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Volume XXIX - Fascicolo I di Storia Naturale di Milano
GIULIO CALEGARI
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA
REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI
ICONOGRAFICA
MILANO 21 APRILE 1999
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume I
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie dei
genere Felis: Felis jacobita (Corn.). 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Griffi E, 1865 - Di una specie d'Hippolais nuova
per l’Italia. 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B., 1865 - Sulla riescavazione dei bacini lacustri
per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp., 2 figg., 2 tavv.
IV - Seguenza G., 1865 - Paleontologia malacologica dei terre¬
ni terziarii del distretto di Messina. 88 pp., 8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere Ver¬
rucaria. 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I..1865 - Di alcuni resti umani e degli oggetti di
umana industria dei tempi preistorici raccolti in Toscana.
32 pp., 4 tavv.
VIII - Targioni-Tozzetti A. 1866 - Come sia fatto l’organo che
fa lume nella lucciola volante dell’Italia centrale (Luciola
italica) e come le fibre muscolari in questo ed altri Insetti
ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp., 2
tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici offerti
dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a confondersi con
esse. 40 pp., 4 tavv.
Volume II
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pi¬
sa. 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’origine
des bassins lacustres, àpropos des sondages du Lac de Co¬
me. 12 pp., 8 tavv.
III - Molon E, 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi venete.
140 pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corallarj fossili del terreno num-
mulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 18
pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleontolo¬
giche di talune rocce cretacee della Calabria con alcuni ter¬
reni di Sicilia e dell’Africa settentrionale. 18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1866 - L’uomo fossile nell’Italia centrale. 82 pp.,
21 figg., 4 tavv.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum Liche¬
num Angiocarporum genus propositum atque descriptum. 8
pp. 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei terre¬
ni terziarii del distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropo-
di). 22 pp., 1 tav.
X - Durer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como. ecc. 48 pp. 11 tavv.
Volume III
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii. 16
pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et
Limboria, quatuor Lichenum Angiocarporum genera reco-
gnita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
III - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie. 88
pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri P., 1867 - Nota sopra un Al-
ciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp. 1 tavv.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentano. 40 pp., 4 tavv.
Volume IV
I - D’Achiardi A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num-
mulitico dell’ Alpi venete. Parte 11. 32 pp. 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Octona Lichenum genera vel adhuc
controversa, vel sedis prorsus incertae in systemate, novis
descriptionibus iconibusque accuratissimis illustrata. 18 pp.,
2 tavv.
Ili
IV
V
- Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi di
umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg., 7 tavv.
- (Non pubblicato).
- Marinoni C., 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lombar¬
dia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
Volume V
- Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
I
Volume VI
- De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi4
II
III
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontologici. 104
pp., 2 tavv., 1 carta.
- Martorelli G. 1898 - Le forme e le simmetrie delle mac¬
chie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp., 63 figg., \
1 tavv.
- Pavesi P, 1901- L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp., 14
figg., 1 tav.
Volume VII
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della Lom¬
bardia. 164 pp., 9 tavv.
Volume Vili
I
II
III
Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi petro¬
grafia e geologici. Parte I. pp. 1-46, 5 figg-, 3 tavv.
Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte II .pp. 47-186, 5 figg. 9 tavv.
Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle alluvioni
lombarde, con osservazioni sulla filogenia e scomparsa di
alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg., 3 tavv.
Volume IX
I
II
III
Bezzi M. 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi
italiane, pp. 1-164, 7 figg. 2 tavv.
Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione della
base del cranio colle forme craniensi e colle strutture della
faccia nelle razze umane. (Saggio di una nuova dottrina
craniologica con particolare riguardo dei principali cranii
fossili), pp. 165-262, 7 figg., 2 tavv.
De Beaux O. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nellTtalia settentrionale-occidentale, pp. 263-320, 13
figg., 7 tavv.
I
II
III
Volume X
Desio A., 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Albenza
(Prealpi Bergamasche)./?/?. 1-156, 27 figg., 1 tav., 1 carta.
Scortecci G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degl
Agamidi. pp. 157-208, 39 figg. 2 tavv.
Scortecci G., 1941- 1 recettori degli Agamidi. pp. 209-326,
80 figg.
ii-in -
Volume XI
Guigilia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mila¬
no (Hymen.). pp. 1-44, 4 figg., 5 tavv.
Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegetazione del¬
l'Alta Valle del Braulio. Con speciale riferimento ai pasco¬
li di altitudine, pp. 45-238, 31 figg., 1 carta.
Volume XII
III
Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli su¬
periori della serie lacustre di Leffe (Bergamo), pp. 1-70, 4
figg. 6 tavv.
Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale Gardone-
Desenzano. pp. 71-140, 14 figg., 6 tavv., 1 carta.
Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte Alben-
za (Bergamo), pp. 141-188, 2 figg., 5 tavv.
Giulio Calegari
Sezione di Paletnologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Centro Studi Archeologia Africana
L’arte rupestre dell’Eritrea
Repertorio ragionato ed esegesi iconografica
Volume XXIX- Fascicolo I
21 aprile 1999
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
© Società Italiana di Scienze Naturali e
Museo Civico di Storia Naturale di Milano
corso Venezia, 55 - 20121 Milano
In copertina: Sullum Ba’ atti: figure antropomorfe cavalcano misteriosi animali.
Registrato al Tribunale di Milano al n. 6694
Direttore responsabile: Bruno Cozzi
Direttore scientifico: Luigi Cagnolaro
Grafica editoriale: Michela Mura
Stampa: Litografia Solari, Peschiera Borromeo - Aprile 1999
ISSN 0376-2726
Giulio Calegari
L’arte rupestre dell’Eritrea
Repertorio ragionato ed esegesi iconografica
Riassunto - Questa pubblicazione rappresenta il primo inventario ragionato dell’arte rupestre dell’Eritrea ed è la rea¬
lizzazione dell’accordo intercorso tra il Centro Studi Archeologia Africana di Milano e il Dipartimento della Cultura del
Ministero dell’Informazione e Cultura dell’Eritrea nell’agosto del 1994. Le località, conosciute o inedite, sono state qui do¬
cumentate raccogliendo tutti i dati e le immagini attualmente disponibili.
Le opere d’arte rupestre in esse presenti sono state adeguatamente illustrate con documentazioni fotografiche «d’epo¬
ca», provenienti principalmente dall’archivio di Vincenzo Franchini, e con immagini realizzate nel corso delle missioni del
Centro Studi Archeologia Africana. Anche se il materiale che costituisce questo repertorio è eterogeneo, la sua divulgazio¬
ne ci permette di fare il punto della situazione su questo patrimonio dell'Eritrea.
Considerando complessivamente la documentazione disponibile, possiamo affermare che quanto conosciamo oggi del¬
l’arte rupestre eritrea ci mostra soprattutto l’espressione di popoli allevatori di bovini. Le più antiche manifestazioni arti¬
stiche di questi allevatori eritrei sono rapportabili a quelle del mondo pastorale sahariano. In seguito si osservano immagi¬
ni che rivelano tradizioni locali in seno a modelli figurativi di ampia diffusione e si intuiscono frequenti scambi e rapporti
interattivi con il mondo culturale circostante, dell’Africa e della Penisola Araba.
Alcune tavole, nella parte introduttiva di questo lavoro, illustrano una prima ipotesi sul percorso dell’arte rupestre eri¬
trea, evidenziando confronti figurativi tra varie località; nello stesso modo sono accostati e confrontati i principali temi iden¬
tificati. Lo scopo è quello di fornire un primo spunto di riflessione e dibattito.
A questa prima parte introduttiva fa seguito il repertorio completo delle località, elencate secondo un ordine geografi¬
co - regionale, con scheda sintetica, documentazione iconografica e commento.
Résumé - L’art rupestre de l’Erythrée. Répertoire raisonné et exégèse iconographique.
Cette ouvrage répresente le premier inventaire raisonné de l’art rupestre de l’Erythrée et la realisation de l’accord en-
tre le Centro Studi Archeologia Africana de Milan et le Département de la Culture du Ministère de l’Information et de la
Culture de l’Erythrée, qui a été conclu pendant le mois d’aout 1994. Les localités, connues ou inedites, ont été ici docu-
mentées recueillant toutes les données et les images qui sont, à présent, disponibles.
Les oeuvres d’art rupestre qui se trouvent dans ces localités ont été illustrées d’une manière adéquate avec photo-
graphies «de l’époque», provenantes de l’archive de Vincenzo Franchini et avec des images realisées au cours des missions
du Centro Studi Archeologia Africana. Mème si le matériel qui forme ce répertoire est hétérogène, sa diffusion et son rap-
prochement permettent de faire le point sur la situation du patrimoine de l’Erythrée.
En considerant dans l’ensemble la documentation disponible on peut affirmer que ce qu’on connait aujourd’hui sur l’art
rupestre de l’Erythrée est surtout l’expression de peuples qui étaient éleveurs de bovins. Les manifestations artistiques les
plus anciennes de ces éleveurs érythréens peuvent ètre comparées avec celles du monde pastoral saharien. On observe par
la suite des images qui revèlent traditions locales au sein de modèles figuratifs qui ont une grande diffusion et on a l’intui-
tion d’échanges fréquents et de relations d’interaction avec le monde culturel environnant de l’Afrique et de la Péninsule
Arabique.
Certaines planches, dans l’introduction à l’ouvrage, montrent une première hypothèse sur le parcours de l’art rupestre de
l’Erythrée et mettent en évidence des comparaisons figuratives entre localités différentes; les principaux thèmes identifiés ont
été approchés et comparés de la mème fa§on. Le but est celui de fournir une première occasion de réflexion et de débat.
A suivre, le répertoire complet des localités, fourni selon un ordre géographique-régional, avec une fiche synthétique, la
documentation iconographique et un commentaire.
Abstract - The rock art of Erithrea. Reasoned repertoire and iconographic exegesis.
This publication represents thè first reasoned inventory of thè rock art of Erithrea and is thè result of thè August 1994
agreement between thè Centro Studi Archeologia Africana of Milan and thè Department of Information and Culture of
Erithrea. All sites here considered, both known and previously inedited, are documented with all currently available infor-
mation and photographic material.
The works of rock art present in these sites are adequately illustrated with period photographic documentation princi-
pally from thè archives of Vincenzo Franchini, in addition to other material resulting from thè field-works of thè Centro
Studi Archeologia Africana. Even though thè material that consitutes this repertoire is heterogeneous in nature, its divul-
gation as a whole allows us to take stock of thè situation with regards to this heritage of Erithrea.
Considering thè available documentation in its entirety, we can safely say that thè Erithrean rock art known today is thè
artistic expression of a people whose main concern consisted in cattle-raising. The most ancient manifestations of this art
are comparable to those of thè cattle-herder world of thè Sahara. In a later moment thè images reveal locai traditions that
exist within widespread figurative models and evidence of frequent exchanges and interactive connections with thè sor-
rounding cultures of Africa and of thè Arabian Peninsula.
A first hypothesis on thè development of Erithrean rock art is illustrated by thè first tables of this publication, which fo¬
cus on figurative comparisons between various sites; similarly thè main themes identified are compared. The aim is furni-
shing a first stimulus for thought and debate.
4
GIULIO CALEGARI
This first introductory part is followed by a complete repertoire of thè sites, listed in geographical - regional order, with
a summary chart, iconographic documentation and comments.
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Key-words: Arte rupestre, Eritrea, incisioni rupestri, pitture rupestri. Corno d’Africa.
INTRODUZIONE
La ragione di questa pubblicazione è quella di rac¬
cogliere in un inventario, il più completo possibile,
tutte le località interessate da manifestazioni di arte
rupestre oggi conosciute in Eritrea, illustrando il re¬
pertorio delle espressioni figurative presenti. A tale
scopo sono state svolte accurate ricerche bibliografi-
che e documentarie che hanno permesso di riunire
tutte le notizie sui siti già pubblicati o conosciuti e di
reperire, da fonti inedite, nuove segnalazioni o loca¬
lità. Contemporaneamente sono state realizzate sul
territorio, dal 1993 al 1996, diverse missioni di pro¬
spezione e documentazione a cura del Centro Studi
Archeologia Africana in collaborazione con la Sezio¬
ne di Paletnologia del Museo di Storia Naturale di
Milano e con il National Museum of Eritrea. In que¬
ste occasioni sono state rivisitate molte importanti lo¬
calità, opportunamente scelte nell’ambito della docu¬
mentazione in nostro possesso e sono stati identifica- :
ti nuovi siti d’arte rupestre o di importanza archeolo¬
gica c1).
Va detto che le stazioni d’arte rupestre non sem¬
pre sono chiamate con nomi specifici dai locali, che
sovente indicano genericamente come «grotta dipin¬
ta» (Ba’attì Sullùm) la cavità o il riparo che ospita le »
figure. In questi casi i siti sono qui citati con i nomi
(ormai entrati nella letteratura specialistica) indicati ,
dagli scopritori, che si sono riferiti alla località o to¬
ponimo più vicino secondo le segnalazioni degli abi-
(') All’Autore hanno dato collaborazione scientifica Paola Farina e Ines Romeo.
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
5
tanti del luogo. Inoltre, a causa delle lunghe vicende
belliche, oggi non sempre è agevole rintracciare le
stazioni d'arte rupestre di cui, a volte, oltre che il no¬
me si è persa memoria presso gli stessi eritrei. Per
quanto concerne l’ubicazione dei siti mi sono qui li¬
mitato a rimandare alla cartografia dell’Istituto Geo¬
grafico Militare Italiano, utilizzata anche da Vincenzo
Franchini nelle sue segnalazioni e, in attesa di nuove
indicazioni del Governo Eritreo, ho mantenuto i li¬
miti ed i nomi dei distretti e delle regioni in uso da
prima dell’indipendenza.
Nel presente lavoro sono stati raccolti tutti i dati
disponibili, ricavandoli dalla letteratura specifica (sia
pubblicazioni approfondite che semplici segnalazio¬
ni), da comunicazioni personali di studiosi o dall’os¬
servazione diretta e dallo studio in loco. Anche la do¬
cumentazione iconografica è costituita da immagini
eterogenee: rilievi grafici e fotografici preliminari, ap¬
punti o ricalchi, riprese fotografiche più accurate, ela¬
borazioni con mezzi informatici. Di alcune località si
hanno solo disegni da pubblicazioni o da appunti
«d'epoca», di altre abbiamo foto in bianco e nero di
differenti periodi e qualità o disegni tratti da esse, per
altre disponiamo invece di buone riprese fotografiche
a colori.
Il materiale oggetto di questa pubblicazione pro¬
viene fondamentalmente dall’archivio di Vincenzo
Franchini, messo gentilmente a nostra disposizione
dallo stesso ricercatore e, dopo la sua morte, dal figlio
Carlo. Altra parte cospicua della documentazione è
stata raccolta in questi ultimi anni nel corso delle mis¬
sioni del Centro Studi Archeologia Africana.
L’estrema diversità del materiale documentario
disponibile non mi ha inibito nel redigere questo re¬
pertorio; l’intento è quello di «fare il punto» della si¬
tuazione su di un patrimonio troppo poco conosciuto
o conosciuto «a frammenti», ma del quale non ci sfug-
Vorrei ricordare, e sono molte, tutte le persone
che hanno collaborato, in diversi modi, alla realizza¬
zione di questa pubblicazione e ringraziarle tutte.
In primo luogo Vincenzo Franchini, che ha sempre
stimolato il mio lavoro comunicandomi la sua passio¬
ne per l’indagine sul terreno e fornendomi numerose
e preziosissime indicazioni. Egli mi ha inoltre per¬
messo di consultare e utilizzare tutta la documenta¬
zione da lui raccolta nel corso della sua lunga espe¬
rienza di ricerca. Vorrei avere il suo parere e le sue
critiche, ma devo accontentarmi di dedicargli questo
mio contributo. Ringrazierò Carlo Franchini che mi
ha ulteriormente messo a disposizione la documenta¬
zione del padre, dopo la sua scomparsa, riordinando¬
ne con cura e rendendo di facile consultazione la par-
I te iconografica.
A questo lavoro ha contribuito in maniera fonda-
mentale Ines Romeo, che ha raccolto e ordinato il
materiale bibliografico, confrontando ogni località
con le indicazioni disponibili, rapportandole corretta-
ge l’importanza per la comprensione di molte mani¬
festazioni d’arte e cultura estese anche a più vasti ter¬
ritori di cui, per sua natura geografica, l’Eritrea si po¬
ne come cerniera.
Lo sforzo che si richiede a chi consulterà queste
pagine è dunque quello di superare i salti e le diffe¬
renze tra le varie descrizioni delle località, con la con¬
sapevolezza che molte sono solo prime indicazioni, in
attesa di nuove, più approfondite ricerche. Del resto
un lavoro che riunisse le attuali conoscenze, pur con
le sue lacune, andava fatto con una certa urgenza: ri¬
trovare e ridocumentare in modo soddisfacente tutte
le stazioni di arte rupestre eritree è impegno che ri¬
chiederà un certo tempo ed un lungo percorso, di cui
questo repertorio rappresenta una prima tappa.
Se, come siamo certi, altre future importanti sco¬
perte getteranno nuova luce e amplieranno il prezio¬
so patrimonio storico-culturale dell’Eritrea, è pur an¬
che vero che alcune delle vecchie immagini qui illu¬
strate, potrebbero essere l’unico documento pervenu¬
toci di opere ormai perse.
Questa Memoria può essere utilizzata con diffe¬
renti modalità di fruizione: essa si compone di una
breve parte introduttiva, di un cenno di storia delle ri¬
cerche, di una premessa e di una dissertazione, con
l’aiuto di tavole sinottiche (2), sulle manifestazioni
d’arte rupestre eritree e sul percorso cronologico-cul-
turale e iconografico delle principali figure e temi
rappresentati, con confronti limitrofi. Segue il reper¬
torio completo delle località, elencate secondo un or¬
dine geografico-regionale e singolarmente presentate
con una scheda sintetica (3), una documentazione ico¬
nografica e una descrizione ragionata critico-compa¬
rativa. Una esauriente bibliografia chiude questa Me¬
moria.
mente sul territorio. A lei si devono anche la ricerca
storica e la verifica della cronologia delle scoperte, ol¬
tre alla dinamica partecipazione alle spedizioni.
Paola Farina ha seguito passo passo la stesura del
lavoro, aiutandomi nella compilazione delle schede,
verificando e organizzando sistematicamente tutti i
dati e le immagini. Mi ha inoltre affiancato con com¬
petenza nella scelta della documentazione iconogra¬
fica e nell’interpretazione cronologico - culturale
delle opere d’arte rupestre, ponendosi come valida
interlocutrice alle mie riflessioni.
Francesca Villa ha realizzato la composizione gra¬
fica delle tavole di comparazione tematico - figurati¬
va, visualizzando così le mie interpretazioni. Lorenzo
de Cola ha curato la pulizia elettronica di alcune im¬
magini.
Al prof. Lanfranco Ricci un vivo ringraziamento
per la disponibilità dimostrata ogni qualvolta gli ab¬
biamo chiesto un consiglio.
Ringrazierò poi Tajedim Nuredaim Yusuf, già Di-
* indica la rielaborazione grafica di un'immagine ripresa da una pubblicazione.
Nelle schede sono state omesse le voci per le quali non si possiedono dati.
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GIULIO CALEGARI
rettore del National Museum of Eritrea, che per primo
ha favorito le nostre ricerche e collaborazioni scienti¬
fiche in Eritrea e Zemedè Teclè che, in rappresentanza
delle autorità eritree, ha accolto e permesso le nostre
missioni. Un grazie anche a tutti i colleghi che hanno
partecipato con competenza alle missioni sul terreno:
Cristina Ansaioni che mi ha aiutato per i rilievi grafici
e la documentazione sul posto, Berhane Tesfamariam,
Rezenè Russom, Yacob Misgina, Yoseph Libsekal,
Carmela Gatto per le osservazioni archeologiche.
Voglio per ultima ringraziare Lidia Cicerale, per
dedicarle il pensiero più affettuoso; il suo contributo
a questo lavoro è stato quello di propugnare e rende¬
re possibile le nostre ricerche in Eritrea, partecipan¬
do attivamente alle missioni e aiutandomi nella do¬
cumentazione fotografica. Chi la conosce sa però che
questa è ben poca cosa rispetto a tutto quello che ha
saputo fare in questi ultimi dieci anni come Presiden¬
te del Centro Studi Archeologia Africana.
CENNO SULLA STORIA DELLE SCOPERTE DELLE PRINCIPALI STAZIONI
D’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA
L’arte rupestre dell’Eritrea è conosciuta grazie al¬
le appassionate ricerche di Vincenzo Franchini. A lui
spetta il merito di aver trovato e segnalato la maggior
parte delle località d’arte rupestre oggi conosciute in
Eritrea, facendole spesso oggetto di pubblicazione.
So dunque di poter affermare, senza tema di smenti¬
ta, che l’Eritrea deve a Vincenzo Franchini la cono¬
scenza di una parte importante del suo patrimonio
culturale e del suo passato.
Qui di seguito viene riassunta la cronologia delle
scoperte delle località eritree di arte rupestre e delle
relative segnalazioni sino ai nostri giorni.
1841: A. D’Abbadie visita l’altopiano del Cohaito
e ne descrive le rovine e alcuni ripari dipinti o graffi¬
ti in una lettera a M. Jomard (D’Abbadie, 1842).
1859: S. Russel e G. Sapeto, quali membri della
Missione francese inviata a Negussiè, attraversano il
Cohaito, osservando varie incisioni e pitture (Russel,
1884; Sapeto, 1871).
1889: Junker vede e descrive le incisioni di Cullitè
nella bassa valle del Barca (Junker, 1889).
1894: M. Schoeller ripete le indicazioni e le descri¬
zioni dei suoi predecessori riguardo alle incisioni e
pitture del Cohaito (Schoeller, 1895).
1900: C. Conti Rossini pubblica precise descrizio¬
ni di grotte del Cohaito visitate negli anni precedenti
in compagnia di F. Marazzani Visconti Terzi (Conti
Rossini, 1900).
1902: L. Talamonti ritrova i graffiti di Cullitè già
segnalati dallo Junker nel 1889 e ne scopre altri a Di-
naè sempre nella bassa valle del fiume Barca e li se¬
gnala a C. Conti Rossini che ne pubblica la descrizio¬
ne (Conti Rossini, 1903).
1905/1906: G. Dainelli e O. Marinelli rivisitano le
grotte del Cohaito e ne danno un’ulteriore descrizio¬
ne (Dainelli & Marinelli, 1908, 1912).
1902-1907: F. Marazzani Visconti Terzi visita le
Rore. La descrizione dei rupestri viene pubblicata da
C. Conti Rossini (Conti Rossini, 1922).
1907: A. Piva segnala nell’Haggar Abbai e nel-
l’Haggar Nisc’ incisioni rupestri (Piva, 1907).
1907: R. Paribeni visita Daarò Caulòs, grotta in se¬
guito vista e descritta da C. Conti Rossini, R. Fattovich
e G. Tringali (Conti Rossini, 1928; Fattovich, 1983;
Tringali, 1990).
1914/1915: L. Frobenius durante la settima spedi¬
zione tedesca di esplorazione dell’Africa trova e de¬
scrive 36 siti di incisioni rupestri nell’Hamasién. I siti
saranno poi pubblicati da P. Cervfcek (Cervfcek,
1976b).
1938: L. Cipriani scopre le pitture rupestri di Ca-
rora, poi studiate e pubblicate da A. Vigliardi (Vi-
gliardi Micheli, 1956).
1940-1980: V. Franchini scopre e descrive la mag¬
gior parte dei rupestri dell’Acchelè Guzai e del Se-
raè, tra cui i più importanti sono quelli di Zebàn
Abùr, Zebàn Kebesà, Sullùm Ba’attì, Ba’attì Sullùm,
Addì Qansà, Mesbàr Gueibì, Temalihè, Sarò (Fran¬
chini, 1941, 1951, 1952, 1953, 1954, 1958, 1960a, 1960b,
1961, 1964a, 1964b, 1969, 1980). Nel 1961 e 1965 ac¬
compagna P. Graziosi a visitare alcune importanti lo¬
calità di rupestri, che saranno poi oggetto di sue pub¬
blicazioni (Graziosi, 1964a, 1964b, 1964c, 1965).
1953: A. Gaudio trova su segnalazione di locali tre
massi incisi vicino al villaggio di Quantebba nell’Ha-
masién e li pubblica nello stesso anno (Gaudio, 1953).
1993-1996: in questi anni si svolgono le missioni
del Centro Studi Archeologia Africana di Milano con
l’accordo del Museo e del Ministero dellTnformazio-
ne e Cultura dell’Eritrea. Vengono rivisitate numero¬
se grotte del Seraè e dell’Acchelè Guzai e viene sco¬
perto il riparo di Ba’attì Mariam nell’Hamasién. Vie¬
ne inoltre documentata la presenza del Paleolitico In¬
feriore sull’altopiano del Cohaito (Calegari, 1994a,
1994b, 1995, 1996, 1998a; Calegari, Tajedim Nuredaim
& Berhane Tesfamariam, 1993).
PREMESSA
Da un punto di vista scientifico l’arte rupestre ci
permette di scorgere i vari ambienti nei quali hanno
vissuto popolazioni con differenti stili di vita e di co¬
gliere il loro rapporto con i diversi habitat, ricono¬
scendo le preoccupazioni spirituali o il linguaggio
estetico del sedentario e del nomade, del cacciatore e
del pastore, del guerriero e dell’agricoltore, del rac¬
coglitore e dell’esploratore di mondi visibili e invisi¬
bili.
Nell’accostarsi all’arte rupestre e nel tentativo di
afferrare il percorso nel tempo e nello spazio, defi¬
nendone «stili» e periodizzazioni, si finisce immanca-
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
7
bilmente per enucleare «fasi» o espressioni culturali
omogenee che caratterizzano un’area o un momento.
Di queste espressioni lo studioso cerca, per istinto o
per vocazione della disciplina, di fissare il nucleo ed il
contorno leggendovi nelle «sfrangiature» il rapporto
con il prima, il dopo, il vicino ed il lontano. Questo
approccio, senz’altro indispensabile per una ricostru¬
zione e comprensione storica del fenomeno, oggi non
dovrebbe bastare più a chi si accosta ad un’arte così
antica.
L’arte rupestre non è solo uno straordinario spec¬
chio per leggere il passato; essa conserva in sé il mon¬
do ideologico, intellettuale ed estetico delle popola¬
zioni in seno alle quali è stata prodotta, esprimendo,
a dispetto del tempo, il pensiero creativo e immagi¬
nativo degli artisti che l’hanno realizzata.
Documento storico dunque, comparativo e illu¬
strativo, mezzo per cogliere i processi espressivo - co¬
municativi, ma in sé anche serbatoio di metafore, me¬
moria e poesia, immagine riflettente nella quale ri¬
trovarsi per riconoscere i propri segreti interiori.
Generalmente, per quel che è luogo comune di in¬
tendere, l’arte rupestre (come sovente ancora l’arte
«etnica») è considerata un prodotto omogeneo:
espressione uniforme e collettiva di una cultura o di
un popolo col quale viene identificata, quasi prodot¬
to spontaneo cui non occorrano personalità artisti¬
che per germinare. Tutto ciò che è lontano da noi vie¬
ne così ammantato di anonimato, per essere classifi¬
cato nel modo più asettico come un minerale o una
pianta.
Se nell’arte tradizionale africana, nonostante le
teorie che spingevano a leggere le opere come pro¬
dotti di creazioni «tribali» uniformi, si è saputo rico¬
noscere la presenza di grandi maestri, dando voce al
valore innovativo ed alle creatività di vere persona¬
lità artistiche (Bassani, 1981; Bassani, Zanobini & Za-
nobini, 1990), una simile ipotesi non sembra neppur
concepibile per l’arte rupestre.
In realtà i motivi sono molti e le ragioni indubbie:
la scarsa probabilità che un numero cospicuo di ope¬
re di uno stesso autore siano giunte sino a noi da un
tempo così lontano, la difficoltà di definire esatta¬
mente in tempi così lunghi la contemporaneità delle
varie figure o di riconoscere, in seno a quelli che a noi
paiono «stili uniformi», una «mano» o una «maniera»
che si differenzi nettamente.
Se queste difficoltà esistono realmente, esse non
sono però il vero motivo che impedisce di riconosce¬
re i «maestri» del lontano passato. Anche se può
sembrare incredibile, la maggior parte degli «addetti
ai lavori» continua a percepire l’arte rupestre come
differenziata localmente o cronologicamente, in
quanto espressione omogenea di una società, co¬
gliendola però come indifferenziata in seno alla cul¬
tura stessa che l’ha prodotta.
Questo non voler accettare la presenza di perso¬
nalità artistiche nell’arte rupestre deriva forse dall’e¬
sigenza di cogliere larghe fasce composte da elemen¬
ti omogenei e coerenti da interpretare come sequen¬
ze di periodizzazioni. Sovente si dà per scontato che
le società preistoriche tendessero a manifestare valo¬
ri così uniformi e comuni da escludere automatica-
mente espressioni personali. In realtà noi sappiamo
che anche le società che esercitano un severo con¬
trollo sulla propria espressione culturale con rigide
regole o canoni stilistici, hanno prodotto opere inno¬
vative, legate a forti personalità artistiche capaci di
rompere l’eventuale staticità stilistica, esprimendo le
istanze e le preoccupazioni del proprio tempo.
\
E come se rifiutassimo di riconoscere la persona¬
lità degli architetti greci che hanno progettato i tem¬
pli dorici che, ad un occhio inesperto e superficiale,
possono apparire tutti uguali. Del resto, anche in se¬
no alla pittura di icone bizantine, che ha saputo per¬
petuarsi lungamente con rigide regole che tendevano
a inibire ogni modifica del modello originale, sappia¬
mo riconoscere ed apprezzare le diversità e le qualità
di differenti «maestri».
Va da sé che dietro anche alla più rigida struttura
di obblighi o norme tracciate a regolare o conservare
un sistema uniforme di istanze figurative, ci saranno,
come minimo, differenze nella qualità esecutiva, lega¬
te semplicemente alla perizia.
Il problema è comunque molto vasto: si ricono¬
scono, nel lungo percorso dell’arte rupestre, momen¬
ti durante i quali tale era l’importanza dell’espressio¬
ne figurativa in seno alla collettività, da richiedere la
presenza di veri professionisti, mentre in luoghi o
momenti diversi le opere rivelano chiaramente minor
impegno esecutivo, sino ad apparire in certi casi come
espressioni semplici alla portata di tutti, a volte puro
«graffitismo» che ci ha lasciato scritte, marchi o segni
tribali.
Con queste mie osservazioni non voglio comun¬
que sostenere che lo studio dell’arte rupestre si deb¬
ba orientare principalmente nella ricerca delle perso¬
nalità artistiche, mi piacerebbe però che, dove l’intui¬
zione o i documenti ce lo permettono, uno sforzo in
questo senso venisse fatto, accostandoci così allo
straordinario messaggio figurativo dell’arte rupestre
con la consapevolezza che dietro di esso vi è sovente
lo sforzo creativo di veri «maestri».
In questo repertorio dell’arte rupestre dell’Eri¬
trea, nella parte dedicata alle osservazioni più gene¬
rali, sono state accostate e confrontate figure che pre¬
sentavano somiglianze di carattere formale grafico -
pittorico, con lo scopo di riconoscere percorsi icono¬
grafici, intrecci o prestiti e tracciare una prima distri¬
buzione di massima sul territorio. Non si è con questo
voluto riconoscere o suggerire in somiglianze anche
distanti lo stile personale di qualche autore. La docu¬
mentazione sull’arte rupestre eritrea è ancora troppo
incompleta per permetterci affermazioni che rischie¬
rebbero di sfociare in fantasia, anche se in certi casi,
come a Sullùm Ba’attì, è innegabile che siamo di
fronte ad una vera scuola che interpreta localmente
le istanze figurative di una regione più vasta, per una
durata che non conosciamo, ma con episodi ed esem¬
pi identificabili anche in altre vicine località.
8
GIULIO CALEGARI
ORDINAMENTO CRONOLOGICO - CULTURALE DELL’ARTE RUPESTRE ERITREA
Collocare cronologicamente le opere d’arte rupe¬
stre dell’Eritrea è, per il momento, compito arduo e di
difficile soluzione. Un problema che, in mancanza di
qualsiasi datazione assoluta, resta affidato all’osserva¬
zione accurata e al confronto - accostamento con altre
manifestazioni per le quali si sia già più o meno con¬
solidato uno schema cronologico - culturale.
I dati che potremmo desumere dalla documenta¬
zione archeologica, soprattutto per quanto concerne
la preistoria e protostoria, sono decisamente fram¬
mentari ed i pochissimi «punti fissi» di cronologia as¬
soluta restano conoscenze sparse, insufficienti per
stabilire una serie cronologica che in qualche modo
sia correiabile alle manifestazioni d’arte rupestre.
Con questo non voglio affermare che è impossibi¬
le affrontare e risolvere il problema; voglio però so¬
stenere che, in questa fase della ricerca, è più utile ri¬
conoscere l’importanza della preliminarietà dei dati e
delle interpretazioni, dando spazio più al suggeri¬
mento che all’affermazione, costruendo ipotesi aper¬
te e plasmabili piuttosto che rigide tassonomie o pe-
riodizzazioni.
Cronologia relativa e «fasi»
L’arte rupestre dell’Eritrea come quella etiopica,
a cui farò sovente riferimento per trattare nell’insie-
me i rupestri del Corno d’Africa, è, per quanto se ne
conosca oggi, quasi esclusivamente espressione di po¬
poli allevatori di bovini, che hanno fatto dell’animale
domestico il principale soggetto delle loro figurazio¬
ni. Anche se non mancano descrizioni della fauna sel¬
vaggia, dal corpus dei rupestri eritrei è decisamente
assente qualsiasi esempio accostabile a quelle mani¬
festazioni d’arte comunemente definite «dei popoli
cacciatori».
La mancanza, dunque, di figure legate al mondo
culturale dei popoli cacciatori arcaici e, per contro, la
prevalente presenza di rappresentazioni di bovini do¬
mestici, sembrano connettere la comparsa delle pri¬
me opere d’arte alle più antiche manifestazioni di
produzione di cibo, in particolar modo a quelle della
domesticazione e deH’allevamento. A tal proposito,
purtroppo, disponiamo di pochissimi documenti ar¬
cheologici diretti: a Laga Oda nell’Harar abbiamo
tracce di occupazione a partire da 13.640 a.C. e nei
pressi del Lago Besaka (valle dell’Awash) alcune in¬
dustrie risalgono al IX millennio a.C.; però, per quan¬
to riguarda l’allevamento, queste due località hanno
fornito resti di probabili bovini domestici databili sol¬
tanto alla seconda metà del II millennio a.C. (Clark,
1962, 1970, 1972, 1976a, 1980; Clark & Prince, 1978;
Clark & Williams, 1978; Brandt, 1980, 1984; Fattovich,
1992).
Se queste datazioni ci mostrano un momento du¬
rante il quale nel Corno d’Africa è presente l’alleva¬
mento di animali domestici, la scarsità dei documenti
non ci rivela però nulla dell’inizio di questa pratica e,
ancor meno, dell’esatto periodo nel quale collocare le
opere d’arte rupestre.
Mi atterrò dunque, per una schematica periodiz-
zazione, ad una sequenza dedotta dall’osservazione
degli aspetti figurativi, tenendo conto principalmente
delle riflessioni di J.D. Clark, P. Cervicek, R. Fattovich
e R. Joussaume. Escluderò da questa mia descrizione
delle «fasi» artistiche ogni riferimento cronologico
che, puramente intuitivo, rischierebbe di rafforzare
gli eventuali errori commessi neH’immaginare la se¬
quenza iconografica. Del resto è più utile cercare di
intuire la complessità del fenomeno nella sua dinami¬
ca e problematica generale, piuttosto che fissarlo in
«classificazioni», che al più possono servire come as¬
sunti convenzionali per dialogare.
L’arte rupestre è comunicazione visiva che si ali¬
menta di lunghe tradizioni e di apporti lontani, riba¬
disce il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, ma è anche
pratica di territorializzazione, può essere importata e
imposta o essere solo un riflesso e giungere come
nuovo stimolo, per poi ritornare in un continuo rap¬
porto interattivo.
La sequenza che propongo (come i colori princi¬
pali di un arcobaleno, dei quali è però difficile coglie¬
re i passaggi dall’uno all’altro) va dunque letta come
percorso figurativo (Fig. 1) del quale abbiamo solo
intuito e fermato alcuni momenti significativi. Per¬
corso che si dilata e intreccia a tessere una storia la
cui trama e ordito sono il tempo e lo spazio, dimen¬
sioni che non sempre si coniugano con la facilità che
vorremmo.
I) - Raffigurazioni di bovini domestici rapportabi¬
li, per modalità stilistiche ed espressive, all’ambiente
sahariano da cui derivano. Le figure sono verosimili,
anche se schematizzate: le zampe sono descritte una
per una, il mantello dell’animale si presenta pezzato,
sono curati i particolari e sovente enfatizzate le cor¬
na (Fig. 1 a, b). Le figure umane non sono numerose
e, a Carora, si presentano schematiche ma verosimili.
Temi identificati: la mandria; la mucca con il vi¬
tello.
II) - Rappresentazioni di bovini domestici sche¬
matizzati su un disegno di base, già presente nella fa¬
se immediatamente precedente se non coeva, che
mette in evidenza la curva del ventre. Questo proces¬
so di schematizzazione è comune a tutto l’ambiente
sahariano e al Corno d’Africa e coinvolge la Peniso¬
la Araba. Lunga durata nel tempo: da momenti più
antichi (es. Sullùm Ba’attì, anche con fauna selvaggia)
a tempi recenti, dove queste raffigurazioni si incro¬
ciano con innovazioni culturali e «stilistiche» (Fig. 1 c,
d). Dal Corno d’Africa si intuisce un percorso «a ri¬
troso» verso Sudan e Nubia. La figura umana si pre¬
senta fortemente stilizzata; non sono raffigurate armi
(Fig. 1 d).
Temi identificati: la mandria; la mucca con il vitel¬
lo; il gruppo degli uomini allineati.
Ili) - Pur unite da un’«aria di famiglia», le rappre¬
sentazioni si differenziano in seguito per stili, legati a
diverse aree geografiche o ambienti sociali, seguendo
particolari processi compendiari della figura o di una
parte di essa: bovini con il corpo «a bipenne», con il
corpo rettangolare e due soli tratti per le zampe, o
esasperazione delle corna (Fig. 1 e, f).
In questo momento compaiono raffigurazioni di
\
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
9
m
Fig. 1 - Schema riassuntivo del percorso iconografico dell’arte rupestre eritrea: a) Carora - Abba Ciakat (*da Vigliardi Mi¬
cheli, 1956); b) Ba’attì Sullùm (da Graziosi, 1964b); c) Carora - Abba Ciakat (*da Vigliardi Micheli, 1956); d) Sullùm Ba’attì
(da Graziosi, 1964b); e) Soqelà (da foto Franchini); f) Iscmelè I (da^Graziosi, 1964b); g) Zebàn Onà Libanòs I (da Graziosi,
1964b); h) Ba’attì Abba Keisì (da Graziosi, 1964b); i) Lamdrara (da Cervìcek, 1976b); 1) Jago (da foto Calegari); m) Mai Dub-
burò (da foto Franchini).
10
GIULIO CALEGARI
bovini con il corpo estremamente allungato. Gli ani¬
mali sono resi in molti casi in modo verosimile (Fig. 1
g). Anche la figura umana è rappresentata in modo
realistico, ricercata esteticamente, con varianti e sem¬
plificazioni spazio - temporali. Alcune scene sono di
carattere naturalistico. Compaiono armi: scudi, lance
dalla grande punta metallica e pugnali. In seguito si
riscontra un percorso di schematizzazione sia per la
figura umana che per quella del bovino.
Queste novità figurative e culturali si incrociano
con le precedenti tradizioni e si scorgono scambi in¬
terattivi con la Penisola Araba. Ad un certo punto
Fintroduzione del Bos t. prim. indicus può essere col¬
ta come elemento cronologico, che non modifica però
le istanze figurative.
Temi identificati: la mandria; la mucca con il vitel¬
lo; il gruppo degli uomini allineati; l’icona del guer¬
riero; il pastore guerriero; il felino che attacca; la sce¬
na di aratura.
IV) - Prosieguo delle tradizioni figurative verso
forme più semplificate e stilizzate: da un lato la sche¬
matizzazione del bovino e delle sue corna, iniziata
precedentemente, si traduce in figure allusive e ideo-
grammatiche (Fig. 1 h, i); dall’altro assistiamo all’e-
saurirsi di una tradizione figurativa in forme «fruste»
e stereotipe (Fig. 1 1). Le figure zoomorfe pettinifor-
mi si prestano in un momento assai tardo a piccole
narrazioni con figure di guerrieri a cavallo e cammel¬
li (Fig. 1 m). Scritte, marchi tribali e disegni naif pro¬
lungano la tradizione di dipingere o tracciare segni
sulle rocce sino ai nostri giorni.
Temi identificati: la mandria; scene di combatti¬
mento.
Approfondimento e confronti delle sequenze
iconografiche
Del primo momento dell’arte rupestre etiopico -
eritrea (Fig. 2) gli esempi più evidenti sono: per l’Eri¬
trea, le pitture della fase antica di Carora, quelle di
Ba’attì Sullùm e alcune figure incise a Temalihè; men¬
tre per l’Etiopia, le espressioni del primo periodo di
Genda Biftou - Sourrè.
Questi esempi sono rapportabili, per via filologi¬
ca, a manifestazioni d’arte rupestre presenti in ambi¬
to sahariano. In particolar modo è possibile accostare
le pitture di Ba’attì Sullùm a quelle del Ghebel Awe-
nat libico - sudanese, come aveva suggerito anche
Paolo Graziosi (Graziosi, 1964b). Questo confronto è
possibile sia dal punto di vista iconografico che for¬
male. Nel primo caso con l’accostamento ed il para¬
gone di tematiche figurative, tra le quali spicca quel¬
la del vitello sotto il ventre della madre; nel secondo
con il confronto formale degli aspetti figurativi che
mette in evidenza schemi grafici di base comuni. Il
paragone può essere esteso alle pitture dell’Ennedi,
in Ciad (es. Fada e Hirte-Benari) e alle incisioni ru¬
pestri dell’oued Balho e Dorrà nel Gibuti. In tutte
queste località le immagini sono «preziose» e di buo¬
na fattura; gli animali sono descritti secondo un chia¬
ro modello iconografico: una sottile ed elegante
astrazione del vero. Sovente viene posta l’attenzione
sulle corna, lunghe e sottili, enfatizzate anche in suc¬
cessive figurazioni più schematiche.
Il disegno di base, per queste figure di bovini, è co¬
stituito da due archi ribassati paralleli: l’uno inferiore
che traccia la curva del ventre, l’altro superiore (ret¬
tilineo o sinuoso) che disegna glutei, dorso e collo.
L’immagine di base è dunque una figura «a ponte»,
che condurrà a varie forme di schematizzazione.
Questo disegno iniziale, facile da memorizzare e da
trasmettere, sembra presente, pur con varianti e
spunti differenti, in un vastissimo ambito che com¬
prende manifestazioni figurative di culture pastorali
di tutto il Sahara e della Penisola Araba.
Sia che lo si legga in chiave di «convergenza» (co¬
me schema grafico insito nelle forme «limitate» di
base dell’espressione figurativa umana, in grado di
comparire in luoghi e tempi diversi) sia che lo si leg¬
ga in chiave di «diffusione», il nostro «modello grafi¬
co» sembra spiegare quell’«aria di famiglia» che si co¬
glie appunto su di un ampio ventaglio spazio - tem¬
porale che, limitandoci ad esempi prossimi all’Eri¬
trea, comprende il Ciad, l’Egitto, l’Etiopia ed il Sudan
(Fig. 3). '
A Sullùm Ba’attì, in Eritrea, le figure di bovini so¬
no realizzate con grande economia di segno, utilizzan¬
do praticamente solo gli elementi grafici di base che
abbiamo accennato. Elementi che costituiranno in se¬
guito quel substrato iconografico che, nella produzio¬
ne d’arte rupestre pastorale etiopico - eritrea, presie¬
derà alla costruzione della figura del bovino, seguen¬
do percorsi di schematizzazioni, semplificazioni e va¬
rianti grafico - pittoriche regionali e cronologiche.
La tradizione figurativa con la quale pare abbia
inizio l’arte rupestre etiopico - eritrea predilige dun¬
que la rappresentazione delle mandrie di bovini; rap¬
presentazioni, abbiamo visto, verosimili nella descri¬
zione figurativa ma staccate dalla realtà quotidiana.
In questo contesto la figura umana assume un ruolo
estremamente emblematico. L’uomo viene raffigura¬
to in maniera «astratta» e decisamente schematica. In
quelle che ritengo essere le pitture più antiche del
complesso di Carora, le figure umane, che indossano
un gonnellino bianco, hanno il busto trapezoidale, la
testa ridotta ad un semplice trattino e gli arti «filifor¬
mi». Alcuni tengono in mano un oggetto a forma di
cuore disegnato a solo contorno; in qualche occasio¬
ne i personaggi sono figurati con il solo busto e gli ar¬
ti superiori (Fig. 2 b).
Nelle altre località di questo primo momento gli
uomini sono resi in forma ancor più astratta e sche¬
matica, sino a diventare segno, quasi ideogramma
(Fig. 2 g, 9 a, b, g, h, i). A Laga Oda, nell’Harar (Etio¬
pia), i personaggi hanno le braccia alzate, il busto
molto corto, la testa appena accennata, i piedi sono
indicati ed a volte è evidenziato il sesso maschile. Gli
uomini, allineati, ricordano i cosiddetti «oranti»; in
una composizione ad essi sono accostate figure circo¬
lari e subcircolari raggianti. A Genda Biftou - Sourrè,
sempre in Etiopia, le figure umane rivelano il mede¬
simo schema grafico, ancor più astratto: la loro forma
è quella di una H. In Eritrea a Sullùm Ba’attì, come a
Emba Barià, Lahlai Fecioquà, Mesbàr Gueibì I e
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
11
Fig. 2 - Rappresentazione del bovino: figure verosimili mutuate da un medesimo schema grafico. Iconografia e confronti: a)
Temalihè, Eritrea (da foto Franchini); b) Carora - Abba Ciakat, Eritrea (*da Vigliardi Micheli, 1956); c) Ba’attì Sullùm, Eri¬
trea (da Graziosi, 1964b); d) Kargur Talh, Awenat, Sudan (*da Striedter, 1984); e) Sayala, Nubia (da Kromer, 1970); f) Fada,
Ciad (*da Striedter, 1984); g) Genda Biftou, Etiopia (da Willcox, 1984); h) Oued Balho, Gibuti (da Joussaume, 1995).
Fig. 3 - Rappresentazione del bovino: accentuazione dello schema «a ponte», impostato sul disegno della curva del ventre.
Iconografia e confronti: a) Sullùm Ba’attì, Eritrea (da Graziosi, 1964b); b) Sullùm Ba’attì, Eritrea (da foto Calegan); c) Uri
Sao, Ciad (*da A A. VV„ 1996); d) Quena - Qoser Road, Egitto (*da Cervicek, 1993); e) Laga Gafra, Etiopia (da Cervlcek
& Braukamper, 1975); f) Abri d’Ourso. Etiopia (da Joussaume, 1995); g) Kargur Talh, Awenat, Sudan (*da Striedter, 1984).
12
GIULIO CALEGARI
Fig. 4 - Rappresentazione del bovino: differenti varianti dello schema «a ponte». Iconografia e confronti: a) Ba’attì Terqè, Eri¬
trea (da foto Franchini); b) Iscmelè II, Eritrea (*da Calegari, 1996); c) Karin Heegan, Somalia (da Brandt & Carder, 1987); d)
Laga Oda, Etiopia (da foto Anfray); e) Galma, Etiopia (da Joussaume, 1995); f) Saka Sharifa, Etiopia (*da Clark, 1954).
Ba’attì Mobquàl, le figure umane sono del tipo «a za¬
gaglia» e richiamano curiosamente, nella loro forma,
le pitture schematiche della penisola iberica (Grazio¬
si, 1964a). Qui gli uomini partecipano alle complicate
narrazioni simboliche presenti sulla grande parete di¬
pinta, accostandosi agli animali o cavalcandoli, so¬
vente disponendosi in gruppi allineati. Di certo in
questo momento antico dell’arte rupestre etiopico -
eritrea l’uomo non è mai descritto in figure verosimi¬
li e mai in atteggiamenti naturalistici.
Dalle istanze figurative di questo primo momento
parte dunque una produzione che rappresenta, per
quello di cui disponiamo, la parte più cospicua del¬
l’arte rupestre pastorale etiopico - eritrea. Le figure
segnano percorsi che, alla luce delle attuali conoscen¬
ze, sarebbe azzardato cercare di definire con preci¬
sione. In molti casi il bovino si riassume in un rettan¬
golo smussato per il corpo, da cui sporge ad un’estre¬
mità la coda e dall’altra la testa come breve appendi¬
ce su cui si impostano le lunghe corna e le orecchie.
Le zampe sono solo due trattini: uno per le anteriori,
l’altro per le posteriori (Fig. 4). Alcuni esempi sono
per l’Eritrea a Iscmelè e per l’Etiopia a Saka Sharifa
nell’Harar.
Un altro degli «stili» con il quale il bovino viene
rappresentato è caratterizzato da un particolare dise¬
gno che tende ad accentuare l’avvallamento della li¬
nea dorsale dell’animale (Fig. 5). L’opposizione dun¬
que, a convessità inversa, delle due curve del ventre e
del dorso, conferisce al bovino un aspetto «a clessi¬
dra» o «a bipenne», che tende sempre più alla sim¬
metria. Questa sorta di bovini «a farfalla» sono ini¬
zialmente presenti in Eritrea già a Carora (con tratti
più verosimili e con indicate tutte e quattro le zampe)
e, sempre più schematici, a Gamà, Dighim, Cor
Sahunè, Addì Qansà I e II, Soqelà, Mesellach Ade-
ressom, Gobò Adi Ambar e in Etiopia a Edit, Errer
Kimiet e Ham. In un primo momento l’animale rap¬
presentato è il macrocero dalle lunghe corna ondeg¬
gianti poi, come a Ba’attì Meshùl e Mai Qernì, sarà fi¬
gurato con questa grafia anche il bue gibbuto.
Ai percorsi spazio - temporali della figura iniziale
del bovino ed alle sue differenti evoluzioni - involu¬
zioni figurative si accostano, in seguito, nell’area etio¬
pico - eritrea altri modelli iconografici, che trovano
confronti con espressioni artistiche attribuibili all’Età
del Bronzo della Penisola Araba (Anati, 1968; Cale¬
gari, 1998a). Forti novità, infatti, ad un certo momen¬
to fanno la loro comparsa sulla scena dell’arte rupe¬
stre di quest’area geografica, rivelando un nuovo si¬
stema di pensiero nelle culture dei pastori. In alcuni
casi è possibile cogliere queste novità in composizio¬
ni originali e uniformi, in altri casi è possibile scor¬
gerle, integrate o accolte, nel prosieguo delle prece¬
denti tradizioni. Le nuove istanze figurative sembra¬
no privilegiare la figura umana rispetto a quella del
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
13
Fig. 5 - Rappresentazione del bovino: differenti varianti dello schema «a farfalla». Iconografia e confronti: a) Carora - Abba
Ciakat, Eritrea (*da Vigliardi Micheli, 1956); b) Addì Qansà I, Eritrea (da foto Franchini); c) Soqelà, Eritrea (da foto Fran¬
chini); d) Mai Qernì, Eritrea (da foto Franchini); e) Dighim, Eritrea (da foto Franchini); f) Karin Heegan, Somalia (da
Brandt & Carder, 1987); g) Ham, Etiopia (da Cervìcek, 1993); h) Errer Kimiet, Etiopia (da Joussaume, 1995); i) Edit, Etio¬
pia (da Franchini, 1964a).
bovino. Alle mandrie si preferisce, in questo momen¬
to, la descrizione del singolo animale, a volte stretta-
mente legato all’uomo.
Anche nella sua rappresentazione grafico - pitto¬
rica il bue ci rivela nuovi modelli (Fig. 6): il corpo del¬
l’animale è infatti molto allungato e le zampe, paral¬
lele, hanno forme di triangoli isosceli rovesciati. Il
collo e il capo sono disegnati sul proseguimento del¬
la linea orizzontale del dorso. Le corna, in genere lun¬
ghe, sono quasi sempre sinuose ed il mantello pre¬
senta, in alcuni casi, decorazioni a punti o a meandri.
In Eritrea esempi sono presenti a Zebàn Kebesà I,
i Zebàn Abùr II, Addì Qansà I e II, Jago, Zebàn Onà
Libanòs I e II, Sa’ada Ba’attì III, Ba’attì Onà, Ba’attì
Terqè, Cor Sahunè, Ba’attì Meshùl, Nishtò Cohò, Ke-
sad Qernì, Mehbà Eclì e Cohè Edagà. Di questo mo¬
dello figurativo conosciamo realizzazioni a forte im¬
pronta naturalistica (Zebàn Onà Libanòs I) o, più so¬
vente, legate ad uno schema conformistico e unifor¬
me, nel quale è facile intravedere quella figura «a pet¬
tine» che ne sarà la naturale derivazione o estrema
semplificazione.
Anche la rappresentazione dell’uomo che accom¬
pagna questa nuova immagine del bovino ci appare
completamente rinnovata (Fig. 10). I personaggi sono
descritti secondo un preciso canone di bellezza: l’uo¬
mo ha la vita stretta, le spalle larghe, le gambe lunghe
e muscolose. Quello che si mostra è dunque un «guer¬
riero esteta» con il corpo slanciato ed elegante nel¬
l’armonia delle proporzioni e nei gesti. Esempi si tro¬
vano in Eritrea a Zebàn Onà Libanòs I e Zebàn Ke¬
besà I e in Etiopia all’Amba Focadà (Fig. 15).
Gli artisti di questo momento ci offrono descrizio¬
ni quasi naturalistiche del loro mondo, con oggetti,
gesti e atteggiamenti quotidiani a volte colti nel mini¬
mo dettaglio. Al contempo la figura del guerriero è
mostrata con grande enfasi marziale mentre mostra
le sue armi: scudi, pugnali e, soprattutto, lunghe lance
dalla grande punta metallica. Dall’arte rupestre ci
giungono dunque echi e riflessi di cambiamenti so¬
ciali e culturali confrontabili, sia nell’aspetto icono¬
grafico che nella descrizione di alcuni tratti ergologi-
co - culturali, con le incisioni attribuibili all’Età del
Bronzo della Penisola Araba.
In questo momento altri nuovi temi e scene ap¬
paiono nelle composizioni figurative; ne sono esempi
l’immagine del felino che attacca gli uomini e quella
dell’aratura (Figg. 11 e 12).
In seguito la figura del pastore guerriero, con la te¬
sta tondeggiante e la lunga lancia, si mostrerà con ac¬
conciature «a fungo» o si vestirà con una sorta di tu¬
nica e seguirà, al pari della figura del bovino, un suo
processo di semplificazione o di caratterizzazione lo¬
cale.
14
GIULIO CALEGARI
Fig. 6 - Rappresentazione del bovino: differenti varianti dell’animale a «corpo allungato». Iconografia e confronti: a) Cor
Sahunè, Eritrea (da foto Franchini); b) Nishtò Cohò, Eritrea (da foto Franchini); c) Zebàn Kebesà I, Eritrea (da foto Cice-
rale); d) Jago, Eritrea (da foto Calegari); e) Zebàn Onà Libanòs I, Eritrea (da Graziosi, 1964b); f) Ba’attì Meshùl, Eritrea
(da foto Cicerale); g) Ba’attì Onà, Eritrea (da foto Cicerale); h) Amba Focadà, Etiopia (*da Mordini, 1941).
Fig. 7 - Rappresentazione del bovino: figure estremamente schematizzate sull’enfatizzazione delle corna. Iconografia e con¬
fronti: a) Ba’attì Abba Keisì, Eritrea (da Graziosi 1964b); b) Meteccà Arè, Eritrea (da foto Franchini ); c) Car Saglà, Eritrea
(da foto Franchini); d) Lamdrara, Eritrea (da Cervìcek, 1976b); e) Dorrà, Gibuti (da Joussaume, 1995); f) Yangoulakoma, Gi¬
buti (da Joussaume, 1995); g) Dorrà, Gibuti (da Joussaume, 1995).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
15
Al contempo questa descrizione più verosimile del¬
la figura umana fornirà nuovi spunti all’iconografia tra¬
dizionale dei gruppi di uomini allineati, dando origine a
quelle composizioni frontali a figure antropomorfe (i
«testimoni impassibili») che incontriamo a Daarò
Caulòs, Ba’attì Mariam e Iscmelè I (Fig. 9 d, e, f).
In tempi più recenti, potremmo dire dall’inizio
dell’Era Cristiana in avanti, l’arte rupestre dell’Eri¬
trea sembra assolvere (con rappresentazioni anche
tra loro coeve) funzioni differenziate, parlando lin-
' guaggi diversi e forse tra loro incomprensibili, quasi
si trattasse di forme espressive differenti.
Possiamo riassumere questo concetto nei due
esempi più evidenti: in un certo caso noteremo la
conclusione di uno dei percorsi di astrazione progres¬
siva della figura del bovino verso forme di puro segno
simbolico - ideogrammatico (Fig. 7), riscontrabili am¬
piamente anche in Gibuti, Somalia ed Etiopia. Il per¬
corso verso queste forme grafiche potrebbe aver avu¬
to inizio alle soglie del I millennio a.C., protraendosi
per un tempo molto lungo (Joussaume, 1995, fig. 26).
In questo caso si tratta comunque di rappresenta¬
zioni che si agganciano a quel dialogo spirituale con
l’animale che aveva ispirato le più antiche figurazio¬
ni. Il semplice segno iperschematico cui pervengono
queste immagini conserva dunque, forse anche ad in¬
saputa di chi lo esegue, un enorme fascio di significa¬
ti simbolici. In Eritrea alcuni esempi si trovano a Kor-
tamit, Lamdrara, Dembe Wadi Mudui, Maji Ma-
lehèss, Endà Abùne Teklè, Mesbàr Gueibì II, Ba’attì
Abba Keisì, Car Saglà, Ba’attì Uqùb, Meteccà Arè,
Ba’attì Uod Dengheziè e Addì Qansà II. Il protrarsi
di questa pratica figurativa la porterà ad essere coeva
(in un momento molto tardo) con quell'altra scelta
espressiva, completamente differente, che ho chiama¬
to come secondo esempio.
In questo caso il supporto roccioso è utilizzato co¬
me «pannello» per descrizioni naif. Le immagini, ste¬
reotipe, sono rese con disegni semplici, alla portata di
tutti, sovente scadenti e rappresentano piccole sce¬
nette che in genere fanno riferimento ad episodi
guerreschi (Fig. 14). Quasi sempre compaiono figure
di cavalieri che combattono, sovente un uomo appie¬
dato affronta un cavaliere, mentre in altre descrizioni
uomini a piedi conducono le cavalcature tenendole
per le briglie. A volte sono presenti cammelli. Queste
rappresentazioni, che si ripetono molto simili, sem¬
brano avere come unico scopo quello di illustrare fat¬
ti o gesta legati a racconti di tradizione orale ben co¬
nosciuti e riprodotti in versione grafica, col valore
quasi del pittogramma.
La scarsa antichità di questi lavori è ribadita da
dettagli, come quelli delle selle e briglie o dalla de¬
scrizione delle armi, in genere lance o spade ed, infi¬
ne, fucili. Con ciò non voglio escludere che queste
rappresentazioni rimandino anche a valori simbolici
legati a miti o a riflessioni di carattere spirituale, co¬
me testimonia il fatto stesso che siano stati realizzati
in luoghi particolari di natura come rocce o ripari, di
fatto però la scelta figurativa è un’illustrazione ben
diversa da quella di chi ha preferito il segno simboli¬
co - ideogrammatico.
TEMATICHE FIGURATIVE
Al confronto puramente formale che permette di
evidenziare similitudini tra gli «stili» o le soluzioni
grafico - pittoriche delle figure, è possibile accostare
una serie di osservazioni di tipo iconografico con le
quali cogliere, ove è possibile, gli aspetti tematici o
narrativi presenti nei vari cicli di pitture e incisioni.
Evidentemente queste osservazioni non possono
aver la pretesa di condurci a soluzioni di puro carat¬
tere iconologico, essendo a noi oscuro, al di là dell’a¬
spetto figurativo, il mondo ideologico e mitologico
delle genti che hanno realizzato le opere d’arte rupe-
: stre.
Ciò non di meno, l’analisi di alcuni temi o accosta¬
menti ricorrenti ci lascia penetrare in quel mondo,
quasi che, tra le righe del linguaggio figurativo, sia
possibile «leggere» alcuni episodi che si ripetono
puntualmente in certe narrazioni, come nodi di una
più vasta trama concettuale. In questi casi il confron¬
to formale può non essere di alcun aiuto poiché lo
stesso tema può essere rappresentato con differenti
tratti grafico - pittorici legati all’espressione tradizio¬
nale di un gruppo o allo stile personale di un artista,
come viceversa espressioni di diverso significato pos¬
sono essere illustrate con figure simili per tipologia
ed elemento stilistico. La riflessione, insomma, richie¬
de prudenza; in tutti i confronti non bisogna scordare
che quelle che sembrano somiglianze possono essere
semplici omonimie.
Nell’arte rupestre eritrea ho per il momento iden¬
tificato alcune rappresentazioni che, per lo specifico
argomento trattato e la particolare natura compositi¬
va piuttosto che per il loro ripetersi uguali in diverse
località, ho ritenuto di poter considerare come veri e
propri «temi» figurativi. In queste mie considerazioni
ho voluto dunque privilegiare l’analisi iconologica;
così, senza ignorare i rischi dell’operazione, ho cerca¬
to di enucleare dai vari complessi figurativi quelle
composizioni che, a mio avviso, esprimevano precise
narrazioni tematiche, confrontandole con alcuni
esempi di altre località. Va però ribadito che i con¬
fronti stessi non si riferiscono tanto alla soluzione fi¬
gurativa quanto al riconoscimento degli aspetti tema¬
tici. Vediamo dunque le tematiche più ricorrenti.
La mucca con il vitello
Il tema che segnalo come il più antico sinora iden¬
tificato nell’arte rupestre eritrea è quello della mucca
con il vitello sotto il ventre, in un gesto di protezione
o, più sovente, di allattamento (Fig. 8). Questo tema,
certo tra i più importanti e duraturi del Corno d’A-
frica, ci rivela alla sua origine l’aggancio con le cultu¬
re pastorali del mondo sahariano.
Le più antiche di queste rappresentazioni, a
Ba’attì Sullùm nel Deghien (Eritrea) e a Genda Bif-
16
GIULIO CALEGARI
Fig. 8 - Rappresentazione tematica: «La mucca con il vitello». Iconografia e confronti: a) Addì Qansà I, Eritrea (da foto Fran¬
chini); b) Ba’attì Sullùm, Eritrea (da Graziosi, 1964b); c) Cor Sahunè, Eritrea (da foto Franchini); d) Nishtò Cohò, Eritrea
(dafoto Franchini); e) Iscmelè I, Eritrea (da Graziosi, 1964b); f) Addì Alautì - Cutub Le Galbà, Eritrea (da foto Calegari);
g) Àin Dòua, Libia (*da Di Caporiacco & Graziosi, 1934); h) Sayala, Nubia (da Huard & Allard Huard, 1978); i) Laga Oda,
Etiopia (da Cervfcek, 1976b); 1) Goda Rorris, Etiopia (da Joussaume, 1995); m) Genda Biftou, Etiopia (da Joussaume, 1995);
n) Laga Gafra, Etiopia (da Cervfcek, 1976b); o) Karin Heegan, Somalia (da Brandt & Carder, 1987).
vono, in chiave naturalistica questa volta, uomini e ani¬
mali colti nei loro atteggiamenti quotidiani. In queste
figurazioni naturalistiche che caratterizzano alcuni
aspetti dell’arte rupestre sahariana del periodo degli
allevatori si celano però, oltre a ciò che si può vedere,
infinite narrazioni i cui significati sono sconosciuti ai
non iniziati. Si tratta di descrizioni nelle quali vengono
espresse contemporaneamente complesse pratiche di
sussistenza e manifestazioni di carattere culturale e
spirituale. Tra queste descrizioni alcune, seguendo par¬
ticolari percorsi dinamici spazio - temporali, sembrano
essersi evidenziate in determinati ambienti o culture,
diventando temi specifici di espressioni figurative.
Questo pare essere il caso della figura della muc¬
ca con il vitello che, inserita inizialmente in composi¬
zioni di gruppo, si trasformerà in seguito anche in una
sorta di «icona» di vasta distribuzione, in grado di
esprimere le preoccupazioni e i desideri di un mondo
tou nell’Harar (Etiopia), ci mostrano aH’interno di
una mandria alcune mucche vicine tra loro in atto di
allattare i loro vitelli. Ho già fatto osservare come in
realtà, nonostante la suggestione del tema, queste
rappresentazioni siano tutt’altro che descrizioni na¬
turalistiche, sia che le si consideri dal punto di vista
pittorico, sia che le si voglia cogliere come citazione
di un momento pastorale. Una simile «scenetta» in¬
fatti, sembrerebbe piuttosto improbabile come de¬
scrizione di vita quotidiana, soprattutto se si conside¬
rano le pratiche legate all’allattamento dei vitelli
messe in atto dai popoli allevatori di bovini, almeno
come le conosciamo in etnografia (Marchi, 1909;
Smith, 1985; Calegari, 1998b).
L’origine e la dinamica di questo tema vanno però
ricercate nell’arte rupestre sahariana del periodo pa¬
storale. Nelle montagne libiche del Ghebel Awenat, tra
le pitture di Àin Dòua, molte rappresentazioni descri-
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
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Fig. 9 - Rappresentazione tematica: «Il gruppo degli uomini allineati». Iconografia e confronti: a) Sullùm Ba’attì, Eritrea (da fo¬
to Calegari); b) Sullùm Ba’attì, Eritrea (da foto Calegari); c) Carora - Abba Ciakat, Eritrea (*da Graziosi, 1964b); d) Ba’attì
Mariam, Eritrea (da foto Calegari); e) Daarò Caulòs, Eritrea (da foto Calegari); f) Iscmelè I, Eritrea (da foto Calegari); g) La-
ga Oda, Etiopia (da Cervicek, 1976b); h) Genda Biftou, Etiopia (da Willcox, 1984); i) Wayber, Etiopia (da Joussaume, 1995).
pastorale. Questo tema, per citare alcuni esempi eri¬
trei, è presente a Iscmelè I, Ba’attì Sullùm, Addì Qan-
sà I e II, Addì Alautì, Temalihè, Cor Sahunè, Nishtò
Cohò, Adi Anzarafò ed Endà Atal.
Il gruppo degli uomini allineati
Un altro tema di lunghissima durata, il cui inizio è
collocabile in momenti antichi dell’arte rupestre etio¬
pico - eritrea, è quello delle figure antropomorfe ac¬
costate e allineate in posizione frontale (Fig. 9).
Questa rappresentazione del gruppo degli uomini,
anche se in relazione a bovini dipinti in modo verosi¬
mile, ci mostra, pur con differenze regionali e proba¬
bilmente cronologiche, una forte schematizzazione
della figura umana ridotta quasi a segno grafico.
In qualsiasi caso, tranne qualche accenno ad ac¬
conciature, non vengono mai evidenziati abbiglia¬
mento né particolari attributi, tantomeno sono asso¬
ciati agli uomini armi o manufatti. I personaggi non
vengono raffigurati in scene legate a momenti della
vita quotidiana, sono viceversa «fermati» nello stesso
disegno stereotipo, identici nella postura frontale e ri¬
petuti uguali, sovente allineati. In Etiopia citiamo gli
esempi di Laga Oda, Genda Biftou e Wayber; per l’E¬
ritrea gli esempi più evidenti sono a Sullùm Ba’attì. A
Carora un rilievo di Graziosi ci mostra un gruppo di
personaggi, forse di un momento meno antico, con
anatomia più spiccata (Fig. 9 c).
Il gruppo di antropomorfi allineati deve certo
aver rappresentato un tema importante nel simboli¬
smo espresso dall’arte figurativa tanto che, in seguito,
esso continuerà ad essere citato in quelle composi¬
zioni a figure frontali presenti in bassorilievo a Daarò
Caulòs e Ba’attì Mariam e, in versione pittorica, a Isc-
melè I. In questi casi gli antropomorfi, che ho chia¬
mato «testimoni impassibili», dipinti o scolpiti secon¬
do un comune schema iconografico, rappresentano la
continuazione di una precisa tradizione figurativa che
attribuisce a questo genere di composizioni un parti¬
colare valore.
I personaggi di questo momento risentono di
quelle innovazioni, dal punto di vista della miglior
definizione della figura umana, che appare con i pa¬
stori guerrieri armati di armi metalliche: essi sono in¬
fatti schematizzati ma ben caratterizzati nei loro
aspetti anatomici.
18
GIULIO CALEGARI
Al contempo però essi sono la descrizione sinteti¬
ca deH’uomo, senza attributi o posture che lo qualifi¬
chino al di là della pura ieratica apparizione antropo¬
morfa, come sembra volere la tradizione delle più an¬
tiche pitture.
Il guerriero esteta: l’icona del guerriero e
il pastore guerriero
L’uomo, rappresentato in modo verosimile con il
corpo allungato ed elegante e le spalle larghe, appare
ad un certo punto dell’arte etiopico - eritrea mo¬
strando le sue armi: scudi e lance dalla lunga punta,
visibilmente metallica. In molti casi, contrariamente
ai precedenti momenti dell’arte rupestre eritrea, egli
è raffigurato in alcuni aspetti di vita quotidiana.
In questo contesto sembra di poter cogliere due
rappresentazioni della figura umana. L’una è quella
che ci mostra l’icona del guerriero in atteggiamento
«marziale» impassibile, mentre esibisce le sue armi
con valore di attributi (Fig. 10 g, h). Questo momento
figurativo, di cui non conosciamo l’estensione geo¬
grafica o temporale, si esprime con diverse modalità
stilistiche, tra le quali traspare però la stessa traccia
tematica. In un caso, per citare qualche esempio più
Fig. 10 - Rappresentazione tematica: «Il guerriero esteta»: il pastore guerriero (a-f); l’icona del guerriero (g-h). Iconografia
e confronti: a) Zebàn Kebesà I, Eritrea (da foto Cicerale); b) Jago, Eritrea (da foto Calegari); c) Zebàn Onà Libanòs I, Eri¬
trea (da Graziosi, 1964b); d) Zebàn Kebesà I, Eritrea (da Graziosi, 1964b); e) Kesad Qernì, Eritrea (da foto Franchini); f)
Addì Qansà I, Eritrea (da foto Franchini); g) Emba Celai, Eritrea (da foto Franchini); h) Zebàn Onà Libanòs I, Eritrea (da
Graziosi, 1964b).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
19
evidente, gli uomini mostrano i loro corpi nudi, come
a Zebàn Onà Libanòs I. In un altro caso, a Emba Ce¬
lai, i guerrieri sono invece vestiti con lunghe tuniche
a riquadri e resi con forme più geometrizzanti. Le fi¬
gure però, pur con differenze tecnico - stilistiche o
forse cronologiche, sono sempre icone affiancate ed il
discorso è il medesimo. Altri esempi in Eritrea sono a
Meteccà Arè, Jago e Akezazaa Arah.
L’altro tema è quello del pastore guerriero (Fig. 10
a - f). In diversi gruppi pittorici è possibile osservare
ed enucleare composizioni nelle quali un uomo, so¬
vente armato di un’asta o lancia, accudisce alcuni bo¬
vini. Queste composizioni seguono il percorso stilisti¬
co - cronologico dell’icona del guerriero e, come que¬
sta, presentano l’uomo con il corpo nudo oppure ve¬
stito con una «tunica». Il tema, chiaramente identifi¬
cabile a Zebàn Onà Libanòs I, ad Addì Qansà I, a
Zebàn Kebesà I, a Jago e a Kesad Qernì, si accompa¬
gna alla raffigurazione del bovino a corpo allungato
nelle sue versioni locali o temporali.
In questi due motivi nei quali compare la figura
umana possiamo dunque scorgere due intenzioni fi¬
gurative: una ieratica, l’altra più narrativa. Queste fi¬
gurazioni (l’icona del guerriero ed il pastore guerrie¬
ro) potrebbero descrivere due momenti della vita
dell’uomo o forse sono rappresentati due diversi
esponenti della società o di caste differenti.
II felino che attacca
L’immagine del felino che si contrappone a uomi¬
ni che lo affrontano o che aggredisce gli animali è ab¬
bastanza frequente tra le figurazioni rupestri etiopico
- eritree (Fig. 11). Il tema, che forse già apparteneva a
momenti più antichi della cultura degli allevatori, è
certo presente in quel periodo più tardo nel quale ap¬
pare il guerriero armato.
In queste figurazioni è possibile intravedere un
mito nel quale il felino, probabilmente il leone, gioca
il ruolo della forza antagonista, dell’immagine poten¬
te da affrontare o con la quale identificarsi, forse in¬
segna del nemico da sconfiggere e sottomettere.
Il felino, con la lunga coda sollevata e le zampe an¬
teriori protese in avanti, è quasi sempre molto feroce
e aggressivo; lo troviamo chiaramente in Etiopia al¬
l’Amba Focadà con tre esemplari (Fig. 15) e a Genda
Biftou e in Eritrea a Zebàn Kebesà I, a Jago e ad
Addì Alautì; in quest’ultimo caso però i due felini raf¬
figurati appaiono sottomessi o feriti, aggrediti piutto¬
sto che aggressori. Altre località eritree dove sembra
di poter individuare la figura del felino, anche se non
direttamente riconducibile ad un tema preciso, sono
Mesbàr Gueibì I, Sullùm Ba’attì, Emba Barià, Mehbà
Eclì, Lamdrara, Ba’attì Meshùl, Mai Qernì e forse ad
Addì Qansà I.
Fig. 11 - Rappresentazione tematica: «Il felino che attacca». Iconografia e confronti: a) Addì Alautì - Cutub Le Galbà, Eri¬
trea (da foto Calegari); b) Zebàn Kebesà I, Eritrea (da foto Cicerale); c) Zebàn Kebesà I, Eritrea (da foto Cicerale); d) Ja¬
go, Eritrea (da foto Calegari); e) Amba Focadà, Etiopia (*da Mordini, 1941); f) Genda Biftou, Etiopia (da Joussaume, 1995).
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GIULIO CALEGARI
Fig. 12 - Rappresentazione tematica: «Scena di aratura». Iconografia e confronti: a) Endà Abbà Garimà II, Eritrea (da foto
Franchini); b) Zebàn Abùr II, Eritrea (da foto Franchini); c) Sayala, Nubia (da Kromer, 1970); d) Amba Focadà, Etiopia (*da
Mordini, 1941).
Composizioni di punti o coppelle allineati
Queste composizioni astratte sono molto frequen¬
ti nel repertorio dell’arte rupestre eritrea; gli esempi
più importanti sono quelli di Ba’attì Mobquàl, Ba’attì
Meshùl, Endà Abbà Garimà II, Sellini Ba’attì, Sa’ada
Ba’attì III, Zebàn Abùr I ed Emba Siè. Il loro carat¬
tere di pura pittura segnica ce le rende di difficile in¬
terpretazione e collocazione, soprattutto quando le si
voglia accostare ad altre rappresentazioni di caratte¬
re naturalistico o verosimile.
In realtà queste composizioni, dalla cui apparente
semplicità trapela un evidente messaggio simbolico
«forte», costituiscono una chiave di lettura importan¬
te per comprendere il carattere di molta arte rupe¬
stre, legata il più delle volte al gesto rituale piuttosto
che a quello esplicitamente descrittivo. Le composi¬
zioni in questione sono in sé il puro ed astratto inter¬
vento segnico su di una superficie; intervento che
esclude ogni riferimento figurativo del vero, per non
tradire, forse, il reale messaggio da trasmettere. Che
non si tratti di segni tracciati casualmente o con tra¬
scuratezza è del resto fuor di dubbio.
L’essenzialità del segno o la gestualità esecutiva,
in questi casi, non vanno confuse con imperizia o
scarso valore dell’opera. Questo tema è esposto con
differenti tratti esecutivi: con sole macchie di colore
(anche impronte di polpastrelli), con cerchietti o con
coppelle ovali, a volte riempite di colore.
Cercare di riconoscere nei vari tondi o punti di co¬
lore l’estrema sintesi di una figura, antropomorfa o
zoomorfa, come singole unità che nella composizione
simboleggiano l’insieme, il gruppo o la mandria, sa¬
rebbe a mio avviso estremamente riduttivo. Mi piace
pensare, invece, che queste composizioni siano impie¬
gate come una tecnica che, attraverso lo sguardo, per¬
mette alla mente di disporsi alla comprensione, una
sorta di ritmo per entrare in sintonia con aspetti di
conoscenza o di memoria relazionagli a mitologie o
saperi pratici, espressi unitamente ad altri linguaggi:
orali, gestuali o musicali.
Scena di aratura
Ho ritenuto si dovessero considerare le scene di
aratura come veri e propri temi iconografici, piutto¬
sto che come occasionali descrizioni del quotidiano,
anche se, per ciò che si conosce al momento, le im¬
magini che si riferiscono all’aratura sono estrema-
mente limitate nel repertorio dei rupestri eritrei. Di
fatto, l’unico riferimento in Eritrea era l’immagine
poco chiara di Endà Abbà Garimà II (Fig. 12 a) e sol¬
tanto all’Amba Focadà, in Etiopia (Fig. 12d, 15), si
poteva osservare una bella raffigurazione di aratura
dipinta con particolare cura nei dettagli.
Osservazioni accurate e nuove documentazioni,
acquisite nel corso delle ultime campagne di ricerca
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
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Iscmelè I, Eritrea (da Graziosi, 1964b); c) Karin Heegan, Somalia (da Brandt & Carder, 1987); d) Laga Oda, Etiopia (da
Cervicek, 1971); e) Chabbè, Etiopia (da Anfray, 1967).
del Centro Studi Archeologia Africana, hanno per¬
messo di identificare un’ulteriore rappresentazione
di scena d’aratura (doppia) a Zebàn Abùr II (Fig. 12
b). In questo caso si tratta probabilmente dell’ag¬
giunta posteriore di due aratri ad un gruppo di bovi¬
ni gibbuti precedentemente dipinti. Un aratore di
Zebàn Abùr II non si discosta molto da quello del¬
l’Amba Focadà e trova il suo corrispettivo, come rap¬
presentazione dell’uomo, in altri personaggi, anch’es-
si vestiti con una lunga tunica, presenti ad esempio
nelle pitture di Jago e Addì Alautì, sul Cohaito. Per¬
sonalmente colloco questo modello di raffigurazione
in un momento che segue le immagini del «guerriero
esteta», dipinte a Zebàn Onà Libanòs I e Zebàn Ke-
besà I e sono dunque d’accordo con il datare le scene
di aratura presenti nelle pitture rupestri in Etiopia ed
in Eritrea all’ultimo millennio a.C., come sostenuto
da J.D. Clark (1976a) e G. Forni (1993) che individua¬
no nell’Arabia il luogo di provenienza dell’aratro.
La mandria
Il tema della mandria è sin troppo scontato in una
cultura di allevatori di bovini; così la maggior parte
delle cavità dipinte dell’Eritrea possiamo dire siano
dedicate a questo argomento. Sia che si tratti di pit¬
ture eseguite in uno stesso momento, piuttosto che la
somma nel tempo di gruppi o di singoli animali, sulla
parete dipinta è quasi sempre la mandria che ci ap¬
pare. L’argomento, diffuso su ampio raggio spazio -
temporale, si presenta naturalmente con numerose
varianti stilistiche locali o cronologiche che in sé,
molto probabilmente, contengono numerosi ed invi¬
sibili concetti che si esprimono simbolicamente o
istruiscono sulle istanze pratiche e spirituali degli al¬
levatori. Sovente in queste composizioni sono evi¬
denziate le mammelle degli animali o sono presenti le
descrizioni delle mucche che allattano il vitello.
In questo caso, per ragioni più vicine all’esigenza
del confronto stilistico che altro, ho ritenuto di iden-
22
GIULIO CALEGARI
Fig. 14 - Rappresentazione tematica: «Scene di combattimento». Iconografia e confronti: a) Ba’at Afrùs II, Eritrea (da foto
Franchini); b) Bardèg, Eritrea (da foto Franchini); c) Ghezà Mogunò, Eritrea (da foto Franchini); d) Ba’at Afrùs I, Eritrea
(da foto Franchini).
Fig. 15 - Pitture del riparo dell’Amba Focadà, Etiopia (da Mordini, 1941).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
23
Fig. 16 - Distribuzione delle principali aree d’arte rupestre oggi conosciute in Eritrea: 1. Regione Sahel, dintorni di Carora;
2. Zona delle Rore; 3. Valle del Barca; 4. Valle del Gash, dintorni di Haicota; 5. Regione Hamasién, dintorni di Ad Teclesan;
6. Area a sud - ovest di Asmara; 7. Area di Mai Ainì e Addì Caiè; 8. Regione Dancàlia.
tificare il tema della mandria con quello della compo¬
sizione di bovini riconoscibile come omogenea (Fig.
13). Come esempi citerò solo quelli di Iscmelè I e II,
Addì Alautì, Carora, Ba’attì Sullùm e Sullùm Ba’attì.
Scene di combattimento
Alla luce delle attuali conoscenze possiamo affer¬
mare che nell’arte rupestre preistorica e protostorica
dell’Eritrea sia assente qualsiasi rappresentazione di
scontro armato fra uomini o gruppi di uomini. Perlo¬
meno ciò non appare esplicitamente in alcuna pittura
o incisione. In composizioni più recenti, invece, è pos¬
sibile osservare vere e proprie scene di combattimen¬
to (Fig. 14) attribuibili a tempi storici, anche non mol¬
to lontani. In queste narrazioni compare quasi sem¬
pre la figura del cavaliere in una serie di episodi che
ritengo siano la descrizione figurativa di racconti ora¬
li di ampia diffusione. Le figure sono quasi sempre
molto schematiche (gli animali sovente sono del tipo
«a pettine») ma presentano particolari molto indica¬
tivi: si notano le selle di tipo arabo e la presenza del¬
le briglie, mentre le armi sono sovente le spade e, in
un’occasione, anche armi da fuoco (Ba’at Afrùs II).
Gli episodi che sembrano ripetersi sono: quello de¬
gli uomini a piedi che conducono i cavalli tenendoli
per le briglie o una corda, all’interno di gruppi di cava¬
lieri (forse scene di razzia) e quello del guerriero ap¬
piedato che affronta coraggiosamente un cavaliere. Al¬
cune di queste rappresentazioni si osservano a Bardèg,
Ghezà Mogunò, Sarò, Sihillò, Ba’at Afrùs I e IL
Altri soggetti, che non credo possano essere consi¬
derati temi iconografici, ma che pur compaiono con
una loro peculiarità sono: la figura con le gambe diva¬
ricate, presente nel riparo di Jago con numerose varia¬
zioni, che trova confronti nelle incisioni rupestri della
Penisola Araba e la figura dell’antropomorfo fantasti¬
co dagli arti sproporzionati. Questa rappresentazione,
24
GIULIO CALEGARI
anch’essa correiabile a figure incise nell’area araba,
compare frequentemente nelle pitture rupestri dell’E¬
ritrea, a volte con immagini che fanno pensare alla rap¬
presentazione di spiriti o esseri fantastici. Alcuni esem¬
pi sono a Zebàn Abùr II, Addì Qansà II, Cor Sahunè,
Sokuàr Emnì, Mai Dubburò, Sarò e Ba’attì Chelìt.
In vari casi, sempre di momenti piuttosto recenti,
quello di evidenziare le dita delle mani e dei piedi
sembra rapportarsi alle istanze di una precisa e più
vecchia tradizione iconografica che troviamo anche
nelle figure antropomorfe di Daarò Caulòs e Isc-
melè I.
Fig. 17 Particolare dell area intorno a Mai Ainì e Addì Caiè, dove si concentrano la maggior parte delle località d’arte ru¬
pestre oggi conosciute in Eritrea. Sono indicati con i numeri i siti principali: 1. Montotò; 2. Endà Abùne Teklè; 3. Lahlai Fe-
cioquà; 4. Emba Banà; 5. Sullùm Ba’attì; 6. Mesbàr Gueibì I e il; 7. Dugum e Af Dugum; 8. Adi Anzarafò; 9. Ba’attì Meshùb
!?' ?„a a“! At>ba Keisì; n- Car Sag!à; 12. Addì Qansà I e II; 13. Cor Sahunè; 14. Zebàn Onà Libanòs I, II e Onà Adì Qansà:
l,5- Mai Qernì; 16. Ba’attì Mobquàl; 17. Soqelà; 18. Nishtò Cohò e Gobò Adi Ambar; 19. Gamà; 20. Dighim; 21. Ba’attì Sul-
lUIuì ^AFemalihè; 23. Ba at Afrùs II; 24. Mehbà Eclì; 25. Gobò Abahà; 26. Endà Abbà Garimà I e II; 27. gruppo di Auhenè:
la! Gheza Hulum Barèto, Meteccà Arè e Mogò; 28. Zebàn Abùr I e II; 29. Zebàn Kebesà I e II; 30. Ba’attì Dongolò e
Ba atti Ona; 31 Iscmele I e II; 32. Emba Celai; 33. Sellini Ba’attì e Sa’ada Ba’attì I, II e III; 34. Sarò; 35. Jago; 36. Addì Alautì
- Cutub Le Galba.
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
25
REPERTORIO DEI SITI DI ARTE RUPESTRE
CARORA - ABBA CIAKAT
Ritrovamento
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Bibliografìa
Alda Vigliardi nel 1956 prendendo in considera¬
zione il materiale fotografico in bianco e nero di Li¬
dio Cipriani (gli appunti andarono perduti durante
gli eventi bellici della seconda guerra mondiale) af¬
frontò lo studio del complesso rupestre pubblicando¬
lo per la prima volta. Vigliardi ritiene che, con ogni
probabilità, le opere figurative presenti a Carora ap¬
partengano ad un’unica fase artistica, nella quale le
differenze iconografiche siano da interpretare come
«mani» di artisti diversi. L’insieme figurativo (sempre
secondo Vigliardi, alla quale furono fornite precisa¬
zioni dal Cipriani) si presenta diviso in quattro grup¬
pi o complessi, localmente distribuiti ma molto vicini
tra loro (non oltre 100 metri). Le figure rappresenta¬
no principalmente bovini domestici e un certo nume¬
ro di figure umane, mentre di pochi altri animali resta
dubbia l’interpretazione.
Le immagini dei bovini si presentano policrome,
con il manto pezzato, o monocrome; in rari casi le fi¬
gure sono dipinte in rosso, con il contorno e le corna
disegnate in bianco (Figg. 18 e 19). Gli animali sono
resi in modo verosimile ma schematico, composti in
gruppi, come raffigurazioni della mandria.
Nei quattro complessi in cui sono state divise le
pitture compaiono differenze nella rappresentazione
dei bovini, che sono descritti con corna viste di fron¬
te e di differenti forme o dimensioni. A volte sono de¬
finite tutte e quattro le zampe degli animali, altre vol¬
te ne è disegnata solo una per le anteriori ed una per
le posteriori, mentre il corpo può essere più rigido e
rettangolare piuttosto che arrotondato e sinuoso.
1938, Lidio Cipriani.
Sahel
Carta dimostrativa della Colonia Eritrea e delle re¬
gioni adiacenti, 1:400.000, foglio 2 (Nacfa), Istituto
Geografico Militare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 100 ~
Circa due chilometri prima del villaggio di Carora:
gruppo di rocce denominate Abba Ciakat.
Blocchi granitici scavati dall’erosione.
Pittura. Colori: bianco, rosso, nero e giallastro.
Bovini, cammelli, altre figure zoomorfe, antromorfi,
cavalieri e segni schematici.
La mandria; il gruppo degli uomini allineati.
A. Vigliardi Micheli, 1956, pp. 193-210, figg. 1-12; P.
Graziosi, 1964b, pp. 188-189, taw.XXV, XXVIa, fig. 9;
P. Graziosi, 1965, p. 55; A.R. Willcox, 1984, p. 61; R.
Joussaume, 1995, p. 39, fig.16; G. Calegari, 1996, pp. 31-
46, fig. 14a; V. Franchini, comunicazione personale.
Le figure umane sono strettamente associate alla
mandria figurata in quello che Vigliardi chiama com¬
plesso II. Gli uomini sono rappresentati con una solu¬
zione grafica semplice: il torace è un trapezio, la testa
è «a bastoncino», le gambe e le braccia sono filiformi;
in alcuni casi i personaggi sono associati ad un ogget¬
to o segno simbolico a forma di cuore (Fig. 20).
In seguito, nel 1965, Paolo Graziosi ebbe modo di
visitare con Vincenzo Franchini la località, documen¬
tandola con fotografie e rilievi più dettagliati. Viene
sottolineato come le pitture, che rappresentano uo¬
mini e bovini segnalati questa volta in tre cavità, sia¬
no differenti per forma ed esecuzione. In quella cen¬
trale (quella indicata come complesso IV dalla Vi¬
gliardi), vengono messe in evidenza altre figure uma¬
ne allineate, dipinte in rosso, piuttosto sbiadite (Fig.
18), che le fotografie di Cipriani non erano in grado
di evidenziare (Graziosi, 1964b).
Fig. 18 - Carora - Abba Ciakat: mandria di bovini in bianco e ros¬
so, a volte contornati, e gruppo di uomini (da Graziosi, 1964b).
26
GIULIO CALEGARI
Fig. 19 - Carora - Abba Ciakat: mandria di bovini pezzati (foto Franchini).
Graziosi paragona giustamente le figure di bovini
(sinuosi e con lunghe corna stravaganti) presenti in
questa cavità, con simili esempi figurativi presenti
nell’arte rupestre etiopica, citando quelle della regione
dell’Harar. Egualmente corretto ci sembra il confron¬
to tra alcune figure di bovini presenti negli altri ripari
di Carora e le pitture di Ba’attì Sullùm, nel Deghien.
Altre immagini inedite, forniteci da Franchini, ci
mostrano pitture rosse più recenti: alcune sono cam¬
melli piuttosto verosimili, altre rappresentano cava¬
lieri e cammelli stilizzati in modo semplice e segni
geometrici (Fig. 21).
Fig. 20 - Carora - Abba Ciakat: bovini e figure umane con oggetti
a forma di cuore (da Vigliardi Micheli, 1956).
Fig. 21 - Carora - Abba Ciakat: cammelli, cavalli fortemente stiliz¬
zati e segni geometrici (foto Franchini).
NAGRÀN
Ritrovamento
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
1903, Filippo Marazzani Visconti Terzi.
Sahel
Carta dimostrativa della Colonia Eritrea e delle re¬
gioni adiacenti, 1:400.000, foglio 2 (Nacfa), Istituto
Geografico Militare Italiano, Firenze 1934.
In località Nagràn, sui monti dell’Haggar Abbai.
Rocce.
L'ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
27
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografia
La località viene indicata dal Conti Rossini sui
monti dell’Haggar che segnano il confine settentrio¬
nale dell’Eritrea, verso il distretto di Suachin. Egli de¬
scrisse le incisioni rupestri presenti nel sito, desumen¬
dole da fotografie fornitegli nei primi anni del ‘900
dal conte Filippo Marazzani Visconti Terzi. Su alcune
rocce sono incise (sembrerebbe con un tratto poco
Incisione.
Antropomorfi, armati, cavalieri, cammelli ed altre fi¬
gure zoomorfe.
C. Conti Rossini, 1943, pp. 102-105, figg. 1-4.
profondo) alcune figure di uomini e animali resi con
disegno molto semplice e schematico.
Le figure umane, sovente itifalliche, appaiono ar¬
mate di scudi rotondi e di una corta arma offensiva;
sembra presente l’immagine di un cavaliere, per il re¬
sto sono raffigurati cammelli. Il Conti Rossini vi leg¬
ge scene di guerra o razzia, a noi sembra di scorgere
l’esibizione (quasi icona) del guerriero armato.
DEUDEU
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Il Conti Rossini segnala nella regione delle Rore
rozze figure, lunghe mediamente tra i 16 e i 22 cm, inci¬
se «su massi a Nord del monte Deudeu, che sorge a cir¬
ca tre quarti d’ora a SE di Nacfa» (Conti Rossini, 1922).
I disegni pubblicati non mostrano però alcuna im¬
magine che abbia per noi qualche significato icono-
Sahel
Carta dimostrativa della Colonia Eritrea e delle re¬
gioni adiacenti, 1:400.000, foglio 2 (Nacfa), Istituto
Geografico Militare Italiano, Firenze 1934.
A nord del monte Deudeu, a sud - est di Nacfa.
Rocce.
Incisione.
Figure di difficile classificazione.
C. Conti Rossini, 1922, pp. 265-266, fig.10.
grafico, se non si vuole intravedere in alcune di esse,
come suggerisce l’autore stesso, qualcosa che abbia
una certa somiglianza con l’impronta di piedi umani.
Talvolta all’interno di queste incisioni si trovano pic¬
coli buchi disposti in file parallele che potrebbero
avere a che fare con il gioco del gàbàtà.
ALTRI SITI SEGNALATI NELLA REGIONE DELLE RORE
Di alcune località Conti Rossini ci fornisce soltan¬
to una segnalazione, senza precise indicazioni topo¬
grafiche. In Antiche rovine sulle Rore eritree (1922, p.
265) ricorda la presenza su massi granitici, lungo la
via da Nacfa a Uold Gan sui monti Galad, di figure
tracciate «a carboncino». Le immagini sembra rap¬
presentino uomini e cammelli.
Altri due siti sono citati sempre dal Conti Rossini
nella sua Storia d’Etiopia (1928, p. 245, tav. LI); il pri¬
mo è Danga nell’Haggar Abbai, l’altro è Ghirè nel-
l’Haggar Nisc’. La segnalazione di queste due stazio¬
ni d’arte rupestre è accompagnata da alcuni disegni
del conte Filippo Marazzani Visconti Terzi, che ripro¬
ducono le incisioni presenti sulle rocce (Fig. 22). Si ri¬
conoscono immagini semplici rappresentanti cam¬
melli, un cavaliere, un guerriero armato e segni geo¬
metrici.
Fig. 22 - Danga e Ghirè: tavola pubblicata dal Conti Rossini con i
disegni delle incisioni rupestri (da Conti Rossini, 1928).
28
GIULIO CALEGARI
CULLITÈ
Ritrovamento 1889, Junker.
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Barca
Carta dimostrativa della Colonia Eritrea e delle re¬
gioni adiacenti, 1:400.000, foglio 1 (Basso Barca),
Istituto Geografico Militare Italiano, Firenze 1934.
In località Cullitè, nella valle del Barca, vari chilo¬
metri a sud della confluenza con il fiume Ambacta.
Morfologia del sito
Roccia.
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Incisione.
Bovini, cammelli, giraffe (?), segni schematici, antro¬
pomorfi, cavalieri e un’iscrizione.
Bibliografìa Junker, 1889, p. 87; C. Conti Rossini, 1903, pp. 139-
145; G. Dainelli & O. Marinelli, 1912, p. 496; C. Conti
Rossini, 1928, tav. LII.
La località, già segnalata da Junker, fu visitata dal
tenente Luigi Talamonti, che ebbe modo di percorre¬
re la Valle del Barca da Agordat sino alla confluenza
con l’ Ambacta, nel giugno del 1902. Talamonti fornì
gli appunti ed i disegni su quanto aveva avuto modo
di rilevare nel corso di questa sua esplorazione a Car¬
lo Conti Rossini, che li utilizzò per una pubblicazione
di carattere archeologico (Conti Rossini, 1903).
Su una parete scistosa che cade a picco sulla spon¬
da destra del fiume Barca, sono presenti alcune inci¬
sioni. Le figure, che misurano mediamente cm 30, se¬
condo Conti Rossini e per quanto appare dai disegni
pubblicati, rappresentano buoi, cammelli, giraffe (?),
uomini a cavallo e serpentiformi. Sono presenti ele¬
menti simbolico - decorativi come linee ondulate pa¬
rallele, figure quadrilobate, stelle e linee curve intrec¬
ciate (Fig. 23). Un gruppo di uomini a cavallo e a pie¬
di, che sembra sospingere davanti a sé alcuni cam¬
melli, viene interpretato come descrizione di una raz¬
zia. Assieme alle figure è presente un’iscrizione i cui
caratteri sono riconosciuti da Conti Rossini come
etiopici arcaici.
Fig. 23 - Cullitè: le figure incise nel sito secondo i disegni forniti da L. Talamonti (da Conti Rossini, 1903).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
29
DINAÈ
Ritrovamento
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografia
Anche questo sito è descritto da Carlo Conti Ros¬
sini sulla base degli appunti e dei disegni fornitigli dal
tenente Luigi Talamonti.
Sulla sponda sinistra del Barca, su un lastrone di
roccia scistosa, in parte immerso nelle sabbie del fiu¬
me, si trovano alcune incisioni. Le figure, come ap¬
paiono dai disegni pubblicati da Conti Rossini, sono
molto semplici e rappresentano principalmente
cammelli, figure antropomorfe, cavalieri e segni
(Fig. 24).
1902, Luigi Talamonti.
Barca
Carta dimostrativa della Colonia Eritrea e delle re¬
gioni adiacenti, 1:400.000, foglio 1 (Basso Barca),
Istituto Geografico Militare Italiano, Firenze 1934.
Nella valle del Barca, immediatamente a valle della
confluenza dell’Attai nel Barca.
Lastrone roccioso.
Incisione.
Cammelli, antropomorfi e cavalieri.
C. Conti Rossini, 1903, pp. 146-147; G. Dainelli & O.
Marinelli, 1912, p. 497; C. Conti Rossini, 1928, tav.
LII.
Di particolare interesse l’acconciatura di un cava¬
liere che il Conti Rossini cita come un «re a cavallo»
con la corona, paragonandola con le effigi delle mo¬
nete aksumite, ma che un’acuta osservazione del Ta¬
lamonti riporta al confronto con un tipo di pettinatu¬
ra utilizzata ancora oggi dalla popolazione dei Beni
Amer. Il Conti Rossini così segnala «una specie di
breve iscrizione di quattro righe, composte ciascuna
di quattro lettere: si direbbero caratteri abissini, di¬
sposti a bustrophedon» (Conti Rossini, 1903).
Fig. 24 - Dinaè: le figure incise nel sito secondo i disegni forniti da
L. Talamonti (da Conti Rossini, 1903).
30
GIULIO CALEGARI
ELIT
Ritrovamento
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
In questa località sono state segnalate alcune pit¬
ture su grandi massi di crollo. Da alcune fotografie
che mi sono state mostrate da Berhane Tesfamariam
del National Museum of Eritrea ad Asmara, ho potu¬
to osservare un insieme di figure monocrome nere e
bianche. Si tratta di uomini realizzati con disegno
schematizzato: alcuni si presentano con le braccia sui
fianchi, mentre due personaggi sembrano abbraccia¬
ti, forse in un rapporto sessuale (Fig. 25). Anche gli
animali dipinti in questo sito sono di fattura molto
semplice, ridotti nello schema «a pettine».
Nelle vicinanze è del pari indicato un vasto riparo
dipinto con figure monocrome bianche e nere. Berha¬
ne Tesfamariam segnala, inoltre, un altro sito di arte
rupestre in località Sebderat, tra il Barca ed il Gash-
Setit, al confine sudanese, di cui non ci è stata fornita
altra indicazione.
1994, Berhane Tesfamariam e Rezenè Russom.
Gash
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1857. Istituto Geografico Militare Italiano,
Firenze 1934.
Quota: m 700 ~
Nella zona del Gash-Setit, tra Tessenei e Barentu, nei
pressi del villaggio di Haicota.
Massi all’aperto e un riparo.
Pittura. Colori: bianco e nero.
Figure antropomorfe, zoomorfe e segni schematici.
Discreto (1994).
Berhane Tesfamariam, comunicazione personale.
Fig. 25 - Elit: particolare delle pitture; al centro una scena inter¬
pretabile come descrizione di un rapporto sessuale (foto Berhane
Tesfamariam).
MEHBÀ WORQÌ - MEHBÀ GENZEB (AD TECLESAN)
Ritrovamento 1899, Carlo Conti Rossini.
Regione Hamasién
Distretto Dembesan
Riferimenti cartografici Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1762 (Asmara), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Lungo la strada Asmara - Cheren, a nord di Ad Te-
clesan, 2 chilometri dal colle Mumàt Ezum.
Morfologia del sito Masso.
Tecnica esecutiva
Incisione.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
31
Figure rappresentate
Bibliografìa
Il nome di questa località, presso Ad Teclesan, si¬
gnifica letteralmente «nascondiglio dell’oro o del te¬
soro» ed è da porsi in relazione con la presenza di un
masso inciso. Secondo il Conti Rossini questo appel¬
lativo è infatti legato alla credenza che presso antichi
monumenti si celino misteriosi tesori (Conti Rossini,
1900). Il masso si trova sul ciglio della strada per
Asmara, al 43° chilometro e fu rintracciato in seguito
(spezzato in due) anche da Vincenzo Franchini.
Le incisioni presenti mostrano figure lineari e ser¬
pentiformi, un cerchio inquartato, bucrani o forse fi¬
gure zoomorfe molto semplificate (Fig. 26). Conti
Rossini, citando altre simili rocce incise presenti nel
Dembesan e nel Carnescim, riferisce di averne una
decina (in forma di lastroni) nel giardino della sua ca¬
sa di Asmara e di averne trasportata e conservata una
piccola (Fig. 26, A) nel suo studio a Roma (Conti
Rossini, 1948).
Figure geometriche e segni schematici.
C. Conti Rossini, 1900, p. 114; G. Dainelli & O. Mari¬
nelli, 1912, pp. 501-502; C. Conti Rossini, 1928, p. 279,
tav. LXV, n.209; C. Conti Rossini, 1948, p. 113; V.
Franchini, 1958, p. 49.
n 209 - Pielr* incua del Dembetàn, pretto Ad Tecletào;
- (A) Altra del Carnetcìm, di proprietà Conti Rottini
(cm. 42*55).
Fig. 26 - Mebhà Worqì - Mebhà Genzeb: tavola pubblicata da C.
Conti Rossini con il rilievo delle incisioni rupestri e la rispettiva
didascalia. Nel riquadro piccolo si trova il rilievo della roccia con¬
servata nel suo studio di Roma (da Conti Rossini. 1928).
QUANTEBBA
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Intorno al villaggio di Quantebba, su alcuni massi
distanti tra loro poche centinaia di metri, sono pre¬
senti incisioni a motivi lineari, schematizzanti figure
umane o zoomorfe. Attilio Gaudio, che per primo se¬
gnala questa stazione d’arte rupestre, indica tre mas-
1953, Attilio Gaudio.
Hamasién
Carnescim
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1762 (Asmara), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Presso il villaggio di Quantebba, raggiungibile con la
vecchia rotabile per Massawa, che si diparte dalla
strada Asmara - Cheren.
Tre massi.
Incisione.
I masso: probabili figure zoomorfe ed antropomorfe.
II masso: probabili figure zoomorfe ed antropomorfe.
Ili masso: figure lineari, alcune spiraliformi.
A. Gaudio, 1953, pp. 45-48.
si incisi: un primo di basalto (largo circa cm 80 e lun¬
go cm 165) posto al limite settentrionale del villaggio,
sull’orlo di una scarpata, su cui sono tracciate fitta¬
mente incisioni a linee piuttosto larghe. Un secondo,
sempre in basalto (dalle dimensioni di cm 65 x 188),
32
GIULIO CALEGARI
HAR’ÒM
KORTAMIT
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
33
Di Kortamit Cervfcek illustra dodici figure dalle
dimensioni varianti dai 16 ai 27 cm di altezza. Si trat¬
ta di incisioni realizzate a martellina, con contorno
frastagliato; la patina è piuttosto scura.
Le immagini rivelano una direzione figurativa da
forme schematiche e semplificate verso motivi geo¬
metrico - ideogrammatici, con meandri e spirali deri¬
vate dal disegno delle corna ricurve e sinuose di bo-
vidi. Il motivo delle corna si combina in associazioni
che danno origine a composizioni complesse nelle
quali sembrano fondersi immagini di bucrani (Fig. 27
a, b, c). Un confronto evidente è possibile con incisio¬
ni della Repubblica di Gibuti (Joussaume, 1995,
fig.26). In certi casi, secondo Cervfcek, alcune figure
con corna a spirale sono riconducibili a immagini di
ovini; non mancano, nella descrizione dell’animale,
forme vicine allo schema «a pettine» (Fig. 27 d) e, tra
i segni grafici, sono anche presenti forme «a tridente»
(Fig. 27 e), uguali a quelle che troviamo a Ba’attì Ab-
ba Keisì, Endà Abùne Tekhlè, ecc....
A Kortamit la figura che più riconduce alla de¬
scrizione del vero è quella di un bovino, con le lunghe
corna ondeggianti protese in avanti, reso con disegno
convenzionale: corpo rettangolare, quadrettato dal
prolungamento delle zampe allineate in parallelo, co¬
me i denti di un pettine (Fig. 27 f).
Figura completamente estranea al resto del com¬
plesso illustrato è quella estremamente geometrica di
un quadrato, suddiviso in quattro quadrati, nei quali
sono tracciate diagonali e mediane come raggi che
convergono al centro, rimandando a figure di stelle
(Fig. 27 g).
Fig. 27 - Kortamit: bovidi in differenti schematizzazioni e figure geometriche (da Cervfcek, 1976b).
34
GIULIO CALEGARI
MAH MALEHÈSS
Ritrovamento
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografia
Le sei figure documentate in questo sito ribadi¬
scono quel gusto per i segni a spirale e a meandro, nei
quali si riassumono le schematizzazioni della figura
del bovide e forse anche della figura umana.
Queste incisioni, le cui dimensioni variano dai 26 ai
43 cm, sono state realizzate a martellina e rivelano una
scelta espressiva verso segni ideogrammatici, che si ri-
1914/1915, Leo Frobenius.
Hamasién
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1762 (Asmara), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
A ovest di Asmara.
Incisione a martellina.
Bovidi e figure antropomorfe (?) in differenti schematiz¬
zazioni.
P. Cervfcek, 1976b, pp. 238-239, figg. 13-18; R. Jous-
saume, 1995, p. 40.
petono puntualmente. Oltre alle forme «a tridente», si
distinguono chiaramente alcuni ideogrammi la cui gra¬
fica sembra derivare dal motivo di due corna di bovino
a curve contrapposte, come una S posta orizzontalmen¬
te su un tratto verticale, con una curva particolarmente
accentuata a spirale rivolta in basso. È questo un segno
preciso, quasi una lettera alfabetica (Fig. 28 a, b, c, d).
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Fig. 28 - Maji Malehèss: bovidi e antropomorfi (?) in differenti schematizzazioni e segni geometrico - ideogrammatici (da
Cervfcek, 1976b).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
35
LAMDRARA
Ritrovamento
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Le incisioni, realizzate a martellina, hanno misure
varianti dai cm 11 ai 38. Anche in questo caso sono
sempre le descrizioni delle corna a fornire figure
ideogrammatiche, singole o riunite in composizioni
figurative.
In un caso l’immagine di un bovino rappresentato
verticalmente (Fig. 29 a) svela la base di partenza ver¬
so il motivo grafico a S rovesciata (Fig. 29 b, c, d, e).
L’animale, la cui struttura è quella semplificata «a
pettine» (con corpo a segmento retto e zampe a trat-
1914/1915, Leo Frobenius.
Hamasién
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1762 (Asmara), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
A ovest di Asmara.
Incisione a martellina.
Figure zoomorfe e bovidi in differenti schematizza¬
zioni.
P. Cervfcek, 1976b, pp. 239-240, figg. 19-34; R. Jous-
saume, 1995, p. 40.
ti paralleli), è dotato di corna a curve contrapposte,
delle quali quella sinistra è una spirale.
Altri disegni ricordano un bucranio di ovino (Fig.
29 f), mentre altre ancora mantengono, seppure nella
semplicità dell’esecuzione, i tratti «naturalistici» dell’a¬
nimale. In un caso è figurato un bovino col corpo ret¬
tangolare e due corna ricurve all’indietro, inciso anche
nella parte endoperimetrale (Fig. 29 h), mentre meno
sicure sono le immagini interpretate da Cervfcek come
un cammello (Fig. 29 i) ed un felino (Fig. 29 1).
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Fig. 29 - Lamdrara: bovidi in differenti schematizzazioni ed altre figure zoomorfe (da Cervfcek, 1976b).
36
GIULIO CALEGARI
DEMBE WADI MUDUI
DAARÒ CAULÒS
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel novembre 1993
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
37
Temi identificati II gruppo degli uomini allineati.
Stato di conservazione Scadente (1993). Cause di degrado: interventi antropi¬
ci (lesioni e stacchi intenzionali della roccia scolpita).
Bibliografìa C. Conti Rossini, 1928, p. 108, tav. XXIII; Consociazio¬
ne Turistica Italiana, 1938, p. 209; R. Fattovich, 1983,
pp. 241-247, figg. 1-5; G.Tringali, 1990, pp. 167-169, figg.
1-9; G. Calegari,Tajedim Nuredaim Yusuf & Berhane
Tesfamariam, 1993, pp. 47-52, fig.l; G. Calegari, 1994a,
p. 121; G. Calegari, 1996, pp. 31-46, figg. 3-4.
In una piccola valle presso il villaggio di Daarò
Caulòs, vicino ad una sorgente d’«acqua santa», si
apre una grotta che la tradizione vuole fosse abitata
anticamente da un santo eremita. La cavità, che pe¬
netra nella roccia per circa 30 metri, si apre al suo
esterno con un lungo riparo alto circa 2 metri. Sotto
questo riparo, all’entrata della grotta vera e propria
(sulla sinistra guardando la cavità), è scolpita in bas¬
sorilievo una composizione a figure antropomorfe.
Già conosciuto e pubblicato da Conti Rossini, il rilie¬
vo di Daarò Caulòs si poneva come un misterioso
unicum nella tradizione dell’arte rupestre eritrea.
Il bassorilievo, gravemente e volontariamente
danneggiato da ignoti nei primi anni ‘60 (Tringali,
1990), fu visitato da Rodolfo Fattovich e fatto ogget-
Fig. 31 - Daarò Caulòs: particolare di un gruppo di figure (foto Ca¬
legari).
to di una interessante e approfondita pubblicazione
(Fattovich, 1983).
Nel corso della missione del novembre 1993 in
Eritrea, l’équipe del Centro Studi Archeologia Afri¬
cana ebbe modo di visitare la grotta di Daarò Caulòs
e di documentare l’attuale stato delle opere d’arte ru¬
pestre. Dalle illustrazioni e descrizioni di Conti Ros¬
sini possiamo rilevare che il fregio era composto da
almeno venti personaggi, visti di fronte, allineati oriz¬
zontalmente su due file parallele sovrapposte. Le fi¬
gure, che in seguito subirono i danni maggiori, sono
quelle nella parte alta a sinistra, che furono quasi
completamente cancellate. Ancora abbastanza inte¬
gra è invece la parte destra del fregio; complessiva¬
mente si possono osservare almeno sei figure abba¬
stanza ben conservate, mentre di una decina di per¬
sonaggi restano solo frammenti parziali (Fig. 188).
La tecnica esecutiva con la quale furono realizza¬
te le figure, anche se qui piuttosto grossolana, è quel¬
la del bassorilievo. Le immagini sono state infatti re¬
se aggettanti con il ribassamento del piano intorno ad
esse: una tecnica semplice che ha però permesso di la¬
vorare sulla loro sporgenza, sottolineando la forma
plastica e rendendo il senso del volume dei corpi.
Le figure, anche se nessuna di esse è integra, hanno
altezze che mediamente si aggirano intorno ai 40-50
cm, mentre alcune hanno misure decisamente minori.
Il fregio, come meglio appare dalle immagini di
Conti Rossini che ce lo mostrano prima del danneg¬
giamento (Conti Rossini, 1928, tav. XXIII), era com¬
posto da un accostamento di figure di differenti di¬
mensioni, tra le quali sembra poter enucleare triadi
formate da una figura piccola in mezzo a due figure
maggiori (Fig. 31). Di fatto le differenti dimensioni,
come la reciproca collocazione degli antropomorfi
scolpiti a Daarò Caulòs non offrono elementi suffi¬
cienti per comprendere il reale significato del fregio.
Impenetrabili si presentano del resto le stesse singo¬
le figure, senza alcun attributo che le qualifichi o ce
ne riveli il sesso o lo status.
I personaggi si mostrano come puri antropomorfi,
non lasciano scorgere i loro caratteri sessuali ma nep¬
pure il loro abbigliamento. Nella sua visita al bassori¬
lievo Fattovich aveva osservato a proposito delle figure
«...la presenza sulla parte inferiore del tronco di alcu¬
ne di una larga appendice interpretabile come rappre¬
sentazione del fallo oppure di una coda posticcia» (Fat¬
tovich, 1983, p. 242); ciò non è stato però da me riscon¬
trato nel corso delle mie osservazioni, a causa forse di
ulteriori danneggiamenti sopravvenuti in questi ultimi
anni (la grotta era stata adibita a deposito di munizioni
durante il conflitto di liberazione del Paese).
38
GIULIO CALEGARI
Le figure mancano del resto di qualsiasi definizio¬
ne fisiognomica: i loro volti, anche se molto rovinati,
non lasciano intendere di avere mai posseduto parti¬
colari caratterizzazioni o tratti marcati. Per contro,
molte figure paiono avere delle vistose «acconciatu¬
re» ad aureola, con trecce ai lati del capo (Fig. 32);
unico particolare, questo, che è attualmente possibile
osservare sulle figure.
Del resto i soggetti, pur con qualche minima va¬
riazione, presentano la medesima iconografia e sono
posti, quasi moduli identici nella forma, a comporre il
pannello scolpito secondo accostamenti a noi ignoti.
Singolarmente il personaggio tipo di Daarò Caulòs è
figurato frontalmente, ha la vita stretta ed i fianchi
larghi arrotondati come le spalle; le braccia, corte,
pendono rigide lungo il suo corpo e le mani, aperte,
sono chiaramente tratteggiate. Le gambe, ben separa¬
te da un largo solco, sono robuste ed i piedi, ove si
scorgono, si presentano con le dita indicate. La testa,
evidenziata e tondeggiante è, come si è detto, ador¬
nata con acconciature.
Complessivamente le figure antropomorfe di
Daarò Caulòs suggeriscono un senso di immobilità che
contribuisce a conferire loro quella dimensione ierati¬
ca che decisamente non sfugge all’osservatore. Il tema
dei personaggi antropomorfi, accostati in questo gene¬
re di composizione e ritenuto fino a non molto tempo
fa unico a Daarò Caulòs, sembra, alla luce di nuove
scoperte e considerazioni, un motivo importante e ben
presente nell’iconografia dell’arte rupestre eritrea, co¬
me attestano il bassorilievo di Ba’attì Mariam e le pit¬
ture di Iscmelè I (Calegari, 1996).
Va ricordato che Tringali durante la sua prima visi¬
ta alla grotta rinvenne in superficie alcuni «microliti di
ossidiana e raschiatoi di quarzite» (Tringali, 1990).
Fig. 32 - Daarò Caulòs: particolare di una figura antropomorfa
(foto Calegari).
BA’ATTÌ MARIAM
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel novembre 1993, agosto 1994 e gennaio 1995
L’ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
39
Bibliografìa G. Calegari, Tajedim Nuredaim Yusuf & Berhane Te-
sfamariam, 1993, pp. 47-52, figg. 2-3; G. Calegari,
1994a, pp. 121-122, figg. 1-2; G. Calegari, 1996, pp. 31-
46, figg. 1-2.
Il sito, che si trova in prossimità del villaggio di
Bardà, 23 chilometri a sud - ovest di Asmara, fu do¬
cumentato nel novembre 1993, nel corso della prima
missione di studio sull’arte rupestre dell’Eritrea rea¬
lizzata dal Centro Studi Archeologia Africana.
Si tratta di un riparo protetto da un minimo ag¬
getto della roccia, alla base di una scarpata alta una
decina di metri che si affaccia ad anfiteatro sul lago -
diga Mai Nefhi. La località, chiamata Ba’attì Ma-
riam, è cara alla devozione della gente del luogo per
un interessante bassorilievo, le cui raffigurazioni so¬
no rapportate dai devoti all’iconografia cristiana. Si
tratta di un vero e proprio bassorilievo, nel quale il
volume delle figure è stato reso ribassando intorno
al loro profilo una larga fascia della superficie roc¬
ciosa (Fig. 189).
Le immagini scolpite a Ba’attì Mariam sono esclu¬
sivamente figure antropomorfe e si presentano in po¬
sizione frontale, allineate orizzontalmente (Fig. 33).
Tranne una piuttosto consumata, che si trova isolata
e più in alto a circa 5 m sulla destra del gruppo prin¬
cipale, le altre figure sono poste a livello dell’attuale
piano di calpestio, parzialmente ricoperte nella loro
parte inferiore da sedimenti terrosi (Fig. 34).
Le sculture, che hanno dimensioni variabili sino
ad un’altezza di 40 - 45 cm, si presentano nel com¬
plesso sciupate, vuoi dal dilavamento che ne ha quasi
«sciolte» alcune (il supporto roccioso è l’argillite),
vuoi dall’intervento umano dei devoti che nel tempo
hanno grattato le immagini, per asportarvi piccole
quantità di roccia da ingerire o portare sul corpo a
scopo curativo o profilattico.
Nel complesso è attualmente possibile scorgere
con certezza sedici personaggi figurati sulla parete.
La tecnica d’esecuzione e la resa figurativa sono de¬
cisamente omogenee: gli antropomorfi hanno teste
grandi e arrotondate, le braccia un poco allargate
pendono lungo il corpo, mentre vita e torace sottili
mettono in evidenza la curva delle spalle e dei larghi
fianchi. Le gambe (molte sono interrate nei sedi¬
menti) sono strette e separate tra loro da un sempli¬
ce solco.
L’attuale condizione delle figure non lascia tra¬
sparire alcuna definizione fisiognomica che le carat¬
terizzi, così come manca qualsiasi altro attributo (ar¬
mi, oggetti, abbigliamento) che possa fornire indica¬
zioni sul sesso o lo status dei personaggi effigiati. So¬
lo su due figure all’estrema sinistra parrebbe di in¬
travedere una sorta di acconciatura (Fig. 35), per il
resto le differenti misure e collocazioni dei singoli
soggetti non ci offrono alcuno spiraglio per accedere
alla dimensione narrativa o al significato esoterico
espresso da questa composizione. È possibile osser¬
vare, quasi al centro del fregio nel punto meglio con¬
servato, una figura che in parte ne copre un’altra, co¬
me a voler dare un senso di profondità (Fig. 190).
5m
40
GIULIO CALEGARI
Fig. 34 - Ba’attì Mariam: particolare del bassorilievo. Le figure
proseguono sotto i sedimenti che le ricoprono parzialmente (foto
Calegari).
Il bassorilievo di Ba’attì Mariam è nel suo com¬
plesso rapportabile, per tematica e tecnica esecutiva,
a quello ben noto di Daarò Caulòs, dal quale non di¬
sta, in linea d’aria, che una decina di chilometri. In
ambo i casi poi, le opere d’arte rupestre sono legate
nella loro attuale identità a luoghi di venerazione. Ri¬
corderò la bella leggenda su Ba’attì Mariam che cir¬
cola nel villaggio di Bardà e che qui riporto come mi
è stata raccontata da Fesseha-Tsion Tedia, di 74 anni,
abitante di Bardà e gentilmente tradottami da Yo-
seph Libsekal. «Ho sentito questa leggenda da un mio
antenato. Durante la guerra (non sa esattamente qua¬
le guerra, n.d.a.), il paese fu invaso dal nemico. Così i
Fig. 35 - Ba’attì Mariam: particolare del bassorilievo con figure
che sembrano portare un’acconciatura (foto Calegari).
nostri antenati furono costretti a nascondere il Tabot
(tavoletta d’altare in legno con scolpita l’effigie del
Santo a cui la chiesa è dedicata, n.d.a.) in un luogo se¬
greto. Dopo la guerra, la gente, i nostri antenati, inizia¬
rono invano la ricerca del Tabot che avevano nasco¬
sto. Essi furono incapaci di trovarlo e si disperarono.
Un giorno, videro una colomba uscire da un riparo
nella roccia (dove si trova il bassorilievo, n.d.a.), tene¬
va nel becco un filo del tessuto usato per coprire il Ta¬
bot. Così furono capaci di identificare il luogo segreto
dove per molto tempo era stato nascosto l’oggetto sa¬
cro. Lo portarono allo scoperto e lo misero nella chie¬
sa che ne era stata privata per tanti anni». Alla richie¬
sta di cosa rappresentasse il bassorilievo e quando
fosse stato realizzato, l’informatore ha risposto: «La
gente crede che siano gli Angeli e Santa Maria, ma non
si sa come e quando furono scolpiti».
I personaggi effigiati a Ba’attì Mariam sembrano
voler rappresentare il gruppo degli uomini allineati, il
visibile e l’invisibile di una società. La stessa loro de¬
scrizione schematica ed astratta pare voler rivelare la
presenza della figura antropomorfa nel modo più sin¬
tetico possibile, senza orpelli o gesti che turbino l’im¬
mobile ieraticità dell’apparizione. Io li ho definiti «te¬
stimoni impassibili». Essi parlano una lingua forte at¬
traverso un preciso codice descrittivo che rende pe¬
culiare la loro iconografia e ci permette di accostare,
come espressione dello stesso tema, le composizioni
scolpite di Ba’attì Mariam, Daarò Caulòs e quella di¬
pinta a Iscmelè I.
MONTOTÒ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
1961, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1962 (Godofelassi), Istituto Geografico Mi¬
litare Italiano, Firenze 1934.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
4!
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
«È il dosso a sud di Caieh Addi, che si erge con
un’alta parete verso est, sulla piana del Mai Dahrò di¬
gradante al Marèb. Nella porzione sud della parete, a
circa 3/4 della sua altezza, là ove essa diviene vertica¬
le, si apre un’ampia e profonda grotta a due piani, di
cui quello superiore più vasto e profondo». (Franchi¬
ni, appunti personali). Franchini ci riferisce, inoltre,
che questa cavità è punto di riferimento religioso per
i monaci di Debrì Àbùna Jonàs e di Enda Johannes,
che ogni Quaresima si ritirano in essa a digiunare.
Luogo investito dunque anche ai nostri giorni di par¬
ticolare sacralità.
Delle due cavità sovrapposte, quella inferiore pre¬
senta, a sinistra e verso l’esterno, una serie di figure
dipinte principalmente in rosso e, più raramente, in
nero e bianco. Si tratta, nel caso di quelle più leggibi¬
li, di figure zoomorfe (prevalentemente cavalli) e di
uomini, rese in modo molto semplice.
Gli animali sono disegnati con lo schema «a petti¬
ne», ma non mancano soluzioni interessanti: nella re¬
sa della testa, ad esempio, dove un tratto curvo trac¬
cia la mandibola lasciando uno spazio vuoto a indica¬
re l’occhio. In alcuni casi il treno posteriore dell’ani¬
male è reso con due S parallele, come per evidenzia¬
re la curva dei glutei. Le code appaiono lunghissime,
a volte attraversate da un segmento, quasi fosse figu¬
rato un aratro (Figg. 36 e 191). Gli uomini sono dise¬
gnati anch’essi in modo molto semplificato e stereo¬
tipo, anche se, tutto sommato, ognuno si presenta con
una sua propria postura. I personaggi, in quello che
sembra essere un «pannello» narrativo omogeneo,
appaiono appiedati nell’atto di condurre i cavalli te¬
nendoli per le briglie o per una breve corda. Altre fi¬
gure (bianche e nere) sembrano sempre rappresenta¬
re cavalieri e antropomorfi schematici e si scorgono,
più sbiadite, alcune immagini rosse che raffigurano
bovini con un corpo rettangolare (Fig. 191).
La grotta superiore, cui si accede con una scala ri¬
cavata da un tronco d’albero, è più vasta e presenta
resti di muri che, al pari del soffitto annerito e incro¬
stato dal fumo, indicano che l’ambiente è stato fre¬
Quota: m 1700 ~
Circa 4 chilometri ad ovest della confluenza del
Marèb col Mai Dahrò.
Due cavità sovrapposte.
Pittura. Colori: rosso, nero e bianco.
Parte inferiore: figure zoomorfe, soprattutto cavalli,
antropomorfi e cavalieri.
Parte superiore: figure zoomorfe e antropomorfe.
Discreto (anni ’60).
V. Franchini, 1969, p. 87; V. Franchini, appunti perso¬
nali.
quentato e usato come ricovero sino a tempi attuali.
In questa cavità Vincenzo Franchini ci segnala, a de¬
stra verso l’esterno, la figura di un cammello «...di
rozzo stile naturalista, in rosso» e altre figure poco
chiare. Sono presenti anche bovini gibbuti, dipinti in
rosso e contornati di bianco, come a Ba’attì Meshùl.
Fig. 36 - Montotò, grotta inferiore: gruppo di uomini e cavalli (fo¬
to Franchini).
42
GIULIO CALEGARI
ENDÀ ABÙNE TEKHLÈ
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1995
Nelle vicinanze di Fecioquà, in un luogo conosciu¬
to soprattutto per la presenza di «acqua santa», vi è
una cavità con incisioni rupestri. Si tratta di una vera
e propria grotta, con un corridoio che penetra per
qualche metro nel banco di arenaria. Le incisioni so¬
no all’ingresso, sulla parete destra rispetto a chi entra.
Le figure sono state realizzate prevalentemente a
martellina o, più raramente, per levigatura (a solco
continuo). Si tratta di raffigurazioni fortemente sche¬
matizzate, la maggior parte delle quali appartiene a
quel genere che è presente anche a Mezab Alabù,
Ba’attì Abba Keisì e Mesbàr Gueibì, costituite da un
semicerchio attraversato da un segmento.
In questa occasione però, le immagini sono parti¬
colarmente curate nell’esecuzione e presentano nel
disegno varianti iconografiche degne di attenzione
(Fig. 192). In certi casi le tipiche figure «a tridente»
sembrano chiudersi, come un cerchio attraversato dal
diametro; in altri si presentano con due o più seg¬
menti centrali, con forme che potremmo definire «a
pettine curvo» (Fig. 37). Una figura a sinistra sembra
tradire la sua origine zoomorfa, mentre altre nella
parte bassa sembrano copie più «fruste», probabil¬
mente anche più recenti, eseguite a solco continuo
con disegno meno morbido, più rettilineo e con segni
che ricordano lettere alfabetiche.
Nel complesso queste immagini presentano una
forte carica evocativa espressa con un linguaggio che
non utilizza le forme del verosimile; un linguaggio
che chiede al segno di significare. Queste incisioni
non rappresentano solo l’estrema schematizzazione
di figure «naturalistiche», delle quali potremmo tro¬
vare il modello iniziale, sono bensì dei veri ideogram¬
mi, probabilmente figure sincretiche con richiami a
molteplici significati. Sarebbe riduttivo ricondurre
queste straordinarie immagini a schematizzazioni di
bovini, antropomorfi o bucrani, perché forse sono
tutto ciò messo assieme e non solo. Del resto, l’occa¬
sione per avvicinarci e comprendere il senso di que¬
sto linguaggio non dovrebbe mancare alla nostra cul¬
tura contemporanea che ha saputo esprimersi, attra¬
verso alcune correnti dell’astrattismo e della «pittura
segnica», con proposte (almeno esteticamente) molto
simili a quelle degli artisti di Endà Abùne Tekhlè.
Fig. 37 - Endà Abùne Tekhlè: segni «ideogrammatici» (foto Cale-
gari).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
43
LAHLAI FECIOQUÀ
Vincenzo Franchini segnala, nei dintorni del villag¬
gio di Fecioquà, la presenza di pitture e «graffiti» ru¬
pestri, ponendo in particolare l’attenzione su due siti.
La prima cavità, denominata Lahlai Fecioquà, è si¬
ta poco più di un chilometro a sud - ovest del villag¬
gio ed è lunga circa m 20 e alta mediamente m 6. In
essa Franchini descrive alcune pitture di bovini e prò-
\
Fig. 38 - Lahlai Fecioquà: antropomorfi schematizzati (da Grazio¬
si, 1964a).
Fig. 39 - Lahlai Fecioquà: due bovini incisi (foto Franchini).
babili antropomorfi stilizzati dipinti con ocra rossa e
violacea. Egli riconosce nelle figure dei bovini due
momenti differenti. Tra le pitture è anche presente, in
nero, una figura antropomorfa stilizzata e molto al¬
lungata, il cui corpo si presenta attraversato da nu¬
merosi trattini orizzontali (Fig. 38). Di quest’ultima
figura Graziosi riporta un disegno in un suo lavoro di
confronto tra figure schematiche dell’arte rupestre
(Graziosi, 1964a). Nella stessa cavità sono altresì pre¬
senti due incisioni rappresentanti bovini; l’uno, più in
basso, ha corpo rettangolare e presenta delle lunghe
corna, l’altro ha il collo allungato e, allo stato attuale,
non lascia intravedere le corna e la coda (Fig. 39).
Circa un chilometro ad ovest di Fecioquà è segna¬
lata da Franchini una parete di roccia allo scoperto
con l’incisione di due bovidi e di alcuni altri segni, tra
i quali quello ad E rovesciata o «a tridente» (Fran¬
chini, 1964b, p. 98, fig. 8).
44
GIULIO CALEGARI
EMBA BARIÀ
Ritrovamento 1963, Vincenzo Franchini.
Regione
Distretto
Riferimenti cartografìe!
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1962 (Godofelassi), Istituto Geografico Mi¬
litare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1750 ~
Circa 2 chilometri a sud - ovest del villaggio di Fe-
cioquà, sul lato destro del vallone che scende da
nord.
Cavità nell’arenaria.
Tecnica esecutiva Pittura. Colore: rosso.
Figure rappresentate Figure antropomorfe e zoomorfe, soprattutto bovini,
iene o canidi e un felino (?).
Stato di conservazione Discreto con lacune (anni ’60). Cause di degrado:
esfogliazione della superficie rocciosa e azione degli
agenti atmosferici.
Bibliografìa V. Franchini, 1964b, pp. 98-99, figg. 10-11; P. Graziosi,
1964a, pp. 268-270, fig.3; V. Franchini, 1969, p. 88; V.
Franchini, appunti personali.
Fig. 40 - Emba Barià: figure umane «ancoriformi», bovini, una probabile iena e segni geometrizzanti (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
45
Fig. 41 - Emba Barià: figure umane «ancoriformi» e animali interpretabili come predatori (foto Franchini).
Fig. 42 - Emba Barià: figure zoomorfe; il primo a sinistra, le cui zampe anteriori sembrerebbero dotate di artigli, potrebbe
essere un leopardo (foto Franchini).
46
GIULIO CALEGARI
La cavità prende il nome dal dosso di Emba Barià,
che la ospita ad una quarantina di metri sopra la sua
base orientale. Essa si apre in una parete di arenaria,
è lunga circa m 25, profonda mediamente m 3 ed ha
un’altezza variabile da 1 a 4 metri (Franchini, appun¬
ti personali).
Le pitture, di colore rosso tendente al marrone, so¬
no poste nella parte centrale della parete della cavità,
in una fascia di poco più di m 3 e alta circa cm 60. Le
immagini si presentano sbiadite ma è possibile co¬
gliere sovrapposizioni e tracce di pitture più antiche.
Alcune figure sono dipinte a solo contorno, a vol¬
te riempite con punteggiature; in altri casi le figure
sono a colore pieno. Vi sono raffigurati numerosi bo¬
vini, ma non vi è alcuna descrizione del bue con la
gobba (Fig. 40). Gli antropomorfi, molto schematici,
secondo un codice iconografico presente nella regio¬
ne sono del tipo «ancoriforme»: un segmento vertica¬
le per il corpo (a volte ingrossato con un tondo a una
o alle due estremità, come a indicare il capo o il ses¬
so) è intersecato a diverse altezze da due trattini, cur¬
vi verso il basso, che rappresentano braccia e gambe
(Figg. 40 e 41). Altri animali, che l’artista ha saputo
rappresentare con una tensione dinamica che ce li fa
apparire come protesi in avanti, rappresentano dei
predatori. La coda alzata, come nello scatto, ed una
certa somiglianza con altri esempi figurati a Sullùm
Ba’attì, mi fa pensare si tratti di iene o altri canidi e
in alcuni casi forse di leopardi (Figg. 40 e 42). Una fi¬
gura, con la coda più lunga, potrebbe essere un felino,
mentre altre meno caratterizzate sono di difficile
identificazione (Fig. 42).
MEZAB ALABÙ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
1963, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1962 (Godofelassi), Istituto Geografico Mi¬
litare Italiano, Firenze 1934.
Vicino a Emba Barià.
Riparo.
Pittura. Colore: rosso.
Segni schematici.
P. Graziosi, 1964a, p. 270, fig. 4.
Il sito viene descritto come un piccolo riparo nel
quale sono presenti figure schematiche di difficile in¬
terpretazione. Tra queste vi è un gruppo di sei figure
«a tridente» o a E rovesciata, costituite da un semi¬
cerchio intersecato nel mezzo da un tratto diretto al
centro (Fig. 43). Anche in questo caso Graziosi sug¬
gerisce confronti tra le raffigurazioni identificate in
Eritrea ed altre simili presenti nella pittura aziliana e
nell’arte rupestre schematica della penisola iberica
(Graziosi, 1964a), ma naturalmente si tratta di punti
di convergenza.
Fig. 43 - Mezab Alabù: segni «a tridente» dipinti in rosso (da Gra¬
ziosi, 1964a).
L'ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
47
ENDA GHEHE (ADI BELIA)
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografia
Di questa località inedita abbiamo solo una breve
segnalazione dovuta a Vincenzo Franchini, che così la
descrive nei suoi appunti: «Cavità sita poco a sud di
Adì Belià, ai piedi del costone sul quale è il villaggio.
Vi sono numerose pitture in rosso e nero, schematiz¬
zate e sbiadite. Vi si riconoscono due cavalieri, e ani¬
mali» (Fig. 44).
Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Sotto il villaggio di Adì Belià.
Cavità.
Pittura. Colori: rosso e nero.
Figure zoomorfe, cavalieri e segni schematici.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
Fig. 44 - Enda Ghehè: cavaliere e figura schematica (foto Fran¬
chini).
SOKUÀR EMNÌ
48
GIULIO CALEGARI
Tenti identificati
Bibliografia
All’estremità occidentale dell’anfiteatro racchiuso
tra Adì Belià e l’Endà Nehbì vi è un «torrione» isola¬
to, che presenta cavità e ripari prodotti per crollo ed
erosione naturale dei differenti strati di arenaria di
cui è formato. A circa metà altezza due aperture sono
interessate dalla presenza di rupestri.
Nella cavità inferiore vi sono alcune pitture in co¬
lore rosso che rappresentano cavalli, cavalieri e uo¬
mini appiedati realizzati con un disegno molto sem¬
plice. Quattro personaggi sono resi in maniera estre¬
mamente rigida : le braccia allargate «a croce» mo¬
strano la presenza di mani aperte con dita evidenzia¬
te; in un caso la posizione è quella dell’«orante» con
le braccia alzate. Tutti presentano, a metà altezza del
loro corpo, un segmento orizzontale, interpretabile
come arma (spada o bastone) tenuta alla cintura,
sempre che non si voglia pensare che siano stati tra¬
fitti (Fig. 45).
L’apertura superiore presenta invece incisioni,
realizzate principalmente per levigatura, anch'esse
molto schematiche e geometrizzanti. Si riconoscono
bovini, ma le figure sono soprattutto del tipo «a reti¬
colo», cruciformi, stellari o a cerchio inquartato.
Antropomorfo fantastico.
V. Franchini, 1960b, pp. 286-287, tavv. Ili e IV; V.
Franchini, appunti personali.
Fig. 45 - Sokuàr Emnì: figura antropomorfa dalle lunghe dita, col
corpo attraversato da un segmento orizzontale, forse un’arma (da
foto Franchini).
SULLÙM BA ATTÌ
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1995
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
49
190, figg. 1, 3, plates XII, XIII; V. Franchini, 1969, p.
85; G. Calegari, 1996, pp. 31-46, figg. 13e,14d,e; C.
Franchini, 1996, p. 50, figg. 67-68; F. Cima, 1997, pp. 7-
12, figg. 1-7.
Il sito si trova nella prima parte del pendio che tracce di figure di dimensioni più grandi, che non si
porta al monte Endà Nehbì, sulla sponda destra del discostano però come stile dalle altre e che a volte so-
Marèb, a 800 metri circa dal fiume. I dipinti si trova- no sovrapposte ad esse. Nel complesso la progressio-
no sotto una parete di roccia alta una decina di metri ne di immagini espresse sulla parete rocciosa sembra
ed esposta perfettamente ad est, e sono distribuiti su indicare il ripetersi, sovrapporsi ed integrarsi di rap-
una fascia di oltre 20 metri, sino ad un’altezza di cir- presentazioni pittoriche legate a mitologie il cui rac-
ca 3,50 metri dal suolo (Figg. 46 e 47). Le singole im- conto sfugge oggi ad una lettura diretta, in quanto
magini sono dipinte in colori che comprendono mol- percorso narrativo strettamente legato a pratiche
ti rossi (dall’arancio al violaceo) e bruni. I soggetti fi- simbolico - rituali di culture, che per ora non cono-
gurati a Sullùm Ba’attì sono numerosi: figure umane, sciamo neppure dal punto di vista archeologico. Ciò
bovini domestici ( Bos t. prim. brachyceros e macroce- non significa però che l’attuale osservatore sia esclu-
ros ), bufali, antilopi, iene ed altri animali della fauna so dalla fruizione e dal dialogo con l’opera d’arte ru-
selvaggia interpretabili come felini, equidi ed un ri- pestre, in quanto essa è anche l’espressione di emo-
noceronte (Cima, 1997). zioni e di idee sulla vita di quel tempo, espressione
La parete dipinta costituisce un formidabile palin- che più che scoperta merita di essere ritrovata,
sesto ricco di cancellature e sovrapposizioni, che non Le rappresentazioni degli animali mostrano tutte
sembrano però mostrare forti diversità stilistiche o il medesimo e semplice schema grafico di base, che si
cronologiche (Figg. 193, 194 e 195). L’insieme appare riassume in una figura rettangolare con la base con¬
dunque un’espressione piuttosto omogenea, come cava, ottenuta con una linea ad arco che suggerisce la
del resto aveva già osservato Paolo Graziosi (Grazio- curva del ventre e le zampe. Su uno spigolo allungato
si, 1964b), anche se in esso io focalizzo due momenti della figura è impostato il disegno del muso, con cor¬
di attenzione, uno rivolto alla natura selvaggia (Figg. na o orecchie e nella parte opposta è la coda.
48, 196, 197 e 198) e un altro aH’animale domestico Su questo semplice schema, abbiamo detto, si im-
(Figg. 199 e 200). Sulla roccia si intravedono anche postano i disegni di tutti gli animali figurati a Sullùm
15. 2.0
+
A7-. So
o
L
3-wv
J
Fig. 46 - Sullùm Ba’attì: rilievo di massima del riparo (rilievo Ansaioni e Calegari).
50
GIULIO CALEGARI
Fig. 47 - Sullùm Ba’attì: visione generale del riparo (foto Calegari).
Ba’attì, la cui specie è poi indicata da semplici ma ef¬
ficaci dettagli. Le figure possono essere dipinte a so¬
la linea di contorno, a campitura piena o parziale, con
la superficie endoperimetrale decorata con punti, con
linee dritte parallele o incrociate e con linee curve
spiraliformi. In ogni caso le pitture sono singolar¬
mente monocrome.
L’immagine umana è rappresentata a Sullùm
Ba’attì in modo meno verosimile e riconoscibile di
quanto non sia per la fauna. L’uomo, come a Emba Ba-
rià e Lahlai Fecioquà, è qui indicato in modo estrema-
mente schematico ed elusivo della sua reale identità,
tanto da apparire più simile a zagaglia che ad antropo¬
morfo (Figg. 49, 199 e 201). Queste figure schematiche
sono disegnate con poche linee: un segmento più lun¬
go è il corpo e due trattini curvi, che lo intersecano a
diverse altezze, sono braccia e gambe; il segmento più
lungo è al contempo, nella parte che sporge in alto il
capo e nella parte inferiore il sesso maschile.
Questi antropomorfi, che per loro natura grafica
paiono destinati a presentarsi uguali e anonimi sulla
parete dipinta, privi per di più di un senso di dinami¬
smo, sono in realtà impiegati nella composizione in
accostamenti e ritmi di grande forza espressiva,
tutt’altro che statici. Va anche sottolineato che nelle
singole figure vi sono alcune differenze o particola¬
rità: in alcuni casi il trattino che attraversa il segmen¬
to - corpo è uno solo, in altri la parte sporgente tra le
gambe delle figure, interpretabile come il sesso, ter¬
mina con un ingrossamento tondeggiante ad indicare
forse una figura femminile (Fig. 49). La testa poi può
Fig. 48 - Sullùm Ba’attì: figura di rinoceronte (foto Calegari).
Fig. 49 - Sullùm Ba’attì: antropomorfi, probabilmente figure fem¬
minili, cavalcano animali zebrati dai quali escono verso l’alto fasci
di linee; a sinistra un cerchio raggiante (foto Calegari).
essere semplicemente lineare o terminare ad uncino,
presentarsi tondeggiante o «a fungo», piuttosto che
rivelare una sorta di acconciatura o copricapo.
Gli antropomorfi schematici sono numerosi sulla
parete dipinta di Sullùm Ba’attì, a volte si inseriscono
isolati o in gruppo tra i bovini, altre volte compongo¬
no veri e propri episodi che possiamo apprezzare dal
punto di vista figurativo. In un caso, purtroppo di co¬
lore sbiadito, essi si presentano in una numerosa
compagnia di uomini accostati l’uno all’altro, che si
allunga sulla parete (Fig. 50). In un altro caso un fol¬
to gruppo di personaggi circonda un bovino, forse un
bufalo, dando l’impressione di un nugolo di zagaglie
che convergono a raggiera verso l’animale (Fig. 201).
In questa scena i protagonisti sono disposti e accosta¬
ti in scansioni e sequenze precise, l’osservatore può
coglierla con un colpo d’occhio e poi ripercorrerla at¬
traverso le singole figure e la loro cadenza circolare,
afferrando quell’«espressionismo ritmico» in essa
presente, che ne fa una delle scene più belle del com¬
plesso dipinto. Indipendentemente dal suo preciso si¬
gnificato esoterico o denotativo e dal suo scopo nar¬
rativo, che ci è ignoto (potrebbe trattarsi del raccon¬
to di un mito di origine legato alla cattura e alleva¬
mento degli animali), la scena si lascia comprendere
e interpretare per via indiretta; siamo in grado di af¬
ferrarla emotivamente in quanto è composizione che
parla attraverso il linguaggio del simbolo. In essa si
può intuire un fascio di significati in grado di essere
rivitalizzati nel loro significato archetipico.
Del resto, le composizioni a carattere simbolico
sono numerose in questo riparo: sempre legate alla fi¬
gura dell’antropomorfo schematico ricorderemo la
presenza di alcuni animali (antilopi ?) con il corpo
decorato da strisce verticali, che escono come raggi o
ciuffi verso l’alto, cavalcati da esseri umani, forse di
sesso femminile. Linee raggianti si scorgono poi in al¬
tri punti della parete dove, in un caso, sembrerebbe
rappresentato il sole (Figg. 49 e 202).
Tra i bovini, che al pari degli altri animali sono
prevalentemente rivolti a sinistra, se ne intravedono
alcuni che presentano sulla parte alta della coscia una
decorazione lineare «a matassa» o a cerchi concentri¬
ci, che tanto fa pensare ad una rappresentazione
(quasi ai raggi X) delle viscere (Fig. 203); motivo que¬
sto presente anche in altre aree geografiche, per esem-
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
51
Fig. 50 - Sullùm Ba’attì: gruppo di uomini allineati (elaborazione elettronica De Cola da foto Calegari).
pio nell’arte rupestre del Ciad (AA. W, 1996, p. 15).
La distribuzione spaziale delle immagini sulla roc¬
cia ed il loro accostamento in composizioni è qui di dif¬
ficile interpretazione; di fatto a Sullùm Ba’attì sono
esclusi episodi narrativi o di vita quotidiana di tipo na¬
turalistico. In questo caso, con un linguaggio figurativo
codificato, sono espressi temi specifici legati al rappor¬
to tra l’uomo, l’animale domestico e la natura selvag¬
gia. La figura del predatore è molto frequente: rari i fe¬
lini (Fig. 202) e soprattutto numerose le iene maculate
che percorrono in file lo spazio tra i bovini, con la co¬
da sollevata in posizione di scatto e sembrano ruotare
intorno ai branchi di bufali (Fig. 195).
Molte immagini sono cancellate e non solo per di¬
lavamento naturale; in un angolo una composizione
di animali e uomini è stata letteralmente ricoperta e
strofinata con ocra rossa, colore che ha impregnato in
molti punti la parete, a riprova della continua fre¬
quentazione pittorica dello spazio (Fig. 204).
Lo stato di conservazione generale di questa im¬
portante opera può essere definito buono, nonostan¬
te il riparo non abbia certo offerto molta protezione
dagli agenti atmosferici. Molte figure sono ancora
ben leggibili altre, più sbiadite, presentano stati di
usura attribuibili all’azione del tempo o ad interven¬
to umano, che voglio considerare come accettabili ed
in equilibrio con l’ambiente e la storia del sito. Non si
osservano tracce di sfregi o distruzioni intenzionali,
tranne alcune piccole escoriazioni chiare nel gruppo
di figure più in alto, che lasciano supporre essere con¬
seguenze di percussioni recenti dovute a lancio di sas¬
si; per il resto i guasti maggiori, nella parte inferiore,
sono dovuti all’esfogliazione del supporto roccioso.
Vale la pena di far osservare che in questo riparo,
che presenta anche nicchie profonde, si notano sedi¬
menti e che sul suolo di calpestio e nel pendio sotto¬
stante si osservano manufatti e resti della lavorazio¬
ne della selce.
ENDÀ NEHBÌ
Ritrovamento 1958, Vincenzo Franchini.
Regione Seraè
Distretto Temezzà
Riferimenti cartografici Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Sulla riva destra del fiume Marèb, alla base nord - est
del massiccio dell’Endà Nehbì.
52
GIULIO CALEGARI
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
Nella «grotta», indicata con il nome del massiccio
che la ospita, vi sono numerose figure dipinte, in mas¬
sima parte ormai quasi completamente cancellate.
Meglio conservate, anche se sbiadite, sono alcune im¬
magini di colore rosso che rappresentano bovini, tra i
quali alcuni con il corpo maculato.
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colore: rosso.
Bovini.
Scadente (anni ’50).
L. Ricci, 1959, p. 56; V. Franchini, appunti personali.
Più in basso, a est, su di un piano orizzontale di
arenaria, tra il fiume Marèb e la grotta di Endà
Nehbì, vi sono alcune incisioni recenti a solco conti¬
nuo. Sono figurate, in modo molto grossolano, alcune
lance, immagini di sandali, due rapaci ed altri segni.
MESBÀR GUEIBÌ I
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1996
Ritrovamento 1960, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Tedrer
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
Mesbàr Gueibì è il nome di una cresta di alture
rocciose (alte da 50 a 100 metri), a breve distanza
dalla riva destra del Marèb, sul confine tra i distretti
Temezzà e Tedrer, poco a nord della strada che dal
fiume conduce a Mendeferà (Adì Ugrì). La forma¬
zione rocciosa, piuttosto accidentata, è lunga all’in-
circa un paio di chilometri ed è orientata da est a
ovest. Lungo i suoi fianchi sono diversi siti interessa¬
ti da arte rupestre, visitati nel giugno del 1960 da
Vincenzo Franchini, che descrisse in particolare due
grotte (Franchini, 1960a).
La prima è situata a circa 50 metri dalla base del
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1600 ~
Circa 50 metri sopra la base dello sperone più orien¬
tale del Mesbàr Gueibì, che fronteggia, oltre il fiume,
l’opposta altura di Terer Ghemel.
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colori: rosso e giallo.
Bovini, un felino (?) e figure antropomorfe.
Discreto (1996). Cause di degrado: esfogliazione della
superficie rocciosa e azione degli agenti atmosferici.
V. Franchini, 1960a; V. Franchini, 1969, p. 86; V. Fran¬
chini, appunti personali.
complesso roccioso, nel punto dove lo sperone orien¬
tale del Mesbàr Gueibì è più vicino al Marèb. La ca¬
vità è lunga una decina di metri e sulla sua parete di
fondo si scorgono numerose pitture, alcune ancora
ben leggibili, altre molto rovinate. Le figure, compre¬
se tra i 15 e i 20 cm di lunghezza, rappresentano prin¬
cipalmente bovini, soprattutto il Bos t. prim. macro-
ceros (Fig. 51) (Franchini ne descrive undici), realiz¬
zati con pittura a solo contorno o a campitura piena;
la pezzatura del manto è resa con punteggiature o
con parziali campiture sul corpo degli animali. Tra le
immagini dipinte non è identificabile il Bos t. prim.
indicus, mentre non è da escludere la raffigurazione
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
53
Fig. 51 - Mesbàr Gueibì I: figure di bovini (foto Franchini).
Fig. 52 - Mesbàr Gueibì I: composizione a piramide rovesciata con
bovini e figure antropomorfe (foto Franchini).
di un felino. Sulla parete sono anche dipinte alcune
figure antropomorfe rese in maniera molto schema¬
tica, al pari di altri segni di difficile interpretazione,
tra i quali quei semicerchi col trattino in mezzo, che
paiono una E rovesciata. Le pitture di questa cavità
sono state realizzate in colore rosso (con varie tona¬
lità sino al bruno) e, più raramente, in giallo.
Vincenzo Franchini (Franchini, 1960a) fa notare
che è possibile cogliere diversi esempi di sovrapposi¬
zioni tra le pitture, evidenziando differenze esecuti¬
ve tra quelle sottostanti, più sbiadite, e quelle poste¬
riori che si sovrappongono ad esse. Sempre secondo
Franchini, le pitture più recenti di Mesbàr Gueibì,
raffiguranti bovini, sono rapportabili a quelle non di¬
stanti (3 chilometri a nord) di Sullùm Ba’attì.
Una scena che merita una certa attenzione è
quella costituita da due bovini, che si presentano
identici nel disegno, col corpo macchiettato ed un
antropomorfo schematizzato (Fig. 52). Le figure si
organizzano in una curiosa composizione, nella qua¬
le sotto il ventre del bovino più grande è posta la fi¬
gura di un animale più piccolo, che a sua volta racco¬
glie tra le zampe la figura umana. Inoltre sembrereb¬
be anche di intravedere, all’interno del corpo del bo-
I'
/
Fig. 53 - Mesbàr Gueibì I: composizione a piramide rovesciata con
bovini e figure antropomorfe (disegno e foto Franchini).
vino inferiore, la rappresentazione di un altro bovino
ancora più piccolo. La composizione è decisamente
simmetrica, quasi a piramide rovesciata, ad essa par¬
tecipa forse anche un antropomorfo tracciato a poca
distanza sulla destra; ritengo di poter riconoscere in
questo insieme una scena unitaria, il cui preciso si¬
gnificato è troppo lontano da noi. La presenza di
questi temi o accostamenti particolari di figure riba¬
disce ancor di più il rapporto tra le pitture di Mesbàr
Gueibì e quelle di Sullùm Ba’attì, dove sono nume¬
rose le scene di carattere «simbolico». Lo stesso te¬
ma rappresentato in modo molto simile è del resto
osservabile in almeno un’altra scena presente nella
cavità (Fig. 53).
54
GIULIO CALEGARI
MESBÀR GUEIBÌ II
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
Questa cavità ospita opere d’arte rupestre di
tutt'altra natura rispetto a Mesbàr Gueibì I. Le pittu¬
re sono realizzate nella parete superiore della grotta,
che si presenta molto bassa e di dimensioni limitate.
Si tratta, in questo caso, di figure geometriche realiz¬
zate in colore nero, disegnate con linee a comporre
triangoli, rettangoli quadrettati, un cerchio e segmen¬
ti intersecati da trattini, che ci paiono l’estrema sche¬
matizzazione di figure animali o antropomorfe (Fig.
54). Davanti alla cavità vi sono incisioni raffiguranti
piante di piedi o sandali.
Una breve nota di Franchini (Franchini, 1969) la¬
scia intendere come in prossimità di queste due
«grotte» siano presenti altre cavità interessate da pit¬
ture rupestri. Tra queste merita attenzione un banco
di arenaria situato sotto Enda Abba Scingundò al cui
centro è presente una piccola cavità di erosione, in¬
torno alla quale si organizza una lunga serie di punti¬
ni allineati in linee parallele.
1960, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1600 ~
Un chilometro a ovest di Mesbàr Gueibì I.
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colore: nero.
Figure geometriche, antropomorfe e zoomorfe.
Discreto (anni ’60). Cause di degrado: esfogliazione
della superficie rocciosa e interventi antropici.
V. Franchini, 1960a; V. Franchini, 1969, p. 86; V. Fran¬
chini, appunti personali.
Fig. 54 - Mesbàr Gueibì II: figure geometriche, figure antropo¬
morfe e zoomorfe schematizzate (foto Franchini).
ENDÀ ATAL
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
1964, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Meno di un chilometro a nord di Addi Habenalì.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
55
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografia
Il nome di questa località si riferisce ad una picco¬
la montagna che ospita, a metà del suo pendio, una
«grotta» dipinta. Si tratta di pitture in colore rosso,
assai sbiadite, che si dispongono su una lunghezza di
circa m 1,50. Il resto della superficie dipinta è guasta¬
ta gravemente a causa della caduta del supporto pit¬
torico.
Cavità.
Pittura. Colore: rosso.
Bovini.
La mucca con il vitello.
Pessimo (anni ’60). Cause di degrado: esfogliazione
della superficie rocciosa.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
Le figure (una decina circa) rappresentano bovini
non gibbuti di tipo macrocero. L’immagine dell’ani¬
male più grande, tra le cui zampe ne compare uno più
piccolo, è simile per la realizzazione grafica ad una
scena di Mesbàr Gueibì I.
ADDI HABENALÌ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografia
Su di una masso è stata realizzata l’incisione di un
cavaliere, lunga circa cm 55 (Fig. 55). La figura, deci¬
samente scadente, rappresenta un’interpretazione
personale e molto naif di un uomo a cavallo: un per¬
sonaggio, schematico e lineare, cavalca un animale al¬
lungato, la cui unica concessione estetica è data dalla
coda a fiocco, che ci ricorda una fiocina.
1964, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Un chilometro a nord - est di Enda Abba Scingundò,
a nord di Chenafenà.
Masso.
Incisione a martellina.
Un cavaliere.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
Fig. 55 - Addi Habenalì: incisione di un cavaliere (foto Franchini).
56
GIULIO CALEGARI
DUGUM
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Nella cavità è presente una fascia orizzontale di pit¬
ture rosse con animali e figure umane. Per quanto è pos¬
sibile desumere dal rilievo fornitomi da Vincenzo Fran¬
chini, gli animali rappresentati sono tutti bovini, anche
se alcuni di essi ricordano degli ovini (Fig. 56). L’impo¬
stazione grafica delle figure, che per certi versi ne ricor¬
dano alcune presenti a Carora, è abbastanza vicino alle
rappresentazioni di Ba’attì Sullùm. Anche in quel sito,
come sembra di intuire per Dugum, le lunghe corna del
bestiame sono realizzate con tratto sottile che, in molti
casi, è appena percettibile se non scomparso.
Tra le altre pitture presenti a Dugum due rappre¬
sentano uomini. Ambedue si mostrano in pose parti¬
colari: una, con il braccio sinistro piegato verso l’alto,
sembra reggere un oggetto, l’altra, che ha il braccio si¬
nistro piegato verso il fianco e il destro steso orizzon¬
1961, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1600 ~
Due chilometri a nord di Chenafenà, sul fianco sini¬
stro del vallone di Dugum, sul lato sinistro del tor¬
rente Mai Atal.
Cavità.
Pittura. Colore: rosso.
Figure zoomorfe, soprattutto bovini, e antropomorfi.
V. Franchini, 1969, p. 87.
Fig. 56 - Dugum: rilievo della composizione (per gentile conces¬
sione di Franchini).
talmente, sembra rivelare un’acconciatura che Fran¬
chini confronta con quelle ancora in uso presso alcu¬
ne popolazioni cuscitiche.
AF DUGUM
Ritrovamento
1963, Vincenzo Franchini.
Regione
Seraè
Distretto
Temezzà
Riferimenti cartografici
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche
Quota: m 1600 ~
Due chilometri a nord di Chenafenà, allo sbocco e
sulla destra del vallone Dugum.
Morfologia del sito
Cavità.
L’ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
57
Tecnica esecutiva
Pittura. Colore: rosso.
Incisione.
Figure rappresentate
Bibliografia
Pitture: bovini, un cavaliere e segni schematici.
Incisioni: un cammello.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
In questa località sono presenti pitture realizzate
in alcune nicchie naturali all’interno di una cavità di
modeste dimensioni. Vi sono figure e segni di diffici¬
le interpretazione, forse riferibili ad immagini antro¬
pomorfe o zoomorfe estremamente semplificate.
Quattro massicci bovini dalle grandi corna sono
figurati in una interessante composizione ad anda¬
mento verticale (Fig. 57). Gli animali sono dipinti in
colore rosso e si presentano di diverse dimensioni. La
coppia centrale si rivolge a destra, mentre i due bovi¬
ni alle estremità guardano a sinistra.
Vincenzo Franchini segnala inoltre, tra le pitture,
la presenza di una rozza figura di cavaliere e sul pa¬
vimento della grotta un’incisione a graffito rappre¬
sentante un cammello.
Fig. 57 - Af Dugum: composizione con quattro bovini (foto Fran¬
chini).
ADI ANZARAFÒ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
1962, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Circa un chilometro a nord di Chenafenà.
Cavità.
Pittura. Colori: rosso e bianco.
Bovini e figure geometriche.
La mucca con il vitello.
58
GIULIO CALEGARI
Stato di conservazione
Bibliografìa
La cavità si presenta alta circa metri 2, profonda
altrettanto e lunga una decina di metri ed è esposta
ad est. In essa sono presenti pitture rupestri, alcune
mal conservate, altre ridotte a poco più che tracce. Le
figure si sviluppano in una fascia di circa 6 metri.
Dagli appunti di Vincenzo Franchini, corredati di
fotografie e rilievi grafici delle pitture, apprendiamo
che, escludendo segni geometrici di colore rosso, le
immagini visibili si riferiscono a raffigurazioni di bo¬
vini e precisamente: quattro bovini gibbuti dipinti in
rosso a campitura piena, che si sovrappongono ad al¬
tre figure indistinte bianche e rosse; cinque bovini
non gibbuti in colore bianco pieno poco visibili; un
bovino non gibbuto macrocero, in colore rosso pieno,
dipinto su di una figura bianca precedente.
I rilievi di massima di alcune immagini eseguiti da
V. Franchini mi permettono alcune riflessioni. In pri-
Fig. 58 - Adi Anzarafò: rilievi preliminari di Vincenzo Franchini ef¬
fettuati con la tecnica del ricalco su pellicola trasparente (per gen¬
tile concessione di Franchini).
Scadente (anni ’60).
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
mo luogo vorrei porre l’attenzione sulla figura del
bovino rosso (Fig. 58 d), con lunghe corna ricurve e
contrapposte come una S rovesciata, che ritroviamo
anche in modelli più schematici presenti in altre loca¬
lità (per esempio a Ba’attì Abba Keisì). Un’altra os¬
servazione riguarda due animali dipinti in colore
bianco (Fig. 58 c), le cui robuste corna sono rappre¬
sentate ricurve all’indietro, quasi in giusta prospetti¬
va e ci ricordano quelle figure di Jago che ritengo, di
quella cavità, le più antiche. Un rilievo che riproduce
un bue gibbuto (Fig. 58 b) e la corrispondente foto¬
grafia (Fig. 59) ci mostrano una macchia sotto il ven¬
tre dell’animale; sono propenso a interpretarlo come
la solita rappresentazione del vitello anziché la de¬
scrizione delle mammelle.
Fig. 59 - Adi Anzarafò: bovini gibbuti dipinti in colore rosso pie¬
no. La figura sotto il ventre del bovino più in basso, anche se con¬
fusa, è interpretabile come un vitello (foto Franchini).
MAI MENGAS
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
59
Vincenzo Franchini segnala in questa località tre
figure parziali di bovini, dipinte in colore rosso sulla
parete di un piccolo riparo roccioso. Le pitture, a suo
avviso riconducibili a quelle di Sullùm Ba’attì, si pre¬
sentano frammentarie a causa di una «spessa patina»
(probabilmente si tratta di essudazione salina), che
ha ricoperto le figure dipinte in questo sito, lascian¬
done scoperte solo alcune parti.
MESSELACH ADERESSOM
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Vincenzo Franchini fornisce di questa località al¬
cune indicazioni corredate da fotografie. Le incisioni,
che dalle immagini mi paiono realizzate a martellina,
si scorgono su alcuni massi all’aperto. Si tratta di tre
figure di bovini non gibbuti, di cui una poco chiara
sembra, secondo Franchini, aver subito aggiunte po¬
steriori od essere frutto di una errata esecuzione ini¬
ziale.
Le altre due incisioni ci mostrano figure di bovini
con quel profilo «a farfalla» (Fig. 60) che caratterizza
un preciso codice iconografico, che sembra, ad un cer¬
to momento, essere il punto di arrivo di un percorso
figurativo diffuso su di un’area relativamente vasta
ed espresso anche in chiave pittorica (vedi Soqelà,
Gamà,Addì Qansà I, ecc...).
Sul masso che ospita le incisioni è possibile anche
osservare scritte più recenti, incise negli anni trenta
da militari italiani.
1964, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Lungo la strada Mendeferà (Adi Ugrì) - Chenafenà,
presso il bivio per Chenafenà fra massi poco a sud
della strada.
Massi.
Incisione a martellina.
Bovini.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
Fig. 60 - Messelach Aderessom: incisioni di bovini col corpo «a far¬
falla» (foto Franchini).
BA’ATTÌ GUAGUÀ DI CHENAFENÀ
Ritrovamento 1964, Vincenzo Franchini.
Regione Seraè
Distretto Temezzà
Riferimenti cartografici Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
60
GIULIO CALEGARI
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Le pitture, di colore rosso, sono in una cavità che,
specie verso il fondo, si presenta interrata. Le figure
appaiono in una fascia dipinta a livello del suolo di
calpestio, come affiorassero dagli strati di riempi-
Ad est di Chenafenà, sul fianco orientale del dosso
che scende nella conca Guaguà.
Cavità.
Pittura. Colore: rosso.
Bovini.
Inedita. V. Franchini, appunti personali,
mento, che forse coprono altre pitture sottostanti. Si
tratta di quattro raffigurazioni di bovini non gibbuti,
uno dei quali di tipo macrocero, resi con gusto che
Franchini definisce «naturalistico».
BA’ATTÌ MESHÙL
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1996
Ritrovamento 1961, Vincenzo Franchini.
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
Le pitture, che si sviluppano sulla parete della ca¬
vità per una quindicina di metri, sono state realizzate
in rosso, bianco e nero. Nel complesso si contano al¬
meno 50 figure, attualmente in discreto stato di con¬
servazione. E’ possibile osservare diverse sovrapposi¬
zioni che, secondo Franchini, attestano tre o forse
quattro «strati» di pitture, cui corrisponderebbero di¬
verse fasi stilistiche. Differenze di esecuzione ed
espressione figurativa si osservano del pari fra diver¬
si gruppi di figure variamente distribuiti sulla parete.
Tra le pitture prevalgono raffigurazioni di bovini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1962 (Godofelassi), Istituto Geografico Mi¬
litare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1620 ~
Poco meno di 2 chilometri a sud del villaggio di As-
seguaguì.
Cavità.
Pittura. Colori: rosso, bianco e nero.
Bovidi, figure antropomorfe, cavalli, figure geometri¬
che e un felino (?).
Composizione di punti allineati.
Discreto (1996). Cause di degrado: esfogliazione della
superficie rocciosa e interventi antropici (picchiettature
recenti e graffiature bianche di scritte o scarabocchi).
V. Franchini, 1964b, pp. 97-98, figg. 1-6; V. Franchini,
1969, p. 88; V. Franchini, appunti personali.
frequentemente il Bos t. prim. indicus, ma non man¬
cano immagini di uomini: in alcuni casi molto sche¬
matizzate (dipinte in bianco), in altri più definite nel¬
la «fisionomia» che ci mostra anche acconciature «a
fungo». Altre figure umane sono associate a cavalli
con selle e briglie. Tra le immagini di non facile iden¬
tificazione sono forse presenti delle antilopi ed un fe¬
lino. Sono visibili anche pitture geometriche e segni,
come la serie di cerchietti bianchi accostati in file in
una sorta di «ritmo grafico».
Interessante, per la scelta della soluzione figurati-
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
61
va, è la descrizione dei buoi gibbuti, realizzati in for¬
me tondeggianti, secondo un codice iconografico che
tende a sintetizzare la figura massiccia degli animali,
che appaiono come compatti. Alcuni di questi bovini
sono dipinti in rosso a piena campitura, in qualche ca¬
so è stata applicata una macchiettatura a punti neri.
Altri buoi gibbuti si presentano in un gruppo di circa
trenta figure, dipinte in rosso e contornate compieta-
mente in bianco, come da una sorta di aureola (Figg.
205 e 206).
Tra le raffigurazioni di buoi senza gobba (proba¬
bilmente macroceri), alcuni, dipinti a colore pieno in
rosso o in bianco, hanno corpo molto allungato e te¬
sta piccola con lunghe corna, mentre le quattro zam¬
pe, a forma di triangolo rovesciato, suggeriscono un
percorso di semplificazione e schematizzazione verso
figure «a pettine». In particolare, su una superficie li¬
scia della roccia sono figurati due di questi bovini ap¬
paiati, rispettivamente di colore rosso e bianco. Sopra
di essi è dipinto in bianco un altro bovino di tutt’altro
«stile», che si mostra con tratti più verosimili come
stesse caricando, con le corna protese in avanti e la
testa bassa (Fig. 207).
La raffigurazione di bovidi con il corpo allungato,
come quelli dipinti in questo sito, rientra in quelle
istanze figurative presenti anche a Zebàn Kebesà I,
Zebàn Onà Libanòs I ed a Jago, per fare solo alcuni
esempi. A Ba’attì Meshùl una figura di questo tipo
potrebbe essere una antilope (Fig. 208).
ADI COSCIO
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografia
1962, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1962 (Godofelassi), Istituto Geografico Mi¬
litare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1650 ~
Un chilometro ad est del villaggio di Ho-Ho, circa 4
chilometri a sud - ovest della cavità di Ba’attì Meshùl.
Cavità.
Pittura. Colori: rosso, marrone, nero e bianco.
Figure zoomorfe, principalmente bovini.
V. Franchini, 1969, p. 88; V. Franchini, appunti personali.
La cavità, di discrete dimensioni (25 m di lunghez¬
za e 7 m di altezza), è esposta a nord e conserva pittu¬
re di differenti momenti e tecniche figurative. Alcune
immagini semicancellate sono in parte sovrapposte da
altre figure di colore rosso scuro, marrone e nero, tra le
quali vanno segnalati sette bovini a dorso dritto, di
uguale stile, in colore pieno. Altre pitture, più recenti,
mostrano immagini di animali eseguiti in modo sca¬
dente e grossolano, oltre a segni di colore bianco.
Vincenzo Franchini mi fornisce alcuni rilievi preli¬
minari di figure di bovini, che si presentano fram¬
mentarie (Fig. 61). Nonostante la limitatezza dei do¬
cumenti possiamo accostare queste rappresentazioni
ad un momento antico dell’arte rupestre eritrea, che
troviamo documentato ad esempio a Sullùm Ba’attì.
Negli appunti personali, che accompagnano questi
rilievi, si osservano, al termine della descrizione dat¬
tiloscritta, le seguenti annotazioni a penna: «Non fot.
per impossibilità di ripresa. Di accesso difficile ed
esposto; l’indigeno non volle seguirmi. Davanti alla
cavità, raccolti piccoli manufatti litici».
Fig. 61 - Adi Coscio: alcuni rilievi preliminari su lucido di V. Fran¬
chini (per gentile concessione di Franchini).
62
GIULIO CALEGARI
BA’ATTÌ ABBA KEISÌ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
La località d’arte rupestre è descritta come una
caverna piuttosto grande, che ospita una serie di figu¬
re dipinte in ocra rossa o incise con tratto sottile a
graffito. In questa cavità sono presenti solo figure
schematiche, interpretate come rappresentazioni di
uomini e bovini. In alcuni casi le immagini, molto es¬
senziali, sono rese con una linea semicircolare, inter¬
rotta nella sua metà da un piccolo tratto che va verso
il centro, come una E rovesciata o «a tridente». Que¬
sto motivo, quasi un segno calligrafico, si trova sia di¬
pinto che inciso in altri siti rupestri dell’Eritrea (Me-
zab Alabù, Endà Abùne Tekhlè, Mesbàr Gueibì,
ecc...) ed è interpretato da Graziosi come figura an¬
tropomorfa schematizzata, rapportabile ad altre simi¬
li presenti nell’arte rupestre della penisola iberica
(Graziosi, 1964a, 1964b).
Le altre figure presenti in questa cavità sono in¬
terpretate come rappresentazioni di bovini. Si tratta
di immagini sempre schematizzate, realizzate con un
segmento verticale (il corpo dell’animale) intersecato
da una coppia di trattini curvi verso il basso, ad indi¬
care le zampe, mentre una grande linea curva nella
parte superiore ne descrive le corna (Fig. 62). Queste
possono essere a semicerchio verso l’alto, possono ri¬
volgersi all’indietro racchiudendo il corpo dell’ani¬
male o apparire come una S ondulata.
Sempre Graziosi, nel descrivere queste seconde fi-
1961, Vincenzo Franchini.
Seraè
Temezzà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1962 (Godofelassi), Istituto Geografico Mi¬
litare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1600 ~
Circa 3 chilometri a ovest del villaggio di Metfà
Ualtà.
Cavità.
Pittura. Colore: rosso.
Incisione.
Pitture e incisioni: bovini e antropomorfi molto sche¬
matizzati.
P. Graziosi, 1964a, pp. 271-273, figg. 4-6; P. Graziosi,
1964b, pp. 97-98,190, figg. 6,10; V. Franchini, 1969, p. 88.
Fig. 62 - Ba’attì Abba Keisì: diversi esempi di bovini fortemente
schematizzati dipinti nella cavità; la composizione nell’angolo in¬
feriore destro è realizzata a incisione (da Graziosi, 1964a).
gure schematiche, suggerisce confronti formali con
rappresentazioni di bovini presenti in Europa, sulle roc¬
ce del Monte Bego nelle Alpi Marittime. Nel caso di
Ba’attì Abba Keisì, anche se si tratta di descrizioni di
bovini, mi piace far osservare come il corpo dell’anima¬
le sia per certi versi «antropomorfizzato» giungendo ad
assomigliare, con i trattini ricurvi delle zampe, a certi an¬
tropomorfi schematizzati; quasi una figura simbiotica di
Uomo - Bovino.
CAR SAGLÀ
Ritrovamento 1968, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto
Tedrer
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
63
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
i '
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
Sulla parete della cavità si scorgono pitture in co¬
lore rosso scuro, quasi cancellate, che rappresentano
bovini senza gobba, probabilmente anteriori alle nu¬
merose incisioni cui sottostanno.
Le immagini che Vincenzo Franchini descrive co¬
me graffiti raffigurano bovini realizzati in differenti
maniere. Le incisioni rappresentano buoi dalle lun¬
ghe corna e almeno uno di questi presenta la gobba
(Fig. 63). Proprio intorno alla rappresentazione delle
grandi corna si organizzano le diverse soluzioni grafi¬
che che indicano ed evocano la figura del bovino,
giungendo anche al massimo grado di stilizzazione e
astrazione grafica, che riduce le figure quasi ad im-
Fig. 63 - Car Saglà: incisioni di bovini in varie fasi di schematizza¬
zione (foto Franchini).
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1600 ~
Circa 1 chilometro ad est del villaggio di Addì Nebrì.
Cavità.
Incisione.
Pittura. Colore: rosso.
Incisioni: bovini in differenti schematizzazioni e se¬
gni schematici.
Pitture: bovini.
Incisioni: buono (anni ’60).
Pitture: scadente (anni ’60).
V. Franchini, 1969, p. 87; V. Franchini, 1980, p. 48, figg. 8-9.
magini ideogrammatiche (Fig. 64), come a Endà Abù-
ne Tekhlè, a Baratti Abba Keisì, ecc.... Tra le incisio¬
ni Franchini si sofferma a descrivere quella di un bo¬
vino a grandi corna, che egli definisce di stile natura¬
lista e ritiene più antico delle altre figure.
MEREGA GHEDE
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
1961, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
64
GIULIO CALEGARI
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
Quota: m 1700 ~
A nord del monastero di Enda Johannes, raggiungi¬
bile dalla strada Decamerè - Mai Ainì.
Cavità.
Pittura. Colori: rosso, bianco e nero.
Cavalli, antropomorfi, cavalieri, bovini e segni sche¬
matici.
Discreto (anni ’60).
Inedita. V. Franchini, comunicazione personale.
Vincenzo Franchini, in una comunicazione perso¬
nale, mi fornisce le indicazioni sull’ubicazione del si¬
to e le caratteristiche delle pitture, unitamente ad al¬
cune immagini fotografiche.
Nella cavità vi sono pitture in colore rosso, bianco
e nero. Figure di bovini, con il corpo quadrangolare a
solo contorno riempito di puntini, sono rapportabili a
simili rappresentazioni presenti a Mesbàr Gueibì e
sembrano qui precedere cronologicamente altre im¬
magini, che rappresentano cavalli e cavalieri schema-
Fig. 65 - Meregà Ghedè: figure schematiche antropomorfe e zoo-
morfe; al centro è un cavaliere di colore bianco con una vistosa ac¬
conciatura (foto Franchini).
Fig. 66 - Meregà Ghedè: figure geometriche, forse l’estrema sche¬
matizzazione di antropomorfi o cavalieri (foto Franchini).
tizzati sino a disegni «pettiniformi». Una figura di ca¬
vallo con cavaliere è dipinta in bianco, con una vaga
ricerca di descrizione, che permette di cogliere l’ac¬
conciatura a treccine dell’uomo (Fig. 65). Altre pittu¬
re, che pur tradiscono un’origine figurativa (cavallo o
uomo) si trasformano in immagini geometriche, che
ricordano ideogrammi. Un gruppo di questi, accosta¬
ti, presenta forme triangolari divise all’intemo ed un
cerchio inquartato (Fig. 66), figure perfettamente
rapportabili ad altre simili presenti a Ba’attì Dongolò
e Ba’at Afrùs I.
ADDÌ QANSÀ I
Ritrovamento 1958, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Tedrer
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1700 ~
A sud - est di Addì Nebrì, sul costone a ovest dei re¬
sti del villaggio di Addì Qansà.
Tre cavità nell’arenaria.
Pittura. Colori: varie tonalità di rosso, raro il bianco
e il nero.
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
65
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
Vincenzo Franchini in una comunicazione persona¬
le così descrive l’accesso al sito d’arte rupestre: in cor¬
rispondenza di una grande ansa del fiume Fenqaqà
(Mai Usciatè), sul costone a ovest dello scomparso vil¬
laggio di Addì Qansà, che dà il nome al sito, a circa 100
m di altezza si scorgono le cavità dipinte. Si tratta di tre
cavità accostate, scavate nell’arenaria, che ospitano pit¬
ture realizzate in colore rosso nella quasi totalità, alcu¬
ne figure bianche e qualche «disegno» in nero.
In quella che V. Franchini definisce prima cavità, da
nord, sono stati dipinti bovini, alcuni gibbuti altri no,
quasi sempre a colore pieno più raramente a solo con¬
torno. Le figure, semplici nel loro disegno, risentono
nell’impostazione delle zampe di quello schema «a pet¬
tine» che in questo caso però non è portato all’estrema
Bovini, cavalli, altre figure zoomorfe (un felino ?), fi¬
gure antropomorfe, armati, cavalieri e figure geome¬
triche.
La mucca con il vitello; il pastore guerriero.
Buono con lacune (anni ’90 Franchini). Cause di de¬
grado: esfogliazione della superficie rocciosa, azione
degli agenti atmosferici e interventi antropici (scritte
e graffi recenti).
L. Ricci, 1959, pp. 56-57; V. Franchini, 1960b, pp. 287-
289, tavv. V-VIII; R Graziosi, 1964b, pp. 97, 189-190,
tavv. XV-XVI; V. Franchini, 1969, p. 86; C. Franchini,
1996, pp. 49-50, figg. 62, 63, 65; V. Franchini, appunti
personali.
schematizzazione; nel corpo degli animali si è cercato di
cogliere un qualche volume e le corna sono disegnate
in avanti, forti come tenaglie. Un bovino è del tipo «a
corpo allungato», altri un po’ pasticciati ricordano figu¬
re simili di Zebàn Abùr. Interessante l’immagine di un
bovino gibbuto, in colore bianco, con il suo piccolo sot¬
to il ventre in atto di succhiare il latte (Fig. 209).
Altre tracce di pitture sono sulla volta di una ca¬
vità molto bassa, mentre numerose ed importanti pit¬
ture rivestono le pareti e il soffitto della terza cavità.
Le immagini, di colore rosso, nel complesso si pre¬
sentano ben conservate e raffigurano principalmente
bovini, rare figure umane e cavalli. Le pareti si pre¬
sentano affollate da figure dipinte, quasi un groviglio
da districare per poter cogliere confronti e differenze
66
GIULIO CALEGARI
Fig. 68 - Addì Qansà I, terza cavità: figura umana bitriangolare ve¬
stita di una lunga tunica (foto Franchini).
formali, numerose sovrapposizioni e passaggi «stilisti¬
ci». Alcuni bovini sono disegnati con corpo massiccio,
a piena campitura e zampe corte, altri paiono invece
«scattanti», altri ancora sono molto allungati e pre¬
sentano a volte la pezzatura del manto, realizzata ri¬
sparmiando parti non dipinte sul corpo dell’animale.
In un caso il manto del bovino è attraversato in tutta
la sua lunghezza da una fascia zigzagante (Fig. 67).
Si intuisce chiaramente la presenza di «mani» di¬
verse: compaiono infatti animali più grossolani e sti¬
lizzati, sin quasi alla semplice figura «a pettine» (Fig.
210) , che sembrano derivare dall’imitazione più o
meno felice di precedenti pitture. Un particolare di
buona fattura, che interpreto come una composizione
coerente, rappresenta un gruppo di quattro bovini, ri¬
volti verso sinistra, «sorvegliati» da un personaggio,
molto probabilmente un pastore guerriero (Figg. 69 e
211) . Gli animali, dal corpo sinuoso e allungato, si
presentano con zampe «a triangolo» e glutei tondeg¬
gianti. Tre sono in fila, un quarto è poco sotto; que¬
st’ultimo e il primo di destra sono totalmente dipinti
di colore rosso, mentre gli altri due presentano il
mantello decorato con una suddivisione interna geo¬
metrica, tendente a forme triangolari. Uno è realizza¬
to con il solo contorno della figura, divisa interna¬
mente da linee, l’altro, reso con notevole gusto «de¬
corativo», presenta coperte di colore quelle parti che
nell’altra figura erano state risparmiate; è quasi il suo
negativo. L’uomo che appare tra1 questi animali è un
personaggio con le gambe eccessivamente corte ma
con torace possente e vita stretta. Egli impugna con la
destra una lancia con la larga punta (forse un’arma di
legno) e con la sinistra un oggetto più piccolo e inde¬
cifrabile. Gli elementi che lo caratterizzano (collo
lungo, forma del capo, braccia sottili e torso robusto),
ci permettono di rapportarla ad altri personaggi del¬
l’arte rupestre eritrea, di cui citeremo come esempio
quelli figurati nelle incisioni di Emba Celai.
Un’altra figura umana interessante, presente nel
complesso di Addì Qansà I, è realizzata in maniera
schematica geometrizzante, tiene le braccia verso l’al¬
to, l’una piegata e l’altra tesa con la mano che stringe
qualcosa. L’uomo indossa una lunga tunica stretta al¬
la vita decorata a grosse quadrettature, i suoi piedi
sporgono appena dal vestito e la testa è resa a forma
di freccia (Fig. 68). Anche questa figura, benché rea¬
lizzata in maniera più lineare, non è poi così lontana
dalla rappresentazione dei guerrieri citati prima; del
resto, sempre riferendoci a Emba Celai, osserveremo
che anche lì i personaggi indossano vestiti decorati a
grandi riquadri.
Altri antropomorfi sono poi dipinti nel palinsesto di
Addì Qansà I, alcuni cavalcano cavalli molto schema¬
tizzati, uno più piccolo è posto con le braccia allargate
fra due animali e un altro ancora è appoggiato sui glutei
di un animale, il cui colore è colato per dilavamento.
Tra le rappresentazioni di bovini una, realizzata a
solo contorno, con il corpo decorato a puntini e testa,
zampe ed una fascia centrale a colore pieno, si discosta
nel suo disegno dal complesso figurato in questa cavità
(Fig. 210). La sua forma «a farfalla» e i particolari del
capo - orecchie - corna ci permettono di confrontarla
con le immagini di Cor Sahunè, Gamà ed Edit.
Un tema molto rappresentato in questo sito è
quello della mucca che allatta il vitello, lo troviamo in
figurazioni di animali che rappresentano bovini gib¬
buti o a schiena diritta e in differenti soluzioni figu¬
rative. Il tema del latte è qui poi ribadito dalla insi¬
stente descrizione delle mammelle degli animali. Al¬
cuni zoomorfi sono confrontabili con altri dipinti a
Zebàn Onà Libanòs IL Sono inoltre presenti figure
geometriche, tra le quali forme rettangolari divise a
reticolo (Fig. 67).
Nella piana appena sotto la grotta, lungo il sentie¬
ro, si trovano alcune incisioni recenti su una superfi¬
cie orizzontale di arenaria.
Fig. 69 - Addì Qansà I, terza cavità: rilievo di un particolare delle
pitture con il tema del pastore guerriero (per gentile concessione
di Franchini).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
67
ADDÌ QANSÀ II - BA’ATTÌ GUAGUÀ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
Vincenzo Franchini descrive il sito come una gran¬
de cavità nella quale sono visibili immagini di bovini,
cavalli e uomini a schema «pettiniforme», dipinti in
colore rosso e «... appartenenti a diverse fasi» (Fran¬
chini, 1969).
Anche le immagini fornitemi da Franchini confer¬
mano l’esattezza di questa osservazione, rivelando l’im-
portanza che questa cavità sembra aver avuto come
spazio per l’arte rupestre. Luogo privilegiato dunque
nel quale si sono susseguite e sovrapposte, forse anche
Fig. 70 - Addì Qansà II - Ba’attì Guaguà: bovini di differenti «sti¬
li», dipinti e incisi (foto Franchini).
1964, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1700 ~
Circa 1 chilometro a nord dei resti del villaggio di
Addì Qansà.
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colori: rosso e bianco.
Incisione.
Pitture: bovini, cavalli, altre figure zoomorfe, antro¬
pomorfi, cavalieri e segni schematici.
Incisioni: bovini in differenti schematizzazioni.
La mucca con il vitello; antropomorfo fantastico.
Discreto con lacune (anni ’60). Cause di degrado:
esfogliazione e fratture della superficie rocciosa.
V. Franchini, 1969, p. 87; V. Franchini, appunti perso¬
nali.
per molto tempo, diverse espressioni figurative, vuoi le¬
gate alla pittura piuttosto che all’incisione. Un primo
gruppo di pitture, accomunabili per lo «stile», sono de¬
cisamente rapportabili alle immagini presenti nella vici¬
na grotta di Addì Qansà I. Si tratta di raffigurazioni di
bovini con il corpo allungato e le zampe (a triangolo ro¬
vesciato e arrotondato) accostate due a due come cop¬
pie di mammelle (Fig. 70). Sebbene talvolta le figure si
presentino piuttosto sbiadite e rovinate, si scorge alme¬
no in un caso un vitello sotto il ventre della madre.
Fig. 71 - Addì Qansà II - Ba’attì Guaguà: incisioni di bovini (foto
Franchini).
68
GIULIO CALEGARI
Vicino a queste pitture vi sono anche incisioni che
Vincenzo Franchini, ma io non posso confermarlo, in¬
dica in certi casi come sottostanti alle pitture. Le inci¬
sioni rivelano diversi modelli figurativi del bovino: in
un caso l’esecuzione è particolarmente curata e la fi¬
gura mostra tutta la superficie endoperimetrale inci¬
sa, probabilmente con la tecnica della levigatura. L’a¬
nimale, con il corpo allungato, è raffigurato con il to-
Fig. 72 - Addì Qansà II - Ba’attì Guaguà: schematizzazioni di bo¬
vini, rappresentati da lunghe corna poste all’estremità di un lungo
tratto verticale (foto Franchini).
race stretto dove la curva concava del dorso si con¬
trappone a quella del ventre (Fig. 71) ed è rapporta¬
bile a certe figure di Carora. Un altro gruppo di inci¬
sioni di tutt’altra natura presenta il bovino in una for¬
ma di estrema schematizzazione: l’animale è definito
da un paio di lunghe corna ondeggianti poste all’e¬
stremità di un lungo tratto verticale, forse un’asta che
richiama il corpo semplificato del bovino (Fig. 72);
questo tipo di schematizzazione si ritrova anche a
Meteccà Arè e a Lamdrara.
Un’altra figura mostra un bovino visto dall’alto, le
lunghe corna ed un numero imprecisato di zampe lo
fanno assomigliare ad un insetto o crostaceo (Fig. 70);
altre figure simili dipinte le abbiamo osservate a
Zebàn Abùr IL Con quest’ultima località possiamo
operare ancora confronti, osservando figure presenti
in un altro angolo della cavità di Addì Qansà IL Si
tratta di figure antropomorfe con le braccia aperte; in
alcuni casi le mani ed i piedi dei personaggi presenta¬
no lunghe dita. Vicino a queste raffigurazioni sono
state realizzate, in colore rosso e bianco, immagini più
recenti zoomorfe schematizzate «a pettine» e segni.
Alcune di queste figure rappresentano uomini a ca¬
vallo (Fig. 73).
jf ✓
Fig. 73 - Addì Qansà II - Ba’attì Guaguà: varie figure dipinte con
schema «a pettine», antropomorfi, cavalli e cavalieri. In alto a si¬
nistra si nota una strana figura antropomorfa con le dita dei piedi
particolarmente evidenziate (foto Franchini).
COHÈ EDAGÀ
Ritrovamento 1960 e 1961, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Tedrer
Riferimenti cartografici Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Quota: m 1650 ~
Circa un chilometro e mezzo ad est di Addì Qansà I,
sul versante opposto.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
69
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Cohè Edagà è il nome di una località di fronte ad
Addì Qansà I, oltre il piano, dove sono banchi di are¬
naria. Nel sito sono presenti numerose incisioni che
Vincenzo Franchini paragona alle figure di Addì
Qansà I, localmente attribuite ai Belòu.
Più in alto, a metà costa, vi sono pitture in colore
rosso e nero, in una piccola grotta rivolta ad ovest. Si
tratta di figure molto schematiche, in certi casi semi¬
cancellate, tra le quali si scorgono cavalli e cavalieri.
In un caso l’animale è realizzato in bicromia: corpo
rosso e parte della coda in nero.
Due cavità e banchi di arenaria.
I cavità : pittura. Colori: rosso e nero.
II cavità : pittura. Colori: rosso e marrone.
Banchi di arenaria: incisione.
I cavità: cavalli e cavalieri.
II cavità: bovini.
Banchi di arenaria: figure zoomorfe.
V. Franchini, 1969, p. 86; V. Franchini, appunti perso¬
nali.
Ancora più in alto, a quota 1650 m, vi è una se¬
conda cavità, la principale di questa località (rinve¬
nuta nel 1961), che ospita numerose pitture di bovini
di colore rosso e marrone, con il corpo allungato e le
zampe che in alcuni casi terminano «a fiocco».
Dagli appunti di Franchini apprendiamo che an¬
che nei pressi della chiesa di Enda Johannes è visibi¬
le una piccola figura di colore rosso che probabil¬
mente rappresenta un cavallo sellato, mentre sotto il
monastero, a metà costa e verso il pozzo, si scorgono
tracce di pitture quasi totalmente cancellate.
BARDEG
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografìe!
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
In questa cavità sono attualmente visibili poche
tracce di pitture. All’esterno invece, su di una roccia,
sono dipinte in rosso (Franchini nota anche un con¬
torno nero) alcune figure che paiono rappresentare
una scena di combattimento (Fig. 74). Si osservano
bene un guerriero che monta un cavallo schematizza¬
to «a pettine» e che impugna una spada, della quale è
1958, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Circa 2 chilometri a sud di Addì Qansà I, nella pare¬
te sotto il villaggio di Zertò.
Cavità e roccia allo scoperto.
Pittura. Colori: rosso e nero.
Cavalieri e armati.
Scene di combattimento.
Scadente (anni ’50). Cause di degrado: azione degli
agenti atmosferici.
V. Franchini, 1960b, p. 289, tavv. IX e X, 1; V. Franchi¬
ni, appunti personali.
ben indicata l’elsa e un secondo guerriero a cavallo,
armato di spada, che sembra affrontare un guerriero
appiedato che impugna un’asta con una mano, men¬
tre nell’altra tiene un oggetto che potrebbe essere
una corta spada piuttosto che un piccolo scudo ovale.
Le figure appartengono a quel momento figurati¬
vo caratterizzato dalla presenza di cavalli e cavalieri,
70
GIULIO CALEGARI
disegnati in maniera semplice e molto stereotipata,
ad illustrare episodi di guerra o di valore di cui si è
persa la memoria ma che, con ogni probabilità, erano
parte di una dimensione narrativa tramandata oral¬
mente e riconoscibile nel richiamo iconografico.
Fig. 74 - Bardèg: figura di cavaliere armato e scena di combatti¬
mento (da foto Franchini).
COR SAHUNÈ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografia
In questa cavità vi sono pitture e incisioni di diffe¬
renti momenti e «stili». Tra le pitture, molte rovinate
e semicancellate, prevale l’immagine del bovino, di¬
pinto a solo contorno o a piena campitura. Alcune fi¬
gure presentano il corpo allungato e le gambe in pa¬
rallelo, a forma di triangolo (Fig. 75), come nelle tipi¬
che figure del bovino col corpo allungato (per esem¬
pio quelli di Zebàn Kebesà I). Le corna sono arcuate
e rivolte all’indietro o lunghe e ondeggianti oppure a
curve opposte come una S.
Molte immagini sono rapportabili alle pitture di
Addì Qansà I e in alcuni casi sembra addirittura di
poter riconoscere la stessa «mano», come per esem-
1960, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1650 ~
Circa 3 chilometri ad est di Adì Mocadà, nel fianco
sud del massiccio dove si trova il monastero di Enda
Johannes.
Riparo di arenaria con varie nicchie.
Pittura. Colori: varie tonalità di rossi e di bruni.
Incisione a solco continuo e a martellina.
Pitture: bovini e figure antropomorfe.
Incisioni: figure antropomorfe, bovini e segni sche¬
matici.
La mucca con il vitello; antropomorfo fantastico.
Disomogeneo: da buono a scadente (anni ’60). Cau¬
se di degrado: fratturazione della superficie rocciosa,
azione degli agenti atmosferici e interventi antropici.
V. Franchini, 1969, p. 86; V. Franchini, appunti perso¬
nali.
pio in una figura, con testa e zampe a colore pieno ed
il corpo a solo profilo, diviso all’interno da una linea
a zigzag (Fig. 75). Sotto questo animale si scorge un
vitello che succhia il latte, tema che a Cor Sahunè è
più volte rappresentato (Fig. 76). Un altro confronto
con Addì Qansà II è fornito dall’immagine di un an¬
tropomorfo con mani e piedi evidenziati (Fig. 77).
Molto interessanti le incisioni, anch’esse di diffe¬
renti «stili» e momenti, che sovente si sovrappongono
alle pitture. Tra le figure di bovini prevalgono quelle
con disegno «a farfalla» o «a bipenne» (Figg. 76 e 78),
che appartengono al medesimo codice figurativo di
Gamà, Dighim, Soqelà, ecc. ... Alcune sono eseguite in
modo più grossolano e talvolta sembra che gobbe cer-
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
71
Fig. 75 - Cor Sahunè: pitture di bovini con il corpo allungato, che
richiamano le immagini presenti ad Addì Qansà I; in particolare la
prima in alto con il corpo decorato da una linea a zigzag, che inol¬
tre ha un piccolo sotto di essa (foto Franchini).
y
f
Fig. 77 - Cor Sahunè: figura antropomorfa con le dita delle mani e
dei piedi particolarmente evidenziate (foto Franchini).
Fig. 76 - Cor Sahunè: pitture di bovini (in alto si nota una mucca
con vitello) e incisioni di un grande bovino col corpo «a farfalla»
e di alcuni antropomorfi estremamente schematizzati (foto Fran¬
chini).
vico - dorsali e mammelle siano state aggiunte poste¬
riormente. Le figure umane sono molto schematizzate
e lineari: alcune sono «ancoriformi», con la testa a vol¬
te indicata da un cerchietto, altre sono cruciformi e an¬
cor più geometrizzanti (Figg. 76 e 78).
Sulla parete sono anche presenti alcune linee pa¬
rallele incise a solco continuo, del tipo identificato co¬
me affilatoi.
Fig. 78 - Cor Sahunè: incisioni di bovini e antropomorfi schema¬
tizzati. L’immagine fotografica di Franchini ci mostra un palinse¬
sto di figure di diversi «stili» sovrapposte (foto Franchini).
72
GIULIO CALEGARI
GHEZÀ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografia
In questa cavità sono state dipinte, in colore rosso,
immagini di cavalli molto schematizzate di tipo petti-
niforme; alcuni di questi animali sono montati da ca¬
valieri. Vi sono inoltre alcune figure umane appieda¬
te, sempre molto schematizzate.
I personaggi, che a volte mostrano una vistosa ac¬
conciatura, sembrano partecipare ad episodi guerre¬
schi. In un caso è evidente lo scontro tra un guerriero
armato di lancia, che monta un cavallo sellato ed un
uomo a piedi che lo affronta con una corta arma, for¬
se una spada (Fig. 79). Poco a destra, quasi addossata
a quest’ultimo, è una strana composizione circolare,
sempre in rosso, realizzata probabilmente con im¬
pronte di polpastrelli accostati a formare un ammas¬
so di punti. Un altro cavaliere, dalle lunghe gambe, è
rappresentato con un’imponente acconciatura che
coinvolge e caratterizza tutta la parte superiore del
corpo, facendolo somigliare ad un albero.
Franchini segnala nelle vicinanze anche un masso
con alcuni graffiti di impronte di piedi.
MOGUNÒ
1961, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Nel vallone a sud di Adì Mocadà.
Cavità.
Pittura. Colore: rosso.
Figure zoomorfe, cavalli, cavalieri, armati e segni
puntiformi.
Scene di combattimento.
Discreto (anni ’60).
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
Fig. 79 - Ghezà Mogunò: scena di combattimento tra un cavaliere
e un uomo appiedato, che si relaziona probabilmente anche con
un nugolo di punti (foto Franchini).
ZEBAN ONA LIBANOS I
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1995
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
1961, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche
Quota: m 1700
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
73
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Circa 2 chilometri a sud - est di Adì Mocadà, nei
pressi delle cave di silice.
Riparo.
Pittura. Colori: rosso e nero.
Figure antropomorfe, armati e bovini.
L’icona del guerriero; il pastore guerriero.
Stato di conservazione Buono con lacune (1995). Cause di degrado: frattu¬
razione della superficie rocciosa, azione degli agenti
atmosferici ed essudazioni saline.
Bibliografia P. Graziosi, 1964b, p. 97, fig.5; V. Franchini, 1969, p. 86;
A. Willcox, 1984, pp. 62-64, figg. 7-13; R. Joussaume,
1995, p. 39, fig. 18; G. Calegari, 1996, pp. 31-46, figg. 15-
16; G. Calegari, 1998a; C. Franchini, 1996, p. 50, fig. 60.
i
Il piccolo riparo che ospita le pitture (Fig. 80) si
apre alla sommità di una forra che si risale lasciando¬
si sulla destra le cave di silice. Le figure, che hanno
misure varianti dai cm 10 ai 70-80, sono realizzate a
piena campitura in colore rosso, tranne una rappre¬
sentazione di guerriero di grandi dimensioni, ripassa-
Fig. 80 - Zebàn Onà Libanòs I: rilievo di massima del riparo (rilievo Ansaioni e Calegari)
74
GIULIO CALEGARI
Fig. 81 - Zebàn Onà Libanòs I: particolare di guerrieri armati in¬
torno ad un bufalo; due personaggi incrociano le lance dinanzi al¬
l'animale (foto Calegari).
Fig. 83 - Zebàn Onà Libanòs I: episodi naturalistici: la mungitura,
il guerriero appoggiato ad una gamba e due probabili suonatori
(foto Calegari).
ta successivamente in nero. Sono state dipinte su pa¬
reti lisce aggettanti in due punti della cavità. Quelle
di destra sono ben conservate e protette dalla volta
del riparo, anche se opacizzate in alcuni punti da un
velo di essudazione salina; quelle a sinistra, più espo¬
ste alle intemperie e al sole, si presentano molto dan¬
neggiate, anche per la grave fratturazione della roc¬
cia. Nel complesso, anche se è possibile leggere diffe¬
renze nello stile e nell’esecuzione delle figure, siamo
di fronte ad un insieme coerente per tematiche ed
Fig. 82 - Zebàn Onà Libanòs I: guerriero con lancia e scudo ed
un’appendice tra le gambe: forse il sesso o una coda posticcia o un
indumento tipo cache-sexe (foto Calegari).
istanze figurative, una visione e descrizione della
realtà che testimonia un preciso momento dell’arte
rupestre etiopico - eritrea.
A Zebàn Onà Libanòs I i bovini non sembrano
più essere i principali protagonisti della narrazione,
ma ne fanno solo parte cedendo il ruolo principale al¬
l’uomo, descritto con un canone che ne mette in ri¬
salto la prestanza fisica. L’uomo è figurato con torace
allungato, vita stretta e spalle larghe, elegante nella
sua immagine, sia nelle descrizioni di personaggi resi
con maggior capacità pittorica, sia nelle figure più
semplici e schematiche. L’uomo in questo momento
si rappresenta chiaramente come guerriero, un guer¬
riero che mostra in modo enfatico le sue lance dalle
grandi punte metalliche e i suoi scudi, come a ribadi¬
re la sua forza. Un «guerriero esteta», che però non si
limita a lasciarci la sua potente icona ma, pur nello
schematismo del disegno, ci racconta chiaramente il
suo mondo con descrizioni di carattere naturalistico,
ove gesti e attività quotidiane sono indicate nei det¬
tagli.
Il guerriero, che quasi sempre impugna la lancia
con la mano sinistra, ci mostra a volte un’acconciatu¬
ra dei capelli «a treccine». In due casi un’appendice
bifida pende come una coda tra le sue gambe, forse
una sorta di cache-sexe , più che un’enfatizzazione del
sesso (Fig. 82). Una figura seduta, che pare stia suo¬
nando una lira, indossa un perizoma che sembra an¬
nodato alla vita.
I «pannelli» dipinti a Zebàn Onà Libanòs I sono
probabilmente divisibili in composizioni narrative il
cui significato più profondo ci sfugge; possiamo al
momento limitarci a cogliere gruppi di figure che ci
appaiono associati e che, anche se probabilmente rea¬
lizzati da artisti differenti, io ritengo contemporanei.
Un primo gruppo è quello centrale più in alto, ove
campeggia il grande guerriero nero (Fig. 212). Questa
figura, probabilmente ripassata successivamente di
nero, appare come contornata di colore rosso. Alli¬
neati alla sua destra sono altri due guerrieri nella me¬
desima postura e tra di essi, seduto, un personaggio
interpretabile come suonatore di lira (Fig. 214). Alla
sua sinistra altre pitture di guerrieri sono molto rovi¬
nate; più sotto un gruppo numeroso di uomini arma¬
ti di lancia si agita attorno ad un bovino, probabil¬
mente un bufalo (Figg. 81 e 213).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
75
A destra vi è il momento più naturalistico di
Zebàn Onà Libanòs I: un guerriero si riposa in piedi,
su di una sola gamba, appoggiato alla sua lancia, così
come ancora fanno varie popolazioni nilotiche. Vici¬
no a lui un altro guerriero armato, poi due figure se¬
dute interpretabili come suonatori di lira o tamburo
(Figg. 83 e 213). Sotto vi è la bellissima scena di mun¬
gitura (Figg. 83 e 215). La mucca, dipinta in rosso con
il corpo decorato da linee nere meandriformi, che ap¬
pena si scorgono, ha le zampe posteriori legate; sotto
di essa il mungitore seduto stringe tra le gambe un
vaso di forma allungata per raccogliere il getto di lat¬
te dalle mammelle. Sempre sotto il ventre della muc¬
ca si scorge un vitellino che, come si usa tuttora, è te¬
nuto vicino alla madre per stimolare la secrezione lat¬
tea.
La figura di questo bovino presenta con chiarezza
quei canoni stilistici che definiscono questo momen¬
to e a cui si connetteranno successive schematizza¬
zioni. Anche se in questo caso la figura è naturalisti¬
ca nei dettagli e nell’impostazione narrativa, il suo
corpo è estremamente allungato e dinoccolato; la te¬
sta è ben disegnata e le corna sono corte ma a curve
stravaganti. Nelle zampe, indicate qui con fedeltà al
vero una per una, si coglie quel parallelismo che sarà
aH’origine di forme sempre più semplificate e sche¬
matiche fino al tipo «a pettine».
Le pitture di Zebàn Onà Libanòs I sono dunque
legate ad un momento culturale e sociale dominato
dalla presenza di pastori guerrieri armati di lance dal¬
la punta metallica, portatori di una visione del mon¬
do fortemente antropocentrica. Nell’ambito etiopico
- eritreo rappresentazioni pittoriche che riflettono
questo pensiero, con varianti temporali e locali, si ri¬
trovano oltre che a Zebàn Onà Libanòs I, a Zebàn
Kebesà I, Zebàn Abùr II, Jago, Emba Celai e, in Etio¬
pia, all’Amba Focadà.
La composizione di sinistra, molto guasta (Fig.
216), lascia intravedere tre personaggi, di cui uno di
grandi dimensioni, che non sembrano impugnare ar¬
mi; per contro è evidente, soprattutto nella figura più
grande, la presenza di una lunga fascia tra le gambe
che termina con delle frange e che probabilmente
rappresenta un indumento del genere cache-sexe. Di
fianco vi sono due bovini col corpo allungato e più
sotto una figura, purtroppo molto rovinata, di un ani¬
male dalle lunghe zampe posteriori che ricorda nel
suo scatto un felino.
ZEBÀN ONÀ LIBANÒS II
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1995
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
Circa un centinaio di metri sopra il riparo di Zebàn
Onà Libanòs I è un pianoro con abbondanti documen¬
ti archeologici evidenti in superficie: schegge e lamette
di ossidiana e frammenti ceramici riferibili a culture ak-
sumite. Sovrastante questo pianoro, su un banco di are¬
naria, è identificabile il sito rupestre che abbiamo de¬
nominato Zebàn Onà Libanòs II. Le pitture, di colore
1961, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1700 ~
Circa 2 chilometri a sud - est di Adì Mocadà, nei
pressi delle cave di silice.
Banco di arenaria.
Pittura. Colori: rosso e nero (soltanto il sottile profi¬
lo di una figura).
Bovini e figure antropomorfe.
Discreto (1995). Cause di degrado: esposizione agli
agenti atmosferici.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
rosso, sono state eseguite su di uno strato orizzontale di
roccia liscia, una sorta di fascia naturale appena protet¬
ta dal lieve aggetto dello strato superiore (Fig. 84).
Le figure rappresentano, per quanto è dato attual¬
mente di cogliere, principalmente bovini e qualche
antropomorfo appena leggibile e sono realizzate a
colore pieno o a solo contorno. Gli animali, anche se
76
GIULIO CALEGARI
Fig. 84 - Zebàn Onà Libanòs II: la fascia dipinta (foto Calegari).
dipinti da diverse «mani» di artisti, sono rapportabili
nella loro iconografia a quelle di Zebàn Kebesà I, Ja¬
go, ecc.... Le misure delle immagini più grandi rag¬
giungono i cm 40. La fascia dipinta si presenta come
una sorta di palinsesto da cui emerge la visione di una
teoria di figure zoomorfe che, in almeno tre casi, so¬
no state disegnate in verticale (Fig. 217).
La prima di queste curiose rappresentazioni, par¬
tendo da sinistra, è realizzata a colore pieno e ad es¬
sa è sovrapposta una figura di medesima fattura, resa
a solo contorno ed in posizione orizzontale (Fig. 85).
Il secondo bovino verticale, più grande del preceden¬
te, lo segue nella medesima direzione e postura: le
zampe anteriori protese in avanti, quasi annaspanti,
in sintonia ritmica con lo strano scatto delle zampe
posteriori (Fig. 217). Questa figura, rossa a piena
campitura, presenta un leggero intervento sul corpo
ed un sottile contorno in colore nero. La terza figura
di questo genere è un poco più distante e divisa dalle
prime da altre pitture piuttosto sciupate. L’immagine,
anch’essa sbiadita, è ugualmente quella di un bovino
dipinto in posizione verticale, quasi nell’atto di cam¬
minare o danzare. Viene quasi spontaneo pensare che
si tratti di uomini mascherati o personaggi mitici.
In questa composizione la scelta di disegnare gli
animali verticalmente, se non vogliamo credere ad un
artificio per rispettare altre figure sottostanti, rispon¬
de ad una precisa volontà espressiva. Se si pensa che
la parete è orizzontale, stretta e lunga non vi è dubbio
che questi bovini «a stazione eretta» stiano a signifi¬
care qualcos’altro. I bovini antropomorfizzati del re¬
sto, se li osserviamo bene, non hanno zoccoli, ma veri
e propri piedi.
Fig. 85 - Zebàn Onà Libanòs II: particolare della sovrapposizione
di due bovini (foto Calegari).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
77
ONÀ ADÌ QANSÀ
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1995
MAI QERNÌ
78
GIULIO CALEGARI
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
La cavità prende il nome da un piccolo corso d’ac¬
qua detto Mai Qernì, che scorre in un vallone in fon¬
do al quale si trova l’«acqua santa» di Abbà Libanòs,
che nasce da una vasca perenne sotto un piccolo sal¬
to di roccia nel letto del ruscello.
Il sito ospita numerose figure dipinte soprattutto
in colore rosso e, in misura minore, in nero. I soggetti
rappresentati sono principalmente bovini dalle lun¬
ghe corna, tracciati con differenti grafie e stilizzazio¬
ni (Fig. 86). I bovini dipinti a Mai Qernì rivelano chia¬
ramente il passaggio da figure riconoscibili verso for¬
me semplificate, quasi come ideogrammi, che com¬
paiono anche in altri siti dell’arte rupestre eritrea. Al¬
cune figure richiamano l’animale con una forma ellit¬
tica a colore pieno per il corpo, due brevi segmenti
per le zampe, un breve tratto per la coda e due linee
per le corna, talvolta sinuose e rivolte in avanti, altre
volte diritte o curvate all’indietro. In altre figure il di¬
segno delle corna prende il sopravvento ed il corpo si
trasforma in una macchia o segmento più o meno
provvisto di appendici.
Non mancano figure geometrizzanti, come ovali in
cui è tracciato il diametro. Altre rappresentazioni di
bovini esprimono invece differenti istanze figurative:
si tratta di immagini tendenti a forme simmetriche,
nelle quali il corpo dell’animale si stringe al centro, ri¬
cordando il motivo della bipenne. La stessa soluzione
la troviamo a Cor Sahunè, Addì Qansà I, Edit, Gamà,
Ba’attì Meshùl, ecc.... A Mai Qernì alcune di queste
immagini di bovini «a farfalla», dipinte in colore nero
sulla volta del riparo, sono riconoscibili come Bos t.
prim. indicus dalla gobba dorsale (Fig. 87).
Fig. 86 - Mai Qernì: figure di bovini in varie fasi di semplificazio¬
ne e schematizzazione (foto Franchini).
Pittura. Colori: rosso e nero.
Figure zoomorfe, bovini, un felino e segni schema¬
tici.
Buono (anni ’50).
V. Franchini, 1969, p. 86; V. Franchini, appunti perso¬
nali.
Fig. 87 - Mai Qernì: figure di bovini gibbuti schematizzati in forma
di «bipenne» o «a farfalla» (foto Franchini).
Nelle fotografie fornitemi da Vincenzo Franchini
è possibile scorgere, anche se in modo non molto
chiaro, la figura di un animale con lunghi artigli, in¬
terpretabile probabilmente come un leone (Fig. 88).
t
Fig. 88 - Mai Qernì: probabile felino (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
79
ADÌ UOLEBÀI (BIET HEBÈI)
BA ATTÌ ONÀ DI MEBARÒ
80
GIULIO CALEGARI
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Nei suoi appunti Vincenzo Franchini chiama
Ba’attì Onà o Ba’attì Mebarò questa cavità; egli spe¬
cifica infatti che «...poco sopra la grotta è la regione
detta Mebarò» e che «il nome “onà” si riferisce alle
rovine che si notano nel ripiano sottostante la grot¬
ta». Si tratta di resti di abitazioni circolari o quadra¬
te e rettangolari, attribuite ai Belóu, con tracce di
porte costituite da grandi massi addossati ai varchi
fra i muri.
La cavità nell’arenaria è lunga all’incirca 6 metri
ed è alta poco più di un metro. In essa, tra altre trac¬
ce di pitture semicancellate, si scorgono figure geo¬
metrizzanti, a volte risultato estremo di schematizza¬
zioni di immagini umane o di animali. I colori sono il
rosso e il nero. Alcune pitture hanno tratti più verosi¬
mili, tra queste vi è la figura di un uomo a cavallo a
colore pieno (Fig. 90). Si scorgono anche composizio¬
ni realizzate con serie di punti rossi e neri.
Pittura. Colori: rosso e nero.
Un cavaliere e figure geometriche.
L. Ricci, 1960b, p. 123; V. Franchini, appunti personali.
EDAGÀ SELLÙS
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Sulle sponde del torrente Fenqaqà, soprattutto in
riva destra, poco a valle della località deserta di
Edagà Sellùs che si trova vicino a Ghennisebà, sono
visibili, sulle pareti in arenaria, incisioni rupestri ero¬
se dalle acque di piena. Tra esse si scorgono princi¬
palmente figure circolari divise internamente da cro¬
ci o reticoli (Fig. 91).
Fig. 91 - Edagà Sellùs: incisioni di figure geometriche, tra le quali
cerchi divisi internamente (foto Franchini).
1958, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Un chilometro a valle del ponte sul Fenqaqà della
strada Decamerè - Mai Ainì.
Rocce di arenaria.
Incisione.
Figure geometriche.
L. Ricci, 1959, pp. 55-56; V. Franchini, appunti personali.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
81
BA’ATTÌ CHELÌT
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
L’ingresso della cavità è caratterizzato dalla pre¬
senza di un masso a forma di parallelepipedo (quasi
una barriera naturale), che mostra una «dentellatura»
realizzata con una serie di solchi allineati, profondi cm
10 o 12, scavati nel suo spigolo superiore. L’interven¬
to, il cui scopo funzionale o simbolico ci sfugge, dota
questo sito di uno spazio particolare e inconsueto.
Le pitture presenti sono ormai ridotte a tracce il¬
leggibili. Si scorge solo una figura ellissoidale, nella
cui parte superiore sono tracciati due segni ondeg¬
gianti ad indicare le corna, sotto le quali due tratti
paiono essere le orecchie, mentre nella parte inferio¬
re sporgono tre corti segmenti. Sembra questa la rap¬
presentazione di un bovino visto prospetticamente
dal di dietro.
Non distante, presso la chiesa di Adì Chescì, vi è
una figura fantastica e surreale costituita da un cer¬
chio (forse una testa) con quattro trattini sporgenti e
due cerchietti interni opposti e tangenti alla circonfe¬
renza. La figura poggia su due gambe con piedi ben
evidenziati (Fig. 92).
1957, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Tedrer
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1800 ~
Sul versante destro del Mai Ainì - Ghenzel, circa 2
chilometri a nord - est dalla cavità di Ba’attì Uod
Dengheziè.
Cavità.
Pittura.
Un probabile bovino e una figura antropomorfa.
Antropomorfo fantastico.
Scadente (anni ’50).
V. Franchini, 1958, p. 49, fig.43; V. Franchini, comuni¬
cazione personale.
Fig. 92 - Dintorni di Ba’attì Chelìt: figura surreale dalle lunghe
gambe, forse uno spirito (foto Franchini).
BA’ATTÌ UOD DENGHEZIÈ
Ritrovamento 1957, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto
Tedrer
82
GIULIO CALEGARI
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
Sulla parete della cavità, a sinistra, si scorgono in¬
cisioni rupestri molto danneggiate per l’esfogliazione
naturale dello strato superficiale della roccia. Si trat¬
ta di motivi geometrici: cerchi, croci, tratti conver¬
genti a triangolo, tra i quali si scorgono quelle figure
a cerchio aperto attraversato al suo interno da tratti
paralleli (come una sorta di «pettine curvo» o di E ro¬
vesciata), che ritroviamo incisa anche a Endà Abùne
Tekhlè, Ba’attì Abba Keisì, Car Saglà, ecc....
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1700 ~
Poco più di 2 chilometri a nord di Mai Ainì.
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colore: rosso.
Incisione a martellina.
Pitture: figure zoomorfe.
Incisioni: segni schematici e figure geometriche.
Pessimo (anni ’50). Cause di degrado: esfogliazione
della superficie rocciosa.
V. Franchini, 1958, p. 48, figg. 41 - 42.
All’esterno, sul tetto della cavità, sono dipinte al¬
cune immagini in colore rosso. Chiaramente si scorge
un bovino, con il corpo sub-rettangolare e le quattro
zampe distinte con tratto sottile diritto. Altre pitture,
forse cattive copie della figura del bovino, non sono
altro che disegni ovoidali a solo contorno, riempiti di
puntini e trattini, da cui sporgono brevi segmenti, for¬
se rappresentazione delle zampe e delle corna.
BA’ATTÌ MOBQUÀL (ZA’ARRÈ)
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
83
La cavità, lunga una ventina di metri ed esposta ad
est, conserva numerose pitture, molte delle quali ro¬
vinate da dilavamento. Si osservano, anche se confu¬
si, numerosi casi di sovrapposizione.
Tra le figure di animali Franchini cita alcune imma¬
gini di bovini confrontandoli, per caratteri iconografi¬
ci, a quelli di Sullùm Ba’attì. Tra questi alcuni esem¬
plari brachiceri, dipinti in colore rosso molto scurito,
presentano la testa dipinta in colore pieno, mentre la
pezzatura del manto è resa a punteggiatura (Fig. 93).
Fig. 93 - Ba’attì Mobquàl: immagine di bovide col corpo punteg¬
giato (foto Franchini).
Fig. 94 - Ba’attì Mobquàl: figure antropomorfe del tipo «a zaga¬
glia» (foto Franchini).
A confermare un rapporto artistico - culturale con
Sullùm Ba’attì e con altri esempi nella regione, sono
anche immagini di antropomorfi molto schematizza¬
ti, del tipo detto «a zagaglia» (Fig. 94), che in un caso
ben leggibile si presentano affiancati, in fila frontale,
secondo quel codice che sembra caratterizzare la raf¬
figurazione dell’uomo presso le popolazioni preisto¬
riche etiopico - eritree di allevatori.
Molto interessante, per il suo forte carattere sim-
Fig. 95 - Ba’attì Mobquàl: parete ricoperta da coppelle (foto Franchini).
84
GIULIO CALEGARI
bolico, è poi la presenza sulla parete della cavità, di
centinaia di coppelle ovali della dimensione varianti
da uno a quattro/cinque centimetri, che formano una
serie di lunghe file orizzontali sovrapposte (Fig. 95).
Molte di queste fossette si presentano colorate di ros¬
so, più o meno dilavato e richiamano composizioni di
punti o macchie, ugualmente disposti, in altre cavità.
Simili interventi di astratta concettualità in luoghi
suggestivi come grotte o ripari che ce li hanno con¬
servati, con la loro forza espressiva lasciano intende¬
re, forse più che le immagini figurative e verosimili,
quella condizione di ritualità alla base delle manife¬
stazioni di arte rupestre. Lasciano intendere un senso
di sacralità nel rapporto con quello spazio di natura
che, territorializzato dall’uomo, si trasformerà in spa¬
zio di cultura.
Poco più a sud Vincenzo Franchini segnala la pre¬
senza di una seconda grotta, nella quale sono alcune
immagini poco evidenti, tra le quali una figura uma¬
na molto elementare nel disegno.
BA’ÀT AFRÙS (ZA’ARRÈ)
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografia
Circa a metà strada tra il villaggio di Za’arrè e le
cavità dipinte di Ba’attì Mobquàl Vincenzo Franchini
1964, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Merettà Sebenè
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1730 ~
A metà strada tra il villaggio di Za’arrè e la cavità di
Ba’attì Mobquàl.
Cavità.
Incisione.
Un bovino.
V. Franchini, 1964b, p. 102; V. Franchini, appunti per¬
sonali.
segnala la presenza di una cavità che riporta l’incisio¬
ne di un bovino a dorso dritto.
SOQELÀ (ZA’ARRÈ)
Ritrovamento 1964, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Merettà Sebenè
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1730 ~
Tra i roccioni che sovrastano il villaggio di Za’arrè, 6
chilometri a est di Adì Mocadà.
Cavità e massi all’aperto.
Pittura. Colori: rosso e nero.
Incisione.
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
85
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
Soqelà è il nome del sito, tra i roccioni sopra l’abi¬
tato di Za’arrè, ove è presente una cavità con incisio¬
ni rupestri e pitture. In particolare si nota, tra le inci¬
sioni, una figura di bovino non gibbuto patinato come
la roccia, di forma simmetrica «a bipenne» e dalle
lunghe corna sinuose, che raggiunge la lunghezza di
quasi un metro (Fig. 96) ed è giustamente confronta¬
to da Vincenzo Franchini con alcuni esempi del me¬
desimo gusto presenti in una composizione a Carora.
Sempre nella cavità vi sono bovini ancor più schema¬
tizzati del tipo «a bipenne» (Fig. 97) e altre figure di
carattere «astratto» fortemente patinate: si tratta di
linee curve parallele tra loro, che talvolta vengono in¬
tersecate da una linea retta.
Pitture di colore rosso e nero, raffiguranti bovini a
dorso dritto ed egualmente immagini astratte di linee
ondulate, secondo Franchini si sovrappongono a que¬
ste incisioni, fornendo un’occasione di riflessione cro¬
nologico - culturale.
Sono segnalati anche due bovini gibbuti, incisi su
uno dei massi antistanti la cavità.
Alcuni metri sopra la cavità vi sono altre pitture di
colore rosso. Interessante la figura di un bovino a
campitura piena della stessa fisionomia «a farfalla» o
«a bipenne», già osservata precedentemente. Una fi¬
gura antropomorfa, probabilmente posteriore, sem¬
bra cavalcare l’animale (Fig. 98).
Fig. 96 - Soqelà: incisione di un bovino macrocero col corpo sche¬
matizzato «a bipenne» (foto Franchini).
Pitture: bovini, figure antropomorfe e lineari.
Incisioni: bovini e figure lineari.
Incisioni: buono (anni ’60).
Pitture: scadente (anni ’60). Cause di degrado: azio¬
ne degli agenti atmosferici.
V. Franchini, 1964b, p. 101, figg. 20-21; V. Franchini
1969, p. 87; V. Franchini, appunti personali.
/ s
Fig. 97 - Soqelà: incisione di un bovino schematizzato «a bipenne»
(foto Franchini).
Fig. 98 - Soqelà, alcuni metri sopra la cavità principale: pittura di
un bovino macrocero col corpo «a bipenne», cavalcato da un an¬
tropomorfo (foto Franchini).
86
GIULIO CALEGARI
NISHTÒ COHÒ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografia
Vincenzo Franchini ci fornisce, nei suoi appunti
personali, la descrizione delle pitture presenti in que¬
sta località, che è la stessa che egli cita (senza dare un
nome al sito) alla fine della voce Gobò Adi Ambar
nell’articolo del 1969 su Sestante, dedicato alle stazio¬
ni rupestri dell’Eritrea.
Ritengo opportuno riportare testualmente le pa¬
role di Franchini: «La cavità è poco profonda, lunga
circa m 6, e presenta un ripiano superiore. È alla quo¬
ta di circa m 1820. Vi si osservano, dipinti in nero, ot¬
to bovini non gibbosi, di cui una vacca con sottostan¬
te vitello. Le figure sono esageratamente allungate, e
di esecuzione alquanto scadente. Altre sette o otto fi¬
gure dello stesso tipo si trovano nel ripiano superio¬
re. Qualche figura è in colore pieno, qualche altra
presenta invece una divisione a segmenti. L’esecuzio¬
ne dei due gruppi è un po’ diversa l’una dall’altra. Di
fronte, 100 m a est, si trova un’altra grotta con poche
figure analoghe, di un giallo molto sbiadito» (Fran¬
chini, appunti personali).
È innegabile che queste figure siano un’interpre¬
tazione personale e locale del bovino a corpo allun¬
gato, presente per esempio ad Addì Qansà I, Cor
Sahunè, Zebàn Kebesà I e, in tono più naturalistico, a
Zebàn Onà Libanòs I. Qui in almeno due rappresen¬
tazioni di «mani» diverse è illustrata la scena del vi¬
tello che succhia il latte dalla madre (Figg. 99 e 100).
1966, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Merettà Sebenè
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1820 ~
Circa 2 chilometri a ovest/sud - ovest del villaggio di
Za’arrè.
Cavità.
Pittura. Colore: nero.
Bovini.
La mucca con il vitello.
Disomogeneo: da discreto a scadente (anni ’60).
Cause di degrado: esfogliazione della superficie roc¬
ciosa e azione degli agenti atmosferici.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
Fig. 99 - Nishtò Cohò: bovino a corpo allungato con un vitello sot¬
to il ventre (foto Franchini).
Fig. 100 - Nishtò Cohò: bovini a corpo allungato; quello a destra
rappresenta la scena della mucca con il vitello (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
87
GOBÒ ADI AMBAR
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
In questa cavità sono presenti due figure di bovini
non gibbuti, della lunghezza di circa cm 40, incise in
un piano orizzontale, sulla roccia liscia. Gli animali
sono resi con lo stesso disegno e gusto grafico che
troviamo a Gamà, a Dighim e a Soqelà. Un toro, con
il collo allungato e le corna arcuate, presenta una
Fig. 101 - Gobò Adi Ambar: incisione di un bovino (foto Franchini).
1966, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Merettà Sebenè
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1800 ~
Circa 2 chilometri a ovest/sud - ovest del villaggio di
Za’arrè.
Cavità.
Incisione a solco continuo.
Bovini.
Buono (anni ’60).
V. Franchini, 1969, p. 87; V. Franchini, 1980, pp. 47-48,
figg. 6-7; V. Franchini, appunti personali.
gobba cervico - dorsale aggiunta alla figura in un mo¬
mento posteriore (Fig. 101). L’altro, più simmetrico
nel disegno e con le lunga corna ondeggianti, rivela
anch’esso una posteriore e grossolana correzione:
quattro trattini sotto il ventre che vorrebbero rappre¬
sentare i capezzoli di una mucca (Fig. 102).
Fig. 102 - Gobò Adi Ambar: incisione di un bovino dalle lunghe
corna e dal corpo simmetrico (foto Franchini).
GAMÀ
Ritrovamento 1964, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Loggò Sardà
Distretto
88
GIULIO CALEGARI
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
Nella collina di arenaria si aprono, come docu¬
mentato anche fotograficamente da Vincenzo Fran¬
chini, alcune grotte abitate da gruppi Saho (Fig. 103).
Presso queste vi sono alcuni massi incisi ed una cavità
che ospitano incisioni rupestri realizzate a solo con¬
torno. Le immagini raffigurano bovini simili a quelli
di Gobò Adi Ambar, Soqelà e Dighim, con il tipico
disegno «a bipenne» o «a farfalla». In alcuni casi le
mammelle delle mucche sono figurate da quattro seg¬
menti paralleli ben tracciati sotto il ventre degli ani¬
mali.
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1550 ~
Nella piana di Flazamò, nel versante sud delle alture
sopra il villaggio di Gamà.
Cavità in arenaria e massi alPaperto.
Incisione a solco continuo e a martellina.
Massi: bovini.
Cavità: bovini, segni schematici e figure antropo¬
morfe.
Buono (anni ’60).
V. Franchini, 1969, p. 87; V. Franchini, 1980, p. 47, figg.
1 - 5; C. Franchini, 1996, p. 54; V. Franchini, appunti
personali.
Sui massi sono figurati soltanto animali (Fig. 104),
nella cavità sono anche presenti segni «astratti» di ca¬
rattere simbolico o ideogrammatico ed una figura
umana estremamente elementare nel disegno, del ti¬
po «a zagaglia». Sempre in questa cavità è interes¬
sante notare la varietà e stravaganza delle corna dei
bovini: alcune ad arco stretto ed alto, altre ad arco ri¬
chiuso, altre ancora ad arco rivolto verso il basso (Fig.
105). Si nota la figura di un bovino realizzato con ele¬
gante disegno nella quale sono curati, pur in maniera
schematica, alcuni particolari, come ad esempio le
Fig. 103 - Gamà: cavità abitata da genti Sahò, come documentata da Franchini negli anni sessanta (foto Franchini).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
89
orecchie (Fig. 106); questa immagine è rapportabile
ad un’incisione presente in località Dighim.
Nelle vicinanze, in località Guai Gamà, Franchini
segnala su di una roccia l’incisione rovinata di un bo¬
vino e altri segni e scritte.
> *•
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•<is i
> *
Fig. 104 - Gamà: incisione di bovino (foto Franchini) e sua restitu¬
zione grafica.
Fig. 105 - Gamà: incisione di due bovini, rappresentati con diffe¬
rente disegno (foto Franchini).
Fig. 106 - Gamà: incisione di un bovino di elegante fattura (foto
Franchini).
DIGHIM
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
1965, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Loggò Sardà
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1580 ~
Circa 5 chilometri a nord - est di Gamà.
Massi di arenaria ed una cavità vicina.
90
GIULIO CALEGARI
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
In questa località sono presenti incisioni rupestri
di bovini non gibbuti a cui, in almeno un caso, è stata
aggiunta posteriormente la gobba. In particolare su
di un masso è stato inciso un certo numero di figure,
con discreta patina, rapportabili come «stile» ad altre
simili presenti a Gamà; alcune immagini sono scom¬
parse a causa della frattura della roccia nella parte
periferica del masso (Fig. 107).
In una vicina cavità è stata realizzata una figura di
bovino, rimarchevole per la sua eleganza, che sembra
riassumere nei suoi tratti le caratteristiche di questo
codice iconografico. L’animale è stato rappresentato
secondo le regole di una precisa stilizzazione di gusto
fortemente decorativo, che riduce il corpo del bovino
in forma di «farfalla» o «bipenne», decisamente sim¬
metrica (Fig. 108). Da questo semplice disegno di ba¬
se partono, con grande gusto, due lunghe corna a lira
viste frontalmente e sufficienti a suggerire, nel loro
restringersi alla base, l’idea della testa, con lunghe
orecchie orizzontali. La bella soluzione grafica ci mo¬
stra così l’animale con il capo rivolto verso l’osserva¬
tore. Quattro tratti verticali paralleli, sotto il ventre,
indicano le mammelle e riequilibrano al contempo la
composizione della figura nella sua parte bassa.
Fig. 107 - Dighim: masso con incisioni di bovini (foto Franchini).
Incisione.
Bovini.
Discreto con lacune (anni ’60). Cause di degrado:
fratturazione della superficie rocciosa.
V. Franchini, 1969, p. 87; V. Franchini, appunti personali.
Fig. 108 - Dighim: incisione di un bovino con corna a lira (foto
Franchini) e sua restituzione grafica.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
91
LAMEHÈ
MAI DUBBURÒ (MAI EZGHÌ)
92
GIULIO CALEGARI
Fig. 109 - Mai Dubburò: particolare con figure di cavalli e cavalieri (foto Franchini).
Fig. 110 - Mai Dubburò: la parete dipinta (foto Franchini).
Fig. Ili - Mai Dubburò: un cavaliere armato di lunga lancia (foto
Franchini).
f ■
mani (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
93
singole figure (a volte solo «pettiniformi», sovrappo¬
ste e pasticciate) noteremo una serie di dettagli che
per l’esecutore avevano evidentemente un proprio
valore narrativo. Sembra di scorgere gruppi di picco¬
li episodi dipinti in un unico momento, cui ne sono
stati aggiunti altri di stile grafico differente, ma che,
in qualche modo, partecipano allo stesso «racconto».
Nella «matassa» di figure alcuni cavalieri si alternano
a uomini appiedati che, in certi casi, tengono la loro
cavalcatura per le redini (Fig. 109), mentre in altri si
presentano con le braccia allargate o alzate: a volte
sono personaggi con una certa descrizione del corpo
di cui sono evidenziate mani e acconciature sul capo,
altre sono poco più che croci. I personaggi di questo
complesso figurativo, pur nella loro schematicità,
sembrano insomma gesticolare per raccontare qual¬
che episodio guerresco che ci sfugge. Nei disegni so¬
no descritte briglie e selle di tipo arabo, mentre tra le
armi si scorge qualche lunga lancia (Fig. 111). Un ca¬
visitato dal Centro Studi Archeologia
valiere è come inscritto in un cerchio raggiante. Al¬
cuni personaggi presentano braccia allargate e mani
con lunghe dita (Fig. 112), come è possibile incontra¬
re anche in altre località (Zebàn Abùr II, Addì Qan-
sà II, Cor Sahunè, ecc...).
La località di Mai Dubburò è del resto un luogo
investito di un forte fascino simbolico, anche solo per
la sua condizione naturale. Una fenditura orizzonta¬
le, alta un metro circa, alla base della cavità, permet¬
te di accedere ad un’altra larga grotta più interna,
nella quale è presente una pozza d’acqua perenne.
Questa seconda cavità è bassa e per avanzare verso
l’acqua si deve procedere a carponi; così è spiegato il
toponimo Mai Dubburò, letteralmente «acqua del¬
l’inchino». All’esterno sono presenti su alcuni massi
coppelle incise per il gioco del gàbàtà ed alcune
«marmitte» naturali utilizzate dalle donne per maci¬
nare erbe aromatiche usate per profumare i loro ca¬
pelli.
BA’ATTÌ SULLÙM
Africana nel novembre 1993 e agosto 1994
Ritrovamento 1952, Vincenzo Franchini.
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Acchelè Guzai
Deghien
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1700 ~
Circa 3 chilometri a nord - est del villaggio di Ghen-
zabò.
Morfologia del sito Riparo in roccia basaltica.
Tecnica esecutiva Pittura. Colore: rosso in varie tonalità e giallo.
Figure rappresentate Bovini.
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
Le pitture della stazione d’arte rupestre di Ba’attì
Sullùm sono poste alla base di un’alta parete basalti¬
ca, là dove la roccia rientra a formare un lunghissimo
riparo poco profondo, non più di 1 o 2 metri (Fig. 1 13).
' Le pitture, che oggi si scorgono, sono poste da 2 a 5
La mucca con il vitello; la mandria.
Disomogeneo: da discreto a pessimo (1994). Cause di
degrado: azione degli agenti atmosferici, velature da
essudazioni e interventi antropici.
V. Franchini, 1952, pp. 47-48, figg. 1-6; P. Graziosi,
1964b, pp. 95-97, piate XIV, fig.4; V. Franchini, 1969, p.
85; A.R. Willcox, 1984, p. 64, figg. 7-12; G. Calegari,
1994a, p. 121; G. Calegari, 1994b; R. Joussaume, 1995,
p. 38, fig.15; G. Calegari, 1996, pp. 31-46, figg. 13a-d; C.
Franchini, 1996, p. 54, figg. 83,85; G. Calegari, 1998b;
V. Franchini, appunti personali.
metri di altezza e corrono, come una fascia orizzonta¬
le, per un lungo tratto della parete (se ne osservano su
una lunghezza di circa 200 metri). In alcuni punti le fi¬
gure sono numerose e ben leggibili, in altri sono a pic¬
coli gruppi o isolate, a volte appena percepibili.
94
GIULIO CALEGARI
Fig. 113 - Ba’attì Sullùm: il riparo che ospita le pitture; si notano ruderi di antiche abitazioni subito sotto la fascia dipinta (fo¬
to Calegari).
Fig. 114 - Ba’attì Sullùm: particolare del gruppo di bovini (foto Calegari).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
95
Nel punto ove è la massima concentrazione di im¬
magini si osservano alcuni ruderi che testimoniano la
presenza di edifici, addossati alla parete e abitati sino
a non molto tempo fa forse dagli stessi gruppi di pa¬
stori che vivono oggi in alcune case poco distanti. La
presenza di questi insediamenti sotto le pitture lascia
pensare che numerose figure, nella parte più bassa,
siano state cancellate, vuoi per mancanza di attenzio¬
ne verso di esse, vuoi per volontà di distruggere im¬
magini ritenute «negative». Ricorderò che un pasto¬
re, interrogato da Vincenzo Franchini, affermò che
quelle figure erano opera di cattivi geni (Franchini,
1952). Di fatto si notano sulla parete tracce di per¬
cussioni e fratture della roccia. Sulle figure visibili,
però, il differente stato di conservazione e di degrado
è da attribuirsi all’azione del tempo e degli agenti at¬
mosferici. Le figure misurano mediamente dai 10 ai
30 cm anche se si scorgono tracce di immagini più
grandi, come quella evanescente di un bovino giallo.
Il colore usato a Ba’attì Sullùm è l’ocra rossa con to¬
nalità che variano dal rosso scuro al giallo arancio;
singolarmente le figure sono monocrome.
I soggetti rappresentati in questo importante ciclo
pittorico sono esclusivamente bovini, che mostrano
sovente lunghe e sottili corna, riconoscibili anche nel
caso di figure poco leggibili o con lievi variazioni ese¬
cutive (Figg. 114 - 116 e 220 - 226). Gli animali sono
qui dipinti a campitura piena o parziale, risparmian¬
do parte della superficie dipinta per mostrare la pez¬
zatura del manto, che si presenta con numerose solu¬
zioni decorative. In alcuni casi alle chiazze di colore
pieno si accostano o si alternano dei gruppi di punti,
come ciuffi di peli più scuri, che ornano a «moscatu-
ra» il mantello dell’animale.
Anche se a Ba’attì Sullùm si possono individuare
differenze di «mano», peraltro molto lievi, nell’esecu¬
zione delle pitture, le istanze figurative si affidano ad
un codice iconografico che qui raggiunge notevoli ri¬
sultati estetici. L’artista di Ba’attì Sullùm mira ad
un’illustrazione schematica e raffinata dell’animale,
Fig. 115 - Ba’attì Sullùm: particolare della parete dipinta, sulla
quale si nota un’ampia frattura che ha asportato parte delle figu¬
re (foto Calegari).
Fig. 116 - Ba’attì Sullùm: immagine di bovino evidenziata con pu¬
lizia elettronica, che ha eliminato un velo di essudazione salina. La
figura lascia intravedere il disegno di base, sul quale è impostato
il corpo dell’animale (elaborazione elettronica De Cola da foto
Calegari).
richiamandosi in molti dettagli al verosimile, ma evi¬
tando ogni discorso naturalistico, termine con il qua¬
le io intendo una descrizione che non si limiti alla fe¬
dele illustrazione del soggetto, ma ne descriva i gesti e
gli atteggiamenti di tutti i giorni. A Ba’attì Sullùm, in¬
vece, i bovini sono decisamente figurati come fossero
staccati dalla realtà quotidiana: essi partecipano ad un
altro momento, forse più solenne e simbolico, richia¬
mato con allusioni che oggi non è facile cogliere.
Anche lo stesso tema del gruppo di vitelli che suc¬
chiano il latte dalle loro madri (Figg. 222 e 223), che
potrebbe essere occasione di descrizione naturalisti¬
ca, è qui trattato come un evento staccato dalla quo¬
tidianità, quasi rituale. Questo particolare delle pittu¬
re di Ba’attì Sullùm, che costituisce una delle più bel¬
le «scene» del ciclo pittorico, è certamente un impor¬
tante tema simbolico della tradizione degli antichi
popoli allevatori etiopico - eritrei; lo ritroviamo in¬
fatti pressoché identico anche a Genda Biftou nel-
l’Harar, in Etiopia e, in scenette isolate (di differenti
momenti), in molte località dell’Eritrea. Tema simbo¬
lico questo, ancor più se si riflette sulle pratiche di al¬
levamento che, per considerare gli esempi etnografici
dell’Eritrea, escludono che i vitelli poppino libera¬
mente dalle loro madri (Marchi, 1909; Calegari,
1998b).
Confronti formali o «stilistici» sono possibili tra i
bovini di Ba’attì Sullùm, quelli incisi a Temalihè, sem¬
pre in Eritrea, altri dipinti a Genda Biftou - Sourrè in
Etiopia e la fauna figurata nelle incisioni rupestri del-
96
GIULIO CALEGARI
l’oued Balho e nelle falaises della regione di Dorrà
nel Gibuti (Joussaume, 1995). Altri confronti, che ci
permettono di cogliere affinità con l’arte rupestre del
Sahara, si possono poi compiere con le pitture di Hir-
te Benari neH’Ennedi e Fada (Ciad) (Striedter, 1984)
e, come aveva già suggerito Graziosi (Graziosi,
1964b) con le figure dipinte a Àin Dòua e Kargur
Talh nel Ghebel Awenat libico - sudanese (Di Capo-
riacco & Graziosi, 1934; Van Noten, 1978). In queste
ultime località oltre a raffronti di carattere formale
ritroviamo ancora, anche se espresso in un contesto
questa volta più naturalistico, il tema del vitello sotto
il ventre della madre.
A Ba’attì Sullùm i bovini sono schematizzati se¬
condo modelli figurativi il cui disegno di base è facil¬
mente riconoscibile e documentato anche da due ab¬
bozzi osservabili in basso sul lato destro della parete.
Le figure sono impostate su un disegno preliminare
molto semplice, praticamente due archi sovrapposti;
l’uno che traccia la curva del ventre, l’altro che dise¬
gna il dorso e la curva dei glutei, interrotto dal lato
opposto da un’appendice a imbuto che disegna il col¬
lo (Fig. 225). Si tratta dunque di un modello elemen¬
tare, quasi calligrafico, ripetibile meccanicamente; un
abbozzo di base sul quale realizzare la figura comple¬
ta dell’animale, aggiungendo la testa, le corna, la co¬
da, gli zoccoli, sagomando con il colore le zampe ed il
corpo o sbizzarrendosi in infinite soluzioni pittoriche
nelle decorazioni del manto.
Vincenzo Franchini aveva ipotizzato che la loca¬
lità potesse essere stata abitata sin dall’antichità gra¬
zie alla presenza di un torrente che scorre un centi¬
naio di metri sotto la parete dipinta; non aveva però
rinvenuto alcun manufatto che documentasse ar¬
cheologicamente tale presenza (Franchini, 1952). Du¬
rante le missioni del 1993 e 1994 del Centro Studi Ar¬
cheologia Africana è stato invece possibile rinvenire
schegge, lame e resti di lavorazione dell’ossidiana,
nella piana tra Ba’attì Sullùm ed il villaggio di Ghen-
zabò. Tali documenti, se pur non rapportabili diretta-
mente alla località d’arte rupestre, ci segnalano un si¬
to che merita di essere indagato.
TEMALIHÈ
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
97
Si tratta di una importante stazione d’arte rupe¬
stre dell’Eritrea, un complesso ancora tutto da stu¬
diare, che meriterebbe approfonditi rilevamenti. Alla
base di un'alta parete a strapiombo, priva di rientran¬
ze o ripari, vi sono pitture e incisioni che documenta¬
no, con «stili» diversi e sovrapposizioni, una interes¬
sante sequenza cronologica.
Le immagini di cui disponiamo sono quelle rileva¬
te in un primo sopralluogo da Vincenzo Franchini
che, a suo stesso dire, non riuscì a fotografare effica¬
cemente molte delle opere più importanti.
Le figure presenti nella zona più alta si sviluppano
in una fascia lunga una decina di metri, ad un altezza
di 4 - 5 metri. Si tratta di figure di bovini piuttosto
sbiadite (più di una trentina visibili dal basso) dipin¬
te in colore rosso e di lunghezza media intorno ai cm
20 (Fig. 117). Gli animali sono stati raffigurati con ca¬
noni stilistici rapportabili a un momento antico del¬
l’arte rupestre eritrea e presentano la pezzatura dei
manti realizzata con stesure parziali di colore. Tra es¬
si è presente la raffigurazione del vitello sotto il ven¬
tre della madre.
Appena sotto è un’altra fascia di figure, questa
volta incisioni, realizzate per levigatura che, nella lo¬
ro zona più alta, si sovrappongono, incidendole, alle
precedenti figure dipinte (Fig. 118). Si tratta di bovi¬
ni con lunghe corna, rapportabili alle figure di Ba’attì
Sullùm, resi in modo verosimile e con disegno raffi¬
nato, impostato su quel preciso indirizzo di stilizza¬
zione che, a mio avviso, prende le mosse da un mo-
Fig. 118 - Temalihè: incisioni di bovini dalle lunghe corna.
Franchini).
Fig. 117 - Temalihè: pitture di bovini col manto pezzato. Le imma¬
gini sono sbiadite ma comunque si può notare al centro un vitello
sotto il ventre della madre (foto Franchini).
mento antico dell’espressione artistica delle culture
pastorali dell’Eritrea.
Queste incisioni sono a loro volta sovrapposte,
nella parte più bassa, da dipinti rappresentanti bovini
con la gobba ( Bos t. prìm. indicus ), rapportabili a
quelle di Addì Qansà I. Anche in questo gruppo di
pitture si possono notare due rappresentazioni di
mucche nell’atto di allattare il vitellino.
Due bovini gibbuti, in colore rosso pieno e di buo¬
na fattura, lunghi circa 45 cm, sono stati realizzati nel¬
la fascia alta, mentre un altro bovino con la gobba è
inciso più a destra. La figura, che presenta una patina
disegno è riconducibile all’iconografia di Ba’attì Sullùm (foto
98
GIULIO CALEGARI
Fig. 119 -Temalihè: incisione di bovino gibbuto (foto Franchini).
più «fresca» delle altre, è resa con un disegno che al¬
terna curve morbide a forme appuntite (Fig. 119).
Altre pitture, raffiguranti questa volta anche per¬
sonaggi umani occupano soprattutto la parte centra¬
le del complesso. Fra queste alcuni cavalli dipinti in
rosso a piena campitura, cavalcati da uomini di colo¬
re bianco e due guerrieri rossi appiedati, armati di
lancia (in colore nero) e di un piccolo scudo rotondo
(Fig. 120). Questo gruppo di pitture al centro della
parete di Temalihè è guastato da una scritta incisa re¬
centemente che Franchini legge «Kahsày Besseràt
Assetàh». Più in basso, quasi a livello del suolo di cal-
Fig. 120 - Temalihè: pitture policrome di cavalieri e guerrieri appiedati. Le figure sono guastate dall’incisione di una scritta
più recente (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
99
pestio, vi sono altre figure rosse molto semplificate
del tipo definito «pettiniforme».
Uno spigolo verticale, che aggetta alla sinistra del¬
la parete, ospita a circa 3,5 m d’altezza due interes¬
santi incisioni realizzate per levigatura. Sono figure di
giraffe, forse uniche tra i rupestri eritrei, di cui una è
più grande e incisa più profondamente dell’altra che
le sta davanti (Fig. 121). Gli animali sono realizzati
con disegno semplice che però non lascia dubbi sulla
loro identità: il collo lunghissimo termina con una te¬
sta piccolissima. Tra le figure realizzate a Temalihè è
segnalata anche la presenza deH’immagine di un ri¬
noceronte (Franchini, 1969, p. 87) di cui però non è
precisata l’ubicazione sulla parete.
BA’AT AFRÙS I
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Bibliografìa
Le pitture sono state realizzate sotto un’alta pare¬
te a picco, che alla base presenta qualche piccola ca¬
vità. Per una ventina di metri, ad un’altezza media di
due metri, sono dipinte numerose figure in colore
bianco e rosso. Si scorgono segni, immagini geome¬
trizzanti e soprattutto figure di cavalli e cavalieri rea¬
lizzati da differenti «mani» e con diversi «stili», ma
tutti di epoca recente. Alcune figure sono semplici
«pettini» molto schematici, altre vogliono essere più
realistiche. In alcuni animali sono evidenziati gli zoc¬
coli, la criniera, la sella e le briglie; gli uomini brandi¬
scono spade e mostrano diverse acconciature, alcune
«a raggiera» (Fig. 122). Anche qui è presente il tema
del cavaliere che affronta un guerriero appiedato.
1963, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Deghien
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1850 ~
Circa un chilometro a sud - est della località di Te¬
malihè.
Cavità.
Pittura. Colori: bianco e rosso.
Cavalli, cavalieri, armati e segni schematici.
Scene di combattimento.
V. Franchini, 1964b, pp. 100-101, figg. 18-19; V. Fran¬
chini, 1969, p. 87; V. Franchini, appunti personali.
Fig. 122 - Ba’at Afrùs I: cavaliere con acconciatura «a raggiera» e
con spada ricurva al fianco; di fronte a lui un altro guerriero ap¬
piedato (foto Franchini).
100
GIULIO CALEGARI
BA’AT AFRÙS II DI BIET SEMAETÌ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Bibliografia
1964, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Deghien
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Circa un chilometro a sud - est di Addisc Addi, nel
fianco meridionale del dosso che fronteggia a est
quello di Biet Semaetì.
Cavità.
Pittura. Colori: rosso e nero.
Armati e cavalieri.
Scene di combattimento.
V. Franchini, 1969, p. 87; V. Franchini, appunti perso¬
nali.
Nei suoi appunti personali Vincenzo Franchini di¬
vide chiaramente le località di Ba’at Afrùs I e II, in¬
dicando anche le diverse date delle scoperte. Ciò,
purtroppo, non si evince dalle pubblicazioni (Fran¬
chini 1964, 1969): infatti in quella del 1964 egli sem¬
bra non aver ancora scoperto Ba’at Afrùs II, mentre
nell’indicazione del 1969 l’autore sembra aver riunito
i due siti. Nel dubbio mi sono riferito ai suoi appunti
personali.
Vincenzo Franchini descrive il sito come una ca¬
vità nella quale vi sono figure in colore rosso e nero.
Nel complesso prevale la descrizione di scene di com¬
battimento tra cavalieri e uomini appiedati. Le figure
umane presentano testa tondeggiante, braccia e gam-
Fig. 123 - Ba’at Afrùs II: scena di còmbattimento tra guerrieri appiedati e un cavaliere. L’uomo a destra imbraccia un fucile
(foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
101
Fig. 124 - Ba’at Afrùs II: particolare della figura precedente che
mostra guerrieri appiedati, tra cui uno che imbraccia un fucile (fo¬
to Franchini).
be sottili e, nei loro gesti, si scorge il tentativo di una
descrizione «realistica». I guerrieri sono armati di
piccoli scudi rotondi, di spade ricurve e sovente im¬
pugnano due lance; interessante la raffigurazione, in
un paio di immagini, di uomini che imbracciano armi
da fuoco (Fig. 125).
La scena più vivace del complesso dipinto ci mostra
un cavaliere circondato da nemici (Figg. 123 e 124). Il
guerriero, che monta un cavallo rapportabile ad altri
presenti a Ba’at Afrùs I, rivolge con decisione due lan¬
ce dalla larga punta triangolare verso due pedoni che
lo aggrediscono di fronte. L’uno, con un piccolo scudo
rotondo, attacca con due lance, l’altro è armato di un
fucile o archibugio; un altro guerriero con due lance è
alle spalle del cavaliere. Il dipinto ci mostra con forte
realismo l’episodio, che suggerisce la violenza del pri¬
mo impatto frontale, il cui esito sarà poi forse risolto a
colpi di spada che, sino a questo momento, tutti i con¬
tendenti tengono alla cintura.
\
Fig. 125 - Ba’at Afrùs II: personaggio armato di fucile (foto Fran¬
chini)
In questo gruppo di pitture Vincenzo Franchini ci¬
ta anche alcune figure nere, dilavate e ricoperte da al¬
tre rosse, che ritiene siano le più antiche; tra queste si
osserva una figura umana con testa fungiforme.
MAY BA ATTÌ (BIET SEMAETÌ)
Ritrovamento 1963, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Deghien
Riferimenti cartografici Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Quota: m 1670 ~
Circa un chilometro ad est del villaggio di Biet Se-
maetì.
Morfologia del sito
Cavità.
102
GIULIO CALEGARI
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
La stazione d’arte rupestre è sita in una cavità al¬
la base di un’alta parete rocciosa e deve il suo nome
May Ba’attì («acqua della grotta») ad un tenue rivo¬
letto d’acqua che scaturisce dalla roccia.
In questa cavità sono presenti pitture realizzate in
colore rosso, bianco e nero, spesso sovrapposte le une
alle altre. Si tratta di immagini, monocrome e poli¬
crome (alcune delle quali raggiungono i 50 cm), che
rappresentano qualche bovino ( Bos t. prim. indicus ),
ma soprattutto cavalli e cavalieri (Fig. 126). Nel com¬
plesso, che è attribuibile ad un momento tardo del¬
l’arte rupestre eritrea, si osservano chiaramente due
maniere nella realizzazione delle pitture: una più ve¬
rosimile nella descrizione del soggetto, un’altra più
schematica con immagini «pettiniformi».
Fig. 126 - May Ba’attì: figure policrome di cavalieri (foto Franchini).
Pittura. Colori: rosso, bianco e nero.
Antropomorfi, cavalieri, cavalli, bovini e altre figure
zoomorfe.
Discreto (anni ’60).
V. Franchini, 1964b, p. 99, figg. 12-13; V. Franchini,
1969, p. 87; V. Franchini, appunti personali.
Le figure più attinenti al vero, anche se molto
semplici e naif lasciano intendere un gusto per il par¬
ticolare, evidenziato con soluzioni pittoriche efficaci
e decorative: i cavalieri sono spesso dipinti in colore
bianco, mentre i cavalli sono, nei casi più riusciti,
completamente rossi, con la coda e il profilo del dor¬
so neri e non mancano altre sottolineature (criniere o
zampe) con tocchi di nero o bianco. Le altre figure,
più semplificate (Fig. 127), rientrano in quella figura¬
zione tarda, presente in numerose località, caratteriz¬
zata da quello scadente ed elementare schematismo
che esprime con forme fruste una tradizione figurati¬
va ormai «a corto di fiato».
Fig. 127 - May Ba’attì: immagini schematizzate «a pettine» di ca¬
valli e cavalieri (foto Franchini).
EMBA SIÈ
Ritrovamento 1 963 , Vincenzo Franchini .
Regione Acchelè Guzai
Distretto Deghien
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1750 ~
Nel fianco meridionale (subito sotto il piano sommi¬
tale) di Emba Siè, a nord di Mai Ainì.
Cavità.
Tecnica esecutiva
Pittura. Colore: rosso.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
103
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
Figure zoomorfe, soprattutto cavalli, cavalieri, figure
antropomorfe, segni puntiformi e figure geometriche.
Composizione di punti allineati.
Scadente (anni '60). Cause di degrado: azione degli
agenti atmosferici.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
Vincenzo Franchini segnala una cavità lunga circa
m 50, alta mediamente m 10 e profonda m 7 o 8, inte¬
ressata da pitture rupestri.
Le figure, in colore rosso, sono estremamente
semplici: alcune sono forme geometriche (cerchi e
quadrati), altre rappresentano animali, tra i quali ca¬
valli anche montati da cavalieri e figure umane ap¬
piedate. Si tratta di immagini per lo più «pettinifor-
mi» rese con disegno estremamente semplificato in
un’espressione ormai logora e geometrizzante. Dalle
foto forniteci da Franchini si scorge in un punto della
cavità una composizione formata da un nugolo com¬
patto di punti (Fig. 128).
Fig. 128 - Emba Siè: particolare con un’aggregazione di punti in
colore rosso (foto Franchini).
MEHBÀ ECLÌ
Ritrovamento
1957, Vincenzo Franchini.
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2450 ~
Circa 2 chilometri a nord - ovest di Addì Ma’ardà, 1
chilometro a nord della cavità di Gobò Abahà.
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Cavità.
Pittura. Colori: rosso e bianco.
Bovini, probabili felini, antropomorfi e figure ricon¬
ducibili ad archi con la freccia incoccata.
104
GIULIO CALEGARI
Stato di conservazione
Bibliografìa
La cavità è lunga all’incirca m 40 ed è rivolta a
nord; secondo Franchini il nome Mehbà Eclì sta a si¬
gnificare «nascondiglio delle granaglie». Sulla parete
sono numerose pitture in colore rosso e bianco di dif¬
ferenti periodi o «stili» e parecchie sono le sovrapposi¬
zioni. Le immagini sono in molti casi sbiadite e quasi
cancellate o guastate dallo sfaldamento della roccia.
Fig. 129 - Mehbà Eclì: pitture di bovini, tra le quali spiccano due gran¬
di animali con il corpo sottile (per gentile concessione di Franchini).
Disomogeneo: da discreto a scadente (anni ‘50). Cau¬
se di degrado: azione degli agenti atmosferici ed
esfogliazione della superficie rocciosa.
V. Franchini, 1958, pp. 5-6, fig.19; P. Graziosi, 1964b,
pp. 187,189; V. Franchini, 1969, p. 86.
Tra le figure alcuni bovini, che raggiungono in
lunghezza i 40 e i 65 cm, presentano il corpo sottile
nella parte ventrale e, in un caso, molto allungato
(Figg. 129 e 130). Gli animali sono disegnati con pe¬
rizia e cura per i particolari e mostrano grandi cor¬
na di varie forme. Franchini descrive altre figure di
bovini differenti per gusto e tecnica esecutiva; in
particolare nella parte centrale della parete si osser¬
va un gruppo di animali, principalmente in colore
bianco, disposti in file orizzontali l’una sull’altra, che
sembrano anteriori ad altri di colore rosso, che si so¬
vrappongono ad essi. Tra le rappresentazioni uma¬
ne, poco numerose, sembrerebbe esserci un «oran¬
te», mentre alcune figure parrebbero dei felini. Vin¬
cenzo Franchini pone l’attenzione su otto disegni
che egli interpreta come archi con la freccia incoc¬
cata (Franchini, 1958, p. 6).
Fig. 130 - Mehbà Eclì: bovino con il corpo sottile ed allungato (fo¬
to Franchini).
GOBÒ ABAHÀ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
1957, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Quota: m 2450 ~
Un chilometro a nord di Addì Ma’ardà. Circa 4 chi¬
lometri a nord - ovest di Auhenè.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
105
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
La cavità, esposta ad est, è situata sull’impluvio un
chilometro a nord di Addì Ma’ardà, nella parte alta
dello scosceso pendio ed è lunga circa 12 metri; la
roccia è l’arenaria.
Le pitture presenti sono quasi tutte di carattere
astratto e geometrico, con forme dal gusto decisa¬
mente «decorativo». Le figure sono realizzate con co¬
lore rosso e bianco, sovente con soluzioni policrome.
Nell’insieme prevalgono le immagini circolari, subcir¬
colari e ovalari, con varie soluzioni: a cerchi concen¬
trici, con raggi evidenziati o punti e crocette disposti
all’interno o sul perimetro delle figure, in numerose
associazioni sempre diverse (Fig. 131). Alcune figure
presentano il loro interno decorato «a reticolo» con
puntini bianchi in ogni spazio della quadrettatura
(Fig. 132). Si osservano anche alcune figure a tratto
rettilineo o cruciforme, in certi casi estreme semplifi¬
cazioni dell’immagine umana o animale, a volte rico¬
perte da altre figure (Fig. 133). L’insieme delle pittu¬
re, confrontabile con quello di Hulùm Barèto e Me-
teccà Arè, comprende almeno duecento immagini
che, data la morfologia della cavità, si sono molto ben
conservate. Anche qui è presente quella particolare
composizione a linee parallele di grossi punti rossi.
Fig. 131 - Gobò Abahà: composizione a figure circolari policrome
con raggi, punti e trattini (foto Franchini).
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colori: rosso e bianco.
Figure geometriche, segni puntiformi, figure zoomor-
fe ed antropomorfe schematizzate.
Composizione di punti allineati.
Buono (anni ’50).
V. Franchini, 1958, pp. 6-8, figg. 20-24; P. Graziosi,
1964b, p. 187, piate XXVII, b; V. Franchini, 1969, p. 86.
L’insieme figurativo di questa cavità, quasi uno
splendido cielo stellato, nello stato in cui ci appare ri¬
vela una omogeneità di stile, da far pensare ad un’e¬
secuzione contemporanea, forse di un medesimo arti¬
sta, della maggior parte delle pitture. Graziosi colloca
le figure di Gobò Abahà in un periodo recente, anche
posteriore all’avvento del Cristianesimo.
Fig. 132 - Gobò Abahà: composizioni a figure policrome con ri¬
quadri e punti (foto Franchini).
Fig. 133 - Gobò Abahà: composizione di figure a cerchi concentri¬
ci, antropomorfi e zoomorfi schematizzati (foto Franchini).
106
GIULIO CALEGARI
ENDÀ ABBÀ GARIMÀ I
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
Vincenzo Franchini riferisce che la cavità, interes¬
sata da pitture rupestri, è sacra al santo Garimà; l’in¬
gresso della grotta è infatti occupato da un edificio
adibito al culto. Il sito è alla base di una forra, che
ospita un’«acqua santa», sul lato settentrionale del
dosso su cui si trova Mendefarà.
Le pitture presenti sulla parete interna della ca¬
vità sono di colore rosso e rappresentano principal¬
mente animali (Fig. 134). Franchini descrive una sce¬
na di caccia, con un uomo a cavallo armato di giavel¬
lotto che insegue un animale dalle lunghe corna, pro¬
babilmente un’antilope. L’immagine, a colore pieno,
misura in altezza circa cm 20.
Sulla parete esterna della grotta vi sono altre pit¬
ture di colore rosso a campitura piena. Tra queste al¬
cune figure antropomorfe e zoomorfe, in qualche ca¬
so molto rovinate.
1958, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2400 ~
Alla base di una forra boscosa, aperta a nord nel dos¬
so su cui si trova Mendefarà, circa un chilometro ad
est di Addì Ma’ardà.
Cavità.
Pittura. Colore: rosso.
Figure zoomorfe, antropomorfe e cavalieri.
Disomogeneo (anni ’50). Cause di degrado: azione
degli agenti atmosferici.
V. Franchini, 1960b, pp. 285-286, tav. I; V. Franchini,
appunti personali.
Fig. 134 - Endà Abbà Garimà I: figura zoomorfa, probabilmente
un cavallo, dipinto con tratti verosimili (foto Franchini).
ENDÀ ABBÀ GARIMÀ II
Ritrovamento 1958, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Aret
Riferimenti cartografici Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Quota: m 2400 ~
Alla base di una forra boscosa, aperta a nord nel dos-
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
107
so su cui si trova Mendefarà, circa un chilometro ad
est di Addì Ma’ardà.
Morfologia del sito Cavità.
Tecnica esecutiva Pittura. Colore: rosso.
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
Figure zoomorfe (principalmente bovini), antropo¬
morfi, cavalieri, segni schematici e puntiformi.
Scena di aratura; composizione di punti allineati.
Discreto con lacune (anni ’50). Cause di degrado:
esfogliazione della superficie rocciosa.
V. Franchini, 1960b, p. 286, tav. II; G. Forni, 1993, p.
219, fig.5c; V. Franchini, appunti personali.
Fig. 135 - Endà Abbà Garimà II: la parete dipinta (foto Franchini).
108
GIULIO CALEGARI
Ad una quota più alta rispetto alla prima cavità,
distante circa 200 metri, è un’altra grotta «ornata». Le
figure, realizzate tutte in colore rosso, si sviluppano
su di una lunghezza di circa 5 metri, «affollando» in
un punto la parete rocciosa (Fig. 135). Molte si pre¬
sentano rovinate o poco leggibili e, nel complesso,
l'impressione è quella di una serie di successivi ap¬
porti figurativi di differenti «artisti».
Le pitture raffigurano bovini, uomini e segni
«astratti». Tra gli animali se ne può osservare uno me¬
glio conservato, con il corpo massiccio a colore pieno,
le corte zampe e le corna diritte e verticali, seguito da
un segno e da una figura umana molto elementare, a
mio avviso aggiunti posteriormente, che potrebbero
essere interpretati come una scena di aratura (Fig.
136). Altre figure umane presentano vari livelli di
schematizzazione, sino ad immagini stereotipe estre¬
mamente semplificate, che si confondono con altri se¬
gni indistinti tra cui alcuni cruciformi.
Molto interessante è una composizione astratta
costituita da una fila di punti ovali, disposta dietro l’a¬
nimale che partecipa alla scena di aratura. Questa so¬
luzione è rapportabile ad altre simili presenti, con
una certa frequenza, nelle pitture rupestri dell’Eri¬
trea. Si tratta della rappresentazione pittorica di un
tema che doveva aver avuto successo nella regione in
un certo momento. Un tema o solo una semplice de¬
scrizione il cui significato ci sfugge ma al contempo ci
affascina proprio per l’estrema semplicità e astrazio¬
ne della soluzione figurativa, che rimanda a moltepli¬
ci riflessioni.
Fig. 136 - Endà Abbà Garimà II: figura di bovino cui sono state affiancate posteriormente altre figure, interpretate come un
uomo che guida un aratro (foto Franchini).
BA’ATTÌ TERQÈ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
1957, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
109
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
Quota: m 2400 ~
A metà altezza del fianco occidentale del dosso di
Mendefarà, circa 8 chilometri a nord - ovest di Addì
Caiè.
Cavità.
Incisione a martellina.
Bovini e iscrizioni.
Buono (anni ’50).
L. Ricci, 1959, p. 55; V. Franchini, appunti personali.
La cavità, lunga all’incirca m 60, è ubicata nei
pressi di Mendefarà; in essa sono incise figure di ani¬
mali e iscrizioni.
Alcuni bovini dalle grandi corna sono schematizza¬
ti sul disegno di base della curva ventrale e le loro zam¬
pe non sono definite una per una (Fig. 137); altri sono
figurati con il corpo allungato e in un caso paiono po¬
sti reciprocamente in prospettiva (Fig. 138). In altri ca¬
si ancora sono decisamente schematici e semplificati.
Negli appunti personali, che Vincenzo Franchini ci
ha gentilmente concesso di utilizzare, egli ci indica
che Terqè ha il significato di «fessura o buco nella
roccia, ove le api si annidano e fanno il miele». Que¬
sti alveari selvatici sono in genere raggiungibili con
difficoltà e secondo alcuni la voce si applicherebbe
anche a personaggi «difficili da raggiungere».
Fig. 137 - Ba’attì Terqè: bovini incisi a martellina (foto Franchini). Fig. 138 - Ba’attì Terqè: incisione di bovini con il corpo allungato
(foto Franchini).
BA’ATTÌ UQÙB
Ritrovamento 1957, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Aret
Riferimenti cartografici Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1963 (Digsa), Istituto Geografico Militare
Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Quota: m 2400 ~
Circa un chilometro a ovest del villaggio di Mende¬
farà, che si trova circa 8 chilometri a nord - ovest di
Addì Caiè.
Morfologia del sito Serie di piccole cavità.
Tecnica esecutiva Pittura. Colori: rosso, giallo e nero.
Incisione a martellina.
110
GIULIO CALEGARI
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografia
Nelle cavità, ubicate circa un chilometro a sud -
ovest di Ba’attì Terqè, vi sono tracce di pitture rupe¬
stri molto tenui, tra le quali si scorgono bovini a pie¬
na campitura e altri animali non identificabili, figure
geometriche in colore giallo associate a punti neri e
disegni geometrici rossi. Vi sono bovini di buona fat¬
tura rapportabili al tipo con il corpo allungato, con
corna grandi e sinuose (Fig. 139). Le pitture trovano
confronto con quelle di Zebàn Kebesà I.
Sono presenti anche interessanti incisioni su piano
orizzontale, giustamente confrontate da Vincenzo
Franchini con quelle di Ba’attì Abba Keisì; rappre¬
sentano bovini estremamente schematizzati nell’im-
magine delle sole corna (Fig. 140).
Dagli appunti personali di Vincenzo Franchini ap¬
prendiamo che Uqùb «...è risparmio, somma affidata
a taluno perché la tenga in serbo».
Pitture: figure geometriche, bovini e altre figure zoo-
morfe.
Incisioni: bovini iperschematici.
Pitture: scadente (anni ’50).
Incisioni: discreto (anni ’50).
L. Ricci, 1959, p. 55; V. Franchini, 1969, p. 86; V. Fran¬
chini, appunti personali.
Fig. 140 - Ba’attì Uqùb: incisioni di bovini schematizzati con enfa¬
tizzazione delle corna (foto Franchini).
Fig. 139 - Ba’attì Uqùb: figure di bovini con lunghe corna (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
BA ATTÌ SULLÙM DI AUHENÈ - LAHLAI GHEZÀ (AUHENÈ)
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel novembre 1993
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
Con il nome generico di Ba’attì Sullùm, «grotta di¬
pinta», è indicata questa cavità di erosione, lunga cir¬
ca 6 metri, alta in media 2 metri e profonda altrettan¬
to, che si apre, assieme ad altre vicine, sotto una pic¬
cola parete quasi alla sommità del dosso di Auhenè.
La grotta è la più conosciuta tra quelle prossime al
villaggio di Auhenè, in quanto posta di fianco al sen¬
tiero che conduce a Lahlai Ghezà.
Le figure sono tutte di colore rosso e ricoprono
quasi completamente la «grotticella» (Fig. 227) che
sembra esser stata scelta tra altre vicine non «orna¬
te». Le figure affollate e in alcuni casi sovrapposte ad
altre più sbiadite, rappresentano cavalli, buoi, uomini
schematizzati e forme geometrizzanti. Anche se il
complesso non rivela certo rupestri di grande anti¬
chità, è possibile notare passaggi da figure che, pur
; semplici e grossolane, vogliono essere in qualche mo¬
do verosimili ad altre estremamente stilizzate in mo¬
do quasi calligrafico. Le figure umane con braccia sui
fianchi si trasformano in <t> (phi), altre sono anco-
riformi a più braccia, quasi immagini fitomorfe (Fig.
141).
Numerosi disegni quadrangolari quadrettati al¬
l’interno possono essere interpretati come case ed il
loro accostamento come immagine di un villaggio,
anche se è stata suggerita la raffigurazione di trappo¬
le per leopardi (Fig. 142). Numerose le scritte più re¬
centi (nomi di persone), alcune delle quali sono state
dipinte dove parte della parete si era esfogliata.
1957, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2450 ~
Presso il ciglio settentrionale del dosso di Auhenè,
accanto al sentiero che porta al villaggio abbandona¬
to di Lahlai Ghezà, situato in cima al dosso.
Cavità.
Pittura. Colore: rosso.
Figure geometriche, antropomorfe, zoomorfe e iscri¬
zioni.
Buono con una grossa lacuna (1993). Cause di de¬
grado: esfogliazione della superficie rocciosa.
V. Franchini, 1958, p. 9.
Fig. 141 - Ba’attì Sullùm di Auhenè - Lahlai Ghezà: figure zoo¬
morfe e antropomorfe di semplice fattura (foto Calegari).
Fig. 142 - Ba’attì Sullùm di Auhenè - Lahlai Ghezà: insieme di fi¬
gure quadrangolari a reticolo: immagine di un villaggio o trappo¬
le per leopardi (foto Calegari).
112
GIULIO CALEGARI
HULÙM BARÈTO (AUHENÈ)
Ritrovamento 1 957, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Aret
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2450 ~
Poco sotto l’orlo meridionale del dosso di Auhenè,
circa 150 - 200 metri più in alto del villaggio di
Auhenè (2 chilometri a nord di Hawasù).
Cavità.
Tecnica esecutiva Pittura. Colori: rosso e nero.
Figure rappresentate Figure geometriche, figure zoomorfe schematizzate e
segni schematici.
Stato di conservazione Buono con lacune (anni ’50). Cause di degrado: esfo¬
gliazione di porzioni della superficie rocciosa.
Bibliografìa V. Franchini, 1958, pp. 8-9, figg. 25-30; P. Graziosi,
1964b, pp. 187,190, piate XXVII, a; V. Franchini, 1969,
p. 86.
Fig. 143 - Hulùm Barèto: la parete dipinta, particolare (foto Franchini).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
113
La grotta, lunga una quindicina di metri, si apre
nella parte alta di una forra, che è appunto chiamata
Hulùm Barèto «forra delle tortore». Nella cavità so¬
no quasi esclusivamente pitture «astratte» di tipo ge¬
nericamente «geometrico»; prevalgono le forme ton¬
deggianti soprattutto circolari, ovalari e quadrangola¬
ri arrotondate. Si osservano anche figure cruciformi,
punti e zoomorfi stilizzati «a pettine» (Fig. 146).
Intorno al motivo del cerchio si organizzano mol¬
teplici soluzioni compositive: a raggi o a trattini ester¬
ni al perimetro, a puntini nell’interno o a cerchi con¬
centrici. In alcuni è tracciato un solo diametro, in al¬
tri si intersecano due diametri inquartando la figura;
queste soluzioni si integrano reciprocamente in innu¬
merevoli soluzioni di fantasia, estremamente decora¬
tive e policrome, in rosso e nero (Figg. 143 e 144).
Alcune figure, ovalari o tondeggianti, sono riem¬
pite a reticolo spesso punteggiato al suo interno,
mentre altre sembrano creare composizioni di «ag¬
glomerati» di reticoli. Gli «orli» di alcune nicchie na¬
turali della roccia sono state ripassate in colore rosso
e ne è risultato il disegno di una rete ad anelli (Fig.
145). Complessivamente l’insieme dipinto a Hulùm
Barèto è rapportabile a quello di Gobò Abahà e Me-
teccà Arè e per esse valgono le osservazioni di Vin¬
cenzo Franchini a proposito del loro significato, che
potrebbe essere di carattere magico religioso piutto¬
sto che indicare segni di riferimento personale di in¬
dividui o gruppi, o forse esprimere le due cose assie¬
me. Anche se meno plausibile Franchini non esclude
che l’espressione pittorica sia rivolta a decorare la
grotta per rendere omaggio al luogo sacro. Le pitture
di Hulùm Barèto parrebbero realizzate in un unico
momento o in tempi molto vicini o essere state pe¬
riodicamente «rinfrescate». Graziosi non attribuisce
a queste opere una grande antichità.
Fig. 145 - Hulùm Barèto: composizione con cerchi inquartati ac¬
costati, che segnano l’orlo di nicchie naturali (foto Franchini).
Fig. 144 - Hulùm Barèto: particolare con figure circolari ed ellitti¬
che divise aH’interno e cerchi raggianti (foto Franchini).
Fig. 146 - Hulùm Barèto: particolare con zoomorfi schematizzati
«a pettine» (foto Franchini).
METECCÀ ARÈ (AUHENÈ)
Ritrovamento
Regione
Distretto
1958, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Aret
Riferimenti cartografici
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Quota: m 2450 ~
Sull’orlo superiore del dosso di Auhenè, circa 80 me¬
tri sopra la cavità detta Mogò.
Morfologia del sito Cavità nell’arenaria.
114
GIULIO CALEGARI
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografia
Nella cavità, esposta ad oriente, si scorgono pittu¬
re sulla parete, per una lunghezza di circa 50 metri: le
immagini appartengono a diversi momenti e «stili» fi¬
gurativi. Purtroppo il processo di sfaldamento dell’a¬
renaria ha distrutto molte pitture.
Si osservano da sinistra le seguenti figure: una
composizione con animali e uomini, i quali impugna¬
no scudi e lance dalla grande punta che, anche se di
disegno più scadente, sono rapportabili al tema del
guerriero esteta nella sua rappresentazione quale
icona. Seguono, dopo un disegno rettangolare, otto
segni a E maiuscola rovesciata, allineati come l’estre¬
ma riduzione schematica di una fila di animali.
Più avanti, dopo qualche traccia di figura antropo¬
morfa e segni geometrici, è dipinta una figura «ad ar¬
co» realizzata con tre semicerchi rossi concentrici, vi¬
cino alla quale sono dipinte alcune figure umane
schematiche e la figura che Franchini descrive come
quella di un cavallo e cavaliere, ma che io ritengo es¬
sere quella di un cammello. Subito dopo vi sono due
interessanti figure geometriche policrome costituite
da cerchi concentrici (Franchini ne conta tredici). A
partire da un punto centrale, di colore nero, i cerchi si
susseguono con colori alternati rosso - nero (Fig.
147). Si scorgono altri segni geometrici quadrangola¬
ri e tondeggianti (Fig. 148), paragonabili alle pitture
di Hulùm Barèto e Gobò Abahà.
Si osserva poi un bovino di colore rosso, di buona
fattura, dipinto con fedeltà al vero, con ogni probabi¬
lità collocabile in un momento antico dell’arte rupe-
Fig. 147 - Meteccà Arè: figure a cerchi concentrici policromi, im¬
magini zoomorfe e antropomorfe (foto Franchini).
Pittura. Colori: rosso e nero.
Incisione.
Pitture: figure zoomorfe, tra cui bovini e cammelli,
armati, figure antropomorfe e geometriche.
Incisioni: schematizzazioni di bovini.
L’icona del guerriero.
Discreto con vaste lacune (anni ’50). Cause di degra¬
do: sfaldamento della superficie rocciosa.
Inedita. V. Franchini, appunti personali.
stre eritrea (Fig. 149). Dopo altre figure e segni geo¬
metrizzanti, tra i quali un altro tondo a cerchi rossi
concentrici, si nota una figura umana schematica che
sembrerebbe impugnare un arco e sotto ad essa una
figura «a pettine» tracciata verticalmente.
Infine altre pitture rosse, tra le quali si scorgono
due bellissime immagini: quella di un bovino e quella
di un uomo. L’animale è dipinto con il corpo rettan¬
golare piuttosto allungato e decorato internamente
«a macchie», la testa è piccola e ben definita con lun¬
ghe corna arcuate. La figura umana, molto verosimi¬
le, è dipinta a colore pieno ed ha un braccio alzato a
Fig. 148 - Meteccà Arè: composizione con figure geometriche (fo¬
to Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
115
Fig. 149 - Meteccà Arè: figura di bovino dai tratti verosimili (foto
Franchini).
Fig. 150 - Meteccà Arè: bovino e personaggio, forse armato di ar¬
co e frecce (foto Franchini).
reggere sopra la testa una figura ellissoidale allunga¬
ta che Vincenzo Franchini descrive come un arco.
L’altra mano, del resto, sembra stringere un mazzo di
frecce (Fig. 150). Queste immagini sono riconducibili
alle pitture di Zebàn Kebesà I.
Sempre a Meteccà Arè sono alcune figure incise:
si tratta di immagini schematiche che enfatizzano le
corna del bovino e che qui sembrano offrire una di¬
mostrazione del processo di stilizzazione dalla figura
«a pettine» al segno ideogrammatico (Fig. 151).
Nei pressi Vincenzo Franchini così ci segnala un
altro sito di arte rupestre: «In una piccola cavità del
versante opposto, circa 200 m a ovest di Hulùm
Barèto, e più in basso, sono dipinti in rosso un 25 se¬
gni geometrici, in maggioranza circolari, simili a
quelli di Hulùm Barèto, ma più piccoli e alquanto
deteriorati».
Fig. 151 - Meteccà Arè: immagini schematiche di bovini con enfa¬
tizzazione delle corna (foto Franchini).
MOGÒ (AUHENÈ)
Ritrovamento 1957, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto Aret
Riferimenti cartografici Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Indicazioni topografiche Quota: m 2450 ~
Nel fianco orientale del dosso di Auhenè.
116
GIULIO CALEGARI
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
»
Fig. 152 - Mogò: pitture in colore nero con figure circolari e qua¬
drangolari divise all’interno (foto Franchini).
Cavità.
Pittura. Colore: nero.
Figure geometriche e segni schematici.
V. Franchini, 1958, p. 9.
Sopra Auhenè, sul fianco orientale del dosso, è
ubicata questa cavità nella quale sono presenti poche
pitture geometriche in colore nero, rapportabili gene¬
ricamente a quelle di Hulùm Barèto, ma ritenute da
Vincenzo Franchini più recenti. Si tratta di figure
quadrangolari e circolari divise all’interno (Fig. 152)
e composizioni di segmenti incrociati che ricordano
figure antropomorfe schematiche (Fig. 153).
Fig. 153 - Mogò: segni che paiono rimandare alla figura antropo¬
morfa (foto Franchini).
KESAD QERNÌ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
\ '
Morfologia del sito
1958, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2400 ~
Sotto il ciglio nord - ovest di Zebàn Abùr.
Cavità nell’arenaria.
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
117
Tecnica esecutiva Incisione a martellina.
Figure rappresentate Bovini, un armato, figure geometriche e iscrizioni.
Temi identificati II pastore guerriero.
Bibliografìa L. Ricci, 1959, p. 54; V. Franchini, appunti personali.
La cavità ha una lunghezza di circa 15 metri ed
ospita una serie di incisioni realizzate sulla parete di
fondo irregolare. La roccia è l’arenaria e le incisioni
sono poste sia sulla parete verticale che alla base di
essa, in piano inclinato. Vi sono figurati vari bovini,
un uomo, disegni geometrici e iscrizioni in caratteri
sud - arabici. Le figure, incise profondamente, sono
perlopiù di buona fattura e solo poche sono schema¬
tizzate grossolanamente.
Interessante la composizione con un uomo dietro
un bovino; il personaggio, con uno scudo al braccio si¬
nistro, impugna un’arma dalla larga punta, forse di le¬
gno ed è figurato con il busto frontale e le gambe di
profilo. Il tentativo è quello di rendere in modo vero¬
simile la figura, realizzata ad incisione piena tranne
che nello scudo, come sembrerebbe dalla fotografia
di Franchini. Egualmente a incisione piena endoperi-
metrale è l’immagine del bovino, parzialmente guasto
nella parte anteriore per esfogliazione della roccia.
L’animale è reso con lo stesso codice figurativo che è
possibile osservare a Zebàn Kebesà I o Zebàn Onà
Fig. 154 - Kesad Qernì: incisione con personaggio armato e bovi¬
no con il corpo allungato (foto Franchini).
Libanòs I: corpo molto allungato, anche se ben defi¬
nito anatomicamente e zampe allineate in parallelo.
Sotto il ventre deH’animale, dalle foto di V. Franchini,
si scorge una strana figura a triangolo isoscele allun¬
gato, che ricorda la lama di un pugnale (Fig. 154), ma
non è facile affermare questo con precisione , poiché
le fotografie forniteci da Franchini rivelano che le im¬
magini sono state ripassate col gesso.
ZEBÀN ABÙR I
118
GIULIO CALEGARI
Con il toponimo di Zebàn Abùr Vincenzo Fran¬
chini qualifica due cavità, relativamente vicine tra lo¬
ro, interessate da manifestazioni di arte rupestre.
Questo nome indica in realtà la metà occidentale di
«...un costone che, a sette o otto chilometri a nord di
Addì Caiè, si estende per circa quattro chilometri da
est a ovest a un’altitudine media di oltre 2400 m, for¬
mando la displuviale fra due affluenti di sinistra del
torrente Hembertèn, verso il quale precipita scosce¬
so» (Franchini, 1958, p. 1). La metà orientale del co¬
stone, che ospita altre stazioni d’arte rupestre è detta
invece Zebàn Kebesà. I nomi (a cui noi ci atteniamo)
con cui Franchini ha scelto di chiamare questi siti,
possono non corrispondere a quelli con cui le cavità
sono chiamate dai locali che ci hanno indicato altri
toponimi come Mosat Galbà e Leser Guda.
Zebàn Abùr I è un riparo in arenaria, rivolto a sud
e lungo una decina di metri, che ospita parecchie pit¬
ture in colore rosso, più o meno sbiadite. Vi sono raf¬
figurati bovini, uomini e segni geometrici. I bovini
presentano un’estrema schematizzazione della loro
figura, al limite deH'ideogramma. Sono figure «a pet¬
tine», anche se nessun particolare è tralasciato: corna,
orecchie, gobba (sono Bos t. prim. indicus ), sesso (?)
e coda, che assume una forma che ricorda un aratro
(Fig. 155). Altri bovini gibbuti sono dipinti in manie¬
ra decisamente «ingenua» e grossolana, con una tale
torsione prospettica da apparire contemporanea¬
mente visti di fianco e dall’alto, sino a sembrare dei
brutti insetti.
Curioso uno strano segno composito nel quale, vo¬
lendo, è possibile scorgere una figura umana del tipo
«ancoriforme» sdraiata orizzontalmente cui si sovrap¬
pone ortogonalmente un segno a forcella, forse un bo¬
vino. I segni geometrici comprendono croci, cerchi,
trattini e punti che, come in numerosi esempi nella re¬
gione, si allineano in file orizzontali, singole o disposte
parallelamente una sull’altra (Figg. 156 e 157).
Le figure umane, anche se non mancano i sempli¬
ci ancoriformi, sono soprattutto rappresentate da
personaggi disegnati in modo semplice e schematico
da cui trapela qualche accenno di forma anatomica.
Fig. 155 - Zebàn Abùr I: bovini schematici e segni cruciformi e
puntiformi (foto Franchini).
Fig. 156 - Zebàn Abùr I: particolare con figure antropomorfe e
composizione di punti allineati (foto Franchini).
Fig. 157 - Zebàn Abùr I: figure umane con un oggetto ricurvo al¬
l’altezza della vita (spade o bastoni); attorno composizioni di pun¬
ti allineati e croci (foto Franchini).
Gli uomini, come in altre rappresentazioni di guer¬
rieri, hanno a volte le mani sui fianchi e sono dotati di
un lungo segmento ricurvo verso l’alto, che sembra
sporgere all’altezza del loro bacino (Figg. 156 e 157).
Franchini ritiene raffiguri il sesso, ma, osservando be¬
ne le figure, quel segno assomiglia piuttosto ad una
coda posticcia di felino o, come io ritengo, ad un’ar¬
ma: una spada se non uno di quei duri bastoni ricurvi
a spigolo tagliente in uso tuttora.
In questo riparo le figure sono a volte rovinate a
causa dell’esfogliazione naturale dell’arenaria.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
1 19
ZEBÀN ABÙR II
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1996
Fig. 158 - Zebàn Abùr II: visione del riparo (foto Cicerale).
120
GIULIO CALEGARI
Si tratta di un riparo nell’arenaria sito a circa mez¬
zo chilometro da Zebàn Abùr I, rivolto ad occidente
(Fig. 158). In esso sono pitture di colore rosso, so¬
prattutto di bovini; molte figure appaiono sbiadite.
Un gruppo di figure di grande importanza, dipin¬
to in una nicchia, è invece ben conservato (Fig. 229).
Le figure intere sono sette dipinte a colore pieno
(escludendone una molto parziale ed un altro scara¬
bocchio a destra). Si tratta delle raffigurazioni di buoi
gibbuti dalle grosse corna descritti in chiave naturali¬
stica con particolare attenzione alle loro posture (Fig.
228); si può osservare il primo animale in alto, che ri¬
volge il capo verso gli altri a dimostrare la padronan¬
za dello scorcio prospettico e la capacità di osservare
e descrivere il vero da parte dell’artista. L’ecceziona¬
iità di questa composizione è legata al significato del¬
la rappresentazione. Basta infatti soffermarsi a consi¬
derare gli altri segni, che appaiono tra gli animali, per
capire che sono qui dipinte inequivocabilmente scene
di aratura (Farina, in press). Due coppie di bovini so¬
no infatti aggiogate all’aratro (che potrebbe essere
stato aggiunto posteriormente, se si considera la lieve
differenza di colore), rappresentato da un segmento
che unisce il collo degli animali e da una lunga linea
tra i loro corpi, che termina con un tratto ad angolo a
rappresentare il vomere. La prima coppia in alto è
chiaramente guidata da un personaggio che tiene nel¬
le mani la stiva dell’aratro. Tale rappresentazione, ri¬
conducibile anche in termini figurativi alle note pit¬
ture di Amba Focadà in Etiopia, costituisce un note¬
vole documento cronologico - culturale. Forni, rife¬
rendosi a Desmond Clark, ritiene possibile che l’ara¬
tro rappresentato all’Amba Focadà sia da porsi in re¬
lazione all’introduzione, nell’ultimo millennio a.C.
dell’agricoltura festucoide (orzo, frumento) dalla Pe¬
nisola Araba (Forni, 1993, p. 220).
Tra queste figure, mediamente lunghe cm 35, ve ne
è anche una molto piccola, probabilmente di un ca-
Fig. 159 - Zebàn Abùr II: figure scadenti di bovini gibbuti con lun¬
ghe corna; in basso è un personaggio misterioso con mani gigan¬
tesche (foto Cicerale).
valiere. Più a sinistra sono altre rappresentazioni di
bovini (simili ad alcuni presenti a Zebàn Abùr I), che
a mio parere vogliono imitare quelli più naturalistici,
anche se finiscono per assomigliare ad insetti (Fig.
159).
Interessante la figura di un personaggio itifallico
a testa rotonda, dalle lunghe braccia ondeggianti,
con grandi mani che sembrano sprigionare energia.
Forse l’immagine di uno spirito o di uno sciamano
(Fig. 159).
ZEBÀN KEBESÀ I
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1996
L’ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
121
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
La cavità si apre su quella parte orientale del co¬
stone, situato sette o otto chilometri a nord di Addì
Caiè, chiamata Zebàn Kebesà (Franchini, 1958, p. 1).
È lunga una quindicina di metri ed è esposta a nord -
est; la roccia è l’arenaria.
Nel sito sono numerose e interessanti pitture (al¬
cune sono sbiadite, altre ben visibili) dipinte in varie
tonalità di ocra: dal rosso al violaceo e al giallo e in
colore bianco. Gli «stili» diversi e le sovrapposizioni
lasciano intendere interventi pittorici successivi sulla
parete.
Anche in questo caso il soggetto maggiormente
rappresentato è il bovino (principalmente il Bos t.
prim. macroceros). Molte immagini, che io ritengo le
più antiche di questa cavità, rappresentano l’animale
in modo molto verosimile. Nella maggior parte delle
volte, però, il bovino è reso secondo quel codice figu¬
rativo che porta aH’allungamento del corpo che si
presenta con le zampe parallele a triangolo allungato
e le lunghe corna sinuose. Il «successo» di questa ma¬
niera di rappresentare il bovino è, in Zebàn Kebesà I,
confermato da «mani» di differenti artisti, che hanno
dipinto gli animali con il corpo allungato con «varia¬
zioni di stile» personali (Figg. 232 - 235).
In alcuni casi il bovino è dipinto a colore pieno
con perizia e gusto, in altri la figura è più semplifica¬
ta e grossolana; alcune sono rese a solo contorno, ma¬
gari con il muso e le zampe riempite di colore, men¬
tre altre rivelano soluzioni decorative. Una figura a
colore pieno presenta la parte centrale del corpo di
colore più chiaro punteggiata dello stesso rosso scuro
con cui sono dipinti il treno anteriore dell’animale, le
zampe e la coda (Fig. 234), mentre altre, a solo con¬
torno, hanno il corpo quadrettato. Vicino a uno di
questi animali (Fig. 233) vi è una figura umana del
medesimo gusto: il corpo schematizzato è un rettan¬
golo allungato diviso da trattini orizzontali, come una
scala a pioli, la testa è «a bastoncino», le gambe e le
braccia sono filiformi. L’uomo ha al suo fianco un’ar¬
ma, rappresentata con un tratto diritto che si allunga
verso la sua sinistra, mentre con il braccio destro sem¬
bra appoggiarsi ad un bastone. Altre figure umane,
semplici nel disegno, sono isolate o si intravedono tra
gli animali, che a volte cavalcano. Tra queste una fi¬
gura, di cui resta la parte superiore, sembra stringere
un grosso pugnale con la punta rivolta in alto, mentre
in un altro caso non è chiaro se si tratti di un piccolo
i scudo (Figg. 160 - 161 e 230 - 231).
Figure zoomorfe, principalmente bovini ma anche
fauna selvaggia (felini, kudù e antilopi), figure antro¬
pomorfe, armati e cavalieri.
Il felino che attacca; il pastore guerriero.
Buono con lacune (1996). Cause di degrado: sfalda¬
mento della superficie rocciosa, azione degli agenti
atmosferici e interventi antropici recenti (segni e
scritte graffiti).
V. Franchini, 1958, pp. 3-5, figg. 9-16; P. Graziosi,
1964b, pp. 187, 189, fig.7, piate XXVI, b; V. Franchini,
1969, p. 86; G. Calegari, 1996, pp. 31-46, fig.17.
Fig. 160 - Zebàn Kebesà I: particolare con un felino che sembra
aggredire un bovide; sotto si scorge un personaggio armato (rilie¬
vo di massima di Calegari).
La figura umana più interessante, dal punto di vi¬
sta artistico e del confronto, si presenta con il torso
molto allungato, la vita stretta, le spalle larghe, le
gambe muscolose (definite anatomicamente) e la te¬
sta e le braccia sottili. Il disegno di questo personag¬
gio, cui posteriormente è stato aggiunto un pugnale al
fianco, rivela anch’esso una precisa «cifra stilistica»
che caratterizza un certo momento figurativo, asso¬
ciabile alla soluzione grafica del bovino a corpo al¬
lungato (Fig. 235). Momento figurativo che trova con¬
fronti con le pitture di Zebàn Onà Libanòs I, Meteccà
Arè e con quelle etiopiche dell’Amba Focadà.
Tra gli animali rappresentati alcuni si riferiscono
alla fauna selvaggia: sembra infatti di scorgere antilo¬
pi e, dalle corna ritorte, un kudù. In questo caso l’ani¬
male è aggredito alle spalle da un felino, dipinto in
Fig. 161 - Zebàn Kebesà I: particolare con un felino che aggredi¬
sce un bovide (kudù); a sinistra un personaggio impugna un'arma
dalla grande punta (rilievo di massima di Calegari).
122
GIULIO CALEGARI
modo essenziale ma efficace (Figg. 161 e 231). Un al¬
tro felino, che sembra assalire un caprino, esprime
nella sua figura un forte senso di dinamismo e ag¬
gressività: il profilo, sinuoso dalla coda al capo, termi¬
na bruscamente negli artigli protesi sulla preda (Figg.
160 e 230). Lo scatto terribile del felino, che qui vie¬
ne ben figurato, trova confronto con i «leoni» del¬
l’Amba Focadà.
Nella cavità di Zebàn Kebesà I sono anche pre¬
senti figure più «astratte» di carattere geometrico o
di estrema semplificazione: «pettiniformi», anche in
colore bianco, alcuni dei quali rappresentano uomini
a cavallo (Fig. 235).
Interessante sarà soffermarci su alcuni che paiono
veri e propri temi iconografici da noi individuati: in
primo luogo, come abbiamo visto, vi è quello del feli¬
no che attacca, cui è accostato o si contrappone un
uomo armato, anche se aggiunto in un altro momen¬
to (Figg. 160 - 161 e 230 - 231); altro argomento, che
qui appare almeno tre volte, è quello della coppia di
bovini che si affrontano, testa contro testa (Figg. 232
e 233). Vi è poi un tema che sempre si associa alla
rappresentazione di bovini con il corpo allungato, in
tutte le loro varianti o percorsi iconografici: è quello
del guerriero pastore, che accompagna in genere uno
o pochi animali (Figg. 233 e 235). É il guerriero este¬
ta, che sovente ci presenta le sue armi di metallo.
ZEBÀN KEBESÀ II
Ritrovamento
Regione
Distretto
1957, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Aret
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2400 ~
Circa 2 chilometri a nord - est del villaggio di Hawa-
sù (oltre il villaggio di Onà Ascer), nel dirupato pen¬
dio che dal ciglio del costone di Zebàn Kebesà scen¬
de nella vailetta di Mai Ambesà.
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colore: rosso.
Figure rappresentate
Bovini, figure antropomorfe e geometriche.
Stato di conservazione
Bibliografia
Scadente (1993/1994 Tajedim). Cause di degrado:
sfaldamento della superficie rocciosa, azione degli
agenti atmosferici e velatura da essudazioni.
V. Franchini, 1958, p. 5, figg. 17-18; V. Franchini, 1969,
p. 86.
Questa cavità, più grande della precedente, è «...
incisa nel dirupato pendìo che dal ciglio di Zebàn Ke¬
besà scende alla vailetta del Mai Ambesà. Dai nativi
è detta, con tutto il pendìo, “contotafè”» (Franchini,
1958, p. 5).
Purtroppo a causa del degrado le pitture, che si in¬
tuisce dovevano essere numerose, sono andate in
massima parte distrutte. Ancora leggibili alcune figu¬
re di bovini a piena campitura o, in un caso, a solo
contorno con il corpo suddiviso all’interno ed il capo
a colore pieno (Fig. 236).
Una figura non identificabile è il disegno di un
lungo rettangolo diviso a settori da cui partono, verti¬
cali verso l’alto, cinque linee: due sono la continua¬
zione dei lati brevi, le altre sono equidistanti (Fig.
236). La figura richiama fortemente l’immagine di
un’imbarcazione.
Sono presenti anche figure geometriche e alcune
figure umane a colore pieno, molto semplici, con le
braccia curve alzate sopra la testa.
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
123
BAATTÌ KOBORÒ
BA’ATTÌ DONGOLÒ
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1996
Ritrovamento 1996, Centro Studi Archeologia Africana.
124
GIULIO CALEGARI
BA’ATTÌ ONÀ
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1996
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografìe!
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
La cavità, scavata dall’erosione nell’arenaria (Fig.
162), presenta sulla sua parete un complicato palinse¬
sto di figure schematiche, segni e scritte dipinti in ros¬
so, con varie tonalità e con sovrapposizioni. Prevale
su tutte le rappresentazioni quella della figura umana
(sovente con le braccia allargate) realizzata con mol¬
ti «stili» diversi. Nel loro schematismo possiamo af¬
fermare che le figure umane, in quelle che ci sembra¬
no le rappresentazioni più antiche, siano rapportabili
al tipo «ancoriforme» con il corpo lineare allungato,
discostandosi dalle più numerose e recenti immagini
di uomini con le braccia allargate e le grandi mani.
Alcune figure umane sono dipinte all’interno di una
linea circolare; si tratta probabilmente della rappre¬
sentazione di un’abitazione (Fig. 237).
Altre pitture rappresentano animali schematizza¬
ti, numerose immagini pettiniformi e figure geome¬
triche (quadrati e rettangoli divisi in reticoli, croci
semplici o inscritte in un cerchio). Si scorgono inoltre
semplici figure di cammelli. Si osserva anche una
strana figura che appare come un essere con sei brac¬
cia e col corpo rettangolare (Fig. 237). Inoltre sono
presenti varie scritte in arabo.
Bella la rappresentazione, in una piccola conca, di
due bovini di colore violaceo con il corpo allungato e
interamente dipinto (Fig. 238). Il più visibile dei due
1996, Centro Studi Archeologia Africana.
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2400 ~
Dal villaggio di Hawasù verso il villaggio di Onà
Ascer, in direzione di Zebàn Kebesà.
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colore: rosso.
Figure antropomorfe, bovini, cammelli, altre figure
zoomorfe, figure geometriche e iscrizioni.
Discreto con lacune (1996). Causa di degrado: esfo¬
gliazione della superficie rocciosa.
Inedita.
Fig. 162 - Ba’attì Onà: la cavità (foto Cicerale).
mostra grandi corna arcuate e una testa ben disegna¬
ta, è ben evidenziato anche il dettaglio degli zoccoli.
Questa figura è posta in relazione a due segni lineari,
il primo che si incrocia con il collo e le zampe, il se¬
condo che attraversa il corpo dell’animale e termina
nella parte superiore con due tratti che lo fanno as¬
somigliare al tipo di antropomorfo «a zagaglia».
La cavità è soggetta a continua erosione che ha
guastato molti parti dipinte; il suolo di calpestio pre¬
senta un certo sedimento terroso.
L'ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
125
AKEZAZAA ARAH
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
Il sito è stato documentato nel 1993/94 da Tajedim
Nuredaim Yusuf, allora Direttore del Museo Nazio¬
nale dell’Eritrea. Sulla parete di arenaria della cavità
sono dipinte in rosso figure zoomorfe e antropomor¬
fe di diversa qualità stilistica e di diversi momenti.
Alcune figure di bovini sono decisamente sche¬
matiche e scadenti, altre sono di ottima fattura anche
se di «mani» diverse. Si nota un bovino con il corpo
allungato, la coda a fiocco e uno splendido paio di
corna a lira (Fig. 239). Alla sua sinistra due figure
umane viste frontalmente sembrano tenersi l’un l’al¬
tro un braccio sulla spalla; uno dei due tiene vertical¬
mente una lancia dalla larga punta. Una simile rap-
1993/1994, Tajedim Nuredaim Yusuf.
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2400 ~
Nei pressi del villaggio di Abur Guda.
Cavità nell’arenaria.
Pittura. Colore: rosso.
Figure zoomorfe (principalmente bovini), figure an¬
tropomorfe, armati e un cavaliere.
L’icona del guerriero.
Disomogeneo: da discreto a scadente (1993/1994).
Cause di degrado: esfogliazione della superficie roc¬
ciosa e azione degli agenti atmosferici.
Inedita.
presentazione è presente due volte anche a Jago.
Più sotto è visibile un cavaliere e altre figure mol¬
to sbiadite. Tra le pitture è presente un particolare
frammentario di straordinaria bellezza. Si tratta della
testa di un bovide (probabilmente un’antilope) il cui
corpo è andato distrutto per lo sfaldamento del sup¬
porto roccioso (Fig. 240). Questo particolare perve¬
nutoci ci lascia scorgere una figura resa con grande
eleganza e fedeltà al vero. Le corna in giusta prospet¬
tiva, il disegno e la proporzione della testa ci rivelano
la presenza di un importante personalità artistica di
cui, per il momento, possediamo solo questo fram¬
mento poetico.
FEQYÀ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
1956, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Aret
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2400 ~
Su una collina rocciosa circa 2 chilometri a sud - est
del villaggio di Hawasù.
Cavità.
126
GIULIO CALEGARI
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografìa
Un gruppo di pitture rosse si trovano in una cavità
presso la località di Feqyà. Vi sono rappresentate fi¬
gure zoomorfe (non precisate) ed un personaggio
Pittura. Colore: rosso.
Figure zoomorfe, una figura antropomorfa e iscrizio¬
ni.
L. Ricci, 1959, p. 52.
umano inscritto in un cerchio di puntini. Vicine sono
pure iscrizioni in caratteri etiopici antichi anch’esse
dipinte.
EMBA TELBÀ
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
1957, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Zebaontì
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2400 ~
Circa 3 chilometri a nord di Addì Caiè.
Due cavità.
Pittura. Colore: rosso.
Figure zoomorfe, cavalieri e figure antropomorfe.
Scadente (anni ’50).
L. Ricci, 1959, p. 55; V. Franchini, appunti personali.
La stazione d’arte rupestre si compone di due pic¬
cole cavità rivolte a oriente, sulle pareti delle quali si
osservano, piuttosto sbiadite, alcune pitture di colore
rosso. Nella cavità di destra vi sono figure zoomorfe
ed un cavaliere; quest’ultimo è realizzato con discre¬
ta verosimiglianza, mentre l’animale appare esagera¬
tamente piccolo rispetto all’uomo (Fig. 163). Questa
sproporzione lascia pensare che il personaggio e la
sua cavalcatura siano state realizzate in momenti suc¬
cessivi, ma la semplice osservazione di vecchie foto¬
grafie in bianco e nero non ci permette di affermarlo.
Nella cavità di sinistra sono egualmente figurati
uomini e animali. Dalle immagini fornitemi da Fran¬
chini si può osservare, sulla sinistra in alto, una figura
sbiadita che parrebbe un bovino con il corpo allunga¬
to; al centro una figura umana che, con il braccio de¬
stro alzato, impugna un’asta, mentre non è chiaro se
il sinistro sia ripiegato o anch’esso impugni un’asta ri¬
volta in basso. Sopra questa immagine è rappresenta¬
ta una figura zoomorfa pettiniforme.
Fig. 163 - Emba Telbà: cavalieri e altre figure zoomorfe di diffici¬
le lettura (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
127
UNGULLÈ
ZEBÀN AWALÒ
128
GIULIO CALEGARI
ZEBÀN IMBÀ
ISCMELÈ I E II
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel dicembre 1994
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
129
Bibliografìa V. Franchini, 1958, p. 50, figg. 45-46; P. Graziosi,
1964b, p. 187, fig.8; G. Calegari, 1996, pp. 31-46, figg.
5-10, 12.
In questa stazione d’arte rupestre le pitture sono
state realizzate sulle pareti di due ripari rivolti a nord
- est a quota 2300 m, vicinissimi tra loro, che sono sta¬
ti da noi indicati Iscmelè I e II.
Iscmelè I
Nel primo riparo, che si presenta come una «con¬
ca» scavata dall’erosione nell’arenaria (Figg. 164 e
165), le pitture si mostrano realizzate in due compo¬
sizioni, una con solo figure umane, l’altra di soli bovi¬
ni. Tutte le pitture di Iscmelè I sono in colore rosso
(Fig. 242).
I due gruppi si presentano dunque separati, uomi¬
ni a sinistra e animali a destra, senza una apparente
connessione simbolico - narrativa, che non sia una
sorta di intesa misteriosa che si coglie tra i due pan¬
nelli, forse suggerita da un segno rosso fra i due grup¬
pi, interpretabile come un paio di corna rivolte verso
le figure umane. Queste, in numero di otto, si presen¬
tano frontalmente in una composizione ad andamen¬
to orizzontale (Fig. 243). Purtroppo le pitture, realiz¬
zate in una cavità poco aggettante, con limitata pro¬
tezione dagli agenti atmosferici, hanno subito gravi
danneggiamenti. Il pigmento è infatti, in vari punti,
caduto per esfogliazione del supporto roccioso, tant’è
che dell’ultimo personaggio di destra non restano che
poche tracce di colore.
Le figure che compongono il gruppo hanno misu¬
re intorno ai 17 cm e rivelano, nel loro disegno e im¬
postazione compositiva, quelle precise istanze figura¬
tive nella descrizione del gruppo di uomini, che mi ha
spinto a definirle come «testimoni impassibili» ed a
porle senza dubbio in relazione con i bassorilievi di
Daarò Caulòs e Ba’attì Mariam. Ad Iscmelè I i per¬
sonaggi si presentano in posizione frontale, identici e
immobili, allineati in una posa esasperatamente fer¬
ma e carica di tensione, come seguissero il ritmo di
una danza statica.
Gli uomini hanno testa tondeggiante, spalle larghe
e arrotondate, vita stretta e braccia pendenti lungo il
corpo leggermente allargate. Nelle figure meglio con¬
servate le mani si scorgono ben evidenziate, dito per
dito, mentre le gambe, muscolose, poggiano su piedi
piccoli allargati verso l’esterno (Fig. 241). Mancano
particolari attributi ed alle figure non sono associate
armi, oggetti o dettagli di abbigliamento. I personag¬
gi sono resi con una certa dose di astrazione, ma se¬
condo uno schema che mette in risalto l’evidenza del
corpo, assolutamente antropomorfo nella sua appari¬
zione sintetica.
L’altra composizione, a 42 cm sulla destra, è di
tutt’altra natura. In essa sono rappresentati solo bo¬
vini, dalle lunghe e robuste corna; una mandria, rivol¬
ta verso destra, come se si allontanasse dalle figure
umane (Fig. 166).
I bovini, di cui 17 sono evidenti, mentre altri più
52.00 -v
Sez.a-a
Fig. 164 - Iscmelè I e II: rilievo di
massima dei due ripari (rilievo Ansaioni e Calegari).
, . . ubicazione, delle pitture.
130
GIULIO CALEGARI
Fig. 165 - Iscmelè I: il riparo (foto Calegari).
piccoli sotto il ventre della madre sono poco leggibili
(Fig. 244), sono stati realizzati sempre in pittura mo¬
nocroma rossa, a campitura piena. Gli animali, le cui
misure sono in media di 15 - 18 cm, sono realizzati in
modo schematico, secondo un codice che li rende
identici e ripetuti in maniera modulare. La loro im¬
magine, pur variante locale, è la stessa che troviamo a
Laga Oda e Saka Sharifa nell’Harar, in Etiopia. Il
corpo è costituito da un rettangolo smussato da cui
sporgono alle due estremità la coda e la testa, come
breve trattino su cui si impostano corna e orecchie.
Le zampe sono due segmenti, l’uno per quelle ante¬
riori, l’altro per le posteriori.
La composizione di Iscmelè I è però, nel suo in¬
sieme, particolarmente efficace e gradevole. Le sin¬
gole figure rivelano un particolare equilibrio tra cor¬
po e corna, quasi tenaglie in prospettiva ritorta, che fa
apparire gli animali come visti dall’alto. La mandria
sembra procedere suggerendo l’impressione di un
lento e compatto spostamento, ancor più evidenziato
dalle lunghe corna protese in avanti.
Questo gruppo di bovini è stato realizzato in un
punto ove la roccia aggetta lievemente dal fondo, co¬
me un «piccolo altopiano» segnato da molte asperità
tra le quali una protuberanza nodulare. La mandria
sembra procedere in una micro - orografia, paesaggio
che forse non era alieno dall’intento dell’artista che
ha eseguito questa pittura. Le immagini hanno avuto
danneggiamenti differenti dalle precedenti. Qui si
nota un dilavamento che le ha sbiadite creando una
lieve sbavatura o alone che avvolge il gruppo di pit¬
ture.
Riflettendo sulle due separate composizioni pre¬
senti a Iscmelè I, nulla ci impedisce di pensare, nono¬
stante le differenze tematiche ed esecutive, che esse
siano coeve o vicine nel tempo, così come paiono ese¬
guite per integrarsi reciprocamente sulla parete del
riparo.
Iscmelè II
Il riparo si trova ad una decina di metri da quello
indicato come Iscmelè I, più a nord nella stessa pare¬
te rocciosa (Fig. 164). Esso presenta alle pareti e sul¬
la bassa volta numerose tracce di fuoco, essendo sta¬
to, probabilmente per le sue caratteristiche morfolo¬
giche, utilizzato come ricovero temporaneo. Il suolo
di calpestio è costituito da un sedimento terroso che
meriterebbe di essere indagato.
In questo sito le pitture sono tutte di colore nero,
sia quelle che ci paiono le più antiche, sia quelle più
semplificate collocabili in un momento successivo. Su
alcune figure si notano interventi posteriori con un
pigmento corposo, impiegato per ripassare le imma¬
gini in modo grossolano. In alcuni casi questo inter¬
vento ne ha modificato il disegno originale, come nel
caso di un bovino trasformato in qualcosa che asso¬
miglia ad un brutto elefante (Fig. 167). Purtroppo tut¬
te le pitture hanno subito gravi danneggiamenti a
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
131
Fig. 166 - Iscmelè I: mandria (foto Calegari).
causa dei fuochi accesi sotto di esse, la maggior parte
è infatti offuscata e annerita dal fumo (Fig. 246).
Il tema principale, anche in questo riparo, è quel¬
lo della mandria che, nella parte sinistra della parete,
sebbene molto rovinata, è rappresentata in una com¬
posizione di animali accostati, sostanzialmente con¬
frontabile con quella delle pitture rosse di Iscmelè I;
in questo caso però gli animali sono più numerosi.
Anche se la «mano» dell’artista è diversa, le figure di
bovini a grandi corna sono riconducibili ai modelli di
Laga Oda e Saka Sharifa nell’Harar (Etiopia).
La maggior parte degli animali, ma parliamo di fi¬
gure sbiadite e a volte ripassate, parrebbe priva di
corna, in alcune si notano trattini sotto il ventre ad in¬
dicare le mammelle. Tra le pitture sono anche figure
più recenti di bovini schematizzati «a pettine» e al¬
meno una figura antropomorfa, anche se purtroppo
sbiadita (Fig. 245). La pittura, alta aH’incirca 12 cm,
raffigura un personaggio in posizione frontale, ricon¬
ducibile alle figure umane di Iscmelè I: braccia lungo
il corpo con mani e dita ben evidenziate, gambe ro¬
buste e piedi volti all’esterno. In questo caso la figura
è piuttosto slanciata, soprattutto nel torace e la sua
testa rivela una voluminosa acconciatura «a fungo».
Fig. 167 - Iscmelè II: particolare della parete dipinta; al centro la
figura di un bovino ripassato con un pigmento corposo e trasfor¬
mato in una specie di brutto elefante (foto Calegari).
132
GIULIO CALEGARI
ADDÌ CAIÈ
EMBA CELAI
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
133
Di notevole importanza, per valore esecutivo e
per l’opportunità di comparazioni cronologico - cul¬
turali con altre simili espressioni, sono le figure inci¬
se presso il villaggio di Emba Celai, in due stazioni
poco distanti, su di un costone di arenaria.
Il primo gruppo, inciso con tecnica a martellina su
di un blocco aggettante, è dominato da una «parata»
di guerrieri che spiccano sulla superficie scura e pati¬
nata della roccia sovrastando altre immagini in avan¬
zato stato di degrado o di minor evidenza (Fig. 247).
Si tratta di nove figure di varie dimensioni (le più
grandi raggiungono quasi il metro di altezza) che si
presentano frontalmente, allineandosi in un fregio
orizzontale. I personaggi, che appartengono eviden¬
temente alla stessa espressione culturale, sono stati
realizzati in momenti vicini, ma successivi, con l’in¬
tento di «caricare» la superficie rocciosa di «icone».
Alcune figure sono chiaramente della stessa «mano»;
certe paiono inserite negli spazi lasciati liberi, mentre
altre molto più piccole (in alto a destra) sono una di¬
versa interpretazione della figura umana, più ingenua
e popolare. Le incisioni antropomorfe, che risaltano
molto nettamente sulla parete più liscia e patinata
della roccia, sono abbastanza integre, eccetto una in
basso tra i primi due personaggi a sinistra, della qua¬
le si scorge solo il busto e la testa.
L’insieme figurativo non descrive alcun episodio
narrativo ma sembra aver lo scopo di celebrare alcu¬
ni personaggi, evidentemente guerrieri. Gli uomini,
Fig. 168 - Emba Celai: la «parata» dei guerrieri, particolare. In bas¬
so a sinistra è ben visibile un bovino (foto Franchini).
resi con disegno geometrizzante secondo un preciso
codice figurativo, si mostrano di fronte (spalle larghe
e colli lunghissimi) in pose statiche ed emblematiche,
con le braccia lungo il corpo, allargate o addirittura
ripiegate «ad ansa» coi gomiti in alto. In alcuni casi i
guerrieri, che forse indossano lunghe tuniche, si pre¬
sentano con un braccio alzato e ripiegato. Sembra
quasi che i personaggi raffigurati ad Emba Celai ci
mostrino i muscoli; sicuramente è messa in rilievo la
loro prestanza ed il loro equipaggiamento bellico:
piccoli scudi, forse spade e corte lance, probabilmen¬
te giavellotti, dalla lunga punta e dall’estremità allar¬
gata «a spatola» come quelli, tutti in ferro, che trovia¬
mo ad esempio tra i Tuareg. La lancia, impugnata con
la destra, in un caso è tenuta verticalmente (Fig. 168),
negli altri è orizzontale davanti al petto o allo stoma¬
co dell’uomo. Il piccolo scudo è stretto dal braccio ri¬
piegato sin quasi sotto l’ascella. Probabilmente quel¬
li che sembrano gesti «da burattino», rigidi e un poco
eccessivi, sono l’espediente figurativo per mostrare i
guerrieri e le loro armi o meglio ancora si tratta del¬
la descrizione esatta di posture marziali o da parata.
Del resto gli stessi gesti, quasi stereotipi, li troviamo
in figurazioni pittoriche di guerrieri simili, dipinti in
altre località, tra le quali citeremo il riparo di Jago. E
proprio da Jago vengono ulteriori confronti con certe
soluzioni e descrizioni di Emba Celai, come la pre¬
senza di acconciature «a fungo» sulla testa dei perso¬
naggi o la decorazione a quadrati e rettangoli sul lo¬
ro petto, qui resa risparmiando tratti della superficie
rocciosa.
Subito a sinistra dei guerrieri si trova un’incisione
che appare piuttosto emblematica: a forma di grande
V sembra come un bucranio o una lettera alfabetica;
ci ricorda però anche le gambe di un uomo a testa in
giù, come è possibile vedere chiaramente figurato
sempre a Jago.
Proseguendo la descrizione delle nostre incisioni
notiamo, nella parte destra, la presenza di un gruppo
di bovini di piccole dimensioni, che sembra siano sta¬
ti coperti dalle incisioni dei guerrieri; alcuni di questi
sono figure a solo contorno, altri hanno la superficie
endoperimetrale piena. Nella parte inferiore del «fre¬
gio» si scorgono altre incisioni di bovini. Purtroppo la
roccia, in quel punto, ha subito un forte deteriora¬
mento naturale che ha scrostato la superficie com¬
patta e patinata distruggendo le eventuali incisioni
presenti. É possibile comunque leggere due immagi¬
ni di animali di una certa dimensione e di buona fat¬
tura, di cui si è conservata la parte superiore (Figg.
168 e 247). Il primo a sinistra, a piena campitura, è di¬
segnato in modo verosimile: la curva cervico - dorsa¬
le sinuosa si raccorda elegantemente con la coda,
mentre due corna piccole e appuntite sono poste su
una testa che pare scattare in avanti; si coglie in que¬
st’opera quasi l’ombra «naturalistica» di un toro. A
questo bovino, rivolto a destra, un altro se ne con¬
trappone a una certa distanza, più statico ma non me¬
no bello: il corpo è di forme rettangolari, con la
schiena leggermente concava, la coda diritta verso il
basso ed il muso arrotondato, con corna tracciate a
incisione molto tenue. Su questa soluzione figurativa,
con cui è stato rappresentato l’animale, spicca, con in¬
negabile successo grafico, il mantello pezzato, a mac-
134
GIULIO CALEGARI
chie quadrate su due file orizzontali parallele, realiz¬
zato risparmiando parti di superficie patinata della
roccia.
Ad una decina di metri da questo primo gruppo di
incisioni, alla sinistra guardando la parete di roccia,
sono altre figure sempre realizzate con una picchiet¬
tatura che ha scalfito la scura patina di superficie.
Escludendo alcune tracce di incisioni rovinate o illeg¬
gibili, si osservano un bovino e due figure umane
(Fig. 169). L’animale presenta un corpo rettangolare
a solo contorno, mentre la testa, il collo e le zampe so¬
no interamente riempite dall’incisione; la coda è can¬
cellata da una frattura posteriore della roccia. La fi¬
gura, pur molto semplificata e statica, con le zampe
parallele «a pettine», non manca di una certa cura
nella puntualizzazione di alcuni particolari: la testa
ben fatta, le zampe con evidenziato lo zoccolo, la cur¬
va dei glutei. Le figure umane sono rapportabili allo
stesso ambito di quelle del primo gruppo. Una rap¬
presenta un guerriero col petto a trapezio rovesciato,
sul quale spicca un quadrato di superficie non incisa.
All’immagine purtroppo mancano le gambe per una
grossa frattura che ha asportato parte della roccia. La
postura del personaggio è quella già osservata nei
precedenti: un braccio ripiegato in alto (il sinistro)
mentre l’altro impugna il giavellotto orizzontalmente
facendoselo passare davanti al petto. La seconda fi¬
gura umana è estremamente frammentaria, sempre a
causa della frattura di cui si è detto. Si tratta di un
personaggio di cui si scorge solo la parte superiore
Fig. 169 - Emba Celai: incisione frammentaria di due figure uma¬
ne ed un bovino (foto Franchini).
del torace, le braccia e la testa tonda su di un collo
lunghissimo. Anche in questo caso le braccia sono te¬
nute alte con gli avambracci, appena accennati, ripie¬
gati verso il basso.
Sempre da Emba Celai, ma senza precisarne l’e¬
satta ubicazione sulla parete di roccia, Franchini ci
fornisce una curiosa foto di incisione rupestre. Si trat¬
ta di un cerchio al cui interno è posto uno strano di¬
segno, quasi un ideogramma realizzato con un tratto
continuo che ricorda una faccia con occhi, naso e boc¬
ca. Viene alla mente una maschera o forse uno scudo
rotondo.
SELLÌM BA ATTÌ (ZEBÀN ROBOBLÈ)
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1996
Ritrovamento 1956, Vincenzo Franchini.
Regione Acchelè Guzai
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
' Bibliografia
Dericcén
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1950 ~
Alle pendici meridionali del dosso pianeggiante di
Zebàn Roboblè, due chilometri e mezzo ad ovest del
villaggio di Martà.
Cavità.
Pittura. Colori: rosso e nero.
Figure zoomorfe, antropomorfe, cavalieri e segni
puntiformi.
Composizione di punti allineati.
Pessimo (1996). Cause di degrado: esfogliazione della
superficie rocciosa, interventi antropici e azione degli
agenti atmosferici.
L. Ricci, 1959, p. 50; V. Franchini, 1961, pp. 5-6, figg. 1-2;
V. Franchini, 1969, p. 85; V. Franchini, appunti personali.
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
135
La cavità deve il suo nome di «grotta nera» al co¬
lore della roccia annerita dal fumo dei fuochi accesi
dai pastori che l’hanno utilizzata come ricovero da
tempi lontani. In essa sono presenti alcune pitture.
Sulla destra Franchini segnala figure antropomor¬
fe e zoomorfe «a pettine» di colore nero, in alcuni ca¬
si si tratta di cavalieri. Poco più avanti è una compo¬
sizione astratta, non unica nel suo genere per la re¬
gione, costituita da segni ovali a colore pieno (come
impronte di polpastrelli), allineati l’uno di fianco al¬
l’altro a formare lunghe file orizzontali parallele. Il
colore, sbiadito in buona parte, è il rosso ocra. La
composizione è chiusa nella parte superiore da un
lungo pettine di colore bruno scuro - nero, coi denti
rivolti in basso come se da essi si staccassero le gocce
ovali allineate (Fig. 248).
In questo caso sembra di cogliere una descrizione
pittorica legata al simbolismo della pioggia o forse la
figura «a pettine» vuol rappresentare una moltitudi¬
ne di animali. Tra le gocce ovali, forse sovrapposte ad
esse sulla sinistra, sono due figure umane (la più
grande misura circa cm 10) schematizzate quasi in
ideogrammi; tra i due uno è chiaramente un perso¬
naggio maschile. Nella parte sinistra della grotta vi
sono segni in rosso che potrebbero corrispondere a
lettere dell’alfabeto etiopico.
SA’ADA BA’ATTÌ I, II E III (ZEBÀN ROBOBLÈ)
I e II cavità visitate dal Centro Studi Archeologia Africana nel gennaio 1996
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
1956, Vincenzo Franchini.
Acchelè Guzai
Dericcén
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 1950 ~
Alle pendici meridionali del dosso pianeggiante di
Zebàn Roboblè, due chilometri e mezzo ad ovest del
villaggio di Martà.
Tre cavità e alcuni massi di arenaria davanti alla terza.
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
I cavità: pittura. Colori: rosso e nero.
II cavità: pittura. Colore: rosso.
Ili cavità: pittura. Colori: rosso, nero e bianco.
Massi: incisione a solco continuo.
I cavità: bovini, cavalli, cavalieri, un cammello, figure
antropomorfe, armati e figure geometriche.
II cavità: figure antropomorfe e altre figure indistinte.
Ili cavità: cavalli, cavalieri e segni puntiformi.
Massi: figure geometriche e figure antropomorfe.
Ili cavità: composizione di punti allineati.
I cavità: scadente (1996). Cause di degrado: esfoglia¬
zione della superficie rocciosa e azione degli agenti
atmosferici.
II cavità: scadente (1996). Cause di degrado: esfo¬
gliazione della superficie rocciosa e azione degli
agenti atmosferici.
Ili cavità: buono (anni ’50). Cause di degrado: inter¬
venti antropici (segni a carboncino).
L. Ricci, 1959, p. 50; V. Franchini, 1961, pp. 6-8, figg. 3-
1 1 ; V. Franchini, 1969, p. 85; V. Franchini, appunti per¬
sonali.
136
GIULIO CALEGARI
Sa’ada Ba’attì, «grotta bianca», è il nome col qua¬
le vengono indicate quattro cavità presenti nelle pen¬
dici meridionali del dosso di Zebàn Roboblè, a varie
altezze, nello spazio di un chilometro circa. In tre di
esse, che Vincenzo Franchini distingue in I, II e III,
sono presenti pitture e incisioni rupestri.
Sa'ada Ba’attì I
Nella prima grotta Franchini segnala molte pitture
sbiadite realizzate in alto sulla parete, a quote varianti
dai tre ai sei metri, tra le quali rileva due diverse ma¬
niere nella rappresentazione delle figure: l’una più fe¬
dele al vero, l’altra più sommaria e schematica.
Tra le pitture più schematizzate si osservano ani¬
mali a disegno «pettiniforme» principalmente di co¬
lore nero, tranne poche in rosso e figure geometriche
rettangolari suddivise all’interno da segmenti che po¬
trebbero raffigurare abitazioni piuttosto che trappole
per leopardi. Vi sono poi altre figure, sempre di colo¬
re rosso, meno schematiche e grossolane. Un primo
gruppo rappresenta una decina di bovini, lunghi circa
cm 20, rivolti verso destra: il primo di essi è inscritto
in un cerchio. Vicino a questa mandria ve n’è un’altra
di circa una dozzina di animali, di misure inferiori ma
di miglior esecuzione. Più sotto è la figura nera, a co¬
lore pieno, di un cavaliere, lunga circa cm 25.
Altre figure, in alto, appaiono molto sbiadite da
velature o dilavamento; tra esse si distinguono nume¬
rose figure umane, alcune delle quali armate. Tra que¬
ste tre personaggi procedono verso destra e sembra¬
no spingere in avanti una mandria di piccoli animali:
gli uomini tengono appoggiate alle spalle lance con la
lunga punta e altri oggetti, forse delle accette. Un per¬
sonaggio, di cui si è conservata solo la parte superio¬
re e che misura cm 30, brandisce un giavellotto. Tra le
figure vi è anche un cammello cavalcato e alcuni buoi
gibbuti dal tratto naturalistico.
In un punto più isolato della parete è stato dipin¬
to in colore rosso un bovino col corpo allungato del
tipo di Zebàn Kebesà I e Zebàn Onà Libanòs I.
Sa’ada Ba’attì II
Anche questa cavità ospita numerose figure di¬
pinte molto in alto sulla parete (cinque o sei metri).
Fig. 171 - Sa’ada Ba’attì III: animale che trasporta un voluminoso
carico (foto Franchini).
Le pitture, che Vincenzo Franchini descrive come
molto sbiadite e appena visibili, sono da lui rapporta¬
bili alle figure più verosimili e meno schematiche pre¬
senti nella prima cavità.
Sa’ada Ba’attì III
Questa cavità, che ora sembra distrutta, ospitava
secondo Franchini pitture meglio conservate rispetto
alle precedenti. Si tratta di figure schematiche «a pet¬
tine» di colore rosso, nero e bianco, per lo più cavalli
e cavalieri (Fig. 170). Nonostante l’estrema semplifi¬
cazione nel disegno, alcuni particolari, come le redini,
sono evidenziati e non mancano idee affidate a solu¬
zioni cromatiche: cavalli con corpo di un colore e zoc¬
coli e cavalieri di un altro. Un animale, che sembra se¬
guire pazientemente un cavaliere, appare come gra¬
vato da un complicato carico e si lascia dietro una se¬
rie di segni puntiformi (Fig. 171). Nella grotta è visi¬
bile anche una composizione astratta, come altre nel¬
la regione, costituita da macchie ovali allungate (co¬
me impronte di dita), allineate su file orizzontali, pa¬
rallele una sull’altra.
Incisioni rupestri, realizzate per levigatura, sono
state realizzate sui massi di arenaria esterni alla grot¬
ta (Fig. 172). Vi sono rappresentate figure umane
molto elementari, figure stellari, cerchi raggiati come
ruote, croci e rettangoli suddivisi internamente; si
tratta di immagini decisamente recenti.
Fig. 170 - Sa’ada Ba’attì III: cavalieri molto schematizzati (foto
Franchini).
*
Fig. 172 - Sa’ada Ba’attì III: incisioni di cavaliere «a pettine» e an¬
tropomorfo dalle grandi mani (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
137
SARO
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Bibliografia
Nei pressi del villaggio di Sarò vi sono alcuni grup¬
pi di rupestri, dipinti o incisi su ripari e rocce, più vol¬
te citati dagli autori che si sono occupati dell’archeo¬
logia del Cohaito. Va del resto ricordato che proprio
in queste località furono per la prima volta osservate
in Eritrea delle figure rupestri da D’Abbadie (1841),
e da Sapeto e Russel (1859).
Vincenzo Franchini nei suoi appunti personali ci
fornisce la descrizione e le immagini di una cavità da
lui visitata dapprima nel 1958 e poi il 9.3.1960 «La
chiamai “Sapeto” dopo averla identificata con quella
descritta dal Sapeto (un po’ fantasiosamente) nella
sua “Ambasciata a Negussè”».
Questa cavità, che si apre nei pressi di Sarò, sotto
il ciglio del secondo canalone, è lunga più di 40 metri
e, al momento della visita di Franchini, ospitava strut¬
ture costruite per ricoverarvi il bestiame, che nascon¬
devano parzialmente le pitture. Vi sono dipinte in co¬
lore rosso, bianco e giallo figure umane e animali, sce¬
ne di combattimento tra uomini armati di lancia e ca-
V
valieri ed inoltre linee serpentiformi. E curiosa la rap¬
presentazione di un uomo sopra un cavallo con la cri¬
niera e la coda «a punte», come fossero infiocchettate
(Fig. 173). Questi cavalieri sono confrontabili con im¬
magini dipinte nell’Ennedi aToukou (Striedter, 1984,
fig. 225) e a Erichiguè (AA.VV., 1996, p. 79, fig.2).
Interessanti sono alcuni bovini dipinti con tratto ele¬
gante in rosso e bianco: si tratta di animali con il corpo
allungato e decorato con linee zigzaganti, che richiama¬
no alcuni esempi di Addì Qansà I (Figg. 174 e 175).
1841, A. D’Abbadie.
Acchelè Guzai
Zebaontì
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2640 ~
Sull’altopiano del Cohaito, alle pendici del Monte
Adaghenà, lungo il ciglione sotto il villaggio di Sarò.
Cavità e alcuni massi nei dintorni.
Cavità: pittura. Colori: rosso, giallo e bianco.
Massi: incisione a martellina.
Pitture: bovini, cavalieri, armati, figure antropomorfe
e lineari.
Incisioni: figure antropomorfe, armati, cavalieri, bo¬
vini e cammelli.
Scene di combattimento; antropomorfo fantastico.
A. D’Abbadie, 1842, p. 339; G. Sapeto, 1871, p. 50; C.
Conti Rossini, 1900, pp. 108-109; G. Dainelli & O.
Marinelli, 1908, p. 5; G. Dainelli & O. Marinelli, 1912,
pp. 494-495; C. Conti Rossini, 1928, p. 245; V. Franchi¬
ni, 1960b, p. 289, tav. XI; C. Franchini, 1996, p. 70; V.
Franchini, appunti personali.
Fig. 173 - Sarò: figure di bovini, segno zigzagante e cavaliere (fo¬
to Franchini).
138
GIULIO CALEGARI
5
Fig. 174 - Sarò: bovino macrocero con il corpo decorato a macchie
(foto Franchini).
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Fig. 175 - Sarò: rilievo grafico di due bovini con il corpo decorato
(per gentile concessione di Franchini).
Nei dintorni Franchini ci descrive altre figure inci¬
se su delle rocce. Alcune di queste immagini, da lui
pubblicate, mostrano una scena di combattimento tra
un uomo appiedato ed un cavaliere e la figura di un
personaggio armato di una larga spada che conduce
un cammello (Franchini, 1960b, tav. XI).
Fig. 176 - Sarò: figure schematizzate di bovini ed un uomo che ca¬
valca forse un cammello (foto Franchini).
Fig. 177 - Sarò: incisione di un antropomorfo con grandi mani (fo¬
to Franchini).
Altre figure incise sono documentate, sempre da
Franchini, presso Sarò: si tratta di rappresentazioni di
antropomorfi con grandi mani, cavalieri, uomini su
cammelli e bovini schematici (Figg. 176 e 177).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
139
SIHILLÒ
JAGO
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel dicembre 1994
140
GIULIO CALEGARI
Bibliografia G. Dainelli & O. Marinelli, 1908, p. 12; G. Dainelli &
O. Mannelli, 1912, p. 495, figg. 152, 1-17; G. Calegari,
1996, pp. 31-46, fig.18; G. Calegari, 1998a.
Alle falde sud - orientali del monte Fagatidà, nel¬
la parte alta di una breve scarpata, è ubicato il sito ru¬
pestre di Jago. Si tratta di una cavità di erosione nel¬
l’arenaria di dimensioni molto modeste che ospita un
gruppo di pitture ben conservate (Figg. 178 e 249). Il
buono stato di conservazione delle opere d'arte è sta¬
to in questo caso favorito dalla stessa morfologia del
sito. Sufficientemente «coperta» nella sua parte alta,
la cavità ha come pavimento uno scivolo di roccia
fortemente inclinato verso l’esterno, scivolo che ha
impedito di utilizzare il luogo come ricovero tempo¬
raneo per uomini o animali, a tutto vantaggio del
buono stato delle pitture.
Le figure, che si sviluppano su di una fascia oriz¬
zontale per tutta la lunghezza della cavità, hanno di¬
mensioni variabili dai 5 ai 30 cm e sono realizzate
principalmente in varie tonalità di rosso (sino all’a¬
rancio ed al violaceo) e, più raramente, in bianco.
I soggetti rappresentati comprendono figure uma¬
ne appiedate o a cavallo, bovini (Bos t. prim. macro-
ceros , Bos t. prim. indicus ), probabili antilopi, un feli¬
no e segni schematici geometrizzanti. In alcuni casi è
possibile cogliere sovrapposizioni tra le figure, che
mostrano chiaramente alcune differenti progressioni
cronologiche correlagli iconograficamente ad altre
manifestazioni figurative presenti nella regione.
Nel complesso si scorgono raffigurazioni di bovini
e uomini rapportabili a modelli figurativi che si evol¬
vono dalle pitture del tipo Zebàn Onà Libanòs I e
Zebàn Kebesà I. Sono presenti anche figure di guer¬
rieri dalla vita stretta, con acconciature «a fungo»,
confrontabili con altre ad Addì Qansà I e a Emba Ce¬
lai. Immagini di cavalieri e bovini mostrano, in questo
sito, le tappe di un percorso di semplificazione e sti¬
lizzazione da figure ancora verosimili a disegni sem¬
pre più schematizzati verso forme «a pettine» (Figg.
179 e 256).
A Jago è però soprattutto possibile cogliere nu¬
merosi temi figurativi che ritroviamo, in molti casi co¬
me narrazioni costanti, nell’iconografia delle genti
preistorico - protostoriche dell’Eritrea: in primo luo¬
go la figura del pastore guerriero (forse con un lungo
abito) che, armato di un’asta, custodisce i suoi bovini
(Fig. 250).
A-1
Fig. 178 - Jago: rilievo di massima della cavità (rilievo Ansaioni e Calegari).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
141
Fig. 179 - Jago: particolare delle pitture con differenti fasi di schematizzazione. Si notano sovrapposizioni e figure ulterior¬
mente ripassate con colore (foto Calegari).
A Jago, come a Zebàn Kebesà I, sono presenti ani¬
mali disegnati con corpo allungato, dipinti a colore
pieno, assieme ad altri a solo contorno e con il corpo
decorato da linee che lo «quadrettano». Una di que¬
ste figure è accompagnata da un personaggio che, in
«attitudine sahariana», tocca con una mano le terga
del bovino (Fig. 251).
Un tema di Jago, riscontrabile anche a Zebàn Ke¬
besà I ed all’Amba Focadà, in Etiopia, è quello del fe¬
lino che balza in posizione di attacco, anche se in que¬
sta località il soggetto appena si scorge (Fig. 252). A
Jago sono poi osservabili coppie di guerrieri «gemel¬
li» strettamente accostati (Figg. 253 e 254), come nel
sito di Akezazaa Arah. Alcuni personaggi, apparente¬
mente isolati, si presentano in atteggiamenti il cui si¬
gnificato ci sfugge (Fig. 180).
Altro tema (o figura) molto rappresentato è poi
quello del personaggio con le gambe allargate, inter¬
pretabile come figura itifallica o come immagine fem-
Fig. 180 - Jago: figure zoomorfe e antropomorfo (foto Calegari).
Fig. 181 - Jago: figura umana capovolta evidenziata con pulizia
elettronica attraverso l’ottimizzazione di una componente croma¬
tica (elaborazione elettronica De Cola da foto Calegari).
142
GIULIO CALEGARI
minile in atto di essere penetrata da un fallo (Figg. 252
e 255). Il personaggio in questione tiene le braccia in
differenti posizioni: sui fianchi, allargate o, ancora, una
verso l’alto e l’altra verso il basso. Questa illustrazione,
che qui pare avere avuto una certa importanza, si scor¬
ge in varie fasi di schematizzazione, rivelandosi all’ori¬
gine di motivi grafici geometrizzanti.
Il piccolo riparo di Jago sembra aver rappresenta¬
to un particolare punto di interesse come «contenito¬
re» di arte rupestre, esso si presenta infatti come un
complicato palinsesto ricco di argomenti di difficile
enucleazione e lettura. Non è agevole infatti distri¬
carsi tra le differenti intensità dei toni cromatici che
sovente rendono difficile cogliere le figure più sbiadi¬
te, accostate ad altre dai toni più accesi, a volte so-
V
vrapposte o ripassate (Figg. 181 e 255). E del pari dif¬
ficile comprendere e accostare le varie composizioni
o narrazioni senza correre il rischio di isolarle da un
contesto più ampio.
ADDÌ ALAUTÌ - CUTUB LE GALBÀ
visitato dal Centro Studi Archeologia Africana nel novembre 1993 e agosto 1994
Ritrovamento
Regione
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Temi identificati
Stato di conservazione
Bibliografìa
Le pitture presenti ad Addì Alautì furono tra le
prime opere d’arte rupestre ad esser state osservate e
segnalate in Eritrea; il sito fu visitato già nel 1841 dal
D’Abbadie e poi nel 1859 dal Sapeto e dal Russel,
che riferirono di pitture e incisioni presenti nell’area
del Cohaito, nei pressi di Addì Alautì.
Tali pitture furono in seguito meglio descritte e
documentate da Conti Rossini e poi da Dainelli e
Marinelli, che le osservarono nel 1905/1906. La loca¬
lità d’arte rupestre, che ci fu indicata dai locali con
l’appellativo di Cutub Le Galbà, è ubicata all’inizio
1841, A. D’Abbadie.
Acchelè Guzai
Zebaontì
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota: m 2505 ~
Sull’altopiano del Cohaito, al di sotto del villaggio di
Addì Alautì, situato al principio della valle di Ellamsì.
Riparo nell’arenaria.
Pittura. Colori: rosso e bianco.
Bovini, antilopi, felini, cammelli, cavalli, figure antro¬
pomorfe, armati, cavalieri, frecce e iscrizioni.
La mucca con il vitello; la mandria; il felino che at¬
tacca.
Discreto (1994). Cause di degrado: esfogliazione del¬
la superficie rocciosa, azione degli agenti atmosferici
e interventi antropici (utilizzo del riparo come rico¬
vero e segni recenti di «graffitismo»).
A. D’Abbadie, 1842; G. Sapeto, 1871, pp. 39-40; S.
Russel, 1884, pp. 76-77; C. Conti Rossini, 1900, pp.
108-109; G. Dainelli & O. Marinelli, 1908, p. 11; G.
Dainelli & O. Marinelli, 1912, pp. 491-494, fig.152, tav.
XXVII b; C. Conti Rossini, 1928, pp. 244-245, fig.160;
G. Calegari, 1994a, p. 120.
della valle deH’Ellamsì, sotto il villaggio di Addì
Alautì (2595 m s.l.m.), a quota 2505 m, tra le ripide
pareti di arenaria nei cui strati, di differente compat¬
tezza, sono cavità di erosione e piani sporgenti. Il lun¬
go riparo che ospita le pitture rupestri non supera, nei
suoi punti più incavati, la profondità di tre metri. In
esso sono visibili resti di strutture e muretti a secco,
che lasciano intendere come la cavità sia servita fino
ai nostri giorni come ricovero per gli animali dome¬
stici piuttosto che ripostiglio (Fig. 257). Nella parte
L'ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
143
Fig. 182 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: particolare di una man¬
dria di bovini gibbuti; al centro un vitello sotto la madre (foto Ca-
legari).
ovest del riparo si scorge anche una tomba di tipo
islamico.
Le pitture, cui certo non ha giovato la frequenta¬
zione e l’utilizzo pratico dello spazio, sono variamen¬
te distribuite lungo qualche decina di metri sulla pa¬
rete ma, di esse, una parte è solo poco più che traccia
di colore, mentre, nella zona orientale del riparo, vi è
la massima concentrazione di figure, in uno spazio di
circa cinque metri di lunghezza per due metri di al¬
tezza. In questo pannello sono dipinti, quasi addossa¬
ti l’un l’altro, numerosi animali (Fig. 258), per lo più
bovini e poi antilopi, cavalli, cammelli, almeno due
felini e qualche figura umana. Gli animali sono quasi
sempre riuniti in branchi o mandrie e procedono da
destra a sinistra. Lo stato di conservazione delle pit¬
ture , nel complesso ancora ben visibili sulla parete, è
minacciato, nella parte più alta del pannello, dall’e¬
sfogliazione dello strato superficiale della roccia,
mentre nella parte in basso sono interventi umani ad
avere danneggiato le figure; si notano infatti tracce di
percussione sulla roccia e, soprattutto, interventi con
carbone.
NeH’insieme i casi di sovrapposizioni non sono
numerosi, è però possibile cogliere per ogni gruppo
di immagini una particolare resa figurativa legata a
differenti «mani» di artisti piuttosto che a diversi mo¬
menti o codici iconografici. Le figure, lunghe in media
10 cm, sono state realizzate in colore pieno o a solo
contorno in rosso o bianco.
La parte sinistra della parete è dominata da un
branco numeroso di antilopi dalle lunghe corna, in
colore rosso a piena campitura. Sopra di esse vi è una
doppia fila di animali in colore bianco disegnati a so¬
lo contorno, con stilizzazione quasi calligrafica (Fig.
259). Queste figure sono rapportabili ad altre che
fanno gruppo nella parte bassa della composizione.
In queste ultime si nota su alcuni animali un punto
che pare indicare una piccola gobba.
Più sotto a destra altre figure in colore rosso pie¬
no, disposte in file sovrapposte, sono chiaramente ca¬
valli. L’animale alla testa di questo gruppo è realizza¬
to con più accuratezza (le gambe sono indicate una
per una) ed è cavalcato da un personaggio che bran¬
disce una lunga lancia (Fig. 262). In alto, a destra, in
modo semplice ma efficace è rappresentata una man¬
Fig. 183 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: gruppo di cammelli (fo¬
to Calegari).
dria di buoi gibbuti in bianco pieno (Fig. 258). Le fi¬
gure sembrano quasi macchie di colore ma, nella loro
semplicità, si colgono intenzioni e raffinatezze preci¬
se, quali le zampe indicate chiaramente una per una,
la gobba precisata senza equivoci e, in alcuni punti, la
descrizione dei vitelli, spesso sotto il ventre della ma¬
dre secondo quel tema iconografico ben presente nel¬
l’arte rupestre eritrea (Fig. 182). In questo caso, e per
altre probabili figurazioni di bovini presenti in questo
sito, le corna non sono descritte; alcune figure sono
realizzate in modo più grossolano ed impreciso, altre
si orientano verso schemi «a pettine».
Sotto questo gruppo, separato da uno spazio vuo¬
to con una grande macchia sbiadita di colore rosso
che forse nasconde l’immagine di un felino, si scorgo¬
no numerosi cammelli in colore bianco pieno (Fig.
183). La maniera con la quale sono stati realizzati
questi animali è accostabile, almeno per il gusto, alle
soprastanti figure di bovini. Tra essi uno, che mostra
una bardatura rossa a frange, sembra cavalcato da
una figura schematica.
La parte centrale della parete è occupata da una
scena che rientra nel tema iconografico del guerriero
che si oppone al felino (Fig. 260). Le figure sono ros¬
se a piena campitura. Almeno quattro personaggi
(del tipo che troviamo a Jago o nella scena di aratura
a Zebàn Abùr II) stanno attorno a due felini, uno ri¬
volto a destra, l’altro a sinistra. Le fiere non hanno
quell’atteggiamento aggressivo che è mostrato in al¬
tre pitture, qui sembrano piuttosto soggiogate, forse
colpite o tenute legate dagli uomini. Questi sembra¬
no indossare una tunica lunga al ginocchio, da cui
sporgono le gambe con i piedi rappresentati di profi¬
lo verso destra. I personaggi, con una voluminosa te¬
sta rotonda, mantengono di fronte alle fiere un atteg¬
giamento ieratico, di pochi gesti, anche sin troppo
composto.
Tre di questi si trovano riuniti a sinistra, il primo
ha dimensioni nettamente superiori, presenta le brac¬
cia piegate verso l’alto coi pugni all’altezza delle spal¬
le e sembra dominare il felino. Una scrostatura della
roccia ne ha purtroppo guastato parte della testa e
del lato destro del corpo, rovinando completamente
anche un personaggio alle sue spalle, di cui si scorgo¬
no ormai solo le gambe. Di fronte a questo grande
144
GIULIO CALEGARI
personaggio sono tracce indistinte di pittura della
quale si colgono due linee parallele inclinate in bas¬
so. Poco sotto un uomo più piccolo affronta fisica-
mente il felino; egli impugna due aste nella mano de¬
stra con una delle quali, lunghissima, ha colpito l’ani¬
male alla gola, sempre che non si tratti di un laccio. Il
felino, che è figurato in modo molto verosimile dalla
coda alle orecchie, sembra quasi arrestare lo scatto di
fronte al suo antagonista.
Appena sopra di esso l’altro felino, rivolto a de¬
stra, ha un atteggiamento ancor più sottomesso ed è
affrontato da un uomo (a cui è collegato con una li¬
nea), che tiene verticalmente un’asta terminante con
un cerchio inquartato, forse un’insegna o uno scudo,
più che una croce, come è stata vista da Dainelli e
Marinelli (Dainelli & Marinelli, 1912, p. 494).
Sulla parete si scorgono poi altri personaggi, tra i
quali cavalieri armati. Inoltre, è particolarmente inte¬
ressante ciò che resta di una composizione quasi il¬
leggibile nella quale si scorgono delle frecce, rivolte
verso una figura ormai ridotta a macchia di colore
rosso, forse un felino (Fig. 261).
Altre pitture presenti nel riparo di Cutub Le
Galbà sono più distanti e isolate sulla lunga parete
sotto roccia. Sopra una fila di animali schematici
bianchi è dipinta in rosso una bella composizione
(Fig. 263). Si tratta di antilopi, a colore pieno, che si
presentano rivolte a sinistra su tre file orizzontali pa¬
rallele e misurano singolarmente 10 cm circa. Queste,
accostabili a quelle dipinte sulla parete più grande,
sono realizzate con particolare eleganza e sintesi nel
disegno. Nella composizione compatta e racchiusa,
quasi bloccata, si coglie quel dinamismo «in potenza»
che caratterizza altre composizioni presenti nell’arte
rupestre eritrea, apparentemente d’altro genere, per
esempio la mandria di Iscmelè I.
Altre pitture, percorrendo verso ovest il riparo, so¬
no ormai quasi illeggibili o troppo pasticciate; alcune
sembrerebbero interpretabili come figure antropo¬
morfe.
Appena più sotto vi è un’altra cavità che contiene
delle pitture, già segnalate da Dainelli e Marinelli nel
1908 e nel 1912, e infine incisioni di sigle e mono¬
grammi si trovano su pareti di arenaria.
DECANAMO
Ritrovamento
1955/1956, Vincenzo Franchini.
Regione
Acchelè Guzai
Distretto
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Bibliografia
In uno studio dedicato alle iscrizioni rupestri del¬
l’Eritrea Lanfranco Ricci, descrivendo quelle di De-
canamo, illustra alcune figure rupestri presenti tra le
scritte. Le incisioni sono riunite in tre gruppi e sono
state realizzate su lastre di roccia, in piano orizzonta¬
le, sotto i margini del pianoro a nord del villaggio.
Il gruppo più settentrionale delle incisioni è quel-
Zebaontì
Carta topografica della Colonia Eritrea, 1:100.000,
foglio n°1964 (Addi Caiè), Istituto Geografico Mili¬
tare Italiano, Firenze 1934.
Quota; m 2500 ~
Poche centinaia di metri a nord del villaggio di De-
canamo, che si trova sul pianoro chiamato Kofàr,
presso Addì Caiè.
Lastroni di roccia orizzontali e un vicino riparo, chia¬
mato Ba’attì Nedùq.
Lastroni: incisione.
Riparo: pittura. Colore: rosso.
Incisioni: figure zoomorfe (bovini), segni geometrici
e iscrizioni.
Pitture: una figura zoomorfa.
L. Ricci, 1956, pp. 406-407; L. Ricci, 1960a, pp. 57-60,
93; L. Ricci, 1960b, pp. 93-96, 99-100, figg. 19, 19a-19e,
22-23.
lo che ospita le immagini d’arte rupestre più interes¬
santi. Si tratta di rappresentazioni zoomorfe rese con
differente disegno: vi sono figurati, a solo contorno,
bovini gibbuti che paiono esprimere un certo dinami¬
smo; tra essi, in particolare, uno sembra stia correndo
o spiccando un breve salto (Fig. 184 a). Altre due fi¬
gure zoomorfe rappresentano probabilmente sempre
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
145
bovini: il corpo degli animali è reso a solo contorno e
suddiviso aH’interno da linee verticali (Ricci, 1960b,
fig. 13). Alcuni bovini sono invece estremamente
schematizzati ed il loro corpo si riassume in una figu¬
ra lineare «a pettine», con due lunghe corna a S in
una estremità (Fig. 184 b). Tra le altre immagini inci¬
se è particolare quella di un animale «scattante»: le
lunghe corna sottili e disegnate in prospettiva contra¬
stano con il corpo realizzato con tratto piuttosto gros¬
solano, che fa pensare a successivi interventi sulla fi¬
gura (Ricci, 1960b, fig. 22).
Appena sotto questo gruppo di incisioni vi è un
Fig. 184 - Decanamo, gruppo nord: a) incisione di un bovino gib¬
buto; b) bovino schematizzato «a pettine» con corna ricurve (da
Ricci, 1960b).
vasto riparo roccioso, chiamato Ba’attì Nedùq, sulla
cui parete di fondo si scorge una incerta figura zoo-
morfa dipinta in rosso.
ALATI ITOS
Ritrovamento
Regione
Riferimenti cartografici
Indicazioni topografiche
Morfologia del sito
Tecnica esecutiva
Figure rappresentate
Stato di conservazione
Bibliografìa
1993,Tajedim Nuredaim Yusuf.
Dancàlia
Carta Geo Map, 1:250.000, foglio n°4 (Mersa Fatma),
Firenze 1968.
Circa 35 chilometri a sud - est di Thiò; sulle monta¬
gne di Baakel-Bolo, vicino al fiume Dobaa, in loca¬
lità Alati Itos.
Banchi di roccia.
Incisione a martellina.
Figure zoomorfe, principalmente cammelli e altri se¬
gni schematici.
Buono (1993).
Tajedim Nuredaim Yusuf, comunicazione personale.
Nel nord della Dancàlia, in località Alati Itos, so¬
no state documentate alcune incisioni su banchi di
roccia. Le figure, collocabili in momenti non antichi,
sono state realizzate a martellina superficiale e rap¬
presentano principalmente cammelli e altre figure
zoomorfe, probabilmente bovidi, rese in maniera
semplice e schematica (Fig. 264). La zona è attual¬
mente frequentata da allevatori di cammelli e i topo¬
nimi stessi di Alati e Baakel-Bolo sembra vogliano
dire in lingua Afar «luogo di sosta del cammello» e
«montagna del mulo».
Per la Dancàlia possiamo documentare con imma¬
gini soltanto questa località. L’arte rupestre di questa
regione infatti è poco conosciuta. Ricordiamo soltan¬
to la segnalazione riportata da C. Conti Rossini di
incisioni rinvenute da Vinassa de Regny nel 1923 nel¬
la valle del Maraium e dal Lucas presso Tagiura nel¬
l’estremità meridionale del territorio dancalo (Conti
Rossini, 1943). Colette Roubet nel 1968 ha rilevato
alcune incisioni di cammelli e struzzi a 20 chilometri
a nord di Ale.
146
GIULIO CALEGARI
INCISIONI MODERNE
In questo repertorio ho ritenuto opportuno inseri¬
re anche alcune immagini moderne (Figg. 185 - 187 e
265 - 268). Non ho voluto con questo suggerire lega¬
mi o continuità iconografiche, ma solo mostrare alcu¬
ni esempi contemporanei. Si tratta di incisioni il cui
tema si lega alla religione o che vogliono narrare epi¬
sodi che hanno riguardato l’autore e il luogo o sem¬
plicemente illustrare una cosa vista; sono figure che
sovente ospitano un ricordo o un sogno.
i
Fig. 186 - Nei pressi di Zebàn Onà Libanòs: chiesa e personaggio
«volante» (foto Calegari).
Fig. 185 - Strada Asmara - Decamerè: masso inciso con la rappre¬
sentazione di una chiesa, un’automobile, altri segni e alcune scrit¬
te (foto Calegari).
Fig. 187 - Grotta qualche chilometro prima di Addì Caiè, lungo la
strada che viene da Asmara: sulla parete della cavità sono «graffi¬
ti» con tratto superficiale l’immagine di una ragazza ed un ricor¬
do del mare (foto Calegari).
L'ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
147
Fig. 188 - Daarò Caulòs: lo stato attuale del bassorilievo (foto Calegari).
148
GIULIO CALEGARl
Fig. 190 - Ba’attì Mariam: particolare della parte centrale del bassorilievo (foto Calegari).
Fig. 191 - Montotò, grotta inferiore: uomini e cavalli (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
149
Fig. 192 - Endà Abùne Tekhlè: la parete incisa (foto Calegari).
Fig. 193 - Sullùni Ba'attì: visione parziale della parete (foto Calegari).
150
GIULIO CALEGARI
Fig. 194 - Sullùm Ba’attì: visione parziale della parete (foto Calegari).
Fig. 195 - Sullùm Ba’attì: particolare delle pitture; nella parte centrale si nota una fila di iene (foto Calegari).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
151
Fig. 196 - Sullùm Ba’attì: particolare delle pitture con bufali, antilopi, iene e numerosi antropomorfi schematizzati (foto Calegari).
Fig. 197 - Sullùm Ba’attì: figure dipinte nella parte alta del riparo,
probabilmente è raffigurata anche una zebra (foto Calegari).
Fig. 198 - Sullùm Ba’attì: rappresentazione di probabili bufali (fo¬
to Calegari).
Fig. 199 - Sullùm Ba’attì: figure antropomorfe e bovini domestici
(foto Calegari).
152
GIULIO CALEGARI
Fig. 200 - Sullùm Ba’attì: particolare delle pitture con bovini domestici. Si notano numerose sovrapposizioni (foto Calegari).
Fig. 201 - Sullùm Ba’attì: antropomorfi schematizzati «a zagaglia»
circondano un bovino (foto Calegari).
Fig. 202 - Sullùm Ba’attì: antropomorfo cavalca un animale dal cui
dorso fuoriesce verso l’alto un fascio di linee; a destra l’immagine
di un probabile felino (foto Calegari).
Fig. 203 - Sullùm Ba’attì: particolare delle pitture con antilopi e
bovini domestici. Il bovino in alto a destra presenta un curioso di¬
segno spiraliforme o a cerchi concentrici nella parte posteriore del
corpo (foto Calegari).
Fig. 204 - Sullùm Ba'attì: gruppo compatto di figure antropomor¬
fe e zoomorfe nascosto da uno strato di ocra rossa che lo ricopre
(foto Calegari).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
153
Fig. 205 - Ba'attì Meshùl: mandria di buoi gibbuti, alcuni rossi sono contornati di bianco (foto Cicerale).
Fig. 206 - Ba’attì Meshùl: alcuni esempi di differenti tipologie stili¬
stiche nella rappresentazione dei bovini; a sinistra si nota un bue
gibbuto dalle forme massicce, al centro una stilizzazione allungata.
Si notano graffi e interventi posteriori sulle pitture (foto Cicerale).
Fig. 207 - Ba’attì Meshùl: due bovini dello «stile» a corpo allunga¬
to e, più in alto, un bovino dai tratti più verosimili, di fronte al qua¬
le un pettiniforme potrebbe essere un’estrema semplificazione
zoomorfa (foto Cicerale).
Fig. 208 - Ba’attì Meshùl: figura di bovide, forse un'antilope (foto
Cicerale).
Fig. 209 - Addì Qansà I, prima cavità: scena di vitello che succhia
il latte dalla madre (foto Franchini).
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GIULIO CALEGARI
Fig. 210 - Addì Qansà I, terza cavità: particolare delle pitture. Al centro si nota una figura di bovino col corpo «a farfalla» o
«a bipenne» decorato a puntini (foto Franchini).
Fig. 211 - Addì Qansà I, terza cavità: particolare delle pitture con il tema del pastore guerriero (foto Franchini).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
155
Fig. 212 - Zebàn Onà Libanòs I: gruppo di guerrieri, tra i quali si scorge seduto un probabile suonatore di lira. A destra una
grande figura di guerriero in nero (foto Calegari).
Fig. 213 - Zebàn Onà Libanòs I: particolare della parte inferiore delle pitture con alcuni episodi di carattere naturalistico
(foto Calegari).
156
GIULIO CALEGARI
Fig. 214 - Zebàn Onà Libanòs I: particolare con un personaggio in¬
terpretato come suonatore di lira (foto Calegari).
Fig. 215 - Zebàn Onà Libanòs I: particolare della scena di mungi¬
tura; il corpo della mucca è decorato con linee curve di colore ne¬
ro (foto Calegari).
Fig. 216 - Zebàn Onà Libanòs I: particolare del «pannello» di si¬
nistra, molto rovinato. Si scorge un grande personaggio con una
coda posticcia o un cache-sexe frangiato (foto Calegari).
Fig. 217 - Zebàn Onà Libanòs II: particolare del fregio dipinto con due bovini a «stazione eretta»; la figura di destra presenta
un sottile contorno in nero (foto Calegari).
i.'ARTF. RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
157
Fig. 219 - Onà Adì Qansà: figure antropomorfe; due sono associa¬
te ad una figura lineare serpentiforme (foto Calegari).
Fig. 220 - Ba’attì Sullùm: particolare di un gruppo di bovini, tra i
quali alcuni sono sbiaditi dagli agenti atmosferici (foto Calegari).
Fig. 221 - Ba’attì Sullùm: gruppo di bovini con manto variamente
pezzato. La prima figura a sinistra rivela il disegno di base (foto
Calegari).
Fig. 222 - Ba’attì Sullùm; zona della parete dipinta che conserva il gruppo più numeroso delle figure. A destra in alto si in¬
travedono le tracce di un grande bovino giallo (foto Calegari).
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GIULIO CALEGARI
Fig. 223 - Ba’attì Sullùm: il gruppo delle mucche che allattano i vi- Fig. 225 - Ba’attì Sullùm: due disegni preparatori che costituisco-
telli (foto Calegari). no la base grafica delle figure del bovino (foto Calegari).
Fig. 224 - Ba’attì Sullùm: particolare con tre figure di bovini a cam¬
pitura piena e con lunghe corna sottili (foto Calegari).
Fig. 226 - Ba’attì Sullùm: bovini isolati sulla parete (foto Calegari).
Fig. 227 - Ba’attì Sullùm di Auhenè - Lahlai Ghezà: la cavità dipinta (foto Calegari).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
159
Fig. 228 - Zebàn Abùi' II: composizione di bovini, a due coppie dei quali è aggiogato l’aratro; in alto a sinistra l’aratro è gui¬
dato da un personaggio (foto Cicerale).
Fig. 229 - Zebàn Abùr II: particolare della parete con composizio¬
ni dipinte entro nicchie naturali (foto Cicerale).
Fig. 230 - Zebàn Kebesà I: particolare con un felino che sembra
aggredire un bovide; sotto si scorge un personaggio armato (foto
Cicerale).
Fig. 231 - Zebàn Kebesà I: particolare con un felino che aggredi¬
sce un bovide (kudù); a sinistra un personaggio impugna un’arma
dalla grande punta (foto Cicerale).
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GIULIO CALEGARI
Fig. 232 - Zebàn Kebesà I: un settore della parete dipinta nel quale si scorgono rappresentazioni di bovidi di differenti «sti¬
li» e periodi. Al centro due coppie di animali che si affrontano (foto Cicerale).
Fig. 233 - Zebàn Kebesà I: un settore della parete dipinta nel quale si notano in alto a sinistra un bovino allungato con il cor¬
po quadrettato, seguito da un antropomorfo del medesimo «stile». Sotto due bovini che si affrontano (foto Cicerale).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
161
Fig. 234 - Zebàn Kebesà I: bovino del tipo allungato con il corpo
decorato a puntini. Sotto si nota un curioso antropomorfo armato
di forcone, più recente (foto Cicerale).
Fig. 235 - Zebàn Kebesà I: bovini dal corpo allungato, buoi gibbu¬
ti in bianco schematizzati «a pettine», figura umana e un uccello a
carboncino più recente (foto Cicerale).
Fig. 236 - Zebàn Kebesà II: figure di bovini con segni lineari ed
un’immagine che ricorda una barca (foto Tajedim).
Fig. 237 - Ba’attì Onà: particolare della parete dipinta. Si osservano al centro in alto alcuni personaggi inscritti in una figura
circolare (rappresentazione di un’abitazione) e in alto a destra una figura rettangolare da cui sembrano sporgere sei mani
(foto Cicerale).
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GIULIO CALEGARI
Fig. 238 - Ba'attì Onà: figure antropomorfe e bovini col corpo allungato (foto Cicerale).
Fig. 239 - Akezazaa Arah: particolare della parete dipinta con bovini di differenti «stili» e figure umane (foto Tajedim).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
163
><
Fig. 240 - Akezazaa Arah: resti di pitture tra cui una testa di bovi-
de di ottima fattura (foto Tajedim).
Fig. 241 - Iscmelè I: particolare della composizione a figure an¬
tropomorfe (foto Calegari).
Fig. 242 - Iscmelè I: le due composizioni presenti nel riparo (foto Calegari).
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GIULIO CALEGARI
Fig. 243 - Iscmelè I: composizione a figure antropomorfe allinea¬
te : i «testimoni impassibili» (foto Calegari).
Fig. 244 - Iscmelè I: particolare della mandria con due mucche che
allattano i loro piccoli (foto Calegari).
Fig. 245 - Iscmelè II: particolare della parete dipinta con figure
zoomorfe e, in alto a sinistra, una figura umana con acconciatura
«a fungo» (foto Calegari).
Fig. 246 - Iscmelè II: il riparo. Si notano tracce di fuochi che hanno rovinato e distrutto molte pitture (foto Calegari).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
Fig. 247 - Emba Celai: parete incisa su cui spicca una «parata» di guerrieri armati; nella fascia inferiore è possibile scorgere
due bovini (foto Franchini).
Fig. 248 - Sellini Ba'attì: composizione con segni ovoidali allineati di colore rosso, sovrastati da un lungo «pettine». A sini¬
stra si notano anche due figure antropomorfe (foto Cicerale).
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GIULIO CALEGARI
Fig. 249 - Jago: la piccola cavità e la veduta d’insieme della fascia dipinta (foto Calegari).
Fig. 250 - Jago: immagine di pastore guerriero che segue un bovino
a corpo allungato (foto Calegari).
Fig. 251 - Jago: particolare con un personaggio che tocca, o tiene
per la coda, un bovino dal corpo quadrettato (foto Calegari).
Fig. 252 - Jago: segni, personaggio con le gambe aperte e a destra
un felino dalla lunga coda ricurva (foto Calegari).
Fig. 253 - Jago: pulizia elettronica (con viraggio cromatico) che
evidenzia una coppia di guerrieri affiancati (elaborazione elettro¬
nica De Cola da foto Calegari).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
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Fig. 254 - Jago: pulizia elettronica (con viraggio cromatico) che
evidenzia una coppia di personaggi abbracciati, con acconciatura
«a fungo» (elaborazione elettronica De Cola da foto Calegari).
Fig. 255 - Jago: particolare con un bovino, un cavaliere e un per¬
sonaggio con le gambe aperte (foto Calegari).
Fig. 256 - Jago: bue gibbuto schematizzato «a pettine», antropo¬
morfo bitriangolare e cavaliere (foto Calegari).
Fig. 257 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: il riparo. Muretti a secco indicano tracce di antropizzazione (foto Calegari).
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GIULIO CALEGARI
Fig. 258 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: la zona est della parete dipinta (foto Calegari).
Fig. 259 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: branco di antilopi in colore rosso. Sopra, in colore bianco a solo contorno, altre fi¬
gure zoomorfe in doppia fila (foto Calegari).
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
169
Fig. 260 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: composizione con figure umane e due felini: gli uomini e gli animali sono uniti da
linee interpretabili come corde o lance. Il personaggio di destra regge alta un’insegna costituita da un cerchio inquartato.
Altre figure zoomorfe in colore bianco rappresentano buoi gibbuti (foto Calegari).
Fig. 261 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: pulizia elettronica (con viraggio cromatico) di un particolare che evidenzia un nu¬
golo di frecce indirizzate verso un animale, probabilmente un felino (elaborazione elettronica De Cola da loto Calegari).
170
GIULIO CALEGARI
Fig. 262 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: mandria di cavalli gui¬
data da un cavaliere armato di lancia, rovinati da segni recenti (fo¬
to Calegari).
Fig. 263 - Addì Alautì - Cutub Le Galbà: branco di antilopi in una
composizione a tre file sovrapposte (foto Calegari).
Fig. 266 - Nei pressi di Zebàn Onà Libanòs: numerose incisioni, in
primo piano Timmagine di un edificio (foto Calegari).
Fig. 264 - Alati Itos: incisioni schematiche su un banco di roccia; si
scorgono figure di cammelli (foto Tajedim).
Fig. 265 - Presso i ruderi del villaggio di Kocait (non lontano da
Ghenzabò): la «corriera», incisione di un autoveicolo su una lastra
orizzontale (foto Calegari).
Fig. 267 - Nei pressi di Zebàn Onà Libanòs: scene di combatti¬
mento con fucili - mitragliatori (foto Calegari).
Fig. 268 - Nei pressi di Zebàn Onà Libanòs: soldato caduto (foto
Calegari).
L’ARTE RUPESTRE DELL’ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
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Winkler H.A., 1939 - Rock-drawings of Southern Upper Egypt.
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Giulio Calegari: Museo Civico di Storia Naturale di Milano, Sezione Paletnologia, Corso Venezia 55, 20121 Milano (Italy)
Centro Studi Archeologia Africana, Corso Venezia, 55 - 20121 Milano (Italy)
L’arte rupestre dell’Eritrea. Repertorio ragionato ed esegesi iconografica
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXIX - Facicolo I
L'ARTE RUPESTRE DELL'ERITREA. REPERTORIO RAGIONATO ED ESEGESI ICONOGRAFICA
173
INDICE DELLE LOCALITÀ
Addì Alautì - Cutub Le Galbà . Pag. 142
Addì Caiè . Pag. 132
Addi Habenalì . Pag. 55
Addì Qansà I . Pag. 64
Addì Qansà II - Ba’ atti Guaguà . Pag. 67
Adi Anzarafò . Pag. 57
Adi Coscio . Pag. 61
Adì Uolebài (Biet Hebèi) . Pag. 79
Af Dugum . Pag. 56
Akezazaa Arah . Pag. 125
Alati Itos . Pag. 145
Ba’àt Afrùs (Za’arrè) . Pag. 84
Ba’at Afrùs I . Pag. 99
Ba’at Afrùs II di Biet Semaetì . Pag. 100
Ba’attì Abba Keisì . Pag. 62
Ba’attì Chelìt . Pag. 81
Ba’attì Dongolò . Pag. 123
Ba’attì Guaguà di Chenafenà . Pag. 59
Ba’attì Koborò . Pag. 123
Ba’attì Mariam . Pag. 38
Ba’attì Meshùl . Pag. 60
Ba’attì Mobquàl (Za’arrè) . Pag. 82
Ba’attì Onà . Pag. 124
Ba’attì Onà di Mebarò . Pag. 79
Ba’attì Sullùm . Pag. 93
Ba’attì Sullùm di Auhenè - Lahlai Ghezà
(Auhenè) . Pag. Ili
Ba’attì Terqè . Pag. 108
Ba’attì Uod Dengheziè . Pag. 81
Ba’attì Uqùb . Pag. 109
Bardèg . Pag. 69
Car Saglà . Pag. 62
Carora - Abba Ciakat . Pag. 25
Cohè Edagà . Pag. 68
Cor Sahunè . Pag. 70
Cullitè . Pag. 28
Daarò Caulòs . Pag. 36
Danga . Pag. 27
Decanamo . Pag. 144
Dembe Wadi Mudui . Pag. 36
Deudeu . Pag. 27
Dighim . Pag. 89
Dinaè . Pag. 29
Dugum . Pag. 56
Edagà Sellùs . Pag. 80
Elit . Pag. 30
Emba Barià . Pag. 44
Emba Celai . Pag. 132
Emba Siè . Pag. 102
Emba Telbà . Pag. 126
Endà Abbà Garimà I . Pag. 106
Endà Abbà Garimà II . Pag. 106
Endà Abùne Tekhlè . Pag. 42
Endà Atal . Pag. 54
Enda Ghehè (Adì Belià) . Pag. 47
Endà Nehbì . Pag. 51
Feqyà . Pag. 125
Gamà . Pag. 87
Ghezà Mogunò . Pag. 72
Ghirè . Pag. 27
Gobò Abahà . Pag. 104
Gobò Adi Ambar . Pag. 87
Har’òm . Pag. 32
Hulùm Barèto (Auhenè) . Pag. 112
Iscmelè I e II . Pag. 128
Jago . Pag. 139
Kesad Qernì . Pag. 116
Kortamit . Pag. 32
Lahlai Fecioquà . Pag. 43
La md rara . Pag. 35
Lamehè . Pag. 91
Mai Dubburò (Mai Ezghì) . Pag. 91
Mai Mengas . Pag. 58
Mai Qernì . Pag. 77
Maji Malehèss . Pag. 34
May Ba’attì (Biet Semaetì) . Pag. 101
Mebhà Worqì - Mebhà Genzeb (Ad Te-
clesan) . Pag. 30
Mehbà Eclì . Pag. 103
Meregà Ghedè . Pag. 63
Mesbàr Gueibì I . Pag. 52
Mesbàr Gueibì II . Pag. 54
Messelach Aderessom . Pag. 59
Meteccà Arè (Auhenè) . Pag. 113
Mezab Alabù . Pag. 46
Mogò (Auhenè) . Pag. 115
Montotò . Pag. 40
Nagràn . Pag. 26
Nishtò Cohò . Pag. 86
Onà Adì Qansà . Pag. 77
Quantebba . Pag. 31
Sa’ada Ba’attì I, II, III (Zebàn Roboblè) .. Pag. 135
Sarò . Pag. 137
Sellini Ba’attì (Zebàn Roboblè) . Pag. 134
Sihillò . Pag. 139
Sokuàr E ni ni . Pag. 47
Soqelà (Za’arrè) . Pag. 84
Sullùm Ba’attì . Pag. 48
Temalihè . Pag. 96
Ungullè . Pag. 127
Zebàn AbùrI . Pag. 117
Zebàn Abùr II . Pag. 119
Zebàn Aw’alò . Pag. 127
Zebàn Imbà . Pag. 128
Zebàn Kebesà I . Pag. 120
Zebàn Kebesà II . Pag. 122
Zebàn Onà Libanòs I . Pag. 72
Zebàn Onà Libanòs II . Pag. 75
174
GIULIO CALEGARI
INDICE
Introduzione . Pag. 4
Ringraziamenti . Pag. 5
Cenno sulla storia delle scoperte delle
principali stazioni d'arte rupestre dell'Eri-
trea . Pag. 6
Premessa . Pag. 6
Ordinamento cronologico - culturale del¬
l’arte rupestre eritrea . Pag. 8
Cronologia relativa e «fasi» . Pag. 8
Approfondimento e confronti delle
sequenze iconografiche . Pag. 10
Tematiche figurative . Pag. 15
La mucca con il vitello . Pag. 15
Il gruppo degli uomini allineati . Pag. 17
Il guerriero esteta: l’icona del guerriero
e il pastore guerriero . Pag. 18
Il felino che attacca . Pag. 19
Composizioni di punti o coppelle
allineati . Pag. 20
Scena di aratura . Pag. 20
La mandria . Pag. 21
Scene di combattimento . Pag. 23
Repertorio dei siti di arte rupestre . Pag. 25
Bibliografìa . Pag. 171
Indice delle località . Pag. 173
.
:
Volume XIII
I - Venzo S., 1961- Rilevamento geologico dell’anfiteatro mo¬
renico del Garda. Parte II. Tratto orientale Garda-Adige e
anfiteatro atesino di Rivoli veronese, pp. 1-64, 25 fìgg., 9
tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1963 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell'Alpe Turati (Erba, Como). Generi Mercaticeras, Pseu-
domercaticeras e Brodieia. pp. 65-98, 2 fìgg., 4 tavv.
Ili - Zanzucchi G., 1963 - Le Ammoniti del Lias superiore
(Toarciano) di Entratico in Val Cavallina (Bergamasco
orientale), pp. 99-146, 2 fìgg. 8 tavv.
Volume XIV
I - Venzo S., 1965 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico frontale del Garda dal Chiese all’Adige, pp. 1-82,
11 fìgg., 4 tavv., 1 carta.
II - Pinna G., 1966 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglia Dactylioceratidae.
pp. 83-136, 4 tavv.
Ili - Dieni I., Massari F. e Montanari L„ 1966 - Il Paleogene
dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 13-184, 5 fìgg., 8 tavv.
Volume XV
I - Caretto P. G., 1966 - Nuova classificazione di alcuni Brio-
zoi pliocenici, precedentemente determinati quali Idrozoi
del genere Hydractinia Van Beneden. pp. 1-88, 27 fìgg. 9
tavv.
II - Dieni I. e Massari F., 1966 - Il Neogene e il Quaternario
dei dintorni di Orosei (Sardegna), pp. 89-142, 8 fìgg., 7 tavv.
Ili - Barbieri F, Iaccarino S., Barbieri F. & Petrucci F.,
1967 - Il Pliocene del Subappennino Piacentino-Parmense-
Reggiano. pp. 143-188, 20 fìgg., 3 tavv.
Volume XVI
I - Caretto P. G., 1967 - Studio morfologico con l’ausilio del
metodo statistico e nuova classificazione dei Gasteropodi
pliocenici attribuibili al Mure x brandaris Linneo, pp. 1-60,
1 fìg., 7 tabb., 10 tavv.
II - Sacchi Vialli G. e Cantaluppi G., 1967 - 1 nuovi fossili di
Gozzano (Prealpi piemontesi), pp. 61-128, 30 fìgg., 8 tavv.
Ili - Pigorini B., 1967 - Aspetti sedimentologici del Mare
Adriatico, pp. 129-200, 13 fìgg., 4 tabb. 7 tavv.
Volume XVII
I - Pinna G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toarciano)
dell’Alpe Turati (Erba, Como). Famiglie Lytoceratidae,
Nannolytoceratidae, Hammatoceratidae (excl. Phymatoce-
ratinae) Hildoceratidae (excl. Hildoceratinae e Bouleicera-
tinae). pp. 1-70, 2 tavv. n.t.,6 fìgg., 6 tavv.
II - Venzo S. & Pelosio G., 1968 - Nuova fauna a Ammonoidi
dell’Anisico superiore di Lenna in Val Brembana (Berga¬
mo), pp. 71-142, 5 fìgg., 11 tavv.
Ili - Pelosio G., 1968 - Ammoniti del Lias superiore (Toarcia¬
no) dell’Alpe Turati (Erba, Como). Generi Hildoceras,
Phymatoceras, Paroniceras e Frechiella. Conclusioni gene¬
rali. pp. 143-204, 2 fìgg., 6 tavv.
Volume XVIII
I - Pinna G., 1969 - Revisione delle ammoniti figurate da Giu¬
seppe Meneghini nelle Tavv. 1-22 della «Monographie des
fossiles du calcaire rouge ammonitique» (1867-1881). pp. 5-
22, 2 fìgg., 6 tavv.
II - Montanari L., 1969 - Aspetti geologici del Lias di Gozza¬
no (Lago d’Orta).pp. 23-92, 42 fìgg., 4 tavv. n.t.
Ili - Petrucci F., Bortolami G. C. & Dal Piaz G. V., 1970 - Ri¬
cerche sull’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana (Prov.
Torino) e sul suo substrato cristallino, pp. 93-169, con carta
a colori al 1:40.000, 14 fìgg., 4 tavv. a colori e 2 b.n.
Volume XIX
I - Cantaluppi G., 1970 - Le Hildoceratidae del Lias medio
delle regioni mediterranee. Loro successione e modifica¬
zioni nel tempo. Riflessi biostratigrafici e sistematici, pp. 5-
46, con 2 tabelle nel testo.
II - Pinna G. & Levi-Setti F., 1971 - I Dactylioceratidae della
Provincia Mediterranea (Cephalopoda Ammonoidea). pp.
47-136, 21 fìgg., 12 tavv.
Ili - Pelosio G., 1973 - Le ammoniti del Trias medio di Askle-
pieion (Argolide, Grecia). I. Fauna del «calcare a Ptychites»
(Anisico sup.). pp. 137-168, 3 fìgg., 9 tavv.
Volume XX
I - Cornaggia Castiglioni O., 1971 - La cultura di Reme-
delio. Problematica ed ergologia di una facies dell’Eneoli¬
tico Padano, pp. 5-80, 2 fìgg., 20 tavv.
II - Petrucci F. 1972 -II bacino del Torrente Cinghio (Prov.
Parma). Studio sulla stabilità dei versanti e conservazione
del suolo, pp. 81-127, 37 fìgg., 6 carte tematiche.
Ili - Ceretti E. & Poluzzi A., 1973 - Briozoi della biocalcare-
nite del Fosso di S. Spirito (Chieti, Abruzzi). pp. 129-169, 18
fìgg., 2 tavv.
Volume XXI
I - Pinna G., 1974 - 1 crostacei della fauna triassica di Cene in
Val Seriana (Bergamo), pp. 5-34, 16 fìgg., 16 tavv.
II - Poluzzi A., 1975 - 1 Briozoi Cheilostomi del Pliocene del¬
la Val d’Arda (Piacenza, Italia), pp. 35-78, 6 fìgg., 5 tavv.
Ili - Brambilla G., 1976 - 1 Molluschi pliocenici di Villalvernia
Alessandria). I. Lamellibranchi.pp. 79-128, 4 fìgg., 10 tavv.
Volume XXII
I - Cornaggia Castaglioni O. & Calegari G., 1978 - Cor¬
pus delle pintaderas preistoriche italiane. Problematica,
schede, iconografia, pp. 5-30, 6 fìgg., 13 tavv.
II - Pinna G., 1979 - Osteologia dello scheletro di Kritosaurus
notabilis (Lambe, 1914) del Museo Civico di Storia Natu¬
rale di Milano (Ornithischia Hadrosauridae). pp. 31-56, 3
fìgg., 9 tavv.
III - Biancotti A., 1981 - Geomorfologia dell’Alta Langa (Pie¬
monte meridionale), pp. 57-104, 28 fìgg., 12 tabb., 1 carta f. t.
Volume XXIII
I - Giacobini G., Calegari G. & Pinna G., 1982 - 1 resti uma¬
ni fossili della zona di Arena Po (Pavia). Descrizione e pro¬
blematica di una serie di reperti di probabile età paleoliti¬
ca, pp. 5-44, 4 fìgg., 16 tavv.
II - Poluzzi A., 1982 - I Radiolari quaternari di un ambiente
idrotermale del Mar Tirreno, pp. 45-72,3 fìgg., 1 tab., 13 tavv.
Ili - Rossi F, 1984 - Ammoniti del Kimmeridgiano superiore
Berriasiano inferiore del Passo del Furio (Appennino Um¬
bro-Marchigiano), pp. 73-138, 9 fìgg., 2 tabb., 8 tavv.
Volume XXIV
I - Pinna G., 1984 - Osteologia di Drepanosaurus unguicauda-
tus, lepidosauro triassico del sottordine Lacertilia. pp. 7-28,
12 fìgg., 2 tavv.
II - Nosotti S„ Pinna G., 1989 - Storia delle ricerche e degli
studi sui rettili Placodonti. Parte prima 1830-1902. pp. 29-
86, 24 fìgg., 12 tavv.
Volume XXV
I - Calegari G., 1989 - Le incisioni rupestri di Taouardei
(Gao, Mali). Problematica generale e repertorio iconogra¬
fico, pp. 1-14, 9 fìgg., 24 tavv.
II - Pinna G. & Nosotti S., 1989 - Anatomia, morfologia fun¬
zionale e paleoecologia del rettile placodonte Psephoder-
ma alpinum Meyer, 1858. pp. 15-50, 20 fìgg., 9 tavv.
Ili - Caldara R., 1990 - Revisione Tassonomica delle specie
paleartiche del genere Tychius Germar (Coleoptera Cur-
culionidae).pp. 51-218, 575 fìgg.
Volume XXVI
I - Pinna G., 1992 - Cyamodus hildegardis Peyer, 1931 (Repti-
lia, Placodontia ).pp. 1-21, 23 fìgg.
II - Calegari G. a cura di, 1993 - L’arte e l’ambiente del Saha¬
ra preistorico: dati e interpretazioni, pp. 25-556. 647 fìgg.
Ili - Andri E. e Rossi F., 1993 - Genesi ed evoluzione di fran¬
genti, cinture, barriere ed atolli. Dalle stromatoliti alle co¬
munità di scogliera moderne, pp. 559-610, 49 fìgg., 1 tav.
Volume XXVII
I - Pinna G. & Ghiselin M. edited by, 1996 - Biology as Hi-
story. N. 1. Systematic Biology as an Historical Science, pp.
1-133, 68 fìgg.
II - Leonardi C. & Sassi D. a cura di, 1997 - Studi geobotani¬
ci ed entomofaunistici nel Parco Regionale del Monte Bar¬
ro. pp. 135-266.
Volume XXVIII
I - Banfi E. & Galasso G., 1998 - La flora spontanea della città
di Milano alle soglie del terzo millennio e i suoi cambiamenti a
partire dal 1700. pp. 267-388.
Elenco delle Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume I
I - Cornalia E., 1865 - Descrizione di una nuova specie dei
genere Felis: Felis jacubita (Corn.). 9 pp., 1 tav.
II - Magni-Grifti E, 1865 - Di una specie d 'Hippolais nuova
per l’Italia. 6 pp., 1 tav.
Ili - Gastaldi B.. 1865 - Sulla riescavazione dei bacini lacustri
per opera degli antichi ghiacciai. 30 pp ., 2 figg.. 2 tavv.
IV - Sequenza G, 1865 - Paleontologia malacologica dei terre¬
ni terziarii del distretto di Messina. 88 pp., 8 tavv.
V - Gibelli G., 1865 - Sugli organi riproduttori del genere Ver¬
rucaria. 16 pp., 1 tav.
VI - Beggiato F. S., 1865 - Antracoterio di Zovencedo e di
Monteviale nel Vicentino. 10 pp., 1 tav.
VII - Cocchi l.,1865 - Di alcuni resti umani e degli oggetti di
umana industria dei tempi preistorici raccolti in Toscana.
32 pp., 4 tavv.
Vili - Targioni-Tozzetti A. 1866 - Come sia fatto l’organo che
fa lume nella lucciola volante dell’Italia centrale (Luciola
italica) e come le fibre muscolari in questo ed altri Insetti
ed Artropodi. 28 pp., 2 tavv.
IX - Maggi L., 1865 - Intorno al genere Aeolosoma. 18 pp., 2
tavv.
X - Cornalia E., 1865 - Sopra i caratteri microscopici offerti
dalle Cantaridi e da altri Coleotteri facili a confondersi con
esse. 40 pp., 4 tavv.
Volume II
I - Issel A., 1866 - Dei Molluschi raccolti nella provincia di Pi¬
sa. 38 pp.
II - Gentilli A., 1866 - Quelques considérations sur l’origine
des bassins lacustres, àpropos des sondages du Lac de Co¬
me. 12 pp., 8 tavv.
Ili - Molon F., 1867 - Sulla flora terziaria delle Prealpi venete.
140 pp.
IV - D’Achiardi A., 1866 - Corallarj fossili del terreno num-
mulitico delle Alpi venete. 54 pp., 5 tavv.
V - Cocchi I., 1866 - Sulla geologia dell’alta Valle di Magra. 18
pp., 1 tav.
VI - Seguenza G., 1866 - Sulle importanti relazioni paleontolo¬
giche di talune rocce cretacee della Calabria con alcuni ter¬
reni di Sicilia e dell’Africa settentrionale. 18 pp., 1 tav.
VII - Cocchi I., 1866 - L’uomo fossile nell’Italia centrale. 82 pp.,
21 figg., 4 tavv.
Vili - Garovaglio S., 1866 - Manzonia cantiana, novum Liche-
num Angiocarporum genus propositum atque descriptum. 8
pp. 1 tav.
IX - Seguenza G., 1867 - Paleontologia malacologica dei terre¬
ni terziarii del distretto di Messina (Pteropodi ed Eteropo-
di). 22 pp., 1 tav.
X - Durer B., 1867 - Osservazioni meteorologiche fatte alla
Villa Carlotta sul lago di Como. ecc. 48 pp. 11 tavv.
Volume III
I - Emery C., 1873 - Studii anatomici sulla Vipera Redii. 16
pp., 1 tav.
II - Garovaglio S., 1867 - Thelopsis, Belonia, Weitenwebera et
Limboria, quatuor Lichenum Angiocarporum genera reco-
gnita iconibusque illustrata. 12 pp., 2 tavv.
Ili - Targioni-Tozzetti A., 1867 - Studii sulle Cocciniglie. 88
pp., 7 tavv.
IV - Claparède E. R. e Panceri R, 1867 - Nota sopra un Al-
ciopide parassito della Cydippe densa Forsk. 8 pp. 1 tavv.
V - Garovaglio S., 1871 - De Pertusariis Europae mediae
commentano. 40 pp., 4 tavv.
Volume IV
I - D’Achiardi A., 1868 - Corallarj fossili del terreno num-
mulitico dell’ Alpi venete. Parte 11. 32 pp. 8 tavv.
II - Garovaglio S., 1868 - Ottona Lichenum genera vel adhuc
controversa, vel sedi prorsus incertae in systemate, novis
descriptionibus iconibusque accuratissimi illustrata. 18 pp.,
2 tavv.
HI - Marinoni C., 1868 - Le abitazioni lacustri e gli avanzi di
umana industria in Lombardia. 66 pp., 5 figg., 7 tavv.
IV - (Non pubblicato).
V - Marinoni G, 1871 - Nuovi avanzi preistorici in Lombar¬
dia. 28 pp., 3 figg., 2 tavv.
NUOVA SERIE
Volume V
I - Martorelli G., 1895 - Monografia illustrata degli uccelli
di rapina in Italia. 216 pp., 46 figg., 4 tavv.
Volume VI
I - De Alessandri G., 1897 - La pietra da cantoni di Rosi-
gnano e di Vignale. Studi stratigrafici e paleontologici. 104
pp., 2 tavv., 1 carta.
II - Martorelli G. 1898 - Le forme e le simmetrie delle mac¬
chie nel piumaggio. Memoria ornitologica. 112 pp., 63 figg.,
1 tavv.
Ili - Pavesi P., 1901- L’abbate Spallanzani a Pavia. 68 pp., 14
figg., 1 tav.
Volume VII
I - De Alessandri G., 1910 - Studi sui pesci triasici della Lom¬
bardia. 164 pp., 9 tavv.
Volume Vili
I - Repossi E., 1915 - La bassa Valle della Mera. Studi petro¬
grafia e geologici. Parte I .pp. 1-46, 5 figg., 3 tavv.
II - Repossi E., 1916 (1917) - La bassa Valle della Mera. Studi
petrografici e geologici. Parte II. pp. 47-186, 5 figg. 9 tavv.
Ili - Airaghi C., 1917 - Sui molari d’elefante delle alluvioni
lombarde, con osservazioni sulla filogenia e scomparsa di
alcuni Proboscidati. pp. 187-242, 4 figg., 3 tavv.
Volume IX
I - Bezzi M. 1918 - Studi sulla ditterofauna nivale delle Alpi
italiane, pp. 1-164, 7 figg. 2 tavv.
II - Sera G. L., 1920 - Sui rapporti della conformazione della
base del cranio colle forme craniensi e colle strutture della
faccia nelle razze umane. (Saggio di una nuova dottrina
craniologica con particolare riguardo dei principali cranii
fossili), pp. 165-262, 7 figg., 2 tavv.
Ili - De Beaux O. e Festa E., 1927 - La ricomparsa del Cin¬
ghiale nell’Italia settentrionale-occidentale, pp. 263-320, 13
figg., 7 tavv.
Volume X
I - Desio A., 1929 - Studi geologici sulla regione dell’Albenza
(Prealpi Bergamasche), pp. 1-156, 27 figg., 1 tav, 1 carta.
II - Scortecci G., 1937 - Gli organi di senso della pelle degli
Agamidi. pp. 157-208, 39 figg. 2 tavv
III - Scortecci G., 1941- 1 recettori degli Agamidi. pp. 209-326,
80 figg.
Volume XI
I - Guigilia D., 1944 - Gli Sfecidi italiani del Museo di Mila¬
no (Hymen.). pp. 1-44, 4 figg., 5 tavv.
II-III- Giacomini V. e Pignatti S., 1955 - Flora e Vegetazione del¬
l’Alta Valle del Braulio. Con speciale riferimento ai pasco¬
li di altitudine, pp. 45-238, 31 figg., 1 carta.
Volume XII
I - Vialli V., 1956 - Sul rinoceronte e l’elefante dei livelli su¬
periori della serie lacustre di Leffe (Bergamo), pp. 1-70, 4
figg. 6 tavv.
I - Venzo S., 1957 - Rilevamento geologico dell’anfiteatro
morenico del Garda. Parte I: Tratto occidentale Gardone-
Desenzano. pp. 71-140, 14 figg., 6 tavv, 1 carta.
HI - Vialli V., 1959 - Ammoniti sinemuriane del Monte Alben-
za (Bergamo), pp. 141-188,2 figg., 5 tavv.
MINERALOGY AND PETROLOGY OF SHALLOW
DEPTH PEGMATITES
Papers of thè First International Workshop
edited by
Federico Pezzotta
Mineralogy Section of Museo Civico di Storia Naturale of Milan
Volume XXX - Fascicolo I
29 settembre 2000
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali
e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
© Società Italiana di Scienze Naturali e
Museo Civico di Storia Naturale di Milano
corso Venezia, 55 - 20121 Milano
In copertina: disegno di Federico Pezzotta
Registrato al Tribunale di Milano al n. 6694
Direttore responsabile: Anna Alessandrello
Direttore scientifico: Luigi Cagnolaro
Stampa: Litografia Solari, Peschiera Borromeo - settembre 2000
ISSN 0376-2726
3
FOREWORD
For thè first time in Italy, in September 11 to 13,
1997, an international meeting dedicateci to thè
petrology and mineralogy of pegmatic rocks, with ti-
tle "Petrology, rare minerals and gemstones of shal-
low - depth pegmatites", was organized in thè Museo
Civico di Storia Naturale of Milan. The meeting was
dedicated to Ettore Artini (1866-1928), excellent
mineralogist and petrologist, former curator of Min¬
eralogy (1893-1912) and Director (1912-1928) of thè
Museo Civico di Storia Naturale of Milan.
This volume contains papers presented at thè Con-
ference. I thank heartily thè invited speakers, and thè
other authors for having prepared thè manuscripts.
All papers were submitted to thè normal refereeing
procedures of Memorie. A special thank is to Dr.
Paolo Arduini curator of Vertebrate Paleofitology of
thè Museo Civico di Storia Naturale, for having col-
laborated to thè organization of thè Meeting, and in
particular for having recovered thè necessary finan-
cial support.
This Conference "Petrology, rare minerals and
gemstones of shallow - depth pegmatites" was orga¬
nized by thè Museo di Storia Naturale of Milan, with
thè collaboration of Società Italiana di Mineralogia e
Petrografia. The Conference was integrated with an
exhibition of thè minerals of thè localities of Baveno
and Cuasso al Monte, of thè historic collections of thè
Museum.
The field trip program consisted of two excursions
of two days. Tlie first one, on September 9-10, orga¬
nized by Museo Civico di Storia Naturale of Milan in
collaboration with Centro Studi per la Geodinamica
Alpina e Quaternaria, of thè C.N.R., had title "The
contaminated pegmatites of thè Sissone Valley".This
excursion allowed thè visit of a swarm of pegmatitic
dikes related with thè Masino-Bregaglia Alpine plu-
ton and hosted in carbonatic marbles.The second ex¬
cursion, on September 14-15, had title "The mineral¬
ogy of thè pegmatitic miarolitic cavities of thè
Baveno pink granite, of thè Montorfano granitic
stock and of thè Cuasso al Monte granophyre". Dur-
ing thè excursion it was possible to observe in many
quarries and naturai outcrops thè miaroltic cavities
and a number of aplitic and pegmatitic veins typical
of these post-Hercynian granitoids.
The papers presented in this volume were submit¬
ted in September-October 1997, and were accepted in
October 1998.
Federico Pezzotta
'
-7
!
-
Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXX - pp.: 5-12, 2000
Constitution, petrology, affìliations and categories
of miarolitic pegmatites
Petr Cerny*
Geological Sciences, University of Manitoba, Winnipeg, Manitoba, Canada R3T 2N2
Abstract - Miarolitic cavities form in late stages of primary solidification of granitic pegmatites, and mainly in those
which are geochemically evolved. Miarolitic vugs are encountered in facial pegmatitic pods and crosscutting pegmatite dikes
interior to their granitic parents, commonly accumulated upwards, and in dikes emplaced into thè metamorphic envelope
of parent plutons. Within individuai pegmatites, thè miarolitic vugs are centrally located, or in thè upper parts of thè peg¬
matite bodies. Early (i) lining of thè cavities consists of euhedral crystals which terminate concentric aggregates of rock-
forming magmatic minerals, coarsening toward thè open space and exhibiting prominent textural and minerai zoning. Sub-
sequent (ii) coating of thè lining is formed by a variety of rare-element minerals (Li, Cs, Be, Y, REE, Sn,Ti, Nb,Ta, Sb), com¬
monly with significant contents of volatile components (F, B, P, H20), deposited from a supercrutical fluid which frequent-
ly corroded thè lining. The last generation of vug-coating or -filling minerals consists of (iii) low-temperature hydrothermal
minerals, in part formed at thè expense of earlier phases and from components leached out from broader vicinity of thè cav¬
ities; micaceous and clay minerals are typical, but low-temperature phases with Li, Be, Y, REE, Ti and P also are found.
Miarolitic cavities form by exsolution of a hydrous supercritical fluid phase from pegmatite melt, whenever it becomes
volatile-oversaturated in (usually) late stages of its consolidation. Build-up of thè exsolved fluid within thè pegmatite is a
prerequisite, but commonly hindered by escape of thè fluid into thè host rocks. Exsolution is triggered by (i) vapor satura-
tion during thè progress of more or less isobaric magma crystallization, or by (ii) reduction of pressure in shallow-intruded
pegmatites, or by (iii) massive stabilization of minerals containing components which enhance solubility of water (B, P, F,
Li). Whereas (i) can generally operate in any pegmatite, independent of any special set of conditions, thè pressure quench
(ii) is operating mainly in pegmatites of thè subaluminous, A-type NYF family, and thè Chemical quench (iii) is typical of (in
part deeper-seated) pegmatites of thè peraluminous, S-type LCT family. Collaboration of pressure and Chemical quenches
is probable in shallow-seated LCT pegmatites. Shattering of thè vug-coating crystals is encountered in pegmatite popula-
tions in which pressure of thè exsolved fluid ruptured thè enclosing pegmatite and explosively escaped; however, subsequent
implosion could also have participated. Extensive leaching and corrosion of thè cavity-lining and -coating minerals indicates
prominent variations in thè chemistry of thè vug fluid.
Recent data on thè conditions of formation and solidification of thè miarolitic pegmatites, in conjunction with better un-
derstanding of other pegmatite categories, indicate a need to reconsider thè classification systematics of granitic pegmatites.
Riassunto - Le cavità miarolitiche si formano negli stadi più tardivi della solidificazione delle pegmatiti granitiche, ed in
maggior misura in quelle geochimicamente evolute. Cavità miarolitiche sono presenti entro ammassi e filoni pegmatitici for¬
matisi entro il magma parentale, frequentemente concentrati nelle parti più superficiali dei plutoni, ed entro filoni messisi
in posto nelle rocce dell’aureola metamorfica attorno alle masse intrusive dalle quali si sono originati. Entro i filoni peg¬
matitici le cavità miarolitiche sono presenti nelle porzioni centrali, oppure nelle porzioni superiori. Le cavità sono rivestite
nelle fasi più precoci della loro formazione (i) da cristalli idiomorfi di minerali costituenti fondamentali della roccia mag¬
matica. Tali cristalli non sono altro che le terminazioni di aggregati concentrici di cristalli caratterizzati da grana più grossa
avvicinandosi alle cavità e da evidenti zonature tessiturali e mineralogiche. Nelle fasi più tardive della formazione (ii) i
cristalli precedentemente formatisi vengono ricoperti da una varietà di minerali contenenti elementi rari (Li, Cs, Be, Y,
REE, Sn,Ti, Nb,Ta, Sb), frequentemente con significativi contenuti di componenti volatili (F, B, P, H:0), depositatisi da un
fluido supercritico in grado frequentemente di corrodere i cristalli di minerali formatisi più precocemente. L’ultima gener¬
azione di minerali (iii), i quali ricoprono o riempiono completamente le cavità, si forma da soluzioni idrotermali di bassa
temperatura. Tali minerali si formano in parte a spese di fasi precedentemente cristallizatesi entro le cavità o nelle imme¬
diate vicinanze delle stesse. Di questo stadio sono tipici i minerali micacei e le argille, ma si possono anche formare miner¬
ali contenenti Li, Be, Y, REE, Ti e P.
Le cavità miaroltiche si formano per essoluzione di una fase fluida acquosa supercritica da un fuso pegmatitico, allorché
diventa supersaturo in volatili durante (solitamente) gli stadi più tardivi della solidificazione. Per la formazione di cavità mi¬
arolitiche l’essoluzione di fluidi è un prerequisito, anche se comunemente i fludi, al posto di concentrarsi a dare cavità, sfug¬
gono nelle rocce incassanti i filoni. L’essoluzione di fluidi è favorita da (i) saturazione durante la cristallizzazione più o meno
isobarica del magma, (ii) dalla riduzione di pressione in pegmatiti intrusesi a bassa pressione, (iii) dalla raggiunta stabilità
di minerali contenenti elementi in grado di aumentare la solubilità dell'acqua nel fuso pegmatitico (B, P, F, Li). Sebbene (i)
la diminuzione di pressione possa operare in qualunque pegmatite, indipendentemente da qualunque condizione, questa (ii)
è responsabile della formazione di cavità soprattutto nelle pegmatiti suballuminose, della famiglia A-type NYF. I fattori
chimici (iii) sono responsabili della formazione di cavità in pegmatiti perallumminose (talvolta anche di maggiore profon¬
dità), della famiglia S-type LCT. Il contributo combinato di fattori barici e fattori chimici nella formazione di cavità è prob¬
abile nelle pegmatiti LCT intrusesi a bassa profondità. Frantumazioni dei cristalli sono osservabili in popolazioni di peg¬
matiti nella quali la pressione dei fluidi essoluti è stata tale da fratturare le pegmatiti e sfuggire in modo esplosivo; tuttavia,
una successiva implosione potrebbe a sua volta provocare ulteriori frantumazioni. Abbondanti dissoluzioni e corrosioni dei
minerali che ricoprono le cavità indicano significative variazioni della composizione chimica dei fluidi nelle geodi.
* E-mail: p_cerny@umanitoba.ca
6
PETR CERNY
Dati recenti sulle condizioni di formazione e solidificazione delle pegmatiti miarolitiche, insieme ad una migliore com¬
prensione delle altre categorie di pegmatiti, indicano la necessità di riconsiderare la sistematica classificativa delle pegmati¬
ti granitiche.
Key words: granitic pegmatite, fluid exsolution, miarolitic cavity, igneous petrology, classification.
Introduction
(Submitted Octobre 1997, accepted as amended
Octobre 1998, published 2000).
Miarolitic pegmatites sensu lato are pegmatites
which characteristically contain open cavities
formed during thè final stages of primary pegmatite
consolidation. The italics emphasize three principal
features of these pegmatites: (i) their diversity, (ii) a
quantitative aspect of thè cavity occurrence, and
(iii) a genetic aspect of thè cavities.
(i) Miarolitic cavities (vugs, pockets) are encoun-
tered in all petrogenetic categories of granitic peg¬
matites, but their abundance is highly variable.
Abyssal-class and muscovite-class pegmatites are al-
most devoid of miarolitic vugs, but they occur with
increasing frequency in pegmatites of thè rare-ele-
ment class and particularly in pegmatites of thè mi¬
arolitic class proper (cf. Cerny, 1991a for pegmatite
classification, but see comments in thè section on
“Geologie Classification” below).
(ii) However, an odd pocket here and there in a
pegmatite body or a swarm of cogenetic pegmatites
does not qualify them for thè miarolitic designation.
The term should be reserved for pegmatites and
pegmatite populations which contain significant
numbers of miarolitic vugs (e.g. thè Ramona, Pala
and Mesa Grande distriets of southern California -
Foord, 1976, 1977, Shigley et al., 1986, Foord et al.
1989 and thè Lake George intrusive center, Harris
Park, Wigwam Creek and other areas in thè Pikes
Peak batholith, Colorado - Foord, 1982), relative to
their cavity-poor to cavity-free counterparts (e.g.,
thè Winnipeg River district of southeastern Manito¬
ba - Cerny et al., 1981, and thè South Piatte district
in thè Pikes Peak batholith, Colorado - Simmons
and Heinrich, 1980, Simmons et al., 1987).
(iii) Miarolitic cavities originate in late stages of
consolidation of thè host pegmatites, showing a dis-
tinct textural and paragenetic evidence of continuity
of primary magmatic crystallization from thè sur-
rounding massive pegmatite into thè walls of thè
cavities (e.g., Némec, 1992). This is in sharp contrast
to secondary cavities formed by dissolution of mas¬
sive minerai assemblages, triggered by low-tempera-
ture fluids which corroded and leached thè primary
phases and redeposited (some of) their components
in thè form of hydrothermal assemblages (e.g., Lan-
des, 1925, Cerny, 1972).
Distribution of miarolitic cavities
Miarolitic cavities are encountered mainly in two
kinds of granitic pegmatites: in facial pegmatitic
pods within their parent granites, and in intrusive
pegmatite bodies which are interior up to (domi-
4m
Fig. 1 - Asymmetric miarolitic pegmatite of thè Korosten pluton,
Ukraine, in pian (top) and vertical section (bottom), with thè cav¬
ity located in its upper part: L’s - graphic granite, z’s - coarse
graphic to apographic pegmatite, crosshatched - K-feldspar, ruled
- quartz (after Lazarenko et al., 1973).
nantly) exterior to their plutonio sources.
Facial pods of miarolitic pegmatites commonly
are concentrated in thè cupolas of thè host granites.
They usually are surrounded by haloes somewhat
enriched in mafie phases (predominantly biotite)
and they are strongly zoned in terms of mineralogy
and texture. Coarse-grained granitic assemblages
are followed by a graphic feldspar(s) + quartz zone,
coarsening in grain size toward thè more-or-less
centrai cavity and transitional into blocky feldspar
and quartz in its immediate vicinity (Fig. 1, 2; e.g.,
Jahns, 1954, Lazarenko et al., 1973).
In dikes and sills of pegmatites which crosscut
their granitic parents or their metamorphic enve-
lope, miarolitic vugs are concentrated in late units of
primary consolidation of their host pegmatites, such
as thè blocky core margin (Fig. 3) or lepidolite units.
The cavities tend to accumulate in centrai or upper
parts of pegmatite bodies (Fig. 4, 5), although thè
vertical range of cavity distribution may be quite
substantial even in steeply-dipping veins (e.g., Lyck-
berg and Rosskov, 1997). In quartzo-feldspathic as-
CONSTITUTION , PETROLOGY, AFFILIATIONS AND CATEGORIES OF MIAROLITIC PEGMATITES
7
filling of clinochlore
and/or smectite
quartz
i /
miarolitic cavity<, /
zinnwaldite
f -
amazonite
taperad siderophyllite
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" t 11^5
graphic zone
quartz podN ./ / /
/ ^ ^ / '»'//' t , s ' ìine-grainad crudely layered pegmatlte
v ' -/-/'/ '
Annita-bearing granita
1 m
_ i
Fig. 2 - Schematic cross-section through a typical concentric miarolitic pegmatite of thè subvolcanic portions of thè Pikes
Peak batholith (from Foord et al. , 1995).
Fig. 3 - Schematic structure of thè Mursinka pegmatites, Alabash-
ka region, Ural Mts.: a - granite, b - aplitic zone, c - graphic zone,
d - blocky K-feldspar and quartz, e - centrally located miarolitic
cavities, in part connected by quartz veinlets (after Fersman,
1960).
CONSTITUTION OF MIAROLITIC CAVITIES
The minerai paragenesis of thè miarolitic cavities
proper can be roughly subdivided into three succes¬
sive assemblages: (i) early minerals constituting thè
walls of thè vugs, (ii) a coating of later minerals de-
posited on thè walls, and (iii) a further low-tempera-
ture assemblage covering thè preceding phases or fill¬
ing thè remaining space.
(i) The early minerals lining miarolitic vugs typi-
cally are thè rock-forming magmatic phases of thè
host pegmatite zone, typically K-feldspar, albitic pla-
gioclase, quartz +/- tourmaline, muscovite (but also
lepidolite and quartz in late units). The minerals ex-
fend their growth from thè surrounding massive peg¬
matite into thè open space of cavities, with euhedral
terminations. In dose vicinity of thè vugs, thè fabric
of thè minerai aggregates commonly turns from ran-
domly disoriented to concentric, indicative of a
growth pattern oriented toward thè open space of thè
cavity. The grain size strongly tends to increase in thè
same direction. Graphic intergrowths of feldspar +
quartz or schorl + quartz, if present in thè massive
N W.
Portions excavated
previous to 1908
^
S E.
Schist and gneiss
’(£)?(] Pocket- hearing zone
Normal unproductive
pegmatite
Fig. 4 - Schematic section of thè classic deposit of gem tourmaline at Mount Mica, Maine (from Bastin, 1911).
semblages, thè cavities are surrounded by coarse-
grained and leucocratic assemblages similar to those
encountered in thè facial pods described above.
However, thè presence of graphic textures is much
less frequent here, and thè outer mafie haloes are
virtually absent.
matrix, rarely extend into thè cavity-lining crystals. If
they do, they terminate in aggregates of uniformly
oriented individuate (Fig. 6; cf. Wahlstrom, 1939, Fers¬
man, 1960). Rare as they are on global scale, such
multiple terminations seem to be typical of a given
pegmatite population (e.g., Lazarenko et al., 1973).
8
PETR CERNY
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LAYERED
AND
NON-LAYERED
APLITIC
ZONE
DIKE
BOUNDARY
HORNBLENDE
NORITE
Fig. 5 - Vertical section through a typical asymmetric, layered peg-
matite of southern California: thè “line rock” at bottoni is marked
by layers of tourmaline or garnet, and locally also cone-shaped K-
feldspar with graphic quartz (M) which is much more abundant in
thè hanging-wall portion (from Foord, 1976).
Fig. 6 - Euhedral termination of graphic K-feldspar + quartz in-
tergrowth in thè lining of a miarolitic cavity (modified from Fers-
man, 1960).
(ii) In geochemically evolved pegmatites, thè ear-
ly lining of miarolitic cavities is commonly coated by
minerals of rare and volatile components , such as
beryl, phenakite, spessartine, elbaite, topaz, lepidolite,
zinnwaldite, fluorite, danburite, hambergite, fluorap-
atite, montebrasite, hematite, manganocolumbite,
manganotantalite, stibiotantalite, microlite and oth-
ers, including quartz, albite and adularla (Francis,
1987, Zagorskyi and Peretyazhko, 1992, Wise et al.,
1994, Foord et al., 1995, Orlandi and Pezzotta, 1996).
In some cases, these minerals form a simple coating
on thè undisturbed faces of early feldspars and
quartz, in others thè substrate is distinctly etched or
corroded.
(iii) The last generation of vug-coating (to vug-fill-
ing) minerals usually consists of boromuscovite,
cookeite, hydroxyl-herderite, roscherite, carbonate-
apatite and other secondary phosphates, micaceous
phases, clay minerals, carbonates, goethite and hol-
landite (e.g., King, 1975, Foord et al, 1986, 1991a). In
some pegmatite populations, these phases form at thè
expense of primary magmatic minerals and coating
phases which suffer extensive leaching,particularly in
and beneath thè bottom parts of thè cavities (Fig. 7;
Lazarenko et al, 1973, Foord, 1982). Beryl and topaz
are found in thè leached rocks underlying thè cavities
at Korosten, Ukraine (Wm.B. Simmons, pers. comm.
1997). Rutile and brookite, zircon, fluorapatite, il-
menite, monazite, cheralite and hematite populate
thè leached, quartz-depleted vug substrate in peg¬
matites of thè Wausau pluton (Falster, 1981, Martin
and Falster, 1986). However, in many cases thè sub¬
strate and surrounding assemblages show no indica-
tion of low-temperature breakdown (Jahns, 1954,
Boggs, 1986, 1992).
Fig. 7 - Miarolitic pegmatite of thè Korosten pluton, Ukraine:
crosses - granite, small L’s - graphic granite, large L’s - coarse
graphic to apographic pegmatite, triple dashes - mica-bearing
coarse-grained to blocky pegmatite, ruled - blocky K-feldspar,
crosshatched - quartz; other symbols - diverse types of mica; dot-
ted area below thè pegmatite indicates thè extent of leaching
(from Lazarenko et al., 1973).
In many miarolitic pegmatites, thè distribution of
zones surrounding thè cavity, thè location of thè vug,
and thè minerals lining plus coating thè cavity are un-
evenly distributed in thè vertical direction. Despite
many exceptions, thè pockets tend to be locateci in
thè upper parts of thè facial pegmatites (Fig. 1), thè
CONSTITUTION, PETROLOGY, AFFILIATIONS AND CATEGORIES OF MIAROLITIC PEGMATITES
9
distribution of feldspars and quartz may be highly
asymmetric (Fig. 7; Lazarenko et al. 1973), and thè
rare-element coating also may be stratified (e.g., Fig.
3 in Stern et al., 1986).
In many pegmatite populations, crystals of
feldspars, quartz, tourmaline, beryl or topaz are bro-
ken off, or shattered and covering thè cavity floor.
Etching and corrosion of these fragments is com-
monly followed by partial regeneration; secondary
growth of fibrous tourmaline on thè broken surfaces,
paralel to thè orientation of thè fragments is particu-
larly widespread (e.g., Foord, 1976), but many cases
also are documented for feldspars, quartz and beryl
(e.g., Feklitchev, 1964).
PROCESSES LEADING TO THE FORMATION OF
MIAROLITIC CAVITIES
Miarolitic vugs form in late stages of pegmatite
consolidation, in consequence of oversaturation of
thè residuai pegmatite melt by volatile components
in generai, and by water in particular. Miarolitic cav-
ities do not form if thè supercritical aqueous fluid, ex-
solved in consequence of thè oversaturation, can
more or less continuously escape from thè pegmatite
into thè host rocks. However, if trapped inside thè
pegmatite, a segregated “bubble” of thè vapor-like
fluid becomes thè site of a vug.
Three principal mechanisms can promote separa-
tion of thè aqueous fluid from thè pegmatite melt: (i)
vapor saturation via progress of isobaric magma so-
lidification, (ii) reduction of confining pressure in thè
ascending pegmatite magma - thè classic concept of
pressure quench, or (iii) stabilization of minerals
which extract melt components facilitating high solu-
bility of water in thè magma, namely B, F, P and Li -
thè Chemical quench of London (1987, 1990).
Progressive crystallization of pegmatite-generating
magma
Incompatible behavior of volatiles in generai, and
of water in particular, leads to vapor saturation and
exsolution as a consequence of graduai build-up of
volatile concentration in progressively crystallizing
(and volumetrically shrinking) pegmatite magma.
Reaction to undecooling and/or gradually decreasing
temperature are thè controlling factors, at more or
less Constant pressure.
This process is omnipresent, as high initial con¬
centration of water (± F, B, Li, P) defines pegmatite
melts and enhances their chances of volatile oversat¬
uration. However, this process may also be rather
slow, proportional to thè rate of pegmatite solidifica-
tion. Thus thè gradually evolving supercritical fluid
can, in most cases, gradually escape from pegmatite
to thè host rocks. That’s why miarolitic cavities are
absent from most granitic pegmatites, or developed
in only negligible numbers and sizes, and why exo-
morphic haloes in wallrocks are very common, gen-
erated by outflow of F,B,C02,Li,K-bearing fluids
from thè consolidating pegmatite bodies.
In contrast to thè above, thè pressure and Chemi¬
cal quenches are distinctly more productive, as far as
formation of miarolitic cavities is concerned.
Reduction of pressure - thè pressure quench
This mechanism corresponds in principle to thè
well-known component of forces driving volcanic ex-
trusions and explosions - exsolution of a gas phase by
release of pressure, which reduces thè solubility of
water in silicate melts. In granite and pegmatite pop¬
ulations, this process affects mainly shallow-level in-
trusions.
Shallow-seated miarolitic pegmatites are typical
of thè NYF family of granite + pegmatite Systems, lo-
cally intruded at subvolcanic levels and Consolidated
at pressures as low as 1.5 to 1 kbar. Typical examples
include thè amazonite-bearing pegmatites of thè
Pikes Peak batholith in Colorado, namely thè Crystal
Peak area within thè Lake George intrusive center
and similar occurrences (Foord, 1986); thè Sawtooth
batholith and related intrusions in Idaho (Boggs,
1986, 1992), thè pegmatite-bearing units of thè com-
plex Korosten intrusion in Ukraine (Lazarenko et al.,
1973), and thè Baveno granite in Italy.
The granites are mainly postorogenic to anoro-
genic. A- (to I-) type, subaluminous to metaluminous,
derived by second anatexis of previously depleted
crustal lithologies or from juveniL sources with a
substantial mantle component (cf. Cerny, 1991b for
detailed discussion). The pegmatites are dominantly
interior facial pods or crosscutting dikes; they rarely
intrude outside their plutonic parents. The NYF sig¬
nature is prominent in thè accessory minerals of thè
plutonic rocks as well as of thè pegmatites them-
selves: minerals of Li, Cs, Ta, B and P are largely ab¬
sent or very minor, but phases containing Nb, Ti, Zr,
REE, Y, U,Th and F are prominent. Typical rare-ele-
ment minerals of these pegmatites include topaz,
gadolinite, allanite, beryl, helvite, bertrandite, baven-
ite, zircon, thorite, xenotime, monazite, cheralite,
columbite, ixiolite, niobian rutile, anatase, brookite,
pyrochlore, titanite and fluorite (Foord and Martin,
1979, Falster, 1981, Martin and Falster, 1986). In con¬
trast, zinnwaldite, garnet, tourmaline, and cassiterite
are not widespread, although characteristic of some
locai pegmatite populations (Foord, 1982, Foord et
al, 1995, Kile and Foord, 1998). Among thè rock-
forming minerals, amazonite is common in thè vugs,
as is smoky quartz; albite is usually subordinate.
Depletion of thè B, F, P, Li content of thè melt - thè
Chemical quench
Massive precipitation of B,F,P,Li-bearing minerals
commonly occurs in late stages of pegmatite solidifi-
cation: tourmaline, lepidolite, amblygonite, triphylite-
lithiophilite, spodumene or petalite extract thè above
elements which enhance thè solubility of water in thè
melt, and depress its solidus. Considerable quantities
of supercritical aqueous fluid are consequently re-
leased, and rapid solidification of thè residuai magma
is promoted disregarding thè depth of pegmatite em-
placement and thè corresponding regime of pressure.
Classic examples of miarolitic pegmatites of this cat-
egory include thè gem-bearing pegmatites of Maine
(Bastin, 1911, King and Foord, 1994), southern Cali¬
fornia (Jahns and Wright, 1951, Foord, 1976, Jahns,
1979, Shigley et al., 1986), Afghanistan (Rossovskyi,
1981), Pakistan (Laurs et al., 1998) and centrai Trans-
baikalia (Zagorskyi and Peretyazhko, 1992).
10
PETR CERNY
Granite magmas which differentiate residuai
melts generating thè above pegmatites are over-
whelmingly late-orogenic to postorogenic, S- (to
rarely I-) type, peraluminous and leucocratic, gener-
ated by partialv anatexis of undepleted supracrustal
lithologies (cf. Cerny, 1991b).The pegmatites are on-
ly exceptionally found within their parent granites.
They typically form exterior bodies, commonly in thè
outer parts of regionally zoned pegmatite aureoles
which surround their plutonic sources. The LCT sig¬
nature is characteristic of these peraluminous granite
+ pegmatite systems: minerals of Li, Rb, Cs, B, Sn,Ta,
B and P are widespread, whereas those of Ti, Nb,Th,
REE, Y are minor to absent. Typical phases encoun-
tered in thè pegmatites of this category, and particu-
larly in their miarolitic pockets include muscovite,
beryl, spodumene, petalite, lepidolite, elbaite, foitite,
rossmanite, spessartine, pollucite, topaz, apatite, tan-
talite, stibiotantalite, microlite, cassiterite and locally
also hambergite, danburite and axinite (King, 1975,
Francis, 1987, Foord et al., 1991a, Zagorskyi and
Peretyazhko, 1992, Francis et al., 1993, King and Fo¬
ord, 1994, Wise et al., 1994).
CONDITIONS OF CRYSTALLIZATION IN MIAROLITIC
CAVITIES
It seems to be beyond reasonable doubt that thè
early lining (i) of thè miarolitic vugs - thè rock-form-
ing silicates rooted in thè surrounding massive peg¬
matite - crystallized from thè last vestiges of peg¬
matite melt but in thè presence of, and in direct con¬
tact with, thè exsolved supercritical aqueous fluid.
Despite thè occasionally steep gradients in trace-ele-
ment concentrations and dramatic textural changes,
thè bulk minerai compositions and textural patterns
plus fluid inclusions indicate a volatile-saturated melt
as thè parent medium. Depending on thè degree of
fractionation of thè pegmatite melt, thè temperature
of crystallization of thè vug lining may vary from
~550°C for geochemically primitive pegmatites to as
low as ~450°C for highly evolved LCT pegmatites
(e.g., London et al., 1989, London, 1997).
In contrast, thè following generation of wall-coat-
ing rare-element minerals (ii) represents a total com-
positional break from thè “wall-rock” substrate
above. It most probably precipitated from a super¬
critical aqueous fluid (to high-temperature hy-
drothermal solution) at -450 to 200°C (e.g., Cerny
and Chapman, 1984), which was enriched in compo-
nents partitioned out of thè residuai magma. Miner¬
als of Li, (Rb), Cs, Be, Y, REE, Ti, U, Th, Zr, Nb, Ta, B
and F are typically represented.
The last minerai assemblage (iii), covering thè cav-
ity-lining and cavity-coating minerals, is undoubtedly
of low-temperature origin, ca. -250 to 150°C, having
crystallized from hydrothermal solution and/or coex-
isting gas phase. In some cases, this assemblage is ev-
idently materially linked to decomposition of early
minerals, or to leaching of thè adjacent massive peg¬
matite (Fig. 7). Boromuscovite (Foord et al. 1991b),
cookeite, apatite, tourmaline, zeolites, carbonates are
occasionally deposited in thè “snow-on-the-roof”
manner; smectites are thè dominant clay minerals,
but may be followed by kaolinite (Foord et al., 1986;
Taylor and Foord, 1993).
The breakage and shattering of thè wall-coating
minerals such as elbaite, beryl and topaz is ascribed
to explosive ruptures of thè vugs (Foord, 1976, Foord
et al., 1991a).The overpressure of thè exsolved aque¬
ous fluid may eventually surpass thè confining pres¬
sure and thè mechanical coherence of thè surround¬
ing pegmatite and wall-rock. The violent exit of thè
aqueous fluid would easily destroy thè fragile crystals
on thè cavity walls (Foord, 1976, Jahns, 1979, Stern et
al., 1986). Moreover, subsequent implosion is also
currently advocated for some cavities in southern
Californian pegmatites: it would have similar physi-
cally destructive effects, and it would explain thè
presence of late minerals containing externally de-
rived components such as Mg, Ti from gabbroic host
rocks (M.C. Taylor, pers. comm. 1997).
Etching, corrosion and leaching of cavity-lining
and wall-coating assemblages, complex changes in
chemistry and structural state of feldspar minerals, as
well as thè regeneration and “healing” of broken
fragments of thè crystals all indicate changes in com-
position and reactivity of thè cavity fluids (Foord and
Martin, 1979, Martin and Falster, 1986, Foord et al.,
1995, Kile and Foord 1998). The medium precipitat-
ing a given minerai assemblage is frequently out of
equilibrium with preceding minerals; its parameters
may change in response to pressure fluctuations, in¬
teraction with wallrocks and pocket lining (e.g., Fo¬
ord et al., 1995, Kile and Foord, 1998). Some minerals
or minerai assemblages indicate an acidic environ-
ment (e.g., albite + muscovite on corroded perthitic
K-feldspar in geochemically primitive vugs, and
bertrandite, helvite-danalite and kaolinite at thè low-
temperature stage). Other phases could only crystal-
lize from alkaline fluids (e.g., boromuscovite, ham¬
bergite, danburite, bavenite, phenakite + K-feldspar,
carbonates, smectites), whereas tourmaline and beryl
require more or less neutral conditions. However, thè
information on thè conditions of crystallization is stili
very fragmented, and studies aimed at deciphering
thè full history of fluid + solids evolution in different
types of cavities are sorely needed.
Geologic classification of miarolitic
PEGMATITES
Historically, miarolitic pegmatites were collective-
ly classified into a single category, disregarding their
paragenetic, geochemical and geological diversity. In
thè relatively recent classification schemes by Rodi-
onov (1964), Rudenko et al. (1975), Ginsburg et al.
(1979) and Ginsburg (1984), miarolitic (or shallow-
level) class of granitic pegmatites was established, en-
compassing all miarolitic pegmatites as low-pressure
phenomena with cavities formed by pressure quench.
This concept was initially adopted by Cerny
(1989), but exception was taken to this ali-inclusive
approach at a later date (Cerny, 1992), once Lon¬
don (1986) documented thè relatively high pres-
sures required to crystallize cavity-hosted spo¬
dumene and associateci phases in thè pegmatites of
southern California and Afghanistan: thè pressures
of 2.8 to 2.4 kbar were found well within thè range
of consolidation in thè rare-element class (Fig. 8).
These findings coincided in time with thè develop-
ment of thè concept of Chemical quench (London,
1987, 1990). This interpretation explained thè for-
mation of miarolitic pockets in medium-pressure
CONSTITUTION, PETROLOGY, AFFILIATIONS AND CATEGORIES OF MIAROLITIC PEGMATITES
11
regimes, in which thè pressure quench would not
necessarily be effective.
The need to redefine thè miarolitic class became
obvious at this stage, as thè pressure-quenched and
chemically quenched miarolitic pegmatites aparently
required separation: thè NYF-related pressure-
quench pegmatites would be thè only category con-
stituting thè shallow-seated, miarolitic-class peg¬
matites, whereas thè medium-depth, LCT-family peg¬
matites with vugs generated by Chemical quench
would become a mere variety of thè rare-element
class (Fig. 8).
Fig. 8 - P-T fields of environments hosting pegmatite populations
of thè abyssal (AB), muscovite (MS), transitional rare-element +
muscovite (RE-MS), rare-element (RE) and miarolitic (MI) class-
es; arrows indicate regional fractionation trends relative to thè
metamorphic grades of thè host rocks (cf. Cerny, 1991a for further
details). The miarolitic class as illustrated here is typical of thè
shallow-seated, pressure-quenched NYF-family pegmatites,
whereas thè LCT-family miarolitic pegmatites cover thè P-T con-
ditions of both thè miarolitic and rare-element classes.
However, thè situation is turning out even more
complicated these days, as primary magmatic petalite
was identified in thè southern Californian pegmatites
(M.C. Taylor and D. London, pers. comm. 1997). It is
quite possible that thè cavity-grown spodumene of
these pegmatites results from low temperature com-
bined with fluid overpressure in thè vugs, thè latter hav-
ing marginally transgressed into thè stability field of
spodumene, but thè pressure regime during thè bulk of
magmatic crystallization was confined to thè petalite
field. The estimate of 1.5 kbar (Simmons et al, 1997) for
magmatic crystallization is probably unrealistic (Wm.B.
Simmons, pers. comm. 1997). However, thè mineralogy
of thè southern Californian pegmatites does not pro¬
vide pressure indicators other than thè Li-aluminosili-
cates; thus thè question of thè pressure regime and its
variations remains to a high degree open.
In contrast, thè generai geologie estimate of 1.5
kbar for thè crystallization of thè very young, ~7 Ma
LCT pegmatites of western Elba (Ruggeri and Lat-
tanzi, 1992) may prove to be rather accurate, as is thè
1.5 to 2 kbar estimate for thè Stak Naia pegmatites in
Pakistan (Laurs et al, 1998). If applicable to Califor¬
nia, pressure quench could have been combined with
Chemical quench in all these Li,B,F-rich pegmatites.
The net result, suggested by thè odd bits of infor-
mation currently available, could be that at least
some of thè LCT miarolitic pegmatites should be re-
tained within thè traditional shallow-seated mi¬
arolitic class, but not necessarily all of them.The final
verdict would have to be based on careful examina-
tion of individuai cases, as fast and easy earmarks do
not seem to be available. Moreover, thè distinction
between thè “shallow-seated, miarolitic-class, LCT-
family pegmatites” and thè “medium-depth, rare-ele-
ment-cìass, LCT-family pegmatites with sporadic mi¬
arolitic cavities” has an excellent potential of becom-
ing blurred by a continuous gradation from one “typ¬
ical category” into thè other.
All of thè above stresses thè need to improve thè
current classifications of granitic pegmatites, also in-
dicated by depth overlap encountered between thè
abyssal and muscovite classes (Cerny, 1991a, 1992),
and by thè poorly subdivided NYF family. The pri¬
mary control of pegmatite classes, thè depth of em-
placement, seems to require reconsideration.
Acknowledgements
This study is based on long-term research sup-
ported by thè Naturai Sciences and Engineering Re¬
search Council of Canada, Canada Department of
Energy, Mines and Resources, Manitoba Department
of Energy and Mines, and Tantalum Mining Corpora¬
tion of Canada, Ltd. Extensive discussions with many
colleagues-pegmatologists significantly contributed
to thè development of ideas formulateci in this paper.
Particular thanks go to thè late E. E. Foord, to D. Lon¬
don, F. Pezzotta and an anonymous reviewer for crit¬
icai reading of thè manuscript and constructive sug-
gestions which led to its improvement.
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Alexander U. Falster*1, Wm. B. Simmons1,
Karen L. Webber1 & Tom Buchholz2
' Department of Geology and Geophysics University ofNew Orleans - New Orleans, Louisiana 70148
2 1140 12th Street North, Wisconsin Rapids, Wisconsin 54494
Abstract - The Wausau Complex is a Proterozoic (1.52-1.48 Ga) shallow-level, anorogenic intrusive complex, consisting
of four distinct intrusive centers: thè Stettin, thè Wausau, thè Rib Mountain, and thè Nine Mile plutons. Of thè four, thè
syenitic Stettin pluton is thè oldest and most alkalic. The pluton is roughly concentrically zoned with two nepheline syenite
rings, one as thè outermost unit, thè other as a core margin around a pyroxene syenite core. The three other plutons, thè
Wausau, Rib Mountain, and Nine Mile, are progressively more silica-rich. The Nine Mile pluton consists of alkali granite
and monzonite. Miarolitic pegmatites are found in all four intrusive centers. Pegmatites in thè Stettin pluton range from
nepheline-bearing to pyroxene- and amphibole-bearing types. Minor minerals include magnetite, zircon, apatite, ilmenite,
xenotime, cheralite, and titanite. Rare accessories include eudialyte, catapleiite, fluorite, pyrochlore, allanite, thorite, and
thorogummite. Pegmatites in thè Nine Mile pluton are characterized by feldspars. quartz and minor biotite (siderophyllite).
Minor minerals include magnetite, hematite, titanium oxide minerals, and siderite. Rare minerals include phenakite, bertran-
dite, cheralite, xenotime, zircon, and pyrite. Significantly, columbite-tantalite group minerals are virtually absent. Pegmatites
of thè Wausau and Rib Mountain plutons have characteristics between those of thè Stettin and Nine Mile plutons.
Within thè entire Wausau Complex thè bulk B content is negligible. However, thè bulk Li content is relatively higher
than B due to thè Li content in amphiboles and micas (Li20 contents in excess of one percent). Typically, such anorogenic
pegmatites have been classified as NYF. However, in thè Wausau Complex, thè pegmatites are generally poor in Nb and F,
but enriched in Fe,Ti, LREE, HREE, and to a lesser extent in Be and Li.
Riassunto - Il Wausau Complex è un complesso intrusivo anorogenico di età proterozoica (1.52-1.48 Ga) di bassa pro¬
fondità, costituito da quattro distinti centri intrusivi: i plutoni denominati Stettin, Wausau, Rib Mountain e Nine Mile. Dei
quattro, il plutone sienitico Stettin è il più antico ed alcalino. Tale plutone è grossomodo concentrico con due anelli sieniti-
ci nefelinitici, dei quali uno costituisce l'unità più periferica e l’altro costituisce un anello attorno ad un nucleo di sienite
pirossenitica. Gli altri tre plutoni, il Wausau, il Rib Mountain ed il Nine Mile, sono progressivamente più ricchi in silice. Il
plutone Nine Mile è costituito da un alkali-granito e da monzonite. Pegmatiti miarolitiche sono state trovate in tutti e quat¬
tro le masse intrusive. Le pegmatiti nel plutone Stettin vanno da tipi a nefelina a tipi a pirosseno ed anfibolo. Tra i minerali
accessori vi sono magnetite, zircone, apatite, ilmenite, xenotime, cheralite e titanite. Tra gli accessori rari vi sono eudialyte,
catapleiite, fluorite, pirocloro, allanite, thorite e thorogummite. Le pegmatiti nel plutone Nine Mile sono caratterizzate da
feldspati, quarzo ed in maniera minore biotite (siderofillite).Tra i minerali accessori vi sono magnetite, ematite, minerali del
gruppo degli ossidi di titanio e siderite. Accessori rari sono fenacite, bertrandite, cheralite, xenotime, zircone e pirite. E’ da
notare che minerali del gruppo della columbite-tantalite sono pressoché assenti. Le pegmatiti dei plutoni Wausau e Rib
Mountain hanno caratteristiche intermedie tra quelle dei plutoni Stettin e Nine Mile.
Nell’intero Wausau Complex il contenuto totale di B è trascurabile. Tuttavia, il contenuto totale di Li è relativamente
alto in confronto a quello del B, a causa del contenuto di Li di anfiboli e miche (contenuti in Li20 oltre l’uno per cento).
Come tipico, queste pegmatiti anorogeniche sono state classificate come NYF, Tuttavia, nel Wausau Complex, le pegmatiti
sono generalmente povere in Nb e F, ma arricchite in Fe,Ti, LREE. HREE, ed in modo minore in Be e Li.
Keywords: Wausau Complex, Stettin pluton, Wausau pluton, Rib Mountain pluton, Nine Mile pluton, Wisconsin, peg¬
matite, NYF.
This work is dedicated to thè memories of Ursula Falster, Walter Prey, and Marie Prey for their support and guidance
in thè past and for being more than mother and grandparents, for being my friends.
* E-mail: afalster@uno.edu
14
ALEXANDER U. FALSTER - WM. B. SIMMONS - KAREN L. WEBBER & TOM BUCHHOLZ
Introduction
The Wausau Complex is a composite alkalic intru¬
sive exposed in Marathon County, Wisconsin (Fig. 1).
Zircons from thè complex yield a U-Pb age of about
1.48-1.52 Ga (Van Schmus, 1975 a and b). The com¬
plex consists of four intrusive centers which are from
oldest to youngest: thè concentric Stettin pluton; thè
Wausau pluton; thè Rib Mountain pluton; and thè
Nine Mile pluton (Myers et al., 1984). Pegmatites and
pegmatitic segregations occur throughout thè
Wausau Complex (Falster, 1981, 1986, 1987). The
complex is rift-related and bears a distinct alkalic sig¬
nature. The Stettin pluton is thè most alkalic of thè
four intrusive centers (Myers et al., 1984). The
Wausau pluton consists of pyroxene and amphibole
syenites (Sood, 1980). Only thè northern segment of
thè Wausau pluton is now exposed, thè southern part
is obscured by thè younger quartz-syenitic Rib
Mountain pluton. The Nine Mile pluton intrudes and
partially obscures thè Rib Mountain pluton and con¬
sists primarily of alkali granite and quartz monzonite
(Myers et al., 1984). Xenoliths are common in thè
Wausau Complex and consist dominantly of
quartzites, schists, and amphibolites.
Pegmatites of thè miarolitic type are abundant in
thè Wausau Complex, indicating shallow levels of em-
placement (Falster, 1981, 1986, 1987). Most peg¬
matites are of modest size (less than 100 m in maxi¬
mum dimension) and occur within thè complex itself.
Only in a few cases do pegmatites intrude thè sur-
rounding country rock. Pegmatite mineralogies are
distinct within each of thè four intrusive centers.
Methods
Instrumental Neutron Activation Analysis
INAA was performed by thè Phoenix Memorial
Laboratories, University of Michigan, Ann Arbor.
Whole rock samples were pulverized in a Spex ball
mill using a tungsten Carbide container for 30 minutes
after a contamination run of thè same material for 10
minutes. Minerai separates were crushed to a particle
size of less than 1 mm in diameter. All samples were
fused into quartz tubes.
AMRAY 1820 digitai scanning electron microscope
Samples were cleaned for 10 minutes in an ultra-
sonic cleaner, rinsed with distilled water and dried
overnight in a desiccator. Samples were coated with
250 Angstroms of carbon under a vacuum of 1 x IO5
torr.
An acceleration voltage of 15 to 25 kV was used
for energy dispersive spectral analysis. The working
distance was generally kept at 18 mm and a 300 mi¬
cron final aperture was used. Sample tilt was kept at
0 degrees for backscattered electron imaging and at
45 degrees for EDS analyses.
Photomicrography was performed using T-Max
100 ASA 4” x 5” sheet film. Exposure times were kept
at 64 seconds. Films and prints were developed ac-
cording to standard procedures.
X-ray diffraction
A SCINTAG XDS 2000 X-ray diffractometer was
used and operated at 35 kV potential and 15 mA cur-
rent. Samples were prepared according to thè powder
method and run at a scan range of 2 to 70 ° 2 theta
and a scan rate of 0.5 ° per minute.
Stettin pluton pegmatites
In thè Stettin pluton thè following pegmatite
types are found:
Nepheline-bearing pegmatites (NP) are restricted
to thè nepheline syenites. They are found in thè out-
er or inner ring nepheline syenite around thè pyrox¬
ene syenite core. Pegmatitic nepheline syenite con¬
sists of grains up to 30 centimeters in maximum di¬
mension.
Amphibole- and pyroxene-bearing pegmatites
(AP) are abundant in thè amphibole syenites. They
are well zoned and have a complex mineralogy. Struc-
turally, they consist of a wall zone, an intermediate
zone, and a core zone. Aplite units are abundant and
may constitute up to 35% of thè pegmatite. The wall
zone typically consists of microcline, large crystals of
arfvedsonite, which are mantled by aegirine-augite,
and lesser amounts of sodic plagioclase. The interme¬
diate zone consists of microcline and abundant radi-
ating sprays of aegirine-augite. This zone is typically
vuggy with individuai vugs up to several centimeters
in maximum dimension. In some areas, abundant tiny
quartz crystals line thè vugs. Accessory minerals
found in thè intermediate zone include bario-cerio-
pyrochlore, fluorite, zircon, cheralite, thorite,
thorogummite, fergusonite, allanite-(Ce), apatite,
columbite-tantalite, goethite (fine crystals) and sever¬
al unidentified species. In some cases, larger mi¬
arolitic cavities have been found in thè intermediate
zone. These larger cavities typically contain large
pseudomorphs of goethite after siderite, microcline
with epitaxial sodic plagioclase, minor ilmenite, zir¬
con, bario-cerio-pyrochlore and late quartz crystals
as drusy overgrowths. Pink aplite is prominent in thè
intermediate zone. Aplite appears to have invaded
thè intermediate zone. Cataclastic texture of crystal
fragments of arfvedsonite, microcline, and aegirine-
augite attest to moderately violent intrusion of thè
aplite. The aplite consists dominantly of microcline.
An interesting accessory minerai in thè aplite is near
Fig. 1 - Generalized map of thè Wausau Complex (after Myers et al., 1984), showing thè location of thè Stettin pluton, thè Wausau pluton,
thè Rib Mountain pluton, and thè Nine Mile pluton. E-W distance: 24 km. Symbols used are as follows: a = alluvium, go = glacial outwash,
gt = glacial till, db = diabase dike, qp = quartz monzonite porphyry, ga = granite aplite, ng = Nine Mile granite and quartz monzonite, qs =
quartz syenite, as = amphibole syenite, ps = pyroxene syenite, sv = syenitized volcanics, sa = syenite aplite, ls = hybrid lensoidal syenite, ns
= nepheline syenite, ts = tabular syenite, lg = leucocratic granite, qm = quartz monzonite, qd = quartz diorite and diorite, vs = volcanogenic
sedimentar/ rocks, fv = felsic volcanic rocks, iv = intermediate volcanic rocks, mv = mafie volcanic rocks, q = quartzite, bs = biotite schist,
am = amphibolite.
PEGMATITES AND PEGMATITE MINERALS OF THE WAUSAU COMPLEX
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ALEXANDER U. FALSTER - WM. B. SIMMONS - KAREN L. WEBBER & TOM BUCHHOLZ
end-member bario-pyrochlore. The core zone con-
sists in all cases of a quartz lens. Some pegmatites
have a quartz-zircon lens, containing up to 20 % zir-
con. Minor aegirine-augite may surround thè core
margin.
Some pegmatites contain pods of quartz and zircon
in thè intermediate zone near thè core margins. These
pods are generally finer grained (millimeter range)
than thè core zone but may contain small gemmy zir-
cons of yellow, red, or brown color.
Feldspathic pegmatites (FP). This type of peg-
matite occurs commonly in thè pyroxene syenite and
is typically simple, consisting largely of feldspars with
minor amounts of fluorite and Fe-oxides. The peg¬
matites are frequently vuggy with thè inner zones re-
sembling a sponge. Pyroxene and amphibole are sub¬
ordinate or absent and quartz does not occur in thè
pegmatites in thè pyroxene syenites. The accessory
minerals associateci with thè pegmatites of thè am¬
phibole syenites are generally absent. Some peg¬
matites in thè pyroxene syenite consist dominantly of
large grains of anorthoclase up to 40 centimeters in
diameter along with minor pyroxene and occasional-
ly amphibole. The anorthoclase exhibits a delicate
blue schiller-effect. Material of this type has been
mined and sold as “Wisconsin moonstone”.
Wausau pluton pegmatites
Initially, thè three southern plutons, thè Wausau
pluton, thè Rib Mountain pluton, and thè Nine Mile
pluton, were lumped together as thè Wausau pluton
(Falster, 1981). Subsequent field mapping conducted
by Gene LaBerge and Paul Myers revealed separate
intrusive centers in what was then known as thè
Wausau pluton. As a result of this work, thè nomen¬
clature was revised and thè three newly defined in¬
trusive centers were named thè Wausau pluton, thè
Rib Mountain pluton, and thè Nine Mile pluton (My¬
ers et al, 1984) (Fig. 1).
The quartz-cored feldspathic pegmatites (QWP)
in thè Wausau pluton resemble those in thè Stettin
pluton but are generally more silica-rich. They are
zoned with a feldspathic wall zone and a quartz core
in thè simple pegmatites, but may show an intermedi¬
ate zone with coarse quartz and feldspar. Miarolitic
cavities generally occur just below thè quartz core.
The size of these cavities may reach several decime-
ters in maximum dimension. Sodic amphibole is com¬
monly seen lining fracture planes across these peg¬
matites. One unusual pegmatite in thè Wausau pluton
partially invaded thè surrounding metavolcanic
country rock. This pegmatite reaches over 10 m in
maximum dimension and has a footwall portion com-
prised of major potassium feldspar, plagioclase,
quartz, and micas along with wollastonite, miserite,
agrellite, and titanite as accessory minerals (Medaris
and Guggenheim, 1983).
Rib mountain pluton pegmatites
Quartz-cored, biotite-bearing pegmatites (QRP)
in thè Rib Mountain pluton are generally zoned with
a quartz core and a wall zone of quartz and feldspars
with elongate, lath-shaped biotite. In some, an inter¬
mediate zone of graphic quartz and potassium
feldspar is seen. Books of biotite are commonly
found in thè core margin. No pyroxenes or amphi-
boles are found in thè pegmatites of thè Rib Moun¬
tain pluton.
Nine mile pluton pegmatites
Pegmatites in thè Nine Mile pluton are thè best
studied in thè complex owing to thè extensive mining
of thè decomposed syenites and alkali granites of thè
Wausau Complex for road gravel. Over 950 peg¬
matites have been studied in thè Nine Mile pluton
and they have been broken down into four major
groups.
Group 1: Simple pegmatitic pods (PP) compóse
this group (Fig. 2, #l).The size of these bodies reach¬
es at most 3 meters in length. Contacts with thè sur¬
rounding alkali granite are typically gradational. Peg¬
matitic pods are generally simple in structure with a
wall zone consisting of feldspars, quartz, and biotite,
and a core of monomineralic quartz. Miarolitic cavi¬
ties typically occur directly below thè core. The cavi¬
ties extend for a distance of half thè pegmatite width.
The mineralogy of these pegmatitic pods consists pri-
marily of quartz and feldspars with minor goethite re-
placing siderite rhombs. Accessory minerals include
hematite, phenakite, bertrandite, fluorite, apatite,
cheralite, and Ti-oxides (generally anatase).
Group 2: Simple, vuggy pegmatites (VP). The peg¬
matites in this group are commonly large but zona-
tion is very simple and zone boundaries are grada¬
tional (Fig. 2, #2). A typical wall zone and an inner
zone comprised of vuggy potassium feldspar and
quartz are thè dominant zones. Rarely, scattered
coarse patches of white quartz resembling a quartz
core occur. Small cavities are filled with well-crystal-
lized feldspars and quartz (at times white). The most
characteristic accessory minerai in these cavities is
hematite, which is generally very abundant. Less
common are siderite and pyrite, both of which can be
replaced by goethite or hematite. The average size of
thè vugs ranges from about 0.5 to 1.5 centimeters.
Group 3: The zoned pegmatites (ZP) of group 3
are some of thè largest pegmatites in thè Nine Mile
pluton (Fig. 2, #3), exceeding 100 meters or more.
Contacts between thè pegmatites and thè host rock
are generally sharp, with a visible thin chili margin in
many instances. The wall zone is generally extensive
and consists of quartz, feldspars, and elongate biotite.
In some group 3 pegmatites, thè footwall wall zone is
distinctly thicker than thè hanging wall wall zone. The
intermediate zones typically consist of graphic quartz
and feldspar or almost monomineralic potassium
feldspar. The core margin contains large book bi-
otites. The core is monomineralic quartz. Aplites oc¬
cur as cross cutting units or as footwall bodies, which
may make up thè entire footwall portion of thè peg¬
matite. The footwall portion of thè pegmatites is typ¬
ically more sodic and generally finer grained than thè
more potassic hanging wall. Miarolitic cavities, which
may exceed 4 m in maximum dimension, exist either
below thè quartz core, within thè graphic portions of
thè intermediate zone or below monomineralic
feldspar masses. The common rock-forming minerals
quartz and feldspar (potassium feldspars are domi-
PEGMATITES AND PEGMATITE MINERALS OF THE WAUSAU COMPLEX
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Coarse feldspar
Pocket (or api ite unit)
Sol ution-etched region
Fig. 2 - Simplified cross sections of pegmatites in thè Nine Mile pluton, including group 1 -simple pegmatite pods (PP),
group 2 — simple vuggy pegmatites (VP), group 3 — zoned pegmatites (ZP), and group 4 — solution etched pegmatites (SEP).
nant) make up thè bulk of thè pegmatite. They occur
with thè following diverse assemblage of accessory
cavity minerals: siderite (typically replaced by
goethite, lepidocrocite, or hematite), phenakite,
bertrandite, hematite, ilmenite, anatase, rutile,
brookite, zircon, pyrite (typically replaced by
goethite or hematite, at times associated with
jarosite), cheralite, apatite, fluorite, and beryl. Near
thè final stages of pocket formation, violent pocket
rupture was evidently a common phenomenon in thè
pegmatites, as fractured pocket constituents and fine-
grained precipitates of structurally disordered potas-
sium feldspar can be found in many miarolitic cavi-
ties. It appears that a build-up of internai pressure
over confining pressure with associated rupture and
rapid decompression was a commonplace event in
thè shallowly emplaced pegmatites of thè Wausau
Complex. This lead to thè rapid crystallization of pri-
mary high sanidine and quartz. In some cases, thè at-
tendant cooling prevented any further structural
change so that thè structural state is highly disor¬
dered. The disordered sanidine did not crystallize at
high temperature as it loosely covers pre-existing mi¬
crocline, but instead crystallized rapidly at low tem¬
perature. Thus, thè persistence of high sanidine in
Proterozoic pegmatite pockets is an exceedingly rare
event (Martin and Falster, 1986). All pegmatites in
thè Wausau Complex evidently exsolved a free aque-
ous fluid phase during thè latter stages of pegmatite
formation. However, thè volume of this aqueous flu¬
id was generally small as evidenced by thè small vol¬
ume of miarolitic cavities in thè pegmatites as a
whole. Cavities are estimated to contribute less than
0.1 % to thè pegmatite volume.
Group 4: Solution-etched pegmatites (SEP). Min-
eralogically and structurally, these pegmatites are
similar to group 3 but show extensive solution etch-
ing of thè quartz/feldspar footwall immediately be-
low miarolitic cavities (Fig. 2, #4). The large miarolitic
cavities typically show little evidence of pocket rup¬
ture and rapid degassing. Instead, in a zone directly
below thè pocket floor, thè quartz-feldspar footwall is
severely etched and quartz is either completely or
partially removed. The areas closest to thè pockets
are generally free of quartz. Quartz becomes more
abundant as distance from thè pocket floor increases.
In thè voids left behind after quartz had been re¬
moved, an assemblage of minerals not unlike an
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ALEXANDER U. FALSTER - WM. B. SIMMONS - KAREN L. WEBBER & TOM BUCHHOLZ
Alpine cleft assemblage was left behind. The com¬
mon association consists of potassium feldspar of
simple, adularla habit, albite, siderite replaced by
goethite, muscovite, hematite or ilmenite, anatase,
brookite, rutile, zircon, xenotime, monazite, cheralite,
almandine, pyrite, and rarely bertrandite.
Location of wausau complex pegmatites
Pegmatites in thè Wausau Complex tend to occur
in swarms within non-pegmatitic host rocks. The peg¬
matites dip most steeply near thè country rock con-
tacts and are almost horizontal in thè interior of thè
complex. The attitude of thè various pegmatites sug-
gests that only minor portions of thè cupola of thè
complex has been eroded. The various types of peg¬
matites in thè Nine Mile pluton, thè best studied of
thè intrusions, tend to form clusters of one dominant
type.
MlAROLITIC CAVITIES IN THE NINE MILE PLUTON
Primary (those miarolitic cavities which do not ap-
pear to have formed after another minerai phase has
been dissolved from massive pegmatite) miarolitic
cavities in thè group 3 pegmatites (Fig. 2, #3) are typi-
cally flat-bottomed with a dome-shaped pocket roof.
The footwall is generally more plagioclase-rich and
finer grained than thè hanging wall, which is more
potassic. Pocket rubble, consisting of fragments and
cleavage pieces of thè common pocket minerals, is
sometimes cemented by a secondary overgrowth of
quartz. Some miarolitic cavities contain several layers
of platelets of feldspars and quartz. This very unusual
collapsed house-of-cards texture may be thè result of
thè formation of crystallized platelets forming at thè
boundary of two immiscible fluids, maybe one aque-
ous, thè other CO,-rich.The platelets eventually settled
to thè pocket floor, not unlike rafts of halite forming in
saline lakes. Secondary miarolitic cavities are restrict-
ed to a halo around thè footwall portions of larger pri¬
mary miarolitic cavities (Fig. 2, #4). Characteristically,
they are found in thè spaces formed by thè dissolution
of quartz from quartz-feldspar intergrowths just below
thè pocket floor. With increasing distance from thè
pocket floor, quartz remnants become more common.
Typical associations in secondary miarolitic cavities in¬
clude anatase (thè most common Ti oxide), brookite,
rutile (thè rarest Ti oxide in these cavities), secondary
quartz, feldspars of simple morphology, ilmenite,
hematite, goethite, zircon, cheralite, monazite, xeno¬
time, and other minerai species.
Pegmatite mineralogy
A brief description of all minerai species identi-
fied to date in thè Wausau Complex is discussed be¬
low and summarized in Table 1.
Quartz
Quartz occurs abundantly as smoky quartz in peg¬
matites of thè more siliceous plutons, especially thè
Nine Mile pluton, and can be more than 80 centime-
ters in length.The color is typically a deep brown, thè
surfaces are commonly slightly frosted. However, in a
few miarolitic cavities, very lustrous and light colored
crystals have been found. The habit of thè quartz in
thè pegmatites of thè Wausau Complex has a charac-
teristic barrei shape. An interesting feature of rup-
tured pockets is that they are partially filled with
fractured and re-cemented quartz and feldspar frag¬
ments (“pocket hash”). This is likely due to thè vio-
lent nature of pocket rupture and rapid degassing. In
thè same pockets, oddly shaped quartz crystals are
very common. These represent shards of fractured
quartz, which continued to grow in pockets that had
resealed.
Plagioclase feldspar
Plagioclase is typically more abundant in thè foot¬
wall portions of both pegmatites as well as miarolitic
cavities, rather than in thè more potassic hanging
wall. Compositionally, thè plagioclase in thè peg¬
matites is albite to oligoclase. Maximum size of pla¬
gioclase crystals reaches about 4 centimeters.The col-
or ranges from almost white to pink to reddish with
thè most intense coloration in thè outer zones of thè
crystals. Some cores are clear and colorless. The char-
acteristic color of plagioclase from thè Wausau Com¬
plex is an intense pink to red. This color is quite un¬
usual for plagioclase and they in fact are darker than
thè associated potassium feldspars.
Potassium feldspar
Potassium feldspar, particularly maximum micro¬
cline, is exceedingly abundant throughout thè com¬
plex. In miarolitic cavities, large maximum microcline
crystals up to 40 centimeters can be found. They are
most commonly pink to reddish in color. A few pock¬
ets yielded white potassium feldspar and three peg¬
matites to date have produced green amazonite,
which ranges in color from sky blue to deep green.
Twinning is rare in Wausau Complex feldspars.
Baveno and Manebach twins are more common than
Carlsbad twins. In ruptured pockets metastable, com-
pletely disordered potassium feldspar has been found
as a pressure quench-coating over earlier pocket min¬
erals (Martin and Falster, 1986). A high percentage of
these precipitates are high sanidine, with some ortho-
clase or intermediate microcline.
Anorthoclase
Anorthoclase is a common constituent in thè py-
roxene syenites of thè Stettin pluton. In pegmatitic
portions, crystal grains may reach 40 centimeters in
maximum dimension. The color is gray to dark gray
but lightens upon weathering. A beautiful blue
schiller, a result of exsolution, is characteristic.
Amphibole
Amphibole is abundant in thè Stettin pluton and
in thè other plutons of thè Wausau Complex. In thè
PEGMATITES AND PEGMATITE M1NERALS OF THE WAUSAU COMPLEX
19
Table 1: Distribution of minerals in pegmatites of thè Wausau Complex. Column headings as follows:
SP-NP = nepheline-bearing pegmatite, Stettin pluton; SP-AP = amphibole- and pyroxene-bearing pegmatite, Stet-
tin pluton; SP-FP = feldspathic pegmatite, Stettin pluton; WP-QWP = quartz-bearing pegmatite, Wausau pluton;
RMP-QRP = quartz-bearing pegmatite, Rib Mountain pluton; NMP-PP = pegmatitic pod, Nine Mile pluton; NMP-
ZP = zoned pegmatite, Nine Mile pluton; NMP-SEP = solution-etched pegmatite, Nine Mile pluton; and NMP-VP
= vuggy pegmatite, Nine Mile pluton. Minerai abundance in thè pegmatites are described by thè following:
M = major rock-forming minerai; S = subordinate minerai; A = common accessory minerai; and R = rare acces-
sory minerai.
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ALEXANDER U FALSTER - WM. B. SIMMONS - KAREN L. WEBBER & TOM BUCHHOLZ
pegmatites of thè Stettin pluton, notably in those oc-
curring in thè amphibole syenites, large arfvedsonites
up to 25 centimeters in maximum dimension occur.
Tbey are characteristically rimmed with aegirine-
augite. Riebeckite may also occur as oriented over-
growths or as solitary crystals in small miarolitic cav-
ities. Fracture planes across pegmatites and syenitic
rocks in thè Wausau pluton commonly are coated
with sodic amphiboles (arfvedsonite or riebeckite).
Pyroxene
Both sodic and calcic clinopyroxene occur in thè
Stettin pluton (Myers et al, 1984). Aegirine and ae-
girine-augite are abundant in most of thè pegmatites
of thè Stettin pluton and occur in some pegmatites of
thè Wausau pluton. Calcic pyroxene (diopside-
hedenbergite series) is iron-rich with up to 10 % ae¬
girine content (Koellner, 1974).
Biotite
Biotite is very abundant in all pegmatites. Peg-
matite wall zones are particularly rich in biotite,
which displays a characteristic spear-shaped habit. At
thè core margin, biotite occurs in large, thin books up
to 40 centimeters across. In other pegmatite units, bi¬
otite occurs in thicker, but smaller books. Near pock¬
et zones, biotite is typically heavily altered.
Minor and accessory minerals
Sulfìdes and sulfosalts
Arsenopyrite
Arsenopyrite is very rare, having been found in
only a few miarolitic cavities in pegmatites of thè
Nine Mile pluton. Most crystals, unless they were pro-
tected within quartz crystals, have been replaced by
Fe oxides or hydroxides. The maximum size of these
crystals reaches 2 millimeters.
Jamesonite
Jamesonite and possibly boulangerite have been
found as inclusions in smoky quartz from miarolitic
cavities only. These sulfosalts form acicular inclusions
of gray crystals, which are commonly bent and twist-
ed. They reach a maximum length of 3 centimeters
but a maximum thickness of only 0.2 millimeters.
Galena
Galena was identified as inclusions in smoky
quartz in several pegmatites in thè Nine Mile pluton.
The maximum size of thè tiny cubes was approxi-
mately 80 microns. Galena was associated with pyrite,
sphalerite, and jamesonite in thè smoky quartz. The
presence of galena and other sulfides in trace
amounts indicates that thè sulfur activity was rela-
tively high in these pegmatites, thus only rarely was
any Pb left over to partition into silicates. Pb in
feldspar structures, coupled with H.O, is responsible
for amazonite’s color (Plyushnin, 1969; Smith, 1974).
Pyrite
Pyrite is only preserved in thè pegmatites where it
was enclosed in smoky quartz. These crystals measure
up to 1 millimeter in maximum dimension. They are
commonly cubes or modified cubes, but in some peg¬
matites beautiful acicular pyrite was found. It typical¬
ly forms stender extensions from thè cube faces and
results in a star-like growth. Pyrite also occurs as an
early component in massive pegmatite where it forms
crystals up to 1 centimeter. These crystals are always
replaced by goethite or hematite. One pegmatite con-
tained up to 20 % pyrite.
Sphalerite
Sphalerite has been identified as inclusions in
smoky quartz in several pegmatites in thè Nine Mile
pluton. The maximum size of thè tiny tetrahedra was
about 80 microns. Sphalerite was associated with
pyrite, galena, and jamesonite in thè smoky quartz.
Halides
Fluorite
Fluorite is very rare or absent in most pegmatites
of thè Wausau Complex. However, it is abundant at
one site in thè Stettin pluton and another area in thè
southern most Nine Mile pluton. The color ranges
from purple to blue, green, and almost colorless.
Oxides
Anatase
Anatase is thè dominant Ti-oxide in thè Wausau
Complex. It is found in primary and, more common¬
ly, in secondary miarolitic cavities. It forms black to
blue-black, rarely brown or yellow crystals up to 9
millimeters in maximum dimension (Fig. 3). The av-
erage size is about 1 millimeter. The forms of thè
dipyramid are characteristic. Pinacoids are present in
many examples. Second order dipyramids and prism
faces are less abundant.
Brookite
Brookite is less common than anatase but stili
more abundant than rutile in thè Wausau Complex. It
is most commonly found as thick tabular black or
dark brown crystals in secondary miarolitic cavities
(Fig. 4). It may reach 6 millimeters in maximum di¬
mension and is typically associated with either
anatase or rutile. At times, all three polymorphs occur
together, although at least one of thè polymorphs will
have undergone paramorphic replacement. X-ray dif-
fraction indicates that most brookite has not convert-
ed to other TiO.phases. Fe is thè dominant contami-
PEGMATITES AND PEG MATITE MINERALS OF THE WAUSAU COMPLEX
21
Fig. 3 - Secondary electron image of anatase from thè secondary
miarolitic cavities in a group 3 pegmatite in thè Nine Mile pluton.
Photograph by Dr. E. E. Foord.
Fig. 5 - Backscattered electron photomicrograph of goethite from
thè interior of a replaced siderite rhomb in a cavity of a group 3
pegmatite in thè Nine Mile pluton.
Fig. 4 - Secondary electron photomicrograph of brookite from thè
secondary miarolitic cavities in a group 3 pegmatite in thè Nine
Mile pluton.
nating ion. Microprobe analysis indicates that up to
0.9 weight percent FeO may be present in brookite.
Lighter colored brookites are nearly pure TiO,.
Columbite-tantalite
Members of thè columbite-tantalite group are
very rare in thè Stettin pluton. They are occasionally
found as millimeter-sized masses in thè zircon-rich
quartz cores of pegmatites in thè amphibole syenites.
In some of thè pegmatites of thè Nine Mile pluton,
ferrocolumbite is very sparingly found as centimeter-
sized crystals in thè massive hanging wall portion di-
rectly above pockets. Inside thè pockets, columbite-
tantalite is exceedingly rare.
Goethite
Goethite is most commonly found replacing
siderite (Fig. 5). It frequently forms fine, platy crystals
of brown to golden color. In some cases, these crystals
appear to be composed of polysynthetic twins. Maxi¬
mum size of goethite crystals approaches 6 millime-
ters. Overgrowths of goethite on quartz and other
pocket minerals is rare but has been found in a few
pegmatites.
Hematite
Hematite occurs in 4 modes in thè Wausau Com-
plex: 1) Discrete platy crystals up to 1 centimeter in
diameter in primary and secondary miarolitic cavi¬
ties. At times, “rose-like” clusters are found, not un-
like thè Alpine “Iron-roses”; 2) As a replacement of
siderite and biotite. Biotite in thè massive pegmatite
is frequently replaced by massive hematite; 3) As al-
most monomineralic “pocket-clay”. Bright red, clay-
like hematite occurs in many miarolitic cavities. No-
tably those which show effects of intense corrosion of
pocket constituents commonly contain large amounts
of this hematite. Hisingerite may accompany it; and
4) As late stains and coatings over crystals and frac-
ture planes.
Ilmenite
Ilmenite is a common accessory minerai in many
primary and secondary miarolitic cavities. It forms
platy crystals up to 1 centimeter across. In a few pock¬
ets, rosettes of millimeter-sized ilmenites were found.
Some massive ilmenite occurs in thè nepheline syen-
ite pegmatites of thè Stettin pluton. X-ray diffraction
and microprobe analysis confirms thè stoichiometry
and crystal structure.
Lepidocrocite
Lepidocrocite occurs only in thè cavities of re¬
placed siderite, commonly associated with goethite or
hematite. The crystals are very thin, tabular, and have
a bright red color. Maximum size approaches 1 mil-
limeter.
22
ALEXANDER U. FALSTER - WM. B. SIMMONS - KAREN L. WEBBER & TOM BUCHHOLZ
Magnetite
Magnetite is common in thè nepheline syenites and
thè nepheline syenite pegmatites of thè Stettin pluton
but is rare elsewhere in thè Wausau Complex. Mag¬
netite occurs most abundantly in grains and crystals up
to 1 .5 centimeters in diameter in thè nepheline syenite
ring around thè pyroxene syenite core of thè Stettin plu¬
ton. It also occurs abundantly as detritai grains in
creeks. In some non-pegmatitic rocks of thè Stettin plu¬
ton and thè Wausau pluton, segregation masses of mag¬
netite up to several centimeters across have been found.
Mn-oxides
Mn-oxides such as romanechite are common as a
late stain on pocket minerals and fracture planes.
Opal
A colorless to white common opal is locally seen
coating fracture surfaces. It is of meteoric origin. This
opal exhibits a bright green fluorescence under ultra-
violet light.
Pyrochlore
Members of thè pyrochlore group are restricted to
thè pegmatites of thè Stettin pluton. They form small
crystals that rarely exceed 1 millimeter in maximum
dimension and are dark brown, black, or waxy yellow
in color. Octahedral faces are dominant with subordi¬
nate cube faces modifying them in some pegmatites.
Bario-pyrochlore is largely restricted to thè aplites in
pegmatites of thè amphibole syenites, whereas bario-
cerio-pyrochlore typically occurs in thè vuggy inter¬
mediate zone of thè same pegmatites. A pyrochlore
with several percent Y203 is rarely found as tiny (< 0.1
millimeters) crystals in aplitic portions in some peg¬
matites of thè pyroxene and amphibole syenites. Sev¬
eral pyrochlore analyses of pyrochlores are reported
in Weidman (1907).
Rutile
Rutile is thè least common TiO.polymorph in thè
Wausau Complex. It typically forms millimeter-sized
networks of intergrown crystals (“sagenite”).The col-
or ranges from black to straw yellow. It is typically as-
sociated with other Ti-oxides.
X-ray diffraction confirmed rutile but in one case,
a paramorph of anatase after rutile was encountered.
According to microprobe analysis, FeO (up to 0.7
weight percent) is thè only common impurity.
Carbonates
Calcite
Calcite has two distinct modes of occurrence: 1) It
has been found as inclusions in smoky quartz from
pegmatites in thè more siliceous rocks of thè com¬
plex. These crystals reach 5 millimeters in maximum
dimension and are simple rhombohedra. Rhombohe-
dral impressions on thè surface of many quartz crys¬
tals indicate that calcite has been present in thè pock-
ets but subsequently dissolved; and 2) In thè pyrox¬
ene syenite, calcite is commonly seen in some peg-
matitic segregations as well as in thè pyroxene syen¬
ite itself. Carbonate segregations may be an indica-
tion of an incipient carbonatite body in thè pyroxene
syenite. The agpaitic trend in pyroxene syenite fur-
ther supports thè notion that these carbonate segre¬
gations could be carbonatitic in origin.
Parisite-synchisite
Parisite-synchisite has been noted in several peg¬
matites as crystals less than 1 millimeter in maximum
dimension. It appears to be more common in thè
Stettin pluton.
Siderite
Siderite is a very common miarolitic cavity minerai
in all plutons of thè Wausau Complex. However, unless
siderite was completely enclosed in quartz, it was al-
tered to goethite, lepidocrocite, or hematite. In most
cases, these pseudomorphs preserved thè delicate sur¬
face detail of thè former siderite crystals. The interiors
of these pseudomorphs are commonly lined with well-
formed goethite, hematite, or lepidocrocite crystals.
Maximum size of these brown or ochre colored
pseudomorphs may exceed 15 centimeters on an edge.
Secondary REE-bearing minerals
Crusts of secondary REE-bearing minerals are
commonly encountered along fractures and as coat-
ings on pocket minerals. Both LREE and HREE-
bearing components have been identified, frequently
in dose proximity to each other. These species are
probably carbonates or fluoro-carbonates.
Sulfates
Anhydrite
Anhydrite has been found with barite as tiny, less
than 1 millimeter inclusions in pocket quartz crystals.
Barite
Barite has been observed in a few pocket quartz
crystals as inclusions less than 1 millimeter in length.
They may have had their origin in thè alteration of
some feldspars with minor Ba-content.
Phosphates
Apatite
Apatite occurs throughout thè complex as an ac-
cessory minerai in all rock types and in thè peg-
PEGMATITES AND PEGMATITE MINERALS OF THE WAUSAU COMPLEX
23
matites. Well-formed euhedral crystals are found in
some miarolitic cavities, notably in thè pegmatites of
thè Stettin pluton. Maximum size of crystals may
reach 1 centimeter but most crystals remain below 1
millimeter in size. The color is white to colorless. Ul-
traviolet fluorescence is generally tan to yellowish in
color. Crystals characteristically are short to long
prismatic with large pinacoids and small dipyramids.
Cheralite
Silicates
Agrellite
Agrellite was noted by Medaris and Guggenheim
(1983), in a Wausau pluton pegmatite where it ap-
pears in thè keelward portion associated with wollas-
tonite, miserite, titanite, and feldspars. This is a very
unusual occurrence and only thè second known loca¬
tion for this minerai. Agrellite forms white prisms up
to 6 millimeters in length.
Cheralite is thè dominant LREE minerai in thè
Wausau Complex. It occurs in all 4 plutons but is
most abundant in thè Stettin pluton and in thè Nine
Mile pluton (Fig. 6). It is found in primary and sec-
ondary miarolitic cavities and in massive pegmatite
dose to miarolitic cavities. Cheralite forms flattened,
disk-shaped crystals, which aggregate to form flower-
shaped rosettes or parallel stacks in thè Stettin plu¬
ton. Here cheralite has a higher Th-content and is
commonly overgrown with small fergusonite crystals.
In thè other Wausau Complex plutons, cheralite
forms pseudohexagonal dipyramids. The maximum
size reaches 1 centimeter. The color is typically yel¬
lowish on thè interior of crystals and brick red on thè
exterior. Basai cleavage is evident.
Fig. 6 - Secondary electron photomicrograph of cheralite with fer¬
gusonite from a small miarolitic cavity in a pegmatite in thè am-
phibole syenites of thè Nine Mile pluton.
Allanite
Allanite occurs in many of thè pegmatites in thè
Stettin and Wausau plutons as an accessory minerai.
It typically forms black, platy crystals frozen in matrix
up to 3 centimeters in maximum dimension. A few
isolated pegmatites in thè Nine Mile pluton contain
rare allanite crystals frozen in matrix in thè coarse
feldspar-quartz intergrowth of thè hanging wall di-
rectly above miarolitic cavities.
Almandine
Almandine occurs rarely as millimeter size brown
crystals in some primary and secondary miarolitic
cavities in thè Nine Mile pluton.
Andradite
Andradite has been found in secondary miarolitic
cavities of several pegmatites in thè Nine Mile pluton.
The grains are clear, sulfur yellow in color, and reach 4
millimeters in diameter. They were identified by X-ray
diffraction and energy dispersive spectral analysis.
Bavenite
Bavenite occurs in some pegmatites of thè Nine
Mile pluton as white, fibrous inclusions in smoky
quartz. Maximum size reaches 3 millimeters. Baven¬
ite may also have been a pocket minerai but probably
did not survive exposure to weathering and cleaning
of thè samples. Identification was performed by X-
ray diffraction.
Monazite
Monazite is a very abundant accessory minerai in
thè pegmatites of thè Wausau Complex and is most
commonly found in secondary miarolitic cavities or
in small primary miarolitic cavities. Crystals are com¬
monly platy and brown in color.
Xenotime
Xenotime is found widespread as millimeter-size
yellow to pink or reddish crystals in secondary mi¬
arolitic cavities. It resembles zircon in morphology
and color. Forms exhibited are prisms and dipyra¬
mids. In some crystals, pinacoids and second order
prisms have been detected.
Bertrandite
Bertrandite is, next to phenakite, thè most abun¬
dant Be minerai in thè Wausau Complex. It is most
common in thè pegmatites of thè Nine Mile pluton
where it occurs as complex and well-formed crystals
up to 7 millimeters in maximum dimension, with an
average dimension of about 0.5 millimeters. Most of
thè crystals are spectacular twins and trillings (Fig. 7).
Bertrandite occurs near altered phenakite and is
strictly a pocket minerai.
Beryl
Beryl is very rare in thè Wausau Complex. It has
been found in only two miarolitic cavities in peg-
24
ALEXANDER U. FALSTER - WM. B. SIMMONS - KAREN L. WEBBER & TOM BUCHHOLZ
XI 080 1 3.0 k V Ù . N?*o\ *0002
Fig. 7 - Secondary electron photomicrograph of bertrandite from
thè primary miarolitic cavities in a group 3 pegmatite in thè Nine
Mile pluton.
matites in thè Nine Mile pluton but never in massive
pegmatite. Beryl hearing pegmatites are closely asso¬
ciateci with partially assimilateci metasediments. It is
possible that these metasediments supplied thè addi-
tional Al necessary to reach thè stability field of
beryl. Without this additional source of Al thè gener-
ally alkalic nature of thè complex would destabilize
beryl in favor of phenakite or bertrandite. Interest-
ingly, thè two beryl hearing pegmatites also contained
phenakite and bertrandite, further indicating that
conditions were barely within thè stability field of
beryl. Beryl crystals were clear and colorless or sky-
blue aquamarines, with a maximum size of two cen-
timeters. Crystal forms noted include prisms, pina-
coids, and dipyramids.
12 centimeters across in thè interior of some peg¬
matites of thè Nine Mile pluton.
Fergusonite
Fergusonite occurs only in thè pegmatites of thè
Stettin pluton. In particular, pegmatites in thè amphi-
bole syenites yield abundant tiny fergusonites. The
maximum size of thè reddish brown crystals does not
exceed 100 microns.
Hisingerite
Hisingerite has been identified as a phase in thè
pocket fills of hematite-rich pockets. The minerai
forms crude micaceous plates and clayey deposits.
Identification was done by X-ray diffraction.
Miserite
Miserite is found only in thè agrellite-bearing peg¬
matite in thè Wausau pluton where it forms off-white
to tan prisms up to 1 centimeter in length.
Muscovite
Muscovite is a rare component in thè pegmatites.
It typically occurs as sericite in miarolitic cavities and
as a rock-forming component in some pegmatites of
thè amphibole syenites in thè Stettin pluton. The col-
or is grayish to pale yellow, notably in thè zinnwaldite
(“irvingite”)-bearing pegmatite in thè Stettin pluton.
Cancrinite
Cancrinite occurs in thè pegmatitic and non-peg-
matitic portions of nepheline syenite as orange patch-
es up to 2 centimeters in diameter.
Natrolite
Natrolite is one of thè alteration products of
nepheline in thè pegmatitic and non-pegmatitic por¬
tions of thè Stettin pluton. It has not been noted else-
where in thè complex.
Catapleiite
Catapleiite occurs very sparingly in pegmatites of
thè Stettin pluton. Thin colorless crystals of pseudo-
hexagonal catapleiite up to 0.5 millimeters are found
very rarely in small miarolitic cavities.
Eudialyte
Eudialyte has been detected in very small
amounts in massive nepheline syenite pegmatite of
thè outer portions of thè Stettin pluton as deep red to
brown color rounded grains up to 4 millimeters
across.
Fayalite
Fayalite occurs in thè alkali granite and monzonite
of thè Nine Mile pluton as an accessory minerai. It al¬
so occurs sporadically as slightly altered masses up to
Nepheline
Nepheline occurs only in thè outer rim of thè Stet¬
tin pluton and in thè nepheline syenites which rim thè
pyroxene syenite core of thè Stettin pluton. In thè
pegmatitic portions of these rock types, nepheline
crystals up to 30 centimeters in length have been
found. Crystals are characteristically crude and some-
times corroded or altered, and generally gray to off-
white in color.
Phenakite
Phenakite is thè dominant Be-mineral in mi¬
arolitic cavities in pegmatites of thè Nine Mile pluton
(Falster, 1977). It typically forms interpenetration
twins up to 3 centimeters in length and is colorless, or
yellow to white in color. Single crystals are common-
ly simple rhombs up to 1 centimeter in maximum di-
mension. Partial or complete replacement of
phenakite by bertrandite is common (Fig. 8).
PEGMATITES AND PEG MATITE MINERALS OF THE WAUSAU COMPLEX
25
Fig. 8 - Secondary electron photomicrograph of phenakite from
thè primary miarolitic cavities in a group 3 pegmatite in thè Nine
Mile pluton.
Thorite
Thorite occurs in pegmatites of thè amphibole
syenites in thè Stettin pluton. It is found in thè inter¬
mediate and core margins of these pegmatites, com-
monly associated with allanite and often altered to
thorogummite. As a result of thè high levels of ra-
dioactivity detected in some of thè pegmatites in thè
Stettin pluton in thè late 1950s, mining of these Th-
minerals was attempted but was abandoned when it
was found that thè desired U was present in small
amounts. Thorite reaches several centimeters across
and may occur in large clusters. It is originally black
in color but turns brown when it alters to thorogum¬
mite.
Wollastonite
Wollastonite was noted only in thè agrellite-bear-
ing pegmatite where it forms white prisms up to 8
millimeters in length.
Zinnwaldite, variety “Irvingite”
A variety of zinnwaldite called “irvingite” (Weid-
man, 1907), occurs only in a restricted area of thè
Stettin pluton where it forms bright yellow mica crys-
tals up to 2 centimeters in diameter in a poorly ex-
posed pegmatite. This minerai represents thè only Li
minerai in thè Wausau Complex.
Zircon
Zircon is most abundant in thè Stettin pluton
where it formed early in thè crystallization history of
thè tabular syenite and is associated with purple flu¬
orite. Crystals are brown dipyramids, rarely with thin
prism faces, and reach 2 cm in maximum dimension.
Quartz-zircon cores occur in some larger pegmatites
in thè Stettin pluton. These crystals can be yellow or
reddish to lilac in color and are commonly clear with
a maximum size that reaches 1 cm. In thè pegmatites
of thè other plutons, zircon is a typical pocket miner¬
ai. It occurs as gemmy, millimeter-size crystals, very
similar to thè xenotime described above and is par-
ticularly abundant in secondary miarolitic cavities.
Some deep brown zircon is found in massive peg¬
matite and may reach up to several millimeters in
maximum dimension. These crystals are elongated
and typically consist of prisms and dipyramids.
Preliminary geochemical data
Thorogummite
Thorogummite is a common alteration product of
thorite. It may form masses up to 10 centimeters in di¬
ameter, which may represent clusters of originai thor¬
ite crystals. Thorogummite is typically chocolate
brown and resinous in appearance.
Titanite
Titanite occurs abundantly in thè Stettin pluton,
notably in nepheline syenite pegmatites where it may
reach a size of up to 2 centimeters across. Crystals are
typically shiny and black and may comprise 10 per-
cent of some pegmatites. Titanite also occurs in some
pegmatites of thè Wausau pluton, although not as
abundantly as in thè Stettin pluton.
Tourmaline
Two grams of tourmaline in thè form of thin, long-
prismatic crystals of dark green color have been
found in one large miarolitic cavity in thè Nine Mile
pluton. The minerai was identified as elbaite by X-ray
diffraction.
Whole rock geochemical data are available from
Sood et al., (1980) and from thè authors’ neutron ac-
tivation results for pegmatite wall zones from several
pegmatites in thè Stettin pluton and pegmatite
groups 2, 3, and 4 in thè Nine Mile pluton (Tables 2-
3, Figs. 9-11). Chondrite normalized plots of REE
(rare earth elements) for pegmatite wall zones (and a
few other zones) in thè Stettin pluton and thè Nine
Mile pluton reveal interesting trends, particularly
when compared to thè average REE-content in thè
La Ce Sm Eu Tb Yb Lu
Fig. 9 - Chondrite normalized plot of average REE distribution in
thè foot wall wall zone, miarolitic cavity zone, and hanging wall
wall zone average of a group 3 pegmatite in thè Nine Mile pluton.
26
ALEXANDER U. FALSTER - WM. B. SIMMONS - KAREN L. WEBBER & TOM BUCHHOLZ
Fig. 10 - Chondrite normalized plot of average REE distribution
in thè average wall zones of thè Wausau complex and South Piat¬
te district pegmatites.
wall zones of pegmatites from South Piatte, Colorado
(Simmons et al ., 1987). The wall zones of thè Stettin
pluton pegmatites, particularly in thè amphibole- and
pyroxene-bearing pegmatites, have thè highest REE
contents. It is obvious from Figures 9 through 11, that
thè REE in thè Wausau complex are only slightly
LREE-enriched.
The wall zones of pegmatites in thè Nine Mile plu¬
ton, have a noticeably Tower concentration of REE
than those in thè Stettin pluton (Fig. 10).
The distribution of modest sized REE-bearing
minerals in thè Wausau Complex pegmatites is gen-
Fig. 11 - Chondrite normalized plot of average REE distribution
in thè wall zones of Stettin and Nine Mile pluton pegmatites com-
pared to thè wall zone composition of South Piatte pegmatites.
erally diffuse, compared to similar REE-bearing
minerals which occur in large masses in replacement
units in thè pegmatites of thè South Piatte district
(Simmons et al ., 1987). Possibly, thè higher F activi-
ty in thè South Piatte pegmatites enhanced thè mi-
gration and enrichment of REE-bearing phases in
late stage pegmatite units. The Wausau Complex is
generally low in F and thus REE appear to remain
more evenly distributed in thè pegmatites. A frac-
tionation is noticeable into thè foot wall and thè in¬
termediate zones of thè pegmatites in thè Wausau
Complex (Fig. 9).
Table 2: Neutron activation data for Wausau Complex pegmatites (all data in ppm). Chondrite normalizing val-
ues from Taylor and McLennan (1985). n.d. = not detected. Sample numbers refer to thè following pegmatites:
WC-1: Wall zone of an unzoned zircon-bearing feldspar pegmatite from thè tabular syenite in thè outer rim of
thè Stettin pluton.
WC-2: Wall zone of an arfvedsonite-aegerine-augite-bearing pegmatite from thè amphibole syenite of thè Stet¬
tin pluton.
WC-3: Wall zone of an unzoned nepheline syenite pegmatite from thè outer rim of thè Stettin pluton.
WC-4: Wall zone (hanging wall) of pegmatite 917A (group 3 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-5: Zone of secondary miarolitic cavities in pegmatite 917A (group 3 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-6: Wall zone (footwall) of pegmatite 917A (group 3 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-7: Wall zone (hanging wall) of pegmatite 808A (group 4 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
PEGMATITES AND PEGMATITE MINERALS OF THE WAUSAU COMPLEX
27
Table 3: Neutron activation data for Wausau Complex pegmatites (all data in ppm)
Chondrite normalizing values from Taylor and McLennan (1985). n.d. = not detected Sample numbers refer to
thè following pegmatites:
WC-8: Hanging wall aplite of pegmatite 808A (group 4 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-9: Wall zone (footwall) of pegmatite 808A (group 4 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-10: Zone of secondary miarolitic cavities of pegmatite 22C (group 3 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-11: Wall zone (hanging wall) of pegmatite 190H (group 3 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-12: Intermediate zone of pegmatite 190H (group 3 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-13: Intermediate zone of pegmatite 900A (group 2 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
WC-14: Miarolitic cavity floor of pegmatite 900A (group 2 pegmatite) in thè Nine Mile pluton.
CONCLUSIONS
The Wausau Complex is a rift-related alkalic com¬
plex and as such bears a distinct geochemical signa¬
ture. Cerny (1991) divides pegmatites into two types,
a LCT type (Li, Cs, and Ta enriched) of orogenic peg¬
matites and an NYF type (Nb, Y, and F enriched) of
anorogenic affinity. The LCT type pegmatites are fur-
ther subdivided into classes based on chemistry and
mineralogy. However, this has not yet been done for
thè NYF type anorogenic pegmatites. A classical ex-
ample of NYF pegmatites, thè South Piatte pegmatite
district in Colorado, is presented in Simmons et al.
(1987). Tectonically, thè Wausau Complex pegmatites
are clearly anorogenic but they do show some devia-
tions from thè generai NYF type of pegmatites. Some
F-, Nb-, Zr, and Th-enrichments are evident in parts
of thè Stettin pluton but these enrichment trends are
lacking in thè Nine Mile pluton. Therefore, thè
Wausau Complex might be more properly included
in a separate class of pegmatite types, as it does not
neatly fit into either thè LCT type or NYF type peg¬
matites as described by Cerny (1991). Since thè en¬
riched elements common to all four intrusive centers
are Fe, Ti, and REE, an anorogenic pegmatite type
“FeTiREE”, indicating Fe, Ti, and REE-enrichment
could be introduced here. With thè exception of some
minor Li and B mineralization, thè Wausau Complex
is depleted in B, which is similar to thè South Piatte
district (Simmons et Al., 1987). Be is evident in thè
Nine Mile pluton but appears to be lacking in thè
Stettin pluton. Be is not common in thè South Piatte
district but is present in a few pegmatites as beryl or
gadolinite (Simmons et al ., 1987). The data presented
here suggest that thè highest REE contents occur in
thè wall zones of pegmatites in thè Stettin pluton.
A comprehensive study of thè mineralogy and
geochemistry of thè Wausau Complex and its peg¬
matites is in progress and will address some of thè
problems discussed above.
Acknowledgments
We are indebted to thè following property owners
in thè Wausau area who graciously permitted sam¬
pling on their land: Robert Dehnel, Rainerd Zunker,
Cari Wimmer, Robert Thurber, Thomas O’Brian,
Paul Knopp, and Harold Beilke
Valuable input was received from thè following
minerai collectors of thè Wausau area: Dr. Earl John¬
son, David Bierbrauer, Dean Rein, Sr., Walter Tam-
minen, David Feck.
Field assistance was provided by Walter F. Prey
and Ursula H. Falster.
Dr. Eugene E. Foord (USGS, Denver, Colorado),
Thomas Campbell (Rapid City, South Dakota), and
Kenneth Keester (Santa Barbara, California) assisted
in thè early stages of minerai identification and mi-
crophotography. Instrumental neutron activation
analyses were carried out by thè Phoenix Memorial
Laboratory of thè University of Michigan, Ann Ar-
bor, through a grant to Wm. B. Simmons.
28
ALEXANDER U. FALSTER - WM. B. SIMMONS - KAREN L. WEBBER & TOM BUCHHOLZ
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Volume XXX - pp.: 29-43, 2000
Internai structures, parageneses and classifìcation of thè
miarolitic Li-bearing complex pegmatites of Elba Island (Italy)
Federico Pezzotta*
Museo Civico di Storia Naturale of Milan, Corso Venezia 55 - 20121 Milan - Italy
Abstract - This paper reports a study on thè internai structure, thè mineralogy and thè paragenetic sequence in pockets
of thè miarolitic complex pegmatites of Elba Island (Italy). Depending on structural and mineralogical characteristics these
dikes are classified into four categories. Listed in order of increasing degree of evolution they are: 1) dikes without Li min¬
erai; 2) Li-bearing dikes with complex asymmetric zoning; 3) Li-bearing dikes with simple asymmetric zoning; 4) irregu-
larly zoned Li-bearing dikes. The variable degree of evolution is reflected in a roughly zoned occurrence across thè margin
of thè Mt. Capanne pluton, thè more evolved dikes being located farthest away from thè contacts in thè thermometamor-
phic aureole. The dikes without Li minerals are barren miarolitic dikes with dispersed pegmatitic pods in thè aplitic rock,
and with a primitive pocket mineralogy. The Li-bearing dikes with complex asymmetric zoning have a centrai portion with
well developed asymmetric zoning, characterised by a mainly aplitic sodic lower unit, and a potassium rich pegmatitic up¬
per unit, with large miarolitic cavities and an irregular, aplitic-pegmatitic peripheral portion, near thè termination of thè
dike. The pocket mineralogy of thè centrai portion is uniform and displays a moderate degree of evolution. In thè periph¬
eral portion thè mineralogy of cavities ranges from primitive to highly evolved. The Li-bearing dikes with simple asymmet¬
ric zoning show structural and mineralogical characteristics similar to those of thè centrai portion of thè second category
and have a uniform highly evolved pocket mineralogy. The irregularly zoned Li-bearing dikes are cavity-poor and display
an irregular zoning which may be locally absent. These dikes, hosted in thè hornfels, suffered massive loss of fluids during
thè crystallisation, as shown by alteration of thè host rocks. This prevented internai structural differentiation and thè for-
mation of miarolitic cavities.
The pocket evolution is complex, especially in thè large cavities of dikes of category 2, and includes pocket ruptures and
one, and locally two, hydrothermal stages. The structural, mineralogical, and paragenetic characteristics of thè dikes of thè
third category and thè centrai portion of thè ones of thè second category, have many similarities with those reported in thè
literature for miarolitic, gem-bearing dikes from California and Afghanistan.
Riassunto - Questa pubblicazione riporta uno studio sulle strutture interne, sulla mineralogia e sulla paragenesi delle
cavità delle pegmatiti miarolitiche complesse dell’Isola d’Elba (Italia). In base alle caratteristiche strutturali e miner¬
alogiche questi filoni sono stati classificati in quattro categorie. Elencate in base al progressivo grado di evoluzione esse
sono: 1) dicchi privi di minerali di Li; 2) dicchi contenenti Li con zonatura asimmetrica complessa; 3) dicchi contenenti Li
con zonatura asimmetrica semplice; 4) dicchi contenenti Li irregolarmente zonati. Il variabile grado di evoluzione si riflette
in una zonatura di affioramento attraverso il margine del M.te Capanne, dove i dicchi a più alto grado di evoluzione si
trovano nell’anello di rocce termometamorfiche a maggior distanza dal contatto con il plutone. I dicchi privi di minerali di
Li sono dicchi sterili miarolitici con concentrazioni pegmatitiche sporadiche entro la roccia aplitica, e presentano una min¬
eralogia delle cavità poco evoluta. I dicchi contenenti Li con zonatura asimmetrica complessa presentano una porzione cen¬
trale con una ben sviluppata zonatura asimmetrica, caratterizzata da una unità inferiore aplitica prevalentemente sodica, e
da un’unità superiore pegmatitica ricca in potassio, con ampie cavità miarolitiche. Questi filoni presentano, in prossimità
delle loro estremità, porzioni periferiche irregolari aplitico-pegmatitiche. La mineralogia delle geodi della porzione centrale
è uniforme e mostra un moderato grado di evoluzione. Nelle porzioni periferiche la mineralogia delle cavità va da primiti¬
va a fortemente evoluta. I dicchi contenenti Li con zonatura asimmetrica semplice mostrano caratteristiche strutturali e
mineralogiche simili a quelle della porzione centrale dei filoni della seconda categoria e presentano una mineralogia delle
cavità uniforme e fortemente evoluta. I dicchi contenenti Li irregolarmente zonati sono poveri di cavità e mostrano una
zonatura irregolare, talvolta assente. Questi dicchi, messisi in posto negli hornfels, hanno subito una massiccia perdita di flu¬
idi durante la cristallizzazione, come indicato dalla alterazione della roccia incassante. Questo fenomeno ha impedito la dif¬
ferenziazione con formazione di strutture interne regolari e la formazione di cavità miarolitiche.
L’evoluzione delle geodi è complessa, soprattutto nel caso delle ampie cavità dei dicchi della seconda categoria, e com¬
prende eventi di fratturazione e localmente uno, se non due, stadi idrotermali. Le caratteristiche strutturali, mineralogiche
e paragenetiche dei dicchi della terza categoria e delle porzioni centrali di quelli della seconda categoria, hanno molte simil¬
itudini con quelle riportate in letteratura per i dicchi miarolitici, ricchi di gemme, della California e dell'Afghanistan.
Key words - granitic pegmatite, miarolitic cavity, Elba Island.
* E-mail: fpezzotta@yahoo.com
30
FEDERICO PEZZOTTA
Introduction
The aplite-pegmatite intrusions of thè Mt. Ca¬
panne Pluton, locateci in thè western part of thè Elba
island (Tyrrhenian Sea, Italy), are known for their ex-
cellent pocket collectibles and rare accessory miner-
als, produced mainly in thè past. Moreover, these in¬
trusions are thè only representatives of Li-bearing
pegmatites in Italy.
Although thè mineralogy of these dikes has been
investigated since thè 18th century, little is known
about their geochemistry, petrogenesis and internai
structure. Recently some studies were performed on
these topics, and thè first results are reported in Rug-
geri and Lattanzi (1992), Aurisicchio et al. (1992),
Pezzotta (1993a-b), Aurisicchio et al. (1994) and Pez-
zotta (1994), Orlandi and Pezzotta (1996).
One approach to thè study of zoned pegmatites is
thè use of minerals with variable compositions and
textures (e.g. tourmaline, beryl, micas, and feldspars)
as recorders of petrogenetic information (e.g. Foord,
1976; Jahns, 1982; Shearer et al., 1985; Jollif et al.,
1986). The colour of tourmalines is roughly indicative
of their chemistry, and may be used to reveal thè frac-
tionation trends and relative degree of evolution of
thè rocks that host these minerals (Jollif et al., 1986,
and reference therein). Distinct types of textures of
many minerals (e.g. feldspars, tourmaline, micas, etc.),
confined to particular zones of a structurally complex
pegmatite, also evidence thè evolution of thè physico-
chemical conditions of crystallisation (e.g., London,
1992).
Here I report thè structural, mineralogical and
paragenetic features of thè Mt. Capanne pegmatite
field. The description and classification of thè Elba
pegmatites are based on abundance, distribution, tex-
ture, and parageneses of rock-forming minerals and
accessory phases. This paper also discusses thè petro¬
genesis and thè internai evolution of these intrusions,
as well as thè regional zonal distribution of thè dif-
ferent pegmatite types. Systematic analyses of miner¬
ai compositions and quantitative petrologie studies of
selected dikes are in progress.
Much of thè volume of thè famous Elba peg¬
matites has been mined out before World War I (e.g.
Sinkankas, 1981). During this study, detailed field
work since 1985 resulted in finding about 45 unex-
plored dikes along thè eastern margin of thè Mt. Ca¬
panne pluton. They are rich in accessory phases and
miarolitic cavities. The three-dimensional sampling
and description of a number of selected dikes have
been performed by mining, with collaboration of
minerai collectors. Data on thè famous but exhausted
dikes were obtained from thè literature, as well as
from observations on veins outcropping in old quar-
ries, pegmatite fragments in dumps, and specimens in
public and private mineralogical collections.
The Mt. Capanne pluton
The Mt. Capanne pluton is thè largest exposed in-
trusion of thè Tuscan magmatic province, and makes
up most of thè western part of thè Elba island (Fig.
l).The radiometrie (Rb/Sr) age of thè intrusion is 6.7-
6.9 Ma (Ferrara and Tonarmi, 1985).
The classification of thè intrusive rocks of thè Mt.
Capanne pluton is problematic. Considering mode,
chemistry, zircon morphology (Pupin, 1976, 1980) and
abundance of mafie microgranular enclaves, they
show calc-alkaline characteristics. In contrast, thè
abundant aluminous xenoliths, thè presence of a
cordierite-bearing facies and certain dementai ratios
(Th/Ta, Th/U, La/Ta) are typical of peraluminous
granitoids (Bussy, 1990). Poli et al. (1989), on thè ba-
sis of geochemical and isotopie data, suggest that thè
Mt. Capanne granite originated from anatectic mag-
mas formed by thè partial melting of metapelitic
rocks, metasomatically enriched in volatile elements.
A subcrustal potassic magma might have been thè
heat source for thè anatexis of thè metapelitic rocks.
The pluton intruded, deformed and injected rocks
of thè tectonic unit IV described by Keller and Pialli
(1990, and references therein), including ophiolites,
radiolarites, limestones and flysch. The intrusion also
produced a well-developed thermal aureole in thè
high horneblende hornfels facies.
The monzogranite dome
The “main facies” of thè pluton consists of a medi-
um-grained monzogranite. Near thè contact with thè
country rocks, thè equigranular granite becomes por-
phyritic, with large K-feldspar megacrysts. It contains
quartz, plagioclase (zoned from An40 to Anl2), K-
feldspar and biotite, accessory apatite, zircon, titanite,
tourmaline, ilmenite, secondary chlorite, sericite, cal¬
cite, and a small amount of alteration minerals. Some
dispersed grains of hercynite and locai cordierite are
distributed near thè contact (Poli et al., 1989).
Silicic dike rocks
Acidic dikes of thè M.te Capanne aureole are
shown in thè diagram of figure 2. These intrusions,
mainly composed of leucogranites and aplites (see
thè legend of Fig. 1) strike N-S and dip 30°- 75° E.
They are hosted by thè granodiorite phase of thè plu¬
ton, along thè contact of thè granodiorite and ther-
momethamorphic rocks, and in thè hornfels of thè
thermometamorphic aureole. Width of thè dikes
ranges from few centimetres up to 20 meters. The
leucogranites have a medium grain size and a locally
oriented magmatic texture. These rocks contain
Fig. 1 - Schematic geological map of thè eastern margin of thè Mt. Capanne pluton, Isola d’Elba (Italy). Simplified after
thè unpublished geological field map 1:5000 of thè author.
Q, quatemary sediments; C, limestones and sandstones of complex V; Se, metasedimentary hornfels of complex IV,
composed by biotitic schists with locai lenses of marbles; S, metabasic rocks of complex IV, composed by tremolite,
antofillite, and tale hearing serpentinites, with locai intense hydrothermal-thermometamorphic alteration associated with
Mt. Capanne monzogranite; 1—2* Leucogranite and aplite dikes; n, granitic porphyries.
magnesite deposits; t 1
Miarolitic aplite-pegmatite dikes: (1) dikes without Li minerals; (2) Li-bearing dikes with complex asymmetric zonation;
(3) Li-beanng dikes with simple asymmetric zonation; (4) irregularly zoned to unzoned Li-beraing dikes. Old pegmatite
quarries also are marked.
INTERNAL STRUCTURES. PARAGENESES AND CLASSIFICATION OF THE MIAROLITICI L-BEARING COMPLEX PEGMATITES
31
Colle Reciso
L Pietra Acuta
Elba Island
<D >
Fosso dei Fordoni
IlllIimOlPl
V'
Ca’ Mastaglino'j' (£>
Catti
Fosso
S. ILARI O IN CAMPO
Fosso Marcianella
Fosso S. Francesco
(T) Grana D'Ogs
Fosso Bovalico
S. PIERO IN CAMPO
'acciaiolo
! Fonte del Prete:
'asso Foresi
^ - MARINA DI CAMPO
1 Km
32
FEDERICO PEZZOTTA
N
Fig. 2 - Pole diagram of thè acid dikes outcropping along thè E
margin of thè Mt. Capanne pluton. Triangles: leucogranite and
aplite dikes; black points: miarolitic aplite-pegmatite dikes and as-
sociated aplites. Stars indicate fractures coated by late black tour-
maline, feldspars, and quartz.
quartz, K-feldspar, plagioclase (5-30% An), subordi¬
nate biotite and white micas, and locally abundant
cordierite. Tourmaline, zircon, apatite, titanite, an-
dalusite, sulphides and other opaque minerals, are ac-
cessory phases. A late circulation of magmatic fluid is
responsible for thè locai alteration of feldspars and
Fe-Mg minerals. The aplites show a variable grain
size, with rare patches of quartz-rich massive peg-
matite. Flow textures, as well as multiple intrusion
contacts and magmatic breccias, are widespread.
Quartz, K-feldspar, plagioclase (5-20% An), scarce
biotite and/or white micas are thè rock-forming min¬
erals. Zircon, apatite and andalusite are rare accesso-
ry phases. A tourmaline-rich facies, with abundant
subhedral to anhedral tourmaline crystals, is wide¬
spread. This tourmaline-rich facies locally displays a
strong deuteric alteration, with almost complete dis-
coloration and/or chloritization of biotite, formation
of iron hydroxides, and kaolinization and sericitiza-
tion of feldspars.
Miarolitic Li-bearing aplite-pegmatite dikes
The aplite-pegmatite dikes containing thè world-
famous miarolitic cavities lined by euhedral crystals
of several minerals species (Orlandi and Pezzotta,
1996) are widespread along thè eastern contact of thè
pluton in its peripheral parts and in thè surrounding
thermometamorphic rocks (Aloisi, 1920; Marinelli,
1959; Carobbi and Rodolico, 1976). The best known
occurrences are located near thè villages of S.Piero in
Campo and S. Ilario in Campo (Fig. 1). The size of
these dikes ranges from few centimetres up to 2 me-
ters in width, and up to 20 meters along strike.
In thè pockets, two main stages of thè paragenetic
sequence have been already recognised (e.g. Carobbi
and Rodolico, 1976);
- an “aplitic-pegmatitic” stage, consisting of K-
feldspar, albite, quartz, tourmaline, beryl, lepidolite,
petalite, pollucite and garnet.
- a “hydrothermal stage” responsible for thè crys-
tallisation of several zeolites, possibly pink elbaite
and calcite, and thè alteration of K-feldspar into
kaolinite and/or zeolites.
Ruggeri and Lattanzi (1992) described these peg-
matites as “miarolitic (shalloyv depth) pegmatites” in
thè classification scheme of Cerny (1982a).The same
authors, studying fluid inclusions in vug crystals of
quartz, tourmaline and beryl, calculated thè upper
pressure limit for pegmatitic crystallisation at ~ 2
kbar. These data are consistent with independent ge-
ological evidence.
The attitude of thè miarolitic, Li-bearing peg¬
matites, and thè associated aplite dikes swarms, oc-
curring along thè western margin of thè M.te Ca¬
panne pluton between Le Caviere (S of S.Piero) and
Fosso dei Forcioni (N of S. Ilario), are shown in thè
pole diagram of figure 2. These dikes (categorised as
(1), (2), (3), and (4) in Fig. 1) strike N-S and dip 35°-
80° W. They are hosted in thè granodiorite, in thè
larger leucogranitic and aplitic apophyses and dikes
outcropping along thè margin of thè pluton, and in
thè thermometamorphic rocks.
The structural evidence indicates that thè mi¬
arolitic, Li-bearing, pegmatities are thè latest intru-
sions emplaced into thè aureole of thè Mt. Capanne
pluton.
Fracture fillings and hydrothermal alteration
The attitude of a fracture System in thè granodior¬
ite of thè eastern margin of thè Mt. Capanne pluton,
associated with quartz, feldspars, and black tourma¬
line crystallisation and locai hydrothermal alter-
ations, is also shown in thè diagram of figure 2. These
brittle structures, with negligitele vertical movement
slip, locally crosscut thè miarolitic pegmatites (Auris-
icchio et al, 1999).
The miarolitic aplite-pegmatite dikes
The study and thè classification of thè aplite-peg¬
matite dikes of thè E margin of thè Mt. Capanne plu¬
ton were performed taking into account thè internai
structure, textural patterns, rock-forming mineralogy
and thè abundance and distribution of accessory
phases, colour of tourmaline, and pocket parageneses.
Microstructural observations were performed on
thin sections cut along traverses across representative
dikes. Pocket minerai parageneses have been deci-
phered by microscopie observations of thè growth re-
lationships among thè different minerals. Besides a
large number of small cavities, about sixteen large
pockets have been observed in place and sampled by
thè author during this study.
Identification of minerals has been carried out by
qualitative SEM analysis performed with an EDAX
equipment attached on a Philips PW515 Scanning
Electron Microscope; quantitative WDS analysis was
carried out on an ARL SEMQ electron microprobe
in wavelength-dispersive mode. An automated
Rigaku difractometer and CuK(alpha) radiation
were used for X-ray powder diffraction. Selected
compositions of some minerals of thè studied dikes
INTERNAL STRUCTURES, PARAGENESES AND CLASSIFICATION OF THE MIAROLITICI L-BEARING COMPLEX PEGMATITES
33
are reported in: Aurisicchio et al. (1988 - beryl); Or¬
landi et al. (1990 - Nb-Ta oxides); Aurisicchio et al.
(1993 - uranopolycrase); Orlandi and Pezzotta (1993
- sekaninaite); Pezzotta (1994 - helvite); Pezzotta et
al. (1996 - tourmaline); Aurisicchio et al. 1999 (tour-
maline); Aurisicchio et al. 1998 (Nb-Ta oxides); Teer-
stra et al. 1998 (rubidium feldspars and pollucite).
The aplite-pegmatite dikes were classified into 4
categories: 1) dikes without Li minerals;2) Li-bearing
dikes with complex asymmetric zoning; 3) Li-bearing
dikes with simple asymmetric zoning; 4) irregularly
zoned to unzoned Li-bearing dikes.
1) Dikes without Li minerals
The miarolitic dikes of this category are charac-
terised by lack of Li-Cs minerals and by thè presence
of tourmaline crystals of exclusively black colour.
These intrusions are abundant and are hosted by thè
monzogranite (in both thè equigranular and por-
phyritic facies). Locally they also are hosted by thè
aplite and leucogranite masses emplaced along thè
contact between granodiorite and hornfels (Fig. 1).
The dikes are a few centimetres to 1 meter thick and
2 to 20 meters long. Networks of small (1-20 cm
thick) crosscutting veins can also be observed in thè
monzogranite. These intrusions do not display signif-
icant textural or mineralogical zoning. They are main-
ly aplitic, with thè pegmatitic portions dispersed as ir-
regular pods and veins. Pegmatitic dikes lacking
aplite are exceptional. Miarolitic cavities, rarely ex-
ceeding 10 cm in diameter, occur only in pegmatitic
portions.
The main components of thè aplitic rock are
quartz, K-feldspar, plagioclase and biotite. Black
tourmaline is irregularly distributed. Blue beryl and
zircon are rare accessory phases. Tourmaline occurs
as primary, zoned, prismatic, euhedral crystals in
aplite and pegmatite, and as radiating crystal groups
and graphic intergrowths with quartz, albitic plagio¬
clase, and perthitic-graphic K-feldspar in pegmatite.
A second generation of intergranular tourmaline is
common.
The mineralogy of miarolitic cavities reflects thè
primitive nature of these pegmatites. Only tourma¬
line and, exceptionally, zoned garnet (25-40% Alm,
60-75% Sps, with Mn-enriched rim) are locally abun¬
dant. Tourmaline needles (syntaxial on primitive
crystals) and piumose aggregates are associated with
thè second generation of tourmaline. Other accesso-
Late stage
massive pegm. Pocket minerai
Minerals growth growth
Quartz 1 -
Feldspars - i -
: 1
Tourmaline - i -
Beryl - i - - - *■
Cassiterite
Nb-Ta Oxides
Zircon -
Apatite
Garnet
2
Early
Late
Fig. 3 - Paragenetic sequence in pockets developed in dikes with¬
out Li minerals. (1) Black prismatic crystals; (2) black needles; (3)
pale blue beryl; (4) colouriess to pale green beryl.
ry phases are rare; thè pocket paragenesis (Fig. 3) is
very simple. No significant hydrothermal process of
minerai alteration is developed.
2) Li-bearing dikes with complex asynmietric zoning
The miarolitic dikes of this category are charac-
terised by Li-bearing accessory phases, and a com¬
plex three-dimensional asymmetric zonation. These
dikes display a marked variation in grain size, in
abundance and in textures of rock forming minerals,
and in distribution as well as composition of accesso¬
ry phases. Pocket parageneses range from primitive
to highly evolved types. It is possibile to assume that
most of thè famous dikes of Grotta d’Oggi, La Sper¬
anza, Fonte del Prete and Fosso Gorgolinato (Millo-
sevich, 1914), belong to this category (see Fig. ì).Two
of these dikes (named NI and N2 in Pezzotta, 1993a)
located about 50m SW from thè famous locality “La
Speranza”, are of particular interest, having large di-
mensions and being only little eroded by naturai
agents. These two pegmatites, exploited for minerai
specimens from 1990 to 1994, are here considered as
representatives of thè structures and mineralogy of
thè Li-bearing dikes of this category.
The dikes belonging to this category are hosted by
thè porphyritic monzogranite and, exceptionally,
along thè contact of thè leucogranite with basic ther-
mometamorphic rocks (Fig. 1). Most of them are 6-10
m long and 1-2 m thick. The dip can range from 25° to
75°. The contacts along strike are generally sharp, and
thè termination consist of a fingering-out network of
small veins. In some cases, thin anastomising aplitic
apophyses can run continuously for several tens of
meters.
The NI and N2 dikes are described here as typical
examples of Li-bearing dikes with complex asymmet¬
ric zoning. They are mutually similar but thè larger
one (N2) displays a much more complex zoning,
which is a multiple of that displayed by in thè NI
dike.
The S. Silvestro Dike (NI dike)
Figure 4 represents a horizontal section across thè
NI dike. A large “centrai portion” displays a well de¬
veloped asymmetric zoning, with an aplitic footwall
rich in Na and relatively depleted in K, and a coarse
grained overlying quartz-perthite-albite pegmatite,
enriched in K and poorer in Na. From thè floor up to
thè hanging wall, 4 units have been distinguished: 1)
aplitic footwall unit; 2) aplite-pegmatite unit; 3) peg¬
matitic core with pocket zone; 4) aplite-pegmatite
hanging-wall unit. Near thè termination of thè dike,
thè centrai portion rapidly disappears into “peripher-
al portions”. The peripheral portions are charac-
terised by aplitic grain size with dispersed pegmatitic
pods and veins and abundant monzogranite frag-
ments, with locally extensive tourmalinization.
The footwall part of thè NI dike consists of 5-25
cm thick aplitic unit. This massive aplite has a sugary
appearance and locally displays a banded texture
which consists of 0.1-1 cm thick layers. These layers
reflect variation in grain size and in concentration of
plagioclase, K-feldspar and biotite. The rock consists
of abundant plagioclase and quartz, scarce K-
Distribution of accessory phases
34
FEDERICO PEZZOTTA
Porphyric Aplitic
monzogranite unit
Aplite-pegmatite
unit
Pegmatitic
core
Aplite-pegmatite Porphyric
unit monzogranite
PERIPHERAL PART
INTERNAL STRUCTURES. PARAGENESES AND CLASSIFICATION OF THE MIAROLITICI L-BEARING COMPLEX PEGMATITES
35
feldspar, and sparsely distributed biotite. Plagioclase
forms euhedral to anhedral progressively zoned crys-
tals (14-5% An). Little euhedral and progressively
zoned Ca-richer (20-8%) plagioclase crystals also are
abundant in thè mass of aplite and locally as inclu-
sions in thè K-feldspar. K-feldspar is present as an¬
hedral grains and in larger (up to 1.5 cm) perthitic
crystals with graphic quartz, elongated roughly per-
pendicular to thè wallrock contact. Biotite is present
as fine-grained flakes at thè contact with thè host wall
rock, and as medium-grained elongated crystals in
thè others portion of thè aplite. Micrographic biotite-
quartz intergrowth, as well as replacement and/or
overgrowth by white micas, are common along thè
margins of thè biotite crystals. Tourmaline is normal-
ly present as a rare accessory phase; it is concentrat-
ed in anhedral fracture-filling grains, preferentially
associated with K-feldspar.
The aplite unit grades upward into a roughly strat-
ified 30-50 cm thick aplite-pegmatite unit (Fig. 5). The
layering is concordant with thè attitude of thè dike
and consists of 2 to 4 cm thick discontinuous lenses of
coarse-grained miarolitic pegmatite, alternating with
fine-grained aplite. The pegmatitic lenses are charac-
terised by: enrichment in K-feldspar, small miarolitic
cavities (few cubie centimetres in volume), absence
of biotite near thè pockets and graphic tourmaline-
quartz intergrowths. Small pockets (maximum 1 cm3
in volume) also are present in thè aplitic lenses. Pla¬
gioclase grains (8-4% An) are mainly euhedral.
Perthitic K-feldspar with graphic quartz are concen-
trated in pegmatitic lenses. Biotite, in baguette-like
crystals, is rimmed by white micas and partially dis-
coloured and/or chloritised. Graphic tourmaline-
quartz intergrowths are common in pegmatite and lo¬
cally also form fracture fillings in K-feldspar. Blue to
colourless beryl is a rare accessory phase. In thè up¬
per part of thè aplite-pegmatite unit a weakly albi-
tised pethitic K-feldspar contains anhedral to euhe¬
dral albite-rich plagioclase crystals in fractures.
The aplite-pegmatite unit grades upward into a
20-45 cm thick giant-textured pegmatite. Almost all
of thè volume of thè miarolitic cavities contained in
thè dike is confined to this pegmatitic core. A large,
fiat, irregularly oblate pocket (2.30 x 0.35 x 0.80 me-
ters) was discovered in December 1990 in thè peg¬
matitic core of NI dike. The volume of this “Main
Pocket” (approximately 500 dm3) largely exceeds thè
sum of thè volumes of all other pockets found in thè
dike. This miarolitic cavity locally extends down into
thè aplite-pegmatite unit.
A “pocket horizon” divides thè pegmatitic core in¬
to a lower and an upper part, with partially different
textural and modal characteristics.
The lower part has a 3-6 cm grain size, common
small miarolitic cavities a few cubie centimetres in
volume, relatively abundant albite (4-0% An) mainly
in coarse graphic intergrowth with quartz; perthitic
K-feldspar with graphic quartz (4-6 cm across); rare
quartz-tourmaline graphic intergrowth and biotite in
baguette-like crystals up to 5 cm, confined to thè con¬
tact with thè lower unit, largely transformed into
white micas.
The part of thè pegmatitic core lying above thè
pocket horizon is characterised by a blocky texture
(up to 25 cm in grain size); absence of miarolitic cav¬
ities; very scarce albite which becomes abundant on-
ly dose to large cavities; abundant perthitic K-
feldspar (15-25 cm across) with graphic quartz; local¬
ly abundant graphic quartz-tourmaline intergrowths
rapidly turning into radiating groups of euhedral
crystals, or into single crystals projecting downward
perpendicular to thè roof of thè pocket; and anhedral
quartz masses up to 10 cm in diameter. Biotite is con¬
fined to thè upper contact of thè unit. All around thè
large miarolitic cavities, but mainly around thè “main
pocket”, radiai microfractures are present, filled with
albite and rarely also quartz and/or green tourmaline.
These brittle deformations, particularly evident on
microscopie observation, control a widespread and
abundant albitisation of thè K-feldspar.
The Aplite-Pegmatite Hanging-Wall Unit (3 to 12
cm thick), has a medium grain size (1-2 cm) and con¬
sists of abundant perthitic K-feldspar with graphic
quartz, plagioclase (8-2% An), and biotite. Smaller
grain size is typical at thè contact with thè host rock.
This thin aplitic portion contains scarce plagioclase in
anhedral spots and as rare small euhedral crystals,
moderately Ca-rich, similar to those of thè aplitic
footwall unit. Albitisation of K-feldspar is wide¬
spread. Tourmaline is present both as cavity-grown
and fracture-filling crystals.
The peripheral portions are fine to medium-
grained with irregularly dispersed pods, spots and
veins of pegmatitic grain size. Pockets rarely reach 1
dm3 in volume. Monzogranite xenoliths, and locally
also thè monzogranite portions beneath thè peg¬
matite veins, display moderate to complete tourma-
linisation. In this process, feldspars and biotite are
completely replaced by tourmaline crystal aggre-
gates, generating masses of tourmaline and quartz.
The contact of aplitic-pegmatitic dike with mon¬
zogranite is sharp. The oscillatory zoned plagioclase
and K-feldspar crystals of thè monzogranite are cut
by thè dike, and display well-developed syntaxic
overgrowth in thè endocontact. A progressive com-
positional zoning (25-10% An), which contrasts with
thè oscillatory zoning (40-12% An) of thè crystals of
thè monzogranite, characterises thè plagioclase over¬
growth. In a 1-2 cm thick band of thè exocontact, bi¬
otite displays a slight alteration, and is locally rimmed
by a thin overgrowth of white mica (probably zin-
nwaldite; C. Aurisicchio, pers. comm.). In thè same
area, myrmekite is abundant, in particular along thè
Fig. 4 - Internai structure, tourmaline colours, and accessory phase distribution in thè NI Dike. Dike section perpendicular
to dip and parallel to strike. _
aplite; pegmatite;
••"•/T;:l porphyric monzogranite;
tourmalinized monzogranite;
miarolitic cavities; 1**1 quartz-tourmaline graphic aggregateseli! tourmaline sprays locally degenerating in comb
A'
iWJ, * • quuiuj r — — OC? - C7"” y *
biotite; I ^ 1 lepidolite; 133 petalite; ISSI pockets hydrothermal clays.
texture; - - > - r- - » * - ,, „ _
Tourmaline colors: B = black; BN = black needles; C = colorless; G = green; GS - green sprays; Y - yellow, O orange,
P = pink; PB = pale blue; PP = pale pink; PU = purple; R = red.
36
FEDERICO PEZZOTTA
Fig. 5 - (a) NI Dike in a vertical section, perpendicular to strike; (b) N2 Dike in a vertical section, perpendicular to strike.
The insert has thè same legend as figure 4.
dike contact. These phenomena, associated with al-
bitisation of K-feldspar, are much more abundant in
thè monzogranite of thè upper exocontact of thè cen¬
trai portion than in other parts of thè contacts.
A vertical section of NI dike, perpendicular to thè
strike (Fig. 5a), reveals a progressive thinning of thè
pegmatitic core. The aplitic and aplitic-pegmatitic
units suddenly lose their characters when granitic en-
claves occur in thè dike, indicating thè limit of thè
centrai portion and thè transition to thè peripheral
portion.
The Rosina Dike (N2 dike)
The N2 dike is similar to thè NI dike but is larger
(10 m long and 2 m thick), and displays a complex
structure of thè centrai portion, which is a multiple
repetition of thè more simpler NI structure.
A vertical section of thè N2 dike, perpendicular to
thè strike (Fig. 5b), displays a sharp irregular contact
with thè monzogranite at thè hanging-wall contact; a
network of aplitic veins characterises thè floor. The
dike, from thè floor to thè hanging wall, can be divid-
ed into a lower unit (up to 80 cm thick), mainly
aplitic, and an upper unit (up to 1.20 cm thick) con-
sisting of 2 or even 3 repetitions of “aplitic footwall
unit-pegmatitic hangingwall unit” pairs.
The massive aplitic lower unit is locally roughly
stratified and contains xenolits of monzogranite, of
biotitic metasedimentary rock and of stratified aplite.
Pods and fracture-filling pegmatitic veins also are
present. In September 1993, a single subspherical
large pocket (about 75 dm3 in volume) was found in
a pegmatitic pod completely hosted in this aplitic
unit.
In thè upper unit of thè N2 dike, abundant small
to medium size pockets (up to 20 dm3 in volume) are
developed in a single “aplitic footwall unit-pegmatitic
hangingwall unit” pair. A series of medium to large
pockets (up to 80 dm3 in volume) resides in a core re-
gion derived from thè coalescence of many “aplitic
footwall unit-pegmatitic hangingwall unit” pair. A pe-
culiarity of thè core region is thè presence of sekani-
naite in micrographic intergrowth with quartz (Or¬
landi and Pezzotta, 1993), which is abundant along
thè contact of aplite and pegmatite, below thè pocket
horizon. Individuai “aplitic footwall unit-pegmatitic
hangingwall unit” pairs are frequently bordered by
fracture-like planes filled by elongated, multicenti-
metric, biotite crystals. The grain size of thè “core re¬
gion” can be exceptionally coarse, and at larger pock¬
ets perthitic K-feldspar with graphic quartz as well as
quartz masses can attain 30 cm in diameter. Tourma-
line crystals are up to 40 x 4.5 cm in size.
A vertical NW-SE fracture crosscuts thè dike (and
also some pockets) inducing partial alteration and re-
crystallisation of feldspars and quartz.
Pocket parageneses
The pocket parageneses of thè dikes of this group
range from primitive to highly evolved. The greatest
variability of pocket mineralogy is characteristic of
thè peripheral portions.The large pockets of thè cen¬
trai zone show relatively uniform parageneses of in¬
termediate diversification.
The colours of tourmaline crystals and thè distrib-
ution of thè associated accessory phases in pockets of
thè NI dike are shown in figure 4. Cavities with black
tourmaline in peripheral portions are only indicated
where this minerai is abundant. Moreover, rare, prim¬
itive small to minute pockets also are widespread in
thè rest of thè peripheral portions as well as in thè
aplite-pegmatite unit of thè centrai portion. In cen¬
trai and peripheral portions, in an area adjacent to
thè “main pocket”, an overgrowth of green radiating
tourmaline needles on black crystals can be ob-
served.The primitive assemblage of accessory phases
(indicated with -a- in Fig. 4) displays a paragenetic se-
quence similar to thè simple one described in figure
3. The succession of colours in thè polychrome tour¬
maline (from black, to green, yellow, and pink) indi-
cates a high degree of evolution in some pockets of
thè peripheral zones. All tourmaline crystals in thè
INTERNAL STRUCTURES. PARAGENESES AND CLASSIFICATION OF THE MIAROLITICI L-BEARING COMPLEX PEGMATITES
37
pockets of thè pegmatitic core have similar colours,
indicating an intermediate degree of evolution. In thè
pockets of thè centrai portions (e.g., NI Dike Main
Pocket), differentiation strongly concentrates minor
elements including Li, B, and Mn as well as trace ele-
ments such as Ta, Cs, Ti, W, U, and Be.
Cassiterite
Nb-Ta Oxides
Zircon
Xenotime
Petalite
Gamet
Zeolites
Amorph.Silica
Early Late
Fig. 6 - Paragenetic sequence observed in thè large, aplite-hosted
pocket found in thè N2 dike. (1) Black tourmaline; (2) Yellow-
brown tourmaline; (3) dark brown tourmaline; (4) dark purple
tourmaline; (5) pale blue beryl; (6) colourless beryl. Bold line: so-
lution-alteration.
Figures 6, 7, 8, and 9 illustrate progressive evolu¬
tion of thè paragenetic sequences in representative
pockets of thè NI and N2 dikes.
The moderately primitive paragenetic sequence
reported in figure 6 characterises thè large aplite-
hosted pocket found in thè N2 Dike. The crystals of
K-feldspar, albite, quartz, and tourmaline were
deeply rooted to thè pocket walls, and K-feldspar was
mainly concentrated at thè roof of thè pocket, where-
as albite dominates on thè floor. Garnet crystals (0.2
to 1.0 cm across, progressively zoned; 93-97% Sps, 7-
3% Alm) are present in a large number in cavities.
Moreover, preliminary analytical data indicate that
Late stage Zeolites Second Late
massive pegm. Pocket minerai Pocket Post-rupture hydrothermal pocket hydroth.
Minerals growth growth rupture growth stage rupture stage
Fig. 7 - Paragenetic sequence observed in thè pocket System in thè
pegmatite core of thè N2 Dike. (1) Probable beginning of thè re-
' verse alkali differentiation; (2) crystallisation mainly of albite, par-
tially coating tourmaline and other previously crystallised miner¬
als; (3) black to dark brown tourmaline; (4) narrow overgrowth
and fracture filling of green tourmaline; (5) Pale blue-colourless
beryl; (6) Pale blue-colourless beryl of a new generation; (7) milky
quartz overgrowth, abundant nucleation of minute crystals, and
replacement of zeolites; (8) abundant albite and glassy-colourless
K-feldspar, nucleation and overgrowth on older crystals; (9) tour¬
maline overgrowth and nucleation of black needles. Bold line: so-
lution-alteration.
thè Mn content of tourmaline crystals from this cavi-
ty progressively increased during crystallisation to
7.5% MnO (a common feature of thè Elba tourma-
lines; Aurisicchio et al., in progress) and dropped
abruptly to less than 0.2% when thè nucleation of
garnet began.
A moderately more evolved paragenetic sequence
is observed in thè series of partially interconnected
large cavities, in thè core of thè N2 Dike (Fig. 7). The
evolution of these pockets includes:
(a) a moderate minerai segregation associated
with a reverse alkali distribution similar to that de-
scribed by Stern et al. (1986, page 420) in a pegmatite
from California (albite, tourmaline and beryl prefer-
entially along thè roof of thè pocket; K-feldspar is
more abundant on thè floor of thè cavity, in many
crystals of small size, whereas in thè roof it composes
rare but large crystals);
(b) thè presence of pollucite and of a late over¬
growth of green tourmaline;
(c) thè presence of moderate amount of helvite in
tetrahedral crystals (up to 4 cm across, now largely al-
tered and dissolved; Pezzotta, 1994);
(d) crystallisation of garnet at primitive stages of
evolution of thè pockets;
(e) pocket rupture during thè minerai growth
which caused a partial collapse of thè roof of thè cav¬
ity;
(f) a new generation of beryl after thè pocket rup¬
ture.
In some cavities intersected by a fracture cross-
cutting thè dike (belonging to thè same fracture Sys¬
tem as shown in Fig. 2) a second pocket rupture oc-
curs. In these cavities a second hydrothermal event is
associated with a new generation of milky quartz, al¬
bite, K-feldspar, and black tourmaline (with syntaxic
overgrowth on older crystals and abundant new nu¬
cleation), and a partial dissolution of beryl, and an al-
most complete dissolution of petalite, pollucite,
helvite, zeolites, and hyalite. Quartz and albite micro-
crystals, mainly concentrated on thè floor of thè
pockets, replace locally thè zeolites.
Figure 8 shows thè paragenetic sequence observed
in thè main pocket of thè NI Dike. Compared to thè
pockets illustrated in figure 7, thè more evolved par-
Late stage Zeolites
massive pegm. Pocket minerai Pocket Post-rupture hydrothermal
Minerals growth growth rupture growth stage
Quartz
Feldspars - 1 * 3 * - 1 - * - : - -
3 4 _
Tourmaline - : - • - x -
Beryl - f - \ - * - 5 - * g? -
Lepidolite
Gamet
Cassiterite
Nb-Ta Oxides
Zircon
Petalite
Pollucite
Hydroth. Clays
Zeolites
Amorph.Silica
Early Late
Fig. 8 - Paragenetic sequence observed in thè main pocket of thè
NI Dike. (l) Probable starting of thè reverse alkaìi differentia¬
tion; (2) crystallisation mainly of albite; (3) black tourmaline; (4)
yellow-green tourmaline; (5) pale blue beryl; (6) colourless to
pink beryl; (7) pink beryl of new generation; (8) second genera¬
tion of lepidolite. Bold line: solution-alteration.
38
FEDERICO PEZZOTTA
agenesis of this cavity is indicateci by thè presence of
lepidolite and green to yellow tourmaline. Other re-
markable differences are demonstrated by a more
evolved minerai segregation and reverse alkali distri-
bution developed since thè first stages of pocket min¬
erai growth (with lepidolite preferentially spread on
thè floor of thè pocket), by crystallisation of mainly
albite among feldspars, during thè post-rupture min¬
erai growth, covering thè previous crystallised miner-
als with a 1 - 2 cm thick layer, and by thè crystallisa¬
tion, during thè post-rupture growth, of a new gener¬
ation of lepidolite in small masses of minute pink
crystals, distributed on thè floor of thè pocket (local-
ly replacing petalite) and encrusting larger, pre-exist-
ing minerai aggregates.
Late stage Zeolites
massive pegm. Pocket minerai Pocket Post-rupture hydrothermal
Minerals growth growth rupture growth stage
Early Late
Fig. 9 - Paragenetic sequence observed in highly evolved pockets
in thè N2 Dike. (1) Black tourmaline; (2) green to pink tourma¬
line; (3) growth of floating, doubly terminated tourmaline “pen-
cils”; (4) abundant new nucleation of tourmaline with overgrowth
on previous crystals; (5) colourless beryl; (6) pink beryl; (7)
colourless to pale pink beryl of a new generation; (8) lepidolite
partially pseudomorphous after pink tourmaline, K-feldspar, and
petalite. Bold line: solution-alteration.
Early
crystallized
minerals
Late
minerals
Fig. 10 - Associations of oxide and wolframate minerals in thè
studied pegmatites, depending on thè degree of evolution of thè
mineralogy in thè pockets. (3), (6), (7), (8), and (9), indicate thè as-
sociation of oxides and wolframates observed in thè pockets re-
ported respectively in figure 3, 6, 7, 8 and 9. (*) indicates an un-
certain position of thè minerai in thè diagram, because of limited
analytical and paragenetic data reported in thè literature and ob-
tained by thè author.
(2) (6) (7) (8) (9)
I Imeni te
Rutile
Cassiterite
Ilmenorutile
Euxemte
Manganocolumbite
Plycrase-(Y)
Uranopolycrase
Microlite
Uranomicrolite
Manganotantaltte
Wolframoixiolite
Hubnerite
Primitive Highly evolved
pockets pockets
Figure 10 details thè association of oxide and wol¬
framate minerals in these pegmatites, depending on
thè evolution of thè mineralogy of thè pockets. These
minerals can be found intergrown mutually, locally in
epitaxial aggregates, and associated with zircon, mon¬
azite and xenotime.
The study of miarolitic cavities from other Li-
bearing dikes with complex asymmetric zoning, in thè
S.Piero and S.Ilario areas, indicates minerai assem-
blages and pocket parageneses dose to those de-
scribed for thè NI and N2 dikes. Even if garnet
and/or petalite and pollucite are locally rare (up to
absent), no significant variation of thè paragenesis of
thè other minerals can be observed. It is noteworthy
that pocket albite, in thè NI and N2 dikes as well as
in all thè other observed dikes, occurs in white to pale
azure stocky crystals and curved aggregates (over-
grown on graphic intergrowths of albite plus quartz)
but never develops clevelandite morphology.
3) Li-bearing dikes with simple asymmetric zoning
The paragenetic sequence, observed in thè highly
evolved miarolitic cavities (of moderately small size)
in thè peripheral parts of NI and N2 dikes, is report¬
ed in figure 9. Remarkable differences from thè par¬
agenetic sequence of thè Main Pocket of thè NI Dike
are thè absence of minerai segregation, a complex
history of tourmaline growth, thè more precocious
crystallisation of garnet, and thè abundant presence
of a second generation of lepidolite, in large aggre¬
gates of millimetric crystals, partially replacing pink
tourmaline, K-feldspar and petalite. K-feldspar in
these pockets becomes grey to pink-red in colour.
The change of thè tourmaline colour from black to
green, and locally also from green to pink, occurred
before thè pocket growth of crystals. Before thè
pocket rupture, rare, floating, doubly terminated
tourmaline “pencils” crystallised, usually pink in
colour. After thè pocket rupture, a locally abundant
new tourmaline generation (green to pink) produced
thousands minute doubly terminated needles. These
submillimetric tourmalines, locally together with
minute crystals of albite and mica, coated all thè oth¬
er minerals as a “snow on thè roof”, reflecting a near-
ly stagnant parent medium.
The miarolitic dikes of this group are characterised
by Li-bearing accessory phases, and by a simple asym¬
metric zoning. The grain size, thè abundance and thè
textures of rock-forming minerals, change in thè direc¬
tion perpendicular to thè walls. The pockets paragene¬
ses, thè tourmaline colours, and thè minerai assem-
blages, usually highly evolved, are similar (or were
identical) in all thè cavities of thè same dike. Consid-
ering old samples and thè outcrops in abandoned
quarries, it is possible to assume that at least a part of
thè dikes of thè famous localities of Masso Foresi, Fac-
ciatoia, Catri, Fosso Gorgolinato, and Fosso dei For-
cioni (Millosevich, 1914) belong to this type.
These dikes are hosted in thè porphyritic monzo-
granite dose to thè contact with thè country rocks, in
thè E-dipping aplite (locally deuterised and with ac¬
cessory tourmaline) and leucogranite dikes, and in
thè thermometamorphic (extensively hydrothermally
altered) mafie rocks of thè contact aureole. The peg¬
matites have a fiat shape and are often intruded “en
echelon”. Low-angle intersections of two or three
dikes can be locally observed. The dikes are small;
they are 6-8 meters long and rarely exceed thè thick-
ness of 25 centimetres. Miarolitic cavities are locally
INTERNAL STRUCTURES. PARAGENESES AND CLASSIFICATION OF THE MIAROLITICI L-BEARING COMPLEX PEGMATITES
39
abundant, and thè largest ones (exceptionally up to
120 x 80 x 25 centimetres) have been observed in dike
intersections. Along thè exocontacts thè same miner¬
ai alterations occur as described for thè second cate-
gory of dikes.
Two kinds of Li-bearing dikes with asymmetric zona-
tion have been distinguished depending on minerai tex-
tures:(l) a “Facciatoia Type”, and (2) a “Catri Type”.
On a small scale, thè intrusions of thè Facciatoia
Type have structures and minerai textures similar to
those described for thè centrai portion of thè dikes of
thè second category. Indeed, in a dike 15-20 cm
across, an aplitic footwall unit transitional to a peg-
matitic-miarolitic zone, and an aplitic-pegmatitic
hangingwall unit can be observed. Tourmaline (as
graphic intergrowth with quartz) and lepidolite (as
isolated centimetric primary crystals, and as micro-
crystalline small masses of late replacive origin on
petalite, pollucite, and pink tourmaline, and probably
also feldspars and quartz) are abundant along thè
pocket horizon.
Altered
leucogranite
Layered
aplite
Pegmatite
with
tourmaline
in comb
texture
Pocket
Piane
Layered
aplite
Altered
leucogranite
• ' •••/*• .... •* , ’V X*'* ■* *
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* X.
XXX xx
X X X X
X x x X
X x X X X X
x X X X X X X
X X X X X x
20 cm
Fig. 11 - Internai structure of a Catri Type dike, with multiple
aplite-pegmatite layers. Dike section perpendicular to dip and
parallel to strike. Note thè pocket with tourmaline crystals prefer-
entially lining thè roof, and with large altered petalite crystals, in
thè lower part of thè figure.
The dikes of thè Catri Type are stratified, and
characterised by texturally and paragenetically segre-
gated layered aplitic and pegmatitic units (Fig. 11). A
Constant feature is thè presence of tourmaline crys¬
tals, grown perpendicularly to thè walls downwards
(comb texture). Sodium-enriched aplite has sugary
appearance and is composed of albitic plagioclase (7-
2% An), quartz, rare K-feldspar, and accessory white
to pink micas in small fiat crystals, rare biotite, and
sekaninaite. In contrast, pegmatitic (1 to 4 cm in grain
size), potassium-enriched units are composed of K-
feldspar, quartz, scarce albitic plagioclase, tourma¬
line, and lepidolite. Albitic plagioclase is mainly con-
centrated below thè pocket horizon. K-feldspar is
perthitic and commonly deeply albitised; crystals
grow perpendicular to thè roof, and have a graphic
intergrowth with quartz at thè root. At thè base of
comb tourmaline crystals, a tourmaline-quartz graph¬
ic symplectite rapidly turns into a single tourmaline
crystal with a quartz core, and finally into a quartz-
free tourmaline prism. In subvertical dikes, tourma¬
line comb texture can be developed concentrically,
from both walls inwards.
The rare dikes hosted in extensively hydrother-
mally altered mafie rocks have a reaction aureole in
thè exocontact, locally rich in radiating crystals of
black tourmaline. These intrusions, mainly of peg¬
matitic nature, are intermediate between Facciatoia
and Catri Type, and have tourmaline in graphic inter¬
growth with quartz, as well as in radiating crystals
and/or in comb texture.
Minerai assemblages and pocket paragenesis of
thè III category of dikes are similar to thè highly
evolved ones illustrated in figure 9. Remarkable dif-
ferences are in thè presence of a strong minerai seg-
regation, particularly developed in thè Catri Type
(more than 90% of tourmaline crystals are lined on
thè pockets roof), locally associated with a moderate
“inverse” alkali differentiation; thè absence of evi-
dent pocket ruptures during thè pocket crystallisa-
tion; and a single-phase tourmaline crystal growth. In
some pockets a late fluid circulation occurred, similar
to thè one described in figure 7 (after thè second
pocket rupture). This process, which can be only
weakly developed, is associated with late microfrac-
tures (thè same System as shown in Fig. 2), and is re¬
sponsive for thè crystallisation of a “black hat” on
thè top of tourmaline crystals.
, _ Thermometamorphic
Kit. Capanne Pluton aureole with leucogranitic
monzogramte margm Qnd apMc wtrusions
Thermometamorphic
rocks
Dikes of group 1
Dikes of group 2
Dikes of group 3
Dikes of group 4
^ Incrasing distance from thè centre of thè pluton ^
Fig. 12 - Qualitative diagram of thè zoned distribution of Elba
pegmatites.
40
FEDERICO PEZZOTTA
4) Irregularly zoned to unzoned Li-bearing dikes
The Li-bearing dikes of this category are irregu¬
larly zoned to unzoned, and have a random distribu-
tion of accessory phases. The host rocks are thè hy-
drothermally altered mafie rocks and thè metasedi-
mentary hornfels of thè thermometamorphic aureole
of thè pluton. These dikes can have irregular shapes
and changes in attitude. The thickness ranges from a
few centimetres up to 2 meters and thè length can at-
tain 6-7 meters. Black tourmaline and white micas
can occur along thè exocontacts together with hy-
drothermal alteration produets.
The internai structure of these dikes ranges from
irregularly distributed masses of aplitic and peg-
matitic rocks, with locai concentrations of tourmaline
and white to pink micas, to a medium-grained rock
with homogeneous distribution of minerals. In thè
pegmatitic masses, tourmaline occurs locally in radi-
ating groups or comb textures, as well as randomly
oriented prismatic crystals. Tourmaline is normally
black, but it is occasionally present as polychrome
crystals with black to green and pink colour. White to
pink micas, locally abundant, can be concentrated in
granular masses many decimetres across, in contact
with fine-grained spongy albite aggregates, and en-
closing green to pink, partially corroded tourmaline
crystals. Plagioclase is always of albitic composition.
Miarolitic cavities are rare, and absent in some dikes.
The pockets are concentrated dose to areas with
tourmaline in comb texture or in spongy albite. The
minerai assemblage is simple; only small crystals of
polychrome tourmaline, white to pink micas, and oc¬
casionally pink apatite, were found as accessory phas¬
es. Some multicentimetric dissolution cavities have a
partially polyhedral shape and are associated with
pink tourmaline and micas; they might have originat-
ed after petalite or pollucite crystals. In dikes hosted
in metabasic rocks, thè quartz of thè graphic K-
feldspar along thè walls is occasionally leached, prob-
ably by supergene Mg-rich Solutions (Cerny and
Novàk, 1992; P. Cerny, pers. comm. 1994).
Dikes with transitional characteristics
Dikes with characteristics transitional between
those of thè four categories described above are not
uncommon. The observed variations are:
(a) Dikes transitional between category 1 and cat¬
egory 2: intrusions with black tourmaline but lacking
Li-bearing minerals, and locally with a rough asym-
metrical structure; mainly aplitic dikes with irregular¬
ly distributed pegmatitic pods and veins, with a few
small miarolitic cavities with green to yellow tourma¬
line.
(b) Dikes transitional between category 2 and cat¬
egory 3. Masses of medium to small size with a large
centrai portion, and small peripheral portions.
(c) Dikes intermediate between group 3 and
group 4. Irregularly zoned intrusions, up to 2 meters
across, hosted in metabasic rocks, having portions
with tourmaline comb texture and with layered
aplite, together with rare but highly evolved pockets.
• (d) Dikes intermediate between group 1 and 4. In-
trusions hosted in thè hornfels, dose to thè granodi-
orite contact, similar to those of group 4 but without
Li-bearing minerals.
Discussion
The zoned pattern of occurrence of dikes
Abundant literature on rare-element-bearing peg-
matites reports that differentiation during thè evolu-
tion of pegmatite magma leads to a progressive en-
richment of minor and trace elements such as F, Li, B,
Nb, Ta, Rb, Cs, W, Sb, Bi, U, Ce, La, Sn, Be, in residuai
melt (e.g. Walker et al. , 1986; London, 1990). The phe-
nomena related to thè progressive differentiation of
a pegmatite magma include: changes in composition
of minerals such as garnet (from almandine-rich to
spessartine-rich; Cerny & Hawthorne, 1982), tourma¬
line (from schorl to elbaite; e.g. Jolliff et al. , 1986), and
micas from biotite to muscovite to lepidolite (e.g.
Hawthorne & Cerny, 1982, Cerny et al., 1995); in-
crease in Li, Cs and decrease in Fe content in beryl
(e.g. Burt, 1982); occurrence of minerals such as pol¬
lucite and microlite in thè most evolved rocks. Com-
pared to these observations, thè four groups of mi¬
arolitic Elba pegmatites can be considered produets
of crystallisation of residuai melts with variable de-
grees of evolution. Residuai melts ranged from prim¬
itive (pegmatites of group 1) through moderately
evolved (pegmatites of group 2) to highly evolved
(pegmatites of groups 3 and 4).
Figure 12 qualitatively highlights thè zoned pat¬
tern of occurrence of thè studied pegmatites. Al-
though an overlap is evident, dikes without Li-miner-
als are mainly hosted in thè monzogranite, whereas
thè others (groups 2, 3, and 4) are distributed at in-
creasing distance, from thè centre of thè pluton, host¬
ed in thè monzogranite, in thè aplitic and
leucogranitic lenses, and in thè hornfels of thè ther¬
mometamorphic aureole. Similar zoned patterns of
pegmatites are well known in thè literature (e.g.True-
man and Cerny, 1982), even if descriptions of zoned
fields of miarolitic dikes are rare. The regional zoning
of pegmatites is explained (Cerny, 1982b, 1991b,
1992) by differences in thè contents of volatile and
other liquidus- and viscosity-depressing constituents
(Li, F, H20, B, P; Luth, 1976; Chorlton and Martin,
1978) among thè individuai batches of separated peg¬
matite melts. These differences result in intrusions
with variable thermal stability, reflected in diversified
distances of pegmatite migration. At Elba, thè narrow
contact aureole, thè presence of abundant aplite and
leucogranite apophyses, and thè partially convective
mechanism of heat transfer (manifested by thè pres¬
ence of irregularly distributed magnesite deposits of
thermometamorphic origin in metabasic rocks) gen-
erated a steep and irregular heat gradient around thè
Mt. Capanne pluton that could be responsible for thè
partial overlapping distribution of thè four groups of
Elba pegmatites,
Evolutionary characteristics
Based on thè minerai parageneses, rock textures
and structures of thè dikes, thè examined Elba peg¬
matites can be considered members of thè rare-ele-
ment class and of thè LCT petrogenetic family in thè
current classification of Cerny (1991). In addition, thè
shallow level of intrusion (indicateci by thè data re-
ported by Ruggeri and Lattanzi (1992) and by thè
INTERNAL STRUCTURES, PARAGENESES AND CLASS1FICATION OF THE MIAROLITICI L-BEARING COMPLEX PEGMATITES
41
abundant presence of miarolitic cavities) and some
structural features are similar to those of thè mi-
V
arolitic class (cf. Cerny, 2000, about problems plagu-
ing thè definition of this class).
The compositional and textural asymmetric zon-
ing of thè dikes of category 2 and 3 are typical of thè
miarolitic gem-bearing pegmatites of many localities
in thè world (e.g. Cerny, 1982b). In particular, thè
dikes of thè Catri type (category 3), and thè centrai
portion of thè dikes of category 2, display on small
scale rock structures and minerai textures similar to
those described by London (1986) and Stern et al.
(1986) respectively for thè Himalaya dike and thè
Little Three dikes in thè San Diego County, Califor¬
nia.
The bodies of group 2 are of particular interest.
Indeed, whereas variations of accessory phase assem-
blages are common and well known in thè literature
on massive pegmatites, thè presence of primitive to
highly evolved parageneses in thè pockets belonging
to different zones of one and thè same dike is unusu-
al in miarolitic pegmatites. The complex three-dimen-
sional structure of these intrusions documents a com¬
plex and heterogeneous internai evolution.
The presence of miarolitic cavities, which consti-
tute evidence of vapour saturation prior to thè com¬
plete crystallisation of pegmatite-forming melt, ap-
pears to be controlled by thè timing and extent of
volatile exolution from silicate melt (London, 1986).
The pocket parageneses reported in this paper docu-
ment a crystallisation history for thè miarolitic cavi¬
ties of Elba pegmatites similar to that reported for
analogous pegmatites from other localities (e.g. Fo-
ord et al., 1986; London, 1986; Stern et al. , 1986). In
particular, thè main phenomena observed in thè Elba
dikes can be summarised as follows: 1) More evolved
cavities have a much more complicated pocket para-
genesis and history of crystallisation. 2) The first
pocket rupture commonly observed in thè largest
cavities of dikes of group 2 generated an abrupt
change in thè chemical-physical conditions of crys¬
tallisation, testified by new nucleation and new mor-
phology of tourmaline, beryl and mica crystals. 3) The
garnet precipitation seems to control at least thè Mn
content in tourmaline. More evolved pockets show
garnet crystallisation at earlier stages. 4) The crys¬
tallisation in pockets occurred essentially in a closed
System, up to thè transition to thè hydrothermal zeo-
lite stage. Deviations from this behaviour can occur
during thè pocket rupture and possibly also during
thè latest stages of pocket crystallisation, with thè es-
cape of significant amounts of fluids. These phenom¬
ena are documented by changes in thè crystallisation
conditions (new nucleation of tourmaline, beryl and
micas), by abrupt changes of colours in tourmaline
crystals, by thè presence of overgrowth of coloured
tourmaline in fractures adjacent to thè largest pock¬
ets, and by thè presence of extensive albitisation of K-
feldspar along thè fractures radiating around thè cav¬
ities. 5) Albite never occurs as cleavelandite, in con-
trast to many other similar dikes described in thè lit¬
erature from other localities. 6) Minerai segregation
with tourmaline and beryl mainly confined to thè
roof of thè pocket, and lepidolite to thè floor, was ob¬
served in thè largest cavities of thè second-category
dikes and in almost all thè cavities of thè dikes of thè
third category. However, an inverse alkali differenti-
ation, similar to that described by Stern et al. (1986)
in a California pegmatite, has been observed in some
of thè largest pockets. 7) The formation of zeolites, to-
gether with partial alteration of feldspars, corrosion
of petalite, pollucite and other minerals, and deposi-
tion of hydrothermal clays, is typical of highly
evolved pockets, but is absent in primitive cavities. 8)
At least one late hydrothermal stage is associateci
with a System of late fractures, which locally crosscut
thè dikes all over thè studied area. This widespread
process opened thè pocket System and generated par¬
tial collapse of thè crystals, deep corrosion of petalite,
pollucite, beryl, and helvite, locai corrosion of
coloured tourmaline, replacement of zeolites by al¬
bite and quartz microcrystals, and a new generation
of quartz, albite, K-feldspar, and black tourmaline de-
posited over all thè other minerals. This process is re¬
sponsive of thè black “hat” on tourmaline crystals
occurring in some dikes.
Pegmatite - host rock interactions
The exsolution of fluids during thè crystallisation
of a pegmatitic melt can result in thè formation of
dispersion halos around thè pegmatite intrusions. The
alterations of thè host rocks are of metasomatic na¬
ture and include generation of secondary minerai as-
semblages and modification of thè originai composi-
tion of primary minerals (e.g. Shearer et al, 1986;
Morgan and London, 1987). The influx of fluids from
thè wall rock to thè pegmatite is difficult to ascertain
and is not well documented. Some mineralogical and
fluid inclusion data indicate that wall-rock-derived
fluids may infiltrate pegmatite before thè cessation of
internai subsolidus recrystallisation (London, 1990).
In thè Elba pegmatites, escape of fluids is evident
in thè dikes of thè second and third category (hosted
in monzogranite, aplites and leucogranites) by thè
presence of locai tourmalinisation, albitisation of K-
feldspar, biotite alteration, and possibly myrmekite
growth along contacts.The interactions between peg¬
matite and wallrock were probably much more im-
portant in dikes intruded in thè metabasic and
metasedimentary rocks. The data reported in this
work allow thè following considerations: 1) The ser-
pentinites which host pegmatitic dikes are always
deeply altered, with abundant magnesite veins, and
occasionally narrow feldspatic and tourmaline-rich
veins. 2) Pegmatites hosted in sepentinites show tour¬
maline veins in thè exocontact, and an endocontact
consisting of micrographic quartz-K-feldspar aggre-
gates. These features are absent in dikes hosted in in¬
trusive rocks. 3) In serpentinites thè dikes of catego¬
ry 2 and 3 are rare if not exceptional, whereas thè
dikes of category 4 are common. In metasedimentary
rocks only dikes of thè fourth category are present. 4)
In pegmatites hosted in metasedimentary rocks, mi¬
cas and tourmaline can be abundant along thè dike
margins. 5) The dikes of category 4 are poor in, or to-
tally lacking of miarolitic-cavities. 6) Dikes with
primitive mineralogical composition hosted in ther-
mometamorphic rocks (see dikes intermediate be¬
tween category 1 and 4) display rock structures and
minerai textures identical to those of thè dikes of cat¬
egory 4.
42
FEDERICO PEZZOTTA
CONCLUSIONS
Restricted as they are in area distribution and in
size of individuai bodies, thè Elba pegmatites display
a great variety of structures and complex minerai
parageneses. TTiey have been classified into 4 cate-
gories with progressive degree of evolution, distin-
guished on thè basis of internai structures, minerai
textures, abundance and distribution of rock-forming
minerals and accessory phases, tourmaline colour,
and pocket parageneses. Across thè narrow contact
aureole, thè dikes have a roughly zoned distribution
with more evolved bodies emplaced at farther dis-
tance from thè margin of thè pluton. The internai
zoning of thè pegmatites richer in miarolitic cavities
(groups 2 and 3) is similar to those of many Califor¬
nia miarolitic gem-bearing pegmatites, well known in
thè literature. The pocket parageneses range from
simple, in primitive cavities, to complex in highly
evolved cavities, with a crystallisation history includ-
ing minerai segregation, pocket ruptures, probable
openings of thè chemical-physical System, and late-
stage hydrothermal fluids circulation. Dikes em¬
placed in thermometamorphic rocks probably lost a
large amount of thè fluids exsolved during thè crys¬
tallisation thè host rocks, and developed an irregular
zoning with only occasionai miarolitic cavities.
Acknowledgements
I wish to thank thè Consiglio Nazionale delle
Ricerche (Italy) which permitted thè use of thè ARL
SEMQ electron microprobe, in thè laboratories of
thè Dipartimento di Scienze della Terra of thè Uni¬
versity of Milano; thè Dipartimento di Chimica Strut¬
turale e Stereochimica Inorganica of thè University
of Milano which permitted SEM analysis. I also ac-
knowledge valuable contributions by thè following
colleagues: R Orlandi for some SEM minerai analysis
and for encouragement; G. Liborio for some powder
X-ray diffraction data, C. Aurisicchio, C.M. Gramac-
cioli and A. Boriani for profitable discussions. I am al¬
so grateful to thè minerai collector K. Wirt for much
valuable field information. A special thanks goes to P.
Cerny for encouragement during this study, for in-
spiring suggestions and for reviewing thè manuscript.
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Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia naturale di Milano
Volume XXX - pp.: 45-56, 2000
Compositional pathways of tourmaline evolution during
primary (magmatic) crystallization in complex (Li)
pegmatites of thè Moldanubicum, Czech Republic
Milan Novak*
Department of Miner alo gy and Petrography, Moravian Museum, Zelny trh 6, 659 37 Brno, Czech Republic
Abstract -A comparative study of compositional trends of tourmaline in 16 individuai pegmatite dikes of thè complex
type in thè Moldanubicum, Czech Republic, yielded distinct trends characteristic for thè individuai pegmatite subtypes (lep-
idolite, elbaite and “masutomilite”). Their formation is discussed in thè respect to thè following factors: a crystal-chemical
factor, geochemical factor, element-partitioning factor and contamination factor. The compositional trends of thè Y-site
cations, X-site cations and fluorine are illustrated at several diagrams where decreasing (Fe + Mg + Ti) apfu was selected as
a suitable index (FMT index) of progressive crystallization (fractionation) in tourmaline.
The trends of thè Y-site cations (Ti, Mg, Fe, Zn, Mn, Al) are mostly dose to thè schematic diagram of cations covaria-
tion derived from thè cation field strengths. Deviations were found in behaviour of Mn in lepidolite pegmatites and Al in
masutomilite pegmatite at Kracovice. Concentration of thè Y-site cations seems to be controlled particularly by thè crystal-
chemical factor and geochemical factor; thè element-partitioning factor and contamination factor are very likely less im-
portant.
The X-site cations (Na, Ca) and F exhibit contrasting evolution trends in (i) Ca-poor and in (ii) Ca-rich tourmaline (Ca
> 0.2 apfu). (i) Two distinct compositional trends were observed in thè lepidolite pegmatites and in elbaite pegmatites. Dis-
regarding thè pegmatite subtypes, these tourmalines also exhibit very good positive correlation of Na versus F and negative
correlation of X-site vacancy versus F. (ii) The compositional trends exhibit a decrease in Ca from thè outermost zones to
centre; elevated Ca very likely reflects thè influence of Ca-rich host rocks. Increase in Ca during thè tail-end of primary crys¬
tallization indicates high Ca-activity of parent medium in late stages. The concentrations of Ca indicate elevated control of
thè geochemical factor and contamination factor; thè element-partitioning factor and crystal-chemical factor seem to have
played an important role particularly in Na and F concentrations of Ca-poor tourmaline.
Riassunto - Uno studio comparato dei trend composizionali delle tormaline in 16 diversi dicchi pegmatitici di tipo com¬
plesso della Moldavia, Repubblica Ceca, ha evidenziato trend distinti caratteristici per i diversi subtipi pegmatitici ( a lepi¬
dolite, elbaite e “masutomilite”). La loro formazione c stata discussa in base ai seguenti fattori: fattore cristallo-chimico, fat¬
tore geochimico, fattore di ripartizione degli elementi e fattore di contaminazione. I trend composizionali dei cationi del sito
Y, dei cationi del sito X e del fluoro sono illustrati in numerosi diagrammi verso la somma (Fe + Mg + Ti) apfu, considera¬
ta un indice adatto (indice FMT) ad indicate la progressiva cristallizzazione (frazionamento) nella tormalina. I trend dei
cationi del sito Y (Ti, Mg, Fe, Zn, Mn, Al) sono prevalentemente simili ai diagrammi di variazione dei cationi derivati dai
valori delle forze di campo. Deviazioni sono state osservate nel comportamento del Mn nelle pegmatiti a lepidolite e del-
l’Al nelle pegmatiti a masutomilite a Kracovic. Le concentrazioni dei cationi del sito Y sembrano essere particolarmente
controllate da fattori cristallochimici e fattori geochimici; i fattori di ripartizione degli elementi e di contaminazione sono
molto verosimilmente meno importanti.
I cationi del sito X (Na, Ca) ed il F mostrano andamenti evolutivi contrastanti nelle (i) tormaline povere in Ca e nelle
(ii) tormaline ricche in Ca (Ca > 0.2 apfu). (i) Due trend composizionali distinti sono stati osservati nelle pegmatiti a lepi¬
dolite e nelle pegmatiti ad elbaite. Indipendentemente dal subtipo della pagmatite, queste tormaline mostrano anche una
correlazione positiva molto buona del Na verso il F ed una correlazione negativa della vacanza del sito X verso il F. (ii) I
trend composizionali mostrano un decremento del Ca dalle zone periferiche al centro dei filoni; elevati contenuti in Ca,
molto probabilmente, riflettono l’influenza di rocce incassanti ricche in questo elemento. Un aumento del Ca durante gli
stadi finali della cristallizzazione primaria indica una elevata attivitr del Ca nel mezzo dal quale la tormalina si c formata. I
valori di concentrazione del Ca indicano un elevato controllo da parte del fattore geochimico e di contaminazione; il fat¬
tore di ripartizione degli elementi e cristallochimico sembrano aver giocato un ruolo importante soprattutto nelle concen¬
trazioni di Na e F nelle tormaline povere in Ca.
Key words: tourmaline, electron microprobe, geochemistry, complex pegmatites, Moldanubicum, Czech Republic
* E-mail: mnovak@sci.muni.cz
46
MILAN NOVAK
Introduction
Compositional variation in tourmaline from com-
plex pegmatites have been studied for several
decades. Staatz et al. (1955) established systematic
compositional trends in tourmaline from thè wall
zone inward in thè Brown Derby pegmatite, Gunni-
son County, Colorado; thè major element variation
from outer zone to thè core brings an increase in Li
concomitant with a decrease in Fe. Foord (1976) cor-
roborated thè generai compositional trend character-
ized by increasing Al and Li, and decreasing Fe in lay-
ered miarolitic dikes of thè Himalaya pegmatite-
aplite System, Mesa Grande, California. However,
rather complicated, locally even oscillatory zoning
was recorded in tourmaline crystals from open vugs.
The most detailed study to date, devoted to composi¬
tional evolution of tourmaline in complex pegmatites
- thè lepidolite pegmatite Bob Ingersol I, Black Hills,
South Dakota (Jolliff et al. 1986) - showed: Mg and Ti
decreasing abruptly from thè country rock through
border zone to thè wall zone; Fe decresing and
(Al+Li) increasing from thè wall zone to thè core;
and thè minor elements Mn, Zn and Ca generally in¬
crease toward thè core. Novak and Povondra (1995)
recognized apparent differences in compositional
trends of tourmaline within thè pegmatites of thè lep¬
idolite and elbaite subtype, respectively. The compo¬
sitional trends of major elements are in most aspects
similar to those described by Foord (1976) and Jolliff
et al. (1986); however, elbaite and rare liddicoatite
from pegmatites of thè elbaite subtype appears to be
Mn,F-rich and exhibits relatively low vacancies in thè
X-site relative to Mn-poor elbaite and rare rossman-
ite from lepidolite pegmatites (Novak and Povondra
1995, Novak et al. 1997, Selway et al. 1998, 1999).
A comparative study of compositional variations
in tourmaline from 16 individuai pegmatite dikes of
thè complex type in thè Moldanubicum, Czech Re-
public found out several distinct trends typical for thè
individuai pegmatite subtypes. Their formation is dis-
cussed in thè respect to various factors controlling
tourmaline composition. Compositional trends also
were compared with thè schematic covariation of Y-
site cations in tourmaline, given by Jolliff et al. (1986).
Late hydrothermal tourmaline from fissures and fis-
sure-like pockets (Novak & Taylor 1996, Novak 1996,
Novak & Selway 1997) are not included in discussion
and diagrams.
Complex pegmatites of thè moldanubicum
Granitic pegmatites, typically tourmaline-bearing,
are widespread particularly within thè metamorphic
terraine of thè Moldanubicum, Czech Republic (Fig.
1) (Novak et al. 1992). Following subtypes of complex
pegmatites (LCT family), mostly consistent with thè
currently used subdivision of pegmatites of thè rare-
element class (Cerny 1991, Novak and Povondra
1995), can be distinguished:
(i) Pegmatites of thè lepidolite subtype are thè
most widespread and most variable. Disregarding
lepidolite (abundant trilithionite to minor
polylithionite) as a dominant Li-bearing minerai, el¬
baite and rare rossmanite are commonly present in
COMPOSITIONAL PATHWAYS OF TOURMALINE EVOLUTION DURING PRIMARY
47
subordinate to accessory amount;petalite and ambly-
gonite-montebrasite are rare (Novak and Povondra
1995, Selway et al., 1999). Other typical minor to ac¬
cessory minerals include schorl, foitite, garnet, beryl,
cassiterite, manganocolumbite, apatite, zircon, and
topaz. A transitional petalite-lepidolite subtype
seeim to be represented by thè locality Nova Ves
near Cesky Krumlov (Stanék 1992).
(ii) Pegmatites of thè elbaite subtype are relative-
ly widespread (Novak and Povondra 1995). Elbaite
(liddicoatite), thè most abundant and locally even thè
only Li-bearing minerai, predominates over rare lep¬
idolite (typically polylithionite), muscovite is mostly
absent or very rare. Besides minor to accessory
schorl, garnet, beryl, cassiterite, manganocolumbite
and zircon, some B-rich minerals such as hambergite,
tusionite and boromuscovite also occur (e.g., Cooper
et al 1994, Novak et al. 1998, 1999).
(iii) Pegmatite from Kracovice near Trebfé is
characterized by masutomilite to Mn-rich lepidolite
as typical Li-bearing minerals beside relatively rare
Mn-rich elbaite. It does not fit well to thè divided
pegmatite subtypes.The locality exhibits some excep-
tional features relative to thè other Moldanubian
complex pegmatites, absence of muscovite, very
abundant topaz, accessory minerals such as euxenite,
wolframoixiolite, pyrochlore, scheelite, and F-rich
hambergite (Novak et al. 1998). Minerai assemblages,
chemistry of micas (zinnwaldite, masutomilite) and
spatial relations to rare-earth beryl-bearing peg¬
matites with relatively abundant REE-oxide miner¬
als (aeschynite) in thè Trebfé vicinity indicate that
thè Kracovice pegmatite may be transitional to or be-
long to thè NYF family.
Two distinct patterns of internai structure of thè
complex pegmatites were recognized in thè
Moldanubicum disregarding pegmatite subtypes out-
lined above. Symmetrically or almost symmetrically
zoned pegmatite dikes (all lepidolite pegmatites, ma¬
sutomilite pegmatite from Kracovice and some el¬
baite pegmatites) are evidently more widespread,
than homogeneous to subhomogeneous elbaite peg¬
matites typically hosted in Ca-rich rocks (marbles,
Fe-skarn, pyroxene gneiss).
Localities, samples, experimental conditions
AND NORMALIZATION PROCEDURE
Tourmaline was studied at 16 pegmatite dikes
(Fig. 1). Principal data concerning pegmatite subtype,
minerai paragenesis, internai structure, size, and host
rock are given in Table 1. At each locality, tourmaline
grains (14 to 5) from all or almost all textural-para-
genetic units (1 to 5 grains per unit) were analyzed on
an electron microprobe. No apparent hiatus in tour¬
maline crystallization known from complex peg¬
matites (London et al. 1996) was observed in most lo¬
calities. The following examples of pegmatites of thè
individuai pegmatite subtypes, with various internai
structure and host rock, were selected to illustrate
typical compositional pathways. The symmetrically
zoned pegmatite dikes from 1 to 3 m thick hosted in
biotite gneiss: (i) thè lepidolite pegmatite from Las-
tovicky, (ii) elbaite pegmatite from Pikàrec, (iii) ma¬
sutomilite pegmatite from Kracovice; and (iv) subho¬
mogeneous dike of thè elbaite pegmatite from
Vlastèjovice hosted in Fe-skarn. A detailed descrip-
tion of these pegmatite dikes and their minerai para¬
genesis is given by Stanék (1973), Houzar (1987),
Nèmec (1990), Novak and Hyrsl (1992) and Novak
and Povondra (1995).
Electron microprobe analyses were carried out in
thè WDS (wavelength-dispersive) mode on a Cameca
SX-50 instrument, Department of Geological Sci¬
ences, University of Manitoba, Winnipeg, with a beam
diameter 4-5 mm, accelerating potential 15 kV. A sam-
ple current 20 mA was used for Si, Al, Ti, Fe, Mn, Mg,
Ca, Na, and K, thè current of 40 mA for Zn, F and P;
a counting time for all elements 20 seconds. The fol¬
lowing standards were used for Ka X-ray lines: Si, Ca
- diopside, Al - kyanite, Fe - fayalite, Ti - rutile, Mg -
pyrope, Mn - spessartine, Na - albite, K - orthoclase, P,
F - apatite and Zn - gahnite. Data were reduced using
thè PAP routine (Pouchou and Pichoir 1985).
The Chemical formulae from microprobe data
used in thè diagrams and tables were normalized at 6
Si apfu, as was used by Jolliff et al. (1986). However,
thè trivalent cations Al and perhaps B may enter thè
T-site of thè tourmaline structure (Burns et al. 1994,
Hawthorne 1996) and their presence in thè T-site
causes overestimation of Al in such calculation. The
accurate formula calculation for tourmaline minerals
recommended by Grice and Ercit (1993) or other for¬
mula calculations from microprobe data (e.g., Man-
ning 1982, Morgan and London 1987, Henry and
Dutrow 1990, 1996, Selway and Novak 1997) were
not used due to: (1) undetermined H20, Li20 and
B203 contents, (2) highly variable lithium content in
thè investigated tourmalines, (3) lack of structural da¬
ta. The used style of recalculation also is supported by
relatively negligible deviations from 6 Si apfu (5.84 -
6.21) found by Povondra (1981), Povondra et al.
(1985), Stanék and Povondra (1987) and Novak and
Povondra (1995) in thè wet Chemical analyses of tour¬
maline from thè Moldanubian rare element peg¬
matites.
Decreasing sum of Fe + Mg + Ti atoms per formu¬
la unit (apfu) was selected as a suitable index (FMT
index) of progressive crystallization in tourmaline.
The contents of these elements should decrease dur-
ing crystallization, as suggested by Foit and Rosen¬
berg (1979) and Jolliff et al. (1986), and thus reflect
degree of fractionation.
Chemical composition of tourmaline and compo¬
sitional pathways are controlled by several factors
due to continuously changing PT conditions, extreme
geochemical evolution of parent medium (evolved
pegmatite melt ± vapour) in complex pegmatites
(London 1996) relative to most magmatic and meta-
morphic rocks, and variable Chemical composition of
host rocks. In order to simplify thè below discussion,
following factors were defined: (i) a crystal-chemical
factor involves crystal-chemical constraints
(Hawthorne 1996) mostly controlled by decreasing
temperature; (ii) geochemical factor corresponds to
increasing degree of fractionation and alkalinity vari-
ation of pegmatitic melt (London et al. 1989); (iii) el-
ement-partitioning factor characterizes influence of
co-crystallizing minerals, particularly micas and gar-
nets; (iv) contamination factor reflects Chemical com¬
position of a pegmatite host rock. However, it must
be emphasized that thè effects of thè individuai fac¬
tors are mostly combined and, moreover, thè defini-
tions of thè individuai factors given above are mostly
rather wide.
48
MILAN NOVAK
Table 1 - List of examined pegmatites. * - localities illustrateci in thè figures 2 - 5; subtype - L-lepidolite, PL-tran-
sitional lepidolite-petalite, E-elbaite, Ma-masutomilite; micas - M-muscovite, L-lepidolite, Ma-masutomilite; zon-
ality - Z-zonal, H-subhomogeneous to homogeneous.
Results
Compositional variations in tourmaline from indi¬
viduai pegmatite subtypes outlined above are illus-
trated on figures 2 through 5 and representative com-
positions are given in tables 2 through 5. Variation of
nine elements: Ti, Mg, Fe, Zn, Mn and Al as major to
minor Y-site cations; Na and Ca as major to minor X-
site cations; and F in thè 0(1) site are discussed in de-
tail.
Y-site cations
These elements are discussed in thè order of de-
creasing cation field strength, as shown by Jolliff et al.
(1986).
Titanium and Mg behave in a very similar way.
Their concentration commonly drop abruptly from
tourmaline in thè outermost unit (tourmaline locally
associated with or replaced biotite) to concentrations
below thè detection limit (Fig. 2, 5a).
Iron concentration slightly increases from Mg-en-
riched schorl to foitite in thè outermost unit and then
decreases gradually to Fe-free tourmaline in thè end
of primary (magmatic) pegmatite crystallization at
most localities (Fig. 3, 5b).
Zinc as a typical trace element in tourmaline ex-
hibits very similar behaviour at almost all localities,
disregarding their subtype, internai structure, minerai
assemblage of tourmaline and host rock of pegmatite
(Fig. 2, 5a). Initial low concentrations increase in thè
ì.4-0.7 range of thè FMT index up to about 0.1 Zn ap-
fu, and then fall off.
Variations in Mn versus thè FMT index display
distinct patterns depending on thè individuai peg¬
matite subtypes (Fig. 3, 5b). In thè lepidolite peg¬
matites, Mn is low throughout thè pegmatite crystal¬
lization (Fig. 3a), only some localities display a rather
exceptional increase up to 0.5 apfu at thè FMT index
of about 0.7 to 0 (Puklice I, Radkovice, Roznà-
Hradisko, Roznà-Borovina). Elbaite pegmatites are
characterized by significant increase in Mn during
Fe + Mg + Ti
Fig. 2. Variation in concentrations of Ti, Mg and Zn per formula
unit versus thè FMT index. A - Lastovicky, B - Pikàrec, C - Kra-
covice.
COMPOSITIONAL PATHWAYS OF TOURMALINE EVOLUTION DURING PRIMARY
49
Fig. 3. Variation in concentrations of Fe, Mn, and Al per formula
unit versus thè FMT index. The same localities as in Fig. 2. Trian-
gles (Fe) below imaginary line connecting sum (Fe + Mg + Ti) = 0
and sum Y-cations = 3 indicate Mg and Ti amount, increased par-
ticularly in early stages.
pegmatite crystallization up to 1.1 apfu (Pikàrec); a
decrease in Mn is locally recorded at thè end of crys¬
tallization (Fig. 3b, 5b). Manganese behaviour in thè
masutomilite pegmatite from Kracovice is very simi-
lar to those observed in elbaite pegmatites (Fig. 3c).
Among thè other Y-site cations, Al exhibits a
rather complicated evolution trend. Decrease in thè
FMT index is concomitant with increase in Al in both
lepidolite and elbaite pegmatites; however, details of
thè trends are quite different, particularly in thè reai
values of Al apfu in thè lepidolite pegmatites. The Al-
contents in thè Y-site (Z-site is proposed to be fully
occupied by Al) varies from 0.5 to 2.2 apfu, and there
is a significant variation from 1.5 to 2.2 apfu for Fe-
free tourmaline with thè FMT index values of about
0 (Fig. 3a). The pathway of thè Al variation is rela-
tively regular. Behaviour of Al in tourmaline from el¬
baite pegmatites is quite similar to those in lepidolite
pegmatites except Vlastèjovice where Al varies over
a much broader range from -1.3 to 2.2 Al apfu (nega¬
tive value corresponds to low Al content, when 1.3
apfu in thè Z-site is occupied by other transitional el-
ements - Fe3+, Fe2+ and/or Mg) (Fig. 5b). Significant
variation from 1.3 to 2.2 Al for thè FMT index dose
to 0 is also found.The range is very likely smaller due
to overestimation of Al during formula normalization
on 6 Si. The behaviour of Al in tourmaline from thè
masutomilite pegmatite in Kracovice is in a conspic-
uous contrast to those from all other studied peg¬
matites, either lepidolite or elbaite subtype. It varies
from 0.5 to 1.1 Al apfu and is rather Constant through
thè variation in thè FMT index (Fig. 3c).
X-site cations
The X-site is occupied by Na and Ca; however, sig¬
nificant vacancies also are recorded (Povondra 1981,
MacDonald et al. 1993, Novak and Povondra 1995,
Novak and Selway 1997, Selway et al. 1998, 1999); K
is mostly below thè detection limit. Distinctly differ-
Fig. 4. Variation in concentrations of Na, Ca and F per formula
unit versus thè FMT index. The same localities as in Fig. 2.
50
MILAN NOVÀK
Table 2 - Representative compositions of tourmaline from thè zoned lepidolite pegmatite Lastovicky.
ent patterns of Na variation were observed in thè in¬
dividuai pegmatite subtypes. All lepidolite peg-
matites exhibit an increase of Na values, ranging from
0.4 to 0.6 apfu in schorl to foitite of thè outermost
textural-paragenetic unit up to about 0.8 apfu in Fe-
rich elbaite with thè FMT index dose to 1, followed
by apparent Na decrease at 0.6 to 0.4 apfu in elbaite
to rossmanite at thè end of crystallization with thè
FMT index dose to 0 (Fig. 4a). Elbaite pegmatites, al-
though fairly consistent in compositional evolution of
thè Y-site cations, display two distinct trends of thè X-
site cations. Calcium-poor tourmalines from zoned
pegmatites are characterized by graduai Na increase
from 0.4 to 0.85 apfu during crystallization (Fig 4b).
Tourmalines with high Ca-content (Ca > 0.2 apfu, lo-
cally Ca > Na in thè Bliznà and Recice localities)
from mostly homogeneous pegmatites show Constant
Na at about 0.6 apfu throughout thè crystallization,
but slight to abrupt decrease is recorded at thè end of
crystallization at Vlastèjovice (Fig. 5c) and Bliznà
(Novak et al. 1997). The masutomilite pegmatite at
Kracovice exhibits relatively high Na in tourmaline,
ranging from 0.6 up to 0.93 apfu at thè end of crystal¬
lization (Fig. 4c).
In most pegmatites characterized by Ca-poor
tourmalines, Ca occurs mostly in very low concentra-
tions throughout thè pegmatite crystallization, and
only slight increase is recorded in late stages. In el¬
baite pegmatites with Ca-rich tourmalines, thè rela¬
tively high Ca concentrations abruptly decrease in
early tourmaline, and then Ca abruptly increases in
thè tail-end of primary crystallization (Fig. 5c)
(Novak et al. 1997).
Fluorine
Fluorine varies in a wide range; very low contents
of about 0.0 to 0.2 apfu F were found in early crystal-
lized schorl to foitite from outermost situated peg¬
matite units of lepidolite pegmatites and in relatively
late Fe-poor elbaite to rossmanite in lepidolite-rich
units. Highest contents of F are typical for Fe-rich el¬
baite in lepidolite pegmatites and Mn-rich elbaite in
elbaite pegmatites. Very high F-contents up to 0.85
apfu were found particularly in elbaite from thè ma¬
sutomilite pegmatite at Kracovice (Fig. 4c), relative
to thè tourmaline (schorl to elbaite) from other com-
plex pegmatites (Chaudhry and Howie 1976, Sahama
et al. 1979, Povondra et al. 1985, Jolliff et al. 1986,
Novak and Selway 1997, Selway et al., 1999).
Fluorine exhibits evolution trend remarkably sim-
COMPOSITIONAL PATHWAYS OFTOURMALINE EVOLUTION DURING PRIMARY
51
Table 3 - Representative compositions of tourmaline from thè zoned
elbaite pegmatite Pikàrec.
ilar to that of Na in thè X-site of Ca-poor tourmalines
(Fig. 4); very good positive correlations Na versus F
and negative correlation X-site vacancy versus F
were recorded. In Ca-rich tourmalines, F commonly
increases during crystallization (Fig. 5c).
Discussion
In order to discuss thè compositional trends in
tourmaline throughout thè pegmatite crystallization
in distinct pegmatite subtypes, thè trends were com-
pared with thè schematic covariation of Y-site cations
in tourmaline, published by Jolliff et al. (1986) (Fig.
6). Results of thè comparison as well as a discussion
of thè controlling factors are given in thè sequence: Y-
site cations in thè order of decreasing field strength,
X-site cations and fluorine.
Y-site cations
1. Titanium and Mg drop abruptly from tourma¬
line in thè outermost unit inwards, as observed in oth-
er contplex pegmatites (e.g., Foord 1976, Jolliff et al.
1986, Aurisicchio and Freda 1992), and as corre-
sponds to thè schematic evolution of Ti and Mg (Fig.
6). Flowever, in most elbaite pegmatites with homo-
geneous or subhomogeneous internai structure and
Ca-rich tourmalines (e.g., Bliznà; Novak et al. 1997),
and in thè masutomilite pegmatite in Kracovice, Mg
and locally also Ti maintain relatively high concen-
trations throughout thè crystallization, despite a
graduai decrease (Fig. 2c, 5a). Most of these peg¬
matites are hosted by Ca, Mg-rich rocks (dolomite
marble, pyroxene gneiss); thus a weak influx of Mg
from thè host rock into pegmatite during its crystal¬
lization seems to be an explanation. However, in-
creased Ti concentration in tourmaline from thè
Bliznà pegmatite (Novak et al. 1997) penetrating
dolomite-calcite marble with graphite and elevated
Mg in tourmaline from Kracovice enclosed in gneiss
are not explained sufficiently.
2. Iron slightly increases from tourmaline in thè
outermost unit inwards, then decreases to thè centre.
Thus, covariations of Fe and other Y-site cations are
very dose to thè schematic (see Fig. 6) and to those
described from other localities (e.g., Jolliff et al.
1986). Because Fe is thè dominant element in thè cal-
culated FMT index, thè discussion of Fe behaviour in
detail is fairly limited.
3. Low concentrations of Zn were found in early-
52
MILAN NOVÀK
Fe + Mg + Ti
Fig. 5. Variation in concentrations of thè Y-site and X-site cations
and fluorine versus thè FMT index in elbaite pegmatite from
Vlastéiovice. Missing points in thè diagram A vary from 0.57 to
0.22 apfu Mg.
crystallized tourmaline from almost all pegmatites,
disregarding their subtype, internai structure and
host rock. Zinc increases slightly in Fe-rich elbaite,
then fall off (Fig. 2). This trend is very dose to thè
schematic one (Fig. 6).
4. Behaviour of Mn exhibits two evidently distinct
trends. Mostly very low Mn concentrations are found
in lepidolite pegmatites; however, minor increase in
thè end of crystallization is locally recorded. Man¬
ganese generally increases during crystallization in
elbaite pegmatites and in thè masutomilite pegmatite
from Kracovice; some localities, however, display
abrupt decrease of Mn in thè tail-end of crystalliza¬
tion (Fig. 3b, 5b). Such trend is very similar to thè
schematic pattern (Fig. 6), and it was found in other
elbaite pegmatites (e.g., Zagorskyi and Peretyazhko
1992, Aurisicchio and Freda 1992, Novak and Povon-
dra 1995, Novak et al. 1997). In lepidolite pegmatites,
a cation partitioning with abundant co-crystallizing
muscovite and lepidolite may result in dominant Mn-
poor tourmalines. However, muscovite is also an in-
dicator of elevated acidity (Burt 1981, London 1982,
Gordeenko and Ponomarova 1988). Hence, thè acid-
Fig. 6. Schematic illustration of ideal covariation of Y-site cations
of tourmaline in response to decreasing temperature and increas-
ing fractionation of melt (Jolliff et al. 1986).
ity-alkalinity of a parent medium, which appears to
be different in lepidolite and elbaite pegmatites
(Némec and Povondra 1993, Novak and Povondra
1995), may have played an important role. Garnet
(spessartine-almandine), which locally occurs in peg¬
matites along with tourmaline (Némec 1983, 1990),
exhibits increased Mn contents in elbaite pegmatites
relative to lepidolite ones (Novak and Povondra
1995) . It is not clear whether this fact indicates in¬
creased overall activity of Mn in this particular peg¬
matite subtype or crystallization of abundant micas
(muscovite, lepidolite) in lepidolite pegmatites de-
pressed activity of Mn in melt. However, thè control-
ling role of garnet seems to be limited, because simi¬
lar compositional trends and concentrations of Mn
are found in tourmaline from both garnet-rich peg¬
matites (Pikàrec, elbaite with up to 7.93 wt.% MnO)
and garnet-free elbaite pegmatites (Vlastéjovice, 'el¬
baite with up to 6.60 wt.% MnO).These observations
are in a contrast with those found in elbaite peg¬
matites from thè Elba Island by Aurisicchio and Pez-
zotta (1997); where thè Mn contents in elbaite from
pockets associated with spessartine-rich garnet are
evidently depressed relative to those from garnet-
free pockets.
5. Variations in Al characterized by a generai in¬
crease throughout crystallization are consistent with
all other published data (Foord 1976, Sahama et al.
1979, Jolliff et al. 1986, 1987, Némec 1989, Aurisicchio
and Freda 1992, Novak and Povondra 1995), and thè
schematic covariation model (Fig. 6), too. A wide
range of Al concentrations in Fe-free tourmalines
was found in lepidolite pegmatites (Novak and
Povondra 1995, Novak and Selway 1997, Selway et al.,
1999), and also in some elbaite pegmatites (Fig. 3b).
It indicates, that in thè Fe-depleted end of thè prima-
ry crystallization, thè trend emerges toward Fe-free,
Al-rich tourmaline components. In thè elbaite peg¬
matites with Ca-rich tourmaline, thè Al increase may
result from an increase of thè olenite component. In
lepidolite pegmatites, Fe-free elbaite is characterized
by high rossmanite component, which may locally
predominate over thè elbaite component (Roznà-
Hradisko, Lastoviéky; Novak and Selway 1997, Sel¬
way et al., 1998, 1999) (Fig. 3a). It is not clear, whether
thè increase of thè rossmanite component is con-
trolled by crystal-chemical constraints (Hawthorne
1996) , cation partitioning (Li, Al) with associated lep¬
idolite or some other factors.
The Al concentrations in tourmaline from thè ma¬
sutomilite pegmatite at Kracovice are relatively con-
COMPOSITIONAL PATHWAYS OFTOURMALINE EVOLUTION DURING PRIMARY
53
Table 4 - Representative compositions of tourmaline from thè zoned masutomilite pegmatite Kracovice.
stant throughout pegmatite crystallization. It is in a
conspicuous contrast with all data published to date
(e.g., Staatz et al 1955, Foord 1976, Sahama et al
1979, Povondra et al 1985, Jolliff et al 1986,
Zagorskyi and Peretyazhko 1992, Aurisicchio and
Freda 1992, Novak and Povondra 1995, Novak and
Selway 1997) with thè exception of elbaite pegmatite
Belo Horizonte No.l, Peninsular Ranges Batholith,
southern California (Taylor et al 1997). Perhaps
some specific compositional characteristics of thè
parent medium, such as very high activity of F (abun-
dant topaz, relatively common F-rich hambergite),
high activity of B (F-rich hambergite), and/or in-
creased alkalinity (absence of muscovite, presence of
zinnwaldite-masutomilite micas, abundance of F-rich
hambergite) may have generated nearly Constant Al
contents - a unique compositional trend in tourma¬
line from complex pegmatites.
A comparison of schematic covariations on thè Y-
site cations based on thè field strength calculations
(Jolliff et al 1986), and actual variations in thè indi¬
viduai pegmatite subtypes described in this work,
yielded remarkable similarities in thè evolution of Ti,
Mg, Fe, Zn and mostly also of Mn and Al. This obser-
vation may indicate that thè crystal-chemical factor
in combination with thè geochemical factor is thè
most important to control tourmaline composition
during primary crystallization. Some difference in
evolution of Mn from thè theoretical schematic mod¬
el found in lepidolite pegmatites seems to be con-
trolled by (i) a element-partitioning among simulta-
neously crystallized phases, when mica (muscovite
and lepidolite) buffers Mn-activity to a low level, or
(ii) increased acidity of a parent medium indicated by
abundant muscovite and trilithionite (Gordeenko
and Ponomareva 1988). Behaviour of Al is generally
consistent with thè schematic model (Fig. 6). The al-
most Constant concentrations of Al in tourmaline
throughout crystallization in thè masutomilite peg¬
matite from Kracovice seems to be thè most signifi-
cant deviation from thè schematic model found in
this work. It may be controlled by a specific composi¬
tion of thè parent medium. Rather elevated contents
of Mg in tourmaline from homogeneous pegmatites
cutting Mg-rich rocks, and Fe in subhomogeneous
pegmatite at Vlastéjovice cutting Fe-skarn (Fig. 5a,
b), respectively, show evident participation of thè
contamination factor in thè elbaite pegmatites with a
homogeneous and subhomogeneous internai struc-
ture. Zoned pegmatites display only fairly negligible
influence on thè tourmaline composition disregard-
54
MILAN NOVAK
Table 5 - Representative compositions of tourmaline from thè homogeneous elbaite pegmatite Vlastejovice.
ing thè composition of host rocks. Pegmatites en-
closed in serpentinite (Nova Ves), amphibolite (Do-
brà Voda) or marble (Krasonice), respectively, do not
virtually differ from those enclosed in various
metapelites (see Table 1) or thè difference is quite a
negligible.
X-site cations and fluorine
Behaviour of cations in thè X-site was studied by
Foord (1976) and Jolliff et al. (1986), and also dis-
cussed for distinct subtypes of complex pegmatites
(Novak and Povondra 1995, Novak and Selway 1997,
Novak et al. 1997 and Selway et al., submitted). As
considerale covariations of Na, Ca and F have been
observed in this study, these elements will be dis-
cussed together.
Disregarding pegmatite subtypes described here-
in, two principal groups were recognized in thè trends
of thè X-site cations and F in tourmaline; Ca-poor
tourmalines in various pegmatite subtypes, and Ca-
rich tourmalines (Ca > 0.2 apfu) from elbaite peg¬
matites typically with homogeneous to subhomoge-
neous internai structure.
The first group is characterized by a very good
positive correlation of Na versus F and negative cor-
relation X-site vacancy versus F throughout thè crys-
tallization. In thè lepidolite pegmatites, apparent de-
crease of Na and F is recorded in thè end of tourma¬
line crystallization. Mostly Fe-poor elbaite (or ross-
manite) is commonly associated with lepidolite (Li,
F-rich), but locally also with albite (Na-rich); some
tourmaline occurs in a quartz core, but lepidolite and
locally albite are mostly present in a subordinate
amount.The Na partitioning between tourmaline and
albite to control Na activity seems to have only a very
minor significance if any, because thè same behaviour
of Na was found in tourmaline completely enclosed
in lepidolite. However, thè partitioning of F into lep¬
idolite over tourmaline is very likely. Such conse-
quence is also supported by thè fact that change into
thè reverse decreasing trend of Na and F in tourma¬
line is apparently related to thè substitution of mus-
covite by lepidolite in thè tourmaline assemblages at
thè localities examined. Lepidolite crystallization
seems to have significantly depleted thè melt of F.
Graduai increase in Na and F of Ca-poor tourmalines
from elbaite pegmatites (muscovite and lepidolite are
rare or absent) and masutomilite pegmatite (zin-
COMPOSITIONAL PATHWAYS OF TOURMALINE EVOLUTION DURING PRIMARY
55
nwaldite, Mn-rich lepidolite and masutomilite are
abundant) throughout thè overall pegmatite crystal-
lization indicates elevated activity of F; however, in-
creasing alkalinity of parent medium may have
played a role. Remarkably positive correlation of Na
and F in all Ca-poor tourmalines is very likely result-
ing from crystal-chemical constraints, possibly a sig-
nificant interaction Na+- F in thè crystal structure of
tourmaline (Robert et al. 1997). Hence, activity of F
in melt may control entering of Na into thè tourma¬
line structure.
In Ca-rich tourmalines (Ca > 0.2 apfu), entirely
different compositional trends were found. There is
no positive correlation of Na and F. Increased Ca
contents from thè outermost zones in some peg-
matites and subsequent decrease seem to reflect thè
influence of Ca-rich host rocks (marble, Fe-skarn, py-
roxene gneiss). However, Ca increase in thè tail-end
of primary crystallization, found in Ca-rich tourma¬
line from elbaite pegmatites (Fig. 5c) and also in
some lepidolite pegmatites, indicates rather elevated
activity of Ca in late stages of magmatic crystalliza¬
tion (London et al. 1989, London 1992) than an influx
of Ca from host rock.
CONCLUSIONS
A comparative study of compositional variations
in tourmaline from 16 individuai pegmatite dikes of
thè complex type in thè Moldanubian region, Czech
Republic found out several distinct trends of thè Y-
site cations, X-site cations and F typical for thè indi¬
viduai pegmatite subtypes.
Compositional trends of thè Y-site cations (Ti, Mg,
Fe, Zn, Mn and Al) are dose to thè schematic dia-
gram of cations covariation derived from thè cation
field strengths. Concentration of thè Y-site cations
seems to be controlled particularly by thè crystal-
chemical factor in a combination with thè geochemi-
cal factor, whereas thè element-partitioning factor is
less important. The contamination factor operates in
Ca-rich tourmaline from elbaite pegmatites with ho-
mogeneous internai structure cutting Mg- and/or Fe-
rich rocks, particularly in early stage of magmatic
crystallization. Zoned complex pegmatites exhibit
quite a negligible control of thè contamination factor.
The X-site cations (Na and Ca) and F exhibit con-
trasting evolution trends in Ca-poor and Ca-rich tour¬
maline, respectively, disregarding their pegmatite sub-
type.Their concentrations and thè X-site vacancy indi¬
cate elevated control of thè geochemical factor (in¬
creased amounts of Ca in late stages of crystallization),
contamination factor (elevated amounts of Ca in early
stage of crystallization) and particularly element-parti¬
tioning factor combined with crystal-chemical factor
(Na - F relations in Ca-poor tourmaline).
Distinct compositional trends found in tourmaline
from lepidolite and elbaite pegmatites in thè
Moldanubicum (Novak and Povondra 1995) were
generally corroborated in thè present study. Behav-
iour of Al in tourmaline from masutomilite pegmatite
in Kracovice is unique and worth a detailed study as
well as element-partitioning between tourmaline and
mica and tourmaline and garnet throughout peg¬
matite evolution.
Acknowledgenients
The study was supported by thè Dean of Science,
University of Manitoba Postdoctoral Fellowship to
thè author in 1991 to 1993 and by thè NSERC Re¬
search plus Major Installation grants to Petr Cerny.
Part of thè work was also supported by Grant Agency
of Czech Republic, grant No. 205/96/0855. I am in-
debted to Petr Cerny, Federico Pezzotta and an
anonymous reviewer for heplful comments, and to
Ron Chapman for assistance with analytical work
and computer.
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Volume XXX - pp.: 57-72, 2000
New Data for Feldspars and Micas from Granitic Pegmatites in thè
South western USA
Boris M. Shmakin*1, Victor Ye. Zagorsky1, Eugene E. FoorcF,
Michael E. Brownfield2 & Paul H. Briggs2
1 Vinogradov Institute of Geochemistry Siberian Division, Russimi Academy of Sciences RO. Box 4019
Irkutsk, Russia 664033
2 M.S. 905 U.S. Geological Survey Box 25046 Denver Federai Center Denver ; CO 80225
Abstract - A total of 73 K-feldspars were partially chemically analyzed (Na, K and selected trace elements) and X-ray
structural States were determined on a total of 43 (of thè 73 total samples). A total of 46 new analyses (major, minor and
trace elements) for muscovite (30), biotite (1), zinnwaldite (protolithionite and Li-phengite-muscovite) (2), lepidolite (12)
and cookeite (1) were also determined. Samples come from granitic pegmatites in thè southwestern USA, and include: Mey-
ers Quarry, Eight Mile Park district, near Canyon City, CO; Harding mine, Dixon, NM; Globe mine, Petaca district, NM;
White Picacho district, AZ; and several pegmatite districts in San Diego Co., CA.
Pegmatites examined range from simple to highly complexly evolved. The Meyers Quarry pegmatite is of thè rare-ele-
ment class, beryl-type; thè Harding pegmatite is also of thè rare-element class, complex-type, spodumene subtype, and thè
pegmatites of thè Petaca district are of thè rare-metal-muscovite class. The Harding pegmatite contains holmquistite, bityite,
and zinnwaldite in thè immediately adjacent schist, particularly on thè upper contact, indicative of loss of Li from thè peg¬
matite. The White Picacho pegmatites are of thè rare-element class, complex type, spodumene subtype. All of thè pegmatites
examined in San Diego Co., CA are of thè rare-element class, complex type, and mostly of thè lepidolite subtype (Cerny,
1991) with some in thè Pala district being of thè spodumene subtype. They contain miarolitic cavities as well.
As a whole, thè dementai contents in thè K-feldspars are dose to those from other rare-metal and miarolitic pegmatites of
thè world. Some regional geochemical pecularities for thè White Picacho rare-element pegmatites and for thè Little Three mi¬
arolitic pegmatites exist. In all of thè pegmatites studied, thè later generations of K-feldspar contain more Rb, Cs and TI than
earlier ones in thè same pegmatite body, reflecting fractionation and concentration of rare alkalies. The Rb/Cs ratio approach-
es 1 in some crystals from miarolitic cavities. In late-stage overgrowths (rims) of K-feldspar crystals (2 examples), there is an in-
creased content of Ba, reflecting resetting of thè pegmatite ‘Chemical clock’ due to opening of formerly closed systems.
All structurally studied K-feldspar samples are microcline or orthoclase. No sample has <0.84. However, there are
10 samples with At values <0.5 and 3 samples with At between 0.60 and 0.64. Five orthoclase samples from miarolitic cavi¬
ties, including two overgrowth samples have At values between 0.0 and 0.3, and At” values between 0.16 and 0.34, which are
lower than in thè surrounding microcline matrix. Because of efficient interchange between monoclinic K-feldspar (i.e. or¬
thoclase) and thè contained fluid in thè miarolitic cavities, continued ordering produced well-ordered orthoclase, e.g. Little
Three mine. The amount of cooling and thè influence of temperature and speed of crystallization are other important Con¬
trols on thè structural state of thè feldspar.
The muscovite and to a lesser extent, thè lepidolite compositions group into distinct populations. Lepidolites range from
about 30 to 57 atomic % Li, clustering around trilithionite. Trace and minor elements detected in significant quantities
(>0.03%) include: B, Ba, Nb, Sn and Zn. Sn and Zn are highest in muscovites. Ga is low in lepidolites but may be as much
as 400 ppm in muscovites. Boron is low in all lepidolites except for one sample from thè Little Three mine, and may be as
much as 1500 ppm in muscovite.
Riassunto - Sono stati parzialmente analizzati 73 campioni di K-feldspato ( Na, K ed alcuni elementi in tracce); tra
questi, 43 sono stati studiati ai raggi X per determinarne lo stato strutturale. Sono state inoltre eseguite 46 nuove analisi
(maggiori, minori ed elementi in tracce) su campioni di muscovite (30), biotite (1), zinnwaldite (protolitionite e Li-fengite-
muscovite) (2), lepidolite (12) e cookeite (1). I campioni provengono da pegmatiti granitiche nel sud-ovest degli USA, e
comprendono: la miniera di Meyers Quarry, nel distretto di Eight Mile Park, vicino a Canyon City, CO; la miniera Harding,
Dixon, NM; la miniera Globe, nel distretto di Petaca, NM; il White Picacho district, AZ; e numerosi distretti pegmatitici nel¬
la contea di San Diego, CA.
Le pegmatiti esaminate vanno da semplici a fortemente complesse ed evolute. La pegmatite di Meyers Quarry è della
classe ad elementi rari, del tipo a berillo; La pegmatite di Harding è ancora della classe ad elementi rari, di tipo complesso,
del subtipo a spodumene, e le pegmatiti del distretto di Petaca sono della classe ad elementi rari a muscovite. La pegmatite
di Harding contiene holmquistite, bityite, e zinnwaldite negli scisti immediatamente adiacenti, soprattutto al contatto di tet¬
to, ad indicare una perdita di Li durante la cristallizzazione. Le pegmatiti di White Picacho sono della classe ad elementi
rari, di tipo complesso, del subtipo a spodumene. Tutte le pegmatiti prese in considerazione nella contea di San Diego, CA,
sono della classe ad elementi rari, di tipo complesso, e per lo più del subtipo a lepidolite (Cerny, 1991) con alcune, nel dis¬
tretto di Pala, del subtipo a spodumene. Anch'esse contengono cavità miarolitiche.
In generale, i contenuti in elementi nei K-feldspati sono prossimi a quelli di altre pegmatiti miarolitiche ad elementi rari
nel mondo. Vi sono tuttavia alcune particolarità geochimiche regionali nelle pegmatiti ad elementi rari di White Picacho e
nelle pegmatiti miarolitiche della miniera Little Three. In tutte le pegmatiti studiate, le generazioni più tardive di K-feldspa-
to contengono più Rb, Cs e TI rispetto alle generazioni precedenti, indicando un frazionamento ed una concentrazione di
* E-mail: pgmigor@igc.irk.ru
58
BORIS M. SHMAKIN - VICTOR YE. ZAGORSKY - EUGENE E. FOORD - MICHAEL F. BROWNFIELD & PAUL H. BRIGGS
alcali. Il rapporto Rb/Cs si avvicina a 1 in alcuni cristalli provenienti dalle cavità miarolitiche. Nelle sovracrescite tardive
(bordi) dei cristalli di K-feldspato (2 esempi), vi è un incremento del contenuto in Ba, che riflette un disturbo chimico a
causa dell’apertura del sistema.
Tutti i K-feldspati studiati da un punto di vista strutturale sono microclino ed ortoclasio. Nessun campione ha < 0.84.
Tuttavia, vi sono 10 campioni con valori di At < 0.5 e 3 campioni con At compreso tra 0.60 e 0.64. Cinque campioni di orto¬
clasio provenienti da cavità miarolitiche, che comprendono due campioni con sovracrescite, hanno valori di Dt tra 0.0 e 0.3,
e valori di At” tra 0.16 e 0.34, che sono minori rispetto a quelli del microclino della matrice circostante. A causa dell’effi¬
ciente interscambio tra il K-feldspato monoclino (ad esempio ortoclasio) ed i fluidi contenuti nelle cavità miarolitiche, un
continuo processo di ordinamento ha prodotto un ortoclasio ben ordinato, come ad esempio alla miniera Little Three. Le
modalità del raffreddamento e l’influenza della temperatura e della velocità di cristallizzazione sono ulteriori importanti
fattori di controllo dello stato strutturale dei feldspati.
Le composizioni della muscovite ed in minor misura, della lepidolite, formano due distinte popolazioni. Le lepidoliti
presentano un contenuto in Li tra il 30 ed il 57% di occupanza del sito, addensandosi attorno alla trilitionite. Elementi in
traccia e minori rinvenuti in quantità significative (>0.03%) comprendono: B, Ba, Nb, Sn e Zn. Sn e Zn sono più abbondanti
nella muscovite. Il contenuto in Ga è basso nelle lepidoliti ma può raggiungere il valore di 400 ppm nelle muscoviti. Il boro
è basso in tutte le lepidoliti ad eccezione di un campione della miniera Little Three. Tale elemento può raggiungere valori
di oltre 1500 ppm nella muscovite.
Key-words: K-feldspar, muscovite, lepidolite, granitic pegmatites.
Introduction
In January, 1991, four first authors visited a num-
ber of pegmatite districts in thè southwestern USA
for thè purpose of collecting feldspar and mica sam-
ples to further study thè chemistry, geochemistry,
structural States of feldspars, and genesis of granitic
pegmatites of different modes of origin, and from
widely varied host rocks of different ages. All of thè
pegmatites examined are of Precambrian («1.2-1. 4
BY) age except for those of thè Southern California
Batholith, which are mid-Cretaceous (about 100
Ma). The Precambrian pegmatites are emplaced in-
to stable cratonic rocks while those of thè SCB are
related to orogenic processes (subduction). A suite
of 73 feldspar and 46 mica samples were chemically
analyzed at thè Vinogradov Institute of Geochem¬
istry, Russian Academy of Sciences, Irkutsk, Russia.
The feldspars were partially-, and thè micas were
completely-analyzed. Major, minor and trace ele-
ments (including boron) for thè micas were deter-
mined by ICP-AES at thè U.S. Geological Survey,
Denver, CO.
In addition, X-ray structural States were deter-
mined for 43 potash feldspars from granitic peg¬
matites of late Precambrian (Harding pegmatite, NM
(«1300 Ma) and White Picacho district pegmatites,
AZ) and Cretaceous (pegmatites in San Diego Coun-
ty, CA («95-100 Ma) age.
The geology and mineralogy of thè well-known
Harding pegmatite is best summarized in Jahns and
Ewing (1976), Brookins et al. (1979), and Chak-
oumakos and Lumpkin (1990). While extensive geo¬
logie and mineralogie studies of thè Harding peg¬
matite exist, detailed studies of thè potash feldspars
are stili lacking. Knowledge of thè geology and min¬
eralogy of thè pegmatites in thè White Picacho dis¬
trict is based on studies by Jahns (1952), London
(1979), and London and Burt (1978, 1982). Numerous
geologie and mineralogie studies exist of thè gem-
and specimen-hearing granitic pegmatites of San
Diego County, California, and only a few of thè more
important and review-type papers are cited here: Fo-
ord (1976, 1977), Foord et al (1986, 1989, 1991), Jahns
(1979), Jahns and Wright (1951), Shigley and Brown
(1985), Stern et al. (1986), and Taylor et al. (1979).
Sample locations
Samples of micas and feldspars were collected
from thè following pegmatites: Meyers Quarry, Eight
Mile Park district, Canyon City, CO; Harding mine,
Dixon, NM; Globe mine, Petaca district, NM; White
Picacho pegmatites, NE of Wickenburg, AZ; and var-
ious pegmatites in San Diego Co., CA. The localities
sampled in San Diego Co. include: Pala district- Eliz¬
abeth R-Ocean View mine, White Queen mine, Pala
Chief mine, Stewart mine, and thè Naylor Rock (a
float block); Ramona district- Little Three mine;
Mesa Grande district- Himalaya mine and San Diego
Tourmaline mine. Fig. 1 is a map of thè southwestern
USA showing thè major areas visited.
Figure 2 shows thè locations of major pegmatites
in thè White Picacho district, AZ and Fig. 3 shows thè
locations of thè major pegmatite districts in San
Diego Co., CA.
Fig. 1 - Map of thè southwestern USA showing locations of peg¬
matite districts sampled.
NEW DATA FORD FELDSPARS AND MICAS FROM GRANITIC PEGMATITES IN THE SOUTHWESTERN USA
59
Sample descriptions
Location information, no. of samples analyzed from
each location, brief sample descriptions and Chemical
data for potash feldspar samples examined are given in
Table 1 below.Table 2 contains location and sample de-
scription information for mica samples examined in
this study. Similar information is also included for 16
additional samples of micas from San Diego County
that were previously analyzed and are in thè literature.
Data from a total of 17 mines (including those
from previous literature) are given here.
Analytical methods
Feldspars
Samples of potash feldspars were collected from
various zones of thè pegmatites. The samples were
purified by hand-picking under a binocular micro¬
scope and in heavy liquids. Chemical analyses for thè
alkalies (Na, K, Rb, Cs) were done by L.S. Tauson in
thè Institute of Geochemistry, Irkutsk. Ba, Sr, Pb and
TI were determined by quantitative atomic emission
spectroscopy by S. K. Yaroshenko and N.L. Chu-
makova, also in thè Institute of Geochemistry.
X-ray powder diffraction data were obtained us-
ing a DRON-3 diffractometer, with thè following op-
erating conditions: 35 Kv, 20 Ma, Ni-filtered Cu Ka
radiation, scan speed 0.5o/min., chart speed 1 cm/min.
The sum of Al inTì positions(2t1) was determined
with a rapid method using thè formula: = 7.3280 -
0.7266(A 20(204-060). The difference in Al occupan-
cies in T^ and Tjin (At) was calculated as At =
0. 0144+1. 244(A 20(131-131). These two equations
were derived by Afonina (1995) and were calculated
on thè basis of study of K-feldspar samples for which
structures and celi parameters are well known (Dal
Negro et al., 1978, 1980; Griffen and Johnson, 1984;
Kroll and Ribbe, 1983, 1987; Afonina, 1995).
Additional parameters, At’ and At” were also cal¬
culated for cases involving one-step and two-step
types of ordering respectively (Afonina, 1995): At’ =
24.629 - 2.710 (A 20(204-060) and At” = 9.521-1.018 (A
20(204-060) when thè At value is relatively small, or
At” = 37.836 - 4.225 (A 20(204-060), when thè At val¬
ue is relatively large.
In samples with At <0.2, thè value of At” is dose to
At (first step of thè two-step ordering type) whereas
in samples with At >0.4, thè value of At normally is
dose to At’ (one-step type of ordering). For samples
with At between 0.2 and 0.4, as a rule, we have
At”<At<At’ because of intermediate type of ordering.
60
BORIS M. SHMAKIN - VICTOR YE. ZAGORSKY - EUGENE E. FOORD - MICHAEL F. BROWNFIELD & PAUL H. BRIGGS
r
n
For K-feldspar samples with At=0, thè value of At”
is greater than 0. As a rule, they have >0.72. As
was shown by TEM studies (Bambauer et al, 1989)
there is a monoclinic celi in K-feldspar with <0.72.
For thè other K-feldspars with monoclinic X-ray sym-
metry, twinning or combination of microcline with
twinning structure in potash feldspar is present. This
is why determination of At for such feldspars will be
more correct using A29(204-060) or linear celi para-
meters, than using A20(131-131).
Micas
Mica samples were prepared by a variety of meth-
ods, depending on both sample and grain size and puri-
ty. Large ‘books’ or pieces of pure mica were cut up in
a rotary mica cutter and then ground to less than 200
mesh for Chemical analysis. Impure, and or fine-grained
micas were purified by hand-picking and heavy-liquid
separations if necessary. Then they were ground to less
than 200 mesh as for thè coarser samples.
Chemical analyses for major element oxides were
done by V.A. Grigorieva (Inst. of Geochemistry,
Irkutsk). Atomic-emission spectrographic analyses
for Ba, Sr, Pb, Zn, Sn and TI were done for a total of
53 micas by S.K. Yaroshenko and A.F Kuznetsova, al-
so of thè Institute of Geochemistry (Irkutsk). A total
of 46 mica samples were analyzed by 40 element ICP-
AES methods by PF. Briggs (USGS) using an Na202-
sinter method in carbon crucibles, so that B could be
quantitatively determined.
If only total Fe was determined, then a split of
FeO and Fe203 to 0.1 wt. % Fe203, with thè remain¬
der as FeO was made arbitrarifly for thè purpose of
formula calculations.
Data
Feldspars
Table 1 presents Chemical data for 73 K-feldspars
from thè Harding pegmatite, NM, pegmatites in thè
White Picacho district, AZ, and San Diego County, CA.
Table 3 presents structural state data for 43 of thè
K-feldspars.
NEW DATA FORD FELDSPARS AND MICAS FROM GRANITIC PEGMATITES IN THE SOUTHWESTERN USA
61
Table 1 - Contents of K, Na (Wt.%) and selected minor and trace elements (ppm) in potash feldpars from peg-
matites in thè southwestern USA. Number of samples used in composites shown in parenthesies (e.g. WP-C3 (2)).
62
BORIS M. SHMAKIN - VICTOR YE. ZAGORSKY - EUGENE E. FOORD - MICHAEL F. BROWNFIELD & PAUL H. BRIGGS
Table 2 - Locations and descriptions for micas from granitic pegmatites in thè southwestern USA.
NEW DATA FORD FELDSPARS AND MICAS FROM GRANITIC PEGMATITES IN THE SOUTHWESTERN USA
63
Micas
Table 2 contains location data, and sample de-
scriptions for thè 44 mica samples studied; Table 4
contains major element chemistry for micas, includ-
ing some from thè literature, and Table 5 contains
trace and minor element data for thè micas. For com-
parison analyses of lepidalites published earlier
(Stevens, 1938) are included.
Discussion of data
Feldspars
Principal observations that may be made from
these Chemical and structural state data are: (1) thè
levels of K and Na, as well as trace and minor ele-
ments are very different, but are within thè limits of
studied K-feldspars of other rare-metal and mi-
arolitic cavity type granitic pegmatites (Foord, 1976,
1977; Foord et al , 1979; Horsky and Martin, 1977;
Shmakin, 1979; Zagorsky and Kuznetsova, 1990;
Zagorsky and Peretyazhko, 1992); (2) lithium con-
tents are very low or essentially absent (<30 ppm) in
K-feldspars from thè Harding pegmatite, pegmatites
of thè White Picacho district, as well as thè Little
Three and Himalaya mines, but feldspars from peg¬
matites in thè Pala district contain from 60 to 400
ppm (this report; Foord et al., 1979). As much as 700
ppm Li is present in K-feldspars from thè Ocean
View-Elizabeth R pegmatite in thè Pala district (E. E.
Foord, unpub. data); (3) thè contents of Rb and Cs in
pegmatites of thè White Picacho district, AZ are rel-
atively high, but thè contents of Pb and TI are lower
than for feldspars from thè Harding mine. This ap-
pears to be a locai regional phenomenon; (4) thè
maximum overall concentration levels of Rb, Cs, Pb
Table 3 - X-ray crystallographic results for potash feldspars from pegmatites in New Mexico, Arizona and Cali¬
fornia.
64
BORIS M. SHMAKIN - VICTOR YE. ZAGORSKY - EUGENE E. FOORD - MICHAEL F. BROWNFIELD & PAUL H. BRIGGS
Table 4 - Major element chemistry for pegmatite micas from thè southwestern USA.
NEW DATA FORD FELDSPARS AND MICAS FROM GRANITIC PEGMATITES IN THE SOUTHWESTERN USA
65
Table 5 - Selected trace-element composition of pegmatite micas from thè southwestern USA. ND, Not deter-
mined.
and TI are in K-feldspars from thè Harding mine
rare-metal pegmatite, NM.; (5) thè lowest contents of
all examined elements for miarolitic-cavity-bearing
pegmatites are in K-feldspars from thè Little Three
mine, Ramona, CA and thè Pala Chief mine, Pala,
CA; (6) moderate levels and minimal variations of
thè studied elements and relatively high Rb contents
are found in K-feldspars from thè Himalaya dike Sys¬
tem; (7) medium levels of Rb, Cs and Tl, but very low
Pb levels are present in K-feldspars from thè Stewart
mine; (8) wide variations in Rb and Cs contents are
present in K-feldspars from thè Elizabeth R mine
and for Pb and Tl from thè White Queen mine; (9) in
thè majority of cases, thè later generations of K-
feldspar contain more Rb, Cs and Tl than earlier
ones; productive dikes have higher levels of these el¬
ements than non-productive ones; (10) thè geochem-
ical data for Sr are not sufficient (many values are
less than 20 ppm) to permit satisfactory interpreta-
tion; (11) as a rule, K-feldspars contain more Ba than
Sr; only thè K-feldspars from thè Harding mine con¬
tain more Sr than Ba (3 of four samples); (12) higher
levels of Ba are present in late-stage overgrowths
(rims) on two substrate-overgrowth pairs; (13) thè
maximum contents of Ba and Sr are present in early-
stage K-feldspar from fine-grained, graphic peg¬
matite from thè Stewart mine, and thè Cs content is
minimal (sample no. 165). Li and Rb show a bimodal
66
BORIS M. SHMAKIN - VICTOR YE. ZAGORSKY - EUGENE E. FOORD - MICFIAEL F. BROWNFIELD & PAUL H. BRIGGS
Pegmatite Feldspars, SW USA
Li (ppm)
Fig. 4 - Li vs. Rb distribution for feldspars.
distribution (Fig. 4): 1) a positive correlation between
thè two elements, and 2) for one group an enrichment
in Rb but not in Li. Samples from thè Pala district are
high in Li and are from pegmatites that contain spo-
dumene. Samples from thè White Picacho, Harding
(has spodumene), Little Three and Mesa Grande are
low in Li. Rb vs. K+Na (Fig. 5) and Rb vs. K also show
a binary distribution: 1) a low positive slope and 2)
high positive slope. Cs is concentrated in higher total
alleali containing feldspar. In generai, Cs increases
along with Rb. The Cs/Rb ratio approaches 1 in
feldspars from miarolitic cavities. Single samples
from thè Harding, White Queen and Little Three
mines contain >0.2 wt. % Cs.
A steep trend for Rb vs. Na+K is shown by sam¬
ples from thè Harding, White Picacho, and Mesa
Grande pegmatites, and a shallower, nearly fiat, trend
is shown for samples from thè Pala Chief, Elizabeth
R, White Queen and Little Three mines. Samples
from thè Stewart mine lie on both trend lines.
All 43 studied K-feldspar samples are microclines
or orthoclase with Az not less than 0.68. Microcline
from thè Harding pegmatite. Pala Chief mine, and
Himalaya mine have Az greater than 0.88 and
greater than 0.94. No sample studied has a value of
£t, less than 0.84, which is usually indicative of no
monoclinic feldspars being present. However, based
on studies by Foord et al (1979 and 1989), some or¬
thoclase is present in miarolitic cavities from thè Hi¬
malaya mine, thè Little Three mine, thè White Queen
mine and thè Elizabeth R mine. There are ten sam¬
ples with At values less than 0.5 and three samples
have At values between 0.60 and 0.64. These samples
have lowered values of Az, from 0.68 to 0.81 in thè
first group (ten samples) and 0.86 to 0.89 in thè sec-
ond one (three samples). All five samples of K-
feldspar from miarolitic cavities have At values be¬
tween 0.0 and 0.3, and At” values between 0.16 and
0.34. In thè translucent overgrowth (rim) on sample
D-94, thè values for all measured indexes are lower
than in thè centrai portion of thè crystal. Other sam¬
ples with lowered values of Az and At are from coarse-
grained and blocky feldspar crystals near quartz
cores (D-26, D-74, D-136, D-156 and D-173) or from
graphic structures (D-61, D-100 and D-165). Two of
them, contain extremely high contents of Rb (D-173)
or Ba (D-165), which can influence thè process of
structural ordering (Afonina, et al., 1978). Based on
additional structural state determinations of K-
feldspars from San Diego County (Foord et al, 1979,
1989), thè crystallization history of K-feldspar may be
summarized as such: two factors contribute to effi-
cient ordering of thè K-feldspar: 1) availability of an
aqueous fluid and 2) slow rate of cooling. Down to
about 350°C and perhaps lower, thè miarolitic cavity
area is dominateci by a fluid phase, and thè rate of
heat loss probably was slower there than near thè
contacts of thè dikes. As long as there is efficient in-
terchange between thè monoclinic K-feldspar and
thè fluid, ordering will continue. The result is well-or-
NEW DATA FORD FELDSPARS AND MICAS FROM GRANITIC PEGMATITES IN THE SOUTHWESTERN USA
67
Pegmatite Feldspars, SW USA
10000
8000
£= 6000
Q_
CL
jD 4000
Od
2000
0
12.5 13 13.5 14
K+Na (Wt. %)
Fig. 5 - Rb vs. Na+K distribution for feldspars.
dered orthoclase. As thè temperature falls below
about 400°C in a pegmatite body, thè monoclinic K-
feldspar should transform to triclinic K-feldspar (i.e.
microcline). The partly ordered orthoclase near thè
contacts inverts readily, and appears today as well-or-
dered microcline. Closer to thè ‘pocket zone’, where
thè orthoclase had become better ordered, thè inver-
sion was less efficient in thè time available, probably
because of impurity elements and because thè differ-
ence in free energy between thè (metastable) better-
ordered orthoclase and thè microcline was smaller
than between thè more poorly ordered orthoclase
and microcline near thè contacts. As a result, inter¬
mediate microcline is found. Finally in thè pockets
themselves, thè difference in free energy between
very well-ordered orthoclase and microcline was so
small that thè inversion did not occur in some cases.
Some pockets contain substrates and overgrowths of
well-ordered microcline, presumably as a result of
relatively quick cooling through thè stability field of
orthoclase, and others in which both are “stuck”
metastably in thè well-ordered orthoclase state. Al-
ternatively, this could be a result of crystallization at
low temperatures and/or possible irradiation effects
(Shmakin and Afonina, 1967).There are also Ba- and
Rb-containing feldspars which are “stuck”
metastably in thè orthoclase state. Sudden evacuation
of thè fluid medium from thè pocket environment af¬
ter formation of thè overgrowth could also prevent
nucleation of thè low-temperature polymorph.
Micas
Figure 6 is a summary (RrR2-R3 plot) of thè mica
compositions encountered. It is interesting to observe
thè presence of brown zinnwaldite (protolithionite
according to thè classification of Lapides et al., 1977)
and a light gray, intermediate zinnwaldite-muscovite
(Li-phengite-muscovite according to Lapides et al.,
1977) in thè Vadito Formation (quartzite, schist and
amphibolite), immediately adjacent to thè Harding
pegmatite. Such micas are typical for exocontacts of
pegmatites, where two isomorphous series were es-
tablished: biotite — protolithionite — zinnwaldite (al-
kaline stage) and zinnwaldite or protolithionite— Li-
phengite-miscovite (with increasing degree of acidity,
see Zagorsky and Makrygin, 1976; Kuznetsova and
Zagorsky, 1984). The same micas are typical of rare
metal granites as well (Koval et al, 1972; Lapides et
al., 1977). The presence of an Li-enriched zone im¬
mediately adjacent to thè pegmatite has been previ-
ously recognized (Jahns and Ewing, 1976, 1977). The
presence of holmquistite (Li-bearing amphibole)
(London, 1986) and bityite, (an Li-bearing sheet sili-
cate) are other minerals indicative of Li-migration
out of thè Harding pegmatite. No lepidolite was ana-
lyzed in this study from thè Harding mine, even
though thè “rose muscovite” (Heinrich and Levinson.
1953), for which thè Harding mine is famous, ‘looks’
like lepidolite. Jahns and Ewing (1976) have summa-
rized thè variations in appearance and compositions
of thè principal micas occurring in thè Main Quarry
68
BORIS M. SHMAKIN - VICTOR YE. ZAGORSKY - EUGENE E. FOORD - MICHAEL F. BROWNFIELD & PAUL H. BRIGGS
of thè Harding mine. Lepidolite is most abundant in
thè “spotted rock” zone and other interior zones.
Much rose muscovite replaces spodumene but is also
present in a cleavelandite-rose muscovite zone. Much
of thè muscovite may be purple or lilac in color and
is difficult to distinguisi! from true lepidolite except
by analytical or optical methods. Based on similar
chemistry to thè above analyzed zinnwaldites (pro-
tolithionite, Li-phengite-muscovite), two zin¬
nwaldites were partially-analyzed by Post and Austin
(1993), though one was called ‘biotite’. The Globe
and other pegmatites in thè Petaca district are mini-
mally evolved, and contain Fe-bearing muscovite.
Similar results for total iron were obtained by Post
and Austin (1993). The determined partial chemistry
of thè micas from 26 mica samples from 16 mines in
thè Petaca District was remarkably uniform (Post
and Austin, 1993). All 36 muscovites studied by Post
and Austin (1993) from various pegmatite districts in
northern New Mexico were of thè 2M, polytype. The
pegmatites in thè Petaca district are minimally
evolved and are of thè rare metal-muscovite class.
Two lepidolites from thè White Picacho district are
low Li-lepidolites. The lepidolites from pegmatites in
San Diego Co., range from several low-Li lepidolites
(147, 154, EEF-2, STV-2, STV-3, STV-4, STV-5), with
thè remainder spread out from ideal trilithionite to
higher and lower Li-contents (Fig. 6).
The trace element data indicate that muscovite
may be enriched in Sn more than four times that of
lepidolite and more than 10 times that of biotite and
zinnwaldite (Fig. 7). Sn content is highest (to 1100
ppm) in Himalaya mine muscovite and in some cases
may be due to minute inclusions of cassiterite. Sn is
distinctly lower in lepidolites from this mine, reflect-
ing prior extraction of Sn by cassiterite and mus¬
covite. Samples of muscovite from thè Harding mine
have thè lowest Sn content of all of thè studied micas,
indicative of thè high degree of fractionation of that
pegmatite. Zn contents are high in biotite and some
muscovites and lepidolites. This is a function of thè
geochemical individualities of thè host pegmatite(s).
More than 1000 ppm Zn is present in biotite from thè
Meyers Quarry as well as in thè muscovite from thè
Globe mine. Zn contents in micas from thè White Pi¬
cacho pegmatites are also elevated. TI is elevated in
lepidolite relative to most, but by no means all mus¬
covites. TI and Rb show a linear positive trend re-
flecting thè association of Rb and TI (Fig. 8). For
higher concentrations (e.g. Harding and Stewart
L i
vi u s c o v ite Biotite
Fig. 6 - Ternary diagram (Li-Al+Fe3+-Fe2++Mg) showing all mica compositions determined.
TI (ppm) f Sn (ppm)
NEW DATA FORD FELDSPARS AND MICAS FROM GRANITIC PEGMATITES IN THE SOUTHWESTERN USA
69
Pegmatite Micas, SW USA
1400
1200
1000
800
600
400
200
0
35 40 45 50 55
Si02 (wt. %)
- Sn vs. SiOz distribution in micas.
-B-
COOKEITE
OV CE
V
V
V
£
o
A
^ °
->*.
°n □
o
V A V
Pegmatite Micas, SW USA
70
BORIS M. SHMAKIN - VICTOR YE. ZAGORSKY - EUGENE E. FOORD - MICHAEL F. BROWNFIELD & PAUL H. BRIGGS
Pegmatite Micas, SW USA
35 40 45 50 55
Si02 (wt. %)
Fig. 9 - Li20 vs. Si02 distribution in micas.
Pegmatite Micas, SW USA
NEW DATA FORD FELDSPARS AND MICAS FROM GRANITIC PEGMATITES IN THE SOUTHWESTERN USA
71
mines), this correlation is not so obvious. Ga is low
(about 100 ppm) in lepidolite relative to muscovite
(100 to 400 ppm). Nb contents vary from low to high
for both muscovites and lepidolites. B is low (about
300 ppm) in lepidolite (except for one sample, EEF-
2, from thè Little Three mine) but may be 600 ppm or
more in some muscovites. The Little Three mine is
anomalous in its behavior of B, as evidenced by B-
containing lepidolite and thè presence of thè new
minerai boromuscovite (Foord et al., 1991). Two sam-
ples of muscovite contain significant B contents: Hi-
malaya mine 220B (1100 ppm B) and White Picacho
38 (1500 ppm B). One sample (EEF-2) of pale purple,
fine-grained, low-Li lepidolite from a frozen pocket
in thè main dike on thè Little Three mine contained
0.35 wt. % B203.
A dose clustering of muscovites and a somewhat
less dense clustering of lepidolites is shown on an
Li20 vs. Si02 plot (Fig. 9). Micas from thè Harding
mine show a negative rather than positive trend for
Li20 vs. Si02. F vs. Si02 is very similar to Li20 vs.
SiÒ2. A linear positive trend is shown by Li2Ó vs. F
(Fig. 10), reflecting thè mica evolution with time. H20
and F show a strong negative correlation reflecting
thè coupled substitution of thè two (Fig. 11). All of
these plots show thè distinction between thè species
of micas analyzed.
CONCLUSIONS
This study of additional K-feldspars and micas
from previously studied granitic pegmatites in thè
southwestern USA, has confirmed observations and
conclusions published previously. Expected demen¬
tai fractionation trends are present in both K-
feldspars and micas. The greater thè degree of oeg-
matite evolution, thè higher thè content of Li, Rb, Cs,
and TI in both feldspars and micas, along with F and
Li in micas. The confirmation of two types (colors) of
zinnwaldite has been established from thè Harding
mine. A significantly greater number of complete mi¬
ca analyses now exists for all of these pegmatites. The
amount of B present in thè pegmatitic micas was of
particular interest, but only three samples were found
to have >1100 ppm B.
Structural state studies of K-feldspars show thè
existence of orthoclase rims and crystals in cavities
(Pala, CA) with Àt values of 0.0-0. 3 and Àt” values of
0.16-0.34. Rim feldspar is enriched in Ba and Sr along
with Pb but depleted in Rb, Cs, and TI in comparison
with core feldspar.
Acknowledgments
The authors thank V. A. Grigoryeva of thè Vino-
gradov Institute of Geochemistry, Russian Academy
of Sciences, Irkutsk, Russia for her careful analyses of
43 mica samples. We also thank Gaiina G. Afonina
(now deceased) for X-ray determination of thè struc¬
tural States of thè feldspars examined. We thank thè
following mine owners in San Diego Co., CA for ac-
cess to their mines for sampling purposes: Blue Shep-
pard (Stewart mine); L.B. Spaulding, Jr. (Little Three
mine); Roland R. Reed (Ocean View-Elizabeth R
mines), Robert Dawson (White Queen mine), and
William F. Larson and John McLean (Himalaya
mine). Reviews of this manuscript were provided by
W. B. Simmons, Jr. and Peter J. Modreski.
Pegmatite Micas, SW USA
H20 (wt. %)
Fig. 1 1- H:0 vs. F distribution in micas.
72
BORIS M. SHMAKIN - VICTOR YE. ZAGORSKY - EUGENE E. FOORD - MICHAEL F. BROWNFIELD & PAUL H. BRIGGS
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Crystal structures of alkali feldspars from granitic pegmatites:
A review
Achille Blasi* and Carla De Poi Blasi*
Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi, Via Botticelli 23, 20133-Milano, Italy
Abstract - Granitic pegmatites represent a unique naturai laboratory that is extremely efficient in thè synthesis of alkali feld¬
spars of different structural States. The crystal structure determinations available to date for alkali feldspars from granitic pegma¬
tites were obtained from 29 different specimens, of which 22 are K-rich feldspars, 6 are Na-rich feldspars, and 1 is a crypto-perthitic
intergrowth of K- and Na-rich feldspar. The structure determinations of 26 specimens were carried out by single-crystal X-ray dif-
fraction methods; 1 specimen of “ordered orthoclase” and 2 specimens of low albite were investigated by single-crystal neutron dif-
fraction. In view of their importance, thè crystal structures of some specimens were refined using different sets of intensity data
from thè same specimen or re-refined subsequently. Some structure determinations have become obsolete but remain of historical
value. The vast majority of crystal structures were determined using naturai specimens at room temperature: naturai K-rich
feldspars include specimens of low microcline (Pellotsalo, 2 specimens; Prilep, 2 specimens; Pikes Peak, 3 specimens; Khibiny), in¬
termediate microcline ( Spencer U\ Adamello P17C ), “ordered orthoclase” ( Himalaya , investigated by neutron diffraction), ortho¬
clase ( Khibiny ; Spencer C; Itrongay, 2 specimens), and sanidine ( Rabb Canyon ; Back Claim, 4 specimens); naturai Na-rich feldspars
include specimens of low albite ( Ramona ; Amelia, 2 specimens, one of them investigated by neutron diffraction) and high albite
(Rabb Canyon , thè same cryptoperthitic specimen as that used for determining thè crystal structure of thè coexisting sanidine).
Some specimens were thermally treated and quenched to room temperature: quenched specimens were then used in structure re-
finements at room temperature (high sanidine produced by pre-heating of either orthoclase, Itrongay, a third specimen, Spencer C,
or low microcline, Bedford ; high albite produced from pre-heating of low albite, Amelia, a third specimen) or at high temperatures
(monalbite produced from pre-heated low albite, Amelia, a fourth specimen). Some naturai specimens were used in structure de¬
terminations at low temperatures (low microcline at 163 K, Prilep, thè same specimen as one of thè two specimens investigated at
room temperature; orthoclase at 121 K, Itrongay , thè same specimen as that investigated at room temperature; low albite at 93 K,
Ramona, thè same specimen as that investigated at room temperature; low albite at 13 K, Amelia, a fifth specimen, investigated by
neutron diffraction). Appropriate Tables are presented in thè Appendix; these contain information on geological occurrence of thè
specimen as well as compositional and crystallographic data. A review is presented for each specimen as regards metric and struc¬
tural properties as well as composition and degree of lattice strain due to coherency between exsolved phases. Aspects of particu-
lar interest are emphasized and indicated as subjects for future work. Reference values for Al-O and Si-O distances have been pro-
posed for low microcline and low albite on thè basis of thè data available to date, including those from non-pegmatitic alkali
feldspars.
Riassunto - Le pegmatiti granitiche rappresentano un laboratorio naturale unico, che è estremamente efficiente nel sintetizzare
feldspati alcalini aventi stati strutturali differenti. Le determinazioni di struttura cristallina attualmente disponibili per feldspati al¬
calini provenienti da pegmatiti granitiche furono ottenute da 29 differenti campioni, dei quali 22 sono feldspati ricchi di K, 6 sono
feldspati ricchi di Na, e 1 è una intercrescita criptopertitica di feldspato ricco di K e di feldspato ricco di Na. Le determinazioni di
struttura di 26 campioni furono effettuate mediante metodi diffrattometrici a raggi X su cristallo singolo; 1 campione di “ortocla¬
sio ordinato” e 2 campioni di albite bassa furono studiati mediante diffrazione neutronica su cristallo singolo. Data la loro impor¬
tanza, le strutture cristalline di alcuni campioni furono raffinate usando serie diverse di dati di intensità raccolti per lo stesso cam¬
pione, oppure furono ri-raffinate in tempi successivi. Alcune determinazioni di struttura sono diventate obsolete ma conservano un
valore storico. In larga maggioranza le strutture cristalline furono determinate a temperatura ambiente usando campioni naturali:
i feldspati naturali ricchi di K includono campioni di microclino basso ( Pellotsalo , 2 campioni; Prilep, 2 campioni; Pikes Peak, 3 cam¬
pioni; Khibiny), di microclino intermedio (Spencer U\ Adamello P17C), di "ortoclasio ordinato" (Himalaya, studiato mediante dif¬
frazione neutronica), di ortoclasio (Khibiny, Spencer C; Itrongay, 2 campioni ) e di sanidino (Rabb Canyon', Back Claim, 4 campi¬
oni); i feldspati naturali ricchi di Na includono campioni di albite bassa (Ramona-, Amelia , 2 campioni, uno dei quali studiato medi¬
ante diffrazione neutronica) e di albite alta (Rabb Canyon, lo stesso campione criptopertitico usato per determinare la struttura
cristallina del sanidino coesistente). Alcuni campioni furono trattati termicamente e “quenched" a temperatura ambiente: i cam-pi-
oni “quenched” furono poi usati per raffinamenti di struttura a temperatura ambiente (sanidino alto prodotto mediante pre-riscal-
damento sia di ortoclasio, Itrongay, un terzo campione, Spencer C, sia di microclino basso, Bedford', albite alta prodotta me-diante
pre-riscaldamento di albite bassa, Amelia, un terzo campione) o ad alte temperature (monalbite prodotta mediante pre-riscalda-
mento di albite bassa, Amelia, un quarto campione). Alcuni campioni naturali furono usati in determinazioni di struttura a basse
temperature (microclino basso a 163 K, Prilep, lo stesso campione di uno dei due campioni studiati a temperatura ambiente; orto¬
clasio a 121 K, Itrongay, lo stesso campione studiato a temperatura ambiente; albite bassa a 93 K, Ramona, lo stesso campione stu¬
diato a temperatura ambiente; albite bassa a 13 K, Amelia, un quinto campione, studiato mediante diffrazione neutronica). Nella
Appendice vengono presentate appropriate Tabelle le quali contengono informazioni sulla provenienza geologica dei campioni in¬
sieme con i loro dati composizionali e cristallografici. Ogni campione è oggetto di “review" per quanto riguarda proprietà metriche
e strutturali, come pure composizione e grado di “strain” reticolare dovuto a coerenza tra fasi essolte. Aspetti di particolare inter¬
esse vengono evidenziati e indicati come argomenti per lavori futuri. Valori di riferimento per le distanze Al-O e Si-O vengono pro¬
posti per microclino basso e albite bassa sulla base dei dati disponibili finora, i quali includono anche i dati di feldspati alcalini non
pegmatitici.
Key words: alkali feldspar, crystal structure, Al-O distance, Si-O distance, granitic pegmatite.
* E-mail address: umimin@icil64.cilea.it
74
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
Introduction
Granitic pegmatites represent geological environ-
ments of particular significance for alkali feldspar min-
eralogy. The large amount of data available in thè lit-
erature on metric properties determined by routine X-ray
powder diffraction methods shows that alkali feldspars
from pegmatites exhibit a variety of structural States. This
means that granitic pegmatites can be regarded as a
unique naturai laboratory that is extremely efficient in
synthesizing different alkali feldspars.
The efficiency of thè pegmatite lab in producing a
variety of feldspar structures is largely due to thè action
of aqueous fluids. Their abundance influences thè sub-
solidus history of alkali feldspars in promoting exsolu¬
tion and Si,Al ordering, thè latter proceeding often to
completion. A sudden decrease in T(fluid) can be fol-
lowed by rapid nucleation and growth of highly disor-
dered feldspar material. In other circumstances, an ex-
plosive release of thè fluid medium from pocket systems
may occur, with consequent interruption of exsolution
and Si,Al ordering processes. As a result, granitic peg¬
matites may contain essentially fully ordered alkali feld¬
spars inverted from originally monoclinic precursors, as
well as structurally intermediate and essentially fully
disordered K-rich feldspars.
Circulation of aqueous fluids at low temperatures in
open systems can produce crystals of highly ordered K-
rich feldspar, that have developed directly within thè
field of stability of microcline. Otherwise, low-tempera-
ture hydrothermal processes can produce late genera-
tions of K-rich feldspars showing a range of structural
States. Rare examples of quenched pegmatites contain
sanidine and high albite in cryptoperthitic intergrowth.
Attention will be focused on all thè environmental
situations that were recorded by pegmatitic alkali feld¬
spars used in structure determinations. Metric and
structural properties, along with composition and degree
of lattice strain due to coherency between exsolved
phases, enable thè fine details of thè nature of alkali feld¬
spar to be properly explored.
To accomplish this thoroughly, a number of pegma¬
titic alkali feldspars were thermally treated and then
quenched in laboratory experiments: thè crystal structure
of these specimens was determined either at room tem¬
perature or at high temperatures. Otherwise, thè crystal
structures of unheated specimens were investigated at
low temperatures.
We will present a review of all these specimens, in-
cluding pioneering investigations that were of particular
significance to settle problems and to contribute to thè
development of modern aspects of alkali feldspar min-
eralogy.
Methods
The estimate of thè structural state from metric prop¬
erties was obtained by means of thè A method, which is
based on thè structural indicators A (bc) and A(b*c*),
normalized between 0.5 and 1.0, and A(ay) and A(a*y*),
normalized between 0.0 and 1.0 (see Blasi & De Poi
Blasi, 1994). The values of thè structural indicators were
calculated with thè procedure of Blasi (1977) and thè ref-
erence values suggested by Blasi & De Poi Blasi (1994, p.
68) for thè lattice constants of thè alkali feldspar end-
members. These reference values include thè data pro-
posed by Stewart & Wright (1974) for high sanidine and
high albite, those proposed by Kroll & Ribbe (1987) for
high albite (analbite), and those obtained from thè aver-
age of thè direct lattice constants proposed by Smith
(1974a), Stewart & Wright (1974), and Kroll & Ribbe
(1987) for low microcline. The new data for low microcline
are: a = 8.5931, b = 12.9643, c = 7.2221 À, a = 90.636, fi =
115.948, y = 87.668°, V = 722.84 À3, a* = 0.129522, b * =
0.077201, c* = 0.153991 À1, a* = 90.428, |3* = 64.056, y* =
92.284°, V* = 0.0013834 À'3; thè lattice constants for thè
other end-members are reported in Table 5 of Blasi & De
Poi Blasi (1994). The resulting values of thè structural indi¬
cators A(òc), A (b*c*), A(ay), and A(a*y*) may be slightly
different from thè corresponding data calculated by earli-
er authors using a different set of lattice constants for thè
alkali feldspar end-members: e.g., thè difference A (bc) -
A (b*c*), which was - 0.049 in Blasi et al. (1984b) for thè
Pellotsalo microcline (see also thè relevant section in this
work), becomes -0.047, as can be seen from thè data in
Table Al-a.
Compositions in terms of N0r contents were calculated
from V and a with thè equations of Kroll et al. (1986) and
Hovis (1986) listed in Table 1 of Blasi & De Poi Blasi
(1994). The equation number referred to a given N0r value
in thè present work, as is thè case of “N0r from V: 0.964
(eq. 8)” or “N0r(I/: eq. 8) = 0.964”, corresponds to thè
equation number in Table 1 of Blasi & De Poi Blasi (1994).
The evaluation of thè degree of lattice strain due to co¬
herency between exsolved K- and Na-rich phases was ob¬
tained from thè difference N0r(a) - N0r(V) (Blasi & De Poi
Blasi, 1980, 1994; Blasi et al., 1984b, 1987a) and thè strain
index A a = a(obs) - a(est) (Stewart & Wright, 1974), where
fl(est) is obtained from a contoured bc plot. Other deter¬
minative methods which are summarized in Blasi & De
Poi Blasi (1994), can also be used.
For thè sake of uniformity, thè values of mean T-O dis-
tances, <T- 0>, were recalculated with 4 decimals from in¬
dividuai T-O distances. The o values in (T-O) distances
were calculated from thè Law of Propagation of Errors
(see Blasi, 1977) using standard errors of individuai T-O
distances and assuming that (a) individuai T-O distances
can be considered as uncorrelated, and (b) co-variance
terms can be neglected.
The values of thè Al contents of thè T sites were cal¬
culated with thè procedure of Blasi & De Poi Blasi (1994,
eqs. 18 and 19) using individuai T-O distances as starting
data and thè new reference values for Al-O and Si-O sug¬
gested in this work (see thè relevant section). Thus, equa¬
tions (18) and (19) of Blasi & De Poi Blasi (1994) become:
tj = 0.25«TrO) - 1.614/(«T-0» - 1.614) (1)
h = 0.25 + 0.75((7>O) - «T-0»/(1.738 - ((T-O))) (2)
for K-rich feldspars, and:
t, - 0.25«7>O) - 1.613/(«T-0» - 1.613) (3)
h = 0.25 + 0.75((Ti-O> - <(T-0)))/( 1.742 - «T-O») (4)
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
75
for Na-rich feldspars. In these equations, ((T- O)) denotes
thè grand mean T- O distance, which is obtained from thè
average of thè 16 individuai T-O distances in thè 4 tetra-
hedra Tlo, Tlm , T2o, and T2m. Equations (1) and (2), or
(3) and (4), are to be used with (Tr O) distances shorter
and longer than ((T-O)), respectively. The relevant values
of o were calculated from thè Law of Propagation of Er-
rors (see Blasi, 1977) using standard errors of individuai
T-O distances, adopting thè same assumptions (a) and (b)
as those employed for calculating o values in (T-O) dis¬
tances, and assuming that Al-O and Si-O distances are
constants.
Tables Al and A2 of thè Appendix present information
on specimen description and geological occurrence, crystal
dimensions, lattice constants, structural indicators A (bc),
A (b*c*), A(ay), and A(a*y*), composition in terms of N0r
contents calculated from V and a , discrepancy factors and
number of diffractions used in structure refinement,
<T-0> distances and Al contents of T sites for K- and Na-
rich feldspars, respectively, from granitic pegmatites. In
each feldspar group thè sequence of specimens is present-
ed in decreasing Si, Al order, and, under thè same degree
of Si.Al order, in chronological order of publication of thè
papers concerned (thè oldest first). The information as-
sembled includes data regarding: (i) room-temperature
crystal structures of naturai specimens, (ii) room-tempera-
ture crystal structures of pre-heated specimens, (iii) high-
temperature crystal structures of pre-heated specimens,
(iv) low-temperature crystal structures of naturai speci¬
mens. Items (/), (ii), and (iv) are covered in both Tables Al
and A2; item (iii) is covered in Table A2. The organization
and contents of thè text follow thè presentation of data
given in Tables Al and A2.
Most of thè sets of reciprocai lattice constants were re-
calculated during this study: in such cases thè relevant s
values were not given. The values of N0r contents obtained
from V and a are meaningless for crystal structures deter-
mined at low or high temperatures. However, these values
were given in Tables Al and A2 for purposes of compari-
son with thè corresponding data obtained at room tem¬
perature.
In spite of thè considerations on thè swinging-arm ef-
fect in thè section on thè reference values for Al-O and Si-
O distances in alkali feldspars, thè Al contents of thè T
sites in K- and Na-rich feldspars used in structure de-
terminations at non-ambient temperatures were present-
ed in Tables Al and A2 for thè sake of comparison with
thè corresponding data obtained at room temperature.
Room-temperature crystal structures of
NATURAL K-RICH FELDSPARS
Pellotsalo low microcline. The Pellotsalo microcline is
a feldspar known in thè mineralogical literature since thè
end of thè last century (see Blasi et al., 1987a, for histori-
cal notes). B.E. Brown & Bailey (1964) attributed its geo¬
logical provenance to a granitic body on thè island of Pel¬
lotsalo, Lake Ladoga, Russia. By contrast, Blasi et al.
(1987a) documented that thè Pellotsalo microcline comes
from a granitic pegmatite. Among thè references men-
tioned for this purpose by Blasi et al. (1987a), see espe-
cially Eskola (1951, pp. 39-40). The originai sampling was
made before thè region changed from Finnish to Russian
control (see B.E. Brown & Bailey, 1964; also Eskola, 1951):
that is thè reason why thè sample locality is frequently de-
scribed in mineralogical literature as being from Finland.
The crystal structure determined by B.E. Brown & Bai¬
ley (1964) represented for more than twenty years thè best
reference point for thè structural state of low microcline.
Blasi et al. (1984b) analyzed in detail thè structure deter¬
mined by B.E. Brown & Bailey (1964) in thè context of a
study concerning thè crystal structures of two crystal frag-
ments from thè Pikes Peak low microcline. To accomplish
their analysis, Blasi et al. (1984b) prepared a total of 81 di-
agrams by plotting data points of individuai interatomic
distances and angles versus thè (Tìo-O) distance for all thè
specimens of K-rich feldspar available at that time. The
structure of thè Pellotsalo microcline, in spite of its vener-
able age and its R value of 0.104, showed data points in
good alignment with those for triclinic K-rich feldspars
(except thè Pontiskalk microcline of Finney & Bailey,
1964: an authigenic specimen whose structure was poorly
refined because of thè low number of \Fo\ data used in thè
refinement). Apparently, thè Pellotsalo specimen on thè
basis of its (T-O) distances and thè Al contents calculated
therefrom (see Table Al-a and Fig. 1) could be considered
a hyper-ordered microcline. By contrast, its metric proper-
ties (see Table Al-a) as well as thè optic axial angle and
thè extinction angle on (001) (2VX= 82.5° and X'A a =17°:
B.E. Brown & Bailey, 1964) are consistent with thè struc¬
tural state of a normal low microcline. In addition, Blasi et
al. (1984b) noted in thè Pellotsalo specimen a discrepancy
of A (bc) - A(b*c*) = -0.049. This value (-0.047 from thè da¬
ta in Table Al-a: see thè section on methods) is particular-
ly high when compared with that of other specimens of
low microcline, in thè light of thè findings of Blasi (1980)
on thè behavior of A (bc) and A(b*c*) in alkali feldspar.
All these problems could be solved when a re-exami-
nation of thè Pellotsalo microcline became available by
Blasi et al. (1987a), who investigated a specimen kindly
supplied by S.W. Bailey. The specimen comes from thè
same crystal as that employed by B.E. Brown & Bailey
(1964) to isolate thè fragment that they used in structure
refinement. Single-crystal photographs showed that thè
fragment chosen by Blasi et al. (1987a) for their structure
refinement consists of a dominant K-rich phase and a very
minor Na-rich phase. The K-rich phase shows sharp spots,
some of which are accompanied by short streaks lying on
curves of Constant 0.
The Pellotsalo specimen is coarsely perthitic: this made
it possible to perforili microprobe analyses of both thè K-
and thè Na-rich phase, which gave thè compositions
Or93.62AT6 10An005Cn002Rbf02i and OrL05 Ab9807An08g
mol%, respectively. The microprobe composition of thè K-
rich phase is slightly less potassic than that obtained from
V [N0r(E: eq. 3) 0.956, N0r(E: eq. 8) 0.958: Table Al-a],
probably because thè volume excited by thè electron
beam contains small amounts of an exsolved Na-rich
phase (see Stewart & Wright, 1974; Blasi et al., 1984a,
1984b, 1987a; Blasi & De Poi Blasi, 1994). The small dif-
ference N0r(fl:eq. 9) - N0r(F:eq. 8) of -0.007 (see Table Al-
76
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
a) and thè value of thè Aa index of -0.023 À indicate that
thè Pellotsalo microcline is free of lattice strain due to co-
herency stresses between exsolved K- and Na-rich phases.
The crystal structure was refined to low values of R
and wR (0.027 and 0.030, respectively). The (T-O) dis-
tances are consistent with thè metric properties and thè
structural indicators obtained by means of thè A method
(see Table Al -a) in indicating that thè degree of Si, Al or-
der corresponds to that of a normal low microcline rather
than to that of a hyper-ordered microcline. The contrasting
structural States resulting from old and new refinement of
thè two Pellotsalo specimens are displayed in Fig. 1 in
terms of Al contents derived from (7-0) distances. The
new structure refinement is of great value for estimating
Al-O and Si-O distances in K-rich feldspar, which are nec-
essary to convert 7-0 distances to Al contents of thè 7
sites (see thè relevant section; also Table 1 and Table 2).
Blasi et al. (1987a) also re-investigated thè metric
properties determined by B.E. Brown & Bailey (1964): thè
above-mentioned discrepancy between A (bc) and A (b*c*)
led to discovery of a probable error in thè P* angle. This
was corrected and thè new value made it possible to cal-
culate a new set of lattice constants (see Table Al-a). The
latter, along with thè atomic coordinates of B.E. Brown &
Bailey (1964), were used by Blasi & De Poi Blasi (unpubl.)
to calculate a new set of interatomic distances and angles.
These, however, are not significantly different from those
published by B.E. Brown & Bailey (1964).
Blasi et al. (1987a) reviewed thè contrasting genetic in-
terpretations formulated concerning thè Pellotsalo
feldspar during this century. These are due to thè am-
biguous occurrence of irregular patches of cross-hatching
in thè K-rich phase. Actually, thè diffraction spots in sin-
gle-crystal photographs show no evidence of monoclinic
ancestry in thè K-rich phase. However, thè shape and po-
sition of thè weak diffraction spots from thè coexisting Na-
rich phase may be interpreted in favor of an incipient M-
type association, which would indicate that exsolution
took place in a monoclinic environment. Considering that
several lines of evidence indicate that thè Pellotsalo mi-
croperthite formed by exsolution, thè high Na-content of
thè bulk composition (Or72Ab27Anl mol%: Goldsmith &
Laves, 1961) is of key importance in confirming primary
growth in thè monoclinic field. In addition, according to
Blasi et al. (1987a), thè moderate enrichment in Rb and
thè low concentration of Ba in thè K-rich phase suggest
that thè Pellotsalo microperthite formed at a temperature
just above that of thè monoclinic-triclinic inversion.
Prilep low microcline. The specimen was investigated
by Strob (1983) for his Diplomarbeit. Partial data were
published by Kroll & Ribbe (1983: Table 3; also Ribbe,
1984: Table 3), and Smith & Brown (1988: Fig. 3.6).
The specimen is a coarsely twinned amazonite from a
granitic pegmatite, sampled in thè Caniste II quarry, near
Prilep, Macedonia. The optic axial angle, 2VX = 83°, and
thè extinction angle on (001), X' A a - 17°, are consistent
with thè extreme structural state of low microcline. These
results are confirmed by thè metric properties and thè
stfuctural indicators presented in Table Al-a. The N0r con¬
tents obtained from V indicate that thè composition of thè
Prilep microcline is highly potassic [N0r(F: eq. 3) 0.964,
N0r(F: eq. 8) 0.965: Table Al-a]. The difference N0r(a: eq.
9) - N0r(F: eq. 8) (-0.003: see Table Al-a) is consistent with
o
thè value of thè A a index (-0.009 A) in indicating absence
of lattice strain due to coherency between exsolved phas¬
es. The crystal structure of thè Prilep microcline was re¬
fined to low values of R and wR (0.0240 and 0.0265, re¬
spectively). The values of (7-0) distances and Al contents
derived therefrom (see Table Al-a and Fig. 1) are consis¬
tent with thè optical and metric data in indicating that thè
specimen is extremely ordered.
The data for thè Prilep microcline are very dose to
those for thè Pellotsalo (Blasi et al., 1987a) and thè Pikes
Peak (Blasi et al., 1984b; Blasi & De Poi Blasi, 1994) spec¬
imens of low microcline. However, unlike thè Pellotsalo
and thè Pikes Peak specimens, thè Prilep microcline is an
amazonite, which usually contains appreciable amounts of
Pb. In spite of this, thè Prilep microcline should be consid-
ered an excellent specimen for evaluating thè Al-O and Si-
O distances in K-rich feldspar (see thè relevant section; al¬
so Table 1 and Table 2).
Pikes Peak low microcline. Blasi et al. (1984b) refined
thè structure of two crystal fragments, 7813A and 7813B,
selected from a 14-mm3 cleavage block (specimen 7813)
from an overgrowth of white to colorless microcline coat-
ing thè late magmatic, bluish green, amazonitic microcline
perthite (specimen 7816) in thè so-called “Ray Ziegler”
pocket. This pocket, which measures roughly 90 x 180 x 30
cm, occurs in a pegmatite at Crystal Peak, Pikes Peak
batholith. Colorado, U.S.A.
Single-crystal photographs indicate that thè Pikes Peak
microcline is virtually free from exsolved Na-rich phase
and twins or related structures, but produces sharp dif¬
fraction spots suggesting structural homogeneity. X-ray
powder diffractometer patterns show extraordinarily
sharp peaks indicating that thè material investigated is
particularly well crystallized and structurally homogene-
ous, at least within thè limits of thè 14-mm3 cleavage block.
In fact, thè values of thè lattice constants from powder da¬
ta are very dose to those determined by single-crystal dif¬
fractometer data for crystal fragments 7813A and 7813B
(see Table Al-a).
A series of electron microprobe analyses of several
fragments from thè same 14-mm3 feldspar block gave thè
composition Or943Ab5 2An00Cn0 ^Rbf^ mol%. As with thè
Pellotsalo microcline (see thè relevant section), thè micro¬
probe composition is slightly less potassic than that ob¬
tained from celi volume V [N0r(F: eq. 3) 0.973, Nor(F: eq.
8) 0.974: powder 7813; 0.971, 0.973: fragment 7813A; 0.962,
0.963: fragment 7813B; Table Al-a], These compositions
are slightly more potassic than those determined for thè
Pellotsalo microcline [N0r(F: eq. 3) 0.956, N0r(I/: eq. 8)
0.958: Table Al-a]. The differences N0r(a: eq. 9) - N0r(F:
eq. 8) (-0.011: powder 7813; -0.017: fragment 7813A; -0.010:
fragment 7813B; Table Al-a), and thè A a index (-0.027 À:
powder 7813; -0.037: fragment 7813A; -0.028: fragment
7813B) indicate absence of lattice strain due to coherency
between exsolved phases.
The crystal structure of both specimens was refined to
R and wR values of 0.033 and 0.033, respectively, for spec¬
imen 7813A, and 0.031 and 0.034, respectively, for speci¬
men 7813B. These values are comparable with those ob-
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANIT1C PEGMATITES: A REVIEW
77
tained for thè Pellotsalo microcline re-examined by Blasi
et al. (1987a) (seeTable Al-a).The (T- O) distances and thè
Al contents calculated therefrom (see Table Al-a and Fig.
1) are consistent with thè lattice constants and thè struc-
tural indicators derived therefrom (see Table Al-a) in in-
dicating that thè degree of Si,Al order of both Pikes Peak
crystal fragments corresponds to that of an extremely or-
dered microcline. The 7813A and 7813B specimens are ex-
cellent candidates for use to estimate thè Al-O and Si-O
distances in K-rich feldspar (see thè relevant section; also
Table 1 and Table 2).
The findings by Blasi et al. (1984b) also contributed to
a better understanding of thè end stages of evolution of a
typical pocket assemblage in thè anorogenic Pikes Peak
complex. Microcline overgrowth 7813 probably formed
below thè temperature of thè monoclinic-triclinic inver-
sion. This is consistent with thè low concentration of Ba
(BaO: 0.04 wt%, either by electron microprobe or spec-
trographic analyses), thè Virtual absence of Sr (SrO: 0.00
and <0.001 wt%, by electron microprobe and spec-
trographic analyses, respectively) and thè high concen¬
tration of Rb (Rb20: 0.14 wt%, either by electron mi¬
croprobe or spectrographic analyses). Lead, which is en-
riched in thè amazonitic microcline substrate 7816 (PbO:
1.62 wt%, N.M. Conklin, priv. comm., in Blasi et al. 1984b),
is virtually absent in 7813 (PbO: <0.02 wt%, by spectro¬
graphic analysis), which may imply an important hiatus
between host and overgrowth and a modification of thè
fluid’s composition. The high degree of Si,Al order in mi¬
crocline overgrowth 7813 is considered a reflection of thè
mild alkalinity of thè residuai supercritical aqueous fluid
phase that operated at thè end stage of a protracted histo-
ry of differentiation of an anorogenic basic magma.
Blasi & De Poi Blasi (1994) subjected a third crystal
from thè Pikes Peak overgrowth to structure refinement.
The specimen, denoted as 7813C, is a cleavage fragment
separated from thè same 14-mm3 feldspar block employed
by Blasi et al. (1984b) to obtain thè two crystals 7813A and
7813B.
The lattice constants determined for specimen 7813C
are very dose to those obtained for thè other feldspar ma¬
terial from overgrowth 7813 (see Table Al-a), and thè
same applies to quantities derived from lattice constants,
e.g. thè composition in terms of N0r [N0r(E: eq. 3) 0.962,
N0r(E: eq. 8) 0.964:Table Al-a], thè difference N0r(n: eq. 9)
- N0r(E: eq. 8) (-0.008: Table Al-a), and thè thè A a index (-
0.018 À).
Blasi & De Poi Blasi (1994) made a thorough collec-
tion of intensity data measuring a total of 14966 diffrac-
tions in thè 20(MoKa) range 3-100°. Two standard struc¬
ture refinements were done in thè 20(MoKa) ranges 3-60
[refinement (a)] and 3-100° [refinement (b)], respectively
(seeTable Al-a). The R and wR values are 0.016 and 0.018,
respectively, in thè former, and 0.019 and 0.020, respec¬
tively, in thè latter. These values are definitely lower com-
pared with thè corresponding ones in thè other low micro¬
cline specimens(see Table Al-a). The values of o in (T- O)
distances, which amount to 0.001 À in thè Pellotsalo mi¬
crocline and in Pikes Peak specimens 7813A and 7813B,
reduce to 0.0004 and 0.0003 À in cleavage fragment
7813C, with reference to refinement (a) and refinement
(b), respectively (see Table Al-a). The latter values of o
are similar to those obtained by Strob (1983) for his Prilep
microcline. The (T- O) distances from refinements (a) and
(b) represent excellent data for estimating thè Al-O and
Si-O distances in K-rich feldspar (see thè relevant section;
also Table 1 and Table 2). Blasi & De Poi Blasi (1994) ob-
served that thè values of thè T-O distances are very simi¬
lar to thè corresponding values in specimens 7813A and
7813B. However, they noted that thè {Tlm-O) distance in
microcline 7813C, i.e. 1.6159(4) [refinement (a)] or
1.6158(3) A [refinement (b)], seems to be somewhat
longer than in specimens 7813A and 7813B, in which it is
equal to 1.614(1) (see Table Al-a). This is, however, an
idiosyncratic feature of specimen 7813C, because thè same
value also resulted from other data collections obtained
for thè same specimen with thè same or a different dif-
fractometer.
In view of thè high quality of thè intensity data col-
lected for specimen 7813C, Blasi & De Poi Blasi (1994) ex-
plored several models for determining thè composition in
K-rich feldspar from K,Na site refinements. The results of
thè investigation will be considered in thè section dealing
with thè Rabb Canyon sanidine. In addition, Blasi & De
Poi Blasi (1994) used thè intensity data collected for spec¬
imen 7813C in an attempt to explore thè possibility of de¬
termining T-site occupancies from Si, Al site refinements.
The attempt was successful: thè separation of Si and Al
atoms occurred in a number of cycles of least-squares site
refinement depending on thè type of thè model employed.
Several models of T-site refinement were investigated and
thè results were critically discussed.
Khibiny low microcline. Borutskiy et al. (1985) re-
fined thè crystal structures of an adularia and a low mi¬
crocline occurring in pegmatites from urtites and ris-
chorrites, respectively, in thè centrai are of thè Khibiny
massif, Kola Peninsula, Russia. As regards thè adularia
specimen, see thè section on thè Khibiny adularia.
Turning to thè low microcline, this is specimen No. 1667
from a pegmatite in thè pyroxene rischorrites of thè “Eu-
dialyte Ridge” on Mt. Kukisvumchorr in thè Khibiny mas¬
sif. Borutskiy et al. (1985) presented three complete sets of
Chemical analyses for thè Khibiny microcline showing con-
trasting results, especially for Ca. In ternary terms, thè
composition adopted was Or%Ab35Rbf03 mol% (thè Eng-
lish translation contains a misprint of thè Rbf content, i.e.
0.8 instead of 0.3 mol%).The specimen, however, also con¬
tains an appreciable amount of ferric iron (0.45-0.46 wt%
Fe203), which corresponds to ~1.5 mol% KFeSi3Os
Borutskiy et al. (1985) reported eight sets of lattice
constants for their specimen, which were determined by
several investigators.The set of lattice constants presented
in Table Al-a is that adopted in their work. The N0r con¬
tents calculated from V yielded exceptionally pure com-
positions [N0r(E: eq. 3) 0.994, N0r(E: eq. 8) 0.996: Table
Al-a]. The difference N0r(fl: eq. 9) - N0r(E: eq. 8) (0.005:
see Table Al-a) and thè A a index (0.018 À) indicate that
thè specimen is free from lattice strain due to coherency
between exsolved phases. The values of thè structural in¬
dicators calculated from metric properties (see Table Al-
a) indicate that thè specimen is a low microcline showing
residuai Si,Al disorder.
78
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
The crystal structure was refined to an R value of
0.036. The (T-O) distances and thè Al contents derived
therefrom confimi that thè specimen is not completely or-
dered (see Table Al -a and Fig. l).The Khibiny low micro¬
cline, therefore, cannot be used for determining thè refer-
ence values for Al-O and Si-O distances.
According to Borutskiy et al. (1985) thè properties of
thè alkali feldspars may be useful in exploration for apa¬
tite in thè Khibiny massif. In particular, they can be used
to resolve thè problem of assigning rocks of uncertain ori-
gin to thè nepheline syenite complex or to thè melteigite-
urtite complex, associated with thè famous Khibiny ap¬
atite deposits. Borutskiy et al. (1985) observed that thè co-
existence of adularia and low microcline in thè melteigite-
urtite and thè rischorrites of Khibiny reflects either a mul-
tistage formation for these rocks, or unusual conditions
during which thè simultaneous formation of different
structural modifications of K-rich feldspar occurred.
Spencer U intermediate microcline. The specimen is
classified as a microcline-microperthite in thè suite of al¬
kali feldspars described by Spencer (1937), and comes
from thè mica-bearing pegmatite of Kodarma, Bihar, In¬
dia. It is almost glass-clear and shows a medium coarse mi-
croperthitic texture of thè string or film types (Spencer,
1937). The K-rich phase shows patches of cross-hatching
(Bailey & Taylor, 1955).
The first structure analysis of thè Spencer U microcline
was undertaken by Bailey & Taylor (1955), who cut small
untwinned cubes with a razor biade from regions in be-
tween thè cross-hatched areas of a cleavage flake.The lat¬
tice constants, obtained from weighted average of data
from 6 feldspar cubes, showed interaxial angles intermedi¬
ate between those for monoclinic symmetry and those for
thè highest degree of triclinic geometry. The collection of
Weissenberg intensity data started with cube No. 1 and, af¬
ter its loss, continued with cube No. 4 (see Table Al-a).
Combined data from thè two feldspar cubes were used in
2D ( R = 0.095 for 0 kl diffractions and R = 0.098 for hkO
diffractions) and 3D ( R = 0.154 for all diffractions and R =
0.138 for a new set of IFcl values calculated on thè basis of
thè last atomic parameters) Fourier refinements. A total of
2652 diffractions was employed.The (T-O) distances from
3D results gave clear proof of partial ordering in micro¬
cline: (Tlo-O) = 1.700, (Hm-O) = 1.645, (T2o-0) = 1.614,
and (Tlm-O) = 1.611 A (sub-sites o and m are inter-
changed in respect to those of thè originai study, in accor-
dance with Laves’s (1951) convention for thè orientation
of axes in microcline).
Later, Bailey (1969) made a least-squares refinement
of Spencer U microcline using 2124 diffractions selected
from thè originai data employed by Bailey & Taylor
(1955). Adopting Laves’s (1951) convention, Bailey (1969)
interchanged thè sub-sites o and m, transformed thè lattice
angles a and y, and corrected thè P value from that of thè
originai study (see Table Al-a). The R values dropped to
0.080, and thè (T-O) distances, listed in Table Al-a, gave
definite proof that thè Spencer U specimen is an interme¬
diate microcline. This may be seen from thè diagram in
Fig. 1, derived from (T-O) distances, and is also confirmed
by thè structural indicators calculated from lattice con¬
stants in Table Al-a.
The extent of thè perthitic exsolution (bulk composi-
tion Or8463Ab12.5iAnU0 wt%: Spencer, 1937; N0r(F) = 0.94:
Table Al-a) and thè irregular patches of cross-hatching in
thè K-rich phase indicate that thè Spencer U specimen is
a complex feldspar material.
The difference N0r(«: eq. 9) - N0r(L: eq. 8) = 0.033
(Table Al-a: set of lattice constants from Bailey, 1969) sug-
gests that thè K-rich phase could be affected by lattice
strain due to coherency with thè exsolved Na-rich phase.
o
This effect is confirmed by a A a value of 0.068 A, and is
consistent with thè bulk composition observed. The set of
lattice constants determined later by Wright & Stewart
(1968) from X-ray powder diffractometer data confirms
lattice strain (see Table Al-a; also Stewart & Wright, 1974,
Fig. 9). In addition, thè extinction angle on (010) is 1.5°
(Spencer, 1937): a value slightly higher than normal, which
suggests cryptoperthitic exsolution, and hence lattice
strain (see Stewart, 1974; Stewart & Wright, 1974).
The Spencer U microcline shows a variable 2VX: 76.5°,
measured by Spencer (1937), and a range of values from
69 to 72°, measured by Finney & Bailey (1964) in thè crys¬
tal chip used by Bailey & Taylor (1955) for structure analy¬
sis. Finney & Bailey (1964) adopted a value of 70.5°, thè
middle of their observed range of 2VX values.
In their crystal fragments, Bailey & Taylor (1955) ob¬
served weak extra diffractions from thè exsolved Na-rich
phase, which did not seriously disturb thè refinement. In
different crystal fragments of Spencer U specimen, Smith
& MacKenzie (1959) and Smith (1974a, Fig. 6-13; also
1974b, p. 455) observed diffuse diffractions elongated in
thè direction of thè b axis and centered on position hkl
with ( h + k) odd. These diffractions violate C-face center-
ing and are indicative of a P2l/a structural arrangement
(see Blasi & De Poi Blasi, 1994, pp. 90-92, for review of
models). The same specimens also showed thè main spots
with ( h + k) even to be associated with diffuse streaks in
thè direction of spots for thè M-type association of micro¬
cline.
In conclusion, thè Spencer U microcline, a historical
example of intermediate structure between low microcline
and C2/m K-rich feldspars, comes from a complex microp-
erthite: thè K-rich phase shows irregular optical cross-
hatching, slight lattice strain, rather variable 2VX, and X-
ray evidence of fine scale domain textures, including thè
P2i/a structural arrangement.
Adamello P17C high microcline. The specimen is
from a suite of 9 K-rich feldspars, which were subjected to
structure refinement by Dal Negro et al. (1978; 1980; see
also De Pieri, 1979). The 9 specimens come from tonalite,
quartz-diorite, aplite and pegmatite of thè Adamello mas¬
sif, Northern Italy.
Single-crystal X-ray photographs show that all speci¬
mens are untwinned homogeneous crystals, free from
diffuse streaks, and do not display thè extra diffractions
hkl with (h + k) odd, commonly observed in specimens
of adularia. One of thè Adamello feldspars is clearly
monoclinic, two are metrically monoclinic and struc-
turally triclinic, and thè others are definitely triclinic.
The structural state of thè triclinic specimens ranges
from high to low microcline, and thè feldspar suite de-
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
79
0.5
ti o + tl m or 2t1
0.6
0.9
0.5
0.6 0.7
Fig. 1 - Relation between sum and difference of Al contents in 71 o and Tlm sites, i.e. tlo + tlm and tlo - tlm, in specimens of K-rich feldspar
from granitic pegmatites used in structure refinements. The values of tlo + tlm (in thè case of triclinic simmetry) or 2tl (in thè case of mon¬
oclinic simmetry) and tlo - tlm were obtained from (T- O) distances following thè procedure developed by Blasi & De Poi Blasi (1994, eqs.
18 and 19) and using thè reference values for Al-O and Si-O distances given in thè relevant section of this work. Room-temperature crystal
structures of naturai specimens : 1 Pellotsalo low microcline (B.E. Brown & Bailey, 1964); 2 Pellotsalo low microcline (Blasi et al., 1987a); 3
Prilep low microcline (Strob, 1983); 4 and 5 Pikes Peak low microcline 7813 A and 7813B, respectively (Blasi et al., 1984b); 6 and 7 Pikes
Peak low microcline 7813C refinements (a) and (b), respectively (Blasi & De Poi Blasi, 1994); 8 Khibiny low microcline (Borutskiy et al.,
1985); 9 Spencer U intermediate microcline (Bailey, 1969); 10 Adamello P17C high microcline (Dal Negro et al., 1978); 11 Himalaya "or-
dered orthoclase" (Prince et al., 1973); 12 Khibiny adularia (Borutskiy et al., 1985); 13 Spencer C orthoclase (Colville & Ribbe, 1968); 14
Itrongay orthoclase (Rimata et al., 1996); 15 Itrongay orthoclase (Nyfeler et al., 1998); 16 Rabb Canon sanidine (Keefer & Brown, 1978); 17,
18, 19 and 20 Buck Claim adularia Buck-18-IV, Buck-18-III, Buck-18-II and Buck-18-I, respectively (Ferguson et al., 1991). Room-tempera-
ture crystal structures of pre-heated specimens : 21 Itrongay high sanidine (Nyfeler et al.. 1998) ; 22 Spencer C high sanidine (Ribbe, 1963); 23
Bedford high sanidine (Blasi et al., 1987a). Low-temperature crystal structure of naturai specimen : 24 Itrongay orthoclase at 121 K (Rimata
et al., 1996).
scribes, on thè whole, a typical intermediate two-step or-
dering path.
According to Dal Negro et al. (1978), thè triclinic spec¬
imens crystallized (or recrystallized) directly with triclinic
symmetry. On thè whole, thè Adamello feldspars would
represent structural States corresponding to equilibrium
conditions at thè moment of crystallization or possible
subsequent recrystallization.
Specimen P17C is from a tourmaline-muscovite-
bearing pegmatite dike. Its bulk composition, obtained
from Chemical analysis, is Or871Ab12.0An01Cn00Rbf08
mol%. Unlike thè other 8 non-pegmatitic feldspars from
thè Adamello massif, specimen P17C does contain Rb
and is free from Ba. The composition from V, [N0r 0.92:
Table Al-a], is consistent with weak exsolution, as is
expected in C2/m K-rich feldspars rather than in CI K-
rich feldspars, in which exsolution proceeds to larger
extents with a simultaneous increase in Si,Al order. In-
deed, metric properties and structural indicators in Table
Al-a indicate that thè P17C specimen is a highly disor-
dered triclinic K-rich feidspar. The difference N0r(o: eq.
9) - N0r(F: eq. 8) = 0.024 (see Table Al-a) and thè
value of thè A a index, 0.028 À, are consistent with absence
of lattice strain due to coherency between exsolved
phases.
The crystal structure was refined to an R value of
0.032. The (T-O) distances and thè Al contents derived
therefrom (Table Al-a and Fig. 1) confirm that thè speci¬
men is a highly disordered microcline. Together with other
specimens of a similar structural state, P17C is of great val¬
ue for clarifying thè position of thè switchover between
C2/m and CI symmetry in K-rich feldspars.
Himalaya “ordered orthoclase”. The specimen, in-
vestigated by Prince et al. (1973), is from thè Flimalaya
tourmaline mine (Jahns, 1954: map 8, locality 20), in thè
Mesa Grande pegmatite district. San Diego County, Cali¬
fornia, U.S.A. The pegmatite at Himalaya mine is an ex-
ample of asymmetrically-zoned pegmatite dike with
aplitic footwall portion, as displayed by thè schematic
cross section in Fig. 5B of Jahns & Burnham (1969; also
Jahns, 1982). A detailed survey on thè Himalaya peg-
matite-aplite dike System was given by Foord (1977), and
further data can be found in Taylor et al. (1979),
Cerny (1982), Martin (1982), G.E. Brown & Ewing (1986),
Foord et al. (1986), and London (1986).
Prince et al. (1973) described in detail thè occurrence
of thè Himalaya specimen: long pendants of microcline
perthite, growing from thè hanging wall of thè dike, grade
into orthoclase perthite in thè centrai portion of thè peg-
80
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
matite, near thè geni pockets; thè orthoclase perthites are
coated by a gem-quality, single-phase orthoclase over-
growth, up to 1 cm thick, where they project into thè geni
pockets.
Prince et al. (1973) performed a neutron diffraction
structure refinement on a cleavage fragment taken from
thè gem-quality orthoclase overgrowth. The compositions
determined by wet Chemical analysis and by electron mi¬
croprobe analysis are Or874Ab10.4Ana3Cn05 Rbf15 mol%
and Or88 6Ab99An00Cn0.oRbf1.5 mol%, respectively (recal-
culated in this work from originai data).
The wet Chemical analysis shows 0.44 wt% H20+, liber-
ated between 117 and 1000 °C, which was initially attrib-
uted by Prince et al. (1973) to hydroxyl-for-oxygen substi-
tution in thè crystal structure. Both analyses show a rela-
tively high Rb content, whereas thè amount of Ba is small
and thè relevant data are contrasting. The Ca content is
very small and thè relevant data are also contradictory.
The Na contents are very dose to each other in both
analyses, and are in thè range observed in thè monoclinic
K-rich phase of many microperthites. The Himalaya spec¬
imen, however, is largely free from any exsolved Na-rich
phase, as indicated by thè dose interrelationship of thè fol-
lowing data: Or = 87.4 mol% (from wet Chemical analysis).
Or = 88.6 mol% (from microprobe analysis), N0r(T) =
0.891 (from eq. 2,Table Al-a), N0r(F) = 0.883 (from eq. 6,
Table Al-a), and N0r(n) = 0.894 (from eq. 7,Table Al-a).
Further data come from another crystal fragment
of thè Himalaya specimen heated by Horsky & Martin
(1977) to 1000 °C for 1 h. After heating, thè fragment
appeared to be milky, and this unexpected behavior was
attributed by Horsky & Martin (1977) to decrepitation of
fluid inclusions and propagation of thè fluid along cracks
and cleavages in thè chip. The compositions from V and
a in this specimen [N0r(V: eq. 2)= 0.906, N0r(T: eq. 6)=
0.896, and N0r(a: eq. 7) = 0.899: calculated as indicated
in thè section on methods, from originai data in Table 2
of Horsky & Martin, 1977], compared with thè data for
thè unheated specimen, would confimi that thè Himalaya
K-rich feldspar is essentially a single-phase crystal. This
is consistent with thè absence of lattice strain due to co-
herency between exsolved phases, as indicated in thè
unheated specimen by thè difference N0r(a: eq. 7) -
N0r(T: eq. 6) = 0.011 (see Table Al-a) and by thè value
o
of A a = 0.048 A. The experiment mentioned, performed
by Horsky & Martin (1977), was also useful for con-
firming that H20+ from thè wet Chemical analysis in thè
Himalaya specimen is not related to hydroxyl-for-oxy¬
gen substitution in thè structure, as initially envisaged by
Prince et al. (1973).
The values of b and c, or b* and c*, of thè Himalaya
specimen investigated by Prince et al. (1973) are consistent
with strong Si, Al order in T sites: A (bc) = 0.918 and
A (b*c*) = 0.869 (see Table Al-a). The difference A (bc) -
A (b*c*) is 0.049: a value that is somewhat high, and possi-
bly related to thè value of thè (1 angle, 116.073(9)°, which
in turn is somewhat high for a K-rich feldspar (see Blasi,
1980).
Prince et al. (1973) made precession and Weissen-
berg X-ray photographs of single crystals from thè same
specimen as that employed for neutron diffraction. Al-
though these photographs were exposed to CuKa radia-
tion for periods of time of up to 100 h, Prince et al.
(1973) did not observe thè diffuse extra diffractions hkl
with ( h + k) odd, typical of adularia specimens, nor could
they detect any evidence of twinning.
Using neutron-diffraction data, Prince et al. (1973)
refined thè crystal structure of thè Himalaya specimen to
R - 0.031 ( wR = 0.035). The (T- O) distances are consis¬
tent with strong Si, Al order in thè T sites: thè value of
2tl is 0.900(7) (see Fig. 1 and Table Al-a), which is
very dose to thè above-mentioned values of A (bc) and
A (b*c*). By contrast, direct refinement of T-site occu-
pancies indicates that thè Himalaya specimen reached thè
highest possible Si, Al order compatible with monoclinic
symmetry, i.e. tl = 0.5 and t2 = 0, since thè experimental re-
sults gave tl = 0.516(29) and t2 = -0.016(29). On thè basis
of thè results from T-site refinement, Prince et al. (1973)
adopted thè name “ordered orthoclase” for thè Himalaya
specimen. Later, Horsky & Martin (1977) concluded that
thè Himalaya orthoclase is distinct, thè first documented
example of thè “theoretical” maximum low sanidine or
“theoretical” orthoclase structure type.
Stewart & Wright (1974) cast doubt upon thè reli-
ability of neutron site refinement because thè metric
properties, thè (T- O) distances and thè optic axial angle
(2VX = 63°) of thè Himalaya specimen indicate incomplete
Si,Al order for monoclinic symmetry. Furthermore, Stew¬
art & Wright (1974) reported that Wones et al. (1967) and
Crosby (1971) described thè occurrence of monoclinic K-
rich feldspars with metric properties implying more Si,Al
order than that of thè Himalaya specimen. The existence
of more ordered specimens, according to Stewart &
Wright (1974), also indicates that thè Himalaya specimen
is not completely ordered.
Smith (1974a, p. 68; also Smith & Brown, 1988, p. 44)
reported that, in thin section, thè extinction in thè Hi¬
malaya specimen is uneven; lattice refinement in thè neu¬
tron diffractometer gave indications of triclinic geometry;
single-crystal X-ray patterns show diffuseness of diffrac¬
tions which would be split in twinned low microcline. From
these data Smith (1974a, p. 68; also Smith & Brown, 1988,
p. 44) concluded that thè Himalaya specimen is not thè
same as theoretical low sanidine, and that it is a domain-
twinned microcline with such strong coherence that thè
physical properties are pseudo-monoclinic.
To sum up: optic axial angle, lattice constants and (T-
O) distances are in dose agreement in indicating that thè
Himalaya specimen is extremely ordered. The Al contents
from T-site refinement of neutron data are probably bi-
ased. On thè other hand, it is known that thè determi-
nation of T-site occupancies from Si,Al site refinements of
neutron scattering lengths may present problems (e.g.,
Kroll & Ribbe, 1983, p. 58 and p. 67; Ribbe, 1984, p. 38; Fitz
Gerald et al., 1986, p. 1404; Ribbe, 1994, p. 9). In spite of
this, thè Himalaya specimen might be considered as a
unique example of an average feldspar structure made up
of a domain-twinned microcline with domains so perfectly
balanced and strongly coherent as to mimic thè structure
of a low sanidine, dose to thè theoretical end-member low
sanidine.
The genetic conditions of thè Himalaya gem-quality,
single-phase “ordered orthoclase” are rather difficult to
understand: indeed, thè specimen coexists with K-rich
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
81
ì
i
J
,1
feldspars of different structural States within thè same peg-
matite dike, and formed in a pegmatite gem pocket, which
is a water-rich environment, likely to promote Si, Al order-
ing in K-rich feldspar.
According to Prince et al. (1973), thè crystal growth of
thè Himalaya “ordered orthoclase” from hydrothermal
fluids in a gem-bearing pocket was presumably very slow,
in agreement with thè regional cooling, that occurred in a
mesozonal plutonic environment (thè country rock is gab-
broic). Prince et al. (1973) proposed that thè Himalaya or¬
thoclase persisted metastably to lower temperatures, prob-
ably because of its stable, balanced Al distribution in thè
71 sites, and suggested that “ordered orthoclase” does
have a field of thermodynamic stability dose to thè peg¬
matite solidus.
Thereafter Martin (1974) proposed a stable-phase-
equilibrium diagram for alkali feldspars with two first-or-
der transitions for KAlSi308: one between fully disordered
sanidine and “ordered orthoclase”, at approximately 800
°C, and thè other between “ordered orthoclase” and max¬
imum microcline, at approximately 590 °C.
Later, Horsky & Martin (1977) emphasized that thè or¬
dered structure of thè Himalaya orthoclase survived
metastably, perhaphs because of sudden and explosive loss
from thè pegmatitic System of a suitable aqueous medium
for Si,Al ordering to proceed.
On thè basis of data obtained by Taylor et al. (1979),
Martin (1982) stated that thè Si,Al ordering in thè Hima¬
laya “ordered orthoclase” occurred in gem pockets at
565-525 °C. Indeed, thè data of Taylor et al. (1979), ob¬
tained from stable isotope and fluid inclusion studies,
showed that minerals in gem-bearing pockets from peg-
matite-aplite dikes in San Diego County grew from aque¬
ous fluids from 565 to 520 °C, and perhaps lower, under
pressures of at least 2000 bars. These data were criticized
and corrected by London (1986) to approximately 475 and
425 °C between 2800 and 2400 bars. Foord et al. (1986) re-
ported P-T data for pocket formation as 540-520 °C at 2
kbar (referred to Taylor et al. , 1979, and Stern et al., 1986)
and 450-500 °C at 2-3 kbar (referred to London, 1986). The
comparison and evaluation of these data are baffling. The
P-T data suggested by London (1986) disclose new
prospects for interpretation of genetic conditions of thè
Himalaya specimen. In fact, they would mean that thè Hi¬
malaya specimen formed at, or below, thè inversion tem¬
perature, which is estimated to be 450-500 °C, at low pres¬
sure, for K-rich feldspar (e.g., Smith & Brown, 1988, Fig.
1.2). In this case, thè conditions of formation of thè Hi¬
malaya overgrowth would be somewhat similar to those
for alpine adularia specimens, which are unstable at all
temperatures. In this respect, »ern_ (1994, p. 528) consid-
ered thè Himalaya overgrowth as a late generation of K-
rich feldspar, which formed as a low-temperature
hydrothermal phase.
In conclusion, thè genetic conditions of thè Himalaya
K-rich feldspars need further investigation. Determination
of thè structure of all K-rich feldspar types in thè Hi¬
malaya dike would be helpful, along with thè bulk compo-
sitions of both orthoclase and microcline perthites from
thè pendants. These data, along with thè P-T data assessed
for pocket formation, could be used to enter thè phase di¬
agram of alkali feldspars properly.
Khibiny adularia. The specimen. No. 1481/E, is from a
pegmatite in massive urtites from thè Material'naya shaft
in thè Yakspor apatite deposit in thè centrai are of thè
Khibiny massif, Kola Peninsula, Russia. Borutskiy et al.
(1985) refined thè crystal structure of thè adularia and that
of a microcline occurring in pegmatites from rischorrites
of thè same massif (see thè section on thè Khibiny low mi¬
crocline).
Borutskiy et al. (1985) reported two complete sets of
Chemical analyses for thè Khibiny adularia showing some
discrepancies, especially for Ca, as in thè case of thè
Khibiny microcline (see thè relevant section). In ternary
terms, thè composition adopted was Or91Ab78Cni2 mol%.
As in thè case of thè Khibiny microcline, thè Khibiny adu¬
laria also contains an appreciable amount of ferric iron
(1.09-1.16 wt% Fe203), which corresponds to ~3.8 mol%
KFeSi308.
Borutskiy et al. (1985) reported four sets of lattice
constants for thè Khibiny adularia, which were deter-
mined by several investigators. The set of lattice con¬
stants presented in Table Al -a is that adopted in their
work. The composition from V is N0r = 0.92 (see Table
Al-a). The difference N0r(o: eq. 7) - N0r(F: eq. 6) = -0.019
(see Table Al-a) and thè value of thè A a index, -0.048 A,
are consistent in indicating that thè specimen is free of lat¬
tice strain due to coherency between exsolved phases.The
values of thè structural indicators calculated from metric
properties (see Table Al-a) indicate that thè degree of
Si,Al order of thè specimen is rather high for monoclinic
symmetry.
Borutskiy et al. (1985) refined thè crystal structure of
thè Khibiny adularia to an R value of 0.033 in thè space
group CT. However, metric properties are monoclinic,
and thè discrepancies between values of (T-O) distances
for o and m subsites are too small to be indicative of a tri-
clinic structure (see Table Al-a). Note thè abnormality of
thè (Tìo-O) distance, which is shorter than thè (71ra-0)
distance.The Khibiny adularia is slightly less ordered than
thè Spencer B adularia studied by Colville & Ribbe (1968)
[(<71o-0) + (7ìw-0»/2 = 1.662 versus (71-0) = 1.664 À],
The Khibiny adularia lies at thè switchover between mon¬
oclinic and triclinic symmetry in K-rich feldspars (see Fig. 1).
Borutskiy et al. (1985) reported that scans made on a Weis-
senberg X-ray goniometer showed neither signs of devia-
tion from C2/m symmetry nor evidence of exsolution.
Spencer C orthoclase. The specimen is classified as an
orthoclase-microperthite in thè suite of alkali feldspars de-
scribed by Spencer (1937). It is a colorless water-worn
pebble, about 2.4 cm across, collected by Spencer (1930)
from thè gem-washing residues at thè Mogok Ruby Mines,
Northern Burma. According to Spencer (1930, p. 330)
these residues appear to be derived from thè weathering
of pegmatites intruded into a country-rock of crystalline
limestone.The feldspar is optically homogeneous with 2VX
= 43.6° and Chemical composition Or905Ab71An24 mol%
(Spencer, 1930, p. 331; also Spencer, 1937, Table I; compo¬
sition recalculated from originai data). The specimen was
denoted C by Spencer (1937). Later, specimen C became
Spencer C.
The first structure analysis on thè Spencer C speci¬
men was made by Chao et al. (1940) using two 2D prò-
82
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
jections on [100] and [010]. The difference obtained be-
tween (T-O) distances (-7Ì-OÒ = 1.68 and (72-0) = 1.58
À) was interpreted as a result of partial Si, Al ordering.
However, Cole et al. (1949) documented that thè accuracy
of thè data obtained by Chao et al. (1940) was too poor to
conclude that thè values of thè of (T-O) distances were i
dicative of partial disorder in thè Spencer C specimen.
Later, Jones & Taylor (1961a, 1961b) refined thè crys-
tal structure of thè Spencer C orthoclase to a final R value
of 0.072 using four 2D projections on [100], [010], [001],
and [I], obtained from Weissenberg data collected from
three different crystal fragments (see Table Al-a). The
new (T-O) distances established that thè specimen is actu-
ally partially ordered ((71-0) = 1.652 and (72-0) = 1.633
À). Jones & Taylor (1961a, 1961b) adopted in their work
thè lattice constants determined previously by Cole et al.
(1949) on an other specimen of Spencer C orthoclase (see
Table Al-a).
Colville & Ribbe (1968) reinvestigated thè Spencer C
specimen. They reported a microprobe analysis made by
Smith & Ribbe (1966): thè composition Or909Abgl
An05Cn02Srf03 mol%, recalculated in this work from orig¬
inai data, is very dose to that obtained by Spencer (1930;
1937: see above) from wet Chemical analysis. The crystal
structure was redetermined by Colville & Ribbe (1968) by
a 3D least-squares refinement using \Fo\ data listed by
Jones & Taylor (1961b).The R value dropped to 0.054, and
thè (T-O) distances became: (71- O) = 1.6555(28) and (72-
O) = 1.6283(26) À (see Table Al-a). Colville & Ribbe
(1968) adopted in their work a set of lattice constants de¬
termined by D.B. Stewart by X-ray powder diffractometry.
These lattice constants are very dose to those obtained by
Cole et al. (1949). Later, Wright & Stewart (1968) pub-
lished another set of lattice constants for thè Spencer C or¬
thoclase (see Table Al-a), which is slightly different from
thè set obtained by D.B. Stewart.
All three sets of lattice constants give N0r contents
from V and a that are in dose agreement with thè “Chem¬
ical” and microprobe compositions mentioned above [thè
average of N0r(U) values is ~ 0.89: see Table Al-a], In ad-
dition, thè small values of thè differences N0r(a: eq. 7) -
N0r(U: eq. 6), in thè range -0.002-0.006 (see Table Al-a),
and thè A a values, in thè range -0.003-0.019 A, indicate
that thè Spencer C specimen is free of lattice strain due to
coherency between exsolved phases. The agreement be-
tween “Chemical”, microprobe and N0r data, as well as thè
absence of lattice strain validate thè assumption of
Spencer (1930, pp. 330-331), according to which most of
thè Na content in thè Spencer C orthoclase is retained in
solid solution.
The values of A (bc), in thè range 0.716-0.726, and those
of A (b*c*), in thè range 0.702-0.710, are in dose agree¬
ment with thè 2tl value of 0.713 calculated from thè (T-O)
distances determined by Colville & Ribbe (1968) (see
Table Al-a). In Fig. 1, thè representative point of thè
Spencer C orthoclase plots very dose to thè two represen¬
tative points of thè Itrongay orthoclase investigated at
room temperature by Rimata et al. (1996) and Nyfeler et
al. (1998) (see thè relevant sections).
Single-crystal X-ray photographs show that thè
strongest diffraction spots of thè Spencer C orthoclase are
accompanied by diffuse streaks in thè relation for thè M-
type association of low microcline (see Smith & MacKen-
zie, 1959; Jones & Taylor, 1961a, 1961 b; McConnell, 1965;
Colville & Ribbe, 1968). This poses a major problem con-
cerning thè symmetry of thè Spencer C orthoclase. The
problem was stirred up by Laves in Jones & Taylor (1961a;
see also Laves, 1950, 1952). The specimen would not actu-
ally be monoclinic: rather, it could be a domain-twinned
microcline.
Jones & Taylor (1961a, 1961b) ignored thè weak
streaks in their structure analysis, and concluded that an
attempt to discuss thè structure of thè Spencer C ortho¬
clase in terms of submicroscopically twinned microcline is
unlikely to be physically realistic. Colville & Ribbe (1968),
more realistically, regarded thè structure of thè Spencer C
orthoclase as an average structure.
Smith (1974a, p. 73, p. 247; 1974b, p. 455) reported that
single-crystal oscillation photographs taken by Smith &
MacKenzie (1959) showed that thè weaker and longer dif¬
fuse streaks of Spencer C orthoclase have an intensity
variation different from that of thè stronger and shorter
diffuse streaks occurring in intermediate microcline as a
result of a domain-twinned texture. According to Smith
(1974a, pp. 67-68; also Smith & Brown, 1988, p. 44), thè for-
mer type of streaks might be interpreted as a result of
slight development of rudimentary domains in a structure
that is essentially monoclinic.
However, thè diffuse streaks about thè main diffrac¬
tion spots in many specimens of monoclinic K-rich feld-
spar result from their tweed texture, which is commonly
observed in TEM images. The tweed texture corresponds
to a modulated pattern representing an incipient stage of
thè coarser tartan texture, which results from thè M-type
association occurring in low microcline. The degree of
Si,Al order at which thè tweed texture develops in K-rich
feldspars is of great interest in alkali feldspar mineralogy,
because it represents thè switchover from monoclinic to
triclinic symmetry.
McLaren & Fitz Gerald (1987) found a value of 2tl =
0.67 in a tweed orthoclase investigated by CBED (conver-
gent beam electron diffraction) and ALCHEMI (atom lo¬
cation by channelling enhanced microanalysis). TEM in-
vestigations performed by Bambauer et al. (1989) on thè
sanidine-microcline transition across metamorphic zones
showed that tweed orthoclase develops at 2tl = 0.69. Lat¬
er, thè latter value was changed to 0.68 by Kroll et al.
(1991; also Kroll & Knitter, 1991). On thè basis of TEM
studies, Nord (1992, p. 489) stated that thè presence of
tweed textures in orthoclase occurs at 2tl = 0.7 to 0.8. The
latter 2tl range was also adopted by Brown & Parsons
(1989, p. 31). Using thè Landau theory, Carpenter & Salje
(1994) found a value of Q, = 0.40, i.e. 2tl = 0.70, at 753 K
for thè transition between non-modulated and modulated
K-rich feldspars.
The above 2tl values, at which thè beginning of thè
tweed texture would occur in K-rich feldspars, are some-
what smaller than those proposed by other investigators
[e.g., Smith, 1974a, Fig. 9-11, A (b*c*) = 0.55, normalized
between 0 and 1, corresponding to A (b*c*) = 2tl = 0.78,
when normalized between 0.5 and 1, as in this work;
Eggleton & Buseck, 1980, 2tl = ~ 0.80; Ribbe, 1983, p. 10,
and 1984, p. 7, 2tl = 0.74; Su et al., 1984, Fig. 4, 2tl = 0.74;
Smith & Brown, 1988, p. 45, (Tlo-O) = (71-0) = ~ 1.660 À,
corresponding to 2tl = ~ 0.74],
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
83
Of all thè data mentioned, a 2tl value of 0.68 may rep-
resent an appropriate estimate of thè inception of thè
tweed texture in K-rich feldspars. Thus, thè Spencer C
specimen, with A (bc) = 0.716-0.726, A (b*c*) = 0.702-0.710,
and 2tl from ( T-O ) distances equal to 0.713 (see above), is
expected to show a tweed texture when investigated by
TEM techniques. In this light, thè Spencer C specimen
should be considered an orthoclase rather than a low sani-
dine. The situation is similar to that discussed earlier for
thè Himalaya “ordered orthoclase”.
From a historical point of view, it should be mentioned
that thè changeover from low sanidine to orthoclase was
assumed by Wright & Stewart (1968) to be marked by
their P50-56F orthoclase, a specimen with A (bc) = 0.732
and A (b*c*) = 0.721, i.e. with a structural state similar to
that of thè Spencer C orthoclase.
Itrongay orthoclase. This is a yellow, ferriferous K-rich
feldspar of gem quality from a miarolitic pegmatite at
Itrongay, near Fianarantsoa, Madagascar. Outcrops of
pegmatite are small, and minerals occur on thè surface as
crystals and fragments in part enclosed in a calcareous tu-
fa of recent formation (see Coombs, 1954). According to
Martin (1982) thè pegmatite at Itrongay is unusual, and
poorly understood from a petrological viewpoint.
With rare exceptions, thè Itrongay feldspar is homo-
geneous and its structural state, on thè basis of 2VX, ranges
from high- to low sanidine (Coombs, 1954). In spite of this,
thè feldspar is commonly denoted as thè Itrongay ortho¬
clase.
The Chemical analyses published by Coombs (1954) in¬
dicate that thè Itrongay feldspar may contain up to 3.25
wt% Fe203, which corresponds to 12.5 wt% Fe-feld. High
iron contents in specimens of gem quality and without any
turbidity or visible fine inclusions would involve that most
of thè iron replaces Al in thè T sites. Note that wet Chem¬
ical analyses reported by Coombs (1954) indicate that di-
valent iron may also occur.
According to Hofmeister & Rossman (1983, Fig. 1), thè
yellow color of thè Itrongay feldspar is due to absorption
bands in thè blue region at 418 and 445 nm, due to tetra-
hedral Fe3+. Further data obtained by Hofmeister & Ross¬
man (1984) by means of optical absorption and electron
paramagnetic resonance confirmed that all Fe3+ is tetrahe-
drally coordinated. Behrens et al. (1995) investigated thè
iron content in specimens of Itrongay orthoclase with 0.2-
2.4 wt% Fe203 by means of optical spectroscopy, 57Fe
Mòssbauer resonance absorption, at 7 K, and electron
paramagnetic resonance. Their findings imply that more
than 50% of thè iron is due to a submicroscopic exsolution
of a separate iron-rich phase that may be an iron oxide
(Fe203, Fe304) or other stili unknown phases, which con-
tribute to thè magnetic effect observed.
Rimata et al. (1996) performed a crystal structure in-
vestigation on an Itrongay K-rich feldspar at 296 and 121
K. Their paper was devoted to thè low temperature be-
havior of an orthoclase, rather than to structural study of
thè Itrongay specimen in itself. Electron microprobe
analyses made by Rimata et al. (1996) yielded thè com-
position Si02 65.88, A1203 16.52, Fe203 1.26, and K20 16.55
wt%, which shows excess Si02, deficient A1203 + Fe203,
and deficient K20 for a K-rich feldspar. From these data,
Rimata et al. (1996) recalculated thè Chemical formula
(Ko.946D0.054)[(Alo.902Fea044Si3.054) Os], in which thè deviations
from thè stoichiometry of a K-rich feldspar are related to
thè anomalous Chemical contents mentioned. Taken at
face value, thè Fe content determined corresponds to 4.6
mol% Fe-feld. It should be noted that, in this specimen,
there is a complete absence of Na20.
This section will account for thè results concerning
Itrongay feldspar at 296 K, whereas its behavior at 121 K
will be considered in thè relevant section.
Turning to thè specimen investigated at 296 K, thè ab¬
sence of Na20 would be consistent with either thè high
N0r contents determined from V and a [thè average of
N0r(F) values is ~ 0.99: see Table Al-a] or thè absence of
lattice strain [N0r(a: eq. 7) - N0r(F: eq. 6) = -0.001: see
Table Al-a; A a = -0.006 À], Note, however, that substitu-
tion of Fe3+ for Al in K-rich feldspar produces an expan-
sion of celi edge a (see Smith, 1974a, p. 276).
Refinement of thè iron scattering power for thè T sites
performed by Rimata et al. (1996) indicated complete Fe
disordering in thè framework. Disregarding thè influence
of iron content, thè (T-O) distances (see Table Al-a) indi¬
cate that apparently thè structure of thè Itrongay speci¬
men is very dose to that of thè Spencer C orthoclase (see
thè relevant section). Rimata et al. (1996) calculated thè
values of tl and t2 from (T-O) distances by means of eq.
(19) of Blasi & De Poi Blasi (1994). In thè present case,
however, eqs. (19) and (18) of Blasi & De Poi Blasi (1994)
should be used to calculate tl and t2, respectively. The use
of eq. (19) to calculate t2 gives rise to an overestimate of
thè Al content (0.148 versus 0.130: see Table Al-a). Fur-
thermore, it should be noted that Blasi & De Poi Blasi’s
(1994) equations were developed to calculate Al contents
from (T-O) distances in K-rich feldspars with AlSi3 com-
position. Ignoring thè iron content, thè Al contents of thè
Itrongay feldspar given in Table Al-a were plotted in Fig.
1 for comparison with other K-rich feldspars from granitic
pegmatites.
More recently, Nyfeler et al. (1998) investigated Si,
Al, and Fe order-disorder in another specimen of Itron-
gay orthoclase to understand thè mechanism of thè Ar
diffusion through thè feldspar structure in view of its im-
portance to K-Ar geochronology. The specimen was sev-
eral cm in size: thè crystal chip selected for microprobe
analyses had a surface of 2-5 mm2, and appeared to be
transparent and homogeneous under thè optical micro¬
scope. The average composition of thè specimen is
( K0.95N a0 05) [ ( Al0 95Fe0 05Si3) 08] , with Na in thè range 0.04-
0.08 (98% of thè analyses showed 0.04 < Na < 0.06) and Fe
in thè range 0.01-0.05 (98% of thè analyses showed 0.04 <
Fe < 0.05). Chemically, thè Itrongay feldspars investigated
by Nyfeler et al. (1998) and Rimata et al. (1996) differ in
their Na contents, and are very similar as regards their Fe
contents.
Nyfeler et al. (1998) investigated by X-ray diffraction
several feldspar fragments from thè crystal chip analyzed
by thè electron microprobe. The fragments were studied in
their naturai state and after annealing at temperatures up
to 950 °C for various periods of time.The lattice constants
were determined using a conventional single-crystal dif-
fractometer, and thè intensity data were collected by
means of a single-crystal diffractometer equipped with a
84
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
CCD detector. Complete sets of lattice constants, atomic
coordinates and displacement parameters were given for
two different crystal fragments, one of them in its naturai
state (see Table Al-a) and thè other after annealing at 900
°C for 672 h (see Table Al-b). For both of them, thè indi¬
viduai T- O distances were calculated in this work using
thè ORFFE4 program of Busing et al. (1985). Note that
thè values for thè atomic coordinates for 71 are inverted
with thè corresponding data for 72 in Table 5 of Nyfeler et
al. (1998). This section will account for thè results con-
cerning thè unheated Itrongay feldspar, whereas thè re¬
sults for thè annealed specimen will be considered in thè
section on thè Itrongay high sanidine.
Turning to thè unheated specimen of Nyfeler et al.
(1998), thè values of V and a are clearly different from thè
corresponding values obtained by Rimata et al. (1996) for
their specimen. As a result, thè compositions obtained
from V and a in thè former specimen are more sodic than
those observed in thè latter [thè average of N0r(V) values
is ~ 0.95 versus ~ 0.99: see Table Al-a]: in both specimens,
thè compositions from V and a are very dose to those de-
termined from microprobe analyses. As with thè feldspar
of Rimata et al. (1996), thè specimen of Nyfeler et al.
(1998) is also free from lattice strain [N0r(o: eq. 7) - N0r(l/:
eq. 6) = -0.002: see Table Al-a: Dn = -0.011 À].
In both specimens, thè corresponding values of b and
c celi edges are very dose to each other, and thè same
applies to thè values of thè structural indicators A (bc)
and A (b*c*) (see Table Al-a). The corresponding values of
thè (T- O) distances are virtually indistinguishable in both
specimens (see Table Al-a). As a result, thè data points for
thè two Itrongay specimens are very dose to each other in
Fig.l.
In contrast to thè results obtained by Rimata et al.
(1996), Nyfeler et al. (1998) found that Fe is enriched in
thè 71 site, as shown by thè structural-chemical formula
(Ko.95Na005)[(Al0662Fe005Si1 288)7'1(Alo288Si17i2)r208]. In this
formula, thè 7-site occupancies for Al + Fe3+ and for Si
were obtained by Nyfeler et al. (1998) from thè average
value of tl calculated from (a) b and c celi edges and (b)
(T- O) distances, using equations (IOa) and (5) of Rroll &
Ribbe (1983), respectively. The atomic proportion of Fe =
0.05, obtained from microprobe analyses (see above), was
distributed between thè Tl and 72 sites by an empirical
method based on thè values of thè electron-density differ-
ence observed and calculated for thè 71 site and for thè 72
site (see also thè section on Itrongay high sanidine).
As observed in thè section on thè Spencer C ortho-
clase, a value of 2tl = 0.68 may correspond to thè inception
of thè tweed texture in R-rich feldspars. Therefore, thè
Itrongay feldspars investigated by Rimata et al. (1996) and
Nyfeler et al. (1998), with 2tl = 0.7 1 from T-OÒ distances
(see Fig. 1 and Table Al-a), could actually be orthoclase
specimens.
Further studies are needed on Itrongay R-rich feldspar
to ascertain its maximum iron content, and thè possibility
that iron orders, or not, in thè 7 sites, and also occurs in thè
forni of submicroscopic exsolution. Eventually, a thorough
knowledge of thè relationship between iron behavior and
structural state would be helpful to clarify thè ordering
process in ferriferous R-rich feldspar and genetic aspects
of thè pegmatite at Itrongay.
Rabb Canyon sanidine. Reefer & G.E. Brown (1978)
refined thè crystal structures of a sanidine and a high al-
bite coexisting in partially coherent cryptoperthitic inter-
growth in a rare example of quenched pegmatite at Rabb
Canyon, Grant County, New Mexico, U.S.A. In fact, in thè
Rabb Park complex, a hypabyssal intrusive rhyolite
porhyry carries a cognate suite of quenched fragments of
incompletely crystallized granite, aplite, and pegmatite (cf.
O’Brient, 1986).
Reefer & G.E. Brown (1978) reported that thè Rabb
Canyon cryptoperthite forms clear, colorless crystals
about 1 cm across, which occur in a matrix of coarsely crys-
talline quartz. TEM observations showed a fine-scale
lamellar texture, with thè orientation of thè exsolution in¬
terface near (601). The lamellar thickness of thè dominant
R-rich phase is ~ 1000 À, and that of thè Na-rich phase ~
500 A. The R-rich phase is an untwinned sanidine, where¬
as thè Na-rich phase is a Pericline-twinned high albite with
twin lamellae ~ 50 A wide. The bulk composition deter-
mined by electron microprobe is Or51Ab48An0 , mol%.
As regards thè structure of thè Rabb Canyon high al¬
bite, see thè relevant section.
Turning to thè Rabb Canyon sanidine, thè values of
(7-0) distances and Al contents (see Table Al-a and
Fig. 1) indicate appreciable Si, Al ordering, which is con¬
sistei with that inferred from thè structural indicators
A (bc) and A (b*c*) (see Table Al-a). The specimen is
slightly strained, as indicated by thè difference N0r(a: eq.
5) - N0r(V: eq. 4) = 0.047 (see Table Al-a) and by a value
of A a = 0.078 A. Direct R,Na site refinement gave a value
of N0r = 0.65, which contrasts with thè N0r contents from
V in thè range 0.84-0.82 (see Table Al-a). Blasi & De Poi
Blasi (1994) contended that N0r = 0.65 is an underestimat-
ed composition because N0r values from V are much high-
er, and thè specimen is not so strained as to justify such a
discrepancy of values. Blasi & De Poi Blasi (1994) also ob¬
served that: (1) thè crystal structure of thè Rabb Canyon
sanidine is virtually identical to that of thè Eifel sanidine
#7002, an unstrained feldspar of composition N0r = 0.85
studied by Phillips & Ribbe (1973); (2) thè (M-O) distance
and, in particular, thè individuai M-OA2 distance of thè
Rabb Canyon sanidine indicate highly potassic composi¬
tion; (3) thè N0r values estimated by Reefer & G.E. Brown
(1978) using thè method of Robin (1974) and that of Tullis
(1975) are 0.92 and 0.79, respectively.
To clarify thè situation, Blasi & De Poi Blasi (1994) ex-
tensively investigated R,Na site refinement in a R-rich
feldspar of well-known composition: thè Pikes Peak mi¬
crocline 7813C (see thè relevant section). They explored
several models of M-site refinement, and found that thè
resulting compositions tend to be underestimated unless
thè particular procedures described are adopted.
Buck Claim adularia. Ferguson et al. (1991) refined
thè crystal structures of four specimens of adularia from
an Archean granitic pegmatite at thè Buck Claim, Bernic
Lake, Manitoba, Canada.
The pegmatite is of thè complex (Li, Rb, Cs)-enriched
type, petalite subtype (see Cerny, 1989). The adularia oc¬
curs in open fractures on drusy surfaces in thè massive
quartz core of thè pegmatite, closely associated with more
abundant carbonate-rich apatite crystals. The feldspar
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
85
crystals, up to 0.25 mm across, show thè Felsòbanya-
Maderaner habit of adularla described by Cerny & Chap-
man (1986) and are iron-oxide-stained but otherwise col-
orless. The four crystals used in structure determination
were selected from specimen Buck-18 (see Cerny & Chap-
man, 1984). They were denoted by Ferguson et al. (1991) as
Buck-18-I, -II, -III. and -IV.
Microprobe analyses performed by Ferguson et al.
(1991) on specimens Buck-18-I and -IV. as well as on four
other crystals from specimen Buck-18, yielded ex-
ceptionally pure compositions, consistent with Or100
mol%. Similar compositions are also expected for speci¬
mens Buck-18-II and -III, because thè N0r contents from V
and a are very high in all four Buck Claim specimens (see
Table Al-a).
In thè diagram of b and c celi edges, thè representative
point for specimen Buck-18-IV plots along thè low micro¬
cline - high sanidine join of thè quadrilateral of alkali
feldspars, towards thè corner for high sanidine. In thè
same diagram, thè representative points for specimens
Buck-18-I, -II, and -III lie outside thè above quadrilateral,
near thè corner for high sanidine (Ferguson et al ., 1991,
Fig. 1; also Blasi & De Poi Blasi, 1994, Fig. 2). The three
specimens Buck-18-I, -II, and -III deserve careful atten-
tion. Specimens Buck-18-I and -III lie on iso-À(bc) or iso-
A(6*c*) straight lines (see Blasi, 1977, for their definition;
also Blasi & De Poi Blasi, 1994, Fig. 2) which are just out¬
side thè quadrilateral of alkali feldspars. Specimens Buck-
18-11 and -III lie on iso-Or(bc) or iso-Or(6*c*) straight
lines (see Blasi, 1977, for their definition; also Blasi & De
Poi Blasi, 1994, Fig. 2) which are rather far from thè
quadrilateral of alkali feldspars.
The above observations allow proper comparison of all
four specimens Buck-18-I, -II, -III, and -IV to be made in
terms of thè structural indicators A (bc) and A (b*c*) (see
Table Al-a) and thè strain index A a. In terms of A (bc) and
A(6*c*), specimen Buck-18-I [A (bc) = 0.492 and A (6*c*) =
0.486] and specimen Buck-18-III [A (bc) = 0.472 and
A (b*c*) = 0.469] show strong Si,Al disorder with anom-
alous Al contents. By contrast, specimen Buck-18-II [A (bc)
= A (b*c*) = 0.518] shows strong Si,Al disorder with nor-
mal Al contents, and specimen Buck-18-IV [A (bc) = 0.615
and A (b*c*) = 0.617] appears to be much more ordered. In
terms of A a, specimen Buck-18-II (A a = -0.080 À) and
specimen Buck-18-III (A a = -0.069 À) show thè reverse
strain described by Blasi et al. (1984a). By contrast, speci¬
men Buck-18-I (A a = -0.028 À) and specimen Buck-18-IV
(Aa = -0.003 À) are in a normal range.
The three specimens Buck-18-I, -II, and -III are not
unique in their extreme Si,Al disorder. The occurrence of
other specimens of adularia with compositions dose to thè
pure end-member KA1Sì3Ok was documented in granitic
pegmatites and hydrothermal non-alpine vein deposits by
Cerny & Chapman (1984; 1986). Their investigations, by
X-ray powder diffractometry and infrared absorption
i spectrometry, showed unusually high Si,Al disorder in
these specimens. Another adularia, thè Eagle Harbor
specimen of Stewart & Wright (1974), also shows b and c
values in thè range of thè corresponding data obtained by
»ern_ & Chapman (1984; 1986) from their specimens. The
behavior of b and c, as well as b* and c*, in all thè speci¬
mens of adularia investigated by Stewart & Wright (1974),
Cerny Chapman (1984; 1986), and Ferguson et al. (1991)
was displayed by Blasi & De Poi Blasi (1994) in their Fig. 2.
Among all these specimens of adularia, those of Fer¬
guson et al. (1991) were thè sole feldspars used in structure
determination. The R values in thè four crystals are in thè
range 0.042-0.058 (Table Al-a). Ferguson et al. (1991) at-
tributed these high R values to thè poor quality of their
specimens, which optically show a strong wavy extinction.
The (T- O) distances indicate that thè adularia Buck-18-IV
is thè most ordered specimen among thè four crystals
studied (Table Al-a): its representative point plots, in Fig.
I, very dose to thè Rabb Canyon sanidine of Keefer &
G.E. Brown (1978). The representative points for speci¬
mens Buck-18-II and -III plot, in Fig. 1, approximately
half-way between thè representative points for specimen
Buck-18-IV and specimen Buck-18-I, which is thè most
disordered specimen.
Ribbe (1994: caption to Fig. 6a) observed that all four
refinements by Ferguson et al. (1991) show considerably
larger than expected (72-0) and ((T- O)) values. This state¬
ment derives from thè fact that in Fig. 6a of Ribbe (1994)
thè (71-0) distance was plotted for each Buck Claim spec¬
imen versus thè ((T-O)) distance, instead of thè (72-0) dis¬
tance. The (72-0) and ((T-O)) distances are normal for
specimens Buck-18-II, -III, and -IV: thè (72-0) distance in
specimen Buck-18-I is slightly larger (within 2s) than thè
(71-0) distance (see Table Al-a).
For thè three most disordered specimens Buck-18-I, -
II, and -III, Blasi & De Poi Blasi (1994, p. 68) observed: “It
is surprising that thè most ordered* specimen in terms of
T-O distances appears to be thè least ordered* in terms of
lattice constants” (*misprinted as disordered in thè origi¬
nai paper). This statement is justified by a comparison of
2tl values, obtained from (T-O) distances, and thè values
of thè structural indicators A (bc) and A (b*c*) for thè three
most disordered specimens [Buck-18-I: 2tl = 0.479, A (bc)
= 0.492 and A (b*c*) = 0.486; Buck-18-II: 2tl = 0.533, A (bc)
= A (6*c*) = 0.518; Buck-18-III: 2tl = 0.555, A (bc) = 0.472
and A (6*c*) = 0.469].
For thè sake of completeness, in specimen Buck-18-IV
it is 2tl = 0.613, A (bc) - 0.615 and A (6*c*) = 0.617. To sum
up: in terms of (T-O) distances. Si, Al order decreases from
specimen Buck-18-IV to -III, -II, -I, whereas in terms of
celi parameters Si,Al order decreases from specimen
Buck-18-IV to -II, -I, -III.
Blasi & De Poi Blasi (1994, p. 65) observed that thè
major uncertainties in thè choice of reference values of
lattice constants for thè alkali feldspar end-members oc-
cur in thè case of high sanidine. This is due to thè occur¬
rence of specimens like those investigated by Stewart &
Wright (1974), Cerny & Chapman (1984; 1986), and
Ferguson et al. (1991), which plot outside thè quadrilat¬
eral of alkali feldspars (see Blasi & De Poi Blasi, 1994:
Fig. 2). Such specimens pose severe problems, and their
crystal structure should be determined carefully in order
to verify whether thè Al contents obtained from (T-O)
distances are consistent with those determined from met-
ric properties. A clear example of inconsistency is that
displayed by specimen Buck-18-III, which shows
“anomalous” metric properties when compared with (T-
O) distances that are within a normal range for high
sanidine.
86
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
Teertstra et al. (1998) confirmed that thè composition
of thè Buck-18-I adularla is dose to that of thè end-mem-
ber KA1Sì308, and observed that thè metric and structural
data of this specimen may be taken as thè most reasonable
values for Or100 end-member high sanidine.
Indeed, thè Buck-18-I specimen of adularla is of great
value, because it demonstrates that essentially complete
Si,Al disorder can be found in naturai K-rich feldspars.
However, it is worth investigating further to clarify subtle
details of its crystal structure, e.g., (77-0) distance slightly
greater than thè • 71-00 distance. It would be desirable to
know whether thè Buck Claim feldspars show thè diffuse
extra diffractions hkl with ( h + k) odd, which commonly
occur in specimens of adularla.
As regards thè conditions of formation of thè Buck
Claim specimens, Cerny & Chapman (1984) and Ferguson
et al. (1991) accepted as thè likely origin that proposed by
Foord & Martin (1979) and Martin (1982) for late high-
sanidine overgrowths occurring in pockets from granitic
pegmatites in thè Pikes Peak batholith. Colorado, U.S.A.
Foord & Martin (1979) and Martin (1982) suggested that
these pockets were subjected to “pressure quenching”, i.e.,
sudden decrease in P(fluid), with consequent rapid nucle-
ation and crystal growth of a highly disordered K-rich
feldspar phase. According to Ferguson et al. (1991; also
Cerny & Chapman, 1984; Cerny, 1994) thè extreme Si,Al
disorder in thè Buck Claim specimens was preserved
metastably because thè low-temperature hydrothermal
precipitation of high sanidine adularla was not followed by
thè action of any subsequent order-promoting agents.
Room-temperature crystal structures of
PRE-HEATED K-RICH FELDSPARS
Itrongay high sanidine. As mentioned earlier (see thè
section on thè Itrongay orthoclase used in structure deter-
mination at room temperature), Nyfeler et al. (1998) in-
vestigated by X-ray diffraction several crystal fragments
from thè Itrongay orthoclase after annealing at tempera-
tures up to 950 °C for various periods of time. The lattice
constants, atomic coordinates and displacement parame-
ters, however, were presented only for one of these
feldspar fragments, which was annealed at 900 °C for 672
h. The fragment is different from that investigated by
Nyfeler et al. (1998) in its naturai state, but both specimens
were isolated from thè same crystal chip.
The compositions from V and a of thè annealed K-rich
feldspar are definitely more sodic than those of thè un-
heated specimen [thè average of N0r(F) values is ~ 0.90
versus ~ 0.95: see Table Al-b and Table Al-a]. This sug-
gests that an exsolved Na-rich phase was resorbed during
heating.The absence of lattice strain in thè unheated spec¬
imen [N0r(fl: eq. 7) - N0r(F: eq. 6) = -0.002 and A a = -0.011
o
A: see thè section on thè Itrongay orthoclase investigated
at room temperature], indicates that thè Na-rich phase
might be microperthitic rather than cryptoperthitic. By
contrast, Nyfeler et al. (1998) reported that their specimen
showed optical homogeneity. In thè annealed Itrongay or¬
thoclase, thè difference N0r(a: eq. 5) - N0r(F: eq. 4) be-
comes 0.006 and thè A a value changes to -0.040 À. Note
that negative A a values seem to be an idiosyncratic feature
in heated K-rich feldspars (see thè section on thè Bedford
high sanidine).
The R values in thè annealed specimen are slightly
higher than those in thè unheated specimen (see Table Al-
b and Table Al-a). The (7’-0) distances indicate that thè
heat-treatment produced a high sanidine, with strong but
not complete Si, Al disorder [2tl = 0.545(6): Table Al-b].
Note that thè values of A (bc) and A(6*c*), 0.511 and 0.519,
respectively (Table Al-b), are consistent with rather
stronger Si, Al disorder. In Fig. 1, thè representative point
of thè Itrongay high sanidine plots between that for thè
Spencer C high sanidine and that for thè Buck-18-III adu-
laria.
Nyfeler et al. (1998) found that prolonged heating at
900 °C renders Fe equally distributed between thè 71
and T2 sites according to thè structural-chemical formula
(K-n.95Nao.05)[(^l().523F'e0.025SÌl.452)ri( Al0 427Fe(j025SÌ 1.548) ^Og].
In this formula, thè T-site occupancies were obtained as
described for thè unheated specimen investigated at RT
by Nyfeler et al. (1998) (see thè section on Itrongay ortho¬
clase). Note that this formula does not take into account
thè fact that K,Na homogenization also occurred, as docu-
mented by thè N0r contents obtained from celi volume V.
Nyfeler et al. (1998) also observed that prolonged heat¬
ing at 900 °C and quenching reduce thè value of an empir-
ical extinction parameter, which was proposed by
Sheldrick (1993) to cover both primary and secondary ex¬
tinction. The X-ray extinction parameter is an indicator of
crystal perfection (see Larson, 1970; also Becker & Cop-
pens, 1974). Thus, Nyfeler et al. (1998) deduced that thè
relatively high values of thè extinction parameter in un¬
heated specimens [range: 0.076(3)-0.147(5)] indicate that
Itrongay orthoclase crystals are rather ideal, with no pro-
nounced mosaic pattern, whereas thè relatively low values
of thè extinction parameter found after heating and
quenching [range: 0.012(2)-0.020(2)] suggest that forma¬
tion of mosaic blocks had to occur.
Nyfeler et al. (1998), who investigated Itrongay or¬
thoclase to understand thè release of Ar from K-rich
feldspar in view of its importance to K-Ar geochronology,
concluded that Ar diffusion upon heating is related to T-
O bond breaking as a result of Si,Al rearrangement.
Spencer C high sanidine. A crystal fragment from thè
Spencer C orthoclase (see thè relevant section) was con-
verted to high sanidine by Cole et al. (1949) by heating to
1075 °C for 300 hours.
Cole et al. (1949) performed a 3D Fourier refinement
of thè sanidinized Spencer C orthoclase using intensity
data collected by Weissenberg photographs. The R value
was 0.14, and thè (71-0) and (72-0) distances were
o
both equal to 1.642 A, indicating complete Si, Al disorder.
Later, thè intensity data collected by Cole et al. (1949)
were subjected to 3D least-squares refinement by Ribbe
(1963). The R value dropped to 0.099, and thè values of
(71-0) and (72-0) distances became equal to 1.645 and
o
1.640 A, respectively. These data, as well as thè Al contents
calculated therefrom, indicate that thè structure is not ful-
ly disordered (see Table Al-b). Fig. 1 shows that thè sani¬
dinized Spencer C orthoclase is slightly more disordered
than thè Itrongay orthoclase heated by Nyfeler et al.
(1998).
BEH
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
87
The lattice constants adopted by Ribbe (1963) were
those determined by Cole et al. (1949) using thè 0-method
of Weisz et al. (1948), which gives very high accuracy. The
compositions determined from V and a [thè average of
N0r(V) values is ~ 0.89: see Table Al-b] are very dose to
those obtained from thè unheated specimen (see Table
Al-a).These data confirm that thè Spencer C orthoclase is
virtually free from exsolved Na-rich phase (see thè section
on thè Spencer C orthoclase). As expected, lattice strain is
absent [N0r(a: eq. 5) - N0r(F: eq. 4) = 0.004: see Table Al-
o
a; A a = -0.046 A], as in thè unheated Spencer C specimen.
Note thè negative A a value, which occurs in many heated
K-rich feldspars (see thè section on thè Bedford high sani-
dine). The values of thè structural indicators A (bc) and
A (b*c*), 0.514 and 0.520, respectively, indicate a degree of
Si,Al disorder tangibly higher than that estimated from
thè Al contents calculated from thè (T- O) distances deter¬
mined by Ribbe (1963) (2tl = 0.537: see Table Al-b).
Bedford high sanidine. Blasi et al. (1987b) subjected a
cleavage fragment of low microcline to dry annealing at
1050 °C for 200 days, followed by quenching to room tem¬
perature. The fragment was isolated from a hand specimen
of perthitic coarsely cross-hatched low microcline from a
granitic pegmatite occurring in thè Bedford County peg-
matite district, Virginia, U.S.A.
The originai K-rich feldspar material of bulk com-
position Or783Ab2i jAnojCn^RbfojSrfoo mol% was puri-
fied by Blasi et al. (1984a) to Or907Ab88An01Cn02
Rbf02Srf0 , mol% by magnetic and gravity separation: both
bulk compositions were determined by flame photometry
(Na and K) and X-ray fluorescence spectrometry (all oth-
er elements). Blasi et al. (1984a) used thè purified feldspar
material in dry-heating experiments at 1050 °C for periods
of time up to 150 days to produce a K-rich feldspar disor-
dering series. The conversion of low microcline to high
sanidine proceeded via a one-step disordering process. Mi¬
croprobe analyses of thè K-rich phase of thè unheated ma¬
terial yielded Or92 9Ab6 5 An0 A Cn03Rbf02Srf(U mol%, and
those of thè extreme end-member of thè disordering series
gave Or905Ab92An01 Cn02Rbf01Srf00 mol%. As a result of
K,Na homogenization, thè latter composition is very dose
to that determined by flame photometry and X-ray fluo¬
rescence spectrometry. The unheated feldspar material
gave N0r(V: eq. 3) = 0.947, N0r(T: eq. 8) = 0.949, N0r(a: eq.
9) = 0.960, A a = 0.012 À, A (bc) = 0.997, A (b*c*) = 0.993,
A(ay) = 1.003, and A(a*y*) = 1.003; thè most disordered
material gave N0r(V: eq. 1) = 0.923, eq. 4) = 0.897,
N 0fa: eq. 5) = 0.903, A a = -0.039 À, A (bc) = 0.504, A (b*c*)
= 0.511 (for uniformity, N0r values and structural indica¬
tors were recalculated from originai data, as indicated in
thè section on methods). Thesa data indicate that thè un¬
heated material was slightly perthitic and free from lattice
strain. The most disordered material was an essentially ful-
ly disordered and chemically homogeneous high sanidine:
its N0r values are very dose to thè bulk composition de¬
termined by flame photometry and X-ray fluorescence
spectrometry.
The crystal fragment used in structure refinement by
Blasi et al. (1987b) was isolated from thè same unheated
purified feldspar material as that studied by Blasi et al.
(1984a). Single-crystal X-ray photographs showed that, af¬
ter annealing, thè crystal fragment was transformed into
an untwinned homogeneous C2/m K-rich feldspar show-
ing sharp diffraction maxima. The metric properties are
dose to those determined from X-ray powder dif-
fractometer data for thè extreme end-member of thè dis¬
ordering series prepared by Blasi et al. (1984a).
The compositions determined from V and a [thè av¬
erage of N0r(F) values is ~ 0.90: see Table Al-b] are very
dose to thè bulk composition of thè purified feldspar ma¬
terial determined by flame photometry and X-ray fluores¬
cence spectrometry, as a result of K,Na homogenization
produced by heat-treatment. As expected, thè difference
N0r(u: eq. 5) - N0r(F: eq. 4) = -0.002 (see Table Al-b) and
thè value of A a = -0.060 A are consistent with absence of
lattice strain. Note that many heated K-rich feldspars, in-
cluding thè Itrongay and Spencer C specimens (see thè
relevant sections), tend systematically to show negative A a
values. The effect, designated reverse strain by Fenn &
G.E. Brown (1977), is not yet completely understood (see
discussion in Blasi et al., 1984a). The values of thè struc¬
tural indicators A (bc) and A (b*c*), 0.504 and 0.512, re¬
spectively, indicate almost complete Si,Al disorder (see
Table Al-b).
The structure refinement of thè sanidinized Bedford
low microcline performed by Blasi et al. (1987b) led to
very low R values ( R 0.022 and wR 0.024, see Table Al-b),
with (71-0) = 1.643 and (72-0) = 1.640 À. These data in¬
dicate a degree of Si,Al disorder tangibly higher than that
achieved by thè sanidinized Spencer C orthoclase of
Ribbe (1963). Thus, thè Bedford sanidine represents thè
most disordered specimen among heated K-rich feldspars.
This can also be seen by thè position of its representative
point in Fig. 1. Note that thè value of 2tl = 0.523, calculat¬
ed from thè (71-0) distance, is very dose to thè above-
mentioned values of A (bc) and A (b*c*) (see Table Al-b).
The results obtained by Blasi et al. (1984a, 1987b)
demonstrate that thè achievement of complete disorder in
dry-annealing experiments is a more sluggish process than
expected, with important implications for alkali feldspar
mineralogy. The occurrence in nature of specimens of high
sanidine such as thè adularia Buck-18-I of Ferguson et al.
(1991) represents an exceptional example of extreme
Si,Al disorder in highly metastable conditions (see also
thè section on thè Buck Claim adularia).
Low-TEMPERATURE CRYSTAL STRUCTURES OF
natural K-rich feldspars
Prilep low microcline at 163 K. A crystal fragment
(0.09 x 011 x 0.18 mm) extracted from thè same specimen
of Prilep microcline as that studied by Strob (1983) (see
thè relevant section) was subjected to structure re¬
finement by Phillips et al. (1988) at 294 (R 2.0%) and 163
K ( R 1.9%) in order to investigate thè room-temperature
phase transition described by Openshaw et al. (1979a,
1979b), Wyncke et al. (1981), and Brown et al. (1984; also
Smith & Brown, 1988, p. 75 and p. 162) for low microcline.
The results obtained by Phillips et al. (1988), which were
not published in detail, would not be consistent with thè
inferred room-temperature phase transition in low micro¬
cline (see also Ribbe 1994, p. 10).
88
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
Itrongay orthoclase at 121 K. This section will account
for thè structural behavior of thè Itrongay orthoclase in¬
vestigateci at 121 K by Rimata et al. (1996). For results on
thè sanie crystal fragment studied at 296 K by thè same au-
thors, see thè relevant section.
Rimata et al. (1996) observed a strong anisotropie con-
traction of thè structure at 121 R: celi edge a decreases
from 8.600 À at 296 R to 8.574 À at 121 R, thè (3 angle in-
creases from 116.03° at 296 R to 116.07° at 121 R, and celi
edges b and c show little variation. As a result, celi volume
V decreases from 722.9 À3 at 296 R to 720.2 À3 at 121 R.
In these circumstances, thè N0r contents in Table Al-c are
meaningless because they also reflect thè contraction of V
and a. In this specimen, an additional effect on V and a is
due to thè presence of iron content (see thè section on thè
Itrongay specimen investigated at room temperature). The
values of A (bc) and A (b*c*), 0.684 and 0.649, respectively,
with a somewhat high difference of 0.035, bracket thè val¬
ues of A (bc) and A (b*c*), 0.670 and 0.674, respectively,
observed in thè Itrongay orthoclase investigated by Rima¬
ta et al. (1996) at room temperature (see Tables Al-c and
Al-a).
The R values are higher at 121 R: R 0.028 at 296 R ver¬
sus 0.044 at 121 R, and wR 0.028 at 296 R versus 0.042 at
121 R.The (71-0) distance increases from 1.655 À at 296
R to 1.660 À at 121 R, whereas thè (Tl-O) distance shows
little variation (see Table Al-a and Table Al-c). The (R-O)
distance decreases from 2.986 À at 296 R to 2.969 À at 121
R.The apparent expansion of thè (Tl-O) distance at 121 R
may be due to reduction in thè swinging-arm effect in re-
sponse to decreased thermal motion; see thè section on
reference values for Al-O and Si-O distances in alkali
feldspars for information on thè swinging-arm effect. Ob-
viously, thè reduction in this effect also influences thè Al
contents derived from (T- O) distances. As a result, thè po-
sition of thè representative point of thè Itrongay specimen
at 121 R in Fig. 1 is apparently consistent with a degree of
Si,Al order higher than that displayed by thè representa¬
tive point of thè same specimen at 296 R.
A linear extrapolation of thè displacement parameter
B for thè R atom at 0 R showed that there is a finite in-
tercept of B - 0.3 À2. According to Rimata et al. (1996),
thè intercept is evidence of zero-point motion that would
not depend on thermal energy but might reflect static
Si,Al disorder or dynamic energy resulting from collision
of R and O atoms during data collection under thè Earth’s
gravity.
Room-temperature crystal structures
OF NATURAL NA-RICH FELDSPARS
Ramona low albite. The specimen, denoted as No. 29,
is a low albite from a suite of plagioclase feldspars given
by R.C. Emmons to W.H. Taylor, and comes from a cavity
in an albitized pegmatite at Little Three mine, Ramona,
San Diego County, California, U.S.A. (Ferguson et al,
1958; also Emmons et al, 1953). Detailed investigations on
thè mineralogy and genetic aspects of thè Little Three peg-
rrtatites were provided by Stern et al. (1986) and Foord et
al (1989). Many of thè old references can be found in
these two papers.
Emmons et al (1953) reported a complete wet Chemi¬
cal analysis for thè Ramona albite indicating that thè spec¬
imen is a nearly pure NaAlSi308. From this Chemical
analysis, Ferguson et al (1958) calculated a composition of
Or10Ab985An05 mol%. The lattice constants determined
by Ferguson et al (1958) are given in Table A2-a. The val¬
ues of N0r calculated from V and a are in dose agreement
with thè Chemical composition. As expected, given thè
non-perthitic character of most low albite crystals, these
data are consistent with thè absence of lattice strain due to
coherency between exsolved phases. The values of thè
structural indicators obtained from thè A method indicate
a highly ordered Si, Al distribution.This, however, appears
to be somewhat anomalous, because thè values of thè
structural indicators obtained from celi angles are defi-
nitely higher than those obtained from celi edges: perti-
nent interrelationships among Al contents estimated from
thè structural indicators A (bc), A (b*c*), A(ay), and
A(a*y*) can be seen in Fig. 4 of Blasi & Blasi De Poi
(1977). Ferguson et al (1958) determined thè crystal struc¬
ture of thè Ramona albite by means of 2D Fourier projec-
tions parallel to all three axes: thè R values were in thè
0.080-0.093 range. The study showed that thè Ramona al¬
bite is highly ordered ((Tìo-O) = 1.742, (Tlm-O) = 1.590,
(' Tlo-O ) = 1.636, (T2m-0) = 1.616 À), and thè electron-
density distribution of thè Na atom is largely anisotropie.
Later, Ribbe et al. (1969) subjected thè Weissenberg in-
tensity data collected by Ferguson et al. (1958) to a 3D
least-squares refinement. The R value dropped to 0.068,
and thè new (T-O) distances (see Table A2-a) approximate
to those determined by X-ray counter techniques in spec-
imens of low albite (see, for instance, thè data for Amelia
low albite in Table A2-a). The Al contents determined
from (T-O) distances evidence a behavior similar to that
observed above for thè structural indicators derived from
lattice constants. Indeed, thè value of tlo - tlm is tangibly
higher than that of tlo + tlm (see Fig. 2): this seems to be
an idiosyncratic feature of low albite that should be fur-
ther investigated.
Ribbe et al. (1969) also confirmed thè anisotropy of thè
Na atom. They explored split-atom models to see whether
thè anisotropy can be interpreted in terms of space-aver-
age for a half-atom model or a quarter-atom model, rather
than in terms of time-average of a single Na atom giving
rise to anisotropie displacements.
The quarter-atom model was discarded virtually from
thè outset, because even thè half-atom model was at thè
limit of resolution. In thè half-atom model, thè single
anisotropie Na atom was replaced by two isotropie half-
atoms separated by 0.36 A along thè direction of thè max¬
imum electron-density distribution in thè single-atom
model.
On thè basis of thè experimental data available, thè
generai conclusion reached by Ribbe et al. (1969) on thè
Na atom anisotropy was rather uncertain. In thè end, their
position was in favor of thè time-average interpretation of
thè Na-atom anisotropy.
The interpretation proposed by Ribbe et al. (1969) was
confirmed by Quareni & Taylor (1971), and, more recent-
ly, by thè findings of Winter et al. (1979) and Smith et al.
(1986) (see thè section on thè Ramona low albite at 93 R
and that on Amelia low albite at 13 R).
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
89
Amelia low albi te. Harlow & G.E. Brown (1980) car-
ried out a crystal structure investigation on an Amelia low
albite by X-ray and neutron diffraction methods at room
temperature.
The low albite investigated occurs as a cleavelandite in
a pegmatite from thè Rutherford mines, near Amelia,
Amelia County, Virginia, U.S.A. It is a water-clear speci¬
men, known for its high Chemical and phase purity (Wald-
baum & Robie, 1971; also Sinkankas, 1968; Deer et al. ,
1975,Table 13).
The specimen, supplied by D.R. Waldbaum, was also
used by Harlow & G.E. Brown (1980) to obtain lattice
constants from X-ray powder diffractometer data (Table
A2-a). Later, Smith et al. (1986) carried out a neutron dif¬
fraction study at 13 K on thè same feldspar material (see
thè relevant section).
Microprobe analysis reported on by Harlow & G.E.
Brown (1980) yielded a composition of Or06Ab993 An01
wt% (see also thè section on Amelia monalbite), which is
in dose agreement with thè values of N0r obtained from V
and a (Table A2-a). As with most specimens of low albite,
these data indicate that thè Amelia albite is non-perthitic
and, therefore, free from lattice strain due to coherency
between exsolved phases. The structural indicators ob¬
tained from lattice constants indicate that thè Amelia Al¬
bite is essentially fully ordered. Unlike thè Ramona albite,
thè values of thè structural indicators obtained from celi
angles in thè Amelia Albite are only very slightly higher
than those obtained from celi edges (see Table A2-a).
Comparison of thè crystal structures determined from
X-ray and neutron data shows that thè positional pa-
rameters are essentially identical, whereas slight differ-
ences occur in thè displacement parameters (e.g., thè val¬
ues of equivalent isotropie temperature factors, B , for T
and Na sites from neutron data are higher than those from
X-ray data).
The values of (T-O) distances from X-ray and neutron
data are very dose to each other, and indicate essentially
complete Si,Al order with more Al in T2o or in T2m site
than in Tlm site (see Table A2-a). In other words, thè val¬
ues of tlo - tlm are higher than those of tlo + tlm (see Fig.
2), a feature already noticed also in thè crystal structure of
thè Ramona albite at room temperature (see thè preced-
ing section). Refinement of T-site occupancies from X-ray
data was not successful. Al contents from refinement of
thè neutron scattering lengths indicate almost complete
Si,Al ordering with no Al in Tlo and Tlm sites: unlike Al-
content data from (T-O) distances, it is, therefore, (tlo -
tlm) < (tlo + tlm), i.e. 0.935 versus 1.005 (see Table A2-a).
Considering that all thè data on thè Amelia albite are
consistent with essentially complete Si,Al order or so, thè
(T-O) distances, obtained from X-ray and neutron data,
can be used to estimate thè Al-O and Si-O distances in Na-
rich feldspars (see thè relevant section).
Harlow & G.E. Brown (1980) found that thè relation-
ship between (T-O) distances and Al contents from neu¬
tron diffraction data (Amelia low albite; Himalaya or-
thoclase: Prince et al., 1973; Eifel low sanidine: G.E.
Brown et al., 1974) is best fulfilled by a 3rd-order poly-
nomial.
Harlow & G.E. Brown (1980) made an analysis of thè
displacement of thè Na atom in low albite: time-av-
erage versus space-average behavior, which was thè
subject of discussion for years. They compared thè sin-
gle-atom (time-average) model with thè half-atom
(space-average) model, and found that thè single-atom
model yields a smaller weighted R factor for both thè
neutron and thè X-ray data.This is in agreement with thè
findings of Winter et al. (1977), who demonstrated that
thè values of thè displacement parameter B for thè Na
atom in specimens of low albite studied at 93 to 1243 K
yield a linear extrapolation to zero at 0 K, indicating that
reai thermal motion is thè cause of thè large Na site ani-
sotropy.
Rabb Canyon high albite. This is thè Pericline-
twinned Na-rich phase coexisting in partially coherent
cryptoperthitic intergrowth with a sanidine in a quenched
pegmatite from Rabb Canyon, Grant County, New Mexi¬
co, U.S.A. (see thè section on Rabb Canyon sanidine).
The cryptoperthite was investigated by Keefer & G.E.
Brown (1978), who determined thè crystal structures of
thè individuai phases. The Rabb Canyon high albite is a
unique example of naturai highly disordered albite used in
structure determination. However, as will be shown below,
there were severe problems with structure refinement.
Keefer & G.E. Brown (1978) made structure refine-
ments of thè high albite using half-atom and quarter-atom
models (see thè section on Amelia high albite). These
models were not satisfactory, and thè single-atom model
was adopted with an alkali site occupancy fixed at
Na08K02. Unlike thè R factors in thè sanidine (R = 0.029
and wR = 0.039), thè R factors in thè high albite were
rather high (R = 0.083 and wR = 0.096). Keefer & G.E.
Brown (1978) attributed these high values to thè difficul-
ties encountered in measuring thè high-albite intensities.
The amount of high albite was rather small in thè crystal
fragment investigated, and any interference on intensity
data from thè coexisting sanidine was amplified. Lattice
strain may be another source of error, because it may vary
within each albite lamella producing thè high displace¬
ment parameters observed. Note that each lamella is also
Pericline-twinned with twin lamellae ~ 50 A wide, which
may further complicate thè shape of diffraction peaks.
The values of thè (T-O) distances and thè Al contents
in Table A2-a indicate appreciable Si, Al ordering. The val¬
ues of (Tlo-O) and (Tlm-O) distances are virtually identi¬
cal, and those of ( Tlo-O ) and ( Tlm-O ) distances are very
dose to each other. In space group Ci, this configuration
corresponds to a structural state dose to that of analbite
(tlo = tlm > t2o = t2m) and approximates to a two-step or¬
dering trend (see Fig. 2).
By contrast, thè metric properties in Table A2-a are
consistent with almost complete Si, Al disorder. Note that
thè difference between A (bc) and A (b*c*) values is
0.141, an abnormally high value, that, according to Blasi
(1980), may indicate that unit-cell parameters conceal
errors.
Lattice strain in thè Na-rich phase (A a = -0.234 A) of
thè Rabb Canyon cryptoperthite is much higher that in
thè K-rich phase (A« = 0.078 À). These data are con-
firmed by thè contrasting values of N0r from V and a
(see Table A2-a and Table Al-a). This is in agreement
with thè high proportion of thè sanidine phase in thè crys-
90
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
tal (mole fractions: 0.68 from X-ray scale-factor re-
finement and 0.67 from TEM image).
K,Na site refinement in thè high albite failed to pro¬
duce a chemically reasonable composition. This was
determined by mass balance using thè sanidine compo¬
sition, thè mole fraction of thè sanidine in thè crystal,
and thè bulk composition of thè crystal (see thè section
on Rabb Canyon sanidine) as Or22Ab78. Note that celi
volume V gives N0r values in thè 0.12-0.14 range (Table
A2-a).
Room-temperature crystal structures of
PRE-HEATED NA-RICH FELDSPARS
Amelia high albite. The specimen, denoted as No. 31
in thè suite of feldspars described by Emmons et al. (1953),
is a low albite from a pegmatite from thè Rutherford
mines, near Amelia, Amelia County, Virginia, U.S.A. (see
also thè section on Amelia low albite). The data from a
complete wet Chemical analysis reported on by Emmons et
al. (1953) were used by Ferguson et al. (1958) to calculate
a composition of Or16Ab97 7An07 mol%.
Ferguson et al. (1958) heated a few fragments of thè
Amelia low albite at 1065 °C for 16 days. After cooling, op-
tical measurements and X-ray powder diffraction data
showed that thè material has been transformed into high
albite. Most of thè fragments appeared to be twinned poly-
synthetically. A fragment free from twinning was subject-
ed to single-crystal X-ray investigation. The N0r contents
calculated from V are in dose agreement with thè Chemi¬
cal composition, whereas thè N0r value obtained from a is
anomalous. The metric properties are consistent with a
highly disordered Si, Al distribution. However, thè differ-
ence A (bc) - A(b*c*) = -0.040 (see Table A2-b) is anom¬
alous for a high albite, and, according to thè findings of
Blasi (1980), this may imply that thè lattice constants con-
ceal errors: an unexpected event in this specimen, consid-
ering that thè lattice constants were measured by thè “0-
method” of Weisz et al. (1948), which, in principle, gives
very high accuracy. On thè other hand, thè A (bc) - A(b*c*)
difference evidences different behavior in other speci-
mens of high albite investigated at room temperature [e.g.,
Prewitt et al., 1976: synthetic high albite: A (bc) - 0.498 and
A (b*c*) = 0.494; Winter et al., 1979: Tiburon high albite:
A (bc) - 0.502 and A(b*c*) = 0.492].
The structure analysis performed at RT by means of
2D Fourier projections parallel to all three axes gave R
values in thè 0.14-0.19 range. The results obtained by
Ferguson et al. (1958) showed that thè crystal structure
of thè Amelia high albite is highly disordered ((Tlo-O) =
1.652, (Tlm-O) = 1.639, ( T2o-0 ) = 1.642, (TZm-O) =
1.647 A) and that thè electron-density distribution of thè
Na atom is much more strongly anisotropie than in low
albite.
Later, Ribbe et al. (1969) used thè Weissenberg in-
tensity data of Ferguson et al. (1958) to perform a 3D
least-squares refinement. The R value reduced to 0.082,
and thè new (T- O) distances in Table A2-b are in dose
agreement with those determined by X-ray counter
techniques in specimens of high albite at RT (Prewitt et
al., 1976: synthetic high albite: (Tlo-O) - 1.646, (Tlm-O) =
1.641, ( Tlo-O ) = 1.641, (72m-0) = 1.642 À; Winter et al.,
1979: Tiburon high albite: (Tlo-O) = 1.649, (Tlm-O) =
1.642, (T2o-0) = 1.640, (TTm-O) = 1.642 À). The (T-O)
distances and thè derived Al contents in thè Amelia high
albite indicate that thè effect of heating produced strong,
but not complete, Si, Al disorder (see Table A2-b and
Fig. 2).
Ribbe et al. (1969) confirmed that thè degree of ani-
sotropy of thè Na atom is much stronger in high than in
low albite. The simplest interpretation of thè electron-den¬
sity distribution in terms of time-average of a reai
anisotropie displacement of a single Na atom was con-
sidered quite unrealistic in high albite. The single-atom
model was therefore discarded, and an interpretation in
terms of space-average for split-atom models, i.e. thè half-
atom and quarter-atom models, was explored.
In thè half-atom model, thè single anisotropie Na atom
is replaced by two isotropie half-atoms, separated by 0.61
A along thè direction of thè elongation of thè displace¬
ment ellipsoid in thè single-atom model.
In thè quarter-atom model, thè Na atom is replaced
by four isotropie quarter-atoms, which are nearly collin¬
ear along thè direction of thè maximum anisotropy in thè
single-atom model and symmetrical about thè mean po-
sition; thè two outermost and thè two innermost quarter-
atoms being separated by ~ 0.9 and ~ 0.2 A, respec-
tively.
The quarter-atom model was thè split-atom model
that best fitted thè experimental data. The evidence in
high albite of an average structure poses thè problem as
to thè Na atom anisotropy represents a random space-
average or a faulted domain-average. In thè latter case,
bipartite, quadripartite and multipartite unit cells with
faulted domains could be taken into account. In thè case
of high albite, Ribbe et al. (1969) concluded that thè
anisotropy of thè Na atom probably corresponds to a
space-average of a quadripartite-multipartite structure
with faulted domains.
More recent studies by Prewitt et al. (1976) on syn¬
thetic high albite confirmed thè validity of thè quarter-
atom model, but found no evidence of domain texture. On
thè other hand, Winter et al. (1979) found thè quarter-
atom model to be inadequate (see thè section on Amelia
monalbite).
High-temperature crystal structures of
PRE-HEATED NA-RICH FELDSPARS
Amelia monalbite. Duba & Piwinskii (1974) annealed
a fragment of an Amelia low albite at 1080 °C for 21 days,
at 1100 °C for 50 days, and at 1111 °C for 62 days. After
quenching, thè specimen displayed fine lamellar twinning
on thè Albite law. A precession study by Okamura &
Ghose (1975a) showed that thè pairs of dif- fraction spots
for Albite twinning merged to a single spot at 930 °C, in-
dicating that thè specimen inverted to monalbite.
Winter et al. (1979) re-investigated thè same Amelia
specimen as that studied by Okamura & Ghose (1975a).
The composition of thè Amelia albite reported on by
Winter et al. (1979) is Or06Ab993An(U. Actually, this
composition was determined with an electron micro-
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
91
tlo + tlm or 2t1
0.5 0.6 0.9 1.0
I - 1 - 1 - 1 _ i _ i _ 1 _ i 1 i i
Fig. 2 - Relation between sum and difference of Al contents in 71 o
and 71m sites, i.e. tlo + tlm and tlo - tlm, in specimens of Na-rich
feldspar from granitic pegmatites used in structure refinements.
The values of tlo + tlm (in thè case of triclinic simmetry) or 2tl
(in thè case of monoclinic simmetry) and tlo - tlm were obtained
from (T- O) distances following thè procedure developed by Blasi
& De Poi Blasi (1994, eqs. 18 and 19) and using thè reference val¬
ues for Al-O and Si-O given in thè relevant section of this work.
Room-temperature crystal structures of naturai specimens : 1 Ra¬
mona low albite (Ribbe et al., 1969); 2 and 3 Amelia low albite X-
ray and neutron data, respectively (Harlow & G.E. Brown, 1980);
4 Rabb Canyon high albite (Keefer & G.E. Brown, 1978). Room-
temperature crystal structures of pre-heated specimens : 5 Amelia
high albite (Ribbe et al., 1969). High temperature crystal structures
of pre-heated specimens : 6 and 7 Amelia monalbite at 980 and
1060 °C, respectively (Winter et al., 1979). Low-temperature crys¬
tal structures of naturai specimens : 8 Ramona low albite at 93 K
(Williams & Megaw, 1964); 9 Amelia low albite neutron data at 13
K (Smith et al., 1986).
probe by Prewitt et al. (1976) using another Amelia al¬
bite specimen, and is, surprisingly, thè same as that re-
ported on by Harlow & G.E. Brown (1980) for their
Amelia albite specimen (see thè section on Amelia low al¬
bite). For thè sake of comparison, reference should be
made to 9 Chemical analyses of Amelia albite reported by
Deer et al. (1975).
Winter et al. (1979) confirmed thè inversion tempera¬
ture at 930 °C by means of a single-crystal diffractometer
equipped with a Polaroid land film cassette. Next, they be-
gan with a collection of intensity data at 1060 °C, which
was discontinued after collecting 430 diffractions because
of failure of thè furnace. The results of thè structure re-
finement were published along with thè data from a struc¬
ture refinement already performed by Okamura & Ghose
(1975b) on thè same specimen at 980 °C. We contend that
thè structure refinement at 1060 °C should be disregarded
for thè following reasons: (1) thè number of diffractions
used in structure refinement is very small, (2) thè R factors
are comparable to those obtained for thè refinement at
980 °C, but thè individuai a values appear to be clearly bi-
ased, (3) thè value of thè grand mean T-O distance is ab-
normally low [«T-O» - 1.6369(18) À], (4) thè value of thè
displacement parameter B for thè Na atom is exceedingly
high ( B - 15.8 A2) when compared with thè corresponding
value in thè structure at 980 °C (B = 12.0 À2), (5) thè val¬
ue of (71-0) distance and that of tl are anomalous com¬
pared with thè corresponding values for refinement at 980
°C (Table A2-c), (6) thè value of tl + t2 is abnormally low
(Table A2-c).
Winter et al. (1979) reported that thè Amelia specimen
annealed by Duba & Piwinskii (1974) was unsuitable for
structure analysis at room temperature because of twin-
ning. In thè absence of data measured at RT, thè values of
lattice constants of thè Amelia specimen at 980 °C (Table
A2-c) might be compared with thè corresponding values
for thè ideal high albite (analbite) (see data in Table 5 of
Blasi & De Poi Blasi, 1994). At 980 °C, there is strong ex-
pansion of thè structure with an increase in celi edges a
(from ~ 8.159 À at RT to 8.274 À at 980 °C), b (from ~
12.872 À at RT to 12.991 À at 980 °C), and c (from ~ 7.109
À at RT to 7.144 À at 980 °C), and a decrease in thè celi
angles a (from ~ 93.52° at RT to 90.06° at 980 °C), (3 (from
~ 116.42° at RT to 116.13° at 980 °C), and y (from ~ 90.26°
at RT to 90.05° at 980 °C). The celi volume V increases
from ~ 666.9 À3 at RT to 689.4 À3 at 980 °C.
With reference to thè room-temperature position of
thè ideal high albite (analbite) in a diagram of b vs. c, thè
representative point for thè Amelia monalbite moves
roughly towards thè high-sanidine corner, in a direction
that is tangibly outside thè quadrilateral joining thè ref¬
erence points for thè alkali feldspar end-members and cor-
responds approximately to Trend I of Brown et al. (1984).
The structural indicators derived from thè A method yield
“impossible” Al contents (see Table A2-c). Note that in thè
Amelia low albite studied at 13 K by Smith et al. (1986),
thè A method gives a Si, Al distribution that is consistent
with that estimated from (T-O) distances (see thè relevant
section). In both specimens, thè variations in b and c celi
edges are coupled, with some deviation from thè ideal
coupling, which needs no change in A (bc) values in a bc
plot, in response to changes in temperature. The deviation
from thè ideal coupling is higher in thè Amelia monalbite,
and this explains its anomalous values of A (bc) and
A (b*c*) (see Table A2-c). Further studies are needed to
ascertain whether thè deviation of b and c celi edges from
thè ideal coupling in monalbite at high temperatures is
confirmed.
The N0r contents for thè Amelia monalbite in Table
A2-c are meaningless: they merely reflect thè strong ex-
pansion of celi edge a and celi volume V.
The deviations observed between thè values of thè ( T -
O) distances (see Table A2-c) and thè value of thè grand
mean T-O distance [((T-O)) = 1.6419(5) À] indicate ap-
parent appreciable Si,Al ordering, which is estimated by
thè values of thè derived Al contents in Table A2-c. This
behavior corresponds to a two-step ordering trend in thè
Amelia monalbite (see Fig. 2). Note, however, that thè
swinging-arm effect at high temperatures influences ap-
preciably thè (T-O) distances and thè de-rived Al contents
92
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
(see thè section on reference values for Al-O and Si-O dis-
tances in alkali feldspars for information on thè swinging-
arm effect).
The Na atom is 9-fold coordinated and lies, along with
thè OA2 oxygen atom, in thè mirror piane. The remaining
oxygen atoms forni a distorted cube obeying thè mirror
piane. The displacement parameter B for thè Na atom in thè
Amelia monalbite follows thè trend observed in thè speci-
mens of high albite used in structure refinement at high
temperatures by Prewitt et al. (1976: synthetic high albite)
and Winter et al. (1979: Tiburon high albite). The latter
showed that 5(Na) for all these specimens did not extrapo-
late to zero at 0 K, indicating that some static spadai disor-
der must occur. This was attributed by Winter et al. (1979)
to differences in thè locai Si,Al configurations produced by
Si,Al disorder. According to Winter et al. (1979), previous
interpretations restricting thè number of such configura¬
tions to four and assuming isotropie Na-quarter atoms
(Ribbe et al. , 1969; Prewitt et al ., 1976) are not adequate.
The specimens of high albite investigated by Prewitt et
al. (1976) and Winter et al. (1979) did not invert to monal¬
bite at high temperatures. The high albite studied by Pre¬
witt et al. (1976) is a synthetic specimen Or05Ab983An12
annealed at 1060 °C for 40 days.The high albite studied by
Winter et al. (1979) was obtained by annealing a meta-
morphic low albite Or025Ab9975 An0 from thè Tiburon
Peninsula, Marin County, California, U.S.A., at 1080 °C for
60 days.
Using relevant structural data at various temperatures,
Winter et al. (1979) extrapolated an inversion temperature
for thè Tiburon specimen in thè 1050-1075 °C range and
for thè synthetic high albite in thè 1105-1110 °C range. Ac¬
cording to Winter et al. (1979), thè different inversion tem¬
peratures for these specimens may depend on differences
in thè degree of Si,Al disorder induced by different an¬
nealing treatments.
Undoubtedly, thè Amelia monalbite was subjected to
stronger annealing treatment before X-ray examination at
high temperatures. Thus, thè specimen shows glassy rinds
indicating that partial melting occurred during annealing.
Unfortunately, thè structure of thè Amelia monalbite be¬
fore inversion is not available. It could be an analbite, which
would have rendered easier thè inversion to monalbite.
Low-temperature crystal structures of
NATURAL NA-RICH FELDSPARS
Ramona low albite at 93 K. Williams & Megaw (1964)
made an X-ray 2D study of a Ramona low albite and a
synthetic high albite at 93 K. The low albite from thè Ra¬
mona pegmatite, San Diego County, California, U.S.A.,
was thè same as that used by Ferguson et al. (1958) and
Ribbe et al. (1969) in structure determination at room
temperature (see thè relevant section). The investigation
was undertaken to see whether thè anisotropy of thè Na
atom persisted down to a low temperature. The results
were inconclusive and thè data in Table A2-d should be
considered of historical value. Note, however, that thè val-
ués of (T- O) distances and Al contents derived therefrom
are not far from thè expected ones (see Table A2-d and
Fig. 2).
Quareni & Taylor (1971) re-refined thè data collected
by Williams & Megaw (1964) for thè Ramona low albite at
93 K, and used them along with their 2D data at 293, 573,
and 873 K on a low albite from Schmirntal,Tyrol, Austria,
to perform extrapolations of thè displacement parameter
B versus temperature. They found that thè extrapolations
for Na, Al, and Si atoms gave values of B very dose to ze¬
ro at 0 K, whereas thè extrapolation for thè oxygen atoms
give B > 0 at 0 K. They concluded that thè marked
anisotropy of thè Na atom at room temperature is due to
anisotropie thermal vibration, not to positional disorder.
Later, thè data re-refined for thè Ramona albite were
incorporated by Winter et al. (1977) in their extrapolation
of #(Na) to 0 K in low albite. In addition to Quareni &
Taylor’s (1971) data, thè new extrapolation includes thè
data of Winter et al. (1977) obtained from thè Tiburon low
albite investigated at 773, 1023, 1243 K as well as thè data
for another specimen of Tiburon albite investigated at
room temperature by Wainwright & Starkey (1969: see al-
so Table 1). Winter et al. (1977) obtained a reasonably
good linear fit for all data, which extrapolate to zero at 0
K, within error limits. These results confirm thè pioneering
investigation by Quareni & Taylor (1971), indicating that
thè Na anisotropy is thè result of thermal vibration about
a single point.The final confirmation of these findings was
obtained from a neutron diffraction study carried out by
Smith et al. (1986) on an Amelia low albite at 13 K (see thè
next section).
Amelia low albite at 13 K. Smith et al. (1986) de-
termined thè crystal structure of an Amelia low albite at
13 K by neutron diffraction. The specimen was provided
by G.E. Harlow and G.E. Brown, who made an X-ray and
neutron diffraction study of thè Amelia low albite at room
temperature (Harlow & G.E. Brown, 1980) (see thè rele¬
vant section).
Comparison of thè neutron data at room temperature
and at 13 K shows a strong contraction of thè structure,
with a decrease in celi edges a (from 8.142 A at RT to
8.115 À at 13 K) and b (from 12.785 À at RT to 12.762 À
at 13 K), and an increase in thè (5 angle (from 116.61° at RT
to 116.80° at 13 K), while c, a, and y show little variation.
The celi volume V decreases from 664.5 À3 at RT to 659.8
À3 at 13 K.
With reference to thè room-temperature position of
thè ideal low albite in a plot of b vs. c, thè representative
point for thè Amelia low albite at 13 K moves nearly par-
allel to thè b axis, outside thè quadrilateral of thè alkali
feldspar end-members. Note that this point follows a path
opposite to that for Trend I of Brown et al. (1984; see also
Smith & Brown, 1988, pp. 156-157), whereas thè represen¬
tative point for thè Amelia monalbite studied by Winter et
al. (1979) at high temperatures follows Trend I (see thè
relevant section). In thè Amelia low albite at 13 K, thè val¬
ues of A (bc) and A (bc) - A (b*c*), 1.024 and 0.044, respec-
tively (see Table A2-d), are somewhat higher than thè cor-
responding values observed in specimens of low albite at
room temperature. However, thè degree of Si, Al order
evaluated by thè A method is consistent with that estimat-
ed from (T-O) distances (see Table A2-d). This does not
occur in thè Amelia monalbite of Winter et al. (1979), for
thè reasons explained in thè relevant section.
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
93
The N0r contents in Table A2-d are meaningless: they
also depend on thè contraction of V and a. In addition, thè
discrepancy between N0r contents from V [N0r(F: eq. 3) -
N0r(F: eq. 8) = - 0.046: Table A2-d] is anomalous, and re-
flects thè different behavior of thè relevant equations de-
veloped by Kroll et al. (1986) and Hovis (1986). The com-
position from Na site refinement gave 0.972(1), a value
lower than that expected by ~ 3%.
The values of (Tlo-O), (71m-0), ( Tlo-O ), and ( Tlm -
O) distances at 13 K are slightly higher than thè corre-
sponding data obtained by Harlow & G.E. Brown (1980)
from neutron data at room temperature (see Table A2-d
and Table A2-a). This may be due to reduction in thè
swinging-arm effect, which is minimized near zero kelvin:
see also thè section on reference values for Al-O and Si-O
distances in alkali feldspars. The values of (Tlo-O) and
(Tlm-O) distances at 13 K are also higher than thè corre-
sponding values obtained by Harlow & G.E. Brown (1980)
from X-ray data at room temperature. The behavior of
(71o-0) and (Tlm-O) distances accounts for thè different
positions of thè representative points of thè three speci-
mens of Amelia low albite in Fig. 2. The position of thè
representative point of thè Amelia low albite at 13 K may
also be due to thè fact that thè relevant Al contents do not
suffer from thè swinging-arm effect that affects thè other
two specimens. The (Tlm-O), (T2o-0), and (T2m-0) dis¬
tances at 13 K as well as those at room temperature, from
either neutron or X-ray data, are consistent with more Al
in T2o or in T2m site than in Tlm site: this seems to be an
idiosyncratic feature of low albite. Refinement of T-site
occupancies from neutron data indicates essentially com¬
plete Si, Al ordering at 13 K (but with some excess Si in
Tlm, T2o, and Tlm sites: see Table A2-d), and almost com¬
plete Si, Al ordering at room temperature (see Table A2-
a). In principle, thè three specimens of Amelia low albite
in Fig. 2 are excellent candidates for use to determine ref¬
erence values for Al-O and Si-O distances in alkali
feldspars (see thè relevant section). However, thè speci¬
men investigated by Smith et al. (1986) will not be em-
ployed for thè reason explained in that section.
The environment of thè Na atom at 13 K is similar to
that observed at room temperature. The Na atom is sur-
rounded by 9 oxygen atoms: 5 of them are thè nearest
neighbors and form an irregular deltahedron composed
of triangular faces. At 13 K, however, thè linkages be¬
tween Na and thè 5 nearest oxygen atoms become
stronger than those at room temperature. Indeed, with
reference to thè neutron data from Harlow & G.E.
Brown (1980), thè 5 nearest neighbors are at distances of
2.36 to 2.61 À at 13 K, and 2.37 to 2.67 À at room tem¬
perature, while thè other oxygen atoms are at distances
of 2.97 to 3.45 À at 13 K, and 2.96 to 3.47 À at room
temperature. Displacement of thè Na atom, either at 13 K
or at room temperature, is represented by a single el-
lipsoid elongated in thè direction of more distant oxygen
atoms.
Linear extrapolation of thè displacement parameter B
for thè Na atom at 0 K yields a positive intercept of B = 0.5
À2. The extrapolations of B for T and O atoms also give
positive intercepts at 0 K.Thus, thè displacement of thè Na
atom was interpreted by Smith et al. (1986) as being in¬
dicative of zero-point motion rather than of multiple cen-
ters-of-motion. This is in agreement with earlier findings
by Quareni & Taylor (1971) and Winter et al. (1977), which
suggest that thè large anisotropy of thè Na atom observed
at room temperature is essentially due to a single center-
of-motion (see thè preceding section).
Smith et al. (1986) observed that thè relationship be¬
tween T-O distances and stereochemical factors is com-
plex, and could be interpreted more properly by using da¬
ta obtained at low temperature because thè swinging-arm
effect is minimized near zero kelvin: however, thè stereo¬
chemical interpretation of thè T-O distances from low-
temperature data of thè Amelia low albite and other
framework structures with essentially complete Si,Al or¬
dering in tetrahedral sites was not found to be adequate
when considering thè first neighbors alone.
Reference values for Al-O and Si-O distances in
ALKALI FELDSPARS
The determination of Al contents from T-O distances
in alkali feldspars (see Blasi & De Poi Blasi, 1994, pp. 70-
76) needs a careful knowledge of reference values for Al-
O and Si-O distances. These values can be estimated from
T-O distances in specimens of low microcline and low al¬
bite that are considered to be fully ordered.
Table 1 presents thè R and wR factors, thè mean T-O
distances (Tlo-O), (Tlm-O), (T2o-0), and {Tlm-O), thè
grand mean T-O distance, ((T-O)), thè mean Al-O and Si-
O distances, (Al-O) and (Si-O), and thè difference A = (Al-
O) - (Si-O) for specimens of low microcline and low albite
used in structure determinations. The (Al-O) distance is
assumed to be equal to thè (Tlo-O) distance, and thè (Si-
O) distance to thè average of thè 12 individuai T-O dis¬
tances in thè Tlm, T2o, and Tlm tetrahedra.
In Table 1, all thè specimens of low microcline are from
granitic pegmatites, except thè Pontiskalk microcline,
which is an authigenic feldspar from a limestone of thè
Pontiskalk formation at Pontis, Switzerland. Among thè
specimens of low albite, thè Ramona and Amelia speci¬
mens are from granitic pegmatites; thè Tiburon albite is
from a vein in glaucophane schists; thè Cazadero albite is
from a vein in thè blueschists from thè Franciscan forma¬
tion at Cazadero, California, U.S.A. The geologie occur-
rences of Roc Tourné and Crete specimens were not de-
scribed in thè relevant papers. However, these localities,
from France and Greece, respectively, are known in thè ge-
ological literature for thè occurrence of authigenic
feldspars in carbonate rocks.
Among thè specimens of low microcline, thè data for
thè Pellotsalo microcline of B.E. Brown & Bailey (1964)
and those for thè Pontiskalk microcline of Finney &
Bailey (1964) are of lower accuracy. Among thè speci¬
mens of low albite, half of thè specimens presented in
Table 1 suggest thè following comments. The data for
thè Ramona albite have been superseded. The Crete al¬
bite shows both thè (Tlo-O) distance (1.7381(8) À: see
Table 1) and thè celi angle y [87.809(9)°: Downs et al.
1994] to be consistent with a degree of Si, Al order
slightly smaller than that observed in thè other speci¬
mens of low albite asterisked in Table 1. Note that thè y
angle ranges from 87.67 to 87.68° in thè ideal low albite
94
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
Table 1. R and wR factors, mean T- O distances, grand mean T-O distance, mean Al-0 and Si-O distances, and thè dif-
ference A = (Al-O) - (Si-O) for specimens of low microcline and low albite from granitic pegmatites and other
geological occurrences.
Note : The ((T-O)) and (Si-O) distances, as well as thè difference A = (Al-O) - (Si-O), were calculated starting from individuai T- O
distances rather than mean T-O distances to avoid truncation and rounding errors. All a values were calculated from thè Law of
Propagation of Errors (see Blasi, 1977), with assumptions indicated as (a) and (b) in thè section on methods. Estimated standard errors
(la) are given in parentheses and refer to thè last decimai place.
* Specimens employed to obtain thè data proposed in this work.
t Individuai T-O distances were calculated from atomic coordinates using thè ORFFE4 program (Busing et al., 1985).
5 Also Starkey & Wainwright (1970: lattice constants), Smith (1974a, Table 4-1 , p. 86: atomic positional parameters), and Winter et
al. (1977: individuai T-O distances). Values of a not available.
§ Starkey & Wainwright (1970) gave /?=0.044.
v Based on F2.
(see Blasi & De Poi Blasi, 1994, Table 5). The structure
refinement of thè Tiburon albite is thirty years old: thè R
value is 0.045 (Wainwright & Starkey, 1969) and s values
are not available. The low values of thè three distances
(Tlm-O), ( T2o-0 ), and (T2m-0) (average = 1.6126 À:
see Table 1) are not consistent with thè relatively low
value of thè (71o-0) distance (1.7399 À: see Table 1) and
thè relatively high value of thè celi angle g (87.725°:
Starkey & Wainwright, 1970). Furthermore, both thè
(Tìo-O) distance and thè g angle of thè Tiburon
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
95
Table 2. Reference values for thè « T-0))a distance, thè (Al-0>a and <Si-0>a distances, and thè dif-
ference Aa = (Al-0)a - (Si-0)a in low microcline and low albite.
Reference Sources of datai* « T-0))a <Al-0)a (Si-0)a Aa
. àngstroms .
low microcline
f Numbers refer to specimens listed in Table 1 .
5 AlsoRibbe (1984).
§ Blasi et al. (1987a) also considered a value of 0.125 À.
v See Table 2 in Kroll & Ribbe (1983) or in Ribbe (1984).
albite would be consistent with a degree of Si,Al order in¬
termediate between that of thè Crete albite and that of thè
other specimens of low albite asterisked in Table 1. Unlike
thè other feldspars in Table 1, thè Amelia albite at 13 K is
virtually free from thè swinging-arm effect (see Smith et
al., 1986). This effect causes an apparent shrinkage of T-O
distances with increased thermal vibration, and is mini-
mized near zero kelvin. The effect has been well-known
for several decades (e.g., Cruickshank, 1956, 1961; Busing
& Levy, 1964; Hazen & Finger, 1982, pp. 82-84; Hazen,
1985; Prince, 1994, p. 132) and was observed in alkali
feldspars investigated at high temperatures by several in-
vestigators (e.g., Ohashi & Finger, 1974: high sanidine; Pre-
witt et al., 1976: synthetic high albite; Winter et al., 1977:
naturai low albite). The swinging-arm effect reduces at
room temperature and can stili be detected at tempera¬
tures between room temperature and zero kelvin, as is thè
case with thè Itrongay orthoclase investigated at 121 K by
Rimata et al. (1996) (see thè relevant section).The swing¬
ing-arm effect in feldspars was further discussed by Smith
(1974a, p. 58), Harlow & G.E. Brown (1980), and Smith &
Brown (1988, p. 37, p. 63, and p. 74). On thè basis of a rigid-
body thermal analysis, a simple expression was proposed
Ìby Downs et al. (1992) for correcting bond lengths for
thermal vibrations.
Table 2 presents reference values for thè ((T-0))a dis¬
tance, thè (Al-0)a and (Si-O)0 distances, as well as thè dif-
ference Aa = (Al-0)fl - (Si-0)fl obtained from specimens in
Table 1. The a apex means “averaged over more than one
specimen”: thè specimens employed in thè averages are
indicated in thè column “sources of data”.
The reference values proposed by Kroll & Ribbe
(1983) and Ribbe (1984) for low microcline (see Table 2)
are based on five specimens: two of them are thè Pellotsa-
lo microcline of B.E. Brown & Bailey (1964) and thè Pon-
tiskalk microcline of Finney & Bailey (1964). As men-
tioned earlier, thè data for these two specimens should be
disregarded because of their lower accuracy. Note that thè
values for their (Al-O) distance are 1.7408 and 1.7348 À,
respectively (see Table 1), thè first value being abnormal-
ly high for a low microcline (Blasi et al. 1984b), and thè
second one being consistent with appreciable residuai
Si, Al disorder, such as that observed in thè Khibiny mi¬
crocline (see thè relevant section and Table Al-a). The av-
o
erage of these two values gives 1.738 A, which coincides by
mere chance with thè value obtained from thè average of
thè other three specimens (4, 5, and 6 in Table 2) selected
by Kroll & Ribbe (1983) and Ribbe (1984).
The values for (Al-0)fl and (Si-O)0 distances proposed
by Kroll & Ribbe (1983) and Ribbe (1984) for low albite
(see Table 2) give a difference of Aa = (Al-O)" - (Si-O)" of
0.129 À, whereas thè actual value adopted by these authors
was 0.130 À. Blasi et al. (1987a), who based their reference
values on thè same specimens as those used by Kroll &
Ribbe (1983) and Ribbe (1984), adopted a Afl = (Al-0)fl -
(Si-0)a value of 0.129 À. Note that thè slightly disordered
Tiburon albite was included by Kroll & Ribbe (1983),
Ribbe (1984), and Blasi et al. (1987a) among thè specimens
employed to estimate thè A" = (Al-O)" - (Si-O)" difference.
More recently, in estimating thè values for thè (Al-O)"
and (Si-O)0 distances in low albite, Ribbe (1994, p. 6) em¬
ployed thè data for thè Amelia albite refined by neutron
diffraction at room and low temperatures (see Table 2).
This choice would not seem to be appropriate because it
puts together data that are affected (Amelia albite at
room temperature) and essentially unaffected (Amelia al¬
bite at 13 K) by thè swinging-arm effect.
96
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
The new reference values for (Al-O)" and (Si-O)" dis-
tances presented in Table 2 were estimated from thè spec-
imens asterisked in Table 1: thè values are 1.738 and 1.614
À, respectively, for low microcline, and 1.742 and 1.613 À,
respectively, for low albite, thè difference D" = (Al-O)" -
(Si-O)" being equal to 0.124 and 0.129 À in low microcline
and low albite, respectively. The Amelia low albite refined
by neutron diffraction at room temperature was included
among thè specimens employed to estimate (Al-O)" and
(Si-O)" distances, on thè assumption that neutron and X-
ray diffraction give similar accuracy for T-O distances in
alleali feldspar.
In principle, thè reference values proposed in this work
for thè (Al-O)" and (Si-O)" distances should be employed
for estimating thè Al contents of thè T sites in specimens
of K- and Na-rich feldspars used in structure determina-
tions at room temperature. This does not rule out thè fact
that thè values for thè (Al-O)" and (Si-O)" distances can be
used to determine Al contents in specimens worked at
non-ambient temperature. This can be done for thè sake of
comparison with thè corresponding data obtained at room
temperature (see thè section on methods), hearing in mind
that thè resulting Al contents are biased to different ex-
tents because of thè swinging-arm effect.
Hitherto thè values chosen for thè (Al-O)" and (Si-O)"
distances in alkali feldspars have been based on thè rough
T-O data obtained directly from structure refinements.
The individuai T-O distances could be corrected for
swinging-arm effect and other bonding perturbations be-
fore calculating thè values for (Al-O)" and (Si-O)" dis¬
tances: this procedure of normalization, however, is not
without its own difficulties and could introduce other un-
certainties.
CONCLUSIONS
The results obtained from investigation of pegmatitic
alkali feldspars used in structure determination include
(1) information on thè genetic conditions of thè specimen
and thè host rock, (2) structural details of phase transition
in K- and Na-rich feldspars, (3) unraveling of fine aspeets
of thè alkali feldspar structure, such as time-average or
space-average behavior of atomic displacements (4) esti¬
mate of Al-O and Si-O distances, which can be obtained
solely from essentially fully ordered specimens (e.g., low
microcline: Pellotsalo, 1 specimen, Prilep, 1 specimen,
Pikes Peak , 3 specimens; low albite: Amelia , 2 specimens)
and are necessary for formulating thè procedures for con-
verting (T-O) distances into tetrahedral Al contents in al¬
kali feldspars, (5) structural and metric data from essen¬
tially fully ordered (thè same above-mentioned speci¬
mens) and essentially fully disordered (e.g., high sanidine:
Back Claim 18-1 , 1 specimen of adularia) alkali feldspars,
needed to calibrate diagrams based on metric properties
for estimating Si, Al distributions.
Acknowledgments
We wish to thank Federico Pezzotta for his efficient di¬
rection of thè First International Workshop (honouring
Ettore Artini) on Petrology, Rare Minerals and Gem-
stones of Shallow-Depth Pegmatites, Milan, Italy, Sep-
tember 11 to 13, 1997, sponsored by thè Museo Civico di
Storia Naturale, Milan. Herbert Kroll kindly provided thè
data on thè Prilep amazonite. Thanks are also due to Mit-
suyoshi Kimata for information on thè Itrongay or-
thoclase at 121 K. Financial support was provided by thè
Ministero delPUniversità e della Ricerca Scientifica e Tec¬
nologica, Rome, through thè project “Relations between
structure and properties in minerals: analysis and applica-
tions”. Laboratory facilities and further funding were pro¬
vided by thè Institution with which thè authors are associ-
ated and by thè Centro di Studio per la Geodinamica
Alpina e Quaternaria del Consiglio Nazionale delle
Ricerche, Milan.
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100
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
APPENDIX: Table Al and Table A2
Table Al. Specimen description and geological occurrence, crystal dimensions, lattice constants, structural indicators
A (bc), A (b*c*), A(ay), and A(a*y*), Nor contents from V and a , discrepancy factors and number of diffrac-
tions used in structure refinement, (7-0) distances and derived Al contents of 7 sites for K-rich feldspars
from granitic pegmatites.
(a) room-temperature crystal structures of naturai K-rich feldspars
Pellotsalo low microcline (B.E. Brown & Bailey, 1964)
Specimen
No. SM4709 in thè Helsinki collection, supplied by J.R. Gold-
smith.
Occurrence
Brown & Bailey (1964) described thè specimen as being from a
granitic body on Pellotsalo, an island in Lake Ladoga, Russia.
Crystal dimensions
0.15 x 0.20 x 0.25 mm.
Lattice constants
a = 8.560(4), b = 12.964(7), c = 7.215(3) À,
a = 90.66(8), (3 = 1 15.84(8), y = 87.70(8)°,
V = 720.0 À3,
a* = 0.12990, b* = 0.07720, c* = 0.15400 À"1,
a* = 90.38, (3* = 64.17, y* = 92.23°,
V* = 0.0013888 A"3
(originai data);
a = 8.567, b = 12.964, c = 7.221 À,
a = 90.660, (3 = 1 15.935, y = 87.703°,
V = 720.6 À3,
a * = 0.12990, b* = 0.07720, c* = 0.15400 A'1,
a* = 90.38, (3* = 64.07, y* = 92.23°,
V* = 0.0013877 À“3
(corrected from originai data: see Blasi et al., 1987a).
Structural indicators
A (bc) = 0.951, A (b*c*) = 0.998,
A(ay) = 0.985, A(a*y*) = 0.985
(from originai set of lattice constants);
A (bc) = 0.993, A (b*c*) = 0.998,
A(ay) = 0.985, A(a*y*) = 0.985
(from corrected set of lattice constants).
Compositions from V and a
Nor from V: 0.929 (eq. 3), 0.930 (eq. 8),
Nqf from a: 0.920 (eq. 9)
(from originai set of lattice constants);
N0r from V: 0.945 (eq. 3), 0.947 (eq. 8),
N0r from a: 0.939 (eq. 9)
(from corrected set of lattice constants).
Discrepancy factor and number of diffractions used in struc¬
ture refinement
R = 0.104, No. of \Fo\ = 2341
(from Weissenberg photographs).
Mean T-0 distances
(71 o-O) = 1.7408(24), <71m-0> = 1.6140(24),
(720-0) = 1 .6105(24), <T2m-0> = 1 .61 15(24) À.
Al contents from T-0 distances
tlo= 1.022(20), tlm = 0.000(20),
t2o = -0.029(20), t2m = -0.021(20), tot = 0.972(42),
tlo + tlm = 1.022(28), tlo-tlm= 1.022(28).
Pellotsalo low microcline (Blasi et al., 1987a)
Specimen
No. SM4709 in thè Helsinki collection, supplied by S.W. Bailey.
Occurrence
Blasi et al. (1987a) described thè specimen as being from a
granitic pegmatite body at Sortavalan Pit, island of Pellotsalo,
near thè northem coast of Lake Ladoga, westemmost Russia.
Crystal dimensions
0.04 x 0.14 x 0.18 mm.
Lattice constants
a = 8.5714(3), b = 12.9646(4), c = 7.2217(2) À,
a = 90.636(3), |3 = 1 15.949(2), y = 87.679(3)°,
V = 720.99(3) A3,
a* = 0.129850(4), b* = 0.077199(2), c* = 0.154001(4) A-1,
a* = 90.423(3), (3* = 64.055(2), y* = 92.272(3)°,
V* = 0.00138698 À~3.
Structural indicators
A (bc) = 0.996, A (b*c*) = 0.996,
A(ay) = 0.995, A(a*y*) = 0.995.
Compositions from V and a
Nor from V: 0.956 (eq. 3), 0.958 (eq. 8),
Nor from a: 0.951 (eq. 9).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc¬
ture refinement
R = 0.027, wR = 0.030, No. of \Fo\ = 1232.
Mean T-0 distances
<71o-0>= 1 .7378(15), <71m-0)= 1.6128(11),
(72o-0> = 1 .6140(14), <72m-0>= 1.6137(14) À.
Al contents from T-0 distances
tlo = 0.998(12), tlm = -0.010(9),
t2o = 0.000(1 1), t2m = -0.002(11), tot = 0.986(22)
tlo + tlm = 0.988(15), tlo - tlm = 1.008(15).
Prilep low microcline (Strob, 1983)
Specimen
A crystal fragment from an amazonite.
Occurrence
From a granitic pegmatite, sampled in a quarry called Caniste
II, near Prilep, Macedonia.
Crystal dimensions
0.170 x 0.110 x 0.125 mm.
Lattice constants
a = 8.5756(8), b = 12.9635(6), c = 7.221 1(5) À,
a = 90.678(5), (3 = 1 15.940(4), y = 87.646(5)°,
V = 721.27(13) À3,
a* = 0.129778, b* = 0.077207, c* = 0.154002 À~] ,
a* = 90.391, (3* = 64.065, y* = 92.288°,
V* = 0.00138645 À~3.
Structural indicators
A (bc) = 0.995, A (b*c*) = 1 .000,
A(ay) = 1 .009, A(a*y*) = 1 .010.
Compositions from V and a
N0r from V: 0.964 (eq. 3), 0.965 (eq. 8),
Nor from a: 0.962 (eq. 9).
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
101
Table Al. Continued
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc-
ture refinement
R = 0.0240, wR = 0.0265, No. of \Fo\ = 3600.
Mean T-O distances
<: T\o-0)= 1 .7385(4), (Tlm-O) = 1.6134(4),
(Tlo-O) = 1.6143(4), (Tlm-O) = 1.6151(4) À.
Al contents from T-O distances
tlo = 1.004(3), tlm = -0.005(3),
t2o = 0.003(3), t2m = 0.009(3), tot = 1 .01 1(6)
tlo + tlm = 1.000(4), tlo -tlm= 1.009(4).
Pikes Peak low microcline (Blasi et al., 1984b)
Specimen
Two crystal fragments, 7813A and 7813B, from a white to
colorless microcline overgrowth (specimen 7813) on deep
blue-green amazonite (specimen 7816).
Occurrence
From thè “Ray Ziegler” pocket in a pegmatite of Crystal Peak,
Pikes Peak batholith. Colorado, U.S.A.
Crystal dimensions
7813A: 0.32 x 0.08 x 0.03 mm;
7813B: 0.23 x 0.06 x 0.05 mm.
Lattice constants
7813:
a = 8.5759(12), b = 12.9663(14), c = 7.2220(8) À,
a = 90.653(12), B = 1 15.934(8), y = 87.654(10)°,
V= 721.58(10) A3,
a* = 0.129767(20), b* = 0.077190(8), c* = 0.153975(15) A'1 ,
a* = 90.415(12), p* = 64.070(9), y* = 92.291(1 1)°,
V= 0.00138586 À“3
(from X-ray powder diffractometer data; adopted to calcitiate in-
teratomic distances and angles for fragments 7813A and 7813B);
78 13 A:
a = 8.5732(4), b = 12.9668(4), c = 7.2227(3) À,
a = 90.658(3), p = 1 15.917(3), y = 87.626(3)°,
V = 721.54(3) A3,
a* = 0.129792(6), b * = 0.077188(2), c* = 0.153937(5) A”1 ,
a* = 90.422(3), p* = 64.088(3), y* = 92.320(3)°,
V = 0.00138594 A"3;
7813B:
a = 8.5724(7), b = 12.9642(8), c = 7.2231(6) A,
a = 90.647(6), B = 1 15.946(6), y = 87.641(6)°,
V = 721.19(6) A3,
a* = 0.129834(1 1), b * = 0.077203(5), c* = 0.153968(9) A”1 ,
a* = 90.429(6), p* = 64.058(6), y* = 92.309(6)°,
V= 0.00138659 À~3.
Structural indicators
7813:
A (bc) = 0.995, A (b*c*) = 0.998,
A(ay) = 1 .006, A(a*y*) = 1 .006;
7813A:
A (bc) = 0.998, A (b*c*) = 1 .007,
A(ay) = 1 .018, A(a*y*) = 1.018;
7813B:
A (bc) = 1 .007, A (b*c*) = 1 .007,
A(ay) = 1 .012, A(a*y*) = 1.012.
Compositions from V and a
7813:
N0r from V: 0.973 (eq. 3), 0.974 (eq. 8),
Nqf from a: 0.963 (eq. 9);
7813A:
N0r from V: 0.971 (eq. 3), 0.973 (eq. 8),
- - -
N0r from a: 0.956 (eq. 9);
7813B:
N0r from V: 0.962 (eq. 3), 0.963 (eq. 8),
Nor from a: 0.953 (eq. 9).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc-
ture refinement
7813A: R = 0.033, wR = 0.033, No. of \Fo\ = 1236;
7813B: R = 0.031 , wR = 0.034, No. of \Fo\ = 1201.
Mean T-O distances
7813A: <Tlo-0) = 1.7372(15), (Tlm-O) = 1.6152(15),
(T2o-0) = 1.6120(15), {Tlm-O) = 1.6142(15) A;
7813B: <rio-0)= 1 .7385(15), (Tlm-O) = 1.6120(14),
{Tlo-O) = 1.6152(15), (Tlm-O) = 1.6135(15) A.
Al contents from T-O distances
7813A: tlo = 0.994(12), tlm = 0.010(12),
t2o = -0.016(12), t2m = 0.002(12), tot = 0.990(24),
tlo + tlm = 1 .004(17), tlo - tlm = 0.984(17);
7813B: tlo = 1.004(12), tlm = -0.016(1 1),
t2o = 0.010(12), t2m = -0 ,004( 1 2) , tot = 0 .994(24) ,
tlo + tlm = 0.988(17), tlo - tlm = 1 .020(17).
Pikes Peak low microcline (Blasi & De Poi Blasi, 1994)
Specimen
A third fragment, 7813C, from a white to colorless microcline
overgrowth (specimen 7813) on deep blue-green amazonite
(specimen 7816).
Occurrence
See thè occurrence in thè preceding section.
Crystal dimensions
0.14 x 0.06 x 0.02 mm.
Lattice constants
a = 8.5733(1), b = 12.9627(3), c = 7.2227(1) A,
a = 90 .675(2) , J3 = 1 15.934(1), y = 87.601 ( 1 )° ,
V= 721.20(2) A3,
a* = 0.12981 1(2), b* = 0.077214(2), c* = 0.153960(3) À~> ,
a* = 90.416(2), p* = 64.071(1), y* = 92.340(1)°,
V = 0.00138658 À~3.
Structural indicators
A (bc) = 1 .008, A (b*c*) = 1 .014,
A(ay) = 1 .029, A(a*y*) = 1 .029.
Compositions from V and a
Nor from V : 0.962 (eq. 3), 0.964 (eq. 8),
Nor from a: 0.956 (eq. 9).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc-
ture refinement
Refinement (a), 20(MoXa) range = 3 - 60°:
R = 0.016, wR = 0.018, No. of \Fo\ = 1788;
refinement (b), 20(MoA'a) range = 3 - 100°:
R = 0.019, wR = 0.020, No. of \Fo\ = 4948.
Mean T-O distances
Refinement (a):
(Tlo-O) = 1.7388(4), (Tlm-O) = 1.6122(4), ^
(Tlo-O) = 1.6141(4), (Tlm-O) = 1.6159(4) A;
refinement (b):
(Tlo-O) = 1.7391(2), <Tlm-0>= 1.6129(3),
(Tlo-O) = 1.6142(3), (Tlm-O) = 1.6158(3) A.
Al contents from T-O distances
Refinement (a):
tlo = 1.007(3), tlm = -0.014(4),
t2o = 0.000(3), t2m = 0.015(3), tot = 1 .008(7),
102
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
Table Al. Continued
tlo + tlm = 0.992(5), tlo - tlm = 1 .021(5);
refinement (b):
1 1 o = 1 .009(2) , 1 1 m = -0 .009(2) ,
t2o = 0 .002(2) , t2m = 0 .0 1 4(2) , tot = 1 .0 1 6(4) ,
tlo + tlm = 1 .000(3), tlo - tlm = 1 .017(3).
Khibiny low microcline (Borutskiy et al., 1985)
Specimen
Crystal fragment No. 1667.
Occurrence
From a pegmatite in thè pyroxene rischorrites of thè “Eudialyte
Ridge” on Mt. Kukisvumchorr, Khibiny massif, Kola
Peninsula, Russia.
Crystal dimensions
Spherical crystal, diameter 0.5 mm.
Lattice constante
a = 8.590(3), b = 12.962(5), c = 7.220(3) À,
a = 90.50(3), 6 = 1 15.95(3), y = 87.83(2)°,
V = 722.3(5) A3,
a* = 0.12956, b* = 0.07721, c* = 0.15404 A’1,
a* = 90.50, p* = 64.05, y* = 92.17°,
V= 0.0013845 À“3
(a* corrected from originai data).
Structural indicators
A (bc) = 0.991 , A(b*c*) = 0.991,
A(ay) = 0.930, A(oi*y*) = 0.930.
Compositions from V and a
N0r from V: 0.994 (eq. 3), 0.996 (eq. 8),
Nor from a: 1 .001 (eq. 9).
Discrepane^ factor and total number of diffractions measured
R = 0.036, No. of \Fo\ = 3371.
Mecin T-0 distane e s
(T\o-0)= 1.7340(1 l),<7ìm-0> = 1.6155(10),
(T2o-0) = 1 .6133(10), <72m-0>= 1.6150(10) À.
Al contents from T-0 distances
tlo = 0.968(9), tlm = 0.012(8),
t2o = -0.006(8), t2m = 0.008(8), tot = 0.982(17),
tlo + tlm = 0.980(12), tlo - tlm = 0.956(12).
Spencer U intermediate microcline (Bailey, 1969; also Bai-
ley & Taylor, 1955)
Specimen
Several crystal fragments from specimen U in thè suite of al-
kali feldspars described by Spencer (1937). Later, thè specimen
was designated as Spencer U.
Occurrence
From thè mica-bearing pegmatite of Kodarma, Bihar, India.
Crystal dimensions
Cube No. 1: 0.17 x 0.17 x 0.17 mm;
cube No. 4: 0.12 x 0.12 x 0.10 mm
(combined data from thè two feldspar cubes were used in
structure refinement).
Lattice constants
a = 8.5784, b = 12.9600, c = 7.21 12 À,
a = 90.300,6= 1 16.033, y = 89.125°,
V= 720.29 A3,
a* = 0.129748, b* = 0.077170, c* = 0.154332 A"1,
a* = 90.093, p* = 63.968, y* = 90.827°,
V= 0.00 138834 À~3
(from Bailey & Taylor, 1955, subsequently modified by Bailey,
1969: weighted average of data from six feldspar cubes; V not
given in originai data);
a = 8.578(4), b = 12.957(3), c = 7.213(1) A,
a = 90.25(2), B = 1 16.03(2), y = 89.23(3)°,
V = 720.3(3) A3,
a* = 0.12975, b* = 0.07719, c* = 0.15429 A”1,
a* = 90.10, p* = 63.97, y* = 90.74°,
V = 0.0013883 À“3
(from Wright & Stewart, 1968: X-ray powder diffractometer
data; see also Stewart & Wright, 1974).
Structural indicators
A (bc) = 0.935, A (b*c*) = 0.902,
A(ocy) = 0.376, A(a*y*) = 0.376
(from Bailey’s, 1969, set of lattice constants);
A (bc) = 0.954, A (b*c*) = 0.921 ,
A(ay) = 0.333, A(oc*y*) = 0.333
(from Wright & Stewart’s, 1968, set of lattice constants).
Compositions from V and a
N0r from V: 0.936 (eq. 3), 0.937 (eq. 8),
Nor from a: 0.970 (eq. 9)
(from Bailey’s, 1969, set of lattice constants);
N0r from V: 0.937 (eq. 3), 0.938 (eq. 8),
Nor from a: 0.969 (eq. 9)
(from Wright & Stewart’s, 1968, set of lattice constants).
Discrepancy factor and number of diffractions used in struc¬
ture refìnement
R = 0.080, No. of \Fo\ = 2124
(intensity data by Bailey & Taylor, 1955, from Weissenberg
photographs obtained from feldspar cubes No. 1 and No. 4;
structure refìnement by Bailey, 1969).
Mean T-0 distances
< Tlo-O > = 1.6942(25), <71m-0> = 1.6425(25),
(TIo-O) = 1.6185(25), (Tlm-O) = 1.6160(25) A.
Al contents from T-0 distances
tlo = 0.655(18), tlm = 0.247(19),
t2o = 0.039(21), t2m = 0.017(21), tot = 0.959(25),
tlo + tlm = 0.903(21), tlo - tlm = 0.408(30).
Adamello P17C high microcline (Dal Negro et al, 1978,
1980; De Pieri, 1979)
Specimen
Crystal fragment P17C from specimen PI 7.
Occurrence
From a tourmaline-muscovite-bearing pegmatite dyke, on thè
trail between thè upper Malga Fazzon and Malga Artuic,
Adamello massif, Northern Italy (see Callegari et al., 1974).
Crystal dimensions
Not given.
Lattice constants
a = 8.568, b = 12.980, c = 7.201 A,
a = 90.07, B = 1 16.03, y = 89.75°,
V= 719.6 A3,
a* = 0.12989, b* = 0.07704, c* = 0.15455 A”1,
a* = 90.04, p* = 63.97, y* = 90.24°,
V= 0.0013897 A"3
(from De Pieri, 1979: thè precision is about 3 parts in 10,000
for celi edges and 0.03° for celi angles; V not given in thè
originai data. See also Dal Negro et al., 1980).
Structural indicators
A (bc) = 0.816, A (b*c*) = 0.789,
A(ay) = 0.107, A(a*y*) = 0.107.
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
103
Table Al. Continued
Compositions from V and a
N0r from V: 0.917 (eq. 3), 0.918 (eq. 8), N0r from a: 0.942 (eq.
9).
Discrepancy factor and number of diffractions used in struc-
ture refìnement
R = 0.032, No. of \Fo\ = 1738.
Mean T-O distances
(Tlo-O) = 1 .6690(10), <7ìm-0>= 1.6538(10),
{Tlo-O) = 1.6230(10), {Tlm-O) = 1.6217(10) À.
Al contents from T-0 distances
tlo = 0.462(7), tlm = 0.343(7),
t2o = 0.081(8), t2m = 0.070(8), tot = 0.955(8),
tlo + tlm = 0.804(8), tlo - tlm = 0.1 19(11).
Himalaya “ordered orthoclase” (Prince et al., 1973)
Specimen
A cleavage fragment from a gem-quality overgrowth, up to 1
cm thick, on orthoclase perthites.
Occurrence
From a granitic pegmatite at thè Himalaya tourmaline mine in
thè Mesa Grande pegmatite district, San Diego County, Cali¬
fornia, U.S.A.
Crystal dimensions
19 mm3 (weight 48.356 mg and density 2.563 g/cm3).
Lattice constants
a = 8.5632(1 1), b = 12.9633(14), c = 7.2099(1 1) À,
p= 116.073(9)°, V= 718.90(11) À3,
a* = 0.130009, b* = 0.077141 , c* = 0.154412 A-1,
p* = 63.927°, V = 0.00139101 À~3
(from Guinier-Hagg X-ray powder data; b corrected from
originai data, see Horsky & Martin, 1977, Table 2).
Structural indicators
Albe) = 0.918, A (b*c*) = 0.869.
Compositions from V and a
Nqf from V: 0.891 (eq. 2), 0.883 (eq. 6),
Nor from a: 0.894 (eq. 7).
Discrepancy factor s and number of diffractions used in neutron
structure refìnement
R = 0.031, wR = 0.03494, No. of \Fo\ = 721.
Mean T-0 distances
<n-0>= 1.6675(9), (72-0) = 1.6163(8) À.
Al contents from Si, Al site refìnement of neutron data
tl = 0.516(29), t2 = -0.016(29).
Al contents from T-0 distances
tl = 0.450(6), t2 = 0.020(7), tot = 0.940(9),
2tl =0.900(7).
Khibiny adularla (Borutskiy et ai, 1985)
Specimen
Crystal fragment No. 1481/E.
Occurrence
From a pegmatite in massive urtites from thè Material’ naya
shaft in thè Yakspor apatite deposit, Khibiny massif, Kola
Peninsula.
Crystal dimensions
Spherical crystal, diameter 0.4 mm.
Lattice constants
a = 8.564(2), b = 12.996(2), c = 7.201(1) À,
a = 90.00(2), 6 = 1 16.02(2), y = 90.00(2)°,
F= 720.3(3) A3,
a* = 0.12994, b* = 0.07695, c* = 0.15453 A-1,
a* = 90.00, p* = 63.98, y* = 90.00°,
V= 0.0013885 À-3.
Structural indicators
A (bc) = 0.777, A (b*c*) = 0.745.
Compositions from V and a
N0r from V : 0.926 (eq. 2), 0.914 (eq. 6),
Nor from a: 0.895 (eq. 7).
Discrepancy factor and total number of diffractions measured
R = 0.033, No. of \Fo\ = 3408.
Mean T-0 distances
(T\o-0) = 1 .6605(10), <71m-0> = 1.6628(10),
(Tlo-O) = 1.6267(8), (Tlm-O) = 1.6250(9) À.
Al contents from T-O distances
tlo = 0.383(7), tlm = 0.401(7),
t2o = 0.107(6), t2m = 0.092(7), tot = 0.984(6),
tlo + tlm = 0.784(8), tlo - tlm = -0.018(1 1).
Spencer C orthoclase (Colville & Ribbe, 1968; also Jones &
Taylor, 1 96 1 a, 1 96 1 b)
Specimen
Three crystal fragments from specimen C in thè suite of alkali
feldspars described by Spencer (1930, 1937). Later, thè speci¬
men was designated Spencer C.
Occurrence
From thè pegmatitic gem-washing residues at thè Mogok Ruby
mines, Northern Burma.
Crystal dimensions
First crystal: very nearly cubie in shape, with edge 0.4 mm;
second crystal: 0.14 x 0.14 x 0.42 mm;
third crystal: 0.32 x 0.26 x 0.35 mm
(combined data from thè three feldspar fragments were used in
structure refìnement).
Lattice constants
a = 8.5616(2), b = 12.9962(4), c = 7.1934(2) À,
p= 116.015(5)°, V= 719.294 À3,
a* = 0.129969, b* = 0.076946, c* = 0.154690 A"1,
p* = 63.985°, V= 0.00139024 À“3
(from Cole et al., 1949: Weissenberg data);
a = 8.561(2), b = 12.996(4), c = 7.192(2) À,
P = 116.01(10)°, V= 719.1 À3,
a* = 0.12997, b* = 0.07695, c* = 0.15471 A"1,
p* = 63.99°, V = 0.0013906 À“3
(from D.B. Stewart in Colville & Ribbe, 1968: X-ray powder
diffractometer data; V corrected from originai data);
a = 8.5607(1 1), b = 12.9924(15), c = 7.1921(7) À,
P= 116.018(10)°, V= 718.86(11) À3,
a* = 0.129986, b* = 0.076968, c* = 0.154721 A"1,
p* = 63.982°, V= 0.00139108 À~3
(from Wright & Stewart, 1968: X-ray powder diffractometer
data; see also Stewart & Wright, 1974).
Structural indicators
A (bc) = 0.725, A (b*c*) = 0.707
(from Cole et al.’ s, 1949, set of lattice constants);
A (bc) = 0.716, A (b*c*) = 0.702
(from D.B. Stewart’s set of lattice constants: in Colville &
Ribbe, 1968);
A (bc) = 0.726, A (b*c*) = 0.7 10
(from Wright & Stewart’s, 1968, set of lattice constants).
104
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
Table Al. Continued
Compositions from V and a
N0r from V: 0.901 (eq. 2), 0.892 (eq. 6),
Nor from a: 0.890 (eq. 7)
(from Cole et al' s, 1949, set of lattice constants);
N0r from V: 0.896 (eq. 2), 0.888 (eq. 6),
Nor from a: 0.889 (eq. 7)
(from D.B. Stewart’s set of lattice constants: in Colville &
Ribbe, 1968);
Nor from V: 0.890 (eq. 2), 0.882 (eq. 6),
Nor from a: 0.888 (eq. 7)
(from Wright & Stewart’s, 1968, set of lattice constants).
Discrepancy factor and number of dijfractions used in struc-
ture refmement
R = 0.054, No. of \Fo\ = 465
(intensity data by Jones & Taylor, 196 la, 1961b from Weis-
senberg photographs; structure refinement by Colville &
Ribbe, 1968).
Mean T-0 distances
<7Ì- 0> = 1.6555(28), (Tl-O) = 1.6283(26) À.
Al contents from T-O distances
tl = 0.356(19), t2 = 0.128(21), tot = 0.968(15),
2tl =0.713(21).
Itrongay orthoclase (Rimata et al., 1996)
Specimen
A crystal fragment from a yellow, ferriferous orthoclase of
gem quality studied at 296 K (see also thè data collected at 121
K, Table Al-c).
Occurrence
From a miarolitic pegmatite at Itrongay, near Fianarantsoa,
Madagascar (see Coombs,1954).
Crystal dimensions
0.10 x 0.12 x 0.15 mm.
Lattice constants
a = 8.600(1), b = 13.005(1), c = 7.193(1) À,
(3 = 1 16.03(1)°, F = 722.9(1) À3,
a* = 0.12941, b* = 0.07689, c* = 0.15472 A"1,
|3* = 63.97°, V = 0.0013834 À“3.
Structural indicators
A (bc) = 0.670, A (b*c*) = 0.674.
Compositions from V and a
Nor from V: 1.000 (eq. 2), 0.978 (eq. 6),
Nor from a: 0.977 (eq. 7).
Discrepancy factors and number of dijfractions used in struc¬
ture refinement
R = 0.028, wR = 0.028, No. of \Fo\ = 910.
Mean T-0 distances
(71-0) = 1.6553(9), (72-0) = 1.6285(9) À.
Al contents from T-0 distances
tl = 0.354(6), t2 = 0.130(7), tot = 0.969(5),
2tl = 0.709(7).
Itrongay orthoclase (Nyfeler et al., 1998)
Specimen
A fragment from a crystal chip having a surface of 2-5 mm2
which was transparent and homogeneous when inspected
with thè optical microscope, and was obtained from a large
(several cm) yellowish K-feldspar crystal of gem quality
from Itrongay, Madagascar.
Occurrence
See thè preceding section on thè Itrongay orthoclase studied by
Rimata et al. (1996).
Crystal dimensions
Not given.
Lattice constants
a = 8.5820(6), b = 13.003(2), c = 7.1924(7) À,
(3 = 1 16.022(7)°, V= 721.3(1) À3,
a* = 0.129668, b * = 0.076905, c* = 0.154720 A"1,
p* = 63.978°, V = 0.00138649 À~3.
Structural indicators
A (bc) = 0 .70 1 , A(b *c *) = 0 .680 .
Compositions from V and a
N0r from V: 0.954 (eq. 2), 0.938 (eq. 6),
Nor from a: 0.936 (eq. 7).
Discrepancy factors and total number ofunique dijfractions
R 1 = 0.024, wR2( F2) = 0.0679, No. of \Fo\ = 784
(for definition of thè discrepancy factors see Sheldrick, 1993).
Mean T-0 distances
<71 -O) = 1 .6552(7), (72-0) = 1 .6289(8) A.
Al contents from T-0 distances
tl = 0.353(5), t2 = 0.133(7), tot = 0.971(4),
2tl = 0.706(6).
Rabb Canyon sanidine (Reefer & Brown, 1978)
Specimen
A crystal fragment consisting of an untwinned sanidine inter-
grown with a Pericline-twinned high albite in a criptoperthite.
Occurrence
From thè Rabb Canyon pegmatite, Grant County, New Mexico,
U.S.A. The pegmatite occurs in porphyry that is thè vent facies
of a rhyolite dome, and thè cryptoperthite occurs in a matrix of
coarsely crystalline quartz as clear, colorless single crystals
about 1 cm in diameter.
Crystal dimensions
0.34 x 0.20 x 0.14 mm.
Lattice constants
a = 8.558(1), b = 12.997(1), c = 7.179(1) A,
p = 116.07(1)°, V= 717.2 A3,
a* = 0.13009, b* = 0.07694, c* = 0.15507 A"1,
P* = 63.93°, V = 0.0013942 A"3.
Structural indicators
A (bc) = 0.627, A(b*c*) = 0.613.
Compositions from V and a
N0r from V: 0.842 (eq. 1), 0.820 (eq. 4),
Nor from a: 0.867 (eq. 5).
Discrepancy factors and number of dijfractions used in struc¬
ture refinement
R = 0.029, wR = 0.039, No. of \Fo\ = 924.
Mean T-0 distances
<71 -O) = 1.6510(7), (72-0) = 1.6378(7) A.
Composition from K,Na site refmement ofX-ray data
N0r = 0.65(2).
Al contents from T-O distances
tl = 0.303(5), t2 = 0.195(5), tot = 0.997(2),
2tl =0.606(5).
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
105
Table Al. Continued
Buck Claim adularla (Ferguson et al., 1991)
Specimen
Four crystals of adularla, Buck-18-I, Buck-18-II, Buck-18-III,
and Buck-18-IV, from specimen Buck- 18.
Occurrence
From thè quartz core of an Archean granitic pegmatite at thè
Buck Claim, Bemic Lake, southeastem Manitoba, Canada.
Crystal dimensions
Buck-18-I: 0.24 x 0.18 x 0.16 mm;
Buck-18-II: 0.28 x 0.16 x 0.14 mm;
Buck-18-III: 0.22 x 0.16 x 0.14 mm;
Buck-18-IV: 0.18 x 0.14 x 0.12 mm.
Lattice constants
Buck- 18-1:
a = 8.603(2), b = 13.036(4), c = 7.174(2) À,
p = 116.03(2)°, V = 722.9(3) À3,
a* = 0.12936, b* = 0.07671, c* = 0.15513 A"1,
p* = 63.97°, V= 0.0013832 À~3;
Buck- 18-11:
a = 8.608(3), b = 13.041(5), c = 7.180(1) À,
P = 115.98(2)°, V= 724.5(4) À3,
a* = 0.12923, b* = 0.07668, c* = 0.15493 A"1,
P* = 64.02°, V= 0.0013802 À~3;
Buck-18-IH:
a = 8.61 1(2), b = 13.046(5), c = 7.175(3) À,
p= 1 16.01(2)°, V = 724.4(4) À3,
a* = 0.12922, b * = 0.07665, c* = 0.15508 A"1,
p* = 63.99°, V = 0.0013805 À“3;
Buck-18-IV:
a = 8.606(2), b = 13.017(4), c = 7.185(2) À,
p = 1 1 5 .97(2)° , V = 723 .6(3) À3 ,
a* = 0.12925, b* = 0.07682, c* = 0.15481 A"1,
p* = 64.03°, V = 0.0013819 À-3.
Structural indicators
Buck- 18-1: A (bc) = 0.492, A (b*c*) = 0.486;
Buck- 18-11: A (bc) = 0.518, A (b*c*) = 0.518;
Buck-18-III: A (bc) = 0.472, A (b*c*) = 0.469;
Buck-18-IV: A (bc) = 0.615, A (b*c*) = 0.617.
Compositions from V and a
Buck- 18-1: N0r from V : 0.992 (eq. 1), 0.962 (eq. 4),
Nor from a: 0.980 (eq. 5);
Buck- 18-11: N0r from V: 1.037 (eq. 1), 1 .005 (eq. 4),
N0r from a\ 0.993 (eq. 5);
Buck-18-III: N0r from V: 1.033 (eq. 1), 1.001 (eq.4),
Nor from a: 1 .001 (eq. 5);
Buck-18-IV: N0r from V: 1.011 (eq. 1), 0.980 (eq. 4),
Nor from a: 0.988 (eq. 5).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc-
ture refinement
Buck- 18-1: R = 0.058, wR = 0.061, No. of \Fo\ = 1799;
Buck-18-II: R = 0.042, wR = 0.044, No. of \Fo\ = 978;
Buck-18-III: R = 0.058, wR = 0.061, No. of |Fo| = 2201;
Buck-18-IV: R = 0.056, wR = 0.059, No. of \Fo\ = 1724.
Mean T-O distane e s
Buck- 18-1: (71-0)= 1.6400(12), (72-0) = 1.6423(14) A;
Buck- 18-11: <H-0>= 1.6443(13), <72-0) = 1.6400(14) A;
Buck-18-ffl: <n-0>= 1.6460(1 1),<72-0> = 1.6390(11) A;
Buck-18-IV: (Fl-O) = 1.6493(12), (72-0) = 1.6348(14) À.
Al contents from T-O distances
Buck- 18-1: tl = 0.240(10), t2 = 0.259(9), tot = 0.997(2),
2tl =0.479(12);
Buck- 18-11: tl = 0.267(9), t2 = 0.231(10), tot = 0.995(2),
2tl =0.533(10);
Buck-18-III: tl =0.277(7), t2 = 0.219(8), tot = 0.994(2),
2tl =0.555(8);
Buck-18-IV: tl = 0.307(8), t2 = 0.185(1 1), tot = 0.984(4),
2tl =0.613(10).
(b) room-temperature crystal structures of pre-heated K-rich feldspars
.
Itrongay high sanidine (Nyfeler et al., 1998)
Specimen
Another fragment from thè same crystal chip as that described
in thè section on thè Itrongay orthoclase studied by Nyfeler et
al. (1998) (see Table 1-a), after heating to 900 °C for 672
hours.
1
Occurrence and Crystal dimensions
See thè section on thè Itrongay orthoclase studied by Nyfeler et
al. (1998) in Table 1-a.
Lattice constants
a = 8.568(2), b = 13.030(2), c = 7.1745(9) À,
p= 115.99(1)°, V= 720.0(2) À3,
a* = 0.129844, b * = 0.076746, c* = 0.155064 A-1,
p* = 64.010°, V = 0.00138895 À~3.
Structural indicators
A(bc) = 0.51 1 , A(b*c*) = 0.519.
Compositions from V and a
N0r from V : 0.91 1 (eq. 1), 0.886 (eq. 4),
Nor from a: 0.892 (eq. 5).
Discrepancy factors and total number of unique diffractions
RI = 0.0253, wR2(F2) = 0.0717, No. of \Fo\ = 789
(for defìnition of thè discrepancy factors see Sheldrick, 1993).
Mean T-O distances
<! 71-0 > = 1.6442(7), (72-0) = 1.6384(8) À.
Al contents from T-O distances
tl = 0.272(5), t2 = 0.224(7), tot = 0.992(2),
2tl =0.545(6).
Spencer C high sanidine (Ribbe, 1963; also Cole et al., 1949)
Specimen
Spencer's (1937) specimen C heated to 1075 °C for 300 hr.
Occurrence
See thè section on thè Spencer C orthoclase in Table A 1-a.
Crystal dimensions
Equi-dimensional crystal fragment approximately 0.2 mm on
edge.
Lattice constants
a = 8.5642(2), b = 13.0300(4), c = 7.1749(2) À,
p = 115.994(5)°, V= 719.654 À3,
a* = 0.129907, b* = 0.076746, c* = 0.155061 A-1,
p* = 64.006°, V= 0.00138954 À“3
(from Cole et al., 1949).
Structural indicators
A (bc) = 0.5 14, A (b*c*) = 0.520.
106
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
Table Al. Continued
Compositions from V and a
N0r from V: 0.903 (eq. 1), 0.878 (eq. 4),
Nor from a: 0.882 (eq. 5).
Discrepancy factor and number of diffractions used in struc-
ture refìnement
R = 0.099, No. of |Fc| = 737
(intensity data by Cole et al., 1949, from Weissenberg photo-
graphs; structure refìnement by Ribbe, 1963).
Mean T-0 distances
<7ì-0> = 1 .6445, <72-0) = 1 .6398 À.
Al contents from T-0 distances
tl = 0.269, t2 = 0.229, tot = 0.995,
2tl =0.537.
Bedford high sanidine (Blasi et al., 1987a)
Specimen
A cleavage fragment of a perthitic coarsely cross-hatched low
microcline subjected to dry annealing at 1050 °C for 200 days.
Occurrence
Bedford County pegmatite district, Virginia, U.S.A.
Crystal dimensions
0.16 x 0.16 x 0.09 mm.
Lattice constants
a = 8.5646(2), b = 13.0334(3), c = 7.1747(2) À,
(3 = 1 15.984(2)°, V- 719.93(2) À3,
a* = 0.129889(3), b * = 0.076726(2), c* = 0.155052(3) A"1,
(3* = 64.016(2)°, V = 0.00138903 À~3.
Structural indicators
A (bc) = 0.504, A (b*c*) = 0.512.
Compositions from V and a
N0r from V: 0.910 (eq. 1), 0.885 (eq. 4),
Nor from a: 0.883 (eq. 5).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc¬
ture refìnement
R = 0.022, wR = 0.024, No. of \Fo\ = 817.
Mean T-0 distances
(7Ì-0) = 1.6428(8), (72-0) = 1.6398(9) À.
Al contents from T-0 distances
tl = 0.262(5), t2 = 0.236(7), tot = 0.996(1),
2tl =0.523(7).
(c) low-temperature crystal structures of naturai K-rich feldspars
Itrongay orthoclase at 121 K (Rimata et al., 1996)
Specimen, Occurrence and Crystal dimensions
The specimen was thè same as that used by Rimata et al. (1996).
See thè section on thè Itrongay orthoclase at 296 R in Table Al -a.
Lattice constants
a = 8.574(1), b = 13.006(1), c = 7.191(1) À,
(3= 1 16.07(1)°, V = 720.2(1) À3,
a* = 0.12984, b* = 0.07689, c* = 0.15481 A"1,
P* = 63.93°, V= 0.0013883 À~3.
Structural indicators
Albe) = 0.684, A (b*c*) = 0.649.
Compositions from V and a
Nor from V : 0.928 (eq. 2), 0.916 (eq. 6),
Nor from a: 0.918 (eq. 7).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc¬
ture refìnement
R = 0.044, wR = 0.042, No. of \Fo\ = 940.
Mean T-0 distances
<71-0> = 1.6602(13), (T2-0) = 1.6280(12) À.
Al contents from T-0 distances
tl = 0.379(9), t2 = 0.1 16(9), tot = 0.990(7),
2tl =0.758(10).
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
107
Table A2. Specimen description and geological occurrence, crystal dimensions, lattice constants, structural indicators
A(bc), A (b*c*), A(ay), and A(oc*y*), Nor contents from V and a , discrepancy factors and number of diffrac-
tions used in structure refinement, (T- O) distances and derived Al contents of T sites for Na-rich feldspars
from granitic pegmatites.
(a) room-temperature crystal structures of naturai Na-rich feldspars
Ramona low albite (Ribbe et al., 1969; also Ferguson et al.,
1958)
Specimen
No. 29 of a suite of plagioclase feldspars given by R.C. Em-
mons to W.H. Taylor.
Occurrence
Little Three mine, Ramona, San Diego County, California,
U.S.A., in a cavity in an albitized pegmatite.
Crystal dimensions
A fragment nearly equidimensional in aspect, with edge ~ 0.2-
0.3 mm.
Lattice constants
a = 8.138, b = 12.789, c = 7.156 A,
a = 94.33, (3= 1 16.57, y= 87.65°,
V = 664.2, À3,
a* = 0.13739, b* = 0.07842, c* = 0.15656 A”1 ,
a* = 86.33, (3* = 63.53,y* = 90.46°,
V* = 0.00 15056 A”3
(from Ferguson et al., 1958; a values were given in d10o, doto*
and «fa» as 0.005, 0.001, 0.002 A, and in a*, (3*, y* as 0.03,
0.03,0.03°).
Structural indicators
A (bc) = 0.959, A (b*c*) = 0.971 ,
A(ocy) = 1 .007, A(ot*y*) =1 .008.
Compositions from V and a
N0r from V : 0.007 (eq. 3), 0.025 (eq. 8),
Nor from a: 0.012 (eq. 9).
Discrepancy factor and number of diffractions used in struc¬
ture refinement
R = 0.068, No. of \Fo\ = 1994
(intensity data by Ferguson et al., 1958 from Weissenberg
photographs; structure refinement by Ribbe et al., 1969).
Mean T-O distances
(Tìo-O) = 1.7457(23), (Tìm-O) = 1.6102(23),
(Tlo-O) = 1 .6148(23), (T2m-0) = 1 .6122 À(23).
Al contents from T-0 distances
tlo = 1 .029(18), tlm = -0.021(18),
t2o = 0.013(17), t2m = -0.006(18), tot = 1 .016(36),
tlo + tlm = 1.008(26), tlo - tlm = 1.050(25).
1
Amelia low albite (Harlow & G.E. Brown, 1980)
Specimen
No. 6306 supplied by D.R. Waldbaum. Investigated by neutron
and X-ray diffraction methods.
Occurrence
From a granitic pegmatite at thè Rutherford mine in Amelia
County, Virginia, U.S.A.
Crystal dimensions
) X-ray:
a cleaved fragment with a volume of 2.04 x IO-1 mm- with
largest edge dimension of 0.4 mm;
neutron:
a clear glassy rhomb of cleavelandite habit with a volume of
15.4 mm3. -
Lattice constants
a = 8.142(2), b = 12.785(2), c = 7.159(2) A,
a = 94.19(2), (3 = 1 16.61(2), y= 87.68(2)°,
V = 664.5(9), A3,
a* = 0.13738, b* = 0.07843, c* = 0.15653 A"1,
a* = 86.48, (3* = 63.48, y* = 90.50°,
V* = 0.0015049 À~3
(from X-ray powder diffractometer data).
Structural indicators
A (bc) = 0.986, A (b*c*) = 0.983,
A(ay) = 0.995, A(a*y*) = 0.995.
Compositions from V and a
N0r from V: 0.01 1 (eq. 3), 0.028 (eq. 8),
Nor from a: 0.020 (eq. 9).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc¬
ture refinements
X-ray:
R = 0.040, wR = 0.035, No. of \Fo\ = 2441;
neutron:
R = 0.021, wR = 0.024, No. of \Fo\ = 1633.
Meati T-0 distances
X-ray:
(Tìo-O) = 1.7422(10), (Tìm-O) = 1.6070(10),
(T2o-0) = 1.6152(10), (T2m-0) = 1.6160(10) A;
neutron:
<7To-0> = 1 .7429(5), (7ìm-0> = 1.6087(4),
(T2o-0) = 1 .6141(4), (T2m-0) = 1.6156 À(4).
Al contents from Si, Al site refinement of neutron data
tlo = 0.970(19), tlm = 0.035,
t2o = 0.0, t2m = 0.0.
Al contents from T-0 distances
X-ray:
tlo = 1 .002(8), tlm = -0.047(8),
t2o = 0.018(8), t2m = 0.023(8), tot = 0.996(16),
tlo + tlm = 0.955(12), tlo - tlm = 1 .049(11);
neutron:
tlo = 1 .007(4), tlm = -0.033(3),
t2o = 0.008(3), t2m = 0.020(3), tot = 1 .002(7),
tlo + tlm = 0.973(5), tlo - tlm = 1 .040(5).
Rabb Canyon high albite (Keefer & G.E. Brown, 1978)
Specimen, Occurrence and Crystal dimensions
The specimen was thè same as that used by Keefer & G.E.
Brown (1978). See thè section on thè Rabb Canyon high
sanidine in Table Al -a.
Lattice constants
a = 8.144(2), b = 12.989(3), c = 7.160(2) A,
a = 92.10(2), (3 = 1 16.56(2), y = 90.21(2)°,
V= 676.9 A3,
a* = 0.13731 , b* = 0.07706, c* = 0.15629 A'1 ,
a* = 87.55, (3* = 63.41, y* = 88.72°,
V* =0.0014774 À~3.
Structural indicators
A (bc) = 0.525, A (b*c*) = 0.384,
A(ay) = -0.022, A(a*y*) = -0.024.
108
ACHILLE BLASI & CARLA DE POL BLASI
Table A2. Continued
Compositions from V and a
Nor from V : 0.136 (eq. 1), 0.121 (eq. 4),
Nor from a: -0.039 (eq. 5).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc-
ture refinement
R = 0.083, wR = 0.096, No. of |Fo| = 1698.
Mean T-0 distances
<: Tlo-O > = 1.6562(23), <7ìm-0> = 1.6567(23),
(Tlo-O) = 1.6378(20), (Tlm-O) = 1.6425(21) A.
Al contents from T-O distances
tlo = 0.314(16), tlm = 0.318(16),
t2o = 0.175(13), t2m = 0.209(13), tot = 1 .015(6),
tlo + tlm = 0.631(18), tlo - tlm = -0.004(26).
(b) room-temperature crystal structures of pre-heated Na-rich feldspars
Amelia high albite (Ribbe et al ., 1969; also Ferguson et al.,
1958)
Specimen
No. 31 in thè suite of feldspars described by Emmons et al.
(1953), supplied by R.C. Emmons. Fragment heated at a
temperature of 1065 °C for 16 days; optically free from
twinning.
Occurrence
From a granitic pegmatite near Amelia, Amelia County, Vir¬
ginia, U.S.A.
Crystal dimensions
About 0.1 mm on each edge.
Lattice constants
a = 8.149, b = 12.880, c = 7.106 À,
a = 93.37,p= 116.30,y=90.28o,
V= 667.1 A3,
a * = 0.13697, b * = 0.07782, c* = 0.15734 A"1,
a* = 86.10, p* = 63.63, y* = 88.02°,
V* =0.0014991 À~3
(from Ferguson et al., 1958; a values were given in d iqq, <A)10>
and dooi as 0.002, 0.001, 0.003 À, and in a*, P*, y* as 0.03,
0.03, 0.03°. V corrected from originai data).
Structural indicators
A(bc) = 0.468, A(b*c*) = 0.508,
A(ay) = -0.013, A(a*y*) = -0.01 1.
Compositions from V and a
Nor from V : 0.010 (eq. 1), 0.011 (eq. 4),
Nor from a: -0.027 (eq. 5).
Discrepancy factor and number of diffractions used in struc-
ture refìnement
R = 0.082, No. of \Fo\ = 1797
(intensity data by Ferguson et al., 1958 from Weissenberg
photographs; structure refinement by Ribbe et al., 1969).
Mean T-0 distances
(Tlo-O) = 1. 6475(30), (Tlm-O) = 1.6440(30),
(Tlo-O) = 1.6388(30), (Tlm-O) = 1.6432(30) À.
Al contents from T-0 distances
tlo = 0.281(19), tlm = 0.255(19),
t2o = 0.212(21), t2m = 0.249(21), tot = 0.997(3),
tlo + tlm = 0.536(22), tlo - tlm = 0.027(32).
(c) high-temperature crystal structures of pre-heated Na-rich feldspars
Amelia monalbite at 980 and 1060 °C (Winter et al., 1979;
also Duba & Piwinskii, 1974, and Okamura & Ghose, 1975a,
1975b)
Specimen
A fragment of Amelia albite, annealed between 1080 and 1111
°C for 133 days, which became monoclinic at 930 °C; used for
intensity data collection at 980 and 1060 °C.
Occurrence
See thè section on Amelia low albite in Table A2-a.
Crystal dimensions
Not given.
Lattice constants
At 980 °C:
a = 8.274(5), b = 12.991(6), c = 7.144(4) A,
a = 90.06(4), p = 1 16.13(4), y= 90.05(4)°,
V= 689.4(6) A3,
a* = 0.13462, b* = 0.07698, c* = 0.15591 A"1,
a* = 89.91, P* = 63.87,7* = 89.92°,
V* = 0.0014505 À“3;
at 1060 °C:
a = 8.297(5), b = 12.994(6), c = 7.144(5) A,
a = 90.03(4), p = 1 16.01(4), y= 89.99(4)°,
V= 692.2(6) A3;
a* =0.13411,0* = 0.07696, c* =0.15575 A-1,
a* = 89.97, p* = 63.99, y* = 90.00°,
V* =0.0014447 À“3.
Structural indicators
At 980 °C:
A (bc) = 0.420, A (b*c*) = 0.431,
A(ay) = -0.019, A(a*y*) = -0.019;
at 1060 °C:
A (bc) = 0.412, A (b*c*) = 0.460,
A(ocy) = 0.005, A(a*y*) = 0.005.
Compositions from V and a
At 980 °C:
Nor from V : 0.309 (eq. 1), 0.289 (eq. 4),
N0r from a: 0.248 (eq. 5);
at 1060 °C:
Nor from V: 0.351 (eq. 1), 0.331 (eq. 4),
Nor from a: 0.296 (eq. 5).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc¬
ture refinement
At 980 °C: R = 0.040, wR = 0.039, No. of \Fo\ = 863;
at 1060 °C: R = 0.044, wR = 0.041 , No. of \Fo\ = 355.
Mean T-0 distances
At 980 °C:
<7T-0> = 1.6470(9), (Tl-O) = 1.6367(9) A;
at 1060 °C:
(TX -O) = 1 .6447(33), (Tl-O) = 1 .6290(39) A.
CRYSTAL STRUCTURES OF ALKALI FELDSPARS FROM GRANITIC PEGMATITES: A REVIEW
109
Table A2. Continued
Al contents from T-0 distances
At 980 °C:
tl = 0.288(6), t2 = 0.206(7), tot = 0.988(2),
2tl = 0.577(7);
at 1060 °C:
tl = 0.306(21), t2 = 0.168(36), tot = 0.947(20),
2tl =0.612(26).
(d) low-temperature crystal structures of naturai Na-rich feldspars
Ramona low albite at 93 K (Williams & Megaw, 1964)
Specimen, Occurrence, Crystal dimensions. Lattice constants,
Structural indicators and Compositions from V and a
The specimen was thè same as that used by Ferguson et al.
(1958). Williams & Megaw (1964) used in their work thè lat¬
tice constants determined by Ferguson et al. (1958) at room
temperature for thè Ramona low albite (see thè relevant section
in Table A2-a).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc-
ture refinement
[100] projection: R = 0.111, No. of \Fo\ = 239;
[001] projection: R = 0.094, No. of \Fo\ - 258
(from Weissenberg photographs).
Mean T-0 distances
<: T\o-0 ) = 1.7370(60), <7ìm-0> = 1.6172(60),
(Tlo-O) = 1.6220(60), < Tlm-0 > = 1.6158(60) À.
Al contents from T-0 distances
tlo = 0.960(47), tlm = 0.030(42),
t2o = 0.064(40), t2m = 0.020(42), tot = 1 .074(77),
tlo + tlm = 0.990(62), tlo - tlm = 0.930(64).
Amelia low albite at 13 K (Smith et al., 1986)
Specimen
Supplied by G.E. Harlow and G.E. Brown, and investigated by
neutron diffraction.
Occurrence
See thè section on thè Amelia low albite in Table A2-a.
I
• Crystal dimensions
The crystal weighs 0.0264 g and has a volume of 10 mm3.
Lattice constants
a = 8.1 151(8), b = 12.7621(25), c = 7.1576(6) À,
a = 94.218(12), p = 1 16.803(8), y = 87.707(13)°,
V = 659.83 À3,
a* = 0.138064, b* = 0.078572, c* = 0.156833 A"1,
a* = 86.431, p* = 63.285, y* = 90.440°,
V* = 0.00151555 À-3.
Structural indicators
A (bc) = 1 .024, A (b*c*) = 0.980,
A(ay) = 0.985, A(a*y*) = 0.978.
Compositions from V and a
N0r from V: -0.073 (eq. 3), -0.027 (eq. 8),
Nor from a: -0.030 (eq. 9).
Discrepancy factors and number of diffractions used in struc
ture refinement
R(F2) = 0.0223, wR(F2) = 0.0298, No. of \Fo\ = 2662.
Mean T-0 distances
(Tlo-O) = 1.7433(3), (Tlm-O) = 1.6106(2),
(Tlo-O) = 1.6148(2), (Tlm-O) = 1.6165(2) À.
Al contents from Si, Al site refinement
Tlo: 0.997(4) Al; Tlm: 1.001(3) Si;
Tlo: 1.002(3) Si; Tlm: 1.006(4) Si.
Al contents from T-0 distances
tlo = 1.010(2), tlm = -0.018(2),
t2o = 0.013(2), t2m = 0.026(2), tot = 1.032(3),
tlo + tlm = 0.992(3), tlo - tlm = 1 .029(3).
Composition from Na site refinement
NAb = 0.972(1).
Memorie della Società Italiana di Scienze naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano
Volume XXX - pp.: 111-1 15, 2000
Geochemistry of yttrium with respect to thè rare-earth
elements in pegmatites
Carlo M, Gramaccioli*1 & Federico Pezzotta2
1 Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi, Via Botticelli 23, 20133 Milan, Italy
2 Museo Civico di Storia Naturale, Corso Venezia 55, 20121 Milan, Italy
Abstract - The geochemical behaviour of yttrium and of thè REEs in thè trivalent state is usually described on thè ba-
sis of differences in thè ionie radii; some aspeets of thè geochemistry of scandium are also explained in thè same way. How-
ever, thè trend observed for thè stability constants of thè complexes of these elements reported in thè literature does not
coincide exactly with that of thè ionie radii, and accounts for thè importance of covalent bonds and 4/electrons. For instance,
thè constants of fluoride complexes are about three orders of magnitude higher for Se than for any REE, and those of Y
are higher by a factor of two at least. Such data indicate that thè presence of thè fluoride ion or of other ligands should lead
to notable geochemical differentiation between Se and Y on one hand and thè REEs on thè other.
In minerals thè abundance ratios between Y and thè REEs around Dy, whose ionie radii are dose to that of Y, are sub-
ject to notable variation, instead of remaining Constant as they should have been if thè Chemical properties of these elements
were linked to thè ionie radius exclusively; furthermore, a very selective enrichment of scandium with respect to thè REEs
is observed in some particular minerals. Therefore, thè deviation of such abundance ratios from thè generai average, as well
as thè very presence of scandium minerals, could indicate a high activity of complexing factors in thè depositing fluids.
On examining some particularly evident examples of this situation in granitic pegmatites, thè observed paragenesis in-
deed suggests that whenever such abundance ratios in thè Y-, REE- and Sc-minerals are significantly different from thè av¬
erage a relevant concentration of thè fluoride ion was present in thè depositing Solutions. Examples of this kind are thè Ar-
vogno pegmatite (Vigezzo valley, NW Italy), thè Baveno miarolitic pegmatites (NW Italy), and thè amazonite-bearing peg¬
matites in thè Kola Peninsula.
Riassunto - Il comportamento geochimico deH’ittrio e degli elementi delle terre rare nello stato trivalente è normal¬
mente descritto sulla base delle differenze del raggio ionico; similmente sono spiegati alcuni aspetti del comportamento
geochimico dello scandio. Tuttavia, i trend osservati per le costanti di stabilità dei complessi di questi elementi riportati in
letteratura non coincidono esattamente con quelli stimati in base ai raggio ionici, e danno ragione dell’importanza dei lega¬
mi covalenti e della presenza degli elettroni 4f. In effetti, le costanti dei complessi con i fluoro sono circa tre ordini di
grandezza più alti per lo Se che per ogni REE, e quelle dell’Y sono superiori di almeno un fattore due. Questi dati indicano
che la presenza degli ioni fluoro o di altri elementi in grado di formare legami possono dar luogo a consistenti differenzi¬
azioni geochimiche tra Se e Y da una parte e REE dall’altra.
Nei minerali i rapporti delle abbondanze tra Y e REE attorno al Dy, i cui raggi ionici sono prossimi a quelli dell’Y, sono
soggetti a notevoli variazioni, invece di rimanere costanti come dovrebbero se le proprietà chimiche di questi elementi fos¬
sero esclusivamente legate ai raggi ionici; inoltre, un arricchimento molto selettivo in Se rispetto alle REE è osservabile in
alcuni particolari minerali. Quindi, la deviazione di questi rapporti di abbondanza dal valore generale, come anche la notev¬
ole presenza di minerali di scandio, potrebbe indicare una elevata attività di fattori complessanti nei fluidi dai quali i min¬
erali si sono depositati.
Esaminando alcuni campioni delle pegmatiti granitiche in cui questa situazione è particolarmente evidente, la parage-
nesi osservata indica infatti che quando questi rapporti di abbondanza nei minerali di Y, REE e Se differiscono in modo si¬
gnificativo dal valore normale, una concentrazione rilevante di ione fluoruro era presente nelle soluzioni dalle quali i mi¬
nerali cristallizzavano. Esempi di questo tipo sono nella pegmatite di Arvogno (Val Vigezzo, NW Italia), nelle pegmatiti mi-
arolitiche di Baveno (NW Italia), e nelle pegmatiti ad amazzonite della penisola di Kola.
Keywords: Y minerals. Se minerals, REE-minerals, fluoride complexes, granitic pegmatites.
* E-mail: carlo@rlO.terra.unimi.it
1 12
CARLO M. GRAMACCIOLI & FEDERICO PEZZOTTA
Introduction
The geochemical behaviour of yttrium and thè
REEs is a “classic” subject to explain thè fundamen-
tal importance of thè ionie radii in such respect.
Whereas thè radius of La3+ is notably larger than that
of Y3+, on increasing thè atomic number from Ce to
Lu inside thè REE group thè radii become smaller
due to thè well-known phenomenon of lanthanide
contraction. Such a contraction (from about 1.14 to
0.85 À at thè two extremes of thè series, according to
Ahrens, 1952) is notable and, as a consequence, thè
crystal structures of thè rare-earth compounds are
strongly influenced. For Dy and Ho thè ionie radius
almost equals that of Y, and as a consequence thè sep-
aration of these elements is very difficult, even in thè
laboratory.
Apart from thè effects of thè well-known geo¬
chemical differentiation from thè rest of thè REEs
involving Ce on one hand and Eu on thè other, due to
thè possibility of easily changing their oxidation state,
thè distribution of thè REEs in minerals is strongly
connected with thè particular crystal structure. A
common feature in many localities is thè association
of different REE-minerals: some of these show a
strong prevalence of thè lighter REEs (LREE), such
as Ce, La and Nd, and some others instead show pre-
dominance of thè heavier ones (HREE), such as Gd,
Dy, Er, and Yb. A typical example of such a situation
is thè couple of phosphates monazite (CeP04, with
notable amounts of La,Nd,etc.) and xenotime (YP04,
with notable amounts of Dy, Er,Yb,Gd). In spite of
their similar Chemical composition, thè crystal struc¬
tures of these two minerals are not thè same, and a
completely different symmetry is even implied, mon¬
oclinic for monazite and tetragonal for xenotime;
such a diversity in thè crystal structures can be rea-
sonably well explained on grounds of differences in
thè ionie radii, thè metal-oxygen distances being
shorter for xenotime than for monazite. The Chemical
behaviour of Y is dose to that of thè HREEs, and be-
cause Y is much more abundant in nature, almost all
thè HREE-minerals contain large amounts of Y,
which is thè prevailing element almost universally.
The exceptions are rare but, since they do exist (see
below), they also should be explained.
Since scandium lies immediately above Y in thè
same column of thè Periodic System, and owing to
thè lanthanide contraction, thè radii of thè heaviest
REEs approach that of Sc3+ (0.81 A), and it is even
slightly smaller. For this reason, Se in minerals would
be expected to accompany especially thè last terms of
thè REE series, such as Yb and Lu. Such a phenome¬
non does actually occur, for example, for thortveitite
(Sc2Si207), which quite often contains notable
amounts of REEs with a strong prevalence of thè
heaviest ones (Bianchi et al, 1988). However, as it
will be shown below, here also a number of “anom-
alous” cases needing appropriate explanation can be
observed.
The importance of complexes
The tendency of all these elements in forming
complexes is well known. For instance, a review by
Walker and Choppin (1967) reports thè stability con-
stants of thè complexes of Se, Y, and thè REEs with
thè fluoride ion, and similar data are also reported by
Brookins (1989); see also Gmelin (1980-1990).
Among these constants (see Table 1), thè first one Kj
= [MF2+]/[M3+][F ] is known for all thè elements here
considered, and a comparison between all of them in
thè same conditions (at 25°C and with a ionie
strength of 0.5) is particularly interesting. For in¬
stance, thè logarithm of K (on decimai basis) ranges
from about 2.69 (for La) to 3.47 (for Lu), thereby
showing a far greater ease of forming such complex¬
es by thè HREEs with respect to thè LREEs.The cor-
responding value for Se (about 6.18) provides dra-
matic difference between this element and all thè
REEs, including thè heaviest ones, thè value of K be¬
ing about three orders of magnitude as high; such an
argument accounts for thè possibility of a markedly
different geochemical behaviour of scandium with re¬
spect to thè REEs and Y whenever thè activity of lig-
ands such as thè fluoride ion is relevant.
An interesting remark of some historical value
based on thè microchemical behaviour of Se is due to
Artini (1915) who had thè problem of characterising
bazzite (Be3Sc2Si6018) for thè first time, as a unique
occurrence of a scandium minerai then discovered at
Baveno. According to a number of tests he had per-
formed at thè microscope, this element could be dis-
tinguished quite readily from most REEs (apparent-
ly including even thè heaviest terms, such as Yb) be-
cause a “doublé oxalate” was easily formed, which af-
forded nice small dodecahedral crystals. Turning to a
more modera interpretation of such qualitative tests,
here also evidence is provided for a much greater
tendency for Se to form complexes with respect to
any REE.
Table 1 - Reactions of complexing with fluoride ion.
M3+ +F -> MF2+
Kj =[MF2+]/ [M3+] [F ]
MF2+ + F" — ► MF2+
K2 =[MF2+]/ [MF2+] [F ]
etc.
M3+ +6F- -► MF63-
Values of thè equilibrium constants at 25°C.
GEOCHEMISTRY OF YTTRIUM WITH RESPECTTO THE RARE-EARTH ELEMENTS IN PEGMATITES
113
Data from Walker & Choppin (1967), at 25°C and
with ionie strength s— » 0, average from different au-
thors.The corresponding data within parentheses are
at thè same temperature, with s = 0.5
The variation of such stability constants is usually
considered to depend on thè ionie radius almost ex-
clusively, and thè same trend is more or less assumed
to hold, thè highest values corresponding to thè
smallest ions. However, if such an hypothesis were
true exactly, thè value of thè corresponding equilibri-
um Constant for Y should be thè same as that of Dy,
since thè ionie radius of Dy3+ and that of Y3+ are thè
same (0.92 À according to Ahrens, 1952). On thè con-
trary (see Table 1), these constants are notably differ¬
ent: for instance, in thè same conditions, that of Y is
about 2.2 times greater than that of Dy, and it is more
than twice as great as that of any REE, including thè
heaviest ones. Such data provide an evident demon-
stration that thè Chemical behaviour of these ele-
ments (in thè trivalent state) cannot be entirely ex-
plained on basis of thè ionie radii, and thè importance
of thè REE-exclusive 4f electrons in affecting cova-
lent bonds (such as those occurring in complexes) is
not negligible.
The different behaviour of Y with respect to Dy
and thè nearby elements has been investigated by a
number of researchers involved in thè separation and
purification processes of thè REEs, as well as ac-
tinides. These studies provide evidence that thè order
of thè different elements in elution processes from
columns of ion-exchange resins can be markedly
changed on adding some complexing agents. For an
exhaustive review of thè subject. see Gmelin’s Hand-
buch (1976), Part B2, 39, pp. 85-89. Springer, Berlin-
New York. Similar conclusions may be drawn with re¬
spect to other ligands occurring in nature, for which
reliable data are also provided (see, for instance:
Brookins, 1989): among such ligands, especially thè
carbonate, thè phosphate, chloride, sulphate, or even
thè hydroxyl ions could be important. It should be
noticed that thè most marked (and well documented)
differences between thè stability constants of thè Y
and REE complexes seem to be those involving thè
fluoride ion; in addition, here we are purposely limit-
ing our attention to granitic rocks, and therefore in
such acidic environments thè fluoride ion becomes by
far thè most important ligand.
Anomalous Y content in REE-minerals
Because thè radii of Dy3+ and Gd3+ practically co¬
incide with that of Y3+, if thè behaviour of Y with re¬
spect to thè REEs would depend on thè ionie radius
only, in any minerai thè abundance ratio of Y with re¬
spect to Dy or Gd should always be dose to thè cor¬
responding value in thè Earth’s upper crust (6.3 and
5.8 in weight, respectively, according to Taylor &
McLennan, 1985). However, in nature ampie devia-
tions are sometimes observed (see Table 2). For in¬
stance, these ratios were already noticed to vary ap-
preciably in a number of Alpine occurrences by Man-
nucci et al. (1986) and Demartin et al. (1991 and
1993).
In particular, Demartin et al. (1993) systematically
carried out an accurate Chemical and crystallograph-
ic investigation on a series of Alpine specimens of
gadolinite occurring either in fissures or in peg-
matites. For most of these samples, thè Y/Dy abun¬
dance ratio does not show any significant deviation
with respect to thè Earth’s crust average, although
thè average of such data (7.2 ± 0.4) seems to be sig-
nificantly high. However, for two pegmatites at Ar-
vogno, Val Vigezzo, thè values become notably high-
er, and thè same enrichment in Y is observed not on¬
ly for gadolinite but also for xenotime from thè same
locality. Therefore, in agreement with expectation
based on crystal-chemical grounds, such a selective
concentration of Y does not depend on thè nature of
thè particular minerai, but it should be ascribed in-
stead to substantial differences of composition in thè
fluid from which thè crystals were deposited. The
most reasonable hypothesis is that at Arvogno in
these fluids a notable concentration of a complexing
agent was present, and F (as thè fluoride ion) is thè
most likely candidate. Indeed, and differently from
most Alpine pegmatites containing notable amounts
of REE-minerals, thè Arvogno pegmatites are rich in
fluorite, which is present in small lumps closely asso-
ciated with thè REE-minerals (Albertini, 1988).
Table 2-Y/Dy ratio (weight) in samples of gadolinite
(1) and xenotime (2).
* according to Taylor & McLennan (1985).
8 material from Alpine fissures: from Demartin et al.( 1993).
§§ material from Alpine pegmatites: from Demartin et al.{ 1993).
+ from Miyawaki et al.{ 1984).
++from Nilssen (1973).
1 from Diella, Pezzotta & Gramaccioli (1997).
Trom Aleksandrova et al. (1966).
Trom Belolipetskii &Voloshin (1996).
#associated with monazite-(Nd);unproperly named as coming
from Clogstafelberg; it can be more rightly considered as hing-
ganite-(Y), due to low Fe.
The uncertainty of thè above reported data is about ±1, unless
specified otherwise.
114
CARLO M. GRAMACCIOLI & FEDERICO PEZZOTTA
Belolipetskii & Voloshin (1996) describe a group
of amazonite-bearing pegmatites in Kola Peninsula
remarkable for thè unusual presence of several REE-
minerals very rich in Yb, such as xenotime and thalen-
ite. In some instances, thè concentration of Yb be-
comes so great to give origin to two “proper” Yb-min-
erals, such as keivyite-(Yb) and hingganite-(Yb): es-
pecially for keivyite, these authors have noted a
marked “negative Y anomaly”: in other words, such
an anomaly exactly corresponds to a significant devi-
ation in thè Y/Dy abundance ratio from thè generai
average. The most likely way leading to formation of
Yb-rich minerals is not only that of selectively con-
centrating thè heaviest REEs, but in view of thè gen¬
erai much greater abundance of yttrium, large quanti-
ties of Y should also be removed, thè most plausible
mechanism being based on thè complexing action of
thè fluoride ion. And, indeed, these pegmatites con-
tain a very notable amount of fluorite, which is often
closely associated with these REE-minerals. Contrar-
ily to thè material from Arvogno, thè only reported
data concerning xenotime from Kola do not match
those of other REE-minerals such as thalenite; how-
ever, here a whole series of minerals with varying con-
centrations of Y and REE occur together and such a
complex geochemical situation could certainly be bet-
ter explained by a more detailed paragenetic study.
Examples of anomalous geochemical
BEHAVIOUR OF SC
The Se content in REE-minerals is often surpris-
ingly low, even in those strongly enriched in thè
HREEs. Further evidence for thè different geochem¬
ical behaviour of scandium with respect to thè REEs
is that Sc-rich species do not seem to contain particu-
larly high amounts of thè REEs, with thè only excep-
tion of thortveitite in some occurrences (especially
Norwegian: see Bianchi et al. , 1988, and below).
This situation is evident on examining thè data
which have been published so far for thè few known
examples of scandium minerals, such as for instance
kolbeckite (ScP04.2H20) from Utah (Larsen &
Montgomery, 1940; Mrose and Wappner, 1959), Aus¬
tria (Posti, 1981), and Italy (Palenzona & Bulgarelli,
1993), or bazzite from thè Alps (Huttenlocher et al .,
1954; Novacki and Phan, 1964) and from Kazakhstan
(Chistyakova et al., 1966). Such conclusions are con-
firmed by our own examination at an EDS-equipped
electron microscope of a remarkably extensive series
of samples of Sc-minerals from thè collections of
Museo Civico di Storia Naturale, or also found by
various collectors and kindly submitted to our atten-
tion. This series include specimens of such as bazzite,
cascandite CaScSi3080H, jervisite NaScSi206 (Melii¬
ni et al., 1982), and scandiobabingtonite Ca2FeSc-
Si50140H (Orlandi et al., 1998) from Baveno, or of
kolbeckite from Austria and Italy; in thè few cases
where it was possible to slightly damage thè speci¬
mens to get polished samples, a quantitative analysis
was also performed at thè ARL-SEMQ electron mi¬
croprobe of Centro CNR per la Geodinamica Alpina
e Quaternaria, located at thè Dept. of Earth Sciences
of thè University of Milan. For most of these miner¬
als, thè REEs are nearly always below thè detection
limit of our instruments (about 0.2%), and also Y is
particularly low (for a list of these data see Gramac-
cioli et al., 2000). Here, again, Fe and Mn, rather than
thè REEs, seem to substitute Se.
In line with such observations, Se is well known to
be a minor component of amphiboles, micas, pyrox-
enes, and especially of complex oxides (such as wol-
framites, ixiolites, and columbites) where it often re-
places iron (Phan, 1963); furthermore, in some REE-
minerals, where Se is instead particularly abundant,
such as perrierite from Kazakhstan (Semenov et al.,
1966), this element substitutes Fe and Ti rather than
thè REEs. This surprising situation is confirmed on
examining thè REE distribution, which shows a
marked prevalence of thè lighter terms such as Ce
and La instead of thè heaviest ones such as Yb, there-
by pointing out to crystal-chemical incompatibility of
thè site occupied by thè large REE ions with respect
to a much smaller ion such as Sc3+. Therefore, Se, like
other minor elements, shows a doublé geochemical
behaviour: at times it follows thè REEs (as for in¬
stance in thortveitite), and in other cases (as it was
first pointed out by Goldschmidt and Peters, 1931) it
follows instead Mg, Al and Fe, or other transition el¬
ements of thè 3d series.
Such a doublé behaviour seems to occur even in
thè same minerai species from different localities. For
instance, whereas thortveitite specimens from peg-
matite occurrences in Norway, in Malagasy Republic,
in Japan and in Russia contain notable quantities of
REE and Y (Phan, 1963, and Bianchi et al., 1988),
thortveitite from Montana (Foord et al., 1993) and
from Baveno (Orlandi, 1990) are quite low in these
elements. It is of main interest to point out that
thortveitite from Baveno and Montana occur associ¬
ated with fluorite, whereas thortveitites from Nor¬
way, Japan and Malagasy Republic (Phan, 1963;
Chistyakova et al., 1966; Phan et al., 1967; Foord et al.,
1993) do not seem to be associated with fluorite.
Conclusions
Owing to thè regular variation of their physical-
chemical properties as a function of thè atomic num-
ber, thè REEs provide a very good ground for testing
thè geochemical behaviour of a group of elements.
Although, thè formation of complexes of thè REEs,
as well as those of yttrium and scandium, has already
been studied for a long time by chemists and geolo-
gists, thè argument should be further considered in
explaining a number of geochemical details. Here thè
situation seems to be promising, since theoretical da¬
ta and measurements carried out in thè laboratory
are quite consistent with observation in thè field and
provide a reasonable explanation of cases occurring
in nature when unusual selective enrichment of these
elements is taking place; on these same grounds use-
ful predictions can be also formulated, at least in
many instances. Consequently, increased attention in
these phenomena, as well as in minerals considered
too often as being of minor importance, might tura
out to be most rewarding, if not essential, in thè next
future.
Acknowledgements
The courteous collaboration of C. Albertini, I.
Campostrini, P. Gentile and A. Guastoni in providing
GEOCHEMISTRY OF YTTRIUM WITH RESPECTTO THE RARE-EARTH ELEMENTS IN PEGMATITES
115
specimens of great interest is gratefully acknowl-
edged. V. Diella is to be credited for thè analyses car-
ried out at thè electron microprobe.
The authors are indebted to “Centro CNR per la
Geodinamica Alpina e Quaternaria” for financial as¬
sistale and equipment; this project has also been fi-
nanced in part by Progetto 40% MURST 1995 “As¬
petti cristallochimici, cinetici e termodinamici delle
trasformazioni naturali e sperimentali, dei minerali e
delle loro associazioni”.
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MINERALOGY AND PETROLOGY OF SHALLOW DEPTH PEGMATITES
117
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Petr Cerny - Constitution, petrology, affi-
liations and categories of miarolitic peg-
matites . Pag. 5
Alexander U. Falster, Wm. B. Simmons,
Karen L. Webber & Tom Buchholz - Peg¬
matites and Pegmatite Minerals of thè
Wausau Complex, Marathon County, Wi¬
sconsin . Pag. 13
Federico Pezzotta - Internai structures,
parageneses and classification of thè mia¬
rolitic li-bearing complex pegmatites of
Elba Island (Italy) . Pag. 29
Milan Novak - Compositional pathways
of tourmaline evolution during primary
(magmatic) crystallization in complex
(Li) pegmatites of thè moldanubicum,
Czech Republic . Pag. 45
Boris M. Shmakin, Victor Ye. Zagorsky,
Eugene E. Foord, Michael E. Brownfield
& Paul H. Briggs - New Data for Feld-
spars and Micas from Granitic Pegmatites
in thè Southwestern USA . Pag. 57
Blasi A. & De Poi Blasi C. - Crystal struc¬
tures of alkali feldspars from granitic peg¬
matites: A review . Pag. 73
Carlo M. Gramaccioli & Federico Pezzot¬
ta - Geochemistry of yttrium with respect
to thè rare-earth elements in pegmatites... Pag. Ili
:
3 2044 1
8 682
.
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