HARVARD UNIVERSITY
Library of thè
Museum of
Comparative Zoology
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e del Museo Civico
Volume XXVI - Fascicolo I di Storia Naturale di Milano
- -
LIBRARY
APR 1 6 1993
HARVARD
GIOVANNI PINNA UNIVERSITY
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER, 1931
(REPTILIA, PLACODONTIA)
MILANO 3 MARZO 1992
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume I
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Feìis: Felis jacobita (Corn.), 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Griffi F., 1865 - Di una specie d'Hippolais nuova
per l’Italia, 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini lacustri
per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1 865 - Paleontologia malacologica dei terre¬
ni terziarii del distretto di Messina. 88 pp., 8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria, 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino, 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli oggetti di
umana industria dei tempi preistorici raccolti in Toscana.
32 pp., 4 tavv.
Vili - Targioni-Tozzetti A., 1866 - Come sia fatto l’organo che
fa lume nella lucciola volante dell’Italia centrale ( Luciola
italica ) e come le fibre muscolari in questo ed altri Insetti
ed Antropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp., 2 tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici offerti
dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a confondersi
con esse. 40 pp., 4 tavv.
Volume II
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia di
Pisa, 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’origine
des bassins lacustres, àpropos des sondages du Lac de Co¬
me. 12 pp., 8 tavv.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi venete.
140 pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corollarj fossili del terreno num-
mulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleonto¬
logiche di talune rocce cretacee della Calabria con alcuni
terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale. 18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1866 - L’uomo fossile nell’Italia centrale. 82
pp., 21 fìgg., 4 tavv.
Vili - Garov aglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum Liche-
num Angiocarporum genus propositum atque descriptum. 8
pp., 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei terre¬
ni terziarii del distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropo-
di). 22 pp., 1 tav.
X - Durer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
Volume III
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii. 16
pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et
Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum genera reco-
gnita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
Ili - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie. 88
pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un Al-
ciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp., 1 tavv.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae com¬
mentano. 40 pp., 4 tavv.
Volume IV
I - D’Achiardi A., 1868 - Corollarj fossili del terreno num-
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera vel adhuc
controversa, vel sedis prorsus incertae in systemate, novis
descriptionibus iconibusque accuratissimis illustrata. 18 pp.,
2 tavv.
Ili - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi di
umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg., 7 tavv
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lombar¬
dia. 28 pp., 3 fìgg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
Volume V
I - Martorelli G., 1895 - Monografìa illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 fìgg., 4 tavv.
Volume VI
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosigna-
no e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontologici. 104
pp., 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
63 fìgg., 1 tavv.
Ili - Pavesi P., 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp., 14
fìgg., 1 tav.
Volume VII
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 pp., 9 tavv.
Volume Vili
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi petro-
grafici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 fìgg., 3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte IL pp. 47-186, 5 fìgg., 9 tavv.
Ili - Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle alluvioni
lombarde, con osservazioni sulla filogenia e scomparsa di
alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 fìgg., 3 tavv.
Volume IX
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi
italiane, pp. 1-164, 7 fìgg., 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione della
base del cranio colle forme craniensi e colle strutture della
faccia nelle razze umane. - (Saggio di una nuova dottrina
craniologica con particolare riguardo dei principali cranii
fossili), pp. 165-262, 7 fìgg., 2 tavv.
Ili - De Beaux O. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-320,
13 fìgg-, 7 tavv.
Volume X
I - Desio A., 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Albenza
(Prealpi Bergamasche), pp. 1-156, 27 fìgg., 1 tav., 1 carta.
II - Scortecci G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 39 fìgg., 2 tavv.
Ili - Scortecci G., 1941 - I recettori degli Agamidi. pp. 209-
326, 80 fìgg.
Volume XI
I - Guiglia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mila¬
no ( Hymen .). pp. 1-44, 4 fìgg., 5 tavv.
II-III- Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegetazione
dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferimento ai pa¬
scoli di altitudine, pp. 45-238, 31 fìgg., 1 carta.
Volume XII
I - Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo), pp. 1-70,
4 fìgg., 6 tavv.
II - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale Gardone-
Desenzano. pp. 71-140, 14 fìgg-, 6 tavv., 1 carta.
Ili - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte Al-
benza (Bergamo), pp. 141-188, 2 fìgg., 5 tavv.
Giovanni Pinna
Sezione di Paleontologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Cyamodus hildegardis Peyer, 1931
(Reptilia, Placodontia)
Volume XXVI - Fascicolo I
3 marzo 1992
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
In copertina: scheletro postcraniale dell’esemplare giovanile di
Cyamodus hildegardis (es. MSNM V458) rinvenuto a Pogliana
(Varese) nel 1960 (disegno di Massimo Demma).
© Società Italiana di Scienze Naturali e
Museo Civico di Storia Naturale di Milano
corso Venezia, 55 - 20121 Milano
Registrato al Tribunale di Milano al n. 6694
Direttore responsabile Giovanni Pinna
Segretaria di redazione Anna Alessandrello
Grafica editoriale Michela Mura
Stampa Tipografia Fusi, Pavia - marzo 1992
ISSN 0376-2726
Giovanni Pinna
Cyamodus hildegardis Peyer, 1931
(Reptilia, Placodontia)
Riassunto - Vengono analizzati tutti gli esemplari conosciuti di Cyamodus hildegardis, alcuni dei quali mai figurati pri¬
ma d’ora, e viene tentata una ricostruzione della specie. Viene inoltre discusso il problema della presenza o dell’assenza del
piastrone ventrale nei placodonti.
Abstract — All thè known specimens of Cyamodus hildegardis, some of which up to now never illustrated, are here
analyzed, and a reconstruction of thè species is attempted. The problem concerning thè existence of thè plastron is also
discussed.
Key words: Reptilia, Placodontia, Cyamodus, Trias.
INTRODUZIONE
La specie Cyamodus hildegardis fu istituita da
Peyer nel 1931 su un esemplare molto frammentario
di circa 130 cm di lunghezza, rinvenuto nel 1924 nel¬
la Grenzbitumenzone anisico-ladinica affiorante in
Valporina sul Monte San Giorgio (Canton Ticino,
Svizzera).
L’esemplare conservava il cranio, parte della co¬
razza e numerosi altri elementi dello scheletro post¬
craniale; era perciò il più completo placodonte attri¬
buito al genere Cyamodus fino ad allora rinvenuto, e
mostrò, grazie alla corazza relativamente ben conser¬
vata, che i rappresentanti del genere Cyamodus face¬
vano indiscutibilmente parte del gruppo dei placo¬
donti corazzati.
Nel 1935 ancora Peyer descrisse nuovi esempla¬
ri della stessa specie rinvenuti a Valporina: un
cranio definito subadulto, completo di mandibola
trovato nel 1931 (Peyer 1935 t. 46, f. labe) e con¬
servante una dozzina di corte falangi (Peyer 1935
f. 6); e un cranio con mandibola di un giovanissimo
esemplare scoperto nel 1933 (Peyer 1935 t. 46,
f. 2abc).
Nel 1957 fu rinvenuto in località P.902 sul Monte
San Giorgio un altro cranio con mandibola che fu ri¬
ferito a un esemplare subadulto. Tale cranio, assie¬
me al cranio giovanile del 1933 e al cranio dell’oloti-
po, permise a Kuhn-Schnyder nel 1959 e nel 1960 di
studiare le modificazioni della forma del cranio e so¬
prattutto della dentatura di questa specie nel corso
dell’ontogenesi.
Nel 1975 un cranio subadulto completo di mandi¬
bola (es. MSNM V478) fu rinvenuto a Besano duran¬
te gli scavi organizzati dal Museo Civico di Storia
Naturale di Milano (Pinna 1976, f. 5).
Nel 1975 Westphal, nel corso di un lavoro sulla co¬
razza dei placodonti, analizzò brevemente due altri
esemplari particolarmente interessanti di Cyamodus
hildegardis: l’esemplare PIMUZ T58 dell’Università
di Zurigo, trovato nel 1929 a Cava Tre Fontane e mai
studiato, e l’esemplare MSNM V458 del Museo di
Storia Naturale di Milano, uno scheletro giovanile
particolarmente ben conservato, trovato nella cava di
Pogliana attorno al 1960 (Westphal 1975 p. Ili, 112,
f. 8f, 10).
Nel 1980 lo scheletro MSNM V458 fu studiato da
Pinna che potè per la prima volta effettuare una rico¬
struzione dello scheletro postcraniale della specie,
anche se solo parziale e basata su un esemplare gio¬
vanile privo di corazza continua.
Nel 1989, infine, Tschanz rinvenne nel contenuto
gastrico di Lariosaurus buzzii, un esemplare trovato
nel 1961 in località P.902, quattro frammenti ossei
con denti palatini attribuibili a giovanissimi esempla¬
ri della specie.
4
GIOVANNI PINNA
MATERIALE CONOSCIUTO
L’elenco che segue riporta gli esemplari attual¬
mente noti di Cyamodus hildegardis.
Sono forniti in successione:
(figurazione nel presente lavoro), definizione del re¬
perto, (prima pubblicazione), località e anno di rin¬
venimento, collocazione e numero di catalogo.
Gli esemplari con la sigla PIMUZ appartengono al
Palàontologisches Institut und Museum der Univer-
sitàt Ziirich, quelli con la sigla MSNM al Museo di
Storia Naturale di Milano.
1 - (fig. 3) scheletro incompleto, olotipo (Peyer
1931, t. 15; t. 16; t. 17, f. 1)
Valporina 1924, PIMUZ T4763
2 - (fig. 1) scheletro completo (Westphal 1975,
f. 80
Cava Tre Fontane 1929, PIMUZ T58
3 - (fig. 6) cranio (Peyer 1935, t. 46, f. labe)
Valporina 1931, PIMUZ T4768
4 - (fig. 4) cranio giovanile (Peyer 1935, t. 46,
f. 2abc)
Valporina 1933, PIMUZ T2797
5 - (fig. 5) frammento dello scheletro postcraniale
(non pubblicato)
Valle Stelle 1935, PIMUZ T4764
6 - (fig. 10) cranio adulto incompleto (non pubbli¬
cato)
Cava Tre Fontane 1939, PIMUZ T4770
7 - ossa dello scheletro postcraniale (non pubbli¬
cato)
Punto 902 1954, PIMUZ T1285
8 - (fig. 8) cranio subadulto (Kuhn-Schnyder 1959,
t. 1)
Punto 902 1957, PIMUZ T2796
9 - (fig. 2) scheletro giovanile completo (Westphal
1976, f. 10; Pinna 1980, t. 4)
Pogliana 1960, MSNM V458
10 - 4 ossa con denti e due gastralia di esemplari
giovanili (Tschanz 1989, f. 8abc)
Punto 902 1961, PIMUZ T2804
11 - (fig. 9) cranio (Pinna 1976, f. 5)
Besano 1975, MSNM V478
12 - (fig. 7) cranio adulto e vertebre cervicali (non
pubblicato)
Punto 902 ?, PIMUZ T4771
13 - (fig. 11) mandibola giovanile con denti (non
pubblicato)
Punto 902 ?, PIMUZ T4765
14 - (fig. 12) due mandibole con denti e dente pala¬
tino giovanile (non pubblicato)
Valle Stelle ?, PIMUZ T4767
15 - (fig. 13) denti mandibolari giovanili (non pub¬
blicato)
Valporina ?, PIMUZ T4766
16 - dente isolato (non pubblicato)
Valle Stelle ?, PIMUZ T4772.
MATERIALI PER LA RICOSTRUZIONE DELLA SPECIE
Cyamodus hildegardis è la specie chiave per cono¬
scere l’anatomia del genere Cyamodus e per giungere
quindi a una ricostruzione ecologico-funzionale dei
placodonti corazzati del Muschelkalk.
Nessuna altra specie del genere Cyamodus è infatti
così ben rappresentata. Di Cyamodus hildegardis so¬
no infatti noti sia crani completi della loro mandibo¬
la, sia crani a diversi stadi di crescita, sia soprattutto
tre esemplari con scheletro postcraniale piu o meno
ben conservato:
(1) l’olotipo (PIMUZ T4763), in condizioni non
particolarmente buone, ma conservante, oltre il cra¬
nio e la mandibola, ampi tratti della corazza dorsale,
la porzione prossimale della coda, alcune vertebre
cervicali, dorsali e caudali e qualche frammento degli
arti anteriori e del cinto scapolare (fig. 3).
(2) l’esemplare MSNM V458, che conserva, oltre
al cranio, lo scheletro postcraniale con le ossa del
tronco in connessione anatomica, ma manca di buo¬
na parte della coda e degli arti (fig. 2).
(3) l’esemplare PIMUZ T58 che mostra molti ele¬
menti dello scheletro postcraniale non visibili negli
altri esemplari e, soprattutto, la conformazione della
corazza dorsale (fig. 1).
Quest’ultimo è un individuo adulto fossilizzato in
norma ventrale. Lo scheletro è in buona parte dis¬
sociato e i diversi elementi sono per lo più mal con¬
servati e incompleti. Il cranio e il ramo mandibolare
sinistro sono fortemente compressi e solo la dentatu¬
ra e in discrete condizioni di conservazione.
La regione cervicale della colonna non è conserva¬
ta. Il tronco è la porzione dello scheletro più comple¬
ta. Sono visibili 11 vertebre dorsali, dotate dei pro¬
cessi trasversi molto sviluppati caratteristici di tutti i
placodonti corazzati. Le prime 7 dorsali hanno subi¬
to una leggera dislocazione e i loro processi trasversi,
robusti e arcuati, si collegano alla superficie interna
del margine della corazza dorsale. Le successive 4
dorsali sono molto dislocate, ma la loro posizione di
fossilizzazione permette la ricostruzione in norma
anteriore (fig. 16).
Come nell’esemplare MSNM V458, ogni vertebra
dorsale porta vere e proprie coste articolate con i pro¬
cessi trasversi.
I cinti sono mal conservati: l’ilio è alto e robusto e
in generale gli elementi ventrali del cinto pelvico
sembrano ben sviluppati.
Degli arti sono conservati l’omero, l’ulna e il radio
sinistri, i due femori, la tibia e la fibula sinistre.
La corazza e formata da una corazza dorsale com¬
pleta e da una piastra caudale analoga a quella pre¬
sente in Psephoderma alpinum (Pinna & Nosotti
1989), ambedue di forma subcircolare.
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER, 1931 (REPTILIA, PLACODONTIA)
5
Fig. 1 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ T58 e (in basso) sua mappa osteologica: cd - corazza dorsale,
cs - costa, d - vertebra dorsale, fe - femore, fi - fibula, il - ilio, is - ischio, o - osteoderma, om - omero, pc -
ra - radio, s - vertebra sacrale, se - scapola, ti - tibia, ul - ulna (X 0,29).
co - coracoide,
piastra dorsale,
6
GIOVANNI PINNA
-Fr>rocess rlldr^dlS\ es\MSN.M V458 (x °’42) e (.in basso) sua mappa osteologica: 1-23 - centra vertebrali, II-XIII
radTo sc S ’ ni n n •' clavic°Ì£V cor - coracoide, tei - interclavicola, il - ilio, is - ischio, om - omero, pu - pube, r -
ramo, se - scapola, ul - ulna, in puntinato gli osteodermi (da Pinna 1980).
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER, 1931 (REPTILIA, PLACODONT1A)
7
Fig. 3 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ T4763, olotipo (X 0,21)
Fig. 4 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ T2797 (X 2,09).
Fig. 5 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ T4764 (x 1,5).
8
GIOVANNI PINNA
Fig. 6
norma
Cyamodus hildegardis es. PIMUZ T4768 (X 0,7). Cranio in norma palatina (a) e in norma dorsale (b), mandibola in
superiore (c) e in norma inferiore (d).
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER, 1931 (REPTILIA, PLACODONTIA)
9
Fig. 7 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ T4771 (x 0,65).
10
GIOVANNI PINNA
Fig. 8 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ T2796 (X 0,75).
Fig. 9 - Cyamodus hildegardis es. MSNM V478 (X 0,89).
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER, 1931 (REPTILIA, PLACODONTIA)
Fig. 10 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ T4770 (X 1).
Fig. 11 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ
T4765 (X 5).
Fig. 12 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ
T4767 (X 3).
Fig. 13 - Cyamodus hildegardis es. PIMUZ
T4766 (X 3).
12
GIOVANNI PINNA
OSTEOLOGIA DI CYAMODUS HILDEGARDIS
Cranio
Della specie Cyamodus hildegardis è ben conosciu¬
ta la dentatura che fu studiata da Peyer (1931, 1935) e
da Kuhn-Schnyder (1959, 1960), che analizzò anche
le variazioni che essa subisce nel corso dell’ontoge¬
nesi. Per contro le non buone condizioni di conser¬
vazione di tutti gli esemplari conosciuti non hanno
permesso la ricostruzione delfanatomia del cranio.
Nei suoi lavori Peyer si limitò infatti solo a osser¬
vazioni generali e, analizzando nel 1935 il cranio
PIMUZ T4768, mise in evidenza una certa analogia
con Placochelys placodonta.
La cattiva conservazione del materiale non per¬
mette in particolar modo di osservare chiaramente la
disposizione delle ossa della regione temporo-jugale,
disposizione che recentemente è stata oggetto di no¬
tevoli discussioni (Pinna 1989).
In alcuni esemplari vi sono tuttavia indizi che per¬
mettono di ritenere che anche in Cyamodus hildegar¬
dis l’arcata temporale fosse formata, come in Placo¬
chelys placodonta, in Psephoderma alpinum e in Pla-
codus gigas, da tre sole o§sa: postorbitale, jugale e
quadrato-jugale, con postorbitale separato dallo
squamoso a opera del quadrato-jugale. Sia nell’e¬
semplare PIMUZ T2797, sia nel cranio incompleto
dell’esemplare MSNM V458 si notano suture che
solcano il margine posteriore esterno delle finestre
temporali e che separerebbero un quadrato-jugale
ampio e costituente parte del margine esterno della
fossa temporale, da uno squamoso limitato alla parte
posteriore del margine di detta fossa.
Un’indicazione analoga viene fornita dall’esem¬
plare PIMUZ T4771, fossilizzato in norma ventrale, e
che espone la superfìcie interna dell’arcata tempora¬
le sinistra. Su questa superficie sono presenti tre su¬
ture che separano tre ossa, identificate come postor¬
bitale, jugale e quadrato-jugale. Il margine esterno
della fossa temporale sembra essere formato, anche
in questo esemplare, dall’unione del postorbitale con
il quadrato-jugale.
Fig. 14 - Ricostruzione schematica in norma palatina del cranio
di Cyamodus hildegardis desunto soprattutto dall’es. MSNM
V478 (X 1,87).
Per quanto riguarda l’aspetto generale del cranio,
si desume, soprattutto dall’esemplare PIMUZ T4768
che negli esemplari di grandi dimensioni esso e più
stretto e piu affilato in avanti che nei Cyamodus del
Muschelkalk tedesco e presenta molte analogie, in
quanto a forma generale, con Placochelys placodonta
e con Protenodontosaurus italicus (Pinna 1990). Per
contro negli esemplari di dimensioni minori il cranio
è decisamente meno affilato e assai piu simile a quel¬
lo non completamente conosciuto di Cyamodus
muensteri, come si può notare dalla fig. 14 derivata
dall’esemplare MSNM V478.
La mandibola e conservata in buone condizioni in
norma laterale negli esemplari PIMUZ T2796 e
MSNM V478.
Per quanto riguarda la dentatura, gli esemplari
adulti sono dotati di due coppie di denti premascella¬
ri, di tre paia di denti mascellari e da due coppie di
palatini, mentre la mandibola possiede due paia di
mandibolari anteriori e tre paia di mandibolari poste¬
riori. Sia i premascellari, sia i mandibolari anteriori
sono conici nelle forme di dimensioni ridotte
(MSNM V478) e tendono ad appiattirsi e a divenire
subcircolari con la crescita, senza tuttavia trasformar¬
si in denti completamente trituranti (PIMUZ T4768).
Kuhn-Schnyder (1959, 1960) ha stabilito sulla base
degli esemplari PIMUZ T2797, PIMUZ T2796 e
PIMUZ T4768, rispettivamente una forma giovanile,
una forma subadulta e un adulto, che nel corso del¬
l’ontogenesi ha luogo una variazione della dentatura
con riduzione dei palatini, dei mascellari e dei man¬
dibolari, secondo il seguente schema:
Pmx Mx Pai Mand. ant. post.
forme giovanili 2 3 3 1 4
forme subadulte 2 4 2 2 4
forme adulte 2 3 2 2 3
Colonna vertebrale
La colonna vertebrale di Cyamodus hildegardis
non è nota completamente. Nell’esemplare MSNM
V458 sono presenti 12 vertebre dorsali, 3 sacrali e 8
caudali; l’esemplare PIMUZ T58 conserva 11 dorsali
e 3 sacrali; nell’olotipo sono identificabili 3 cervicali,
9 dorsali, di cui sono conservati alcuni centra e i pro¬
cessi trasversi, e 15 caudali; 3 cervicali sono conser¬
vate nell’esemplare PIMUZ T4771.
La conservazione solo parziale degli scheletri co¬
nosciuti non permette di stabilire il numero esatto
degli elementi della colonna vertebrale. Si può tutta¬
via ipotizzare, in parte per analogia con Psephoderma
alpinum, che fossero presenti 5 o 6 vertebre cervicali,
12 dorsali, 3 sacrali e numerose caudali.
Regione cervicale
L’esemplare PIMUZ T4771 conserva tre vertebre
cervicali, una visibile in norma posteriore, due visibi¬
li in norma dorsale e prive della spina neurale.
La vertebra cervicale (fig. 15) ha una struttura ca¬
ratteristica; ha corpo profondamente anficelo di se¬
zione circolare e arco neurale molto alto e sviluppa-
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER, 1931 (REPTIL1A, PLACODONT1A)
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to, cosicché il canale neurale risulta assai ampio. Le
pre e le postzigapofisi sono larghe e proiettate in avan¬
ti e all’indietro con faccette articolari poco inclinate
rispetto all’orizzontale. Il processo trasverso, la para-
pofisi e la costa cervicale sono fuse (vedi Romer 1956,
pag. 291), e uno stretto forame segna il luogo dell’ori¬
ginaria separazione fra il ramo capitolare e il ramo tu¬
bercolare della costa.
Fig. 15 - Ricostruzione in norma posteriore di una vertebra cer¬
vicale prossimale di Cyamodus hildegardis (dall’es. PIMUZ
T4771) (X 1,10).
Regione dorsale
La regione dorsale è visibile in modo completo
nell’esemplare MSNM V458, grazie al quale il tronco
dell’animale è stato ricostruito completamente (Pin¬
na 1980, fig. 1) (fig. 17); tale regione è conservata solo
parzialmente nell’esemplare PIMUZ T58; è molto
frammentaria nell’olotipo, nel quale sono conservati
solo alcuni processi trasversi (interpretati come coste
da Peyer nel 1931).
La regione dorsale è composta da almeno 12 verte¬
bre, caratterizzate da centra anfìceli, corti, e privi di
parapofisi, e da archi neurali molto sviluppati rispet¬
to ai centra, dotati di spina neurale bassa e processi
trasversi larghi, ricurvi e così allungati da giungere al¬
la parete interna del margine laterale del carapace
dorsale.
L’unica vertebra dorsale conservata in modo da
permettere una sua ricostruzione è l’ultima dorsale
dell’esemplare PIMUZ T58, visibile in norma ante¬
riore (fig. 16). La sua ricostruzione mostra l’enorme
sviluppo dell’arco neurale, la curvatura dei processi
trasversi e la forma delle zigapofìsi che portano fac¬
cette articolari concave, inclinate di circa 45° rispetto
Fig. 16 - Ricostruzione in norma anteriore dell’ultima vertebra
dorsale dall’es. PIMUZ T58 (x 1,17).
La struttura di questa vertebra pone alla ribalta il
problema dell’esistenza o meno di articolazioni ac¬
cessorie nelle dorsali dei placodonti corazzati, artico¬
lazioni che sono state fino a ora segnalate solo in Pla-
codus e in Paraplacodus. La vertebra in questione
presenta infatti, come alcune vertebre di Anomosau-
rus descritte da Huene (1905) e attribuibili ai placo¬
donti, una fossetta situata fra le due zigapofìsi: Tale
fossetta è diffìcilmente interpretabile come ipoantro
in quanto è situata al di sopra del livello delle artico¬
lazioni e non sembra destinata a ricevere la proiezio¬
ne di un eventuale ben sviluppato iposfene.
Se qualche articolazione accessoria esisteva nelle
vertebre dorsali di Cyamodus hildegardis, questa era
comunque poco sviluppata.
Tutte le vertebre dorsali portano coste di struttura
molto semplice. Si tratta di ossa strette, allungate,
debolmente espanse alle estremità, piegate ad ango¬
lo a circa un terzo della lunghezza dall’articolazione.
Tali coste olocefale si articolano con l’estremità di¬
stale dei processi trasversi.
Regione sacrale
La regione sacrale di Cyamodus hildegardis, visibi¬
le negli esemplari MSNM V458 e PIMUZ T58, è co¬
stituita, come in tutti i placodonti, da tre vertebre
connesse all’ilio tramite coste sacrali fortemente
espanse all’estremità.
Negli esemplari adulti il sacro è collocato, come in
Psephoderma alpinum, fra il margine posteriore del
carapace dorsale e il margine anteriore della piastra
caudale, in modo tale che la seconda vertebra cauda¬
le occupi lo spazio non corazzato compreso fra que¬
sti due margini.
Regione caudale
Il numero delle vertebre caudali di Cyamodus hil¬
degardis non è noto, tuttavia presumibilmente la
specie possedeva una coda molto lunga, analoga a
quella di Psephoderma alpinum che e composta da 61
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GIOVANNI PINNA
Le prime 4 caudali, visibili nell’esemplare MSNM
V458, portano coste ben sviluppate, articolate con
prominenti processi trasversi. Le due prime coste
sono tozze, strette nella parte centrale e espanse alle
due estremità, le due successive sono più corte,
meno sviluppate e portano un’espansione distale
meno pronunciata.
Le emapofisi sono presenti a partire dalla terza
vertebra caudale.
Nell’olotipo è conservata una parte della porzione
prossimale della coda. Le prime caudali non sono vi¬
sibili perchè originariamente coperte dalla piastra
caudale di cui si conserva ancora un frammento. A
giudicare dalla lunghezza della piastra caudale, si
tratta delle prime 6 caudali, cosicché il primo corpo
vertebrale visibile presso il limite inferiore della pia¬
stra dovrebbe essere riferibile alla settima caudale.
Al di là del limite posteriore della piastra caudale so¬
no visibili piu o meno distintamente 15 vertebre, cor¬
rispondenti alle caudali 7-24. Di queste solo la 16 e la
17 sono conservate in norma laterale.
La 16a caudale è analoga per forma dell’arco neura-
le e per disposizione delle zigapofisi alle vertebre
caudali 9-17 di Psephoderma alpinum (Pinna & No-
sotti 1989) con la differenza di un minore sviluppo in
altezza dell’arco.
Cinto scapolare
Il cinto scapolare è visibile parzialmente nell’oloti¬
po e negli esemplari PIMUZ T58 e MSNM V458. In
quest’ultimo sono conservati non in connessione i
due coracoidi, la scapola destra, parte delle due clavi¬
cole e l’interclavicola, ed è stata possibile una rico¬
struzione schematica del cinto in norma ventrale
(Pinna 1980 pag. 292-297, f. 4, 5).
Nell’esemplare PIMUZ T58 i vari elementi sono
mal conservati; sono identificabili le due scapole e i
due coracoidi, mentre non sono stati osservati la cla¬
vicola e l’interclavicola. La scapola è molto alta e ro¬
busta rispetto ai coracoidi, più robusta della
scapola di Psephoderma alpinum.
Nell’esemplare PIMUZ T1285 è conservata una
scapola con la lama scapolare molto elevata (mm
45,4) e la regione acetabolare espansa (mm 26,7).
Arti anteriori
L’arto anteriore di Cyamodus hildegardis è mal co¬
nosciuto. L’olotipo conserva parte di un omero, l’e¬
semplare PIMUZ T58 l’omero, il radio e l’impronta
dell’ulna sinistri, l’esemplare MSNM V458 l’omero
destro, mentre l’ulna e il radio segnalati in questo
stesso esemplare (Pinna 1980 pag. 297) mi paiono
oggi discutibili.
Non sono conosciuti altri elementi dell’arto ante¬
riore se si escludono le falangi segnalate nell’esem¬
plare PIMUZ T4768 (Peyer 1935 fig. 6).
L’omero dell’esemplare PIMUZ T58 è conservato
in norma ventrale; è un osso più corto del femore,
robusto, fortemente espanso all’estremità distale co¬
me avviene in tutti i placodonti corazzati. Esso e più
tozzo dell’omero di Psephoderma alpinum e di Placo-
chelys placodonta ed ha un’espansione prossimale
meno marcata, minore anche di quella presente nel¬
l’omero dell’esemplare MSNM V458.
La fig. 18a riporta un tentativo di ricostruzione
di parte dell’arto anteriore basata sull’esemplare
PIMUZ T58.
Nell’esemplare PIMUZ T1285 è conservato un
omero con le seguenti dimensioni:
lunghezza massima . mm 60
larghezza dell’espansione distale . . mm 29
larghezza dell’espansione prossimale . mm 19,6
Cinto pelvico
Il cinto pelvico è stato ricostruito sulla base dell’e¬
semplare MSNM V458 (Pinna 1980 fig. 6). Tale rico¬
struzione va tuttavia modificata, in quanto alla luce
dell’esemplare PIMUZ T58 si e osservato che tutte e
tre le vertebre sacrali, e non solo la 2a e la 3a, hanno
deboli processi trasversi e si collegano all’ilio attra¬
verso le coste sacrali.
Il cinto pelvico era originariamente situato fra il
carapace dorsale e la piastra caudale.
Nell’esemplare PIMUZ T58 è ben conservato l’ilio
sinistro in norma laterale esterna. Si tratta di un osso
alto e molto sviluppato con lama iliaca espansa in
senso antero-posteriore e cavità acetabolare ampia e
limitata da una cresta acetabolare ben marcata.
Fig. 18 - Ricostruzione schematica dello stilopodio e dello
zeugopodio dell’arto anteriore (a) e dell’arto posteriore (b) di
Cyamodus hildegardis.
f - fibula, fe - femore, o - omero, r - radio, t - tibia, u - ulna.
Arti posteriori
Elementi degli arti posteriori sono conservati negli
esemplari PIMUZ T58 e MSNM V458.
Nel primo sono stati identificati i due femori e la
fibula e la tibia destre. Il femore sinistro, lungo
66 mm, è un osso robusto, diritto e espanso alle due
estremità. Tali espansioni sono tuttavia minori di
quelle osservabili in Psephoderma alpinum e in Placo-
chelys placodonta. La fibula è lunga 43,5 mm, la tibia
non è completa e doveva essere più lunga della
fìbula.
Nell’esemplare MSNM V458 sono conservati, non
in connessione, 4 metatarsi e l’ultima e la penultima
falange di due dita. Tutte queste ossa sono assai si¬
mili ai corrispondenti elementi del piede di Psepho-
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER. 1931 (REPT1LIA, PLACODONTIA)
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derma alpinum (Pinna & Nosotti 1989 fìg. 14), il che
fa ritenere che il piede di Cyamodus hildegardis non
dovesse differire sostanzialmente da quello della
specie di Meyer, e che avesse lo stesso grado di adat¬
tamento acquatico. In particolar modo sono da se¬
gnalare la forma arrotondata e appiattita delle penul¬
time falangi e la struttura delle falangi unguali non
profondamente modificate.
Nello stesso esemplare è presente un elemento
uncinato di dubbia interpretazione: non sono certo
che possa trattarsi di una falange unguale fossilizzata
in norma laterale, ma se così fosse il piede di Cyamo¬
dus hidegardis risulterebbe dotato di falangi uncina¬
te, e sarebbe quindi ben più «terrestre» del piede di
Psephoderma alpinum.
La Fig. 18b riporta la ricostruzione parziale del¬
l’arto posteriore.
Corazzatura dermica
Analogamente a quanto avviene negli altri placo-
donti corazzati ( Placochelys placodonta e Psephoder¬
ma alpinum ), la corazzatura dermica di Cyamodus
hildegardis consiste in ossificazioni dermiche del cra¬
nio, in uno scheletro gastrale, in una corazza dorsale
composta da carapace e piastra caudale, e in ossifica¬
zioni dermiche della coda. Non è presente il piastro¬
ne; sul ventre sono presenti rari osteodermi isolati.
Ossificazioni dermiche del cranio
Le ossificazioni dermiche del cranio sono ben visi¬
bili nell’esemplare PIMUZ T4771 e consistono in tu¬
bercoli dermici situati sugli squamosi e sui quadrato-
jugali (nell’esemplare in questione se ne contano 4),
con una disposizione che si ritrova sia in vari Cyamo¬
dus, sia in Placochelys, sia in Psephoderma.
Scheletro gastrale
Lo scheletro gastrale, visibile sia nell’esemplare
MSNM V458 (Pinna 1980, pag. 287-290, fig. 2), sia
nell’esemplare PIMUZ T58, è ben sviluppato, sebbe¬
ne piu debole che in Psephoderma alpinum (Pinna &
Nosotti 1989, pag. 38). Nell’esemplare giovanile con¬
siste in una serie di circa 16 archi gastrali, ciascuno
dei quali e composto, come in Psephoderma alpinum,
da tre elementi sottili e allungati «a bastoncino» (e
non da 5 elementi come in Placodus gigas e Parapla-
codus broilii ): una gastrale mediana e due gastrali
laterali.
L’esemplare PIMUZ T58, nel quale lo scheletro
gastrale è dissociato, ha permesso di stabilire che la
gastrale mediana e un elemento allungato e piegato
centralmente a formare un angolo ottuso molto am¬
pio, mentre le gastralia laterali sono elementi più
corti e debolmente ricurvi (fìg. 23a).
Corazza dorsale
In Psephoderma alpinum la corazza dorsale è com¬
posta da due elementi: un carapace dorsale ricopren¬
te il corpo dalle cervicali posteriori alla prima sacrale,
e una piastra caudale situata posteriormente al cara¬
pace e ricoprente la terza sacrale e le prime 8 caudali.
L’esemplare PIMUZ T58 mostra chiaramente che
anche in Cyamodus hildegardis sono presenti questi
due elementi. Ciò porta a concludere che probabil¬
mente tutti i placodonti corazzati erano dotati di una
corazza dorsale formata da carapace e piastra caudale
(della piastra caudale non si ha traccia in Henodus
chelyops).
La piastra caudale è conservata anche nell’olotipo:
è il frammento di corazza situato in prossimità della
base della coda, separato dal frammento principale
del carapace.
L’esemplare giovanile MSNM V458 non possiede
una corazza dorsale continua, ma in esso sono
presenti numerosi osteodermi isolati, segno che l’os¬
sificazione completa del carapace e della piastra cau¬
dale aveva luogo solo allo stadio adulto (Pinna 1980
pag. 290-292).
Gli esemplari di Cyamodus hildegardis in cui si è
conservata la corazza sembrano dimostrare che sia il
carapace, sia la piastra caudale ossificavano tardiva¬
mente, e che, proprio a causa di questa tardiva ossifi¬
cazione, gli osteodermi non erano saldati gli uni agli
altri a formare un complesso rigido, con la sola ecce¬
zione degli osteodermi costituenti i margini laterali
dei due elementi.
16
GIOVANNI PINNA
Riferendosi all’esemplare PIMUZ T58, Westphal
ha messo in evidenza (1975 pag. 111-112, fìg. 8f) che
gli osteodermi del carapace di Cyamodus hildegardis
erano collegati fra loro ventralmente da fibre connet¬
tive mineralizzate, la presenza di tali strutture dimo¬
stra a mio parere la non completa rigidità della coraz¬
za anche allo stadio adulto.
La non completa rigidità della corazza sembra an¬
che dimostrata dalla fossilizzazione dell’olotipo, nel
quale sia il carapace, sia la piastra caudale sembrano
composte da un insieme caotico di osteodermi di va¬
rie dimensioni, formatosi probabilmente a seguito
della compressione su un piano orizzontale di una
struttura originariamente ricurva, schiacciamento
che produsse l’accavallamento caotico di osteodermi
non rigidamente collegati gli uni agli altri.
Lo schema di organizzazione della corazza dorsale
del Cyamodus hildegardis non è ricostruibile: si e no¬
tato tuttavia che il carapace possiede una organizza¬
zione degli osteodermi diversa sulla superficie ester¬
na (dorsale) e sulla superficie interna (ventrale):
esternamente (olotipo) sono presenti grossi osteo¬
dermi allungati in direzione antero posteriore, di for¬
ma vagamente esagonale, carenati, con dimensioni
medie di 25 mm di lunghezza, per 20 mm di larghez¬
za. Tali osteodermi sono disposti lungo linee che sol¬
cano il carapace in direzione antero-posteriore e so¬
no intercalati da osteodermi non carenati di forma
non identificabile (fig. 20). Sul lato interno del cara¬
pace (PIMUZ T58) gli osteodermi hanno una dispo¬
sizione piu regolare, sono strettamente uniti gli uni
agli altri e non hanno forma esagonale ma posseggo¬
no margini curvilinei (fìg. 22). Tale disposizione ri¬
corda il modello a tasselli curvilinei caratterizzante
alcuni frammenti di corazza di Psephosaurus sinaiti-
cus (Haas 1959 tav. 1, fìg. 1; tav. 2, fìg. 5, 6; tav. 3, fìg.
10, 11, 12; tav. 5, fìg. 17; tav. 9a, fig. 32, 33, 34), la co¬
razza di Psephosaurus sp. (Haas 1969 tav. 3, fig. a) e
quella di Psephosaurus mosis (Brotzen 1957 tav. 4 in
alto). I frammenti di corazza a tasselli curvilinei citati
sono stati tutti riferiti a frammenti del piastrone e
Haas (1969) ha messo in evidenza le differenze di
struttura esistenti nella maggior parte delle forme
mediorientali fra la superfìcie dorsale del carapace e
il supposto piastrone ventrale: «thè scaly pattern of
thè plastron differs strongly from thè polygonal-irregu-
lar pattern of thè carapace».
Più chiara è la forma degli osteodermi marginali
del carapace e della piastra caudale, questi sono coni¬
ci, molto sviluppati e proiettati all’esterno.
Fig. 20 - Ipotetica disposizione degli osteodermi nella corazza
dorsale adulta di Cyamodus hildegardis.
A giudicare dall’esemplare PIMUZ T58 sia il cara¬
pace, sia la piastra caudale avevano forma subcircola¬
re poco piu larga che lunga, e possedevano margini
laterali regolarmente ricurvi (fig. 19). In nessun
esemplare sono visibili l’emarginazione anteriore e il
margine posteriore del carapace e i margini anteriore
e posteriore della piastra caudale.
Per concludere si può ipotizzare quanto segue:
a - l’assenza di una corazza completa in un esem¬
plare di 41 cm di lunghezza (coda esclusa)
(MSNM V458) indica che l’ossificazione avveni¬
va solo a un avanzato stadio di crescita
b - la corazza incompleta dell’esemplare MSNM
V458 sembra indicare che l’ossificazione degli
osteodermi avveniva a velocità variabile e in
tempi diversi, e che l’ossificazione procedeva dai
margini verso il centro del carapace. Ciò è natu¬
rale se si considerano le maggiori dimensioni de¬
gli osteodermi marginali negli esemplari adulti e
la loro elevata ossificazione che permette la for¬
mazione di margini robusti
c - la disposizione caotica degli osteodermi del ca¬
rapace dell’olotipo e la presenza di fibre connet¬
tive mineralizzate rinforzanti il lato ventrale del¬
la corazza indicano che anche allo stadio adulto
gli osteodermi non erano saldamente ossificati
fra loro, il che permette di ipotizzare che il cara¬
pace dorsale conservasse un certo grado di ela¬
sticità.
Ossificazioni dermiche della coda
La disposizione e la consistenza delle ossificazioni
dermiche caudali sono ben visibili nell’olotipo e
sono state diffusamente descritte da Peyer (1931
pag. 14).
La corazza dermica della coda è formata da due se¬
rie principali di osteodermi, l’una dorsale, l’altra
ventrale e, probabilmente, da due serie laterali mino¬
ri; nell’olotipo queste serie di osteodermi sono pre¬
senti lungo tutta la porzione conservata della coda
(fig. 21).
La serie dorsale è costituita da grandi osteodermi
subrettangolari non carenati (o 13-23), più stretti po¬
steriormente che anteriormente e la cui lunghezza è
pari alla lunghezza dei corpi vertebrali; a ogni verte¬
bra corrisponde quindi un osteoderma dorsale. Nel¬
l’animale in vita questi osteodermi dovevano essere
in contatto con le spine neurali e dovevano giacere
orizzontalmente ciascuno sopra le vertebra corri¬
spondente, così da formare una serie continua di ro¬
buste placche ricoprente dorsalmente la coda.
La serie ventrale è composta da osteodermi di for¬
ma ogivale (e 8-22) percorsi per tutta la lunghezza da
una netta carena mediana. Nell’animale in vita tali
osteodermi erano associati alle neurapofìsi, come già
messo in evidenza da Peyer: ciascun osteoderma si
appoggiava ventralmente alla neurapofìsi di una ver¬
tebra, con l’apice rivolto verso il basso e la carena di¬
sposta ventralmente. La successione di questi osteo¬
dermi formava una fascia corazzata ventrale che,
per la posizione embriciata degli osteodermi succes¬
sivi, dava alla parte inferiore della coda un aspetto
frastagliato.
Le due serie laterali sono incomplete, nel senso
che radi e piccoli osteodermi si appoggiavano lateral¬
mente ai fianchi delle vertebre, senza alcun ordine
apparente.
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER. 1931 (REPTILIA, PLACODONTIA)
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18
GIOVANNI PINNA
È diffìcile interpretare dal punto di vista funzio¬
nale la corazzatura ventrale della coda, che non si
trova così sviluppata in nessun altro placodonte. In
Psephoderma alpinum sono stati osservati piccoli
osteodermi in connessione con alcune emapoffisi, ma
tali ossificazioni ventrali della coda non hanno né la
consistenza, né la continuità di quelle presenti in
Cyamodus hildegardis.
L’ASSENZA DI CORAZZE NEL MUSCHELKALK TEDESCO
Cyamodus hildegardis è l’unico rappresentante del
genere Cyamodus di cui sia conosciuta la corazza
dorsale. Gli esemplari del Muschelkalk tedesco sono
conosciuti infatti solo attraverso il cranio e qualche
ossa dello scheletro postcraniale, soprattutto verte¬
bre e ossa lunghe, rinvenute isolatamente. L’assenza
dai sedimenti del Muschelkalk di corazze complete,
di frammenti di corazza e persino di osteodermi iso¬
lati attribuibili ai placodonti è quanto mai insolita e
diffìcilmente spiegabile. Per trovare una spiegazione
plausibile a questa assenza sarebbe necessario am¬
mettere contemporaneamente due eventualità:
1 - che i Cyamodus del Muschelkalk tedesco fossero
dotati di una corazza formata da osteodermi non
saldati strettamente fra loro anche allo stadio
adulto, così da permettere la dissociazione della
corazza dopo la morte,
2 - che gli osteodermi fossero così debolmente ossi¬
ficati da non potersi conservare allo stato fossile
una volta dispersi nei sedimenti.
Come dimostrano i resti di Cyamodus hildegardis,
la prima eventualità risulta plausibile, soprattutto se
la disgregazione dell’animale avveniva in ambienti
non conservativi, mentre la seconda appare piu diffi¬
cile, a giudicare dai forti osteodermi conservati nei
resti di Cyamodus hildegardis.
È chiaro allora che l’assenza di parti di corazza e di
osteodermi nel Muschelkalk tedesco deve avere
un’altra origine, legata da un lato alla possibilità di
dissociazione della corazza, e dall’altro a un fenome¬
no che fino a ora non sono stato in grado di identifi¬
care, che non doveva essere connesso con la struttu¬
ra dell’animale ma piuttosto alla natura dell’ambien¬
te di deposizione.
IL PROBLEMA DEL PIASTRONE
Tutti i placodonti erano provvisti di una qualche
sorta di corazzatura ventrale: i placodonti non coraz¬
zati, come Placodus e Paraplacodus, possedevano un
forte scheletro gastrale, mentre i placodonti corazza¬
ti, oltre a possedere gastralia più o meno sviluppate,
portavano osteodermi nello spessore della copertura
dermica ventrale, piu o meno isolati (Cyamodus, Pla-
cochelys, Psephoderma) o comunque limitati a una
sola porzione della superficie ventrale (Henodus).
Mentre Cyamodus, Placochelys, Psephoderma e He¬
nodus non possedevano un piastrone ventrale, que¬
sto è stato segnalato in alcune forme mediorientali
(Haas 1959, Westphal 1975 e 1976).
Sebbene non mi sia stato possibile analizzare di¬
rettamente il materiale israeliano, alcuni fatti mi
spingono a ritenere — almeno in linea teorica — che
tutti i placodonti corazzati fossero privi di un piastro¬
ne, nel senso piu proprio che si da a questa parola, e
cioè di una placca ventrale continua formata da
osteodermi saldati fra loro:
1 - Innanzi tutto è certo che il piastrone non esiste
ne in Cyamodus hildegardis, come si vede chiara¬
mente negli esemplari PIMUZ T58 e MSNM
V458, nè nei placochelidi ben conosciuti, quali
Psephoderma alpinum (Pinna & Nosotti 1989).
2 - Le analogie fra i Cyamodus e alcuni Psephosau¬
rus mediorientali sono assai grandi: il cranio di
Psephosaurus mosis, per esempio, ha la stessa
struttura del cranio dei Cyamodus, cosi che a mio
avviso dovrebbe essere anch’egli considerato un
rappresentante di questo genere. Appare perciò
improbabile che animali assai simili per taluni
aspetti fondamentali, quali la struttura del cra¬
nio, possano differenziarsi per altri aspetti altret¬
tanto importanti, quali l’assenza e la presenza
del piastrone.
3 - Nell’esemplare PIMUZ T58 vi è, una notevole
differenza di struttura fra la superficie esterna
(dorsale) e la superfìcie interna (ventrale) del ca¬
rapace: sulla superficie esterna gli osteodermi
formano un modello praticamente esagonale,
mentre sulla superficie interna gli osteodermi
sono conformati in modo da formare un model¬
lo a tasselli curvilinei. Tali due modelli si osser¬
vano di frequente nelle forme mediorientali e
sono stati attribuiti rispettivamente al carapace e
al piastrone. Si veda in particolare l’esemplare di
Psephosaurus sinaiticus figurato da Haas (1959 t.
1, f. 1, 2) nel quale i due modelli dorsale e ventra¬
le sono chiaramente visibili nel medesimo pezzo
di corazza.
4 - È noto che il modello a tasselli curvilinei del tipo
di quello presente nel «piastrone» delle forme
mediorientali e il risultato di una pressione di
scorrimento costante e unidirezionale agente su
une struttura esagonale (D’Arcy Thompson
1942, pag. 505) (fìg. 22). Considerando gli osteo¬
dermi di un carapace come prismi esagonali, si
può ottenere una differenza di struttura fra la su¬
perfìcie esterna e interna del carapace stesso ana-
Fig. 22 - Sotto una pressione costante, la cui direzione è qui in¬
dicata da una freccia, si può ottenere la trasformazione di un mo¬
dello esagonale in un modello a tasselli curvilinei, analogo a
quello che caratterizza la superficie ventrale della corazza dorsale
dei placodonti corazzati.
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER, 1931 (REPTILIA, PLACODONTIA)
19
Ioga a quella descritta, ammettendo che il cara¬
pace subisca con la crescita un arcuamento sem¬
pre maggiore. Supponendo che gli osteodermi
crescano con tasso analogo a quello della cresci¬
ta del carapace, con un aumento della curvatura
del carapace si otterrebbe che a livello della loro
superficie esterna la pressione reciproca fra gli
osteodermi diminuirebbe, permettendo il man¬
tenimento della forma esagonale (o la perdita
della regolarità nel reticolo esagonale), mentre a
livello della superficie interna gli osteodermi su¬
birebbero una compressione crescente, propor¬
zionale all’aumento delle dimensioni dell’ani¬
male, compressione che sulla superficie interna
del carapace darebbe come risultato appunto un
modello a tasselli curvilinei.
5 - L’arcuamento del carapace durante la crescita
può spiegare non solo la formazione di un mo¬
dello a tasselli curvilinei sulla superficie interna
del carapace dei placodonti, ma anche il modello
irregolare della superficie esterna che molti di
questi carapaci presentano. L’allentamento delle
compressioni fra gli osteodermi derivante dal-
l’arcuamento del carapace, può infatti produrre
una crescita irregolare degli osteodermi che a
sua volta si concretizza nella formazione di un
modello irregolare. Si potranno ottenere cosi
modelli di vario tipo: osteodermi esagonali me¬
scolati a osteodermi con un numero maggiore o
minore di lati; grandi osteodermi esagonali at¬
torniati da piccoli osteodermi^ di forma irregola¬
re, ecc. Il grado di irregolarità del reticolo della
superfìcie esterna del carapace sarà in funzione
del grado di arcuamento del carapace stesso con
la crescita, e sarà inversamente proporzionale al¬
la regolarità del modello a tasselli curvilinei della
superfìcie interna del carapace.
6 - Naturalmente in linea teorica l’irregolarità nella
disposizione degli osteodermi nel carapace dei
placodonti può realizzarsi anche in funzione del
tasso reciproco di crescita degli osteodermi e del
HABITAT E
Strutturalmente Cyamodus hildegardis è molto si¬
mile a Psephoderma alpinum, specie del Trias supe¬
riore di cui è conosciuta assai bene l’anatomia dello
scheletro e di cui sono stati ricostruiti il modo di vita
e l’habitat (Pinna & Nosotti 1989). Esistono tuttavia
fra le due forme alcune differenze che permettono di
ipotizzare per Cyamodus hildegardis abitudini e habi¬
tat differenti.
Il muso di Cyamodus hildegardis, formato dalla
proiezione dei premascellari, è debolmente allunga¬
to e tronco anteriormente; esso porta due coppie di
denti premascellari allungati «a bastoncino» e proiet¬
tati debolmente all’esterno, cui corrispondono due
coppie di analoghi denti mandibolari anteriori. Sia la
forma del muso, sia la presenza dei denti premascel¬
lari contrastano con l’estremo allungamento dei pre¬
mascellari e con l’assenza di denti premascellari os¬
servate in Psephoderma alpinum. Tali differenze de¬
vono essere messe in relazione con abitudini alimen¬
tari differenti, e in particolare permettono di esclu¬
dere che Cyamodus hildegardis si nutrisse, come
Psephoderma alpinum, di organismi endobionti che
carapace nel suo complesso, e del tasso relativo
di crescita degli osteodermi stessi, indipendente¬
mente dall’aumento della curvatura del carapace
con la crescita. Ma in questo caso l’irregolarità
del reticolo della superfìcie esterna del carapace
non si accoppierebbe con un modello a tasselli
curvilinei della superfìcie interna del carapace.
7 - In mancanza di materiale fossile sufficiente che
dimostri che i placodonti caratterizzati da due di¬
versi modelli nel carapace ( Cyamodus , forme
mediorientali) subivano con la crescita un arcua¬
mento del carapace, si può ricorrere a una prova
negativa. Psephoderma alpinum e un placodonte
caratterizzato da un corpo estremamente appiat¬
tito che non subiva alcun arcuamento nel corso
della crescita. L’esistenza di alcune corazze di di¬
verse dimensioni (cfr. l’olotipo e gli esemplari il¬
lustrati da Pinna & Nosotti nel 1989) è indicativo
a questo riguardo. In Psephoderma alpinum il ca¬
rapace non poteva perciò sviluppare un modello
interno diverso dal modello esterno costituito da
perfetti osteodermi esagonali, ciò che l’esempla¬
re MSNM V527 (Pinna & Nosotti 1989) mostra
chiaramente. Il perfetto modello esagonale ca¬
ratterizzante sia in norma esterna, sia in norma
interna, il carapace di Psephoderma alpinum po¬
teva realizzarsi quindi solo a causa della man¬
canza di aumento della curvatura del carapace
stesso durante la crescita, e a una perfetta con¬
cordanza dei tassi di crescita degli osteodermi e
del carapace.
8 - Da quanto osservato nei punti precedenti si può
dedurre che i due differenti modelli di disposi¬
zione degli osteodermi osservati in alcuni placo¬
donti non devono essere necessariamente attri¬
buiti a due differenti strutture (carapace a osteo¬
dermi più o meno esagonali e piastrone con
osteodermi che formano un modello a tasselli
curvilinei), ma possono essere invece il risultato
di sollecitazioni diverse agenti su due parti di
una stessa struttura, il carapace dorsale.
DO DI VITA
venivano scavati con l’ausilio del muso lungo, sottile
e privo di denti.
La forma delle vertebre dorsali, dotate di processi
trasversi più arcuati e la presenza di vere e proprie
coste, hanno permesso di ricostruire una sezione del
tronco di Cyamodus hildegardis ben piu alta di quella
che caratterizza Psephoderma alpinum (fig. 23), con
un dorso, e quindi con la corazza dorsale, decisa¬
mente più convessa. Sia la dentatura, sia il minor ap¬
piattimento generale del corpo indicano che Cyamo¬
dus hildegardis non era legato alla vita sui fondali
fangosi come Psephoderma alpinum, ma che era inve¬
ce specie più mobile, adattata a ambienti con acque
più agitate, e incapace probabilmente di infossarsi
nei sedimenti del fondo marino. Ciò sembra plausi¬
bile se si considera che l’ossificazione della corazza
dorsale avveniva a uno stadio tardo dello sviluppo,
contrariamente a quanto osservato in Psephoderma
alpinum, e che negli stadi giovanili, in assenza di una
corazza completa, era possibile una certa mobilita
della regione del tronco, testimoniata anche dalla
forma delle zigapofìsi delle vertebre dorsali.
20
GIOVANNI PINNA
Fig. 23 - Sezione del corpo a circa metà del tronco in Cyamodus hiìdegardis (a) e in Psephoderma alpinum (b). In tratteggio
la corazza dorsale.
TENDENZE EVOLUTIVE NEI PLACODONTI DEL TRIAS SUPERIORE
Alcuni aspetti di Cyamodus hiìdegardis rimangono
ancora oscuri, fra questi i rapporti che legano questa
specie ai placochelidi del Trias superiore.
All’inizio del Trias superiore (Carnico) i placodon-
ti sono rappresentati da tre forme, Placochelys placo-
donta, Henodus chelyops e Protenodontosaurus itali-
cus, le cui diverse specializzazioni stanno a indicare
l’adattamento dei placodonti corazzati a regimi ali¬
mentari e a ambienti diversi, creatisi almeno in parte
a seguito della regressione del Trias superiore.
La presenza di queste tre forme diverse pone alcu¬
ni problemi nelfidentifìcare la linea, o le linee evolu¬
tive seguite dai placodonti nell’intervallo compreso
fra il limite Anisico/Ladinico e il Retico. In particola¬
re, allo stato attuale delle nostre conoscenze, è diffi¬
cile identificare fra i placodonti corazzati dell’Anisi-
co/Ladinico il gruppo o i gruppi progenitori dei pla¬
cochelidi del Trias superiore.
Esiste tuttavia nel cranio dei cyamodonti un carat¬
tere interessante, che può fornire alcune indicazioni
circa la successione filetica dei placodonti corazzati.
Si tratta di un processo discendente dell’opistotico
che si diparte da quest’osso, dirigendosi inferior¬
mente verso il margine posteriore degli pterigoidei,
giungendo a toccarlo nelle forme più recenti del
gruppo. Si ritiene che tale processo si sia sviluppato
per realizzare un’articolazione supplementare fra la
scatola cranica e il palato, in funzione della necessità
di un irrigidimento del cranio nel suo complesso, in
relazione alla particolare dieta durofaga. Si ritiene
perciò che il processo discendente dell’opistotico
rivesta valore funzionale. Le modificazioni di questo
processo osservate nei diversi gruppi fanno ritene¬
re che esso abbia anche valore tassonomico e
filogenetico.
Dal punto di vista tassonomico il processo discen¬
dente dell’opistotico permette di distinguere i Placo-
dontoidea, che ne sono privi, dai Cyamodontoidea;
all’interno di questo gruppo il grado di sviluppo dei
processi discendenti permette di caratterizzare i di¬
versi generi.
In particolare, all’interno della famiglia Placoche-
lyidae, si è notato che nel corso dell’evoluzione il
processo discendente dell’opistotico si modifica gra¬
dualmente:
1 - In Psephosaurus mosis dell’Anisico inferiore es¬
so è largo e corto, ha margini arrotondati e appa¬
re formato da due porzioni unite medialmente in
modo incompleto, cosi da lasciare una perfora¬
zione centrale.
CYAMODUS HILDEGARDIS PEYER, 1931 (REPTILIA, PLACODONT1A)
21
, 2 - In Cyamodus sp. di Cralsheim del Ladinico me¬
dio, il processo è sempre perforato, è meno allar¬
gato e ristretto distalmente.
' 3 - In Placochelys placodonta del Carnico, il proces¬
so ha una base di attacco più ristretta, è meglio
individuato e allungato verso il basso, ma non
giunge a toccare gli pterigoidei.
4 - In Protenodontosaurus italicus del Carnico, il
processo ha forma simile a quello di Placochelys,
ma è meno pronunciato e diretto più lateralmen¬
te che inferiormente.
5 - In Psephoderma alpinum del Norico e del Retico,
il processo si allunga ulteriormente, prende lo
stesso sviluppo del ramo squamoso del processo
paraoccipitale e entra in contatto con gli pteri¬
goidei. In alcuni esemplari (per es. Macroplacus)
gli pterigoidei presentano due fossette per l’al-
loggiamento delle estremità del processo discen¬
dente.
Attraverso lo sviluppo del processo discendente
dell’opistotico e in base alle modificazioni di altri ca¬
ratteri, sembra possibile identificare, almeno limita¬
tamente alfintervallo compreso fra il limite Anisico/
Ladinico e il Retico, una linea evolutiva omogenea i
cui stadi di sviluppo successivi sono rappresentati
da Cyamodus hildegardis, Placochelys placodonta e
Psephoderma alpinum. Alfinterno di tale linea evo¬
lutiva si svilupparono parallelamente le seguenti
modificazioni:
1 - Aumento dell’appiattimento del corpo segnata
dalla sparizione delle coste, dall’aumento dello
scheletro gastrale e dall’appiattimento della co¬
razza.
2 - Apparizione di una corazza più compatta, segna¬
ta dall’ossificazione precoce e dall’assunzione di
un regolare reticolo a osteodermi esagonali.
3 - Modificazione delle abitudini alimentari, segna¬
ta dalla modificazione della dentatura con spari¬
zione dei denti premascellari allo stadio adulto e
dalfallungamento dei premascellari a formare
un muso stretto e appuntito.
4 - Rinforzamento delle connessioni fra palato e
neurocranio realizzato attraverso lo sviluppo del
processo discendente dell’opistotico.
Tali modificazioni furono orientate dalla necessità
che i rappresentanti di tale linea filetica ebbero di
adattarsi alle variazioni ambientali indotte dalla re¬
gressione del Trias superiore, e in particolare all’ap¬
parizione di ambienti marini di piattaforma; l’orien¬
tazione dello sviluppo di questa linea filetica nel cor¬
so del Trias superiore fu dunque causata dalla co¬
stante direzionalità delle modificazioni ambientali.
Ringraziamenti
Ringrazio il Prof. Hans Rieber, direttore del Pa-
làontologisches Institut und Museum, Universitàt
Zurich per avermi permesso l’analisi del materiale di
Cyamodus hildegardis conservato nel suo istituto e
per la gentilezza con la quale mi ha sempre accolto.
I disegni sono di Massimo Demma e di Michela
Mura, le fotografìe sono di Luciano Spezia e di Gio¬
vanni Calabria.
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Volume XIII
I - Venzo S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale Garda-Adi-
ge e anfiteatro atesino di Rivoli veronese, pp. 1-64, 25 figg.,
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dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Mercaticeras, Pseu-
domercaticeras e Brodieia. pp. 65-98, 2 figg., 4 tavv.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Bergamasco
orientale), pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
Volume XIV
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige, pp.
1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia Dactyliocerati-
dae. pp. 83-136, 4 tavv.
Ili - Dieni I., Massari F. e Montanari L., 1966 - Il Paleogene
dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 137-184, 5 figg.,
8 tavv.
Volume XV
I - Caretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88, 27
figg., 9 tavv.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quaternario
dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-142, 8 figg., 7 tavv.
Ili - Barbieri F. - Iaccarino S. - Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-Parmen¬
se- Reggiano, pp. 143-188, 20 figg., 3 tavv.
Volume XVI
I - Caretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio del
metodo statistico e nuova classificazione dei Gasteropodi
pliocenici attribuibili al Murex brandaris Linneo, pp. 1-60,
1 fig., 7 tabb., 10 tavv.
II - Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - I nuovi fossi¬
li di Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128, 30 figg.,
8 tavv.
Ili - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico, pp. 129-200, 13 figg., 4 tabb., 7 tavv.
Volume XVII
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie Lytoceratidae,
Nannolytoceratidae, Hammatoceratidae (excl. Phymatoce-
ratinae ), Hildoceratidae (excl. Hildoceratinae e Bouleicera-
tinaé). pp. 1-70, 2 tavv. n.t., 6 figg., 6 tavv.
II - Venzo S. & Pelosio G., 1968 - Nuova fauna a Ammonoidi
dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brembana (Berga¬
mo). pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
Ili - Pelosio G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toarcia¬
no) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildoceras,
Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Conclusioni gene¬
rali. pp. 143- 204, 2 figg., 6 tavv.
Volume XVIII
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate da
Giuseppe Meneghini nelle Tavv. 1-22 della « Monographie
des fossiles du calcaire rouge ammonitique » (1867-1881).
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II - Montanari L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Gozza¬
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Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana
(Prov. Torino) e sul suo substrato cristallino, pp. 93-169,
con carta a colori al 1:40.000, 14 figg., 4 tavv. a colori e 2 b.n.
Volume XIX
I - Cantaluppi G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee - Loro successione e modifi¬
cazioni nel tempo. Riflessi biostratigrafici e sistematici.
pp. 5-46, con 2 tabelle nel testo.
II - Pinna G. & Levi-Setti F., 1971 - I Dactylioceratidae del¬
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Ili - Pelosio G., 1973 - Le ammoniti del Trias medio di Askle-
pieion (Argolide, Grecia) - I. Fauna del «calcare a Ptychi-
tes» (Anisico sup.). pp. 137-168, 3 figg., 9 tavv.
Volume XX
I - Cornaggia Castiglioni O., 1971 - La cultura di Reme-
delio. Problematica ed ergologia di una facies dell’Eneoli¬
tico Padano, pp. 5-80, 2 figg., 20 tavv.
II - Petrucci F., 1972 - Il bacino del Torrente Cinghio (Prov.
Parma). Studio sulla stabilità dei versanti e conservazione
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Ili - Ceretti E. & Poluzzi A., 1973 - Briozoi della biocalcare-
nite del Fosso di S. Spirito (Chieti, Abruzzi), pp. 129-169,
18 figg., 2 tavv.
Volume XXI
I - Pinna G., 1974 - 1 crostacei della fauna triassica di Cene in
Val Seriana (Bergamo), pp. 5-34, 16 figg., 16 tavv.
II - Poluzzi A., 1975 - 1 Briozoi Cheilostomi del Pliocene del¬
la Val d’Arda (Piacenza, Italia), pp. 35-78, 6 figg., 5 tavv.
Ili - Brambilla G., 1976 - I Molluschi pliocenici di Villal-
vernia (Alessandria). I. Lamellibranchi. pp. 79-128, 4 figg.,
10 tavv.
Volume XXII
I - Cornaggia Castiglioni O. & Calegari G., 1978 - Cor¬
pus delle pintaderas preistoriche italiane. Problematica,
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II - Pinna G., 1979 - Osteologia dello scheletro di Kritosaurus
notabilis (Lambe, 1914) del Museo Civico di Storia Na¬
turale di Milano ( Ornithischia Hadrosauridae). pp. 31-56,
3 figg., 9 tavv.
Ili - Biancotti A., 1981 - Geomorfologia dell’Alta Langa (Pie¬
monte meridionale), pp. 57-104, 28 figg., 12 tabb., 1 carta ft.
Volume XXIII
I - Giacobini G., Calegari G. & Pinna G., 1982 - I resti
umani fossili della zona di Arena Po (Pavia). Descrizione
e problematica di una serie di reperti di probabile età pa¬
leolitica. pp. 5-44, 4 figg., 16 tavv.
II - Poluzzi A., 1982 - I Radiolari quaternari di un ambiente
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Ili - Rossi F., 1984 - Ammoniti del Kimmeridgiano superiore-
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Volume XXIV
I - Pinna G., 1984 - Osteologia di Drepanosaurus unguicauda-
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II - Nosotti S., Pinna G., 1989 - Storia delle ricerche e degli
studi sui rettili Placodonti. Parte prima 1830-1902. pp. 29-
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Volume XXV
I - Calegari G., 1989 - Le incisioni rupestri di Taouardei
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III - Caldara R., 1990 - Revisione tassonomica delle specie
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culionidae). pp. 51-218, 575 figg.
Le Memorie sono disponibili presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
MEMOR
LIBRARY
Volume XXVI - Fascicolo II
della Società Italiana
di Scienze Naturali
e del Museo Civico
di Storia Naturale di Milano
9 A; 1 d iV94
_
L’ARTE E L’AMBIENTE
DEL SAHARA PREISTORICO:
DATI E INTERPRETAZIONI
A cura di
GIULIO CALEGARI
MILANO 29 GIUGNO 1993
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume I
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del
genere Felis: Felis jacobita (Corn.), 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Griffi F., 1865 - Di una specie d 'Hippolais nuova
per l’Italia, 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini lacustri
per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei terre¬
ni terziarii del distretto di Messina. 88 pp., 8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere
Verrucaria, 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino, 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli oggetti di
umana industria dei tempi preistorici raccolti in Toscana.
32 pp., 4 tavv.
Vili - Targioni-Tozzetti A., 1866 - Come sia fatto l’organo che
fa lume nella lucciola volante dell’Italia centrale (. Luciola
italica) e come le fibre muscolari in questo ed altri Insetti
ed Antropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 -Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp., 2 tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici offerti
dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a confondersi
con esse. 40 pp., 4 tavv.
Volume II
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia di
Pisa, 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’origine
des bassins lacustres, àpropos des sondages du Lac de Co¬
me. 12 pp., 8 tavv.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi venete.
140 pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corollarj fossili del terreno num-
mulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleonto¬
logiche di talune rocce cretacee della Calabria con alcuni
terreni di Sicilia e dell’Africa settentrionale. 18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1866 - L’uomo fossile nell’Italia centrale. 82
pp., 21 fìgg., 4 tavv.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum Liche-
num Angiocarporum genus propositum atque descriptum. 8
pp., 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei terre¬
ni terziarii del distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropo-
di). 22 pp., 1 tav.
X - Durer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
Volume III
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii. 16
pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et
Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum genera reco-
gnita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
Ili - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie. 88
pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un Al-
ciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp., 1 tavv.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae com-
mentatio. 40 pp., 4 tavv.
Volume IV
I - D’Achiardi A., 1868 - Corollarj fossili del terreno num-
mulitico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera vel adhuc
controversa, vel sedis prorsus incertae in systemate, novis
descriptionibus iconibusque accuratissimis illustrata. 18 pp.,
2 tavv.
Ili - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi di
umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 fìgg., 7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lombar¬
dia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
Volume V
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 fìgg., 4 tavv.
Volume VI
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosigna-
no e di Vignale. Studi stratigrafìci e paleontologici. 104
pp., 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
63 fìgg., 1 tavv.
Ili - Pavesi P., 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp., 14
fìgg., 1 tav.
Volume VII
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della
Lombardia. 164 pp., 9 tavv.
Volume Vili
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi petro-
grafici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 fìgg., 3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte IL pp. 47-186, 5 fìgg., 9 tavv.
Ili - Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle alluvioni
lombarde, con osservazioni sulla filogenia e scomparsa di
alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 fìgg., 3 tavv.
Volume IX
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi
italiane, pp. 1-164, 7 fìgg., 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione della
base del cranio colle forme craniensi e colle strutture della
faccia nelle razze umane. - (Saggio di una nuova dottrina
craniologica con particolare riguardo dei principali cranii
fossili), pp. 165-262, 7 fìgg., 2 tavv.
Ili - De Beaux O. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-320,
13 fìgg., 7 tavv.
Volume X
I - Desio A., 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Albenza
(Prealpi Bergamasche), pp. 1-156, 27 fìgg., 1 tav., 1 carta.
II - Scortecci G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 39 fìgg., 2 tavv.
Ili - Scortecci G., 1941 - I recettori degli Agamidi. pp. 209-
326, 80 fìgg.
Volume XI
I - Guiglia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mila¬
no ( Hymen .). pp. 1-44, 4 fìgg., 5 tavv.
II-III- Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegetazione
dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferimento ai pa¬
scoli di altitudine, pp. 45-238, 31 fìgg., 1 carta.
Volume XII
I - Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo), pp. 1-70,
4 fìgg., 6 tavv.
II - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale Gardone-
Desenzano. pp. 71-140, 14 fìgg-, 6 tavv., 1 carta.
Ili - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte Al-
benza (Bergamo), pp. 141-188, 2 fìgg., 5 tavv.
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico:
dati e interpretazioni
a cura di
Giulio Calegari
Sezione di Paletnologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
e Centro Studi Archeologia Africana
Atti del convegno organizzato dal
Centro Studi Archeologia Africana
e dal
Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Milano 24-27 ottobre 1990
Volume XXVI - Fascicolo II
29 giugno 1993
MCZ
LIBRARY
m 1 2 m
HARVARD
UNIVDR31TY
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
© Società Italiana di Scienze Naturali e
Museo Civico di Storia Naturale di Milano
corso Venezia, 55 - 20121 Milano
In copertina: pittura rupestre raffigurante un arciere in corsa, da Jabbaren (Tassili N’Ajjer);
simbolo grafico del Centro Studi Archeologia Africana
Registrato al Tribunale di Milano al n. 6694
Direttore responsabile Giovanni Pinna
Segretaria di redazione Anna Alessandrello
Redazione Magda Lusiardi, Marcello Michelangeli
Grafica editoriale Michela Mura
Stampa Tipografia Fusi, Pavia - giugno 1993
ISSN 0376-2726
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico:
dati e interpretazioni
Milano 24-27 ottobre 1990
PREMESSA
Questo volume raccoglie le relazioni, le comunica¬
zioni e i testi dei posters del Convegno Internaziona¬
le «L’Arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e
interpretazioni», tenutosi a Milano al Museo Civico
di Storia Naturale dal 24 al 27 ottobre 1990.
Alla manifestazione, organizzata dal Centro Studi
Archeologia Africana e dal Museo Civico di Storia
Naturale di Milano, hanno partecipato oltre 200 stu¬
diosi provenienti da 18 nazioni.
Il tema conduttore del Convegno, nato dall’inten¬
to di sollecitare un confronto tra gli specialisti del
passato del Sahara sul rapporto uomo-manifestazio¬
ni artistico-culturali e l’ambiente geoclimatico e zoo¬
logico, nel tempo, ha permesso di realizzare a Mila¬
no questo primo, vasto sguardo d’insieme.
Si è ritenuto opportuno pubblicare i vari contributi
tenendo conto dell’ordine alfabetico per autore sen¬
za operare distinzioni tra relazioni, comunicazioni e
posters.
Giulio Calegari
Segretario Generale del Convegno
Ginette Aumassip
Barbara Barich
Bernardo Bernardi
Giulio Calegari
Gabriel Camps
Henriette Camps-Fabrer
Germaine Dieterlen
Christian Dupuy
Boubé Gado
Marceau Gast
Jean-Gabriel Gauthier
Achilles Gautier
Henri-Jean Hugot
Giulio Calegari
Lidia Cicerale
COMITATO SCIENTIFICO
Henri Lhote t
Théodore Monod
Fabrizio Mori
Alfred Muzzolini
Nicole Petit-Maire
Giovanni Pinna
Michel Raimbault
Eduard Ripoll Perello
Jean-Pierre Roset
Klena Sanogo
Karl Heinz Striedter
Santo Tiné
Eugenio Turri
COMITATO ORGANIZZATORE
Franfoise Gervasi
Giusi Grungo
Si ringraziano per la collaborazione: Carmelo De
Luca, Paola Ercolani, Renato Ferrante, Donatella
Gallione, Lidia Linati, Sandra Manzi, Iuri Marano,
Fig. 1 - Da sinistra verso destra: Giulio Calegari (Italia), Lidia
Cicerale (Italia), Hector Arena (Francia), Giovanni Pinna (Italia).
Maria Grazia Marchelli, Elsa Martelli, Elena Plebani,
Ines Romeo, Bruno Zanzottera.
Fig. 2 - Un momento del convegno, intervento di Théodore
Monod.
28
9
PROGRAMMA
Mercoledì 24 ottobre
Mattino
Registrazione dei partecipanti presso il Museo di
Storia Naturale di Milano
Apertura del Convegno
Presidente: Théodore Monod
Relazioni
Comunicazioni
Louis Chaix - Les moutons décorés de Kerma (Sou-
dan): problémes d’interprétation
Janusz K. Kozlowski - Les gravures préhistoriques
du Massif Thébain et l’habitat de la vallèe du Nil
Riidiger Lutz - Rock engravings in thè SW-Fezzan,
Libya. New discovery of a rock art gallery in thè Am-
sach Sattafet. A contribution to thè relative chrono-
logy of thè earliest rock pictures in thè Sahara
Henri Lhote - Témoignage d’Henri Lhote: à la re-
cherche du passò du Sahara. (Relazione letta da Atti¬
lio Gaudio)
Nicole Petit-Maire - Recent quaternary climatic
change and man in thè Sahara
Achilles Gautier - Mammifères holocènes du Sahara
d’aprés l’art rupestre et l’archéozoologie
Fekri Hassan - Rock art. Cognitive schemata and
symbolic interpretation. A matter of life and death
Pomeriggio
Presidente: Jean Leclant
Relazioni
Gabriel Camps - Hérodote et l’Art rupestre: Recher-
ches sur la faune des temps néolithiques et proto-
historiques de PAfrique du Nord
Eugenio Turri - L’arte rupestre nei processi comuni¬
cativi e territoriali
Alfred Muzzolini - Chronologie raisonnée des diver-
ses écoles d’art rupestre du Sahara Central
Henriette Camps-Fabrer - Découvertes récentes sur
l’art mobilier préhistorique dans le Nord de PAfrique
Germaine Dieterlen - Contribution à Phistoire de
l’empire du Wagadou
Comunicazioni
Antonio Beltran - Le figure a gambe divaricate dei
cacciatori dell’età della pietra nel Tassili n’Ajjer e al¬
cune delle loro relazioni
Pomeriggio
Presidente: Fekri Hassan
Relazioni
Jan Jelinek - Some ideas on thè possibilities and
traps of thè Saharian rock art cronology
Ginette Aumassip e Michel Tauveron - Le Sahara
centrai à l’Holocène.
Karl Heinz Striedter e Nadjib Ferhat - Art rupestre
et paléoenvironnements. Résultats préliminaires de
recherches dans la région de Dao Timmi (NE du
Niger)
Jean-Pierre Roset - La période des chars et les séries
de gravures ultérieures dans l’Ai'r, au Niger
Comunicazioni
Emmanuel Anati - Arte rupestre: archivio di docu¬
menti per la ricostruzione storica
Cecilia Conati-Barbaro - Pianura e altopiano. Dina¬
miche del popolamento dei massicci sahariani nel
medio Olocene
In serata: mostra fotografica: «In search of Rock Art
in China» di Chen Zhao Fu, presso il Museo Civico
di Storia Naturale di Milano ed anteprima, riservata
agli iscritti al Convegno, della mostra: «Forti e ca¬
stelli di Tratta. Storia e memoria di antichi insedia¬
menti europei sulle coste dell’Africa nera», presso il
Centro Studi Archeologia Africana
Venerdì 26 ottobre
Giovedì 25 ottobre
Mattino
Presidente: Gabriel Camps
Relazioni
Barbara E. Barich - Culture del Sahara Libico-Egi¬
ziano. Strategie sul campo - Modelli di interpreta¬
zione
Isabella Caneva - Il Sahara e l’Alto Nilo: ricerche ar¬
cheologiche in Sudan
Rudolph Kuper - Settlement and rock art in a chan-
ging environment: some evidence from thè Eastern
Sahara (*)
Jean Leclant - Recherches dans le secteur de la IVe
cataracte du Nil (Soudan)
Mattino
Presidente: Nicole Petit-Maire
Relazioni
Michel Raimbault - Les faciès néolithiques identifìés
dans le Sahara malien: caractères et évolution
Christian Dupuy - Gravures rupestres et histoire du
peuplement pastoral dans l’Adrar des Iforas du Néo-
lithique à nos jours
Klena Sanogo - Rèflexions sur les problémes et
perspectives d’interprétation des gravures et pein-
tures rupestres du Mali
Boubé Gado - Gravures rupestres du Kourki (*)
Comunicazioni
Giulio Calegari e Laura Simone - Un saggio di scavo
a Taouardei (Gao, Mali)
(*) Non pubblicato in questo volume perchè non pervenuto.
29
Eric Huysecom - L’art rupestre et le Faciès néolithi-
que du Baoulé (Mali)
Jean Gaussen - Perles néolithiques du Tilemsi et du
pays Ioullemedene (Ateliers et techniques)
Pomeriggio
Presidente: Eduard Ripoll Perello
Relazioni
Théodore Monod - Sur quelques inscriptions saha-
riennes n’appartenant ni à l’écriture arabe, ni à l’al-
phabet tifmagh
Comunicazioni
Nadine Orloff - Image et cultures: propos méthodo-
logiques sur les développements possibles de l’ar-
chéologie de l’art rupestre préhistorique, appliquée
au Sahara
Vanni Beltrami - Considerazioni sull’arte rupestre
del nord-est nigerino
José Juan Jiménez-Gonzàlez - Rock art mani-
festation and insular ambient in thè archaeology
of Tenerife (Canary Islands): thè revitalization
mythes
Julio Cuenca Sanabria - Manifestaciones rupestres
de los antiguas bereberes canarios. Isla de Gran Ca¬
naria (*)
Antonio Tejera Gaspar - Les inscriptions libyques-
berbères des iles Canaries
Chen Zhao Fu - A comparison of Rock Art in Sahara
and China
Sabato 27 ottobre
Mattino
Presidente: Bernardo Bernardi
Relazioni
Vii Mirimanov - Sujets mythologiques dans l’art
rupestres du Sahara (sur la genèse de la composition
en deux figures opposées)
Marceau Gast & Jean Spruytte - Reconstitution
expérimentale d’un bige saharien
Gaetano Forni - Origine dell’allevamento bovino,
dell’aratura e del carro a stanghe in Africa nord-
orientale: ricerche per l’interpretazione dell’arte
rupestre sahariana
Assunta Alessandra Stoppiello - Civiltà sahariane:
arte, strumenti e concettualità
Umberto Sansoni - Peculiarità e ruoli scenici delle
figure maschili e femminili nell’arte delle Teste
Rotonde
Attilio Gaudio - Siti storico-archeologici da salvare
nel Sahara e nel Sahel
Sessione posters
Frederick Nwankwo Anozie - Rock art in Nigeria
Barbara Barich, Cecilia Capezza, Cecilia Conati-Bar¬
baro e Bruno Marcolongo - Civiltà preistoriche del
Jebel Gharbi (Libia). Progetto archeologico congiun¬
to libico-italiano
Giulio Calegari - Le incisioni rupestri di Tin-Tarbayt
(Mali) - Le perle in corniola di Taouardei (Mali)
Massimo Dall’Agnola - Saggio d’interpretazione gra¬
fico-simbolica di figure umanoidi di Balos (Gran
Canaria)
Guido Faleschini e Giovanni Palmentola - Su alcune
opere parietali della fase delle teste rotonde nella re¬
gione del Takarkori, nella Libia sudoccidentale
Jean-Gabriel Gauthier - Gravures rupestres et pein-
tures du pays Fali (Nord Cameroun)
Hans Kolmer - Les vaches pleurantes
Rudolf Kuper - New monograph series Africa Prae-
historica (*)
Rudiger Lutz - Branco di Bubali - Amsach Sattafet/
Fezzan (*)
Béatrix Midant-Reynes - Le site prédynastique d’A-
daì'ma (Haute-Egypte). Ramassage raisonné de la
surface: résultats et perspectives
Umberto Sansoni - Rilievo di una complessa parete
istoriata di Sefar con figure antropomorfe, zoomorfe
e simboliche (*)
Francis Soleilhavoup - L’art rupestre de plein air:
étude des sites et relevé des surfaces
Axel & Anne-Michelle Van Albada - Documents
rupestres originaux du Messak Settafet
Contributi degli Autori non presenti
al Convegno
Sylvie Amblard - Les gravures rupestres du Hodh
septentrional (Mauritanie sud-orientale)
Massimo Baistrocchi - Arte rupestre dell’Oued In-
Djeran (Tadrart algerino - Sahara). - Arte rupestre
del Sahara Occidentale e della Mauritania: due regio¬
ni di un’area sahariana periferica
Maria Casini - La valle del Nilo e il Sahara: ambiente,
cultura materiale e rappresentazione
Olivier Dutour - Hommes et climats au Sahara ma-
lien à l’Holocène
Jean-Loi'c Le Quellec - Scènes de Taurokathapsia
au Sahara Central
Mark Milburn - Saharan stone monuments, rock
picture and artefact contemporaneity: some sug-
gestions
Andrew B. Smith - New approaches to Saharan rock art
Fran?ois Soleilhavoup - Paléoenvironnements saha-
riens et ethno-cultures: données nouvelles au Sud de
l’Ahaggar (Algérie)
(*) Non pubblicato in questo volume perchè non pervenuto.
30
DISCORSI DI APERTURA
Nel dare inizio ai lavori del Convegno desidero
ringraziare tutti i presenti che hanno voluto prender
parte a questa prima importante manifestazione mi¬
lanese sul passato del Sahara.
Proprio la partecipazione di un così gran numero
di addetti ai lavori e la presenza di tanti e importanti
specialisti sono per me la conferma che a Milano è
venuto nascendo un nuovo punto di riferimento per
le ricerche archeologiche sahariane.
Da soli cinque anni, infatti, il Centro Studi Ar¬
cheologia Africana, in stretta collaborazione con il
Museo di Storia Naturale di Milano, ha realizzato
spedizioni, ricerche, conferenze, confronti fra stu¬
diosi, mostre e pubblicazioni, con una tale intensità
da giustificare l’esigenza di un incontro a livello in¬
ternazionale nella nostra città.
La necessità di una totale interdisciplinarietà, che
si rende ormai indispensabile in qualsiasi ambito di
ricerca, e l’intenzione di sollecitare un confronto tra
Gentili Signore, Egregi Signori, in qualità di Presi¬
dente del Centro Studi Archeologia Africana mi è
gradito porgere il più caloroso benvenuto a tutti i
partecipanti al Convegno organizzato congiunta-
mente dal centro e dal Museo di Storia Naturale di
Milano.
Il Centro Studi Archeologia Africana è nato nel
1986 come naturale sbocco della collaborazione di
appassionati privati e di alcuni ricercatori del Museo
di Storia Naturale, collaborazione che si era concre¬
tizzata in alcune campagne di ricerca nel Mali orien¬
tale e nella successiva elaborazione dei dati raccolti.
Il Centro nasce quindi con lo scopo di costituire
un punto di riferimento per quanti a Milano si inte¬
ressano alla storia più lontana dell’Africa e delle sue
culture. Questo interesse per l’Africa non trae la sua
origine da una semplice passione per l’esotico, ma
dalla consapevolezza dell’importanza di conoscere
un continente la cui storia ha spesso interagito con la
nostra. Lungi dall’essere un astratto esercizio cultu¬
rale, la conoscenza dell’evolversi delle culture africa¬
ne si pone per la nostra società come un imperativo
per meglio comprendere il presente.
Oggi che il mondo vissuto come «villaggio globa¬
le» porta le diverse società a contatti e commistioni
talora di notevole grado, con conseguenti nuovi pro¬
blemi da affrontare, la conoscenza delle reciproche
ricchezze culturali, l’apprezzamento delle rispettive
diversità, costituiscono uno strumento importante
per la soluzione di tali problemi, al fine della costru¬
zione del mondo di domani.
In qualità di Direttore del Museo di Storia Natura¬
le di Milano mi è gradito porgere il mio più cordiale
benvenuto ai partecipanti al Convegno «L’arte e
l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpreta¬
zioni», un convegno nato dalla collaborazione fra la
dinamica Sezione di Paletnologia di questo Museo e
il Centro Studi Archeologia Africana.
il più vasto numero di specialisti, giustificano il tema
di queste giornate. Tema che, seppur ampio e non
certo esauribile in questo spazio, è però fortemente
attuale e sentito da numerosi ricercatori.
Sono certo che queste giornate, per le quali si pro¬
spetta una grande mole di lavoro, saranno coronate
da un brillante successo; dovremo però collaborare
tutti e per primi i relatori nell’osservare i tempi loro
assegnati.
A questo punto non voglio essere io a dilungarmi
con questo discorso di apertura, concedetemi però di
citare e ringraziare la Sig.ra Lidia Cicerale che ha sa¬
puto dare l’impulso iniziale e sostenere con grande
entusiasmo questo fermento di ricerche sull’archeo¬
logia africana qui a Milano. A lei cedo dunque la pa¬
rola e a voi tutti presenti auguro un buon lavoro e un
piacevole soggiorno a Milano.
Giulio Calegari
Conscio dell’importanza dello scambio di idee e di
esperienze fra chi condivide il piacere e il sacrifìcio
che la ricerca scientifica della preistoria africana
comportano, il Centro ha voluto organizzare questo
Convegno come momento integrante e qualificante
della propria attività, volta a promuovere a Milano e
in Italia la conoscenza della preistoria e delle culture
africane.
Prima di concludere questa mia breve prolusione
voglio ringraziare gli Enti e gli Istituti che hanno reso
possibile la realizzazione di questo Convegno: il Mu¬
seo di Storia Naturale che ci ospita in primo luogo; la
Regione Lombardia, la Provincia di Milano, il Comu¬
ne di Milano che hanno concesso il loro Patrocinio.
Vorrei inoltre ringraziare tutti coloro che, con sa¬
crificio personale, hanno dato il loro contributo fatti¬
vo all’organizzazione del Convegno.
Mi è gradito indirizzare un particolare ringrazia¬
mento all’UNESCO di Parigi, che ha voluto inviare
un suo esponente a rappresentare l’importanza che
questa organizzazione internazionale attribuisce allo
studio scientifico e all’interscambio culturale fra gli
studiosi delle diverse nazioni.
Concludo con l’augurio che nel corso di queste
giornate si possano instaurare dei rapporti di feconda
collaborazione fra tutti i partecipanti, e che questo
Convegno possa costituire una concreta occasione di
crescita nel processo di conoscenza della preistoria
africana.
Lidia Cicerale
Il Museo di Storia Naturale di Milano ha antiche
tradizioni nel campo della ricerca paietnologica e
preistorica; fra le sue mura sono stati infatti avviati
i primi studi preistorici lombardi, e sono state ideate
e organizzate, soprattutto nel secolo scorso, impor¬
tanti ricerche sul terreno. Per buona parte della sua
storia, vecchia ormai di oltre 150 anni, il Museo ha
31
dunque rappresentato uno dei poli principali della
ricerca paletnologica italiana.
La collaborazione fra il Museo e il Centro Studi
Archeologia Africana, che qui ringrazio ufficialmen¬
te, apre ora nuove prospettive di ricerca: assieme al
Centro, il Museo ha ora la possibilità di uscire dai
confini nazionali per intraprendere ricerche prei¬
storiche in altre regioni del mondo, in primo luogo
Cercherò di esprimermi nella bella lingua dell’Ali-
ghieri, che amo tanto, ma che parlo male. Sono ve¬
nuto qui a Milano per portare a voi specialisti,
giunti da ogni Paese dell’Europa e del mondo, il
saluto e l’augurio dell’UNESCÓ, specialmente del¬
l’equipe che lavora alla Divisione del Patrimonio
Culturale.
Il tema di questo Convegno «Arte e ambiente
del Sahara preistorico» interessa molto il nostro
lavoro che, pur con modeste possibilità finan¬
ziarie, ha soprattutto uno scopo: dare l’avvio e so¬
stenere l’entusiasmo di altri che hanno più forze e
capacità.
Siamo molto contenti che nel titolo del Convegno
venga fatto il matrimonio fra arte e ambiente, anche
perchè proprio noi dell’UNESCO da molto tempo
veniamo predicando questo bisogno di non separare
il naturale dal culturale, soprattutto quando si parla
di protezione del patrimonio.
La conservazione del patrimonio mondiale, cultu¬
rale e naturale appunto, incoraggia questa visione
globalizzante e integrata di tutti i problemi che si ri¬
feriscono sia a quello che ci offre la natura, sia a quel¬
lo che ha fatto l’uomo nella sua storia.
L’UNESCO ha lavorato da parecchi anni in alcuni
campi del vastissimo mondo che interessa questo
Convegno: per esempio, nella regione del Tassili
n’Ajjer, dove dal 1978 l’UNESCO ha incoraggiato un
in quel continente africano che è stato la culla del¬
l’umanità.
Queste ricerche, arricchendo il Museo di nuovi
contenuti, contribuiranno a far conoscere anche
al grande pubblico nuovi spezzoni della storia del¬
l’umanità.
Giovanni Pinna
primo Seminario Internazionale per la presentazione
delle pitture rupestri.
Nel 1979 sono stati inviati degli specialisti del la¬
boratorio di Sciences Humaines per valutare la pos¬
sibilità di installare una stazione climatologica in col¬
laborazione con le autorità nazionali attraverso
l’Office National du Pare du Tassili, laboratorio che
lotta sempre contro difficoltà di ogni tipo per l’iden¬
tificazione, il rilievo e il restauro di alcune pitture e
soprattutto per la loro classificazione in funzione
dell’importanza e della fragilità.
Con l’aiuto finanziario del programma delle Na¬
zioni Unite per lo sviluppo, si è creata una piccola
stazione a questo scopo e si sta preparando un nuovo
progetto che coinvolgerà l’aspetto naturale del parco,
dunque natura, arte, cultura. E come ultimo, è in
preparazione all’UNÉSCO una mostra su queste pit¬
ture del Tassili che sarà itinerante e, spero in poco
tempo, arriverà in diverse parti dell’Europa.
Ma siamo qui per ascoltare i più grandi conoscitori
di questo argomento e io devo semplicemente augu¬
rare un grande successo a questo incontro. Auguro
che esso abbia delle conseguenze, del «follow-up»,
come dicono gli inglesi, in favore di questo patri¬
monio così importante che abbiamo tutti bene nel
cuore.
Hector Arena
à
32
Mila S. Abreu
Cooperativa Archeologica
«Le Orme dell’Uomo»
Piazzale Donatori di Sangue 1
25040 Cerveno (BS) - Italia
Antonio Aimi
Via della Chiesa 10
22060 Sirtori (CO) - Italia
Barbara Airò
Università di Pavia
Dipart. Studi Politici e Sociali
Sezione Paesi Afro-Asiatici
Strada Nuova 65
27100 Pavia - Italia;
Via Benvenuto Cellini 11
27058 Voghera - Italia
Maria Serena Alborghetti
Via Scrovegni 3
35131 Padova - Italia
Anna Alessandrello
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Alessandro Aliprandi
Via Pietro Risso 33
16032 Camogli (GE) - Italia
Sylvie Amblard
U.P.R. 0311 - G. 0848
C.N.R.S.
1, Place Aristide-Briand
92195 Meudon - Francia
Ariela Anati
Centro Camuno di Studi Preistorici
25044 Capo di Ponte (BS) - Italia
Emmanuel Anati
Centro Camuno di Studi Preistorici
25044 Capo di Ponte (BS) - Italia;
Università di Lecce
Dip. di Scienze dell’Antichità
Viale degli studenti
73100 Lecce - Italia
Alberto Andreoli
Via Goretti 13
44100 Ferrara - Italia
Frederick Nwankwo Anozie
University of Nigeria
Dept. of Archaeology
Nsukka - Nigeria
Cristina Ansaioni
Centro Studi Archeologia Africana
Via Visconti di Modrone 19
20122 Milano - Italia
ELENCO DEGLI ISCRITTI
dementa Imelda Antonicelli
Via del Lago Temone 83
00165 Roma - Italia
Paolo Arduini
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Hector Arena
Division Patrimoine Culturel
UNESCO Paris
1, rue Miollis
75015 Paris - Francia
Ginette Aumassip
C.R.A.P.E. - C.N.E.H.
3, rue F. D. Roosevelt
16100 Alger - Algeria
Paolo Arietti
Università di Torino
Laboratorio di Paleontologia Umana
C.so M. d’Azeglio 52
10126 Torino - Italia
Massimo Baistrocchi
Via Denza 27
00197 Roma - Italia
Enrico Banfi
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Barbara E. Barich
Università di Roma «La Sapienza»
Dip. Scienze dell’Antichità, Sezione di Paletnologia
Via Palestro 63
00185 Roma - Italia
Lina Barisio
Viale Unione Sovietica 9
27035 Mede (PV) - Italia
Ezio Bassani
CE.ST.AR.AF.
Centro Studi di Storia delle Arti Africane
Villa «Il Ventaglio»
Via delle Forbici 26
50133 Firenze - Italia
Guido Bastoni
Via P. Colletta 27
25084 Gargnano (BS) - Italia
Rosetta Bastoni
Via P. Colletta 27
25084 Gargnano (BS) - Italia
Vanni Beltrami
Istituto di Clinica Chirurgica
dell’Università degli Studi
Ospedali Riuniti «SS. Annunziata»
66100 Chieti - Italia
Antonio Beltran
Facilitaci de Filosofìa y Letras
Centro de Arte Rupestre
Ciudad Universitaria
50009 Zaragoza - Spagna
Bernardo Bernardi
Via M. Azzarita 41
00189 Roma - Italia
Mario Bertoldi
Via Birona 14
20052 Monza (MI) - Italia
Arnaldo Boccazzi
Via 29 Maggio 2
20025 Legnano (MI) - Italia
Giovanni Boccazzi
Via P. Micca 65
20025 Legnano (MI) - Italia
Marisa Bonisoli
Via Avogadro 11
10121 Torino - Italia
André-Gustave Bonnet
201 Impasse du Pissadou
30900 Nimes - Francia
Giorgio Borghetti
Via Gramsci 28
20097 San Donato Milanese (MI) - Italia
Flavia Bottanelli
Via Salieri 1
20131 Milano - Italia
Mariana Antoniette Bourdon
Via Monte Calvo 32
21020 Cadrezzate (VA) - Italia
Giampiero Bracciani
Via Attilio Deffenu 5
20133 Milano - Italia
Alessandra Bravin
Via Rizzardi, 1
30175 Marghera (VE) - Italia
Rosalba Buccianti
Via Disciplini 12
20123 Milano - Italia
Giancarlo Cadeo
Associazione Paleoantropologica LOBRA ’87
Via Genova 2
10126 Torino - Italia
Luigi Cagnolaro
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano
Donatella Calati
Via 29 Maggio 2
20025 Legnano (MI) - Italia
Giulio Calegari
Museo Civico di Storia Naturale
Corso Venezia 55
20121 Milano - Italia
Gabriel Camps
LAPMO
5, avenue Pasteur
13100 Aix-en-Provence - Francia
Henriette Camps-Fabrer
LAPMO
Université de Provence
29, avenue R. Schuman
13621 Aix-en-Provence - Francia
Isabella Caneva
Università di Roma «La Sapienza»
Dip. di Scienze Storiche, Archeologiche
e Antropologiche dell’Antichità
Via Palestro 63
00185 Roma - Italia
Ferdinando Caputi
Via Cordara 42
15100 Alessandria - Italia
Maria Casini
Università di Roma «La Sapienza»
Dip. di Scienze Storiche, Archeologiche
ed Antropologiche dell’Antichità
Via Palestro 63
00185 Roma - Italia
Vincenzo Cassibba
Via De Gasperi 4
C.P. 79
10015 Ivrea (TO) - Italia
Louis Chaix
Museum d’Histoire Naturelle
Département d’Archéozoologie
C.P. 434 - 1, route de Malagnou
1211 Geneve 6 - Svizzera
Jean-Marie Chauvet
Les Grads de Naves
07140 Les Vans - Francia
Giorgio Chiozzi
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Chen Zhao Fu
Central Institute for Nationalities
100081 Beijing - Cina
Lidia Cicerale
Centro Studi Archeologia Africana
Via Visconti di Modrone 19
20122 Milano - Italia
Amedeo Cicchitti
Via dei Sali 10
67100 L’Aquila - Italia
34
Mirella Cigala
Via Battistotti Sassi 29
20133 Milano - Italia
Emilia Cisotti
V.le Piceno 5
20129 Milano - Italia
Alfredo Colombo
Via Verga 15
20090 Trezzano sul Naviglio (MI) - Italia
Cecilia Conati-Barbaro
Museo delle Origini
Università di Roma «La Sapienza»
P.le Aldo Moro 5
00185 Roma - Italia;
Via Giulio Bechi, 1
00197 Roma - Italia
Julio Cuenca-Sanabria
Museo Canario
C/Doctor Chil 25
Las Palmas de Gran Canaria - Spagna
Massimo Dall’Agnola
Università degli Studi
Dipartimento di Scienze Storico-Archeologiche
ed Orientalistiche
Palazzo Bernardo
S. Polo 1977/A
30125 Venezia - Italia
Guido Dal Molin
Via Ludovico il Moro 185
20142 Milano - Italia
Carla De Benedetti
Via San Maurilio 24
20123 Milano - Italia
Lucia De Caro
Via Vincenzo Monti 56
20123 Milano - Italia
Lorenzo De Cola
Via Salvatore Rosa 6
20156 Milano - Italia
Raffaele De Marinis
Università degli Studi di Milano
Istituto d’Archeologia
Via Festa del Perdono 7
20122 Milano - Italia
Vincenzo De Michele
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Emanuela Dentis
Via Venini 37
20127 Milano - Italia
Luisa Di Caprio
Via Spontini 97
50144 Firenze - Italia
Franco Di Donato
Via Risorgimento 187
20099 Sesto San Giovanni (MI) - Italia
Germaine Dieterlen
8, Cité Vaneau
75007 Paris - Francia
Christian Dupuy
2, rue Cuvier
69006 Lyon - Francia
Olivier Dutour
C.N.R.S.
Lab. de Géologie du Quaternaire
Case 907
13288 Marseille Cedex 9 - Francia
Antoine Fabre
La Calmette
30190 St. Chaptes - Francia
Ferdinando Fagnola
Lungo Po Cadorna, 7
10024 Torino - Italia
Guido Faleschini
Via Cavallotti 136
20052 Monza (MI) - Italia
Dino Fantelli
Via Unione Sovietica 9
27035 Mede (PV) - Italia
Nadjib Ferhat
Centre National d’Etudes
Historiques
3, rue F. D. Roosevelt
Alger - Algeria
Lalla Ferrante
P.le Marengo 6
20121 Milano - Italia
Paolo Fontana
Via Diaz 5
31021 Angera (VA) - Italia
Gaetano Forni
Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura
e Centro Studi e Ricerche per la Museologia Agraria
Via Keplero 33
20124 Milano - Italia
Roberto Franchi
Via G. Bellezza 2
20136 Milano - Italia
Aristide Franchino
Via Lovanio 8
20121 Milano - Italia
Claude Fringand
05300 Ribiers - Francia
Alfredo Frittelli
Via Varano 157
60029 Ancona - Italia
1
mw r: " '
I Fernando Fussi
Via Foscolo 31
20050 Lesmo (MI) - Italia
' Boubè Gado
IRSH
BP 318
Niamey - Nigeria
Donatella Gallione
Viale Espinasse 81
20156 Milano - Italia
Alessandro Garassino
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Elena Garcea
Università di Roma «La Sapienza»
Dip. di Scienze Storiche, Archeologiche
ed Antropologiche dell’Antichità
Via Palestra 63
00185 Roma - Italia
Andrée Gast
LAPMO
Maison de la Méditerranée
5, avenue Pasteur
13100 Aix-en-Provence - Francia
Marceau Gast
LAPMO
Maison de la Méditerranée
5, avenue Pasteur
13100 Aix-en-Provence - Francia
Elda Gatta Curzi
Via G. Frua 14
20146 Milano - Italia
Maria Carmela Gatto
Via Corsica 34
00015 Monterotondo (Roma) - Italia
Attilio Gaudio
Institut International d’Anthropologie
1, place d’Iéna
75016 Paris - Francia;
27, rue Championnet
75018 Paris - Francia
Jean Gaussen
7, rue de la Providence
24190 Neuvic-sur-l’Isle - Francia
Marie-Louise Gaussen
7, rue de la Providence
24190 Neuvic-sur-l’Isle - Francia
Jean-Gabriel Gauthier
Université de Bordeaux I
Laboratoire d’Anthropologie
Avenue des Facultés
33405 Talence - Francia
35
Achilles Gautier
Lab. voor Paleontologie, Sektie
Kwartairpaleontologie en Archeozoòlogie
Universiteit Krijgslaan
281/S8 Gent - Belgio
Silvana Gavaldo
Centro Camuno di Studi Preistorici
25044 Capo di Ponte (BS) - Italia
Fran^oise Gervasi
Centro Studi Archeologia Africana
Via Visconti di Modrone 19
20122 Milano - Italia
Giacomo Giacobini
Università degli Studi di Torino
Dipartimento di Anatomia
Corso Massimo d’Azeglio 52
10126 Torino - Italia
Laura Girala
Viale Rimenbranze 6
21047 Saronno (VA) - Italia
Charlotte von Graffenried
Bernisches Historisches Museum
Helvetiaplatz 5
3000 Bern 6 - Svizzera;
Reingoltingenstrasse 5
3006 Bern - Svizzera
Danilo Grebenart
Laboratoire de Recherche
sur l’Afrique Orientale
1, Place Aristide Briand
92195 Meudon Principal - Francia
Paolo Grossi
Corso Garibaldi 108
20121 Milano - Italia
Giusi Giungo
Centro Studi Archeologia Africana
Via Visconti di Modrone 19
20122 Milano - Italia
Giampiero Guerreschi
Via G. Frua 19
20146 Milano - Italia
Mara Guerri
Dipartimento Scienze Antichità
Piazza Brunelleschi 4
50121 Firenze - Italia
Barry Hallen
UNESCO
Via S. Maurilio 24
20123 Milano - Italia
Jorg W. Hansen
Strada Cantonale
6576 Guerra Gambarogna - TI
Svizzera
à
36
Fekri A. Hassan
Departement of Anthropology
Washington State University
Pullman Washington
99164 - 4910 - USA
Henri-Jean Hugot
EMENIR
52, av. Champleroy
89000 Auxerre - Francia
Eric Huysecom
Université de Genève
Département d’Anthropologie et d’Ecologie
12, rue Gustave Revilliod
1227 Genève - Svizzera
Ludwig Jaffe
Cooperativa Archeologica
«Le Orme dell’Uomo»
Piazzale Donatori di Sangue 1
25040 Cerveno (BS) - Italia
Jan Jelinek
Moravské Museum
Namesti 25
Unora 7 Brno - Cecoslovacchia
José Juan Jiménez Gonzàlez
Museo Arqueologico. Cabildo de Tenerife
Apartado 853
38080 Santa Cruz de Tenerife
Islas Canarias - Spagna
Peter Kolb
Markstrasse 57
8170 Bad Toelz - Germania
Hans Kolmer
Rechbauerstrasse 8
A- 8010 Graz - Austria
Janusz K. Kozlowski
Institut Archéologiiuj
ul. Golebia 11
31-007 Krakow - Polonia
Richard Kuba
Hohenzollernstrasse 124
8000 Mùnchen 40 - Germania
Jiirgen Kunz
Grampersdorf 32
8432 Beilngries - Germania
Rudolph Kuper
Institut fur Ur-Und Friihgeschichte
der Universitàt zu Kòln
Forschungsstelle Afrika
Jennestrasse 8
5000 Kòln 30 - Germania
Fritz Ladurner
C.so Libertà 146/N
39012 Merano (BZ) - Italia
Pietro Laureano
Via Maddalena della Pace 76
50125 Firenze - Italia
Jean Leclant
Institut de France
Académie des Inscriptions
et Belles-Lettres
23, quai de Conti
75006 Paris - Francia
Carlo Leonardi
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Jean-Loi'c Le Quellec
Brenessard St. Benoist sur Mer
85540 Moutiers-les-Mauxfaits - Francia
Henri Lhote f
La Leschère
Faverolles-sur-Cher
41400 Montrichard - Francia
Irene Lhote
La Leschère
Faverolles-sur-Cher
41400 Montrichard - Francia
Lidia Linati
Centro Studi Archeologia Africana
Via Visconti di Modrone 19
20122 Milano - Italia
Marco Lisè
Via Favretto 2
20146 Milano - Italia
Paolo Locatelli
Via Partigiani 8
24100 Bergamo - Italia
Gabriele Lutz
Gerhart Hauptmannstrasse 20
A-6020 Innsbruck - Austria
Riidiger Lutz
Gerhart Hauptmannstrasse 20
A-6020 Innsbruck - Austria
Walter Maioli
Via Garassini 2
17020 Toirano (SV) - Italia
Vittorio Mangiò
Via Piemonte 26
20052 Monza (MI) - Italia
Yuri Marano
Via Saldini 38
20133 Milano - Italia
Franca Marcato Falzoni
Università degli Studi di Bologna
Dipartimento Lingue e Letterature
Straniere Moderne
Via Cartoleria 5
40124 Bologna - Italia
Maria Grazia Marchelli
Via Bagutta 18
20121 Milano - Italia
' Bruno Marcolongo
Istituto di Geologia applicata
C.N.R.
35100 Padova - Italia
Elsa Martelli
Centro Studi Archeologia Africana
Via Visconti di Modrone 19
20122 Milano - Italia
Guy Martinet
42, rue de Franceville
Casablanca 02 - Marocco
Marco Martini
Università di Milano
Dipartimento di Fisica
Via Celoria 22
20133 Milano - Italia
Dominique Massa
6, rue J. J. Rousseau
92150 Suresnes - Francia
Anne Mayor
Université de Genève
Département d’Anthropologie
12, rue Gustave Revilliod
1277 Carouge/Genève - Svizzera
Sergio Merlini
Via G. Marconi 25
27039 Sannazzaro de’ Burgondi (PV) - Italia
Marcello Michelangeli
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Béatrix Midant-Reynes
C.N.R.S.
Collège de France
Cabinet d’Egyptologie
11, Place Marcelin-Berthelot
75005 Paris - Francia
Mark Milburn
Frobenius-Institut an der Johann Wolfgang G
Universitàt
Liebigstrasse 41
D-6000 Frankfurt (Main) - Germania;
Gernsheimerstrasse 12
6080 Gross-Gerau - Germania
Vii Mirimanov
Academy of Sciences of URSS
Institut for World Literature
Vorovskogo Str. 25°
069 Moscow - CSI
Gilberto Modonesi
Via dei Cignoli 1
20151 Milano - Italia
Théodore Monod
Muséum National d’Histoire Naturelle
Lab. d’Ichtyologie générale
43, rue Cuvier
75005 Paris - Francia
Fabrizio Mori
Università di Roma «La Sapienza»
Dip. di Scienze Storiche, Archeologiche
ed Antropologiche dell’Antichità
Via Palestro 63
00185 Roma - Italia
Alfred Muzzolini
7, rue J. de Rességuier
31000 Toulouse - France;
Lab. d’Archéozoologie
07460 St. André de Cruzières - Francia
Giancarlo Negro
«Sahara»
Oo ctroH/i 9
20090 Milano San Felice
Segrate - Italia
Roberta Negro
«Sahara»
Oo ctrQrfQ 0
20090 Milano San Felice
Segrate - Italia
Nicodemo Paolo Nicola
Via N. Bixio 16
26034 Piadena (CR) - Italia
Jorge Onrubia Pintado
Departamento de Prehistoria
Universidad Complutense
Filosofia B, Ciudad Universitaria
28040 Madrid - Spagna
Nadine Orloff
6, rue Daguerre
75014 Paris - Francia
Giovanni Palmentola
Dip. di Geologia e Geofisica
Campus Universitario
Via Re David 4
70121 Bari - Italia
Francis Paris
O.R.S.T.O.M.
B.P. 11416
Niamey - Niger
Romeo Pasquali
Via Libertà 14
26034 Piadena (CR) - Italia
Monica Pavesi
Dipart. Studi Politici e Sociali
sezione Paesi Afro-Asiatici
Strada Nuova 65
27100 Pavia - Italia;
Via Verdi, 29
27058 Voghera - Italia
38
Leticia Perez-Cordoniu
Galle Heraclio Sanchez, 21-2A
38200 La Laguna
Santa Cruz de Tenerife
Islas Canarias - Spagna
Alain Person
Université Pierre et Marie Curie
Département de Géologie des Bassins
Sédimentaires - U.P.M.C.
4, Place Jussieu
75252 Paris Cedex 05 - Francia
Carlo Pesarmi
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Nicole Petit-Maire
Laboratoire de Géologie du Quaternaire
CNRS Luminy, Case 907
13288 Marseille Cedex 09 - Francia
Enrico Pezzoli
Via Carlo Fornara 48
20147 Milano - Italia
Luigi Pezzoli
Centro Studi Archeologia Africana
Via Visconti di Modrone 19
20122 Milano - Italia
Giovanni Pinna
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Elena Plebani
Via San Marco 14
20121 Milano - Italia
Michela Podestà
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Giovanna Pongiglione
Assessorato alla Cultura e Informazione
Regione Lombardia
Piazza IV Novembre 5
20124 Milano - Italia
John F. Povey
University of California
African Arts Studies Center
at Los Angeles UCLA
405 Hilgard Ave. - Los Angeles
California 90024 - U.S.A.
Michel Raimbault
LAPMO
Université de Provence
29, Avenue R. Schuman
13621 Aix-en-Provence - Francia
Alessandra Reggi
Via L. O. Mamilio 3
00044 Frascati (Roma) - Italia
Gabriella Rezia Calvi
Via Ponzio 80
20133 Milano - Italia
Eduard Ripoll-Perello
UNED Ciudad Universitaria
Dep. Prehistoria e Historia Antigua
calle Senda del Rey, s/n
28040 Madrid - Spagna
Luisa Ripoll-Perello
C/Caludio Coello n° 23, 2° B
28001 Madrid - Spagna
Gaetano Roi
Via Savona 26
20144 Milano - Italia
Bobo Romeo
Viale Piceno 11
20129 Milano - Italia
Ines Romeo
Viale Piceno 11
20129 Milano - Italia
Jean-Pierre Roset
Université de Bordeaux II
Laboratoire d’Anthropologie
3, place de la Victoire
33076 Bordeaux - Francia
Jean-Fran?ois Saliège
29, rue de la Foulerie
37000 Chartres - Francia
Klena Sanogo
Institut des Sciences Humaines
BP 159
Bamako - Mali
Umberto Sansoni
Centro Camuno di Studi Preistorici
25044 Capo di Ponte (BS) - Italia
Marco Savini
CNPM - CNR
Via Baracca 69
20068 Peschiera Borromeo (MI) - Italia
Alfio Sciuto
Via Michelangelo 8
58100 Grosseto - Italia
Susan Searight
42, rue Franceville
Casablanca 02 - Marocco
Renato Sebastiani
Soprintendenza Archeologica di Roma
Via S. Apollinare 8
00186 Roma - Italia
Rita Raimondi
Via Val Cannobina 6
20152 Milano - Italia
1
Dario Seglie
Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica
Museo Civico di Antropologia e Preistoria
Viale Giolitti 1
10064 Pinerolo (TO) - Italia
Bruno Serafini
Via Guercino 1
20154 Milano - Italia
Laura Simone
Soprintendenza Archeologica della Lombardia
Via E. de Amicis 11
20123 Milano - Italia
Andrew B. Smith
University of Cape Town
Department of Archaeology
7700 Rondebosch - Sud Africa
Giovanna Soldini
Via Cavour 12
20090 Rodano (MI) - Italia
Francis Soleilhavoup
Groupe «Art Rupestre» du Conseil
International des Musées (ICOM-UNESCO)
et Groupe d’Etude et Recherche sur
les Milieux Extrèmes (G.E.R.M.E.)
B.P. 132
93805 Epinay-sur-Seine Cedex - Francia
Claudio Sommaruga
Via Sismondi 62
20133 Milano - Italia
Jean Spruytte
Chemin de la Clappe
83560 Vinon-sur-Verdon - Francia
Assunta Alessandra Stoppiello
Scuola Nazionale di Archeologia
00100 Roma - Italia
Karl Heinz Striedter
Frobenius-Institut an der Johann Wolfgang Goethe
Universitàt
T iphioctrjiccp Z '
D-6000 Frankfurt (Main) - Germania
Fréderic Surmely
5, impasse de l’Épineuil
17100 Saintes - Francia
Aldo Tagliaferri
Via Montevideo 19
20144 Milano - Italia
Pier Lorenzo Tasselli
Via del Moro 22
50123 Firenze - Italia
Enrico Tasso f
Via Morosini 36
20135 Milano - Italia
39
Michel Tauveron
C.R.A.
2, rue Mahler
75004 Paris - Francia
Antonio Tejera Gaspar
Facoltad de Geografia e Historia
Depart. de Prehistoria, Antropologia
y Historia Antigua
La Laguna - Tenerife
Islas Canarias - Spagna
Giorgio Teruzzi
Museo Civico di Storia Naturale
C.so Venezia 55
20121 Milano - Italia
Thierry Tillet
Université de Limoges
Département de Préhistoire
32, rue Camille Guérin
87036 Limoges - Francia
Santo Tinè
Istituto di Archeologia
Università di Genova
Via Balbi 4
16100 Genova - Italia
Eugenio Turri
Via De Amicis 49
20123 Milano - Italia
Nadia Valgimigli
Via Malvolta 3
40137 Bologna - Italia
Anne-Michelle Van Albada
Le Prunet
11290 Arzens - Francia
Axel Van Albada
Le Prunet
11290 Arzens - Francia
Christiane Venet
C.N.R.S.
Laboratoire de Préhistoire
1, place Aristide Briand
92195 Meudon Cedex - Francia
Itala Vivan
Via Renato Serra 14
20148 Milano - Italia
Gisela Wunderlich
Frobenius-Institut and der Johann Wolfgang Goethe
Universitàt
Liebigstrasse 41
D-6000 Frankfurt (Main) - Germania
Lucilla Zampori
Via Bramante da Urbino 14
20154 Milano - Italia
Bruno Zanzottera
Via Maroncelli 2
20047 Brugherio (MI) - Italia
.
.
Sylvie Amblard
Les gravures rupestres du Hodh septentrional
(Maurìtanie sud-orientale)
Résumé — La limite septentrionale du Hodh, constituée par la falaise gréseuse des Dhar Tichitt et Oualata, se caracté-
rise par la présence d’abondants gisements néolithiques, dont plusieurs centaines de villages construits au cours des deux
demiers millénaires av. J.-C., et par de nombreuses représentations rupestres, pour l’essentiel des gravures. A travers diffé-
rents exemples, Pauteur analyse les rapports existants entre ces habitats et les gravures, qui permettent notamment d’éta-
blir une chronologie de ces figurations rupestres et d’aider à la compréhension des modes de vie des populations anciennes
de la région.
Réalisées toujours selon la mème technique — un piquetage de la roche plus ou moins serré —, les gravures appartien-
nent à différents groupes néolithiques et post-néolithiques. De nombreux critères (thèmes représentés, patine, répartition
spatiale) permettent de bien distinguer: la grande faune éthiopienne, avec girafes, éléphants et rhinocéros, à patine som¬
bre, qui précède l’occupation en villages; le groupe des bovidés, dominé par les bovins, avec des vaches au pis bien marqué,
où les chars sont présents, à patine foncée, contemporain des villages où il est bien intégré; les gravures post-néolithiques,
avec des scènes de chasse (cavaliere et chameliers poursuivant des autruches ou des antilopes), à patine claire, postérieures
aux villages dont elles sont représentées en marge. Ces différents ensembles témoignent de populations se succédant dans
la région, mais dont les modes de vie ne se ressemblaient pas.
Abstract — The Northern boundary of thè Hodh région — thè sandstone cliff of Tichitt and Oualata’s Dhar — has ma-
ny neolithic settlements, in particular several hundreds of villages built during thè last two millenaries B. C. and numerous
representations of rock art, essentially engravings. Using different examples, thè author analyses thè relations existing bet-
ween thè settlements and thè engravings, which result in a chronology of rock engravings and provide some information
on ways of living of thè ancient populations of thè région.
Obtained with thè same technique — pecking thè rock surface but applied with different density —, thè rock engravings
belong to various neolithic and post-neolithic groups, which can be differentiated with several criteria (represented sub-
jects, patina, spatial distribution). The following groups appear clearly separated: 1) thè Ethiopian Megafauna, with giraffes,
elephants and rhinocéros, with dark patina, which precedes thè settlement in villages; 2) thè Bovidae group, dominated by thè
bovines, whose cows have clearly marked dug and where carts are present, with dark patina, contemporaneous of thè villages
and located inside them; 3) thè post-neolithic engravings, with hunting scenes (horsemen and camel-drivers hunting ostrichs
or antelopes), with clear patination, posteriore to thè villages and located on their fringe. These different types reflect thè
presence of different populations succeeding one to other in thè région, but whose ways of life were not thè same.
Le Hodh septentrional est actuellement une ré¬
gion aride, vide de population, où une rare végéta-
tion pousse principalement dans le Baten, le long des
oueds fossiles. Cependant les témoins d’une présen¬
ce humaine importante à des époques anciennes
abondent. Ainsi en attestent les centaines de villages
aux murs construits en pierre sèche sur les Dhar
Tichitt et Oualata, entre les 4ème et 2 ème millénai¬
res avant nos jours, les abondants sites de Baten et
les multiples figurations rupestres. Ce sont ces der-
nières qui retiendront ici notre attention.
Elles sont localisées essentiellement sur le som-
met des Dhar (longue falaise gréseuse, dont l’al-
titude varie de 100 à 300 m) et sur la partie im-
médiatement supérieure de leurs pentes, dans
l’éboulis de rochers ou sur de grandes dalles à
LA «GRANDE
Qualifìée ainsi par P. J. Munson (1971) — se réfé-
rant aux travaux de R. Mauny (1954) —, elle représen-
te un groupe peu nombreux (une vingtaine de figu-
res), actuellement localisé sur le Dhar Tichitt: hauts
rochers du promontoire de Taidart et environs du si-
surface piane. Quelques rares panneaux sont situés
sur les pentes inférieures ou, plus rarement enco-
re, sur des blocs isolés des Dhar; nous n’y avons
observé que des gravures tardives, d’époque post-
néolithique.
Il s’agit pour la quasi-majorité de gravures dont la
conservation est plus ou moins bonne. Le problème
du support rocheux — un grès de texture parfois mé-
diocre, notamment dans la région de Oualata — et
l’exposition des parois au décapage éolien font que
les peintures, qui restent rares, se sont très mal, voire
pas, conservées.
A l’instar des villages des Dhar, les figurations ru¬
pestres représentent un ensemble relativement ho-
mogène dans lequel se distinguent différents grou¬
pes néolithiques et post-néolithiques.
ÉTHIOPIENNE»
te de Bledd Initi (Munson P. J., 1971), environs du
village de Dakhlet Brahim 0) et petits massifs isolés
du Dhar: Taokest et Makrougha (Monod Th., 1938).
S’y observent des girafes, des éléphants et un rhino¬
céros.
(') Mission archéologique de Tichitt, 1980, rapport inédit.
42
SYLVIE AMBLARD
Les girafes y sont les plus abondantes. Leur hau-
teur varie de 0,35 m à plus de 1 m, leur largeur étant
proportionnelle à cette dernière. Les robes sont par-
fois marquées par des lignes entrecroisées formant
un quadrillage plus ou moins régulier ou par un pi-
quetage de petites taches bien réparties. Le style en
est soit subnaturaliste (fig. 1 c et g) avec l’épaisseur
du cou matérialisée par un long trait dans le prolon-
gement du dos, se poursuivant par le contour de la
tète, puis rejoignant l’extrémité de la patte inférieu-
re; soit schématique (fig. 1 a, b, d, e, h) avec le cou
marqué par une seule ligne piquetée, le plus souvent
Fig. 1 - «Grande faune éthiopienne»: girafes: a, e, g et h) région de Tichitt (d’après Munson, 1971) et 0 Taokest (d’après
Monod, 1938); éléphants: j) région de Tichitt (d’après Munson, 1971) et k) Makrouga (d’après Monod, 1938); rhinocéros:
i et 1) région de Tichitt (d’après Munson, 1971).
LES GRAVURES RUPESTRES DU HODH SEPTENTRIONAL (MAURITANIE SUD-ORIENTALE)
43
prolongeant celle du dos, et la tète par un simple pi-
quetage en forme de triangle — le corps étant parfois
réduit à un seul trait. La girafe de Taokest (fig. 1 0
aux contours piquetés et sabots indiqués par une pla-
ge arrondie entièrement piquetée, de dimensions
68 x 29 cm, est de style très schématique; son appar-
tenance à cette période peut ètre mise en doute.
Les éléphants (fìg. 1 j et k) sont très rares. Celui de
Makrougha (30 x 42 cm), à patine très foncée, est de
style subnaturaliste voire schématique; le sexe est re-
présenté. Dans la région de Tichitt, un hypothétique
éléphant (13 X 30 cm), très schématique, à piquetage
des seuls contours, peut ou non selon P. J. Munson
(1971) ètre associé à ce groupe.
Un seul rhinocéros (fìg. 1 i) est signalé (Munson
P. J., 1971); de style schématique, ses contours sont
piquetés ainsi que quelques plages sur le corps; il
mesure 30 cm de large sur 60 cm de long.
Cet ensemble regroupe les plus anciennes repré-
sentations rupestres des Dhar. Différents éléments
nous conduisent à penser qu’il se situerait aux alen-
tours de 3500-4000 B.P. et serait donc contemporain
des premières occupations en villages (2). En effet,
les datations radiocarbone font remonter la présence
néolithique dans la région à 3830 ± 260 B.P. (Gif.
2884, site de Baten d’El Rhimiya V) et des ossements
de rhinocéros (Ceratotherium) à l’intérieur du village
néolithique de Touijinet (Amblard S., 1984) indi-
quent qu’il était connu, voire consommé, par ses ha-
bitants (3). Mais il ne devait s’agir que des derniers
individus, comme l’atteste par ailleurs la quasi-ab-
sence d’ossements directement en association avec
les gisements néolithiques et les rares représenta-
tions rupestres de ces animaux, jamais retrouvées à
l’intérieur ou à la périphérie immédiate des villages.
Les besoins quotidiens de ces animaux en eau et
végétaux étant considérables, leur disparition de la
région a du avoir lieu aux alentours de 3500 B.P.
LE GROUPE DES BOVIDÉS
Il s’agit d’un ensemble numériquement beaucoup
plus important. Les gravures sont très souvent in-
tégrées au village — où elles constituent des sites
simples jamais très éloignés les uns des autres — ou
situées à proximité immédiate, avec des regroupe-
ments plus importants pouvant dépasser la centaine
sur le Dhar Oualata. Il existe cependant quelques
gravures éloignées des villages qui constituent des si¬
tes complexes, avec des fìgures surimposées à de
plus anciennes (patines très différentes) comme à
Dakhlet Brahim (bovidés sur girafes) ou à Bledd Initi.
Des études ponctuelles réalisées sur certains villa¬
ges montrent que la quasi-totalité de ces gravures
sont disposées sur des parois rocheuses horizontales
ou légèrement inclinées (4), exposées en plein vent et
soleil, à surface piane et régulière, les fissures de la
roche limitant la surface gravée; les accidents de la
roche ne semblent pas avoir été utilisés dans le gra-
phisme. Les gravures sont le plus souvent isolées
et, dans le cas de regroupements, la distribution des
fìgures est concentrée; aucune superposition n’a été
observée à l’intérieur du village.
L’animal est toujours représenté en position stati -
que; les proportions sont bien gardées, mis à part le
pis des vaches qui est souvent de dimensions impor-
tantes. La technique du tracé correspond soit à un
piquetage des contours seuls de l’animal, soit à un
piquetage plein et relativement serré du sujet. Les
gravures ont en moyenne 30 cm de long sur 20 cm
de large; à Akreijit cependant existe un très grand
bovin de 4 m de long sur 2 m de large (Amblard S.,
Hugot H. J. et Vernet R., 1981-1982).
Les bovidés
Les bovidés sont les représentations les plus cou-
rantes. A Akreijit, ils regroupent près de 50% des gra¬
vures de cet ensemble et plus de 80% des animaux
du groupe.
Les vaches apparaissent les plus nombreuses; au
nombre de vingt-deux à Akreijit, elles dominent
largement aux cótés de neuf boeufs et sept autres ani¬
maux non identifiés, dont certains sont probable-
ment aussi des bovinés. Aux vaches sont parfois as-
sociés de petits quadrupèdes sans cornes (fìg. 2 b): il
s’agit très vraisemblablement de veaux. S’y ajoutent
deux chèvres et deux antilopes.
Trois styles semblent se dégager des gravures de
bovidés: subnaturaliste (fìg. 2 a et b), subnaturaliste
à tendance schématique (fìg. 2 c) et schématique
(fìg. 3). Ces variations peuvent traduire des différences
chronologiques, mais refléter aussi plusieurs «écoles»
contemporaines ou non; il existe des villages où un
seul style s’observe, d’autres où ils se cotoient.
A quelques variantes près, le graveur semble avoir
utilisé toujours la mème technique de graphisme: un
trait piqueté rectiligne pour la patte arrière, s’arron-
dissant légèrement pour marquer la croupe, à nou-
veau rectiligne voire légèrement concave pour le dos,
qui se poursuit en courbe légèrement ascendante
vers le cràne, descend en droite ligne vers le museau
dont l’arrondi est marqué, indique le cou en ligne
concave et en ligne rectiligne termine la patte avant.
Le deuxième geste dessine un U renversé aux angles
plus ou moins arrondis formant les deux autres pat-
tes placées entre celles déjà dessinées. La queue lon-
gue et bien détachée du corps est rajoutée par un
trait dans le prolongement de la ligne du dos, d’a-
bord rectiligne, puis parallèle à la patte arrière; elle se
termine par un piquetage de forme ovale marquant
la touffe de poils de l’extrémité. Cornes, pis, sexe,
sabots, oreilles, parfois pendeloques sous le cou et
robe sont rajoutés. Le trait indiquant le ventre entre
les pattes avant est parfois absent, surtout lorsque la
robe n’est pas marquée.
Corps et tète sont toujours représentés de profìl,
mais les cornes, oreilles (lorsqu’elles sont dessinées
ou visibles) et pis sont de face. Les pattes sont quatre
(2) P. J. Munson (1971) le situe antérieurement à 1000 B.C.
(3) Dans la région de Tichitt, une gravure de rhinocéros attaquant ou étant attaqué par des hommes (fig. 11) est par ail-
leurs rattachée au groupe rupestre «bovidien» (Munson P. J. 1971).
(4) Cela n’étant pas lié à l’absence de parois verticales comme nous le verrons par la suite.
44
SYLVIE AMBLARD
Fig. 2 - Bovidés: a) panneau de style subnaturaliste, Akreijit;
b) vache et son veau, Guelb Ereidh; c) style subnaturaliste à
tendance schématique, Guelb Ereidh. (Ph. S. Amblard, 1980 et
1984).
LES GRAVURES RUPESTRES DU HODH SEPTENTRIONAL (MAURITANIE SUD-ORIENTALE)
45
Fig. 3 - Chegg el Khaì'l: panneau avec vaches de style schéma-
tique et gravures post-néolithiques: en haut, cavalier attaquant
l’une des vaches, en bas, «boomerang» fiché dans le cou de l’au-
tre vache (relevé d’après ph. S. A., 1980).
traits rectilignes formant chacun un angle droit avec
le corps et se terminant par des sabots bisulques
marqués par deux petits traits perpendiculaires à ce-
lui de la patte; une variante a cependant été observée
à Chegg el Khail où les sabots bisulques sont dessi-
nés dans l’axe de la patte — lui donnant une allure de
fourche à deux doigts — ou se rejoignent pour former
un cercle.
Les pis sont arrondis, piquetage plein, ou simple-
ment marqués par quatre petits traits parallèles entre
eux et à ceux des pattes partant de la ligne du ventre
(parfois placée plus bas entre les pattes arrières pour
marquer le pis). A Chegg el Khail les pis ronds ou
ovales, à deux ou quatre tétons, à piquetage des con-
tours seuls, sont isolés de la ligne du corps, le bas
du ventre entre les pattes n’étant alors pas marqué
(fig. 3).
A l’instar du grand boeuf d’Akreijit, de rares ani-
maux possèdent des pendeloques sous le cou, petits
traits parallèles légèrement renflés en leur extrémité.
Certaines vaches de Guelb Ereidh ont le cou gravé
d’une sorte de collier de traits rectilignes parallèles
entre eux.
Les cornes sont soit relativement courtes, en U
aux branches plus ou moins évasées, droites ou tour-
nées vers l’intérieur; soit plus longues, atteignant
parfois la moitié du dos de l’animal, en V plus ou
moins évasé, ou en lyre (le grand bovin d’Akreijit en
étant le plus bel exemple).
L’ensemble du corpus rupestre de bovinés ap-
partiendrait très probablement à Bos taurus brachyce-
ros (5), forme de petit boeuf domestique sans bosse,
classique du Néolithique du Maghreb.
Les autres bovidés sont peu nombreux, regrou-
pant chèvres et antilopes. Leur corps est entièrement
piqueté, sans indication de robe, ou cette dernière
marquée par un quadrillage irrégulier laissant des
plages de roche non piquetées. Les chèvres ont par¬
fois des sabots bisulques et les cornes représentées
soit de face, droites, en V plus ou moins évasé (corn¬
ine à Akreijit), soit de profìl, courbées à mi-longueur
vers l’arrière (comme à Et Telia). Parmi les antilopes
se distingue nettement l’oryx avec ses longues cor¬
nes rectilignes.
Les autres représentations
La faune sauvage est très rare, elle consiste en re¬
présentations de petits animaux aux oreilles dres-
sées, au corps entièrement piqueté, que l’on peut
identifìer à des chacals.
Des représentations humaines, relativement peu
nombreuses, appartiennent également à cette épo-
que: isolées ou associées à des bovidés, elles ont la
mème patine que ces derniers. Ainsi à Akreijit, deux
hommes, chacun aux còtés d’un troupeau de quatre
et sept vaches, sont représentés ayec un piquetage
plein, de face, les bras bien détachés du corps avec,
dans un cas, une plage arrondie représentant les
mains dont la gauche tient un bàton dressé, trait rec-
tiligne parallèle au corps (fig. 2 a). Ils mesurent res-
pectivement 9 x 16 cm et 15 x 24 cm; une troisième
gravure de 15,5 x 24 cm, à proximité d’une chèvre,
d’une vache, d’un animai non déterminé et d’une cu-
pule, pourrait représenter un homme; à Dakhlet Bra-
him, les personnages regroupés sont plus schémati-
ques (fig. 4 a).
Des représentations anthropomorphes sont égale¬
ment associées à des chars: l’une à Bledd Initi (Mun-
son P. J. et C. A., 1969) et l’autre à Kneivissa (Am-
blard S. et Ould Khattar M., sous-presse). Le person-
nage de Bledd Initi est d’un style très schématique:
une ligne droite marquant le corps, à laquelle sont
reliés deux V renversés — l’un pour les jambes, l’au¬
tre pour les bras —, le trait du corps se prolongeant
au-dessus des bras pour marquer la téte; il tient dans
sa main droite un lien le reliant au joug des boeufs
qui tirent le char. A Kneivissa, l’homme gravé de face,
le corps aux seuls contours piquetés, l’ithyphallisme
bien marqué, est aux còtés d’un char attelé probable¬
ment à des boeufs.
Les autres chars sont soit attelés à des boeufs, soit
non attelés. Dix se rattachent à cette période: deux
à Bledd Initi (Munson P. J. et C. A., 1969), deux
à Kedama (Monod Th., 1937), un à Kneivissa et
trois (quatre) à Oued Chebbi (Amblard S. et Ould
Khattar M., sous-presse).
Enfin, il existe un certain nombre de figures, si-
gnes, traits ou ensembles de cupules qui datent de la
mème époque (6). Parmi cet ensemble, trois types de
gravures attirent plus l’attention. Le premier, retrou-
vé en un seul exemplaire, représente une sorte d’an-
cre (possible char?) gravée sur un bloc de forme qua-
drangulaire à l’intérieur d’un village (fig. 4 e). Le se-
cond correspond à des figures en forme de cloche
(fig. 4 b, c, d) dont le battant, toujours centré, dépas-
serait; le piquetage est soit intégral avec parfois des
plages rondes non piquetées, soit des contours seuls
avec des lignes piquetées à l’intérieur de la «cloche»:
un grand axe et une sèrie de traits perpendiculaires à
ce dernier; ces gravures, relativement rares sur les
Dhar, se retrouvent en plusieurs exemplaires à Oued
Chebbi aux còtés de gravures de bovidés de mème
(5) C. Guérin, in litteris 30/12/87.
(6) A Akreijit s’observent ainsi 15 ensembles de cupules et signes géométriques et 16 piquetages illisibles.
46
SYLVIE AMBLARD
Fig. 4 - a) ensemble de personnages de style schématique à
Dakhlet Brahim; b, c et d) signes en forme de cloche à Oued
Chebbi; e) signe en forme d’ancre (possible char?) à Kneivissa V.
(Ph. S.A., 1980 et 1984).
LES GRAVURES RUPESTRES DU HODH SEPTENTRIONAL (MAURITANIE SUD-ORIENTALE)
47
patine. Enfin, le troisième représente des spirales
associées parfois à des bovidés.
Tous les animaux présents dans ce groupe appa-
raissent bien contemporains de l’occupation des vil-
lages; leurs ossements ont été découverts à l’inté-
rieur mème des villages des Dhar: des bovidés en
majorité, dont Bos sp., des antilopes (oryx et addax),
des ovins et caprins. La répartition de ces gravures à
l’intérieur mème des enclos des villages souligne en-
core leur contemporanéité avec ces derniers; les oc-
cupants des villages les auraient donc gravées entre
4000 et 2000 B.P.
LES GRAVURES POST-NÉOLITHIQUES
Cet ensemble est aussi numériquement impor¬
tane mais la localisation des gravures diffère du
groupe précédent. Elle sont le plus souvent situées à
la périphérie des villages ou dans leurs rues, ou se re-
trouvent sur des rochers isolés. Elles préfèrent les
parois verticales des rochers ou les murs et plafonds
des abris sous roche, où elles sont souvent regrou-
pées en panneaux, avec une distribution des figures
relativement concentrée. Les surimpositions avec le
groupe des bovidés sont rares; une scène intéressan-
te s’observe à Chegg el Khaìl (fìg. 3) où un cavalier
attaque une vache de l’époque précédente.
Les gravures représentent des scènes de chasse,
antilopes, autruches, chevaux, chameaux, rares fé-
lins, quadrupèdes difficilement identifìables (cha-
cals?) et quelques guerriers. Ces figures sont très
souvent associées entre elles. Ainsi, à Akreijit, plus
de 65,3% des animaux sont associés à l’homme, lui
servant de monture (chevaux et chameaux) ou de
gibier (oryx, addax, autruche) et tous les hommes
sont cavaliers ou chameliers.
Les scènes de chasse sont très fréquentes et se ré-
pètent souvent sur le mème panneau. La chasse ap¬
parai comme une activité individuelle dirigée contre
un seul animai, voire plus rarement deux, antilope
ou autruche. Elle était effectuée essentiellement à
chevai, moins fréquemment à chameau et très rare¬
ment à pied. Les animaux représentés de profìl ont
toujours leurs oreilles dressées figurées de face. Les
armes sont peu représentées: quelques lances, une
«sagaie» et sans doute un are à Gat’a’Na’am (fig. 5 a);
le trait, fréquemment observé, qui relie l’animal
chassé au chasseur (fig. 5 b et 6 a) semble indiquer
que la chasse au lasso (7) était la pratique la plus
courante.
Trois moments de la chasse sont figurés sur les
parois rocheuses (fìg. 5 et 6): animai chassé et chas¬
seur sur sa monture en position statique (pattes
raides, parallèles entre elles), chasseur poursuivant
sa proie (pattes à angle aigu indiquant un mou-
vement de balancement), animai attrapé par le chas¬
seur auquel il se trouve relié par un trait (lasso)
aboutissant toujours au cou de l’autruche ou plus
curieusement à la partie centrale ou inférieure du
corps de l’antilope.
Ces chevaux et cavaliers, de style schématique,
sont représentés selon deux techniques de graphis-
me, parfois associées (de mème patine sur un mème
panneau). La première utilise de simples traits recti¬
lignes de mème épaisseur pour matérialiser le corps,
la tète (dans son prolongement), les pattes et la
queue de l’animal et le cavalier, dont seule la partie
supérieure du corps est marquée, les bras n’étant in-
diqués que lorsqu’ils sont prolongés par une arme.
Pattes et queue, pratiquement de mème longueur,
sont parallèles entre elles. A Chegg el Khaìl, nous
avons pu observer une variante: les pattes sont re-
liées entre elles deux par deux, formant deux
«roues» ovales sous l’animal. La seconde technique
utilise les courbes et dessine un corps ovalaire, à
croupe et tète arrondies. Dans l’ensemble, les sabots
sont difficiles à distinguer. Le sexe de l’animal est
parfois bien visible.
Cette mème différence de graphisme s’observe
pour les chameaux: soit gravure très schématique
ressemblant à une main aux doigts écartés: la paume
représentant la bosse et le corps (la bosse étant en
fait le corps de l’animal) et les doigts les pattes et la
queue de mème longueur. Ce type de chameau est
souvent en train de courir: cou tendu en avant, tète
légèrement redressée dans le prolongement du
corps, oreilles dessinées còte à còte parallèles, pattes
écartées également distantes les unes des autres; le
sexe est parfois représenté. Soit gravure à piquetage
plus soigné, comme à Lebeigue el Beidha: la bosse
distincte du corps est disproportionnée par rapport à
l’ensemble, le sexe marqué, les pattes rectilignes et la
queue basse, le cou tendu légèrement courbe et le
museau en avant. A l’instar des cavaliers, les chame¬
liers sont le plus souvent matérialisés par un petit
trait perpendiculaire situé au sommet de la bosse qui
est souvent très haute. Les chameaux, contrairement
aux chevaux, ne sont pas toujours montés: la moitié
des chameaux d’Akreijit ne l’est pas.
Les autruches (fìg 5 a et b, 6 b) sont de style subna-
turaliste à tendance schématique: une longue ligne
rectiligne marque le cou, un épaississement plus ou
moins marqué formant un angle aigu avec le cou in-
dique la tète, une plage plus épaisse subtriangulaire
pour le corps, les plumes de la queue redressées lors-
que l’animal est représenté en position dynamique;
les pattes sont deux lignes rectilignes parallèles, for¬
mant un angle aigu entre elles indiquant que l’ani-
mal court. A Akreijit, six des dix autruches gravées
sont chassées soit par un cavalier, soit par un chame-
lier. A Gat’a’Na’am, s’observe une scène où l’autru-
che est poursuivie par un homme à pied et deux
cavaliers armés et un chameau sans doute monté
(fìg. 5 a).
Les antilopes s’apparentent surtout aux oryx, aux
cornes bien développées et rectilignes et parfois aux
addax, aux cornes plus incurvées en arrière. Leur
queue est longue et touffue, le museau arrondi et
tendu vers l’avant, le sexe parfois représenté. De sty¬
le schématique, on note comme pour les chevaux
l’utilisation de deux techniques de graphisme, abou¬
tissant à des représentations d’antilopes au corps
marqué par un seul trait rectiligne ou par une ligne
dessinant les contours d’un corps ovoide. Sept anti¬
lopes sur dix sont chassées à Akreijit.
(7) A Chegg el Khail, le lasso est représenté par un cercle aux contours piquetés dressé au bout du bras du cavalier.
48
SYLVIE AMBLARD
Fig. 5 - Scènes de chasse:
(Ph. S.A., 1980 et 1981).
a) Gat’a’Na’am; b et c) Akreijit.
LES GRAVURES RUPESTRES DU HODH SEPTENTRIONAL (MAURITANIE SUD-ORIENTALE)
49
, fTfK
sm'M
111
Fig. 6 a et b - Gravures post-néolithiques: Gat’a’Na’am. (Ph. S.A., 1980).
50
SYLVIE AMBLARD
Les félins, observés à Akreijit et Gat’a’Na’am, sont
tous de mème style: corps ovoide et extrémités des
pattes en «boules». La position de la queue est varia-
ble: basse, dressée, voire parallèle au dos de Panimal.
Au nombre de trois à Akrejijt, ils ne sont pas chassés.
A Gat’a’Na’am, un félin est représenté avec une lan¬
ce à doublé barbelure fichée dans le dos (fig. 6 b):
seul cas observé de représentation d’animal chassé,
en dehors de l’antilope et l’autruche.
Il existe également des cavaliers, plus rarement
des chameliers, figurés en groupes poursuivant des
animaux, munis de boucliers ronds et/ou de lances
tenus au bout de leurs bras tendus (fig. 6 a); les scè-
nes sont plus dynamiques, les hommes ont le bras
armé fiòchi et les animaux représentés courant, la
queue parfois dressée. Les boucliers peuvent ètre
aussi situés sous le ventre de Laminai, entre ses pat¬
tes. A E1 Arei'chat, sur le Dhar Oualata, se trouve ce-
pendant une gravure de guerrier à pied portant un
bouclier de forme rectangulaire, d’un type inconnu
en Mauritanie.
L’un au moins des deux chars de Khadra, situés à
proximité de chasses à l’autruche, de chameaux et de
Tifinar, est considéré comme appartenant à cette
mème période; l’autre, de patine plus claire pourrait
ètre plus tardif (Monod Th. et Mauny R., 1949). Tous
deux, représentés de profil, seraient attelés à un che¬
vai, monté dans le premier cas. Associé aux mèmes
types de représentations et également de mème pati¬
ne un autre char attelé à un chevai (?) existe à Keda-
ma (Mauny R., 1947).
L’absence de représentations de bovins à cette pé¬
riode semble indiquer qu’ils ont alors disparu de cet¬
te région où le climat tend vers une aridification et
qu’à une activité d’élevage, succède la chasse notam-
ment à l’antilope et à l’autruche. Cependant le chevai
peut y vivre, aux còtés du chameau, tous deux ser-
vant de montures aux chasseurs — la chasse à l’anti¬
lope se pratiquant surtout à chevai.
Par les thèmes représentés et la répartition spatiale
de ces gravures, ce groupe apparait bien postérieur
à l’occupation des villages, les premières représen¬
tations datant des environs de 2000 B.P. Sur les
panneaux, aucune variation de patine n’est réel-
lement décelable et les différents styles et sujets
cidessus nommés sont représentés; cependant les
boucliers semblent apparaitre plus tardivement.
Par ailleurs, les inscriptions en Tifinar, à patine
plus claire, souvent surimposées sont bien posté-
rieures, ainsi que le groupe qui lui succède — simples
signatures en arabe de nomades et inscriptions rela-
tives à Allah — et dont l’origine remonterait vers
700 A.D.-1000 A.D. et qui se prolongerait actuel-
lement (Munson P. J., 1971).
GRAVURES ET VILLAGES NÉOLITHIQUES
Une première étude de la répartition spatiale des
gravures à Pintérieur d’un des villages (Akreijit) avait
déjà permis de constater qu’emplacements, thèmes
représentés et patine, étaient en liaison (Amblard S.
et Vemet R., 1984). L’analyse plus approfondie de ces
gravures et la poursuite des recherches sur l’ensemble
des Dhar Tichitt et Oualata confirmèrent ces premiers
résultats qui présentaient néanmoins des variantes
dans la répartition géographique selon les villages.
La répartition des figurations rupestres à l’inté-
rieur du village n’est pas seulement fonction de la ré¬
partition des blocs rocheux. Ainsi, à Akreijit, village
qui s’étend sur 2 hectares (700 X 280 m) et comporte
quelque 178 enclos, 50 seulement possèdent des gra¬
vures et parmi ceux qui n’en possèdent pas, 35 ont
des rochers qui étaient aptes à servir de support à des
gravures. La raison de la présence de gravures dans
les enclos n’est donc pas forcément liée à celle de
supports rocheux. Par ailleurs, il existe des villages
auxquels aucune gravure ne se trouve associée.
Une constante s’observe qui permet de bien diffé-
rencier ces deux groupes par leur patine, mais sur¬
tout par leur situation géographique et les thèmes
qu’ils représentent. Ainsi, les gravures du groupe des
bovidés apparaissent bien intégrées au village: elles
sont réparties dans les enclos où les témoignages
d’une activité quotidienne abondent, ou parfois
regroupées juste en bordure du village, formant un
ensemble atteignant parfois près d’une centaine de
figures. Les thèmes dépeignent une vie économi-
que où l’élevage semble avoir une part importan¬
te: élevage pour le lait, la viande et sans doute le
prestige; la variation des robes des bovins montrant
que les croisements sont nombreux, la représen¬
tation des pis des vaches, qui à Chegg el Khail appa¬
raissent magnifìés, soulignent l’importance de cet
élevage pour la société de l’époque. Les hommes
sont représentés alors presque toujours aux còtés
du bétail et jamais armés, reflétant ainsi une vie
paisible.
Par contre, les gravures post-néolithiques appa¬
raissent toujours en marge de la vie sociale et écono-
mique des villages et laissent supposer que leurs au-
teurs n’ont pas réoccupé les lieux où vécurent les vil-
lageois néolithiques. A Pintérieur du village, elles
sont situées dans des enclos possédant souvent des
abris sous-roche, vierges de structure d’habitat et de
tout mobilier, dénotant une activité journalière, ou
dans les rues; le plus souvent, elles sont rejetées à
l’extérieur mème du village. Elles illustrent un mode
de vie où la chasse apparait essentielle. Les boucliers
qui apparaissent plus tardivement suggèrent des ar-
mes de guerre. L’absence de vestiges autres que ces
gravures souligne bien l’impression qui émane de
ces fìgurations rupestres: celle d’un passage dans la
région de chasseurs et de quelques guerriers, sans
doute pour un très court laps de temps.
Les gravures rupestres du Hodh nous laissent le
témoignage de populations qui se sont succédées,
mais dont les modes de vie tant économique que
social étaient très différents. L’extrème rareté de gra¬
vures sur la bordure sud-est du Tagant, prolonge-
ment Occidental des Dhar, pose un problème: en ef-
fet, pour quelles raisons cette falaise rocheuse, sur
laquelle des villages (8), bien que d’apparence plus
tardive, existent également, n’a pas été gravée par ces
mèmes populations qui ont vraisemblablement aussi
du circuler en ces lieux?
(8) Mohamed Ould Khattar (à paraìtre).
LES GRAVURES RUPESTRES DU HODH SEPTENTRIONAL (MAURITANIE SUD-ORIENTALE)
51
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Sylvie Amblard: U.P.R. 0311 - G. 0848, CNRS
1 Place Aristide Briand - 92195 Meudon FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
* ■ *
Emmanuel Anati
i
Arte rupestre: archivio di documenti per la ricostruzione storica
Résumé — L’art rupestre du Sahara représente d’immenses archives extrèmement importantes pour reconstruire
l’histoire d’un sub-continent.
En effet, à travers le témoignage de l’art rupestre, se dessinent des millénaires d’un Histoire dense d’évènements,
d’aventures sociales, économiques et conceptuelles: des chasseurs archai'ques aux groupes humains qui produisirent l’art
dit «des tètes rondes», puis aux groupes des pasteurs, et à Pintroduction du char et du chevai jusqu’à l’extension des popu-
lations modernes.
Nous illustrerons la méthodologie d’un analyse structurelle et donnerons un cadre organique des principaux évène-
ments qui constituent les bases de plus de 10.000 ans d’histoire de la zone saharienne à partir des premières manifestations
iconographiques.
Abstract — The Sahara rock art provides a huge source of documentation for thè reconstruction of thè history of a
sub-continent.
Thousands years of history full of social, economie and conceptual events are outlined, through thè evidence of thè
rock art, from thè archaic hunters, to thè human groups, that produced thè so-called «Teste Rotonde» art, to thè pastoral
groups, to thè introduction of thè cart and thè horse and to thè growing of modern people.
The methodology of structural analysis is shown in a summary of thè fundamental events that characterize more than
ten thousand years of history of thè Sahara, starting from thè first iconographic productions.
PREMESSE
In molte regioni dei cinque continenti si trovano
importanti concentrazioni di arte rupestre. Migliaia
di incisioni e pitture, lasciate dall’uomo sulle superfì-
ci rocciose in oltre 120 Paesi rendono l’arte rupestre
un fenomeno universale. Quasi dovunque vi siano
superfici rocciose raggiunte dall’uomo della preisto¬
ria, egli ha loro confidato i propri messaggi.
Prima che in alcuni angoli della Terra l’uomo in¬
ventasse la scrittura, l’arte visuale era il metodo uni¬
versale per memorizzare e trasmettere nozioni e
messaggi, e fino ad oggi rimane il principale stru¬
mento di storicizzazione dei popoli tribali. L’arte ru¬
pestre, le istoriazioni che l’uomo nel corso dei mil¬
lenni ha lasciato in grotta e all’aperto forma, a livello
mondiale, oltre il 90% di quanto ci è pervenuto del¬
l’arte preistorica.
Fino all’inizio di questo secolo, più di tre quarti
dell’umanità era illetterata. Solo una piccola fetta
delle culture, in alcune regioni del mondo, era consi¬
derata parte della «storia mondiale». La scelta dei do¬
cumenti scritti come unica fonte di documentazione
storica «legittima» appare piuttosto discriminatoria
nei riguardi delle popolazioni che non conoscono la
scrittura o che solo di recente l’hanno acquisita. Se¬
condo tale concetto, molte popolazioni dell’Africa,
dell’America, dell’Asia, dell’Oceania e perfino del¬
l’Europa, avrebbero solo pochi decenni o secoli sui
quali basare una propria identità; le fasi precedenti
delle loro vicende sono ignorate dal sistema educati¬
vo occidentale.
I messaggi grafici attivano processi mentali asso¬
ciativi che hanno un impatto immediato. L’iconogra¬
fia è stata usata da quasi tutte le culture fin dall’e-
mergere d eìVHomo sapiens (sapiens), fin da quando
si hanno manifestazioni di concettualità e di capacità
di astrazione, quali appunto l’arte, la religione, il sen¬
so dell’armonia e dell’estetica, riflesse dalle istora-
zioni rupestri.
Molte di queste istoriazioni, specie nelle fasi più
antiche, hanno caratteristiche di evocazioni popolari,
al limite tra mitologia e storia, in uno spirito molto
simile a quello che ci viene trasmesso nei brani più
antichi di libri «sacri» quali la Bibbia. Ogni popolo ha
una sua Bibbia, scritta od orale, che si riferisce a
quella che gli australiani chiamano «l’epoca dei so¬
gni». In mancanza di altre concrete chiavi di lettura,
s’ipotizza il carattere narrativo di epopèe di genesi
nelle quali animali e personaggi, naturali o sopranna¬
turali, ricoprono ruoli epici in equilibri e squilibri, ar¬
monie e contrasti, valenze e paradigmi, nel mondo
dei viventi e dei defunti, della natura e del «sopran¬
naturale». Doveva trattarsi di «eventi» noti a tutti, o
almeno a tutti gli iniziati, nelle culture delle epoche
in cui furono istoriati. Nei vari casi si uniscono, agli
aspetti evocativi, fenomeni comuni a molte mitolo¬
gie, quali la «moralizzazione della favola», la funzio¬
ne educativa e quella apologetica, la ricerca di una lo¬
gica dell’irrazionale, il ruolo magico dell’evocazione.
In ogni epoca, in ogni cultura, affiorano le realtà
contingenti, i problemi quotidiani, i fatti più impel¬
lenti, che facilmente transitano dal tangibile all’im¬
maginario e viceversa. Queste istoriazioni appaiono
pertanto una sorgente grandiosa di conoscenza del
passato, sia per quanto riguarda le avventure intellet¬
tuali dell’uomo, sia anche per i caratteri specifici di
ogni epoca e società nelle quali furono istoriati.
54
EMMANUEL ANATI
PRIMORDI DELL’ARTE IN AFRICA E LA RELAZIONE UOMO AMBIENTE
La più antica arte databile in Africa, e forse nel
mondo, in Tanzania e Namibia, viene fatta risalire a
circa 40.000 anni. In Europa e in Asia, le più antiche
manifestazioni artistiche hanno tra i 35.000 e i 32.000
anni. Il Sahara non ha per il momento datazioni così
antiche. Le prime date, alla fine del Pleistocene, so¬
no incerte e controverse. Ma l’arte è dovunque una
delle caratteristiche fondamentali doìV Homo sapiens
ed è ipotizzabile che, come in altre regioni, anche nel
Sahara egli abbia prodotto arte fin dalla sua prima
comparsa.
Le alterazioni degli episodi climatici hanno deter¬
minato l’evolversi della vita un po’ dovunque sul
nostro pianeta. Nel Sahara, l’ambiente desertico
degli ultimi millenni ha impedito lo sfruttamento
agricolo e lo sviluppo di una densa popolazione
urbana o rurale e ciò ha favorito la conservazione
di relitti che forse, altrimenti, non sarebbero giunti
fino a noi.
Per la stessa ragione i deserti sparsi nei vari conti¬
nenti sono degli immensi musei naturali la cui inte¬
grità, solo recentemente, è stata alterata dal massic¬
cio afflusso dei raccoglitori di reperti. Malgrado il le¬
gittimo interesse degli studiosi, la corsa dei Musei e
degli enti di ricerca a raccogliere testimonianze per
fini educativi e scientifici, e la meno ortodossa bra¬
mosia dei collezionisti privati e dei mercanti, sarebbe
bene che queste immense riserve si conservassero
più integre possibile e che il visitatore, specie se non
motivato da strette ragioni di ricerca, si limitasse a
guardare, fotografare e rilevare, senza asportare evi¬
denze e reperti che poi, avulsi dal loro contesto, per¬
dono anche molto del loro significato.
Di gran lunga l’aspetto più appariscente e monu¬
mentale del patrimonio archeologico affidato alle
sabbie e alle rocce sahariane è costituito dall’arte ru¬
pestre. Questa si concentra nelle aree montagnose,
nell’Atlas algerino, nel Tassili algerino e nell’ Air ni-
gerino, nelle vaste aree montagnose della Libia, il
Fezzan e l’Acacus, nel Tibesti, nell’Ennedi del Ciad
e fino al Jabel Uweinat, nell’alto Egitto al confine
con il Sudan.
Si conoscono alcune migliaia di siti con arte rupe¬
stre e si valuta che le figure note finora siano alcune
centinaia di migliaia. Si è parlato di attribuzioni del¬
l’arte rupestre a periodi archeologici, quali Paleoliti¬
co, Mesolitico o Neolitico, ma ci si rende conto che
questi termini, plasmati per le sequenze delle culture
materiali europee e del Vicino Oriente, poco si con¬
formano alla realtà sahariana.
EVOLUZIONE LOCALE E CONCORDANZE
Quando, per la prima volta, un Homo sapiens pro¬
dusse dell’arte rupestre in questo territorio, è tema
tuttora soggetto a discussione. Due principali ipotesi
avevano creato un dibattito fino a qualche anno fa,
l’una che faceva rientrare l’intero ciclo all’interno
dell’Olocene, ossia negli ultimi 10.000 anni, l’altro
che voleva ubicare le prime fasi del ciclo a date ante¬
riori. Le argomentazioni riguardavano soprattutto la
presenza di figurazioni di fauna estinta ed altre con¬
siderazioni su cambiamenti climatici le date dei qua¬
li, del resto, sono anch’esse tema di dibattito.
Si hanno alcune datazioni ottenute da Fabrizio
Mori nel Tadrart Acacus con il metodo del carbonio
14, sequenze stilistiche di Henry Lhote nel Tassili,
associazioni tra arte rupestre e reperti di cultura ma¬
teriale, proposte da Raymond Vaufrey, da Fabrizio
Mori, Lionel Balout, Gabriel Camps, ed altri. Si han¬
no infine le successioni stratigrafìche degli stili diver¬
si che sovente si sovrappongono sulle stesse superfìci
rocciose, come notato già da grandi pionieri di que¬
ste ricerche quali Leo Frobenius, Hugo Obermaier e
Paolo Graziosi. Tutto ciò ha permesso di stabilire
una sequenza generale che riflette la storia del Saha¬
ra in cinque grandi orizzonti che costituiscono i cin¬
que periodi della storia dQÌVHomo sapiens in questo
territorio.
La corrente denominazione, in vero non molto ap¬
propriata, usa i termini un po’ grotteschi di «Bubali-
no», «Teste rotonde», «Pastorale», «Cavallino», e
«Camelino». Le basi economiche, sociali e concet¬
tuali sono contraddistinte da scelte tematiche e da
caratteri stilistici che appaiono avere una sequenza
cronologica generale analoga a quella di altri grandi
insiemi di arte rupestre in Tanzania, nella penisola
dell’Arabia, nel Madja Pradesh in India, nelle valli
del Pecos e del Semenole in Texas, nella penisola di
Baja California in Messico. In varie zone del pianeta si
riconoscono orizzonti tipologici dalle forti analogie,
per i quali si può usare una terminologia omologata.
— Cacciatori Arcaici (E.H. = Early Hunters). Caccia¬
tori di grande fauna che non fanno uso dell’arco e
della freccia. I temi principali sono le grandi figure
animali. È rara la scena; è comune solo l’associa¬
zione o la composizione di grafemi.
— Raccoglitori di frutti spontanei (E.G. = Early Gat-
heres). L’unico orizzonte che abbondi in figura¬
zioni di vegetali; le associazioni di figura tipo
«scena» sono presenti ma si tratta in prevalenza di
scene a carattere mitico o metaforico; sono assenti
o rare le figurazioni di caccia, sono comuni figure
antropomorfe fantastiche che riflettono stati di al¬
lucinazione. Si presume l’uso di allucinogeni.
— Cacciatori-Raccoglitori Evoluti (L.H. = Late Hun¬
ters). È presente l’arco e la freccia; il concetto
compositivo si basa sulla «scena»; i temi principali
sono la caccia e cerimonie a carattere sociale o re¬
ligioso.
— Allevatori (PA = Pastoral). Il cui tema principale
sono gli animali domestici e scene di vita quoti¬
diana.
— Popolazioni ad economia mista (M.E. = Mixed
Economy). Popolazioni che praticano l’agricoltura
di giardinaggio, per le quali il commercio è una
importante risorsa. Lo stile è solitamente schema¬
tico ed essenziale. Sono rappresentate figure an¬
tropomorfe, zoomorfe e simboli. La scena «naif» è
comune. Ogni gruppo ha tendenza a sviluppare un
tema dominante.
Indubbiamente, al di là delle caratteristiche locali,
emergono paradigmi ricorrenti ed una fenomeno¬
logia che possono costituire le basi per la com¬
prensione, sia di processi universali, sia di episodi
contingenti.
1
ARTE RUPESTRE: ARCHIVIO DI DOCUMENTI PER LA RICOSTRUZIONE STORICA
55
Rispetto alla sequenza dell’arte rupestre sahariana,
una certa concordanza sembra emergere malgrado
caratteristiche regionali:
— Cacciatori Arcaici: «Prime Fasi Bubalina».
— Raccoglitori di frutti spontanei: Fase delle «Teste
Rotonde», nella quale si trovano raffigurazioni
di funghi allucinogeni, figure antropomorfe e
antropozoomorfe fantastiche, e nella quale le
figurazioni concernenti la caccia, come del re¬
sto ogni altra attività economica, sono estrema-
mente rare, se non del tutto assenti. Notevoli
sono le analogie con l’orizzonte corrispondente
in Tanzania.
— Cacciatori-Raccoglitori Evoluti: Questa fase è
ampiamente presente nella valle del Nilo, nel-
l’Atlas marocchino e nel Levante spagnolo con
incisioni e pitture rupestri inerenti la caccia e
scene mitologiche caratteristiche. È ancora mal
definita nel Sahara centrale. Può essere par¬
zialmente contemporanea alla fase delle «Teste
Rotonde».
— Allevatori: la- «Fase Pastorale» ha molte analogie
con orizzonti analoghi nel Vicino Oriente e in In¬
dia, nel Kenia ed in Etiopia.
— Popolazioni ad economia mista: Sia la fase Cavalli¬
na, sia quella Camelina rientrano a pieno titolo in
questa categoria. Esse tuttavia hanno tematiche di¬
verse e riflettono mentalità e modi di vita diversi.
Di fatto questa tabella schematica va vista con una
certa elasticità poiché è ipotizzabile la coesistenza con¬
temporanea nel Sahara, di modi di vita diversi. È pro¬
babile che gruppi di Cacciatori Arcaici abbiano persi¬
stito nel periodo dei «Raccoglitori» e che gruppi di
Cacciatori Evoluti fossero presenti, sia nel periodo dei
Raccoglitori, sia in quello dei Pastori (vedi tabella 2).
In tutti quei periodi si hanno sia pitture, sia inci¬
sioni rupestri, con una prevalenza per le incisioni nel
periodo dei «Cacciatori Arcaici» e in quello dei no¬
madi recenti, con una preferenza per le pitture nel
periodo «Pastorale» e con una prevalenza delle pittu¬
re nell’arte dei raccoglitori, per i quali i colori dove¬
vano ricoprire anche importanti significati simbolici.
IL CONTESTO SAHARIANO
Il quadro generale è volutamente schematico e
semplificato. Esso si svolge nel contesto di una
sequenza di condizioni ambientali, con alternanza
di periodi più o meno umidi in un’area, come
quella sahariana, dove anche un lievissimo mu¬
tamento delle precipitazioni atmosferiche de¬
termina l’entità delle risorse di cui può dispor¬
re l’uomo per la sopravvivenza. Su tale contesto
ambientale dinamico si sovrappongono le varie
presenze umane e di conseguenza i periodi e gli
stili dell’arte rupestre.
Solo raramente si sono trovati reperti di cultura
materiale ed arte rupestre in relazione diretta ed in¬
contestabile. Vi sono sia nel Tassili, sia nell’Acacus,
sia nell’Ennedi, nell’Atlas e altrove, ripari sotto roc¬
cia che hanno pitture rupestri e resti di cultura mate¬
riale, e perfino focolari e sepolture, in un medesimo
contesto spaziale. Ma, salvo sporadici casi, la con¬
temporaneità tra arte rupestre e reperti non è dimo¬
strabile. Ciò ha mantenuto aperto il dibattito sulla
cronologia dei vari periodi dell’arte rupestre che, co¬
me si vede, hanno ben pochi punti che, a ragione o a
torto, sono unanimemente considerati acquisiti.
Specie per i periodi più antichi, le varie ipotesi crono¬
logiche non sembrano ancora confortate da contesti
consistenti e inconfutabili di cultura materiale.
Da tali constatazioni elementari, e malgrado tutte
le incertezze che sussistono, si hanno le grandi linee
di una storia dell’uomo nel Sahara per oltre 10.000
anni.
L’ORIZZONTE DEI «CACCIATORI ARCAICI»
I vari tentativi di sincronizzare tra arte rupestre
«bubalina» e industrie litiche, da parte soprattutto di
studiosi francesi quali L. Balout e G. Camps, si scon¬
trano con il fatto che, in tutti i periodi post-paleoliti-
ci, non si conoscano complessi di reperti litici o cera¬
mici che abbiano una diffusione simile a quella dello
stile rupestre. Vi sono culture magrebine costiere e
continentali, e vi sono culture nilotiche distinte per
l’alta e la bassa valle del Nilo, mentre l’orizzonte bu-
balino dell’arte rupestre spazia in pratica dalla valle
del Nilo all’Atlas marocchino, mostrando una unità
concettuale del Nord Africa che la cultura materiale
non ha più avuto dopo l’inizio dell’Olocene. Lo stesso
stile si ritrova anche nel Vicino Oriente, nel deserto del
Negev, nel Sinai, a Kilwa in Giordania ed in varie loca¬
lità dell’Arabia Saudita. È tuttora aperto il quesito, se
da ciò si possa ipotizzare che il modo di vita rappre¬
sentato dalle fasi bubaline arcaiche debba collocarsi
nel Pleistocene. Ma non è improbabile che così sia.
La tematica prevalente è quella delle grandi figura¬
zioni animali tipica dei «Cacciatori Arcaici» anche in
altre parti del globo. Non conoscono, o non rappre¬
sentano, l’uso dell’arco e della freccia. L’assenza o la
rarità di figurazioni antropomorfe e lo stile essenzia¬
le e sintetico, corroborano tale inquadramento. La
presenza nelle istoriazioni di una fauna estinta, in
parte di tipo «pleistocenico» può dare un orienta¬
mento cronologico supplementare. In particolare pa¬
re determinante la presenza di figure di elefanti in
Arabia. Nel Sahara, come nel Vicino Oriente, il fatto
che un’alta percentuale delle figure animali di questo
stile appaiono isolate, come a sé stanti, è considerato
un’indicazione dell’appartenenza ad una fase tarda e
decadente nell’ambito dell’orizzonte dei «Cacciatori
Arcaici». Ma vi sono occasionalmente anche se¬
quenze ideografiche che illustrano una concettualità
tipica di una fase classica dei «Cacciatori Arcaici»,
che potrebbero indicare una maggiore antichità (vedi
Jebel Uweinat).
Il primo capitolo della storia scritta sulla roccia,
dall’arte rupestre, illustra la presenza di clan di cac¬
ciatori detentori di una tecnologia rudimentale, dedi¬
ti a battute di caccia e ad ampi spostamenti nel terri¬
torio con un tipo di concezione figurativa che spazia
dall’Arabia al Marocco e che ha analogie in altre re¬
gioni del Vecchio Mondo.
à
56
EMMANUEL ANATI
Tabella 1 - Periodi dell’arte rupestre sahariana
Questa tabella propone datazioni leggermente diverse da quelle convenzionali, sulla base di una concordanza con le data¬
zioni del Vicino Oriente e della Valle del Nilo.
I «RACCOGLITORI ARCAICI»
Nel ciclo sahariano, l’orizzonte dei «Raccoglitori
Arcaici» al quale ormai da due generazioni gli stu¬
diosi si riferiscono come il periodo delle «Teste
Rotonde» a causa della particolare forma ricorrente
delle teste e dei loro copricapo, rivela una immensa
carica d’immaginazione e di concettualità. I Cacciatori
Arcaici avevano come tema principale delle loro inci¬
sioni le specie animali che venivano cacciate e quelle
che avevano particolare importanza totemica. I po¬
poli pastori dedicavano gran parte delle loro icono¬
grafie alla raffigurazione delle mandrie, principale lo¬
ro risorsa per la sopravvivenza e status-symbol. Altri
ARTE RUPESTRE: ARCHIVIO DI DOCUMENTI PER LA RICOSTRUZIONE STORICA
57
orizzonti iconografici più tardi focalizzano le imma¬
gini su temi che riguardano viaggi, attività carovanie¬
re, commercio.
Mentre tutte le fasi precedenti e posteriori hanno
\ nei temi di attività economiche il loro principale sog¬
getto, gli artisti Raccoglitori Arcaici delle «Teste Ro¬
tonde» sembrano di non essersi gran ché curati di ta¬
le aspetto, cosa che del resto si verifica in diversi
gruppi analoghi in Tanzania, nel Semenole Canyon
del Texas, in Baja California nel Messico e altrove.
Le loro preoccupazioni erano diverse, di carattere
prevalentemente mistico, immaginario e concettua¬
le. Si ha quasi l’impressione, osservando le loro fan¬
tastiche opere pittoriche, che l’arte, l’espressione del¬
la propria fantasia dovesse essere una attività di
estrema importanza, certo tra le più importanti delle
loro attività quotidiane. Indirettamente apprendia¬
mo, dalle pitture stesse, che tale loro creatività arti¬
stica si estendeva anche ad altri aspetti, la musica e la
danza, e certamente anche la coreografia dei loro
complessi riti e delle loro cerimonie.
Apprendiamo anche, dalle loro pitture, che le atti¬
vità artistiche includevano altri aspetti dei quali per
ora non si hanno testimonianze dirette, quali la fab¬
bricazione di maschere, i tatuaggi, i monili ed altre
decorazioni del corpo, e probabilmente anche la mi¬
mica ed il «teatro», come mezzo per evocare miti,
leggende, processi rituali ed iniziatici.
La proposta di alcuni autori di eliminare la fase bu-
balina dei Cacciatori Arcaici, includendone l’icono¬
grafia in questo complesso si scontra con la drastica
differenza di mentalità illustrata dai due complessi.
Mentre l’interesse iconografico dei «Cacciatori
Arcaici» era focalizzato sulle figure animali, i «Rac¬
coglitori» o «Teste Rotonde» avevano come loro
principale tema l’immagine antropomorfa. Come
evidenzia Umberto Sansoni, tre quarti circa delle
loro figurazioni sono antropomorfe, ma non neces-
sariemente di figure umane. Sono esseri fantastici,
ombre, spiriti o mostri di un mondo che a noi appa¬
re immaginario. Vi sono figurazioni animali, talvolta
altrettanto fantastiche delle figure antropomorfe, e
vi sono anche molti ideogrammi, sovente presso¬
ché ignorati dalla letteratura scientifica. Gli stessi «ta¬
tuaggi» e le altre decorazioni sul corpo o che emanano
dal corpo delle figure, quali ad esempio le figurazioni
funghiformi, sono ideogrammi che nascondono un
complesso linguaggio simbolico, o meglio, sono i carat¬
teri di una proto-scrittura ideografica. Le caratteristi¬
che di molte immagini levitanti o di quelle emananti
spunzoni o raggi, sono riconosciute dagli psichiatri
come effetto dell’uso di allucinogeni o stupefacenti.
Mentre i «Cacciatori Arcaici» non facevano uso
della scena, ma solo della composizione o dell’asso¬
ciazione ideografica di grafemi, gli artisti «Raccogli¬
tori» delle «Teste Rotonde» raffiguravano un certo
tipo di scene, non tanto narrative o veristiche come si
svilupperanno più tardi, ma di evocazione di perfor-
mances di esseri soprannaturali e di «eventi» presu¬
mibilmente di carattere mitologico. È probabile che
tali pitture abbiano anche significati metaforici.
Scene narrative e veristiche abbonderanno invece
nell’orizzonte successivo, quello dei popoli pastori.
L’interesse nella vita comunitaria, nella relazione
esistenziale mandria-clan e la sensibilità visuale per
il significato del dettaglio, stimolarono lo sviluppo di
uno stile pittorico di grande finezza ed eleganza, se
pur indubbiamente meno dirompente, nel senso in¬
tellettuale, di quello dei loro predecessori.
L’epos dei Raccoglitori, narrato meravigliosamen¬
te dalle loro pitture sovente surrealistiche, piene di
allucinazioni, di messaggi ermetici, di un senso del¬
l’armonia che lascia allibiti, conserva ancora una ca¬
rica di misteri. Non a caso decine di ricercatori ne so¬
no stati ammaliati e si stanno tuttora cimentando per
soluzioni di problemi che sembrano doversi chiarire
ad ogni momento ma che tuttavia resistono alla tena¬
cia degli studiosi. Si ha l’impressione che queste gen¬
ti, denominate «Teste Rotonde», vivessero in una
specie di giardino dell’Eden e facessero ampio uso
dei frutti «del bene e del male», dell’albero «della co¬
noscenza». Ma come le altre vicende, anche la loro
ha avuto un tempo d’inizio ed un epilogo.
Epoche e situazioni analoghe, come si è detto, si
conoscono in altre parti del globo. Gruppi di arte ru¬
pestre con caratteristiche di popoli raccoglitori che
facevano ampio uso di allucinogeni sono note in
Tanzania, nel sud-est del continente africano, ed an¬
che in India, e nel continente americano, nel Texas,
ih California e nel Messico.
Dovunque in questo stile di arte rupestre, dopo un
periodo di grande creatività, sembra ripetersi l’av¬
vento di un momento di saturazione e di crisi che ha
condotto alla fine di modi di vita e di ere culturali.
Ancora una volta sembra che la memoria collettiva
faccia eco nella mitologia, con la storia di Adamo ed
Èva scacciati dal paradiso terrestre ed obbligati, da
quel momento, a lavorare per vivere. Nelle diverse
regioni menzionate, la fine di questi episodi dei
«Raccoglitori» corrisponde sovente a una fase di
cambiamenti climatici, floristici e faunistici e, fatto
di grande importanza, nel Sahara essa corrisponde
all’inizio dell’era della produzione del cibo.
L’epoca delle «Teste Rotonde» ha lasciato una
quantità notevole di documenti iconografici di quali¬
tà eccezionale, e non solo per il loro valore estetico,
ma soprattutto, per l’immensità della loro testimo¬
nianza sulle avventure intellettuali dell’uomo.
I POPOLI PASTORI
L’espansione alla periferia delle popolazioni pa¬
storali, presumibilmente nel 6° millennio a.C., con le
loro mandrie di buoi, ha sicuramente marcato l’ini¬
zio di una nuova era per il Sahara. Ma chi erano que¬
ste genti? Le possiamo ricollegare a movimenti ana¬
loghi rilevati dall’arte rupestre del Vicino Oriente?
Vi è chi invece concepirebbe uno sviluppo primario
nella valle del Nilo ed una migrazione dovuta al so¬
pravvento che ebbero in Egitto le popolazioni seden¬
tarie ed agricole con l’evolversi colà dell’economia
neolitica e con la loro espansione che escludeva i pa¬
stori dalle terre verdi. Altri ancora ricercherebbero
nel Sahel, o nello sviluppo endogeno, la nascita di
questo nuovo modo di vita.
Altre ipotesi ancora si confrontano con queste. È
certo che la penetrazione dei pastori nel Sahara, in
territori marginali non ambiti dagli agricoltori, è do¬
vuta, in un modo o nell’altro, all’eterno contrasto tra
agricoltori e pastori che persiste ancor oggi e che non
ha cessato di costituire un elemento essenziale delle
58
EMMANUEL ANATI
vicende storiche e politiche mediorientali e nord-
africane. Il mito di Caino e Abele ne presenta una
stupenda sintesi, una cristallizzazione della primor¬
diale lotta tra agricoltori e pastori. Va ricordato che la
Bibbia, prima che fosse scritta, era una collezione di
epiche narrazioni orali evocatrici di miti di origine ed
eventi «mito-storici» tramandati dall’equivalente dei
moderni cantastorie. Ad Har Karkom, nella penisola
del Sinai, numerose incisioni rupestri raffigurano
eventi biblici e risalgono a periodi precedenti la com¬
pilazione dei testi corrispondenti.
La raccolta dei dati che i diretti protagonisti
hanno lasciato istoriati sulle rocce, ci mostra le
notevoli peculiarità che contraddistinguono ogni
capitolo e, in particolare, questo capitolo della sto¬
ria del Sahara dai due precedenti. I popoli pastori
di quell’epoca non giunsero mai a storicizzare per
iscritto le loro narrazioni. I messaggi in codice ci
sono pervenuti tramite l’arte rupestre e ci forni¬
scono la materia prima per il processo di ricostru¬
zione storica per epoche precedenti all’avvento
della scrittura.
LE POPOLAZIONI AD ECONOMIA MISTA
Non mi soffermo sui capitoli successivi, che ri¬
guardano le popolazioni ad economia mista. Essi, già
oggi, direttamente o indirettamente, possono far par¬
te della storia scritta, certo ne hanno l’età e le pre¬
messe.
Molti, anzi moltissimi problemi restano aperti, al¬
cuni d’interesse immenso. I quesiti sulle genti che,
nel secondo millennio a.C., scorazzavano per il de¬
serto con carri condotti da cavalli al pieno galoppo,
hanno fatto versare molto inchiostro. La loro pos¬
sibile identificazione con gruppi di esploratori, av¬
venturieri o mercanti, di matrice Hyksos o egiziana,
anatolica, oppure miceno-cicladica, ha suscitato non
poche discussioni che non sono giunte a convincenti
soluzioni.
I gruppi di popolazioni nomadi, semi-nomadi e
delle oasi che produssero i vari stili dell’epoca came-
lina hanno tutti gli ingredienti per fornire nozioni
sulle origini delle genti che ancora oggi popolano
questo territorio.
Già abbiamo l’impressione che l’impegno degli stu¬
diosi avrà prima o poi ragione anche di questi scogli e
che, in tal modo, altri brani di storia vengano via via ag¬
giunti, per una conoscenza più puntuale e profonda
dell’epopea umana in questo territorio oggi così povero
di risorse economiche, ma così ricco di vicende umane.
L’ARTE RUPESTRE COME STRUMENTO DI RICOSTRUZIONE STORICA
In ripetute occasioni si è potuto sperimentare il va¬
sto interesse del pubblico, e l’incisivo impatto cultu¬
rale dell’arte dei primordi, poiché essa risponde a
quesiti basilari che molti si pongono: come e perché
hanno avuto origine e si sono radicate alcune caratte¬
ristiche fondamentali dello spirito umano: l’arte, l’e¬
sigenza di comunicare e quella di storicizzare, le cre¬
denze in un mondo soprannaturale, la necessità di
affermare una identità di gruppo. Quando si com¬
prendono le radici, i contesti sociali, le motivazioni
primarie, l’impatto concettuale degli eventi successi¬
vi è ridimensionato e rafforzato, perché i processi di¬
ventano più comprensibili.
Ma oggi, l’importanza capitale dell’arte rupestre
per la nostra cultura è motivata da altre considerazio¬
ni. Prima dell’introduzione della scrittura, l’arte vi¬
suale comprendeva i messaggi sia della scrittura sia
dell’iconografia, perché di fatto era una «proto-scrit¬
tura» tramite la quale si comunicava. Per cui l’arte
preistorica abbraccia sia le origini dell’arte, sia le ori¬
gini della scrittura, e fornisce i primi capitoli di am¬
bedue queste espressioni intellettuali dell’umanità.
Una storia globale dovrebbe utilizzare e compara¬
re ogni possibile fonte, specie quando mancano do¬
cumenti scritti. Lo studio della fenomenologia, dei
modelli locali e di quelli di più vasto raggio, ci per¬
mette di creare una cornice di riferimento, per feno¬
meni culturali, psicologici e di comportamento. Tra
tutti i relitti del passato, l’iconografia è uno dei più
preziosi poiché consente una comprensione di questi
settori. Non è solo la quantità ed i contenuti dell’arte
preistorica a renderla così determinante, ma anche e
soprattutto il tipo di analisi storica ch’essa rende po¬
tenzialmente possibile.
Nell’area di Kondoa in Tanzania, nel deserto del
Negev e del Sinai, così come nell’area italiana della
Valcamonica ed in altre maggiori concentrazioni di
arte rupestre, periodi che erano stati considerati co¬
me preistorici, iniziano ad avere connotati storici e,
di fatto, stanno divenendo periodi storici. Ciò è do¬
vuto in gran parte all’arte rupestre che rivela eventi,
stati d’animo, preoccupazioni, credenze, costumi,
fattori di carattere economico, l’interazione sociale
alfinterno del nucleo e tra nuclei umani diversi, il
ruolo delle attività nella vita quotidiana, l’inserimen¬
to di nuove acquisizioni e l’evoluzione del bagaglio
culturale.
Infatti, l’arte rupestre, in molte regioni del globo,
costituisce la più antica espressione di compilazione
grafica sistematica che si conosca ed un numero cre¬
scente di studiosi (nei settori della semiotica, della
linguistica, della psicologia) è oggi disposto ad am¬
mettere che l’idea di storia ebbe inizio quando furo¬
no prodotti i primi documenti iconografici. Tale
orientamento può permetterci di acquisire una nuo¬
va dimensione della conoscenza del nostro passato.
La «storia mondiale» ha forse la prospettiva di dive¬
nire una vera storia mondiale, inglobando tutti i po¬
poli e le culture che hanno prodotto arte negli ultimi
40.000 anni.
È interessante, in tal senso, di constatare con
quale facilità questo «nuovo» tipo di storia sia as¬
similato dalle società contemporanee. Abbiamo
visto recentemente, in varie parti del mondo, l’in¬
teresse risvegliato dalla ricostruzione storica che
utilizza l’arte rupestre. Tale interesse non è limi¬
tato alla Valcamonica, dove il processo è già in
stadio avanzato, o ad altre parti d’Europa, dove
tentativi analoghi sono in corso, ma anche in Au¬
stralia, in India, nel deserto del Negev e del Sinai,
in Sud Africa, in Tanzania, e in varie altre zone
dell’Africa.
ARTE RUPESTRE: ARCHIVIO DI DOCUMENTI PER LA RICOSTRUZIONE STORICA
59
Tabella 2 - Cronologia tentativa degli stili d’arte rupestre nel Sahara
Abbreviazioni: A.M.W. = Artigiani del metallo dell’Atlas (Atlas Metal Workers); E.G. — Raccoglitori Arcaici (Early
Gatherers); E.H. = Cacciatori Arcaici (Early Hunters); H.C. = Carro e cavallo (Horse and Chariot); L.H. = Cacciatori
Evoluti (Late Hunters); N.O.D. = Nomadi recenti ed abitanti delle oasi (Nomads and Oasis Dwellers); PA = Pastorale
(Pastoral).
60
EMMANUEL ANATI
PROSPETTIVE
Fino a poco tempo fa una seria documentazione
mondiale sui primordi dell’arte non esisteva. Le
grandi concentrazioni, come l’arte parietale dell’Eu¬
ropa occidentale, l’arte rupestre del Tassili e dell’A-
cacus, quella della Terra di Arnhem in Australia o
quella della British Colombia in Canada, erano visti
come fenomeni locali, isolati e disconnessi. Malgra¬
do le molte reticenze, gli studi più recenti propongo¬
no un drastico cambiamento di attitudine poiché
l’arte sembra avere avuto una origine unica, assieme
al tipo di essere umano che ne è dovunque il suo
creatore, e che si sia diffusa assieme al suo invento¬
re, YHomo sapiens , con la sua penetrazione nei vari
territori.
In tale prospettiva, i documenti di arte rupestre,
che per la loro stessa natura si sono conservati là do¬
ve furono creati, si prospettano come una ecceziona¬
le sorgente, non solo di ricostruzione storica, ma an¬
che di educazione e di cultura. Le zone, come il Sa¬
hara, che hanno la fortuna di possedere un grandioso
emporio, possono aggiungere nuovi capitoli alla loro
storia per renderla molto più lunga e completa di
adesso e per capire le vicende del passato, che i diret¬
ti protagonisti hanno tramandato con i loro messag¬
gi, che sono lì, sulla roccia.
Questi documenti raggiungono una più ampia effi¬
cacia educativa e culturale quando sono visti e pen¬
sati come espressioni di aspetti, sempre più singolari
nel corso dell’evoluzione culturale, ma che illustrano
le sfaccettature di una umanità globale; attraverso
avventure intellettuali diverse, l’uomo mostra l’uni¬
cità e l’universalità della sua identità e del suo fonda-
mentale sistema associativo, cognitivo e «logico».
Ogni caratteristica locale, ogni tendenza pittorica,
ogni scelta tematica, ha le sue motivazioni, i suoi an¬
tecedenti e le sue conseguenze. La sfida che si pre¬
senta oggi alla ricerca nel settore dell’arte rupestre è
quella di penetrare questa nuova dimensione del do¬
cumento e di leggere la testimonianza che contiene.
Il Sahara, oltre ad essere un deserto imponente,
oltre ad essere un grandioso museo naturale, è anche
un eccezionale archivio per la storia dell’uomo. Ce
ne rendiamo sempre più conto, via via che qualche
piccolo passo è fatto per riuscire a leggere le testimo¬
nianze dei pittogrammi, gli ideogrammi e gli psico¬
grammi conservati sulle pareti di roccia.
Emmanuel Anati: Centro Camuno di Studi Preistorici
25044 Capo di Ponte - Valcamonica (BS) ITALIA
Università di Lecce Dip. di Scienze dell’Antichità
V.le degli Studenti 73100 Lecce ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Frederick Nwankwo Anozie
Rock art in Nigeria
Résumé — L’auteur prend en considération l’art rupestre de la Nigeria dans les zones du Sahel et de la forèt.
Abstract — The author takes into considération thè rock art in thè Sahel and forest regions of Nigeria.
THE SAHEL REGION
In this region which borders thè Sahara at least 5
sites of rock painting have been found. The subjects
depicted are cows, antelopes, horses, monkeys, men
and kraal or an enclosure for cattle. Some of thè
cows are painted in solid red or stripped or simply in
outline. They are all humpless. Some are long hor-
ned and others, thè west African dwarf, short horned
cows which are no longer found in thè region. A date
of 15th century B.C. was suggested for one of thè si¬
tes because of thè horse depicted since it was believed
by some people that horse was introduced in Nigeria
around this date. The discovery of thè tooth of a horse
Fig. 1 - Marghi Rock Paintings. Left: Stylized figures on thè
in a microlith level at Rop rockshelter dated to thè 4th
millennium B.C. (Shaw 1978) suggests that thè pain¬
tings might be much older than 15th century B.C.
In generai people living near these rock paintings
know little or nothing about them but in Marghi re¬
gion in North-eastern Nigeria, rock painting is stili
practiced but only during initiations, marriage, and
other important ceremonies. In thè photograph 1, a
Marghi youth is seen starting his painting in a rock
shelter, while holding a piece of broken calabash
containing thè paint which is a mixture of red ochre
and charcoal (after J.H. Vaughan 1962).
62
FREDERICK NWANKWO ANOZIE
THE FOREST REGION
In this region only one rock engraving and one
rock painting sites are known. At Igbarroke near
Akure, a fish motif and some geometrie fìgures were
engraved in a rock outerop and at Iya Mapo cave, Ig-
betti, what appears as broken ribs is painted with a
black pigment. It has not been possible either to date
thè two sites or to offer any acceptable explanation
about them. But there are many other artistic mani-
festations which resemble or are related to rock art
that are found in thè forest region. Only two of these
may be mentioned here: wall painting and uli body
decorations. These were very popular in Igboland
and other parts of Nigeria in thè past. Walls of living
houses and public buildings were decorated especial-
ly during festivals and other important events. Some-
times some of thè motifs were engraved when thè
clay was stili wet and sometimes thè motifs were dot-
ted with finger depressions thus making them look
like pecking technique of rock art. Some of thè motifs
found in rock art such as thè python are also found in
murai art. Figures 2 and 3 show wall painting of a shri-
ne in Igboland. In fig. 2, one can see a large python
and other motifs. This is thè type of python (Eke) not
killed by any one except accidentali in some parts of
Igboland, as it is associated with traditional religion
and believed to have descended from thè sky.
Similar to wall painting is thè uli body decoration
also executed by women and with many intersting
motifs. One question that comes to my mind whene-
ver I discuss murai art and uli body decoration is if
they are not related to rock art in any way or if they
did not have a common origin.
Fig.
2 -
Wall paintings in Igboland.
Fig. 3 - Wall paintings of a shrine in Igboland.
BIBLIOGRAPHY
Shaw T., 1978 - Nigeria, Its Archaeology And Early History, Tha- Vaughan J. H., 1962 - Rock Paintings and Rock Gongs Among
mes and Hudson, London. The Marghi of Nigeria. Man 62: 49-52.
Frederick Nwankwo Anozie: University of Nigeria Department of Archeology
Nsukka NIGERIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
1
Ginette Aumassip & Michel Tauveron
Le Sahara centrai à l’Holocène
Résumé — Panorama de la Préhistoire récente du Sahara centrai avec tentatives de corrélation entre les cultures néo-
lithiques et les étages d’art rupestre. A l’Holocène inférieur, les gisements montrent entre eux de nombreuses similitudes
et dans le Tassili-n-Ajjer, divers éléments (présence de poterle, poissons, modes d’inhumation, importance accordée au
blanc, aux mouflons et antilopes) suggèrent d’attribuer l’étage Tètes Rondes à ces niveaux. Les industries se diversifient à
partir du 8° millénaire BP, à la suite d’une courte séquence aride, mais l’art témoigne d’unité. A aucun moment, les chan-
gements que l’on constate, en particulier pour la période cameline, n’entraìnent de véritable discontinuité. Les éléments
palethnologiques transcrits dans celui-ci, s’avèrent particulièrement aptes à livrer des informations quant aux tentatives
de domestication.
Abstract — Review of recent prehistory about thè centrai Sahara and attempt of correlations between neolithic cul¬
tures and rock-art levels. There is many ressemblance between thè lower holocene sites; in thè Tassili-n-Ajjer, several
elements (potteries, fishes, pattern of inhumation, a prevalance of thè white colour, barbary-sheeps and antilops) suggest
to connect Round Heads period and thè archaeological levels started from thè 10° millenary BP. After a short dry period
during thè 8° millenary it’s a diversification in thè industries but not in thè rock art. These changes are never a reai discon-
tinuity, even before thè carnei period. The study of rock is particularly fitted to understand palethnological data and
specially essays of domestication.
Le Sahara centrai (fig. 1) est occupò pour l’essen-
tiel par le massif montagneux de l’Ahaggar (350000
km2, altitude moyenne supérieure à 1000 m, point
culminant, pie Tahat, 2918 m) et son enceinte gréseu-
se dite «tassili» Q. Situò entre 18° et 27° N., actuelle-
ment, le climat y est hyperaride (20 à 100 mm selon
les secteurs, ce qui eròe de nombreux microclimats).
La flore comporte une fraction méditerranéenne au-
dessus de 1800 m qui se serait implantée en monta¬
gne dès la fin du «tertiaire» (Rognon 1967 p. 474) et,
au-dessous, une fraction tropicale où prédominent
les épineux.
L’origine du peuplement actuel reste mal connue.
Grands nomades jusqu’au siècle dernier, les Touareg
laissent peu de traces de leur séjour: s’abritant d’un
simple brise-vent ou d’un velum,leurs ustensiles tra-
ditionnels sont faits de bois ou de cuir, et leur parure,
bijoux d’argent et cuir, n’a qu’une valeur éphémère,
elle ne se transmet pas telle mais est refondue pour
servir de matériau à une nouvelle.
Malgré des travaux encore peu nombreux et dis-
persés, on dispose d’éléments suffisants, pour rap-
porter les premiers témoins d’une présence humaine
au Pléistocène inférieur qui a livré plusieurs gise¬
ments de galets aménagés et suivre cette occupation
jusqu’en fin Pléistocène avec des stades culturels
variés dont le plus récent, atérien, est associé au
sommet de la «terrasse moyenne» à In Ekker (Hugot
1956). A l’Holocène, le peuplement devient plus
dense, le Néolithique, courant, peut ètre ancien, ses
premières manifestations se rapportant au début de
l’Holocène. Aucune industrie qui s’insèrerait de ma¬
nière certame entre lui et l’Atérien n’est connue. Ses
manifestations artistiques, peintures ou gravures,
sont nombreuses et soulignent sa complexité. La
plupart des auteurs s’accordent sur les grands traits
de leurs subdivision et succession, mais leur quasi
absence de relations avec les témoins mobiliers lais-
se en suspens le moment et le contexte culturel et
environnemental des débuts.
LE PEUPLEMENT HOLOCENE
Une cinquantaine de restes humains retrouvée
dans les sites néolithiques, une cinquantaine prove-
nant de monuments funéraires donnent des indica-
tions quant aux populations anciennes ayant peuplé
le Sahara centrai, mème si la plupart des découver-
tes, ancienne, est incomplètement exploitable. M. C.
Chamla (1968) rapporte les restes venant de site néo¬
lithique, à des individus négroi'des typiques ou atté-
nués pour l’essentiel, europoides pour certains. Ph.
Lefèvre-Witier attribue un caractère négroi'de aux
trois individus découverts à Amekni (Camps 1969
p. 163), J. L. Heim à ceux trouvés à Tin Hanakaten (*)
(Aumassip, Heim 1989). Ce caractère serait cepen-
dant «atténué par métissage ou en raison de son
jeune àge» pour l’un de ces derniers. Il serait égale-
ment atténué à Meniet (Charon et al 1974a), Tagdait
(Charon et al 1974b), Tamanrasset II. Le squelette de
l’Amadror (Terrisse 1977) offrirait des traits évolués.
Les monuments funéraires ne fournissent que peu
d’indications. Cependant des éléments europoides
ont été trouvés à Tit, Taloak, des métis à Tit, les
autres se rapportant à des éléments négroi'des. Cette
variabilité du peuplement récent rappelle ce que
S. Sergi (1951) a observé dans les tombes libyennes,
(*) Y compris le massif de PAcacus, partie extrème de Penceinte tassilienne.
64
GINETTE AUMASSIP & MICHEL TAUVERON
Fig. 1 - Le Sahara centrai (les numéros renvoient aux sites néolithiques ou protohistoriques connus): 1) Taloak; 2) Onou
Ouan Torha; 3) Meniet; 4) Arak; 5) Amguid; 6) In Edjar; 7) O. Djerat; 8) Bordj Tan Kena; 9) Amadror; 10) Iheren; 11) Zer-
zawa; 12) Tissoukai; 13) Tahilahi; 14) Tamadjert; 15) Tihodaine; 16) Rhardes, Tiror, Tin Akatafa, Tin Teferiest; 17) Titeras n
Elias, Ouan Derbaouen, Ouan Tartai', In Itinen, Sefar; 18) Tan Anneuin, Ouan Muhuggiag, Tin Torha, Ouan Telocat, Ouan
Tabu, O. Athal, Tin Aseigh, Tin Lalan; 19) E1 Barka; 20) Tin Alkoum; 21) Tin Hanakaten, In Djerane; 22) Anou Oua Le-
lioua; 23) In Aouanghat, Matalen Amazar, Jabbaren; 24) Chaaba Arkouya; 25) Tamrit, Tan Zoumai'tak; 26) Timidouin,
O. Ahor; 27) Tin Tessandsel; 28) In Ekker; 29) Hirafok; 30) O. Istène; 31) 0. In Abalou; 32) In Zize; 33) Silet, Abalessa;
34) Tiouyine; 35) Site Launey, Tin Terin; 36) Amekni, Tit; 37) Esselessikine, Aguennar, Tamanrasset II; 38) Tihaten;
39) Ouan Rechla; 40 Er Ghessour; 41) Tin Ghergho; 42) Timissao; 43) Oualen; 44) Tessalit=Nécropole de la Frontière;
45) Tin Lalou; 46) Teleya; 47) Chet Iler; 48) Tikikitene; 49) In Guezzam; 50) O. Felaou; 51) O. Inamoulaye; 52) O. Tabakat;
53) Tamaya Mellet; 54) O. Tesselamane; 55) Tafassasset; 56) Adrar Bous; 57) Iwelen, Temet; 58) Tagalagal; 59) Youf Aha-
kit, Youf Aghlal; 60) Kreb in Karaoua; 61) Aguendemen; 62) Asselar, Station de la Calcédoine; (Tagdait n’est pas situé).
un mélange de population de type méditerranéen ou
euroafricain (qu’il nommait garamante) à profil
droit, nez étroit, de type négroide qui aurait connu
une multiplication tardive, et de population métis.
L’art rupestre n’est pas en totale concordance avec
ces données. H. Lhote, en 1952, soulignait la comple-
xité du peuplement ancien qui s’y traduisait. S’il rap-
porte en effet à une population négroi'de l’art des Tè-
tes Rondes, l’art bovidien (1970), si F. Mori (1965)
note des caractères «hottentots» dans le graphisme
d’individus de la phase Tètes Rondes, ces deux au-
teurs mentionnent aussi des types hamitiques et mé-
diterranéens dans chacune de ces périodes. Type ha-
mitique dans lequel furent reconnus, au Bovidien,
des éléments culturels peuls (Hampaté Bà, Dieterlen
1966). Type hamitique qui se retrouve dans le Haut
Mertoutek, y laissant supposer un peuplement iden-
tique à celui des Tassili- Acacus (Lhote 1970). Les
quelques profils de la période bubaline (ou des Chas-
seurs) seraient europo'fdes (Lhote 1976 p. 791). Pour
J. L. Heim (Aumassip, Heim 1989), il y aurait eu au
10° millénaire BP un peuplement négroi’de encore
peu différencié pourvu d’affinités méditerranéen-
nes associé à un type plus robuste; «les mélanoafri-
cains plus récents du Sahara, auraient peu à peu
remplacé, en s’y mélangeant, le stock primitif au-
tour du V° millénaire». Ces indications ne sont
pas dans la lignée des propositions d’O. Dutour
(1989) qui, aux mèmes latitudes mais dans les plai-
nes occidentales, voit un peuplement mechtoi'de
ou pour les périodes les plus récentes, protomé-
diterranéen.
LE SAHARA CENTRAL À L’HOLOCÈNE
65
Fig. 2 - Profils de personnages d’époque bovidienne tels qu’ils peuvent ètre appréhendés par l’art rupestre. (Croquis
d’après H. Mensching, dans Sahara, 1978).
L’ENVIRONNEMENT HOLOCENE
Tout au long de l’Holocène, le climat est resté
sans incidence notable sur le modelé du paysage.
Les quelques manifestations volcaniques de la
région d’Idelès (5615 - 4350 av. J. C. (6090 ± 300 BP
Orsay) (2) n’ont eu qu’une incidence locale.
D’après P. Rognon (1967) en montagne, les dépòts
holocènes constituent le sommet d’une terrasse qui
se serait mis en place entre 15000 et 7500 (?) et, pour
les plus récents, lesquels seraient postérieurs à 6090
BP et antérieurs à 3000 BP, la basse terrasse. Les sa-
(2) Dans la mesure du possible nous indiquons les dates calibrées d’après les travaux de Pazdur, Stuiver et Reimer.
Cf à ce sujet Vernet R. avec la collaboration de Aumassip G. 1992 - Le Sahara et ses marges. Paléoenvironnement et occupa-
tion humaine à l’Holocène. Inventane des datations 14C. Paris, CMA.
66
GINETTE AUMASSIP & MICHEL TAUVERON
bles et graviers de cette dernière seraient liés à des
pluies réduites, peu violentes alors que la précédente
traduirait des pluies continues et une température
plus basse que l’actuelle. Le climat holocène est aus-
si marqué par des dépóts carbonatés (Delibrias, Dutil
1966) et, dans le Sud, des dépóts ferrugineux. A Hira-
fok, une dalle calcaire a été datée de 8380 ± 300 BP
(Gif 325), au Sud-est de Tamanrasset, de 11580 ± 350
BP (Gif 326). Meme si fon ignore leurs modalités
précises de mise en place, ces dépóts traduisent un
régime aride à intense évaporation.
Dans le piedmont, à Tihoda'fne, H. Thomas (1977)
a identifié des formations marécageuses interdunai-
res, dont certaines ont été datées de 4900 ± 300 BP
(Pa VI), qui s’accompagnent d’industries néolithi-
ques. Elles sont liées à la réactivation de sources ar-
tésiennes responsables de phases lacustres au Pléis-
tocène et qui n’ont pu alors engendrer de véritables
plans d’eau. Dans le Tassili-n-Ahaggar, des forma¬
tions marécageuses sont également fréquentes à pro-
ximité de buttes dont le pied fut occupé par les Néo-
lithiques. En Tefedest, de telles formations, datées
de 5660 ± 240 BP (Alg 0100) et 4185 ± 280 BP (Alg
0101), se retrouvent sur des replats en tète d’oueds.
Certains gisements apportent des données com-
plémentaires. L’abri de Ti-in-Frsa a montré 1,60 m
de dépóts cendreux riches en graines de micocou-
liers et en coquilles de mollusques d’eau douce. Le
sédiment s’enrichit en lentilles de sable éolien ocre
vers le sommet, niveau qui a donné une date de
4577-4079 av. J. C. (5500 ± 100 BP, Gif 6144) alors
que la base présente une imprégnation constante de
sables éoliens rouges semblables à certains placages
des environs, ce qui pourrait rapporter un change-
ment de direction des vents dominants.
A Amekni (Gauthier dans Camps 1969), les rejets
de nourriture d’une population qui vécut entre 8670
± 150 BP (MC 212) et au moins 5500 ± 250 BP (Gif
464) traduisent une tendance sahélienne avec la
grande faune, une tendance forestière tropicale avec
l’association Varanus niloticus, Bitis gabonica, Naja
nigricollis, des zones marécageuses avec Redunca re-
dunca, ainsi que des régions sèches avec Gazella dor-
cas, Procavia ruficeps. La flore offre des données con-
LES CULTURES
L’ensemble des cultures néolithiques connues à
ce jour dans le Sahara centrai montre divers carac-
tères communs (rareté des microlithes géométri-
ques, faible utilisation de la coquille d’oeuf d’autru-
che et manque de décor, abondance de la poterie
dont le fond sphérique est moulé, l’ouverture rétré-
cie, le décor à tendance couvrante souvent avec
des motifs de dotted wavy line) qui ont permis à
H. Camps-Fabrer et G. Camps (1972) de défìnir un
«Néolithique saharo-soudanais» et de souligner son
opposition avec celui connu au Nord, souvent dit
«Néolithique de tradition capsienne» (3), qui déve-
loppe l’usage des microlithes géométriques, de la co¬
quille d’oeuf d’autruche qu’il décore amplement, qui
formes avec Celtis, Olea, Ficus (elastica?), Typha, Cy-
perus. Zizyphus n’apparait que dans la partie supé-
rieure; il en est de mème à Tin Hanakaten où il se
rencontre à partir du 6° millénaire BP. Il est présent à
Meniet. Là, comme à In Ekker, Tin Tessandsel, Cel¬
tis qui existe dans la partie inférieure du dépót, man,-
que dans la partie supérieure (Pons et Quézel 1957).
Au 5° millénaire BP, la haute vallèe du Tilemsi parait
privilégiée, on trouve à Aguendemen (Gaussen 1988
p. 90), Phacochoerus aethiopicus, Hippotragus equi-
nus, Tragelaphus scriptus, Diceros bicornis, ainsi que
des restes de poissons et de Crocodilus niloticus.
Ces éléments permettent de schématiser ainsi l’é-
volution de la région durant l’Holocène:
— une période humide et froide, mise en place en
altitude vers 15000, dans le piedmont vers 12000-
9000, aurait duré jusque vers 7500 BP. Selon l’altitu-
de une flore méditerranéenne ou tropicale se déve-
loppe, mais d’après P. Rognon (1989 p. 279), elle ac-
cuserait un retard de 3000 ans sur le changement cli-
matique;
— une courte période hyperaride lui fait suite. Elle
est bien saisie à Tin Hanakaten où elle se matériali-
se par un lit de sable éolien immédiatement anté-
rieur à 6390-5760 av. J.C. (7220 ± 140 BP, Gif 5419).
Elle est retrouvée dans le Ténéré (Smith 1974, Wil¬
liams 1976) où le sommet de diatomites est daté de
7310 ± 120 BP (T361) et où elle se serait développée
entre 7000 et 6000 BP. Il est probable qu’en altitude,
elle soit responsable de l’emboìtement de la basse
terrasse;
— une nouvelle période humide, moins pronon-
cée et moins froide que la précédente, ayant duré
jusque vers 3500 BP vient ensuite. Sur les bordures
du Sahara centrai, ni la flore, ni la faune ne connais-
sent le mème développement qu’à l’Holocène infé-
rieur. C’est alors qu’est occupé Tin-Torha-ouest, que
Tin Hanakaten connait une réoccupation; c’est aussi
alors que les auteurs sont unanimes à piacer la «pé¬
riode pastorale» du Sahara centrai, celle qui dans
l’art rupestre accorde une place privilégiée aux bo-
vinés;
— l’installation du désert serait tangible vers 3500-
3000 BP.
NEOLITHIQUES
utilise peu la poterie, la fafonne avec des fonds coni-
ques au colombin, la décore peu et jamais de wavy li¬
ne ou dotted wavy line. Loin de masquer des diversi-
tés culturelles, de tels dénominateurs communs ne
font que mettre en valeur quelques similitudes es-
sentielles, difficiles à admettre comme des conver-
gences.
Le Néolithique ancien, une unité?
Se fondant avec les débuts de l’Holocène, les pre-
mières manifestations néolithiques apparaissent vers
9500 BP: à Tin Hanakaten, le début de l’occupation
(3) Certains auteurs proposent de supprimer ces termes, ou leur accordent un sens étroit (voir Maitre 1976, Roubet
1979), tout comme G. Camps (1974), nous pensons que les maintenir en leur prètant une valeur large tant chronologique
que géographique, met bien en valeur ces différences fondamentales qui distinguent le Néolithique du Sahara centrai de
celui du Sahara septentrional.
LE SAHARA CENTRAL À L’HOLOCÈNE
67
est antérieur à 9420 ± 200 BP (Alg 27), au Site Lau-
ney à 9210 ± 115 BP (UW 97), le niveau inférieur de
Tin-Torha-est daté de 9080 ± 70 BP (R 1036),
d’Amekni de 8670 ± 150 BP (Me 212), ce qui est en
parfaite concordance avec les dates obtenues dans
l’A'ir qui s’échelonnent entre 9000 ± 120 BP (Nan¬
cy) à Tagalagal et 9550 ± 100 BP (Orsay) à Temet
(Roset, 1987).
Fig. 3 - Industries du Néolithique ancien. Tin Hanakaten: décor des poteries des niveaux inférieurs.
68
G INETTE AUMASSIP & MICHEL TAUVERON
Les ensembles industriels
A Amekni (Camps 1969), le matériel archéologi-
que se caractérise par la prédominance du groupe co-
ches-denticulés suivi par les pièces à retouche conti¬
nue. Les pièces à bord abattu sont plus nombreuses à
la base. Des galets aménagés sont fréquents (près de
10% dans le niveau moyen). Les grattoirs ne sont as-
sez bien représentés que dans le niveau supérieur. Le
matériel de broyage abonde. L’industrie osseuse ne
comprend ni harpon, ni hame?on; elle n’offre guère
de caractère particulier, si l’on excepte des peignes et
un très beau poignard. La poterie tient une place im¬
portante. Les récipients, vastes, à fond sphérique,
sont totalement décorés. Le décor est fréquemment
fait au peigne, au peigne fìleté; il produit des dents,
plus souvent des flammes. Un motif de dotted wavy
line est courant de méme que l’application d’un en¬
duri noir avant la décoration dans la masse.
On peut suivre l’évolution de l’outillage lithique
entre la partie inférieure des dépòts datés de la fin du
9° millénaire BP et leur partie supérieure qui remon¬
te au début du 6°. Le nombre des grattoirs progresse
avec apparition de rabots; les per?oirs, burins, ra-
cloirs qui manquent dans le niveau inférieur inter-
viennent. Ces modifications de structure industrielle
sont concomittentes d’une plus grande dimension
du débitage. Coté céramique, le décor évolue par
réduction de l’emploi du peigne à front courbe,
augmentation du décor à l’estèque, apparition d’in-
cisions et par une standardisation de plus en plus
poussée des vases.
On ne sait si les régions voisines offrent des traits
comparables. De Timidouin dans la Tefedest, daté
de 8100 ± 130 BP (MC 484), on ne connari que la di-
stribution globale du décor céramique où prédomine
l’impression au peigne et au peigne fìleté, mais hors
des associations de décor, l’impression pivotante y
est toujours réalisée à l’estèque (Maitre 1971 p. 54).
Le Tassili n Ajjer, l’Acacus offrent de nombreuses
ressemblances avec Amekni, bien qu’à Tin-Torha
(Barich 1974), le débitage paraisse plus laminarie,
que les pièces à bord abattu soient plus nombreuses,
que le groupe coches-denticulés n’atteigne pas 10%,
qu’il n’y ait pas de galets aménagés. La poterie mon-
tre quant à elle des formes, décors, techniques de fa-
brication semblables. Il en est de méme à Tin Hana-
katen. Est-on là face à un méme ensemble culturel?
Faudra-t-il y associer diverses industries du Sud de
l’Ahaggar dont les sites, de petite dimension, sou¬
vent pillés, ne livrent pas assez d’objets pour recevoir
un qualificatif?
Le substrat
Le substrat de ces industries est une autre ques-
tion ouverte. Dans aucun des gisements connus, le
Néolithique ne fait directement suite à une autre in¬
dustrie; il repose soit sur le substratum comme à
Amekni, Tin-Torha, soit comme à Tin Hanakaten,
sur un dépòt de sable éolien qui là l’isole d’un niveau
atérien sous-jacent.
La diversité du Néolithique moyen
Méme brève, la crise climatique qui a précédé le
Néolithique moyen, n’a pu rester sans incidence sur
l’environnement. Faut-il voir dans les variations des
ensembles industriels qui transparaissent alors, une
cause écologique?
Bovidien et Ténéréen
Bovidien et Ténéréen, les deux facies les mieux
connus, sont-ils les deux expressions d’une méme
culture? C’est ce que propose H. Camps-Fabrer
(1967) qui voit dans l’un, une industrie de piaine,
dans l’autre de montagne et entre les deux, une
transhumance car ils offrent en commun des pla-
quettes à bord retouché, un décor de gros points de
la poterie, des rondes bosses.
Industrie de piaine, couvrant au Nord l’erg d’Ad-
mer, se développant le long de la vallèe fossile du Ta-
fassasset, il est probable que le Ténéréen (Reygasse
1934; Joubert, Vaufrey 1941; Tixier 1962) est loin
d’offrir l’unité entrevue lors de sa reconnaissance. Le
gisement princeps, Adrar Bous III, a montré un ou-
tillage fortement microlithique, riche en tètes de Dè¬
che, avec segments mais aussi triangles, lamelles à
dos et surtout microburins. A Anou Oua Lelioua
(Aumassip et al 1977), les tètes de flèche sont nom¬
breuses mais il y a peu de lamelles à dos (elles por-
tent souvent une retouche Ouchtata), les microlithes
géométriques sont rares et ne connaissent guère que
la forme segment. Dans ces gisements, le matériel de
broyage foisonne. La céramique abonde, souvent
munie d’un col dont une des formes, en pavillon, est
remarquable. Le décor tend à se limiter à la partie su¬
périeure de la pansé et au col. Il est fait au peigne, en
impressions normales, ou à l’estèque et alors plutòt
en impressions pivotantes. Entre ces industries, l’u-
nité est faite par les disques, les haches polies à gorge
et par les formes et décors de la poterie.
L’intérèt des populations ténéréennes pour les Bo-
vinés est mise en valeur par une inhumation de
boeuf qui fut retouvée dans un gisement de l’Adrar
Bous (Clark et al 1973). L’idée de culte du tau-
reau qu’elle suggère, évoque une peinture (fìg. 7)
des abords de l’In Djerane (abri du taureau) où
l’on voit un taureau entouré de personnages se
contorsionnant en dansant autour de lui (Aumas¬
sip et al 1976).
Le Bovidien dont H. Lhote (1966) a mis en valeur
quelques éléments signifìcatifs tels les plaquettes,
décor de gros points de la poterie, montre une in¬
dustrie lithique dominée par le groupe coches-den¬
ticulés, à microlithes géométriques rares. Des figu-
rines en terre cuite représentant divers animaux
(Barich, Mori 1970) dont des bovinés (fig. 7 ) évo-
quent en miniature les rondes bosses qu’ont livré
certains sites bovidiens ou ténéréens. Le Bovidien
commencerait dès le milieu du 8° millénaire BP (Mo¬
ri 1965) ce qui trouve confìrmation à Tin Hanakaten
où ces caractères se notent sur les industries qui in-
terviennent vers 6600-5550 av. J.C.
Tout donne à penser qu’il s’est développé en Téfe-
dest: certains indices dans sa culture matérielle telle
la présence de plaquettes à bord retouché, de poterie
à motifs de gros points (Maitre 1971 p. 141) appuient
l’art rupestre avec les profil hamitiques de ses per¬
sonnages. Ces industries, nommées d’abord Bovi-
dien-Tefedest (Maitre 1971), furent ensuite bapti-
sées culture de Timidouin par le méme auteur
(1979) qui y rapportait les facies dits «Idelés» et
«Tan Ainesnis».
LE SAHARA CENTRAL À L’HOLOCÈNE
69
D’autres cultures?
Faut-il ou non rapprocher de ces industries la «cul¬
ture d’Amekni» (Maitre 1979)? Développée dans le
piedmont sud, entre 5500 et 4000 BP, elle n’est con-
nue que par sa céramique où prédomine le décor au
peigne, l’impression pivotante, où les sillons d’im-
pression sont fréquents. On ne sait les relations
qu’elle entretient avec Amekni. Elle évoluerait en
«facies de Tamanrasset» dans lequel les motifs au
peigne perdent leur position privilégiée. Faut-il leur
rattacher les industries reconnues dans le Nord de
l’Ahaggar, à Meniet, par H. J. Hugot (1963)? Pour
J. P. Maitre, il s’agirait d’un autre monde.
Les divers gisements de Meniet datés de 4885-3670
av. J. C. (5400 ± 300 BP, SA 59), offrent entre eux
une similitude certaine. Contemporains de la couche
supérieure d’Amekni, ils n’offrent cependant guère
de similitude avec elle. Leur poterie, quoique identi-
que par le décor, s’en distingue par des bords ourlés.
Fig. 4 - Industries du Néolithique moyen. Tin Hanakaten: restes de vanneries et végétaux. Figurine en terre cuite. Tètes
de fiòche.
Fig. 5 - Industries du Néolithique moyen. Tin Hanakaten: décor des poteries des niveaux supérieurs. Ténéréen: vase à
col en pavillon.
Dans l’un des sites a été retrouvé un bec verseur, cas
unique au Sahara à ce jour, et une poterie à fond co-
nique qui pourraient indiquer des relations avec des
régions septentrionales. L’outillage osseux renferme
des hamefons. Les haches polies sont fréquentes.
La marge occidentale du Massif centrai saharien
s’individualise elle, par la fréquence des microlithes
géométriques; dans l’Atakor, seul le gisement de l’A-
drar Tin Terin daté 4226-2626 av. J.C. (4720 ± 300 BP
Gif 304), en présente un nombre sensible; il a par ail-
leurs livré un abondant matériel de broyage et de la
poterie peinte, noir sur fond rouge, qui rappelle celle
du Sahel malien (Gaussen 1988).
Dans le Tanezrouf est connue une industrie à ten-
dance lamellaire, à nombreux trapèzes, meules, mo-
lettes, restes de poteries (qui souvent, de mème que
les meules, gisent renversées), où les tètes de fiòche
sont rares, la parure courante. La poterie, sans col ou
à col très court, voit souvent son ouverture soulignée
d’un bandeau de deux à trois rangs de ponctuations,
suivi de dents, plus rarement de flammes au peigne
ou à la spatule.
Plus au Sud, dans le Timetrine (Gaussen 1988), les
microlithes géométriques sont associés à du matériel
poli, de petites haches, des anneaux. Il en est de mè¬
me dans l’Adrar des Iforas, à la Station de la Calcé-
doine (Gaussen 1988). Là sont connues des pointes
d’Ounan. La céramique est souvent décorée d’im-
pressions pivotantes au peigne ou de bandeaux d’im-
pressions filetées. A la limite sud ouest du Sahara
centrai, le Néolithique dit «facies A» qui se dévelop-
pe dans la haute vallèe du Tilemsi, apparaTt quelque
peu différent (Gaussen 1988). Le décor céramique
dans lequel prédomine nettement l’impression pivo¬
tante à l’estèque, utilise le peigne fileté, le poin?on-
nage, mais aussi les cannelures, le pastillage. Les dé-
cors complexes y sont fréquents et, fait inhabituel au
Sahara centrai, la superposition de motifs décoratifs.
L’industrie lithique, telle qu’elle est saisie à Asselar
montre cette mème importance des microlithes géo¬
métriques, segments pour l’essentiel, la présence de
pointes d’Ounan. Le matériel poli est bien repré-
senté avec de petites haches (dites haches amu-
lettes) et des pièces à gorge. La céramique, iden-
tique à celle retrouvée à Tessalit, nécropole de
la Frontière, permet de situer le facies A au 6° mil-
lénaire BP.
La fin du Néolithique et le Post-néolithique
L’outillage en pierre ayant connu un emploi tardif,
il est difficile de saisir la fin des temps néolithiques.
Pour B. Barich (1987 p. 202) vers 2833-1705 av. J.C.
(3770 ± 200 BP, Ud 224) interviendrait un outillage
quelque peu différent de celui de la période antérieu-
re. Il appartiendrait aux populations caballines. A
cette mème époque, l’abri de Tin Hanakaten ne
LE SAHARA CENTRAL À L’HOLOCÈNE
71
■ montre plus que des occupations sporadiques dont
certaines sont mélées à cette couche de fumier pro-
pre aux abris du Tassili-n-Ajjer. C’est de cette épo-
que que date Tamanrasset II (Maitre 1965).
On ne dispose guère de données plus récentes. A
Tin Hanakaten, on été trouvées des fosses de 1 m de
diamètre, tapissées de pierres plates ou de végétaux
dans lesquelles le matériel archéologique est en vrac
(il s’agit de «caches» dans lesquelles on enterrait les
objets que l’on ne voulait pas transporter lors d’un
déplacement) dont l’emploi était encore courant voi-
ci quelques décennies et dont la pratique ancienne
est attestée par des lentilles d’industrie lithique qui
en scellent certaines.
LES RELATION S MOBILIER-ART RUPESTRE
Comment s’inscrit l’art rupestre dans un tei con-
: texte? Dans le Tassili-n-Ajjer, il est tentant d’associer
les dépòts les plus anciens à la période Tètes Rondes
de l’art rupestre avec lequel ils présentent des points
de convergence. F. Mori (1965) a par ailleurs obtenu,
à Uan Telocat, une date ante quem pour cette pério-
j de, 6160-5149 av. J.C. (6754 ± 290 BP, GX88) dans un
niveau archéologique bovidien couvrant des peintu-
res de ce type. A Tin-Torha Est et dans les niveaux
néolithiques inférieurs de Tin Hanakaten, une pré-
dominance du mouflon est marquée, à coté de gazel-
les, d’antilopes, de poissons et de la rareté du boeuf,
ce qui rapproché des Tètes Rondes dont le bestiaire
comprend pour moitié des mouflons, souvent repré-
sentés en frise, un peu moins de 25% d’antilopes, le
dernier quart étant d’une remarquable diversité,
avec des poissons (Jabbaren, Sefar), oiseaux (Sefar),
insectes (Matalen Amazar), et de grands animaux
(éléphants, girafes... à Jabbaren, Sefar...) dont
quelques bovinés. On remarquera que cette distribu-
tion des représentations cadre également bien avec
les proposition actuelles quant à l’environnement de
la période, de mème que la localisation des stations
portant des peintures Tètes Rondes, concentrée dans
les zones les plus propices à retenir l’eau dans des
gueltas ou en bordure des dépressions dans lesquel¬
les s’élargissent les lits d’oued à proximité immédia-
te du plateau.
Des convergences culturelles peuvent aussi ètre
mises en évidence. Des récipients sont représentés,
probablement des poteries, à fond généralement
rond et ouverture droite (à Sefar par exemple), mè¬
me si nous ne retrouvons pas, dans l’art des Tètes
Rondes, de motifs en wavy line ou dotted wavy line.
Un rite funéraire de Tin Hanakaten, inhumation en
fosse d’un corps enduit de kaolin enveloppé dans
une vannerie (fìg. 9), peut ètre rapproché d’une scè¬
ne de Uan Muhuggiag, interprétée par F. Mori (1965)
comme une scène d’enterrement, qui en serait la
parfaite illustration. Plus généralement, l’usage du
blanc, qui ne se retrouve pas dans les gisements par
la suite, peut ètre rapproché de cet étage rupestre où
il est beaucoup plus employé que dans les suivants.
Relations Art Tètes Rondes-Art gravé bubalin
L’extension géographique de ces peintures, qui
parait limitée aux seuls Tassili-n-Ajjer et Acacus, po¬
se le problème de leur relation avec l’art gravé du Sa¬
hara centrai (Graziosi 1942, Lhote 1976), auquel elles
ne sont jamais directement associées. Constatant
l’absence de scènes à caractère sexuel dans ces pein¬
tures, F. Mori (1970) leur associe des gravures du site
de Tin Lalan par complémentarité de thème et iden-
tité de situation chronologique (vérifiée à Tin Aseigh
où une gravure de mème style est recoupée par des
figures d’époque pastorale et cameline à coté d’une
gravure bubaline antérieure par sa patine totale) et
placerait donc les Tètes Rondes postérieurement aux
gravures de la Grande Faune qui remonteraient alors
au Pléistocène. D’autres auteurs, tei H. Lhote (1960-
63, 1964b), se basant sur la répartition géographique
de ces gravures, périphérique à la zone des Tètes
Rondes (à l’exception, notable, du Sud oranais), et
sur l’apparente identité des espèces animales repré-
sentées, proposent de considérer les peintures com¬
me contemporaines ou un peu plus récentes.
Des données venant du Sud de l’Ahaggar, permet-
tant de faire état de l’existence de gravures anciennes
loin au Sud-Ouest des Ajjer, incitent à reconsidérer
l’aspect géographique de cette proposition. Dans
l’Atlas saharien déjà, G. B. M. Flamand (1921) avait
noté le dépatinage des gravures les plus anciennes,
un phénomène qui pourrait expliquer la rareté des
grandes représentations naturalistes dans l’Ahaggar
et ses bordures. Dans la région de Youf Ahakit (Tas¬
sili n Ahaggar), où l’on en connaìt quelques unes
(Huard, Petit 1975; Tauveron, Vernet à parafare), el¬
les sont en effet à peine lisibles, pratiquement sans
relief, avec une patine claire identique à celle de la
roche, et se retrouvent surtout dans des endroits
abrités. Dans la partie méridionale du Tassili de Tin
Ghergho, on retrouve une figure à patine totale sur
un lambeau de surface noiràtre (fìg. 6), vestige d’une
patine ancienne dont la destruction intervient par
décollement de la roche support puis écaillage. Ce
phénomène apparafa comme sans doute assez an¬
cien, les graveurs de la période pastorale ayant utili-
sé, à proximité, des parois beaucoup moins patinées
en raison de l’exfoliation. De plus, dans le Tassili de
Tin Ghergho a été remarquée la pratique d’un rafrai-
chissement des figures, lui mème ancien et probable¬
ment répété, qui rajeunit la patine et rend impossible
la lecture d’éventuelles superpositions. Le Tassili-
n-Ajjer fait donc figure d’exception au pian de la
conservation des vestiges rupestres anciens. Peut-on
attribuer à cette particularité la faible extension ter¬
ritoriale des peintures Tètes Rondes, limitée à un
rayon de 100 km autour du Tassili centrai (Muzzoli-
ni, 1979)? Ne peuvent en ètre rapprochées que quel¬
ques figures de l’Ennedi et du djebel Uweinat (Bail-
loud 1960, Rhotert 1952, Van Noten 1978) mais qui
débordent le cadre de cette étude et, sous toutes ré-
serves, une peinture de l’abri de Tin Ghergho et de
petites gravures peintes d’Er Ghessour (fìg. 6), au
Tassili-n-Ahaggar, ainsi qu’une sèrie de gravures
échelonnées entre le Sud-Est du Tassili-n-Ajjer et
l’Ouest du Tibesti (Hallier, 1990).
D’autre part, la signification de l’identité des re¬
présentations animales s’avère considérablement
influencée par un rapide dénombrement des figures
de chaque espèce: en plus de l’absence totale du
«Bubale» ( Pelorovis ), les animaux dominant le bes-
72
G INETTE AUMASSIP & MICHEL TAUVERON
tiaire des Tètes Rondes (mouflons et antilopes) sont
parmi les moins fréquents dans les gravures. On
constate cependant des liens de parenté stylistique
très nets entre les Tètes Rondes et certaines figures
de l’oued Djerat (Tauveron, 1984-86), mais ils peu-
vent ètre autant des indices de continuité que de
contemporanéité.
L’art bovidien
Contrairement aux périodes précédentes, l’art d’é-
poque pastorale est omniprésent dans le Sahara cen¬
trai. Cette extension géographique dépasse d’ailleurs
largement le cadre de celui-ci et gagne les régions pé-
riphériques du Fezzan, du Tibesti, du Djado et de
1’Ai'r. La fréquence des représentations de bovinés
domestiques, souvent groupés en troupeaux, sert de
dénominateur commun à ce vaste ensemble et lui
confère une homogénéité certame, au sein de laquel-
le émergent, au gré de l’acquisition des connaissan-
ces, divers faciès chronologiques et/ou régionaux.
L’art bovidien proprement dit est bien connu dans la
Tefedest (Chasseloup-Laubat 1938, Lhote 1942, Mai¬
tre 1971), le Tassili n Ajjer et l’Acacus, où il est identi-
fìé essentiellement dans les peintures, une date ante
quem de 4232-2622 av. J.C. (4730 ± 310 BP, GX 87)
ayant été obtenue à Uan Muhuggiag dans un niveau
archéologique recouvrant un bloc peint tombé de
la voute (Mori 1970, 1976). F. Mori le subdivise en
trois phases (antique, moyenne et récente) qui
pourraient, d’après la lecture d’une peinture de
Rhardès faite par H. Lhote (1970), avoir été précé-
dées dans le Tassili-n- Ajjer par une période dans la-
quelle le bétail est constitué uniquement d’ovins et
caprins. Comparées à la classifìcation de Mori, les
peintures de la Tefedest ne seraient pas antérieures à
la phase moyenne (?).
Le problème des relations entre peintures et gra¬
vures bovidiennes reste par ailleurs à éclaircir. Leur
coexistence dans les mèmes zones est aujourd’hui
avérée en divers endroits (Tassili-n-Ahaggar, Dja¬
do...) ainsi que leur identité thématique, voire par-
fois stylistique. C’est ainsi que l’on peut percevoir
une extension très nette de certains caractères typi-
quement bovidiens (bovins naturalistes, de dessin
très réaliste: toutes les articulations représentées,
bouche et naseaux figurés, sabots bifìdes, perspecti-
ve identique sur les mèmes cornes en lyre, oreille fi-
gurée rabattue en arrière ou tombante, oeil unique
ovale...) tantót sur des gravures (Oued Tin Tarabi¬
ne, Fig. 6), tantót sur des peintures et ce, peut-ètre,
jusque dans le Djado.
L’art caballin et post caballin
Dans l’art rupestre, le début de la période caballine
est marqué par les représentations de chars attelés en
biges, dit au «galop volant». Ils apparaissent dans un
Fig. 6 - De haut en bas et gauche à droite: Tin Ghergho: quadrupède à patine totale; Er Ghessour: gravures peintes; Youf
Ahakit: bovidé gravé; Tin Ghergho: troupeau ou caravane de chameaux.
LE SAHARA CENTRAL À L’HOLOCÈNE
73
contexte bovidien final, où la lance a probablement
déjà supplanté fare (Iheren), lui étant associée (Ihe-
ren, Tamadjert) ou superposée (Ouan Rechla). Une
scène peinte de l’oued Djerat atteste la contempora-
néité d’un «galop volant», d’une représentation de
troupeau et de l’attelage de boeufs au mème type de
char {Sahara, p. 432). Les personnages accompa-
gnant les chars vont prendre rapidement une forme
bitriangulaire (fig. 10), caractéristique de la période,
qui, par ailleurs, voit se raréfìer les représentations
narratives. Pour H. Lhote (1953) il y aurait là une
coupure. Le chevai ne sera représenté seul ou mon¬
tò que tardivement, alors que le dessin devient
plus sommaire, voire négligé, et évolue vers le
schématisme.
On connait encore assez mal les articulations in-
ternes de la période et fon ne saurait dire si les diffe-
rences de tètes et de coiffures des personnages bi-
triangulaires correspondent à des faciès régionaux
ou chronologiques. Les tètes trilobées par exemple,
très fréquentes sur le site d’Iwelen en Air, se retrou-
vent parfois au Sahara centrai, indifféremment pein-
tes ou gravées. Doit-on y voir un indice du passage
de populations venues du Nord auxquelles F. Paris
(1990) attribue l’évolution de la nécropole d’Iwelen,
et l’introduction du cuivre? En fait, le métal fait son
apparition dans l’art rupestre dès la période des chars
où il est attesté par de grandes pointes de lances sou-
vent directement associées à ceux-ci (Djerat, Am-
guid. . .) mais il est impossible d’en préciser la natu¬
re, bronze, cuivre, fer... Rappelons qu’au Niger la
sidérurgie est attestée dès le milieu du 2° millénaire
BC à Termit (Quéchon 1989) et la métallurgie du
cuivre avec certitude au début du 1° dans la région
d’Agadez (Grébénart 1985).
De mème, il est pour l’instant délicat de situer le
moment où apparaissent les caractères tifmagh. Ils
sont souvent présents à l’étage des chars. A Tiror
(Lhote 1953), une petite peinture ocre figure des per¬
sonnages à tète en bàtonnet dans un motif rectangu-
Fig. 7 - En haut, In Djerane, abri du taureau: bovidé entouré de contorsionnistes, on remarquera le lien qui umt la bou-
che du personnage en partie caché par l’animal au sexe de celui-ci (époque bovidienne). En bas à gauche, Tan Zoumaitak.
mouflon monté; à droite, Titeras n’Elias: boviné monté (?) (époque des Tètes Rondes).
74
GINETTE AUMASSIP & MICHEL TAUVERON
laire avec inscription dans un angle; elle serait de ve-
nue tardive dans l’étage «à tète en bàtonnet». On voit
dans la mème région, un personnage porteur de jave-
lot auprès de caractères tifìnagh. Leur origine est
toujours inconnue mème si divers auteurs y voient
une manifestation de cultures venues du littoral mé-
diterranéen.
L’art camelin va succèder à l’art caballin sans réel-
le rupture. Le chameau remplace le chevai, les bo-
vins disparaissent ainsi que les formes bitriangulaires
des personnages. Les caractères tifìnagh se multi-
plient alors que les dessins sont de moins en moins
soignés. Les quelques scènes descriptives (fig. 6) que
Fon peut encore rencontrer ne montrent pas de mo-
dification notable du mode de vie, encore pastoral, si
ce n’est une réduction sensible dans la taille de la cel¬
lule sociale ainsi que dans le nombre et la variété de
ses attributs (par exemple disparition des représenta-
tions de poteries, de parure . . . ). Pour H. Lhote (1953)
qui fait remarquer que les plus anciennes mentions
historiques de chameau interviennent par une effìgie
sur pièce de monnaie datée de 68-67 av. J.C. puis les
Commentaires de César de 46 av. J.C., le chameau
apparait quand le poignard de bras se raréfìe.
LES MODES DE VIE
Un facteur commun à l’ensemble des populations
holocènes du Sahara centrai, est l’emploi de poterie.
Quel sens lui donner? Sans aucun doute, celui d’une
modification dans le mode de vie, d’une transforma-
tion qui, en peu de temps, toucha l’ensemble ou une
grande partie du pays. On est ainsi amené à en faire
un critère de néolithisation (4) puisque de change-
ment profond de mode de vie. Faut-il l’associer à
une agriculture débutante? H. Camps-Fabrer (1966
p. 416) a fort judicieusement fait remarquer que la
poterie permettait des préparations culinaires nou-
velles en particulier des bouillies. Les indices d’agri-
culture sont par ailleurs exceptionnels (Amekni,
deux pollens de Pennisetum; Meniet, deux pollens de
céréales (Pons, Quézel 1957). Dans l’art rupestre, les
indices d’activités agricoles sont rares: une peinture
Tètes Rondes de Ti-n-Teferiest pourrait représenter
une scène de plantation (Striedter 1984, p. 28) et un
panneau de Jabbaren, une scène de vannage (?)
(Breuil 1952, p. 190). Diverses gravures (Y ouf Aghlal,
Aguennar...) et peintures (Djerat, Tin Akatafa, Tin
Anneuin . . .) figurent des palmiers. La tradition tar-
gui rapporte leur introduction à la période islamique
or à Aguennar (Lhote 1964a), ils seraient associés
à des caractères tifìnagh anciens. A Djerat, ils in¬
terviennent dans un contexte de chars. A Tin Akata¬
fa, ils paraissent d’époque cameline (Striedter 1984,
fig. 142).
Par les restes végétaux, on sait courante la cueillet-
te des graines de micocoulier. A Tin Hanakaten ont
aussi été retrouvés des noyaux, des restes de fìgues
sèches. La consommation de sauterelles y est rappor-
tée par des pattes et des ailes trouvées dans plusieurs
niveaux mais surtout par la découverte d’un foyer de
cuisson dont les pierres en retenaient encore (Au-
massip et al 1982-83).
A cette unité, se surimposent des structures lithi-
ques variées qui proposent des facies soit régionaux,
soit technologiques, on ne sait encore. Une activité
de pèche est traduite par des harpons, hamefons
(In Guezzam (Lhote 1950), Tamaya Mellet, Taferjit
(Lhote 1936) ou des restes de poissons, bivalves. A
Tiouyine (Camps 1969), si les harpons ou hame?ons
manquent, de tels restes abondaient. Si par ces élé-
ments, par l’importance de la parure (on retrouve la-
brets, pendeloques, perles en amazonite), les bords
ourlés des poteries, ce site évoque Meniet, par le dé-
cor fait presqu’exclusivement de flammes sur sup-
port soigneusement lissé, voire poli, il s’en démar-
que. Ces attributs apparaissent ainsi avec des élé-
ments notables de distinction et en des régions trop
éloignées pour esquisser un facies culturel; il s’agit
probablement beaucoup plus d’une mise à profit de
l’environnement locai.
La pratique de l’élevage est bien attestée par les
parcs à boeufs fréquents dans le Tassili-n-Ajjer, en
Tefedest et surtout par l’art rupestre. Mais on ne re¬
trouve que peu d’ossements de bovinés. Tin-Torha
en a livré 17. A Tin Hanakaten, pour un volume de
fouilles de l’ordre de 25 m3 n’ont été retrouvés que 4
dents, 6 os (carpe ou tarse et phalanges) et un sabot
alors que les ossements d’autres animaux (ovicapri-
dés) sont courants. Les ossements de bovinés parai-
traient plus fréquents dans le Ténéréen, certains gi-
sements de l’erg d’Admer ayant montré en nombre
sensible, de tels restes calcinés dans des foyers. Il est
possible que les bovinés aient été élevés plus pour
leur lait et leur sang que pour la viande qu’ils pou-
vaient fournir. La représentation fréquente de pis, à
Ouan Derbaouen celle d’une tache rouge au cou de
chacun des animaux paraissent significatives à cet
égard.
Cette pauvreté des restes de faune ne facilite pas
la compréhension du processus de la domestication.
Le concept «domestication» pourrait ètre approché
dans l’art rupestre, à travers les signes qui peuvent
lui ètre rattachés avec certitude (ceux qui existent en
relation avec des animaux clairement domestiques)
ou forte présomption: pour les premiers, les défor-
mations et attributs de cornage, pendeloques ju-
gulaires, robes tàchetées, corps compartimentés,
ensellements, pis pour les femelles, animai monté,
bàté . . . pour les seconds, représentations en frise ou
en troupeau, fìguration du sexe, animai tenu en lon-
ge, entravé, marques sur croupe ou encolure, etc.
Pour ètre fiable, ce type d’étude nécessite une docu-
mentation très complète, mais on peut d’ores et déjà
affirmer que ces signes se retrouvent associés à cer-
taines espèces sauvages avec une fréquence significa¬
tive: les plus concernés sont la girafe et l’éléphant,
dans une moindre mesure le mouflon, les antilopes
et l’autruche. Si ces associations sont le signe de ten-
tatives de domestication, quelles ont pu alors ètre les
raisons de leurs échecs? Hormis les modifications
d’environnement qui peuvent ètre en cause, souli-
gnons simplement que l’intérèt économique de trou¬
pi Les spécialistes du Néolithique du Nord de l’Afrique, dont la plupart était réunie à Bondy en 1987, ont été una-
nimes à cet égard.
LE SAHARA CENTRAL À L’HOLOCÈNE
75
peaux d’éléphants ou de girafes, très gros mangeurs,
est loin d’ètre évident, et que mouflons et antilopes
sont réputés étre indomesticables. Par ailleurs, l’an-
cienneté du processus est attestée dès la période des
1 Tétes Rondes dans laquelle apparaissent les pre-
miers animaux montés (fig. 7).
L’habitat
Les niveaux «Tète Rondes» ont montré tant à
Tin-Torha-qu’à Tin Hanakaten, des aménage-
ments de gros blocs formant demi-cercle appuyé
contre la paroi à Tin Torha, formant des cercles de
diamètre variable à Tin Hanakaten. L’un d’environ
3 m était dallé à l’intérieur (fig. 8); sur une partie
du dallage reposaient encore quelques branches
de feuillus.
Les huttes du Bovidien final sont remarquable-
ment figurées dans l’art rupestre (Iheren) ainsi que
diverses étapes de leur construction très proche de
celle actuellement pratiquée dans PAi'r (Khan Majlis,
1978). Les habitats les ayant précédés sont moins
détaillés dans leurs représentations (Rhardes, Se-
far...). Si les principes d’organisation générale des
sites ne semblent pas très différents, centrés autour
des cordes à veaux ou, anciennement, des «parcs à
boeufs», il est difficile de préciser l’aspect des abris
qui sont simplement suggérés en élévation par un
simple arceau ou en pian par une enceinte plus ou
moins largement ouverte et parfois munie d’un
système de fermeture.
Diverses représentations fìgurent des combats
d’archers ou de lanciers, des hommes porteurs de
bouclier; mème s’il s’agit de jeux, ils font état d’une
agressivité qui jusque-là ne transparaissait nulle part.
L’habitat cependant ne recherche jamais de site dé-
fensif.
Les vétements et la parure
Ils sont rarement figurés à la période bubaline:
l’homme ne s’y voit guère qu’avec un pagne; à Dje-
rat, une femme (?) porte un long jupon.
Dans la période des Tétes Rondes les personnages
sont rarement figurés nus, si fon admet que certains
décors corporels, possibles peintures ou tatouages
(Camps Fabrer 1960), peuvent aussi bien représenter
des «vétements» de fibres végétales. Le pagne reste
l’élément essentiel de l’habillement; parfois proba-
blement réduit à une simple queue postiche, il est le
plus souvent à deux pans retenus par une ceinture, le
pan arrière ayant fréquemment la forme d’une peau
non retaillée qui peut descendre assez bas, à mi-mol-
lets, le pan antérieur pouvant étre remplacé dans cer¬
tains cas par un étui phallique. On retrouve aussi des
fìgurations de pèlerines couvrant les épaules (à
Jabbaren, Ti-n-Teferiest. . .), mais celles-ci semblent
absentes des personnages de grande dimension, à
l’exception peut-ètre d’une figure de Tan Zoumaftak
qui porte une sorte de pectoral et de la «dame bian¬
che» d’In Aouanghat. La phase finale voit apparaitre,
avec les profils europoi'des, le port d’une grande cape,
Fig. 8 - Tin Hanakaten: à gauche, coupé dans le dépót archéologique. A droite, structure d habitat, on remarquera les
restes de pavage en petites pierres plates; vers le fond, ils étaient surmonté d’un lit de feuillus.
Fig. 9 - Tin Hanakaten: en haut: inhumation en caisson qui était surmonté d’un amas de pierres. Les taches sombres que
Fon voit sur le squelette sont des restes de peau. En bas, inhumation en fosse, le cadavre était enveloppé d’une vannerie,
des particules de kaolin abondaient entre les ossements et la vannerie.
LE SAHARA CENTRAL À L’HOLOCÈNE
77
bien illustrò par la frise des «juges de paix». D’une fa-
9011 générale, c’est une période dans laquelle il sem¬
ine difficile de dissocier les vétements des éléments
de parure, mais où chaque figure présente une com-
binaison de décor originale l’individualisant nette-
ment.
La période bovidienne, dans ses phases ancienne
et moyenne, est marquée par une stricte sobriété
vestimentaire et l’absence de parure: la majorité des
représentations est simplement vètue d’un pagne
court couvrant les fesses, dont les extrémités, nouées
sur le ventre, retombent pour former le pan anté-
rieur. L’aspect de ces vétements pourrait les laisser
supposer tissés (?), mème s’il subsiste par ailleurs
quelques fìgurations de longs pagnes à deux pans de
peau. Le Bovidien récent voit l’habillement se com-
pliquer avec des femmes vètues de grandes jupes, de
caracos et de pèlerines ornés de motifs variés qui
suggèrent une certame recherche vestimentaire, con-
fìrmée par le retour des éléments de parure et la
complication des coiffures.
Avec la période caballine, le vètement redevient
plus strict. Les femmes conservent une ampie robe
qui atteint les chevilles, les hommes une jupe courte
dont la raideur rappelle le vètement de cuir que por-
taient encore récemment les Touareg. La simplifìca-
tion du dessin s’accentuant à partir de cette période,
il devient difficile de faire état de l’habillement par
l’examen de l’art rupestre pour les époques plus ré-
centes, si ce n’est très ponctuellement.
On n’observe donc pas d’unité des périodes, mais
des successions de phases où fon voit le vètement
prendre ou perdre de fimportance.
Les pratiques funéraires
Elles soulignent d’importantes différences cultu-
relles. Les inhumations en décubitus latéral fléchi
paraissent courantes (Amekni, Tamanrasset II), dans
chacun de ces cas, on avait profité d’une anfractuosi-
té sous un rocher pour piacer le cadavre. Dans les ni-
veaux les plus anciens de Tin Hanakaten, le cadavre
enduit de kaolin était ainsi placé dans une vannerie.
Un mode d’inhumation en caisson surmonté d’un
petit tumulus (fig. 6) lui a succédé; le caisson était ta-
pissé de végétaux et le cadavre placé en décubitus la¬
téral replié mais non forcé. Plus tard intervient sim¬
plement une fosse tapissée de végétaux (5); la posi-
tion parait plus contractée. Dans ces derniers modes,
une pierre ocrée est placée au-dessus de la tète, alors
qu’aucune trace d’ocre n’apparait dans les inhuma¬
tions les plus anciennes. Une position contractée a
été notée dans les nécropoles de la haute vallèe du
Tilemsi (Gaussen 1986) dont un tumulus a été daté
entre 3693 et 3366 av. J.C. (4750 ± 80 BP, UCLA
1096) sur charbons associés au squelette. On la re-
trouve dans des chouchets du Fezzan (Tejerhi, 1100
± 120 BP, Sa) qui pourraient ètre les derniers vestiges
garamantiques (Bellair, Pauphilet 1959).
Le mobilier funéraire est quasi inexistant. Le plus
abondant vient de la nécropole de la Frontière
(Gaussen 1986), il consistait en une poterie brisée po-
stérieurement, deux couvercles déjà fragmentés lors
du dépòt et 8 haches polies, une spatule, un fragment
de poin?on en os qui étaient placés en avant du tho-
rax une coquille de Limicolaria en arrière. Il n’y avait
ni ocre, ni parure. La construction de monuments fu¬
néraires parait une pratique bien plus ancienne qu’il
est habituellement admis. A Tin Hanakaten, H5 daté
de 7900 ± 120 BP (Gif 5857), quoique inhumé dans
(ou sur) le gisement est surmonté d’un tas de pierres.
Un tumulus en bordure du Site Launey a été daté en¬
tre 4024 et 3700 av. J.C. (5055 ± 85 BP, UW85).
Par leur forme, les monuments funéraires propo-
sent diverses aires culturelles. Si les tumulus simples
ou à cratère existent dans l’ensemble du Sahara cen¬
trai, certaines formes plus sophistiquées ont des aires
de répartition précises. Ainsi l’Est est-il occupé par
les monuments en trou de serrure (Savary 1966),
le Sud par des «barkanes» ou tumulus en croissant
qui peuvent atteindre d’imposantes dimensions et
que l’on retrouve dans le Nord-Ouest mauritanien
(Vernet, sous presse), au Niger, d’après F. Paris
(1990) en particulier au Nord de l’Adrar Bous et
du bassin de l’Ighazer. Ils sont peut-ètre issus de
tumulus à antennes, peu fréquents dans le Sahara
centrai. Dans la haute vallèe du Tilemsi, dans le
Serkout, les tumulus se regroupent volontiers en im-
portantes nécropoles.
CONCLUSION
L’existence d’un Néolithique très ancien au Saha¬
ra centrai (début de l’Holocène), remet en cause
l’origine proche-orientale qu’on lui a longtemps at-
tribuée. Si les données du 14C tendent à le piacer
comme un foyer primitif de néolithisation, d’ailleurs
excessivement vaste, les données archéologiques ne
permettent pas de confìrmer cette proposition, les
stratigraphies connues ne mettant en évidence pour
l’instant ni relation nette avec l’Atérien, ni substra-
tum épipaléolithique. A contrario, les similitudes en¬
tre les gisements de Tin Hanakaten et de Tin-Torha
font valoir une remarquable homogénéité de l’en¬
semble Tassili-n-Ajjer - Acacus. Celle-ci, renforcée
par l’art des Tètes Rondes, que fon tend à leur asso-
cier par les premières représentations possibles de
poteries, l’abondance de celles de mouflons, la pré-
sence du poisson et l’étonnante confìrmation, dans
une inhumation de Tin Hanakaten, du rite funéraire
reconnu dans une peinture par F. Mori, pourrait ètre
l’indice d’une émergence locale du Néolithique,
d’autant que cet étage présente les premiers signes
de domestication et peut-ètre d’agriculture ainsi que
ceux d’une continuité avec l’art gravé ancien.
Dans la bordure méridionale, on peut affirmer la
disparition certaine de l’art ancien à la suite de la des-
quamation des grès qui ne portent que de rares lam-
beaux de patine totale noire sur lesquels peuvent
se retrouver des gravures de patine identique (Tin
(5) Les fouilles de monuments funéraires à Tit ont montré des tiges de Panicum turgidum auprès de quelques indi-
vidus (Chamla 1968, p. 112) et, d’après les Touareg qui ont aidé les missions, on procèderai encore de mème quand on ne
dispose pas de linge pour envelopper le mort.
78
G INETTE AUMASSIP & MICHEL TAUVERON
Ghergho). La probabilité de retrouver des peintures
anciennes est évidemment plus faible encore. Ces
constatations permetterà d’envisager l’existence
d’un Néolithique ancien dans cette région encore
peu connue.
De fait, l’àge pléistocène que F. Mori attribue aux
gravures de la Grande Faune parait tout à fait plausi-
ble. Une synthèse des connaissances actuelles sur les
rapports entre environnement, gisements, gravures
et peintures suggère un déplacement géographique
des populations préhistoriques à l’articulation Pléis-
tocène-Holocène: l’humide pourrait étre le «détona-
teur» de la néolithisation et d’une expansion géo¬
graphique des cultures néolithiques anciennes dont
nous ne cernons pas, pour l’instant, les limites.
La complexité du peuplement est plus marquée
dans l’art rupestre que dans les restes humains qui
soulignent une forte composante négro'ide, tempérée
toutefois dans plusieurs cas. Ces restes sont évidem¬
ment trop rares pour donner accès à des différences
régionales dans le peuplement, mais l’art n’en porte
pas d’indice, alors qu’il évolue au mème titre que
les industries vers différents facies. Il est possible
que ceux-ci soulignent une adaptation à un milieu.
Les harpons, hame^ons ne se trouvent qu’en certains
secteurs mais trop éloignés (voir par exemple
Meniet, In Guezzam) pour étre traduits en terme
culturel.
Ces transformations ne montrent aucune discon-
tinuité marquée. Au pian des industries, on note
une augmentation de la dimension de l’outillage, un
accroissement sensible du nombre des tètes de fiò¬
che au 4° millénaire BC (6), une standardisation de la
poterie, peut-ètre des spécialisations telles ce qui
s’observe à Tiouyine et qui pourraient annoncer les
zones de groupement notées par G. Quéchon (1989)
dans le Ténéréen du massif de Termit.
Au pian de l’art, les ruptures que fon peut consta-
ter ne sont quasi simultanées que pour la période ca-
meline, l’apparition du chameau s’accompagnant de
la disparition de la faune habituellement figurée.
Ceci n’entraìne pas cependant de véritable disconti-
nuité, au contraire, la continuité dans le mode de vie
parait établie du Bovidien à nos jours par des repré-
sentations illustrant les mèmes types d’habitat, en-
touré du troupeau, soit un comportement essentiel-
lement pastoral et qui le reste malgré raridifìcation.
Si H. Lhote voit une rupture dans l’art rupestre lors
de l’apparition du char, c’est que la période, considé-
rée dans son ensemble, présente des figurations
humaines très différentes des précédentes, accom-
pagnées de la lance et non plus de l’arc. Il convient
cependant de pondérer cette impression globale, un
examen attentif laissant plus apparaitre un glisse-
ment progressif, mème s’il peut étre rapide, du Bo¬
vidien final au Caballin. Loin d’exclure les propo-
sitions d’arrivée d’un nouveau peuplement dans la
région, sous-jacentes à cette notion de rupture, l’idée
d’une transition incite cependant à étre prudent
quant aux modalités d’installation de celui-ci.
Des tentatives avortées de domestication, dont
nous retrouvons les traces dans l’art rupestre, peu-
vent, pour la girafe et l’éléphant, ètre à l’origine d’un
surpàturage, qui peut d’ailleurs avoir entrainé leur
échec, dès les périodes les plus anciennes. Est-ce un
problème de ce type qui explique la recrudescence des
pointes de fiòche, la chasse étant un moyen de limiter
l’accès des pàtures aux seuls animaux domestiques?
On peut s’étonner de n’avoir jamais rencontré de
métal dans les gisements les plus récents, ni quasi-
ment jamais dans les monuments fouillés, alors que
son utilisation est bien attestée par l’art rupestre. A
cet égard, la sépulture de Tin Hinan, à Abalessa,
(Reygasse 1950, Camps 1965) fait figure d’exception
avec du mobilier métallique de fer, bronze, or et ar-
gent, mais il s’agit d’une part d’une inhumation re¬
cente (4° siècle Ap. J.C.), d’autre part d’une tombe
exceptionnelle, ne serait-ce que par sa place dans la
tradition orale. Plus que la mauvaise conservation du
métal en milieu siliceux, sa probable réutilisation in¬
cessante peut ètre la cause de sa disparition. Rappe-
lons que la quantité qui en fut produite par les cen-
tres de métallurgie connus dans le Sud du Sahara,
pour une durée de plusieurs millénaires, reste faible
jusqu’à l’apparition des premiers empires dans le
Sud Ouest africain.
Remerciements
Nous exprimons nos plus vifs remerciements à
l’Office du Pare National de l’Ahaggar dans le cadre
duquel les travaux de terrain qui ont permis la mise
en place de ces «considérations» ont été menés avec
la participation de l’Institut des Sciences de la Terre,
Université Houari Boumedienne, Bab Ezzouar (Al-
ger) et du C.N.R.S. (G 0848).
(6) Un fait semblable a été observé dans le Bas Sahara: Aumassip G., 1986 - Le Bas Sahara dans la Préhistoire.
C.N.R.S. 1986.
LE SAHARA CENTRAL À L’HOLOCÈNE
79
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Massimo Baistrocchi
Arte rupestre del Sahara occidentale e della Mauritania:
due regioni di un’area sahariana periferica
Résumé - La Mauritanie et le Sahara Occidental (Seguiet el-Hamra et Rio de Oro) représentent les contreforts extrè-
mes et périphériques de l’Afrique saharienne.
L’art rupestre du Sahara Occidental est essentiellement marqué par les influences culturelles du Sahara méridional,
lui-mème influencé par la culture du Sud Oranais; la Mauritanie, au contraire, a subi rapidement, de fafon plus marquée,
Pinfluence directe de la culture du Sahara centrai.
A coté de séquences classiques, liées aux figures zoomorphes de références traditionnelles, la classification de l’art
rupestre de ces deux régions doit étre intégrée à l’«Art des chasseurs», étudié par les spécialistes P. Huard et J. Leclant.
Nous pouvons considérer ces régions de la périphérie saharienne, qui manquent d’une culture autochtone marquante
et originale, comme les «terminaux» d’une plus vaste culture saharienne qui unit, malgré une diversité de styles et de
modèles, les deux rives d’un continent, du Nil à l’Atlantique.
Abstract - Mauritania and Western Sahara (Seguiet el-Hamra and Rio de Oro) are thè extreme and peripheral régions
of Saharan Africa.
The rock art of Western Sahara is essentially influenced by cultural streams from southern Morocco, which has been
influenced by cultures from thè region south of Oran; Mauritania, on thè other hand, underwent a more direct influence
from thè Central Saharan régions.
Beside classical sequences, linked to zoomorph references traditionally accepted, thè classification of thè rock art of
these two régions must be integrated with specimens of thè «hunter’s art» studied by P. Huard and J. Leclant.
Thus, these peripheral Saharan régions, in thè absence of an originai and relevant autochthonous culture, whilst dif-
ferent in styles and models can be considered thè «terminals» of thè vast Saharan culture which unites thè edges of thè
African continent, from thè Nile to thè Atlantic.
Il Sahara occidentale (Seguiet el-Hamra e Rio de
Oro) e la Mauritania sono le propaggini estreme e pe¬
riferiche dell’Africa sahariana.
A parte le regioni costiere ed immediatamente a ri¬
dosso delle coste, queste due regioni sono accumu-
nate al Sahara centrale da una climatologia arida e
molto pronunciata che registra precipitazioni al di
sotto dell’isobara dei 100 millimetri di pioggia annui.
Alle difficoltà paleo-climatiche si aggiungono quelle
geologico-morfologiche del terreno. Si tratta inoltre
di regioni scarsamente popolate. Da aggiungere an¬
cora che la regione più promettente, l’ex-Sahara Spa¬
gnolo, oggi Sahara occidentale, è stata — sin dall’in¬
domani del processo di decolonizzazione e quindi da
oltre un decennio — teatro di una lotta armata che ha
visto contrapposti d’un lato il Marocco, che vanta
pretese annessionistiche, e dall’altro l’Algeria, che ha
tenuto in vita e foraggiato un movimento armato che
aspira all’autodeterminazione. Questa situazione (in
un momento di rifioritura delle ricerche nella regio¬
ne sahariana in genere) ha inibito lo sviluppo degli
studi dal punto di vista etno-archeologico e dell’arte
rupestre dell’intera regione in questione.
Mentre l’arte rupestre del Sahara occidentale è es¬
senzialmente influenzata dalle correnti culturali del
Marocco meridionale (che a sua volta ha subito l’in¬
fluenza del Sud Oranese, regione di cui può conside¬
rarsi la continuazione geografica naturale), sviluppa¬
tesi sulla direttrice NE/SO lungo la via di penetrazio¬
ne naturale dell’Oued Draa, ed in misura minore del¬
le influenze di più perspicua derivazione centro-sa¬
hariane assorbite via il saliente di Tindouf (correla¬
zioni ed analogie esistono infatti tra le stazioni più
occidentali del Seguiet el-Hamra e quelle di Marhou-
ma, studiate da H. Alimen), per contro la Mauritania
— con l’eccezione delle stazioni settentrionali di
Anou Ineght, Oummat el-Lham, Oummat Chegag
che risentono dell’influenza delle correnti culturali
associate alle civiltà dell’Atlante meridionale — ha
subito più marcatamente l’influenza diretta delle re¬
gioni del Sahara centrale, a partire da Chegga, sull’o¬
dierno confine mauritano-algerino.
Per il Sahara occidentale valgono molte delle con¬
siderazioni fatte da A. Simoneau nel suo Catalogue
des sites rupestres du sud Marocain, 1973-1977 e la
classificazione, sebbene con sostanziali aggiusta¬
menti, fatta da H. Lhote per l’arte rupestre del sud
Oranese.
Tra gli elementi di fauna di grande dimensione,
prevalgono gli elefanti ed i rinoceronti, rara invece la
giraffa, mentre gli animali più rappresentativi sono
tuttavia le antilopi e le gazzelle; vi sono però anche
alcuni rari esemplari dell’animale più caratteristico
del Sahara, il Bubalus antìquus, scomparso già in
epoca preistorica.
Lo stadio più antico delle incisioni — nella regione
qui presa in esame scarseggiano le pitture rupestri —
è rappresentato essenzialmente dalle figure zoo-
morfe di riferimento di grande dimensione (stile na¬
turalistico monumentale, stile bubalino di grandi di¬
mensioni), seguito da uno stile di dimensioni più
contenute ma sempre a carattere naturalistico e poi
sub-naturalistico (bubalino di piccole dimensioni e
bubalino decadente), seguito infine dalla sequenza
bovidiana, cavallina e camelina. La classificazione
suddetta va poi integrata con lo stile individuato da
P. Huard e J. Leclant e da questi denominato «arte
dei cacciatori».
82
MASSIMO BAISTROCCHI
Fig. 1 - Mappa dei siti rupestri del Marocco meridionale, del
Sahara Occidentale e della Mauritania.
I simboli e gli elementi caratteristici della cultura
dell’«Arte dei cacciatori» sono numerosi. Essi vanno
da una pittura di Gouelta Zemmour, che rappresenta
una specie di danzatore con vicino una testa di giraf¬
fa, descritta da Monod, agli astucci penici ed alle cin¬
ture rinvenute da Santa Olalla nel Seguiet el-Hamra
(cintura di ampie proporzioni con una protuberanza
che potrebbe essere la rappresentazione di una fìbbia)
e da Milburn nel Rio de Oro (guerriero che impugna
degli oggetti ricurvi — armi da lancio? — e astuccio
penico legato ad una alta cintura delineata con un
tratteggio). Personaggi con arco (di piccole dimen¬
sioni) sono stati rinvenuti da Almagro Basch nel Rio
de Oro, associati con rinoceronti, mentre altri caccia¬
tori (con archi di grandi dimensioni) sono stati rinve¬
nuti da Monod (cacciatori di giraffe di Oumat el-
Lahm) e da Lhote (cacciatore con arco a patina molto
scura di Anou Ineght). Vi sono anche dei personaggi
con mazza che Monod ha rinvenuto a Oum Chegag
(due figurine associate ad un elefante) e da Senones
e Puigaudeau nel Tagant (dipinto di una figurina ar¬
mata di mazza di Agneitir-Sba; personaggio armato
di laccio di Tinouadine). Almagro Basch segnala una
figura armata di ascia nel Rio de Oro; nella stessa re¬
gione Milburn segnala un rinoceronte attraversato
da una specie di forcone. Molto interessante nella
stazione di Anou Ineght, in Mauritania, studiata da
Lhote, oltre alla figura di un personaggio con laccio,
quella di un cacciatore che ha lanciato un’arma ricur¬
va (l’arma è stata raffigurata a sinistra della testa del
cacciatore); a Tabona, nel Rio de Oro, Pellicier e
Acosta hanno rinvenuto e descritto un’antilope pic¬
chettata presa al laccio (di fattura peraltro abbastanza
recente) ed un guerriero che ha lanciato il laccio,
anch’esso associato con un’antilope.
Oltre alle raffigurazioni citate, vi sono spesso altri
elementi che associano tra loro figure antropo e zoo-
morfe. Milburn ha ad esempio scoperto un caccia¬
tore ed una giraffa, e ipotizza che la raffigurazione
potrebbe essere portatrice di significati e di valenze
di carattere totemico e magico: infatti, oltre ad una
lancia, raffigurata nei pressi del collo dell’animale, la
giraffa avrebbe gli arti legati.
Simboli dei cacciatori — come ad esempio trappo¬
le, reti e consimili marchingegni — sono state rilevate
in altre 25 raffigurazioni parietali di numerose stazio¬
ni del Sahara Occidentale e della Mauritania orienta¬
le. In particolare a Mecaiteb, Sueil, Oued Zelouane e
Auad Mirab, nel Sahara Occidentale, associati per lo
più con antilopi ma anche con giraffe ed animali di
grande dimensione; analoghe considerazioni valgo¬
no per le incisioni di Anou Ineght, rilevate da Lhote,
e a Taokest (Aouker) da Monod in Mauritania.
Numerosi altri «simboli» richiamano lo stile de
«l’arte dei cacciatori», che gli studiosi Leclant e
Huard hanno individuato passando al setaccio l’arte
rupestre sahariana alla ricerca di una matrice e di ca¬
ratteristiche comuni dal Nilo alle sponde dell’Atlan¬
tico. Sarebbero infatti oltre settanta gli elementi di
caratterizzazione individuati — che vanno dai diedri
agli archi concentrici ecc. — in numerose stazioni di
rupestri della regione qui trattata.
In conclusione, sebbene come detto all’inizio le
regioni del Sahara occidentale e della Mauritania
siano un’area periferica ai grandi focolai culturali
della regione sahariana, esse rappresentano pur sem¬
pre — in assenza di elementi di una cultura autoctona
originale — i terminali della più vasta cultura saharia¬
na che si è sviluppata nel tempo dal Nilo alle sponde
dell’Atlantico, in regimi metereologici e zoomorfici
consimili.
DESCRIZIONE SOMMARIA DI ALCUNE REGIONI E DELLE PRINCIPALI STAZIONI
D’ARTE RUPESTRE DEL SAHARA OCCIDENTALE E DELLA MAURITANIA
Sahara Occidentale
(Rio de Oro e Seguiet el-Hamra)
Sidi Mulud
Qui sono stati ritrovati un guerriero armato di
ascia e un’antilope schematica di epoca tarda che
sembra essere stata presa al laccio. Sono state anche
ritrovate numerose raffigurazioni di trappole e di
marchingegni per catturare le antilopi, a cui sono as¬
sociate, che si fanno risalire ad epoca bovidiana.
Mecaiteb-Lemcaiteb
È questa una stazione che possiede delle giraffe tra
cui una molto stilizzata che si trova nei pressi di una
trappola e che sembra essere stata catturata assieme
ad altri piccoli animali. Vi è poi un rinoceronte, an-
ARTE RUPESTRE DEL SAHARA OCCIDENTALE E DELLA MAURITANIA: DUE REGIONI DI UN’AREA SAHARIANA PERIFERICA
83
ch’esso molto stilizzato, il cui corpo è segnato da vari
simboli geometrici: sotto il muso ha due archi di cer¬
chio concentrici. Da segnalare anche due figure so¬
vrapposte (a destra un’antilope, a sinistra una giraffa
rovesciata) e un guerriero itifallico.
Morales Agacino segnala inoltre nella stessa regio¬
ne un elefante, due giraffe, due antilopi (che peraltro
potrebbero essere un capride e l’altra un bovide), un
addax. Il rupestre più interessante descritto dall’au¬
tore è tuttavia rappresentato da una «maschera» di
forma simmetrica, realizzata con un ampio e profon¬
do intaglio.
E1 Farsia
Nella stazione rinvenuta nei pressi della guelfa e
quella che è la sorgente del Seguiet el-Hamra sono
state rinvenute delle incisioni schematiche e delle
iscrizioni in tifinagh.
E1 Aslein Bukerch e Asli
I rupestri più interessanti di questo sito sono forse
le rappresentazioni di trappole nei pressi di giraffe,
antilopi e struzzi. Il primo sito è situato su una altura,
non molto distante da Smara, ed era composto da la¬
stre di pietra scura tipo ardesia, di varia dimensione,
molte delle quali trasportabili, giacimento unico nel
suo genere nel Sahara. Santa Olalla e Almagro Mar¬
tin hanno rilevato che molti dei rupestri — a causa
della facile trasportabilità — erano già molto dispersi
alla fine della guerra e si può dire che oggi il giaci¬
mento sia quasi del tutto disperso. Della fauna dei
tempi in cui la regione era più verdeggiante, vanno
menzionati gli elefanti ed i rinoceronti, oltre ad
esempi di fauna più comune, anch’essi peraltro
scomparsi, come tori, orix e cavalli. Sono state rin¬
venute lastre con forme geometriche varie e diversi¬
ficate (linee, spirali, elissi, cerchi ecc.). Sono stati
ritrovati anche un certo numero di personaggi antro¬
pomorfi. Almagro Martin descrive uno di questi raf¬
figurato in posizione eretta che «stende le mani in
avanti». Su di un’altra lastra è stata rinvenuta un’inci¬
sione molto intricata di un elefante seguito da una fi¬
gura umana che lo tiene per la coda. Interessante an¬
che la descrizione pittorica molto dettagliata di un
toro, delle corna ed il fitto tratteggio del pelame. Di
tecnica raffinata assai consimile è un’incisione di
gazzella. Lo stile dei rupestri può rientrare nella ca¬
ratterizzazione dell’«arte dei cacciatori» definito da
Leclant-Huard.
La stazione di Asli non è molto distante dalla pre¬
cedente ma è completamente diversa dal punto di vi¬
sta dello stile e della tecnica d’esecuzione dei rupe¬
stri, che sono molto più recenti, ottenuti con un pic¬
chettaggio pronunciato. La migliore raffigurazione
è rappresentata da un’antilope schematica. Vi sono
anche numerose altre figure zoomorfe non bene
identificabili.
In questa stazione sono stati rinvenuti dei carri
schematici ad un solo timone.
Smara
Nei pressi di quella che è la capitale della regione,
è stata rinvenuta un’interessante raffigurazione di un
elefante schematico con le zanne incurvate verso
l’interno e due figurine antropomorfe che toccano
l’animale, uno la proboscide e l’altro sotto la coda: si
tratta con ogni probabilità di una incisione eseguita
in collegamento con riti magico-religiosi. Sono stati
anche rinvenuti rupestri raffiguranti gli animali più
caratteristici della regione sahariana: giraffe, antilopi,
buoi selvatici e varie altre figure schematiche.
Nei pressi della località di Safìa, non distante da
Smara, sulla Seguiet el-Hamra, è stata rinvenuta una
serie di carri schematici ad un solo timone, dello
stesso tipo di Asli, carri che per figurazione e tecnica
d’esecuzione sono del tutto simili a quelli rinvenuti
nel sud Marocco.
Ad Adoloa Amgala sono stati rinvenuti da Mora¬
les Agacino delle incisioni di buoi, capre e di figure
umane: queste ultime destano interesse perché, lon¬
gilinee ed itifalliche, mostrano una specie di coprica¬
po (?) a raggera.
E1 Aiun
Il sito, non discosto dalla capitale del Seguiet el-
Hamra, possiede una serie di incisioni dal tratto mol¬
to profondo su dalles orizzontali. Almagro Martin ha
rilevato delle figure antropomorfe schematiche, nel¬
lo stesso stile sono anche un elefante e delle altre fi¬
gure zoomorfe non bene identificabili. Queste ulti¬
me figure sono ulteriormente arricchite da forme
falliche, semplici o doppie. Lo stesso dicasi per un
rupestre raffigurante un toro dalle grandi corna luna¬
te alla cui sommità sono state aggiunte due forme di¬
scoidi o semi-tondeggianti, tra loro collegate da tratti
continui, a forma di doppio fallo.
Gleibat Mosdat
Anche in questa stazione sono stati individuati da
Almagro Basch dei carri schematici, tra cui tre in fila,
simili a quelli rinvenuti a Taouz (Marocco). Altri
quattro carri sono stati rilevati da Santa Olalla. La
stazione ha fornito inoltre delle raffigurazioni di
buoi e un elefante, ma non di cavalli associati, o asso¬
ciabili, ai carri: ciò potrebbe confermare una trazione
bovina per i carri.
Mauritania
E1 Mreiti
All’interno del monumento preislamico sono state
rinvenute un centinaio di pietre piatte con pitture in
ocra e nero con raffigurazioni di cavalli sellati e di
buoi.
Chegga
Questa stazione si trova all’estremità orientale del¬
la Mauritania, in una regione denominata Hank, ai
confini con l’Algeria. Qui sono state ritrovate rappre¬
sentazioni di elefanti e degli elementi più caratteristi¬
ci della fauna sahariana, tra cui una figura non bene
identificata, dalla patina molto scura, che potrebbe
essere un’antilope cavallina. L’interesse del rupestre
è dato dal fatto che le corna dell’animale sono a for¬
ma di spirale. Di epoca più recente è uno struzzo,
probabilmente preso in trappola, dalla cui bocca
escono dei motivi spiraliformi. Infine merita di esse¬
re segnalato ancora un elefante picchettato con le
orecchie all’indietro e un cerchio sulla testa.
84
MASSIMO BAISTROCCHI
Tagant
In questa regione sono state rinvenute alcune pit¬
ture e in particolare vanno menzionati dei rupestri in
cui si vedono un guerriero con mazza (Agneitir-Sba)
e un lanciatore di laccio (Tinouadine), associati a ca¬
valli, bovidi ed ad altri elementi della fauna locale.
La stazione di Agneitir-Sba contiene delle grotte
(«grotte del leone») in cui vi sono numerose pitture
di un bruno violaceo con personaggi antropomorfi,
bovidi, antilopi ed elementi di cultura materiale. A
Tinouadine, Senones e Puigaudeau segnalano una
pittura di un bruno violaceo di grandi dimensioni (50
cm.) che dovrebbe raffigurare un coccodrillo (anche
se potrebbe essere un altro animale dal momento
che il soggetto ha si una forma allungata inusuale,
ma anche delle zampe molto alte. Sono stai anche
rinvenuti nel sito alcune incisioni schematiche che
assomigliano a degli occhi, che gli studiosi ritengono
delle «schematizzazioni per scongiurare il maloc¬
chio». Ad Agneitir-Dalma, in grotte nei pressi di tu¬
muli preislamici sono state rinvenute molte decine
di dipinti, tra cui bovidi, dei cavalli montati da uno o
anche due cavalieri armati, giraffe, cammelli ed un
coccodrillo. A Rinchmart é stata rinvenuta una serie
di pitture di guerrieri in fila armati di lance e di scudi,
oltre ad una bella serie di cavalli. Nei siti di Aguen-
tour-Bahan, Guendel, N’yezrig, Guel-Sehan, Bou-
Sirouil e Óum-el-Aouetigat sono state rinvenute
pitture cameline di un certo interesse etno-archeo-
logico.
Anou Ineght
rilevati da Monod e Cauneille, di diverse epoche (ri¬
levabili dal diverso colore della patina), come pure di
diverso tipo e morfologia: da uno a quattro timoni,
da due a quattro ruote. In totale, nella stazione sono
stati rilevati all’incirca quattrocento incisioni rupestri
di vario tipo ed epoca; la fauna associata è rappresen¬
tata da buoi, qualche cavallo (di dubbia identificazio¬
ne), degli elefanti, una decina di giraffe e una cin¬
quantina di antilopi.
Amazmaz
Monod in questa stazione ha scoperto dei carri
dipinti.
Adrar mauritano
Nei siti di Guelb Aoutitet e di E1 Beyyed sono stati
rinvenuti dei carri schematici.
Oummat el-Lham
Qui è stato rinvenuto un dipinto raffigurante un
arciere che partecipa a una caccia alla giraffa.
Oummat Chegag
Anche in questa stazione è stata rinvenuta una pit¬
tura che rappresenta un personaggio antropomorfo
con una lunga testa di giraffa. Vi sono poi altre due
figurazioni pittoriche che mostrano due personaggi
armati di mazza davanti ad un elefante.
Il rupestre più interessante di queste stazioni è una
stilizzazione di arciere: potrebbe trattarsi di incisione
arcaica in ragione della patina molto scura. Allo stes¬
so periodo sembra appartenere una raffigurazione
schematica di giraffe in corsa che è stata catturata al
laccio. Inoltre nel sito sono stati ritrovati numerosi
rupestri raffiguranti altri animali della più comune
fauna sahariana, catturati con trappole circolari.
La stazione, che è situata nei pressi della Guelta
Zemmour, ha fornito un centinaio di carri schematici
Aguentour el-Abiodh
Qui sono state ritrovate delle pitture sotto riparo,
tra cui due carri a due ruote trainati da buoi. Nei
pressi della stazione sono state rilevate anche delle
giraffe.
Dhar Qualata
Monod e Mauny hanno rinvenuto nei siti di
Makhrouga, Khadra, Kedama e Gleibat Klab Lakhe-
le, un certo numero di carri schematici.
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Massimo Baistrocchi: Via Denza, 27 - 00197 Roma ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
1
Massimo Baistrocchi
Arte rupestre dell’Oued In-Djeran
(Tadrart algerino)
Résumé — Quelques expéditions et Pétude de la littérature, très modeste et partielle, concernant Pargument ont per-
mis d’établir le répertoire pratiquement complet des stations de peintures et de gravures rupestres dans une zone limitée
du Tadrart méridional, comprenant l’Oued In-Djeran.
Les observations faites sur place permettent d’attribuer à un laps de temps très large et à des styles multiples, les spéci-
mens étudiés. En effet, nous avons trouvé des gravures de la phase tardive, mais aussi des peintures de la période bovidien-
ne ainsi que des signes appartenant à des phases plus récentes (aussi bien chevaline que décidément cameline).
Les influences relevées regardent le Tassili n’Ajjer, PAcacus et enfin le style dit «Ihéren-Tahilahi». Les attributions
peuvent ètre discutées sur la base de la littérature, et de diverses et récentes opinions sur chacun de ces arguments. Une
analyse critique de la classification et des influences stylistiques, ainsi qu’un commentaire relatif à la mise en place de cet
ensemble dans le cadre général de la préhistoire saharienne est donc possible.
Abstract — After some personal land-reconnaissances and after reviewing thè very partial littérature on thè subject, it
was possible to elaborate a probably quite accurate repertoire of thè stations of rock art in a limited zone of southern Ta¬
drart, which includes Oued In-Djeran.
The observations made have permitted thè attributions of thè locai specimens of rock art to a very large temporal lapse
and to many styles. For example many engravings from thè late naturalistic phases were found as well as examples of later
phases of thè Bovidian style and recent examples pertaining to thè Horse and Carnei phases.
A criticai analysis of thè influences and thè styles of thè Oued In-Djeran rock art in connection with thè Tassili n’Ajjer
and thè Acacus cultures, as well as thè Iheren-Tahilahi style, will allow us a better understanding of thè prehistory of this
particular region of thè Sahara.
La parte meridionale del massiccio di arenaria del
Tadrart è collocata in prossimità del tracciato sud¬
orientale del confine algero-libico. Essa si pone,
come uno sperone, fra l’area tendenzialmente pia¬
neggiante ma molto accidentata, che da un lato costi¬
tuisce il prolungamento verso sud-est del Tassili
n’Ajjer e dall’altro le grandi distese dell’estremo me¬
ridionale del Fezzan, a sud dell’ Acacus, dell’erg Tin
Merzouga.
Il presente studio è limitato alle stazioni di arte ru¬
pestre dell’Oued In-Djeran, un fiume disseccato che
attraversa l’estremità meridionale del massiccio del
Tadrart, la cui linea di scorrimento era orientata da
sud-ovest verso nord-est per andare a perdersi nelle
sabbie dell’Erg Tin Merzouga, dopo la confluenza
con l’Oued Moulenaga.
L’Oued In-Djeran è un piccolo microcosmo di un
certo interesse per lo studioso in quanto rappresenta,
pur nella brevità del suo corso, un elemento di colle¬
gamento, forse sarebbe meglio dire di cerniera, al
crocevia di flussi culturali importanti per il Sahara
centrale.
Come ha rilevato il Prof. Beltrami in una recente
nota, solo in cinque stazioni — delle quindici rilevate
nell’Oued In-Djeran — sono state osservate pitture,
mentre i restanti siti sono ricchi di incisioni rupestri:
il tutto assomma a varie centinaia di reperti, molti
dei quali a tutt’ oggi inediti. Le incisioni rappresenta¬
no i reperti più antichi e si inquadrano nel periodo
«bubalino»: essi sono in massima parte realizzati in
uno stile semi-naturalista e possono raggiungere an¬
che notevoli dimensioni. Le rappresentazioni più
numerose sono attinenti al periodo «bovidiano»;
un certo interesse è rappresentato dai bovini dalle
«corna in avanti», correlati più a reperti dell’Acacus
che non al Tassili n’Ajjer. Le pitture spaziano dal
«bovidiano» al «cavallino». Lo studioso A. Muzzo-
lini rileva un certo numero di pitture che potrebbe¬
ro ascriversi al gruppo europeide da lui definito di
Iheren-Tahilahi.
Tav. I - La regione dell’Oued In-Djeran (Tadrart algerino) al
confine tra Algeria e Libia.
86
MASSIMO BAISTROCCHI
Tav. II - Mappa delle stazioni rupestri dell’Oued In-Djeran
(Tadrart algerino).
Nel corso di una recente spedizione condotta dal
Prof. V. Beltrami e dallo scrivente, che aveva per sco¬
po appunto il rilevamento delle stazioni dell’Oued
In-Djeran, è stata rinvenuta una nuova stazione di
arte rupestre. La stazione presenta un certo interesse
poiché oltre a riprodurre pitture di bovidi in uno stile
ancora pregiato, contiene anche una scena di accam¬
pamento con due capanne semi-circolari, tipo zeriba,
e scene di vita quotidiane animate da vari personaggi
— pastori, donne e bambini — ed infine una scena di
accoppiamento.
La stazione (n. 5) è ubicata sulla riva sinistra del-
l’Oued In-Djeran, la prima su tale versante del fiu¬
me. Essa è situata in un anfratto, il cui ingresso è
sbarrato da una duna di sabbia. I dipinti sono stati
eseguiti su una superfìcie irregolare, non preparata,
in uno spazio abbastanza angusto, rientrante, poco
visibile a chi guarda dall’esterno la parete di roccia, a
destra dell’ingresso.
Al centro deH’affreaCO c’è un personaggio seduto
in ocra rossa, rivolto a sinistra, attorniato da altre fi¬
gurine (bambini?) ed a destra vi è il disegno in caoli¬
no bianco di una capanna semi-circolare. Sempre in
alto a destra, oltre una sporgenza della roccia, che in
pratica funge da divisorio della scena, vi è un perso¬
naggio in ocra con gonnellino bianco che si muove
verso destra. Al centro, dietro un bovide bianco ri¬
volto anch’esso a destra, vi sono ancora tre personag¬
gi seduti. In basso una seconda capanna, di forma
ovoidale bianca, più stilizzata della precedente.
Se uno esamina più da vicino la prima capanna si
notano tre punti bianchi, sul lato concavo basso del
semi-cerchio che delimita lo spazio abitativo, potreb¬
bero essere la rappresentazione di vasi o di altri con¬
tenitori (zucche?) per derrate alimentari.
La mandria di buoi, per lo più in ocra pezzati di
bianco, (con qualche animale bianco pezzato di ocra)
presenta delle stilizzazioni caratteristiche delle pittu¬
re rupestri rilevate e studiate nell’Acacus dalle mis¬
sioni dell’Università di Roma sotto la guida di Fabri¬
zio Mori e Barbara Barich. Le pitture appartengono
al periodo bovidiano medio (Mori classifica questo
stile come «pastorale») e possono essere fatte risalire
a 6.000 anni fa circa. La correlazione con i reperti pa¬
rietali dell’Acacus risulta in questo caso piuttosto
evidente. Va ricordato a proposito che nel sito di Uan
Muhuggiag, F. Mori ha potuto rinvenire frammenti
di pitture, associati in stratigrafia con dei carboni,
che esaminati al C14 hanno fornito datazioni ante
e post quem di 2780 e 5480 a.C.. Tali pitture sono
state iscritte dal ricercatore al periodo pastorale (bo¬
vidiano).
Tra le stazioni dell’Oued In-Djeran, merita una
particolare attenzione la stazione n. 2, quasi all’im¬
boccatura dell’Oued, poiché contiene un dipinto in
ocra rossa di una giraffa accucciata di eccezionale
tecnica, per perfezione stilistica e per maestria d’ese¬
cuzione. Si tratta di una figurazione del tutto inusua¬
le, che l’artista preistorico ha tracciato senza la mini¬
ma esitazione della mano, con tratto sicuro e conti¬
nuo, ciò che sta a indicare una padronanza assoluta
del mezzo tecnico ed un intento artistico specifico.
La stazione contiene anche, nelle immediate vici¬
nanze dei reperti, alcuni esempi caratteristici di labo¬
ratorio artigianale preistorico: una roccia carica di in¬
tagli era adibita alla affilatura degli strumenti litici,
un pozzetto ad incavo su dalle orizzontale svolgeva
funzioni di mortaio. Su uno spigolo di roccia vi è poi
una fila di 13 coppelle, la cui destinazione è ignota.
Nei prospicenti Oued Beringh e Erg Tin Merzou-
ga, vi sono poi numerosi altri siti rupestri di interesse
la cui descrizione esula dal presente studio. Si forni¬
sce peraltro, in annesso, una descrizione sommaria
di alcune stazioni dell’Erg Bohediane, nelle cui sab¬
bie si perde l’Oued In-Djeran.
BREVE REPERTORIO DELLE STAZIONI DELL’OUED IN-DJERAN
(Schede descrittive)
STAZIONE I (incisioni) - Spirale antica e motivi
spiraliformi, un personaggio (?) recente, una giraffa
dal mantello reticolato con spirale, altre giraffe, un
cerchio e caratteri tifinagh recenti.
STAZIONE II (dipinti) - Giraffa dal manto retico¬
lato in posizione accovacciata, rara rappresentazione
nel suo genere nel Sahara; capra in ocra rossa e due
pastori con testa a «fagiolo» in bianco e corpo in ocra
rossa ripassata al caolino; bovide in ocra rossa rivolto
a sinistra, con grandi pezzature bianche; quattro per¬
sonaggi in ocra rossa, in movimento verso destra,
seguiti da un bovide; altri due personaggi in ocra ros¬
sa, uno in piedi (a destra) e l’altro seduto; due per¬
sonaggi in ocra rossa, seduti, rivolti verso destra;
bovide e personaggio — sovrapposto alla testa del bo¬
vide — in ocra rossa; mandria di cinque bovidi in fila
a sinistra (testa in ocra rossa e corpi in bianco) all’ab¬
beverata. Tredici coppelle in fila su spigolo di roccia,
intagli di affilamento, incavo a pozzetto su roccia
orizzontale.
ARTE RUPESTRE DELL’OUED IN-DJERAN (TADRART ALGERINO)
87
STAZIONE III (dipinti) - Guerriero in ocra rossa
(recente?) con braccia rigonfiate, testa a «fagiolo» e
lancia nella mano sinistra; guerriero in ocra rossa, a
sinistra, con nella mano uno strumento (propulso¬
re?), con alle spalle due gazzelle; capra in ocra rossa
schematizzata (tarda); lanciere in ocra rossa che salta,
rivolto a sinistra, e riproduzione schematizzata della
stessa immagine (più recente); sotto due cani che as¬
salgono un muflone; capra in ocra rossa rivolta a sini¬
stra; cammello con soma in ocra rossa (tardo cameli-
no); personaggio bi-triangolare in bianco con lancia,
testa a «semi-fagiolo» con piuma; oggetto fallico (?).
STAZIONE IV (dipinti) - Due buoi in ocra rossa
rivolti a destra; riproduzione di un pozzo (?); due
personaggi bi-triangolari in ocra rossa; due buoi in
ocra rossa pezzati di bianco, sovrapposti; un perso¬
naggio in rosso che spinge un bovide bianco (il per¬
sonaggio sembra stare sul dorso del secondo bovi¬
de); grande affresco di una mandria di pecore bian¬
che; in basso piccolo personaggio a braccia alzate;
poi tre buoi, di cui due in ocra rossa (uno pezzato di
bianco) ed uno bianco con pezzatura del pelame in
ocra rossa; due personaggi in ocra rossa che si muo¬
vono verso destra; vari bovidi: due grandi animali, di
cui uno bianco dietro ad uno in ocra rossa col pella¬
me «zigrinato»; a destra altri tre buoi di cui uno bian¬
co e gli altri due pezzati; personaggio in ocra rossa
accucciato, due guerrieri in ocra rossa, di cui uno con
arco bianco ed il secondo sovrapposto ad una giraffa;
personaggio in ocra rossa con testa a «fagiolo» e ani¬
mali (?) bianchi; tre personaggi in ocra scura: quello
centrale — con corpo rivolto a sinistra ed il volto a de¬
stra — ha un gonnellino bianco; bovide in ocra rossa
ucciso e riverso.
STAZIONE V (dipinti) - mandria di buoi: in alto al
centro personaggio seduto in ocra rossa, rivolto a si¬
nistra, ed altre figurine (bambini?); a destra, disegno
in bianco di una capanna circolare (i tre puntini che
si vedono in basso potrebbero stare a rappresentare
dei contenitori per derrate alimentari). Al centro,
dietro un bovide bianco rivolto a destra, vi sono altri
tre personaggi seduti. In basso al centro un’altra ca¬
panna circolare bianca, più stilizzata. In alto a destra
personaggio in ocra con gonnellino bianco; perso¬
naggio seduto in ocra rossa, rivolto a sinistra, ed altre
figurine (bambini?); a destra, disegno in bianco di una
Fig. 1 - Stazione esterna (C890226). Giraffa dal mantello reti¬
colato e spirale - giraffe e cerchio e caratteri tifinagh recenti.
capanna circolare. Al centro, dietro un bovide bianco
rivolto a destra, vi sono altri personaggi seduti.
STAZIONE VI (dipinti) - Bovidi, di cui uno pezza¬
to con le corna rivolte verso il basso; altri bovidi pez¬
zati volti verso sinistra; ippopotamo (o rinoceronte?).
STAZIONE VII (incisioni) - Tre giraffe che «esco¬
no» dal terreno.
STAZIONE Vili (incisioni) - Iscrizioni in tifinagh
su di una roccia semi-circolare.
STAZIONE IX (incisioni) - Elefanti.
STAZIONE X(incisioni) - Grande giraffa con
manto reticolato tenuta ferma all’altezza del muso
da un guerriero con lancia che ha la parte inferiore
del corpo picchettata, a fianco due struzzi (di fattura
più recente, sotto un elefante (incisione più profonda
e quindi probabilmente anteriore alla grande incisio¬
ne della giraffa e dell’uomo); tre giraffe più piccole a
destra; bovide con grandi corna; scritte in tifinagh
(verticali) e scritte recenti in arabo (orizzontali); ele¬
fante con due occhi sulla stessa faccia; piccola giraffa
rivolta a sinistra; scritte in tifinagh.
STAZIONE XI (incisioni) - Grandi bovidi in fila,
dal manto macchiato e picchettato, di lavorazione
assai accurata (arcaici), rivolti a sinistra; sotto l’ani¬
male centrale vi sono due figurine di guerrieri (più
recenti); due dei bovini si affrontano.
STAZIONE XIII (incisioni) - Grande bovide: sot¬
to la pancia del bovide dal mantello picchettato vi è
una piccola figura di pastore in ginocchio (?) le corna
sono di forma lunata, picchettate.
STAZIONE XV (incisioni) - Scene di carattere
sessuale con tre personaggi itifallici dal naso pronun¬
ciato; testa di giraffa dal manto reticolato (arcaica) e
altre belle giraffe (arcaiche) dal manto reticolato ed
una più piccola a destra, il cui muso è finemente pic¬
chettato; quattro elefanti sovrapposti di periodo di¬
verso: la proboscide dell’esemplare più antico è evi¬
denziata con linee trasversali picchettate obliqua¬
mente dall’alto verso il basso (dovrebbero peraltro
essere di fattura più recente in ragione della diversa
patina); le zanne sono state picchettate prima di esse¬
re lisciate; uno degli esemplari del pachiderma più
recente è raffigurato in moto mentre defeca; quello
che lo precede è di fattura più rozza; sotto gli elefanti
vi è una serie di personaggi più tardivi picchettati,
che sembrano «giocare a palla».
Fig. 2 - Stazione I (incisioni) (s.n.). Incisioni al tratto Fino di
elementi di fauna sahariana.
MASSIMO BAISTROCCHI
* *
Fig. 3 - Stazione II (dipinti) (C890316). Giraffa dal manto reti¬
colato in posizione accovacciata, rara rappresentazione del suo
genere nel Sahara.
Fig. 4 - Stazione II (dipinti) (C890325). Quattro personaggi in
ocra rossa, in movimento verso destra, seguiti da un bovide.
Fig. 5 - Stazione III (dipinti) (C890405). Guerriero in ocra ros¬
sa, a sinistra, con nella mano uno strumento (propulsore?), con
alle spalle due gazzelle.
Fig. 6 - Stazione III (dipinti) (C890411). Personaggio triangolare
in bianco con lancia, testa a «semi-fagiolo» con piuma.
Fig. 7 - Stazione IV (dipinti) (C890422). Mandria di pecore
bianche; in basso piccolo personaggio a braccia alzate.
Fig. 8 - Stazione IV (dipinti) (C890427). Personaggio in ocra
rossa accucciato, due guerrieri in ocra rossa, di cui uno con arco
bianco ed il secondo sovrapposto ad una giraffa.
ARTE RUPESTRE DELL’OUED IN-DJERAN (TADRART ALGERINO)
89
Fig. 9 - Stazione IV (dipinti) (C890431). Bovide in ocra rossa
ucciso e riverso.
Fig. 12 - Stazione V (inedita) (dipinti) (C890510). Dettaglio del¬
la capanna: i tre puntini che si vedono in basso potrebbero stare a
rappresentare dei contenitori per derrate.
Fig. 13 - Stazione V (inedita) (dipinti) (C890515). Dettaglio del¬
la capanna bianca inferiore.
Fig. 10 - Stazione V (inedita) (dipinti) (C890508). Mandria di
buoi: in alto al centro personaggio seduto in ocra rossa, rivolto a
sinistra, ed altre figurine (bambini?); a destra, disegno in bianco
di una capanna circolare. Al centro, dietro un bovide bianco
rivolto a destra, vi sono altri tre personaggi seduti. In basso al
centro un’altra capanna circolare bianca, più stilizzata. In alto a
destra personaggio in ocra con gonnellino bianco. Dettaglio della
mandria con in alto ed in basso le capanne in bianco.
Fig. 14 - Stazione VI (dipinti) (C890522). Bovidi, di cui uno pez¬
zato con le corna rivolte verso il basso.
Fig. 11 - Stazione V (inedita) (dipinti) (C890509). Dettaglio del
personaggio con il gonnellino bianco che si muove verso destra.
Fig. 15 - Stazione VI (dipinti) (C890528). Mandria di bovidi
pezzati.
MASSIMO BAISTROCCHI
Fig. 16 - Stazione Vili (incisioni) (C890535). Tre giraffe che
«escono» dal terreno.
Fig. 19 - Stazione X (incisioni) (C890605). Grande giraffa con
manto reticolato tenuta ferma all’altezza del muso da un guerrie¬
ro con lancia che ha la parte inferiore del corpo picchettata, a
fianco due struzzi di fattura più recente, sotto la rappresentazio¬
ne di un elefante. Tre giraffe più piccole a destra. Bovide con
grandi corna; scritte in tifinagh (verticali) e scritte recenti in arabo
(orizzontali).
Fig. 17 - Stazione Vili (incisioni) (C890532). Tre giraffe che
«escono» dal terreno, dettaglio.
Fig. 18 - Stazione IX (incisioni) (C890602). Elefanti.
Fig. 20 - Stazione X (incisioni) (C890606). Particolare delle tre
giraffe.
Fig. 21 - Stazione XI (incisioni) (C890614). Visione d’assieme
dell’incisione rappresentante grandi bovidi di bella fattura.
Fig. 22 - Stazione XI (incisioni) (C890611). Due bovini della se¬
rie precedente che si confrontano.
ARTE RUPESTRE DELL’OUED IN-DJERAN (TADRART ALGERINO)
91
Fig. 24 - Stazione XIII (incisioni) (C890707). Grande bovide:
dettaglio della testa.
Fig. 28 - Stazione XV (incisioni) (C890722). Altri due elefanti:
uno più antico raffigurato in moto mentre defeca ed uno davanti
di fattura più rozza (recente).
MASSIMO BAISTROCCHI
STAZIONI DELL’ERG BOHEDIANE
STAZIONE A (incisioni) - Bovino in rilievo di bel¬
la fattura assieme ad altri animali di fattura più rozza,
tra cui due struzzi ed un cervide; altro bovino di fat¬
tura più rozza, volto a sinistra.
STAZIONE B (incisioni) - Grande dalle orizzonta¬
le con incisioni di impronte varie (uomini ed anima¬
li); elefante schematizzato; bella testa di antilope
dalle lunghe corna a forma di lira.
STAZIONE B/bis (incisioni) - Struzzi e giraffe ed
in alto una specie di reticolato;
STAZIONE C (dipinti) - Grande affresco di figure
in ocra rossa bi-triangolari con testa a bastoncino, so¬
vrapposte a figurine bianche armate di lancia di ec¬
cellente fattura (di fattura più antica); vi sono anche
alcune donne con vesti sino alle caviglie, sovrapposte
a figurine più antiche in bianco; personaggi in movi¬
mento, alcuni con gonnellino; in basso a sinistra fi¬
gura in ocra rossa più scura (arcaica) con testa a «fa¬
giolo», con bastone in mano, seguito da una capra
(?); bovide bianco di fattura rozza; scena di carattere
Fig. 29 - Stazione A (incisioni) (C890802). Bovino in rilievo.
Fig. 30 - Stazione B (incisioni) (C890808). Elefante schema¬
tizzato.
sessuale: l’uomo, che sta di fronte alla donna a gam¬
be divaricate e che si tiene con le mani le caviglie,
porta una specie di gonnellino; guerriero bi-triango-
lare in corsa; serie di figurine bianche; in basso un
bovide dal tratto fine, schizzato velocemente; grande
personaggio bi-triangolare bianco con piuma sul ca¬
po; due personaggi in ocra rossa bi-triangolari di cui
uno con la lancia e scudo quadrato; coppia di uomo e
donna, quest’ ultima con gonna bianca; un cammello
in ocra bianca, molto stilizzato e rozzo; un grande
personaggio bi-triangolare è circondato da figurine di
guerrieri nello stesso stile, armati di lancia e bastoni.
STAZIONE D (dipinti) - Personaggio in ocra ros¬
sa, cammello in ocra rossa, bovidi in ocra bruna e
in bianco; bovidi bianchi; giraffa bianca: il pella¬
me reticolato del collo è stato finemente eseguito;
personaggi bianchi con testa a «fagiolo»; bovide pez¬
zato; cammello e cavaliere; personaggio dipinto in
bianco, contornato d’ocra rossa; mandria di buoi
bianchi.
Fig. 31 - Stazione B (incisioni) (C890811). Capride (?) stilizzato.
Fig. 32 - Stazione B/bis (incisioni) (C890813). Struzzi e giraffe
ed in alto una specie di reticolato (trappola?).
ARTE RUPESTRE DELL’OUED IN-DJERAN (TADRART ALGERINO)
93
Fig. 33 - Stazione C (dipinti) (C890825). Grande affresco con
figure bi-triangolari con teste a bastoncino.
Fig. 34 - Stazione C (dipinti) (C890816). Figure in ocra rossa bi-
triangolari con testa a bastoncino, sovrapposte a figurine bianche
armate di lancia di eccellente fattura (di manifattura più arcaica).
Fig. 35 - Stazione C (dipinti) (C890822). Guerriero bi-triango-
lare in posizione di corsa.
Fig. 36 - Stazione C (dipinti) (890826). Giraffa bicolore in corsa;
in basso un bovide dal tratto fine, schizzato velocemente alla ma¬
niera moderna.
Fig. 37 - Stazione C (dipinti) (C890828). Grande personaggio
bi-triangolare bianco con piuma sul capo.
Fig. 38 - Stazione D (dipinti) (C 890910). Personaggi bianchi
con testa a fagiolo.
MASSIMO BAISTROCCHI
Fig. 39 - Stazione D (dipinti) (C890913). Personaggio dipinto in Fig. 40 - Stazione D (dipinti). (C890911). Bovide pezzato,
bianco, contornato d’ocra rossa.
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Barbara E. Barich
Culture del Sahara libico-egiziano
Strategie sul campo - Modelli di interpretazione
Résumé - On rappelle synthétiquement les résultats scientifiques que PUniversité de Rome a obtenu durant ses
missions en Libye et en Egypte et on souligne la conception unitaire de telles recherches. Elles ont été conduites sur la
base du paradigme environnemental et le concept de l’adaptation dominant l’archéologie «processuelle» des années 70.
Le nouvel essor de nos études dans la direction d’une approche post-processuelle ouvre maintenant des nouvelles
possibilités à la recherche préhistorique. L’intégration des nouvelles idées avec le paradigme traditionnel faciliterà une
méthodologie plus flexible, particulièrement adequate à l’étude des documents d’art rupestre.
Abstract — The paper recalls synthetically thè results achieved by thè University of Rome in thè Libyan and thè
Egyptian Sahara and thè unitarian approach in thè research. Such an approach was inspired by thè environmental and
adaptational paradigm which dominated thè processual archaeology of thè 1970’s.
Currently, thè change in our studies towards post-processual orientations is opening new dimensions to thè prehisto-
rical research. It is suggested here that thè new directions, if integrated with thè environmental paradigm, will promote a
more flexible methodology, particularly appropriate to thè study of rock art.
INTRODUZIONE
Uno dei punti chiave della ricerca archeologica
condotta nel Sahara negli ultimi anni è stato l’incre¬
mento degli studi ambientali (cf. Barich in stampa).
Esso ha coinciso con le tendenze analoghe sviluppa¬
te dalla scuola processuale 0), tuttavia nel contesto
degli studi sahariani il riferimento a tale ambito di ri¬
cerca quasi mai è esplicitato come modello teorico o
paradigma spartito in forma conscia. Si può dire,
piuttosto, che dovendosi cimentare con società pres¬
so le quali l’impatto ambientale è stato di importanza
fondamentale nelle strategie adottate dal gruppo,
questo specifico campo di indagine ha portato natu¬
ralmente alla pratica integrata di geo-archeologia
(Butzer 1982). Le posizioni assunte di volta in volta
nell’ambito di tale ricerca hanno ricevuto un diffe¬
rente grado di rielaborazione critica, in base alla for¬
mazione specifica dei ricercatori.
L’utilizzazione di modelli per spiegare il cam¬
biamento aH’interno della società esprime una
maggiore consapevolezza nell’aderire al paradig¬
ma processuale e, insieme, un più alto potenziale
per la comprensione dei fenomeni preistorici. Lo
spettro di utilizzazione è vario: da struttura di
spiegazione — anche descrittiva — di fenomeni
umani articolati con l’ambiente, a computi sofisti¬
cati che estrapolano le conoscenze da altri campi,
sempre collegati all’uomo (economia, demografìa,
ecologia) per applicarli al terreno archeologico.
Nel primo gruppo rientrano i disegni tracciati da
J. D. Clark (1984, 1989) per le società del Sudan e
dell’Africa Orientale; o il modello di utilizzazio¬
ne dell’area geografica strutturato secondo l’alter¬
nanza stagionale e l’andamento delle pioggie
(Wendorf et al. 1990). Sviluppato in senso diacronico
questo modello dà conto della modificazione, nel
tempo, dell’occupazione alfinterno di una data area
geografica (Hassan, McDonald 1987; McDonald in
stampa).
L’ HABITAT DEL SAHARA CENTRO-ORIENTALE: ORIENTAMENTI DI RICERCA
La considerazione dell’ambiente come fattore di
interazione con la società e la cultura caratterizza il
progetto nell’Oasi di Farafra (Sahara Egiziano) ini¬
ziato nel 1987, che la scrivente dirige in collaborazio¬
ne con Fekri A. Hassan. Esso sviluppa e attualizza
metodi, finalità, procedure che furono applicate ad
un progetto di ricerca in Libia, nell’area dell’Aca-
cus (2) (Fig. 1). Elemento comune ad entrambi è la
considerazione dell’habitat come elemento di in¬
contro e di continuità su ampie estensioni territo¬
riali. Per quanto riguarda l’Olocene, elemento di¬
namico nella colonizzazione delle aree geografi¬
che e negli adattamenti economici è stata la varia
disponibilità di acqua attraverso la serie delle
oscillazioni umido-secco. Alla circolazione monso¬
nica e, in particolare, allo spostamento della zona di
(') Sono ben noti i precedenti metodologici di questo indirizzo che, tra l’altro, si è ispirato ai concetti della geografia
storica (Hagget 1965).
(2) Mi riferisco alla «Missione Congiunta Libico-Italiana per Ricerche Sahariane», diretta da F. Mori e S. M. Puglisi,
nel cui ambito la scrivente agiva come vice-direttore, responsabile degli scavi.
BARBARA E. BARICH
76
convergenza intertropicale, vengono ricondotte le
cause di tali alterazioni climatiche. Si è dimostrato
che i diagrammi pollinici del primo Olocene pre¬
sentano uno spostamento verso nord della zona di
influenza tropicale sia riguardo alla vegetazione
sudanese-saheliana sia riguardo all’estensione del¬
le piogge (Neumann 1989).
Soprattutto gli studi intrapresi nel Sahara Orienta¬
le permettono di datare con precisione le fasi di
oscillazione climatica a partire da circa 10.000 anni da
oggi (Tab. 1). D’altro lato è possibile correlare tali
eventi climatici con altri, cronologicamente corri¬
spondenti, dal Paleo-Chad, dal Tibesti e dal Mali. In
tal modo la sequenza climatica diviene il riferimento
per interpretazioni di tipo antropologico dei cambia¬
menti nella sussistenza, nel tipo di occupazione, nel¬
la struttura sociale.
Alla base della ricerca nell’Acacus c’é l’aspirazione
ad un metodo multidisciplinare in cui il fatto archeo¬
logico è visto e spartito da più angolazioni. Nella
prassi della ricerca si è privilegiato all’inizio lo scavo
sistematico di insediamenti. Questa esigenza era av¬
vertita anche per agganciare la documentazione arti¬
stica ad un saldo contesto archeologico «materiale».
L’impostazione del lavoro — inizi degli anni ’70 —
avveniva nell’ambito della archeologia funzionalista
dal che una interpretazione pragmatica dell’arte: de¬
siderio di correlare l’arte a un contesto stratigrafico
specifico da cui attingere significati.
Tab. 1 - Sequenza climatica del Sahara orientale
(Hassan 1990)
Early Holocene
Seiima Wet Phase
Dry Phase I
El-Beid Wet Phase
Dry Phase II
Nabta Wet Phase I
Dry Phase III
Nabta Wet Phase II
Dry Phase IV
Nabta Wet Phase III
Dry Phase V
Middle Holocene
El-Heiz Moist Phase
Dry Phase VI
El-Kharga Moist Phase I
Dry Phase VII
El-Kharga Moist Phase II
Late Holocene
Dry Phase Vili
Minor Moist Phase I
Dry Phase IX
Minor Moist Phase II
Dry Phase X
Minor Moist Phase III
Dry Phase XI
10,300-9700 bp
9700-9350 bp
9350-8700 bp
8700-8600 bp
8600-8200 bp
8200-8100 bp
8100-7900 bp
7900-7700 bp
7700-7100 bp
7100-6900 bp
6900-6100 bp
6100-5900 bp
5900-5000 bp
5000-4900 bp
4900-4500 bp
4500-3900 bp
3900-3500 bp
3500-2950 bp
2950-2900 bp
2900-2000 bp
2000-1500 bp
1500-Present
CULTURE DEL SAHARA LIBICO-EGIZIANO
97
Fig. 2 - Oasi di Farafra (Egitto). Erosione eolica a E1 Bahr Playa.
La ricerca nell’Acacus è poi sfociata nel disegno di
un profilo regionale di occupazione in cui le serie
stratigrafiche vengono raccordate per ricostruire un
modello economico in sviluppo. In una prospettiva
più ampia, lo stesso modello è ritenuto conveniente
per spiegare l’insorgenza dell’economia produttiva in
altri territori del Sahara orientale (Barich ed. 1987).
A Farafra, invece, sin dall’inizio la ricerca è stata
orientata su una scala ampia, nell’ambito della de¬
pressione. Si è voluto ricostruire il disegno di occu¬
pazione legato alla formazione delle playas dell’Olo¬
cene (Barich, Hassan 1987; 1984-87). Durante il corso
dell’Olocene le depressioni oggi corrispondenti alle
oasi furono occupate a varie riprese da acque che
hanno lasciato caratteristici sedimenti {playas ), facil¬
mente erodibili, al cui interno sono abbondanti i ma¬
nufatti preistorici (Fig. 2). Il riconoscimento delle
differenti fasi di umidità, o di playa, è quindi indi¬
spensabile per comprendere l’andamento dell’occu¬
pazione umana. Pertanto un lavoro integrato geolo¬
gico e archeologico è fondamentale come nucleo di
ulteriori aggregazioni multidisciplinari.
Riguardo al tipo delle occorrenze archeologiche,
esse presentano una distribuzione molto dispersa co¬
prendo complessivamente ampi spazi, all’interno e
all’esterno dell’oasi. I siti rinvenuti, in genere resti di
occupazione di breve sviluppo, sono prevalentemen¬
te piccoli, rarefatti e quasi mai presentano stratigrafia.
DAI DATI AL MODELLO
L’interpretazione dei dati ha attribuito forte enfasi
all’approccio geo-archeologico, alla utilizzazione di
modelli ecologici e del modello dell’adattamento.
Nell’Acacus, (Fig. 3) dopo un ciclo di oltre quindici
anni di ricerca, si è arrivati a ricostruire una sequenza
in sviluppo utilizzando il forte potenziale dato dai
documenti materiali, essenzialmente la disponibili¬
tà di depositi ben conservati, tali da coprire tutti i
settori di documentazione e di analisi. Complessi ce¬
ramici e litici ricchi e differenziati, la ricchezza delle
faune e delle collezioni botaniche. Soprattutto la
profondità della sequenza cronologica ha permesso
una lettura combinata delle stratigrafie.
La stratigrafia di Ti-n-Torha Est, tenendo conto di
argomenti climatici, è stata interpretata nel modo se¬
guente. L’abitazione umana inizia come insediamen¬
to stagionale durante la stagione secca — l’inverno —
ed acquista carattere più permanente nel corso del¬
l’intervallo arido, riconosciuto sia nel Tibesti che nel
Deserto Occidentale e collocabile tra 8500 e 8200 bp.
Questo trend è comunque correiabile con quello, ge¬
nerale, osservato sia nel Niger che nel Mali. Lo stabi-
BARBARA E. BARICH
Fig. 3 - Tadrart Acacus (Libia). Panoramica di Uadi Auis.
lizzarsi dell’occupazione, riconoscibile nella trasfor¬
mazione strutturale deH’insediamento con l’inseri-
mento di blocchi di pietra per definire singoli vani,
ha indubbi riflessi anche sui rapporti del gruppo con
l’ambiente immediatamente circostante.
I livelli corrispondenti alle strutture mostrano una
marcata presenza di Ammotragus (56%) e — dubitati¬
vamente — resti di un bovide («large sized bovid»,
Gautier 1977:82-97; 1987). Tali documenti, uniti alla
identificazione di due specie di Pennisetum ( Pennise -
tum ciliare (L) e Pennisetum sp.) (Wasylikowa in
stampa) sono stati l’argomento a favore del pre-adat-
tamento o, comunque, la disposizione verso pratiche
di domesticazione da parte della comunità. Come
sappiamo il miglio è tipico dei giacimenti del centro-
ovest sahariano. La sua individuazione a Due Grotte
e nell’orizzonte inferiore di Uan Muhuggiag, intro¬
duce elementi di precisazione delle attività economi¬
che dei gruppi umani, e conferma lo svolgimento di
attività di raccolta di grani selvatici. Per questi motivi
la situazione pienamente pastorale documentata da
vari giacimenti, prevalentemente nell’area interna
del massiccio (Uan Muhuggiag, Uan Tabu, Uan Te-
lokat) è stata giudicata come un esito dei primi espe¬
rimenti di domesticazione, enfatizzando l’apporto
locale e riducendo al minimo gli apporti dall’esterno
(Barich 1987a).
II modello che è stato proposto è adeguato alle
spiegazioni degli inizi di attività di produzione ali¬
mentare fornite da studi di antropologia culturale sia
su società attuali che su società preistoriche (Hayden
981, Yesner 1980). È un modello ecologico che enfa¬
tizza la fluttuazione delle risorse come fattore di di¬
versificazione e incremento della base di sussistenza.
Seguendo il modello è stato rivalutato l’apporto au¬
toctono nella transizione alla produzione e se ne è
indicata la validità in senso più ampio, facendo riferi¬
mento alla sfera delle comunità sahariane tra primo e
medio Olocene (Barich 1987b).
A Farafra la ricerca è ancora molto giovane (è ini¬
ziata nel 1987). Data la natura della documentazione
si utilizzano elementi differenti per la generazione di
ipotesi tra cui il modello di insediamento all’interno
e i rapporti verso l’esterno. I rapporti con l’esterno
vengono verificati rispetto alle altre Oasi e alla Valle
del Nilo, ritenendo di attribuire alle oasi settentrio¬
nali un ruolo di mediazione lungo gli itinerari seguiti
dai gruppi umani dall’ovest sahariano verso la Valle
del Nilo (Barich, Hassan 1990).
L’ampia depressione di Farafra (ca. 10000 Kmq)
è situata quasi al centro del Deserto Occidentale
(Fig. 4). In uno studio recente F. A. Hassan ha ana¬
lizzato gli aspetti geomorfologici e paleoclimatici
della regione, indicando una sequenza che copre tut¬
to l’Olocene iniziale e medio (9300-4500 bp) (Hassan
in Barich, Hassan 1984-87: 140). Durante tale periodo
il Deserto Occidentale fu percorso da piccole entità
nomadi che lasciarono traccia della loro occupazione
su grandi distanze.
Il lavoro sul terreno, organizzato secondo surveys
a ampio raggio, ha praticamente coperto l’intera su¬
perficie della depressione. All’interno dei numerosi
rinvenimenti è possibile riconoscere orientamenti
che si configurano come sfere distinte. Di queste
Qasr Farafra è il nucleo centrale, Rajih rappresenta
l’aspetto più orientale, mentre la regione Ain Dalla,
CULTURE DEL SAHARA LIBICO-EGIZIANO
99
Fig. 4 - Oasi di Farafra (Egitto). Veduta del Qasr Farafra.
con la quale può essere collegato il sito di Bahr Playa,
costituisce il nucleo più densamente popolato.
Mentre i siti studiati nella regione di Qasr Farafra
e di Rajih sono collegati a formazioni di playa, quelli
riconosciuti presso l’oasi di Ain Dalla sono in rap¬
porto a formazioni del tipo sebkha. In quest’ultimo
caso il numero dei manufatti rilevati è risultato più
alto di quello dei piccoli complessi di Qasr Farafra. Si
è quindi supposto che l’occupazione di Qasr Farafra
e di Rajih sia da attribuire a piccoli gruppi mobili che
occuparono la regione durante brevi periodi e che, al
contrario, i complessi da Ain Dalla siano testimo¬
nianza di gruppi più ampi che avevano iniziato un
processo di sedentarizzazione. L’ipotesi sembra par¬
ticolarmente appropriata per Bahr Playa, dove sono
state riconosciute cinque aree di occupazione le cui
caratteristiche tecnologiche denunciano fasi diffe¬
renziate di sviluppo, dal Medio al Tardo Neolitico.
Anche sulla base delle datazioni radiocarbonio
(Tab. 2) si può supporre una trasformazione del mo¬
dello di insediamento e delle attitudini economiche
in stretta relazione con le disponibilità climatiche.
Una maggiore mobilità, forse associata alla prima do¬
mesticazione di bovini, fu indotta dal carattere inter¬
mittente delle precipitazioni nel corso dell’Olocene
inferiore. Durante questo periodo si stabilirono con¬
tatti con l’occidente sahariano. Per contro, tra 8,600 e
7,000, piogge frequenti e distribuite regolarmente
durante l’arco dell’anno e la conseguente maggiore
disponibilità di risorse, favorirono una mobilità a
breve raggio e la ripresa di attività di caccia. Il pasto-
ralismo nomadico si diffonde tra 7,000 e 6,000 quan¬
do si instaura un regime più arido con brevi periodi
di crisi (50-100 anni). Tali condizioni spingono veri
movimenti di pastori dal Sahara verso terre più
prospere. In quel momento le oasi, veri serbatoi di
acqua, vennero a svolgere il loro ruolo di sosta nella
traversata del deserto e di avvicinamento ai territori
nilotici (Barich, Hassan, Mahmoud in stampa).
Tab. 2 - Date radiocarbonio da Farafra
(Deserto occidentale, Egitto)
(G. Belluomini, Università di Roma «La Sapienza»)
PROSPETTIVE
Il metodo e i risultati raggiunti, che ho sintetizzato
fin qui, sono un esempio di procedimento di analisi e
di sviluppo di dati secondo una metodologia scienti¬
fica. Gli attuali orientamenti dell’archeologia verso
gli aspetti individuali e umani che operano all’inter¬
no della registrazione archeologica (il passato come
un «testo» da leggere, l’archeologia come riscrittura)
spinge a scendere di più al profondo. In contrasto
BARBARA E. BARICH
con l’oggettività e la generalizzazione delle ricostru¬
zioni utilizzate finora, «soggettivizzare» la ricostru¬
zione evidenziando come l’esterno agisca sull’attore.
Come situazioni ambientali sfavorevoli, o situazioni
di privilegio, o determinanti di natura sociale venga¬
no recepite individualmente. Tale assunto sembre¬
rebbe particolarmente valido per la sfera dell’arte.
I risultati della ricerca nell’Acacus hanno fornito
una cornice di riferimento per il contesto artistico.
Correlare la sequenza artistica a una sequenza di cro¬
nologia assoluta permette indubbiamente di condur¬
re l’analisi dei contenuti su basi più circostanziate.
Tuttavia si opera a un livello differente da quello dei
significati, rimanendo sul piano della cronologia e
delle forme di sussistenza.
Se, ad esempio, prendo in considerazione una del¬
le più ricche scene dell’Acacus — il complesso parie¬
tale di Uan Amil (cfr. Mori 1965) - ne ricavo una pri¬
ma lettura, di argomento realistico, che rappresenta
la vita all’interno di un gruppo. Ne conseguono ri¬
flessioni riguardo ai tipi rappresentati — bianchi me¬
diterranei — e di seguito riflessioni di tipo cronologi¬
co e stilistico (cfr. Barich 1990). Esaurito questo livel¬
lo ci si accorge che non si è detto niente circa il mon¬
do emotivo che ha operato nell’autore/i delle scene.
Questo settore di studio può essere altamente fa¬
vorito dalla riflessione che viene oggi condotta nella
nostra disciplina e dal porre l’accento sugli aspetti
cognitivi che operano all’interno della documenta¬
zione archeologica (Renfrew 1989, Hassan 1988-89 e
questo Volume). Si tratta di operare un’analisi dal¬
l’interno dei documenti e nei documenti; enucleare
schemi ricorrenti associando gli schemi grafici a
schemi mentali da controllare sul terreno della psico¬
logia e della etnologia; formulare modelli. Succes¬
sivamente cercare conferma ai modelli utilizzando
i dati della ricerca sul campo — la componente ma¬
teriale del record — per controllo di ipotesi formula¬
te in stretta aderenza alla componente cognitiva e
simbolica.
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Barbara E. Barich, Cecilia Capezza, Cecilia Conati Barbaro
& Bruno Marcolongo
Civiltà preistoriche del Jebel Gharbi (Libia).
Progetto archeologico congiunto libico-italiano
Résumé — Le projet lybico-italien dans le Jebel Gharbi est né en automne 1989, gràce a la collaboration entre l’Uni-
versité de Rome «La Sapienza» et le Département des Antiquités de la Lybie. Le projet a pour but la reconstruction de l’en-
vironnement et de la séquence culturelle préhistorique de la région du Jebel Gharbi. Des prospéctions archéologiques et
géomorphologiques sont conduites afin de comprendre aussi les relations entre les ressources naturelles et l’occupation
humaine pendant le Pléistocène et l’Holocène.
Abstract - The Lybian-Italian joint project in thè Jebel Gharbi between thè University of Rome «La Sapienza» and thè
Lybian Department of Antiquities has started in autumn 1989. The aim of thè project is to reconstruct thè environment and
thè cultural sequence of thè prehistoric past of thè Jebel Gharbi region. This will be achieved by means of systematic
archaeological and geomorphological surveys in order to understand thè relationships between naturai resources and
human settlement during Pleistocene and Holocene.
Il Jebel Gharbi è posto al confine dei due elementi
morfologici principali della Tripolitania: la piana co¬
stiera della Gefara e il «Tripolitanian Plateau». Geo¬
logicamente il Jebel risulta costituito da una mesocli-
nale di sedimenti marini e continentali mesozoici la
cui età è compresa tra il Trias medio-superiore ed il
Cretaceo superiore (Fig. 1).
Fig. 1 - La regione del Jebel Gharbi a SW di Tripoli (Libia).
Il Progetto archeologico Libico-italiano — che ope¬
ra sulla base di una convenzione tra l’Università di
Roma «La Sapienza» e il Dipartimento delle Antichi¬
tà della Libia — è iniziato nell’autunno 1989. Esso è
diretto congiuntamente da Barbara E. Barich e da
Giuma E1 Anag. Hanno partecipato alle due Missioni
1989 e 1990: Cecilia Conati Barbaro, Cecilia Capezza,
Enrico Barich, Bruno Marcolongo, Carlo Giraudi,
Francesca Lugli, Ibrahim E1 Azabi, Suleiman Sassi
E1 Haris, Ali Salem Grada, Sahlah Ali Hattab, Moha-
med Abu Gela, Taher Ahmed Innabi.
Dell’area si avevano notizie e indicazioni fram¬
mentarie relative a ricerche non sistematiche succe¬
dutesi nel corso degli anni (Fabbri-Winorath Scott,
Del Fabbro, Vita Finzi). Studi più sistematici sono
dovuti agli inglesi C. B. M. McBurney e R. W. Hey
nella regione di Wadi Ghan; a P. Neuville e J. Jelinek
nella regione di Tarhuna (riparo di Abiar Miggi).
L’unica sintesi ed inquadramento degli aspetti cultu¬
rali della regione si deve finora a McBurney, il quale
considera complessivamente le industrie riconosciu¬
te come sviluppi tecnologici locali. Esse sarebbero
Fig. 2 - Jebel Gharbi (Libia). Riparo in grotta nell’Uadi Ain
Zargha.
BARBARA E. BARICH, CECILIA CAPEZZA, CECILIA CONATI BARBARO & BRUNO MARCOLONGO
HE
sintomatiche di adattamento a opportunità ecologi¬
che differenziate (McBurney, Hey 1947), Il nucleo
del Jebel Gharbi può esser confrontato con quello,
corrispondente, della Cirenaica costiera (Jebel Akh-
dar) per la possibilità di indagare il locale sviluppo
delle industrie su lama del Paleolitico Superiore da
un precedente orizzonte Medio Paleolitico di tradi¬
zione musteriana. Tale sequenza può essere estesa
fino agli aspetti neolitici e al conseguente sviluppo
della produzione agricola.
Il lavoro della Missione congiunta è organizza¬
to come survey geo-archeologica su ampia scala
per studiare le relazioni esistenti tra distribuzione
delle risorse naturali (acque, suoli, vegetazione) e
modelli e tipologia dei siti archeologici. Il lavoro
si è sviluppato nella regione che converge sulla cit¬
tà di Jado, nella porzione centro-occidentale del
Jebel e si è concentrato su alcune aree preferenziali
di ricerca: Uadi Ain Zargha, Uadi Saada, Uadi Masr
(Figg. 2 e 3).
Fig. 3 - Jebel Gharbi (Libia). Uadi Masr.
Fig. 4 - Jebel Gharbi (Libia). Sezione stratigrafica rilevata nel-
l’Uad’ Ghan.
15
16
1 ig. 5 - Jebel Gharbi (Libia). Industria Ateriana da Uadi Ghan (da: McBurney, Hey 1955).
CIVILTÀ PREISTORICHE DEL JEBEL GHARBI (LIBIA). PROGETTO ARCHEOLOGICO CONGIUNTO LIBICO-ITALIANO
103
Fig. 6 - Jebel Gharbi (Libia). Industria «Neolitica» da Uadi Ghan (da: McBurney, Hey 1955).
Fig. 7 - Jebel Gharbi (Libia). Sezione stratigrafica su terrazzo
fluviale di Uadi Ginnaun.
McBurney ha lasciato importanti osservazioni sul¬
la stratigrafia di Uadi Ghan nella regione di Garian
(Fig. 4), dove una facies più tarda classificata come neo¬
litica, appare sovrapposta ad una Ateriana e ad altre
specializzazioni regionali (come la cultura microlitica
identificata lungo le coste del Golfo della Sirte)
(Figg. 5 e 6).
Fig. 8 - Jebel Gharbi (Libia). Bifacciale Acheuleano da Hosha
Ginnaun.
BARBARA E. BARICH, CECILIA CAPEZZA, CECILIA CONATI BARBARO & BRUNO MARCOLONGO
•04
Una situazione simile a quella dello Uadi Ghan è
stata individuata nello Uadi Ginnaun (Fig. 7). Que¬
st’area, situata allo sbocco dell’Ain Zargha, presenta
terrazzi fluviali formatisi a partire dal Pleistocene In¬
feriore. Nel corso della Missione 1990 sul terrazzo
più antico sono state rinvenute due bifacce acheulea-
ne associate ad altri prodotti di scheggiatura (Fig. 8).
La stratigrafia visibile sulle due sponde dello Uadi
Ginnaun presenta sedimenti alluvionali di fase tor¬
rentizia, depositati durante una fase con forti precipi¬
tazioni nel corso del Pleistocene, coperti da limi sot¬
tili formatisi durante l’Olocene. Le due serie strati-
grafiche sono associate, rispettivamente, a industria
mustero-ateriana e a prodotti foliati di tradizione
neolitica.
Depositi stratigrafici di forte spessore sono visibili
nei ripari scavati nella roccia calcarea. Essi si aprono
con orientamento Sud a vari metri dal fondo attuale
degli uidian. In uno di questi — Umm el Grib (Fig. 9)
— è stato impiantato uno scavo che dovrà essere con¬
tinuato nelle campagne future. Il materiale raccolto,
consiste in un tipo di industria ipermicrolitica per la
quale è al momento difficile indicare l’ambito di rife¬
rimento. Non sembra possibile collegare il sito ad at¬
tività di sfruttamento delle risorse acquatiche, poiché
la portata dello Uadi non doveva differire molto da
quella attuale. Si può invece supporre una frequenta¬
zione sporadica stagionale del riparo da parte di
gruppi legati maggiormente al più ricco catchment
dell’altopiano circostante.
Fig. 9 - Jebel Gharbi (Libia). Scavo nel riparo di Umm el Grib.
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Cecilia Capezza: Institute of Archaeology - 31-34 Gordon Square - WC1H OPY, London Gran Bretagna
Cecilia Conati Barbaro: Museo delle Origini - Università di Roma «La Sapienza»
Piazzale Aldo Moro, 5 - 00185 Roma ITALIA
Bruno Marcolongo: Istituto di Geologia Applicata - CNR
35100 Padova ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Vanni Beltrami
Considerazioni sull’arte rupestre del nord- est nigerino
Résumé — Un répertoire qui vient de paraìtre dans «Africa» - officiel de l’Istituto Italo-Africano - a résumé les locali-
sations de l’art rupestre du Djado, de l’Afafi et du Tchigai: il a été présenté au colloque, rapportant les observations d’une
dizaine d’expéditions archéologiques qui - depuis la Mission Berliet - ont eu pour but l’exploration archéologique de ce
territoire du nord-est de la République du Niger. Un certain nombre d’observations personnelles y a été ajouté, un total de
quarante stations est ainsi présenté, avec leur localisations géographiques, une description sommaire des gravures et pein-
tures et une bibliographie.
Abstract — This lecture represents an abstract of a recent paper on archaeology of Djado, Afafì and Tchigai, published
by «Africa», officiai magazine of thè Istituto Italo-Africano. No more than ten groups - after thè Mission Berliet - organi-
zed an archaeological survey in this area, which is placed at thè extreme north-east of thè Republic of Niger. A few personal
observations are presented in addition to thè previous known findings; fourty sites are described with geographical infor-
mation, references and discussion.
Alcune ricognizioni personalmente eseguite ed
una revisione della ricca seppur non estesa bibliogra¬
fia sull’argomento, hanno consentito allo scrivente la
pubblicazione di un nuovo repertorio sull’arte parie¬
tale, dedicata allo Djado ed a tutta l’area situata al
confine nord-orientale del territorio nigerino: pro¬
spiciente cioè la Libia meridionale ed il Tibesti. La
nota che segue costituisce un riassunto relativo al¬
l’archeologia rupestre di tale territorio, che si trova al
di là della distesa del Tenerè, è quasi del tutto deser¬
tico, ad eccezione di poche piccole oasi, ed è situato
fra il 12° ed il 15° meridiano est nella fascia fra il 20° e
il 23° parallelo. Elementi fondamentali del rilievo so¬
no il margine estremo del Tenerè, il grande plateau
dello Djado, la modesta cresta dell’ Afafì, il reg di Ko-
Karama con le depressioni di Latouma e di Sobozo;
ed infine il plateau di Tchigai.
Osservando una carta topografica, ci si rende con¬
to che si sono qui raggiunte le estreme propaggini oc¬
cidentali del grande massiccio del Tibesti, che inizia
appunto al di là della zona situata fra i meridiani 15° e
16° est. Il 23° parallelo rappresenta poi grossolana¬
mente il punto di passaggio con l’edeyen di Mour-
zouk, mentre al di sotto del 20° parallelo si estende il
grande erg di Bilma. La zona studiata è quindi cir¬
condata per tre lati da grandi piane (il Mourzouk a
nord, il Tenerè ad ovest ed il Bilma a sud e sud-est),
mentre al suo margine orientale si trovano i rilievi
marginali del massiccio del Tibesti.
Come si è accennato, si tratta di un territorio de¬
sertico e quasi completamente disabitato, tranne che
per la modesta presenza di pochi fuochi nomadi o
semi-nomadi Tebu, che si raccolgono talora in zone
di palmeto, peraltro assai esigue. Nel passato, invece,
la popolazione neolitica e post-neolitica ha occupa¬
to quest’area in maniera molto notevole, creando
entro certi limiti una concentrazione di località di
interesse archeologico relativamente poco conosciu¬
te fino a qualche tempo fa. Successivamente, anche
in epoca proto-storica e storica iniziale, la zona ha
conosciuto una occupazione umana di importanza
assai rilevante: al margine occidentale dell’area, lun¬
go la corrugazione del Kawar, sono infatti presenti
alcune strutture fortificate che corrispondono alle
tappe della grande carovaniera che dal Fezzan scen¬
deva fino al lago Ciad e che conoscevano in Djaba,
Djado e Séguédine e nelle oasi del Kawar alcuni dei
punti di forza.
L’area considerata — se paragonata ad altri territori
archeologici sahariani — è stata poco descritta; pre¬
valgono infatti, al di là delle informazioni fornite dai
membri della Missione Berliet e degli studi di Lhote
e Huard, una serie di rilevamenti da parte di appas¬
sionati, generalmente ufficiali dell’armata francese.
Di fatto, le prime notizie organiche risalgono agli an¬
ni ’50, mentre molto scarsi anche se importantissimi
sono i dati forniti in precedenza (De Burthe d’Anne-
let, Dalloni, Monod, ecc.); ulteriori studi recenti di
notevole rilievo vengono citati in bibliografìa.
Nel repertorio sono descritte oltre 40 stazioni di
pitture e graffiti rupestri, con indicazione delle coor¬
dinate geografiche medie di ciascuna e delle possibili
vie di accesso, nonché con la descrizione sommaria
dei reperti di ciascuna. Ne deriva la possibilità di una
analisi critica della periodizzazione e delle influenze
stilistiche, nonché di un commento relativo alla col-
locazione di tutto il complesso nel quadro generale
della preistoria sahariana.
Come sarà agevole rilevare nella lettura dei rap¬
porti relativi alle singole stazioni, la terminologia
classificativa è assai varia, a seconda degli Autori. Per
parte nostra siamo convinti che l’area considerata
ospiti con la massima incidenza reperti del periodo
del guerriero libico-berbero, inteso nella massima
estensione del termine. Vari reperti peraltro possono
essere definiti come «consonanti» alla cosiddetta fa¬
se naturalistica della grande fauna, o del bufalo, con
graffiti di discreta fattura: in proposito è da ricordare
la formulazione di Muzzolini relativa alla presenza di
analogie con il cosidetto «stile di Tazina».
Il fatto che reperti omologhi — che possono essere
definiti sommariamente «libico-berberi» e che ap-
VANNI BELTRAMI
; 06
partengono secondo una definizione più tradizionale
al «cavallino» od al «camelino» — si trovino sui due
lati del Tenerè, in Air cioè e nell’area qui ricordata
(mentre si ha scomparsa dei reperti stessi più ad est),
sembrerebbe comunque confortare l’ipotesi di una
presenza di popolazioni capaci di transitare sulle due
sponde del cosidetto Tefassasset ancora nell’ultimo
millennio prima dell’era volgare.
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Vanni Beltrami: Istituto di Clinica Chirurgica dell’Università degli Studi
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Antonio Beltràn
Le figure «a gambe divaricate» dei cacciatori dell’età della pietra
nel Tassili N’Ajjer e alcune delle loro relazioni
Résumé — Le thème de la fécondité dans l’art préhistorique se présente presque toujours à travers des symboles corn¬
ine les schémas vulvaires paléolithiques, quelques ìbis réalistes comme à Tito Bustillo (Asturias, Espagne), mais d’habitu-
de simplifìés comme en Dordogne (France). Les scènes de co'ft sont très rares; celles qu’on connait le symbolisent avec des
figures féminines qui montrent les jambes ouvertes ou parfois masculines avec un pénis hypertrophié à Tassili N’Ajjer
avant de 8.000 BP. Très significatifs sont les exemples «prélevantins» (et donc à peu près de la méme époque) d’Alicante
(Espagne), à Pia de Petracos où Barrane de l’Infern, qui présentent des frappantes coinci'dences avec certains cas de l’Au-
stralie et d’Océanie et montrent la force de certaines idées basiques communes et universelles.
Abstract — Fecundity as prehistoric art subject is normally expressed in symbols, for instance, vulvar schemes in pa-
leolithical art, sometimes realistic as in Tito Bustillo (Asturias, Spain), but mostly simplified as in Dordogne (France). Coi-
tus scenes are very rare; but when they occur, they are habitually symbolized through female figures with open legs or in
some exceptional cases through male figures with hypertrophied penis as in Tassili N’Ajjer where they are dated before
8.000 BP. Very significative are some roughly contemporary «prelevantine» painting from Alicante (Spain), as those in Pia
de Petracos and Barrane de l’Infern, which also show interesting coincidences with other cases from Australia and Oceania,
underlining thè force of some universal common basic ideas.
Il tema della fecondità degli esseri viventi della
terra e la sua espressione simbolica, nelle più diverse
forme appare, nelle espressioni grafiche di tutti i pae¬
si e di tutti i tempi, normalmente attraverso segni
vulvari femminili o forme che si avvicinano a questi,
con preferenza ai genitali maschili. Tali segni appaio¬
no nell’arte paleolitica a volte con il realismo che
presenta il cosiddetto «camarin» della grotta di Tito
Bustillo in Asturias (Spagna), o con stilizzazioni che
possono ridurli a forme ovali con un incavo (come in
tanti altri luoghi) dove è raffigurata però anche la
parte media inferiore di un profilo femminile con la
vulva in posizione anatomica quasi corretta. L’esem¬
pio più singolare è quello di Angles-sur-l’Anglin, con
corpi femminili senza teste nè piedi e con una chiara
espressione dei seni e del sesso. Se nell’arte del Pa¬
leolitico europeo sono inesistenti, salvo qualche
esempio dubbioso (Les Combarèlles), le scene di
coito le troviamo invece in modo realista a Tin Lalan
(Tadrart Acacus, Fezzan) nel periodo dei cacciatori
di grandi animali selvaggi, chiamato tradizionalmen¬
te del Bubalo. In questa località sono presenti anche
figure maschili mascherate, con grandi orecchie e
falli ipertrofici.
In numerose parti del mondo e in epoche diverse,
le figure «a gambe divaricate», sia in ceramiche pre¬
ispaniche americane che in pitture parietali del Terri¬
torio Nord dell’Australia o in numerosi punti dell’a¬
rea oceanica, ripetono come simbolo dell’origine
della vita una figura femminile con le gambe divari¬
cate. Espressione o no del sesso, spesso presentano le
braccia sollevate verso l’alto, in atteggiamenti di pre¬
ghiera o in relazione con elementi astrali, come sem¬
brano suggerire le radiazioni che emanano dalle te¬
ste; il tutto più o meno in relazione con gli antenati.
Nel Tassili ed almeno in quattro punti, con riferi¬
mento allo stesso periodo antico dei cacciatori, ap¬
paiono queste figure incise, però maschili e con orga¬
ni sessuali ipertrofici. Si tratta di uomini seduti, visti
frontalmente, con le gambe divaricate, le braccia al¬
lungate, il corpo e le teste coperte da maschere in cui
si possono apprezzare gli occhi e due prominenti
orecchie: li troveremo, nella stessa forma, nelle
grandi figure della fase delle «teste rotonde». Sono
di misura relativamente grande, un metro quella di
Edjidj e ottanta centimetri quella di Arechoum. L’ec¬
cezionale interesse di queste figure è il fatto che
adottano una posizione chiaramente femminile per
simbolizzare l’idea di fertilità, posizione che non si
attribuisce mai agli uomini negli altri esempi che co¬
nosciamo.
È molto probabile che, essendo queste figure pre¬
neolitiche, non entrassero nei concetti che le società
agricole attribuiscono alla donna o al seno della terra
come esponenti della forza creatrice della natura.
Tuttavia, a partire dal perigordiano abbiamo gli
esempi delle cosiddette «veneri», che potrebbero
rappresentare l’espressione di questo stesso mistero
di maternità-fertilità-nutrizione nel Paleolitico supe¬
riore, in un ampio territorio che si estende dagli scar¬
si esemplari della penisola Iberica ai numerosi pre¬
senti in Francia e a quelli dell’Italia e dell’Europa
Centrale fino a Maltà e in Siberia.
Il problema che presentano queste espressioni uo¬
mo-fecondità del Tassili potrebbe essere simile a
quello delle figure di uguali dimensioni, dipinte in
rosso, nella zona sud della regione valenziana, in
Spagna, dove una figura, a quanto sembra maschile,
con la testa provvista di un alone radiante e le braccia
sollevate, ha le gambe esageratamente divaricate e
mostra nella zona tra testa e mani una piccola figura
che sembra emanare da essa. A questo caso del ripa¬
ro V del Pia de Petracos (Alicante) si aggiunge quello
del Barrane de l’Infern nella stessa provincia spagno¬
la, in cui due figure appoggiate che pare siano di uo¬
mo e di donna (la prima con una testa più grande)
hanno un solo paio di braccia e un solo paio di gam¬
be per entrambi, le prime sollevate verso l’alto e le
ANTONIO BELTRAN
. conde chiaramente aperte, con altri elementi com¬
plementari ma senza radiazioni dalla testa.
Possiamo trovarci benissimo di fronte a un caso di
convergenza o forse di un esempio tipico di quello
che Bastian chiamava «dementar Gedanke»; lo stes¬
so possiamo segnalare a Hawkesbury River, a Sidney
(Australia), dove due figure addossate, anche queste
maschio e femmina, sono riparate da una luna (e non
un boomerang); quindi potremmo pensare che il
principio maschile sia il Sole e quello femminile la
Luna. Le figure australiane sono di cronologia dub¬
biosa, invece quelle alicantine si dovrebbero datare
prima della cosiddetta arte levantina spagnola che se¬
condo la nostra opinione inizia nell’Epipaleolitico
pur avendo un ampio sviluppo posteriore.
Se partiamo dagli studi climatici sull’Africa del
Nord che garantiscono una fase umida verso il 12,000
BP e altre di aridità rintracciate verso il 6,000 e il
4,000 BP ed accettiamo in termini generali la datazio¬
ne di Nicole Petit-Maire e di Fabrizio Mori, potrem¬
mo situare le figure maschili «a gambe divaricate»
del Tassili prima del 8,000 BP; ciò sarebbe conve¬
niente per le figure spagnole dal punto di vista crono¬
logico e ipoteticamente si potrebbe anche assegnare
loro un simile valore culturale.
I numerosi esempi di donne «a gambe divaricate»
in aree molto diverse dell’Oceania, sebbene corri¬
spondano a fasi molto posteriori, potrebbero rappre¬
sentare molto bene il perdurare di idee di base su
principi e comportamenti che corrispondono al fondo
istintivo della natura umana. D’altra parte la forza ma¬
schile e fecondante del Sole ed il carattere femminile
attribuito alla Luna potrebbero completare le idee che
esponiamo e che corrisponderebbero ai vecchi fondi
culturali dell’umanità, dal Paleolitico fino ai tempi
recenti, ma rivelatesi presso le società neolitiche.
LE FIGURE «A GAMBE DIVARICATE» DEI CACCIATORI DELL’ETÀ DELLA PIETRA
109
Fig. 3 - Oudane Mathencloree. Tassili (Algeria) (da Lajoux).
Fig. 4 - Sefar. Tassili (Algeria) (da Lajoux).
Fig. 5 - Pia de Petracos. Alicante (Spagna) (da Hernandez).
Fig. 6 - Barrane de l’infern. Alicante (Spagna) (da Hernandez).
Fig. 7 - Ngungundo. Kimberley (Australia) (da Lommel).
110
ANTONIO BELTRÀN
Fig. 8 - Koralyi. (NW. Australia) (da Lommel).
Fig. 9 - Sora Nuova. (W. Guinea) (da Lommel).
1 ig. 10 - Santa Marta. Isole Banks (Nuove Hebridi) (da Lommel).
Fig. 11 - Tin Lalan. Acacus (da Mori).
LE FIGURE «A GAMBE DIVARICATE» DEI CACCIATORI DELL’ETÀ DELLA PIETRA
111
Fig. 12 - Burrunguy. Nourlangie Rock (Northern Territory).
Fig. 13 - Abri Blanchard (da Delporte).
Fig. 16 - In Aouanrhal. Tassili (Algeria) (da Lajoux).
Fig. 17 - Tin Lalan. Acacus (da Mori).
ANTONIO BELTRÀN
Fig. 18 - Anglis-sur-l’Anglin (da Breuil).
Fig. 19 - Sefar (da Lajoux).
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Giulio Calegari
Le incisioni rupestri di Tin Tarbayt (Mali)
Résumé — Tin Tarbayt se trouve à 27 Km au NO de Taouardei. Il s’agit d’un petit affleurement granitique qui porte
un groupe de gravures remontant aux derniers moments de l’art rupestre Saharien. Sont représentés principalement des in-
scriptions tifmagh des dromadaires et des chevaux rappelant le groupe de Taouardei. Une fente entre deux grands blocs de
granit, riche en gravures, est considérée par les nomades locaux comme la «chambre à coucher» de leur ancètre mythique
Amamellen, qui utilisait comme oreiller une «pierre chantante» posée à l’extrémité de ce couloir naturel.
Astract — Tin Tarbayt is placed at thè distance of 27 Km from Taouardei. It is a little granitic outcroup comprising a
group of engravings which can be referred to thè late moments of saharian rock art. Principally, thè carvings represent tifì-
nag inscriptions, dromedaries and horses which can be lead back to thè Taouardei group. A fissure between two large
blocks of granite, rich in engravings, is considered by thè locai nomads thè bedroom of their mythical ancestor Amamellen,
who used as cushion a «resonant stone» placed at thè end of this naturai corridor.
La località di Tin Tarbayt si trova a 27 Km NW da
Taouardei (16° 56 N / 1° 25 E - carta 1.000.000 del Ma¬
li, foglio «Kidal»), in quella fascia del Sahel su cui si
affacciano le propaggini meridionali dellTforas.
Il sito, che avevamo già identificato nel 1983, è sta¬
to oggetto di nuove osservazioni nel marzo 1990, nel
corso di una prospezione del territorio da parte del¬
l’equipe del Centro Studi Archeologia Africana e del
Museo Civico di Storia Naturale di Milano impe¬
gnata, in collaborazione con lTstitut des Sciences
Humaines di Bamako, in una campagna di scavi in
località Taouardei.
Si tratta di un affioramento granitico che ospita un
limitato gruppo di incisioni riferibili agli ultimi mo¬
menti dell’arte rupestre sahariana (Fig. 1).
Le incisioni, sparse sulle pareti delle rocce a varie
altezze, senza un piano distributivo che lasci inten¬
dere un particolare orientamento, sono realizzate
principalmente per levigatura, più raramente pic¬
chiettate.
I soggetti rappresentati sono limitati in una serie
ristretta: si tratta prevalentemente di cavalli, drome¬
dari, rare antilopi e scritte alfabetiche di carattere
tifmagh. Nel complesso l’insieme delle incisioni è
decisamente rapportabile a quello di Taouardei, so¬
prattutto per quanto concerne il motivo figurativo
del cavallo: statico, ricoperto da numerose punteg¬
giature, con collo allungato (Fig. 2 e Fig. 3).
Anche se la qualità delle immagini è spesso sca¬
dente, trattandosi di figure la cui forza espressiva è
ormai logarata dalla ripetitività dello stesso motivo,
siamo di fronte, nelle opere più riuscite, alle istanze
figurative che caratterizzano la «scuola di Taouar¬
dei». Si tratta di soluzioni in cui prevale un gusto de¬
corativo, con soggetti iconografici attraverso i quali
una classe dominante di cavalieri (antenati degli at¬
tuali Tuareg) celebra se stessa (Fig. 4).
Le immagini appaiono come «emblemi», isolate
da un contesto narrativo.
Molto rare sono invece le scene che potremmo
definire «dinamiche», come quella che rappresenta
una caccia all’orice (Fig. 5). Cronologicamente il
momento è collocabile alle soglie del nostro millen¬
nio, quando la presenza del cavallo a sud del Sahara
cominciava a far sentire i suoi effetti, divenendo poi
l’elemento fondamentale in molte culture sudanesi.
L’aspetto più interessante di Tin Tarbayt è però
quello che collega le incisioni rupestri alla identifica¬
zione simbolica del luogo, legata alle gesta dell’ante¬
nato mitico Amamellen. La maggior parte delle inci¬
sioni è infatti fortemente concentrata sulle pareti
Fig. 1 - Tin Tarbayt: l’affioramento granitico.
GIULIO CALEGARI
Fig. 4 - Tin Tarbayt: cavallo rapportabile alla «scuola di Taouardei»
LE INCISIONI RUPESTRI DI TIN TARBAYT (MALI)
115
Fig. 5 - Tin Tarbayt: scena di caccia all’orice.
verticali di una fessura molto regolare (lunga oltre 6
m, larga quasi Ime profonda in media 2 m) tra due
grandi blocchi di granito (Fig. 6).
Questo corridoio rettangolare, una sorta di spazio
architettonico naturale, è ritenuto dai nomadi la ca¬
mera da letto di Amamellen che la leggenda vuole
dormisse appoggiando la testa su una «pietra sonora»
posta all’estremità di questa «stanza». Si tratta di una
lastra litica a profilo ellittico, in grado di produrre, se
percossa o strofinata con un’altra pietra, effetti di in¬
tensa sonorità.
La pietra sonora, che presenta numerosi segni di
percussione ed è fortemente levigata per l’usura, ri¬
badisce l’aspetto simbolico di questo spazio.
Siamo dunque in presenza di una scelta ubicazio-
nale che prevede la collocazione delle immagini in
un preciso spazio naturale, riconosciuto e investito
di valori spirituali e che in seguito i nomadi hanno le¬
gato alla presenza di Amamellen.
Non a caso essi in genere attribuiscono a questo
antenato l’esecuzione delle incisioni rupestri.
Altri segni di un percorso mitico sono riconosci¬
bili sul territorio a pochi chilometri, in località Ta-
hunt-Molet, dove un grande rettangolo delimitato da
pietre indica una delle presunte tombe del gigante
Amamellen.
Fig. 6 - Tin Tarbayt: particolare della fessura naturale indicata
come «stanza» di Amamellen.
GIULIO CALEGARI
16
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Giulio Calegari: Museo Civico di Storia Naturale - C.so Venezia, 55 - 20121 Milano ITALIA
Centro Studi Archeologia Africana - Via Visconti di Modrone, 19 - 20122 Milano ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
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Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Giulio Calegari
Le perle in «corniola» di Taouardei (Mali)
Résumé — Nous présentons de nouvelles données relatives à la prospection de la station de Taouardei (Mali) et à
l’observation de très nombreux restes de fabrication de perles en calcédoine rouge «cornaline» présents sur le terrain.
Les perles étaient trouées exclusivement par percussion, à l’aide d’un instrument pointu. Pour ce procédé, schématisé
en 6 phases principales, nous donnerons le pourcentage des restes de fabrication de chaque phase rapportò au nombre total
des nombreux échantillons récoltés sur le terrain. En ce qui concerne l’origine de la matière première utilisée, nous avons
retrouvé à brève distance (5 Km N/E) un affleurement relativement étendu de calcédoine de coleur variable du jaune au
rouge et au brun, dont les caractéristiques de composition et de structure sont comparables à celles des perles retrouvées
dans les ateliers en question.
Il est donc fort probable que cet affleurement représente le gisement d’origine de la «cornaline» utilisée à Taouardei.
Abstract — New data are here presented: they are relative to thè observation of traces referable to thè manufacture of
pearls out of «cornei» red chalcedony present in Taouardei (Mali).
The pearls were perforated exclusively by percussion with a pointed instrument. Such process is here schematized in 6
stages for each of which it is given thè percentage of pearls reported to thè total numerous hand-made articles gathered in
situ. For what concerns thè origin of thè used raw material it is basic thè nearby discovery (5 Km N/W) of a relatively large
outcrop of chalcedony, whose color ranged from yellow to red, to brown and whose composition and structure characte-
ristics are comparable to those of thè pearls discovered in thè ateliers.
It is therefore extremely probable that this outcrop represents thè origin layer of thè «cornei» used in Taouardei.
Nel corso della campagna di ricerca svolta a Tao¬
uardei nel marzo 1990, dal Centro Studi Archeologia
Africana e dal Museo Civico di Storia Naturale di
Milano, sono state considerate le tracce relative alla
fabbricazione di perle in «corniola» frequentemente
osservabili sul terreno.
Come ho avuto modo di accennare in altre pubbli¬
cazioni, si tratta di veri e propri spazi di lavorazione,
identificabili in seno ad una più vasta area di antica
antropizzazione, a poche centinaia di metri a sud del
complesso granitico che ospita le numerose incisioni
rupestri, già oggetto di studio (Calegari 1989).
La grande quantità di resti della lavorazione delle
perle che lasciava intravedere, a Taouardei, un’inten¬
sa attività legata alla produzione di tali manufatti,
meritava dunque una indagine, nel tentativo anche
di porre in relazione la presenza di questi ateliers con
il territorio.
Si è pertanto proceduto ad una serie di campio¬
nature (con percentuali osservate in metri quadri di
terreno scelti a caso sulle zone interessate dagli ate¬
liers), alla raccolta di manufatti a vari livelli di lavora¬
zione e di strumenti relazionagli alla produzione
delle perle. Queste sono morfologicamente rapporta¬
bili al tipo abbondantemente documentato nella zo¬
na di Télataye (Gaussen J. e M., 1988), anche se non
mancano rarissimi esempi (per lo più perle già termi¬
nate) di diversa tipologia.
Le perle, realizzate in calcedonio, hanno colori dal
bruno al rosso, all’arancio, e si presentano di forma
circolare, a sezione lenticolare biconvessa.
Il loro diametro è mediamente di 20 mm, con al¬
cune che raggiungono i 25 mm ed altre, più piccole,
intorno ai 10 mm; lo spessore medio è di 7 mm ed il
foro ha un diametro intorno ai 2 mm.
L’esecuzione partiva da un semilavorato iniziale
(in genere una scheggia piano-convessa) da cui si ri¬
cavava - per percussione diretta — un dischetto lenti¬
colare biconvesso che poteva essere poi rifinito a
pressione diretta.
Il foro, che si presenta biconico molto svasato, era
realizzato interamente per percussione: iniziando su
una faccia del dischetto e utilizzando uno strumento
appuntito come scalpello, si praticava una prima cup-
pella, probabilmente con un movimento manuale ro¬
tatorio che accompagnava ogni colpo.
Il lavoro proseguiva alternando questa operazione
sulle due facce del manufatto, finché i due fori veni¬
vano a congiungersi.
Si trattava senza dubbio di un’operazione di estre¬
ma specializzazione, che però non impediva una fre¬
quente frattura delle perle in fase di lavorazione. Set¬
te campionature hanno dato una media per metro
quadrato di 8 perle in fase di lavorazione.
Abbiamo schematizzato in 6 momenti il processo
di fabbricazione di queste perle in «corniola» e ripor¬
tato in percentuale (riferita al numero dei reperti rac¬
colti) la quantità di perle lasciate sul terreno nelle
varie fasi di realizzazione, integre o, il più delle volte,
spezzate (Fig. 1).
La particolare cura del ritocco e l’aspetto di questi
manufatti finiti, che non è difficile, come tutti sanno,
acquistare anche come oggetti di «Antiquariato» al
mercato di Gao, lasciano intendere (come del resto
aveva già avuto modo di notare J. Gaussen) che que¬
sto tipo di perla non fosse in seguito rifinita per levi¬
gatura.
Per quanto concerne l’utensile impiegato per l’o¬
perazione di foratura, sono propenso ad attribuire ai
becchi multipli, realizzati su spesse schegge di selce
o calcedonio ed abbondantemente reperibili negli
ateliers (con una media di 6-7 per metro quadro), una
parte importante in questo processo di lavorazione
(Fig. 2).
GIULIO CALEGARI
Fig. 1 - Taouardei: Fasi di fabbricazione delle perle in calcedonio rosso schematizzate in sei momenti. Le relative percen¬
tuali sono riferite al numero totale (1147) dei manufatti raccolti. Le foto mostrano alcuni reperti integri.
LE PERLE IN «CORNIOLA» DI TAOUARDEI (MALI)
119
1
Fig. 2 - Taouardei: becchi multipli su scheggia.
Questi becchi, simili a quelli associati alle perle nei
siti di Tèlataye, potevano a mio avviso essere impie¬
gati come utensili «usa e getta», in una prima fase
della foratura che doveva essere completata però con
uno strumento meno grossolano e più appuntito.
Prove sperimentali, eseguite impiegando in modo in¬
tuitivo riproduzioni fedeli di becchi su scheggia, ci
hanno permesso di ottenere cuppelle di una certa
profondità su perle realizzate con calcedonio recupe¬
rato nella zona di Taouardei.
Personalmente, però, non siamo stati in grado di
completare il foro passante con il solo ausilio di que¬
sti utensili; tale operazione è stata invece portata a
termine con un punteruolo di ferro, impiegato a per¬
cussione come uno scalpello, copia di uno simile rin¬
venuto sui laboratori di perle assieme ad una punta
di freccia anch’essa in ferro (Fig. 3).
Il problema si sposta quindi su questioni di cro¬
nologia laddove, trattandosi di reperti raccolti in su¬
perficie, è diffìcile stabilire le reali associazioni tra i
manufatti.
L’uso del calcedonio rosso, come del quarzo o del¬
la quarzite, per la realizzazione di perle di collana è,
in molti casi, riferibile ad un Neolitico anche antico.
Si tratta però di perle forate con l’uso del trapano,
differenti da quelle qui descritte, per le quali invece
non escluderei un’associazione con i manufatti di
metallo.
Fig. 3 - Taouardei: punta di freccia e punteruolo in ferro
GIULIO CALEGARI
Senza voler del resto considerare come determi¬
nanti i dati riferiti ad un’osservazione su reperti di
superfìcie, possono essere indicative alcune da¬
tazioni ottenute con il metodo della dosimetria
termoluminescente su alcuni campioni ceramici
raccolti in situ, che hanno fornito date intorno al
I sec. d.C.
Per quanto concerne poi l’ubicazione sul territorio
di simili ateliers specializzati, è stato possibile, per
questa zona, compiere osservazioni di fondamentale
importanza.
Una serie di indizi lasciava infatti sospettare che la
collocazione di una così considerevole «fabbrica» di
perline fosse da porsi in relazione alla presenza sul
luogo di materia prima facilmente reperibile. For¬
tunate esplorazioni del territorio hanno permesso
il ritrovamento a breve distanza (5 km nord-est)
da Taouardei di un relativamente esteso affioramen¬
to di calcedonio di colore variabile dal giallo al rosso
al bruno, le cui caratteristiche di composizione e di
struttura sono confrontabili con quelle dei manufatti.
È probabile quindi che questo affioramento rap¬
presenti il giacimento di origine della «corniola» uti¬
lizzata per le perle di Taouardei.
La scelta di utilizzare il metodo a percussione, che
a mio parere procurava maggior fratturazione nel
corso della lavorazione delle perle, è legata dunque
all’abbondanza di materia prima.
Senza dubbio era preferito un metodo più veloce
anche se con alto rischio di rottura della perla, all’uso
del trapano, che avrebbe richiesto un più lungo tem¬
po di lavorazione.
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Giulio Calegari & Laura Simone
Un saggio di scavo a Taouardei (Gao, Mali)
Résumé — En mars ’90 sur le site de Taouardei — déjà connu gràce à la présence de nombreuses gravures attribuées à
la dernière phase de l’art rupestre saharien —, nous avons pratiqué un premier essai de fouilles limitò, derrière un groupe de
roches isolées, appelé localement «Maison des Ancètres» où afleurent de nombreux fragments céramiques.
Nous avons pu identifier deux niveaux différents de paléosols séparés par une couche de sable stèrile. Le niveau
supérieur dans lequel dominent des fragments de céramiques ornées a fourni, gràce à la méthode de dosimétrie thermo-
luminescente, une datation du Ile siècle A.C..
Le niveau inférieur, caractérisé par une céramique décorée à motifs, a fourni une datation du le siècle A.C..
Ces résultats ont été confirmés par d’autres datations effectuées sur des échantillons céramiques de surface, provenant
sùrement du mème dépòt anthropique.
Abstract - In March 1990, in thè Taouardei site, already known for thè presence of several carvings that can be attribu-
ted to thè last phase of thè saharian rock art, a first limited excavation essay has been practised above a group of isolated
rocks; in these rocks, called by thè natives with thè suggestive place. name of «Maison des Ancètres», many baked clay
fragments appeared on thè surface.
It has been possible to identify two different levels of paleosole, which are separated by a sterile sand layer. The upper
level, where unadorned baked clay fragments were present, has provided dates within thè II Century A.C. by thè method of
thè thermoluminescent dosimetry. Out of thè lower level, distinguished by baked clay which is decorated by impression,
we got dates referable to thè I Century A.C..
Such results have been confirmed by other datings effected on baked clay surface samples surely coming from thè
same anthropic deposit.
Nel mese di marzo 1990 un’equipe del Centro Stu¬
di Archeologia Africana e del Museo Civico di Storia
Naturale di Milano, in collaborazione con l’Institut
des Sciences Humaines di Bamako ed il Ministero
Beni Culturali, si è recata a Taouardei per svolgervi
una prima serie di sondaggi di scavo ( 1 ).
Fig. 1 - Taouardei: Il territorio del Mali con localizzazione
del sito.
La località (Fig. 1), già considerata nel corso di pre¬
cedenti missioni per l’importante complesso d’arte
rupestre presente sugli affioramenti granitici che
geologicamente caratterizzano il luogo, rivelava in¬
fatti cospique tracce di antica antropizzazione (Cale¬
gari, 1989).
Sul terreno, immediatamente a Sud del complesso
roccioso, erano evidenziate, per deflazione, vaste
aree con industria litica, ceramica e rarissimi manu¬
fatti in ferro. In particolare, un gruppo di grandi roc¬
ce posto a circa 500 metri a SE del pozzo principale di
Taouardei, denominato dai nomadi «Maison des
Ancètres» (Fig. 2), presentava sul suolo deflazionato,
intorno ai massi, abbondanti frammenti di ceramica
sia decorata sia inornata.
Il suggestivo toponimo ed i numerosi indizi che la¬
sciavano intendere la possibilità di identificare in
stratigrafia livelli archeologici, ci hanno suggerito di
concentrare in quell’area i nostri saggi esplorativi.
Il maggiore di questi (inizialmente m 7 x 0,50), orien¬
tato ortogonalmente ai massi rocciosi, è stato aperto a
ridosso del loro lato occidentale ed è stato in seguito al¬
largato, nel settore contro parete fino a m 2 x 3 (Fig. 3).
Al di sotto di una lente sabbiosa di apporto eolico,
che si ispessiva nei settori prossimi alla parete roccio¬
sa, si sono trovati due livelli antropizzati (II, IV)
intervallati da uno strato di sabbia sterile (Fig. 4).
Entrambi avevano andamento orizzontale ed uno
spessore di cm 15-20 ed hanno restituito una buona
quantità di frammenti ceramici e scarsa industria li¬
tica tra cui non sono apparsi strumenti, ma soltanto
schegge di lavorazione in selce e quarzite.
(>) Desideriamo ringraziare il dr. Kléna Sanogo, Direttore dellTnstitut des Sciences Humaines di Bamako, che ha fa¬
vorito le nostre ricerche e parimenti rivolgere un vivo ringraziamento ai partecipanti a questa missione scientifica: Cristina
Ansaioni, Lidia Cicerale, Christian Dupuy, Ines Romeo, Jean Pierre Mohamed Tita.
GIULIO CALEGARI & LAURA SIMONE
* ■ v *'
v ... K ^
Fig. 2 - Taouardei: Le rocce denominate «Maison des Ancètres».
Fig. 3 - Taouardei: Veduta generale dello scavo.
Nel livello antropizzato superiore (II) le cerami¬
che erano presenti in buona quantità e riguardavano
ollette globose a bocca stretta e ciotole profonde
(Fig. 5, A-B). La migliore forma ricostruibile è data
da circa un terzo di olletta, a corpo globoso, bordo di¬
stinto sub-verticale e bordo decorato da punzonature
sottolineate da piccole «semilune» (Fig. 7); di questo
problematico vaso si parlerà più avanti.
Il 92% dei frammenti, rinvenuti nel livello II, pre¬
sentava superficie inornata. Questo è sembrato un
dato abbastanza significativo, specialmente se con¬
frontato con i risultati forniti dal livello inferiore (IV)
dove le ceramiche a decorazione impressa o incisa
costituivano il 100%. La decorazione in questi casi in¬
vade tutta la superfìcie dei frammenti ed è costituita
da motivi a rocker e da punzonature di vario tipo
(Fig. 6).
Purtroppo la frammentarietà dei reperti ceramici
decorati non ha consentito di identificare nessuna
forma vascolare se non una ciotola profonda con de¬
corazione a linee incise parallele orizzontali, che pe¬
rò proviene dal livello II (Fig. 8).
Lo stesso tipo di frammenti caratterizzava anche i
rinvenimenti di superficie effettuati intorno all’inte¬
ro gruppo di rocce e che erano venuti in luce per il
noto fenomeno della deflazione.
Esaurite queste poche osservazioni, non resta¬
va che tentare il difficile compito di datazione dei
reperti.
A questo scopo sono state effettuate analisi su vari
campioni di ceramica, usando il metodo della dosi¬
metria termoluminescente (2), che hanno fornito da¬
tazioni complessivamente omogenee e comprese tra
il 1° ed il II0 secolo A.C..
Questi i risultati in dettaglio:
1) Frammento di olletta a breve collo (Liv. II)
1655 ± 243 B.C.
2) Frammento di olletta a bocca stretta (Liv. II)
137 ± 140 A.C.
3) Frammento di ceramica inornata (Liv. II)
109 ± 167 A.C.
4) Frammento a decorazione impressa (Liv. IV)
45 ± 195 A.C.
5) Frammento a decorazione impressa (superf.)
43 ± 155 A.C.
6) Frammento a decorazione impressa (superf.)
90 ± 136 A.C.
Oltre ad una certa recenziorità dei frammenti a su¬
perficie inornata, che sembrano collocarsi tutti nel
II0 secolo A.C., è subito evidente la discrepanza for¬
nita dal campione n. 1 (Fig. 7) rispetto ai risultati del
complesso degli altri frammenti. Una seconda analisi
dello stesso campione ne ha confermato l’alta data¬
zione; resta quindi da chiarire come un vaso di oltre
mille anni più antico di tutto il contesto in cui è stato
ritrovato, possa essere stato collocato in quel punto.
A tale proposito dobbiamo ritenere la sua presenza
nel livello II come un apporto forse dovuto all’opera
dell’uomo o a fattori dinamici indotti dalla posizione
prossima alla parete rocciosa.
Una considerazione nasce ad esempio dalla pre¬
senza, nelle immediate vicinanze, di sepolture isla¬
miche che possono aver intaccato livelli sottostanti,
ridistribuendo nell’area circostante reperti, come il
frammento in questione, che può poi essersi infossa¬
to sotto la pressione dei successivi abbondanti depo¬
siti di sabbia eolica, a ridosso delle pareti rocciose.
Del resto, se anche il nostro saggio di scavo non ha
identificato, in quella precisa area, livelli antropizzati
più antichi, è pur vero che, a Taouardei, sono attuai -
(2) Ringraziamo il Dr. Marco Martini del Dipartimento di Fisica dell’Università di Milano, che ha curato le analisi di
datazione con dosimetria termoluminescente.
UN SAGGIO DI SCAVO A TAOUARDEI (GAO, MALI)
123
SABBIA EOLICA RECENTE
LIVELLO ANTROPIZZATO
SABBIA STERILE
LIVELLO ANTROPIZZATO
r+A
+ +
Fig. 4 - Taouardei: Sezione W-E dello scavo.
Fig. 5 - Taouardei: Forme ceramiche del liv. II0.
O 3cm
Fig. 7 - Taouardei: Vaso del liv. II0.
mente presenti in superficie numerose testimonian¬
ze di culture anteriori a quelle individuate nelle no¬
stre stratigrafie.
Dai nostri dati, ad ogni modo, risulta chiaramente
che, nei primi secoli della nostra Era, è ancora docu¬
mentata a Taouardei resistenza di popolazioni seden¬
tarie favorite dalla presenza di un corso d’acqua e dai
particolari aspetti geologici del territorio: gli affiora¬
menti rocciosi che si elevano dalla pianura circostante
ed evidenziano il luogo come architettura naturale, in
grado di offrire riferimenti spaziali (pratici e simbolici)
e materie prime (graniti per le macine e quarziti).
GIULIO CALEGARI & LAURA SIMONE
Fig. 8 - Taouardei: Frammento decorato del liv. II0.
A queste popolazioni non è escluso di poter attri¬
buire l’attività di produzione delle perle in calcedo¬
nio rosso (Calegari, 1993), di cui rimangono tracce
abbondanti in ateliers di superficie, presso i quali
sono osservabili resti ceramici paragonabili a quelli
rinvenuti nel nostro sondaggio stratigrafico. La pre¬
senza di simili ateliers specializzati è da porsi in rela¬
zione alla disponibilità di materia prima, recupera¬
bile in un giacimento di calcedonio rosso (identifica¬
to nel corso di questa stessa missione) posto a pochi
chilometri dalle aree d’interesse archeologico.
Anche se esigui, i dati ricavati da queste prime in¬
dagini stratigrafìche a Taouardei, ci rivelano dunque
un periodo cronologico mal conosciuto nella regio¬
ne, ma di grande interesse per la comprensione di un
momento che deve aver di poco preceduto importan¬
ti cambiamenti etnoarcheologici. È su questa linea di
confine geografico e culturale che di lì a non molto,
come è ben documentato dalle testimonianze d’arte
rupestre nell’Adrar des Ifoghas (Dupuy, 1988), faran¬
no sentire la loro presenza dal Nord, nuove popola¬
zioni paleoberbere equidiano-cameline (antenati
delle genti tuareg).
Molto dopo, ma siamo già alle soglie della penetra¬
zione islamica, questa società altamente gerarchizzata,
lascerà sulle rocce di Taouardei l’ultima espressione
figurativa di un’aristocrazia guerriera, episodio col qua¬
le si conclude il percorso dell’arte rupestre sahariana.
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Laura Simone: Soprintendenza Archeologica della Lombardia - Via E. De Amicis, 11 - 20123 Milano ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Gabriel Camps
Hérodote et Tari rupestre.
Recherches sur la faune des temps néolithiques
et protohistoriques de l’Afrique du Nord
Résumé — L’auteur a Pintention de comparer les données parfois contradictoires de la faune sauvage, telle qu’elle est
représentée dans les fouilles, Panalyse de l’art rupestre et l’étude du texte le plus ancien concernant la zoologie de PAfrique
dans le livre IV d’Hérodote.
Aucune de ces données n’est pleinement satisfaisante. La faune trouvée dans les gisements néolithiques n’a pas enco-
re fait l’objet d’une étude exhaustive au Sahara, elle est un peu mieux connue au Maghreb. Or cette chasse a été sélective,
de plus les plus grosses des espèces chassées (éléphant, rhinocéros, buffle antique) ne sont guère représentées dans les
gisements, sans doute parce qu’elles étaient dépecées et consommées sur place; en revanche elles sont très souvent re¬
présentées dans l’art rupestre. Inversement les animaux le plus souvent abattus (antilope bubale, sanglier, mouflon) ne
sont que très peu figurés dans les gravures de l’Atlas. Il existe des espèces qui sont totalement absentes dans l’art de l’Atlas
et qui pourtant étaient chassées (cerf, hyène, singe). Le bestiaire d’Hérodote ne donne aussi qu’une vue très incomplète de
la faune du Maghreb, celle du Sahara est mieux décrite mais présente des erreurs troublantes.
Il existe donc une sèrie de filtres culturels qui ont pu agir aussi bien dans le choix des animaux chassés que dans leur
représentation artistique ou leur mention dans les textes.
Abstract — The author intends to compare thè facts sometimes contradictory of thè wild fauna, such as it is shown in
thè excavations, thè analysis of thè rock art and thè study of thè oldest texte about thè zoology of Africa in Herodotus (IV,
148-199).
None of these facts is entierely satisfactory. The fauna found in thè neolithic deposits has not been thè subject of an
exhaustive study in thè Sahara, yet it is slightly better known in thè Maghreb. Never less that hunting has been selective
moreover thè biggest of thè hunted species (elephant, rhinocéros, ancient buffalo) are not much found in thè deposits,
doubtless because they were butchered and consumed on thè spot; on thè other hand, they are very often shawn in thè rock
art. Conversely, thè most often killed animals (hartebeast, wild boar, barbary sheep) are hardly represented in thè carvings
of thè Atlas mountains. There are species totally absent from thè art of thè Atlas and yet were hunted (stag, hyena, mon-
key). Herodotus bestiary also presents a very incomplete view on thè fauna of thè Magreb, thè one of thè Sahara is much
better depicted but shaws disturbing mistakes, such as thè alleged absence of wild boars and stags in Libya, animals lacking
in thè rock art too, whereas they were hunted by thè neolithic man.
So, there is a serie of cultural filters that could have acted as well on thè choice of thè hunted animals as in their artistic
representation or their mention in thè texts.
Pour étudier la faune du Maghreb à la fin des
temps préhistoriques, nous disposons de trois sour-
ces principales: celle provenant, bien entendu, des
fouilles, celle tirée de l’art rupestre, et, pour les
temps plus récents, celle donnée par des textes histo-
riques. Mon intention est de dénoncer les faiblesses
ou les anomalies que présente chacune de ces sour-
ces. Pour maintenir à cette étude des dimensions
convenables, je me contenterai de n’examiner que
les temps néolithiques et plus récents et de ne rete-
nir, pour les temps protohistoriques, parmi les don¬
nées littéraires, que celle d’Hérodote qui, dans les
chapitres 191 et 192 du livre IV, nous donne un vérita-
ble bestiaire de la Libye. Je ne soumettrai à l’examen
que les mammifères sauvages, sans m’interdire quel-
ques allusions à d’autres espèces qui serviront à illu-
strer mon propos. Il sera donc question, en principe,
des mammifères sauvages dans une tranche de
temps qui s’étend de 5000 av. J.-C. à 450 av. J.-C.
D’emblée nous devons reconnaitre que chacune
des sources dont nous disposons est sujette à cau-
tion. Commenfons par examiner les résultats des
fouilles dans les gisements néolithiques. A priori,
nous devrions avoir pieine confìance en ces résultats
puisque les données sont fournies directement, sans
intermédiaire, et que les documents osseux trouvés
autour des foyers reflètent nécessairement l’alimen-
tation des hommes qui ont occupé le site à la méme
époque. En fait, cette documentation est loin d’offrir
toute garantie. Je n’insisterai pas sur des faits bien
connus: toute fouille ne rapporte pas exactement ce
que l’homme a tué; celui-ci peut avoir consommé
sur place les proies abattues, c’est particulièrement
vrai pour les plus grosses, impossibles à transporter
et qui sont dépecées à l’endroit mème où elles ont
été tuées. Les cinéastes du début du siècle ont main-
tes fois fixé sur la pellicule ces scènes extraordinaires
qui suivaient, en Afrique centrale, la mise à mort
d’un éléphant. Ce n’est pas la proie qu’on ramenait
au village mais c’est l’ensemble de la population et
méme les groupes voisins qui se rendaient sur les
lieux de l’abattage. Chacun repartait avec une part de
viande dégoulinante, un privilégié portait un tronfon
de trompe ou un pied, morceaux particulièrement
délicats; la carcasse et la presque totalité du squelet-
te restaient sur place, après prélèvement de l’ivoire
qui, matière d’exportation, pouvait ne pas subsister
dans l’habitat et servir de témoin archéologique de
cette chasse. Faut-il donc s’étonner de la grande ra-
reté des ossements d’éléphants dans les gisements
néolithiques? Ce proboscidien ( Loxodonta atlanti¬
ca) n’est signalé que dans quatre sites néolithiques,
dont deux seulement au Maghreb (Pie des singes et
Fort-de-l’eau).
1?
GABRIEL CAMPS
Autre raison qui fait mettre en doute la représen-
tativité des listes fauniques est ce que j’appelerai,
après d’autres, la «fonte» taphonomique, phénomè-
ne bien connu qui, dans les sols acides, fait disparai-
tre parfois la totalité des ossements. Bien qu’il soit
extérieur au Maghreb, mais parce qu’il est très spec-
taculaire, je prendrai le cas du gisement corse de Ter¬
rina que j’ai fouillé de 1975 à 1981. Il s’agit d’une fosse
qui renfermait un dépotoir et les déchets culinaires
d’une famille chalcolithique peu avant 3000 av. J.-C.
Le mobilier, du fond de la fosse jusqu’au sommet du
comblement, présentait une incontestable unité cul-
turelle, mais il n’en était pas de mème des restes de
faune. Les couches supérieures ne possédaient au-
cun ossement, sinon quelques dents de boeuf iso-
lées, les couches moyennes n’en renfermaient guère
plus et brusquement, au niveau d’un amas coquillier
qui était à la base du remplissage, les ossements
devenaient très abondants. Fallait-il penser que les
habitants de Terrina, d’abord consommateurs d’hui-
tres, de cochons, de boeufs et dans une moindre me-
sure de moutons, étaient devenus subitement végé-
tariens? La réponse, négative, bien sur, fut donnée
par la mesure de l’acidité du sol et des sédiments ar-
chéologiques: le pH qui était de 5,28 dans la roche
encaissante, de 5,45 et 5,85 dans les couches supé-
rieure et moyenne, montait brusquement à 7,25 dans
la couche à huìtres qui avait libéré suffisamment de
carbonates pour permettre la conservation satisfai-
sante des os, mème ceux de rongeurs de taille
moyenne comme le Lagomys sardus qui, ailleurs en
Corse, ne fut retrouvé que dans les sites des régions
calcaires de Bonifacio ou de Saint-Florent.
Indépendamment de la question de conservation
des ossements, il est un autre handicap qui frappe la
recherche au Maghreb et encore plus au Sahara, c’est
le petit nombre, pour ne pas dire l’absence, de zoolo-
gues, ou mieux d’archéozoologues, qui s’intéressent
à ces problèmes. Les listes fauniques des gisements
néolithiques sont donc très rares; c’est avec un bel
optimisme que, pour établir quelques statistiques,
j’ai retenu 35 gisements néolithiques dont la faune a
fait l’objet d’une analyse plus ou moins sommaire;
en réalité moins d’une demi-douzaine de ces faunes
ont été véritablement étudiées et accompagnées de
dénombrements d’individus et de mesures ostéolo-
giques, comme l’exige la recherche moderne. Il s’a¬
git, le plus souvent de la simple liste des espèces re-
connues par le fouilleur lui-méme.
Nous devons aussi tenir compie des erreurs d’in-
terprétation et nous montrer d’autant plus prudents
que la proposition parait intéressante: ainsi il était re-
marquable de trouver du Cervus elaphus barbarus sur
le littoral atlantique du Sahara car cet animai rare est
localisé dans les régions telliennes les plus humides;
en fait il s’agissait d’une confusion de nom entre le
Boselaphus probubalis, antilope très commune et le
cerf élaphe. Ces erreurs sont parfois cocasses, en voi-
ci un exemple personnel: j’avais soumis à de nom-
breux spécialistes de la flore des savanes africaines,
des fragments rutilants, vernissés, courbes et striés
que j’avais recueillis dans le gisement d’Amekni
(Hoggar), aucun n’avait réussi à déterminer à quelle
espèce végétale appartenaient ces gousses ou ces
fruits, et pour cause, il s’agissait de fragments d’inci-
sives d’un gros rongeur, l’aulacode ou Thryonomis,
qui furent identifiées par Th. Monod (G. Camps,
1969, Th. Monod, 1970).
Ces différents inconvénients peuvent ètre plus ou
moins corrigés, il faut s’en souvenir au moment de
l’exploitation des données. Mais il est un autre fac-
teur sur lequel nous n’avons aucune action; il nous
échappe complètement puisqu’il s’agit du comporte-
ment mème de l’homme préhistorique. Il faut rappe-
ler que la faune, mème parfaitement étudiée, d’un gi¬
sement préhistorique n’est pas le reflet exact de la
faune sauvage de l’époque mais seulement celui
d’un tableau de chasse, et encore doit-on tenir comp-
te de l’abattage suivi d’un dépe9age sur place, sans
transport, des plus gros mammifères que nous avons
déjà signalé supra. L’homme préhistorique, au
moins dès le Paléolithique supérieur, pratiquait une
chasse sélective, parfois presque exclusive comme
celle du renne par les Magdaléniens franfais Q, du
mouflon par leurs contemporains ibéromaurusiens
sur le littoral de Petite Kabylie (2), ou de l’antilope
bubale par les Capsiens de l’Algérie orientale et de
Tunisie (3). De fait, des animaux que nous savons
présents au Maghreb puisqu’il figurent dans l’art ru¬
pestre, ne sont jamais retrouvés dans les gisements;
ce serait le cas de l’autruche si l’homme n’avait utili-
sé la coquille de ses oeufs. Le rhinocéros n’est pré-
sent que dans trois gisements maghrébins: Dar es
Soltane, Skhirat et le Damous el Ahmar, et dans
deux sites du littoral atlantique du Sahara; or, cette
espèce est représentée dans 8 stations d’art rupestre
du Sud algérois , dans 11 du Sud oranais et dans 58 du
Sud marocain. Un tei dénombrement est impossible
pour les régions sahariennes mais il faut savoir que le
rhinocéros est représenté 119 fois dans le seul Oued
Djerat (Tassili n’Ajjer), ce qui le met en tète de tou-
tes les espèces sauvages Figurées dans cette vallèe (4).
Une scène célèbre de l’oued Mathendouch révèle ce-
pendant que cet animai, si rarement trouvé dans les
gisements, était réellement chassé. Rappelons le cas
de l’éléphant encore plus fréquemment représenté,
et plus régulièrement que les rhinocéros (son indice
de représentativité, calculé sur le nombre de sta¬
tions, est de 26,2) or il n’est présent, nous l’avons vu,
que dans 3 gisements. Le sanglier, présent dans 6 gi¬
sements épipaléolithiques seulement, l’est dans 19
gisements néolithiques (indice de fréquence 54, 3),
ce taux pourrait faire penser à un début de domesti-
cation, mais cela parait peu probable (5).
(') A. Leroi-Gourhan avait déjà souligné la contradiction entre l’abondance des restes de rennes dans les gisements
magdaléniens et la rareté relative de la représentation de cet animai dans l’art pariétal. A Lascaux, les débris osseux pro-
venant de rennes représentent 88,7% des fragments cf. A. Bouchud, 1979.
(2) C. Arambourg, M. Boule, H. Vallois, R. Verneau, 1934. Les auteurs avaient déjà noté l’abondance extrème des os¬
sements de mouflon dans les abris de Tamar Hat et d’Afalou Bou Rhumel. Plus récemment, E. Saxon, 1976, avait tenté
d’expliquer cette abondance par une possible domestication du mouflon, contro G. Camps et J. Morel, 1986.
(3) Sur la fréquence très grande des restes d’antilope bubale dans les gisements capsiens voir J. Morel, 1974;
H. Camps-Fabrer, 1975 (J. Bouchud, La Faune de Medjez II, p. 377-391). Dans les niveaux anciens de ce gisement les restes
d’antilope bubale représentent 68% des ossements conservés.
(4) Ces chiffres sont donnés par H. Lhote, 1976.
HÉRODOTE ET L’ART RUPESTRE. RECHERCHES SUR LA FAUNE DES TEMPS NÉOLITHIQUES
127
L’examen des données issues des fouilles nous
laisse donc assez sceptique. Heureusement l’art
rupestre, qui est une source de documentation ex-
ceptionnelle par le nombre des sites, des représenta-
tions et la qualité de beaucoup d’entre elles, peut
compléter ou corriger les données proprement ar-
chéologiques. Dans le seul Atlas saharien algérien,
en ajoutant les régions périphériques de Tiaret et de
Constantine et les deux stations connues de Tunisie,
on dénombre 145 stations qui ont fait l’objet de cor¬
pus et de relevés à peu près complets (6); dans le Sud
marocain on connait 243 stations rupestres (7) mais
seule une faible partie d’entre elles on été publiées; il
n’est donc pas possible de tenter un dénombrement
ou une statistique. Quant au Sahara, c’est par centai-
nes qu’il faudrait compter les stations de gravures
et de peintures entre l’Atlantique et les contreforts
du Tibesti. Nous disposons donc, gràce à l’art rupes¬
tre, d’une masse énorme de documents, mais notre
enthousiasme est rapidement tempéré par l’examen
de ces représentations: si beaucoup de figures gra-
vées et peintes sont de véritables chefs-d’oeuvre de
précision anatomique qui permet d’identifier l’espè-
ce sans la moindre hésitation, trop nombreuses sont
les représentations stylisées (style de Tazina) ou
schématisées à l’extréme au point de rendre impossi-
ble la moindre identification du quadrupède. Ainsi la
grande masse des antilopes gravées sur les rochers de
l’Atlas constitue un ensemble indifférencié, alors
que les figures peintes du Tassili sont d’une identifì-
cation presque toujours certaine. On comprend cer-
tes qu’une gravure peu précise ne permette pas de
différencier un cob d’un hippotrague, un addax d’un
oryx, mais prenons le cas de l’antilope bubale ( Bose -
laphus probubalis ); ce ruminant, très abondant au
Maghreb jusqu’à la fin du XVIII6 siècle , ne peut ètre
confondu avec aucun autre, bien qu’il ait été appelé
begar el ouach, «vache sauvage» (8). Quatre traits
distinctifs permettent de l’identifìer: son garrot très
saillant, sa croupe inclinée, ses cornes petites et an-
guleuses, sa face très longue et étroite. L’ensemble
est particulièrement disgracieux. Cette antilope fut
pendant toute la durée de l’Holocène très abondan-
te; elle est présente dans 29 gisements épipaléolithi-
ques sur 35 étudiés, elle l’est encore dans 23 gise¬
ments néolithiques sur 35 dont la faune est connue
(indice de fréquence 51,4), ce qui la place parmi les
animaux les plus chassés, or on ne la reconnait sure-
ment que dans 8 stations rupestres (indice de repré-
sentativité 5,5). Aussi surprenant est le cas du mou-
flon à manchettes (. Ammotragus lervia), très abon¬
dant dans les gisements (indice de fréquence 48,6), il
n’est représenté que dans 6 stations de la région de
Constantine et dans 2 de la région de Djelfa (indice
de représentativité 5,6). Dans l’état de nos connais-
sances, il est totalement absent ou rarissime dans les
oeuvres rupestres néolithiques du Djebel Amour, du
Mont des Ksours et de l’ Atlas marocain, régions où il
subsiste pourtant jusqu’à nos jours. Il importe de no-
ter, en outre, que les 35 mouflons de la région à l’est
de Constantine sont tous peints et parfaitement re-
connaissables. Contrairement à ce qui se passe dans
Fig. 1 - Stations de l’art rupestre du Maghreb (Figurées par un point) et gisements néolithiques dont la faune a été décrite
(représentés par un triangle).
(5) En Provence, la domestication du porc ne parait assurée qu’à la fin du Néolithique ancien; c’est du moins l’opinion
de D. Helmer, 1987; en Corse, en revanche, bien des arguments sont en faveur d’une domestication très ancienne de cet
animai qui y aurait été introduit par l’Homme cf. J. D. Vigne, 1985.
(6) Les publications relatives à l’art rupestre de l’Atlas sont bien trop nombreuses pour étre citées ici; depuis les
premiers travaux de G. B. M. Flamand, de L. Frobenius et de R. Vaufrey, les ouvrages qui apportent le plus grand nombre
de documents, bien qu’ils n’échappent pas toujours à la critique, sont ceux de H. Lhote, 1970, 1984. Pour la région à l’est de
Constantine voir G. et L. Lefebvre, 1967.
(7) Un premier inventaire des stations du Maroc, du à A. Simoneau, a été publié sans nom d’auteur, en 1977, sous le
titre: Catalogue des Sites rupestres du Sud-marocain. Il complète géographiquement le Corpus des Gravures rupestres
du Grand Atlas, Rabat 1959-1961 de J. Malhomme.
(8) C’est ainsi qu’en 1766, l’amiral de Bauffremont se vit offrir par le bey de Tunis «une vache sauvage et son veau» qui
étaient vraisemblablement une femelle d’antilope bubale et son petit, cf. M. Chirac, 1981.
GABRIEL CAMPS
ALGER
Constando*
Tiarat
Djalfa
Afiou
Géryville
A. Safra
Figuig
Fig. 2 - Figurations de l’antilope bubale ( Boselaphus probubalis ) dans l’art rupestre.
Fig. 4 - Figurations du mouflon à manchettes ( Ammotragus lervia) dans l’art rupestre.
HÉRODOTE ET L’ART RUPESTRE. RECHERCHES SUR LA FAUNE DES TEMPS NÉOLITHIQUES
129
l’Atlas saharien, cet animai est très fréquemment re-
présenté dans les peintures du Tassili n’Ajjer; cette
différence n’a pas d’explication écologique puisque
le mouflon vit encore dans les deux régions, elle ne
' peut ètre que d’ordre culturel.
Plus surprenant encore est le cas du sanglier ( Sus
scrofa) dont nous avons noté la fréquence dans les gi-
sements néolithiques (indice 54,3) or cet animai
n’est figurò que 4 fois dans l’art rupestre (indice de
représentativité 2,7). Or, il n’est pas sans intérèt de
remarquer que notre source littéraire la plus an¬
cienne, Hérodote (IV, 192), prétend, à tort, que le
sanglier n’existe pas en Afrique. Ce que répétèrent,
sans esprit critique, Piine l’Ancien (Vili, 228) et
Elien (XVII, 10); il semble bien qu’un filtre culturel
ait joué contre cet animai. Il est aussi des animaux
qui ne sont jamais représentés sans que Fon sache les
raisons de cet ostracisme. Certains sont assez rares
dans la nature comme le cerf de Barbarie, présent
cependant dans 4 gisements; ignorò des artistes néo¬
lithiques, il l’est également d’Hérodote qui, comme
pour le sanglier, prétend qu’il ne vit pas en Afrique
(VI, 192). L’ours ( Ursus arctos), citò lui comme ani¬
mai africain par Hérodote et reconnu dans 6 gise¬
ments, n’est jamais représenté, de mème que l’hyène
dont les deux espèces ( Hyaena striata et H. crocuta)
sont présentes cependant dans 5 gisements (IF 17).
Les singes du genre macaque (magot, Macaca
inuus), vivant encore dans l’Atlas tellien et le Haut
Atlas marocain, ne sont pas plus représentés dans
l’art rupestre; on ne sait pourquoi.
Au terme de ce premier examen qu’il faudrait affì-
ner et compléter, il apparait clairement que l’art ru¬
pestre donne une image inexacte de la faune holocè-
ne; il ignore totalement certaines espèces à vrai dire
peu communes (ours, cerf) ou plus fréquentes (hyè-
ne, magot), il en dédaigne d’autres comme le san¬
glier (IR 2,75) l’antilope bubale (IR 5,5) et le mouflon
(IR 5,5) dont les très faibles indices de représentativi¬
té s’opposent aux plus fortes fréquences dans les gi¬
sements (IF 54,3; 51,4; 48,6). Inversement, les espè¬
ces le plus souvent représentées, le bufile antique
( Pelorovis=Homoi'oceras antiquus) dont l’indice de
représentativité est de 29, Péléphant ( Loxodonta at¬
lantica) IR 26,2 et le rhinocéros ( Ceratotherium si-
mum) IR 13,2 (qui monterait à 20 si on prenait en
compte les stations marocaines) sont très rares dans
les gisements. En bref, les animaux de grand format
et les plus pesants sont sur-représentés dans l’art ru¬
pestre et les animaux les plus chassés sont sous-re-
présentés. Il existe donc un important filtre d’ordre
culturel, et peut-ètre cultuel car ces figurations n’é-
taient pas sans signification religieuse pour ceux qui
les gravaient. Le fait est indiscutable pour celles qui
fìgurent, par exemple, des béliers coiffes d’un bon-
net sphérique et parés de colliers qui sont conduits
au sacrifice par un homme en attitude d’orant (9).
Ainsi, pas plus que les données archéologiques,
l’art rupestre ne fournit une image réelle et propor-
tionnée de la faune holocène. Voyons si la littératu-
re, à peine plus récente, nous apporte une documen-
tation plus valable. Nous avons la chance de trouver
dans le texte d’Hérodote, au milieu du Ve siècle av.
J.-C., deux listes d’animaux sauvages qui vivaient en
Poids en kg
!TJ O ^ 3 v£ — >• - 0)
oicoScdlucciOcj
Fig. 5 - Diagramme de corrélation entre le poids des espèces,
leur fréquence dans les gisements et leur représentation dans
l’art rupestre maghrébin. Les espèces le plus souvent représen¬
tées (IR) sont le plus lourdes (bufile antique, éléphant, rhinocé¬
ros) et sont les moins fréquentes (IF) dans les gisements; en
revanche celles qui sont abondantes dans les gisements (sanglier,
antilope bubale, mouflon) sont peu représentées dans l’art ru¬
pestre, enfin certaines espèces, bien que présentes dans les gise¬
ments, ne sont jamais figurées (hyène, ours, cerf).
Libye, c’est-à-dire dans le nord de P Afrique, textes
qui furent admirablement commentés par S. Gsell
en 1916 et dont j’utilise la traduction de préférence à
celle de Legrand dans les Belles Lettres (1964) ou à
celle de A. Barguet, panie en 1982 dans la Bibliothé-
que de la Plèiade, qui me paraissent nettement
moins attentives aux questions africaines. Malgré les
progrès réalisés dans la connaissance des cultures
protohistoriques des Libyens, le commentane de
S. Gsell a fort peu vieilli (10). L’une des deux listes
données par Hérodote concerne la Libye des No-
mades, correspondant à l’Etat libyen actuel et aux
confins tunisiens, l’autre, la Libye des cultivateurs,
c’est-à-dire les régions telliennes et plus spéciale-
ment le Sahel tunisien et son arrière-pays monta-
gneux. Hérodote connaìt bien mieux la première que
la seconde sur laquelle il ne nous donne que de va-
gues renseignements. De la faune mammalienne des
régions non sahariennes, il cite le lion, Péléphant,
l’ours et Pane porteur de cornes qui est très vraisem-
blablement une antilope chevaline du genre hippo-
trague. L’hippotrague, connu à l’état fossile au
Maghreb, vit encore dans la partie méridionale du
Sahara. Hérodote mentionne aussi, mais dans un
autre chapitre les singes, très nombreux, qui sont
chassés et consommés par les Gyzantes que l’on si-
tue volontiers dans le Zaghouan, ils étaient d’ailleurs
nommés Zygantes par Hécatée de Milet. Il ajoute des
animaux plus ou moins mythiques, serpents gigan-
(9) Sur le bélier à sphéroi'de, la dernière synthèse est celle de G. Camps, 1985a, p. 345-387. Voir aussi Id., 1988.
(10) Pour un nouveau commentale à la lumière des nouvelles connaissances, on se reportera à G. Camps, 1985b.
GABRIEL CAMPS
Hippotrague Gazelle Dama
Mouflon à manchettes
Fig. 6 - Quelques ruminants africains cités par Hérodote: l’Hippotrague, la Gazelle mohor (ou Dama), le Bubale,
l’Oryx, l’Addax, le Mouflon à manchettes (dessins Dekeyser).
HÉRODOTE ET L’ART RUPESTRE. RECHERCHES SUR LA FAUNE DES TEMPS NÉOLITHIQUES
131
tesques et monstres à téte de chien ou sans tète du
tout, auxquels il ne croit pas, mais qu’il mentionne
parce qu’ils ont été nommés par ses informateurs.
Comme on le voit cette liste est bien courte et désor-
donnée; Hérodote ne tente mème pas de citer còte à
còte les animaux qui se ressemblent ou vivent dans
le mème biotope. De plus, elle pòche gravement par
défaut; on note des absences surprenantes, tant ces
animaux sont caractéristiques du paysage faunique
maghrébin: mouflon, chacal, àne sauvage. Hérodote
ne cite pas non plus le cerf ni le sanglier, or si le pre¬
mier a toujours été rare, ce n’est pas le cas pour le se-
cond; bien mieux, il précise, comme nous l’avons dit,
qu’ils font totalement défaut dans toute la Libye, cel¬
le des Nomades comme celle des Sédentaires. La
minceur de cette liste, les erreurs, le rajout d’ani-
maux fabuleux reflètent l’ignorance générale d’Hé-
rodote sur les Libyens cultivateurs dont il peut à pei-
ne citer trois tribus, Mayes, Gysantes et Zauèkes.
Passant à la description de la faune du pays noma¬
de, Hérodote se montre plus disert et plus précis.
Voici la liste des animaux qu’il cite: pygargues, zor-
cades, bubales, ànes sans cornes, oryes, bessaria,
hyènes, porcs-épics, béliers sauvages, dictyes, cha-
cals, panthères, boryes, crocodiles terrestres, autru-
ches, petits serpents ayant une come sur la téte, di-
podes, zégéries, hérissons, galai'.
Presque toutes ces espèces sont identifiables. Le
pygargue n’est pas le rapace qui porte aujourd’hui ce
nom mais la gazelle dama, (appelée aussi mohor ou
encore Biche Robert), très reconnaissable à sa «cu-
lotte blache». Zorcades: il faut lire dorcades, les plus
petites et les plus communes de gazelles (et non
«chevreuil» qui est le sens habituel de «dorcas», mais
qui n’a jamais vécu en Afrique). Par bubale, Hérodo¬
te désigne l’antilope si répandue au Maghreb, le Bo-
selaphus probubalis. Les ànes qui ne boivent pas et
n’ont pas de cornes, sont les ànes sauvages, onagres,
dont l’absence était surprenante sur la liste précé¬
dente. Les ànes marrons actuels du Sahara ne sont
pas toujours proches des points d’eau, car ils trou-
vent dans les coloquintes sauvages du désert, lors-
qu’elles arrivent à maturité, la quantité d’eau suf-
fisante à leur équilibre biologique, d’où l’assertion
d’Hérodote qui peut parafare étonnante. Oryes est
une mauvaise graphie pour oryx ( Oryx leucoryx ) qui
n’a dispam du Sahara septentrional que depuis peu de
temps. Ce bel animai vit aussi dans le désert arabique.
S. Gsell commet une erreur en croyant que l’oryx n’é-
tait pas une espèce des pays arides, il n’y a aucune rai-
son de le suivre lorsqu’il propose de remplacer oryx par
addax (n). Hérodote dit que ses comes servaient à fabri-
quer des «lyres phéniciennes». Les bassaria sont de
petits renards dont le nom est conservò chez les Cop-
tes (12); il peut s’agir aussi bien du gracieux fennec
que du renard saharien ( Vulpes Ruppelli) qui est un
peu plus petit que le renard commun et dont les
oreilles sont moins démesurées que celles du fennec.
Hyènes, chacals, porcs-épics ne méritent pas de com-
mentaires, ce sont des animaux vivant encore au Sa¬
hara. La présence de la panthère peut surprendre car
on l’attendait plutòt dans la Libye montagneuse et
forestière que dans les zones arides de la Libye des
nomades, mais il s’agit vraisemblablement du gué-
pard que les anciens distinguaient mal de la panthè¬
re; or le guépard, qui ne chasse pas à l’affut, a besoin
de vastes espaces dégagés pour poursuivre ses proies.
Il vit actuellement au Sahara. Les béliers sauvages
sont en réalité non pas des ovins mais des mouflons
à manchette ( Ammotragus lervia ), espèce unique
d’un genre qui ne peut ètre l’ancètre ni des moutons
ni des chèvres domestiques. Les dictyes et les boryes
(à moins qu’il ne s’agisse pour ces derniers d’un dou¬
blet fautif d’oryes) résistent à toute identification.
Crocodile terrestre: cet animai est mal nommé
mais fort bien décrit; il mesure, dit Hérodote, trois
coudées et ressemble beaucoup au lézard, il s’agit du
varan ( Varanus niloticus) dont la longueur atteint
1,50 m, ce qui est supérieur aux dimensions données
par Hérodote qui, pour une fois, ne peut ètre taxé
d’exagération. Le serpent de petite taille qui porte
une come, n’est pas la vipère à cornes ou la céra-
ste, commune au Sahara, mais la vipère heurtante
(Bitis arietans ) qui possède une écaille saillante sur le
museau.
Hérodote mentionne «trois sortes de rats», dont le
hérisson qui est un insectivore et non un rongeur; les
dipodes sont des gerboises, qui ne semblent possé-
der que deux pattes. Quant aux zégéries, Hérodote
dit que leur nom est libyque et signifierait «(rat de)
colline», mais Gsell fait remarquer qu’une scolie de
Dioscoride (IV, 123) précise que zigar est le nom pu-
nique d’une piante appellée en grec «bounion»
(c’est-à-dire de colline). Je ne vois pas pourquoi il op¬
pose Dioscoride à Hérodote, car l’adjectif «punique»
re^ut très vite une acception très large et signifia sou-
vent «africain» donc libyque ou paléoberbère or on
retrouve précisément le radicai ZGR sous la forme
féminine tazeggwart qui désigne, en kabyle, le juju-
bier sauvage qui est effectivement une piante de col¬
line, mais on peut retrouver aussi dans le nom des
zégéries un radicai pan-berbère ZGRh qui signifie
«rouge». Nous aurions donc deux identifìcations
possibles, les zégéries seraient des «rats rouges» ou
des «rats de colline» c’est-à-dire de rochers; dans le
premier cas on songerait à l’écureuil terrestre ( Xerus
getulicus ) dans le second au daman ( Procavia rufì-
ceps) ou mieux encore au goundi ( Ctenodactylus gun-
di ). Ma préférence va vers celui-ci car le goundi est
plus répandu que l’écureuil fouisseur et vit en colo-
nies plus nombreuses; il a, de plus, un pelage brun-
rouge. Il est donc à la fois de rocher et de couleur
rougeàtre. Enfìn il a une chair très estimée et a donc
plus de chance d’avoir retenu l’attention des infor¬
mateurs d’Hérodote. Les gala!' sont des animaux qui
prospèrent dans le pays où pousse le sylphium, ils
ressemblent, dit Hérodote, à ceux qui vivent à Tar-
tessos, dans le sud de l’Espagne. D’après Strabon
(XVII, 3, 4), il s’agit d’un animai ayant l’aspect d’un
chat mais avec un museau pointu, description qui
convient parfaitement à la genette qui est le viverri-
dé le plus répandu en Afrique du Nord et non pas
la belette comme le traduisent Legrand et Barguet
dans leurs éditions du texte d’Hérodote.
(n) S. Gsell, Textes relatifs à l’Histoire de l Afrique du Nord. Fascicule 1, Hérodote, Alger-Paris, 1916, p.98. Bien qu’il ne
dise pas expressément les raisons de cette correction, il est possible que le choix de Gsell se soit porté sur l’addax parce que
cette antilope a des cornes lyrées, mais les bras d’une lyre, mème phénicienne, ne sont pas nécessairement lyrés.
(12) Hésychius reconnatt une origine africaine à ce nom, Voir S. Gsell, 1913, p. 312.
GABRIEL CAMPS
A la différence de la liste précédente, celle des ani¬
marne de la Libye des Cultivateurs, celle-ci présente
un certain ordre: les cinq premières espèces citées
sont des herbivores, viennent ensuite des animaux
agressifs, carnivores (renard, chacal, panthère), la
place du porc-épic dans cette sèrie pourrait s’expli-
quer par ses piquants, et celle du mouflon par ses
énormes cornes; Hérodote cite ensuite des animaux
spécifìques: crocodile terrestre (varan), autruche, pe¬
tit serpent à une corme (vipère heurtante), puis trois
espèces de «rats» et enfin la genette.
Parlant des Garamantes, qui sont situés dans la
mème partie de la Libye et dont nous connaissons la
localisation au Fezzan et aux confins du Tassili n’Aj-
jer, Hérodote écrit (traduction de S. Gsell): «On
trouve chez eux des boeufs qui paissent à reculons
(i opisthonomoi ). Ils paissent ainsi parce qu’ils ont les
cornes inclinées vers l’avant, ce qui les force à aller à
reculons ... ils ne peuvent marcher en avant car leurs
cornes s’enfonceraient dans la terre (IV, 183)». Com-
ment prendre au sérieux une telle affirmation? Quel¬
le que soit Tinclinaison des cornes vers l’avant et leur
longueur, leur disposition ne saurait ètre telle que
l’animal fut contraint de brouter à reculons, d’autant
plus que, privé d’incisive au maxillaire supérieur, il
lui aurait été impossible de trancher l’herbe dans un
mouvement d’avant en arrière. Ce récit parait d’au-
I ig. 7 Trois rongeurs sahariens: la Gerboise, FEcureuil ter¬
restre et le Goundi (dessin Dekeyser et photo G. Camps).
tant plus suspect qu’il rappelle le rapt des génisses
d’Apollon par Hermès qui les contraignit à marcher à
reculons pour tromper les éventuels poursuivants.
Mais s’agit-il bien d’un conte issu de l’imagination
fertile d’Hérodote ou de celle de ses informateurs?
Une meilleure connaissance de l’art rupestre saha-
rien nous permet aujourd’hui de suggérer une expli-
cation. Les Sahariens, particulièrement ceux qui fré-
quentaient les vallées du Tassili n’Ajjer, ont figuré
d’importants troupeaux de boeufs domestiques de la
variété Bos africanus, identique à celle de l’Egypte
pharaonique, or, parmi ces représentations si fìdèles,
on remarque certaines anomalies: des bètes qui,
comme sur les fresques égyptiennes, sont dépour-
vues de cornes et d’autres qui ont les cornes «flottan-
tes» ou «ballantes». Il semble que ces animaux aient
souffert soit de caries alimentaires, soit d’une ano¬
malie d’origine génétique; il n’est pas impossible
d’ailleurs que le «flottement» de la come ait précédé
sa chute, puisque dans le mème troupeau on peut re-
connaltre des animaux à l’encornage normal, d’au¬
tres aux cornes ballantes, d’autres enfin dépourvus
de cornes (13). Quand on examine ces figures, on
comprend que les bovins à cornes flottantes devaient
ètre gènés pour brouter puisque celles-ci sont rabat-
tues de part et d’autre du mufle. Penser qu’une telle
disposition oblige l’animal à paitre à reculons n’est
Fig. 8 - Bovins des peintures rupestres du Tassili n’Aijer en haut
station de Jabbaren (d’après Brenans), en bas Oued Derbaouen
(d’après Colombe!). Plusieurs animaux ont des cornes ballantes.
HÉRODOTE ET L’ART RUPESTRE. RECHERCHES SUR LA FAUNE DES TEMPS NÉOLITHIQUES
133
Tableau synthétique de la faune néolithique et protohistorique de PAfrique du Nord et du Shara d’après l’archéologie, l’art
et Hérodote.
GABRIEL CAMPS
pas une déduction si sotte. J’imagine volontiers quel-
que caravanier garamante décrivant dans un cabaret
de Cyrène ou de Lepcis ces fìgurations de boeufs
«dont les cornes inclinées vers l’avant les forcent à
aller à reculons quand ils paissent». Le bruit en étant
arrivé à Hérodote qui ne put, dans son allégresse ma-
licieuse, comme le dit joliment Mme de Romilly
(1964), résister à la tentation de nous transmettre
rhistoriette. Somme toute, Hérodote avait une àme
de journaliste.
On retiendra donc, dans ces listes incomplètes de
la faune africaine données par Hérodote, des nota-
tions justes bien que surprenantes (les ànes qui ne
boivent pas, les boeufs opisthonomes), le souci de
décrire par des images simples l’aspect des animaux
(àne pourvu de cornes pour désigner l’animal que
nous appelons hippotrague ou antilope chevaline, ou
encore «Cul-blanc» la gazelle dama, les «deux-pat-
tes» qui sont les gerboises), un certain intérèt philo-
logique dans l’explication du nom des zégéries; il
faut retenir la notation que je qualifìerais de docu¬
mentale sur les genettes qui sont semblables à celles
d’Espagne, ou sur les cornes des oryx qui servent à
faire un certain type de lyre. Mais ces bonnes inten-
tions ne sauraient suppléer la très mauvaise connais-
sance qu’Hérodote pouvait avoir de la Libye des la-
boureurs, en dehors du Sahel tunisien.
C’est donc à une conclusion pessimiste que nous
arrivons au terme de cette présentation de la faune
holocène; nous ne pouvons la saisir dans sa composi-
tion réelle: les données archéologiques sont discuta-
bles et révèlent plus le comportement de l’homme
vis-à-vis de la faune qu’elles ne donnent une image
réelle de celle-ci. L’art rupestre ne reproduit qu’une
nature déformée par un filtre culturel qui n’a pas
voulu représenter certaines espèces et a magnifìé,
jusqu’à l’obsession, certaines autres. Hérodote nous
apporte des précisions parfois intéressantes mais sur
une faune mammalienne bien pauvre et en grande
partie ignorée. Remarquons, au passage qu’Héro¬
dote ignore totalement l’existence de la girafe si
abondante au Sahara, de mème que l’hippopotame,
quant au rhinocéros, connu au Maghreb, il avait déjà
disparu de la partie nord du désert. Malgré l’imper-
fection de ces données, nous devons cependant
nous féliciter de ce que le Maghreb et le Sahara
bénéfìcient de sources aussi diverses qui, malgré
leur faiblesse, peuvent ètre corrélées, critiquées et
complétées les unes par les autres. La préhistoire
nord-africaine est, dans ce domaine, très avantagée
par rapport à la préhistoire européenne qui, pour la
mème tranche de temps, ne dispose ni des données
d’un art rupestre animalier, ni de texte aussi ancien
que celui d’Hérodote.
(,3) Je ne pense pas que les cornes ballantes soient le résultat de déformations artificielles telles qu’elles étaient
couramment pratiquées par les groupes pasteurs du Sahara orientai (on en connait une centaine de cas sur ies gravures du
Tibesti) et du Sahara centrai (où elles sont plus rares). On sait que la déformation volontaire des cornes est une pratique
courante chez les éleveurs de bovins du Haut Nil, chez les Nuer, les Dinka en particulier. Sur les cornes déformées des gra¬
vures sahariennes voir P. Huard, 1959.
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Gabriel Camps: LAPMO - Université de Provence, 29 avenue Robert Schuman - 31100 Aix en Provence FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Henriette Camps-Fabrer
Découvertes récentes sur l’art mobilier préhistorique
dans le Nord de l’Afrique
Résumé — L’art mobilier du Nord de l’Afrique s’enrichit au fil des années de nouvelles découvertes.
Il existe des statuettes en terre cuite, telles celles récemment publiées provenant d’un site ibéromaurusien d’Afalou
bou Rhummel: ce sont des figurations animales qui sont les plus anciennes manifestations d’art mobilier en Afrique du
Nord et viennent s’ajouter à celles en mème matière du Niger et de l’oued Athal (Fezzan), où B. Barich et F. Mori ont
découvert dans la couche archéologique, deux figurines en terre cuite représentant un chien et une gazelle. G. Aumassip a
recueilli aussi plusieurs figurines en terre cuite dans le gisement de Ti-n-Hanakaten (séquence 3, datée de 2150 ± 70 bc)
où l’on retrouve les mémes décors céramiques, les mèmes palettes que dans les sites bovidiens. Dans l’oued Ti-n-Amzi
(Tassili Oua-n-Amidi) à 350 km au SSW de Tamanrasset, c’est encore une figurine anthropomorphe en terre cuite qui vient
d’ètre publiée.
Dans le Nord de l’Afrique au Maroc, une statuette en pierre, provenant de Chella, évoque les idoles chalcolithiques
d’Espagne.
Au Sahara, deux nouvelles statuettes en pierre ont été découvertes dans la région de Djanet: l’une est dérivée de la
forme d’une moiette et figure un bovidé; la seconde, plus exceptionnelle, de forme allongée très volumineuse, porte à
chacune de ses extrémités des lignes de relief figurant une tète animale (oviné ou antilopiné pour la plus fine, la plus grosse
restant énigmatique).
Abstract — The movable art from thè Northern part of Africa is enriched with new discoveries.
Baked clay statuettes have been found, such as those recently published, that come from an iberomaurisian site of
Afalou-bou-Rhummel: these are animai representations corresponding to thè oldest movable art expression in North Afri¬
ca and adding further to those in thè same material from Niger and thè oued Athal (Fezzan), where B. Barich and F. Mori
have discovered in thè archaeological layer, two baked clay figurines showing a dog and a gazelle.
G. Aumassip has also gathered several baked clay figurines in thè deposit of Ti-n-Hanakaten (sequence 3, dated back
from 2150 ± 70 bc) where thè same pottery decorations are found, thè same palettes as in thè bovidian sites. In thè oued
Tin-n-Amzi (Tassili of Ouan-n-Amidi) from 350 km to thè S.S.W. of Tamanrasset, this is a baked clay anthropomorphous
figurine again that has just been published.
In thè North Africa, in Marocco a stone statuette coming from Chella evokes thè chalcolithic idols from Spain.
In thè Sahara, two new stone statuettes have been discovered in thè area of Djanet: thè first stone is stemmed from thè
shape of a stone muller and represents a bovid; thè second one, more exceptional, of a stretched and very bulky shape, has
to each of its ends raised design lines depicting an animai head (ovine or antelope race for thè thinest, thè biggest being stili
enigmatic).
L’art mobilier du Nord de l’ Afrique s’enrichit au fil
des années de nouveaux documents. Nous avons jugé
utile de rappeler quelques découvertes récentes con-
cemant cet art mobilier nord-africain avant de nous
consacrer à celles qui viennent compléter notre connais-
sance des statuettes en pierre dure du Sahara centrai.
STATUETTES EN TERRE CUITE D’AFRIQUE DU NORD
Deux statuettes d’Afalou bou Rhummel prove¬
nant d’un niveau ibéromaurusien sont les plus an¬
ciennes manifestations artistiques connues en Afri¬
que du Nord. Modelées dans une pàté argileuse, à
structure feuilletée et présentant des traces de lissa-
ge, elles sont fune et l’autre brisées à l’encolure et à
la base des cornes. Malgré leur stylisation et l’absen-
ce de détails précis, elles semblent bien avoir repré-
senté des animaux d’espèces différentes. La premiè¬
re, haute de 21 mm possède une tète allongée, à
chanfrein rectiligne ou faiblement convexe et des
cornes, verticales au départ, peu distantes fune de
l’autre; ces caractères sommaires font songer à un
boviné. La seconde, haute de 17,6 mm présente en re-
vanche, un chanfrein très convexe et des cornes plus
robustes, ce qui suggère plutòt l’image d’un mouflon.
La première figurine était située à 18 cm au-dessus
du niveau daté par le C14 de 11450 ± 230 bp, soit
9500 ± 230 bc (Ly 3227); la deuxième, trouvée dans
la mème couche que les nombreux restes humains
exhumés par C. Arambourg, était située à 30 cm au-
dessous du niveau ayant été daté de 12400 ± 230 bp,
soit, 10450 ± 230 bc (Ly 3228). Ces statuettes permet-
tent de rappeler la présence, dans l’abri voisin de Ta¬
mar Hat (E. Saxon, 1974) appartenant également
à lTbéromaurusien, d’un fragment de terre cuite re¬
présentant peut-ètre une come d’ibex, selon l’auteur,
de mouflon à manchettes en fait, car l’ibex n’a jamais
existé en Afrique. La figurine de Tamar Hat est en¬
core plus ancienne puisque le sol où elle a été re-
cueillie était situé entre deux niveaux respectivement
datés de 20600 ± 500 et 19800 ± 500 bp: elle est donc
datable des environs de 20000 bp (18050 bc). Les dé¬
couvertes de Tamar Hat et d’Afalou bou Rhummel
témoignent donc des premiers balbutiements de l’art
mobilier en Afrique du Nord.
La tradition fort ancienne du modelage de figuri-
nes en argile s’est perpétuée en Afrique du Nord et
HENRIETTE CAMPS-FABRER
i A <
1 70
au Sahara au cours de Néolithique, comme le prou-
vent les statuettes d’Achakar, Maroc (Camps-Fabrer,
1966) et celles du Sahara: l’oued Athal (Fezzan), où
B. Barich et F. Mori ont découvert dans la couche
archéologique, deux fìgurines en terre cuite repré-
sentant un chien et une gazelle, Ti-n-Hanakaten où
G. Aumassip a recueilli aussi plusieurs fìgurines en
terre cuite (séquence 3, datée de 2150 ± 70 bc) où
Fon retrouve les mémes décors céramiques, les mè-
mes palettes que dans les sites bovidiens. Dans
l’oued Ti-n-Amzi (Tassili Oua-n-Amidi) à 350 km au
SSW de Tamanrasset, une figurine anthropomorphe
en terre cuite (Soleilhavoup, 1989) est de forme cy-
lindrique et s’évase en forme de collerette pour for-
mer le pied. La partie opposée offre deux dépres-
sions qui, vues de face, suggèrent une figure humai-
ne alors que, de profil, elles feraient plutòt songer à
un serpent.
STATUETTE ANTHROPOMORPHE EN PIERRE DE CHELLA, MAROC
Parmi les découvertes récentes, nous n’omettrons
pas de signaler, bien qu’elle appartienne à un autre
monde culture!, la statuette en andésite de Chella,
Maroc (Boube, 1983-1984). Vue globalement, elle est
de forme triangulaire. La tète allongée est conique;
des protubérances assez peu marquées de chaque
coté du corps représentent les bras, réduits à des
moignons, arrondis à leurs extrémités. Ces caractè-
res permettent de rapprocher l’objet de Chella des
idoles cruciformes du type II A que M.-J. Almagro
Gorbea a défìni dans sa classification des idoles du
Bronze I ibérique. La plupart des idoles de type cru¬
ciforme ont été découvertes dans le sud de la pé-
ninsule ibérique (province d’Alméria et de Grena-
de); cependant quelques trouvailles proviennent de
la partie occidentale de l’Andalousie, du Portugal:
Estramadoure, abords de l’estuaire du Tage. Une
idole, très comparable à celle de Chella a mème
été trouvée dans le gisement de Los Caserones, à
Aidea de San Nicolas dans la grande Canarie. Ainsi,
l’aire de répartition de ces fìgurines est très vaste,
puisqu’elle atteint avec les ìles Canaries, la latitude
du Draa. La statuette de Chella est un jalon sup-
plémentaire dans les relations entre le Sud-est de
l’Espagne et le Maroc durant la deuxième moitié du
IIIe millénaire.
STATUETTES NÉOLITHIQUES EN PIERRE DU SAHARA CENTRAL
Etude morphologique
C’est dans le Sahara centrai (Tassili et Ahaggar) que
se trouve la plus grande concentration de statuettes
néolithiques sculptées en pierre: nous présenterons
tout d’abord deux nouveaux exemplaires entiers.
Fig. 1 - Statuette entière de bovidé dérivée de la forme d’une
moiette, vue de profil: région ouest de Djanet (cliché B. Lesaing).
Description de la première statuette
La première, provenant de la région de Djanet, de
forte densité et de couleur noire est de petite taille: la
base mesure 10,3 x 11 centimètres. Sa hauteur est de
12 centimètres et son poids de 2,400 kilogrammes.
Elle repose sur une base bien piane et de forme sub-
circulaire. Une facette dorsale, une autre latérale in-
diquent l’origine morphologique de cette pièce qui
épouse la forme d’une moiette.
moiette, vue de profil: région ouest de Djanet (dessin Y. Assié).
DÉCOUVERTES RÉCENTES SUR L’ART MOBILIER PRÉHISTORIQUE DANS LE NORD DE L’AFRIQUE
137
Fig. 4 - Statuette entière de bovidé dérivée de la forme d’une
moiette, vue de face: région ouest de Djanet (dessin Y. Assié).
Fig. 3 - Statuette entière de bovidé dérivée de la forme d’une
moiette, vue de face: région ouest de Djanet (cliché B. Lesaing).
Tous les détails intéressant l’identifìcation de cette
sculpture sont localisés au sommet de la pièce don-
nant ainsi l’image d’un bovidé au repos, dont la tète
seule émerge de la masse. Un premier relief auquel
sont accrochées deux petites oreilles en feuilles d’oli-
vier, limite la tète de forme triangulaire; le dos est
marqué par une surface piane, légèrement en creux;
deux autres lignes de relief partent vers l’avant et se
terminent par deux petites protubérances symétri-
ques correspondant sans nul doute possible aux
yeux. Le front est légèrement bombé et descend en
pente douce vers le mufle qui émerge de la masse.
Au-dessus de la base, on peut voir deux petites dé-
pressions ovales sans qu’il soit possible de dire s’il
s’agit de la limite des pattes avant. Vue d’un seul
coup d’oeil, cette statuette ressemble d’une manière
frappante, bien que plus ramassée et encore plus sty-
lisée, aux bovidés de Silet et de l’oued Tedaoudet.
On retrouve le mème souci de dépouillement dans le
choix judicieux de quelques lignes qui suggèrent
plus qu’elles ne représentent vraiment. Il en résulte
une oeuvre d’art saisissante de vérité et de réalisme
dans son abstraction des détails inutiles.
Cette pièce permet de compléter nos observations
antérieures sur le passage de la simple moiette, objet
utilitaire, à la sculpture animalière.
Formes dérivées de molettes
Une simple créte aménagée permet déjà de faire
naitre une amorce de sculpture (moiette à crete sagit¬
tale d’Oued Assouf Mellen, Ahnet) par exemple.
L’artiste a pleinement réussi à suggérer l’attitude
d’un petit bovidé sur la ronde-bosse de Jabbaren,
formée d’un corps massif d’où émerge à peine la tète
dégagée d’un cou robuste et court; aucun détail ne
vient suggérer les oreilles qui apparaissent dans les
représentations plus imposantes des bovidés de Si¬
let, de Tedaoudet et de ceux de provenance non pré-
cisée par Klenkler (1986). Quelques caractères bien
choisis et très évocateurs complètent la silhouette
globale du lièvre d’Adjefou concrétisée par la forme
tronconique de la statuette à base aplanie: faible re¬
lief délimitant les joues, dessin plus affirmé des lon-
gues oreilles plaquées vers l’arrière et dont l’intérieur
est évidé. Ces quelques exemples permettent de con-
stater que toutes les formes dérivées de molettes sug¬
gèrent essentiellement des représentations animales.
Description de la deuxième statuette
La seconde statuette, provenant de la région de
Djanet est elle aussi entière, mais de forme allongée
et de beaucoup plus grande taille. De couleur gris-
vert, elle est longue de 40,2 centimètres. Son poids
est de 4 kilogrammes - ce qui est considérable. Les
deux extrémités sont sculptées, la moins volumineu-
se l’est en forme de tète; la seconde est plus difficile
à identifier. Contrairement à bon nombre de sta-
tuettes de ce type, la base n’est pas piane mais légè¬
rement concave ce qui rend sa stabilité aléatoire.
La partie dorsale, un peu aplanie offre une légère cré¬
te sagittale. A première vue, on constate qu’il s’agit
d’une représentation doublé.
La tète la plus fine comporte des détails anatomi-
ques très précis. Sa hauteur est de 7 centimètres, sa
largeur maximum de 5,4 centimètres, au niveau des
deux protubérances correspondant à la zone d’inser-
HENRIETTE CAMPS-FABRER
Fig. 5 - Statuette bicéphale dérivée de la forme allongée des pilons, vue de profil: région ouest de Djanet (cliché B. Lesaing).
Fig. 6 - Statuette bicéphale dérivée de la forme allongée des pi¬
lons, détail de la tète la plus fine: (cliché B. Lesaing).
tion des cornes. Sa section est, au mème niveau, de
forme triangulaire. Le mufle, bien marqué offre, vers
le bas, ime dépression horizontale correspondant à la
bouche il est surmonté de deux naseaux allongés,
très apparents et parfaitement reconnaissables, que
l’on examine la pièce de face ou de coté. Le chan-
frein est bombé et cette convexité très marquée est
un caractère spécifique des ovinés. Plus haut, deux
reliefs bien symétriques, arrondis et globuleux, figu-
rent les deux yeux, à Panière desquels partent deux
Fig. 7 - Statuette bicéphale dérivée de la forme allongée des pi¬
lons, détail de la tète la plus volumineuse (cliché B. Lesaing).
lignes symétriques et allongées, longues de 6 centi-
mètres, dont le volume décroit vers Panière pour se
terminer en pointe; il s’agit là, sans aucun doute pos-
sible, de la figuration des cornes. Toutefois les cor¬
nes des ovins sont toujours courbes; or, celles-ci sont
rectilignes, ce qui pourrait nous faire opter pour une
représentation d’antilope. Dans la zone située entre
l’oeil et la come, sont placées deux grandes oreilles
tombantes, très légèrement obliques vers Panière.
Elles sont, comme souvent sur ces statuettes saha-
riennes, en forme de feuilles d’olivier. La partie infé-
rieure de la tète présente un relief longitudinal bien
marqué qui disparait ensuite.
L’extrémité opposée est plus volumineuse puis-
qu’elle atteint une hauteur de 11,2 centimètres, sa lar-
geur n’étant que de 6 centimètres. Ceci exprime l’a-
platissement bilatéral de cette partie de la sculpture.
Comment interpréter les lignes de reliefs qui ornent
cette partie infmiment plus puissante et volumineu¬
se que celle qui lui est opposée? Celles-ci suggèrent.
DÉCOUVERTES RÉCENTES SUR L’ART MOBILIER PRÉHISTORIQUE DANS LE NORD DE L’AFRIQUE
139
Fig. 8 - Statuette bicéphale dérivée de la forme allongée des pilons: région ouest de Djanet (dessin Y. Assié).
plus qu’elles ne représentent, semble-t-il, des élé-
ments anatomiques directement perceptibles. Alors
qu’au premier coup d’oeil, on peut reconnaitre la tè-
te précédemment décrite et que les détails se placent
d’une manière conforme à la réalité, il ne me semble
pas en ètre de mème pour cette partie de la sculpture
qui reste énigmatique. Ce qui s’impose en premier à
l’examen est la ligne circulaire dessinant un cercle
presque parfait qui affecte les deux faces, de part et
d’autre de la crete sagittale, suggérant l’enroulement
d’une come de bélier. Mais que représenteraient
alors les deux reliefs, concaves vers le haut et qui
naissent à l’avant de ces cercles? A leur base, sont ac-
crochées deux lignes en relief, elles aussi disposées
symétriquement qui ressemblent à des défenses.
L’existence d’un relief frontal vertical pourrait faire
penser à une trompe d’éléphant; les reliefs circulai-
res pourraient alors correspondre aux oreilles de cet
animai. Mais aucune de ces interprétations n’est
vraiment satisfaisante. L’artiste a-t-il voulu suggérer
une silhouette complémentaire de la première? La
forme générale oblongue de la tète très fortement ac-
centuée par rapport au volume du reste de la pièce
est-elle suffisante pour nous permettre d’identifier
l’animal? Une idée, une hypothèse certes, s’est impo-
sée à moi à première vue: ne pourrait-il-s’agir à une
extrémité, d’une brebis, fine, parfaitement observée
et d’un réalisme assez suggestif, malgré la forme des
cornes et, de l’autre coté, d’une figure, plus suggérée
que représentée, d’une tète de bélier dont l’enroule-
ment des cornes se traduit par la profusion de lignes
de relief? Rappelons que sur le bélier de Tamentit,
par exemple, l’enroulement des cornes est contraire
au sens normal.
Quoiqu’il en soit cette sculpture ne peut laisser in-
différent. C’est la première fois qu’une seule sculptu¬
re figure ainsi deux animaux, l’un à chaque extrémi¬
té. Voir dans cette dualité l’expression de préoccupa-
tions autres qu’artistiques me semble plausible,
d’autant plus que l’aspect général phalliqu? de la piè¬
ce semble indiscutable.
Formes dérivées de pilons
Il est apparu que ces formes allongées sont issues
de ce qu’on appelle traditionnellement des pilons et
ces pilons aménagés donnent naissance à des formes
variées que ce soit des décors simplement géométri-
ques: lignes serpentiformes sur le pilon de Silet, cu-
pules alignées sur un objet du Tadrart ou des sculp-
Fig. 9 - Evolution morphologique simulée des statuettes sahariennes à partir des molettes et des pilons.
140
HENRIETTE CAMPS-FABRER
uires animales très variées: bovinés, ovinés, gazelles.
Presque toutes ces statuettes étaient amputées de
leur partie postérieure: bovidé de Tisnar, de Bordj
Omar Driss (Fort-Flatters), taureau de Tazerouk,
ovidé de Tadjentourt, bélier de Tamentit, gazelle de
rimakassen, par exemple.
La découverte en 1966, à Anou oua Lelioua, dans
l’erg d’Admer, dans une station néolithique, de la
première ronde-bosse entière élaborée à partir d’une
pierre allongée, polie, Figurait un goundi ( Ctenodac -
tylus gundi). L’intérèt de cette découverte était donc
très grand, d’une part en raison de la valeur esthéti-
que de la pièce mais aussi du fait qu’elle soit entière
permettant d’évoquer la silhouette générale des au-
tres statuettes fragmentaires et enfin en raison du
contexte archéologique où apparaissent des caractè-
res ténéréens.
La statuette de Tikoubaouine, représentant une
gazelle entière, apportait un nouveau témoignage de
l’expression de ces sculptures. Maitrisant la matière,
avec un art consommé, le sculpteur a réussi à donner
à cette oeuvre une gràce, un charme incomparable
qui sont per?us à travers les détails les plus évoca-
teurs: proéminence des naseaux, enroulement des
cornes, yeux d’où s’échappe une larme...
Moins spectaculaire mais non moins intéressante
est la sculpture bicéphale dont nous avons longuement
parlé supra et sur laquelle nous ne reviendrons pas.
Parmi les formes dérivées de pilons, nous pou-
vons remarquer que certaines fìgurations anthropo-
morphes telles celle d’Isaouane n’Irrararen, plus
stylisées, plus schématiques sont suggérées par des
lignes de relief à peine apparentes; elles sont géné-
ralement intactes.
Tableau I - Statuettes sahariennes dérivées de la forme des molettes.
DÉCOUVERTES RÉCENTES SUR L’ART MOBILIER PRÉHISTORIQUE DANS LE NORD DE L’AFRIQUE
141
Tableau II - Statuettes sahariennes dérivées de la forme des pilons.
HENRIETTE CAMPS-FABRER
Tableau III - Statuettes sahariennes anthropomorphes.
Identification et dénombrement des statuettes
Représentations anthropomorphes
(14 exemplaires)
- Neuf statuettes de Tabelbalet au Nord du Tassili, à
la lisière du Grand Erg orientai
- une statuette du puits de Ouan Sidi, Edeyen
- une de l’oued Iler, entre l’Adrar des Ifoghas et Ti-
missao
- une de l’erg Isaouane n’Irrararen
- une d’Idehein Fokkas au Sud de Djanet, à la bor¬
dure orientale de l’erg d’Admer
- une au Sud de l’erg Kilian (erg d’Admer), de forme
oblongue, à base aplanie, offre à la partie supé-
rieure une bande en relief, large de 2 cm. Globale-
ment, cet objet n’est pas sans rappeler la statuette
de l’erg Isaouane n’Irrararen et pourrait correspon-
dre à l’aboutissement d’une évolution du schèma
anthropomorphe.
Représentations phallomorphes
(non dénombrées)
Représentations animales
(38 exemplaires)
Les ovinés (4 sculptures):
- Un petit ovidé, entier, Tabelbala, d’une autre fac-
ture que les suivants
- le bélier de Tadjentourt, Djanet, Tassili n’Ajjer, in-
terprété par H. Lhote, à tort à notre sens, comme
un bovidé
- la tète de bélier de Tamentit, Touat
- la statuette entière de la région de Djanet qui vient
d’ètre présentée.
Les bovinés (14 sculptures).
Le bovinés sont les mieux représentés.
On dénombre 6 sculptures dérivées de molettes, tou-
tes entières:
- le bovidé de Silet, Hoggar
- le bovidé de Jabbaren, Tassili n’Ajjer
- le bovidé de Tedaoudet
- trois bovidés de provenance non précisée, Tassili,
région de Djanet.
Les 8 autres bovinés appartiennent à des sculptures
allongées:
- le bovidé à la bouche ouverte de Bordj Omar Driss
(Fort Flatters)
- le bovidé de Tanitir (Tamrit) qui est entier
- le bovidé de Djanet
- la tète de taureau de Tazerouk, Hoggar
- la tète de bovidé de Tisnar, Tassili n’Ajjer
- la tète de bovidé de Tammenla, erg d’Admer
- deux tètes de provenance non précisée.
Les mammifères indéterminés (4 sculptures):
- le petit mammifere accroupi de Ti n Abou Teka,
Tassili n’Ajjer
- le fragment de mufle d’Anou oua Lelioua, erg
d’Admer
- l’arrière train du petit mammifère de Ti n Abou
Teka, Tassili n’Ajjer
- l’arrière-train d’un mammifère de l’Edehi Meddak.
Les antilopinés (5 sculptures):
- la gazelle entière de Tikoubaouine
- la tète d’antilope de Zaouatellaz (que H. Lhote
avait classée parmi les bovinés)
DÉCOUVERTES RÉCENTES SUR L’ART MOBILIER PRÉHISTORIQUE DANS LE NORD DE L’AFRIQUE
143
- la téte de gazelle de Tissoukai, Tassili n’Ajjer
- la tète de gazelle de lTmakassen, Tassili n’Ajjer.
Les rongeurs (4 sculptures): 3 lièvres et 1 goundi
- le lièvre d’Adjefou, Tassili n’Ajjer
- le lièvre de Dider, Tassili n’Ajjer
- le lièvre d’El Bérou, Tassili n’Ajjer
- le goundi d’Anou oua Lelioua, erg d’Admer, dont
l’identifìcation a été contestée par Lhote, malgré la
moustache très nette et la queue en panache.
Animaux divers (4 sculptures):
- le scarabée d’el Rajiouène, Tassili n’Ajjer
- une possible représentation de sauterelle, oued
Roufath, Hoggar
- une ébauche de statuette (poisson possible?),
Anou oua Lelioua
- la plaquette dont Fune des extrémités est sculptée
en forme de tète de faucon, de la Hamada du Guir
(entre Hammaguir et le djebel Guettara, à l’ouest
d’Igli).
Sujets abstraits (3 sculptures allongées):
- une sculpture entière à bourrelets multiples inter-
prétée comme une sorte de chrysalide, oued He-
fek, Hoggar
- un pilon à cupules alignées, Tadrart
- une sculpture à reliefs serpentiformes, Silet, Hog¬
gar.
Interprétation
Qu’il s’agisse de pilons-rondins en pierre ou de
molettes, nous avons pu jalonner en quelque sorte
l’élaboration de ces splendides rondes-bosses dont
l’aménagement répond à une sublimation de l’art
néolithique du polissage sur pierre.
On cherche toujours, on cherchera longtemps en-
core à expliquer l’art préhistorique. Mais quand il
s’attache à des objets utilitaires comme les pilons-
rondins dont l’utilisation ou les fonctions demeurent
elles-mèmes inconnues ou les molettes générale-
ment adaptés au travail de broyage et meulage des
graines, on peut songer à une déviation du sens pri-
mitif de ces objets, parallèlement à la déviation de
leur forme. L’objet utilitaire devient alors un objet
d’art et vraisemblablement une idole.
Si les pilons deviennent de magnifiques sculptures
et les molettes des silhouettes parfaitement cam-
pées, on peut, sans grand risque d’erreur, leur trou-
ver une explication cultuelle. Car il nous semble
bien que l’art animalier et anthropomorphe n’était
pas totalement désintéressé et exprime d’autres
préoccupations que matérielles. Malheureusement,
nous n’en avons pas de preuve évidente.
Les divergences ou les difficultés d’identification
et d’interprétation de ces statuettes s’expliquent en
partie par leur style.
L’unité stylistique
L’unité stylistique des rondes-bosses sahariennes
est frappante et, pourtant, les artistes néolithiques
ont su donner à chacune de leurs oeuvres, une per-
sonnalité. La main de ces habiles sculpteurs était gui-
dée par une connaissance remarquable de l’anatomie
animale pour avoir réussi à rendre une attitude, le
mouvement d’une come ou le détail le plus évoca-
teur à l’aide d’une simple ligne de relief ou d’une dé-
pression habilement localisée. Dépouillement n’est
pourtant pas pauvreté, bien au contraire. L’abstrac-
tion des détails inutiles suggère avec une incompara-
ble maitrise et une grande assurance les silhouettes,
les attitudes.
Il ne suffit pas d’invoquer les difficultés réelles et
dont il faut tenir compte pour expliquer le style des
rondes-bosses sahariennes. L’élégance et la finesse
de la tète de gazelle de lTmakassen ou de Tikou-
baouine, le majestueux enroulement de la come du
bélier de Tamentit, la puissance du taureau de Taze-
rouk, la placidité du bovidé de Silet, témoignent du
talent avec lequel les artistes ont franchi ces difficul-
tés techniques. Ces réalisations n’auraient rien gagné
à ètre alourdies de détails inutiles. Et le modernisme
de l’expression est un des caractères les plus frap-
pants de toutes ces rondes-bosses.
Ces caractères sont d’ailleurs en grande partie dus
au choix de la matière. Il s’agit de pierres générale-
ment dures (diorite, rhyolite), compactes, de couleur
sombre, que les artistes néolithiques ont choisies de
préférence. La forte densité des roches contribue à
accroitre encore l’impression de stabilité que la pla-
néité de la base accentue.
Un autre caractère vient du fait que presque toutes
ces représentations animales et anthropomorphes
offrent une créte longitudinale qui traduit la con-
science qu’avaient les artistes de la symétrie bilatéra-
le de l’animal et du corps humain. On peut mème
avancer qu’elle servait de point de départ à la réalisa-
tion de ces rondes-bosses. C’est généralement en
fonction de cette créte sagittale que sont choisis les
détails anatomiques les plus évocateurs. Yeux plus
ou moins proéminents, larmes, naseaux dilatés,
oreilles pendantes ou déjetées vers l’arrière, cornes
dont l’enroulement nous renseigne souvent plus que
n’importe quel détail anatomique sur l’espèce repré-
sentée. Il s’agit donc généralement de détails essen-
tiels choisis pour isoler et reconnaitre une espèce
parmi d’autres.
Vivant dans un contact quotidien avec ces ani¬
maux qu’ils chassent ou qu’ils ont domestiqués,
dont il se nourrissent, les artistes néolithiques n’ont
pu volontairement omettre les cornes du bovidé de
Silet. Cette absence de cornes est confìrmée par de
nombreuses peintures et connue dans l’art égyptien.
La masse pesante, l’attitude du bovidé sont néan-
moins traduites par une silhouette globale, admira-
blement campée. Les cornes du bélier de Tamentit
sont orientées en sens inverse de la normale et nais-
sent de la base de la tète. Cela semble négligeable en
regard de l’ensemble des autres détails qui suggèrent
un mouvement ou la ligne bien caractéristique que
forme la màchoire inférieure et l’aboutissement de la
come.
L’unité stylistique qui caractérise les statuettes en
ronde-bosse témoigne soit d’une inspiration com-
mune, soit de relations étroites entre les artistes qui
les ont créées.
Répartition géographique
Examinons maintenant leur répartition géogra¬
phique.
Si l’on excepte les sculptures provenant du Sahara
Occidental: téte de bélier de Tamentit (Touat), le pe¬
tit ovidé de Tabelbala, la plaquette dont Fune des ex-
HENRIETTE CAMPS-FABRER
u'émités est sculptée en forme de tète de faucon, de
la Hamada du Guir (entre Hammaguir et le djebel
Guettara, à l’ouest d’Igli), elles sont presque toutes
concentrées dans la zone des massifs centraux.
Nous pouvons noter que les statuettes anthropo-
morphes sont localisées au nord de la grande zone
des sculptures animalières qui se regroupent d’une
part dans la piaine que forme l’erg d’Admer, d’autre
part dans les zones montagneuses du Hoggar, Tassi¬
li, la transition étant assurée par une zone de pié-
mont avec Zaouatallaz au nord-ouest et Djanet, au
sud-est. Ceci nous conduit à constater la relation de
ces sculptures avec les populations établies dans l’erg
d’Admer et avec les pasteurs bovidiens des régions
de montagne. Cette doublé appartenance est-elle
conciliable avec l’unité stylistique des statuettes?
Dans l’erg d’Admer, nous retrouvons sur d’au-
tres objets en pierre recueillis, les caractères et la
technique des sculptures, qu’il s’agisse de pilons
ou de molettes ou surtout de très nombreuses ha-
ches à gorge qui ont servi durant de longues années
à définir le Ténéréen. Ce Ténéréen se caractérise
par une industrie microlithique de tradition épi-
paléolithique à laquelle il faut adjoindre tous les
éléments spécifìquement néolithiques, parmi les-
quels des couteaux de style égyptien, des pièces
foliacées à retouches bifaciales, des haches polies,
des meules et molettes. Les auteurs de cette indu¬
strie accompagnée de poteries, bien décorées, sont
aussi ceux des sculptures en pierre dure comme le
prouve le gisement d’Anou oua Lelioua dans l’erg
d’Admer.
Fig. 10 - Carte de répartition des principales statuettes en pierre du Sahara centrai.
DÉCOUVERTES RÉCENTES SUR L’ART MOBILIER PRÉHISTORIQUE DANS LE NORD DE L’AFRIQUE
145
Dans quelle mesure peut-on établir des relations
entre ces gens de la piaine et les pasteurs bovidiens à
qui doivent ètre attribuées les statuettes des zones
montagneuses? L’hypothèse d’une possible trans-
humance entre la piaine qui formait alors l’erg
d’Admer et les régions montagneuses voisines ex-
pliquerait la présence simultanée de sculptures de
mème style dans des zones d’habitat aussi différen-
tes que l’erg actuel et le plateau tassilien. Si la rela¬
tive faiblesse de l’outillage des sites de montagne
est une objection à cette hypothèse, on peut répon-
dre que les transhumants ont toujours un outillage
allégé et la fréquence des scènes de déplacement fì-
gurées sur les peintures du Tassili est un argument
favoratye à cette hypothèse. Quoiqu’il en soit, des
relations ont existé entre Bovidiens et Ténéréens qui
sont contemporains et voisins et possèdent les uns et
les autres les mèmes statuettes sur pierre et la mème
céramique.
Par leur dépouillement et la vigueur suggestive de
leur style, les deux nouvelles statuettes que nous ve-
nons de présenter entrent parfaitement dans cette
galerie d’art moderne que constitue l’ensemble des
sculptures sahariennes.
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Henriette Camps-Fabrer: LAPMO Université de Provence
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Isabella Caneva
Il Sahara e l’Alto Nilo: ricerche archeologiche in Sudan
Résumé — Le changement le plus important dans l’organisation des habitats préhistoriques de la haute vallèe du Nil
est celui qui suit Padoption de l’économie de production. Cette nouvelle économie, basée sur Pélevage d’animaux dont les
ancètres sauvages n’existent pas dans la vallèe du Nil, semble y avoir été introduite par des populations de provenance
saharienne. Les traces de contacts entre les deux régions, ainsi que la reconstruction des voies et des étapes de ces contacts,
ont fait l’objet des plus récentes études de la Mission de Recherches Préhistoriques en Egypte et au Soudan de PUniversité
de Rome «La Sapienza».
Dans cette perspective c’est surtout Panalyse des types céramiques qui a donné des informations et qui a mis en évi-
dence les caractéristiques des deux régions. En particulier, la stratigraphie du site de Shaqadud, au Soudan, nous a permis
de construire une séquence culturelle-guide, qui sert de référence pour les données isolées recueillies ailleurs dans la val¬
lèe du Nil. Le résultat est la définition d’un ancien substrat culturel soudanais, caractérisé, entre autres, par la présence de
céramique à décor incisé «wavy line». C’est seulement au cours du Ve millénaire que commencent à apparaitre des élé-
ments culturels de provenance saharienne, y compris la céramique à décor imprimé «dotted wavy line». Le phénomène,
qui est maintenant évident tout au long de la vallèe du Nil soudanais, semble avoir eu une extension temporelle très limi-
tèe, pendant laquelle un horizon culturel largement homogène semble avoir intéressé toutes les régions sahariennes, com¬
pris la vallèe du Nil et les régions avoisinantes. Ce moment est suivi par une très rapide diffusion de l’économie pastorale
dans les deux régions, chez des communautés qui sont caractérisées, dès lors, par un régionalisme culturel très poussé.
Abstract — A radicai change in thè settlement pattern of thè prehistoric cultures of thè high Nile Valley follows thè
adoption of thè food-producing economy i.e. animai breeding. Domesticated animals were probably introduced in these
régions from thè Sahara, as their wild ancestors do not seem to exist in thè Nile Valley. The main object of thè research of
thè Italian Mission in Egypt and thè Sudan is thè définition of thè common cultural traits between thè two areas and thè
reconstruction of thè routes and events through which these traits were exchanged.
In this perspective, thè analysis of pottery types has provided most of thè information, emphasizing thè peculiarities of
thè two areas. In particular, thè exceptional stratigraphy of thè site of Shaqadud, in Sudan, provides a key-cultural sequen-
ce which can be used as a reference point for more scattered data from thè Nile Valley. It is therefore now possible to de¬
fine an ancient Sudanese cultural background, characterized by «wavy-line» pottery, which shows that Saharan cultural
elements, including «dotted wavy line» pottery, reached thè Nile Valley only during thè fifth mill. BC. The phenomenon,
which has now been observed all along thè Sudanese Nile Valley, does not seem to have lasted long: it spread a substantial-
ly homogeneous cultural horizon over thè whole Sahara, including thè Nile Valley and adjacent régions, but was followed
by thè quick establishment of thè pastoral economy in both areas, in communities which were by then characterized by a
relevant cultural regionalism.
INTRODUZIONE
L’intera valle del Nilo sembra essere stata in vario
modo e in tempi diversi influenzata da elementi cul¬
turali Sahariani (cfr. Hassan, 1988). Tuttavia, in essa
si osservano molteplici modelli di adattamento cul¬
turale. In sostanza, hanno carattere radicalmente di¬
verso le regioni poste rispettivamente a Sud e a Nord
del Tropico del Cancro: non solo la presenza di cera¬
mica e il carattere di stabilità degli insediamenti dif¬
ferenziano i gruppi di cacciatori-raccoglitori sudanesi
da quelli della parte settentrionale della valle, ma an¬
che e soprattutto gli sviluppi successivi, tendenti a
una crescente mobilità di accampamenti stagionali in
un caso, alla formazione di villaggi di crescente stabi¬
lità, dimensione e complessità nell’altro, definiscono
le due aree come diametralmente diverse. Nelle re¬
gioni del Delta e del Medio Nilo, peraltro, si assiste
al rapido decadere degli elementi di origine saharia¬
na (ceramica impressa, gouges, ecc.) e all’affermarsi,
già nel V millennio, di altri aspetti culturali, in gran
parte provenienti dal Levante, nella cui area queste
regioni graviteranno con alterne vicende per tutti gli
sviluppi storici successivi.
Nell’alta valle del Nilo, invece, l’influenza saharia¬
na viene tradizionalmente considerata come un ele¬
mento costante nel tempo e determinante i caratteri
dell’occupazione umana dai più antichi sviluppi fino
all’islamizzazione, in epoca moderna.
Anche in questa area, tuttavia, le più recenti ricerche
sulla preistoria sudanese definiscono ora tempi e
modi specifici di influenza. La tendenza a considera¬
re l’Africa centrale come un’unità culturale, risalente
almeno a 6000 anni avanti Cristo, è ancora largamen¬
te diffusa nella letteratura archeologica degli anni
’70. Questa omogeneità culturale viene attribuita a
popolazioni di cacciatori-pescatori parlanti lingue
Nilo-Sahariane, stanziate intorno a fonti permanenti
di acqua e in possesso di strumentario litico, osseo e
ceramico largamente omogeneo (cfr., tra gli altri,
Sutton, 1974; Camps, 1974: 234). Sutton definisce
questa civiltà «acqualitica» e ne studia la distribuzio¬
ne in rapporto alla diffusione delle lingue del gruppo
Nilo-Sahariano. Non entriamo qui nel merito della
legittimità di questo approccio, che identifica cultu¬
re, economie, etnie e lingue sull’arco di mezzo conti¬
nente, non tenendo conto della complessità di que¬
sto tipo di analisi, come peraltro è stato fatto da chi
ha unificato vasti territori sotto la definizione di neo¬
litico di tradizione capsiana o di tradizione sudanese
(Hugot, 1962). Va però almeno rilevato che gli ele¬
menti archeologici presi in considerazione per tale
ISABELLA CANEVA
operazione sono stati selezionati con estrema super-
licialità e consistono essenzialmente in singoli fossi¬
li guida quali arpioni di osso e ceramica impressa
(Fig. 1). A un così generale livello di analisi, con¬
fronti e associazioni sono possibili anche al di là dei
confini di un solo continente. Arpioni di osso sono
utensili comuni in ambiente rivierasco, soprattutto
lacustre o fluviale, e la loro diffusione, associata a
un’economia di pesca e con minime variazioni tipo¬
logiche, non ha limiti territoriali né cronologici. Per
quanto riguarda la ceramica impressa, se così defini¬
ta, è anch’essa un indicatore assai poco diagnostico.
Se invece se ne studiano i dettagli tipologici, la cera¬
mica può diventare un elemento di definizione ben
più utile. Come giustamente rileva Camps, nella sua
definizione di Neolitico saharo sudanese (1974), dif¬
ferenze esistono in questo ampio territorio, ma è
O CERAMICA "WAVY L I N E J ' D 0 T T E D WAVY LINE”
Fig. 1 - La distribuzione delle culture «acqualitiche» secondo
Sutton.
difficile quantificarle. Tuttavia, l’avanzamento degli
studi sulla tipologia della ceramica impressa del Sa¬
hara e del Sudan sembra ora produrre migliori para¬
metri di definizione culturale, delimitando aree e
tempi di diffusione di alcuni elementi diagnostici.
Il presente contributo si concentra appunto su
questi aspetti, descrivendo alcuni casi studio in cui
l’applicazione di nuovi metodi di classificazione del¬
la ceramica ha prodotto, da un lato, una migliore de¬
finizione dei cambiamenti culturali evidenziati dalle
sequenze stratigrafiche, dall’altro l’identificazione di
alcuni di questi cambiamenti con contatti culturali
intervenuti tra il Sahara e l’alta valle del Nilo entro
precisi limiti cronologici. Si tratta dei più recenti ri¬
sultati delle ricerche archeologiche in Sudan relative
a queste problematiche, in particolare delle attività
della Missione in Sudan dell’Università di Roma
sia nell’area in concessione (Caneva, 1988), sia nel
sito di Shaqadud, scavato recentemente dalla Mis¬
sione congiunta dell’Università di Khartoum e della
Southern Methodist University di Dallas (Marks et
al., 1985; Caneva & Marks 1990).
Fig. 2 - Carta topografica schematica delle aree citate nel testo.
NUOVI METODI DI ANALISI
Il distacco dagli schemi di classificazione tradizio¬
nali, che prendono in considerazione i motivi più che
le tecniche decorative della ceramica, è stato deter¬
minante nello sviluppo delle osservazioni qui pre¬
sentate. La tecnica di esecuzione della decorazione
ceramica, più facilmente riconoscibile del motivo an¬
che su frammenti piccoli e mal conservati, è apparsa
in molti casi un elemento altamente diagnostico in
termini di definizione culturale (cfr. Caneva, 1987a).
Inoltre, in sostituzione delle tradizionali liste tipolo¬
giche, in cui ogni titolo risulta avere lo stesso grado
di differenza/similarità rispetto a tutti gli altri, si è
proposta una classificazione gerarchica degli attri¬
buti della decorazione ceramica (nell’ordine: tecni¬
che di esecuzione, strumenti utilizzati, elementi
impressi, motivi, struttura del disegno, ecc.), in cui,
come in un dendrogramma, si formano gruppi con
rapporti di differenza /similarità di diverso grado
(Caneva, 1988).
L’analisi della decorazione da un punto di vista di
tecnica di esecuzione ha condotto a una inequivoca¬
bile separazione tra due decorazioni tradizionalmen¬
te associate sulla base dell’analogo motivo decorati¬
vo a onde: la cosiddetta decorazione «wavy line», in¬
cisa in vario modo con l’uso di pettini a molti denti, e
la «dotted wavy line», impressa con tecnica rocker,
cioè imprimendo con movimento ondulatorio sulla
pasta ancora non completamente indurita vari tipi di
pettini (Fig. 3). Un ulteriore tipo di cosidetta decora¬
zione «dotted wavy line» è quello neolitico, eseguito
con tecnica di impressione alternata, cioè facendo
«camminare» sulla superfìcie del vaso uno strumen-
IL SAHARA E L’ALTO NILO: RICERCHE ARCHEOLOGICHE IN SUDAN
149
Fig. 3 - Le decorazioni «wavy line» e «dotted wavy line».
to a doppia punta (Fig. 3, n. 1). Questa decorazione
ricorre, su ceramica brunita, tra le culture nilotiche
della fine del IV millennio a.C. (cfr. Caneva, 1987,
1988 e Caneva & Marks, 1990 per una più ampia de¬
scrizione delle tecniche e dei motivi decorativi cita¬
ti). Questi tre tipi di ceramica, tutti decorati con mo¬
tivi a onde e quindi equivalenti sotto questo aspetto,
diventano diagnostici in termini di definizione di
spazi e di tempi di diffusione se considerati da un
punto di vista di tecniche di esecuzione. Il terzo tipo,
che ricorre solo su ceramica brunita e in contesti con
datazione più recente, è facilmente distinguibile da¬
gli altri, come già aveva rilevato Arkell, conscio delle
possibilità di equivoco generate dalla definizione ge¬
nerica con cui egli stesso si riferiva a queste cerami¬
che (Arkell, 1972). Gli altri due tipi, invece, presenti
spesso in associazione e comunque ricorrenti in con¬
testi con datazioni simili, non furono mai distinti
nettamente, anzi furono accomunati al punto da co¬
struire mappe di estensione culturale sulla loro di¬
stribuzione indifferenziata (Fig. 1). A una più attenta
analisi della documentazione archeologica dal Saha¬
ra, invece, è risultato che la ceramica «wavy line»
non è mai stata trovata in livelli preistorici, e che
ogni riferimento ad essa è in realtà un riferimento al
motivo a onde, che tuttavia in ambiente sahariano
è sempre puntinato e ottenuto con l’impressione
«rocker» di vari tipi di pettini (cfr. Caneva, 1983;
1987a). Rari frammenti con decorazione «wavy line»
sono stati segnalati in diverse aree del Sahara, ma
sempre in contesti di dubbia attribuzione o, comun¬
que, relativamente recenti, come i livelli superiori di
Amekni (Camps, 1968: tav. 20) o quelli di Karkari-
chinkat, nel Mali, datati alla fine del III millennio
a.C. (Smith, 1974). Le aree più occidentali in cui ri¬
corre la ceramica incisa «wavy line» attribuibile alle
culture di caccia e raccolta sono quelle dell’Ennedi,
in cui essa si trova alla base di una stratificazione in
cui è poi sostituita dalla ceramica «dotted wavy line»,
come nella valle del Nilo (Bailloud, 1969).
ISABELLA CANEVA
La differenziazione di questi elementi, dunque,
definisce aree culturali distinte nell’ambito del vasto
territorio saharo-sudanese che appariva indifferen¬
ziato fino a qualche tempo fa. Questa distinzione,
inoltre, definisce cronologicamente i contatti cultu¬
rali tra le due aree, che riflettono, evidentemente,
non un generico scambio tra aree confinanti, ma
eventi storici ben precisi, benché non ne conosciamo
le cause. Se la ceramica «wavy line», caratteristica
delle culture della valle del Nilo da 9000 a 6000 anni
fa non esiste nel Sahara a Ovest dell’Ennedi, ciò vuol
dire che vi erano svolgimenti preistorici paralleli e in¬
dipendenti nelle due aree almeno fino a 6000 anni fa,
quando si comincia a diffondere nella valle del Nilo
la ceramica «dotted wavy line», ormai alla fine del
suo sviluppo sahariano. E questo, quindi, il momen¬
to cruciale da prendere in esame per lo studio dei
rapporti tra le due aree.
LA DOCUMENTAZIONE ARCHEOLOGICA SUDANESE
I siti stratificati sono rari nella valle del Nilo. Tut¬
tavia, una sequenza di tagli artificiali aveva già messo
in evidenza a el Qoz, presso Khartoum, depositi con
una distribuzione differenziata della ceramica gene¬
ricamente attribuita al Mesolitico di Khartoum: la
ceramica «wavy line» aveva una larga prevalenza alla
base, era poi mescolata con ceramica «dotted wavy li¬
ne» ed entrambe scomparivano gradualmente nei li¬
velli con ceramica brunita del neolitico di Shaheinab
(Arkell, 1953: 97-101). Tuttavia, la maggiore inciden¬
za di ceramica «dotted wavy line» negli strati centrali
appariva come uno sviluppo tardivo della «wavy li¬
ne», senza che si potesse ipotizzare una soluzione di
continuità fra i due momenti.
Oltre trenta anni più tardi, durante la ricognizione
condotta dalla Missione per Ricerche Preistoriche in
Sudan nella provincia di Khartoum, veniva localizza¬
to un altro sito in cui il materiale di superficie mo¬
strava una tale concentrazione di ceramica «dotted
wavy line» da far sperare in un contesto puro (Cane-
va, 1987b). Il sito di Kabbashi, scavato immediata¬
mente, comprendeva in realtà due distinti depositi,
che in un primo tempo apparvero essere separati:
uno apparteneva infatti a un contesto «wavy line»,
per cui si disponeva ormai nella regione di una serie
di datazioni intorno a 7300-7100 anni fa; l’altro a un
puro contesto «dotted wavy line», in cui non un sin¬
golo frammento di «wavy line» fu ritrovato. Que¬
st’ultimo fu datato 6150 anni fa. Sondaggi successivi
hanno poi messo in luce una zona di sovrapposizio¬
ne tra i due siti, in cui si riproduceva, ma con cesure
nette, la stratigrafia di el Qoz e di Delebo. Entrambi i
siti a Kabbashi erano ben preservati sotto tumuli arti¬
ficiali costruiti in epoca meroitica, e quindi i contesti
non avevano subito modificazioni o contaminazioni
almeno negli ultimi 1700 anni. Questo ha permesso
di ritrovare piani di occupazione, cosparsi di ossa, ce¬
ramica e soprattutto grandi pietre da macina. Le ana¬
logie tra i due contesti sono impressionanti: la stessa
localizzazione dell’insediamento, la stessa economia
basata su caccia, pesca e raccolta di molluschi, la
stessa quantità di materiale nei depositi, la presenza
di sepolture alla base dei depositi. Alcune categorie
di materiali, come le grandi pietre da macina e gli
arpioni di osso, non sono distinguibili tra i due
contesti. Lo strumentario litico presenta peraltro dif¬
ferenze, con una crescente percentuale di materiale
diverso dal quarzo e una minore incidenza di mi¬
croliti geometrici nel contesto più recente. In que¬
sto contesto il materiale ceramico, di impasto diver¬
so dal precedente, più fragile e con inclusi litici gros¬
solani, comprende frammenti con caratteristiche
finora sconosciute nella valle del Nilo e comuni in¬
vece in contesti sahariani più antichi: ci si riferisce
a una tecnica di impressione rocker con pettini a
grossi denti e impressioni ravvicinate in motivi com¬
patti, e, in particolare, a un tipo di motivo «dotted
wavy line» con onde corte e a volte spigolose che si
ritrova a Tagalagal, ad Amekni, a Meniet e a Dele¬
bo. In tutti questi casi sembra rappresentare un
elemento di sviluppo tardivo, associato spesso
all’apparire della ceramica neolitica, caratterizzata
da linee di triangoli contrapposti (cfr. Caneva &
Marks, 1990: 9 per una revisione della bibliografìa in
proposito).
La presenza di particolari elementi sahariani nel
materiale ceramico sudanese è evidenziata in modo
particolare nella lunga stratigrafia del sito di Shaqa-
dud, nella provincia di Shendi, circa 50 km a Est del
Nilo. I depositi, stratificati per uno spessore di oltre 3
metri, comprono un arco cronologico di circa 2000
anni, da 7400 a 5600 anni fa, formando una collezio¬
ne di materiale ceramico ben stratificato di eccezio¬
nale ricchezza. Allo studio tradizionale della cerami¬
ca sulla base di una serie di parametri, quali l’impa¬
sto, la cottura, il trattamento della superficie e i moti¬
vi decorativi (Mohammed-Ali, 1991), ha fatto seguito
l’applicazione a questo contesto del sistema di classi¬
ficazione della decorazione ceramica basato sulla
successione gerarchica dei parametri di analisi, a par¬
tire dalle tecniche di decorazione (Caneva, 1988).
Questo nuovo approccio, che ha confermato larga¬
mente i risultati già ottenuti da Mohammed-Ali, ha
condotto a riconoscere in questo materiale altri tipi
di suddivisioni, relative non tanto, o non solo all’evo¬
luzione degli aspetti culturali all’interno del sito,
quanto alla ricostruzione delle relazioni del sito con
il mondo esterno, ed essenzialmente con il Sahara.
In sostanza, riguardo alle tecniche di decorazione,
sembra di poter riconoscere, nella stratigrafia di Sha-
qadud, una successione di quattro fasi: la prima carat¬
terizzata da incisioni con pettine («dotted wavy line»),
la seconda da impressioni con strumento a doppia pun¬
ta (altemately pivoting stamp), la terza da impressioni
rocker con vari motivi, includenti «dotted wavy line»,
la quarta da impressioni rocker con pettini a denti di¬
stanziati e disuguali (Caneva & Marks, 1990) (Fig. 4).
Le prime due fasi corrispondono al mesolitico
di Khartoum, quale ci è noto dai siti di Khartoum
Hospital (Arkell, 1949) e di Saggai (Caneva, 1983).
Nessuna delle due tecniche di decorazione che carat¬
terizzano il Mesolitico antico della valle del Nilo, la
«wavy line» e l’impressione alternata, sembra ricor¬
rere in contesti contemporanei molto lontano da
queste aree. Non solo, come si è detto, le testimo¬
nianze di ceramica «wavy line» sono scarse e tutte di
dubbia attribuzione nel Sahara, ma l’impressione a
doppia punta non vi è documentata affatto in questo
periodo. Questa tecnica comincia ad apparire nel Sa¬
hara, con motivi e strutture diversi, con il diffondersi
IL SAHARA E L’ALTO NILO: RICERCHE ARCHEOLOGICHE IN SUDAN
151
Fig. 4 - Decorazioni ricorrenti nella sequenza stratigrafica del sito di Shaqadud.
ISABELLA CANEVA
delle culture pastorali della fine del V millenio a.C.
(cfr. Caneva, 1987a). Le prime due fasi di abitazione a
Shaqadud, quindi, cioè quasi la metà dell’intera stra¬
tificazione di deposito archeologico, corrispondono
a un lungo svolgimento di culture di cacciatori-rac¬
coglitori legate alle contemporanee culture della val¬
le del Nilo in uno sviluppo indigeno e autonomo dai
contemporanei sahariani.
La decorazione «dotted wavy line» è assente nelle
prime due fasi e compare dopo che la «wavy line» è
del tutto scomparsa. Le due decorazioni sono anzi
ben separate nella sequenza da strati in cui sono as¬
senti entrambe (Fig. 5). La comparsa della «dotted
wavy line» è associata al massiccio sviluppo della
decorazione a impressioni rocker che definisce la
4
3
2
1
25-40
40-55
55-70
70-85
85-100
100-115
115-130
130-145
145-160
160-175
175-190
190-205
205-220
220-235
235-250
250-265
265-280
280-295
295-310
310-325
Fig. 5 - Distribuzione delle decorazioni ceramiche nella se¬
quenza stratigrafica del sito di Shaqadud (E: dotted wavy line;
F: rocker; G: impressione alternata; L: wavy line).
terza fase. Le caratteristiche di questa terza fase
sono quelle descritte per Kabbashi. I tipi di decora¬
zione presenti a Shaqadud sono quelli noti dovun¬
que nei siti Sahariani dairVIII al V millennio a.C.
Un tipo di «dotted wavy line», in particolare (Fig. 4,
n. 7), come a Kabbashi, sembra correlarsi con evi¬
denze tardive dello sviluppo di questo tipo di cera¬
mica nel Sahara, associate al comparire di ceramica
brunita con decorazione a impressione di triangoli
contrapposti. Anche a Shaqadud si verifica questa
associazione.
La quarta fase è caratterizzata da impressioni
rocker con pettini a denti molto fini e spaziati o con
spatole a bordo liscio e da impressioni di triangoli
contrapposti. Tra queste ultime vanno inclusi alcuni
frammenti che mostrano il cosiddetto «smocking
pattern», motivo in cui ogni linea di impressioni è
utilizzata per la coppia di linee successiva, allo scopo
di dare regolarità allo schema (Fig. 4, n. 1, 3). Il risul¬
tato è un motivo a nido d’ape, del resto comune in
questa fase anche in motivi ottenuti con tecniche
rocker (Fig. 4, n. 4). L’insieme delle tecniche e dei
motivi di questa fase è molto simile a quello rappre¬
sentato dalle culture pastorali sahariane, per es. da
Uan Muhuggiag (Cfr. Barich, 1987). Non solo i carat¬
teri nilotici di questa ceramica neolitica di Shaqadud
sono scarsi (in particolare lo «smocking pattern» non
è mai stato documentato nella valle del Nilo né altro¬
ve in Sudan) ma, per contro, la più caratteristica cera¬
mica contemporanea nella valle del Nilo, con im¬
pressione rocker di triangoli e file di punti, di un tipo
assente nel Sahara, ha una bassissima frequenza a
Shaqadud, e peraltro caratteri lievemente differenti,
sempre in senso per così dire sahariano: ceramica
sottile, bruna, con impressioni leggere, molto spaziate
e spesso brunite fin quasi a essere cancellate (Fig. 4,
n. 2), ben diverse dalle impressioni fìtte, marcate e
a margini netti della ceramica del neolitico di Sha-
heinab. Sembra chiaro, quindi, che anche in questi
livelli recenti di Shaqadud persistono schemi decora¬
tivi e stilistici di influenza sahariana più che nilotica.
CONCLUSIONI
La stratigrafia di Shaqadud, e con essa la sequenza
culturale del Sudan Centrale, mostra quindi nel suo
sviluppo ceramico due cambiamenti fondamentali in
luogo dell’unico previsto inizialmente, che consiste
nella transizione tra le culture di cacciatori, mesoli-
tiche, e quelle neolitiche pastorali (Fig. 5). Il primo
cambiamento interviene alla fine della fase due di
Shaqadud ed è quello che documenta l’introduzione
dei primi elementi di provenienza sahariana in sosti¬
tuzione dei precedenti indigeni; al brusco cambia¬
mento nelle tecniche di decorazione sono associate
anche altre radicali variazioni nella documentazione
ceramica, visibili nel grafico prodotto da Abbas Mo-
hammed Ali sulla base di altri tipi di analisi su que¬
sto stesso contesto, come la densità totale dei fram¬
menti e il tipo di impasto ceramico (Fig. 6). Negli
stessi livelli si rileva infatti un improvviso abbassa¬
mento di frequenza del materiale ceramico e una
successiva rapida e totale sostituzione della ceramica
sottile, solida e ben cotta, tipica dei contesti antichi,
con una di maggiore spessore e di impasto più gros¬
solano e friabile (Marks et al., 1985). Questo cambia¬
mento è avvertito anche nella valle del Nilo e nelle
Fig. 6 - Frequenza dei materiali e distribuzione dei tipi cera¬
mici nella sequenza stratigrafica del sito di Shaqadud. (da Marks
et al., 1985).
IL SAHARA E L’ALTO NILO: RICERCHE ARCHEOLOGICHE IN SUDAN
153
regioni a est di questa, a un livello talmente generale
che la documentazione ceramica che attesta la nuova
fase è praticamente indistinguibile in tutti i siti esa¬
minati, incluso Jebel Moya, 400 km a Sud di Shaqa-
dud e incluse le rare evidenze finora note della Nu-
bia sudanese, a Nord. Questo cambiamento intervie¬
ne alfinterno dello sviluppo delle culture definite
da Arkell come «mesolitico di Khartoum» (Arkell,
1949), sviluppo considerato finora pressoché indiffe¬
renziato e di generica influenza sahariana. Esso do¬
cumenta invece un’espansione massiccia, totalmente
invadente e ben limitata nel tempo delle culture sa¬
hariane sul territorio sudanese. Un tessuto culturale
comune di vastissima estensione, comprendente tut¬
ta l’area sahariana, la valle del Nilo e parte delle re¬
gioni orientali sembra essersi così venuto improvvi¬
samente a creare alla fine del V millennio a.C. Non
bisogna dimenticare, a questo proposito, che proprio
nel periodo immediatamente successivo a questo
impatto compaiono le prime documentazioni di eco¬
nomie pastorali su tutta l’area. Le connessioni fra i
due fenomeni sono ancora da specificare, ma si pos¬
sono avviare ora a una migliore definizione riguardo
ai tempi e ai percorsi che hanno condotto all’introdu¬
zione degli animali domestici dal Sahara alla valle
del Nilo.
Il secondo cambiamento, alla fine della fase tre di
Shaqadud e dello sviluppo mesolitico, è quello che ci
si aspettava come fondamentale perchè legato a un
sostanziale cambiamento economico. Pur mostran¬
do notevoli innovazioni nell’impasto ceramico, nelle
forme, nello spessore, nel trattamento della superfi¬
cie e nella decorazione, il contesto ceramico di Sha¬
qadud sembra però mantenere caratteri di influenza
sahariana, contrariamente a quanto avviene nella val¬
le del Nilo, e sviluppare un carattere regionale, per la
prima volta distaccato dai contemporanei sviluppi
culturali nel resto del territorio sudanese. Questo se¬
condo cambiamento appare in questo senso meno
radicale a Shaqadud rispetto a quelli documentati
nella valle. Anche questo cambiamento, tuttavia, co¬
me quelli attestati nei siti della valle, documenta co¬
me questo tessuto culturale comune non sia durato a
lungo, cedendo il posto al marcato regionalismo del¬
le nuove culture pastorali. I legami mantenuti da
Shaqadud con sviluppi culturali sahariani, tuttavia,
suggerirebbero che diversi adattamenti abbiano ca¬
ratterizzato le popolazioni del Neolitico sudanese,
distinguendo nettamente quelle della valle da quelle
delle aree desertiche, queste ultime probabilmente
più mobili e quindi occupanti un territorio più vasto,
con contatti culturali di più ampia estensione.
È superfluo sottolineare quanto questa ricostru¬
zione, basata sull’analisi di un solo aspetto della do¬
cumentazione archeologica, sia preliminare. È tutta¬
via sorprendente che proprio questa ceramica, appa¬
rentemente molto omogenea e assai poco diagnosti¬
ca quanto a forme, impasto e decorazione, costitui¬
sca invece, a un esame più dettagliato, un indicatore
di cambiamento di notevole consistenza.
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ISABELLA CANEVA
Isabella Caneva: Università di Roma “La Sapienza” Dipartimento di Scienze Storiche,
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Via Palestra, 63 - 00185 Roma ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Maria Casini
La valle del Nilo e il Sahara:
ambiente, cultura materiale e rappresentazione
Résumé — La transformation culturelle des sociétés préhistoriques entre la fin du Pléistocène et le début de l’Holocè-
ne est amplement documentée par les peintures rupestres qui se sont conservées dans la Vallèe du Nil, dans les oasis du
désert de l’Egypte occidentale et dans le Sahara centrai. Sur la base des données fournies par l’étude récente du paléomi-
lieu, de la culture matérielle et des peintures rupestres de la Vallèe du Nil et du Sahara, on cherche à établir une corrélation
étroite entre les groupes de pasteurs sahariens qui se déplafaient en direction du Nil et les groupes nilotiques qui ont con-
stitué le noyau de la société dynastique, bien plus complexe.
Abstract — The cultural change of thè prehistoric societies between thè end of Pleistocene and thè beginning of
Holocene is well documented in thè rock-engravings of thè Nile Valley, of thè Oasis of thè Western Desert and of thè
Central Sahara. On thè basis of data from recent studies on thè paleoenvironment, of thè culture and of thè rock engravings
of thè Nile Valley and thè Sahara, attemps are being made to establish a dose relationship between thè group of saharian
shepherds who migrated towards thè Nile and nilotic groups who carne to form thè core of thè more complex dynastic
society.
INTRODUZIONE
Lo studio delle raffigurazioni rupestri dei massicci
del Sahara centrale, delle oasi del Deserto Occiden¬
tale e della Valle del Nilo ha fornito elementi di de¬
scrizione del cambiamento culturale avvenuto nelle
società preistoriche nel momento di passaggio dalla
strategia di sopravvivenza estrattiva dei cacciatori/
pescatori/raccoglitori a quella produttiva e di do¬
mesticazione dei gruppi sahariani e nilotici; il di¬
verso rapporto che si è venuto a stabilire tra l’uo¬
mo e l’animale è documentato ampiamente sia
nell’iconografia che nella cultura materiale e nelle
differenze tecnologiche; tale cambiamento é stato
favorito dalle fluttuazioni climatiche e ambientali
avvenute nel Sahara tra la fine del Pleistocene e
l’antico Olocene.
Nel presente articolo si prendono in considerazio¬
ne alcuni elementi iconografici delle due aree in
stretta correlazione e, sulla base della ricostruzione
dei cambiamenti climatici, si stabilisce una corri¬
spondenza tra ambiente, cultura materiale e rappre¬
sentazione presenti nelle due aree e attribuiti a grup¬
pi che si muovevano nel quadro dell’attività di pasto¬
ri seminomadi, nel deserto sahariano tra i massicci
centrali e la Valle del Nilo.
IL RUOLO DELL’AMBIENTE
Negli ultimi anni le ricerche paleoambientali han¬
no validamente affiancato l’archeologia integrando e
supportando lo studio della cultura materiale delle
popolazioni sahariane e nilotiche attraverso la rico¬
struzione della successione delle sequenze climati¬
che che ormai sono punti di riferimento insostituibili
per la ricostruzione delle culture in un quadro cro¬
nologico, ambientale e culturale, particolarmente
necessari in una zona oggi desertica come quella
sahariana.
Tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene,
in un ambiente più umido di quello attuale desertico
frequentato da cacciatori/pescatori/raccoglitori sono
avvenuti importanti cambiamenti, evidenti sia nella
tecnologia (ceramica, industria litica), nei nuovi mo¬
di di insediamento (dal nomadismo alla semiseden¬
tarietà) e nel nuovo tipo di rapporto intercorrente tra
l’uomo e il mondo animale (domesticazione inci¬
piente).
Tali cambiamenti culturali determinati dalle flut¬
tuazioni climatiche, sono stati individuati nei siti di
occupazione con presenza di resti di grani e di ani¬
mali domesticati e di ceramica nel Deserto Occiden¬
tale a Bir Kiseiba (datato 9.800-9.000 da oggi: Wen-
dorf et al., 1990) e a Nabta Playa (8.100-7.100 da oggi)
in un ambiente con alto potenziale alimentare e di
precipitazioni.
Studi recenti hanno individuato oscillazioni clima¬
tiche durante l’Olocene, nel corso del progressivo
inaridimento del deserto sahariano, durante il quale
a periodi umidi si sostituiscono altri più aridi (Hay-
nes, 1982; Wendorf e Schild, 1984; Hassan, 1986) fino
a raggiungere una certa stabilità climatica intorno al
4.500 da oggi. Tale progressivo inaridimento deve
avere spinto i gruppi che frequentavano l’area, già ca¬
ratterizzati da un modello di vita semisedentaria, nei
massicci del Sahara centrale e nel Deserto Occiden¬
tale, a ondate, verso altre zone ricche di riserve idri¬
che, come le oasi del Deserto Egiziano e la Valle del
Nilo (Hassan, 1986).
Le evidenze più antiche di insediamenti a caratte¬
re mobile, connessi con l’incipiente domesticazione,
sono state trovate nei massicci del Sahara centrale a
Uan Muhuggiag datate al VII millennio da oggi (Mo¬
ri, 1965) e a Ti - n - Torha (Barich, 1984) nel Tadrart
Acacus in Libia. I mutamenti climatici e delle preci-
MARIA CASINI
pitazioni, determinando variazioni nella crescita dei
pascoli, hanno contribuito a dare origine a gruppi di
pastori la cui mobilità nel deserto dipendeva dalla
presenza di risorse idriche e quindi di pascoli e la cui
attività di produzione em determinata dalle possibili¬
tà offerte dall’ambiente. È quindi assai probabile che
le oasi del Deserto Occidentale (Barich e Hassan,
1984) abbiano offerto ai gruppi di pastori che fre¬
quentavano una zona in progressivo inaridimento, la
possibilità di sopravvivenza per uomini e animali e
per coltivazioni stagionali. Tali gruppi sono caratte¬
rizzati da un’economia mista estrattiva e produttiva,
come quelli che si riscontrano nell’oasi del Fayum
(Caton-Thompson-Gardner, 1934; Wenke e Casi¬
ni, 1984). Tale mobilità certamente ha facilitato il
movimento «a ondate» dei gruppi sahariani che
dalle zone inaridite si muovevano verso altre più
ospitali, dando origine a una serie di contatti cul¬
turali e forse anche a una fusione con le popola¬
zioni che frequentavano la Valle del Nilo ('). La
correlazione tra i gruppi e la fusione tra le popolazio¬
ni delle due aree, in seguito potrebbe aver costituito
il tessuto della successiva società «neolitica» della
Valle, la cui «neolitizzazione» avrebbe ricevuto
impulso dall’ambiente e dalle culture del deserto
circostante (Hassan, 1986).
IL SUBSTRATO CULTURALE
Lo sviluppo degli studi paleoambientali, dell’anali¬
si spaziale, della dislocazione degli insediamenti, del
site-catchment, del ciclo stagionale di occupazione ha
contribuito a fornire elementi determinanti alla rico¬
struzione del processo di formazione dei gruppi nilo¬
tici, delle attività di sopravvivenza e della struttura
socio-economica delle popolazioni che hanno costi¬
tuito il tessuto di base della più complessa società
dinastica.
L’origine e la formazione dei gruppi che si erano
stanziati lungo la Valle del Nilo sono stati oggetto di
studio da parte dei primi storici delle antichità egizia¬
ne: la molteplicità delle tradizioni riflesse nelle varia¬
zioni tecnologiche sia dell’industria litica che della
ceramica ha sollevato problemi cronologici, affronta¬
ti da Petrie (1900; 1901; 1920) e da Kaiser (1956-57),
mentre il problema sollevato dalle differenze del¬
le tradizioni regionali é stato trattato recente¬
mente (Holmes, 1989) sulla base dello studio della
tecnologia.
La valle del Nilo, frequentata da gruppi di caccia¬
tori/pescatori/raccoglitori (Wendorf, 1968; Wendorf
e Schild, 1976; Wendorf et al. , 1979) non presenta evi¬
denze di domesticazione prima del VII millennio da
oggi. La vera trasformazione ebbe inizio quando le
attività di caccia e raccolta cominciarono a essere in¬
tegrate da quelle agricole e di domesticazione, favo¬
rite dalla presenza di riserve d’acqua del Nilo e degli
uidian che rendeva particolarmente favorevole la
zona alla sedentarizzazione dei gruppi seminomadi
o nomadi che frequentavano l’area in un periodo di
progressivo inaridimento.
I più antichi insediamenti con evidenze di inci¬
piente domesticazione sono stati trovati nel Fayum
(Wendorf e Schild, 1976; Wenke e Casini, 1984) e a
Merimde nel Basso Egitto (Junker, 1929-40), in un
momento in cui il clima non aveva ancora raggiunto
il grado attuale di inaridimento e l’andamento degli
uidian era tale da poter sostenere una quantità di ve¬
getazione sufficiente al mantenimento stagionale di
animali e quindi di pascolo.
Le popolazioni che durante questo processo di
cambiamento culturale, dipendevano sempre di più,
per le attività di sussistenza, dalle risorse idriche del
Nilo e degli uidian ai margini del deserto, erano sot¬
toposte a spostamenti stagionali per mantenere atti¬
vità di sussistenza differenziate, favorite dalle varie
possibilità di sfruttamento dell’ambiente; questa
mobilità permetteva grande varietà nella dieta ai
gruppi con attività diversificate di caccia agli animali
selvatici del deserto, di pesca nelle zone paludose la¬
sciate dalle acque nella stagione di abbassamento del
livello del Nilo, di attività agricola stagionale. Così
all’inizio del neolitico si mantenevano inalterati que¬
gli elementi tradizionali che avevano costituito il ba¬
gaglio culturale dei cacciatori/pescatori nomadi, in¬
tegrati da nuovi elementi strettamente connessi a
cambiamenti climatici e ambientali determinando i
mutamenti culturali che hanno portato i gruppi nilo¬
tici ad una attività di produzione complementare a
quella estrattiva.
Un tale modello di sussistenza è rintracciabile nel¬
le evidenze dei più antichi gruppi neolitici che fre¬
quentavano l’oasi del Fayum, dove sono state trovate
evidenze di accampamenti stagionali lungo le linee
di riva del lago, il cui livello delle acque dipendeva da
quello del Nilo. Resti di grani e animali domestici so¬
no presenti insieme a quelli di ippopotami, cocco¬
drilli, gazzelle (Gautier, 1976; Brewer, 1986). La pos¬
sibilità di sfruttamento delle zone lacustri e di colti¬
vazione stagionale e la varietà di animali selvatici ai
margini del deserto hanno certamente sostenuto la
continuazione delle strategie miste di sussistenza e
di un modello mobile di insediamento, le cui eviden¬
ze sono presenti nei livelli inferiori di Merimde
(Brunton - Caton Thompson, 1928; Junker, 1928;
1929-40; Eiwanger, 1978; 1979; 1980; 1982; 1984) e nel¬
le oasi del Deserto Occidentale, dove la presenza di
acqua ha favorito l’incipiente coltivazione e la possi¬
bilità di sedentarizzazione.
Nelle oasi del Deserto Occidentale è stata indivi¬
duata la sequenza dello sviluppo del processo di se¬
dentarizzazione e di incipiente domesticazione; la
somiglianza riscontrata nell’industria litica di Two
Caves nel Tadrart Acacus (Barich, 1990) e E1 Adam
nel Sahara egiziano (Close ed., 1984), ha indotto
alcuni autori a pensare che l’area di incontro e di
smistamento dei gruppi sahariani che, spinti dall’ina-
ridimento ambientale, si muovevano verso oriente,
fosse proprio la zona delle oasi.
Recentemente (Holmes, 1989) lo studio dell’indu¬
stria litica proveniente dai siti più importanti della
Valle del Nilo ha dato la possibilità di individuare
differenze regionali che si riflettono anche nella pro¬
ci Già Clark (1965, p. 159) pensava che tra i gruppi neolitici nilotici e quelli sahariani le correlazioni fossero tali da
meritare di essere studiati come un tutto unico.
LA VALLE DEL NILO E IL SAHARA: AMBIENTE, CULTURA MATERIALE E RAPPRESENTAZIONE
157
duzione ceramica; è probabile che queste variazioni
fossero dovute all’influenza di tradizioni diverse e di
diverse tecnologie da parte di gruppi sahariani.
Durante il Predinastico, dopo il 3.900 a.C. (Has-
san, 1985), avviene una stabilizzazione del clima, ca¬
ratterizzata dalla presenza di gruppi definitivamente
sedentari di agricoltori la cui cultura materiale e so¬
prattutto i cui aspetti artistici rimarranno sempre pre¬
senti nella società dinastica.
Gli elementi che hanno caratterizzato i primi inse¬
diamenti neolitici dell’area nilotica sono quelli ricor¬
renti sulle raffigurazioni rupestri delle oasi occiden¬
tali (2) e del deserto orientale, dove Winkler (1938) ha
individuato varie fasi; le scene di caccia agli animali
selvatici che vivevano nel deserto e nelle paludi era¬
no quelle che si svolgevano nella Valle lungo il Nilo
e ai margini del deserto da parte dei primi gruppi
neolitici di Merimde e Badari, nell’ambito della stra¬
tegia mista di sussistenza.
In un tale modello di vita, il mondo animale ave¬
va importanza determinante nell’economia e nel¬
la dieta dei primi gruppi semisedentari e tanto mag¬
giore doveva essere il suo peso in età precedente,
poiché aveva rappresentato la più importante fonte
di sussistenza.
Nelle più antiche raffigurazioni rupestri trovate da
Winkler l’animale selvatico era l’unico protagonista
e continua poi a essere rappresentato insieme all’uo¬
mo per tutto il predinastico e in età dinastica assu¬
mendo una grande importanza nel culto, fino a per¬
sonificare la regalità.
L’origine di questa idea è da ricercare nei periodi
più antichi: la società egiziana, per il carattere con¬
servatore delle idee e delle tradizioni, che perdurano
anche in tarda età dinastica, ha mantenuto alcuni
elementi più antichi e li ha inseriti nel pantheon che
già nel protodinastico aveva assunto un carattere de¬
finitivo e completo.
Così nella decorazione delle tombe di Beni Has-
san G^ewberry, 1893), risalenti al Medio Regno, le
tecniche di caccia alla gazzella e ad altri animali sel¬
vatici appaiono identiche a quelle raffigurate sulle
pareti rupestri dei cacciatori predinastici. Lo stesso
Clark (1971) ebbe modo di notare la sopravvivenza
della rappresentazione della tecnica di cattura tanto
antica nel Medio Regno in relazione al carattere con¬
servativo della civiltà egiziana rispetto alle antiche
tradizioni e ne ha sottolineato alcuni elementi di
confronto con le tecniche di cattura usate ancora
oggi dai Tuareg del Sahara, per una migliore com¬
prensione della struttura sociale dei gruppi neolitici
sahariani e nilotici.
Gli elementi iconografici presenti nelle raffigura¬
zioni rupestri ricorrono sui vasi amratiani e gerzeani
dell’Egitto predinastico; anche se rappresentati con
diversi stili è importante che l’idea della ricorrenza
dell’animale diventi tanto comune nella cultura nilo¬
tica, fin dalle epoche più antiche e, poi sempre in più
stretto contatto con l’uomo, il quale, attraverso la
caccia e la cattura, ne opera una selezione che condu¬
ce alla domesticazione; le fasi di tale processo sono
documentate sulle raffigurazioni rupestri sahariane e
della Valle del Nilo e continuano a essere presenti in
piena età dinastica, probabilmente assumendo impli¬
cazioni culturali, come nella ricorrenza delle vacche
con il disco solare tra le corna, dei personaggi con le
braccia alzate come danzanti o oranti. Questo tipo di
iconografia diventa comune nelle Tavolozze votive e
sui vasi predinastici, insieme ai cacciatori con le code
di animali pendenti dalla cintura (lo stesso re Narmer
è rappresentato in questo modo), e a personaggi con
il volto coperto da maschere.
LA TRADIZIONE ICONOGRAFICA TRA IL SAHARA E IL NILO
In ambiente sahariano la prova più evidente della
familiarità che l’uomo, fin dalle epoche più antiche,
ha intrattenuto con il mondo animale, emerge dal¬
l’iconografìa delle raffigurazioni rupestri numerosis¬
sime nei ripari e nei siti di occupazione. La presenza
della fauna rappresentata sulle pareti rocciose del
Tassili (Lhote, 1958) e del Tadrart Acacus (Mori,
1965) nei vari periodi culturali dei gruppi che si sono
avvicendati nei massicci del Sahara centrale, ci dà la
misura dell’importanza che la fauna ha avuto per
queste popolazioni e soprattutto della consuetudine
tra l’uomo e l’animale selvatico e domestico. La sco¬
perta di questo aspetto artistico non solo ha offerto la
possibilità di ricostruire la presenza delle specie ani¬
mali, ma anche di fornire elementi sull’incipiente
domesticazione da parte dell’uomo.
Recenti ricerche (Barich, 1987) nel massiccio del-
l’Acacus (Uan Muhuggiag, Uan Telokat) hanno per¬
messo di ipotizzare l’inizio del processo di domesti¬
cazione nel Sahara intorno al VI millennio, dove è
stata documentata una situazione definitivamente
pastorale i cui inizi si possono collocare al 9.000 da
oggi (Hassan, 1986). I primi esperimenti di domesti¬
cazione sono riscontrabili nelle raffigurazioni di
grandi mandrie di animali domesticati nei ripari del-
l’Acacus. Ampia documentazione di questo ci vie¬
ne dalla conoscenza dell’arte rupestre grazie alle
ricerche di Frobenius (1937), Graziosi (1942), Lho¬
te (1961), Mori (1965) nel Sahara, dove ricorrono
fauna selvaggia, animali domestici in grandi man¬
drie, figure umane, scene di caccia e scene di danze
rituali.
Nelle raffigurazioni rupestri dell’Acacus, del Ber-
giug e del Tassili molti sono gli elementi che appaio¬
no in correlazione con quelli ricorrenti nella Valle
del Nilo e nelle oasi settentrionali, sui vasi amratiani
e gerzeani, nelle tavolozze votive e nelle decorazioni
delle tombe dinastiche.
I motivi iconografici più rappresentativi che per¬
mettono di stabilire rapporti tra le due aree sono stati
messi in evidenza da alcuni autori (Paradisi, 1963;
Clark, 1971): personaggi con le braccia alzate dalle
quali pendono elementi allungati, in atteggiamento
di danza (3).
Alla fase pastorale antica, sempre nel Tadrart Aca¬
cus, appartengono scene di caccia in cui i cacciatori
(2) Il complesso delle raffigurazioni rupestri trovate nell’Oasi di Dakhla sono in corso di studio (Krzyzaniak, 1990).
(3) Mori (1965) ne parla riguardo ad una raffigurazione rupestre di Uan Muhuggiag e la attribuisce alla fase finale delle
Teste Rotonde.
MARIA CASINI
hanno code di animale attaccate alle cinture intorno
alla vita, attributo che ritroviamo pendente dalla
cintura del re nella tavolozza della Caccia (Para¬
disi. 1963).
Le similitudini osservate negli elementi ricorrenti
nell’iconografia nilotica e nelle raffigurazioni saha¬
riane come in quelle del Deserto Occidentale sono
già note e sulla base di tali similitudini sono stati ipo¬
tizzati contatti tra le popolazioni che frequentavano
le due aree: l’ipotesi sostenuta precedentemente è
stata quella di contatti avvenuti attraverso l’influenza
dei gruppi nilotici su quelli sahariani.
Sulla base degli studi recenti (Hassan, 1986; Barich
1990) dell’area sahariana, attraverso i quali è stata sta¬
bilita la domesticazione incipiente nel massiccio del-
l’Acacus tra il VII e il VI millennio e le fluttuazioni
climatiche che hanno costretto i gruppi di pastori sa¬
hariani a muoversi verso fonti di acqua, si può sup¬
porre che questi piccoli gruppi che si muovevano nel
Deserto Occidentale durante i loro spostamenti
abbiano portato idee e modelli iconografici verso
oriente e, trasmettendole da un gruppo all’altro o ad¬
dirittura operando una fusione con i gruppi nilotici,
abbiano mantenuto alcuni elementi culturali e tecno¬
logici, determinando con la varietà delle loro prove¬
nienze, quelle differenziazioni regionali riscontrabili
nella ceramica e nella litica (Holmes, 1989).
Nonostante le variazioni regionali riscontrate nella
tecnologia e nella cultura materiale delle popolazioni
nilotiche, rimangono comuni a tutti i gruppi i motivi
iconografici e quindi l’idea che li ha determinati, e
che continuano a essere utilizzati senza soluzione di
continuità regionale o cronologica. È questo l’ele¬
mento di continuità che raccorda prima le culture
sahariane tra di loro e in seguito queste con quelle
nilotiche e la civiltà predinastica, protodinastica e
sopravvive in età dinastica. Nonostante il carattere
di grande mobilità dei gruppi sahariani e nilotici,
l’aspetto artistico è quello che accomuna le idee dei
gruppi al di là degli stili e delle elaborazioni.
Attraverso la ricerca interdisciplinare possiamo
ipotizzare che l’idea di base che ha determinato la
scelta dei motivi iconografici dell’arte sahariana ha
influenzato il mondo nilotico, sia attraverso la fusio¬
ne dei gruppi delle due aree sia con la diffusione del¬
l’idea stessa da parte dei gruppi sahariani.
CONCLUSIONI
Molti autori hanno preso in considerazione la pos¬
sibilità di contatti e rapporti culturali tra i gruppi di
pastori che si muovevano nel deserto del Sahara e
quelli nilotici. Una delle evidenze di tali rapporti era
stata ravvisata nella correlazione tra gli aspetti artisti¬
ci delle popolazioni e in alcuni elementi della cultura
materiale: la ricorrenza di elementi iconografici simi¬
li nelle rappresentazioni rupestri dei massicci del Sa¬
hara centrale a quelli presenti nella Valle del Nilo
(animali selvatici e domestici, animali con disco sola¬
re tra le coma, personaggi con astuccio fallico, scene
di uomini e donne danzanti o oranti...), ha sollevato
il problema delle correlazioni tra le aree, ma tale cor¬
relazione è sempre stata considerata in vista di una
diffusione dall’area nilotica verso quella sahariana, e
quindi di una circolazione di uomini e di idee da
oriente verso occidente.
Sulla base degli studi interdisciplinari, che hanno
stabilito datazioni per la domesticazione incipiente
nei massicci del Sahara centrale, cambiamenti clima¬
tici che hanno costretto i gruppi di pastori sahariani a
muoversi in direzione di fonti d’acqua come le oasi
del Deserto Occidentale e la Valle del Nilo, possiamo
ipotizzare che le idee che determinano l’aspetto arti¬
stico della Valle del Nilo siano state diffuse dalle po¬
polazioni sahariane verso la Valle del Nilo e le Oasi
occidentali, nel corso degli spostamenti.
Quest’ipotesi è sostenuta dal modo in cui tali ele¬
menti iconografici sono stati rappresentati nelle due
aree: le raffigurazioni sahariane si distinguono per
l’immediatezza e la vivacità della rappresentazione
della fauna selvaggia e per il gusto della narrazione
che troviamo nelle scene pastorali, nelle quali non
solo ogni personaggio ha una sua fisionomia, ma an¬
che ogni animale è rappresentato per se stesso; per
quanto riguarda le raffigurazioni della Valle del Nilo,
sia quelle rupestri che quelle ricorrenti nelle Tavo¬
lozze, sui vasi gerzeani e amratiani, nelle tombe di¬
nastiche, gli animali sono diventati elementi decora¬
tivi, la loro rappresentazione è ripetitiva, si è svuota¬
to il significato della rappresentazione attinente alla
realtà circostante, ma è rimasta l’idea di raffigurare
un mondo che aveva rivestito una grande importanza
nella tradizione più antica.
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Louis Chaix
Les moutons décorés de Renna (Soudan):
problèmes d’interprétation
Résumé — Le site de Kerma se trouve au nord du Soudan, en amont de la 3e cataracte. Il fait l’objet de fouilles depuis
plus de 10 ans par une mission suisse de l’Université de Genève.
A cóté des vestiges d’une ville, centrée autour d’un grand tempie en briques crues (deffufa), la recherche est conduite
dans le vaste cimetière situé à quelques kilomètres à l’est de la cité antique.
La fouille de nombreuses sépultures révèle l’importance du monde animai dans les rituels funéraires, cela entre 2.500
et 1500 ans avant J.C.
Dans plusieurs tombes ont été découverts des moutons décorés d’un disque en plumes d’autruche fìxé entre les
cornes et de pendentifs en perles cousues attachés à l’extrémité des cornes percées.
Cet arrangement rappelle certaines figurations rupestres de l’art saharien connues sous le nom de «béliers à sphé-
roi'des».
Quelques observations sont faites à propos de ces trouvailles.
Abstract — The site of Kerma, in thè northern Sudan, is excavated by a Swiss Mission since more than 10 years. Beside
remains of a large town, built round a monumentai tempie in mud bricks (deffufa), thè team is studying thè large necropo¬
lis situated some kilometers on thè east of thè old city.
The dig of numerous graves show thè importance of animai world in ritual practices, between 2500 and 1500 BC. In
several sepultures, decorated sheeps were discovered. They have a disk made of ostrich feathers attached between thè
horns and two precious bead - pendant binded to thè pierced horns.
This decoration remind thè so-called «rams with spheroids» found in Saharian rock-art.
Some observations are made about these decorated animals.
INTRODUCTION
Le site antique de Kerma se trouve au nord du
Soudan, à environ 600 km de Khartoum, sur la rive
gauche du Nil, en amont de la 3e cataracte (fig. 1).
C’est la capitale d’un royaume africain dont les origi-
nes remontent aux environs de 3000 BC et qui va
perdurer jusqu’en 1500 BC.
Il occupait un vaste territoire et, à plusieurs repri-
ses, il a montré un développement et une puissan-
ce suffisants pour inquiéter grandement ses voisins
égyptiens (Bonnet, 1983, 1986, 1990).
Ce royaume de Iam, puis de Kouch, s’est enrichi
gràce à un commerce actif d’or, d’ivoire et de divers
produits exotiques d’origine africaine acheminés
vers l’empire pharaonique.
Les fouilles menées depuis plus de 25 ans dans
cette zone et depuis plus de 10 ans sur le site méme
de Kerma, permettent de se faire une bonne idée de
la vie de ses habitants et de ses relations avec le mon¬
de animai en particulier (Chaix, 1986, 1988, 1990).
Deux sources principales sont à la disposition de
l’archéozoologue: d’une part, le matériel osseux
abondant mis au jour dans la ville antique, résultat
de la boucherie et de la consommation, mais égale-
ment des activités artisanales.
D’autre part, les nombreux animaux entiers ou
fragmentaires découverts dans la nécropole, déposés
dans les tombes en viatique ou présentant une va-
leur symbolique comme les bucranes, par exemple
(Chaix, 1985, 1989).
Le matériel de cette zone désertique présente
un état de conservation exceptionnel permettant
l’étude de divers éléments organiques, comme
les peaux et les poils, les plumes et méme les
viscères et les coprolithes. Les habitants de Ker¬
ma étaient avant tout des éleveurs et des agri-
culteurs, la chasse ne jouant qu’un ròle minime.
L’abondant matériel osseux provenant de la ville
montre que les animaux domestiques forment
plus de 90% des restes. Parmi eux, les caprinés et
particulièrement le mouton, dominent avec plus
de 45%, suivis du boeuf, de rares chiens et de quel¬
ques ànes.
Le mouton a été consommé, ainsi qu’en témoi-
gnent les nombreux ossements mis au jour dans la
ville présentant de multiples traces de boucherie. La
distribution des àges et des sexes suggère aussi un
élevage de ces animaux centré sur la production de
viande (Chaix & Grant, 1987).
Mais le mouton joue aussi un ròle important dans
les rituels funéraires. Dès la fin du Kerma Ancien,
vers 2200 BC, des moutons entiers accompagnent le
défunt. Ils sont déposés au sud et à l’est de la fosse,
non loin de la couche funèbre. Leur nombre varie,
allant d’un individu à une quinzaine pour des tom¬
bes importantes. On trouve parfois aussi des chèvres
et de rares chiens.
L’étude des moutons inhumés montre qu’il s’agit
presque essentiellement de màles àgés de moins
de 2 ans; certains d’entre eux sont de très jeunes
agneaux.
Plus tard, en sus des animaux entiers, des quar-
tiers de moutons, préparés selon une découpe ritua-
LOUIS CHAIX
Ì62
lisée, seront déposés en offrandes au nord de la fos¬
se, avec d’autres objets comme des céramiques.
Du point de vue morphologique, ces moutons
sont caractérisés par leur taille élevée (80 cm au gar-
rot en moyenne), se marquant surtout au niveau des
métapodes, graciles et allongés. Les màles sont ar-
més, mais leur jeune àge rend diffìcile la description
du comage adulte. Il semble cependant que les cor-
nes présentent un développement transverse, carac-
téristique des races connues sous l’ancien nom de
«palaeoaegyptiaca» et figurées dans l’iconographie
de l’Egypte ancienne (Zeuner, 1963). Dans les phases
plus tardives du Kerma Classique, il semble que Fon
trouve aussi une forme à cornes enroulées, comme
en témoigne un cràne figurò par Reisner (1923) et
provenant du tumulus K 1053.
La queue de ces moutons est mi-longue et non
grasse. Le nombre de vertèbres caudales est inférieur
à celui des races locales actuelles. Le pelage est dans
l’ensemble non laineux, bien que certains animaux
présentent une structure annon?ant le développe¬
ment de laine (Ryder, 1987). La présence d’animaux
blancs, noirs ou tachetés est attestée.
Fig. 1 - Localisation géographique de Kerma.
LES MOUTONS DÉCORÉS
Lors des fouilles de 1983, la tombe d’un jeune en¬
fant de 1 à 2 ans a livré les restes de deux agneaux,
àgés d’environ 3 mois, dont l’un d’eux portait un dis-
que en plumes d’autruche fixé entre les cornes à fai¬
de d’un lacet de cuir (Bonnet, 1984).
Les deux cornes étaient percées à leur extrémité
pour permettre l’attache de deux pendentifs rectan-
gulaires en perles cousues. Un licol de cuir tressé cei-
gnait le cou de l’animal (fìg. 2).
La confection du disque est minutieuse, les bases
des axes des plumes étant percées et cousues entre
elles pour étre ensuite englobées dans une rèsine for-
mant une base anatomique reposant sur la créte in-
tercornuale (fìg. 3).
Au cours des campagnes suivantes, d’autres bé-
liers ornés on été découverts. Sept portaient des dis-
ques, 4 avaient leurs cornes percées et un animai por¬
tait les pendentifs seuls.
De semblables trouvailles ont été faites ailleurs. A
Kadruka, situé à environ 20 km au sud de Kerma, un
petit cimetière rural du Kerma Moyen a livré aussi
un bélier orné (Chaix, 1986). Le grand site kermaì'que
de Sai, à 120 km au nord de Kerma, présente aussi,
sans aucun doute, de tels moutons à disque, comme
le montre le relevé de la tombe 15 du secteur SKC 1
(Gratien, 1986).
L’étude des divers relevés de sépultures effectués
lors des fouilles américaines à Kerma, entre 1913 et
1916, nous a permis de découvrir trois autres cas de
moutons décorés, les disques en plumes étant assi-
milés à des éventails par l’auteur (Reisner, 1923;
Dunham, 1982) (fig. 4).
Il apparait donc que cette ornementation est carac-
téristique de la culture de Kerma, puisque trois sites
de ce royaume en ont livré.
Comme nous l’avons dit plus haut, ce type de dé-
cor rappelle ceux ornant les gravures rupestres de
l’Atlas saharien où des béliers portent un attribut
céphalique arrondi qualifìé de «sphéroide» ainsi que
des pendentifs latéraux dont le départ du cràne est
TOMBE 81
179.00 Quest
Fig. 2 - Tombe 81: Sépulture d’un enfant de 1-2 ans accompa¬
gnò de deux agneaux dont l’un est décoré d’un disque en plumes
d’autruche et de pendentifs de cornes. L’enfant porte un poi-
gnard, un collier et des sandales. (dessin B. Privati, in Bon¬
net, 1984).
LES MOUTONS DÉCORÉS DE KERMA (SOUDAN): PROBLÈMES DTNTERPRÉTATION
163
mal défini (Camps, 1980). Pour certains auteurs,
adeptes d’une chronologie basse, les agneaux ornés
de Kerma, dont les plus anciens datent de 2300-1870
BC (calibrò), pourraient refléter un élément culturel
protolibyen, aux origines du culte d’Amon (Muzzo-
lini, 1986). D’autres exemples de caprinés décorés
pour le sacrifìce ont été évoqués par divers au¬
teurs soit en Afrique (Flamand, 1921) soit en Arabie
(Chelhod, 1955).
Nous nous bornerons à présenter ici quelques ob-
servations faites sur le matériel lui-mème, sans ten-
ter des explications de type religieux ou rituel.
a) Tous les animaux porteurs de disques ou ornés
sont des moutons (Ovis aries L.) et tous sont des ani¬
maux domestiques.
b) Tous les agneaux décorés découverts jusqu’à
maintenant sont des màles.
c) Les moutons ornés présentent des àges divers
allant de 3 mois à environ 22 mois. Il n’existe pas de
relation simple entre Page et le sexe du/ou des dé-
funts et celui des moutons. Le petit tableau suivant
résumé .cette observation:
(m: male K: Kerma KDK: Kadruka)
Fig. 3 - Reconstitution de la parure découverte dans la tombe
81 (dessin G. Deuber, in Bonnet, 1984).
On peut remarquer que certaines tombes recèlent
plusieurs défunts. Il semble net que vers la fin du
Kerma Moyen et surtout au Kerma Classique, les of-
frandes animales soient progressivement remplacées
par des sacrifices humains qui vont se multiplier et
devenir dominants, concernant plusieurs centaines
de personnes pour les grands tumuli royaux de la zo¬
ne méridionale de la nécropole (Reisner, 1923).
d) Il existe plusieurs modalités de décor: Nous
avons observé 7 moutons porteurs de disque et par-
fois de pendentifs, 4 avec des cornes percées et un
animai avec des pendentifs, sans disque.
e) Il peut y avoir plusieurs moutons décorés, ou
ayant des cornes percées, dans la mème sépultu-
re, comme c’est le cas des tombes 115 et 119 (Chaix,
1986, 1988).
Fig. 4 - Tombes du site de Sai et de Kerma dont les relevés
montrent des moutons décorés: A) Sai, secteur SKC 1, tombe 15
(d’après Gratien, 1986); B) Kerma, tumulus K 1085 (d’après Rei-
ner, 1923).
LOUIS CHAIX
CONCLUSIONS
A Fissue de ces observations, nous pouvons faire
les remarques suivantes:
— Le très jeune àge de certains agneaux per-
met d’éliminer Fhypothèse qui ferait de Fanimal
décoré le meneur d’un troupeau comme cela
s’observe ailleurs, avec les moutons «à floques»
de la transhumance proven?ale, dont les pom-
pons de laine colorés rendent hommage au soleil
et protègent des maléfìces (Finbert, 1956; Manin,
1990).
Cette notion de meneur (ou «menou» dans le lan-
gage des bergers) semble également incompatible
avec la découverte de plusieurs moutons ornés dans
la mème tombe. Le troupeau représenté est lui-mè-
me aberrant, puisqu’exclusivement composé de mà-
les de moins de 2 ans!
— Une observation qui nous semble importante ici et
qui peut faire douter de la notion d’animal paré pour le
sacrifìce, c’est la présence, dans la mème sépulture, d’a-
gneaux portant le décor et d’autres dont les comes per-
cées indiquent qu’ils l’ont déjà porté. Ce fait va, à notre
avis, à l’encontre d’un omement strictement réservé
aux agneaux immolés pour la cérémonie funèbre.
Ici s’arrètent les constatations et remarques de
l’archéozoologue, dont le seul souhait est d’espérer
de nouvelles trouvailles de ce type, mais aussi de
nouvelles lumières de ses collègues archéologues,
historiens des religions et ethnologues.
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Chen Zhao Fu
A comparison of rock art in
Sahara and China
Résumé — La roche semble avoir été la première toile employée par l’homme primitif partout dans le monde. L’art
rupestre est le plus ancien témoignage des activités, des idées, des croyances et des habitudes humaines, économiques et
sociales, et fournit des possibilités d’observation vraiment uniques de la vie intellectuelle et des modèles culturels de
l’homme. Cette étude compare l’art rupestre du Sahara à celui de la Chine, y compris les représentations de sujets, les
styles et les techniques utilisées. Ces études comparatives nous aident à identifier des types de sociétés similaires entre
elles dans le monde et à définir les différences dans les caractéristiques des lieux.
Par exemple, les représentations de sujets comparaissant dans le Sahara on été trouvés en Chine, ainsi que les dessins
de gravures de chariots stylisés découverts dans l’Hoggar (Sahara), qui ont été retrouvés dans la Mongolie Centrale
(Chine). Au contraire, les biges de combat au «galop volant», découvertes dans le Tassili (Sahara), n’ont pas encore été
découvertes jusqu’à présent en Chine. Les styles de vie dépeints par l’art rupestre saharien sont bien différents de ceux de
la Chine, et donc les techniques artistiques utilisées sont différentes.
La représentation de la figure humaine est très réelle dans le Sahara et très stylisée en Chine. En outre, il y a beaucoup
de dessins, peintures et symboles abstraits stylisés dans l’art rupestre chinois.
Abstract — Rock appears to have been thè fìrst canvas used by early man, in every part of thè world. Rock art contains
thè most ancient testimony of human economie and social activities, ideas, beliefs and practices, and provides unique
insight into thè intellectual fife and culture patterns of man. This paper compares thè rock art of Sahara and China, inclu-
ding subject matters, artistic styles and techniques. Comparative studies help us to identify similar kinds of societies
around thè world; and also to identify thè differences in thè locations’ traits too.
For example, thè subject matters appeared in Sahara are also found in China, such as thè design of engravings of
schematized chariots found in Hoggar, Sahara, are also found in Inner Mongolia, China. But thè war chariots, so called
«flying at a gallop» found in Tassili, Sahara, never been found in China so far. There are different life styles depicted in
rock art between Sahara and China, and thè different art techniques too.
The representation of human figure is very realistic in Sahara and very schematized in China. And also there are so
many schematized designs, symbols, abstract patterns in rock art in China.
Rock appears to have been thè fìrst canvas used by
early man, in every part of thè world. Rock art con¬
tains thè most ancient testimony of human econo¬
mie and social activities, ideas, beliefs, and practices,
and provides unique insight into thè intellectual life
and culture patterns of man. About thè rock art of
Sahara and China, many things could be compared
in this two areas, including subject matters, artistic
styles and techniques. Comparative studies help us
to identify similar kinds of societies around thè
world; and also to identify thè differences in thè lo¬
cations’ traits too.
To compare thè rock art in Sahara and China, I li-
ke specially to mention two things: one is subject
matter, and other is artistic style.
The fìrst, to compare thè subject matter of Sahara
and China, we found thè most Sahara rock art is
common custom or secular. The rock art describe
people’s life, such as hunting, herding (put out to pa¬
sture), family life and animal’s life also.
But in Chinese rock art, thè most subject matters
have religious or ritual meanings; a few of them ho-
wever may stili be considered to be secular and some
scenes of daily activities, such as dances shown in
rock art also relevant to certain ceremonies or rituals.
For example, thè mask rock art is very common in
China. These are spirit images. The largest number
of mask sites was discovered in thè north and south-
east coast, dating to thè New Stone Age, about five
thousand years ago.
Above these masks we frequently find raylike pro-
jections, they crown them at thè top and sometimes
form a border at all sides. Possibly thè rays are a con¬
nection with thè sun, thè moon and thè stars. These
masks are always found surrounded by many short
lines and dots. Vast is thè sky, boundless thè wilds,
thè sun shines brightly, clusters of brilliant stars in
thè unending sky where many gods dwell, especially
thè sun deity, (fìg. 1).
The second, there are different artistic styles in Sa¬
hara and China.
The representation of human fìgures and animals
are usually very realistic in Sahara and very schematic
in China. And there also are so many schematic de¬
signs, symbols, abstract patterns in rock art of China.
For example, thè human fìgures with up-raised
arms in rock art, socalled «praying figure», have been
discovered in common through thè world. One of
thè more notable compositions of these fìgures has
been found at Naquane, near Capo di Ponte, Valca-
monica; we had found these fìgures in China also.
The praying fìgures are very concentrated in China,
and thè style is very schematic, such as in all thè
eighty sites of Zuojiang River Valley are described
thè Praying fìgures, about 4,000 in thè sum total. The
meaning is ritual, and thè style is schematic. It is not
unique, but has its counterpart: thè same fìgures we
can find in ancient pictographic characters in China,
which inscribed on thè fragment of tortoise-shell and
bone (Jiaguwen) or used as inscriptions on bronzes
(Jinwen) about 3000-4000 B.P. The meaning of these
characters is various. Checking thè characters against
thè praying fìgures in rock art will help us to under-
stand many things. The most praying figure in bron-
166
CHEN ZHAO FU
Fig. 2 - Praying Figures in Rock Painting, Zuojiang River Valley, China.
A COMPARISON OF ROCK ART IN SAHARA AND CHINA
167
5C -
FA, Ve.
% '
Fig. 3 - Praying Figures in Chinese Ancient Writing on thè Inscriptions of Bronze.
z e inscriptions meaning sorcerer (wizard); many
scholars think it is a character meaning sorcerer or
sorcerer’s family name (fig. 2, 3).
Chinese possesses a wealth of palaeographic ma¬
terial. The historical significance of bronze in¬
scriptions has already been discussed. The bronze
inscriptions of Shang period (c. 16th century - llth
century B.C.) were generally plain and succinct,
recording mainly thè family and first names of thè
owner of thè vessel and thè form of address of thè
ancestor to whom thè sacrificai vessel was being de-
dicated. Family names were usually represented by
pictographic characters. For example, yu(fish) was
written in thè shape of a fìsh carefully drawn lines for
thè head, tail, scals and fins; and lu(deer) took thè
form of a deer with its two antlers branching out.
This does not imply that thè existent form of writing
had not advanced beyond thè stage of pictographs.
Comparatively thè pictographs more elaborate than
thè simple Scripts found on oracle bones of thè same
period, its style demonstrated a tendency towards
thè search for artistic beauty and attempt to use
certain pictographs as family emblems. At thè same
time, thè pictographic characters reveal thè generai
outline of earlier hieroglyphs (fig. 4).
In ancient China, each person had a clan name
as well as a family name. On principle, intermarria-
ge between persons of thè same clan name was
forbidden.
The practice of inscribing family names on bronze
vessels continued for a protracted period of time,
Fig. 4 - Pictographic inscriptions, Shang Dynasty.
CHEN ZHAO FU
!ó8
and have also been found in place located far apart.
About these figures in rock art and bronze inscrip-
tions, some scholars consider thè abstract style, Sym¬
bol style was leading from thè realistic-figurative.
This trend reveals a conceptual development, repla-
cing thè earlier concern specific features and parti-
cular details with thè quest to understand nature
essential. This process led to thè birth of Chinese
pictograph writing, and continued in its early deve¬
lopment.
Rock art represents thè antecedents of writing as
visual means of communication.
The style of Sahara rock art is realistic and is so
beatiful too; but it had not led thè birth of writing.
Compare to thè Sahara realistic rock art, thè develop¬
ment of schematic style rock art in China had led thè
birth of pictograph writing. We can fìnd some diffe-
rences in thè location’s traits. This is thè special.
Even today thè Chinese writing stili show thè signs
of their pictorial origin, thè evolution is very clear.
Chen Zhao Fu: Central Institute for Nationalities
100081 Beijing CHINA
. L arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Cecilia Conati-Barbaro
Pianura e altopiano.
Dinamiche del popolamento dei massicci sahariani
nel medio Olocene
Résumé — Les communautés sahariennes à économie pastorale sont parmi les sociétés préhistoriques africaines les
plus étudiées. Mais elles sont aussi les moins comprises. Pendant l’Holocène Moyen, des groupes pastoraux se sont dépla-
cés sur les vastes régions sahariennes. La distance, la saison, le but, la direction de ces mouvements ont été liés à des choix
prècis pris par chacun des groupes. Les stratégies de décision des groupes pastoraux sont ici examinés à Faide de quelques
exemples ethnographiques.
Abstract — Saharan pastoralists are supposed to be among thè most studied africain prehistoric societies, but in fact
they are not very well understood. During thè middle Holocene, pastoral groups were moving throughout thè Saharan
regions. The distance, thè season, thè purpose, thè direction of those movements were strictly related to different choises
taken by each group. This paper focuses on thè decision-making strategies of pastoral groups. Some examples are taken
from ethnographic evidences.
I gruppi sahariani ad economia pastorale sono ap¬
parentemente tra le società più coinvolte nella ricer¬
ca archeologica, ma risultano allo stesso tempo tra le
meno comprese. Ne sono state studiate le manifesta¬
zioni artistiche, delle quali i massicci del Sahara cen¬
trale sono particolarmente ricchi. Vengono indivi¬
duati da elementi della cultura materiale come ad
esempio la ceramica, decorata con motivi puntinati
di ampia diffusione, quasi standardizzati, o da stru¬
menti litici come le cosiddette «gouges», specie di
accette con vastissima diffusione dalla Valle del Nilo
a tutto il Ténéré (Smith A. B., 1980). All’occupazione
delle aree di vasta pianura del Sahara da parte dei
gruppi pastorali sono attribuiti i numerosi «Stein-
plàtze» interpretati come focolari e in via ipotetica gli
enigmatici circoli di pietre (Gabriel 1981, 87a, 87b).
Quel che però, a mio avviso, al momento ancora
sfugge è l’inquadramento di tali società pastorali in
una prospettiva interpretativa globale. Ciò non signi¬
fica che non siano stati elaborati finora validi tentati¬
vi di spiegazione relativi al tipo di organizzazione so¬
ciale ed economica di queste società. Al contrario,
sono numerosi i modelli di interpretazione circa i
motivi che spinsero i gruppi ad adottare questa forma
di economia produttiva e sul perchè essi scelsero un
modo di vita nomadico o semi-nomadico.
I fattori paleoclimatici e paleoambientali senza
dubbio hanno giocato un ruolo di prim’ordine in tale
processo di cambiamento quanto mai lungo e com¬
plesso. La diffusione del pastoralismo nelle regioni
sahariane raggiunse il suo massimo in coincidenza
con la seconda fase umida dell’Olocene. È questo un
periodo che va all’incirca dai 6500 ai 4000 anni da og¬
gi, che vede l’instaurarsi di un regime monsonico
con abbondanti precipitazioni e 1’esistenza di bacini
lacustri più ampi degli attuali: il Paleochad (che nel
6500 B.P. circa raggiunse i 33.000 Km2, per poi con¬
trarsi fino ai livelli odierni) o i laghi del Niger orien¬
tale (Servant, Servant Vildary, 1980, Maley, 1981).
Le maggiori testimonianze delle società pastorali
risalgono a tali livelli cronologici: Uan Muhuggiag
(6035-5350 B.P.), Adrar Bous (5760 B.P.) Meniet
(5400 B.P.), Erg d’Admer (5420 B.P.), per citare solo
alcuni esempi. Tracce di occupazione si rinvengono
sia nelle zone più accessibili dei massicci e alle loro
propaggini (Hoggar, Air, Tibesti, etc.), sia nelle re¬
gioni pianeggianti, serir o reg (Ténéré, Tanezrouft,
Serir Tibesti). Varie e note sono le ipotesi circa le
dinamiche di popolamento di queste aree e le strate¬
gie economiche adottate da questi gruppi di pastori.
Movimenti a carattere nomadico alla ricerca di acqua
e pascoli per il bestiame avrebbero spinto tali comu¬
nità nelle zone più elevate o nelle pianure a seconda
della stagione favorevole. Spostamenti su lunghe
distanze questi, che dovettero favorire una certa
omogeneizzazione dei tratti culturali.
La fluttuazione del regime di precipitazioni e la
conseguente disponibilità dei pascoli sono dunque
indicate come i principali elementi alla base degli
spostamenti dei pastori.
Rimane però incompresa, ma forse non del tutto
incomprensibile, la sfera del potere decisionale dei
gruppi. Quelli che finora sono stati evidenziati sono i
fattori limitanti le scelte dei gruppi. Tali fattori, come
abbiamo visto, sono esterni alla società. È a questo
punto della ricerca che dobbiamo interrogarci sui fat¬
tori interni determinanti le scelte.
Un gruppo pastorale deve saper affrontare l’impre-
vedibilità del clima in regioni con notevoli fluttua¬
zioni del regime pluviometrico qual’è, e qual’era
quella sahariana. La disponibilità, quindi, di risorse
base quali acqua e pascoli non è costante in tutte le
regioni, né uguale da un anno all’altro. Tale situazio¬
ne precaria presuppone una certa capacità predittiva
intrinseca dei modelli di adattamento dei vari gruppi,
soprattutto una notevole flessibilità e duttilità nel ti¬
po di soluzioni adottate. Indispensabile è inoltre il
concetto della massimizzazione dello sfruttamento
di tutte le risorse disponibili in situazioni di tempo e
spazio limitati, che possono cioè durare da un’intera
stagione, ad esempio quella delle pioggie, o un solo
giorno quale può essere la durata di uno stanziamen¬
to di un gruppo pastorale nomade. Ciò deve avvenire
senza creare problemi di sovrasfruttamento della zo¬
na o di sovrappopolamento, se questa è un polo di at¬
trazione per più gruppi.
L’uso del territorio non implica soltanto lo sfrutta¬
mento di pascoli e fonti d’acqua, ma anche di tutte le
potenzialità in termini di risorse spontanee quali fau¬
na, piante e grani selvatici. Un gruppo non può infatti
170
CECILIA CONATI-BARBARO
sopravvivere facendo affidamento su un’unica risor¬
sa economica: sono noti gli esempi di società pasto¬
rali africane attuali, come i Fulani o Peul, che man¬
tengono rapporti, quasi simbiotici, di interscambio di
prodotti con gruppi di agricoltori stabili. Altri, come
il gruppo Oulliminden dei Kel Tamasheq o Touareg,
prevedono nel loro programma di spostamenti an¬
nuali il passaggio in zone di crescita di grani sponta¬
nei (es: Panicum sp .) durante o appena prima il tem¬
po della maturazione (S. Smith 1980).
Per quanto riguarda i gruppi più antichi sono po¬
che e non del tutto sicure le evidenze di sfruttamento
di piante selvatiche o domesticate, mentre la caccia è
ben attestata oltre che dal materiale archeologico (pun¬
te di freccia) e faunistico, anche dalle raffigurazioni
rupestri di battute di caccia nei massicci sahariani.
Ma ritornando al problema più generale, è chiaro
che un’economia pastorale comprendente anche lo
sfruttamento a più ampio spettro di risorse, prevede
l’acquisizione da parte del gruppo di un insieme di
informazioni sul territorio facente parte del suo rag¬
gio d’azione, che permetta di estrapolare una serie di
scelte pianificate ed affidabili. Ossia, il gruppo deve
conoscere e valutare i fattori che possono influenza¬
re le sue scelte. Di fatto esso si trova di fronte ad una
scelta ogni volta che deve muoversi, e questo può av¬
venire anche ogni giorno.
Accanto ai fattori ambientali ed economici già ci¬
tati possono intervenirne altri di natura sociale e po¬
litica. Ad esempio, sarà necessario valutare il fatto
che nella zona scelta per lo spostamento sia già pre¬
sente un gruppo, il che potrebbe dar luogo a tensioni
oltre che a provocare un sovraffollamento e un so-
vrasfruttamento delle risorse. Parliamo di gruppo in
generale, perché è difficile affermare quale grado di
individualità del potere decisionale possa esserci sta¬
to nei gruppi preistorici. Attualmente vi sono popo¬
lazioni più o meno flessibili da questo punto di vista;
alcune, i Turkana ad esempio, accettano la decisione
individuale nel movimento (possono infatti allonta¬
narsi gli uni dagli altri per unirsi di volta in volta ad
altri nuclei incontrati sul cammino).
Altro fattore da considerare è l’impossibilità di ac¬
cesso ad una determinata zona perchè un altro grup¬
po lo impedisce. In questo caso intervengono strate¬
gie di carattere politico, che producono risposte di¬
verse tra le quali, non ultimi, i conflitti violenti.
Possono inoltre avvenire spostamenti concentrati
nel tempo e finalizzati al recupero di determinate ri¬
sorse. Ad esempio, gruppi Touareg intraprendono
durante la stagione delle piogge un viaggio di un me¬
se verso terreni con alto contenuto di sale ed acque
ricche di sali minerali per integrare l’alimentazione
del bestiame. Viaggio che diventa poi occasione d’in¬
contro tra comunità diverse, pretesto per l’organizza¬
zione di gare, giochi, matrimoni etc. (Smith S., 1980).
Questi fin qui evidenziati sono, naturalmente, sol¬
tanto alcuni dei fattori ai quali il gruppo deve essere
preparato a rispondere con scelte precise e di rapida
attuazione, pena la malnutrizione, le malattie del be¬
stiame, in pratica la perdita delle basi di sussistenza.
È evidente che molto poco di tutto quanto esposto
finora risulta dai dati archeologici e che questi, sem¬
bra sempre più banale dirlo, sono ancora troppo esi¬
gui per poter costituire solidi appoggi a teorie inter¬
pretative in questo senso. Io ritengo piuttosto che sia
di fondamentale importanza un’analisi delle eviden¬
ze archeologiche che tenga ben presente 1’esistenza
di tali problematiche di base e che non si fermi alla
sola registrazione dei dati archeologici. Spunti inter¬
pretativi nella rielaborazione degli stessi possono
essere stimolati da un controllato e mediato uso del¬
l’analogia etnografica; da ricerche di tipo territoria¬
le su aree campione definite geograficamente, entro
cui studiare società tra loro collegabili, per arrivare
all’individuazione di una precisa articolazione in
gruppi e sottogruppi nell’ambito delle comunità e
delle loro dinamiche di spostamento.
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Cecilia Conati-Barbaro: Museo delle Origini - Università di Roma «La Sapienza»
Piazzale Aldo Moro, 5 - 00185 Roma ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Massimo Dall’Agnola
Saggio d’interpretazione grafico-simbolica di figure umanoidi
di Balos (Gran Canaria)
Résumé — A partir de la comparaison d’exemples de représentations humaines très différentes entre elles et
éloignées dans le temps et dans l’espace, caractérisées par des doigts exagérés, l’auteur estime pouvoir considérer cet
«archétype» comme indicatif d’ètres surnaturels, un concept qui survit jusqu’à nos jours. Dans ce contexte, on pourrait
donc interpréter quelques figures humanoi'des énigmatiques de Grande Canarie.
Abstract — From a comparison of representations characterized by exaggerated fingers, which are widely distributed
in time and space, thè author holds that such an «archetype» can be considered as an indication of supernatural beings, a
concept that has survived until thè present time. Some enigmatic Figures of human type from Gran Canaria can be interpre-
ted within this framework.
Nel complesso ed articolato panorama delfimma-
ginario collettivo molti sono i retaggi psichico-sim-
bolici che l’Uomo si porta dentro fin dagli albori del¬
la sua autocoscienza: tra questi ve n’è uno, quello del
personaggio a dita lunghe, che nell’ambito dell’icono¬
grafia preistorica non è stato ancora sufficientemente
esplorato. Tra le rappresentazioni antropomorfe a
carattere «magico» che trasfigurano l’Essere umano,
dotandolo di elementi ad esso alieni, e ponendolo
perciò emotivamente in una sfera soprannaturale, è
rappresentativo lo «stregone» della Grotta di Trois
Frères, i cui attributi, com’è noto, sono stati da Le-
roi-Gourhan così interpretati:
— corna di cervo
— orecchie di renna
— occhi di civetta
— lunga barba
— coda di cavallo
— sesso felino
— positura «danzante»
Esso è stranamente simile ad un altro «stregone
danzante», quello di Afvallingskop (Orange), lontano
perciò sia geograficamente che culturalmente: tale
sorprendente analogia fu già notata da Furon (1961).
Fig. 1 - 11 celebre «stregone danzante» della Grotta di Les Trois Fig. 2 - Un secondo «stregone danzante», assai simile al prece-
Frères. dente, da Afvallingskop (Orange).
MASSIMO DALL’AGNOLA
Ambedue sono inoltre assimilabili all’impostazio-
ne di un’analoga figura del Tassili (Lhote, 1959), che
a sua volta presenta alcuni elementi comuni alla ce¬
lebre figura detta del «dio marziano»: testa cornuta,
dita pronunciate, figura enucleata dal contesto icono¬
grafico della scena, ecc.
Fig. 3 - Il cosiddetto «dio marziano» del Tassili, con le lunghe
dita in evidenza.
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Fig. 4 - Piccola figura «danzante» del Tassili, compositivamente
assimilabile a quelle in Figg. 1 e 2.
In particolare modo si nota che la presenza delle dita
è determinante, poiché trattasi di elemento che molto
difficilmente compare nelle rappresentazioni rupestri
antropomorfe preistoriche, specialmente nell’arte
del Tassili (Lhote, 1959) e in quella delle «vicine» Ca¬
narie, regioni tra loro senz’altro rapportabili sotto
molti aspetti culturali, anche se non direttamente.
Se è vero che l’evoluzione dell’individuo ripercor¬
re le tappe fondamentali dell’evoluzione umana an¬
che dal punto di vista psichico, è utile a questo pro¬
posito vedere per un momento quello che afferma Di
Leo (1983) a proposito dei disegni infantili di mani e
dita esagerate:
...le mani accentuate possono indicare aggressività subita, anti¬
cipata o temuta.
È palese che una delle principali connotazioni del¬
lo stregone nelle società «primitive» è proprio quel¬
la di incarnare i segreti di una potenzialità oscura,
che l’individuo percepisce come minaccia, quindi
quella stessa aggressività anticipata o temuta di cui
parla Di Leo.
A questo proposito Quilici (1972) ha documentato
un rito funebre delle Nuove Ebridi, dove lo spirito
del defunto viene diffidato dal ritornare tra i vivi pro¬
prio minacciandolo per mezzo di falsi artigli che gli
indigeni si mettono sulle dita.
Da notare che l’« archetipo» dello «stregone cor¬
nuto» a dita lunghe appare perfino sui graffiti pre¬
colombiani del deserto dello Utah, nel distretto di
Rio Grande.
Fig. 5 - Artigli metaforici in un rito funebre delle Nuove Ebridi.
Fig. 6 - Figure a dita lunghe associate a teste cornute: cultura
del deserto dello Utah (U.S.A.).
SAGGIO D’INTERPRETAZIONE GRAFICO-SIMBOLICA DI FIGURE UMANOIDI DI BALOS (GRAN CANARIA)
173
Questa nuova ipotesi trova un’indiretta conferma
nello studio statistico di Verbrugge (1969-1976), dove
già nell’arte parietale paleolitica è messa in rilievo la
generale disposizione di raffigurazioni di mani nelle
parti più profonde delle caverne, autorizzando perciò
l’equazione: RECESSO PROFONDO = MISTERO,
OSCURITÀ = MANIFESTAZIONE MAGICA. Ver¬
brugge stesso propone infatti questo assioma (op.
cit.), che personalmente mi sento di condividere, in
quanto lo ritengo coerentemente corretto dal punto
di vista storico-religioso. In tutto ciò traspare, come
dice Joleaud (1930) «le désir de fìxer le passé pour
l’avenir. », cioè di memorizzare collettivamente, me¬
diante graffito o affresco su roccia, i momenti salienti
del vissuto sociale, che si evocano con maggiore in¬
tensità emotiva nella manifestazione magica.
Verbrugge arriva a pensare che tale operazione di
fissazione del tempo vissuto in funzione comunica¬
tiva di «documento» sia, in ultima analisi, il primo
passo verso l’evoluzione della scrittura (op. cit.).
Posizione del tutto condivisa da Fòldes-Papp
(1985), che la pone come quesito introduttivo alla sua
opera, ammettendo quale «motore evolutivo» in
questo senso il ruolo primario rivestito dalla magia
(Fòldes-Papp, 1985).
Fig. 7 e 8 - I personaggi simbolici a dita lunghe rappresentano
un importante elemento del mondo mitologico dell’Estremo
Oriente.
Come poi fa notare Jung (1964), questa valenza
mitica del personaggio a dita lunghe persiste fino ad
oggi in Estremo Oriente, mentre invece nel mondo
occidentale secolarizzato sopravvive in altri «miti»,
siano essi cinematografici o pseudo-letterari.
Alla luce di queste considerazioni, si evidenzia
dunque un comune substrato psichico-simbolico tra
gli esempi sin qui esaminati e le strutturalmente ana¬
loghe figure a dita lunghe dei graffiti di Balos (!), a
Gran Canaria.
Fig. 9 e 10 - Il personaggio a dita lunghe, spesso caricato di una
forte mana positivo e negativo, è passato in età contemporanea al
patrimonio simbolico dei mass media.
(') Sui graffiti di Balos in generale esiste un’ampia opera monografica, edita per il Museo Canario: A. Beltràn Marti-
nez, Zaragoza 1971. Rimando pertanto all’abbondante bibliografia di Quest’opera.
i
MASSIMO DALL’AGNOLA
Propongo Quindi in questa sede un interpretazio¬
ne in senso magico-religioso che le qualifichi come
rappresentazioni di stregoni o sciamani, forse in at¬
teggiamento «danzante», colti dall’ignoto artista nel¬
l’atto emotivo della loro «trasfigurazione», o incarna¬
zione col Soprannaturale.
Fig. 11 - Presunti «stregoni» a dita lunghe tra i graffiti rupestri di
Balos (Gran Canaria).
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Massimo Dall’Agnola: Università degli Studi - Dipartimento di Scienze Storico-Archeologiche e Orientalistiche
Palazzo Bernardo San Polo 1977/A - 30125 Venezia ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Germaine Dieterlen
Contribution à l’histoire de l’empire du Wagadou
Résumé — L’empire soninké du Wagadou a occupé très anciennement un espace considérable du Sahara actuel. A une
époque tardive mais encore vivante de son existence, il a été visité par des érudits qui ont relaté leurs observations dans des chro-
niques en langue arabe. L’histoire de sa fondation, de son développement, de sa fin, a fait l’objet d’une légende recueillie auprès
de traditionalistes, dont les versions ont été publiées par divers auteurs occidentaux. Plus tard furent entreprises des recherches
historiques et des fouilles archéologiques sur le lieu où s’était édifiée la capitale de cet empire.
On trouvera dans cet article l’apport des recherches en tradition orale menées depuis plusieurs années sur ce sujet. Les
Soninké et apparentés furent obligés de quitter les régions qu’ils occupaient, autrefois arrosées et fertiles, progressivement dessé-
chées; en successives diaspora il se réfugièrent au sud, aux bords et au-delà du Sénégal, de la Falémé, du Niger et du Delta inté-
rieur. Ils transportèrent avec eux la plupart des cultes qu’ils observaient au Wagadou. Divers aménagements du relief et des ca-
vemes, des peintures rupestres, des sanctuaires, des autels, et les pratiques dont ces représentations sont l’objet, sont au Mali les
témoins historiques de ces transferts, notamment au Lac Débo, dans les Monts Mandingues et dans les Falaises de Bandiagara.
Abstract — The soninké empire of Wagadou occupied a lot of time ago a wide place of today’s Sahara. Later on, but during
its stili living age, it has been visited by erudite men, who reported their observations on chronicles in thè arab language. The
history of its foundation, of its development, of its end, made it thè object of a legend transmitted by traditionalists, whose
versions were published by several west authors. Later on, historical researches and archeological excavations were undertaken,
on thè place where thè capitai of this empire rose.
In this article we can find thè support of researches in thè orai tradition transmitted during several years about this subject.
The soninké people was compelled to leave thè region that it occupied, once irrigated and fertile, then progressively dried up; in
following diaspora they sheltered in thè south, near thè borders and beyond Senegai, Falémé, Niger, and thè inner Delta. They
brought with themselves thè major part of thè cults they observed in Wagadou. Many arrangements of reliefs and caves, of rock
paintings, sanctuaries, altars and of practices, whose these representations are thè object, are in Mali thè historical witnesses of
such transfers, particularly at Débo Lake, in thè Mandingues Mountains and in thè Falaises of Bandiagara.
Je vais parler aujourd’hui de l’existence d’un an¬
cien empire dont les chefs ont exercé le pouvoir sur
une grande partie du Sahara. Nommé Ghana par
divers auteurs, il s’agit en réalité de l’empire du
Wagadou.
Des voyageurs érudits (Kàti, Ibn Hawkal, E1
Bekri, Idrisi, Ibn Khaldoun) ont mentionné dès le
Xlème siècle, dans des chroniques en langue ara¬
be, Pexistence d’un vaste et très ancien empire qu’ils
ont tous nommé empire du Ghana. Dès la fin du
XlXème siècle, les premiers observateurs des popu-
lations de la boucle du Niger et du Sahel (administra-
teurs coloniaux, ethnographes) ont publié la légende
traditionnelle qui traite de l’histoire de cet empire
(M. Adam, R. Arnaud, M. Delafosse, H. C. Lanrezac,
Ch. Monteil, L. Tautain, J. Vidal).
D’une fa£on générale, toutes les versions recueil-
lies de la légende relatent la fondation de l’empire
par des guerriers «venus de l’est» jusqu’au Sahel, son
développement dans l’espace et dans le temps, puis
sa fin. Je me suis intéressée à ces diverses versions et
en avais présenté une étude et une analyse compa¬
rative à l’Ecole Pratique des Hautes Etudes (5ème
section) à la session 1965-66. Plus tard, menant des
enquétes au Mali auprès des Malinké, des Bambara,
des Dogon, des Bozo, je me suis rendu compte que
pour comprendre certains aspects de leur organisa-
tion sociale, leurs croyances et leur religion, il était (*)
nécessaire de poursuivre l’étude des Soninké. J’ai
alors travaillé avec l’un des généalogistes-traditiona-
listes des Soninké, Diarra Sylla. Les ancètres des Syl-
la de Yéréré (situé près de Nioro) furent les généalo-
gistes attitrés des dignitaires qui se succédèrent à la
tète de l’empire du Wagadou.
Il ne faut pas confondre — et d’ailleurs les Soninké
ne les confondent jamais — le traditionaliste asser-
menté, gessere, qui relève à l’origine d’une famille
noble de guerriers, avec le griot. Ce dernier peut
avoir des connaissances mais il n’est pas le mème
personnage et il ne joue pas le mème ròle. En effet,
les traditionalistes étaient à l’époque ancienne les
officiants permanents des membres des clans aux-
quels ils étaient rattachés et dont ils connaissaient la
généalogie et les hauts faits ancestraux. Ils étaient
chargés de les énoncer lors des cérémonies familiales
ou collectives, et mème pendant les combats aux-
quels ils participaient, pour encourager les guerriers.
Les enquétes avec Diarra Sylla m’ont permis d’en-
registrer la version de Yéréré de la légende en langue
soninké, de la faire traduire et de recueillir auprès de
lui tous les commentaires que ce texte a suscités.
L’histoire légendaire de la fondation de l’empire
du Wagadou se déroule en plusieurs temps:
1) Un personnage de race noire nommé Dinga et
dit «l’ancien» est né en Egypte à Sonna, nom que les
Soninké donnent à l’agglomération d’Assouan (')•
(*) Je rappelle que cette précision relève des traditions orales conservées par les généalogistes soninké de Yéréré et qui
sera ì’objet de recherches ultérieures. «Assouan» ou Assuan (anciennement Syène). Ville de la haute Egypte située sur la
rive droite du Nil, face à File Eléphantine, à proximité de la première cataracte... Histoire. L’ancienne Syène (forme grec-
que de l’égyptien Souànit: «le marché») était à l’origine le marché de file Eléphantine. Elle était célèbre par ses carrières de
granit rose. Poste militaire important jusqu’à l’époque romaine, elle fut abandonnée, au moment de la conquète arabe, par
ses habitants qui se réfugièrent dans des quartiers plus élevés bàtis par les Sarrasins. Le Petit Robert, p. 121. Le Dictionnaire
des antiquités égyptiennes (p. 100), nous dit “qu’Assouan, n’est sous les pharaons, qu’un bourg obscur”. Il faut aussi souli-
gner que les Maures nomment Assouanik tous les Soninké.
GERMAINE DIETERLEN
C’était un guerrier aventureux qui cherchait aussi à
s’instruire. Après avoir combattu — notamment jus-
qu’en Arabie - il décida de quitter l’Egypte. Il s’est
alors dirigé vers l’ouest avec une troupe de combat-
tants qu’il avait vaincus puis recrutés pendant ses
campagnes. Tous étaient à chevai, ce qui permet
avec une certaine précision de situer l’époque de ce
déplacement - la présence du chevai n’étant attestée
en Egypte que vers 1700 avant notre ère. Toujours
guerroyant, Dinga arriva au Sahel dans un lieu-dit
proche du petit village actuel de Folokindé, situé au
sud de Nioro. D’unions temporaires contractées
dans les zones conquises, il avait des enfants; mais
toujours aventureux, il quittait les lieux pour d’au-
tres contrées. Au Sahel, près de Dyenguédé, il épou-
sa, sous serment, trois femmes qu’il emmena jusqu’à
Sonna où il retourna avec ses troupes. Elles lui don-
nèrent une descendance.
Il avait certainement exercé une certaine autorité
dans son pays, mais il savait que ses fils, nés de fem¬
mes étrangères, ne pourraient en hériter. Aussi, se
sentant près de sa fin, il leur ordonna de partir vers
l’ouest où se trouvaient les membres de leur parenté
maternelle.
Fig. 1 - Représentation de pirogues. Abri sous roche de Soroba.
(P. Lourdou, 1990).
2) Ce qu’ils firent. Sous la direction de l’un de ses
fils nommé Diabé, les descendants de Dinga, accom-
pagnés de leurs alliés, quittèrent à leur tour Sonna et
se dirigèrent à l’ouest; certains étaient à chevai, d’au-
tres armés d’arcs et de flèches étaient montés sur des
chars. En guerroyant, ils parvinrent près d’un lieu où
Bida, frère jumeau et ainé de Diabé, parti le premier
(pour des raisons qui dépassent le cadre de cet expo¬
sé), siégeait dans un gouffre profond sous la forme
d’un «serpent d’eau». Les arrivants, qui avaient occu¬
pò un très large espace du Sahara actuel durent négo-
cier un contrat avec lui pour pouvoir rester sur les
lieux. Diabé prit le pouvoir sur toutes les ethnies
conquises constituées de groupes de chasseurs, de
pècheurs, d’agriculteurs que l’on a pu réunir sous le
nom collectif de Kakolo. Lors de son intronisation
au titre de kaya maga, il fit montre de son sens politi-
que en leur faisant prèter serment d’allégeance sur
leur autel principal le plus ancien.
Avec le temps, l’empire s’organisa sous l’autorité
incontestée du kaya maga, chef politique et religieux
à la fois, toujours choisi parmi les membres du clan
Cissé, descendants directs de Diabé, qui assumait le
culte de Bida. Il y eut répartition des pouvoirs: gou-
verneurs de provinces, chefs d’armée, fonctionnaires
civils, police, etc. La société, très composite, resta
toujours dominée par les clans des nobles wage, des
«gens de Sonna» soninké, dont tous adoptèrent la
langue. Le pays tout entier fut dit «pays des wage»,
wagadu.
Fig. 2 - L’aiguille de Nyenguéma, dans les monts Mandingues.
(J. Rouch, 1990).
La capitale, Koumbi, édifìée au-dessus de nappes
phréatiques se trouvait sur la route des caravanes; el¬
le était composée de nombreux quartiers très éloi-
gnés les uns des autres: Mallaara pour les traditiona-
listes, Diouf pour les esclaves, Saleh pour le com¬
merce et le marché, etc. Le quartier du marché était
le seul où avaient le droit de séjourner les étrangers,
les commer?ants. La tradition de Yéréré rapporte
que les voyageurs et les caravaniers qui s’y croisaient
ne devaient jamais pouvoir entendre les trompes que
fon sonnait lorsque l’empereur sortait de son palais,
proche du quartier impérial situé, pour cela, à plus de
10 km.
On fit plusieurs fois des fouilles à Koumbi Saleh;
ces recherches archéologiques révélèrent une belle
architecture, des maisons en pierre de taille (Mauny,
1961). «Le Wagadou était, disent les généalogistes,
un pays riche, en hommes et en biens». Je souhaite
qu’il soit possible de reprendre une campagne de
fouilles, ces dernières seraient très importantes pour
la poursuite des recherches sur l’histoire des popula-
tions de la boucle du Niger.
Si je me suis étendue sur l’organisation de cet em¬
pire c’est pour pouvoir aborder certains sujets qui
font l’objet de ce colloque:
1) Les Soninké sont venus d’Assouan avec des
chevaux et des chars. Ces chars étaient très légers: les
jantes étaient confectionnées avec un assemblage de
trois ou quatre grosses branches d’une sorte de rotin
flexible très solide, maintenues serrées par des laniè-
CONTRIBUTION À L’HISTOIRE DE L’EMPIRE WAGADOU
177
Fig. 3 - Pirogues. Caverne de Soroba. (G. Dieterlen, 1959).
res de cuir. Les rayons, les moyeux, l’essieu, le timori
étaient en bois de kapokier ainsi qu’une piate-forme
de petite dimension recouverte de cuir: elle suppor¬
tai un seul guerrier munì d’un are et de flèches. Ce
char était tiré par un seul chevai. Diarra Sylla a préci-
sé que l’on pouvait actuellement construire un tei
char dans la région de Yéréré où la qualité des ma-
tériaux utilisés et la technique de fabrication sont
restées en mémoire. Et il a ajouté qu’à partir du
moment où les régions occupées avaient été complè-
tement pacifiées, les Soninké n’avaient plus confec-
tionné de chars.
Les empereurs du Wagadou furent membres du
clan Cissé — descendants direets de Diabé — jusqu’au
moment où une trahison les déposséda, peu de
Fig. 4 - Caverne de Gourao. a) 1 cavalier; b) 1 pirogue avec
pagayeurs. (G. Dieterlen, 1959).
temps avant la fin de l’empire. Une étymologie re-
cueillie par notre collègue Youssouf Tata Cissé veut
que sise signifìe «cavalier», de si «chevai» en langue
soninké. On ne peut que souligner l’importance de
cette monture qui intervint pour les conquètes, corn¬
ine ensuite dans la vie quotidienne. Les Soninké pra-
tiquaient l’élevage des chevaux et des croisements
pour obtenir les meilleurs étalons. Un «quartier» de
Koumbi était réservé aux chevaux où des palefre-
niers les dressaient et les soignaient.
2) D’après la tradition de Yéréré, Dinga et Diabé,
partis tous deux de Sonna, passèrent par le nord du
Sahara. Dinga revint à Sonna par le sud du Sahel.
Mais jamais, ni l’un ni l’autre n’ont atteint le fleuve
Niger; jamais non plus l’empire du Wagadou ne s’est
étendu jusqu’à ses rives. Car, à cette époque, le Saha¬
ra était sillonné de cours d’eau; on pouvait circuler
en pirogue dans toutes les directions. Non seulement
il y avait des constructeurs de radeaux et de pirogues,
mais des spécialistes dits gudumakanke dirigeaient
ces cours d’eau là où les cultivateurs désiraient que
leurs champs soient arrosés ou inondés. Puis, à une
époque plus tardive de l’histoire de l’empire du Wa¬
gadou, la pluie devint de plus en plus rare, la séche-
resse persista et les habitants fuirent progressive-
ment les lieux ensablés pour se réfugier dans le sud,
et mème au-delà du Niger, du Sénégal, de la Falémé.
3) Ces diaspora successives on fait l’objet de diver-
ses représentations notamment par des peintures
pariétales. Chez les Dogon, on a représenté par des
statuettes, en bois ou en fer, le chef monté sur son
chevai et dessiné des cavaliers sur les murs de cer-
tains sanctuaires totémiques. Dans les rlots rocheux
du lac Débo — à Gourao et Soroba — j’ai observé
dans des cavernes de très nombreuses peintures ru-
pestres représentant des cavaliers, souvent armés,
des pirogues sur lequelles des personnages se tien-
nent debout (Dieterlen, 1960). Ces fìgures sont des
témoins de l’arrivée de descendants de Kakolo dans
le Delta intérieur; elles sont actuellement relevées
méthodiquement; l’étude des lieux permettra peut-
ètre leur datation.
4) Si Diabé, ayant prèté serment à Bida, a instaurò
un culte respectant le contrat, je rappelle que lors-
qu’il fut intronisé, tous, sans exception, lui ont alors
prèté serment d’allégeance sur l’autel du culte Princi¬
pal des Kakolo. Il s’agit de «l’enclume» primordiale,
dite ici «pierre de Dyenguédé», lieu-dit situé dans la
région de Koumbi. Localement elle est le témoin du
GERMAINE DIETERLEN
Fig. 5 - Cavaliere. Caverne de Soroba. (G. Dieterlen, 1959).
transfert d’un culte, celui d’un aérolithe gigantesque
qui creusa la cratère du lac Bosomtwi et fut dit «en-
clume primordiale» des forgerons (Dieterlen, 1965).
Le témoin a été répété lors des diaspora successives
que je viens d’évoquer. Les Kakolo émigrés au Man¬
dò ont conservò ce culte: la «pierre» est représentée
de faeton magistrale, dans la région de Sibi des monts
Mandingues par une aiguille naturelle très haute,
dite «pierre de Nyenguéma», flanquée d’un autre
rocher qui représente symboliquement l’ancètre des
forgerons. On effectue annuellement des libations
sur ce témoin.
Mais il n’est pas le seul: les ancètres des Dogon
avaient émigré du Wagadou et s’étaient réfugiés au
Mandò dans cette mème région. Ils ont quitté le
Mandò, face à une islamisation qui devenait domi¬
nante, pour conserver leurs croyances traditionnel-
les. Après une longue migration, ils ont occupò les
falaises de Bandiagara à une époque que des recher-
ches archéologiques ont permis de préciser (2). Là
ils ont transporté le culte de «l’enclume» en inter-
prétant et en aménageant le relief. Dit «pierre uni-
que», un rocher de très grande dimension qui émer-
ge au sommet du massif de Yougo est l’objet des mè-
mes représentations que l’aiguille dite «pierre de
Nyenguéma» et regoit annuellement des libations
comparables.
D’autres cultes que ceux que je viens brièvement
d’évoquer ont été transférés lors des diaspora, et mè¬
me après la mine du Wagadou. Je rappelle ici ce
qu’avait dit avec tant de pertinence Boubou Hama en
1981, après avoir exposé l’histoire légendaire des
Kouroumba du Yatenga:
«C’est ainsi que les cultes anciens peuvent nous faire découvrir
un mythe qui raconte implicitement l’histoire particulière d’une
ethnie jadis dirigeante, mais qui par la suite fut envahie ou
chassée de son habitat naturel par la pression des circostances
(sécheresses, guerres, etc.). Ce sont, j’en suis convaincu, les
objets rituels de ces cultes qui devraient guider nos recherches
archéologiques, et mème permettre d’interpréter, dans ce con-
texte traditionnel, nos découvertes dans tous les domaines: lin-
guistique, art, culture, où se conservent les fossiles de l’Histoire»
(Hama, 1981).
Des recherches archéologiques, des relevés et ana-
lyses de peintures rupestres sont actuellement en
cours, notamment au Mandé, au Lac Débo et dans
les Falaises de Bandiagara. Elles sont associées à cel-
les qui sont poursuivies sur l’histoire de l’empire du
Wagadou et, en particulier, aux éléments qui ont fait
l’objet de cet exposé.
(2) Sur les recherches archéologiques menées dans les falaises de Bandiagara et les datations des occupations ancien-
nes de la région, voir R. M. A. Bedaux - Tellem, reconnaissance archéologique d’une culture de l’Ouest africain au Moyen
Age: recherches architectoniques. Journal de la Société des Africanistes, 42, 2., 1972, p. 103-185. Voir également les articles
de l’auteur en 1974, 1980, 1983, sur le mème sujets, dans le mème périodique.
CONTRIBUTION A L’HISTOIRE DE L’EMPIRE WAGADOU
179
Fig. 7 - Schèma de la situation des agglomérations et lieux dits cités
180
GERMAINE DIETERLEN
OUVRAGES CITÉS
Bedaux R. M. A., 1972 - Tellem, reconnaissance archéologique
d’une culture de l’Ouest africain au Moyen Age: recherches
architectoniques. Journal de la Société des Africanistes,
42, (2).
Dieterlen G., 1960 - Contribution à la préhistoire et à l’histoire
de la région du lac Débo (Rép. Soudanaise). Actes du VIe
Congrès International des Sciences anthropologiques et ethno-
logiques, Paris, II (I), 387-388.
Dieterlen G., 1965 - Contribution à l’étude des forgerons en
Afrique occidentale. Annuaire 1965-1966 - Ecole Pratique des
Hautes Etudes (Ve Section, Sciences religieuse), Paris: 5-28.
Hama B., 1981 - Actes du Séminaire international et interdiscipli-
naire de l’Association Scoa (Sur l’Histbire des Populations
de la Boucle du Niger), Niamey: 212.
Mauny R., 1961 - Tableau géographique de l’Ouest africain au
Moyen- Age d’après les sources écrites, la tradition et l’ar-
chéologie. Mémoires, Dakar-Ifan: 587.
Germaine Dieterlen: 8, Cité Vaneau 75007 Paris FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Christian Dupuy
Gravures rupestres et histoire du peuplement pastoral
dans l’Adrar des Iforas du néolitique à nos jours
Résumé — Trois sociétés pastorales sont responsables de trois phases distinctes d’art rupestre dans l’ Adrar des Iforas:
- les auteurs de la phase ancienne faisaient partie d’une société à forte tradition d’élevage de bovins et étaient proba-
blement initiés à l’art de graver les rochers. Ils s’exprimèrent entre la fin du VIe et la fin du IVe millénaires avant notre ère.
Les représentations humaines de style naturaliste qu’ils réalisèrent dans l’Adrar des Iforas et au Sahara centrai permettent
de sérier les profìls des visages d’individus qui, de près ou de loin, furent impliqués dans la réalisation des gravures;
- les auteurs de la phase moyenne faisaient eux aussi partie d’une société à forte tradition d’élevage de bovins. La plu-
part de leurs gravures sont contemporaines du premier millénaire avant notre ère. L’étude de leur art, de son extension
géographique ainsi que la prise en compte de données relatives à la paléoclimatologie et à l’ethnologie conduisent à
l’hypothèse que ces pasteurs étaient des Paléopeul, ancètres de certains groupes peuls actuels;
- les auteurs de la phase finale étaient des aristocrates paléoberbères, ancètres de certains groupes touaregs actuels.
Ils réalisèrent leurs premières gravures dans l’Adrar des Iforas très probablement entre le IVe et le VHP siècle de notre ère.
Abstract — Three pastoral societies are responsable for thè three distinct phases of rock art in thè Adrar des Iforas region:
- thè authors of thè earliest phase belonged to a society with a strong tradition of carile breeding, and were probably
initiated into thè art of rock engraving. They belong to thè period between thè end of thè VIth and thè end of thè IVth mil-
lenium BC. The naturalistic style human representations they executed in thè Adrar des Iforas and thè Central Sahara
display profiles which allow us to classify thè faces of thè people who were implicated in thè engravings;
- thè artists of Middle Phase also belonged to a society well versed in carile breeding. The majority of their engravings
date from thè first millenium BC. The study of their art, its geographical development, in conjunction with paleoclimatic
and ethnological data seem to indicate that these people were Paleo-Peul, ancestors of thè present-day Peul;
- thè artist of thè Final Phase were Paleo-Berber nobles, ancestors of thè present-day Tuareg. They most probably
carried out their art in thè Adrar des Iforas between thè IVth and VIIIth centuries.
Les gravures rupestres se comptent par milliers
dans l’Adrar des Iforas (Fig. 1). Leurs styles, leurs ré-
partitions spatiales, les thèmes et les superpositions
qui apparaissent sur certaines d’entre elles, montrent
que trois sociétés pastorales distinctes en furent à
l’origine. La comparaison de ces gravures avec celles
relevées dans d’autres régions sahariennes et le pou-
voir qu’ont certaines à évoquer des pratiques et des
croyances spécifiques à des peuples pasteurs du Sa-
hel, vont me permettre:
- de présenter les traits physiques de personnes
qui faisaient partie de la société responsable de la
phase ancienne,
- d’avancer l’hypothèse selon laquelle les auteurs
de la phase moyenne étaient des Paléopeul, ancètres
de certains groupes peuls actuels,
- d’affirmer que les derniers graveurs à s’ètre ex-
primés sur les rochers de l’Adrar des Iforas, étaient
des aristocrates paléoberbères, ancètres de certains
groupes touaregs vivant aujourd’hui au sud du Sahara.
LA PHASE ANCIENNE
La phase ancienne se compose essentiellement
d’oeuvres de style naturaliste parmi lesquelles nous
avons relevé une seule représentation humaine
(Fig. 2). Par son allure générale d’abord (attitude dy-
namique - Fig. 3), par le profil de son visage ensuite
(nez proéminent - Fig. 4 et Fig. 5), cette représenta¬
tion s’apparente à d’autres qui ont été relevées au
sud de l’Ahaggar, dans l’Ahaggar, au sud du Tassili-
n-Ajjer, dans le Tassili-n-Ajjer au Tibesti et au Fez-
zan méridional. Ces ressemblances ne sont pas dues
au hasard. L’étude des contextes Figuratifs montre
que les représentations dont il est ici question, se rat-
tachent à une seule et méme entité culturelle et ce,
malgré la vaste aire géographique qu’elles délimitent
(Dupuy 1989, p. 151-174). Une société de pasteurs de
bovins et d’ovins qui vivaient aux cótés d’une faune
soudanienne dont ils fixaient sur les rochers une cer¬
tame symbolique, en fut à l’origine. Leur tradition
d’art rupestre se développa probablement entre le
VIe et le IVe millénaires avant notre ère:
- la première indication chronologique se réfère
aux plus anciens ossements de boeufs domestiques
exhumés à ce jour au Sahara centrai ('),
- la seconde est relative aux données palynologi-
ques et sédimentologiques recueillies sur des gise-
ments préhistoriques inclus dans l’aire géographique
O Des ossements de boeufs domestiques ont été exhumés du site de Ti-n-Hanakaten au Tassili-n-Ajjer, de niveau
postérieur à 7220 ± 130 BP (Aumassip 1984, p. 202). C’est autour de cette mème date que des pasteurs commencent à occu-
per les abris de Ti-n-Torha et Uan Muhuggiag dans le Tadrart Akakous. De 7438 ± 220 BP à 5260 ± 130 BP, les ossements
de boeufs, de chèvres et de moutons recueillis au pied de ces abris sont nombreux et associés dans des proportions de
1 pour 3 (Gautier 1987, p. 304).
CHRISTIAN DUPUY
Fig. 1 - Créte rocheuse située en bordure de vallèe sur laquelle furent réalisées des gravures.
big. 2 - Personnage de l’Adrar des Iforas de style naturaliste aux prises avec une antilope. Sa chevelure est courte et son nez proémi-
nent. Il guide l'antilope avec une laisse qu’il tient de sa main gauche et parait lui étreindre la queue de son autre main. Cette laisse semble
avoir été enroulée autour du mufle et du genou antérieur droit et croisait le ventre de l’animal sans contrarier pour autant sa démarche
naturelle.
GRAVURES RUPESTRES ET HISTOIRE DU PEUPLEMENT PASTORAL
183
Fig. 3 - Distribution des représentations humaines de style naturaliste au Sahara: les personnages gravés dans des attitudes dynami-
ques - en marche ou en course - sont pris pour exemple. 1- Soleilhavoup 1988, 2- Camps 1974, 3- Allard-Huard & Huard 1985, 4- Lhote
1970, 5- Castiglioni & Negro 1986, 6- Staewen & Striedter 1987.
de la phase de gravure naturaliste. Ces données
montrent qu’autour de 5000 BP le climat s’était dété-
rioré au Sahara (2) à tei point que de nombreuses
espèces de la faune soudanienne qui ne s’éloignent
jamais beaucoup des points d’eau ne purent très
vraisemblablement y survivre. Or, certaines d’entre
elles sont représentées sur les rochers (3). Par consé-
quent, il a lieu de penser que leurs silhouettes furent
gravées avant cette époque.
A première vue, les gravures de la phase ancienne
de style naturaliste, contrairement à celles des deux
autres phases reconnues dans l’Adrar des Iforas, ne
renvoient aucune image de pratiques pastorales ou
d’éléments qui s’y rattachent et qui évoquent les
coutumes actuelles des peuples pasteurs du Sahel.
Aussi, les seules représentations qui puissent nous
aider à avancer dans Pidentification de leurs auteurs,
sont celles des personnages aux visages traités de
profil (Fig. 4). Reste à savoir quelle interprétation fai-
re de ces visages.
La maitrise avec laquelle les graveurs parve-
naient à traduire le mouvement et les perspectives
dans leurs oeuvres mérite réflexion. Avaient-ils été
initiés à l’art de graver les rochers? Il y a tout lieu
de le penser. Il est en effet diffìcile de concevoir
que des gravures aussi soignées sur le pian esthé-
tique et régies par une sèrie homogène de con-
ventions graphiques, aient pu naitre spontané-
ment de la main de quelques marginaux doués
de potentialités artistiques hors du commun. Les
auteurs de ces gravures constituaient-ils pour au-
tant un corps de métier particulier au sein de la so-
ciété à l’origine de la phase saharienne de gravure
naturaliste? Il est aujourd’hui impossible de l’af-
firmer. Néanmoins, cette hypothèse ne peut ètre
exclue; auquel cas, deux interprétations peuvent
ètre faites des représentations humaines présentées
plus haut:
- ou ces représentations nous renvoient les ima-
ges des graveurs. Les visages seraient dans ce cas des
autoportraits,
- ou bien, elles sont les silhouettes de personna¬
ges qui avaient un statut social différent des gra¬
veurs, lesquels étaient assignés à inciser dans la
pierre des profils auxquels ils ne s’identifìaient pas
forcément.
Autrement dit, l’unité relative des profils des visa¬
ges groupés sur la fig. 4 (nez proéminent) masque
peut-ètre au sein de la société à l’origine de la phase
saharienne de gravure naturaliste, une variabilité
morphologique bien plus grande que ne le laisse sup-
poser l’art rupestre. Cette précision étant faite, on
peut toujours s’interroger sur l’identité des individus
qui furent représentés.
Depuis l’époque de leur réalisation qui, rappelons-
le, se situe très probablement entre les VIe et IVe
millénaires B.C., jusqu’à nos jours, le climat nord-sa-
harien change et va vers une aridifìcation croissante.
Les analyses anthropométriques entreprises par
Carlson et Van Gerpen (1977) sur des squelettes
Holocène exhumés de fouilles en Nubie ont mon-
tré que les oscillations climatiques (notamment les
(2) Autour de 5000 BP, la chèvre devient à Ti-n-Torha et Uan Muhuggiag l’animal le plus fréquemment consommé
(Gautier, 1987, p. 304). Les spectres polliniques indiquent qu’à cette époque une végétation de type semi-désertique est en
place dans l’Akakous (Pasa & Pasa Durante, 1962). La détérioration du climat à la latitude de 25°N est alors déja bien amor-
cée; une détérioration dont les premiers signes sont apparus plus au sud à Ti-n-Hanakaten autour de 7000 BP (Aumassip,
1984, p. 202).
(3) Hippopotames et buffles antiques au Fezzan méridional et au Tassili-n-Ajjer.
CHRISTIAN DUPUY
gradients de température et d’humidité), tout corn¬
ine les changements d’alimentation, induisaient des
variations corporelles et crànio-faciales. Compte te¬
rni de l’évolution du climat saharien, il est probable
que ces tendances évolutives se soient exprimées sur
la population à l’origine de la phase de gravure na-
turaliste.
Un second facteur d’évolution doit ètre considéré:
les échanges entre groupes. Ces échanges se modulè-
rent très probablement au fil du temps selon les con-
textes socio-économiques qui, encore aujourd’hui, dé-
pendent étroitement du climat, augmentant ainsi de
fait le degré de variabilité des populations sahariennes.
Identifier les profils des visages présentés plus
haut à une population africaine actuelle devient,
dans ces conditions, extrèmement subjectif et voir
dans le personnage de l’Adrar des Iforas le représen-
tant lointain d’un groupe qui évoluerait aujourd’hui
aux marges du Sahara, tout à fait déraisonnable.
L’ensemble des représentations humaines de style
naturaliste dont celle de l’Adrar des Iforas fait partie,
permet donc tout au plus de sérier les profils des
visages d’individus qui, de près ou de loin, furent im-
pliqués dans la réalisation de gravures rupestres; les
plus remarquables et les plus anciennes qu’il nous
soit donné aujourd’hui d’observer au Sahara.
LA PHASE MOYENNE
Les auteursjles gravures de la phase moyenne fai-
saient eux aussi partie d’une société à forte tradition
d’élevage de bovins. Mais, contrairement aux au-
teurs des oeuvres naturalistes, le style souvent élé-
mentaire de leurs représentations parait témoigner
qu’il leur importait peu de passer maltres dans l’art
de graver les rochers. Un grand nombre de gravures
est situé aux sommets de montagnes, en des lieux où
l’espace circonscrit aux rochers gravés est si restreint
que les pasteurs qui s’y exprimaient, ne pouvaient
qu’ètre seuls. Seuls en ces lieux, ils représentaient
l’animal, l’objet, le personnage, la composition de
leur choix, le ou les motifs qui, en dehors de tout sy-
stème figuratif ou dans le système mis en place par
leurs prédécesseurs ou par eux-mèmes, recouvraient
dans leur esprit la plus forte charge symbolique.
L’étude de leurs gravures comparées à celles rele-
vées dans d’autres régions ainsi que des données
tirées de l’archéologie et de l’ethnologie condui-
sent à l’hypothèse suivante: ces pasteurs étaient
des Paléopeuls, ancètres de certains groupes peuls
actuels.
GRAVURES RUPESTRES ET HISTOIRE DU PEUPLEMENT PASTORAL
185
Fig. 5 - Courbe de distribution de l’angle pris sur la fig. 4 entre
le tangente passant par le pian du front et la partie sommitale
du nez et la droite reliant l’extrémité du nez à l’extrémité du
menton. Cette courbe est centrée autour de la valeur moyenne
de 115° ± 5. Nous obtenons 130° ± 5 pour le personnage de
l’Adrar des Iforas.
Le mode de structuration des compositions
Leurs compositions ne sont jamais les illustrations
d’activités domestiques d’une population pastorale.
Les gravures d’animaux se mèlent et s’entremèlent
sur les parois. Des carnivores sont parfois gravés
dans des attitudes figées aux còtés de bovidés. D’une
manière générale, les rapports de taille entre espèces
associées ne sont pas respectés. Des silhouettes sont
inclinées par rapport à d’autres et gravées sans ordre
apparent. Il est fréquent que des corps soient vus en
transparence au travers d’autres corps. Ajoutons en-
fin que les représentations humaines qui parfois ap-
paraissent dans les compositions animalières joux-
tent d’aussi près, les animaux domestiques (souvent
des bovins) que les sauvages (souvent des autruches
et des girafes). Ces observations suggèrent que les
graveurs, avant de s’exprimer, puisaient leur source
d’inspiration d’un univers qui échappait en partie à
la réalité. Des représentations d’animaux «hybrides»
mi-girafe/mi-autruche (Fig. 6) et mi-girafe/mi-boeuf
qui, dans l’état actuel des connaissances sur l’art ru¬
pestre saharien, sont tout à fait originales à l’Adrar
des Iforas, confortent notre analyse.
Fig. 6 - Gravure d’animal «hybride» mi-girafe/mi-autruche.
Tout porte à croire donc que les pasteurs de bo¬
vins à l’origine de la phase moyenne de l’Adrar des
Iforas aient cherché en gravant les rochers, à fixer
durablement sur les pierres, les plans profonds de
mythes, lesquels faisaient souvent référence à un
animai domestique, le boeuf, et à deux animaux sau¬
vages, l’autruche et la girafe (Dupuy, 1990a, p. 98-103).
Les équivalences régionales
Les remarques qui précèdent s’étendent aux gra¬
vures rupestres stylisées de nombreuses régions sa-
hariennes et sud-sahariennes (Fig. 7). On peut alors
émettre deux hypothèses: ou ces similitudes résul-
tent de convergences iconographiques répétées à des
échelles régionales, ou bien elles témoignent de l’e-
xistence par le passé d’un courant culturel qui se se-
rait développé sur une vaste aire géographique.
Dans un cas comme dans l’autre, des pasteurs de
bovins en furent à l’origine.
Traits particuliers figurés sur des bovins - Croyances
et pratiques pastorales
propres à des groupes de pasteurs du Sahel
Des bovins à cornes surnuméraires et aux cornes
fermées en anneau, d’autres aux corps remplis de
186
CHRISTIAN DUPUY
motifs géométriques, des boeufs, des vaches et des
taureaux ayant plusieurs pendeloques fixées à leurs
cous, à leurs mufles et parfois à leurs cornes, sont
gravés dans l’Adrar des Iforas et plus largement sur
des rochers répartis de l’est mauritanien à la Vallèe
du Nil (Fig. 7). Ces représentations ne sont pas sans
évoquer des coutumes et des mythes propres à des
peuples pasteurs du Sahel.
Un taureau à sept cornes intervient dans un mythe
conté par les pasteurs peuls Wodaabe (Dupire, 1962,
p. 33). Ces mèmes Wodaabe prétendent que «les cor¬
nes tekkere, droites à la racine et tendant à se rencon-
trer à leurs extrémités, sont un indice de fécondité chez
la vache» (Dupire, 1962, p. 113). Mettre en parallèle le
cornage fermé en anneau avec la forme tekkere est
tentant puisque dans l’Adrar des Iforas, un petit per-
sonnage filiforme est gravò à l’intérieur de l’un de
ces cornages.
Les Peul du Macina ont coutume de peindre cha-
que année des motifs géométriques sur les robes de
leurs animaux avant que ceux-ci ne traversent vers la
mi-novembre, un peu après l’hivernage, le fleuve Ni-
ger au niveau de Diafarabe. La classifìcation typolo-
gique et l’étude de ces motifs peints mériteraient d’è-
tre entreprises afin de voir s’ils présentent ou non
des similitudes avec les signes abstraits fìgurés sur
les corps de bovins gravés dans l’Adrar des Iforas. La
plupart des peuples pasteurs d’Afrique orientale dé-
corent aussi les robes de leurs animaux. Les Sambu-
ru utilisent à cet effet des mottes d’argile qu’ils éta-
lent à la main sur les pelages (Jones D.K., 1984, p. 81
et p. 90). Les Masa'i brulent, eux, superficiellement
les robes de leurs bovins (Cervicek, 1979, p. 7).
Les représentations de bovins à plusieurs pendelo¬
ques renvoient à un concours de vaches grasses orga-
nisé par les Peul du Macina après l’hivernage: la va¬
che primée est à cette occasion ornée à vie de colliers
et de pendeloques qui sont suspendus à son cou et à
ses cornes (Vieillard, 1927-1939). Les Masai' et les Ka-
virondo ornent leur bétail de la mème manière (Bau-
mann et Westermann, 1962, p. 264).
Il nous faut enfin dire quelques mots de repré¬
sentations de bovins aux oreilles dentelées qui
dans l’état actuel des connaissances sont originales à
l’art rupestre de l’Adrar des Iforas. Les données de
l’ethnologie suggèrent qu’il pourrait s’agir de re¬
présentations d’animaux dont les oreilles étaient in-
cisées. La pratique d’incision aux oreilles du bétail
est très répandue en Afrique. Cette pratique vise à
marquer la propriété et a souvent aussi un ròle magi-
que. Ainsi, «si, par nécessité ou par oubli, un berger
Wodaabe s’est déplacé un jour néfaste, il s’empresse
d’entailler légèrement l’oreille d’un veau pour éviter les
risques de maladie ou de mort qui menacent son trou-
peau» (Dupire, 1962, p. 99). F. Dumas-Champion
(1983, p. 121) signale de son coté que les Masa du
Tchad incisent les oreilles de leurs veaux après avoir
perdu plusieurs bètes à la naissance. «Si le veau aux
oreilles tailladées survit, les prochains veaux à naftre
les auront pareillement». Une photographie de veau
publiée dans l’ouvrage d’U. Almagor (1978, pi. 49)
montre que les Dassanetch du sud-ouest éthiopien
ont aussi recours à cette pratique. Revenons alors
aux gravures. Outre les représentations de sujets aux
oreilles dentelées, de l’oreille d’un boeuf gravé dans
l’Adrar des Iforas s’échappe un motif énigmatique à
l’intérieur duquel est figuré une silhouette humaine
filiforme de petite taille. Il semblerait donc que dès
l’époque de la phase moyenne, les oreilles des bovins
aient joué un ròle aussi magique que celui que leur
Fig. 7 - ♦ Foyers de gravures rupestres stylisées riches en représentations de boeufs, d’autruches et de girafes. ■ Foyers de gravures
rupestres montrant simultanément des boeufs à cornes surnuméraires ou aux cornes fermées en anneau, d’autres aux corps couverts
de nioti f $ géométriques ainsi que des vaches, des taureaux et des boeufs possédant plusieurs pendeloques sous-jugulaires. Répartition
geographique de deux autres motifs caractéristiques de la phase moyenne de l’Adrar des Iforas: le motif «girafe à lien» (1- Monod, 1932,
Huard & Petit, 1975, 3- Lhote, 1987, 4- Van Noten, 1978, 5- Mills 1983, 6- Kromer, 1970) et celui du porteur de lance du style de ceux
reproduits sur la Fig. 9.
GRAVURES RUPESTRES ET HISTOIRE DU PEUPLEMENT PASTORAL
187
accordent aujourd’hui de nombreux peuples pas-
teurs du Sahel.
Les analogies qui ainsi s’établissent entre quel-
ques représentations gravées et des traditions et
i croyances propres à des groupes de pasteurs témoi-
gnent que les préoccupations de la société à l’origine
des gravures de la phase moyenne de l’Adrar des Ifo-
ras étaient proches de celles qui commandent les
manières de penser et de faire de populations pasto-
rales africaines actuelles. Doit-on supposer que ces
similitudes résultent de convergences aléatoires et
répétées? Bien que cette idée ne puisse ètre à priori
rejetée, la prise en compte des données qui suivent
conduit à une toute autre explication.
Les données chronologiques
Des représentations de porteurs de hallebardes et
de porteurs de lances à larges pointes foliacées mon-
trent que les gravures de la phase moyenne de l’A-
drar des Iforas sont pour la plupart contemporaines
d’un àge des métaux. La métallurgie se développa au
sud du Sahara dans le courant du premier millénaire
avant notre ère (4). C’est très vraisemblablement
de cette époque que datent les représentations de
porteurs d’armes métalliques et les nombreuses
gravures qui leurs sont associées; la preuve étant
que quelques-unes d’entre elles reproduisent des
motifs peints du Sahara centrai qui sont contem-
porains de l’époque des chars rupestres (Dupuy,
1988, p. 96).
Le char est d’origine méditerranéenne. Il fut intro-
duit en Egypte dans la première moitié du IIe millé¬
naire. Textes égyptiens et données iconographiques
s’accordent pour situer son extension vers le Sahara
dès la fin du IIe millénaire. Des populations du Saha¬
ra centrai l’adoptèrent et le représentèrent sur les ro-
chers probablement jusqu’au IIe siècle de notre ère
(Camps, 1987, p. 120).
Le pasteurs de bovins à l’origine de la phase
moyenne de l’Adrar des Iforas représentèrent eux
aussi des chars, sans pour autant modifìer sur les
parois où ils les gravaient le mode d’agencement
non narratif des fìgures. Il y a donc bien matière à
penser que leurs gravures, ou tout au moins un grand
nombre d’entre elles, datent du premier millénaire
avant notre ère. La découverte dans l’Air, à Iwelen,
de pointes foliacées en cuivre intégrées à un gise-
ment archéologique qui est daté de 2680 ± 40 BP
à 2100 ± 50 BP (Roset 1987, p. 212) confirme cette
hypothèse puisque le gisement en question paraìt
ètre contemporain des gravures rupestres avoisi-
nantes qui représentent des porteurs de lances et
des chars apparentés, sur le pian du style, à ceux de
l’Adrar des Iforas.
Le gravures de la phase moyenne contemporai¬
nes des chars rupestres datent donc tout au plus de
trois mille ans. Leur réalisation, par conséquent, ne
remonte pas à une haute antiquité. Dans ces con-
ditions, il n’est pas absurde de penser que les repré¬
sentations particulières de bovins et les traditions
pastorales dont nous avons parlé plus haut, aient une
origine commune.
Les données paléoclimatiques
Au premier millénaire avant notre ère, le climat au
sud du Sahara était entré dans sa phase d’aridifica-
tion actuelle. Face à la détérioration progressive de
leur biotope, les groupes de pasteurs de bovins qui
vivaient alors au Sahara durent très probablement
augmenter leur mobilité résidentielle et se diriger
progressivement vers le sud. Certains modifìèrent
peut-ètre en conséquence et selon les circonstances
leur mode d’organisation économique.
Les données de l’ethnologie
La société peule est la seule société d’Afrique
de l’Ouest chez qui l’élevage des bovins joue au¬
jourd’hui un ròle centrai dans l’organisation des rela-
tions sociales. Les groupes ont développé au sein de
cette société différents modes d’économie allant du
pastoralisme nomade à l’agro-pastoralisme sédentai-
re en passant par le semi-nomadisme. Outre leur for¬
te expansion géographique (Fig. 8), ce qui surprend
chez les Peul, ou tout au moins chez un certain nom¬
bre d’entre eux, sont leurs traits physiques et leurs
comportements sociologiques qui rappellent à maints
égards ceux des groupes de pasteurs de boeufs d’Afri¬
que orientale. Cependant, ni les données de la lin-
guistique, ni l’étude comparée de leurs croyances
respectives n’ont fourni jusqu’à présent les preuves
tangibles d’une origine commune. L’art rupestre
pourrait constituer la première de ces preuves.
Rappelons les faits:
- des gravures de la phase moyenne de l’Adrar des
Iforas présentent de nombreuses affinités avec celles
relevées dans des régions sahariennes et sud-saha-
riennes incluant notamment des massifs situés à l’est
de l’Adrar des Iforas (Fig. 7);
- les traits particuliers fìgurés sur certaines gravu¬
res de bovins renvoient à des croyances et à des prati-
ques propres à des groupes de pasteurs peuls et à des
groupes de pasteurs d’Afrique de l’Est;
(4) Citons à titre d’information les dates les plus anciennes publiées à ce jour qui situent l’apparition de la métallurgie
au sud du Sahara:
- métallurgie du fer à Termit, 2628 ± 120 B.P. (Quechon & Roset, 1974, p. 97). G. Quechon (1989) m’a signalé qu’il
disposait de datations encore plus hautes (date extrème: 3500 B.P.);
- métallurgie du cuivre au sud de l’AÌr (Niger, 2880 ± 90 B.P. (Grébénart, 1988, p. 123);
- métallurgie du cuivre dans la région d’Akjoujt (Mauritanie), 2776 ± 126 B.P. (N. Lambert, 1975).
En l’état des recherches actuelles, nous ne disposons d’aucune donnée sur l’àge des métaux de l’Adrar des Iforas.
Aussi nous contenterons de noter que ce massif est sensiblement situé à mi-distance du massif de Termit et de la région
d’Akjoujt (fig. 7); deux régions où des traces d’exploitation métallurgiques (fer pour la première et cuivre pour la seconde)
sont attestées dès la fin du IIe millénaire avant notre ère et où la métallurgie se développa dans le courant du premier millé¬
naire avant notre ère. Il serait surprenant que le massif de l’Adrar des Iforas qui recèìe du minerai de cuivre, de zinc et de
fer, n’ait pas été touché par cette évolution, compte tenu notamment des relations culturelles privilégiées qui existaient
avec PAir, voire avec des régions plus orientales dès Pépoque des représentations de hallebardes et de lances; ce dont
atteste l’art rupestre.
188
CHRISTIAN DUPUY
Fig. 8 - Aires linguistiques peules (D’après Lavergne de Tressan, 1953).
- la plupart de ces gravures furent exécutées au
cours du premier millénaire avant notre ère, à une
époque où le climat était entré dans sa phase d’aridi-
fìcation actuelle.
La dynamique résidentielle des pasteurs nomades
Peul Wodaabe va permettre de lier les données de
l’art rupestre à celles de l’ethnologie.
Chez les Wodaabe, le commandement n’existe
qu’à deux niveaux: celui du campement et celui de la
fraction. L’absence d’organes de gouvernement,
d’institutions juridiques et, plus généralement, de vie
politique organisée les conduisent à la finte lorsqu’ils
ne parviennent pas à se faire accepter des popula-
tions autochtones sur les terres desquelles ils noma-
disent ou lorsque les pàturages ne répondent plus
aux besoins de leur bétail. Dans ces conditions, «la
migration-fuite et la migration- avance saisonnière pro¬
gressive. . . et non les conquètes guerrières, provoquèrent
l’expansion des Peul nomades eri Afrique de l’Ouest»
(Dupire 1970, p. 224). A. M. Bonfiglioli (1988) nous
apporte à ce sujet des précisions importantes. Ses tra-
vaux nous révèlent que l’aire de nomadisation de la
famille Wodaabe nigérienne à laquelle il s’est inté-
ressé, s’est translaté en une soixantaine d’années de
plus 200 km de son centre initial. Une telle mobilitò
suppose:
- que trois ou quatre siècles auparavant, les ancè-
tres de ce groupe pouvaient se trouver n’importe où
en Afrique de l’Ouest, au nord de la zone à trypano-
somiase et au sud du territoire maure et touareg;
- et que trois ou quatre millénaires plutòt, les an-
cètres des ancètres en question pouvaient vivre quel-
que part, entre la Mer Rouge et l’Atlantique, là où les
situations écologiques et politiques du moment le
leurs permettaient.
Le pastoralisme nomade des Wodaabe ne s’oppo¬
se donc pas à l’idée que des Paléopeul, ancètres de
Peul actuels, aient cótoyé par le passò, des groupes
de pasteurs de l’est africain. Leur rencontre, si elle
eut lieu, se fìt à la charnière de leurs deux aires de
peuplement actuelles, à savoir quelque part entre le
Lac Tchad et la Vallèe du Nil.
Imaginons alors qu’un ou plusieurs de ces groupes
aient eu pour tradition, il y a trois millénaires, de gra-
ver les rochers des régions qu’ils parcouraient. Sous
l’efFet de la détérioration du climat, ces groupes s’é-
loignèrent de leur berceau originel dans des direc-
tions diverses et simultanément les uns des autres.
Ainsi, les troublantes similitudes des gravures dont
nous avons parlées et leur vaste extension géographi-
que pourraient s’expliquer par le flux et reflux, au
Sahara et au sud du Sahara, de groupes de pasteurs
issus d’un mème horizon culturel dont l’origine se-
rait à situer quelque part entre le Lac Tchad et la Val¬
lèe du Nil. Ces pasteurs de bovins laissèrent derrière
eux de nombreux témoignages rupestres dont ceux
de l’Adrar des Iforas datables, pour la plupart, du
premier millénaire avant notre ère.
Si l’on s’en tient à ce scénario, tout en sachant que
la société peule est la seule société d’Afrique de
l’Ouest chez qui les bovins jouent, aujourd’hui enco-
re, un ròle primordial dans l’organisation des rela-
tions sociales, les personnes les plus indiquées pour
avoir réalisé les gravures de la phase moyenne de
l’Adrar des Iforas deviennent les ancètres de Peul
actuels.
Cette hypothèse, aussi séduisante qu’elle soit,
n’est pas sans poser quelques problèmes.
Si les auteurs des gravures de l’Adrar des Iforas
étaient des Paléopeul, pourquoi aucun mythe peul
connu à ce jour ne nous fournit la clé de lecture des
mythogrammes de la phase moyenne et, d’une ma¬
nière plus générale, de ceux gravés dans les régions
situées au nord de leur aire de peuplement actuelle?
GRAVURES RUPESTRES ET HISTOIRE DU PEUPLEMENT PASTORAL
189
Fig. 9 - Modes de représentation différenciés des porteurs de hallebardes et des porteurs de lances. Les silhouettes des premiers sont
petites et filiformes. Ils brandissent d’une main ou des deux mains des halledardes qui leurs sont égales en taille. Les guerriers armés de
lances à pointes foliacées sont représentés en pian frontal dans des dimensions imposantes. On noterà leur forte sexuation et le volume de
leur tète sans proportion avec le reste du corps.
Les mythogrammes de la phase moyenne ne fu-
rent très probablement plus gravés à partir du mo¬
ment où les mythes qui sous tendaient leur représen¬
tation gravée se fondirent dans d’autres mythes. Le
sens originel qui motivait leur réalisation s’évapora
ainsi progressivement pour finalement s’évanouir.
Retrouver dans ces conditions à travers les traditions
orales de groupes peuls qui ne gravent plus les ro-
chers de leur territoire, la signification de ces mytho¬
grammes sera à n’en pas douter une tàche fort difficile.
Cette hypothèse de mythes en évolution qui au-
raient fini par entrainer l’abandon d’une tradition de
gravure rupestre ancestrale est suggérée par l’art ru¬
pestre lui mème.
Les premières représentations de porteurs de hal¬
lebardes relatives à la phase moyenne sont plus an-
ciennes que les représentations de porteurs de lances
(Dupuy, 1990b). Dès lors que les pasteurs de bovins
à l’origine de la phase moyenne préférèrent la lance
à large pointe foliacée à la hallebarde, la représentation
de l’homme se fìt imposante et plus virile (Fig. 9). Alors
que l’environnement figuratif des porteurs de hallebar¬
des est surtout animalier, celui des porteurs de lances
l’est beaucoup moins puisque là où U sont représentés,
leur nombre devient aussi important que celui des gra-
vures d’animaux domestiques et d’animaux sauvages
auxquelles cependant ils restent associés. Les préoccu-
pations des graveurs semblent donc devenir moins zoo-
làtres à partir du moment où ils se mirent à représenter
des porteurs de lances. Cette évolution fìnit-elle par
annihiler leur art? Il est diffìcile de l’affirmer. On ne
peut cependant qu’ètre troublé par les faits suivants.
Là où les Peul ont formé des Empires comme au
Macina (région située au sud de d’Adrar des Iforas),
ou se sont sédentarisés comme au Fouta Toro ou au
Fouta Djallon (Sénégal), la lance est un insigne de
commandement doué d’un fort pouvoir magique (5)
et est souvent utilisée dans les rites d’initiations (6).
Par contre, les pasteurs nomades Wodaabe qui n’ont
développé aucune forme d’appropriation de l’espace
et qui ne se sont attachés aucune caste d’artisans,
n’ont pas adopté cette arme. Ces faits nous condui-
sent à penser que les représentations gravées de por¬
teurs de lances annoncent ou consacrent l’avène-
ment d’un mode d’économie autre que le pastora-
lisme nomade, impliquant, pour les groupes de pas¬
teurs à l’origine de la phase moyenne, dominations,
conquétes... bref plus rien qui ne motive à la perpé-,
tuation d’un art rupestre dans lequel les animaux
étaient — tout du moins en apparence sur les rochers —
«rois» au mème titre que l’homme armé de sa lance.
Ces pasteurs que tout un faisceau d’indices nous
fait identifier à des Paléopeul, ne gravaient plus les
rochers lorsque dans les premiers siècles de notre
ère, une société pastorale porteuse d’une culture
nouvelle se mit à les graver.
(5) Il est question dans un conte enregistré au début du siècle au Fouta Toro (Fonds Gaden, Cahier n. 32) d’une sagaie
d’or qu’un Peul refut «d’un diable de la brousse». Le Peul en question donne cette sagaie à son neveu après l’avoir marié à
sa fille qui, arme en main, part voler les cent mille boeufs d’un riche Arabe vivant dans le Nord du pays. La sagaie douée de
pouvoirs magiques lui confère invulnérabilité au combat, une grande capacité de séduction et assure le succés de son en-
treprise. L’oncle et le neveu deviennent par la suite les chefs du pays.
(6) Dans la boucle du Niger, «tout Peul arrivé à l’àge adulte doit tuer un taureau. Ce taureau, il le prend dans le troupeau
de son onde maternel... Aux pluies suivantes, le novice... doit tuer un deuxième taureau... devenu Somburu par le deuxième
sacrifice, on lui demande encore un troisième... On dit: o sombitake. Ensuite on le tient quitte». (Fonds Vieillard, Cahier
n. 25).
190
CHRISTIAN DUPUY
LA PHASE FINALE
L’image du porteur de javelots gravée sur des ro-
chers bien en vue des vallées, remplace alors celle du
porteur de la lance à large pointe foliacée (Fig. 10).
Les gravures de chevaux qui jusque là étaient rarissi-
mes et celles de dromadaires absentes, dès lors, se
multiplient tandis que celles de bovins deviennent
l’exception. Des caractères alphabétiques complè-
tent souvent les compositions. Nombre d’entre eux
se retrouvent dans les tifinagh actuels utilisés par les
Touareg de PAdrar des Iforas pour transcrire leur
langue berbère: le tamasheq. Il y a donc tout lieu de
penser que les auteurs de la phase finale étaient des
Paléoberbères à la fois cavaliers et chameliers, ancè-
tres de groupes touaregs actuels, qui faisaient partie
d’une société hiérarchisée au sein de laquelle ils oc-
cupaient le haut de Péchelle sociale. Cette dernière
affirmation repose sur les données suivantes.
Fig. 10 - Guerrier porteur de plusieurs javelots.
Dans les confédérations touarègues, l’élevage des
chevaux et des dromadaires était au début du siècle
presqu’exclusivement réservé aux aristocrates. Utili¬
sés à des fìns pacifiques, pour une activité noble telle
que la chasse à courre, mais aussi à des fìns belli-
queuses pour les guerres et les rezzous, le chevai et
le dromadaire avaient - comme ce dernier a encore
aujourd’hui dans la société touarègue (les choses
sont désormais un peu différentes pour le chevai
qui a pratiquement disparu à cause de la désertifi-
cation) - «une valeur de prestige intégrée, socialement
reconnue, véhiculant une image de la supériorité »
(Bourgeot, 1986, p. 146). A en juger par leur forte re-
présentativité sur les stations de gravure rupestre pa¬
léoberbères, ces animaux étaient déjà source de pres¬
tige à Pépoque où leurs silhouettes étaient gravées
sur les rochers. Or, qui à cette époque étaient plus
aptes et plus motivés à imprimer dans la pierre leurs
images que ceux qui précisément étaient habilités à
élever et à monter ces animaux nobles par excellen-
ce, imposant ou renfor9ant ainsi de fait leur autorité
dans PAdrar des Iforas? Nous pensons, bien enten-
du, aux aristocrates paléoberbères du moment, à la
fois cavaliers et chameliers.
Leur arrivée dans PAdrar des Iforas pourrait re-
monter à la première moitié du premier millénaire
de notre ère. Cette indication chronologique nous
est fournie par les stèles peintes de Djorf Torba que
G. Camps (1984, p. 565) considère comme contem-
poraines des derniers siècles de Poccupation romai-
ne. Ces stèles montrent des personnages traités dans
un pian frontal, bras à demi-tendus, entourés parfois
d’inscriptions libyques. Certains portent plusieurs ja¬
velots. Des chevaux à silhouette levrettée sont aussi
peints. Ce sont là autant de conventions qui tou-
chent les gravures de la phase finale de PAdrar des
Iforas et d’autres qui ont été relevées dans des ré-
gions sahariennes et sud-sahariennes et qui délimi-
tent de manière troublante le domaine touareg ac-
tuel (Fig. 11). Les représentations de porteurs de ja¬
velots, de chevaux à silhouette levrettée au mème
titre que les tifìnagh témoignent donc de Penraci-
nement au Sahara méridional d’une culture d’ori¬
gine berbère. Tout le problème est de savoir à
quelle époque cette culture s’étendit à PAdrar des
Iforas.
Les premières gravures de dromadaires sont dans
ce massif contemporaines de celles des chevaux à sil¬
houette levrettée . Bien que l’élevage camelin se dé-
veloppàt en Afrique du Nord aux IF-IIF siècles de
notre ère, ce n’est qu’à partir des IVe-Ve siècles que
les auteurs anciens font état de l’effervescence de no-
mades chameliers sur le flanc sud-est de l’Afrique ro-
maine (Camps, 1980, p. 124-125). Il se pourrait donc
que l’élevage camelin ait alors gagné une grande par¬
tie du Sahara. Les stèles peintes de Djorf Torba, rap-
pelons-le, sont datées de cette époque. En considé-
rant une extension rapide de l’élevage camelin au Sa¬
hara qui incombait à des Paléoberbères aristocrates,
auteurs d’un art rupestre apparenté sur le pian du
style aux peintures des stèles de Djorf Torba, les plus
anciennes gravures de la phase finale de PAdrar des
Iforas pourraient dater des IVe-Ve siècles de notre
ère. L’Historien arabe Ibn Khaldun nous apprend
que des Lamta, Berbères chameliers issus du Ahag-
gar, avaient touché la boucle du Niger dès les pre¬
mières décennies du VII6 siècle (Cuoq, 1984, p. 16).
Avaient-ils été précédés par d’autres tribus ber¬
bères sous ces latitudes méridionales? Il est dans
l’état actuel des connaissances diffìcile de le dire.
Néanmoins, le cadre chronologique qui émerge
des données relatives à l’histoire de l’Afrique du
Nord est en soit satisfaisant. Ces données nous
GRAVURES RUPESTRES ET HISTOIRE DU PEUPLEMENT PASTORAL
191
permettent de situer l’arrivée dans l’Adrar des Iforas
des premiers aristocrates berbères à la fois cavaliers
et chameliers, entre les IVe-Ve et VIIIe siècles de no-
tre ère et par conséquent de faire remonter à cette
époque la réalisation des premières gravures relati-
ves à la phase finale.
Les Touareg aujourd’hui ne gravent plus les ro-
chers. L’islamisation progressive des membres de
cette société et la naissance des nouveaux mythes
qui ont accompagné cette conversion les ont con-
duits à abandonner leur tradition d’art rupestre dans
le courant du IIe millénaire.
CONCLUSION
Trois sociétés pastorales sont donc à l’origine de
trois phases de gravure rupestre distinctes dans l’A-
drar des Iforas. Le nomadisme pastoral pratiqué par
les auteurs de ces gravures est une éxplication à la
forte extension géographique de leur art. Ce noma¬
disme dut jouer un ròle dans la circulation et l’échan-
ge de produits tout comme dans la transmission d’i-
dées et de techniques. Des fouilles archéologiques à
venir dans l’Adrar des Iforas pourraient nous condui-
re à en évaluer l’importance. Certaines données ti-
rées de ces fouilles viendront-elles confìrmer nos hy-
pothèses sur l’histoire du peuplement pastoral de ce
massif sud-saharien? On est pour le moins en droit
de l’espérer. Notons toutefois que pour arriver à un tei
résultat, la recherche archéologique devra non seule-
ment se développer dans l’Adrar des Iforas mais aussi
dans les régions sahariennes, où des gravures apparen-
tées à celles de l’Adrar des Iforas furent réalisées.
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Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Olivier Dutour
Hommes et climats au Sahara malien à l’Holocène
Résumé — Le peuplement ancien des régions sahariennes occidentales était jusqu’à présent très mal connu. Des tra-
vaux antérieurs ont cependant montré que, dans un passé relativement récent, ces régions ont connu un climat beaucoup
plus humide. De nombreux restes humains fossiles bien conservés ont été récemment découverts dans le Sahara et le Sa-
hel malien. Ces restes humains étaient associés dans les gisements à d’abondants témoins de faune: grands poissons, cro-
codiles, tortues, hippopotames, grands Bovidés. Ce contexte homogène a été daté de l’Holocène ancien et moyen. L’étude
des restes humains fossiles a montré qu’ils appartiennent au groupe des «Cromagnoi'des africains» ou «Mechtoides» et
qu’ils sont morphologiquement très proches des populations initialement décrites en Afrique du Nord. C’est la première
fois que ce groupe humain est mis en évidence au Sahara méridional. Chronologiquement, ces populations constituent les
témoins les plus tardifs du peuplement du continent africain par ces hommes fossiles. Ces nouvelles données suggèrent
une vaste extension territoriale de ces populations «mechtoides» dans toute la partie nord de l’ Afrique, entre la fin du Pléi-
stocène supérieur et l’Holocène. Cette occupation a été rythmée, particulièrement dans la région étudiée, par l’alternance
des phases paléoclimatiques. Ces données récentes permettent de mieux comprendre l’évolution et la dynamique de ces
populations à l’Holocène, en fonction des derniers évènements climatiques, en particulier de l’aridification qui s’est mise
en place dès l’Holocène moyen.
(Recherches dans le cadre du PICG 252: «Evolution passée et future des déserts»).
Abstract — To this day little was known of thè palaeoanthropological story of thè Western Sahara. However, previous
discoveries of fossil fauna and lithics show that this region once had a wetter climate. Recently, numerous well preserved
fossilized human remains were discovered in thè northern Mali. These remains were found in deposits, «middens» of ani¬
mai remains (large fìshes, crocodiles, turtles, hippopotami and Bovids). The multidisciplinary research confirm an impor-
tant lacustrine environment during thè Early and Mid Holocene. The palaeoanthropological features of these remains
allow us to connect these populations with thè fossil group of anatomically modern men so called «African Cromagnoi'd or
Mechtoi'd» mainly known in thè Maghreb. This appears to be thè first identification of this group in thè Western Sahara.
These new data suggest a greater geographical and chronological expansion of this group, between thè Late Pleistocene
and thè Mid Holocene, than those previously described. In thè Western Sahara, thè human occupation has been marked by
thè alternance of wet and arid phases in thè last 30 kyrs, which could be a cruciai factor of evolution.
These new results allow us to propose a new scheme of thè generai evolution of thè populations of thè Western Sahara
during thè Holocene.
INTRODUCTION
On sait depuis environ un siècle que le Sahara a
connu des périodes humides pendant lesquelles se
sont développées des occupations humaines parfois
importantes. Depuis ces dernières années, de grands
progrès ont été faits dans la connaissance des phases
paléoclimatiques et dans leur chronologie. Ainsi, les
deux dernières périodes humides au Sahara dans les
parties occidentales et orientales du Sahara ont pu
ètre défmies par de nombreux travaux (dont ceux de
Petit-Maire et Riser, 1983; Petit-Maire, 1986, 1989;
Rognon, 1976, 1980; Sarnthein, 1978; Talbot, 1980;
Haynes, 1987; Wendorf et Schild, 1980; Ritchie et
coll., 1985...). L’avant-dernière période humide se
termine vers 20.000 ans B.P. et est associée dans cet¬
te région à des sites atériens. La dernière est connue
plus précisement et commence aux environs de la
transition Pléistocène/Holocène pour se terminer
vers 4000 ans B.P. C’est à cette dernière période que se
rattachent les multiples sites épipaléolithiques et néo-
lithiques découverts au Sahara méridional. Cependant,
malgré l’existence de ces nombreux vestiges, l’aspect
physique et la dynamique des peuplements anciens
étaient jusqu’à présent très mal connues, en raison de la
rareté et de l’état isolé et fragmentaire des fossiles hu¬
mains. Nos recherches récentes portent sur deux nou-
veaux sites au Sahara et au Sahel malien qui ont livré
de nombreux restes humains fossiles, dans un contexte
paléobiologique riche et bien daté. Ces découvertes
apportent de nouvelles données fondamentales sur
le peuplement préhistorique du Sahara.
LES SITES DE HASSI-EL-ABIOD ET DE KOBADI (MALI SEPTENTRIONAL)
Le grand site de Hassi-el-Abiod est localisé dans
une zone actuellement hyperaride du Sahara malien
située au Nord de l’Azaouad et à l’Est du Mreyyè, à
une latitude de 19°N environ (fìg. 1). Les 18 gise¬
ments inventoriés dans cette région sont facilement
repérables sous la forme d’étendues de couleur fon-
cée, légèrement surélevées, situées en bordure de ri-
vages lacustres holocènes. Le contenu de ces dépòts
archéologiques comprend d’abondants restes de fau-
nes mèlés à une industrie lithique et à un outillage
sur os associé à des fragments de céramique. Les sé-
pultures, placées à faible profondeur, sans structure
protectrice, sont situées au sein mème de ces dépòts
(fìg. 2). Les restes animaux identifiés O sont ceux de
la grande faune africaine tropicale: grands poissons
(Siluriformes, Characiformes, Perciformes avec pré-
dominance du genre Lates) tortues d’eau douce; cro¬
codiles ( Crocodylus niloticus ); nombreuses espèces de
t1) Détermination par E. Buffetaut, F. de Broin, M. Faure, M. Gayet, C. Guérin, in Petit-Maire & Riser, 1983.
194
OLIVIER DUTOUR
grands mammifères dont hippopotames, phacochè-
res, rhinocéros ( Ceratotherium simum , Diceros bicor¬
ni s) et grands Bovidés sauvages ( Bos taurus , Syncerus
caffer, Limnotragus spekei, Taurotragus derbyanus,
Tragelaphus scriptus, Adenota kob , Hippotragus equi-
nus, Alcelaphus busephalus). Ce contexte contempo-
rain de l’occupation humaine a été daté par le radio-
Fig. 1 - Cadre géographique de la région étudiée (d’après Petit-
Maire, 1986 et Raimbault et Dutour, 1990, rnodifié).
carbone aux environs de 7000 ans B.P. (6970 ±130
ans B.P./Gif-5495). Tous ces témoins paléolimnolo-
giques et paléobiologiques ont donc permis de con-
clure à la remontée, au début de l’Holocène, jusqu’à
la latitude de 19°N, d’un biotope de type subtropical
fait de vastes étendues d’eau pérenne bordées de ro-
seaux jalonnant un paysage de steppes (à Graminées
sauvages et Chénopodiacées) boisées d’Acacias. La
détérioration de ce biotope par la mise en place du
désert actuel semble s’instaurer dès 4500 B.P. (Petit—
Maire et Riser, 1983).
Le matériel anthropologique est constitué par les
restes de 89 individus dont 16 enfants, 5 adolescents
et 68 adultes. Les corps ont été le plus souvent inhu-
més en décubitus latéral trés contracté et orientés
vers le Levant (Dutour, 1989). L’industrie associée
aux restes humains et animaux se compose de pièces
lithiques taillées (grattoirs courts, lames et lamelles
retouchées, armatures à pointes avec tenon latéral)
et polies (petites haches en roche granitique) et
d’une abondante production sur os, orientée vers
la pèche (harpons et hametpons). Une céramique
à parois épaisses, décor simple et dégraissant vé-
gétal abondant, achève de caractériser ce faciès
originai du Néolithique ancien. (Raimbault, 1983;
Commelin, 1984).
Le site de Kobadi se situe plus au Sud à une latitu¬
de de 15°34'N, dans l’arrondissement de Nampala,
à quelques kilomètres de la frontière mauritanienne.
Il s’agit d’un vaste gisement de surface en bordure
d’un paléorivage appartenant au delta mort du Niger
(fìg. 1). Le contexte fait de rejets domestiques est
tout à fait analogue à celui observé à Hassi-el- Abiod
et se compose de restes de poissons (siluriformes et
perciformes) de tortues, de crocodiles et de grands
mammifères sauvages {Hippopotamus amphibius,
Phacochoerus africanus, Limnotragus spekei ), La pré-
sence d’un petit Bos à cornes courtes, probablement
domestique, a été également notée (Raimbault el
coll., 1987). L’industrie lithique est très modeste, do-
minée par des armatures en schiste poli parfois mu-
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X Squelette d'adulte X Squelette d'enfant
♦ Restes fragmentaires d'adulte % Restes fragmentaires d'enfant
O Industries préhistoriques * Harpons
10m
Fig. 2 - Représentation schématique du site MN36 (d’après Decobert et Petit-Maire, 1985, rnodifié).
HOMMES ET CLIMATS AU SAHARA MALIEN À L’HOLOCÈNE
195
nie d’une échancrure de fixation à leur base et par de
petites haches polies. L’industrie osseuse est plus re-
présentative et composée de harpons comparables à
ceux de Hassi-el-Abiod. La céramique se présente
souvent sous la forme de vases entiers associés aux
inhumations, de décors variés à pàté homogène et
dégraissant fin (Raimbault et Dutour, 1990). Les sé-
pultures se trouvent, là encore, à l’intérieur du dépòt
et il est frappant de constater leur similitude avec cel-
les de Hassi-el-Abiod: mème forte prédominance du
décubitus latéral contracté avec une orientation élec-
tive vers l’Est. L’inventaire a permis de recenser 97
sépultures en surface. Les datations pratiquées sur
les os animaux et humains vont de 3335+100 B.P.
à 2415 ±120 B.P. (IFAN et GD/Jussieu).
Ces vestiges traduisent la présence d’étendues
d’eau pérenne en relation avec le Delta du Niger
remontant, vers 3000 B.P., au delà de la latitude
de 15°N (fìg. 1) et autorisant ainsi le développement
d’une abondante faune aquatique et terrestre. Cette
situation semble s’étre maintenue jusqu’au début de
la période protohistorique. Actuellement, cette ré-
gion, à la limite nord du Sahel, n’est constituée que
de plaines alluvionnaires desséchées, le fleuve Niger
étant à plus de 100 km de là, le niveau d’eau se trou-
vant à 50 mètres dans les puits.
LES DONNEES ANTHROPOLOGIQUES
Il apparait d’emblée à l’examen de ces restes hu¬
mains, tant à Hassi-el-Abiod qu’à Kobadi, que tous
sont remarquablement homogènes quant à leur
morphologie générale, en dehors d’une nette varia-
bilité individuelle. L’analyse paléoanthropologique
réalisée sur les reste fossiles de 89 individus à Hassi-
el-Abiod et sur ceux issus des 16 premières inhuma¬
tions fouillées à Kobadi fait ressortir dans ces deux
populations un certain nombre de particularités
morphologiques communes: stature élevée, forte ro-
bustesse squelettique, face particulièrement large en
dysharmonie avec un neurocràne allongé, fort écart
interorbitaire séparant des orbites basses et rectan-
gulaires, mandibule robuste de fortes dimensions gé-
nérales au corps de hauteur élevée et présentant une
extroversion des gonions parfois très importante,
grandes dimensions des couronnes dentaires, pro-
gnathisme alvéolo-sous-nasal marqué et occlusion
presque toujours de type labidonte, fortes largeurs
des épiphyses distales, vaste fosse susépicondylien-
ne, développement marqué du pilastre avec indivi-
dualisation constante des deux composants de la li-
gne apre au milieu de l’os.
Cet ensemble de particularités morphologiques
caractérise le groupe humain fossile des «Croma-
gnoi'des africains» ou «Mechtoi'des» (Brauer, 1984;
Clark, 1989) (2).
Ce groupe représenté par «l’Homme de Mechta-
Afalou» a été initialement défini au Maghreb à partir
de nombreux restes découverts dans des sépultu¬
res isolées ou dans de grandes nécropoles comme
Mechta-el-Arbi (Balout & Briggs, 1951), Afalou-bou-
Rhummel (Arambourg & coll., 1932), Taforalt (Fe-
rembach, 1962) ou Columnata (Chamla, 1970). Ces
hommes sont retrouvés principalement dans des si-
tes ibéromaurusiens dont la délimitation chronolo-
gique s’établit entre environ 21000 et 7000 ans BP
(Ferembach, 1986) mais ils sont aussi présents plus
tardivement dans des sites capsiens ou néolithiques,
(Camps, 1969; Chamla, 1976) dans lesquels les Proto-
méditerranéens sont les plus nombreux. Ces nom¬
breux restes ont permis une bonne connaissance de
la variabilité du groupe des «Cromagnoi'des nord-
africains»: à coté de la forme robuste représentée par
les séries classiques d’Afalou et de Taforalt, a été dé-
crite une forme gracilisée représentée par la sèrie
plus récente — env. 7000 ans BP — de Columnata
(Chamla, 1970), peut-ètre le fruit de métissage avec
les Protoméditerranéens. Ces deux formes, robuste
et gracilisée, ont été également identifiées à l’état in-
dividuel en dehors du Maghreb, dans certains sites
du Sahara Atlantique datant de l’Holocène ancien et
moyen (Izriten et Mahariat, Petit-Maire, 1979), leur
présence à cette période apparait fort logiquement
comme un simple prolongement sur la còte atlanti¬
que du peuplement «cromagno'ide» du Maghreb.
D’autres restes «cromagnoi'des» plus orientaux
ont été découverts en Nubie soudanaise à Jebel Sa-
haba (Anderson in Wendorf, 1986) et à Wadi Halfa
(Greene & Armelagos, 1972). Il s’agit de populations
importantes que quelques particularités morphologi¬
ques distinguent des «Mechtoi'des» du Maghreb sans
toutefois remettre en question leur appartenance à
ce groupe «cromagno'ide africain».
PLACE DES NOUVELLES DECOUVERTES PALEOANTHROPOLOGIQUES DU MALI SEPTENTRIONAL
DANS LA CONNAISSANCE DU PEUPLEMENT «CROMAGNOIDE AFRICAIN»
Les comparaisons morphologiques peuvent donc
actuellement porter sur les trois importantes popula¬
tions «cromagnoi'des» africaines à présent connues
dans trois foyers géographiques: Maghreb, vallèe du
Nil, Sahara méridional. Ces comparaisons peuvent
ètre ainsi résumées:
— si l’on compare les Hommes de Hassi-el-Abiod
avec ceux du Maghreb et de la vallèe du Nil, c’est
avec les Hommes de flbéromaurusien du Maghreb
que les ressemblances sont les plus fortes (fìg. 3). En
dehors des variables cràniennes «caractéristiques»
(longueur maximale, hauteur faciale supérieure, lar-
(2) Dans ce texte nous emploierons ce terme de «Mechtoi'des» dans son sens le plus large, c’est à dire comme terme
générique désignant tous les fossiles africains d’anatomie moderne présentant des caractères «cromagnoi'des», Hommes
de Mechta inclus. Il s’agit bien évidemment d’un abus de langage, car il conviendrait de réserver ce terme aux populations
dérivées de celles de Mechta et ayant perdu une partie des caractères de celle-ci, comme par exemple à Columnata. En
raison de l’ambiguité que suscite ce suffixe «Yde» dont l’emploi est particulièrement large, sinon abusif pour la famille
Cro-Magnon, l’ensemble de la terminologie concernant ce groupe des premiers hommes modernes, qu’ils soient euro-
péens ou africains, est à réviser.
OLIVIER DUTOUR
196
geur bizygomatique et dimensions orbitaires) d’au-
tres variables biométriques cràniennes sont égale-
ment très similaires (largeur frontale minimale et
hauteur nasale). Seuls les diamètres transversaux du
cràne (largeurs bipariétale et frontale maximale) sont
sensiblement plus étroits. Les mandibules présen-
tent de plus grandes ressemblances métriques avec
celles de la sèrie de Taforalt plutòt qu’avec celle d’A-
falou. Très peu de différences s’observent au niveau
des mensurations des os longs. Bien que quasi-con-
temporains des «Mechtoi'des gracilisés» de Colum-
nata, les Hommes de Hassi-el-Abiod ne présentent
aucun phénomène de gracilisation du cràne et du
squelette post-cranien propre à ces populations du
Maghreb et conservent à quelques détails près une
robustesse analogue à celle des populations d’Afalou
et de Taforalt, malgré les quelques 5000 ans qui les
séparent de ces dernières. Notons également que ce
phénomène de stabilité morphologique sur plu-
sieurs millénaires s’observe également entre les
fossiles d’Hassi-el-Abiod et ceux de Kobadi, d’a-
près nos premières observations conduites sur les
restes provenant des 16 sépultures fouillées dans
ce dernier site.
— les affìnités et les différences existant entre les
«Mechtoi'des» de la vallèe du Nil et les Hommes d’A¬
falou et de Taforalt concernent essentiellement la ré-
duction du diamètre transversai du cràne, une dimi-
nution de la hauteur faciale supérieure et un élargis-
sement du ramus mandibularis. Il faut remarquer
que certaines particularités de ces «Mechtoi'des
orientaux» s’observent à un moindre degré chez les
Hommes de Hassi-el-Abiod (plus faibles largeurs du
cràne, ramus plus court). L’interprétation de ces ca-
ractères et de leur différences dans une perspective
phylogénique n’est pas facile à appréhender. Etant
donné qu’il est possible de trouver dans ces trois
groupes des caractères communs, soit à l’ensemble
des trois, soit en les comparant deux par deux, l’ori¬
gine commune de ces trois populations apparait dès
lors indiscutable. A partir de cette origine, les carac¬
tères «orientaux» des «Mechtoi'des» de la vallèe du
Nil sont-ils primitifs ou dérivés par rapport aux fossi¬
les du Maghreb? Parmi les caractères morphologi-
ques particuliers à ces populations orientales, cer-
tains sont indiscutablement plésiomorphes, telle la
largeur du ramus mandibularis , alors que la réduc-
tion des largeurs cràniennes serait selon toute vrai-
semblance un caractère dérivé. On peut supposer, si
fon ne considère que le squelette crànien, que le
processus micro-évolutif, par des mécanismes enco-
re mal connus, a surtout concernè au Maghreb la
mandibule, qui a perdu, notamment à Afalou, l’a-
spect très archai'que du ramus conservò à des latitu-
des plus méridionales par les «cromagnoides» du Sa¬
hara et de la Vallèe du Nil, alors que ces derniers ont
subi une réduction des diamètres transversaux du
cràne sans aucun phénomène de gracilisation asso¬
ciò, tendance qui ne s’est pas manifestée au niveau
facial et qui ne s’observe pas au Maghreb. Nous ex-
cluons de ce processus l’exemple bien particulier de
Columnata dont Peffectif réduit présente une gracili¬
sation générale marquée de tout le squelette, phéno¬
mène brutal qui correspond vraisemblablement à un
mécanisme très différent, tei l’intrusion de nouveaux
gènes par métissage. Il faut donc ainsi supposer des
phénomènes micro-évolutifs différents chez ces po¬
pulations «cromagnoides» qui ont évoluées à partir
d’une ancètre commun, chacune d’entre elles dans
des conditions écologiques et dans des environne-
ments variés. Cet ancètre commun, «pré- ou proto-
Mechta» est à rechercher parmi les fossiles plus an-
ciens qu’ils soient atériens (Dar es Soltane, Temara)
ou moustériens au Maghreb (Djebel Irhoud) ou au
Proche Orient (Djebel Qafzeh). De nouvelles études
comparatives dans cette optique, jointes au dévelop-
Fig. 3 - Analyse en composante principale (variables cràniennes) de groupes protoméditerranéens (Egyptiens prédyna-
stiques; B = Badari, N = Nagada) et «mechtoi'des» (T = Taforalt, A = Afalou, C = Columnata). Les populations de Hassi-
el-Abiod (H) se placent du còté «mechtoide» de Panalyse, proches de celles de Taforalt. Noter la position de l’Homme
d’Asselar (Ar).
HOMMES ET CLIMATS AU SAHARA MALIEN À L’HOLOCÈNE
197
pement des recherches au Sahara devraient permet-
tre d’établir de fa<?on plus formelle l’ascendance de
ces populations «cromagnoides africaines» ainsi que
leurs relations avec celle d’Europe.
Quoi qu’il en soit, la variabilité ainsi observée chez
les «cromagnoides africains» traduit donc vraisem-
blablement des processus de microévolution règio-
naie différentielle, sans doute favorisés par les
grands changements climatiques survenus dans ces
régions, notamment au cours du Pléistocène supé-
rieur. L’exemple de la dynamique du peuplement
des régions sahariennes occidentales, sous la con-
trainte des événements paléoclimatiques qui s’y sont
produits, est à cet égard significatif.
EVOLUTION HUMAINE ET CLIMATIQUE AU SAHARA MERIDIONAL
Ces résultats permettent donc d’élargir au delà de
l’Epipaléolithique maghrébin la répartition géogra-
phique et chronologique jusqu’à présent admise
pour les «Cromagnoides africains». Ceux-ci sem-
blent donc avoir peuplé, avec des particularités
morphologiques régionales une grande partie du
Nord de l’Afrique, entre la fin du Pléistocène et le
début de l’Holocène. L’origine de ces différents
groupes reste encore à établir avec certitude; un cer-
tain nombre d’hypothèses peut ètre formulò concer-
nant l’origine du «groupe saharien» en prenant en
considération les importantes fluctuations paléocli¬
matiques dans cette partie méridionale du Sahara
(Petit-Maire, 1986, 1989):
— la première hypothèse est celle d’un peuple¬
ment «mechtoide» venu du Maghreb à l’occasion de
conditions climatiques favorables réalisées à l’Holo-
cène ancien. Le moteur de cette migration a pu ètre
la vague d’invasion «protoméditerranéenne» qui a
peuplé le Maghreb d’Est en Ouest, assimilant ou
chassant devant elle les Hommes de Mechta-Afalou.
Cette théorie explique de fa?on satisfaisante les for-
tes ressemblances existant entre les Hommes de Ta-
foralt et ceux du Sahara malien mais elle ne permet
pas de rendre compte des quelques particularités
«orientales» de ces derniers. Un phénomène de par-
ticularisation morphologique rapide par micro-évo-
lution due au changement de biotope est assez diffi-
cilement concevable à partir d’une population du
Maghreb en raison du trop court laps de temps (envi-
ron 2 millénaires) étant donné la remarquable stabi-
lité morphologique de ce groupe sur des périodes
beaucoup plus longues.
— la seconde hypothèse pour tenter d’expliquer la
mixité des caractères morphologiques présentés fait
intervenir un phénomène de métissage entre les po¬
pulations «cromagnoides» du Maghreb et de la val¬
lèe du Nil après leur rencontre dans le Sahara méri-
dional lors d’un épisode climatique favorable. Une
telle hypothèse parait peu plausible.
— la troisième hypothèse nous parait la plus vrai-
semblable. Elle explique cette communauté de ca¬
ractères par l’existence d’un ancètre «proto-mechtoi-
de» commun, atérien on plus ancien, et la variabilité
observée par une micro-évolution régionale favo-
risée par les changements climatiques. Les Hom¬
mes de Hassi-el-Abiod pourraient ainsi ètre les de-
scendants de groupes atériens qui ont peuplé cette
région entre 30 et 20000 ans et dont on ne connait ac-
tuellement que les industries.
Il parait donc actuellement possible de proposer
un schèma dynamique de l’évolution des popula¬
tions des régions sahariennes occidentales, entre la
fin du Pléistocène et l’Holocène ancien et moyen, en
se basant sur les séquences paléoclimatiques actuel¬
lement bien définies par un grand nombre de data-
tions radiocarbone.
Entre environ 28 et 22000 ans B.P., des artisans
d’une industrie de type atérien ont peuplé ces ré¬
gions pendant la phase lacustre. Aucun document
ostéologique n’est encore disponible pour cette pé-
riode, on doit se contenter des rares restes connus au
Maroc, dont le caractère «cromagnoide archaique» a
déjà été parfaitement défini (Ferembach, 1975, 1986).
En l’état actuel, on ne peut donc que supposer que
les populations atériennes du Sahara étaient égale-
ment des «cromagnoides archaiques».
A partir de 20000 ans B.P., s’installe une sévère
phase aride qui contraint les populations à se dépla-
cer vers de régions plus hospitalières (massifs centro-
sahariens, bordures des grands fleuves). Cette pério-
de qui correspond au Maghreb au développement de
l’Ibéromaurusien, n’est représentée, dans les possi-
bles zones refuges évoquées, par aucun fossile. Là
encore, on ne peut que supposer qu’il s’agissait de
populations «cromagnoides».
Dès 12-10000 ans, on assiste à un retour des lacs,
suivi par un retour de l’occupation humaine. Celle-
ci, maintenant bien documentée sur le pian anthro-
pologique à Hassi-el-Abiod, appartient à ce groupe
«cromagnoide africain», vivant sur un mode de chas-
se-pèche-cueillette dans un cadre culturel de type
néolithique ancien.
A partir de 4000 B.P., le climat se détériore et con¬
traint ces populations à se replier vers des zones plus
humides. Ce repli est maintenant authentifìé vers le
Sud, vers l’ancien delta intérieur du Niger, par la pré-
sence de ces populations à Kobadi, vers 3000 B.P.
Le devenir de ces populations dans cette zone de la
boucle du Niger demeure toujours mal défini. En
effet, aucune des populations actuelles de ces ré¬
gions que nous avons pu étudier sur le pian ostéo¬
logique (Dogons, Bambaras, Peuls, Sarakollés, Bo-
zos, Maures) ne montre une quelconque affinité
morphologique ou métrique avec ces populations
«cromagnoides».
CONCLUSION
Ces récentes découvertes apportent en défìnitive
plusieurs nouvelles notions fondamentales sur les
populations fossiles d’Afrique septentrionale:
— les «Cromagnoides africains» ont occupé une
vaste partie du Nord de l’Afrique de la fin du Pléisto¬
cène jusqu’au début de l’Holocène. Ils ont contribué,
dans une proportion qui reste à défìnir, mais qui pa¬
rait très importante, au peuplement holocène du
Sahara méridional.
— il est à présent clair, gràce à ces nouveaux fossi¬
les, que les caractères «cromagnoides» des fossiles
connus dans toute cette partie nord de l’Afrique ne
198
OLIVIER DUTOUR
sont pas des phénomènes d’analogie morphologique
fortuite ou de convergence évolutive. En dépit de
particularités morphologiques régionales tous les
«Mechtoi'des» appartiennent à un mème ensemble
paléoanthropologique.
— ces faits suggèrent donc l’existence d’un ancètre
commun aux trois populations «mechtoi'des», ancè¬
tre dont il est difficile d’évaluer pour l’instant la posi-
tion chronologique. Au Maroc, les restes atériens
sont placés dans la filiation directe des Hommes de
Mechta-Afalou. Cette filiation semble cependant re-
monter beaucoup plus loin, vers 100.000 ans B.P. si
fon considère les fossiles de J’bel Irhoud. Au Saha¬
ra, l’alternance des phases climatiques exclut la pos-
sibilité d’une telle évolution locale continue. Cepen¬
dant cette alternance et ses conséquences directes
sur les populations (phénomènes d’isolement, de mi-
grations et de métissages) constitue un puissant mo-
teur de l’évolution humaine que Fon doit retenir
dans l’interprétation de la diversité actuelle des po¬
pulations d’Afrique septentrionale, du Sahara et de
ses marges.
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Olivier Dutour: CNRS Laboratoire de Géologie du Quatemaire Case 907
13288 Marseille Cedex 9 FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Guido Faleschini & Giovanni Palmentola
Su alcune opere parietali della fase delle teste rotonde
nella regione del Takarkori, nella Libia sud-occidentale
Résumé — Dans les alentours du col du Takarkori, dans le Sud-Ouest de la Libye, on a observé quatre abris sous
roche, dont les parois présentent des peintures et des gravures rapportables à la culture des «Tètes Rondes».
A cause des thèmes représentés dans chacun d’eux, ils ont été nommés: Abri de l’Autel, Abri de la Fertilité, Abri de
l’Enterrement et Abri des Chasseurs.
Les figurations dans ces abris peuvent ètre divisées en deux groupes: l’un qui représente des scènes de la vie réelle,
avec hommes armés, etc.; et l’autre, avec des personnages anthropomorphes stylisés, sans aucun vètement et dépourvus de
traits somatiques réalistes, probablement réalisés à des fins didactiques.
Abstract — Near Takarkori pass, in South western Libya, four shelters have been observed, which serve pictures and
graffiti almost completely dedicated to thè «Teste Rotonde» culture. Because of thè themes represended in each of these,
their are named: Riparo dell’Altare (Aitar Shelter), Riparo della Fertilità (Fertility Shelter), Riparo del Funerale (Funeral
Shelter) and Riparo dei Cacciatori (Hunters Shelter).
Two big groups of work are recognizable in these shelters: those dedicated to scenes from reai life, with realistic figu-
res like armed men, and so on; and those one with stylized or conceptual description, like anthropoid figures without any
somatic character and dresses, probably realized with didactic purposes.
PREMESSA
Le pluriennali e dettagliate ricerche compiute da
Mori nella regione del Tadrart Akakus hanno già in¬
quadrato e illustrato la maggior parte del patrimonio
pittorico di questa regione del Sahara libico; purtut-
tavia una recente campagna di studio realizzata dagli
scriventi nelle zone meridionali del massiccio, pres¬
so il Passo del Takarkori, che collega Gat alla piana
di Taita, ha consentito di osservare alcuni ripari con
pareti istoriate, i quali meritano di essere resi noti e
descritti.
La regione (Figg. 1 e 2) corrisponde a quella indi¬
cata col nome Tcharchiri nella Carta Dimostrativa
della Libia dell’I.G.M. (F° 34) alla scala 1 : 400.000, e
Afarrh (forse il toponimo di qualche particolare to¬
pografico della zona?), da Jelinek (1982).
Sbarrato da una duna con versante settentrionale
molto ripido, il passo, oggi superabile dai mezzi mec¬
canici da Sud verso Nord e con difficoltà in senso
contrario, è ubicato all’imboccatura di un’ampia val¬
le allungata grosso modo da Ovest verso Est; lungo la
sua sponda sinistra, in corrispondenza dell’affiora¬
mento di grosse bancate arenacee, son presenti alcu¬
ni ripari con pareti coperte da figurazioni, sia dipinte
che graffite, riferibili al lungo periodo esteso dalla fa¬
se delle «Teste Rotonde» a quella camelina.
In questa nota vengono prese in esame solamente
le opere riferibili alla prima di tali fasi, del tutto
sconosciute per quanto risulta, eccezion fatta per
una, della quale esiste una riproduzione presso il
Museo Nazionale di Tripoli e alla quale si è ritenuto
utile riservare nelle prossime pagine qualche rigo di
commento.
Fig. 1 - Ubicazione geografica dei ripari descritti.
200
GUIDO FALESCHINI & GIOVANNI PALMENTOLA
Fig. 2 - Gli immediati dintorni del passo del Takarkori, visti da occidente; i ripari descritti nella nota sono ubicati alle
spalle dell’osservatore.
INQUADRAMENTO GEOGRAFICO-FISICO
Il Tadrart Akakus costituisce un lembo di un este¬
so corpo sedimentario paleozoico, frammentato e di¬
slocato dalla tettonica secondo una serie di monocli-
nali disposte a corona intorno al massiccio dell’Hog-
gar e debolmente inclinate verso l’esterno. Esso è li¬
mitato verso l’interno, verso Sud-Ovest, dalla falesia
che affaccia sul corridoio di Gat, mentre a Nord-Est
digrada dolcemente verso il suo omologo Messak
Mellet. È costituito da quarzareniti stratificate e con
frequente laminazione incrociata, alternate con oriz¬
zonti prevalentemente pelitici nerastri con lamina¬
zione pian-parallela; i caratteri dell’intero corpo, nel
quale ciascun orizzonte pelitico può raggiungere i
50-70 metri di spessore e quelli arenacei superare i
100, ne indicano la deposizione in ambiente deltizio.
Le quarzareniti, frequentemente con orizzonti ai-
gali, ospitano un livello con tracce fossili del genere
Harlania, già segnalate da Desio (1940), da Seilaker
(1969) e da Faleschini et al. (1988).
Il più antico elemento del paesaggio è rappresenta¬
to dalla superficie superiore del massiccio: un esteso
falsopiano inclinato verso Oriente, sul quale si eleva¬
no possenti torrioni rocciosi alti fin oltre cento metri;
esso, profondamente annerito dalla vernice del de¬
serto, è stato prodotto da un lungo periodo di erosio¬
ne che ha completamente modificato una più vec¬
chia conformazione testimoniata in tracce sulle su-
perfici sommitali dei ricordati torrioni rocciosi 0. Il
modellamento del falsopiano si è realizzato in una si¬
tuazione ambientale ben diversa da quella che suc¬
cessivamente ha consentito l’incisione delle profon¬
de vallate che oggi lo sezionano: queste ultime sono
state scavate in un rilievo di più elevata energia, du¬
rante fasi climatiche umide che hanno favorito lo svi¬
luppo di un articolato reticolo idrografico. Il materia¬
le asportato dai corsi d’acqua e accumulato a Oriente
del Tadrart Akakus, nella piana di Taita, ha contri¬
buito ad abbassare l’energia del rilievo e, durante le
fasi aride, ha fornito le sabbie con le quali sono state
costruite le dune lì presenti.
È abbastanza plausibile che l’altopiano e le sue
torri siano stati modellati prima che gli ultimi mo¬
vimenti di formazione-estrusione del massiccio
dell’Hoggar, ormai verso la fine del Terziario o addi¬
rittura all’inizio del Quaternario, dislocassero l’intera
regione. Il modellamento delle valli trasversali, inve¬
ce, dev’essersi prodotto a partire dal Pleistocene per
opera di intense azioni erosive intervallate da episodi
di accumulo: lungo il profilo trasversale delle valli si
riconoscono, infatti, oltre i lembi residui di due ter¬
razzi orografici (30 e 10-15 m sull’alveo attuale), an¬
che quelli di altrettanti terrazzi alluvionali ghiaioso-
sabbiosi (4-5 e 2-3 m sul talweg attuale); la loro co¬
struzione è connessa, probabilmente, anche con mo¬
dificazioni del profilo di equilibrio del corso d’acqua,
conseguenti all’abbandono, durante fasi meno umi¬
de, di barre trasversali nei suoi tratti più bassi o nel
collettore principale (2).
(>) Va ricordato che sulle pareti laterali dei torrioni si possono osservare anche numerose forme prodotte da azioni
pseudocarsiche ipogee (sezioni di condotte, fusoidi, cavità, ecc.) le quali testimoniano della passata presenza di pingui
falde idriche, circolanti soprattutto lungo le fratture degli orizzonti arenacei e sostenute dalle peliti nerastre.
(2) È forse utile ricordare che, lungo l’uadi Anshal e il Tanshalt, in numerosi anfratti rocciosi a circa 1,5-2 m sull’alveo
attuale, si rinvengono piccoli resti di un riempimento alluvionale coperto da suolo. Due orizzonti di limo, poi, spessi 40-50
cm circa, coprono a tratti il letto roccioso di molti uidian; essi hanno colore diverso: l’inferiore marroncino e il superiore
grigiastro o grigio-azzurrino.
SU ALCUNE OPERE PARIETALI DELLA FASE DELLE TESTE ROTONDE
201
LE FIGURAZIONI DELLA FASE DELLE TESTE ROTONDE
I ripari individuati nella regione sono raggruppati
nello spazio di circa un chilometro lungo la sponda
sinistra dell’uadi, quella che guarda verso Sud, ad
un’altezza di 70-80 metri dal suo piatto fondo, in cor¬
rispondenza del passaggio dalle erodibili peliti nera¬
stre alle sovrastanti bancate quarzarenitiche dove
quei ripari si son potuti formare in seguito a crolli.
Essi ospitano in pratica solo rappresentazioni in stile
«Teste Rotonde» le quali, in altri della stessa zona,
con figurazioni in altri stili, sono del tutto assenti. Ri¬
pari presenti lungo la sponda destra non hanno mo¬
strato tracce di arte rupestre.
A motivo delle rappresentazioni che ciascuno di
essi conserva, verranno qui di seguito indicati con
nomi differenti, i quali in qualche modo rispecchia¬
no quella che è parsa essere la speciale funzione di
ognuno; dal più nord-orientale al più sud-occidenta¬
le: il Riparo dell’Altare (Tl), il Riparo della Fertilità
(T2), il Riparo del Funerale (T3) e il Riparo dei Cac¬
ciatori (T4). È il caso di ricordare che almeno i primi
due, distanti circa 200 metri, sono collegati da un
sentiero, largo circa un metro, ancora sgombro di
sassi, col terreno dello stesso colore di alterazione
delle superfici circostanti (bruno intenso, tendente al
nero) e nessuna traccia di calpestìo recente.
Il Riparo dell’Altare
Ampio e aperta verso Sud, esso (Tl) è parzialmen¬
te sbarrato da una lastra sottile di roccia, alta intorno
al metro e mezzo e lunga circa il doppio, poggiata di
taglio sul terreno e sostenuta da alcuni massi; da
questa sorta di parapetto si gode di una ampia pano¬
ramica della vallata sottostante. Il bordo superiore
della lastra è intaccato da coppelle emisferiche di po¬
chi cm di diametro e da segni trasversali, del tipo di
quelli lasciati dallo sfregamento per l’affilatura di
utensili (Fig. 3); al suo fianco destro, un ampio varco
si affaccia su alcune vasche incise nella roccia una
sotto l’altra, a cascata; quella inferiore, più profonda
e più ampia delle altre, ha un diametro di circa 80 cm
(Fig. 4). Al bordo del varco, su un lastrone roccioso,
è graffito, con solco profondo, irregolarmente largo e
dello stesso colore della roccia (Fig. 5), un busto, alto
80 cm, con testa rotonda e braccia protese in avanti,
le quali reggono una cascata di veli o delle cortine,
anch’esse graffite; intorno alcuni solchi ondulati
(Fig. 6). Un varco sul fianco sinistro dell’altare-para-
petto doveva semplicemente consentire l’accesso al
riparo.
Le pitture qui presenti sono concentrate sulla pa¬
rete a sinistra di chi guarda da fuori (Fig. 7). Si tratta
di un complesso mal conservato di figure umane in
ocra bruna, disposte in tre file su piani diversi, tutte
rivolte verso un’altra figura antropomorfa posta
più in alto, quasi sospesa, completamente isolata
(Fig. 8). Quest’ultima, che costituisce il centro del¬
l’attenzione, mostra caratteristiche alquanto diverse
da quelle che in processione marciano o salgono ver¬
so di lei: ha una testa rotonda molto appariscente, è
priva di abbigliamento, è vista di fronte con il corpo
stilizzato e privo delle estremità degli arti superiori;
le altre, di contro, sono adorne di un ampio mantello
lungo fino alla caviglia e sono rappresentate di tre
quarti o con il tronco leggermente ruotato verso l’os¬
servatore (Fig. 9).
Sulla parte centrale della parete di fondo, si intrav-
vedono i resti quasi illegibili di una grande rappre¬
sentazione, in colore nero, di un quadrupede, proba¬
bilmente un toro (3), lungo circa un metro e venti,
che, a motivo del colore molto scuro della campitura
può costituire la più vecchia fra tutte le rappresenta¬
zioni del riparo.
A metà strada fra questa e il complesso della pro¬
cessione, una cortina di graffi ravvicinati e disposti
secondo linee parallele, distanziate qualche centime¬
tro e disposte diagonalmente dall’alto a destra verso
il basso a sinistra, copre alcune figure antropomorfe.
Fig. 3 - Riparo dell’Altare: segni di affilatura di utensili sulla
parte superiore della lastra di roccia che sbarra parzialmente l’im¬
boccatura del riparo.
Fig. 4 - Riparo dell’Altare: due delle vasche scolpite a cascata
nella roccia al bordo destro del riparo.
(3) Si potrebbe pure pensare che la figura rappresenti un cavallo, anche perché nella regione esiste una pittura delle
stesse dimensioni (praticamente, a grandezza naturale) di un cavallo in corsa; tuttavia le forme decisamente tozze, il colore
della pittura del riparo descritto e lo stesso stile col quale è dipinta non consentono confusioni o accostamenti stilistici di
sorta. Il cavallo, comunque, è ancora in fase di studio e di lui si tratterà in una prossima nota.
GUIDO FALESCHINI & GIOVANNI PALMENTOLA
Fig. 5 - Busto con testa rotonda e con veli sulle braccia protese;
nelle immediate vicinanze del Riparo dell’Altare.
Fig. 6 - Segni ondulati (segni d’acqua?) graffiti sulla roccia nei
pressi del soggetto rappresentato in Fig. 5.
Fig. 7 - Riparo dell’Altare: veduta delle figure lì rappresentate.
Fig. 8 - Riparo dell’Altare: figura antropomorfa stilizzata, con
vistosa testa rotonda e priva di abbigliamento.
Fig. 9 - Riparo dell’Altare: particolari di figure in processione;
si noti l’abbigliamento.
SU ALCUNE OPERE PARIETALI DELLA FASE DELLE TESTE ROTONDE
203
Il contenuto sacro dell’intero riparo è evidente: la
potenza del toro; i graffi diagonali su figure di uomi¬
ni o di divinità, per esprimere l’invocazione e/o la sa¬
cralizzazione della pioggia; la figurazione di uomini
in lenta, solenne processione verso una immagine
(divina?) con grande testa rotonda (il sole?), fanno
pensare che esso sia stato dedicato a riti connessi con
il sole e con le acque.
Il Riparo della Fertilità
Circa 250 metri verso Ovest, un altro riparo (T2)
conserva, sulla parete a destra di chi guarda, un di¬
pinto (Fig. 10 e 11) di circa m 3,20 per 1,60 raffigurante
una scena complessa la cui riproduzione a scala natu¬
rale è osservabile presso il Museo Nazionale di Tri¬
poli. Si tratta di un grande toro a campitura piena, di
colore rosso decisamente scuro e con profilo eviden¬
ziato da una traccia bianca all’interno della campi¬
tura (4); all’intorno numerose figurine di uomini in
inequivocabile atteggiamento orgiastico. Subito a
destra, due figurazioni a solo contorno, di forma
vagamente ellittica, ogivale, di colore leggermente
meno intenso (Fig. 11).
Fig. 10 - Riparo della Fertilità: grande dipinto che rappresenta e
simboleggia il ciclo riproduttivo.
Fig. 11 - Riparo della Fertilità: due figurazioni di forma ellittica
rappresentano la gravidanza, la formazione del feto e il parto.
L’affresco è stato già osservato e analizzato da
J. Jelinek (1982 e 1989) e da A. Muzzolini (1986); il
primo, che trascura le due figure ellittiche, lo colloca
in un sito che chiama Afarrh e lo interpreta come
una scena rituale propiziatoria, con pratiche di tipo
sessuale intorno a un toro, e ipotizza che la cattura di
quest’ultimo, effettuata per la circostanza, possa rap¬
presentare un primo tentativo di domesticazione.
Muzzolini, a sua volta, interpreta la scena come un
rito di danza e acrobazie sul toro, del tipo dello spet¬
tacolo-rito cretese; coglie il legame diretto fra tutte le
figure presenti, ma non propone alcuna interpreta¬
zione delle due forme vicine.
Chi scrive ritiene possibile proporne oggi una nuo¬
va interpretazione:
— Il toro e il suo contorno; sembra ben corretta
l’interpretazione di Jelinek: si tratta di una rappre¬
sentazione rituale per la fertilità, di un rito orgiastico
collettivo o dell’elencazione di atteggiamenti orgia¬
stici, eseguiti sotto la protezione del toro, da sempre
simbolo di forza vitale e di potenza riproduttiva. Pro¬
babilmente non si tratta di una «fotografia» di prati¬
che rituali realmente avvenute, ma di una rappresen¬
tazione ideale nella quale si collegano i gesti della
sessualità all’idea della forza taurina; non è necessa¬
rio invocare la reale cattura del toro, anche se non si
può escludere che ne costituisca la premessa ideale
alla domesticazione.
— Le figure ellittiche; sono solo scontornate, con
lo stesso colore della scena del toro, ma sbiadito
(Fig. 11). Nella più vicina è riprodotto un pancione
sormontato da una evidente testa rotondeggiante,
nel quale si riconoscono le rappresentazioni simboli¬
che: degli intestini, sotto forma di una lunga doppia
riga ondulata, disposta orizzontalmente a partire
dalla base della testa (esofago); del feto, indicato da
un cerchio al quale si avvolge un budello (il cor¬
done ombelicale); della durata della gestazione,
espressa in lunazioni e rappresentata, in uno scom¬
parto del corpo separato dal feto, da dieci cerchi (die¬
ci lune = nove mesi circa). Alcuni tratti che si parto¬
no dal corpo potrebbero rappresentare della peluria
o anche il liquido amniotico.
L’altra ogiva presenta un simbolismo più ermeti¬
co, di meno facile decodificazione; essa potrebbe
rapprentare la madre (della quale è scomparsa la te¬
sta; o è la medesima della figura adiacente?) adagiata
in un mantello, a parto già avvenuto, vista di fronte, a
gambe semidivaricate, con alla destra il corpo del
neonato ancora rannicchiato e, alla sinistra, forse la
placenta; oppure, secondo un’altra più convincente
interpretazione, essa rappresenta ancora il pancione,
con all’interno il corpo del nascituro in due fasi della
sua evoluzione, prima e dopo la completa formazio¬
ne della scheletro.
L’intero complesso è senza dubbio unitario sotto il
profilo logico; in esso la campitura piena e densa del¬
la figura col toro, a colore marcato, sembra rappre¬
sentare la realtà concreta o concretamente osservabi¬
le (o il maschile?), mentre le figure solo scontornate
e a colore tenue esprimono forse un’astrazione con¬
cettuale, l’idealizzazione di un avvenimento del qua¬
le si presume o si auspica il concreto verificarsi (o il
femminile?).
(4) Lajoux (1962), riferendosi ad altri dipinti di tori, indica quelli con doppia scontornatura dorsale come appartenenti
alle rappresentazioni nello stile dei «marziani primitivi».
GUIDO FALESCHINI & GIOVANNI PALMENTOLA
204
La collocazione stilistica del dipinto proposta sia
da Jelinek (1989) che da Muzzolini (1986) è da condi¬
videre pienamente: esso appartiene alla fase «Teste
Rotonde» che lo stesso Jelinek pone fra i 10.000 e gli
8.000 anni a.C., e dimostra ancora una volta che la
cultura del dio-toro esisteva nel Sahara centrale già
in tempi remoti (5).
Nello stesso riparo, un po’ discosta, una scena di
un paio di dm di altezza e in colore rosso cupo,
riproduce una scontro armato fra una dozzina di
persone (Fig. 12); alcune di queste, di un colore ap¬
pena più sbiadito sono rannicchiate a terra, ormai
senza vita, altre, in piedi e con vario atteggiamento,
hanno qualcosa intorno alla vita (una indossa anche
una specie di perizoma), sono armate con arco sem¬
plice e sembrano avere un copricapo, a «padella» o
a fungo.
Fig. 12 - Riparo della Fertilità: una piccola rappresentazione di
uno scontro armato, con guerrieri e caduti.
Il Riparo del Funerale
Alcune centinaia di metri più a Ovest, a circa 60-
70 m dal fondovalle, in un altro riparo (T3) risaltano
due figure affiancate, alte 80 cm circa, viste di fronte;
una di esse è ormai intuibile, mentre l’altra, dipinta
in ocra rosso-cupo, a campitura piena, ha il corpo sti¬
lizzato privo di abbigliamento e una grande, molto
evidente testa rotonda (Fig. 13).
Le si avvicinano da sinistra altre figure più piccole
e di dimensioni decrescenti via via che ci si allonta¬
na, due delle quali reggono, una sulle spalle e l’altra
sulle braccia, un corpo disteso, forse un cadavere
(Fig. 14); tutti hanno qualcosa intorno alla vita, forse
una cintura atta a reggere delle frecce. Il cadavere
appare fluttuante e rimanda a pitture simili del Tas¬
sili N’Ajjer per le quali é stata avanzata l’ipotesi che
simile visione possa essere provocata dall’assunzio¬
ne di sostanze allucinogene in occasione di cerimo¬
nie rituali.
All’altro bordo della stessa parete, un gruppo di
quattro figure alte 70 cm circa (Fig. 15); una di esse,
innanzi alle altre, ha sul capo un grande pennacchio
ellittico, del tipo di quelli già osservati nell’Akakus
(Mori, 1965) e nel Tassili N’Ajjer (Nougier, 1982) e
regge con la mano destra una grande forma oblunga
(una clava o, forse meglio, una fionda); un’altra figu¬
ra, impugna un corto bastone con grosso pomo ro¬
tondeggiante.
Fig. 13 - Riparo del Funerale: una grande figura antropomorfa
stilizzata (80 cm), priva di caratteri somatici e di abbigliamento.
(5) A mo’ di riferimento cronologico va ricordato che in Anatolia (Turchia), in corrispondenza dello strato VPA di
Catal Hiiyuk (datato 5850 - 94 b.p.), J. Mellaart (fide Lehmann, 1980) ritrovò numerosi reperti testimonianti il culto del toro
sia sotto forma di affreschi che di statuette in argilla; mentre nello strato VI0 esiste un rilievo parietale interpretabile come
la rappresentazione di una donna nell’atto di partorire un toro.
SU ALCUNE OPERE PARIETALI DELLA FASE DELLE TESTE ROTONDE
205
Fig. 14 - Riparo del Funerale: i portatori col cadavere sulle spal¬
le, in movimento verso la figura della Fig. 13. In basso: riprodu¬
zione grafica.
Fig. 15 - Riparo del Funerale: figure in stile «Teste Rotonde»,
in posa; notevole il pennacchio ellittico sulla testa di quella più a
sinistra. In basso: riproduzione grafica.
Il Riparo dei Cacciatori
Poche decine di metri a Est, un ultimo riparo (T4)
anch’esso con figure delle «teste rotonde», le quali
tutte rimandano alla pratica della caccia. Si tratta di
quattro gruppi di figurine alte in media sui 50 cm.
Il primo di essi (Fig. 16) rappresenta sette individui
armati, alti fra 35 e 50 cm e dipinti a campitura piena
in colore rosso scuro, in qualche caso con scontorna-
tura di puntini bianchi. Alcuni di essi impugnano un
arco semplice o una lancia con grossa punta, altri reg¬
gono con la mano destra o portano appesa al fianco
una fionda; le figure con l’arco hanno intorno al capo
una fascia chiara che regge un paio di frecce, secondo
l’uso dei Boscimani (Williams, 1983).
Fig. 16 - Riparo dei Cacciatori: individui armati con arco e maz¬
za, e con frecce sostenute da un legaccio intorno al capo. In bas¬
so: riproduzione grafica.
Un secondo gruppo è costituito da quattro figure
antropomorfe e da una mano. La figura centrale
rappresenta un personaggio, alto 97 cm, dipinto a
campitura piena in colore ocra scuro e scontornato
con una linea bianca (Fig. 17); egli regge con la mano
destra qualcosa di indefinito e indossa un vistoso co¬
pricapo, di forma grosso modo sferica, in colore
biancastro pieno (sola preparazione di base della pa¬
rete rocciosa?), coronato da un’ulteriore contorno
bianco. Sul suo polso sinistro è stata aggiunta più tar¬
di, con la tecnica dello spruzzo, una mano sinistra
aperta (18 x 15 cm) alla quale mancano la falangina e
la falangetta dell’indice. Subito a destra si intravede
l’ombra di un’altra figura dipinta con il medesimo
stile, in colore bruno molto scuro, alta una trentina
di cm, sopra la quale è presente una scena (si veda la
stessa Fig. 19) di accoppiamento o di danza, con due
personaggi disposti secondo una «X», dipinti in bian¬
co e scontornati con una linea rosso-mattone.
206
GUIDO FALESCHINI & GIOVANNI PALMENTOLA
Non molto distante, un gruppo di dieci esili figure
(Fig. 18) dipinte in rosso-mattone e con la testa ro¬
tonda, di dimensioni diverse a seconda del piano sce¬
nico nel quale sono collocate e comunque fra gli 80 e
i 30 cm circa. Le più grandi, pur con atteggiamenti di¬
versi, appaiono statiche, come sorprese, mentre
quattro delle più piccole sono piegate verso la sini¬
stra dell’osservatore, apparentemente intente a rac¬
cogliere qualcosa, mentre una quinta davanti a loro
fugge agitando le braccia in alto.
Non molto distante, un altro complesso rappre¬
senta, da sinistra a destra (Fig. 19):
— tre cacciatori, tutti in bianco, alti una trentina di
cm, in atteggiamento di attesa, nonché una strano se¬
micerchio con due cupolette nella parte alta, forse a
rappresentare una capanna;
— due figure antropomorfe, non contemporanee,
alte circa 50 cm, entrambe con grande testa roton¬
deggiante, il corpo, stilizzato e in posizione sospesa,
privo di abbigliamento, di ornamenti e di caratteri
somatici (la divinità?); una di colore ocra scuro e
scontornata con una linea bianca, la seconda in rosso
chiaro;
— due figurine (25-30 cm) tutte in bianco, in movi¬
mento, le quali indossano una specie di gonnellino
fatto di pezzi isolati e affiancati (lembi di pelli, fo¬
glie?); una di esse ruota una fionda o una clava, regge
sotto il braccio sinistro un oggetto semicircolare,
forse un boomerang, e porta alla cintola un paio di
aste sottili;
Fig. 17 - Riparo dei Cacciatori: grande figura in nero e scontor-
natura in bianco, con grande copricapo grosso modo sferico; in
alto una scena di danza o di accoppiamento fra due personaggi in
bianco con scontornatura rosso-ocra. Si noti la mano tracciata
successivamente. In basso: riproduzione grafica.
Fig. 18 - Riparo dei Cacciatori: figure in stile «Teste Rotonde»
riprese in diversi atteggiamenti.
SU ALCUNE OPERE PARIETALI DELLA FASE DELLE TESTE ROTONDE
207
Fig. 19 - Riparo dei Cacciatori: figure probabilmente dipinte in
tempi diversi, con rappresentazioni simboliche (in nero e in ros¬
so cupo) e scene di vita e di caccia (in bianco). Anche qui una
mano dipinta successivamente, con la tecnica dello spruzzo. In
basso: riproduzione grafica.
Fig. 20 - Riparo dei Cacciatori: due personaggi in colore bianca¬
stro profilato in ocra scura, del tipo «marziano» di Lhote. In bas¬
so: riproduzione grafica.
— due figure, riferibili alla fase più antica delle Te¬
ste Rotonde (quella che Lhote dice di tipo «marzia¬
no»), in colore bianco profilato in ocra scura, alte
31 cm (Fig. 20).
L’intero complesso è stato eseguito in tempi diver¬
si: prima le figure a colore più scuro e quelle bianche
con semplice scontornatura, poi quella in colore
mattone e quindi la mano; il personaggio con la pro¬
tuberanza sul capo (Fig. 17) appartiene certamente
alla cultura delle raffigurazioni dell’Uadi Ghrub e
deH’Uadi Kessan nell’Akakus (Mori, 1965) e del
Tassili N’Ajjer (Nougier, 1982) e potrebbe in effetti
rappresentare una figura superumana o un eroe «mi¬
tico». Le figure in bianco, invece, potrebbero simbo¬
leggiare «l’essere non vivo» (Mori, 1965) e riferirsi ad
accadimenti favolosi o notevoli di tempi e luoghi
lontani. A proposito della mano, certamente succes¬
siva, va ricordato che essa è rappresentata ben di ra¬
do nel Sahara, ed è stata ritrovata in numerosi esem¬
plari solo nella «grotta delle mani» (Faleschini et Al.,
1988) nell’Oued Berigh Tadrart Akakus) (Algeria).
Subito all’esterno del riparo sono graffiti alcuni se¬
gni ondulati a due solchi paralleli, forse un busto con
testa rotonda (Fig. 22) e una figura alta circa un me¬
tro, nella quale il contorno della testa è rappresenta-
Fig. 21 - Una piccola giraffa e un’altrettanto piccola antilope
(18 cm) graffite su una roccia subito fuori il Riparo dei Cacciatori
di stile «Tazina».
208
GUIDO FALESCHINI & GIOVANNI PALMENTOLA
to mediante due solchi concentrici, ravvicinati (6),
profondi e irregolarmente larghi, dello stesso colore
della roccia vicina. La grafìa del soggetto richiama le
figure antropomorfe stilizzate, rappresentate con pit¬
ture in altri ripari già descritti.
Poco fuori questo riparo sono graffite (Fig. 21) una
piccola giraffa e un’altrettanto piccola antilope (ri¬
spettivamente 15 e 18 cm) assimilabili, per il caratteri¬
stico tratto semplificato, allo stile «Tazina», diffuso
nel Sahara centrale e sugli Atlas.
Fig. 22 - Due figure antropomorfe e alcuni segni indecifrabili
graffiti sulla parete esterna del Riparo dei Cacciatori.
CONCLUSIONI
In conclusione, le manifestazioni d’arte rupestre
presenti nei ripari finora qui esaminati sono tutte ri¬
feribili alla fase delle «Teste Rotonde»; esse mostra¬
no analoga ispirazione generale, sono vicine fra loro
lungo un medesimo percorso e paiono rappresentare
cerimonie e riti dedicati alle medesime divinità. Fra
queste la più ricorrente è costituita da una figura,
completamente colorata in ocra rosso-scuro o sem¬
plicemente graffita, con grande testa rotonda priva di
tratti somatici, su un corpo antropomorfo, stilizzato
e ridotto all’essenziale, privo delle estremità degli ar¬
ti e di qualunque abbigliamento o ornamento, visto
in posizione frontale, statica, apparentemente sospe¬
so a mezz’aria: si tratta di rappresentazioni di concet¬
ti o di astrazioni del pensiero alle quali i particolari
connessi con la vita dell’uomo, come l’abbigliamen-
to, sono del tutto estranei. Le figure reali che le sono
accostate, invece, hanno caratteri alquanto diversi,
sono rappresentate con dovizia di dettagli (abbiglia¬
mento, armi, ecc.) e sono viste in atteggiamenti tratti
dalla vita di tutti i giorni.
Salta all’occhio dell’osservatore la più che buona
conoscenza dell’anatomia espressa nei dipinti della
gravidanza nel Riparo della Fertilità, e la totale as¬
senza di rappresentazioni di individui concreti di ses¬
so femminile.
Una notazione di rilievo meritano le solenni figure
in processione nel Riparo dell’Altare: esse, e solo es¬
se, indossano un ampio mantello scuro, lungo fino
alla caviglia, il quale sembra costituire un addobbo
particolare, riservato alla celebrazione di un rito o,
forse meglio, all’abbigliamento di una casta.
Il «segno» dei dipinti, lo stato di conservazione dei
colori e la loro tonalità mostrano che localmente
debbono aver operato più di una mano, in tempi di¬
versi, e che quindi la zona dev’essere stata frequenta¬
ta per lungo tempo.
L’insieme delle opere esaminate conferma infine
la continuità culturale esistente fra l’Akakus libico e
il Tassili N’Ajjer, sia a Nord che a Sud, in particolare
per quanto concerne il periodo delle Teste Rotonde.
Ringraziamenti - Gli autori desiderano ringraziare
vivamente gli amici Alfredo Frittelli e Pino Colombo
che hanno condiviso le loro fatiche, nonché tutti i li¬
bici che con sentimenti di amicizia li hanno accolti.
(6) L’immagine della testa, resa con due solchi disposti secondo altrettanti cerchi concentrici, indica una cultura tesa a
divinizzare le forme circolari (elioteismo?) alle quali aggiunge appendici antropomorfe stilizzate; ma soprattutto, essa
rimanda ad un’altra cultura delle forme circolari, quella presumibilmente eliolitica che ha edificato le numerosissime
«tombe solari» presenti nel Sahara centrale.
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Guido Faleschini: Via Cavallotti, 136 - 20052 Monza (MI) ITALIA
Giovanni Palmentola: Dipartimento di Geologia e Geofisica Campus universitario - Via Re David, 4 - 70121 Bari ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Nadjib Ferhat & Karl Heinz Striedter
Art rupestre et paléoenvironnements.
Résultats préliminaires de recherches dans la région de Dao Timmi
(NE du Niger)
Résumé — Les gravures rupestres de la région de Dao Timmi sont situées dans un cadre géographique et paléogéo-
graphique assez bien individualisé (dépression) pour nous permettre d’esquisser une approche de datation relative entre
les gravures et les milieux qui ont prévalu avant, pendant et après le moment de leur exécution.
Près du puits de Yat ont été trouvées des gravures sur bloc rocheux dans un contexte bien défini avec un sédiment ma-
récageux à Melania daté de la fin du 8e millénaire avant l’actuel, soit la dernière pulsation humide holocène. D’après les
données locales, il parait assez probable que les gravures sur roche ont été exécutées après cette période. En prenant en
considération le cadre géomorphologique, cette condition-clé rend possible une datation relative (et dans une certaine me-
sure absolue: avant et après la date obtenue) des gravures rupestres de toute la région.
Abstract — The rock engravings of thè Dao Timmi région are situated in a particular geographical and palaeogeogra-
phical setting - a depression - which allows an approach to thè relative dating of thè rock art and thè palaeoenvironment
prevailing before, during, and after its execution.
Next to thè water point of Yat, rock engravings have been found in a well-defined context with hydromorphic sedi-
ments containing Melania, which have been dated to thè 8th millennium B.P., i.e. to thè last humid holocene oscillation.
The locai circumstances suggest that thè engravings on thè rocks must have been executed after this period. Taking into
considération thè geomorphological setting, this particular condition provides a key to thè relative dating (and to a certain
degree to an absolute dating in terms of ante quem and post quem) of thè rock art of thè whole région.
La vaste région entre le Tassili n’Ajjer et le Tibesti
compte parmi les régions les moins explorées du
centre du Sahara. C’est aujourd’hui une zone hyper-
aride pratiquement inhabitée, sauf les petites oasis
du Nord du Kaouar. L’hostilité de la région et les
difficultés logistiques ont été un obstacle à toute ten-
tative de recherches géologique et archéologique.
Par conséquent, la connaissance de la région sur ces
questions est très incomplète et éparse dans de rares
publications souvent anciennes. Les explorations et
études exhaustives sont inexistantes (Fig. 1).
Ceci est vrai aussi pour l’art rupestre. Des gravures
et peintures rupestres ont été signalées près des oasis
de Djado, de Djaba, d’Orida, de Sara, des Enneris
Blaka et Domo, entre autres. La seule documenta-
tion assez détaillée sur l’art rupestre de la région,
traite les stations les plus importantes d’Arkana, au
confluent des Enneris Blaka et Domo (Tillet &
Striedter, en préparation). Les gravures rupestres de
la région de Dao Timmi étaient signalées depuis
1939, mais ce n’est qu’en 1958-59 que Jean Védy ras-
sembla une documentation importante de relevés à
main levée des principaux sites faisant état des gra¬
vures de Dao Timmi, Woro et Yat (Védy, 1962).
Les travaux de recherche entrepris dans la dépres¬
sion de Dao Timmi, considérée sur la base des con-
naissances antérieures des régions environnantes
comme une zone-clé entre le Plateau du Djado à
l’Ouest et les plateaux à l’Est vers le Tibesti, ont mis
en évidence l’intérèt d’élaborer des méthodes aptes à
conjuguer, pour l’étude de l’homme préhistorique,
surtout néolithique, dans son milieu naturel.
La région de Dao Timmi est formée pour l’essen-
tiel d’une cuvette structurale orientée entre les pa-
rallèles 20°15' et 20°30' Nord. Elle est encastrée entre
la dernière rupture de pente des monts Totomaye
dans le sens NO-SE et les monts Alabama, vaste pla¬
teau occupant toute la région sud et sud-ouest.
Ceux-ci s’étendent à l’Ouest, jusqu’à la dépression
de Séguedine et vers le SSE jusqu’aux ergs qui empà-
tent la région.
Cette dépression structurale et son prolongement
le long des plateaux qui la commandent, posent un
certain nombre de questions spécifiques de paléoen¬
vironnements pléistocènes et holocènes et du com-
portement de l’Homme dans ces divers milieux.
Cette problématique locale répond au program-
me de travail du groupe de recherche - G.D.R. 848
du C.N.R.S. - «Néolithisation en régions saharien-
nes et ses incidences sur la désertification». Le tra¬
vail dans cette région, fut mené avec la collabora-
tion de chercheurs de l’Université de Niamey et de
l’I.R.S.H., de l’Institut Frobenius de Frankfurt et
du laboratoire de préhistoire du C.N.E.H. d’Alger.
L’équipe ainsi constituée, s’est donné comme Princi¬
pal objectif la mise au point d’une monographie de la
région. Celle-ci devant faire état des divers paléoen¬
vironnements qui se sont succédés dans la région et
des comportements des populations préhistoriques
qui y vécurent afin d’avoir des éléments de réponse
au phénomène de la néolithisation et de ses inciden¬
ces sur le peuplement plus précisément au moment
de ce grand basculement du passage Pléistocène
Holocène.
Les gravures de la région de Dao Timmi ainsi re-
placées dans la morphologie locale et les paysages
qui en résultent, et les corrélations que l’on peut éla-
borer avec les milieux holocènes, permettent une ap¬
proche globale du processus vu la complémentarité
des méthodes d’approche mises en place.
210
NADJIB FERHAT & KARL HEINZ STRIEDTER
Les paysages
Données géologiques et géomorphologiques
Le Djado est un vaste plateau de direction NO-SE
essentiellement gréseux qui s’étend des plateaux du
Tassili qui le dominent au NNO jusqu’aux contre-
forts du massif du Tibesti à l’Est. Ce vaste palier
structural et d’érosion, est très largement découpé
par de profondes incisions qui évoluent selon deux
modes différents. Le premier, à l’amont, par érosion
régressive du fait des phénomènes de thermoclastie
et de désagrégation mécanique affectant les grès, qui
permettent l’ouverture de nouvelles brèches de plus
en plus profondes et étroites dans le plateau. Le se-
cond, à l’aval, aux endroits où l’érosion a atteint les
couches tendres ce qui se traduit par un évasement
des couloirs des «enneris» créant ainsi des dépres-
sions où viennent se perdre les eaux et s’accumuler
les débris issus de la désagrégation de la falaise. Cet-
te érosion est aggravée par une activité éolienne in¬
tense orientée NO-SE selon la direction des vents
dominants.
La dépression de Dao Timmi: Les monts Toto-
maye qui limitent cette dépression sont formés à leur
partie sommitale par les grès et se découpent dans la
région par une falaise très escarpée. Ils ont une topo-
graphie tabulaire à structure horizontale. Ces grès
dits grès de Nubie ou grès roses selon certaines ter-
minologies constituent la masse sédimentaire la plus
largement représentée dans le Djado, et couvrent in-
différemment toutes les autres formations sous-ja-
centes. Ils reposent en discordance sur d’autres
structures de grès et d’argiles d’un àge plus ancien
(carbonifere), qui peuvent atteindre jusqu’à 1000 m
de puissance. Ils comportent parfois sur des épais-
seurs allant de 8 à 50 m des bancs argileux fortement
gypseux. Ces mémes grès argileux en recouvrent
d’autres plus anciens (dévoniens) également associés
à des argiles ne comportant, eux, aucune trace de
gypse dont le grès est très friable leur donnant un
aspect ruiniforme.
L’activité tectonique dans cette dépression est très
marquée par une sèrie de failles ayant une direction
majeure NE-SO dont le détail est plus complexe.
Cette fracturation affecte exclusivement les couches
gréso-argileuses des deux séries décrites précédem-
ment (carbonifere et dévonienne). Ces mouvements
ont eu pour principale conséquence le soulèvement
des bancs gréseux qui se sont cassés et le plissement
des couches argileuses et argilo-gypseuses plus ten¬
dres. Les bancs de grès ont ainsi constitué de vérita-
bles cuvettes qui ont fonctionné comme des bassins
recevant toutes les eaux (Fig. 2).
Cet ensemble donne un paysage ayant une appa-
rence de plateau tabulaire découpé par des «canons»
et un fond de dépression structuré en une sèrie de
buttes arrondies et aplanies par un réseau d’enneris
qui suivent les zones de faiblesse crées par les failles
et certains aflleurements de roches tendres (argiles).
L’étude de la carte montre une zone couverte par un
réseau hydrographique très ramifìé et relativement
hiérarchisé avec des points de confluence au centre
des dépressions qui sont typiques d’écoulements en-
doréiques.
Fig. 2 - Schèma structural des sites rupestres de Yat.
ART RUPESTRE ET PALÉOENVIRONNEMENTS. RÉSULTATS PRÉLIMIN AIRES DE RECHERCHES
211
Parallèlement à ces écoulements, l’eau est confì-
née dans les puits et les sources comme c’est le cas à
Yat, Dao Timmi et Dadafuy, ou bien dans les gueltas
comme celles des ennéris Blaka, Achélouma et Zou-
zoudinga par exemple. Les points d’eau actuels sont
quasiment liés à des affleurements non gypseux.
La vallèe de l’enneri Dao Timmi par les incisions
qui l’ont modelée et creusée jusqu’aux affleurements
gypseux et argilogypseux se comporte selon une
morphodynamique de milieu évaporitique de type
SEBKHA. Par conséquent les eaux qui ont drainé
cette partie de la vallèe n’ont guère attiré d’installa-
tions humaines aux alentours proches, ce qui n’était
sans nul doute pas le cas des zones en amont ou limi-
trophes ou les eaux coulaient sur du grès, loin du
gypse.
Les installations humaines
Pour trouver les traces de peuplement, il faut sortir
du fond de la vallèe pour se diriger soit vers les
monts Totomaye et Dada soit vers le Sud et le SO
donc vers Yat et les monts Alabama.
Ainsi, c’est en dehors de la sebkha que nous avons
trouvé les legs des hommes préhistoriques. Ces in-
dustries, largement dominées par celles du Paléoli-
thique moyen, restent représentatives des civilisa-
tions plus anciennes et surtout néolithiques voire
plus récentes.
Ceci est également vrai pour les représentations
des fresques rupestres. Celles de Yat sont situées sur
des blocs tombés des bancs de grès relevés par la tec-
tonique, (Yat est dans le système structural le plus
ancien - dévonien - en dehors du complexe de Dao
Timmi).
En contre-bas des panneaux rupestres, au fond de
la cuvette de Yat, existent des sols et niveaux hydro-
morphes ayant des épaisseurs variables allant de
quelques centimètres à 20 ou 30 cm. Pour toutes les
stations que nous avons étudiées, ces niveaux hydro-
morphes, témoins d’anciens marécages, se terminent
nettement en de?à du bas des gravures.
Dans ces marécages et dans toute l’épaisseur de la
sédimentation nous avons récolté des coquilles dont
la majeure partie sont des Melania, datés par le labo-
ratoire C14 d’Alger de 7760 ± 330 BP et 7840 ± 330
BP. Ceci nous amène à considérer la présence de cet¬
te eau comme contemporaine de la fin du premier
humide holocène connu pour les régions du Sud
du Sahara entre le lOe et le 7e voire le début du 6e
millénaire.
L’art rupestre
Les gravures rupestres de Dao Timmi, Woro et
Yat se trouvent sur des crètes rocheuses alignées en
direction NE-SO, suivant le sens des vents domi-
nants. Le grès, friable a été l’objet d’une érosion éo-
lienne violente, certainement depuis de nombreux
millénaires, et c’est surtout cette érosion éolienne
qui a formé le paysage de la dépression. Au NE, vers
la Falaise des Totomaye, l’altitude des crètes est en-
core importante, mais au SO, dans la région de Yat,
les crètes ne surmontent la dépression actuelle que
d’une dizaine de mètres. La plupart des buttes pré-
sentent l’aspect d’une accumulation de débris ro-
cheux. Il n’existe qu’une seule exception, sur la rive
gauche de l’oued Dao Timmi, où une butte formée
de gros blocs d’un grès plus dur a conservò sur sa sur-
face sud-est des gravures de différentes époques. Les
parois verticales sont donc rares, et les gravures ru¬
pestres ne se sont conservées que parce qu’elles sont
disposées sur des plans rocheux à l’abri du vent, qui
est toujours très violent dans la région. La plupart
des fìgures se trouvent sur des dalles plus ou moins
horizontales, au sommet des crètes rocheuses. De
nombreuses traces et restes de gravures sur des sur-
faces érodées et au pied des blocs témoignent que
l’ensemble actuel ne représente qu’une partie de
l’ensemble initial.
Mais ce ne sont pas seulement des gravures an¬
ciennes qui sont en train de disparaitre, mème les
plus récentes sont fortement effacées par le vent et
la corrosion (Fig. 3). Nous avons revu et réétudié la
plupart des gravures publiées par J. Védy en 1962.
Malheureusement toutes n’ont pas été retrouvées:
certaines, voisines de celles que nous avons revues,
ont sans nul doute disparu depuis, détruites par
l’érosion ou des facteurs anthropiques. Il arrive que
les dalles, très fragiles, détachées de leur substratum
et ne mesurant souvent que 2 à 5 cm d’épaisseur, se
brisent ou s’effritent sous les pieds du visiteur, ren-
dant d’ailleurs le travail difficile (Fig. 4).
Fig. 3 - Yat: Bovidé en partie effacé par l’érosion éolienne, trait
piqueté.
Fig. 4 - Dao Timmi: Rhinocéros, 75 cm environ, trait lisse, poli,
sur dalle cassée.
212
NADJIB FERHAT & KARL HEINZ STRIEDTER
Nous avons repris et complété l’inventaire déjà
initié par J. Védy par une documentation photogra-
phique (couleur et noir et blanc), ce qui permet de
nouvelles approches de classification et d’études,
surtout pour le détail, avec un meilleur archivage de
toute la documentation récoltée.
Les gravures rupestres subsistant dans cette région
se trouvent presque exclusivement sur les crètes tout
près du cours inférieur des anciens écoulements
d’eau, voir à proximité immédiate des puits actuels.
La reconnaissance des crètes rocheuses plus éloi-
gnées, soit en direction du SE (rocher de Woro), soit
vers le Nord, en amont de l’Oued Dao Timmi, n’a
pas donné lieu à de nouvelles découvertes, sauf de
rares gravures éparses, à l’encontre de ce que présu-
mait Jean Védy.
C’est un ensemble assez hétérogène sans aucune
dominante de style particulier. La grande faune sau-
vage est surtout représentée par des éléphants de di-
mension moyenne (100 cm environ) qui se trouvent
sur les rares parois verticales, protégées du vent.
Leur contour est toujours bien incisé et lisse; la pati¬
ne varie d’une teinte claire à foncée. A coté de ces
éléphants, exécutés par un trait incisé plus fin, se
trouvent des bovidés qui semblent plus ou moins
contemporains du fait d’un style et d’une patine
identique, le trait du contour d’un bovidé étant néan-
moins coupé par celui d’un éléphant (Fig. 5).
La gravure la plus grande de toute la région est sur
un gros bloc près du puits de Yat. C’est un éléphant
aux oreilles en ailes de papillon de 200 cm de lon-
gueur, exécuté en trait profondément piqueté dont la
patine est relativement claire (Fig. 6). Derrière lui
deux petits personnages touchent sa queue ou sa
croupe. C’est une disposition stéréotypée assez si¬
gnificative dans l’art rupestre des chasseurs. A coté
de l’éléphant, sur la mème surface du bloc, sont gra-
vés trois bovidés au trait profondément incisé et poli
(Fig. 7). La patine du trait est presque aussi foncée
que celle de la roche, mais elle est encore plus foncée
que la patine du trait de l’éléphant. Ces bovidés sont
uniques dans toute la région, avec des cornes épais-
ses, des oreilles et des yeux bien marqués. On con-
nait des gravures presque identiques au Fezzan, elles
rappellent aussi certaines peintures des Tassili n’Aj-
jer et de l’Acacus. A Sara, sur la bordure méridionale
du plateau, nous avons trouvé un type de gravures si¬
milare représentant également des bovidés, mais de
taille plus importante.
Un autre type de gravures uniques dans la ré¬
gion faisant état d’une girafe et de trois bovidés inci-
sés, ont leur surface intérieure soigneusement polie
(Fig. 8). La roche n’a été que faiblement creusée, et
la patine est totale. Les cornes des bovidés ont été
modifiées postérieurement en forme asymétrique,
et fune des deux est enroulée, forme que l’on re-
Fig. 5 - Dao Timmi: Éléphants, en haut 100 cm, bovidés, trait lisse.
ART RUPESTRE ET PALÉOENVIRONNEMENTS. RÉSULTATS PRÉLIMIN AIRES DE RECHERCHES
213
Fig. 6 - Yat: Eléphant, 200 cm, petits personnages, trait piqueté.
Fig. 7 - Yat: Bovidé, 80 cm, trait lisse, poli.
trouve souvent dans les représentations bovidiennes
du Tibesti.
C’est à cet endroit que nous avons prélevé le sédi-
ment marécageux à Melania daté de la fin du 8e mil-
lénaire avant Pactuel. A cette époque la partie du ro-
cher avec les gravures n’a vraisemblablement émergé
du niveau lacustre ou marécageux que de 2 ou 3 mè-
tres tout au plus, formant ainsi de petits ilots. Les
dalles avec les bovidés à surface polie étaient inon-
dées. Il est donc fort probable que ces gravures
soient postérieures à cette période humide. La cuvet-
te, à cette époque, était donc marécageuse et l’accès
aux rochers très difficile ou mème impossible.
Fig. 8 - Yat: Bovidé, 40 cm, trait lisse, poli, surface intérieure
polie. Les cornes ont été modifiées postérieurement par trait
piqueté.
214
NADJIB FERHAT & KARL HEINZ STRIEDTER
Un autre groupe de représentations de la faune
sauvage, au nombre peu important, s’est conservò
dans les petits abris et des niches formées par des
blocs rocheux, contexte très rare dans la région. Il
s’agit de gravures de très petite dimension au trait lis-
se et profond, dont un petit rhinocéros qui ne mesu-
re qu’une quinzaine de cm (Fig. 9).
Le groupe des gravures le plus important en nom¬
bre et aussi le plus varié est au sommet des crètes
et sur les dalles plus ou moins horizontales dont
beaucoup sont brisées à cause de la friabilité du grès.
D’après le croquis de Védy, l’avant-train d’un rhino¬
céros, de facture excellente, était encore complet il
y a une vingtaine d’années. Aujourd’hui cette gravu-
re est complètement fissurée par de petites fendil-
les, que fon aper?oit surtout de près, ce qui présume
que cette belle gravure est sur le point de disparaitre
(Fig. 4). Toute la faune sauvage est toujours bien
exécutée en trait lisse (Fig. 10). Les bovidés sont éga-
lement représentés selon le mème style et la mème
technique que ceux utilisés pour la grande faune sau¬
vage. De la mème époque proviennent probablement
des gravures exécutées par un trait extrèmement fin
et peu profond que Fon trouve au sommet d’une but¬
te entre Yat et l’Enneri Dao Timmi, semblables à un
type de gravures défìni à Arkana (Fig. 11).
Dans le mème contexte on trouve dans la région
de Dao Timmi des signes ovaloi'des, qualifìés par Vé¬
dy de poissons que nous interprétons plutòt comme
cache-sexes ou ceintures pelviennes, à cause des ex-
trémités latérales des gravures qui aboutissent sou-
vent à des traits fins représentant les liens d’attaches
de la ceinture (Fig. 12). La surface interne de Fune de
ces gravures est couverte par des traits entrecroisés
donnant Fidée de la texture de l’objet; à la base de
ces ceintures, deux points signalent peut-ètre que les
cache-sexes étaient passés entre les jambes et fixés
soit derrière, soint devant, avec des liens, enfilés
dans ces deux trous. Ces caractéristiques nous éloi-
gnent de Finterprétation de ces objets comme pièges.
Leur fréquence montre Fimportance qu’ils ont pu
avoir dans un certain contexte culturel, relatif à cer-
taines traditions qu’ont eu les groupes qui les ont
portés et gravés. Ce type de gravures, en nombre re-
lativement important dans la région montre beau¬
coup de variétés avec plus ou moins de détails. Ces
mèmes représentations sont plus nombreuses à Ar¬
kana, et en quantité réduite dans les régions amonts
de FEnneri Blaka, tandis qu’elles sont inconnues au
pied du Djado et au Fezzan. Quelques signes compa-
rables on été signalés dans FAhaggar. Tout ce com-
plexe rupestre: grande faune sauvage, bovidés et ca¬
che-sexe, tei que décrit précédemment, pourrait ètre
une particularité du Plateau du Djado.
Ces gravures comptent parmi les plus anciennes
de la région, et il est fort probable qu’elles soient
plus anciennes que celles de Yat, donc contemporai-
nes de la fin de la phase humide. La paléogéographie
des régions de Dao Timmi nous explique que les
conditions les plus propices au peuplement préhisto-
rique existaient à l’amont des écoulements alors qu’à
Favai, Fenneri se transformant en sebkha, rendait
toute installation difficile aux alentours proches. A
Yat, Fexistence de marécages à cette période humi¬
de, rendait l’accès aux rochers quasiment impossi-
ble. Ceci nous amène à considérer que les popula-
tions auteurs des gravures se sont nécessairement in-
stallées dans le centre de la cuvette au moment ou
les conditions locales devenaient plus favorables et
le milieu plus salubre donc lors de Fassèchement cli-
matique. Les gravures de cette région sont donc de
deux époques différentes.
Celles de Dao Timmi plus anciennes seraient con-
temporaines de la fin du premier humide holocène
compris entre le lOe et la fin du 8e millénaire, tandis
que celles de Yat plus récentes seraient relatives au
début de l’aride qui s’est enclenché vers le 7 e ou le 6e
millénaire.
Fig. 9 - Dao Timmi: Rhinocéros, 15 cm, trait lisse, poli.
Fig. 10 - Dao Timmi: gazelle, 25 cm, trait lisse, petite gazelle,
espèce de lézard.
ART RUPESTRE ET PALÉOENVIRONNEMENTS. RÉSULTATS PRÉLIMINAIRES DE RECHERCHES
215
Fig. 11 - Yat: Restes de bovidés fmement incisés.
Fig. 12 - Dao Timmi: Cache-sexe, 50 cm, trait lisse
Pour les gravures rupestres d’époques plus récen-
tes nous retrouvons essentiellement des bovidés
non-associés à des représentations de la grande fau¬
ne sauvage, sauf la girafe. Ce «bovidien pur», est
concentré près des points d’eau actuels (Fig. 13). On
distingue un groupe ancien à patine presque identi-
que à celle de la roche support ou un peu plus claire.
La technique du piquetage, parfois fin, parfois un
peu grossier, reproduit assez bien les formes caracté-
ristiques du bovidé représenté.
Il semble qu’il existe entre ce groupe ancien et des
groupes plus récents un laps de temps assez long.
La différence entre les patines respectives est con-
sidérable. A Yat, un groupe relativement récent a
été exécuté sur les gravures anciennes ou à coté
d’elles. La technique du piquetage dans les représen¬
tations à patine claire ne reproduit les bovidés que
très sommairement (Fig. 14). En rapport avec ces
bovidés ont été représentés des hommes armés de
boucliers et de javelots. L’existence de telles repré¬
sentations dans l’Enneri Tirenno, au Tibesti (Stae-
wen & Striedter, 1987), nous permet de faire des rap-
prochements. Ceci est encore confìrmé par d’autres
fìgures anthropomorphes à Yat dont les mèmes
types se trouvent également au Tibesti et dans le
Djebel Ben Ghnema.
Fig. 13 - Yat: Bovidé, 40 cm, surface entièrement piquetée.
Fig. 14 - Yat: Personnage, 30 cm, bovidé, surfaces piquetées.
Près du point d’eau actuel de Dao Timmi, un deu-
xième groupe de gravures plutòt récentes, représen-
tant des bovidés et quelques girafes, superposés à
des gravures plus anciennes, recouvre les parois d’un
couloir entre deux gros blocs rocheux en forme de
goulot mesurant 150 cm d’un coté et 40 cm de l’autre.
La surface des fìgures, qui montre encore des traces
de piquetage, est superfìciellement polie, mais va-
riant d’une figure à une autre. Cette surface a été
creusée assez profondément dans le rocher. Les cor-
nes des bovidés on été incisées (Fig. 15).
216
NADJJB FERHAT & KARL HEINZ STRIEDTER
Fig. 15 - Yat: Bovidé, 40 cm environ, surface polie.
Le libyco-berbère est présent un peu partout dans
toute la région. Il semble qu’il se situe entre les deux
groupes du bovidien sans qu’on puisse ètre affìrmatif
en raison du manque de situations de superimpo-
sition.
L’interprétation faite par J. Védy des trois gravures
représentant des «chars», nous parait inexacte; ce se-
raient plutòt des signes abstraits dont la signification
nous échappe. Les rares traces laissées dans ces ré-
gions par les populations libyco-berbères peuvent
s’expliquer par le fait que Pon se trouve à la limite est
de leur influence.
Les gravures de chameaux sont peu nombreuses,
ce qui étonne un peu, puisque Pancienne route cara-
vanière menant de la Libye au Lac Tchad, passe par
cette région.
Notre étude nous a permis de voir les difficultés et
les précautions à prendre quand il s’agit de mettre en
relation surtout directe les milieux naturels et leur
paléoécologie avec les restes humains, plus encore
avec l’art rupestre, mais sans que cela soit impossible.
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Nadjib Ferhat: Centre National d’Etudes Historiques
3, rue Franklin D. Roosevelt - Alger, ALGERIE GDR 848
Karl Heinz Striedter: Frobenius-Institut an der Johann Wolfgang Goethe - Universitàt
Liebigstrasse 41, - D-6000 Frankfurt (Main) 1 DEUTSCHLAND RFA GDR 848
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Gaetano Forni
L’origine dell’allevamento bovino, dell’aratura e del carro a stanghe
in Africa nord-orientale:
ricerche per l’interpretazione dell’arte rupestre sahariana
Résumé — On analyse et discute des problèmes fondamentaux relatifs aux événements culturels réfléchis dans l’art
rupestre saharien et éritréen. En ce qui concerne l’élevage des boeufs, on croit que les populations de Bos taurus primi-
genius macroceros sont le réflexe de l’expansion de la faune sauvage bovine (et donc de la chasse) à la suite de l’«humide»
au début de l’Holocène. On accepte la thèse avancée par Muzzolini (1983) sur l’hétérochtonie du B.t.p. brachyceros. On sup¬
pose en outre qu’il y a eu aussi la contribution des races de B.t.p. indicus à la génèse du zébou saharien, par l’intermédiaire
de la vallèe du Nil.
En se basant sur des motifs liés au photopériodisme, on croit que les céréales fétuquo'fdes (orge et blé) éthiopien-
nes viennent de l’Arabie, car le photopériodisme n’est pas en corrélation avec les changements climatiques. On accueillit
pourtant la thèse de J. D. Clark (1976) sur la probable provenance de la péninsule arabe de la culture à l’araire en Ethiopie,
à l’égard de la culture céréalière. Elle remonte au dernier millénaire av. J. C.
La culture à l’araire au Soudan dérive de la rencontre entre celle de PEgypte et celle de l’Ethiopie. Le passage de
l’économie de prédation à celle d’élevage et de culture en Afrique septentrionale extra-méditerranéenne et orientale est
illustrò synthétiquement, à coté de l’évolution climatique parallèle, par le Tableau n° 1, dans lequel on a rassemblé, ana-
lysé et comparé les documentations d’environ 50 auteurs (archéologues, palèo -botanistes, paléo-zoologistes, etc.). La
nature de ce passage (évidemment pas localisé seulement en Afrique) est illustrée dans le Tableau n° 2, dans lequel sont
citées, analysées, comparées les thèses d’une trentaine d’auteurs. Sont aussi signalées les interprétations mythiques et
traditionnelles.
On conclut en soulignant la contribution documentaire de l’art rupestre saharien qui met en évidence l’origine médi-
terranéenne du char à brancards.
Abstract — Some basic questions about cultural events refìected in thè saharian and eritrean rock art are analyzed and
discussed. As to thè matter of thè bovine breeding, I believe that populations of Bos taurus primigenius macroceros are
autochthonal. I think it is likely that thè early saharian art is thè reflection of thè spread of thè wild bovine fauna (and there-
fore of hunting) as a consequence of thè early Holocene «humid climate». I uphold thè Muzzolini’s thesis (1983) about thè
heterochthony of Bos taurus primigenius brachyceros. Moreover I think that contribution of asiatic Bos taurus primigenius
indicus races to thè origin of saharian zebù was not missing, through thè Nile Valley.
Ethiopian festucoid cereals (that is barley and wheat) are thought to come from Arabia, because of photoperiodism
reasons, since photoperiodism is not connected with climatic variations. Therefore I accept J. D. Clark’s thesis about thè
likely provenance from thè arabian peninsula of ethiopian plough cultivation of these cereals, going back to thè last mil-
lennium b.C. The sudanese plough cultivation is originated from thè Crossing of thè egyptian and ethiopian ones.
Table 1 synthetically exposes thè transition from a predato ry economy to thè breeding and cultivation economy in
extra-mediterranean septentrional and orientai Africa, together with thè parallel climatic evolution. In this Table, docu-
mentation of about 50 scholars (archaeologists, palaeo-botanists, palaeo-zoologists) is quoted, analyzed and discussed.
The kind of this transition (obviously not limited only to Africa) is exposed in Table 2. Here theories of about 30 scholars
are quoted, analyzed and compared. A short account of thè mythic and traditional interpretations is given too.
At last, contribution of saharian art to supply documentary evidence for thè mediterranean origin of thè cart equipped
with side shafts is emphasized.
LA GENESI DELL’ECONOMIA DI PRODUZIONE NELL’AFRICA DEL NORD E ORIENTALE.
LA NECESSITÀ DI UNA IMPOSTAZIONE ARTICOLATA
Le questioni, tra loro connesse, che vorremmo ora
qui brevemente trattare, riallacciandoci a nostre pre¬
cedenti ricerche e pubblicazioni, sono tutte relative a
fatti e processi di cui l’arte rupestre sahariana ed eri¬
trea costituisce, almeno parzialmente, il riflesso. Es¬
se in sintesi sono le seguenti:
a) Quale è la storia della genesi e sviluppo dell’al¬
levamento bovino e, più in particolare, dello zebù
nell’ Africa sahariana?
b) È possibile che i cereali festucoidi (orzo e fru¬
mento) crescessero spontanei nell’Africa extra¬
mediterranea? Se qui introdotti, in quale epoca
ciò avvenne? Quali furono il ruolo e la genesi del¬
le altre coltivazioni, in particolare della palma da
datteri?
c) Quale è la storia dell’aratrocoltura nell’Africa
extra-mediterranea?
d) Quali furono, sotto il profilo storico, le relazio¬
ni agrobotaniche tra l’Asia meridionale e l’Africa
orientale?
e) Quale è stata la più probabile genesi del carro a
stanghe, documentato dall’arte sahariana, che gli sto¬
rici della tecnica assegnano generalmente ai Celti o
ai Cinesi?
218
GAETANO FORNI
DAL SIGNIFICATO DI ALCUNE RAFFIGURAZIONI RUPESTRI
CON ZAPPETTE, BASTONI DA SCAVO, ECC.
A QUELLO DELLE SCENE DI RACCOLTA DEI DATTERI E DI ARATURA
La documentazione relativa all’agricoltura nell’am¬
bito deH’immensa area sahariana è piuttosto scarsa e
per lo più confinata ai margini (Huard, 1970), anche se
non manca nelle aree interne (oasi, uadi, ecc.). Già lo
sottolineavano Hugot e il suo commentatore Hester
nella pubblicazione collettanea: «Origins of African
Agriculture» (1968, analizzata in Forni, 1969). Ciò
conferma almeno parzialmente anche per il Sahara la
validità dello schema generale sul passaggio dalla
caccia/raccolta alla coltivazione/allevamento, espo¬
sto in precedenti scritti (Forni 1963, 70, 75, 76) ripor¬
tato e discusso a proposito del Sahara centrale da Le
Quellec (1987, pp. 52-53). Esso va ora completato e
confrontato in modo organico con le tesi degli innu¬
merevoli Autori, riportati da Struever (1971), com¬
mentati da Flannery (1973), e di molti altri più recenti
che se ne sono occupati per un ambito più generale.
Lo faremo in particolare con l’analisi dei dati raccolti
nella Tabella 1 dedicata a questo argomento.
Per ciò che riguarda le ipotesi e le ricerche sul
passaggio all’economia produttiva e sulla sua evolu¬
zione specificatamente nel Sahara e più in generale
nell’Africa settentrionale e orientale, esse si sono
moltiplicate in questi ultimi anni.
Citiamo, tra le altre, quelle di Muzzolini (1989),
Russel (1988), Barich (1987), Haaland (1987), oltre a
quelle di vari Autori che hanno partecipato al simpo¬
sio «Origin and early development of food-produ-
cing cultures in North-Eastern Africa» (Krzyzaniak
& Kobusiewicz editors, 1984), che pure riporteremo e
discuteremo con l’ausilio di un’apposita Tabella.
C’è da menzionare che abbastanza numerose sono
le raffigurazioni riguardanti la raccolta (non sempre
necessariamente precedenti a quelle riguardanti l’e¬
conomia di produzione). Esse sono state in parte ri¬
prodotte nella bella pubblicazione di Allard-Huard e
Huard (1986) e analizzate, sotto questo profilo, da
Forni (1990, pp. 48-51). Rappresentano donne munite
di bastoni da scavo e di falcetti. Cerimonie di scam¬
bio di questi attrezzi (Forni, 1990, p. 48), ma anche di
zappette, come nella scena di Uan Amil (Forni ibi¬
dem, Mori 1965), che alcuni Autori riproducono sen¬
za la lama-uncino (Allard-Huard e Huard, 1986; Muz¬
zolini, 1986). Non mancano uncini da raccolta e scene
di vagliatura e macina di cereali (Forni, 1990 pp. 86-7),
di raccolta di datteri (Lhote, 1967, pp. 59 e 84; Tschudi,
1955 fìg. 19). La datazione di queste ultime è da cor¬
relare, più che con quella della genesi della domesti¬
cazione di Phoenix dactylifera, cioè della palma da
datteri (Forni, 1975, p. 37), con quella della sua diffu¬
sione nelle oasi sahariane. In realtà, se molto antica è
la para-coltivazione delle sue antenate, più recente è
quella della P. dactylifera domestica. Infatti il patri¬
monio genetico di quest’ultima o è il risultato della
confluenza (Oudejans, 1976) di almeno tre altre spe¬
cie selvatiche di Phoenix : la P. atlantica dell’Afri¬
ca nord-occidentale, la P. reclinata dell’Arabia e la
P. sylvestris dell’India occidentale, o comunque, se¬
condo altri (Zohary e Hopf, 1988) è stato arricchito da
esse. In Egitto (ibidem) noccioli di palma sono stati
reperiti già nel VI e V millennio a.C. La palma da
datteri trova un ambiente particolarmente favorevole
nel deserto, in quanto ama un’atmosfera molto secca
e calda, anche se trova beneficio nelle irrigazioni. In
Fig. 1 - Anche nel Sahara la «raccolta» ha preceduto la coltiva¬
zione, ma più che altrove ha conservato una importanza rilevante
pure dopo il passaggio alPeconomia di produzione. Qui donne in
atteggiamento di raccolta di semi, frutti, bulbi, ecc.: a) Jabbaren,
Tassili (Lhote, 1967, p. 72). La prima donna a destra e le due ultime
a sinistra sembrano raccogliere fasci di erbe; la seconda sembra
mietere o battere infruttescenze (pannocchie, spighe, ecc.) per
far fuoriuscire le cariossidi; la terza sembra staccarle direttamen¬
te con le mani, b) Sefar, Tassili (Lhote, 1967, p. 73). Dappertutto,
nell’affresco, una punteggiatura qua e là più fitta, simile in com¬
plesso alla chioma globosa dei tre alberi in basso. Sopra, alcune
persone in atteggiamenti diversi, ma la più parte (specie il nucleo
centrale) sembra in posizione stilizzata di raccolta. Altre maneg¬
giano bastoni. La diffusione (Hugot, 1968) dei reperti di una ulma-
cea, il bagolaro ( Celtis australis, sostituito più a sud dal Celtis in-
tegrifolià) nelle stazioni preistoriche sahariane ed aree viciniori,
dal Sudan all’Adrar mauritanico, ci porta ad ipotizzare che si trat¬
ti di una scena di abbacchiatura e raccolta dei suoi frutti (bùgole).
Si tenga presente che il Celtis è pianta pollonante e quindi taglia¬
ta (o bruciata) ributta diversi germogli (polloni) che presto danno
frutti. L’artista preistorico verosimilmente ha tralasciato di rap¬
presentare i fitti polloni (peraltro di difficile rappresentazione), e
si è infatti limitato ad indicare, oltre ai tre più grossi bagolari in
basso, le foglie e i frutti abbattuti dagli abbacchiatori (le persone
con i bastoni), specificati con la fitta punteggiatura, nonché i rac¬
coglitori stilizzati. È utile ricordare che i frutti di bagolaro, della
grossezza di un grosso pisello, sono caratterizzati (Hugot, 1968)
da una polpa dolciastra che, fermentata, dà un vino gradevole. Il
nocciolo contiene entro il guscio un seme che si macina agevol¬
mente. Donne in atteggiamenti diversi di raccolta sono riportate
in c) Tedar, Tassili N.O. (Kunz, cfr. Allard-Huard, 1986, p. 45) e d)
Tassili (Breuil, cfr. Allard-Huard ibidem). In e) donne che torna¬
no dalla raccolta: Jabbaren, Tassili (Allard-Huard ibidem p. 38).
L’ORIGINE DELL’ALLEVAMENTO BOVINO, DELL’ARATURA E DEL CARRO A STANGHE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
219
origine (Forni, 1975, p. 37) le antenate della palma da
datteri erano coltivate come verdura e per l’estrazio¬
ne della linfa che, fermentata, costituisce un’ottima
bevanda alcoolica (Costantini in W AA, 1985).
Infine, per quel che riguarda le scene d’aratura
(Fig. 5), sostanzialmente ai margini del Sahara e pre¬
cisamente a Sayala, nel deserto nubiano, è da porsi la
scena riportata da Kromer (1970). Caratteristica la
struttura dello strumento dotato di un ceppo/vomere
obliquo, o quasi verticale, tipica degli aratri egiziani
atti a smuovere terreni colloidali umidi. La sua data¬
zione è da collocarsi, secondo Kromer, all’epoca del¬
le invasioni Hycsos, nei primi secoli del II millennio
a.C. cioè quasi un millennio dopo la sua prima docu¬
mentazione in Egitto nella scena raffigurata sulla
mastaba di Rahotep e Nofret a Meidum, datata al
2600 a.C. (de Marinis e Vay, 1990), dove era pervenu¬
to dalla circum-Mesopotamia.
Non molto posteriori sono gli aratri nord etiopici/
eritrei delle raffigurazioni di Enda Abba Garina
(Franchini, 1960) e di Ba’atti Focada (Mordini, 1941,
Willcox, 1984, Phillipson, 1982). Di primo acchito,
l’aratrocoltura etiopica così documentata dovrebbe
risultare da un’influenza culturale proveniente dalla
non lontana valle del Nilo. Ma è più probabile l’in¬
fluenza della vicinissima penisola arabica e, tramite
Fig. 2 - Lo strumento principe della donna, in ambito pre- e
proto-coltivatorio: il bastone da scavo, a) In una cerimonia ini¬
ziatica, alla ragazzina che diventa donna viene consegnato, dalla
sacerdotessa-matrona, il bastone da scavo. Due sacerdoti ma¬
scherati da zoocefali sollecitano la fanciulla intimidita (Acacus
Tanauat, Mori, 1965). b) Donne con bastone da scavo zavorrato
all’apice con una pietra, come si usa ancora oggi tra i Galla del¬
l’Etiopia (Vitali e Bartolozzi, 1939). Esso viene impiegato per sca¬
vare bulbi, tuberi, rizomi, radici (Sefar, Tassili, in Lhote, 1967). In
c) la scavatrice è aiutata da una compagna (Lhote ibidem). Donne
con bastone probabilmente da scavo (impiegato anche per gui¬
dare il bestiame) in d) Tan Zumaitek, Tassili (Allard-Huard ib.
p. 31); e) Tibesti Orientale (Lhote, cfr. Allard-Huard ib. p 55)
f) Jabbaren, Tassili (Allard-Huard ib. p. 41); g) Iddo Tissukal,
Tassili (Breuil, cfr. Allard-Huard ib. p. 55).
questa, grazie anche alla navigazione di piccolo cabo¬
taggio, dell’India. Ciò è documentato innanzitutto
dalle caratteristiche dell’aratro stesso. Questo, a dif¬
ferenza di quello di Sayala, è a ceppo-vomere oriz¬
zontale e quindi specifico dei suoli aridi per la colti¬
vazione di cereali festucoidi (orzo e frumento). Esso
è simile a quello comune, sin da epoche antichis¬
sime, nell’Asia sud occidentale dall’India al Medi-
terraneo: l’aratro di Trittolemo, come evidenziano
tra il resto gli ideogrammi della scrittura geroglifica
minoica (Forni, 1990, p. 158), la documentazione
dell’area mesopotamico- eiamitica (Salonen, 1968,
tav. XI), anatolica (Haudricourt e Delamarre, 1955,
tav. Ili, n. 11) e indiana (Leser, 1931, tav. 17).
C’è anche da aggiungere un fatto rilevante: i cerea¬
li festucoidi (orzo e frumento), come vedremo me-
Fig. 3 - La raccolta preistorica di datteri nel Tassili (Sahara cen¬
trale): a) Ua Mulin (Tschudi, 1955, fig. 19); b) Uadi Djérat (Lhote,
1967). Queste raffigurazioni, secondo Lhote (ibidem), sarebbero
da riferire alla fase del cavallo, sia in quanto sono contestuali ad
affreschi di carri ippotrainati, sia in quanto l’eliminazione delle
foglie secche delle palme (il tronco appare ben pulito) necessita
di attrezzi da taglio, dalla lama in ferro. Ora il «siderico», secondo
l’Autore, nel Sahara centrale comincia con la fase del cavallo.
Notare in b) l’attrezzo (un’accetta) impiegato dai dattericoltori
per staccare i regimi e analogamente le foglie.
220
GAETANO FORNI
Fig. 4 - L’agricoltura, e in particolare la cerealicoltura preistori¬
ca sahariana, era marginale, ma, grazie alle incisioni rupestri, è la
meglio documentata come modo di esistenza e anche come ciclo
produttivo: dalla zappatura alla molitura delle cariossidi, a) La
matrona consegna la zappa alla giovane sposa: Jabbaren, Tassili
(Breuil, cfr. Allard-Huard, 1986, p. 47). b) Lo scambio di attrezzi-
simbolo della cerealicoltura (falcetto e zappa) tra due matrone.
Notare il manico corto delle zappe secondo la tradizione anti¬
chissima africana (Baumann, 1943): Uan Amil, Tadrar Acacus
(Mori, 1965). c) La sacerdotessa delle messi alza la mano destra
benedicente, mentre con l’altra brandisce una zappa: Jabbaren,
Tassili (Breuil, cfr. Allard-Huard, 1986, p. 31). d) Le mietitrici: Iti-
nen, Tassili (Lhote, 1967). e) La vagliatura (presso un granaio, qui
non riprodotto, analogo a quello della fig. h, ma rappresentato in
pianta): Jabbaren, Tassili (Breuil, cfr. Allard-Huard, 1986, pp. 45,
48). 0 La vagliatura: Sefar, Tassili (Allard-Huard, 1986, p. 47). In
g): Tin Bedjedj, Tassili (Allard-Huard, 1986, p. 47), h): Tissukal,
Tassili (Colombel, cfr. Allard-Huard, 1986, p. 58), 1), m), n): En-
nedi (Huard in Allard-Huard, 1986, p. 87) scene di macinatura. In h)
l’operazione è effettuata accanto al granaio (i cereali sono conser¬
vati in vasi), in m) la macinatura è realizzata in mortaio, in n) non
si vede la mola, ma l’operazione si intuisce dall’atteggiamento.
In i): Eten, o): Djaren, Tadrart (entrambe in Allard-Huard, 1986,
p. 47) la donna completa il ciclo del procacciamento del cibo...
cucinandolo.
Fig. 5 - Alcune raffigurazioni di aratri in Africa. In a) incisione rupestre rappresentante una scena d’aratura a Sayala nel
deserto nubiano (Kromer, 1970). Notare il ceppo-vomere quasi verticale, tipico dei suoli umidi argillosi. Quindi illustra l’a¬
ratro impiegato nel fondo-valle nilotico (epoca Hyksos). In b) e in c) sono riprodotte scene d’aratura rupestri, provenienti
rispettivamente da Enda Abba Garina in Eritrea (Franchini, 1960) e da Ba’atti Focada nel nord Etiopia (Mordini, 1941). En¬
trambi gli aratri sono caratteristici dei suoli aridi (ceppo-vomere orizzontale). Probabilmente, secondo D. Clark (1976), tale
tipo di aratro fu introdotto assieme alla cerealicoltura festucoide (orzo, frumento) dalla vicina Arabia, nell’ultimo millenio
a.C.. Straordinariamente interessante l’aratro risalente all’inizio dell’era volgare (proveniente da Ghirza , Tripolitania), ri¬
prodotto in d) (da Brogan, 1954). Ciò non tanto per la novità del traino camelino, quanto per la duplice stiva innestata diret¬
tamente nel ceppo. Tale struttura è infatti specifica degli aratri polivomeri, come si rileva nei numerosi esemplari riportati
in Forni (1990). Essi si riallacciano all’antichissima tradizione orientale (connessa con l’aratro primigenio, l’aratro-erpice),
di cui si riscontrano tracce dalle Canarie alla Finlandia (l’aratro polivomere tipo «soca»).
L’ORIGINE DELL’ALLEVAMENTO BOVINO, DELL’ARATURA E DEL CARRO A STANGHE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
221
glio più avanti, non sono piante originarie da queste
latitudini. Esse infatti sono caratterizzate dall’esigen¬
za di un fotoperiodo a giorno lungo (longidiurni-
smo), nella fase di formazione, sviluppo e maturazio¬
ne della spiga. In ciò si contrappongono ai cereali
panicoidei (sorghi e migli dei climi caldi) che invece
esigono un fotoperiodo uniforme durante tutto l’an¬
no. Questi ultimi sono piante sarchiate, cioè richie¬
dono una coltivazione alla zappa (rincalzatura, ecc.)
e non l’aratro. Sorghi e migli sono cereali diffusi an¬
che nel Sudan. Per questo Clark (1976) ritiene più
probabile che orzo, frumento, e lo strumento per col¬
tivarli in aree aride e semiaride, l’aratro, siano stati
importati in Etiopia dall’Arabia, attraverso lo stretto
di Bab-el-Mandeb, durante l’ultimo millennio a.C., e
non dalla valle del Nilo.
IL CONTRIBUTO DELLA BOTANICA STORICO-AGRARIA NEL DOCUMENTARE
LE RELAZIONI ASIA MERIDIONALE -AFRICA ORIENTALE
Il problema delle relazioni tra Asia meridionale e
Africa orientale non riguarda solo la questione del¬
l’introduzione dell’aratro e dei cereali festucoidi, ma,
più in generale, di tutta l’agricoltura. Preziosi in me¬
rito i risultati di una nostra ricerca (1970), avente per
obiettivo la convergenza tra piante coltivate nelle re¬
gioni tra loro prossime dei due continenti, ovverosia
penisole indiana e arabica meridionale e Africa
orientale. Risultati che qui riportiamo e completia¬
mo, basandoci sui successivi studi di Harlan (1975,
1976, 1982). Essi partono dalle osservazioni di Portè-
res (1966) circa la corrispondenza tra specie cereali
(per lo più panicoidi) asiatico-sud occidentali e quel¬
le del Corno orientale dell’ Africa. Tale corrispon¬
denza si basa sull’intercambiabilità nell’area di
diffusione di specie e di piante domestiche dello
stesso genere, in regioni tra loro non troppo lonta¬
ne. Come è noto, infatti, le specie botaniche sono
riunite in generi. Questi, in etno-botanica, costi¬
tuiscono i raggruppamenti vegetali di base. Ciò
proprio in quanto le varie specie dello stesso ge¬
nere, ad es. di frumento ( Triticum durum, T. tur-
gidum, T. dicoccum, ecc.) sono intersostituibili, a
seconda delle disponibilità floristiche locali e a
seconda delle esigenze storicamente variabili di
una società umana.
Circa le aree di cui ci stiamo occupando, secondo
Portères (ibidem) esistono le seguenti corrisponden¬
ze di specie di cereali africane e asiatiche:
AFRICA ORIENTALE
Sorghum arundinaceum
Sorghum aethiopicum
Digitaria exilis
Digitano ibuma
Oryza glaberrima
Paspalum scrobiculatum
var. polystachium
Echinochloa cotona
INDIA MERIDIONALE
Sorghum nervosum
Digitaria cruciata
Digitaria frumentacea
Oryza sativa
Paspalum scrobiculatum
var. frumentaceum
Echinochloa colono
var. frumentacea
Esistono inoltre specie diverse, ancora mal defi¬
nite, raggruppate come Pennisetum typhoideum L.,
presenti sia in Africa sia in India. Infine, in conclu¬
sione, le coste indiane e quelle africane orientali
possiedono, oltre al Pennisetum typhoideum L., le
seguenti specie di cereali in comune: Eleusine cora-
cana Gaertn., Sorghum vulgare Pers., Sorghum bicolor
Moench e, in varietà diverse, Paspalum scrobicula¬
tum L., Echinochloa colono Link. Ciò significa che vi
furono scambi importanti tra le due coste e certa¬
mente antichissimi, in particolare per specie come
l’ Eleusine, in quanto le varietà di questa si presen¬
tano molteplici sia in India che in Africa, e ubicate
anche alPinterno. Il che, come è evidente, deve
aver richiesto un lungo lasso di tempo per pene¬
trarvi. Gli scambi riguardanti il Pennisetum e il
Sorghum furono probabilmente più recenti. Il fat¬
to che queste due ultime specie non siano giunte
in Africa occidentale, ma solo in quella orientale,
e che, d’altra parte, i risi dell’Africa occidentale
non siano giunti in India e viceversa, conferma la
relativa modernità della cerealicoltura occidenta¬
le africana.
Queste analisi a carattere prevalentemente etno-
botanico avrebbero un valore più limitato se non fos¬
sero ampiamente convalidate da recentissime inda¬
gini archeobotaniche. Marshall (1989) ha raccolto al
riguardo numerosi dati. Ne riportiamo i più signi¬
ficativi: l’ Eleusine coracana Gaertn e il Pennisetum
americanum Leeke, quantunque di origine africana,
sono stati reperiti in stazioni archeologiche in India
risalenti alla seconda metà del secondo millennio
a.C.. Poiché queste piante non furono conosciute se
non molto tempo dopo nel Prossimo Oriente, si sup¬
pone che abbiano raggiunto l’India tramite antichi
traffici via mare, piuttosto che via terra. Egualmente
il Sorghum bicolor Moench, sebbene di origine africa¬
na, è stato recentemente identificato nel sito di Hili
sulla penisola di Oman, in Arabia orientale, risalente
all’inizio del II millennio a.C. (Cleuziou e Costantini,
1980). Come si è accennato all’inizio di questo para¬
grafo, tutta questa documentazione della stretta rela¬
zione tra agricoltura asiatico-meridionale e agricoltu¬
ra africano-orientale non serve solo per spiegare Taf-
finità degli aratri dell’Africa orientale con quelli ara-
bico-indiani, ma anche per contribuire a rispondere a
quesiti come quello dell’origine autoctona od eteroc-
tona dello zebù sahariano. Ma per affrontare in mo¬
do soddisfacente tali problemi, è necessario analizza¬
re in profondità le basi di partenza, cioè la questione
del passaggio all’economia di produzione e del suo
successivo sviluppo. Questo, come si è accennato, lo
faremo raccogliendo in due tabelle i dati essenziali e
le interpretazioni più significative, procedendo poi
ad una comparazione critico-analitica.
222
GAETANO FORNI
TABELLA I: UN’ANALISI DELLE TESI SULL’ORIGINE DELL’ECONOMIA
DI PRODUZIONE
Mentre in una successiva Tabella si raccoglierà in
sintesi la documentazione circa il passaggio, specifi¬
camente in Africa Settentrionale e Orientale, dall’e¬
conomia di caccia e raccolta a quella di allevamento e
coltivazione, in questa prima Tabella si illustrano,
sempre sinteticamente, le tesi, i tentativi (ci si è do¬
vuti limitare, per evidente necessità di spazio, ai più
significativi, comunque una trentina) per spiegare e
descrivere le tappe più essenziali del processo.
La più parte di essi non si riferisce specificatamen¬
te aH’Africa, infatti, come sottolinea Binford (1990
pp. 237-8 e 264) lo schema esplicativo, per essere vali¬
do, deve avere valore in sé, indipendentemente da
teorie preconcette, specie se relative a fatti locali. Oc¬
corre cioè seguire fitinerario: 1) Come e che cosa
successe? 2) Qual è il significato? 3) Perché accadde?
E ciò in forma sempre più generale. È chiaro però
che i tre momenti sono tra loro ben difficilmente
disgiungibili.
La descrizione degli eventi implica inevitabilmen¬
te una almeno inconscia pre-selezione di termini,
elementi e dati in relazione con significati e rapporti
causali, pure inconsciamente attribuiti. Ma è anche
evidente che lo schema indicato da Binford costitui¬
sce un obiettivo ideale che doverosamente deve es¬
ser perseguito. Fortunatamente poi molti documenti
non sono ambigui e quindi occorre uno sforzo del
tutto consapevole per distorcerne il significato.
La prima Tabella permette così un confronto tra le
ipotesi più significative. Da quelle più ingenue a li¬
vello di mito via via a quelle già intellettualizzate di
Lucrezio, Smith, ecc., ma ancora con un sottofondo
mitico, fino a quelle scientificamente motivate, pri¬
ma in misura limitata, poi in modo sempre più ampio
e approfondito.
Spiegazioni di significato antropologico le prime,
ma comunque preziose, perché evidenziano il varia¬
re della concezione in rapporto al proprio specifico
ambito culturale, il che è vero in una certa misura an¬
che per le teorie scientificamente più sofisticate. Es¬
se sono ricche inoltre di acute intuizioni, verificate
dalla ricerca etnografica moderna.
Così ad esempio, il rimpianto per l’età dell’oro,
per il paradiso terrestre, è convalidato dai risulta¬
ti delle indagini più recenti sulle popolazioni cac¬
ciatoci e raccoglitrici attuali, per i quali appare che
la loro economia offre un abbondante prodotto con
un impegno di tempo molto limitato (Harlan, 1975,
pp. 10 ss).
Per quel che riguarda le ipotesi di epoca scientifi¬
ca, si nota, come si è accennato, la presa di coscienza
progressiva della complessità del processo. Questa si
dilata altresì nel tempo, ponendo le radici specie in
ambito africano, molti millenni prima del tradiziona¬
le Neolitico. Fatto questo del resto previsto già dai
primi studiosi di preistoria, come evidenziano La
Baume (1961) e White (1989) anche per l’Europa.
Accanto alle cause presunte, si scoprono via via in¬
fatti numerose concause e condizioni specifiche. Ta¬
lune di esse sono appunto quelle che risalgono più
lontano nel tempo. Alcune delle cause ritenute prin¬
cipali, ad una più approfondita analisi appaiono co¬
me semplice innesco (klick) contingente.
Altra caratteristica che va gradualmente emergen¬
do è quella di una duplice divaricazione: da un lato
una sempre maggiore specificità regionale, cui si af¬
fianca l’emissione di ipotesi sempre più globali e on¬
nicomprensive, dall’altro compare l’esigenza di una
sempre più netta separazione del descrittivo da ciò
che costituisce la logica interna del processo.
La conclusione più significativa di questa compa¬
razione, peraltro riportata alla fine della Tabella stes¬
sa in Forni (1975, 1990, e commenti alla successiva
Tabella), in quanto risulta non solo dai precedenti
studi, ma anche dalle analisi e riflessioni inerenti la
seconda Tabella, è la sottolineatura dell’accumulo
degli effetti e delle interrelazioni di tipo sinergico tra
i vari sistemi e sottosistemi.
Essi confluiscono in un processo unitario che so¬
vente assume aspetti auto-catalitici (la cosiddetta
«esplosione» dell’agricoltura e della pastorizia). Una
componente «egemonica», coagulante e unificante,
risulta essere la creatività culturale. È questa che svi¬
luppa il manifestarsi di tali fenomeni autocatalitici
nel processo.
L’argomento comunque sarà ripreso e approfondi¬
to nella successiva Tabella, strettamente connessa
con la presente.
È da notare, a proposito di entrambe le Tabelle,
che l’inevitabile ristrettezza di spazio ha imposto
l’estrazione e l’esposizione in maniera estremamen¬
te sintetica delle idee guida, dei concetti di fondo di
ogni Autore. Il che è comunque inevitabile in qual¬
siasi comparazione.
L’importante è che il pensiero di ognuno sia ri¬
spettato anche se, evidentemente, si sono dovute
tralasciare o sintetizzare al massimo le argomen¬
tazioni.
Egualmente, per limitare l’altrimenti immane do¬
cumentazione bibliografica per gli Autori più anti¬
chi, si è dovuto rimandare alle indicazioni contenu¬
te nelle sinossi citate. Queste presentano anche il
vantaggio di proporre una preliminare critica e un
confronto propedeutico.
Sempre per esigenze di brevità, non si è potuto svi¬
luppare e documentare i meccanismi di diffusione (e
la connessa moderna concezione di «frontiera») che
ci riserviamo di trattare in altra occasione.
In Tabella I, nella prima colonna, oltre all’autore della tesi si riporta, tra parentesi, il riferimento alle pubblicazioni
in cui la tesi è discussa: 1) Kothe K., 1948. 2) Forni G., 1990 (pp. 121-122). 3) Lévi-Strauss, 1966. 4) Forni G., 1970. 5) For¬
ni G., 1971. 6) Flannery K. V., 1986 (pp. 9-18). 7) Zvelebil M., 1986 (pp. 8-10). 8) Binford L. R. 1990. 9) Harris D. R., 1989.
10) Barker G., 1985 (pp. 7-11). 11) Flannery K. V., 1973. 12) Bender B., 1975. 13) Russel K. W., 1988.
L’ORIGINE DELL’ALLEVAMENTO BOVINO, DELL’ARATURA E DEL CARRO A STANGHE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
223
Tab. I - Il passaggio all’economia di produzione: ipotesi interpretative e schemi descrittivi
con focalizzazioni riguardo aH’Africa Settentrionale e Orientale.
224
GAETANO FORNI
L’ORIGINE DELL’ALLEVAMENTO BOVINO, DELL’ARATURA E DEL CARRO A STANGHE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
225
TABELLA II: UNA VEDUTA PROSPETTICA DEI DATI PALEOCLIMATICI,
ARCHEOLOGICI, PALEOBOTANICI, ARCHEOZOOLOGICI, RIGUARDANTI IL PASSAGGIO
ALL’ECONOMIA DI PRODUZIONE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
L’illustrazione comparata, effettuata nella seconda
Tabella, della successione delle testimonianze ar¬
cheologiche più significative nei vari siti e regioni
deH’Africa settentrionale e orientale, in riferimento
all’arco cronologico e all’evoluzione climatica, ci per¬
mette di renderci meglio conto del significato dei ri¬
flessi del passaggio all’economia di produzione, con¬
tenuti nell’arte rupestre di tali regioni. Non solo, ma
altresì di superare (cfr. la prima Tabella) da un lato le
angustie di relazioni meccanicistiche univoche di ti¬
po childeriano (il mutamento ecologico determina
quello etologico-culturale e quindi socio-economi¬
co), dall’altro di evidenziare la parziale inanità della
ricerca ad impronta binfordiana di una struttura logi¬
ca autonoma interna al trapasso. Infatti, in questa
seconda Tabella, accanto all’evoluzione climatica
d’incidenza eziologica sempre rilevante, si notano
innanzitutto altrettanto significative correlazioni
ecologiche: l’ubicazione del processo in oasi e uadi
con acque persistenti in posizione mediamente peri¬
ferica, non lontanissimi cioè dalla valle del Nilo o dal
bacino del Ciad o dalle catene montuose nord-occi¬
dentali, od anche dalla fascia peri-mediterranea, po¬
ne in evidenza fenomeni di accumulo e convergenza
sinergici dei fattori di valenza favorevoli, di più di¬
versa origine. Come già si è iniziato a rilevare nella
prima Tabella, la persistenza di condizioni di antro-
pofìlia di particolari specie vegetali e animali, la presa
226
GAETANO FORNI
di coscienza delle necessità assolute nei momenti di
crisi (siccità), l’incremento della popolazione e il po¬
tenziamento socio-strutturale nelle fasi di abbondan¬
za, interagiscono a lunga scadenza nello sviluppo
dell’emersione del trapasso. Questo, in determinate
condizioni, «esplose» (come evidenzia brillantemen¬
te l’arte rupestre sahariana a proposito dell’alleva-
mento), per evidenti fenomeni di autocatalisi. Così è
evidente il determinante contributo di scelte cultu¬
rali e della creatività culturale: altri popoli, nelle me¬
desime condizioni, non hanno effettuato il trapasso,
o non sono stati interessati a svilupparlo. Non sem¬
brano infatti sufficienti a determinarlo i singoli even¬
ti, le singole situazioni. Ciò perché in momenti di
carestia, il bisogno assoluto fa utilizzare anche gli
animali da conservare per la riproduzione e le se¬
menti da riservare per la semina.
Egualmente, laddove l’ambiente è di per sé lus¬
sureggiante, non risulta necessario «lavorare» per
produrre (lavoro oltre a tutto, in questo caso enor¬
memente più difficile e impegnativo per radurare la
vegetazione lussureggiante: per disboscare in am¬
biente caldo-umido non è sufficiente la tecnica del
«bruciare», occorre quella del «tagliare per bruciare»
e quindi strumenti efficaci al riguardo come lo sono
quelli di metallo): basta predare o raccogliere, anche
se, come insegna la storia contemporanea, è proprio
nelle situazioni d’abbondanza, cioè nei Paesi ricchi,
che si scoprono e si adottano metodi per incrementa¬
re ulteriormente la ricchezza. Sono la relativa prossi¬
mità tra i due tipi di ambienti e le frequenti oscilla¬
zioni climatiche che, assieme ad altri fattori (quali
l’incremento della popolazione, la sedentarietà favo¬
rita da insediamenti presso corsi d’acqua persistenti,
siti obbligati d’abbeverata per animali nella stagione
secca: uccelli, ecc., oltre che di pesca) possono con¬
vergere a determinare l’assommarsi e l’interazione
sinergica reciproca, così da sfociare, come si è detto,
in una sorta di reazione autocatalitica, quella appun¬
to del processo di trapasso. Sono ancora la storia an¬
tica e quella contemporanea che ci forniscono il mo¬
dello e gli esempi. La Grecia di Pericle, la Svizzera e
il Giappone moderni, in ambienti naturalmente po¬
veri, anche se non sterili, hanno sviluppato in forma
creativa, originalissima, culture produttive ad altissi¬
mo livello. Ma l’esempio più significativo è offerto
proprio dalla Milano bipolare, ubicata sulla linea di
demarcazione punteggiata da fontanili, tra l’altopia¬
no diluviale asciutto brianteo e la pianura alluviona¬
le. È il polo della rude Milano della piana asciutta
che, usando delle risorse della Milano dei fontanili,
ha costituito, negli ultimi cent’anni, dopo una pluri¬
secolare incubazione, il nucleo propulsore del «mira¬
colo economico» del nostro Paese.
È vano, come del resto ammette lo stesso Binford,
(1990, p. 239), individuare uno schema logico mecca¬
nicistico soggiacente allo sviluppo di queste regioni e
città, che non tenga conto della specifica vigoria e
creatività culturale proprie a ciascuna di esse.
Una conferma circa la suddetta interpretazione
(accumulo interattivo sinergico per convergenza e
autocatalisi) del processo di genesi dell’economia
produttiva nel Sahara ci è offerta dal confronto con la
valle del Nilo e l’Africa orientale. I dati vi evidenzia¬
no un ritardo di un paio di millenni, in confronto alle
oasi del Sahara orientale (tenendo presente che i
dati più antichi del Kenia sono alquanto dubbi,
perché basati su molto scarsi fossili ossei apatitici -
Muzzolini 1989). Qui l’ipotesi esplicativa più plau¬
sibile e semplice è quella che contempla una infil¬
trazione di allevatori (i bovini e gli ovicaprini non
sono autoctoni delle regioni equatoriali, anche per
la presenza di parassiti micidiali, quali la tse-tse) al
culmine del «secco proto-neolitico», provenienti,
almeno indirettamente, dal Sahara in fase di deser¬
tificazione. Migrazione facilitata dalla riduzione
della virulenza della tse-tse, conseguenza appunto
deH’inaridimento del clima (Robertshaw, 1988, p. 121;
Clark, 1976).
Per la valle del Nilo è necessario anche sottolinea¬
re con Muzzolini (1989, p. 148) l’insufficienza delle
ipotesi finora avanzate per spiegarne la ritardata neo-
litizzazione (le inondazioni nilotiche avrebbero im¬
pedito gli eventuali insediamenti, o comunque ne
avrebbero distrutto o seppellito le vestigia). Sono
infatti soprattutto l’estrema difficoltà di un lavoro
produttivo, come pure, più a Sud, la presenza di mi¬
cidiali parassiti (quale la succitata mosca tse-tse) che
hanno impedito per lungo tempo il costituirsi di evi¬
denziabili insediamenti. Per una migliore compren¬
sione della seconda Tabella, si tenga presente altresì:
a) Le curve climatiche hanno un significato di fon¬
do orientativo, perché da un lato vi era una estrema
frammentazione dei climi locali, dall’altro è da tener
presente l’ampiezza del territorio cui le curve si rife¬
riscono. Così le più frequenti variazioni climatiche
nell’ambito ciadiano erano in effetti rispecchiate da
oscillazioni e sottofasi in quello sahariano. Nei perio¬
di di siccità, il lago Abhe (Etiopia) si prosciuga e ciò
ci permette di evidenziare l’evoluzione del clima in
Africa orientale. È significativo il sostanziale paralle¬
lismo dell’evoluzione climatica in tutte le regioni
contemplate, sottolineato da diversi Autori.
b) I dati sono ricavati sia da ricerche specifiche, sia
da sinossi. Queste presentano il vantaggio di essere
arricchite da considerazioni critiche comparate.
c) I dati cronologici di partenza ovviamente sono
quelli riportati dalle fonti citate. Non di rado si tratta
di datazioni radiocarboniche non calibrate, riferenti-
si a prima del presente (b.p.) che si sono necessaria¬
mente omogeneizzate, traducendole nelle equiva¬
lenti cronologie a.C., calibrate secondo le indicazioni
più aggiornate (v. ad es. Whitehouse, 1989, p. 444). È
chiaro che, malgrado l’inevitabile imprecisione, esse,
ai nostri fini, offrono in ogni caso un soddisfacente
margine di approssimazione, riferendosi ai processi
di rilevanza plurisecolare e spesso millenaria. C’è da
aggiungere che fortunatamente, in molti casi (per
l’Acacus e il Sahara libico v. Barich et alii, 1984; Bel-
luomini e Manfra, 1987) le equivalenze cronologiche
sono offerte dagli Autori stessi.
d) Il medio e l’alto bacino dell’Atbara, appartenen¬
do parte al Sudan, parte all’Eritrea ed essendo quindi
posti ai margini settentrionali dell’Etiopia, costitui¬
scono una cerniera ecologica e culturale tra l’Africa
settentrionale e quella orientale. Per questo ad essi è
stata dedicata specificatamente una colonna. La dif¬
ferenziazione tra le culture del Sudan centro-occi¬
dentale e quelle del Sudan orientale si nota già nel¬
l’area di Shagadud, ciò soprattutto sotto il profilo
ecologico. Haaland (1987, p. 24) sottolinea infatti che
tale territorio «fa sostanzialmente parte della tradi¬
zione culturale est-sudanese e che vi è una sostanzia¬
le unità ecologica nella savana, che si estende dal Bu-
tana orientale alle colline eritree. Cioè il margine
stesso dell’Etiopia».
L’ORIGINE DELL’ALLEVAMENTO BOVINO, DELL’ARATURA E DEL CARRO A STANGHE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
227
e) Sulla scia dei botanici (Stemler, 1980) distin¬
guiamo tra i cereali «festucoidi» (= subfamiglia Fe-
stucoideaé) dell’area mediterranea, e i cereali «pani-
coidi» (= subfamiglia Panicoideae ) equatoriali e su¬
bequatoriali. I primi, oltre a necessitare di uno speci¬
fico ciclo climatico annuale (evoluzione annuale del¬
l’incidenza di vari fattori: umidità, calore, ecc.) sono
vincolati ad uno specifico ciclo annuale di tipo astro¬
nomico: giorni corti invernali e giorni lunghi estivi),
cioè a uno specifico fotoperiodismo.
Analogamente i cereali panicoidi equatoriali o
sub -equatoriali, oltre ad esigere un ciclo climatico
annuale specifico, necessitano di un ciclo annuale
astronomico imperniato sulla quasi identica lun¬
ghezza del giorno lungo tutto il corso dell’anno. In
riferimento alle varie regioni poste a diverse latitudi¬
ni (equatoriali, tropicali, ecc.), c’è da sottolineare che
mentre il ciclo climatico locale può essersi modifica¬
to per il succedersi delle fasi umide, secche, ecc. del¬
le epoche geologiche, quello astronomico, per le fasi
che ci interessano, è sostanzialmente fìsso.
Di conseguenza non è possibile ipotizzare nelle
ere geologiche passate una rilevante diversa ubica¬
zione in rapporto alla latitudine degli areali dei due
gruppi di cereali. Infatti, come è noto (Stemler ibi¬
dem, pp. 508, 9), la sfasatura del ciclo della lunghezza
del giorno rispetto a quello specifico blocca i processi
di riproduzione. Di conseguenza spostamenti lati¬
tudinali dei rispettivi areali in tempi relativamente
brevi possono essersi verificati solo grazie ad una
selezione artificiale, come è avvenuto in America
per il mais. Le cultivar equatoriali di mais importa¬
te in Europa da Colombo non si sono mai riprodot¬
te nei nostri Paesi. Il mais da noi attualmente colti¬
vato è infatti discendente dalle cultivar di mais
adattate, in millenni di coltivazione, dagli indigeni
americani a nord del Messico, e solo molto tempo
dopo Colombo importate in Italia. È quindi certo
che i cereali festucoidi coltivati da epoca antica in
Etiopia e medio-alto Egitto siano di origine peri¬
mediterranea.
I cereali specifici del Sudan appartengono quindi
al gruppo panicoide e per di più, essendo caratteriz¬
zati da un gambo di difficile taglio, sono stati per lun¬
go tempo coltivati (Abdel-Magid 1989) allo stato pre¬
domestico o para-domestico (per questo concetto,
cfr. Forni, 1970 e 1990).
f) L’Epipaleolitico vero e proprio nel significato
più specifico del termine «est rare, si non inéxistant
au Sahara» (Vernet, 1988), ma, precisa Muzzolini
(1989) dopo averlo riferito (p. 146) al microlitismo,
esso (p. 171) in Africa con «son corollaire, l’adoption
d’outils composites specialisés, plus productifs ... est
partout généralisé, sauf dans la forèt tropicale, dès
20.000 b.p.». È in questo senso più globale che noi lo
impieghiamo nella Tabella. Le vedute di Muzzolini
circa la diffusione del microlitismo in Africa (com¬
prendendovi lo Zaire, la Tanzania e lo Zambia) sono
confermate da Robertshaw (1988).
g) Circa le relazioni tra fasi culturali e stili d’arte
rupestre, con le relative periodizzazioni, ci attenia¬
mo, per il Sahara centrale, a quanto, delle concezioni
e ipotesi di Mori (1965, 1986) è stato verificato e con¬
fermato dai risultati degli scavi di Barich (1987). In
particolare per il periodo dell’arte venatoria pre-pa-
storale propendiamo, in sintonia con le vedute di
Mori e Barich (1987, p. 349 n. 7), per la sua esistenza
autonoma, contrariamente a Muzzolini (1986) che la
inserisce e la identifica con il periodo pastorale. E ciò
in quanto l’espressione artistica è manifestazione ab¬
bastanza comune, specialmente tra le popolazioni
che ancora non praticano la scrittura. Quindi, se in li¬
nea di massima, nel collocare nel tempo e nello spa¬
zio fatti e processi al riguardo non direttamente do¬
cumentati, il criterio prudenziale che guida Muzzoli¬
ni (1983, 1986): «a parità di condizioni non assegnare
ad età più remota gli eventi assegnabili ad epoca re¬
cente. Non attribuire ad una diffusione da epicentri
geograficamente lontani i processi che possono es¬
sersi verificati in loco (precedenza all’autoctonia in
confronto all’eteroctonia)» è non solo accettabile,
ma doveroso, tuttavia altrettanta prudenza è d’obbli-
go quando il consenso non giustifichi il rifiuto della
tesi opposta. Nel nostro caso, se al termine dell’ipe-
rarido ateriano (fine pleistocene) l’umidificarsi del
clima ha permesso la diffusione nel Sahara della
grossa fauna e, al suo seguito, delle popolazioni uma¬
ne, è evidente che è poco verosimile che la rappre¬
sentazione artistica su roccia dei grandi fatti econo¬
mici sia avvenuta solo con l’emergere della pastori¬
zia. Ciò soprattutto in quanto il passaggio è stato ab¬
bastanza graduale. La netta distinzione concettuale
tra caccia e allevamento è infatti avvenuta solo come
riflessione intellettuale a posteriori. Passando poi al¬
l’arte rupestre etiopica, ci atteniamo agli studi di
Clark (1976) e di Phillipson (1982); per la Nubia e il
Sudan a quelli di Harlan (1982) e naturalmente di
Kromer (1972). Per i carri sahariani a Mori (1965,
1986) e Muzzolini (1983, 1986).
h) Anche per evidenti necessità di spazio, e soprat¬
tutto per focalizzare il passaggio all’economia di pro¬
duzione, si sono riportate solo le principali e più si¬
gnificative documentazioni inerenti all’argomento.
Analogamente, per i successivi sviluppi del processo,
ci si è limitati a quanto sia più strettamente connesso
alle questioni toccate nel testo. Quindi la mancata ci¬
tazione di dati non deve far presumere della loro as¬
senza, anche per settori di diverso interesse.
Legenda di Tab. II: curve relative all’evoluzione climatica: - = Sahara (Muzzolini, 1983: 87-142; 1986: 52; 1989;
Williams, 1988; Talbot, 1980; Wendorf e Hassan, 1980; Nicholson, 1980: 178; Clark, 1976: 111; Barich, 1987; Bower e Lubel,
1988: 100). - = Sudan (Williams, 1988; Nicholson, 1980: 178; Haaland, 1987; Tigani E1 Mahi, 1988: 144; Wickens, 1975;
Bower e Lubell, 1988: 100). . . Ciad (Williams, 1988; Talbot, 1980; Servant e Servant-Vildary, 1980; Clark, 1976:
111). X X x x = Fasi di essiccamento del lago Abhe in nord-est Etiopia (Williams, 1988; Nicholson, 1980: 178; Clark, 1976:
111; Bower e Lubell, 1988: 100). Note bibliografiche Tab. II: 1) Wendorf & Schild, 1984. 2) Banks, 1984. 3) Close, 1984. 4) Ko-
busiewicz, 1984. 5) De Jesus, 1984. 6) Muzzolini, 1989. 7) Lubell, 1984. 8) Roubet & Carter, 1984. 9) Mori, 1965; 1986. 10) But-
zer, 1982. 11) Barich, 1970; 1987. 12) Gautier, 1987. 13) Close, 1987. 14) Caneva, 1984. 15) Muzzolini, 1983; 1986. 16) Braun-
stein-Silvestre, 1984. 17) Tigani, 1988. 18) Wickens, 1985. 19) Servant & Servant-Vildary, 1980. 20) Wenke, 1984. 21) Casini,
1984. 22) Wendorf & Hassan, 1980. 23) Hassan, 1984. 24) Brewer, 1989. 25) Haaland, 1987. 26) Caneva & Zarattini, 1984. 27)
Caneva, 1984. 28) Gautier, 1984. 29) Abdel Magid, 1989. 30) Williams, 1988. 31) Mohammed Ali & E1 Anwar, 1988. 32) Has¬
san, 1988. 33) Robertshaw, 1988. 34) Phillipson, 1984. 35) Nelson & Kimengich, 1984. 36) Bower & Lubell, 1988. 37) Gifford-
Gonzalez & Kimengich, 1984. 38) Clark D., 1976. 39) Marshall, 1989. 40) Phillipson, 1982. 41) Harlan, 1982. 42) Camps, 1982.
43) Trigger, 1982. 44) Smith P. E. L., 1982. 45) Stemmler, 1980. 46) Stemmler, 1984. 47) Marks & Sadr, 1988. 48) Rowley Con-
wy, 1988. 49) Kromer, 1972. 50) Lhote, 1952; 1982. 51) Hillman, 1989.
228
GAETANO FORNI
Tab. II - Origine ed evoluzione dell’economia di produzione in Africa Settentrionale ed Orientale.
(Anni,
millen¬
ni a.C.)
Clima attuale
più arido più umido
SAHARA
Orientale
Centrale (arte rupestre)
Occidentale
(compreso Magreb)
- 13
«Iperarid^»
(fine
>> postateriano
lettocene)
- 12
- 11
- 10
- 9
- 7
- 6
- 5
- 3
- 2
- 1
- 0
«Umido»
(inizi< i
epifJalèo litico
ÓfoceireA
/
/
A
ejzco» pìotoneolitico
olocspico)
«Umiche neolitico’
'/
7
«Umido» éostneolitico
«Umido» del siderico
Ballana: pietre fo¬
caie (5); Uadi
Kubbaniya: maci¬
ne, pestelli, fal¬
cetti (1) per rac¬
colta vegetali (6,
51)
Nabta Playa, Bir
Kiselba: cerami¬
ca, ossa bovine
(2) (3) protodo¬
mestiche (?) (6)
E1 Gorab-Playa
(4) microlitismo.
Nabta Playa, ecc.
(7/6 mill.): Proto-
villaggi, protosi¬
los addensam. de¬
mografico territo¬
rialità. Ovicaprini
e bovini domesti¬
ci. Orzo esastico
(?) (6, 15)
Nabta Playa ecc.
(5/4 mill.): Triti-
cum dicoccum (?),
palme. Bovini,
ovicaprini (6, 15)
Acacus (Thiedine ecc.). Caccia
grande fauna selvaggia documen¬
tata dall’arte rupestre corrispon¬
dente e dalle industrie di tipo Le-
vallois e para-Levallois (Paleoliti¬
co finale) (6, 11)
Ti-n-Torha (Acacus). Insediam.
stagionale (invernale = stag.
asciutta): Uccellagione, pesca (pe¬
sce gatto), caccia: asino selvatico,
Ammotragus lentia, Gazzella da¬
ma, G. dorcas, un bovide inidenti¬
ficato; microlitismo epi-paleoliti-
co (11, 12, 13, 14, 44)
Ibidem (7/6 mill.). Riduz. grossa
fauna. Protovillaggi, ceramica,
macine (6, 11, 12, 13, 14, 40)
Ibidem -l- Uan Muhuggiag (6/5
mill.). Impoverim. culturale ma
protoallevamento. Stile artistico
delle Teste Rotonde (11, 12, 13, 14,
15, 42)
Ibid. + ibid. Dopo lo iato a metà
5 mill. sviluppo (4/3 mill.) allev.
transumante (ceramica povera).
Stile artist. pastorale (9, lì, 12, 13,
14)
(3/2 millennio). Incremento ovi¬
caprini. Nei Tassili compaiono gli
zebù (9, 11, 12, 15)
(2 millennio). Introduzione caval¬
lo (arte: fase cavallo) (9, 11, 12, 15,
50)
(1 millennio). In particolare l’arte
rupestre evidenzia carri e alla fine
cammello (9, 11, 12, 15, 50)
Tamar Hat (Cabilia), Haua
Fteah (Cirenaica ecc.). Cul¬
ture ibero-mauruziane ed
est-oraniane semisedentarie
(siti ad insediamento perio¬
dico: caccia al muflone Am¬
motragus lentia). Chioccio¬
lai. Rare macine (6, 40, 44)
Ain Misteheyia, Medjez II
ecc. (Algeria). Capsiani.
Chiocciolai (8/6 mill.) (6,
46, 44)
Ain Misteheyia (Algeria)
ecc. (6000/5000 a.C.). Cac¬
cia specializzata all 'Ammo¬
tragus (muflone), Bubalus
(= Homoioceras ) antiq., Al-
cephalus boselaphus, Equus
africanus, Bos primigenius,
Ovis sp. Chiocciolai. Cera¬
miche. Raccolta ghiande
( Quercus ballota) (6,7,8,42)
Uadi Guettara (Orano),
Haua Fteah (Cirenaica),
Capeletti (Algeria) (5500/
4000 a.C.). Allevamento
ovino. Falcetti, macine, sel¬
ci (usura da graminacee).
Ceramica cardiale (6,7,8,42)
Allevamento bovi, maiali,
cani, ovicaprini (6, 7, 8)
Compaiono il bue brachice-
ro e lo zebù. Introduzione
cavallo e alla fine cammello
(6, 15, 50)
L’ORIGINE DELL’ALLEVAMENTO BOVINO, DELL’ARATURA E DEL CARRO A STANGHE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
229
(Anni,
millen¬
ni a.C.)
EGITTO /VALLE
DEL NILO
SUDAN
BACINO
MEDIO /ALTO
ATBARA
AFRICA ORIENTALE
— 13 Kom Ombo eco.
(13000/10000). Insed.-
stag. territorialità ad-
dens. demogr., microli-
tismo. Selci (lucide da
graminacee), macine,
— 12 pestelli. Culto del bue
nel Qadiano (12500
a.C.) (6)
Microlitismo generalizzato (come
in tutta l’Africa, tranne la foresta
equatoriale) dal 13000 a.C. (6, 33),
consistente in strumenti più specia¬
lizzati ed efficaci. Così a Laga Oda
(Dire-Daua) selci lucide (raccolta
vegetali) del 15000. Dal 13000 a Lu-
kenya Hill (Nairobi) caccia articola¬
ta su ampio spettro di specie (35)
- 11
- 10
- 9
- 8
Caccia Bos prim. e altri
grossi erbivori. Pesca
(sorta di chiocciolai di
resti di pesci a Makhad-
ma: 10000 a.C.) (6)
(10/7 mill.) diradam. si¬
ti, forse per le piene ni¬
lotiche (6). (Max della
piovosità)
Culture preceramiche:
tardo paleolitico del-
l’Atbai. Caccia animali
fluviali e di savana +
raccolta (47)
- 7
- 6
(6/5 millennio) perdura
l’epipaleolitico al
Fayum (20, 24)
Compare la ceramica affine a quel¬
la sahariana (Proto Kartum, Abu-
Darbain, Aneibis). Economica
«aqualitica» (pesci + animali
d’acqua). Vegeto -raccolta ( Celtis
integrifolia, Zizifus spina chr.). Ma¬
cine pestelli (25, 29, 40, 43)
Saggai, Shabona (6/5 millennio)
tradizione aqualitica, ceramica, ma¬
cine (24, 25)
Pre-Saroba. Economia
epipaleolitica aqualitica
+ caccia steppica (47)
Wadi Halfa: prime cera¬
miche (6)
Saroba. Economia epi¬
paleolitica (intensifica¬
zione) (47)
Presso il lago Turkana ceramica
(34). A Salasan (Rift Kenya), Nde-
rit (Serengeti: Nat. Park), Kansyore
e Ileret (Kenya) bovi/ovicaprini do¬
mestici dal 6/5 mill. (?). Certamen¬
te dal 4 millennio (6, 36, 37)
— 4 Esplosione neolitica:
Cereali festucoidi nel
Basso Egitto, c. panicoi-
di in Alto Egitto (29, 45,
46)
— 3 (3 millennio). Sorgono i
centri proturbani (Hie-
rakonpolis) (43)
- 2
(2 millennio). Prime
evidenze cavallo e bue
B. brachyceros) (6)
— 1 (2/1 millennio). Prime
attestazioni certe dello
zebù (6), del cammello
(48) e dell’aratro nel de¬
serto nubiano (49)
- 0
Shaheinab, Kadero, Geili, Um Di-
reiwa, Zakiab Nofalab, Rabak (4
mill.). Ceramica, macine, selvaggi¬
na acquatica ecc. Animali domesti¬
ci: bovini prevalenti, ovicaprini (ca¬
pra nana d’Algeria). Raccolta Celtis
int. Coltivaz. di Elaeis guineensis (=
palma da olio), sorghi, migli, seta¬
ria. Tradizione aqualitica, (immi¬
grazione per siccità nella valle del
Nilo) sino all’Africa occid. (17, 25,
28, 29, 31, 40, 43)
Rabak, Shagadud, Gebel Tomat (2
mill.). Macine, C. panicoidi (il sor¬
go presenta caratteri domestici)
(25, 29, 40, 43)
Saroba + Proto Kassala.
Prevale, assieme alla
caccia, la coltivazione di
cereali panicoidi. Inizia
il protoallevamento,
che si sviluppa alla fine
del 3 millennio (47)
Kassala. Numerose ma¬
cine. Caccia/pesca rile¬
vanti (47)
Tardo Kassala (culture
del Gash). Coltura C.
panicoidi. Allevamento
bovino (47)
Gebel Taka. Inizio no¬
madismo pastorale (47)
Eie Bor (confini Kenya/Etiopia)
raccolta intensiva cereali locali. A
Gobedra (Axum) varie specie migli
(6, 40). A Lukenya Hill (Kenya) al¬
levane bovino 4 al 2 mill. (35, 40).
Lago Turkana. Ceramica e pastora-
lismo (34, 40)
(2 mill.). Bovini/ovicaprini predo¬
minanti a Eie Bor, Narosura, El-
menteita (Kenya). A Eie Bor e Go-
debra (Axum, Etiopia) cammello
(37, 34). Lago Besaka (Rift etiopi¬
co) e presso Harar (arte rupestre)
allevane bovino (6, 37, 40)
(1 mill.). In N. Etiopia C. panicoidi
+ specie locali (teff = Eragrostis
abyss.; nug = Guizotia abyss.) e più
a sud Coleus edulis. Dioscorea spp.,
Colocasia antiquorum (6, 38, 40,
41). Poi, a nord, coltura all’aratro
(arte rupestre) di C. festucoidi +
pisello, fava provenienti dal sud-
Arabia (38). Zebù (39)
230
GAETANO FORNI
IL PROBLEMA DELLE ORIGINI DELLE POPOLAZIONI BOVINE DOMESTICHE PREISTORICHE
IN NORD AFRICA: IL CASO DELLO ZEBÙ
L’analisi critico comparativa dei dati più essenziali
sul passaggio all’economia di produzione, riportati
nelle due Tabelle, ci permette ora di affrontare più a
fondo problemi specifici, quali quello dell’origine ed
evoluzione delle popolazioni bovine domestiche nel
Sahara. Le importanti trattazioni di Epstein (1971) e,
più recentemente, di Gautier (1984, 87, 88), di Muz-
zolini (1983, 1989) e di Le Quellec (1987), nonché la
bella sintesi di Clutton Brock (1989 - la quale però ri¬
duce, da buona naturalista, la portata della documen¬
tazione di carattere artistico e quindi dei rilevanti
contributi di Lhote, Mori ed altri), già ci offrono una
prima inquadratura della questione. Più che altro si
tratta ora di esaminare gli aspetti più fragili delle teo¬
rie oggi prevalenti.
Accantonata (Muzzolini, 1983, Gautier, 1988) l’ipo¬
tesi di una presenza precoce, avulsa dall’intervento
umano, del Bos taurus primigenius brachyceros (anche
se si deve tener conto dei possibili primordi sponta¬
nei di una sub-speciazione simpatrica in tale direzio¬
ne, in ambiti ecologicamente poveri, cfr., per l’area
africana, i tentativi d’interpretazione sostanzialmen¬
te in tal senso dei primi studiosi: Pomel, 1894, ecc.),
unica specie autoctona risulta essere il Bos primige¬
nius, dalle lunghe corna, nella sua facies africana Q.
Con il processo di domesticazione, considerando
anche l’apporto euroasiatico, vengono a differenziar¬
si principalmente, grazie alla selezione operata dal¬
l’uomo, due sottospecie: il Bos taurus pr. africanus a
lunghe corna (= Bos taurus pr. macroceros) e il Bos t.
pr. brachyceros. Muzzolini (1983, p. 301) assegna il pri¬
mo manifestarsi di tale processo all’inizio del IV mil¬
lennio a.C., contrariamente a Mori (1965, 1971, 1974,
1986), che invece lo anticipa di circa un millennio, av¬
valendosi anche della documentazione offerta dai re¬
perti di Bós t. brachyceros di Uan Muhuggiag, datati
con il radiocarbonio al 4952+/— 120 a.C.. Muzzolini
(p. 289), con considerazioni restrittive, ritiene dubbi i
caratteri domestici di tale animale e attribuisce ad
una introduzione relativamente tardiva dall’Eurasia
(1600 a.C. in Egitto, 1000 a.C. nel Sahara e Maghreb)
la comparsa del B. t. pr. brachyceros in Africa. La cro¬
nologia di Mori, grazie anche a più recenti ritro¬
vamenti, è condivisa almeno parzialmente e a gran¬
di linee da diversi archeozoologi quali Smith (1980,
p. 495), Gautier (1987), Clutton Brock (1989, p. 202),
Marshall (1989).
Muzzolini (1983) dubita altresì della fondatezza
delle vecchie ipotesi, che sembrano condivise dalla
più parte degli Autori moderni, circa l’introduzione
del Bos t. pr. indicus dall’Asia meridionale. Ciò in
quanto, tra l’altro, mancava in Africa orientale una
documentazione sufficientemente antica. Questa la¬
cuna sembra ora in parte colmata (Marshall, 1989) dal
ritrovamento a Ngamuriak in Kenya di reperti di bo¬
vino adulto consistenti in ossa del cranio caratteriz¬
zate da contorni orbitali piatti, carattere questo spe¬
cifico del Bos indicus. Scrive infatti Grigson (1980)
in uno studio comparato della craniologia bovina
« . . . The fiat rim in older animals could be used as
fairly good indicator for indicus skulls». Tali reperti
risalirebbero al I secolo a.C. e quindi anticiperebbero
la documentazione della presenza del B. t. indicus
nell’Africa a sud-est del Sahara di circa 1500 anni.
Data la limitatezza delle ricerche, è presumibile una
ulteriore anticipazione. C’è da aggiungere che le raf¬
figurazioni delle tombe egiziane evidenziano una in¬
troduzione del B. t. indicus nella valle del Nilo molto
anteriore, da porsi all’inizio del II millennio a.C..
La sua provenienza è probabilmente da assegnare
all’Asia circum-mesopotamica, ove era documentato
già in epoca sumerica, duemila anni prima.
In Asia meridionale, come si è già accennato, il
B. t. indicus costituisce il perno, sin dalle origini (VI
millennio a.C.) della domesticazione bovina locale
(Meadow, 1984). Muzzolini sembra al riguardo
abbracciare delle vedute in campo zootecnico, che
corrispondono a quelle di Portères in campo paletno-
botanico agrario. Dapprima (1983) sottolinea la pre¬
senza, nelle raffigurazioni del Tassili, Libia, Hoggar,
Air, già alla fine del II millennio a.C. (cioè quasi mil¬
le anni dopo che in Egitto) di bovini gibbuti. Poiché
si tratta in prevalenza di bovini a gobba toracica e a
corna lunghe, e non a gobba cervico-toracica, a corna
corte come in prevalenza sono quelli dell’Egitto e
dell’Asia anteriore, ne deduce una genesi autonoma
sahariana di tale sottospecie zebuina locale. In altri
termini, per Muzzolini lo zebù asiatico-egiziano sta
allo zebù sahariano come le sottospecie e specie di
cereali asiatici succitati stanno a quelle afro-orientali.
Ma esistono anche differenze di fondo che noi sotto¬
lineeremo.
Muzzolini sostiene le sue argomentazioni in modo
organico, ma il problema dell’influenza egiziana e
sud-asiatica sulle culture sahariane e sub-sahariane
non è di quelle che si possano risolvere secondo lo
schema Sì/No. Infatti, come Muzzolini precisa, non
vi è una netta distinzione tra gobba toracica e gobba
cervico-toracica, in quanto vi è tutta una gradualità
tra i due estremi. Inoltre, come ancora egli sottoli¬
nea, non mancano esemplari a gobba toracica e vice¬
versa nelle due aree. È opportuno aggiungere: se, per
la sottospecie Bos. t. pr. brachyceros viene accolta
l’ipotesi di una sub-speciazione di tipo diffuso per
l’intervento antropico in tutta l’area eurasiatica (occi¬
dentale), ma non per l’Africa, ammettendone quindi
una introduzione dall’Asia anteriore tramite l’Egitto,
analogamente ciò potrebbe essersi verificato anche
per il bue gibbuto. Muzzolini cerca di spiegare la dif¬
ferenza, sottolineando da un lato la comparsa troppo
rapida del Bos. t. pr. brachyceros in Africa, per giusti¬
ficarne una genesi locale, dall’altro, a proposito dello
O Per gli adattamenti della terminologia ufficiale qui adottata, v. Forni, 1990, p. 81; in particolare, intermettiamo, analo¬
gamente ad altri Autori (Muzzolini, 1982) fra il nome del genere - Bos - e quello della specie - primigenius - il termine tau¬
rus (anche per il B. p. indicus ) quando ci si riferisce a specie o sottospecie domesticate; infine, per brevità, spesso quando ci
riferiamo alla sottospecie, limitandoci per il resto, o per parte del resto, alle iniziali, lasciamo sottintesa l’iniziale di primige¬
nius. Conformemente a quanto si è specificato in «Precisazioni tassonomiche» (Forni, 1990 pp. 81-82) seguendo, in senso più
ampio, una precedente proposta del Diirst, si distinguono, nella specie Bos primigenius allo stato domestico tre sottospecie:
oltre al Bos t. prim. brachyceros, il Bos t. prim. macroceros e il Bos t. prim. indicus.
L’ORIGINE DELL’ALLEVAMENTO BOVINO, DELL’ARATURA E DEL CARRO A STANGHE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
231
zebù, la prevalenza della gobba toracica associata alle
corna lunghe nell’ambito sahariano, in contrapposi¬
zione di quella cervico-toracica, connessa alle corna
corte, nella regione egiziano-asiatica. Bisognerebbe
però aggiungere che le più ridotte dimensioni corpo¬
rali del Bos. t. pr. brachyceros, e quindi le sue minori
esigenze alimentari e la sua minore pericolosità, co¬
stituirono un pregio che può spiegare, nell’ambito
sahariano, sia una intensiva selezione locale a rapido
effetto, sia, nell’ipotesi opposta, in breve tempo una
sua massiccia introduzione. Come spesso accade, en¬
trambi i processi possono essersi assommati. Infatti
la scarsa diffusione sia nell’ambito egiziano sia in
quello sahariano del bue gibbuto non esclude, per il
Sahara, la compresenza dei due processi (sub-spe-
ciazione diffusa - e quindi anche locale - congiunta
all’introduzione di esemplari di tale sottospecie dal¬
l’Egitto). Il minore interesse in entrambe le aree
documentate dalla scarsa rilevanza del bue gibbuto
nelle raffigurazioni bovine implicava una più ridotta
spinta selettiva, quindi un incrocio più libero con le
popolazioni bovine locali, di conseguenza, una mag¬
gior variabilità e poliformismo fenotipico.
In definitiva, una più rilevante articolazione, sia
nell’ipotesi della provenienza asiatica sia in quella
dell’indigenato sahariano, può avvicinare le due po¬
sizioni. Ma per pervenire a questo risultato, occorre
approfondire alcuni aspetti di carattere eminente¬
mente genetico-zootecnico (e quindi di fondo biolo¬
gico), anche se sotto un profilo storico. L’analisi ha
richiesto una approfondita ricerca, imperniata inte¬
grando le conoscenze generali di base a partire dai
classici trattati di Duerst (1931), Disselhorst e Man-
gold (1943), di Bonadonna (1950), del mio Maestro
Filippo Usuelli, con quelle più specifiche di Epstein
(1971), della Clutton Brock (1987), dello stesso Muz-
zolini (1983) e soprattutto, tenendo conto degli
straordinari risultati delle indagini del Maletto (1983
pp. 3-7), che rileva la presenza di alcuni caratteri ze-
buini in Italia, nella popolazione bovina piemontese,
che va dal 48% sino al 67% (aree appartate delle Lan-
ghe). Di tale ricerca, per evidente necessità di spazio,
dobbiamo limitarci per ora a riportare solo le conclu¬
sioni, rimando l’analisi più dettagliata della questio¬
ne ad un prossimo articolo su questa Rivista.
Innanzitutto, se, come sottolinea lo stesso Muzzo-
lini (1983, p. 509), la differenza tra le posizioni della
gobba, più che una diversità razziale, costituisce una
differenza di livello selettivo, e se il carattere «corna
lunghe» (Muzzolini ibid.) è dominante su quello
«corna corte», risulta evidente che sarebbe potuto
bastare incrociare e reincrociare zebù egiziani a cor¬
na corte con Bos. t. pr. africanus per ottenere in po¬
chissime generazioni bovini gibbuti di tipo saharia¬
no. Ciò tenendo conto che le obiezioni di carattere
zootecnico-genetico di Muzzolini (p. 509) non sono
convalidate da una documentazione iconografica
sufficientemente ampia sotto il profilo statistico. Al
contrario, sono invece da ricordare gli accenni e pre¬
cisazioni di Muzzolini (1983, pp. 495 e 501-508) circa
le eccezioni nei due ambiti (egiziano e sahariano) per
cui in ognuno di essi è riscontrabile la documenta¬
zione della presenza di bovini gibbuti con caratteri¬
stiche proprie a quelle dell’opposta regione. Dall’al¬
tra parte, è anche vero che comunque sono stati pos¬
sibili processi locali di subspeciazione simpatrica, in
seguito aH’inaridimento del clima, potenziati dall’in¬
tervento umano, che possono essere sfociati in una
genesi autoctona del bovino gibbuto sahariano. Ma
occorre infine tener conto anche delle analisi di Ver-
coutter (1988), per le quali le relazioni culturali tra la
Valle del Nilo e il Sahara, notevoli nei periodi «umi¬
di», sono andate comunque progressivamente accen¬
tuandosi secondo piste privilegiate, anche nei periodi
aridi, per cui i succitati incroci e reincroci non solo
sono stati possibili, ma anzi probabili. Di conseguen¬
za, la soluzione più soddisfacente della questione
dell’origine del bue gibbuto sahariano sta in una
mediazione, maggiore articolazione, confluenza tra
l’ipotesi eteroctona di Epstein e quella autoctona di
Muzzolini.
Fig. 6 - I bovini del Sahara. In Africa settentrionale è documen¬
tata la presenza dell’uro ( Bos primigenius ), cioè la specie bovina
selvatica, capostipite delle sottospecie domestiche. Queste pos¬
sono ridursi a tre fondamentali, ben documentate nelle raffigura¬
zioni rupestri: a) Bos taurus primigenius macroceros, chiamato da¬
gli zootecnici anglosassoni «longhorn cattle». Infatti ha conser¬
vato particolarmente evidente nelle corna l’imponenza (da cui
anche l’aggettivazione subspecifica proposta da Dùrst «macroce¬
ros») del progenitore selvatico (in Eidi, Tadrart Acacus, fase pa¬
storale recente, da Mori, 1965, fig. 113). b) Bos taurus primigenius
brachyceros, caratterizzato da strutture morfosomatiche in com¬
plesso più gracili del precedente. Molto evidente è la minore lun¬
ghezza delle corna (da cui il termine zootecnico inglese «short-
horn cattle», conservato nell’aggettivazione subspecifica «bra¬
chyceros»). Poiché, sotto il profilo archeozoologico, tali caratteri,
con varie sfumature, compaiono anche nei reperti ossei di indivi¬
dui giovani o di sesso femminile dell’uro, da alcuni Autori del
passato si sono attribuite a questa sottospecie origini pre-dome-
stiche. Del resto non è da escludere a priori la possibilità che ef¬
fettivamente si siano verificati i primordi di un processo di sub¬
speciazione simpatrica in tale direzione, in ambienti ecologica¬
mente poveri. Comunque dubbi permangono anche nell’inter¬
pretazione degli affreschi. Ad esempio questa mandria di buoi
dalle corna in complesso corte è stata interpretata anche come
mandria di giovenchi (Van Amil II, Tadrart Acacus, fase pastora¬
le antica, da Mori, 1965). Secondo alcuni Autori (Muzzolini, 1983)
questa sottospecie è, per l’Africa, eteroctona. c) Bos taurus primi¬
genius indicus, caratterizzato da una gobba cervico toracica (cioè
in posizione a cerniera tra il collo e il torace) o toracica (cioè si¬
tuata esclusivamente sul torace). La presenza di bovini con que¬
st’ultimo carattere, secondo Muzzolini (1983) sarebbe più antica
(c 1 e c 2: Air da Lhote, c 3: Adrar Ahnet da Monod, in Muzzolini,
1983). In c 4 (Djerat, da Lhote, in Muzzolini, 1983) è rappresenta¬
ta una coppia bovina a gobba cervico toracica, risalente all’epoca
volgare.
232
GAETANO FORNI
IL CONTRIBUTO DELLE DOCUMENTAZIONI ARTISTICHE SAHARIANE EVIDENZIA
L’ORIGINE MEDITERRANEA DEL CARRO A STANGHE
Dopo le ricerche di Lhote (1982), di Camps e Gast,
come degli altri partecipanti al Congresso sui carri
preistorici del Sahara (Aix 1982), dopo le ricerche
sperimentali di Spruytte (1977), non c’è molto da ag¬
giungere sull’argomento. Spruytte chiarisce che le
raffigurazioni esaltano l’arte dell’addestramento del
cavallo da tiro al cocchio. Si vorrebbe al riguardo
esprimere una domanda: nelle foto da lui presentate,
riguardanti il traino sperimentale del cocchio me¬
diante la barra di trazione legata al sottogola degli
animali, il muso dei cavalli appare un po’ schiacciato
e ritorto sul collo per lo sforzo. Al contrario, le raffi¬
gurazioni sahariane riportate dall’Autore mostrano
cavalli con il muso protratto e slanciato in avanti. Co¬
me spiegare ciò? Non è probabile che si possa far ri¬
ferimento solo alla libertà artistica.
Ma il problema che vorremmo affrontare più a
fondo è quello derivato dalla seppur limitata presen¬
za del carro a stanghe nell’ambito sahariano, e più
precisamente dell’apporto decisivo che questa offre a
conferma di un’origine mediterranea di tale tipo di
carro.
Al riguardo, bisogna innanzitutto ricordare che
nella tipologia del carro (Forni, 1988, pp. 29-33) si di¬
stinguono essenzialmente, secondo l’attacco degli
animali, quelli a timone, i più antichi (metà del IV
millennio a.C., in Mesopotamia) da quelli a stanghe,
almeno apparentemente più recenti. Per renderci
conto dello straordinario significato documentario
delle rappresentazioni sahariane dell’ultimo tipo di
carro, occorre sinteticamente ricapitolarne la recente
storiografia. Putschkle (1971 fìg. 68) evidenzia un’in¬
cisione su pietra del carro a stanghe, risalente al II
sec. a.C., di provenienza cinese (periodo Han), Jope,
collaboratore del classico trattato di Storia della Tec¬
nologia del Singer (1962, voi. II) per la storia del car¬
ro, asserisce che le stanghe sono testimoniate per la
prima volta nel mondo occidentale in alcuni bassori¬
lievi del III sec. d.C. a Treviri, nella Germania Roma¬
na. A documentazione di ciò, fa riferimento al biroc¬
cio raffigurato sul sarcofago di Cornelius Statius (ora
conservato al Louvre).
Vigneron (1987, pp. 161-2) pur precisando (Tav. 55)
che tale sarcofago appartiene alla collezione Campa¬
na e che quindi è di provenienza italica, conferma la
precedenza Renana per il carro a stanghe europeo.
La più coerente assegnazione all’area mediterranea
dell’invenzione del carro a stanghe è ora confermata
(Forni, 1990) da un reperto archeologico, che pure
rappresenta un biroccio a stanghe, sicuramente rin¬
venuto in Campania e, più precisamente, nel Salerni¬
tano. Si tratta della base marmorea di un monumen¬
to, reperita (De Caro e Greco, 1981, p. 131) nell’area
dell’antico foro di Salerno, celebrativa della fonda¬
zione di questa città, risalente al 194 a.C. e quindi
proprio ad un’epoca corrispondente (o forse addirit¬
tura anteriore) a quella della documentazione cinese
del periodo Han del carro a stanghe, che si può riferi¬
re solo genericamente al II sec. a.C..
Occorre ricordare alcune osservazioni tecniche del
Vigneron (p. 161 e note), e cioè che, mentre l’attacco
a timone coinvolge, in linea di massima, almeno due
animali, quello a stanghe è più adatto all’impiego di
uno solo, il che può aver costituito una grave limi¬
tazione, se si tiene presente il grave attrito opposto
alle ruote dal fondo estremamente irregolare delle
strade o viottoli dell’antichità. Ciò spiega altresì la
diffusione, sino ad epoca recente, nelle regioni nor¬
diche, delle slitte a stanghe, in quanto la neve riduce
l’attrito.
Stando così le cose, è decisivo l’apporto delle sep¬
pur limitate (molto probabilmente proprio per le ra¬
gioni tecniche espresse dal Vigneron) raffigurazioni
sahariane di carri a stanghe (quelle di Tasigmet e di
Tamajert nel Tassili, ad esempio). Se, come sottoli¬
nea Muzzolini (1986, pp. 262 sgg) l’arte e la tecnolo¬
gia del carro sahariano sono di derivazione prevalen¬
temente mediterranea, e risalgono alla prima metà
dell’ultimo millennio a.C., ciò conferma che l’area di
origine del carro a stanghe è mediterranea (come do¬
cumentano anche i reperti italici) e precede cronolo¬
gicamente di diversi secoli sia la documentazione ci¬
nese sia, e a maggior ragione, quella renana.
Fig. 7 - L’arte rupestre nella fase del cavallo (il cui nucleo cro¬
nologico centrale è da porre nella prima metà dell’ultimo millen¬
nio a.C.) documenta numerosi carri, per lo più a due ruote. Tra
questi, seppur rari, compaiono anche carri del tipo a stanghe. Ta¬
le struttura di carro sarebbe, a detta degli storici della tecnica, di
origine cinese (secondo secolo a.C.) o gallica (inizio età volgare).
Di recente è stata evidenziata la raffigurazione di carri a stanghe
su monumenti dell’Italia meridionale di età almeno analoga a
quella della documentazione cinese. Le testimonianze sahariane,
probabilmente ancora più antiche (anche se fossero da ascrivere
alla tarda età del cavallo) confermano l’origine mediterranea di
questo tipo di carro, a) Tamajert, Tassili (Spruytte, cfr. Lhote,
1982, p. 90); b): Tanaut, Tassili (cfr. Allard-Huard, 1985, p. 56);
c): Djerat, Tassili (cfr. Lhote, 1982, p. 88).
Avvertenza per le figure
Anche per evitare un eccessivo ampliamento delle
indicazioni bibliografiche, per alcune di queste si è
rimandato alle sinossi iconografiche da cui sono sta¬
te riprese. Non si è specificata in genere la datazione
delle figure riportate. Ciò in quanto frequentemente
non lo è (o lo è in modo discusso) nelle fonti.
L’ORIGINE DELL’ALLEVAMENTO BOVINO, DELL’ARATURA E DEL CARRO A STANGHE IN AFRICA NORD-ORIENTALE
233
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Siti storico-archeologici da salvare nel Sahara e nel Sahel
Résumé — Une des principales recommandations votées à la fin du cinquième Colloque Eurafricain du C.I.R.S.S.
(Erfoud, Maroc Saharien, 1985) sur les relations entre le Maghreb et l’Afrique de l’Ouest à travers le Sahara du Moyen-Age
au début de l’époque coloniale, insistait sur Purgence des interventions pour sauver d’une disparition certaine les vestiges
des anciennes cités du désert.
Les congressistes soulignaient également la nécessité de préserver avec une méme sollicitude les précieuses bibliothè-
ques conservées depuis des siècles dans les maisons, les campements et les mosquées du Sahara et du Sahel.
En efiet, certaines villes historiques fondées par des populations berbères telles que Aoudaghost, Tahert, Aghmat,
Sidjilmassa, Koumbi-Saleh (Ghana), Tadmekka, Assodò, ont disparu et elles doivent aux archéologues d’avoir été exhu-
mées. D’autres, en revanche, bien que dégradées par le temps, les calamités naturelles et les guerres, sont parvenues, avec
leurs habitants, jusqu’à nous.
Actuellement les campagnes de sauvegarde et restauration les plus urgentes qui s’imposent, concernent les «ksour»
impériaux de Rissani (Tafilalet, Maroc), la casbah de Ma-el-Ainin à Smara (Sahara Occidental), les villes mauritaniennes
de Chinguetti, Ouadane, le centre historique de l’oasis de Tissint (Maroc), Tichitt, Oualata (pour lesquelles l’Unesco a
lancé un appel international), la ville de Tombouctou, ainsi que les ruines de Tadmekka au Mali.
Que n’a-t-on fait et que peut-on faire?
Abstract - One of thè main raccomandations voted upon in thè fifth Euro Africain conference of thè CIRSS, which
took place in Erfoud (Tafilalet) on thè subject of relations between thè Maghreb and Western African, from thè period of
thè Middle Age to that of colonisation, was that of safeguarding thè ancient cities and rooms of thè desert and their pre-
cious libraries, which for centuries have been guarded in thè mosques.
Some historical cities like Aoudaghost, Tahert, Aghmat, Sidjilmassa, etc. had practically disappeared and owe their re-
newed discovery to all those who, with hard work, reflourished their buried treasures. Those others, which have been in
contact with thè forces of nature and have survived, have ought greatly to their people in our times. An important cam-
paign has begun to save these historical and cultural centers. Some of these are: thè Imperiai Ksurs of Rissani (Marocco),
thè Historical centre of thè Oasis of Tissint (Marocco), thè Kasbah of Ma-el-Aimin in Sahara (Western Sahara), thè Mauri-
tain cities of Chinguetti, Ouadane, Tichitt, Oualata, for which thè Unesco has pled for International assistance and has
proclaimed a pian of intervention in Timbuctù (Mali). What has been done and what is there stili to do?
Al termine dei suoi lavori, il quinto Convegno Eu-
rafricano del C.I.R.S.S. sulla «Storia del Sahara e del¬
le relazioni transahariane dal Medioevo alla fine del¬
l’epoca coloniale» che si è svolto a Erfoud (Tafilalet)
il 22 e 23 ottobre 1985, ha formulato varie raccoman¬
dazioni vertenti sull’urgente, necessaria opera di
salvaguardia, restauro ed eventuale riassetto ecoso¬
ciologico dei siti storico-archeologici e del patrimo¬
nio culturale in pericolo del Sahara meridionale e
del Sahel.
Sulla base delle varie proposte avanzate durante i
lavori, il Convegno di Erfoud ha insistito sull’oppor¬
tunità di aiutare le autorità mauritane, sia tramite le
istituzioni universitarie o di ricerca europee, sia gra¬
zie alla cooperazione culturale governativa, per il
rilancio e la concretizzazione del programma di pro¬
tezione delle città antiche del deserto (Chinguetti,
Ouadane, Tichitt, Oualata) nonché per aiutare l’Isti¬
tuto di Scienze Umane del Mali ad avviare delle
campagne di scavi a Es-Souk, l’antica Tadmekka,
nell’Adrar degli Ifoghas. Un’altra raccomandazione
auspicava l’impegno da parte del C.I.R.S.S. e delle
istituzioni internazionali competenti (evidenziando
un intervento dell’Unesco) per favorire il programma
di reperimento, studio, catalogazione, trascrizione
ed eventuale pubblicazione dei manoscritti antichi
dimenticati, nascosti o giacenti in condizioni di grave
deterioramento negli accampamenti dei nomadi
mauri e tuareg, nelle abitazioni private e nelle vec¬
chie moschee delle città del deserto mauritano e ma-
liano. Se la Repubblica del Niger, peraltro ricchissi¬
ma di preziosi testi di epoche trascorse, non è stata
inclusa nelle raccomandazioni è perché la loro azio¬
ne di salvataggio e di efficace conservazione era già
stata ottimamente intrapresa dal defunto storico e
presidente dell’Assemblea Nazionale di Niamey,
Boubou Hama, e successivamente dall’Istituto di
Scienze Umane dell’università nigerina che dirige
oggi l’archeologo Bube Gado.
Cinque missioni d’informazione sono state da noi
realizzate negli ultimi cinque anni in tutta l’area sud¬
detta di cui due su invito del governo Mauritano.
Fondate tra il dodicesimo e il tredicesimo se¬
colo dell’era cristiana, le città di Ouadane, Chin¬
guetti, Tichitt e Oualata sono testimoni supersti¬
ti della prosperità economica e dello splendore
intellettuale delle regioni mauritane dell’Adrar,
del Tagant e dell’Hod, dove si incontrarono l’An-
dalusia, il Maghreb e l’Africa negro-sudanese, cro¬
cevia delle grandi carovane transahariane che
trasportavano e commerciavano le lastre di sale, i
tessuti, la polvere d’oro, le piume di struzzo, i libri e
gli schiavi.
Nei secoli scorsi le carovane del sale comprende¬
vano centinaia di dromedari, snodandosi per chilo¬
metri fra le dune. La pista che da Ouadane scende a
sud-est verso Timbuctù (nel Mali attuale) veniva per¬
corsa in un mese e i sovrani dei regni negri del Gha¬
na e del Mali offrivano oro in cambio di sale, più che
per qualsiasi altra mercanzia.
Le quattro città mauritane irradiarono in tutto il
Sahara, fino al Mediterraneo, agli imperi della Valle
238
ATTILIO GAUDIO
del Niger e al Medio-Oriente islamico la loro vita cul¬
turale, religiosa, artistica e scientifica. Chinguetti di¬
venne uno dei sette luoghi santi delflslam e fioriro¬
no scuole di alto insegnamento, centri di studi e di
pensiero, biblioteche di sommo valore.
Diversi fattori hanno contribuito nel ventesimo
secolo alla decadenza e al disfacimento di Chinguet¬
ti, Ouadane, Tichitt e Oualata, tra cui l’abbandono
progressivo del traffico carovaniero tradizionale, i
conflitti locali e regionali, i cicli di siccità-carestia-
epidemie e l’eredità post-coloniale (con lo sposta¬
mento dei principali centri del potere politico, eco¬
nomico e amministrativo). Il prosciugamento delle
falde freatiche delle oasi ha inferto il colpo di grazia a
un’economia di autosussistenza incentrata sull’agri¬
coltura stagionale e sul patrimonio pastorale. In que¬
sti due ultimi decenni, a causa della siccità e della de¬
sertificazione senza precedenti che hanno colpito la
Mauritania, il degrado di queste quattro località sto¬
riche si è aggravato al punto da comprometterne re¬
sistenza. Oggi non si tratta di puntellare o restaurare
soltanto delle costruzioni e dei monumenti, ma di
procedere ad una rivitalizzazione economica e socia¬
le di tutto l’ambiente con una teoria di operazioni
d’emergenza.
L’Unesco ha lanciato reiterati appelli alla comuni¬
tà internazionale affinché contribuisca alla conserva¬
zione delle quattro città «memoria storica della civil¬
tà maura» e ha istituito un «Fondo speciale per la
campagna internazionale di salvaguardia delle anti¬
che città della Mauritania» che dovrebbe essere ali¬
mentato da aiuti finanziari degli Stati membri.
Fig. 1 - Pianta dell’oasi di Chinguetti.
Fig. 2 - La moschea di Chinguetti (Unesco).
Fig. 3 - Pianta di una casa di Chinguetti (Unesco).
SITI STORICO-ARCHEOLOGICI DA SALVARE NEL SAHARA E NEL SAHF.L
239
Fig. 4 - Pianta d’Ouadane (Unesco).
Fig. 5 - L’antica moschea di Ouadane (Unesco). Da E a 0: la co¬
struzione originale doveva misurare circa 8m. (l’attuale misura
15m.). 5 file di colonne rettangolari di varie dimensioni che
sostengono la volta. Le colonne erano unite da N a S da arcate
rudimentali di cui solo 3 sono rimaste intatte. Il sottosuolo del
sacro edificio conserva numerosi manoscritti antichi.
Fig. 6 - Architettura civile della vecchia Ouadane (Unesco).
240
ATTILIO GAUDIO
Fig. 7 - Pianta di una casa di Ouadan (Unesco).
Sfilili
My&mm
Fig. 9 - Case di Tichitt con la tipica architettura locale
SITI STORICO-ARCHEOLOGICI DA SALVARE NEL SAHARA E NEL SAHEL
241
Fig. 10 - La moschea di Oualata (rilievo maggio 1988) (Unesco).
Fig. 11 - Oualata: la moschea insabbiata prima deH'intervento
dell’Unesco (foto E. Fazzino).
Fig. 12 - Tipica decorazione della porta di una camera in una
casa di Oualata.
Fig. 13 - Località storico-archeologiche della Mauritania.
Fig. 14 - Mauritania: preziosi manoscritti medievali conservati
negli scantinati di una moschea a Ouadane (foto dell’autore).
ATTILIO GAUDIO
Fig. 15 - Mauritania: il minareto della moschea di Tichitt, co- Fig. 16 - Mauritania: vecchio saggio che conserva antichi mano-
struito nel XII secolo. È uno dei monumenti più antichi di archi- scritti a Ouadane.
tettura berbero-sahariana.
big. 17 - Il centro storico di Oulata in parte diroccato, necessitante urgenti interventi di restauro e di riabilitazione sociale.
SITI STORICO-ARCHEOLOGICI DA SALVARE NEL SAHARA E NEL SAHEL
243
Fig. 18 - Le autorità maure di Oualata mostrano alcuni mano¬
scritti antichi conservati nelle case private da molte generazioni e
che attendono di essere microfilmati e repertoriati.
Fig. 19 - Veduta parziale dell’antica città carovaniera di Ouada-
ne i cui edifìci pubblici e privati sono in gran parte crollati.
IL PIANO D’AZIONE DELL’UNESCO
Concepito come un vasto programma di sviluppo
regionale integrato, corrispondente alle priorità defi¬
nite a livello nazionale dal governo (lotta contro la
desertificazione, contro lo spopolamento delle regio¬
ni rurali, per l’indipendenza alimentare), il progetto
tende al restauro dei principali edifici delle città di
Ouadane, Chinguetti, Tichitt e Oualata, minacciate
dairinsabbiamento, tramite un intervento coordina¬
to e sistematico nei diversi settori dell’attività econo¬
mica e culturale.
In ogni città gli edifici maggiormente minacciati
saranno disinsabbiati ed una ventina di case restau¬
rate per essere adibite a musei, a biblioteche con sale
di lettura o ad edifici amministrativi.
Le grandi moschee ritroveranno il loro volto archi-
tettonico originale. Il restauro di questi edifici è con¬
siderato prioritario sul piano culturale e monumen¬
tale, per via della loro importanza nella vita religiosa
delle popolazioni e del posto da loro occupato nella
storia dell’architettura musulmana in Mauritania.
ESECUZIONE DEGLI INTERVENTI A TUTTO IL 1990
Restauro
— Ultimazione dei lavori di restauro della mo¬
schea di Tichitt. Lavori urgenti sono stati compiuti in
quella di Oualata, salvata in extremis dalle sabbie del
deserto che stavano seppellendola grazie all’opera
dell’esperto italiano Enzo Fazzino e di un architetto
francese.
— Arresto della progressione delle dune a Chin¬
guetti.
— Reperimento idraulico in corso a Tichitt e a
Ouadane.
— Risistemazione della pista tra Atar e Chinguetti
attualmente in corso grazie al finanziamento di un
notabile di Chinguetti.
Educazione, formazione professionale e cultura
— Creazione di una cooperativa di donne a Ouala¬
ta per mantenere le tecniche tradizionali dell’artigia-
nato locale, come il vasellame, la pittura murale e il
ricamo.
È stata restaurata una casa da mettere a disposizio¬
ne di questa cooperativa.
— Consolidamento di un corso di alfabetizzazione
per adulti a Chinguetti (equipaggiamento e materiale
didattico).
— Redazione, da parte dell’IMRS, di un catalogo
dei manoscritti, riproduzione su microfilm di un mi¬
gliaio di essi, grazie alla collaborazione dell’Istituto
Orientale dell’Università di Tubinga (Germania).
Il progetto prevede di sistemare e di conservare le
opere anche in alcuni edifìci abbandonati nei pressi
delle moschee di Chinguetti e Tichitt.
Lotta contro la desertificazione
Per combattere la desertificazione e le conseguen¬
ze drammatiche della siccità si dovrebbero scavare
dei pozzi di media profondità (30 metri), ma occorro¬
no pompe a trazione animale di cui le autorità locali
non dispongono in numero sufficiente. Intanto l’ine¬
sorabile avanzata delle dune inghiotte palmeti, orti,
abitazioni ed edifìci pubblici. Interi quartieri di Chin¬
guetti e di Oualata sono semi sepolti dalle sabbie o
crollati. Per fissare le dune il miglior sistema finora
sperimentato è quello delle barriere vegetali con un
trapianto biologico singolo, pianta per pianta.
I MANOSCRITTI ANTICHI DI TIMBUCTÙ (MALI)
Oltre alle «biblioteche del deserto mauritano» mi- case borghesi di Timbuctù, dove nessun ricercatore
gliaia di testi redatti in arabo dal XV0 secolo in poi si straniero può entrare e dove venivano depositate le
trovano ammucchiati nelle stanze e magazzini delle merci preziose del tempo delle carovane. Altrettanti
244
ATTILIO GAUDIO
sono gelosamente custoditi nelle regioni sahariane
di Arouane e Boujilbeiha.
Sempre sotto l’egida deH’Unesco è sorto a Tim-
buctù il «Centro di documentazione e di Ricerche
Storiche Ahmed Baba (CEDRAB)», il cui direttore
attuale è l’erudito arabofono maliano Mohammoud
Abdou Zouber.
La raccolta dei documenti antichi si basa sulla pro¬
spezione sistematica delle località segnalate, sulla ri-
produzione in microfilm del materiale raccolto e sul
«ricovero» nella sede del Cedrab dei volumi più pre¬
ziosi e danneggiati. Si tratta in prevalenza di annali,
trattati politici, teologici, storici, geografici, lettere
sull’interscambio commerciale attraverso il Sahara,
diari di mercanti e viaggiatori, liste genealogiche e
biografie di personaggi di rilievo in vari campi, di cor¬
rispondenze degli Askias o dei pascià marocchini pri¬
vate e di stato. Non mancano le opere di autori lette¬
rari, filosofici, agiografiche e di ispirazione mistica o
poetica.
Fig. 20 - Pianta attuale del centro storico di Timbuctù, con indi¬
cato il Centro di Ricerche Storiche «Ahmed Baba». 1) Tombe dei
marabutti; 2) Porto delle piroghe (completamente prosciugato
dalla siccità); 3) Il forte; 4) Moschea di Sankoré; 5) Piazza del
mercato coperto; 6) Liceo franco-arabo (Medersa); 7) L’albergo
turistico; 8) Casa di Lang; 9) Casa di René Caillé; 10) Casa di
Barth; 11) Moschea di Sidi Yahya; 12) Moschea di Dijnguereber;
13) Piazza dell’Indipendenza; 14) Quartiere residenziale (città
nuova); 15) Centro di Ricerche Storiche «Ahmed Baba»; 16) Ci¬
mitero; 17) Mercatino; 18) Uffici amministrativi; 19) Quartiere di
Sardikaina; 20) Quartiere artigianale.
Il Centro Ahmed Baba riunisce in un suo organo
consultivo tutti gli ulema di Timbuctù, guidati dal
Consiglio dei Saggi, composto di 13 membri.
Il Cedrab ha costituito anche una speciale bibliote¬
ca islamica che é in costante arricchimento. Conser¬
va già manoscritti e libri del Cairo, Kairouan, Fez,
portati a Timbuctù e ricopiati. Importante la trascri¬
zione di opere di Ahmed Baba, di E1 Mouktar Ben
Ahmed E1 Kounti e di Mohamed Ben Ousmane Ben
Fodé i cui originali sono conservati presso la Biblio¬
teca Nazionale del Cairo, di Tunisi, di Tiznit, di
Ségou in Mali e presso alcune vecchie famiglie di
Timbuctù.
Ogni testo antico ritrovato, ma che il legittimo pro¬
prietario si rifiuta di vendere o di donare, viene co¬
piato integralmente a mano dal copista del Centro,
Fig. 21-11 direttore del Centro di Ricerche Storiche «Ahmed Ba¬
ba» di Timbuctù, Mohammoud Abdou Zouber, nella biblioteca.
Fig. 22 - Timbuctù: antichi manoscritti conservati nella casa
dove soggiornò l’esploratore francese René Caillè.
SITI STORICO-ARCHEOLOGICI DA SALVARE NEL SAHARA E NEL SAHEL
245
come nei nostri monasteri del Medioevo. L’aspetto
preoccupante del problema, che potrebbe tradursi in
una perdita irrimediabile di una parte rilevante del
patrimonio culturale saheliano e sahariano, risiede
neH’impossibilità pratica di raccogliere tutte le tradi¬
zioni e la letteratura orali tramandate dalle vecchie
generazioni e che i giovani trascurano e non memo¬
rizzano. Ecco perché il compianto Hampaté Bà ha
detto: «In Africa ogni vecchio che muore è una bi¬
blioteca che brucia...».
Il Centro si avvale della collaborazione di esperti
della tradizione orale e della tradizione scritta, avvia
rapporti con università e studi culturali del Niger,
della Mauritania, del Marocco, dell’Algeria, della
Tunisia, della Libia, dell’Egitto, e cura la pubblica¬
zione di una rivista in francese, il cui titolo si richia¬
ma al nome della scomparsa università di Sankoré.
Con l’assistenza finanziaria e tecnologica di alcuni
paesi arabi e dell’Unesco, quest’istituto scientifico
unico nel suo genere a sud del Sahara (è stata co¬
struita anche una sala per conferenze e congressi di
350 posti) si è finalmente dotato dei mezzi necessari
per l’acquisto dei documenti appartenenti a tribù o
vecchie famiglie arabofone, di apparecchiature mo¬
derne per i laboratori, per fotografare e registrare, e
di locali per ospitare studiosi, traduttori e missioni in
visita.
Ma il maggior vanto del Cedrab è la biblioteca e gli
archivi nella penombra dei quali il suo direttore, Ab-
dou Zouber, ci ha introdotti con religiosa precauzio¬
ne, dopo aver aperto una pesante serratura con una
chiave che è il solo a custodire. E con ragione, poiché
in quelle teche e in quegli scaffali sono raccolti oltre
mille manoscritti in arabo che possono rivoluzionare
la storia dell’Africa sahariana. Sono stati scritti non
dai colonizzatori francesi, come quasi tutte le opere
di africanistica studiate finora, ma da autori unica¬
mente autoctoni e inediti.
Fra i testi di maggior pregio riuniti dal Cedrab va
menzionata la storia del Sudan dall’impero di Ghana
al 1930, scritta in due volumi di 400 pagine ciascuno
da Cheikh Osman Camara, e che dà una versione
spesso differente delle vicende e dei personaggi de¬
scritti dalla storiografìa europea. Sull’origine dei
Peul viene validata la tesi del maliano Hampaté Bà
secondo il quale sarebbero i discendenti diretti dei
popoli pastori delle pitture rupestri del Tassili. Essi
sarebbero giunti dalla valle del Nilo in epoca preisto¬
rica e rifugiatisi con le loro mandrie nella valle del
Niger e del Senegai spinti dalla desertificazione del
Sahara. Questa storia della millenaria transumanza
dei Peul è forse la saga più appassionante del noma¬
dismo sahariano.
Altri documenti importanti si troverebbero sotto
le tende degli arabi Kunta, inveterati nemici dei Tua-
reg, tra Bourem e Tessalit nella valle di Telemsi. Ma
nessuno li ha visti, nè letti, nè fotografati. I ricercato¬
ri del Cedrab hanno invece avuto maggiore fortuna
in un accampamento Kunta 55 chilometri a nord di
Timbuctù. Hanno potuto acquistare dai nomadi pro¬
prietari un Corano del XVI secolo, una biografia del
profeta Maometto, un libro sulla conquista araba
dell’Africa del Nord (XVI0 secolo), una lettera auto¬
grafa di Alhadji Omar, un manoscritto religioso (ese¬
gesi coranica) del 639 dell’Egira (1241 d.C.), un tratta¬
to di medicina tradizionale di Sidi Ahmed Arragadi,
contemporaneo di Ahmed Baba, tre manoscritti au¬
tentici di Cheikh E1 Moktar Al Kunti e una biografìa
originale sui genitori di Mohamed E1 Kunti ricca di
dati e informazioni sulla vita nel Sahara durante il
XIX secolo.
Per ora il Cedrab detiene soltanto 11 manoscritti
originali di Ahmed Baba (la maggior parte delle
opere si trovano nelle biblioteche marocchine) tra
cui un vero trattato di filosofia politica contro i ca¬
pi e i governanti ingiusti e malvagi e 35 microfilm
di altri manoscritti dello stesso autore. Recente¬
mente Zouber ha rintracciato dei documenti di gran¬
de interesse sulla biografia degli eruditi del Tekrur
(regno senegalese medievale), delle cronache su av¬
venimenti storici della stessa zona e un’abbondante
corrispondenza tra i Kunta e i Peul, e tra i Peul e i
Toucouleur.
Complessivamente la biblioteca del Cedrab rac¬
chiude 2250 manoscritti in arabo e in lingua peul (fu-
fuldé). Zouber sta inoltre lavorando ad una biblio¬
grafìa completa su tutto ciò che è stato scritto su
Timbuctù dal medioevo ad oggi. Preparerà delle
schede per autore (in arabo) e sulla toponomastica
della città e della regione tratta dai testi, dalla tradi¬
zione orale e dai «tarick» (annali sudanesi antichi).
Zouber si lamenta soprattutto della mancanza di tra¬
duttori e commentatori dei testi, sia degli originali
che dei microfilmati. Al Cedrab c’è lavoro per un’in¬
tera generazione di studiosi arabisti di varie discipli¬
ne e di qualsiasi nazionalità amica, ma purtroppo — ci
ha confessato il suo infaticabile direttore — sono
proprio i giovani a non voler accettare incarichi a
Timbuctù per le condizioni di vita particolarmente
disagiate.
TADMEKKA NEL SAHARA MALIANO
Nel gennaio 1984, in occasione del secondo Col¬
loquio Eurafricano del CIRSS patrocinato dal Mini¬
stero degli Affari Esteri Italiano e che si svolse presso
l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, il giovane ar¬
cheologo maliano Samuel Sidibé (oggi direttore del
Museo Nazionale di Bamako) risvegliò l’interesse
del Prof. Luigi Serra, direttore di studi berberi presso
l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, e il mio
personale per le ricerche storico-archeologiche nelle
regioni nord-orientali del Sahara maliano. Con un
modestissimo fondo operativo che racimolai tramite
alcune riviste scientifiche (avendo devoluto il CIRSS
la totalità del suo bilancio all’organizzazione dei
colloqui annuali sul Sahara), siamo partiti l’anno
successivo da Bamako per una rapida ricognizione
nell’Adrar degli Ifoghas, seguita da una seconda non
meno avventurosa nel 1987.
Questa nostra mini-spedizione italo-maliana, cui
eccezionalmente le autorità di Bamako concessero
l’autorizzazione di una duplice sosta a Kidal, rag¬
giunse dapprima il sito di Es-Souk e, come secondo
campo-base, quello di Talohos, le cui rovine notevoli
fecero ritenere ad Henri Lhote, quando le visitò nel
1934, che si trattasse delle vestigia dell’antica Tad-
mekka, invece di quelle di Es-Souk.
Non volendo e non essendo in grado di polemizza¬
re sull’argomento in questa sede, Samuel Sidibé ha
ritenuto con Raymond Mauny dellTfan che i resti ur-
246
ATTILIO GAUDIO
bani di Es-Souk sono quelli di Tadmekka. In effetti
gli appunti di Mauny si sono rivelati esatti. Ad una
cinquantina di chilometri a nord-ovest di Kidal, nel¬
l’alveo fossile dell’uadi Es-Souk abbiamo rinvenuto
le fondamenta di edifìci, bastioni di difesa, pilastri di
moschee, resti di mercati e pozzi, cocci di terraglie e
utensili di vario tipo, monili di vetro e cornalina e ad
est e ad ovest di quello che potremmo definire «il
centro storico» due vaste necropoli con decine di ste¬
le, in parte giacenti e in parte erette, tutte con iscri¬
zioni funerarie incise a caratteri arabo arcaici. Il sito,
dominato da due speroni rocciosi, si estende longitu¬
dinalmente per oltre mille metri, mentre sviluppa in
senso nord-sud una larghezza di circa 500 metri.
Inoltre sui blocchi granitici sparsi sul bordo dell’al¬
ta cordigliera d’arenaria che fiancheggia il corso del-
l’uadi a sud, abbiamo rilevato numerose incisioni ru¬
pestri analoghe a quelle zoomorfe di Talohos e del
pozzo d’Arli e soprattutto una messe abbondante di
iscrizioni tifinar che il nostro collaboratore e guida
tuareg di Kidal, Titta, ha ritrascritto per una più ap¬
profondita interpretazione e datazione successive.
Titta doveva più tardi diventare un prezioso collabo¬
ratore anche del direttore dell’Istituto di Scienze
Umane di Bamako, Klena Sanogo, che ha onorato
della sua presenza questo Convegno.
Vorrei dire anche una parola sull’importanza di
queste iscrizioni tifinar de l’Adrar. Il mio compianto
direttore di studi berberi, André Basset, de l’Ecole
Nationale de Langues Orientales Vivantes di Parigi,
aveva raccolto a Timimoun, nel 1936, un testo alfabe¬
tico di un tuaregh Ibettenaten proveniente da un ac¬
campamento del Tamesna, a sei giorni di marcia a
sud-est di Kidal. Secondo André Basset i tuaregh
dell’Adrar usavano un alfabeto più arcaico di quello
tamacek dei Kel Ahaggar che il Pére de Foucauld
aveva identificato come destinato alla trascrizione in
berbero dei testi arabi ed i cui caratteri, per lo meno
alcuni, si avvicinavano al paleolibico.
Sempre nel corso di questa prima missione non
privo d’interesse è stato anche l’approccio etnologi¬
co, condotto in concomitanza con le osservazioni ar¬
cheologiche, presso i pochi accampamenti tuareg in¬
contrati nella zona e che non hanno seguito il tragico
esodo per la siccità. Si tratta di Tuareg Kel-es-Souk,
discendenti diretti degli abitanti di Tadmekka che
meriterebbero un’approfondita indagine sulle tradi¬
zioni orali, unitamente alla classe dei loro marabutti
che hanno conservato quell’erudizione letteraria e
teologica che diede tanta fama alla vita intellettuale
della città scomparsa.
Fig. 24 - Le rovine di Tadmekka, città tuareg dell’Adrar degli
Iforas, Sahara maliano.
Fig. 25 - Tadmekka: veduta parziale delle rovine.
Fig. 26 - Tadmekka: i resti della grande moschea.
SITI STORICO-ARCHEOLOGICI DA SALVARE NEL SAHARA E NEL SAHEL
247
A Tadmekka convergevano e si incrociavano le pi¬
ste carovaniere provenienti dal Marocco, dal Tuat al¬
gerino, dalla Tunisia, dalla Tripolitania, dall’Egitto,
dagli imperi sudanesi di Gao, di Mali e di Ghana, dal
Bornu, da Kano dalle miniere di sale di Teghaza e
più recentemente da quelle di Taudenni. Tutti i cro¬
nisti arabi vissuti nei secoli d’oro dell’islam descris¬
sero l’opulenza di Tadmekka e ne tramandarono le
epiche vicende.
Tutti i testi concordano nell’affermare che Tad¬
mekka è il mercato più fiorente sulla strada transaha¬
riana che unisce il Maghreb a Gao tramite Ouargla
(Algeria). Si commercia in oro, schiavi, cereali, abiti.
L’oro, i cereali e gli schiavi provengono dal sud; gli
abiti e altri prodotti manufatti arrivano dal nord.
Ma, più che un mercato, Tadmekka è una tappa
per tutti coloro che lasciano il nord-est del paese alla
volta del paese del Sudan. Ibn Khaldun, che scrive
nella prima metà del XIV secolo, riferisce che nel¬
l’anno 734/1353 sono passati da Tadmekka 12.000
cammelli. Da qui passano anche i pellegrini neri di¬
retti a La Mecca.
Molte tradizioni parlano, del resto, di relazioni in¬
tercorse tra Tadmekka e Abalessa, l’antica capitale
berbera nell’Hoggar occidentale. La posizione geo¬
grafica ha sicuramente favorito la sua nascita e l’uadi
Es-Souk ha potuto offrire, in tempi antichi, le condi¬
zioni ideali per lo sviluppo della città.
Fig. 27 - Tadmekka: una stele funeraria incisa a caratteri arabi
medievali scoperta da Samuel Sidibè nella necropoli occidentale
del sito archeologico.
Tadmekka, secondo Ibn Hawkal che scrive nella
seconda metà del X secolo, è uno stato governato da
un re appartenente al clan dei Banù Tanmak, che fa
parte della tribù berbera del Sanhag. Negli autori po¬
steriori, tuttavia, e nei testi ibaditi risalenti aH’VIII
secolo, si parla della città e non dello stato di Tad¬
mekka. Tadmekka fu forse ad un tempo il nome del¬
lo stato e della città?
Questo ruolo commerciale e di transito di primo
piano Tadmekka pare averlo svolto soprattutto tra
l’VIII e il XIV secolo, prima che la città fosse distrut¬
ta per poi essere ricostruita nel XV secolo con il no¬
me di Es-Souk. È sotto questo nome che ne parla il
celebre viaggiatore e mercante genovese Malfante,
giunto nel Touat nel 1447 per informarsi sulle possi¬
bilità commerciali della regione. La città sarà distrut¬
ta nuovamente nel XVII secolo, epoca a partire dalla
quale non si sentirà più parlare nè di Tadmekka, né
di Es-Souk.
Se abbiamo delle informazioni scritte sulla città a
partire daH’VIII secolo, sappiamo invece molto poco
dell’epoca precedente.
Tra gli autori arabi troviamo diverse grafie del no¬
me della città: il geografo al-Mullallasi parla di Tad-
mak; al-Bakri di Tadmakka; il geografo Ibn Sa’id par¬
la invece di Tadamekka. Lo storico Abù Zakariya
parla a sua volta di Tadmekket. In un altro testo iba-
dita, il cui autore è sconosciuto, troviamo il termine
Tadmakka.
Così il celebre geografo andaluso Abou-Obeid-El-
bekri (Huelva 1028 - Almeria 1094) parlava di Tad¬
mekka nella sua «Descrizione dell’Africa settentrio¬
nale», manoscritto terminato nell’anno 1068 e tradot¬
to dall’arabo in francese da Mac Guakin de Siane:
«Da Ghana a Tadmekka ci sono 50 giorni di marcia.
Di tutte le città del mondo Tadmekka è quella che
assomiglia di più alla Mecca. Infatti il suo nome si¬
gnifica «forma della Mecca». È una grande città, cir¬
condata da montagne e precipizi e costruita meglio
di Ghana e di Kaoukaou. Gli abitanti sono berberi e
musulmani. Si velano il volto come i berberi del de¬
serto (Tuareg). Si nutrono di carne, latte e di una
specie di granaglia che la terra produce spontanea¬
mente (il «pasinatum distichum» secondo l’esplora¬
tore tedesco Henri Barth). La «dora» e gli altri cereali
arrivano dal paese dei negri. I loro vestiti, fatti di co¬
tone, «nouli» e altri tessuti, sono tinti di rosso. Il re
porta un turbante rosso, una tunica gialla e pantaloni
blu. I denari in circolazione sono d’oro puro e li chia-
Fig. 28 - Tadmekka: incisione rupestre raffigurante un ariete.
248
ATTILIO GAUDIO
mano «sola», cioè calvi, perché non recano incisa al¬
cuna impronta. Le loro donne sono di una bellezza
cosi perfetta che nessuna di altri paesi potrebbe so¬
stenerne il paragone. A Tadmekka la prostituzione è
libera. Appena un mercante entra in città le ragazze
gli corrono incontro e ciascuna cerca di condurlo a
casa sua».
Scrittori arabi hanno lasciato descrizioni parziali
ma vivaci di Tadmekka in particolare al-Omari (1349)
e Ibn Khaldoun (XVI secolo). La città, che poi venne
chiamata Es-Souk (il mercato), appartenne per un
breve periodo nel XV secolo all’impero del Mali e fu
distrutta dai Tuareg Ulemiden, nemici dei Kel-
Adrar, verso il 1640 e definitivamente abbandonata
dai suoi abitanti dopo mille anni di pace e di prospe¬
rità. Sulle sue rovine calava il silenzio e l’oblio dei se¬
coli, per lo meno fino all’inizio del XX secolo quan¬
do tre africanisti francesi la visitarono e la descrissero
sommariamente: E. F. Gautier, M. Cartier e G. De
Gironcourt. Poi, tra le due guerre, Es-Souk venne
raggiunta dopo un’audace traversata a cammello del
Tanezuft dal paletnologo Henri Lhote (1935), da
Theodore Monod e nel 1952 dallo storico Raymond
Mauny. Poi, più nulla. Nessuno pensò di organizzare
una campagna di scavi e con l’indipendenza del Mali
(1960) Es-Souk diventò inaccessibile poiché tutto
l’Adrar degli Ifoghas venne decretato territorio mili¬
tare vietato agli stranieri.
A conclusione delle ricognizioni suddette nel-
l’Adrar degli Ifoghas abbiamo riflettuto sugli orienta¬
menti di ricerca. Samuel Sidibé, rientrato a Bamako
col materiale reperito, ha ritenuto che lo studio del
sito di Es-Souk dovrebbe permettere, fra l’altro, di
concettuare la simbiosi culturale tra il mondo arabo¬
berbero e quello negro-sudanese. Esso condurrà, di
fatto, a valorizzare e incentivare la promozione di
uno degli elementi più discussi, ma anche più affasci¬
nanti del patrimonio storico e culturale maliano.
Uno degli obiettivi prioritari sarebbe di riunire una
documentazione di base (scritta e orale) sul passato
millenario dell’Adrar in un contesto unitario e proce¬
dere ad un inventario completo delle testimonianze
paietnografiche e archeologiche degli insediamenti
umani del massiccio. Ciò consentirà inoltre di corre¬
lare gli antichi abitanti di Tadmekka con le attuali
popolazioni tuareg. E tale ricostituzione scientifica di
Tadmekka e del suo habitat allora perfettamente se¬
dentario e urbanizzato, indicherà un nuovo approc¬
cio sociologico ed economico dell’aspro ambiente
attuale, favorendone l’indispensabile e auspicabile
riassetto nell’ambito della Repubblica del Mali.
Fig. 29 - Tadmekka: incisioni rupestri in caratteri tifinagh arcaici.
Fig. 30 - Tadmekka: graffito rupestre fra i macigni vulcanici che
circondano il giacimento archeologico.
MIGLIAIA DI ANTICHI MANOSCRITTI ARABI DEL SAHARA E DEL SAHEL
ESUMATI IN NIGER DA BOUBOU HAMA
Il defunto scrittore e storico Boubou Hama che fu
presidente dell’assemblea Nazionale del Niger, sciol¬
ta dal colpo di stato del 15 aprile 1973, aveva iniziato
il recupero dei manoscritti degli autori africani in lin¬
gua araba. Mi aveva rivelato che all’epoca la sua bi¬
blioteca personale contava 2900 antichi manoscritti
provenienti da tutta l’Africa occidentale, manoscrit¬
ti che sarebbero stati altrimenti destinati a sparire
del tutto.
Boubou Hama aveva anche raccolto 2000 docu¬
menti riguardanti la religione musulmana, nella
moschea del suo villaggio natale di Feneke (25 km
a nord di Tera). L’opera di recupero intrapresa da
questo grande letterato nigerino è immensa e di un
interesse scientifico inestimabile. I secoli d’oro delle
civiltà sudanesi e l’apporto economico e culturale
dell’Islam da parte del Sahara potranno essere rivalo¬
rizzati completamente. Fra le varie opere si trovano
dei testi di letteratura araba scomparsi nel Maghreb e
in Medioriente, dei trattati scientifici del Medioevo
africano, dei libri epici e delle cronache d’epoca.
Certi manoscritti raccontano l’origine e la storia
delle antiche popolazioni del Sahel. Queste pagine
preziosissime, di cui molte furono ricopiate a mano
tra l’XII e il XVI secolo all’università di Timbuctù,
erano state comprate da sovrani, eruditi e ricche fa¬
miglie di mercanti.
Questi primi proprietari imbevuti di cultura isla¬
mica le numerarono e le lasciarono in eredità alla
propria progenie, come beni sacri.
In epoche antiche, mi spiegò il presidente Boubou
Hama, le idee viaggiavano come gli uomini e seguen¬
do le generazioni di nomadi attraverso il deserto e le
savane, ci vengono restituite dagli accampamenti e
dai villaggi del Mali e del Niger di oggi delle bibliote¬
che che credevamo scomparse per sempre.
Fin dal 1935 Boubou Hama sapeva che il Sahara
non era un ostacolo insuperabile tra il Maghreb e
SITI STORICO-ARCHEOLOGICI DA SALVARE NEL SAHARA E NEL SAHEL
249
rAfrica Nera, bensì esso comportava tutta una rete di
comunicazioni e di scambi economici e culturali
intensi.
Sicuro che le opere scritte circolassero molto e che
il libro arabo, originale o trascritto, fosse molto noto
a sud del Sahara, Boubou Hama si era messo subito
alla ricerca dei manoscritti e, in meno di trentanni,
ne trovò più di 1500 che conservò preziosamente al¬
l’interno dell’Assemblea Nazionale, in attesa di met¬
tere insieme una biblioteca.
Questi documenti, di cui alcuni risalgono al XVI
secolo, tutti redatti in arabo, trattano di tutto: diritto,
grammatica, letteratura, teologia, storia, scienze ecc.
Il testo più antico, «Kitah el Anouar» é stato trovato
a Tahoua (Niger) in una famiglia di origine araba. Il
più recente risale alla metà del XIX secolo, alla vigi¬
lia della colonizzazione europea.
Tra i documenti, tutti originali, si trovano mano¬
scritti haoussa, quelli peul del XII secolo dell’Egira e
l’opera magistrale dello sceicco Sokoto, fondatore
dellTslam in Nigeria. I documenti in lingua araba so¬
no i più numerosi. Provengono dal Maghreb e dal
Mali e risalgono al XII secolo.
Boubou non si accontentò di raccogliere queste
opere ma con l’aiuto di un giovane mauritano,
Ahmed Ould Ech Cheikh, che sapeva perfettamente
l’arabo e il francese, eseguì dei lavori di ricerca:
«Mi interessa tutto, soprattutto la storia, quella del¬
l’uomo, delle sue attività e delle sue origini».
Sulle origini dell’uomo egli trovò un’opera anti¬
chissima «Ajness Ifrikia» (Le razze dell’Africa) di
Akbal Oudar, autore berbero. Si tratta più esatta¬
mente di una copia manoscritta nel 1917, di cui il
proprietario attuale non permette che siano fatte del¬
le fotocopie.
Tra i manoscritti classificati di recente si trova un
testo di 546 pagine proveniente dalla regione di
Tahoua. L’autore, Cheikh Sidi Almoukhtar, ha rac¬
colto e commentato tutta la corrispondenza intercor¬
sa tra i Kounta del Niger e le tribù sahariane del-
l’Azaouad e della Mauritania. L’abbondanza e la pre¬
cisione delle informazioni di ogni tipo sono tali che
Fig. 31 - Nella Repubblica del Niger una grande campagna di
reperimento e salvaguardia dei manoscritti antichi ha permesso
di ritrovare questa pagina coranica, scritta in lettere cufiche, che
risale al Mille d.c.
.1». >•
Fig. 32 - Corano del XV secolo, conservato presso l’Assemblea Nazionale del Niger, a Niamey, fra i 2000 manoscritti raccolti e catalogati
dal defunto erudito Boubou Hama.
250
ATTILIO GAUDIO
grazie a questo voluminoso manoscritto è possibile
ricostruire l’organizzazione politica ed economica
del Sahara prima dell’occupazione francese. In que¬
sto il lavoro di Boubou Hama è stato fondamentale
in quanto permette di sostituire le fonti unicamente
europee del periodo coloniale con fonti africane au¬
tentiche e di riscrivere per l’Africa di domani la storia
del suo passato.
Anche Niamey avrà una prestigiosa biblioteca ara¬
ba, essa diventerà un luogo sacro di pellegrinaggio
culturale per i ricercatori e gli storici africani. Il
«Centro regionale di documentazione per la Tradi¬
zione orale (CRDTO), creato a Niamey con l’aiuto
dell’Unesco, diventerà ben presto un’istituzione in¬
ternazionale africana. La sede provvisoria è in Niger
dove si trova già il «Centro Nazionale di Ricerca e di
Scienze umane».
Dal canto suo il governo del Niger, con l’aiuto del
FAC (sezione delle Nazioni Unite) ha iniziato la co¬
struzione di un vasto edificio per offrire un luogo
adeguato al Centro e permettergli di perseguire i pro¬
pri obiettivi.
Il Centro si sforza innanzi tutto di sviluppare la
cooperazione tra i Centri nazionali di ricerche inte¬
ressati all’esecuzione del piano regionale di Ouada-
goudou, nel quadro della raccolta sistematica delle
tradizioni orali africane. Il centro ha anche lo scopo
di sviluppare lo studio delle lingue africane e l’elabo¬
razione di opere indispensabili a tale scopo. Deve
inoltre assicurare la formazione del personale ade¬
guato per organizzare riunioni e seminari scientifici e
tecnici.
Altre iniziative del centro riguardano la pubblica¬
zione di monografìe a carattere storico, di dizionari e
di grammatiche, di testi di lettura nelle lingue afri¬
cane ecc.
Inoltre sono state concesse delle borse di ricerca, è
stato girato un film su un narratore haoussa e sono
state eseguite registrazioni sonore sulle tradizioni di
varie etnie della savana.
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.
Jean Gaussen
Perles néolithiques du Tilemsi et du pays Ioullemedene
(Ateliers et techniques)
Résumé — Dans la partie est du Mali et plus particulièrement dans le Bas Tilemsi et dans la région de Ménaka, on a
découvert divers ateliers néolithiques de fabrication de perles en quartz, en quartzite et en cornaline. A l’exception de
la perle dite de Télataye décorée par taille bifaciale, les formes sont assez banales: du petit anneau à la sphère légèrement
aplatie. Le polissage était effectué après la perforation. Celle-ci a été faite par abrasion ou par piquetage. L’abrasion suivie
d’une percussion finale creuse un canal cylindrique et rectiligne débouchant sur une face concave créée par l’enlèvement
d’un petit cóne. Le piquetage effectué au moyen d’un tamponnoir creuse un canal biconique à parois très rugueuses dans
lequel aucun instrument n’a tourné.
Abstract — Several Neolithic workplaces have been discovered in thè eastern part of Mali and in particular in thè Bas
Tilemsi and in thè region of Ménaka: here quartz-, quarzite- and cornel-pearls were produced. Except thè pearl named
from Telataye decorated on both sides, thè shapes are quite banal: from little rings to slightly flattened spheres. The clea-
ning was carried out after thè perforation. It was made by abrasion or by tapping. The abrasion followed by a final percus¬
sion furrows a cylindrical and rectilinear canal coming out on a concave face produced by thè elevation of a little cone. The
tapping carried out by a baflfer furrows a biconical canal whose walls are rough and in which no instrument has turned.
J’ai participé depuis une trentaine d’années à un
certain nombre de découvertes relatives à la parure
néolithique saharienne tant en matière d’ateliers
que de techniques de fabrication. En voici un bref
résumé.
Le cadre géographique de ce sujet est constitué par
la septième région du Mali. Cela englobe d’une part
le Bas Tilemsi c’est à dire le secteur compris entre
Anefìs et Gao, d’autre part, en pays Ioullemedene, la
région qui s’étend autour de Ménaka et de Télataye.
Le cadre culturel est le Néolithique saharo-souda-
nais sans autres précisions. Ce Néolithique est enco-
re en effet assez mal connu tout au moins pour la ré¬
gion qui fait l’objet de cette étude. Surtout les limites
chronologiques sont encore très floues et manquent
de ces repères que sont les datations par le radio car¬
bone. Disons simplement qu’une certaine phase de
ce néolithique parait assez tardive.
LES ATELIERS
En matière de parure, il ne sera question ici que
des seuls ateliers de fabrication, de leurs techniques
et de leurs productions. Par atelier, il faut compren-
dre ces stations qui ont pour synonymes sinon usine
ou fabrique, mais au moins village d’artisans. Je ne
parlerai pas de ces gisements où fon découvre quel-
ques grains de collier fracturés non à l’usage mais en
cours de fabrication. Le petit nombre de ces vestiges
est incompatible avec une production de quelque
importance. J’imagine qu’il y avait à cette époque ce
que fon peut appeler des travailleurs indépendants
comme il en existe encore de nos jours, malgré les
progrés de la production industrielle. Il y a quelques
années, j’ai vu dans un petit campement nomade des
environs de Tessalit une femme qui fabriquait des
grains de collier dans une semelle de soulier en ma¬
tière plastique.
Le premier de ces ateliers a été découvert par Hen¬
ri Lhote en 1939 près de Gadaoui, à quelques km au
nord de Gao. Depuis cette date, il en a été trouvé une
dizaine. En voici l’énumération, en précisant bien
que seuls fìgurent dans la liste suivante ceux que
nous avons personnellement (Gaussen Michel et
moi-mème) découverts et prospectés.
Au nord de Gao, à proximité de Gangaber et à
quelques kilomètres de celui qui fut découvert par
Henri Lhote, nous en avons inventorié trois autres
tous aussi importants et semblables tant sur le pian
des techniques que sur celui des productions.
Dans l’oued Ichawan, affluent fossile du Tilemsi
sur sa rive gauche, il y en a quatre.
Il s’agit de In Arabou, de Ilouk, de Lagreich et de
Taguelalt. Ce sont les plus importants, en particulier
celui de Lagreich qui appartient à un vaste complexe
industriel où se fabriquaient également en quantité
énorme: haches taillées, pics, ciseaux, couteaux et
burins.
Aux environs de Télataye, on en compte quatre. Il
s’agit de Télataye Ouest et de Télataye 1, 2 et 3. Dans
le secteur de la Mare de Nak, dont la richesse en ve¬
stiges préhistoriques avait été signalé dès 1912 par le
capitaine Maurice Cortier, il y a diverses stations
néolithiques souvent oblitérées par des occupations
proto-historiques ou médiévales.
Quelques petits postes de travail spécialisés dans
la fabrication de grains de collier y ont été découverts
mais l’appellation d’atelier serait ici pour le moins
inadéquate.
254
JEAN GAUSSEN
LES MATIÈRES PREMIÈRES
Dans les habitats du Néolithique saharo-soudanais,
la parure utilise les matières les plus diverses. Ce sont
les pierres dures y compris des tronfons de fulgurites
mais aussi pierres tendres (schiste, calcaire, tale) des co-
quillages terrestres ou aquatiques, des os, des coquilles
d’oeuf d’autruche, des otholithes de poisson, des fos-
siles, des fragments de céramique hors d’usage et ce
rapide inventaire ne prétend pas ètre exhaustif.
Dans les ateliers précédemment cités, seules les
pierres dures ont été utilisées. Ce sont uniquement
des roches siliceuses: quartz, quartzite, grès quarzi¬
te et calcédoine.
Les quartz hyalins, opaques ou très légèrement co-
lorés ont été moins employés que les quartzites et les
grès quartzites que fon trouve en grande abondance
tant sur le reg que dans les fonds d’oued.
Les calcédoines semblent avoir constitué la matiè-
re de choix pour la confection des grains de collier et
de certains pendentifs.
Il s’agit presque uniquement de la variété rouge,
connue sous le nom de cornaline.
Absente sur les ateliers de Gangaber qui n’ont uti-
lisé que des quartzites, elle domine sur ceux de Téla-
taye et a l’exclusive totale dans l’oued Ichawan.
LES FORMES
Les formes seraient peu variées s’il n’y avait une
perle que nous baptisée perle de Telataye en raison
du secteur où elle a été fabriquée. La perle de Tela¬
taye est peut-ètre la seule dans le Néolithique saha-
rien où la taille constitué l’essentiel du décor. Elle se
présente sous la forme d’un petit disque à taille bifa-
ciale par enlèvements centripètes Elle ressemble,
mais en bien plus petit, à certains nucléus discoi'des
du Paléolithique moyen (fig. 1).
Les autres formes sont assez banales. Ce sont des
petits anneaux, des cylindres courts ou des sphères
légèrement aplaties, mais chaque atelier avait ses
propres spécialités. Il n’y a pas de dimension stan¬
dard. Les diamètres varient entre 5 et 15 mm et les
épaisseurs entre 4 et 8 mais il s’agit là de chiffres ex-
trèmes.
Fig. 1 - Télataye. Perles en quartz et cornaline à divers stades
de la fabrication.
LA FABRICATION
Le premier stade de la fabrication est évidemment
la taille de l’ébauche. Le feu a manifestement partici-
pé à la fragmentation des blocs de cornaline. Percus-
sion et pression ont parachevé le travail mais il est
difficile de dresser le schèma opératoire ultérieur.
Celui ci a du varier selon la forme du bloc initial. La
technique Levallois a été souvent utilisée, en parti-
culier pour obtenir une face piane, base de départ de
la perforation. La taille des quartzites et des grès est
assez difficile à analyser en raison de leurs fractures
grenues ou écailleuses.
Le polissage
Un détail technique est, par contre, beaucoup plus
net. Il s’agit du polissage. Divers auteurs parlent de
polissage préalable à la perforation. La perle aurait
été taillée, polie, puis dans un dernier temps percée.
Je n’ai jamais rien constatò de tei. Peut-ètre cela a-t-il
existé en certains endroits mais jamais dans les ate¬
liers précédemment cités. Peut-ètre faut-il compren-
dre régularisation au lieu de polissage? Un fait est
certain: parmi les milliers d’ébauches et de perles
cassées en cours de fabrication tant sur les ateliers du
Tilemsi que sur ceux de la région de Ménaka, il ne
s’en est pas trouvé une seule portant des traces de
polissage. Cela est d’ailleurs assez logique: pour
quelles raisons aurait-on poli des perles dont une
bonne partie allait ètre cassée par la suite alors qu’il
était aussi simple et sans doute mème plus simple
de le faire en dernier lieu. Le polissage n’est pas
traumatisant et c’est évidemment la raison pour
laquelle on ne trouve aucune perle cassée à ce sta¬
de. Le problème reste donc entier: la fmition était-
elle effectuée sur place ou était-elle à la charge de
l’acheteur?
La perforation
Mais avant de polir la perle, il fallait la percer et là,
la casse était importante. Le sol de certains ateliers
de l’oued Ichawan est tapissé par les déchets de fabri¬
cation de perles en cornaline et celui de Ilouk a été
découvert de fort loin, à la jumelle, en raison de la
couleur rouge du sol qui tranchait sur le jaune du sa-
ble et des herbes sèches avoisinantes.
En matière de perforation, deux techniques bien
différentes ont utilisées: l’abrasion et le piquetage.
L’abrasion
L’abrasion est le procédé classique pour percer les
pierres dures, mais curieusement, la technique sui-
vante n’a jamais été signalée dans le Néolithique sa-
harien tout au moins à ma connaissance.
PERLES NÉOLITHIQUES DU TILEMSI ET DU PAYS IOULLEMEDENE (ATELIERS ET TECHNIQUES)
255
Une tige entraine un abrasif d’une dureté au
moins égale à celle de la roche à percer et cet abrasif
creuse un canal parfaitement cylindrique et rectili-
gne (fig. 2 et 3). La tige est fine et son diamètre, infé-
rieur ou au maximun égal à celui du canal, ne peut
pas excéder 1 mm 8. Elle ne peut donc ètre en silex.
Fig. 2 - Taguelalt. Début de la perforatimi par abrasion.
Fig. 3 - Taguelalt. Perforatimi par abrasion. Canal cylindrique
et rectiligne.
L’os ou plutót le bois (épine d’arbre par exemple) pa-
raissent plus vraisemblables. L’opération certaine-
ment très longue est écourtée par une astuce techni-
que. Aux deux tiers de la perforation une percussion
sur la tige détache un petit còne qui emporte la partie
qui restait à perforer (fig. 4). Cette technique pour-
rait donc ètre appelée: abrasion-percussion. Sur l’a¬
telier de Taguelalt elle a été utilisée de manière sy-
stématique d’ou le nom de perle de Taguelalt qui a
été donné à ce grain de collier encore mal connu. La
perle de Taguelalt se reconnait très facilement: non
parce qu’elle est en comaline et que son canal est cylin¬
drique, mais en raison de la dispari té de ses faces: fune
est piane (fig. 5), l’autre est fortement cratérisée (fig. 6).
Une technique voisine a été signalée en Irak par J.
Tixier. L’abrasion est remplacée par le piquetage
mais la phase terminale, c’est à dire l’expulsion d’un
petit còne, est la méme.
Fig. 4 - Taguelalt. Cònes. On apercoit à leur sommet le fond
ombiliqué du canal de perforation.
Fig. 5 - Taguelalt. Perles vues par la face piane.
Fig. 6 - Taguelalt. Perles vues par la face cratérisée.
Le piquetage
La technique du piquetage a été employée sur
presque tous les ateliers de perles du Sud saharien.
L’engin utilisé a été appelé tamponnoir en raison de
son analogie fonctionnelle avec l’instrument moder¬
ne de ce nom.
Le tamponnoir ne coupé pas, il ne creuse pas, il
n’arrache pas, il n’use pas, il casse. En réalité il s’agit
de micro-fractures dont la confluence provoque une
désagrégation de la matière. C’est le système du mar-
teau piqueur ou de la chignole dite à percussion.
Les tamponnoirs n’ont pas de forme bien caracté-
ristique. Typologiquement, ils rentrent dans la gran¬
de famille des becs, per9oirs, tarauds, tarières, me-
256
JEAN GAUSSEN
ches de foret et autres petits pics. Ce sont les traces
d’usage qui permettent de les identifier et ils appa-
tiennent à ces rares outils qui ne refoivent leur nom
qu’après avoir servi. C’est le cas par exemple des per-
cuteurs. Selon les ateliers ils sont faits sur éclat, sur
lames ou sur lamelles de coup de burin. A Gadaoui, à
Gangaber et à Télataye ce sont surtout des éclats et des
lames courtes qui ont été utilisées. A Lagreich, ce sont
les chutes de burins et ces burins, simples rebuts en
l’occurrence, constituent un énorme amoncellement
situé à proximité immédiate de l’atelier des perles.
Les traces d’usage que portent ces tamponnoirs in-
téressent surtout l’extrémité distale c’est à dire celle
qui perce. Celle-ci présente des esquillures axiales et
jamais latérales, ce qui devrait étre le cas si l’instru-
ment avait tourné en force. Elle ne porte pas ces tra¬
ces d’usure ou méme de poli qu’acquièrent très rapi-
dement les outils qui sont animés d’un mouvement
rotatif (fìg. 7).
Les tamponnoirs n’ont jamais tourné. Ils ont pi-
queté jusqu’au terme final de la perforation et l’exa-
men des parois de cette dernière le démontre à l’évi-
dence (fìg. 8). D’une extrémité à l’autre, c’est partout
la méme confluence de micro-cratères sans la moin-
dre strie circulaire et cet aspect est caractéristique
des agressions par impacts perpendiculaires. L’extré¬
mité proximale des tamponnoirs ou talon n’est ja¬
mais esquillée mais la partie la plus en relief est mà-
chée, écrasée et n’a manifestement jamais subi de
chocs très violents par un percuteur très dur.
Il en va un peu différemment sur les petits postes
de travail des environs de Nak. Les matières premiè-
res utilisées (quartzite et cornaline), la production,
les outils et la technique y sont identiques à ceux des
autres ateliers. La plupart des tamponnoirs sont faits
Des lignes précédentes se dégagent un certain
nombre d’enseignements. Le premier, c’est l’indus-
trialisation très avancée de cette région et les perles
n’en sont pas le seul objet.
Le deuxième c’est la diversité des techniques.
Le troisième est l’importance des productions lo-
sur chutes de burins mais les talons sont nets et vier-
ges de tout contact. On peut donc supposer que les
tamponnoirs de Nak étaient emmanchés.
Fig. 7 - Ilouk. Tamponnoir. Extrémité distale avec esquillures
d’usage.
Fig. 8 - Lagreich. Perforation achevée. A noter l’aspect toujours
identique des parois.
cales. En matière de perles africaines, méme pour les
plus anciennes, il est habituel de faire une très large
part à l’importation et dès que le mot de cornaline est
prononcé, tous les regards se tournent vers l’est. On
oublie parfois que bien des parures étaient fabri-
quées sur place.
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Jean Gaussen: 24190 Neuvic-sur-l’Isle FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Jean-Gabriel Gauthier
Gravures rapestres et peintures du pays Fali
(Nord-Cameroun)
Résumé — Dans les montagnes du pays Fali au Nord Cameroun, existent des gravures rupestres géométriques de
datation incertaine. L’auteur s’interroge sur leur signification, en les rapprochant des symboles héraldiques brodés sur le
vètement actuel des Fali et des figurations peintes traditionnelles que l’on peut encore voir dans les habitations.
Abstract — In thè mountains of thè Fali country, in Northern Cameroon, exist some geometrie rupestrine engravings.
Their dates are uncertain. The author wonders himself about their meaning in thè content of a dose relationship with
heraldic symbols embroidered on some clothes Fali people wear today, and with painted représentations that we stili can
observe in their homes.
Le Pays Fali se situe à 300 km au Sud du Lac
Tchad et à 900 km environ de Bilma, de Tadjéré et de
Falchi, oasis que Fon peut citer ici avec quelque rai-
son, si Fon en croit des traditions orales, qui les men-
tionnent comme points de départs migratoires de
certaines populations anciennes locales (Sao).
Les brèves remarques qui vont suivre, seront donc
un peu marginales par rapport au sujet précis de ce
colloque. Elles le seront du point de vue de Fespace
et également de celui de la chronologie. En effet,
dans la région considérée aucune datation concer-
nant des activités humaines, en dehors des industries
lithiques, ne remonte au delà du III siècle BC. Pour
le reste, c’est à dire ce qui est habituellement consi-
déré comme relevant du néolithique, aucune date ne
peut ètre avancée avec certitude. Il en est de mème
pour la période historique, qui se confond parfois
avec Fépoque contemporaine . . . Compte tenu de
ces remarques préalables, les documents dont il sera
fait état sont de deux sortes:
1) des gravures rupestres.
2) des peintures.
Parmi ces documents, les uns sont anciens, les
autres modernes. Leur intérèt tient au rappel qu’ils
font d’archétypes traditionnels dont l’origine est
peut-ètre pour une part, à rechercher dans un pré-
historique plus septentrional.
LES GRAVURES RUPESTRES
Elles sont d’abord très rares: les sites qui en recè-
lent se comptent sur les doigts de la main.
Strictement géométriques, elles ne comportent
aucune représentation figurative, anthropomorphe,
ou zoomorphe.
Répartition
Les plus connues sont celles qui furent décou-
vertes par Buisson, au début du siècle, sur les
rochers de marbré de Bidzar, à environ 100 km
au N.-E. de Garoua, capitale de Province et chef-
lieu du département de la Bénoué. Toujours dans
la méme région, d’autres ont été relevées par
Lagrave et Gauthier sur la montagne sacrée de
Béri, par J. P. Lebeuf, prés de Péné, au Kangou, et
enfin par J. Rapp, non loin des restes du village de
Tsola-Ram.
Elles consistent surtout en quadrillages, assez pro-
fondément incisés sur des roches de nature pétro-
graphique diverse (grès ou granit). Elles reprennent
fréquemment en les aménageant, des lignes de frac-
tures naturelles dues à des chocs thermiques. La ro¬
che de Tsola Ram découverte en 1986 par J. Rapp,
sur laquelle le dessin se détache en clair sur le fond
sombre patiné du rocher, est le seul exemple actuel-
lement connu, d’une gravure réalisée par piquetage
et raclage.
Ancienneté
Il est possible que certaines d’entre elles, attri-
buées par les Fali aux «Hommes sans nom», puis-
sent se rapporter au néolithique, représenté locale-
ment et dans les zones proches, par des hàches polies
plates, des houes, des pointes de flèches pédonculées
en silex (Figuil, Rapp) et peut-ètre aussi par les nom-
breux rochers creusés de cupules et de cavités oblon-
gues, destinées à broyer des substances diverses. La
plupart, cependant, semblent appartenir à la période
historique, mème s’il s’agit du tout début du premier
millénaire.
Signification
Il existe plusieurs hypothèses basées sur des ob-
servations ethnographiques. La plus répandue au
sujet des quadrillages visibles sur les surfaces planes,
évoque la possibilité de jeux. Mais le fait que des
dessins semblables existent également sur des sup-
258
JEAN-GABRIEL GAUTHIER
ports verticaux, semble exclure en partie cette hy-
pothèse. Les autochtones pensent plutòt à des sortes
de damiers, utilisés à des fìns divinatoires, comme il
en est actuellement.
En ce qui concerne le rocher de Tsola Ram, son
décor — semblable à une portée musicale chargée de
neumes — peut ètre rapproché des broderies qui,
chez les Fali, ornaient les pagnes d’homme. Très ré-
cemment encore, (1965) elles entraient dans l’écritu-
re symbolique d’une sorte de blason, propre à un vil-
lage, à un clan, un lignage ou un individu. Mais à la
différence du blason Occidental, la valeur des signes
symboliques, comme celle qui s’attachait à leur dis-
position, variait en fonction de ce qui voulait ètre si-
gnifìé. Ainsi, selon le contexte, un cercle pouvait re-
présenter une femme, un foyer, un lignage ou une
danse... Un carré brodé au niveau du sexe désignait
l’individu porteur du pagne, son clan, son lignage.
De mème, par extension, l’ensemble pouvait faire ré-
férence à l’identité du sujet et à sa position au sein
d’une structure sociale ou politique. Cette variabili-
té, dans la nature signifiante des différents éléments,
en rend donc la lecture extrèmement difficile, d’au-
tant qu’il s’y ajoute souvent des facteurs esthétiques
qui peuvent facilement ètre confondus avec les cons-
tituants du véritable langage héraldique.
Fig. 1 - Carte générale du Cameroun
Fig. 2 - Gravures géométriques sur la montagne sacrée de Béri.
Support de grès. Pré-falien ancien.
Fig. 3 - La roche gravée de Tsola Ram. Plateau de Kangou. Sup¬
port granitique. Pierre - frontière entre le pays fali et les Lamidat
peuls voisins. Epoque historique ancienne.
Fig. 4 - Pagne d’homme. Partie antérieure: «Tipéshu». Sup¬
port: coton filé et tissé localement, brodé de fils d’origine euro-
péenne. Décor aux «signes symboliques» du Chef des jeunes
gens du village de Puri. Puri 1960. Coll. part.
GRAVURES RUPESTRES ET PEINTURES DU PAYS FALI (NORD-CAMEROUN)
259
La reproduction rupestre de la symbolique propre
à un groupe, ou à l’individu représentatif d’un grou-
pe, avait encore pour fonction, ces dernières années,
de marquer un territoire, c’est à dire de constituer
ponctuellement la limite qui ne pouvait ètre franchie
sans autorisation par un étranger.
C’était le cas à Ngoutchoumi jusqu’en 1975, où la
piste d’accès au village, qui serpentari entre des
chaos de rochers, était pour ainsi dire barrée par une
borne gravée dite «Pata (guaw)-Mi»-«roche-frontiè-
re», près de laquelle se tenaient toujours un ou deux
guetteurs. Comme à Tsola Ram, sa surface horizon-
tale, fortement imprégnée d’ocre, est polie par l’effet
du frottement corporei, ce qui témoigne, sinon d’une
«haute antiquité» du moins celle d’une longue fré-
quentation.
Fig. 5 - Pata-Mi. Pierre frontière du village de Ngoutchoumi.
Utilisation d’accidents naturels aménagés. Support granitique.
Epoque historique.
LES PEINTURES
On peut en repérer quelques traces dites «ancien-
nes» dans des excavations rocheuses, mais il est tota-
lement impossible de les dater. Avant 1960, elles
étaient fort nombreuses sur les parois intérieures et
extérieures des habitations. Bien entendu, il s’agis-
sait là de réalisations contemporaines. Leur intérét,
toutefois, tient au fait qu’elles passaient pour repro-
duire, dans leur style, des modèles traditionnels, mè-
me si l’esthétique avait souvent le pas sur les préoc-
cupations symboliques. Dans l’ensemble, on pouvait
observer une nette dominance du style géométrique,
utilisé soit dans une expression symbolique soit dans
celle d’un simple décor.
Fig. 6 - Décoration extérieure de la case du Wuno de Ngout¬
choumi. 1965. Etat en 1990.
Les teintes employées étaient le noir et l’indigo
— ilia —, le blanc — butia —, le jaune — bonya — et le
rouge — tshalia — . Le genre figuratif était surtout ré-
servé aux scènes commémoratives d’un événément:
visite, voyage, chasse heureuse, etc.
Dans tous le cas, les personnages sont fortement
stylisés. Les plus importants (chefs ou notables) sont
figurés en rouge.
En examinant les représentations humaines faites
dans le style traditionnel par des adultes, totalement
analphabètes, et n’ayant pas eu de contacts culturels,
avec les missions ou avec fècole, on s’aper?oit que
les personnages dessinés, la plupart du temps filifor-
mes, reproduisent un style ancien plus ou moins
conventionnel. Il n’a rien de commun avec les
«bonshommes» inspirés de modèles occidentaux.
Une peinture de la case d’entrée du Wuno de Ngout¬
choumi permet d’illustrer ce propos. Elle représente
une chasse séparée en deux par une figure géométri¬
que évoquant la terre du village. Sur la gauche, les
personnages représentés sont le chef et ses messa-
gers, à droite, le chef des jeunes gens et ses conseil-
lers. Dans la première catégorie, la tète de chaque
personnage est représentée par un cercle alors que
dans la seconde, elle ne l’est que par un simple épais-
sissement du trait. Dans le premier cas, il s’agissait
de la représentation d’adultes ou de nobles, dans le
Fig. 7 - Scènes de chasse peintes sur l’ancien campement de
Ngoutchoumi. Graphisme d’influence européenne. Ngoutchou¬
mi 1967.
260
JEAN-GABRIEL GAUTHIER
second de jeunes gens. Cette convention semblait
assez générale. Générale aussi, celle qui consistait à
peindre en teinte piate les animaux domestiques,
tandis que le corps des animaux de la brousse s’or-
nait de punctiformes (noirs et rouges pour les félins,
blanc ou jaunes pour les autres, blancs pour les ani¬
maux «de la nuit», etc....). Malgré la stylisation, les
attitudes souvent très bien notées, peuvent caractéri-
ser un individu. Dans la scène 2 du mème panneau
donné en exemple, on peut reconnaitre un euro-
péen, figurò mains sur les hanches, dessin tout à fait
comparable à celui relevé par J. P. Lebeuf représen-
tant un administrateur en tournée, désinvolte et une
main dans la poche (J. P. Lebeuf, 1961). La qualité du
graphisme dans la saisie des attitudes ou du mouve-
ments peut laisser supposer que fon se trouve donc
plus en face de conventions que d’inaptitude au dessin.
Fig. 9 - Décoration intérieure d’une case. Style de Ngoutchou-
mi-Puri. Représentation symbolique du monde diurne et noctur-
ne de la brousse. Ng. 1962.
Fig. 8 - Scènes de chasse. Décoration intérieure de la case de Fig. 10 - «Dessin en noir et ocre représentant un administrateur
Wuno de Ngoutchoumi. 1966. Etat en 1989. en visite dans le pays fali...». (Niam, p). D’après J. P. Lebeuf.
CONCLUSION
Bien qu’aucune valeur chronologique ne puisse
ètre attribuée avec certitude à ces documents d’une
antiquité toute relative — quand il ne s’agit pas
d’oeuvres actuelles — il nous a semblé néanmoins in-
téressant de les présenter, afìn de mettre en évidence
des aspects touchant à leur codage, à leur signifìcation,
à leur usage et cela dans la mesure où ils s’incluent
dans une tradition qui, elle, peut ètre très ancienne.
Une remarque s’impose: les représentations parié-
tales (gravures ou peintures) n’ont encore pas été si-
gnalées au Sud du plateau de l’Adamawa qui mar-
que, au Cameroun, la rupture entre la savane et la fo-
rèt, en mème temps que la limite culturelle entre les
mondes traditionnels soudanais-peul et le monde
bantou.
Les peintures traditionnelles peuvent-elles se rap-
porter à de lointains modèles septentrionaux? saha-
riens peut-ètre? La dernière constatation pourrait
plaider en ce sens.
S’il demeure actuellement très hasardeux de se
prononcer catégoriquement à cet égard, on ne peut
manquer toutefois d’évoquer cette possibilité.
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Jean-Gabriel Gauthier: Université de Bordeaux I Laboratoire d’Anthropologie
Avenue des Facultés 88405 Talence FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Achilles Gautier
Mammifères holocènes du Sahara
d’après l’art rupestre et l’archéozoologie
Résumé — Les informations concernant les mammifères holocènes en Afrique du Nord proviennent de la paléontolo-
gie, de l’archéozoologie, de l’art rupestre et de quelques documents écrits. Les sources principales sont l’archéozoologie et
l’art rupestre et un tableau général compare pour la première fois les données archéozoologiques pour la faune sauvage
avec celles dérivées de l’art rupestre. Le bufile antique ou géant (Pelorovis antiquus) était un élément très caractéristique de
cette faune mais n’existe plus aujourd’hui. Toutefois, il ne s’agit probablement pas d’une vraie espèce éteinte mais plutòt
d’une forme, caractérisée par une taille et des cornes très grandes, appartenant à l’espèce évolutionnaire polymorphe, qui
est actuellement représentée par les buffles africains Syncerus caffer. Dans ce dernier cas, P. antiquus pourrait ètre rebaptisé
Syncerus caffer antiquus. Un autre grand bovidé, Bos ibericus est une espèce-chimère et tous les bovins domestiques
africains dérivent du grand bétail sauvage paléarctique Bos primigenius (l’aurochs). Cette espèce a peut-ètre été domesti-
quée au Western Desert égyptien, mais n’a pas nécessairement joué un ròle important dans la néolithisation de l’Afrique
septentrionale.
Abstract — Information concerning thè Holocene mammals of North Africa is provided by palaeontology, archaeozoo-
logy, rock art and some written records. The two major sources are archaeozoology and rock art and a generai table compa-
res for thè first time thè archaezoological data for thè wild mammals with those from rock art. Giant buffalo (Pelorovis anti¬
quus) is a typical element in this game fauna but has now disappeared. It may not however represent an reai extinct species
but rather a now extinct form characterized by large size and horns within thè polymorphic evolutionary species represen-
ted today by thè extant African buffalo (Syncerus caffer). As a result, P. antiquus might eventually be renamed Syncerus
caffer antiquus. Another larger bovid, Bos ibericus is a ghost species and all African domestic cattle is derived from thè
palaearctic large wild cattle Bos primigenius (aurochs). This species may have been domesticated in thè Egyptian Western
Desert, but did not necessarily play an important role in thè néolithisation of North Africa.
Ce texte suit assez fidèlement la courte commu-
nication présentée lors du colloque de Milan, en y
incorporant quelques réflexions qui résultent des
discussions. Le but principal était de comparer le
bestiaire de l’art qui nous intéresse ici, avec celui des
fouilles. Cette comparaison peut nous instruire sur la
fìabilité des inventaires, iconographiques ou ostéolo-
giques, sur le jeu de filtres culturels et autres etc.
Toutefois, les analyses comparées évoquées ne vien-
nent que d’ètre entamées. De ce fait, je ne peux four-
nir que quelques résultats généraux, auxquels j’ajou-
te deux mises au point concernant les grands bovidés
de l’Afrique de Nord et une note sur la domestica-
tion animale dans cette vaste région.
Comme mon exposé s’adresse surtout aux spécia-
listes de l’art rupestre, je me permets de commencer
par quelques considérations générales. Les principa-
les sources d’informations à notre disposition pour
l’étude de la faune holocène préhistorique de l’Afri-
que du Nord sont les restes et les traces d’animaux
provenant de sites paléontologiques, ceux provenant
de sites archéologiques et les fìgurations dans l’art
rupestre. Quelques textes peuvent également nous
aider, mais ne concernent que la partie la plus récen-
te de l’Holocène (voir la contribution de G. Camps).
Le lecteur connait très probablement ces sources,
sans peut-ètre faire toujours une distinction claire
entre données paléontologiques et archéozoologi¬
ques.
La formation d’un site paléontologique au sens
exact du mot est un phénomène rare dans le domai¬
ne Continental. Le nombre d’animaux y est considé-
rablement moins important que dans le domaine
marin. D’autre part, la sédimentation y est beaucoup
moins intense que dans le domaine marin et l’en-
fouissement de restes organiques pouvant amener
leur conservation, y est nécessairement un événe-
ment plutót rare. La conservation meme dépend na-
turellement aussi de la nature des restes organiques.
Les parties molles ne se conservent généralement
pas; les animaux doivent possèder un squelette pour
se présenter comme candidats-fossiles. Comme on
le sait, le squelette des vertébrés est constitué de ma-
tières osseuses. Celle-ci comptent toujours deux
composants principaux: les fibres de collagène et les
microcristaux de phosphate de calcium qui les en-
tourent. On lit encore trop souvent que l’os est dé-
truit par la dissolution de son composant anorgani-
que, c’est-à-dire le phosphate de calcium. L’os serait
donc normalement détruit par «décalcifìcation». Ce
n’est pas vrai: dans la plupart des cas sa destruction
est due à la désintégration de la charpente organique.
Le collagène est une scléroprotéine complexe, qui se
dégrade facilement par les changements d’humidité,
de température, d’acidité etc. Il est en outre attaqué
par les bactéries et les plantes primitives.
L’instabilité du collagène fait donc que l’os se
désintègre très vite, s’il n’est pas enfoui de fagon
adéquate dans des sédiments le protègeant contre les
divers changements du milieu auxquels il serait ex¬
posé sur la surface terrestre ou enfoui à faible pro¬
fonder seulement; dans ces dernières conditions,
l’os ne survit généralement que quelque dix ans tout
au plus.
262
ACHILLES GAUTIER
MAMMIFÈRES HOLOCÈNES DU SAHARA D’APRÈS L’ART RUPESTRE ET L’ARCHÉOZOOLOGIE
263
Par ce qui précède, je veux souligner que l’inven-
taire paléontologique holocène de l’Afrique du Nord
est très réduit. La période considérée est trop courte
pour que des événements aussi improbables que la
formation d’un site paléontologique aient eu le
temps de se réaliser de fa?on régulière. Heureuse-
ment, les activités de l’homme préhistorique ont
résulté en la formation de sites archéologiques.
L’homme a concentré les restes de ses proies, gibier
ou animaux domestiques, sur ces sites. La grande
quantité de déchets jetés, souvent combinée avec
une sédimentation anthropique, fait qu’en fin de
compte une partie de ces déchets sont conservés
pour nous. Notre source principale d’information
«sur os» est donc l’archéozoologie. Cette discipline
se défìnit comme l’étude des restes et traces d’ani-
maux dans les sites archéologiques (Gautier, 1988a)
et il ne faut pas la confondre avec la paléontolo-
gie classique. Cette dernière se concentre volontiers
sur les problèmes d’évolution des espèces et sur la
biostratigraphie, c’est-à-dire la chronologie relative,
établie à Laide des espèces fossiles reconnues. L’ar¬
chéozoologie veut avant tout comprendre l’homme
du passé dans sa relation avec le monde animai qui
l’entourait.
Les sites ou les régions indiqués sur la carte (fig. 1)
ont livré des restes de boeufs domestiques ou présu-
més domestiques; ce sont les mèmes endroits qui
fournissent des renseignements sur le gibier holocè¬
ne. Toutefois, cette carte est incomplète: les très ri-
ches faunes du Maghreb, provenant de grottes et de
sites de plein air, ne sont pas figurées. Il y a donc un
réseau assez dense d’observations au Maghreb et un
réseau très làche dans le reste de l’Afrique du Nord.
Malheureusement, le dense réseau du Maghreb n’est
pas tout à fait fìable. La plupart des analyses de fau¬
nes du Maghreb sont anciennes et faites selon les
méthodes de la paléontologie classique; elles posent
des problèmes de réinterprétation. Les informations
disponibles sont donc plutòt restreintes, surtout si
on prend la superficie du territoire en considération.
L’inventaire archéozoologique des mammifères
sauvages holocènes de l’Afrique du Nord est résumé
dans les deux premières colonnes du tableau ci-con-
tre, correspondant au Maghreb (et le reste de la zone
méditerranéenne) et aux régions sahariennes et sou-
Fig. 1 - Carte de régions à sites archéologiques en Afrique du Nord et régions limitrophes. A) Asselar; AB) Adrar Bous;
AM) Amekni; AR) Arlit; AS) Sahara atlantique, cotes de Cape Bojador et Cape Juby; AT) Adrar Tiyouine; AZ) Azouak su-
périeur: Taferjit, Tamaya-Mellit; B) Bir Kiseiba; C) Chami; CA) Cape Ashakar, Mugharet E1 Khail, Mugharet el Saifiya;
D) Dhar Tichitt; DA) Daima; DE) Délébo, Soro Kézénanga; E) Erg Ine Sakane; EA) Erg d’Admer; EB) Ennen Bardague;
EK) Early Khartoum; ET) East Turkana; F) Fayoum; G) Grotte Capéletti; GA) Gabrong; H) Hauah Fteah; HI) Hierakon-
polis; K) Karkarichinkat; KA) Raderò, Geili, Saggai; DK) Kadada; KH) Khattara; KI) Kintampo; KO) Kharga Oasis;
N) Nabta; M) Méniet; MB) Merimde Benisalàme; ME) Menaka; N) Ntereso; SH) Shaheinab; U) Uan Muhuggiag, Ti-n-
Torha; W) Wadi Bakht; T) Bassin de Taoudenni. Les chiffres suivant les sigles expriment les datations les plus anciennes
(en siècles) pour les bovins domestiques ou présumés domestiqués trouvés dans les sites indiqués. Ces mèmes sites con-
tiennent généralement des faunes sauvages plus ou moins riches (d’après Gautier 1987).
264
ACHILLES GAUTIER
dano-sahéliennes. Le tableau fait également une di-
stinction entre animaux paléarctiques et éthiopiens.
Pour le Maghreb, le relevé se fonde sur la lecture cri-
tique des synthèses de Romer (1928), Vaufrey (1955),
Monod (1963), Camps (1974) et sur quelques études
plus récentes (Bouchud, 1975, Lubell et al., 1975,
1985; Lubell et Gautier, 1979). La bibliographie des
sites indiqués sur la carte se trouve dans Gautier
(1987a); on peut y ajouter quelques études plus
récentes consacrées à des sites au Sahara libyen
(Gautier, 1987b), orientai (Van Neer & Uerpmann,
1989) et algérien (Van Neer, 1990). Les espèces et les
noms utilisés dans le tableau sont ceux de l’excellent
guide de Haltenorth et Diller (1979).
Un coup d’oeil au tableau convaincra le lecteur du
fait que les formes paléarctiques, c’est-à-dire des for-
mes caractéristiques de la vaste région biogéographi-
que couvrant la plus grande partie de l’Eurasie, sont
confinées à la zone méditerranéenne. La plus grande
partie de la faune est toutefois éthiopienne, c’est-à-
dire qu’elle appartient à la province biogéographique
de PÀfrique. C’est une faune très diverse, dans la-
quelle on note un grand nombre d’antilopes, la pré-
sence du phacochère, de l’hippopotame, de la girafe,
de l’éléphant etc.; présences qui, à la première appro-
che, font penser à une haute capacité écologique. Ce¬
la s’avère faux pour le Sahara, où le gibier le plus
souvent rencontré dans les sites est la gazelle dorcas,
un animai vivant dans des conditions arides. La Sa¬
hara n’a donc jamais été, au cours de l’Holocène, le
paradis terrestre avec savanes ondoyant de verdure
que l’on trouve évoqué dans certains écrits. Il y a
aussi le problème de la visibilité paléontologique et/
ou archéozoologique: une mandibule de gazelle a
beaucoup plus de chances de passer inaper?ue qu’un
cràne d’éléphant.
Les deux dernières colonnes du tableau donnent,
toujours pour les mèmes régions distinctes, les mam-
mifères de l’inventaire archéozoologique, que l’on
pense ètre présents dans l’art rupestre. Je connais
mal la littérature iconographique qui est importante
et souvent difficilement accessible, ainsi ai-je appelé
au secours mes collègues préhistoriens parmi les-
quels je remercie spécialement le professeur G.
Camps (voir aussi Camps, 1984) et Alfred Muzzolini
pour leur aide bienveillante. Le lecteur aura, toute¬
fois, l’obligeance de voir ces listes comme une pre¬
mière approche, peu détaillée et certainement sujet-
te à révision à l’occasion d’études plus approfondies.
Le tableau présente donc un premier document
très général confrontant bestiaires archéozoologique
et iconographique. Il peut guider les efforts lors de
l’analyse de figurations difficilement déchiffrables et
fournit quelques renseignements généraux. Ainsi, la
division biogéographique en une aire nordique avec
des formes paléarctiques qui manquent dans l’aire
méridionale se confirme. Deuxièmement, on ne
peut douter du fait qu’une partie appréciable de la
faune n’est pas (ou très peu) figurée dans l’art rupes¬
tre. Je pense ici aux espèces de petite taille du groupe
des insectivores, des rongeurs, des petits carnivores
tels que les divers chats sauvages, au daman, etc.
Sans doute ne jouaient-ils pas un ròle important dans
la vie des populations préhistoriques. Quant aux ani¬
maux plus grands, je crois que des filtres culturels
ont pu jouer; filtres que l’on ne pourra décerner clai-
rement qu’après des études détaillées, par période et
par région (voir la contribution de Camps).
Il reste à mentionner la présence dans le bestiaire
iconographique d’animaux manquant dans l’inven-
taire archéozoologique. Ainsi, on me signale la pré¬
sence d’un cercopithèque sur les parois du Oued
Djerat, et celle de la cynhyène (Lycaon pictus). Au-
cun de ces deux animaux n’est une proie régulière
des hommes préhistoriques africains et leur absen-
ce parmi les déchets de cuisine et autres m’étonne
peu. Cela n’empèche que les identifìcations mérite-
raient d’ètre confìrmées par de nouvelles analyses
concertées.
L’inventaire archéozoologique du tableau permet
une deuxième constatation: toutes les espèces recen-
sées vivent encore actuellement, à l’exception du
mégacère d’Algérie. C’est une forme proche du cerf
géant de l’Europe pléistocène. Ce dernier a disparu à
la fin du Dernier Glaciaire suite aux changements du
climat, parait-il. Apparemment, une forme voisine a
survécu plus longuement au Maghreb. L’animal
n’aurait toutefois jamais été dépeint par les artistes
préhistoriques.
Quant au buffle géant ou antique, il a disparu,
mais je ne suis pas convaincu qu’il représente une
vraie espèce éteinte. Le schèma ci-dessous résumé
les problèmes d’interprétation posés par ce grand bo-
vin, problèmes traduits par plusieurs changements
de l’étiquette attachée à ses cornes.
1851 Bubalus antiquus Duvernoy, 1851
1951 Homoioceras antiquus (Duvernoy, 1851)
1978 Pelorovis antiquus (Duvernoy, 1851)
? Syncerus caffer antiquus (Duvernoy, 1851)
Les problèmes de dénomination de ce grand
mammifère ne se limitent d’ailleurs pas à la nomen¬
clature scientifique. A la suite du nom donné au buf-
fle antique par Duvernoy (1851), les préhistoriens
ont pris l’habitude de le désigner sous le nom de bu-
bale et d’utiliser l’adjectif dérivé «bubalin». Il existe
malheureusement une antilope africaine Alcelaphus
buselaphus, qui porte le nom de bubale en franfais. Il
est à conseiller de bannir le terme bubale et ses déri-
vés pour le buffle antique.
Comme l’indique la dernière ligne du schèma, le
buffle géant ne serait pas une espèce éteinte. Il ap-
partiendrait à la lignée des buffles actuels d’ Afri que;
d’où le changement d’étiquette proposant que Buba¬
lus antiquus devienne Syncerus caffer antiquus, une
sous-espèce fossile du buffle actuel. L’hypothèse
avancée résulte d’une étude en étroite coopération
avec Alfred Muzzolini et dont les détails sont publiés
ailleurs (Gautier et Muzzolini, 1991).
Les buffles d’Afrique actuels se présentent sous
deux types écologiques: les buffles nains de forèt et
les buffles de savane. Les deux types appartiennent à
la mème espèce (. Syncerus caffer ) et des formes inter-
médiaires dues au croisement existent dans la natu¬
re. Les buffles nains représenteraient le type primitif;
les buffles de savane en dérivent par adaptation à la
vie en biotope ouvert. Les formes les plus avancées
du buffle de savane se rencontrent en Afrique du
Sud. Chez les màles, les cornes se joignent sur le
front par un gonflement caractéristique. Les femelles
ont des cornes moins développées qui ne se joignent
pas. En général, la variation de la forme des cornes
est très marquée. Dans le nord du continent africain,
des buffles moins caractéristiques existent (Kingdon
1982). Ces animaux, qu’ils soient primitifs ou plus
avancés du point de vue évolutif, n’ont rien à voir
avec le buffle d’eau {Bubalus bubalis ) dont les exem-
MAMMIFÈRES HOLOCÈNES DU SAHARA D’APRÈS L’ART RUPESTRE ET L’ARCHÉOZOOLOGIE
265
plaires actuels de f Afrique proviennent d’animaux
importés par l’homme (Haltenorth & Diller, 1979).
La figure 2 donne deux vues du cràne fragmentai-
re, provenant d’Algérie sur lequel la définition du
bufile géant a été fondée. Selon Duvernoy (1851),
l’inventeur de l’espèce, son bufile ressemblait au
bufile d’eau asiatique, parce que ses cornes ne se
touchaient pas et semblaient se rapprocher, par leur
position, de celles de ce dernier. Depuis la trouvaille
décrite par Duvernoy, le bufile antique a été décou-
vert un peu partout en Afrique, mais on a apparem-
ment pas trop fait attention à quelques éléments. La
variabilité des cornes semble ètre comparable à celle
des bufiles africains actuels: femelles portant des
cornes à section arondie et qui ne touchent pas; mà-
les à cornes plutót aplaties et qui auraient tendance à
se rejoindre sur le front. Le dernier fait est confirmé
par l’art rupestre, qui montre presque exclusivement
des màles, avec des grandes cornes qui se touchent
sur le front. Les animaux ont, en outre, l’habitus des
bufiles actuels. L’ostéologie comparée (voir p. ex.
Peters, 1986, 1988) nous prouve, en effet, que le
squelette postcrànien du bufile géant ne diffère guè-
re de celui des bufiles africains d’aujourd’hui.
Fig. 2 - Deux vues du bucràne fragmentaire sur lequel l’espèce
Bubalus antiquus est fondée (A) d’en haut; (B) en profil (d’après
Gautier et Muzzolini, 1991).
Ce qui précède et d’autres considérations sur l’é-
volution des bufiles, sous-tendent la thèse que le
bufile antique appartient au genre Syncerus, c’est-à-
dire au groupe des bufiles actuels et mème que ce
Syncerus ferait partie de la lignée de Syncerus caffer.
Le schèma de la figure 3 résumé les vues actuelles
sur févolution des bufiles, mais il ne serait donc pas
correct. Au lieu de deux branches évolutives, il n’y
aurait qu’un seul grand groupe génétique en marche
dans le temps et aboutissant aux buffies actuels de
l’Afrique. Le bufile antique ne serait qu’un très
grand bufile avec des cornes plus développées et
quelque peu différentes de celles des buffies de sava¬
ne actuels, dont il serait un parent disparu. D’autres
bovidés en Afrique seraient dans le mème cas: au
cours de la période pléistocène, ils auraient été repré-
sentés par des formes «géantes».
Un autre grand bovidé d’Afrique du Nord est l’au-
rochs ou le boeuf sauvage, Bos primigenius. L’animal
a disparu depuis 1564 et nous connaissons assez bien
son aspect extérieur (fig. 4) d’après les trouvailles et
une gravure reproduisant sur une peinture du 16e siè-
cle (von Lengerken 1953). Ce bovidé survit dans nos
Fig. 3 - Schèma résumant l’histoire des buffies d’Afrique avec
deux lignes évolutives; ce schèma est contesté (d’après Gautier
et Muzzolini, 1991). Les chiffres entre parenthèses renvoient à la
bibliographie de l’article cité.
boeufs domestiques (Gautier, 1990). L’inventaire ar-
chéozoologique suggère qu’au cours de l’Holocène,
l’aurochs était confiné à la zone méditerranéenne de
l’Afrique et à la vallèe du Nil jusqu’à Wadi Halfa. Ce
bovin n’aurait pas supportò les conditions de vie du
Sahara et de la zone soudano-sahélienne. C’est, en
effet, une espèce typiquement paléarctique. Outre ce
grand boeuf fossile, on a cité une petite forme, Bos
ibericus. Il serait l’ancétre de certains bovins domes¬
tiques à courtes cornes en Afrique. Depuis long-
temps la plupart des spécialistes nient l’existence de
cette espèce. Hélas, le Bos ibericus trottine encore
gaiement dans la littérature et je me suis donc effor-
cé de l’abattre définitivement (Gautier, 1988b). L’ana-
lyse des idées de l’inventeur de l’espèce (Pomel
1894), et du matériel type, c’est-à-dire celui de la pre¬
mière description, démontre sans conteste que le
Bos ibericus est une espèce-chimère assemblée en
partant de restes de boeufs domestiques primitifs et
de restes de boeufs sauvages peu caractéristiques.
Comme ailleurs, la seule espèce sauvage de Bos en
Afrique est l’aurochs et tout le gros bétail domesti-
que africain, qu’il soit muni de longues ou de courtes
cornes, descend de ce bovin. Les formes à longues
cornes paraissent ètre les plus primitives et ce sont
266
ACHILLES GAUTIER
celles-là que les artistes préhistoriques de l’Afrique
du Nord ont le plus souvent fìgurées.
Ce qui précède nous conduit automatiquement au
problème de l’origine du boeuf domestique, de la
brebis et de la chèvre, en Afrique. La théorie classi-
que veut qu’ils aient tous été introduits après leur
domestication à l’extérieur du continent. Le mouton
sauvage et la chèvre sauvage n’ont jamais été signa-
lés en Afrique. Les restes osseux de mouton ou de
chèvre que fon trouve dans les sites préhistoriques,
s’expliquent donc le mieux par l’hypothèse que
l’homme aurait introduit ces animaux sous forme
domestique. Ce qui précède est un exemple de l’ap¬
plication du critère biogéographique pour cerner le
début d’une économie à animaux domestiques. Gé-
néralement, il est utilisé de concert avec d’autres.
Ainsi les mammifères domestiques primitifs sont
souvent plus petits que leurs ancètres sauvages et
présentent certaines différences morphologiques par
rapport à ceux-ci (Gautier, 1990).
Fig. 4 - Reconstruction du boeuf sauvage (male!) de l’Europe
Centrale (d’après von Lengerken, 1953). La hauteur au garrot est
peut-ètre exagérée.
Dans le cas du boeuf, le critère biogéographique
ne peut s’appliquer: sa forme sauvage existait en
Afrique au cours de l’Holocène. En effet, je pense
avoir moi-mème trouvé des boeufs dans les sites du
Néolithique Ancien (9500-8100 BP), dans la région
de Bir Kiseiba du Western Desert de l’Egypte (Gau¬
tier, 1984; Wendorf et al., 1984; Banks 1984; Wendorf
et al., 1990). Mais, nous l’avons vu, le boeuf ne serait
pas un élément normal de la faune saharienne. Il au¬
rait donc été introduit dans le désert par des coloni-
sateurs préhistoriques venant du Nil. La taille des
animaux et des considérations d’ordre écologique
suggèrent également que les boeufs du Western De¬
sert pourraient bien ètre des animaux domestiques
primitifs. Cette hypothèse a été sérieusement conte-
stée (voir p. ex. Muzzolini, 1983, 1989; Smith, 1984;
Wendorf et al., 1987). Des doutes ont aussi été émis a
propos des brebis et des chèvres domestiques que je
pense avoir trouvées dans le Néolithique Moyen de
Nabta. Ils seraient trop anciens car la période consi-
dérée s’étend de 7800 à 6300 B.P. et peut-ètre s’agit-il
de mouflons à manchettes ( Ammotragus lervia) de
petite taille, dont le squelette se rapproche de celui
des ovicaprins mentionnés (Gabler, 1985).
En février-mars 1990, une nouvelle campagne de
fouilles préliminaires a eu lieu dans les régions de
Bir Kiseiba et Nabta. Elle a livré quelques restes de
grands bovins et d’ovicaprins. J’ai analysé ce matériel
et réanalysé celui des anciennes fouilles, à la lumière
de nos connaissances actuelles. La collection con-
tient des restes que fon ne peut identifier précisé-
ment (grand bovidé), mais plusieurs restes semblent
plutòt provenir de Bos et le critère paléobiogéogra-
phique reste donc appliquable. Je voudrais d’ailleurs
insister sur le fait qu’il s’agit d’une hypothèse et que
les domestications ne sont pas nécessairement des
phénomènes uniques, confinés à des aires berceaux
et à grande répercussion. Ma prise de position évite
de plus que les grands bovidés de Bir Kiseiba ne
soient oubliés trop facilement. Quant aux ovicaprins
de Nabta, ils semblent appartenir à deux types mor¬
phologiques (Ovis, Capra) de taille médiocre et diflì-
cilement attribuables au mouflon à manchettes.
L’hypothèse la plus simple serait qu’il s’agit de nos
deux ovicaprins domestiques, plutót que d’un mé¬
lange d’un de nos ovicaprins et de mouflons chétifs
ou de ces derniers et d’un capridé sauvage tei que le
bouquetin ( Capra ibex ); ce dernier parait d’ailleurs
limité à des aires situées à l’est de la vallèe du Nil.
Enfin, la domestication des ovicaprins au Proche
Orient aurait commencé au 7e millénaire avant notre
ère (voir p. ex. von de Driesch, 1987; Gautier, 1990);
le temps ne manquait donc pas pour faire parvenir
des ovicaprins domestiques au Western Desert.
Somme toute, l’auteur ne voit aucune raison pour
changer son point de vue.
Les conclusions de cette confrontation sommaire
entre l’inventaire archéozoologique des mamifères
holocènes et l’iconographie de l’art rupestre en Afri¬
que du Nord sont simples. Premièrement, l’inventai-
re archéozoologique et paléontologique de l’Holocè-
ne de PAfrique du Nord est restreint pour diverses
raisons: le lecteur se rappellera l’instabilité du colla¬
gène de l’os! Je pense donc que tous les chercheurs
devraient veiller à ce que toutes les faunes, qu’elles
soient déjà recueillies ou qu’elles se trouvent encore
sur le terrain, puissent ètre étudiées de fa?on adé-
quate. Elles méritent d’ètre traitées avec autant de
respect que celui que le voyageur aura devant les ma-
nifestations graphiques de l’homme préhistorique.
Deuxièmement, une coopération étroite entre
spécialistes de l’art rupestre et archéozoologues pro¬
duca certainement de nouvelles données, dont pro-
fiteront art rupestre, paléontologie et archéozoolo-
gie. L’analyse concertée du bufile antique me parait
bien en illustrer les possibilités. Il s’agissait là de le-
ver le voile de mystère enveloppant ce grand bovidé,
mais on envisage déjà des recherches plutót chrono-
logiques et régionales.
La troisième conclusion est moins générale: l’au¬
teur ne voit pas pourquoi il abondonnerait l’hypo-
thèse d’une domestication ancienne et indépendante
du gros boeuf dans le Western Desert. Cette hypo¬
thèse n’implique d’ailleurs pas que tout le cheptel
bovin primitif d’Afrique du Nord soit nécessaire¬
ment dérivé des boeufs du Western Desert.
En plus, ces derniers n’ont peut-ètre joué qu’un
ròle restreint dans le processus de néolithisation
d’Afrique du Nord et des formes allochthones ont
sans doute été introduites à différents moments, par
le Sinai, par le delta du Nil on par les còtes méditer-
ranéennes.
MAMMIFÈRES HOLOCÈNES DU SAHARA D’APRÈS L’ART RUPESTRE ET L’ARCHÉOZOOLOGIE
267
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.
Fekri A. Hassan
Rock art.
Cognitive schemata and symbolic interpretation
a matter of life and death
Résumé — L’art rupestre peut ètre considéré comme un système de signes de structure syntactique, de contenu sym-
bolico/sémantique et d’implications pragmatiques. Les signes sont des images picturales (icónes) sujettes à des règles de
formation à partir desquelles des scènes peuvent ètre générées. Le choix des images, leur collocation dans Pespace, leur
type de présentation ainsi que les relations entre les icónes, sont dominés par un ensemble de concepts.
Les scènes constituent des archives d’ensembles de combinaison d’icónes qui peuvent ètre étudiées gràce à des sché-
mas cognitifs.
Un schèma est une structure mentale et malléable d’un ensemble d’éléments interchangeables. C’est un espace logi-
que pour l’imagination. Un seul schèma peut générer plusieurs scènes.
Les schémas et les éléments contenus dans la structure sont étroitement liés à des idées et des croyances inspirées par
la vie et la vision du monde des artistes dans leur contexte social. Les images picturales ou «icónes» ne sont pas simple-
ment des «représentations» d’objets mais les transformations picturales de structures mentales liées au concept de choses
ou d’événements par un ensemble de règles logiques.
Abstract — Rock art may be regarded as a System of signs with syntactic structure, symbolic/semantic content and
pragmatic implications. The signs are pictorial images (icons) subject to rules of information by which scenes can be gene-
rated. The choice of images, their spatial arrangement and mode of presentation as well as thè relationship between thè
icons are governed by a set of concepts. The scenes constitute an archive of a set of combination of icons that may be sear-
ched for cognitive schemata. A schema is a malleable mental structure of a set of interchangeable elements. It is a logicai
space for thè imagination. Many scenes may be generated from a single schema.
The schemata and thè elements embedded in their structure are closely linked with ideas and beliefs formed by thè
life and world view of thè artists within a social context. The pictorial images or icons are not simply representations
of objects but are thè pictorial transformations of mental constructs linked to concepts of things or events by a set of logi¬
cai rules.
Icons and schemata are products of social acts of cognition, communication, and practice. The power of images and
scenes lies in thè way they may act upon thè artist or thè Viewer. Pragmatically they may serve as an antidote to fear and
anxiety or as a mediation between man and nature or man and others around him through magical, religious or ritual acts.
In an attempt to explicate these views, I examined thè Predynastic rock art from Nag Kolordona, Nubia, and present
here an empirical method of analysis, a [artificial] system of notation, and an interpretative program based on assigning a
primary set of eidetic meanings followed by symbolic interpretations based on thè syntactic rules as well as thè rules of
logicai transformation.
The rock drawings of Nag Kolordona include scenes belonging to four schemata. Two schemata, cow/calf and dog
chasing gazelle are regarded as a pair of opposites signifying motherhood/life/female and hunting/death/male. The two
other schemata revolving around boats and sandals seem to be symbolic mediators between life and death and male and
female. The boat apparently signifies thè journey of life. The sandals seem to signify thè union between thè sexes.
The rock art of Nag Kolordona appears to have been connected with Saharan art. The schemata may have first appea-
red in response to Holocene droughts and were introduced to thè Nile Valley by desert immigrants. The droughts led
to change in subsistence and settlement patterns which in tura led to changes in thè roles of men and women and in thè
relation between males from different groups. The threat of famines and thè anxieties of changing living conditions were
projected graphically in a symbolism celebrating life. The Saharan mythic views might have been thè Foundation of thè
ancient Egyptian belief system.
It seems as one becomes older
that thè past has another pattern and ceases to be a mere sequence.
Or even development: thè latter a partial fallacy.
Encouraged by superficial notions ef evolution,
which becomes in thè popular mind, a means of disowning thè past.
T. S. Eliot (The Dry Salvages, Four Quartets).
INTRODUCTION
Rock art is most significant as an iconographic pro-
jection of thè symbolic, metaphysical, as well as thè
emotive/affective world of prehistoric peoples. From
that perspective, an attempt is made in this contri-
bution to explore thè invisible fount of rock art. A
methodology is devised for this purpose consisting
of (1) initial exploration of data to discover patterns,
(2) formulation of schemata, (3) translation of thè sche¬
mata into a symbolic model, and (4) evaluation of thè
adequacy of thè model using thè criteria of corre-
spondence with empirical observations, logicai con-
sistency, and coherence of thè model with previous
knowledge. For a case study to show thè applicability
of thè method, I have chosen a corpus of rock dra¬
wings from Nag Kolordona, Nubia (Egypt), situated
3-4 km south of Korosko (Fig. 1). The drawings were
270
FEKRl A. HASSAN
described by Bash and Gorbea (1968). Their work
was initiated as a part of thè effort to save thè Nubian
antiquities in anticipation of thè Aswan High Dam.
Farther south, rock drawings were recorded by thè
Scandinavian Joint Expedition (Hellstrom 1970).
The rock drawings at Nag Kolordona are assigned
to an archaeological unit equivalent to thè late
Predynastic (Gerzean or Nagada II). In Nubia, ra-
diocarbon dates on thè Khartoum Variant Neoli-
thic from Soleb suggests an age of 5000 Cai. B.C.
The Classic A-Group, which corresponds mostly to
Terminal Predynastic sites in Egypt (Nagada III), is
dated to about 3200 Cai B.C. (Hassan 1986a). The
Late Predynastic (Gerzean or Nagada II) in Upper
Egypt dates between 3650 and 3300 B.C. (Hassan
198 8 a).
In this paper I aim to show that thè scenes depic-
ted in thè rock drawings at Nag Kolordona may be
interpreted as a set of patterns that may be collapsed
into four schemata — mental formulae by which
structures of relationships between specific groups of
variables are conjoined in specific structural rela¬
tionships. The schemata identified are interpreted as
a symbolic projection of concepts of masculinity
(identified with hunting) and motherhood (identi¬
fied with scenes such as those of cows and calves).
These two schemata seem to be related to changing
roles of males and females in thè wake of thè emer-
gence of pastoralism and other social changes asso-
ciated with Holocene climatic and environmental
changes. The rock drawings of Nag Kolordona in
Nubia are apparently related to a substratum of Sa-
haran rock art in which domesticated cows represent
a dominant theme. The mid-Holocene droughts
created stress and anxiety as a result of thè disappea-
rance of big game and increased spatio-temporal un-
predictability. Responses to drought conditions in-
volved increased mobility, territoriality, increased
group flux, scarcity of mates, and increased inter-
group competition for scarce resources. Conflicts
would have led to an emphasis on aggressive male
identity which would have been in marked contrast
to that of women. The death of animals during
droughts and thè threat of famines may have led to a
preoccupation with death and an attempt to allevia¬
te prevailing anxieties and fears through a belief in
life as a «journey». This model explains thè preva¬
lere of two other schemata — thè boat and thè san-
dal. The boat ferries thè dead in thè cycle of birth
and death. The sandal, also associated with «jour-
neys», was apparently a complex symbol with bi-
sexual meanings and thè union of male and female
elements.
With increasing droughts at ca. 7000 and 6000 bp,
many inhabitants from thè Egyptian Sahara emigra-
ted to thè Nile Valley. Once in thè Nile Valley thè
new experiences, with a continuation of a division of
labor, and thè anxieties associated with agricultural
failures in years of disadvantageous floods, were
expressed in thè old schemata. The links between
Saharan rock art and Nilotic iconography have been
demostrated in detail by Paul Huard and Jean Le-
clant (1972). Their pioneer contribution is noted here
with distinction because it appeared at a time when it
was fashionable to look east for thè origins of Egypt.
(See also Leclant, 1973 and Huard, Leclant and
Huard, 1980).
A THEORETICAL PREAMBLE
Rock art can be approached from various points of
view. Traditionally, archaeologists and art historians
were primarily concerned with chronology, style,
technique, aesthetics, and ethnic/cultural affilia-
tions. More recently, attemps have been made to in-
terpret thè symbolic content of prehistoric art. Alt-
hough attemps have been made in thè past to make
similar inferences, thè interpretations were phrased
in vague analogies and were based on cursory exami-
nations. Currently (see review by Conkey 1987),
structuralist/symbolic analyses and a socio-functio-
nal paradigm are employed. The structuralist/sym¬
bolic studies may be subsumed under thè heading of
generative approaches. The goal of thè investigations
is to interpret thè sources of imagery. The generati-
ve-structuralist approach was pioneered by Leroi-
Gourhan (1965), who emphasized a universal struc-
turalist binary opposition between males and fema¬
les as a generative principle of rock art. Vialou (1981)
tends to emphasize thè particular aspects to account
for locai and individuai variations. Clegg (1987) attri-
butes thè variations to inadvertent errors in thè du-
plication of originai motifs. Lewis-Williams (1987) el-
sewhere contends that thè rock paintings of South
Africa are associated with shamanistic practices in
which hallucinogens were used.
ROCK ART. COGNITIVE SCHEMATA AND SYMBOLIC INTERPRETATION A MATTER OF LIFE AND DEATH
271
A large number of current investigations of rock
art focus on its social function including initiation,
information sharing, marking, anchoring mobile
groups, and enhancement of social solidarity and in¬
tegration (see Conkey 1987 for a review). However,
there is a sense of dissatisfaction of functionalist ex-
planations that prompted Conkey, one of its former
exponents, to wonder if thè meaning of prehistoric
art is governed by thè materials and methods used in
its production.
In thè present contribution, I develop an approach
based on viewing culture as a manifestation of inte¬
raction between thought, communication, and ac¬
tion in a social context (Hassan, in press). I aim first
to underscore thè importance of attempting to go
beyond traditional issues toward an exploration of
thè symbolic and metaphysical meanings of thè pre¬
historic art of thè Sahara and thè Nile Valley and to
show how meanings fit in a changing environment to
which people respond with new activities that alter
pre-existing social relations. In thè second place, I
offer a methodology based on pattern recognition
using quantitative, empirical analysis. The patterns
are then grouped in schemata on thè basis of speci-
fied rules of transformation that link certain patterns
together. The schemata are then interpreted in thè
light of a System of cognitive transformation proces-
ses to develop symbolic and metaphysical models.
The adequacy of such models can then be evaluated
in thè light of thè empirical correspondence (and
predictive power) of thè schemata as well as thè in¬
ternai logicai consistency of thè symbolic model with
thè rules and processes of cognition postulated. The
model may be also substantiated by reference to eth-
nographic and ethnohistorical data.
So far, my approach is primarily generative. My ge¬
nerative approach emphasizes thè cognitive structu-
re of human action which is fundamentally universal
as a function of thè capacity and inherent processes
of human cognition (including thè tendency to gene¬
rate order and to chunk information in coherent
units through hierarchical and analogie association).
It is this fundamental cognitive structure that fìnds
expression in thè syntactical structure of language
and thè formulation of schemata both for classifica-
tion, interpretation, and as a basis for creativity. The
same cognitive structure is also involved in mathe-
matics (Skemp 1971). Mental structures (schemata)
make it possible to generate an almost infinite range
of phrases and sentences from a finite number of ba¬
sic lexical units. From thè range of possible schema¬
ta (mental structures), individuate in a society tend to
exclude some and retain others with various degrees
of frequency. This leads to «idioms» and standard
«schemata» characteristic of cultural groups. The
usage of schemata thus generates differences bet¬
ween cultural groups as well as differences from one
generation to another. Mental structures do not pro¬
vide «templates». They provide instead a tendency to
associate certain elements together in a certain order
and a disdain for certain associations.
Iconography, as in rock drawings, may in fact be
regarded as a set of graphic signs that are combined
according to certain rules of syntax and transforma¬
tion. Transformations are involved in thè generation
of specifìc scenes or themes from any given schema¬
ta as well as in thè transformation of mental concepts
into graphic images and in thè transformation of thè
graphic images into material signs through paintings
or drawings in which materiate, styles, techniques,
surface of execution, and sensory-motor functions
are involved (Fig. 2).
Body
Society Individuai Nature
Mind
Information bits Syntax
Memory Cognitive processing style Sensory-motor
Output
Needs Desires Emotions
Order Aesthetics
Values Norms
Image of self
Motivation
Thought Communication Action
Artifacts
Fig. 2 - Rock art may be regarded as an artifact that embodies
thought, communicates information, and elicits action. Its pro¬
duction consists of piecing together information in a specified or¬
der (syntax). The information content and thè structure are a
function of memory, cognitive processing capabilities, and style.
The transformer of thè ideas to rock engravings is subject to
sensory motor capabilities and skill. The conception and produc¬
tion af art is influenced by needs, desires, and emotions and is
bound to a sense of order and aesthetics as well as values and
norms, modifìcation, and an image of self. These functions are in
turn situated at thè intersection of mind and body, society, and
nature.
Iconography is inherently a medium for discourse
(see Rosvall 1978 for an elegant exposition of icono-
graphic analysis and Nordbladh 1978 for a semiotic
approach). The artist as a social being and as an indi¬
viduai expresses social norms, values, and conven-
tions as well as minor individuai peculiarities, which
are evident even in thè modem schools of painting.
There need not be an intended message for a messa-
ge to be there, and thè message does not have to be a
specifìc set of ideas corresponding to a verbal messa¬
ge as in hieroglyphics. The message may serve as an
index (e.g., a territorial marker or group identity), as
a trigger for appropriate emotional responses (e.g.,
spiritual cairn or self-renewal), or specifìc pragmatic
actions (e.g., ceremonial dances). Rock drawings
must thus be looked at as artifacts in a nexus of so-
cially-mediated thought, communication, and ac¬
tion. As such, rock drawing may be thè expression of
a function rather than serving a utilitarian function.
They may be correlations of function, but, at thè sa¬
me time, they cannot be thought of solely in terms
of utility and function because of thè role of cogniti¬
ve processes in developing arbitrary signs and rules
dictated by an inner logie.
The impulse and motivation to produce drawings
or paintings with their aesthetic, emotive, and poten-
tial symbolic dimensions must, in my opinion, be
grounded in a mind-body experience within thè con¬
text of social encounters and within thè physical in¬
teraction with nature. I suggest that thè iconography
of thè Nubian rock drawings is likely to have been
motivated by changing roles of men and women and
as a result of a series of social transformation of thè
social order in conjunction with changes in subsi-
272
FEKRI A. HASSAN
stence (from hunting to herding), spatial mobility,
territoriality, raids, and alliances. The social and eco¬
nomie changes were a consequence of thè interac¬
tion between social systems and thè climatic fluctua-
tions of thè Holocene and specifically thè severe
droughts punctuating thè wetter Holocene events.
My position in this regard is dose to that of Garlake
who maintains that thè rock paintings in Zimbabwe
depict fundamental qualities of thè cultural systems
which produced them, such as thè roles of men and
women and thè consequences of access to spiritual
power (Bower 1988).
METHODOLOGY
At fìrst, thè recognition of schemata follows a pro-
cess similar to that involved in recognizing «pat-
terns», «themes», or confìgurations; e.g., warfare,
cows and calves, or hunting. The practice of identi-
fying such «patterns» is rather common. In thè pre-
sent methodology, recognition of patterns is an ini-
tial step. Patterns are recognized by going through
thè corpus of scenes to detect persistent patterns; as-
sociations that are repeated in several scenes. Asso-
ciations may be also discovered through a matrix
analysis of thè derivation of «confìgurations» (literal-
ly association of figurative elements) and should be
based on an examination of scenes that do no inclu¬
de conspicuously intrusive elements from other pe-
riods or other «traditions». For example, scenes with
camels, horses, chariots, hieroglyphics, Arabie wri-
ting, and motifs recalling those of dynastic Egypt we¬
re excluded. However, elements or scenes that may
appear to belong to different periods or groups on
thè basis of style may reflect differences in thè «cate-
gorization» of elements or «meanings» (c.f. Jelinek
1989). For example, females may be portrayed using
a different technique than that used for men. Dead
animals may be shown in a manner different from
that of live animals, e.g., shaded vs. outlined. If intru¬
sive elements are present, it is, in fact, possible that
they will be distinguished during thè analysis since
they are likely to cohere in distinct groupings and to
lack thè predominant confìgurations of thè «reper-
toire» of thè target collection of works.
The analysis of association undertaken here consi-
sted of a visual inspection of recurrent themes and a
quantitative analysis using a matrix. Scenes were al¬
so described using a formai language. They are tran-
scribed as «sentences» consisting of elements (e.g.,
cow), modifìers equivalent to adjectives (e.g., cow
with udder or hunter in inverted position), expres-
sions of action equivalent to verbs (chase/attack/
kill), conjunctions (dog chases ostrich, and cow with
a calf), and so on. To facilitate analysis, I placed indi-
cations of States or relations suggesting actions, e.g.,
to hunt, in brackets: e.g., [hunt]. Elements in intima¬
te association are indicated by using thè sign «+»,
e.g., thè association of cow and calf are indicated as
«cow + calf». Close associations were represented
using a comma; e.g., cow, gazelle, ostrich. The num-
ber of an element was indicated by writing thè num-
ber in parentheses after thè elements; e.g. hunter (3)
means three hunters. Modifìers are also placed in pa¬
rentheses. The association of two scenes that are not
apparently linked is indicated by a semicolon; e.g., a
scene of dogs chasing an ostrich associated with a
scene of a cow and her calf is represented as «dog
[chases] ostrich; cow + calf. The codes for several
scenes from Nag Kolordona (N.K.) are shown in Ta-
ble 1, using thè coded data. The scenes in thè Nag
Kolordona collection fall in several sets of scenes or
confìgurations as shown in Table 2.
It must be stressed here that thè quantitative enu-
meration of elements is not sufficient because it does
not capture thè «phrasing» or «confìgurations» in
which elements are associated in meaningful asso¬
ciations. The recognition of common elements . for
thè purpose of schematic reconstructions should be
attempted in schemes of relational affinity involving
two, three, or more elements and of thè state of thè
elements involved.
Table 1 - Formai codes of several rock art scenes
from Nag Kolordona, Nubia
Table 2 - Frequency of various confìgurations
(pattemed associations) in thè rock art
of Nag Kolordona, Nubia
ROCK ART. COGNITIVE SCHEMATA AND SYMBOLIC INTERPRETATION A MATTER OF LIFE AND DEATH
273
Schemata: cognitive structures
and thè structuring of cognition
The concept of schema is widely used in cognitive
Sciences and in ethnoscience as a model for classifi-
cation and generative grammar. A schema is primar-
ly a set of relations. The set of certain relations
amounts to a structure. A schema serves as a gram-
matical structure for generating verbal, pictorial, or
behavioral outputs. Words, images, or movements
serve as a lexicon, a set of elements that can be com-
bined according to thè sequence specifìed by thè
grammatical [mental] structure. There is no fixed as-
sociation of thè elements, but a flexible System of in-
terchangeable, but connected elements (see Hassan
1988b, with references). The first attribute of schema
is that of a relation (Skemp 1971). For example, given
a collection of pairs of objects, we may become awa-
re of something in common between thè pairs. For
example: child, woman; calf, cow; kitten, cat. Here
we see that each of these pairs can be connected by
thè idea « . . . is a young ...» (The calf is a young cow).
The connecting idea is a relation. As in mathematics,
thè order is important. The pairs not only express a
common relation, they are also related to each other
by a relation of equivalence. Woman is equivalent to
cow and child is equivalent to calf. These relations
provide a cross-linkage. The structure linking such
pairs is a schema; thè elements may change, but thè
relation is thè same. Thus this schema may be exten-
ded to other pairs such as puppy, dog; chick, hen;
fawn, deer; lamb, ewe; cub, lion; kid, goat; foal, hor-
se; gosling, goose. This schema reflects a model by
which certain objects are organized as a set. Once
generated, a schema serves as a model to structure
reality and a basis for many habits of thought. For
example: rain, vegetation; match, fire; car, accident are
combined by a relation of «causation».
In thè Nag Kolordona collection, one of thè most
common schemata (34%) consists of a relation bet¬
ween an adult female animai and a yearling. These
include: cow, calf; ostrich, chick; elephant, baby
elephant; giraffe, baby giraffe; goat/oryx, kid. Ano-
ther schema (29%) consists of a dog chasing or at-
tacking an animai. The animai is a gazelle, an antelo-
pe, an ostrich, or a cow. A hunter may or may not be
present. The third schema (7%) consists of a boat and
an animai (a cow or an ostrich). Another schema
(30%) consists of a sandal associated with an ele¬
phant, footprints, small ovai depressions, grooves, or
a male figure.
Because schemata are mental structures they can
only be discovered by abstraction from patterned as-
sociation of objects, words, actions, or images. In
practice, a schema may be difficult to figure out be¬
cause thè relation may be obscured by a variety of
changes. These changes may be considered as a re-
sult of rules of transmutations. Such rules may be il-
lustrated by using thè schema expressed by thè token
«a cow, calf». The cow is often shown with an udder.
(1) Addition: e.g., cow (with udder) + calf, cow,
human figure (N.K. 45).
(2) Deletion: e.g., cow (with udder). The calf has
been deleted (N.K. 34).
(3) Substitution: e.g., goat or oryx (with udder) re-
placing thè cow (N.K. 70).
(4) Modifìcation: e.g., alteration of position of
legs, shape of horns, etc.
(5) Omission: elimination of certain details of
parts of an element represented, e.g., feathers in an
ostrich or eyes to a human figure.
(6) Augmentation: addition of details or parts to
thè element represented, e.g., feathers to an ostrich
or eyes to human figures.
(7) Combination: thè conjunction of thè set of
elements with another element or set of element,
e.g., combining thè association of a cow and a calf
with thè figure of a woman.
(8) Rearrangement: changing thè position of an
element or thè spatial relations of thè cow 90 degrees
clockwise or thè position of thè calf from one bet¬
ween thè legs to one in front.
(9) Fusion: amalgamation of elements of two dif-
ferent objects; e.g., thè head of a bird with thè body
of a woman or a cow.
These rules of figurative transformation may be
reduced simply to addition, deletion, and combina¬
tion or substitution of parts or wholes. In addition to
such figurative fluidity of thè schemata, figurative re-
presentation can be rendered in different styles and
by different modes of execution.
By a manipulation of these rules, we can clearly
show how certain figurative associations or «phra-
ses» are [cognitively] related in a schema. The sche¬
ma does not, in fact, correspond to any single «phra-
sing». However, thè modal figurative association
(phrase that appears more frequently) may be consi¬
dered as thè «pivot», «token», or «prototypical» em-
bodiment of thè schema and may be used as thè star-
ting point for examining thè operation of thè rules of
phrasing. The token may be also used in discussing
thè subject to designate a schema. For example, we
can refer to thè «cow (with udder) and calf» schema.
We may also extract a common principle expressed
by thè schema and refer to thè schema of thè cow
(with udder) and calf as thè «natality», «mother and
child», or «maternity» schema. It is perhaps advi-
sable in thè first level of cognitive analysis to climb
thè ladder gradually from thè pheno-mena to thè
noumena. To appreciate thè process of «phrasing»,
let us examine thè set of phrases that may be inclu-
ded in one schema — «thè cow (with udder) and
calf». The configurative associations (phrases) are
shown in Table 3.
These figurative phrases are woven together in a
web of relations that are clearly dominated by thè co¬
gnitive schema of a mother and her infant that can be
thought of figuratively in terms of thè recurrent ima-
ge (icon) of «a cow (with udder) + baby». Assuming
this to be a starting point we can see how «N.K. 53»
may be derived from thè token icon by deleting thè
calf (rule 2). The configuration in «N.K. 35» is also
related to thè token icon through substitution (rule
3). It may be noticed that thè rules allow for thè pos-
sibility of reversals.
From schemata to symbols:
thè power of analogy
The schematic examination may be used to delve
deeper into thè more intractable realms of symbo-
lism and signification. Schemata as mental structu¬
res unifying patterns or scenes are ideas giving a
structural coherence to ideas that may otherwise ap-
pear unrelated. Simple ideas and structures are often
integrated with other structures and ideas.
274
FEKRI A. HASSAN
Table 3 - Analogie similarities among confìgurations
related to thè «matemity» schema
In this section, I aim to show how we can begin to
formulate a System of rules to interpret thè symbolic
significance of thè schemata. Here we build on thè
previous level of decoding thè graphic scenes and, as
we do that, we risk «appropriating» thè rock art, i.e.,
investing thè phenomena with more of ourselves.
However, this is thè inevitable consequence of any
inter -pretation or com -prehension which involves
thè pratice of selecting, apprehending, and encoding
phenomena onto our own knowledge-base and by
thè operation of our set of cognitive rules. Interpreta-
tion is an active process on thè part of thè interpreter
regardless of whether thè subject of interpretation is
astronomy, a conversation in a tramway, or an inter¬
pretative appreciation of a poem.
Interpretations are made social through a process
of mutuai negotiations and signs of agreement. A so¬
ciety (a band, a nation, or a group of professionals)
sanctions and perpetuates signs of mutuai recogni-
tion providing a common (phenomenal) modicum of
social interaction. For example, consider thè way va-
rious societies at different times assign meanings to
«apples». An «appiè» may be considered as a food
item with certain physical and social dimensions. An
appiè is recognized by shape, smeli, texture, taste, as-
sociation, and context. Social conventions prescribe
when it is appropriate to eat an appiè, how frequently
to eat an appiè, which appiè to eat, and so on. Also,
thè appiè is a token or metaphor for sin, health, or
appreciation of a teacher.
One person may or may not have thè same know-
ledge of an appiè as another (at any rate we can never
know), but what matters in a society is thè appropria¬
te materialization (phenetic) of expression of thè so-
cially accredited meaning. In an archaeological situa-
tion where a biade with a glossy edge is encountered,
thè archaeologist may apply to this gloss thè term
«sickle sheen». This inferential term may not be ap¬
propriate, but such statements are common in ar¬
chaeological literature. The inference is often based
on a belief that gloss on blades is a result of using thè
biade as a sickle. This belief may or may not have
been examined by thè archaeologist. To infer that
thè gloss is sickle-sheen and nothing else is tanta-
mount to asserting that there is an invariant associa-
tion between gloss and sickles, and that no other pro¬
cess generates such a gloss. This of course is not
true. By thè same process, our interpretation of ani¬
mai bones at a site as indicative of hunting may be
erroneous (e.g., refer to thè revisions of thè meaning
of bones in Bed I at Olduvai) and that they are state¬
ments with weak or strong possibilities. Similarly, in¬
terpretations of a scene of a cow and calf as a signifi-
cation of motherhood or nurture is hardly different,
being a matter of error, weak probability, or strong
probability. We may also refer here to several con-
cepts at thè heart of materialist interpretations, e.g.,
adaptation, naturai selection, ecosystem, and assem-
blage that are primarly ideational constructs.
The strength of probability (confidence) often can
be based on common association, exclusion, and
transformations. A circle of stone is interpreted as
thè trace of a hut on thè basis of an analogy (cross-
linkages) with a common association between stone
circles and huts in ethnographic contexts and thè
rarity of such circles in association with other phe¬
nomena.
Similarly, interpretation of signs often involves
inference based on cross-linkages, analogies, and
relations by which an idea is transformed. The trans¬
formations may be viewed as a result of thè appli¬
cation of mental rules of analogy, contiguity, iconic
representations, correspondence, opposition, and
antimony:
(1) Representation; to provide a graphic (iconic),
verbal/auditory, or kinesic model (presumed to be
an imitation or a copy) of thè element; e.g., drawing
an outline of an animai, to imitate thè sound of an
animai in a song, or to mimic its movements in a
dance. In rock art thè drawing of an animai as thè
animai.
(2) Metaphorical analogy; using a sign for a con-
cept that belongs to another equivalent concept; e.g.,
cow as a metaphor for woman. Metaphorical analo-
gues often have a common attribute or mutuai cor¬
respondence to a common concept. In this example,
both nurse calves/infants.
(3) Contiguity (Metonymy); to denote an element
(or concept) by thè sign of a contiguous or associated
element; e.g., an arrow (which comes in contact with
hunted animals) to denote hunting or death.
(4) Correspondence; to consider certain elements
as interchangeable because of correspondence in
shape or functions; e.g., an arrow as a sign for a penis
because of correspondence in shape (elongation).
Such correspondence can provide thè basis for me-
taphors; e.g., arrow and penis for virility or destruc-
tion, or cow and woman for nurture.
(5) Opposition; thè imputation of opposite (non-
metaphorical) meanings (based on representation or
correspondence) to signs perceived as opposites, e.g.,
an arrow pointing upward and an arrow pointing
downward for an elevator (upstairs, downstairs).
(6) Metaphorical antinomy; to contrast a metap¬
horical sign; e.g., fading leaves for death with spring
grass for life, or an upward pointing fìnger for heaven.
ROCK ART. COGNITIVE SCHEMATA AND SYMBOLIC INTERPRET ATION A MATTER OF LIFE AND DEATH
275
and finger pointing downward to earth. An animai
shown in an inverted position may thus denote a
dead animai by contrast to one standing on its four
limbs in a normal [fife] position.
The mind working with such transformation rules
can create a complex maze of signs; a hermetic map
of thè mind, which can only be traversed by thè re-
verse application of thè same rules of construction.
Our ability to read thè hermetic mind map can be en-
hanced by thè manipulation of thè cognitive schema-
ta which assist us in highlighting thè common path-
ways and alleys that have been heavily trodden by
thè creative mind in action. Such an interpretation is
also grounded in thè fundamental uniformity of thè
human mind of our own species. It is also predicated
upon thè icons that have strongly imprinted themsel-
ves upon our imagination (through common affecti-
ve/symbolic tendencies and/or cultural transmis-
sion); e.g., flowers, mother and child, and thè color
red. These icons become archetypal symbols that
can cross-cut cultures and survive from one histori-
cal period into another.
Symbolism of thè Nag Kolordona schemata
The four most dominant schemata of thè archive
of thè Nag Kolordona art are those of (1) maternity/
natality (cow with calf) (Fig. 5), (2) thè hunting dog
(attacking antelopes, gazelle, or cows) in thè presen-
ce or absence of a hunter (often with a bow and ar-
row) (Fig. 6), (3) thè sandal (Fig. 7), and (4) thè boat
(Fig. 8).
With thè help of thè rules of transformation w e
may begin to provide a symbolic interpretation ofthe
rock art of Nag Kolordona. The «cow, calf» schema
(Figs. 3 & 5) is dominated by thè presentations of
cows (or ostriches) and calves (or baby ostriches).
The cow/ostrich may be viewed as a metaphor for
woman. Ethnohistoric data support this interpreta¬
tion (e.g., cow as a mother of Horus in Ancient
Egypt). The association of women and birds is also
common in different cultures. The ostrich may thus
represent a metaphor for woman. Ostriches, though
birds, do not fly, and may thus be closer to thè earth-
ly manifestation of woman than another bird that
flies. It is also big and very protective of her eggs.
The association of cows, udders, and calves leads us
to conclude that thè «cow/calf» schema stands for
motherhood or more generally «nurture».
The second schema of «dog, prey» (Figs 6, 9, 10) is
clearly an indication of «pursuit and hunting». This is
amplified by thè presence in some scenes of hunter
with a bow and arrow or a lasso, as well as portrayal
of thè animai as a dead animai (inverted or shaded).
These two schemata suggest that thè artistic activi-
ty by artists of Nag Kolordona were inspired by a
dual opposition; life/nurture and hunting/killing/
death. This duality is also phrased in an opposition
between females (cows, females ostriches) and men
(as hunters). It is also manifest in a distinction bet¬
ween cows and ostriches (and occasionally elephants
and giraffes) as «mothers», gazelles and antelopes as
prey animals, and thè dog as a «hunter».
The schema of boats associated with ostriches and
cows must be linked with thè symbolic meaning of
thè «cow, calf» schema. Thus, boats are most proba-
bly linked with thè ideas of «nurture», «birth», and
«live». Clearly thè boats are also related to thè idea
of «travel». A combination of thè idea of travel and
fife may (in opposition to thè hunting schema) be in-
terpreted as either thè journey to fife (though birth)
or thè journey to a fife after death. The latter seems
to fìt thè scenes of boats on Gerzean pots placed in
burials.
The frequent representations of sandals struck me
initially as rather unusual. Their identity was very
clear. They were also identifìed in other localities in
Nubia by Hellstrom (1970). The sandals are associa¬
ted with elephants, giraffes, footprints, fìgures of ma-
les, hunting scenes, small circles, and oblong groo-
ves. In many of thè scenes thè imagery is blatantly
sexual. In some of thè scenes thè sandal is associated
with male fìgures with oversized phalluses (Fig. 11,
N.K. 48). In another scene (Fig. 12, N.K. 68) two san¬
dals and an oblong groove with associated circular
depression give thè impression of a male organ (with
sandals as testicles and thè groove as a penis). At thè
same time, thè groove and thè circular depression
depict a vulva. The sandal thus seems to convey
ideas of both thè male and female sexes. The bise-
xuality seems to be strengthened by thè association
with elephants and giraffes (Fig. 4, N.K. 65). These
two big animals are shown elsewhere in thè Sahara
with oversized phalluses in thè company of males
with equally exaggerated penises. However, thè elep¬
hants and giraffes are also depicted with yearlings
suggesting a female identity (Fig. 13, N.K. 78b). Also,
in one of thè scenes (Fig. 14, N.K. 72), a large sandal
encloses a tiny sandal as if it were a baby sandal insi¬
de a mother sandal! The association thus seems to
strongly suggest sexual connotations of thè sandal
representations and that thè sexuality of thè sandals
is a union of thè two sexes. It would thus appear that
thè sandal, curiously enough, represents a medita-
tion between thè two sexes and that it has a «magical
power». A preliminary, cursory survey of ethnograp-
hic and historical data seems to corroborate that
view. In East Africa, sandals are used for divination.
The sandals are dropped on thè floor and, according
to thè way they fall, one can divine thè signifìcance
of thè position. Perhaps thè most important piece of
information is that reported from North Africa. A
hunter, by swinging a sandal above his head, causes a
hare to remain motionless in its hiding place — pre-
sumably because it perceives it is being hunted by a
bird of prey. This association between hunting and
sandal, as well as thè power of thè sandal in rende¬
ring a hare motionless, could have been thè basis for
a belief in its magical quality and its association with
thè male sex (man thè hunter). The association with
thè female sex may have been a result of its shape of
thè depressions it make in thè sand (which would also
explain thè footprints). The union between thè two
sexes might have been suggested by analogy to thè
insertion of thè foot in thè sandal, particularly thè
thong between thè toes, as well as thè complementa-
rity of thè sandal (positive) and thè impression in thè
sand (negative). A sandal is also associated with mo-
vement and feet. Movement is an aspect of fife. In
Ancient Egypt during thè funerary ceremonies, thè
priest touches thè legs among thè other various parts
of thè body of thè deceased to give him thè power to
live in thè «house of eternity». It is also remarkable
that thè sign for fife (ankh) in hieroglyphic is that of a
sandal strap! Moreover, in thè Narmer Palette, thè
Pharaoh is followed by his sandal bearer — a person
276
FEKRI A. HASSAN
of high rank. For thè sandal to be given such a great
signifìcance, it must have had a special symbolic va-
lue. The sandal of thè pharaoh also had a drawing of
thè enemies of Egypt on its sole. Thus whenever thè
pharaoh walked he had thè enemies under his foot.
Sandals are also associated with movement and jour-
neying (an idea also expressed by thè boat).
The schemata are seemingly charged with various
meanings. They may be considered as formulae with
various cognitive palimpsest (superimposed layers of
meaning) and cognitive intercalations (intersection
of circles of meaning). Some of thè obvious cognitive
sets of meanings are those of domestic (cow) vs. wild
(gazelle/antelope), and active/dynamic (dogs, men,
and wild animais) vs. passive/static (cows, females).
There are also thè intersection between wild, active,
ferocious, dangerous, and deadly.
The schemata are interconnected. Certain con-
cepts or icons serve as links between different sche¬
mata. Schemata are thus connected in a structural
network of multiple dimensions. It is difficult to illu¬
strate such a network graphically in two or even three
dimensions. The diagram shown in Fig. 15 is an at-
tempt to illustrate some of thè structural relations in
thè network of schemata. The graphic presentation
of thè structural network of schemata, called here
a schematograph, is a step toward interpreting thè
ideas that hold thè various schemata together in a
meaningful whole or that can give a meaning to any
schema within thè network. The mind of modern
humans is characterized by an integrative function
which is in fact thè hallmark of Homo sapiens sapiens
and thè latest mental function to appear in thè men-
tal growth of children according to Jean Piaget. The¬
re is a tendency thus to think and process informa-
tion within an integrative framework of symbolism.
Elimination of dissonance to create a coherent net¬
work of meaning thus creates a mental construct that
structures reality. New information is accommoda-
ted with appropriate transformations into thè pre-
existing structure of meanings. Radicai changes in
mental constructs happen when there is a flood of
new information that cannot be readily accommoda-
ted within thè structure.
Fig. 3 - Nag Kolordona scene # 35 (N. K. 35) showing ostrich
and chick.
Fig. 4 - N. K. 65 showing sandals, an elephant, and giraffes.
Fig. 5 - N. K. 16 showing cow and calf, another cow, and 180° rotated sub-scene of dog attacking cow.
ROCK ART. COGNITIVE SCHEMATA AND SYMBOLIC INTERPRETATION A MATTER OF LIFE AND DEATH
277
Fig. 6 - N. K. 30 showing a hunting scene. Note thè bird with a Fig. 8 - N. K. 19 showing sandals.
human (?) head in bottom left corner (thè soul?).
Fig. 7 - N. K. 32 showing two boats and one inverted boat (rota-
ted 180 degrees).
Fig. 9 - N. K. 73 showing dog chasing animals in association
with outlines of sandals or footprints.
Fig. 10 - N. K. 17 showing cows and 180 degrees rotated hunting sub-scene; dog attacking cow; a human figure (man)
stands holding bow.
278
FEKRI A. HASSAN
Fig. 13 - N. K. 78b showing elephant and little (baby) elephant.
Fig. 11 - N. K. 48 showing sandal/footprint associated with two Fig. 14 - N. K. 72 showing sandals and footprints. One of thè san-
human figures with oversized phalluses and possibly breasts. dals (top, right) encloses (pregnant with?) a little (baby?) sandal.
Fig. 12 - N. K. 68 showing two contiguous sandals with a groove
in thè middle resembling a penis, while thè groove suggests a vul¬
va. Note also thè ovai depressions and sandal with a mediai slit.
Fig. 15 - Diagram [schematograph] showing thè associations
between elements within various schemata. The numbers refer
to frequency of association.
ROCK ART. COGNITIVE SCHEMATA AND SYMBOLIC INTERPRETATION A MATTER OF LIFE AND DEATH
279
ENVIRONMENT, SOCIETY, AND SYMBOLISM: THE PSYCHODYNAMIC CONNECTION
The art drawings of Nag Kolordona seem to be en-
meshed in a network of fundamental concepts that
apparently preoccupied thè prehistoric peoples. The
concepts form two major constellations revolving
around death and sexuality. These are not apposable
concepts. They diverge and overlap as two domains
of reference: death as a separation from this life and
union with nature, god or ancestors; sexuality as a
union between man and woman as well as a separa¬
tion between them; death as thè antinomy of life; se-
xual union as thè source of life; love as sickness, a
chase, and destruction. The overlapping circles of
meaning are generated by symbolic transformation
(association and transfer) in thè creative mind stirred
by thè movement of loins and thè stiff stillness of a
corpse. Death and sexuality are potent concepts. I
suspect they are among thè most forceful psycho-
logically charged concepts in thè human mind be-
cause of their dose link with survival (they may very
well have a genetic basis emerging and reinforced
through thè forces of naturai selection). They are al-
so reinforced by social experiences; sexuality closely
tied with «marriage/mating» and thè achievement of
an «adult status», whereas death is linked with emo-
tional and economie loss. The concept of death
seems also to be an inevitable consequence of thè
realization of self and thè «discovery» of time. Time
as present, past, and future presents an infinite space
in which thè short, transient human life is situated.
The realization of thè imminence of thè death of self
and thè brevity and transience of human life con-
flicts with thè biological force of life and thè attach-
ments created during thè long childhood and other
social bonds. Memory and imagination flood thè hu¬
man mind with images and emotions; thè feeling of
potentially «missing» loved ones or even thè simple
pleasures of life. Living becomes a habit and mind
suffers from withdrawal symptoms at thè mere
thought of its termination.
Sexuality in thè human mind is potent, perhaps
not as much because of thè physical sensations as-
sociated with it, but because it is symbolically a
process of a reunion between infant and mother
(regardless of gender) associated with all thè mother-
infant feelings of love, endearment, tenderness, and
approvai.
The schemata recognized in thè rock drawings of
Nag Kolordona may thus be «arbitrary» signs groun-
ded in thè psychodynamic fìelds of death and sexua¬
lity — fìelds that thè mind falls into at times of severe
anxiety regardless of thè specifìc proximate cause ge-
nerating such anxiety. Current experiences are also
commonly mapped onto pre-existing schemata. I
suggest that schemata of thè drawings of Nag Kolor¬
dona are coextensive with thè schemata developed
by thè inhabitants of thè Sahara during thè Holoce-
ne. First, thè occupants of Nag Kolordona were most
probably related, at least in part, to immigrants from
thè Sahara to thè Nile Valley (Hassan 1986b). Second,
thè hardships associated with a new life along thè
banks of thè Nile (e.g., effect of erratic poor floods
on productivity and adaptation to a new habitat with
different kinds of resources and scheduling) as well
as a modification of thè economie and social roles
of males and females (who does what?) provided a
hospitable milieu to traditional [Sahara] schemata.
A source of anxiety and stress in thè Sahara would
have been thè adverse conditions under oscillations
of arid and wet climate causing uncertainties as a re-
sult of unpredictable distribution of water and wild
game. The advent of severe aridity about 7000 and
6000 years b.p. (Hassan 1986b) must have been alar-
ming. The impact of droughts led to a marked reduc-
tion in big game animals (such as giraffe and elep-
hants) and increased spatio-temporal unpredictabili-
ty of resources. These changes are likely to have
been associated with increased short and long-term
mobility (increase in home range) as well as a change
in subsistence toward cattle pastoralism, sheep/goat
herding, and horticulture. The emphasis on cattle in
rock art suggests that cattle herding was developed
earlier and that it became a focus for metaphorical
representations of abstract concepts. The new subsi¬
stence regime implies changes in thè traditional role
of men and women. These roles may have also been
in conflict with how males and females «identified»
themselves (e.g., females with plants and males with
hunting). In thè new social organization, females we¬
re associated with keeping animals. The fìrst at-
tempts at domestication may have been through cap-
turing calves and keeping them dose to thè house-
hold (scenes of women suckling pigs in New Guinea
come to mind). Males, instead of chasing and killing
in a later stage domestication became involved in
«raising animals», following cattle, and taking care of
them. The hunters were moving into thè conceptual
domain of thè female. This violation of thè concep¬
tual domains of men and women leads to cognitive
«dissonance» which would have been resolved by
symbolic reaffìrmation of thè traditional concepts of
thè traditional concepts of masculinity and femineity
(I use «femineity» to avoid thè modern connotations
of «femininity»). Man is likely to have reacted men-
tally to thè threat to his identity by affìrming his
manliness through scenes of hunting and «sexual»
virility.
Pastoralism, control of access to waterholes or pa¬
sture also may have led to violent conflict between
groups. The onset of aridity also must have reduced
thè size of locai groups and created many situations
where mates were not locally available. This may ha¬
ve created anxieties that were superimposed on tho-
se resulting from thè inherent opposition between
males and females. It also would have led to situa¬
tions of «abduction» thus linking mating with violen-
ce (life and death). An example of thè association of
symbolism with changing subsistence is described in
a stimulating article by Barbara Myerhoff (1970) on
thè deer, maize, and peyote in thè symbolism of thè
Huichol Indians of Mexico. The deer symbolize an
earlier stage of hunting (thè exclusive prerogative of
men); maize symbolizes agriculture (in which wo¬
men play a dominant role), and peyotes symbolically
resolve thè hunting versus agriculture opposition.
An annual peyote hunt is a symbolic re-creation of
«originai times» before thè present separation between
mana and thè gods, men and women, life and death.
A Saharan set of beliefs may have thus emerged in
response to thè changing roles of males and females
and to changing relations between groups as well as
to thè threat of famines and death (Fig. 16). The ele-
ments of that set of beliefs apparently involved:
280
FEKRI A. HASSAN
(1) Affirmation of life in thè face of death (through
a belief in thè continuity of life and possibly resur-
rection. Death thus is conceived as a journey to anot-
her life).
(2) Affirmation of male virility and power (through
a belief in thè metaphysical role of male as an active
force in thè cycle of nature).
(3) Affirmation of thè supematural power (through
her role as a mother).
(4) The merger of life and death as two opposites
of a cosmic phenomenon.
Nag Kolordona Symbolism
NATURE AND SOCIETY
Droughts
Disappearance of big game ( stress )
Increased spatio-temporal unpredictability ( anxiety )
Increased short and long-term mobility
Change in Subsistence
Cattle pastoralism Changing roles /
Sheep goat herding image of self
Horticulture New Information
Territoriality ( depletion of resources, confìicts )
Increased group flux
Scarcity of mates
Need to enhance group solidarity
Inter-group competition for scarce resource
Alliance
Communal ceremonies
Conflicts/Raids
Raid ceremonies
Warrior Male Societies
Initiation ceremonies
Fig. 16 - Diagram showing possible connections between chan¬
ging climatic conditions and its impact on changing roles of men
and women as well as intergroup relations. Resolution of poten-
tial social confìicts and coping with thè anxiety of unpredictabi¬
lity is mediated through conceptual categorization of men and
women and a metaphysical outlook joining men and women in
a cycle of life and death. A cosmogony based on resurrection,
ritual involving sandals, and a journey of life/death by boat links
thè Nag Kolordona rock art with thè Gerzean iconography and
foreshadows thè Cardinal dogma of ancient Egyptian religion-re-
surrection.
These beliefs may not only have alleviated thè an-
xieties generated by changing conditions, but may
have also served to legitimate thè social order (thè
division of subsistence activities and thè role of man
as a warrior) and to face with grace thè prospects of
famine and death. These beliefs would have been ve-
ry much at home in Nubia and were apparently
maintained to form thè intellectual basis for an ideo-
logy that gave rise ultimately to Egyptian religion. As
a hint of thè role of thè Saharan metaphysics in
Egyptian beliefs, I will just point to thè role of thè
«cow-goddess» (symbolic mother of thè pharaoh),
Horus (as a warrior-king), thè sandal strap used as a
sign for life, and thè role of thè boat for ferrying thè
Sun-God Re by day and night as well as in ferrying
thè dead from life (east) to death (west).
Beliefs are rarely a matter of purely abstract
thought. They are often expressed in rituals or cere¬
monies. Such activities reinforce thè belief System
and bestow it with a material reality. It also serves to
integrate body and mind, thus minimizing potential
confìicts between thought and action. The affirma-
tion of life may be celebrated when life is most threa-
tened or when thè first sign of thè return of a season
of abundance becomes evident (e.g., thè return of
Nile flood after drought). Life may also be affirmed
at thè time of death. The Cardinal role of «death» (as
an affirmation of eternai life) in Egyptian religion is
rooted in thè Predynastic practices predating thè
time of thè drawings of Nag Kolordona.
Initiation ceremonies may have also been associa-
ted with thè emergence of an age-grade association
of warriors as prevails among thè Masai or Nuer for
example. Circumcision, later documented from an¬
cient Egypt, may have emerged as a part of such cere¬
monies. Raids may have also been associated with
ceremonial activities. Ceremonial and ritual activi¬
ties in Nubia could have been associated with rock
art sites. Such places forming historical and sacred
markers would have served as a spatial focus of thè
cultural mind and thè point on earth where thè su-
pernatural world fuses with thè world of nature. At
such places sacraments, sacrifìces, magic, or divina-
tion are likely to be most effective.
Art in most of thè world and in Europe until post¬
medieval secularization had been closely associated
with religious sentiments and feelings. Even today,
art in thè west (such as surrealism) is an expression
of deep and profound cognitive anxieties. It would
be extremely curious if rock art was devoid of mea-
nings associated with deep psycho-dynamic mental
States and religious concepts and sentiments.
PROSPECTS FOR FUTURE RESEARCH
The present work is exploratory in nature. It
should be followed by systematic investigations of
other sets (archives) of rock art from localized re-
gions from Nubia and thè Sahara. Analysts must
avoid working with collections from large areas. A
collection of scenes of rock art is analogous to a book
with a centrai theme or an integration of a set of the-
mes. It would be very perplexing to try to fmd a set of
coherent meanings from pages picked at random
from books on thè shelves of a library. At thè same
time, detailed study of specific texts may illustrate si-
milarities, differences as well as continuities, and di-
scontinuities. Work should proceed with rock art
from different parts of thè Sahara with frequent inte¬
raction between workers. Future work may show
that certain schemata are more persistent than ot-
hers. Similarities in thè types and frequency of sche¬
mata as well as thè number, identity, and association
of rules used in thè generation of schemata also may
be helpful in revealing cultural affiliations, historical
continuities, replacement of populations, and mi-
grations. I contend that thè use of schematic and
grammatical correlations (thè use of schemata or ge¬
nerative rules in comparative analysis) is far more
ROCK ART. COGNITIVE SCHEMATA AND SYMBOLIC INTERPRETATION A MATTER OF LIFE AND DEATH
281
powerful and effective than thè use of «trait-lists» for
stylistic analysis. Schemata share with multivariate
analysis thè grouping of covarying elements. If cows
are often correlated with calves, udders, and ostri-
ches, it would thus suffìce to use a vector or a com-
ponent to refer to such an association. But schematic
analysis is even better than multivariate analysis be-
cause it emphasizes similarities in «structure» and
«structural networks» which numerical multivariate
analysis (e.g., factor analysis, cluster analysis, or Princi¬
pal component analysis) fail to take into account. The
weakness in typological and other taxonomic met-
hods as a means for establishing phylogenetic affini-
ties are primarily a result of a lack of attention to
structural relations. A trait-list approach or a stylistic
analysis may also encounter difficulties because dif-
ferent stylistic elements or themes may coexist in thè
work of a single cultural group (e.g., line drawings vs.
shading or cross-hatching, or big animals vs. small
animals, or desert animals vs. domestic animals, or
even disappearing animals vs. recently acquired ani-
mais) to express different ideas or concepts (e.g.,
dead animai vs. live animai). Elements may be also
retained from one period into another because they
represent ideas that are stili operative (e.g., a repre-
sentation of an elephant may persist as a symbol for
danger, abundance, virility or bisexuality long after
they have vanished).
It is also hoped that schemata and symbolism in
future studies will be integrated with social history,
environmental changes, cultural encounters, and
changing relationships between people and their
food resources, thè roles of men and women, and thè
nature of interaction betweeen men from different
groups. The opposition of cognitive approaches with
functionalist explanations is fruitless and misguided.
The human mind is in part a social artifact. At thè sa¬
nie time, a human being is not a mindless robot or a
cog in a machine. The traditional dichotomy and op¬
position in western thought between «mind» and
«body» as well as «thought» and «action» is a schema
apparently reinforced by a world view in a mechani-
stic civilization.
Concluding remarks
The people of Nag Kolordona were apparently pa-
storalists who lived at a time when a green desert was
vanishing. Old men could recali better times and
young men and women could experience for them-
selves thè encroachment of dunes, thè flight of de¬
sert game, thè uncertainty of rain, and thè graduai
extinction of mighty elephants and graceful giraffes.
They were in contact with desert dwellers to thè
west, such as at Gilf el-Kebir, and with peoples of thè
north where agricultural villages, new religious be-
liefs, influenzai warriors, and kings were on thè rise.
It was a time of change and opportunity. The Sahara
has been in thè grip of environmental changes throu-
ghout thè Holocene. The expanding populations
during thè Early Holocene must have found them-
selves, particularly after 8600 bp, at thè mercy of fre-
quent climatic oscillations, especially around 7000,
6000, and 5000 bp. The transition to thè exploration
domestic cattle and latter nomadic pastoralism im-
plied both internai cultural changes in thè social or-
der and thè social categories, as well as frequent cul¬
tural encounters between individuate from various
ethnic groups. Such an environnement was charged
with issues of identity, territory, ownership, warfare,
raids, and thè availability of spouses. There was ateo
a need for control and certainty, for belief in stability
and durability. Human history is not without analo-
gous situations, and perhaps it is this nature of thè
human experience that underlies thè fundamental
preoccupation with certain schemata in human art
through thè ages; death and sexuality are perhaps
two that are relevant in thè present context. Perhaps,
too, thè artistic process is itself a release and an at-
tempt to gain certainty and fìnality.
The inhabitants of Nag Kolordona, like those el-
sewhere along thè banks of thè Nile at that time, in-
herited thè metaphysical views and symbolism of thè
Sahara. The new conditions along thè Nile Valley
reinforced and perpetuated thè Sahara ideology.
Their metaphors and schemata were ateo embedded
in deeply seated mental tracks that are apparently
shared by human beings everywhere (see for exam-
ple thè symbolic analysis of Paleolithic art by Rhys
Jones (1967, Fig. 2).
The cognitive interpretations proposed here are
based on an empirical analysis of rock art and are
subject to corroboration by thè recurrence of thè
schemata proposed. The interpretations are ateo sub¬
ject to an evaluation of their adequacy on thè basis of
thè logicai internai consistency of thè propositions as
well as on thè basis of thè conformity of supporting
statements with our current knowledge. The metho-
dology employed in this work does away with arbi-
trary interpretations and speculations that are devoid
of empirical anchors. It also provides a formai met-
hod for moving beyond chronology and stylistic ana¬
lysis to social history and thè history of thought. The
subjective element in thè kind of analysis and inter-
pretation given here are not unlike thè subjective
element involved in preferring one theory over anot¬
her in physical, biological, or earth Sciences. As an
example, we refer to thè various theories about thè
nature of subatomic particles, thè theory of evolu-
tion, thè origin of life, and thè beginning of thè uni¬
verse. From within thè fìeld of archaeology, thè wide
range of opinions concerning thè origins of hominids
provide an example of thè weakness of any argument
against empirical data as thè sole basis for either un-
derstanding or singling out a «valid» explanation.
The same data, e.g., thè characteristics of thè austra-
lopithecines, are used by different scholars to assign
a specimens to different taxonomic units. De-emp-
hasizing thè role of mental structures in scientific
work while overemphasizing «hard facts» and
«proof» is a common feature of a modern phase in
thè philosophy of Science. In part, this attitude to-
ward Science is an expression of thè need to over-
come thè ambiguities and fluidity of thè «reai
world». Positivism and empiricism are perhaps
schemata aimed at alleviating thè danger of chaos.
They are ateo a legitimation of a «materialist» ap¬
proach in a world of materialism engendered by
industriai practices since thè second half of thè
19th century.
A postscrìpt
Art is a domain where reason and passion mingle.
It is a world of mythopoetic thought and creative
imagination. The power of art resides in its magical
282
FERRI A. HASSAN
potency; its power to move, to reach deeper into our
being and touch thè very foundation of our fears and
fantasies. The art of prehistoric peoples may fail to
move us because its whispering and evocations have
vanished with thè people who have long gone to
their graves. But we are undeniably thè distant de-
scendents of those remote ancestors. Through time,
we have wandered into different directions and have
acquired different habits and sensibilities. The layers
of cultural transformations stand between their
world and ours. Nevertheless, we share with them
having to face inevitability of death, family, friends
and social groups, differences in age, sex, and labor,
and thè feelings of love, anger, and awe. These are
stepping-stones for understanding. We can also look
at thè nature of our own art and that of others with
whom we are not too far distanced to appreciate
its schemata as a basis for revivifying thè ima-
ges on stone. In doing this we should consider art
both as a human as well as a social phenomenon —
both as being in thè world and as a phenome-
nal projection from thè invisible domain of thè
human psyche.
A discourse on art in thè permitted bounds of secu-
lar, academic, scientifìc, and professional context of
another culture can be both revealing and disturbing.
We may have thè penetrating knowledge of thè
X-ray machine, but we may only see a sack of bones.
He glanced back and saw a ship
Moving towards thè past. In one hand
He gripped thè sail of eternity,
And s tuff ed thè universe into his eyes.
Shinkichi Takahashi ( Afterimages , Translated by
Lucien Stryk and Takashi Ikemoto, Anchor Books,
Doubleday, New York, 1972).
Acknowledgement
In Rome, Pullman, and Milan, I have benefited
from thè generous help of friends and colleagues at
various stages of this paper. I am particularly grateful
to Barbara Barich, Robert Littlewood, Paulo Zangio-
rolami, and my wife Kerry. I am thankful to thè staff
of thè Museo Civico di Storia Naturale and thè Cen¬
tro Studi Archeologia Africana, and particularly to
Giulio Calegari for support and a very stimulating
symposium. I also thank Brian Harvey and Joshua E.
Yeidel, Academic Compunting Services, WSU, Pull¬
man, for help with thè graphics. Finally, I express my
appreciation to Almagro and Gorbea Basch whose
work provided thè data and originai illustrations
used in this study.
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Eric Huysecom
L’art rupestre et le «faciès néolithique du Baoulé» (Mali)
Résumé — Le «faciès néolithique du Baoulé» couvre, dans l’état actuel des connaissances, la région du Pare national
de la boucle du Baoulé, au Mali. Les gens porteurs de cette culture sont probablement originaires des rives des paléolacs du
Sahara malien, d’où ils auraient été chassés par l’avènement de Paride actuel.
Ce faciès semble toujours associé à des gravures rupestres obtenues par piquetage, parfois recouvertes de peintures.
Le présent article décrit brièvement les principaux résultats obtenus lors de l’étude d’un des sites découverts, «Fanfan-
nyégèné I», insistant particulièrement sur la chronologie relative de son art rupestre.
Abstract — At thè present stage of research, thè «neolithic facies of thè Baoulé» covers thè area of thè «Pare national
de la boucle du Baoulé» in Mali. The probable origins of thè populations representing this culture are thè banks of thè Ma-
lian Saharan paleolakes, from where they seem to have been forced to migrate by thè start of thè present arid period.
This cultural facies always appears to be associated with rock engravings produced by hammering, sometimes supe-
rimposed by paintings.
The present article briefly describes thè main results obtained during thè study of one of thè discovered sites,
«Fanfannyégèné I», insisting mainly on thè relative chronology of its rupestrian art.
INTRODUCTION
Les recherches effectuées au Mali, de 1984 à 1987,
Idans le cadre du «projet de recherche archéologique
Baoulé», ont eu pour objet, outre des prospections
dans le Pare national de la boucle du Baoulé, la fouil-
le d’un abri-sous-roche baptisé «Fanfannyégèné I».
Cette mission, financée par la section culturelle du
Ministère aux Affaires étrangères de la République
fédérale d’Allemagne, s’est déroulée sous l’égide de
l’Institut Frobenius de Francfort, avec faide de l’In-
stitut des Sciences Humaines de Bamako.
Ce projet a permis, notamment, de mettre en évi-
dence un ensemble culturel très particulier, le «faciès
néolithique du Baoulé», qui semble ètre représenté
d’une manière considérable dans toute la région de
la boucle du Baoulé.
Les sites sont, en effet, très nombreux. Il s’agit gé-
néralement d’abris-sous-roche, mais aussi de sites de
piaine, généralement établis en bordure de sources
ou de mares permanentes.
Il est remarquable que la totalité des sites situés au
pied d’une paroi rocheuse ou dans un abri-sous-ro-
che présentent des gravures rupestres. Ces gravures
sont parfois associées à des peintures de style divers.
L’étude approfondie de l’un de ces abris-sous-ro-
che, nommé par les chasseurs «Fanfannyégèné I», a
permis non seulement de préciser la culture matè¬
riche de ce «faciès néolithique du Baoulé» ainsi que
certains aspeets sociaux et économiques, mais aussi
de mettre en évidence une chronologie relative de
l’art rupestre (Huysecom, 1986, 1990a et 1990b).
LA CULTURE MATERIELLE
L’abri-sous-roche de Fanfannyégèné I (13°45' 39"N/
9°14'05"O, fig. 1 et 2) est constitué d’un bloc de grès
monolithique, érodé à sa base et ne reposant plus au-
jourd’hui que sur trois piliers, laissant ainsi un espa-
ce habitable couvert pouvant ètre évalué à 381 m2.
La fouille a révélé une stratigraphie en 7 couches
distinctes et a livré un matériel très abondant: 1296
tessons, 2813 outils lithiques et 114094 éclats. Les re-
montages effectués sur ce matériel permettent, no¬
tamment, d’établir un débitage sur place pour certai-
nes des couches.
L’industrie lithique, obtenue à partir de matières
premières en majorité siliceuses, comprend cinq
groupes d’outils principaux:
- l’outillage géométrique (26,3%; fig. 3, nos 2 à 12),
aux formes très variées (25 types reconnus), qui
comporte principalement des segments à retou-
ches dorsales continues, soit directes (18,7%), soit
bifaciales (2,4%), ainsi que des triangles à retou-
ches dorsales directes continues (1,1%).
- les éclats retouchés de types divers (20,8%; fig. 3,
n° 16).
- Les outils obtenus par débitage laminaire (16,4%),
qui témoignent de plusieurs variantes et sont con-
stitués de lamelles (8%; fig. 3, n° 15), de lames
(4,4%: fig. 3, n° 14) et de microlamelles (4%; fìg. 3,
n° 20).
- les microburins «Krukowski» (8,1%, fig. 3, n° 25), à
la signifìcation encore discutable, auxquels s’asso-
cient des chutes de lamelles à troncature oblique
(1%; fig. 3, n° 23).
- les mèches de foret (2,2%; fig. 3, nos 17, 21) simples
ou doubles, et les per?oirs (1,2%; fig. 3, n° 22).
A coté de ces cinq groupes majoritaires, quatre ty¬
pes d’outils se rencontrent assez rarement, tous re-
présentés à moins d’1%:
- les armatures tranchantes (0,6%, fig. 3, n° 18); les
microtranchets (0,6%; fig. 3, n° 26); les grattoirs
(0,4%; fig. 3, n° 13); les burins (0,2%; fig. 3, n° 24).
284
ERIC HUYSECOM
o lo m
I — i — i — i - 1 - 1 - - - 1
Fig. 2 - Pian de l’abri-sous-roche avec la situation des quatre ensembles d’art rupestre décrits dans cet article.
L’ART RUPESTRE ET LE «FACIÈS NÉOLITHIQUE DU BAOULÉ» (MALI)
285
Enfin, trois autres types apparaissent de manière
tout à fait exceptionelle, à moins de 0,2%: les haches
polies (4 exemplaires); un type de pointe assez parti-
culier constitué de lamelles fìnement appointées par
retouches totalement ou partiellement bifaciales (4
exemplaires; fìg. 3, n° 19); les microburins «ordinai-
res» (2 exemplaires).
Plusieurs molettes et fragments de meules furent
découverts, ainsi qu’un mortier.
L’absence totale d’armatures perfantes est remar-
quable. Vu l’abondance d’outils observés à Fanfan-
nyégèné I, comme sur l’ensemble des sites voisins, et
compte tenu du fait que la pratique de la chasse est
attestée par les restes osseux, ce manque n’apparait
pas lié à la nature fonctionnelle du site, mais semble
ètre un élément culturel significatif.
Est à noter également la présence de nombreux
bàtonnets d’hématite taillés et polis. Peut-ètre ceux-
ci ont-ils servi à la réalisation des nombreuses pein-
tures rupestres relevées dans l’abri.
La céramique (Fig. 3, n° 27) est assez homogène:
les vases sont de formes simples, à panses sphéri-
ques, les bases étant très probablement arrondies.
Les lèvres sont à peine marquées. Des perforations
effectuées après cuisson sont visibles sur certains
tessons et pourraient ètre liées à un mode de suspen-
sion.
Des décors ornent 65,8% des tessons. Ils sont obte-
nus, dans la plupart des cas, par impression au «pei-
gne pivotant» (70%). L’usage de la roulette semble
fréquent, à l’aide soit d’un objet cylindrique cranté
(11%), soit d’un «peigne fìleté» (5,3%). Ce dernier
outil peut également faire l’objet d’impressions pa-
rallèles (4,6%). Les motifs poin^onnés sont assez
bien représentés (5,5%). Des traces de lissage ou de
polissage (sur 18% des tessons) dénotent une fìnition
relativement soigneuse.
En ce qui concerne l’aspect technique, certains va¬
ses sont montés à l’aide de colombins, le dégraissant
étant tamisé ou non.
Finalement, une figurine en terre cuite très styli-
sée témoigne d’une certaine forme d’art plastique
(fig. 3, n° 1).
La composition de cet ensemble matériel ne sem¬
ble pas avoir été «statique» au travers des temps.
L’étude des vestiges selon les différents niveaux a,
en effet, montré une évolution qui se distingue par la
modifìcation des proportions de certains objets re¬
présentés et qui s’effectue progressivement, sans
«rupture». Nous n’aurions donc pas affaire à une
succession de traditions distinctes, mais bien à une
culture transformant partiellement et graduellement
son inventaire matériel.
Ainsi, par exemple, en ce qui concerne l’outillage
lithique, une transformation très claire se per?oit
dans le rapport «outillage géométrique/industries
laminaires», évoluant du niveau le plus profond:
«0%/ 100%», à la surface: «90,9%/9,l%».
L’ HABITAT ET L’ÉCONOMIE
L’abondance du matériel archéologique et l’ab-
sence de niveaux stériles dans la stratigraphie con-
firment, toutes deux, une occupation régulière de
l’abri. De plus, le grand nombre de tessons, qui révè-
lent un usage intensif de récipients céramiques con¬
traire aux coutumes des chasseurs ou des nomades
actuels, nous laisse entrevoir un habitat relativement
sédentaire. Cependant, celui-ci fut probablement in-
terrompu durant les saisons de pluie, comme nous
l’ont suggéré les inondations que nous avons obser-
vées sur le site, après les précipitations. Le caractère
semi-sédentaire de l’occupation pourrait ètre corro¬
borò par «l’installation» d’un mortier sur blocs de ca-
lage, le nombre élevé de molettes, de mème que par
les fragments de meules, tous ustensiles se transpor-
tant avec peine.
Deux types de constructions pourraient avoir été
utilisés: l’un, dans les niveaux profonds, est révélé
par des alignements de pierre, l’autre, dans les dé-
pòts correspondant à la couche 3, présenterait plutót
des structures en banco.
Des foyers de 50 à 60 cm de diamètre étaient légè-
rement creusés en cuvette et encadrés parfois de
blocs de pierre. L’un d’eux montrerait également la
présence d’un «tas de vidange» voisin. Le mortier,
dont il a été question ci-dessus, était installò en bor¬
dure de l’un de ces foyers.
Enfin, certaines zones de concentration de pierres
au pendage irrégulier pourraient indiquer des cou-
loirs de passage.
Au sujet de l’économie pratiquée, hormis le broya-
ge des denrées récoltées (aucune preuve d’agriculture
n’a pu ètre mise en évidence), une des activités princi-
pales parait avoir été la taille de l’industrie lithique.
Les roches ont manifestement été amenées d’as-
sez loin. Deux lieux d’origine possible, situés à 28 et
27 km de Fanfannyégèné I, furent identifiés lors de
nos propections. Cependant, il semble que la majori-
té des roches utilisées proviennent de gisements plus
éloignés et pas encore repérés.
La chasse est attestée dans tous les niveaux. Elle
visait généralement de petits ruminants, mais les
restes osseux d’un très jeune éléphant et de grands
ruminants n’exclueraient pas la chasse aux animaux
de taille plus importante. La pratique de l’élevage n’a
pas pu ètre déterminée.
La palynologie illustre des alentours dégagés. Des
herbes calcinées, détectées dans les niveaux pro¬
fonds, témoigneraient éventuellement de «débrous-
saillements».
LA CHRONOLOGIE
L’un des niveaux a livré des charbons de bois da-
tés de 2.680 ± 120 BP (Pa-269), situant cette culture,
provisoirement, dans la première moitié du Ier millé-
naire avant J.-C.
La palynologie, quant à elle, indiquerait un paysa-
ge de savane soudanaise assez semblabe à celui d’au-
jourd’hui. L’outillage coincé dans les fissures de la
tète de roche indique que les populations s’installè-
rent lorsque le rocher était encore totalement ou par¬
tiellement dénudé de sédiments; par contre, l’occu-
pation de l’abri correspond à une phase de sédimen-
tation intense. Bien que les analyses sédimentaires
286
ERIC HUYSECOM
Fig. 3 - Matériel lithique et figurine en terra-cotta provenant des fouilles de l’abri-sous-roche.
L’ART RUPESTRE ET LE «FACIÈS NÉOLITHIQUE DU BAOULÉ» (MALI)
287
n’aient pas encore été effectuées, un apport éolien
semble fort probable; il correspondrait dès lors à une
phase encore relativement aride. La fin de cette sédi-
mentation parait plus ou moins coincider avec celle
L’ART
Nous n’envisagerons ici que les représentations
rupestres de l’abri-sous-roche de Fanfannyégèné I,
celles-ci nous ayant permis d’élaborer une ébauche
de chronologie relative.
Cet abri montre des dessins rupestres qui peuvent
étre soit peints, soit gravés. Hormis quelques repré¬
sentations isolées, notamment exécutées au plafond
de l’abri entre les piliers centrai et orientai, la majori-
té d’entre elles se situent sur les flancs de ces deux
mèmes piliers, groupées selon deux «frises» horizon-
de foccupation néolithique. Compte tenu de la date
par la méthode du carbone 14 mentionnée ci-dessus,
il pourrait s’agir, sous toutes réserves, des débuts de
Paride actuel (Petit-Maire, 1983).
tales (ensembles 1 et 3), jouxtant chacune un petit
groupe légèrement isolé (ensembles 2 et 4).
La première frise (ensemble 1: fìg. 2, n° 1; fig. 4 à 8)
comprend des peintures qui couvrent la partie «sud»
et «est» du pilier centrai, ceci sur une longueur de 6
m et une hauteur maximale de 2 m. Le coté nord de
ce mème pilier montre quelques gravures et peintu¬
res (ensemble 2: fìg. 2, n° 2 et fig. 9), généralement
plus disséminées, réparties sur une surface de 1 m 50
de long et environ 1 m de haut.
Fig. 5 - L’ensemble 1: détail du secteur a.
288
ERIC HUYSECOM
0
0,5 m
rouge □ blanc □ jaune :■
Fig. 7 - L’ensemble 1: détail du secteur d.
L’ART RUPESTRE ET LE «FACIÈS NÉOLITHIQUE DU BAOULÉ» (MALI)
289
La deuxième frise (ensemble 3: fig. 2, n° 3 et fìg.
10) ornemente la face ouest du pilier orientai, sur une
longueur de 1 m 80 et une hauteur de 0 m 80. Elle
comprend des gravures aussi bien que des peintures.
Cette frise elle-méme jouxte, vers le sud, quelques
gravures (ensemble 4: fìg. 2, n° 4), généralement as-
sez abimées, étalées sur plus d’1 m de long et au
moins 0 m 30 de hauteur; seule la partie bien conser-
vée sera considérée (fìg. 11).
L’ensemble des représentations rupestres décrites
ici sont centrées à hauteur des yeux, approximative-
ment à 1 m 50 au-dessus du niveau actuel du sol.
Les techniques de représentation (peinture et gra-
vure), les motifs et le style, les couleurs et, enfin, les
superpositions observées, nous permettent d’identi-
fier quatre groupes distincts.
Les gravures
Les gravures sont généralement fort érodées et,
dès lors, difficiles à identifier sans un éclairage adé-
quat. Elles sont visibles sur les piliers centrai (en¬
semble 2) et orientai (ensembles 3 et 4) où elles
ont été réalisées par «piquetage total» (couvrant).
Les «points d’impact», serrés, mesurent en moyenne
5 mm de diamètre et 1 à 2 mm de profondeur, et leur
régularité laisse entrevoir l’utilisation d’un outil in-
termédiaire jouant le róle de burin.
Ces gravures semblent bien ètre les plus anciennes
représentations rupestres de Fanfannyégèné I: elles
0 5cm 42
Fig. 9 - L’ensemble 2 du pilier centrai.
sont, en effet, sous-jacentes aux «sauriens» et aux for-
mes «abstraites» du groupe 2 (fìg. 10, nos 44, 45 et 46),
ainsi qu’aux peintures rouges du groupe 4 (fìg. 9, n° 38).
Si l’on tient uniquement compte des motifs discer-
nables, le répertoire semble assez limité. Le dessin le
plus fréquent est assez répétitif (fìg. 9, nos 41 et 42;
fig. 10, nos 47 à 52; fìg. 11, n° 54). Il mesure entre 10 et
23 cm de haut et fut identifié, notamment par les
chasseurs nous accompagnant, comme l’illustration
d’une girafe, caractérisée par des pattes de devant
plus longues que celles de derrière, par l’échine incli-
née vers le train postérieur et par le cou très long,
la tète étant ici généralement représentée tournée
vers l’arrière. Ce motif peut ètre isolé, ou groupé en
«file» jusqu’à 6 exemplaires (fìg. 10, nos 47 à 52). Un
autre dessin, mesurant entre 10 et 18 cm de haut, as¬
sez rare dans cet abri, peut évoquer une tète de bovi-
dé, schématisée et vue de face, aux cornes soit dres-
sées (fig. 11, n° 55), soit tombantes (fìg. 10, n° 53).
Le groupe des «sauriens»
Ce deuxième groupe, le plus caractéristique, com¬
prend des formes schématiques peintes dans une
couleur actuellement jaune pale à grisàtre (2,5 Y 8/3)
et assez souvent délavée. Il se rencontre aussi bien sur
le pilier centrai (ensemble 1) qu’oriental (ensemble 3).
Les motifs les plus distinctifs, très simples, sont
consti tués d’un large trait, toujours vertical et d’une
hauteur variant entre 50 et 90 cm, auquel sont ajou-
tés, des deux còtés, deux «appendices». Ces motifs
s’identifìent vraisemblablement à des représenta¬
tions de sauriens (varans ou crocodiles). On peut ob-
server plusieurs variantes selon que les extrémités
des pattes sont arrondies (fig. 8, n° 12; fìg. 7, nos 32 et
34), doigtées (fìg. 8, n° 13) ou pliées (fìg. 8, n° 14; fig.
10, nos 44 et 46). Un exemplaire unique montre égale-
ment une queue recourbée (fig. 8, n° 11).
290
ERIC HUYSECOM
Fig. 11 - L’ensemble 4 du pilier orientai.
Du mème style que ces sauriens, deux formes, de
30 cm de hauteur chacune, peuvent ètre interprétées,
l’une comme une «tortue» (fìg. 10, n° 43), l’autre
peut-ètre comme une «représentation anthropo-
morphe surmontée d’une coiffure» (fìg. 6, n° 17).
Appartenant toujours à ce mème groupe 2, et mis à
part les nombreux motifs usés et indéchiffrables,
l’on peut encore observer deux signes «à barbelures»,
de 15 et 90 cm de hauteur (fìg. 8, n° 10 et fìg. 7, n° 31),
ainsi que plusieurs dessins apparemment «abstraits»
(fìg. 8, n° 9; fìg. 6, n° 18 et 19; fìg. 7, n° 23; fig. 10, n° 45).
Ces derniers dessins sont de types très variés: il s’agit
généralement de formes plus ou moins irrégulières
compartimentées par des traits parallèles ou non.
Ce groupe 2 est donc, comme nous venons de le
voir, postérieur aux gravures du groupe 1, mais sous-
jacent aux grands personnages et autres éléments du
groupe 3 (fìg. 7, nos 22, 24 et 28). En outre, dans un
cas isolò (fìg. 8, n° 9), il est possible de démontrer
rantériorité, au sein de ce groupe 2, d’un «saurien»
par rapport à un dessin abstrait.
Le groupe des grands personnages
Ce troisième groupe, présent uniquement sur la
face est du pilier centrai (ensemble 1), est caractérisé
par des peintures soit brun rouge foncé (2,5 YR 3/4),
soit blanches (5 YR 8/1), soit, enfin, montrant ces
deux couleurs combinées.
L’élément le plus remarquable est constitué de
deux personnages schématisés, respectivement de 60
cm et 40 cm de hauteur (fìg. 7, nos 24 et 28), peints à
faide de traits et de points. Ils montrent tous deux
des visages ronds, centrés par des points de couleur;
le plus grand d’entre eux, présentant deux moignons
L’ART RUPESTRE ET LE «FACIÈS NÉOLITHIQUE DU BAOULÉ» (MALI)
291
de bras aux 5 doigts écartés, est coiffé d’un motif en
forme de «couronne». Tout porte à croire (couleur,
localisation et chronologie relative) que ces deux
figures sont contemporaines de plusieurs signes as-
sez simples, comportant notamment des croix (fìg. 6,
nos 20 et 21; fìg. 7, nos 26, 30, 33 et 35), ainsi que d’un
motif de 33 cm de longueur (fìg. 7, n° 22), qui ne peut
actuellement ètre interprété.
Comme l’indiquent les diverses superpositions
(fìg. 7, nos 22, 24, 26, 28 et 30), ce groupe 3 est indiscu-
tablement postérieur aux «sauriens» et aux motifs
«abstraits» du groupe 2.
Le groupe des signes rouges
Ce groupe est concentrò sur une surface desqua-
mée de la face sud du pilier centrai, ainsi que sur sa
face nord. Il est caractérisé par une peinture rouge
assez vive (10 R 5/8), exceptionnellement complétée
par des éléments blancs (5 YR 8/1) d’aspect «très
frais» (fìg. 5, n° 7).
Hormis un personnage à tète ronde, de 35 cm de
hauteur, qui rappelle ceux du groupe précédent,
mais plus schématisé (fìg. 5, n° 7), ce groupe 4 se
compose d’un ensemble de signes abstraits se répar-
tissant en deux classes. La première de celles-ci est
constituée de motifs géométriques comportant soit
des carrés et des rectangles compartimentés ou rem-
plis de points (fìg. 5, nos 1, 2, 3, et 5; fìg. 9, n° 40), soit
des formes approximativement ovales, elles aussi
compartimentées (fìg. 5, nos 4 et 6). La deuxième
classe comporte des traits divers (fìg. 9, n° 38), par-
fois «barbelés» (fìg. 9, n° 37), ainsi qu’un ensemble
de points (fìg. 9, n° 36).
La chronologie relative de ce groupe 4 est assez
délicate à établir. En effet, si sa postériorité par rap-
port aux gravures est attestée en un endroit (fìg. 9, n°
38), il est diffìcile, par manque de superposition, de
le situer par rapport aux groupes 2 et 3. Toutefois,
l’aspect de fraicheur, très différent des autres grou¬
pes, combinò au fait que la plupart des éléments
soient peints sur des surfaces desquamées, contraire-
ment aux autres peintures, nous permet d’y voir, jus-
qu’à preuve du contraire, le groupe le plus récent de
l’art rupestre de l’abri-sous-roche Fanfannyégèné I.
LES AFFINITÉS CULTURELLES
Dans la région des alentours du Pare national de la
boucle du Baoulé, seul, à ce jour, l’abri-sous-roche
de Kourounkorokalé (Szumowski, 1956) pourrait
présenter quelques lointaines affìnités avec le «faciès
néolithique du Baoulé», notamment par certains dé-
cors de la céramique.
Selon nos connaissances, cet ensemble culturel
ne présente aucune similitude avec les groupes voi-
sins du «néolithique guinéen» (Andah, 1979 et Je-
linek & Alii, 1964) et de la «civilisation du dhar
Tichitt-Oualata» (Amblard, 1984) et, hormis quel¬
ques éléments isolés, rien ne nous permet non plus
de le rapprocher des différents faciès néolithiques
subsahariens ou de ceux du Ténéré (Tixier, 1962) et
du Tilemsi (Gaussen & Gaussen, 1962 et 1988;
Smith, 1974).
Par contre, malgré une tradition céramique appa-
remment differente, son industrie lithique indique-
rait l’existence d’une relation, vers l’ouest et à la mè-
me latitude, avec le «néolithique dunaire» de la pres-
qu’ile du Cap Vert, daté entre le début du Illème et
le milieu du Ier millénaire avant J.-C. (Lame, 1981).
La céramique, quant à elle, évoquerait certains faciès
du néolithique lacustre tei que nous l’observons, au
nord-est, sur les rives des paléolacs maliens, où cette
culture, assez ancienne, évolue entre la fin du Vllè-
me et le début du Ilème millénaire avant J.-C.
(Raimbault, 1983 et Commelin, 1983).
Tout parti culièrement, un site du sud du massif du
Timétrine, dans l’adrar Tabarbarout, présente de
nombreuses affìnités avec le «faciès néolithique du
Baoulé» (Gallay & Huysecom, à paraltre).
Une étude statistique de l’inventaire des cultures
matérielles des principaux sites de comparaison en-
visagés (menée par G. Puissant) a permis de chiffrer
les analogies entre les différents sites, ceci en utili¬
sant le programme DISTPOUR, établi sur la base de
la formule proposée par A. Jacquard pour pondérer
les distances entre les échantillons (Jacquard, 1973,
pp. 24 et 25). Nous voyons ainsi (tableau 1) que le site
de Fanfannyégèné I est effectivement le plus proche,
en ce qui concerne l’outillage lithique, de celui de
l’Adrar Tabarbarout, devan?ant de peu ceux de l’Erg
Ine Sakane et de Njenewat.
En ce qui concerne l’art rupestre, le fait que la to-
talité des sites rupestres à gravures situés dans la
boucle du Baoulé aient été occupés par le «faciès
néolithique du Baoulé», nous permet au moins d’as-
socier ce type de représentation à cet ensemble cul¬
turel (Huysecom & Mayor, à paraitre). Cependant,
aucun débris de paroi décorée n’ayant été découvert
dans les fouilles et la présence de bàtons d’hématite
taillés ne constituant pas un critère suffìsant, rien ne
nous autorise à associer les représentations rupestres
à la séquence archéologique.
Certains motifs «abstraits» peints ne sont pas sans
rappeler ceux, pas très éloignés, de la région de Kita
(à 110 km au sud) publiés au début du siècle par
Fr. de Zeltner (Zeltner, 1911; Jaeger & Duong-Huu-
Thoi, 1951; Jaeger, 1953) tandis que quelques dessins
schématiques pourraient évoquer ceux observés
dans la grotte de Bamako-Point G (à 180 km au sud¬
est; documentation A. Gallay); mais il pourrait ne
s’agir que d’une «convergence» accidentelle . . . Des
représentations rupestres sont également connues au
pays dogon ou au Burkina Faso, de style totalement
différent, toutefois (Huysecom, 1987, p. 22 et 68).
Dans un premier temps, nous avions cru déceler,
principalement au travers des girafes piquetées,
semblables, par exemple, à certaines observées à
l’oued Djerat et attribuées à la période cameline
(à 2.370 km au nord-est du Baoulé; Lhote, 1975,
n° 579-580), et du motif 22 interprété comme un
«char», certaines particularités du style lybico-ber-
bère. Cependant, A. Muzzolini, expert dans ce do¬
maine et consultò à ce sujet, n’y voit aucun parallèle
avec l’art rupestre de l’Afrique saharienne: «L’en¬
semble des peintures n’appartient pas au monde
libyco-berbère [...]; je pense que votre dessin n’est
pas un char. [...] Vos personnages [...] sont tout à
fait inconnus au Sahara [ . . . ] Des «sauriens» (person¬
nages phalliques?) ou des cavaliers schématiques sur
chevai schématique ne prouvent aucun rapproche-
ment, il y en a en Afrique du Sud et en Sibèrie com-
292
ERIC HUYSECOM
Tableau 1 - La valeur des distances entre les principaux sites utilisés en comparaison.
me au Sahara. Des girafes piquetées sont, elles aussi,
universelles (en pays de savane), on ne peut rien en
déduire». (Muzzolini, in litt. 10-7-89).
En attendant une étude plus complète et de nou-
II ressort donc de nos travaux que ce «faciès néo-
lithique du Baoulé» s’avère originai au niveau de l’A-
frique de l’ouest. Cet ensemble culturel semble ètre
systématiquement associò à des manifestations d’art
rupestre, dont certaines, comme les gravures pique¬
tées, pourraient lui ètre contemporaines.
Avec toutes les réserves d’usage, nous attribue-
velles fouilles pour en apprendre davantage à propos
de cet art rupestre, nous nous bornerons donc à re-
connaitre qu’il est relativement isolé dans cette par-
tie subsaharienne de l’Afrique occidentale.
rons à ce faciès une origine probable dans certains
groupes néolithiques encore installés sur les rives
des paléolacs maliens un millénaire plus tòt; une
cause possible de leur migration serait les débuts de
l’aride actuel. Cette migration aurait pu se prolonger
jusqu’aux rivages du Cap-Vert, expliquant ainsi l’a-
nalogie des industries entre ces diverses régions.
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Eric Huysecom: Département d’Anthropologie et d’Ecologie de l’Université de Genève
12, Rue Gustave Revillod - CH - 1227 Genève SUISSE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Jan Jelinek
Some ideas on thè possibilities and traps
of thè Saharan rock art chronology
Résumé — La connaissance des pratiques de la domestication du bétail dans le Sahara Central est caractéristique non
seulement des peintures dites «bovidiennes» mais aussi des gravures rupestres représentant les grands animaux de la faune
éthiopienne avec le « Bubalus antiquus» et les scènes de chasse.
Pour pouvoir établir clairement la chronologie de l’art rupestre néolithique du Sahara Central, nous devrons attendre
de nouvelles découvertes et des nouvelles études.
Des études régionales plus localisées, détaillées, modernes et complexes devraient ètre recommandées.
Abstract — The knowledge of cattle domestication in Central Sahara is characteristic not only of thè so-called «bovi-
dian» paintings, but also of thè rock carvings of large animals of thè Ethiopian fauna, with thè Bubalus antiquus and with
hunting scenes.
To be able to establish thè clear sequence of Central Saharan Neolithic rock art, w e stili wait for new discoveries
and studies.
More regionally localized, detailed, modera, complex studies should be recommended.
The earliest Saharan rock art was for past decennia
thè subject of vivid scientific discussion. Its relative
and absolute age, its styles and its relation to cattle
breading have been dealt with.
The traditional view, based on L. Frobenius and
P. Graziosi’s first discoveries in Fezzan, considered
thè deep engraved figures of thè Ethiopian fauna,
represented by thè Bubalus (Homoioceras) antiquus,
elephant, hippo, rhino, to be thè earliest rock art sty-
le. Together with these large wild animals we often
find on thè same or on a nearby rock face also figures
we often fìnd on thè same or on a nearby rock face
also Figures of thè ostrich, bull, giraffe, lion, some
antelopes, jackals, as well as human figures. Some of
them are considered to be of equal age, some as
younger, mostly according to thè weathering degree,
to thè signs of cattle domestication and to thè style
of representation. The Ethiopian fauna was accepted
as thè earliest, belonging to a hunting population.
We can add that thè representation of thè bubalus
has never been superimposed over any other figure.
The hippo needs permanent, large and deep water
extents which do not exist unter arid conditions.
The other animals, like thè elephant, rhino, giraffe,
ostrich, antelope or bull, need more or less water
but survive in diverse environmental conditions,
dry savannah included. Only exceptionally we find
thè hippo in typical «bovidian» paintings (Abri
Muhuggiag in Acacus, Uan Mellen in Tassili), but
never any bubalus figures.
The discoveries in Messak Settafet (A. Pesce 1967,
Jelinek 1984 a, b, 1985 a, b, Castiglioni et al. 1986)
and in Acacus (Mori 1965, Barich 1974), in Fezzan -
Libya (Quellec 1987, Jelinek 1982 c, Graziosi 1981),
in Tassili (Lajoux 1962), in Oued Djerat (Lhote
1976), round Djelfa in North Algeria (Lhote 1984)
and in northern Tripolitania (Graziosi 1970, Jelinek
1977, 1982 a) have brought new impetus to these
discussions.
The «bovidian» rock paintings occur usually in
form of smaller painted figures and of frequent pa-
storal nomadic activities. The herds are represented
by groups of animals or by doublé or multiple back
lines, horns or heads. The size difference, when
compared with thè earliest engraved figures, can be
partly explained by thè different technique — it is
usually impossible to work in so small dimensions
and in such detail in rock carvings, when compared
with paintings. But this is certainly not a thorough
explanation. In Wadi Zreida (Deb-Deb) in northern
Fezzan we fìnd in one site thè typical «bovidian»
paintings, and pecked and engraved figures of similar
small size (Jelinek 1982 c - fìg. 6, 7, 8, 27). And in so¬
me of thè paintings we find human figures with ani¬
mai heads. This is not an isolated example. In Uan
Mellen in Tassili we find another clear painting
(Striedter 1984 - fig. 126) of a theriomorph figure.
This points to similar or identical cultural traditions
between people producing thè paintings, and people
producing similar but pecked and engraved figures.
The neck and head ornaments, symbols of head
gear, collars and deformed horns are usually consi¬
dered as signs of domestication. In Messak Settafet,
Tassili, in Oued Djerat and in Tarhuna thè rock-car-
ved figures of domesticated cattle are made in thè sa¬
me style and size as thè hunting scenes with large
wild animals (Jelinek 1984 a - fìg. 16, 17; 1985 a - fìg. 5,
21, 32, 60; Lhote 1976; Jelinek 1982 a). So we face
both alternatives: thè pecked and engraved domesti¬
cated cattle figures of similar size as thè small pain¬
ted ones (Wadi Zreida) and engraved or rock-carved
cattle figures of similar size as thè large wild animals
of thè Ethiopian fauna (Messak Settafet, Oued Dje¬
rat, Tarhuna). Some other important characteristics
help to complete thè picture. In Mathrndush we find
an illustrative rock carving of a masked man mar-
ching behind a cattle figure with deformed horns and
with a collar (Frobenius 1936, Jelinek 1984 a, Casti-
294
JAN JELINEK
glioni et al. 1986). Higher up on this rock face there is
another, nearly identical cattle figure with a masked
man (Castiglioni et al. 1986 - fig. 93, 94). In Wadi Tili-
zahren we find another instructive example (Jelinek
1985 a - fig. 12): a group of cattle follewed by nume-
rous smaller masked figures with characteristic short
trousers. In human figures we see some masked men
with animai masks and some theriomorph fìgures,
half human - half animai. No doubt thè therio-
morphs represent some spirits. There are several
good examples in Wadi Tilizahren and in other sites
of Messak Settafet (Jelinek 1984, 1985; Castiglioni
1986; van Albada 1990). If we study thè costumes we
find that not only small fìgures associated with cattle
have this characteristic costume, but also thè fìgures
of hunters asociated with large animals (lions, elep-
hants, etc.) have similar trousers. Examples are nu-
merous as far as thè sites of Messak Settafet are con-
sidered (Jelinek 1984, 1985; Castiglioni et al. 1986).
All this demonstrates that thè hunters of large ani-
mais knew already about cattle domestication. Herds
of domesticated cattle were known to them. This
is not a new idea. It was introduced by A. Pesce
in 1967, when he analysed thè superimposed large
animals, an elephant over a domesticated bull in Tili¬
zahren. Today many other examples are known,
mainly in Central Sahara. The Messak Settafet
region seems to be an important center of this early
domestication.
However, one striking feature should be stressed:
thè domesticated cattle fìgures are much more fre-
quent in «bovidian» paintings than in rock carvings.
Another important feature is thè prevalent represen-
tation of bulls (not of cows), especially in thè rock-
carved fìgures. This has arisen thè question about
thè reai advantage and thè reason of thè early dome¬
stication in Central Sahara (see thè religious and ce-
remonial use of bulls in: Jelinek 1982 b).
The geographical situation shows environmental
and anthropological problems. Saharan rock art is
mostly concentrated in mountainous centers or in
mountainous tablelands. In Messak Settafet we find
together with savannah animals also rock-carved fì¬
gures of thè fenec, a typical desert or semidesert ani¬
mai. In thè time when thè nomadic life was concen¬
trated in mountainous centers, thè desertification
round these centers was already advanced. This con-
tributed to thè increasing isolation of these climati-
cally advantageous environments.
The fact that thè early domestication was known
to thè people responsible for thè earliest Central Sa¬
haran rock carvings with hunting scenes seems clear.
A. Muzzolini was right when writing (Muzzolini
1983, pp. 523, 524): «Nous ne connaissons aucune
école — meme pas, contrairement à une affirmation
fréquente, “fècole bubaline” — qui représente uni-
quement de la faune sauvage».
When considering thè relative or absolute age of
Central Saharan rock art, thè situation becomes
complicated. We need more absolute datings of illu¬
strative fìnds of excavated rock art, or being in clear
relation to an archaeological layer and/or absolute
datings of skeletal remains of evidently domesticated
cattle. This is unfortunately not thè case yet. Conse-
quently, we face some evident complications when
studying thè rock art without archaeological context.
The extinction of certain animals need not have
been simultaneous in various mountainous centers
isolated by desertic environment. A warning exam¬
ple is thè fact that thè last crocodile was killed in Tas¬
sili in 1934. This is long after its extintion in other
mountainous centers. Therefore thè representations
of certain species should be used as chronological
markers only with certain awareness. Here, I would
like to mention one bubalus figure from Mathrndush
(Jelinek 1984 a - fig. 7). The body and head of this fi¬
gure are much more pig-like than bubalus-like. Also
thè long hanging tail is not typical. The doubled back
line and horns signal a group of animals as they are
not corrections of initial fìgures, but representations
of numerous animals, of a herd. They are typical de¬
sign characters found with domesticated cattle fìgu¬
res. The described bubalus figure from Mathrndush
is certainly not thè best representation of its kind. It
looks like if thè artist lacked already his own expe-
rience and knowledge of living bubalus animals. Al¬
so thè weaker weathering of thè engraved lines sup-
ports thè possibility of some later age than with thè
other bubalus fìgures which are mostly of thè same
weathering degree as thè naturai rock surface.
The situation is even more complicated by making
copies of thè existing, that is thè earlier drawings.
This is thè case e.g. in Mathrndush (Jelinek 1984 a -
tab. VIb). The main drawing of a lion attacking a gi¬
raffe is deeply carved and strongly weathered. There
is no doubt of its Early Neolithic age. Higher up to
thè left on thè same rock face we find a smaller re¬
production of thè same scene. This one is clearer,
with weaker weathering, and thè artistic standard of
thè drawing is lower than in thè originai. Evidently
this is a less skillful later copy.
Another complication can come by later addition
of some fìgures. This is thè case in Tilizahren west,
locus 1 (Jelinek 1985 a, fig. 17), where small human fì¬
gures are later additions to thè earlier wild buffalo fi¬
gure. The jaws of thè bull were used to represent thè
head of thè human figure. Another example comes
from Tilizahren east, locus 3, where we see beautiful
fìgures of a wild buffalo and elephant (Jelinek 1985 a
- fig. 46). Both fìgures respect naturai distance, lea-
ving some 40 cm of space between them. Into this
space a human figure was later added. The situation
is evident from thè disposition, and also from thè dif-
ferent weathering degree of thè fìgures.
A clear example of subsequent additional repre¬
sentation comes from E1 Aurer (Jelinek 1984 b - fig.
16): over thè trunk of an elephant an engraved small
figure of a man holding in his raised arm a crooked
weapon has been superimposed. Different in style
and weaker in patina, this figure is typical for thè
Post-Neolithic horse period. Stili more recent are
two other human fìgures, diffìcult to recognize, un¬
der thè belly and behind thè tail of thè elephant.
We can conclude our short consideration with
three statements:
1) The knowledge of cattle domestication in Central
Sahara is characteristic not only of thè so-called
«bovidian» paintings, but also of thè rock carvings
of large animals of thè Ethiopian fauna, with thè
Bubalus antiquus and with hunting scenes.
2) To be able to establish clear sequence of Central
Saharan neolithic rock art, we stili wait for new di-
scoveries and studies.
3) More regionally localized, detailed, modern,
complex studies should be recommended.
SOME IDEAS ON THE POSSIBILITIES AND TRAPS OF THE SAHARAN ROCK ART CHRONOLOGY
295
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
José Juan Jiménez-Gonzàlez
Rock art manifestations and insular ambient
in thè archaeology of Tenerife (Canary Islands):
thè revitalization mythes
Résumé — A la suite d’explorations systématiques pratiquées dans le Sud-est de Tenerife (Iles Canaries), nous avons
détecté la présence de stations de gravures rupestres.
La technique des incisions (avec et sans abrasion) est prédominante, avec thématiques géométriques et figuratives
(formes ovales, quadrangulaires, réticulées, triangulaires, et en forme de bateaux).
Le mode d’interprétation de certains motifs nous fait considérer que nous nous trouvons devant des mythes (revitali-
sation) chez les ancients habitants de File de Tenerife, dans la période de contact avec les Européens. Nous mettons cette
interprétation en relation avec les données archéologiques et ethnohistoriques.
Abstract — Due to systematic explorations practised in thè South-east of Tenerife (Canary Islands), we have detected
thè presence of stations with rock art.
The incision’s technic (thick with abrasion and fine) is predominating, with a geometrie and figurative thematic (ovai,
quadrangular, chequered, reticulated, triangular and boats forms).
The context of interpretation of some motives takes us to propose them as a representation of revitalization mythes
among thè ancient inhabitants of Tenerife in thè contact period with thè european people, in relation with thè archaeolo-
gical and ethnohistorical data.
With motive of systematic explorations practised
near Santa Maria del Mar (Tenerife Island), for order
of Conseil of Culture of Canary Islands Govern¬
ment, we have detected thè presence of stations with
rock art.
The zone is situated between one hundred and
twenty fìve metres and one hundred ninety metres
above sea level, near thè coast’s cliffs in thè Sout-
heast of thè Island, at thè botarne atmosphere of
xerophilous plants where «tabaibas» and «cardones»
are thè dominant species.
The zone was object of agriculture in thè past
rime. Actually, important actions of town plan¬
ning stand carrying with thè level and adaptation
for thè construction, in order to build a residen-
tial zone.
The last aspect is very important for thè effective
protection of thè archaeological rock art sites, becau-
se in many cases, thè execution of thè constructions
in working order carry with them thè logie utilization
of some explosives and large vehicle-drills, which
affect to rock blocks with an extreme hardness.
On thè other hand, we have to review thè clande¬
stine behaviour, which in some cases, implicates thè
deterioration of some motives and, in others, thè
alteration of surfaces, imitating authentic motives. In
thè complete area thè location of lines imitating thè
originai ones is habitual.
LOCATED STATIONS
The rock art stations here located, produets of
systematic explorations that we have confronted,
have as physique support thè pleistocenic basaltic lava
flows of augite-olivinic type. The paste is constituted
by pyroxenes and olivines; and in smaller degree,
tubular glasses of plagioclase, augite with titanium
and opaques. The external patina of thè rocks mani-
fests thè incidence of external agents: 1) rain, 2) wind
action and 3) prolonged sunstrokes, giving an aspect
that reminds, apparently, trachytes and phonolites.
With reference to chronological datation of these
manifestations, we have to annotate that thè study of
lichenes deposited by naturai agents isn’t applicatale
to this case, because of thè differential action of thè
external agents on thè supports, objects of study,
impeding a diachronic sequence. That’s why we can
evaluate panels where lichenes appear with bigger
spaciousness, while in other cases practically we can
not meet them without using microscopie technics.
It looks attribute to sundry phenomena:
1) Differential exposure and position, with diver-
gent gradients of humidity and salinity.
2) Predominance of South/Southeast position,
with drying up effect on thè surfaces occupied by
lichenes.
3) Meteorization’s effeets.
4) Human actions in different moments, that
should cause impressions with diverse degrees of
receptivity of vegetable microorganisms.
In order to make thè realization sequence, we shall
have tumed to thè used technics, motives of thè diver¬
se rock art expressions and their possible superposi-
298
JOSÉ JUAN JIMÉNEZ-GONZÀLEZ
tions. This has permitted to evaluate thè «graffitis»
realized by amateurs and looters. In some cases, they
have damaged thè originai panels and, in others, this
supposes a modern one added with a considerable
expanse on virgin surfaces of thè land (dikes, lava
flows, plugs,...). In sùch a manner, thè superpositions
of prints all along thè time, dates from relative form.
In harmony with these arguments (technic of
print, thematic represented and superposition) we
can synthesize thè representations attending to their
possible authorships:
1) Prehistoric inscriptions.
2) Historic inscriptions.
3) Present inscriptions.
4) Looter actuations.
Fig. 1 - Locateci station (1,2,3). S. E., Tenerife Island (Canary
Islands).
STATION 1
It is situated at one hundred and forty metres above
sea level, on thè left margin of «Barranco del Muer-
to», nearby thè highway in thè South of Tenerife
Island on thè municipality of Santa Cruz de Teneri¬
fe. Its geographic coordinates: 28° 25' 23" Lat. North
and 12° 35' 58" Long. West, approximately (HMT
number 1104, scale 1: 25.000).
At thè nearets archaeological context, there are
naturai caves, in some of which prehistoric remains
by amateurs and looters have been extracted.
The joint is situated between thè «Barranco del
Muerto» and thè «Barranco de Frias», nearer to thè
fìrst. The zone presents some remains of ancient ter-
races and platforms of cultivation, nowaday without
any active production. According to news collected
nearby its mouth, thè boats achived «aguadas» (to
take water) from past times. That should explain
some of its rock art representations.
The station consists in approximately thirty four
panels with rock art inscriptions, predominating inci-
sion’s technic (thick with abrasion and Fine). We can
classify its thematic in triple slope:
1) Geometrics: with schematic motives (quadran-
gular, chequered, cruciform, ovai, reticulated, trian¬
golar forms,...).
2) Figuratives: comprise thè representation
of boats (Jiménez Goméz M. C. & Tejera
Gaspar A., 1982), stone footprints or sandals. In
that, are clearly considerables as thè hull of thè
boat as thè sail.
3) Graffitis: thè action of clandestines and looters
have affected negatively some panels, damaging
them in some cases, if not imitating aboriginal
motives in untouched supports.
The aboriginal filiation for many of them is
undoubted, especially for geometrie and figurative
themes, found also in other stations on thè Island, as
in thè decoration of thè potteries (Arnay de la Rosa
M. & Gonzàlez E., 1984).
Fig. 2 - Station 1. «Barranco del Muerto».
ROCK ART MANIFESTATIONS AND INSULAR AMBIENT
299
Fig. 3 - Station 1. Rock Art site of «Barranco del Muerto».
Fig. 4 - Station 1. Inscription of a boat (n. 1).
Fig. 6 - Station 1. Figure of a boat (n. 3).
Fig. 8 - Station 1. Rock Art inscriptions of «cruciforms».
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Fig. 5 - Station 1. Representation of figure/inscription of a boat
(n. 2). (XV century ±).
Fig. 7 - Station 1. Rock Art inscription of sandals or «podo-
morfos». Fig- 9 - Station 1. Rock Art inscriptions of «cruciforms».
300
JOSÉ JUAN JIMÉNEZ-GONZÀLEZ
STATION 2
It is situateci in thè right margin in thè middle
course of «Barranco del Filar», municipality of Santa
Cruz de Tenerife, at one hundred and twenty eight
metres above thè sea level. Geographic coordinates:
28° 24 ' 22" Lat. North and 12° 36' 36" Long. West,
approximately (HMT number 1104, scale 1: 25.000).
It consists in a little block of approximately two
metres of height and 1,5 metres of width, projecting
in thè land, in one of these sides have been practised
rock art inscriptions with technic of incision of little
depth and thickness, and geometrie themes, prefera-
bly lines. The action of clandestines has propitiated
thè print of thè upper panel with mimicry characters
and supposedly romans: «XV».
It is important to emphasize near actions of built-
up, because on thè left margin of ravine, there is a
already traced pedestrian road, opposite to this sta¬
tion, to which thè access is easy.
The technic of execution and thè motives repre-
sented indicate a certain antiquity.
Fig. 10 - Station 2. Rock Art site of «Barranco del Pilar» I.
Fig. 11 - Station 2. Rock Art inscriptions, schematic motives.
ROCK ART MANIFESTATIONS AND INSULAR AMBIENT
301
STATION 3
It is situated on thè left margin of «Barranco del
Filar», near thè highway in thè South of Tenerife,
approximately at one hundred and eighty two metres
above thè sea level. Geographic coordinatesi 28° 24'
30” Lat. North and 12° 36' 39” Long. West, approxi¬
mately (HMT number 1104, scale 1: 25.000).
It consists of three panels achieved with thè tech-
nic of incision, presenting similar motives to thè pre-
ceding geometrie ones (linear, cruciform, romboid,
triangular, . . . ) and figurative (historical boats). In
Fig. 12 - Station 3. Rock Art site of «Barranco del Pilar» II.
some supports, it may be diagnosed thè presence of
graffitis and proper alterations of clandestines.
This station has a showy enclave. It is opposite to a
public school, situated on thè right margin of men-
tioned ravine. Specifìcally, in thè housing scheme
with thè achieved design of their avenues, canals of
water, electrical laying and pavement. Concretely, in
a solar one that - possibly - will be altered in its origi¬
nai structure. This case has thè greatest urgency of
conservation.
Fig. 13 - Station 3. Inscription of a boat and other schematic
motives.
CONCLUSIONS
1) For thè analysis of data, thè consideration of
rock art manifestations remains clear for thè stations
located in thè zone object of explorations. Some are
of undoubted assignment to thè aborigines; that
is, prehistoric. Other motives, that should be con-
trasted in thè evolution of this work, are possibly
assignment to historic times, but without doubt they
are no actual.
2) The ancient chronicals from Tenerife Q, in thè
XV century, cited different references of revitaliza-
tion mythes (Harris M., 1988), among thè aboriginal
populations, with premonitions about thè european
people arriving by thè sea in «big black birds»,
annuncing thè end of thè native culture.
In this context, we have thè impression that was
rising a process of revitalization in thè society.
Because in hard tension, productive and reproducti-
ve stress, many societies elaborated rituals and reli-
gious beliefs relative to these practices.
In this case, they made different representations of
thè boats and other schematic motives on thè rocks
near thè sea.
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que en sus reinos aconteciesen. Y la razón de mandar aquesto era recelarse de gente extranjera. Porque habia en este tiem-
po entro los gentiles un profeta o adivino, que también decian ser zahori, al cual llamaban Guanamene, que profetizaba
las cosas venideras, y éste les habia dicho que habian de venir dentro de unos pàjaros grandes (que eran los navios) unas
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JOSÉ JUAN JIMÉNEZ-GONZÀLEZ
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Hans Kolmer
Les vaches pleurantes
Résumé — A l’étage supérieur du Musée Egyptien du Caire se trouve le sarcophage en pierre à chaux de la Princesse
Kawit (Xlème dynastie, 2050 av. J. Chr.). A cóté de scènes enjouées montrant l’entourage personnel de la Princesse, on
voit aussi sur ses parois une scène rurale où une vache sans cornes est traite par un trayeur assis sous elle. Sous l’oeil droit
de la vache figure une larme. On interprète cette larme ainsi: la vache pleure parce qu’on lui enlève du lait au lieu de le lais-
ser pour le petit veau attaché à sa patte avant gauche. Près de Djanet, à Terarart, se trouve une gravure qui est «de toute fa-
?on un des plus beaux reliefs du Tassili» (Lajoux). Elle montre des boeufs dont deux portent pareillement une larme sous
l’oeil droit. La figuration de ces larmes imite parfaitement celle du sarcophage de Kawit. Vu la similitude éclatante de cette
figuration des larmes, et bien qu’on ait du mal à imaginer que l’une soit la copie directe de l’autre, on peut du moins
suspecter que, malgré la distance d’environ 2.300 km, qui les séparé, elles ont entre elles quelque relation indirecte. En ce
cas, nous devons examiner la question non sans intérèt qu’elles posent: le site de Terarart est-il plus ancien, de mème àge
ou plus récent que le sarcophage de Kawit? La transmission a-t-elle eu lieu de l’Ouest vers l’Est, ou en sens inverse?
Abstract — On its first floor thè Egyptian Museum in Cairo exhibits Princess Kawit’s (XI. dynasty, 2050 B.C.) limestone
sarcophagus. Among charming reliefs representing her personal environment one side of thè sarcophagus shows a rural
scene where a hornless cow is milked by a man sitting below. The tear beneath thè cow’s right eye is interpreted in a way
that thè cow is mourning because its milk is taken away and not given to thè little calf tied to its left foreleg. In Terarart near
Djanet, Algeria, «one of thè most beautiful reliefs of Tassili Range» (Lajoux) some cows are engraved, two of which also
have a totally similar shaped tear beneath their right eyes as one finds on Kawit’s sarcophagus. The amazing similarity of
thè shape of thè tears makes it hardly imaginable that both presentations result from a prime analogue, but that thè reliefs
were created in a dose relation to each other although there is a geographical distance of about 2300 kilometers. Here thè
important question arises: whether Terarart being older, thè same age, or being younger than Princess Kawit’s sarcopha¬
gus. Further it has to be discussed whether thè scene was passed over from West to East or vice versa.
A l’étage supérieur (cour vitrée no. 48 du Musée
Egyptien du Caire se trouve un sarcophage en pierre
à chaux C1) sur lequel, noyées dans un relief, on voit
des peintures très impressionnantes.
Le sarcophage est attribué à une princesse nom-
mée Kawit qui a vécu environ 2050 av. J. C. à la cour
de Mentuhotep II (Xlème dynastie).
Les reliefs fìgurent des scènes de son entourage
personnel et des scènes rurales.
On voit sur une paroi du sarcophage une scène en-
jouée montrant la princesse assise sur une chaise et
une servante se tenant debout derrière elle, arran-
geant les boucles de sa perruque, et une figure ma-
sculine, placée devant elle, verse du lait (?) d’une sor¬
te de récipient dans un boi. La princesse elle-mème
tient bizarrement un boi de mème sorte dans la main
droite et le porte à sa bouche. De la main gauche, elle
tient un miroir.
A un autre endroit, on voit une servante qui tend
un pot d’onguent à la princesse assise, laquelle respi¬
re le parfum d’une fleur de lotus tout en l’éventant
avec une aile d’oie.
Sur une autre peinture, on voit une porte factice
avec des yeux «udjat», par lesquels la morte peut re-
garder au-dehors et dans l’avenir.
Mais le détail le plus remarquable et qui nous inté-
resse ici, est la figuration de profìl de deux vaches se
tenant debout fune derrière l’autre. La vache gau¬
che, gravée de face, porte des cornes en forme de lyre
(perspective tordue). La vache droite (Fig. 1) est sans
cornes et à sa patte avant gauche est attaché un petit
veau, avec une corde faisant plusieurs tours.
Sous son ventre se tient accroupi un berger qui
trait la vache en se servant d’une sorte de récipient
(comme ci-dessus). Mais le caractère extraordinaire
et mystérieux de la vache réside dans le fait qu’une
boucle est figurée comme une goutte (Fig. 2), sous
son oeil droit, et celle-ci peut ètre interprétée comme
une larme. Nous pouvons donc parler d’une vache
pleurante, une vache qui pleure. On interprète cette
larme ainsi: la vache pleure parce qu’elle est traite, et
par conséquent on lui prend le lait destiné à son petit
veau. Cette explication est touchante, et correspond
à la sensibilité des hommes d’aujourd’hui. Mais re-
flète-t-elle aussi celle des hommes de l’époque de la
Fig. 1 - Relief du sarcophage de la princesse Kawit, Xlème dy¬
nastie, à Thèbes, environ 2050 av. J. C. (Photo: H. Kolmer)
(') Les données suivantes ont été empruntées au catalogue officiel du Musée Egyptien du Caire.
304
HANS KOLMER
princesse Kawit? Nous devons encore examiner cet-
te question, mais d’abord, nous y mettons un point
d’interrogation.
Qui a visité dans le Sahara centrai, près de Djanet,
au Tassili N’Ajjer, la station des peintures rupestres
de Terarart (Tegherghert) (Fig. 3), se souvient des
boeufs (Fig. 4), et en particulier de leurs tètes, qui y
sont gravées magnifiquement en relief. Deux des
tètes de boeufs portent pareillement une boucle sous
^ Hi— WBmBSm 1 m
Fig. 2 - Détail de la figure 1, vache avec une larme. (Photo:
H. Kolmer)
l’oeil droit (Fig. 5) dont la forme imite celle que nous
voyons sur la vache pleurante du sarcophage de
Kawit.
A la base d’un pointement rocheux imposant et
monolithique, on trouve, gravés sur la paroi (photo
(Fig. 3): l’auteur est assis devant la peinture rupestre)
trois boeufs dont les tètes, qui ont pour plusieurs des
Comes en forme de lyre de 140 à 160 cm de long, sont
placées dans une combinaison parfaite fune par rap-
port à l’autre. La tète placée à la partie inférieure a
des cornes écartées et très bien élancées, le front et
les oreilles sont gravés profondément, les yeux et les
narines Figurés comme des fossettes. On peut aussi
imaginer les contours de la bouche, qui se dirigent
vers la face, où la partie droite de la màchoire infé¬
rieure et de la joue s’étend vers le cou.
Les cavités des yeux sont marquées asymétrique-
ment, la droite est peinte un peu plus grande que la
gauche. La droite est placée un peu plus haute que la
gauche. Ce qui est particulier, c’est, prenant naissan-
ce au coin intérieur de l’oeil droit, un dessin en
forme de petit sac qu’on peut interpréter comme une
larme.
Le boeuf qui se trouve au-dessus à l’oblique à
droite présente le coté gauche de la tète, avec partie
de la joue et de la màchoire inférieure et une ligne se
prolongeant du cou aux pattes avant. Le front, les
oreilles et les cornes en forme de lyre sont également
gravés avec minutie. Les yeux et les narines sont
gravés plus légèrement. lei aussi, l’oeil droit semble
ètre plus grand que le gauche. Sous l’oeil droit figure
également une boucle en forme d’ovale allongé. On
Fig. 3 - Vue de Terarart au Tassili N’Ajjer, à environ 2300 km de Thèbes. Fiòche: situation des gravures (voir fig. 4 et 5).
(Photo: G. Pietsch)
LES VACHES PLEURANTES
305
peut également f interpréter comme une larme. Le
contour du dos de ce boeuf s’étire en biais vers le
haut à droite. La peau du corps est figurée «tachetée»
gràce à des traits gravés d’inégale profondeur.
Le troisième boeuf est placò en haut à gauche. La
partie de la nuque et du dos s’étend horizontalement
à gauche. La come droite est courbée asymétrique-
ment vers l’avant et vers le bas, de sorte que la pointe
tend vers farete du nez. La come gauche se dévelop-
pe — comme pour les autres tètes — en forme de lyre
vers le haut. La plaque du front et du nez ainsi que
les oreilles sont gravées profondément, les naseaux
sont marqués comme des cavités relativement peti-
tes, tandis que les yeux correspondent à des creux
plus importants. Sous l’oeil droit on ne voit pas de
boucle, mais, pour ainsi dire en remplacement, une
large bande de mème longueur que la «larme» des
deux autres tètes.
Une quatrième téte de boeuf, placée un peu à l’é-
cart à gauche, est inachevée et ne laisse pas deviner
de «larme».
Tandis que la datation du sarcophage de Kawit
nous parait assurée, celle du relief de Terarart nous
semble problématique (Tabi. I). Une publication an¬
cienne de Lhote le situe à la période bovidienne,
mais il tient aussi l’attribution à l’époque bubaline
pour possible (Lhote & Colombel, 1979). Lajoux (1967)
qui dit que cette gravure est «de toute fa?on une des
plus belles du Tassili» fattribue plus généralement à
Fig. 4 - Relief - comparaison de la dimension. (Photo: H. Kolrner)
Fig. 5 - Détail de la Figure 4. (Photo: H. Kolmer)
la période bovidienne. Il précise aussi f exacte situa-
tion du boeuf placé le plus bas: sa bouche donne
fimpression de boire quand, après pluie, le Wadi Ed-
jerion est rempli d’eau. Lajoux ne parie pas du détail
des «larmes». La légende de Striedter (1984: 37)ne les
signale pas non plus: Boeufs buvant, tètes de 30 cm
de long, polies, période du boeuf». Dans son essai
«Les peintures rupestres du Sahara» H. Lhote (1978)
reproduit la mème photo de K. H. Striedter et y men-
tionne simplement «époque bovidienne».
En ce qui concerne la période bovidienne, l’opi-
nion de Mori (1965) était qu’elle commenqait au
Tadrart Acacus vers 6000 av. J. C. Muzzolini (1984)
estime cette datation trop haute et propose une nou-
velle chronologie pour les boeufs les plus anciens:
ce serait celle de l’«Humide néolithique» (4500-2500
av. J. C.). La «période du Bubalus» et celle des «Tè¬
tes Rondes» tombent aussi probablement dans la
mème époque de l’«Humide néolithique». Dans une
communication personnelle (lettre du 9 Mai 1990)
A. Muzzolini écrit entre autres: «Dans le cas présent,
nous avons des boeufs de style naturaliste, avec des
contours polis et une patine ancienne. Ce sont les
critères discriminants du style «bubalin», et il ne s’a-
git donc pas de la «période bovidienne».
Que le contour soit ici plus large et plus profond et
que les cornes soient polies ne change rien. Ces con¬
tours très larges et polis sont de toute fa9on connus
dans le «Bubalin» (p. ex. les cornes du grand buffle à
l’entrée de l’Oued Djerat). Lhote a tout à fait raison
de situer cette station dans le «Bubalin». Dans mes
publications, moi aussi, je fai toujours située dans le
«Bubalin» (les dates de ce dernier seraient, à mon
avis: 4000-2000 av. J. C.; d’après Lhote: plus de 5000
av. J. C.; d’après Mori: Pleistocène») (Muzzolini,
1990).
Vu la similitude éclatante d’un détail très particu-
lier, à savoir la boucle, qui est à interpréter comme
une larme, sous f oeil droit de la vache gravée de Te¬
rarart et sous celui du sarcophage de Kawit, on peut
s’interroger sur les éventuelles relations entre ces
deux figurations.
On a du mal à imaginer que les figurations de lar¬
mes sur le sarcophage de Kawit et sur le rocher de
Terarart aient été faites tout à fait indépendamment
fune de l’autre, sans que les artistes respectifs aient
eu connaissance de fune et de l’autre et sans connai-
tre le sens de ce détail. C’est-à-dire que vu la grande
concordance des détails, f hypothèse d’une conver-
gence accidentelle peut ètre exclue. En effet, une di-
stance d’environ 2300 km en ligne droite séparé les
deux réalisations artistiques. Nous devons admettre
qu’une telle distance, mème à cette époque, n’était
pas trop difficile à franchir, de sorte qu’une relation
entre les deux figurations ne peut ètre exclue. Les
auteurs s’étant occupés du relief de Terarart le si-
tuent chronologiquement, comme déjà indiqué, en
général à la période bovidienne, et plus exactement à
la «période du Bubalus» dont le début est estimé par
Muzzolini (1984), une des meilleurs spécialistes de la
chronologie de l’art des peintures rupestres du Saha¬
ra, vers 4000 av. J. C. Cela voudrait dire que la figu-
ration de Terarart ne serait pas chronologiquement
trop distante de celle de Kawit, sauf f hypothèse
d’une convergence accidentelle.
Toutefois, un problème se pose: l’idée initiale de
cette figuration est-elle née à Terarart, la réalisation
du sarcophage de Kawit signifie une transmission de
306
HANS KOLMER
Tableau I - Chronologie absolue d’après plusieurs auteurs.
A.D. 0
1000
2000
3000 —
5000
6000 —
7000 —
8000 —
Lhote (1963)
Période
du
chameau
Guerriers
avec chars
Pasteurs —
Boeufs
domestiques
4000 -b Néolithique
Période des
chasseurs
Bubalus
antiquus
Mori (1965)
Période
du
chameau
Période
du chevai
Pasteurs
Période
des
tètes rondes
Kuper (1978a)
Période
du
chameau
Période
du chevai
Période
des
boeufs
Période des
tètes rondes
Période du
bubalus
Striedter (1984)
Période
du
chameau
Période
du
chevai
Période
des
boeufs
Période
des
tètes
rondes
Période
des
chasseurs
Muzzolini (1984)
Chronologie
Traditionelle
Période
du
chameau
Période
du
chevai
Période
des boeufs
ou
Période des
pasteurs
Période
du
bubalus
(selon MORI debut
avant 8000 ans)
_ Peintures _
des
Tètes rondes
Nouvelle
(proposition)
Période
du
chameau
Période
du chevai
— A.D. 0
— 1000
3000
Période du
bovidien recent
aridité ~ I — 2000
postnéolithique
Période du
Bovidien ancien
Gravure de
style bubalin
“ Peintures des 4000
tètes rondes
-f- 5000
6000
— 7000
— 8000
l’Ouest vers l’Est, ou faut-il envisager le sens inver¬
se? S’il apparaissait que la figuration de Terarart était
plus récente que le sarcophage de Kawit — cette hy-
pothèse pourrait ètre soutenue en raison de la tech-
nique tellement affinée et de la composition savante
des boeufs de Terarart — on aurait là une preuve de
diffusion d’un trait culturel et artistique de l’Egypte
vers les régions occidentales. Dans son livre «Les
peintures rupestres du Sahara» H. Lhote (1963) a éga-
lement évoqué une telle transmission vers l’Ouest.
Ainsi, il écrit p. ex. à la page 247: «Par ailleurs, nous
trouvons cette influence égyptienne dans un grand
nombre de figures à Jabbaren et à Sefar...» ou à la
page 253: «Ces peintures de style typique sur les ro-
chers du Tassili ont quelque chose d’insolite et d’a-
normal, mais elles prouvent les relations antérieures
des bouviers, venant probablement de l’Est, à la cul¬
ture égyptienne». Mais plus tardivement, H. Lhote a
aussi exprimé l’idée d’une diffusion culturelle de
l’Ouest vers l’Est. Cette dernière thèse dispose elle
aussi de multiple exemples possibles. Lors d’une dis-
cussion approfondie avec l’égyptologue A. Scharf
(d’après qui «La figuration du bélier du soleil en
Afrique mineure et au Fezzan montre clairement
une influence égyptienne») et avec E. Werth (d’après
qui «Les peintures rupestres d’Afrique mineure et
du Fezzan montrant le bélier du soleil, doivent ètre
situées au Néolitique. Par conséquent, le bélier-dis-
que soleil n’entre en Egypte qu’à la fin du Moyen
Empire, venant du Fezzan en tant que Ammon-roi-
bélier»), Resch (1965) arrive à la conclusion que le
bélier avec le disque-soleil d’Afrique mineure est
confìrmé dans les peintures rupestres au moins mille
années avant l’apparition du culte égyptien d’Am-
mon-bélier.
R. Kuper (1978b) dit que dans le Sahara «un centre
de culture se manifeste, dont l’influence sur l’Egypte,
le reste de l’Ancien Monde mais aussi sur le continent
africain n’est pas encore déterminée . . . » et B. Gabriel
(1978) est d’avis qui «les hautes régions du Sahara
centrai possédaient sans doute dans l’ancienne pé¬
riode néolithique une avance culturelle». Gabriel
(1978), qui a examiné la céramique près de Gabrong
dans les montagnes de Tibesti y trouvé entre autres
le fragment d’un «Kumpf»: c’est une vase en forme
de boule, en céramique orné de «Dotted Wavy Line»
LES VACHES PLEURANTES
307
lequel a pu, au moyen de la méthode C-14, ètre daté
de 6100 av. J. C. On connaissait déjà de pareils exem-
plaires en céramique provenant de 2000 km plus à
l’Est, du Soudan, près de Khartoum.
Pour l’ancien dieu égyptien Bes, une transmission
de l’Ouest vers l’Est semble également probable.
Dans «Ekade Ektab», Frobenius (1963) a déjà publié
des photos d’In Habeter II et III montrant des per-
sonnages accroupis avec les jambes écartées, pour-
vus d’un phallus extrèmement grand et d’une queue
courbe comme celle d’un lion (?), sortant d’un coté;
sur le visage est fìguré un masque d’animal. Les bras
sont repliés et appuyés sur les hanches. Frobenius
voit, à juste titre, une affinité entre ces figures et les
figurations du dieu Bes, surtout avec celles de la
Xllème dynastie (environ 1991-1785). Le dieu y figu¬
re avec des «baguettes magiques» en ivoire. Il avait
déjà été vénéré auparavant comme «protecteur des
mauvais esprits et des morsures de serpents et de
scorpions». Striedter (1984) attribue ces «figures des
phalli hypertrophiques» du Wadi Mathendous à la
«période des Chasseurs» qu’il date de . . . 6000 av.
J. C. et il les classe au début du Néolithique, environ
7000 av. J. C. Dans le cas où cette datation apparaì-
trait exagérément haute, ce qui est probable, on de-
vrait tout de mème conclure que les peintures du
Fezzan existaient avant les figurations égyptiennes,
c’est à dire que le dieu Bes aurait des précurseurs au
Fezzan.
Le présent auteur (Kolmer, 1977, 1978, 1985) a aus-
si déjà soutenu, dans quelques articles antérieurs
que les dieux Choum et Atlas, comme représentants
du fìrmament, ont des précurseurs dans la zone sa-
harienne. Ainsi, quelques masques dans le Sahara
centrai et septentrional ressemblent aux figures des
anciens dieux égyptiens.
Concernant le rayonnement de l’ancienne culture
du Sahara, il est bien remarquable à ce propos que
Hérodote évoque déjà des influences culturelles de
cette zone sur la Grèce et d’après lui on y trouve
mème tellement de coutumes et de représentations
grecques, et tout spécialement celles liées au culte. Il
en déduit mème certains traits en usage en Grèce
(Kanngiesser, 1821). D’après Ranke-Graves, il y aurait
eu vers 4000 av. J. C. environ une immigration li-
byenne en Créte. On doit pouvoir aussi prouver que
des Athéniens sont venus d’Afrique du nord en
Créte à l’époque minoenne tardive et Hérodote ex¬
prime mème l’avis que le vètement caractéristique
de Pallas-Athéné «Àgis» imite le vètement en peau
de chèvre porté par les femmes libyennes (Bieder-
mann, 1975).
De multiples signes prouvent que de nombreu-
ses idées, formes artistiques et de nombreux traits
culturels se sont différés depuis la zone saharienne
à la suite d’une expansion rapide de la zone déserti-
que, aux latitudes les plus septentrionales et à leurs
alentours. De là, ils ont pénétré sur le territoire
égyptien.
Mais que l’on trouve le relief d’une vache qui pleu¬
re sur un sarcophage, à Thèbes, de datation connue,
et que loin de là, dans le Sahara centrai, dans une sta¬
tion de peintures rupestres, on trouve la mème fìgu-
ration de ce thème artistique, à savoir des boeufs
pleurants, peut difficilement ètre accepté comme un
pur hasard.
Le présent auteur, finalement, ne s’estime pas en
mesure d’opter pour l’un ou l’autre endroit où une
telle peinture est apparue en premier. Mais comme
la résolution de ce problème présente une importan-
ce certaine, il est certain que cette question fera dans
l’avenir l’objet de discussions plus amples.
Post-scriptum: Lors d’une discussion pendant le
Convegno internazionale, M. Tauveron était d’avis
que le relief de Terarart s’étend très profondément
dans le rocher et que par un éloignement du sol argi-
leux charrié là pendant des millénaires, il pourrait
ètre mis à nu.
Ainsi, on trouverait des indices concernant la data¬
tion, qui est fixée à environ 3000 av. J. C., en tout cas
plus ancienne que le sarcophage de Kawit.
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308
HANS KOLMER
Hans Kolmer: Rechbauerstrasse, 8 A-8010 Graz AUTRICHE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Janusz K. Koztowski
Les gravures préhistoriques du Massif Thébain
et l’habitat de la vallèe du Nil
Résumé — Un essai de corrélation entre un complexe des gravures antérieures à la période pharaonique sur le versant
Sud de la Montagne Thébaine et l’habitat de cette période dans la Vallèe du Nil est l’objet de cette contribution. L’auteur
distingue, d’après les superpositions des gravures, trois groupes dont il met en relation le plus ancien avec les industries
épipaléolithiques laminaires avec éléments de la technique levalloisienne, dont certaines traces sont présentes dans l’abri
qui a fourni les gravures. Deux autres groupes sont rapportés au Nagadien sur la base des motifs représentés et de Pindu-
strie lithique trouvée dans Pabri.
Abstract — The subject of this contribution are thè relations between pre-Pharaonic rock engraving in one rock-shel-
ter on thè southern slope of thè Theban Gebel and thè prehistoric settlement in thè Nile valley near Qurna. Three groups
of engravings have been distinguished on thè base of superpositions. The oldest group is reported to thè Epipalaeolithic,
corresponding to thè biade industry with levalloisian elements found in thè bottoni of thè shelter. Two more recent groups
are probably Nagadian, because of engraved motifs and stylistic features, corresponding to thè Nagadian lithic artefacts
found in thè shelter and on thè adjacent part of thè southern and eastern slope of thè Gebel.
INTRODUCTION
L’existence des gravures antérieures à la période
pharaonique dans le Massif Thébain a été signalée
pour la première fois par R. Cottevielle-Giraudet
(1930, 1933). Ces gravures ont été plus tard étudiées
au cours de travaux de la mission polonaise dans le
cirque de Deir el-Bahari (J. Sliwa, 1976), qui leur ont
fourni un cadre archéologique de l’habitat préhistori-
que et prédynastique du versant orientai du Massif
Thébain (J. K. Kozlowski, 1976, 1979).
L’ensemble des graffiti se trouve dans un abri
creusé dans le versant Sud de la montagne el-Qurn.
Cet abri est situé environ à 69 m du sentier condui-
sant de Deir el-Medineh à la vallèe des Rois, à une
altitude d’environ 310 m au-dessus du niveau de la
mer. Bien que le remplissage de cet abri, composé
presque exclusivement d’éboulis secs, ait fourni un
certain nombre d’artefacts lithiques qui sont liés au
moins à deux séjours de l’homme dans cet abri, l’uti-
lisation de ces données pour la datation des gravures
n’a été possible qu’après plusieurs années des re-
cherches sur l’habitat préhistorique dans le secteur
de la vallèe du Nil entre el-Tarif et Armant. Ces re-
cherches, menées dans le cadre de coopération entre
Plnstitut Allemand Archéologique du Caire et l’In-
stitut Archéologique de PUniversité de Cracovie, ont
créé un cadre nécessaire pour la meilleure compré-
hension des graffiti préhistoriques du Massif Thé¬
bain (voir surtout: B. Ginter, J. K. Kozlowski, M.
Pawlikowski, 1985; B. Ginter, J. K. Kozlowski, ed.
sous presse).
Le but de cette contribution est de présenter le dé-
veloppement de Phabitat humain dans le cadre pa-
léoenvironnemental dans la vallèe du Nil à la fin du
Pléistocène et au début de PHolocène et de le mettre
en relation avec les activités de l’homme dans le
Massif Thébain.
CADRE CHRONOSTRATIGRAPHIQUE ET PALÉOGÉOGRAPHIQUE
L’étude des sédiments de la rive gauche du Nil,
entre el-Tarif et Armant, dans une zone comprise
entre celle de la cultivation et le versant du massif
Thébain montre une interstratification des silts (li-
mons d’inondation) du Nil et des sables et graviers
du transport latéral. Il s’agit donc d’une alternance
des périodes d’aggradation du Nil et de celles des in-
cisions de la rivière associées aux activités des wadis
dues aux précipitations sur le désert avoisinant.
La partie finale du Pléistocène est marquée dans
toute cette zone par la sédimentation des silts identi-
fìés aussi bien près d’Armant (formation ShS dans la
séquence du site MA 21/83 - B. Ginter, J. K. Koz¬
lowski, éd. sous presse) que près de la rampe
du Tempie de Hatshepsout à Qurna (W. Heflik,
J. K. Kozlowski, 1977). D’après R. Schild (1987) cette
période d’accumulation doit ètre datée entre 13000
et 12400 ans B.P., et pourrait correspondre à la for¬
mation de Sahaba (J. de Heinzelin, 1968) ou de Da-
rau (K. Butzer, C. L. Hansen, 1968).
Cette aggradation est suivie d’une incision du Nil
qui est marquée d’abord par la formation des étangs
sur la piaine alluviale dont les sédiments sont obser-
vés près d’Armant (site MA 21/83 unité 12) et plus au
Nord (site MA 6/83, unités 5-7; B. Ginter, J. K. Koz¬
lowski, M. Pawlikowski, 1987, fig. 3). Dans ce dernier
site, les mollusques fossiles ont donné une datation
12270 ± 120 ans B.P. (Gd-5438). Cette sèrie des sé¬
diments lacustres est suivie d’une importante sèrie
des graviers qui forment le «pediment» répandu
très largement au pied de la Montagne Thébaine (en¬
tre le site MA 21/83 - formation OP; site MA 6/83 -
310
JANUSZ K. KOZfcOWSKI
couche 10; région de l’embouchure du cirque de Deir
el-Behari; site el-Tarif - B. Ginter, J. K. Kozlowski,
B. Drobniewicz, 1979). Cette formation qui cor-
respond à des précipitations importantes dans le
désert, couvre dono une période entre 12000 et
10000 ans B.P., sans pouvoir préciser davantage
ce cadre. Elle est suivie de plusieurs couches de
limons et de sables interstratifiés, composés de
matériel exogène d’accumulation du Nil et du ma¬
tèrici locai thébain, transporté par des rivières laté-
rales (unités 7-6 dans la séquence du site MA 21/83,
MA 10/83, MA 12/83; dépòts delta'iques de site MA
11/83 - B. Ginter, J. K. Kozlowski, M. Pawlikowski,
1985). Cette période d’instabilité climatique, com-
prise entre 10000 et 8000 ans B.P., pourrait corres-
pondre à deux aggradations du Nil observées dans
la région au Sud d’Assouan: autour de 9500 et 8000
ans B.P. (Wendorf et al., 1979; F. Hassan, 1986,
R. Schild, 1987).
La période subséquente couvre encore une sédi-
mentation du Nil avec l’apport latéral (unité 5 dans la
séquence du site MA 21/83, sables du site MA 1/83),
donc avec pluies occasionnelles dans le désert suivie
d’une forte dessication manifestée par les sédiments
éoliens (formation ESS - unité 4 - dans le site MA
21/83, formation contenant le Tarifìen à el-Tarif).
Tenant compte de la datation du site MA 2/83 de
6310 ± 80 ans B.P. (Gd-1756), il faut supposer que
cette période sèche termine autour de 6000 ans B.P.
Elle a été suivie d’un épisode de forte précipitation
locale qui a formé le niveau supérieur des graviers
dans toute la zone en question («younger pediment»
-YP- du site MA 21/83). Ce dépòt dut se former au¬
tour de 5500 ans B.P., tenant compte des datations
des couches contenant le matériel nagadien dans le
site MA 21/83 (unité NL, début de formation entre
5500 et 5200 ans B.P.). Cet important événement cli¬
matique a provoqué une forte érosion qui a détruit
les traces des sites archéologiques datant de la pério¬
de entre 6000 et 5500 ans B.P.
La période de Phabitat nagadien (5200-4800 ans
B.P.), marquée par des importantes dépòts anthropi-
ques (unité NL dans le site MA 21/83, couches 7,8 à
el-Tarif), a été suivie par le creusement de la vallèe
du Nil et le déplacement, après 4800 ans B.P., de l’ha-
bitat dans Pactuelle zone de cultivation.
CADRE ARCHÉOLOGIQUE
Le secteur de la rive gauche du Nil entre Armant
et Qurna a fourni une dizaine des sites Epipaléo-
lithiques plus récents que les silts de la formation
Sahaba, donc postérieurs à 12000 ans B.P. D’après la
position stratigraphique de sites situés entre la zone
de cultivation et le versant du Massif Thébain, nous
pouvons les regrouper en trois unités chronologi-
ques:
I. Sites datés entre 21000 et 10000 ans B.P. Ils se
placent dans le sommet d’«older pediment» ou im-
médiatement au-dessus. Il s’agit de sites MA X/83 et
el-Tarif - couche 1/2 (B. Ginter, J. K. Kozlowski,
J. Sliwa, 1979), qui ont fourni les industries laminai-
res avec éléments de la technique levalloisienne. Ces
outillages sont composés principalement de lames
éclats retouchés, outils denticulés et encoches, grat-
toirs et quelques pièces à dos arqué. Les éclats et les
pointes levalloisiens sont également présents, par-
fois de petites dimensions.
A la mème période, il faut rapporter les industries
macrolaminaires connues principalement des ate-
liers sur les versants du Massif Thébain (par ex. site
no 16/74 - B. Drobniewicz, B. Ginter, J. K. Kozlows¬
ki, 1977, et les sites 13/74, 27/74, 7/74 dans les dépòts
de pente et 11/74 et 12/74 sur les plateformes struc-
turales).
Il s’agit des outillages riches en burins et outils
denticulés et encochés, avec certains éléments à dos
(lames à dos convexe), qui rappellent PEsnanien (ou
«industrie G») distinguée par R. Schild et F. Wen¬
dorf (1975 p. 151) dans les régions d’Esna et près de
Nagada. Les coquilles du site E71P5 près d’El Kilh,
appartenant à cette entité, ont donné une date -
11560 ± 180 ans B.P. (F. Wendorf et R. Schild, 1976).
L’exploitation du silex thébain par cette entité était
probablement la dernière grande activité minière
dans le Massif Thébain avant le Prédynastique.
IL Sites datés entre 10000 et 8000 ans B.P. Dans
ce groupe entrent les sites MA 9/83, MA 10/83, MA
11/83 et MA 12/83, situés dans les silts et les sables
surmontant les formations graveleuses d’«older pe¬
diment». Il s’agit des industries laminaires caractéri-
sées par les nucléus à un ou à deux plans de frappe
soigneusement préparés. Parmi les outils retouchés,
les grattoirs dominent sur les burins, suivis des ou¬
tils denticulés et encochés, des troncatures retou-
chées et des pièces à dos sporadiques (également
sur éclats).
III. La période entre 8000 et 7000 ans B.P. n’a four¬
ni que des rares sites où le matériel était situé dans
les sables d’apport latéral (site MA 1/83, MA23/87,
site de Malqata - K. Kawamura, 1985) soit dans une
position secondaire dans «younger pediment» (site
MA 6/83). Les outillages en question sont microla-
minaires avec grattoirs, per90irs, burins, lamelles à
dos, lamelles à microretouches marginales et parfois
pièces pédonculées. Il faut souligner que ces indu¬
stries difTèrent d’El Kabien par l’absence des formes
géométriques et de technique de microburin (P. Ver-
meersch, 1978, 1984).
Dans la période entre 7000 et 6000 ans B.P., appa-
rait dans la zone en question une nouvelle entité
distinguée sous le nom de Tarifìen. Il s’agit d’une
industrie de tradition probablement Shamarkienne
(épipaléolithique) avec première céramique. Le
Tarfìen est connu du site éponyme (B. Ginter,
J. K. Kozlowski, B. Drobniewicz, 1979), de la région
de Malqata (sites MA 1/83 et 2/83) et du village
Fig. 1 - Les industries lithiques épipaléolithiques de la vallèe du Nil entre Qurna et Armant: I. Industries de la période
12000-10000 ans B.P. (E1 Tarif couche 1/2: 1 - nucléus, 2 - éclat levallois, 3, 4 , grattoirs, 5 - lame à retouche abrupte pro-
ximale, 6 - lame à dos, 7 - pseudo-microburin), II. Industries de la période 10000-8000 ans B.P. (site MA 6/83: 8 - nucléus,
9, 10 - lames microretouchées, 11 - burin, 12 - lame à dos partiel, 13 - lame à dos, 14 - grattoir). III. Industries de la période
8000-7000 ans B.P. (site MA 12/83: 15, 16 - nucléus, 17-19 - grattoirs, 20, 22 - pièces à dos, 21 - burin).
LES GRAVURES PRÉHISTORIQUES DU MASSIF THÉBAIN ET L’HABITAT DE LA VALLÈE DU NIL
311
312
JANUSZ K. KOZfcOWSKI
Ezbet Abu Glea près d’Armant (sites MA 18/83, 19/
83 et 20/83 - B. Ginter, J. K. Kozlowski, M. Pawli-
kowski, 1985).
Après un hiatus qui correspond à la période entre
6000 et 5200 ans B.P., marqué par une forte érosion
au pied de la Montagne Thébaine, une nouvelle pé¬
riode d’occupation coincide avec le Nagadien (Amra-
tien), entre 5200 et 4800 ans B.P. Plusieurs sites de
cette période ont été enregistrés dans la zone de «bas
désert» (sites 6, 14, 14a, 15, 16, 17, 18, 18a, 19, 20, 21/23
entre Malqata et Armant) de méme que nombreux
ateliers sur les versants de la Montagne Thébaine
(par ex. sites 1, 2, 5, 6, 10, 12, 16, 18, 19, 20, 21, 27
dans la region de Deir el-Bahari). Le site MA 21/83
a fourni une meilleure séquence stratigraphique
pour cette période, qui correspond dans sa totalité à
la phase I du cimetière d’Armant (Mond, Myers,
1937, W. Kaiser, 1957). Nous n’avons pas dans la zone
de «bas désert» des habitats correspondant aux pha-
ses II-III du cimetière d’Armant — donc au Nagada
récent et Gerzéen — probablement à cause de chan-
gement de location des sites d’habitat qui sont ense-
velis sous les dépòts de la piaine alluviale. Il est donc
possible que certains ateliers du Massif Thébain
correspondent à cette période — postérieur à 4800
ans B.P. — mais le matériel lithique n’est pas suffi-
samment diagnostique pour ètre séparé de celui
d’Amratien.
LES GRAVURES DE MONT QURNA
Comme nous avons signalé au début, les éboulis
de l’abri avec gravures ont fourni deux séries de pro-
duits lithiques en silex locai:
1. sèrie à patine brunàtre, légèrement éolisée. Cet¬
te sèrie comprend un nucléus à deux plans de frappe
avec faces de détachements séparées, une ébauche
de nucléus levalloisien avec préparation centripète,
partiellement biface, grattoirs courts sur lame, outil à
encoches latérales sur éclat, quelques lames et éclats.
2. Sèrie très fraiche, sans patine, avec arétes très vi-
ves. Elle comprend: un nucléus à lames et à éclats,
un grattoir à front élevé et denticulé, quelques lames
et éclats.
Malgré le nombre très restreint de produits, il exis-
te des éléments diagnostiques qui nous ont permis
de rapprocher la première sèrie des industries épipa-
léolithiques avec technique laminaire et levalloisien-
ne (par ex. de sites MA X/83 et d’El Tarif - niveau in-
férieur) et la deuxième sèrie des industries nagadien-
nes ou amratiennes bien répandues dans la région.
Les gravures se trouvent sur les grandes surfaces
de parois rocheuses de l’abri, couvertes d’une patine
jaune-brun ou brun foncé, disposées environ 1.5 m
au-dessus de fond rocheux. Trois techniques ont été
utilisées: gravure avec outil à pointe large, gravure faite
avec outil à pointe fine, mais plus profonde, et peinture
à trait fin, avec une solution d’argile jaune plus claire
que le paroi (cette dernière technique appliquée uni-
quement pour une représentation de poisson).
Les superpositions des gravures ont permis de dis¬
tinguer au moins trois périodes (J. Sliwa, 1976) de
leur exécution:
1. le groupe le plus ancien comprend seulement
deux représentations des girafes (nos 11 et 14). Le
dessin est assez schématique, trait assez large et peu
profond, couverte d’une forte patine.
2. ce groupe comprend une frise composée de 3 ga-
zelles qui se suivent et d’une 4ème qui leur est oppo-
sée. Cette frise est superposée à une des girafes du
groupe précédent. Les animaux de la frise sont faites
avec une ligne peu profonde au fond plus clair que la
paroi. De ce groupe se rapprochent les représenta¬
tions des bàteaux (en effet plusieurs dessins super-
posés) et quelques petites silhouettes d’animaux
(l’oiseau identifìé comme Sagittarius serpentarius,
trois antilopes disposées verticalement et un dessin
un peu plus grand d’une antilope isolée). Tous ces
dessins sont faits au trait fin dont la coloration se dis¬
tingue peu de la couleur de la paroi. Seul le dessin
d’oiseau est exécuté par un trait plus large en «U»,
un peu plus clair que la paroi rocheuse.
3. Ce groupe pourrait ètre distingué non seule¬
ment à cause d’une superposition sur le dessin du
groupe précédent, mais aussi à cause des différences
stylistiques, surtout une forte géométrisation. Ce
groupe comprend un cervidé (n° 1), deux girafes (n°
20,22), deux chèvres (n° 5 et 21), un chien (n° 13),
deux animaux indéterminés (n° 12, 24).
Du point de vue chronologique, il faut supposer
que les groupes 2 et 3 sont plus rapprochés, à cause
des analogies qu’ils présentent avec les motifs prédy-
nastiques (bàteaux, motifs zoomorphes). Ces analo¬
gies sont très proches, en ce qui concerne les bàteaux
nagadiens, fréquemment représentés comme «sick-
le-boats» (H. A. Winkler, 1938), mais aussi munis de
3 courtes rames et d’ancre (J. Vandier, 1952; B. Land-
strom, 1970; P. Cervicek, 1974, type I etc.). Egalement
les gazelles et les antilopes ont d’excellentes analo¬
gies avec animaux représentés dans la période prédy-
nastique (G. Brunton, 1948, pi. XXXIV, J. E. Quibell,
1896, pi. LI, W. F. E. Resch, 1967, p. 50, fig. 6) mème
dans la région en question (cimetière d’Armant -
R. Mond, O. Myers, 1937, pi. LV). En général, il
serait justifìé de comparer les gravures des 2e et 3e
groupes aux représentations de l’art rupestre attri-
buées par H. A. Winkler (1938-39) aux «Early Nile
Valley dwellers».
Ce cadre chronologique et archéologique s’accor-
de bien avec la présence dans l’abri des produits lithi¬
ques attribués au Nagadien et avec l’immense activi-
té d’exploitation de silex dans la Montagne Thébaine
par les groupes prédynastiques. Il est difficile de don-
ner une attribution chronologique plus détaillée à
ces gravures, par ex. attacher le groupe 2 à Amratien
et le groupe 3 au Gerzéen. En général les motifs figu-
ratifs (bàteaux, animaux géométrisés) apparaissent
plus fréquemment dans la phase tardive du Prédynasti-
que, ce que nous observons mème dans le cas du cime¬
tière d’Armant, où ils concement surtout Ile et file
phases, non représentées dans les habitats avoisinants.
Fig. 2 - Qurna, versant est de la Montagne Thébaine, site 148: gravures de groupe I (1 - superposition des antilopes sur la
girate, 2 - girate); groupe II (1 - oiseau Sagittarius serpentinarius, 2 - bateau, 3 - antilope, 4 - antilopes); groupe III (1 - chien,
2, 3 - animaux indéterminés, 4 - chèvre (?), 5 - cervidé, 6, 7 - girafes).
LES GRAVURES PRÉHISTORIQUES DU MASSIF THÉBAIN ET L’HABITAT DE LA VALLÈE DU NIL
313
314
JANUSZ K. KOZtOWSKI
Il est beaucoup plus difficile de dater le ler groupe
des gravures rupestres. Si nous nous référons aux plus
anciens vestiges lithiques trouvés dans le remplissa-
ge de l’abri, il faudrait les rapporter à des industries
épipaléolithiques caractérisées par la technique lami-
naire et levalloisienne, dont nous avons signalé quel-
ques sites au pied de la Montagne Thébaine, datés de
la période entre 10000 et 8000 ans B.P. Si ce séjour
correspondait à l’exécution des dessins de girafes du
premier groupe, il faudrait les piacer dans l’extrème
début de l’Holocène. Malheureusement, nous ne
connaissons pas de manifestations de l’art rupestre
en Afrique Nord-orientale qui pourraient ètre avec
certitude attribué à cette période. La seule entité cul-
turelle de cette période (précisément entre 12000 et
9500 ans B.P.) responsable de l’art pariétal était le
Qadan en Nubie, auquel nous pouvons rattacher l’en¬
semble des pétroglyphes d’Abka site 32 (O. H. Myers,
1958, 1960). Il s’agit d’un art abstrait, géométrique,
sans éléments réalistes, avec une technique d’exécu-
tion tout-à-fait différente. Certaines gravures analo-
gues à celles de Mont Qurna existent dans le désert
de l’Ouest, qui ont été attribuées par H. A. Winkler
(1938-39) aux chasseurs primitifs (Earliest hun-
ters). Cette attribution n’a été basée sur aucun
argument direct.
L’hypothèse que les girafes de premier groupe re-
présentent une culture épipaléolithique du début de
l’Holocène se heurte à une difficulté additionelle.
Notamment, dans la faune de cette période, la girafe
n’a jamais été signalée dans cette partie de l’Afrique.
Elle n’existe pas dans le sites épipaléolithiques en
Haute Egypte (par ex. à El-Kab, Gautier dans Ver-
meersch, 1978), dans l’Epipaléolithique et le Néo-
lithique de Nabta Playa (Gautier dans F. Wendorf,
R. Schild, 1980), ainsi que dans les autres oasis. Les
trouvailles ostéologiques les plus proches de girafe
ont été signalées de la région de Tibesti (serirs) et
d’Adrar Bous, toujours dans les couches de la phase
humide holocène (K. M. Banks, 1984 p. 51).
Ajoutons qu’il est intéressant qu’un abri près de
Hierakonpolis ait fourni (site 61) une opposition
similaire entre une représentation de girafe et celles
d’«incurved sickle boats» (M. A. Hoffmann, 1982,
p. 61-65). La position dans l’abri et l’état de préserva-
tion distinguent les deux groupes. M. A. Hoffmann
rapproche les bateaux aux motifs peints sur la céra-
mique gerzéenne, se référant aux mèmes analogies
que nous avons citées ci-dessus, par contre il consi-
dère les girafes plutòt comme épipaléolithiques,
également sur la base des pétroglyphes publiés par
H. A. Winkler (1938-39) et J. H. Dunbar (1941).
La girafe, bien que présente également parmi les
gravures de 3ème groupe, n’a pas été identifiée dans
les faunes Prédynastiques. Par contre, les autres ani-
maux représentés dans les 2ème et 3ème groupes
sont bien connus dans les faunes Prédynastiques,
mème dans le site MA 21/83 (J. Boessneck, A. von
den Driesch dans B. Ginter, J. K. Kozlowski ed.,
sous presse). Il s’agit surtout de gazelles et d’anti-
lopes parmi la faune sauvage et de chèvres, qui do-
minent dans la faune de site MA 21/83, et de
chiens parmi les animaux domestiqués. Le boeuf
domestiqué, qui occupe la deuxième place dans la
faune de site MA 21/83, n’a pas été représenté sur les
parois de l’abri.
LES GRAVURES PRÉHISTORIQUES DU MASSIF THÉBAIN ET L’HABITAT DE LA VALLÈE DU NIL
315
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Janusz K. Kozlowski: Institut Archeologii UJ
ul. Golebia 11 31-007 Krakow POLOGNE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Jean Leclant
Recherches dans le secteur de la IVèn,e cataracte du Nil (Soudan)
Résumé — Compte rendu d’un survey mené à la demande de l’UNESCO le long du Nil entre Abou Hamed en amont
et Karima-Merawi en avai, zone menacée par l’éventuelle construction d’un grand ou de plusieurs barrages («Hamdab
Project»). Mise en évidence de nombreux vestiges antiques, en particulier de gravures rupestres appartenant à différents
niveaux culturels.
Abstract — Report on a survey effected along thè Nile between Abu Hamed (upstream) and Karima-Merawi (down-
stream) where a big dam would be constructed («Hamdab project»). Discovery of many remains and traces of ancient acti-
vities, mainly rock-drawings from different levels.
Dans le Nord du Soudan, la zone de la IVème cata¬
racte du Nil risque d’ètre affectée par la construction
d’un grand barrage — ou de plusieurs barrages
(«Hamdab project») entre Abou Hamed en amont
(à la cote de 305 mètres) et Karima-Merawi en avai
(à la cote de 248 mètres). Il s’agit d’un bief du Nil
long d’environ 250 kilomètres où le fleuve, de fa?on
exceptionnelle, coule selon une direction Nord-Est
à Sud-Ouest, se frayant avec difficulté son passage
à travers des bancs de roches fort dures, qui déter-
minent de très nombreuses Iles et des rapides dan-
gereux; le climat de plus y est rigoureusement dé-
sertique (19°30-18°30 de latitude Nord). Aussi la zone
de la IVème cataracte est-elle demeurée d’accès fort
difficile — et encore pratiquement inconnue. De plus
la mise en eau de cette région sera complétée par un
vaste système d’irrigation, qui, par ses canaux et ses
cultures, changera totalement l’aspect de la région,
en amont et surtout en avai; or les vastes bassins de
Letti et du Dongola, jusqu’à la IIIème cataracte incluse,
sont encore très peu connus d’un point de vue ar-
chéologique — alors qu’ils correspondent au coeur
du royaume Koushite (Kerma, puis Napata et Mé-
roé). Aussi le gouvernement soudanais a-t-il saisi
l’UNESCO et demandò l’intervention de l’Organisa-
tion en vue d’un appel international pour l’étude et
la sauvegarde des vestiges archéologiques concernés.
Une mission d’évaluation a été confiée à Jean Le¬
clant et à son équipe, qui de longue date travaillent
au Soudan. Au mois de décembre 1989, l’enquète a
pu ètre réalisée dans d’excellentes conditions, en dé-
pit des difficultés nombreuses.
Auparavant, afin de préparer le travail de cette
mission d’évaluation, deux explorations préliminai-
res avaient été menées sur le terrain par le directeur
du Service des Antiquités du Soudan, le Dr. Osama
Abdel Rahman el Nur. La première fut réalisée du 22
avril au 5 mai 1989. La seconde, plus développée, fut
effectuée du 18 octobre au 23 novembre 1989; con-
duite par le directeur et son adjoint Hassan M. Ah-
med Khalil Bandi, elle regroupait l’ensemble des ins-
pecteurs du Service des Antiquités, ainsi que les
membres de la French Archaeological Unit (J. Rei-
nold, P. Lenoble, Y. Lecointe et J. Bialais).
La région de la ivème cataracte s’est avérée très riche
en vestiges archéologiques. La prospection de la rive
gauche du fleuve et d’un certain nombre d’iles a per-
mis de repérer plus de 500 sites. Avec la rive droite,
on peut estimer à plus d’un millier les gisements qui
seraient submergés par le ou les barrages. Dès à pré-
sent, nombre de vestiges sur les berges du fleuve,
mais aussi sur les terrasses voisines sont menacés par
la mise en culture de terres nouvelles, gràce à la mul-
tiplicité des pompes et par l’apparition des tracteurs.
Pour s’en tenir ici aux niveaux de la préhistoire et
de la protohistoire, les phases de creusement et les
dépóts de couches épaisses d’alluvions réduiront
sans doute les collectes futures de matériel le long
Fig. 1 - IVeme cataracte, décembre 1989. Gravure rupestre, bovi-
dé à grand cornage. Ile d’Us.
318
JEAN LECLANT
mème du fleuve, mais l’étude des terrasses et des
ouadis affluents risque d’étre fort prometteuse. Les
stations rupestres, tant sur la berge que dans les iles,
sont assez abondantes et correspondent à diverses
périodes. On y retrouve les animaux de la grande
faune paléo-africaine, surtout des autruches et des
girafes; les bovidés de toutes espèces y sont nom-
breux. Pour les dates plus récentes on trouve des
cavaliers et des chameliers. Puis, avec le dévelop-
pement du christianisme, apparaissent des croix et
des figurations stylisées d’églises. Des images de ba-
Fig. 2 - lVeme cataracte, décembre 1989. Gravure rupestre, bovi-
dé et croix chrétienne. Ile d’Ishashi.
teaux de divers types sont également relativement
nombreuses.
Il est dommage que la situation politique n’ait pas
encore permis de lancer la campagne internationale
primitivement prévue. Celle-ci devrait porter non
seulement sur la zone de la ivème cataracte (d’Abou
Hamed à Karima-Merawi), mais ètre étendue aux di¬
vers bassins qui se succèdent le long du Nil jusqu’à la
zone de la mème cataracte — elle-mème encore très
mal connue en dehors de quelques points privilégiés
comme Sabou ou le Gebel Gorgod.
Fig. 3 - lVeme cataracte, décembre 1989. Gravure rupestre, cha-
meau stylisé. Ile d’Ishashi.
eme
cataracte, décembre 1989. Gravures rupestres, guerriers (ou chasseurs) montés. He d’Us
Jean Leclant: Institut de France, Académie des Inscriptions et Belles-Lettres
23, quai de Conti - 75006 Paris FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Jean-Loi'c Le Quellec
I
Scènes de Taurokathapsia au Sahara centrai
Résumé — Quelques rupestres du Fezzan et du Tassili représentent des personnages qui semblent sauter par-dessus
des Bovinés, en des scènes auxquelles on connait, à diverses époques, des homologues crétois, indiens et sud-africains.
Ces oeuvres pastorales tendent à accréditer l’existence, au Sahara centrai, d’un véritable rite de taurokathapsia.
Abstract — Some fezzanese and tassilian rock-drawings represent human figures who seem to leap over Bovides, in
scenes whose cretan, indian and south-african homologues are well-documented, at various times. These pastoral works
tend to accredit thè existence, in thè Central Sahara, of a true rite of taurokathapsia.
Pour désigner une sèrie de scènes sur lesquelles
des personnages bondissent par-dessus un Bovidé
(Boviné ou Antilopiné), nous emploierons, par com-
modité, le mot grec «taurokathapsia» (laupoxaQaiina)
qui désignait, à l’origine, un jeu thessalien d’époque
hellénistique où des cavaliers (les taurelatai ) for-
?aient des taureaux sauvages, puis les terrassaient en
les saisissant par les cornes. Nous suivrons en cela
les auteurs qui utilisent ce terme dans un sens élargi,
pour décrire la fameuse épreuve crétoise du saut par¬
dessus un taureau.
En 1969, J. Neukom-Tschudi et R. Gardi attiraient
l’attention des spécialistes sur une peinture de Sefar
où l’on voit que:
«... des enfants ou des adolescents semblent s’amuser en
faisant des prouesses acrobatiques au-dessus du dos d’un tau¬
reau. L’un glisse sur son dos, l’autre sauté jambes écartées»
(Neukom-Tschudi & Gardi, 1969).
Cette scène est à rapprocher d’une autre peinture,
de Trachori (alias Wàdi Affarli, Akàkus) (Jelinek,
1980: fig. 25, et 1982a, fig. 1), représentant un Taureau
acère entouré de près d’une trentaine de personna¬
ges, — dont quelques femmes —, certaines tenant de
petits bàtons droits ou courbes (fig. 1, n. 2). Une
Femme touche l’animal au front, une autre à la
queue, une troisième au ventre. Un Homme (?) lui
I touche une patte antérieure, un personnage porte
ce qui semble ètre une hache (?) au contact de son
arrière-train, et plusieurs autres paraissent sauter
par-dessus son dos. Le fait est bien certain pour l’un
d’eux au moins, qui prend appui sur les mains. Cette
oeuvre, considérée par son inventeur comme appar-
tenant à la période des Tètes Rondes, est plus pro-
bablement bovidienne (l’un des personnages du
registre inférieur ressemble d’ailleurs beaucoup
aux Struthiformes découverts par H. Ziegert dans
le Fezzan orientai). Que le tracé du Boviné soit
effectivement typiquement «téte ronde», n’a pas
forcément d’implication chronologique, car cette
technique figurative pourrait tout aussi bien cor-
respondre à un canon stylistique perdurant longue-
ment, qu’à un étage stylistique, prépastoral ou non
(Muzzolini, 1986: 236-237).
Au Tassili, une scène peinte à Ti-n-Hanakaten mon-
tre un Taureau entouré de six personnages (fìg. 1, n. 5)
dont l’un, tenant en mains un bàton, parait sauter
par-dessus son encolure. Un autre semble préparer
son appui sur l’échine de Laminai, pour effectuer à
son tour la méme prouesse, et deux autres, devant la
téte du Boviné, semblent l’avoir tout juste réalisée, et
reprennent leur équilibre. Les auteurs auxquels nous
devons la publication de cette scène n’y ont pas re-
connu une taurokathapsie car, pour eux, le person¬
nage situé au-dessus de la téte du Taureau est en
réalité un peu en retrait de l’animal, selon une «er-
reur» de perspective souvent attribuée aux artistes
«primitifs». Cependant, le caractère rituel de l’ven-
semble ne leur a pas échappé:
«Les six personnages qui entourent le taureau semblent se
livrer à une véritable danse qui n’est pas sans évoquer, comme le
suggérait G. Camps, certaines scènes de l’art créto-mycénien.
L’attitude particulièrement calme et pacifique de ce taureau
munì de tous les attributs de sa virilité, au milieu de cette agita-
tion, ne semble guère pouvoir s’expliquer autrement que par le
fait qu’il s’agit d’un animai mythique. Cette impression est ren-
forcée par l’existence du trait qui part de son sexe pour venir se
terminer devant la bouche du personnage n. 2 (...) . Remarquons
enfm que l’emplacement de cette peinture n’a peut-ètre pas été
choisi au hasard. Juste au-dessous du Boeuf, se trouve une petite
niche naturelle, dans -laquelle il était aisé de poser quelques
menus objets. Il est évident que cette scène met en valeur le róle
important qu’a joué, à un moment des temps préhistoriques, le
taureau, parmi les populations du Tassili» (Aumassip, Jacob,
Marmier & Trécolle, 1976: 64; Aumassip, 1984, fig. 14).
Cette peinture où la robe de l’animal est marquée
de tirets doit remonter au Bovidien ancien, car les
oeuvres ainsi décorées sont toujours plus détériorées
que leurs voisines (Aumassip, Jacob et al., 1976: 65).
320
JEAN-LOIC LE QUELLEC
Fig. 1-1: Tibesti orientai. - 2: Trachori (Tassili) - 3: Mossei (Tibesti). - 4: Wadi Zréda (Fezzàn septentrional). - 5: Ti-n-
Hanakaten (Tassili). - 6-7: Wilhelmina Farm (Afrique du Sud). - (1, 3: d’après Huard; 2, 4: d’après Jelinek; 5: d’après
Aumassip; 6-7: d’après Woodhouse).
SCÈNES DE TAUROKATHAPSIA AU SAHARA CENTRAL
321
REMARQUES
Des rupestres similaires sont connus en Inde et en
Afrique du Sud, où un Eléphant joue parfois le ròle
du Taureau (')•
En Inde, ces scènes sont présentes dans les princi-
paux sites à gravures, notamment Bhimbetka, Rai-
sen, Mirzapur, Singhanpur, Dharampuri, Tikla, Kan-
keshwar, Katni, Kanwala, Mahadeo I, etc. Des gravu¬
res de Kanwala montrent un rite collectif où neuf
personnages sautent au-dessus des animaux (fig. 2,
n. 2), tandis qu’à Narsingharh, la technique du saut
est illustrée en quatre phases sur une mème figure,
concernant un taureau à robe et cornes décorées: un
premier homme prend son élan devant le mufle de
l’animal, un second passe entre ses cornes, le suivant
touche le dos du Bovin d’un seul pied, et le dernier
retombe en arrière, un peu plus loin (fig. 2, n. 1)
(Wanke, 1977; Tillner, 1984).
En Afrique du Sud, le motif est particulièrement
net sur deux peintures de Wilhelmina Farm, Fick-
sburg District, où des scènes du mème genre décri-
vent un personnage sautant par-dessus un Taurotra-
gus oryx (fig. 1, n. 6, 7) (Woodhouse, 1969a, 1969b).
Ces deux oeuvres dépeignent des moments légère-
ment consécutifs, et ne sauraient représenter des ac-
cidents au cours desquels un hommè serait projeté
par l’animal car, dans ce cas, les membres du per¬
sonnage n’auraient pas cette belle ordonnance, à la-
quelle on reconnaitra, au carquois près pour le cas de
notre fig. 6, un homologue exact dans la fameuse sta¬
tuette d’acrobate en ivoire du Musée d’Hèraklion.
L’objection la plus fréquente à raffirmation du ca-
ractère descriptif de ces oeuvres, tant au Sahara
qu’en Afrique du Sud, est l’usage supposé d’un sys-
tème particulier de perspective, système selon lequel
les personnages situés en réalité ferrière des animaux
seraient pratiquement représentés au-dessus d’eux,
par méconnaissance des canons qui apparurent dans
l’art européen de la Renaissance. A cela peuvent
s’opposer deux arguments:
1 - Ces mème peintres ont pourtant fort bien su
utiliser des conventions semblables aux nòtres, pour
le rendu de la perspective. Ainsi, le personnage tou-
chant la patte antérieure du Boviné de Trachori est-il
bien représenté derrière la tète de fanimal, qui l’o-
blitère. Plus nettement encore, deux des personna¬
ges s’affairant autour du taureau de Ti-n-Hanakaten
émergent au-dessus de sa ligne dorsale, et le corps de
l’animai cache le leur, les jambes de l’un d’eux appa-
raissant mème sous sa ligne ventrale. Comment des
peintres capables de rendre de cette fa?on les divers
plans d’une scène, utiliseraient-ils simultanément un
hypothétique système de «perspective par superposi-
tions» pour fìgurer le personnage voisin, pourtant de
mème style et participant à la mème scène? Il est
préférable de faire l’économie d’une telle hypothèse,
et de lire cet ensemble comme dépeignant tout sim-
plement deux personnages se tenant derrière l’ani-
mal, cependant qu’un comparse sauté par-dessus son
encolure.
2 - L’hypothèse d’une perspective par juxtaposi-
tion serait-elle acceptée, il deviendrait alors singuliè-
rement difficile d’expliquer la posture de certains des
personnages, notamment ceux de Wilhelmina et ce-
lui qui prend appui sur le dos du Boviné de Trachori.
Fig. 2-1: Narsingharh (Inde). Le personnage illustrant la deuxième phase du saut est déformé et de plus petite taille, à
cause du manque de place entre les cornes. - 2: Rite collectif à Kanwala (Inde). (D’après Tillner et Wanke).
0) Wanke, 1977: «Un sceau exhumé à Chanhudaro, sur lequel figure un taureau (ou bison) piétinant un homme tom-
bé, parait indiquer que le vieux sport de la taurokathapsia créto-égéenne était connu et pratiqué in situ dès les environs de
2500 avant J.-C.». Cf. Autran, 1941: 101-102.
322
JEAN-LOlC le quellec
Une autre objection, naguère présentée à Sir Ar¬
thur Evans lui-méme par des toreros espagnols, et
popularisée ensuite par divers auteurs, est que, très
concrètement, un tei exploit serait impossible car
l’acrobate serait immanquablement encorné (Wun-
derlich, 1983: 276-277). Là encore, plusieurs remar-
ques viennent à l’esprit:
1 - Il existe plusieurs variantes de l’exercice. On
présente toujours la plus dangereuse, qui consiste à
attendre le taureau et agripper ses cornes de face, au
dernier moment, pour profìter de son mouvement
de téte afin d’accomplir un saut périlleux et retomber
debout sur son dos, ou derrière lui. On confoit aisé-
ment les risques et les difficultés d’un tei saut. Mais
il est également possible, moins aventureux et plus
facile, de saisir les cornes latéralement afin d’utiliser
cet appui pour passer au-dessus de Laminai, et re¬
tomber du coté opposé (Conrad, 1978: 140). Il s’agit
là d’une possibilité notamment illustrée par la sta¬
tuette de bronze d’Agiou Vasiliou (ancienne collec-
tion Spencer-Churchill (Faure, 1973: 313). Si fon en
croit le témoignage des gemmes, cette technique se
pratiquait du reste tant sur des Bovinés que sur des
Antilopes (fig. 3, n. 4 à 6).
2 - La réalité de cette pratique pourrait ètre mise
en doute si elle ne figurait que sur la célèbre «fres-
Fig. 3-1: Peintures du «palais» de Cnossos. - 2: peinture de Tirynthe. - 3: Détail d’un vase en stéatite d’Agia Triada. -
4-6: Gemmes lentoides de Mycènes, en agathe et cornaline. - (1: d’après Michailidou; 2-6 d’après Dussaud).
SCÈNES DE TAUROKATHAPSIA AU SAHARA CENTRAL
323
que» du palais de Cnossos (fìg. 3, n. 1), où elle est
décomposée en trois phases (Michailidou, 1986:
fìg. 70). Or, un rapide sondage dans la documenta-
tion iconographique disponible permet de la recon-
Ìnaitre non seulement sur une peinture de Tirynthe
(fig. 3, n. 2) (Dussaud, 1914: fìg. 50), sur un vase en
stéatite d’Agia Triada (fìg. 3, n. 3) (Dussaud, 1914:
fìg. 46), ou sur plusieurs gemmes de Mycènes (fìg. 3,
n. 4 à 6) (Dussaud, 1914: fìg. 290-292), mais encore
sur des sceaux de l’Indus montrant parfois plusieurs
phases du saut dans la mème figuration (Wanke,
1977).
3 - A l’époque actuelle, l’ethnographe a reconnu
cette pratique en diverses régions, particulièrement
en Inde, dans les régions de Tanjore et de Madura,
où le «bull-jumping» est le jeu favori des Kallan
(Wanke, 1977).
Ayant reconnu que le caractère descriptif des
scènes citées ne fait donc pratiquement pas de dou-
te, ne conviendrait-il pas de «relire» à leur lumiè¬
re telles figurations d’interprétation plus délicate?
Certes, il serait abusif de voir des taurokathapsiai
dans les oeuvres du type de cette peinture ocre pale
(fìg. 1, n. 1) qui représente un Boviné dont man-
quent les cornes, et au-dessus duquel paraissent
évoluer deux personnages très minimisés, posté-
rieurs au style de Karnasahi (Tibesti orientai)
(Huard, 1967: fìg. 6, n. 1). Mais la question peut légiti-
mement ètre posée pour des représentations comme
celle piquetée au Wàdi Zrèda (Fezzàn septentrional)
(fìg. 1, n. 4), où des personnages «planent» au-dessus
d’Antilopes ou de Bovinés, dans un mouvement ana-
logue à celui des athlètes figurés sur les gemmes len-
toì'des de Mycènes (fìg. 3, n. 4 à 6) (Dussaud, 1914:
fìg. 290-292).
Dans la scène du Wàdi Zrèda, deux Bovidés sont
approchés par six personnages ayant tous une queue
postiche. Deux sont armés: l’un, muni d’une arme
courbe (?), parait «flotter» au-dessus du dos de l’ani-
mal de gauche, et l’autre, tenant d’une main un objet
court (are? poignard? bàton?), sauté par-dessus le
dos de l’autre animai, tout en prenant appui sur son
bras demeuré libre (Jelinek, 1982b: fìg. 40). Ailleurs,
dans la région du Wàdi Mathendush, une gravure de
patine totale montre à Tel-Isaghen des Bovinés à
come en avant, entourés par 12 personnages dont
trois à masque cornu et quatre portant une paire de
cornes à la main. L’un des Bovinés est muni d’un at-
tribut céphalique, et plusieurs des porteurs de cornes
sont représentés flottant dans les airs, au-dessus
du dos et des cornes de ces animaux (Graziosi, 1970:
fìg. 167).
Ou peut également se demander s’il ne serait pas
légitime de rattacher à la sèrie des taurokathapsiai
telle peinture de Mossei (Tibesti), du style de Karna¬
sahi (fìg. 1, n. 3), Le général P. Huard, qui l’a publiée
(Huard & Lemasson, 1964: 239 et fìg. 1, n. 7), y voit la
représentation d’un Singe apprivoisé gambadant sur
le dos d’un Boeuf en marche, dans une scène dite
«de chasse». Mais on peut objecter à cette lecture:
a) que ce «Singe» porte une ceinture,
b) que sa tète cynomorphe n’est aucunement dif-
férente de celles d’autres personnages, bien hu-
mains, dont les «tètes de chiens» constituent jus-
tement l’une des caractéristiques du style de Kar¬
nasahi,
c) que rien n’indique un contexte cynégétique,
d) que devant le Boeuf, il y a un danseur en action,
e) que devant la tète du Boviné, et au-dessus du
danseur précédent, un personnage à tète cynomor¬
phe «flotte» en l’air comme s’il venait de sauter entre
les cornes de l’animal.
Cette peinture ne pourrait-elle donc également re-
présenter une scène de «saut par-dessus un Bovidé»,
sur laquelle plusieurs étapes de cette performance
seraient figurées, selon un processus que d’aucuns
qualifìent de «réalisme intellectuel»?
CONCLUSION
On sait que le motif de la taurokathapsia était
particulièrement prisé dans le monde crétois, où
cette acrobatie périlleuse consistait généralement
à s’élancer d’une piate-forme élevée (encore visi-
ble à l’angle nord-ouest de la cour de Phaistos
(Vian, 1970: 475), pour faire une pirouette entre les
cornes de l’animal, qui apparaissait comme une
épiphanie du Dieu céleste, en arquant le corps au
passage entre le front et l’échine (Conrad, 1978:
fìg. 27, d’ap. Sir A. Evans). Cette démonstration
de courage légitimait les jeunes athlètes comme
«fìls ou fille de la terre et du Ciel étoilé» (Faure,
1973: 314).
Il n’est pas question de transporter tei quel au
monde des oeuvres sahariennes, un semblable ri-
tuel d’initiation, mais il est très possible qu’au Sa¬
hara comme en Afrique du Sud, ces sauts aient
aussi été réalisés à l’occasion d’un changement de
niveau d’Etre, comme celui qui marque le passage
des adolescents des rives de l’enfance à celles de
l’àge adulte, au cours de rites d’initiation compor-
tant des épreuves de courage au travers desquelles
une connaissance ou une fonction supérieures
peuvent ètre acquises (Tillner, 1984: 56; Eliade,
1980: 147). Quoi qu’il en soit, ces oeuvres, apparte-
nant au mème domaine de l’imaginaire que le thème
des «Personnages touchant des animaux», sont à rat¬
tacher au symbolisme taurin en général (Alvarez de
Miranda, 1959), et de la come en particulier, ainsi
que le confìrme la figuration de Tel-Isaghen.
324
JEAN-LOlfC le quellec
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Jean-Loic Le Quellec: Brenessard St. Benoist sur Mer
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Henri Lhote f
v
Témoignage d’ Henri Lhote: à la recherche du passé du Sahara
Résumé — Dans le message, qui sera lu par M. Attilio Gaudio, Henri Lhote insiste sur la nécessité de poursuivre les
recherches et les publications concernant les stations rupestres du Massif de l’Ai'r (Niger), objet de ses dernières reconnais-
sances (depuis 1971) et d’approcher celles de l’Adrar des Ifoghas (Mali) signalées et très partiellement visitées avant que la
région ne fùt interdite aux étrangers à cause de la tension avec les populations touarègues.
Abstract - In thè message that Mr. Attilio Gaudio will read, Henry Lhote insists on thè necessity to continue thè
researches and thè publications concerning thè rock sites in thè massif of thè Air (Niger), which was thè object of his last
reconnaissance (from 1971 on), and to approach those of thè Adrar des Ifoghas (Mali); thè latter has been signaled and par-
tially visited before thè region was forbidden to foreigners because of thè tensions among thè touareg populations.
J’aurais bien aimé me trouver parmi vous au-
jourd’hui dans cette grande ville de Milan, cerveau
de l’Italie, et faire ce voyage. Mais ma santé et mon
àge ne me Pont pas consenti. Aussi je remercie notre
ami Attilio Gaudio qui a bien voulu me rendre visite
à Faverolles-sur-Cher pour me permettre de partici-
per à vos travaux au moins par écrit.
Au cours des différentes reconnaissances effec-
tuées pendant notre campagne dans l’A'ir et zones li-
mitrophes, j’ai eu Poccasion de visiter un certain
nombre de stations rupestres que le manque de
temps ne nous avait pas permis de relever. La princi¬
pale de ces campagnes avait d’ailleurs porté son ef-
fort sur le kori Mammanet, où près de trois mille do-
cuments avaient été étudiés et ensuite partiellement
publiés avec la collaboration de Messieurs Boubé
Gado et Pierre Colomber, en 1979.
Mais nous avions également constatò l’existence
d’un ensemble assez important à Teguidat-n-Tagait,
puis de groupes de gravures le long des affluents de
l’oued Mammanet, en particulier dans les koris Ta-
mokrine, Séroka, Gouret, ainsi que dans celui
d’Aouderer, situò dans la partie occidentale du mas¬
sif de l’Ai'r. D’autres sites étaient répertoriés sur la
piste Talak-Iférouane et sur celle Iférouane-Assodé,
notamment à Kerib-Kerib, à El-Mekki, à Tadeliza,
enfin dans le massif d’Izradraden que j’avais déjà pros¬
però, bien que de fafon assez fragmentaire, en 1970.
Les récoltes se sont élevées au total à plus de deux
mille gravures et parallèlement à ce travail préhisto-
rique nous avons établi les plans des mosquées an-
Iciennes d’Aselik, d’Iférouane, de Ti-n-Taghodé, de
Timia, d’Agadès, d’In Gali, ainsi que ceux des ruines
de l’ancienne ville d’Assodé et du fortin de Tadélza,
première résidence des sultans de PAi'r.
Il y aurait encore lieu de relever actuellement des
groupes de gravures, probablement de la période ca-
balline, dans la partie orientale du massif de PAi'r,
entre le Greboun et le Takalokouzet, visitée autre-
fois par le colonel de Burthe d’Annelet.
Pour ce qui est des chars, j’aurais encore beaucoup
à dire et à repenser par rapport à tout ce qui a été
émis comme hypothèses et retenu. Ces chars sché-
matiques, que je fis connaitre pour la première fois
en 1970, privés d’attelage, dont nous ne savons pas au
juste s’ils étaient tractés par des chevaux ou par des
boeufs (bien qu’ils se trouvent dans un contexte de
prédominance des bovidés), sont nécessairement
tous plus tardifs de ceux relevés au Tassili. En outre,
la répartition de ces chars de style schématique ne ja-
lonne aucune ligne de grande communication, donc
aucune route commerciale d’époque garamantique.
Leur présence en Air reflèterait plutót la prise de
possession du pays par des envahisseurs, assurément
des tribus libyennes, mais dont l’expansion vers le
sud du Sahara s’est opérée sur plusieurs siècles avant
le début de Pére chrétienne. En tout état de cause,
ces gravures font partie du mème ensemble que celui
du Sahara Central, celui du chevai et du guerrier aux
javelots et au bouclier rond. En Air, les légendes lo-
cales racontent que les Touaregs arrivés du Nord re-
poussèrent les Gobir, qui habitaient encore tout le
pays au Xème siècle de notre ère. En effet, la localité
de Marandet, occupée jusqu’alors par les Gobir, au¬
rait été détruite vers 1100. Or je reste d’avis que les
descendants directs de ces vainqueurs sont les Toua¬
regs d’aujourd’hui.
En revanche nous sommes moins bien renseignés
jusqu’à présent sur le passé préhistorique et histori-
que d’un autre important massif saharien et qui de-
manderait des campagnes d’exploration palethnolo-
gique et archéologique approfondies: l’Adrar des Ifo-
ghas, dans le Sahara malien.
Moi-mème, j’ai visité cette vaste région monta¬
gneuse il y a bien longtemps. J’avais suivi des itiné-
raires différents, mais tous dans la directrice Kidal-
Ti-n-Zaouaten. Je me suis aussi approché, mème
sans atteindre le site, aux ruines d’Es-Souq et à celles
d’I-n-Tadeini et Talohos, mais je n’ai rien vu de tou-
te la partie occidentale du massif, ni de celle plus
centrale visitée par Cortier et encore moins de celle
nord-occidentale parcourue par la mission Augiéras,
à laquelle participait Théodore Monod, et en dernier
par Raymond Mauni (1952).
Les inscriptions et gravures rupestres de l’Adrar
revétent pour nous un intérèt non négligeable car,
contrairement à celles de PAi'r, peuvent étre classés
pour la plupart dans le groupe des libyco-berbères
anciens.
326
HENRI LHOTE
Les très nombreuses inscriptions alphabétiques
tifinagh, gravées sur les éboulis et les crètes des fa-
laises, mériteraient également d’ètre systématique-
ment transcrites et cataloguées, bien que relative-
ment récentes.
Bref, nous attendons avec impatience la reprise de
ces reconnaissances et ces recherches dans l’Adrar
des Ifoghas, car il nous manque toujours un inven¬
tane exhaustif et surtout critique et comparò de son
patrimoine rupestre.
Henri Lhote f: La Leschère Faverolles sur Cher
41400 Montrichard FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Brève biographie d’ Henri Lhote
a cura di Attilio Gaudio
M. Henri Lhote est né à Paris le 16 Mars 1903, et
est mort le 26 Mars 1991 à Saint Aignan-sur-Cher
(France).
Directeur de Recherche au C.N.R.S., membre de
l’Académie des Sciences d’Outre-Mer, membre de
l’Institut Fran?ais d’Anthropologie.
Grande Médaille d’Or de la Société de Géographie
de Paris.
OfFicier du Mérite Saharien.
Chévalier de la Légion d’Honneur.
Officier des Palmes Académiques et Grand Prix
Littéraire du Sahara.
Certainement l’un des plus célèbres explorateurs
sahariens, Lhote pour ses innombrables missions de
recherches à partir de 1929, jusqu’à la dernière en
1988, a totalisé 80.000 kilomètres d’itinéraires parcou-
rus à dos de chameau. Il a découvert, relevé, étudié,
classò et publié presque 20.000 gravures et peintures
pariétales préhistoriques. Il a recueilli environ 8.000
pièces de gisements sahariens qui vont du paléolithi-
que inférieur jusqu’au néolithique. Il est l’auteur de
320 publications, entre articles et ouvrages.
Voici brièvement quelques éléments de biblio-
graphie.
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(Sahara nord-occidental). Bull. S.P.C.F., C.R.S.M., 64, 7:
CCIX-CCXIII.
1968 - M. Lihoreau. Découverte d’une nouvelle station de gra¬
vures rupestres à Thyout (Sud oranais). Journ. Soc. Afri-
can, XXXVIII, I: 7-13, 21 fig., 1 ph.
1968 - G. Camps. L’art rupestre au Tassili-n-Ajjer. Alger: O.C.I.,
un voi. petit in-4, 31 p., 14 ph., 1 carte.
1968 - H. Alimen, F. Beucher, G. Delibrias. Les gisements néo¬
lithiques de Tan-Tartatit et d’I-n-Itinen, Tassili-n-Ajjer,
Sahara Central. Bull. S.P.F., LXV: 421-458.
332
BRÈVE BIOGRAPHIE D’HENRI LHOTE
Attilio Gaudio: Institut International d’Anthropologie 1, Place d’Iéna - 75016 Paris FRANCE
27, Rue Championnet - 75018 Paris FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Rudiger Lutz
Rock engravings in thè SW-Fezzan, Libya.
New discovery of a rock art gallery in thè Amsach Sattafet.
A contribution to thè relative chronology
of thè earliest rock pictures in thè Sahara
Résumé — Les gravures rupestres dans l’Amsach Sattafet, dont certaines ne sont pas encore découvertes, pourraient
ètre les plus anciennes du Sahara. Des différences de patine et de corrosion, des superpositions ainsi que la présentation de
styles divers indiquent une chronologie de longue durée. Il ne semble pas correct de faire correspondre le début de l’art le
plus ancien avec le début du Bovidien du Tassili, c’est-à-dire le temps néolithique, environ 5.000 av. J.C. En 1984, nous
avons découvert des gravures d’un troupeau de bubali dans le style archa'fque qui ont été retouchées plus tard avec un autre
style. Nous considérons comme preuve que deux styles différents, au moins, se suivent. L’un naturaliste, fidèle au détail et
l’autre, au trait simplifié, plutòt stylisé. On ne peut pas actuellement donner le début exact de cet art rupestre.
Abstract — The rock engravings in thè Amsach Sattafet, part of which have not yet been discovered, seem to belong to
thè earliest ones in thè Sahara. Different patina and corrosion, superpositions as well as different styles indicate a long
chronology. It does not seem appropriate to equal thè beginning of thè earliest rock art with thè beginning of thè cattle
herdsman period in thè Tassili, thè earliest Neolithikum about 5.000 B.C. In 1984 we discovered engravings of a herd of bu¬
bali in an archaic style, which was redone later on in another style. We believe this to be evidence that at least two different
styles followed each other, thè older naturalistic style, true to details, thè more recent one a simplifìed rather stylized way
of depiction. At thè moment, thè exact time for thè beginning of this rock art remains an enigma.
WADI ISSAGHEN (Wadi in Elobu)
During our stay in Libya in 1984 we tried to reach
thè rock art site Tel Issaghen I and II on foot, using a
sketch map by Frobenius. At that time we were not
familiar with thè publications of Jelinek and Grazio¬
si. In this work we use thè naming by Frobenius and
we indicate thè prevailing names of thè different
sites in brackets. The sketch map by Frobenius is in-
correct because he puts his entry in thè Amsach Sat¬
tafet on thè wrong place. That is why we looked for
Tel Issaghen in thè wrong valley more to thè West,
in thè Wadi Issaghen (Wadi Elobu) instead of Wadi
Gamaut. We proceeded up Wadi Issaghen to thè wa-
tershed. About 20 km upstream we found an ob-
viously unknown rock art site. We presume that this
place could be Amman Semenin which was searched
by Frobenius in vain. In thè meantime these pictures
have been published by Van Albada 1990.
Although small, this site displays various features
new to thè rock engravings in thè Fezzan. It goes
back a long way, but must have been finished earlier.
Whereas on thè outward march we mainly found bo¬
vine pictures, these are more or less absent here. Pic¬
tures of horses and camels do not occur at all, more
recent Arabian and Tifìnagh inscriptions are extre-
mely rare.
Ten pictorial compositions seem worthy of parti-
cular mention and are described in detail in thè text:
Fig. 3 - Bubalus herd; Fig. 4 - Base-slab lying hori-
zontally underneath; Fig. 5 - Pictorial calendar; Fig. 6 -
Masked dancers; Fig. 7 - Cave with recumbent figu¬
re; Fig. 8 - Gerenuk herd with giraffes; Fig. 9 - Gere-
nuk herd; Fig. 10 - Elephant slab; Fig. 11 - Hunting
dog with ostrich; Fig. 12 - Bull with horns “à tenac¬
ie”; Fig. 13 - Smooth ox (monumentai); Fig. 14 - Bo¬
vine group (sheep ?).
In order to emphasize thè style prevailing at this
site we show a series of similar pictures. All of them
are small in size, being to some degree stylized, some
of them having pointed legs. All display a marked
patina, but hardly any weathering: Fig. 15 - Hyena
followed by person in animai mask; Fig. 16 - Rhino-
ceros, greatly stylized; Fig. 17 - Horned animai with
stripes (zebra?); Fig. 18 - Rhinoceros, small; Fig. 19 -
Dog, greatly stylized.
The human fìgures at this site are treated separa-
tely: Fig. 20 - Hunter from bubalus herd (Fig. 3);
Fig. 21 - Worshipper beside recumbent figure
(Fig. 7); Fig. 22 - Bearer; Fig. 23 - Running hunter
from picture of gerenuk herd with giraffes (Fig. 8);
Fig. 24 - Hunter with giraffes.
Here we wish to deal here in simplifìed form with
generally accepted opinions on rock art in thè Sahara
(Mori, 1978). According to prevailing knowledge of
today a humid phase started in thè Sahara at about
14.000 BP which endured fili 8.000 BP. In wet periods
thè Sahara must be imagined as a landscape similar
to thè East Africa of today with lakes, rivers and thè
entire fauna of Africa. The mountains were additio-
nally favoured. A dry period of some 1.000 years was
followed by a wet period, lasting from 7.000 BP to circa
4.500 BP. After further dessication (similar to now)
slight verdancy followed in around 3.500 BP, subse-
quently there was continuai aridity until today. There
are two forms of rock art: painting and engraving.
334
RUDIGER LUTZ
20 JUN 1984 LfìNDSfìT 5 TM
J TRRCK 188 FRRME 042 0 3
0 85 96 95 100 105 111 116 123 130 138 150 164 172 255 255
20 JUN 1984 CENTER : N25 . 39 E 11.46 SUN EL . : 61 SUN RZ.:
ESfì EflRTHNET
88 PROCESS I NG : RRD 1 GEO 1
PROCESSED RT FUCINO ON 19/12/84 ,
KM 10
NRSR ID: 501 1009073
S/-W ID 807
TM5 7 188 042 3
Fig. 1 - Above: 1) Inhabeter III, 2) Inhabeter II, 3) Inhabeter I (Wadi Mathenduch), 4) Wadi Gamaut, 5) Wadi Aramas.
6) Wadi Issaghen (Wadi in Elobu). Below: Frobenius’ Sketch of 1932.
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
335
The following simplifìed chronology of this artform is
accepted today, being based on thè subjects depicted:
Engraving commences at an early date and ap¬
parenti continues until thè present day. The key
fossil for thè earliest designs is regarded as being thè
Bubalus antiquus ( Homoioceras antiquus) (Fig. 25),
an early African buffalo animai with large horns; it
was largely extinct by circa 7.000 BP. Paintings start
in thè 9th millenium BP with thè unusual roundhead
style (Fig. 26). Thanks to thè C14 dating by Mori
(Mori, 1965) and others, we regard thè chronology as
fairly reliable as from that period. No reliable C14 dat¬
ing is available in respect of thè early engraving. Not
until thè cattle herdsmen period can it be compared
with thè familiar subjects of thè paintings. The latter
were preserved beneath thè rock ledges of Tassili
and Acacus. A sequence of layers was preserved under
thè favourable conditions of these wind-protected shel-
ters, enabling dating. The early engravings, however,
are located on isolated rocks in thè Saharan Atlas,
thè Wadi Djerat and thè Wadi Mathenduch. In these
districts all thè soil has been removed by wind ero-
sion. Hitherto, no stratigraphy has been found.
As a basis for our further consideration, we regard
thè course of Saharan art from thè start of thè cattle
herdsmen period (circa 7.000 BP) as being sufficiently
clarified. Our personal interest focused on thè unsol-
ved questions of engraving, i.e. thè possible course
of this prior to 7.000 BP, thè approximate start of thè
neolithic period. This paper deals with thè following
questions:
1) How far back do thè earliest engravings go?
2) How did thè style of early engraving develop?
3) Why, despite thè immediate vicinity (of Tassili
and Acacus to Mathenduch), is thè unusual round¬
head style of painting not complemented by thè
equivalent style of engraving in Mathenduch. How
can this gap be explained? Where are thè points of
contact between early engravings and thè earliest
paintings?
In posing these questions, we are obviously at vari-
ance with Muzzolini who assumes that thè bubalus
period is nothing more than one style of thè cattle
herdsmen epoch (Muzzolini, 1983).
Despite our own convictions to thè contrary, we
searched in vain for obviously engraved roundheads
in thè Mathenduch; after years of comparative study
we have, however, come to interpret Saharan art
with more flexibility. It does not seem necessary to
to us fundamentally to query thè generally accepted
chronological order shown on this page. We fìnd it
futile to place thè cattle herdsmen period alongside
or even prior to thè earliest wild animai (i.e. hunting)
period, as is continually being attempted. It is ne¬
cessary to view thè art centres of thè whole Sahara as
one entity, at thè same time attributing to them grea-
ter locai peculiari ty. We would tend to place thè ear¬
liest bovine domestication — and that of other ani-
mais — to a period somewhat prior to thè 5th millen¬
ium BC. It should also be presumed that some indi¬
viduai tribes in specifìcally favoured areas were able
to live solely by hunting until well after 7.000 BP, i.e.
at a time when large herds of cattle already populated
thè Tassili and thè southern foreland. It is perfectly
possible that numerous large animals could stili have
been hunted elsewhere at that time. It is therefore
insignificant and by no means constitutes evidence
when here and there on engravings a wild animai
(e.g. an elephant) is superimposed upon a picture of
oxen — this important finding of Graziosi’s (Grazio¬
si, 1979) led to premature conclusions. Only when we
abandon thè view that thè appearance of herds of
cattle inevitably led to thè disappearance of large ani-
mais in thè entire Saharan area, can thè early engra¬
vings be compared with thè paintings that suddenly
appeared. Then it is possible cautiously to assign thè
early engravings in thè Mathenduch to thè magic
border line of 7.000 BP — thè approximate beginning
of thè neolithic age — and to thè subsequent period.
In generai, rock art is far from being homogeneouS.
The style of thè early bubali in thè Mathenduch can
hardly be compared with thè examples in thè Saha¬
ran Atlas or thè Wadi Djerat. The fine bovine pic-
tures of Tassili and Acacus bear little similarity to thè
engraved animals in thè Wadi Tagid (Ahnet, south¬
ern Algeria). Despite similar fauna, every area has a
different character. All depicted bubali certainly be-
long to a similar period however and are older than
thè classic bovine pictures. Despite differences, thè
cattle herds date back to approximately thè same per¬
iod. The roundheads are only fòund in Tassili and
Acacus, however. All fìtting into a larger frame, each
of thè major rock art sites nevertheless has its own
claim to SINGULARITY. A direct personal familia-
rity with very many sites is, however, of importance
in thè assessment of one single site.
Let us return to our own field of interest, relative
chronology and thè absolute age of thè earliest en¬
gravings in thè Mathenduch. Mori’s attempt to pres¬
ent a comparative chronology of various epochs of
engraving including thè roundhead period (Ti-n-
asigh, Acacus (Mori, 1965) and (Mori, 1978) prompt-
ed a counter-reaction by Lhote (Lhote, 1984) and
other authors. The painting of giraffes, found by
Mori, is most important for relative chronology. We
do not intend to enter into this fundamental discus-
sion, but we do find this brave attempt most pleas-
ing. For us it would be unsatisfactory to establish
that thè roundhead period is absent in engravings wi-
thout wondering why this unusual style of paintings
is not to be found in Mathenduch or Wadi Djerat,
despite its having featured for a long period in Tassi¬
li and Acacus, barely 100 km away, in similar cli-
matic conditions. It is unlikely that these areas were
not settled at thè same time or that there was sud¬
denly no wish for pictures in Mathenduch, despite
thè obvious continuacion of engravings. Lothe’s opi-
336
rOdiger lutz
nion that completely difTerent tribes were at work
seems more acceptable, but thè question neverthe-
less remains as to what happened in neighbouring
Mathenduch during thè roundhead period in Tassili
and Acacus. In this connection, thè fundamental
question remains as to thè absolute age of thè engra-
ved wild animai period. Various animals of thè sa-
vannah — bubalus, elephant, hippopotamus, rhinoce-
ros etc. — are depicted in Mathenduch engravings
with a frequency which bears no relationship to thè
few examples of earliest paintings. If wild animai en¬
gravings were really executed at thè same time as bo¬
vine paintings, it is, although not constituting any
proof, very difficult to understand why paintings
which otherwise depicted thè most intimate private
sphere should take practically no notice of thè wild
animals living in thè vicinity. Even if there was no in¬
terest in hunting, grazing land must have prompted
competition. When locai conditions are taken into
account too, there is no doubt that thè engraved wild
animai period goes back considerably further than
painting. Although extreme caution must be exerci-
sed when comparing thè patina and weathering of
difTerent engravings, it cannot be overlooked that thè
engravings of big animals extended over a very long
period. When we consider how well preserved thè
engraved bovine pictures are on thè whole and when
we remember that these might be up to 7.000 years
old now, we have a basis for comparison with thè en¬
gravings of wild animals. Very many wild animai pic¬
tures which might be just as old as thè bovine pic¬
tures are also equally well preserved. Although we
cannot even approximately assess thè signs of wea¬
thering in thè millenia prior to thè beginning of thè
cattle herdsmen period, it is plain that wild animai
pictures exist in all States of preservation. Many have
several superimpositions, many can only be recogni-
zed in traces (e.g. Mori’s bubalus from Ti-n-ascigh
(Mori, 1978)) and in many only single superficial
lines can be made out, no longer enabling thè subject
to be identified (Inhabeter I). If, as pure speculation,
we take thè earliest engraved work to be twice as old
as thè pictures of thè classic cattle herdsmen period,
we go back 12.000 years from today. This would ap¬
proximately coincide with thè beginning of thè great
wet phase. This dating can certainly not be substan-
tiated in any way and it has no meaning, but we fmd
it in no way alarming either. Modern investigations
into thè weathering of Central European sandstone
buildings and quarries provide no clues to a compar-
able course of weathering in Saharan pictures. Ob-
viously utterly difTerent conditions prevailed (Zehn-
der, 1982).
In thè absence of reliable dating, thè rock art gal-
leries and sequence of pictures discovered by Fro-
benius in Fezzan prompt comparative chronology.
Although conscious of thè problems involved, we
have attempted to work with thè following criteria:
1) The superimposition of individuai pictures. A
later adding of eyes.
2) Picture content - Large animals that soon beca-
me extinct, bubalus etc., later oxen and camels.
3) Size of picture - We presume that they became
smaller in thè course of time.
4) Primary surfaces (Frobenius, 1937) - That is,
large smooth slabs of rock at thè foot of a rock face,
in thè centre of rock art galleries, most suitable for
working.
5) Patina - The blackish brown layer of desert
varnish.
6) Weathering - Corrosion caused by climate.
7) Technique and workmanship - That is, thè kind
and thè depth of thè gouging, smooth picture surfa¬
ces, subjects depicted in profile or from thè front,
outline of thè whole animai with two or four separate
limbs as opposed to perspective drawing, thè hind
legs in particular. Pointed legs.
8) Style - Strictly naturalistic and faithful to detail
or stylized.
9) Meaning - Cults, symbols.
Frobenius noticed thè animals with pointed legs
and Graziosi (Graziosi, 1962) referred to this special
feature elsewhere. Taking as an example Inhabeter
III, at present thè most significant concentration of
rock pictures in Fezzan, we notice that this kind of
design displays other features, too. The long-tailed
monkeys (Fig. 27) in thè top focal point of thè scene
could be a characteristic fossil for this style. Careful-
ly polished, thè fìgures have a light patina and show
no signs of weathering, extremely early dating is not,
therefore, applicable. Superimposed upon thè right-
hand animals is a finely etched human figure with
European features, thè hair arranged in thè manner
frequently encountered in thè heyday of bovine
painting (Graziosi, 1979). The picture of thè long-tai¬
led monkeys must, therefore, have originated in thè
cattle herdsmen period at thè latest. It certainly has
nothing in common with thè archaic bubalus de-
signs of Inhabeter (Fig. 25). On a boulder in thè river
bed of Inhabeter III we fmd a charging bubalus herd
(Fig. 28) in small format, thè animals being extensi-
vely stylized. Similar designs can be found at thè foot
of thè rock face near thè large elephants of Inhabeter
II. In Inhabeter III, alongside a number of naturalis-
tically depicted giraffes in large format with all thè
characteristics of an early period, so far recognized
by everybody, we can distinguish designs that are
absolutely related to thè style of monkeys (Figs. 29
and 30). The particularly remarkable features are
thè smaller size, thè deep gouging, pointed legs, poli-
shed surfaces and neglect of details such as hair, coat
markings, eyes etc. In addition to thè familiar, strict¬
ly naturalistic, 3 m elephant (Fig. 31) in Inhabeter II
there is a second example (Fig. 32) executed in this
stylized, polished manner. It is superimposed upon
earlier pictures, perhaps even upon a reworked (egg-
head) bubalus like no. 8 in Fig. 3. Jelinek (XXII/3
no. 9) regards this animai with its over-long horns as
bovine. In Enneri Blaka and in thè Wadi Djerat we
noticed fully stylized designs representing bubali,
elephants and rhinoceroses. All were carefully poli-
shed and usually considerably smaller than thè ar¬
chaic models. These can by no means be regarded as
roundhead engravings, but no doubt exists in our
mind that a change in style occurred during thè so-
called bubalus period.
In our opinion thè style we have just described is
thè younger and we would like to define it as thè
LATER HUNTER PERIOD or LATER WILD ANI-
MAL PERIOD. Unmistakably there is a departure
from strict naturalism and an adoption of thè sym-
bolic, this extending to include thè demonic and thè
magical (Fig. 27). The bubalus at Wadi Djerat (Fig. 33)
is small and practically only recognizable as such
by its horns; thè accompanying spirai is by no means
incidental, but is to be regarded as a sign of spirituali-
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
337
zation. We thus divide Jelinek’s decorative style
(The Decorative Rock Art XXIII/3, p. 267) into two
separate elements - an early and a later hunter style -
without, however, fundamentally contradicting Jeli¬
nek’s views. We regard thè change in style as being
chronologically consecutive. Elsewhere (Fig. 5) we
also come to thè conclusion that these pictures of
high artistic quality were preceded by simpler de-
signs. A similar conclusion can also be reached on
thè basis of Mori’s giraffes at Ti-n-ascigh, Acacus.
These observations made during thè course of our
travels, were unexpectedly confirmed by thè disco-
very of thè site at Wadi Issaghen, described here. This
site — its dimensions do not even approach those of
thè rock art galleries described by Frobenius — in a
remote situation up thè valley is smaller and more
stylistically compact. Applying thè criteria listed
(p. 336), we find that it goes back further, but finishes
earlier. The horse and carnei periods are entirely abs-
ent, cattle herdsmen designs are sparse. We are fami-
liar with one bovine picture (Fig. 13), an outline
drawing with deep «monumentai» gouging, similar
to thè individuai animals in Inhabeter III (ox with
drover in asses’ mask, Fig. 34), which we regard as
pre-cattle herdsmen. A group of three oxen or sheep (?)
(Fig. 14) with a much lighter patina, situated on a se-
condary surface, is thè only design that can be re-
garded as late cattle herdsmen. On thè other hand, it
was interesting to fmd numerous bovine pictures
along thè course of thè Wadi Issaghen and upstream
from thè site. The cattle composition (Fig. 12) — this
will be discussed later — can hardly be regarded as a
typical bovine design. This animai was named by
Muzzolini (Muzzolini, 1986-1987) as “boeuf à tenac¬
ie” or as Aurochs. This classification is thè content of
a work which has to be done separately. Since we can
presume that thè activities in this rock art gallery
were almost concluded by thè beginning of thè cattle
herdsmen period (approx. 7.000 BP), thè question
arises as to thè earliest picture at this site. The buba-
lus rock (Fig. 3) must certainly be regarded as thè
primary surface. The slab lying horizontally beneath
it (Fig. 4) underlines thè importance of this picture.
The bubalus example (Fig. 3) described in thè pic¬
ture caption can be compared with thè already
known early bubalus designs at Inhabeter and Tel Is¬
saghen (Fig. 25). The number of animals (herd, 15
animals) also indicates that thè originai picture was
from an early period when thè bubalus was domin-
ant. Although thè bubalus itself is not absolutely
synonymous with an early period, this is a particular
case. This picture is hitherto unique in thè entire Sa-
haran area, but its true significance lies in thè fact
that it was later reworked in a different technique
and in a different style. In thè outer sections of this
3 x 3 m scene thè animals have been preserved in
their originai state, displaying thè patina- of naturai
rock and marked weathering. The centrai reworked
section has some lighter patina; strong but less wea¬
thering as found on thè further parts can be seen on
thè smooth polished parts. The retouching displays
all thè features of thè late hunter style as described
by us, and we regard this as obvious evidence of thè
development in style which we have described.
The reworking of archaic bubali is also encoun-
tered elsewhere, see Jelinek XXII/2 Mathrndush
no. 3, 4, 6, etc. The build of some of thè animals is
more reminiscent today of that of a cow, many of
them have an additional bovine tail as well as thè
curled tail of archaic bubalus pictures. It must also be
mentioned that in our case thè horizontal basic slab
(Fig. 4) — this is exposed to much weathering — with
its hollows and holes is worked in thè late style. The
stylized animals and thè bubalus, perhaps dying or
dead, are an expression of inner change and also
serve to emphasize thè cultic element at this spot. It
seems that thè significance of thè cult increased with
a progressive change in style, thè peculiarity of thè
more recent hunting period being its espousal of thè
religious and mystic element and it is therefore more
related to roundhead painting. Frobenius’ assump-
tion that thè rock art galleries were cultic sites is
strengthened by these observations.
The scene which we have termed rock art calendar
(Fig. 5) on account of thè many superimpositions is
set in a shelter to thè immediate right of thè bubalus
rock. It contains interesting pictorial sequences, but
it also poses a puzzle. The bubalus of which only thè
head remains (b) and thè giraffe in large format (a)
are probably thè oldest pictures. All thè other pic¬
tures superimposed upon it, thè large giraffe in parti¬
cular is of modest quality. We would tend to regard
thè oldest pictures as being carefully executed, detai-
led and faithful to nature. Both pictures mentioned
are greatly weathered and bear thè patina of naturai
rock. Independently, we reach thè same conclusion
here as Jelinek (The Earliest Rock Carvings XXIII/3
p. 267), viz. that more modest picture perhaps pre¬
ceded thè archaic and decorative examples of high
artistic quality. The elephant (c) at thè top probably
Comes next chronologically. The small format, thè
successful design, thè ambling gait, thè carefully po¬
lished contours and body, thè outlined forelegs — all
these characteristics belong to thè late hunting style.
It is important that this sophisticated elephant is pre¬
ceded by more modest designs. The lowest bubalus (d)
displays no quality of workmanship and, what is
more, it has paws; it seems to be a mere copy of ear¬
lier designs. This can be explained by thè fact that
thè bubalus probably retained its cultic significance
for a long period after it had become extinct.
The masked dancers (Fig. 6) are located on a pri¬
mary surface at thè base of thè rock facing thè buba¬
lus rock. Many similar examples can be found in thè
whole area. For human figures they are large, stand¬
ing out against thè much weathered little figures of
hunters on thè bubalus boulder (Figs. 3 and 20) which
are suggestive of an early period. These masked dan¬
cers also seem to fìt into thè mystic late hunter per¬
iod of pointed legs. At present, at any rate, nothing
exists to contradict this hypothesis. It is more pleas-
ing than thè idea of veiy early periods during which
little people hunted big animals. On thè elephant
boulder (Fig. 10) at this site a maskeds dancer (lower
body visible only) has been covered by another de¬
sign. One cannot draw any conclusion from this, but
it is not incongruous with early, pre-cattle herdsmen
dating of mask wearers. Continuing this line of
thought, we may attribute thè deeply gouged, usually
solitary «monumentai oxen», as depicted at Inhabe-
ter III (ox with drover in asses’ mask, Fig. 34), and
our ox, too (Fig. 13) to a pre-cattle herdsmen period,
as suggested on page 5. This also accords with thè ge-
nerally accepted opinion that thè appearance of
herds signifies thè reai beginning of thè cattle herds¬
men period («bovidien», «pastorale»).
338
RUDIGER LUTZ
The recumbent figure (Fig. 7) is locateci in an al-
most horizontal shelter in thè centre of thè scene and
half-way up thè rock. It without doubt holds cultic
significance. We cannot draw any conclusions attri-
buting this figure to any particular style, but such a
depiction, never before encountered by us, emphasi-
zes yet again thè spiritualization and espousal of thè
occult which we presume to be indicative of thè later
hunting period (Wadi Djerat, Fig. 33). Despite thè
head’s position directly on thè body and despite thè
antennae, we certainly cannot cali this a roundhead
engraving, but it is without doubt of great signifi¬
cance in thè interpretation of rock art galleries as cul¬
tic sites. Almost entirely weathered remains of early
engravings, among them a small worshipper (Fig. 21),
contrast markedly with thè human figure which has
been preserved more or less intact. They prove that
this shelter was already significant thousands of
years before this engraving was executed.
The gerenuk herd (Figs. 8 and 8a) with thè three
giraffes can be regarded as a stylistic unity. The pro-
lific pictorial ornamentation seems to have originat-
ed at one and thè same time. As in thè case of thè bu-
balus rock, thè number of animals covering thè boul-
ders is surprising, especially since we are only fami-
liar with thè gerenuk in sparse individuai pictures
scattered throughout thè valley of Inhabeter. Equally
we are tempted to attribute this pictorial complex to
thè late hunting period. The stylization of thè gere¬
nuk heads strengthens us in this opinion. Animals 9
and 10 (Fig. 9 and 9a) from right impressively charac-
terize this style. The economie outline drawing, ne-
glecting thè leg sections, produces a composition
that is amazingly effective. The occurrence of thè gi¬
raffe gazelle in this area is doubtful. It could also be
about another animai which we could not identify till
now. In any case this animai is shown only on a very
limited area in thè Amsach Sattafet. As mentioned in
thè caption, thè large reticulate giraffe emphasizes
thè style of thè late hunting period.
Two forcefully moving elephants dominate thè
elephant slab (Fig. 10). Some 50 cm in height, care-
fully worked and polished, these animals well suit
thè style of thè late hunting period. Each bears two
hollowed eyes, at least one of these having been
added later; thè patina does not diflfer, however. This
subsequent correction in thè case of big game is en¬
countered everywhere in thè Sahara, particularly in
Inhabeter and thè Wadi Djerat (cf. Frobenius’ croco-
dile, piate XVII). These hollowed eyes are originally
found in thè cattle herdsmen period, e.g. in thè pic¬
tures at In Debiren (Fig. 35), Terrarat and thè cow or
gazelle at Tinterhert (which is attributed to thè wild
animai period?). We shall not presume to attribute
this later addition of a second eye to a definite per¬
iod. It does, however, constitute an important fact in
respect of early engravings. It establishes a time, un-
known to us, before which these pictures must have
been executed. We must add that at present we are
familiar with many bovine pictures which were alte-
red in this way.
This fact is thè content of a separate work. In thè
right-hand elephant it is noticeable that thè right
foreleg is depicted more as an outline. As described
by Mori (Mori, 1965) in Acacus, outline drawings
are assumed to be a feature of a later period. When
portraying thè elephant, thè artist was more concer-
ned with expressing force and movement than with
showing precise details, as used to be common in ar-
chaic times. The three «little people» (Fig. 10) distri-
buted over thè area are dealt with subsequently.
Remainders of early engravings can be recognized.
Perhaps this boulder once bore a different decora-
tion which was reworked in thè late hunting period.
The «blurred» elephants on thè left are incomplete
and difficult to date, as are thè superimposed masked
figure and thè rudimentary animai below.
The picture of an ostrich with a hunting dog (Fig. 11)
is captivating in its expressivity and movement. The
patina is conspicuously light. The fast movement of
thè dog is captured with simple strokes, thè flight of
thè ostrich being indicated by thè powerful muscles
of thè leg — features unknown to early art. The large
reticulated giraffe (Fig. 8 and 8a) might be by thè
same hand. The stylization reaches its apogee in this
picture. The question as to whether this is a hunting
dog must remain open. It is probable that thè fast
and untiring ostrich is no easy prey for a wild dog.
We regard thè stylization of thè dog as thè finest em-
bodiment of thè «NEW STYLE» at this site.
The doublé picture of thè bull with horns «à te-
naille» and thè cow is difficult to classify (Fig. 12). It
could deal with Bos primigenius. Muzzolini (Muzzo-
lini, 1986-1987) calls it Aurochs. The painstaking exe-
cution of thè very early naturalistic style is absent here,
but we see no reason to attribute it categorically to thè
cattle herdsmen period. This picture also fits thè late
hunting period or thè beginning of thè cattle herds¬
men period. From Inhabeter III we are familiar with
a comparable picture of interest (Fig. 36). Three hor-
ned animals (antelopes?) adorn one surface of a
boulder. A largish «monumentai» ox grows out of
thè hindquarters of one of them. Each shares thè
same hind legs and hindquarters. The ox has for-
ward-curving horns and is dappled — domesticated.
It stands on a primary surface, facing thè valley, and
can be regarded as thè more important part of thè
composition. In our doublé picture (Fig. 12) a similar
ox grows from thè withers of a strong bull, a small
person being depicted at thè front. The hindquarters
of thè ox and thè front parts of thè bull are skilfully
integrated with each other. Tracings of earlier engra¬
vings bear superimpositions, thè running birds at thè
side are older, judging by their patina. We would like
to take these two pictures as evidence of thè success-
ful domestication and breeding of thè ox, although
we do so with great reservation, this only being one
of thè many ways of interpreting thè picture. Man
had passed from thè purely aquisitive economie Sys¬
tem of thè palaeolithic period to thè neolithic era of
food production and Storage. The obvious presence
of antelopes does not worry us here. Man has never
been satisfìed with what has already been achieved,
he has always included various wild animals in his at-
tempts at domestication and he stili does so today.
This site is obviously a compact entity. For this
reason we wish to treat thè pictures of people separa¬
tela and to describe them in thè presumed chrono-
logical order.
1) The hunter at thè lower edge of thè bubalus boul¬
der (Figs. 3 and 20) is small in comparison to thè ani¬
mals. He holds a large, long-range bow. Judging by all
thè criteria, he seems to belong to an early epoch, thus
being among thè oldest pictures at this site. The upper
hunter (Fig. 3, above) might belong to a later epoch. It
was emerged by freshening up thè plaque of bubalus.
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
339
2) The worshipper (Fig. 21) in thè shelter with thè
recumbent figure (Fig. 7) is much weathered. This
and various remains of indiscernible engravings all
point to a relatively great age. Similar worshippers
are to be found in thè roundhead painting (Fig. 26,
left). The execution distinguishes thè figure plainly
from thè previous hunters. We judge him to be
somewhat younger. The recumbent figure itself is
portrayed with thè head resting directly on thè body,
this figure is younger than thè worshipper. Its ap-
pearance is so unique that it cannot be compared in
any way to any of thè numerous pictures which are
familiar to us. In connection with thè worshipper we
must mention thè picture of a bearer (Fig. 22) stand¬
ing somewhat aside, next to thè elephant boulder.
The patina and weathering are similar and thè bearer
also seems to belong to an early epoch.
3) Next to thè head of thè centrai masked figure
(Fig. 6) is a small, long-limbed figure, probably part
of this scene. Three similar fìgures can be seen on
thè elephant boulder (Fig. 10). One (top left) has thè
elephant superimposed upon it. These fìgures are
not as deeply gouged as thè elephant and they are
more weathered. This little figure and thè masked fi-
gures can with many reservations be related to thè late,
polished wild animals. This means that thè masked
fìgures can be attributed to an early (pre-cattle herds-
men) epoch (see page 337, Fig. 13 and 34). This is
substantiated by thè fact that thè hindmost elephant
is probably superimposed upon a masked figure. Un-
fortunately no conclusion can at present be drawn
from this incomplete, clumsy elephant. The position
of other larger-sized fìgures wearing animai masks
(Frobenius, 1937 and Graziosi, 1979) on primary sur-
faces at Inhabeter III and II and at Tel Issaghen
points to a relatively early period. As far as their pat¬
ina is concerned, our masked dancers are consider-
ably younger than thè early bubali and their hunter.
4) The running hunters (Fig. 8 top right, Fig. 23
and 24) are most remarkable, contrasting obviously
with thè previous human pictures at this site. The
arm is pronounced in thè action of drawing thè bow.
The latter is smaller and difficult to make out. Per-
haps it is an abstraction, thè object itself being se-
condary to thè movement. The quiver can be recog-
nized, so can an apron. These hunters are in a better
state of preservation than thè pictures of people
mentioned hitherto, their dynamics are pronounced.
A hunter of this kind is part of thè gerenuk — giraffes
composition (Fig. 8). We would attribute it to a late
period.
Seen overall, thè human pictures, too, underwent
a change in style, thè naturalistic examples being
older. Simplification and abstraction occurred in thè
course of time.
Summarv
With few exceptions, all thè pictures at our new
site (see pictures 15 to 19, too) are characteristic of
one style, what we cali thè late hunter style. The un-
mistakable presence of archaic bubali, thè fact that
these have been reworked and thè obvious differen-
ce in patina between thè originai designs and thè re¬
working shows that artists, peoples and styles were
not concurrent with one another, but point to a chro-
nological process over a considerable period of time.
We regard thè cattle herdsmen period as thè epoch
from c. 7.000 BP until thè beginning of thè horse
period (analogous to «bovidien» or «pastorale»). By
this, we mean thè period when there were large
herds of cattle throughout thè Sahara, but not thè be¬
ginning of earliest domestication. We see thè arid
phase of thè 8th millenium BP as a demarcation line.
We term thè 2-3 millenia prior to 7.000 BP as pre-
cattle herdsmen (prepastorale). By this, we mean
thè period that witnessed thè very earliest domesti¬
cation (or introduction) of thè ox and other domestic
animals.
We cannot concur with Muzzolini (Muzzolini,
1983) who regarded thè entire wild animai period as
being but an offshoot of thè cattle herdsmen epoch.
In thè light of Mathenduch we are not able to compr-
ess thè course of changes in style, weathering, patina,
altering and superimposition etc. into thè cattle
herdsmen era. The evidence and thè superimposi-
tions for such an assumption are absent. It seems to
us questionable at thè least to assess Mathenduch
— as yet only minimally explored — in thè light of thè
Tassili paintings without including it in reai studies.
Major new fìndings concerning early rock art can be
expected, if at all, in Mathenduch. In our opinion thè
engraved wild animai period in Mathenduch com-
mences considerably earlier than thè bovine pain¬
tings at Tassili and probably earlier than thè round¬
head period, as well, thè date of which is not known.
At present there is no necessity fundamentally to re-
vise Lhote’s and Mori’s chronologies. This will re-
quire evidence and not discussion.
For linguistic reasons we must drop Lhote’s name
«bubalus period» in respect of thè early engravings.
We prefer «wild animai period» or «hunter period»,
dividing this into two eras, one early and one late.
Both eras together comprise Lhote’s bubalus style
and Jelinek’s decorative style. We connect all pictures
of wild animals (incl. Bubali) with thè early hunting
style which are mainly in large format, highly natu¬
ralistic, in perspective and usually static; they are
executed with anatomical details such as eyes, ears,
manes, coats, etc. By later hunting style we mean later
pictures of thè same fauna, usually polished and
generally smaller and displaying more movement.
Anatomical details and perspective are neglected.
The simplification is extensive and borders on
abstraction. The patina is lighter, thè state of preser¬
vation is better.
A few clues point to older, more sporadic wild ani¬
mai art (see Fig. 5). This seems to have been more
crude, less versatile (see Jelinek, The Earliest Rock
Carvings XXIII/3).
We freely acknowledge that thè various forms of
expression of Saharan rock art were concurrent with
one another. We regard it as obvious that thè later
hunting style in particular extended well into thè clas-
sic cattle herdsmen period. This circumstance led to va¬
rious false conclusions. Careful analysis will point out
more differences and variations in style.
At present we cannot give an unequivocal answer
to thè question of whether an engraved roundhead
period exists in Mathenduch. We stili have insuffic-
ient material. The possible discovery of conclusive
roundhead engravings in Mathenduch would be
ideal proof of thè validity of our relative chronology
of early engravings. Various elements indicate that
there were reverberations of thè roundhead period in
340
REDIGER LUTZ
neighbouring areas. Until conclusive evidence is
available, thè opinions of Lhote, Graziosi, Mori and
Jelinek, those great experts, are open to debate.
Our thanks go to thè People’s Republic of Libya
whose authorities provided thè required permits
quickly and unbureaucratically. Our acknowledge-
ments, too, to thè Libyan people who were exceptio-
nally friendly and cooperative. Our special thanks are
due to Dr. Rudolf Agstner who enabled us to under-
take this third journey to Libya.
Fig. 2 - Site. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
Fig. 3 - Bubalus herd. Wadi Issaghen (W. in Elobu). Fifteen bubali on a 3 m rock face, accompanied by two small hunters.
The left half of thè picture is greatly weathered. We have numbered thè animals 1-12 from right to left and from bottoni to
top. Archaically naturalistic hindquarters of animals 2, 3, 5, and 8. No. 4, 5, 7, and 10 in originai condition. The peaceful
expression of 4 (recumbent) is remarkable. The fore-quarters of 3, 8, and 9, were reworked at a later date. See right horn
of 3, and thè overlapping of 3, 4, and 5. The centrai, reworked sections have a light patina, but show less weathering. The
surfaces are polished, thè forelegs are stylized and show a front perspective in outline. Two style elements can be diffe-
rentiated in 8, (above right): Hindquarters with archaic profile view and legs in perspective, fore-quarters with outline
suggested and with gouged dappling, no eyes. The outline is particularly marked in no. 3.
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
Fig. 4 - Horizontal slab in front of bubalus rock. Wadi Issaghen (W. in Elobu). Stylized bubalus with head bent, over-long
homs, small insignificant body (dead or sacrificial animai ?). Beneath it, a stylized horned animai with pointed legs and an
indefinable bovine animai.
Fig. 5 - Rock art calendar. Wadi Issaghen (W. in Elobu). (a) Giraffe, approx. 2 m tali, no particular features ofstyle. Hind-
quarters weathered, outline, patina of naturai rock. Above it, a pecked running bird from a later period. The lowest bubalus
is superimposed upon thè giraffe, (b) Central bubalus, much weathered, only recognizable at front. Bubalus beneath is
superimposed upon it. The elephant is superimposed upon this bubalus. (c) Elephant bull, deeply gouged, entire surface
polished, naturalistic design of high quality. Note position oftail. Hind legs well in perspective, forelegs outline. The patina
appears lighter due to intensive working, (d) Lowest bubalus, work lacking quality, superimposing all other pictures. Patina
very dark. Not naturalistic or stylized, clumsy paws. (e) Outside left, elephant with doublé contours. Unfinished?
342
RÙDIGER lutz
Fig. 6 - Masked dancers. Wadi Issaghen (W. in Elobu). Three masked dancers (see thè drawing below), approx. 1 m in
height, move from left to right; next to thè centrai dancer is a small man in thè style of thè elephant slab (Fig. 10). Pecked
giraffes with a light patina are superimposed upon thè picture.
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
343
Fig. 7 - Recumbent human figure. Wadi Issaghen (W. in Elobu). Life-size human figure with outstretched limbs, lying on
its back on thè almost horizontal floor slab in a shelter, no particular style. Pecked outline, head placed directly on body.
Hollowed eyes and two antenneae on head. Fiat hollow indicating genitals. Light patina due to freshly deposited slime
from ceiling. Small, fiat hollows and deep holes situated in interior of shelter.
344
RUDIGER LUTZ
Fig. 8 - Gerenuk herd with giraffes, left rock face cut away. Wadi Issaghen. (W. in Elobu). Above thè masked dancers thè
rock is cut away at right angles with smooth faces. The left face contains nine gerenuks (giraffe gazelles) between two giraf¬
fe compositions. Only two gerenuks are complete, only thè upper part of thè others is shown. The three gerenuks between
thè right-hand giraffes are shown in a typical, grazing position. The pictures are carefully polished. The legs culminate in
straight strokes (pointed legs). Horns and ears, but no eyes. The muzzles are shown as deep hollows. The left-hand giraffe
was obviously retouched after thè rock cracked. The reticulate giraffe is artistically designed, its movements very naturai.
The neck and head are cleverly stylized by means of a few strokes (8a). In thè right-hand section of thè picture two giraffes
scent thè air, each looking in a different direction. A naturalistic portrayal, imparting a sense of spatial depth. One is reti-
culate, thè other has a spotted coat. To thè right of thè giraffes is a small, stylized hunter with bow and arrow.
Fig. 9 - Gerenuk herd (right). Wadi Issaghen (W. in Elobu). Approximately 20 gerenuks, 1 m in height, stand on thè same
level in thè right face of thè cutting. Apart from a few incomplete or later designs at thè edge, they present a compact pic¬
ture. The herd is moving towards thè right; thè portrayal of so many animals next to each other is exceptional in Libyan
engraved rock art. Ears, horns, legs and muzzles as in previous picture. Animals 9, and 10, (from right) stand out particu-
larly due to their deeply incised snouts, a powerful example of this abstract style (Fig. 9a).
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
345
Fig. 10 - Elephant slab. Wadi Issaghen (W. in Elobu). Five elephants can be recognized in all. Only two are complete,
a large cow (a) and a small bull (b). Deep gouging and carefully smoothed surfaces. The following animals (c) are incom¬
plete. Perhaps they are blurred in thè thicket. They are superimposed upon thè trunk of a (masked ?) dancer (d). There is
merely a suggestion of thè animai at thè bottom. Three simplified figures of little men (e), as in Fig. 6 (masked dancers).
The elephant at thè rear is superimposed upon one (f) of them.
Fig. 11 - Hunting dog with ostrich. Wadi Issaghen (W. in Elobu). Greatly stylized dog hunting an ostrich. The picture is
at thè foot of thè rock face, to thè right, set somewhat aside from thè others. The patina is noticeably light.
RUDIGER LUTZ
Fig. 12 - Bull with Horns “à tenaille”. Wadi Issaghen (W. in Elobu). Vigorous bull, approx. 90 cm high, poor perspective
of legs, head shown in half-profile. Another horned animai grows out of its withers. The forward-curving horns indicate
that this bovine animai is bred, domesticated. The outlines of thè bull are fully preserved and integrated with thè hind-
quarters of thè other animai. The part of thè body shared by both is polished. To thè left, a small stylized human figure,
hurrying towards thè bull’s head. Top right, two running birds. Remains of other engravings, people, animals.
Fig. 13 - Ox, deeply incised. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
IHMBI
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
347
Fig. 15 - Hyena, followed by person wearing an indefinable animal’s mask. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
Fig. 14 - Cattle or sheep. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
348
RUDIGER LUTZ
Fig. 16 - Rhinoceros, greatly stylized. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
Fig. 17 - Horned animai with stripes (zebra ?). Wadi Issaghen (W. in Elobu).
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
349
Fig. 18 - Rhinoceros. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
Fig. 19 - Dog, greatly stylized. Wadi Issaghen (W. in Elobu)
350
RUDIGER LUTZ
Fig. 20 - Hunter on bubalus rock. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
Fig. 21 - Worshipper. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
351
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Fig. 22 - Bearer. Wadi Issaghen (W. in Elobu).
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RUDIGER LUTZ
Fig. 23 - Running hunter from gerenuk herd (Fig. 8). Wadi Issaghen (W. in Elobu).
Fig. 24 - Hunter with giraffes. Wadi Issaghen (W. in Elobu)
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
353
Fig. 26 - Demon of Sefar. Tassili
354
RUDIGER LUTZ
Fig. 27 - Long-tailed monkeys. Inhabeter III (W. Mathenduch).
Fig. 28 - Bubalus herd, charging. Inhabeter III (W. Mathendouch).
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
355
Fig. 31 - Elephant. Inhabeter II (W. Mathenduch)
356
rOdiger lutz
Fig. 32 - Elephant. Inhabeter II (W. Mathenduch).
Fig. 33 - Bubalus. Wadi Djerat
ROCK ENGRAVINGS IN THE SW-FEZZAN, LIBYA
357
Fig. 34
Drover in asses' mask with ox. Inhabeter III
(W. Mathenduch).
Fig. 35 - Oxen. In Debiren Tassili.
358
RÙDIGER LUTZ
Fig. 36 - Ox with two heads. Antelopes. Inhabeter III (W. Mathenduch)
BIBLIOGRAPHY
Frobenius L., 1937 - Ektade Ektab, Leipzig.
Graziosi P., 1962 - Arte rupestre del Sahara libico.
Graziosi P., 1979 - Valcamonica Symposium.
Jelinek J., 1984-1985 - Anthropologie, Brno/CSSR, XXII/2,
XXII/ 3, XXIII/2, XXIII/3.
Lhote H., 1984 - Les gravures rupestres de Patlas saharien, Alger.
Mori F., 1965 - Tadrat Acacus, Torino.
Mori F., 1978 - Sahara. Museum der Stadt Koeln.
Muzzolini A., 1983 - L’Art rupestre du Sahara Central. Tou-
louse.
Muzzolini A., 1986-1987 - Deux Nouveaux «Ektade Ektab». Ars
praehistorica, V/VI.
Van Albada A. & A.-M., 1990 - Archeologia, Dijon, 261.
Van Albada A. & A.-M., 1990 - Sahara 8, Torino.
Zehnder K., 1982 - Verwitterungen von Molassesandsteinen,
Ziirich.
The pictures are published by: Frobenius, Leipzig 1937: No. 27, 30, 34, 36; Jelinek, Brno 1985: No. 29, 31, 32;
Lhote, Arthaud 1958: No. 26, 35; Lhote, C.R.A.P.E. 1975: No. 33.
Riidiger Lutz: Gerhart Hauptmannstrasse 20 - A-6020 Innsbruck ÒSTERREICH
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Béatrix Midant-Reynes, Nathalie Buchez,
Albert Hesse & Claude Lechevalier
Le site prédynastique d’Adaima (Haute-Egypte).
Ramassage raisonné de la surface: résultats et perspectives
Résumé — Le site prédynastique d’Adaima se trouve à 8 km au sud d’Esna, sur la rive ouest du Nil. Il comprend un
ensemble très pillé de sépultures et un secteur d’habitat se présentant comme une vaste étendue de matériel archéologique
qui longe les cultures sur près d’un kilomètre et se développe sur environ 500 mètres dans le désert.
La collecte raisonnée des vestiges de surface a permis d’acquérir d’emblée un nombre d’informations que la fouille ne
livre qu’à l’issue de plusieurs campagnes: inventaire des cultures présentes et extension spatiale de chacune d’elles.
L’application de cette démarche à AdaYma a mis en évidence un développement complexe de l’habitat au cours de la
période nagadienne, de 3800 à 3200 avant notre ère, et jusqu’aux premières dynasties égyptiennes, dans le sens d’un glisse-
ment de l’occupation, du désert vers la vallèe.
Abstract — The predynastic site of Adai'ma is located at 8 km South Esna, on thè West bank of thè Nile. It includes a
very plundered tombs set and a settlement appearing as a large area with artefacts, going on about 1 km along cultivated
lands.
The reasoned surface collection allowed to gain a great deal of informations which excavations betray only by several
campaigns: survey of locai cultures and their extensions.
The application of this method to thè site of Adai'ma displayed a complex developpement of thè settlement, making a
shift from thè desert to thè valley during thè Nagada Periode (3800-3200 B.C.) and down to thè first egyptian dynasties.
Situé sur la rive ouest du Nil, à 8 kilomètres au sud
d’Esna (Fig. 1), le site prédynastique d’ Adai'ma com¬
prend une zone de sépultures et un secteur d’habitat
se présentant comme une vaste étendue de matériel
archéologique qui longe les cultures sur près d’un ki¬
lomètre et se développe sur environ 500 mètres dans
le désert.
Exploré par H. de Morgan au début du siècle
(1912), puis par S. Sauneron et F. Debono (1974), son
exploitation fut rendue récemment nécessaire par
l’extension des cultures qui menace de le détruire.
Dans son cadre géomorphologique général, le site
se place dans la zone des basses terrasses qui domine
de 5 à 10 mètres l’actuelle piaine alluviale.
LE RAMASSAGE RAISONNÉ
Problématique
Pour la première approche d’un site de cette am-
pleur, la collecte des vestiges superficiels permet
d’acquérir d’emblée un nombre d’informations que
la fouille ne livre qu’à l’issue de plusieurs campa¬
gnes: inventaire des cultures présentes à travers le
matériel abandonné et l’extension spatiale de chacu¬
ne de ces cultures.
Dans un premier temps, l’espace à étudier a été fì-
xé: environ 40 hectares s’étendant sur près d’un kilo¬
mètre le long de la vallèe ont été piquetés à madie de
100 mètres de coté (Fig. 2). Chacun des points ayant
été nivelé, on a disposé immédiatement d’une carte
topographique pouvant ètre traduite en courbes de
niveau sommaires. A chaque noeud de ce réseau a
été recueilli un échantillon de matériel sur des surfa-
ces d’étendue variable en fonction de l’abondance
des objets (Fig. 3):
— une surface d’échantillonnage ini ti ale de 1X1,
2X2, 4X4, 8X8 mètres est tout d’abord choisie de
telle sorte que la collecte exhaustive des objets qui s’y
trouvent ramène au moins cinquante individus (silex
et tessons sont recueillis en deux passes successives
distinctes);
— une surface d’échantillonnage secondaire quatre
fois plus grande que la précédente — à l’exclusion de
la dernière qui s’avérerait trop grande — sert ensuite
à un ramassage sélectif de bords, fonds, anses, dé-
cors ... de céramique et de silex remarquables, qui
viennent enrichir l’échantillon en éléments caractéri-
stiques, dans une proportion connue (4/1).
Une analyse sommaire ayant clairement mis en
évidence la limitation du site prédynastique aux 20
hectares situés le plus à l’ouest, l’échantillonnage a
été, dans un deuxième temps, au moins doublé sur
cet espace par des prélèvements sur la madie de 50
mètres de coté pour arriver à un total final de 67
échantillons. Dans toutes ces opérations, une atten-
tion particulière a été portée à ce que la collecte s’ef-
fectue dans des conditions d’observation les plus
uniformes possibles et dans un ordre aléatoire sur le
terrain. Ceci permet d’éviter au maximum les dérives
apparentes de la distribution sur l’espace que peut
quelquefois induire l’accoutumance des ramasseurs
(Fig. 4).
360
BÉATRIX MIDANT-REYNES, NATHALIE BUCHEZ, ALBERT HESSE & CLAUDE LECHEVALIER
L V
MERIMDE BENI SALAME
HELIOPOLIS - -
MAADI LE CAIRE
TOURAH
OMARI
/ FAYOUM
gUT^RKHAN
•G^RZEH
ABOIXJIR EL-MELEQ
BADARI
MAHASNA 1
ABYDOS
i HaW'Vt
Ouad‘
NAGADA
7
^-"KHARGA
ADAIMA
HIERAKONPOLIS •
ELKAB
KOUBBANIEH
so ioo Km ); ASSOUAN
J _ i— J u
Fig. 1 - Carte de la vallèe du Nil.
LE SITE PRÉDYNASTIQUE D’ADAIMA (HAUTE-EGYPTE). RAMASSAGE RAISONNÉ DE LA SURFACE: RÉSULTATS ET PERSPECTIVES
361
Les coordonnées des points sont données en X / Y
Ouadi
Fig. 2 - Carroyage de la surface à ramasser.
Fig. 3 - Surface.
Fig. 4 - Le ramassage.
Avec chaque échantillon, une brève description de
la surface échantillonnée et de ses environs immé-
diats est effectuée: topographie, nature du sédiment,
richesse en pierres (hors silex et outillage), présence
ou non d’ossements, de charbons, de coquilles...
Associées au pian topographique et géomorpholo-
gique dressé par ailleurs, ces informations contri-
buent à la description générale du site et constituent
fune des données fondamentales de cette prospec-
tion de surface.
Dans un dernier temps, le matériel a été trié et ré-
parti en classes absolument empiriques sur des critè-
res très hétérogènes de date, de matériau et/ou de
morphologie des débris qui constituent les bases d’u-
ne «pré-typologie».
L’objectif avoué à ce stade n’est que la constitu-
tion de groupes aussi homogènes que possible, dont
la distribution sur l’espace est censée donner l’éten-
due de l’occupation aux différentes époques. On
aboutit ainsi à la constitution d’une matrice d’effec-
tifs en fonction échantillons, d’une part, des classes
d’objets, d’autre part.
Cette matrice est soumise à un programme d’a-
nalyse factorielle qui permet de juger de l’identité,
de l’opposition, de la validité des classes consti-
tuées et de faire des choix de regroupement pour le
tracé des cartes de répartition. Ces cartes sont re-
présentées en courbes de niveau qui privilégient
l’effectif moyen de chaque groupe constitué et les
concentrations de matériel dans la proportion de
1,5, 2,25 . fois l’effectif moyen. Èlles fìgurent,
d’une manière évidemment approchée, les espaces
occupés aux époques correspondant au matériel
considéré.
362
BÉATRIX MIDANT-REYNES, NATHALIE BUCHEZ, ALBERT HESSE & CLAUDE LECHEVALIER
Les résultats
L’ensemble du matériel céramique a été distribué
en 84 classes dans le but du traitement informa-
tique destinò à visualiser les aires de répartition
chronologiques et/ou fonctionnelles. L’analyse com¬
parative de leur distribution spatiale a permis de
mettre en évidence un développement complexe de
l’habitat sur une aire de 22,5 hectares localisée à
l’ouest de la surface considérée, et une nette évolu-
tion chronologique.
Sans entrer plus avant dans l’analyse fine, la répar¬
tition des catégories 4 et 5 (rouge polie à bord noir et
rouge polie) montre que l’extension maximale du si¬
te correspond à la phase la plus ancienne (Fig. 5). La
faible représentativité des types tardifs (catégories 6
et 7) dans le secteur sud tendrait à le désigner corn¬
ine l’un des premiers à avoir été abandonné dès le
début de Nagada II, vers 3500 ans av. J.-C. Leur con-
centration au nord montre, en revanche, que l’occu-
pation s’est déplacée vers l’actuelle zone des cultures
sous laquelle elle semble se prolonger (fig. 6).
Ce sera maintenant à la fouille de valider ou d’in-
fìrmer ces résultats.
Le mème type d’analyse a été effectué avec le
matériel lithique. Les catégories constituées (nu-
cleus, éclats, lames, outils) visaient à mettre en évi¬
dence d’éventuelles zones de débitage; or, sauf
pour les lames qui présentent des concentrations
sur la nature desquelles il est encore difficile de
s’exprimer, la totalité du débitage affecte la totalità
du site; le silex étant à l’évidence un marqueur
moins sensible que la céramique aurait mérité un
maillage plus serré.
Fig. 5 - Carte de répartition de la catégorie céramique 4 (rouge
polie à embouchure noire, «Black topped» de la typologie tradi-
tionnelle) correspondant à la première phase d’occupation du
site (Nagada I à Nagada Ild 1/2 soit 38000 à 3300 BC).
Fig. 6 - Carte de répartition de la catégorie céramique 7 à pàté
marneuse non polie («Wavy handled», «Decorated» et «Late» de
la typologie traditionnelle) apparaissant au Nagadien Ilb, tou-
jours produite durant la dernière phase d’occupation du site (en-
viron 3500 à 3100 BC). Le secteur sud de l’habitat est abandonné
durant le Nagadien IL Dès lors, seul le secteur nord est encore
occupò.
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Béatrix Midant-Reynes: C.N.R.S. Collège de France Cabinet d’Egyptologie
Place Marcelin-Berthelot 75005 Paris FRANCE
Nathalie Buchez: 143 rue d’Alésia, 75014 Paris FRANCE
Albert Hesse: Centre de géophysique de Garchy, 58150 Pouilly sur Loire FRANCE
Claude Lechevalier: Université de Paris X - Département de géographie, Nanterre FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Mark Milbum
Saharan stone monuments, rock picture and artefact
contemporaneity: some suggestions
Résumé — Le texte comporte plusieurs parties: L’association de monuments lithiques avec les peintures rupestres. Le
rapport entre les mégalithes européens et les peintures rupestres. Les objets anciens trouvés dans les monuments posté-
rieurs. Les problèmes de la nomenclature des monuments. Quelques suggestions en ce qui concerne la publication des
monuments. Noms proposés pour certains types de monuments.
Abstract - The text is split into various parts: Association of stone monuments and rock pictures. Association of Euro-
pean megalithic monuments and rock pictures. Older artefacts found in monuments. Problems of monument nomencla¬
ture. Suggestions for publication of monuments. Suggested names for some monument types.
«Les passionnés du Sahara le savent: le travail de Henri Lhote depuis plus d’un demi-siècle a été
un travail de titan...». (R. Chabaud).
To M. & Mme. Lhote this text is respectfully and gratefully dedicated.
Same of thè context of this paper were included
in thè text of thè paper read in Florence in May 1986.
As we now know, there were later published no Pro-
ceedings, so that little remains, except in thè me-
mories of participants, to be handed on to future
generation.
ASSOCIATION OF STONE MONUMENTS AND ROCK PICTURES
At thè Iwelen complex in N. Air, it does look as
though one may accept that thè «village/gisement»,
thè «necropolis» and thè carved rock pictures are
contemporary (Roset, 1988: 124, 134 & 144). Carvings
of apparent metal lance — heads and copper excava-
ted lance — heads are given as one proof, though thè
puny dimensions of thè latter, plus their stated mate¬
rial, may cause doubt as to their function. In terms of
thè «necropolis», proof rests on thè unstated age
of one crater-tumulus, though some other similar
monuments of Iwelen are dated broadly to thè
period 2300 to 2600 BP (Paris, 1990: 68). Other types
are older.
Part of thè title of one text is of interest, i.e.
«... The Wagon period». Was there one time-span,
embracing all Saharan wagons, no matter thè diffe-
rence one from another? When did this supposed pe¬
riod start? And when, and how, did it end? (Roset,
1988: 121).
The examples which follow, contrary to that given
above, do not prove identical dates for monuments
and rock pictures. But it may be that they should be
reconsidered and, perhaps, that further fieldwork
would pay off in some cases.
a) In a crater-topped tumulus (no. 7) at Iwelen
there occured a carving of a rhinoceros. The burial
was dated to 2675 ± 200 BP and thè conclusion was
that thè carving is contemporary or earlier (Paris,
1990: 55,68 & 72). Another publication mentions
«carved stone blocks» included in a monument,
which is not further identifìed (Roset, 1988: 152).
Cf. fìg. 15.
b) In 1978 I wrote to thè effect that when a recum-
bent pillar bears rock carvings, these are likely to be
positioned apparently at random and not thè right
way up, if thè pillar is later erected to form a standing
stone. I reasoned that one or more carvings positio¬
ned thè right way up, on a pillar standing beside a tu¬
mulus, will probably have been furnished as funerary
embellishment and should be contemporary. I was
thinking at thè time of some carvings at Lemqader,
Mauritania (Monod, 1948: fìg. 53).
At thè time I was ignorant of two other pillars at
Lemqader (Monod, 1937: fìg. 5), a serious omission
on my part, which has caused me to think twice. The
left-hand pillar shown illustrates two animai bodies,
each without a head, placed vertically along thè pil¬
lar. Above them stands thè rear half of a third ani¬
mai, this time positioned horizontally, hence «thè
right way up» on thè erect pillar (Fig. 1).
Fig. 1 - Carved pillars, Lemqader (after Monod).
364
MARK MILBURN
Who can thus say whether any of these beasts we-
re carved with thè express purpose of adorning a fu-
nerary pillar? Some of thè tumuli allied to standing
pillars were excavated and thè contents briefly pu-
blished (Monod, 1948: 30-32).
I stili feel that there is a chance of my 1978 theory
turning out to be correct, provided that each case is
examined separately.
The late A. J. Arkell (1955: 49), mentioning thè
Nubian C-Group habit of adorning their funerary
pillars with carved cattle, was intrigued by an appa¬
renti similar habit at Lemqader. But it was clearly
unknown to him that Monod had undertaken exca-
vations there.
c) A monumentai complex of E. Air, seemingly
between Koris Ajioua and Tafidet, has been termed
«a large stone circle, with small circles tacked onto it
and standing stones varying between 1,5 m and 3 m
in height». One of these latter is said to bear a pecked
giraffe (Bouesnard et al., 1962: fig. 2). Elsewhere in
thè text, however, it looks as though this giraffe oc-
curred on a fallen pillar, while thè «large stone cir¬
cle» becomes a «large circular tomb encompassing
other smaller tombs» (apparenti thè cited «small
circles»). In one such smaller tomb were found,
some 50 cm deep, a thick layer of ash mixed with
bone fragments, pottery sherds and a bead of ostrich
egg-shell (Bousenard et al., 1962: 6).
Further illustrations (none of them photographic)
indicate thè presence of various carvings, on upright
or recumbent pillars. We are not shown how each
carving is situated. I am aware of no further investi-
gation since 1962.
d) On one hurried touristic occasion I was taken
to visit thè east part of Kori Tagueit, not far to north
of Ajioua.
On a low hill top just to north of thè main kori I
saw a very faint bovid carved lengthways along a re¬
cumbent stone pillar. There were adjacent numerous
pillars, apparenti naturai, some inclined at steep an-
gles. I saw nothing ressembling a stone monument.
Fig. 2 - Disc/roundish paved platform.
Once back in thè vehicles, we set off about north-
wards towards Kori Anakom.
After an indicated 13 km we halted: some 200 m
to east of thè apparent tourist track, a companion ca¬
rne upon a stone monument. This was a roundish pa¬
ved platform with neither border nor centrai tumu-
lus, about 8 m in diameter and not more than about
50 cm high, both these figures being estimated. The
type has occurred frequenti in Takolokouzet, as
well as at Adrar Bous, near Iferouane and along thè
fringes of W. Air. One apparent example occured at
Iwelen (Paris, 1990: 50). Fig. 2.
Immediately to east, placed lengthways on thè
sand, lay four pillars, parallel one to another and ali-
gned about north to south. Several bore faint carved
bovids, positioned lengthways. Fig. 3 represents a
mere artists impression, since I was separated from
my camera at thè time.
e) Inside thè antechamber of a large structure at
E1 Mrei'ti, Mauritania, were found about a hundred
fiat stones with various painted designs.
It was noted at thè time that thè carnei was not fea-
tured (Chapelle et al., 1937: 514). The main part of
thè structure contained human remains which, like
those at Lemqader (see above), could not be dated
by means then available.
f) One part of thè walling of thè Monument of
Tin Hinan, Abalessa, in Ahaggar, has a stone hearing
an interrupted inscription, said to be Tifmagh, later
incorporated in thè wall (Reygasse, 1950: fig. 155).
If thè monument dates potentially to thè 5th cen-
tury AD, thè inscription is anyway earlier than thè
walling.
g) Finally here is a conundrum. In W. Immidir a
boulder was seen to be split into two main parts,
north and south, with part of an apparent stone rod
separating them.
It was thought that thè rod was being used to split
thè boulder to provide building material for monu-
ments adjacent (Milburn, 1984a). The south rounded
face of thè boulder, not affected by thè splitting,
bears traces of faint pecked carvings whose nature
could not be determined. In this case it is not pos-
sible to say which feature is older, rocksplitting or
carvings.
Fig. 3 - Disc/roundish paved platform with carved pillars to East.
SAHARAN STONE MONUMENTS, ROCK PICTURE AND ARTEFACT CONTEMPORANEITY : SOME SUGGESTIONS
365
ASSOCIATION OF EUROPEAN MEGALITHIC MONUMENTS AND ROCK PICTURES
Subject to any recent frnds and/or theories of
which I am ignorant, some eminent authors seem to
have been agreed as to thè existence of megalithic
art, defined as carving or painting executed on thè
structural elements of megalithic tombs (Shee, 1981:
11). Daniel (1963: 69) mentions murai art, including
paintings. Herity, (1974: 141) cites J. Hawkes as de-
monstrating that interchange between murai and
chattel art of thè passage-graves is common in Atlan¬
tic Europe.
There exists «art possibly related to megalithic
art», this being, inter alia, thè Gallego-atlantic style.
Commonest motifs are given as 1) cupmarks and 2)
«sets of concentric circles with centrai cup. The cir-
cles are frequently gapped and may have a radiai line
carved through thè gap». (Shee, 1981: 121-122). This
second type may be termed «cup-and-rings-and-
groove» (Milburn, 1986/87; cf. Morris, 1979: 12). It
has been stated that a high proportion of Scottish
grooves run downhill (Morris, 1977: 13). Fig. 4.
The principal motif of thè Gallego-atlantic style is
given as «concentric circles with radiai line». Howe-
ver thè use of thè motif on some of thè corbels of
New Grange, Eire, is not seen as «rock art» in this
specific case (Shee, 1981: 122).
Cups-and-rings were seemingly in use for well
over 3000 years in some parts of thè British Isles
(Morris, 1979: 15). Of some 104 suggested functions, I
fìnd that A. Thom (cited by Morris, 1979: 28) conclu-
ded that they are attributable to «Megalithic peo-
ples». A function apparently not listed by Morris, alt-
hough strictly applicable to multiple «cups», is a sta¬
tement on passes in Italian South Tyrol, «one often
finds artificial hollows in rocks, in which pilgrims ha¬
ve lit oil in honour of their God» (Menara et al., 1982:
20). See however remarks on thè dangers of confu-
sing naturai depressions with man-made «cups»
(Glaeser, 1981).
An unusual «keyhole» type of carving, with no
centrai cup, is evoked in Galloway by Morris (1979:
10 & 12). I omitted to spot this when compiling an
earlier text, though I did compare thè relevant parts
of thè pian of a keyhole monument of Ahaggar
Fig. 4 - Cup, rings and groove (after Morris).
(Fig. 5) with two drawings of Scottish carvings (Mil¬
burn, 1986-87: figs. 6 and 7). It is interesting that
Morris actually used thè word «keyhole» in his own
description.
Since doubt is cast by Shee (1981: 121) on a rela-
tionship between Gallego-atlantic carvings and me¬
galithic art, I wish to cite part of a recent communica-
tion (30 Sep 90) from S. Beckensall, long active in my
own native Northumberland, in relation to some
«cairns» (apparent «tumuli»: see fig. 6). These are
perhaps definable as «megalithic structures» in
French Saharan parlance though not, apparently, in
British, unless partly comprised of true megaliths.
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Fig. 5 - Keyhole.
Fig. 6 - Tumulus.
366
MARK MILBURN
«The evidence that links burial with rock mar-
kings, apart from obvious sources. . . is from my own
excavations at Fowberry and Weetwood Moor. In
thè former (Fowberry), a well-constructed doublé
kerb mound lay on outcrop rock covered with cups
and rings, four of thè kerbs had cups-and-rings, and
20 of thè stones in thè cairn had fresh cups-and-
rings». (Cf. Beckensall, 1974: 36). To clarify one
point: — in mentioning «four of thè kerbs» he presu-
mably means «four of thè kerb-stones».
«At Weetwood ... a 1 metre kerb stone and over 30
small stones had fresh cups-and-rings. Those in situ
mostly facend down, and thè large kerb faced in-
ward . . . The contrary argument that I cannot accept
is that all these marked stones were accidentally pla-
ced in mounds! A kind of field clearance».
Such occurrences are not unknown in thè Sahara,
especially when carved stones are incorporated in
monuments in circumstances whereby they remain
visible without excavation.
My last remarks here concern thè question as to
whether some «megalithic» art can be truly so descri-
bed. Megalithic art seems to have different mea-
nings. At Imaoun, some 200 km below Marrakesh
and hence in thè Moroccan Sahara, thè late A. Si-
moneau shoved me in 1974 a superb «fairly mega¬
lithic design» of which his widow kindly allowed
me to publish a photograph (Milburn, 1984b: 306).
I am not aware that my friend ever published it.
We saw in thè immediate vicinity no monuments,
other than common tumuli (Fig. 6), which might
rank as megalithic structures. One may also com¬
pare thè lack of structures near thè superb «mega¬
lithic art» at Fuente de la Zarza, La Palma, Canary
Islands (Milburn, 1982: 401). Cf. Ó. Riordàin et al.
(1964: 136).
«Megalithic» art, therefore, may appear in some
contexts/areas in relation to megalithic structures
and quite on its own in others. The reason(s) have
yet to be determined.
OLDER ARTEFACTS FOUND IN MONUMENTS
It goes without saying that almost anything artifi-
cial found within a monument is likely to have been
put into it, intentionally or not, when thè structure
was built. We sometimes hear of ex-voto, devotional
objects apparently intended to provide whatever thè
dead person was thought to need, as well as of items
which may have got into thè area by accident, such as
a projectile-point shovelled in with thè earth or some
object dropped by one of thè grave-diggers.
I am specially interested, though aware of few ca-
ses, in which a seemingly older object is placed wit¬
hin a burial, such as a stone axe occurring in a con-
text when thè tomb-builders might already have
been using metal.
Here I recali a monument with internai roofed an-
techamber («monument à chapelle»), of unstated lo¬
cation but clearly in Mauritania, Rio de Oro or thè
Seguiet el Hamra, in which a stone axe was found
(Gobin, 1937: 145-146) If such tombs dated from thè
fìrst centuries AD (Camps, 1986: 163), were builders
stili ignorant of metal and did they actually use stone
axes? Fig. 16.
I have seen one of thè four similar structures de-
scribed above, namely that near Bir Moghrein: illu-
strations of Gobin (1937) and of Du Puigaudeau et al
(1947) showed thè identical landscape to that in one
of my photographs. Failing this, I should have been
none thè wiser. In thè National Archaeological Mu-
seum, Madrid, I saw on 1 December 1990 a picture of
thè well-known chapel monument at Ichergan, West
Sahara. An adjacent text stated clearly that in such
tombs occur necklaces and bowls of hard stone, simi¬
lar to those on display. «Many of these were re-used,
since such objects belong to thè Sahara neolithic cul-
tures». One bead on show, whitish and mottled with
grey/green markings, seemed identical in shape and
colour to others seen elsewhere and which have
been described as «Dogon beads».
In an adjacent room were pictures of rock carvings
on El Hierro, Canary Islands, it being stated beneath
that some of thè signs are Tifìnar, which we know
not to be thè case.
At Iwelen, a saddle-quern (presumably that shown
by Roset, 1988: fig. 16), plus a fragment of a second,
also within a crater-tumulus, have been seen as ha-
ving been in use to crush colouring materials of fu-
nerary status, prior to simply being abandoned (Pa¬
ris, 1990: 66). The former is shown resting above thè
skull and shoulder of thè skeleton, not unlike one
rather similar case much further north, where some
ritual practice, rather than mere abandonment,
might have been intended. The whole question of re¬
use of querns, perhaps over a long period in time, is
fraught with uncertainty. Nomads are said to use
Neolithic material when they can obtain it. Corning
right down to thè present day. I have been told of
saddle-querns in use among thè Asian Community
in Sheffield, England, imported from Pakistan, sha-
red by a number of families, and used to prepare a
specific dish (E. Wright, in litt, 25.5.90).
In some necropoli in Saharan Mali have been no-
ted querns and other stone objects placed there by
Tuareg tomb-builders. I have seen one such Islamic
cemetery myself.
An interesting question, both in terms of use of ol¬
der artefacts found out of originai context and of
stratigraphy, concerns numerous Saharan stone and
ceramic objects in private collections and museums
in Europe. What may thè archaelogists of ten thou-
sand years hence think when they find Palaeolithic
and Neolithic items lying well above frigidaires,
frying pans and film apparatus?
PROBLEMS OF MONUMENT NOMENCLATURE
Since being invited to participate in thè Con-
ference, it has dawned on me that certain no¬
menclature, muddled descriptions and sheer
lack of attention to detail all risk, alas, huge
complications for thè students in time to come.
Wath are researchers in, say, 2050 likely to
think? Far more important, what will they be-
lieve?
SAHARAN STONE MONUMENTS, ROCK PICTURE AND ARTEFACT CONTEMPORANEITY : SOME SUGGESTIONS
367
With thè sole aim of illustration of thè problem,
I give below some examples, listing thè authors in
alphabetical order.
a) Baistrocchi (1986: 115) shows a number of mo-
numents, sketched and given a geographical prove-
nance. The «heel-shaped cairn» (Fig. 7b) at Gara Te-
smad bears small relation to a photo previously pu-
blished (Milburn, 1977: Fig. 6). On pages 116 and 123
are monuments attributed to «Assié/J.P. Maitre»; it
should be fìrmly stated that Mme. Y. Assié drew thè
pictures and was not a joint author with Maitre.
On page 129 are shown three monuments. The top
one is labelled «Begouen» and thè latter two «Am-
guid» and «Fadnoun». (Fig. 5). In fact «Bégouen»
Fig. 7a - Heel-shaped cairn (flattish).
was a well-known prehistorian and Fadnoun and
Amguid are geographical names. Lastly, should not
thè monument on page 132 be published with its
long arms running about NE and SE? This question
has vexed me for years, since all similar monuments
known to me are orientated broadly to east rather
than broadly to west. Cf. fig. 8.
b) One type of «preislamic» structure accorded
great importance is thè so-called «large circle» (Bel-
trami, 1982: 71). This terminology is so vague as to
risk causing thè greatest confusion, especially as we
learn that there are 7 in Immidir, 9 in Ahaggar, 2 in
thè Tassili-n-Ajjer. . . and various examples as far off
as Chad; in other terms, all are well outside Air,
which thè author is discussing.
Luckily we are told that there are some at Tazolé,
«entirely paved with white quartz pebbles». Here we
come onto safer ground, such Air structures being il-
lustrated (Frison-Roche, 1960: fig. 87; also termed by
him «preislamic»). See here my fig. 9.
Calling these quartz-strewn structures «Imosaden
circles» and stating them to be small, F. Paris (1984:
220) suggests that they may be thè works of a Tuareg
group (or a group in contact with Tuareg), not yet
Islamic or very recently converted.
In my experience there exist in thè generai Air re-
gion large, medium and small examples of these
quartz-strewn structures. Sometimes they are grou-
ped with identical monuments entirely lacking
quartz. There may sometimes be a relatively-large
flattish slab laid across part of thè border, perhaps in-
tended to orientate thè structure in question (?).
Regrettably for Posterity, a large number of struc¬
tures have been termed «circles» in thè past; it is vital
to try to split them into identifìable types (cf. Camps,
1961: 84). In this instance I personally prefer to see
«roundish bordered platform» or «platform-cairn»
368
MARK MILBURN
Fig. 9 - Roundish bordered platform/platform-cairn.
used (fig. 9), i.e. a name suggesting a cake- or disc-li-
ke structure instead of a circle (or «ring») of free-
standing stone pillars.
c) According to Camps (1985: 119) thè word
«adebni» is an incorrect rendering of «edebni», used
by archaeologists to describe protohistoric Saharan
monuments.
He then illustrates two slightly-differing examples
of one and thè same type, yet with different names.
The first is called «adebni with antennae» and thè se-
cond «crescent monument». (Camps, 1985: 121 &
122). (Fig. 10).
When one knows that there exist true «dune-sha-
ped crescents», some of them with «tails» (= «anten¬
nae»: fig. 11), thè nomenclature employed can be
seen to be unfortunate, to say thè least. I suggest that
such monuments (Fig. 10) have gone down in specia-
list literature as «V-shapes», consisting of a flattish
«body» which is certainly not round and two «arms/
antennae» protruding about NE and SE respectively.
There is usually a low border around thè who-
le structure, except at thè ends of thè «arms». See
fig. 10.
v . - - /
»
l#>
c.*
tfj.
V
Fig. 10 - V-shape.
Fig. 11 - Dune-shaped crescent with «tails».
If thè name is not exactly ideal, it serves its purpo-
se in generai terms and no one has yet come up with
something better. Indeed, thè complex body shape
would be difficult to describe exactly. Cf. Lhote
(1984: 109, upper sketch).
The same type of monument, if its «arms» are at
180° to one another, may be called an «axle-shape» or
«propellor». See fig. 12 and cf. illustration by Trost
(1981: 73) Both terms, if thè structure is viewed from
above (as is thè V-shape), seem adequate. Such
structures tend to have their «arms» laid out very
nearly North-south.
d) Some concentric rings of stone in thè northern
Tenere Tafassasset (Hugot, 1962: 150; and see fig. 13
below) seem to be interpreted in a recent publication
as Middle Palaeolithic (Fiedler, 1988: 28). As I under-
stand thè meaning of thè French language text, thè
Tenere monument, by thè simple fact of its existen-
ce, drew thè attention of Hugot and others to an
adjacent industry identifìed as Palaeolithic (cf. Lho¬
te, 1961: 146). A rather similar structure in thè Tilem-
si valley, northern Mali, is classified as «preislamic»
(Fiedler, 1990, Tafel 2 n° 5).
e) A printing error causes one «keyhole» monu¬
ment (see fig. 5) to be described as a «tumulus in thè
form of an orange segment» (Lhote, 1984: 109); later
a pair of crescentic structures are described, intentio-
nally, as «orange segment» and «orange segment
with extended arms/tails» (Lhote, 1984: 113). Alt-
hough I understand that a good many printing errors
crept into thè work (H. Lhote, personal communica-
SAHARAN STONE MONUMENTS, ROCK PICTURE AND ARTEFACT CONTEMPORANEITY : SOME SUGGESTIONS
369
tion, autumn 1988), I feel that thè term «dune-shaped
crescent» is more suitable; see fìg. 14.
f) We have seen in b) above that «Imosaden cir-
cles» was thè name given by Paris (1984: 220) to some
«roundish bordered platforms» or «platform cairns».
Indeed a number of French writers have termed
such monuments «circles», however confusing this
may be for later readers. Cf. Reygasse (1950: 62) and
Hugot (1957: 172).
I am indebted to F. Paris (in litt., 10 Sep 89) for stating
his preferred terminology for «keyholes» (see fìg. 5), na-
mely «tumulus with corridor and enclosure». When
there are later tumuli (mere rough stone piles; see fìg. 6)
added, I am concerned as to how these can then be
described. Furthermore it can be seen that a «keyho-
le» has two actual enclosures, one inside thè other.
Fig. 14 - Dune-shaped crescent.
Fig. 15 - Crater-topped tumulus.
Fig. 13 - Concentric rings.
Fig. 16 - Chapel monument.
370
MARK MILBURN
Fig. 17 - Flat-topped tumulus.
Fig. 18 - Roundish bordered/unbordered platform with a cen¬
trai tumulus.
Fig. 20 - Pot-bellied crescent.
Fig. 21 - Interrupted ring.
Fig. 19 - Choucha/chouchet.
Fig. 22 - Horse-shoe/ Fatima tent.
SAHARAN STONE MONUMENTS, ROCK PICTURE AND ARTEFACT CONTEMPORANEITY: SOME SUGGESTIONS
371
Fig. 25 - Marker cairn/balise.
372
MARK MILBURN
Table 1 - Suggested names for some monument types
SAHARAN STONE MONUMENTS, ROCK PICTURE AND ARTEFACT CONTEMPORANEITY : SOME SUGGESTIONS
373
SUGGESTIONS FOR PUBLICATION OF MONUMENTS
1) If in doubt as to typology, a description — too
long rather than too short — is of great assistance.
Try to think whether thè resulting prose will be un-
derstandable to thè reader. Especially if translated by
someone unfamiliar with Saharan monuments.
2) Try always to publish a sketch, in pian and in
profile, with, if possible, an arrow showing north.
Photographs, like many photographs of stone arte-
facts, have a habit of not really showing what you
want to convey, no matter how many scale-rods, geo-
logical hammers or grids you manage to include in
thè picture. Sketch plus photo can be ideal.
This matter of sketches is vitally important if illu-
strating a structure which seems unique (which it
may well prove to be) as well as thè classic case whe-
re several monuments encroach one upon another.
Sometimes stones are removed from an existing
structure to build another, either upon it or adjacent.
Since thè size of structures can vary considerably,
no scale is shown in my figures.
SUGGESTED NAMES FOR SOME MONUMENT TYPES
The names are mainly based on terms already em-
ployed in French. English and Italian names may be
said hardly to exist in respect of Saharan monu¬
ments. My proposals should be seen as provisional. I
shall welcome alternative suggestions or criticism.
Words such as «round», «square», «circular»,
«fiat», should not be taken too literally, except in
works on megalithic Science.
In each case where a monument is normally orien-
tated, I have included a black arrow to show North.
Acknowledgements
*
I thank thè following for helpful comments:
M. Baistrocchi, V. Beltrami, G. Camps, L. Fiedler,
M. & Mme. H. Lhote, R. W. B. Morris, F. Paris.
My gratitude must lastly be expressed yet
again to Th. Monod, whose wisdom, tolerance
and humour over thè years have provided
immeasurable inspiration for countless desert
ventures.
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Mark Milburn: Gernsheimerstrasse 12, D-6080 Gross-Gerau, DEUTSCHLAND
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Vii Mirimanov
Sujets mythologiques dans l’art rupestre du Sahara
(sur la genèse de la composition en deux figures opposées)
Résumé — Bien qu’il n’existe pas de méthode pour distinguer les représentations figuratives mythologiques des re-
présentations profanes, on peut néammoins indiquer certaines caractéristiques qui permettent d’aboutir à des conclusions
suffisamment vraisemblables.
Au Sahara et en Afrique du Nord ce sont 1) des fìgurines isolées 2) des compositions statiques avec deux ou plusieurs
figurines 3) des fìgurines associées à des signes 4) des scènes.
Les représentations liées à des signes sont à peu près unanimement considérées comme mythologiques. Le caractère
stéréotypé et hiératique, la structure symétrique et le statisme de ces représentations, autant que leur présence en un grand
nombre d’exemplaires identiques dans un mème site, peuvent également indiquer qu’elles ont une fonction rituelle.
Les représentations profanes ont d’ordinaire des traits distinctifs exactement opposés: caractère individualisé des
personnages, dynamisme, style naturaliste et narratif soulignés.
Un troisième type présente une synthèse du sacré et du profane. Tels sont les pétroglyphes de la période dite «des
chasseurs» (ou époque du Bubalus antiquus) correspondant typologiquement au début de l’Aurignacien.
La composition en deux figures opposées, qui remonte à ce niveau archai'que, semble permettre de reconstituer la ge¬
nèse et l’évolution de l’un des sujets fondamentaux du modèle de l’Arbre de Vie. Particulièrement intéressant est le lien
unissant ces représentations aux thèmes du serpent et de la spirale.
Abstract — There is no commonly accepted method to differentiate between mythological figures images and profane
ones. However, we can point to several indications which make it possible to do this with a certain degree of probability.
In North Africa and thè Sahara these are 1) single figures 2) static composition of two or several figures 3) figures asso-
ciated with signs 4) scenes.
There is almost generai agreement in defining images associated with signs as belonging to mythological ones. The
stereotype, hieratic, static, symmetric quality of these images and their numerous repetition in one place can also signify
their ritualistic character.
As a rule, profane images are distinguished by opposite qualities: individuai character of thè personages, dynamism,
genre formation, naturalism.
The third type represents a unity between thè sacred and thè profane. Images belonging to thè series — petroglyphs of
thè so called «Hunters’ Period» (or « Bubalus antiquus Epoch») — typologically correspond to thè early Aurignac.
The transformation of thè binary oppositional composition, going down to this archaic stratum of thè rock images of
thè Sahara and North Africa, reveals thè genesis and thè evolution of one of thè subjects lying at thè foundation of thè
paradigm of thè World Tree. Of special interest is thè link between this composition and snake and spirai images.
Pour les images rupestres du Sahara, comme de la
plupart des autres régions du continent africain, on
peut proposer la classifìcation suivante: 1) images
d’animaux isolés, 2) représentations associées à des
signes divers, 3) compositions à deux ou plusieurs fì-
gures, 4) scènes pouvant ètre considérées comme
des scènes de genre, combats, chasses, cérémonies et
ainsi de suite.
Fig. 1 - Les images stéreotypées stylisées. Gravures rupestres. L’Atlas saharien.
376
VIL MIRIMANOV
Il n’existe aucun critère objectif permettant de dis¬
tinguer à coup sur les représentations rituelles ou
mythologiques des scènes profanes. Mais comme le
rite se définit par la répétition, la reproduction à fii-
dentique d’un mème acte au mème endroit selon les
mèmes modalités, on est fondé à considérer comme
rituels les sujets du mème type se répétant à profu-
sion, notamment les images d’animaux isolés ou,
plus rarement, par deux. Il arrive que de telles ima¬
ges soient superposées et leur caractère convention-
nel, stéréotypé, montre bien qu’elles ne cherchent
pas à reproduire la réalité. Idéalement, on est devant
une tradition figurative générant une chaine d’ima-
ges rigoureusement identiques se reproduisant à fin-
fini. Mais en réalité, on a affaire à un processus évo-
lutif capable d’intégrer à la fois la répétition et le
changement. Le caractère synthétique, convention-
nel du style de l’art traditionnel résulte d’une érosion
de la forme.
Les modalités stéréotypées de la représentation,
tant pour les figures isolées que pour les composi-
tions, leur sens de la symétrie, leur aspect stati-
que, hiératique, constituent des indices permettant
d’identifìer les images canoniques liées au culte, et
notamment la sculpture africaine rituelle. Dans un
certain nombre de cas, femplacement mème des
dessins confìrme leur caractère religieux. On consi-
dère généralement comme ayant une signification
religieuse les images d’animaux auxquelles sont as-
sociées des symboles, quels qu’ils soient.
Les représentations profanes sont le plus souvent
reconnaissables par leur coté spontané, narratif, le
fait qu’elles rendent compte de l’occasionnel, de l’in-
habituel: particularités individuelles, événements
particuliers . . . On peut presque à coup sur considérer
comme narratives les très nombreuses scènes de
combat et de chasse faisant apparaitre des archers:
duels, scènes collectives avec des archers courant re-
présentés de fafon suggestive et dynamique en des
raccourcis complexes. Dans certains cas, les groupes
qui s’affrontent appartiennent à l’évidence à des
groupes ethniques distincts; on est parfois amené à
penser que le troupeau qu’on voit aux environs est à
l’origine de l’affrontement. L’extrème diversité des
personnages, du détail des scènes, des attitudes dans
chacune de ces compositions confirme leur caractère
anecdotique.
Les sujets narratifs ne sont pas étrangers à l’art ru¬
pestre, comme en témoignent les images de chas¬
seur utilisant des masques zoomorphes pour s’ap-
procher des animaux sans ètre repérés. Qu’il s’agisse
bien là d’une tecnique de camouflage et non pas de
Fig. 2 - Un sujet narratif. Peinture rupestre. Tassili’ n’Ajjer.
sujets mythologiques, on en a la confìrmation avec
l’apparition d’autres types de camouflage pour la
chasse: par exemple l’utilisation d’une biche appri-
voisée sur un dessin à Ouan Abou (Tassili’n’Ajjer).
L’analyse des figures anthropomorphes conduit à
penser que le masque ne possède pas toujours une
fonction rituelle et qu’on a, dans la peinture rupestre,
bien plus de personnages masqués qu’on ne le croit.
De très nombreux groupes de danseurs, de chas¬
seur, d’archers, ainsi que des personnages isolés
sont souvent dotés de visages à l’aspect inhabituel. Il
n’est pas exclu que ces visages vaguement zoomorphes
veuillent traduire des masques. La vraisemblance de
cette supposition est confìrmée par l’un des sujets
qui ornent le vase d’argent, apparemment d’origine
hittite, récemment trouvé en Arménie (Trioleti). Les
guerriers qui y sont représentés présentent un visage
typique pour cette catégorie de documents, mais qui,
malgré son étrangeté, avait toujours été considéré
comme représentant un vrai visage. Or il s’agit en
réalité d’un masque. On en a la certitude gràce à fu¬
ne des scènes décorant le vase: dans une scène de
duel, on voit un coup de lance faire sauter le préten-
du «visage», qui s’avère ètre un masque.
Relèvent également des scènes de genre et non
pas de la mythologie, les images montrant la vie fa-
miliale, l’intérieur des huttes avec des groupes
d’hommes et de femmes au repos, assis l’un devant
f autre, une mère et son enfant, des musiciens, des
bergers faisant paitre leurs vaches etc..
Les scènes érotiques sont nombreuses et variées et
on est loin de toujours pouvoir les rattacher de fafon
certaine au registre, profane ou mythologique, qui
est celui de chacune, à moins de prendre en compte
leur appartenance à une période ou à une catégorie
données de représentations. Ainsi, par exemple, les
scènes de jeux amoureux de Timenzouzin (Tassili’
n’Ajjer) qui se présentent comme une suite cohérente
d’images n’appartiennent apparemment pas à la my¬
thologie, pas plus que les différents graffiti. En revan-
che, on a trouvé dans fi oued Djerat nombre de sym¬
boles érotiques qui présentent un caractère rituel
Fig. 3 - Les archers masqués (?). Peinture rupestre. Tassili’
n’Ajjer.
SUJETS MYTHOLOGIQUES DANS L’ART RUPESTRE DU SAHARA
377
incontestable. Les personnages aux énormes Phal¬
lus qui y sont représentés portent sur la tète des
masques-heaumes à cornes. L’ancienneté de ces pé-
troglyphes est attestée par les particularités de la
technique, leurs dimensions impressionnantes (les
personnages anthropomorphes sont exécutés gran-
deur nature) et le soin porté à leur exécution.
C’est également au culte de la fécondité qu’il faut
rattacher les images de femme trónant, assez fré-
quentes en Afrique du nord et au Sahara: c’est l’une
des hypostases de la divinité néolithique attestée
dans les arts mésopotamien, palestinien, anatolien,
égéen. On a trouvé une figure de ce type dans le Fez-
zan. Le personnage féminin, assis à la turque, porte
sur la tète un masque-heaume à grandes cornes, ses
mains tiennent le bord de l’orifìce figurant la vulve.
On voit de part et d’autre des sortes de poteaux qui
évoquent le djed égyptien, variété particulière d’Ar-
bre de vie.
Outre les images proprement mythologiques ou
réalistes, il existe en Afrique du nord et au Sahara un
type particulier de représentations qui se caractérise
par une complète superposition du religieux et du
profane, du signifié et du signifiant. On est devant
l’étape première du syncrétisme, celle où l’image ne
constitue pas fune des hypostases du mythe, mais
est le mythe lui-mème. D’un point de vue typologi-
que, de telles images correspondent à l’Aurignacien
ancien. A ce groupe appartient l’image, haute de
trois mètres du Bubalus antiquus d’Ain-Safsaf.
Le bufile est représenté de profil, avec les cornes
de face et les pattes en superposition. Ce mode de re-
présentation des extrémités, typique de l’Aurigna-
Fig. 4 - «Le Vieux buffle». Gravure rupestre. Région de Tazina,
l’Atlas saharien.
cien ancien, se retrouve plus tard dans l’art rupestre
néolithique. Mais à l’époque néolithique l’image ap¬
parai, en règie générale, entièrement de profil, avec
non seulement les pattes, mais aussi les cornes en su¬
perposition (cf. les représentations de cerf ou d’élan
en Scandinavie, sur le lac Onéga etc.). De plus, les
pétroglyphes néolithiques sont plus stylisés et stati-
ques, alors que ceux de l’Aurignacien se distinguent
par cette méme expressivité, ce mème dynamisme
qu’on retrouve dans notre Bubalus antiquus. Sa com-
paraison avec l’image de bison de La Greuze montre
une ressemblance presque poussée à l’identique: les
deux images sont rendues de profil avec les cornes
de face, et en outre, dans un cas comme dans l’autre,
les cornes sont rendues en légère perspective; la mè¬
me similitude s’observe aussi dans les détails: le
mufle soigneusement dessiné, la crinière massive,
les plis de l’encolure, la queue, le sexe, les cornes.
Dans les deux cas, l’extrémité inférieure des pattes
reste inachevée, ce qui constitue également un indi¬
ce caractéristique du style aurignacien ancien. Notre
image de buffle se distingue des dessins de l’Auri-
gnacien par ses dimensions (elle est cinq fois plus
grande que l’image du bison), par la technique plus
accomplie de son exécution et sa pureté de style. Ces
images provenant d’Afrique du nord et du sud du Sa-
Fig. 5 - «Le Vieux buffle». Gravure rupestre. Fezzan.
Fig. 6 - «Le Vieux buffle». Gravure rupestre. Oued Saf.-Saf,
Géryville.
378
VIL MIRIMANOV
hara et qui étaient au centre de pratiques rituelles
qui nous échappent, sont fondamentales pour com-
prendre la genèse des images symboliques analogues
que Fon rencontre dans le Proche-orient, en Créte,
en Grèce.
Les images rupestres de bélier avec un disque so¬
latie semblent apparatile plus tardivement. Outre la
sphère, qui n’est pas sans évoquer le disque solaire
sur la tète d’Amon-Rà, le bélier est parfois porteur
d’un collier ornementé qui semble bien témoigner
des débuts de la domestication. Le caractère reli-
gieux de ces pétroglyphes ne saurait faire de doute.
Leur fonction cultuelle est attestée par le soin porté à
certains détails (sphère, cornes du buffle), la monu-
mentalité de leur style, les figures qui leur sont asso-
ciées, la concentration des documents dans des zo-
nes déterminées.
Ces très anciennes représentations sahariennes du
Bubalus antiquus sont presque à coup sur à mettre en
relation avec les mythes liés au soleil et à la lune. Le
taureau est Fune des incarnations les plus répandues
en Eurasie de la divinité lunaire. Comme Fa montré
Marchak, la symbolique lunaire est attestée dès l’é-
poque paléolithique. L’image du taureau est associée
à l’orage, la pluie et la fécondité dans la mythologie
des Bushmen (de mème que chez les Eskimos, les
Iakoutes, les Mongols et d’autres peuples de Sibèrie
et d’Asie centrale). Dans la peinture rupestre des
Bushmen, le «Taureau des eaux» est représenté sous
la forme d’un animai qui crache un courant liquide.
Les peaux et tètes de taureau des «vishaps» armé-
niens avec l’eau qui coule du mufle sont très proches
de ce type de représentation.
Les parallèles les plus proches dans le temps pour
les images d’Afrique du nord sont les représenta¬
tions sculptées et graphiques de taureau et les cornes
de taureau provenant de £atal Htiyiik (Anatolie).
Une signification religieuse doit ètre sans doute
accordée également aux images rupestres associées à
des formes abstraites, géométriques. L’un des motifs
les plus répandus de l’art primitif est celui de la spira¬
le. Ce symbole attestò dès le paléolithique est pré-
sent au Sahara sur les pétroglyphes les plus anciens.
Ses diverses variantes apparaissent en relation avec
les images du Bubalus antiquus. L’une de ces images,
une figure monumentale de deux mètres gravées sur
un rocher dans l’oued Djerat (Tassili ’n Agger), est
en partie couverte d’une doublé spirale.
Fig. 7 - «Le Vieux bufile». Gravure rupestre. Oued Saf.-Saf,
Géryville.
La spirale est un motif parfaitement oecuménique.
Chez les peuples d’Afrique tropicale où elle symboli-
se la dynamique de la vie, son apparition et son déve-
loppement, elle peut avoir des significations locales.
Chez les Balubas, ce symbole exprime le caractère
cyclique de l’existence et du mouvement des àmes,
leur incarnation, désincarnation et réincarnation.
Chez les Dogons, la marque solaire (un creux arren¬
di), entourée d’une triple spirale (symbole du princi¬
pe masculin), symbolise l’acte créateur, le Verbe
d’Amma. Chez les Bambaras, les spirales expriment
le principe fécondant. Elles sont entremèlées à la
coiffure royale et sont le symbole du faro. Une gran¬
de spirale encadrée par deux plus petites représente
la Grande divinité créatrice du soleil et de la lune.
Les Bena lulua représentent également le soleil , la
lune et la terre sous forme de spirales ou de cercles
concentriques de dimensions variées. Au Dahomey,
la spirale en forme de serpent qui se mord la queue
est associée à l’arc-en-ciel et considérée comme une
créature bisexuée fondatrice du principe empèchant
la dislocation de la terre. La spirale est, dans la my¬
thologie des Dogons, l’incarnation de la vibration
qui sous-tend toute chose créée, «qui ne fait rien
mais sans laquelle rien n’existe», etc..
Rappelons que, comme le disque, la spirale est
présente sur la céramique de l’Egypte prédynastique.
Le motif de la spirale, des cercles concentriques, qui
est sémantiquement lié au motif du serpent, est sou-
vent associò à l’image du buffle (taureau) et entre-
tient une relation qui reste à élucider avec les com-
positions binaires mettant en scène de gres animaux.
Parmi les plus anciennes représentations réalistes
de gros animaux, girafes, éléphants, hippopotames,
crocodiles, gravées sur les rochers du Fezzan, du
Tassili, du Hoggar, du Tibesti et autres régions du
Sahara, les compositions à deux figures montrant
des animaux affrontés présentent un grand intérèt.
On peut affirmer que ce schèma d’affrontement est
au nombre des plus ancien schémas de compositions
dans Fhistoire de l’art.
Un pétroglyphe de ce type, représentant des buf-
fles affrontés, a été découvert à E1 Richa (Atlas
saharien). Des indices obliques (style, technique,
dimensions, sujet) permettent de le rattacher à la
première phase de l’art rupestre du Sahara. La com-
Fig. 8 - Les bovidés avec spirale. Peinture rupestre. Hoggar.
SUJETS MYTHOLOGIQUES DANS L’ART RUPESTRE DU SAHARA
379
position monumentale figure le moment où les deux
énormes bétes, tètes baissées, s’attaquent féroce-
ment. Leurs cornes massives, fortement recourbées,
s’entremèlent, formant un curieux motif décoratif
ajouré.
L’image présente un doublé caractère. Son thème
autorise à la considérer comme une représentation
directe de l’événement. En méme temps, la fortune
historique de ce thème oblige à y voir le symbole du
combat nuptial des animaux acquérant la signifìca-
tion d’un mythogramme sanctifiant la lutte appelée à
stimuler les forces vitales, assurer la fécondité, ac-
crottre fénergie universelle, bref, la lutte qui consti-
tue l’un des éléments les plus archa'iques de toutes
les religions (un rituel comportant un duel et repro-
duisant la victoire du cosmos sur le chaos existait
dans l’Egypte ancienne, chez les Assyro-Babylo-
niens, les Hittites et autres, jusqu’au thème biblique
de la lutte de Jacob avec l’ange).
La conception de l’énergie primordiale et de la lutte
(théomachie, gigantomachie, sacrifice) comme con-
dition indispensable de la transformation du monde
relie ce thème au mythe cosmogonique, aux symbo-
les de l’Arbre du monde.
On le sait, dans l’art des anciennes civilisations de
l’Eurasie, l’image de l’Arbre du monde (arbre de vie,
arbre de fécondité etc.) prend avant tout l’aspect d’u-
ne composition strictement symétrique. L’axe verti-
cal qui la séparé en deux moitiés, droite et gauche, a
habituellement une quelconque forme végétale styli-
sée. De part et d’autre sont disposées des images d’a-
nimaux affrontés (le plus souvent des taureaux et
d’autres ongulés, plus tardivement diverses créatures
zooanthropomorphes ou zoomorphes).
Sur le sceau d’un notable d’Urik (4e-3e millénaire
avant notre ère, Mésopotamie) au centre de la com¬
position entre deux taureaux dont les mufles se tou-
chent, apparait Innin, la déesse de la fécondité et de
la discorde, qui tient dans les mains des rameaux
fleuris. Sur une coupé en bronze assyro-kassite (fin
du 2 e millénaire avant notre ère), deux taureaux, s’a-
van9ant agressivement l’un contre l’autre, sont sépa-
rés par un petit arbre fleuri.
Taureaux, lions ailés, créatures mi-animales, mi-
humaines flanquant divers types de palmettes et au¬
tres formes végétales sont l’un des thèmes les plus
Fig. 9 - Bovidés et spirales. Gravure rupestre. Oued Cheria,
l’Atlas saharien.
répandus de l’art assyro-babylonien. Cette image uni¬
verselle de la conscience mythique et poétique qui a
donné forme aux représentations cosmogoniques de
bien des peuples et à laquelle aboutissent «des oppo-
sitions sémantiques binaires globales servant à ren-
dre compte des paramètres fondamentaux du mon¬
de» se construit en composition ternaire seulement,
semble-t-il, au début de l’àge du Bronze. En tout cas,
le modèle cosmogonique ternaire tei qu’il existe
dans l’art des grandes civilisations de l’Antiquité est
absent de l’art primitif.
Pour qui connait les thèmes de l’art des cavernes
et de l’art rupestre préhistorique, il est impensable de
concevoir l’existence de symboles d’une telle com-
plexité «à trois niveaux». En mème temps le mytho¬
gramme de l’Arbre du monde plonge ses racines,
tant sémantiques que morphologiques, précisément
dans cet art préhistorique. Le thème va connaitre
une évolution discrète: au début, il s’agit d’une com¬
position en deux parties opposées dans laquelle on
peut voir un modèle mythologique universel puis-
que c’est là la première structure figurative ordonnée
de fa£on particulière (fune des premières cellules
hautement organisées de la culture). L’opposition bi¬
narie horizontale, avec la présence constante auprès
de l’arbre d’étres vivants, fari référence, d’une fa9on
ou d’une autre au principe masculin/féminin. Ce
n’est pas seulement la vie d’un des deux sexes mais
la vie en tant que telle. Du point de vue morphologi-
que, une symétrie stricte suppose par définition un
axe, autour duquel elle se réalise. Sur l’image elle-
mème, la structure verticale n’est pas matérialisée
(pas plus que l’idée d’une répartition entre haut et
bas), encore que dans la composition aux buffles,
comme on l’a noté, le motif ajouré que forme fi entre-
lacs des cornes indique la place où, avec le temps, ap-
paraìtra la cime de l’Arbre.
Au sein des images correspondantes de la période
la plus ancienne au Proche-Orient, il arrive assez
souvent que l’axe vertical de séparation soit à peine
suggéré ou fasse carrément défaut: ainsi en est-il des
innombrables et diverses images de capridés, béliers
et créatures fantastiques dans l’art des objets du Lu-
ristan (Zagros, Iran, 2e-ler millénaire avant notre
ère), dans les arts crétois, italique, étrusque; on re-
trouve le mème motif, avec des lions à la place des
taureaux, sur la base du rióne de Ningirsu à Lagash,
ainsi que du rióne de Toutankhamon. Sur la palette
Fig. 10 - Des buffles affrontés. Gravure rupestre. E1 Richa,
Aflou.
380
VIL MIRIMANOV
de Narmer et sur certains sceaux d’époque archai-
que à Uruk, apparaissent des animaux fantastiques
affrontés. Les cous très étirés de ces créatures for-
ment en s’entrela5ant un motif en noeud analogue à
celui que forment les cornes de buffles combattant
(curieusement, on constate l’utilisation du mème
motif par les artistes du Moyen-Age pour représenter
l’Arbre de vie et de mort). Ce n’est sans doute pas un
hasard si ce motif est également associé au serpent et
à sa symbolique.
Au Sahara, il arrive parfois (comme par exemple
sur la «Stòle du Python») que le lien entre la compo-
sition binaire et le motif du serpent apparaisse expli-
citement. Dans une composition de l’oued Djerat, ce
sont des hippopotames, et non des buffles, qui s’af-
frontent. Les dimensions de l’image sont à peu près
les mèmes que pour le «combat de buffles» (chaque
figure est longue d’environ trois mètres), le style et la
technique sont identiques. C’est la présence d’un
troisième élément qui fait la différence: un grand
serpent ondulant est gravò au-dessus de la tòte des
hippopotames.
Le serpent remplit à l’évidence une fonction liée
au culte de la fécondité; le ròle de gardien, de défen-
seur contre l’ardeur du soleil, la fonction de combat¬
tant du soleil dévolus au serpent dans la mythologie
africaine la proclament clairement. Dans le cas qui
nous occupe, le grand serpent associé aux hippopota¬
mes pourrait bien ótre le prototype de l’Apop égyp-
tien, l’ennemi majeur du dieu solaire Rà. On pourrait
mentionner bien des variantes africaines locales du
mythe du Serpent, chez les Dogons, les Yorubas, les
Binis, les Mende, les Tchokué, les Gbandi etc.
contentons-nous d’observer que le motif du serpent-
arc-en-ciel, gardien des réserves d’eau et adversaire
du soleil, est considéré comme commun à toute
l’Afrique.
Pour en revenir au thème de l’Arbre du monde et
de la composition en deux parties opposées, nous re-
tiendrons l’apparition ici d’une troisième partie: l’en-
trelacs des cornes qui est comme un élément ser¬
pentiforme ou les branches d’un arbre. D’un point
de vue morphologique, ce troisième élément est dé-
terminant pour l’élaboration de la structure verticale
de l’Arbre, appelé à devenir au bout du compte le
maillon centrai de la composition.
Par delà la multitude de variantes qu’on peut ob-
server au cours de la transformation de ce motif dans
les arts de l’ Afri que du nord, du Proche -orient, de
l’Iran, de l’Inde, partout, on constatate qu’il reste lié
aux symboles du serpent et des ongulés. Il est fort
possible que les pétroglyphes d’Afrique du nord et
du Sahara, bufile avec un signe en spirale, «combat
de buffles», «stòle du Python» etc., en constituent la
source, ou à tout le moins l’étape la plus précoce de
son évolution.
Les symboles les plus constants s’avèrent ètre les
cornes (le disque) et le serpent (la spirale). Cela ap¬
parai avec une particulière évidence dans l’art égyp-
tien, mais une telle constance n’est pas moins remar-
quable au Sahara. Ainsi, dans le cas qui nous occupe,
l’hippopotame venu se substituer au bufile pourrait
sembler exclure la présence de l’un de ces éléments,
et pourtant, en prenant en compte la tradition d’une
parenté de notre animai saharien avec le Raourt
égyptien, nous ne devons pas oublier son identifica-
tion, et ceci déjà dans les versions les plus anciennes
des mythes égyptiens, avec la vache Hathor, con-
stamment représentée avec des cornes et un disque
solaire. A Hathor est également liée l’image du ser¬
pent à cornes, qui associé les deux symboles. L’ima¬
ge du serpent à cornes associé au disque solaire appa¬
rai! notamment sur un relief peint du tempie de la
reine Hatchepsout (XVIIe dynastie) à Deir E1 Bahri.
Ses représentations y alternent avec celles du pilier
Djed qui ne sont autres que des variantes de l’Arbre
(le fétiche d’Osiris, «l’antique dieu du grain, venu
d’un autre pays»). Le symbole du taureau est associé
à celui du fleuve-serpent chez Virgile avec l’image
du Tibre cornu, ainsi que dans la geste d’Héraklès,
où l’on voit le fleuve Acheloos revètir tour à tour
l’apparence d’un serpent et celle d’un taureau. Le
serpent à cornes est un élément fréquent de l’icono-
graphie celte et gauloise. Et comment ne pas évo-
quer aussi l’ Arbre de l’ Ancien Testament, avec son
serpent dont le caractère cornu est incontestable?
Tout ceci donne à penser qu’il reste encore beau-
coup à faire pour apprécier à sa juste valeur le poids
du libre jeu des formes fìgurées dans la genèse des
symboles mythologiques majeurs.
Origine des photos: Frobenius L., Obermeier
H. Hadschra Maktuba. Miinchen, 1924 (NN, 6, 7);
Lhote H. A la découverte des fresques du Tassili.
Paris, 1958 ex. repr. (NN 2, 3); Graziosi P. Rock art in
thè Libyan Sahara. Firenze, 1962 (N 5) et Flamand
G.-B.-M. Les pierres écrites. Paris, 1921 (N 4).
Vii Mirimanov: Academy of Sciences of CSI Inst. for World Literature
Vorovskogo str. 25° - Moscow 069 CSI
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Théodore Monod
Sur quelques inscriptions sahariennes n’appartenant
ni à l’écriture arabe, ni à l’alphabet tifinagh
Résumé — Notes sommaires sur trois types d’inscriptions sahariennes:
1° Alphabets énigmatiques.
2° Textes en hébreu.
3° Alphabets cryptographiques.
Abstract — Brief notes about three different types of saharan inscriptions:
1° Enigmatic alphabets.
2° Hebrew texts.
3° Cryptographic alphabets.
Le sujet de cette communication pourra parafare
un peu marginai par rapport au grand problème posé
par l’art rupestre saharien et constituant, bien enten-
du, le thème essentiel du présent congrès.
Cependant, si secondaire qu’il puisse parafare, il
mérite sans doute de retenir l’attention des cher-
cheurs encore qu’il ait été jusqu’ici, et pour des rai-
sons diverses, passablement négligé.
Si l’art rupestre concerne avant tout des images, gra-
vées ou peintes, l’apparition, d’ailleurs tardive, de di-
vers alphabets va ouvrir le domaine des inscriptions.
J’ai décidé d’exclure des quelques remarques sui-
vantes les deux catégories les plus fréquentes d’ins¬
criptions rupestres: celles en caractères arabes et
celles en caractères tifinagh, non pas qu’elles ne
puissent ètre de grand intérèt, mais parce que l’abon-
dance des matériaux s’opposerait évidemment à
toute présentation d’un simple résumé de la ques-
tion. (!).
Notons ici, en passant, que les inscriptions en
caractères arabes ou tifinagh, n’ont en réalité de
intérét que lorsqu’elles sont relativement ancien-
nes. Un exemple de ce cas est fourni par certai-
nes graphies arabes archaiques come celle des cé-
lèbres inscriptions de Ti-n-Missao, au sud-ouest
du Hoggar (2).
INSCRIPTIONS ENIGMATIQUES
Notre collègue Mark Milburn a eu l’heureuse idée
d’attirer l’attention depuis quelques années (1983-
1984-1985-1986) sur une sèrie d’inscriptions énigmati¬
ques provenant de Libye ou du Sahara nigérien. Il
s’agit de six inscriptions ou groupes d’inscriptions
provenant des localités suivantes:
1. Sidi Khrebish (Benghazi - Cyrénaique)
2. Er-Roui (Madama - Niger)
3. ibidem
4. Passe de Maknusa, de Wadi el Ajal vers Murzuk
5. Bu Njem (Tripolitaine septentrionale)
6. Tmed el Koumas (Fezzan).
Ces six sites comportent des inscriptions qui sem-
blent n’appartenir à aucun alphabet identifìable jus¬
qu’ici.
Malgré les efforts de Mark Milburn et l’abondante
correspondance entretenue par lui avec nombre d’in-
formateurs et de spécialistes, ces textes sont demeu-
rés tout à fait énigmatiques. Rien ne prouve d’ail¬
leurs qu’il s’agisse d’un seul alphabet et, bien enten-
du, d’une mème langue.
Le problème reste d’un extrème intérèt mais il
faudra sans doute attendre de nouvelles découvertes
avant de pouvoir aboutir à une conclusion accepta-
ble. On souhaiterait en particulier que les inscrip¬
tions du puits de Tummo se voient enfìn correcte-
ment relevées et si possible photographiées.
On noterà d’ailleurs que les quelques sites actuel-
lement connus se trouvent tous dans la moitié orien¬
tale du Sahara ou de ses confìns septentrionaux.
On doit savoir le plus grand gré à Mark Milburn
d’avoir soulevé un problème de pareil intérèt et sou-
haiter que les chercheurs sahariens, désormais mis
au courant, ne négligent aucune occasion de relever,
avec le soin qui s’impose, tous les textes ou frag-
ments de textes épigraphiques non rédigés en carac¬
tères arabes ou tifinagh.
Le Professeur Gabriel Camps a bien voulu me
faire savoir que ce type d’inscription énigmatique
pouvant comporter des lettres d’origines diverses
(grecque, etc. . . . ) se trouvait désormais désigné sous
le nom d’écriture ou d’alphabet garamantique.
(') On doit signaler d’ailleurs un type bien particulier de documents, celui des textes arabes tumulaires constituant
des épitaphes.
(2) Monod Th., 1938 - Sur les inscriptions arabes peintes de Ti-n-Missao (Sahara centrai), Journ. Soc. Afric., Vili,
fase. 1, pp. 83-95, fig. 1-16.
382
THÉODORE MONOD
Toummo*'
NIGER
Madama •
(Er-Roui)
Bu Njem
Tmed el Kouidsb
Maknusa
L I B Y E
TCHAD
'v/7
Texte D
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Texte A
•••]rfcvf^*v'iìxrrdyi /AA<
• *]xx X II uy n'V/x/ a iTi f* *'[•■
• 1 xi hì xii tr fc m
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Texte E
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3
3
-P,
*r
Cfc>:2
J?Tt tf^/vx®'^'^
la trace de la gabelle
le sabot de Pane
la patte du corbeau
les piquet1- de teme
le combat de sagaies
la corde sinueuse
le crochet de chexner (pour
taire tomber les gousses des
arbres)
le couteau de jet
quelquex fois trouse aussi deN marques de chameaux sur les rochers
Texte F
Fig. 1-7 - 1) Emplacement des inscriptions citées d’après Milburn, 1986, p. 12. 2) Inscription A, d’après J. M. Reynolds, 1977, in Milburn,
1984 - p. 22, 1985 - p. 32, fig. 1. 3) Inscription B, d’après De Burthe d’Annelet, 1939, in Milburn, 1984 - p. 23, 1985 - p. 32, fig. 2. 4) Inscription
C, d’après De Burthe d’Annelet, 1939, in Milburn, 1984 - p. 225, 1985 - p. 35, fig. 6. 5) Inscription D, d’après J. Ph. Lefranc, 1953, in Milburn,
1984 - p. 24, 1985 - p. 34, fig. 5. 6) Inscription E, d’après Rebuffat, 1974-1975, in Milburn, 1985 - p. 33, fig. 3, 1986 - p. 14. 7) Inscription F, d’a¬
près Lefranc, 1953, - repr. Rebuffat 1974-1975, in Milburn, 1985 - p. 34, fig. 4.
SUR QUELQUES INSCRIPTIONS SAHARIENNES N’APPARTENANT NI À L’ÉCRITURE ARABE, NI À L’ALPHABET TIFINAGH
383
INSCRIPTIONS EN HEBREU
Comme on devait s’y attenére, les seules inscrip-
tions en hébreu découvertes au Sahara proviennent
de la région du Touat où plusieurs communautés,
celle de Tamentit en particulier, étaient encore bien
vivantes lors de leur destruction en 1492 à l’instiga-
tion du chef religieux le cheikh Abdelkrim E1 Meghi-
li (Tlemcen 1440 - Bou Ali, Touat, 1503).
E. F. Gautier découvrait en 1903 dans le ksar de
Ghormali (Touat, Palmeraie de Bouda), une pierre
portant quatre lignes en hébreu et faisant partie de la
base d’un puits à bascule. Ce fragment d’épitaphe se
voyait publié dès 1903 par Philippe Berger qui croyait
pouvoir y lire avec l’aide de Joseph Halévy:
1. Ceci est le tombeau de [Monispa?] fille d’Amran:
Qu’elle repose en Eden!
2. de [Zathaloq?] et elle est morte dans les douleurs
(de Penfantement)
3. Le samedi, vingtième d’Ab, qui nous apporte la
paix!
4. en l’année 5089. (= 1329 A.D.)
E. F. Gautier, 1908, p. 346. mentionne cette in-
scription de Ghormali et cite l’étude que Philippe
Berger en a faite.
En 1904, Moì'se Schwab reprenait sur un estampa-
ge effectué par Gautier et conservò à l’Institut à Pa¬
ris, l’étude de cette première inscription pour y lire
(lecture passablement différente de celle de Berger):
1. C’est la tombe de Dame Nespa Elle d’Amran,
qu’/V repose au Paradisi
2. A Zithaloq (?); elle est décédée le quatrième jour
(mercredi)
3. de la semaine, 15ème jour du mois d’Ab, qui sera
changé (de l’affliction) en joie,
4. l’an 5089 (= 11 juillet 1329).
En 1979, Madame Simonne Bakchine-Dumont de¬
vait reprendre l’étude du méme texte. Sa lecture est
la suivante:
1. C’est la tombe de Hannah Elle de Rabbi Amram
qu’il repose en paix.
2. Fils de (...) et elle est décédée le deuxième jour
3. de la semaine, vingtième du mois d ’Ab — que
Dieu le transforme en joie —
4. En l’année 5089 (1329).
Une lettre de E. F. Gautier datée d’Adrar (Timmi)
31 mars 1903 signale qu’il existerait à Iyled Mahmoud
(Gourara) «une inscription en caractères carrés qui
semblent avoir de l’analogie avec ceux de l’inscrip-
tion de R’ormali» (cf. Berger, 1903, p. 238).
En réalité, Gautier lui-mème, après vérification
sur place, écrit, 1908, p. 344, qu’il s’agissait d’inscrip-
tions tifinagh.
Ajoutons que Ph. Berger, loc. cit. p. 238, signale
avoir re?u d’E. F. Gautier un estampage qu’il se pro¬
pose d’utiliser dans une publication ultérieure . . . , ce
qui semble n’avoir jamais eu lieu.
Jacob Oliel — in literis 1990 — a fourni d’après le
professeur Gabriel Abramovitch une quatrième ver-
sion de la traduction:
1. Ceci est le tombeau de (Monispa?), Elle d’Am-
ram, qu’elle repose en Eden.
2. de ( . . . ) Elle est morte dans la douleur de l’accou-
chement
3. le samedi, quinzième jour d’Ab, jour de réjouissance
4. en l’année 5089.
Une deuxième inscription a été observée par Jacob
Oliel en 1989; elle est conservée à Tamentit où elle fut
trouvée dans le ksar Oulad Daoud. Une photographie
de cette stèle a été publiée par Laureano en 1989.
Il s’agit d’une dalle de grès d’environ 61 cm sur 55
à la base, et 20 en haut - 14 cm d’épaisseur.
Cette inscription qui comprend 19 lignes n’a pas
encore fait l’objet d’une traduction. D’après Jacob
Oliel, l’épitaphe concerne un nommé Mimoun fils
de Shmuel, fils d’Abraham Koubi.
Une pierre tombale en caractères hébra'iques a été
observée au ksar Mimoun à Tamentit en 1953 par le
Professeur H. J. Hugot mais n’a pas été retrouvée
depuis.
Il n’est pas impossible que d’autres inscriptions tu-
mulaires hébra'iques anciennes soient retrouvées un
jour au Sahara (Touat, etc.).
SYSTEMES CRYPTOGRAPHIQUES
On sait que les lettrés musulmans ont affectionné
de tout temps le recours à des alphabets fantaisistes
dont l’ésotérisme flattait sans doute le gout de beau-
coup d’entre eux pour le secret, voire la magie.
J’ai vu moi-mème un recueil manuscrit de cin-
quante-six alphabets cryptographiques provenant du
Maroc, et il existe des recueils imprimés reprodui-
sant nombre de ces systèmes cryptographiques. Il est
évident qu’il ne peut s’agir que de divertissements de
lettrés manifestement sans grand intérèt. Aussi ai-je
été surpris de retrouver dans la grotte du Tarf ech-
Chérif (massif du Rkiz - Mauritanie orientale) des
exemples gravés sur le grès de deux de ces alphabets.
Le premier sy stèrne s’appelle « saryàniyya » (Th. Mo-
nod, 1938, p. 114 à 120, fig. 93 et 94 - R. Mauny, 1954,
p. 36, tableau 2). Certains le considèrent comme le
«langage des Anges et d’Adam». Un texte mnémo-
technique en vers arabes permet de mémoriser
l’aspect des lettres de cet alphabet.
Le lieutenant Boéry avait recueilli un alphabet
analogue qui fut publié par Marcel Cohen.
Ce que j’ai noté au Tarf ech-Chérif ne représente
d’ailleurs que de simples fragments.
Des caractères analogues avaient été décou-
verts par F. Jacquet en 1937 (Médoub, Aioun el
Atrous) reproduits par Monod, 1938, fig. 82 D et
par Désiré-Vuillemin, 1954, fig. I c; cet auteur
publié ( ibidem fig. I b) une photographie de cette
inscription.
Le second système, «‘ibràniyya» (Th Monod, 1938,
p. 120 à 125, fig..95 à 97, planche VI fig. 3) se retrouve
également au Tarf ech-Chérif (Rkiz - Mauritanie
orientale). Il s’agit d’un alphabet dont les caractères
ont pu ètre plus ou moins comparés à des lettres hé-
bra'iques, ce qui explique le nom mème de l’alpha-
bet: «‘ibràniyya» — hébra'ique.
Des lettres identiques ou analogues ont parfois été
qualifìées de «caractères à lunettes» (par exemple:
384
THÉODORE MONOD
Doutté, Magie et religion dans l’Afrique du Nord -
Alger 1909, p. 158-159).
Des «caractères à lunettes» découverts par le lieu-
tenant Boéry au Tarf ech-Chérif ont été signalés par
Marcel Cohen en 1932. En 1954, G. Désiré-Vuillemin
signalait à son tour une inscription du mème type
près d’A'ioun el Atrous, fìg. I a.
Il existe dans l’«Enchiridion du Pape Léon», à la
planche face à la page 36, dans la partie inférieure de
la planche, un certain nombre de signes pouvant rap-
peler les caractères à lunettes (je dois cette référence
à l’amabilité de M. Jacob Oliel).
On emploie parfois, en Mauritanie, pour des crypto-
graphies, des chiffres. La valeur numérique des lettres
est rappelée par des listes de mots-clef, par exemple,
Yabujad bien connu, ou la sèrie aykasbakrun, etc.
Vabujad donne la sèrie 1-10, 20-100, 200-1000, en
tout 7 x 4 = 28 chiffres.
Vaykas donne des groupes 1-10-100-1000, 2-20-200,
etc., en tout 4 + 8 x 3 = 28 chiffres également.
Quand aux chiffres eux-mèmes, on en distingue 3
types, al-‘ubari, at-tarki, al-hindi.
Pour deux d’entre eux, on m’a cité (Chinguetti)
des distiques mnémotechniques. Voici celui d’al-
‘ ubàri : «Pour la ‘ubàriyya, commencer par un alif; un
ya’ retourné, puis un ha retroussé (replié).
Un ‘ayn, (le mème) inversé, un ha, une omoplate,
ensuite un muhtaf suivi d’un waw «pris en croupe».
Et pour al-hindi : «Un alif, un ba-ra, la forme d’un
sin, un ‘ayn-ha, la forme d’un ‘ayn.
Un dal redressé, l’inverse de celui-ci, enfin un alif
surmonté d’un anneau (3).
Fig. 8 - Poésie mnémotechnique du Cheikh Mohammed Al Marni Ibn Al-Bukhari, concernant l’alphabet saryaniyya,
d’après Th. Monod, 1938, p. 117 - fig. 93.
(3) Le mot est au duel.
SUR QUELQUES INSCRIPTIONS SAHARIENNES N’APPARTENANT NI À L’ÉCRITURE ARABE, NI À L’ALPHABET TIFINAGH
385
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Fig. 9 - Alphabet de la saryàniyya et fragments d’inscriptions
rupestres [2095-2097: Makhrouga, 2098: Chig ed-Dalma, près
Tichitt, 2099: Dhar au N. de Oualata, 2100: Foum el Ajeli, près
Tichitt, 2101: environs de Néma (d’aprés Marcel Cohen, 1932,
fig. 2)], d’après Th Monod, 1938, p. 118 - fig. 94.
Fig. 10 - Poésie mnémotecnique du Cheikh Mohammed Al-
Màmi Ibn Al-Bukhàri, concernant l’alphabet ‘ ibraniyya : à droite,
les mots-clefs et les signes-clefs: fragments d’inscriptions ru¬
pestres [2102-2109: Tarf ech-Chérif; 2110-2111: Makhrouga]; en
bas, pian et coupé du Tarf ech-Chérif, avec l’emplacement des
inscriptions. D’après Th. Monod, 1938, p. 121 - fig. 95. -
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386
THÉODORE MONOD
Théodore Monod: Museum National d’Histoire Naturelle
43, Rue Cuvier - 75005 Paris FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Alfred Muzzolini
Chronologie raisonnée
du
des diverses écoles d’art rupestre
Sahara centrai
Résumé — Le structuralisme et la New Archaeology condamnent l’histoire des cultures et la chronologie qu’elle
nécessite. Il faut évidemment reconsidérer la notion de culture, qui ne peut ètre réduite, comme elle l’a souvent été, à la
composante lithique ou céramique. Mais mème dans un discours structuraliste, une chronologie, au moins sommaire, est
indispensable, pour éviter l’erreur grossière consistant à mélanger des systèmes différents. La classification/chronologie
saharienne se base essentiellement sur les distinctions de style, dont l’approche est ici discutée. La démarche stylistique
comporte une inévitable part subjective, la reconnaissance des similarités/différences et de leur domaine de variabilité
procède par une irréductible intuition globalisante. On distingue ainsi, au Sahara, des «noyaux» de figurations similaires,
qui sont ensuite ordonnancés en chronologie relative, en utilisant divers marqueurs chronologiques (la faune «archaique»,
le chevai, le chameau, l’oryx, des armes telles que Tare ou le javelot, les patines, les tifinars). On situe ensuite les écoles
rupestres en chronologie absolue, en utilisant la courbe climatique datée par les climatologues, ou les dates post quem
fournies par l’archéozoologie pour la domestication de certaines espèces animales. Certains types de chars des empires
méditerranéens (chars à doublé timon et quadriges) fournissent aussi une date post quem, 700 BC, pour le début des chars
sahariens.
Abstract — The structuralism and thè New Archaeology condemn culture history and thè chronology it needs. Of
course thè concept of culture must be reappraised: culture cannot be restricted to thè lithic or ceramic component as it was
often thè case in thè past. However, even within a structuralist discourse, an at least rough chronology cannot be dispensed
with, if one wants to prevent thè gross error of mixing different systems up. The Saharan classifìcation/chronology is main-
ly based upon style discrimination, thè approach to which is discussed here. Arguing from style inevitably entails a partially
subjective appreciation. Recognizing similarities/differences and their variability area proceeds through an irreducible
holistic intuition. In this way «nuclei» of similar Saharan representations can be distinguished, and then ordered in relative
chronology, thanks to several chronological markers (thè «archaic» fauna, thè horse, thè carnei, thè oryx, weapons such as
thè bow or thè throwing-spear, patinas, tifinars). Finally thè rock art schools are set up within an absolute chronology by
using thè climate evolution for which climatology researchers can provide dates, and thè domestication dates of some
animals for which archaeozoologists can also supply post quem dates. Some special types of chariots (two-pole chariots
and quadrigas) of thè Mediterranean empires also give a post quem date - 700 BC - for thè beginning of thè use of Saharan
chariots.
Les problèmes de chronologie des groupes so-
ciaux ont traditionnellement constitué l’objet de dé-
bats importants dans les disciplines archéologiques,
la chronologie étant habituellement considérée com¬
me l’une des interrogations majeures de l’enquète vi-
sant à reconstruire le passé. Et cela dans les études
sur l’art rupestre encore plus que dans les autres dis¬
ciplines, parce que les groupes artistiques sont plus
difficiles à dater.
Cependant, depuis une vingtaine d’années, certai¬
nes écoles de pensée font miroiter une autre optique.
Deux d’entre elles notamment, qui comptent parmi
les tendances lourdes de l’histoire des idées dans les
années 70 à 90: le structuralisme et la New Archaeo¬
logy. Ces deux écoles considèrent, plus ou moins ex-
plicitement, que les problèmes de chronologie des
groupes culturels sont mineurs, pour ne pas dire ob-
solètes. Et l’on plaint - ou fon raille - les chercheurs
«vieux-jeu» qui s’obstinent à essayer de démèler cet-
te toile de Pénélope qu’est la chronologie, en vue de
rendre cohérente une histoire des cultures conti-
nuellement en chantier. Sans cesse des mailles leur
partent sous les doigts, d’autres sont à insérer, en
fonction des nouveaux documents venus au jour. On
propose, au contraire, d’aller «droit au sens», sans
plus se soucier vraiment du contexte chronologique
des documents, bref en évacuant de la problémati-
que cette dimension temporelle.
L’auteur de ces lignes est opposé à ces nouveaux
dogmatismes et, désirant parler de chronologie
rupestre saharienne, se doit donc d’établir au préa-
lable que son exposé revètira peut-ètre quelque
intérèt.
Le présent article entend, essentiellement, abor-
der les problèmes généraux que soulève fambition
d’établir une chronologie culturelle, avant de traiter,
succinctement, du mode concret d’établissement de
la chronologie des figurations du Sahara centrai.
NECESSITE D’UNE CHRONOLOGIE
Une chronologie cohérente des groupes sociaux
ou artistiques, nous disent en substance les structu-
ralistes, pour quoi faire? Ils nous expliquent, en lan-
gage savant, que ce paradigme de l’«histoire des cul¬
tures», dans lequel s’inscrivait toute fambition des
générations antérieures, n’aboutissait au mieux qu’à
la reconstitution minutieuse des petits phénomènes
culturels de surface: l’équivalent, en préhistoire, de
r«histoire événementielle» des historiens. Beaucoup
plus important à découvrir et à décrire, précisent-ils,
est le système qui explique une culture, ou diverses
cultures à la fois, et permettait leur fonctionnement.
388
ALFRED MUZZOLINI
Ce système, ensemble des relations entre éléments,
est, lui, comme les mythes, sinon éternel, du moins
intemporel. Il est constitué de multiples niveaux qui
s’interpénètrent: par exemple, tout à la fois le savoir
technologique, le tissu économique et social, la tra¬
me symbolique. Sans connaissance de cette structu-
re, dans laquelle se déployaient les groupes culturels,
on ne peut accèder au «sens» des documents archéo-
logiques - ce qui ne signifie nullement que cette con¬
naissance livre automatiquement ce «sens»: elle
n’est que condition nécessaire, non suffisante. Pour
de nombreux structuralistes - dont le plus célèbre,
Lévi-Strauss - ce «sens» ne constitué mème plus
l’objet de l’enquète, il est relégué dans le «noumè-
ne», l’inconnaissable. L’enquète ne vise pas plus loin
que la découverte du système dans lequel le «sens»
se créait.
Des exemples archéologiques de tels «systèmes»,
auxquels on nous propose de borner notre ambition?
L’un d’eux est bien connu, c’est le système d’opposi-
tions binaires que Leroi-Gourhan a pu repérer dans
les grottes ornées paléolithiques. Ce système s’expri-
mait par certaines localisations de deux séries de cer-
tains animaux et de certains signes, qu’il dénomma
arbitrairement «male» et «femelle». Essayons de
transposer à ce qu’un archéologue pourrait appren¬
da sur le système «christianisme», si, ignorant tout
des Evangiles, de la Bible, de l’Histoire européenne,
il venait à découvrir l’iconographie chrétienne des
églises médiévales. Il saisirait vite qu’il a affaire aux
projections matérielles d’une structure idéologique.
Il cernerait rapidement deux séries majeures de thè-
mes cultuels - une jeune femme avec un enfant sur
les genoux, un adulte barbu toujours en position de
chef de tribù, parlant à la foule, ou entouré habi-
tuellement d’une douzaine de compagnons. Plus
perspicace encore, notre archéologue reconnaitrait
un second cycle de thèmes - ce que nous appelons
l’ Ancien Testament - où les deux personnages du
premier cycle ne fìgurent jamais (les deux cycles en
opposition pourraient, ici aussi, ètre dénommés mà-
le/femelle). Dans les chapelles latérales, jamais aux
places d’honneur, il relèverait des personnages de
moindre rang - nos «saints» - mais toujours les mè-
mes à travers l’Europe. Etc. Les systèmes concep-
tuels ainsi structurés sont, c’est exact, intemporels.
L’enquète peut se permettre de mélanger tous les
documents, sans se soucier de leur chronologie. Evi-
demment, la découverte de cette structure, réduite
dans notre exemple à la dimension idéologique, et
qui reflète partiellement les croyances du groupe cul-
turel des chrétiens, ne livre pas le «sens»: une scène
d’Annonciation resterà hermétique pour notre ar¬
chéologue qui ignore les Evangiles. La connaissance
des structurés fondamentales est tout de mème un
acquis notable, soutiennent les structuralistes, plus
important qu’une histoire des cultures artistiques.
Cette dernière - une chronologie des ensembles de
figurations, distinguant et ordonnant fècole byzan-
tine , fècole romane, fècole gothique - apparait d’un
intérèt très mince, disent-ils, ce n’est qu’une petite
écume de surface du système idéologique «christia¬
nisme» sous-jacent.
La New Archaeology, née aux Etats-Unis, s’est
depuis lors, avec L. Binford comme chef de file, lar-
gement internationalisée. Elle est surtout connue
pour son état d’esprit positiviste et scientiste, son ap-
proche scientifique du document, quantifiée au ma¬
ximum, et ses exigences quant à une méthode de
démonstration rigoureuse suivant le modèle hypo-
thèse-test-déduction, opposée aux méthodes indu-
ctives et comparatistes des générations précédentes.
Tout cet aspect méthodologique, sain et raisonnable,
mème si certaines affirmations peuvent en ètre dé-
battues, n’est pas notre propos ici. Notre propos con¬
cerne ce que doit viser l’enquète archéologique: sur
ce point la New Archaeology épouse largement les
thèses structuralistes. La controverse entre F. Bordes
et L. Binford, dans les années 70, l’illustre parfaite-
ment. Elle concernait les divers types d’industries li-
thiques moustériennes. Bordes décrivait, à travers ces
diverses traditions lithiques, diverses traditions cul-
turelles, c’est-à-dire l’histoire de diverses ethnies
successives, tandis que Binford n’y voyait que des
matériaux aptes à définir la variabilité interne d’un
seul système technologique - économique - ethni-
que. La New Archaeology attaché une attention par-
ticulière à étudier, au lieu des événements culturels
eux-mèmes, les règles sous-jacentes expliquant leur
évolution, c’est-à-dire les processus de la diachronie
du système - c’est l’archéologie dite «processua-
liste». Et elle professe, pour l’histoire des cultures et
pour les cadres chronologiques dans lesquels se dé-
ploie la mosa'ique culturelle, le mème mépris que le
structuralisme.
Ces deux écoles de pensée sont actuellement sur
le reflux, ou mème passées de mode. Mais leurs
épigones - le «poststructuralisme», le «postproces-
sualisme», des «post...ismes» divers - sont aussi
virulents contre une vision historique des cultures.
Ces attitudes ébranlent-elles vraiment en profon¬
der les bases de notre discipline, fethnographie
préhistorique? Ne nous laissons pas intimider par les
diatribes, ni imposer de tabou de vocabulaire.
«Quand j’entends le mot culture, je sors mon revol¬
ver» fut une phrase célèbre, dans les années 50...
laissons dire. Sans nous payer de mots, que nous ex-
priment en fait ces écoles de pensée?
Nous pouvons accepter la définition très large de
L. Binford (1968: 323) - beaucoup plus large que celle
de Lévi-Strauss - pour le terme «culture»: il signifie
«tous les moyens dont les formes ne sont pas sous
contròie génétique direct (c’est-à-dire: extrasomati-
ques) et qui servent à ajuster les individus et les grou¬
pes à l’intérieur de leurs communautés écologiques».
Par définition, pourrait-on dire, l’histoire des cul¬
ture, avant d’ètre un paradigme obsolète, est l’objet
mème de fethnographie préhistorique. Mais, nous
rétorque-t-on, les cultures, telles qu’elles étaient
con?ues par la génération précédente, se réduisaient
à une liste d’attributs locaux, sans lien entre eux. Ce
qui n’a rien à voir avec le système adaptatif dont Bin¬
ford préconise f étude, et qui s’entend comme un en¬
semble d’interactions.
Toutefois, Binford lui-mème (1968: 323) souligne
que ces ajustements des individus et des groupes
- f«ajustement» a toujours été le maitre-mot dans
les visées de la New Archaeology - sont «toujours un
problème locai». Leur description oblige à reconsti-
tuer la mosai'que des adaptations locales, dont nous
ne voyons guère la différence avec la mosai'que des
cultures.
Car le véritable problème, au-delà des mots, c’est
le genre d’histoire des cultures que condamnent, avec
CHRONOLOGIE RAISONNÉE DES DIVERSES ÉCOLES D’ART RUPESTRE DU SAHARA CENTRAL
389
raison reconnaissons-le, la New Archaeology et les
structuralistes. C’est celle pratiquée par les généra-
tions précédentes, qui réduisait le plus souvent les
cultures à leurs composantes matérielles, ou mème
souvent à quelques-unes de ces composantes. Le
temps n’est pas si loin où le Paléolithique était décrit
comme une succession de «cultures» - ou, disait-on
pompeusement, de «civilisations» - qui se rédui-
saient en fait à de simples particularités lithiques. La
«culture» aurignacienne désignait une ethnie ou un
«peuple», dont l’identité s’exprimait par... un cer-
tain type de lames de silex. Puis s’avanfait sur le de-
vant de la scène le «peuple» gravettien, «porteur» de
la retouche abrupte, puis le «peuple» solutréen «por¬
teur» de la retouche envahissante . . . Pour le Néo-
lithique, formes et décors des céramiques étaient
aussi considérés comme les équivalents d’ethnies.
Relisons par exemple (ou plutòt parcourons, car ces
ouvrages nous sont devenus illisibles) les études ré-
gionales que publiait la collection «Ancient Peoples
and Places» (Thames and Hudson) dans les années
50. Le «Sicily» de Bernabò Brea (1957), par exemple.
Les «cultures» («culture de Conca d’Óro», «culture
de Capo Graziano», etc) ne sont pratiquement carac-
térisées que par des formes de vases et de leurs dé¬
cors, accessoirement par les formes des sépultures.
Pas un mot, ou presque, sur fenvironnement, la fau¬
ne, le mode de vie des habitants, la démographie,
l’organisation sociale, le monde symbolique, ni mè¬
me sur le mode de production des céramiques. Si
plusieurs décors céramiques interfèrent, c’est, nous
explique-t-on sans hésitation, qu’un «peuple» indi-
gène a été «colonisé» par les porteurs des nouveaux
décors. Il y a là une vision tronquée de l’histoire des
cultures, une caricature de cette histoire: elle est in-
défendable, et nous ne la défendrons pas.
Nous avons tous - ou presque tous - actuellement
révisé ces conceptions. Sous les coups de boutoir de
la New Archaeology, certes, mais le Vieux Monde se
posait déjà des questions avant son déferlement en
Europe. En Grande-Bretagne, David. L. Clarke avait
déjà enfoncé le clou... Personne ne conteste plus
que pour définir une culture, on doive décrire tout
«ce qui n’est pas sous contróle génétique», c’est-à-di-
re ajouter aux descriptions des productions lithiques
et céramiques des aspects beaucoup plus pertinents.
Le contexte naturel, d’abord - fenvironnement
(géographie, climats, etc), l’écologie (la situation
dans les chaines alimentaires, les faunes consom-
mées, etc). Bien entendu, également la dimension
économique et sociale (démographie, structures de
pouvoir, etc), et également la dimension idéologique
(appartenances linguistiques, univers symbolique,
mythes, religions, etc). Et bien entendu, aussi, les
systèmes, visés par les structuralistes, qui sous-ten-
dent et relient ces diverses dimensions, et qui peu-
vent, eux, transcender les ethnies, étre communs à
plusieurs cultures. Les civilisations sont mortelles,
nous l’avons appris, mais les idées et les structures
qui les fondaient peuvent leur survivre.
Nous savons, maintenant, qu’une culture, c’est
tout cela à la fois. L’«Ecole des Annales», celle de
Marc Bloch et de Lucien Febvre, visait-elle finale-
ment autre chose, dans ce qu’elle appelait l’«histoire
totale» (ou «globale»)? Ce que la New Archaeology
nous a enjoint avec véhémence d’ajouter à la pré-
histoire événementielle - celle des changements
dans l’industrie lithique et dans les décors cérami¬
ques - ce sont tous les phénomènes culturels qui se
situent aux deux niveaux sous-jacents: celui de la
conjoncture, des forces du long terme au niveau éco¬
nomique et social; et celui que F. Braudel appelait
la «longue durée», qui englobe, avec la géographie,
le climat, les échanges traditionnels, les systèmes
symboliques fondamentaux (par exemple l’Islam, le
christianisme), les communautés linguistiques ou
anthropologiques, et dans lequel certains disciples
de Braudel ont mème distingué un sous-étage, celui
des «mentalités».
Si nous acceptons pour les cultures une défmition
ainsi correctement rectifiée et élargie, l’histoire des
cultures redevient une visée parfaitement honorable:
il n’y a pas à s’en défendre comme s’il s’agissait d’une
ambition inutile ou malsaine.
Mais alors, concrètement, dans cette optique recti¬
fiée d’une histoire des cultures, et mème en nous
bornant au niveau de la «longue durée», comment
pourrait-on étudier les groupes sociaux en faisant
l’économie de la dimension chronologique ou en la
réduisant au minimum? Une felle prétention nous a
toujours parue incompréhensible.
Mème dans le langage propre au structuralisme,
un système a une diachronie. Lente, dit-on: oui,
mais comment apprécier cette lenteur, sans unité de
temps . . . c’est-à-dire sans une chronologie absolue,
fut-elle sommaire? Un système peut présenter plu¬
sieurs états, il faut donc nécessairement savoir lequel
dérive de l’autre - c’est le «problème de l’origine».
Comment, sans chronologie au moins relative? Nous
nous exposons à des erreurs grossières sur la dériva-
tion, ou bien nous risquons de mettre en relation des
éléments de deux systèmes différents, ou de deux
états différents d’un mème système, alors qu’une
chronologie montrerait qu’ils ne peuvent avoir aucu-
ne relation réelle.
Des exemples? Celui des erreurs de Breuil qui, ne
disposant pas, en son temps, des repères chronologi-
ques que nous a fournis le 14C, cherchait indument
des relations entre les fìgurations des grottes paléo-
lithiques et celles du Levante espagnol, du Tassili et
d’Afrique du Sud. Ou encore: sans le filet protecteur
d’une chronologie préalable, nous risquerions, au
Sahara centrai, d’inclure dans un mème groupe, ou
du moins de mettre en relations, toutes les fìgura¬
tions d’accouplements humains, par exemple, et de
leur chercher un «sens» commun. Tandis qu’une
chronologie, mème sommaire, nous interdit de lier
les fìgurations camelines - apparemment à connota-
tions sexuelles simples, peut-ètre simplement ludi-
ques - avec celles de l’Acacus - où l’homme est affu-
blé d’un inquiétant masque de chacal - et celles du
Mathendous - où des «femmes ouvertes» sont par-
fois incluses dans une scène d’accouplement, mais
parfois portent des cornes, tiennent en mains un
«ovale» mystérieux et renferment certainement une
charge symbolique très différente de celle des fìgura¬
tions camelines. Deux, trois ou quatre millénaires
séparent ces divers ensembles.
Ce risque de mélanger indument des systèmes dif¬
férents est d’ailleurs parfaitement per<?u par les struc¬
turalistes eux-mèmes. En fin de compte, sont rares les
études structuralistes de quelque ampleur qui, après
les condamnations rituelles de l’histoire des cultu¬
res, n’instaurent pour leur discours une chronologie
ou une stratigraphie préalables, au moins sommaires.
390
ALFRED MUZZOLINI
Leroi-Gourhan distingue par exemple, pour l’art
paléolithique, quatre «styles», qui sont en fait des
périodes, c’est-à-dire constituent une chronologie
(Vialou, 1989: 33). Il est exact qu’il ne le fait que du
bout des lèvres. Son mépris pour les coupes vertica-
les et la stratigraphie est bien connu, il privilégie les
décapages horizontaux, c’est-à-dire la synchronie
d’un système. Il s’attire, à propos de la «curiosité
chronologique» qu’il dénonfait, la juste critique de
P. Courbin (1987: 332): «(elle) n’est tout de mème
pas, en elle-mème, il faut y insister, une curiosité
malsaine: c’est une exigence proprement fondamen¬
tale de la recherche et avec laquelle on ne saurait se
mettre en contradiction». Une structuraliste notoire
comme M. Conkey (1988: 145) critique de mème, et
ouvertement, Leroi-Gourhan pour son insufflante
attention à la chronologie de ses ensembles, qu’on
ne peut approcher, précise-t-elle, en ignorant la di-
mension temporelle, fune des «variables fondamen-
tales de l’enquète archéologique», et qui fait partie
du contexte du sens. Autre structuraliste bon teint,
disciple de Leroi-Gourhan, D. Vialou discute lon-
guement, lui, Page - Magdalénien IV, V ou VI - de
ses grottes ariégeoises.
Dans l’art australien, L. Maynard, P. Vinnicombe,
J. Clegg, etc, préconisent une «approche archéologi¬
que» (opposée à l’«approche ethnographique» tradi-
tionnelle): les figurations sont étudiées comme de
banals artefacts, pour leurs attributs formels seuls,
en principe - ou du moins au départ - dans un cadre
intemporel. En fait, c’est essentiellement le «Pa-
naramitee style» qui est traité ainsi: un ensemble
étalé sur les derniers 20 ou 30.000 ans, non figuratif,
dans lequel des subdivisions chronologiques n’ap-
paraissent pas avec évidence. Les styles plus récents
- le Simple Figurative Style, le Complex Figurative
Style - sont, eux, mis en situation chronologique,
dans des chronologies par régions, et au total on
dispose d’un cadre chronologique sommaire qui per-
met le discours.
Ce n’est que pour l’art des Bochimans qu’on a pu
se dispenser de chronologie. Mème si, comme le pré-
tendent certains, leurs ancètres remontent jusqu’aux
dalles peintes de la grotte Apollo vers 26.000 BP, la
grande majorité des peintures des Sans ne datent que
du présent millénaire, et on considère donc leur en¬
semble comme homogène et anhistorique (quelques
contestations se sont toutefois élevées sur ce point).
En définitive, sauf en ce dernier cas, et malgré les
déclarations péremptoires, nous ne voyons pas que
les structuralistes eux-mèmes aient montré la possi-
bilité d’une approche anhistorique de l’étude du pas-
sé. Une réaction se fait jour également, ces dernières
années, contre l’«anhistoricisme» théorique de la
New Archaeology - par exemple dans l’«archéologie
contextuelle» de I. Hodder (1986). En admettant mè¬
me qu’une approche anhistorique fut possible, pour-
quoi la pratiquerions-nous? On veut nous faire met¬
tre nos pas dans ceux de Lévi-Strauss. Mais il existe
une énorme différence entre la visée de l’«Anthropo-
logie structurale» et la nòtre: les mythes ne peuvent
ètre datés au 14C, ils ne peuvent ètre étudiés que dans
une cadre intemporel. Au contraire, nos unités strati-
graphiques, nos faunes, et - plus difficilement, c’est
vrai - nos fìgurations peuvent ètre liées à des repères
chronologiques. Pourquoi nous priverions-nous de
cette information? Cette attitude serait aussi dérai-
sonnable que celle d’un archéologue qui, par princi¬
pe méthodologique, s’astreindrait à ne relever que
des mélanges anhistoriques de silex ou de cérami-
ques en surface, en s’interdisant la fouille verticale qui
pourrait les lui restituer dans l’ordre chronologique.
Plus fondamentalement, pour ce qui concerne l’art
rupestre, concluons que, mème si elle était possible,
l’approche anhistorique serait trop dangereuse, ex¬
posant à des erreurs graves, Nous nous rallions à la
formule de Bednarik (1988): «la chronologie est le
sang qui donne vie à l’archéologie». Et nous en
restons, sur ce point, sciemment et résolument, à la
position traditionnelle: sans une chronologie cor-
recte des fìgurations, tout discours sur l’art rupestre
devient, sinon peut-ètre invalidò, du moins très
aventureux.
La chronologie, qui permet l’insertion des figura-
tions dans une histoire cohérente des groupes ethni-
ques, n’est évidemment qu’une première étape, né¬
cessaire mais non suffìsante. Nous allons exposer
qu’elle s’opère par l’étude de divers attributs, notam-
ment le style, qui permettent de reconnaitre et situer
des groupes culturels, mais elle ne livre ni le sens ni
la fonction. Elle précise seulement leur contexte.
Mais la connaissance de ce dernier est indispensable,
et la chronologie constitue donc un cadre préliminai-
re obligatoire pour toute étude, y compris les études
à visée structuraliste ou les études des systèmes
adaptatifs binfordiens.
METHODE DE CLASSIFICATION/ CHRONOLOGIE
Une chronologie correcte - c’est-à-dire cohérente
et exacte - des fìgurations s’avérant donc nécessaire,
avant toute approche de leur «sens» ou de leur fonc¬
tion, comment s’y prendre pour la réaliser?
L’opération absolument première est une classifì-
cation en «groupes de fìgurations». Depuis Aristote
au moins, il n’y a de Science que du général, et il faut
évidemment organiser nos dizaines de milliers de fì¬
gurations en unités manipulables. Nous devons donc
créer des «classes» de fìgurations, distinguées d’a-
près des «critères discriminants». Ces derniers, dans
ì’art saharien, sont traditionnellement liés, les uns à
ce que les sémanticiens appellent la «forme» (dimen-
sions, techniques, patines, etc, et surtout le style), les
autres à ce qu’ils appellent l’«idée» (les thèmes fìgu-
rés, les types anthropologiques, les objets tels que ar-
mes, chars, les écritures, etc).
Nous devons ici consacrer quelques développe-
ments à celui, parmi ces critères discriminants, qui
s’avère le plus important dans les histoires des arts,
CHRONOLOGIE RAISONNÉE DES DIVERSES ÉCOLES D’ART RUPESTRE DU SAHARA CENTRAL
391
et notamment dans les classifìcations/chronologies
de l’art rupestre saharien: le style (J).
Ce mot fait immédiatement froncer les sourcils: le
style est une variable nominale, guère quantifiable, il
est donc a priori suspect de subjectivisme. Certains
ont proposé froidement de supprimer ce terme du
vocabulaire.
Une défmition classique du style est celle de Sac-
kett (1977: 370): c’est «la variabilité formelle non liée
à la fonction» . . . «une manière hautement spécifique
et caractéristique d’exécuter quelque chose... tou-
jours particulière à un moment et à un lieu précis».
Ce dernier caractère explique l’intérèt que portent au
style les historiens. En efìet, parmi l’infinie variété
des modes stylistiques possibles, «isochrestiques» au
sens de Sackett (1990: 33) (= «isomorphes équiva-
lents quant à leur fonction»), chaque groupe n’utilise
à un moment donné qu’un seul de ces modes, ou un
très petit nombre d’entre eux. Cette constance des
choix des formes d’exécution au sein d’un groupe
culturel fonde le concept de style (Schapiro, 1953).
Ces choix, appelés «styles», sont par conséquent
susceptibles de constituer, si nous parvenons à bien
les différencier, d’intéressants «marqueurs»: chrono-
logiques, certainement, mais peut-ètre aussi ethni-
ques, sociaux, culturels - avec certaines diffìcultés,
liés à l’emploi d’un mème style par plusieurs grou-
pes voisins, ou de deux styles au sein d’une mème
ethnie, à l’évolution des groupes adoptant ou aban-
donnant un style, aux phénomènes de diffusion,
d’emprunts, de survivances, etc. La relation entre
ethnies et styles n’est certes pas univoque, ni simple,
mais une relation existe, qu’il faudra rechercher en
s’aidant aussi des attributs non-stylistiques ou d’au-
tres moyens archéologiques tirés du contexte, en
confirmation. De quelque manière, les choix stylisti¬
ques et leurs variations dans le temps dépendent du
contexte ethnique qui existait à un certain moment:
le style va donc nous informer sur l’identité et
l’histoire des ethnies, mème indépendamment des
thèmes figurés qui pourront confirmer cette infor-
mation (les variations des types anthropologiques,
par exemple). Le système social ou culturel qui, à un
moment donné, en imposant aux artistes des règles
ou du moins des «traditions» propres à l’ethnie, pro-
duisait les figurations, est appelé «école», au sein de
laquelle le style choisi est le «langage» commun et
constitue le composant le plus caractéristique. Mais
la notion d’école est plus large que celle de style: elle
englobe par exemple la technique, les «traditions»
thématiques, le choix des types anthropologiques fi-
gurés, etc.
Deux figurations de mème «style» ne sont pas
identiques, mais similaires. Il nous faut donc appré-
cier le degré de similitude. Le style n’inclut pas, en
principe, la technique - encore qu’une technique
particulière puisse parfois constituer un élément sty-
listique. Mais mème avec une technique identique,
deux artistes de la mème «école» ont déjà deux «ma-
nières» qui diffèrent: au sein du Quattrocento ita-
lien, Filippo Lippi se distingue, par des détails sub-
tils, de Botticelli; au sein du «Bubalin naturaliste»,
les fìgurations du Wadi Tilizzaghen se distinguent
aussi subtilement de celles du Wadi In-Habeter. Des
regroupements en «ensembles stylistiques», dénom-
més plus simplement «styles», sont évidemment né-
cessaires, et ils sont possibles: le Quattrocento, le
«Bubalin naturaliste», l’art byzantin . . . Mais où met-
trons-nous la différenciation entre deux styles? Bien
entendu, nous devons faire abstraction des différen-
ces jugées acceptables, et ne retenir que les similitu-
des. Précisons la défmition de Sackett gràce à celle
de Forge (1977), pour qui le style est un «ensemble
cohérent de préférences pour certaines formes et
certaines manières, à l’intérieur d’un domaine de va¬
riabilité» (nous soulignons) «admis (par le groupe
social)». Mais comment préciser les limites de ce
domaine? Dans tous les cas, il resterà une part irré-
ductible de subjectivité d’appréciation sur le degré
de variabilité interne que le groupe social admettait
et qui nous autorise à ériger un ensemble en «groupe
stylistique», ou sur nos regroupements en «ensem¬
bles stylistiques».
On a évidemment essayé de réduire cette part de
subjectivité. Aux U.S.A, notamment, ont été propo-
sés des codes universels de tous les «motifs» artisti-
ques concevables, ce qui aurait facilitò la saisie par
les logiciels. Les initiatives n’ont eu aucune suite . . .
Parce que les styles sont tout simplement uniques,
sui generis, et ne se laissent pas facilement décrire
dans un code commun, si détaillé soit-il.
Plus sérieusement, pour une région limitée, par
exemple les Cantabres dans les études de M. Con-
key (ex. 1988) sur l’art mobilier paléolithique, on a
proposé Y «analyse structurale du dessin» («design
structural analysis»). On définit - arbitrairement, la
difficulté git ici - des invariants de base, qu’on re-
trouve dans la plupart des compositions (ex.: arcs,
cercles, traits parallèles, groupes de traits, chevrons,
etc). Puis on analyse la «grammaire» qui les déploie
dans les compositions. P. Vinnicombe (1976) a pro-
cédé à une analyse numérique similaire pour les
peintures des Sans.
De telles méthodes permettent certainement une
approche plus rigoureuse de la défmition du style,
mettant en évidence les éléments discriminants ou
redondants. Mais à quoi se reconnaìt un invariant de
base? Il est difficile d’admettre que les choix initiaux
d’attributs et leur hiérarchisation soient neutres, in-
dépendants d’une perception holistique qui en a déjà
saisi l’importance et les a privilégiés. On a sans doute
simplement remplacé - c’est la critique essentielle de
Marshack (1989: 32) - une subjectivité globale par
une subjectivité à chacun des niveaux de choix.
Nous ne pouvons, en définitive, éliminer totalement
une part de subjectivité dans la défmition d’un style
et du domaine de variabilité («sens large», «sens
étroit») que nous lui attribuons.
(') Contrairement à ce qu’on lit fréquemment, ce n’est pas la faune - grand bufile, boeuf domestique, chevai,
chameau - qui constitue la base de la classification traditionnelle de Monod-Lhote. Ces animaux ne représentent
nullement des critères discriminants (ils ne servent de rien pour discriminer, par exemple, l’appartenance d’un éléphant):
ce ne sont que les «marqueurs chronologiques» des quatre «étages», ces derniers étant préalabìement définis par le style, la
technique, la patine.
392
ALFRED MUZZOLINI
Concrètement, sur la base des critères discrimi-
nants évoqués, et en particulier du style, comment
s’y sont pris les classifìcateurs pour classer, puis or-
donner chronologiquement, l’ensemble des fìgura-
tions sahariennes?
Les premières classifìcations (Flamand, Ober-
maier) puis, dans les années 30, celle de Monod, re-
prise et complétée par Lhote (et, pour le Tibesti, par
Huard), édictaient un cadre à la fois classifìcatoire et
chronologique complet, analogue à celui des géolo-
gues, dans lequel toutes les figurations, connues ou
futures, devaient s’intégrer. Bien ou mal - c’est-à-di-
re mème si l’attribution ne paraissait pas certaine -
une figuration devait entrer dans l’un des quatre
«tiroirs» du système de classifìcation/chronologie
de Monod-Lhote, il n’y avait pas de cinquième ti-
roir. Il s’agit d’une «partition» de classes chronolo¬
giquement distinctes et mutuellement exclusives,
appelée aussi «typologie», et représentant la totali-
té de l’ensemble à classer. Mais un tei système fer¬
mò soulève trop souvent des problèmes. Nous di-
rons très simplement que de nombreuses attribu-
tions stylistiques/chronologiques nous apparais-
sent, dans la littérature, proclamées ex cathedra,
alors que nous n’en percevons aucune justification:
ni évidentes, ni expliquées, nous refusons de faire
semblant de les comprendre, et ne pouvons que les
considérer comme subjectives et apparemment non
fondées.
Nous avons préconisé une méthode différente, in-
ductive: au lieu de partir d’un cadre classifìcatoire/
chronologique fermé, nous partons des éléments, les
figurations, qu’on regroupe en « noyaux » de figura-
tions semblables - nous nous expliquerons sur ce
mot. Ensuite, et ensuite seulement, on essaie d’or-
donner chronologiquement ces «noyaux».
Comment effectuer ces regroupements en «noy¬
aux»? En respectant deux règles, tirées du Discours
de la méthode de Descartes.
La première: «ne recevoir jamais aucune chose
pour vraie que je ne la connusse évidemment ètre
telle». Soulignons le terme «évidemment». Ou bien
une figuration nous apparaitra «évidemment» sem-
blable, et nous l’adjoindrons au noyau déjà con-
stitué. Ou bien elle ne nous apparaitra pas «évi¬
demment» semblable, et nous essaierons alors de
l’intégrer à un autre noyau, ou nous la laisserons en
attente dans un pseudo-groupe, les «inclassables».
Certainement, une telle approche est moins satisfai-
sante pour l’esprit que celle de la classification/chro-
nologie traditionnelle, car elle laisse un résidu d’in-
classables. Ce n’est pas, ici, une partition fermée. En
contrepartie, tout ce qui est classé est certain.
Deuxième règie: «commencer par les objets les
plus simples et les plus aisés à connaitre, pour mon-
ter peu à peu, comme par degrés, jusqu’à la connais-
sance des plus composés». Or certains «noyaux»
de figurations sont bien «les plus simples et les plus
aisés à connaitre», parce qu’ils s’imposent immédia-
tement (dans le sens de: sans intermédiaires) à notre
vision. Ce sont des groupes:
- régionalement limités
- de figurations à la fois «évidemment» similaires
(dans un domaine de variabilité limité) et «évidem¬
ment» distinctes des autres ensembles. Ces similitu-
des et différences s’entendant sous l’angle: essentiel-
lement du style, et accessoirement (en confirmation
autant qu’en complément) de celui d’autres critères,
divers: techniques, patines, types anthropologiques,
nature formelle des thèmes (quel qu’en soit le sens,
fùt-il incompris), etc. Que ces divers attributs se pré-
sentent toujours ainsi liés dans une certaine région
justifìe que nous érigions en «noyau» culturel l’en¬
semble de figurations qui leur correspond. Car il re-
présente quelque particularité ethnique, il exprime
une certaine fonction, une certaine intention, un be-
soin de communication, un certain code commun
etc - peu importe pour l’instant lesquels - propres à
une ethnie ou à un groupe d’ethnies géographique-
ment voisines. En effet, il est déjà hautement impro-
bable que le mème style de figurations soit pratiqué
par deux ou plusieurs sous-groupes voisins indépen-
damment les uns des autres (Sackett, 1977: 370).
Mais l’improbabilité devient absolue, c’est-à-dire
que l’indépendance apparait impossible, si les attri¬
buts liés au style commun sont eux aussi identiques
dans les divers sous-groupes. Ces derniers, au moins
sur le pian culturel, doivent ètre appréhendés globa-
lement: c’est notre «noyau» de figurations. Ceci va à
l’encontre de certaines études sur le style qui n’ont
aucune peine à souligner les difficultés, déja signa-
lées, de la relation entre groupes culturels et styles,
mais c’est parce qu’elles dissocient indument le style
de son contexte.
Nous admettons, contrairement aux classifìcations
anciennes, que le jeu de critères discriminants rete-
nus pour défìnir un groupe ne soit pas le mème pour
tous les groupes, car certains critères ne sont «sensi-
bles» que dans certains groupes. Par exemple: le type
anthropologique ne sera éventuellement utilisable
pour discriminer que dans les groupes pratiquant un
style suffisamment naturaliste.
Nous devons justifìer notre affìrmation sur la per-
ception «évidente», immédiate, des similitudes et
différences stylistiques qui fondent les noyaux. Elle
va à l’encontre des tendances positivistes actuelles,
et paraìtra exorbitante à certains chercheurs qui vou-
draient bien, pour le style comme pour les autres cri¬
tères, disposer d’une justification rationnelle - en-
tendons: quantifìable. Personne ne prétend, tout de
mème, que seules les valeurs quantifìables soient di-
gnes d’intérèt: un tei réductionnisme serait inaccep-
table.
Une première objection à l’encontre de notre as-
sertion est celle des pourfendeurs habituels de l’em-
pirisme: Lewis- Williams notamment. Nos apprécia-
tions de similitudes et différences, nous objecte-t-on,
sous certains critères choisis par nous, alors que
nous en tenons d’autres (par exemple les dimen-
sions, les couleurs) pour négligeables, ne sont que
des jugements liés à notre culture, à nos préjugés, à
notre clan. «Une classification» écrivent Lewis-Wil-
liams et Loubser (1986: 259) «est donc un genre spé-
cial d’hypothèse».
Cette objection nous paralt spécieuse. Nous ne
pouvons évidemment nier que nos appréciations
soient liées à notre culture. Mais tout ce qui est lié à
notre culture n’est pas pour autant invalide. On insi-
nue que ces appréciations seraient liées à notre cul¬
ture seulement. C’est inexact. Sans qu’il soit encore
question, en tout ceci, du sens ni de la fonction, nous
savons que tei trait culturel, que nous avons estimé
distinctif - un style schématique, par exemple - l’é-
tait aussi dans la culture des auteurs des figurations.
En effet, sa distibution n’est pas aléatoire, nous le
CHRONOLOGIE RAISONNÉE DES DIVERSES ÉCOLES D’ART RUPESTRE DU SAHARA CENTRAL
393
constatons lié à certaines parois, certaines techni-
ques, certains types anthropologiques, certaines fau-
nes, et pas à d’autres. Il représentait donc, dans cette
culture aussi, une valeur (peu importe ici laquelle).
Choisi volontairement, il y exprimait spécifiquement
quelque particularité, ethnique, ou sociale, ou idéo-
logique, etc. La spécifìcité que nous lui accordons
dans notre classifìcation n’est donc pas seulement
une hypothèse.
Une deuxième objection semble plus sérieuse:
c’est la possibilité mème de l’appréciation immédiate
des similitudes et différences constituant un style
qui est mise en doute. Conkey et Hastorf (1990: 1),
par exemple, s’en prennent à une formulation de Ga¬
damer, défmissant la notion de style comme «l’un
des concepts indiscutés et intrinsèquement évidents
sur lesquels se fonde notre conscience historique».
Nous estimons au contraire que cette formulation
s’avère correcte dans de nombreux cas.
En premier lieu, il y a style et style. Les études sur
le style ont paru en nombre ces dernières années,
mais alors que nous y cherchions des enseignements
applicables à nos problèmes sahariens concrets, leur
lecture nous a souvent donné une impression d’é-
trangeté, les ensembles stylistiques envisagés parais-
sant se situer dans un univers autre que celui de nos
figurations sahariennes. Parfois ces études restent à
un niveau philosophique, visant une théorie unifiée
du concept de style: à ce niveau, tout a un style - un
arbre, note Hodder (1990: 45), a son «style» de bran-
chage et de frondaison - mais un tei degré d’abstrac-
tion n’est guère opérationnel au niveau de nos figu¬
rations à classer. D’autres études sur le style, nom-
breuses, visent en fait les styles des assemblages
lithiques ou des décors des céramiques. Ces ensem¬
bles, une fois écartés les attributs liés à la fonction -
opération souvent difficile (Sackett, 1990, discute cet¬
te distinction) - possèdent effectivement un style.
Mais l’information exprimée par ce style est très pau-
vre, presque uniquement à base de traits morpholo-
giques: une petite douzaine d’attributs suffisent pour
la saisir et la décrire. Les distinctions stylistiques n’y
apparaissent pas à l’évidence, une analyse conscien¬
te, minutieuse, est nécessaire pour les dégager. D’au¬
tres études visent des ensembles rupestres peu ou
pas figuratifs: les «signes» du Paléolithique supérieur
européen, le «Panaramitee style», certains groupes
rupestres amérindiens, etc. L’information enclose
y est aussi pauvre que dans les assemblages de silex,
ici encore une analyse consciente des attributs for-
mels donnant prise aux distinctions de classes sty¬
listiques - analogue à celle du «design structural
analysis» - s’avère indispensable.
De nombreuses études, enfìn, visent les ensem¬
bles rupestres du Paléolithique supérieur. La diversi-
té des attributs étudiables est ici plus grande que
dans les cas précédents, quantitativement plus pro¬
che de celle des ensembles rupestres sahariens. On
noterà toutefois que les ensembles paléolithiques ne
présentent pratiquement que des animaux isolés - le
nombre d’espèces y est d’ailleurs limité - et des si¬
gnes, les humains y sont rares, et les scènes compo-
sées rarissimes (moins d’une dizaine). Etalé sur
20.000 à 30.000 ans, l’art rupestre paléolithique cor-
respond à de nombreuses «écoles» concrètes, repré-
sentées par trop peu de figurations correctement lisi-
bles, similitudes et différences n’apparaissent pas, ici
non plus, à l’évidence - à preuve les controverses ac-
tuelles, remettant en question les divers styles mag-
daléniens de Breuil. Une analyse des attributs for-
mels ou thématiques est, ici encore, nécessaire pour
faire émerger les classes stylistiques.
Nous nous refusons à mettre sur le mème pian
l’art rupestre saharien, avec ses dizaines de milliers
de figurations, parmi lesquelles d’innombrables scè¬
nes composées, des milliers de peintures aux détails
très riches, des gravures de techniques, patines, thè-
mes, etc, très lisibles et très variés, des personnages
très nombreux aux types anthropologiques divers.
Nous ne sommes plus ici dans un monde de chas¬
seur, dans l’un de ces arts dits «primitifs» («primi-
tifs» quant aux moyens d’exécution - le sens, en tout
ceci, rappelons-le, n’est pas en question). Nous som¬
mes déjà dans un monde artistique proche des arts
historiques ou modernes. Rappelons ici la distinc¬
tion de Schapiro (1953: 287) quant aux trois niveaux
qui expriment le style: celui des éléments formels
(les «motifs»), celui des relations entre formes (dans
les scènes composées, notamment), et celui des qua-
lités. Les styles des assemblages lithiques ou des
ensembles non figuratifs n’impliquent pratique¬
ment que le premier niveau, tandis que l’art rupes¬
tre saharien met en jeu les deux autres, surtout ce¬
lui des qualités. Ces dernières correspondent à une
information très riche se résolvant en une multitu-
de de faisceaux d’attributs divers, qui concourent
pour constituer «l’expression». Cette dernière
qualité est perfue globalement, et ressort de l’évi¬
dence: c’est notamment elle qui est appréciée en
bloc, dans les valeurs de notre culture moderne,
comme «belle» (cette valeur esthétique pouvant
bien sur ètre différente, ou absente, dans d’autres
cultures).
Notre affirmation est que dans l’art rupestre saha¬
rien comme dans de nombreux arts historiques et
modernes, la variabilité intergroupes, exprimée par
une multitude d’attributs distinctifs, est énorme,
de très loin supérieure à celle des exemples précé¬
dents, et donc que les similitudes entre deux figu¬
rations et les différences irréductibles entre deux
«écoles» - la notion d’«école» correspond à cette in-
tervariabilité - éclatent «à l’oeil nu», sans besoin d’a-
nalyse. Implicite à cette perception des similitudes
et différences est celle du degré de ces similitudes
stylistiques, de la constance de la liaison avec cer¬
tains attributs non-stylistiques (technique, thèmes,
etc), de la hiérarchisation de ces attributs et du do¬
maine de variabilité propre à un groupe (intra-varia-
bilité). L’esprit opère ipso facto les regroupements en
noyaux et les exclusions, dans un processus intellec-
tuel globalisant qui ne relève pas du raisonnement
analytique, mais bien - il faut appeler par son nom ce
sentiment d’évidence, mème s’il effraie les scientifi-
ques - de l’intuition.
Cette intuition peut évidemment s’analyser après
coup, on peut repérer et décrire certains critères dis-
criminants qu’elle a impliqués et hiérarchisés, véri-
fier la constance des liaisons entre le style et les at¬
tributs non-stylistiques, constance qui justifie les
«noyaux». Mais il serait vain, d’une part, de nier cet¬
te intuition, de faire semblant de «découvrir», à fai¬
de de tables de contingence ou d’un traitement
informatique, les groupements déjà réalisés intui-
tivement. Et d’autre part, il serait dangereux d’y re-
noncer par principe méthodologique, sous prétexte
qu’elle met en jeu un processus subjectif, car il n’est
394
ALFRED MUZZOLINI
nullement certain qu’une analyse rigoureuse, par
exemple avec un traitement informatique, puisse la
récupérer. Ce dernier, dans de nombreux cas, n’a-
boutit qu’à des groupes formellement «exacts», mais
qui peuvent n’ètre que des artefacts de la méthode.
Nous voulons dire par là que ces groupes sont
«exacts» dans le sens qu’ils reflètent correctement
des attributs arbitrairement choisis au départ (un au-
tre choix, toujours subjectif, d’attributs, aurait toute-
fois conduit à d’autres groupements), mais rien n’as-
sure que ces groupes de formes correspondent réel-
lement à des groupes concrets, culturels ou ethni-
ques, qui constituent, pour notre recherche, l’essen-
tiel. Cet essentiel risque d’avoir échappé.
Pour nous, les savantes dissertations sur le style ne
peuvent nous faire oublier que nous identifions im-
médiatement et surement un tableau du Greco, ou
de Gauguin, ou une fresque du groupe d’Iheren-Ta-
hilahi, sans besoin d’analyse. Dans l’art rupestre sa-
harien, les similitudes et différences stylistiques, et
donc la notion d’école stylistique, avec son domaine
de variabilité interne, relèvent - non toujours, mais
souvent - de perceptions qui s’imposent comme
«évidemment ètre telles».
LA CHRONOLOGIE DES FIGURATIONS SAHARIENNES
Appliquant concrètement ces principes à l’art ru¬
pestre saharien, nous avons pu distinguer, défìnir,
puis décrire des «noyaux», dont la liste pour le Tassi¬
li, par exemple, apparait dans les deux colonnes de
gauche du Tableau I. Nous avons conservò, chaque
fois que cela était possible, les termes de la classifica-
tion traditionnelle, avec leur définition au moins im¬
plicite (elle n’est pas toujours explicitée par les au-
teurs). D’autres noms de groupes ont du ètre créés.
Contrairement à la classifìcation traditionnelle,
nos «noyaux», définis essentiellement par le style, ne
sont pas identiques dans les peintures et les gravures,
et surtout, ce ne sont pas, au départ, des étages : ils ne
sont pas a priori successifs, et rien ne permet d’affir-
mer a priori que les durées chronologiques qu’ils
couvrent ne puissent se chevaucher, ou ètre séparées
par des hiatus. Autre différence importante avec les
classifìcations traditionnelles: le «Bovidien» corres-
XXX très fréquent
XX fréquent
X présent
R rare
N absent
NS non signifiant (peu de figurations
de faune sauvage)
(1) peu signifiant (contour poli)
Tableau 1 - Principales écoles rupestres du Tassili et marqueurs chronologiques (Fècole de Tazina n’est représentée que
faiblement au Tassili, on a néanmoins tenu compte de ses caractères généraux). Les écoles sont en gros disposées suivant
leur ordre chronologique, chevauchements et hiatus non indiqués ici. Les divers marqueurs suggèrent des hypothèses de
sériations chronologiques qui se confortent Fune l’autre (zones ombrées). Le boeuf domestique n’est reporté que «pour
mémoire»; présent dans toutes les écoles, il ne peut servir de marqueur ni de «fossile-directeur» du Bovidien.
CHRONOLOGIE RAISONNÉE DES DIVERSES ÉCOLES D’ART RUPESTRE DU SAHARA CENTRAL
395
pond à un ensemble bien perceptible dans les pein-
tures - nous y avons distingué trois «noyaux», qui
n’épuisent d’ailleurs pas cet ensemble - tandis que
les «gravures bovidiennes» de la classifìcation Mo-
nod-Lhote manquent de défmition précise. Aucun
critère opérationnel, technique ni stylistique, ne leur
est propre. Nous laissons donc toutes ces gravures
dites «bovidiennes» dans l’«inclassable» - à entendre
évidemment comme «actuellement inclassable», en
attendant que quelqu’un définisse des critères adé-
quats pour classer ces ensembles (v. pour discussion
de ce point: Muzzolini, 1990).
On procède ensuite à l’ordonnancement de ces
«noyaux» en chronologie relative. A cet effet sont
utilisés divers marqueurs chronologiques, recensés
sur le Tableau 1. On noterà que:
1) Le boeuf domestique est reporté ici seulement
«pour mémoire»: on constate en effet qu’il figure
dans tous les groupes, il ne peut donc servir de mar-
queur chronologique. Ce constat va à fencontre des
chronologies traditionnelles de Monod-Lhote et de
Huard, qui distinguent une «période bubaline» (ou
«période des Chasseurs») à faune exclusivement sau-
vage, et une «période bovidienne» avec boeufs do-
mestiques. C’est là une idée erronée, héritée des an-
nées 30 où l’on disputait encore d’un àge paléolithi-
que des gravures du Sud Oranais. Divers chercheurs,
notamment Graziosi, avaient depuis longtemps si-
gnalé des documents qui ne s’accordaient pas avec
cette dichotomie, mais ces documents étaient encore
trop peu nombreux pour les amener à la remettre
fondamentalement en question. Année après année,
de tels documents se sont accumulés, nous pouvons
maintenant affirmer que les boeufs et moutons, in-
contestablement domestiques, de fècole bubaline
n’y constituent pas une exception, ils y sont abon-
dants. Pour notre part, nous avons tiré la conclusion
sans compromis qui s’impose: on ne peut plus main-
tenir la distinction chronologique «période bubali-
ne»/«période bovidienne», ces deux «périodes» sont
contemporaines. Nous avons maintenu le terme
«Bubalin» pour désigner le «style bubalin», ou l’«é-
cole bubaline» - en ce sens stylistique, le «Bubalin»
est un ensemble bien distinct - mais au point de vue
chronologique, le «Bubalin» est d’àge bovidien.
Nous avons soutenu, depuis une dizaine d’années,
cette position radicale, d’abord sans grand succès. Le
doute s’est tout de mème insinué chez les tenants de
la chronologie traditionnelle. Certains auteurs, no¬
tamment dans des ouvrages de vulgarisation ou des
catalogues d’expositions, continuent imperturbable-
ment à exposer le cadre stéréotypé des quatre «pério¬
des» : bubaline - bovidienne - caballine - cameline,
mais d’autres ont commencé à admettre, d’abord du
bout des lèvres, puis explicitement dans certaines
publications récentes, l’impossibilité de maintenir
une «période bubaline» distincte. Sur ce problème
comme sur tant d’autres, le temps fera son oeuvre . . .
Lhote, déjà plus nuancé que Huard, a admis, dans
plusieurs textes récents, tout en la minimisant sans
raison évidente, l’existence de boeufs domestiques
au sein des fìgurations de fècole bubaline. Mais il
maintient néanmoins les concepts de «période buba¬
line» et de «période bovidienne», à travers des dis-
tinctions confuses entre une période purement «bu¬
baline» (correspondant à f ancienne défmition d’une
période à faune exclusivement sauvage) et une «pé¬
riode seconde» à boeufs domestiques (donc «bovi¬
dienne» et non «bubaline» au sens des anciennes dé-
fìnitions qui considéraient le boeuf domestique
comme «fossile-directeur» de la «période bovidien¬
ne»). Il y a là une contradiction patente entre les
définitions et les affirmations, nous ne pouvons sui-
vre - ni à vrai dire comprendre - un tei langage.
2) Les trois «noyaux»:
- groupe à types négro'fdes de Sefar-Ozanéaré (sous-
groupe des «peintures bovidiennes», ou «Bovidien
ancien»).
- peintures des Tètes Rondes
- école des gravures du «Bubalin naturaliste»
ne se distinguent pas chronologiquement, tout au
moins au niveau de résolution du chercheur en art
rupestre, incapable de distinguer des unités chrono¬
logiques trop fìnes. Ils sont soit contemporains, soit
très proches chronologiquement.
3) Le style (ou école) de Tazina inclut de nom¬
breux marqueurs. La cause probable en est qu’il a
duré fort longtemps, et qu’il est donc contemporain
de plusieurs autres groupes.
La chronologie relative ainsi définie, on essaie de
la projeter sur une échelle de chronologie absolue.
En fait, les deux démarches sont quelque peu liées
dialectiquement, des dates absolues permettent de
situer certains marqueurs en chronologie relative.
Les points d’ancrage pour la chronologie absolue
utilisent:
1) essentiellement la courbe climatique moyenne
du Sahara centrai (on fait abstraction des «microcli-
mats» et des dates aberrantes). Elle est compatible
ou non avec certaines fìgurations de faunes: fau¬
ne «archaìque» à grands mammifères de savane
(éléphant, grand bufile, rhinocéros) - espèces à
écologies spéciales telles que oryx, hippopotame,
crocodile, etc.
2) les dates fournies par l’archéozoologie et les
sources historiques comme termini post quem pour
les animaux domestiques: boeuf domestique, ovica-
prinés, chevai, chameau.
3) les dates suggérées par les sources historiques
des régions périphériques, pour certains types d’ob-
jets de la culture matérielle (ex.: armes) ou pour fi ap-
parition de l’écriture. Une date post quem très précise
de 700 BC est ainsi fournie pour l’apparition des
chars. C’est la date la plus ancienne connue à Chypre
et au Levant pour les premiers chars à deux timons,
lesquels fìgurent également, assez nombreux, parmi
les chars peints au «galop volant» du Tassili ou les
chars gravés dits «schématiques». Les chars saha-
riens renferment aussi des quadriges, lesquels ne
sont guère connus et communs au Levant, à Chypre,
en Egèe, avant le 8ème siècle BC - ce qui confìrme la
date précédente, et exclut absolument une thèse ob¬
solète, datant des années 30, qui lie les chars saha-
riens à ceux des Egyptiens et des «Peuples de la Mer»
du 2ème millénaire BC (v. discussion in Muzzolini,
1982 et 1987).
Le tableau de chronologie à la fois relative et abso¬
lue qui résulte de ces diverses considérations est
schématisé sur le Tableau 2.
La discussion (v. pour détail: Muzzolini, 1986: 315)
oblige à prendre une position nette par rapport à un
épisode climatique majeur, celui de l’«Aride post-
néolithique» (2500-1000 bc ± 500), Aride beaucoup
plus sévère que l’Aride actuel, et au cours duquel le
Sahara centrai est pratiquement vidé, une fois eneo-
396
ALFRED MUZZOLINI
re, de sa faune et de ses habitants. Cet épisode était
ignoré dans les annés 30 à 50 où a été mise en place
par Monod et Lhote la chronologie traditionnelle des
quatre «périodes» successives sans chevauchement
ni hiatus. Et il reste, semble-t-il, encore ignoré chez
les auteurs actuels qui continuent imperturbable-
ment à exposer ne varietur cette vulgate. On nous
permettra de protester contre une telle désinvolture
vis-à-vis d’un résultat scientifìque fondamental pour
l’Holocène récent, devenu maintenant classique. Ou
bien s’agirait-il d’une ignorance, confinant au mé-
pris, des acquis de la climatologie holocène? Nous
attendons, ou plus exactement sollicitons, de ces au¬
teurs actuels l’honnèteté intellectuelle consistant à
préciser sans ambigui'tés s’ils se bornent à exposer
«ce qui se dit» depuis 50 ans, et qui ne relèverait
donc que de l’histoire des idées, ou s’ils exposent
vraiment leur position personnelle, après mure réfle-
xion. En ce dernier cas, qu’ils veuillent bien nous ex-
pliquer qui, d’après eux, peignait et gravait, au Saha¬
ra centrai, durant l’Aride postnéolithique.
Est-il-nécessaire d’ajouter que des constructions
chronologiques telles que celles de notre Ta¬
bleau 2, résultant de la confrontation de données
de diverses origines, souvent assorties de larges
bandes d’imprécision, ne sauraient nourrir l’ambi-
tion d’ètre défìnitivement «exactes»? Il ne s’agit
que de ce qui nous parait l’interprétation la mieux
adaptée aux documents actuellement connus. Ces
constructions ne sont pas, non plus, «précises»;
pour fìxer les idées, nous estimerons, très subjecti-
vement, que les groupes des périodes récentes,
postérieures à l’Aride postnéolithique, sont datés
à ± 300 ans près, ceux des périodes anciennes à
± 500 ans près.
Ce sont là des marges d’incertitude certes désa-
gréables. Mais on sait manier des données assorties
de marges d’incertitude. Et elles ne devraient pas
empècher les diverses disciplines archéologiques
d’exploiter, avec les précautions qui s’imposent, l’in-
formation contenue dans les figurations rupestres.
Car elle est d’une richesse fantastique.
G: grivures P:peintures
Tableau 2 - Tableau chronologique des principales écoles rupestres du Sahara centrai et de l’Atlas saharien.
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Dijon: 31-35.
Alfred Muzzolini: 7 Rue J. de Rességuier - 31000 Toulouse FRANCE
Laboratoire d’Archéozoologie - 07460 St. André de Cruzières FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Nadine Orloff
Image et cultures:
Propos méthodologiques sur les développements possibles
de l’archéologie de l’art rupestre préhistorique,
appiiquée au Sahara
Résumé — Nous essayons de montrer comment une méthode établie selon une démarche située dans la filiation
épistémologique de l’ethnologie préhistorique, de la paléoécologie et de l’anthropologie cognitive, permet d’ouvrir des
voie nouvelles en archéologie de l’art rupestre préhistorique, en particulier au Sahara: - par la constitution d’un savoir
scientifique cumulatif, à la fois organisé dans le temps et dans Pespace, mais aussi articulé entre la description et l’interpré-
tation des faits; et par la connaissance objective, en compréhension et en extension, des faits et des systèmes de signes
graphiques pariétaux.
Dès que l’objet se présente comme un complexe de relations, il faut l’approcher par des méthodes multiples. En
archéologie de l’art rupestre, seule une approche inspirée par la combinaison de Pethnologie préhistorique et de la paléoé¬
cologie, fondée sur une stratégie de relevés pariétaux, Pétablissement de cadres chronostratigraphiques détaillés, associés
à l’analyse spatiale, Panalyse formelle (ou graphique), Pinterprétation fonctionnelle, confrontée à un savoir de référence
donné par Pethnoarchéologie, permet une véritable extension des connaissances. Ainsi, la recherche d’autres cadres
chronostratigraphiques et chronostylistiques plus détaillés, intégrant les études palethnologiques et celles des paléoenvi-
ronnements des représentations, saisies dans tout le dynamisme des relations, des interactions et des fonctions avec leur
contexte socio-géographique et socio-culturel peut conduire à mieux connaitre les liens du réel, les spécificités culturelles
des sociétés passées (production et conduites artistiques — catégories et choix esthétiques), leurs systèmes de pensée, leurs
structures sociales — enracinées dans un «système ouvert», en relation permanente avec Penvironnement — enfìn, la force
biologique sociale et culturelle des liens entre l’homme, la nature, l’image et la culture, dans les temps passés.
Abstract — This paper attemps to show how a method established through an approach that is in thè epistemological
product of prehistoric ethnology, palaeoecology and cognitive anthropology can open up new ways in thè archaeology of
prehistoric rock art, particularly in thè Sahara. This comes about through thè establishment of cumulative scientific know-
ledge, not only organised in time and space but also linking description and interpretation of facts; and through an objecti¬
ve and extensive understanding of thè facts and of thè systems of parietal graphic signs.
Once thè subject is seen as a complex of relationships, it has to be approached by multiple methods. In thè archeology
of rock art, a true increase in understanding can only come from an approach that is inspired by a combination of prehisto¬
ric ethnology and palaeoecology, based on a strategy of parietal tracings and thè establishment of detailed chronostrati-
graphic frameworks, associated with spatial analysis, formai (or graphic) analysis and functional interpretation confronted
with a basic knowledge provided by ethnoarchaeology. In this way thè search, in Saharan art, for different and more detai¬
led chronostratigraphic and chronostylistic frameworks, which integrate palaeoethnological studies with thè figures’ pa-
laeoenvironments, seen against thè dynamism of their relationships, functions and interactions with their socio-geographic
and socio-cultural context, can help us to better understand their links with thè reai world, thè cultural specifics of past so¬
cieties (artistic production and conduct, aesthetic categories and choices), their systems of thought, their social structures
deeply rooted in an «open System», in a permanent relationship with thè environment, and, fmally, thè biological, social
and cultural force of thè links between people, nature, images and culture in past times.
«En changeant de méthodes, la Science devient de plus en plus méthodique». G. Bachelard.
«La méthode, est une rase, un stratagème»; et
quiconque persévère dans sa recherche est amené
tòt ou tard à changer de méthode.
Aussi, de ce point de vue, je tiens à préciser d’em¬
blée que les quelques réflexions suivantes sur une
synthèse méthodologique, nécessaire en l’état actuel
du développement de l’archéologie de l’art rupestre
A PROPOS DE «PLEINS
Sachant que les hasards et les variations d’un che-
minement où cette sorte d’égarement qui nous est
propre doit s’inserire dans notre travail, je voudrais,
avant que de développer brièvement le chemine-
ment d’une pensée, effleurer la trame initiale de mes
réflexions, plus intimes et irrationnelles peut-ètre,
qui m’ont suggéré par contre une perspective ration-
préhistorique de plein air et sur les nouvelles per-
spectives ouvertes, en particulier au Sahara, ne sont,
bien sur, que le reflet d’une étape de recherche. Néan-
moins, elles sont basées sur plusieurs années de tra¬
vail et d’efforts synthétiques, dont les premiers résul-
tats obtenus montrent que cette voie est féconde car
elle ouvre des domaines encore peu explorés C1).
ET CREUX DE LA VÉRITÉ»
nelle d’expériences méthodologiques sur la recher¬
che des fondements de l’art rupestre préhistorique,
sur les méthodes d’acquisition et le processus d’in-
terprétation des figurations.
Nous avons aussi besoin, pour élargir notre mesu-
re de l’homme, pour donner une dimension à notre
humanisme, pour croire en ce que nous sommes, de
400
NADINE ORLOFF
«quelque chose» d’infìniment général, de l’imagina-
tion créatrice, du symbolisme tacite. Au-delà du gé¬
me particulier des ethnies, et du génie de l’homme
qui inventa les formules plastiques, provoqua les
concepts culturels, adopta des attitudes philosophi-
ques, transparaissent une le£on de vie, des images
d’une rondeur pieine et vivante, la force vitale de
l’espèce humaine enfin, qui ne peuvent nous laisser
indifférents.
C’est plus précisément cet aspect du dynamisme
pris à sa source, que je me suis proposée de «décryp-
ter» dans les arts rupestres de la Préhistoire et les
systèmes de signes traditionnels appartenant aux
civilisations de pasteurs nomades, en particulier au
Sahara centrai.
Pourquoi les populations nomades? Parce qu’elles
représentent sans doute une voie originale de l’his-
toire des sociétés humaines, évoluant dans des con-
ditions spécifiques — les régions arides et semi-arides
du monde —, dont les vastes espaces coulent en
rhomme des résonnances immenses, et où l’art peut
aussi ètre la conséquence d’habitudes visuelles con-
tractées dans le nomadisme.
Après avoir «déformé» ou «compliqué» certains
concepts, dans l’espoir d’en extraire une nouvelle dy-
namique dialectique, vivifìante, nous avons tenté
d’étudier les conditions d’applications de ces con¬
cepts, incorporés dans l’essence mème d’une pensée
plus ordonnée, étendue à la connaissance en exten-
sion de l’art rupestre, et à la connaissance en com-
préhension de l’art rupestre des sociétés pastorales
du passé au Sahara.
Car il y a inconfort méthodologique: en effet, con-
trairement à l’art pariétal des cavernes, très étudié en
Europe depuis 50 ans, l’art rupestre de plein air afri-
cain, mais aussi certains aspects de l’anthropologie
des sociétés pastorales, sont encore dans une période
de prospection. Aussi, suis-je tout à fait consciente
de l’inconfort théorique et méthodologique qui sur-
git lorsqu’on aborde les problèmes de la chronologie
ou du sens de l’art. C’est pourquoi je considère cette
recherche sur les fìgurations rupestres «post-bovi-
diennes» comme une méthode euristique décrivant
un mouvement dialectique du Corpus à l’hypothèse,
des images rupestres aux arts et aux traditions du
Sahara.
Pourquoi l’art rupestre du Sahara? Car il offre les
lieux possibles d’un dialogue ethnologie-archéologie
entre les peintures et les gravures rupestres du passé
et les traditions contemporaines. En effet, le Sahara
offre un cas très intéressant, passionnant et rare dans
l’histoire de l’art rupestre, où un lien spatio-temporel
démontré existe entre les faits archéologiques (les
peintures et les gravures) et les faits ethnologiques
(les arts, mythes et symboles des pasteurs Touaregs)
puisqu’il y a non seulement continuité historique,
mais aussi un «continuum»culturel entre les popula¬
tions actuelles du Sahara et les oeuvres de certains
groupes appartenant aux périodes dites Paléoberbè-
res de l’art rupestre.
Enfin, on peut supposer une continuité ethnique
entre le auteurs des systèmes de signes libyco-berbè-
res et les Touaregs dont l’alphabet tifinagh nous per-
met de remonter au travers des dernières phases de
l’art saharien. Soit un terrain qui nous offre non seu¬
lement une documentation d’une richesse exception-
nelle, mais encore les possibilités d’établir la nécessi-
té et les limites d’une démarche ethnoarchéologique
appliquée à l’art préhistorique, et dont j’ai proposé
les étapes dans une communication présentée au Sé¬
me Symposium de Valcamonica (2).
Si fon considère le document préhistorique com¬
me un texte, cet immense territoire offre à l’analyse
descriptive, à la réflexion interprétative sur ces docu-
ments, à la connaissance intime de l’homme, un ré-
seau d’articulations si vaste qu’il fait osciller en pro-
fondeur le cadre de pensée dans lequel s’inscrit le dé-
veloppement de l’archéologie de l’art rupestre saha¬
rien. C’est sur la portée de ce mouvement ancestral,
«vaste comme un del», de cette dialectique inépuisa-
ble, que je voudrais avancer quelques idées précises
sur les voies de la recherche en archéologie préhisto¬
rique, appliquées dans le désert, aux peintures et aux
gravures rupestres.
Fig. 1 - Reproduction fidèle d’une scène de chasse au mouflon
fìgurant exactement celle-ci, telle qu’elle se déroule actuelle-
ment, et où le róle des chiens est bien mis en évidence. Une bon-
ne meute se compose d’aux moins 3 chiens: le ter chien qui
découvre le mouflon reste en arrèt devant lui et aboie. A sa voix,
les autres accourent: l’un saisit la bète à la cuisse ou aux testicu-
les etc.. Peinture du Tassili, d’après relevé mission Lhote.
Fig. 2 - Chasseurs touaregs du Niger. (Photo P. Colombel).
IMAGE ET CULTURES: PROPOS MÉTHODOLOGIQUES SUR LES DÉVELOPPEMENTS
401
A PROPOS DE L’ÉPISTÉMOLOGIE DE L’ART RUPESTRE PRÉHISTORIQUE
Le phénomène le plus marquant de l’évolution du
psychisme humain a été surement la naissance de
l’aptitude à reproduire graphiquement les formes, à
passer de l’objet à l’image (figurative ou non). D’une
manière plus générale, on ne peut manquer de s’a-
percevoir que les systèmes de représentation graphi-
que manifestent clairement une nouvelle étape, non
seulement dans l’équipement culturel de l’humanité
— en offrant à l’homme la maitrise de nouvelles tech-
niques intellectuelles —, mais aussi sur le chemin qui
conduit des systèmes symboliques à l’écriture pro-
prement dite. Mais, prenons les choses de plus haut.
On peut se demander si l’image est aurore de la paro¬
le? Avant de communiquer par la dialectique du dis-
cours, rhomme n’a-t-il pas pu communiquer par les
sensations, les sentiments naissant au contact de la
vie des formes. La pensée, alors, serait déjà ordonnée
selon un langage graphique exprimé dans l’espace,
avant qu’elle n’achève son ordonnance selon un lan¬
gage articulé, exprimé dans le temps. Dans le doute,
remarquons que rhomme est naturellement produc-
teur d’art comme il est naturellement producteur de
sons et que, si les peintures et les gravures, trame de
l’inconscient collectif, sont les témoins d’un monde
qui n’est plus, elles expriment cependant des images
propres aux peuples et aux civilisations qui les ont
produites à un moment de l’histoire où l’unité hu-
maine devait ètre la plus forte.
Par conséquent, nous pouvons considérer les
peintures et les gravures rupestres préhistoriques
parmi les «meilleurs» indices archéologiques de
l’identité ethnique et des spécifìcités culturelles des
sociétés passées, de leurs systèmes de pensée et de
leurs structures sociales, de la force biologique, so¬
ciale et culturelle des liens entre rhomme et la natu¬
re dans le temps. De ce point de vue, et d’une maniè¬
re plus générale, la paléoécologie des représentations
apparait comme l’une des directions majeures des re¬
présentations rupestres, à condition toutefois qu’elle
soit combinée à l’ethnologie préhistorique de celles-
ci. En effet, la reconnaissance du cadre géodynami-
que, bioclimatique des oeuvres, celle des liens et des
structures latentes et évidentes de l’art, de la roche,
et du lieu, permet au préhistorien de se faire une idée
assez précise de l’enraciment socio-géographique de
l’art pariétal, à condition d’admettre comme postulat
que la notion d’art n’est pas séparable des notions de
roche et de lieu. De mème, la reconnaissance de la
signification proprement anthropologique des systè¬
mes graphiques (déjà soulignée par A. Leroi-Gour-
han, A. Laming-Èmperaire, E. Anati) permet-elle de
mettre en lumière l’enracinement socioculturel de
l’art pariétal, qui rend compte de la diversité des
groupes humains producteurs, de leurs spécifìcités
culturelles, de leurs productions et de leurs condui-
tes artistiques, des catégories et des choix esthéti-
ques, définis si possible par rapport à la mise en place
d’une chronologie ordonnée, de périodisations cul¬
turelles, de styles et de marqueurs ethniques, de
chronologies stylistiques, d’unités territoriales styli-
stiques définies en fonction de l’articulation «ruptu-
res stylistiques-ruptures socio-culturelles». Ceci à
condition d’admettre comme postulat que le ròle
joué par la fonction artistique — la production de
peintures et de gravures rupestres — est un élément
majeur de la constitution culturelle: ce qui nous per¬
met, dès lors, de construire une étude de l’art sur des
fondements anthropologiques (3).
A PROPOS DES FONDEMENTS DE L’ART RUPESTRE PRÉHISTORIQUE
Le fait humain: de toute évidence, l’art rupestre
préhistorique se pare non seulement d’une spécifi-
cité historique évidente, mais il devient surtout un
instrument pour changer l’Histoire de l’Art et de l’E-
criture. Ce qui justifìe pourquoi la Préhistoire et
l’Ethnologie ne peuvent tendre qu’à se lier de plus en
plus étroitement à l’Histoire, à l’Archéologie de l’art
rupestre; ce qui montre la réelle absurdité de toute
«idée obscure de progrès», transportée dans l’ordre
de l’art, de l’imagination. lei, la notion d’art repose
sur le postulat fondamental que le monde intérieur
et le monde extérieur, la raison humaine et la magie,
la matière et l’esprit,les contraintes matérielles et les
contraintes sociales trouvent leur unité dans la créa-
tion d’une forme autonome, qui réalise la fusion en¬
tre le réel et l’idéel.
S’il est clair que nous ne pourrons jamais appré-
hender les peintures et les gravures dans toute leur
profondeur, il est besoin toutefois d’en approcher
l’essence. Dès lors, l’art rupestre n’apparait plus
comme le phénomène marginai trop souvent décrit,
mais comme l’approche de ce qui constitue l’essence
mème de ces représentations préhistoriques — c’est-
à-dire qu’il participe par là mème aux activités créa-
trices de l’homme —, où l’acte de peindre ou de gra-
ver reste un acte sacré parce qu’il s’agit précisément
de ce qui met l’homme en communion avec la force
créatrice de l’Univers, de ce qui le met en harmonie
avec le monde. Ainsi, peintures et gravures rupestres
provoquent-t-elles une réaction non pas seulement
en tant que telles, mais encore comme fait humain
nous permettant d’approfondir notre espèce. Et, ap-
préhender à travers l’étude des rapports entre les
symboles et la psychologie de la pensée, un mode de
pensée — la pensée symbolique — et un mode de
communication — la communication graphique —
me semble donner à l’étude de l’expression plastique
rupestre en particulier, de nouvelles perspectives. Et
ce, dans la mesure où il y a tentative d’explication,
à partir de considérations de psychologie cognitive,
des représentations spécifìquement culturelles (en¬
tre autre le fait graphique), des processus de compor-
tement.
Le fait esthétique: si la défìnition mème du champ
qu’il faudrait exploiter pour saisir le monde des
valeurs, des formes et des rythmes de l’art rupes¬
tre préhistorique continue d’étre encore incertai-
ne, nous pouvons toutefois considérer le fait esthéti¬
que comme un objet créé de main d’homme, et sou-
mis — «par nature» —, non seulement aux pressions
d’une détermination intellectuelle, propre à l’esprit
humain, mais encore à diverses contraintes écologi-
ques et sociologiques. Ainsi, la conjonction acciden-
telle de plusieurs manifestations situées au point de
convergence de la biologie et de l’anthropologie, du
402
NADINE ORLOFF
comportement technique, des mécanismes de la per-
ception et du dispositif conceptuel, du symbolisme
fìguratif, conferent à ce phénomène toute sa dynami-
que, sa force et sa profondeur. En ce sens, l’art rupes¬
tre offre des possibilités d’exploitation symbolique à
la fois systématiques et illimitées, enracinées dans la
perception d’un monde changeant dans le temps, le
lieu, le contexte socio-religieux et naturel de son
avènement, et marquées par la conception cognitive
du symbolisme à laquelle nous nous référons.
Voilà pourquoi il semble qu’il est désormais exclu
de confiner l’art rupestre à tei ou tei secteur particu-
lier de la pensée, voire mème de l’archéologie, ou de
le situer hors de la totalité ethnique à laquelle il doit
ètre intégré; et comment d’autres perspectives s’ou-
vrent en Archéologie de l’Art Préhistorique où dé¬
sormais archéologie du passé, et ethnographie du
présent ont la méme perspective ethnologique, se
fondent sur une mème Science de l’histoire, l’histoi-
re d’une des plus vieilles expressions picturales du
monde. Enfin, l’inscription des peintures et des gra-
vures dans un espace immuable permet de considé-
rer l’archéologie de l’art rupestre comme une sémio-
logie dans le sens qu’elle cherche à reconstituer des
faits et des conduites. Cela étant, la patience dans les
observations montre que les choses s’enchainent
plus solidement et révèlent peu à peu la mise en rou-
te d’un certain nombre d’idées évidentes, la raison
du choix d’une discipline marginale, mais fonda-
mentale, située au centre d’un perpétuel conflit de
A PROPOS D’OBSTACLES
Au cours de l’étude des figurations et des systèmes
de signes paléoberbères au Sahara, j’ai rencontré un
obstacle majeur à travers la documentation disponi¬
le, essentiellement composée de copies imprécises
ou incomplètes de figures relevées souvent comme
telles, c’est-à-dire indépendantes les unes des autres,
sans indications sur leurs rapports spatiaux récipro-
ques, etc. Cette «butée méthodologique» ne pouvait
ètre que dépassée par une reprise systématique des
méthodes, mais intégrée au devenir d’une pensée vi-
vante, toujours recommencée.
Le fait scientifìque: l’art rupestre, qui représente
une forme d’expression particulière, propre à l’espè-
ce humaine, et faisant véritablement partie intégran¬
te de la nature à laquelle un réseau de liens biologi-
ques et physiologiques parfois oubliés la relient,
constitue un domaine de recherche distinctif dans
l’Archéologie Préhistorique et se situe à une plaque
tournante du développement des Sciences actuel-
les. En effet, il nous provoque par l’interpénétra-
tion qu’il réalise, de l’ensemble des actes coordon-
nés et des travaux de Tètre humain mis en lumière
par l’histoire de l’art, Thistoire des religions, la
psychologie, la sémiologie, Testhétique, Tanthro-
pologie, la photographie, la géologie, la paléocli-
matologie, la géomorphologie, la microbiologie,
Tarchéozoologie, Tarchéoastronomie, et Tethnoar-
chéologie. En conséquence, nous pouvons admettre
que Tarchéologie, la paléoécologie, la palethnologie
et l’ethnographie fusionnent au sein d’une «Anthro-
pologie de l’art rupestre» où, d’une manière qui mé-
rite d’ètre notée,les études ethnoarchéologiques
conduisent, dans le domaine de Tanalyse des repré-
sentations préhistoriques d’un art défunt ou vivant,
à une réévaluation des liens entre le passé et le pré¬
sent, de l’utilisation des données dans le cas parti-
culier d’une recherche du sens des peintures et des
gravures pariétales.
ÉPISTÉMOLOGIQUES
documents connus et une rigueur affìrmée donnée
aux techniques d’acquisition. C’est ici qu’entre en
action une véritable dialectique serrée, subtile, fon-
dée sur la volonté de savoir «autrement», propre à la
pensée scientifìque. Je me suis heurtée, aussi, à des
idées fixes (Tobjectivité à tout prix dans la descrip-
tion et l’interprétation archéologique; il faut opter
aujourd’hui, je crois, pour une «Lecture-Interpréta-
tion»), à des incertitudes (pour connaìtre les vraies
+
u
V- +
- O
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p! Z
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'•o * ,
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Fig. 3 - Inscriptions lybico-berbères liées à leur contexte iconographique. Tassili-n-Ajjer. D’après relevé N. OrlofT. Pério-
de des Pasteurs Guerriers Camelins.
IMAGE ET CULTURES: PROPOS MÉTHODOLOGIQUES SUR LES DÉVELOPPEMENTS
403
questions à poser touchant les arts rupestres préhis-
toriques et actuels), à des contradictions (canalisées
depuis en une archéologie du présent et ime etimo¬
logie du passé), à une conviction sans preuve (la sé-
miologie appliquée à l’art rupestre, sans la réévalua-
tion du concept signe, aujourd’hui reformulée), à
mes intuitions (sur l’origine des chars au Sahara, et
sur les corrélations possibles entre ces conducteurs
et les nomades Touaregs; sur l’origine et le déchiffre-
ment des manifestations anciennes de leur écriture),
à une dispersion philosophique, peut-ètre, à une vi-
gueur certame, du moins je l’espère. Ces quelques
obstacles épistémologiques ont donné à mes recher-
ches méthodologiques sur l’art rupestre préhistori-
que au Sahara trois axes principaux:
1) La méthodologie de l’art rupestre de plein air,
appliquée aux figurations paléoberbères de l’art
saharien selon une démarche située dans la filia-
tion épistémologique de l’ethnologie préhistorique,
associée à l’ethnoarchéologie et à l’anthropologie
cognitive.
2) L’application de cette méthode à d’autres signes
qui constituent de véritables systèmes de représenta-
tion (plus généralement regroupés sous l’appellation
d’«inscriptions libyco-berbères»), qu’h nous faut si-
tuer délibérément dans la préhistoire, voire la proto-
histoire, car si ces signes sont une étape fondamenta¬
le sur le chemin vers l’écriture, ils n’ont probable-
ment pas toujours été uniquement des signes d’écri-
ture au sens propre, mais aussi des symboles graphi-
ques, des documents archéologiques muets. Leur
étude, qui constitue une partie de mes travaux, est
importante dans ce sens qu’elle fait progresser les
connaissances dans le domaine de l’archéologie de
l’art préhistorique, située aux frontières d’autres dis-
ciplines, et qu’on ne peut plus ignorer ces faits si
l’on veut établir le pont, dans la chronologie, entre la
préhistoire et la protohistoire, voire méme les temps
actuels: ceci me parait fondamental. Ainsi, ai-je été
appelée à collaborer avec un linguiste, le Professeur
Lionel Galand, et ceci précisément parce que je crois
que nous avons, aussi, la vision d’un état antérieur
de l’écriture, sous la forme de ces systèmes de signes
graphiques, muets, peints ou gravés, parfois dans des
contextes iconographiques précis, et pour lesquels
des sériations chronologiques, des périodisations
culturelles sont toujours à établir (4).
3) Enfin, l’analyse sémantique de l’art mobilier et
l’étude de la symbolique pastorale chez les nomades
Touaregs, établie à travers le rapport de la pratique et
du dire, la collecte du savoir traditionnel des noma¬
des et l’analyse de leurs relations au monde naturel
et animai: soit autant de données examinées à la lu¬
mière des corrélations possibles avec l’imagerie ru¬
pestre, et étudiées en collaboration avec des ethnolo-
gues à qui des questions précises doivent ètre posées
dans le but d’éclairer des faits archéologiques aupa-
ravant établis. Il est intéressant de noter ici que les
Touaregs distinguent plusieurs àges historiques suc-
cessifs où ils placent leurs signes d’écriture dans la
continuité des inscriptions anciennes; ils rejoignent
par là-mème, les hypothèses des archéologues. De
fait, les signes du passé, qui sont encore actuelle-
ment reliés, en milieu nomade, à une pratique de
l’espace (repères de la présence d’eau, orientation
spatiale, passages dangereux par exemple), sont aussi,
dans l’archéologie Touarègue, les marques d’un pas¬
sé, puisqu’elles sont interprétées comme les témoins
d’une histoire ancienne. En effet, les Touaregs rap-
portent les vestiges à différents étages de civilisation
où ils reconnaissent successivement «les gens de la
poterie», les plus anciens habitants; les géants, ancè-
tres des Touaregs, arrivés au temps où la pierre était
molle comme du beurre, et laissant d’imposantes
tombes circulaires, ainsi que des figurations rupes¬
tres tracées dans la pierre molle; enfin, alors que la
pierre s’est durcie, apparait la figure d’Alligurran,
héros civilisateur chez les Touaregs pour qui certai-
nes scènes figurées sont interprétées comme étant
les illustrations de l’épopée de ce héros, notamment
transente et publiée par M. Aghali et J. Drouin (5).
Par ailleurs, certaines gravures et peintures représen-
tant des scènes caractéristiques de la vie nomade ac-
tuelle sont accompagnées de lignes d’écriture surim-
posées aux inscriptions anciennes qui, si elles ne
peuvent plus ètre comprises, peuvent du moins ètre
en partie épelées. Il existe donc une sèrie d’éléments
rapportés par la tradition orale qui expriment l’exis-
tence de différentes phases de peuplement recon-
nues par les Touaregs, qui placent eux-mèmes diffé¬
rents mouvements de populations dans une conti¬
nuité culturelle manifeste. On le voit, c’est au cours
de ces dernières périodes de l’art saharien que se
trouve peut-ètre une des clés de tous les discours lit-
téraires antiques sur le nomadisme, qu’il convient de
réexaminer à la lumière de l’image du nomade telle
qu’on la trouve exprimée dans les phases paléober¬
bères de l’art rupestre dont l’étude approfondie des
contextes iconographiques nous permettra de re-
trouver le «nomade historique» derrière le nomade
mythique (6).
Fig. 4 - Femmes de la période «Equidienne» assises sur des
petits tabourets. Peinture du Tassili. D’après relevé N. OrlofT.
404
NADINE ORLOFF
Fig. 5 - Personnage gravé de l’oued Mammanet (Niger), interprété comme étant la figure d’Alligurran, et regravée ou
repassée annuellement au charbon de bois par les Touaregs. (Photo P. Colombel-N. OrlofT).
A PROPOS DE CINQ POSTULATS FONDAMENTAUX
Quand on a rendu ce bilan explicite, on se rend
compte que cinq postulats fondamentaux ont été à la
base d’un élargissement de la méthode et de la re-
cherche des moyens que nous avions, d’une part,
pour établir une chronologie raisonnée de l’art pré-
historique, et, d’autre part, pour tenir sur l’image, sur
un système iconique, sur l’oeuvre d’un art défunt, le
discours que les Sciences humaines recherchent,
c’est-à-dire la recherche d’un processus d’interpréta-
tions à travers une approche renouvelée du site orné,
de l’environnement géomorphologique, bioclimati-
que, rocheux, social et culturel des peintures et des
gravures. Car leur signification, cela a déjà été dit, est
à rechercher autant dans le contenu des oeuvres que
dans leur contenant, le milieu naturel et culturel où
elles ont été produites. Encore fallait-il que nous en-
visagions comment associer l’enregistrement et l’é-
tude des données du milieu naturel aux données
graphiques, archéologiques et ethnographiques. Ce¬
ti dans le cadre particulier d’un art rupestre de plein
air, mais aussi d’un art de poser des questions, de fai-
re en sorte que peintures et gravures deviennent des
problématiques et ne soient pas seulement des ré-
ponses.
Le premier des postulats, était quasi nécessaire en
archéologie de l’art préhistorique: c’est la référence
de cette discipline à l’ordre de la Science, ce qui pa-
ra!t évident, mais n’est peut-ètre pas assez appliqué
dans cette discipline (7). Cette référence implique
que les connaissances acquises répondent à trois im-
pératifs scientifìques:
— Le premier impératif étant qu’elles puissent en-
gendrer un savoir archéologique cumulatif, fondé,
organisé, articulé;
— le deuxième impératif étant que les connaissan¬
ces accumulées reposent sur des formes d’investiga-
tions précises qui sont: 1) l’emploi d’une terminolo¬
gie scientifique adaptée à l’art rupestre; 2) le relevé
graphique pariétal, intégral, de parois ornées, associé
au relevé morpho-topographique du paléoenviron-
nement des oeuvres et, quand c’est possible, lié à
une fouille et à la prospection (8).
C’est ici que se situe un souci Constant, une volon-
té ferme de publier des documents d’avenir, scienti¬
fìques, fiables, obtenus au moyen de techniques
rigoureuses, et par conséquence utilisables par les
préhistoriens (9).
Dans le cas de l’art pariétal, l’équivalent de l’opé-
ration de fouille est l’opération de relevé qu’il faut
considérer comme un processus de découverte du si¬
te et des représentations.
En ce sens, il est une étape de travail, mais aussi de
recherche, fournissant les seules données de base de
l’art rupestre, permettant l’établissement de faits. Il
ne doit pas ètre un document unique, mais un docu-
ment souple, multiforme, évolutif, toujours impré-
gné d’une authentique intimité avec les oeuvres,
considérées sous des lumières différentes; le calque
obligeant à retrouver les moyens d’expression de l’e-
xécutant, à se tenir là où il se tenait, à retrouver en
quelque sorte le technicien qu’il a été, à redécouvrir
des gestes millénaires, et à traduire ainsi la pensée
qui les a animés.
IMAGE ET CULTURES: PROPOS MÉTHODOLOGIQUES SUR LES DÉVELOPPEMENTS
405
Fig. 6 - Peinture du Tassili-n-Ajjer. Relevé N. Orloff et P. Co-
lombel. Echelle 1/1. Période Post-Bovidienne des Pasteurs Médi-
terranéens.
Il est évident que le relevé photographique (noir et
blanc, en couleurs, à l’infrarouge . . .) et cinémato-
graphique sont le complément nécessaire des relevés
graphiques (10);
— le troisième impératif étant que les connaissan-
ces acquises puissent ètre confrontées à un savoir
de référence extérieur, qui valide la pratique scien-
tifìque de l’archéologie de l’art préhistorique. lei,
l’objectif est posé dans le contexte d’un savoir de ré¬
férence relatif aux fonctions des sites ornés et des
peintures ou des gravures rupestres, et il porte sur
l’établissement d’un savoir extérieur qui se mani¬
feste par une autre approche des faits graphiques. Il
semble qu’il n’y ait pas d’autres voies possibles pour
tester les hypothèses émises par le préhistorien sur
l’interprétation fonctionnelle, les significations de l’art
préhistorique, que celle de l’Ethnoarchéologie qui,
prise dans le sens d’une approche archéologique du
présent, saisie à travers la recherche de la relation en-
tre faits graphiques et significations, permet de con-
stituer un tei savoir: ainsi, la constitution de ce savoir
de référence, organisé, garantit une certaine validité
des interprétations, ou du moins fixe des limites à la
plausibilité des interprétations, élargit le champ des
significations possibles. A condition toutefois que la
démarche ethnoarchéologique soit con?ue en fonc-
tion d’une application aux matériaux archéologi-
ques, en fonction de déterminismes (naturels, spa-
tio-temporels, techno-économiques) et en fonction
de sa légitimité (où la notion de distance séparant
la société présente de la société passée intervient).
Je renvoie ici le lecteur à une précédente communi-
cation faite en 1983 à Bordeaux sur les conditions
Fig. 7 - Groupe de 4 personnages de la période «Equidienne»:
2 femmes et 2 hommes dont l’un tient un instrument de musi-
que. Peinture du Tassili. D’après relevé N. Orloff et p. Colombel.
d’application de l’ethnoarchéologie, dont les objec-
tifs mèmes doivent étre: d’élargir la problématique
de l’archéologie de l’art rupestre pour laquelle elle
précise seulement les limites de l’interprétation, et
d’établir des questions fondamentales à poser tou-
chant l’art rupestre actuel. En eflfet, il y a encore
beaucoup de lacunes dans notre compréhension de
ce phénomène, et c’est ici que se place le travail de
l’archéologue, préhistorien d’art (u).
Selon le deuxième postulai, l’art rupestre n’est pas
un phénomène esthétique indatable, mais un phéno¬
mène enraciné dans un contexte géomorphologique,
archéologique, par conséquent objectivement data-
ble. En effet, il est possible d’ordonner objective¬
ment les matériaux graphiques dans le temps et de
rationaliser les datations relatives en dépassant l’éta¬
blissement nécessaire des classifications et des typo-
logies, par l’application des lois fondamentales de la
paoléoécologie et de la stratigraphie. Le but de cette
communication n’est pas de présenter en détail les
étapes de l’établissement de chronologies et de pé-
riodisations culturelles. D’une manière générale,
rappelons que dans le cas de l’art rupestre, la chrono-
logie doit s’établir si possible à partir de corrélations
stratigraphiques de plusieurs séquences de nature
différente, défìnies: — en fonction de temps géologi-
ques: c’est la chronostratigraphie; — en fonction de
strates d’occupation humaine, c’est l’ethnostrati-
graphie, ou la stratigraphie archéologique; — en fonc¬
tion des séquences paléoclimatiques et géodynami-
ques, c’est la stratigraphie géomorphologique; — en
fonction des couches picturales, iconographiques et
graphiques: c’est la stratigraphie iconographique (12).
A propos de la stratigraphie géomorphologique, re-
marquons qu’elle repose essentiellement sur l’étude
de traces ou de niches de niveau d’eau observées sur
les parois ornées, sur l’observation de l’état des oeu-
vres et des processus d’altérations de la roche-sup-
port; qu’elle apporte aux préhistoriens essentielle¬
ment deux aspeets: l’étude des formations superfi-
406
NADINE ORLOFF
cielles et l’étude de l’évolution des paysages, de la
formation des abris-sous-roche dans le temps. Ces
stratigraphies comparées permettent de décrire et de
mettre en relation des phases d’occupation humaine
des paysages (ou des zones) et des sites rupestres,
liées à des types de relations existant entre rhomme
et le milieu naturel, en particulier illustrées par des
scènes figurant le contròie et la domestication de
certaines espèces animales, par exemple; elles per¬
mettent aussi de mettre en relation des phases d’évo-
lution de transformation et d’altération morphologi-
que des sites, des parois et des figures, mais aussi des
phases d’intervention sur les parois ornées et de réa-
lisation des ensembles figurés, réalisés par un groupe
ou un individu, successivement ou simultanément
dans le temps. Ainsi, l’enregistrement intégral des
matériaux, lié à leur interrogation systématique, per-
mettent-ils d’aller au-delà de Tinformation «immé-
diate», pour aboutir à une reconstitution la plus ob-
jective possible de la chronologie des faits artisti-
ques; des gestes techniques des groupes humains du
passò; des rythmes et des saison d’occupation des si¬
tes, etc. A condition de toujours travailler à partir de
corrélations stratigraphiques définies, liées aux don-
nées archéologiques — les vestiges matériels — et aux
correspondances établies entre d’autres unités de dé-
coupage du temps. Cette méthode a été appliquée
avec succès au Brésil, il n’y a pas de raison de ne pas
obtenir des résultats concrets similaires au Sahara (13).
Tel est du moins l’objectif général de ma collabora-
tion aux recherches actuelles sur les modalités de
mise en place, au Sahara Central, du Néolithique fi¬
nal et de l’Age des métaux. A cette période corres-
pond une période artistique de transition Bovidien-
Equidien, cruciale dans l’art préhistorique des mas-
sifs sahariens, située aux environs de 4400-3700 BP,
caractérisée elle-mème par une période climatique
de transition. Cette période est marquée par d’im-
portants changements ethniques et culturels, carac-
térisés par l’apparition dans l’art pariétal, de phé-
nomènes dont nous ne connaissons pas encore la
succession exacte dans le temps, ni la nature, ni les
modalités d’apparition (14). Ces phénomènes sont
marqués:
— par l’apparition des composantes culturelles
liées à des ensembles fìgurés, d’une qualité picturale
remarquable par la finesse et le réalisme du détail,
montrant des populations pastorales typées, d’origi-
nes ethniques différentes des populations dites «bo-
vidiennes», accompagnées de troupeaux de boeufs har-
nachés et, peut-ètre pour la première fois au Sahara
Central, accompagnées de troupeaux de moutons et
de chèvres, marquant l’abandon progressif de l’éco-
nomie pastorale basée principalement sur le boeuf;
— par l’apparition des composantes culturelles
liées à la présence du chevai (de quelle race?) qui
Fig. 8 - Peinture du Tassili-n-Ajjer - D’après relevé P. Colombel et Y. Martin (mission Lhote). Période Post-Bovidienne
des Pasteurs Méditerranéens.
IMAGE ET CULTURES: PROPOS MÉTHODOLOGIQUES SUR LES DÉVELOPPEMENTS
407
n’est pas encore monté, et qui est introduit en mème
temps que le char léger, dont les représentations
peintes, particulièrement dynamiques, sont regrou-
[ pées sur le plateau du Tassili-n-Ajjer. Des problèmes
posés par les chars sahariens restent à résoudre: essai
de chronologie stylistique et absolue, contexte natu-
rel et culturel, environnement iconographique, topo-
graphique et gémorphologique, technologie, image
sociale, fonction et signification (15);
— par l’apparition des systèmes de signes géomé-
triques dont on n’a pas encore la signifìcation, peut-
ètre déja liés au chevai monté ou à l’arrivée de noma-
des-cavaliers, et qui posent la question de l’existence
de systèmes ordonnés de transmission graphique
fonctionnant dans un pian particulier de référence.
Ces systèmes de signes graphiques, gravés ou peints
sur la roche, situés dans des contextes iconographi-
ques plus ou moins complexes à définir, consti-
tuent, de par leur ròle de marqueur ethnique, de ja-
lon chronologique, un des traits caractéristiques de
l’expression saharienne durant les périodes Paléo-
berbères (16). Ils sont par ailleurs une étape fonda-
mentale sur le chemin qui conduit du système sym-
bolique à l’écriture, et leur étude chronologique,
combinée à leur insertion spatiale, sociale, géogra-
phique et culturelle représente une des tàches fonda-
mentales de l’archéologie préhistorique saharienne.
Car, en l’état actuel des travaux, il n’est pas possible
ni de les dater, ni de les associer à tei ou tei type de
personnages bien défìnis, car ils ont très souvent été
copiés, isolément. A la vérité, leur présence sur les
parois, au milieu d’un contexte fìguratif géométrique
très abstrait, est d’autant plus forte que ces peintures
et ces gravures sont déjà inscrites dans l’histoire des
populations sahariennes actuelles (17);
— enfin, ces phénomènes peuvent ètre mis en re¬
lation avec les monuments funéraires ou cultuels en
pierres sèches — extrèmement nombreux et variés au
Sahara —, où s’exprime le dynamisme des sociétés
passées: certains types de structures semblent ètre
associés à des sites ornés, d’époque «équidienne» ou
«cameline». C’est probablement aux conducteurs de
chars que l’on peut attribuer (?) d’importants monu¬
ments funéraires construits en pierres sèches, dont
certains, au Tassili, ont plus de 200 m de longueur.
Ces grands tombeaux montrent une volonté de mo-
numentalité, montrent des sociétés naissantes, qui
commencent à se structurer, à se hiérarchiser, qui se
lancent dans des travaux collectifs dont l’édification
suppose l’existence d’un savoir-faire, voire mème de
spécialistes de la pierre sèche, qui puissent conce-
voir, réaliser des constructions qui nous posent di-
rectement le problème de leur édification, du savoir-
faire des constructeurs des deux derniers millénaires
av. J.C. Les quelques fouilles de certains tumulus
ont montré que ces tertres grandioses étaient soi-
gneusement appareillés selon d’ingénieux procédés
de construction. La poursuite de l’étude de ces carac-
tères techniques et morphologiques, placés dans une
unité temporelle, mis en rapport avec les sites ornés
est une direction de recherche fructueuse.
On le voit, la mise en place d’une sèrie chronologi¬
que ordonnée, de périodisations culturelles régiona-
les successives, ordonnées sur la base de l’étude des
productions artistiques, des choix et des conduites
esthétiques, des styles, de l’analyse formelle et gra¬
phique, de l’étude des paléoenvironnements combi¬
née à l’ethnologie préhistorique des représentaions
sont autant de terrains de recherche nécessaires à la
compréhension des événements dans lesquels s’in-
sèrent notamment les figurations post-bovidiennes
et paléoberbères de l’art saharien. Et cette analyse
peut aujourd’hui s’envisager positivement au Sahara
Central, sur la base de datations récentes, relatives et
absolues, obtenues à partir de l’établissement de
nouvelles stratigraphies et datations, données par
exemple par G. Aumassip (fouille de Tim Hanaka-
ten), B. Barich (Tradart Acacus), N. Ferhat (stra-
tigraphie géomorphologique), M. Schvoerer (ther-
moluminescence de la céramique néolithique),
N. Petit-Maire (paléoclimatologie), J. P. Roset (da¬
tations absolues des époques récentes de l’art saha¬
rien au Niger), P. Colombel, Y. Martin, M. Hachid,
N. Orloff (stratigraphie picturale étudiée à partir des
relevés sur parois), liées aux études archéozoologi-
ques (A. Gautier, A. Muzzolini) ou palethnologiques
et ethnoarchéologiques (M. Gast, J. Spruytte, C. Du-
puy, B. Gado, K. Sanogo, G. Dieterlen, F. A. Hassan,
N. Orloff...).
Fig. 9 - Cadenas Touareg. (Photo N. Orloff).
Le troisième postulat, définissait les peintures et les
gravures rupestres, d’une part, comme des témoigna-
ges volontaires. Elles ont été faites pour signifìer; en
ce sens, elles représentent déjà un langage, une écri-
ture, un message. Et, dans cette perspective, les re¬
présentations peuvent ètre considérées comme des
«idées-images-forces» à propos desquelles je citerais
volontiers les propos d’un forgeron touareg parlant
de l’ornementation minuscule d’un cadenas, et qui
peuvent illustrer cette idée.
«Pour toi, c’est petit comme l’ongle, pour moi, c’est grand... il
y a la fourmi, la hyène, le chacal, le sabot de la gazelle, les sour-
cils du diable, le rire, la lune, les étoiles, le bon oeil... toute notre
vie...» (18).
Ceci exprime peut-ètre un peu mieux ce que j’en-
tends par «idées-images-forces»; des oeuvres où la
représentation de la force est une donnée essentielle
et où les formes ne peuvent pas ètre étudiées séparé-
ment du contenu. Ce qui, de ce point de vue, impli-
quait une réévaluation du concept signe en faisant
basculer celui-ci du coté du significant, et des modes
d’élaboration de l’analyse structuraliste appliquée
à l’art pariétal. D’autre part, les peintures et les gra¬
vures sont aussi le témoignage d’une volonté expli-
408
NADINE ORLOFF
citement esthétique. S’il est probable que nous ne
saisissions jamais le sens profond et précis des repré-
sentations préhistoriques, l’ultime raison d’ètre de
ces systèmes graphiques «ouverts» (c’est-à-dire en
relation permanente avec l’environnement), l’analy-
se graphique interne doit pouvoir nous aider à met-
tre en lumière les faits et les conduites artistiques, les
catégories et les choix esthétiques, des comporte-
ments humains et ce, dans la mesure où la comparai-
son ne se situe pas au niveau des signifìés, mais au
niveau des faits graphiques eux-mèmes. Elle doit
nous permettre de rechercher de quelle fa?on les
phénomènes artistiques se prètent à une élaboration
intellectuelle, quelle sélection de traits cela suppose,
quelle association mentale cela permet. Elle nous
ouvre de nouvelles perspectives, car «les étapes de
cette démarche en archéologie de l’art préhistorique
sont encore loin d’avoir été parcourues» (19): en effet,
l’analyse strictement graphique des représentations,
la compréhension de l’image et de ses lois plastiques
n’ont fait l’objet que de peu de travaux. Elle conduit
cependant à une autre connaissance des sociétés
dans lesquelles les représentations s’inscrivent, de
rhomme qui a peint ou gravé, de son statut ... : ceci à
travers la mise en évidence du processus fìguratif, du
degré de technicité plastique, du degré d’élaboration
des assemblages, du niveau plus ou moins complexe
des fìgurations. Cette étude permet en outre de resti-
tuer à la préhistoire (ou à l’ethnoarchéologie) de l’art
rupestre sa pertinence psychologique.
Le quatrième postulai présentait l’art rupestre non
pas comme un phénomène isolé, mais comme un
phénomène complexe, enraciné, dont on connaitra
d’autant mieux les liens du réel qu’on en fera un tis-
su serré, qu’on multipliera les relations, les fonc-
tions, les interactions entretenues avec ses contextes
socio-géographique et socio-culturel. Phénomène
complexe pour lequel l’étude des paléoenvironne-
ments, tels qu’ils peuvent ètre reconstitués dans une
vision dynamique, axée essentiellement sur l’évoca-
tion du cadre géodynamique, géomorphologique et
bioclimatique des oeuvres, sur l’analyse spatiale, to-
pographique et géographique de l’art et des sites,
rend compte des interactions possibles art-roche-
lieu; du choix des sites — examinés en fonction des
critères d’exposition, d’orientation, de morphologie
naturelle; de leur situation — examinée en fonction
de critères géographiques (points d’eau . . . ), humains
(aire habitable, abri temporaire . . . ), économiques
(pàturages, graminées. . .), topographiques (vallées,
rives d’un oued...); de leurs fonctions (occupation,
activités, emplacement, sacralisation). La géomor-
phologie apportant un élément de chronologie, puis-
qu’elle est aussi cadre stratigraphique (c’est un rap-
pel), et le contexte iconographique des représenta¬
tions permettant de préciser l’environnement socio-
culturel des représentations. A ce propos, nous pu-
blions par exemple une étude sur les «Equidiens»
parmi lesquels la femme semble tenir, de par l’obser-
vation de sa fréquence et des modalités d’apparition
et de représentation, un ròle important (20). Le conte-
nu social, la pensée humaine que reflètent les fìgures
peuvent aussi ètre saisis à travers les analyses du ni¬
veau technique, du niveau artistique, de l’expression
picturale, du niveau des connaissances, du niveau
d’abstraction. Autant d’analyses qui n’ont pas encore
été suffisament développées.
Le cinquième postulai posait la signification anth-
ropologique des représentations préhistoriques com¬
me essentielle, ce qui ouvre des voies nouvelles en
archéologie de l’art rupestre, dès lors qu’elles sont
inscrites dans une vision globale du phénomène. De
ce point de vue, et pour conclure cette communica-
tion volontairement technique, voici, à titre d’exem-
ples, certains de mes travaux de recherche en cours,
présentés de fa?on très générale, mais qui sont au¬
tant d’étapes sur cette voie de recherche fructeuse et
qui montrent, par les résultats déjà obtenus, l’élargis-
sement possible des connaissances (21). Je cite:
— un essai d’interprétation des types humains gra-
vés et peints, dessinés souvent avec grande précision,
des populations «post-bovidiennes» où l’étude des
nombreuses fìgurations relevées permet, lorsque le
profil est bien dégagé, de mieux comprendre et défi-
nir la diversité des groupes humains qui ont du se
succèder après les populations dites «Bovidiennes»,
mais qui néanmoins semblent s’intégrer dans une
perspective culturelle qui rejoint peut-ètre les popu¬
lations à char (Fig. 6 et 8) (22);
— le «décryptage», par l’établissement de proces¬
sus d’iconisation, d’un motif abstrait de la période
paléoberbère (période du chevai monté?), identifié
comme étant la représentation d’un palanquin de
femme, représenté fréquemment sur les parois et
pour lequel nous essayons d’établir le lexique anth-
ropomorphe et métaphorique de l’objet, ainsi que sa
fonction symbolique dans la pensée et la vie touarè-
gue (Fig. 10 et 11);
— la mise en évidence de thèmes iconographiques
dominants où nous avons retenu, pour la période
paléoberbère, les fìgurations du mouflon, de l’élé-
phant, du chevai et celles de la sandale ou du pied,
pour lesquelles nous essayons d’établir les ròle à tra¬
vers les contextes iconographiques, géographiques
dans lesquels ils figurent et pour lesquels nous re-
cherchons dans quelle mesure des corrélations sont
possibles entre ces motifs rupestres et la place ou le
ròle qu’ils ont dans la littérature orale, la pensée et la
vie sahariennes (Fig. 1 et 2) (23);
Fig. 10 - Représentation géométrisée d’une figure peinte de pa¬
lanquin. Tassili-n-Ajjer. Relevé N. OrlofT. Période des Pasteurs
Guerriers Camelins.
IMAGE ET CULTURES: PROPOS MÉTHODOLOGIQUES SUR LES DÉVELOPPEMENTS
409
Fig. 11 - Processus d’iconisation appliqué au déchiffrement des figurations géométrisées représentant un palanquin.
Tassili-n-Ajjer; Ahaggar. D’après relevés N. Orloff.
— la participation à la réalisation — collective —
d’un corpus systématique des inscriptions saharien-
nes anciennes replacées, quand cela est possible,
dans un contexte géographique, iconographique,
voire mème chronologique (notons que sont égale-
ment prises en considération, et dans un premier
temps, les inscriptions gravées sur certains arbres —
notamment le baobab, au Sahel — auxquelles nous
essayons d’appliquer les principes de l’analyse fonc-
tionnelle (Fig. 3);
— la recherche, à travers l’étude de l’image rupes¬
tre, de l’expression d’un système gestuel représen-
tatif d’une identité ethnique, exprimé au sein d’un
corpus de postures et de mouvements (recueil de
schémas gestuels: gestes techniques, de maintien,
gestuelle quotidienne), qui doit exprimer le rapport
dialectique entre le système gestuel produit, produc-
teur d’une réalité sociale et celle-là mème détermi-
née dans l’art rupestre saharien.
En filigrane de ce travail, se trouve l’hypothèse
d’un continuum culturel et ethnique à définir entre
certains des groupes post-bovidiens représentés
dans l’art rupestre du Sahara Central et les Touaregs
(Fig. 4 et 7) (24);
— une étude sur l’image sociale, le travail et le sa¬
voir-faire de la femme nomade à travers les représen-
tations des quatre derniers millénaires;
— la poursuite de mes recherches sur l’image et
le comportement des populations à char et à chevai
ainsi que le développement de l’analyse graphique,
technologique et fonctionnelle de ces fìgurations
(Fig. 5 et 9);
— la mise au point d’un questionnaire — non
exhaustif — commencé en 1976 avec les membres de
l’équipe de A. Laming-Emperaire, et destinò à don-
ner les bases d’une étude archéologique et ethnolo-
gique d’arts rupestres encore «vivants» (25).
Enfili, je souhaite qu’en un premier temps puis-
sent ètre recueillis, en milieu saharien et sahélien, les
traditions et les récits relatifs à l’art rupestre, à son
origine et à son exécution, aux sites, aux dires et à l’i¬
mage (mais aussi aux gisements de colorants et aux
couleurs), ainsi que toutes les données susceptibles
de préciser le choix — voire la fonction — de certains
sites, ou la fonction sémantique tenue par tei animai
ou tei objet archéologiquement mis en évidence,
dans la pensée mythologique saharienne, avec l’es-
poir de pouvoir dégager, à travers les inversions
dont joue cette pensée, le sens commun et général
de la figure considérée. A condition que notre cultu¬
re scientifìque commence par une catharsis intellec-
tuelle et effective, nécessaire à notre compréhension
des messages d’un monde inconnu: «galaxies ex-
pressives et nébuleuse de contenus» (U. Eco).
NOTES ET BIBLIOGRAPHIE
C1) Je tiens à rappeler ici — mais c’est pour moi essentiel — que ces réflexion sont le résultat de travaux de relevé et
d’analyse qui se sont constamment renouvelés au cours du déroulement des recherches méthodologiques menées en équi¬
pe, et depuis 1973, dans les laboratoires du Musée de l’Homme (Département d’Art Préhistorique Saharien) et du CNRS
(LA 276, LA 184, RCP 394) à Paris, et sur le terrain, au Brésil, où j’ai eu la chance de travailler avec A. Laming-Emperaire à
la mise au point de techniques méthodologiques en art rupestre préhistorique, et plus particulièrement au Sahara Central,
où les relevés que j’ai effectués sur le plateau du Tassili ont été réalisés avec l’autorisation de la Direction des Beaux-Arts
ou de l’actuel Pare National du Tassili, en Algérie, et en collaboration avec P. Colombel.
(2) Orloff N. - De la signification proprement anthropologique des représentations préhistoriques: recherche des
fondements d’une analyse méthodique créatrice permettant une approche globale de l’art rupestre. Actes du 8è Symposium
du Valcamonica.
(3) Leroi-Gourhan A., 1983 - Le Fil du Temps. Ethnologie et Préhistoire (1935-1970). Fayard. Paris.
(4) Je ne fais pas allusion ici aux problèmes particuliers posés par le déchiffrement des inscriptions sahariennes que
nous analysons au sein d’un «Groupe de Recherche sur les Inscriptions Libyco-Berbères», dirigé par le Professeur L. Ga-
land (EPHE IV - Sorbonne).
(5) Aghali M. et Drouin J., 1979 - Traditions Touarègues Nigériennes. L'Harmattan, Paris.
(6) Camps G., 1987 - Les Berbères. Mémoire et identité. Ed. Erronee, Paris.
(7) Galley A., 1986 - L’Archéologie demain. Belfond/Sciences, Paris.
(8) Orloff N., 1987 - Pour une terminologie de l’art rupestre - Hommage à A. Laming-Emperaire. Actes du Valcamoni¬
ca symposium de 1987.
Orloff N. - Lexique terminologique des peintures et des gravures rupestres. Ouvrage en préparation.
Soleilhvoup F., 1986 - Une approche géomorphologique de l’art rupestre en Algérie. Actes du ler Symposium Interna¬
tional de Bordeaux (1983). «Archéologie Africaine et Science de la Nature appliquées à l’Archéologie».
410
NADINE ORLOFF
(9) Il convient de noter ici que certains panneaux de figures couvrent souvent des surfaces de plusieurs dizaines de
mètres carrés et leur reproduction, mème à petite échelle, est impossible dans les formes classiques de l’édition. Afin de
rendre ces documents accessibles aux chercheurs, nous avons créé une sèrie «Art Rupestre» dans la Collection Archives et
Documents du Musée de l’Homme, où sont publiés, sous forme de micro-fìches, des relevés de parois réduits au préalable
à l’échelle du l/5ème.
(10) Lorblanchet M., 1984 - In L'Art des Cavernes. Atlas des grottes ornées paléolithiques fran?aises. Imprimerle
Nationale, Paris: 41-51.
Colombel P. et Orloff N., 1976 - Méthode de relevé d’oeuvres rupestres. In Actes du XLIIème Congrès des Américani-
stes, Paris.
(") Orloff N., 1986 - Ethnoarchéologie et art rupestre. Actes du ler Symposium de Bordeaux (1983). «Archéologie Afri-
càine et Sciences de la Nature appliquées à l’Archéologie: 157-170.
Orloff N., 1990 - De la signification anthropologique des représentations préhistoriques ... : voir les paragraphes con-
sacrés à la recherche de signification des oeuvres à partir des données obtenues par l’ethnoarchéologie, mais aussi à partir
des argumentations différentes proposées par plusieurs auteurs, et réunies selon un autre type d’approche: celle des «systè-
mes experts» Voir (2).
(12) Laming-Emperaire A., 1976 - Réflexion sur les fouilles en sites à accumulation rapide. Actes du XLIIè Congrès
International des Américanistes, Paris. (Note sur la datation d’oeuvres rupestres et la pluridisciplinarité des équipe travail-
lant sur l’art rupestre).
(n) En se fondant sur les travaux les meilleurs et les plus récents, il a été possible d’esquisser une histoire hypothéti-
que du peuplement des régions sahariennes, et en particulier du Tassili n Ajjer. Il est probable que les «Chasseurs-Cueil-
leurs Négrilles» furent les premiers hommes à parcourir les forèts d’altitude de ce Plateau ou les savanes avoisinantes. Le
second grand groupe humain à pénétrer cette aire fut sans doute celui des « Pasteurs Bovidiens Ethiopides » (ou Paléopeuls),
qui arrivèrent en plusieurs vagues. Le troisième groupe, représenté par des populations à nez fin, à la peu claire, à la mor-
phologie élancée, pourvu des techniques de l’abondance (élevage diversifié, boeufs richement harnachés...), évoque des
hommes et des femmes nilotiques (?) que fon peut dénommer, en attendant de pouvoir mieux préciser leur origine, les
« Pasteurs Méditerranéens». Ils furent suivis par des envahisseurs Nilo-Sahariens: les « Pasteurs-Guerriers Equidiens et Came-
lins» (ou Paléoberbères). Il reste entendu qu’à l’intérieur de chacune de ces grandes phases, de peuplement, on distingue
nettement la présence de groupes ethniques différents à définir plus précisément.
(14) Le matériel recueilli par les missions Lhote aux stations de Tin-Tarta'it, I-n Itinen, Ouan-Derbaouen... (relevés
P. Colombel, Y. Martin...) représente la documentation la plus complète relative aux fìgurations de ces «populations de
pasteurs méditerranéens» (documentation déposée au Département d’Art Préhistorique Saharien du Musée de PHomme).
Voir Lhote H., 1976 - Vers d’autres Tassili, Arthaud, Paris; et Lhote H., 1982 - Les chars rupestres sahariens. Ed. des Hespé-
rides: «... la jonction Bovidien-Equidien est un sujet de trop haute importance en art rupestre saharien pour que je ne m’y
sois pas intéressé, mais mes recherches en ce sens ont été complètement négatives».
(15) Camps G., 1987 - Les chars sahariens. Images d’une société aristocratique. Travaux du LAPMO, Université de Pro-
vence-Centre d’Aix.
Muzzolini A., 1988 - L’évolution technologique du bige au quadrige en Méditerranée orientale, au Maghreb et au Sa¬
hara: quand et pourquoi? 2d Deia Conference of Prehistory, sept. 88. «Archaeological Techniques, Technology and Theory».
Orloff N., 1982 - Une frise de 9 chars peints au Tassili-n- Ajjer. Actes du Colloque de Sénanque «Les chars préhistori¬
ques du Sahara et techniques d’attelage», Aix-en-Provence.
Et les études expérimentales sur l’attelage, de J. Spruytte.
(lé) Camps G., 1978 - Recherches sur les plus anciennes inscriptions libyques de l’Afrique du Nord et du Sahara. In
Bull. Arch. du Com. des Trav. Hist. et Se., sèrie 10-11, Paris.
(17) Cette étude se poursuit actuellement, d’une part, avec le Professeur Lionel Galand, des anthropologues et des
Touaregs qui travaillent soit sur le déchiffrement d’inscriptions anciennes, soit sur le système de fonctionnement actuel de
l’écriture touarègue (les tifinagh), des jeux et des enjeux de cette écriture qui ne transpose pas uniquement le discours orai
(encore faut-il que le préhistorien d’art fournisse des questions précises à poser en fonction de ses matériaux), et, d’autre
part, en liaison avec des collègues travaillant dans les déserts de Jordanie et d’Arabie, d’Ethiopie et du Soudan pour les
systèmes de signes paléoberbères. Par ailleurs, des contacts sont établis avec des chercheurs en Tanzanie et au Kenya pour
l’étude des «pasteurs Méditerranéens» (ou «post-Bovidiens»), au Mali, en Mauritanie et au Niger pour l’étude des popula¬
tions Equidiennes, et Camelines.
(18) Gabus J., 1957 - Sahara 57. Musée dEthnographie de Neuchàtel. Neuchàtel.
(19) Leroi-Gourhan A., 1982 - Préhistoire. Annuaire du Collège de Trance, 82ème année: 477-495.
(20) Orloff N., 1986 - L’image du chevai et du char dans l’art rupestre saharien. A paraìtre.
(21) Il nous est difficile de poursuivre ces travaux de recherche dans les circonstances actuelles du développement de
l’archéologie en France, où le courant scientifique de l’archéologie préhistorique axé sur l’étude de l’art rupestre n’est plus
représenté, au sein d’aucune équipe, ni au CNRS ni au Museum, mème si cette recherche se poursuit individuellement, et
où les équipes travaillant sur l’archéologie africaine, et en particulier saharienne, disparaissent petit à petit. Situation d’au-
tant plus paradoxale que l’étude de l’art rupestre connait un essor international sans précédent et que la France possède en
ses Musées d’importantes collections sahariennes encore inédites.
(22) Lhote H., 1970 - Le peuplement du Sahara néolithique, d’après l’interprétation des gravures et des peintures ru¬
pestres. J. de la Soc. des Africanistes, XL, 2: 91-102.
(23) Drouin J., 1987 - Bestiaire rupestre et littéraire au Sahara et au Sahel. Recherche de corrélations. Bull. Et. Afr. de
l’INALCO, voi. VII, n. 13-14: 145-172.
Orloff N., 1986 - Iconisme et Tradition. The World
London, Final Papers, voi. 4.
(24) Travail mené en collaboration avec un chercheur
(25) Cette première version d’un questionnaire «ouvert»
terminologie de l’art rupestre. Voir (8).
Archaeological Congress, 1-7 sept. 1986, Southampton and
du groupe de recherche «Geste et Image» du CNRS.
sera publié dans l’ouvrage à paraìtre sur la méthodologie et la
Nadine Orloff: Collège de France, Laboratoire de Paléoanthropologie et Préhistoire
Avenue Marcelin Berthelot - 92360 Meudon-la-Forèt FRANCE
Privé - 6, Rue Daguerre - 75014 Paris FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Nicole Petit-Maire
Recent quatemary climatic change and man in thè Sahara
Résumé — L’étude multidisciplinaire de nombreux témoins de paléoenvironnements (dépòts lacustres, paléosols,
formations éoliennes) découverts dans les zones hyperarides du Sahara a permis de décrire des phases climatiques succes-
sivement arides et humides en relation avec les courbes isotopiques océaniques, des périodes lacustres correspondant aux
phases interglaciaires et aux transgressions marines.
Cette alternance de dégradations et de régénérations des environnements (hydrologiques et biologiques) a retenti sur
révolution physique et culturelle des populations préhistoriques, en particulier au centre des vastes bassins sahariens éloi-
gnés des còtes océaniques ou des reliefs, moins sévèrement touchés par les phases arides.
Abstract — The study of recent Continental sediments (lake deposits, palaeosols, aeolian formations) in thè hyperarid
areas of thè Sahara shows a succession of arid and humid climatic phases in relation with those indicated by Oceanie isoto-
pes, lacustrine extensions corresponding to reductions of thè cryosphere and to marine transgressions.
The alternate degenerations and regenerations of thè hydrological and biological environments have controlled thè
physical and cultural evolution of thè prehistoric populations, particularly in thè center of thè vast Saharan basins, remote
from Oceanie shores or mountainous areas, mitigating aridity.
INTRODUCTION
Man being very sensitive to environmental varia-
tions, thè equilibrium of our societies is particularly
fragile in those areas which suffer frequent and seve¬
re alterations of their biotope; thè Saharo-Sahelian
belts belong to these unstable zones due to thè high
variability of monsoonal precipitation (Rognon, 1976;
Maley 1983; Fairbridge, 1986). In thè last ten years, an
increasing number of observations on lake sediments,
paléosols and anthropological material (fig. 1) has al-
lowed thè correlation of their climatic evolution with
thè global changes recorded in Oceanie cores (Hays et
al, 1976; Shackleton, 1982), as well as with thè dyna¬
mics of human populations and cultures.
This paper will provide some data from research
throughout thè Sahara since thè synthesis by De-
smond Clark (1980).
Fig. 1 - Location of quoted places and main Holocene palaeolakes and prehistoric sites observed in thè Sahara.
412
NICOLE PETIT-MAIRE
THE CLIMATIC OPTIMUM AT 125,000 B.P. AND THE END OF THE ACHEULIAN
The rapid rise of sea level and temperatures which
began at ca 140,000 B.P. and culminated at ca 125 ka
B.P. (Shackleton, 1981, 1982; Lorius et al., 1985) rela-
tes with a marked increase in insolation (Berger,
1981, 1984). In thè centrai Sahara, this climatic opti¬
mum coincided with a major lacustrine develop-
ment. To thè North of thè Murzuk sandsea (fig. 1),
in a region (27°30'N) where today thè annual rain-
fall amounts to only 30 mm, thè Shati lake, fed by
aquifer rise and locai run off, extended over 2000
km2 with salinities varying from 3 to 10%o and
depths varying from 40 to 50 meters (Petit-Maire
et al., 1980a, b; Gaven et al., 1981; Petit-Maire ed.,
1982).
Surface archaeological sites are found throughout
thè area (Aumassip and Petit-Maire, 1982): terminal
Acheulian on thè substructural flats above thè val-
ley; small (< 8 cm) piriform bifaces, mixed with ter¬
minal Acheulian and Levallois flakes or blades on
thè upper shorelines of thè lake; exclusively Leval¬
lois assemblages at thè foot of thè thick lumachelle
mounds indicating a molluscan thanatocoenosis due
to lake regression; Aterian and Neolithic, unassocia-
ted with thè shores. According to their location rela¬
tive to thè lake deposits, thè Levallois sites may be si-
tuated in time as a little younger than thè lake main
regressive phase, which is consistent with thè age
suggested by McBurney (1967) for thè earliest Leval-
lois-Mousterian in Cyrenaica, ca 80 ka B.P. We leave
archaeologists to interpretate these data. However,
one can underline thè correlation of an important
humid phase in thè Sahara during thè beginning of
thè Upper Middle Pleistocene with thè end of thè old
Acheulian civilisation. The occurence and long du-
ration of a hospitable biotope probably allowed, to-
gether with sedentary life, invention, easier contacts
and transmission of new techniques.
Since 1982, other evidence for this Upper-Pleisto¬
cene lake phase in thè Sahara was found in northern
Mali (Fabre and Petit-Maire, 1983; Petit-Maire,
1986), in Nubia (Wendorf et al., 1987) and in Tunisia
(Gasse et al., 1987; Ballais and Ben Òuezdou, 1987).
UPPER PLEISTOCENE CLIMATES AND THE ATERIAN
The progressive deterioration of climate registered
after 115,000 B.P. by Oceanie isotopie curves (Fig. 2a)
was not regular. In thè Sahara, repeated fluctuations
between environmental degradation and regenera¬
tion are recorded. They differ widely with latitude
(Durand et al., 1983) and imply either heavy stress or
new territorial possibilities for prehistoric groups
with probable response in terms of migrations and
cultural change. The climatic and archaeological se-
quence of thè Sahara between 100,000 B.P. and 50,000
B.P. is stili little known. An arid phase occured in
southern Niger between 50,000 B.P. and 40,000 B.P.
(Durand et al., 1983). It was followed between 40,000
B.P. and 20,000 B.P. by one or two humid episodes that
have been observed right across thè continent, from
thè Red Sea to thè Atlantic, and which are associated
with thè Aterian (Alimen, et al., 1966; Butzer, 1980;
Chamard, 1973; Conrad, 1969; Durand et al., 1983;
Faure, 1966; Gasse et al., 1980; Ritchie and Haynes,
1987; Pachur and Kròpelin, 1987; Rognon, 1976; Ser-
vant, 1983; Servant and Servant-Vildary, 1980; Tillet,
1983; Williams and Adamson, 1980). In thè Fezzan,
Fig. 2 - (from Lorius et al., 1985). a) Variation oi ò (J in ihe
V 19-30 deep-sea core with indication of successive climatic sta-
ges 1 to 6, cold phases corresponding to even numbers. b) Sum-
mer insolation at 65°N.
thè large Shati lake became a saline sebkha, but epi¬
sodes of fluvial activity or small lakes are dated at
40,000 (U/Th) and 26,000 (14C) B.P. on freshwater
molluscs (Petit-Maire, 1986). Aterian pedunculate
points occur on thè banks of thè wadis or channels
(Aumassip et Petit-Maire, 1982). In northern Mali,
extensions of lacustrine limestones or large clayey
pans, both with Melania tuberculata, are found in fiat
areas between 19°N and 22°30'N and a lake shore is
dated at 21,000 B.P. (Petit-Maire, 1986). Aterian uni-
facial pedunculate points generally line thè palaeo-
beaches (Chavaillon and Fabre, 1960). The origin of
thè Aterian is given as thè Maghreb for thè northern
Sahara but Clark (1980) also indicates probable rela-
tionships of thè Aterian in thè southern Sahara with
thè Lupemban Industriai Complex known in thè sa-
vannas of tropical Africa. Both processes imply mi¬
grations due to environmental change.
The dates proposed for thè Aterian in northern
Niger by Tillet (1983, 40,000 to 20,000 B.P.) and Du¬
rand et al. (1983, 26,000 to 20,000 B.P.), are consistent
with thè environmental data indicating favorable cli¬
matic change. The Aterian could be defined as thè
culture born and developed during isotopie stage 3
(fig. 2a).
The end of thè Aterian is also related to climatic
change. In thè late Pleistocene, a severe arid phase
culminating at 18,000 B.P. correlates with thè last gla-
cial episode and thè lowering of sea level and tempe¬
ratures. Rainfall may have been redueed to as little as
20% of modern values, saharan dune fields extending
as far South as 13°N, (Sarnthein, 1978; Rognon, 1980;
Servant and Servant-Vildary, 1980; Talbot, 1980,
1984). Even thè mountainous areas had sparse vege-
tation (Maley, 1983). The centrai basins of thè Saha¬
ra, today hyperarid, were then even more severely
desertic. In thè Azawad, this is represented by thick
Consolidated ergs. At 23°15'N, an Aterian site was
found in situ, just beneath thè lower layers of a 3 m
thick palaeodune capped by thè earliest Holocene
fossiliferous lake silts dated, at this latitude, to 8700
RECENT QUATERNARY CLIMATIC CHANGE AND MAN IN THE SAHARA
413
B.P. and 8600 B.P. This section demonstrates thè cau-
ses of thè end of thè Aterian in thè Sahara; it became
impossible for plants or animals to survive and even
today they are stili nearly absent from those areas in
which annual rainfall varies from < 5 to 20 mm. The
Aterians had to migrate. But where to? Mountains,
river valleys and lakes shores are all classical refuges,
but competition must have been severe along thè Ni-
ger, Senegai and Nile rivers which registered strong
changes in their water balance (Michel, 1980; Ro-
gnon, 1976; Williams and Adamson, 1974). From thè
western and northern Sahara, man most probably
migrated to thè coasts of thè Atlantic and Mediterra-
nean where large areas of thè Continental plateau had
emerged during thè 120 m Oceanie regression. Unfor-
tunately, any of these sites which remain are now un¬
der sea level. Evidence for such migrations may be
found in physical anthropology. In thè late Pleistoce¬
ne of thè Maghreb (Ferembach, 1976; Camps et al.
1973; Roche, 1976) and Upper Egypt (Redd, 1965;
Lubell, 1974; Anderson, 1968) a new population
appears: thè north african Cromagnoids. They share
several morphological traits with thè scarce Aterian
remains we dispose of (Ferembach, 1976, 1985; Tho-
ma, 1978). The Aterians possibly evolved quite rapid-
ly, due either to environmental change inducing
change in selective pressure, or to thè crossbreeding
and drift induced by migration.
However, thè available archaeological evidence
does not support such an hypothesis: in thè Magh¬
reb, thè Iberomaurusian follows thè Aterian after a
hiatus of as yet unknown duration and, in thè sout¬
hern Sahara, thè Ounanian appears after thè aeolian
gap noted previously. Roche (1963) denies any affini-
ty between Aterian and Iberomaurusian, and Tillet
(1983) sees no connection with thè Ounanian. We
propose that cultural change could have paralleled
genetic change, for thè same reasons.
THE HOLOCENE INTERGLACIAL AND NEOLITHISATION
Recent multidisciplinary studies have defined with
great precision thè Holocene environmental changes
in thè Taoudenni Basin of northern Mali, one of thè
most arid areas of thè Sahara (Petit-Maire and Riser,
1981, 1983; Petit-Maire, 1986; Petit-Maire et al., 1987;
Fabre and Petit-Maire, 1988). In brief, a widespread
lacustrine episode took place from 9500 to 4500 B.P.
between 20° and 24°N, and from 9500 to 3500 B.P.
between 18° and 20°N. Lake or swamp deposits are
so extensive that thè importance of surface fresh wa¬
ter implies precipitations varying from South to
North from 500 to 200 mm, in an area that today re-
ceives from 50 to 5 mm. After 6700 B.P. thè climate
progressively deteriorated and changes in lake balan¬
ce became frequent and severe, leading to saline de¬
posits, mud cracks and frequent Chemical changes.
These data from an isolated hyperarid Saharan basin
Fit well thè results obtained in eastern Sahara at thè
same latitudes (Pachur and Kròpelin, 1987; Kròpelin,
1987; Ritchie and Haynes, 1987), They prò vide evi¬
dence that global change affected thè paratropical
hyperarid belts which probably disappeared comple-
tely during thè Holocene.
This hypothesis is supported by anthropological
data from northern Mali where thè remains of 117 in¬
dividuate were collected from burials dated ca 7000
to 4500 B.P. They have thè same Cromagnoid featu-
res (Petit-Maire and Dutour, 1987; Dutour, 1989) as
those listed supra in thè Maghreb. We have already
discussed their probable Aterian origin. From which
refuges did they return during thè Holocene? From
thè North, across a continuous steppe, or from thè
East or South, thè Adrar of Iforas or thè Niger
banks? Further research is needed to answer this
question.
The lag shown in Fig. 3 between thè dates for lacu¬
strine evolution and those for archaeological sites is
striking. If thè observed differences are not biased by
thè nature of thè analyzed materiate, 1500 to 2000
years were necessary to provide a full biological re-
sponse in a region which had been hyperarid for at
least 10,000 years. Increased rainfall induced growth
of a Gramineae steppe to thè North of thè area, and
of a Sudanese savanna south of thè 20th parallel. A
biotope of Foraminifera, Ostracods, Molluscs, large
fish (up to 1.60 m), crocodiles, turtles, hippopotamus,
rhinoceros, elephants and large antelopes ( Alcela -
phus buselaphus, Limnotragus spekei, Hippotragus
equinus, etc.) was established up to 22°N (Petit-Mai¬
re and Riser, eds., 1983; Petit-Maire, 1986).
Man took advantage of thè optimum to develop a
new culture, thè Neolithic (Petit-Maire et al., 1983;
Petit-Maire, 1985, 1986; Petit-Maire and Riser, 1988).
The wide extension of a Gramineae steppe correlates
with thè ubiquity and density of mortars and grin-
ders. The abundance of large fish in shallow lakes
must be related to thè development of bone hooks
and harpoons (115 harpoons were found in a single
site about 200 m2 at 19°15'N; Decobert and Petit-Mai¬
re, 1985). The possibility of a sedentary life around
clayey pans allowed thè invention and expansion of
a rich ceramics industry (Roset, 1988; Commelin,
9500
8000
7000
6000
5000
4000 B.P.
Fig. 3 - Evolution of thè Taoudenni continuous lake deposits and age of thè prehistoric sites in thè area.
414
NICOLE PETIT-MAIRE
1984). The variety and quality of pottery decoration
and of stone and bone adornments (Camps-Fabrer et
al., 1982; Camps-Fabrer, 1983), suggest spare time for
refmement, incompatible with hard struggle for life
in a hostile environment.
After 4500 B.P., thè archaeological sites are found
on thè dried lake beds, probably around thè remai-
ning water holes or wells at thè center of thè depres-
sions. The large mammalian fauna is gone by 5000
B.P. and freshwater molluscs could no longer survi-
ve, except in thè Azawad (Petit-Maire, 1986; Petit-
Maire and Riser, 1987, fig. 2). Like thè Aterians some
15,000 years earlier, man had to migrate. The popula-
tions of thè eastern Taoudenni basin moved to thè
Tilemsi valley (19°N) by 4000 B.P. where they mixed
with negroid groups (Smith, 1979, 1980; Petit-Maire,
1986). From inner Mauretania and thè western Saha¬
ra, man migrated to thè Atlantic coast where fresh
water holes and sea food allowed them to live until
2500 B.P. They also mixed there with southern popu-
lations (Petit-Maire, 1979, 1980; Petit-Maire and Du-
tour, 1987).
At 3500 B.P. thè Sahara basins were desert again
and thè interglacial humid phase carne to and end.
THE PRESENT AND THE FUTURE
The climatic evolution of thè hyperarid Saharan
basins correlates well with thè astronomical and
Oceanie isotopie curves (fig. 2) for thè last 150,000
years. Humid lacustrine or paludal phases follow thè
maximal insolation and minimal cryosphere peaks
while arid phases correlate with thè opposite ones.
The origin and development of human cultures, pro-
moted by favorable biotopes and sedentarization, is
closely linked with these changes and climatic land-
marks clearly stake out thè onset and thè end of pre-
historic civilisations. The Middle Palaeolithic ended
with thè last pleistocene interglacial (isotopie stage
5); thè Aterian developed during thè lacustrine epi-
sodes marking thè end of stage 3 and ended with thè
occurence of aridity at stage 2; thè Neolithic began
with thè Holocene climatic optimum.
Such correlations between anthropology and pa-
leoclimatology are stili awkward due to thè impreci-
sion in dating lithic material. Such attempts should
however be developed, since our future depends
upon these relations: man is, unfortunately, one of
thè best climatic markers (Petit-Maire, 1984) and pa-
laeoclimates have always been one of thè fundamen-
tal factors in our evolution.
The astronomical curve (fig. 2b) calculated by Ber-
ger (1981, 1984) fits thè Oceanie isotopie data and is
thè best prediction we have for thè long term future,
if man does not interfere. The variations of terrestrial
insolation will reach a new extreme about 60,000
years from now: a new glacial is probably setting in and
it will correlate once again with a major extension of
thè arid belts as 18,000 years ago. The trend will be
progressive and irregular in thè future as it has been
in thè past. The wide short term oscillations of mon-
soonal and subtropical rains underlying thè long
term curves will stili compensate one another until a
dangerous threshold is reached when thè dry years
will no longer be balanced by thè wet ones. Man
would then have to migrate into his old refuges (or
to ones arranged by our modera technology) until
a new warmer and humid phase returns. However,
thè naturai patterns are now being changed by thè
quick rise of man-made C02 inducing a greenhouse
effect (Genthon et al., 1987; Lambert, 1987; Titus
et al., 1987). Its effeets are stili being discussed and
no valuable conclusions upon a future balance bet¬
ween nature and human C02 production are pre-
sently possible.
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Paper written in 1989. The references are all prior to 1989. More recent research is plentiful but did not contradict thè
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Nicole Petit-Maire: Laboratoire de Géologie du Quaternaire - CNRS
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Michel Raimbault
Les faciès néolithiques identifiés dans le Sahara malien:
caractères et évolution
Résumé — Cinq faciès néolithiques ont été identifiés dans le Sahara malien proprement dit, entre 19° et 24° N., dans
le cadre de récents travaux sur les paléoenvironnements conduits par N. Petit-Maire (1981-1985). Les plus anciens se déve-
loppent à compter de 7000 BP, soit au maximum de la phase lacustre holocène. Ils sont le fait de populations distinctes
(cromagnoides, protoméditerranéens) et traduisent des influences diverses. Au Nord, au coeur de la cuvette de Taoudenni,
le faciès de Oumm-el-Assel utilise largement les lames et lamelles. Il rappelle certains faciès du Néolithique de tradition
capsienne. L’Ounanien, entre l’erg Foum-el-Alba et la falaise du Khnachich, exprime aussi une influence septentrionale, à
moins qu’il ne dérive de certaines industries du Ténéré (Adrar Bous). Il présente une belle industrie en quartzite rouge lo¬
cai, à débitage laminaire, avec une quarantaine de types de pièces. Le faciès de Hassi-el-Abiod, dans la région au nord-
ouest de Araouane, est particulièrement originai, associé à une riche industrie osseuse. Il est l’oeuvre de cromagnoides
africains (mechtoides). A l’Est, le faciès de Tagnout Chaggeret et de l’erg Ine-Sakane est à rattacher au Néolithique saharo-
soudanais du Hoggar. A partir de 4500 BP, avec les débuts de faridifìcation, les stations se concentrent autour des derniè-
res mares, empiétant largement sur les dépòts antérieurs. Le phénomène est sensible au sud de la cuvette de Taoudenni,
dans le Pays Rouge, où la panoplie se réduit typologiquement et techniquement. Puis, les populations se retirent, à l’Est
dans le large exutoire du Tilemsi et de ses vallées avoisinantes où l’élevage joue désormais un ròle capitai, au Sud sur les
marges du Faguibine et de la nouvelle gouttière alluviale du fleuve Niger. Les récents travaux à Kobadi dans le Sahel ma¬
lien ont permis de retrouver les derniers représentants des cromagnoides africains, datés de 3300 BP, dans un contexte pa-
léolacustre similaire à celui de Hassi-el-Abiod.
Abstract — Five neolithic facies were identified in thè Malian Sahara, between 19 and 24° N., during thè recent re-
search on thè palaeoenvironments directed by N. Petit-Maire (1981-1985). The former facies appear frorn 7000 BP, at thè
maximum of thè Holocene lacustrine phase. They result from distinct populations (Cromagnoi'ds, Protomediterraneans)
and testify various influences. To thè North, in thè middle of thè Taoudenni basin, thè facies of Oumm-el-Assel greatly
uses blades and bladelets. It recalls some facies of thè «Néolithique de tradition capsienne». The Ounanian, between thè
Foum-el-Alba erg and thè Khnachich cliff, also expresses a septentrional influence, unless deriving from some lithic indu¬
stries in thè Tenere (Adrar Bous). The classification displays forty types of tools, including backed blades, triangular micro-
liths, piercers and scrapers. The facies of Hassi-el-Abiod, in thè north-west region of Arawan, is particulary originai, with a
rich bone industry (harpoons). It is thè product of African Cromagnoi'ds (so-called «Mechto'ids»). To thè East, thè facies of
Tagnout Chaggeret and Ine-Sakane erg is to be linked with thè «Néolithique saharo-soudanais» of Hoggar. From 4500 BP,
with thè beginnings of aridification, thè sites are gathered around thè last ponds, directly on thè previous deposits. It is visi-
ble south of thè Taoudenni basin, in The «Pays Rouge», where thè lithic outfit is reduced typologically and technically.
Then, thè populations withdrew, eastwards to thè wide Tilemsi valley and its surrounding valleys where thè domestication
has henceforth a major ròle, southwards on thè banks of thè Faguibine lake and of thè new Inland Niger Delta. The latest
francomalian works on thè great neolithic site of Kobadi, in thè Malian Sahel, allowed thè discovery of thè last African Cro-
magnoids, dated from 3300 to 2800 BP, in a palaeolacustrine context similar to that of thè Hassi-el-Abiod area.
Les premières découvertes préhistoriques dans le
Sahara malien proprement dit remontent au début
du siècle. Elles sont dues pour l’essentiel à des offi-
ciers méharistes au cours de leurs reconnaissances.
L’abbé H. Breuil, dans sa synthèse sur la Préhistoire
de l’Afrique (1930), en fait part. Elles concernent
principalement l’axe Tombouctou-Araouane-Taou-
denni, soit la route du Sei. De nouvelles stations sont
signalées au cours des décennies suivantes. Nous
pensons au travail remarquable de Th. Monod sur la
Majabat-al-Koubrà (1958), aux confins mauritano-
soudaniens.
Avec l’Indépendance du Mali, à compter de 1960,
les découvertes restent le fait de chercheurs isolés,
de géologues en particulier. Nous citerons J. Fabre
pour la région de Taoudenni et R. Karpoff pour l’A-
drar des Iforas qui confìent l’étude de leur matériel à
des préhistoriens (Alimen H., Chavaillon J., Karpoff
R., 1963; Chavaillon N., Fabre J., 1960 et 1968). En
1964, A. Gallay découvre de nouveaux gisements
néolithiques dans la région au nord-ouest de
Araouane et tente d’en caractériser le faciès, riche en
harpons en os et pourvu d’une abondante faune sub¬
fossile (Gallay A., 1966). Cependant, la recherche
préhistorique conduite dans le Sahara malien n’a
rien de systématique. Il n’y a pas un programme spé-
cifique concernant cette partie du pays. Pour preuve,
en décembre 1967, se tient à Dakar le VIe Congrès
panafricain de Préhistoire et de l’étude du Quater-
naire réunissant 150 spécialistes venus du monde en-
tier. Sur plus de cent Communications, une seule
concerne le Mali, attestant la faiblesse de la recher¬
che préhistorique dans ce pays. Elle porte sur des
gravures de la haute vallèe du Tilemsi (Lhote et To-
masson, 1972).
En fait, en dehors de la vallèe fossile du Tilemsi,
où nous enregistrons les importants travaux des
Gaussen (1962, 1965 et 1988), de A. Smith (1974) et A.
Diop (1979), il faut attendre les années 1980 pour
qu’un vaste projet scientifique soit défini à propos du
Sahara malien, à la demande du Ministère malien de
la Culture. Il s’agit des travaux de l’équipe pluridisci-
plinaire de N. Petit-Maire sur l’évolution du Sahara
malien pendant le Quaternaire récent, en collabora-
tion avec la Direction nationale de la Géologie et des
Mines et l’Institut des Sciences Humaines de Bama-
ko. Huit missions y furent conduites dans des sec-
teurs différents, entre les 19° et 24° de latitude nord,
418
MICHEL RAIMBAULT
complétant les données paléoclimatiques déjà acqui-
ses dans des pays voisins, au Tchad, au Niger, en Li-
bye, en Algérie et en Mauritanie. Elles mirent en évi-
dence l’existence d’un Humide au cours de l’Holocè-
ne, entre 9500 et 4500 BP, marqué par la présence de
vastes lacs et marécages et une remontée sensible
des paysages sahéliens (Petit-Maire et Riser, 1983;
Petit-Maire, 1986).
Sur les 165 sites préhistoriques étudiés au cours
des missions de terrain, plus des trois-quarts appar-
tiennent à cette dernière grande phase lacustre. Ils
permettent aujourd’hui de mieux appréhender le
Néolithique de cette partie du Sahara. Cinq faciès
ont été distingués, traduisant des adaptations et des
influences diverses (fig. 1). Ils sont les témoins d’une
intense occupation, avec des zones privilégiées, et de
vastes déplacements. Ces faciès réagirent différem-
ment devant la mise en place du désert. Nous pré-
senterons ici leurs caractères et leur évolution, tout
en étant conscient des lacunes d’une telle approche.
Fig. 1 - Localisation des différents faciès identifiés dans le Sahara malien (1981-1985).
LES FACIÈS NÉOLITHIQUES IDENTIFIÉS DANS LE SAHARA MALIEN: CARACTÈRES ET ÉVOLUTION
419
L’OUNANIEN
Les sites s’étendent entre l’erg Foum-el-Alba et la
falaise du Khnachich, sur les premiers replats en bor¬
dure des anciens lacs holocènes. Ils sont de dimen-
sions inégales mais s’étalent facilement sur plusieurs
hectares avec des surfaces d’activités domestiques et
des aires de débitage bien individualisées. Ils ont été
particulièrement étudiés au sud de l’erg Jmeya en
MK 22, MK 29, MK 30, MK 35 et MK 36.
L’Ounanien est le faciès défìni par H. Breuil (1930)
pour du matériel lithique de surface provenant de la
région de Bir Ounan, à mi-distance entre le Foum-el-
Alba et Taoudenni. Il le présente comme une indus¬
trie peu patinée «à base de lames légères, peu retou-
chées», avec comme marqueur originai «une lame
appointée ayant à la base une longue barbelure uni-
latérale». Ce terme d’ounanien, assimilò à un ensem¬
ble épipaléolithique subsaharien, fut repris plus tard
par J. D. Clark (1970) pour une industrie de l’A'ir et
de l’Adrar Bous.
C’est une belle industrie en quartzite rouge locai, à
débitage laminaire, offrant une quarantaine de types
de pièces dont des couteaux et pointes à bord abattu,
des triangles microlithiques, des perfoirs, des ra-
cloirs. Il est très proche typologiquement de l’Epipa-
léolithique algérien mais s’en distingue par l’abon-
dance des grattoirs et des lames à coche(s). Les grat-
toirs peuvent atteindre plus de 30% de l’outillage,
avec une certaine fréquence du type en éventail à
front surbaissé. La fameuse pointe d’Ounan est iné-
galement présente selon les stations. En MK 35 B,
une sèrie homogène de 24 pièces a été prélevée sur
une aire limitée. Le limbe, à silhouette élancée, est
Fig. 2 - Faciès de FOunanien: trg Jmeya: site MK 30 2/3.
420
MICHEL RAIMBAULT
Fig. 3 - Faciès de l’Ounanien: Erg Jmeya: site MK 22-11.
LES FACIÈS NÉOLITHIQUES IDENTIFIÉS DANS LE SAHARA MALIEN: CARACTÈRES ET ÉVOLUTION
421
généralement brut de retouche. A l’opposé, l’extrè-
mité proximale a l’allure d’un perfori décentré sur la
droite et légèrement incurvò. On voit dans cette
pièce une armature à pédoncule d’autant que les
armatures de pointes de flèches classiques sont ab-
sentes (fìg. 2 et 3). Le débitage laminaire a laissé de
remarquables nucléus pyramidaux et nucléus cylin-
driques à deux plans de frappe opposés, partielle-
ment épuisés.
L’industrie lithique est associée à de la céramique.
Cependant, celle-ci est rarement abondante. Deux
grands groupes ont été distingués par D. Commelin
(1984): une poterie fine, décorée, aux motifs variés,
et une poterie plus modeste, sans col et à faible dé-
cor, réalisée à partir d’une argile riche en dégraissant
végétal. Cette dualité cache peut-ètre des mobiles
ethniques ou sociaux.
La coquille d’oeuf d’autruche ne semble pas avoir
occupé une place importante dans la vie quotidien-
ne. Aucun fragment gravé n’a été observé.
Le matériel de broyage est par contre fréquent,
avec trois types courants: des meules naviformes, al-
LE FACIÈS DE
Il s’étend au nord-ouest de Araouane sur les rives
de tout un réseau de petits lacs holocènes alimen-
tés par les crues du Niger et les remontées de nappes
au cours du dernier Humide (Riser et Petit-Maire,
1986).
Assez tòt, on signala dans ce secteur l’existence
d’amas de déchets culinaires avec vestiges de faune
et présence d’une industrie osseuse liée à la pèche
(H. Breuil, 1930; F. Roman, 1935). Ces découvertes
étaient précisées par les recherches de Th. Monod
(1958), F. Poussibet (R. Mauny et F. Poussibet, 1962),
et surtout A. Gallay (1966).
Les sites se présentent en effet sous la forme de
dépòts alimentaires étalés, dominant légèrement les
placages lacustres, dans un paysage de sable actuel
modelé en nebkas. Leurs dimensions sont varia-
bles (entre 15 et 1150 m2), avec une épaisseur qui
dépasse rarement 20 cm. Une trentaine de dépòts
ont été étudiés au cours des missions 1980 et 1983,
Les aires d’habitat proprement dites sont moins
caractérisées.
L’industrie lithique est pauvre. L’outillage taillé se
limite à des grattoirs courts, souvent épais, et à des
formes géométriques à retouches abruptes dont cer-
taines entrent dans la catégorie des microlithes
(Raimbault, 1983). Les «géométriques» de grande
taille sont exclusivement des segments taillés dans
un quartzite beige clair à gros grains. Les microlithes
ont des formes plus variées: segments, triangles, tra-
pèzes, rectangles et sont fafonnés dans un quartzite
rouge-brun à jaunàtre ou dans un silex. Le part des
lames et lamelles retouchées est faible pour l’ensem¬
ble des gisements (10,5% de l’outillage taillé). Nous
notons aussi quelques armatures dont une pointe à
tenon latéral (fìg. 4).
L’industrie polie est dominée par de petites ha-
ches, trapues, à section elliptique, en roche graniti-
que, dont l’usage est encore mal compris.
Le matériel de broyage est peu abondant, toujours
à l’état fragmentaire, à la différence de l’Ounanien.
On suppose que cette activité occupait une place se¬
condarie dans cette population. Par contre, nous ren-
longées et épaisses, des meules rectangulaires aux
angles arrondis, à paroi mince, des mortiers de forme
sphérique. Il traduit des préparations variées. Néan-
moins, nous n’avons aucune preuve d’une véritable
agriculture.
Plusieurs nécropoles ont été repérées à proximité
des gisements ounaniens, sur les hauteurs avoisinan-
tes. Elles regroupent des dizaines de tumulus, à sim-
ple empilement de pierres. La sépulture fouillée en
MK 22 a donné un squelette inhumé en décubitus la¬
téral droit hyperfléchi, de robustesse moyenne, mais
dont le mauvais état de conservation n’a pas permis
une détermination plus précise (O. Dutour, 1989).
Le faciès ounanien du Sahara malien est mal calè
chronologiquement. Par les quelques dates 14C en
norie possession, il appartient au Néolithique
moyen, à la différence de l’Adrar Bous au Niger où il
remonte à 9000 BP (Roset, 1983). Il est probable
qu’un épisode plus précoce se cache sous les marges
des dépòts lacustres. Nous le soupfonnons un peu
plus au nord, dans le secteur de Télig (MF 8), au mi¬
lieu de travertins disséqués par un petit oued.
HASSI-EL-ABIOD
controns quelques billes et petits disques en grès et
quartzite, avec traces de percussion.
Le faciès de Hassi-el-Abiod est surtout caractéri-
sé par une riche industrie osseuse dominée par les
harpons à une rangée de barbelures (fìg. 5). Un pre¬
mier essai de morphologie descriptive fut entrepris
par A. Gallay (1966). Les pièces récoltées lors des
missions de 1980 ont été étudiées par H. Camps-Fa-
brer (1983), et récemment l’industrie osseuse de l’im-
portant site de MN 36 découvert en 1983 a fari l’objet
d’un mémoire de D.E.A. à l’Université de Provence
présenté par S.-Y. Choi (1989). Ces derniers travaux
permettent de caractériser l’outillage en question, de
saisir les techniques de fabrication et l’origine des
matériaux utilisés. A coté des engins de pèche, on
note quelques pendeloques perforées et décorées
originales.
La poterie est assez grossière, avec des réci-
pients sans col, de grandes dimensions. Un décor
apparaìt sur la moitié des tessons avec des motifs
peu variés, réalisés par impression normale ou pi¬
votante d’instruments de type linéaire (D. Com¬
melin, 1984).
Les auteurs de cette industrie sont connus depuis
les travaux anthropologiques de O. Dutour (1989)
qui a étudié 88 squelettes de la région de Hassi-el-
Abiod. Ce sont des cromagnoides (mechtoi'des), ro-
bustes, dans la lignée des Epipaléolithiques de Afa-
lou et de Taforalt en Afrique du Nord. Les sépultu-
res sont installées au sein mème des dépòts culinai¬
res, sans structures de protection. De la sorte, les
squelettes affleurent souvent à la surface à la faveur
de la déflation. La position d’inhumation est le décu¬
bitus latéral, avec une prédominance est-ouest pour
l’orientation du corps.
Ces hommes vivaient essentiellement de chasse et
de pèche. D’abondants restes de poissons (Gayet,
1983), tortues (de Broin, 1983), crocodiles (Buffetaut,
1983), hippopotames, rhinocéros, grands bovidés
(Guérin et Faure, 1983) forment l’essentiel du conte-
nu des dépotoirs. Plusieurs cas pathologiques ont été
observés sur les squelettes humains apportant des
422
MICHEL RAIMBAULT
précisions sur le mode de vie et le comportement
social.
Certaines fractures consolidées témoignent par
exemple d’une sédentarité, tout au moins saisonniè-
re (Dutour, 1989). On imagine volontiers des groupes
réduits se dispersant dans le dèdale lacustre au mo¬
ment de la crue pour se concentrer en quelques em-
placements à la décrue.
La chronologie du faciès de Hassi-el-Abiod se ré-
duit à une date sur un ossement de Lates maliensis
prélevé dans un kjokkenmodding: 6970 ± 130 BP. Il
appartient au Néolithique ancien.
LES FACIÈS DE LA CUVETTE PROPREMENT DITE DE TAOUDENNI
Au nord du Sahara malien, dans la cuvette propre-
ment dite de Taoudenni, deux faciès originaux ont
été cernés, distincts par la position géographique des
sites, la répartition de l’outillage et Page.
Fig. 4 - Faciès de Hassi-el-Abiod: Industrie lithique: site MK 37-38.
LES FACIES NÉOLITHIQUES IDENTIFIÉS DANS LE SAHARA MALIEN: CARACTÈRES ET ÉVOLUTION
423
Le faciès septentrional de Oumm-el-Assel
Un premier faciès s’étend au nord de l’agator
Djouder jusqu’à la latitude de Trhaza et de Oumm-
el-Assel.
Les sites sont installés sur les pentes qui bordent
les dépóts lacustres holocènes, avec des surfaces
d’occupation de 4000 à 10000 m2. Ils présentent des
structures circulaires de pierres plates, alignées, et
quelques foyers isolés. La couche archéologique y
est mince. Il s’agit des sites MT 21, MT 25, MT 26,
MT 27 et MF 15.
L’industrie lithique est presque exclusivement un
outillage taillé qui utilise largement les lames et la-
melles.
Les lames interviennent pour 52% dans l’outillage
de MT 25, les lamelles pour 25%. Les matières pre-
mières utilisées sont essentiellement des silex locaux
d’une très grande diversité de teintes (rouge-brun,
blond, noir, gris marbré).
Fig. 5 - Faciès de Hassi-el-Abiod: harpons en os: site MN 10.
424
MICHEL RAIMBAULT
Ce sont principalement des pièces à coche(s) (jus¬
qu’à 34%), des microlithes géométriques, des lamel-
les à bord abattu, des armatures, des per9oirs, des
pièces foliacées. Dans les microlithes géométriques,
on discerne un type originai: des demi-cercles à re-
touche couvrante parallèle. Les armatures sont des
pointes triangulaires à base échancrée. Un poste de
fabrication a été identifìé au nord-est de la butte du
gisement MT 25. Les grattoirs tombent largement
en-dessous de 15% de l’outillage, les racloirs en-des-
sous de 5% (fig. 6). Le débitage par pression est par-
faitement maitrisé.
On est d’emblée frappé par l’homogénéité de cette
riche industrie inèdite, l’identité morphologique et
technique de certaines catégories de pièces, telles les
microlithes et les armatures.
Le matériel de broyage est moins présent que dans
l’Ounanien. Il est attesté par quelques molettes et
des fragments de meules plates.
La poterie est observée sur tous les sites. Elle est
généralement à dégraissant de sable fin et d’éléments
végétaux. Les formes sont sphériques, avec ou sans col,
aux dimensions modestes. Les décors sont courants,
organisés en bandes réservées ou sur l’ensemble de la
surface. Les motifs sont relativement variés (traits,
flammes, «nid d’abeille») obtenus par impression nor¬
male, pivotante ou roulée. Le site MT 25 a foumi un
motif ondé en dotted wavy line (D. Commelin, 1984).
Nous n’avons pas trouvé de squelettes humains en
relation avec cette production, empéchant de préci-
ser la nature du peuplement. La fouille de tumulus-
pierriers en MT 10 et MT 27 n’a rien donné.
Le faciès de Oumm-el-Assel appartient au Néoli-
thique ancien avec une datation sur charbon à 7000
BP sur le site MT 25, mais il semble avoir perduré
jusqu’à la fin de l’épisode humide comme l’attestent
des datations sur oeuf d’autruche et sur poterie à dé¬
graissant végétal.
Le faciès méridional du Pays Rouge
Un second faciès néolithique est concentré sur les
lacs holocènes à la limite de la Hamada el Haricha
avec le Pays Rouge (Fabre, 1983), principalement en-
tre l’agator Djouder et le puits de El Guettara.
La plupart des stations sont installées directement
sur les dépòts lacustres holocènes eux-mèmes. Leur
position topographique signifìe que la plupart des
lacs n’étaient plus fonctionnels ou qu’ils se rédui-
saient à de simples mares. Il englobe les gisements
MT 29, MT 30 SE, MT 32, MT 3, MT 4, MT 4 NW,
MT 6 A.
La panoplie de l’outillage lithique est limitée, utili¬
sant exclusivement des silicifications locales à patine
jaune clair à orangé. Le groupe des grattoirs est do-
minant (jusqu’à 40% dans certains échantillonnages),
suivi des pièces à coche(s), des racloirs, des pergoirs,
des mèches de foret. On constate la faiblesse des la-
mes (entre 19 et 24%) et lamelles (entre 6 et 15%) à
bord abattu, à la différence du faciès précédent. Les
microlithes et armatures sont quasiment absentes
(fig. 7).
L’outillage poli est inégalement représenté. Il
l’est bien sur le site MT 29 où il offre une assez
grande gamme de tailles et de formes. Nous sup-
posons une activité spécialisée attachée à ce site
d’habitat, en liaison directe avec les dépòts de la
dépression.
La mème remarque vaut pour le matériel de
broyage avec une dominante des formes ovalaires
pour les meules, à cuvette peu profonde et paroi
mince.
La poterie est partout présente, à dégraissant
abondant et grossier et avec des parois souvent régu-
larisées par lissage (D. Commelin, 1984). Elle est
moins décorée que dans le faciès septentrional.
Le groupe est mal connu, avec un seul squelet-
te bien conservò dégagé en MT 32, sous un petit tu-
mulus à couloir, dans la région de Kesret-el-Gani.
L’individu a les caractères d’un protoméditerranéen
(O. Dutour, 1989).
Le faciès méridional de la cuvette de Taoudenni
est plus tardif que celui de Oumm-el-Assel, plus bref
dans le temps. On le rattache à la fin de l’Humide ho-
locène qui se manifeste à compter de 4500 BP à la la-
titude de Taoudenni.
Les gravures rupestres découvertes en 1988 par
N. Petit-Maire sur les dalles en bordure de l’oued
Haijad, au sud de Télig, appartiennent probablement
à ce faciès (N. Petit-Maire, P. Carbonnel, 1989).
LE FACIÈS DE TAGNOUT CHAGGERET ET DE L’ERG INE-SAKANE
Le dernier faciès identifìé dans un contexte palèo-
lacustre concerne les dépressions des régions de Ta-
gnout Chaggeret et de l’erg Ine-Sakane, au centre du
Sahara malien.
Les gisements ont des surfaces qui varient de quel¬
ques mètres carrés à plusieurs hectares. De telles dif-
férences traduisent des occupations diverses. Les
premiers, signalés par une simple nappe de produits
lithiques et de blocs de pierre, font penser à de petits
campements occasionnels (MT 34). Les plus grands
correspondent à de véritables lieux d’habitat perma-
nent. C’est le cas du site AZ 21, installò sur une but¬
te, qui se caractérise par une profusion de pierres de
foyers, de blocs de toutes sortes, de fragments de
meules, d’inhumations, mélangés à une abondante
industrie lithique et céramique, sur plus de 40 hecta¬
res (M. Raimbault, 1983). Tous les sites sont associés
à la proximité de dépòts palustres et fluvio-lacustres
holocènes.
Les analyses de surface et certains prélèvements
systématiques ont montré un ensemble lithique ori¬
ginai, caractérisé par une grande diversité des maté-
riaux et des formes.
L’outillage taillé est principalement fa?onné dans
de petits galets de quartz blanc et des nodules d’une
roche siliceuse noire, et plus rarement dans des silex
et dans le quartzite. Il est composé de pièces courtes
et irrégulières, souvent mal défìnies typologique-
ment, et de formes plus classiques: grattoirs, racloirs,
éclats et lamelles à retouche continue, segments,
perfoirs (fig. 8).
L’autre élément majeur du faciès est la fréquence
du matériel poli obtenu dans des roches très diver¬
ses, de texture grenue à fisse, liées à la proximité des
massifs du Timétrine et du Tidjérazrazine. Il offre
des instruments variés: haches, herminettes et gou-
ges (M. Raimbault, 1983).
Un outillage osseux est enregistré sur certains sites.
LES FACIÈS NÉOLITHIQUES IDENTIFIÉS DANS LE SAHARA MALIEN: CARACTÈRES ET ÉVOLUTION
425
Fig. 6 - Faciès de Oumm-el-Assel: site MT 27 C.
426
MICHEL RAIMBAULT
Fig. 7 - Faciès du Pays Rouge: site MT 29.
LES FACIÈS NÉOLITHIQUES IDENTIFIÉS DANS LE SAHARA M ALIEN: CARACTÈRES ET ÉVOLUTION
427
Fig. 8 - Faciès de Tagnout Chaggeret et de l’Erg Ine-Sakane: site MT 34.
428
MICHEL RAIMBAULT
Le matériel de broyage est fréquent, mais encore
mal défìni car souvent représenté par de simples
fragments.
La poterie est bien caractérisée. Ce sont des vases
de grandes dimensions, à bords fréquemment épais-
sis et décor couvrant. Le motif en wavy line est pré-
sent sur presque toutes les stations (D. Commelin,
1984).
La population est connue par la fouille d’une ving-
taine de sépultures à mème les dépòts ou sous tumu-
lus. Les hommes sont du type protoméditerranéen
identifié dans les gisements capsiens (escargotières)
du Maghreb. Ils n’ont pas les traits «archa'fques» des
populations de Hassi-el-Abiod (O. Dutour, 1989).
Le faciès de Tagnout Chaggeret et de l’erg Ine-
Sakane appartient principalement au Néolithique
moyen, avec des datations 14C sur foyers entre 6340
± 130 BP en AZ 22 et 3750 ± 100 BP en AZ 21. Les da¬
tations sur ossements humains sont légèrement plus
récentes. Une telle fourchette de dates pour deux si-
tes voisins renforce l’idée d’une permanence de l’ha-
bitat et explique la diversité dans le matériel lithique,
en particulier sur l’important site de AZ 21, où nous
distinguons des strates d’occupation.
Les faciès précédemment décrits sont les plus
apparents. Nous en discernons d’autres: un dans
l’Azaouad, à l’est de Bou Djébéha, un autre dans la
région de Tazouikert, sans compter les zones non
prospectées.
Le Sahara malien connut une importante occupa-
tion au cours de l’Humide holocène, avec des grou-
pes bien circonscrits culturellement, liés étroitement
à l’environnement lacustre et à des ressources cyné-
gétiques considérables. Ceux-ci apparaissent cepen-
dant relativement tard comparativement à ce que
nous savons des Néolithiques au Niger et en Algérie.
Nous n’avons pas encore authentifìé un Néolithique
précoce dans le Sahara malien.
Les deux premiers faciès en place sont ceux de
Hassi-el-Abiod et Oumm-el-Assel, autour de 7000
BP. Les données anthropologiques (O. Dutour, 1989)
ont permis de rattacher sans équivoque les hommes
de Hassi-el-Abiod aux cromagnoides (mechto'fdes).
Leur industrie montre des affìnités avec le Néolithi¬
que du Borkou, dans le Nord-Tchad (J. Courtin,
1966). Les auteurs du faciès septentrional de Oumm-
el-Assel ne sont pas connus. Leur production rappel-
le certains faciès du Néolithique de tradition cap-
sienne, notamment celui du sud du grand Erg orien¬
tai en Algérie (G. Camps, 1974). Elle perdure jusqu’à
l’Aride pour certaines stations.
Le faciès ounanien a été probablement contempo-
rain du précédent et comme lui traduit une influence
venue du Nord , à moins qu’il ne dérive de certaines
industries du Ténéré (Adrar Bous), proches typologi-
quement des nótres, mais plus anciennes de plu-
sieurs millénaires. Nous ne connaissons pas le type
du peuplement qui se profile derrière.
Nous aurions ainsi, postérieurement à l’Holocène
inférieur, dans la bande méridienne Trhaza-Tom-
bouctou, trois faciès disposés latitudinalement, avec
un seuil culturel important à la hauteur du 20° N., de
part et d’autre duquel se développent des courants
distincts.
Au centre-est du Sahara malien, le faciès de Ta¬
gnout Chaggeret et de l’erg Ine-Sakane émerge dès
6000 BP. L’industrie est plutòt à rattacher au Néo¬
lithique saharo-soudanais du Hoggar (Amekni)
(G. Camps, 1968, 1974), malgré une plus grande
abondance des pièces polies qui correspond à son
àge plus récent. Il se développe avec les protomédi-
terranéens à compter de 4500 BP.
Le second faciès identifié dans le Pays Rouge au
sud de la cuvette proprement dite de Taoudenni est
plus récent, avec un groupe qui résiste aux prémices
de raridifìcation en s’accrochant aux mares résiduel-
les dans les parties les plus creuses. Son origine est
mal définie.
Il est clair que la mise en place progressive de l’A¬
ride actuel bouleversa complètement les données. Si
les faciès d’Oumm-el-Assel et de l’Ounanien dispa-
raissent sans laisser de traces, celui de Hassi-el-
Abiod a son prolongement dans les stations du Néo¬
lithique récent mises en évidence dans la bande sa-
hélienne de Nampala-Léré, au nord de la Zone lacus¬
tre actuelle. Les hommes découverts récemment à
Kobadi, dans un contexte lacustre similaire, sont des
cromagnoi'des africains, datés de 3300 à 2800 BP,
avec des activités dominées par la chasse, la grande
péche, et probablement l’élevage (M. Raimbault, O.
Dutour, 1990). Les auteurs du faciès de l’erg Ine-Sa¬
kane se sont repliés vers l’oued Tilemsi et l’Adrar des
Iforas, véritable citadelle-refuge, où le biotope reste¬
rà encore longtemps sahélien. Plusieurs sites de hau¬
teur ont été repérés sur les premiers contreforts de
l’Adrar, le long des vallées. C’est précisément dans le
Tilemsi, déjà largement occupé au cours de l’opti¬
mum holocène comme en témoigne l’Homme d’As-
selar, daté de 6500 BP, qu’une partie des populations
du Sahara trouvèrent un remède à leurs maux en
adoptant l’élevage et l’agriculture (A. Smith, 1974).
De véritables villages surgissent, parfois protégés par
des murs d’enceinte. Ces hommes sont probable¬
ment les auteurs de la première phase de gravures de
l’Adrar des Iforas définie par Ch. Dupuy (1988). Il sem-
ble aussi qu’en mème temps de nouveaux groupes
protoméditerranéens continuent à affluer du Nord,
compliquant le schèma du peuplement, sans comp¬
ter les inévitables contacts et métissages avec les po¬
pulations soudaniennes du Sud (Gaussen, 1962, 1988).
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Jean-Pierre Roset
La période des chars et les séries de gravures ultérieures
dans l’Air, au Niger
Résumé — Dans le nord-est de l’Aì'r, au Niger, l’exploitation du site archéologique d’Iwelen permet aujourd’hui et
pour la première fois d’attribuer une culture matérielle à une population saharienne utilisatrice de chars attelés à des che-
vaux. L’occupation de l’aire d’habitat et Pédifìcation de la nécropole de ce site sont datées par le radiocarbone entre 3.410 et
2.160 ans avant nos jours. L’auteur décrit les représentations humaines associées aux vestiges matériels et relève les con-
ventions graphiques de différenciation sexuelle pratiquées à l’époque: hommes bitriangulaires à tète en forme de tulipe,
représentés de face et armés d’une lance unique, femmes hanchées en perspective bi-angulaire et jamais armées. Le bes¬
tiale associò comprend de nombreux bovins et des représentants d’une grande faune sauvage vivant actuellement à plus
de mille kilomètres au sud.
L’art codifié et complexe qui apparalt dans l’Aì'r avec la population des chars va se perpétuer, en évoluant, jusqu’aux
dernières séries de gravures répertoriées dans le massif. J. P. Roset décrit cette évolution.
Les hommes à tète en tulipe sont d’abord remplacés par des hommes à tète fongiforme. La filiation est clairement at-
testée par l’association de ces derniers avec les représentations féminines, qui se modifient parallèlement. Les chars ont
alors disparu des représentations.
L’auteur distingue ensuite deux phases successives au cours desquelles les chevaux sont figurés montés. Dans la pre¬
mière, les cavaliers sont presque toujours réellement à chevai. Dans la plus récente, ils sont au contraire le plus souvent à
pied, tenant leur monture par la bride. L’analyse des composantes figuratives et structurales des personnages de la seconde
phase montre que les auteurs de ces gravures sont déjà de culture touarègue. Les inscriptions alphabétiques les plus an-
ciennes que l’on ait actuellement recensées n’apparaissent qu’avec les cavaliers de cette seconde phase. La date d’arrivée
dans le massif de ceux-ci reste aujourd’hui l’objet de diverses hypothèses.
Abstract — In thè North-West of thè Air Massif in Niger, thè archaeological exploration at Iwelen has revealed for thè
first time thè presence of a material culture in a Saharian population using horse-drawn chariots. The occupation of thè
living area and thè construction of a necropolis on this site have been radiocarbon-dated between 3,410 and 2,160 years
before our time. The author describes thè human représentations associated with material remains and notes thè graphic
conventions of sexual differentiation current at that time: bitriangular men with a tulip-shaped head, facing on and holding
a spear; women with pronounced hips drawn in a biangular perspective and never armed. The animals represented include
numerous bovines and members of thè abundant wild life now located over 1,000 kilometers to thè south.
The codified complex art form, which developed in thè Air with thè chariot through to thè later series of engravings
occurring in thè massif. J. P. Roset describes this évolution.
The men with thè tulip-shaped head first give way to men with a mushroom-shaped head. The filiation between thè
two is clearly borne out by thè association of thè latter with thè feminine représentations in which a parallel modification is
noted. In these later représentations, thè chariots have disappeared.
The author then distinguishes two successive phases during which men are depicted with horses. In thè first one, thè
horsemen are almost always on thè horseback; in thè more recent series, however, they are very frequently on foot, leading
their horses by thè bridle. Analysis of thè figurative and structural components of these later characters reveals thè authors
of these engravings to be already of a Tuareg culture. The oldest alphabetic inscriptions noted until now only appear with
thè riders of this second phase. The date at which thè latter arrived in thè massif stili remains a matter for conjecture.
Une quinzaine d’années de prospections et de
fouilles dans le massif de l’Air, dans le nord-est du
Niger, orientées entre autres vers la recherche et l’é-
tude des sites d’art rupestre, permettent aujourd’hui
d’avoir une meilleure approche des problèmes qui se
posent localement dans ce domaine particulier de
l’archéologie. Ces travaux nous conduisent à énon-
cer, dès en commen^ant, les deux caractéristiques
qui, selon nous et d’un point de vue général, distin¬
guer l’art répertorié jusqu’à présent dans ce massif
de celui que Pon connait dans les autres grands mas-
sifs montagneux du Sahara.
D’une part, nous avons dans l’Air un art rupestre
qui est essentiellement un art gravé; d’autre part, la
très grande majorité des oeuvres gravées appartient
aux périodes les plus récentes de Part saharien.
La rareté des peintures dans le massif est certaine-
ment liée à sa nature minéralogique. L’A'fr est sur-
tout constitué de granites, roches qui sont beaucoup
moins propices que les grès à la formation de grottes
ou d’abris. En dehors de ces cavités les oeuvres pein-
tes, s’il y en a eu, avaient peu de chance de se conser¬
ver jusqu’à nous. En revanche, lorsque de tels abris
existent, comme par exemple en altitude sur les
monts Bagzanes ou dans les Tamgak, on peut trou-
ver des parois portant quelques peintures. Mais, dans
presque tous les cas, celles que nous avons exami-
nées étaient des représentations très sommaires, pro-
bablement sans grande ancienneté. La grande majo¬
rité des stations actuellement reconnues sont en réa-
lité des stations gravées de plein air, que Pon trouve
étirées sur des centaines de mètres, voire des kilomè¬
tres, au long des berges rocheuses des koris (kori est
le terme qu’emploient les Touaregs pour désigner un
oued, une vallèe sèche). A une exception près, la sta¬
tion du kori Iwelen que nous décrirons plus loin, el-
les ne sont accompagnées d’aucun contexte archéo¬
logique, ce qui n’est évidemment pas sans poser de
nombreuses questions sur leur destination et sur le
mode de vie des hommes qui les ont réalisées. Cette
absence de vestiges complémentaires, sur laquelle
nous reviendrons, a été pendant longtemps une
source de grandes difficultés dans nos tentatives
pour attribuer un àge aux oeuvres et pour les ordon-
432
JEAN-PIERRE ROSET
ner dans le temps. Sans point de départ bien assuré,
nos relevés n’aboutissaient qu’à élaborer une chro-
nologie flottante, que rien n’ancrait dans un passé
connu.
Nous indiquions également, au seuil de cet expo¬
sé, que la seconde caractéristique des gravures était
d’ètre d’exécution récente. Il faut ici bien préciser
que nous parlons d’ensembles composés d’oeuvres
de style identique et non de gravures considérées
isolément. Dans ce cadre il y a une exception: une
station située dans l’est du massif de Takolokouzet,
dans le kori Tamakon (Fig. 1), dont nous avons si-
gnalé l’existence en 1971. Cet ensemble d’oeuvres,
dont le style n’a jamais été retrouvé ailleurs dans
rAi'r malgré nos recherches, présente en effet de
nombreuses affinités avec la phase pastorale de l’art
saharien, où nous l’avions classé à l’époque et où
nous le classons toujours aujourd’hui. Il n’en reste
pas moins très difficile à situer plus précisément dans
la chronologie préhistorique que nous proposons
pour la région (J. P. Roset, 1989). La seule certitude
que l’on puisse avoir au sujet de ces gravures est
qu’elles se situent totalement en dehors du courant
artistique qui se développera, sans hiatus, à partir de
l’apparition des chars et jusqu’à ce que l’habitude de
graver les rochers tombe en désuétude, et qu’elles
sont donc nécessairement antérieures à ce courant
(J. P. Roset, à paraitre).
Fig. 1 - Carte de situation des principales stations rupestres actuellement connues dans l’Ai'r centrai et orientai.
LA PÉRIODE DES CHARS ET LES SÉRIES DE GRAVURES ULTÉRIEURES DANS L’AÌ'R, AU NIGER
433
L’ARRIVÉE DES CHARS ET LES BASES D’UNE CLASSIFICATION
seulement parce que le char qu’on y voit s’écarte un
peu du stéréotype habituel, mais surtout parce qu’il
est intégré dans un contexte qui éclaire d’un seul
coup un problème de chronologie que nous avions
pressenti ailleurs dans le massif, sans jamais acquérir
la conviction que nous l’avions réellement compris.
Les bètes qui tirent le char d’Emouroudou sont
dessinées toutes deux còte à còte en position norma¬
le et, ce qui est également inhabituel, d’un trait suffi-
samment réaliste pour qu’on puisse voir du premier
coup d’oeil qu’il s’agit réellement de chevaux. Les at-
telages ont rarement cette netteté et, il faut bien le
reconnaitre, les chevaux qui les composent ne sont
souvent identifiés comme tels que parce qu’ils n’ont
pas de comesi Ces tracés sommaires s’expliquent
aussi par le fait que les représentations de chars ont
toujours de petites dimensions dans l’Ai'r, ce qui nuit
forcément à l’expression détaillée des caractères spé-
cifiques des animaux attelés. Le char est ici associé à
une girafe et à un chevai. La girafe est incontestable-
ment chassée: une lance fìchée dans sa croupe ne
laisse pas de doute sur ce point. Nous noterons à ce
propos qu’il y a dans le massif d’autres exemples de
chars montés représentés à la chasse, le gibier, fré-
quemment une girafe comme ici, étant traqué à la
lance. Il est ainsi peu discutable que les chars aient
été utilisés comme véhicules de chasse, mème si on
peut supposer que ce n’était peut-ètre pas là leur des-
tination unique. Mais l’intérèt principal du panneau
est ailleurs. Il réside surtout dans la présence, à droi-
te de la girafe, d’un petit chevai dessiné avec un re-
marquable sens des formes et des proportions, cer-
tainement mieux réussi que les chevaux attelés au
char, plus raides mais aussi plus diffìciles à silhouet-
ter dans cette position. L’important est qu’il n’y ait
pas de doute à avoir sur la contemporanéité de ces
Fig. 2 - Kori Emouroudou. Char attelé, girafe chassée et chevaux. Largeur maximum du char prise entre les bords
extérieurs des roues: 0,25 m (photo J. P. Roset).
L’art de Tamakon ne se perpétuera pas, les séries
ultérieures n’en ont rien retenu, ce qui accrolt enco-
re l’impression qu’il marque effectivement la fin d’u-
ne période. Il semble bien qu’il n’y ait plus rien dans
l’Ai'r, dans le domaine des rupestres, avant les gravu-
res associées aux représentations de chars et, avec
celles-ci, on se trouve en présence d’oeuvres dont
l’inspiration et les intentions sont complètement dif-
férentes. Comme nous venons de l’indiquer, il est
difficile d’évaluer le temps qui s’est écoulé entre les
deux périodes. Par contre, à partir de là, les vallées
du massif offrent, particulièrement dans sa moitié
orientale, des séries gravées abondantes et riches
dont la caractéristique majeure sera de présenter une
évolution continue de l’art, perceptible jusque dans
ses manifestations les plus récentes.
Ces chars qui marquent de leur présence la pre¬
mière manière de ce courant artistique, nous avons
eu l’occasion d’en publier dès 1971 un très bel exem-
plaire, le premier qui ait été découvert dans l’Ai'r
avec son attelage, sur une paroi du kori Taguei
(Fig. 1). Il s’agissait d’une représentation très classi-
que d’un véhicule à deux roues rayonnées et un ti-
mon, attelé à deux chevaux et comportant une piate-
forme sur laquelle le conducteur est debout, compo-
sition symétrique où roues et chevaux sont dédou-
blés verticalement en miroir dans un espace sans
profondeur. Nous avons depuis répertorié une dizai-
ne de représentations «à plat» de ce type. Malheu-
reusement, tous ces dessins sont toujours schémati-
ques et très avares des détails que fon souhaiterait
trouver sur les attelages et les engins eux-mèmes.
Nous les publierons ultérieurement. Un panneau du
petit kori Emouroudou, quelques kilomètres à
l’ouest de l’agglomération d’Iférouane (Fig. 1), en of¬
fre cependant une variante intéressante (Fig. 2), non
434
JEAN-PIERRE ROSEI
trois chevaux, dont la patine est de surcroit identi-
que. Le panneau d’Emouroudou apporte ainsi une
nouvelle preuve que des chevaux ont été représentés
non attelés dans l’Air à l’époque des chars, concur-
remment à ceux qui l’étaient. Ils sont rares mais ils
existent bel et bien. Le kori Taguei nous avait d’ail-
leurs donné naguère l’occasion de publier l’un d’eux,
dessiné avec un égal souci de reproduire fìdèlement
l’apparence de ces animaux (J.-P. Roset, 1971).
Si nous regardons à présent à gauche de la girafe,
sur ce mème panneau, nous voyons un autre chevai,
dessiné seul également mais dont la facture est bien
differente. Il a perdu ce modelé du trait qui faisait du
premier un vrai chevai et il a, au contraire, pris un
aspect fìgé et levretté qui fait de lui un chevai de con¬
vention, une silhouette stéréotypée et sans chair
d’où la vie s’est échappée. Sa patine est aussi visible-
ment beaucoup plus claire.
Bien des siècles séparent en réalité ces deux des-
sins, qui sont remarquables parce qu’ils concrétisent
là, sur un peu plus d’un mètre carré, toute l’évolution
que l’on constate dans la représentation d’un animai
qui sera désormais essentiel à la compréhension de
la chronologie rupestre du massif: le chevai est en ef-
fet une des fìgures les plus fréquentes dans le bestiai-
re de l’Ai'r, il a été reproduit partout à des centaines,
voire à des milliers d’exemplaires, les rives du kori
Mammanet en témoignent entre autres éloquem-
ment (cf. H. Lhote, 1972, 1979 et 1987), et cela prati-
quement jusqu’au moment où les habitants du mas¬
sif ont cessé de graver les rochers. Les differents
états où on le trouve fournissent ainsi les meilleurs
arguments que nous ayons pour pratiquer quelques
coupures dans une production artistique extrème-
ment dense, dont l’inspiration ne nous semble pas
changer fondamentalement depuis Parrivée des
chars jusqu’à ses dernières manifestations, mais dans
laquelle se distinguent incontestablement plusieurs
périodes assez differentes par leur contenu.
Or, dans Part rupestre de PAì'r, le plus fidèle com-
pagnon du chevai, c’est l’homme! Leur association
est omniprésente, que ce dernier conduise le char
que tire le chevai, comme à Emouroudou, qu’il le
monte ou qu’il soit simplement à ses còtés, le tenant
par la bride. Ce couple homme-cheval inlassable-
ment dessiné sur les panneaux livre de précieuses in-
dications pour affìner la classification, dans la mesu-
re où la tradition figurative réglant les canons de la
représentation humaine a, elle aussi, évolué au cours
du temps. Cela ne signifìe d’ailleurs pas que toutes
les versions que nous ayons de l’image de l’homme,
depuis celles, multiples, qu’ont donné d’eux-mèmes
les conducteurs de chars jusqu’aux dernières, que
l’on découvre fréquemment accompagnées de textes
en caractères tifmagh, constituent autant de jalons
chronologiques. La diversité des types de vètements,
des parures, des accessoires qui ont été représentés
comme celle des conventions graphiques et des tech-
niques utilisées est en vérité extraordinaire: vouloir
les recenser en détail, ce que nous avons tenté de fai-
re sur un échantillon, n’aboutit qu’à dresser un cata¬
logne d’observations inconstantes et difflcilement
utilisables pour établir des successions. La réalité
semble, en fait, ètre à la fois là et ailleurs. Cette ap-
proche devait concrètement nous conduire à saisir
l’existence d’un doublé phénomène: d’une part il y a
une évolution dans la représentation de l’homme,
cette évolution indéniable est règie par le temps et
un petit nombre d’observations permet de la mettre
rapidement en évidence. D’autre part, à chaque
étape de cette évolution, les graveurs ont brodé, dans
les limites permises par la tradition, inventant,
ajoutant aux personnages qu’ils créaient des enjoli-
vements divers qui sont peut-ètre de fantaisie ou qui
ont une signifìcation réelle, mais qui n’ont certaine-
ment pas de valeur chronologique. Il n’est pas
toujours aisé de démèler la règie des libertés qu’el-
le autorise: confronter l’histoire graphique de l’hom-
me et de sa monture nous a paru ètre un des moyens
d’y parvenir. C’est la démarche que nous avons
suivie.
Ainsi, de proche en proche et à l’aide de nouvelles
associations, ont pu se rassembler autour des diffe¬
rents états de ce couple homme-cheval des séries
faunistiques assez larges, appuyées parfois sur le re¬
tour, de panneau en panneau, de thèmes fìguratifs
particuliers. Les gravures de l’Air se prètent bien à
une telle analyse, mais il faut dire aussi que celle-ci
laisse pour compte un bon nombre de figurations
que leur isolement et surtout des tracés trop som-
maires rejettent en dehors des differents styles
qu’elle permet d’ébaucher. Quoi qu’il en soit, nous
pensons que les quelques séries ainsi constituées
reflètent l’histoire du peuplement du massif jusqu’à
l’apparition des chameaux et au-delà. Il semble en
effet que ces animaux n’aient vraiment supplanté les
chevaux dans les gravures qu’à une date si récente
qu’elle n’a plus grand intérèt pour notre entreprise.
NAISSANCE D’UN ART À IWELEN
A partir de 1979, l’exploitation du site d’Iwelen,
dans le nord-est de l’À'ir, devait nous permettre
d’identifier un ensemble de vestiges matériels post-
néolithiques, de le faire dater par le radiocarbone et
de l’associer à Part rupestre de le période des chars.
Nous avons déjà eu l’occasion d’exposer à plusieurs
reprises les principaux résultats des fouilles et des re-
levés de ce site remarquable, dont la nécropole a été
étudiée en collaboration avec F. Paris (J. P. Roset,
1984 (1988) et 1987; avec la participation de F. Paris,
1989; F. Paris, 1990). Le lecteur pourra se reporter à
ces publications. Nous n’en reprendrons ici que l’es-
sentiel, pour situer le contexte archéologique des
gravures, sur lesquelles nous reviendrons par contre
plus longuement.
Nous défmirons donc, sommairement, la culture
matérielle que l’on peut désormais attribuer locale-
ment aux conducteurs de chars de deux fafons. En
premier lieu il s’agit d’un chalcolithique. L’industrie,
presque exclusivement sur quartz, se caractérise sur¬
tout par la grande abondance des grattoirs courts sur
éclat, auxquels se mèlent des pièces encochées et des
per?oirs. Ces pièces sont associées à un outillage mi-
nuscule comprenant des burins, à nouveau des grat¬
toirs et des per?oirs, des lamelles diversement retou-
chées. L’outillage en cuivre présente, de fa?on analo-
gue, des pièces très petites, notamment des micro-
tranchets ou des micro-scies. Celles-ci coexistent
avec d’autres, plus importantes, parmi lesquelles on
trouve de nombreuses alènes et quelques haches.
LA PÉRIODE DES CHARS ET LES SÉRIES DE GRAVURES ULTÉRIEURES DANS L’AÌ'R, AU NIGER
435
L’armement est exclusivement en cuivre et il ne
fournit qu’un seul type d’armature, une pointe de
lance foliacée, en différentes dimensions. Nous
avons retrouvé, à maintes reprises, la forme caracté-
ristique de cette pointe reproduite dans les gravures
qui entourent le gisement. Cette correspondance est
un des meilleurs arguments que nous ayons pour
démontrer la contemporanéité de l’ensemble.
En second lieu, nous dirons que la céramique qui
complète cet équipement technique marque une
rupture indiscutable avec les traditions millénaires
du néolithique de la région, autant par l’originalité
des formes que par celle des décors qu’elle présente.
Nous avons pu en juger d’après une quarantaine de
poteries découvertes intactes ou qui ont été reconsti-
tuées. Beaucoup de ces récipients sont des bols et la
plupart des autres dérivent de cette forme de référen-
ce, apparemment très prisée par les potiers d’Iwelen.
Les décors sont presque toujours partiels et compo-
sites, aérés, tracés d’une main légère. Le plus
fréquent, celui qui représente le mieux toute la
production, est un ornement courant festonné qui
s’appuie sur une ou plusieurs cannelures ceinturant
l’ouverture.
La contemporanéité de l’aire d’habitat et de la né-
cropole est fondée sur la présence d’exemplaires
identiques de cette céramique à la fois en surface ou
en place sur le gisement et dans le mobilier funéraire
des tombes. Toutes celles qui en ont fourni, seize au
total sur la cinquantaine qui a été fouillée, sont des
tumulus à cratère, c’est à dire des constructions tron-
coniques, parfois de très grande taille, dont le som-
met comporte une dépression plus ou moins circu-
laire, le cratère. Ce terme qui fait image correspond à
une disposition architecturale particulière et non à
un tassement centrai de l’édifice. Les tumulus de ce
type ne comportent pas de fosse funéraire: le mort
est simplement déposé à mème le sol, sous une faus-
se voute constituée de grosses dalles assemblées en
tas de charge au centre de la construction. Les morts
sont inhumés en position fléchie sous la fausse vou-
te, ensevelis dans un linceul de peau animale, et les
poteries, lorsqu’il y en a, sont placées à coté d’eux.
Nous disposons actuellement d’une trentaine de
datations radiométriques à Iwelen, dont sept concer-
nent le gisement et dix les sépultures à cratère. Ces
analyses on été affectuées sur des charbons recueillis
dans les zones cendreuses et les foyers dégagés au
cours de la fouille de l’aire d’habitat, ainsi que sur
des prélévements de matière organique opérés dans
les sépultures, débris de bois rencontrés pendant le
démontage des monuments et fragments des lin-
ceuls en cuir. Les àges 14C extrémes situent l’occu-
pation de l’aire d’habitat entre 2.680 + ou — 40 ans et
2.160 + ou — 50 ans B.P. et l’édification des tumulus
à cratère entre 3.410 + ou — 200 ans et 2.410 + ou —
80 ans B.P. (mesures effectuées par J. C. Fontes,
Université de Paris-Sud, Orsay, et J. F. Saliège, Uni-
versité P. et M. Curie, Paris).
Nous voyons un argument supplémentaire en
faveur de l’attribution des centaines de gravures
existant sur le site à la population dont nous avons
recueilli les vestiges matériels et funéraires dans les
résultats radiométriques eux-mèmes. La fourchette
3.410 - 2.160 B.P. assignée au gisement et à la nécro-
pole convient en effet très bien pour la période des
chars: celle-ci se trouve en somme localement con-
firmée dans des limites que fon pouvait attendre.
Mais si ces limites sont sans surprise véritable, on
peut en revanche se poser des questions sur le dérou-
lement de la période elle-mème. Parmi celles-ci, la
première est de savoir si les gravures rassemblées là
représentent bien un millénaire et quart de fréquen-
tation du site. Dans ce cas, certaines sont évidem-
ment beaucoup plus anciennes que d’autres. Ce fait,
qui peut paraitre facile à cerner, est en réalité difficile
à établir dès que fon multiple les critères de différen-
ciation. Ce qui ressort d’ailleurs plutót de l’analyse
approfondie des caractères des oeuvres gravées, c’est
la permanence, au fil du temps, de l’inspiration et
des traditions figuratives du groupe qui les a confues
et réalisées. Nous aurons l’occasion de développer ces
points dans la monographie du site que nous préparons
actuellement. Pour le moment, nous considérerons les
gravures d’Iwelen comme un ensemble rupestre ho-
mogène bien cadré dans la période en question.
Dans cet ensemble, l’homme armé de sa lance et
quelquefois aussi muni d’un bouclier quadrangulaire
ou rond est au centre des représentations. C’est un
personnage de convention, qui répond à un stéréoty-
pe particulièrement puissant puisque la quasi-totali-
té des représentations humaines que nous avons re-
censées offre la mème image de lui. Il est figuré de-
bout dans un pian strictement frontal (Fig. 3), avec
une tète hypertrophiée dont la forme, difficile à dé-
finir d’un mot, évoque cependant assez bien celle
d’une tulipe plus large que haute, qui comporterait
trois pointes bien individualisées. A Iwelen, ces trois
pointes sont présentes sans exception dans toutes les
représentations de tètes masculines. Deux d’entre el-
les, ou les trois, comportent très souvent un prolon-
gement, une sorte d’antenne filiforme qui retombe
de chaque coté et que nous interprétons comme
pouvant ètre une piume d’autruche. Les membres
supérieurs sont décollés du corps et pliés, avant-bras
vers le haut; les jambes sont raides. Ses membres
Fig. 3 - Kori Iwelen. Personnage caractéristique de la station et de
la période des chars dans l’Air. Hauteur (sans les plumes): 0,90 m
(photo J. P. Roset).
436
JEAN-PIERRE ROSET
n’ont pas d’épaisseur, les mains sont indiquées par
quelques doigts écartés, les pieds sont en profìl op-
posé. Le personnage est vètu d’une courte tunique
serrée à la taille, ce qui crée une silhouette dont ì’a-
boutissement fréquent est une formule de représen-
tation bitriangulaire. Les attributs masculins sont la
plupart du temps vigoureusement indiqués. Un axe
vertical de symétrie souligne le dédoublement par-
fait des deux moitiés de la figure, dont le statisme est
total. Cette description géométrique au dessin sim-
plifìé à l’extrème, sans aucun modelé, est obtenue
par un piquetage superfìciel plus ou moins dense et
uniforme de la roche. Ce sont les tètes, dans l’abs-
traction desquelles s’exprime tout le mystère de la
convention, qui présentent paradoxalement les rem-
plissages les plus diversi bouchardage homogène, ré-
serve partielle ou totale, ajourage, quadrillage, semis
de points, c’est un peu comme si le graveur, repre-
nant quelque liberté, ajoutait une touche personnel-
le à ces portraits fìgés.
Ce type de personnage est associò aux chars. Il
l’est à Iwelen comme à Emouroudou ou à Taguei.
Dans toutes les stations de ce secteur de l’Ai'r orien¬
tai où des chars et des hommes sont figurés en mème
temps, c’est lui que l’on retrouve, avec parfois il est
vrai quelques variantes, qui peuvent notamment af-
fecter le dessin de sa tète, mais qui ne modifient ja-
mais complètement sa silhouette.
Il existe cependant à Iwelen ou, non loin vers le
nord, dans le kori Tassos, un autre type de personna¬
ge qu’on ne saurait considérer comme une variante
du précédent dans la mesure où, lui, possède tout un
ensemble de caractéristiques originales (Fig. 4, à
gauche du boeuf). Ce qui le distingue d’abord, c’est
d’ètre toujours représenté en perspective bi-angulai-
re droite, c’est à dire le haut du corps, tète, bras et
buste, vu frontalement alors qu’à partir de la taille il
est vu latéralement, ses membres inférieurs de profìl
étant de sucroit légèrement pliés. Cette convention
de dessin le place dans la perspective «tordue» classi-
que des auteurs. Sa tète est figurée par une croix à
trois branches égales dont les extrémités sont un peu
évasées, ou par un cercle fréquemment pincé. La
courbure de la hanche et, dans son prolongement, la
partie charnue de la fesse sont toujours très mar-
quées. L’exemplaire du kori Tassos présente en ou-
tre au niveau de la poitrine une zone plus au moins
horizontale dont le piquetage est plus serré qu’ail-
leurs. Les accessoires sont surprenants. Ces fìgures
ne sont jamais armées d’une lance ou munies d’un
bouclier. A Iwelen, toutes celles que nous avons re-
censées tiennent par contre, passée en travers des
épaules, une barre de portage comportant, à chaque
extrémité, un fardeau circulaire suspendu au bout
d’un lien unique. De telles représentations sont très
rares sur le site, où nous n’en connaissons que six, et
inconnues jusqu’à présent ailleurs dans le massif
avec le dispositif de portage en balance sur les épau¬
les; en revanche il en existe, comme celle de Tassos,
qui en sont dépourvues. Avec ou sans cet instru-
ment, nous pensons qu’il s’agit très probablement de
représentations féminines.
Que ce soit des hommes ou des femmes, ce ne
sont évidemment pas des corps individualisés qui
ont été gravés. Le corps humain est au contraire
représenté selon une formule type, un modèle, et il
en sera de mème, malgré les apparences, pour les
animaux.
Il y a deux remar ques à faire au sujet des représen¬
tations de la faune contemporaine des personnages
que nous venons de décrire.
Il faut d’abord souligner que les gens des chars
étaient loin de manquer de moyens d’expression
pour graver les animaux. Ils sont en réalité allés bien
au-delà du simple dessin des contours et des tracés
minimum assurant l’identifìcation immédiate des
Fig. 4 - Kori Tassos. Deux représentations, Fune masculine et l’autre fémmine (à gauche sur la photographie) permettant
d’apprécier la convention graphique difTérenciant les sexes pendant la période des chars. Hauteur de la représentation
féminine: 0,79 m (photo J. P. Roset).
LA PÉRIODE DES CHARS ET LES SÉRIES DE GRAVURES ULTÉRIEURES DANS L’AÌR, AU NIGER
437
Fig. 5 - Kori Iwelen. Représentation expressive du lion. Hau-
teur maximum: 0,49 m (photo J. P. Roset).
espèces. Le bestiaire qu’ils ont laissé témoigne sou-
vent d’un doublé souci, et d’abord de celui de repro-
duire fidèlement la réalité optique des formes anima-
les. A cet égard on a déjà pu apprécier la qualité de
dessin du chevai d’Emouroudou. Dans cet esprit
sont représentés de nombreux bovins, le thème pas-
toral de l’homme et du boeuf constituant toujours
un thème de prédilection. Mais peut-ètre davantage
encore ont-ils voulu et su exprimer, par des simplifi-
cations brutales et outrancières, les caractères essen-
tiels et dominants des animaux qu’ils créaient: puis-
sance redoutable des griffes du lion (Fig. 5), vélocité
de l’autruche symbolisée toute entière dans ses deux
pattes (Fig. 6), fragilité de l’antilope allaitant son pe¬
tit (cf. J. P. Roset, 1984 (1988) et 1989).
Le doublé souci qui guide la main des artistes d’I-
welen ne les conduit pas toujours à éviter les attitu-
des raides, leurs dessins manquent souvent un peu
d’aisance, mais surtout il ne les écarte pas de la voie
des stéréotypes dans la représentation du monde ani¬
mai. C’est là la deuxième observation que Fon peut
faire. Ce réalisme modéré et expressif produit en fait
des modèles d’animaux convenus et invariables, aus-
si immanquablement qu’un parti pris de géométrie
figeait l’homme dans la symétrie: il y a une fafon de
faire une girafe, un éléphant ou une gazelle dont on
ne s’éloigne que rarement et qu’on reproduit à n’en
plus finir de rocher en rocher. Si bien que les collines
qui entourent l’aire d’habitat sont une immense ga¬
lerie d’images que Fon dirait le plus souvent cal-
quées les unes sur les autres.
Cette manière très codifiée d’exprimer les formes
par des images types, réduites à des caractéristiques
expressives, correspond à une pensée créative origi¬
nale qui apparait dans l’A'ir en mème temps que les
chars. Nous avons souligné plus haut l’absence com¬
plète de fìliation entre le style de gravure dont Iwe-
len peut maintenant constituer la station de référen-
Fig. 6 - Kori Iwelen. Représentation expressive de l’autruche. Lon-
gueur du bec au plumet de la queue: 0,36 m (photo J. P. Roset).
ce et le style de Tamakon, qui le précède. Il n’y aura
plus de hiatus par la suite. Le système de représenta¬
tion que nous voyons se mettre en place régira désor-
mais toute l’évolution de l’art rupestre du massif.
C’est du moins ce que nous essaierons de montrer
dans les pages qui suivent.
Mais avant de passer aux séries de gravures ulté-
rieures, nous résumerons ce qui précède en souli-
gnant à nouveau que rien n’annon?ait dans l’A'ir la
culture matérielle, les pratiques funéraires et l’art
que nous avons découverts à Iwelen. Ce sont certai-
nement là trois aspects complémentaires d’une mè¬
me réalité archéologique, l’arrivée dans le massif
d’une population qui vient d’ailleurs. Considérer que
ce groupe humain constitue la première des nom-
breuses vagues d’immigration berbère qui viendront
par la suite peupler le massif au cours de l’histoire
parait assez bien démontré par les différents docu-
ments que nous avons réunis jusqu’à présent dans la
région. Nous insisterons par contre sur l’absence com¬
plète d’inscriptions alphabétiques à Iwelen. Les gravu¬
res contemporaines des chars n’en sont d’ailleurs ja-
mais accompagnées, où que ce soit dans le massif.
LES PREMIÈRES GRAVURES POSTÉRIEURES AUX CHARS
Si Fon s’en tient aux résultats radiométriques cali-
brés les plus récents qu’ait fourni Faire d’habitat d’I-
welen, on peut estimer, pour le moment, que les
chars ont pu disparaitre de l’Ai'r, où ils étaient peut-
ètre devenus inutilisables, dans les trois ou quatre
siècles précédant notre ère.
On suit assez bien les représentations humaines
qui doivent ètre immédiatement postérieures à cette
disparition (Fig. 7, 8 et 9). La figure de l’homme reste
structurée comme antérieurement, c’est à dire dessi-
née de face et fìgée dans une symétrie quasi totale. Il
y a cependand une évolution, qui se marque princi-
438
JEAN-PIERRE ROSET
palement dans une modification apportée à la repré-
sentation des tètes: le motif en tulipe à trois pointes
cesse défìnitivement d’ètre reproduit, au profit d’un
autre motif, en champignon cette fois, sans que ce
soit d’ailleurs la règie absolue. Ce motif fongiforme,
peut-ètre moins abstrait que le précédent, coiffe un
trait vertical plus ou moins épais issu de la ligne des
épaules. On peut y voir un visage et un cou. Cette li¬
gne des épaules est fréquemment creusée en rappel
symétrique du bas de la tunique, par ailleurs tou-
jours aussi courte, que continuent de porter ces per-
sonnages. Les formes en diabolo sont de moins en
moins employées: la taille tend à se desserrer et le
tronc à devenir rectangulaire. Les bras peuvent ètre
allongés le long du corps ou pliés à l’horizontale. La
symétrie de ces silhouettes est parfois tempérée par
la présence d’une piume piquée à droite ou à gauche
dans le motif fongiforme et par la position des pieds,
vus de trois-quarts ou de profil, ce qui place ces figu-
res en perspective «tordue». L’armement, enfin, est
devenu plus discret: ce sont probablement toujours
des armes de jet qui sont brandies, mais la reproduc¬
tion des pointes de lance ne fait plus l’objet d’une
gravure précise et appliquée comme au temps des
chars; seules les hampes sont en réalité dessinées.
Les boucliers sont ronds.
L’examen de cette première sèrie de gravures pos-
térieures à Iwelen donne surtout l’impression que la
codification de la figure masculine est désormais
moins stricte. Comme nous l’avons dit dans les li-
gnes qui précédent, la convention consistant à repré-
senter la tète de l’homme par un motif en champi¬
gnon est forte mais elle n’est pas toujours respectée:
la tète masculine peut également ètre figurée par un
cercle, ce qui est fréquemment le cas. Deux relevés
provenant du kori Tague'i (Fig. 1) sont très explicites
à cet égard (Fig. 7): il s’agit de deux silhouettes
d’hommes de grandes dimensions, chacune mesu-
rant plus de 1,50 mètre de haut, gravées sur des dal-
les horizontales proches l’une de l’autre. L’aspect de
ces deux personnages est, hormis la tète, parfaite-
ment identique. Au niveau de l’expression et du dé-
gagement des formes, l’art dont ils témoignent se ré-
fère, comme la grande majorité des représentations
humaines des séries récentes de l’Ai'r, au fìguratif
géométrique élémentaire (A. Leroi-Gourhan, 1970).
Les deux oeuvres sont traitées de la mème manière:
la gravure est due à un piquetage superficiel mais
serré de la roche, les silhouettes fìgées et droites,
dessinées en perspective «tordue», s’inscrivent tou-
tes les deux dans un cadre losangique irrégulier.
Bien que l’animation de ces fìgures soit de toute
évidence nulle, leur construction semble cependant
sous-tendue par un dispositif rythmique profond,
qu’il est intéressant d’essayer de retrouver: déceler
une structure de ce type permettrait notamment de
défìnir concrètement des caractères de style plus
fondamentaux.
Nous avons pour cela eu recours aux intervalles
isométriques définis par A. Leroi- Gourhan dans son
étude de la statuaire, en adaptant cette méthode de
recherche à l’univers à deux dimensions des rupes-
tres. Nous rappellerons que, selon cet auteur, les in¬
tervalles isométriques consistent en «la répétition
deux, trois fois et plus, d’écarts d’égale valeur, le plus
souvent verticaux, qui sous-tendent les proportions
et sont, pour la statuaire fìgée, l’élément déterminant
l’impression d’harmonie. Ils répondent à des coupu-
res techniques, à l’alternance des creux et des bosses.
Ils coincident avec des points remarquables comme
le menton ou l’ombilic mais non forcément avec des
points anatomiques constants, ce qui les différencie
du «nombre d’or» du canon de la sculpture classique
et explique pourquoi l’application d’une analyse fon-
dée par exemple sur le nombre de tètes dans la hau-
teur ou sur la longueur du bras ne conduit qu’à des
résultats inconstants. Les intervalles isométriques
marquent, à la manière d’un rythme prosodique, la
cadence qui peut naitre de l’application consciente et
volontaire d’une formule traditionnelle ou surgir,
non explicitée, du sentiment plastique de l’exécu-
tant» (1970, page 661). Toutes les représentations hu¬
maines pariétales construites selon un pian de symé¬
trie frontale et dans lesquelles n’intervient pas le
mouvement se prètent bien en réalité à une telle ap-
proche, à condition toutefois de pouvoir disposer de
calques pris sur le terrain, comme c’est ici le cas,
d’un compas à pointes sèches et d’un peu de patience
car les résultats ne sont pas toujours immédiatement
concluants! Mais l’expérience que nous avons dans
ce domaine nous permet d’affirmer qu’il y a fré¬
quemment une formule à trouver (J. P. Roset, en
préparation).
La figure 7 montre en l’occurrence sans ambigui'té
que la construction des deux personnages du kori
Tague'i répond à la mème disposition rythmique; cel-
le-ci repose sur la succession verticale de deux séries
d’intervalles inégaux A et B, qui divisent ces fìgures à
partir des mèmes points. Pour la sèrie A, l’intervalle
de départ est la hauteur de la tète plus celle du cou;
cet intervalle mesuré du point 1 au point 2 (vertex-
base du cou) se répète du point 2 au point 3 (resser-
rement de la taille, région de l’ombilic), enfin du
point 3 au point 5 (pointe du pénis). Les intervalles B
Fig. 7 - Kori Tague'i. Formule isométrique fréquente dans les
représentations masculines immédiatement postérieures aux
chars: 3 + 2 intervalles chevauchant sur le sexe. Hauteur du
personnage à tète fongiforme de droite (sans la piume): 1,73 m;
hauteur du personnage de gauche (sans les plumes): 1,68 m.
LA PÉRIODE DES CHARS ET LES SÉRIES DE GRAVURES ULTÉRIEURES DANS L’AlR, AU NIGER
439
s’appuient sur la base du pénis, à l’intersection avec
la tunique (point 4), sur la ligne des genoux (point 6)
et sur la ligne du sol (point 7). La formule est donc
3A/2B pour des valeurs isométriques qui sont soit
diminuées (Figure 7, personnage de gauche), soit
augmentées (Figure 7, personnage de droite). Ón no¬
terà le décalage des deux séries, qui se chevauchent
sur le sexe des personnages. S’il s’agit d’un procédé
délibéré intervenant au niveau de l’ébauche, comme
on peut l’envisager, ce redoublement n’est peut-ètre
pas dénué de signification (cf. plus loin les fìgures 14
et 15). Mais il semble surtout intéressant de consta-
ter, à propos de ces deux fìgures, que ce sont les va-
riations de l’isométrie qui déterminent les caractères
de l’oeuvre, en fonction de l’infrastructure rythmi-
que et non en fonction de la réalité anatomique: la
valeur des intervalles (A > B ou A < B) fixe ici le rac-
courcissement ou l’allongement des membres infé-
rieurs, les proportions corporelles véritables sem-
blant secondaires. Nous avons pu vérifìer ce fait sur
le terrain sur une dizaine de représentations masculi-
nes construites selon cette formule, en admettant
comme limite maximum une différence de l/10ème
dans la valeur des intervalles. Il s’agit d’une petite sè¬
rie, mais elle semble significative.
Il y a donc là une voie intéressante à explorer, pour
qui s’attache à rassembler les moyens propres à ap-
préhender un art qui parait fondamentalement tour-
né, depuis la période des chars, vers la représentation
de la figure humaine. L’existence d’une infrastructu-
re rythmique régissant la construction des représen¬
tations circonscrit probablement une première zone
d’émergence des traditions fìguratives du groupe. Il
ne faut cependant pas tout attendre de cette métho-
de: la reconnaissance d’un dispositif rythmé ne sau-
rait à elle seule suffire à définir un style. Le jeu des li-
gnes et des formes, le traitement accordé aux diffé-
rentes parties de l’oeuvre assurent un deuxième de-
gré de caractérisation, à un niveau de perception
d’ailleurs plus immédiat. Au stade chronologique où
nous sommes, il est indéniable par exemple que la li¬
gne claviculaire, souvent très creuse, qui remonte les
épaules des hommes à téte fongiforme leur confère
une silhouette bien particulière: l’oeil l’identifìe in-
stantanément comme un élément de style important,
alors qu’il échappe complètement à la trame qui sou-
tend la construction de ces personnages. Par ailleurs,
l’expérience nous a montré qu’il pouvait exister plu-
sieurs formules d’intervalles à l’intérieur d’une sèrie
de fìgures manifestement contemporaines. Un pan-
neau du kori Amanade, à la lisière nord-occidentale
de l’Ai'r, donc à l’autre extrémité du massif, est très
explicite sur ce point (Fig. 8). Le calque du grand
personnage de droite, profondément gravé dans le
grès, montre une trame à quatre intervalles isométri¬
ques décalés: vertex-taille, ligne des épaules-ligne in-
férieure de la tunique, taille-pointe du pénis, ligne
inférieure de la tunique-ligne du sol. Il n’est pas
exclu que de telles variantes reflètent simplement
l’existence d’un dialogue, à un niveau de conscience
qu’il est difficile d’apprécier, entre le modèle codifìé
que fournit la tradition et l’interprétation personnel-
le du graveur. Si fon peut parler de liberté d’artiste,
dans le cadre de l’art post-néolithique de l’Aì'r, c’est
peut-ètre là aussi qu’il faut la situer.
Mais le panneau du kori Amanade est intéressant
à un autre titre. On y voit en effet, à gauche du per¬
sonnage dont il vient d’ètre question, une autre
silhouette, plus petite, que nous rapprocherons de la
figure du kori Tassos décrite plus haut et déjà inter-
prétée comme étant une figure féminine. Sa compo-
sition est identique: on retrouve la mème vision bi-
angulaire du sujet, partie supérieure du corps de face
et partie inférieure de profil, ce qui a pour consé-
Fig. 8 - Kori Amanade. Deux représentations, fune masculine et l’autre féminine (à gauche sur la photographie) permet-
tant d’apprécier la convention graphique différenciant les sexes pendant la période des hommes à téte tongiformes. On
constaterà l’évolution qui s’est produite après la disparition des chars en se reportant à la figure 4. Formule isométrique à
quatre intervalles réguliers chevauchants que l’on trouve également dans cette sèrie. Hauteur de l’homme: 1,44 m (photo J.
P. Roset).
440
JEAN-PIERRE ROSET
quence de le «tordre» au niveau de la taille; on con¬
state surtout que cette figure est campée dans la mè-
me posture que celle du kori Tassos, posture qui fait
saillir la hanche exagérément. Ce hanchement parti-
culier, qui casse un peu la silhouette en avant, appa¬
rai bien comme une déformation intentionnelle per-
durant à travers le temps. On y décèle à nouveau la
continuité déjà observée avec le style de représenta-
tion apparu dans l’A'ir en mème temps que les chars,
derrière quelques différences de traitement affectant
certaines parties du corps humain: on noterà ainsi
que la tète est rendue ici par un losange horizontal
et que le buste est dessiné autrement. Ces quelques
différences expriment sans doute l’évolution qui
s’est produite. Nous interprétons en revanche le han¬
chement comme étant, dans Part gravé de l’Ai'r de
cette période, une caractéristique sexuelle féminine
aussi convenue que l’est la représentation des génita-
lia pour désigner l’homme. Il y en a d’autres exem-
ples dans le massif: nous connaissions depuis long-
temps des figurations de ce type dans le kori Ama-
kon (Fig. 1) et, récemment, nous avons eu Poccasion
d’en découvrir de nouvelles au sud-est de l’agglo-
mération de Timia, dans le petit kori In Efìssek
(17°59'10" nord et 08?57'40" est).
Des comparaisons très précises peuvent en outre
ètre établies avec des documents rupestres dont
Pexistence est connue dans d’autres massifs saha-
riens, le Hoggar et le Tassili N’Ajjer en l’occurence.
Les deux personnages d’Amanade, et tous ceux qui
sont construits de cette fafon, évoquent en effet de
fa$on étonnante des représentations humaines si-
gnalées naguère dans la Téfedest par J.-P. Maitre
(1974), dans l’oued Mertoutek, secteur de Tan-Ike-
bràn, soit environ 650 km au nord-nord-ouest de la
station de l’Aì'r. Le lecteur pourra se reporter à cette
publication et constater la coexistence, relevée par
Maitre, des figures hanchées vètues de longues ro-
bes, les femmes, à coté de silhouettes dessinées de
face et portant la courte tunique en forme de cloche,
les hommes. Une identité de conception réunit in-
contestablement tous ces personnages, qu’ils soient
gravés au trait profond, comme c’est le cas dans l’Aì'r,
ou peints en rouge et blanc, comme dans le Hoggar.
Un détail manque cependant à Tan Ikebràn, le motif
fongiforme qui complète dans l’Aì'r le dessin des tè-
tes: celles-ci sont réduites au simple trait vertical issu
de la ligne des épaules, à un «bàtonnet» pour repren-
dre l’expression consacrée. Mais c’est à notre avis un
détail mineur, qui ne remet pas en cause la parenté
que nous constatons.
Les deux types de personnages à téte en bàtonnet
se rencontrent également, comme on le sait, dans de
nombreux sites du Tassili. Il est à remarquer, toute-
fois, qu’ils y sont contemporains des chars. On voit
d’ailleurs fréquemment ceux qui sont vètus de cour-
tes tuniques utiliser ces engins, la célèbre station de
Tamadjert en est, entre autres, un bel exemple (cf. A.
Bonnet, F. de Cabissole, A. et R. Fabre et G. Mos-
sant, 1982). Il y donc là une situation qui diffère d’un
massif à l’autre, l’habitude de représenter les chars
semblant définitivement abandonnée, comme nous
l’avons dit plus haut, lorsque les fongiformes font
leur apparition dans l’Ai'r. Dans ce massif les che-
vaux ne sont d’ailleurs pas non plus fìgurés en com¬
pagnie des fongiformes, comme on pourrait s’y at-
tendre, ne serait-ce que par référence au panneau de
Tan Ikebràn où ils cótoient les hommes à tète en bà¬
tonnet. La contemporanéité des uns et des. autres
dans l’A'ir ne saurait évidemment ètre remise en cau¬
se, mais la gravure de référence qui viendrait l’il-
lustrer reste à découvrir.
En revanche, des boeufs portant pendeloque qui
pourraient sans diffìculté s’intégrer dans le cheptel
bovin gravé d’Iwelen accompagnent toujours les
hommes à tète fongiforme sur les rochers de la bor¬
dure ténéréenne du massif (Fig. 9). La persistance
d’un élevage de ce type dans des régions très expo-
sées, alors que se mettent en place les conditions ari-
des actuelles, trouve peut-ètre une explication dans
le retour de quelques pulsations humides mineures,
qui se produiront à nouveau dans les bassins secon-
daires du Niger orientai (selon J. Maley, 1981) et
dont les populations locales ont pu bénéficier. Dans
les vallées de l’intérieur, des représentations d’une
faune sauvage à éléphants, rhinocéros, girafes, lions
peuvent également ètre considérées comme contem-
poraines des fongiformes. Mais il n’y a plus, comme
au temps des chars, de grandes concentrations de
gravures; celles-ci sont dispersées, leur qualité dimi-
nue. D’après nous, les inscriptions alphabétiques
sont aussi totalement absentes de la sèrie.
Fig. 9 - Kori Tague'i. Personnage à tète fongiforme caractéristi¬
que et boeuf à pendeloque. Hauteur de l’homme: 0,34 m (photo
J. P. Roset).
LES CHEVAUX MONTÉS
Dans cette longue période caballine qui s’ouvre
avec les chars, Pépisode des hommes à tète fongifor¬
me apparait, dans l’état actuel de nos recherches,
comme un épisode transitoire, peut-ètre de courte
durée. Lorsqu’ils disparaissent à leur tour des gravu¬
res, les rapports de l’homme et du chevai vont se
préciser à nouveau, et cela sous une forme encore
inèdite dans l’Aì'r: les chevaux seront désormais re-
présentés montés, ce qu’ils n’avaient encore jamais
été aupararavant et ce qu’en revanche ils continue-
ront d’ètre, à partir de là, pratiquement jusqu’aux
manifestations ultimes de cet art. Il y a toutefois lieu
de distinguer deux phases successives dans l’histoire
du cavalier et de sa monture.
LA PÉRIODE DES CHARS ET LES SÉRIES DE GRAVURES ULTÉRIEURES DANS L’AIR, AU NIGER
441
Fig. 10 - Kori Amakon. Les quatre cavaliers au galop. Première phase des chevaux montés. Longueur prise du bout du
nez à l’extrémité de la queue du chevai supérieur gauche: 0,38 m (photo J. P. Roset).
Les fìgurations de cavaliers attribuables à la phase
ancienne ne sont pas très fréquentes dans le massif.
Les plus réussies que nous connaissions sont incon-
testablement rassemblées sur un grand panneau du
kori Amakon, où l’on en compte une douzaine.
Nous avons déjà eu l’occasion de les présenter (J. P.
Roset, 1971). Le groupe des quatre cavaliers lancés
au galop (Fig. 10) est certainement un des plus inté-
ressants, par la maìtrise dont témoigne sa composi-
tion. Celle-ci fait référence à l’espace et au temps. A
l’espace, Partiste ayant mis en place les quatre cava¬
liers dans un cadre rectangulaire où ils sont superpo-
sés deux à deux et ordonnés selon deux axes hori-
zóntaux. Au temps, parce qu’il a su coordonner,
pour donner l’impression d’une grande rapidité, l’ex-
tension symétrique des pattes des chevaux et des
bras des cavaliers, l’inclinaison en avant du buste de
ces derniers et le déploiement de la queue à tous
crins des chevaux. La diversité individuelle s’insère,
au niveau des détails, dans cette animation coordon-
née. Les cavaliers sont tous les quatre des demi-fìgu-
res, simplement posées sur le dos des chevaux, mais
ils diffèrent par leur armement: épées ou boucliers
ronds, ou les deux à la fois, tenus de diverses fa?ons,
tètes emplumées ou non, rènes en main ou non. Les
chevaux au galop ont une silhouette bien enlevée
mais on remarquera que la représentation de leur ro¬
be est surtout prétexte à décor et que le trait modulò
qui épaissit leurs contours est utilisé autant par souci
plastique que pour rendre le volume de leurs formes.
Aucune des quatre fìgures n’est ainsi identique à Pau-
tre. Il y a là une recherche esthétique incontestable.
Les cavaliers de ce type sont la plupart du temps
intégrés dans des scènes de chasse, souvent à courre,
à la girafe, à l’oryx (kori Amakon) ou à Pautruche
(kori In Efìssek). Ils peuvent aussi ètre figurés à pied,
ce qui est beaucoup plus rare. Nous en citerons un
bel exemple, que Pon peut voir sur la grande dalle
gravée du kori Amakon: la scène où deux hommes
debout sont affrontés (Fig. 11), à coté d’autres qui
sont à chevai, permet de constater l’évolution qui
s’est produite dans le dessin des silhouettes. Mais
nous n’avons encore nulle part observé que des ca-
ractères alphabétiques étaient associés aux cavaliers
de cette phase ancienne.
Les inscriptions ne semblent en réalité apparaitre
que plus tard, en méme temps que les rapports gra-
phiques de Phomme et du chevai se modifìent à
nouveau. Il s’agit là de deux phénomènes dont la con-
comitance, clairement attestée jusqu’à présent dans
tous nos relevés, constitue certainement une donnée
essentielle pour Pélucidation de la chronologie ru¬
pestre de l’Ai'r. Les cavaliers sont maintenant figurés
à pied, tenant leur monture par la bride (Fig. 12, 13 et
14), et rarement à chevai. Sur ce point la tendance
s’est donc inversée et elle se vérifie sur des centaines
de gravures. En ce qui concerne leur construction,
les personnages présentent pratiquement sans ex-
ception les caractères généraux des séries antérieu-
res, c’est à dire un pian frontal et une symétrie com¬
plète, qui leur confèrent l’aspect figé que nous con-
naissons bien. Mais des éléments nouveaux s’intè-
grent dorénavant dans le détail des fìgures. Les tètes
présentent notamment un état plus analytique: ron-
des, avec un contour souvent épaissi, elles compor-
tent aussi dans de nombreux cas le dessin des traits
supérieurs du visage. Les yeux et la ligne des sour-
cils, parfois incurvée pour suggérer la naissance du
nez, sont reproduits avec soin, alors que les traits in-
férieurs, bouche et menton, ne sont jamais indiqués.
Fig. 11 - Kori Amakon. Personnages affrontés et chevai. Première
phase des chevaux montés. Dans cette scène, l’animation nait
d’une rupture de symétrie au niveau des bras tenant les lances,
les deux fìgures affrontées se dédoublant par ailleurs à l’identi-
que dans le sens horizontal. Hauteur du personnage de gauche:
0,26 m (photo J. P. Roset).
442
JEAN-PIERRE ROSET
Fig. 12 - Kori Tassos. Personnage, chevaux et inscription alpha-
bétique caractéristiques de la seconde phase des chevaux raon-
tés. Hauteur du personnage (sans les plumes): 0,55 m (photo
J. P. Roset).
Il arrive d’ailleurs qu’un voile, dont l’interprétation
ne saurait prèter à confusion, dissimule le bas des vi-
sages (Fig. 14). Ces tètes sont habituellement emplu-
mées de trois plumes, ou de trois fois deux plumes,
ce qui est également une nouveauté, et il n’est pas ra¬
re qu’elles montrent aussi l’extrémité d’une natte de
cheveux, pendant sur Je coté droit.
La tunique courte qui dégage les jambes n’est plus
portée. Elle est remplacée par un pantalon bouffant
de type saroual, généralement décoré de fa<?on fan-
taisiste. Des motifs, qui ne reproduisent sans doute
ni la forme ni la décoration d’un quelconque vète-
ment et semblent donc purement ornementaux,
agrémentent en outre fréquemment la silhouette de
ces personnages: on en trouve par exemple en forme
d’anneau, placés au niveau des hanches ou sur les
épaules. Le sexe masculin n’est plus jamais dessiné.
L’armement est beaucoup plus important que
précédemment. La lance unique que nous connais-
sions jusque-là disparait, au profit de ce qui semble
plutòt ètre des javelots: deux sont tenus dans la mè-
me main et un troisième l’est souvent dans l’autre. A
ces armes d’hast s’ajoutent encore un couteau de
bras, nouveauté complète dans les gravures, et un
bouclier rond.
Le chevai tenu par la bride présente quant à lui
deux caractéristiques que fon retrouve pratique-
ment toujours. Comme tous les animaux, il est dessi¬
né de profil, mais ce profil est levretté et il le sera de
plus en plus à mesure que fon avancera dans le
temps. D’autre part il est, par convention graphique,
représenté nain. Si bien que les cavaliers sont géné¬
ralement deux à trois fois plus grands que leur mon¬
ture, quand ce n’est pas davantage. Les exceptions à
cette règie sont très rares, mais nous en connaissons
(Fig. 14). Les encolures des chevaux sont le plus sou¬
vent barrées de quelques traits parallèles, dans cette
sèrie comme d’ailleurs dans la précédente: ces traits
reproduisent peut-ètre un collier-frein.
En défmitive, ces guerriers que fon dirait prèts
pour la parade, avec leurs armes et leurs chevaux, ce
sont les guerriers lybiens, ou lybico-berbères, tels
qu’ils sont décrits dans la littérature. Ils sont gravés à
des milliers d’exemplaires dans l’Ai'r.
Cette profusion constitue évidemment un champ
d’application remarquable pour les recherches por-
tant sur la construction de la figure humaine dans
Fig. 13 - Kori Amakon. Fersonnage et chevai. Seconde phase des chevaux montés. Formule isométrique très fréquente à
cinq intervalles réguliers dont deux chevauchant sur le bas du visage du personnage et trois continus. Report horizontal
d’intervalles de méme valeur sur le chevai. Hauteur du personnage (sans les plumes): 0,59 m (photo J. P. Roset).
LA PÉRIODE DES CHARS ET LES SÉRIES DE GRAVURES ULTÉRIEURES DANS L’Al'R, AU NIGER
443
l’art pariétal. Associée à Fanalyse des états fìguratifs,
la méthode des intervalles isométriques apporte à
nouveau ici une excellente contribution à la détermi-
nation du style. Ne pouvant exposer ci-après l’en¬
semble des résultats auxquels nous sommes parve-
nus dans ce domaine, ce qui excèderait le cadre de
cet article, nous ne retiendrons que ceux qui s’ajou-
tent aux éléments déjà réunis dans le but d’établir la
chronologie.
Nous avons vu qu’à partir du moment où l’on peut
ètre certain que des personnages sont associés à des
inscriptions alphabétiques, ces personnages répon-
dent à la description qui vient d’ètre donnée. Dans
de très nombreux cas, ils répondent également à une
disposition isométrique en sèrie continue de cinq ou
six intervalles d’égale valeur, dont deux chevauchent
sur le bas du visage ou sur le cou. L’intervalle de
départ correspond soit à la hauteur de la tète
(Fig. 13), soit à la hauteur de celle-ci plus celle du cou
(Fig. 15). Il est probable qu’un dispositif rythmé de
ce type est mis en place au niveau de l’ébauche. A
quel degré de conscience correspond-t-il exactement
chez le graveur? On peut à nouveau se poser la ques-
tion et il est toujours aussi délicat d’y répondre. On
remarquera cependant que le chevauchement main-
tes fois constatò de deux intervalles isométriques en-
tre les yeux et la base du cou semble attester que cet-
te région n’est pas pentite comme n’importe quelle
autre partie du corps humain. Or, nous avons vu plus
haut que c’est aussi une zone que l’on cache, de fa-
£on délibérée cette fois, soit en ne dessinant pas les
traits inférieurs du visage, soit en les recouvrant d’un
voile. Ce sont là des éléments spécifiques, à la fois
structurels et fìguratifs, qui illustrent en réalité des
interdits que Fon connait bien et qu’il n’est pas né¬
cessaire d’aller chercher très loin puisqu’ils sont tou¬
jours en vigueur dans la société touarègue, donc
dans l’Air. Chez les Touaregs, comme on le sait,
montrer sa bouche et le bas de son visage est en effet
particulièrement malséant pour un homme. On por¬
te le litham pour les soustraire aux regards. Ce trait
culturel remarquable nous parait très fiable et suf-
fisant pour identifier les auteurs des figurations
humaines sur lesquelles on peut le déceler comme
relevant de la culture touarègue. Le port du saroual,
attesté par d’innombrables gravures masculines, est
certainement un élément confirmant notre interpré-
tation (Fig. 13 et 14).
Il est en outre intéressant de constater que, dans
bien des cas, l’intervalle de départ, en l’occurrence la
hauteur de la tète ou de celle-ci plus celle du cou,
sert également d’intervalle de référence pour cons-
truire l’animal qui accompagne le personnage sur les
panneaux.
Le report du dispositif isométrique est générale-
ment horizontal lorsqu’il s’agit d’un chevai et verti-
cal si c’est un chameau. Les deux exemples que nous
étudions dans le kori Amakon montrent précisément
comment s’opère le transfert. Dans le premier cas, la
hauteur de la tète de l’homme est repétée trois fois
dans la longueur du chevai, entre les points remar-
quables que sont l’extrémité du museau, le garrot,
le sommet de la croupe et l’extrémité de la queue
(Fig. 13). Dans le second, les hauteurs cumulées de la
tète et du cou sont reportées deux fois pour détermi-
ner les proportions verticales du chameau: de la ligne
du sol au ventre et du ventre au sommet de la bosse
(Fig. 15).
Fig. 14 - Kori Amakon. Personnage et chevai. Seconde phase
des chevaux montés. L’homme voilé et vètu d’un saroual est
ici plus petit que le chevai qu’il tient par la bride, ce qui est
exceptionnel. En outre, ce cavalier à pied a été gravé sur une
représentation de cavalier à chevai de la phase ancienne. Cette
superposition illustre bien l’existence des deux phases du chevai
monté que nous distinguons et leur ordre de succession. Hauteur
du personnage (sans les plumes): 0,25 m (photo J. P. Roset).
Fig. 15 - Kori Amakon. Personnage et chameau. Formule iso¬
métrique à six intervalles réguliers dont deux chevauchants sur le
bas du visage et le cou du personnage et quatre continus. Report
vertical d’intervalles de mème valeur sur le chameau. On compa¬
rerà cette formule avec celle qui sous-tend la construction de
l’homme et du chevai de la figure 13. Hauteur du personnage:
0,64 m (photo J. P. Roset).
444
JEAN-PIERRE ROSET
Ces observations expliquent probablement l’im-
pression d’harmonie que Fon éprouve bien souvent
en contemplant les innombrables représentations du
cavalier et de son chevai qui ont été gravées dans
l’Aì'r, tout comme d’ailleurs celles, simplement
moins fréquentes, du chamelier et de son chameau,
et cela malgré la disproportion surprenante qui exis-
te la plupart du temps entre les hommes et leurs
montures: cette impression d’harmonie répond en
réalité à des données parfaitement mesurables. A ce
point de l’analyse, on conviendra aussi qu’il devient
plus difficile de considérer que le procédé de cons-
truction des figures, mis en évidence par le jeu des
intervalles isométriques, ne correspond pas à la re-
cherche consciente de proportions codifiées.
L’art rupestre gravé de l’Ai'r apparait en définitive,
depuis l’arrivée des chars et au fur et à mesure de son
évolution, comme un système de représentation
conventionnel et complexe, pourvu de règles certai-
nement très précises que se transmettent les généra-
tions. Il est peu douteux qu’il ne soit solidaire de
son passé à chaque nouvelle étape de son évolu¬
tion. Toutefois, la phase récente des chevaux
montés semble marquer une coupure dans ce
continuum et y intégrer des éléments nouveaux.
Tout indique que les personnages représentés
dans cette phase sont déjà de culture touarè-
gue. Jusqu’à preuve du contraire, nous leur at-
tribuons l’introduction des inscriptions alphabé-
tiques dans l’Aì'r.
GRAVURES ET SÉPULTURES
Le développement récent des connaissances
archéologiques dans la région permet-il de dater les
difFérentes phases rupestres que nous distinguons,
par le biais d’autres vestiges, et peut-on aujourd’hui
apprécier le temps qui s’est écoulé entre la dispari-
tion des chars et l’apparition des premiers textes
gravés? C’est évidemment là une question très im¬
portante.
Pour essayer d’y répondre, nous manquons encore
malheureusement de documents dans le domaine de
la culture matérielle. L’ensemble reconstitué à Iwe-
len n’a pas de prolongement; nous n’avons jamais pu
reconnaitre jusqu’à présent de gisement que Fon
puisse attribuer aux hommes à téte fongiforme ou à
leurs successeurs. Dans l’Ai'r, aucune surface habi-
tée, quelle qu’elle soit, n’a d’ailleurs encore pu ètre
datée par le radiocarbone entre Iwelen et la fin du
Xllème siècle ou le début du XHIème. De cette épo-
que datent les premiers villages construits que nous
ayons répertoriés: on les trouve au sud des monts
Bagzanes, à Takaouat par exemple, près de l’agglo-
mération de Tabelot. Ces ruines très caractéristiques
nous ont donné là un àge de 870 + ou — 40 ans B.P.,
résultat confirmé par ailleurs (analyse J. C. Fontes,
1978), soit 1.159-1.226 en àge A.D. calibré (d’après
M. Stuiver et G. W. Pearson, 1986; J. P. Roset, en
préparation). La tradition orale attribue ces villages
aux Touaregs Itessen. Nous avons des raisons de
penser qu’à cette date graver les rochers était une
habitude probablement encore existante mais déjà
sur le déclin. La grande période des gravures de l’A'fr
est certainement antérieure.
Il faut donc chercher ailleurs. En se tournant vers
les sépultures, on se donne vraisemblablement de
meilleurs chances de recueillir des éléments de ré-
ponse.
Nous avons rappelé plus haut que, pendant la pé¬
riode des chars, les hommes s’enterraient sous de
gros tumulus à cratère. Les fouilles d’Iwelen sont ab-
solument sans équivoque sur ce point. Nous avons
parfois eu l’impression, sur le terrain, que ce type de
sépulture avait perduré au-delà de la disparition des
chars. On continue en efFet de les trouver regroupées
au voisinage immédiat, voire au milieu des rochers
portant les gravures que nous attribuons aux hom¬
mes à téte FongiForme, c’est à dire dans la mème rela¬
tion de proximité sépultures-rupestres que nous
avions à Iwelen. En outre, lorsqu’ils sont édifiés près
des gravures fongiformes, les tumulus à cratère d’as-
pect habituel sont associés à d’autres tumulus dont
l’architecture, un peu differente, semble en dériver
directement. L’évolution se caractérise par l’aug-
mentation des cratères sur un mème monument.
Dans le kori Amanade, par exemple, nous avons
constatò l’existence de plusieurs monuments possé-
dant trois cratères sommitaux accolés. Dans le kori
In Efissek, les constructions Funéraires dispersées
dans la zone des gravures présentent souvent des
cratères géminés ou multiples. Dans ce dernier cas,
les tumulus comportent une dépression sommitale
centrale et quatre ou cinq cratères secondaires plus
petits, disposés en couronne autour de celle-ci. Au¬
cune fbuille n’ayant encore été efFectuée sur ces mo¬
numents, nous avions en téte l’hypothèse qu’ils pou-
vaient ètre ceux qu’édifìaient les FongiFormes pour y
déposer leurs morts. Ils ne Faisaient en somme que
traduire, dans les pratiques Funéraires, une évolution
parallèle à celle que nous avions constatée dans l’art,
depuis Fépoque d’Iwelen.
F. Paris a récemment apporté la preuve que l’habi-
tude d’inhumer les morts sous des tumulus à cratère
a en réalité persistè dans l’Aì'r beaucoup plus long-
temps que tout ce qu’on pouvait supposer. En octo-
bre 1988, ce chercheur a en efFet eu l’occasion de
Fouiller un de ces monuments, toujours dans le sec-
teur d’Iwelen mais à quelque distance du site archéo-
logique principal.
Il s’agissait d’un tumulus à cratère unique, d’archi-
tecture classique bien qu’il Fut édifié sur une sépul¬
ture beaucoup plus ancienne, recouvrant les restes
d’une Femme inhumée selon les traditions réper-
toriées dans la nécropole voisine. L’état de conser-
vation exceptionnel de la morte devait permettre
d’efFectuer des mesures radiométriques à la Fois sur
ses cheveux, le collagène et les carbonates de ses os,
le tissu de ses vétements et le cuir du linceul qui l’en-
veloppait. F. Paris a exposé lors du Colloque de
Maghnia de novembre 1990 l’ensemble de ses obser¬
vations et les résultats des datations obtenues par
J. F. Saliège (sous presse). Ces datations sont remar-
quablement cohérentes puisque toutes les cinq sont
comprises entre 1.220 + ou — 60 ans B.P. (tissu) et
1.145 + ou — 60 ans B.P. (cheveux). D’après les tables
de calibration publiées par M. Stuiver et G. W. Pear¬
son (1986), le monument Fouillé se situe donc en
années réelles, avec une probabilité de 70%, entre
les fourchettes de dates suivantes: 689-886 (tissu) et
809-975 (cheveux).
LA PÉRIODE DES CHARS ET LES SÉRIES DE GRAVURES ULTÉRIEURES DANS L’AIR, AU NIGER
445
On doit rapprocher ces résultats, ce que fait d’ail-
leurs F. Paris, de ceux donnés par une sépulture
fouillée de concert en 1980 dans le kori Mammanet,
c’est à dire dans le nord-ouest de l’Aìr. Celle-ci, de
conception entièrement differente, était incontesta-
blement une tombe musulmane. Nous l’avons fait
connaitre à l’époque à cause des àges radiométriques
très hauts obtenus par J. F. Saliège sur deux frag-
ments du tissu adhérant au squelette, celui d’un en¬
fant; ces àges étaient de 1.280 + ou — 60 ans B.P. et
de 1.270 -(- ou — 65 ans B.P. (F. Paris, J. P. Roset et J. F.
Saliège, 1986). Si Fon se réfère à nouveau aux ta-
bles de conversion les plus récemment publiées par
M. Stuiver et G. W. Pearson (1986), ces résultats assi-
gnent à la tombe de Mammanet un àge réel compris
entre 666-786 et 673-812; ils confìrment ainsi la réali-
té de la présence très précoce de groupes islamisés au
Sahara méridional, au plus tard au IXème siècle. On
sait combien la question de la propagation de l’Islam
à ces latitudes était jusque là contreversée (cf. no-
tamment R. Brunschwig, 1947; J. M. Cuoq, 1975; R.
Mauny, 1961 et 1962; D. Lange, 1975).
La calibration des mesures radiométriques est en
faveur d’une légère antériorité de la sépulture de
Mammanet par rapport à celle d’Iwelen. On peut en
discuter. Quoi qu’il en soit, nous estimerons quant à
nous que toutes les deux sont comtemporaines; c’est
surtout là, à nos yeux, que réside leur intérèt. Cette
contemporanéité témoigne de la force des traditions
funéraires paiennes que nous avons vu apparaitre
dans l’Ai'r vers le milieu du second millénaire avant
notre ère et qui survivent, intactes, deux mille ans
plus tard, dans un monde qui commence à ètre tou-
ché par l’Islam.
Gravures et sépultures sont deux faces complé-
mentaires du mème problème archéologique, qui est
évidemment celui du peuplement du massif de l’Ai'r
pendant ces deux millénaires, et au-delà. Peut-on
pour autant, dans l’état actuel de nos connaissances,
confronter les résultats acquis dans le domaine funé-
raire et les successions constatées dans le domaine
rupestre, en espérant reconnaitre dans l’un de ces
domaines l’écho des événements observés dans l’au-
tre? C’est plutòt ainsi qu’il faudrait formuler la ques¬
tion que nous posions en abordant la discussion.
La période que nous pouvons centrer sur les
VHIème et IXème siècles constitue pour les popula-
tions installées dans l’Ai'r depuis longtemps une pé¬
riode charnière entre deux types de sociétés, l’une
préislamique et l’autre en voie d’islamisation. Il sem-
ble que cela soit désormais bien établi. A partir de là,
on peut faire deux hypothèses pour tenter de répon-
dre à notre question.
La première consiste à établir une correspondance
dans le temps entre cette période de transformation
culturelle et la seconde phase des chevaux montés,
décrite plus haut et à partir de laquelle, comme nous
l’avons noté, un certain nombre d’éléments complè-
tement nouveaux viennent se greffer sur une tradi-
tion artistique millénaire. Continuité et changement
trouveraient là une explication satisfaisante à leur
coexistence. Dans cette perspective, les hommes à
téte en tulipe d’Iwelen et leurs chars, les fongiformes
qui les prolongent et les cavaliers à chevai qui leur
font suite seraient, jusqu’au VlIIème ou IXème siè¬
cle, l’expression rupestre des populations équidien-
nes arrivées dans l’Ai'r plus de deux mille ans aupara-
vant. Ces populations berbères ont une origine nor-
dique, mais il est diffìcile de préciser davantage pour
le moment.
A partir de ce VlIIème siècle ou IXème siècle, se
produirait dans le massif une nouvelle immigration
d’un peuplement également berbère. On pourrait ca-
ractériser ainsi les nouveaux arrivants:
— ils sont déjà de culture touarègue et, d’après les
traditions, sans doute originaires du nord-est, com¬
me le seront leurs successeurs;
— ils sont convertis à l’Islam, qu’ils importent
dans le massif;
— ils introduisent les caractères alphabétiques
dans les représentations rupestres qu’ils donnent
d’eux-mèmes et du monde qui les entoure.
Dans cette première hypothèse, ce sont des Toua-
regs islamisés qui introduisent les inscriptions dans
l’Aìr, à une époque relativement récente.
L’autre hypothèse que Fon peut faire suppose que
la seconde phase des chevaux montés soit antérieure
à l’arrivée des premiers islamisés. Elle correspon-
drait à une vague d’immigration de Touaregs non en-
core convertis, à une époque indéterminée mais pré-
cédant les VlIIème ou IXème siècles. C’est à ces
Touaregs que Fon devrait les premières inscriptions.
Cette hypothèse peut paraltre plus vraisemblable
que la précédente. Si on la retient, il faut aussi ad-
mettre que l’implantation touarègue dans l’Ai'r est
beaucoup plus ancienne qu’on ne la supposait.
De ces propositions contradictoires, il ressort avec
évidence qu’une partie des diffìcultés que nous ren-
controns actuellement pour interpréter les docu-
ments, qui sont pourtant de plus en plus nombreux
et précis au fur et à mesure que progressent les rele-
vés et les fouilles, tient au fait qu’un des éléments es-
sentiels à la compréhension de l’ensemble reste en
réalité dans l’ombre: les inscriptions alphabétiques,
qui sont au coeur de la question, ont paradoxale-
ment été bien négligées jusqu’à présent par les cher-
cheurs. Elles n’ont encore fait l’objet d’aucune étude
véritable, d’aucun essai de déchiffrement méthodi-
que et de classement. On sait, empiriquement, que
certaines sont plus anciennes que d’autres, parce
qu’elles résistent aux tentatives de traduction qu’ont
pu faire, ici ou là, des Touaregs qui connaissent bien
leurs tifinagh, mais cela ne va pas au-delà. Elles con-
stituent pourtant, dans l’A'ir où elles sont innombra-
bles, de véritables archives qu’il faudrait exploiter.
Tant que ce travail systématique n’aura pas été en-
trepris par un spécialiste de l’épigraphie berbère, on
peut penser qu’on se priverà d’une source d’informa-
tion importante, qui contribuerait sans doute à éluci-
der les problèmes chronologiques. Encore faudrait-il
qu’un travail de cette nature soit mené en liaison
étroite avec l’archéologue ayant en charge l’étude
des autres catégories de figurations. C’est le souhait
que nous formulons en terminant, avec la conviction
que les progrès futurs dans l’analyse des gravures de
l’A'ir dépendent désormais d’une telle coopération.
446
JEAN-PIERRE ROSET
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Klena Sanogo
Réflexions sur les problèmes et perspectives d’ interprétation
des gravures et peintures rupestres du Mali
Résumé — Depuis leur découverte, les gravures et peintures rupestres ont fait l’objet de multiples études, essentielle-
ment orientées vers l’analyse des styles et des ètres et objets représentés. Sur cette base, une périodisation interne a été
proposée. Cependant lorsque Pon parcourt les différentes études réalisées, on remarque facilement que les auteurs mèmes
des travaux sentent une certaine insuffisance dans Pinterprétation, notamment en ce qui concerne ce que H. J. Hugot ap-
pelle des «tableautins» et que Christian Dupuy appelle des «signes abstraits», pas toujours faciles à interpréter. L’Abbé
Breuil a tenté à Pépoque un déchifFrage de ces différents signes, mais de fa?on peu convaincante.
De toute évidence les gravures et les peintures rupestres constituent avant tout une expression artistique. Mais l’art
étant généralement un moyen d’expression, on devrait pouvoir aller au-delà de Panalyse purement artistique et faire parler
les signes, en somme doter les figures d’un langage. Les chercheurs ont toujours tenté et tentent encore de par le monde
de trouver un tei langage. Notre communication entre dans ce vaste cadre de recherche: sans verser dans Pethnoarchéolo-
gie, nous proposons un regard sur quelques peintures actuelles des dogons, non pour établir forcément des liens directs
avec celles de la préhistoire, mais dans Pespoir de découvrir un filon, si faible soit-il, pouvant nous guider dans la métho-
dologie.
Abstract — Since their discovery, rupestrian engravings and paintings have been thè subject matter of various resear-
ches basically aimed to thè study of styles, beings or objects represented.
On this ground an internai timing has been suggested. However when one goes through these different archieved
survey studies, one can easily notice that even thè authors of these works perceive some interprétation inadequasy, espe-
cially in regards of what Mr. H. J. Hugot calls «tableautins» and what Mr. Christian Dupuy refers to as «Abstract signs» not
always easy to interpret. At thè era thè priest Breuil tried to decipher these signs but with little evidence.
It is obvious that thè rupestrian engravings and paintings primarily make up an artistic expression. But art being gene-
rally a pattern of expression, one should go beyond sole artistic analysis and give free expression to symbols, in short to
provide appearances (figures) with language.
The researchers have always tried and are stili keeping on trying to find out such a language through all over thè world.
Our message is intended to this extended field of research: without any ethno archeological, connection, w e appeal to
regard some current Dogon paintings, not in order to establish obviously direct links with those of prehistory but hoping to
discover a seam, even if tiny, making it possible to shed light in methodology.
Depuis leur découverte, les gravures et peintures
rupestres ont fait à travers le monde l’objet de multi¬
ples études s’appuyant essentiellement sur l’analyse
comparative afm d’aboutir à une typologie, puis à
une interprétation. Dans ce cadre, les techniques de
représentation, les dimensions, les formes, les élé-
ments et combinaisons d’éléments des rupestres ont
fait l’objet de recherches approfondies. Cependant
lorsque fon parcourt les différentes études réalisées
par les spécialistes, on remarque facilement que ces
derniers ont encore des doutes et des hésitations par
rapport à la signifìcation que peuvent avoir ces repré-
sentations, notamment en ce qui concerne ce que
H. J. Hugot appelle des «tableautins (Hugot H. J.,
1974, p. 270) et que Christian Dupuy appelle des «si¬
gnes abstraits» (Dupuy Ch., 1989, p. 169).
C’est pourquoi, lorsque nous avons lu les observa-
tions pertinentes faites par H. J. Hugot dans son ou-
vrage «le Sahara avant le Désert», nous nous som-
mes mis à regarder et à chercher autour de nous d’é-
ventuels signes d’explication dans le paysage malien
actuel. Hugot écrivait notamment:
«... le genre de vie est également suggéré par des
tableautins, pas toujours faciles à interpréter. L’Abbé
Breuil, grand spécialiste de l’imagerie rupestre, s’é-
tait essayé à ce déchiffrage. Mais qui oserait affirmer
que ses interprétations étaient strictement objecti-
ves, quand on lit la légende d’une peinture représen-
tant un rectangle orné de gros points, duquel dépas-
sent ce que l’on peut qualifier de trois «tètes de quil-
le». A coté, deux personnages agenouillés se font fa¬
ce. L’un tient une hache. La légende dit: «scène inti¬
me près des enfants couchés»! C’est aller plus loin
que ne le permettait une scène fort belle mais, hélas,
muette. Sans doute est-il possible de considérer les
cercles à l’intérieur desquels se tiennent des person¬
nages, comme le pian ou coupé horizontale des hut-
tes. Quand, dans fune de ces cases circulaires, sont
représentés des jarres et des pots et que, à proximité,
une femme écrase sur sa meule un produit inconnu,
on peut encore penser à la préparation d’un repas ou
à la mouture de graines.
Mais il est rare qu’on puisse aller plus loin. A
moins de retrouver dans les actes dépeints, d’autres
actes similaires gardés intacts par la très longue tradi-
tion des peuples africains.
C’est l’expérience tentée par Monsieur Hampate
Ba, et il faut reconnaitre qu’elle force à réfléchir, car
les objets re?oivent des noms, les actes sont qualifiés
avec précision, la raison d’ètre de certaines attitudes
cesse d’ètre incompréhensible. C’est sans doute à un
préhistorien d’origine peulh qu’il appartiendra de-
main d’exploiter l’immense trésor des peintures ru¬
pestres de l’étage bovidien ... ». Parlant des gravures
représentant «les hommes à tète ronde» il poursuit:
« ... A la fois légères dans leur style et lourdes dans
leur sens, elles associent des hommes élus à des ani-
maux déifiés, les formes prolongent des ésotérismes
448
KLENA SANOGO
très secrets. On a la certitude qu’il faut ètre initié, sa-
voir, pour comprendre et, bien sur, l’on ne sait rien.
Nous n’avons pas de clef pour comprendre ces poi-
gnants messages. A moins qu’elle soit cachée dans
les vieux fonds des légendes encores transmises par
les bergers peulhs» (Hugot H. J., 1974 - p. 270-271,
276-277).
C’est assurément là une hypothèse de travail par-
mi tant d’autres, qu’il faut explorer en étendant bien
sur son champ d’application à la tradition d’autres
groupes de populations que les Peulhs, chez lesquels
d’ailleurs l’art rupestre a pratiquement disparu avec
l’islamisation.
En effet parmi les populations actuelles du Mali la
tradition de graver et de peindre (dans les grottes, sur
les sanctuaires, sur les outils, sur les masques et sta-
tuettes) reste vivace particulièrement chez les Mi-
nyanka et Sénoufo, chez les Bamanan et chez les Do-
gons, populations habitant respectivement le sud, le
centre et l’est du pays. L’importance de ces gravures
et peintures modernes est d’autant plus grande pour
notre propos qu’il est très difficile, sinon impossible
pour un non initié de leur trouver une signification
cohérente et rationnelle. Il faut également noter qu’il
n’est pas totalement exclu de rencontrer quelques mo-
tifs modernes sur les anciennes gravures et peintures
rupestres. C’est pourquoi, sans verser dans Pethnoar-
chéologie, nous proposons un regard sur queques ta-
bleaux de l’art moderne dogon, non pas pour établir
forcément des liens directs avec les représentations
rupestres de la préhistoire, mais simplement dans
l’espoir de découvrir un filon, si faible soit-il, pou-
vant nous guider vers la clef de déchiffrage ou de dé-
codage des images. Pour ce faire, nous éviterons de
nous hasarder dans le système mythologique élaboré
par Marcel Griaule et son équipe. Nous prendrons
tout juste quelques figures (faisant bien sur partie de
cette cosmogonie) dont nous donnerons la significa-
tion actuellement accessible et connue.
Rappelons que les peintures et dessins sont exécu-
tés avec des produits divers comme la farine de cé-
réales diluée, les teintures végétales, le charbon de
bois, les gravillons on pàtes latéritiques.
Les fìgures peuvent ètre également exécutées en
terre mouillée ou sculptées en relief suivant le sup-
port. Elles peuvent également ètre gravées à faide
d’un instrument pointu ou tranchant chauffé au feu.
Elles se rencontrent en général sur les sanctuaires
et dans des grottes proches des différents lieux de
culte et d’initiation. Celles que nous proposons à vo-
tre attention sont toutes empruntées à Geneviève
Calarne Griaule (Calame-Griaule G., 1987, p. 188-242).
- La première figure (fig. 1) que nous proposons à
votre attention est celle appelée «chemin de la paro¬
le» et exécutée en général le premier jour de la fète
des semailles sur la facade du sanctuaire totémique à
l’aide de la farine de mil diluée. L’axe vertical repré-
sente la colonne vertébrale, surmontée d’une boule
flanquée de deux cercles (la tète et les oreilles). Au-
dessus de la tète des signes représentant la pluie et à
gauche de la tète, un crochet destiné à recueillir la
pluie (parole) pour l’introduire dans les oreilles. Les
jambes représentent des outils aratoires. Deux signi-
fications sont attribuées à cette figure: l’apprentissage
de la parole et la liaison entre l’agriculture et la pluie
qui est donnée par Dieu. La confection de cette figu¬
re chaque année et justement pour fèter les semailles
a pour objectif principal de renouveler à ce Dieu la
reconnaissance des hommes pour ce don précieux et
de l’implorer pour une bonne saison de pluies, gage
de bonnes récoltes. Les gens ici sont convaincus
qu’en ne célébrant pas ce rituel, la saison serait forcé¬
ment mauvaise. La relation avec la parole semble
justement se trouver là: lorsque fon a faim et soif, on
ne peut plus parler.
- Le serpent (fig. 2), élément permanent des lé¬
gendes de presque toutes les populations de la sous-
région. Le dessin du serpent appelé «dessin de la
bonne parole» chez les Dogons, est exécuté sur la fa-
<?ade extérieure du sanctuaire à faide également de
la farine de mil ou de riz noir diluée. Il est renouvelé
tous les dix ans au moment de la fète des semailles.
Les dessins diffèrent selon qu’il s’agit d’un male ou
d’une femelle. Le serpent male, symbole de la pluie,
est représenté verticalement, avec la forme ondulan¬
te de l’eau et de la parole. Son corps est divisé en sei-
ze cases en chevrons. Ces cases portent alternative-
ment huit points blancs (représentant les graines de
céréales) et six lignes fmes blanches représentant les
six arbres donnant des fruits comestìbles permettant
de faire la soudure avant les récoltes: Lannea acida
(lannéa acide au npeku), Parkia biglobosa (néré),
Butyrospermum parkii (karité), Adansonia digitata
(baobab), Tamarindus indica (tamarinier) et Deta-
rium microcarpum (détah à petits fruits).
- Le serpent femelle est représenté de fa^on hori-
zontale et ses cases sont carrées, représentant les
champs. Il a par ailleurs en outre les mèmes signifì-
cations que le serpent male.
- Une autre figure, beaucoup plus proche des scè-
nes de la vie quotidienne et moins mystique est celle
REFLEXION SUR LES PROBLEMES ET PERSPECTIVES DTNTERPRETATION DES GRAVURES ET PEINTURES RUPESTRES DU MALI
449
Fig. 2 - Le serpent.
de l’oiseau déprédateur (fig. 3). Elle représente un oi-
seau becquetant le mil. Cette figure comprend qua-
tre éléments qui sont: l’oeuf, l’oisillon à sa naissance,
l’apprentissage du voi et enfìn l’oiseau mangeant
le mil. Ce dessin représente aussi le chant qu’en-
tonnent les enfants pour protéger les champs contre
les oiseaux. Il est donc simplement le signe de la pro-
tection des champs contre les oiseaux déprédateurs.
Fig. 3 - L’oiseau déprédateur.
- Le dessin représentant la circoncision (fig. 4)
peut se rencontrer dans les cavernes mais il est en gé-
néral exécuté au lieu mème de l’opération et juste
pour la durée de la dite opération. Le dessin est fait
avec de la terre rouge si le terrain est rocheux et est
tracé simplement avec le doigt s’il s’agit d’un terrain
sablonneux.
L’enfant à circoncire est représenté assis sur un
morceau de bois, les jambes écartées; le circonciseur
est en face de lui, les jambes posées sur celles du pa-
tient pour les maintenir. Il tient le couteau d’une
main et de l’autre s’apprète à saisir le pénis de l’en-
fant. Celui-ci a les bras écartés (quelqu’un les lui
tient en arrière), il crie et ce détail est figurò par la
bouche ouverte.
Fig. 4 - La circoncision.
Quant aux dessins d’excision des filles (fig. 5), ils
sont tracés sur le mur intérieur de la maison de la
vieille femme exciseuse. La patiente est assise, les
jambes écartées, avec son clitoris non encore coupé;
au-dessous figurent l’aiguille, le couteau, le clitoris
coupé et la poterie dans laquelle on recueillera les or-
ganes après l’opération et qui sera enfouie dans la ca¬
se des femmes menstruées. Ce dessin est également
exécuté en général avec de la terre rouge. Les dessins
de la circoncision et de l’excision ont pour but de fa-
voriser la réussite de l’opération.
- Le guérisseur (fig. 6) est représenté par un des¬
sin montrant le guérisseur, un arbre (dont les racines
fournissent les remèdes), une herbe (qui guérit), le
450
KLENA SANOGO
signe sinueux de la maladie, et le serpent, animai
symbolique du guérisseur. Cet ensemble est en gé-
néral exécuté sur une estrade à Tintérieur de la case
du guérisseur. Il est renouvelé tous le ans et il est fait
avec du charbon végétal tiré des racines de plantes
médicinales. Le guérisseur est pourvu de barbe, si¬
gne de virilité et de sagesse.
- Chez les Dogons, le mariage est figuré sur la
maison des femmes menstruées, en relief au-dessus
de la porte. La femme et Thomme sont représentés
tous les deux nus (fig. 7). La femme a la tète tressée
et porte un collier au cou. Le mariage se trouve résu¬
mé dans les organes sexuels.
Signalons que ces quelques figures sont le résultat
d’un choix arbitrarie opéré parmi tant d’autres appar-
tenant aussi bien aux Dogons qu’à d’autres groupes
de populations de la région. Leur rapide analyse per-
met de déduire que derrière leur apparence mythi-
que se trouve un langage clair ayant trait à des préoc-
cupations concrètes de la vie courante.
lei c’est le thème de l’agriculture et de la fécondité
qui est prédominant et ceci est conforme à Toccupa-
tion et à la préoccupation essentielles des habitants
de la zone concernée, à savoir l’agriculture. L’exécu-
tion des différentes figures a pour but essentiel d’im-
plorer Dieu afìn de perpétuer des situations ou des
phénomènes favorables à l’épanouissement de la vie
de Thomme.
En analysant les rupestres du Sahara Malien sous
Tangle d’une telle hypothèse, il sauté à Toeil que cet
art se rapporte à une période où Télevage constitue la
plus grande préoccupation des auteurs.
Ce qui étonne, c’est Tabsence presque totale de la
représentation d’activités liées à l’agriculture ou à la
pèche, activités qui cependant devraient ètre floris-
santes au Sahara avant la désertifìcation, si Ton en ju-
ge par les résultats des quelques rares recherches ar-
Fig. 6 - Le guérisseur.
REFLEXION SUR LES PROBLEMES ET PERSPECTIVES D’INTERPRETATION DES GRAVURES ET PEINTURES RUPESTRES DU MALI
451
chéologiques effectuées. Ceci pose deux problèmes.
D’abord il est permis de penser que les activités re-
présentées dans les gravures et peintures étaient cel-
les qui posaient le plus de problèmes aux popula-
tions et c’est pourquoi elles avaient recours à des
méthodes ésotériques pour trouver des Solutions. Si
tei n’est pas le cas et si l’on admet que cet art est le
reflet de la vie courante, alors il faudrait revoir le pro-
blème de la chronologie absolue de plusieurs de ces
rupestres dans le sens d’un rajeunissement notable -
après la désertifìcation.
A ce propos il nous plait de signaler qu’actuelle-
ment un jeune chercheur malien s’occupe à déchif-
frer les inscriptions en Tifìnar qui accompagnent les
rupestres de Taouardei et des environs de Kidal. Ce
travail en est encore à ses débuts, mais il est d’ores et
déjà permis d’affirmer que ces inscriptions sont con-
temporaines des rupestres qu’elles essaient d’explici-
ter et que la plupart d’entre elles semblent se rappor-
ter à la période de l’introduction de l’islam dans la
zone.
Dans tous les cas, la seule conclusion raisonnable
que Fon peut faire à partir de tout ce qui précède est
que, pour une étude fructueuse des rupestres, il fau¬
drait nécessairement associer aux méthodes de Far-
chéologie classique, Fethnographie et la sémiologie
qui pourraient permettre de doter les figures d’un
langage accessibile.
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159 Bamako MALI
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Umberto Sansoni
Peculiarità e
moli scenici delle figure maschili e femminili
nell’arte delle Teste Rotonde
Résumé — Une analyse systématique, à l’aide d’un ordinateur, de toutes les fìgures connues de la phase des Tètes
Rondes (images relevées sur place et/ou publiées) a permis de déterminer les róles précis et les caractéristiques des sujets
masculins et féminins dans les diverses scènes, au travers des 6 phases principales identifìées.
Sur un total de 2464 images analysées, les fìgures anthropomorphes cataloguées sont au nombre de 1820.
896 d’entre elles (49,3%) sont nettement masculines et 186 (10,2%) féminines; les 738 restantes (40,5%) ne possèdent
pas d’éléments précis d’identification.
L’analyse des décorations des couvre-chefs a permis de cataloguer 2 typologies distinctes qui caractérisent exactement
les 2 sexes. Toute aussi nette est la distinction des ròles et des positions des fìgures sexuées dans l’organisation des scènes.
Ces différences, qui changent de forme et évoluent durant cette longue période, semblent répondre à des fonctions ou
des ròles cérémoniaux, mythiques, symboliques liés à chacun des sexes. Fonctions qui apparaissent souvent complémen-
taires à l’intérieur d’un mème vision sociale, d’autres fois très spécifìques, presque toujours énigmatiques ou diffìcilement
interprétables.
Plutòt que de présenter des hypothèses prématurées on peu démontrables, cette communication entend présenter
des données vérifiées et en tirer des conclusions d’une validité plus certaine.
Abstract — A systematic analysis (computer program) of all thè well-known pictures of thè «Teste Rotonde» period
(caught on thè field and/or edited) allows to recognize definite ròles and peculiarities of male and female pictures in va-
rious scenes, through thè six main periodes picked out.
Among thè 2464 total fìgures analysed, thè anthropomorphic listed pictures are 1820. 896 of these (49,3%) evidently
show to be male and 186 (10,2%) to be female; for thè remaining 738 (40,5%) there are no definite identification signes.
The analysis of headgear ornament allows to list two distinct categories, which exactly distinguish thè two sexes. The
discrimination of thè roles of thè position of thè sexes pictures in thè scene is so clear. These discriminations, that chan-
ge form and evolve during thè long period, seem to correspond to functions or ceremonial, mythical and symbolic roles
connected to thè two sexes. These functions often seem to be complementary in a same social view, sometimes they are
very specific, almost always they are enigmatic or interpretable with diffìculty.
This report wants to show sure informations and from these to deduce well-grounded results without proposing hasty
or scarcely demostrable hypotesis.
Quel che vorrei proporre è un tentativo di lettura
dei dati, relativi al ciclo pittorico delle Teste Roton¬
de, teso ad individuare le costanti, le ricorrenze, i
moduli figurativi, dispositivi, associativi e tipologici,
le tematiche sceniche ed ogni altro elemento utile a
fornire elementi certi, statisticamente sicuri nel con¬
testo artistico. Quindi un iter metodologico che ha
un presupposto fondamentale: quello di un’analisi
sistematica e dettagliata dell’intero insieme delle im¬
magini conosciute (direttamente documentate e/o
pubblicate) del ciclo in oggetto, di ogni figurazione,
di ogni scena, di ogni parete, di ogni sito, elemento
per elemento.
Ad esempio per le figure antropomorfe si è elabo¬
rata una griglia che considera il sesso, i colori, le de¬
corazioni, la postura, la forma del copricapo o ma¬
schera, gli eventuali oggetti in mano, le distorsioni
delle membra, le sovrapposizioni, le relazioni di sce¬
na con altre immagini, i caratteri stilistici, la cronolo¬
gia relativa (eventuali sovrapposizioni).
Tali dati immessi in un apposito programma com¬
puter (nel nostro caso elaborazione sul filing assi-
stant IBM) permettono in primis, di estrarre tutti gli
elementi scientificamente utili ed interni, puramente
interni all’insieme artistico, dalla definizione della
successione delle fasi alla visione della gamma tipo¬
logica o tematica. L’archivio che ne risulta è una base
buona per ogni tipo di indagine statistica sul docu¬
mento, dando ad esempio possibilità di ottenere ri¬
sultati incrociati fra due o più tipi di dati.
Ovviamente questo metodo è sperimentabile solo
da pochi anni, da quando è possibile immettere una
mole enorme di informazioni in programma compu¬
ter ed aver poi in un attimo le risultanze che interes¬
sano. Venti anni fa l’analisi più elementare avrebbe
richiesto settimane di calcoli ed il margine di errore
sarebbe stato molto più alto. Ora la tecnologia ci per¬
mette questo salto di qualità, il quale, è bene non di¬
menticarlo, si fonda comunque sulla corretta immis¬
sione dei dati, in altri termini pur sempre sull’occhio
e l’esperienza dell’analizzatore.
A titolo esemplificativo una delle indagini più in¬
teressanti è stata quella sulle peculiarità e sui ruoli
scenici delle figure maschili e femminili; indagine
partita dall’impressione, poi confermata, che vi fos¬
se, lungo tutto l’arco del ciclo, una netta differenzia¬
zione fra le immagini sessuate. Ma un fatto era la dif¬
fusa impressione, fondata sulla familiarità con il con¬
testo, ed altra cosa era avere risultati dettagliati, non
fosse altro che per ottenere elementi di confronto
precisi e inequivocabili. Da qui l’idea di una scheda¬
tura particolareggiata sugli elementi delle figure. Su
un totale di 2464 immagini catalogate e relative alle
pitture del Tassili n’Ajjer (92,5%) e del Tadrart Aca-
cus (7,5%), le figurazioni antropomorfe sono risulta¬
te 1820, di cui 896 maschili (49,3%), 186 femminili
454
UMBERTO SANSONI
Tab. 1 - Tabella di caratterizzazione degli antropomorfi per sesso. (Decorazioni sul corpo, elementi di vestiario, oggetti
in mano).
(10,2%) e 738 di incerta definizione (40,5%). In totale
gli antropomorfi rappresentano il 73,8% delle figura¬
zioni contro il 25,6% degli zoomorfi (cui si aggiunge
un campione di particolari simboli ed oggetti dello
0,6%) e questi primi dati confermano il prevalente in¬
teresse degli artisti per la figura umana in netto con¬
trasto con quanto si riscontra nella fase prepastorale
delle incisioni sahariane. Secondariamente emerge
una precisa prevalenza della rappresentazione ma¬
schile, in un rapporto di quasi 5:1 sulla femminile,
ma è interessante notare come nella fase iniziale tale
rapporto sia di equivalenza (28:26) e si abbia una net¬
ta sproporzione solo nelle cinque fasi successive
(94:19, 341:62, 236:32, 43:5, 44:13).
Di regola l’immagine maschile è asciutta, con il
busto trapezoidale e rara rappresentazione del pene
(a volte coperto da astuccio fallico), mentre quella
femminile ha il ventre e spesso anche i fianchi ed il
bacino pronunciati, e delineazione dei seni (in un so¬
lo caso compaiono le labbra della vulva). Per inciso
va appuntata la generale «pudicizia» di quest’arte su¬
gli aspetti sessuali in senso lato e sulla rappresenta¬
zione degli organi sessuali in modo specifico; le ec¬
cezioni sono insignificanti e si può pertanto supporre
una sorta di tabù, un’esclusione che, forse, può essere
messa in parallelo con quella relativa alla rappresen¬
tazione del volto umano. Sul piano fenomenologico
quest’ultima consuetudine potrebbe rispecchiare
una prescrizione di magia simpatica (il volto è il trat¬
to più personale dell’individuo e perciò è più vulne¬
rabile nei sortilegi), ma sembra più verosimilmente
frutto del disinteresse per la singola individualità in
favore della «maschera», del ruolo cerimoniale e
simbolico che questa svolge: denoterebbe quindi
un’attenzione esclusiva sul ruolo sacrale giustificato
nel quadro sodale-collettivo. Su questo piano può
darsi che la stessa sessualità, a prescindere dalle pre¬
scrizioni di cui potrebbe essere oggetto, fosse conce-
MASCI-II F^FEMMINE ggPlSESSO INCERTO
Tab. 2 - Tabella di distribuzione degli antropomorfi per fase.
PECULIARITÀ E RUOLI SCENICI DELLE FIGURE MASCHILI E FEMMINILI NELL’ARTE DELLE TESTE ROTONDE
455
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Fig. 1 - Sefar. Insieme figurativo, di oltre sette metri di base, emblematico della fase arcaica. Al centro si erge la figura del
«Gran Dio di Sefar», antropozoomorfo maschile di circa tre metri di altezza, sul quale sembra imperniarsi tutto il variato
insieme circostante. Più antica del «Dio» appare almeno la prima sequenza delle antilopi tutte rivolte verso destra così co¬
me le successive serie degli oranti femminili in sovrapposizione. Sul ventre del «Dio» è dipinto un probabile casco rotondo
femminile, contornato da una forma a margherita frangiata e sopra ancora una piccola antilope dalle forme tondeggianti
che sembra associarsi all’orante femminile, sulla destra, di stile corripondente (levitante). Altre piccole figurazioni di fasi
intermedie chiudono l’insieme (assoluta prevalenza di figure bianche a contorno rosso).
pita e rappresentata in modo indiretto e sublimato,
non coinvolgendo Pindividuo se non in proiezione
simbolica e collettiva. Tale fenomeno presenta co¬
munque un ulteriore netto contrasto con il mondo
delle incisioni prepastorali in cui gli organi e gli atti
sessuali hanno spesso marcata enfasi.
Nell’arco di un periodo certamente lungo, collo¬
cabile tentativamente nella fase umida fra l’inizio
deH’VIII e la fine del Vii-inizio del VI millennio a.C.
(in date calibrate), l’arte delle Teste Rotonde si è svi¬
luppata evolvendo in forme stilistico-contenutistiche
diversificate: almeno sei grandi fasi, ognuna con nu¬
merose suddivisioni interne (stili), si succedono nel
periodo ed è sorprendente constatare come nell’inte¬
ro arco del ciclo forme di copricapi, decorazioni ed
elementi di vestiario siano in genere nettamente di¬
stinti per soggetti maschili e femminili; ciò avviene
all’interno dello stesso stile e trasversalmente le so¬
miglianze o le identità dei motivi lungo le varie fasi
vanno ricercate distinguendo per sesso. Prendiamo
ad esempio le decorazioni del busto: le immagini
femminili (tab. 3) hanno frequentemente fasce di li¬
nee puntinate o a strisce che partono dal basso ven¬
tre per giungere obliquamente sino circa all’altezza
dell’ascella opposta, e spesso nelle figure arcaiche
compaiono motivi a lisca di pesce; le decorazioni
maschili sono invece più variate e spesso si ripetono
motivi di linee puntinate o a strisce verticali. Altret¬
tanto evidente appare la differenziazione nell’analisi
dei copricapi e delle maschere (tab. 4): se si escludo¬
no le forme più semplici, non decorate, tutte le altre
sono «sessuate» (quasi esclusivamente maschili i co¬
pricapi rotondi con coma e le fogge di forma particola¬
re, prevalentemente femminili i caschi con decorazioni
interne; misti ma ben divisi gli altri tipi). Fra i motivi
decorativi i semicerchi concentrici, le appendici lu¬
nate o a ventaglio sono femminili; i motivi lineari, a
lingua, a bastoncino, le forme a picca, a cuore, a tra¬
pezio, a triangolo, le maschere con orecchie e tutte le
zoomorfe decifrabili sono maschili. Non solo, ma ta¬
le distinzione può estendersi a più di un ruolo tema¬
tico, agli oggetti tenuti in mano, alle diverse posizioni
o atteggiamenti in cui sono rappresentate le figure: le
femminili ad esempio, con una sola parziale eccezio¬
ne, non sono mai perfettamente frontali, nella posi¬
zione cioè che pare sempre esprimere maestà, cen¬
tralità o prestigio particolari. Tipicamente maschili
sono oggetti simbolo come bastoni pomati, funghi-
formi, particolari ovali, forme a boomerang, femmi¬
nili forme di ampolla; comuni ma prevalentemente
maschili bastoncini, palmette o rametti vegetali (for¬
se con funzione musicale). Le figure femminili ap¬
paiono rarissimamente in posizione dinamica, e solo
nelle fasi tarde, mentre nella più parte dei casi assu¬
mono la posizione dell’«orante», con le braccia rivol¬
te in alto od in avanti. Più variati gli atteggiamenti
maschili, talora molto dinamici (diavoletti). In ogni
caso le varie posizioni sono ripetitive e caratteristi¬
che di una serie ben delimitata di scene e/o di stili e
sembrano pertanto indicare concezioni o disposizio¬
ni particolari nell’ordine del rituale e del simbolico.
Il mondo degli uomini e quello delle donne ap¬
paiono dunque cerimonialmente distinti, ma anche
complementari ed integrati, come indicano anche le
scene (percentualmente minoritarie) in cui compaio¬
no immagini di ambedue i sessi. Nelle fasi iniziali al¬
cuni oranti femminili sembrano adorare una divinità
dai caratteri maschili (fig. 1 e 4), e solo di rado si ac¬
compagnano ad individui del sesso opposto (fig. 27);
nelle fasi successive gli «incontri» in scena si fanno
più numerosi e variati: scompaiono le rappresentazio¬
ni di adorazione, e le figure femminili sembrano acqui¬
stare maggiore «dignità» ed autonomia. A Tan Zau-
maitaik ad esempio un gruppo di uomini da un lato ed
uno di donne dall’altro paiono venirsi incontro (fig.
5); in più di una scena figurano delle coppie (tenera
una di Anshall, Acacus (fig. 6)), a volte con bambini, a
volte come parte di un insieme più complesso. In un
solo caso è raffigurato l’accoppiamento sessuale, ed in
una scena che nel contesto ha scarso risalto mentre in
una seconda, vicino ad una donna con un bimbo fra le
mani, figura un individuo itifallico colto in eiaculazio¬
ne (fig. 7); si tratta di casi unici, quindi di vere e pro¬
prie eccezioni. Nelle fasi intermedie uomini e donne
456
UMBERTO SANSONI
Tab. 3 - Tabella tipologica delle decorazioni del busto (schematizzate). Le prime quattro colonne si riferiscono a soggetti
maschili, le ultime tre a soggetti femminili (o probabili tali).
PECULIARITÀ E RUOLI SCENICI DELLE FIGURE MASCHILI E FEMMINILI NELL’ARTE DELLE TESTE ROTONDE
457
Tab. 4 - Tipologia di alcune categorie di copricapi e maschere
del ciclo Teste Rotonde: A) forme tondeggianti con decorazione
interna; B) forme tondeggianti cornute; C) forme particolari (a
cuore, a picca, a triangolo, ad ovale allungato, etc.); D) forme
semplici di vario tipo con aggiunte «decorative» esterne (escluse
le corna). Si noti la precisa differenziazione fra le fogge femminili
e maschili (o probabili tali).
Fig. 2 - Sefar. Particolare di una figura maschile danzante con un
«ramoscello» in mano (con funzione probabilmente anche musica¬
le), un copricapo con due protuberanze («orecchie») nella parte
alta, una sorta di coda posticcia, un grosso bracciale sferoidale, ed
una particolare decorazione del busto. Ad esclusione del ramo¬
scello sono quasi tutti caratteri tipicamente maschili. Fase media.
Fig. 3 - Matalen Amazar. Una delle superbe figure maschili (la
seconda è a In Aouanrhat) in posizione frontale, probabilmente
in un passo di danza, con indosso la maschera animale cui sem¬
bra attribuito un valore prestigioso (una seconda è sulla sinistra
in basso). Un reticolo bianco riveste il corpo e la figura è avvolta
da segni fungiformi (psicotropi?), tenuti anche nelle mani (figu¬
ra rossa e contorno bianco; fase evoluta). Tale tipo di maschera, il
reticolo e i funghiformi ricorrono solo in figurazioni maschili.
458
UMBERTO SANSONI
Fig. 4 - Anshall III, Tadrart Acacus. Figura femminile in appa¬
rente adorazione di un personaggio incompleto di maggiori di¬
mensioni, forse una divinità. Figure a linea di contorno rosso: la
prima di color rosso chiaro con decorazioni bianche, la seconda
non campita, ma con tracce di reticolo bianco. Fase finale dell’A-
cacus (secondo F. Mori) raffrontabile a stili di fase intermedia del
Tassili (da un rilievo di F. Mori).
Fig. 5 - Tan Zaumaitaik. Particolari di una scena di incontro di
tipo cerimoniale, fra figure maschili e femminili in vesti da «para¬
ta»: sopra la celebre coppia dei «principi», sotto due delle cinque
figure femminili della sequenza (un adulto seguito da una giova¬
ne?). Si notino le differenti tipiche decorazioni in figure di uno
stesso stile e facilmente dipinte da una stessa mano (fase medio
evoluta).
Fig. 6 - Anshall, Tadrart Acacus. Tenera immagine di un uomo
ed una donna che si tengono per mano. La figura maschile strin¬
ge un arco, quella femminile un oggetto a forma di ampolla
(come in altri casi) ed ambedue hanno uno stesso elemento deco¬
rativo sul casco. Figure di fase media, verde oliva a contorno
bianco (da un rilievo di F. Mori).
Fig. 7 - Sefar. Rilievo della parte centrale di una delle pareti più
lunghe e complesse del ciclo. Sovrapposta a figure animali arcai¬
che vi è la singolare scena centrale: un essere femminile in corsa
sembra sorreggere un bambino, mentre alle sue spalle un perso¬
naggio itifallico è rivolto verso di lei, con le gambe fortemente di¬
varicate ed in atto di eiaculazione; fra i due è un ricorrente segno
semilunato; anche la donna sulla destra, rivolta in senso opposto,
sembra far parte della scena. Del tutto anomala è l’evidenza data
al sesso maschile e la stessa apparente immediatezza erotica pur
in un contesto scenico facilmente di valenza mitica (rilievo da
diapositive corretto su una immagine fotografica all’infrarosso di
J. D. Lajoux).
PECULIARITÀ E RUOLI SCENICI DELLE FIGURE MASCHILI E FEMMINILI NELL’ARTE DELLE TESTE ROTONDE
459
si alternano talvolta in teorie che potremmo definire
di «processione». Infine vi sono scene particolari, co¬
me una di Sefar, in cui una giovane (a giudicare dalle
dimensioni) è istoriata fra le zampe ed il ventre di
un’antilope ed affiancata da due personaggi maschili
(fig. 8), o quella di iniziazione di Uan Tamauat, Aca-
cus (fig. 9), ed altre ancora di tipo enigmatico. Gene¬
ralmente, in questi casi, le figure di una stessa scena
(talora di uno stile), pur mantenendo le tipiche diffe¬
renze di sesso (nelle decorazioni o nei copricapi),
hanno fogge, colori, dettagli molto simili come se in¬
dossassero «costumi» di una complementare valenza
cerimoniale o di uno stesso clan/gruppo tribale.
Fig. 8 - Sefar. Scena di grande interesse simbolico: una proba¬
bile figura femminile (a giudicare dalla linea del ventre e dall’om¬
belico sporgente) e giovane (a giudicare dalle dimensioni) è so¬
vrapposta e simbolicamente associata al ventre di una probabile
antilope e affiancata da due altre figure maschili. I tre personaggi
sembrano comporre una scena rituale con una giovane inizianda
al centro (figure bianche a contorno rosso, fase media).
Fig. 9 - Uan Tamauat, Tadrart Acacus. Probabile scena di ini¬
ziazione di una giovane, cui partecipano tre cerimonianti: due
maschili, con maschera dotata di lunghe corna, ed una femminile
seduta in posizione tipica. Verso quest’ultima convergono gli
altri personaggi in un atteggiamento che appare molto rispetto¬
so. La probabile inizianda offre (o riceve) un sottile bastone alla
donna e sembra sospinta (o presentata) dalla figura alle sue spal¬
le. I ruoli paiono ribaditi dalla simbologia del colore: la coppia
centrale è verde oliva a contorno giallo con tracce di una prima
stesura rossa, mentre la coppia esterna è verde oliva (e parti bian¬
che) a contorno rosso (chiaro per la figura maschile, scuro per la
femminile) Stile di fase finale dell’Acacus, comparabile con il
finale del Tassili. (Da una foto di F. Mori).
Nella maggior parte dei casi però i due sessi ap¬
paiono ben separati: le composizioni comprendono
una o più figure dello stesso sesso in una gamma di
scene molto ampia relativamente all’insieme delle
immagini. Le femminili compaiono in un ventaglio
di ruoli limitato: caratteristicamente in processioni o
in gruppo (fig. 10 e 11), talora associate ad animali, in
particolare al bovide ed all’antilope nelle fasi arcai¬
che, con bambini, in alcune scene di tipo fantastico
(come i levitanti in posizione supina) o di difficile de¬
cifrazione, o isolatamente.
Tutte le altre tematiche sono svolte da figure ma¬
schili, e marcatamente quelle dove vi è un chiaro ac¬
cenno a passi di danza (quantomeno di danza molto
dinamica) o nelle scene corali con «diavoletti».
Esclusivamente maschili sono le figure di arcieri,
quelle di suonatori (di lunghi «corni» (fig. 15) e di al¬
tri probabili strumenti a percussione), alcuni soggetti
fantastici come i levitanti in posizione prona (fig. 29);
fra gli animali associati appaiono, seppur raramente,
Fig. 10 - Sefar. Particolare di una parete istoriata, di grandi di¬
mensioni: una teoria di figure femminili oranti è in parte dipinta
all’interno di una grande figura zoomorfa (probabile bovide
selvatico), in parte subito dietro lo stesso. Il «festone» centrale
sovrappone ad un’altra figura femminile di fase e stile diversi,
originariamente in linea con le altre. La relazione fra figura fem¬
minile ed animale è qui strettissima. Fasi arcaica e tardo-arcaica.
Fig. 11 - Jabbaren. Scena di «processione» di cinque donne, con
il corpo decorato ed elaborate impalcature sul casco, che marcia¬
no su due file nella stessa direzione (come d’uso rivolte verso de¬
stra; figure gialle a contorno rosso, fase media o tardo arcaica).
460
UMBERTO SANSONI
i pachidermi (in casi unici il rinoceronte, l’elefante,
un probabile ippopotamo), talora il muflone, in un
caso quel che pare un asino selvatico (fig. 16-17-18) e
le sole figure maschili appaiono in forma antropo-
zoomorfa (uomini elefante (fig. 19), coccodrillo, leo¬
pardo, bovide).
Al contrario delle figure femminili, le maschili in
pochi casi si presentano in formazione allineata
(«processioni») e se in gruppi, quando numerosi, so¬
no disposte su più linee od in ordine sparso e preva-
Fig. 12 - Tin Aboteka. Grande e suggestiva composizione all’in¬
gresso meridionale del sito. Una grande figura di bovide (?), con
il collo ed il muso apparentemente ridipinti (e con tracce di
un’antilope bianca sottoposta), si protende verso una figura
femminile semi-distesa. In basso, collegato, un arciere con la
silhouette del volto e la capigliatura delineati (fase evoluta).
Fig. 13 - Tin Tazarift. Singolare immagine di un levitante fem¬
minile in posizione supina (figura bianca a contorno rosso, fase
probabilmente tardo arcaica) in dubbio rapporto di sovrapposi¬
zione con figure di mufloni.
Fig. 14 - Uadi Ekki, Tadrart Acacus. Sequenza di danzatori ma¬
schili in diverse posizioni e con differenti copricapi; nonostante
ciò potrebbe trattarsi di una unica scena di danza in cui i singoli
gruppi interpretano ruoli diversi. In ognuno di essi ricorrono le
usuali, probabili immagini di fanciulli. Figure rosse e contorno
rosso o bianco della fase finale dell’Acacus raffrontabili alle fasi
medio evoluta o evoluta del Tassili (da un rilievo di F. Mori).
lentemente in danza (fig. 14 e 20). Sembra così di po¬
ter ravvisare indizi sull’esistenza di confraternite o di
gruppi di oranti o danzatori composti di soli uomini
o di sole donne, votati a specifiche funzioni rituali.
In conclusione, è su questo fondo che appare stret¬
tamente sacrale, in cui sembrano ravvisarsi ombrata-
mente alcune valenze rituali, mitiche, iniziatiche,
simboliche, magiche, che va letta la distinzione fra fi¬
gure sessuate. Tale monopolio sacrale, espresso in
modo straordinariamente articolato, implica un ap¬
parente disinteresse degli artisti per la dimensione
del quotidiano (economia, occupazioni pratiche), e
comporta una sostanziale impenetrabilità del con¬
testo e quindi delle singole tematiche che lo com¬
pongono. È tuttavia possibile, al momento, cogliere
almeno le valenze più immediate del mondo degli
uomini e di quello delle donne, riassumibili, dopo
quanto schematizzato, nei seguenti punti:
1) Le figure sessuate si distinguono in modo netto
sia per quanto riguarda le decorazioni corporali e
gli elementi di vestiario, sia per i copricapi che in¬
dossano e, seppure con qualche eccezione, anche
per le posizioni in cui sono raffigurate, gli oggetti
tenuti in mano, la disposizione in scena, gli ogget¬
ti e gli animali associati. Più tenue è la distinzione
relativa ai colori di fondo e di contorno.
2) Generalmente compaiono scene (di uno stesso
stile) con figure di un solo sesso in attitudine o
ruolo peculiari o, se con ambedue i sessi, dove la
distinzione di ruolo è marcata o complementare.
3) La figurazione femminile, reale e/o simbolica, ap¬
pare fondamentale nel contesto artistico ed ha
spesso un grande risalto nonostante la percentua¬
le delle immagini sia nel complesso di 1:5. Nel
contempo la figurazione maschile appare comun¬
que in più ruoli tematici, percentualmente domi¬
nante, talora centrale nel quadro della scena e
quindi oggetto di un più mirato interesse icono¬
grafico.
4) Escludendo eccezioni poco significative, la ses¬
sualità nel senso più immediato (figurazione del¬
l’atto e degli organi) non è espressa.
5) Una normativa molto precisa, forte al punto di
mostrare spesso una continuità lungo tutto l’arco
del ciclo, doveva regolare l’espressione della figu¬
razione dei due sessi, tale da rispondere a reali
ruoli culturali e simbolici.
Fig. 15 - Sefar. Scena, forse di carattere evocativo, con un pro¬
babile suonatore di un lungo corno di fronte ad una figura fem¬
minile dai tratti fantastici (collo e ventre abnormi); alle spalle del
suonatore compaiono una serie di «oggetti» fra cui sembra ravvi¬
sare un pesciforme, una bisaccia ed un elemento a foglia (figure
marroni a contorno giallo; fase medio evoluta).
PECULIARITÀ E RUOLI SCENICI DELLE I^IGURE MASCHILI E FEMMINILI NELL’ARTE DELLE TESTE ROTONDE
461
Fig. 16, 17 e 18 - Tin Aboteka; In Aouanrhat; In Eleghi. Tre casi
di associazione in scena fra antropomorfi arcaici (in tipica posi¬
zione frontale e con le braccia allargate) e figure animali poste
alla loro destra: nel primo caso un rinoceronte (e appena percet¬
tibile una antilope); nel secondo un probabile asino selvatico
(si notino la sorta di collare, il prolungamento a sacca sul muso e
l’elemento simbolico sulla testa); nel terzo un elefante dalle fat¬
tezze distorte. La relazione sintattica tra le figure appare identica.
Figure bianche a contorno rosso.
Fig. 19 - Tin Teferiest. Gli «uomini-elefante»; è difficile stabili¬
re se si tratti di antropozoomorfì fantastici o di uomini maschera¬
ti da elefante (figure bianche a contorno rosso; fase tardo arcaica
o media; da un rilievo di H. Lhote).
Fig. 20 - Jabbaren. Scena corale di figure danzanti (“diavolet¬
ti”). Il loro incedere a passo ritmato è reso magnificamente ed il
ritmo stesso sembra quasi comunicato daH’immagine. Tipici di
questo genere di figurazioni con soli uomini sono gli astucci fal¬
lici, i copricapi cornuti, le bacchette o le “palmette” tenute in
mano ed elementi di vestiario o decorativi a forma di striscia.
Frequente è anche la presenza fra i danzatori di figure di fanciulli
(figure rosse, fase media).
462
UMBERTO SANSONI
Fig. 21 - In Aouanrhat. Scena fra le principali della fase Finale delle Teste Rotonde. Campeggia la Dame Bianche : stupen¬
da figura femminile in corsa, probabilmente danzante, con una maschera corredata di ampie corna ed il corpo minuziosa¬
mente decorato con elementi frangiati, linee e linee di punti. La figura (di circa 120 cm. di altezza) ha fra le corna e sopra di
esse una fitta «nevicata» di pallini bianchi, a simboleggiare forse la pioggia e come dea portatrice di pioggia, e quindi di vita,
potrebbe nel caso essere interpretata. Di fronte ha un piccolo, probabile suonatore di corno che sembra richiamarla (cfr.
fig. 15); lo stesso si sovrappone ad uno zoomorfo fantastico (il pesciforme notato da L. Lhote) volto nella medesima dire¬
zione. Fra le gambe della dea una seconda figurina femminile che pare sorreggere un semicerchio di linee parallele (una
sorta di Iris con arcobaleno?), e una terza, sulla destra, semicancellata. Questo gruppo di immagini antropomorfe è connes¬
so in scena (figure verde oliva con decorazioni bianche e rosse e contorno bianco). Numerose altre piccole figure umane
sono sovrapposte al colore di fondo dell’immagine principale, ma sottoposte alle sue decorazioni bianche (figure rosse di
dubbia appartenenza alla fase finale delle Teste Rotonde. Rilievo da diapositive corretto su immagine fotografica all’infra¬
rosso e su una seconda di J. D. Lajoux).
Fig. 22 - Sefar. Scena di tono familiare: una coppia di adulti
tende le braccia verso due piccole figure di “bambini”. Alle spal¬
le della donna tracce di un terzo piccolo antropomorfo con le
braccia allargate e, a poca distanza (avvicinata nel rilievo), una se¬
conda donna che si accosta al gruppo (fase medio evoluta; figure
rosse e contorno bianco). Tutt’intorno oggetti che potrebbero
rappresentare contenitori.
In un certo modo non meraviglia affatto appurare
resistenza della distinzione per sesso; essa appare
naturale ed anzi, sul piano antropologico, avrebbe
meravigliato molto il contrario; è però interessante
valutare i moduli e le proporzioni in cui il fenomeno
si è manifestato e trovarvi un basilare aggancio con la
fenomenologia religiosa ed etnologica.
Di certo le straordinarie innovazioni economiche,
sociali e concettuali dei Mesolitici ceramici del Saha¬
ra Centrale, fanno di quest’area una delle isole d’a¬
vanguardia nello scenario del tempo; l’arte che essi
espressero ci mostra una novità ed un fermento cul¬
turale grandissimo e rappresentano un deciso allon¬
tanarsi dalle tradizioni paleolitiche, anche nelle ulti¬
me versioni epipaleolitiche. In tale quadro, il preciso
emergere del valore della figura umana ed al suo in¬
terno, del ruolo dei sessi, riveste un’importanza sto¬
rica primaria.
Indicazioni artistiche sui ruoli economici e sociali
dei sessi purtroppo non ne esistono se non relativa¬
mente all’attività venatoria o forse bellica (archi e
frecce in mano a figure maschili) e sarebbe capzioso
voler tentare al riguardo interpretazioni sulla scorta
di alcune scene di dubbio valore in tal senso. Lo stes-
PECULIARITÀ E RUOLI SCENICI DELLE FIGURE MASCHILI E FEMMINILI NELL’ARTE DELLE TESTE ROTONDE
463
so vale per il tipo di struttura familiare che non emer¬
ge, anche se un paio di scene con bambini sembra¬
no indicare un padre e una madre con la loro prole
i (fìg. 22), in un contesto dove le coppie sono però
rarissime. Nulla inoltre ci induce a supporre la preva¬
lenza in ambito familiare e sociale dell’uno o dell’al¬
tro sesso, nonostante le scene di «adorazione» di una
figura femminile verso una maschile (fra l’altro pro¬
babile divinità). Quel che appare evidente è una sorta
di rispetto per le funzioni sacrali dei due sessi e pro¬
babilmente ciò indica la disposizione ad un rispetto
di precisi, corrispettivi ruoli sociali e biologici; tale
fatto sarebbe in piena sintonia con i dati della cultura
materiale che ci prospetta una società semisedenta¬
ria, tecnologicamente avanzata (ceramica, abitazioni
con base in pietra, arco e freccia, industria litica sofi¬
sticata, imbarcazioni come si desume da un’immagi¬
ne di Uan Muhuggiag, Acacus) ed economicamente
articolata, dedita alla caccia, alla pesca, alla raccolta e
probabilmente a forme di protoallevamento animale
se non anche vegetale.
In una società dove le attività crebbero ed i ruoli si
diversificarono, con buona sicurezza, la donna ac¬
quisì funzioni e prestigio sociali nuovi rispetto alle
culture precedenti (ma anche contemporaneamente
nel Sahara) di tradizione epipaleolitica: l’arte sembra
adombrare ed anche ratificare questo suo nuovo sta¬
tus, seppur attraverso le maglie enigmatiche di uno
spesso strato di valenza cultuale. In altri termini, l’ar¬
te delle Teste Rotonde sembra presentarci per la pri¬
ma volta un mondo già «moderno», nel senso della
prefigurazione dello sbocco neolitico, un mondo do¬
ve non solo i concetti, le credenze e l’economia, ma
anche i rapporti sociali sono fondamentalmente mu¬
tati rispetto al passato, dove il nuovo ha sostituito,
più o meno integralmente, il vecchio e nel cui pro¬
cesso un diverso strutturarsi del rapporto fra i due
sessi dovette avere una parte necessaria e fondamen¬
tale. Il mutamento è evidente, fuori d’ogni dubbio
sul piano della simbolica religiosa, ma questa non
può non tradurre in misura significativa il sociale.
Resta comunque l’apparente impenetrabilità del
fondamento di quest’arte, del sistema simbolico e sa¬
crale e tutta l’irripetibile sfuggente peculiarità della
cultura che l’ha prodotto: due fattori che sembrano
ridurre al minimo le nostre possibilità di leggere real¬
mente i significati portanti.
Pertanto la presente sintesi non pretende affatto di
essere esaustiva, è una tappa di un processo conosci¬
tivo sull’arte sahariana che impone per la sua logica
un’evoluzione, soprattutto sul piano del metodo e a
tal proposito valgono delle considerazioni di caratte¬
re generale.
Le scoperte d’arte rupestre preistorica, nei quattro
continenti, ci rivelano ormai una tale mole di docu¬
menti da rendere sempre più stridente il contrasto
con la debolissima capacità di leggere, di interpretare
culturalmente e storicamente tale patrimonio.
Si tende a concentrare l’attenzione sulla cataloga¬
zione, sulle problematiche cronologiche, sulle rela¬
zioni con le culture che hanno prodotto le opere
rupestri, si tende spesso ad affastellare segnalazioni
di nuove scoperte ma tutto ciò, tappe di analisi e
divulgazione necessarie, tradisce in fondo anche
un certo senso di impotenza o di sfiducia nel poter
realmente affrontare il cuore del problema: cosa rap¬
presenta quest’arte, quali ne sono le motivazioni ed
i significati profondi? Si tenta pazientemente da
Fig. 23 e 24 - Anshall, Tadrart Acacus (da un rilievo di F. Mori)
e Jabbaren. Due immagini che testimoniano l’attenzione che nel
ciclo Teste Rotonde è riservata alle figure di giovani o bambini.
Nella prima una figura femminile, con quattro mammelle, allun¬
ga il braccio verso la testa di una “bimba”; nella seconda un uo¬
mo sembra tenere per mano un fanciullo (fase media o medio
evoluta; figure rosse, a contorno rosso scuro le prime e bianco le
seconde).
464
UMBERTO SANSONI
Fig. 25 - Techekalaouen. Una delle rare scene di «coppia in
colloquio». Appare emblematica la differenza, nella stessa scena,
del disegno delle decorazioni dell’uomo e della donna (figure po¬
licrome, gialle, rosse e bianche a contorno bianco; fase finale; da
un rilievo di Y. Tshudi).
Fig. 26 - Sefar. La tematica dell’adulto accanto ad un probabile
fanciullo ha prosecuzioni fino alla fase finale. Le due figure, agili
e ben dettagliate, soprattutto nel volto e nel copricapo, si volgono
verso una fenditura naturale a forma di vulva e paiono indicarla
con il gesto del braccio: è ipotizzabile che si tratta di una scena di
culto e nel contempo di iniziazione. Immagini policrome - rosso
di varie sfumature, giallo, bianco a contorno bianco - della fase
finale (Rilievo da diapositiva corretto su un analogo di H. Lhote).
Fig. 27 - Sefar. Scena di apparente carattere mitologico con una
figura maschile e, alle sue spalle, una più piccola femminile in
posizione di orante. Il primo personaggio, con un copricapo più
volte rielaborato, tocca la «pinna» di un grande animale fantasti¬
co e su un secondo sembrano poggiare i piedi di ambedue gli an¬
tropomorfi. Fase tardo arcaica.
decenni di dare qualche risposta, in margine alle
priorità cronologico -culturali, trovando raffronti,
azzardando ipotesi, verificando continuità di tradi¬
zioni simboliche.
Nulla però sembra poter reggere, per così dire, alla
prova del nove, dando certezze indiscutibili. Tuttavia
l’arte rupestre, dai quattro angoli del mondo, ci offre
esempi di schemi, formulazioni, scelte di repertorio
tematico-simbolico chiaramente confrontabili; appa¬
re quindi evidente, quantomeno, quel che già poteva
supporsi arrivandoci per altre strade: l’homo sapiens
in tempi, luoghi e condizioni diverse ha teso, quasi
«istintualmente», ad esprimere in maniera analoga
analoghi concetti, in misura più o meno chiara, più o
meno personalizzata.
Il segno dell’uomo è riconoscibile e nella preisto¬
ria appare essere molto meno diversificato di quanto
non lo sia nella storia, in genere più elementare e
profondo e perciò naturalmente più vicino ad espri¬
mere una parentela concettuale: i processi logico¬
intuitivi, le ispirazioni e le motivazioni sembrano ta¬
lora svilupparsi su binari fondamentalmente simili.
Un toro a Lascaux, un elefante di Sefar, un’antilope
eland del Drakensberg sono immagini di animali sui
quali gruppi umani hanno proiettato valori e creden¬
ze in un processo di astrazione, simbolizzazione e
resa artistica di cui non può sfuggire la similitudine
dell’iter. Su questo terreno archetipale lo studio del¬
l’arte rupestre è già pronto a dare testimonianze di
grande interesse e di enorme portata culturale. Può
fornire elementi d’indagine a discipline quali la psi¬
cologia analitica, la storia e la fenomenologia delle
religioni, l’antropologia, l’etnologia, la semiotica, di¬
scipline che comunque a pieno diritto dovrebbero
PECULIARITÀ E RUOLI SCENICI DELLE FIGURE MASCHILI E FEMMINILI NELL’ARTE DELLE TESTE ROTONDE
465
Fig. 28 - Tin Tazarift. Straordinaria scena con figure in corsa, forse danzanti, inserite nel corpo di una struttura vagamen¬
te zooomorfa di grande complessità e minuziosamente elaborata. Fra i personaggi il capofila tiene in mano una «palmetta»,
mentre gli altri un funghiforme, simbolo che ricorre in altri due punti della struttura: si ipotizza che il segno, associato alle
sole figure maschili, possa rappresentare un fungo psicotropo e le serie di puntini, che in due casi corrono dalla mano all’a¬
pice della testa, indichino una sorta di fluido connesso all’effetto del fungo (stessa osservazione riguardo la «palmetta»).
L’uso rituale di allucinogeni, fra le Teste Rotonde, non può essere escluso e aiuterebbe anzi a spiegare l’apparente surreali¬
smo magico di tante raffigurazioni. Figure bianche o a contorno bianco; fase medio evoluta (da una foto di J. D. Lajoux).
Fig. 29 - Tin Tazarift. Insieme del riparo con una delle espressioni di assoluta suggestione dell’arte tassaliana. La forma
naturale del riparo si sposa magnificamente con la potenza del dipinto, creando uno di quegli effetti scenografici di cui le
«Teste Rotonde» furono sapienti artefici. Vi si presenta una scena con figure quasi a grandezza naturale, d’ampio respiro e
tipicamente enigmatica: una coppia di «levitanti» maschili al centro è affiancata da due arcieri che paiono presentare loro le
armi; in basso una figura accovacciata che distende il braccio sino a toccare il piede di uno e la mano dell’altro «levitante»,
come se fosse un loro «assistente», e di fronte un probabile felino e ombre di altre figure; chiude sulla sinistra una donna
che pare allontanarsi dal gruppo in uno schema che ha diversi confronti. Fase evoluta.
entrare più concretamente in campo nello studio del¬
l’arte rupestre: ed è questa una condizione sine qua
non di sviluppo per il nostro campo d’indagine.
Una condizione che non potrà certo garantire ri¬
sposte esaurienti, ma perlomeno precisare le coordi¬
nate con cui valutare un buon numero di segni, sim¬
boli e sequenze associative o sceniche. Altra strada
per affrontare con serenità l’aspetto simbolico-magi-
co-religioso dell’arte rupestre, per affrontarla dal di
dentro, nel cuore della stessa prospettiva che tanta
parte dovette avere nella sua formulazione; altra
strada non sembra esserci e, con tutti i limiti ed i ri¬
schi che un’operazione di tal genere comporta, essa
merita di essere percorsa.
Le illustrazioni in B/N ed alcuni passaggi (rielaborati) del presente articolo sono stati tratti dal volume (in corso di
stampa) «Le più antiche pitture del Sahara: l’arte delle Teste Rotonde», Milano, Jaca Book, ad opera dell’autore.
466
UMBERTO SANSONI
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Andrew B. Smith
New approaches to Saharan Rock art
Résumé — Durant la période bovidienne, on peut reconnaìtre deux genres bien différents d’art rupestre saharien: un
style «à visages blancs» et un style «à visages noirs», tous deux dans des peintures associées au bétail. Les études sur l’art
rupestre sud-africain nous suggèrent que ces deux genres artistiques sont des métaphores pour les croyances des peuples
nord-africains de race méditerranéenne (peut-ètre pré-Berbères) et des Noirs Africains (gardiens de troupeaux «négro'ides»)
similaires aux Fulani d’aujourd’hui. Ces études nous révèlent en outre que beaucoup de peintures peuvent ètre le résultat
d’états d’altération de la conscience des jeunes Fulani qui obtenaient les niveaux les plus élevés d’initiation, similaires aux
sortes de «saints» que nous trouvons parmi les populations actuelles de l’Afrique du Nord (Maghreb). Si cela est vrai, nous
devons alors aborder l’art rupestre saharien, non comme un art narratif, mais comme un art qui réfléchit le sens profond
des structures des croyances des sociétés en question.
Abstract — Two quite distinct genres of Saharan Rock art can be recognised in thè bovidien period: a white-faced style
and a black-faced style, both with associated cattle depictions. Using ideas from Southern African Rock art studies, it
is suggested here that these two art genres of thè Sahara are metaphors for thè belief systems of North African people of
mediterranean stock, perhaps pre-Berbers, and black african «negroid» herders similar to thè Fulani today. It is further sug¬
gested that many paintings may be thè result of altered States of consciousness reached by young Fulani men who achieve
thè higher levels of initiation, and by thè equivalent of «saints» found among North African people of thè Maghreb today.
If this is true, we must then approach thè Saharan rock art, not as narrative, but as reflecting deep-meaning of belief struc¬
tures of thè societies involved.
The Sahara is one of thè world’s great parietal art
areas, and may be much more complex than its rivals
thè rock art of Southern Africa, Australia and Euro¬
pe. The ethnographic commentary available for thè
southern hemisphere paintings has produced some
marvellous insights into aboriginal cosmology and
symbolism (Lewis-Williams, 1981a, 1981b, 1983, etc.;
Vinnicombe, 1976). What is most striking is that thè
art has important deep meaning for thè artists and
thè community they served, and any suggestion that
it was produced merely for «art’s sake», or to amuse
thè artist has been shown to be irrelevant (see Macin¬
tosh & Mclntosh, 1986; Davis, 1984; Lewis-Williams,
1984, etc.). At thè same time we must recognise that
thè art is «functional» at several levels. It provides a
visual commentary on thè society which produced
thè artists, that no doubt satisfied thè aesthetics of
thè social group, as well as performing necessary do-
cumentation of fundamental beliefs. In some cases
thè art may even have been integrai in ceremonies,
and so had spiritual power, much thè same as masks
have «power» while being used by dancers in some
societies, such as Dogon (Griaule, 1938; Hampaté Ba
& Dieterlen, 1966). Dogon are also known to have
used rock painting as part of their ceremonies
(Griaule, 1934).
The complexity of Saharan rock art is compoun-
ded by thè probability that it was not a single rock art
genre produced by one society. The range of styles
and content suggest very strongly that there were a
number of societies who lived at different times and
in different parts of thè Sahara who produced their
own art. Thus trying to make sense or interpret what
was being said in Saharan rock arts is fraught by a
lack of chronology of thè paintings, and identity of
thè gross cultural group who were thè artists. In ad-
dition we are faced with a time depth of perhaps
greater than 7000 years in an environment which
fluctuated dramatically, permitting occupation by
different economie and politicai groups over time.
If this is indeed thè case, then we may be observing
in thè rock art details of human occupation of thè
Sahara which have yet to be separated archaeologi-
cally. From thè art we potentially may be able to set
up a series of hypotheses that might be tested by
excavation.
While we accept thè proviso of Vansina (1984: 108)
that thè time factor is important and should not be
taken lightly, we are not so pessimistic (Ibid: 193-4)
that a commentary is unavailable for interpretation,
at least at thè macro-social level where economie si-
milarities between thè paintings and modern ethno-
graphy exist.
To this end two separate approaches are made
in this paper. The fìrst is to describe a certain genre
of paintings, that of thè so-called «bovidien» pe¬
riod (Lhote, 1959), without ethnographic commenta¬
ry. The second is to use comparable ethnographic,
historical and physical anthropological data to provi¬
de a commentary. The conclusion will be to see if we
can marry thè two approaches and come up with a
viable set of meanings for this genre.
THE SAMPLE
Since I have not had thè privilege of visiting all thè
rock art sites of thè Sahara, I have to rely on thè pu-
blished data available. These exist in thè form of
photographs: black & white and colour, and re-dra-
wings. Of thè latter thè most accurate inevitably will
be those traced directly from thè rock face, but here
we are stili constrained by thè skill of thè artist in re-
producing an image, as well as his/her capability of
468
ANDREW B. SMITH
seeing all thè detail. On obscured or weathered ima-
ges this can pose a serious problem.
We are fortunate in having thè Kòln Museum Ca-
talogue for their Saharan exhibit (Kuper, 1978, which
will be refered to as “K”) where many of thè fine re-
productions of Columbel from thè Mission Lhote to
thè Tassili n’Ajjer are included. Also with this impor-
tant collection are photographs by Lajoux, many of
which had already been published (Lajoux, 1963;
1977, which will be referred to as “La”), and Mori (cf.
Mori, 1965). Other published sources include Lhote’s
(1959) originai book on thè Tassili, and his later up-
date (Lhote, 1976). Of course, much more has been
published on thè Saharan art, but a great deal of thè
earlier work consisted of compilation of individuai
stylistic elements (Monod, 1932; 1938; Beck &
Huard, 1969; Rhotert, 1952, Nicolas, 1950; Rodd,
1938; Zeltner, 1913; etc. etc.) which may be useful for
statistical analyses of thè type being performed by
Striedter (1983), but are of little value in offering con-
text and social information that can only come from
complete panels.
Thus we are faced with a restricted number of pu¬
blished works that can be used, and while we must
recognise that these constitute only a minute fraction
of thè paintings which exist in thè Sahara, nonethe-
less are ones which are thè most spectacular of these
depictions. The sample thus chosen is that of thè na-
turalistic rock paintings of Lhote’s «bovidien» period
from thè Central Sahara (Tassili n’Ajjer, Acacus).
INTERPRETING SAHARAN ROCK ART WITHOUT A COMMENTARY
This section accepts Davis (1984: 7) premise that
rock art in Africa is problematic for ordinary untuto-
red perception. However, defining style and content
can be done with limited interpretation, while mea-
ning and motive are thè cultural “forces” underlying
thè art form’s existence. The visual determinants he-
re will be what has been depicted in a naturalistic
sense that can be understood by thè Viewer regard-
less of cultural background. This does not negate a
different interpretation of thè icon by thè artist, or
that thè symbol may be a metaphor for a wide range
of beliefs within thè society. It is a first-level premise
that certain symbols on thè rock face represent an
«ordinary» reality, e.g. a cow is a cow, and can be uni¬
versali recognised as a member of thè genus Bos.
Individuai elements can equally be recognised, and
these elements, along with others on a panel, can
constitute a wider range of information. For exam-
ple, a human figure leading thè cow can be suggested
as its keeper, and thus a relationship is established
between thè animai and a human. Immediately we
are interpreting thè relationship, but not beyond thè
bounds of «ordinary» reality where domestic stock
are by definition controlled by humans.
The next stage is to recognise that thè artist inten-
ded that this relationship be stated, and was in some
way significant. To generalize this, all icons are in-
tentional and thè relationship of thè individuai ele¬
ments to each other forms a totality greater than thè
sum of thè individuai components.
The sample chosen, that of thè bovidien period,
refers to thè incidence of numerous paintings depic-
ting domestic stock. The unifying theme is of natura-
listically painted cattle and thè faithful rendering of
thè pastoral way of life.
Cattle: coat colours are carefully depicted showing
thè wide range of animals to be found in thè herds.
Equal care was given to thè varieties of horn shapes.
The numbers are such that these animals tend to do¬
minate thè panels, so it is not an accident that thè
physical attributes are explicitly stated. In several
paintings these animals are seen with human figures,
particularly women, riding on them. (Kuper: 418-21,
429), or with other loads (K: 418-9, 428).
Small Stock: these are also faithfully depicted, but
in fewer numbers of pictures. Both sheep and goats
are shown (K: 424-5, 428-30).
Humans: both sexes show a wide range of hair sty-
les and clothing. People with black skins, and others
with light skins are painted, but apparently never on
thè same panels. On some of thè light skinned peo¬
ple tatooing or body paint can be seen. The humans
perform various tasks, some relating to pastoral acti-
vities, others to camp life, and other social activities,
not all of which is immediately recognisable.
Material Culture: as mentioned above, thè clot¬
hing varies considerably in different paintings. Simi-
larly thè shelters, all of which appear to be of porta-
ble type, break down into at least two separate types.
One type is viewed from thè outside (K: 424-5,
430-1), while thè others are seen in pian form (K: 228,
299; Lajoux, 1963: 122, 128-30, 134). There is a third
view which seems to represent thè view inside of
thè hut (K: 427). Other aspects of material culture
include ceramic pots (K: 424, 427, 430), hunting
equipment: spears (K: 430-1), bows & arrows (La:
160-1) and other containers, probably leather bags
(K: 418-20, 428).
A survey of thè published rock art of this bovidien
period shows that there are at least two major pain-
ting styles, each with different content, although thè
Viewer is left in no doubt that we are seeing pastoral
societies. The common factor is thè domestic cattle.
Style 1 can be called thè «white-face» style, here
thè people are drawn with pale skins, long hair,
beards on thè men and long dresses on thè women
(K: 234, 418-21, 424-31). Face paint can be seen on so¬
me of thè individuate, and some of thè men are eit-
her tatooed or have body paint. These paintings are
ateo thè scenes with thè circular huts shown from thè
outside. It is ateo in this style that small stock play a
prominant role. All thè animate are somewhat styli-
zed, and coat marking, while varied, are generalized
(K: 420-1, 424-5). Some of thè cattle have a curious
wavy-line coat colour. This pattern is repeated in a
scene in which some important ceremony on event is
recorded (see fig. 2) (K: 426-7), thè symbolism of
which is obscure. The ceramics being used appear to
be doublé pots, i.e. large ones with a saw-tooth and
impressed decoration whose rim is enclosed by a
smaller, undecorated pot upside down and acting as
a lid. Leather bags are shown (K: 418-20) with looped
decoration.
Even thè humans of this «white-face» style can be
sub-divided into possibly three separate, but similar
social groups on thè basis of hair style and clothing.
Ateo thè artistic form shows thè artists to be aestheti-
cally concemed with a degree of symmetry which can
NEW APPROACHES TO SAHARAN ROCK ART
469
Fig. 1 - Example of «white-face» style from Iheren, Tassili n’Ajjer (after Kuper, 1978).
Fig. 2 - «Fire ritual» from Uan Derbaouen, Tassili n’Ajjer (after Kuper, 1978).
be seen in thè repeated motif of cattle horns (K: 417)
and animals lined up together (K: 418-9, 424-5). Even
wild animals in one panel show an intermingling of
giraffe necks which underlines thè graceful move-
ment of these animals (K: 418-9). Another aspect of
this genre is thè tendency to allow thè animals to
focus on human activities (K: 424-5, 430-1), thus orde-
ring thè spatial layout of thè scenes (see fig. 1).
The recognisable activities in this style are: a lion
hunt (K: 430-1), movement of camps (K: 418-9, 428)
and re-erection of huts (K: 418-9, 431), possible tribu-
te to leaders or holy men (K: 424-5, 430) and ritual
ceremonies (K: 429), as well as a broad range of pa-
storal activities, e.g. tying up thè animals (K: 429-30)
and watering of stock (K: 418).
The second style can be called thè «black-faced»
style which is somewat different in form and content
from thè previous one. Here thè cattle are stili thè
dominant element, but thè humans all have dark
skin (K: 422-3, 427; La: 116-132). A range of hair sty-
470
ANDREW B. SMITH
les can be identifìed (K: 232), and white body paint is
occasionali found. The scenes with huts, as noted
above, are of pian form and a distinct type is repeated
in a number of cases: an ovai shape with a door
which closes on thè inside (La: 120-121, 123, 130-1; K:
299) and occasionali pots and other domestic accou-
trements can be seen (K: 299; La: 123). In this style
thè cattle are often portrayed very realistically, with
great attention paid to coat colours (La: 107, 119-21;
K: 228). The detail of human faces, always in profile,
show strong black African facial characteristics (La:
116, 126, 147-8, 170), but even here there are varia-
tions, not only in facial structure (e.g. La: 119), but in
hair design or head covering (K: 232; La: 119, 125-7,
140, 142, 144-5, 149-50, etc.). In this «black-face» style
we see even greater variability in thè cultural details,
suggesting many more social groups than in thè
«white-face» style.
Social activities which can be recognised are: rai-
ding scenes (La: 160-1), domestic camp scenes (La:
120:1, 130-1; K: 427), scenes of generai pastoral activi-
ty (La 119; K: 229, 422-3; Hampaté Ba & Dieterlen,
1966: piate Vili: D). Other activities are more obscu-
re and are probably of a ritualistic nature, to be di-
scussed below (e.g. K: 422-3; Hampaté Ba & Dieter¬
len, 1961: plates A & B; Lhote, 1966: plates I & IV).
The geographical overlap between these two ma¬
jor styles of «bovidien» art indicates a broad usage of
thè Central Sahara by various herding groups during
thè pastoral period which occured between 6500 and
4000 B.P. (Smith, 1980; 1984). The early dating of this
art from thè Acacus Mountains is confìrmed by Mori
(1965) who managed to refit a piece of a broken panel
found in thè deposit below thè painting at Uan Mu-
huggiag. He obtained a terminus post quem date of
4730 ± 310 B.P.
WHO WERE THE PASTORALIST OF THE CENTRAL SAHARA?
The paintings of thè «bovidien» period indicate
two quite distinct cultural groups, that might be
equated with different physical types. Chamla (1968)
examined skeletal material from 30 Neolithic sites
which gave her a sample of 58 fragmentary indivi¬
duate. Only eight of these specimens had facial bones
surviving which could be adequately reconstructed,
but from this small sample she was able to suggest
that she had at least two different human popula-
tions represented: 5 “negroid” skeletons; 2 “undiffe-
rentiated” skeletons; and one “mediterranoid” skele¬
ton. Her problem was that she had very few dates, so
was unable to provide an adequate chronology.
More recent work by Dutour (1986, Dutour & Pe-
tit-Maire, 1983) with radiocarbon controte indicated
two separate periods. The earlier period of between
8500 and 7000 B.P. had skeletal material which was
very robust from thè area of Hassi-el-Abiod, near
Araouane, north of Timbuctou. This population Du¬
tour equates with thè skeletal remains from E1
Mechta and he labels it “mechtoid”. The second
group of skeletons, dated to between 5000 and 4000
B.P., from thè northern regions of thè study area at
Erg Ine-Sakane and Tagnout-Chaggeret, are identi-
fied as “proto-mediterranean”. There is some disa¬
greement between thè two studies. Dutour and Petit-
Maire (op. cit.: 292) would link thè Karkarichinkat
and Tin Lalou specimens (called “negroid” by Chamla,
op. cit.: 83) with a «morphologie cromagnoì'de des
Capsiens d’Afrique du Nord, plutòt que celle, méla-
no-africaine, de l’homme d’Asselar à peu près leur
contemporain» (Dutour & Petit-Maire, op. cit.: 292).
These would therefore be included in their proto-
mediterranean types, while accepting thè Asselar
skeleton as something different. The robust skele¬
tons in thè Dutour sample are suggested as being si-
milar to those from thè Nubian cemetaries at Djebel
Sahaba and Wadi Halfa, which would be African po-
pulations.
From these two studies we can make some generai
comments about thè human populations of thè Sa¬
hara c. 8500-4000 B.P., i.e. thè period of two successi¬
ve lacustrine events in thè Central Sahara which
ameliorated conditions and permitted human occu-
pation. It would seem that an older, robust African
population existed at thè earlier time period in thè
lake regions of Hassi-el-Abiod, Tamaya Mellet and
Lake Chad. The stone tool industry from thè area
north of Timbuctou is called «Néolithique ancien»
(Raimbault, 1983: 339) and dated to 8450 ± 60 and
6970 ± 130 B.P. (Dutour & Petit-Maire, op. cit.: 278-
9). From thè typology of thè microlithic stone tools I
would associate this occupation with thè pre-pastoral
phase at Adrar Bous (Smith, 1976) and at Tagalagal
(Roset, 1982), all sites producing pottery.
In thè later pastoral period we have two quite di¬
stinct populations: l)“negroid” typified by thè Asse¬
lar skeleton and 2) a “proto-mediterranean” seen in
thè Ine-Sakane, Tagnout-Chaggeret, Karkarichinkat,
etc. skeletons. Since thè Tilemsi Valley had both
“negroid” and “proto-mediterranean” populations,
we might suggest different social groups occupied
thè Central Sahara with their livestock during thè
period 6000-4500 B.P., and thè Tilemsi was thè
southern waterway from thè Sahara, important for all
thè pastoral people of thè Sahara moving southward
with thè increasing desiccation c. 4000 B.P. (Smith,
1979).
SAHARAN ROCK PAINTING WITH COMMENTARY
Hodder (1986) has suggested that material culture
can be “read” on thè assumption that «there are so¬
me very simple rules underlying all languages . . . un-
derlying thè ways in which Homo sapiens at all times
and in all places gives meaning to things» (Ibid: 123).
This has been more explicitly stated for rock art by
Davis (1984). Thus if thè rules are understood thè vi¬
sual image can be a narrative which can be read by
those who recognise thè symbols. So compressed is
thè image that it can be a metaphor for a wide range
of layered meanings, and these symbols can, in tum,
play a part in thè structuring of society (Hodder, op.
cit.: 121).
Interpretation of cultural material can only be achie-
ved by identifying thè meaning content through ab-
straction of thè symbolic functions (Ibid).
NEW APPROACHES TO SAHARAN ROCK ART
471
Hampaté Ba & Dieterlen (1966: 143) suggest there
are two primary objectives in rock painting: 1) as an
archive for myths and their conservation for initia-
3- tion; 2) for ritual ends in themselves, as part of cere-
monies or sacrifìces. A third objective we can postu¬
late is that thè paintings are a metaphor for a reli-
gious or mystical experience, and while they also
achieve objective 1), and may be involved in 2), are
directly related to thè painter’s experience.
At its most basic level of abstraction material cul¬
ture can be simply thè list of objects excavated from
an archaeological site. In thè case of thè prehistoric
Saharan pastoralists this included stone tools, cera-
mics and some items of personal adornment, such as
beads and bracelets. Items that we can recognise in
thè rock art are ceramic vessels and necklaces. The
vessels shown in Kuper (op. cit. : 424) from Iheren
are large containers with a smaller inverted pot as a
lid. We excavated two vessels in similar association
at Adrar Bous in 1970. The lower vessel contained
Celtis seeds. The upper pot was decorated with a roc-
ker-stamped “saw-tooth” decoration (see Smith,
1980a: photo 18.8). A “saw-tooth” decoration is to be
seen on thè vessels in thè Iheren panel. At Adrar
Bous beads of stone and ostrich egg-shell were
found, but these were not common. An ivory brace-
let was thè only other item of personal decoration lo-
cated, other than thè stone arm-rings, which may ha-
ve been used as part of fìghting equipment. From thè
; faunal remains, thè archaeological record of thè Cen¬
tral Sahara has produced adequate samples of dome-
stic cattle and small stock to be certain that many, if
not all, of thè people living at this period (6000-4500
B.P.) were practising a pastoral way of life (see Carter
& Clark, 1976; Smith, 1980b).
At a higher level of abstraction we can refer to thè
seminai work of Lewis-Williams (1981) where rea-
ding of thè ethnographic record has offered new in-
| sights into thè meaning of southern African rock art.
Metaphor and thè Trance Hypothesis
Among thè San of thè Kalahari there is a belief in
; intervention by people against disease and social ills.
Individuate are capable of «pulling sickness» by
being trained to control kia or trance which genera-
tes num or spiritual energy (Katz, 1982). While in
trance thè healer enters a state of altered consciou-
sness where he or she is capable of «out-of-body tra-
vel», sometimes changing into an animai form. Le¬
wis-Williams (1981b) has been able to show that ma¬
ny of thè images in Southern African rock art are me-
taphors for thè trance state, and thè symbols repre-
sent depiction of healers in thè state of altered con-
sciousness. The images are not all naturalistic, and
those which are become transformed into fantastic
creatures.
Work on changes in consciousness has focussed
on thè universal experience of hallucinations. Some
of these may be drug-induced, others attained by ri¬
tual dancing and music, meditation or sensory depri-
vation for periods of time. Regardless of how this is
achieved, during thè early stage of hallucination the¬
re appears to be a common response in thè human
mind where thè individuai sees a limited number of
forms. These «form constants» (Siegei & Jarvik 1975)
comprise moving geometrie shapes, curves, lattices,
tunnels, spirate, etc. of intense colours. With prolon-
ged hallucination resulting from increased drug do-
sage or intensified dancing, thè person will enter a
second stage of imagery of a much more complex na¬
ture. This can include naturalistic or recognisable
imagery, such as faces, people, landscapes, animate,
etc. (Siegei & Jarvik, 1975: Tauber & Green, 1959:
Ludwing, 1968). Untrained observers have some dif-
fìculty remembering what they see, being too invol¬
ved with thè experience to try to memorize what is
flashing across their mind. Trained obeservers, in
contrast, can give accurate details of their visual ex-
periences.
Going back to thè San healers, we fìnd that only
people experienced with kia can control it and are
therefore capable of «pulling sickness». These indivi¬
duate are thè ones who can remember thè details of
their other-worldly experience and can teli about it
(Lee, 1968). One old woman, considered to be a par-
ticularly powerful healer describes thè abilities of her
husband and other men in her band as capable of
«hunting as lions, searching for people to kill...
when a healer changes into a lion, only other healers
can see him» (Katz, op. cit.: 227). The imagery on thè
rock walls shows animal-headed creatures, as well as
scenes of people, some dancing, others in postures
which can be interpreted as trance, e.g. arms back-
wards or thè body bent forward leaning on sticks,
and bleeding from thè nose. All of this is recognisa¬
ble in thè trance dance of thè San.
Many of thè paintings have form constants over-
lain by naturalistic images, such as antelope or giraf¬
fe superimposed or interwoven with thè geometrie
forms (see Pager, 1975: 68 for pictures from Zimbab¬
we; Lewis-Williams, 1983b: piate 39 for pictures from
Namibia). The form constants themselves can beco¬
me recognisable images, for example thè so-called
tectiform shapes (Cooke, 1969) becoming parts of a
bee-hive (Pager, 1974; Summers, 1959: piate 31) or
granite boulders (Summers, 1959: piate 29).
Saharan Rock Art
Turning to thè Saharan paintings to see if any of
thè universal forms that humans experience have
been depicted, we fmd tectiforms, similar to those
from Zimbabwe mentioned above, have been recor-
ded from thè Central Sahara ( see fig. 3) (Lhote, 1959:
fìg. 46; 1966: piate IV: 11, 12; see ateo Striedter, 1984:
fìg. 130). These particular form constants could be
equated with thè experience of an experimental sub-
ject who reported that «his mind seemed to be a ball
of cotton wool floating above his body» (Tauber &
Green, 1959: 102). Other elements in thè panel are le-
gless humans in a long row, and cattle. Legless crea¬
tures are reasonably common in Southern African
art, e.g. humans (Lewis-Williams, 1983b: piate 52),
animate (Vinnicombe, 1976: fìg. 213), and a long line
of repeated individuate is reminiscent of another ex¬
perimental subject where «a progression of squirrels
with sacks over their shoulders was seen marching
across a snowfìeld» (Tauber & Green, op. cit.: 101).
Other form constants are thè zigzag lines descri-
bed by Maggs & Sealy (1983) from South Africa. Pu-
blished examples from thè Sahara can be found in
Lajoux (1977: 152) (fìg. 4), but unfortunately, these can-
not be directly associated with any particular period of
472
ANDREW B. SMITH
Fig. 3 - Tectiforms and cattle from Tin Tazarift, Tassili n’Ajjer (after Lhote, 1959).
Fig. 4 - Form constants from Tahilahi, Tassili n’Ajjer (after
Lajoux, 1977).
thè paintings. Similarly, thè elongated human fìgures
common in trance imagery in Southern Africa are to
be found in thè Sahara (Lhote, 1959: piate 25). Alt-
hough these are just mentioned here to strengthen
thè idea of thè possibility of trance possession
playing a role in thè creation of Saharan rock art, we
fmd in thè ethnographic record that spirit possession
exists among thè nomadic Fulani of thè Sahel, indu-
ced by a stringed instrument and drums (St. Croix,
1945: 56). Among devotees possession becomes hy-
sterical frenzy and thè spirit is said to “escape” by
sneezing (Ibid: 56-57).
Islamicisation of thè Fulani varies considerably
from area to area. Beneath this veneer, however,
among thè pastoral Fulani stili exists a core of spirit
beliefs which pre-date thè spread of Islam. Spirits,
for instance, live in baobab and tamarind trees
(St. Croix, op. cit.: 54). The baobab has a divinatory
character and thè tamarind is a Symbol of life and re-
surrection, so used in medicai practise (Hampaté Ba
& Dieterlen, 1961: 34). This dose attachmant to thè
world of spirits can be seen in thè words of thè Fula¬
ni poet who says: «mes vaches . . . leur pare est mai¬
son de Djinns» (Sow, 1966: 311).
Traditionally initiation of Fulani men into thè
world of spirits is a long and detailed process broken
up into 33 successive levels. The initiate has to pre¬
pare himself for this by fulfìlling certain obligations
between thè ages of 14 to 21, so patience and perseve-
rance are qualities which are closely monitored. An
important part of this training is thè therapeutic pro-
perties of plants for use by humans and benefit of thè
herds. Divination plays a signifìcant role in thè lives
of thè Fulani, and even acceptance of a novice for
initiation is dependent upon how a selected herd di-
splaces itself around thè kraal (pare) once it is retur-
ned by thè postulant, i.e. thè Fulani say thè herd
chooses thè potential initiate.
The different levels of initiation raise thè conciou-
sness of thè initiate and his ability to intervene with
thè spirit world. «Le postulant doit penetrer successi-
vement dans douze “clairières” qui symbolisent, sur
un premier pian, l’année et ses douze mois, sur un
autre pian, son deplacement sur un terrain ou il re-
contre, enpassant d’une clairière à l’autre, les perso-
nalités mythiques qui doivent l’enseinger» (Hampaté
Ba & Dieterlen, 1961: 29) The initiate also Comes into
contact with wild animals which are symbols of thè
forces they must deal with, as well as thè main vege-
tation types important to a pastoralist. The initiate
thus passes from thè disorganised world of men (thè
camp of his family), to thè ordered world of God (thè
world of thè herdsman) (Ibid: 30).
Ritual behaviour similar to that of thè modern Fu¬
lani has been suggested from paintings recorded in
thè Tassili. One specific painting of cattle being pas-
sed through a brush “gate” (Lhote, 1966: piate 1, 2)
(fig. 5) is interpreted by Hampaté Ba & Dieterlen (1961;
1966) as part of thè lotori ceremony of thè Fulani, ma-
ny of thè motifs are reminiscent of San imagery, par-
ticularly thè lines connecting various participants in
thè ceremony, which in thè South African paintings
are suggested by Lewis-Williams (1981: 12) as trance
NEW APPROACHES TO SAHARAN ROCK ART
473
Fig. 5 - Cattle «cleansing ritual» from Uan Derbaouen, Tassili n’Ajjer (after Lhote, 1966).
symbols depicting «trancers . . . joined to animai me-
taphors by thè redlines» transcending thè world of
«ordinary people» to be able to heal. The lotori cere-
mony is a purification rite, and from thè symbolism
depicted, in thè past this may have involved trance
situations or possession States resulting in thè image-
ry seen on Saharan rock walls. Many other paintings
evoke trance imagery, e.g. thè two-headed snakes
(Lhote, 1966: 20), cattle (Ibid: piate 3: 9, piate 1: 5;
Hampaté Ba & Dieterlen, op. cit. piate 9: F), and gi-
raffes (Ibid: piate 4: 10).
The idea of purification by passing through brusii
fences is not confined to thè Fulani. Another pasto-
ral group, thè Jie of Uganda, practise this for people
under threat of smallpox or repeated deaths in an
area (Gulliver & Gulliver, 1953: 49).
The association of cattle with potential trance ima¬
gery, only reinforces thè importance of these animals
in ritual activity. This is no great revelation, as thè
depictions of cattle, so meticulously carried out, par-
ticularly those of thè “black-face” style, show great
detail of coat colour and horn shape. These are well-
known elements among both East and West African
pastoralists today, as Evan-Pritchard (1940: figs 8 & 9;
1956: piate XIII) has shown for thè Nuer, Dyson-
Hudson (1966: fig. 16) for thè Karomojong, and St.
Croix (1945: 36-7) for thè Fulani.
In spite of thè tenuous connection which may
exist between thè depictions on thè rock walls of thè
Sahara and thè pastoralists of West Africa today, the-
re are stili a number of other parallels which, while
not at thè “deep level” of magico-religious beliefs, in¬
dicate a possible relationship. One of these is thè
camp lay-out which Lhote (1976: piate 41) (fig. 6) re-
produced from Station Tissoukai (see Lhote, 1984:
87). In this splendid painting one sees thè camp sepa-
rated by thè calf-rope, with thè huts on one side and
thè herds on thè other. The calf-rope is an important
symbol in separating male from female elements in
Fulani society, as laid out in thè sketches of Stenning
(1959: 106) and Dupire (1962: 158). «It is a rope, and
therefore is made by men; it is connected with cattle
and is therefore provided by thè cattle-owning group
of which thè husband is a member. Of all thè many
kinds of rope used by Pastoral Fulani it is thè only
one made of cowhide» (Stenning, op. cit.: 123).
Another symbol, this time of female activities and
thè marriage, is that of thè kaakul or thè calabashes a
woman is given at marriage which are displayed on a
raised bench when setting up camp, or in thè back of
thè shelter once thè camp has been set up (see thè
sketch above, Dupire, op. cit.: 158). A similar display
is to be seen in thè painting from Tissoukai in thè
Tassili (Kuper, 1978: 426-7) (fig. 7), where thè cattle
once again are on one side and thè female figures
on thè other.
Pastoralists in North Africa
If thè “black-face” people can be equated with
black African herdsmen, like thè Fulani, who were
thè “white-face” people in thè rock paintings? The
skeletal data above suggest these may have been thè
“proto-mediterraneans” and one must look to thè hi-
story and ethnography of North Africa to find analo-
gues. Some of thè paintings indicate, not only was
thè skin fair, but so apparently was thè hair (e.g. K:
435-7; 440-2). In his study of thè people of thè Rif,
Coon (1931: 22) refers to stories of thè Mashausha as
a tribe of westerners and “blond” (see also Bates,
1914: 39-40). References to “long-haired” people ca¬
rne from Herodotus (Book IV). These “Libyan” peo¬
ple varied culturally, although all had domestic
stock. The interior groups migrated seasonally from
thè Coastal strip to thè hinterland with their ani¬
mals. They could be distinguished from each other,
among other things, by thè way they cut or fixed
their hair.
Libyan men wore a cloak of leather, often highly
decorated. Tatooing of thè skin was also practised by
men (Bates, op. cit.: frontispiece and piate III), as
474
ANDREW B. SMITH
Fig. 6 - «Calf rope» separating male from female camp activities from TissoukaT, Tassili n’Ajjer (after Lhote, 1984).
Fig. 7 - «Kaakul display» from Tissoukaì', Tassili n’Ajjer (after Kuper, 1978).
seen in thè Saharan paintings (K: 426, 430). There is
thè suggestion that this was only to be found among
thè noble castes or people with power. Not all thè
humans in thè Saharan paintings have body mar-
kings and those which do seem to be playing a cen¬
trai role in thè activities depicted (e.g. K: 426, 430).
The dress of thè Libyan women would be similar
to that seen in thè Tassili paintings from Iheren (K:
NEW APPROACHES TO SAHARAN ROCK ART
475
418-9, 424-5, 429, 430-1), Uan Derbaouen (Ibid: 427)
and Uan Amil in thè Acacus (Ibid: 234-5) descri-
bed by Herodotus (IV: 189) as being of leather with
leather thongs: «The Libyan women wear over their
dress goat skins stript of hair, fringed at their edges,
and coloured with vermilion». Today thè leather
work of thè Tuareg would not be out of place in sudi
a description (see Nicolaisen, 1963).
Portable mat huts seen in thè Saharan paintings
would be similar to thè description by Herodotus
who says those of thè Libyans were of compacted
«asphodel stocks inwoven around wattles» (How &
Wells, 1950, Voi. 1: 365).
In trying to estimate thè various groups mentio-
ned in Herodotus, Law (1967: 183) would have one
group, thè Atarantes, living as far south as thè Tassili
n’Ajjer.
These, then, would be thè closest one could get to
thè “proto-mediterraneans” seen in thè skeletal ma¬
terial from thè Sahara. To try to understand thè be-
lief systems that probably underlay thè paintings of
thè Central Sahara is a difficult task, not only becau-
se of thè time gap, but also because thè descendents
of thè ancient Libyans, thè Berbers of North Africa
have all become Islamicised. As we know, however,
that Islam was imposed on top of Berber beliefs, we
can look for any clues that remnant beliefs of pre-
Islamic origin might survive, just as we have tried to
do with thè Fulani above.
The attempt by Bates (1914) to make some sense
out of thè disparate fragments of information on thè
religious beliefs of thè Libyans comes from Egyptian
and later Greek pantheistic sources. As Bates him-
self notes (Ibid: 210): «only records of their conflicts
with more civilized peoples, made by hostile anna-
lists, survive». Much of thè information gathered
may therefore relate to those people strongly in-
fluenced by thè Nile Valley Civilisation. Perhaps bet-
ter clues to thè pre-Islamic beliefs of North Africans
can come from thè information on Berber religions.
One sociological thread which continually crops up
is thè important place of women in Berber society
(Ibid: 113-4), including thè originai inhabitants of thè
Canary Islands where a class of sacred women were
capable of giving sanctuary and had a considerable
role to play in politicai life (Hooton, 1925: 48). In fact
some authors go as far as suggesting an earlier pre-
Islamic matriarchate existed among Berber people
(Bates, op. cit.: 111-2). This same trend of women’s
importance in Berber society has continued among
thè Tuareg, where today older women are often de-
ferred to, especially among thè noble caste of Imma-
geren. It is noticeable how often women are por-
trayed centrally in thè “white-face” style of painting
(e.g. K: 417-20, 424-5, 427, 429-31).
Among thè Berbers of thè Mahgreb are prevalent
beliefs in thè power of individuate to perform mira-
cles. These “saints” or Igurramen are said to possess
baraka, and derive their mystical power from divine
meditation. This includes thè ability of direct flight
without mechanical means over long distances (Gell-
ner, 1969: 79). The people most esteemed as having
baraka come from thè noble families who claim de-
scent from thè Prophet to thè shereefs through thè
male line of his daughter Fatima (Westermark, 1926:
36). Thus there is a strong Islamic influence which
cannot be totally discounted, but thè idea of baraka
and thè widespread belief in saints is probably of pre-
Islamic origin (Ibid: 378). In Islam effigies of humans
are not permitted. Therefore equating thè rock art of
thè Sahara with pre-Islamic Berber beliefs means
there are no modern analogues. The idea of shrines
of holy men is almost certainly an Islamic manifesta-
tion. Jinn (Djinn) or evil spirits can possess a person.
This results in disease or convulsions, like epidemie
fits (Ibid: 271, 276). The difference between this spi-
rit possession and that found in black Africa is that
thè person does not act out thè part of thè Jinn. In
other words, among thè Berbers there is assumed to
be a causai relationship between sickness and evil
spirits, but not thè spirit «taking over» thè indivi¬
duai. In this case we would not expect to find thè
universal form constants of hallucinogenatory na¬
ture among thè Berbers. An example of this can be
seen in figure 2 which may represent specialists
among early Berbers «who followed their ancient
cults of worshipping thè forces of nature. The
Arabs called them madjus, i.e. “fire-worshippers”»
(Monès, 1988: 229).
The Saharan rock art of thè “white-face” style is
certainly much more narrative than of thè “black-fa-
ce” style, even when describing some important my¬
stical experience (K: 426-7). Other panels, while not
explicit, suggest preparation for sacrifìce, such as at
naming ceremonies (K: 430), or tribute to important
people (K: 424, 430).
SUMMARY AND CONCLUSIONS
The complexity of even this one genre of paintings
of thè “bovidien” period in thè Saharan rock art must
be obvious by now. This naturalistic art has been
divided into two separate styles on thè basis of per-
ceived racial distinctions in thè humans depicted.
Attempt has been made to show that even without
archaeological, physical anthropological or sociologi¬
cal commentary a significant number of attribu-
tes other than racial ones could be identified which
equally suggested that there were two quite separa¬
te styles. These included thè dress and hair styles
of thè humans, thè way thè animate were drawn,
and even thè way thè activities on thè panels were
laid out.
The basic and lowest level of abstraction in thè
commentary was to relate some of thè features iden¬
tified on thè panels to material excavated from ar¬
chaeological sites in thè Central Sahara showing evi-
dence of pastoralism between 6500 and 4500 B.P.
The number of items were minimal, and restricted to
ceramics and items of personal decoration, since
much of thè material culture of these nomadic her-
ders was of perishable material, such as leather and
woven fìbres.
Some clues to physical difference within thè Sa¬
haran populations were to be found in thè skeletal
material of this period. This indicated both black
African and “proto-mediterranean” peoples. Whet-
her these were contemporary in thè same area has
yet to be fully explored, as thè number of analyzed
and dated skeletons is stili far too small to make any
reai statement.
476
ANDREW B. SMITH
The next level of abstraction was to try to find eth-
nographic analogues for these different populations,
and here thè identity of black herding groups with a
major pastoral people of West Africa, thè Fulani,
originally suggested by Hampaté Ba & Dieterlen
(1961) was examined. In spite of thè time distance
between modern Fulani and thè Saharan paintings
thè degree of fit is too good to be ignored or discar-
ded out of hand, as it is by Vansina (1984). While thè
details of Fulani ritual behaviour can only be glimp-
sed in outline in thè paintings, it is suggested here
that spirit possession may have been an important
underlying force behind thè depictions, and thè mo-
tive for thè paintings, similar to that of thè San in
Southern Africa, was a metaphor for thè trance expe-
rience, and a powerful expression of thè trancer’s
contact with “non-ordinary” reality. Among thè Fu¬
lani only trained initiates can participate at thè dee-
pest level in ritual behaviour. These are thè people
most likely to have been thè artists capable of seeing
thè cattle as metaphorical intermediaries between
man and thè spirit world, which is shown in thè rat-
her special painting in Lhote (1966: piate IV: 10) and
Hampaté Ba & Dieterlen (1961: piate B: 2) (Fig. 8).
The rich detail in thè “white-face” style which was
equated with thè Berber people of North Africa, sug-
gests a slightly different emphasis to thè material de-
picted, but this stili represents a metaphorical ex¬
pression of ritual values and experience. In this case
thè social structure of Berber society, although eco-
nomically similar to thè Fulani, is quite different,
being a highly structured hierarchical socety with fa-
milies of religious specialists who take care of spiri¬
tual needs. The role of women in this society is en-
hanced so that those with baraka or special mystical
power can be of both sexes.
To conclude, I would suggest thè major difference
underlying thè two art styles is in thè motivation be¬
hind thè art. The “black-face” style has a stronger
suggestion of trance experience and thus would con-
form to my third objective mentioned above: thè
. paintings were a metaphor for thè trance experience.
In contrast, thè narrative “white-face” style is more
likely to conform to Hampaté Ba & Dieterlen’s fìrst
objective: an archive of myths preserved for initiates.
The two approaches used to analyze thè rock art,
with and without commentary, allow us to see socio-
logical information without interpreting it. Thus thè
paintings contain information that can be used by ar-
chaeologists. By adding an ethnographic commenta¬
ry we approach thè deep-meaning of thè paintings,
but even with thè time separation between thè pre-
sent and thè period thè paintings were done we can
get a glimpse at thè importance of these depictions in
thè beliefs of thè people which go far beyond thè pu-
rely narrative.
Fig. 8 - «Initiation ceremony» from Tissoukai', Tassili n’Ajjer (after Hampaté Ba & Dieterlen, 1961).
NEW APPROACHES TO SAHARAN ROCK ART
477
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ANDREW B. SMITH
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Private Bag Rondebosch - 7700 SOUTH AFRICA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Francois Soleilhavoup
Paléoenvironnements Sahariens et Ethnocultures:
données nouvelles au Sud de l’Ahaggar (Algérie)
Résumé — Plusieurs voyages dans la zone Sud de l’Ahaggar, depuis les années 1980, ont permis de découvrir de vastes
paléoenvironnements lacustres et palustres où de nombreux indices attestent une assez forte densité de peuplement au
cours du Néolithique et pendant la Protohistoire.
Un réseau hydrographique dense, tributaire de grands oueds descendant du massif de l’Ahaggar (oueds Ti-n-Amzi,
Zàzir, Ti-n-Tarabine, etc. ...) a irrigué pendant les phases humides du Néolithique le grand are tassilien développé de part
et d’autre du 20° de latitude Nord (tassilis de Ti-n-Reroh, de Oua-n-Amidi, de Oua-n-Amarakan, . . .)• Un véritable chapelet
de paléolacs explique dans cette région l’abondance des vestiges matériels et de l’art rupestre. Toute la séquence chrono-
culturelle du Sahara Central s’y retrouve: gravures anciennes des chasseurs, gravures et peintures des pasteurs «bovi-
diens», puis des éleveurs nomades paléoberbères et islamo-berbères.
Certains sites de cette zone saharo-sahélienne (Oua-n-Rechla, Oua-n-Chems) constituent d’authentiques centres pa-
léoculturels, lieux de convergence et de concentrations des courants africains et méditerranéens de civilisations. Une gran¬
de cavité rassemble une remarquable quantité de peintures de toutes les époques, les seules du secteur. Une autre cavité
recèle des gravures d’un style originai, datées par le radio-Carbone 14 du 7ème Millénaire avant nos jours. Un couloir
rocheux possède des gravures paléoberbères qui nous éclairent sur la symbolique de ces ancètres des actuels touaregs,
etc. . . . Toutes ces découvertes permettent de considérer que les territoires au Sud du Hoggar ont joué un ròle majeur dans
la Préhistoire et dans la Protohistoire du Sahara Central et Méridional.
Abstract — Since thè eighties, several travels in thè south of thè Ahaggar massif have provided us with thè opportunity
of discovering large paleoenvironments in lake and swamp areas, where lots of signs show thè evidence of a fairly impor-
tant population having lived there during thè neolithic and protohistoric periods.
A dense hydrographic network, tributary of thè large wadis running down from thè Ahaggar (Oued Ti-n-Amzi, Oued
Zàzir, Oued Ti-n-Tarabine, etc....), has irrigated thè vast Tassilian are (formed by thè Ti-n-Reroh, Oua-Amidi, Oua-n-
Amarakan Tassilis) extending on both sides of thè 20 th north parallel during thè wet neolithic periods. A reai string of pa-
leolakes explains why rock art and material remnants are so abundant. The whole chronocultural sequence of thè Central
Sahara can be seen there: thè former engravings of thè hunters, then thè engravings and thè paintings made during thè
pastoral period, and later on by thè nomadic paleoberber and islamo-berber cattle-breeders.
Some sites of that Saharo-Sahelian zone (Oua-n-Rechla, Oua-n-Chems) represent authentic paleocultural centers,
places where African and Mediterranean currents converge and concentrate. In a huge cavity, an outstanding amount of
paintings of every epoch are gathered. Another one encloses engravings in an originai style dating back to thè 7 th mille-
nary according to thè radiocarbon dating. In a rocky corridor some paleoberber engravings give us a lot of informations
about those remote ancestors of thè Touaregs living nowadays.
All those discoveries entitle us to think that thè Southern Ahaggar territories have played major part in thè Central
and Southern Sahara Prehistory and Protohistory.
INTRODUCTION
Pour les Européens, les débuts et les progrès de la
connaissance scientifique de la Préhistoire Nord-
Africaine et Saharienne sont liés à la période colo¬
niale. Pour les Francis, la première identification de
l’Art Rupestre — la première au monde —, a été faite
en Algérie, dans les Monts de l’Atlas Saharien, près
de l’oasis de Tiout, en 1847, 17 ans après le début de
la colonisation, 32 ans avant la découverte de l’Art
des Cavernes à Altamira (Espagne).
Après la longue et douloureuse guerre d’indépen-
dance, une coopération techno-économique, scienti-
fique et culturelle s’est développée, à partir de 1962,
entre l’Algérie et la France.
Malgré les vicissitudes de l’Histoire entre l’Europe
et l’Afrique, il ne semble pas que l’évolution des
idées dans le domaine des Sciences préhistoriques,
notamment celles appliquées à l’art rupestre, ait trop
souffert, pour l’Algérie et le Sahara, de l’eurocen-
trisme qui a caractérisé le contexte géopolitique co-
lonial, de fat^on explicite ou implicite. Quelle que
soit d’ailleurs l’opinion qu’on se fasse sur les modes
d’acquisition des connaissances ethnopréhistoriques
et sur les utilisations politiques qui ont pu en ètre fai-
tes, les recherches actuelles utilisent toujours, dans
leurs grandes lignes, les acquis et le cadre chronolo-
gique élaborés durant plus d’un siècle de découver¬
tes et d’études parfois magistrales.
Tant pour les paléoenvironnements géoclimati-
ques du Quaternaire que pour le contexte archéolo-
gique et l’art rupestre, l’affmement des méthodes, la
multiplication des travaux ponctuels, — souvent par
des amateurs avertis —, des monographies régiona-
les, des synthèses partielles ainsi que le nombre
croissant des datations absolues, permettent de dis-
poser pour l’ensemble du sub-continent Nord-Afri-
sain d’une structure solide et cohérente dans laquel-
le toute nouvelle découverte peut ètre replacée.
C’est ainsi que les zones archéologiques du Sahara
méridional que nous explorons depuis 1987 et dont
l’art rupestre fait l’objet principal de cette commu-
nication, s’inscrivent dans le contexte chrono-sty-
listique général des peintures et des gravures saha-
riennes.
Très schématiquement, on peut résumer l’évo-
lution palethnologique du Sahara centrai et méridio¬
nal de la fa?on suivante:
480
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
1) La période préhistorique de l’art débute peut-ètre
à la fin du Paléolithique supérieur (= épipaléolithi-
que, vers 10000 ans B.P.; Before Present = avant l’ac-
tuel) et certainement au Néolithique inférieur, vers
9000-8000 ans B.P. Les populations sont africaines
(groupes mélanodermes et négroì'des autochtones).
Très longtemps elles ont bénéfìcié de conditions cli-
matiques favorables permettant d’abord une écono-
mie de prédation (chasse, pèche, cueillette), ensuite,
vers 5000-4500 ans B.P., au Néolithique moyen, une
économie surtout pastorale pré-agricole. Les négroi-
des «soudanais» venant du Sud et les «Ethiopiens»
des auteurs antiques, originaires de l’Afrique de
l’Est, ascendants des Peuls actuels, se sont proba-
blement succédé et ont certainement coexisté
longtemps au centre et au sud du Sahara. La profu-
sion et la qualité de leurs peintures et gravures rupes-
tres attestent partout des modes de vie en parfaite
adéquation avec l’évolution climatique depuis l’opti¬
mum humide jusqu’aux débuts de l’assèchement du
Sahara.
2) La Protohistoire et l’Histoire Antique sont carac-
térisées par d’importants mouvements de popula¬
tions, depuis 3500-3000 ans B.P. jusqu’à la conquète
Arabe, vers le 8ème siècle après J.C.
— Les premiers immigrants paléoberbères d’origine
méditerranéenne (populations équidiennes) enva-
hissent les massifs centraux du Sahara (Ahaggar et sa
couronne de tassilis; Air; Adrar des Iforas, . . .). Ces
groupes belliqueux d’éleveurs de chevaux, venus du
Nord-Est (Libye) et du Nord (Maghreb), ont lente-
ment, continument, par vagues successives, dominé
les populations négroides et hamitiques autochto¬
nes. Ils ont apportò une tradition et une socio-cultu¬
re très différentes, en partie reflétées par leurs mani-
festations rupestres: chars tirés par deux chevaux (ra-
rement quatre), chevaux avec ou sans cavaliers, guer-
riers. Les descendants, dans le Sahara, de ces grou¬
pes ont été dénommés Garamantes par les historiens
antiques; ils introduisirent une écriture à graphies
consonantiques, d’usage mal commode, le libyque
ancien, dont l’origine linguistique reste énigmatique,
mais qui semblerait dériver d’un tronc commun cha-
mito-sémitique comprenant les langues sémitiques,
égyptiennes, couchitiques et berbères. L’écriture
touarègue actuelle, le Tifinagh, dérive très probable-
ment de la branche saharienne du vieux libyque Oc¬
cidental dont l’usage a depuis longtemps disparu par¬
tout ailleurs qu’au Sahara centrai.
— Les berbères du Nord descendent ensuite dans le
Sahara, un millénaire à peu près avant J.C. Ils utili-
sent le chameau (= dromadaire) dans un pays prati-
quement semblable à l’actuel. Ce sont les premiers
nomades, ancètres directs des Touaregs.
— Les invasions arabes, enfìn, à partir du 8ème
siècle de notre ère, sont à l’origine de l’islamisation
progressive des populations berbères.
Parce qu’il est surtout localisé dans des zones par-
mi les plus arides de notre planète, l’art rupestre sa-
harien témoigne plus qu’ailleurs des transformations
des milieux naturels. En outre, toujours par effet de
contraste, cet art surabondant, varié, anecdotique ou
bien chargé de mythes, nous laisse entrevoir, dans
une rare liberté d’expression, la vitalité, la richesse
culturelle et les préoccupations spirituelles des diffé¬
rentes sociétés qui l’ont produit pendant près de 10
millénaires. On y trouve en effet, superposées, rare-
ment compénétrées, à la fois des images de la vie ma¬
tèriche et les racines de l’ésotérisme des mondes
africains et méditerranéens.
LES SITES DE OUA-N-RECHLA ET DE OUA-N-CHEMS
La découverte de tout élément nouveau, mème
isolé, utile à la connaissance du Passò est toujours
une satisfaction. Quand il s’agit d’une région archéo-
logique entière, on peut parler d’un évènement! . . .
Jusqu’à ces dernières années, les vastes secteurs
au Sud-Ouest et au Sud de l’Ahaggar étaient restés
pratiquement inconnus des préhistoriens. Ce n’est
en effet qu’à partir des années 1980 que les premières
explorations des tassilis du Sud (fig. 1) furent enga-
gées par Yves Thiébaut et Mokhtar Zounga, respon-
sables respectivement de l’organisation fran9aise
«Raids et Méharées» et de l’Agence algérienne de
tourisme «Akar-Akar», basée à Tamanrasset et à
Djanet.
Entre 1980 et 1985, de nombreux indices d’occupa-
tions pré- et protohistoriques des sites avaient été dé-
jà relevés lors de plusieurs raids d’exploration vers le
Sud-Ouest, le long du Tassili de Ti-n-Reroh; ou bien,
en suivant la grande vallèe de l’Oued Ti-n-Amzi, vers
les tassilis Oua-n-Amarakan, au Sud, ou encore, en
remontant par l’Est, le long de la vallèe de l’Oued
Zàzir (Tassili Oua-n-Zounga). En mars et avril
1987 et en avril 1988, gràce à l’implantation de plu¬
sieurs camps de base permettant de multiplier les
reconnaissances en véhicules 4 X 4 et à pied, non
seulement sur des paléoenvironnements lacustres et
palustres Holocènes, mais aussi, avec un évident
rapport de causalité, sur une occupation humaine
très importante et continue depuis le début du
Néolithique, probablement mème depuis l’Epipa-
léolithique.
Les sites de Oua-n-Rechla et de Oua-n-Chems
(fig. 2), à plus de 450 kilomètres au Sud-Sud-Ouest
de Tamanrasset, sont inclus dans une aire d’environ
725 km2, entre 4°75'-5° de longitude Est et 19°45'-20°
de latitude Nord, dans l’extrème Sud du territoire al-
gérien. Ils appartiennent au grand ensemble des pla-
teaux de grès paléozoi'ques très démantelés par l’éro-
sion qui entourent le massif cristallin anté-cambrien
de l’Ahaggar (= Hoggar, en Arabe). Entre les puis-
sants massifs montagneux de l’Air, à l’Est (Niger) et
de l’Adrar des Iforas, à l’Ouest (Mali), ces morceaux
de plateaux sédimentaires (= tassilis en tamahaq, la
langue touarègue) ont ici une morphologie très ou-
verte. Parmi les innombrables pitons, buttes-té-
moins et chaos de blocs, de nombreux bas-fonds, dé-
pressions fermées et cuvettes topographiques ont été
alimentés en eau, au néolithique, notamment par
l’immense réseau hydrographique, actuellement
sub-fossile, qui irriguait le versant Sud de l’Ahaggar
(Oueds Ti-n-Amzi, Zàzir, Irerrer, Ti-n-Tarabi-
ne, ...). Il y a eu, à l’Holocène un véritable chapelet
de lacs d’eaux douces, de lagunes d’eaux saumàtres
et de marais: partout, la grande abondance de vesti-
ges d’activités humaines et de paléofaunes variées
l’atteste.
Plus particulièrement, le site de Oua-n-Rechla
(fig. 2), avec une dénivelée de 90 à 140 mètres entre
P ALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
481
Fig. 1 - Les tassilis au Sud de l’Ahaggar, d’après la Carte «Raids et Méharées» au 1 : 700000e établie par G. Morlet (1985),
sur le fond topographique Institut Géographique National. 1) Extrémité Nord du Tassili de Ti-n-Reroh; importante zone
rupestre, en voie d’exploration (voir fig. 66 à 71); 2) Grotte de la Khmeissa, en bordure orientale du Ti-n-Reroh; rupestres,
gisements néolithiques (fig. 66); 3) zone rupestre et archéologique du Tassili de Oua-n-Amidi (fig. 72); 4) secteur de Oua-n-
Rechla; 5) secteur de Oua-n-Chems; 6) paléoenvironnements lacustres et gisements néolithiques dans l’épandage Sud de
l’Oued Zàzir (cf. radiodatation, p. 26); 7) lieu-dit: «La Muraille Percée»; gisements néolithiques, gravures et peintures
rupestres; 8) lieu-dit: «La Grande Arche»; paléoenvironnements lacustres et palustres; gisements; art rupestre.
le fond de la dépression et le sommet des reliefs en-
vironnants, est un grand paléolac de forme ovalaire
d’à peu près 10 km de grand axe et 30 km de tour. Al-
luvionnée lors des épisodes paléoclimatiques humi-
des, par les crues des oueds Tamaheì'out et Oua-n-
Rechla venant du Nord-Est, cette vaste cuvette est
partiellement comblée de sédiments. Le secteur
Sud-Est, surtout, le moins ensablé par les dunes ré-
centes, montre de nombreux étalements d’industries
lithiques et céramiques, ou bien des concentrations
de campements préhistoriques avec foyers, jonchés
de matériels de chasse, de pèche, de broyage des
graines, etc. ...
Des restes squelettiques humains, dont plusieurs
tétes osseuses, ont été vus à l’affleurement en plu¬
sieurs points, sans inhumations apparentes, soit dans
des gisements néolithiques (au pied de la grande but-
te-témoin qui fut une véritable ile au Sud-Est du pa¬
léolac; cf. fig. 2) soit dans le sédiment des berges, à
proximité de tumuli pré-islamiques. L’étude anthro-
pologique et la datation au radiocarbone C 14 de ces
fossiles permettrait ultérieurement de les piacer dans
la chronologie d’occupation humaine de la région.
Mis à part les villages néolithiques de Mauritanie,
ceux du Dar Tichitt (A. Holl, 1989), où, pendant près
de deux millénaires (4000-2000 ans B.P.), des com-
munautés très organisées ont vécu dans de véritables
structures urbaines, les plus anciennes d’Afrique Oc¬
cidentale, on ne trouve guère au Sahara de témoins
matériels d’aménagements durables des lieux de vie,
ou bien des éléments construits ou fabriqués d’une
quelconque activité domestique.
En plusieurs endroits du site de Oua-n-Rechla, sur
des parois rocheuses verticales, des cellules ovalaires
de la surface patinée du grès ont été isolées par le
creusement d’une gorge assez profonde (fig. 3). En
dessous d’une de ces structures, au pied de la paroi,
on a trouvé les fragments d’une poterie entière, non
décorée, à fond rond (fig. 4). On peut imaginer ici un
ròle de «patère» à suspendre des objets, notamment
482
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Fig. 2 - Localisation des stations rupestres principales (triangles noirs) dans le tassili Oua-n-Amarakan (explorations de
1987 et 1988); OUA-N-RECHLA: 1) Grotte «Akar-Akar» (voir Fig. 2, 5, 6, 7, 46); 2) Secteur Nord-Ouest; gravures dispersées;
3 et 4) Secteur Nord-Est, gravures naturalistes de la faune sauvage (fig. 9 à 13); 5) Cavité des «Hommes Reptiles» (fig. 14
à 21); 6) Secteur Sud-Est; gravures dispersées. OUA-N-CHEMS: 7) Couloir méandriforme; gravures paléoberbères (fig. 52
à 60); 8) gravures en bas-relief (fig. 23); 9) gravures dispersées sur blocs et petites buttes-témoins, dans le paléomarécage
(fig. 24 à 31); 10) gravures surtout paléoberbères (fig. 47 à 51).
des poteries dans des filets. Dans un contexte du
néolithique humide, on peut aussi supposer que ces
structures pariétales, aménagées au bord du paléolac
ont pu servir à Famarrage d’embarcations. La ques-
tion reste ouverte de leur fonction réelle...
A Oua-n-Rechla, ainsi qu’à Oua-n-Chems, petit
massif tassilien situé à une trentaine de kilomètres
au Sud-Est du premier, ont été découvertes des ar-
matures en pointes pédonculées, taillées dans une si-
lexite d’importation (?), de couleur crème; elles sont
caractéristiques du faciès technologique Atérien
(= épipaléolithique: 15000 à 10000 ans B.P.).
A Oua-n-Chems, au bord d’un petit paléolac (ou
marécage), on a trouvé, parmi des meules mobilières
et des broyeurs néolithiques en grès, un couteau à la¬
me métallique et manche en bois, laissé par un no¬
made, il y a quelques années et dont la fabrication re¬
monte sans doute au début de ce siècle. Ailleurs,
c’est un peigne touareg à une dent (G. Camps, 1965)
utilisé par les femmes, au campement, pour partager
leur chevelure et faciliter le tressage.
Ces objets d’apparence modeste, rencontrés au ha-
sard des cheminements, apportent dèjà la preuve
d’une présence humaine continue, depuis plus de 10
millénaires, jusqu’à nos jours.
Un autre grand intérèt de la région explorée pro-
vient de Fassociation constante et toujours étroite de
ces vestiges anthropiques avec de multiples témoins
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
483
des paléoenvironnements climatiques humides. L’a-
bondance et la variété des macrorestes animaux, par
exemple, indique partout une forte densité de la fau¬
ne dans un paysage de savane humide, voire de forèt
claire, avec environ 1000 mm de précipitations an-
nuelles qui a lentement évolué vers une steppe boi-
sée puis herbeuse à courte saison humide (quelques
centaines de millimètres de pluies par an).
L’observation préliminaire des surfaces paléola-
custres et palustres avec souvent des réseaux polygo-
naux fossiles de dessication, a permis de reconnaitre
un ensemble de vertébrés terrestres et aquatiques
ainsi que de nombreux mollusques dont les caractè-
res biologiques d’habitats et de nutrition corroborent
parfaitement les données paléoclimatiques acquises
ailleurs, notamment au Mali et au Tchad (cf. Biblio-
graphie): des artiodactyles (phacochères, hippopota-
mes: plusieurs dents), des bovidés (fragments d’os
longs et dents de Syncerus caffer ), des vertèbres et
plaques dermiques, parfois en connexion, de croco-
diles, de tortues, de poissons (Siluridés); des os longs
d’oiseaux aquatiques; de très nombreuses coquilles
de bivalves, ainsi que quelques gastéropodes . . .
Deux datations par le radiocarbone C 14 ont été
obtenues à Gif-sur-Yvette, qui permettent d’appré-
cier l’àge de cette paléofaune ainsi que l’àge du sédi-
ment encaissant, à deux niveaux stratigraphiques:
— un échantillon (Gif-8134) prélevé en surface du
paléolac de Oua-n-Rechla, dans son secteur Sud-Est,
immédiatement à l’Est de la pointe Sud de la grande
butte-témoin (fig. 2), contenait des restes de la paléo¬
faune : plaques dermiques de poissons, vertèbres de
mammifères, mollusques bivalves. Il a donné, en
bonne approximation, l’àge brut de 4915 ± 60 ans
B.P., sans correction possible car on ne peut tenir
compte ici de l’àge apparent de l’eau dans laquelle la
malacofaune s’est développée.
— Un échantillon (Gif-8136) provenant de témoins
sédimentaires subsistant dans un abri sous-roche au
Nord-Est de Oua-n-Rechla, à quelques dix mètres
au-dessus de la surface actuelle de la dépression to-
pographique. Ce sédiment d’eau douce (= Diato-
mées visibles au Microscope Electronique à Balaya-
ge) a donné l’àge brut de 5370 ± 110 ans B.P., soit, en
date calibrée: Cai BC (— 3995, — 4439). Il pourrait s’a¬
gir ici d’un des niveaux de hautes eaux correspon-
dant à un maximum humide du climat néolithique.
Avec tous ces vestiges matériels qui aident à re-
constituer le cadre de vie et l’activité des différents
groupes qui ont séjourné dans la région, l’art rupes¬
tre de Oua-n-Rechla et de Oua-n-Chems n’a pas seu-
lement l’intérèt de remplir un «blanc» sur la carte
archéologique du Sahara. Il apporte de multiples élé-
ments de confirmation et des compléments, à la fois
sur les modifications écologiques et sur la succession
des différentes socio-cultures dans le Sahara Sahé-
lien. En outre, par leur nombre, par leur nature, par
leurs styles, par leur localisation, les peintures et les
[ gravures rupestres dans cette zone en cours d’explo-
ration, nous plongent dans une ambiance paléocul-
turelle originale et nous incitent plus qu’en d’autres
endroits du Sahara à des interrogations sur la pensée
i sociale et magico-religieuse qui animait et qui régis-
, sait les populations et leurs brassages.
En dépit des remarquables développements de
l’étude techno-stylistique de l’art rupestre, des re-
cherches de pointe sur les possibilités de datations
absolue des supports rocheux ainsi que d’un certain
renouvellement de l’interprétation ethno-compara-
tive et de la paléopsychologie, il faut admettre que
notre désir de comprendre par la raison scientifìque,
la «pensée rupestre», domaine du «Tout Autre», de
l’impondérable, du non vérifiable, resterà longtemps,
voire définitivement inassouvi.
Fig. 3 - Détail d’une structure ovalaire aménagée sur une paroi
verticale, à Oua-n-Chems, parmi un ensemble de trois, alignées.
Fig. 4 - La présence d’une poterie cassée, entière, au pied d’une
des structures pariétales, pourrait leur donner un róle de «patè-
re» à suspendre. Oua-n-Rechla, secteur Sud-Est du paléolac.
484
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
L’ART RUPESTRE DE OUA-N-RECHLA ET DE OUA-N-CHEMS
Au Sahara, comme partout dans le monde, les
images rupestres qui ont été laissées par des sociétés
traditionnelles pré-industrielles, reflètent en partie
Tinterpénétration de la Nature et de la Culture.
Représentation du réel et langage symbolique,
l’art rupestre participe à la fois du profane et du sa-
cré. On doit rechercher dans ses paysages autant que
dans ses manifestations graphiques les motifs et les
fins de son existence.
Au cours des deux courtes missions de 1987 et
1988, puis à la suite de quelques pointes de recon-
naissances en 1989, quelques trois semaines d’in-
vestigations de terrain ont permis l’enregistrement
d’une grande quantité de représentations rupestres
dans les sites de Oua-n-Rechla et de Oua-n-Chems.
Replacés dans le contexte archéologique et chronosty-
listique général du Sahara, ces documents nouveaux
apportent beaucoup à notre connaissance d’une région
jusqu’à présent inconnue. Leurs caractéristiques princi-
pales peuvent ètre regroupées dans deux directions
complémentaires:
1) L’évo lution des paléoenvironnements autour du
20° de latitude Nord durant les 10 derniers millénai-
res est éclairée par la répartition d’un art descriptif,
en apparence, dans les lieux de vie: aux abords des
anciens plans d’eau (lacs, marécages) et des cours
d’eau permanents; dans les reliefs qui parsèment
les aires de pàturages. Cette dispersion de l’art
dans les paysages, exclusivement des gravures ru¬
pestres, s’explique à la fois par la nature topogéolo-
gique du terrain et par les changements dans l’éco-
nomie de subsistance des différents groupes qui, de
chasseurs-cueilleurs, sont devenus éleveurs-chas-
seurs, puis nomades, à mesure des changements
du climat.
2) Les différentes traditions paléoculturelles qui se
sont succédé et/ou interpénétrées à Oua-n-Rechla
et à Oua-n-Chems, se retrouvent avec des variations
stylistiques locales, dans l’ensemble des tassilis, au
Sud de l’Ahaggar. Comparées à la dispersion de l’art
à caractères profanes (descriptif, narratif, etc. . . .),
certaines concentrations d’oeuvres dans des lieux
choisis pour leur singularité, imposent l’idée de la
coexistence, à chaque époque, d’un art sacré et sym¬
bolique. C’est le cas de quelques sites à Oua-n-Rech-
la (gravures et peintures de la grotte «Akar-Akar»;
gravures dans la cavité des «Hommes Reptiles») et
à Oua-n-Chems (couloir méandriforme; paroi du
«soleil») que je décrirai rapidement dans cette com-
munication.
LA GROTTE «AKAR-AKAR»
Un apport majeur à la connaissance palethnolo-
gique du Sahara est la grotte «Akar-Akar», découver-
te en 1985, lors d’un raid d’exploration, par Yves
Thiébaut et Mokhtar Zounga. Pendant la mission
de 1987, l’enregistrement de la plus grande partie des
oeuvres pariétales actuellement visibles dans cette
cavité a pu ètre fait; ce qui a permis une première
analyse contextuelle (voir Sahara, n. 1, 1988, p. 49-
71). Comptetenu de l’abondance des autres sites
de grand intérèt dans la région, je me contenterai ici
de rappeler les caractères originaux de cette cavité
(fig. 5, 6, 7 et 46):
Fig. 5 - Grotte «Akar-Akar». Niche naturelle de la paroi Est. Gravure lacertiforme.
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
485
— La grotte «Akar-Akar», lieu de convergence des
traditions socio-culturelles dans le Sahara sahélien,
fut utilisée pendant 8 à 9 millénaires, au moins. C’est
ime grande cavitò pseudo-karstique ouverte sur le
flanc Sud d’une importante butte-témoin, en bordu¬
re Nord du paléolac de Oua-n-Rechla (fìg. 2).
— C’est, à ma connaissance, le seul site saharien où
l’on trouve réunie une séquence chrono-stylistique
complète de l’art rupestre, depuis les gravures sym-
boliques et les représentations animalières des dé-
buts du néolithique, jusqu’aux peintures de cha-
meaux et inscriptions alphabétiques de la période
historique. De plus, à cause de l’accumulation pro¬
gressive d’une grande dune de sable éolien, les quel-
ques centaines de représentations pariétales qu’on y
voit, depuis la base vers le plafond, sur plus de 10 mè-
tres de hauteur, sont étagées et non pas superposées,
comme c’est habituellement le cas.
— C’est, d’autre part, le seul endroit contenant des
peintures, dans le secteur de Oua-n-Rechla/Oua-n-
Chems.
Par son exceptionnelle durée d’utilisation, par la
présence, dans chaque «strate» stylistique d’images
réalistes et symboliques, cette cavitò est un sanctuai-
re et un lieu de pélerinage.
Des représentations gravées anthropozoomorphes
de reptiles dans la grotte «Akar-Akar» (fìg. 5), se retrou-
vent en plusieurs points du secteur (fìg. 9, 14, 16 et 17).
Fig. 6 - Grotte «Akar-Akar», paroi Ouest. Détail d’une scène
peinte de la période bovidienne. Un archer, avec son are et un
carquois dans le dos, est vètu d’une sorte de «manteau à longs
poils».
Fig. 7 - Grotte «Akar-Akar», paroi Ouest. Peintures bovidiennes. Deux personnages, à droite, portent des vètements
analogues à l’archer de la figure 6.
486
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Elles semblent caractériser l’une des expressions
symboliques propres au premier groupe néolithique
impiantò dans la région. C’est l’une des originalités
paléoculturelles du secteur (cf. infra, la cavitò des
«Hommes Reptiles»).
Les peintures de la phase pastorale du néolithique,
— phase qui est abondamment représentée dans la
cavitò —, montrent, entre autres, des personnages re-
vétus de curieux «manteaux» à longs poils (?) (fìg. 6
et 7, à dr.). Cet habit présente une remarquable ana¬
logie avec celui du personnage (fìg. 8) de l’abri dit
«Oua Tameth» de l’Oued Ta-n-Tfeltàsin-ta-Sethàfet,
dans la Téfédest Centrale, au Nord de l’Ahaggar
(J.-P. Maitre, 1971). Peut-on établir un lien socio-cul-
turel entre cette dentière peinture située à plus de
500 km en droite ligne de Oua-n-Rechla et celles des
personnages de la grotte «Akar-Akar»?
Une parenté globale des sujets rupestres chez les
éleveurs néolithiques du Hoggar, ainsi que l’homo-
généité de l’ambiance ethnoculturelle incitent à
étendre l’aire de diffusion de ces populations. Mais, à
partir de cet indice vestimentaire, il serait encore
plus intéressant d’établir un lien direct d’un mème
groupe ayant séjourné successivement en deux en-
droits géographiquement très éloignés.
Au cours du relevé des gravures dans l’ensem¬
ble de la zone d’exploration, j’ai utilisé les critères
techno-stylistiques habituels qui permettent un clas-
sement chronologique relatif. Une seule datation ab-
solue a été jusqu’à présent obtenue, très importante,
car elle s’attache à des gravures (cf. infra).
Dans la masse documentaire recueillie, j’ai extrait
quelques exemples caractéristiques pour illustrer les
relations entre l’homme et son milieu, pendant et
après le néolithique. On s’apercevra qu’il est possible
d’affirmer l’existence dans cette région d’un art nè-
gre, autochtone, dont l’origine est nettement anté-
rieure à un art d’origine méditerranéenne, importé.
Si ce constat n’est pas nouveau dans le Sahara, il
est en revanche très utile pour l’étude de l’exten-
sion des influences paléoculturelles dans les régions
sahéliennes.
Fig. 8 - Une peinture dans la Téfédest Centrale, massif au Nord
du Hoggar, à plus de 500 Km des tassilis du Sud, montre le mème
modèle d’habillement (cf. fig. 6 et 7). Un rapprochement ethno-
culturel est ici possible.
LA PÉRIODE NÉOLITHIQUE
L’art des chasseurs-cueilleurs qui a précédé celui
des chasseurs-éleveurs de la tradition saharo-sahé-
lienne a débuté autour de 7000 ans B.P. A Oua-n-
Rechla et à Oua-n-Chems, les belles gravures anima-
lières qui caractérisent l’apogée de cet art sont relati-
vement nombreuses.
Ainsi, cette frise gravée (fig. 9), véritable tableau
rupestre d’environ 5 mètres de longueur, en bordu¬
re Nord-Est du paléolac de Oua-n-Rechla, est l’oeu-
vre d’un artiste de grand talent, Elle associe une
rare maitrise du dessin naturaliste à une intention
propitiatoire de chasse (cf F. Soleilhavoup, 1988).
Fig. 9 - Oua-n-Rechla, secteur Nord-Est. Frise de gravures, véritable tableau, de la période néolithique des chasseurs.
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGERIE)
487
L’anthropozoomorphe de girafe qui ouvre le cortège
de deux girafes, un adulte et son petit et de trois élé-
phants (le quatrième est postérieur) évoque en effet
la pratique rituelle des masques-pièges, encore en
usage dans certaines partie de l’Afrique. Un peu sé¬
paré, le groupe des deux admirables vaches africai-
nes aux cornes en lyre ( Bos africanus ) et du rhinocé-
ros, est exécuté avec la méme technique piquée-
polie. Contemporain des autres, il permet de piacer
l’ensemble de cette belle scène dans l’optimum hu-
mide du néolithique, au tout début de la phase
pastorale, peut-ètre vers 6000-5500 ans B.P. (?).
Le personnage à tète de girafe, à gauche, recoupe
une gravure schématique en piquage assez grossier
qui peut faire penser à un anthropozoomorphe de
reptile. En plus de leurs différences marquées de
style et de technique, l’examen sur la paroi des
points de recoupements de ces deux gravures, ne
laisse aucun doute pour l’antériorité de la petite
figuration. Comme on l’a dit plus haut, plusieurs
gravures comparables de zoomorphes reptiliens se
trouvent dans le secteur Nord-Est de Oua-n-Rechla,
notamment près de la grotte «Akar-Akar» et à l’in-
térieur.
LA CAVITÉ DES «HOMMES REPTILES»
Plus intéressant encore: à quelques centaines de
mètres vers l’Est de la belle frise animalière néolithi¬
que, dans une cavité d’effondrement qui traverse de
part en part un éperon rocheux (fig. 2), on voit, parmi
de nombreuses fìgurations symboliques, plusieurs
gravures d’aspect reptilien (fig. 14, 16, 17, 18), exacte-
ment semblables à celles qu’on trouve à l’extérieur.
Cette cavité, on va le voir, nous révèle un vieux
groupe paléoculturel sud-saharien originai, déten-
teur d’une pensée mythique et symbolique, non seu-
Fig. 10 à 13 - Oua-n-Rechla. Gravures naturalistes des chasseurs dans les environs immédiats de la cavité des «Hommes
Reptiles». Le groupe de trois girafes (fig. 13) est gravé sur un gros bloc barrant l’entrée Quest de la cavité.
488
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Fig. 14 à 17 - Oua-n-Rechla, secteur Nord-est. Les gravures de la cavitò des «Hommes Reptiles».
P ALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
489
Fig. 18 à 20 - Oua-n-Rechla, secteur Nord-Est. Les gravures de
la cavitò des «Hommes Reptiles», sur la paroi Nord et sur des
blocs éboulés (fig. 19 et 20).
lement distincte mais aussi antérieure à celle d’au-
tres sociétés de chasseurs néolithiques dont les
représentations rupestres animales évoquent d’au-
tres systèmes de correspondances entre l’homme et
la nature.
Parmi les nombreuses espèces de la grande faune
africaine tropicale humide qui peuplaient la région,
les gravures de Oua-n-Rechla n’ont représenté, sé-
lectivement, que très peu de types: l’Eléphant et la
Girafe dominent. Par exemple, aux abords immé-
diats de la cavitò des «Hommes-Reptiles», sur des fa-
ces de gros blocs éboulés ou sur parois verticales en
place, des éléphants sont représentés, chargeant ou
marchant (fig. 10 à 12). Juste à l’entrée Ouest de la ca¬
vitò, la face verticale d’un gros bloc, tournée vers l’in-
térieur, porte un groupe de trois girafes en marche
(fig. 13). Malgré la raideur de leur mouvement on
peut rapprocher ces gravures de celles du cortège
animalier (fig. 9).
Par leur style, ces grandes gravures d’animaux sau-
vages qu’on peut mettre en relation avec les nom-
breux tessons de poteries décorées et divers objets
domestiques ou de parure (bracelets de pierre) qui
jonchent le sol, donnent à l’environnement de cette
cavité une ambiance franchement néolithique. Sa
décoration rupestre montre une complète rupture
de style et de sujets avec l’extérieur, mises à part les
quelques gravures d’allure reptilienne disséminées
?à et là dans le site de Oua-n-Rechla dont on vient
de parler.
On a ici, essentiellement, des signes et des symbo-
les: alignements de petites cupules rondes (fig. 20),
ou bien groupements de cupules plus grandes, allon-
gées ou ovalaire dont certaines évoquent des signes
vulvaires et d’autres rappellent des empreintes ani¬
males (fig. 14), signes en forme d’échelles ou de pei-
gnes (fig. 14, 17), arcs de cercles concentriques, croix
dans des cercles (fig. 15, 17), etc., ...
Signes binaires de dualité et/ou symboles sexuels,
complémentarité des contraires, symboles d’univer-
salité du temps et du cosmos, mythe de l’éternel re¬
tour,... il n’est pas aisé, devant ces gravures, sans
une réflexion approfondie sur la symbolique tradi-
tionnelle et sur les fondements de la spiritualité afri¬
caine, de trouver rapidement le fìl directeur d’expli-
cation d’un système de pensée sacrée. Par contre, on
peut établir une correspondance archéologique entre
la dizaine de gravures figuratives de cette cavité qui
rappellent des reptiles (fig. 14 à 20) et les restes os-
seux découverts dans plusieurs foyers, au pied de la
paroi et des blocs ornés. En effet, parmi les tessons
décorés et les nombreux fragments osseux calcinés
de ces foyers, dont une grosse épiphyse de mammi¬
fere, plusieurs pièces de squelettes de reptiles, vertè-
bres de crocodiles, plaques dermiques de tortues,
ont été exhumées.
L’historien antique Hérodote qui vécut au 5ème
siècle Av. J.C., parie des «Troglodytes-Ethiopiens»,
pourchassés par les Garamantes avec leurs chars
quadriges. Il précise que ceux-là «vivent de serpents,
de lézards et d’autres reptiles» (...). Il est parfaite-
ment vraisemblable que les occupants de notre cavi¬
té qui consommaient des reptiles et qui gravaient des
formes stylisées de ces animaux aient justement été
les ancétres lointains des «Ethiopiens» décrits par
Hérodote, c’est-à-dire des peuples mélanodermes vi¬
vant dans la région au début du néolithique.
Un élément peut-ètre décisif, à l’appui de cette hy-
pothèse est fourni par la mesure d’àge au Carbone 14
de charbons de bois prélevés dans la couche supé-
rieure de l’un des foyers de la cavité (fig. 21). Plus im-
portant encore, cette couche archéologique est si-
tuée au pied d’un gros bloc, et elle recouvre partielle-
ment une gravure en triple arcs de cercles (fig. 21),
motif qu’on retrouve plusieurs fois sur la paroi voisi-
ne (fig. 14, 15), à l’extérieur de la cavité, dans le site
de Oua-n-Chems (fig. 22) et dans d’autres endroits
du Sahara, notamment sur des pierres sculptées
(= Omphallos), au Tibesti (H. Camps-Fabrer, 1966,
p. 290) ou bien sur des blocs du Gebel Gorgod,
Nil Soudanais, 3ème cataracte (L. Allard-Huard et
P. Huard, 1983, p. 3).
La datation de l’échantillon (Gif-7789) a donné:
6000 ± 70 ans B.P., soit, en date corrigée (calibrée):
5190-4770 avant J.-C.
490
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Meme s’il n’est pas possible de préciser davantage
le moment de leur exécution, il est désormais certain
que la plupart des gravures de la cavitò des «Hom-
mes-Reptiles» sont voisines du 7ème millénaire avant
nos jours.
L’ésotérisme général de ces gravures et la corréla-
tion probable entre les restes osseux de reptiles dans
les foyers et les gravures qui nous y font penser, lais-
sent à imaginer que l’endroit fut utilisé comme sanc-
tuaire et lieu de culte (repas rituels?). Mais la fonc-
tion sacrée n’a peut-ètre pas été exclusive.
De toute fa<?on, la datation obtenue, — la première
pour l’art rupestre dans ce secteur du Sahara —, at-
teste une très ancienne occupation de la cavitò et, du
mème coup, la présence dans le Sahara méridional, à
cette latitude, de la tradition culturelle complexe et
originale d’un groupe humain sans relation apparen¬
te avec celui ou ceux qui ont laissé les grandes et bel-
les gravures naturalistes de la faune africaine.
Fig. 21 - Cavité des «Hommes Reptiles». Gravure en triple arcs
de cercles sur un bloc partiellement recouverte par un foyer dont
l’àge est antérieur à 7000 ans avant nos jours.
Fig. 22 - Motifs en arcs de cercles à l’entrée d’un couloir rocheux dans le secteur Nord de Oua-n-Chems. Ces gravures
symboliques sont à rapprocher de celles de la cavité des «Hommes Reptiles» (cf. Fig. 14, 15 et 21).
Fig. 23 - Gravures naturalistes en bas-relief, isolées sur un pilier rocheux, à Oua-n-Chems.
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
491
LES DEUX GRAVURES EN BAS-RELIEF DE OUA-N-CHEMS
Parmi les gravures qu’on peut rapporter à la pério-
de des chasseurs néolithiques, deux oeuvres très sin-
gulières par leur technique en champlevé (fig. 23)
ont été découvertes en 1988, à Oua-n-Chems, sur un
piton rocheux isolé, en bordure d’une ancienne cu-
vette lacustre (ou palustre).
La girafe, élégamment saisie dans un mouvement
de marche et l’autruche sautillante, battant des aile-
rons pour se ventiler, sont des oeuvres très origina-
les, non seulement par leur effet voulu de bas-relief
mais aussi parce qu’elles sont uniques, semble-t-il,
dans ce secteur. Comment interpréter ces deux oeu¬
vres magnifiques, très distinctes par leur technique
de l’ensemble des autres et qui pourtant font partie
du bestiaire habituellement représenté au néolithi-
que? Peut-on voir ici l’innovation individuelle d’un
artiste de talent qui, par ailleurs, usait des conven-
tions stylistiques de son groupe? Ou bien ces gravu¬
res sont-elles représentatives d’un style artisanal dif-
férent, qu’on pourrait trouver ailleurs, en systémati-
sant les recherches dans la topographie complexe de
la région?
La découverte toute récente (janvier 1989) d’une
gravure à technique comparable (fig. 72), dans le site
voisin de Oua-n-Amidi (fìg. 2), pourrait peut-ètre ap-
puyer cette dernière idée.
LES GRAVURES DE LA PHASE PASTORALE
Dans les thèmes iconographiques et dans les asso-
ciations animales de la période néolithique, particu-
lièrement au moment de l’extension du pastorat par
des populations Hamites originaires de l’Est (Ethio-
pie) aux traits comparables aux Peuls actuels et par
des populations autochtones négro'ides, d’origine
plutót soudanaise, les représentations de bovidés oc-
cupent une place très importante dans l’art rupestre
du Sahara Central.
Tout en associant une chronologie relative à l’évo-
lution graphique des figurations animales, depuis les
dessins très naturalistes jusqu’aux formes schémati-
ques poussées, il faut toujours rechercher une valeur
extra-temporelle, mythique, voire symbolique, à ces
oeuvres et essayer de leur attribuer une fonction ou
un but matériels.
Les cavernes ornées du paléolithique supérieur
franco-cantabrique ont révélé, notamment gràce aux
travaux d’André Leroi-Gourhan, une organisation
sacralisée de leur espace topographique. On doit re¬
chercher dans les paysages sahariens, comme le pré-
conise Germaine Dieterlen, une organisation de
l’art, un ordre de succession signifiant, qui étaient
parfaitement connus des usagers. Les synthèses ré-
gionales des connaissances rupestres sur le Sahara
doivent s’inserire dans une «géographie sacrée» qui
reflète les cosmologie traditionnelles. C’est un long
discours qu’il faut «lire» dans l’espace et dans le
temps, pour reconstituer le réseau complexe des
correspondances du «paléo-quotidien» et du «pa-
léo-spirituel».
Difficile entreprise, mais combien actuelle pour
l’ethno-préhistoire saharienne !...
Ainsi, à Oua-n-Rechla et à Oua-n-Chems, comme
ailleurs, au néolithique moyen et à d’autres époques,
on doit se poser la question de la coexistence d’un art
pastoral du «quotidien», par des bergers «profanes»
et d’un art sacré, cérémoniel ou rituel, par les pas-
teurs «initiés» d’une caste jouissant d’une position
sociale distincte. Des gravures isolées de bovidés
(fìg. 24 à 31), sur des blocs dispersés ou sur des dalles,
aux abords d’anciens marécages et au voisinage de
vastes prairies, n’ont certainement pas la méme si-
gnification que des signes (fìg. 32, 33, 37, 39, 40) dans
des abris ou des cavités. Cette dualité iconologique
se retrouve partout dans le Sahara. Mais, répétons-le,
la seule raison objective, l’analyse statistique des cor¬
respondances ou bien le comparatisme ethnologique
arriveront-ils, par exemple, à remonter aux sources
spirituelles des sociétés qui ont représenté les bovi¬
dés sur les rochers?
Devant la profusion des peintures «bovidiennes»
du Tassili-n-Ajjer, le Peul Amadou Hampaté Ba,
Ambassadeur du Mali en France dans les années
1960, initié dans sa jeunesse aux mystères du pas¬
torat, a cru retrouver l’ensemble des croyances, my-
thes et rites qui faisaient l’objet de l’initiation tra-
ditionnelle de son peuple avant l’introduction de
l’islamisme.
Selon Alfred Muzzolini (1983), au terme d’une
longue analyse critique des nombreux travaux sur les
origines des divers types de boeufs, seul le Bos primi-
genius aurait peuplé, à l’état sauvage, le Nord de
l’Afrique durant l’Holocène, jusque vers 3500-3000
ans B.P. Les variétés génétiques de cette espèce ont
été domestiquées.
Les sédiments lacustres et palustes de Oua-n-
Rechla et de Oua-n-Chems contiennent, on l’a dit,
des restes osseux du Bufile noir africain ( Syncerus
caffer). Cette espèce sauvage, encore largement ré-
partie dans les zones tropicales et équatoriales, dont
les besoins quotidiens en eau sont de 30 à 40 litres, a
coexisté, dans les savanes herbeuses et les roselières,
avec le Bos brachyceros (fìg. 25 à 27, 29, 33), petit
boeuf domestiqué, dérivant, par sélection artificielle,
de la souche ancestrale primigenius et dont les cornes
épaisses, généralement assez courtes sont souvent
courbées vers l’avant. Certains auteurs (Espéran-
dieu, 1952; Camps, 1974) assimilent le B. brachyceros
à l’espèce B. ibericus qui peuplait le Maghreb et qui
serait à l’origine d’une ou plusieurs souches domesti-
ques au Sahara et en Egypte. Par contre, l’origine de
la vache africaine, Bos africanus (fìg. 24, 28, 30, 36)
n’est pas assurée. Le centre primitif de sa domestica-
tion est peut-ètre situé dans la partie orientale du Sa¬
hara. Cette belle espèce, aux formes élégantes, de
plus grande taille, avec des cornes fìnes, longues, aux
courbures en lyre, est abondamment représentée,
souvent aux còtés du boeuf brachycère (fìg. 36).
En l’état actuel des découvertes dans notre zone
d’exploration, il est quasi impossible d’établir le clas-
sement chronologique des gravures de la phase «bo-
vidienne» du néolithique, au moment où les premiè-
res populations «équidiennes» paléoberbères s’ins-
tallent dans la région. Tout au plus, d’après l’allure et
la facture des oeuvres, peut-on piacer vers le néoli¬
thique final certaines scènes ou représentations iso¬
lées, sans superpositions pariétales (fìg. 41 à 44).
492
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Fig. 24 à 30 - Représentations de bovidés à Oua-n-Chems (fig. 24 à 29) et à Oua-n-Rechla (fig. 30).
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
493
Fig. 31 à 38 - Représentations de bovidés à Oua-n-Chems (fig. 31), dans le Sahara Central (fig. 32 - Oued Zàzir; fig. 33,
37 et 38 - Ti-n-Merzouga, Tassili n’Ajjer, secteur Sud-Est; fig. 34 Oued Ti-n-Tarabine, Sud-Est de l’Ahaggar) et à Oua-n-
Rechla (fig. 35 et 36).
494
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Fig. 39 et 40 - Représentations de bovidés dans le Sahara Cen¬
tral (Ti-n-Merzouga, Tassili n’Ajjer, secteur Sud-Est).
Fig. 41 - Gravures en champlevé du néolithique «bovidien», au sommet d’un témoi rocheux; dépression centrale de
Oua-n-Chems.
Fig. 42 et 43 - Oua-n-Chems. Gravures de la phase pastorale. Les représentations de la faune sauvage sont habituelle-
ment raidies et plus ou moins stylisées. La girafe a peut-ètre fait l’objet de tentatives d’apprivoisement, voire mème de
domestication (fig. 43).
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
495
Fig. 44 et 45 - Oua-n-Chems. Gravures de la phase pastorale.
Peut-étre s’agit-il ici de représentations de jarres (fig. 44)? Une
gravure, rare, d’oiseau, peut-ètre un palmipède (fig. 45), semble
appartenir à cette période.
Fig. 46 - Chars garamantiques dans la grotte «Akar-Akar», (peintures) en superposition d’une scène «bovidienne» du
néolitique.
LES PÉRIODES POST-NEOLITHIQUES
Dans la chronologie rupestre communément ad-
mise pour l’ensemble du Sahara centrai et méridio-
nal, on distingue, après le néolithique, deux phases
principales:
1. La phase èqui dienne, paléoberbère (ou libyco-
berbère), qui débute vers le milieu du 2ème millé-
naire avant J.C., avec l’introduction du chevai par
des populations méditerranéennes probablement ve-
nues du Nord-Est, par la Cyrénaique et le Fezzàn
(Libye). L’étude des superpositions rupestres a mon-
tré deux étapes, d’abord des représentations de chars
peints tirés par deux chevaux (biges), en pieine cour-
se (fig. 46, voir aussi: F. Soleilhavoup, 1990); ensuite,
des chevaux avec ou sans cavaliers. L’habillement et
l’armement de ces derniers sont très caractéristiques:
tunique serrée à la taille donnant aux personnages
une silhouette bi-triangulaire, casque (ou coiffe) à
plumes (d’autruches?), javelot, poignard fixé au bras,
bouclier rond, ... La succession de ces deux étapes
indique une colonisation continue du Sahara centrai
par plusieurs groupes paléoberbères durant plus d’un
millénaire. Il est difficile de préciser, durant cette
phase équidienne, le moment de l’apparition des ca-
ractères d’écriture, de ce que Fon considère comme
l’alphabet libyque ancien.
2. La phase cameline, arabo (islamo)-berbère qui
correspond à l’utilisation progressive de dromadaire
(= «chameau»). Cet animai, symbole de l’actuelle
aridité du Sahara, a été introduit par des groupes ber-
bères, sans doute descendus du Nord (Maghreb)
496
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
quelques siècles avant l’ère chrétienne. Utilisé au-
tant pour les combats que pour les transports domes-
tiques, il a coexisté quelque temps avec le chevai,
comme on peut le constater dans plusieurs sites ru-
pestres autour de l’Ahaggar, dans des zones actuelle-
ment très arides.
Dans plusieurs régions, la tradition rupestre isla-
mo-berbère s’est perpétuée jusqu’à nos jours, au
moins jusque vers les années 1950, comme en té-
moignent de récentes découvertes au Nord-Ouest
de l’Ahaggar, dans le massif de l’Ahnet-Assedjrad
(F. Soleilhavoup, 1990).
■ i i i i i i ■
49
L’abondance et la variété de l’iconographie rupes¬
tre post-néolithique et protohistorique des secteurs
de Oua-n-Rechla et Oua-n-Chems sont très repré-
sentatives, non seulement de la chronologie d’oc-
cupation des sites, mais aussi des modifìcations
socio-culturelles et économiques profondes qu’a du
entramer la domination progressive des ethnies mé-
diterranéennes sur les populations en place, dans
cette partie reculée du Sahara.
Le début de la phase équidienne est magnifìque-
ment marqué, dans la grotte «Akar-Akar», par plu¬
sieurs groupes de peintures, dont deux chars dits «au
galop volant» (fig. 46) qui superposent nettement
une scène du néolithique pastoral.
Mis à part les repères chronozoologiques que cons-
tituent les chevaux et les dromadaires, il est difficile
d’intercaler dans la durée les nombreuses gravures
paléoberbères isolées ou regroupées sur les blocs et
sur les parois.
Les personnages, toujours très schématisés, guer-
riers (fìg. 49, 50), chasseurs (fìg. 47), bergers (fìg. 45)
agriculteurs (fig. 41, 48), sont souvent associés à des
signes ou tracés symboliques. Parmi ces derniers, as-
sez nombreux à Oua-n-Chems, des analogies formel-
les et peut-ètre fonctionnelles peuvent ètre tentées,
on va le voir, avec les symboles agraires des berbères
actuels du Nord de l’Algérie (Kabylie).
Domestiques ou sauvages, les animaux, de facture
maladroite, toujours en piquage plus ou moins gros-
sier, représentent des bovidés, des éléphants, des gi-
rafes, des autruches, etc _ Sur le pian paléozoologi-
que, cette gravure d’oiseau, peut-ètre un échassier
du genre Outarde ou bien un palmipède (fìg. 45), en
dehors du bestiaire habituel protohistorique, est
intéressante.
Fig. 47 à 51 - Oua-n-Chems. Gravures de la phase Islamo-Berbère.
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
497
LA SYMBOLIQUE ET LA SPIRITUALITE PALEOBERBERES A OUA-N-CHEMS
Au moment où les premiers groupes paléoberbè-
res originaires de la Méditerranée orientale com-
mencent à diffuser dans le Sahara, l’altération du cli-
mat vers l’aridité avait déjà imposée aux derniers
pasteurs «bovidiens» le repli vers les massifs mon-
tagneux, plus humides, ou bien le déplacement vers
le Sud, dans la zone tropicale du Sahel.
Modes de vie et modes de pensée sont liés, on l’a
déjà constatò pour les périodes antérieures. Outre
leurs sujets animaliers et humains plus ou moins
conventionnels qui évoquent des préoccupations ou
des faits matériels «profanes»: scènes de pastorat, de
chasse; combats intertribaux, . . . un certain nombre
de dessins rupestres laissés par les paléoberbères,
particulièrement dans plusieurs stations de Oua-n-
Chems, offrent le grand intérèt, à mes yeux, de four-
nir des éléments de réflexion sur la représentation
graphique du sens du sacré dans ces sociétés.
De nos jours, sous le culte offìciel de l’Islam et ce-
lui du mysticisme musulman, la diaspora berbéro-
phone, au Maroc (les Chleuhs), en Algérie (les Kaby-
les), au Sahara (les Touaregs), utilisent encore des rites
en l’honneur des forces de la Nature, vénèrent des
saints par de véritables manifestations d’anthropolàtrie,
entretiennent des cultes naturistes de fécondité, etc. . . .
Cette ambiance coutumière actuelle semble bien
provenir des survivances de l’organisation sociale et
spirituale des lointains ancètres protohistoriques,
lorsqu’on analyse certaines de leurs gravures.
Dans le vaste répertoire des motifs symboliques,
toujours utilisé pour la décoration des maisons et
pour les poteries, en Kabylie, on trouve des éléments
qui autorisent des comparaisons, des corrélations
dans l’espace et dans la durée avec certains signes ru¬
pestres paléoberbères.
Au Nord-Est de Oua-n-Chems (fig. 2), un couloir
d’érosion sinueux (fig. 52) qui entaille de part en part
un petit massif de grès, s’est formé par l’action géolo-
gique de ruissellements concentrés le long d’un ré-
seau maillé de diaclases. Ce micro-canyon méandri-
forme d’origine fluviatile, avec circulation d’eau du
Nord-Ouest vers l’Est, a un développement linéaire
d’environ 40 mètres. Profond d’une dizaine de mè-
tres, sa largeur varie de 1,5 a 4 mètres. Le sol, dans sa
partie amont, la plus étroite, est ensablé, avec de
nombreux cailloutis. Sa partie avai, en roche nue,
présente à la base un profìl en cannelures symétri-
ques, régulières, qui pourraient caractériser une an¬
cienne conduite forcée karstique, profonde, ouverte
par la suite. La patine, en voie d’écaillement thermo-
clastique est particulièrement développée dans ces
cannelures; elle atteste leur très ancien creusement.
Un petit nombre de gravures, surtout des ani-
maux, se trouve sur les parois verticales, immédiate-
ment au-dessus des cannelures (n. 3, 6 et 10, fig. 52 et
Tableau I). Les plus nombreuses et les plus signifìca-
tives ont été éxécutées sur le plancher rocheux et
dans les cannelures (n. 2, 4, 5, 8 et 9, fig. 52). Par leur
agencement dans le couloir, notamment dans les
coudes (n. 4 et 9), par l’homogénéité technique de
leur facture (piquage plus ou moins régulier), par
l’association des thèmes profanes et symboliques,
par la présence d’inscriptions libyques (ou tifinar) à
des endroits manifestement voulus (n. 1, 2, 4, 6 et 8),
il est clair que des choix spirituels ont guidé les
auteurs paléoberbères dans la décoration de ce cou¬
loir, avec la volonté d’en sacraliser l’espace pour
une fonction peut-ètre commémorative (association
n. 9), certainement symbolique, propitiatoire et voti¬
ve (association n. 4 et gravure n. 7).
Par exemple, l’association de gravures sur le plan¬
cher et dans la cannelure gauche, au point 4 (fig. 60)
manifeste, semble-t-il, le souci, dans la société paléo-
berbère, de favoriser les puissances fécondatrices de
la Nature.
Deux couples humains schématisés, à l’intérieur
de triples enceintes symboliques qui contiennent des
petites cupules, sont représentés de part et d’autre du
tournant, symétriquement par rapport à une inscrip-
tion alphabétique verticale. Les empreintes de mains
et de sandales, les groupements de cupules rondes,
devant ou à coté, accentuent le symbolisme propitia¬
toire de ces gravures dans un scénario mythico-rituel
où les cycles agraires et de reproduction humaine
sont intimement liés.
La sacralité de la vie sexuelle, en premier lieu la
sexualité féminine, se confond avec l’énigme mira-
culeuse de la création.
Dans beaucoup de sociétés agricoles traditionnel-
les, un symbolisme complexe de structure anthro-
pocosmique associe la femme et la sexualité aux
rythmes lunaires, à la Terre (assimilée à la matrice)
et au «mystère» de la végétation.
La gravure du point 7 (fig. 55), dans la partie amont
du couloir qui représente peut-ètre une femme en
position d’accouchement serait alors à rapprocher de
l’ensemble du point 4 (fig. 60).
En correspondance chronologique possible, dans
le méme tournant, dans la cannelure de droite, sur
presque huit mètres de longueur, on voit une frise de
gravures (point 9, fig. 57 à 59). L’intercalation de bo-
vidés parmi des groupes d’archers peut faire penser à
des luttes intertribales de voleurs de bétail dans une
compétition économique et/ou alimentaire chez des
groupes paléoberbères.
Le fait que la plupart des personnages opposés
possèdent la mème coiffure surmontée d’une piume
(?) orienterait bien vers l’hypothèse d’affrontements
au sein d’une mème ethnie.
Au début de cette longue composition linéai¬
re, l’enclos rectangulaire qui contient quatre barres,
les ponctuations autour et les cupules rondes de¬
vant, présente des analogies de symboles avec d’au-
tres associations et signes dans ce couloir: point 4
(fig. 60); point 8 bis (fig. 53), mais aussi à l’extérieur,
sur une paroi verticale, à quelques centaines de mè¬
tres (fig. 63, 64).
L’art traditionnel multimillénaire du tissage et de
la poterie des berbères du Maghreb utilise un réper¬
toire très abondant de signes géométriques et de
graphismes symboliques ou magiques dont on peut
penser qu’il constitue une sorte de proto-écriture de
nature hiéroglyphique.
Plusieurs signes et symboles existent à Oua-n-
Chems, dans le contexte rupestre paléoberbère, qui
rappellent des décors céramiques. Par exemple, le
médaillon centrai de ce plat en terre cuite (fig. 61,
d’après J.-B. Moreau, 1976), composé de quatre bar¬
res entourées de points, correspond chez les berbè¬
res de la région des Maatkas, près de Tizi-Ouzou
(Grande Kabylie), aux sillons des champs et aux se-
mences.
498
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Tableau 1 - Répartition des gravures paléoberbères dans le couloir méandriforme de Oua-n-Chems.
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
499
55
Fig. 52 à 56 - Le pian du couloir méandriforme de Oua-n-Chems, avec les principales gravures qu’on y trouve, à des
endroits peut-ètre symboliques (voir Tableau I).
500
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Fig. 57 à 59 - Ces trois figures doivent ètre «lues» en File; elles constituent une fresque gravée dans la cannelure du
couloir méandriforme de Oua-n-Chems (point 9, fig. 52).
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
501
Fig. 60 - Couples dans des enceintes triples, dans un tournant du couloir méandriforme de Oua-n-Chems (point 4,
fig. 52).
Fig. 61 et 62 - Décoration symbolique de plats en terre cuite des Maatkas (Kabylie, Algérie); d’après J.-B. Moreau, 1977.
On trouve sur le bord du méme plat et sur d’autres
(fig. 62) des groupes circulaires de points autour d’un
centre dont le symbolisme est multiple: signe solai-
re, ce motif, fréquent dans les rupestres sahariens,
évoque la mère entourée de ses enfants autant que le
soleil entouré de planètes. Les points fìgurent les se-
mences, la fertilité, l’abondance; ils s’inscrivent dans
la symbolique globale des cycles agraires saisonniers.
502
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
A Oua-n-Chems, comme dans beaucoup d’autres
stations rupestres du Sahara méridional, autour de
l’Ahaggar et vers le Sud, on retrouve tout ou partie
de ces symboles. Malgré l’incertitude quant à la date
de leur exécution, il n’est pas douteux qu’ils partici-
pent à Tésotérisme méditerranéen général et que
leur parenté avec l’art décoratif berbère actuel est
évidente.
L’analogie avec la décoration symbolique des po-
teries pourrait encore ètre faite sur une grande et bel¬
le paroi de Oua-n-Chems (fìg. 65) couverte d’inscrip-
tions alphabétiques, de personnages et de chameaux
stylisés de fa^on très originale. Parmi ces chameaux,
le motif formé par un petit rectangle inscrit dans un
cercle et entouré de onze ondulations pourrait en ef-
fet évoquer non seulement la forme, mais aussi le
décor d’un plat céramique (fig. 61, 62).
Dans les sites sahariens de plein air fréquentés par
les groupes préislamiques et/ou arabo-berbères, on
trouve parfois des tessons ou des fragments de pote-
ries sans décors incisés (mais dont la peinture a peut-
ètre été effacée?). Les tombes (tumuli) des paléober-
bères anté-islamiques, assez nombreuses dans les
secteurs de Oua-n-Chems et de Oua-n-Rechla, n’ont
pas été fouillées. La présence éventuelle de poteries
funéraires dans certaines de ces tombes pourrait ai-
Fig. 63 et 64 - Gravures et inscriptions paléoberbères sur une paroi verticale à Oua-n-Chems, secteur Nord-Nord-Est.
On y voit des motifs symboliques encore présents dans les actuels décors céramiques.
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES : DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
503
der à d’utiles corrélations avec les gravures rupestres
de mème époque, nombreuses alentour.
Quoi qu’il en soit, la pénétration et l’implantation
protohistorique et historique des berbères, très au
Sud du Sahara est désormais confirmée. Dans ces
régions reculées, les manifestations rupestres des
croyances religieuses et du symbolisme de ces peu-
ples ont été concentrées dans les derniers lieux pos-
sibles de la vie pastorale, au début du nomadisme.
Les racines spirituelles de cet art rupestre paléober-
bère ont perdurò jusqu’à nos jours dans l’artisanat,
ce dernier témoignant d’un puissant fond socio-cul-
turel, toujours sous-jacent à l’Islam. Poteries, tissa-
ges, décors des cuirs, meubles, bijoux de Kabylie et
de PAhaggar sont encore chargés de leur signifìca-
tion symbolique originelle.
AUTRES SITES RUPESTRES DE L’ARC TASSILIEN AU SUD DU HOGGAR
L’exploration progressive des massif tassiliens du
Sud révèle depuis quelques années de vastes pa-
léoenvironnements humides où la densité des peu-
plement néolithiques et protohistoriques fut impor¬
tante. A tei point que, comparées aux sites du Hog-
gar, de la Téfédest et des tassilis du Nord et Nord-
Est, on peut se demander si ces régions méridionales
ne constituent pas des foyers majeurs des civilisa-
tions saharo-sahéliennes.
Dans le cadre chronologique général de l’art saha-
rien et dans l’étude de la répartition géographique de
ses diverses ethno-cultures, l’inventaire rupestre en
cours permettra sans doute une meilleure délimita-
tion des styles régionaux.
Outre l’étendue des surfaces archéologiques d’oc-
cupation humaine et la grande richesse des vesti-
ges qui y gisent, y compris de nombreux objets non
fonctionnels, comme des bjioux (fig. 66), un proba-
ble insert décoratif pour vetement (fig. 67) ou une
statuette d’argile (Soleilhavoup, 1989), l’art rupestre
de ces régions, remarquablement abondant, possède
des caractères techno-stylistiques particuliers, par-
fois très différents des sites de Oua-n-Rechla et de
Oua-n-Chems.
Par exemple, dans le Nord du Ti-n-Reroh (fig. 2),
alignement Nord-Sud de massifs tassiliens, la techni-
que finement piquée des surfaces endopérigraphi-
ques est abondamment utilisée, semble-t-il, chez des
graveurs bovidiens (fig. 68 à 71).
A quelques dizaines de kilomètres de Oua-n-
Rechla, vers Nord-Ouest, le site de Oua-n-Amidi
(fìg. 2), des peintures bovidiennes (boeuf et person-
nages, antilopes) ont été découvertes dans plusieurs
cavités. Parmi les gravures, Lune d’elles (fìg. 72) est
particulièrement intéressante à cause de son possible
rapprochement avec les animaux en champlevé de
Oua-n-Chems (fìg. 23). La technique est en effet
comparable pour ce boeuf (fìg. 72) dont la téte évo-
que le chevai (sic) et dont les pattes ont un allonge-
ment disproportionné. Observation rare dans les gra¬
vures de boeufs domestiques: l’impression est ici
clairement donnée par Partiste de la maigreur de
l’animal, à la fois par son allure générale efflanquée
et par la représentation des còtes saillantes. S’agirait-
il d’une évocation réaliste des conditions de pàturage
de plus en plus difficiles, liées à l’assèchement clima-
tique de la région à la fin du néolithique? La position
chronologique de cette oeuvre singulière est cepen-
dant impossible à préciser.
Dans la partie Est de Pare tassilien, en remon-
tant l’Oued Zàzir (fìg. 2), on retrouve les mèmes
caractères paléoenvironnementaux humides avec
une densité comparable de l’occupation humaine du
territoire.
Dans la zone d’épandage des crues de l’oued Zà¬
zir, des coquilles de grands bivalves associées à des
vestiges osseux de tortues, de mammifères et à des
céramiques décorées, ont été récoltés sur la pente
Fig. 66 - Pendeloque en Quartz à perforation bi-conique. Grot¬
te de la Khmei'ssa, Tassili de Ti-n-Reroh.
Fig. 67 - Ce petit disque circulaire de grès Fin, régulièrement
biseauté, parmi des nombreux objets lithiques et céramiques,
haches, armatures, perles d’Amazonite,... a pu ètre utilisé com¬
me insert décoratif de vetement, Tassili de Oua-n-Amidi.
504
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
(fune butte. Leur àge radiométrique, sans correction
d’àge apparent est de 5110 ± 70 ans B.P. (éch. : Gif-
8137). Cette datation d’un dépót anthropique cor-
respondant peut-ètre à la consommation de coquilles
lacustres est en bonne correspondance chronolo-
gique avec celles du paléolac de Oua-n-Rechla (cf.
supra, page 5). Bien qu’isolée, elle confirme la remar-
quable extension des groupes du néolithique pasto-
ral entre l’Aì'r et les Iforas, dans cette vaste zone
inondable à topographie basse, autour du 20° de lati-
tude Nord.
A proximité de ce gisement, au lieu-dit: la «Mu-
raille Percée», d’autres vestiges matériels lithiques et
céramiques abondent ainsi que des représentations
rupestres dont l’inventaire est en cours. Habituelle-
ment représentés avec réalisme, soit dans leurs com-
portements biologiques, soit dans des attitudes de gi-
bier, les éléphants sont rarement associés à des si-
gnes ou à des symboles.
Cette représentation (fig. 73), haut perchée sur
une paroi, pourrait ètre un indice de la sacralisation
du pachyderme.
CONCLUSION
Il y a 25 ans, le Doyen Lionel Balout, l’un des fon-
dateurs de la Préhistoire Nord-Africaine et Saharien-
ne, dans une courte et brillante synthèse, exposait les
problèmes essentiels de l’art rupestre qui restaient
presque entiers à l’époque: «la délimitation géogra-
phique des ensembìes d’art rupestre; leur datation, à la
fois relative, par rapport aux industries préhistori-
ques, et absolue, par la méthode de radiocarbone;
leur origine, une ou multiple, leur diffusion, leurs rela-
tions, leur interpénétration».
Nos connaissances, au cours des deux décennies
écoulées se sont, bien entendu, enrichies, — cet arti-
eie y contribue — .
Cependant, malgré la multiplication des découver-
tes et des travaux régionaux appuyés de datations
absolues en nombre croissant (158 dates se rappor¬
tai directement à l’art, en 1968), dans un solide
cadre chronologique relatif global, il s’avère que
beaucoup de questions fondamentales d’ordre
palethnologique restent ouvertes: du Nord au Sud
Fig. 68 à 71 - Tassili de Tassili-n-Reroh. Gravures néolithiques à surfaces endopérigraphiques fmement piquées. Cette
technique originale dans la zone rupestre semble ètre le travail d’un artiste ou d’un groupe distinct.
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGÉRIE)
505
Fig. 73 - Lieu-dit «La Muraille Percée» (voir Fig. 2, point 7). Gravure symbolique d’Eléphant.
506
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
du Sahara, la recension de l’art rupestre est loin
d’ètre achevée. Il n’est donc pas encore possible de
délimiter clairement des «provinces» rupestres.
On découvre ici et là des ensembles de représenta-
tions, gravures et peintures qu’on peut attribuer à
des traditions ou à des modes d’expression techno-
stylistiques régionaux. Les incertitudes sur leurs ori-
gines, les questions sur leurs éventuelles interpéné-
trations et sur leur évolution dans l’espace et dans le
temps, renforcent les difficultés pour établir la carte
de l’ethno-préhistoire saharienne des 10 derniers
millénaires.
Dans le seul domaine des représentations rupes¬
tres, la zone des tassilis du Sud apporte une remar-
quable masse documentaire qui s’intercale entre les
deux régions déjà connues de l’A'ir à l’Est et des Ifo-
ras à l’Ouest. Sera-t-il question dans l’avenir d’un art
«saharo-sahélien» que les caractéristiques régionales
pourraient distinguer des modes d’expression plus
spécifiquement «sahariens»? Il est encore trop tòt,
actuellement, pour déceler des particularités technos
tylistiques représentatives de paléocultures à l’inter¬
face de l’Afrique Bianche et de l’Afrique Noire.
D’un art rupestre qu’on a voulu faire rentrer dans
un cadre d’analyses rationnelles, il apparait que son
extension, sa diversité, la complexité de ses sources,
peuvent modifìer sensiblement nos perspectives
d’interprétation.
Cependant, à mesure que les explorations com-
blent les hiatus géographiques et chrono-stylistiques,
cette carte gagne en précision et en densité.
Le traitement informatisé des données de terrain,
anciennes et nouvelles, est devenu indispensable
pour l’étude formelle des expressions artistiques au
Sahara.
Un but ultime resterà que l’ordinateur seul ne sau-
rait aider à atteindre: la signification, la portée con-
ceptuelle et symbolique des images.
Fig. 74 - Conventions graphiques du relevé des surfaces rupestres. Les relevés micromorphologiques d’art rupestre
associent les représentations gravées ou peintes à l’état d’altération actuel des supports rocheux. Le souci Constant d’une
restitution fìdèle des surfaces, la mise en évidence des superpositions chrono-stylistiques et le respect des associations
graphiques pariétales, constituent les éléments essentiels et l’originalité de ces relevés. Lorsqu’elle existe, l’échelle des
cadres est décimétrique.
PALÉOENVIRONNEMENTS SAHARIENS ET ETHNOCULTURES: DONNÉES NOUVELLES AU SUD DE L’AHAGGAR (ALGERIE)
507
BIBLIOGRAPHIE
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Francois Soleilhavoup
L’art rupestre de plein air:
étude des sites et relevé des surfaces
Résumé — Rechercher, relever, étudier, archiver l’art rupestre en plein air, partout dans le monde, avec pour buts de
le protéger et de le comprendre pour mieux l’incorporer à la Mémoire de l’Humanité, sont des opérations qui nécessitent
planification et objectivité.
Pour accèder à une lecture globale et cohérente des paysages rupestres, on ne peut pas, on ne doit pas séparer les re-
présentations (gravures et peintures) du milieu naturel dans lequel elles gisent: les sites, les stations et les parois rocheuses.
Tout programme de travail sur l’Art dans la Nature doit inclure ces éléments et adopter quelques règles communes.
Abstract — The finding, thè recording, thè study and thè storing of open air Rock Art, in order to protect and under-
stand it and for a better melting into Human Memory, are processes that need to be planned and that require objectivity.
To achieve a total and consistent appraisal of Rock Art environments, thè scientists must not extract thè petroglyphs
(paintings and engravings) from their naturai surroundings: sites, loci and rock surfaces. Every Rock Art work planning
should include those elements and obey some common rules.
Manifestations premières ou élaborées de ce qui
fait l’originalité de notre espèce, à chaque fois uni-
que; reflets de la vie temporelle de l’Homme et de sa
participation au Cosmos, l’Art Rupestre doit étre re-
cherché partout dans le Monde, enregistré, archivé,
analysé, décrypté et conservò.
Son étude nécessite des méthodes simples aisées,
fiables, non vulnérantes. Sa conservation, sa sauve-
garde parfois, imposent des règles élémentaires de
respect des oeuvres et de leur environnement.
La conservation de l’Art Rupestre à Pair libre est
difficile.
Le paradoxe de notre temps tient à ce que certains
cherchent à empècher ou à réparer les dommages
ou les destructions provoqués par d’autres. A cela
s’ajoutent les altérations naturelles, parfois graves,
étendues et rapides, d’origine climatique.
Dans toute étude sur l’art rupestre, trois éléments
intimement liés doivent étre pris en considération:
les sites, les stations et les surfaces.
LES SITES
La localisation géographique, le repérage carto-
graphique, la recherche de la signification de l’art ru¬
pestre, ainsi que sa conservation, doivent impérative-
ment inclure la connaissance de son environnement
géomorphologique.
Pour Pethno-archéologie, la répartition des sites
rupestres dans les paysages et leur utilisation icono-
graphique à chaque époque, doit étre signifiante et
revétir des caractères symboliques. Plusieurs exem-
ples le montrent.
Les données de la géomorphologie structurale et
climatique aident à reconstituer Pévolution des pay¬
sages rupestres au cours du temps. Elles permettent
aussi d’accèder à une réflexion globale sur l’essence
de l’art dans la nature.
Un site rupestre correspond à une unité topo-
morphologique possédant des caractères structu-
raux spécifiques, par exemple, un ensemble de
buttes-témoins, une vallèe, un éboulis de versant,
un affleurement de bancs, etc.... Un site possède
une ou plusieurs stations rupestres parmi les-
quelles une chronologie d’occupation préhistori-
que peut étre établie et où parfois, des relations
d’activités économiques et culturelles peuvent étre
décelées.
L’inventaire des sites d’une région rupestre est un
préalable à l’inventaire des stations, puis des repré-
sentations rupestres.
Les principaux types morphologiques des sites et
des stations sont représentés ici selon deux profìls
imaginaires: soit dans un environnement aride ou
sub-aride, comme au Sahara (fig. 1), soit dans une
vallèe glaciaire, comme dans la région du Mont Bé-
go, dans les Alpes Franfaises (fìg. 2).
Des symboles facilitent l’inventaire cartographi-
que (fig. 3).
LES STATIONS
La station rupestre peut étre définie comme l’élé-
ment d’un site possédant des caractères morphologi¬
ques propres. Les stations constituent des ensembles
cohérents d’abris, de parois ou de dalles rocheuses
disposés naturellement selon la structure du site
ou bien résultant d’actions géodynamiques passées
et/ou actuelles.
Quelle qu’en soit la conformation, un dossier
morphométrique devrait pouvoir étre constitué dans
chacune des stations inventoriées. Ce n’est ce-
510
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Fig. 1-2 - Types morphologiques de sites rupestres, selon des
profils imaginaires, en pays arides et sub-arides (n° 1 à 8) et en
pays de montagne (vallèe glaciaire, n° 9 à 12).
Fig. 3. - Dénomination des principaux types morphologiques
des sites d’Art Rupestre de plein air (voir fig. 1 et 2) et leurs sym-
boles cartographiques.
pendant pas toujours possible compte-tenu des
moyens de recherche parfois trop limités. Il importe
néanmoins de disposer d’un ensemble minimal de
mesures caractérisant les unités morphologiques
pour permettre une analyse contextuelle des images
rupestres.
LES SURFACES
Toute surface nue subit des modifications à l’in¬
terface air/roche et donc, une évolution (fig. 5). Ces
modifications appartiennent à deux catégories nette-
ment distinctes et pourtant complémentaires:
1) les manifestations humaines correspondant à
ce qu’on dénomme globalement l’art rupestre: gra-
vures, peintures ou sculptures;
2) les transformations provoquées par les actions
naturelles, physiques, chimiques et biologiques.
L’analyse, l’étude ou l’expertise des surfaces d’art
pré- et protohistorique sur roche naturelle, nécessi-
tent une base objective pour l’enregistrement graphi-
que des données, et par conséquent pour leur étude
scientifìque (fig. 6, 7 et 8). Il est donc indispensable
de disposer d’un code standard ou aisément compré-
hensible, pour l’enregistrement et pour l’archivage
(fig. 9 et 10).
Pour l’étude ponctuelle ou bien pour l’enregistre-
ment systématisé de l’art rupestre de plein air dans le
monde (fig. 11), les mèmes conceptions déontologi-
ques doivent animer les spécialistes comme les ama-
teurs. Meme pour les observateurs les moins avertis,
il est aisé de constater, dans tous les cas, la fragilité
des supports de l’art rupestre, — fragilité engendrée
par les conditions climatiques naturelles et, très sou-
vent, par la présence humaine — .
L’art rupestre, Mémoire de l’Humanité, n’appar-
tient pas exclusivement à ceux qui, par formation,
par métier ou par gout, l’étudient et tentent de l’in-
terpréter. Il appartient au genre humain tout entier
qui l’a con?u et produit comme l’expression de sa
propre spécifìcité. Il doit ètre respecté et protégé. Un
seul moyen existe, actuellement, remarquablement
efficace, qui permette son étude non vulnérante:
c’est la photographie artistique et/ou technique et le
traitement graphique qui s’ensuit.
Mises à part les interventions de sauvegarde sur
les surfaces les plus menacées, la seule possibilité
d’empècher ou de ralentir la dégradation de l’art ru¬
pestre est de ne pas y toucher, l’application stricte de
cet unique principe fondamental, le plus simple
qu’on puisse imaginer, doit permettre, en tous lieux,
d’assurer la pérénnité de cette véritable «pensée fos¬
sile», expression parfois la plus noble de l’Homme.
L’ART RUPESTRE DE PLEIN AIR: ÉTUDE DES SITES ET RELEVÉ DES SURFACES
511
Fig. 4 - Les principales caractéristiques des abris rupestres au
Tassili n’Ajjer sont résumées dans cette coupé schématique.
1) roche; grès dont le faciès et la cohésion sont variables;
2) surplomb rocheux marquant en général la limite d’extension
de la patine qui recouvre les parties extérieures de l’abri;
3) recouvrement de la roche à l’extérieur de l’abri par une pati-
ne-croùte d’oxydation métallique (fer, manganése), brune ou
noire, généralement fissurée et plus ou moins desquamée;
4) plancher de l’abri: couche archéologique, banquette sablo-
argileuse d’origine fluviatile, sable ou roche nue;
5) localisation possible des oeuvres peintes. L’angle d’incli-
naison de la paroi peut varier de moins de 30 à plus de 60
degrés d’angle.
A droite, représentation schématique de trois panneaux rocheux
d’un méme abri. Leur hauteur, en millimètres, est proportion-
nelle à la durée quotidienne d’ensoleillement qu’ils recoivent
(1 mm = 2 heures). Les flèches perpendiculaires aux parois des
panneaux indiquent leur orientation.
Fig. 5 - Coupé schématique et théorique d’un abri ou d’une surfa-
ce rupestre qui montre les principales relations de causes à effet, à
l’origine de l’altérabilité naturelle à l’interface roche/atmosphère.
Fig. 6 - L’étude micromorphologique de détail, pour certains
relevés, permet de déceler la chronologie des altérations; ici, sta¬
tion 4 de Bou Sekkin, 1982.
Fig. 7 - Cette impressionante gravure de personnage, au visage
de face, est particulièrement altérée par une desquamation natu¬
relle envahissante. Gouiret Bent Saloul, 4° Gara; région Ouest de
l’Atlas pré-Saharien, Algérie. Cliché: 1980. Le relevé graphique
d’étude permet d’apprécier l’importance de l’altération superfi-
cielle de l’Art Rupestre. Le cas de «L’homme de Gouiret» est
exemplaire. (Relevé: F. Cominardi, 1979).
512
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Fig. 8- Le relevé micromorphologique rassemble sur un mème document les représentations (artefacts) et les altérations
du support, ce qui aide à une lecture globale des surfaces. Site de Bou-Sekkin (station 4), Atlas pré-Saharien, 1982.
Fig. 9 - Figurés cartographiques de base.
Fig. 10 - Figurés pour les relevés micro-morphologique des sur¬
faces d’art rupestre.
L’ART RUPESTRE DE PLEIN AIR: ÉTUDE DES SITES ET RELEVÉ DES SURFACES
513
Fig. il - Station rupestre de Ai'n-Naga (Atlas pré-Saharien). Abri sous-roche à parois dièdres. Gravures néolithiques,
principalement. 1982. Le relevé micromorphologique des deux parois de l’abri de Ai'n-Naga permet de mettre en évidence
plusieurs phases de gravures, notamment des empreintes de pattes de fissipèdes superposant les gravures d’animaux et de
personnages, plus anciennes.
514
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
LA STATION I DE L’OUED CHRÉA (ATLAS PRÉ-SAHARIEN)
La station I de l’Oued Chréa (secteur Sud d’El
Baydah, Atlas pré-Saharien) se compose de 9 pan-
neaux rocheux séparés par des diaclases. La sé-
quence de ces panneaux montre ici l’abondance et
la complexité des représentations rupestres dans
certains sites. Dans ce cas, le relevé graphique
aide grandement au déchiffrement des surfaces
ornées.
Panneau 1
L’ART RUPESTRE DE PLEIN AIR: ÉTUDE DES SITES ET RELEVÉ DES SURFACES
515
Panneau 2
Panneau 3
516
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Panneau 4
Panneau 5
L’ART RUPESTRE DE PLEIN AIR: ÉTUDE DES SITES ET RELEVÉ DES SURFACES
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Panneau 6
Panneau 7
Xlt
518
FRANCOIS SOLEILHAVOUP
Panneau 8
Panneau 9
L’ART RUPESTRE DE PLEIN AIR: ÉTUDE DES SITES ET RELEVÉ DES SURFACES
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B.P. 132 - 93805 Epinay-sur-Seine-Cedex FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Jean Spruytte
(
Reconstitution expérìmentale d’un bige saharìen
Résumé — Cette communication est un exposé technique sur la reconstitution et l’expérimentation d’un modèle de
char réalisé à partir d’un vestige de roue antique ramené d’Afrique en 1843, et d’une observation précise de roue de char de
peintures rupestres sahariennes.
Les résultats expérimentaux du système d’attelage des chevaux montrent qu’il s’agit d’un procédé de dressage des
chevaux à l’attelage et non d’un mode de traction normal. La conclusion qui s’impose est que ce modèle de char cor-
respond à un véhicule de dressage.
Abstract - This communication is a technical report on thè rebuilding and experimentation of an ancient carriage, ba-
sed on thè vestige of an antique wheel brought from Africa in 1843 and thè minute observation of carriage wheels in Saha-
rian rock art.
The results of thè experimentation of this driving System show that it was a mean of training horses rather than an
usuai traction System.
One can conclude that this type of carriage was certainly used for training horses.
PREAMBULE
Cet exposé, ainsi que sa démonstration matérielle,
ne concernent exclusivement que les chars attelés de
chevaux de l’époque des personnages «à tète en for¬
me de bàtonnet».
Les conclusions techniques qui en découlent ne
concernent donc uniquement que ce modèle de char
et que cette époque.
L’attelage des équidés est une activité matérielle
qui est conditionnée par des contraintes physiques
restées immuables des origines à nos jours, ce que
seule une méthode expérìmentale permet de pren-
dre en compte en faisant abstraction des supposi-
tions.
En fait, dans le domaine particulier de l’attelage,
une chose est matériellement réalisable ou elle ne
l’est pas, et dans ce dernier cas, la conjecture est une
perte de temps inutile.
L’étude technique et la réalisation matérielle de
cette démonstration ont été réalisées uniquement
d’après des documents photographiques nets et pré-
cis de peintures rupestres sahariennes, à l’exclusion
de tout relevé manuel, ou « interprétations » plus ou
moins heureuses qui ont été faites de certaines de ces fì-
gurations.
Le véhicule dont il va ètre question n’est pas un
modèle type de tous les chars représentés dans l’en¬
semble des peintures et gravures rupestres saharien¬
nes. Il n’est que la matérialisation d’un char particu¬
lier, nettement identifiable, figuré dans un étage de
peintures très caractéristiques se rapportant aux per¬
sonnages «à tète en forme de bàtonnet».
Il a été réalisé entièrement à la main en 1989, en
respectant la technologie des chars antiques par-
venus jusqu’à nous, et à partir de deux éléments ar-
chéologiques importants connus depuis peu.
Ces deux découvertes concernent respectivement:
— Un vestige archéologique de roue, ramené d’A¬
frique en 1843, et actuellement déposé dans un mu-
sée des USA.
— Une peinture rupestre saharienne de l’époque
des personnages «à tète en forme de bàtonnet», ré-
cemment découverte par monsieur J. Kunz, qui a
bien voulu nous permettre d’exploiter les enseigne-
ments techniques qu’elle comporte.
LA ROUE
Il existe au musée de Brooklyn (Etat de New
York) une roue antique dont la technologie tout-
à-fait particulière a déjà attiré l’attention de
quelques chercheurs et suscité des publications
tendant à rechercher son contexte archéologique
(fig. 1 et 2).
Cette roue a été achetée en 1852 par la Société
d’Histoire de New York à un médecin anglais ama¬
teur d’antiquités, le Docteur Henry Abbott, qui avait
résidé en Egypte de 1832 à 1843, et qui avait ramené
cette roue avec d’autres antiquités.
En 1846, elle figure dans l’inventaire de J. Bonomi
concernant la totalité du matériel archéologique du
Docteur Abbott.
En 1948, la roue et d’autres vestiges de la Collec-
tion Abbott étaient acquis par le musée de Brooklyn
pour le Département des Arts Antiques Egyptiens
où ils se trouvent actuellement.
En 1980, à partir des précision données dans l’étu¬
de de M. A. Littauer et J. Crouwel (1979), l’exécution
d’une maquette d’étude au 1/10 permettait de résou-
dre matériellement les problèmes de montage de
cette roue, sur lesquels butaient les chercheurs qui
s’y étaient intéressés, mais sans pouvoir déterminer
les raisons qui avaient nécessité l’invention d’une
technologie aussi particulière.
Cette première réalisation faisait néanmoins appa-
raitre qu’il manquait une pièce à la roue du musée de
522
JEAN SPRUYTTE
Brooklyn, et que les vingt pièces constitutives ne te-
naient assemblées que par deux lanières de peaux
brutes (fig. 3 et 4).
Enfìn comme le faisait remarquer M. A. Littauer
et J. Crouwel (1979) dans leur étude, un modèle de
roue aussi particulier était inconnu des textes et do-
cuments figurés de TAntiquité.
Fig. 1 - La roue vue de face.
Fig. 2 - La roue vue de 3/4, montrant les ouvertures en forme
de T renversé au quart inférieur des faces internes des rais.
Fig. 3 - Les 20 pièces constitutives, dont le collier de serrage qui
est absent sur la roue de musée, mais qui est mentionné en 1846
dans l’Inventaire de J. Bonomi.
Fig. 4 - Les 20 pièces assemblées et maintenues par deux laniè¬
res de peau brute.
LA PEINTURE RUPESTRE SAHARIENNE
En 1988, monsieur J. Kunz, chercheur saharien
spécialiste de la recherche de peintures rupestres, dé-
couvrait une magnifique scène d’attelage de l’époque
des personnages «à tète en forme de bàtonnet» dont
le char présentait une roue de méme facture techno-
logique que la roue du musée de Brooklyn (fig. 5).
Cette découverte capitale était le premier document
figuré connu qui représentait le modèle de la roue ra-
RECONSTITUTION EXPÉRIMENTALE D’UN BIGE SAHARIEN
523
Fig. 5 - Char figurò dans une scène d’attelage (cliché J. Kunz).
menée en 1843 par le Dr Abbott, ce qui permettait
d’orienter une recherche technique et technologique
dans une direction inattendue, mais qui rejoignait
celle déjà décelée lors des expérimentations d’aout
1983 (Spruytte, 1986).
Le première phase de cette recherche fut la réalisa-
tion d’une maquette de char au 1/5, avec des roues
du modèle révélé à la fois par la roue du musée de
Brooklyn et par la peinture rupestre saharienne, per-
mettant d’acquérir des connaissances précises sur la
technologie de ces constructions et d’en tirer une
première conclusion.
Ces premiers résultats furent jugés suffisamment
concluants pour envisager, sous l’impulsion de M.
Gast, Directeur du LAPMO et avec une aide maté-
rielle du CNRS, la reconstitution grandeur nature
d’un char identique à celui de la peinture rupestre,
monté sur des roues identiques à celles du musée de
Brooklyn.
Cette reconstitution fìt clairement apparaTtre deux
choses: tout d’abord une conception technique ex-
trèmement élaborée de la roue, qui n’a son équiva-
lence nulle part, et dont la réalisation matérielle exi-
ge un travail minutieux, d’une grande précision, qui
ne peut ètre effectué qu’en atelier et non en exté-
rieur, et ensuite le fait que cette singulière technolo¬
gie avait pour objectif de fournir une roue qui pou-
vait ètre démontée et remontée sans outillage par un
utilisateur sans qualification particulière. Cette con¬
ception technique de fabrication peut permettre en
outre de réaliser des roues de méme type à 4, 5, 6, 7, 8
rais, et mème plus, en utilisant toujours la mime tech¬
nologie (fig. 6).
Fig. 6 - Une roue à 8 rais, de mème technologie (rupestre de
Tamajert) se monte et se démonte de la mème fa?on.
LA RECONSTITUTION A L’ECHELLE
Les roues
Les roues sont aux dimensions exactes de la roue
du musée de Brooklyn:
— diamètre: 0,96
— longueur du moyeu: 0,37
— poids: 9 kg
Observations techniques (fig. 7)
1) La longueur des pattes des rais est faible, et leur
forme en «pyramide tronquée» indique de manière
extrèmement précise qu’elles sont con^ues pour
pouvoir ètre montées et démontées à la main sans
outillage. La faible longueur des pattes permet d’ou-
vrir juste le cercle pour la mise en place, si elles
étaient plus longues, le cercle casserait.
2) Les six portions de jante ne sont tenues par les
broches des rais, que par une seule extrémité (les bro-
ches ne traversent pas), le crantage sur la coupé biai-
se assure le serrage exact et la tenue des portions de
jante. Tout ceci indique aussi une solution technique
destinée à un démontage manuel sans outils.
3) D’une étude technique concertée avec le tour-
neur des moyeux (homme d’expérience et ancien
charpentier de marine), il ressort que la conception
Fig. 7 - Pian et coupé de la roue de musée sur lesquels sont figurés les
systèmes de serrage assurant la cohésion des pièces constitutives.
524
JEAN SPRUYTTE
technique de cette roue et ses systèmes d’assemblage
relèvent beaucoup plus de la construction nautique
que du charronnage.
4) En réponse à une question posée par écrit, le
fournisseur des peaux utilisées, traitées à Pancienne
(non tannées, mais émincées, dépilées, chaulées), in-
dique dans sa lettre du 20 avril 1990 que les peaux mi-
ses en place, une fois sèches, peuvent ètre avanta-
geusement vernies, ce qui augmente considérable-
ment leur solidité. On observera que les premiers
vernis venaient d’une ville de Cyrénai'que, Bérénice,
dont le nom altéré est à l’origine du vocable (vernis,
du latin véronice, du grec veronikè, altération de
Bérénikè, ville de la Pentapole de Cyrénai'que d’où
venaient les premiers vernis). Il n’y a donc aucu-
ne objection à utiliser un vernis, naturel, à base de
sandaraque, dans la construction des véhicules an-
tiques.
5) L’examen du moyeu de la roue de Brooklyn fait
apparaitre qu’il a été tourné. Une pièce aussi impor¬
tante nécessite un tour à bois puissant, à rotation
continue. Le système du va-et-vient n’est pas conce-
vable pour un travail de cette nature.
Le char
Le char a été reconstitué à partir des données sui-
vantes:
1) Les analyses techniques détaillées effectuées
sur les représentations de chars les mieux conservées
dans les peintures rupestres des personnages «à tète
en forme de bàtonnet» et principalement celle de la
scène d’attelage de l’oued Allarama.
2) En prenant pour échelle d’exécution les dimen-
sions de la roue du musée de Brooklyn, et en tenant
compte des rapports de proportions de la scène d’at¬
telage.
3) De l’expérience acquise pendant vingt-trois ans
de reconstitutions et d’expérimentations de chars
antiques d’époques diverses et d’origines différentes.
Le fait que les roues soient démontables et que
l’on puisse de ce fait envisager leur transport démon-
tées, amena à concevoir un char pouvant lui aussi
ètre entièrement démonté et transporté sur un ani¬
mai de bàt, ceci sans modifier aucunement son
aspect.
Observations techniques
1) La «barre de traction». Il s’agit d’une pièce capi¬
tale à laquelle nous avons donné ce nom en 1976
(Spruytte, 1977) lors d’expérimentations. Cette barre,
qui ne repose pas sur les animaux, ne peut ètre dé-
nommée «joug». Contrairement au joug d’encolure
qui est toujours en retrait du bout du timon d’une
vingtaine de centimètres par nécessité (attaché de la
courroie avaloire), la barre de traction est toujours
représentée fixée en bout de timon sur les chars déte-
lés des peintures des personnages «à tète en forme
de bàtonnet».
2) L’assemblage des deux parties du timon par
une enture au trait de Jupiter ne constitue pas un
anachronisme technique, l’assemblage de pièces de
bateau (étrave quille) est attesté sous cette forme par
la recherche archéologique sur des épaves phéni-
ciennes et gallo-romaines au cours du Ier millénaire
(voir Archéologia n. 55 et 61, année 1973. Photo et
dessin du «trait de Jupiter»).
3) Le train de roues. Des esses en bois, carrées, de
mème forme que celles des chars de Toutankhamon,
traversent le bout des fusées d’essieu et empèchent
les roues de ressortir. Le diamètre des fusées est
donné par l’ouverture du moyeu de la roue du musée
de Brooklyn (68 mm).
4) Le bàti de la piate-forme repose en trois points:
la partie centrale du cintre sur le timon, les extrémi-
tés sur l’essieu, Il supporte l’arceau de stabilisation
latérale du cocher. En aucun cas il ne peut s’agir d’u¬
ne rambarde qui ne peut avoir moins de 0,75 de haut
(pour arriver à mi-cuisse) pour ètre utile à quelque
chose, alors que sur les représentations rupestres au¬
cun arceau n’arrive aux genoux du cocher (entre 0,25
et 0,47 - voir étude graphique). L’idée d’un arceau
stabilisateur entre les jambes des cochers avait été
émise pour la première fois au Colloque de Sénan-
que par A. Bonnet, F. de Cabissole, A. et R. Fabre,
G. Mossant, mais les auteurs abandonnaient finale-
ment cette interprétation dans leur communication
(1982, page 60).
5) Les fìches, ou la boucle, de fixation de la piate-
forme. Il semble que deux systèmes de fixation diffé-
rents existent sur les chars. Les tiges «à crochets» ou
«à boules» placées devant les jambes du cocher à l’a-
vant de la piate-forme ne peuvent ètre que des fìches
de fixation de la piate-forme sur le timon, l’extrémité
recourbée, ou en forme de houle, indiquant indubi-
tablement qu’il s’agit d’une prise pour un retrait des
fìches. Une sorte de boucle rempla^ant les fìches
peut aussi permettre de maintenir les liens de fixa¬
tion de la piate-forme sur le timon.
6) Lorsqu’il existe une crapaudine, elle est derrière
le cocher, ce qui exclut la possibilité d’y voir un «por-
te-javelot», mais tout au plus un porte fouet, ou ba¬
ieine. Il n’existe pas, à notre connaissance, un seul
document fìguré antique représentant un lancer de
javelot par le cocher d’un char, mème arrèté, et les
seules scènes de chasses antiques où apparaissent des
armes d’haste à bord des chars, montrent que ces ar-
mes sont utilisées manuellement et non lancées (As-
syrie, Egypte). Au point de vue guerrier, le seul exem-
ple à notre connaissance, est l’Etendard d’Ur, où à
bord d’un char attelé d’ànes en quadrige, un guerrier
passager, et non le cocher, lance un javelot à la volée.
Expérimentalement on ne voit d’ailleurs pas com-
ment un cocher seul pourrait mener un attelage au
galop en lan?ant en mème temps un javelot... avec la
moindre chance d’atteindre un objectif quelconque.
ETUDE EXPERIMENTALE
L’expérimentation du char a été effectuée le ler
juin 1990 au Poney Club de Canto-Grihet à Beau-
recueil, dont les directeurs Monsieur et Madame
R. Périn-Riz ont pendant plus de vingt ans participé
aux expérimentations d’attelages antiques et aima-
blement fourni les poneys nécessaires à ces études.
Le menage aux trois allures d’un poney et d’une
ponette appareillés en taille (1,30) a été effectué pu-
RECONSTITUTION EXPÉRIMENTALE D’UN BIGE SAHARIEN
525
bliquement par monsieur Alain Spruytte, moniteur
d’équitation D. E., et titulaire du 2 e degré de condui-
te en guides.
Le procédé de dressage à la barre de traction a été
utilisé avec le méme succès que lors de toutes les ex-
périmentations effectuées depuis 1976.
La fìabilité du char, surtout la solidité des roues,
ont été éprouvées d’abord au pas, puis au trot, et en-
fin au galop, en marquant sensiblement les quatre
coins de la carrière rectangulaire utilisée.
Une vingtaine de tours effectués au galop, repré-
sentant donc un total de 80 tournants exécutés sans
le moindre incident matériel, mettent en évidence
l’extraordinaire résistance des roues aux poussées la-
térales de la force centrifuge. (Pour un véhicule de 45
kg, avec un cocher de 75 kg et une vitesse de 25 km/h
sur une courbe de 15 m de rayon, la poussée latérale
vers l’extérieur à hauteur des moyeux est de 41 kp).
La découverte expérimentale a été de constater
que l’utilisation de l’arceau ne pouvait se faire utile-
ment qu’en plafant une jambe légèrement devant
l’autre, et de noter ensuite sur les peintures rupestres
que c’était bien ainsi que l’utilisaient les personnages
«à téte en forme de bàtonnet».
CONSIDERATICI TECHNIQUES, MATERIELLES ET HISTORIQUES SUR LES ATTELAGES
DES PERSONNAGES «A TETE EN FORME DE BÀTONNET»
Généralités: Les chars antiques attelés de chevaux
ont été différenciés, dans les études modernes, en
chars de guerre, de chasse, de course, de parade,
etc... En fait, matériellement, tous les chars anti¬
ques jusqu’aux premiers siècles de notre ère, rele-
vaient de la mème technologie, et ce n’est que leur
mode d’utilisation et les agencements annexes qui en
découlent qui peuvent permettre de concrétiser ces
classements. Le meilleur exemple archéologique
peut en ètre donné par les chars de Toutankhamon,
il suffit de mettre en place les carquois latéraux de la
caisse, ou mème plus simplement de les garnir d’arcs
et de flèches pour qu’ils deviennent chars «de guer¬
re» ou «de chasse», et d’òter ces armes et leurs sup-
ports pour en faire des chars «de parade». L’Iliade
montre de son coté qu’il suffit d’organiser une cour¬
se de chars «pour que les chars utilisés au combat
pour le transport des hoplites deviennent des chars
de course». Et fon peut voir sur les bas-reliefs assy-
riens que le Roi utilise le mème char, à la guerre, à la
chasse ou dans les défilés.
Ces simples constatations montrent qu’une utili-
sation abusive de classifìcations modernes peut con-
duire à des interprétations erronées. L’attelage est
une activité strictement matérielle et il convient en
fait d’arriver à déterminer avec exactitude un mode
d’utilisation pour en déduire une qualification.
A partir de ces observations, les chars des person¬
nages «à tète en forme de bàtonnet» ne peuvent pas
ètre considérés comme des chars «de guerre» ou «de
chasse» puisqu’ils ne présentent aucun des aménage-
ments nécessaires à ces activités: ni armes ni rambar-
de, et qu’ils ne sont pas figurés dans des contextes
guerriers ou cynégétiques.
Pour une autre raison, ils ne peuvent pas non plus
ètre des attelages de «parade» (ou de «prestige») car
ils ne vont jamais au pas, ni au petit trot, et ne sont fi¬
gurés qu’au galop ou à l’arrèt, et toujours sans escorte
(ni gardes, ni piqueur, ni valet) ni accessoires ou
symboles d’autorité tels que parasol (Assyrie, Perse)
chasse-mouches (Egypte) etc...
De l’Antiquité à nos jours, dans tous les pays et
sous toutes les latitudes, les attelages de parade des
personnages importants (ou des «castes dirigean-
tes») sont toujours escortés et ne vont qu’au pas ou au
petit trot, qui sont les seules allures laissant aux po-
pulations le temps de voir et d’admirer (le «temps de
l’hommage »). Les exemples sont innombrables à tra-
vers l’espace et le temps (du Roi d’Assyrie ... à la
Reine d’Angleterre . . . en passant par tous les pays et
tous les régimes).
En fait, pour pouvoir évoluer à toutes les allures
avec un char, le dressage préalable des chevaux à l’at-
telage est une nécessité absolue, malheureusement
restée ignorée des commentateurs non profession-
nels, et qui existait déjà obligatoirement dans l’An-
tiquité, mème si aucun texte sur ce sujet n’est par¬
venu jusqu’à nous, et mème si la quasi totalité des
auteurs antiques ou modernes semble l’ignorer.
Les expérimentations du mois d’aout 1983, pu-
bliées en 1986 (Spruytte, chars à chevaux, Antiquités
Africaines, T. 22, 1986, pp. 29-55) avaient mis en évi¬
dence que les modes d’attelages des personnages «à
tète en forme de bàtonnet» représentés dans les
peintures rupestres qu’ils ont laissées, étaient des
procédés de dressage et que la spécialisation de cette
population dans le dressage des chevaux à l’attelage
ne faisait que confìrmer les textes d’Hérodote sur les
aptitudes et l’habileté dans ce domaine des Libyens
en général et de trois tribus en particulier (Hérodote
IV-170-183-190-192-195, VII-86-184).
La découverte d’un modèle de roue d’une techno¬
logie particulière dans les peintures rupestres, dont il
existe un vestige archéologique et dont la facilité de
démontage et de remontage constitue le trait domi-
nant, ne fait que confìrmer le caractère spécifique
des chars utilisés par les personnages «à tète en for¬
me de bàtonnet».
Les représentations de modes d’utilisation de ces
chars sont elles-mèmes assez révélatrices pour per¬
mettre de classer ces chars (à un ou plusieurs timons)
dans la catégorie des véhicules de dressage en tenant
compte des observations suivantes:
a) Utilisation d’une barre de traction dont le ròle
est capitai, mais qui ne se manifeste qu’à l’expéri-
mentation («barre de traction» apparait la seule dé-
nomination acceptable pour une barre passant au-
dessous de la gorge et en avant de l’encolure).
b) Existence d’un arceau de stabilisation latérale
et absence de rambarde.
c) Absence de flot de guides (absolument unique,
n’existe nulle part ailleurs). De l’Antiquité à nos
jours, il n’existe pas d’attelages pour le transport
des personnes sans flot de guides tombant dans la
caisse du véhicule. Le flot de guides est une sécurité
aussi obligatoire que fondamentale en attelage, mais
il nécessite l’existence d’une caisse, autrement il
devient un danger en risquant d’ètre pris dans les
roues puisque rien ne le retient sur la piate-forme . . .
(accident qui a failli arriver en 1983 lors d’expérimen-
tations).
526
JEAN SPRUYTTE
La spécialisation du dressage des chevaux à l’atte-
lage et du menage de la population «à tète en forme
de bàtonnet» est caractérisée par:
1) Des scènes d’attelage (exemple oued Allarama)
ou un personnage seul bride et attelle une paire de
chevaux (professionnalisme certain).
2) L’utilisation d’une «barre de traction» qui se ré-
vèle ètre un procédé de dressage à l’attelage.
3) L’utilisation de chars sans rambarde, mais à arceau
stabilisateur, type mème du véhicule de dressage.
4) L’utilisation de char à caisse avec des chevaux
mis.
On peut encore ajouter une scène de menage de
deux boeufs, attelés avec brancards et sangles, sur un
char à une place (ne peut s’expliquer que par un pro¬
cédé inconnu de dressage des bovins à l’attelage).
CONCLUSIONS
Les résultats expérimentaux obtenus par la re-
constitution des roues et du char, ainsi que par les
essais répétés aux trois allures (et particulièrement
au galop) permettent les conclusions suivantes:
D’une part l’élaboration technique de la roue, le
procédé de dressage à la barre de traction, la techno-
logie particulière du char et, d’autre part, les résultats
expérimentaux obtenus pendant plus d’une décen-
nie d’expériences sur le terrain, confirmés à nouveau
en juin 1990, mettent en évidence que les représenta-
tions rupestres des personnages «à tète en forme de
bàtonnet» concernent un matériel de dressage des
chevaux à l’attelage pour des utilisations ultérieures
aux trois allures sur de légers véhicules tels qu’é-
taient tous les chars antiques jusqu’au début de
notre ère.
Que la réalisation d’un matériel aussi élaboré né-
cessitant calculs, tra?ages, table de montage, fa?on-
nage et tournage ne pouvait ètre effectuée que dans
des ateliers spécialisés et non en pieine nature.
Que ces données positives jointes aux datations de
la roue du musée de Brooklyn peuvent permettre de
situer l’utilisation de ce matériel entre le VIIe et IVe
siècles av. J.C. par fune ou par toutes les populations
libyennes spécialisées citées par Hérodote.
Que dans le contexte historique de cette pério-
de (-VHP au -IVe siècles), seuls les Phéniciens,
constructeurs nautiques avertis, avaient à la fois les
connaissances techniques nécessaires pour de sem-
blables réalisations et les ateliers de fabrication in-
dispensables (outillage et personnel) pour les exé-
cuter, soit à Carthage soit dans leurs établissements
de la còte libyenne. Ce qui leur permettait de fournir
aux populations libyennes spécialisées citées par
Hérodote un matériel roulant démontable de dres¬
sage des chevaux à l’attelage, adapté aux modes de
vie de ces populations, et de récupérer ensuite les
attelages complets parfaitement dressés qui con-
stituaient un produit d’échange commercial non
négligeable.
NOTES ANNEXES SUR LA ROUE DU MUSEE
Il n’existe pas de certitude absolue sur la pro-
venance exacte de la roue. Elle a été achetée en
Afrique, probablement en Egypte, par le docteur
H. Abbott entre 1832 et 1843 et elle est mention-
née avec les antiquités égyptiennes de la collection
Abbott dans l’inventaire de J. Bonomi en 1846. Bien
que n’ayant absolument aucun rapport technolo-
gique avec les roues des chars égyptiens, elle a été
considérée comme égyptienne par plusieurs com-
mentateurs, dont G. Forestier («La roue» Berger-
Levrault Paris 1900) qui croyait d’ailleurs qu’il en
existait deux.
Datations au C14
A. W. Sleeswyk mentionne deux datations effec-
tuées en 1986 donnant respectivement comme àge à
la roue du musée: la première entre 775 et 185 av.
J.C. et la seconde entre 760 et 380 av. J.C.
Nature des bois
Il ne semble pas qu’il existe une analyse quelcon-
que du, ou des bois constituant la roue. Dans le nu-
méro d’aout 1858 de «The New York coach-maker’s
magazine» un article anonyme donne une descrip-
tion de la roue et note les traces d’usures sur le ban-
dage, en concluant qu’il s’agit d’un bois «aussi dur
que le fer».
Dans l’ignorance de la nature exacte des bois an¬
tiques, la reconstitution des roues et du char a été
réalisée en bois de frène, essence traditionnelle-
ment utilisée dans la construction hippomobile eu-
ropéenne.
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RECONSTITUTION EXPÉRIMENT ALE D’UN BIGE SAHARIEN
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Spruytte J., 1989 - Recherches sur l’origine du fait équestre en
Afrique du Nord. Travaux du L.A.P.M.O. Université de Pro¬
vence.
Jean Spruytte: Chemin de la Clappe - 83560 Vinon sur Verdon FRANCE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Assunta Alessandra Stoppiello
V
Civiltà sahariane: arte, strumenti e concettualità
Résumé — Cet article veut souligner l’importance des processus cognitifs dans l’expression artistique saharienne: à
travers l’art il y a la possibilité de remonter aux capacités cognitives de ces artistes.
Cette étude a été réalisée en appliquant les catégories de Jean Piaget sur la représentation du monde. Une atten-
tion particulière est donnée à l’analyse de l’appareil perceptif-conceptuel, lequel permit la création des images tirées de la
réalité.
Abstract — The article wants to show thè importance of thè cognitive processes that are at thè base of thè saharan rock
art. Through thè art is possible to go back to thè cognitive capacities of thè people that enjoyed these representations.
This is realized by thè application of thè piagetian categories for thè representation of thè world. Particular attention is
given to thè analysis of perceptive-conceptual apparatus that allows thè création of images inferred from thè reality.
Questo lavoro vuole sottolineare l’importanza dei
processi cognitivi che sono alla base dell’espressione
artistica sahariana: una prospettiva per cui attraverso
l’arte e gli strumenti si può risalire a quelle che erano
le capacità cognitive del gruppo. Si accennerà anche
all’analisi dell’apparato-concettuale che permette la
creazione di immagini desunte dalla realtà.
Tenendo conto dell’impostazione data da Rudolf
Arnheim (1974) al problema della percezione, si può
dire che l’espressione artistica sia un indicatore delle
relazioni sociali esistite aH’interno della collettività.
Infatti, dice Arnheim, le facoltà visive percepiscono
forme generiche che sono interpretate ed elaborate
organicamente dalla memoria delle cose passate e
dalle conoscenze culturali del soggetto. L’occhio vie¬
ne quindi a selezionare solo l’informazione che è
considerata importante per una certa attività. Di con¬
seguenza la rappresentazione viene ad essere un con¬
densato di certi aspetti del proprio mondo culturale.
Pertanto, la rappresentazione può essere uno spec¬
chio dei modelli cognitivi del mondo e riflettere l’or¬
ganizzazione dei concetti. E, di conseguenza, l’arte
può essere indicatrice di quello che viene riconosciu¬
to come culturalmente valido in una data società. In¬
terviene come espressione del fatto culturalmente
organizzato, ed è indicatrice di un alto livello di coe¬
sione sociale, legato, a sua volta, allo sviluppo di
meccanismi di relazioni interpersonali e di autoco¬
scienza.
Con riferimento più specifico all’arte sahariana,
questa dovrà essere vista nel più ampio ambito delle
culture che l’hanno prodotta. In questo caso l’analisi,
partendo dal considerare le capacità cognitive, dovrà
tendere a comprendere le strutture «significanti» al¬
l’interno delle rappresentazioni. Un significato che
sfugge se non lo si colloca nel più ampio contesto di
comprensione dell’ecosistema di cui l’artista era par¬
tecipe. La chiave di interpretazione del fenomeno ar¬
tistico dovrà essere così ricercata nel rapporto dina¬
mico tra azione e concettualità.
Parlando dell’arte non si può trascurare un altro
aspetto fondamentale, quello della sua funzione co¬
me strumento comunicativo. L’arte pertanto, risulta
indissociabile dal fenomeno comunicativo per eccel¬
lenza, il linguaggio. Difatti, come afferma Corrado
Maltese (1970:30), «tra linguaggio plastico-grafico e
linguaggio verbale esisterebbero aspetti e funzioni
comuni: il fatto di costituire ‘facoltà espressive’, di
servirsi di elementi distinti e tuttavia organizzati, di
riferirsi a cose e a relazioni, ossia di far parte dei fe¬
nomeni comunicativi».
Ora gli atti di comunicazione, come afferma C. Bou-
ton (1980), implicano tutti la presenza immediata o
mediata nello spazio e nel tempo, di un soggetto che
produca il segnale e di un soggetto al quale questo è
destinato. I due hanno in comune la conoscenza del
valore del segnale, tale che la sua percezione deter¬
mini una modificazione del comportamento in chi lo
riceve conforme all’intenzione dell’emissione. Se si
utilizzano più segnali, questi vengono a costituire un
codice la cui conoscenza è alla base di ogni scambio.
Questo presuppone quindi una strutturazione psichi¬
ca elaborata, che permette una decodificazione del¬
l’informazione che proviene da tutto ciò che è ester¬
no all’organismo: un’informazione che prevede una
sua chiave di interpretazione possibile solo tramite
un certo tipo di strutture cognitive, che mediano il
rapporto tra realtà e soggetto attivo di conoscenza.
La padronanza del codice implica però un’intera¬
zione che produce essa stessa effetti cognitivi: si ha
una «coscientizzazione» del processo motorio e del
suo fine. Quindi, procedure mentali che incrementa¬
no man mano che la comprensione della realtà au¬
menta di pari passo. Per cui lo stesso riscontro di un
certo tipo di elaborazione strumentale-artistica dovrà
corrispondere a un certo tipo di decodificazione pos¬
sibile solo grazie all’elaborazione cognitiva, dove la
padronanza di una certa tecnica di scheggiatura dello
strumento litico come di un certo «stile», è per noi si¬
gnificativa dell’adattabilità conseguita dall’individuo.
Responsabile della comparsa di processi d’integra¬
zione e d’adattamento sempre più complessi e flessi¬
bili, è nell’uomo la progressiva evoluzione delle aree
corticali, che permettono di rispondere alle variazio¬
ni dell’ambiente esterno non solo con rigidi schemi
istintivi ma con nuovi repertori comportamentali. Lo
sviluppo cognitivo si viene quindi a delineare come
un processo di equilibrazione in cui si raggiungono
530
ASSUNTA ALESSANDRA STOPPIELLO
successivi equilibri tra funzioni sempre più comples¬
se (Butcher 1974).
In una accezione ampia del record archeologico
che comprenda manufatti e documenti artistici, ci si
chiede come questi possano rispecchiare il tipo di
rappresentazione mentale del mondo da parte del¬
l’artista dove «il pensiero creativo rappresenta la ca¬
pacità di ridefinire e di riorganizzare in modo flessi¬
bile le forme e gli elementi che ci sono «familiari»
(Lowenfeld, Brittain 1967:197).
La costruzione di strumenti consiste nel trasferi¬
mento di forma e funzione nella materia disorganiz¬
zata e quindi malleabile per qualsiasi scopo. L’affina¬
mento delle funzioni conoscitive e l’estensione delle
loro applicazioni fornisce all’uomo proprio quelle ca¬
pacità cognitive indispensabili per agire sulla realtà:
cioè il rappresentare e simulare avvenimenti esterni,
o programmi ideali creatori di esperienza soggettiva.
L’arte si pone in questo quadro «come produzione di
segni e comunicazioni, di progetti di comunicabili¬
tà. . . L’opera d’arte viene così a possedere una strut¬
turazione stratificata, pluridimensionale e polisigni¬
ficativa dell’esperienza organizzativa e progettuale»
(Formaggio 1981:158).
Ciò presuppone un sistema nervoso centrale capa¬
ce di una rappresentazione adeguata e di un’esatta
previsione confermata dall’esperienza concreta. Gli
stessi utensili diventano manufatti in virtù della loro
relazione con una serie di idee che dirigono la loro
costruzione e il lavoro, dislocate nella conoscenza
dell’artefice. Il contesto comportamentale quindi,
evolutosi attraverso l’uso e la fabbricazione di stru¬
menti, ha compreso, come afferma G. Guilmet
(1977), tutta una serie di processi di comportamento
costituiti dalle capacità di riflessione, di invenzione,
di manipolazione degli oggetti e dei simboli, dall’ap¬
prendimento per prove ed errori, dalla costruzione
intenzionale ed inconscia e dalle istruzioni linguisti¬
che intenzionali.
Piaget stesso (1971) ha affermato che gli oggetti esi¬
stono e comportano strutture indipendenti da noi; la
loro conoscenza è permessa solo tramite le nostre
operazioni che costituiscono così il quadro di riferi¬
mento per raggiungerli, ma solo attraverso approssi¬
mazioni successive. L’inizio della manipolazione si
presenta così come un possibile indizio di struttura-
lizzazione psichica, in quanto l’uso di strumenti im¬
plica l’apprendimento di pratiche complesse. Le
strutture cerebrali con il ripetersi delle azioni di ma¬
nipolazione si raffinano: vengono inglobate informa¬
zioni relative alla costruzione e al tempo. Ai primi
ominidi che lavorano particolari materiali è possibile
associare la genesi di funzioni quali la comprensione
delle proprietà degli oggetti mediante il tocco, l’inve¬
stigazione del volume, della forma, della superficie,
del peso, della consistenza e della temperatura, così
come nuove funzioni connesse con i processi di lavo¬
razione. Queste sono soprattutto 1’esistenza di nuove
e più complesse azioni, l’apparire di una complessa
coordinazione di movimenti nello spazio e nelle se¬
quenze temporali, l’interdipendenza causale tra le
azioni stesse (Kochetkova 1978).
L’applicazione della teoria dell’epistemologia ge¬
netica di J. Piaget all’analisi della filogenesi ci per¬
mette di correlare i diversi stadi cognitivi con il dato
archeologico. Difatti nella teoria di Piaget il soggetto
conoscente è un soggetto attivo che partecipa a ciò
che lo circonda interagendo con esso e strutturando¬
si in questa interdipendenza; ed è in questa relazione
che impara a conoscere attraverso le proprie azioni
gli oggetti del mondo. Questo in una serie di schemi
che si succedono incorporandosi, in uno sviluppo ge¬
rarchico: in ogni nuovo stadio vengono raggiunti
nuovi tipi di concetti e ciascuno dei mutamenti qua¬
litativi fra l’una e l’altra tappa apre la possibilità di
nuove capacità di risolvere problemi (Butcher 1974).
Trasferito al terreno archeologico, i vari tipi di
strumenti corrispondono a fasi diverse del pensiero
pre-operatorio e concreto, dove un livello storico
corrisponde ad una oscillazione temporale con valori
variabili da un complesso litico ad un altro, e un
livello intellettivo corrisponde a differenti strutture
di base che sottostanno al processo intellettivo (in¬
formazione-decodificazione-classificazione). Queste
strutture di base, in senso filogenetico, corrispondo¬
no alla organizzazione interna del cervello con un
aumento delle connessioni - sinapsi - fra le unità di
base - neuroni. L’evoluzione del sistema nervoso ha
seguito così la ricerca di una architettura neurale ap¬
propriata per l’esecuzione di compiti sempre più ela¬
borati (Parisi 1989). L’aumento delle connessioni
permette di immagazzinare una sempre maggiore
quantità di informazioni che vengono così registrate
sotto forma di memoria a breve termine (MBT) e
memoria a lungo termine (MLT). L’intelligenza si
definisce così sempre più nel suo complesso di ela¬
borate interazioni con la realtà esterna. I processi co¬
gnitivi si vengono così a costituire come processi co¬
struttivi - memoria e pensiero - lasciando dietro di
sè delle tracce. La stessa presa di coscienza aumenta
gradualmente man mano che l’uomo inizia a mani¬
polare sempre più gli oggetti della realtà interna, ed è
in questa coscienza che compaiono i prodotti dei
processi costruttivi. La memoria ha permesso all’uo¬
mo di realizzarsi in quanto ora egli ha la possibilità di
confrontarsi continuamente con se stesso, con il suo
operato (facoltà di previsione, nozione di passato e
futuro).
Attraverso l’oggetto, lo strumento, nel nostro caso
l’opera rappresentata, si procede ad una messa in or¬
dine della caoticità che ci circonda, che si realizza a
livello concettuale in una qualche classificazione. Lo
strumento, come l’opera artistica assume quindi va¬
lenze diverse. E gli oggetti così ottenuti possono es¬
sere anche ricordati e rievocati, cioè ricostruiti sotto
forma di immagini visive grazie all’elaborazione con¬
sentita dalle strutture cognitive: le stesse che presie¬
dono al linguaggio articolato. Difatti la stessa rappre¬
sentazione interna degli oggetti implica la ricodifica¬
zione verbale, quindi una serie di sviluppi interrelati
fra loro.
Si hanno così schemi concettuali che vengono rag¬
giunti lentamente tramite la sperimentazione, essen¬
zialmente nello strumento litico, e poi nell’espressio¬
ne artistica, dei principi di casualità, reversibilità,
simmetria, insomma di quei concetti spaziali che or¬
ganizzano l’azione propria del pensiero operatorio.
Una maturazione dei processi psichici attuata, attra¬
verso l’interazione con l’ambiente, in gradi di svilup¬
po dell’azione stessa, riscontrabile nel procedimento
manuale con l’esteriorizzazione delle proprie aspet¬
tative, con la sovraimposizione di schemi interni al
soggetto sulla realtà che risulta così modificabile at¬
traverso elementi culturali.
L’arte si viene a inserire come punto di arrivo di
questo processo, ci denota la completa acquisizione
CIVILTÀ SAHARIANE: ARTE, STRUMENTI E CONCETTUALITÀ
531
di forme concettuali - schemi e modelli - dello sta¬
dio del pensiero formale, e di come l’individuo possa
rimaneggiarle in modo sempre più complesso attra¬
verso l’astrazione e il simbolismo, e di come ora si
sia impadronito di questi schemi che lo vedono ma¬
neggiare una realtà sempre più diversificata, stratifi¬
cata con le sue acquisizioni culturali. Non si opera
più sul concreto, sul materiale - l’industria olduvaia-
na e l’inizio del processo di strutturazione psichica -
ma in una sfera ben diversa, quella dei simboli, di
valori attribuiti culturalmente per una maggiore
identificazione dell’individuo e del gruppo (Conkey
1978, 1983, 1985; Gamble 1982).
L’espressione artistica si inserisce quindi come
elemento aggiuntivo per la creatività del gruppo che
non si estrinseca più solamente con i manufatti ma
con forme di messaggio immediate. Difatti l’arte al di
fuori del manufatto viene ad esprimere un canale di
comunicazione che era restato non indagato, non
utilizzato probabilmente perché non erano idonee le
strutture per sperimentarlo (capacità di rappresenta¬
zione).
Infine, oltre a conservare informazioni e a marca¬
re certi valori culturali, l’arte viene ad assolvere la
funzione di mezzo di espressione e comunicazione
sociale circa la natura delle esperienze culturali
(Layton 1978; Pfeiffer 1982; Mithen 1988). Allo stesso
modo dello strumento litico, essa può rivelare la or¬
ganizzazione del pensiero per la conoscenza del
mondo e la presenza di strutture di analisi elaborate.
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Assunta Alessandra Stoppiello:
Scuola Nazionale di Archeologia 00100 - Roma (Italia)
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Antonio Tejera Gaspar
Les inscriptions libyques-berbères des iles Canaries
Résumé — Les inscriptions libyques-berbères sont connues dans toutes les iles Canaries, à l’exception de l’ìle de la
Gomera. Les inscriptions se trouvent dans divers types d’emplacements. Certaines fois, elles apparaissent dans un grand
ensemble archéologique comme celui de E1 Julan (ile de E1 Hierro). D’autres fois, comme sur Pile de Grande Canarie, les
inscriptions se trouvent sur les mèmes panneaux que les figures humaines ithyphalliques et d’autres motifs. Les inscrip¬
tions libyaues ont été interprètées comme une manifestation propre de la pensée religieuse des anciens habitants des iles
et aussi comme la sacralisation des lieux ou il y avait de l’eau.
Abstract — The libyco-berber inscriptions of thè Canary Islands are known in thè whole Arcipelago, although there is
no documentation in thè island of La Gomera. The inscriptions are ubicated in differents sites. Sometimes they appear in
archaeological complexes like E1 Julan (E1 Hierro). In other case, like Gran Canaria, thè inscriptions are found together
with ithyphallic human figures. Generally thè inscriptions have been explained as thè spiritual manifestation of thè ancient
inhabitants of thè Canary Islands. In other case, thè inscriptions have been explicated as sacralisation of thè sites where
water was.
Les premières inscriptions libyques-berbères des
iles Canaries ont été trouvées dans l’ile du Fer (E1
Hierro) en 1870, dans le site archéologique connu
sous le nom de «E1 Julan». En 1873, Mons. Aquilino
Padrón a communiqué leur présence à Mons. Sabin
Berthelot qui les a signalées dans le «Bulletin de la
Société de Géographie» à Paris dans les années 1875
et 1876. Depuis lors et jusqu’à nos jours, les décou-
vertes se sont succédées dans toutes les iles, excepté
Pile de La Gomera où on a trouvé quelques stations
avec des gravures rupestres, mais où on n’a toujours
pas localisé d’inscriptions alphabétiques.
Par la suite, nous verrons les stations les plus
importantes connues actuellement dans les diffé-
rentes iles.
Notre but ici n’est pas d’évoquer de nouveau les
travaux qui ont déja été proposés par d’autres spé-
cialistes qui ont étudié ces inscriptions (notam-
ment en ce qui concerne celles de E1 Hierro), mais
plutót de souligner les contextes dans lesquels
elles apparaissent et, si possible, de proposer des
hypothèses sur la fonction culturelle de ces ins¬
criptions dans la Préhistoire de PArchipel des iles
Canaries. (Fig. 1).
Fig. 1 - Situation des iles Canaries en relation au continent d’Afrique.
534
ANTONIO TEIERA GASPAR
ÌLE DE EL HIERRO
El Julan
Les inscriptions du Julan font partie d’un grand
ensemble de gravures composées de motifs circulai-
res unis et de cercles coupés en deux. Tout cela est
réparti sur environ deux cents mètres de coulée ba-
saltique. Au Julan, près des gravures, il y a d’autres
éléments archéologiques composés d’une escargo-
tière; une structure ronde de pierres, connue comme
étant les «Lieux des sacrifices», dans laquelle on a
trouvé des restes osseux de petits animaux sacrifiés.
De plus, il existe une grande enceinte circulaire con-
sidérée comme un lieu de réunion « Tagoror » et il est
possible qu’il y ait d’autres explications en ce qui con¬
cerne l’utilisation de ce bàtiment. Il y a aussi des grottes
funéraires et une structure en forme de petite tour faite
aussi de pierre, semblable à d’autres découvertes à La
Palma ou à Grande Canarie et qui pourrait avoir un
rapport avec les Kerkùs des berbères.
Le site archéologique de «El Julan» possède plu-
sieurs caractéristiques qui en font un lieu particuliè-
rement intéressant et singulier. Il est possible que
cette zone, située au sud sud-est de Pile, ait été en re¬
lation avec des endroits où l’on célébrait des festins
collectifs, appellés guatativoas, auxquels toute la
communauté de Pile participait à l’occasion de fètes
religieuses et dont le but aurait été d’offrir de jeunes
animaux de son bétail aux Etres Supérieurs; c’est
pour cela que l’on trouve ce qu’on appelle les «Lieux
de sacrifices». Les enceintes et les petites pyramides
faites de pierres peuvent ètre en rapport avec des ma-
nifestations d’ordre religieux. Voilà le contexte cul-
turel auquel est associée l’épigraphie libyco-berbère
de «El Julan». (Fig. 2).
Fig. 2 - En haut, vue de site archéologique du Julan. En bas,
inscription libyque. (El Hierro).
D’autres stations
D’autres inscriptions existent sur les parois des
gorges ou dans les creux formés par celles-ci. Ainsi
on les trouve dans le «Barranco de el Cuervo» (Fig.
3), «Tejeleita» et «La Candia». (Fig. 4). Elles sont tou-
tes plus ou moins proches les unes des autres. Les si-
gnes trouvés à Tejeleita sont gravés sur la comiche
externe d’une grande grotte; ceux de «La Candia» se
présentent de la mème fa9on. Dans ces deux en¬
droits, l’eau de la gorge se dépose abondamment
dans le fond, elle s’infiltre sous le sable et ne peut
s’évaporer. Ainsi, quand on creuse par la suite dans
le sable, on y trouve de l’eau. Un tei système existe
déjà dans d’autres iles et est connu sous le nom abo-
rigène d’eres (source d’eau) et qui ressemble au
moyen de trouver de l’eau dans le désert du Sahara.
Dans la grotte de l’eau «Cueva del Agua» ou «El
Time», il y a une inscription qui se trouve aussi sur
la comiche latérale de la grotte. Les autres motifs
géométriques en forme de cercle ou de demi-cercle,
s’étalent sur les deux parois. Il n’y a pas eu d’autres
découvertes archéologiques dans les environs. La
grotte n’a pas été utilisée comme logement ou
comme lieu funéraire. A l’intérieur, par contre, il
y a des gouttelettes d’eau qui tombent du plafond
(Fig. 5).
Il est très important de signaler que cette ile du
Fer avait un problème d’eau très grave pendant la
préhistoire. Nous savons qu’il existait de rituels pro-
piciatoires pour amener la pluie. Dans les sources
ethno-historiques, des textes des XVème, XVIème et
XVTIème, les Européens ont décrit quelques-uns des
ces rituels. Le moine franciscain Abreu Gaiindo, y
Fig. 3 - L’inscription du gorge de «El Cuervo» (El Hierro).
(S. M. C. Jimènez).
LES INSCRIPTIONS LIBYQUES-BERBÈRES DES ÌLES CANARIES
535
Fig. 4 - Situation du site archéologique de «La Candia» (E1
Hierro).
Fig. 5 - Inscription et signes gravés de la grotte de «E1 Agua»
(E1 Hierro). (S. R. Balbin et A. Tejera).
faisant référence dit: «comme la principale source
d’alimentation pour les habitants de E1 Hierro était
le bétail, peu leur importait d’avoir de l’eau pour le
grain (. . .). Par contre, ils attachaient beaucoup d’im-
portance aux herbages et aux pàturages pour les bè-
tes. Et ainsi quand la pluie tardait à venir en hiver, ils
se groupaient à Bentaiga , où, selon eux, étaient les
idoles et autour de ces rochers, ils restaient sans
manger pendant trois jours, la faim les faisait pleurer
et le bétail bèlait, et ils invoquaient les dieux, leurs
idoles, afin qu’ils leur envoient de l’eau» (Abreu Ga¬
iindo, 1977: 90-91).
Pendant la célébration du rituel, toujours selon cet
auteur, une sèrie de lieux y jouent un ròle important.
On a voulu associer ces derniers aux sites où appa-
raissent des inscriptions alphabétiques. Nous ne sa-
vons pas jusqu’à quel point nous pouvons les asso¬
cier. En revanche, il est très intéressant de prendre
en compte le fait que les endroits où se dépose l’eau
de pluie est le mème que celui des inscriptions. Sans
écarter l’idée que ces endroits auraient pu ètre sacra-
lisés, il est possible aussi qu’ils n’aient eu qu’une va-
leur d’indicateur de la présence d’eau, ou de sacrali-
sation, comme par exemple des sacralisations telle
que celle de l’arbre Garoe qui distillai l’eau. Il s’agit
d’un til ( Ocotea foetens), une espèce qui fait partie du
bois de lauracées (laurisilva) qui est l’unique forèt de
Pére tertiaire qui a survécu dans celle-ci et dans d’au-
tres iles de l’archipel. Ce bois se trouve dans les hau-
teurs de Pile où les nuages, apportés par les alizés,
chargés d’humidité, se concentrent. Les nuages pro-
voquent une condensation de l’eau sur les feuilles de
ces arbres, c’est pour cela qu’on appelle cet arbre:
«l’arbre qui distille l’eau». Autour de l’arbre, des pe-
tits puits creusés apparaissent, dans lesquels de
l’eau jaillit; elle provient surement de celle qui a
été filtrée par les arbres, ce qui explique que l’en-
droit où on trouve ces arbres, et surtout celui de
l’arbre sacré, soit différent des autres et qu’on lui ait
donné un caractère sacré puisque dans la tradition
de Pile, il a été connu sous le nom de «l’arbre saint
Garoe».
En plus des autres inscriptions que nous avons in-
diquées au mème endroit, il en existe deux autres
qui ont des emplacements complètement différents
des autres. A «La Caleta» qui est située au bord de la
mer, les signes sont disposés en forme verticale sur
les blocs basaltiques. En ce qui concerne ces gravu-
res, on a spéculé sur la possibilité qu’il pourrait s’agir
d’écriture ayant un rapport avec l’arrivée dans Pile
d’anciens marchands, de supposés navigateurs phé-
niciens, etc. Il n’est pas facile, mème si nous vou-
lions le supposer, d’expliquer quelle a été la signifì-
cation de ces signes alphabétiques situés sur les ro¬
chers au bord de la mer. Dans la cosmogonie des
Bimbaches, nom donné aux anciens habitants de
Pile, on a conservò un mythe relatif aux Etres Supé-
rieurs qui est en rapport avec la mer. Voilà la descrip-
tion qu’en fait Abreu Gaiindo: «On raconte que,
bien longtemps avant que cette ile se soit convertie,
il y avait un devin qui avait pour nom Yone; et au
moment de sa mort, il appela tous les habitants et
leur dit la fa<?on dont il mourrait, et les informa qu’a-
près sa mort, son corps consumè et ses os devenus
cendres, par la mer arriverait Eraoranzan, et celui-ci
devrait ètre adoré par eux; qu’il arriverait dans une
maison bianche» (Abreu Gaiindo, 1977: 92-93). Exi-
ste-t-il une relation entre ce mythe et l’inscription
536
ANTONIO TEIERA GASPAR
libyque-berbère? Sans vouloir établir une relation
mécanique entre ces deux faits, il nous semblait per-
tinent de signaler l’unique aspect dont nous avons
connaissance dans la culture préhistorique de file où
la mer est présente (Fig. 6).
Mais le plus significative des inscriptions de cette
ile est celle qui est gravée sur un tableau du bois,
trouvée dans une grotte funéraire. Les conditions de
cette découverte ne permettent pas de connaitre
quelle était sa fonction. On a dit que le tableau de
bois servait à porter le mort, un chajasco, selon le
mot connu dans la langue guanche utilisée pour
nommer ces objets. Mas il est possible aussi qu’il ait
pu ètre utilisé comme stòle funéraire de la mème fa-
9on que dans d’autres cultures africaines, comme
nous le savons (Fig. 7).
Fig. 6 - Situation au bord de la mer de l’inscription alphabéti-
que de «La Caleta» (E1 Hierro).
ESC ALA- 110
Fig. 7 - Inscription alphabétique sur un tableau de bois. (E1
Hierro). (S. L. D. Cuscoy et L. Galand).
LA PALMA
Tajodeque
L’unique station connue dans file de La Palma se
trouve dans la grotte de Tajodeque. Il s’agit de deux
inscriptions gravées dans la comiche d’une grotte.
En plus de ces signes alphabétiques il y a aussi des
signes de type géométrique. La grotte est située au
bord d’une grande falaise connue sous le nom de
«La Caldera de Taburiente» et située à une altitude
d’environ 2.000 métres.
Dans les environs, il y a une source d’eau qui a le
méme nom. La grotte est dans un lieu de passage à
l’intérieur de file. Sur le sol de la grotte, on a trouvé
un grand nombre de fragments de céramique, bien
que la grotte n’ait pas été utilisée comme logement.
L’interprétation de cette inscription proposée par Al-
varez Delgado est la suivante: en langue saharienne
il faut lire MUMSSA; en tiffinag, MUMSLIT, mais
nous n’oserons pas, ajoute l’auteur cité plus haut,
«affirmer qu’il s’agit d’une formule ou d’un topony-
me, si bien expliqué par le touareg MAU-AMSELTI
«entrée du passage» ou du saut, provenant de son
emplacement à l’entrée de la Caldera». (J. Alvarez,
1964: 400).
Nous ne possédons aucun autre indice complé-
mentaire qui puisse nous aider à lui donner une
signification possible, en plus de celles indiquées
auparavant: source d’eau proche et lieu de passage.
LES INSCRIPTIONS LIBYQUES-BERBÈRES DES ÌLES CANARIES
537
TENERIFE
Dans cette ile, on a uniquement trouvé une station
avec des signes alphabétiques, composée de deux
* inscriptions superposées.
Près de ces gravures, il existe une sèrie de cassolet-
tes unies par des petits canaux. Dans les environs
aussi, on a trouvé un grand nombre de stations de
gravures rupestres dans lesquelles existent divers
types de motifs géométriques, ainsi que des fìgures
de podomorphes. (R. de Balbin, A. Tejera, 1990)
(Fig. 8).
Barranco de Balos
GRAN CANARIE
Grottes de Bandama
A Grande Canarie, des inscriptions ont été trou-
vées dans quelques stations. La plus connue est
située dans la gorge de Balos «Barranco de Balos».
(A. Beltràn, 1971), (Fig. 9-10).
En plus de cette inscription, la station est compo¬
sée d’un grand nombre de motifs gravés, la plupart
formés par des signes anthropomorphes, qui repré-
sentent des fìgures masculines ithyphalliques. On a
déduit que cette station, en la comparant avec d’au-
tres présentant les mèmes caractéristiques bien con-
nues dans la Kabylie berbère, était «un sanctuaire
naturaliste de la fécondité fémmine» (R. Gonzàlez,
A. Tejera, 1990: 227).
Une autre station est celle de «Cuevas de Banda-
ma). Il s’agit d’un ensemble de grottes artifìcielles
d’habitation, ainsi que d’autres utilisées comme gre-
niers. Les signes alphabétiques, qui sont inaccessi-
bles, sont distribués sur plusieurs colonnes. En ce
qui concerne la fonction de ces inscriptions, nous ne
pouvons que nous poser un certain nombre de que-
stions: se réfèrent-elles au groupe familial dont dé-
pendent ces grottes et ces greniers?, sont-elles des
formules magiques inscrites à cet endroit afìn de pro-
téger le grain ainsi préservé dans cette enceinte?, et
bien d’autres questions sans réponses pour le mo¬
ment. (Inventario, 1976).
Parmi les nouvelles stations trouvées dernière-
ment, nous ne connaissons que les informations pu-
bliées dans les journaux de file. (Fig. 11).
Fig. 9 - Le site archéologique de « Barranco de Balos».
538
ANTONIO TEJERA GASPAR
Fig. 11 - DifTérentes inscriptions localisées à Grand Canarie.
FUERTEVENTURA
A Fuerteventura fut découverte au siècle dernier
une inscription alphabétique classée comme liby-
que-berbère, (J. Alvarez, 1964) bien que cela ait été
publié aussi comme un texte latin. (P. Hernàndez
Benitez, 1955: 183). (Fig. 12).
Ces dernières années, un type nouveau d’inscrip-
tion a commencé à apparaTtre, nous avons été dans
l’impossibilité de les classifier. Elles sont semblables
à d’autres trouvées à Lanzarote qui, nous l’espérons,
contribueront, une fois divulguées, à déterminer à
quel alphabet il est possible de les associer. Elles ont
été publiées comme appartenant à l’alphabet «cursif
pompéien». Cette explication, ainsi que celle qui
Fig. 12 - Inscription alphabétique de Fuerteventura. (S. Berthe-
lot et J. Alvarez).
LES INSCRIPTIONS LIBYQUES-BERBÈRES DES ÌLES CANARIES
539
les associait à des navigateurs phéniciens ou bien
provenant d’autres pays est, selon nous, difficile à ac-
cepter. Puisque l’existence de cette soi-disant
«écriture cursive pompéienne» dans des stations
situées à l’intérieur des deux ìles, dans des en-
droits très éloignés de la còte et qui, d’autre part,
ne se trouvent pas isolées mais faisant partie du
contexte mème de la culture de chacune de ces
ìles, ne permet pas d’affirmer cette hypothèse. On
n’a pas trouvé non plus d’autres composants cultu-
rels ayant les mèmes provenances et qui pourraient
avoir un rapport avec de telles écritures. Les connais-
sances archéologiques que l’on possède de nos jours
de ces deux Tles, Fuerteventura et Lanzarote, ne
comportent aucun argument solide qui soutienne
ces points de vue. (Fig. 13-14).
Fig. 13 - Motifs alphabétiques de «Casillas del Angel». Fuerte¬
ventura. (S. J. Leon).
Nous proposons, et cela ne constitue qu’une hy-
pothèse, de nous poser une question puisque nous
ne possédons aucun argument d’explications. S’agit-
il de signes d’une quelconque écriture pré-libyque
du continent, qui aurait survécu parmi des groupes
berbères, dont certains sont arrivés jusqu’à ces Tles
orientales? On connait aussi dans ces deux ìles les si¬
gnes caractéristiques de l’écriture libyque-berbère.
Ces inscriptions sont réparties dans des différentes
stations à Fuerteventura, sans que Fon puisse les asso-
cier à une zone géographique déterminée. Dans Fune
d’elles, celle du «Barranco Àzul» des signes ont été gra-
vés sur les parois du bord droit de la gorge, près d’une
cuvette dans laquelle l’eau s’accumule comme nous
l’avons indiqué dans File du Fer. La zone où sont si¬
tuées les gravures et l’inscription est très aride. (Fig. 15).
Fig. 14 - Motifs alphabétiques du «Barranco del Cavadero» La
Oliva, Fuerteventura. (S. J. Leon).
Fig. 15 - Vue de l’emplacement d’une inscription alphabétique en Fuerteventura.
540
ANTONIO TEJERA GASPAR
LANZAROTE
Ce nouveau type de signes alphabétiques que
nous avons vu à Fuerteventura, est aussi apparii dans
deux stations de cette ile. Dans Fune d’elle «La Pena
del Letrero», il existe aussi d’autres motifs géométri-
Fig. 16 - Vue de l’emplacement d’ime inscription alphabétique
de «Pena del Letrero», Lanzarote.
Fig. 17 - Vue de Pemplacement d’une inscription alphabétique
du «Barranco de Gueina», Lanzarote.
ques de type réticulé, spécialement (Fig. 16). Dans
les environs de cette station, il y en a d’autres avec
des représentations de podomorphes.
L’autre inscription celle du «Barranco de Guenia»,
et son environnement, est située comme celui de Fuer¬
teventura (Fig. 17). (R. Balbin, M. Fernàndez, A. Te-
jera, 1987).
Les inscriptions libyques berbères proprement
dites existent dans deux stations. L’une d’elle est
située sur un petit promontoire formé de grandes
pierres. En plus de l’inscription, il y a des gravures
géométriques. Cette station s’appelle «Pena de Juan
del Hierro».
Dans l’autre station «Pena de Luis Cabrerà», il y a
plusieurs inscriptions qui ont été disposées de fa$on
horizontale et aussi inclinée. Il est trés intéressant de
souligner l’existence d’un lithophone pour produire
différents sons. Nous connaissons d’autres exemples
de ces représentations culturelles, dans cette ile ainsi
que dans Pile de Ténerife. (Fig. 18).
Fig. 18 - Lithophone de la station de gravures rupestres de
«Luis Cabrerà», Lanzarote.
LES INSCRIPTIONS LIBYQUES-BERBÈRES DES ÌLES CANARIES
541
PROBLEMES CHRONOLOGIQUES ET CULTURELS DES INSCRIPTIONS LIBYQUES BERBERES
L’exploitation des inscriptions libyques berbères
des iles Canaries, a toujours été liée au problème
chronologique de sa Préhistoire.
La présence de cette écriture dans les différents
sites archéologiques insulaires, a été interprètée de
différente fafon, selon que l’on ait considéré que
l’archipel ait été peuplé il y a très longtemps au mi¬
lieu du Illème millénaire et Ilème millénaire avant
J.C. ou mème à des dates plus proches du change-
ment d’Ere.
Dans le premier cas, on attribuait la présence de
l’écriture à différentes arrivées de gens qui, après ce
peuplement considéré très ancien, auraient atteint
les iles.
En ce qui concerne ceux qui, au contraire, dé-
fendent la thèse d’un peuplement ultérieur, cette
épigraphie libyque berbère fait partie de fa?on con-
substantielle de la culture des communautés qui
parlaient des langues apparentées au tronc lin-
guistique du berbère nord-africain et saharien,
domaine auquel on peut inclure de la mème fa¬
con d’autres manifestations de ces cultures qui, se¬
lon G. Camps, (1982), n’ayant pas été islamisées,
gardèrent une grande partie de leurs traditions in-
tactes jusqu’à la conquète européenne du XVème
siècle.
Bien que tous les auteurs qui ont fait référence
aux inscriptions canariennes, les rapprochent à cel-
les de type libyques berbères africaines, une étude
d’ensemble est nécessaire afm d’établir les affinités
et les différences entre celles des Tles et celles du
continent.
Dans l’étude réalisée par L. Galand (1975), concer-
nant l’inscription apparue sur une stèle funéraire en
bois au Hierro (ile de Fer), celui-ci considéré que
l’inscription ne présente aucune affinitè particulière
avec celle du libyque «classique», appelé Orientai.
Selon lui, au contraire, elle pourrait s’apparenter
au libyque Occidental et mème plus aux alphabets
touaregs.
On rapproche certains pleins des lettres à l’écriture
touareg actuelle, alors que d’autres sont associés à
l’alphabet de l’«ancien» touareg.
De plus, cette inscription possède un intérèt par-
ticulier: datée au radiocarbone du 900 après J.C.,
c’est donc la seule que nous possédons ayant une
date sure.
Si la relation de cette écriture avec des caractères
semblables du continent africain semble prouvée, et
ainsi la parenté des populations canariennes préhis-
toriques avec celui-ci, il n’est pas facile pour autant
de confirmer ses fonctions dans les contextes dans
lesquels elles apparaissent. Bien que dans certains
cas nous ayons essayé d’avancer certaines interpréta-
tions possibles, celles-ci doivent ètre considérées
comme des hypothèses, en tenant compte le plus
possible de l’environnement culturel dont elles sont
issues.
La diversité des emplacements mèmes ne facilite
pas, au contraire, une hypothèse générale et valable
pour une ile et encore moins pour l’ensemble de l’ar-
chipel. On peut tout de mème avancer le fait que
bien souvent cette écriture est liée aux points d’eau,
avec lieux pour les célébrations rituelles de la com-
munauté, ou d’ordre religieux, etc.
L’étude individualisée de chacun de ces textes épi-
graphiques dans les différentes iles, nous permettra
à l’avenir de posséder une vision d’ensemble sur
ces problèmes qui, aujourd’hui encore, n’ont pas de
solution.
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542
ANTONIO TEIERA GASPAR
Antonio Tejera Gaspar: Facultad de Geografia y Historia. Departamento de Prehistoria, Antropologia y Historia Antigua
La Laguna - Tenerife ESPAGNE
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Eugenio Turri
L’arte rupestre nei processi comunicativi e territoriali
Résumé — Conformément aux découvertes des spécialistes de l’art rupestre, le géographe recherche, pour sa part,
les significations territoriales du phénomène. Tout cela en considérant l’art rupestre comme une manifestation des
processus d’annexion culturelle, d’après lesquels un espace naturel devient un territoire très marqué par la culture. L’art
rupestre, d’après les interprétations de l’anthropologie moderne (le rappel va en particulier aux analyses des mythes de
C. Lévi-Strauss), représente le moment initial d’un processus, son moment mythique et narratif. Il s’explique comme fait
communicatif, d’agrégation socio-culturelle, peu différent des dénominations toponymiques qui indiquent et humanisent
l’espace naturel, reférences fondamentales dans les rapports entre une société et son territoire. Les exemple se réfèrent au
Sahel, où aujourd’hui se reproduisent des phénomènes de peuplement qui se sont vérifiés de la mème fafon au Sahara,
dans le passé.
Abstract — The geographer employs thè discoveries of Rock Art specialists to inquire into thè territorial meanings of
thè phenomenon. He does that considering Rock Art to be a manifestation of cultural annexation processes, that brings
about thè change of naturai space into territory, that is into humanized space, quite marked by thè culture. On thè ground
of thè modera anthropology interpretations (referring to thè myths’ analysis of C. Lévi-Strauss), Rock Art is thè starting
moment of this process, its mytical and narrative point. It explains itself as a communicative fact, of social and cultural
aggregation, similar to thè place-names, which point out and make human thè naturai space, as essential references in
thè connection between thè society and its territory. The examples concern thè Sahel, where at thè present time thè same
phenomena of peopling are taking place again as in past ages in thè Sahara.
Con il mio intervento vorrei far rientrare le mani¬
festazioni d’arte rupestre nei processi di territorializ-
zazione che stanno al vertice degli interessi dei geo¬
grafi. Le mie considerazioni hanno il loro punto di
partenza nelle Mitologyques, la ponderosa opera di
C. Lèvi-Strauss. Nelle sue analisi dei miti degli india¬
ni del Nordamerica l’antropologo fa riferimento più
volte alle incisioni rupestri. Rifacendosi in particola¬
re alle testimonianze di vari ricercatori egli considera
le manifestazioni d’arte rupestre come atto conclusi¬
vo delle imprese con le quali gli eroi capostipiti di un
gruppo (i cosiddetti «eroi culturali») pongono le basi
della sperimentazione e della annessione culturale
dei territori, la loro trasformazione da spazio di natu¬
ra in spazio culturale, cioè in territorio. Con i termini
«sperimentazione» ed «annessione» si intende, pri¬
ma ancora che l’atto pratico che porta un gruppo ad
insediarsi in un preciso spazio naturale — con dei
confini, con date risorse, date presenze, date morfo¬
logie — tutto quel bagaglio di esperienze ed acquisi¬
zioni (anche di tipo magico-religioso) che induce gli
uomini a sentirlo come proprio, a stabilire un rappor¬
to positivo con le forze che ne reggono l’ordine natu¬
rale, cioè tutta quella attività, propriamente umana,
con cui i fatti di natura vengono ricondotti alla cultu¬
ra, per usare una formula ricorrente nel linguaggio di
Lèvi-Strauss.
In altre parole i miti che narrano il processo di spe¬
rimentazione e di adattamento della società ad un
dato territorio ricevono con le incisioni rupestri una
sorta di rappresentazione grafica e di consacrazione
artistica. E poiché negli spazi naturali l’uomo si im¬
batte prima di tutto con altre specie viventi, basando
su di esse la propria esistenza materiale (dalle società
cinegetiche a quelle di allevatori), ecco il predominio
delle rappresentazioni zoomorfe, benché sempre con
riferimento ad imprese o avvenimenti vissuti dagli
eroi capostipiti in luoghi precisi: i topoi dell’annes¬
sione che, con le incisioni, ricevono una sorta di con¬
trassegno o di qualificazione di possesso. È noto, ad
esempio, come presso molte società primitive ogni
sito importante nella mappa mitica del territorio cul¬
turale sia legato ad un animale totemico (Fig. 1).
Forme simboliche analoghe di annessione territo¬
riale si riscontrano anche nelle società storiche del
Fig. 1 - Le divisioni claniche di un territorio coltivato presso gli
indiani Osage. Le rispettive denominazioni sono di base totemi¬
ca. Il passo dalla denominazione all’incisione rupestre è brevis¬
simo e attiene alle tradizioni artistiche e culturali del gruppo.
544
EUGENIO TURRI
passato. Vorrei citare in proposito una frase dell’an¬
tropologo Clifford Geertz il quale, analizzando l’isti¬
tuzione del viaggio cerimoniale dei sovrani del pas¬
sato (da Carlo Magno ai re merovingi, ai sovrani
africani, ecc.), scrive che (essi) «facendo apparizio¬
ni, presenziando a feste, conferendo onorificenze,
scambiando doni o sfidando rivali, contrassegnano il
territorio come certi lupi o tigri che spargono il loro
odore in tutto il loro territorio ... ». Riferendosi agli
indiani del Nordamerica, in particolare ad un gruppo
di pescatori e cacciatori insediati lungo un fiume,
Lévi-Strauss annota che «le località toccate dal fiume
forniscono altrettanti riferimenti genealogici e mito¬
logici, in quest’ultimo caso con l’ausilio delle incisio¬
ni rupestri» ( Mytologiques n. 3).
Per queste interpretazioni di senso delle incisioni
rupestri occorre richiamare i modi più generali se¬
condo i quali un gruppo umano pone le basi del suo
insediamento in uno spazio, quello che diventa il ter¬
ritorio in cui si riconosce, inteso sia come spazio do¬
tato di risorse sia come spazio simbolico pregno di ri¬
ferimenti identificativi per il gruppo. Ogni processo
di questo genere avviene attraverso diverse fasi: la ri-
cognizione, il rapporto cognitivo dei contenuti (che
può comportare scontri fisici, fatti od episodi im¬
previsti, incontri numinosi, ecc.), infine la deno¬
minazione. Con quest’ultimo atto il territorio di¬
venta territorio del gruppo, annesso attraverso il
linguaggio: la sua vera transizione dalla natura alla
cultura. Da spazio indifferente, non conosciuto,
non nominato, a spazio preciso, conosciuto, nomi¬
nato. È evidente allora il significato che possono ac¬
quistare in questo processo le manifestazioni d’arte
rupestre. Stanno ad indicare la prima sperimenta¬
zione del territorio, la sua denominazione, la sua
annessione alla cultura: la sua acculturazione, se così
possiamo dire.
Il loro legame con i miti si spiega facilmente. Il mi¬
to racconta le imprese attraverso le quali è avvenuta
l’annessione, l’incisione rupestre inscrive e docu¬
menta nel territorio quell’annessione. Ma perché
questa annessione avvenga, perché il territorio passi
dal limbo dei fatti di natura al complesso quadro dei
fatti di cultura, fatto sociale, pieno di echi sul territo¬
rio, occorre che le incisioni rupestri abbiano una ca¬
pacità comunicativa. Che servano da riferimento per
il gruppo, contribuendo a dar corpo e cemento all’ùi-
group, servendo da linguaggio comune e comprensi¬
vo che induca identificazione e distinzione rispetto
alle società diverse, Yout-group.
Di certo noi oggi vedendo le incisioni rupestri in
generale riconosciamo con facilità il soggetto rappre¬
sentato (uomini, animali, specie di animali, ecc.).
Ma non è detto che tutti attribuiamo lo stesso signi¬
ficato a quel soggetto. L’interpretazione varia a se¬
conda delle esperienze culturali di ognuno, del pro¬
prio immaginario, della propria capacità di lettura
dei segni.
D’altra parte ci sono due modi di considerare (e
studiare) le manifestazioni d’arte rupestre sahariana.
La prima è quella di raccoglierle, ordinarle, classifi¬
carle, istituendo una sistematica, una tassonomia,
sulla base dei soggetti rappresentati, degli «stili», ecc.
È lo studio dell’arte rupestre osservata dall’esterno o
«da lontano», oggettivamente, raccordandola alle ri¬
cerche archeologiche, stratigrafiche, dei giacimenti
connessi o contigui. Questo studio di raccolta e di si¬
stematizzazione, praticata da studiosi di estrazione
naturalistica, dà spesso luogo a divergenze, a contra¬
sti, a interpretazioni discordi, il che fa pensare alle di¬
spute dei botanici che nel ’700 cercavano collocazio¬
ni sistematiche diverse per le specie vegetali, dispute
che relativamente alle manifestazioni d’arte rupestre
si spiegano con il fatto che esse sono il prodotto del¬
l’inventiva umana e quindi sfuggono facilmente alle
regole della ripetitività.
Il secondo modo è quello di entrare «dentro» il
mondo e la cultura che ha prodotto le manifestazioni
d’arte. Ingresso difficile o possibile solo attraverso
analisi comparate, su base strutturalistica, che si pos¬
sono fare nell’ambito dell’antropologia culturale, fa¬
cendo riferimenti ai risultati di ricerche sul campo
come quelle a cui si ispirano le interpretazioni di
Lévi-Strauss, relative cioè a popolazioni al livello
culturale di quelle che hanno prodotto le manifesta¬
zioni d’arte rupestre.
Tra i due modi di approccio ci sono evidenti inti¬
me connessioni. Ad esempio, i mutamenti climatici
che hanno colpito la regione sahariana si rivelano at¬
traverso un cambiamento dei soggetti rappresentati
(come il cammello al posto del bovide). Ma come ci
ha richiamato F. A. Hassan i mutamenti climatici in¬
ducono crisi economiche e culturali, condizioni di
stress , imponendo perciò stesso nuove interpretazio¬
ni culturali, nuovi protagonisti, nuovi «eroi», nuo¬
ve territorializzazioni e nuove rappresentazioni. La
prospettiva antropologica si incontra e si raccorda
inestricabilmente con la ricerca interessata alla clas¬
sificazione.
Tutto questo mostra in che modo possa procedere
lo studio dell’arte rupestre e come i due approcci si
esprimano entrambi nei processi di territorializzazio-
ne con i significati storici che rimandano alle struttu¬
re culturali del gruppo umano che le ha prodotte. Ma
subentra qui la funzione comunicativa delle incisio¬
ni, con tutta l’importanza che si deve annettere ad es¬
se in quanto fattori dell’unità culturale del gruppo.
Le lezioni di N. Luhmann credo che si possano ripor¬
tare al nostro discorso con tutte le articolazioni che
conseguono all’assioma secondo il quale «è la comu¬
nicazione che fonda la comunità, cioè un certo tipo
di logos e di segno».
In modo forse banale possiamo considerare l’inci¬
sione rupestre, metaforicamente, alla stregua della
toponomastica che serve da noi per orientarci in una
città (gli eroi capostipiti sono, anche troppo scontata-
mente per noi, quelli dell’unità d’Italia, gli eroi risor¬
gimentali). L’incisione rupestre narra i miti e gli eroi
della territorializzazione, assumendo valore orienta¬
tivo e conoscitivo sul territorio. E si porrà nei punti
più significativi del processo, i luoghi nei quali il mi¬
to ha trovato i suoi scenari principali: i più rappresen¬
tativi nella vicenda che ha segnato il passaggio dalla
natura alla cultura del territorio.
Cercherò ora di applicare queste considerazioni al
Sahel e alle sue manifestazioni d’arte rupestre. È ve¬
ro che il Sahel non è il Sahara. Ritengo tuttavia che
questa sponda meridionale del deserto presenti dal
vivo situazioni che migliaia di anni fa erano proprie
del Sahara, ammettendo che l’espansione del deserto
— come ci ha mostrato N. Petite-Maire — sia avvenu¬
ta partendo dal centro o meglio ancora dallo «spio¬
vente» settentrionale (mi rifaccio alla rappresenta¬
zione di R. Capot-Rey del Sahara formato da due
spioventi) verso quello meridionale. Le analogie si
riferiscono, mi pare, soprattutto alla condizione am-
L’ARTE RUPESTRE NEI PROCESSI COMUNICATIVI E TERRITORIALI
545
bientale, che poteva sussistere nel Sahara prima della
coagulazione oasica, quando cioè nella regione si po¬
tevano praticare, in un habitat di tipo saheliano, le at¬
tività pastorali o l’agricoltura nelle sue manifestazio¬
ni più arcaiche, cioè l’agricoltura di décrue ai margini
dei laghi endoreici e degli stagni che costellavano il
territorio. Ora nel Sahel le incisioni si collocano nei
grandi punti d’incrocio delle migrazioni pastorali o
presso le grandi polarità idriche (Fig. 2) od anche ai
margini delle aree di agricoltura di décrue. Come to-
poi caratteristici si trovano rocche solitarie, Inselberg
o eminenze residuali sopra gli orizzonti appiattiti
delle regioni saheliane. L’ Inselberg, si sa, è una sorta
di sacrario geologico nel paesaggio africano, è il luo¬
go o la testimonianza della vita geologica, del suo mi¬
stero in certo senso. Questo è forse il motivo perché
Inselberge, pitons ed emergenze varie siano anche sa¬
crari dove regolarmente si inscrivono le incisioni ru¬
pestri non solo perché offrono superfìci rocciose
adatte. È significativo come a noi oggi riesca facile
indovinare, viaggiando, come e dove ci possano esse¬
re incisioni rupestri: è come un sesto senso, si direb¬
be, che però deriva dal riconoscimento di situazioni
oggettive in senso geografico, riguardanti percorsi,
incroci, nodalità, polarità o misteri geologici, quasi
che la geografìa delle incisioni fosse già inscritta nel¬
la geografia fisica (un esempio significativo di situa¬
zione territoriale legata ai coltivatori di miglio è of¬
ferto dalla Fig. 3). Una geografia nella quale le stazio¬
ni dell’arte rupestre sono i luoghi della denominazio¬
ne, della sacralizzazione, nel senso di annessione
culturale, come si diceva all’inizio, oltre che della
produzione.
Se si accettano queste mie argomentazioni devo
aggiungere che non sono necessariamente solo le
rocce a fungere da lavagne per raccontare e fissare le
storie o le vicende della territorializzazione. Le storie
di una tribù sono anche narrate su altri materiali.
I Kanaki della Nuova Caledonia le raccontano con fi¬
gurazioni, assai simili a quelle dell’arte rupestre, sul¬
le canne di bambù, gli eskimesi sulle ossa di narvalo.
Fig. 2 - Taouardei, luogo-sacrario dell’arte rupestre saheliana,
posto alla convergenza delle direttrici nomadiche e delle carova¬
niere nord-sud, oltre che centro di arroccamento verso sud dei
popoli cavalieri e pastorali scesi dal Sahara centrale. Il sito, ricco
di pozzi, si trova al centro di un’area contornata da altipiani
(Adrar des Iforas) e caratterizzata da affioramenti granitici a
«caos di blocchi». (Disegno L. Turri).
Se inscritta nel territorio, l’incisione però cerca il sito
che meglio assume una centralità rappresentativa,
quel sito che nella vicenda mitica ha rappresentato
qualcosa. Per cui può andar bene, ad esempio, anche
il tronco di un centenario e venerando baobab, albe¬
ro che rappresenta, nelle savane arbustive del Sahel,
la forma vegetale dominante, l’emergenza più alta e
suggestiva, riferimento che richiama le greggi, indica
i percorsi pastorali, li orienta, costituendo una polari¬
tà ferma nella mappa mentale delle popolazioni no¬
madi. Bisognerà, forse, un giorno, occuparsi anche di
quanto sta scritto nei vecchi baobab del Sahel per
capire meglio la funzione dell’arte figurativa nel
quadro dei processi comunicativi e territorializzanti.
Almeno per riconoscere tale funzione, o la sua
importanza.
Racconterò per concludere una mia personale
esperienza. Riguarda una ricerca fatta di recente nel¬
la Nigeria settentrionale, nelle vicinanze del lago
Ciad. Qui, nel secolo scorso, era fiorentissima una
città, Kuka, attiva dal punto di vista commerciale in
quanto capolinea della carovaniera che scendeva nel
Sudan partendo da Tripoli. Gli esploratori tedeschi,
in particolare H. Barth e G. Nachtigal, l’hanno de¬
scritta accuratamente. Hanno raccontato anche che
quella città derivava il nome Kuka dalla voce kanuri
che sta per «baobab». La città, fondata agli inizi
dell’800, su iniziativa di un sultano lungimirante,
aveva preso il nome da un grande e solitario baobab
che stava nel luogo scelto. Oggi quella città non c’è
più; al suo posto c’è un povero villaggio. La grande
riconversione della rete dei traffici indotta dall’eco¬
nomia coloniale, con il ribaltamento delle direttrici
commerciali dalla costa all’interno rispetto a quelle
che venivano dal Sahara ha fatto deperire quella
splendida città. Tutto è silente e abbandonato oggi in
quella plaga, soggetta ai processi di desertificazione
propri del Sahel. Ma quel baobab che aveva dato il
nome alla città c’è ancora, con i segni, sulla cortec¬
cia del tronco, che rimandano all’epoca della sua
fondazione.
Fig. 3 - Un insediamento saheliano (zona dei Sarakollé, in
Mauritania) che si colloca tra rilievi residuali {mese e pitons) ed ai
margini di depressioni dove si praticano colture di décrue caratte¬
ristiche delle aree di inondazione del Sahel. Insediamento che
sta a fondamento di una precisa territorialità legata alla geografia
fisica e che richiama possibili analoghi insediamenti in ambiente
sahariano nelle fasi dominate dai coltivatori. 1) aree coltivate;
2) abitato; 3) scarpate. (Disegno L. Turri).
546
EUGENIO TURRI
Mi pare evidente quanta sublimazione riceva, da
questo fatto, quanto detto sul significato delle inci¬
sioni rupestri nei processi comunicativi e territoria-
lizzanti: forse solo perché l’arte rupestre trova nella
roccia le sue lavagne ideali essa sopravvive oltre i mi¬
ti e le storie narrate; essa cioè è soprattutto la testi¬
Fig. 4 - Piccola area di coltivazione del miglio sul fondo di una
depressione interdunaria: altra situazione legata all’insediamen¬
to di coltivatori-pastori (Mauritania). (Foto dell’Autore).
Fig. 5 - Una rocca solitaria al sommo di una dorsale sabbio¬
sa: sacrario dell’arte rupestre in quanto polarità territoriale di
prim’ordine e di ampia percezióne. (Foto dell’Autore).
Fig. 6 - Incisioni sul tronco di un baobab (Mali, zona di Nioro).
(Foto dell’Autore).
monianza di un momento, quello degli eroi che han¬
no fatto proprio un territorio, vi hanno costruito le
loro basi culturali, assumendo sulle rocce un signifi¬
cato sostitutivo di quella materializzazione edilizia e
monumentale dell’opera umana che la civiltà africa¬
na ha escluso nei suoi disegni di affermazione.
Fig. 7 - Incisioni sui massi di uno dei filoni che nel Sahara con¬
dizionano spesso i percorsi e le modalità dei movimenti pastorali
e carovanieri (Adrar des Iforas, zona di Es Saheli). (Foto del¬
l’Autore).
BIBLIOGRAFIA
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Eugenio Turri: Via De Amicis, 49 - 20123 Milano ITALIA
L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
Axel et Anne-Michelle Van Albada
Documents rupestres originaux du Messak Settafet
Résumé — Quelques gravures néolithiques du plateau du Messak Settafet sont présentées pour leur richesse en infor-
mations originales.
Trois personnages aux visages minutieusement décrits sont figurés avec certains accessoires (repose-tète ou étui
phallique) et peuvent ètres comparés à certains documents du prédynastique égyptien.
Des scènes de danse et, peut-ètre, de travail agricole sont également décrites, ainsi que des gravures représentant des
animaux sauvages entravés au moyen de pierres liées aux pattes. De telles pierres, probablement reliées à un système de
piège, ont été trouvées par les auteurs à proximité des sites gravés.
Une femme-lycaon en position d’orant est donnée en exemple remarquable de gravures thériomorphes devant ètre re-
placées dans un contexte mythologique particulier au Messak et à l’oued Djerat.
Abstract — Some recently found originai engravings of Fezzan are presented for further reflections.
An unrivalled group of three finely carved persons showing interesting details (neck-support, helmets, penis-holster,
typical beard or hairdressing) suggest some relationship with thè predynastic Egypt.
Carvings of dances in different styles, probable representations of early agriculture (ploughing) and cattle-breeding
(milking) are significant for these neolithic cultures. Some impressive Lycaon-headed beings probably belongs to early
Messak-hunter’s mythology.
We found «hobbling-stone» near engravings showing thè same artefact tied to thè legs of wild animals (Rhinoceros,
Ostrich, Lion, Donkey, Girafe). These hobbling-stones were probably connected to a trap; such systems are stili used by
desert people.
DESCRIPTION
Les trois premiers personnages aux visages mi¬
nutieusement détaillés sont à considérer en tant
qu’oeuvres isolées nullement représentatives de
l’ensemble du riche patrimoine gravé du Messak.
DES DOCUMENTS
Un grand personnage (2,5 m) est représenté cou-
ché, bras et jambes repliées, la tète — coiffée de
manière caractéristique — reposant sur un chevet
ouvragé. Les grandes dimensions de l’oeuvre évo-
t
Fig. 1 - Situation du Messak Settafet par rapport aux autres massifs sahariens riches en art rupestre.
548
AXEL ET ANNE-MICHELLE VAN ALBADA
quent un personnage important. Peut-ètre s’agit-il
d’un gisant.
Les deux hommes se faisant face sont de caractère
différent. Celui de gauche porte une barbe et un bon-
net à oreillettes (ou casque); le reste du corps n’est
pas détaillé. L’ovale à cupule inférieure (figure sym-
bolique fréquemment rencontrée sur le Messak, seu-
le ou en relation avec des bovidés) nous semble avoir
été rapportò ultérieurement. L’homme de droite aux
traits sévères, portant également un bonnet à oreil¬
lettes, tient un objet curieux au creux de la main.
Il est habillé d’une chemise et d’un pagne fort carac-
téristique pourvu d’une patte retenant la lanière de
fixation d’un étui phallique comportant deux ren-
flements. Cet accessoire ressemble fort à ceux des
Amratiens du Nil prédynastique (P. Huard, 1969).
Ces gravures étonnantes avaient été observées par
G. Jacquet en 1979 mais non publiées (communica-
tion personelle, septembre 1990).
«Robusta» est un exemple de femme thériomor-
phe en position d’orant, représentative, malgré son
caractère unique, d’une sèrie de personnages à tète
de lycaon que fon retrouve à d’autres endroits du
Messak (Frobenius 1937; Castiglioni et Negro 1986;
Van Albada 1990). Ces personnages se retrouvent
également dans l’oued Djerat, ensemble qui présen¬
te de nombreux points communs avec le Messak
(rocher Ahanna, voir Huard, Leclant et Allard 1980).
Deux gravures du nord du wadi-In-Hagalas sont
considérées par les auteurs comme pouvant ètre re-
présentatives d’activités «agricoles».
L’«instrument» rattaché à un bovidé complète-
ment harnaché (bàt, licol, sous-ventrières, sous-cau-
dale, liens de guidage . . . ) et manipulé par un homme
marchant courbé ressemble à une araire primitive au
soc relativement vertical destinée aux terrains diffici-
les (G. Forni, colloque de Milan 1990). Cette propo-
sition a rencontré de vives réticences de par la forme
de l’instrument. Nous poserions le problème autre-
ment: la gravure étant assez précise, si ce n’est pas
une araire guidée, de quoi s’agit-il?
La scène de contention de bovidé montre une
technique classique pour attirer une femelle rétive
venant de mettre bas et que l’on voudrait capturer
ou calmer; en effet, un jeune ruminant nouveau-né
n’est pas farouche vis-à-vis de l’homme et il suffìt
souvent de laisser la mère flairer son jeune pour la
capturer plus facilement. Le but de la capture pourrait
ètre le prélèvement du lait. En effet, la remarquable
scène de traite découverte par G. Jacquet (1978) dans
la mème région indique que cette activité était prati-
quée. La gravure hémicirculaire à proximité de
l’homme de droite symbolise probablement un réci-
pient. Le trayeur fortement schématisé est peut-ètre
assis sur un tabouret à un pied.
Ce type de siège est clairement représenté assez
loin de là, dans le wadi In-Elobu, ou il est utilisé par
un homme masqué. Un tei utensile, attaché par une
ceinture, est encore employé de nos jours, pour la
traite, par quelques bergers des Pyrénées.
La scène de danse des personnages carnavalesques
montre des déguisements assez sophistiqués don-
nant au danseur de gauche des allures de faune
(fausse queue, pieds pointus et bonnet à cornillon).
Le personnage contorsionné qui le précède est vètu
d’un short et d’un bonnet à cornillon.
Probablement plus récente (période pastorale tar¬
dive), les trois couples de danseurs du wadi Tilliza-
ghen forment une composition presque picturale
d’un style rarement rencontré dans les gravures. L’é-
légance des attitudes ainsi que l’allure des coiffures
féminines sont exceptionnelles. Les personnages
portent des baudriers croisés et parfois des ceintures
striées. Les homme ont le visage invisible.
Une sèrie de gravures inédites provenant de diffé-
rents wadis du Messak présentent toutes des ani-
maux reliés par une patte à une pierre d’entrave.
Nous trouvons une girafe, un àne, un lion, deux rhi-
nocéros et deux autruches. Il faut par ailleurs signa-
ler plusieurs boeufs « à cornes en tenaille» entravés
de manière identique et parfois chassés à fare (Jeli-
nek-Castiglioni et Negro). Tout nous porte à penser
à un système de piégeage destiné à ralentir la course
d’animaux sauvages pour les rendre à la portée d’ar-
mes peu puissantes. Des pièges à noeud-coulant sont
encore utilisés de nos jours au Sahara pour attraper
mouflons et gazelles.
Nous avons également eu la chance de trouver une
pierre d’entrave de belle taille, pesant environ 40 kg
parmi les galets du lit du wadi Geddis, un kilomètre
en avai de la gravure du lion entravé.
Remerciements
Nous remercions très cordialement Monsieur
Giulio Calegari et Madame Fran?oise Gervasi de
nous avoir invités à présenter ces documents rame-
nés du Fezzan en janvier 1990, les rendant ainsi très
rapidement accessibles à la communauté scientifique.
Fig. 2-3 - Le grand homme couché (3) du wadi In-Hagalas (2,5 m) dont la tète repose sur un coussin (?), lui-mème posé
sur un chevet ouvragé, est habillé d’un pagne striò et probablement de fìnes sandales. L’oeil clos, les bras et jambes repliées
peuvent suggérer un gisant.
DOCUMENTS RUPESTRES ORIGINAUX DU MESSAK SETTAFET
549
Fig. 4-6 - Séparés par une large fissure verticale, deux personnages énigmatiques se font fa?e en amont du wadi In-Haga-
las (4 et 5). La tète en bas-relief de l’homme de gauche rappelle certains personnages des «palettes» de l’Egypte prédynas-
tique. L’homme de droite, habillé d’un short et d’une chemise semble tenir un objet ouvragé au creux de la main droite
tout en faisant un geste du pouce de la gauche. Tous deux portent des bonnets (casques ?) à oreillettes. Certaines gravures
(Fig. 2, 3, 4, 5 et 6) sont peu visibles ou abimées, parfois difficiles d’accès, mais présentent néanmoins des sujets peu
habituels et riches d’informations. Les visages humains finement détaillés sont très rares.
550
AXEL ET ANNE-MICHELLE VAN ALBADA
Fig. 7-8 - «Robusta»: femme-lycaon en attitude d’orant; gravure isolée entre In-Habeter III et IV. Les personnages à téte
de canidé semblent appartenir à la mythologie des anciens peuples du Messak, contrairement aux représentations de chas¬
seur portant parfois des masques d’animaux (antilope, mouflon ou àne) posés sur la tète.
Fig. 9-10 - Travail du sol (?), domestication et mobilier utilitaire (wadi In-Hagalas).
Fig. 11-12 - Scène représentant probablement la traite d’une bète rétive (wadi In-Hagalas).
Fig. 13-14 - Personnages carnavalesques coiffés de bonnets ornés d’une petite come dans le wadi Geddis.
DOCUMENTS RUPESTRES ORIGINAUX DU MESSAK SETTAFET
551
Fig. 15 - Siège monostyle encore utilisé par des bergers actuels (wadi In-Elobu).
Fig. 16 - Wadi Tillizaghen: danseurs et bovidés dans un petit abri sous roche.
552
AXEL ET ANNE-MICHELLE VAN ALBADA
Fig. 17-22 - Gravures montrant des pierres-d’entrave actives sur une faune sauvage variée: girafe (17), lion (19), àne (18)
autruches (21 et 22) et rhinocéros (20 et 21). Ce type d’entrave est probablement en relation avec un système de piègeage
DOCUMENTS RUPESTRES ORIGINAUX DU MESSAK SETTAFET
553
Fig. 23 - a) Rhinocéros entravé par une pierre rainurée retenue
par un lien toronné (détail exceptionnel). b) girafe entravée
(cf. fig. 20 et fig. 17).
Fig. 24 - Pierre d’entrave trouvée dans le wadi Geddis. (Poids
approximatif: 40 kg).
Fig. 25 - Le wadi Geddis (pierre décrite fig. 24).
554
AXEL ET ANNE-MICHELLE VAN ALBADA
BIBLIOGRAPHIE
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L’arte e l’ambiente del Sahara preistorico: dati e interpretazioni
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXVI - Fascicolo II - 1993
INDICE
Premessa .
Comitato scientifico .
Comitato organizzatore .
Programma .
Discorsi d’apertura .
Elenco degli iscritti .
Sylvie Amblard - Les gravures rupestres
du Hodh septentrional (Mauritanie sud¬
orientale) .
Emmanuel Anati - Arte rupestre: archivio
di documenti per la ricostruzione storica
Frederick Nwankwo Anozie - Rock art
in Nigeria .
Ginette Aumassip & Michel Tauveron -
Le Sahara centrai à l’Holocène . . .
Massimo Baistrocchi - Arte rupestre del
Sahara occidentale e della Mauritania: due
regioni di un’area sahariana periferica .
Massimo Baistrocchi - Arte rupestre del-
l’Oued In-Djeran (Tadrart algerino) . .
Barbara E. Barich - Culture del Sahara
libico -egiziano. Strategie sul campo -
Modelli di interpretazione .
Barbara E. Barich, Cecilia Capezza, Ceci¬
lia Conati-Barbaro & Bruno Marcolongo -
Civiltà preistoriche del Jebel Gharbi
(Libia). Progetto archeologico congiunto
libico-italiano .
Vanni Beltrami - Considerazioni sull’arte
rupestre del nord-est nigerino . . . .
Antonio Beltràn - Le figure «a gambe di¬
varicate» dei cacciatori dell’età della pie¬
tra nel Tassili N’Ajjer e alcune delle loro
relazioni .
Giulio Calegari - Le incisioni rupestri di
Tin Tarbayt (Mali) .
Giulio Calegari - Le perle in «corniola» di
Taouardei (Mali). .
Giulio Calegari & Laura Simone - Un sag¬
gio di scavo a Taouardei (Gao, Mali) .
Gabriel Camps - Hérodote et l’art rupes¬
tre. Recherches sur la faune des temps
néolithiques et protohistoriques de l’Afri-
que du Nord .
Henriette Camps-Fabrer - Découvertes
récentes sur l’art mobilier préhistorique
dans le Nord de l’Afrique .
Isabella Caneva - Il Sahara e l’Alto Nilo:
ricerche archeologiche in Sudan . . .
Maria Casini - La valle del Nilo e il Saha¬
ra: ambiente, cultura materiale e rappre¬
sentazione .
556
INDICE
Hans Kolmer - Les vaches pleurantes . pag. 303
Janusz K. Kozlowski - Les gravures pré-
historiques du Massif Thébain et l’habi-
tat de la vallèe du Nil . pag. 309
Jean Leclant - Recherches dans le secteur
de la IVème cataracte du Nil (Soudan) . pag. 317
Jean-Loi'c Le Quellec - Scènes de Tauro-
kathapsia au Sahara centrai . pag. 319
Henry Lhote f - Témoignage d’Henri
Lhote: à la recherche du passé du Sahara pag. 325
Nota biografica e bibliografica di Henry
Lothe a cura di Attilio Gaudio . . . pag. 327
Rùdiger Lutz - Rock engravings in thè
SW-Fezzan, Libya. New discovery of a
rock art gallery in thè Amsach Sattafet.
A contribution to thè relative chrono-
logy of thè earliest rock pictures in thè
Sahara . pag. 333
Béatrix Midant-Reynes, Nathalie Buchez,
Albert Hesse & Claude Lechevalier - Le
site prédynastique d’Ada'ima (Haute-
Egypte). Ramassage raisonné de la surfa-
ce: résultats et perspectives . pag. 359
Mark Milburn - Saharan stone monu-
ments, rock picture and artefact contem-
poraneity: some suggestions . pag. 363
Vii Mirimanov - Sujets mythologiques
dans l’art rupestre du Sahara (sur la ge-
nèse de la composition en deux figures
opposées) . pag. 375
Théodore Monod - Sur quelques ins-
criptions sahariennes n’appartenant ni
à l’écriture arabe, ni à l’alphabet tifi-
nagh . pag. 381
Nadine Orloff - Image et cultures: propos
méthodologiques sur les développements
possibles de l’archéologie de l’art rupes¬
tre préhistorique, appliquée au Sahara . pag. 399
Nicole Petit-Maire - Recent quaternary
climatic change and man in thè Sahara pag. 411
Michel Raimbault - Les faciès néolithi-
ques identifiés dans le Sahara malien: ca-
ractères et évolution . pag. 417
Jean-Pierre Roset - La période des chars
et les séries de gravures ultérieures dans
l’Aif, au Niger . pag. 431
Klena Sanogo - Réflexions sur les problè-
mes et perspectives d’interprétation des
gravures et peintures rupestres du Mali pag. 447
Umberto Sansoni - Peculiarità e ruoli sce¬
nici delle figure maschili e femminili nel¬
l’arte delle Teste Rotonde . pag. 453
Andrew B. Smith - New approaches to
Saharan Rock art . pag. 467
Francis Soleilhavoup - Paléoenviron-
nements Sahariens et Ethnocultures:
données nouvelles au Sud de l’Ahaggar
(Algérie) . pag. 479
Francois Soleilhavoup - L’art rupestre de
plein air: étude des sites et relevé des sur-
faces . pag. 509
Jean Spruytte - Reconstitution expéri-
mentale d’un bige saharien . pag. 521
Assunta Alessandra Stoppiello - Civiltà
sahariane: arte, strumenti e concettualità pag. 529
Antonio Tejera Gaspar - Les iascriptions
libyques-berbères des iles Canaries . . pag. 533
Eugenio Turri - L’arte rupestre nei pro¬
cessi comunicativi e territoriali. . . . pag. 543
Alfred Muzzolini - Chronologie raison-
née des diverses écoles d’art rupestre du
Sahara centrai . pag. 387
Axel & Anne-Michelle Van Albada - Do-
cuments rupestres originaux du Messak
Settafet . pag. 547
Volume XIII
I - Venzo S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte II. Tratto orientale Garda- Adi¬
ge e anfiteatro atesino di Rivoli veronese, pp. 1-64, 25 figg.,
9 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1963 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Mercaticeras, Pseu-
domercaticeras e Brodieia. pp. 65-98, 2 figg., 4 tavv.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Bergamasco
orientale), pp. 99-146, 2 figg., 8 tavv.
Volume XIV
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige, pp.
1-82, 11 figg., 4 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia Dactyliocerati-
dae. pp. 83-136, 4 tavv.
Ili - Dieni I., Massari F. e Montanari L., 1966 - Il Paleogene
dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 137-184, 5 fìgg.,
8 tavv.
Volume XV
I - Caretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni
Briozoi pliocenici, precedentemente determinati quali
Idrozoi del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88, 27
figg., 9 tavv.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quaternario
dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-142, 8figg., 7 tavv.
Ili - Barbieri F., Iaccarino S., Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-Parmen¬
se- Reggiano, pp. 143-188, 20 figg., 3 tavv.
Volume XVI
I - Caretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio del
metodo statistico e nuova classificazione dei Gasteropodi
pliocenici attribuibili al Murex brandaris Linneo, pp. 1-60,
1 fig., 7 tabb., 10 tavv.
II - Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - 1 nuovi fossi¬
li di Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128, 30 figg.,
8 tavv.
Ili - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico, pp. 129-200, 13 figg., 4 tabb., 7 tavv.
Volume XVII
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie Lytoceratidae,
Nannolytoceratidae, Hammatoceratidae (excl. Phymatoce-
ratinae ), Hildoceratidae (excl. Hildoceratinae e Bouleicera-
tinaé). pp. 1-70, 2 tavv. n.t., 6 figg., 6 tavv.
II - Venzo S. & Pelosio G., 1968 - Nuova fauna a Ammonoidi
dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brembana (Berga¬
mo). pp. 71-142, 5 figg., 11 tavv.
Ili - Pelosio G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toarcia¬
no) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildoceras,
Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Conclusioni gene¬
rali. pp. 143- 204, 2 fìgg., 6 tavv.
Volume XVIII
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate da
Giuseppe Meneghini nelle Taw. 1-22 della «Monographie
des fossiles du calcaire rouge ammonitique » (1867-1881).
pp. 5-22, 2 fìgg., 6 tavv.
II - Montanari L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Gozza¬
no (Lago d’Orta). pp. 23-92, 42 fìgg., 4 tavv. n.t.
Ili - Petrucci F., Bortolami G. C. & Dal Piaz G. V., 1970 -
Ricerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana
(Prov. Torino) e sul suo substrato cristallino, pp. 93-169,
con carta a colori al 1:40.000, 14 fìgg., 4 tavv. a colori e 2 b.n.
Volume XIX
I - Cantaluppi G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee - Loro successione e modifi¬
cazioni nel tempo. Riflessi biostratigrafici e sistematici,
pp. 5-46, con 2 tabelle nel testo.
II - Pinna G. & Levi-Setti F., 1971 - I Dactylioceratidae del¬
la Provincia Mediterranea ( Cephalopoda Ammonoidea).
pp. 47- 136, 21 fìgg., 12 tavv.
Ili - Pelosio G., 1973 - Le ammoniti del Trias medio di Askle-
pieion (Argolide, Grecia) - 1. Fauna del «calcare a Ptychi-
tes » (Anisico sup.). pp. 137-168, 3 fìgg., 9 tavv.
Volume XX
I - Cornaggia Castiglioni O., 1971 - La cultura di Reme-
delio. Problematica ed ergologia di una facies dell’Eneoli¬
tico Padano, pp. 5-80, 2 fìgg., 20 tavv.
II - Petrucci F., 1972 - Il bacino del Torrente Cinghio (Prov.
Parma). Studio sulla stabilità dei versanti e conservazione
del suolo, pp. 81-127, 37 fìgg., 6 carte tematiche.
Ili - Ceretti E. & Poluzzi A., 1973 - Briozoi della biocalcare-
nite del Fosso di S. Spirito (Chieti, Abruzzi), pp. 129-169,
18 fìgg., 2 tavv.
Volume XXI
I - Pinna G., 1974 - 1 crostacei della fauna triassica di Cene in
Val Seriana (Bergamo), pp. 5-34, 16 fìgg., 16 tavv.
II - Poluzzi A., 1975 - 1 Briozoi Cheilostomi del Pliocene del¬
la Val d’Arda (Piacenza, Italia), pp. 35-78, 6 fìgg., 5 tavv.
Ili - Brambilla G., 1976 - I Molluschi pliocenici di Villal-
vernia (Alessandria). I. Lamellibranchi. pp. 79-128, 4 fìgg.,
10 tavv.
Volume XXII
I - Cornaggia Castiglioni O. & Calegari G., 1978 - Cor¬
pus delle pintaderas preistoriche italiane. Problematica,
schede, iconografìa, pp. 5-30, 6 fìgg., 13 tavv.
II - Pinna G., 1979 - Osteologia dello scheletro di Kritosaurus
notabilis (Lambe, 1914) del Museo Civico di Storia Na¬
turale di Milano ( Ornithischia Hadrosauridaé). pp. 31-56,
3 fìgg., 9 tavv.
Ili - Biancotti A., 1981 - Geomorfologia dell’Alta Langa (Pie¬
monte meridionale), pp. 57-104, 28 fìgg., 12 tabb., 1 carta f.t.
Volume XXIII
I - Giacobini G., Calegari G. & Pinna G., 1982 - I resti
umani fossili della zona di Arena Po (Pavia). Descrizione
e problematica di una serie di reperti di probabile età pa¬
leolitica. pp. 5-44, 4 fìgg., 16 tavv.
II - Poluzzi A., 1982 - I Radiolari quaternari di un ambiente
idrotermale del Mar Tirreno, pp. 45-72, 3 fìgg., 1 tab., 13 taw.
Ili - Rossi F., 1984 - Ammoniti del Kimmeridgiano superiore-
Berriasiano inferiore del Passo del Furio (Appennino Um¬
bro-Marchigiano). pp. 73-138, 9 fìgg., 2 tabb., 8 tavv.
Volume XXIV
I - Pinna G., 1984 - Osteologia di Drepanosaurus unguicauda-
tus, lepidosauro triassico del sottordine Lacertilia. pp.
7-28, 12 fìgg., 2 tavv.
II - Nosotti S., Pinna G., 1989 - Storia delle ricerche e degli
studi sui rettili Placodonti. Parte prima 1830-1902. pp. 29-
84, 24 fìgg., 12 tavv.
Volume XXV
I - Calegari G., 1989 - Le incisioni rupestri di Taouardei
(Gao, Mali) - Problematica generale e repertorio iconogra¬
fico. pp. 1-14, 9 fìgg., 24 tavv.
II - Pinna G. & Nosotti S., 1989 - Anatomia, morfologia fun¬
zionale e paleoecologia del rettile placodonte Psephoder-
ma alpinum Meyer, 1858. pp. 15-50, 18 fìgg., 9 tavv.
Ili - Caldara R., 1990 - Revisione tassonomica delle specie
paleartiche del genere Tychius Germar (Coleoptera Cur-
culionidae). pp. 51-218, 575 fìgg.
Volume XXVI
I - Pinna G., 1992 - Cyamodus hildegardis Peyer, 1931 (Repti-
lia, Placodontia). pp. 1-21, 23 fìgg.
presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Storia Naturale, Corso Venezia 55 - 20121 Milano
Le Memorie sono disponibili
Museo Civico di
5 oc
MEMORIE
LIBRARY
della Società Italiana
MAY 1 7 i l di Scienze Naturali
e del Museo Civico
Volume XXVI - Fascicolo III di Storia Naturale di Milano
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EUGENIO ANDRI e FRANCO ROSSI
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI,
CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI.
DALLE STROMATOLITI ALLE COMUNITÀ
DI SCOGLIERA MODERNE
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume I NUOVA SERIE
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie del ge¬
nere Felis: Felis jacobita (Com.), 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Griffi F., 1 865 - Di una specie d 'Hippolais nuova per
l’Italia, 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini lacustri
per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei terreni
terziarii del distretto di Messina. 88 pp., 8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere Verru¬
caria, 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di Mon-
teviale nel Vicentino, 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1865 - Di alcuni resti umani e degli oggetti di uma¬
na industria dei tempi preistorici raccolti in Toscana. 32 pp.,
4 tavv.
Vili - Targioni-Tozzetti A., 1866 - Come sia fatto l’organo che fa
lume nella lucciola volante dell’Italia centrale ( Luciola itali¬
ca) e come le fibre muscolari in questo ed altri Insetti ed An¬
tropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp., 2 tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici offerti dal¬
le Cantaridi e da altri Coleotteri facili a confondersi con esse.
40 pp., 4 tavv.
Volume II
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pisa,
38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’origine
des bassins lacustres, àpropos des sondages du Lac de Come.
12 pp., 8 taw.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi venete.
140 pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corollaij fossili del terreno nummuli-
tico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra.
18 pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleontologi¬
che di talune rocce cretacee della Calabria con alcuni terreni
di Sicilia e dell’Africa settentrionale. 18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1866 - L’uomo fossile nell’Italia centrale. 82 pp.,
21 figg., 4 taw.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum Lichenum
Angiocarporum gertus propositum atque descriptum. 8 pp.,
1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei terreni
terziarii del distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropodi).
22 pp., 1 tav.
X - DOrer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla Villa
Carlotta sul lago di Como, ecc. 48 pp., 11 tavv.
Volume III
%
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii. 16 pp.,
1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera ìt
Limboria, quatuor Lichenum Angiocarpeorum genera recognita
iconibusque illustrata. 12 pp., 2 taw.
Ili - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie. 88
pp., 7 taw.
IV - Claparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un Alciopi-
de parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp., 1 taw.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae com¬
mentario. 40 pp., 4 taw.
Volume IV
I - D’Achiardi A., 1868 - Corollari fossili del terreno nummuli-
tico dell’Alpi venete. Parte II. 32 pp., 8 taw.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera ve! adhuc
controversa, vel sedis prorsus incertae in systemate, novis
descriptionibus iconibusque accuratissimis illustrata. 18 pp.,
2 taw.
III - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi di
umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg., 7 taw.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lombardia.
28 pp., 3 figg., 2 taw.
Volume V
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli di
rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 taw.
Volume VI
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosignano
e di Vignale. Studi stratigrafìci e paleontologici. 104 pp.,
2 taw., 1 carta.
II - Martorelli G., 1898 - Le forme e le simmetrie delle
macchie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp.,
63 figg., 1 taw.
Ili - Pavesi P., 1901 - L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp., 14 figg.,
1 tav.
Volume VII
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della Lom¬
bardia. 164 pp., 9 taw.
Volume Vili
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi petrogra-
fici e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg., 3 taw.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte II. pp. 47-186, 5 figg., 9 taw.
Ili - Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle alluvioni lom¬
barde, con osservazioni sulla filogenia e scomparsa di alcuni
Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg., 3 taw.
Volume IX
I - Bezzi M., 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi
italiane, pp. 1-164, 7 figg., 2 taw.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione della
base del cranio colle forme craniensi e colle strutture della
faccia nelle razze umane. - (Saggio di una nuova dottrina
craniologica con particolare riguardo dei principali cranii
fossili), pp. 165-262, 7 figg., 2 taw.
Ili - De Beaux O. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cinghiale
nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-320, 13 figg.,
7 taw.
Volume X
I - Desio A., 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Albenza
(Prealpi Bergamasche), pp.1-156, 27 figg., 1 tav., 1 carta.
II - Scortecci G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi.pp. 157-208, 39 figg., 2 taw.
Ili - Scortecci G., 1941 - 1 recettori degli Agamidi. pp. 209-326,
80 figg.
Volume XI
I - Guiglia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Milano
( Hymen .). pp. 1-44, 4 figg., 5 taw.
II-III- Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegetazione
dell’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferimento ai pa¬
scoli di altitudine, pp. 45-238, 31 figg., 1 carta.
Volume XII
I - Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli
superiori della serie lacustre di Leffe (Bergamo), pp. 1-70,
4 figg., 6 taw.
II - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale Gardone-
Desenzano. pp. 71-140, 14 figg., 6 taw., 1 carta.
Ili - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte Albenza
(Bergamo), pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
Volume XIII
I - Venzo S., 1961 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro mo¬
renico del Garda. Parte II. Tratto orientale Garda-Adige e
anfiteatro atesino di Rivoli veronese, pp. 1-64, 25 figg., 9 taw.,
1 carta.
II - Pinna G., 1963 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Mercaticeras, Pseudo-
mercaticeras e Brodieia. pp. 65-98, 2 figg., 4 taw.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Bergamasco orien¬
tale). pp. 99-146, 2 figg., 8 taw.
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Ricostruzione di una comunità organogena giurassica delle “Kimmeridgian shales” (Inghilterra):
a) Thecosmilia d) Lithophaga g) Pygaster
b) Isastrea e) Chlamys
c) Thamnasteria f) briozoi
Eugenio Andri* & Franco Rossi**
* Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Genova - Sezione di Geologia
** Collaboratore della Sezione di Geologia del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Genova
Genesi ed evoluzione di frangenti, cinture, barriere ed atolli.
Dalle stromatoliti alle comunità di scogliera moderne
(con 49 figure e 1 tavola fuori testo)
Volume XXVI - Fascicolo III
29 luglio 1993
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
© Società Italiana di Scienze Naturali e
Museo Civico di Storia Naturale di Milano
corso Venezia, 55 - 20121 Milano
In copertina: Tridacna gigas.
Registrato al Tribunale di Milano al n. 6694
Direttore responsabile Giovanni Pinna
Segretaria di redazione Anna Alessandrello
Redazione Magda Lusiardi, Marcello Michelangeli
Grafica editoriale Michela Mura
Impaginazione Andrea Costa per Fotolito Genovese
Stampa Sorriso Francescano, Genova, luglio 1993
ISSN 0376-2776
Eugenio Andò & Franco Rossi
Genesi ed evoluzione
Dalle stromatoliti
di frangenti, cinture, barriere ed atolli,
alle comunità di scogliera moderne
Riassunto — Le ricerche condotte da uno degli Autori (E. A.) sulla genesi delle micriti e dei carbonati in generale, ha por¬
tato alla stesura di questa memoria. In essa gli Autori hanno cercato di riproporre alcune problematiche fondamentali riguar¬
danti la formazione di tali rocce e di offrire un panorama sommario del succedersi attraverso i tempi geologici delle comunità
di scogliera edificatrici di bioherme.
Queste comunità di scogliera, composte da costruttori primari (alghe e coralli) e da costruttori secondari oltre che da
abitatori, distruttori e detritivori, sono sempre state costituite da organismi bentonici e planctonici caratteristici del dominio
neritico. Tra gli organismi bentonici fissi o mobili abbiamo chiaramente i più rappresentativi della catena alimentare marina,
tra quelli planctonici abbiamo tutti quegli organismi che, trasportati dalle correnti e dal moto ondoso, costituiscono abitatori
passivi e talvolta importanti coedificatori.
È chiaro quindi che nel complesso ecosistema di una comunità di scogliera, sia essa moderna o del passato, troveremo
gran parte degli organismi marini vegetali e animali che hanno sempre costituito gran parte della catena alimentare marina.
Viene messa inoltre in evidenza l’importanza delle stromatoliti come prima testimonianza di attività organica litocostrut¬
trice e il passaggio da prodotti di associazioni algali alle prime e vere comunità di scogliera.
Gli Autori cercano anche di dare un panorama sufficientemente completo della successione e della costituzione delle
varie comunità dal periodo di cosmopolitismo fino all’epoca moderna che vede le comunità di scogliera divise in due provin-
cie distinte: la indo-pacifica e la caraibico-atlantica. Tali comunità stanno evolvendo separatamente per le condizioni gene¬
ratesi dall’isolamento geografico dovuto da un lato alla presenza del continente americano e dall’altro lato all’approfondi¬
mento dei bacini oceanici.
I prodotti carbonatici costruiti dalle comunità di scogliera sono stati morfologicamente inquadrati in quattro tipi: fran¬
gente, cintura, barriera e atollo. È stata presa in esame, seppure brevemente, anche la costruzione e l’evoluzione di una piat¬
taforma carbonatica riparata o rimmed shelf come quella costituita dal “Great Bahama Bank”. Nella genesi e nella crescita
delle costruzioni carbonatiche, per lo più coralgali, gli Autori hanno cercato di mettere in evidenza l’importanza dei fattori
che ne hanno determinato il ciclo evolutivo: subsidenza, eustatismo, indice di produttività delle comunità edificatrici e tet¬
tonica regionale. Nella ricostruzione generale degli ambienti di Tav. 1 viene proposta, anche se in maniera schematica, l’evo¬
luzione di un margine continentale passivo e quella che si può determinare in prossimità di un margine attivo. In 8 schede
sono state ricostruite alcune comunità di scogliera del passato che sembrano tra le più indicative e particolari, con la schema¬
tizzazione dei loro ambienti di vita.
Résumé — Genèse et evolution de frangeants, ceintures, barrières et atolls. Des stromatolites aux communautés de récif mo-
dern es.
Les recherches sur la genèse des micrites et des roches carbonatées d’un des Auteurs (E. A.), a amené à la redaction de
ce mémoire.
Dans cette étude les Auteurs ont cherché de mettre en évidence certains aspects liés à la genèse de ces roches et d’offrir
une vue d’ensemble, bien que sommaire, de la succession, à travers le temps géologique des communautés de récif edifica-
trices des biohermes.
Ces communautés de récif étant composées par des constructeurs primaires (algues et coraux), par des constructeurs se-
condaires et aussi par des habitants destructeurs et mangeurs de dètritus, elles ont toujours été constituées par des organis-
mes benthiques et planctoniques, qui caractérisent le domaine néritique.
Parmi les organismes benthiques fìxes et mobiles on compte naturellement les plus représentatifs de la chaine alimen-
taire marine; parmi les organismes planctoniques on retrouve tous ceux qui, transportés par les courants et les vagues, con-
stituent des habitants passifs qui représentent parfois des importants co-édifìcateurs des biohermes.
Il est donc évident que, dans le complexe écosystème d’une communauté de récif, qù’il soit moderne ou ancienne, on
trouvera un grand nombre d’organismes marins, qui ont toujours représenté la base et une grand parties de la chaine alimen-
taire marine.
On met aussi en relief l’importance des stromatolites comme premier témoignage d’activité organique lithocostructrice
et en méme temps le passage d’un produit d’associations algaires aux premières véritables communautés de récif.
Les Auteurs cherchent de donner aussi une vue d’ensemble de la succession et de la constitution des differentes com¬
munautés à partir du cosmopolitisme jusqu’à l’époque moderne, où les communautés de récif se divisent en deux provinces
distinctes: la indo-pacifique et la caraibe-atlantique.
Ces communautés sont en train d’évoluer séparément, pour l’isolement géographique, du, d’un còté à la presence du
continent americain, et, de l’autre còté, a l’approfondissement des bassins oceaniques.
Les produits carbonatés construits par les communautés de récif ont été morphologiquement classés en quatre types:
frangeant, ceinture, barrière et atoll.
On a aussi exaniiné en bref la construction et l’évolution d’une plate-form carbonatée protégée ou rimmed shelf,
comme la “Great Bahama Bank”.
Dans la genèse et la croissance de ces costructions carbonatées, constituées surtout par des coraux et des algues, les Au¬
teurs ont essayé de mettre en évidence l’importance des facteurs qui ont déterminé l’evolution des biohermes, c’est-à-dire:
subsidence, eustatisme, productivité des communautés édifìcatrices et tectonique regionale.
Dans la recostruction reportée dans la table n. 1 on a cherché de schématiser l’evolution possible d’une marge continen¬
tale passive et celle qui peut se produire dans une marge continentale active.
Enfin on propose, à l’aide de huit fiches, l’illustration de certaines communautés de récif parmi les plus significaives ou
particulières du passé, avec la schématisation de leurs milieux de vie.
Abstract — Genesis and evolution of brackers, belts, reefs and atolls. From thè stromatolites to thè modern reefs.
This memoir comes from thè researches made by one of thè Author (E. A.) on thè micrite and carbonate genesis.
560
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
In this work, thè Authors have tried to repropose some fundamental problematics related to thè genesis of these rocks,
trying to ofTer a brief outline of thè evolution, along thè geological times, of thè reefs that built thè bioherms.
These reefs, being composed of primary (algae and corals), and of secondary builders, together with dwellers, de-
stroyers and deposit feeder, have always been made of benthonic and planktonic organisms, typical of thè neritic dominion.
Among thè fixed or movable benthonic organisms we have, of course, those that are thè most representative of thè marine
food-chain, while among thè planktonic ones we have all thè organisms that, drifted by thè sea-currents and by thè waves,
constitute thè passive dwellers of thè reefs, their nutritive portion, and that sometimes become important co-builders with
their cementing eflfects on thè bioherms.
Thus it is clear that in thè complex ecosystem of a reef, both modern and past, we will find thè most part of thè marine
vegetai and animai organisms that have always constituted thè basis and thè largest amount of thè marine food chain.
This work also put in evidence thè importance of thè stromatolites as thè first sign of organic activity able to build rocks,
and also thè passage from simple algal association products to thè first true reefs.
The Authors try also to give a sufficiently complete overview of thè succession and constitution of thè different reef-
communities from thè cosmopolitism period up to thè modern age that now sees thè reefs divided into two distinct domi-
nions: thè Indo-Pacific and thè Atlantic-Caribbean. Such communities are evolving separately due to thè conditions of geo-
graphical isolatimi created by thè presence of thè American continent on one side, and by thè deepening of thè Oceanie ba-
sins on thè other side.
The carbonatic products built by thè reefs have been morphologically divided into four types: brackers, belt, reef and
atoll. It has also been considered, though briefly, thè construction and thè evolution of a sheltered carbonatic platform, or
rimmed shelf, such as thè one in thè Great Bahama Bank.
In thè genesis and in thè growth of those carbonatic platforms most of all coralgal, thè Authors have tried to put in evi¬
dence thè importance of thè factors that have determined their evolutionary cycle, that is: subsidence, eustatism, producti-
vity index of thè communities and regional tectonic.
In thè generai reconstruction of thè environments on Table 1 is proposed, even if in a very schematic way, thè possible
evolution on a passive Continental margin, and thè one that can be present near an active margin.
Before thè conclusions, thè Authors propose thè recontruction, also by visual means through 8 cards, of thè reefs that
seem among thè most indicative and particular of thè past, with thè schematization of their environments.
Zusammenfassung — Entstehung und Entwicklung von Felsenriffen, Giirteln, Riffen und Atollen. Von den Stromatholithen
bis zu den modernen Riffgemeinschaften.
Diese Abhandlung ist das Ergebnis der Forschungen von E. Andri nach der Entstehung der Mikriten und Karbonate.
Hier werden einige mit der Bildung solcher Gesteine im Zusammenhang stehende Hauptfragen genau untersucht, wo-
bei die Autoren versuchen, einen iiberblick, die geologischen Zeitràume hindurch, iiber die Aufeinanderfolge jener Riffge¬
meinschaften zu geben, die die Biohermen gebildet haben.
Diese Riffgemeinschaften sind von primàren (Algen und Korallen) und von sekundàren bildenden Organismen sowie
von bewohnenden, zerstòrerischen und schuttfressenden Lebewesen gebildet und sind von das neritische Gebiet kenn-
zeichnenden benthonischen und planktonischen Organismen zusammengesetzt.
Unter den festen oder beweglichen benthonischen Organismen befìnden sich die wichtigsten Lebewesen der Meere-
snahrungskette; zu den planktonischen Organismen gehoren die, die, von den Meeresstròmungen und dem Seegang geris-
sen, passive bewohnende, nahrende und manchmal wichtige mitbildende Lebewesen, oft mit bindender Wirkung der Bio¬
hermen, sind.
Daraus ergibt sich, dass in dem komplexen Òkosystem einer Riffgemeinschaft die meisten pflanzlichen und tierischen
Meeresorganismen zu finden sind, die die ersten Stufen und den gròssten Teil der Meeresnahrungskette bilden.
Hervorgehoben werden auch die Bedeutung der Stromatholithen, die ein erster Beweis fùr eine Tàtigkeit sind, die die
Entstehung von Gesteinen hervorgebracht hat, sowie die Ùbergangsphase von Algengesellschaften zu den ersten Riffge¬
meinschaften. Die Autoren versuchen, einen Ùberblick iiber die Aufeinanderfolge und Bildung der verschiedenen Riffge¬
meinschaften vom Zeitraum des Kosmopolitismus bis zur modernen Epoche zu geben, in der sich die Riffgemeinschaften in
zwei verschiedene Òkosysteme, das indopazifische und das karibisch-atlantische, gespaltet haben.
Solche Riffgemeinschaften entwickeln sich, den von der geographischen Isolierung bewirkten Verhàltnissen zufolge,
getrennt.
Diese Isolierung ist auf der einen Seite dem Vorhandensein des neuen Erdteils und auf der anderen der Senkung der
ozeanischen Becken zuzuschreiben.
Die von den Riffgemeinschaften gebildeten Karbonate werden von einem morphologischen Gesichtspunkt aus in vier
Gruppen aufgeteilt: Felsenriff, Giirtel, Riff, Atoll.
Es werden auch die Bildung und die Entwicklung einer beschiitzten karbonatischen Tafel (rimmed shelf), Great Ba¬
hama Bank, untersucht.
Ausserdem wird es auf die Bedeutung der Umstànde hingewiesen, die bei der Entstehung und der Entwicklung jener
koralgalen karbonatischen Bildungen den Entwicklungsprozess gepràgt haben, das heisst: Subsidenz, Eustatismus, Schaf-
fenskraftwert der bildenden Gemeinschaften und Tektonik.
Tafel I stellt die Entwicklungsprozesse dar, die in Meereslebensmileus eintreten kònnen.
Die acht Abbildungen, die vor dem Schlusswort zu finden sind, stellen die Schematisierung der Lebensmileus jener
Riffgemeinschaften dar, die sich in der Vergangenheit gebildet haben und sich als die bezeichnendsten erweisen haben.
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
561
PREMESSA
Le rocce sedimentarie occupano un posto premi¬
nente della superficie terrestre, infatti ben il 75% delle
terre emerse è costituito da rocce sedimentarie o da
loro derivati, in contrapposizione al restante 25% che
risulta costituito da rocce eruttive o da loro derivati. In
senso volumetrico, esse occupano invece solo il 5% del
volume totale della litosfera, con una potenza media
di circa 2 Km ed una potenza massima (testimoniata
anche da trivellazioni) di oltre 12 Km.
Fin dalla sua comparsa l’uomo ha utilizzato le rocce
sedimentarie e le loro proprietà; possiamo, infatti,
constatare come il succedersi delle varie civiltà sia
sempre stato legato alla morfologia dolce e alla facile
lavorabilità delle rocce sedimentarie. L’uomo inoltre
ne ha sempre sfruttato le caratteristiche, sia usando in
epoca preistorica i rifugi creati in rocce carbonatiche da
processi paleocarsici (grotte e ripari naturali in genere),
sia sfruttandone, in un’epoca più recente, le risorse attra¬
verso l’utilizzazione dei minerali in esse contenuti,
molto più facili da estrarre in giacitura secondaria.
La nostra civiltà è addirittura condizionata dalle
rocce sedimentarie: basti pensare ai giacimenti di idro¬
carburi e gas naturali in rocce trappola, quasi sempre
di origine sedimentaria (in alcuni casi, queste “trap¬
pole” sono rappresentate da calcari biocostruiti da co¬
munità di scogliera, vedi i giacimenti del Texas, per es¬
empio) e la calce e i cementi ottenuti con la cottura di
rocce sedimentarie dalle particolari proprietà.
Non va dimenticato il ruolo speculativo e conosci¬
tivo che le rocce sedimentarie hanno avuto, ed hanno,
nello sviluppo delle Scienze della Terra e della Geolo¬
gia. Esse ci hanno dato modo, infatti, di costruire scale
cronologiche dettagliate basate sullo studio delle suc¬
cessioni di organismi in esse conservati, di studiare tali
organismi e di conoscere quindi la storia evolutiva
della vita sulla Terra.
Senza le rocce sedimentarie, alcune delle quali sono
quasi esclusivamente costituite dall’accumulo dei gu¬
sci o delle impalcature scheletriche di organismi, non
potremmo conoscere il cammino fatto dall’evoluzione
e non avremmo la possibilità di ricostruire il rapporto
dinamico tra aree emerse e aree sommerse delle zolle
continentali attraverso il tempo geologico, ciò che ci
permette di operare ricostruzioni e modellizzazioni
paleogeografiche e paleoecologiche sempre più det¬
tagliate. Esse rappresentano, in altre parole, la testi¬
monianza del continuo divenire della vita sulla Terra,
dell’evoluzione fìsica di quest’ultima e del suo proba¬
bile futuro, aiutandoci anche a conoscere meglio
quanto avviene ed è avvenuto in tempo storico.
Tutte le rocce sedimentarie presuppongono la pre¬
senza a monte di rocce madri, costituite da vari mate¬
riali litoidi che costituiscono la litosfera. Tutto questo
è chiaro per le rocce sedimentarie detritico-terrigene,
ma, in un concetto più ampio, anche le non detritiche
di origine organica hanno potuto generarsi in funzione
della presenza, in ambiente subacqueo, soprattutto di
elementi, di componenti solubili e di ioni, che pos¬
sono costituire la porzione più fine ed ultima dei pro¬
cessi di degradazione meccanica e chimica di rocce
preesistenti o il prodotto di attività vulcaniche; infatti
la loro presenza ha dato la possibilità agli organismi di
costruirsi un guscio od un’impalcatura scheletrica mi¬
neralizzati.
Possiamo suddividere le rocce sedimentarie in due
grandi classi: quelle di origine detritica o terrigena e
quelle non detritiche, cioè di origine chimica, biochimica
e dovute a costruzione organica (Fig. 1). Prenderemo in
esame, all’interno del grande gruppo delle rocce non de¬
tritiche, quelle carbonatiche dovute a costruzione orga¬
nica in posto, cioè le bioherme e i calcari di scogliera.
Prima di affrontare la problematica riguardante la ge¬
nesi dei calcari di scogliera e delle costruzioni biohermali
in genere, ci sembra opportuno fare alcune considera¬
zioni su quanto ha preceduto le vere comunità di orga¬
nismi che hanno edificato, dal Paleozoico in poi, gli im¬
ponenti corpi carbonatici che tutti conosciamo.
Mentre esiste sicuramente un lungo periodo (2 mi¬
liardi di anni circa) durante il quale la consistenza e la
composizione dell’idrosfera non consentivano la rea¬
lizzazione di comunità di scogliera vere e proprie, sa¬
rebbe errato pensare che le prime comunità di sco¬
gliera, oltre alle associazioni algali responsabili delle
stromatoliti, si realizzino più o meno con l’inizio del
Cambriano. Dobbiamo infatti distinguere fra quelle
che consideriamo come comunità di scogliera in gene¬
rale e quelle che sono responsabili delle costruzioni
carbonatiche di origine organica in posto; in realtà, la
nostra cognizione di comunità inizia con la possibilità,
da parte degli organismi che ne fanno parte, di co¬
struirsi un guscio o un’impalcatura scheletrica fossiliz-
zabile. È probabile quindi che anche nel Precam¬
briano siano esistite comunità di scogliera ricche di or¬
ganismi non fossilizzabili e perciò senza risultati di ac¬
cumulo carbonatico apprezzabili oltre quelli rappre¬
sentati dalle costruzioni stromatolitiche.
LE PRINCIPALI ROCCE SEDIMENTARIE
ROCCE DI ORIGINE CLASTICA RUDITI (dimensione granuli sup. a 2 mm) (es. conglomerati)
(r. terrigene, r. detritiche) ARENITI (dimensioni granuli da 1/16 mm a 2 mm) (es. arenarie)
LUTITI (o PELITI) (dim. granuli inf. a 1/16 mm) (es. argille)
ROCCE DI ORIGINE ORGANICA per accumulo diretto di gusci odi impalcature scheletriche di organismi
(calcari di biostroma e calcari pelagici)
per costruzione ed impalcatura organica in posto (es. calcari di scogliera
in genere o bioherme)
ROCCE DI ORIGINE CHIMICA per precipitazione chimica diretta da una soluzione (evaporiti in genere)
ROCCE DI ORIGINE BIOCHIMICA per estrazione da soluzione ad opera dell’attività metabolica di organismi
(alghe e batteri: es. stromatoliti, travertini e panchine prò parte)
Fig. 1 - Classificazione sommaria delle rocce sedimentarie.
562
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
STROMATOLITI
Nel 1906 C.D. Walcott trovò e descrisse brevemente
alcune strutture problematiche, di origine organica,
presenti in rocce precambriane dell’America nord-
occidentale. In un lavoro successivo, del 1914, lo stesso
Autore torna sull’argomento ed interpreta corretta-
mente tali strutture come scogliere fossili dovute al¬
l’attività e allo sviluppo di vari tipi di alghe.
Il termine “stromatolite” viene introdotto nel 1908
da Kalkowsky per indicare strutture simili da lui de¬
scritte nel Trias inferiore germanico. Successivamente
molti Autori ritornano all’idea di una origine non bio¬
logica delle stromatoliti, fino al 1954, quando la scoperta
di alghe fossili microscopiche nella “Gunflint Iron For-
mation”, del Precambriano delfOntario, portò alla defi¬
nitiva accettazione dell’ipotesi di C.D. Walcott.
Queste formazioni biosedimentarie (Fig. 2) sono
state descritte e classificate in base soprattutto al loro
aspetto morfologico. Tali classificazioni hanno solo
un interesse descrittivo e non genetico, anche perché
lo stesso corpo stromatolitico può essere generato da
differenti tipi di alghe. Una distinzione, che ci sembra
utile mantenere è quella tra stromatoliti vere e proprie
ed oncoliti: le prime sono formazioni laminate o mas¬
sicce dovute all’attività di tappeti algali che risultano però
radicate fino dall’origine al substrato e che si sviluppano
quindi in situ; mentre le seconde non sono, almeno al
momento della loro genesi, attaccate al substrato.
È chiaro che sia nella forma sia nella configurazione
strutturale di questi corpi organo-sedimentari, avranno
importanza fondamentale le caratteristiche fisico-chimi¬
che dell’ambiente anche se le unità geometriche che li
compongono sono del tutto analoghe tra loro.
Anche se questi corpi sedimentari sono costruiti da as¬
sociazioni algali, ciò che è da rifiutare con decisione è il
ricorso ad una classificazione binomia, utilizzata in pas¬
sato, e ancora oggi da alcuni Autori. Non si tratta infatti
né di organismi né di parti di essi fossilizzati, ma di pro¬
dotti dovuti alla attività di associazioni algali che lasciano
come risultato finale un corpo sedimentario vero e pro¬
prio. Quindi i nomi Cryptozoon e Collenia, ad esempio,
sono senza dubbio da abbandonare dal punto di vista
tassonomico. Potrebbe essere opportuno continuare
ad usarli, dando loro solo un significato morfologico.
Come abbiamo già detto le stromatoliti sono corpi
sedimentari radicati ad un substrato di cui sposano
quindi all’origine la morfologia. Esse sono costituite
da una successione di intervalli sedimentari (lamine)
di potenza e di composizione variabili che si sovrappon¬
gono gli uni sugli altri e che sono dovuti ad attività aigaie.
Questa struttura a lamine sovrapposte (Fig. 3 e 4) è ben
visibile sia in veduta laterale sia in sezioni normali ai
piani di crescita delle lamine, mentre nelle sezioni tra¬
sversali all’asse di crescita, le stromatoliti si presentano
come circonferenze od ellissi irregolari e concentriche.
Queste lamine sono costituite da granuli aragonitici,
più spesso calcitici, e da sedimenti detritici fini; sono
di potenza variabile, generalmente non superano il
millimetro di spessore, e sono dovute all’azione di¬
retta ed indiretta di alghe non calcaree o meglio di as¬
sociazioni algali bentoniche; tra queste abbiamo alghe
blu-verdi, verdi e, probabilmente, anche alghe rosse.
Dobbiamo distinguere le strutture laminate che nel
loro insieme somigliano a depositi stromatolitici e che
sono di origine batterica o inorganica, dalle stromato-
Fig. 2 - Costruzioni stromatolitiche attuali, di ambiente ipersalino, come si presentano a bassa marea nella Shark Bay (Australia occidentale).
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
563
Fig. 3 - Alcuni tra i principali tipi di aggregazione, di associazione e
di tessitura stromatolitiche, in sezione trasversale all’asse di cre¬
scita delle lamine (da Aitken J. D., 1967, ridisegnato).
o i i t, ci»n
Fig. 4 - Veduta in sezione normale al piano di crescita delle lamine
di una stromatolite dolomitizzata, di età precambriana, prove¬
niente dalla regione di Cochabamba (Bolivia).
liti vere e proprie nelle quali è chiaramente individua¬
bile l’azione di alghe non calcaree nella genesi dei car¬
bonati (a questo scopo Aitken, 1967, introdusse la ter¬
minologia “cryptalgale limestone”).
Questi tappeti algali svolgono una triplice azione: la
prima è quella di stabilizzare il fondo mobile svilup¬
pandosi sull’interfaccia deposizionale; la seconda, an-
ch’essa meccanica, consiste nell’intrappolamento di
particelle detritiche fini (argille e silt); la terza, biochi¬
mica, provoca la precipitazione del carbonato di calcio
attraverso l’attività metabolica.
Dal punto di vista batimetrico, è chiaro il rapporto che
queste costruzioni organico-sedimentarie hanno con la
luce ed è quindi evidente che le associazioni algali pro¬
duttrici di stromatoliti saranno più facilmente legate a
mari caldi e a condizioni batimetriche ridotte, anche se
sono state segnalate costruzioni stromatolitiche fino a
150 metri di profondità (Playford & Cockbain, 1969; Hoff-
564
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
COQUINA DUNES
SOPRATIDALE
Fig. 5 - Ricostruzione idealizzata della morfologia delle strutture stromatolitiche di Flint Cliff, Hamilton Pool (da Logan
B.W., 1961, ridisegnata).
man, 1974). Sebbene questi limiti batimetrici lascino
perplessi, essi forse possono essere raggiunti se si
tiene conto della grande adattabilità di certe associa¬
zioni algali ad ambienti altamente diversificati.
Anche se, in condizioni del tutto particolari di con¬
servazione e di sedimentazione, si sono potute osser¬
vare, sulla pagina inferiore e superiore di una lamina,
impronte e tracce di filamenti e di strutture algali che
hanno prodotto tali complessi carbonatici (Gregoire &
Monty, 1962), è praticamente impossibile risalire al ge¬
nere e alla specie dell’alga o delle alghe, che hanno con¬
tribuito alla costruzione della stromatolite. Per quanto ri¬
guarda l’aspetto morfologico complessivo e la morfolo¬
gia delle singole lamine, si possono formulare solo delle
ipotesi: l’inarcamento delle lamine e la loro struttura ten¬
denzialmente concentrica, sarebbero da imputare da un
lato a fattori sedimentari (tasso di sedimentazione, ecc.),
dall’altro all’energia dell’ambiente (moto ondoso, cor¬
renti). L’“effetto cupola”, presentato dalle lamine costi¬
tuenti gran parte delle stromatoliti, potrebbe anche es¬
sere legato all’inarcamento della lamina iniziale dovuto
alla produzione di idrogeno solforato originatosi per pro¬
cessi di decomposizione dell’associazione aigaie a con¬
tatto con l’interfaccia deposizionale.
In base ai vari fattori di crescita delle lamine e ai
meccanismi fisico-biochimici che sono all’origine
della morfologia complessiva delle stromatoliti, ci
sembra per ora che anche qualsiasi tentativo di classi¬
ficazione morfologica sia inutile per l’impossibilità di
operare correlazioni a grande distanza. Unica suddivi¬
sione che riteniamo valida è quella che vede le costru¬
zioni stromatolitiche suddivise in due grandi classi:
stromatoliti s.s. ed oncoliti (Johnson, 1961).
Genesi ed evoluzione di una stromatolite
Le associazioni algali che colonizzano e stabiliz¬
zano una porzione di fondo marino, determinano un
microambiente nel quale avviene produzione di car¬
bonato di calcio, sotto forma aragonitica, per precipita¬
zione diretta dovuta all’attività metabolica aigaie. I cri¬
stalli aghiformi di aragonite si depositano e vengono
intrappolati dal tappeto aigaie unitamente a sedi¬
mento di origine detritica. Quest’ultimo legato al tasso
di sedimentazione proprio di questo microambiente,
unitamente ai cristalli di aragonite determina il soffo¬
camento del tappeto aigaie, che si ricostituirà, in modo
ciclico, al di sopra della prima lamina.
Se consideriamo che la maggior parte delle stroma¬
toliti si sono formate in ambienti di mare basso, o ad¬
dirittura, in ambiente intertidale (Fig. 5), e che il con¬
tributo alla costruzione e allo spessore di una lamina è
legato anche alla presenza di sedimenti detritici fini,
possiamo ritenere che le stromatoliti rappresentino
degli ottimi indicatori ambientali poiché possono for¬
nirci importanti informazioni climatiche anche sulle
aree continentali limitrofe.
Mentre il contributo carbonatico è dovuto all’a¬
zione biochimica svolta dalle associazioni algali e
quindi legato all’insolazione e regolato dal ciclo sta¬
gionale e dall’andamento diurno-notturno, il contri¬
buto detritico è condizionato dalla morfologia e dal
clima delle aree continentali vicine.
È chiaro che, in mancanza del contributo terrigeno, la
costruzione delle lamine è legata esclusivamente all’a¬
zione biochimica delle associazioni algali e quindi al depo¬
sito carbonatico (“algal dust”) dovuto al loro metabolismo.
Le stromatoliti, nelle loro molteplici accezioni, rap¬
presentano la prima testimonianza sicura di attività li¬
tocostruttrice sulla Terra costituendo, dal Precam¬
briano all’Olocene, un filo conduttore pressoché con¬
tinuo dovuto all’attività di associazioni algali che for¬
mano, ed hanno formato, la base della catena alimen¬
tare marina e della vita in generale. La drastica ridu¬
zione delle alghe costruttrici di stromatoliti che si regi¬
stra alla fine del Paleozoico, e che prosegue fino ai giorni
nostri, è probabilmente dovuta alfimprowiso aumento
di organismi bentonici erbivori e alla concomitante com¬
petizione, tra queste associazioni algali e le alghe rosse
corallinacee iniziatasi nel corso del Mesozoico.
La grande disponibilità delle associazioni algali co¬
struttrici di stromatoliti ad adattarsi a qualsiasi am¬
biente umido, sia esso di acqua dolce o ipersalino, le
colloca senza dubbio tra gli organismi più stress-tolle¬
ranti; se così non fosse, non solo avremmo avuto crisi
biologiche di ben più ampia portata di quelle che co¬
nosciamo, ma la vita stessa avrebbe potuto estinguersi.
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
565
OMAGGIO A DARWIN
Il grande interesse che le bioherme hanno acquisito
negli ultimi decenni è sicuramente legato alla scoperta
che queste importanti formazioni biocostruite pos¬
sono costituire delle ottime rocce-trappola per gli idro¬
carburi. L’interesse pratico ha portato a sviluppare ri¬
cerche volte a conoscere anche le bioherme sepolte e
ad individuarne la posizione.
Queste rocce, edificate dalle comunità di scogliera,
rappresentano degli importantissimi edifici carbona-
tici sia come potenza sia come estensione areale. Nel¬
l’ambito della loro conoscenza sono state estrema-
mente importanti la stratigrafia sismica e le trivella¬
zioni a carotaggio continuo che ci hanno portato a co¬
noscere meglio l’intima consistenza di queste masse
carbonatiche.
In questo contesto non dobbiamo dimenticare tutto
il cammino fatto precedentemente, e sarebbe arduo,
per non dire impossibile citare tutti gli uomini di
scienza che si sono occupati di questo affascinante
problema. Non dobbiamo inoltre dimenticare l’im¬
portanza che hanno avuto, da questo punto di vista, gli
atlanti redatti dai vari cartografi durante le lunghe
campagne di scoperta, di conquista e di rilevamento
promosse soprattutto dall’ammiragliato inglese e da
quello francese.
I nomi di Cook, Fitz Roy, Duperrey, Allan di Forres,
D’Urville, sono legati a navi leggendarie, dai nomi di En-
deavour, Beagle, Coquille e Astrolabe. Tutto questo na¬
turalmente per ricordare solo i principali, perché i moltis¬
simi atlanti redatti sono stati conservati dai vari ammira¬
gliati senza che ne venisse pubblicato il contenuto.
II viaggio più importante per lo sviluppo scientifico
è sicuramente quello del Beagle (Fig. 6) che, partito
Fig. 6-11 brigantino H.M.S. Beagle, tratto da uno schizzo eseguito
da Conrad Martens, pittore della spedizione Fitz Roy.
&
1. Galapagos (15.09. 1835)
2. Tahiti (15 11.1835)
3. Sydney (12.01.1836)
4. Cocos (01 04 1836)
5. Mauritius (29.04.1836)
Fig. 7 - Le soste del brigantino H.M.S. Beagle che si riferiscono allo studio di Darwin sulle barriere coralline.
566
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
da Plymouth il 27 Dicembre 1831, arrivò a Falmouth il
2 Ottobre 1836, dopo aver circumnavigato il globo
(Fig. 7). La quantità di dati, di osservazioni e di cam¬
pioni raccolti da Darwin durante questo viaggio, rap¬
presentano la base di lavori, quali: “Sulla struttura e di¬
stribuzione dei banchi di corallo e delle isole madrepori¬
che” e “Sull’origine delle specie per selezione naturale”,
che hanno dato l’avvio alla visione moderna della sto¬
ria naturale.
In “Sulla struttura e distribuzione dei banchi di co¬
rallo e delle isole madreporiche”, stampato in prima edi¬
zione nel 1842, Darwin ci offre una spiegazione della
formazione delle barriere, delle cinture e degli atolli
con estrema chiarezza. In quest’opera, il grande natu¬
ralista inglese ci fornisce inoltre un vasto panorama di
quelle conoscenze scientifiche precedenti, contempo¬
ranee e seguenti al viaggio del Beagle, che lui stesso
utilizza per la redazione di questo lavoro fondamen¬
tale, forse uno dei più belli scritti da Darwin e sicura¬
mente quello di Darwin geologo che assomma su di sé
tutte le notizie riguardanti il nuovo corso della geolo¬
gia, fondato da Hutton e soprattutto da Lyell. In esso
troviamo inoltre citati parecchi atlanti cartografici che
Darwin consulta al suo rientro in Inghilterra e che rap¬
presentano una quantità di notizie tali da stupirci. In
base alla pianta e alle altitudini di Bora-Bora, tratte
dall’atlante redatto dal cartografo della Coquille, sotto
il comando del Capitano Duperrey, Darwin, con due
semplici schizzi (Fig. 8), ci illustra la formazione di un
atollo attraverso le tre principali fasi, a partire da una
cintura, passando attraverso la fase di una barriera
anulare, giungendo quindi alla formazione di una la¬
guna delimitata da isole coralline.
In questo lavoro Darwin dimostra una grande
umiltà ed una grande accuratezza nella raccolta di tutti
i dati che possono servirgli; dati che può ottenere sia
da cartografìe inedite sia da semplici osservazioni fatte
dagli indigeni con i quali viene a contatto. Da quanto
risulta anche da “Viaggio di un naturalista intorno al
mondo”, dato alle stampe nel 1860 (’), gli unici contatti
diretti di Darwin con le isole madreporiche avvengono
a Tahiti, alle isole Cocos (Keeling) e all’isola Mauri¬
tius. Però, solo con l’arrivo alle isole Keeling Darwin
ha finalmente l’opportunità di esaminare dal vivo la
costruzione di un’isola corallina e di raccogliere una
miriade di osservazioni sulla sua struttura. Le osserva¬
zioni fatte da Darwin non si riferiscono solo all’esame
di superfìcie sulla costituzione dell’aro// Keeling”, ma
negli undici giorni che lo separano dalla partenza del
Beagle verso l’isola Mauritius, raccoglie una grande
quantità di dati, aiutato dal Capitano Fitz Roy, sulla
costituzione del banco corallino in profondità. Dalle
osservazioni di superfìcie e camminando a bassa ma¬
rea su vaste porzioni dell’isola, Darwin si rende conto
della differente localizzazione dei diversi tipi di co¬
rallo nella zona rivolta verso il mare aperto, nella piana
di marea e nella zona di retroscogliera. Inoltre fa im¬
portanti deduzioni sulla distribuzione della sabbia co¬
rallina in funzione del vento e del moto ondoso, sulla
cementazione di vaste aree non più interessate dal¬
l’alta marea, nonché sulla canalizzazione del moto on-
Fig. 8 - Sezioni schematiche dell’isola di Boia-Boia (Bora-Bora) ri¬
costruite da Darwin in base ai dati del cartografo della “Coquille”
che illustrano le varie fasi di passaggio da una barriera anulare ad
un’isola-laguna (atoll) (Darwin, 1885, p. 57), mentre la vista dal¬
l’alto si riferisce all’interpretazione schematica del cartografo della
“Coquille” opportunamente ridotta in scala.
Anche se l’approssimazione raggiunta nel disegno del cartografo
della “Coquille” è ottima, ciò non ci consente certo di paragonare
lo stadio evolutivo di Bora-Bora comparando il disegno tratto dal¬
l’Atlante del viaggio del capitano Duperrey (necessariamente som¬
mario) alla veduta aerea della situazione attuale (cfr. Fig. 18). Ci
sono però alcuni dettagli che non sarebbero sicuramente sfuggiti
all’attenzione del cartografo. Sicuramente i canali si sono accen¬
tuati e le barre sabbiose visibili nella fotografia aerea erano ovvia¬
mente di minore entità; ciò vuol dire che già in oltre 100 anni vi
sono stati probabili e vistosi cambiamenti della scogliera e della la¬
guna interna.
doso, unita al drenaggio di porzioni della laguna, attra¬
verso varchi prodotti nel corpo della scogliera stessa.
Si rende conto, inoltre, che il corallo “arrestato nel suo
accrescimento verso l’alto si estende lateralmente” (1885,
pag. 26). Con l’uso di uno scandaglio rudimentale a
forma di campana, fatto approntare dal Capitano Fitz-
Roy, giunge a stabilire la profondità dei banchi coral¬
lini viventi, l’acclività della scarpata verso il mare
aperto e la costituzione del fondo marino circostante.
Le osservazioni del Sig. Liesk e di alcuni abitanti di
Tahiti gli danno conferma che i polipi corallini devono
(') In realtà, la prima edizione del “Viaggio di un naturalista intorno al mondo” risale al 1839 con il titolo “Journal of Researches
into thè Naturai History and Geology of thè Countries visited during thè Voyage of H.M.S. Beagle round thè World”. Il saggio
compariva come terza parte dell’opera di King, Fitz Roy, Darwin “Narrative of thè Surveiyng Voyages of H.M.S. Adventure
and Beagle”. Nel 1845 Darwin ne curò una seconda edizione, presso l’editore Murray di Londra, mantenendo lo stesso titolo,
mentre nel 1860 ne curò la ristampa con il titolo più noto di “Naturalisti Voyage round thè World”.
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
567
v sempre essere coperti o lambiti dal moto ondoso e che
le costruzioni coralline possiedono morfologie diffe¬
renti a seconda della loro posizione verso il mare
aperto o verso la laguna. Utilizzando ancora le osser¬
vazioni del Sig. Liesk, Darwin fa importanti deduzioni
sulla produzione del fango calcareo che si trova all’in-
terno della laguna (1885, pag. 32; 1982b, pagg, 537-538)
e sull’importanza che rivestono alcuni organismi nella
sua produzione, come, ad esempio, lui stesso osserva
studiando il contenuto intestinale di alcuni pesci che
abitano sia l’interno che l’esterno della scogliera.
Le ultime osservazioni di Darwin sui banchi coral¬
lini sono quelle fatte all’isola Mauritius.
È incredibile pensare che un lavoro così importante
sulla genesi delle formazioni madreporiche sia matu¬
rato in modo deduttivo, come riporta lo stesso Darwin
nella sua autobiografìa: “Nessun altro dei miei lavori fu
incominciato con atteggiamento mentale così deduttivo :
infatti la teoria era già completamente pensata fin da
quando ero sulle coste occidentali del Sud A merica, e an¬
cora non avevo visto una vera scogliera corallina, sicché
non mi rimaneva che verificare e completare le mie opi¬
nioni con un accurato esame delle scogliere di coralli vi¬
venti. Nei due anni precedenti mi ero occupato continua-
mente degli effetti del sollevamento intermittente della
terra, associato alla denudazione e alla deposizione dei
sedimenti, sulle coste del Sud America. Tutto ciò mi
aveva condotto a riflettere a lungo sugli effetti dell’ab¬
bassamento, e mi fu facile sostituire net pensiero il conti¬
nuo deposito di sedimenti con la crescita verso l’alto dei
coralli. Nacque così la mia teoria sulla formazione delle
barriere coralline e degli atolli. ”(1982a, pag. 80) e con os¬
servazioni originali limitate a Tahiti (dal 15/11/1835 al
26/11/1835), alle Cocos (dal 01/04/1836 al 12/04/1836) e
all’isola Mauritius (dal 29/04/1836 al 09/05/1836) (Fig. 7).
Tutte le ricerche successive hanno dimostrato la validità,
nelle loro linee essenziali, delle osservazioni e delle ipo¬
tesi di Darwin, confermate anche dall’intenso pro¬
gramma di perforazioni degli atolli dell’oceano Pacifico
condotto dall’U. S. Geological Survey, in collaborazione
con l’U. S. Navy. Nell’atollo di Eniwetok, in una trivella¬
zione profonda, è stata raggiunta la roccia vulcanica del
basamento dopo circa 1300 metri di perforazione, (cfr.
pagg. 573-578).
MORFOLOGIA DI UNA BIOHERMA
Dal punto di vista morfologico le scogliere organo¬
gene vengono comunemente distinte in: “franging-
reef’ (frangente), “barrier-reef’ (barriera) e “atoll”
(atollo). A queste tre distinzioni proporremmo di ag¬
giungere il termine “cintura” che, anche se collegato
alla fenomenologia di impianto e di evoluzione di un
frangente, se ne discosta dal punto di vista morfolo¬
gico; essendo infatti la cintura legata alla linea di costa
di un’isola, generalmente vulcanica, possiede una
forma subcircolare e può costituire la fase iniziale
della formazione di un atollo. Risulta chiaro che la
zona di impianto di una cintura può essere una qual¬
siasi isola o una porzione di area continentale emersa,
purché non troppo estesa da essere interessata da fasce
climatiche con parametri ambientali differenti.
Il frangente cresce in prossimità della costa, ne ri¬
produce parallelamente la linea e rappresenta, in altre
parole, la naturale progradazione della linea di riva. La
barriera si snoda anch’essa parallela alla costa, ma
dista da essa anche alcuni chilometri, in modo da la¬
sciare un canale spesso navigabile e profondo anche
alcune decine di metri, tra la scogliera stessa ed il con¬
tinente. La grande barriera australiana, che si estende al
largo delle coste nordorientali dell’Australia (costituita
da festoni e raggruppamenti di isole), ne rappresenta, no¬
nostante il suo andamento discontinuo, un chiaro esem¬
pio con una estensione di oltre 2.000 Km, una larghezza
di oltre 100 Km ed una potenza che raggiunge, in alcuni
punti, i 120 m. Gli atolli, infine, sono isole coralline anu¬
lari che racchiudono al centro una laguna.
.
Fig. 9 - Sezione schematica di una scogliera di origine coralgale.
568
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
Zona di avanscogliera a
prevalenza detritico-organica,
con formazione, alla base, di
brecce di scogliera
Zona di retroscogliera a
coralli prevalentemente
massivi (tipici di acque
calme) e detriti in genere
Zona di scogliera con
prevalenza ai coralli
ramosi (gen. Acropora)
tipici di acque agitate
Fig. 10 - Diagramma prospettico di una bioherma, con la corrispettiva evoluzione della zona di avanscogliera e di retrosco¬
gliera, con zonazione e localizzazione dei vari tipi di Alghe e di Coralli.
In una scogliera possiamo distinguere una zona di
avanscogliera (quella rivolta verso il mare aperto), il
nucleo e la zona di retroscogliera, dove si può formare
una laguna (Fig. 9). Il corpo centrale, o nucleo, è costi¬
tuito da un ammasso rigido dovuto soprattutto alla at¬
tività litocostruttrice di coralli ed alghe e rappresenta
un corpo discordante rispetto ai sedimenti che si depo¬
sitano nella zona antistante (avanscogliera) e nella
zona retrostante (retroscogliera).
L’evoluzione della laguna, là dove essa si forma, è
legata alla sua estensione, alla sua profondità, alla pre¬
senza di canali verso il mare aperto e alla quantità di
materiale detritico proveniente dall’area continentale
limitrofa attraverso il reticolo idrografico. Detta evo¬
luzione può condurre a due casi estremi, da un lato la
prevalenza dell’apporto detritico può determinare l’e¬
stinzione della laguna per la sedimentazione di limi e
ghiaie di origine continentale; mentre la mancanza di
un sufficiente rifornimento idrico dal mare aperto può
determinare, attraverso l’evaporazione, un ambiente
asfittico ed ipersalino che può condurre all’estinzione
della laguna per depositi evaporitici.
La progradazione della scogliera verso il mare
aperto è legata al moto ondoso e alle correnti; le por¬
zioni di maggiore crescita sono quelle più esposte al¬
l’energia del moto ondoso, corrispondenti quindi ai
settori più battuti dal vento dominante. L’alta energia
dell’ambiente di avanscogliera rappresenta anche una
causa distruttrice della scogliera: i detriti, anche grosso¬
lani, dovuti all’azione del mondo ondoso, accumulan¬
dosi al piede della scogliera, daranno origine in seguito a
brecce di avanscogliera. Tali fenomeni distruttivi sono
molto più accentuati durante le tempeste stagionali.
Nella zona della scogliera propriamente detta si pos¬
sono formare pozze di marea, mentre nelle zone più
riparate e nella zona di retroscogliera potremmo avere
depositi di sabbie coralline dovute al moto ondoso e
all’azione eolica (Fig. 9). Tali depositi possono costi¬
tuire, nell’evoluzione successiva, anche accumuli sub¬
aerei (ad esempio, dune eoliche) che potranno poi es¬
sere colonizzati da vegetazione. Un tipo di scogliera,
che ci sembra particolare, è rappresentato dalla bar¬
riera che si forma per subsidenza di un margine conti¬
nentale o per variazione del livello marino relativo
(vedi barriera corallina australiana).
Mentre risulta chiara la connessione fra frangente,
barriera anulare e atollo, generata dalla subsidenza di
un’isola vulcanica, come ipotizzato da Darwin, più
complessa, a nostro avviso, risulta la genesi di una bar¬
riera impostata su una larga porzione di un margine
continentale in via di sprofondamento. In quest’ul¬
timo caso non è sempre necessario passare attraverso
la fase di frangente; possiamo, infatti avere già in ori¬
gine, zone di impianto di comunità di scogliera, anche
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
569
a notevole distanza dall’area emersa, che sfruttano l’o¬
riginaria scarsa profondità di tale porzione della piatta¬
forma continentale. In tal caso le correnti trattive
lungo la costa potrebbero anche favorire fattori ini¬
benti la crescita coralgale, mantenendo il distacco tra
la linea di costa e le formazioni coralline attraverso un
canale sufficientemente profondo.
Se teniamo presente che il parametro vitale più im¬
portante (oltre alla temperatura), nella formazione
delle scogliere attuali è la luce solare e che le condi¬
zioni ottimali si raggiungono quindi in ambiente sot¬
tosuperficiale, dobbiamo tenere conto da un lato della
evoluzione dinamica della zona di impianto di una co¬
munità pioniera, dall’altro delle variazioni ed oscilla¬
zioni del livello medio marino.
Questo discorso risulta chiaro nelle comunità di
scogliera attuali dove i costruttori primari sono gli esa-
coralli ermatipici e le alghe rosse, ma probabilmente
tutto ciò è valido anche per le comunità del passato,
anche se in maniera più elastica, se si tiene conto che
la base alimentare della comunità di scogliera è rap¬
presentata dalle alghe (Fig. 10). Non potendo chiara¬
mente tenere conto, in una tematica di carattere gene¬
rale, dei fenomeni tettonici e della dinamica delle
zolle crostali e dei bacini oceanici, ci limiteremo ad es¬
aminare i rapporti che possono intercorrere tra la dina¬
mica della zona di impianto di una scogliera (velocità
di subsidenza) e le variazioni del livello medio marino
(l.m.m.) legate alle variazioni eustatiche.
Risulta ovvio che, nel caso di subsidenza nulla e di
l.m.m. costante, la crescita della scogliera è legata alla
sua progradazione.
Negli altri casi che adesso esamineremo, a parte
quello ipotetico di una velocità di subsidenza uguale
alla velocità di abbassamento del l.m.m. che ripresenta
una situazione analoga a quella sopra descritta, po¬
tremo riscontrare tutte le fenomenologie legate ad in-
gressioni e regressioni marine applicate alle comunità
di scogliera (Fig. 11). Se si registra per un lungo pe¬
riodo una velocità di subsidenza maggiore o minore
della velocità di innalzamento del l.m.m., la scogliera
procederà in senso verticale, finché saranno rispettati i
parametri vitali ottimali per la vita delle comunità che
la generano. Se la velocità di subsidenza è uguale alla
velocità d’innalzamento del l.m.m., potremo arrivare
all’annegamento delle comunità di scogliera.
Fig. Il - Possibili evoluzioni di un atollo in funzione delle variazioni del livello medio marino relativo. A) Atollo formato
B) emersione con effetti erosivi di dissoluzione di tipo carsico e di smantellamento dovuti soprattutto al moto ondoso. B’) pos¬
sibile ricolonizzazione da parte delle comunità di scogliera per il ripristino di condizioni ecologiche ottimali. C) annegamento,
con depositi di sedimenti pelagici che ricoprono le comunità di scogliera; probabile formazione di superfici indurite tipo “hard
ground”. C’) possibile ricolonizzazione in condizioni ecologiche ottimali.
570
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
Nel caso invece in cui la velocità di subsidenza sia
minore o maggiore della velocità di abbassamento del
l.m.m. potremo avere l’emersione di vaste aree o di
tutta la scogliera che verrà gradatamente erosa dagli
agenti sia meteorici, sia dal moto ondoso fino al suo
smantellamento. In tal caso potrà verificarsi soltanto
la progradazione della scogliera stessa.
In questo contesto non si tiene conto della rapidità
di maturazione delle comunità (passaggio da stadio
pionieristico alla fase a climax).
È chiaro che, nella edificazione di una bioherma,
nella sua morfologia, nella sua potenza verticale e nel¬
la sua estensione areale, giocheranno vari fattori tra i
quali i principali sono senza dubbio legati all’eusta¬
tismo, alla subsidenza, alla tettonica e alla velocità di
crescita delle comunità di scogliera. Secondo le ipotesi
di Vail et alii (1977) il ruolo maggiore a carattere glo¬
bale sarebbe legato alle variazioni eustatiche. Mentre
possediamo forse sufficienti dati per la costruzione di
modelli legati ad un margine passivo (interrelazione
tra subsidenza, variazioni eustatiche e velocità di cre¬
scita delle comunità), poco sappiamo ancora sul ruolo
giocato dalla tettonica. Inoltre, mentre le variazioni
del livello marino e il loro andamento ciclico per effetto
del glacio-eustatismo quaternario sono state sufficiente-
mente dimostrate, non risultano egualmente accettabili i
modelli derivanti dall’estrapolazione dell’ipotesi di Vail
et alii (1977) soprattutto se estesi su scala globale, ai pe¬
riodi precedenti il Quaternario. A nostro avviso infatti,
l’assetto moderno di aree emerse e di bacini oceanici
viene raggiunto solo nel Pliocene medio, come pure le
condizioni climatiche attuali con l’insediamento e il
completamento delle due calotte glaciali.
Gli organismi che fanno parte della comunità di
scogliera
Faremo una prima distinzione che riguarda soprat¬
tutto il ruolo giocato dagli organismi nella costruzione
di quei potenti ammassi carbonatici che abbiamo chia¬
mato bioherme e che comprendono scogliere, cinture,
barriere ed atolli. Avremo, infatti, dei costruttori pri¬
mari, come alghe e coralli, e costruttori secondari, che
attraverso il deposito delle loro spoglie contribuiscono
considerevolmente alla costruzione di una bioherma.
Oltre a questi, avremo abitatori che sfruttano l’am¬
biente riparato e ricco di cibo, inserendosi con il loro
metabolismo nell’equilibrio fisico-chimico e biolo¬
gico di questo ecosistema, occupando, secondo la loro
posizione gerarchica, un ruolo ben preciso nella ca¬
tena alimentare della scogliera e, più in generale, nella
catena alimentare marina. Avremo poi degli orga¬
nismi distruttori che, per cibarsi dei polipi corallini, di¬
struggono in maniera attiva i calici (come i pesci pap¬
pagallo) producendo fango calcareo o, in maniera pas¬
siva, rendendo le costruzioni coralline fragili e facil¬
mente disgregabili, come avviene nel caso della preda¬
zione da Achanthaster piatici (Fig. 12), nel caso di per¬
forazione da litodomi o da spugne (genere Cliona ).
Questi, insieme ai detritivori (come, ad esempio, gli
oloturoidi), contribuiranno, unitamente all’azione di
deposito indiretto di CaC03 espletato dalle alghe non
corallinacee, alla cementazione, alla riduzione dei dia¬
metri dei frammenti presenti ed alla eliminazione del¬
la porosità dell’insieme. Tutti questi organismi fanno
comunemente parte del dominio neritico e la maggior
Fig. 12 - Come questi ecosistemi complessi siano delicati viene di¬
mostrato da quanto avviene attualmente nella provincia indopaci¬
fica e soprattutto nella sua porzione australiana.
In essa la proliferazione abnorme di Acantaster pianti sta gene¬
rando un disastro di sempre più vaste proporzioni.
L’ Acantaster pianti cibandosi dei polipi corallini sta distruggendo
vaste porzioni di costruzioni coralline. I polipai morti, infatti, si
disgregano e si frantumano facilmente sotto l’azione del moto on¬
doso. Tutto questo ha determinato e determinerà in futuro grossi
problemi agli insediamenti umani costieri che non saranno più
protetti verso il mare aperto da quei frangiflutti naturali costituiti
dalle isole coralline.
Mentre comunemente si ritiene che questa rottura di equilibrio sia
dovuta alla drastica riduzione numerica del gasteropode Triton, per
collezionismo dissennato della sua conchiglia, è forse più proba¬
bile pensare a cause più complesse, legate ad inquinamento, che
hanno portato alla grande proliferazione di A. pianti, alla sua ten¬
denza al gigantismo ed al suo cambiamento di habitat (da circa 60
m sotto il livello del mare alla superficie).
Il disequilibrio ecologico venutosi a creare in queste comunità di
scogliera moderne dimostra quanto delicati siano gli equilibri che
reggono questi ecosistemi e quanto sia necessario ed indispensa¬
bile per l’uomo tenerli sotto controllo.
parte costituisce normalmente la fauna bentonica e
nectonica di tale ambiente. Non mancano organismi
appartenenti al dominio oceanico o pelagico che, tra¬
sportati dalle correnti e dal moto ondoso, fanno parte
della comunità come nutrienti (zooplancton e fito-
plancton), come abitatori e come cementanti. Come
importanza edifìcatrice del corpo di una scogliera at¬
tuale, i coralli (esacoralli ermatipici) e le alghe rosse
rappresentano i principali costituenti dell’impalcatura
scheletrica e del nucleo del corpo carbonatico, mentre
dal punto di vista quantitativo il loro contributo in
CaC03 alla massa complessiva è ridotto.
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
571
A proposito delle comunità in genere, viste come ag¬
gregazione di organismi secernenti calcite o aragonite,
Lees & Buller (1972) distinguono, per i parametri am¬
bientali attuali, due tipi di associazione in acque di di¬
versa latitudine: foramol e clorozoan.
Foramol, tipica di acque temperate, risulterebbe co¬
stituita da foraminiferi bentonici, da molluschi, da
briozoi, da alghe rosse calcaree e da balani; mentre clo¬
rozoan, caratteristica di acque tropicali, comprende, in
aggiunta alle forme precedenti, alghe verdi calcaree e
coralli ermatipici.
PARAMETRI VITALI
Tenendo ben presente che la base alimentare delle
comunità di scogliera di ogni tempo è rappresentata
dalle alghe, possiamo pensare che queste biomasse, pur
nella diversità dei loro componenti, si siano sempre ac¬
cresciute in condizioni dinamiche (acque agitate), a
bassa profondità e in acque tendenzialmente calde.
Abbiamo volutamente trascurato il parametro sali¬
nità per il fatto che, per quanto già esposto sulla genesi
delle stromatoliti, le associazioni algali hanno dimo¬
strato e dimostrano di essere, da questo punto di vista,
notevolmente stress-tolleranti e quindi facilmente
adattabili ad ambienti a diversa concentrazione salina.
I parametri ambientali di una comunità di scogliera
attuale sono legati ad una temperatura dell’acqua ele¬
vata (che varia tra i 27° e i 29° C), ad una escursione ter¬
mica diurno-notturna e stagionale estremamente ri¬
dotta, ad una salinità intorno al 35 per mille, ad un’in¬
tensa ossigenazione e alla limpidezza delle acque.
Se si tiene conto inoltre che il flusso di luce solare
ad una profondità di 70 m è circa il 5% di quello in su¬
perfìcie è evidente che le comunità di scogliera sono
legate (i coralli e le alghe, soprattutto), in condizioni di
costruzione ottimali e consistenti, ad un ambiente
dalle caratteristiche stabili e che essi sono sensibili an¬
che alle più piccole variazioni di tale ambiente. Ricor¬
diamo a questo proposito che esperimenti fatti hanno
dimostrato che la crescita dello scheletro dei coralli è
in media 14 volte più rapida nelle ore diurne che in
quelle notturne e che diminuisce in modo rapido con
l’aumento della profondità. La dipendenza della cre¬
scita dei coralli attuali dall’intensità della radiazione
solare è rappresentata, soprattutto, dalla presenza
delle zooxantelle (Fig. 13). Attraverso la fissazione di
C02, queste alghe simbiotiche determinano un au¬
mento della concentrazione di ioni carbonato nelle
cellule del polipo corallino e ne esaltano considerevol¬
mente l’efficienza metabolica producendo ossigeno e
assorbendo i prodotti di rifiuto riutilizzandoli in parte
per produrre nuova materia organica.
L’endosimbiosi con le zooxantelle non è stabile, in
quanto perfino la quantità delle alghe simbionti viene
regolata dalla luce; infatti esperimenti condotti su co¬
lonie mantenute nell’oscurità per un certo periodo di
tempo hanno dimostrato che i polipi corallini riman¬
gono sprovvisti di zooxantelle e che, contemporanea¬
mente, si assiste ad un calo, fino all’arresto, dell’accre¬
scimento carbonatico.
Che la crescita di un polipaio fosse legata alle condi¬
zioni di luce, all’intensa ossigenazione e all’arrivo di
nutrienti attraverso il moto ondoso e le correnti, era
già stata messa in evidenza da J. Allan di Forres, che,
tra il 1830 e il 1832, svolse esperimenti su molte specie
di coralli della costa est del Madagascar (cfr. Darwin,
1885 p. 83). Già Allan aveva notato che l’indice di cre¬
scita carbonatica delle forme da lui raggruppate era
differente e legato alla disposizione delle colonie ri¬
spetto al livello marino e alle correnti.
C. M. Yonge, nella sua pubblicazione del 1963, illu¬
strando i dati raccolti durante la spedizione inglese
sulla Grande Barriera Corallina australiana del
1928-29, giunse a due conclusioni importanti, che ri¬
guardano i rapporti tra polipi corallini e zooxanthelle.
Primo: i polipi corallini continuano a vivere in assenza
di luce e in assenza di alghe simbionti; secondo: es¬
sendo carnivori, i polipi non si cibano delle zooxan¬
telle, come precedentemente da alcuni autori era rite¬
nuto.
Va da sé che parametri fìsico-chimico-biologici così
ristretti di un tale ecosistema si trovano oggigiorno
soltanto nella fascia intertropicale degli oceani (Fig.
14) spingendosi da una latitudine nord di circa 30° ad
una latitudine sud di circa 29°, in genere lungo le coste
orientali dei continenti e lontano da sbocchi di corsi
d’acqua (lungo le coste occidentali dei continenti si ve¬
rifica la risalita di acque fredde e allo sbocco di corsi
d’acqua importanti, come il Rio delle Amazzoni, la
quantità di sedimenti in sospensione soffocherebbe i
polipi corallini).
NASCITA DI UN POLIPAIO
Vediamo ora come si può formare una comunità
pioniera ed una colonia a partire da un polipo che si
fìssa ad un substrato.
I Coralli si riproducono asessualmente per gemma¬
zione o per scissione longitudinale e sessualmente. In
quest’ultimo caso si originano pianule cibate che ven¬
gono immesse nell’ambiente e trasportate dal moto
ondoso e dalle correnti; in tal modo, esse possono co¬
lonizzare altre zone del fondo marino anche distanti
dalla loro origine. Se le condizioni ambientali lo con¬
sentono, le planule sopravvissute, fissandosi al sub¬
strato, possono costituire il germe di nuove colonie. A
tale scopo la pianula secerne una minuscola placca cal¬
carea che le serve da ancoraggio al fondo; dalla planula
si origina il polipo corallino che contemporaneamente
costruisce il proprio calice (o corallite) che rimane an¬
corato al substrato tramite la placca calcarea inizial¬
mente secreta (Fig. 13). Il polipo di un madreporario è
assimilabile ad una attinia provvista di scheletro es¬
terno. Nel calice si sviluppano, a partire dalla porzione
interna della parete, lamine calcaree o setti ad anda¬
mento longitudinale e radiale (Fig. 13B, C). A questo
572
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
punto, tramite la riproduzione asessuata che può avve¬
nire per gemmazione o per scissione, comincerà a
crearsi la colonia. Una lamina di tessuto (cenosarco)
connette i polipi gli uni agli altri e secerne tutta la re¬
stante massa calcarea che, oltre ai coralliti, costituisce
lo scheletro del polipaio. Per quanto riguarda i due tipi
di riproduzione asessuata, la gemmazione è la moda¬
lità più frequente mentre la scissione longitudinale è
la più rara; la gemmazione si esplica con modalità va¬
rie producendo così colonie di struttura e morfologia
molto diverse.
I coralli delle comunità di scogliera attuali, soprat¬
tutto per quanto riguarda la provincia indopacifica,
sono provvisti di un sistema adattativo molto specia¬
lizzato legato soprattutto alla profondità.
L’alto numero di specie e di conseguenza la pres¬
sione selettiva, finiscono col condizionare la morfolo¬
gia e l’indice di crescita delle colonie. L’habitat, legato
alla profondità raggiunta che è per la provincia indopa¬
cifica di circa 80 m, viene così suddiviso in microam¬
bienti che sono caratterizzati da colonie con diverso
indice di crescita dalle caratteristiche morfologiche
ben differenziate.
Le forme ramose, come le Acropore, vivono nel¬
l’ambiente più favorevole, caratterizzato però dall’alta
energia; per contrastare l’effetto distruttivo del moto
ondoso, esse sono dotate di un tasso di crescita an¬
nuale molto elevato e si orientano in direzione del
moto ondoso. Man mano che ci allontaniamo dal li¬
vello di bassa marea, la riduzione dell’energia si ac¬
compagna alla riduzione della luce solare.
Alle forme ramose si sostituiscono le colonie fungi¬
formi. In questo caso la crescita della colonia che av¬
viene sempre nella direzione di luce più favorevole,
determina forme di competizione molto simili a
quelle che possiamo avere in una foresta. Forme di co¬
lonie più piccole con tasso di crescita inferiore, per la
conquista dello spazio vitale, hanno elaborato strate¬
gie di sopravvivenza con 1’emissione di sostanze tossi¬
che nell’ambiente circostante: in alcuni casi tali so¬
stanze sono direttamente portate dai filamenti mesen¬
terici.
Mentre conosciamo il contributo carbonatico di cia¬
scun organismo all’edificazione di una scogliera, poco
sappiamo ancora delle interrelazioni, oltre a quelle ali¬
mentari, che esistono tra i vari organismi che compon¬
gono le comunità di scogliera moderne.
Nella costituzione e nella crescita di una scogliera
attuale possiamo riconoscere una prima fase pioniera,
in acque calme, dovuta alla libera aggregazione delle
prime colonie coralline che colonizzano una porzione
di fondo marino con forme opportunistiche ed asso¬
ciazioni algali. Da questo momento in poi la crescita
verso l’alto, cioè verso l’ambiente più favorevole le¬
gato ad acque più agitate, porterà ad un aumento con¬
siderevole qualitativo e quantitativo dei componenti
la comunità. Alle forme opportunistiche si sostitui¬
ranno forme specializzate che finiranno col comple¬
tare l’insieme della comunità di scogliera a climax.
Mentre i meccanismi che regolano questa evoluzione
risultano poco chiari nelle comunità di scogliera at¬
tuali, essi sono maggiormente documentati in una
scogliera fossile come quella siluriana studiata da
Conway Morris (1982) (Fig. 15). In essa è chiaramente
visibile il ruolo giocato dai differenti organismi nei
vari passaggi da una situazione pioniera al raggiungi¬
mento dello stadio a climax attraverso una fase inter¬
media di preclimax.
Fig. 13 - Rappresentazione schematica della struttura di un polipo
corallino e del suo calice. A) sezione di un polipo corallino attuaie:
sono visibili la cavità gastrica con i filamenti mesenterici, i tenta¬
coli ed un dettaglio di tessuto con la localizzazione delle zooxan-
thelle. B) sezione trasversale assiale di un calice corallino mo¬
strante i setti. C) sezione e visione prospettica di un corallite.
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
573
Fig. 14 - Distribuzione delle costruzioni coralline attuali.
-linea puntinata: isoterma dei 20° C.
-linea nera: limite entro il quale si sviluppano le comunità di scogliera.
GENESI DI UN ATOLLO
La formazione di un atollo rappresenta l’evoluzione
ultima di una scogliera. Infatti, come aveva già osser¬
vato Darwin, non vi è una differenza evolutiva tra sco¬
gliera, barriera e atollo, ma semplicemente una diversa
morfologia acquisita in base agli spazi disponibili e al¬
le condizioni di impianto.
Se l’Australia non fosse un continente cosi esteso
da occupare fasce climatiche e condizioni oceanografi¬
che differenti e la potessimo, per paradosso, conside¬
rare un’isola, molto probabilmente la barriera coral¬
lina australiana non sarebbe localizzata solo nel lato
nordorientale del continente, ma potrebbe circon¬
darlo completamente.
In realtà la Barriera Corallina Australiana non è unita¬
ria; essa è infatti costituita da festoni e raggruppamenti di
isole coralline anche molto distanti dalla linea di costa
che poggiano sulla piattaforma continentale.
Abbiamo visto che una delle condizioni fondamen¬
tali e necessarie, oltre a quelle di carattere climatico e
oceanografico, per l’impianto di una comunità di sco¬
gliera pioniera è la presenza di un alto morfologico
sottomarino che raggiunga la profondità ottimale per
avere condizioni favorevoli soprattutto legate alla luce
ed alla quantità di ossigeno. Un guyot, un’isola o ancor
meglio i raggruppamenti di isole più o meno diretta-
mente legati all’attività vulcanica di una dorsale me¬
dio-oceanica ed alla sua evoluzione, sono i più adatti a
rappresentare il supporto per la nascita e la crescita di
costruzioni coralgali, ferme restando le condizioni
ambientali favorevoli perché si abbia l’impianto e la
crescita di comunità coralline.
Prendiamo, ad esempio, le isole della Società (Fig.
16) tra le quali Tahiti, Bora-Bora, Raiatea, Moorea ecc.
Queste rappresentano ai giorni nostri un ottimo esem¬
pio dei vari stadi evolutivi di una “scogliera” fino a
giungere alla morfologia di un atollo. In effetti, nella
genesi di un atollo partendo da una fase iniziale rap¬
presentata da una cintura (Fig. 20a), la naturale progra¬
dazione della linea di costa in funzione dello sprofon¬
damento dell’isola vulcanica per subsidenza o per ef¬
fetto del semplice innalzamento del l.m.m. ed il conse¬
guente allargamento e approfondimento della laguna,
finiranno col generare una fase intermedia di barriera
anulare (Fig. 20 b, c). In realtà quindi, questa fase in¬
termedia morfologicamente riconducibile ad una bar¬
riera, è in accordo con la teoria di Darwin che prevede
il passaggio graduale da un tipo morfologico all’altro.
In queste isole abbiamo veri e propri atolli come Tetia-
roa e Rangiroa (Fig. 16) ed atolli che possiamo consi¬
derare in fase nascente (v. Moorea) (Fig. 17, 20b), in
fase più evoluta (v. Raiatea) (Fig. 16) ed in uno stadio
più avanzato (v. Bora-Bora) (Fig. 18 e 20c).
Un esempio tipico di atollo è rappresentato dall’i¬
sola di Mururoa (Fig. 19) che appartiene all’arcipelago
delle Tuamotu.
Nella formazione di un atollo è necessario un sup¬
porto che, nei casi summenzionati, è rappresentato da
un’isola vulcanica. Nel contempo saranno importanti i
fattori legati al tasso di crescita delle comunità di sco¬
gliera e alla velocità di subsidenza dell’isola vulcanica;
sarebbe forse preferibile parlare delle variazioni relative
del l.m.m., in quanto la subsidenza potrebbe anche non
esistere per certi periodi o addirittura essere negativa a
causa della tettonica regionale. Tutto questo non cause¬
rebbe necessariamente l’estinzione o un cospicuo rallen¬
tamento nell’evoluzione da una cintura ad un atollo.
574
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
Infatti, quello che necessita perché le comunità di
scogliera continuino a crescere in senso verticale è che
il l.m.m. continui a mantenere pressoché costanti le
condizioni ambientali idonee e possibilmente ottimali
per la crescita delle comunità. In altre parole, riferen¬
doci solo alla subsidenza, occorrerà che la velocità di
crescita delle comunità sia più o meno equipollente al¬
la velocità di sprofondamento dell’isola vulcanica. Un
discorso analogo può essere fatto naturalmente te¬
nendo conto della velocità di cambiamento del l.m.m.
che, come dicevamo, è il parametro più interessante. È
chiaro che se la velocità di crescita non sta al passo con
la velocità della subsidenza o con la velocità relativa di
innalzamento del l.m.m., le comunità di scogliera en¬
treranno in crisi e quando il tasso di ossigeno e la
quantità di irradiazione solare si saranno ridotti oltre
un determinato limite si potrà giungere all’“annega-
mento” della scogliera stessa (Fig. Ile). Più complesso
diventa il meccanismo evolutivo se la velocità di subsi¬
denza è nulla o se essa, divenuta negativa, determinerà
l’innalzamento dell’isola con il relativo abbassamento
del l.m.m. In tal caso, la sopravvivenza delle comunità
di scogliera e quindi il tasso di crescita carbonatica sarà
legato alla possibilità di progradazione della cintura o
della scogliera, questo sarà possibile se le pareti som¬
merse dell’isola vulcanica o del supporto su cui poggia
la scogliera non saranno troppo acclivi.
Naturalmente ci sarà un diverso tasso di crescita car-
Fig. 15 - Variazioni nel tipo di aggregazione, dal punto di vista numerico e qualitativo, degli organismi facenti parte di una sco¬
gliera siluriana; sono rappresentate le fasi di passaggio da una comunità pioniera (1) ad una comunità a climax (3). (rielaborata
e ridisegnata in base alla ricostruzione di Conway Morris, 1982).
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
575
Fig. 16 - Localizzazione delle Isole della Società (Oceano Pacifico centrale).
Fig. 17 - Veduta aerea dell’Isola di Moorea.
bonatica: nella parte rivolta verso il vento dominante,
quindi nel settore più intensamente ossigenato dal
moto ondoso e più ricco di nutrimento, si osserverà
una crescita maggiore che sarà in parte compensata da¬
gli effetti distruttivi dovuti alla più alta energia del¬
l’ambiente. I detriti finiranno col ridurre la ripidità del
pendio sottomarino, permettendo l’avanzamento del¬
la scogliera; infatti, i frammenti demoliti dal moto on¬
doso e dalle tempeste stagionali costituiranno una
nuova sede di impianto per le comunità. Vi potrà es¬
sere anche un primo periodo in cui le comunità co¬
struiranno in orizzontale a “balconata”; tale crescita
porterà inevitabilmente al crollo le porzioni più avan¬
zate che non faranno altro che aumentare l’accumulo
di detriti al piede della scogliera favorendo quindi la
creazione di zone di impianto per nuove comunità.
576
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
Fig. 18 - Veduta aerea dell’Isola di Bora-Bora: ben visibile al centro l’isola vulcanica circondata dalla barriera anulare che pre¬
senta porzioni già colonizzate dalla vegetazione, un canale principale, canali di marea ed isole madreporiche [particolari a) e b)].
In questo modo vi sarà un avanzamento differen¬
ziato della scogliera rispetto alla linea di costa da cui si
era originata la prima cintura, per cui fatollo comple¬
tato non avrà mai una forma circolare ma tenderà piut¬
tosto ad avere una morfologia ellittica. Infatti alla zona
più esposta ai venti dominanti ed al moto ondoso,
quindi a quella con maggior crescita, si contrapporrà il
settore opposto più riparato in cui l’indice di crescita
sarà ridotto (v. Mururoa) (Fig. 19).
A questa evoluzione sottomarina, in ambiente su¬
baereo, si aggiungerà anche l’accumulo dovuto all’a¬
zione del vento con formazione di dune e banchi di
sabbia corallina che renderanno ancora più differen¬
ziati i due settori contrapposti.
Se lo sprofondamento dell’isola vulcanica per i fe¬
nomeni di subsidenza o per il semplice innalzamento
del livello marino continueranno a mantenere condi¬
zioni di crescita ottimali per le comunità di scogliera, il
complesso vulcanico continuerà apparentemente a
distanziarsi dalla scogliera vera e propria, che si tro¬
verà divisa dalla nuova linea di costa dell’isola da una
laguna più o meno profonda costellata da isole sab¬
biose (Fig. 18) e, là dove le condizioni lo consentano,
da piccole scogliere isolate o “patch-reefs”.
Non appena l’isola vulcanica emerge dal mare si in¬
staura su di essa un reticolo idrografico che comin-
cerà, unitamente agli altri agenti atmosferici, a model¬
larla; si creeranno valli che convoglieranno il mate¬
riale dovuto alla degradazione delle rocce laviche
verso la laguna e con l’arrivo di acque dolci vi sarà un
abbassamento anche del grado di salinità. Per effetto
di tali fenomeni la cintura che si verrà a formare at¬
torno all’isola risulterà inizialmente discontinua: que¬
sto soprattutto lungo le direttrici di sbocco dei torrenti
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
577
Fig. 19 - Veduta aerea dell’atollo di Mururoa, arcipelago delle Tuamotu (v. fig. 16).
per la ridotta e impossibile crescita dei coralli in tali
zone. Man mano che la cintura si allontanerà per sub¬
sidenza dalla linea di costa si formeranno canali che,
oltre a smaltire i detriti provenienti dalla degradazione
meteorica dell’isola, manterranno vitale la laguna at¬
traverso le maree e il moto ondoso, equilibrandone la
salinità e fornendola di ossigeno e di nutrienti. Mentre
l’isola vulcanica sprofonderà per subsidenza o per in¬
nalzamento del l.m.m. e verrà erosa, la scogliera si al¬
lontanerà dalla linea di costa continuando a crescere in
altezza e a progradare verso l’esterno; a questo punto i
canali dovrebbero chiudersi ad opera delle costruzioni
coralline; questo creerebbe una barriera continua che
decreterebbe la morte della laguna. In tal caso po¬
tremmo assistere a due possibili evoluzioni: la laguna
potrebbe essere colmata dai detriti lavici misti a sabbia
corallina oppure potrebbe divenire un ambiente ten¬
denzialmente asfittico o sede di processi evaporitici.
Tutto questo avviene raramente, infatti i canali conti¬
nuano a mantenersi aperti espletando una funzione
equilibratrice rispetto alla laguna (drenaggio dei de¬
triti, mantenimento della salinità, ossigenazione e tra¬
sporto dei nutrienti) per cui la vita nella laguna si man¬
terrà in buone condizioni o addirittura potrà presen¬
tare un tasso di crescita più favorevole rispetto al mare
aperto, dovuto all’ambiente più riparato e più protetto.
I coralli e le comunità di scogliera non potranno chiu¬
dere i canali originari perché, cessati o ridottisi i due
fattori fisici che ne avevano determinato l’origine, si
verrà a creare un’ulteriore causa sfavorevole e cioè la
profondità; inoltre nei canali costantemente spazzati
dal moto ondoso e dall’oscillazione della marea, si
creeranno ulteriori condizioni inibenti la crescita co¬
rallina dovute all’aumento della torbidità e al continuo
trasporto di detriti. Un atollo nella sua fase finale non
presenterà quasi mai un aspetto continuo, ma la pre¬
senza dei canali farà sì che sarà costituito piuttosto da
una serie di isole vicine il cui complesso assumerà una
forma pseudocircolare.
Ben diversa sarà l’evoluzione di una costruzione
carbonatica il cui basamento sia costituito da un “sea-
mount” o da un “guyot” sommerso. Se vi saranno le
condizioni favorevoli all’insediamento di comunità di
scogliera e quindi la profondità necessaria (pochi me¬
tri al disotto del l.m.m.), la piattaforma sommitale di
questo alto morfologico sottomarino comincerà ad es¬
sere colonizzata da comunità di scogliera che po¬
tranno crescere a tal punto da condurre il complesso
all’emersione. L’estinzione delle comunità potrà av¬
venire ripetutamente per variazioni del l.m.m. durante
il tempo e dopo ogni estinzione potremo avere una ri¬
colonizzazione, se le condizioni batimetriche lo per¬
metteranno (Figg. 11B’-C’). Questi arresti nella costru¬
zione carbonatica organica in posto potranno essere
chiaramente messi in evidenza da carotaggi eseguiti
nell’insieme carbonatico.
Mentre l’emersione determinerà la formazione di
sabbie eoliche e di morfologie superficiali e sottosu-
perficiali dovute a fenomeni carsici, nonché la cemen¬
tazione o la distruzione di vaste aree, l’annegamento
sarà accompagnato invece dal deposito di limi argillosi
od organici di diversa natura, o dalla formazione di
“hard-grounds” (Fig. 11C). Inoltre, se l’intervallo di
emersione o di annegamento è temporalmente vasto, vi
sarà una diversificazione consistente tra la costituzione
delle vecchie comunità di scogliera rispetto alle nuove.
578
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
Fig. 20 - Formazione di un atollo a partire da un’isola vulcanica, a) visione dall’alto dell’isola vulcanica con formazione di una
cintura. Essa risulta interrotta in corrispondenza dei corsi d’acqua; a’) veduta trasversale assiale; b) fase intermedia con forma¬
zione dell’abbozzo di laguna per l’allontanamento apparente della linea di costa dovuto allo sprofondamento dell’isola per
subsidenza o all’innalzamento del livello medio marino; b’) veduta in sezione trasversale assiale; c) formazione di una vera e
propria laguna delimitata da una barriera anulare; c’) veduta in sezione trasversale assiale; d) formazione di un atollo con spari¬
zione dell’isola vulcanica; d’) veduta in sezione trasversale assiale.
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
579
LA GRANDE BARRIERA AUSTRALIANA
Uno degli esempi tipici di costruzione carbonatica
in posto, imponente sia come estensione sia come va¬
rietà, è rappresentata dalla Grande Barriera Corallina
australiana che, costituita da isole o raggruppamenti di
isole coralline, si estende per 2.300 km, poggiando
sulla porzione nordorientale della piattaforma conti¬
nentale australiana (Fig. 21).
Il fatto che questo insieme di isole si estenda in
modo quasi longitudinale per circa 16° di latitudine
sud, e cioè dal Golfo di Papua Fino alla “Lady Elliot
Island”, fa si che essa occupi una fascia climatica estesa
con parametri ambientali diversificati mentre la dis¬
tanza di tali isole dalla costa fa sì che esse occupino in
senso est-ovest settori ad energia variabile.
Fig. 2 1 - Localizzazione geografica della Grande Barriera Corallina
australiana.
Tale morfologia è legata da un lato alla profondità
della piattaforma (zona di impianto delle prime comu¬
nità), dall’altro alla distanza del margine esterno della
piattaforma dalla linea di costa. È facile immaginare
quindi che anche la costituzione delle comunità di
scogliera vari ad opera dei parametri ambientali pre¬
senti da est ad ovest.
Le isole che costituiscono la Grande Barriera Coral¬
lina risultano più vicine alla linea di costa a nord, dove,
a Capo Melville, raggiungono la distanza di circa 32
km, mentre la maggiore distanza si riscontra al largo di
Mackay, dove distano 260 km circa (Talbot, 1986).
Le isole che costituiscono la Grande Barriera Coral¬
lina australiana hanno cominciato ad edificarsi circa 19
milioni di anni fa, cioè nel Miocene medio, periodo
nel quale, probabilmente, è stato raggiunto l’assetto
crostale attuale. Dal Pliocene medio, con il completa¬
mento dell’istmo di Panama, hanno cominciato a deli¬
nearsi due provincie: la caraibico-atlantica (v. es. Fig.
22) e quella indo-pacifica (v. es. Fig. 23).
Nell’ambito di quest’ultima provincia, la regione
australiano-asiatica rappresenta senza dubbio il mas¬
simo della diversificazione biologica. La barriera geo¬
grafica costituita dal continente americano ha deter¬
minato, dal Pliocene medio, un’evoluzione differen¬
ziata delle comunità delle due provincie che è andata
via via aumentando fino alla situazione attuale. Tale
diversificazione, per quanto riguarda i coralli, si mani¬
festa nella provincia atlantica con la presenza di 35
specie appartenenti a 26 generi, in contrapposizione
alle 700 specie con 80 generi che troviamo in quella in¬
do-pacifica.
In entrambe le provincie i generi più rappresentati
sono Acropora (tre specie atlantiche e 150 indopacifi-
che) e Porites (tre specie atlantiche e trenta indopacifi¬
che) (Thorson, 1974) (v. anche Fig. 24).
Ritornando alla Grande Barriera Corallina, come
già accennato, la costituzione, la morfologia e la po¬
tenza dei complessi carbonatici delle isole che la costi¬
tuiscono, sono condizionate dalla profondità e dalla
distanza dalla linea di costa del margine esterno della
piattaforma continentale su cui poggiano, dall’energia
dell’ambiente nel quale si formano e dalle correnti
trattive che si sviluppano lungo la costa.
Il trasporto di materiale sabbioso, di limi argillosi in
sospensione e il decremento della salinità inibiscono
la crescita dei coralli e determinano la formazione di
un canale privo di costruzioni coralline (profondità
media 50 m) formatosi indipendentemente dalle vicis¬
situdini tettoniche della regione. Molto probabil¬
mente le isole che si sono formate a nord, in prossi¬
mità del Golfo di Papua, sono le più antiche ed è qui
che troviamo barriere a nastro (“ribbon reefs”), che,
con il loro assetto parallelo al margine esterno della
piattaforma e subparallelo all’attuale linea di costa, po¬
trebbero essere interpretate come frangenti testimoni
dell’antica linea di riva. Tali “ribbon reefs”, con lun¬
ghezze sovente superiori a 25 km e larghezze superiori
a 500 m, sono separati tra loro da stretti canali che non
superano il chilometro.
Nella zona più riparata, verso la costa, si sviluppano
isole a morfologia ovale e piatta, che vengono anche
chiamate “platform reefs” (Talbot, 1986).
Tenendo conto che, come abbiamo detto, la
Grande Barriera Corallina australiana ha cominciato a
formarsi a partire dal Miocene medio, le isole che la
compongono e la piattaforma continentale su cui pog¬
giano, hanno subito l’influsso dei movimenti eustatici
che, tenendo sempre conto del gioco di subsidenza e
di tettonica regionale, hanno lasciato importanti
tracce nell’evoluzione di tutto il complesso.
Alternanze di emersioni e di annegamenti ne hanno
sicuramente condizionato la crescita, come è testimo¬
niato dalle superfici di discontinuità che vengono
sempre più messe in evidenza da trivellazioni ed inda¬
gini sismiche. Proprio per questa ragione, unitamente
alle piattaforme carbonatiche dell’ambiente bahami-
tico, anche le isole appartenenti alla Grande Barriera
Corallina australiana possono rappresentare un ot¬
timo controllo dell’eustatismo oltre, naturalmente, a
costituire il prodotto di ecosistemi sempre più diffe¬
renziati.
580
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
Zona di frangente (circa 15 m)
con prevalenza di coralli
ramosi (gen. Acropora)
Frangente sommerso
a coralli più massivi
(circa 30 m)
Zona profonda con colonie
isolate e depositi detritici,
drenati dalle zone superiori
(oltre 30 m)
23
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
581
Fig. 24 - Una tipica associazione di costruttori primari e di abitatori, in una scogliera moderna della provincia indopacifica.
Sono chiaramente visibili alcune specie di Acropora ed il bivalve Tridacna gigas, abituale abitatore e coedificatore di questo
ecosistema.
Fig. 22 - Esempio di colonizzazione corallina in base alla batimetria nella provincia caraibico-atlantica (Giamaica settentrionale).
La tipologia dei banchi si esplica in funzione della localizzazione batimetrica, ed è quindi condizionata da un lato dall’energia
dell’ambiente e dall’altro lato dalle condizioni di luce.
Mentre a circa 15 m di profondità abbiamo la zona di frangente, costituita soprattutto da Acropore, si passa gradualmente ad
una zona più profonda (circa 30 m) con il fronte del banco costituito da associazioni coralline più massive, separate da canali
che esplicano la funzione di drenaggio dei detriti che altrimenti soffocherebbero la crescita dei coralli. In questa zona l’aspetto
massivo dei coralli ha, tra l’altro, la funzione di dissipare l’energia del moto ondoso creando un frangente sommerso che ripara
la zona ad Acropore.
Oltre la profondità dei 30 m si osservano colonie isolate e depositi detritici drenati dalle zone superiori, mentre la progressiva
riduzione dell’intensità luminosa porta ad una zona scoscesa priva di costruzioni coralline, che rappresenta il limite ultimo del
banco (oltre i 70 m) (da Goreau N. I. et alii, 1979, ridisegnato).
Fig. 23 - Localizzazione dei vari tipi di corallo (generi Acropora, Porites ed Heliopora) in funzione dell’energia dell’ambiente
(atollo di Bikini). Sono visibili nella laguna dei “patch-reefs”.
582
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
LE PIATTAFORME
Dopo aver preso in considerazione la morfologia,
l’origine e l’evoluzione di quei corpi carbonatici che
abbiamo riuniti sotto i termini di frangente, di cintura,
di barriera e di atollo, ci sembra logico descrivere, se
pur brevemente, quei grandi complessi calcareo-orga-
nogeni che vanno sotto il nome di piattaforme carbo-
natiche.
Le piattaforme carbonatiche di epoche geologiche
passate hanno raggiunto potenze ed estensioni di gran
lunga superiori a quelle moderne. Queste ultime ven¬
gono comunemente suddivise in “open shelf” e “rim-
med shelf’.
Il primo termine indica piattaforme aperte come il
Golfo Persico mentre il secondo termine si riferisce a
piattaforme carbonatiche sbarrate o riparate come
quelle che si sviluppano in ambiente bahamitico.
Tralasciando il problema del Golfo Persico, nel
quale le costruzioni carbonatiche sono legate all’evo¬
luzione di un mare chiuso epicontinentale, faremo qui
di seguito alcune considerazioni sulla grande piatta¬
forma carbonatica (circa 103.000 kmq) che si estende a
nord, ad ovest e ad est dell’isola di Andros e che costi¬
tuisce il “Great Bahama Bank” (Tav. ld; fig. 25). In
base agli studi di Newell et alii, 1959, e Purdy, 1963,
compendiati nella figura riportata da Bathurst, 1971,
tale piattaforma, riparata verso est da una serie di sco¬
gliere, risulta costituita da formazioni coralgali che ne
bordano quasi tutto il perimetro, da “grapstone” e da
depositi oolitici, da fanghi carbonatici di probabile ori¬
gine aigaie e da fanghi a “pellets”.
Mentre la parte rivolta verso il mare aperto è sog¬
getta all’azione del moto ondoso e del vento domi¬
nante con la produzione di detriti che si accumule¬
ranno al piede di tale zona, la parte interna è costituita
da una laguna la cui profondità media non supera i 5 m
e che è limitata ad ovest da barre sommerse, prevalen¬
temente oolitiche (Tav. ld); il regime energetico di
questa zona, dovuto alle correnti di “upwelling” e alle
correnti di marea, garantisce il ricambio all’interno
della laguna e la circolazione dei nutrienti.
Abbiamo quindi a che fare con un alto morfologico-
strutturale costituito alla base da calcari e da dolomie
del Cretacico e del Cenozoico, seguite da calcari plei¬
stocenici ricoperti da sedimenti calcarei recenti. Come
già accennato, anche in questo caso potremmo distin¬
guere una zona di “reef’ vero e proprio, una zona di
avanscogliera rivolta verso est, comprendente l’isola
di Andros e le scogliere coralline che si affacciano su
quel braccio di oceano chiamato “Tongue of thè
Ocean” ed una zona di retroscogliera rappresentata da
una laguna la cui profondità varia da 2 m a 6 m e che è
aperta e circondata da bracci di oceano notevolmente
profondi. Numerosi sono i lavori sulla genesi dei fan¬
ghi calcarei che si depositano in questa grande piatta¬
forma, volti soprattutto a spiegare la formazione dei
fanghi aragonitici. Da un lato abbiamo i sostenitori di
una genesi inorganica per precipitazione diretta di cri¬
stalli aghiformi di aragonite di dimensioni di pochi p,
dall’altro i sostenitori della genesi organica che oggi
tendono a prevalere.
I sostenitori della genesi inorganica, come Cloud
(1955-1965) basavano la loro teoria soprattutto sull’os¬
servazione di nubi lattescenti, visibili anche dall’ae¬
reo, che si formavano quasi improvvisamente nella la¬
guna; esse erano interpretate come dovute a fenomeni
di precipitazione da soluzioni sovrassature di carbo-
CARBONATICHE
nato di calcio. Si è appurato successivamente che que¬
ste erano dovute semplicemente al rimescolamento
del fango aragonitico dovuto a cause meccaniche,
come il passaggio di un banco di pesci od a opera di
correnti di lieve entità che percorrevano la laguna; in
altre parole si trattava semplicemente di una rimobi¬
lizzazione dei fanghi appena deposti e riportati in so¬
spensione.
Fig. 25 - Un esempio di piattaforma carbonatica protetta (“rim-
med shelf’); il “Great Bahama Bank”, che si estende attorno all’i¬
sola di Andros (da Bathurst G. C., 1971, ridisegnato).
Nonostante l’esigua profondità della laguna, il suo ri¬
cambio giornaliero, stagionale ed annuale, dovuto alle
correnti di marea, a quelle di “upwelling” e a tempeste
periodiche, è buono e non permette, se non in partico¬
lari sacche, l’instaurarsi di fenomenologie pre-evapo-
ritiche. Si è notato infatti che la temperatura media
non supera i 29° C e che la salinità non supera nella
maggior parte della laguna il 39 per mille; solo in parti¬
colari punti si sono registrati picchi dell’ordine del
43 - 46 per mille (Cloud, 1955).
Ciò comporta che, a parte zone particolari, si po¬
tranno osservare, solo raramente, fenomeni di precipi-
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
583
Fig. 26 - Rappresentazione schematica dell’origine, trasformazione e disposizione Finale del fango calcareo, principalmente
fango aragonitico, in una laguna carbonatica poco profonda del “Bight of Abaco” nelle Bahamas (da Neumann C.A. & Land
L.S., 1975, ridisegnato).
tazione chimica di carbonato di calcio sotto forma di
micrite aragonitica o calcitica o di dolomicrite. Dob¬
biamo quindi ricorrere ad una genesi organica, non
solo del fango aragonitico, ma anche delle sabbie o dei
granuli di maggiori dimensioni nei quali i fenomeni di
accrezione sono solo in parte dovuti ad aggregazione
meccanica. È chiaro come la maggiore produzione di
carbonato di calcio, soprattutto del fango aragonitico
primario, sia dovuta all’azione diretta ed indiretta
delle alghe verdi, blu-verdi e rosse che abitano la la¬
guna. A questo fango calcareo di origine aigaie vanno
aggiunti tutti gli organismi che abitano questo ricco
ecosistema. Al contributo carbonatico dato dai coralli
che si manifesta sia attraverso l’accumulo dei fram¬
menti strappati dal moto ondoso e dalle tempeste, sia
con la costruzione di “patch-reefs” all’interno della la¬
guna stessa, si aggiunge una miriade di organismi che,
attraverso le loro spoglie (gusci ed impalcature schele¬
triche) o attraverso la loro attività di detritivori, parte¬
cipano sia al contributo carbonatico sia alle variazioni
della granulometria del sedimento.
Per quanto riguarda l’apporto carbonatico e l’azione
cementante tra i foraminiferi bentonici e planctonici
citiamo: Peneroplidi, Rotalidi, Miliolidi, Nonionidi,
Ammodiscidi; sono presenti inoltre associazioni di
globigerine, radiolari e diatomee. Fra gli altri orga¬
nismi che popolano la laguna, ricordiamo il contributo
dato da briozoi, echinodermi, molluschi, anellidi, olo¬
turie e crostacei.
Tra gli altri granuli carbonatici abbiamo: “pellets”
(coproliti di crostacei e molluschi) e “grapstones”, do¬
vuti all’aggregazione e cementazione di più “pellets”
fra di loro. Un ulteriore contributo alla massa carbona¬
tica viene dato da granuli rivestiti (ooliti ad esempio) e
da intraclasti in genere.
Mentre risulta quasi universalmente accettata Tipo-
584
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
tesi organica dei prodotti calcarei costituenti una piat¬
taforma carbonatica, alcuni Autori si sono soffermati
sul bilancio fra velocità di crescita carbonatica ed il
tasso di subsidenza calcolato per le Bahamas. In base
allo studio sulla baia di Abaco, fatto mediante prelievi
e carotaggi da A.C. Neumann & L.S. Land (1975), l’ac¬
cumulo di fanghi calcarei e aragonitici, dovuto in que¬
sta baia soprattutto alla presenza di grandi estensioni
di Thalassia (graminacea marina) e di alghe calcaree,
risulterebbe almeno tre volte superiore al tasso di sub¬
sidenza dell’area bahamitica, calcolato da Goodel &
Garman (1969) in 38 mm ogni 1000 anni, e da due a sei
volte il tasso medio di subsidenza stimato da Fisher
(1969) in 20-70 mm ogni 1000 anni.
Tutto ciò sta ad indicare che nelle condizioni attuali
abbiamo una superproduzione di fango aragonitico e
calcitico che viene in parte portato all’esterno delle
piattaforme e ridistribuito, a parte l’aliquota dispersa
per dissoluzione, nelle aree circostanti. A.C. Neu¬
mann & L.S. Land (1975) calcolano, infatti, in circa 65 cm
la potenza del fango carbonatico depositatosi durante un
periodo di 5500 anni (nettamente inferiore alla stima teo¬
rica da loro calcolata per lo stesso periodo) (Fig. 25).
Da queste osservazioni e da questi dati risulta
chiaro che una piattaforma carbonatica creatasi su un
margine passivo sia influenzata principalmente da due
fattori: velocità di subsidenza e variazione del livello
medio marino (l.m.m.) che almeno per quanto ri¬
guarda il Quaternario, o meglio, dal Pliocene medio in
LE PIANTE E GLI AN
Cyanophyceae
Le Cyanophiceae, o alghe verdi-azzurre, hanno so¬
stenuto un ruolo molto importante nella genesi delle
rocce calcaree. (Il loro colore caratteristico è dato dalla
ficocianina, un pigmento blu che maschera la cloro¬
filla). Esse sono state tra i primi organismi a fissare il
carbonato di calcio dando origine a depositi calcarei di
notevoli estensioni e di grande potenza fin dal Pre¬
cambriano, manifestando ancora oggi un’intensa atti¬
vità litocostruttrice.
Le stromatoliti (= Porostromata Pia, = Spongiostro-
mata Pia), che si osservano abbondanti nel Paleo¬
zoico, sono considerate come il prodotto dell’attività
fissatrice delle Alghe azzurre.
Rodophyceae
Le Rodophyceae o alghe rosse sono caratterizzate
dal colore, dovuto alla presenza di un pigmento, la fi-
coeritrina che maschera la clorofilla. Fra le moltissime
forme fossili, le più interessanti sono quelle il cui tallo
è in grado di fissare il carbonato di calcio disciolto nel¬
l’acqua marina; ricordiamo perciò solo le Solenopora-
ceae e le Corallinaceae.
Le Solenoporaceae sono alghe molto antiche, com¬
paiono nel Cambriano e già nel Siluriano si possono
riconoscere due generi ben distinti, Solenopora Dy-
bowski e Porachaetetes Deninger. Il primo genere,
molto longevo, compare nel Cambriano e sopravvive
fino al Paleocene (Emberger, 1968).
Le Corallinaceae sono Rodofìte con tallo incro¬
stante (Melobesie) o articolato (Coralloidee). Le più
poi, sono sufficientemente documentate dalle curve di
Vail et alii (1977). L’evoluzione di una piattaforma car¬
bonatica sarà quindi regolata dalla variazione del
l.m.m.; durante un periodo di alto stazionamento del
mare potremo avere una grande produttività della
piattaforma con rifornimento di materiale carbonatico
nelle aree limitrofe per trasporto dovuto alle correnti
di marea o per semplice colamento gravitativo lungo i
fianchi. Se l’incremento del l.m.m. supera i parametri
vitali dell’ecosistema della piattaforma potremo avere
il suo “annegamento”, con il rallentamento o la cessa¬
zione del deposito carbonatico e la conseguente sot¬
toalimentazione carbonatica delle aree limitrofe.
Durante un periodo di basso stazionamento, in¬
vece, potremo avere l’emersione di tutta la piatta¬
forma che verrà interessata da intensi fenomeni ero¬
sivi in gran parte dovuti a dissoluzione di tipo carsico
che potrà portare alla sua successiva disgregazione ad
opera del moto ondoso.
Durante questo periodo, contemporaneamente allo
smantellamento della piattaforma, con il conseguente
distacco anche di grossi blocchi, potremo avere la pro¬
gradazione della stessa verso l’esterno, mentre si de¬
terminerà una sottoalimentazione carbonatica da pro¬
duzione organica diretta nelle aree limitrofe.
Riassumendo, durante un periodo di basso staziona¬
mento coesistono tre differenti processi evolutivi: frana¬
mento di blocchi con la formazione di megabrecce, pro¬
gradazione e sottoalimentazione delle aree limitrofe.
I DELLE BIOHERME
importanti sono le Melobesie, apparse nel Cretacico e
tuttora presenti nelle comunità di scogliera. Tra i vari
generi ricordiamo Archaeolithothamnium Rothpletz
(Giurassico - attuale) e Lithothamnium Philippi (Giu¬
rassico superiore - attuale) (Moret, 1964).
Clorophyceae
Le Clorophyceae o Alghe verdi rappresentano, fra
le alghe fossili, il gruppo più importante. Caratteriz¬
zate dalla presenza della clorofilla “a” e “b”, esse
hanno giocato un ruolo fondamentale nell’edifica¬
zione delle rocce calcaree biohermali.
Fra le varie famiglie ricordiamo solo le Dasyclada-
ceae. Le Dasycladaceae Munier-Chalmas, o sifonee
verticillate, sono un gruppo vastissimo che tratteremo
solo brevemente. La loro caratteristica è di avere i
“rami” disposti a verticillo (Fig. 27).
Queste alghe verdi abitano i mari caldi e temperati a
profondità variabile tra 1 m e 10 m; possiedono un tallo
settato e una forma ramificata, la cui membrana es¬
terna, gelatinosa, fìssa il carbonato di calcio. Com¬
parse nel Cambriano, hanno avuto una vita evolutiva
intensa, raggiungendo il massimo sviluppo una prima
volta nel Triassico, ed una seconda nel Cretacico supe¬
riore, dove il loro ruolo come litocostruttrici è stato
fondamentale; ancora numerose nel Cenozoico, sono
andate diminuendo d’importanza, sopravvivendo ai
nostri giorni con poco più di una decina di generi (Em¬
berger, 1968).
Tra i generi più importanti ricordiamo Diplopora
Schafh. (Permiano - Triassico) e Clypeina Michel
(Giurassico superiore - Eocene).
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
585
Fig. 27 - Ricostruzione schematica della morfologia di una Dasy-
cladacea. A) disposizione dei “rami” a verticillo. B) membrana e-
sterna gelatinosa. C) veduta al microscopio della sezione assiale.
Foraminifera
Fra i componenti secondari delle scogliere organo¬
gene uno dei gruppi più interessanti è quello dei Fora-
miniferi. Questi organismi unicellulari contribui¬
scono, talvolta in modo tangibile, all’edificazione
della futura bioherma con la massa dei loro gusci.
L’azione delle correnti determina il loro accumulo
creando allineamenti paralleli nei Foraminiferi di
forma allungata. Queste barre possono imitare una
scogliera oppure costituirne il margine esterno, an¬
dando a cementare i frammenti costituenti la base
della zona di avanscogliera. Nella zona di retrosco-
gliera o nelle pozze di marea i Foraminiferi, conside¬
rati in qualità di abitatori, riducono la porosità della
struttura recifale con l’addensamento dei loro gusci.
Tra i rari gruppi di Foraminiferi che vivono in am¬
biente recifale, ricordiamo le Fusuline (Carbonifero
inferiore - Permiano), le Schwagerine (Permiano), le
Orbitoline (Barremiano - Maastrichiano), le Nummu-
liti (Paleocene - Oligocene) e le Alveoline (Cretacico
superiore - attuale).
Un caso estremamente particolare, segnalato nei
calcari del Triassico superiore della Stiria (Wendt,
1969), merita di essere ricordato, se non altro per la sua
eccentricità: l’edificazione all’interno di un “hard-
ground”, di microscogliere a forma di pilastro di po¬
tenza centimetrica, ad opera di Foraminiferi imperfo¬
rati incrostanti, essenzialmente Ammodiscidi (genere
Tolypammina ), Lituolidi (genere Placopsilina ) e Milio-
lidi (genere Pianiinvoluta). Queste microscogliere
mancano totalmente sia al di sotto sia al disopra dell’ k‘-
hard-ground”.
Archaeocyatha
La storia evolutiva degli Archeociatidi è relativa¬
mente breve, essendo limitata al Cambriano inferiore
e medio (Americhe, Australia) e alla parte basale del
Cambriano superiore (Eurasia).
Morfologicamente essi si presentano come calici o
coni rovesciati, fissati al substrato mediante produ¬
zioni lamellari esotecali (Fig. 28). Le pareti sono sem¬
plici o, il più delle volte, doppie riunite da setti tra¬
sversi; sia le pareti che i setti sono variamente perfo¬
rati. La cavità centrale è stata paragonata a quella dei
Poriferi; nella classe Anthocyathea Okulitch, essa è in
parte, o totalmente, riempita da tessuto scheletrico, il
che potrebbe far ritenere questa classe come antenata
dei Coralli (Okulitch, 1955).
Gli Archeociatidi erano esclusivamente marini e vi¬
vevano sia isolatamente sia in comunità sul fondo di
mari caldi e poco profondi, con distribuzione tenden¬
zialmente parallela alla linea di costa (Termier & Ter-
mier, I960). Secondo Zhuravleva (1956), questi orga¬
nismi si spingevano anche a profondità maggiori fino a
superare i 100 m. Mentre nelle formazioni biohermali
del Cambriano basale essi erano associati alle sole
stromatoliti (Termier & Termier, 1960; Newell, 1972),
Fig. 28 - Ricostruzione schematica della morfologia di un Archeo-
ciatide.
586
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
con l’evoluzione delle comunità di scogliera del Cam¬
briano li troviamo associati a Tabulati e Stromatopo-
roidi, con la presenza di Crinoidi e di Brachiopodi.
(Brower, 1972).
Poriphera
I Poriferi, le comuni Spugne, sono membri acces¬
sori delle comunità di scogliera, anche se si trovano
comunemente nelle bioherme.
Essi possono anche costruire strutture del tutto in¬
dipendenti, come quelle del Giurassico superiore
della Germania;le relazioni ambientali di queste bio¬
costruzioni sono del tutto originali, completamente
diverse da qualsiasi altra bioherma (Brower, 1972).
Non essendo in grado di costruire una struttura mor¬
fologicamente elevata rispetto al fondo marino, le
Spugne formano una distesa piatta. Solo il notevole ap¬
porto di sedimento e le capacità dei Poriferi di sollevarsi
al di sopra di esso per catturare il cibo, permettevano alla
comunità di crescere verso l’alto. È stato dimostrato che
la velocità di crescita era pari al tasso di accumulo degli
apporti terrigeni (Brower, 1972). Queste bioherme sono
caratterizzate da una significativa scarsità di altri orga¬
nismi, probabilmente perché i Poriferi non fornivano un
substrato consistente per gli organismi sessili, perché
essi non offrivano riparo ad organismi mobili, perché in¬
fine costituivano un nutrimento poco appetibile.
Tra i Poriferi calcarei, i più importanti sono stati i
Thalamida De Laubenfels (=Sphinctozoa De Lauben-
fels) (Fig. 29). Queste Calcisponge, conosciute dal
Carbonifero superiore al Cretacico terminale, presen¬
tano una parete sottile e perforata, con corpi tubolari
settati e con setti porosi; la massa calcarea dello sche¬
letro è fibrosa e presenta delle spicole triassone (Mo-
ret, 1952b). Le forme più semplici appartengono al ge¬
nere Sollasia Steinmann del Carbonifero e si possono
considerare come una serie di piccole Spugne globose
unite una ad una e comunicanti tra di loro attraverso
gli osculi. Nelle forme più evolute (genere Amblysi-
phonella Steinmann) gli osculi sono riuniti in una cavità
pseudogastrica unica, comune a tutti gli individui. Nelle
forme cretaciche, la Spugna appare come un unico cilin¬
dro attraversato da una cavità pesudogastrica (genere
Barrosia Chalmas) oppure come una serie di “strati” di
tessuto regolarmente disposti attorno ad una cavità
centrale (genere Verticillites Defrance) (Moret, 1952b).
Coelenterata
Sebbene siano considerati per antonomasia i bioco¬
struttori delle scogliere coralline, i Coralli non furono,
né sono attualmente, i soli edificatori delle bioherme
(senza tuttavia sminuirne il ruolo come litocostruttori
e come artefici primari dell’impalcatura scheletrica di
una bioherma).
Delle varie classi appartenenti al phylum dei Celen¬
terati, sono solo due quelle che hanno avuto una im¬
portanza paleontologica, gli Hydrozoa, con l’ordine
degli Stromatoporoidea (Cambriano-Cretacico), e gli
Anthozoa, con gli ordini: Rugosa (Ordoviciano-Per-
miano), Scleractinia (Triassico medio-Attuale) e Ta¬
bulata (Ordoviciano-Triassico?).
Al contrario delle Scleractinie (Esacoralli), gli Stro-
matoporoidi, i Rugosa (Tetracoralli) e i Tabulati, non
hanno rappresentanti attuali; proprio per questa ra¬
gione noi possiamo conoscere solo in parte i parametri
ambientali nei quali sono vissuti.
4
Fig. 29 - Evoluzione della struttura morfologica dei Thalamidi
(Calcispongia)
1) Sollasia Steinmann (Carbonifero)
a) ricostruzione in solido
b) sezione longitudinale assiale
2) Amblysiphonella Steinmann
a) ricostruzione in solido
b) sezione longitudinale assiale
3) Barrosia Chalmas (Cretacico)
a) ricostruzione in solido
b) sezione longitudinale
4) Verticillites Defrance (Cretacico)
in sezione longitudinale assiale
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
587
Fig. 30 - Ricostruzione schematica della morfologia di Archimedes
wastheni (Hall) del Carbonifero (Mississipiano) delflllinois (U.S.A.).
Il confronto con le forme di Celenterati viventi non
offre grandi possibilità per ricostruzioni paleoecologi¬
che corrette per fimplicita difficoltà di estendere i pa¬
rametri ambientali delle biocostruzioni attuali a quelli
delle biocostruzioni del Paleozoico (soprattutto per
quanto riguarda la temperatura, l’ossigenazione delle
acque e la profondità).
Esistono inoltre differenze fondamentali tra le bio-
herme del Paleozoico e quelle moderne; quelle del Pa¬
leozoico sono di dimensioni più ridotte ed i Celente¬
rati, che le costituiscono, presentano una minore va¬
rietà di specie (Brower, 1972).
Infatti, mentre nella letteratura geologica esiste una
tendenza ad accettare le affinità tra passato e presente
senza un’accurata analisi critica, non ci sembra che in
questo caso esistano le premesse per accettare un tale
accostamento.
I biocostruttori più significativi del Paleozoico fu¬
rono i Tabulata e gli Stromatoporoidea, mentre i Ru¬
gosa ebbero un ruolo più subordinato. Con la crisi bio¬
logica del Permiano terminale, la conseguente estin¬
zione dei Rugosa e il tracollo ecologico dei Tabulata e
degli Stromatoporoidea, le Scleractinie assunsero un
ruolo preminente tra i Celenterati biocostruttori, gra¬
zie anche all’endosimbiosi con alghe Dinoflagellate
che hanno notevolmente favorito in loro il metabo¬
lismo del calcio.
Briozoa
I Briozoi sono organismi abbondanti in tutti i tipi di
bioherme conosciute. La forma delle loro colonie può
variare notevolmente; essa può essere ampiamente ra¬
mificata oppure formare una crosta aderente ad un
substrato qualsiasi. Il contributo carbonatico dato dai
Briozoi può apparire modesto se paragonato, ad esem¬
pio, a quello dei Celenterati. Frammenti di Briozoi, uni¬
tamente a frammenti di Coralli e di articoli di Crinoidi,
sono tra i componenti caratteristici dei sedimenti di avan-
scogliera nelle bioherme paleozoiche (Brower, 1972).
Talvolta i Briozoi furono i biocostruttori più impor¬
tanti, non solo prima dell’avvento degli Antozoi, ma
anche dopo; ne sono esempio le bioherme a Briozoi
del Permiano della Turingia e del Cenozoico della Pa-
ratetide (Brower, 1972).
Nel Permiano superiore (Zechstein) dell’Europa
centrale esistono delle bioherme costituite in gran
parte da Briozoi associati a Foraminiferi (del genere
Nubecularia Defrance), a vermi Serpulidi e a Lamelli-
branchi. Questa struttura non è dovuta alla fossilizza¬
zione casuale di un gruppo di organismi diversi, ma è il
risultato di una costruzione in vivo di una associa¬
zione biologica (Buge, 1952). Un certo numero di Brio¬
zoi, soprattutto Cheilostomata, ma anche Cyclosto-
mata e Ctenostomata, costruiscono le loro colonie in¬
crostando il substrato che può essere un organismo vi¬
vente, un suo resto o un substrato inorganico. Esi¬
stono anche forme di associazioni coloniali: la più ca¬
ratteristica è rappresentata dal genere Archimedes
Owen (Carbonifero-Permiano), (Fig. 30).
Questa colonia si presenta come una massa cilin¬
drica ad avvolgimento elicoidale; si è pensato che la
forma spiralata fosse dovuta a fenomeni idrodinamici,
tale morfologia avrebbe consentito infatti all’orga¬
nismo una migliore utilizzazione della circolazione
idrica (Buge, 1952).
Fig. 31 - Struttura schematica dell’associazione tra il celenterato
Lithodendron parcisiticum Mich. ed il briozoo CeUepora palmata
Mich. dell’ Elveziano della Francia. A) morfologia esterna. B) se¬
zione trasversale.
Condra & Elias (1944) propongono una associa¬
zione (“ consortium ”) fra il genere Fenestreìla Lonsdale
(Ordoviciano-Permiano) e un’alga. Questi Autori ba¬
sano tale ipotesi sulla morfologia della regione assiale
della colonia che ricorda la struttura presente in certe
alghe attuali. Una tale associazione produce un bene¬
ficio reciproco.
Altra associazione di Briozoi, questa volta con Ce¬
lenterati, la troviamo nel Miocene medio della Francia
e nel Pliocene inglese. Si tratta di masse globose di
Ceìlepora palmata Michelin che ingloba calici di Litho-
dendrum parasiticum Michelin (Fig. 31). In un primo
tempo si pensò che il Corallo fosse parassitato dal
588
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
Briozoo, senza alcun beneficio reciproco; osservando
però l’organismo in sezione sottile, si notò che le linee
di accrescimento dei Briozoi coincidevano esatta¬
mente con quelle dei Coralli, per cui si è portati ora a
considerarlo come un fenomeno di inquilinismo
(Buge, 1952; Buge & Calas, 1959).
Brachiopoda
I brachiopodi attuali rappresentano la modesta im¬
magine della grande espansione che ebbero nella se¬
conda metà del Paleozoico. Essi non sono mai pre¬
senti nella parte più esposta delle bioherme, mentre
possono essere numerosi nella zona di retroscogliera
(Brower, 1972).
Nei generi permiani Prorichtofenìa King e Richtofe-
nia Keyser, la valva peduncolare assume una forma
conica, mentre la valva brachiale è ridotta ad una sorta
di piccolo opercolo (Fig. 32).
Dato il particolare tipo di convergenza morfologica,
questi generi occupano tra i Brachiopodi la stessa nic-
Fig. 32 - Richtophenia cornmunis Gemm. del Permiano della Sicilia
(da D'Orbigny, 1852).
Fig. 33 - Ricostruzione delle due valve di una rudista. A) valva
opercolare, con presenza dei denti. B) valva calicinare, con pre¬
senza delle relative fossette.
chia ecologica che occupano le Rudiste tra i Lamelli-
branchi (Roger, 1952).
Mentre nelle bioherme paleozoiche abbiamo una
ricca rappresentanza di Brachiopodi che contribuisce
cospicuamente alla loro edificazione, nel Giurassico le
associazioni di brachiopodi diminuiscono fino alla
drastica riduzione del loro contributo carbonatico. At¬
tualmente solo il genere Frenulina Dall vive nelle sco¬
gliere organogene.
Crinoidea
Resti abbondanti di Crinoidi sono spesso presenti
in associazione con organismi che popolavano gli am¬
bienti di scogliera, anche se non assunsero mai il ruolo
di biocostruttori primari (Ubaghs, 1953). Lo straordi-
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
589
nario rigoglio dei Crinoidi nel Paleozoico lascia sup¬
porre che questi Echinodermi abbiano occupato un
posto e giocato un ruolo importante nelPedificazione
di bioherme (Thorson, 1974).
Rudiste
L’ordine estinto delle Hippuritoidea Newell com¬
prende Lamellibranchi a cerniera pachiodonte che vis¬
sero dal Giurassico superiore al Cretacico terminale. Le
rudiste raggiunsero un adattamento tale al loro habitat
da perdere molte delle caratteristiche della loro classe: la
conchiglia è formata da una grande valva cilindro-conica
(valva inferiore destra) ricoperta da un opercolo piccolo e
piatto (valva superiore sinistra) (Moret, 1952a) (Fig.33).
La valva superiore si rendeva mobile attraverso un si¬
stema di grossi denti deformati e di fossette.
Il loro sviluppo durante il Cretacico fu talmente ve¬
loce ed aggressivo da costringere gli stessi coralli ad as¬
sumere un ruolo subordinato nelle zone di retrosco-
gliera. Se non si fossero estinte alla fine del Cretacico,
le Rudiste e non i Coralli, dominerebbero, probabil¬
mente, le scogliere attuali (Stanley, 1984).
Tra i vari generi utilizzati quali fossili guida, ricor¬
diamo Requienia Matheron e Hippurites Lamark del
Cretacico superiore.
L’EVOLUZIONE DELLE SCOGLIERE ORGANOGENE
Le bioherme più antiche sono anche le più semplici.
Nel Precambriano medio-superiore esse erano in¬
fatti costituite solo da alghe primitive che, con la loro
attività, produssero potenti accumuli calcarei comuni
nelle formazioni archeozoiche di tutto il mondo.
Questi accumuli calcarei vengono designati con il
termine di Stromatoliti. Le Alghe responsabili di que¬
ste forme sono conservate raramente allo stato fossile,
ma dovevano essere Alghe filamentose del tipo delle
Cyanophyceae che ancora oggigiorno producono ac¬
cumuli calcarei molto simili. Il compito svolto da que¬
sti biocostruttori vegetali non fu trascurabile; essi pro¬
speravano negli oceani primitivi costruendo colonie
alte decine di metri. L’ambiente favorevole per queste
Alghe era ristretto ad un habitat marino caratterizzato
da acque poco profonde a salinità media con tempera¬
tura compresa presumibilmente tra i 15° e i 20° C. (Fair-
bridge, 1972).
' Per un lungo periodo di tempo le Cyanophyceae fu¬
rono le principali costruttrici di bioherme. L’inizio
dell’Era paleozoica portò alla formazione della prima
comunità di scogliera: alle Alghe verdi-azzurre si asso¬
ciarono gli Archeociatidi. All’inizio del Cambriano
Fig. 34 - Ricostruzione morfologica di Ajacicyathus Bedford.
questi organismi cominciarono a far parte, come co¬
struttori principali, di corpi biohermali con individui
isolati o in raggruppamenti gregari ad una profondità
variabile che poteva oscillare da qualche decina di me¬
tri ad oltre 100 m. Dall’analisi dei sedimenti trovati e
dallo studio delle associazioni in cui vissero, si è po¬
tuto stabilire che gli Archeociatidi appartenevano sia
alla fauna litorale, sia a quella profonda, testimo¬
niando con ciò notevole capacità di adattamento (De¬
brenne, 1959).
Zhuravleva (1956), notando che gli Archeociatidi in
C.S.I. sono stati trovati principalmente in calcari puri,
ritiene che essi avessero la tendenza ad abitare in zone
caratterizzate da acque limpide, tranquille e con scarsi
apporti terrigeni, pur non mancando segnalazioni di
questi organismi in calcari fortemente argillosi (Trans-
baikalia, Jakoutie; C.S.I.). In quest’ultimo giacimento,
nella serie di Aldan, l’apporto detritico-argilloso è
stato molto consistente, producendo negli Archeocia¬
tidi fenomeni di adattamento che li portarono ad al¬
lungarsi e ad assumere una forma cilindrica per so¬
pravvivere al massiccio arrivo dei fanghi argillosi (ge¬
nere Ajacicyathus Bedford) (Fig. 34) o, al contrario, ad
allargarsi, assumendo forma discoidale per evitare di
sprofondare nei fanghi argillosi (genere Orbicyathus
Vologtin) (Fig. 35).
Fig. 35 - Ricostruzione morfologica di Orbicyathus Vologtin (da
Zhuravleva, 1956).
Sebbene abbiano dato luogo a diversi tipi di associa¬
zione, gli Archeociatidi si ritrovano più spesso solitari,
piuttosto che in raggruppamenti gregari (Zhuravleva,
1956). Debrenne (1959) riconosce tre tipi di bioherme:
bioherme ad Archeociatidi isolati, al centro di un’as¬
sociazione formata da Trilobiti, Brachiopodi, e Hyo-
liti; bioherme ad Archeociatidi in associazione con Al¬
ghe, formanti un orizzonte continuo; bioherme a
forma di cupola, costituite essenzialmente da soli Ar¬
cheociatidi. Secondo l’autrice francese queste costru¬
zioni recifali avevano caratteristiche ancora primitive,
rappresentate da costruzioni complesse, ma non ar¬
moniche.
La larga estensione geografica che gli Archeociatidi
590
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
raggiunsero nei mari del Cambriano inferiore prove¬
rebbe che negli oceani primitivi vi erano condizioni
climatiche particolarmente favorevoli. Secondo Fair-
bridge (1972) gli ammassi di Stromatoliti e di Archeo-
ciatidi sarebbero la testimonianza di un lungo inter¬
vallo caldo tra due glaciazioni, quella eocambriana e
quella a cavallo tra il Cambriano superiore e l’Ordovi-
ciano. Al contrario, Moret (1952a), è più propenso a
considerarli abitanti di acque fredde per via della pa¬
rete sottile e porosa del loro scheletro.
Gli Archeociatidi sono presenti in quasi tutto il
mondo, dalla C.S.I. settentrionale all’Antartide. In
Italia sono note alcune bioherme ad Archeociatidi in
Sardegna.
Nonostante la grande diffusione di questi orga¬
nismi, non tutte le comunità di scogliera cambriane
ospitavano Archeociatidi, alcune di esse -erano ancora
costituite da semplici associazioni algali.
Alla Fine del Cambriano medio gli Archeociatidi
scomparvero.
Si deve arrivare all’Ordoviciano medio per ritrovare
la costituzione di una vera e propria comunità di sco¬
gliera (Newell, 1972).
L’attività costruttrice di associazioni algali continuò
a svilupparsi formando bioherme stromatolitiche;
queste associazioni si arricchirono di un’alga corallina
rossa, diretta progenitrice delle attuali corallinacee: la
Solenopora. Tra gli animali, i Briozoi, fino ad allora
pressoché insignificanti, e gli Stromatoporoidi assun¬
sero un ruolo nuovo nell’economia delle comunità di
scogliera. Gli Stromatoporoidi furono i principali
componenti delle comunità paleozoiche, mentre
acquistarono importanza i Tabulata, comparsi già nel
Cambriano ed i Rugosa, o Tetracoralli, comparsi nel-
l’Ordoviciano medio (Brower, 1972).
Gli Stromatoporoidi e i Tabulati sembrano esclu¬
dersi reciprocamente nelle comunità delle scogliere
paleozoiche (Lecompte, 1952; Brower, 1972).
Infatti, dove i primi sono pressoché assenti, sono
preponderanti i Tabulati; per contro tipiche bioherme
a Stromatoporoidi contengono rari Tabulati. Questa
reciproca incompatibilità potrebbe derivare dalle dif¬
ferenti necessità ecologiche dei due gruppi di Coralli a
tal punto che l’ambiente favorevole per l’uno non sa¬
rebbe favorevole per l’altro e viceversa (Brower, 1972).
Le relazioni reciproche tra gli Stromatoporoidi e i Ta¬
bulati potrebbero essere state influenzate oltre che da
fattori batimetrici, anche da diverse condizioni sedi¬
mentologiche. Secondo Brower (1972) i sedimenti in
cui sono stati rinvenuti gli Stromatoporoidi indiche¬
rebbero la loro migliore tolleranza agli apporti terri¬
geni rispetto a quelli degli altri Celenterati coloniali.
I Rugosa solitari erano più numerosi di quelli colo¬
niali e vivevano prevalentemente in fondi sabbiosi o
argillosi e in acque sufficientemente agitate. Le forme
coloniali massiccio-globose si sviluppavano in ambienti
recifali, dando luogo talvolta a bioherme di forma lenti-
colare a soli Rugosa (Lecompte, 1952). Esclusi questi casi
particolari, i Tetracoralli hanno rivestito un ruolo presso¬
ché insignificante come biocostruttori.
Dopo la glaciazione dell’Ordoviciano superiore i
Coralli ermatipici cominciarono a svilupparsi sia in
Fig. 36 - Ricostruzione paleogeografica della grande glaciazione del Permiano basale che interessava il continente di Gond-
wana (da Fairbridge, 1972, ridisegnata).
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
591
modo individuale sia sotto forma di colonie, creando
delle bioherme di una certa importanza che nel Silu¬
riano e nel Devoniano raggiunsero una distribuzione
pressoché globale, probabilmente a causa dell’instau-
rarsi di un clima caldo e uniforme (Fairbridge, 1972).
Il tipo di associazione appena descritto si mantenne
immutato fino al Devoniano superiore quando varia¬
zioni ambientali su larga scala causarono l’estinzione
in massa di un gran numero di organismi. Numerosi
abitanti delle comunità di scogliera furono vittime di
questa crisi biologica e le comunità stesse andarono
incontro di conseguenza a sostanziali riduzioni. L’as¬
sociazione Alghe-Stromatoporoidi-Tabulati, che du¬
rava dall’Ordoviciano e che aveva proliferato per oltre
130 milioni di anni venne quasi del tutto cancellata.
Stromatoporoidi e Tabulati si ridussero numerica-
mente a tal punto da rischiare l’estinzione. Mentre i
Tabulati sopravvissero come elementi accessori delle
comunità di scogliera fino alla fine del Paleozoico
quando si estinsero definitivamente, gli Stromatopo¬
roidi ebbero un nuovo incremento nel Mesozoico an¬
che se la loro espansione areale fu più ridotta; la loro
estinzione definitiva avvenne alla fine del Cretacico
quando furono sostituiti dalle Milleporine (Alloiteau,
1952; Brower, 1972; Newell, 1972).
Il mutamento ambientale che si verificò nel Devo¬
niano superiore fu così drastico che per i successivi 13
milioni di anni solo poche comunità algali riuscirono a
sopravvivere, dando luogo a strutture stromatolitiche.
Le comunità di scogliera riacquistarono importanza
con l’inizio del Carbonifero con l’estendersi di ingres-
sioni marine che si protrassero fino alla fine dell’Era
paleozoica (circa 115 milioni di anni più tardi). Questo
rappresentò il periodo di massimo sviluppo delle co¬
munità che raggiunsero anche la maggior diversifica¬
zione sia numerica sia specifica. La nuova associa¬
zione recifale oltre ad essere composta da Alghe blu¬
verdi, responsabili delle formazioni stromatolitiche,
comprendeva Briozoi, Brachiopodi e Tetracoralli (Ru¬
gosi). Sia gli Stromatoporoidi che i Tabulati, pur es¬
sendo ancora presenti, giocavano un ruolo totalmente
insignificante. In questo contesto assunsero una note¬
vole importanza due nuovi gruppi di cloroficee, le Da-
sicladaceae e le Codiaceae, mentre acquisirono impor¬
tanza litocostruttrice i Thalamida (= Sphinctozoa), un
gruppo di Poriferi calcarei, caratterizzati da una suddi¬
visione in camere. Contemporaneamente i Crinoidi e i
Brachiopodi raggiunsero il loro acme evolutivo con
una differenziazione in migliaia di specie.
Le bioherme più caratteristiche di questo periodo,
Fig. 37 - Rappresentazione schematica temporale dei principali organismi che hanno costituito la parte integrante delle comu¬
nità di scogliera dal Cambriano ad oggi, e la localizzazione delle quattro principali crisi biologiche che hanno coinvolto tali co¬
munità (da Newel, 1972, ridisegnato).
592
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
per la ricchezza in individui e specie, si trovano nell’at¬
tuale Nord-Africa (Grand Erg occidentale). In questa
regione si possono osservare in sequenza da sud a
nord, quattro complessi recifali distinti distribuiti su
una distanza di circa 35 Km che presentano caratteri¬
stiche morfo-strutturali e composizionali differenti.
Queste bioherme, di struttura conica o a tronco di
cono e di altezza variabile da 10 a 50 m, sono caratteriz¬
zate da tre associazioni distinte: a Stromatactis, a “vene
blu” a Ptylostroma, e a Coralli ramosi (Pareyn, 1959).
È in questo intervallo di tempo che va dal Carboni¬
fero inferiore alla fine del Paleozoico che si riscontra il
massimo sviluppo delle bioherme, favorito da condi¬
zioni ecologiche e climatiche tendenzialmente stabili
e tipiche di un clima caldo-umido (Fairbridge, 1972). È
interessante notare che in questo periodo le scogliere
organogene si sviluppano soprattutto a “nord”, nei
mari che circondavano il Laurasia, mentre a “sud” il
continente di Gondwana era interessato da una nuova
glaciazione che, verso il Carbonifero terminale - Per¬
miano basale, raggiunse un’estensione tale da rico¬
prire le attuali America meridionale, Australia e India
(Fairbridge, 1972; Newell, 1972) (Fig. 36).
Una nuova crisi biologica colpì le comunità di sco¬
gliera.
Fa fine dell’Era paleozoica, coincide con la più am¬
pia crisi biologica che ebbe conseguenze disastrose su
tutte le comunità viventi e in particolar modo su
quelle di scogliera. L’associazione Alghe-Briozoi-
Sphinctozoi ebbe bruscamente termine e per i succes¬
sivi 10 milioni di anni (fino quasi al termine del Trias¬
sico inferiore) non si conoscono costruzioni bioher-
mali (Newell, 1972). Solo verso la metà del Triassico si
svilupparono le nuove comunità di scogliera, proba¬
bilmente come conseguenza dell’instaurarsi di un
clima di tipo tropicale in quella porzione del proto-
ceano Pacifico che insinuandosi tra “Africa” ed “Eura-
sia”, darà luogo, con lo smembramento della Pangea,
alla Tetide (Fairbridge, 1972; Newell, 1972).
Le costruzioni biohermali di questo periodo sono
molto rare e localizzate in Germania, in Corsica ed in
Italia. Esse furono edificate da un nuovo gruppo di Co¬
ralli, gli Scleractinia (o Esacoralli) che rivestirono però
un ruolo subordinato rispetto all’attività delle Alghe
calcaree fino al Triassico terminale. Durante tutto il
Giurassico le comunità di scogliera prosperarono nuo¬
vamente, arricchendosi di nuovi elementi.
Nella Tetide che andava espandendosi, le Scleracti-
nie, presenti con più di cento generi, andavano grada¬
tamente assumendo il ruolo dominante che conser¬
vano ancor oggi. Esse furono affiancate nelle costru¬
zioni biohermali da nuovi gruppi di Spugne calcaree,
da Echinodermi, da Molluschi e da Foraminiferi,
mentre acquisì un’importanza via via crescente un
gruppo di Alghe rosse coralline (genere Lithotam-
nium) fino ad allora poco sviluppato. Le Alghe blu¬
verdi responsabili delle costruzioni stromatolitiche,
già provate dalla crisi biologica della fine del Paleo¬
zoico, cessarono di essere membri importanti delle co¬
munità di scogliera assumendo un ruolo del tutto se¬
condario (Newell, 1972).
Esempi tipici di costruzioni biohermali del Giuras¬
sico superiore sono stati descritti da Beauvais (1973)
nell’Argoviano e nel Sequaniano del Bacino di Parigi e
nel Kimmeridgiano del Giura francese. Queste bio¬
herme di piccole dimensioni erano costituite da due
tipi di associazioni a Coralli ermatipici morfologica¬
mente differenti. In un tipo di ridotte dimensioni tro¬
viamo colonie dendroidi, globulari ecc. associate a
Molluschi (generi Diceras, Nerinea, Ostrea ) e ad Echi¬
nodermi. Nell’altro tipo, le colonie di Coralli ermati¬
pici presentano morfologia lamellare o sferica e sono
associate a Molluschi e ad Echinodermi; questi com¬
plessi sono intercalati da episodi sedimentari detritici
o marnosi che sono da mettere in relazione con varia¬
zioni anche cospicue del livello marino.
Con il Cretacico, dopo un primo periodo in cui le
condizioni ambientali sfavorevoli inibirono la crescita
di comunità di scogliera, si verificò una nuova e rigo¬
gliosa espansione delle comunità stesse che interessò
tutte le “acque tropicali” della Tetide. Contempora¬
neamente il bacino del proto-atlantico iniziava, con la
sua profondità, a costituire una barriera per gli orga¬
nismi delle comunità producendo diversità nella com¬
posizione delle scogliere del “vecchio” mondo rispetto
a quelle del “nuovo” mondo (Newell, 1972). Nel con¬
tempo le Rudiste, fino ad allora membri accessori
delle comunità di scogliera, assunsero notevole im¬
portanza nei complessi biohermali. Dal Turoniano in
poi ebbero un ruolo sempre maggiore fino a soppian¬
tare i Celenterati, dapprima lungo i margini più pro¬
tetti delle scogliere, poi nel corpo della scogliera
stessa, trasformandosi da semplici abitatori a costrut¬
tori primari. Le loro conchiglie, divenute cilindriche o
coniche, costituivano aggregati compatti contro il
moto ondoso assumendo anche la funzione primaria
precedentemente svolta dai Coralli.
Gli Hippuritini apparvero in ambienti recifali a poli¬
pai ramosi nel Rauraciano (Oxfordiano superiore) del
Bacino di Parigi e della Valle dell’Yonne (Francia) con
il genere Diceras. Elementi accessori delle comunità
erano rappresentati da altri Lamellibranchi, da Bra-
chiopodi e da Echinodermi (Dechaeaux & Sornay,
1959). Dal Rauraciano a tutto il Kimmeridgiano i ge¬
neri Diceras ed Heterodiceras continuarono a mante¬
nere il loro ruolo secondario nelle comunità di sco¬
gliera fino al Turoniano. In associazione con essi tro¬
viamo Coralli, Foraminiferi, Idrozoi e vari Lamelli¬
branchi.
A partire dal Turoniano Radiolitidi ed Hippuritidi
acquisirono tale importanza nelle comunità di sco¬
gliera da generare con il loro accumulo imponenti
complessi carbonatici.
Con l’avvento delle Rudiste e con il loro predomi¬
nio, si è venuta a creare una nuova caratteristica nelle
comunità di scogliera e nel loro prodotto carbonatico.
Infatti, mentre nelle costruzioni biohermali a Coralli
ed Alghe possiamo riconoscere un’impalcatura sche¬
letrica del complesso carbonatico costituita proprio da
questi due costruttori primari, nei complessi carbona¬
tici a Rudiste (“recif’, “bioherma” ecc.) questa impal¬
catura non esiste e viene sostituita dal gregarismo e
dall’accumulo d’individui distinti.
In base anche agli esempi descritti nelle pagg. 603 e
604 e in Fig. 49, è chiaro quindi che i termini di bio¬
herma e di comunità finora usati per indicare anche
questi ammassi carbonatici e la loro genesi potrebbero
risultare impropri. In tali casi, almeno per ciò che si ri¬
ferisce al corpo carbonatico, sarebbe forse più proprio
il termine di biostroma.
Anche da questi pochi esempi risulta chiaro come le
Rudiste del Cretacico superiore divennero competi¬
tive a tal punto da non permettere neppure lo sviluppo
di una vera e propria comunità di scogliera; a parte
qualche caso in cui le troviamo associate a rari Coralli,
esse diventarono talmente esclusive da impedire lo
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
593
sviluppo anche degli altri organismi costituenti le co¬
munità di scogliera.
La crisi biologica del Cretacico terminale colpì natu¬
ralmente anche le comunità di scogliera che, dopo la
totale scomparsa delle Rudiste, dovranno attendere
fino alla fine del Paleocene per riorganizzarsi. Solo nel
successivo Eocene gli Esacoralli (Scleractinie) si diffu¬
sero e si imposero nuovamente come costruttori pri¬
mari. Si costituì così l’associazione tra Esacoralli ed
Alghe corallinacee destinata a durare, come costi¬
tuente principale delle comunità di scogliera, fino ai
giorni nostri.
In seguito al frazionamento crostale ed al conse¬
guente crearsi di nuovi bacini oceanici, le comunità di
scogliera, fino ad allora estese più o meno uniforme-
mente in tutti i mari senza differenze sostanziali nella
loro composizione, si divisero in due provincie di¬
verse, sia per estensione sia per biocostruttori: la pro¬
vincia indopacifica e la provincia caraibico-atlantica.
La migrazione delle zolle continentali con la forma¬
zione di bacini oceanici sempre più profondi e ad as¬
setto longitudinale, separati da costolature continen¬
tali che costituivano enormi barriere geografiche, por¬
tarono a radicali cambiamenti delle condizioni clima¬
tiche globali che causarono, con la formazione di una
calotta glaciale antartica, un generale e graduale raf¬
freddamento delle acque e dell’atmosfera terrestre.
Da questo momento in poi può essere abbandonato
totalmente il concetto di cosmopolitismo delle comu¬
nità di scogliera. Tale cosmopolitismo era già stato for¬
temente compromesso dalla più grande crisi biologica
conosciuta, che segnò la fine dell’Era paleozoica, men¬
tre probabilmente cominciarono a delinearsi i grossi
cambiamenti crostali che portarono all’assetto attuale
con il conseguente instaurarsi di variazioni climatiche
sempre più accentuate.
Tutto ciò portò alla formazione di comunità di sco¬
gliera sempre più specializzate e con caratteristiche di
cosmopolitismo sempre più ridotte fino ad essere con¬
dizionate da caratteri regionali. In tutto il Cenozoico
assistiamo a questo processo, che giunge a concludersi
con la definitiva separazione delle due provincie bio-
geografiche, la caraibico-atlantica e l’indopacifica che
si realizza con la chiusura dell’Istmo di Panama decre¬
tando l’inizio dell’evoluzione delle comunità di sco¬
gliera moderne.
CRISI BIOLOGICHE NELLE COMUNITÀ’ DI SCOGLIERA
Se si tiene conto che nell’ambiente di scogliera noi
troviamo rappresentati tra costruttori primari, costrut¬
tori secondari, abitatori, distruttori e detritivori, quasi
tutti gli organismi che abitano, o hanno abitato, nel
dominio neritico, oltre agli organismi planctonici del
dominio pelagico portati dal moto ondoso e dalle cor¬
renti, risulta chiaro come tutte le crisi biologiche che
hanno interessato il cammino dell’evoluzione ab¬
biano interessato più o meno drasticamente anche le
comunità di scogliera.
Nella loro storia evolutiva le comunità di scogliera
sono andate incontro a quattro crisi biologiche impor¬
tanti, diverse per la loro durata e, naturalmente, per le
associazioni e i tipi di organismi coinvolti in esse
(Fig. 37).
Alla fine del Cambriano medio ci fu la prima delle
grandi crisi biologiche, che causò la scomparsa degli
Archeociatidi. Tra le possibili cause di questa estin¬
zione è senz’altro da escludere una competizione bio¬
logica che avrebbe portato all’affermazione, come ri¬
sultato finale, di un altro organismo costruttore me¬
glio adattatosi all’ambiente mutato poiché, fatta ecce¬
zione per le Alghe blu-verdi costruttrici di Stromato-
liti, non erano presenti altri biocostruttori importanti,
né ve ne furono per altri 60 milioni di anni, fino all’Or-
doviciano medio.
Secondo i paleontologi russi la scomparsa delle bio-
herme ad Archeociatidi sarebbe stata determinata (per
lo meno nei territori della C.S.I., ipotesi estrapolatile
al resto del mondo) da una sedimentazione di fanghi
argilloso-dolomitici accompagnati da una brusca va¬
riazione della salinità (Debrenne, 1959).
La seconda estinzione in massa avvenne verso la
fine del Devoniano, quando grandi variazioni ambien¬
tali mutarono rapidamente i fattori che avevano carat¬
terizzato un clima eccezionalmente mite ed uniforme,
che perdurava dal Siluriano inferiore. Quali furono le
cause che provocarono variazioni ambientali così im¬
portanti, non è facile a dirsi; molto probabilmente si
tratta di un insieme di eventi differenti e diversificatisi
nel tempo (Fairbridge, 1972).
I movimenti delle zolle crostali avevano portato alla
formazione di catene montuose in Europa nordocci¬
dentale e in America nordorientale (orogenesi Cale-
doniana). Questo processo aveva determinato, nel De¬
voniano, la chiusura del primo oceano nordatlantico
(oceano Giapeto), creando il cosiddetto “Continente
delle Arenarie Rosse Antiche”. Questo episodio di
continentalizzazione fu accompagnato da un vasto
sviluppo di laghi e di lagune salmastre (effetto Haug,
cfr. Hallam, 1987).
Negli oceani, separati ormai gli uni dagli altri dalle
terre emerse che si stavano via via formando e divisi in
numerose provincie, si registra una moltiplicazione
qualitativa delle varietà degli organismi, seguita da
una drastica riduzione quantitativa delle popolazioni
locali. Anche Newell (1967, 1972) pone l’accento sulla
variazione del clima in seguito alla trasgressione ma¬
rina, col passaggio da un clima marittimo temperato
ad uno marcatamente continentale.
Alla fine del Paleozoico, una terza crisi biologica
provocò l’estinzione di circa metà delle famiglie ani¬
mali sia terrestri che marine e un numero molto ele¬
vato di generi di vegetali terrestri. Le cause di queste
estinzioni in massa sono difficili da conoscere esatta¬
mente, ma si può ipotizzare che esse rientrino nelle
variazioni sfavorevoli del clima e delle condizioni
ambientali causate da una fase della deriva dei conti¬
nenti (Newell, 1967, 1972; Fairbridge, 1972; Hallam,
1987).
Nel tardo Paleozoico infatti, tutti i continenti si
erano riuniti per formare un’unica grande massa con¬
tinentale, la Pangea, con il conseguente prosciuga¬
mento dei mari epicontinentali, determinando altera-
594
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
zioni climatiche che si rivelarono più aspre di quelle
verificatesi in concomitanza dei precedenti stadi della
deriva dei continenti (Newell, 1972).
Anche l’ultima delle grandi estinzioni in massa che
interessò le comunità di scogliera, quella del Cretacico
terminale, può essere ricondotta alle teorie espresse
da Newell (1967) sulla relazione tra crisi biologiche e
variazioni eustatiche del livello marino. Questo ciclo
di regressioni e trasgressioni che caratterizzarono la
fine del Mesozoico, viene considerato come il risul¬
tato del frazionamento della Pangea. Per tutto il Meso¬
zoico la vita, sia marina sia terrestre, presenta caratteri
di cosmopolitismo che poco per volta si perdono per
l’incremento di quel frazionamento crostale già ini¬
ziato da molti milioni di anni.
Il clima era prevalentemente uniforme, senza sud-
divisione in zone climatiche (Fairbridge, 1972). Biso¬
gna tenere presente che nel Cretacico terminale le
“Terre emerse” erano solo il 15% delle aree continen¬
tali attuali e di conseguenza che mari epicontinentali
ricoprivano i 2/3 dell’attuale superfìcie terrestre (Ne¬
well, 1972). Perciò il frazionamento della Pangea e la
DESCRIZIONE DI ALCUNE COM
Cambriano
Sebbene le comunità ad Archeociatidi siano tra le
più primitive che si conoscano, esse non possono es¬
sere considerate tra le più semplici, arrivando talora ad
una complessità strutturale simile a quella raggiunta
da comunità di scogliera di epoche geologiche succes¬
sive. Gli Archeociatidi vivevano comunemente asso¬
ciati ad Alghe blu-verdi, a Trilobiti, a Brachiopodi ed a
Hyoliti, molto raramente a Poriferi; questi ultimi ven¬
gono generalmente considerati diretti competitori
ecologici degli Archeociatidi e, da alcuni Autori, an¬
che i responsabili della loro rapida estinzione (Clark-
son, 1986).
T roviamo un esempio tipico della complessità strut¬
turale raggiunta dalle comunità di scogliera ad Ar¬
cheociatidi in un giacimento del Cambriano inferiore
dell’Australia (Brasier, 1976a). La maggior parte degli
individui che costituiscono questa associazione bio-
hermale appartiene a diverse specie della classe Regu-
lares, mentre quelli appartenenti alla classe Irregula-
res sono relativamente pochi. Gli individui della classe
Regulares raggiungevano un’altezza media superiore
ai 90 mm, vivevano raggruppati e presentavano l’aper¬
tura del calice sempre rivolta verso l’alto. In base alla
ricostruzione di questa comunità fatta da Brasier
(1976a, Fig. 4, pag. 230), la parte essenziale della comu¬
nità è rappresentata dai calici dei Regulares, sui quali
si impiantano varie specie di Irregulares, tutte di di¬
mensioni molto inferiori a quelle dei Regulares. Men¬
tre gli Irregulares si saldano sulla parte esterna del ca¬
lice dei Regulares senza un’apparente scelta di posi¬
zione e di modalità di impianto, la proliferazione dei
Regulares avviene attraverso la crescita di nuovi indi¬
vidui che si sviluppano da escrescenze esotecali, loca¬
lizzate generalmente nella parte sommitale della pa¬
rete esterna dei calici. Le varie coppe degli Archeocia-
fase regressiva del Cretacico superiore portarono alla
sparizione delle ampie masse continentali che caratte¬
rizzavano la geografia mesozoica e che furono sosti¬
tuite da un insieme di “isole-continenti” separate tra di
loro da nuove barriere, sia ecologiche sia tettoniche. Suc¬
cessive variazioni portarono alla scomparsa dei mari epi¬
continentali, e quindi si venne a creare una situazione
geografica che vedeva aree continentali di grandi dimen¬
sioni delimitate da oceani ristretti e profondi: erano que¬
ste le condizioni per l’instaurarsi di un regime di instabi¬
lità ambientale (Pinna & Arduini, 1977).
Con ogni probabilità, le accentuate oscillazioni
nella temperatura e in alcuni fenomeni climatici (quali
la piovosità) che si instaurarono a partire dalla fine del
Cretacico, furono prodotte dal ritiro dei mari epiconti¬
nentali causato da bacini oceanici con profondità mag¬
giore (Fairbridge, 1972). Adattati ad un clima omoge¬
neo che durava da molti milioni di anni, gli animali e le
piante del Cretacico terminale erano impreparati al
clima fortemente differenziato che seguì all’emer¬
sione di vaste zone di terraferma e non poterono far al¬
tro che estinguersi.
A DI SCOGLIERA DEL PASSATO
tidi venivano inoltre unite tra loro da produzioni calca¬
ree di un organismo incrostante ( Renalcis ) la cui posi¬
zione sistematica è tuttora incerta.
Un’altra interessante associazione ad Archeociatidi
è segnalata nel Cambriano inferiore del Labrador (De¬
brenne & James, 1981). Essa risulta costituita da poche
specie di Irregulares (sei specie facenti parte di cinque
generi) e da una fauna accessoria composta da Trilo¬
biti, da Brachiopodi, da Echinodermi e da Hyoliti. Tra
gli Archeociatidi predomina la specie Metaldetes pro¬
fundis (Billins, 1865), dotata secondo gli Autori di no¬
tevole polimorfismo. Altra caratteristica interessante
di questa comunità è l’alta densità di individui che fini¬
scono col costituire oltre il 50% del volume totale della
costruzione carbonatica.
In Italia le uniche comunità di scogliera ad Archeo¬
ciatidi sono presenti nei terreni del Cambriano della
Sardegna sudoccidentale. Tra le bioherme ad Archeo¬
ciatidi sarde, la più interessante, perché sicuramente
autoctona (Debrenne, 1972), è quella affiorante presso
Monte Cuccurinu (vicino a Gònnesa) ed è costituita
da due formazioni distinte, a circa 50 m di distanza una
dall’altra, dislocate da una faglia. La prima delle due è
costituita da un calcare cristallino alternato a banchi di
scisti argillosi; la seconda formazione è costituita solo
da calcare microcristallino. La fauna ad Archeociatidi
è piuttosto ricca, e quasi sempre formata da individui
ben conservati.
Tra le specie ritrovate ricordiamo Rcisetticyathus
iglesiensis Debrenne, 1971, Tciylorcyathus rectus (Vo-
logdin, 1960) e Porocoscinus flexibilis Debrenne, 1964.
Altre faune ad Archeociatidi della Sardegna, come
quelle del Cambriano inferiore di Punta Manna (Bra¬
sier, 1976b) e quelle di Sant’Angelo (Debrenne, 1964,
Cocozza & Gandin, 1975) risultano purtroppo chiara¬
mente alloctone e quindi non importanti per lo studio
della composizione della loro associazione.
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
595
Siluriano
Bioherme siluriane sono comuni nei calcari della
Gran Bretagna, nella parte terminale delle “Wenlock
Series” (“Much Wenlock Limestone” dello Shrops-
hire), la cui associazione è qui descritta ed illustrata
(Fig. 38). I biocostruttori dominanti sono i Tabulati
(con i generi Heliolites, Favosites e Halysites) e gli Stro-
matoporoidi. Questi ultimi sono i costruttori numeri¬
camente più comuni con oltre venti generi ritrovati; si
presentano in grosse colonie massicce a forma di cu¬
pola, o in piccole e basse costruzioni. Rugosa di pic¬
cole dimensioni completano il panorama dei costrut¬
tori primari. La struttura biohermale è cementata da
Alghe calcaree e da Briozoi (genere Hallopora ) (Scof-
fm, 1971; Cocks & McKerrow, 1978). La scogliera dava
ospitalità ad una ricca fauna ad invertebrati, molto va¬
ria qualitativamente ma non quantitativamente, poi¬
ché i singoli gruppi sono presenti con un numero limi¬
tato di individui. Ne è una singolare eccezione il bra-
chiopode spiriferide Atrypa che viveva in gruppi molto
numerosi in depressioni della scogliera stessa. Altri
Brachiopodi (tra i quali lo strofomenide Leptaena ) vi¬
vevano nelle immediate vicinanze della bioherma,
piuttosto che al suo interno. Sono stati trovati anche
Trilobiti (genere Dalmasiceras) e conchiglie di nauti-
ioidi ortoconi.
Devoniano
La costituzione delle comunità di scogliera devo¬
niane appare del tutto simile, nei suoi elementi princi¬
pali, a quella delle comunità siluriane. Nelle comunità
devoniane abbiamo però un notevole incremento dei
brachiopodi spiriferidi ed atripidi, mentre possiamo
notare una specializzazione dei Trilobiti che si presen¬
tano con carapaci più complessi e ricchi di ornamenta¬
zioni e spinosità. Tra le varie associazioni conosciute,
riportiamo quella del Devon meridionale (“Triangle
Point”, Torquay) descritta da Goldring (1978) (Fig.
39). La “bioherma”, secondo la descrizione dell’Au¬
tore, risulta costituita da comunità di organismi i cui
componenti vengono spesso seppelliti in posizione di
vita da episodi sedimentari detritici ricorrenti, al di so¬
pra di ognuno dei quali la comunità si ricostituisce.
I biocostruttori più abbondanti di questa comunità
Fig. 38 - Ricostruzione di una comunità siluriana:
a) Heliolites d) stromatoporoide
b) Favosites e) corallo rugoso solitario
c) Halysites 0 Hallopora
g) Atrypa
h) Leptaena
i) Dalmasiceras
596
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
erano gli Stromatoporoidi massicci anche se il loro
stato di conservazione non ne permette la determina¬
zione specifica. Essi servivano da substrato ad Idrozoi
ed Alghe e, a loro volta, incrostavano Rugosa solitari.
Gli Stromatoporoidi si presentano spesso in associa¬
zione con i Tabulati Syringopora e Thamnopora (= Po¬
liporo ), con l’abbondante presenza di Crinoidi e Briozoi.
Nelle intercalazioni detritiche vengono ritrovati Trilobiti
disarticolati e frammenti di nautiloidi ortoceratidi.
I più importanti complessi biohermali italiani ap¬
partenenti al Devoniano sono localizzati nelle Alpi
Carniche (Monte Coglians, Monumenz, Conca di Vai-
loia). Tali complessi sono costituiti da una grande va¬
rietà e quantità di organismi; per il ritrovamento nella
parte inferiore del Devoniano medio del brachiopode
Pentamerus pseudo-baschkricus Tschernyschew, essi
vengono correlati da Gortani (1913) e da Zuffardi-
Commerci (1937) a quelli renani e degli Urali. Tra le
serie carniche, una delle più complete è quella della
Giogaia di Monte Coglians (Gortani, 1912, 1913). Le as¬
sociazioni più importanti appartengono alla parte su¬
periore del Devoniano medio (piano Givetiano) dove
le costruzioni coralline si sviluppano per oltre 5 Km,
dal Coglians fino alla Creta di Collina. I più importanti
biocostruttori rinvenuti in questi complessi apparten¬
gono agli Stromatoporoidi, tra cui ricordiamo le specie
Actinostroma clathratum Nich., Stromatopora concen¬
trica Goldf. e Stromatoporella curiosa Barg., var. car-
nica Gortani; quest’ ultima specie incrostava esemplari
di Cyathophyllum caespitosum Goldf. (rugosa solita¬
rio) “avviluppandolo irregolarmente” (Gortani, 1912,
p. 127). I tabulati Alveolites suborbicularis Lam. e
Thamnopora ( —Pachypora ) cervicornis Blainv. comple¬
tano l’associazione dei costruttori primari. Tra gli abi¬
tatori, grande quantità di Brachiopodi, (generi Orthis,
Spirifer e Pentamerus e la specie-guida Stringocephalus
burtini Defr.), oltre alla presenza di Gasteropodi (ge¬
neri Bellerophon e Murchinsonia ), Lamellibranchi ro-
stroconchi ( Conocardium cfr. artifex Barr.), di Briozoi
e di Crostacei. Frammenti di nautiloidi ortoceratidi
sono presenti nel sedimento.
Carbonifero
Il Carbonifero rappresenta il periodo geologico in
cui le bioherme hanno raggiunto il loro massimo svi¬
luppo con una varietà di forme e di dimensioni non più
eguagliate nei periodi successivi. Le comunità di sco¬
gliera carbonifere sono ben conosciute grazie agli in¬
numerevoli studi di cui sono state oggetto e che hanno
messo in evidenza la grande varietà dei taxa e l’abbon¬
danza di individui. La fauna, considerata nel suo in¬
sieme, è per la maggior parte bentonica con una
grande diversità in specie di Brachiopodi, bivalvi, Ga¬
steropodi, Cefalopodi (generalmente ortoconi), ro-
stroconchi e rari Scafopodi. I Briozoi sono comuni,
particolarmente i Fenestrati e le forme incrostanti. I
Fig. 39 - Ricostruzione di un ambiente di scogliera devoniano:
a) stromatoporoide
b) Thamnopora
c) brachiopode spiriferide
d) nautiloide orthoceratide
e) corallo solitario (Rugosa)
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
597
Coralli, includendo sia le forme solitarie sia quelle co¬
loniali di Rugosa, Tabulati ed Eterocoralli, sono abba¬
stanza ben rappresentati. Tra gli Echinodermi i resti di
Crinoidi sono particolarmente abbondanti, ma rara¬
mente sono conservati i calici nella loro interezza; pre¬
senti anche Blastoidi ed Echinoidi. Tra gli Artropodi
sono particolarmente comuni i Trilobiti e gli Ostra-
codi. Fra i componenti minori delle bioherme carbo¬
nifere sono da annoverare le Spugne, gli Anellidi e, oc¬
casionalmente, resti di pesci. La microfauna è domi¬
nata dai Foraminiferi, con la presenza occasionale di
qualche conodonte. La flora è rappresentata principal¬
mente da Alghe blu-verdi, Dasicladacee e da altre Al¬
ghe calcaree.
La comunità biohermale che viene descritta qui di
seguito, è quella studiata sul “Cracoe Reef” dello
Yorkshire (Asbiano, Carbonifero inferiore) da Ram-
sbottom (1978a), che risulta composta, secondo lo
stesso autore, oltre che da coralli da:
Tale composizione che è tipica anche di comunità'di
scogliera di altre aree è caratterizzata soprattutto dalla
presenza di grosse Colonie di coralli massicci e da una
grande varietà di Brachiopodi (Fig. 40). La bioherma si
è sviluppata su di un calcare bioclastico in un am¬
biente probabilmente poco profondo ed in acque lim¬
pide ed ossigenate. I coralli coloniali (genere Litho-
strotion e Koninckophyllum per i Rugosa, Syringopora
Fig. 40 - Ricostruzione di una comunità organogena carbonifera del “Cracoe Reef’ (Yorkshire):
a) Lithostrotion e) Rugosochonetes
b) Koninckophillum 0 Linoprotonia
c) Syringopora g) Schellwienella
d) Antiquatonia h) Spirifer
i) Rinchonella
l) Paladin
m) Koninckopora injlata
598
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
per i Tabulati) possono superare il metro di diametro e
con la loro mole offrono un gran numero di nicchie in
cui prospera una ricca fauna a Brachiopodi. Tra questi
ultimi ricordiamo gli strofomenidi Antiquatonia, Ru-
gosochonetes, Linoprotonia e Schellwienella, lo spirife-
ride Spirifere il rinchonellide Rinchonella. I Trilobiti
(genere Paladin ) non erano rari in questa comunità,
mentre abbondantissimi erano i foraminiferi bento-
nici. Una delle specie più caratteristiche tra le Alghe
era la Koninckopora inflata, la quale era praticamente
onnipresente, tanto da essere trovata in quasi tutte le
sezioni sottili del calcare biohermale.
Oltre ad una associazione biohermale così ricca,
come quella appena descritta, durante il Carbonifero
esistevano altri tipi di comunità di scogliera più sem¬
plici, costituiti essenzialmente da alghe produttrici di
stromatoliti.
Il primo caso che esaminiamo è anche il più com¬
plesso (Fig. 41): si tratta di una scogliera organogena
del Viseano medio (Carbonifero inferiore) della parte
superiore di “Stebden Hill” nelflnghilterra settentrio¬
nale (Wolfeden, 1958; Ramsbottom, 1978a). Il costrut¬
tore primario era un’alga (genere Aphralysia) che ha
prodotto un calcare Finemente laminato [definito da
Ramsbottom (pag. 158) “woll - like structures”]. La
struttura di questo calcare è caratterizzata da cavità e
spaccature.
La costruzione stromatolitica serviva da substrato ai
vari organismi bentonici; fra i principali ricordiamo i
Briozoi Fistulipora, Tabulipora e Fenestella, le Spugne
litistidi Microspongia e Radiatospongia, i Tabulati Mi-
chelinia ed Emmonsia, ed il Rugosa coloniale Litho-
strotion. Piccoli raggruppamenti di Rugosa solitari
( Cyathaxonia cornu) si sviluppavano in ordine sparso
nella bioherma impiantandosi direttamente nel tap¬
peto aigaie. La fauna dei conchigliofori era costituita
principalmente da brachiopodi strofomenidi (generi
Leptagonia e Streptorhynchus), spiriferidi (genere Reti-
cularia), rhynconellidi (genere Stenoscisma) e da rari
productoidi (generi Stipulina, Rugicostella e Undaria).
Era presente il raro bivalve Pachypteria, morfologica¬
mente simile ad un’ostrica.
Nei sedimenti è stato ritrovato anche l’ostracode gi¬
gante Entomoconchus.
Il secondo tipo di bioherma (Fig. 42), struttural¬
mente più semplice della precedente, ha un solo bio¬
costruttore (un’alga blu-verde) che ha formato delle
cupole stromatolitiche ben sviluppate e distanziate tra
di loro. L’isolamento delle cupole algali fu probabil¬
mente il risultato delle azioni di marea che impedi¬
vano alle varie strutture di unirsi le une alle altre. A ri¬
prova di questa teoria sono stati trovati dei legami la¬
minari temporanei tra alcune cupole. L’unico orga¬
nismo rinvenuto è un anellide del genere Spirorbis. La
Fig. 41 - Ricostruzione della comunità carbonifera di “Stebden Hill”:
a) Fistulipora e) Lithostrotion
b) Fenestella f) Cyathaxonia cornu
c) Michelinia g) Leptagonia
d) Emmonsia h) Streptorhynchus
i) Reticularia
l) Stenoscisma
m) Pachypteria
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
599
comunità aigaie si era sviluppata su di un substrato
carbonatico, formato da sabbia calcarea, frammenti di
gusci del bivalve Polidevcia attenuata, “pellets”, ooidi e
frammenti di alghe calcaree.
La comunità qui descritta proviene dalle facies in-
tertidali del “Lower Border Group” (Viseano infe¬
riore) della Scozia meridionale (Leeder, 1975; 1978a).
L’ultima ricostruzione carbonifera proposta (Fig.
43) raffigura la bioherma aigaie più semplice, che è
stata rinvenuta in moltissime località di tutto il mondo
(Leeder, 1978b).
Questi calcari stromatolitici, prodotti dalle Alghe
blu-verdi, sono il risultato delfintrappolamento di se¬
dimenti da parte dei filamenti algali. Le Cyanophicee
hanno proliferato soprattutto in acque costiere poco
profonde e generalmente ipersaline. In questo parti¬
colare tipo di habitat, esse rappresentano le uniche co¬
munità possibili. La grandezza e la struttura delle bio-
herme mostrano una grande dipendenza dal grado di
turbolenza delle acque e dall’irregolarità iniziale del
substrato. Le strutture denominate “dome-like”, a
forma di cupola o mammelliformi, sono molto
comuni in “ambienti di bassa energia” e si possono
presentare come singole cupole collegate lateralmente
tra di loro fino a formare un tappeto mammellonare
continuo.
Permiano
In molte località del Sunderland (Inghilterra nordo¬
rientale) si rinvengono calcari biohermali del Per¬
miano particolarmente significativi sia per la ricchezza
della fauna e della flora, sia per l’avvenuta conserva¬
zione delle porzioni di avanscogliera (Fig. 44) e di re-
troscogliera (Fig. 45) (Ramsbottom, 1978b; 1978c).
La figura 44 illustra la comunità che abitava nella
parte sommitale del “reef’. La struttura biohermale
era impiantata su di un tappeto di origine aigaie e i
principali costruttori erano briozoi ramosi (genere
Acanthocladia e Thamniscus). Al di sotto di questi vi¬
vevano piccoli brachiopodi peduncolati del genere
Dielasma. La bioherma era strutturata in grossi “corpi
ovali” (dovuti all’accumulo dei resti di Briozoi e di
Brachiopodi) separati tra di loro da tappeti algali. A
Fig. 42 - Ricostruzione di una comunità aigaie carbonifera della Scozia meridionale:
a) Spirorbis
b) Polidevcia
600
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
fianco dei “corpi ovali” si sviluppavano colonie flabel¬
liformi o a forma di canna, dei generi Fenestella e Syno-
cladia. Fra i Brachiopodi sono stati rinvenuti piccoli
rinchonellidi peduncolati del genere Stenoscisma, i
grossi e spinosi productoidi Horrìdonia e gli spiriferidi
Pterospirifer. Tra i Molluschi ricordiamo il pectinide
natante Streblochondria pusilla. Comuni tra i compo¬
nenti della comunità, anche se la loro distribuzione
era irregolare, i brachiopodi Spiriferellina e Strophalo-
sia, il bivalve Pseudomonotis e varie specie di Crinoidi.
Tra i microorganismi, sono particolarmente abbon¬
danti i foraminiferi fischerinidi e gli ostracodi bair-
diidi. Le zone di impianto delle comunità di retrosco-
gliera (Fig. 45) erano costituite da tappeti algali lamel¬
lari. Tra i costruttori secondari e gli abitatori di tale
ambiente di retroscogliera si annoverano rari briozoi
ectoprocti (genere Acanthocladia), alcuni brachiopodi
(generi Dielasma e Stenoscisma ), molti bivalvi (generi
Bakevellia e Pennophorus) e gasteropodi (generi Nati-
copsis e Yunnania).
Tra gli organismi nectonici ricordiamo il solo nauti-
ioide Peripetoceras freieslebeni. Fra i microorganismi
erano molto abbondanti gli Ostracodi, mentre i Fora¬
miniferi erano rari.
Triassico
Durante il Triassico medio si ristabilirono nella Pro-
to-tetide quelle condizioni climatiche di tipo tropicale
favorevoli alle comunità di scogliera, condizioni che
erano venute meno durante la crisi biologica del Per¬
miano terminale.
Tra le associazioni biohermali di questo periodo
vanno senz’altro ricordate, per la loro imponenza,
quelle che hanno edificato le Dolomiti occidentali
(Leonardi, 1960, 1962). Le condizioni climatiche favo¬
revoli che si instaurarono a partire dal Ladinico infe¬
riore fino al Carnico medio, provocarono infatti una
grande proliferazione delle comunità di scogliera co¬
stituite, oltre che da Esacoralli ed Alghe calcaree, da
Stromatoporoidi, Poriferi, Molluschi ecc. Purtroppo il
processo di dolomitizzazione non ha permesso che si
conservassero fossili determinabili di questi bioco¬
struttori principali.
Gli edifici più imponenti sono rappresentati dai
gruppi dello Sciliar, della Marmolada e del Sella (Leo¬
nardi & Rossi, 1957; Leonardi, 1962; Rossi, 1962). Que¬
ste comunità di scogliera raggiunsero il loro massimo
sviluppo durante il Raibliano (Carnico medio).
Fig. 43 - Costruzioni stromatolitiche dovute ad una comunità aigaie carbonifera.
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
601
quando, secondo Leonardi (1962, p. 42) “il movimento
di subsidenza dovette avere una sosta, e sembra che a
ciò sia dovuto, almeno in parte, il già rilevato sviluppo
in senso orizzontale, in questo momento finale della
loro esistenza, delle scogliere che, non potendo più
svilupparsi verso l’alto, si espansero perifericamente”.
Dopo aver raggiunto un tale sviluppo, le comunità
edificatrici si estinsero bruscamente. Leonardi (1962,
p. 53), concordando con altri Autori, ipotizzò che que¬
sta estinzione fosse stata causata dalla rapida e diffusa
emersione dei complessi corallini.
Giurassico
Nel Giurassico continua lo sviluppo delle comunità
di scogliera già iniziatosi con il Triassico.
Gli esempi qui riportati illustrano alcune associa¬
zioni, non usuali, provenienti dalle formazioni giuras¬
siche della Gran Bretagna.
Nell’Oxfordshire (Sellwood, 1978) si assiste allo svi¬
luppo di scogliere di ridotte dimensioni (“patch coral
communities”) caratterizzate da faune ricche in indivi¬
dui ma povere in “taxa” (Fig. 46). I costruttori primari
di tali comunità erano costituiti da soli coralli coloniali
raramente presenti con più di tre generi. Isastrea era il
genere più comune e si presentava sia con la forma
compatta e tondeggiante sia con la forma ramificata.
Nelle fessure dell’impalcatura scheletrica corallina
vivevano i bivalvi arcidi Eonavicula; al di sotto delle
strutture coralline trovavano rifugio pteroidi liberi o
bissati del genere Plagiostoma, mentre le strutture co¬
ralline stesse davano un solido substrato a Lithophaga.
Un abitante curioso di queste comunità era il cro¬
staceo Glyphaea. Fra i detriti provenienti dal disfa¬
cimento della comunità corallina vivevano Spugne
calcaree, Serpulidi, Briozoi e brachiopodi rhyncho-
nellidi.
Comunità edifìcatrici di “patch reefs” si sono svilup-
Fig. 44 - Ricostruzione di un ambiente di avanscogliera del Permiano del Sunderland (Inghilterra):
a) Acanthocladia d) Fenes fella
b) Thamniscus e) Synocladia
c) Dielasma 0 Stenoscisma
g) Horridonia
h) Pterospirifer
i) Streblochondria
602
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
paté anche nei “Kimmeridge shales” (Dorset, York-
shire e Scozia orientale) (Seelwood, 1978). (Fig. 47).
Queste comunità erano dominate da coralli coloniali
massicci e ramosi del genere Thecosmilia, Isastrea e
Thamnasteria. Le colonie coralline spesso superavano
il metro e mezzo di diametro. Gli organismi associati
ai Coralli erano molto abbondanti, e comprendevano
bivalvi perforatori (genere Lithophaga), alghe calca¬
ree, Briozoi, spugne clionidi, nonché pettinidi e bra-
chiopodi tecideidi. In porzioni di corallo morto si sta¬
bilivano piccole colonie di brachiopodi terebratulidi.
Questo comportamento è stato osservato anche tra i
terebratulidi attuali (Jackson et alii, 1971). Tra l’abbon¬
dante detrito che circondava i “patch reefs” vivevano
Serpulidi, Briozoi, Alghe blu-verdi ed una ricca fauna
di Echinidi, tra i quali possiamo ricordare i generi Ci-
daris, Nucleolites e Pygaster.
L’autore constata una diminuzione di costruttori
corallini man mano che si procede verso nord, fino in
Scozia, dove persiste solo il genere Isastrea. Questa di¬
stribuzione riflette probabilmente una instabilità cli¬
matica ed ecologica (Sellwood, 1978 pag. 270). Con¬
temporaneamente allo sviluppo di queste scogliere
isolate, abbiamo nel Dorset importanti accumuli car-
bonatici biostromali dovuti prevalentemente ad ostri¬
che del genere Liostrea ed alghe rosse del genere Sole-
nopora (Sellwood, 1978) (Fig. 48). Questi corpi carbo-
natici poggiano su sabbia oolitica, possono presentare
una potenza di oltre due metri e rappresentano il sub¬
strato per rimpianto di una ricca epifauna, composta
principalmente da Serpulidi, Briozoi e altri Molluschi
(come lo pteropode Plicatula). Tali corpi carbonatici
costituivano inoltre l’habitat di molti organismi, tra i
quali ricordiamo i piccoli brachiopodi thecideidini, la-
mellibranchi del genere Lithophaga e Pholas che per¬
foravano le conchiglie di Liostrea o le masse prodotte
dalle alghe calcaree. Nel detrito che circondava la co¬
struzione organogena sono stati trovati molti fram-
Fig. 45 - Ricostruzione di un ambiente di retroscogliera del Permiano del Sunderland (Inghilterra):
a) Acanthocladia d) Bakevellia g) Yunnania
b) Dielasma e) Permophorus h) Peripetoceras freslebeni
c) Stenoscisma f) Naticopsis
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
603
menti di molluschi natanti (genere Isognomon e con¬
chiglie dei gasteropodi Aptyxiella e Pleurotomaria che
vivevano sulle Solenopora, nutrendosene).
Cretacico
La composizione di una “bioherma” a Rudiste ri¬
sulta monotona nel suo insieme, infatti la totale pre¬
dominanza di questi Lamellibranchi rispetto agli altri
organismi componenti le comunità di scogliera, faceva
in modo che questi ultimi acquisissero un ruolo del
tutto secondario (in certi casi quasi superfluo) nella
costruzione di questi ammassi carbonatici. Le associa¬
zioni ad Hippuritidae, prevalentemente localizzate in
un ambiente ad idrodinamismo medio-alto come
quello rappresentato dal margine di una piattaforma
carbonatica, erano composte essenzialmente da Hip-
puritidi. Coralli e rari Radiolitidi. Nelle aree a minore
idrodinamismo, e quindi nelle zone più riparate pros¬
sime al margine, oltre alla drastica riduzione dei Co¬
ralli, o alla loro totale scomparsa, assistiamo alla for¬
mazione di compatte associazioni oligospecifiche di
Hippuritidi, che talvolta si riducono ad una fitta aggrega¬
zione di individui della stessa specie (Fig. 49). In queste
zone più riparate osserviamo la presenza, talora molto
abbondante, di Gasteropodi specialmente nerinee.
Negli ambienti ancora più riparati si assiste alla di¬
minuzione degli Hippuritidi, che avviene in modo
proporzionale alfaumento dei Radiolitidi, Fino al so¬
pravvento di questi ultimi. Anche le associazioni a Ra¬
diolitidi erano essenzialmente oligospecifiche, talora
costituite da aggregazioni di un’unica specie; anche
qui assistiamo alla presenza di Gasteropodi (Cestari &
Sirna, 1989).
I “recifs” a Rudiste del Cretacico superiore costitui¬
scono delle associazioni dai caratteri assai peculiari,
come mostrano gli esempi riportati. Il complesso car-
bonatico di età turoniana localizzato a nord di Chateau-
neuf-sur-Charante (Francia nordoccidentale) è formato
da ammassi calcarei sovrapposti che contengono
Fig. 46 - Ricostruzione di una comunità organogena del Giurassico dell’Oxfordshire (Inghilterra):
a) Isastrea c) Eonavicula
b) Thamnasteria d) Plagiostoma
e) Lirhophaga
0 Gryphaea
604
EUGENIO ANDR1 & FRANCO ROSSI
ricche associazioni formate da Radiolitidi e da rari
Hippuritidi. Le conchiglie delle Rudiste sono general¬
mente in posto quasi sempre molto ravvicinate le une
alle altre. Alcuni banchi sono formati quasi esclusiva-
mente da individui di Distephanella lumbricalis (d’Or-
bigny.). Non sono presenti altri organismi, ad ecce¬
zione di qualche foraminifero e di qualche frammento
d’alga. In uno dei livelli calcarei (probabilmente alloc-
tono, in quanto gli esemplari di D. lumbricalis risultano
frammentati e disposti senza alcun ordine apparente),
sono presenti solo rami di Briozoi e placchette di Echino-
dermi (Dechaseaux, 1946; Dechaseaux & Somay, 1959).
Differente la situazione che si presenta nelle “bio-
herme” della Serbia orientale, dove le associazioni a
Rudiste, formatesi nel Santoniano inferiore e durate
fino al Maastrichiano terminale , oltre a contenere un
gran numero di Radiolitidi e Hippuritidi, compren¬
dono anche Coralli e ricche faune associate. Sono pre¬
senti anche zone con associazioni formate unica¬
mente da Rudiste con l’assenza totale di qualsiasi altro
organismo. Sono state trovate delle “colonie” di
Sauvagesia, formate dall’aggregazione di oltre cento
individui, la cui forma irregolare è determinata dallo
spazio limitato di cui disponevano per la crescita (Mi-
lanovic, 1957; Pejovic, 1957; Petkovic et alii, 1958).
In Italia le associazioni a Rudiste sono molto co¬
muni nei calcari del Cretacico terminale. Esse pos¬
sono essere monospecifiche come quelle di Pachino
nella Sicilia meridionale a Hippurites cornucopiae De-
france (Matteucci et alii, 1982), oppure essere ricche in
forme e specie, come quelle ritrovate nelle vicinanze
di Ricetto (Monti Carseolani, piattaforma laziale¬
abruzzese).
Quest’ultima è caratterizzata da una associazione ad
Hippuritidae; sono presenti anche costruzioni di di¬
mensioni decimetriche di coralli coloniali (generi
Clausastrea, Elasmocoenia, Columnastrea), oltre a rari
radiolitidi (tra cui il genere Gorjanovicia)\ sono stati ri¬
conosciuti anche alcuni Gasteropodi e resti di Echino-
dermi. La microfauna è scarsa e costituita da rari Mi-
liolidi, Cuneoline e da frammenti di Thaumatoporella
(Mariotti, 1982).
Fig. 47 - Ricostruzione di una comunità organogena giurassica del “Kimmergde shales” (Inghilterra):
a) Thecosmilia c) Lithophaga
b) Isastrea d) Clamis
e) briozoi
0 Pygaster
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
605
Fig. 48 - Ricostruzione di una associazione giurassica del Dorset (Inghilterra):
a) Liostrea c) Lithophaga/Pholas e) Aptyxiella
b) Plicatula d) Isognomon f) Pleurotomaria
CONCLUSIONI
Non vi è ombra di dubbio che tutte le rocce sedi¬
mentarie biocostruite dovute ad accumulo diretto di
impalcature scheletriche e di gusci di organismi o all’a¬
zione indiretta degli stessi, rappresentino la testimo¬
nianza della vita sulla Terra e della sua evoluzione.
Nell’ambito di queste rocce sedimentarie, quelle
carbonatiche rivestono senza dubbio il maggior inte¬
resse per le imponenti costruzioni che vanno sotto il
nome generico di bioherme. Possiamo anche ritenere
che l’attività organica costruttrice inizi quasi contem¬
poraneamente all’origine della vita.
A parte le costruzioni stromatolitiche che troviamo
sempre più frequentemente in sedimenti archeozoici,
spingendosi fino ad oltre 3 miliardi di anni fa, è indub¬
bio il valore che acquistano le comunità di scogliera
che, iniziate nel Cambriano, ci porteranno, attraverso
tutto il Fanerozoico, alle scogliere moderne. Durante
tale cammino le comunità hanno subito crisi, estin¬
zioni, cambiamenti radicali nella loro composizione
registrando con precisione tutte quelle trasformazioni
che l’evoluzione ha portato nella loro costituzione.
Noi conosciamo ormai molto bene gli aspetti fisico-
chimici che regolano la crescita di queste comunità e
le consideriamo degli ottimi indicatori ambientali e
batimetrici, se teniamo conto degli scarsi gradi di li¬
bertà che hanno questi complessi ecosistemi. Sarebbe
però un errore estrapolare le caratteristiche delle co¬
munità attuali e ciò che esse rappresentano come fa¬
cies e come ambiente, a ciò che è avvenuto nel passato
geologico. Dobbiamo infatti tener presente tutto ciò
che ha accompagnato l’evoluzione crostale che ha por¬
tato da un unico ammasso continentale (Pangea) cir¬
condato da un’oceano primordiale (Panthalassa) al¬
l’assetto continentale attuale, con l’istituzione di bar¬
riere geografiche, con l’approfondimento dei bacini
non più ad andamento equatoriale ma a sviluppo me¬
ridiano e con il raggiungimento dell’aspetto climatico
attuale. Inoltre l’alta specializzazione raggiunta dalle
comunità di scogliera moderne, dovuta anche alla di¬
versificazione in due provincie, la caraibico-atlantica e
la indopacifica, che cominciano a differenziarsi a par¬
tire dal Pliocene medio, potrebbe costituire un fattore
innovativo difficilmente paragonabile all’evoluzione
delle comunità di scogliera del passato. Non solo, ma
la migrazione di zolle continentali con il loro zoccolo o
piattaforma continentale, oltre ad avere determinato
606
EUGENIO ANDRI & FRANCO ROSSI
fenomeni di isolamento e di insularità, con conse¬
guente evoluzione per speciazione differenziata, ha
concorso a produrre diversificazioni nelle comunità di
scogliera legate all’ambiente di piattaforma. Inoltre
pur ritenendo che anche le comunità di scogliera del
passato abbiano sempre preferito mare caldo con sali¬
nità più o meno costante e condizioni batimetriche ri¬
dotte, dobbiamo ammettere, però, che le variazioni e i
capovolgimenti climatici che ci sono stati, possono
avere influito in modo differenziato rispetto ai costi¬
tuenti della comunità stessa di un determinato pe¬
riodo geologico.
Ecco perché, usando queste comunità di scogliera
fossili come indicatori paleoclimatici ed ambientali in
modo prettamente attualistico, le ricostruzioni paleo-
geografiche che ne deriverebbero potrebbero essere
affette da grossolani errori.
Concludendo, è chiaro che dovremmo sempre più
tendere a correlare tra di loro i dati fornitici da: paleon¬
tologia, sedimentologia, paleogeografìa e dinamica
crostale se vorremo conoscere meglio quello che è av¬
venuto sulla Terra nelle epoche lontane della storia
dell’evoluzione della vita.
Ringraziamenti
Gli Autori ringraziano i Dottori Enrico Bonino ed
Enrico Po per la redazione dei disegni e delle ricostru¬
zioni grafiche; particolare gratitudine va alla Dott.ssa
Stefania Gerbaudo che ha seguito con grande impe¬
gno tutta la stesura del lavoro. Un cordiale ringrazia¬
mento alla Dott.ssa Anna Alessandrello per il suo con¬
tributo redazionale.
Fig. 49 - Modalità di gregarismo nelle Rudiste.
a) Aggregazione che simula la gemmazione, tramite la saldatura di una porzione del cono (da d’Orbigny, 1852, ridisegnata)
b) Altro tipo di associazione in un “reciP’ a Rudiste (da Skelton, 1979, ridisegnato).
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
607
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— manoscritto ricevuto e accettato gennaio 1993
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Lavoro eseguito con i contributi del Ministero della Pubblica Istruzione (Fondi 40%)
Eugenio Andri: Dipartimento di Scienza della Terra delPUniversità di Genova - Sezione di Geologia - Corso Europa 26, 16132
Genova
Franco Rossi: Via E. Torricelli 7, 16133 Genova
GENESI ED EVOLUZIONE DI FRANGENTI, CINTURE, BARRIERE ED ATOLLI
609
INDICE
Premessa . pag. 561
Stromatoliti . pag. 562
Genesi ed evoluzione di una stromatolite pag. 564
Omaggio a Darwin . pag. 565
Morfologia di una bioherma . pag. 567
Gli organismi che fanno parte della
comunità di scogliera . pag. 570
Parametri vitali . pag. 571
Nascita di un polipalio . pag. 571
Genesi di un atollo . pag. 573
La Grande Barriera Australiana . pag. 579
Le piattaforme carbonatiche . pag. 582
Le piante e gli animali delle bioherme _ pag. 584
Cyanophyceae . pag. 584
Rodophyceae . pag. 584
Clorophiceae . pag. 584
Foraminifera . pag. 585
Archaeocyatha . pag. 585
Poriphera . pag. 586
Coelenterata . pag. 586
Briozoa . pag. 587
Brachiopoda . pag. 588
Crinoidea . pag. 588
Rudiste . pag. 589
L’evoluzione delle scogliere organogene . . pag. 589
Crisi biologiche nelle comunità di scogliera . pag. 593
Descrizione di alcune comunità di
scogliera del passato . pag. 594
Cambriano . pag. 594
Siluriano . pag. 595
Devoniano . pag. 595
Carbonifero . pag. 596
Permiano . pag. 599
Triassico . pag. 600
Giurassico . pag. 601
Cretacico . pag. 603
Conclusioni . pag. 605
Ringraziamenti . pag. 606
Lavori citati . pag. 607
Tav. 1
Schema generale e sommario degli ambienti in una ricostruzione ideale che vede, da un lato il possibile sviluppo ed
evoluzione di un margine passivo e dall’altro le possibili manifestazioni legate ad un margine attivo e ad una dorsale
medio-oceanica.
Le prime due sezioni si riferiscono alla formazione di un atollo [a) fase intermedia; b) atollo completato]. Nella fig.
c) è rappresentata una scogliera frangente e nella fig. d) una piattaforma carbonatica sbarrata (rimmed shelf) come il
“Great Bahama Bank” che si sviluppa attorno all’isola di Andros (sezione tratta da Ricci Lucchi F., 1972-1980, voi. 3
pag. 270, fig. 158).
Volume XIV
Volume XX
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige, pp. 1-82,
Il figg., 4 taw., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia Dactylioceratidae.
pp. 83-136, 4 taw.
Ili - Dieni I., Massari F. e Montanari L., 1966 - Il Paleogene dei
dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 137-184, 5 fìgg., 8 taw.
Volume XV
I - Caretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni Brio-
zoi pliocenici, precedentemente determinati quali Idrozoi
del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88, 27 figg., 9 taw.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quaternario dei
dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-142, 8 fìgg., 7 taw.
III - Barbieri F. - Iaccarino S. - Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-Parmense-
Reggiano. pp. 143-188, 20 fìgg., 3 taw.
Volume XVI
I - Caretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio del
metodo statistico e nuova classificazione dei Gasteropodi
pliocenici attribuibili al Murex brandaris Linneo, pp. 1-60,
1 fig., 7 tabb., 10 taw.
II - Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - 1 nuovi fossili di
Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128, 30 fìgg., 8 taw.
III - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare Adriati¬
co. pp. 129-200, 13 fìgg., 4 tabb., 7 taw.
Volume XVII
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie Lytoceratidae,
Nannolytoceratidae, Hammatoceratidae (excl. Phymatocerati-
nae ), Hildoceratidae (excl. Hildoceratinae e Bouleiceratinae).
pp. 1-70, 2 taw. n.t., 6 fìgg., 6 taw.
II - Venzo S. & Pelosio G., 1968 - Nuova fauna a Ammonoidi
dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brembana (Bergamo).
pp. 71-142, 5 fìgg., 11 taw.
III - Pelosio G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildoceras, Phymato-
ceras, Paroniceras e Frechiella. Conclusioni generali, pp. 143-
204, 2 fìgg., 6 taw.
Volume XVIII
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate da Giu¬
seppe Meneghini nelle Taw. 1-22 della «Monographie des
fossiles du calcaire rouge ammonitique, » (1867-1881). pp. 5-22,
2 fìgg-, 6 taw.
II - Montanari L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Gozzano
(Lago d’Orta). pp. 23-92, 42 fìgg., 4 taw. n.t.
III - Petrucci F., Bortolami G. C. & Dal Piaz G. V., 1970 - Ri¬
cerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana (Prov.
Torino) e sul suo substrato cristallino, pp. 93-169, con carta a
colori al 1:40.000. 14 fìgg., 4 taw. a colori e 2 b.n.
Volume XIX
I - Cantaluppi G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio del¬
le regioni mediterranee - Loro successione e modificazioni
nel tempo. Riflessi biostratigrafìci e sistematici, pp. 5-46, con
2 tabelle nel testo.
II - Pinna G. & Levi-Setti F., 1971 - I Dactylioceratidae della
Provincia Mediterranea ( Cephalopoda Ammonoideà). pp. 47-
136, 21 fìgg., 12 taw.
III - Pelosio G., 1973 - Le ammoniti del Trias medio di Askle-
pieion (Argolide, Grecia) - 1. Fauna del «calcare a Ptychites »
(Anisico sup.). pp. 137-168, 3 fìgg., 9 taw.
I - Cornaggia Castiglioni O., 1971 - La cultura di Remedello.
Problematica ed ergologia di una facies dell’Eneolitico Pada¬
no. pp. 5-80, 2 fìgg., 20 taw.
II - Petrucci F., 1972 - Il bacino del Torrente Cinghio (Prov.
Parma). Studio sulla stabilità dei versanti e conservazione
del suolo, pp. 81-127, 37 fìgg., 6 carte tematiche.
III - Ceretti E. & Poluzzi A., 1973 - Briozoi della biocalcarenite
del Fosso di S. Spirito (Chieti, Abruzzi), pp. 129-169, 18 fìgg.,
2 taw.
Volume XXI
I - Pinna G., 1974 - 1 crostacei della fauna triassica di Cene in
Val Seriana (Bergamo), pp. 5-34, 16 fìgg., 16 taw.
II - Poluzzi A., 1975 - 1 Briozoi Cheilostomi del Pliocene della
Val d’Arda (Piacenza, Italia), pp. 35-78, 6 fìgg., 5 taw.
Ili - Brambilla G., 1976 - 1 Molluschi pliocenici di Villalvemia
(Alessandria). I. Lamellibranchi. pp.79-128, 4 fìgg., 10 taw.
Volume XXII
I - Cornaggia Castiglioni O. & Calegari G., 1978 - Corpus
delle pintaderas preistoriche italiane. Problematica, schede,
iconografia, pp. 5-30, 6 fìgg., 13 taw.
II - Pinna G., 1979 - Osteologia dello scheletro di Kritosqurus no¬
tabili (Lambe, 1914) del Museo Civico di Storia Naturale di
Milano ( Ornithischia Hadrosauridae ). pp. 31-56, 3 fìgg., 9 taw.
Ili - Biancotti A., 1981 - Geomorfologia dell’Alta Langa (Pie¬
monte meridionale), pp. 57-104, 28 fìgg., 12 tabb., 1 carta ft.
Volume XXIII
I - Giacobini G., Calegari G. & Pinna G., 1982 - 1 resti umani
fossili della zona di Arena Po (Pavia). Descrizione e proble¬
matica di una serie di reperti di probabile età paleolitica.
pp. 5-44, 4 fìgg., 16 taw.
II - Poluzzi A., 1982 - I Radiolari quaternari di un ambiente
idrotermale del Mar Tirreno, pp. 45-72, 3 fìgg., 1 tab., 13 taw.
Ili - Rossi F., 1984 - Ammoniti del Kimmeridgianosuperiore-
Berriasiano inferiore del Passo del Furio (Appennino Um¬
bro-Marchigiano). pp. 73-138, 9 fìgg., 2 tabb., 8 taw.
Volume XXIV
I - Pinna G., 1984 - Osteologia di Drepanosaurus unguicaudatus,
lepidosauro triassico del sottordine Lacertilia. pp. 7-28, 12
fìgg., 2 taw.
II - Nosom S., Pinna G., 1989 - Storia delle ricerche e degli
studi sui rettili Placodonti. Parte prima 1830-1902. pp. 29-86,
24 fìgg., 12 taw.
Volume XXV
I - Calegari G., 1989 - Le incisioni rupestri di Taouardei (Gao,
Mali) - Problematica generale e repertorio iconografico.
pp. 1-14, 9 fìgg., 24 taw.
II - Pinna G. & Nosotti S., 1989 - Anatomia, morfologia fun¬
zionale e paleoecologia del rettile placodonte Psepho-
derma alpinum Meyer, 1858. pp. 15-50, 20 fìgg., 9 taw.
Ili - Caldara R., 1990 - Revisione Tassonomica delle specie
paleartiche del genere Tychius Germar (Coleoptera Curcu-
lionidae), pp. 51-218, 575 fìgg.
Volume XXVI
I - Pinna G., 1992 - Cyamodus hildegardis Peyer, 1931 (repti-
lia, Placodontia). pp 1-21, 23 fìgg.
II - Calegari G. a cura di, 1993 - L’arte e l’ambiente del Sahara
preistorico: dati e interpretazioni, pp. 25-556, 647 fìgg.
Le Memorie sono disponibili presso la Segreteria della Società Italiana di Scienze Naturali,
Milano, Palazzo del Museo Civico di Storia Naturale (Corso Venezia 55)
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