembra corrispondere
a quella verificatasi, almeno in parte, nella Fossa
Piemontese, una struttura che, a Nord della Valle
di Susa, era relativamente stretta. In questa zona
il magma basaltico prese verosimilmente posizione
anche in seno ai sedimenti mesozoici e al disopra
di essi.
In tal modo è possibile giustificare da un lato
la trilogia ofiolitica tipica del bacino del Mediter¬
raneo, come espressione di una crosta aceanica a
composizione basaltica l.s., sovrapposta ad un più
antico basamento simatico ; dall’altro la deposi¬
zione di sedimenti mesozoici direttamente sul sub¬
strato gabbro-ultrabasiti e le alternanze tra cal¬
cescisti e prasiniti.
6.3.2. Le fasi parossistiche di compressione.
L’ inizio di una vigorosa fase di compressione
con progressivo raccorciamento delle strutture,
segna innanzitutto la fine del magmatismo basico
iniziale, il reciproco avvicinamento delle « ghir¬
lande sialiche » e quindi il loro accavallarsi in
una sequenza di falde di ricoprimento sovrapposte.
Nella Zona Sesia-Lanzo e, verosimilmente, an¬
che nel settore interno di M. Rosa, Gran Paradiso
e Dora Maira sono possibili processi di sottoscor¬
rimento con subduzione della crosta sialica al sub¬
strato simatico (formazione di « pseudoradici »).
Questa fase è accompagnata verosimilmente da
trasformazioni metamorfiche localizzate (non re¬
gionali) a carattere distruttivo e retrogrado (diaf-
toresi, ecc.) o, nelle zone più profonde, da para-
genesi di alta pressione.
Lo stile tettonico in questa fase era caratteriz¬
zato dalla formazione di cunei tettonici, con pro¬
cessi di scagliamento profondo e formazione di
zolle di scivolamento superficiali; del tutto ine¬
sistenti, o ridotti a casi eccezionali, i ricoprimenti
per piega coricata nello zoccolo cristallino.
Questo stile tettonico caratterizza uniforme-
mente sia il Pennidico che l’Austoalpino.
Si tratta di una tettonica con deformazione a
carattere essenzialmente clastico e fragile, piut¬
tosto che di tipo plastico, prodotto da un campo
di pressioni in ambiente di temperatura ancora
sensibilmente bassa.
Lo scagliamento del fondo della eugeosincli-
nale comportava la graduale risalita di grandi
scaglie di rocce gabbro-ultrabasiche, talora con¬
servate in alcuni settori interni della Zona Pie¬
montese. Nella maggioranza dei casi tuttavia, esse
1(53
subivano dapprima una parziale disarticolazione
tettonica e quindi uno smembramento in lenti più
piccole le quali si mescolavano e talora si « omo¬
geneizzavano » in seno alla serie sedimentaria me¬
sozoica (2S). Gran parte dell’eterogeneo contenuto
della fossa veniva quindi espulso verso il settore
esterno della catena, dando luogo alla Falda dei
Calcescisti con Pietre Verdi, a sua volta ricoperta
dalla Falda austroalpina composita della Dente
Bianche l.s. (29).
Le imponenti masse ofiolitiche affioranti nella
parte più esterna della Zona Piemontese, a volte
intercalate nei paraderivati mesozoici per invi¬
luppo tettonico (M. Viso), e quelle situate più in¬
ternamente al disopra di complessi cristallini sia-
lici (Orsiera-Rocciavrè) costituiscono, a nostro av¬
viso, indiscussi lembi di ricoprimento: lo atte¬
stano non solo i già ricordati contatti tettonici di
base, ma specialmente la loro attuale ubicazione
rispetto alla sutura della fossa. La loro patria
d’origine deve essere ricercata infatti nella eugeo-
sinclinale ove costituivano il substrato dei sedi¬
menti mesozoici.
In una fase susseguente alla presa di posizione
dei ricoprimenti, proseguiva o riprendeva il pro¬
cesso di compressione: mentre si raggiungeva il
massimo raccorciamento crostale, la graduale risa¬
lita delle geoisoterme del metamorfismo regionale
favoriva un netto cambiamento nello stile della
deformazione che diventava di tipo prevalente¬
mente plastico. Iniziava così, nel Pennidico e nel-
l’Austroalpino, un generale processo polifasico di
serrage con vistosi ripiegamenti, accompagnati e
seguiti dal metamorfismo regionale alpino in fa¬
cies scisti verdi (3l>), o con termalità più alta
nell’Ossola-Ticino. Al processo di serrage ascri¬
viamo almeno due fasi principali di deformazione
(“) Le osservazioni di Vuagnat (1968) e di Laubscher
(1969) a questo proposito trovano in Hermann (1925, 1930)
e in Gb. Dal Piaz (1928) originali, ignorati anticipatori.
(“) La Falda Dent Bianche è costituita da due indipen¬
denti lembi di ricoprimento sovrapposti: alla base la Serie
di Arolla ed il complesso dei Micascisti Eclogitici (M. Emi-
lius), provenienti dalla Zona Sesia-Lanzo (Austroalpino in¬
feriore?), una zolla sialica situata al margine esterno del
continente sudalpino; al di sopra la Serie di Valpelline,
originaria della Zona diorito-kinzigitica Ivrea-Verbano
(Austroalpino superiore?) (cf. G. V. Dal Piaz & R. Sac-
chi, 1969; F. Carraro, G. V. Dal Piaz & R. Sacchi, 1970).
(“’) L’età del metamorfismo alpino in facies scisti verdi
si pone aii’ incirca a cavallo tra Eocene ed Oligocene. Che
tale processo sia certamente posteriore alla presa di posi¬
zione delle falde è un fatto da tempo noto, motivato da rap¬
porti discordanti tra direttrici strutturali principali ed iso-
grade del metamorfismo, nonché dalla cicatrizzazione di
importanti superfici di scorrimento.
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ
1 fi4
megascopica, longitudinale la prima, trasversale
la seconda. In queste fasi trassero origine gigan¬
tesche pieghe rovesciate o coricate (F. Carraro,
G. V. Dal Piaz & R. Sacchi, 1970), da rotonde
ad acute e molto serrate.
Questo processo ha un’imponenza paragonabile
con quello della presa di posizione dei ricopri¬
menti (ma lo stile tettonico è del tutto diverso);
la sua influenza è determinante sull’evoluzione pa¬
ragenetica e strutturale del metamorfismo alpino.
Il processo polifasico di serrage fornisce una
plausibile giustificazione strutturale all’evidente
carattere da sin- a postcinematico manifestato dal
metamorfismo alpino in facies scisti verdi. Le
isograde sono notoriamente discordanti rispetto
all’andamento degli elementi strutturali maggiori
della catena: le relazioni tra isograde e direttrici
tettoniche del processo di serrage abbisognano di
ulteriori chiarimenti.
Ad una fase finale si riferisce verosimilmente
anche la retroflessione delle « radici », cioè il rad¬
drizzamento, fino all’ inversione dell’ immersione,
delle strutture nel settore interno dei ricoprimenti
alpini.
6.3.3. Il collasso finale.
Successivamente al sollevamento di vasti set¬
tori della catena, processo che conclude verosimil¬
mente la fase precedente, si ritorna di nuovo a
condizioni di distensione. Si sviluppano i processi
tettonici di assestamento a componente subverti¬
cale, accompagnati dal magmatismo tardorogenico
periadriatico. Quest’ultimo si manifesta nelle Alpi
occidentali una volta conclusi gli ultimi atti del
metamorfismo regionale con la presa di posizione,
in una zolla sialica di proporzioni relativamente
modeste, dei plutoni di Biella e Traversella, e di
un vasto corteo filoniano.
6.4. Il problema delle radici dei ricoprimenti.
Gli argomenti trattati ci portano infine a ri¬
cordare il problema delle radici, uno degli argo¬
menti più controversi e a nostro avviso più deboli
della ipotesi di E. Argand.
Nulla prova che le falde abbiano una radice,
sosteneva F. Hermann (1930), « che cioè abbiano
un legame, una continuità ininterrotta con una
massa profonda, autoctona, secondo le supposi¬
zioni in voga ». I ricoprimenti « altro non possono
essere che immense zolle sialiche, antiche ghir¬
lande insulari o scaglie gigantesche ( per i più
esterni) listricamente separate totalmente da altre
scaglie... un ricoprimento... termina probabilmente
a tergo con sfilacciamenti, lembi strappati e lami¬
nati, diminuzione continua di volume, o con un
lungo peduncolo di cui non conosciamo la estre¬
mità, probabilmente sfilacciata aneli’ essa ».
Noi condividiamo appieno queste idee, diretta
conseguenza di una diversa concezione sul mecca¬
nismo di formazione delle Alpi, una catena a rico¬
primenti, sorta non da una geosinclinale in evo¬
luzione geometrica, ma dal contrasto di grandi
masse sialiche alla deriva sul substrato simatico.
Riteniamo che le critiche di Hermann alla con¬
cezione di radice propugnata da Argand siano va¬
lide essenzialmente per la Zona Pennidica, in par¬
ticolare per i ricoprimenti pennidici più elevati,
e per la Zona Sesia-Lanzo. Non lo sono invece
per le Falde elvetiche e neppure per i ricopri¬
menti austroalpini. Nell’ Austroalpino superiore in
Valtellina, Alto Adige (Ortles-Cevedale, Val Pas¬
siria, Pusteria) ed in Valle d’Aosta (Serie di Val-
pelline, II Zona Diorito-kinzigitica) si osserva il
passaggio graduale dal ricoprimento vero e pro¬
prio ad una « zona di radice » più o meno au¬
toctona, secondo il quadro strutturale prospettato
da Gb. Dal Piaz (1936, 1937) accolto ed esteso da
F. Carraro, G. V. Dal Piaz & R. Sacchi (1970).
Se togliamo al termine « radice » il significato
originario di collegamento strutturale continuo e
10 sostituiamo con la generica accezione di « area
di provenienza tettonica », con valore quindi es¬
senzialmente paleogeografico, possiamo affermare
che la « radice » della Falda dei Calcescisti con
Pietre Verdi deve essere ricercata nella sutura
della Fossa Piemontese, originariamente aperta
tra il basamento sudalpino e quello pennidico.
Le « radici » del sistema Dent Bianche (Zona
Sesia-Lanzo) e dei massicci del M. Rosa, Gran Pa¬
radiso e Dora-Maira sembrano invece assumere il
ruolo di strutture tettoniche secondarie connesse
con le fasi di compressione, probabili testimoni di
processi di scorrimento della crosta sialica sotto
11 substrato simatico o di reciproca implicazione
tettonica.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIANA
Hi.'»
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barea (Val Chisone - Alpi Cozie). Mem. Acc. Patavina
Se. Lett. Arti, Cl. Se. mat. nat., 79, 129-169.
IL SUBSTRATO CRISTALLINO DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI-AVIGLIAN'A
Hi!»
INDICE
Riassunto . Pag. 125
Abstract . » 125
1. PREMESSA . » 126
2. NOTIZIE STORICHE . » 126
2.1. Le recenti monografie . » 128
3. DORA-MAIRA . » 131
3.1. Generalità . » 131
3.2. Il basamento cristallino prewestfaliano . . » 131
3.2.1. Gneiss occhiadini granitoidi . . » 131
3.2.2. Gneiss occhiadini a tessitura sci-
stoso-laminata . » 132
3.2.3. Gneiss microocchiadini e gneiss
minuti . » 132
3.2.4. I filoni leucocratici e le inter¬
calazioni DI SCISTI ARGENTEI . . » 133
3.2.5. Paraderivati . » 133
3.3. Il complesso carfonifero . » 133
4. LA FORMAZIONE DEI CALCESCISTI CON PIE¬
TRE VERDI . » 134
4.1. Il Massiccio ultrabasico di Lanzo ... » 134
4.1.1. Ultrabasiti del settore meridio¬
nale . » 134
4.1.2. Mineralizzazioni a magnesite ed
opale . » 136
4.1.3. Serpentine del settore meridio¬
nale . . • • » 136
4.2. Ultrabasiti del M. Moncuni . » 136
4.3. Serpentine del M. Pietraborga, Avigliana
S. Ambrogio .
4.4. Intercalazioni di diversa natura nelle ultra
basiti . » 137
4.4.1. Gabbri pegmatitici nelle lherzo-
LITI . » 138
a) Givoletto . » 138
b) Colle B assetta . » 138
c) M. Moncuni . » 139
4.4.2. Gabbri rodingitici e rodingiti nel¬
le SERPENTINE . » 139
a) Traila . » 140
b) Belvedere . » 140
c) M. Moncuni . » 140
d) Comba Robert . » 140
e) S. Ambrogio . » 141
f) Condove . » 141
4.5. Metabasiti . » 141
4.5.1. Gabbri prasinitici . » 141
4.5.2. Gabbri ad onfacite e metagabbri
con intercalazioni eclogitiche . . » 142
4.5.3. Prasiniti ed Ab-anfiboliti ... » 143
a) Prasiniti normali . » 143
b) Anfiboliti e prasiniti epidotico-
glaucofaniche . » 144
c) Anfiboliti albitico-cloritiche a
stilpnomelano . Pag. 144
4.5.4. Albititi . » 145
4.6. Calcescisti . » 145
5. OSSERVAZIONI GENERALI E CONCLUSIONI » 145
5.1. Dora-Maira . » 145
5.1.1. Il problema degli gneiss occhia-
dini . » 146
5.1.2. Il problema degli gneiss minuti » 147
5.1.3. Paraderivati prewestfaliani . . » 148
5.2. Ofioliti . » 148
5.2.1. Litotipi della regione Rivoli-Avi-
gliana . » 148
a) Rocce primarie integralmente
conservate . » 148
b) Rocce con relitti mineralogico-
strut turali e complessi gabbro-
ultrabasiti . » 149
c) Rocce completamente trasfor¬
mate . » 149
d) Distribuzione . » 150
5.2.2. Trasformazioni metamorfiche del¬
le ofioliti . » 150
a) Lherzoliti . » 150
b) Gabbri . » 150
5.2.3. L’ipotesi metasomatica e la ori¬
gine dei gabbri . » 152
5.2.4. Confronti e correlazioni .... » 154
a) Il lembo Orsiera-Rocciavrè . . » 156
b) Il lembo del Monviso .... » 156
5.3. Rapporti strutturali e condizioni di giacitura » 157
5.3.1. Rapporti tra il Cristallino Dora-
Maira ed il Complesso ofiolitico » 157
5.3.2. Rapporti tra i litotipi del Com¬
plesso dei calcescisti con pietre
VERDI . » 158
6. ALCUNE OSSERVAZIONI SULLA EVOLUZIONE
DELLA « EUGEOSINCLINALE »» PIEMONTESE » 159
6.1. Le idee di E. Argand . » 159
6.2. F. Hermann, precursore delle moderne con¬
cezioni mobiliste . » 150
6.3. La Fossa Piemontese e la sua evoluzione
strutturale . » 160
6.3.1. Le fasi preparatorie di disten¬
sione . » 160
6.3.2. Le fasi parossistiche di compres¬
sione . » 163
6.3.3. Il collasso finale . » 164
6.4. Il problema delle radici dei ricoprimenti » 164
BIBLIOGRAFIA
» 165
Direttore responsabile: Prof. Cesare Conci — ■ Registrato al Tribunale di Milano al N. 6694
,
'
- .
X
A .
TAVOLE
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XI
Figg. 1-2. — Metagabbro a bande eclogitico-glaucofanitiche a SW di Villar Dora; le
regolari intercalazioni stratoidi (fig. 1) sono a volte colpite da incipiente
segmentazione per boudinage (fig. 2).
Figg. 3-4. — Prasiniti ed anfiboliti epidotico-glaucofaniche di Torre del Colle, listate
e plasticamente ripiegate (assi da molto inclinati a subverticali, fig. 4).
Fig. 5. — Filoncello rodingitico, con variazione di spessore di origne tettonica, nelle
serpentine antigoritiche del M. Moncuni (Cava Monfrino, ad Est del Lago
Piccolo di Avigliana).
Fig. 6. — Prasiniti con struttura a pillows; basso corso dell’Evangon (Valle d’Aosta).
Fig. 7. — La grande parete di metagabbri ad onfacite, con intercalazioni eclogitiche
e glaucofanitiche, a NE di Caprie; la struttura è complicata da grandi
pieghe isoclinali.
Fig. 8. — Reticolato di vene di magnesite a Givoletto (Massiccio ultrabasco di Lanzo).
Fig. 9. — Regolare struttura stratificata (layering) nelle ultrabasiti fresche del
M. Musinè.
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ - Il substrato cristallino dell’anfiteatro
morenico di Rivoli-Avigliana
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XVIII - Tav. XI
Fig. 1.
Fig. 2.
Fig. 3.
Fig. 4.
Figg. 5-
Fig. 7.
Fig. 8.
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XII
— Anfibolite albitico-cioritica a stilpnomelano con relitti di granato: parti¬
colare dello stilpnomelano in associazione con anfibolo verde-azzurro e clo-
rite; piccolo affioramento a NE di Montecapretto (Almese), alla base delle
ultrabasiti del Massiccio di Lanzo. (Solo Poi., 100 x circa).
— Stilpnomelano in covoni negli gneiss minuti della Zona Sesia-Lanzo, alla
base del lembo di ricoprimento del M. Nery (II Zona Diorito-kinzigitica) ;
testata del vallone a Sud dei Laghi Frudiera, Valle d’Ayas. (Solo Poi.,
30 x circa).
— Gabbro saussuritico in filoni nelle lherzoliti del M. Musinè: clinopirosseno
fresco entro matrice nerastra di saussurite (ex plagioelasio calcico). (Solo
Poh, 20 x circa).
— Gabbro rodingitico in filoni nelle serpentine del M. Musinè: grande por-
firoclasto di clinopirosseno (diallagio Auct.) solcato da venuzze di grossu-
laria-andradite (scure), a loro volta intersecate da una vena maggiore di
clinocloro, diopside e granato. (Solo Poh, 40 x circa).
6. — Metagabbri con paragenesi di alta pressione sul versante sinistro della
bassa Valle di Susa (Caprie, Villar Dora): pseudomorfosi di onfacite su
«diallagio» in matrice eclogitica (granato, glaucofane ± onfacite, mica
bianca ed epidoto). (Solo Poh, 15 x circa).
— Eclogite bimineralica zonata del M. Viso (Colletto a Sud del Lago Fio¬
renza). Un livellette di granato, in matrice onfacitica, sottolinea la carat¬
teristica deformazione per fife pieghe di stile profondo.
— Lherzolite fresca del M. Musinè: olivina, pirosseni con abbondante spinello
cromifero (plaghe nerastre) ad orlo cloritico (ex plagioelasio). (Solo Poh,
25 x circa).
G. BORTOLAMI - G. V. DAL PIAZ - II substrato cristallino dell’anfiteatro
morenico di Rivoli-Avigliana
Memorie Soc. It. Se. Nat. e Museo Civ.
St. Nat. Milano - Voi. XVIII - Tav. XII
8
Ili - De Beaux 0. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-
320, 13 figg., 7 tavv.
VOLUME X.
I - Desio A. 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Al-
benza (Prealpi Bergamasche), pp. 1-156, 27 figg.,
1 tav., 1 carta.
II - Scortecci G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 39 figg., 2 tavv.
Ili - Scortecci G., 1941 - I recettori degli Agamidi. pp. 209-
326, 80 figg.
VOLUME XI.
I - Guiglia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mi¬
lano ( Hymen .). pp. 1-44, 4 figg., 5 tavv.
II-III - Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegeta¬
zione dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferi¬
mento ai pascoli di altitudine, pp. 45-238, 31 figg.,
1 carta.
VOLUME XII.
I - Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo).
pp. 1-70, 4 figg., 6 tavv.
II - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale
Gardone-Desenzano. pp. 71-140, 14 figg-, 6 tavv.,
1 carta.
Ili - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte
Albenza (Bergamo), pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
VOLUME XIII.
I - Venzo S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale
Garda-Adige e anfiteatro atesino di Rivoli veronese.
pp. 1-6 4, 25 figg., 9 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1963 - Ammoniti del Lias superiore (Toar-
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Merca-
ticeras, PseucLomercaticeras e Brodieia. pp. 65-98,
2 figg-, 4 tavv.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Berga¬
masco orientale), pp. 99-H6, 2 figg., 8 tavv.
VOLUME XIV.
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige.
pp. 1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia
Dactylioceratidae. pp. 83-136, 4 tavv.
Ili - Dieni I., Massari F. e Montanari L., 1966 - Il Paleo¬
gene dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 137-184,
5 figg., 8 tavv.
VOLUME XV.
I - Caretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88,
27 figg., 9 tavv.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quater¬
nario dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-H2,
6 figg., 7 tavv.
Ili - Barbieri F. - Iaccarino S. - Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-
Parmense-Reggiano. pp. 143-188, 20 figg., 3 tavv.
VOLUME XVI.
I - Caretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio
del metodo statistico e nuova classificazione dei Ga¬
steropodi pliocenici attribuibili al Murex brandaris
Linneo, pp. 1-60, 1 fig,. 7 tabb., 10 tavv.
II - Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - I nuovi fos¬
sili di Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128,
30 figg., 8 tavv.
Ili - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico, pp. 129-200, 13 figg-, 4 tabb., 7 tavv.
VOLUME XVII.
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie
Lytoceratidae, Nannolytoceratidae, Hammatocerati-
dae (excl. Phymatoceratinae), Hildoceratidae (excl.
Hildoceratinae e Bouleiceratinae). pp. 1-70, 2 tavv.
n.t., 6 figg., 6 tavv.
II - Venzo S. & Pelosio G., 1968 - Nuova fauna a Ammo-
noidi dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brem-
bana (Bergamo), pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
Ili - Pelosio G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toar¬
ciano) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildo-
ceras, Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Con¬
clusioni generali, pp. 143-204, 2 figg., 6 tavv.
VOLUME XVIII.
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate
da Giuseppe Meneghini nelle Tavv. 1-22 della « Mo¬
no graphie des fossiles du calcaire rouge ammoni-
tique » (1867-1881). pp. 5-22, 2 figg., 6 tavv.
II - Montanari L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Goz¬
zano (Lago d’Orta). pp. 23-92, 42 figg., 4 tavv. n. t.
Ili - Petrucci F., Bortolami G. C. & Dal Piaz G. V.,
1970 - Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-
Avigliana (Prov. Torino) e sul suo substrato cri¬
stallino. pp. 93-169, con carta a colori al 1:40.000,
14 figg-, 4 tavv. a colori e 2 b.n.
Le Memorie sono disponibili presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Natifrale (Corso Venezia 55)
<r
FRANCO PETRUCCI
G. C. BORTOIAMI & G. V. DAL PIAZ
Ululo di Geologia di Forme • Istituto di Geologie di Torino
CARTA GEO-MORFOLOGICA DELL’ANFITEATRO MORENICO DI RIVOLI -AVIGLIANA (Prov. Torino) E DEL SUO SUBSTRATO CRISTALLINO
tributo del C. N. R. Ricerche geomor|o!oglche e siroilgroflche
Collaborazione pedologica: G. A. FERRARI & F. MANCINI • Istituto di Geologia Applicate di Faenze
Memorie delie Soc. li. Seleni# Noiureli e del Mmto Civico di Storie Neiurole • MHeno Voi XVIII
Do rilevamento geologico 1 25.000 tenni 1965- 19691
1 ALLUVIONI RECENTI ED ATTUALI: depositi prevalentemente ghiaiosi e ghlaloso-sabbiosl
degli alvei attuali la’).
Depositi argillosi neri, palustri, torbosi o serlumosi Iti.
'9' FLUVIOGLACIALE RISS: esteso ed alto terrazzo, prevoleniememe ghiaioso-sabbioso sospeso
psgp di 20-25 metri sugli attuali cors- d'acqua principali lF Dora R . T Sangone, ecc), con
testimoni d. paleosuolo rosso bruno arginacelo e potente copertura loessice Esso si
S
m\
r
Conoidi deirilici recenti ed attuali; detriti di falda.
Conoidi di deiezione prevalentemente fissali |a’|.
ALLUVIONI MEDIO- RECENTI : depositi terrazzali ghiaiosi, con lenti sobbioso-erglllose
lungo le sponde dei corsi d'acqua |F Dora Riparia, T. Sangone, ecc,). Essi sono anche
attualmente esondagli.
ALLUVIONI ANTICHE : depositi terrazzali prevalentemente sabbioso-ghiaiosl, debolmente
sospesi sulle Alluvioni Medio- Recenti.
|- ■ COPERTI
*„»»d
I . 1 sviluppali,
COPERTURA EOLICA: depositi loesslci prevalentemente calaglaclall, cioè delle fasi steppiche
del Wùrm, del Riss (più esteso) e più raramente del Mindel Essi sono diffusamente
polenti da alcuni decimetri ad oltre 4 m. e talora sovrapposti.
Hi
FLUVIOGLACIALE WÙRM: terrazzo ghiaioso-argilloso, con suolo bruno lungo la Dora
Riparia, sospeso con scarpate di alcuni metri sull'alveo attuale.
WÙRM: morenico ghiaioso-sabbioso e fangoso, con suolo bruno ove presente. Esso è
ristretto, in prevalenza, alla zona circostante I laghi di Avigliana. Cordoni principali.
CATAGLACIALE RISS E INTERGLACIALE RISS- WÙRM: depositi lacustri nerastri sabbioso-
argillosi, con rari ciottoli, dovuti agli sbarramenti morenici tardo- rissiam.
m' RISS: morenico ghiaioso-sabbioso con frequenti blocchi Ir.queir., debolmente cementalo,
con paieosuolo di colore rosso-bruno, argillifìcato (potente al massimo m. 2,501; esso è
conservato in lembi testimoni e sovente ricoperto de coltri loessiche, estese generalmente
su tutte le cerehie. Cordoni principali, scaricatori e maggiori massi erratici.
FLUVIOGLACIALE MINDEL: aito terrazzo ondulato, con paieosuolo (potente 5 metri ed
oltre) di colore rosso assai intenso, fortemente ergilliflcelo, con scheletro a ciottoli silicei,
^R|^Q silicati alteratissimi e con frequenti laccature nerastre e fenomeni di pseudogley È raccordalo
coi cordoni morenici mindellenl. Scarpate.
1 . MINDEL : morenico ghiaioso-sabbioso, con paleosuolo (potente sino a 5 m) di colore rosso
|, >| assai intenso, completamente argillifìcato, con scheletro a ciottoli silicei, silicati alteratissimi
L. _ .^rr-sJ e con frequenti laccature nerastre e fenomeni di pseudogiey. Cordoni principali e scaricatori.
INTERGLACIALE GÙNZ-MINDEl: conglomerato poligen.co stratificato fluviale ad elementi
minuti, fortemente cementato, sottostante al Mindel, ed affiorante con ripide scarpate lungo
Il T. Sangone e la Dora Riparia.
Morenico scheletrico sparso e maggiori massi erratici: esso è conservalo su ripidi versanti
di cristallino.
* ItfJ
M. ROSSELLI /• f
■ — *- Tracce di vecchi alvei.
# località di prelievo campioni pedologici.
l. -w Cave aperte ed abband. (pietrisco, ecc. |.
I— I =k
Profilo pedologico studialo.
Località fossilifera (Vertebrali).
"*c Traccia di sezione.
% pi-m s • f 4:
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Disegno: RENATO CAVAZZINI - Ist. Geol. Univ. Parma
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■Sa Merli
lllUjlllJ Prasiniti (pr). Prasinili ed anfibolili a glaucofane,- prasinili ed anfibolili a bande epidoliche,
®||pgspesso fittamente pieghettate: intercalazioni di anfibolili glaucofaniche ed eclogili nei gabbri
’SliHnll metamorfici ipgi.
Gabbri metamorfici più o meno laminali e Flttsvr gabbro (gabbri metamorfici a less
fibroso-lenlicolerel, talora ad omphacite e glaucofane.
8 Serpenlinili anligoritiche (5 1 Serpenlimti foglietlale, miloniliche, cloriloscisli (8sl Filoni di
1 5sgabbri rodingitici e rodingiti a grossularia, diopside, dorile, epidoto e vesuviana: Givolello,
settore periferico del Moncum, Trana, Comba Robert, ecc. (?) e zone di reazione di tipo
rodingitico al contatto tettonico Ira serpenlinili e gabbri metamorfici (Trana) IP')
.v. - j
Pendolili -IherzollH, talora con incipienti fenomeni di serpem mzeaz.one 'ungo 'itoòasi \X
. ••v.vl con pioni di gabbri pegmalitio: M Musmè. M. Moncum, ecc IU)l.
=»q Gneiss ghiandolari, talora con nuclei graniloidi più o meno conservati, laminali e calacla-
slici (Gol Gneiss ghiandolari lellonizzali, scisloso-laminali e fettucciali, gneiss occhiodmi
minuti, spesso fortemente alterati e degradali in superfìce (Gt). Filoni di quarzo negli gneiss IQi
Filoni di aplili gneissiche e di pegmalili a tormalina, con progressiva trasformazione, nei
settori di maggiore laminazione, in gneiss o micascisti argentei grossolani
^ Paragneiss minuti, micascisti granatieri minutamente pieghettali (tns). Lenti di marmi e di
marmi a silicati, presumibilmente prelriassici (Mi.
/ORBASSANO
< .
Calcescisti ICsI Calcescisti fllladici, milonlll, micascisti granatiferi e gneiss albitici (Cll
y , Direzione, inclinazione ed immersione
dei piani di scistosità.
^ . Direzione ed inclinazione degli assi
delle pieghe.
Zone di rii
piegamento maggiore
Mineralizzazioni 0 magnesite ed opale
(Givolello, Cesellelie).
Minerali di liloclase (Cotnba Robert).
Antiche coltivazioni in sotterraneo di
pietra da calce (marmi).
■ . ? : ; . ot-\. h o.
SCHEMA DEI RAPFORTI STRATIGRAFICI
Per il Quaternario:
(a-b) Franco Petrucci
Per il Cristallino:
(a) Giorgio Villorio Dal Pia z
(b) Gian Carlo liortolami
SUM1KMO CHJTAIIINO
Aul. I. G. M. n. 109 del 20 Maggio 1969
SCALA 1: 40. 000
LITOGRAFIA ARTISTICA CARTOGRAFICA • FIRENZE - AGOSTO 1969